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-Project Gutenberg's Storia degli Italiani, vol. 3 (di 15), by Cesare Cantù
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
-other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
-the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
-www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have
-to check the laws of the country where you are located before using this ebook.
-
-Title: Storia degli Italiani, vol. 3 (di 15)
-
-Author: Cesare Cantù
-
-Release Date: October 26, 2020 [EBook #63560]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DEGLI ITALIANI, VOL 3 ***
-
-
-
-
-Produced by Giovanni Fini, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This
-file was produced from images generously made available
-by The Internet Archive)
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- STORIA
- DEGLI ITALIANI
-
-
- PER
- CESARE CANTÙ
-
-
- EDIZIONE POPOLARE
- RIVEDUTA DALL'AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI
-
- TOMO III.
-
-
-
- TORINO
- UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
- 1875
-
-
-
-
-CAPITOLO XXXI.
-
-Il secolo d'oro della letteratura latina.
-
-
-Un'altra fortuna ebbe Augusto, che al suo corrispondesse il secolo
-d'oro della letteratura latina, talchè il nome di lui, non solo si
-associò all'immortalità di quegli scrittori, ma rimase come appellativo
-de' protettori del bel sapere.
-
-Ne' primordj, Roma s'occupò a difendersi e trionfare, non ad
-ingentilire gl'intelletti. Sol quando penetrò nella Grecia italica,
-poi nella Grecia propria, conobbe una coltura più raffinata, e la
-introdusse coi prigionieri e coi vinti, i quali allogaronsi come
-maestri o clienti nelle principali famiglie; e tal ne prese vaghezza
-che dimenticò i modi nazionali per tenersi affatto sulle orme greche.
-Quand'anche non fosse natura degl'Italiani, sappiamo per iscritto che
-il popolo nostro dilettavasi grandemente di canzoni nelle varie fasi
-della vita; specialmente alle vendemmie, e quando la riposta messe
-lusingava terminate le fatiche, e alle solennità della rustica Pale i
-prischi agricoli, forti e contenti di poco, coi figli, colla fedele
-consorte e coi compagni di lavoro esilaravano l'anima e il corpo
-nel suono e nel ballo[1]; e la gioja bacchica esultava in canti e
-gesticolazioni, e forse anche dialoghi, di versi regolati dall'orecchio
-e misurati dalla battuta del piede.
-
-Questa fu per gran pezzo l'unica drammatica, ben lontana dalla
-artistica che pur già grandeggiava in Sicilia, e che richiede
-un'azione, un intreccio, e caratteri e affetti. Abbiamo notizia di
-recite che si facevano in siffatti versi, chiamati _saturnini_ dal
-favoloso Saturno, o _fescennini_ da Fescennia, città dove molto erano
-usati alle _Sature_, mescolanza di musica, recita e danza. Inconditi e
-mal composti, smentiscono però Orazio quando di letteratura romana non
-trova lampo se non dopo l'occupazione della Grecia[2]; più lo smentisce
-la storia. Tito Livio, in un passo d'oro[3], fa che i Romani desumano
-anche i giuochi scenici dagli Etruschi, dicendo che nell'epidemia
-del 390 di Roma, la collera celeste serbandosi inesorabile alle
-supplicazioni consuete, si introdussero (cosa nuova al popolo
-bellicoso, avvezzo soltanto agli spettacoli del circo) rappresentazioni
-sceniche, fatte da commedianti etruschi che nella costoro lingua
-chiamavansi _istrioni_, i quali ballavano artifiziosamente a suon
-di flauto e gestendo senza parole: i garzoni romani gl'imitarono,
-aggiungendo versi rozzi ma lepidi: in appresso s'introdussero buoni
-istrioni che ne recitarono di studiati, e rappresentarono satire,
-le cui parole convenivano al suono del flauto e al movimento. Livio
-Andronico (segue egli), più d'un secolo dopo, osò far meglio, e
-comporre drammi con unità d'azione; e avendo perduto la voce, ottenne
-di collocare davanti all'attore un giovane che cantava i suoi versi,
-mentr'esso faceva i gesti, viepiù espressivi perchè non era distratto
-dalla cura della voce. Di qui l'uso agli istrioni di accompagnare col
-gesto ciò che un altro canta, non parlando essi che nel dialogo.
-
-Adunque Livio Andronico introdusse la favola teatrale, che soggetti
-forestieri riproduceva in favella _barbara_, cioè nella nostra[4]. Al
-solo ritmo, consueto nei carmi latini ed osci, sostituì il senario,
-libero verso, che traeva dall'accompagnamento della tibia quel tenor
-regolare e cadenzato che nella sua libertà gli mancava, e che formò
-passaggio fra la ritmica indigena e la metrica esotica. A quel modo
-continuarono e Nevio e Plauto, sempre scusandosi di tradurre i Greci
-in _barbaro_, cioè nel parlare di que' Romani, che per chiamare poi
-barbari gli altri popoli dovettero persuadersi d'essere divenuti Greci.
-
-Ennio diede un passo innanzi, e abbandonando il pedestre senario,
-introdusse l'eroico greco: laonde si dava vanto d'aver «superato
-egli primo i monti delle muse, mentre fin a lui erasi detto soltanto
-coi versi che cantavano i fauni e i _vati_», cioè gl'indigeni[5]:
-introdusse il dattilo e il verso esametro, la cui musicalità era
-accessibile del pari ai dotti e al vulgo.
-
-Andronico, Ennio, Plauto, Azzio, Nevio trattarono soltanto soggetti
-greci, benchè in Grecia non fossero ancora penetrati i Romani,
-non avessero «cercato le bellezze di Tespi, Eschilo, Sofocle», nè
-Mummio avesse recato gli spettacoli teatrali da Corinto[6]: laonde
-possiamo credere che quest'arte derivasse piuttosto dalla Sicilia,
-dove Aristotele e Solino la fanno nascere, e trasportare in Atene da
-Epicarmo e Formione; ovvero dalla Magna Grecia, ove molti Pitagorici
-aveano scritto commedie[7].
-
-Di tre parti constava la commedia: diverbio, cantico, coro. Pel primo
-intendeasi l'atteggiare di più persone: nel cantico parlava una sola,
-o se ve n'era un'altra, udiva di nascosto e parlava da sè: nel coro
-era indefinito il numero de' personaggi[8]. Molta varietà v'ebbe poi
-di commedie: le gravi diceansi _palliatæ_ o _togatæ_, secondo che di
-soggetto greco o romano; nelle _prætextatæ_ s'introducevano persone di
-grand'affare, vestite della pretesta; inferiori erano le _tabernariæ_ e
-i _mimi_.
-
-Dal succitato passo di Livio i teatri romani compajono non semplice
-passatempo, ma un'istituzione civile e sacerdotale, e la recita come
-un'appendice di quelli che i romani tenevano per veri divertimenti,
-i giuochi del circo. Inoltre gli scrittori di commedie non erano
-romani, ma Ennio di Calabria, Pacuvio di Brindisi, Plauto di Sarsina
-nell'Umbria, Terenzio di Cartagine; talmente convenzionale era il
-linguaggio di quelle. Il romano popolesco rimase alle _atellanæ_, che
-alcuno vorrebbe somigliare alle nostre commedie a soggetto: recitavansi
-in osco[9] da giovani bennati, e allettavano grandemente il popolo per
-lo scherzo vivace e per l'originalità.
-
-Diciannove tragedie di Marco Pacuvio sono lodate da Quintiliano per
-profondità di sentenze, nerbo di stile, varietà di caratteri; ma nel
-pochissimo rimastoci non troviamo che liberissime imitazioni, in istile
-bujo e disarmonico. Lucio Azzio, nato a Roma da un liberto, ne compose
-e raffazzonò di molte, fra le quali il _Bruto_ e il _Decio_, soggetti
-patrj; e recitavansi ancora ai tempi di Cicerone, e più volentieri si
-leggevano. Delle diciannove tragedie di Andronico sol qualche frammento
-sopravive: compose pure un inno da cantarsi da ventisette fanciulle,
-e voltò dal greco l'_Odissea_. Gneo Nevio campano verseggiò anche la
-prima guerra punica.
-
-Marco Accio Plauto[10] (n. 227) scrisse molte commedie; ad altre
-non facea che dar una mano, e correvano poi sotto il suo nome: ma
-sempre tradotte o imitate dal greco, e di greche costumanze. Ce ne
-sopravanzano venti, fra cui l'_Amfitrione_ mette in burletta gli Dei;
-e fanno per le migliori l'_Aulularia_ incompleta, il _Trinummus_ e i
-_Captivi_ di serio e morale intreccio. Guadagnato un bel gruzzolo col
-poetare, lo avventurò in commercio, sì male speculando che fu ridotto a
-girar macine da mugnajo.
-
-Tutti i comici superò Publio Terenzio africano (n. 193). Rapito
-fanciullo dai pirati, fu compro da Terenzio Lucano senatore romano,
-che, educato, gli donò la libertà; ed egli, raccolto qualche denaro,
-passò in Grecia, ove morì di trentacinque anni. In Grecia, dopo la
-commedia democratica e politica di Aristofane, tutta allusioni ed
-attualità e baldanza, era stata introdotta la civile, in cui grandeggiò
-Menandro, che la elevò a qualche dignità con fatti serj e intento
-filosofico, rendendola, qual poi rimase, il quadro dei vizj e delle
-ridicolaggini, scevra di satira personale. Centotto commedie di
-quest'ultimo poeta ateniese avea tradotte Terenzio, che le perdette in
-un naufragio; nelle sei che ci rimangono, appajono purezza ed eleganza
-di stile e precisione di sentenze[11], quale in Roma non aveva ancora
-alcun modello. L'_Eunuco_ sembra originale, sebbene i caratteri di
-Gnatone e Trasone sieno desunti dall'_Adulatore_ di Menandro; e tanto
-piacque, che fu replicato fin due volte nel giorno stesso, e guadagnò
-all'autore ottomila sesterzj.
-
-Plauto coll'asprezza e la facezia palesasi famigliare col vulgo,
-Terenzio ritrae della società signorile; quello esagera l'allegria,
-questo la tempera, e i caratteri e le descrizioni esprime al vivo.
-Orazio (che giudicando solo dall'espressione, vilipende tutti i comici
-della prima maniera) chiama grossolano Plauto, e lo taccia d'avere
-abborracciato per toccare più presto la mercede; alle commedie di
-Terenzio fu asserito mettesser mano i coltissimi fra i Romani d'allora,
-Scipione Emiliano e Lelio: l'un e l'altro però sono troppo lontani
-dalla finezza dei comici greci, vuoi nel senso, vuoi nell'esposizione.
-
-La bagascia, il lenone, il servo che tiene il sacco al padroncino
-scapestrato, il ligio parasito, il padre avaro, il soldato
-millantatore, ricorrono in ciascuna commedia di Plauto, fin coi nomi
-stessi, come le maschere del vecchio nostro teatro; e si ricambiano
-improperj a gola, o fanno prolissi soliloquj, o rivolgonsi agli
-spettatori, o scapestransi ad oscenità da bordello. Egli stesso
-professa in qualche commedia di non seguire l'attica eleganza, ma la
-siciliana rusticità[12]; il verso talmente trascura, che si dubita se
-verso sia[13]; grossolano e licenzioso il frizzo; il dialogo da plebe.
-Meno che pei letterati ha importanza pei filologi, che vi riscontrano
-idiotismi ancor viventi sulle bocche nostre, e ripudiati dagli autori
-forbiti: altra prova che il parlare del vulgo si scostasse da quello
-dei letterati, e forse viepiù nell'Umbria.
-
-Meglio si splebejò Terenzio. Neppur egli poteva produrre altre donne
-che cortigiane, ma le fa involate da bambine, e consueta soluzione
-della commedia è il riconoscimento loro[14] per mezzi miracolosi:
-anche all'uomo dabbene trova un luogo fra i suoi: più corretto
-nella morale, men procace nel motteggio, eletto e spontaneo nel
-dialogo, pittorescamente semplice nei racconti, attraente nelle
-situazioni, resta inferiore in vivezza comica e gaja fantasia: quanto
-all'invenzione, e' si scusa col dire che non è più possibile atteggiar
-cosa nuova[15]. Nè l'uno nè l'altro conobbero l'_ammaestrare ridendo_,
-proponendosi unicamente di recare sollazzo al pubblico[16].
-
-Le commedie di Terenzio e Plauto erano palliate, cioè eseguivansi in
-abito greco: nelle togate fu celebre Afranio, ma pochissimi versi ce
-ne restano. Poco merito, in generale, si attribuiva alla drammatica,
-tantochè Quintiliano confessa che, in questa parte, la letteratura
-latina va zoppa. E per vero, come poteva fiorire tra un popolo che si
-dilettava di belve combattenti e dei veri spasimi e del sangue d'uomini
-accoltellantisi? Terenzio racconta che, alla prima rappresentazione
-della sua _Ecira_, il popolo costrinse a interromperla perchè si erano
-annunziati gladiatori e saltambanchi.
-
-D'Asinio Pollione, il più celebre tragico, nulla sopravisse: di Ovidio
-sappiamo che scrisse la _Medea_; ma i luoghi comuni onde farcì le sue
-_Eroidi_, e la dilavata facilità del suo stile non ci lasciano troppo
-rimpiangere questa perdita, nè quella de' molti altri tragici romani
-ricordati[17].
-
-Della burletta si prendea molto spasso, e fino a quell'antichità
-risalgono le maschere: il Macco o Sannio, progenitore del nostro
-Zanni o Arlecchino, era un buffone, raso il capo, vestito di cenci
-a vario colore, e che _rideva in tutto il corpo_; a Pompej si trovò
-il Pulcinella, maschera atellana. Sul finire della repubblica si
-preferivano i mimi, mescolanza di ballo e di drammatica, non ridotta ad
-un'azione perfetta, ma in scene staccate, un carattere plebeo esponendo
-nelle differenti sue situazioni, con parlar vulgare e locuzioni
-scorrette; di che il basso popolo, riconoscendo se stesso, prendeva
-mirabile dilettazione. Il poeta dava solo la traccia, lasciando che
-l'attore improvvisasse; attore sovente era l'autor medesimo, e i
-più famosi furono Siro e Laberio. Di questo abbiamo un prologo, dove
-lagnasi d'essere stato costretto da Cesare a montare sul palco: di
-Siro alquante sentenze morali, che teneva in serbo per intrometterle
-all'occasione, e che ci danno alta idea della farsa romana. Anche Gneo
-Mattio, amico di Cesare e di Cicerone, scrisse _Mimiambi_ assai lodati,
-oltre una _Iliade_.
-
-La legge sopravvide sempre agli spettacoli teatrali, che perciò
-non attinsero mai la democratica licenza degli Ateniesi. Già la
-primitiva nobiltà, gelosa di questa plebe che della scena valevasi per
-bersagliarla, le pose freno applicandovi la legge delle XII Tavole che
-condannava a morte o alle verghe il diffamatore[18]. Ogni oppressore
-della pubblica libertà rinvigoriva queste repressioni, come fece Silla;
-e Cicerone scriveva ad Attico che, nessuno osando chiarire in iscritto
-il proprio parere, nè apertamente riprovare i grandi, unica via restava
-il far ripetere in teatro versi o passi che paressero alludere ai
-pubblici affari[19].
-
-In principio i teatri erano posticci, durando al più un mese,
-quantunque l'armadura di legno si ornasse con grand'eleganza, fino a
-dorarla e argentarla, e vi si collocassero statue ed altre spoglie de'
-popoli soggiogati. Scauro ne fece uno capace di ottantamila spettatori,
-adorno di tremila statue e trecentosessanta colonne di marmo, di vetro,
-di legno dorato. Primo Pompeo, dopo vinto Mitradate, ne fabbricò
-uno stabile, capace di quarantamila spettatori, con quindici ordini
-che salivano dall'orchestra fino alla galleria superiore. Quel di
-Marcello, fatto da Augusto, era un emiciclo del diametro inferiore
-di circa cinquantacinque metri allo interno, e di cenventiquattro al
-recinto esterno. Cajo Curione, volendo sorpassare i predecessori in
-bizzarria se non in magnificenza, nei funerali di suo padre costruì due
-teatri semicircolari, tali che potessero girare sopra un pernio con
-tutti gli spettatori; sicchè, compite le rappresentazioni sceniche,
-venivano riuniti, e gli spettatori si trovavano trasportati in un
-anfiteatro[20].
-
-Alla romana severità parea vile un uomo inteso, non a soddisfare
-coll'abilità sua verun bisogno, ma solo a dar diletto; infame chi per
-denaro fingeva affetti, dava se medesimo a spettacolo, ed esponevasi
-agl'insulti degli spettatori. Laonde i mimi rimanevano privati delle
-prerogative civili, i censori poteano degradarli di tribù, i magistrati
-farli staffilare a capriccio; un marchio impresso sul loro corpo gli
-escludeva da ogni magistratura, e fin dal servire nelle legioni. Anche
-donne poteano comparir sulla scena romana, a differenza della greca,
-purchè vestite decente: ma restavano diffamate, proibito ai senatori di
-sposare le attrici, nè le figlie o le nipoti d'istrioni.
-
-Somma doveva essere l'abilità degli attori se tanta ammirazione
-destarono Batillo e Pilade, Esopo e Roscio. Eppure generalmente erano
-schiavi o liberti greci, che a forza di studio avevano imparato la
-giusta pronunzia del latino. Inoltre, vastissimi essendo i teatri,
-doveano forzar la voce perchè fosse intesa da ottantamila spettatori;
-le parti femminili erano spesso sostenute da uomini; il viso coprivasi
-con maschere: lo che rende inesplicabile l'effetto che Cicerone e
-Quintiliano dicono producessero.
-
-Esopo e Roscio non mancavano mai al fôro qualvolta si agitasse causa
-interessante, per osservare i movimenti dell'oratore, del reo, degli
-astanti. Il primo fu amico di Cicerone, e benchè magnifico all'eccesso,
-lasciò a suo figlio venti milioni di sesterzj, cioè quattro milioni di
-lire. Da Roscio, che pel primo abbandonò la maschera, prese lezioni
-Cicerone, che poi gli divenne amico, e sfidavansi a chi meglio
-esprimerebbe un pensiero, questi colle parole, quegli col gesto:
-all'anno riceveva cinquecento sesterzj grossi, o centomila lire:
-ducentomila n'ebbe Dionisia attrice, per una stagione del 377. Neppure
-questo scialacquo è dunque novità.
-
-Dove finisce l'età eroica, spettanza della poesia e dell'arte libera,
-ivi comincia la scienza storica; e quando il carattere preciso dei
-fatti e la prosa della vita si rivelano in situazioni reali, e nel
-modo di concepirli e rappresentarli. Quale scienza più degna d'un gran
-popolo? pure i Romani nè anche in essa seppero essere originali, e
-negligendo le patrie tradizioni, e sprezzando i monumenti, accolsero
-e rimpastarono le origini favoleggiate dai Greci. Fabio Pittore, che
-primo ne scrisse in latino, Cincio Alimento senatore e Cajo Acilio
-tribuno che dettarono annali in greco, copiavano l'un dall'altro,
-senza interrogare il popolo nè verificare coi documenti. Quando Catone
-censorio trattò delle _Origini italiche_, i popoli della prisca
-Italia sussistevano ancora, e in libri ed iscrizioni conservavano
-i loro fasti; sapevansi leggere e interpretare i caratteri oschi ed
-etruschi, che ora eludono la pazienza degli eruditi; non era per anco
-stata dilapidata l'Italia dalla guerra de' Marsi, nè le sistematiche
-proscrizioni di Silla aveano distrutte le memorie della prisca
-nazionalità. Un desiderio del censore sarebbe stato legge a tutte le
-città italiane, che gli avrebbero a gara recato i loro annali pel
-lavoro che preparava. Eppure, malgrado l'affettata sua avversione
-per le cose greche, egli si abbandonò alla corrente; e d'idee e di
-etimologie forestiere è rimpinzato quel poco che ci tramandò. Peggio
-ancora adoperarono Cornelio Polistore al tempo di Silla, Calpurnio
-Pisone Frugi[21], e più tardi Giulio Igino, o creduli o ingannatori.
-
-Il migliore storico di Roma le venne dalla Grecia, Polibio di
-Megalopoli (n. 205), che deportato con quelli traditi da Callicrate
-(vol. I, pag. 348), acquistò la grazia degli Scipioni, principalmente
-dell'Emiliano, lo seguì in Africa, e narrò la storia contemporanea dal
-220 al 167. Di scarso gusto e d'arte scadente, attiensi al positivo;
-vide i luoghi, seppe il latino, lesse in Roma documenti ignorati da'
-natii, e meglio di questi c'informa della loro costituzione, che egli
-reputa non solo superiore alla spartana e alla cartaginese, ma tale
-che, a petto di essa, la repubblica di Platone somiglia una statua
-accanto d'uomo vivo. In serena tranquillità narra non declama; cura
-la moltitudine, quanto Livio gli eroi; ma escludendo la Provvidenza
-regolatrice, e tutto riducendo a invenzione degli uomini: eppure non
-sa guardarsi dalla funesta simpatia per la prosperità, rimprovera e
-ingiuria i nemici de' suoi Scipioni, dice che le leggi della guerra
-permettono di fare tutto ciò ch'è utile al vincitore o nocevole al
-nemico. Vero è che fa giungere qualche disapprovazione alle orecchie
-degli oppressori della Grecia: vede la colpa de' Romani nella seconda
-guerra punica; la terza considera come un delitto: professa che
-fine della vittoria non dev'essere la distruzione del nemico, ma il
-riparare dall'ingiuria (v. 11. 5); che il vincitore non dee confondere
-l'innocente col reo, e piuttosto risparmiare i rei in grazia degli
-innocenti; tralasciare i guasti inutili perchè provocheranno eccessi
-contrarj: la pace è di tutti i beni il solo che nessuno si perita a
-considerar per tale; tutti preghiamo gli Dei a concedercelo, nè v'ha
-cosa che non sopportiamo per ottenerlo[22].
-
-Le _Antichità romane_ di Dionigi d'Alicarnasso, stendentisi fin
-all'anno dove Polibio comincia, toccano delle origini di Roma, ma
-sempre per blandirla, e «sminuire lo scherno e l'aborrimento che i
-Greci le professavano». Questo proposito già il rende sospetto, e
-ancor più la pienezza simmetrica del suo racconto, ch'era impossibile
-deducesse da cronache indigeste. Come estranio ch'egli era a Roma, ce
-ne espone con particolarità il governo e il diritto, sebbene non sempre
-ne intenda lo spirito: ma da una parte per amor di patria tutte le
-origini trascina dalla Grecia, dall'altra vanta i Romani come popolo
-equo e temperato, che i vinti trattò non con crudeltà o vendetta,
-ma da amico e benefattore, moderò la vittoria con una magnanimità
-senza esempio, e in cinquecento anni di lotte così violente, mai non
-insanguinò il fôro; racconta senza biasimo la distruzione di Cartagine,
-di Corinto, di Numanzia, e conchiude che, in tanto conquistar di paesi
-e tanto opprimere di nazioni, mai non operò che di giustizia[23].
-
-Moltissimi Greci scrissero de' fatti della Sicilia; alcuni anche
-Siciliani, fra cui il più antico e lodato è Antioco figlio di Serofane
-siracusano, autore di una storia di quell'isola, e d'una dell'Italia:
-fioriva ai tempi di Serse. Temistogene, oltre la storia patria, divisò
-la spedizione di Ciro il giovane in Persia, che alcuno pretende
-sia quella che va sotto il nome di Senofonte. Anche i due Dionigi
-tiranni storiarono; e Filisto, condottiero di eserciti nella guerra
-cogli Ateniesi, poi relegato a Turio, richiamato per ordinar le cose
-siracusane, infine ucciso a strazio da' suoi cittadini il 400, aveva
-esposto la storia siciliana fin a tutto il regno del vecchio Dionigi;
-conciso, dicono, quanto Tucidide e più chiaro. Un altro Filisto è
-lodato d'avere pel primo applicato alla storia gli artifizj retorici.
-Callia, scolaro di Demostene, nelle imprese di Agatocle parve più
-elegante che veritiero.
-
-Timeo da Taormina scrisse una storia universale e varie particolari,
-e una critica sugli errori degli storici: se il lodano per buona
-distribuzione cronologica, l'appuntano di soverchia mordacità, e di
-raccogliere ogni cosa senza discernimento. Celebratissimo da Cicerone
-è Dicearco messinese, morto al principio del regno di Gerone, e
-vissuto il più in Grecia: in istile attico delineò vite d'illustri
-uomini e dei sette Sapienti, le feste e i giuochi, e una descrizione
-della Grecia fisica e morale: per incarico de' re macedoni fece e
-descrisse la misura de' monti (ὀρῶν καταμέτρησις) del Peloponneso, con
-buone idee sulla conformazione generale della terra. Aristocle, pur
-da Messina, raccolse la serie degli antichi filosofi e la somma dei
-loro insegnamenti. Polo d'Agrigento lasciava la genealogia de' Greci
-e de' Barbari venuti alla guerra di Troja. Filino, suo compatrioto,
-militò sotto Annibale, e ne descrisse le imprese adulando; sicchè più
-rincresce l'averlo perduto, giacchè farebbe contrapposto ai Romani che
-lo calunniarono[24]. Le guerre Servili furono narrate da Cecilio di
-Calutta, che trattò pure sul modo di leggere gli storici. Andera da
-Palermo narrò le cose memorabili di ciascuna città della Sicilia.
-
-Di tutti questi ci rimane o soltanto il nome o poche righe; nè
-direttamente possiam giudicare che Diodoro di Argiro, noto col titolo
-di Diodoro Siculo. Venuto ultimo, egli potè giovarsi di tutti i greci e
-siciliani; e dopo trent'anni di viaggi e di ricerche fermatosi a Roma,
-allora centro d'ogni civiltà e convegno di tutte le nazioni, vi compilò
-in greco una storia universale, intitolata _Biblioteca storica_,
-dai tempi precedenti alla guerra di Troja fino a Giulio Cesare. De'
-quaranta libri ci restano solo i primi cinque sui tempi favolosi, la
-seconda decade, e alquanti frammenti. Chiaro, lontano dall'affettazione
-come dalla bassezza, procede sconnesso, talvolta declamatorio, più
-spesso freddo e uniforme compilatore piuttosto che autore; bee grosso,
-accetta tutte le ubbie, e si corruccia con chi ne dubita; di tanti
-materiali che doveano esistere, non trae bastante profitto, nè quindi
-ci ajuta gran fatto a conoscere la prisca istoria italiana; sulla
-romana poi erra spesso nei nomi, più spesso ne' tempi, e in generale è
-scarso, quanto invece abbonda intorno ai Cartaginesi e ai Greci. Piace
-trovarvi il sentimento dell'umanità, d'una giustizia divina, d'una
-provvidenza.
-
-Sulla primitiva Italia nessuna luce spandono gli scrittori latini,
-sempre scuranti dell'erudizione. Tito Livio, volendo dilettare e
-istruire il suo popolo, ne adotta le idee tradizionali senza curarsi
-di appurarle, segue e spesso traduce Polibio, nè entra tampoco nei
-tempj di Roma a leggere ed esaminare i trattati e monumenti antichi
-conosciuti da quello e da Dionigi: pochi anche fra i più dotti videro
-le opere di Aristotele: Cicerone, che tutto seppe, conosce soltanto per
-un _dicesi_ i Latini che prima di lui scrissero di filosofia; e quando
-vuol informare della costituzione romana, egli uom di Stato, traduce
-Polibio: ignoravansi le lingue forestiere, nè gl'interpreti servivano
-che ai negozj; e Cesare, che sì lungo tempo campeggiò nelle Gallie, non
-ne apprese la favella; e a vicenda, volendo servirsi d'una cifra perchè
-i suoi dispacci non fossero intesi dal nemico, adoprava l'alfabeto
-greco.
-
-Pure molte biblioteche eransi in Roma raccolte. Paolo Emilio, come
-altri nobili, per diletto de' suoi figli trasportò in città quella
-di Perseo re di Macedonia: Silla da Atene quella di Apellicone Tejo,
-che fu messa in ordine da Tirannione, il quale pure ne raccolse una
-di trentamila volumi: più insigne l'ebbe il suntuoso Lucullo, che
-gli eruditi del suo tempo vi raccoglieva a dotte conferenze. Anche
-Attico ne formò una doviziosa, e molti schiavi occupava a ricopiare
-per farne traffico; onde Cicerone iteratamente il prega a non vendere
-certe opere, giacchè spera poter comprarle lui[25] per aggiungerle alle
-molte che già aveva unite con varie anticaglie. E probabilmente per
-opera degli schiavi ogni lauto romano procacciavasi una biblioteca:
-ma sebbene ai copisti sovrantendessero grammatici destinati a
-collazionare, i testi riuscivano scorrettissimi[26]. Primo Cesare
-pensò ad una biblioteca pubblica, e n'affidò la cura a Varrone; il
-qual pensiero interrottogli dalla morte, fu messo ad effetto da Asinio
-Pollione: poi Augusto ne applicò una al tempio d'Apollo Palatino[27],
-ed una al portico d'Ottavio: e di rado ai pubblici bagni mancava un
-gabinetto per la lettura.
-
-A malgrado di ciò, i Romani furono negligentissimi in esaminare
-l'antichità, e rintracciare i documenti che sono occhio della storia.
-Li precedette una civiltà potente, qual fu la pelasga; gli educò
-l'etrusca: e nè di questa nè di quella curarono, o fosse orgoglio
-nazionale, o cieca preferenza al bello sopra il vero. Danno per
-portentoso erudito Marco Terenzio Varrone (n. 116), che a settantotto
-anni aveva scritto quattrocennovanta libri di varia materia. Nelle
-_Antichità delle cose umane e divine_ cominciava dall'uomo, dal suo
-organismo e dalla natura morale; veniva all'Italia, all'arrivo di Enea,
-alla fondazione di Roma, dalla quale egli pel primo fissò la cronologia
-(_æra Varronis_); e indagava tutto ciò che potesse illustrare la storia
-e le condizioni politiche e morali. Le _Cose divine_ erano un profondo
-trattato sulle religioni italiche e sulla romana in ispecie, i miti,
-i sagrifizj, la liturgia, forse dirigendo tutto a reprimere l'ateismo
-e la corruzione de' costumi; al che forse diresse anche l'altra opera
-_Della vita del popolo romano_.
-
-Cicerone lo loda di avere finalmente dato a conoscer Roma ai cittadini,
-che prima vi stavano come stranieri[28]; e gli antichi s'accordano a
-tributargli il titolo di _dottissimo_: ma se dai tre dei ventiquattro
-libri suoi sulla lingua latina, dai tre intorno all'agricoltura, e da
-pochi altri frammenti vogliam giudicarlo, ne appare scarso d'erudizione
-e più di critica, e ansioso di rintracciar lontano quel che aveva in
-casa[29]. Nell'esaminare le etimologie della lingua latina, ignora i
-metodi che lo spirito segue nel creare, adoprare, trasformar le parole;
-e suppone che i Latini inventassero il proprio parlare, mentre non
-fecero che torlo da altri (vedi Appendice I); non istudia gli idiomi
-allora viventi, e al più ricorre al dialetto greco eolico, congenere
-del latino.
-
-Nel trattato _De re rustica_, dopo le generalità, viene alle vigne,
-agli ulivi, agli orti; il secondo libro tratta dell'allevamento del
-bestiame, de' formaggi e della lana; il terzo degli animali, della
-bassa corte, della caccia e della pesca. Al semplice esordio di
-Catone (vol. I, pag. 373) si paragoni questo suo: — Se ozio avessi,
-ti scriverei a mio agio ciò che ora ti schizzo come posso sulla
-carta, pensando che conviene accelerarsi, perchè quel proverbio che
-l'uomo è null'altro che una bolla, ancor più s'attaglia a vecchio.
-I miei ottant'anni m'avvertono di fare il fardello pel gran viaggio.
-Avendo tu, o Fondania moglie, acquistato un podere che desideri render
-fruttifero con buona coltura, procurerò informarti di ciò che convien
-fare non solo mentr'io vivo, ma anche dopo morto... Non invocherò a
-soccorso le muse come Omero ed Ennio, ma le dodici divinità maggiori;
-non i dodici Dei della città, sei maschi e sei femmine, le cui statue
-sorgono nel fòro, ma i dodici che presiedono all'agricoltura. E prima
-Giove e Terra, che in cielo e quaggiù racchiudono tutte le produzioni
-dell'agricoltura, onde son detti i gran genitori; poi il Sole e
-la Luna, di cui si osserva il corso per seminare e piantare; indi
-Cerere e Libero, i cui frutti sono indispensabili alla vita; Rubigo
-e Flora, pel cui patrocinio il frumento e gli alberi vanno immuni
-dal bruciore, e fioriscono a debito tempo; poi Venere e Minerva, che
-tutelano l'una gli ulivi, l'altra gli orti; Linfa e Benevento, perchè
-senz'acqua immiserisce l'agricoltura, e senza buon successo la coltura
-è illusione». Dopo questa litania introduce gl'interlocutori[30].
-
-Varrone aveva anche raccolte settecento vite d'uomini illustri di
-Grecia e di Roma in cento fascicoli da sette ciascuno, donde il titolo
-di _Hebdomades_, e coi ritratti; e Plinio lo loda di aver trovato un
-modo di moltiplicarne le copie, e così agevolarne la conservazione e la
-diffusione. Molti, e fin l'illustre Ennio Quirino Visconti immaginarono
-fossero disegnati sopra pergamena, adoprandosi una qualche maniera
-d'incisione: ma il passo di Plinio[31] ci trae piuttosto a crederli di
-cera, fatti collo stampo, e chiusi in scatolette, al modo de' sigilli.
-
-Accennammo (vol. II, p. 161) come molti vergassero le proprie memorie,
-solitamente in greco: e insigni sono quelle di Giulio Cesare. La
-difficoltà di propagare i manoscritti obbligava gli antichi a scriver
-serrato; oltre che sapeano aggruppare gli sparsi accidenti, quanto
-oggi si suole sbricciolarli e decomporli. Cesare, meglio d'ogni altro
-vedendo le forze e i vizj del tempo e del paese suo, narrò grandissime
-geste in piccolissimo volume, la cui naturale semplicità e la limpida
-ed evidente concisione già erano in delizia a' contemporanei[32], e fin
-ad ora non trovarono emulo. Gli altri Latini ricalcano continuamente i
-Greci; egli dice quel che ha pensato e sentito, nè ci si mostra altro
-che Cesare, Cesare invitto generale e invitto scrittore: rapido nel
-narrare come nel compir le imprese, trova l'eleganza, non la cerca;
-non prepara gli effetti; va tutto spontaneo: e sebbene nol possiam
-credere imparziale, e chi vi pon mente ravvisi un sottofine in quel che
-narra, indovini quel che tace, e l'arte di lumeggiare una circostanza,
-un'altra adombrarne, eccedette chi pretese scorgervi il proposito
-deliberato di mentire e di presentar se stesso al popolo e ai posteri
-in maschera, valendosi d'una fredda ironia, e con profondo sprezzo del
-genere umano attribuendo tutto alla fortuna. Oltre molte arringhe, avea
-composto tragedie, due libri delle analogie grammaticali, trattati
-sugli auspizj e sull'aruspicina, sul moto degli astri, un poema
-nominato _Iter_ ed altre poesie.
-
-Da antico si registravano gli avvenimenti giornalieri negli Annali
-Pontifizj; ma al tempo della sedizione dei Gracchi rimasero interrotti.
-Cesare pel primo istituì un giornale degli atti del senato, ed uno di
-quei del popolo, affine di conservarli e pubblicarli. Augusto ordinò si
-continuasse il primo, ma guai a pubblicarlo, ed elesse egli medesimo
-chi dovea compilarlo[33]. Su quello del popolo si notavano le accuse
-recate ai tribunali, le sentenze loro, l'inaugurazione de' magistrati,
-le costruzioni pubbliche, e in appresso la nascita e le vicende dei
-principi. Somiglia dunque ai giornali moderni, lontanissimo però
-dall'averne la diffusione, che ne costituisce l'importanza.
-
-Ma già colle altre ambizioni era nata quella della parola, e al finire
-della repubblica apparvero storie degne di questo nome; e il primo che
-v'adoperi stile conveniente è Crispo Sallustio (vol. II, p. 155). Solo
-i due episodj su Giugurta e Catilina ce ne arrivarono; ma egli avea
-narrato in cinque libri anche l'intervallo fra quei due fatti; e ancor
-si leggevano al tempo del Petrarca, il quale nelle _Lettere_ soggiunge
-aver trovato in veracissimi autori che Sallustio, per esporre al vero
-le cose d'Africa, guardò i libri punici, anzi si recò sui luoghi;
-diligenza ben rara fra i Romani.
-
-I nostri lettori sono già familiarizzati col più insigne storico
-latino, Tito Livio, e conoscono come per patriotismo riducesse la
-storia romana ad un'epopea, cui conviene più che ad altra quell'epiteto
-affatto romano di magnifica. Con un'ammirazione candidissima[34],
-con una persuasione che sente dell'ispirato, concepisce poeticamente,
-narra ampio e maestoso, qual conviene al paese dove si congiungevano
-l'eloquenza poetica con quella del fôro; rifugge ogni trivialità, ogni
-arcaismo di pensieri o di linguaggio, talchè nell'uniforme splendore
-del suo stile, come in certe moderne tragedie, non ci presenta se non
-i contemporanei d'Augusto, esprimenti con accento gentile le passioni
-d'età gagliarde. Come arte non sapremmo qual lavoro antico o moderno
-pareggi quella sua eloquenza, neppur un istante dimentica della
-propostasi gravità; quella chiarezza che nulla lascia d'indeciso nelle
-idee, di faticoso all'attenzione; quell'eleganza semplice che cresce
-grazia al pensiero, vivezza ai sentimenti; quell'armonia penetrante che
-diffonde sulla storia tutto il vezzo della poesia; quella perfezione di
-stile, ove nuove bellezze rivela ogni nuova lettura. Qual successione
-di mirabili quadri, di grandiosi caratteri, di stupende arringhe! quale
-industria nello scegliere le circostanze! Quindi di poche opere antiche
-la perdita è a deplorare quanto de' libri suoi; e il mondo letterario
-tripudiò ad ora ad ora della speranza sempre tradita di vederli
-scoperti o nei serragli di Costantinopoli o nei conventi della Scozia.
-
-Le _Storie Filippiche_ di Trogo Pompeo non ci sono conosciute che per
-un compendio fattone da Giustino, di scarsissimo frutto, e senz'arte di
-disporre e concatenare: ma alcuni frammenti pubblicati testè[35] ce ne
-fanno viepiù rincrescere la perdita.
-
-Altri ancora andarono smarriti, quali Sesto e Gneo Gellj, Clodio
-Licinio, Giulio Graccano, Ottacilio Petito, primo liberto che osasse
-applicarsi a un genere che tanta franchezza richiede; Lucio Lisenna
-amico di Pomponio, e Ortensio, e Pollione, e le _Famiglie illustri_ di
-Messala Corvino. Giuba, figlio di quello che fu vinto da Cesare, dettò
-la geografia dell'Africa e dell'Arabia, e una storia romana, lodata da
-Plutarco per esattezza.
-
-Cornelio Nepote di Ostilia aveva composto una storia universale in tre
-libri[36], ed altre che andarono perdute, non avanzandoci che qualche
-brano, e le vite di Catone e d'Attico pregevolissime per urbanità di
-stile. Le vite degli illustri capitani di Grecia, quali corrono sotto
-il nome di lui, senza colore nel racconto, senza originalità e coerenza
-ne' pensamenti, senza vigore nello stile, nè quelle particolarità
-che fan conoscere al vero i personaggi, nè ampia notizia di fatti,
-o appropriata scelta delle circostanze; accompagnate di costruzioni
-strane, forme inusitate e fin solecismi, sembrano una compilazione
-d'età bassa. Se è vero che siano tanto opportune alle scuole, almen si
-corredino di note che non lascino imbevere i giovani di tanti errori di
-fatto e di giudizio.
-
-Esso Cornelio, confessando inferiori gli storici latini ai greci, crede
-che il solo capace d'uguagliarli sarebbe stato Cicerone[37]. Giudizio
-d'amico, ma che nella forma stessa onde è espresso manifesta che i
-Romani nella storia poneano mente anzitutto all'esposizione; più bella
-la più eloquente. Nè Tullio, gonfio di sè, inebbriato di patriotismo,
-sprezzatore dell'antichità, potea riuscire storico quale oggi lo
-intendiamo. Eppure tanta materia di storia egli ci esibì in opere
-non a ciò dirette. Le _Lettere_ sue, scritte giorno per giorno sotto
-l'impressione degli avvenimenti, e da uomo sensatissimo, tanto più
-fedele osservatore perchè indeciso nella politica, sono il monumento
-storico forse più importante che s'abbia: nei libri delle _Leggi_,
-della _Repubblica_, dell'_Oratore_, nel _Bruto_, e ancor meglio nelle
-_Orazioni_, apre inesausti tesori per la conoscenza del diritto. Già da
-lui estraemmo la storia dell'eloquenza; e il potremmo della filosofia
-greca, se il tema nostro non ci restringesse all'italiana.
-
-Periti i monumenti di questa, si cercò ricomporla mediante il
-linguaggio e la giurisprudenza (tom. I, p. 135); e per quanto incerte
-sieno tali congetture, ce n'esce però una filosofia non di scuola come
-fra' Greci, ma pratica e civile. Quanto avea d'originale ben tosto
-andò mescolato alla greca, alla quale tutti accorrevano, e che essendo
-fatta men per la vita che per la scuola e per esercizj di penetrazione,
-variava secondo il differente punto d'aspetto, e menava facilmente al
-rifugio de' tempi scredenti, l'eclettismo.
-
-Qui dunque come nel resto i Romani si mostrarono utilitarj, stimando
-la scienza in ragione del vantaggio che recava; e la filosofia
-disprezzavano non solo come inutile e cianciera, ma come pericolosa,
-imputando ad essa la decadenza della Grecia[38]. Perciò attesero
-piuttosto alla morale, cui proposero uno scopo immediato: e Panezio,
-che iniziò i Romani alle dottrine della stoa, non restringeasi ad
-angustie di partiti, venerava Platone come il più saggio e santo de'
-filosofi, ma insieme ammirava Aristotele; non approvava negli Stoici
-la durezza affettata, e giungeva sino a raccomandare il libro d'un
-Accademico, ove s'insegnava che la pietà ci è data dalla natura per
-renderci clementi[39].
-
-Questo avvicinare delle varie filosofie teneva all'indole conciliatrice
-di Roma: nè scuola filosofica propria vi si costituì, solo studiandola
-come necessaria coltura, e come opportuna a formar l'oratore, a
-dar fermezza e consolazione nelle calamità. Perciò prediligevasi la
-scuola stoica: l'epicureismo era piuttosto praticato che insegnato.
-Le opere di Aristotele, quantunque da Silla fossero portate a Roma,
-rimasero chiuse nella biblioteca di lui, finchè Tirannione grammatico
-non vi diede pubblicità; corrette poi e supplite da Andronico di Rodi
-contemporaneo a Cicerone, se ne fecero copie: ma anche persone erudite
-ignoravano quel filosofo[40].
-
-De' Latini che scrissero di filosofia, nessuno vi recò nè gran
-dottrina nè bastante pulitezza; i libri di Varrone, anzichè istruire,
-stimolavano ad istruirsi[41]; alfine Cicerone presentò agli ultimi
-nipoti di Pompilio e di Cincinnato le raffinatezze della filosofia
-greca. Sinchè egli potesse occuparsi della cosa pubblica, in questa si
-concentrava; n'era escluso? ritiravasi nelle sue ville di Tusculo o del
-Palatino, dove, senza perdere di vista Roma, s'occupava di filosofia
-per esercizio dello scrivere, per isfoggiare la propria abilità, e per
-fare che nella letteratura romana non rimanesse questa lacuna[42]: i
-Greci mescevano versi, ed egli fa altrettanto, e non dissimula che
-le sue sono traduzioni[43], mediante le quali in vero ci conservò
-memoria di molte opere ora perdute. Ma novità sua vera è l'intento
-civile, proponendosi d'indirizzare a una nuova operosità scientifica
-e intellettuale i Romani, quando chiudevasi la politica; e preparare
-ristori alle vicende della fortuna, cui poteano essere esposti.
-
-Si riferiscono alla filosofia teoretica i trattati della _Natura
-degli Dei_, della _Divinazione e del Fato_, delle _Leggi_, della
-_Repubblica_: alla morale le _Quistioni Tusculane_, gli _Uffizj_, i
-_Paradossi_, i libri dell'_Amicizia_, della _Vecchiaja_. Più sobrj che
-le orazioni, li troviamo più lodati dai contemporanei; pure l'abitudine
-del declamare impedisce Cicerone di sapere piegarsi alla esattezza
-delle voci e delle frasi, le accatta sovente dal greco, e sagrifica
-la precisione alla circonlocuzione, valendosi delle definizioni greche
-benchè le parole non avessero equivalente significato, rispettando le
-conclusioni de' Greci benchè dedotte da tutt'altre premesse; rompe
-il filato ragionare, e mostrasi inetto a raggiungere il fondo della
-scienza. Lasciati a parte i sommi modelli Aristotele e Platone,
-prevaleva allora la setta eclettica de' Nuovi Accademici, che con
-leggerezza mostrava come, deducendo ragioni pro o contro delle
-altre Sette, si arrivasse a conseguenze opposte. Questo metodo calza
-perfettamente a coloro che vogliono avere una tintura di molte cose,
-piuttosto che approfondirsi in una. E appunto per secondare tal gusto,
-Cicerone, che pur chiama Platone l'autor suo, il suo Dio[44], si ferma
-alla probabilità, anzichè posare in convinzioni risolute; tante sono
-le cose che asserisce, che tu dubiti se profondamente n'abbia meditato
-veruna; e come varia di stile, di lingua, di calore secondo l'autore
-che segue, così muta sentenza secondo la parte cui s'accosta.
-
-Con Posidonio e Panezio crede al diritto e alla giustizia; quando
-posa i grandi problemi religiosi, s'accosta alla verità assoluta,
-ha la volontà di raggiungerla, ma si fa scrupolo de' dubbj che, per
-amore di scuola, deve apporre ad ogni affermazione, arrestandosi
-nel probabile, cogli Accademici, che objezioni facevano a tutto e
-non riuscivano a veruna certezza, speculatori sempre, non pratici
-mai, perturbatori d'ogni principio[45]. Effetto inevitabile in una
-credenza mancante di base, e che dal panteismo o dalla fatalità non
-deriva che illogicamente: laonde i dogmi più venerati Cicerone non può
-recarli che come probabilità, dove il sentimento prevale quand'anche
-l'argomentazione sia stringente[46].
-
-Per lui la filosofia è una raccolta di ricerche particolari
-sovra quistioni date[47]; e la divide in _luoghi_, cui tratta
-indipendentemente gli uni dagli altri. Dall'esperienza sua del mondo
-deduce riflessioni vere, argute, evidenti; ma occorrono ricerche
-sulle basi della verità, analisi esatta del pensiero, dell'azione,
-della natura umana? s'avviluppa ed abbuja. La sua filosofia è fatta
-pel galantuomo, anzichè pel sapiente; i doveri risultanti dallo
-stato sociale siano preferiti a quelli che derivano dalla indagine
-scientifica; ed ogni ricerca mettasi da banda, non appena sorga
-occasione di operare.
-
-E vivissimo è il sentimento della sociabilità in Cicerone: crede
-istinto dell'uomo l'associazione, indipendentemente da bisogni; che
-di tale convivere sia legge la indulgenza e benevolenza universale:
-nulla v'ha di meglio che l'amare i nostri simili, che l'esser buoni
-e far bene[48]: il riscattare i prigionieri e nutrire i poveri trova
-generosità ben maggiore che non le larghezze onde i grandi di Roma
-blandivano il popolo[49]: estende anzi la patria a tutto il mondo,
-volendo che l'umanità stia di sopra del patriotismo, e reclamando
-diritti anche per gli stranieri: fin dei servi si cura, volendo se
-n'abbia riguardo quanto almeno degli armenti[50]. Ma il patriotismo e
-gl'istinti pagani ricompajono spesso; Fontejo è accusato di estorsioni
-e crudeltà, e Cicerone chiede: — Chi è che lo accusa? son barbari,
-persone in brache e sajo. Chi attestimonia per lui? cittadini romani.
-Il più nobile de' Galli potrebbe essere paragonato coll'infimo de'
-Romani?»
-
-Però le applicazioni sono il più delle volte generose: e se mette
-alquanto della natura sua allorchè predica doversi seguitare la virtù
-in modo da non pregiudicar la salute, essere da sapiente il secondare
-i tempi e adattarsi alla procella nel navigare, piace nella Roma di
-Silla e di Marc'Antonio l'udirlo proclamare che scopo della guerra è la
-pace, e non doversi quella intraprendere che per rimovere l'offesa[51].
-Siffatte aspirazioni pacifiche in verità erano comuni al cadere della
-repubblica, quando della guerra sentivansi tutti i guaj. Come letterato
-poi preferisce la toga alle armi, e trova qualcosa di feroce nel
-precipitarsi ciecamente alla strage e lottare corpo a corpo col nemico,
-e vi prepone la gloria di grandi e numerosi servigi resi alla patria e
-all'umanità.
-
-Ma fra gli Stati esiste una moralità come fra' particolari, o norma
-unica ne è l'interesse? Come platonico, egli unisce la morale e la
-politica, e fa da Lelio proclamare che alle società nulla nuoce più
-che l'ingiustizia, nè alle genti è possibile governarsi e vivere senza
-rispettare il diritto: ma nell'applicazione ricasca all'angustia
-del patriotismo, crede che Roma conquistò il mondo nel difendere
-i suoi alleati, e sostiene legittima la conquista di essa, cogli
-argomenti onde Aristotele sosteneva legittima la schiavitù: natura ha
-stabilito che chi è superiore per ragione sia anche per autorità, e
-la dominazione di Roma è giusta perchè fu un bene pei popoli, i quali
-perivano in grazia dell'indipendenza[52]. Il patrioto dimentica che
-la filosofia non dee fondarsi sopra le conseguenze delle azioni, ma
-sopra le azioni stesse; che l'avvenire è di Dio, ma regola invariabile
-dell'uomo dev'essere il dovere.
-
-Tirone suo liberto raccolse le lettere di lui ad Attico, al fratello
-Quinto e a varj personaggi, carteggio importantissimo a quella
-posterità cui non lo destinava. Ivi non più retorica, ma parla col
-cuore in mano, con lingua svincolata dal periodare oratorio; e sebbene
-le molteplici allusioni, i proverbj, le prudenti reticenze, naturali
-in così fatte scritture, le oscurino a volta a volta, siamo empiti di
-meraviglia da quell'elegante naturalezza, dall'erudizione spontanea,
-dal frizzo, dalla concisione, dal felice accoppiamento dell'ingegno col
-gusto[53].
-
-Non esitammo a tornare e ritornare sopra questo grand'uomo, il quale
-ci presenta l'intero circolo della sapienza romana, e i cui libri,
-eternati dalla chiarezza ed eleganza, esercitarono non solo sulla
-successiva scuola romana, ma su quella ben anche de' secoli nuovi,
-maggior efficacia che non i filosofi profondi.
-
-— Possiedi la materia, le parole verranno dietro, _rem tene, verba
-sequentur_», avea detto il prisco Catone, conforme al vecchio spirito
-di Roma, e alla natura stessa della lingua latina, sì poco poetica
-quanto mal appropriata alle indagini del pensiero sopra se stesso. Ma
-i letterati la alterarono colla fraseologia, nè mai ci si persuaderà
-che veruno parlasse come scrivono Sallustio, Livio o Cicerone. Misurava
-essa piuttosto il valor delle sillabe dall'accento, e a ciò crediamo
-si conformassero i metri originali: ma quando adottarono i greci,
-non poteano togliere per fondamento la lunghezza o brevità naturale
-delle sillabe, e doveano riportarsi all'uso de' Greci. Se non che
-il metro greco perdette la serenità e l'anima, contrasse alcun che
-di duro, principalmente in grazia della divisione fissa della cesura
-nell'esametro e nei versi alcaici e saffici.
-
-Quinto Ennio che adottò il verso esametro come eroico, è da Oidio
-detto _massimo d'ingegno, d'arte rozzo_, e Quintiliano lo paragona a un
-bosco antico, le cui elevate quercie ispirano venerazione più che non
-dilettino all'occhio. Oltre voltar drammi e poemi dal greco, consueto
-esercizio delle letterature nuove, dotò Roma della prima epopea,
-intitolata _Annali romani_, la quale si continuò a leggere lungo tempo
-in pubblico; e d'un'altra in onor di Scipione Africano (t. I, p. 360).
-
-Unico genere cui la poesia latina trattasse con originalità fu la
-satira[54], di cui fanno merito a Lucilio di Suessa, che ne scrisse
-trenta libri di mordacissime, dando all'esametro l'andar libero e
-la sprezzatura che lo avvicinano alla prosa. Di genere diverso erano
-quelle di Ennio; sul cui modello Varrone scrisse le _Menippee_, dette
-così da un tal Menippo di Gadara scrittore mordace, e dove la prosa
-alternavasi col verso.
-
-Questi appartengono all'età arcaica; ma anche i posteriori, poetando
-d'imitazione più che di lena, dovettero fondare il linguaggio poetico
-sopra forme metriche e grammaticali differenti dalle popolari; talchè
-quello risultò di una mal fusa mescolanza, finchè si sbandirono le
-parole composte e le costruzioni esotiche. Di tale appuramento la lode
-appartiene a Cajo Valerio Catullo veronese (n. 86), il quale adempì
-colla latina quel che il Petrarca colla lingua nostra, spogliandola
-delle forme aspre, e vestendola di grazie ingenue, al tempo stesso che
-da austeri argomenti la volgeva a lepidi e amorosi. Vi si sente però
-ancora la scabrezza; non ancora il suo pentametro finisce in bisillabo,
-come negli elegi posteriori, nè chiude il senso; frequenti gli iati,
-non iscarse le parole composte: talchè, sebbene accuratissimo nei
-brevi suoi componimenti, sebbene in alcuni, come l'episodio di Arianna
-abbandonata nelle nozze di Teti e Peleo, mostri bellezze virgiliane di
-concetto, di sentimento, d'espressione, in generale quell'aria al tempo
-stesso di negletto e d'affettato lo disgiunge troppo da Virgilio, al
-quale di sedici anni appena era maggiore.
-
-Ma se il Petrarca nostro ornò l'amore di velo candidissimo, Catullo
-il presentò colla procacia della Venere terrestre. Perocchè abbiam già
-notato (Cap. XXVIII) come la poesia si facesse ministra di corruzione
-e divulgatrice d'errori; nel che la assodò Tito Lucrezio Caro (n.
-95). Al modo degli antichi nostri Pitagorici, e più specialmente di
-Empedocle, trasse costui in versi la filosofia epicurea nel libro _De
-natura rerum_, cioè delle cose che posson nascere o no, proponendosi
-di sciogliere gli animi dalle pastoje della religione[55]. Chi
-crede bellezza la difficoltà superata, gli farà merito d'averla
-vestita di frasi o almeno di numeri poetici. Confessa egli medesimo
-che, per la povertà della lingua e la novità della cosa, è assai
-difficile illustrare con versi latini le oscure dottrine greche;
-laonde vegliava le notti nel pensare con quali parole e con quali
-versi potesse illuminar il lettore sopra le cose occulte[56]: ma
-il genio di accoppiare la meditazione intima dei sentimenti e delle
-idee coll'ispirazione delle grandezze naturali, gli manca. Perchè ha
-viso di pensator forte, alcuni gli riscontrano tutti i meriti; può
-ad altri piacere quel fare antico; ma realmente mostra più studio
-che ingegno, accumula ancora le parole composte[57]: ben talvolta
-esce in armonie che Virgilio non isdegnò; ma se eccettui la protasi
-del poema, l'esordio del secondo libro, la descrizione della peste,
-e il fine del terzo ove Natura rimprovera agli uomini il timor della
-morte, il restante è agghiacciato argomentare e arido addottrinamento:
-e se per estro ed elevazione toglie la mano a tutti i Latini, cede
-ai migliori in quella rapida vigoria che nel tempo stesso sviluppa e
-compendia, e nell'artifizioso concatenare bellezze a bellezze, produrre
-variate impressioni ad un solo tratto senza stemperarle con lungherìe
-disopportune.
-
-Tutti dolcezza sono invece Albio Tibullo e Sesto Aurelio Properzio. Il
-primo, di famiglia equestre, sdegnò i favori di Mecenate e d'Augusto; e
-«possedendo ricchezze e l'arte di goderne»[58], tranquillavasi in una
-villa fra Preneste e Tivoli, cantando gli amori suoi con Delia, con
-Glicera, con Nemesi, e le lodi di Messala Corvino, alle cui spedizioni
-era ito compagno. Il suo linguaggio si direbbe di quieta ma sentita
-passione; talmente parla, racconta, si lagna, si contraddice, senza far
-mente mai al lettore: il che somiglia a naturalezza, mentre il terso
-stile e l'artifizioso magistero rivelano una cura attentissima, e già
-gli antichi gli assicuravano l'immortalità.
-
-L'elegia, cioè il verso esametro avvicendato col pentametro, era
-stata dai Greci de' migliori tempi adoperata alla precettiva ed alla
-politica, e da' posteriori all'erotica. Di quest'ultima si fecero
-imitatori i Latini, meglio all'indole loro affacendosi la descrizione e
-la riflessione, e le impressero quel tono querulo e patetico, che venne
-poi carattere dell'elegia, e che in Tibullo principalmente tocca a
-quella malinconia, che forse troppo vien cercata dai moderni. Ogni cosa
-egli riferisce all'amore; se brama la pace, si è perchè lo strepito di
-Marte non conturbi Delia; se deplora il rapitogli patrimonio, gli è
-perchè Delia non può passeggiare sotto l'ombre avite; se della morte
-si consola, gli è perchè Delia accenderà il suo rogo, e gli darà il
-triplice addio.
-
-Properzio di Mevania nell'Umbria[59], figlio d'un ricco il quale,
-per aver favorito Lucio Antonio, perdè la maggior parte dei beni,
-abbandonata la giurisprudenza, si fece poeta godendo l'amicizia de'
-migliori, cantò Cinzia, e morì giovane. Prevale a Tibullo in vigor di
-fantasia, d'espressione, di colorito, quanto a lui cede in grazia,
-spontaneità e delicata sensitività, ed a Catullo in agevolezza,
-profondità ed affetto. Dotto lo dicono perchè mai non dimentica l'arte,
-limando, levigando, non dando passo che sull'orme dei Greci; e non de'
-Greci del miglior tempo, ma dell'età Alessandrina, come Callimaco e
-Fileta, i quali rinzeppano erudizione, mitologia, allusioni nocevoli
-all'affetto. Vantandosi di aver egli primo fra gli elegiaci maritato le
-feste romane alle danze greche, non pare che senta se non in relazione
-di avvenimenti mitologici. Cintia piange? ha più lagrime che Niobe
-conversa in sasso, che Briseide rapita, o Andromaca prigioniera:
-dorme? somiglia alla figliuola di Minosse abbandonata sulla spiaggia,
-o a quella di Cefeo liberata dal mostro, o (ch'è più strano) ad una
-baccante del monte Edonio, quando briaca si corca sulle smaltate rive
-dell'Apidano. I suoi capelli son del colore di quelli di Pallade: la
-statura, quella d'Iscomaca e d'altre eroine. Vuole invaghirla per le
-semplici bellezze, pei fiori spontanei, per le conchiglie del lido,
-pel gorgheggio degli uccelli? a queste ingenue pitture mesce Castore,
-Polluce, Ippodamia: le rammenta che Diana non si perdeva troppo
-allo specchio; che Febea e sua sorella Ilaa faceano senza di tanti
-ornamenti; che de' soli suoi vezzi era vestita la figlia del fiume
-Eveno, quando Apollo ne disputò il cuore a Ida.
-
-Nè solo gli amori rimpinza di ricordi, ma non sa ornare le leggende
-d'Italia che con miti greci, non deplorar Roma che rammentando le
-sventure d'Andromaca e l'afflitta casa di Lajo. Eppure, quando mette
-da banda questi fronzoli, fa sentire voci nazionali, siccome in alcune
-elegie veramente sublimi, e la propria emozione sa trasfondere nel
-lettore e volentieri si rileggono i versi ove dipinge gli antichi
-costumi degli Italiani a raffaccio dell'attuale corruzione: nel
-calendario ha men arte e più nobiltà che Ovidio, e descrive la
-campagna, non come questo dalla città, ma come uom che la vede.
-
-Il quale Publio Ovidio Nasone (43 a. C.-17 d. C.), cavaliere da Sulmona
-terra ne' Peligni denominata dal frigio Solimo[60], di rimpatto mostra
-maggior brio, ed è il verseggiatore più limpido, più fluido. Però in
-quella spontaneità da improvvisatore, ch'egli stesso confessa eppur
-non ismette[61], cerchi invano o l'eleganza di Tibullo o la dignità di
-Properzio; spesso si ripete, sminuzza in particolarità indiligenti[62];
-talvolta lede persino la grammatica[63]; ma purchè riesca a farsi
-leggere, che gl'importano difetti e censure?[64].
-
-Sebbene l'illustre nascita gli spianasse il calle agli onori, antepose
-la vita gaudente, e divenne carissimo alle corrotte compagnie ed alla
-Corte d'Augusto. Se non che improvvisamente è relegato a Tomi, esigilo
-mite nelle ridenti glebe della Bulgaria; esiglio non inflitto dal
-senato ma dal padre della patria, dall'amico dei dotti, senza torgli nè
-le sostanze nè i diritti, ma senza processo, senza addurre motivi[65].
-Teneva egli mano alle scostumatezze di Giulia? vide, e non seppe tacere
-le costei dimestichezze col padre? stomacò Augusto co' laidi versi?
-Il bel mondo susurra della mancanza del suo poeta, ma non ardisce
-scandagliarne la cagione, finchè dimentica i gemiti impotenti della
-vittima e l'illegalità del punitore.
-
-Nelle _Tristi_ e nelle elegie _dal Ponto_ verseggia un dolore senza
-dignità nè rassegnazione, erige altari e brucia incensi al suo
-persecutore; in femminei rimpianti e monotone rimembranze rincorre la
-parte più superficiale della vita, e a forza di stemprar le lacrime,
-s'interclude il vero. Ma per quanti versi e suppliche mandasse, non
-potè impedire che le sue ossa giacessero sotto terra straniera. Le
-_Elegie amatorie_ sono il giornale di sue galanti avventure: brioso e
-festevole, a differenza del piagnucolare de' precedenti, sebbene non
-ostenti sguajatamente i nomi proprj, come Catullo, Orazio o Marziale,
-nè faccia pompa come essi d'infamie contro natura, è il più osceno
-poeta latino; e tale lo rivela pure la sua _Arte d'amare_, di cui
-troppo parlammo. Le _Eroidi_ sono epistole che suppone scritte da
-antichi, ma senza investirsi dell'indole de' tempi, nè indovinare il
-sentimento delle età remote; e dall'erudizione lasciando soffocare
-l'affetto, che si riduce a lamenti lambiccati per separazioni.
-
-Nelle _Metamorfosi_, in dodicimila esametri canta le forme mutate
-degli Dei e degli uomini; scioglimento troppo uniforme alle
-ducentoquarantasei favole, raccozzate con intrecci poco naturali, nè
-quasi altro collegamento che della successione. Le forme sotto cui
-vengono rappresentati gli Dei nella mitologia primitiva, appartengono
-al simbolo, o derivano dall'idea della metempsicosi: ma in Ovidio
-alcune son mere favole della mitologia, in altre i personaggi perdono
-il carattere simbolico e il senso religioso, o lo alterano coll'unione
-di elementi disparati; le tradizioni non vengono nobilitate; spesso
-oscene, avventure si applicano a divinità morali; ogni cosa poi
-è dedotta da poemi e drammi d'antichi e di contemporanei, eccetto
-forse il bellissimo episodio di Piramo e Tisbe. Nei _Fasti_ espone
-il calendario e l'origine delle feste romane, come già avevano fatto
-altri in Alessandria, e a Roma Properzio ed Aulo Sabino: ma nulla
-suggerendo di elevato o di recondito, lascia dominarvi la leggenda e
-la menzogna consacrata dai sacerdoti; e poichè gli Dei e la religione
-al suo tempo erano sferre da antiquarj, egli se ne valse celiando, come
-della cavalleria fece l'Ariosto che tanto gli somiglia. Pure dovendo di
-preferenza toccare a favole latine pastorizie, ce ne conservò alcune,
-che altrimenti ignoreremmo. Come in tutti i componimenti del tempo, vi
-predomina l'idea di Roma: questa è la sola unità de' Fasti; di questa
-intesse i destini nella troppo facile orditura delle Metamorfosi[66],
-che finiscono con Romolo e Numa, colla stella di Giulio Cesare, e colle
-preci per la conservazione d'Augusto.
-
-La favola nasce dall'osservare le relazioni tra un fatto della natura,
-e particolarmente del regno animale, e un fatto analogo della vita
-umana, di modo che, preso nel suo carattere generale, acquisti una
-significazione per l'uomo, e segni una regola pratica. N'abbiamo
-un esempio antico in Menenio Agrippa, ma neppur qui troviamo alcuna
-originalità romana. Fedro (30 a. C.-14 d. C.), che s'intitola liberto
-di Augusto e nato in Pieria di Macedonia, trovando occupato ogn'altro
-campo della greca imitazione[67], tradusse le favole esopiane in
-candidissimo stile, con felice epitetare e brevità arguta e proprietà
-costante, non disgiunta da varietà[68], spargendole qui e qua
-d'allusioni; ma non possiede quell'arguzia e quel frizzo che colpisce e
-passa. Talvolta si eleva a maggior grandezza e a morale sublime, come
-là dove canta: — O Febo, che abiti Delfo e il bel Parnaso, dinne, ti
-preghiamo, qual cosa a noi sia più utile. Che? le sacrate chiome della
-profetessa si fanno irte, scuotonsi i tripodi, mugge la religione dai
-penetrali, tremano i lauri, e il giorno s'offusca: la Pitia, tocca dal
-nume, scioglie le voci: _Udite, o genti, gli avvisi del dio di Delo.
-Osservate la pietà; rendete voti ai celesti; la patria, i padri, le
-caste mogli, i figliuoli difendete colle armi, respingete il nemico
-col ferro; soccorrete agli amici, compassionate i miseri, favorite
-ai buoni; resistete ai tristi, vendicate le colpe, frenate gli empj,
-punite quei che stuprano i talami, schivate i malvagi, non credete
-troppo a nessuno._ Ciò detto, cadde la vergine forsennata: forsennata
-da vero, giacchè quelle parole furono gittate al vento».
-
-Marco Manilio, sebbene si sentisse angustiato fra il rigore del
-soggetto e le esigenze del verso, pure vedendo preoccupato ogn'altro
-genere, tentò un trattato d'astronomia, ove l'aridità dell'insegnamento
-di rado è illeggiadrita dallo stile[69]. Pochissimi pure leggeranno il
-_Cinegetico_ di Grazio Falisco.
-
-Di molti poeti latini andarono smarrite le opere; e le commedie di
-Fendanio, le tragedie di Pollione e di Vario, e le epopee di Vario
-stesso, di Rabirio, di Cornelio Severo, di Pedo Albinovano, il poema
-di Cicerone sopra Mario, le didascaliche di Marco, i versi di Giulio
-Calido, riputato il più elegante poeta dopo Catullo, non ci son noti
-che di nome. Cornelio Gallo, confidente di Virgilio, combattè contro
-Antonio ed ebbe il governo dell'Egitto, poi caduto in disfavore, si
-uccise.
-
-Da quelli che ci restano e che erano i migliori, siam chiariti come
-in Roma dominasse una letteratura di tradizione e d'imitazione,
-sicchè tutti si esercitavano in eguali generi, eguali soggetti,
-quasi eguali sentimenti. In generale imitavano i poeti della scuola
-Alessandrina, e più che dell'invenzione si occupavano della forma,
-mostrando maggiore erudizione che originalità; letterati insomma, non
-genj. Della loro vita conosciamo poco più di quel ch'essi medesimi ce
-ne tramandarono per incidenza; e in un tempo in cui dotti e indotti
-faceano versi, ma pochissimi leggevano, altro pubblico non aveano
-che i pochi ricchi, altro applauso che di qualche consorteria, a
-meritar il quale bisognava sagrificassero l'indipendenza. Ammusolata
-l'eloquenza, la poesia per sopravivere si fa stromento alla corruzione,
-onestata col nome di pacificamento; e colle blandizie e colle armonie
-delicate abitua la pubblica opinione a lodare il fortunato, il quale
-s'annojava di questi adulatori, ma per interesse li proteggeva e
-concedeva loro i piccoli onori, avendo della letteratura fatto uno
-spediente di governo. Da tutti trapela una società infracidita dai
-vizj del conquistato universo, fiaccata dalla guerra civile, assopita
-dall'elegante despotismo, indifferente ai pubblici interessi e ai gravi
-doveri, anelante al riposo, ai godimenti del senso, allo stordimento
-delle voluttà. Sulle iniquità passate hanno cura di stendere un velo
-recamato, di scusare o anche giustificare l'ingiustizia, e travolgere
-o pervertire i giudizj. Quale oserà lodare chi è disfavorito dal
-principe? Al comparire d'una cometa il popolo si sgomenta? i poeti
-canteranno che è la stella di Giulio Cesare. Augusto ha paura?
-ripeteranno quanto sia necessaria la sua vita, che tardi ascenda ai
-meritati onori dell'Olimpo, e (cosa strana, non singolare) vanteranno
-la beatitudine d'un tempo, del quale gli storici s'accordano a piangere
-la decadenza.
-
-Del resto que' poeti non s'affannino troppo a perseverare in opinioni
-meditate e di coscienza; vaghino di scuola in scuola, sfiorino tutto,
-non approfondiscano nulla; principalmente persuadano che il godere la
-vita, usar moderatamente de' piaceri, fare germogliar rose di mezzo
-alle spine, è il fiore della sapienza: uffizio tanto più efficace,
-quanto che adempiuto con giusto equilibrio delle locuzioni patrie colle
-forestiere, e colla correzione delle forme e la finezza del gusto, che
-sì breve doveano durare.
-
-Tali vizj compajono anche nei due maggiori, Orazio e Virgilio. Il
-liberto padre di Quinto Orazio Flacco da Venosa (66-8 a. C.), lo fece
-accuratamente educare col _magro camperello_; si trasferì egli medesimo
-a Roma, e cercò un impieguccio di usciere all'aste pubbliche, acciocchè
-il figlio fosse istrutto non altrimenti che i cavalieri ed i patrizj,
-e per vesti e servi non discomparisse dagli altri. Esso padre lo
-vigilava, lo istruiva, e lo pose sotto Pupilio Orbilio, che spoverito
-dalle proscrizioni, s'era messo soldato, poi grammatico, e che
-severamente educando senza risparmiar lo staffile, meritò una statua.
-
-Da questo conobbe Orazio i vecchi Latini, ma li sentì inferiori ai
-Greci, e massime ad Omero, nel quale esso trovava poesia, morale,
-politica, tutto, siccome avviene dei libri che spesso si rileggono.
-
-Entrato nella milizia, di ventitre anni capitanò una legione[70]
-nelle file pompejane, come la gioventù che imita, non sceglie: ma
-nella giornata di Filippi gettò lo scudo e fuggì. Pacificate le cose,
-toltogli dai soldati il modesto retaggio, nè rimastegli che le lettere,
-si tenne alcun tempo colle vittime e cogli imbronciati, reso audace
-dalla povertà[71]: e se fosse perdurato in questo eroismo negativo,
-sarebbe riuscito inopportuno come Catone, mentre invece si immortalò
-coll'accostarsi ai potenti e trascendere in adulazioni. Perocchè
-Virgilio e Vario lo introdussero a Mecenate, che accolse freddamente
-questo partigiano di Bruto; ma conosciutone l'ingegno, se lo guadagnò,
-e presentollo ad Augusto. In quel vivere pubblico sul fôro, al portico,
-nel campo, era facile che s'accomunassero i cittadini anche in gran
-diversità di nascita e di posizione; ed Orazio, gioviale e tollerante,
-divenne amico senza invidia e senza bassezza del buon Virgilio, come
-del dovizioso Mecenate e d'Augusto stesso; gli uni invitava a cena,
-dagli altri riceveva e anche domandava pranzi, campagne, ville, quando
-tante ce n'era da distribuire, confiscate, occupate militarmente,
-vacanti per padroni uccisi.
-
-E un podere sulle colline di quel Tivoli che una volta s'intitolava
-superbo e allora solitario (_vacuum Tibur_), bastante al lavoro di
-cinque famiglie[72], ebbe Orazio in dono, e colà godeva i suoi giorni,
-gustando il più che potesse della vita, non pretendendo sottoporre a sè
-le circostanze, ma a quelle sottoponendosi; tanto scarco d'ambizione e
-aborrente da legami, che nè tampoco volle essere segretario di Augusto:
-ma alle lusinghe di questo non potè negar le lodi, anzi divenne il
-poeta di Corte, che nella sua faretra aveva pronto uno strale per ogni
-evento; per celebrar natalizj o vittorie de' nipoti del suo padrone,
-da buon Romano esecrando tutto ciò ch'era forestiero, e pregando che il
-sole non potesse veder cosa più grande di Roma[73].
-
-Fedele alle regole d'un gusto squisitissimo, del resto egli vaga
-per ogni tono della sua lira, per ogni varietà d'opinioni[74]: ora
-vagheggia la tracia Cloe a dispetto della romana Lidia, e sberteggia
-l'invecchiata Lice e la mal paventata strega Canidia; poi di repente
-vanta a Licino l'aurea mediocrità, o tesse un inno ai numi: aborre
-dal lusso persiano e dall'avorio e dalle travi dorate, e desidera che
-Tivoli dia riposo alla sua vecchiaja, stancata nell'armi: una volta
-dipinge le delizie campestri, in modo che tu nel credi sinceramente
-innamorato e già già per divenire campagnuolo; ma due versi di chiusa
-ti rivelano che tutto fu ironia. A Mecenate, suo sostegno e suo decoro,
-egli ricanta che senza lui non può vivere, che vuole con lui morire; ma
-il genio suo l'assicura d'avere alzato un monumento più perenne che di
-bronzo.
-
-Come dell'esser nato da padre liberto, così celia dello scudo che gettò
-via a Filippi, e chiama se stesso un ciacco delle stalle d'Epicuro,
-mentre raccomanda che la gioventù romana si educhi a soffrire l'augusta
-povertà, e faccia impallidire la sposa del purpureo tiranno, allorchè,
-come lione entro un branco di pecore, egli s'avventa fra' nemici. Per
-blandire Augusto, si astiene dal lodar Cicerone: agli Offelj, dalla
-rapace largizione del triumviro convertiti da possessori in fittajuoli,
-predica di vivere con poco, d'opporre saldo petto all'avversa fortuna:
-tratta da pazzo il gran giureconsulto Labeone, perchè non si mostra
-ligio all'imperatore: di Cassio Parmense fa un sommo poeta sinchè
-favorito, lo vilipende quando cade in disgrazia: colla stessa meditata
-facilità geme se minacciano rinnovarsi le guerre civili, e solleva il
-velo che copre gli arcani della politica. Ma quando encomia la virtù
-originale di Regolo o la imitatrice di Catone, e coloro che furono
-prodighi della grand'anima per la patria, e geme su' guaj che toccano
-al popolo pe' delirj dei re, vien di credere che vagasse nella lirica
-per disviarsi dal cantare epicamente le glorie, su cui il secolo d'oro
-voleva disteso l'oblio.
-
-E sempre più ci si palesa che la lirica romana non era impeto spontaneo
-di devozione, d'affetto, di patriotismo, sibbene un godimento preparato
-all'intelletto, un artifizio di gusto, sopra una mitologia forestiera.
-Anche Orazio in tutto questo imitò, anzi le più volte tradusse i
-Greci[75], sebbene sentisse che invano aspirerebbe ad emulare Pindaro.
-In fatti questo si lancia con un entusiasmo spontaneo che appare fin
-anche dal ritmo, animato, vario nella robusta misura; mentre Orazio
-sentesi calmo e riflessivo colà appunto ove più vuole elevarsi,
-ed invano nell'imitazione artifiziosa cerca mascherare il calcolo
-che guida la sua composizione: in Pindaro è un onore pe' vincitori
-l'esser lodati da esso e fatti partecipi della sua gloria; Orazio loda
-d'uffizio, sebbene abbia l'arte di dissimularlo col cacciar avanti se
-stesso[76]; e poichè scrive all'occasione di avvenimenti giornalieri,
-generalmente s'attiene alla personalità degli affetti e delle
-sensazioni, parla ogni tratto di sè e de' suoi, talchè c'introduce e
-addomestica colla vita degli antichi; e viepiù nelle _Epistole_ e nelle
-_Satire_, dove ripigliando la libera misura e il tono famigliare di
-Lucilio, riuscì incomparabile maestro del fare difficilmente facili
-versi.
-
-La satira, poesia dei tempi critici, o coopera a distruggere e
-riformare; o associandosi colla elegia, sorge alla sublimità della
-poesia civile; oppure si contenta di ridere, come fece con Orazio.
-Conservando la finezza di cortigiano e la docilità di liberto anche in
-questo genere essenzialmente democratico, mostrasi dedito a frequentare
-la società, il che ne scopre il ridicolo, anzichè al vivere solitario,
-che ne scopre i vizj. E perchè i vizj di Roma erano dalla prosperità
-pubblica ammantati, potevasi ancora sorridere di quello onde al tempo
-di Giovenale un'anima onesta non poteva se non bestemmiare. Poi le
-monarchie tendono sempre a diffondere uno spirito di moderazione; e
-come Augusto col lodare gli antichi costumi adottava i nuovi, Orazio
-il secondò scalfendo senza ferire, ponendo se stesso in prima fila tra
-que' peccatori; sicchè punzecchia le colpe senza mostrarne aborrimento,
-esorta alla virtù senza farsene apostolo, rimprovera la onnipotenza
-attribuita al denaro[77], ma i denarosi corteggia e ne implora le cene
-e i doni; e colloca la morale nel fuggire gli eccessi, i desiderj
-misurare ai mezzi di soddisfarvi, viver pago di sè e accetto agli
-altri; e pingue e lucido in ben curata pelle, ingagliardisce nelle
-lussurie e non si dà un pensiero dell'avvenire. Nel che, lontano
-dallo stoicismo desolante di Persio, dall'atrabile di Giovenale, e
-dal cinismo in cui alcuni ripongono la forza della satira, mai non si
-scosta da quella finezza di vedere e aggiustatezza d'esprimere, che non
-si possono cogliere se non nelle grandi città e nella conversazione. E
-poichè i mediocri, sì nei meriti sì nei peccati, sono sempre il numero
-maggiore, perciò dura eterno il morso ch'egli diede ai costumi, e gli
-originali suoi ci troviamo accanto tuttodì; sicchè, in fuori della
-settima del libro primo, composta a ventitre anni, nessuna delle sue
-satire invecchiò[78].
-
-L'autorità dittatoria da alcuni attribuitale, rese insigne l'epistola
-ai Pisoni, che meno propriamente s'intitola _Dell'arte poetica_;
-componimento didascalico con episodj satirici, ove di famigliarità e
-di sali sono conditi i precetti. Ivi, colla varietà che alle epistole
-s'addice, Orazio discorre sopra la letteratura, nella quale, diremmo
-oggi, egli apparteneva alla scuola romantica, alla giovane Roma, che
-disapprovava i sali di Plauto e i versi zoppicanti di Ennio, e beffava
-gli ammiratori di ciò che sentisse d'arcaico, e quei che rincresceansi
-di disimparare maturi ciò che avean imparato a scuola, e asceticamente
-deploravano la perdita del buon gusto[79]. Principalmente egli
-insiste sulla drammatica: ma il vero talento non è mai esclusivo, e
-mentre sembra che in questa ponga ceppi arbitrarj al genio, tende a
-svincolarlo dalla paura dei pedanti, i quali pretendevano la lingua si
-restringesse ad un tempo solo e a certi autori, anzichè riconoscerne
-supremo arbitro l'uso[80]; chiamavano sacrilegio il negar venerazione
-agli antichi, quanto il concederla a coloro il cui nome non fosse
-ancora dalla morte consacrato[81]; al censore cianciero e petulante
-attribuivano maggiore autorità che al giudizio de' pochi savj modesti.
-
-Molto egli trae da Aristotele, ma molto dalla propria sperienza;
-nè quell'epistola è inutile in tempo che, salite ai primi posti
-l'erudizione e la storia, molti sostengono non darsi principj certi
-di critica, canoni non potersi dedurre che dai capolavori, ed esser
-tiranniche tutte le regole antiche, per verità nulla più severe di
-quelle che s'impongono a nome della libertà.
-
-In quel gran latrocinio contro i prischi Italiani, per cui i campi
-furono ripartiti fra i soldati d'Ottaviano, Publio Virgilio Marone
-(70-19 a. C.), nato nel villaggio d'Andes (_Piétola_) presso Mantova,
-educato a Cremona e a Milano, venne a Roma a reclamare l'avito suo
-poderetto; e coll'ingegno trovato grazia appo Augusto, l'ebbe come un
-dio e ne accettò i favori. Candido, forbito, innamorato dell'arte e
-della pace, era il poeta nato fatto per quei tempi, in cui dal mareggio
-civile importava richiamare alle operose dolcezze della villa, e
-mutare le spade in aratri, l'attualità in memorie. Quest'era l'uffizio
-a cui Augusto convitava le Muse: e tutti i poeti dell'età sua si
-mostrano credenti a tutta la litania degli Dei, fin nelle più beffate
-loro trasformazioni; predicatori del buon costume e della sobrietà
-degli antenati, plaudenti al ritorno della pace, del pudore antico,
-della casta famiglia; encomiatori dell'agricoltura, e di quel vivere
-campagnuolo che avea prodotto i vincitori di Cartagine[82].
-
-Pertanto Mecenate con insistenza persuase Virgilio a nobilitare
-l'agricoltura, e cantare i campi; e Virgilio scrisse le _Georgiche_,
-capolavoro di gusto, di retto senso e di stile, il monumento più
-forbito di qualsiasi letteratura, la disperazione di quelli che si
-ostinano alla poesia didattica, e che delle apparenti difficoltà
-ottengono agevole vittoria se si considerino isolati, ma messi a petto
-a Virgilio restano d'infinito spazio inferiori. Nelle _Bucoliche_
-copia Greci e Siciliani; colle frequenti allegorie ed allusioni alle
-proprie venture dissipa l'illusione, e svisa i pastori facendoli colti
-e raffinati tanto, da esprimere i sentimenti proprj dell'autore; mai
-non dimentica Roma sua, fra i campi cresciuta; i pastori stupiranno
-alle fortune di essa e alla magnificenza di Augusto; ciò che spiace a
-questo, verrà disapprovato anche dal poeta; ed esaltando la beatitudine
-campestre, ne farà raffaccio alle abitudini repubblicane de' clienti
-affollantisi, dell'ambir le magistrature e i fragori forensi, al lusso
-delle case e del vestire, alle guerre civili che fanno le case vuote di
-famiglie[83].
-
-Come gli altri Romani, Virgilio non si propone d'inventare, ma di far
-una poesia finita; copia le bellezze di quei che lo precedettero[84],
-aggiungendovi finezze tutte sue; collo studio migliora ciò che a quelli
-il genio somministrò, eliminandone ogni scabrezza, ogni sconvenienza; e
-col maggior garbo lusinga il lettore, il quale s'affeziona ad un poeta
-tutto occupato nel recargli diletto. E qual altri conobbe sì addentro
-ogni artifizio dello stile? Con varietà inesauribile di voci, di frasi,
-di ritmo, carezza gli orecchi del lettore, non lasciandone un istante
-rallentare la schizzinosa attenzione, senza per questo solleticarla
-con lambiccamenti o con pruriginose vivezze. Quel che imparò nella
-colta conversazione dell'aula d'Augusto, egli nella solitudine raffina
-col delicato sentire; e dalla maestosa onda del suo esametro fino
-alla scelta de' vocaboli ben equilibrati di vocali e consonanti, e di
-dolci ed aspre, tutto è nel dimostrare che di pari sieno proceduti il
-pensiero e l'espressione.
-
-Ma opera maggiore gli chiedevano i suoi protettori, la quale non
-lasciasse a Roma alcuna invidia delle greche ricchezze; un'epopea.
-I popoli raffinandosi perdono quell'ingenua credenza nell'immediata
-intervenzione degli Dei, sopra la quale si fondano le epopee
-primitive, storia ed enciclopedia delle nazioni ancor prive di critica
-e d'annali; la scienza ingrandendo spiega ciò che pareva mistero;
-l'industria toglie la grazia infantile ai famigliari nonnulla della
-società nascente: laonde all'epica grandiosa devono succedere i lavori
-d'erudizione ragionatamente condotti, e gran pezza lontani dalla
-generosa sprezzatura dei poemi popolari e nazionali. Il genio di
-Virgilio e il suo tempo non portavano ad un'epopea naturale; ma a forza
-di studio, cognizioni, arte, conducevano ad armonizzare quanto sin là
-erasi fatto di meglio.
-
-E fatto già s'era in Roma. Moderni critici vollero la fanciullezza di
-questa dotare di poemi primitivi, dove le idee fossero personificate in
-tipi, quali i sette re e gli altri eroi fino alla battaglia del lago
-Regillo, accettati poi come storia. Un popolo tutto giurisprudenza,
-il cui _carme_ sono le XII Tavole, le cui imprese caratteristiche
-sono contese di diritto, non dovette cullarsi in fasce poetiche, nè
-possedette quel sentimento elevato dell'esistenza, il cui più insigne
-frutto sono i poemi eroici. A questi, come al resto, si applicarono
-i Romani per imitazione, e nell'intento di conciliare l'esempio di
-Omero colla favola ausonia, il meraviglioso dell'epopea colla storica
-realtà. Nevio cantò la prima guerra punica, Ennio la seconda e la
-etolica[85], in via episodica risalendo alle origini di Roma. Ma al
-costoro tempo già si scriveva la storia, onde non potevano che esporre
-in versi i fasti romani: Ennio poi, traduttore d'Eveemero e d'Epicarmo,
-i quali scomponevano il cielo in simboli o apoteosi, come poteva
-usare sinceramente la macchina? Nè l'innesto de' fatti storici coi
-soprannaturali, fondamento dell'epopea greca, avea più luogo quando
-s'attuarono grandi eventi, degnissimi di poema. Ben alcuni assunsero
-a tema la guerra dei Cimri, o il consolato di Cicerone; le costui
-lodi celebrò Cornelio Severo nella Guerra di Sicilia; Archia cantò
-le spedizioni di Lucullo, Teofane quelle di Pompeo, Furio Bibaculo
-le imprese di Catulo, altri quelle di Cesare, le vittorie d'Antonio o
-quelle d'Ottaviano, come fece Cotta nella _Farsaglia_: ma la vicinanza
-delle imprese riduceva il poeta a storiografo, a tradurre in versi i
-commentarj di qualche famiglia; e la protezione imponeva di adulare un
-uomo o una fazione, anzichè sublimare la nazione tutta, o interessare
-l'umanità.
-
-Altri, dietro a Lucio Andronico, assumevano soggetti mitologici,
-rifritti e non creduti, come Varrone d'Atace che riprodusse le
-Argonautiche, Cicerone gli Alcioni e Glauco, Calvo l'Io, Cinna
-la Mirra, Catullo il Teti e Peleo, e tante Tebaidi, Ercoleidi,
-Amazonidi[86], dove al racconto si associavano movimenti lirici e
-tragici. Fra i quali va distinto Rabirio, che Ovidio chiama grande e
-Vellejo Patercolo appaja a Virgilio, e del quale non conosciamo che
-alcuni versi sulla guerra d'Alessandro, ritrovati ad Ercolano. Altri
-ricorrevano le antiche memorie patrie, e i fievoli cominciamenti di
-Roma, mettendoli a fronte della presente grandezza: di ciò un Sabino
-fece soggetto a canti, tronchi dalla morte; su ciò fondansi i _Fasti_
-d'Ovidio; Properzio si proponeva di celebrare le antiche feste e i
-prischi nomi dei luoghi[87].
-
-Virgilio, venuto al tempo che la vecchia Roma perisce, e la
-trasformazione dell'impero eccita vaghi presentimenti d'un avvenire
-incomprensibile, pensò combinare gli elementi che gli altri adoperavano
-distinti. Le memorie repubblicane poteano recar ombra al pacificatore
-fortunato, e a troppe passioni avrebbe dato di cozzo se, come Lucano,
-avesse tolto a cantare armi tinte di sangue non ancora espiato. Si
-gittò dunque sull'antichità, da Omero desumendo il soggetto, gli
-eroi, l'orditura persino e il verso e il tono, come era consueto da'
-suoi predecessori; ideò di unire i viaggi dell'_Odissea_ e le guerre
-dell'_Iliade_, ma collocarsi nella favola omerica per mirare fatti
-storici lontani e vicini, e cantando Trojani essere eminentemente
-romano. Il trarre la favola iliaca a significazione italiana era
-tutt'altro che cosa nuova[88], e ne restava blandita la vanità di
-tutta la nazione, e specialmente di questa gente Giulia, giganteggiata
-sulle rovine dell'aristocrazia. Più non basta però che la musa gli
-canti le origini della romana gente, ma deve accertarle; onde esamina
-la tradizione, vaglia, ordina, sicchè rimane buon testimonio delle
-tradizioni antiche, e fa un esercizio d'arte, non una poesia di getto.
-
-A quella lontananza, favorevole all'immaginazione, per via d'episodj
-potrà facilmente annestare i nomi di coloro per cui crebbe e s'assodò
-la romana cosa; potrà coll'episodio di Didone adombrare la guerra
-punica, il cui esito accertò la grandezza di Roma; e colle antichissime
-cagioni delle nimistà e colle imprecazioni di Elisa che invocava
-irreconciliabili gli odj e le vendette contro la schiatta d'Enea,
-giustificare la distruzione di Cartagine per titolo di sicurezza.
-Infine metterà a confronto la Roma non nata ancora presso al regio
-tugurio d'Evandro, con quella meravigliosamente marmorea di Augusto,
-sulla quale egli concentrerà tutto lo splendore della storia italica e
-del tempo de' semidei.
-
-Orditura così compassata, quanto dovea restare di sotto della spontanea
-ispirazione di Omero! In questo terra e cielo uniti cospirano a
-comun fine, e le divinità perpetuamente intervengono alle azioni e ai
-consigli de' mortali. Perduta quella iniziazione divina, in Virgilio
-gli Dei s'affacciano solo tratto tratto per macchina d'arte; e lo
-scetticismo filosofico gli accetta come spediente letterario. Virgilio
-vede ed ammira la grande unità di Omero, ed esclama esser più facile
-togliere la clava ad Ercole che un verso a quello: eppure compagina un
-poema di frammenti, di erudizione avvivata con grand'ingegno, ma non
-riuscendo a idealizzare le raccozzate rimembranze.
-
-Se, invece d'imitare separatamente i didascalici di Alessandria, i
-bucolici siciliani e l'epico Meonio, avesse fuso gli uni coll'altro,
-e nell'esposizione della civiltà italica antica (dove rimase tanto
-inferiore) non introdotte in forma precettiva, ma atteggiate le ingenue
-dipinture del viver campestre dei prischi Italiani, avrebbe fatto opera
-non soltanto romana ma italica, causato il troppo immediato confronto
-coi poeti imitati, e la dissonanza che, come negli altri Latini, vi
-si scorge fra quello che ha di proprio o quel che toglie a prestanza.
-Nè tampoco si propose egli di ritrarre particolarmente veruna età,
-non la sua, non quella che descrive[89], né di aprire un nuovo calle
-ai successori; ma fu tutto amor dell'arte, tutto romana predilezione:
-l'adulazione stessa non fece sguajata come quella onde Ariosto cantò
-gl'indegni suoi mecenati, ma fina e convenevole alla forbita corte
-d'Augusto.
-
-Nella quale vivendo, Virgilio ingentilisce gli eroi: Enea depose la
-pelasgica rozzezza: la donna non è più una Criseide che passi a chi
-vince; non un'Andromaca che, da vedova di Ettore, si contenti di
-divenire la sposa di Elleno; ma una regina che giurò fede al perduto
-consorte, che soccombe solo alla potenza dell'amore, e all'amore
-tradito non sa sopravivere[90]. Nell'inferno di Omero, Achille ribrama
-avidamente la vita: nell'Eliso di Virgilio, Didone guata silenziosa il
-suo traditore e passa.
-
-In quest'ultimo tratto scorgiamo un merito che renderà Virgilio
-eternamente prezioso a chi è capace di sentire. Fra tanti poeti
-che menzionammo, i quali cantarono prolissamente i loro amori, pur
-uno non troviamo che tratteggi al vero il procedere della passione,
-accontentandosi essi di ritrarne qualche accidente o le crisi più
-rilevate, e sfogarsi in sentenze, in lamenti ingegnosi, in ricche
-descrizioni, in tutto ciò che è esterno. La meditata conoscenza della
-vita interiore doveva ai moderni venire da una fonte nuova; e parve
-preludervi Virgilio, che, impedito dai tempi d'essere ingenuo, si
-conservò semplice, eloquente, patetico; trasfuse nella poesia il
-proprio cuore, e ciò che dapprima era soltanto esteriore, ridusse
-subjettivo coll'insistere sopra un sentimento, e scovar dai cuori i
-secreti più ritrosi, e seguir passo passo il crescere e il declinare
-d'una passione. Vedetelo in quell'amore di Didone, del quale son
-gettati i primi semi colla pietà nata dalla fama, poi cresce colla
-vista, col racconto, colla consuetudine, col raziocinio, finchè deluso,
-non può cessare che colla vita.
-
-A questo fino sentire va debitore Virgilio d'un genere di bellezze
-nuove, qual è l'avvicendarsi delle pitture, per cui dalla desolazione
-di Troja incendiata s'insinua ad una scena di famiglia; di mezzo
-all'ira disperata, Enea è rattenuto dalla vista di Elena; alla
-procella succedono la placidissima descrizione del porto, e le ospitali
-accoglienze; l'episodio puramente guerresco dell'esplorazione notturna
-nel campo, è risanguato dall'affettuoso episodio di Niso ed Eurialo;
-perocchè il patetico è il vero dominio dell'arte, siccome la cosa
-essenzialmente efficace nella vita umana.
-
-Di là un'altra delle vaghezze più care in questo amabilissimo
-poeta; quel condurre la realtà esteriore alla spiritualità, quel
-tradurre l'idea in immagini che offre vive vive all'occhio, e in cui
-forse consiste quel _bello stile_ che Dante riconosce aver tolto
-da lui, e che Virgilio avea forse dedotto dall'assiduo suo studio
-ne' tragici[91]. Quella fanciulla che getta al pastore un pomo e si
-nasconde fra' salici, ma prima desidera d'esser veduta; quel bambino
-che col primo riso conosce la madre; quell'Apollo che tira l'orecchio
-al poeta per avvertirlo di non trascendere i pastorali argomenti;
-quel garzoncello che a fatica attinge i fragili rami; quell'idea della
-speranza, rappresentata in Dafni che innesta i peri, di cui coglieranno
-le frutta i nipoti; que' pastorelli che incidono sulle piante i cari
-nomi, le piante cresceranno e gli amori con esse[92]; sono idillj
-compiuti, che il pittore può rendervi in altrettanti quadretti. Poi,
-per belli che sieno i paesaggi, Virgilio sente quanto vi manchi finchè
-non siano avvivati dalla presenza dell'uomo: adunque tra i noti fiumi
-e i sacri fonti non mancherà un fortunato vecchio, godente l'opaca
-frescura; o un afflitto che, sotto l'ombra di densi faggi, alle selve
-e ai monti sparge inutili querele; e i molli prati e i limpidi fonti
-e i boschi gli dilettano solo in riflettere qual sarebbe dolcezza il
-vivervi eternamente colla sua Licori[93].
-
-Eccetto le primissime composizioni, non volse egli la musa a
-particolari sue affezioni ed avventure; ma sappiamo che placida
-fluì la sua vita, più che non soglia in poeta. Caro ad Augusto e
-copiosissimamente da lui rimunerato[94], non prendeasi briga delle
-_romane cose_ e dei _perituri regni_, ma ritirato presso Táranto, fra i
-pineti dell'ombroso Galéso[95] cantava Tirsi e Dafni, come l'usignuolo
-che, senz'altro pensiero, la sera empie il bosco de' suoi gorgheggi.
-Lo mordevano i Mevj e i Bavj, peste d'ogni tempo? ma di encomj lo
-elevavano a gara i migliori dell'età sua, la curiosità ammiratrice
-veniva a cercarlo nel suo ritiro, ed una volta, al suo entrare in
-teatro, il popolo tutto s'alzò, come all'arrivo dell'imperatore[96].
-
-Ammirando però quella forma così temperata, così pudica della sua
-bellezza, non per questo diremo superasse i suoi modelli. Come noi
-esaltiamo l'Ariosto per la forma, pur ridendoci delle sue favole,
-così, mentre si smarriva la tradizione religiosa d'Omero, durava,
-anzi cresceva di reputazione l'artistica, e Virgilio non se ne volle
-staccare. Ma in Omero quell'inserire s'un fatto pubblico passioni
-personali, quell'elevare l'individualità mediante la grandezza dello
-scopo e la serietà del destino, quell'equilibrare la natura collo
-spirito, ci portano ben più in là che non un'epopea dotta, la quale
-in fatto non potè divenire il libro de' Latini, come divennero Omero
-e Dante. Quella parola de' genj contemplativi e creatori, che è
-possente a trarre in terra l'ideale, è negata a Virgilio, il quale
-riesce soltanto a magnificare la restaurazione d'Augusto, avvenimento
-passeggero.
-
-Con Omero versiamo continuo nel mondo greco, dov'egli passeggia da
-padrone; non così con Virgilio, costretto a lavorare d'erudizione.
-Omero è più universale ne' suoi concetti, e se vuole il meraviglioso
-infernale, fa da Ulisse evocar le ombre entro una fossa ch'egli
-medesimo scavò e asperse di sangue; mentre Virgilio guida Enea per
-regolare viaggio ai morti regni.
-
-Il cuore dell'uomo deve rivelarsi ne' suoi Dei, forme generali,
-personificazione degli interni suoi motori, nel qual caso sono gli Dei
-del proprio sentimento, delle proprie passioni: in Omero son essi una
-cosa sola cogli eroi; in Virgilio convivono ancora, intervengono ancora
-in avvenimenti semplici, come per indicare la via di Cartagine. Pure,
-non foss'altro, la diligenza del verso avvisa che si è già a quel punto
-di civiltà ove più non vi si crede; e quegli Dei appajono macchine,
-inserite nella ragione positiva, non altrimenti che i prodigi in Tito
-Livio. Circe e Calipso sono abbandonate come Didone, ma in modo ben più
-naturale e ingenuo.
-
-Alla descrizione dei giuochi, tanto semplice nel Meonio, Virgilio
-oppone un tale affastellamento di artifizii, che sarebbero troppi a
-narrare la distruzione d'un impero. Chi non ha sentito la sublimità
-delle battaglie d'Omero? ogni uomo che cade v'ha il suo compianto,
-al tempo stesso che tutt'insieme è un fragore, una mescolanza di
-cielo e terra, che rimbomba nei versi e nelle parole. Quale assurdità
-invece i serpenti che strozzano Laocoonte in mezzo a un popolo! qual
-meschino spediente quel cavallo di legno! cento prodi che si chiudono
-in una macchina, esponendo lor vita ai nemici: Sinone che intesse la
-più inverosimile menzogna: Trojani così ciechi, da non mandar fino
-a Tenedo, che dico? da non salire sopra una torre per avverare se la
-flotta nemica abbia preso il largo nell'Ellesponto: in brev'ora, sì
-smisurata mole è trascinata dal lido fin alla ròcca di Troja, superando
-due fiumi e gli aperti spaldi; poi non appena Sinone l'ha schiusa, è
-incendiata e presa quella città vastissima, folta di popolo, con un
-esercito intatto; avanti l'alba ogni resistenza cessò, i vincitori
-ridussero le spoglie ne' magazzini e i prigionieri; i vinti raccolsero
-altrove quel che poterono sottrarre.
-
-In Omero ciascuno ha un carattere; benchè Agamennone sia re dei re,
-ciascuno serba volontà e compie imprese personali; ogni minima cosa
-è contraddistinta, il mare, la rôcca, lo scettro, le vesti, le porte
-e i cardini loro, semplice la vita degli eroi, e perciò interessante
-ogni loro atto, e per da poco che sembri alla raffinatezza odierna,
-serve però a intrattenere sopra quel personaggio. Nei caratteri invece
-sta il debole di Virgilio. Giunone al principio è triviale, nè tutta
-la sua enfasi esprime quanto il sacerdote Crise che torna mortificato
-verso il lido, e prega vendetta, e l'ottiene dal Dio. Evandro nel
-congedare Pallante mostrasi femminetta al confronto di Priamo a' piedi
-di Achille. Ettore che bacia Astianatte e invoca che chi lo vedrà
-dica — Non fu sì valoroso il padre», ha ben altro decoro che Enea
-nello staccarsi dal figlio. Enea poi combatte per tôrre ad un altro
-il regno e la sposa, mentre Ettore per difendere la patria. Nè forse
-un solo carattere riscontriamo in Virgilio ben ideato e a se medesimo
-consentaneo: Acate non sai che è _fido_ se non dall'epiteto del poeta:
-chi il _pio_ applicato ad Enea non intenda nel primo senso di religioso
-ed obbediente agli Dei, dee scandolezzarsi al vederlo applicato ad uomo
-il quale, ospitalmente accolto in terra straniera, seduce la donna che
-sa di dover abbandonare; approdato altrove, rapisce quella d'un altro.
-Ma per tutta ragione sta il comando degli Dei, che lo destinavano a
-creare i padri Albani, e le alte mura di Roma, e la grandezza d'Italia,
-gravida d'imperi e fremente di guerra.
-
-Molti di questi difetti appartengono all'essenza del suo componimento;
-alcuni sarebbero scomparsi se avesse potuto dare l'ultima mano
-all'opera sua. La quale, com'è stile dei grandi, pareagli sì discosta
-dalla perfezione, che, morendo ancor fresco, raccomandava ad Augusto di
-bruciarla; voto che l'imperatore si guardò bene di adempire. Tal quale
-la lasciò, male ordinata nell'insieme, e ad ora ad ora imperfetta nella
-rappresentazione e nelle espressioni, è squisito lavoro, e come epopea
-definitiva servì di norma e talvolta di ceppo agli epici posteriori,
-che professavano seguirla da lungi e adorarne le vestigia[97].
-
-In somma la letteratura romana può considerarsi come una fasi della
-greca. Nei Greci si trovavano in armonia il sentimento dell'ordine
-generale qual base della moralità, e il sentimento della libertà
-personale, non ancora essendosi manifestata l'opposizione fra la legge
-politica e la legge morale; sicchè ciascuno cercava la propria libertà
-nel trionfo dell'interesse generale. In questo istante dell'umanità,
-fu prodotta nel suo più splendido fiore la bellezza sotto la forma
-dell'individualità plastica; gli Dei ottennero un aspetto armonizzante
-colle idee che rappresentavano, sicchè la greca fu la religione
-dell'arte; la poesia che ha per oggetto l'impero indefinito dello
-spirito, raggiunse il perfetto equilibrio fra l'immaginativa e la
-ragione; la civiltà profittò di tutti i passi precedenti, unificandoli
-e perfezionandoli in quel patriotismo che della greca fu lo scopo più
-elevato.
-
-I Romani, stupiti a quella incomparabile bellezza, non credettero
-potere far meglio che imitarla. Il linguaggio della magistratura,
-dell'imperio, era il latino; ma il greco quel della coltura, della
-eleganza; sarebbe parso sacrilegio il parlare altro che latino dal
-tribunale o dalla ringhiera; Tiberio cancella una parola greca scappata
-in un senatoconsulto; Claudio toglie la cittadinanza ad uno che non
-sa il latino: ma nella conversazione si parla il greco; in greco si
-scrivono le note e le memorie; il greco si usa in famiglia, si usa
-coll'amante, dicendole ζωὴ, φυχὴ; greci sono i maestri, nè i filosofi
-di quella lingua si varrebbero mai della latina, anzi non la imparano;
-e Plutarco, che tanto n'avea bisogno per iscrivere le sue vite, ben
-tardi cominciò a leggere qualche scritto romano, comprendendolo dal
-senso piuttosto che letteralmente. Cicerone affetta di non capire la
-bellezza delle statue greche, d'ignorare i nomi de' loro artisti; ma
-appena sceso dai rostri, parla greco, va in Grecia a perfezionare la
-sua educazione, traduce i greci filosofi.
-
-Se fosse prevalsa l'Etruria, Italia avrebbe serbato una poesia
-originale, con forma e lingua proprie: Roma invece dal bel principio
-s'acconciò all'imitazione, e ricevendo gli Dei della Grecia, dovette
-pur riceverne l'arte che sulla religione era fondata. Ma la religione
-fra i Greci era culto e dogma, ai Romani era favola e convenzione;
-e tale si mostra in tutta la loro poesia. Potrebbe mai credersi che
-Virgilio, Orazio, Ovidio prestassero fede a quei numi, che adopravano
-per macchina ed ornamento? nè mai dalla lira latina uscì un inno
-ove apparisse, non dirò la divota ispirazione ebraica, ma neppure la
-convinzione che alita in Omero, in Eschilo, in Pindaro. Il poeta non
-sentiva i numi nel cuore, non era ascoltato dal popolo, preoccupato
-da positivi interessi; riducevasi dunque a pura arte, nè in ciò poteva
-far di meglio che seguitare i Greci, i quali ne avevano esibito i più
-squisiti esemplari.
-
-— Questi esemplari sfoglia giorno e notte», raccomandasi ai giovani di
-buone speranze; non già meditare sopra se stessi, sulla natura, sul
-mondo: divenire per gloria eterni si confida non tanto per coscienza
-delle proprie forze, quanto per la gran pratica coi capolavori dei
-maestri, per averne scelto il meglio a guisa d'ape[98], e tradotte le
-muse di quelli a favellare con intelligenza la lingua del Lazio. Che se
-poniam mente a questa moderata pretensione, men vanitoso ci sembra quel
-loro continuo assicurarsi dell'immortalità, e d'associare il proprio
-nome all'eternità della romana fortuna[99].
-
-Nè trattavasi soltanto dell'imitazione, naturale a chi, venendo dopo,
-eredita dai predecessori, senza perdere quel che v'ha di proprio nello
-spirito, nella lingua, nella tradizione, nel pensar nazionale; ma si
-faceano ligi alle forme artistiche, particolari di quella gente, per
-conseguenza non riuscivano coll'artifizio a raggiungere l'altezza, cui
-soltanto colla naturale vivacità dell'ingegno si perviene. Quel bisogno
-artistico di esprimere e di comunicare i sentimenti più nobili e più
-profondi, dal quale è creata e conservata una letteratura, fu poco
-sentito da' Romani, sprovveduti dello slancio ideale, dell'intuizione
-calma della natura, e dello spirito estetico tanto proprio de' Greci;
-l'elemento religioso vi rimaneva interamente subordinato al politico;
-di rado seppero il semplice ed il naturale elevare all'idealità;
-e diedero facilmente nel falso, e in quel sublime di parole scarso
-d'idee, che costituisce il declamatorio. La poesia romana non differì
-dalla greca per lo spirito, pel sentimento, pel modo di osservar
-l'universo, per l'espressione; ma l'arte vi si scorge troppo, tutto è
-riflesso e calcolato, nulla della semplicità di Omero, e l'abilità del
-linguaggio e l'arte retorica mal suppliscono alla forza spontanea e
-alla fecondità d'invenzione.
-
-Eccettuata la satira, non un genere letterario apersero, e nessuno
-raggiunse i loro modelli. Ai quali taluno si attenne senza restrizione,
-come Livio, Virgilio, Orazio, mentre più nazionali si conservarono
-Ennio, Varrone, Lucrezio, poi Giovenale e Lucano, perciò più robusti
-ma meno colti. Povero fu il teatro, il quale non può reggersi che su
-tradizioni e sentimenti nazionali. La lirica massimamente ne risentì,
-poichè a quest'armonica espressione degl'intimi sentimenti nulla più
-nuoce che il trovare la reminiscenza ove si cercava l'ispirazione, ed
-esser frenati nella commozione dal pensare che il poeta non s'ispira ma
-ricorda.
-
-Ma in tutti costoro quale squisita verità di sentimento! qual perfetta
-aggiustatezza di pensiero! qual compiuta venustà di forme, e purezza
-ed eleganza e nobile armonia di stile, e variazioni di ritmo! Un alito
-di regola e di calma penetra ogni particolarità, un ordine semplice ed
-austero dà a conoscere che l'autore è padrone di sè e del suo soggetto.
-Tutti poi s'improntano d'un marchio, che li fa originali da ogni altro;
-ed è l'idea di Roma, che in tutti predomina, e che supplisce al difetto
-di quel tipo particolare che distingue ciascuno dei grandi autori di
-Grecia. La quale differenza è portata naturalmente dal diverso vivere
-d'un popolo eminentemente individuale e libero nell'esercitare come gli
-piace le forze del suo spirito, e d'un altro fra cui ad ogni altra idea
-predomina quella della patria grandezza.
-
-A stampare questo carattere assai valse l'esser le romane lettere
-fiorite per opera de' principali cittadini, i quali abbracciando intera
-la vita nazionale, considerano ogni cosa nelle più ampie sue relazioni,
-a differenza di que' meri scrittori che rimpicciniscono la letteratura
-riducendola a semplice arte. E la letteratura latina, a tacere di noi
-pei quali è un vanto patrio, merita maggiore studio che non la greca,
-perchè, provenendo da un grandissimo centro di civiltà, meglio rivela
-la condizione sociale del genere umano.
-
-Ma quando una letteratura si regge sull'artifizio, prontamente decade.
-Augusto ben poco merito ebbe all'apparire dei genj, di cui esso fu il
-contemporaneo, non il creatore, e che, nati nella repubblica, aveano
-lasciato il campo senza successori prima ch'egli morisse. Già egli
-derideva lo stile pretensivo di qualcheduno e le parole antiquate
-di Tiberio; e alla nipote Agrippina diceva: — Il più che cerco è
-di parlare e scrivere naturalmente»; ma le idee che contenevano,
-faceangli mal gradito lo studio degli antichi. Poi Mecenate suo
-dilettavasi di uno stile floscio e ricercato. Come avviene allorchè
-cessa la produzione, si sottigliava la critica: Asinio Pollione poeta e
-storico appuntava Sallustio di vecchiume, Livio di padovanità, Cesare
-di negligenza e mala fede; singolarmente professava nimicizia per
-Cicerone; egli poi scriveva stecchito, oscuro, balzellante[100]; ma era
-l'amico dell'imperatore, avea buona biblioteca, bella villa, esperto
-cuoco; sicchè dovea trovar non solo l'indulgenza che agli altri negava,
-ma anche lode, e ai suoi giudizj forza di oracolo.
-
-Ritiratosi dalla vita pubblica, scriveva orazioni, somiglianti agli
-articoli di fondo de' nostri giornali, cioè di lettura amena, e che
-diffondessero certe idee di politica e di letteratura. Così svoltavansi
-gli spiriti dall'eloquenza pubblica verso quella di scuola. Di quella
-conservavano ancora qualche ombra Azzio Labieno libero parlatore
-«unendo il colore della vecchia orazione col vigore della nuova»
-(SENECA); e Cassio Severo amico suo e altrettanto franco dicitore, che
-satireggiava anche le persone cospicue, onde Augusto fe bruciare gli
-scritti di esso, ne' quali gli antichi ammiravano lo stile vigoroso,
-oltre la mordacità; e fu lui veramente che schiuse la nuova via, alla
-quale l'eloquenza si trovò ridotta dopo respinta dalla tribuna[101].
-Perocchè, mutata la pubblica attività nella monarchica sonnolenza,
-cessato il giudizio tremendo e inappellabile delle assemblee, si
-sentenziava degli autori secondo l'aura delle consorterie e dei grandi
-che davano da pranzo ai letterati.
-
-Quando Augusto morì, più non sonava che la piangolosa voce d'Ovidio,
-cui l'infingarda abbondanza, lo sminuzzamento, i contorcimenti della
-lingua, i giocherelli di parole collocano lontano da Orazio, Virgilio e
-Tibullo, quanto Euripide da Sofocle e il Tasso dall'Ariosto. Così breve
-tempo era bastato perchè la letteratura romana passasse da Catullo non
-ancor dirozzato ad Ovidio già corrotto.
-
-
-
-
-CAPITOLO XXXII.
-
-Tiberio.
-
-
-Augusto non osò sistemare il governo monarchico mediante uno statuto,
-il quale ponendo limiti a' suoi successori, avrebbe fatto conoscere
-ai Romani ch'egli non ne aveva. In conseguenza non si ebbe nè
-elezione legale, nè ordine prefinito di successione, nè contrappesi
-politici: la repubblica assoluta mutavasi in assoluta monarchia,
-costituita unicamente sulla forza, dalla forza unicamente frenata;
-l'imperatore, rappresentante del popolo, poteva quel che volesse[102],
-e dell'onnipotenza valeasi a pareggiare tutti i sudditi nel diritto, e
-a togliere al popolo ed al senato e l'autorità e l'apparenza.
-
-Tanti anni d'assoluto dominio, mascherato con forme repubblicane,
-aveano indocilito i Romani al giogo, sicchè vedeasi senza repugnanza
-che l'impero passerebbe da Augusto in un altro. Tiberio, rampollo
-dell'illustre casa Claudia, illustre egli stesso per imprese
-guerresche, rivestito di molti onori e della tribunizia podestà,
-figliastro e genero d'Augusto, tenevasi sicuro d'esserne chiamato
-successore, quando lo vide voltar le sue grazie sopra gli orfani
-d'Agrippa. Tra per dispetto e per rimuovere ogni gelosia, s'allontanò
-da Roma, come dicemmo, e visse otto anni a Rodi, deposte armi, cavalli,
-toga: lontano dal mare, in una casa posta fra dirupi, dal tetto di
-quella faceva che gl'indovini investigassero negli astri l'avvenire;
-e se la risposta riuscivagli sospetta, nel ritorno il liberto
-scaraventava per le balze l'astrologo mal avvisato.
-
-Morti i figli d'Agrippa (forse non senza opera sua) (4 d. C.), torna
-a Roma, è adottato da Augusto, il quale pretendono sel destinasse
-successore acciocchè la propria moderazione traesse risalto dal
-lento strazio di costui[103], ch'e' conosceva pauroso, diffidente,
-irresoluto, simulato. Alla morte dunque del patrigno (14), Tiberio
-si trova padrone del mondo a cinquantasei anni. Non volendo accettar
-l'impero dagl'intrighi d'una donna e dall'imbecillità d'un vecchio,
-modestamente convoca il senato, come tribuno ch'egli era; e la
-offertagli dominazione ricusa, come peso a cui poteva a pena bastare
-il divin genio d'Augusto; solo dalle lunghe istanze lascia indursi ad
-accettare, e purchè i senatori gli promettano assistenza in ogni passo.
-Di fatto li consultava continuo, ne incoraggiva l'opposizione, gli
-esortava a ripristinare la repubblica; cedeva la destra ai consoli, e
-sorgeva al loro comparire in senato o al teatro; assisteva ai processi,
-massime ove sperasse salvare il reo; non soffrì il titolo di signore,
-nè di padre della patria, nè tampoco quello di Dio, dicendo: — Io
-sono signore de' miei schiavi, imperatore de' soldati, primo fra gli
-altri cittadini romani; mio uffizio è curar l'ordine, la giustizia,
-la pubblica pace». Alleggeriva da' tributi i sudditi, e avvisava i
-governatori delle provincie che un buon pastore tosa non iscortica
-le pecore. Riformò i costumi, diminuendo le innumerevoli taverne,
-restituendo ai padri l'autorità di punire le figliuole discole,
-benchè maritate; vietò il baciarsi per saluto in pubblico; ai senatori
-interdisse di comparire fra i pantomimi, e ai cavalieri di corteggiare
-pubblicamente le commedianti; e per raffaccio allo scialacquo de'
-banchetti, faceasi servire i rilievi del giorno antecedente, dicendo
-che la parte non ha men sapore che il tutto. Spargonsi satire contro di
-lui? — In libero Stato, liberi devono essere i pensieri e la parola».
-Vuolsi in senato portar querela contro suoi diffamatori? — Non ci basta
-ozio per tali bagattelle. Se aprite la porta ai delatori, non avrete
-ad occuparvi d'altro che delle costoro denunzie; e col pretesto di
-difendere me, ognuno vi recherà le proprie ingiurie da vendicare».
-
-Ma per quanto dissimulatore e simulatore, non seppe mai comparire
-grazioso; le larghezze e l'affabilità di Augusto disapprovava; non
-diede molti spettacoli al popolo, non donativi ai soldati; nè tampoco
-soddisfece ai legati del predecessore; e avendo uno de' legatarj detto
-per celia all'orecchio d'un morto, annunziasse ad Augusto che l'ultima
-sua volontà rimaneva inadempita, Tiberio gli pagò il lascito, poi di
-presente lo fece trucidare perchè riferisse ad Augusto notizie più
-fresche e più vere. Non soffrì si concedesse il littore o l'altare od
-altra prerogativa a sua madre, la quale da tanti intrighi e delitti
-non colse che l'amarezza d'aver posto in trono un ingrato. A Giulia,
-indegna sua moglie, da tre lustri relegata, sospese la modica pensione
-assegnatale dal padre, sicchè morì di fame; di ferro Sempronio Gracco,
-drudo antico di lei.
-
-Erano quasi le primizie d'una crudeltà, che ben tosto mostrossi
-calcolata, inesorabile; e prima contro i pretendenti. Agrippa, nipote
-d'Augusto, fu ucciso. Le legioni di Germania e di Pannonia avevano
-offerto l'impero a Germanico, ma questi ne chetò la violenta sedizione:
-pure Tiberio, che avea dovuto adottarlo, adombrato della popolarità
-e del valore di lui, lo richiamò di mezzo ai trionfi per mandarlo a
-calmare l'insorto Oriente. Ivi gli pose a fianco Gneo Pisone, uomo
-tracotante e violento, il quale col profonder oro e calunnie ne
-attraversava tutte le azioni, infine lo fece morire di veleno o di
-crepacuore a trentaquattr'anni (19). Tutti, fin i nemici, piansero
-il generoso giovane, e in Roma il dolore si rivelò con clamorose
-dimostrazioni. Il giorno che le ceneri sue si riponevano nel sepolcro
-d'Augusto, la città pareva, ora per lo silenzio una spelonca, ora
-pel pianto un inferno; correvano per le vie; Campo Marzio ardeva di
-doppieri; quivi soldati in arme, magistrati senza insegne, popolo
-diviso per le sue tribù gridavano, esser la repubblica approfondata,
-arditi e scoperti, come dimenticassero ch'ei v'era padrone. Ma nulla
-punse Tiberio quanto l'ardor del popolo verso Agrippina moglie di
-Germanico: chi la diceva ornamento della patria, chi unica reliquia del
-sangue d'Augusto, specchio unico d'antichità; e vôlto al cielo e agli
-Dei, pregava salvassero que' figliuoli, li lasciassero sopravivere agli
-iniqui[104].
-
-Tiberio, assicurato, strappò al despotismo la maschera lasciata da
-Augusto: tolse al popolo l'eleggere i magistrati e il sanzionar le
-leggi, trasferendo questi atti nel senato, sovvertimento radicale
-della costituzione romana[105], sebbene già prima i comizj fossero
-resi illusorj dacchè a spade non a voci si decideva. Il senato così
-divenne legislatore e giudice dei delitti di maestà: affine poi che
-neppur esso s'arrischiasse a libere sentenze, i senatori doveano votare
-ad alta voce, e presente l'imperatore o suoi fidati. Per tal passo
-quell'assemblea, augusta un tempo, allora si trovò avvilita a segno che
-Tiberio medesimo ne prendeva nausea: pure se ne giovava per gli atti
-legislativi, davanti ad essa proponendo o ventilando leggi, che nessuno
-osava contraddire.
-
-L'imperatore non era il popolo? adunque la legge contro chi menomasse
-la maestà del popolo fu applicata all'imperatore, e gli offri modo
-legale a grandi atrocità e a minute vessazioni. Prima l'applicò a
-cavalieri oscuri o ribaldi, pubblicani rapaci, governatori infedeli,
-adultere famigerate: e il popolo applause al severo mantenitore della
-legge. Ma appena trapelò l'inclinazione del principe, ecco una fungaja
-d'accusatori. I giovani educati a scuola nelle figure retoriche e in
-un mondo ideale, insoffrenti di passare alla realtà dell'avvocatura
-e alla prosa della vita, eppure avidi d'adoprare l'abilità imparata
-per acquistarsi onori, fama, piaceri, levar rumore di sè, emulare il
-lusso dei grandi, correvano, all'usanza antica[106], ad accusare chi
-primeggiasse per gloria, virtù, ricchezze; sfogo delle invidie plebee
-contro l'aristocrazia di averi o di merito.
-
-Le ire, sopravissute alla libertà, insegnavano mille tranelli; traevasi
-appicco dai dissidj delle famiglie; tenuissime prove bastavano dove
-così piaceva al padrone; e ogni fatto, per quanto semplice, traducevasi
-in caso di Stato. Tu ti spogliasti o vestisti al cospetto d'una statua
-d'Augusto; tu soddisfacesti a un bisogno del corpo od entrasti in
-postribolo con un anello o con una moneta portante l'effigie imperiale;
-tu in una tragedia sparlasti di Agamennone; tu hai venduto un giardino,
-nel quale sorgeva il simulacro dell'imperatore; tu interrogavi i
-Caldei se un giorno potrai divenir re, e tanto ricco da lastricare
-d'argento la via Appia: dunque sei reo di maestà; reo Aulo Cremuzio
-Cordo che, nella storia delle guerre civili di Roma, intitolò Bruto
-l'ultimo de' Romani. Cremuzio nel difendersi diceva: — Sono talmente
-incolpevole di fatti, che m'accusano di parole», ed evitò la condanna
-col lasciarsi morir di fame: gli edili arsero i libri di lui, ma il
-divieto li fece più preziosi e cercati; ove Tacito esclama: — Ben è
-folle la tirannia nel credere che il suo potere d'un momento possa
-estinguere nell'avvenire il grido, la memoria. Punito l'ingegno, ne
-cresce l'autorità; nè i re che lo punirono, riuscirono ad altro che a
-procacciar gloria alle vittime, infamia a sè»[107].
-
-Chi nomina libertà, medita rimettere la repubblica; chi piange Augusto,
-riprova Tiberio; che tace, macchina; chi mostrasi mesto, è scontento;
-chi allegro, confida in prossimi mutamenti. Fra straniero o fratello,
-fra amico o sconosciuto non mettevasi divario nelle delazioni; anche
-i primi del senato le esercitavano o all'aperta o alla macchia; ben
-presto si accusò senza nè timore nè speranza, unicamente perchè era
-l'andazzo; furono processate persone, non si sapeva di che, condannate,
-non si sapeva perchè.
-
-Appena uno fosse querelato, vedeasi cansato da amici e da parenti,
-timorosi d'andare involti nella sua ruina. Fuggire era impossibile in
-così vasto impero: la campagna ridondava di schiavi vendicativi: ognuno
-agognava di cogliere il proscritto per salvare se stesso. Tradotto a
-senatori complici o tremebondi, ostili fra di loro, a fronte di quattro
-o cinque accusatori addestrati nelle scuole a trovare e ribattere
-argomenti, ove nessuno ardiva assumere la difesa, ove la tortura
-degli schiavi suppliva al difetto di prove, il convenuto quale scampo
-poteva sperare? pensava dunque a vendicarsi coll'imputar di complicità
-gli stessi accusatori o i giudici: scherma, di cui Tiberio prendeva
-mirabile sollazzo. Solo gli facea noja che alcuni si sottraessero al
-supplizio e quindi alla confisca coll'uccidersi; onde l'arte scherana
-consisteva nel sorprenderli improvvisi. Uno si trafigge colla spada,
-e i giudici s'avacciano di darlo al manigoldo: uno dinanzi ad essi
-sorbisce il veleno, e senz'altro vien tradotto alle forche: di Carnuzio
-che riuscì ad uccidersi, Tiberio disse, — E' m'è scappato»; a un altro
-che il supplicava d'accelerargli il supplizio, — Non mi sono ancora
-abbastanza rappattumato con te».
-
-Come doveano andar calpesti gli affetti che serenano la vita e
-alleggeriscono la sventura, allorchè in ciascuno si temeva un
-traditore! Deboli e paurosi perchè isolati, piegano alla prepotenza,
-o cospirano con essa; il senato, nel quale stavano accolti coloro che
-poteano far fronte a Tiberio, glieli consegnava un dopo l'altro, lieto
-ciascuno di veder salvo se stesso; e Tiberio viepiù sprezzava una genìa
-così abjetta, e prorompeva senza ritegno al sangue. Il merito divien
-colpa a' suoi occhi: un architetto che raddrizza un portico minacciante
-ruina, è bandito; uno che sa restaurare un vaso di vetro spezzato, è
-subito messo a morte[108].
-
-In Roma, per quanto temuto, Tiberio s'ode volta a volta rimproverare o
-da un viglietto gettatogli, o dal teatro col susurro o col silenzio;
-ora uno che va a morte, si sfoga in invettive contro di lui, or una
-spia gli ripete con troppa fedeltà quel che di lui Roma racconta;
-poi lo stomacano le stesse umiliazioni del senato e dei cortigiani, e
-vuole in più disimpedita guisa associare i due elementi del paganesimo,
-sevizie e voluttà. Amplissima vista di mare, il prospetto della ridente
-Campania, e la soave temperie rendono deliziosissima l'isoletta di
-Capri, ove in estate l'orezzo marino mantiene la frescura, in inverno
-il promontorio di Sorrento ne ripara i venti impetuosi. Quella scelse
-per prigione e paradiso (26) il minaccioso e tremante imperatore: gli
-scogli vi rendono disagevole l'approdo; di là potrebbe sorvegliare
-i signori che di loro ville popolano la costa Campana e Pozzuoli e
-Posilipo. Ivi fabbrica dodici ville, ciascuna dedicata a un Dio, terme,
-acquedotti, portici, d'ogni maniera delizie. Ancor privato indulgeva
-alla crapula, sicchè i soldati, invece di _Tiberius Claudius Nero_, lo
-chiamavano _Biberius Caldius Mero_: allora creò un sovrantendente dei
-piaceri; premiò colla questura uno che vuotò d'un fiato un'anfora, e
-con ducentomila sesterzj Anselio Sabino per un dialogo, ove i funghi,
-i beccafichi, le ostriche e i tordi si disputavano il primato. Laide
-pitture, scene di mostruoso libertinaggio doveano solleticare lo
-smidollato vecchio: se i genitori ricusano offrir le fanciulle alle
-imperiali lascivie, schiavi e satelliti le rapiscono: se, brutto,
-ulceroso, le donne il prendono a schifo, Saturnino inventa diletti da
-trascendere la più lubrica immaginazione. Oscene medaglie conservarono
-fin oggi la figura di sue turpi dilettanze; mentre un grazioso
-bassorilievo del Museo Borbonico ce lo rappresenta sopra un cavallo
-menato da uno schiavo, con davanti una fanciulla che colla lancia fa
-cadere degli aranci: idillio fra le tragedie.
-
-E perchè non gli manchino i piaceri della città, vi saranno accuse,
-torture, supplizj; vi saranno sofisti e grammatici, coi quali disputa
-del come si chiamasse Achille mentre stava da donna alla corte di
-Sciro, chi fosse la madre di Ecuba, che cosa di solito cantassero
-le Sirene, e regola ogni atto suo secondo gl'indicano gli astri,
-gli animali, interrogati da Trasillo rodiano. I senatori deputati
-a recargli o richiami od omaggi, dopo lungo aspettare son rinviati:
-fin le lettere non riceve che per mano del suo ministro Elio Sejano,
-prefetto de' pretoriani.
-
-Costui, di mezzana condizione, di turpi costumi, di spirito e corpo
-vigoroso, erasi traforato nella grazia di Tiberio col rendergli
-rilevanti servizj e sleali. Ordì con esso di perdere Agrippina vedova
-di Germanico, la quale col costume severo e coll'amorosa venerazione
-verso l'estinto sposo dava ombra all'imperatore. I costei amici sono
-un dopo l'uno accusati e morti; ond'essa vien guardata con una specie
-d'orrore. Ucciderla però non ardiva Tiberio: onde uscito di Roma, ronza
-nella parte più deliziosa d'Italia; poi restituitosi a Capri, scrive
-una lettera ambigua al senato, imputando colei d'orgoglio, i suoi figli
-d'impudicizia. Il senato vede la mina contro la casa di Germanico,
-ma è rattenuto dal favore del popolo per questa. Quand'ecco da Capri
-giungono rimproveri perchè non s'abbia verun riguardo alla sicurezza
-dell'imperatore e dell'impero; e tosto Nerone è esigliato, Druso messo
-prigione (30), nè tardarono a morire. Agrippina confinata nell'isola
-Pandataria, dissero si fece poco poi ammazzare; e Tiberio si lodò al
-senato di clemenza per non averla fatta esporre alle gemonie.
-
-Snidatone Tiberio, Sejano governò Roma a sua posta. Rese importante il
-comando de' pretoriani, ai quali, col raccorli in un campo solo sotto
-Roma, attribuì pericolosissima potenza. Disponendo a suo arbitrio delle
-cariche, poteva acquistarsi amici: colla promessa di sposarle, traeva
-principali donne ad ajutare il suo ingrandimento, e scoprire i segreti
-de' mariti: Tiberio stesso lo chiamava il consorte di sue fatiche,
-lasciava effigiarlo sulle bandiere, e bruciar vittime quotidiane sulle
-are di esso.
-
-Non contento del dominio, Sejano vuole anche le apparenze; e poichè
-fra lui e l'impero si frapponea Druso figlio di Tiberio e di Vipsania,
-seduce la costui moglie Livilla e glielo fa avvelenare, poi chiede a
-Tiberio la mano di essa. Da quel punto diviene presuntivo erede; in
-conseguenza Tiberio lo teme, in conseguenza lo odia. Ma come abbatterlo
-se ha tutto l'impero in mano? Tiberio comincia ad elevargli a fronte
-Cajo Cesare Caligola, prediletto dal popolo e dai soldati perchè figlio
-di Germanico; poi manda secretamente al senato Macrone (31), colonnello
-dei pretoriani, con lettera nella quale sul principio getta qualche
-lamento contro di Sejano, poi parla d'altro; torna alle querele, indi
-divaga; si rifà sopra Sejano con parole sempre più acerbe; ordina
-sieno condannati a morte due senatori, intimi del ministro; e mentre
-questi stordito non osa proferir parola a loro scampo, ode chiudersi
-la lettera col comando ch'e' sia arrestato. Detto fatto, gli amici
-lo abbandonano; pretori e tribuni gli recidono la fuga; il popolo,
-partigiano d'Agrippina e vindice de' figli di Germanico, lo insulta
-allorchè il console lo mena al carcere; e mentre, se fosse riuscito,
-avrebbe avuto adorazioni, vede dappertutto abbattersi le sue statue, e
-il senato decretarlo al supplizio[109].
-
-Tiberio, che peritavasi sull'esito di questo gravissimo colpo
-di Stato, non aveva ommesso veruna precauzione; teneva vascelli
-sull'àncora per fuggire, spiava d'in vetta agli scogli i concertati
-segnali; tanto temeva che il gelo dell'egoismo non si squagliasse un
-istante. Ma al cessare della potenza era cessato il favore al dio, al
-futuro imperatore; i pretoriani, invece di difenderlo, si buttano a
-saccheggiar Roma; il popolo si svelenisce sul cadavere esecrato del
-nemico del popolo; quanti amici aveva egli avuto, sono perseguitati,
-vuotate dal boja le prigioni ov'erano accumulati i complici del
-ministro, messi a orribile carnificina i suoi figli; e perchè la legge
-vietava il supplizio delle vergini, una sua figliuolina fu data prima
-al carnefice da violare.
-
-I sudditi, propensi sempre ad attribuire ai ministri le colpe de'
-regnanti, persuadevansi che Sejano fosse la sola causa dei delitti di
-Tiberio, e che, morto lui, il principe si mitigherebbe; al contrario,
-Tiberio diventa più sitibondo di sangue: ciascun senatore, per
-salvar sè, corre ad accusargli un complice del caduto; sicchè egli
-non discerne tra amici e nemici, tra fatti recenti e inveterati;
-sprezza e teme il senato, e ogni giorno un nuovo membro ne recide;
-teme i governatori, e a molti, dopo nominati, impedisce di recarsi
-alle provincie, rimaste così senz'amministrazione; teme le memorie,
-e molti fa uccidere perchè compassionevoli (_ob lacrymas_); teme gli
-avvenire, e fanciulli di nove anni manda al supplizio. Le più assurde
-cagioni portano condanna: ad uno appose l'amicizia di un suo antenato
-con Pompeo; ad un altro, onori divini attribuiti dai Greci al bisavolo
-di lui: un nano che il divertiva a tavola gli domanda, — Perchè vive
-ancora Paconio reo d'alto tradimento?» e Paconio poco dipoi è morto. La
-storia di quegli anni può dirsi il registro mortuario delle famiglie
-illustri, e notavasi come cosa rara il personaggio che morisse a suo
-letto: una volta Tiberio mandò scannare tutti gl'imprigionati per
-l'affare di Sejano, senza divario d'età, sesso o condizione; i mutili
-loro corpi giacquero più giorni per le vie sotto la custodia dei
-carnefici che denunziavano chi si dolesse.
-
-Or tremendamente sardonico, or tremendamente serio, voleva essere
-adulato, eppure sprezzava gli adulatori; sicchè diventava pericolo
-fin la vigliaccheria. Voconio propose che venti senatori per turno
-gli facessero la guardia qualvolta entrasse in senato; e toccò le
-beffe dell'imperatore, troppo alieno dal concedere armi ai senatori, i
-quali anzi volea fossero frugati all'entrare. Al suo ventesimo anno i
-consoli decretano solennità, ringraziamenti, voti: Tiberio dice che con
-ciò vogliono far intendere che gli prorogano per un altro decennio la
-sovranità, e li fa mettere a morte.
-
-Un animo sospettoso e severo può d'assai peggiorare invecchiando
-fra l'aspetto della universale vigliaccheria e delle reciproche
-malevolenze, e fra le sordide adulazioni che mascherano il rancore e
-la trama. Pure, tanta frenesia di crudeltà, sottentrata alla severa ma
-giusta onestà de' primi anni di Tiberio, tiene perplesso lo storico,
-il quale abbia deplorato, anche ai proprj giorni, quella menzogna che
-svisa i fatti meglio conosciuti, e quella credulità che accetta i meno
-fondati.
-
-Almeno per consolazione dell'umanità sappiasi che costui aveva
-la coscienza de' proprj misfatti e dell'orrore che ispirava, onde
-scriveva al senato: — S'io so che cosa dirvi, gli Dei e le Dee mi
-facciano perire ancor più crudelmente di quel che mi senta perire ogni
-giorno». Ma non che ridursi al meglio, ripeteva: — M'aborrano, purchè
-m'obbediscano», e precipitava in eccessi, che non solo scrivere, ma nè
-possono tampoco immaginarsi.
-
-Qualora però trovasse resistenza, piegava. Marco Terenzio, accusato
-della benevolenza di Sejano, disse in senato: — Dell'amicizia con esso
-ci assolverà la ragione che assolve Cesare d'averlo avuto genero e
-confidente»; e Cesare lo mandò giustificato. Getulio generale, imputato
-di aver voluto dare nuora sua figlia a Sejano, risponde a Tiberio: —
-M'ingannai io, ma anche tu. Io ti sarò fedele, se non m'offendono;
-se ricevessi lo scambio, mi crederei minacciato di morte, e saprei
-ripararla. Accordiamoci: tu resta padrone di tutto; a me lascia la mia
-provincia». Così poteva scrivere un generale a quello che faceva tremar
-Roma e il mondo.
-
-Imperocchè non era egli robusto per amministrazione salda e compatta,
-ma per la disunione degli altri; potentissimo dove arrivavano i suoi
-carnefici, poco valea di lontano; chiunque fosse insorto intrepidamente
-fra lo sgomento universale, era certo d'abbatterlo. Lo sentiva Tiberio,
-e di qui la diffidenza, motrice sua prima. Mentre gira per Italia,
-ode che alcuni da lui accusati furono rimandati dal senato senza
-tampoco interrogarli, crede compromessa l'autorità sua e la vita, vuol
-ritornare a Capri, ma tra via muore (37). Roma sulle prime la dubitò
-arte di spie; accertata, esultò, quasi il cadere di lui restituisse la
-libertà. Eppure egli tiranneggiava anche postumo, e trovandosi in Roma
-de' prigionieri, che, secondo un consulto del senato, non si potevano
-strozzare che dieci giorni dopo la condanna, nè essendovi ancora il
-successore che li potesse assolvere, i manigoldi li strangolarono per
-seguire la legalità.
-
-Tiberio finì di demolire le barriere al despotismo; indocilì senato e
-popolo agli assurdi talenti del dominatore; spense i sentimenti che
-formano la dignità dell'uomo e del cittadino; pervertì la coscienza
-pubblica, che, dopo caduto ogni altro sostegno, mantiene e reintegra
-gli Stati; coll'uccidere i migliori, col contaminare i rimasti, col
-mostrare che il senato e il popolo potevano spingere la viltà e la
-paura fino ad adorare chi dispensava l'oltraggio e la morte, attestò
-che nessuna forza morale esisteva più, che tutto poteva la materiale.
-
-
-
-
-CAPITOLO XXXIII.
-
-Un imperatore pazzo, uno imbecille, uno artista.
-
-
-La desolazione che il popolo e l'esercito aveano provata alla morte di
-Germanico, s'era risolta in fervoroso amore pel fanciullo di lui Cajo
-Cesare: i soldati ne folleggiavano, tenevanlo a giocare tra loro, e
-dalle scarpe militari con cui lo calzavano (_caliga_) gl'imposero il
-soprannome di Caligola. Tale affetto sarebbe bastato perchè Tiberio
-volesse mal di morte al nipote; ma il garzoncello, non che lamentarsi
-della condanna di sua madre e dell'esiglio de' fratelli, evitò le
-insidie e attutì la gelosia dello zio con sì profonda dissimulazione,
-che l'oratore Passieno ebbe a dire, non esservi mai stato migliore
-schiavo nè peggior padrone di costui. Per via poi della moglie di
-Macrone, abbandonatagli da questo per le lontane speranze, Caligola
-rientrò nella grazia di Tiberio, che in testamento il domandò erede
-dell'impero.
-
-All'accortissimo costui sguardo non era sfuggito che Caligola avrebbe
-tutti i vizj di Silla e nessuna delle sue virtù; e disse: — Quest'è un
-serpente che nutro pel genere umano»; poi vedendolo un giorno rissare
-con Tiberio, figlio di suo figlio Druso, non senza lacrime esclamò: —
-Tu lo ucciderai, ma un altro ucciderà te»; indovinamenti tratti non da
-contemplazione di stelle, ma da conoscenza degli uomini e dei tempi.
-
-Il giovane imperatore accorso a Roma, è ricevuto dal popolo, che lo
-acclama suo bambolo, alunno suo, suo pulcino, sua stella[110]; e dal
-senato, che ripiglia la sua potenza col cassare il testamento del
-defunto che aveagli associato il giovane Tiberio. Egli recita l'elogio
-del predecessore con parole poche e assai lacrime; deroga le azioni
-di lesa maestà, brucia i processi iniziati, permette i libri proibiti
-da Tiberio; denunziatagli una congiura, non vi dà retta, dicendo —
-Nulla feci da rendermi odioso»; mostra voler restituire al popolo
-le elezioni, appena nel creda capace; vuol pubblicati i conti dello
-Stato; cresce il numero de' cavalieri, scegliendoli accuratamente; va
-a raccorre le ceneri della madre Agrippina e dei fratelli per riporle
-nel mausoleo d'Augusto, talchè si concilia tutti i cuori: e in feste
-universali, inni, tripudj, sacrifizj, vacanza da affari, si gode
-una di quelle illusioni, a cui Roma e in antico e in moderno sempre
-eccessivamente si abbandonò, per lagnarsi poi al domani che sia svanito
-il castello da essa medesima fabbricato colla nebbia.
-
-Il povero orfanello epilettico, balocco de' soldati, tremante ad
-ogni occhiata dello zio, quando si sentì padrone del mondo, quando,
-in una sua malattia, vide sacrificarsi censessantamila vittime agli
-Dei perchè lo risanassero, divenne pazzo d'orgoglio, di sangue, di
-brutalità; quasi accinto a mostrare a qual bassezza fossero gli uomini
-nel momento più splendido dell'antichità. Ripristina i processi di
-maestà, facendoli spicciativi, e dì per dì _ragguagliando i conti_,
-cioè spuntando sulla lista quelli da uccidere. Al giovane Tiberio, che
-erasi munito di controveleni, mandò l'invito di uccidersi; lo mandò
-a Silano suo suocero; lo mandò a Macrone, antico suo confidente che
-lo rimbrottava di far da buffone a tavola ed al teatro. Ad un esule
-richiamato domanda: — Che pensavi tu in esiglio? — Facevo voti per la
-morte di Tiberio e pel tuo regno» risponde il piacentiere; e Caligola
-riflette: — Gli esigliati da me desiderano dunque la mia morte»; e per
-siffatta logica, ordina siano tutti uccisi.
-
-Due uomini aveano votato la propria vita per la guarigione di lui; ed
-egli risanato dice che accetta, e l'uno fa dare a' gladiatori, l'altro
-dirupare, incoronato come le vittime. Combattendo da gladiatore,
-l'antagonista per adularlo gli cade a' piedi confessandosi vinto, ed
-egli lo scanna. Un'altra volta sedendo a banchetto co' due consoli,
-prorompe in risa smascellate, e chiesto del perchè, — Perchè penso che
-ad un cenno posso farvi decollare entrambi». Immolandosi all'altare,
-egli compare da sacerdote, e brandita l'ascia, invece della bestia
-percuote il vittimario. In quell'ingordigia di sangue, fa gettare alle
-fiere gladiatori vecchi e infermi; se no, qualcuno degli spettatori:
-visita le carceri, e colpevoli o no, designa chi dar alle belve,
-essendo la carne troppo cara; strappate prima le lingue acciò nol
-molestino colle grida.
-
-Durante i pasti, faceva mettere alcuno alla tortura; e se non v'erano
-rei, il primo che capitasse; e voleva che gli uccisi s'accorgessero
-di morire. Obbligava i padri ad assistere ai supplizj de' figliuoli;
-ed allegando uno di trovarsi infermo, gli mandò la propria lettiga:
-poi que' padri stessi la notte seguente mandava a scannare. Fece
-imprigionare un tal Pastore, solo perchè bel giovine; ed essendo il
-costui padre, cavalier romano, venuto a supplicarlo per esso, Caligola
-ordinò fosse il garzone immediatamente ucciso, il padre venisse a
-pranzo con lui, e se mostrasse dolore manderebbe uccidergli anche
-l'altro figliuolo. Il senato più non sapea con quali viltà ammansarlo;
-gli decretò nella curia un trono tant'alto che nessuno vi potesse
-arrivare, e guardie all'intorno; guardie perfino alle sue statue;
-ed essendo Scribonio Proculo indicato come avverso all'imperatore, i
-senatori se gli avventarono, e cogli stiletti da scrivere l'uccisero.
-
-Talvolta sospende le sevizie per farsi letterato, e all'ara d'Augusto
-in Lione stabilisce concorsi di greco e latino, ne' quali il vinto
-dovea pagare il premio e scrivere l'elogio del vincitore; e chi
-presentasse un lavoro indegno, cancellarlo colla spugna o colla
-lingua; se no, mazzerato nel Rodano. Avendogli Domizio Afro eretta una
-statua coll'iscrizione _A Cajo Cesare console per la seconda volta
-a ventisette anni_, Caligola pretese che con ciò gli rinfacciasse
-l'età non legale; onde l'accusò in senato con elaborata arringa.
-Domizio, fingendosi men tocco dal proprio pericolo che dall'eloquenza
-dell'imperatore, prende a dar rilievo alle stupende cose dette
-dall'imperatore, confessandosi inetto a rispondere a tanta eloquenza; e
-fu modo sicuro di farsi assolvere.
-
-Perocchè il primeggiare in tutto è il suo farnetico: Livio, Virgilio,
-Omero gli destano gelosia, e li bistratta e proscrive: proscrive
-alcuni, soltanto perchè di antica nobiltà: i Torquati più non portino
-il monile, trofeo di lor famiglia; nè i discendenti di Pompeo il
-soprannome di Magno: vede un de' Cincinnati colla zazzera ricciuta da
-cui aveano tratto il nome? lo fa prima zucconare, poi morire. Egli
-gladiatore, egli cantarino, egli cocchiere; al teatro accompagna le
-arie degli attori, e ne appunta i gesti; una notte manda a chiamare
-in diligenza tre senatori, e venuti tremando, sale in palco, fa due
-capriole, e riscossone l'applauso, li rinvia. Anche conquistatore
-vuol essere; e mentre fa una rassegna sulle tranquille rive del Reno,
-decreta una correria per le terre germaniche; ma non sì tosto vi pone
-piede, fugge con sì precipitosa paura, che impedendolo i carri, bisogna
-toglierlo sulle braccia de' soldati, e d'uno in altro ridurlo in salvo.
-Eppure volle menarne trionfo; e presi alquanti Germani suoi mercenarj,
-e scelti nella Gallia fra' nobili e plebei gli uomini di statura più
-trionfale[111], gli acconcia alla germanica, e spedisce a Roma ad
-aspettare la solennità della sua ovazione.
-
-Roma, che l'avrebbe ucciso se avesse voluto esser re, l'adorò quando
-volle esser dio: il senato affrettossi d'erigergli tempj, fu ambito
-il suo sacerdozio, moltiplicati i sacrifizj di pavoni, fagiani, galli
-d'India. Elegge Castore e Polluce a portinaj; una teoria lo accompagna;
-di notte (non più di tre ore dormiva) sorge ad amoreggiare la luna,
-invitandola a' suoi amplessi; or mostrasi da Ercole, or da Mercurio,
-da Venere perfino, più spesso da Giove sopra una macchina che tuona.
-Natagli una bambina, la porta a tutti gli Dei, poscia l'affida a
-Minerva: povera bambina, da cui gli Dei padrini non istorneranno le
-conseguenze delle follie paterne!
-
-Furibondo nell'affetto non men che nell'odio, amò il suo cavallo
-Incitato, cui dispose scuderie di marmo, mangiatoje d'avorio, cavezze
-a perle, copertine di porpora, e un intendente, paggi assai, fin un
-segretario: talvolta i consolari erano invitati a pranzar col cavallo,
-talaltra il cavallo era convitato dall'imperatore, che gli serviva
-avena dorata e vin del migliore: la notte precedente al giorno che
-Incitato doveva uscire, i pretoriani vigilavano che nessun rumore
-ne turbasse i sonni: lo aggregò al collegio de' sacerdoti suoi; lo
-designava console per l'anno vegnente. Amò il tragedo Apelle, e se
-lo fece intimo consigliere: amò Citico guidator di cocchi al circo, e
-in un'orgia gli regalò quattrocentomila lire: amò il mimo Mnestero, e
-al teatro l'accarezzava, e di propria mano flagellava chi col minimo
-zitto ne turbasse le recite. Non parendo stargli abbastanza attento
-un cavalier romano, lo manda con lettere a Tolomeo re di Mauritania;
-l'atterrito va, passa i mari, si presenta all'Africano, il quale aperta
-la lettera, vi trova scritto: — A costui non fare nè ben nè male».
-
-Amò una donna, e carezzandole il capo diceva: — Lo trovo tanto più
-bello quando penso che ad un cenno posso fartelo balzare». Amò Cesonia
-moglie sua nè giovane nè bella nè onorata, ma che l'aveva affascinato
-con mostruosa lubricità; la mostrava agli amici nuda, ai soldati a
-cavallo con elmo e clamide; e in un accesso d'amor sanguinario le
-diceva: — Per entro le viscere tue, come in quelle d'una vittima, vo'
-cercar la ragione del bene che ti porto». Amò tutte le sue sorelle
-come mogli, e principalmente Drusilla: morta la quale, ordinò non si
-giurasse che per lei; un senatore protestò averla veduta ascendere
-all'Olimpo; e tutti i Romani in lutto non potevano ridere, non lavarsi,
-non pranzar colla moglie e coi figli, o morte. Fra tanto squallore
-Caligola giunge alla città, e — Perchè piangere una dea?» esclama, e
-punisce del pari i costernati e gli esultanti. Così all'anniversario
-della battaglia di Azio, discendendo egli per madre da Augusto, per
-l'ava da Antonio, trovò felloni e quei che esultavano e quei che
-gemevano.
-
-Amò anche la plebe al modo suo, e le dava spettacoli e largizioni di
-non più veduta suntuosità: lamentavasi che nessuna grande calamità
-succedesse, per potersi mostrar generoso. Una volta fa raccorre
-al teatro quel vulgo suo diletto, indi levar improvvisamente il
-velario, lasciandolo esposto al sollione: un'altra gli getta denari
-e viveri, e miste fra quelli delle lame affilate: un'altra ancora,
-quando fu ben pieno il circo, li fa cacciare a furia, talchè molti
-periscono schiacciati. Il vulgo indispettito non s'affolla più a' suoi
-spettacoli, ed egli chiude i pubblici granaj per affamarlo. Un giorno
-che gli applausi non sonavano quanto il suo desiderio, proruppe: — Deh
-avesse il popolo romano una testa sola, per reciderla d'un colpo!»
-
-E avrebbe potuto farlo, egli che ripeteva, — Ricordati che tutto io
-posso e contro tutti; io solo padrone, io solo re»[112]. Talora gli
-brillavano per la pazza fantasia concetti grandiosi: trasferire la
-sede dell'impero ad Anzio o ad Alessandria, appena uccisi i senatori
-e i cavalieri principali, che avea già notati sopra due liste, l'una
-intestata _spada_, l'altra _pugnale_; tagliare l'istmo di Corinto;
-fabbricare una città sul più elevato vertice delle Alpi: erge una
-villa? sia dove il mare è più fondo e tempestoso, dove più scabra
-la montagna; e quivi si preparino bagni di profumi, vivande le più
-squisite, e si stemprino le perle: poi costeggia la deliziosa Campania
-in barche di cedro, ove e sale e terme e vigne, e le poppe sfolgoranti
-di gemme. Ogni cosa insomma esca dall'ordinario.
-
-— Sarai re quando potrai galoppare sul golfo di Baja», gli aveano
-detto per un impossibile; ed egli volle poterlo. Raccolgonsi vascelli
-e navi da formare la lunghezza di quattro miglia, e sovr'essi spianasi
-la strada, con terra e sabbia ed alberi e ruscelli ed osterie. Quel
-forsennato la scorre tra una folla immensa, poi la notte fa splendida
-luminaria, vantandosi d'aver passeggiato il mare più veramente che
-Serse, e convertito la notte in giorno; e acciocchè allo spettacolo
-non manchi il sangue, fa cogliere alla ventura alcuni degli accorsi,
-e gettar alle onde. Intanto Roma affama, priva delle navi che sogliono
-portarle l'annona.
-
-In un pranzo sciupò due milioni; in un anno diede fondo a
-cinquecentoventisei milioni raccolti da Tiberio. Per rifarsene pone
-accatti su tutto, poi multe a chi li froda; e per moltiplicare le
-trasgressioni, pubblica le leggi col maggior segreto, e in caratteri
-sì minuti da non potersi leggere. Quando gli nasce una figlia, e'
-limosina: a gennajo vuol le strenne, ed egli in persona le raccoglie,
-misurando la devozione dalla generosità: trae fin lucro dal mantenere
-un postribolo. A Lione fece portare quantità di mobili, e vendere
-all'asta, presedendo egli stesso e lodandoli: — Questo era di Germanico
-mio padre; questo m'è venuto da Agrippa; quel vaso egizio fu d'Antonio,
-ed Augusto acquistollo ad Azio»; e ne concludeva enormi prezzi. Avendo
-le tante confische svilito i beni fondi, egli si mette a incantarli in
-persona, ed assegna i prezzi e il compratore: dal che taluni si trovano
-ridotti a mendicare, altri escono per uccidersi. Si facea mettere ne'
-testamenti de' ricchi, ai quali poi, se tardavano a morire, mandava
-de' manicaretti di sua cucina. Giocando un giorno ai dadi con disdetta,
-chiede il catasto della provincia gallica, designa a morte alcuni de'
-più larghi possessori, e dice ai compagni: — Voi mi vincete a spizzico;
-io ad un tiro guadagnai cencinquanta milioni».
-
-Cassio Cherea, tribuno de' pretoriani (41), memore dell'antica dignità
-romana, o nojato delle ribalde celie usategli da Caligola, congiurò con
-altri pretoriani, i quali vedevano in pericolo continuo la vita loro
-se non troncassero quella dell'imperatore; e lo scannarono. Cesonia,
-moglie sua, stette colla bambina presso al cadavere del marito; e
-quando avventaronsi anche a lei, offrì il petto ignudo, chiedendo
-facessero presto.
-
-I soldati partecipi delle sue rapine, massime i mercenarj germani; le
-donnacce e i garzoni cui fruttava quella sconsigliata prodigalità;
-i tanti che, nulla possedendo, nulla temevano; gli schiavi ch'egli
-allettava a denunziare i padroni e arricchirsi delle spoglie loro,
-compiangono Caligola, e per vendicarlo tagliano teste e le recano in
-trionfo, dicendo falsa la nuova della sua morte. Accertatine però, e
-che nulla più resta a sperarne, cambiano stile, e gridano la libertà:
-libertà è la parola d'ordine data dal senato, che, maledetto il nome
-di Caligola, dopo settant'anni di avvilimento pensa a ripristinare
-la repubblica, armando gli schiavi, esercito grosso e formidabile. Ma
-potevano persistere in generosa volontà quei padri, dalle proscrizioni
-decimati, dalle confische impoveriti, diffamati dalle adulazioni?
-E i pretoriani volevano non libertà, ma chi avesse bisogno del
-braccio loro; un imperatore, poco importa chi e qual fosse. Intanto
-saccheggiano il palazzo; e tra il fare, vedono di sotto la cortina d'un
-nascondiglio sporgere due piedi, e scoprendo trovano un figurone grasso
-e vecchio, che gettasi a' piedi loro, chiedendo misericordia.
-
-Era Tiberio Claudio, fratello di Germanico, e zio e trastullo di
-Caligola, uomo sui cinquant'anni, mezzo imbambito, alquanto letterato,
-e nemico de' rumori. I pretoriani l'acclamano imperatore, e se lo
-portano al loro campo; lo acclama il popolo, lo acclamano i soldati,
-i gladiatori, i marinaj. Cherea ebbe un bel ricordare la maestà del
-senato, l'imbecillità di Claudio, la dolcezza del vivere repubblicano:
-nessuno voleva esser libero se non coloro che avrebbero tiranneggiato
-a nome della libertà. Claudio bandì intera perdonanza; solo Cherea,
-immolato all'ombra di Caligola, domandò d'esser decollato colla spada
-onde avea trafitto il tiranno, e morì da antico repubblicano. Il popolo
-l'ammirò, gli chiese perdono dell'ingratitudine, gli fece libagioni,
-poi si volse a corteggiare e adorar Claudio.
-
-Costui era il balocco di casa Giulia. A lui nulla degli onori e de'
-sacerdozj che fioccavano ai figli imperiali appena adolescenti: per
-maestro gli diedero un palafreniere: sua ava Livia non gli drizzò
-mai la parola, ma gli scriveva viglietti asciutti o prediche severe:
-sua madre diceva — Bestia come il mio Claudio»: Augusto lo chiamava
-— Quel poveretto (_misellus_)», e tutto cuore com'era pei nipoti,
-scriveva: — Bisogna prendervi sopra alcun partito; se è sano di
-facoltà, trattarlo come suo fratello; se scemo, badare non si facciano
-scene di lui e di noi: può presedere al banchetto dei pontefici,
-mettendogli a fianco suo cugino Sillano che lo rattenga dal dire
-scempiaggini: al circo non sieda sul pulvinare, perchè darebbe troppo
-nell'occhio. L'inviterò a pranzo tutti i giorni; ma non si mostri così
-distratto: scelga un amico, di cui imitare gli atti, il vestimento,
-l'andare». Meno amorevoli gli altri, ne pigliavano spasso: giungeva
-tardo a cena? doveva correre innanzi indietro pel triclinio prima di
-trovarsi un posto; sopra mangiare addormentavasi? gli scoccavano ossi
-di datteri e d'ulivo, gli mettevano le scarpe sulle mani, per vederne
-l'attonitaggine e il dispetto quando si destasse.
-
-Ignorante però non era, ed Augusto, udendolo declamare, ebbe a
-meravigliarsi che, parlando sì male, scrivesse sì bene: ad esporre le
-guerre civili fu consigliato da Tito Livio, ma dissuaso dalla madre e
-dall'ava: amava i classici, studiava il greco, volle introdurre tre
-lettere nuove (_V. Appendice I_), che durarono quanto lui: sapeva
-delle antichità romane più che Livio stesso: dettò anche la storia
-degli Etruschi, che, se ci fosse rimasta, avrebbe risparmiato tanto
-fantasticare ai nostri contemporanei. Ma non che la sua dottrina gli
-acquistasse dignità, mettevangli attorno soltanto donne, buffoni,
-liberti, la spazzatura della casa; perchè (colpa enorme) non era ricco.
-Augusto gli lasciò soltanto ottocentomila sesterzj: chiesti onori a
-Tiberio, n'ebbe quaranta monete d'oro da comprar ninnoli alla festa
-de' Saturnali: venuto al trono Caligola, Claudio per la paura comprò
-la dignità di sacerdote del dio nipote per otto milioni di sesterzi,
-e perchè non li pagava, vide messi all'asta i suoi beni. Eppure la
-fortuna sel teneva in petto.
-
-Balestrato al trono da questa, e da una Roma che voleva un capo ed
-era pronta ad obbedirne ogni volontà, Claudio sulle prime si prestò
-modestissimo coi senatori, non voleva essere adorato, abrogò la tortura
-dei liberi ne' casi di Stato, vietò ai sacerdoti gallici i sacrifizj
-umani, migliorò la condizione degli schiavi, dichiarando liberi
-quelli che per malattia fossero dai padroni abbandonati nell'isola
-d'Esculapio; e perchè i padroni presero lo spediente di ucciderli,
-Claudio gl'imputò d'omicidio. Ma ben presto messosi in mano di chi
-lo dispensasse dal volere e dal pensare, per fiacchezza commise
-tanti delitti, quanti Tiberio per atrocità, e Caligola per frenesia.
-Padroni del padrone del mondo erano Palla, Narcisso, Felice, Polibio,
-Arpocrate, Posideo, ballerini, cinedi e simili lordure; e Messalina
-Valeria moglie sua. A quelli ricorrevano privati, città, re, volendo
-Claudio che i loro comandi avessero forza quanto i suoi; adoperavano
-il sigillo e la firma di esso per disporre di potenza, oro, teste. Se
-talora egli usava del proprio senno, essi disfacevano; alteravano e
-sopprimevano i suoi decreti, o vi mutavano i nomi; prendeansi spasso
-di fargli fare il preciso contrario di quelli. Un centurione viene
-a dire a Cesare d'avere, secondo l'ordine suo, ucciso un senatore,
-«Io non l'ordinai (esclama egli), ma il fatto è fatto», e si volge ad
-altro. Un liberto entra a pregarlo di concedere la scelta della morte
-ad Asiatico, ch'egli non condannò. Talora vedendo tardare qualche
-convitato, manda a sollecitarlo; e gli si risponde che l'ha fatto
-uccidere quella mattina. Andando ai soliti esercizj al Campo Marzio,
-vede disporsi il rogo per bruciare uno ch'egli non ha sentenziato; ed
-esercita la sua autorità col far rimovere la catasta perchè le vampe
-non pregiudichino al fogliame.
-
-Chi non voleva largheggiare con Palla, non lussuriare con Messalina,
-era involto nell'accusa solita di lesa maestà; per la quale perirono
-trentacinque senatori e meglio di trecento cavalieri. Lauto mestiere
-tornarono lo spionaggio, l'accusa, la difesa. I giudizj erano uno
-de' trattenimenti di Claudio; v'era continuo, e talora dava sentenze
-sensate, talora insulse, sovente espresse con versi di Omero, sua
-delizia; per lo più dava ragione ai presenti e all'ultimo che parlava.
-In una causa di falso, avendo un assistente esclamato che il reo
-meritava la morte, l'imperatore mandò pel manigoldo; in un'altra,
-ricusando una donna di riconoscere un figlio, e le ragioni essendo
-molto bilanciate, l'imperatore le intima di riceverlo o per figlio
-o per marito. Più spesso addormentavasi in mezzo al frastuono della
-discussione, e svegliandosi proferiva: — Do vinta la causa a chi ha più
-ragione».
-
-E qui pure erano le celie: or lo chiamavano indietro dopo levata
-l'adunanza, ora la prolungavano tenendolo pel manto; un litigante lo
-lascia domandare a lungo il testimonio prima di dirgli che è morto; gli
-si denunzia come povero un cavaliere ricco sfondolato, come celibe uno
-che aveva una nidiata di ragazzi, d'essersi ferito volontariamente uno
-che non aveva tampoco una scalfittura. Un tale gli gridò, — Tutti ti
-conoscono per un vecchio barbogio»; un altro gli avventò le tavolette e
-lo stilo.
-
-Per erudizione risuscita leggi antiche, i riti feciali, le ordinanze
-sul celibato: vuol ripristinare la censura, disusata dopo Augusto,
-quasi fosse possibile indagar la vita privata di seicento senatori,
-almen diecimila cavalieri e sette milioni di cittadini: indi prodiga
-decreti, fin sulle più minute pratiche; uno perchè s'impecino bene le
-botti; uno perchè s'adoperi il succo del tasso contro il morso della
-vipera. Legge in senato un editto per reprimere la sfrenatezza delle
-dame nell'abbandonarsi agli schiavi; e levatosi un applauso concorde,
-l'ingenuo Cesare dice: — Mi fu suggerito da Palla», quel suo liberto
-e padrone. A Palla dunque il senato decreta l'ammirazione, le grazie e
-trecentomila lire: ma costui ricusa la somma, accontentandosi della sua
-povertà; e il senato promulga un editto per immortalare il disinteresse
-d'un liberto che s'era fatti sessanta milioni. Anche Narcisso erasi
-trarricchito; onde a Claudio, che lagnavasi di scarso denaro, fu detto:
-— Ne troverai a ribocco sol che tu faccia a metà co' tuoi liberti».
-
-Altra passione di Claudio fu il giuoco, e avea sin tavole per giocare
-in viaggio senza che i pezzi si spostassero. Da buon romano, amava
-anch'egli il sangue; voleva i supplizj al modo ch'egli avea letti
-nelle storie; durava giornate intere ad osservare i gladiatori, e se
-ne mancassero, costringeva a combattere chi primo capitava. Ma se
-fra le cause o le commedie o le arringhe sente odore delle vivande
-cucinate dai sacerdoti, nulla più lo rattiene, corre, divora; poi si
-fa imbandire immensi piatti in immense sale, convitando fin seicento
-persone; s'empie a gola, indi vomita, e si rimpinza, e rivomita; e
-medita fare un decreto perchè la buona creanza non metta a pericolo la
-salute[113].
-
-Pure condusse fabbriche insigni; il porto in faccia ad Ostia con un
-faro simile a quel d'Alessandria; opera delle più utili e meravigliose
-degl'imperatori è il suo acquedotto, che costò undici milioni, e a
-conservarlo furono deputate quattrocentosessanta persone. Piantò anche
-colonie nella Cappadocia e nella Fenicia e sull'Eufrate, e ricevette
-ambasciadori fino da Seilan: in Africa con una larga strada mise la
-provincia in comunicazione colla Mauritania, e ne aprì una nuova in
-Inghilterra. Dopo che trentamila operaj ebbero lavorato undici anni
-a travasare il lago Fucino nel Liri, per inaugurare quest'operazione
-dispose un combattimento navale di diciannovemila condannati. Questi,
-passandogli davanti, esclamano secondo il costume: — I morituri ti
-salutano»; e il cortese imperatore risponde: — State sani»; onde quelli
-credendosi graziati, negano di più uccidersi; ma egli strepita, smania,
-minaccia, finchè li persuade ad ammazzarsi tra di loro.
-
-Messalina frattanto divulgasi su' postriboli, stancata, non sazia
-mai[114]. Con pompa recavasi agli abbracciamenti di un tal Publio
-Silio; e dandole pel sozzo genio l'infamia di sposare un doppio
-marito, celebrò con costui solenni nozze, con dote, testimoni, auspizj,
-vittime, e il talamo preparato al pubblico cospetto. Claudio soscrisse
-il contratto nuziale, credendolo un talismano per istornare non so
-che malurie de' Caldei: ma quando i liberti e le bagascie lo informano
-del vero, si sgomenta, e va chiedendo se imperatore sia ancora desso
-o Silio. Per sottrarsi al pericolo che gli descrivono imminente, si
-lascia indurre a cedere per un giorno il comando a Narcisso: questi
-lo porta a Roma, ove i soldati invocano vendetta, non perchè ad essi
-caglia dell'onore di lui, ma per farne lor pro; onde si moltiplicano i
-supplizj e Messalina stessa è uccisa. Quando l'imperatore l'udì morta,
-non chiese il come; e dopo alcuni giorni, mettendosi a tavola, domandò
-— Chè non viene Messalina?»
-
-Allora volle sposare la nipote Agrippina, vedova di Domizio Enobarbo;
-e benchè la legge considerasse tal nodo come incestuoso, il popolo e
-il senato gliel'imposero. Costei, sorella e druda di Caligola, cara al
-popolo perchè figlia di Germanico, scostumata e crudele come Messalina,
-era salda di volontà, sicchè da imperatrice sedendo accanto al cesare,
-dava udienza agli ambasciatori, rendeva giustizia, e fece moltiplicare
-supplizj per incanti, per oracoli, per sortilegi, per gelosia.
-Principalmente tendeva a far che Lucio Domizio Nerone, che essa avea
-avuto da Enobarbo, si sostituisse a Britannico figlio di Claudio e
-Messalina: in un istante di debolezza indusse Claudio a nominarlo
-successore; poi temendo non questi mutasse proposito, gl'imbandì de'
-funghi avvelenati (54); il medico fece il resto, e lo mandò fra gli
-Dei, tra cui Roma lo adorò.
-
-All'istante designato per propizio da' Caldei, Nerone, di appena
-diciassette anni, presentossi alle coorti, che lo salutarono
-imperatore, il senato lo confermò, le provincie lo accettarono. Popolo,
-senato, tribuni sussistevano ancora colle antiche prerogative, e potea
-darsi che qualche volta volessero esercitarle, e toglier via un potere
-ch'era sempre nuovo perchè non ereditario. Pertanto gl'imperatori, al
-primo venir al trono, stavano in apprensione, e dissimulavano finchè
-non si fossero convinti o che tutto era inane apparato, o che fra tanto
-egoismo non era cosa che non si potesse osare. Anche Nerone cominciò
-umanamente; largheggiò col popolo e coi senatori bisognosi; tolse od
-alleggerì imposizioni; l'antica giurisdizione lasciò al senato, il
-quale statuì che le cause si patrocinassero gratuitamente; i questori
-designati dispensò dal dare i giuochi gladiatorj. Propose perfino
-d'abolir le dogane, e se non altro le riformò; dava pronto spaccio
-alle suppliche; nelle cause sostituì alle arringhe l'interrogatorio;
-misurò le sportule degli avvocati; impedì le falsificazioni di carte
-e testamenti. Quando il senato gli decretò statue d'oro e d'argento,
-disse — Aspettino ch'io le abbia meritate»; dovendo firmare una
-sentenza capitale, esclamò — Deh! non sapessi scrivere!» e clemenza
-spiravano i discorsi che gli preparava Lucio Anneo Seneca cordovano,
-suo maestro di retorica.
-
-Ma nè questi, nè Afranio Burro suo maestro d'armi, desiderosi di
-conservarsi in potere, non ne frenavano le passioni. Cominciò dunque a
-correre la notte per taverne e mali luoghi vestito da schiavo, rubando
-alle botteghe, azzeccando i passeggeri; e poichè l'esempio suo trovava
-seguaci, Roma la notte parea presa d'assalto. Aizzava gl'istrioni
-e i combattenti ne' giuochi, e mentre essi litigavano e il popolo
-affollavasi, egli dall'alto lanciava pietre. I banchetti suoi erano il
-colmo della prodigalità: uno ospitandolo spese ottocentomila lire in
-sole ghirlande; un altro assai più nei profumi: le matrone collocavansi
-sul suo passaggio, e nelle tende rizzategli ad Ostia, a Baja, a Ponte
-Milvio disputavansi l'onore d'esser da lui contaminate.
-
-Agrippina amava tanto Nerone, che avendole gli astrologi predetto
-ch'egli regnerebbe, ma a gran costo della madre, rispose: — M'uccida,
-purchè regni». Costei da principio continuò a dominare dispotica,
-scriveva a re e provincie, assisteva al senato di dietro una cortina,
-e sfogava le sanguinarie vendette: ma poco tardò a perdere l'autorità
-sul figlio; e vedendo congedato Palla, padrone di Claudio e di lei,
-monta in collera, e minaccia favorire i diritti di Britannico. Nerone
-dunque domanda alla strega Locusta non un veleno lento, arcano, come
-quello ch'essa stillò per Claudio, ma fulminante[115]; e Britannico
-cade morto stecchito (55) alla mensa imperiale. Mentre è sepolto fretta
-fretta, e che una pioggerella, guastando la vernice datagli sul volto,
-scopre al popolo le livide traccie dell'avvelenamento, i due maestri
-s'arricchiscono delle ville di Britannico; Agrippina stessa è fra breve
-esclusa dal palazzo, e carica delle accuse che mai non mancano a cui il
-principe vuol male. La nefanda procurò ricuperare autorità, esibendosi
-in un'orgia al figlio; ma Seneca prevenne l'incesto introducendo
-Actea liberta di Nerone, impudica che respinse una peggiore, come col
-morso della vipera si cerca elidere l'idrofobia. Il colpo fallito diè
-l'ultimo crollo ad Agrippina. Nerone tre volte tentò avvelenarla, e
-invano; la invitò a Baja sopra un vascello che dovea sfasciarsi, ed
-ella campò a nuoto; ond'egli accusatala di tradimento, le mandò sicarj,
-ai quali ella disse: — Feritemi qui, nel ventre che portò Nerone»
-(59). Il parricida volle esaminarne il cadavere, lodò, censurò, poi
-fece recar da bere, e disse che allora veramente sentivasi padrone
-dell'impero.
-
-All'annunzio di tale delitto prorompe non l'indignazione, ma la
-servilità romana: Burro manda tribuni e centurioni a stringer la mano
-al matricida, congratulandosi fosse campato da tanto pericolo; Seneca
-ne scrive la giustificazione al senato, che decreta pubbliche grazie
-ed annue commemorazioni, e maledice Agrippina nel solo momento che era
-compassionevole; gli altari della Campania fumano di ringraziamenti
-agli Dei. Nerone per timore della pubblica infamia erasi slontanato da
-Roma, ma rassicurato tornò; a gara cavalieri, tribuni, senatori gli si
-fecero incontro affollati come a trionfo; e traverso ai palchi eretti
-sul suo passaggio, egli ascese a render grazie al Campidoglio. Ah! ben
-era dritto se Nerone prendeva in disprezzo questa ciurma codarda, e si
-disponeva a trattarla senza riserbi.
-
-Non gli bastava esser padrone del mondo, ambiva anche la fama di
-artista. Giovani esperti dovevano limare le odi e gl'improvvisi
-di lui, che poi erano ripetuti per le vie; e il passeggero che
-ricusasse attenzione o regalo ai cantambanchi rendevasi sospetto.
-L'imperatore meditava scrivere una storia di Roma in versi, e gli
-adulatori diceangli la facesse di quattrocento libri; al che Anneo
-Cornuto stoico riflettè che nessuno li leggerebbe. — Il tuo Crisippo
-(soggiunse un cortigiano) ne scrisse pure il doppio». — Sì (riprese
-Cornuto); ma quelli sono utili all'umanità». La franca parola fu punita
-coll'esiglio.
-
-In un immenso chiuso nella valle del Vaticano, Nerone guidò un
-cocchio fra gli applausi, e con largizioni ed onori invitò ad emularlo
-cavalieri di gran nobiltà. Innanzi a Tiridate re d'Armenia comparve
-vestito da Apollo, guidando un carro fra i viva del popolo; mentre
-l'Arsacide indignavasi de' frivoli gusti e della stravagante vanità
-del padrone del mondo. Il quale istituì un fonasco per vegliare sulla
-celeste sua voce, avvertirlo quando non v'avesse abbastanza riguardo,
-chiudergli la bocca qualora, nell'impeto d'una passione, non badasse
-al suo avviso. In Napoli comparve sul teatro modulando gesto e voce
-secondo l'arte; in Roma si fece iscrivere fra i sonatori; e quando
-sortì il suo nome, cantò sulla cetra, sostenutagli dai prefetti del
-pretorio. Altre volte recitava versi proprj, o in giuochi scenici
-dati da particolari, purchè la maschera dell'eroe ch'ei rappresentava
-ritraesse le sue sembianze, e quelle dell'eroina il viso della sua
-amata. Creò un corpo di cinquemila cavalieri, che gli applaudissero
-quando cantava al popolo, con maestri che regolassero i battimani e i
-viva, or come pioggia battente, or come castagnette; e Burro con una
-coorte pretoria doveva assistere e applaudire. Inorgoglito, trasferì
-a Roma i giuochi di Grecia, invitando a' suoi quinquennali il fiore
-dell'Impero.
-
-Seicento cavalieri, quattrocento senatori, donne di gran casa, sono
-addestrati per l'arena; altri cantano, suonano il flauto, fanno il
-buffone. Il vinto mondo va a contemplare colà i discendenti de' suoi
-vincitori, ridere ai lazzi d'un Fabio o ai sonori schiaffi che si danno
-i Mamerci[116]. Il virtuoso Trasea Peto sostiene una parte ne' giuochi
-giovanili: la nobilissima Elia Catulla viene di ottant'anni a ballare
-sul teatro: un rinomatissimo cavalier romano cavalca un elefante:
-l'istrione Paride guadagna le patenti di cittadino col farsi dal suo
-Nerone dare per camerata tutti i patrizj[117], vendicando così il
-dispregio dell'antica Roma pei pari suoi.
-
-Morto Burro (62), o pel dolore d'essersi disonorato colla viltà, o
-per veleno del principe, cui ne dispiaceva la tarda franchezza, gli
-fu surrogato l'infame Sofenio Tigellino, resosi grato al padrone col
-moltiplicare olocausti al terrore e all'avarizia di lui, e oscene
-feste. In una sul lago d'Agrippa, allestì un naviglio sfolgorante d'oro
-e d'avorio, rimorchiato da altri poco meno magnifici, ove remigavano
-garzoni leggiadri, graduati secondo l'infamia; quanto il mondo poteva
-offrire di pellegrino v'era raccolto, e lungo l'acque padiglioni, ove a
-torme si prostituivano le dame, al cospetto di ignude meretrici.
-
-Nerone s'attedia della moglie Ottavia, e Tigellino la accusa
-d'adulterio; sebbene scolpata a mille prove, è relegata; ma perchè
-il popolo ne mormora, Nerone la richiama, e le appone un reato di più
-facile prova, l'alto tradimento; ed esigliata in Pandataria (62), la
-fa scannare a vent'anni. Il senato rese grazie agli Dei, come quando
-furono uccisi Palla, Doriforo, altri liberti; Poppea ne esultò, Poppea
-tanto colta quanto bella e raffinata nelle arti del piacere; che
-cinquecento asine manteneva per avere il latte da lavarsi; che cambiati
-amanti e mariti secondo l'ambizione, tenne lungamente l'imperatore,
-finchè questi diede un calcio a lei incinta e l'uccise. Pentito,
-la fece imbalsamare, proclamar dea, bruciare in onor di essa quanti
-profumi produce l'Arabia in un anno.
-
-All'artista imperiale mal garbava questa Roma, irregolare, tortuosa,
-con vecchi edifizj; e ambendo la gloria eroica di fabbricarne una nuova
-ed imporle il nome suo, vi fece mettere il fuoco. Le guardie rimovevano
-i soccorsi; fu vista gente aggiungervi esca, e schiavi scorrazzare
-armati di faci: e Nerone sale sul teatro, e ispirato da quello
-spettacolo canta sulla cetra l'esizio di Troja. I sacelli della prisca
-religione, sottratti fin all'incendio de' Galli; capi d'arte, frutto
-della conquista, perirono allora; molti uomini perdettero la vita; agli
-altri Nerone aprì il Campo Marzio, i monumenti d'Agrippina, i suoi
-giardini; fece costruire e arredare ricoveri, vendere grano a buon
-patto; indi sulle macerie fabbricò il palazzo d'oro, che abbracciava
-parte del monte Palatino, del Celio, dell'Esquilino, e la frapposta
-valle estesa quanto l'antica città, e di lusso appena credibile. Nel
-vestibolo sorgeva l'effigie di Nerone alta quaranta metri, e triplici
-colonne formavano un portico d'un miglio. Ivi campi e vigne, pascoli
-e foreste, e un pelaghetto cinto d'edifizj: oro, pietre, madreperla
-a fusone. Nelle sale a mangiare, dalla soffitta di mobili tavolette
-d'avorio piovevano fiori e profumi sui convitati; la principale era
-rotonda, e dì e notte girava, imitando il moto del mondo. Le acque
-del mare e dell'Albula ne alimentavano i bagni; e l'imperatore quando
-v'entrò disse, — Eccomi finalmente alloggiato da uomo». Le abitazioni
-all'intorno furono disposte a disegno, a filo le vie, meglio compartite
-le acque, eretti portici: ma il pubblico sdegno non cessava di
-ridomandargli le case avite, i beni perduti e le persone.
-
-Per questi lavori adunò da tutto l'impero i prigionieri, nè per lungo
-tempo altra pena che questa s'inflisse. Tutti dovettero contribuire
-alle spese; il senato due milioni di lire, cavalieri e trafficanti
-in proporzione. D'altro denaro lo fornivano le depredazioni e gli
-assassinj. A qualunque magistrato eleggesse, dicea: — Sai quel che mi
-manca; facciamo che nessuno possieda una cosa che possa dir sua». Alla
-zia Domizia affrettò la morte per ereditarne i pingui poderi. Vatinio,
-mostruoso ciabattino di Benevento, salito a gran ricchezza e alla
-Corte per via d'accuse, rinfocava l'odio di Nerone contro i patrizj,
-esclamando: — Io t'aborro perchè sei senatore». Ad alcuni fe grazia
-perchè Seneca gli disse: — Per quanti ne uccidiate, non vi verrà fatto
-di dar morte al vostro successore».
-
-Calpurnio Pisone (65) congiurò per assassinarlo nel palazzo d'oro; ma
-scoperto, causò un macello. La guardia germanica si sparse cercando
-gl'imputati, o chi era odioso a Tigellino e a Poppea. Fu tra i primi
-il poeta Lucano, che d'amico a Nerone gli s'era avversato dacchè lo
-vide addormentarsi alla recita de' suoi versi, e che fattesi aprir le
-vene, morì di ventisette anni recitando un brano della sua _Farsaglia_.
-Fu tra i secondi Seneca, che pei maneggi de' nuovi favoriti spogliato
-d'autorità, non avea avuto coraggio di sottrarsi alla Corte, quantunque
-infamata da tante brutture; e con fermezza terminò una vita troppo
-disforme dalle sue dottrine. La liberta Epicari, messa al tormento,
-stette al niego, finchè trovò modo di strozzarsi. Sulpicio Aspro,
-interrogato perchè avesse fallito alla fedeltà: — Perchè non conoscevo
-altro riparo a' tuoi delitti». E Scevino Flavio tribuno: — Nessun
-soldato ti fu più fedele sinchè il meritasti; presi ad odiarti dacchè
-ti vidi assassino della madre e della moglie, cocchiere, istrione,
-incendiario»; risposta che ferì Nerone più che tutta la congiura. Il
-console Giulio Vestino, malvoluto da Nerone ma da nessuno imputato,
-adempite le funzioni della sua carica, banchettava molti amici, quando
-gli si annunzia che un tribuno lo cerca: esce, è chiuso in una camera,
-svenato senza un lamento, e a' suoi convitati solo a tardissima notte
-si concede partire. Parenti, figli, precettori, servi furono spesso
-avvolti nella condanna. I tempj intanto sonavano di grazie, e i
-prossimi degli uccisi affrettavansi ad ornar di fiori le case, e baciar
-la mano a Nerone, il quale non men che di supplizj, fu prodigo di
-ricompense.
-
-Il senatore Trasea Peto, serbatosi come un vivente raffaccio di
-tanta contaminazione, avea saputo tacere quando tutti collaudavano;
-uscì dal senato quando vi si deliberava sul discolpare l'assassinio
-d'Agrippina; non assistette ai funerali di Poppea; non applaudiva alle
-scede imperiali; faceva insomma la resistenza che può ogni onest'uomo
-in qualunque ribaldo governo. Venerato dal popolo e dalle provincie,
-quando si vide accusato esortò la moglie Arria a serbarsi in vita per
-la figlia loro; e fattesi aprir le vene, chiamò il questore che gli
-aveva portato la condanna, acciocchè lo contemplasse morente, — Poichè
-(diceva) siamo in un secolo ove importa ingagliardirsi con grandi
-esempj».
-
-Con Peto, erasi accusato Trasea Sorano; e Servilia figliuola di questo
-ricorse agli indovini per sapere qual sarebbe la sorte di suo padre.
-Gliene fu fatta colpa, e un accusatore al Tribunale le appose d'aver
-venduto le sue gioje da nozze e fin la collana, per usare il denaro
-a cerimonie misteriose. Ma ella, inavvezza ai tribunali e sbigottita
-d'avere accresciuto il pericolo di suo padre, lungo tempo non potè
-che piangere, poi abbracciando gli altari, — Nessun nume infernale ho
-io invocato; non feci imprecazioni; unicamente chiesi che la volontà
-di Cesare e la sentenza del senato mi conservassero il padre. I miei
-giojelli, i miei addobbi, tutti i fregi dell'antica mia fortuna ho dato
-a tal uopo; data avrei anche la vita e il sangue. Non ho nominato il
-principe che fra gli Dei; e nè tampoco mio padre lo seppe». Padre e
-figlia furon messi a morte.
-
-All'orrore di questi delitti pareva aggiungere flagelli la natura.
-Turbini desolarono la Campania, Lione un incendio; la peste mietè
-trentamila vite in Roma. Varj portenti, e singolarmente una cometa,
-atterrirono Nerone, il quale, udito che in simili casi volevasi
-stornare la maluria con qualche straordinario macello, proponeasi di
-scannare tutti i senatori, e conferir le provincie e gli eserciti a
-cavalieri e liberti. Sospese il colpo per nuovi trionfi d'artista,
-meditando i quali, partì per la Grecia a rivaleggiare co' migliori
-citaredi (66). Non trae solo l'abituale corteggio di mille vetture,
-e bufali ferrati d'argento, e mulattieri vestiti magnificamente,
-e corrieri e cavalieri africani ricchissimamente in arnese; ma un
-esercito intero, avente per arma la lira, la maschera comica, i
-trampoli da saltimbanco. Un inno cantato da Nerone saluta la greca
-riva; il padrone del mondo le concede tutto un anno di gioja e di feste
-incessanti; i giuochi Olimpici, gl'Istmici, e quanti si celebravano a
-lunghi intervalli, saranno accumulati in dodici mesi. Egli rappresentò
-in teatri, gareggiò alla corsa, da' presidenti aspettando in ginocchio
-le decisioni; per gelosia fe gittar nelle cloache le statue d'antichi
-atleti. Guai a chi è condannato ad esser suo competitore! vinto in
-prevenzione, è, ciò non ostante, esposto a tutti i maneggi d'un emulo
-inquieto; calunniato in segreto, ingiuriato in pubblico. Uno osa cantar
-meglio di Nerone, e il popolo artista di Grecia l'ascolta rapito,
-quando gli altri attori lo ghermiscono, lo serrano contro una colonna e
-lo sgozzano: ordine del principe.
-
-Travisato da toro, per le strade violava il pudore e la natura;
-pubblicamente sposò un Pitagora, colle cerimonie sacre e civili
-praticate dai Romani; poi volle far nozze con un certo Sporo, e
-vestitolo da imperatrice col velo nuziale, lo condusse in lettiga per
-le assemblee. In compenso degli applausi e della vigliaccheria, regalò
-alla Grecia la libertà, che, in tanta immoralità e sotto un tal uomo,
-non so che cosa volesse dire nè potesse fruttare.
-
-Non per ciò metteva sosta alle uccisioni. Avea menato con sè molte
-ragguardevoli persone sospette, e per via le fece trucidare.
-A Corbulone, il più prode suo generale, specchio di modestia,
-disinteresse e fedeltà, mandò ordine di morire; e quegli esclamando —
-Lo merito», si trafisse. Molti uccise o condannò perchè coi precetti
-o coll'esempio disfavorivano la tirannia. Poi udito che la nauseata
-Italia mormorava sordamente, volò a Roma, e perduti i tesori in mare,
-disse: — Me ne rifaranno di corto i veleni». Entrò sul carro trionfale
-d'Augusto con mille ottocento corone côlte sui teatri, e il senato gli
-decretò tante feste che un anno non sarebbe bastato a celebrarle; onde
-un senatore osò proporre si lasciasse qualche giorno anche al popolo
-per le sue faccende.
-
-La forza militare rendea possibili tali eccessi: ella sola potea porvi
-un termine. Giulio Vindice, stirpe degli antichi re d'Aquitania, allora
-vicepretore nella Gallia Celtica, alzò bandiera contro Nerone (67), e
-centomila provinciali si unirono ad esso, onde avrebbe potuto ergersi
-imperatore. Però Virginio Rufo, semplice cavaliere, ma grandemente
-riverito e allora luogotenente dell'Alta Germania, non soffrì che
-l'impero si conferisse altrimenti che per voto de' senatori e de'
-cittadini, sconfisse Vindice (68) il quale si uccise, ma ricusò lo
-scettro offertogli dall'esercito vincitore che dichiarava scaduto
-Nerone.
-
-Costui ode in Napoli siffatte mosse, nè però interrompe i giuochi
-del ginnasio; solo al sentire che Vindice l'avea trattato di cattivo
-citarista, s'indispettisce, comanda ai senatori di vendicarlo, viene
-egli stesso a Roma, e tra via vedendo scolpito sopra un monumento
-un soldato gallo abbattuto da un cavaliere romano, ne piglia fausto
-augurio e coraggio. Pure non osando presentarsi al popolo o al senato,
-raccoglie ed ascolta alcuni primati, poi passa il giorno a mostrar loro
-certi nuovi organi idraulici, di cui voleva fare esperimento in teatro,
-— Se Vindice (soggiungeva) me lo permetta».
-
-Tra fiacco sgomento, spensierati tripudj e meditate vendette alternando
-secondo le notizie, dovette pur muoversi contro i ribelli; ma ebbe
-cura di portare strumenti musicali, e cortigiane che da amazoni lo
-seguissero. Era grande stretta di vettovaglie, e se ne aspettavano
-d'Egitto; quand'ecco approdar navi, ma invece di frumento son cariche
-di sabbia pe' gladiatori. Il popolo ne infuria, abbatte le statue di
-Nerone; i pretoriani stessi disertano; le sue guardie gli tolgono fin
-le coperte del letto e una scatoletta di veleno, preparatogli da quella
-Locusta che avea, per ordine di lui, stillato la morte di tanti. Egli
-or chimerizza passare nella Gallia, e quivi a ginocchioni propiziarsi
-i soldati; ora fuggire tra i Parti; ora dalla tribuna commovere il
-popolo coll'eloquenza imparata da Seneca: agli emuli proponeva gli
-concedessero la prefettura d'Egitto; se non altro, il lasciassero
-andare, che guadagnerebbe sonando. Insultato nei teatri, maledetto da
-tutti, egli che avea versato tanto sangue, non possedeva la virtù, sì
-comune a' suoi tempi, di versare il proprio. Chiese chi l'uccidesse,
-e niuno si prestò; corse per gettarsi nel Tevere, poi si diresse alla
-villa del liberto Faone, sopra un ronzino, con quattro servi appena,
-ogni tratto in pericolo o in paura. Giuntovi, si fece scavar la fossa,
-e intanto andava esclamando: — Che grande artista perisce!» Vile fino
-agli estremi, sol quando udì lo scalpitare de' cavalli che venivano per
-trarlo alle forche decretategli dal senato, si trafisse, dopo funestato
-il mondo per tredici anni e otto mesi.
-
-Consoliamoci che qui finisce quel progresso di malvagità
-degl'imperatori, sebbene ad ora ad ora ne riapparisse qualcuno,
-inclinato ad emularli. Ma qui pure può dirsi finita la storia delle
-insigni famiglie romane. L'aristocrazia patrizia era stata decimata
-dalle proscrizioni; salì al suo posto una nobiltà di famiglie nuove
-arrivate alle dignità: ma Tiberio cominciò, Caligola proseguì, Nerone
-compì la loro ruina, spogliando e trucidando i ricchi, disonorando i
-poveri. Quei che sopravissero, terminarono il proprio crollo colla
-scostumatezza; e sebbene la vanità nobiliare non fosse dissipata,
-pure difficilmente si potrebbe seguirne la storia traverso alla
-confusione dei nomi, alle adozioni moltiplicate, al vezzo di cangiare i
-soprannomi.
-
-
-
-
-CAPITOLO XXXIV.
-
-Prosperità materiale e depravazione morale. Lo stoicismo.
-
-
-A questo abbandonarci sulle particolarità della vita d'individui, il
-lettore si accorge che a mutate fonti attingiamo. In tempi liberi
-la patria primeggia, e l'uomo in quella s'eclissa: nella monarchia
-gli occhi del vulgo s'arrestano sopra un uomo, e la storia, che sì
-spesso è vulgo, se n'appaga, e invece della nazione ci offre la vita
-de' suoi capi, sovra i quali è ormai concentrata l'attività. Ciò si
-scosta affatto dal nostro proposito: ma primamente in quegl'imperatori
-s'incarna ciò che noi cerchiamo, vale a dire la vita e la società;
-inoltre abbondiamo di materiali, offertici da due cronisti molto
-differenti tra loro, Svetonio e Tacito.
-
-Il primo, indefesso raccoglitore di anticaglie, possedeva l'anello
-d'un imperatore, il sigillo dell'altro, una statuina appartenuta ad
-Augusto; e con altrettanta cura spigolò aneddoti sui dodici Cesari;
-e come quelle negli armadj, così questi distribuì per categorie di
-vizj e virtù. Così disgiunti dai fatti che produssero e che vi danno
-significazione e valore, non ci rivelano la condizione del principe nè
-dello Stato: e l'autore, al modo degli aneddotisti, impicciolisce ogni
-cosa, non ha indignazione pel vizio, non entusiasmo per la virtù; sotto
-al ridicolo allivella tutte le riputazioni, dileguandone e il terrore
-e l'ammirazione. Di Cesare non indovina i magnanimi intenti e trasvola
-le grandi imprese, mentre riferisce le satire e le canzonaccie con cui
-il vulgo si vendicava della gloria di esso. Non s'accorge tampoco che
-da Cesare a Domiziano siasi cambiato il mondo: ma freddo, laconico,
-ci ritrae il viso di ciascun imperatore, il portamento, il vestire, le
-follie; a che ora pranzasse, e quanti e quali piatti; che mobili avesse
-in casa, che motti gli uscissero, che oscenità lo dilettassero; ogni
-cosa senza velo, nè spirito, nè riflessioni.
-
-Tutta di riflessioni invece Tacito intesse la storia degl'imperatori,
-non tanto narrando gli avvenimenti, quanto facendo considerazioni
-sopra di essi, e più sopra la vita politica e le relazioni del
-principato col popolo: nessuno per piccolo ne racconta senza risalire
-alle lontane cause[118] e svolgerne le conseguenze, a rischio di
-eccedere in arguzia e raffinatezza col veder remote e complicate
-ragioni anche negli atti i più semplici. Argutissimo scrutatore dei
-labirinti del cuore umano, vi penetra per via degl'indizj esterni;
-primo egli che conducesse la storia a quadri interiori e di costumi,
-cercando le pareti domestiche non meno che il fôro e il campo, e tutto
-drammatizzando con inarrivabile abilità. Allevato dai declamatori e
-dagli stoici, ne contrasse ammirazione per le aspre virtù antiche,
-passione per la libertà, concepita nelle viete forme patrizie[119],
-fastidio del depravamento d'un impero, dove si ricordava la libertà e
-tolleravasi la servitù, dove le tradizioni gloriose non impedivano una
-sordida degradazione; e antico originale di moderne finezze politiche,
-guarda con occhio tanto fosco da parer rigoroso fin verso un secolo
-così perverso. Onesto di cuore, veritiero anche nell'enfasi, giudica
-con una morale indipendente, benchè in tempo che riputavasi più giusto
-ciò ch'era più forte, _id æquius quod validius_; alla virtù anche
-soccombente fa omaggio, flagella il vizio quantunque potente, sapendo
-che la storia non è solo un gran dramma, ma una gran giustizia.
-
-La morale dignità dello scrittore adunque e l'alta meta propostasi
-campeggiano in quelle pagine, meditate lungamente, ritemprate dalla
-sventura, colorite da sublime tristezza; ove piace e giova il vedere
-un autore, immacolato fra tanta corruzione, attestare che v'è in noi
-qualcosa che i tiranni non possono svellere, neppur colla vita; che
-uno può esser grande anche sotto principi malvagi; e che tra l'abjetta
-servitù e la pericolosa resistenza c'è una via scevra di rischi e
-di bassezze[120]. Colla tetra maestà del suo racconto, colla critica
-amara, coll'opposizione affatto insolita ai Latini, com'era insolito
-quello stile muscoloso, dove spesso un giudizio è espresso con una
-sola parola, ed ogni parola ha la ragione d'esser collocata a quel
-modo, egli ci ritrae al vivo una corruttela, a dipinger la quale
-siamo ajutati anche da storici minori, da satirici, da poeti, così da
-trovarla grande quanto l'impero romano.
-
-Da costoro possiam dedurre la storia d'una famiglia, la Giulia: e
-quale catena di misfatti in essa! Abuso di adozioni e di divorzj vi
-mescola sangue e nomi, donne di tre o quattro mariti, imperatori di
-cinque o sei mogli. Augusto sposa Livia Drusilla, incinta d'un altro:
-Livia Orestilla menata da Caligola, dopo pochi giorni è ripudiata,
-dopo due anni esigliata: egli stesso toglie al marito Lollia Paolina
-perchè l'ava di lei ebbe vanto di bellezza, e poco stante la rinvia,
-proibendole d'accoppiarsi ad altri, finchè Claudio le spedisce ordine
-d'uccidersi. Un Druso è avvelenato da Sejano, un altro riceve ordine di
-morire, un terzo è ucciso in esiglio. Agrippa Postumo al cominciare del
-regno di Tiberio, Tiberio il giovane a quel di Caligola, Britannico a
-quel di Nerone, sono immolati per sicurezza del principe.
-
-Domizio Enobarbo, padre di Nerone, si piglia spasso a lanciare di
-furia il carro contro un fanciullo; ammazza uno schiavo che non beveva
-abbastanza; in pieno fôro cava un occhio ad un cavaliere; pretore, ne'
-giuochi ruba i premj. Giulia madre, dopo tre matrimonj, è sbandita dal
-genitore Augusto per dissoluta, poi dal marito Tiberio lasciata morir
-di fame; Giulia figlia, convinta di adulterio, perisce in un'isola dopo
-vent'anni d'esiglio. Giunia Calvina è da Claudio sbandita, per incesto
-col fratello Silano: ne sono infamate le sorelle di Caligola; ed una
-di esse, bagascia del fratello, è assunta dea, mentre gli amanti di
-tutte queste son mandati a morte, in vigore delle antiche leggi tutrici
-della moralità. Drusillina di Caligola è con lui trucidata d'appena due
-anni: Claudio getta ignuda sulla soglia della moglie una fanciulla che
-crede adulterina. A questo si ascrive a lode il non aver menato donna
-che fosse d'altri: ma al par di Caligola ebbe cinque mogli, fra cui una
-Messalina e un'Agrippina, nomi che fin oggi personificano il peggior
-fondo cui possa scendere quel sesso. Messalina fa esigliare ed uccidere
-Giulia di Germanico ed un'altra nipote di Tiberio: una Lepida, parente
-de' Cesari, gareggia con Agrippina in bellezza, opulenza, impudicizia,
-violenze, e questa la fa ammazzare.
-
-Entri nel palazzo de' Giulj? potranno mostrarti la cripta ove fu
-trucidato Caligola; il carcere dove si lasciò consumar dalla fame il
-giovane Druso, rodendo la borra delle coltrici, ed avventando contro
-Tiberio imprecazioni, che questi faceva raccôrre per poi ripeterle in
-senato: in questa sala Britannico bevve la sportagli tazza, e morì
-sull'atto; in questo conclavio Agrippina tentò d'amore il proprio
-figliuolo, che in quel giardino palpò curiosamente il cadavere di essa.
-
-Una casa sola! ed erano divi e dive, esposti allo sguardo di tutti,
-protetti dalla memoria di grandi progenitori. Nè di meglio troveremmo
-fra altri lari; nella casa d'Agrippa, ove «sola Vipsania morì di
-buona morte, gli altri o si seppe di ferro, o si tenne di veleno o di
-fame»[121]; nei palagi patrizj, ove si aspettava dai Cesari l'invito
-ora di prostituirsi ora d'uccidersi; nell'officina di Locusta, gran
-tempo strumento importante nel regno[122], ove si veniva a provvedere
-o filtri per innamorare, o abortivi, o tossico per accelerare la
-vedovanza e l'eredità; in ciascun palazzo, dove sono altrettanti uomini
-quanti schiavi[123], i quali o concertandosi scannano i padroni, o ne
-denunziano agl'imperatori ogni atto, ogni pensiero.
-
-Tacito ci mostra diciannovemila rei di morte, che combattono sul
-lago Fúcino in quella pazzia di Claudio. Quando quest'imperatore
-ripristinò il supplizio de' parricidi, in cinque anni v'ebbe più
-condanne siffatte che non in molti secoli, e Seneca assicura essersi
-veduti più sacchi che croci[124]: quarantacinque uomini e ottantacinque
-donne furono condannati per avvelenamento. Così frequenti ricorrevano
-i supplizj, che si levarono le statue dal luogo dell'esecuzione, per
-non essere costretti a velarle ogni momento. Papirio, giovincello di
-gente consolare, fu dalla madre col lusso e colla seduzione spinto
-in tali disordini, che colla morte si sottrasse al rimorso. Lepida,
-figlia degli Emilj, nipote di Silla e di Pompeo, accusata d'adulterio,
-di supposta prole, di avvelenamento, di sortilegio, viene al teatro
-col corteo di tutte le nobili matrone, e invocando gli avi commove
-il popolo contro il marito accusatore: eppure per deposizione degli
-schiavi è convinta rea, e bandita. Quasi in ogni famiglia (dice
-Plutarco) v'ha molti esempj di figliuoli, di madri, di mogli uccise; i
-fratricidj sono senza numero.
-
-Quel pudore, che è custodito da una felice ignoranza, come potea
-durare in Roma, dove giovinetti d'ambo i sessi stavano rinfusi nelle
-prime scuole; nei bagni lavavansi impuberi e vecchi alla mescolata
-con donzelle e matrone; priapi si ostentavano sulle vie o pendevano
-dal collo delle bambine; le case erano adorne di sfacciate nudità?
-Alle fanciulle davansi a leggere gli antichi comici, impudentemente
-osceni; e gli epigrammi di Marziale erano conosciuti perfin dalle
-caste Padovane. All'inverecondo tripudio nei Lupercali, alle veglie
-di Venere[125], alle danze delle cortigiane correnti nude in onor di
-Flora, assisteva la matrona colla figlia, non meno che ai teatri dove
-gli spettatori poteano domandare che le attrici si snudassero, o si
-rappresentavano i deliquj della prostituzione; che più? le bestiali
-nozze di Pasifae furono prodotte nell'anfiteatro di Tito, presenti
-ottantamila spettatori[126].
-
-I ricchi per voluttà, i poveri per necessità, alle gioje tranquille con
-che il matrimonio compensa i sacrifizj di due cuori onesti, preferivano
-le tempeste della mercenaria promiscuità o d'un celibato licenzioso.
-Contro di questo, nell'anno 9 di Cristo, Augusto promulgò la legge
-_de maritandis ordinibus_, che, per singolare testimonianza della sua
-necessità, porta il nome di due consoli smogliati, Papio e Poppeo.
-Voleva essa che, se l'uomo a venticinque, la donna a vent'anni non
-avessero prole, conseguissero la metà solo delle eredità e dei legati,
-il resto all'erario; per consoli si preferisse chi ricco di figli; chi
-in Roma ne contasse tre, quattro in Italia, nelle provincie cinque,
-restasse immune da servizj personali; partorito tre volte, la donna
-latina divenisse cittadina romana, la romana ingenua fosse sciolta
-dalla tutela del marito; la liberta dopo quattro, sicchè potesse far
-testamento, amministrare il suo, adire eredità[127].
-
-Augusto, radunati i cavalieri come solevasi pel censo, lodò quei
-pochissimi che avevano adempito ai voti della natura e del civile
-governo, e meritato il nome d'uomini e di padri, e promise loro le
-cariche principali; i celibi rimbrottò come rei d'assassinio, impedendo
-la vita ai futuri; d'empietà, perchè lasciavano perire il nome degli
-avi; di sacrilegio, perchè scemavano il genere umano; e li minacciò di
-gravi ammende se entro un anno non obbedivano alla legge. Ma corruzioni
-così profonde, così radicato egoismo si guariscono per leggi? I
-cittadini, che eransi rassegnati alla perdita delle libertà politiche,
-resistettero a questa riforma de' costumi, poi la elusero con isposare
-impuberi, sperdere i concetti, esporre i nati; moltiplicandosi così
-le vittime, ed empiendo di delatori i penetrali domestici, tanto che
-Tiberio la dovette modificare. I divorzj poi erano talmente cresciuti,
-da parere un legale adulterio[128]; e a pena davasi un matrimonio
-incontaminato[129].
-
-Dione racconta che ogni dama teneasi accanto schiavi ignudi; altre
-uscivano accompagnate da giovani scostumati; e neppur la castigata
-lingua del Lazio basta a velare le turpitudini, di cui le imputa
-Giovenale. Tacito ci mostra le matrone scendenti nell'arena coi
-gladiatori, o prostituentisi a gara colle sciupate, o dantisi agli
-schiavi con tal furore, che si dovette opporvi rimedj che lo attestano,
-nol corressero[130]. Nell'anno 19 di Cristo, il senato interdiceva
-che le vedove, le figlie e nipoti d'un cavaliere romano si facessero
-matricolare fra le meretrici: divieto inesplicabile, se Svetonio e
-Tacito[131] non c'informassero che con ciò voleano sottrarsi alle
-pene della dissolutezza. E poteva di meglio aspettarsi ove regnava la
-meretrice Actea? ove la meretrice Poppea accusava Ottavia d'adulterio
-per invaderne il talamo? ove le belle erano ornate per rallegrare
-un'orgia dell'imperatore, e domani esser gettate come la corona dei
-papaveri?
-
-L'accordo della voluttà colla crudeltà notammo altra volta come
-carattere della civiltà pagana. Dei gladiatori abbiam già detto
-assai (t. ii, p. 87). Dall'India e dall'Africa si conduceano belve
-a dare spettacolo di stragi al popolo, costretto dai tempi alla
-pace. L'usanza crebbe sin al farnetico; e a grande spesa andavasi a
-caccia di leoni, d'elefanti[132], di jene, di coccodrilli, pensando
-artifizj da accalappiarli senza ferirli. Gran perfezione aveano
-conseguita i mansuetarj, che per via d'amuleti, o più veramente colla
-fame, assoggettavansi le fiere e le avvezzavano a combattimenti o
-a giuochi bizzarri, come elefanti a lanciar armi, tracciar lettere
-colla proboscide, fin ballare sulla corda; pesci venire alla chiamata;
-leoni pigliar lepri in caccia e non mangiarle; aquile levarsi a volo
-con un ragazzo fra gli artigli. Augusto, nel suo _Indice_, vantasi
-d'aver fatto uccidere quasi tremilacinquecento fiere nel circo, nel
-fôro e nell'anfiteatro: ducento leoni caddero ne' giuochi preseduti da
-Germanico; novemila bestie per dono di Tito, mescendosi anche le donne
-agli ammazzatori: ne' giuochi di Trajano, durati cenventitre giorni, si
-diè morte a millecento bestie; a diecimila in quelli d'Adriano; e Probo
-fece correre mille struzzi ed altri animali in proporzione, nel circo
-piantato a modo di foresta.
-
-Sarebbero follie come quelle d'altri secoli, se non ricordassimo che le
-fiere combatteano con uomini; se non ci raccontassero gli storici che
-dal buon Marco Aurelio fu presentato al popolo un leone, _educato_ a
-mangiar uomini, e il facea con sì bel garbo, che il popolo ad una voce
-implorò dall'imperatore gli desse la libertà. Ma fin sul teatro, se
-rappresentasi l'_Incendio_ dell'antico Afranio, si appicca vero fuoco
-alle case, e agl'istrioni lasciasi arbitrio di saccheggiarle[133]: con
-un vero supplizio finisce il dramma di Prometeo, dove un Laureolo,
-inchiodato alla croce, è divorato da una belva; in un altro, Orfeo
-è straziato da orsi veri in luogo delle Baccanti; uno è bruciato per
-figurar Ercole sul monte Oeta; un altro, mutilato ad imitazione di Ati;
-lacerato da un orso un Dedalo, che ben vorrebbe aver le ali: l'eroismo
-di Muzio Scevola è riprodotto da uno schiavo, condannato a lasciar
-bruciarsi la mano. E queste scene racconta e ammira Marziale[134].
-
-Nè già si tratta d'un popolo ignorante e grossiero; anzi la coltura
-e l'urbanità v'erano al colmo. Le più forbite poesie, le storie
-più insigni correvano per le mani, colla prurigine della novità; il
-vulgo riceveva cibo non faticato, assisteva a gratuiti spettacoli
-d'inenarrabile magnificenza, pei quali traevansi gladiatori dalla
-Germania, reziarj dalla Gallia, leoni dall'Atlante, giraffe,
-rinoceronti, boa dalla Nigrizia, ballerine da Cadice, pantomime dalla
-Siria; e dopo essersi soleggiato sotto portici stupendi d'arte e di
-ricchezza, esercitato nel Campo Marzio fra monumenti che sono tuttora
-la meraviglia di chi guarda e la scuola di chi conosce, ottocento terme
-l'aspettavano a tergersi mollemente, onde poi presentarsi al teatro a
-riscuotere gli omaggi dei re stranieri. Nell'anfiteatro si può irrorare
-gli spettatori con una pioggia profumata, si spolvera con ambra ed oro
-l'arena del circo, ove il popolo parteggia per gli attori, versando in
-tali gare il sangue, che un tempo scorreva per l'acquisto dei civili
-diritti.
-
-La folla dei liberti, cacciatisi fra il numero dei cittadini nella
-guerra civile, v'avea portato le seduzioni delle ricchezze male
-acquistate, l'insolenza del villan rifatto, gli abusi dell'improvvisa
-e ineducata fortuna. Antichi signori, sopravissuti alla guerra e alle
-proscrizioni, dopo segnalatisi per ambizioni, intrighi, giudizj e
-giuramenti falsi, e per ispregio del popolo e della religione, della
-presente nullità si consolavano in un epicureismo femmineo, di cui
-era tipo Mecenate, scrittore e consigliere d'Augusto, avvolto in
-abbigliamenti donneschi, scortato da eunuchi, cercante emozioni nel
-vino e nei moltiplicati divorzj[135]. Anche i buoni, esclusi dallo
-esercitar l'ambizione nelle magistrature, e timorosi di recare ombra
-ai monarchi, limitavansi a sguazzare in lusso privato, e ubriacarsi
-nei godimenti, come chi non vuol ricordarsi della spada per un filo
-sospesagli di sopra il capo. Mentre centinaja di servi, macchine
-intelligenti, faceano per loro ogni cosa, dalla cucina fino ai versi,
-essi beavansi d'ozj voluttuosi al fôro, per le basiliche, nei bagni. Se
-la lana apula e spagnuola è troppo pesante, gl'Indiani e i Seri mandano
-vesti di seta trasparenti; recasi in pugno una palla di cristallo per
-non sudare; le sale de' banchetti sono intepidite da bocche di vapore;
-le finestre, riparate con pietre speculari.
-
-Seneca, andato a visitare a Patria la villa Linterno ch'era stata
-di Scipione Africano, non rifina sulla differenza tra la semplicità
-di quella e il lusso odierno. — Quel terror di Cartagine, di cui è
-merito se Roma una volta sola fu presa; in questo piccolo e oscuro
-bagno lavava il corpo stancato dalle rusticali fatiche, stette sotto
-questo tetto così misero, lo sostenne questo pavimento così vile: or
-chi soffrirebbe di lavarvisi? Povero e abjetto uno si stima se le
-pareti non rifulgano di grandi e preziosi tondi marmorei; se marmi
-alessandrini non sieno variegati con incrostamenti numidici; se non
-sieno coperte da musaici a guisa di pitture; se la pietra tasia,
-un tempo raro spettacolo in qualche tempio, non circondi le nostre
-piscine, ove tuffiamo i corpi esinaniti dal sudore; se l'acqua non
-fluisce da pispilli d'argento. E ancora parlo de' plebei: che dire dei
-bagni de' liberti? quanta spesa nelle statue, nelle colonne che nulla
-sostengono! quanto fragoroso cascar di acque per iscaglioni! Tanto ci
-piacemmo di delicature, che non vogliam calcare se non gemme. In questo
-bagno di Scipione apronsi piuttosto feritoje che finestre nel muro
-di pietra: ma ora chiamansi da nottole i bagni se non siano acconci
-in modo che per ampie finestre ricevano il sole, se dal bagno non si
-vedano le campagne e il mare. Una volta tutto era più semplice; ma
-quanto rialzava l'introdursi in quei bagni grossolani, che sapeasi aver
-preparati per te Catone o Fabio Massimo o alcun de' Cornelj! perocchè
-nobilissimi edili si assumevano l'uffizio di entrar ne' luoghi dove
-accorreva il popolo, ed esigerne la nettezza e una temperatura utile e
-salubre, non questa d'oggi, simile ad incendio; per modo che ci sa di
-rozzo Scipione che non ammetteva nel suo tepidario la luce per grandi
-finestre, nè si facea cuocere nel bagno. V'ha di più: non si lavavano
-tutti i giorni, ma solo le braccia e le gambe, insudiciate dal lavoro;
-tutt'il corpo, ogni otto dì. Come avran puzzato! Sì; puzzato di fatica,
-di milizia, d'uomo: ora, introdotti i bagni più netti, siam più sporchi
-in grazia de' tanti unguenti, che fin due o tre volte al giorno si
-rinnovano, talchè si sa non di se stessi, ma di pomata»[136].
-
-Non sarem noi certamente che declameremo contro queste comodità belle
-e buone; ma somigliano a novelle orientali i racconti delle ricchezze
-e del lusso d'allora. Lollia comparve ad un banchetto con indosso
-per otto milioni di perle, frutto de' rubamenti di suo avo, vittima
-ch'era stato d'Agrippina. Uno, deplorando le gravi perdite sofferte
-in tempo della guerra civile, lasciò morendo quattromila centosedici
-schiavi, tremila seicento paja di bovi, ducencinquantamila capi d'altro
-bestiame, e dodici milioni di lire, non calcolando i terreni[137].
-Crispo da Vercelli possedeva quaranta milioni di lire nostre; sessanta
-il filosofo Seneca; cinquanta l'augure Cneo Lentulo e Narcisso
-liberto di Claudio; ancor più Icelo favorito di Galba: Palla, altro
-liberto di Claudio, radunò tali ricchezze, che riducendole a terreni
-avrebbero coperto la trecencinquantesima parte della Francia[138].
-Secondo Plinio, i beni da Nerone confiscati a sei ricchi costituivano
-metà dell'Africa proconsolare[139]. Più tardi abbiam da Vopisco
-che Aureliano depose in una villa privata dell'imperatore Valeriano
-cinquemila schiavi, duemila giovenche, mille cavalle, diecimila pecore,
-quindicimila capre[140]: sicchè non è più declamazione esagerata quella
-di Seneca ove dice che provincie e regni bastavano appena a pascolar
-le mandre di taluni, i cui schiavi erano più numerosi che belliche
-nazioni, la casa più vasta che città[141].
-
-Nerone consumò ottocento milioni in donativi; Caligola
-cinquecencinquanta; settanta milioni Domiziano nella sola doratura del
-Campidoglio[142]. Poi venne il farnetico de' profumi: l'Arabia non
-stillava incensi bastanti pei funerali degl'imperatori; Adriano, ad
-onore della suocera e dell'antecessore suo, regalò incredibile copia
-d'aromi a tutto il popolo, e fece scorrer balsami per le scene e pei
-giardini; Elagabalo nuotava in piscine miste d'essenze, e profondeva a
-caldaje il nardo[143]. E fuori e dentro, il corpo aspergeasi d'aromi:
-perfino i guerrieri ai giorni solenni ungevano le bandiere e le aquile,
-e profumavano se stessi di preziosità: reputavasi lode ad una donna
-se, passando, colla fragranza adescasse fin quelli che ad altro stavano
-intenti[144].
-
-Il trattato delle pietre preziose, che Plinio desunse da uno di
-Mecenate, mostra quanto più di noi avessero raffinato questo lusso.
-Le dita, dal medio in fuori, s'empivano di anelli[145]; di gemme si
-facevano le tazze; e singolare stima godeano i vasi murrini, venuti
-dalla Caramania e dalla più interna Partia[146]. Anche le perle aveansi
-in pregio, e le donne se ne ornavano, anzi caricavano testa, collo,
-petto, braccia, fin le pianelle; Caligola n'andava ingombro, e ne
-fregiava le prore delle navi, come Nerone i letti di sue lussurie;
-eppure si pagavano il triplo dell'oro sulle rive del golfo Persico
-e di Taprobana (Seilan)[147], ed una sola fu comprata sei milioni di
-sesterzj.
-
-A peso d'oro pagavasi la seta; onde allorchè Giulio Cesare fece
-velare il suo teatro di quella stoffa, i soldati tumultuarono, quasi
-n'esaurisse l'erario; e di barbarica morbidezza fu appuntato Claudio,
-perchè sotto un padiglione serico coronò due re dell'Asia[148].
-Tuttavia se ne allargò l'uso, ad onta delle prammatiche di Alessandro
-Severo ed Aureliano. Dalla Persia la traevano, come anche tappeti di
-Babilonia variopinti; un de' quali da un imperatore fu pagato quattro
-milioni[149].
-
-Le tele d'India erano pure cercatissime; l'avorio dell'Etiopia e
-della Trogloditide, e massime dell'India ornava i tempj, le sedie
-dei magistrati curuli, i mobili e le soffitte de' ricchi; e tanto
-crebbe il consumo, che più non se ne trovando, doveansi segare ossa
-d'elefanti. Nè meno ambiti erano l'ebano e il cedro d'Africa; vascelli
-egizj sferravano apposta dalle cale di Berenice per andarsi caricare
-di testuggini lunghesso l'Africa; e più in delizia erano quelle color
-d'oro dell'Oceanitide, isola alle foci del Gange.
-
-Tutte poi le provincie s'avaccino a mandare a Roma quel che di meglio
-producano: papiro, vetri, lino l'Egitto; frutti e piume l'Africa;
-tappeti la Mesopotamia; lane fine, cere e miele la Spagna; la Gallia
-panni, bestiame, olio, lavori di ferro, di rame, di piombo, di
-stagno; cuoj e pesce salato il Ponto, stagno la Britannia; i mari
-settentrionali l'ambra, di cui portavansi addosso figurine da costar
-più d'un uomo[150]; la Grecia finissimi tessuti, lavori artistici, e
-quel pedante, arnese speciale nelle case d'allora, che ne' corteggi
-compariva insieme colle meretrici e coi bagascioni, che sapea tutto,
-che facea tutto, dai servigi di lenone all'educazione dei figli,
-che soffriva con pari longanimità i favori e gli strapazzi, purchè
-potesse godere l'onor de' banchetti e della conversazione signorile.
-Romano di conto sarà quello che usi lane dell'Attica e di Mileto, le
-meglio pregiate dopo le nostre di Taranto, porpore di Laconia, panni
-d'Arsinoe, tappezzerie d'Alessandria, vetri di Diospoli, papiro del
-Nilo, bronzi di Corinto, formaggi dell'Asia Minore, miele del monte
-Imetto, cere e stoffe dell'Egeo, stoviglie di Copto e della Lidia.
-Aggiungete altro oggetto d'esecrabile lusso, gli eunuchi, viziosi
-stromenti del vizio; e dieci milioni fu pagato uno da Sejano[151].
-
-Questo lusso gigantesco insieme e miserabile, espressione d'un
-raffinamento materiale che non istà in proporzione col morale, il
-despotismo lo fomenta, acciocchè la mollezza e i godimenti distraggano
-dal sentire la tirannia, l'egoismo lo volge ai triviali diletti della
-gola. Cinque pranzi il giorno si facevano, vuotando lo stomaco per
-rimpinzarlo di nuovo. Gareggiavano d'avere i pesci più rari e più
-grossi, ne tenevano vivaj, costituivano magistrati sopra l'impedire che
-alcuni se ne allontanassero dai lidi; talvolta si mettevano in tavola
-vivi, acciocchè le varie gradazioni che dava ai loro colori l'agonia,
-ricreassero i convitati, che, un istante dopo esserseli sentiti
-guizzar sotto la mano, li godevano conditi. Calliodoro vendè un servo
-milletrecento denari onde comprarsi una triglia di quattro libbre[152]:
-un altro spese tremila sesterzj per comperare tre barbi: essendone
-regalato uno a Tiberio, questi il credette di troppo valore e mandollo
-a rivendere, e Ottavio lo pagò cinquantamila sesterzj. Quest'Ottavio
-era l'emulo d'Apicio, il quale fu maestro e tipo di ghiottornia in
-Roma[153], e poichè ebbe consumato tesori alla tavola, si uccise per
-non trovarsi ridotto a vivere con soli dieci milioni di sesterzj (2
-milioni di lire)[154]. Il cuoco pertanto era il servo più considerato;
-la squisitezza dei banchetti, primaria occupazione degli schiavi.
-Poi repente il ricco vuol assaggiare la povertà, e in una cameruccia
-soffitta mangia s'un tagliere per terra[155]; e si giudica meravigliosa
-invenzione il fondere la tartaruga in modo che sembri legno, e così
-aver mobili che valgano mille volte più di quel che mostrano.
-
-Perocchè non è tanto alla gola o alla mollezza che vogliasi soddisfare,
-quanto al farnetico dello straordinario (_monstrum_). Da qui le
-bizzarrissime fantasie degli imperatori e dei privati; le effigie
-colossali, repugnanti a quella _misura_ che avea costituito la
-finezza dell'arte greca; e il gigantesco ponte di Caligola, e venti
-cavalli aggiogati al carro di Nerone, e il suo smisurato palazzo
-con statue smisurate; e più ammirato ciò che più esorbitava. Da qui
-volere all'inverno rose, neve all'estate; e cercare il vizio per
-lo scandalo che produce[156]. Agrippina pagò milleducento lire un
-usignuolo. Caligola non di rado stemperava le perle ne' suoi bicchieri,
-o faceva servire in piatti d'oro, che poi distribuiva ai convitati;
-molti giorni seguitò a lanciar dall'alto somme d'oro al popolo; fece
-compaginare galee di cedro con vele di seta e prore d'avorio ornate
-di margarite; trasportare d'Egitto un obelisco sovra un vascello sì
-grande, che quattro uomini appena ne abbracciavano l'albero. Nerone ha
-tappeti babilonesi che valgono quattro milioni di sesterzj, oltre la
-tazza murrina da trecento talenti; nei funerali d'una scimia spende
-i tesori d'un ricco usurajo da lui esigliato; in que' di Poppea,
-più cannella e cassia che in un anno non ne produca l'Arabia. Vasi
-preziosissimi quanto fragili devono solleticare il gusto col pericolo
-di vedere a un tratto perire un tesoro: una tavola di cedro costò a
-Cetego trecentomila lire. Per la ragione stessa aveasi a noja la luce
-diurna[157], e Pedo Albinovano ci racconta di avere abitato sopra
-la casa di Spurio Papino, che era di cotesti lucifugi. — Verso la
-terz'ora di notte, sento colpi di scudiscio. Che fa egli? domando.
-— Si fa rendere i conti (era il tempo che castigavansi gli schiavi).
-Sulla mezzanotte, odo un grido penetrante. Cos'è? — Egli si esercita
-a cantare. Verso le due di mattina, — Che fragor di ruote è cotesto?
-— Egli esce in calesso. Al levar del giorno si corre, si chiama;
-cantiniere, cuciniere sono in moto. Che è, che non è? egli esce dal
-bagno, e chiede vin melato»[158].
-
-Petronio Arbitro, in un romanzo intitolato _Satyricon_, ci descrive
-la vita di Trimalcione, doviziosissimo baggeo, e prosopopea de' tanti
-ricchi che lussureggiavano allora a Roma. Parrà forse lungo, non
-certamente disopportuno il qui riferirne una cena, spogliandola dalle
-interminabili digressioni, e accorciandola d'assai, non senza premunire
-contro le esagerazioni consuete dei satirici:
-
-— Sapete presso chi oggi si fa baldoria? presso Trimalcione, uomo
-suntuoso, che nella sala da pranzo ha un oriuolo ed un trombetta,
-cioè due schiavi, istruiti ad avvertirlo di tutti i momenti ch'egli
-consuma nella vita. Ci rivestimmo lesti lesti, e finchè venisse
-l'ora, ci diemmo a ronzare e a trastullarci, entrando pe' circoli
-de' giocolieri; quando ad un tratto vedemmo un vecchio calvo, vestito
-di palandrane rossiccio e coi calzari, che stava facendo alla palla
-con alcuni fanciulli a lunghi capelli[159]. Egli non ribattea la
-palla che avesse toccato il terreno, ma un servo ne aveva in un sacco
-quante ai giocatori bastassero. Altre singolarità notammo: eranvi due
-eunuchi posti in diversi punti del circolo, de' quali uno teneva una
-mastelletta d'argento, l'altro noverava le palle che cadeano. E intanto
-che ammiravamo cotali splendidezze, Menelao venne a dirci: — Quest'è
-colui, presso al quale mangerete. Non vedete che a tal modo principia
-la cena?»
-
-«Ancor discorreva Menelao, quando lo splendidissimo Trimalcione scoccò
-le dita, e a questo segno l'eunuco misegli sotto la mastelletta, in
-cui esso scaricò la vescica, poi chiese acqua alle mani, e le dita
-umide terse sul capo di un ragazzo. Lunga cosa sarebbe descriver
-tutto. Entrammo ne' bagni, e al momento che il sudore ci coperse,
-passammo al fresco. Trimalcione, tutto strofinato di manteche, faceasi
-fregare non con lenzuoli di lino, ma con mantelli di finissima lana.
-Tre mediconzoli intanto trangugiavano falerno alla sua presenza,
-gareggiando a chi più ne mesceva; e Trimalcione esortavali ne bevesser
-pure a josa. Involto quindi in una tovaglia di scarlatto, fu messo
-nella lettiga, cui precedevano quattro adorni lacchè ed una carretta
-a mano, dove portavasi un mignone vecchio e cisposo, più brutto di
-Trimalcione, di cui era la delizia. Il quale così trasportato, e
-accompagnato da armoniosi flautini, si avvicinò alla testa di lui, e
-come se gli parlasse all'orecchio, canticchiò per tutto il cammino.
-Noi, stanchi ormai di maravigliarci, teniam dietro, e insieme con
-Agamennone, sofista di casa, arriviamo alla porta, sullo stipite della
-quale era inchiodato un cartello con questa iscrizione: _Qualunque
-schiavo uscirà senz'ordine del padrone, buscherà cento sferzate_.
-
-«Sull'ingresso, un portiere vestito di verdechiaro, con cintura
-color ciliegia, sbucciava piselli in un vassojo d'argento. Pendeva
-sopra la soglia una gabbia d'oro, dalla quale una gazza variopinta
-salutava gli avventori. Di tante cose stordito, io fui per cadere e
-fracassarmi le gambe, colpa di un cane che alla sinistra dell'ingresso
-vicino alla camera del guardiano era dipinto sul muro, legato alla
-catena, colle parole cubitali _Guardati dal cane_[160]. Ne risero i
-miei colleghi, ma io, raccolto lo spirito, proseguii lungo il muro.
-Il luogo ove si vendono gli schiavi era tutto dipinto a cartelloni,
-insieme col ritratto di Trimalcione, chiomato, col caduceo in mano,
-in atto d'entrare in Roma, e Minerva ne reggeva le redini. Più innanzi
-era in figura d'imparare i conti, e più oltre in foggia di tesoriere;
-e il bizzarro pittore ogni cosa avea diligentemente rappresentata
-coll'iscrizione: sul finir poi del portico eravi Mercurio, che col
-mento rialzato lo riponea sopra un alto tribunale. Ivi appresso teneasi
-la Fortuna col corno dell'abbondanza, e le tre Parche filando pennecchi
-d'oro. Nel portico una partita di valletti veniva esercitata da un
-istruttore; e in un grande armadio erano riposti i Lari d'argento, una
-statua marmorea di Venere, ed una scatola d'oro grandicella, in cui
-diceano venir serbata la barba di esso...[161].
-
-«Assorti in tante delizie, andavamo nel triclinio, quando un ragazzo,
-a ciò destinato, gridò, — Col piè destro». Noi tremammo che alcun
-di noi non passasse col sinistro: ma introdottici tutti per bene, un
-ignudo schiavo prostrossi ai nostri piedi, supplicandoci lo liberassimo
-dal castigo, meritato con un grave delitto, quale era d'essersi
-lasciato rubare ne' bagni l'abito del tesoriere, che poteva valere
-dieci sesterzj... Sedutici, de' famigli egiziani altri versavano acqua
-diaccia alle mani, altri ci lavarono i piedi, togliendoci con esperta
-diligenza ogni bruttura dall'unghie. Nè tale molesto servigio faceano
-in silenzio, ma canticchiando: onde mi venne pensiero di provare se
-la famiglia tutta cantasse; perciò chiesi a bere, ed ecco un ragazzo
-prontissimo, che mi favorì parimenti di un'acida cantilena; e all'egual
-modo usava ogni altro, cui qualche cosa fosse chiesta; onde l'avresti
-creduto un triclinio da pantomimi.
-
-«Venne un lautissimo antipasto, e ciascheduno già si era adagiato,
-fuorchè Trimalcione, al quale conservavasi il primo luogo, per nuova
-disposizione...[162]
-
-Il suo vaso era di metallo di Corinto, e rappresentava un asinello con
-una corba, nella quale da una parte stavano olive bianche, dall'altra
-nere. L'asinello era coperto da due scodelle, sul cui orlo si leggeva
-il nome di Trimalcione ed il peso dell'argento. V'aveva anche de'
-ponticelli saldati, sostenenti de' ghiri conditi con miele e papavero,
-e mortadelle caldissime sulla graticola, sotto la quale stavano prugne
-siriache, con chicchi di melogranato.
-
-«Stavamo tra queste morbidezze, quando Trimalcione, portato a suon
-di musica, e collocato sopra piccoli guancialetti, mosse il riso di
-qualche imprudente, per quella sua testa pelata che sporgeva da un
-mantello di porpora; e intorno alla collottola teneva una crovatta
-guarnita d'oro, le cui estremità pendevano di qua e di là; nel dito
-mignolo della sinistra recava un grande anello dorato, e all'ultimo
-articolo del vicin dito uno men grande tutto d'oro, come a me parve, ma
-saldato con ferruzzi in forma di stelle. Per mostrarci altre ricchezze
-si scoperse il braccio destro, ornato di smanigli d'oro legati in un
-cerchietto d'avorio con laminette luccicanti. Come poi con uno spillo
-d'argento ebbesi nettati i denti, — Amici (disse), non avevo ancor
-voglia di venire al triclinio; ma perchè la mia assenza non vi facesse
-troppo aspettare, ho sospeso ogni mio divertimento. Permettete però
-ch'io finisca un mio giuoco».
-
-«Avea dietro un ragazzo con uno sbaraglino di terebinto, e con dadi
-di cristallo; e in luogo di pedine bianche e nere, usava monete d'oro
-e d'argento. Mentr'egli giocando avea distrutta la schiera opposta, e
-noi eramo ancora all'antipasto, una tavola fu portata con una cesta,
-entro cui una gallina di legno colle ale distese in cerchio, come
-quando covano. Tosto due schiavi, a strepito di musica, si posero a
-frugar nella paglia, e toltene alcune ova di pavone, distribuironle
-ai convitati. Trimalcione voltandosi disse: — Amici, ho ordinato si
-mettessero sotto questa gallina delle ova di pavone; e temo, per bacco,
-non abbiano già il feto: proviamo tuttavia se sono bevibili»[163]. Noi
-prendemmo de' cucchiaj non men pesanti di mezza libbra, e rompemmo le
-ova; ma erano di pasta, ed io fui quasi per gittar il mio, sembrandomi
-contenesse il pulcino: poi, udendo da un vecchio commensale che alcuna
-cosa di buono doveva esservi, continuai a rompere il guscio, e ritrovai
-un grasso beccafico contornato dal torlo dell'ovo sparso di pepe.
-
-«Trimalcione aveva già sospeso il giuoco, e d'ogni cosa richiesto,
-ed a voce alta data a ciascuno facoltà di bere novamente il vino col
-miele; quando ad un tratto l'orchestra diè un segno, e i cibi del
-primo servizio furono cantando rapiti dagli stessi sonatori. In mezzo
-a questo battibuglio cadde a caso una scodella d'argento, ed uno
-schiavo la raccolse dal pavimento; ma Trimalcione avvedutosene lo fece
-schiaffeggiare, e comandò la gettasse: il credenziere tra le altre
-lordure la scopò via...
-
-«Recaronsi allora bottiglie di vetro perfettamente turate, su cui era
-scritto, _Falerno d'Opimio, d'anni cento_[164]. Intanto che leggevamo
-le etichette, Trimalcione battendo le mani esclamò: — Ohimè! ohimè! il
-vino dunque vive più vecchio dell'omiciattolo? e noi dunque facciamone
-gozzoviglia. Il vino è vita. Ve lo do per vero d'Opimio: jeri nol feci
-mescere sì buono, benchè i convitati fossero più cospicui». Mentre noi
-si beveva ammirando le squisite magnificenze, un servo portò una figura
-d'argento accomodata in modo, che da ogni parte se ne volgevano gli
-articoli e le vertebre col rallentarle...
-
-«Tenne dietro agli applausi una portata, non grande quanto credevasi,
-ma la cui novità trasse gli occhi di tutti. Era in forma d'una credenza
-rotonda, con in giro le dodici costellazioni, sulle quali il cuciniere
-avea posto cibi convenienti alla figura: sull'ariete i ceci di marzo,
-sul toro un pezzo di bufalo, testicoli e reni sopra i gemelli, una
-corona sul cancro, sul leone un fico d'Africa, sulla vergine una vulva
-di troja lattante, sulla libbra una bilancia che da una parte conteneva
-una torta e dall'altra una focaccia, sullo scorpione un pesciatolo
-di mare che porta quel nome, sul sagittario un gambaro marino, sul
-capricorno una locusta marina, sull'acquario un'anitra, sui pesci due
-triglie; in mezzo poi v'era un cespuglio d'erbe, con sopravi un favo.
-
-«Il famiglio egiziano recava intorno il pane sopra un tamburino
-d'argento, egli pure con pessima voce canticchiando una goffa canzone
-sul laserpizio. Noi ci acconciavamo tristamente a quelle trivialità,
-ma Trimalcione disse: — Ceniamo, che tale è l'ordine della cena». Così
-detto, sopragiunsero alcuni, i quali ballando un quartetto a suon di
-musica, scoprirono la parte superiore di quel credenzino, e allora
-vedemmo per di sotto, cioè in un altro servizio, ventresche e grassi
-circondanti una lepre coll'ale, che pareva il cavallo Pegaso; e ai
-canti quattro satiretti, dai cui ventri versavasi un liquore impepato
-sopra i pesci, i quali pareano nuotar nel mare. Applaudimmo, facendo
-eco ai famigli, e lietamente assalimmo quelle squisitezze. Trimalcione
-contento del buon ordine, — Trincia», esclamò; e tosto lo scalco si
-fece innanzi, e a suon di musica sì destramente fe in pezzi le vivande,
-che l'avresti creduto un cocchiere in lizza fra lo strepito dell'organo
-idraulico...
-
-«In questo mezzo comparvero valletti, che agli strati sovraposero
-coperte, su cui erano dipinte reti, e cacciatori colle aste, e un
-intero apparecchio di caccia. Non sapevamo che pensare di ciò, quando
-fuor del triclinio alzatosi un gran romore, entrarono tutt'a un colpo
-alcuni cani di Sparta, che intorno alla mensa si diedero a correre.
-Un altro desco tenne lor dietro, sul quale era posto un cignale
-imberrettato di prima grandezza, da' cui denti pendevano due cestelli
-trecciati di palma, un de' quali colmo di datteri della Siria, e
-l'altro di datteri della Tebaide. All'intorno v'avea porcellini fatti
-di torta, come se fossero lattonzi, per significare che il cignale
-era femmina; essi pure inghirlandati. A tagliare il cignale non venne
-quello scalco che aveva appezzate le altre vivande, ma un gran barbone,
-colle gambe ne' borzacchini, e con un abitino a più colori, il quale
-impugnato il coltello da caccia, gli percosse gagliardamente un fianco,
-e dalla piaga volaron fuori dei tordi. Pronti furono colle canne gli
-uccellatori, che li presero mentre svolazzavano per la sala. Dipoi,
-avendo Trimalcione fattone dar uno a ciascuno, soggiunse: — Vedete come
-questo porco selvatico abbiasi mangiate tutte le ghiande?» E tosto
-i donzelli corsero ai cestini che pendevano dai denti, e i datteri
-divisero tra i commensali.
-
-«Io, che stavami quasi solo in un canto, ruminavo per qual ragione il
-cignale portasse berretto; e non trovandola, me ne apersi a quel mio
-interprete. Ed egli: — Te lo spiegherebbe fino il tuo servo; non c'è
-enigma; la è cosa lampante. Questo cignale essendo rimasto intatto alla
-cena di jeri, e dai convitati rimandato, oggi torna al convito in guisa
-di liberto»[165]. Condannai il mio stupore, e null'altro richiesi, per
-non parere non avessi mai cenato con galantuomini.
-
-«Tra questi discorsi, un bel ragazzo, cinto di viti e d'edera, che
-or Bromio dicevasi, or Lieo, ora Evio, portò intorno un panierino
-d'uve, cantando con voce acutissima poesie del suo signore; al cui
-suono voltosi, Trimalcione gli disse, — Dionisio, tu sei liberto».
-Allora il ragazzo tolse al cignale il berretto, e sel pose sul capo;
-e Trimalcione di nuovo, — Ora non negherete ch'io possieda il padre
-Bacco». Applaudimmo all'arguzia di Trimalcione, e diemmo assai baci al
-ragazzo, che venne intorno...
-
-«Chi poteva indovinare che, dopo tante lautezze, non fossimo che a
-mezza strada? Di fatto, levate a suon di musica le mense, si condussero
-nel triclinio tre majali bianchi, a nastri e campanelli, dei quali il
-cerimoniere diceva uno avere due anni, l'altro tre, il terzo esser
-già vecchio. Io pensai che coi porci venissero i giocolieri, onde,
-com'è costume ne' circoli, far qualche maraviglia; ma Trimalcione
-troncando ogni dubbio, — Qual di cotesti (disse), amereste voi che in
-un istante si mettesse in tavola? Così i fittajuoli fanno dei polli,
-d'un fagiano o di simili bagattelle: ma i miei cuochi usano cuocere un
-vitello tutto intero». E chiamato il cuoco, senz'aspettare la nostra
-scelta, comandò ammazzasse il più vecchio; poi ad alta voce, — Di qual
-decuria se' tu?» ed essendogli risposto, della quarantesima, soggiunse:
-— Comperato o nato in casa? — Nè l'un nè l'altro (rispose il cuoco),
-ma vi fui lasciato per testamento da Pansa. — Bada bene (gli replicò)
-d'affrettarti, altrimenti io ti caccerò nella decuria dei valletti». Il
-cuoco, stimolato da questa minaccia, andossene col majale in cucina;
-e Trimalcione rivoltosi a noi piacevolmente, — Se il vino non vi
-aggrada, lo cambierò; ma sta a voi il mostrare che vi piaccia. Grazie
-al cielo, io non lo compro, ma ogni cosa che spetta al gusto nasce in
-un mio poderetto, ch'io per altro non conosco. Mi si dice che arrivi
-da Terracina fin a Taranto. Ora io penso di unir la Sicilia a quelle
-mie glebe, perchè, se voglio andare in Africa, non abbia a scorrere per
-altri terreni che per i miei»...
-
-«Ancor non avea svaporate queste fandonie, quando un altro tagliere,
-carico di quel gran majale, coprì la tavola. Noi ci diemmo ad ammirare
-tanta prestezza, ed a giurare che neanco un pollo potevasi cuocere
-così detto fatto, e tanto più quanto maggiore ci parea quel porco di
-quel che ci fosse prima sembrato il cignale. Trimalcione guardandolo
-attento, — E che? (disse), questo porco non è stato sventrato. No,
-perdio, qua, qua subito il cuoco». Questo comparve malinconioso,
-e avendo detto che se n'era dimentico, — Che dimentico? (gridò
-Trimalcione), pensi tu che trattisi di non avervi messo il pepe o il
-cimino? Fuor camiciuola». Senz'altro indugio il cuoco viene spogliato,
-e tutto mesto si stava in mezzo a due aguzzini; ma tutti ci ponemmo a
-pregare e dire: — Gli è un accidente; lascialo, di grazia; e se altra
-volta mancasse, niun di noi s'interporrà più per esso».
-
-«Io non mi potei trattenere dal piegarmi all'orecchio d'Agamennone
-e dirgli: — Questo servo deve per certo essere un gran birbo. Chi
-mai si scorda di sventrare un majale? non gli perdonerei, perdio, se
-si trattasse d'un pesce». Non fece però così Trimalcione, il quale,
-serenata la fronte, disse: — Or bene, poichè tu sei di sì manchevole
-memoria, sventracelo qui pubblicamente». Il cuoco, ripreso il
-grembiule, impugnò il coltello, e con man timorosa tagliò qua e là il
-ventre del porco; ed ecco dalle ferite, allargantisi per l'urto del
-peso, scappar fuora salsiccie e sanguinacci. A questo spettacolo tutta
-la macchinale famiglia de' servi fe plauso, e con istrepito felicitò
-Gajo; e il cuoco non solo fu ammesso a bere tra noi, ma ricevette una
-corona d'argento ed un bicchiere sopra un bacile di Corinto; e perchè
-da vicino l'osservava Agamennone, Trimalcione disse: — Io sono il solo
-che abbia del vero metallo di Corinto»...
-
-«Entrò poi il suo agente, il quale, come venisse a recitare i fasti di
-Roma, lesse quanto segue: — Ai 25 luglio, nati nel territorio di Cuma,
-di ragione di Trimalcione, trenta fanciulli maschi e quaranta femmine;
-portate dall'aja nel granajo millecinquecento moggia di frumento; buoi
-domati cinquecento. Nello stesso giorno, Mitradate schiavo affisso
-alla croce per aver bestemmiato il genio tutelare di Gajo nostro.
-Nello stesso giorno, riposte in cassa centomila lire, che non si
-poterono impiegare. Nello stesso giorno, accesosi il fuoco negli orti
-Pompejani, cominciato la notte in una casa da villano. — Aspetta (disse
-Trimalcione); da quando in qua ho io comperato gli orti Pompejani?
-— L'anno scorso (rispose l'agente); perciò non erano ancor messi a
-libro». Trimalcione fece l'adirato, e soggiunse: — Qualunque fondo mi
-si compri, se dentro sei mesi io non ne sarò avvertito, proibisco che
-mi si porti in conto».
-
-«Entrarono finalmente i saltatori, ed un certo Barone, sciocchissima
-figura, si presentò con una scala, sulla quale fece salire un ragazzo,
-e comandogli saltasse e cantasse, tanto salendo, quanto standovi in
-cima. Il fece in appresso attraversare de' cerchi di fuoco, e tener
-co' denti una bottiglia. Il solo Trimalcione maravigliavasi, e diceva
-che quello era un ingrato mestiere; nelle umane cose però due sole
-esser quelle ch'egli con molto piacere osservava, i saltatori e le
-beccacce...»
-
-Qui vengono grossolane baje di Trimalcione, indi il romanziere
-prosiegue: — Continuava egli così a tor la mano ai filosofi, quando
-portaronsi in un vaso alcuni viglietti, ed il paggio gli estraeva, e ne
-leggeva le sorti. Uno diceva, _Denaro buttato iniquamente_; e si portò
-un prosciutto con branche di gamberi sopra, un orecchio, un marzapane
-ed una focaccia bucata. Recossi di poi una scatoletta di cotognate, un
-boccone di pane azimo, uccelli grifagni, insieme con un pomo, e porri,
-e pesche, e uno staffile, ed un coltello. Uno ebbe passeri, uno un
-ventaglio, uva passa, miele attico, una vesta da tavola ed una toga,
-e tele dipinte: un altro ebbe un tubo ed un socco. Portossi pure una
-lepre, un pesce sogliola, un pesce morena, un sorcio acquatico legato
-con una rana, ed un mazzo di biete. Erano seicento i viglietti, de'
-quali altri non mi ricordo; e ridemmo lungamente di questa lotteria...
-
-«Dopo altre parole di Trimalcione, gli Omeristi alzarono un gran
-gridore perchè, in mezzo ai famigli, fu portato sopra un amplissimo
-vassojo un vitello intero cotto a lesso, e con un caschetto sul
-capo. Ajace gli veniva dietro, il quale, come furibondo, imbrandito
-un trinciante, il tagliò rivoltandone i pezzi colla punta, a guisa
-di ciarlatano, or di sotto or di sopra, e distribuendolo a noi
-che facevamo tanto d'occhi. Ma non potemmo quelle eleganze a lungo
-osservare, perchè ad un tratto sentimmo scricchiolar la soffitta,
-e tutto il triclinio tremare. Io saltai su spaventato, temendo che
-qualche saltatore non scendesse dalla parte del tetto; e gli altri
-convitati non meno attoniti alzarono i volti, curiosi qual novità
-venir potesse dal cielo. Ed ecco che apertasi la soffitta, si vide
-un gran cerchio che, quasi da larga cupola distaccandosi, venne
-giù, e gli pendeano d'intorno corone d'oro, e alberelli d'alabastro
-pieni d'unguenti odorosi. Mentre ci era ordinato prenderci di questi
-presenti, io volsi l'occhio alla mensa, sulla quale vidi già riposto un
-servizio di focacce, e in mezzo un Priapo fatto di pasta, che nel largo
-suo grembo tenea, secondo il solito, uva e poma d'ogni qualità.
-
-«Noi accostammo le avide mani a que' frutti, ed improvvisamente un
-nuovo ordine di giuochi accrebbe la nostra allegria, perchè le focacce
-ed i pomi, appena colla minima pressione toccati, diffusero intorno
-tal odore di zafferano, da riuscirci sin molesto. Persuasi dunque
-che una vivanda sì religiosamente profumata fosse cosa sacra, noi
-ci rizzammo in piedi, e augurammo felicità ad Augusto padre della
-patria. Alcuni però avendo dopo questa venerazione rapiti quei frutti,
-noi pure ce n'empimmo i tovagliuoli. Tra questi fatti entrarono tre
-donzelli, involti in candide tunicelle, due dei quali misero in tavola
-gli Dei lari inghirlandati, ed uno recando attorno una tazza di vino,
-gridava, — Ti sieno propizj gli Dei»; dicea parimenti, che l'un d'essi
-chiamavasi Cerdone, Felicione l'altro, il terzo Lucrone[166]. E come
-fu portato in giro il ritratto di Trimalcione, che tutti baciarono, noi
-non potemmo, sebben con rossore, scansarcene...
-
-«All'istante venne condotto un cane grassissimo, legato alla catena,
-cui il portiere ordinò con un calcio di sdrajarsi, ed esso si distese
-avanti la mensa. Allora Trimalcione gittandovi un pan bianco, —
-Non avvi (disse) nessuno in casa mia, che m'ami più di costui». Il
-ragazzo, sdegnato ch'ei lodasse Silace così sbracatamente, mise in
-terra la cagnuccia, e l'aizzò contro di lui. Silace, secondo il costume
-cagnesco, empì la sala d'orrendi latrati, e stracciò quasi la Margarita
-del Creso. Nè a questa baruffa fermossi il rumore, perchè venne altresì
-rovesciata una lampada, di cui si ruppero i cristalli, e si sparse
-l'olio bollente addosso ad alcuno de' commensali. Trimalcione, per
-non parere incollerito di questo accidente, baciò il ragazzo, e gli
-comandò di salirgli sulla schiena. Egli vi andò subito, e messoglisi
-a cavalluccio, gli batteva col palmo delle mani le spalle, e ridendo
-chiedevagli, — Conta, conta, quanti fanno?...»
-
-«Trimalcione, rimessosi un poco, ordinò si empiesse un gran fiasco,
-e si distribuisse da bere a tutti gli schiavi che sedevano a' nostri
-piedi, soggiungendo: — Se alcuno non vuol bere, versagli il vino
-sul capo». E così or faceva il severo, ed ora il pazzo. A queste
-famigliartà venner dietro intingoli, la cui memoria vi giuro che mi fa
-stomaco. Poichè tutte quelle grasse galline erano contornate di tordi,
-con ova d'anitra ripiene, le quali Trimalcione ci pregò con orgoglio di
-mangiare, dicendo che erano galline disossate...
-
-«Capitò intanto un nuovo ospite che avea mangiato altrove, al quale
-Trimalcione chiese: — Che cosa aveste di squisito? — Lo dirò, se
-il potrò (rispose colui); perchè io sono di sì labile memoria, che
-talvolta dimentico lo stesso mio nome. Avemmo dunque per prima pietanza
-un porco, coronato con salsiccie intorno, e colle interiora benissimo
-condite: eranvi biete e pan bigio, che io preferisco al bianco, perchè
-fortifica. La seconda pietanza fu una torta fredda, sparsa d'un
-eccellente miele caldo di Spagna; ma io non assaggiai della torta,
-e molto meno del miele. Quanto ai ceci ed ai lupini, ed agli altri
-legumi, nulla più ne mangiai di quel che Calva mi suggerisse: due pomi
-però mi riposi, che tengo chiusi in questo tovagliolino, perchè se io
-non porto qualche regaluccio al mio servitore, e' mi sgriderebbe; del
-che madonna saviamente suole ammonirmi. Oltre a ciò, avevamo dinanzi
-un pezzo di orsa giovane, di cui Scintilla avendo imprudentemente
-gustato, fu per vomitar le budella; io, al contrario, ne mangiai
-quasi una libbra, perchè sapeva di cinghiale. Se l'orso, diceva io,
-mangia l'omiciattolo, quanto più l'omiciattolo mangiar deve dell'orso?
-Finalmente avemmo del cacio molle, del cotognato, delle chiocciole
-sgusciate, della trippa di capretto, del fegato ne' bacini, delle ova
-accomodate, e rape, e senape, e tazze che parean piante: benedetto
-Palamede che le inventò! Furono portate intorno in una marmitta le
-ostriche, che noi non troppo civilmente ci prendemmo a piene mani,
-perchè avevamo rimandato il prosciutto».
-
-«Non sarebbe mai giunto il termine di questi tedj, se non fosse
-comparsa l'ultima portata, composta d'un pasticcio di tordi, di
-zibibbo e di noci confette. Tenner dietro i pomi cotogni, contornati
-di chiodetti di garofano che pareano tanti porcini: e tutto ciò era
-pur passabile, se non si fosse data un'altra vivanda sì pessima, che
-saremmo voluti morir di farne anzichè mangiarne. Quando fu in tavola,
-noi pensammo fosse un'oca ripiena, contornata di pesci e d'ogni sorta
-uccelli; di che Trimalcione avvedutosi, disse: — Tutto questo piatto
-esce da un corpo solo». Io m'avvidi tosto di quel che era, e volgendomi
-ad Agamennone, — Resto maravigliato come tutti cotesti ingredienti
-sieno accomodati in guisa che pajon fatti di creta. E so d'aver veduto
-a Roma, nel tempo dei Saturnali, di simili cene finte». Ancor non
-finivano queste mie parole, che Trimalcione soggiunse: — Così possa io
-crescer di ricchezza se non di corpo, come tutti questi intingoli il
-mio cuoco ha fatti col majale. Non può darsi più prezioso uomo di lui.
-Se volete, egli d'un coniglio vi farà un pesce, col lardo un piccione,
-col prosciutto una tortora, delle budella di porco una gallina; perciò
-il genio mio gli ha posto un bellissimo nome, e chiamasi Dedalo;
-e siccome ha egli gran fama, uno gli portò a Roma de' coltelli di
-Baviera». E comandò che gli si recassero, gli osservò con ammirazione,
-e ci permise di provarne la punta sulle nostre labbra.
-
-«Al tempo stesso entrarono due schiavi, in aria di bisticciarsi per
-un di que' cingoli, a cui si attaccano i vasi che costoro si teneano
-sulle spalle. Trimalcione avendo pronunziata la sua sentenza, nè
-l'un nè l'altro volle chetarvisi, ma ciascheduno ruppe con bastoni
-il fiasco dell'altro. Sopraffatti della insolenza di quegli ubriachi,
-noi li tenevamo d'occhio, e vedemmo che da quei rotti vasi eran cadute
-ostriche e pettini, le quali un donzello raccolse, e in una marmitta
-recò intorno. Il cuciniere ingegnoso secondò queste splendidezze,
-portando lumache sopra una graticola d'argento, cantando con voce
-tremula e straziante. Io ho rossore a narrare ciò che seguì: imperocchè
-i chiomati donzelli (cosa non più udita), portando unguenti in un
-catino d'argento, unsero i piedi agli sdrajati commensali, dopo aver
-loro allacciate e gambe e piedi e calcagni con varie ghirlande; poi
-l'unguento medesimo fecer colare nei vasi di vino e nelle lucerne...
-
-«Finalmente intirizziti pregammo il custode di metterci fuor della
-porta, ma egli rispose: — T'inganni se pensi uscire per donde sei
-entrato; nessun convitato giammai esce dalla porta medesima». In questa
-si udì un gallo cantare; per la cui voce Trimalcione confuso, ordinò
-si spandesse vino sotto la tavola, e se ne mettesse nelle lucerne; di
-più trasportò l'anello nella man destra, e disse: — Non senza perchè
-codesto trombetta ha dato un tal segno: bisogna o vi sia incendio in
-alcun luogo, o taluno nel vicinato trovisi agonizzante. Lungi da noi sì
-tristi augurj; epperò chi mi porterà questo mal nunzio, avrà una corona
-in regalo...»
-
-E sia fine a tante miserabili vanità.
-
-V'avea dunque ricchezze, v'avea comodi, eleganze, lusso, fior d'arti
-belle e d'industria, coltura, sterminato dominio, commercio dilatato
-agli ultimi confini della terra, tutti gli elementi, di cui alcuni
-compongono la prosperità sociale. Al secolo dei lumi, al secolo del
-progresso applaudivasi anche allora, non meno iperbolicamente di quel
-che facciano i giornalisti d'oggidì. — Il mondo si schiude, si fa
-conoscere, si lascia coltivare ogni giorno meglio; le fiere scompajono,
-il deserto si frequenta, si aprono le roccie, la barbarie cede più
-sempre all'incivilimento, che popola ogni luogo, e sviluppa la vita,
-e raffina i governi; la stirpe umana minaccia divenir soverchia pel
-mondo. Roma che non ha fatto? insegnò all'uomo l'umanità, incivilì
-le tribù più remote e selvagge, addolcì i costumi, riunì gl'imperj
-dispersi, fece comune l'industria di tutti i popoli, l'ubertà di tutti
-i climi, la varietà delle favelle: ciò che non è a Roma, non è in
-verun luogo. Essa raccolse il mondo sotto l'equo suo impero, senza
-accettazion di persone o divario di grande e piccolo, di nobile e
-plebeo, di ricco e povero. La guerra oggimai non è che un nome, e pare
-un sogno quando s'ode che qualche lontanissima tribù mora o getulica
-osò provocare le armi romane; la spada ormai è incatenata dalle rose;
-le città non gareggiano che di magnificenza, la terra medesima pare
-s'infiori come un giardino, e che Roma abbia dato al mondo una vita
-nuova»[167].
-
-Eppure la pubblica prosperità deperiva. Il popolo re ci si presenta
-come uno stormo di schiavi, che inorgoglia delle follie e della
-bassezza di sua schiavitù; il governo, carpito da felici cospiratori,
-non curasi d'illuminare e dirigere la pubblica opinione, bastando
-adularla, vilipenderla o spegnerla; nè il nuovo sovrano ha mestieri
-di conquistar le anime e le intelligenze, purchè trovi modo di
-corromperle.
-
-Con Tacito fremiamo vedendo allo scaltro Augusto seguire Tiberio, fango
-impastato col sangue[168]; poi un garzone frenetico; poi un sanguinario
-imbecille; poi il giovane allievo del filosofo più vantato, che raduna
-in sè e peggiora le dissolutezze e le atrocità de' precedenti, fa pompa
-delle infamie che Tiberio nascondeva, incendia, uccide maestro, moglie,
-amante, madre; e ad ogni nuova barbarie, popolo, cavalieri, senatori
-gli decretano nuovi ringraziamenti, ad ogni sua viltà s'affrettano di
-scender più basso colle loro umiliazioni. Ma invano domandiamo a Tacito
-la finissima industria onde Augusto inforcò gli arcioni di questa
-fiera indomita; e come mai gli antichi repubblicani si rassegnassero
-a un tiranno, a un pazzo, a un imbecille, a un mostro, e dopo loro
-lasciassero disputare il comando da un infingardo, un dissoluto, un
-ghiottone, un avaro. Tacito respirava l'atmosfera che pur sentiva
-corrotta, e non poteva accorgersi come il miasma ne fosse l'egoismo.
-
-L'unità della forza stringeva in un circolo di ferro le provincie
-dell'Impero, ma internamente era lentato ogni nodo; ciascuno
-rinserravasi in se stesso, diffidando del vicino che non sapeva come
-opererebbe o penserebbe, atteso che gli uomini non si trovavano
-d'accordo in nessun punto di politica, di morale o di religione;
-estinto ogni sentimento elevato, rimaneano solo spossatezza, sfarzo,
-cura di sè, negligenza d'altrui. Quel che oggi s'interpone fra
-l'obbedienza e la schiavitù, cioè il punto d'onore, la devozione
-leale a un principe, la franchezza militare, la libertà cittadina,
-l'alterezza nobiliare, non esisteva fra gli antichi. Eran solo
-cittadini, e l'impero tolse pregio a tal qualità; valor personale
-non resta più; ingegno, coscienza, fede, gloria, nobiltà, ambizione
-scompajono davanti all'unico scopo, la grazia del regnante. Il senato
-non rappresentava più nulla, ma l'orgoglio antico faceagli ritirare
-dispettosamente la mano dal popolo. I pretoriani, sentendosi la forza,
-voleano usarne; e ajutavano a tiranneggiare, purchè ne traessero
-aumento di soldo ed alleggiamento di servizj.
-
-Il vulgo tremava, come tremavano i grandi, come tremavano i soldati,
-come tremava l'imperatore, tutti di tutti; conseguenza dell'uni versale
-egoismo. Alcuni si levavano dall'originaria bassezza accostandosi ai
-grandi, a forza di adulazioni e di spionaggio; altri amavano adimarsi
-fra i poveri per toccare la lor porzione di donativi, e per evitare
-i pericoli cui si esponeva ogni testa che sporgesse. Alla ciurma
-sempre più svigorita nel lusso e ne' vizj, delirante dietro a' giuochi
-dell'anfiteatro, e che non palesava una volontà se non col parteggiare
-per questo o per quel ballerino, per questa o quella fazione del circo,
-ogni nuovo imperatore prodigava doni e giuochi, e la corrompeva non
-solo coi fieri e sozzi divertimenti dell'arena e del teatro, ma colle
-arti dei retori e dei poeti.
-
-Fuori poi, i Greci e i Galli non provavano affetto pei Romani; i
-Romani non compassione delle concussioni e de' micidj ond'era oppressa
-la Germania; sicchè mancava quell'accordo di lamenti e di speranze,
-che produce rivoluzioni efficaci. L'antica repubblica era perpetua
-e impossente ribrama di quelli che ancora ambivano di governare: il
-vulgo, più contento di trovarsi governato, non se la ricordava che
-per detestarla, e godeva qualvolta, insieme coi gladiatori, gli si
-offrisse lo spettacolo di nobili teste recise. Anche i soldati sotto
-i Giulj conservarono l'antica disciplina, confondendo la fedeltà alla
-bandiera con quella all'imperatore: solo dopo caduta quella famiglia,
-si credettero arbitri di offrir l'impero a chi fossero disposti a
-sostenere colle spade.
-
-Del resto, a che moversi quando non sai se il tuo vicino ti sosterrà?
-Empisca dunque Caligola le due liste _del pugnale e della spada_;
-dal seno delle fecciose voluttà invii Tiberio la morte; inferocisca
-a baldanza l'oppressore, poichè gli oppressi non sanno amarsi ed
-intendersi, nè miglior gloria conoscono che quella di fare omaggio ai
-padroni[169].
-
-Questo male era tardo frutto della politica immoralità della
-repubblica. La società romana, per quanto la politica ne avesse
-ampliato l'estensione, era, siccome le altre pagane, dominata da
-spirito di razza, geloso, esclusivo, fuor della famiglia e dell'altare
-suo vedendo in ogni uomo uno straniero, in ogni straniero un nemico,
-nel nemico una preda. Il giureconsulto Pomponio definiva: — I popoli,
-con cui non abbiamo amicizia, ospitalità od alleanza, non sono nemici
-nostri: pure, se cosa nostra casca in man loro, ne sono padroni;
-i liberi divengono schiavi; e così è di essi riguardo a noi»[170].
-In conseguenza la schiavitù era un fatto naturale e civile, equo,
-indeclinabile; e la giurisprudenza definisce che il padrone «ha diritto
-d'usare e d'abusare dello schiavo».
-
-Fondata su tali canoni, la società non poteva riuscire che spietata; e
-gli schiavi pur troppo dall'acerba condizione loro traevano sentimenti
-fieri e dispettosi, che soltanto feroci pene potevano reprimere. Croci
-e supplizj riempiono le commedie ed i racconti; permanente atrocità
-privata, cui accordavasi poi la pubblica col suo sfarzo di pene legali.
-Il mantenere e crescere quelle macchine umane era scopo importantissimo
-della società, e mezzo a ciò la guerra. A questa pertanto doveano
-intendere principalmente gli Stati, come a fonte di potenza, di gloria,
-di ricchezza; l'economia politica consisteva nel distruggere o render
-servi gli stranieri. Dall'amore di patria (nome pomposo ed abusato)
-cercavasi la rigenerazione e la forza del cittadino e degli Stati;
-ma questa legge isolata insegnava ad immolare alla grandezza d'un
-popolo la felicità di tutti gli altri. Il fanciullo educato in quei
-sentimenti sprezza e odia ciò che è fuori del suo paese; e qualsivoglia
-iniquità resta giustificata dal venirne vantaggio alla repubblica.
-La imperturbata assolutezza di logiche conseguenze dispensava Catone
-dall'addurre altri motivi del suo perpetuo _Carthago delenda_; Paolo
-Emilio, in Epiro, sulle rovine di settanta città vende all'asta
-cencinquantamila vinti per distribuirne il prezzo ai soldati: Orazio
-fa che Attilio Regolo, per ridestare il patriotismo romano, narri
-d'aver veduto ricoltivarsi i campi attorno a Cartagine, devastati dalle
-legioni: agitandosi in senato le querele di popoli alleati, Curione
-le confessava giuste, ma soggiungeva, — Prevalga però l'utilità»[171]:
-Mario diceva a Mitradate, — O renditi più forte, o piega ad ogni nostro
-volere»: Antipatro terminava tutte le sue arringhe agli Ebrei col
-dire, — I Romani voglion essere obbediti»: Fabrizio, udendo le dottrine
-epicuree alla tavola di Pirro, supplica gli Dei che quelle piacciano
-sempre ai nemici di Roma: Tacito racconta che alcuni Germani rifuggiti
-in cima ad alberi, dai Romani erano feriti colle freccie per trastullo.
-Di buja notte i Romani precipitano sui Germani, divise le legioni avide
-di sangue in quattro corpi, acciocchè più estesa fosse la devastazione:
-cinquanta miglia andarono a ferro e fuoco, senza compassione per età
-o sesso. Da parte de' Romani non fu sparsa goccia di sangue, perchè il
-soldato uccideva i nemici tra la veglia e il sonno disarmati ed erranti
-a caso. Il buon Germanico esortava i soldati a seguitar la strage,
-perocchè non abbisognavasi di prigionieri; soltanto collo sterminio di
-tutto il popolo potersi metter fine alla guerra. Tacito stesso non sa
-all'impero augurare maggior fortuna, che il perpetuarsi delle nimicizie
-fra le nazioni avverse[172].
-
-Così i Gentili stabilirono per fondamento della morale la società e
-il patriotismo, le cui virtù che sono altro se non un egoismo alquanto
-più dilatato? Come oggi alcuni nel nome d'umanità dimenticano l'uomo,
-così allora non si parlava dell'uomo, ma della patria. La patria
-è una divinità[173]; Dio non deve nulla all'uomo, e l'uomo deve ad
-esso se medesimo e gli altri: dunque l'individuo si immoli a questa
-deificazione, non solo nelle terribili emozioni della guerra scannando
-le migliaja per una causa che non conosce, ma anche per superstizione
-svenando senza entusiasmo un uomo che non ci offese, a divinità in
-cui più non si crede. Le miserie dei popoli soggiogati, l'insulto
-del trionfo, lo spettacolo solenne dei gladiatori, il continuo degli
-schiavi, rendevano la gente men compassionevole che non fra noi
-moderni, avvezzati dalla civiltà e dalla religione a gridar tiranno non
-solo chi uccide, ma chi un sol giorno aggiunge d'inutili patimenti ad
-un accusato.
-
-Come delle altre virtù il patriotismo, così della giustizia teneva
-luogo la legalità; ed il rispetto religioso, anzi superstizioso verso
-le leggi, _cosa sorda ed inesorabile_[174], fu carattere de' Romani,
-pel quale dalla protezione ottenuta sul monte Sacro giunsero a imporre
-al mondo un Caligola e un Tiberio, che si circondavano de' migliori
-giureconsulti, e dopo calpestata nel peggior modo la giustizia verso
-gli stranieri, poterono creare una stupenda legislazione per se stessi.
-
-Avvezzata Roma agli abusi della forza e della legalità, il vincitore
-interno faceva di lei quel governo che essa di Cartagine e Corinto.
-Ma i veri vinti erano patrizj e senatori; laonde, mentre questi
-soffrivano, la plebe, garantita dalla propria oscurità, accarezzata più
-dai principi più ribaldi, poteva persino amar que' tiranni; allorchè
-Caligola fu ucciso, il vulgo a furia chiese a morte i micidiali; favorì
-alcuni che si fingevano Nerone.
-
-Nè affatto a torto, giacchè il governo imperiale era il più popolare
-che mai Roma avesse provato. Le tirannidi dei ventimila patrizj
-erano state ristrette in uno solo, che più distando dai privati,
-riusciva men oppressivo. L'imperatore insulta ed uccide cavalieri e
-senatori, ma condiscende a quella plebe cui insultavano gli Emilj e
-gli Scipioni, la contenta di giuochi e di donativi, la tratta da pari
-nella piazza ed al bagno; se più non le chiede il voto ne' comizj,
-ne ascolta le grida nel circo ed al teatro, non ardisce metterne a
-prova l'impazienza col farvisi troppo aspettare. Nerone, mentre gode
-a tavola fra Paride e Poppea, udendone il fremito tumultuoso a piè
-del palazzo, getta il tovagliuolo dalla finestra per indicare che si
-move a soddisfarla. Tiberio pose sul banco pubblico una grossissima
-somma onde prestare a chiunque bisognasse, senza interesse per tre
-anni; e largheggiò smisuratamente nell'inondazione del Tevere e
-nell'incendio sull'Aventino; e quando un tremuoto diroccò dodici
-città fiorentissime dell'Asia, la Sicilia, la Calabria, sepellendo
-abitanti, sobbissando montagne, altre sollevandone, per cinque anni
-assolse dalle taglie le provincia danneggiate, e mandò grosse somme
-per rifabbricar le case. Claudio provvide acque e porti. Quasi tutti
-poi gl'imperatori si occuparono di rendere giustizia in persona, come
-usano tuttora i Turchi; modo indegno d'ogni ben costituito ordinamento,
-ma che eliminava l'inestricabile corruzione della Roma repubblicana,
-ogniqualvolta non vi fossero interessati il principe o i suoi favoriti.
-Ora, nell'attuamento di buone leggi giudiziali consiste una gran parte
-e la più sentita della libertà cittadina.
-
-E poi l'imperatore non è il tribuno della plebe? Da qualunque parte
-le venga il suo protettore, poco ad essa ne cale; i ricchi pagheranno
-le spese, ella avrà giuochi e distribuzioni; quanto alla politica
-libertà, l'ha per un balocco, esibitole da quelli che non hanno oro
-nè potenza, e desiderano acquistarle. Senz'arti, senza lavoro, vivendo
-di ciarla, di largizioni, di spettacoli, il vulgo romano amava chi ne
-lo provvedesse: invidioso dei ricchi com'è sempre il povero, godeva in
-vedere conculcati dal suo tribuno i figli di coloro che l'aveano tenuto
-schiavo, spogli delle dovizie succhiate ai clienti o alle provincie,
-e tremava che, distrutto l'impero, non si rinnovassero le superbe
-crudeltà dei patrizj.
-
-Chi dunque, sano dell'intelletto, poteva più pensare a ricostituir la
-repubblica? Restava di temperare l'autorità degl'imperatori: ma come
-farlo dove nè i nobili nè i Comuni nè il clero erano costituiti in un
-corpo che potesse contrappesarla? La legge Regia poneva l'imperatore al
-di sopra di tutte le leggi; gli impieghi erano da lui conferiti; da'
-suoi cenni pendeva l'esercito; l'autorità tribunizia gli dava il veto
-contro qualsivoglia determinazione del popolo o del senato, e rendea
-sacrosanta la persona di lui, e sacrilegio perfino la resistenza.
-
-Le cospirazioni non si volgeano contro la tirannia, ma contro il
-tiranno; e vendette personali, generose aspirazioni, ambiziose
-ipocrisie, rapaci avidità si accordavano un tratto per appoggiarsi
-sull'indignazione popolare; sfogata questa, si scomponevano, e
-lasciavano il campo alle punizioni imperiali o alla onnipotenza
-soldatesca. Il senato, se non fosse comparso un corpo corrottissimo e
-modello di tutte le abjezioni, qualche freno avrebbe potuto mettere
-allorchè veniva trucidato un tiranno; e lo tentò dopo Caligola:
-ma se anche il popolo lo avesse sofferto, il potere che di fatto
-preponderava, l'esercito, voleva il donativo; se punto si tardasse
-a scegliere il successore, lo acclamava egli stesso; e guaj a chi
-tentasse restringere all'imperatore l'arbitrio, pel quale egli
-poteva largheggiare quant'essi pretendevano. Ma l'imperatore stesso,
-disimpedito da freni legali, è esposto all'arbitrio de' soldati, che
-o lo costringono a fare la loro volontà, o lo uccidono; sicchè sospeso
-fra le gemonie e l'apoteosi, s'affretta a saziar le voglie spietate o
-voluttuose.
-
-Nulla essendovi dunque che frenasse o il re sul trono o la donna nel
-gabinetto, entrò una depravazione, gigantesca quanto quel popolo; dove
-il vizio e l'empietà eretti in sistema; ferocia ne' dominanti, ferocia
-ne' servi; corruttela tranquilla, corruttela impetuosa; istinto feroce
-nel soldato, istinto fiacco e tumultuoso nel vulgo, istinto servile ne'
-dotti; stupidità in una plebe immensa, indifferente tra il vincitore e
-il vinto. La generosità? la virtù? la bestemmia di Bruto era divenuta
-comune da che si vedeva sovvertito il prisco ordine. La patria? come
-affezionarsi a quella che s'estendeva dall'Elba al Niger? La filosofia?
-ma questa non aveva accordo, non efficacia; esercitazione di scuola,
-riponeva il punto più sublime nel sapersi dar la morte, nel disertare
-cioè da fratelli, alle cui miserie non si era partecipato; così
-s'introdusse il suicidio, come un mezzo di sottrarsi al suo dovere;
-mezzo che i Gentili diceano onorevole, noi Cristiani empio e codardo.
-
-Pure la filosofia stoica è l'unico lampo di vigore, l'unica nobile
-opposizione in quel tempo. Mentre Plauzio Laterano è condotto a morte,
-un liberto di Nerone gli dirige alcune suggestioni, cui egli risponde:
-— S'io avessi l'anima tanto abjetta da fare delle rivelazioni, al
-tuo padrone le farei, non a te». Fu ucciso dal tribuno Domizio Stazio
-che era suo complice, nè per questo gli volse alcun rimprovero; e al
-primo colpo essendone ferito soltanto, scosse la testa, poi la ripose
-all'attitudine opportuna per essere decollato[175]. Epittèto, schiavo
-frigio, che scrisse un _Manuale_ di questa filosofia, percosso dal
-padrone Epafrodito, gli dice: — Badate che mi romperete le ossa»;
-Epafrodito continua, gli fiacca una gamba, e lo schiavo ripiglia: — Non
-ve l'avevo detto?»
-
-Piace questo aspetto di forza e severità: e per vero, mentre la morale
-di Epicuro produceva mollezza e snervamento, quella di Zenone è la
-forza stessa, concentrata in se medesima, per respingere tutto ciò che
-vorrebbe signoreggiarla. Se non v'ha bene fuorchè la virtù, non male
-fuorchè il vizio, e tutto il resto è indifferente, l'uomo si trova
-al disopra degli avvenimenti esterni, riponendo il valor proprio e
-la propria felicità in se stesso, e nel buono o mal uso che fa della
-propria libertà; sicchè scompaiono le differenze di nazionalità,
-di posizione sociale, sottentrando un diritto universale, assoluto,
-eterno, che abbraccia tutti gli uomini. Ma questa forza facilmente
-degenera in un egoismo senza viscere, in un rigore desolante che
-non è la virtù; e l'abstine et sustine degli Stoici, separato dalla
-benevolenza, svia ogni attività benefica, riduce indifferente alle
-miserie d'un vulgo che basisce di fame accanto ai palagi ove rigurgita
-l'abbondanza, e si rinserra in un'inoperosa fatalità. Marc'Aurelio,
-avvertito delle trame di un ambizioso, risponde: — Lasciamolo fare,
-chè, se non è destinato, soccomberà; se è, nessuno uccise il proprio
-successore». È clemenza codesta?
-
-— Il savio attende il bene soltanto da sè: unico male è credere al
-male: meglio morir d'inedia senza timori, che vivere angustiato
-nell'opulenza: meglio che il tuo schiavo sia tristo, anzichè tu
-infelice. Quando abbracci la donna, i figliuoli, pensa che sono
-mortali; e così non ti dorrai perdendoli. La compassione è il vizio
-dei deboli che si piegano all'apparenza degli altrui mali, e perciò
-disdice ad uomo. Le sciagure sono destini, non accidenti. A Dio non
-obbedisce il savio, ma consente. In alcun modo il sapiente è superiore
-a Dio; poichè in questo il non temere è merito di natura, nel savio è
-merito proprio»[176]. Sono massime di Seneca. E che cosa significano?
-che i mondani eventi sono retti da una necessità fatale, e il volere
-umano ha forza di resistere e soffrire, non d'operare; tranquillità
-non può sperarsi che in un superbo e desolato isolamento; considerar
-viltà qualunque transazione col nemico della libertà, quando anche
-non si stipulasse che l'oblio e il poter ritirarsi; punire se stessi
-dei tentativi falliti, sprezzare i tiranni, i quali non possono se non
-dare una morte che non si teme; disporre della vita come d'un possesso
-che vuol tenersi soltanto a certe condizioni; e fin all'ultimo respiro
-meditare sopra se stessi. Insomma non è vero bene ciò che non dipende
-dalla volontà dell'uomo; non dunque bene la patria, e poco monta in
-qual luogo siamo nati, poco che essa goda o soffra; lo stoico non è
-nato per la società, non è cittadino, non dee cercar di sminuire i
-mali della patria, ma darvi per rimedio il sentimento della libertà
-individuale.
-
-Qui consiste la magnanimità mostrata da Cremuzio Cordo e da tant'altri,
-pei quali il suicidio era un rifugio o una speranza. Arria, moglie
-di Trasea Peto, udendo che questi è condannato, s'immerge un pugnale
-nel seno, indi porgendolo al marito, gli dice: — Non fa male». Genero
-ed erede della costei fermezza, Elvidio Prisco da Terracina studiò
-filosofia non per ammantare col nome di questa l'inazione, ma per
-invigorirsi. Il suo sogno era sempre l'antichità, quella repubblica
-aristocratica di cui erano stati ultimi lumi Marco Bruto e Porcio
-Catone; quel senato, ch'era parso a Cinea un'assemblea di re, e a
-Caligola un branco di buffoni. Sbandito alla morte del suocero,
-richiamato da Galba, non cessa d'opporsi in senato agli arbitrj
-imperiali. Parlasi di rifabbricare il Campidoglio? — Quest'impresa
-(dic'egli) spetta alla repubblica, non all'imperatore». Vuolsi por modo
-alle spese del tesoro? — È cura de' senatori, non dell'imperatore».
-E nei discorsi attaccava quei che sotto i regni antecedenti aveano
-abusato, e sotto aspetto di virtù ridesta quel fiotto di accuse e
-denunzie. Vespasiano gli ordinò non comparisse in senato, ed egli: —
-Puoi togliermi il grado, ma finchè io sia senatore vi andrò. — Se vieni
-(soggiunge l'imperatore), taci. — Purchè tu non m'interroghi», replica
-esso; e Vespasiano: — Ma se tu sei presente, io non posso lasciare di
-chiederti il tuo parere. — Nè io di risponderti come mi parrà dovere.
-— Se tu me lo dici, ti farò morire. — T'ho forse io detto d'essere
-immortale? entrambi faremo quel ch'è da noi; tu mi farai morire,
-io morrò senza rincrescimento». Avendo solennizzato il natalizio di
-Bruto e Cassio ed esortato ad imitarli, fu arrestato; poi rimesso in
-libertà, nè mutando sensi e linguaggio, il senato ne decretò la morte,
-e Vespasiano non giunse in tempo a sospenderla. Al veder Tacito, Plinio
-Minore, Giovenale alzar a cielo quest'imprudente, vien da riflettere
-tristamente ove la virtù è costretta ridursi quando le mancano
-legittime vie d'opporsi all'abusato potere.
-
-Scevino Flavio, imputato di congiura contro Nerone, mostrò al tribuno
-che la fossa preparatagli non era abbastanza profonda; e come questi
-gli disse di tender bene il collo, — Possa tu altrettanto bene
-colpire». Caninio Giulio viene ad alterco con Caligola, il quale
-licenziandolo gli dice: — Non dubitare, t'ho condannato a morte»; e
-Giulio, — Grazie, maestà imperiale». Guardava egli come un favore
-la morte in così pessimo imperio, o con ironia da Socrate voleva
-contraffare la vigliaccheria dei cortigianeschi ringraziamenti? Passò
-dieci giorni equanime, aspettando che Caligola tenesse la parola, e
-giocava alle dame quando entrò il centurione ad annunziargli di morire.
-— Attendi ch'io noveri le pedine», risponde tranquillo; e perchè gli
-amici piangevano, — A che rattristarvi? Voi disputate se l'anima sia
-immortale, ed io vado a chiarirmi del vero». E mentre avvicinavasi al
-supplizio, chiedendogli un amico a che riflettesse: — Voglio osservare
-se in questo breve istante l'anima s'accorge d'uscire».
-
-Caligola, ingelosito dell'eloquenza di Seneca, volea farlo morire;
-ma una concubina gli mostrò essere il filosofo di salute così strema,
-che poco andrebbe a finire naturalmente. Eppure sopravisse a vederne
-più d'un successore. Assunto alla questura, fu da Claudio esiliato
-in Corsica, dicono per intrighi con Giulia figlia di Germanico e con
-Agrippina. Di là, a Polibio liberto dell'imperatore, cui era morto
-un fratello, drizzò una Consolatoria, congerie di luoghi comuni sulla
-necessità del morire, su sventure tocche a grandi, a regni, a città;
-esauriti i quali argomenti, soggiunge: — Finchè Claudio è signor del
-mondo, tu non puoi nè al dolore abbandonarti nè al tripudio, tutto
-essendo di lui; vivo lui, non puoi querelarti della fortuna; lui
-incolume, nulla hai perduto, tutto hai in lui, di tutto egli tien
-luogo; gli occhi tuoi non di lagrime ma di gioja devono empirsi...
-ti si gonfiano di lagrime? volgili a Cesare, e la vista del dio te li
-asciugherà; il suo splendore arresterà i tuoi sguardi, nè ti lascerà
-vedere altro che lui... Dei e Dee concedano lungamente alla terra colui
-che le diedero a prestanza;... sempre rifulga quest'astro sul mondo, la
-cui tenebria fu dalla luce di esso ricreata».
-
-Così vilmente adulatolo vivo, Seneca vilmente l'oltraggiò morto,
-nell'_Apocolocunthosis_ descrivendone la divinizzazione. Con ciò
-volea forse ingrazianirsi Nerone, del quale se troppa severità sarebbe
-l'imputargli l'orrenda riuscita, e credere l'avviasse a sozze oscenità
-e fino al matricidio, non gli perdoneremo di non averlo abbandonato
-dopo che di tali delitti si contaminò, e d'aver prostituito l'ingegno
-fin a discolparli. Mentre declamava contro le ricchezze, ammassò
-sessanta milioni di lire, con usure che valsero ad eccitare una
-sommossa nella Bretagna; rimproverava il lusso, ed aveva cinquecento
-tripodi di cedro coi piedi d'avorio; vantava il vivere ignorato[177],
-e anelava pompe e schiamazzo; scrivea voler piuttosto offendere colla
-verità che andare a versi colle piacenterie, poi le trabocca a Nerone,
-il quale «poteva vantare un pregio di nessun altro imperatore, cioè
-l'innocenza, e facea dimenticar persino i tempi d'Augusto»[178]. Eppure
-ogni tratto egli esibisce se stesso per modello, dà intendere che ogni
-sera s'esaminasse dei fatti e detti suoi[179], ed esclama: — Turpe
-il dire una cosa, un'altra sentirne; quanto più turpe sentirne una,
-scriverne un'altra».
-
-Ma egli distingueva due filosofie, una per la vita, una per la scuola:
-ed in questa, attivo e pratico sempre, accumula sentenze, per certo
-opportunissime a correggere e nobilitare il carattere, assodar l'impero
-della ragione sopra le passioni, insegnare temperanza nelle prospere,
-costanza nelle avverse vicende. Ottimo uffizio: ma dopochè se ne sono
-uditi i precetti, si domanda qual autorità d'imporli, qual ragione
-d'obbedirli? Seneca dice alla madre: — La perdita d'un figlio non è
-un male; è follia pianger morto un mortale»; all'esule: — I veterani
-non si scompongono sotto la mano del chirurgo; così tu, veterano
-della sventura, non gridare, non lamentare femminilmente»; a tutti
-predica, ciò ch'è male per l'uno esser bene per molti, e che ogni
-cosa deve perire; intima ai savj di non cadere nella compassione, non
-attristarsi, non impietosire, non perdonare[180]. Ma a che pro questa
-più che umana fermezza? donde la forza di praticarla? donde, se non
-dall'orgoglio e dall'egoismo?
-
-E orgoglio ed egoismo trapelano da tutti i pori all'adulatore di
-Nerone: diresti ch'egli si sente destinato a riformare il genere umano,
-con tal tono da maestro sprezza, beffeggia, riprende, comanda, insegna
-virtù impossibili, e come scopo della filosofia il separar l'anima da
-tutto ciò che non è lei, fare del proprio perfezionamento l'oggetto
-unico d'ogni sforzo, isolarla nella sua grandezza e in una virtù che
-guarda con indifferenza la morte degli altri e la propria.
-
-Fra gli elogi della povertà, viepiù assurdi in bocca d'un gaudente
-cortigiano; fra antitesi in luogo di ragioni; fra quel cumulo di frasi
-sonore si arriva a capire che regola della morale e della felicità è
-la _legge naturale_; sapienza è il conformarvisi. Ma per conformarvisi
-bisogna conoscere, e ciò per mezzo d'una ragione sana, dominatrice
-delle passioni: in tale obbedienza ragionata trovasi la soddisfazione
-della coscienza, il testimonio intimo, ch'è il fine supremo del saggio.
-
-Ma che cos'è la legge? la natura? come questa può obbligare, staccata
-dalla ragion divina, da una volontà superiore e libera, che fissa
-il _fine_ obbligatorio? Seneca avea compreso che doveva esservi un
-Dio buono; che bisogna amare e servire gli amici, la famiglia, la
-patria; aveva, come Aristotele e Platone, conosciuto i rapporti del
-bello col buono, della scienza colla virtù; ma di tutto ciò non erano
-certi i filosofi; talvolta separavano una cosa dall'altra per poter
-dimostrarla; finivano con Dio immobile, una morale senza Dio, una
-virtù senza ricompensa, una scienza senza certezza. Il più glorioso
-sforzo dell'intelletto umano abbandonato a se stesso fu appunto questo
-aggavignarsi ai frantumi della verità, e ingegnarsi a dimostrare la
-solidità dei loro fini, del loro probabilismo. In ciò adoprarono tanti
-insigni libri, tanto talento, tanta volontà; perchè ignoravano quel
-primo vero dell'Ente che crea; e che basta perchè tutte le scienze
-s'incatenino; il fine sia preciso, il mezzo è preparato nella volontà
-risoluta di eseguire sempre il meglio, e nella forza di giudicarne
-rettamente. Volontà costante guidata da scienza certa sarebbero quella
-forza e quella prudenza che Seneca predicava, ma dirette non a un bene
-chimerico, ma ad un bene che sta in noi l'ottenere, secondato dalla
-grazia.
-
-Quando gli fu intimato di morire, chiese di mutare alcune disposizioni
-nel testamento; ed essendogli negato, confortò gli amici rammemorando
-i consueti loro ragionamenti, e lasciando ad essi, poichè altro non gli
-si permetteva, l'esempio di sua vita e l'odio contro Nerone. Avendogli
-detto Paolina sua moglie di voler finire con lui, egli non s'oppose, e
-— T'avevo indicato i modi di vivere, non t'invidierò l'onor di morire.
-La tua coscienza, se è eguale alla mia, sarà sempre più gloriosa».
-Fecesi aprir le vene, e seguitò a dettare a' suoi scrivani; tardando
-la morte, si fece tuffare in un bagno caldo, e ne asperse i servi che
-gli stavano attorno, invocando Giove liberatore, come i Greci libavano
-a Giove conservatore nell'uscire d'un banchetto. In un'altra camera
-Paolina l'imitava, ma Nerone ordinò di stagnarle il sangue.
-
-Visto qual fosse la sua vita, e che di là da questa non aspettava
-premj o castighi[181], e che vantavasi rinvenuto dal _bel sogno_
-dell'immortalità, noi chiediamo se la sua fosse virtù o scena.
-Certamente in lui il dogma della fraternità degli uomini appare
-più evidente; ne riconosce l'eguaglianza, proclama la filantropia
-cosmopolitica al modo degli Enciclopedisti, che di fatti se ne fecero
-un idolo: eppure celia Claudio per gli atti cosmopolitici; inveisce
-contro la guerra, ma per esercizio retorico, e senza conoscerne i
-vantaggi.
-
-Il poeta Lucano suo nipote si contaminò d'adulazione a Nerone, finchè,
-offeso dal vedersi da lui trascurato, congiurò con Pisone. Scoperto,
-cercò salvarsi col denunziare gli amici e la madre; e Nerone ne
-profittò per disonorarlo, ma gli permise la gloria di morire declamando
-proprj versi. Mela, suo padre, nol lascia tampoco freddare che
-s'impossessa de' beni di lui, anche per mostrare di disapprovarlo; ma
-Nerone gli manda di svenarsi anch'esso, ed egli si svena senza fiato
-di lamento. Tre suicidj in una famiglia sola, sostenuti eroicamente, e
-preceduti ciascuno da una viltà.
-
-Nè i suicidj erano soltanto una precauzione contro i tiranni, o
-richiedevano grandi emergenti o imperiali nimicizie. Coccejo Nerva,
-peritissimo giurista, in buona salute e miglior fortuna, risolve finire
-i giorni suoi; e per quanto Tiberio s'industrii stornarlo, lasciasi
-perire di fame. Marcellino, giovane, ricco, amato, cade di leggera
-malattia, e stabilisce morire; raduna gli amici, e li consulta come
-per un contratto o per un viaggio: alcuni il dissuadono; uno stoico
-gli mostra esser bastante ragione d'uccidersi il trovarsi sazio del
-vivere: onde Marcellino toglie congedo dagli amici, distribuisce
-denaro ai servi; e perchè questi ricusano dargli morte, s'astiene
-tre giorni dal cibo, dopo di che portato in un bagno, spira parlando
-del piacere di sentirsi morire. Senz'altezza di pensamenti, nè certo
-aspettando d'essere ammirato da un filosofo, un gladiatore condotto
-al circo caccia la testa fra i raggi d'una ruota. Come i forti, così
-i vigliacchi erano talvolta presi dalla manìa del suicidio; alcuni
-per mera sazietà della vita, per non dovere tutti i giorni levarsi,
-mangiare, bere, ricoricarsi, aver freddo, caldo, primavera poi estate,
-poi autunno e inverno, nulla mai di nuovo. Laonde i predicatori del
-suicidio dovettero dichiarare che non si deve, per questo piacere,
-trascurar i proprj doveri[182].
-
-Il fondo della dottrina stoica non trascendeva la materia. Dio, anima
-del mondo, è congiunto colla materia, e un giorno l'assorbirà; ogni
-parte di essa è dunque parte viva di quest'anima, e può adorarsi;
-arbitrario è il culto come il dogma, sicchè la religione non è
-potenza distinta, ma si perde nell'ordine politico; le credenze sono
-accolte non secondo il loro valor dottrinale, ma secondo la loro
-facilità di dileguarsi innanzi al potere; centro e scopo proprio,
-l'uomo non ha doveri religiosi in faccia a questo Dio, che è eguale
-a lui. Quel panteismo naturalista proclamava l'unità nell'ordine
-morale e nel sociale; in conseguenza i diritti dell'individuo erano
-posposti, restando l'uomo assorbito nell'umanità, e l'umanità nella
-vita universale; sagrificate la libertà e la spontaneità e la vita
-attiva alla fatalità, al riposo, ad una speculazione astratta, che
-ingagliardiva l'orgoglio dell'intelletto senza scaldare il cuore nè
-stimolare la volontà; alla ragione toglieva il soccorso del sentimento,
-alla virtù l'appoggio preparatole dalla Provvidenza.
-
-Lo stoicismo era uno sforzo istintivo, una concezione eroica
-dell'orgoglio umano, ma sprovvisto di fondamento logico; declamazione
-anzichè scienza, connessa alle verità supreme soltanto per
-raziocinio, e perciò non giustificabile in faccia agli uomini,
-e mancante d'autorità sopra di essi. La ricerca d'una perfezione
-ideale, solitaria, indipendente dalla moralità generale, avversa
-alle espansioni generose, petrifica l'essere umano divinizzato,
-ripone il bene in un giudizio dell'intelletto, comechè repugnante
-alla testimonianza dei sensi; e perciò dove lo stoico coll'egoismo
-spiritualista, coll'egoismo sensuale giungeva l'epicureo, e l'uno
-coll'impossibilità di raggiungere il proposto modello, l'altro
-coll'indolenza, entrambi non ravvisando il bene che in relazione col
-presente, coll'individuo, elidono l'attività umana, lentano i legami
-domestici, annichilano la società[183]. Guarda, o stoico: l'epicureo
-colla sua spensieratezza pareggia l'eroismo de' tuoi, e muore sulle
-rose meretricie, siccome voi altri coi libri di Platone. Ad Agrippino
-annunziano che il senato si raccolse per giudicarlo, ed egli: —
-Faccia; noi intanto andiamo al bagno». Va, e nell'uscire, udendo che fu
-condannato, chiede: — Alla morte? — All'esiglio. — Confiscati i beni?
-— No. — Partiamo dunque senza rincrescimento; ad Aricia desineremo bene
-tant'e quanto a Roma».
-
-Più spesso l'epicureo ammaestrava a goder la vita, e gittarsi
-alle spalle il timor degli Dei. Come Bentham disse che la morale è
-l'interesse, ma l'interesse consiste nell'esser virtuoso, così Epicuro
-avea posto la felicità ne' godimenti, ma i godimenti nella virtù:
-però in entrambi i casi i seguaci furono più logici, e il nome del
-maestro serviva agli epicurei soltanto a scusare l'assecondamento
-delle proprie inclinazioni, diffondere l'empietà, agevolare ai
-grandi i delitti dell'ateismo, senza togliere al vulgo quei della
-superstizione. Perciocchè ad ogni modo queste filosofie erano
-scienze aristocratiche, le quali si dirigevano a pochi, al modo dei
-franchi pensatori del secolo passato, e come questi non nominavano la
-moltitudine (οἱ πολλοὶ) se non per vilipenderla. Intanto nè bastavano
-a spiegar la religione, nè a fare senza di essa; onde questa, che è la
-filosofia de' più, rimaneva senza dogmi e ingombra di assurde pratiche:
-giacchè l'incredulità non salva dalle superstizioni, e solo ne cambia
-l'oggetto.
-
-Quella religione, invece di comprendere le verità più generali ed
-assolute, ritraeva potenza da ciò che avea di locale e relativo[184]:
-però non avea un corpo di tradizioni e dottrine, attuate in cerimonie
-rituali, non doveri precisi, insegnamenti morali; la tradizione
-non vi faceva forza d'autorità, e ciascuno ne prendeva quel che gli
-aggradisse. La Grecia avea velato le incoerenze mitologiche sotto
-i recami della poesia: Roma le metteva in evidenza col prendere la
-religione sul serio, come stromento di politica. Mediante il quale,
-vero Dio era la patria, s'insinuavano virtù civiche piuttosto che
-religiose, la pietà verso i celesti mutavasi in devozione verso la
-patria; sicchè, allorquando questa divenne tutto il mondo, più non
-s'ebbe cosa a cui credere, e al culto destituito d'oggetto non rimaneva
-la forza di verità astratte, non l'autorità morale.
-
-Nè paga d'avere «nel bottino di ciascuna conquista ritrovato un
-dio»[185], Roma coll'apoteosi faceva Dei tutti quegli esecrabili suoi
-padroni. Celebrati con magnifica pompa i funerali del morto imperatore,
-ne veniva posta l'effigie in cera sopra un letto d'avorio, coperto
-di superbo tappeto d'oro, quasi figurasse l'imperatore stesso ancora
-malato. Senatori e matrone, venendo a visitarlo, restavano delle ore
-seduti accanto al letto, e sette giorni durava tal mostra: l'ottavo
-dì, i principali senatori e cavalieri processionalmente per la via
-Sacra trasportavano il letto, coll'effigie qual era, nella pubblica
-piazza, dove recavasi il nuovo imperatore, accompagnato dai più
-illustri signori romani. Ivi sorgeva un palco di legno simulante la
-pietra, ornato d'un peristilio splendente d'avorio e d'oro, sotto il
-quale in pomposo letto veniva adagiata l'effigie, e intorno vi si
-cantavano a doppio coro le lodi del defunto, mentre il successore
-stava col suo corteggio assiso nella piazza, e le matrone sotto il
-portico. Finita la musica, la processione si avviava al Campo di Marte,
-portando anche le statue dei Romani più illustri nella storia, alcune
-di bronzo rappresentanti le provincie soggette, e immagini d'uomini
-celebri. Seguivano i cavalieri, soldati e cavalli da corsa; in fine i
-doni dei popoli tributarj, e un altare d'avorio e d'oro, tempestato
-di gemme. Durante questo corteo, l'imperatore, salito sulla tribuna
-degli oratori, faceva l'elogio del morto. In mezzo al Campo Marzio
-era elevato un rogo, che via via restringendosi formava una specie di
-piramide; fuor rivestito di ricchi tappeti ricamati a oro, e adorno
-di figure d'avorio; dentro legna secca; in cima il cocchio dorato, di
-cui soleva servirsi il defunto; sul piano sottoposto, dai pontefici
-stessi era collocato il letto di parata coll'effigie di cera, su cui
-spargevansi profumi ed aromi. Il nuovo imperatore e i parenti del
-defunto, baciata la mano a quell'immagine, recavansi a sedere nei
-posti destinati: allora facevansi intorno al rogo corse di cavalli,
-poi sfilavano soldati e carri, i cui condottieri erano vestiti di
-porpora. Compite queste cerimonie, l'imperatore, seguìto dal console
-e dal magistrato, appiccava il fuoco alla pira, e quando cominciavano
-ad alzarsi le fiamme, dall'alto di quella davasi a volo un'aquila (o
-un pavone, se era l'imperatrice), che dirizzandosi al cielo, doveva
-figurare portasse all'Olimpo l'anima del morto. Ergevasi poscia un
-tempio in onore di lui; gli si dava il titolo di Divo, e gli venivano
-destinati sacerdoti e sacrifizj.
-
-Tant'era la smania dell'apoteosi, che non voleasi aspettar la morte
-degl'imperatori e il decreto del senato. Augusto durò fatica a
-circoscrivere a sole le provincie il suo culto. Tiberio permise alle
-città d'Asia d'erigergli un tempio; ed ecco undici città disputarsene
-l'onore, allegando chi l'antichità, chi la gloria, chi la religione.
-L'Italia non volea restare indietro, ma Tiberio se ne schermiva:
-— L'ho consentito alle città d'Asia, sull'esempio d'Augusto; ma il
-lasciarmi adorare dappertutto sarebbe orgoglio intollerabile. Io son
-mortale, soggetto alle leggi dell'umanità: siatemi testimonj di tal
-dichiarazione, e se ne ricordi la posterità». Ciò riferisce Tacito,
-soggiungendo che alcuni la credeano modestia, altri cautela, altri
-pusillanimità; avvegnachè Ercole e Bacco desiderarono d'esser Dei,
-e le alte ambizioni s'addicono alle anime alte[186]. E ben cinquanta
-deificazioni si fecero da Giulio Cesare a Domiziano, fra cui quindici
-di donne; e quegli altari talvolta erano trabocchetti per moltiplicar
-le colpe di lesa maestà come facea Tiberio, o beffe amare come quei
-di Nerone per Claudio, od insulti al pudore come quei per Antinoo e
-Drusilla e Poppea.
-
-Accettare ogni dio equivale a non averne alcuno; sicchè la religione
-riducevasi ad una legge, non ad una fede; le feste erano pompe, il
-culto pubblico era politica, il culto privato un gusto individuale,
-scegliendosi un dio prediletto, a cui dare le vittime più pingui, a
-cui tener raccomandati gli affari, la famiglia, gli amori. Nelle menti
-colte poteano più ottenere credenza quella turba di numi e le poetiche
-loro storie? poteva un'anima generosa inchinarsi ad are, su cui
-s'incensavano cinedi e meretrici? Pertanto il filosofo, il sacerdote,
-il politico guardavano i varj culti come del pari falsi e del pari
-opportuni; e la tiara del pontefice, la stola dell'augure, la toga del
-magistrato ricoprivano l'ateo.
-
-Augusto, volendo restaurare nell'impero anche le idee che ne devono
-esser la base, pose gran cura alla religione; appurò la fonte delle
-istituzioni col correggere i Libri Sibillini, ripristinò la dignità
-di flamine diale, crebbe i privilegi dei collegi sacerdotali e il
-numero delle Vestali, procurò rialzare il culto di Vesta e dei Lari,
-protettori della famiglia e dello Stato; in casa propria istituì il
-culto di Febo, e vi trasportò dal Palatino il santuario di Vesta;
-ogni quartiere di Roma ebbe nuovi Lari, al posto delle vecchie statue
-consunte, e ad onor loro feste in primavera e in estate; ai Lari
-antichi si unì il Genio del principe, onorato di più solenni omaggi:
-il qual culto de' Lari, riferentesi alla ripristinazione del sistema
-municipale, fu propagato per tutta Italia e per le provincie. I giuochi
-secolari dimenticati si rinnovarono diciassett'anni avanti Cristo, e
-Orazio compose per quella pompa il _Carmen sæculare_. Esso Augusto
-fece ricostruire i tempj cadenti, quasi volesse obbligarsi gli Dei
-come gli uomini, dice Ovidio[187]; pel primo eresse un'ara alla Pace;
-e qualvolta ritornava dai viaggi, un nuovo delubro poneva a qualche
-divinità benefica.
-
-Riforme tutt'affatto esterne, e viemeno efficaci perchè sprovviste
-d'entusiasmo e di sincerità. Tito Livio, pieno d'oracoli e portenti,
-rimpiange i guasti causati alla fede dalla filosofia, ma per quel suo
-stile di adoprare le istituzioni antiche a raffaccio delle moderne;
-Orazio canta gli Dei, pur professandosi majale epicureo; Virgilio
-àltera a norma del poetico il senso religioso della mitologia, rimpasto
-scientifico o estetico che la scredita quanto il dubbio o lo sprezzo;
-Ovidio canta la storia degli Dei nelle _Metamorfosi_, il culto nei
-_Fasti_, ma non mai nell'intento di propagarli o di farli credere;
-e l'ironia e la frivolezza vi trapelano dalle proteste di riverenza,
-nè mai mentì peggio di quando esclamava _Est Deus in nobis, agitante
-calescimus illo._
-
-Agli Dei non si credeva: udimmo professarlo Seneca; Petronio esclama,
-— Nessun crede cielo il cielo, nè stima Giove un'acca»; Giovenale, —
-Che vi abbiano gli Dei Mani e i regni postumi, nol credono neppure
-i ragazzi»[188]; Tacito, l'austero Tacito, _spera_ che dopo morte
-le anime possano aver vita e senso di ciò che si fa quaggiù[189], ma
-nulla indica ch'egli lo credesse. Il culto uffiziale durava ancora,
-e fu «un gran giorno pel senato romano» quello in cui tutte le città
-greche mandarono deputati a Roma per discutere sopra il diritto d'asilo
-de' tempj, non cercandosi abolirlo, ma volendosi soltanto sincerarne
-i titoli, fondati sopra le tradizioni divine, i decreti dei re, gli
-editti del popolo romano; e imporvi limiti, ma in un linguaggio affatto
-rispettoso[190]. Se però la potestà imperiale potè ricomporre l'ordine
-civile e politico, fallì nel religioso, anzi lo precipitò prostituendo
-anche il culto ai capricci del principe; il quale concentrando in sè
-il potere spirituale e il temporale, possedeva intero l'uomo, nè gli
-lasciava quell'asilo che nel tempio trovano i credenti contro gli
-eccessi del regnante.
-
-Gli oracoli perdevano la favella, dacchè il trattarsi gli affari
-non nel fôro ma ne' gabinetti faceva più difficile il prevedere le
-decisioni, pericoloso il rivelarle, inutile l'insinuarle a nome del
-dio, quando le imponeva il decreto del principe. I Romani consideravano
-ogni paese come collocato sotto la protezione di numi speciali,
-laonde ai vinti non li toglievano, salvo se si rendessero centri e
-stromento d'opposizione, come il culto dei Druidi nelle Gallie; e per
-esempio, nell'Egitto posero un pontefice massimo, a capo dei sacerdoti
-tutti e del museo d'Alessandria. Del resto, come la città a tutti i
-forestieri, così fu aperto il cielo a tutti gli Iddii; nel santuario
-di Vesta e di Rea, ogni deificazione delle umane passioni otteneva
-sacerdoti, sacrifizj, feste. Ma coll'accettare tutti gli Dei toglievasi
-il carattere politico delle religioni, quel che legava il culto al
-patriotismo.
-
-Perocchè la religione era nazionale più che personale; chi sagrificava,
-pregava, espiava era la città, la tribù, la famiglia, anzichè
-l'individuo; e la personalità del credente si perdeva o nella bellezza
-della mitologia o nel vago del panteismo. Ma l'uomo ha timori e
-speranze, ha profondo bisogno di trovar sollievo, luce, espiazione; nè
-il progresso materiale potrà mai soffocare gl'istinti primitivi di lui,
-e quell'impulso talora confidente, più spesso pauroso delle anime verso
-le cose superne, il sentimento, comunque offuscato, d'una primitiva
-maledizione, la paura d'un Dio vendicatore. Dopo le guerre civili, da
-tanti delitti e disastri sbigottito non illuminato, l'uomo colpevole
-cercava un asilo presso gli altari; e poichè de' numi antichi parea
-sazio il vulgo, doveasi introdurne di sempre nuovi, il cui simbolo
-non fosse ancora svilito da interpretazione materiale, e con nuovi
-riti rinvigorire alquanto la fede; donde un misero avvicendare delle
-coscienze fra superstizione ed incredulità.
-
-La coscienza sentiva la necessità d'accostarsi al Dio sdegnato, e
-dirgli «Perdona»; provava bisogno di purificazioni, d'espiazioni:
-talchè, per mondarsi, alcuni nelle cerimonie di Mitra si battezzano
-di sangue, alcuni camminano sul Tevere gelato, o bagnati traversano a
-ginocchio il Campo Marzio; se Anubi è irato, il popolo decreta si mandi
-a prender acqua del Nilo da lustrarne il tempio, o si offrano vesti ai
-sacerdoti d'Iside, o cento uova al pontefice di Bellona[191]. Insomma,
-disgustata dalle religioni palesi, la folla rifuggiva alle arcane, e
-i misteri non furono più partecipati riservatamente a pochi; e più che
-la rivelazione di alcune verità morali o fisiche[192], se ne adottò la
-parte corrotta e peccaminosa. Mentre dunque il culto legale sostituiva
-al patriotismo l'adorazione di Cesare, l'Oriente insinuava le teurgie,
-corrompendosi così e la scienza e la virtù. Ogni dama nel penetrale
-teneva il sole etiopico, derivato dall'Egitto; dalla Fenicia erano
-venute divinità metà donne e metà pesci, dalla Gallia pietre druidiche;
-Germanico si fa iniziare ai grossolani misteri di Samotracia e al culto
-de' panciuti Cabiri; egli, Agrippina, Vespasiano consultano le divinità
-egizie.
-
-L'uomo, che non può credere opera del caso la creazione e la
-conservazion delle cose, sente per istinto che tra lui e questa causa
-v'ha mezzi di comunicazione regolari e salutiferi. Se gli soffogate
-tal sentimento col vizio o col raziocinio, cade in una specie di
-disperazione che lo precipita nelle superstizioni. Siffatta divenne
-allora la condizione dei più. Paventando che l'omaggio reso all'uno
-recasse torto all'altro dio, si ricorreva ad osservanze superstiziose;
-negata la vita seconda, si tremava degli avvenimenti di questa; negata
-la Provvidenza, ammetteasi la fatalità, e volevasi indagarne gli
-inevitabili decreti. Di qui l'osservanza degli augurj e del volo degli
-uccelli e de' giorni propizj o infausti, anche per parte di quelli che
-degli Dei parlavano celiando[193].
-
-Da Plinio raccogliamo come i maghi credessero con l'erba marmorite
-costringer gli Dei ad obbedirli; colla etiopide seccare i fiumi e
-aprire qualunque cosa chiusa; colla achimenide infondere sgomento ai
-nemici; coll'antirrina rendersi belli, e sicuri da ogni nocumento;
-colla coriacesia agghiacciar l'acqua; coll'applicare tre volte
-l'eliotropio guarir dalle terzane, e quattro dalle quartane; colla
-verbena acquistarsi fede, conciliare benevolenza, garantirsi da morbi;
-colla teangelide indovinare; colla cinocefalia neutralizzare i veleni
-ed evocare i morti; coll'inghirlandarsi d'eliocriso ottener grazia
-e gloria. Delle pietre, la grammatia rendeva eloquente; la gemma di
-Venere assicurava dal fuoco; l'agata fugava le tempeste e fermava i
-fiumi; la chelonia posta sulla lingua faceva indovinare; alcune, fatte
-a foggia di testudine, poteano sedar le tempeste; l'eliotropia mista
-coll'erba dell'egual nome e con certe preghiere, rendeva invisibili.
-Fra gli animali, chi mangiasse il cuore della talpa potea vaticinar
-l'avvenire; col sangue della jena bagnando le porte, tutelavansi gli
-abitanti da ogni malattia o fascino; portandone indosso gl'intestini,
-si era sicuri da incantagioni e di vincer le liti e innamorar le
-donne: il sinistro piede del camaleonte, arrostito nel forno, rendeva
-invisibile chi lo portasse: ungendosi col grasso che sta fra le due
-sopracciglia d'un leone, si diveniva cari ai principi; mentre il sangue
-della donnola, misto a cenere di jena, rendeva abominati. Perciò,
-soggiunge egli stesso, dopo sorbito un uovo, si ha cura di rompere il
-guscio; e in molti paesi d'Italia erasi proibito alle donne per istrada
-di torcere il fuso o di portarlo scoperto, perchè nuoce alle speranze,
-principalmente di grani[194].
-
-Aggiungete il terrore di potestà arcane, meschina curiosità delle cose
-occulte, e credenza divulgata nei fatucchieri e nelle streghe, brutte
-vecchie, avide di venere, micidiali ai parti, le quali trasfiguravansi
-in bestie, rapivano i bambini, li cambiavano in cuna, gli affaturavano,
-al che suggerivansi per rimedio l'aglio e certi scongiuri: temeansi
-pure i vampiri, morti che ricomparivano per suggere il sangue dei
-vivi[195]. Estremamente si erano moltiplicati gli oracoli, i prestigi,
-gl'incantesimi, gli amuleti; e astrologi di Caldea, auguri di Frigia,
-indovini dell'India, promoveano i misteri delle scienze teurgiche.
-
-Canidia strega, avvolti serpentelli alle scomposte chiome, nuda i
-piedi, rimboccata la negra veste, unta del sangue di rospi, colla
-potente Sagana, entrambe orribili per pallore e per irta capigliatura,
-urlando occupano un giardino, colle unghie raspano la terra, e coi
-denti straziano una nera agnella, il cui sangue scorreva nella fossa,
-donde aveano ad uscir le ombre per portare responsi dagl'inferni.
-Esse teneano una figura di cera, una di lana: questa più alta puniva
-l'altra, che avea sembianza di supplicante e di schiava che va a
-perire. L'una maga invoca Tisifone, Ecate l'altra; subito i cani
-infernali e i serpenti le circondano; l'immagine di cera prende fuoco e
-getta un vivo splendore; ma udito un fracasso, le due streghe fuggono
-abbandonando i denti, i capelli, le erbe e i legami tricolori con cui
-avviminavano i cuori[196].
-
-A Tiberio gli astrologi erano necessarj quanto i commedianti e le
-femmine; porta un lauro per assicurarsi dai fulmini; quando starnuta,
-vuol gli si dica _Salute_; per impedire che si consultino le sorti
-Prenestine, si fa portare quei pezzetti di legno, ma oh meraviglia!
-al domani la cassetta si trova vuota, e le sorti eransi di per sè
-restituite a Preneste. Nerone chiamò a Roma Tiridate ed altri maghi
-per essere iniziato ne' loro arcani, e per essi dominare sugli Dei come
-sugli uomini; e alla magìa rifuggì per chetare i rimorsi, dopo uccisa
-Agrippina[197]. Vespasiano li sbandiva coi decreti, e gl'invitava coi
-doni; Domiziano li consultava; confidava in essi Adriano, malgrado
-l'affettata filosofia; nè questa preservò Marc'Aurelio dal credere
-agl'indovinamenti dell'egiziano Anufi. Ogni città, ogni villaggio aveva
-una statua, un tabernacolo, una grotta miracolosa; e i governatori
-andavano a chiedervi i destini dell'impero. Ogni ricco novera tra' suoi
-servi un astrologo; al chiromante e al negromante si fa gittar l'arte
-ansiosamente allorchè fulmine cade, o morti appajono, o un'improvvisa
-rivoluzione può spingere dalla miseria al trono, o dai triclinj alle
-forche. Donzelle avide d'amore, giovani solleciti d'una eredità, spose
-cupide della maternità, vecchi slombati, gelose amanti, magistrati
-ambiziosi accorrono a queste empie follie, per le quali neppur si
-rifugge dallo scannare fanciulli.
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-CAPITOLO XXXV.
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-La Redenzione.
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-Qualche moralista esclamava, è vero; ed a misura del suo coraggio
-rivelava le piaghe di quel tempo, l'impassibilità dei ricchi, le
-miserie del povero, la corruttela di tutti. Declamazioni! ma trattasi
-di suggerire un rimedio? i filosofi somigliano a vecchi, predicanti
-una morale cui non applicano; gli Stoici versano ogni colpa sopra
-le dottrine epicuree; i migliori politici non sanno che ribramare
-il tempo antico e la rugginosa aristocrazia; Orazio, da poeta vi
-canta: — Andiamo ad abitare le isole Fortunate»; Giovenale dice come
-uno scolaretto: — Ritiratevi sul monte Sacro»; Seneca soggiunge:
-— Uccidetevi»; Tacito non vede raggio di luce nelle tenebre che sì
-foscamente descrisse; fra tante superstizioni fedelmente riferite, e
-da lui rispettate come un istituto politico e nazionale, nega fede a
-cotesta divinità, che abbandona in tal fondo di corruzione l'opera sua
-più bella; e rifiuta le speranze postume, dicendo che gli Dei «curano
-la vendetta, non la salvezza, e si fan giuoco delle cose mortali»[198]:
-un riparo nessuno sapeva trovare, nessuno ideava una rigenerazione
-morale; e al più sarebbesi applaudito ad Euno, a Spartaco che
-violentemente spezzassero i ferri.
-
-Chi mai avrebbe pensato opporre la voce e la persuasione sua personale
-alla sfrenata potenza di quell'idolo inesorabile che si chiamava lo
-Stato? Nell'assoluta mancanza d'ogni accordo di principj, sarebbe
-somigliato altro che follìa l'affrontar morte o persecuzione per
-sostenere il proprio convincimento? Ognuno provveda a ciò che più
-gli torna; il resto è nulla. Voi letterati, cercanti l'utile anche
-nel bello, rendetevi alleati e complici della tirannide. Voi savj,
-incontrando la disperazione invece della Provvidenza, riponete
-il sommo della virtù nel sottrarvi colla morte agli affanni, che
-l'individuale senno giudicò trascendere le forze vostre. O mondo,
-ti sprofonda nell'avvilimento morale a proporzione che cresce la
-materiale prosperità. Chi rigenererà l'umana specie? La forza? ma Roma
-l'avvolgerebbe tantosto nelle comuni ruine: la legalità? ma quella di
-Roma è così tenace e vigorosa, da non lasciarsene crescere a fianco
-un'altra: la scienza? ma essa invanisce in frasi sonore. Il rialzamento
-morale non potrà aspettarsi dagl'imperatori tiranni, non dal senato
-avvilito, non dai patrizj decimati, non dalla religione screditata, non
-dai ricchi corrotti, non dalla plebe ignara de' suoi diritti e de' suoi
-doveri.
-
-Nè tampoco dai filosofi, barcollanti nel dubbio orgoglioso, mentre
-a riformare il mondo si richiede convinzione nella libertà umana,
-e un governo provvidenziale che conduce il trionfo delle sociali
-verità quando il loro tempo arrivò. Massime sparse e sconnesse, per
-quanto vere, non bastano, ma bisogna un nuovo principio; al concetto
-dell'ordine objettivo, ma fatale nella natura e nella società, opporre
-quello della Provvidenza divina e della libertà personale; al precetto
-negativo del non toglier l'altrui e non ledere il diritto, surrogarne
-uno positivo; riporre l'onestà nella coscienza, estenderla su tutte le
-facoltà del cuore, dell'intelligenza, della volontà.
-
-Poniamo caso che alcuno si fosse elevato a proclamare massime in
-perfetta contraddizione colle correnti. — Non v'ha che un Dio solo:
-per libera volontà di lui furono creati la materia, perciò peritura,
-e l'uomo, dotato di un'anima immortale. Questo Dio è comune a tutti i
-popoli e ai singoli uomini, provvido conservatore del mondo, testimonio
-e rimuneratore di tutte le azioni, dettatore d'una legge che è il
-fondamento della morale e del diritto. Perchè tutti figli di quel
-Dio, gli uomini sono eguali, senza distinzione di romano o barbaro, di
-circonciso o incirconciso, di patrizio o plebeo, di schiavo o libero,
-di maschio o femmina[199]: hanno dunque tutti ad amarsi e giovarsi a
-vicenda; il comando e le dignità sono uffizio, non un godimento; e i
-primi devono considerarsi ultimi.
-
-«Tutti gli uomini sono originalmente contaminati d'un peccato, dal
-quale provengono l'errore, l'ignoranza, la morte. Ma ad espiare quel
-peccato, a dare all'uomo il potere di convertir l'errore, l'ignoranza,
-l'infermità in mezzi di santificazione mediante la ripristinata
-libertà, Iddio stesso s'incarnò, versò il sangue e la vita. Tutti
-peccatori, tutti redenti del pari, gli uomini vengono da uno stesso
-luogo, tornano al luogo stesso per sentieri diversi. La vera giustizia
-nasce da tale eguaglianza; come ne nasce la libertà dall'essere ognuno
-responsale de' proprj atti.
-
-«Niuno è servo per natura; e quelli che la legale iniquità rese tali,
-devonsi sollevare immediatamente col farli partecipi ai riti sacri
-e all'istruzione religiosa, preparandoli così all'emancipamento. La
-società non abbraccia intero l'uomo, il quale ha in sè qualche cosa di
-più sublime, di superiore alle leggi civili; e indipendentemente da
-queste aspira ad un fine più eccelso, ad una destinazione superiore
-a quella degli Stati che nascono e muojono. L'uomo, alito di Dio,
-non trae importanza soltanto dalla società, ma possiede una dignità
-propria, che lo obbliga a perfezionare se stesso, dar vigore alla
-propria coscienza, appoggiata sopra una legge suprema.
-
-«La riforma non deve dunque cominciare dallo Stato, ma dall'individuo;
-perchè questo, allorchè sia buono, è libero sotto qualsiasi reggimento;
-sa fin dove obbedire; ha la coscienza della propria dignità e
-responsabilità. Nè la morale si limita ai grandi misfatti che nuociono
-alla società civile, e pei quali soli il gentilesimo stabilisce le pene
-dell'inferno, insegnando che _Dii magna curant, parva negligunt_; ma
-abbraccia tutte le opere, i pensieri, le parole, fin le ommissioni,
-attesochè l'uomo sta perpetuamente al cospetto d'un Dio, che deve poi
-giudicarlo e punirlo. Voi chiamate la vendetta voluttà degli Dei? ed io
-vi annunzio che dovete concedere perdono universale, se volete ottenere
-perdono da Dio.
-
-«Ogni scostumatezza è colpa, giacchè l'uomo deve rispettare in sè
-e negli altri la divinità; nè vi è stato di mezzo fra la verginità
-e il matrimonio. In conseguenza i nodi domestici saranno purificati
-e rassodati, si perpetuerà il conjugale, diretto a ben più sublime
-fine che la soddisfazione istintiva. La donna non sarà più esposta a'
-voluttuosi capricci dell'uomo, e l'illibatezza deve portarla a libertà:
-ornamento suo più bello considererà quel pudore, che ora è vilipeso
-nelle cortigiane, nelle schiave, fin nelle dee; per conservarlo, morrà
-anche; e i meriti di essa consisteranno non in eroiche, ma in virtù
-miti e conformi alla natura sua.
-
-«L'amor proprio dominante ceda il luogo alla carità, virtù che dai
-filosofi è considerata come una debolezza. E questa carità universale,
-paziente, benigna, operosa, ordina d'amare il prossimo come noi stessi;
-cerca i soffrenti al carcere, all'ospedale; raccoglie i projetti,
-sepellisce i morti; dà il pane agli affamati, l'istruzione agli
-ignoranti, il consiglio ai dubbiosi, il buon esempio a tutti. Da essa
-affratellati, il povero non invidii al ricco; il ricco sappia che tutto
-il superfluo deve darlo a chi non ha, ma che ogni stilla d'acqua che
-darà ad un bisognoso, gli sarà computata per la vita futura. In vista
-della quale è necessario operare continuamente, cercare la purezza in
-terra, e tollerare i mali di questa vita, che non è se non un esiglio e
-un preparamento.
-
-«Quel che importa, non è la città, non la patria, ma l'uomo; e nazione
-e tribù e famiglia esistono per l'uomo, non egli per esse. Il dovere
-supremo non concerne quelle astrazioni che si chiamano patria, nazione,
-bandiera, ma l'essere reale che chiamasi il prossimo. Allo Stato non
-si può sagrificar più nemmanco un uomo, non la moralità personale
-alla pubblica: verità e giustizia sono bisogni più urgenti che non
-la civiltà materiale. La giustizia ha radici più salde e antiche, che
-non i patti e le leggi umane. La verità non deve rimanere privilegio
-di pochi, ma comunicarsi a tutti; a tutti insegnare a ingagliardirsi
-contro le passioni, quetare i malvagi appetiti, posporre il ben proprio
-al generale, l'utile all'onesto, la vita transitoria all'eterna. Voi
-dal Campidoglio gridate, _La salute del popolo è norma suprema_; noi
-all'opposto diciamo, _Perisca il mondo, ma si faccia la giustizia_».
-
-Chi avesse annunziato tali verità, sarebbe parso poco meno che
-mentecatto al romano orgoglio e all'universale corruttela. Eppure
-in fatto erano state predicate in una delle più piccole e sprezzate
-dipendenze dell'impero romano, la Palestina, diffamata per credulità;
-e non già da un guerriero che attirasse il rispetto de' guerrieri
-romani, non da un filosofo che ne eccitasse la curiosità, ma dal
-figlio d'un artigiano, nato in una grotta in occasione che sua
-madre era ita a Betlemme, montuosa cittadina della Giudea, per farsi
-iscrivere nel ruolo della sua tribù, allorquando Augusto ordinò il
-censo generale (Anno di Roma 754? 25 xbre) affine di conoscere quanta
-gente gli dovesse obbedienza e tributi. Questo _uomo_, che si chiamava
-Gesù, era figlio di Maria, fanciulla ebrea, stirpe di Davide ma in
-povera fortuna, e sposata a Giuseppe fabbro di Nazaret. Egli crebbe
-nell'oscurità e nell'obbedienza fin verso i trent'anni; allora cominciò
-a predicare a pescatori e simil vulgo, e diceva: — Beati i poveri di
-spirito; beati i miti; beati i misericordiosi; beati i mondi di cuore;
-beati i pacifici, perchè saranno chiamati figliuoli di Dio; beati
-quelli che soffrono persecuzioni per la giustizia, perchè il regno
-de' cieli è per essi. Imparate da me che sono mite ed umile di cuore,
-e troverete requie alle anime vostre. Chi si corruccia col proprio
-fratello, è reo di giudizio. Misericordia io voglio, non sacrifizj.
-Finora v'hanno detto, _Occhio per occhio, dente per dente_: io vi dico
-che a chi vi percuote una guancia, anche l'altra presentiate. Finora
-vi fu imposto d'amare il fratello, e odiare il nemico: io v'ingiungo
-d'amare il nemico, beneficare chi vi nuoce, pregare per chi vi
-persegue, imitando Dio che fa nascere il sole sui buoni e sui malvagi.
-Io vi do un precetto nuovo, che vi amiate un l'altro come io ho amato
-voi: vi conosceranno miei discepoli se vi amerete a vicenda. Chi ha
-due tuniche, ne porga una a chi n'è sprovvisto. Fate l'elemosina, ma
-in secreto, e che la vostra mano sinistra non sappia ciò che fa la
-destra. Date a prestito senza speranza di ricambio, e largo sarà il
-vostro frutto. Alla fine de' secoli poi verrà il Figliuol dell'uomo
-a giudicare, e dirà: _Io ebbi fame, e mi saziaste; ebbi sete, e mi
-deste a bere; pellegrino mi albergaste, nudo mi vestiste, mi visitaste
-infermo e carcerato; venite, o benedetti del Padre mio, al gaudio che
-vi è preparato_».
-
-Chi così diceva, camminava come un peccatore fra i peccatori,
-confabulava col bestemmiatore, sedeva a banchetto coi pubblicani;
-rimandava assolta l'adultera, lasciavasi lavare i piedi dalla
-meretrice; intingeva il dito nel piattello stesso col traditore, e gli
-dava il bacio; prometteva il paradiso a un ladrone: oh! ben doveva egli
-sentire i dolori dell'umanità, se così la compativa.
-
-Gli Ebrei perdettero l'indipendenza allorchè il magno Pompeo li
-sottopose alle aquile latine; e, pur conservando un re proprio,
-stavano soggetti a un preside o procuratore romano, che allora era
-Ponzio Pilato (28). Allo spettacolo delle assidue vicende d'allora,
-alla caduta di tanti regni, allo sterminio di tante città, i Gentili
-si approfondavano in quel sentimento d'un progressivo deteriorare del
-mondo, che era stato ad essi lasciato dalla tradizione primitiva;
-e perfino coloro che idolatravano Roma e «l'eternità dell'ingente
-Campidoglio», a cui pareva aggiungere solidità ogni re che incatenato
-ascendesse per la via Sacra, pure vedevano ogni generazione
-peggiorare, e il mondo avviarsi a rovina inevitabile. Gli Ebrei
-invece, fra gravissimi disastri esteriori ed interni, perdute le armi
-e l'indipendenza, insieme col dogma della caduta teneano vivo quel
-della rigenerazione; unici fra i popoli antichi che conoscessero quella
-dottrina del progresso, ch'è carattere e vanto della moderna civiltà.
-
-Nei loro libri profetici, da antico scritti nella più sublime poesia,
-leggevano la promessa che verrebbe un salvatore, e appunto intorno a
-questi tempi: ma accecati da angusto amor di patria, e nel dispetto
-dell'oltraggiata nazionalità, nell'_aspettato_ non presagivano altro
-che un eroe, secondo la carne non secondo la fede, il quale spezzasse
-le catene del suo popolo come avea fatto Mosè liberandoli dall'Egitto,
-o Ciro mentre stavano schiavi in Babilonia, e tornasse i gloriosi tempi
-di Davide e di Salomone in quella Gerusalemme che restava sempre la più
-insigne città dell'Oriente[200]; un messia insomma trionfante degli
-stranieri, anzichè il Figlio dell'uomo, proclamatore dell'universale
-fratellanza, e d'una legge d'amore indipendente da tempi, da luoghi, da
-condizione.
-
-Questo orgoglio carnale fece che non fosse conosciuto il Dio umanato,
-anzi si disprezzasse un Cristo mansueto ed umile, il quale parlava di
-rassegnazione, di benevolenza, d'un regno che non è di questo mondo;
-consigliava a pagare ancora il tributo, e dare a Cesare quel ch'era di
-Cesare: ma al tempo stesso egli imponeva si desse a Dio quel ch'era
-di Dio, purgava la legge patria dalle frivole osservanze, e mentre
-flagellava coloro che faceano traffico nel tempio, chiamava superbi
-e ipocriti i sacerdoti e i dottori, i quali riponevano ogni moralità
-nella foggia del vestire, nello astenersi da certi cibi, e gonfiavano i
-cuori nella persuasione di loro virtù.
-
-Costoro dunque cospirarono contro di lui, ed ai tribunali patrj
-l'accusarono di bestemmiare contro la religione, di corrompere la
-gioventù; ai tribunali romani, di turbare la dominazione straniera col
-parlare d'un altro regno e di glorie diverse. I principi dei sacerdoti,
-gli anziani del popolo e i giudici, cui i Romani ne lasciavano
-l'autorità, dichiarano Cristo degno di morte, e chiedono a Pilato che
-lo condanni. Questi esamina l'imputato, e gli domanda: — Sei tu il re
-de' Giudei?» e Cristo risponde: — Il mio regno non è di questo mondo;
-altrimenti i miei ministri non soffrirebbero ch'io fossi consegnato a'
-Giudei. — Ma dunque sei re?» ripiglia Pilato; e Cristo: — Tu il dici;
-e venni al mondo per rendere testimonianza della verità; e chi è dalla
-verità, ascolta la mia voce».
-
-In tempo che altro legame non credeasi poter frenare il mondo, fuor
-quello della forza, qual mai timore poteva incutere al governatore
-romano un regno non di questo mondo, un re che altro impero non
-aveva fuorchè la verità, altri sudditi che quelli dalla verità
-assoggettatigli? Pilato avea inteso che il precursore di Cristo
-intimava: — Fate penitenza, preparate le vie del Signore», che Cristo
-diceva ai poveri: — Voi siete beati», ai ricchi: — Siate misericordiosi
-con tutti; chi vuoi essere mio discepolo, lasci ogni cosa, prenda la
-croce e mi segua», e che il popolo lo amava perchè scioglieva gli occhi
-ai ciechi, la lingua ai muti. Nulla affatto restava dunque minacciata
-la potenza ch'egli rappresentava, nè l'immortalità di Cesare: che cosa
-aveva mai a fare la religione colla politica? Costui non potea dunque
-sembrargli meglio che un lunatico, un paradossale.
-
-Ma quei primati divennero zelanti del poter temporale quando occorreva
-di opporlo allo spirituale: astiosi allo straniero che comprimeva le
-loro passioni, ora per passione s'accorsero che una novità religiosa
-porterebbe novità politica, e minacciarono di denunziare Pilato a Roma
-se non condannasse il riottoso. Il popolo, come chiamavansi pochi
-scioperati schiamazzanti in piazza, chiede ch'egli condanni costui,
-il quale mette a repentaglio il dominio di Tiberio; e Pilato, che
-nell'egoismo personale e governativo non vuol porre a repentaglio la
-pubblica quiete per nulla meglio che per un uomo, nè pericolare il
-proprio impiego per salvare un innocente, condiscende che l'uccidano,
-protestandosi però mondo del sangue di lui. E Cristo è crocifisso (35)
-dal popolo tra cui era passato beneficando; — vittima della legalità
-romana, acciocchè questa sia in perpetuo condannata.
-
-Fra le imprecazioni egli morì, non imperterrito come Trasea o Seneca,
-ma confessando il dolore, ma desiderando fossegli risparmiato quel
-calice, ma gemendo di sentirsi abbandonato dal Padre, e perdonando
-a quelli che l'uccidevano: e tutto fu consumato, come da secoli era
-stato simboleggiato e predetto. Lo sgomento invade i discepoli suoi, i
-quali mondanamente giudicano le cose dalla riuscita; talchè nascosti
-non fidano che nell'essere o sprezzati o dimentichi, e piangono
-sull'estinto maestro, finchè questi, come avea promesso, risorge,
-e salito al Padre, manda lo Spirito divino che tramuta i timidi ed
-ignoranti pescatori di Galilea in dottori intrepidi, i quali, vestiti
-della forza di lassù ed obbedendo al maestro che avea detto — Andate
-e insegnate a tutte le nazioni», spargonsi per le vie di Gerusalemme,
-annunziando compita la legge, cessate le figure, cominciata la nuova
-alleanza, venuto il lume dal lume, il Dio da Dio, e spiegano quella
-dottrina che doveva essere salvezza del mondo. Così il più stupendo
-miracolo del cristianesimo, qual è il potere di trasformazione,
-comincia ad operarsi negli Apostoli per estendersi a tutta la società.
-
-Pilato ragguagliò il senato romano del caso; e Tiberio, udendo che
-Cristo avea fatto miracoli ed era risorto, disse — Ebbene, ponetelo
-fra gli Dei». Sì poco importava l'aggiungerne un altro alla caterva
-affluita di Grecia, di Siria, d'Egitto! Cristo però non era un dio,
-ma il Dio; e la sua dottrina e l'esempio suo repugnavano talmente ai
-dominanti, che il trionfo di quelli doveva portare la rovina di questi;
-e raccogliendo i pensieri di tutte le generazioni, di tutti i secoli,
-avvincere il mondo in un legame di fede, di speranza, d'amore, il cui
-nodo è in cielo.
-
-Finchè ogni gente adorava un dio diverso, ciascuna associazione
-rimaneva isolata, nè sentiva verso le altre que' doveri, che da Dio
-solo traggono la sanzione: partecipando anzi alle gelosie de' loro
-Iddj, non vedeano negli stranieri che nemici da abbattere, schiavi
-da incatenare. Pel cristianesimo invece tutti gli uomini s'accordano
-nella medesima credenza, si uniscono in una sola Chiesa; solennità
-inditte a tutti i paesi, segni che distinguono il credente ovunque
-sia, preghiere comuni, e spesso a tempi ed ore eguali in tutto l'orbe.
-La religione non restringesi più ad un luogo, è predicata a tutti,
-e non annunzia conquiste, cioè predominio d'alcun popolo; non fonda
-una tribù sacerdotale, non indispensabile solennità di riti; ma
-semplici preghiere, ma cerimonie schiette ed affettuose rimembranze
-congiungeranno i fedeli dovunque e quandunque sollevino a Dio la mente.
-
-Il cristianesimo non ha dottrine arcane, non han velo i suoi tempj, non
-v'è profani nella Chiesa. L'uniforme e solido insegnamento della scuola
-armonizza colla predicazione e col culto, il mistero colla dottrina
-esteriore, le cerimonie colla reale consumazione del sagrifizio.
-Insegnato ai bambini colle prime parole, si radica nei cuori, insinua
-una morale dolce quanto sublime, un'affettuosa eguaglianza che nel
-mondo non lascia vedere se non figli d'un Dio. Da qui la purezza d'una
-morale, non soggetta a varietà di tempi nè di persone, e sempre intesa
-al perfezionamento di sè ed alla carità verso altrui. Nè la virtù è
-più un affare di convenzione, ma la pratica della verità, conosciuta e
-ponderata con giudizio retto; una buona qualità della mente, di cui non
-si può abusare[201]: è peccato il preferire al bene sommo il proprio,
-all'oggettivo il subjettivo.
-
-Sotto le maestose pieghe della società romana quale la dipingemmo,
-ne covava dunque un'altra affatto differente, che all'amor proprio
-di quella opponeva il sagrifizio e la carità; al libertinaggio la
-penitenza; all'opinione, al dubbio, al timore le tre virtù ignote,
-fede, speranza, carità; alla superbia l'umiliazione; alla violenza
-la convinzione; al diritto del forte l'eguaglianza dei deboli;
-all'ambizione di ricchezze, di godimenti, di potere, persecuzione,
-pazienza, austerità.
-
-Le due società non tardarono a trovarsi a fronte. Perocchè gli
-Apostoli, appena furono innovati dallo Spirito consolatore, uscirono
-predicando, e sparso il buon seme nella Giudea, recarono la fausta
-novella (_euangelio_) alle genti, cui il Cristo non si era mostrato.
-Pietro, il maggiore fra essi, s'avvia ad Antiochia, poi a Roma (42?),
-il pescatore di Genesaret alla metropoli del mondo, per istabilirla
-centro di un'altra unità, per opporre alle infamie di Messalina ed alle
-atrocità di Nerone il raffronto dell'alta ragione e della sublime virtù
-che perdona, istruisce e consola, e che sacrificando se stessa per
-l'umanità, rende inutili gli altri sagrifizj cruenti. La irrequietudine
-degli Ebrei in Roma, e massime contro i convertiti, indusse Claudio
-a cacciarli, e allora Pietro sarà tornato nell'Asia[202]. Esprimo in
-via di probabilità, giacchè, nell'età dell'orgoglio, questi grandi
-rinnovatori del mondo lasciarono ignorare il loro cammino.
-
-Saulo o Paolo, di Tarso in Cilicia, municipio romano, da fiero
-persecutore de' Cristiani ne divenne apostolo (35), e fu eletto a
-diffondere il vangelo tra i Gentili; il che egli fece non soltanto
-colla parola, ma con quattordici epistole, dove chiarisce molte
-dottrine che erano custodite per tradizione, e inculca che veruna fede
-non è ristretta a veruna nazionalità. Gallione proconsole dell'Acaja
-risedeva in Corinto, quando Paolo v'andò a predicare, e molti gli
-credevano e battezzavansi. Gli Ebrei lo presero in ira: l'ira consueta
-degli oppressi contro chi cerca rigenerarli moralmente; e il condussero
-al proconsole, imputandolo d'insegnare un diverso modo d'adorar Dio;
-ma Gallione li rimbrottò, e — Se costui ha commesso qualche delitto,
-indicatelo; ma se si tratta delle vostre solite quistioni di parole e
-casi della legge vostra, sbrigatevela fra voi»[203].
-
-Un'altra volta, mentre predicava nel tempio di Gerusalemme (38), gli
-Ebrei lo assalsero e maltrattarono, finchè s'interpose la guarnigione
-romana. Lisia, colonnello di questa, al cui arbitrio era commessa la
-quiete della città, volea farlo bastonare, ma Paolo disse: — No, perchè
-io son cittadino romano». Verificata tale asserzione, il colonnello
-lo sottopose a un concilio di sacerdoti; ma tra questi alcuni erano
-sadducei che negavano l'immortalità, altri farisei che ammettevano
-la resurrezione de' morti; perocchè gli Ebrei pativano di quell'altra
-scabbia degli oppressi, la sconcordia d'opinioni e i rancori reciproci:
-onde cominciarono abbaruffarsi fra loro. Il colonnello, vedendo non si
-trattava d'alcuna colpa, tolse seco Paolo perchè non soffrisse nuove
-ingiurie, e lo mandò a Felice governatore della Giudea. Accorse il
-gransacerdote ebreo con altri ad accusarlo; ma Felice, visto che erano
-dispute religiose, tenne Paolo in larga custodia a Cesarea per due
-anni, intanto ascoltandolo discutere sulla giustizia, sulla castità,
-sul giudizio futuro: avviata poi la processura, Paolo appellò al
-tribunale di Cesare, laonde fu da Festo, successore di Felice, mandato
-a Roma. Tra molti prodigi egli vi approdò; e lasciato alla libera
-custodia d'un soldato, con ogni fidanza e senza verun divieto[204] vi
-stette due anni predicando.
-
-Reduce in Asia, da Corinto diresse ai Romani una celebre epistola, in
-cui rinfaccia a' Giudei convertiti la carnalità e il volere angustiarsi
-nelle cerimonie, mentre quel che importa è la grazia del Signore,
-necessaria per essere santificati in virtù della fede in Cristo, la
-qual fede è il principio della giustificazione: ai Gentili rimprovera
-la soverchia fidanza nella propria ragione, mentre le cognizioni di
-cui superbivano, traevanli a peccato; la scienza di suprema importanza
-esser quella di Dio; i savj, quando s'ingloriarono de' proprj
-pensamenti, caddero nell'accecamento e nella superstizione, e Dio
-li lasciò in balìa delle passioni loro: pertanto e Gentili e Giudei
-convertiti si rispettino a vicenda, nè in altro si glorifichino che in
-Cristo Gesù. Tornato poi a Roma e messo prigione, Paolo di là scrisse
-una lettera agli Ebrei, mostrando l'insufficienza della legge mosaica
-dopo venuto chi la perfezionava e compiva.
-
-Di queste missioni poco si brigava l'orgoglio romano, finchè non venne
-occasione di perseguitarne i proseliti. Da poi che Nerone ebbe messo
-fuoco a Roma, nè sacrifizj agli Dei nè ordini ai magistrati nè profuso
-denaro o promesse di più elegante ricostruzione chetarono il dispetto
-della plebe. «Si ricorse anche ai Libri Sibillini; fu supplicato a
-Vulcano, Cerere, Proserpina; e da matrone prima in Campidoglio, poi
-alla più pressa marina, fatta Giunone favorevole; e di quell'acqua
-fu asperso il tempio e l'immagine della dea, poi da maritate vi si
-fecero i lettisternj e le vigilie. Ma nè opera umana, nè prece divina,
-nè larghezza da principe gli scemava l'infame taccia dell'avere
-arso Roma». L'imperatore, che poteva ridurre al silenzio i senatori
-coll'ucciderli, era costretto rispettare il popolo; onde, con un
-artifizio unico e sempre nuovo, pensò stornare da sè quella colpa col
-versarla sopra cotesta nuova setta di filosofi, la quale, aborrendo
-dalla sozza corruttela e dal vigliacco umiliarsi, e non riconoscendo
-nei Romani una natura superiore alle altre genti, nè quindi il
-diritto di opprimerle, faceva dispetto alla tiranna del mondo. Adunque
-«processò e con isquisitissime pene castigò quegli odiati malfattori,
-che il vulgo chiamava Cristiani da un Cristo, il quale, regnante
-Tiberio, fu crocifisso da Ponzio Pilato procuratore. Per allora fu
-repressa quella semenza; ma rinverziva non pure nella Giudea dove
-nacque quel male, ma anche a Roma, dove tutte le cose atroci e brutte
-concorrono e acquistano celebrità. Furono dunque prima catturati i
-Cristiani che professavano apertamente, quindi gran turba, indicati non
-come colpevoli dell'incendio, ma come nemici del genere umano».
-
-Per l'odio dunque cominciavano i Romani a conoscere una religione,
-che tutti voleva congiungere nell'amore. Con supplizj della peggior
-guisa li perseguitarono, e imitando quel che il loro padrone
-faceva ai patrizj, unirono all'atrocità l'insulto; quali avvolti in
-pelli d'animali esibendo ai cani, quali esponendo nel circo, quali
-bruciando vivi, e de' loro corpi servendosi la sera come di fanali
-ne' voluttuosi giardini di Nerone, posti in quel colle Vaticano, su
-cui la religione allora nascente doveva poi piantare il suo trionfale
-padiglione. «Nerone vi celebrò la festa Circense, vestito da cocchiere
-in sul carro, e spettatore fra la plebe; onde di que' tristi, sebbene
-meritevoli di ogni più nuovo supplizio, veniva pietà, non morendo essi
-per pubblico bene, ma per crudeltà di lui solo»[205]. Vuole la costante
-tradizione che in quell'occasione Pietro e Paolo suggellassero la fede
-loro col martirio (67 — 29 giugno), consacrando del loro sangue una
-terra, che da tant'altro era contaminata.
-
-Ma già eransi moltiplicati i Cristiani in Roma, in Italia. Da principio
-adoperavano ogn'arte per nascondersi, convegni segreti, segni di
-convenzione, lettere e tessere di riconoscimento, scatole in cui
-portare il viatico agl'infermi, ai prigionieri, a chi non poteva uscir
-di casa; intanto si estendevano fra i poveri, fra i giovani, fra le
-donne. La donna convertita è seme che germoglia presso al focolare
-domestico; e se non può al consorte, ispira ai servi ed ai figliolini
-nuove massime, nuove ammirazioni, desiderj nuovi. La famiglia di
-Priscilla fu la prima che, dalle idee orgogliose su cui riposava il
-patriziato antico, passò ai sentimenti della fraternità umana che
-costituiscono la cristiana uguaglianza. Tre Priscille, molte Lucine,
-Ilaria, Flavia, Severina, Firmina, Giusta, Ciriaca, altre ricche vedove
-trasformate in diaconesse, passavano i giorni pregando sulle tombe dei
-martiri, che aveano ornate colla cura e col segreto onde altre loro
-pari allestivano i gabinetti lascivi; madri e vergini sante espiavano
-per quelle che si prostituivano in onor delle dee, pregando assidue, e
-soccorrendo chiunque abbisognava o soffriva. Quando la dea Vesta più
-non trovava chi volesse votarle la verginità, molte fanciulle a gara
-s'offrivano alla custodia delle ossa dei martiri. Più tardi colle loro
-ricchezze fondarono spedali, monumenti di carità opposti a quelli di
-strage e di contaminazione. Di tal passo la donna recuperava la libertà
-naturale, sottraevasi, foss'anche schiava, all'arbitrio d'un padrone, e
-cancellava la legale sua inferiorità[206].
-
-L'adorazione dell'uomo è l'adorazione del male; il culto dei Cesari
-è l'infimo grado dell'idolatria; i costumi dell'età loro sono la
-cloaca dell'impurità, dell'inumanità e della divisione, le tre grandi
-conseguenze dell'idolatria. Da un lato dunque «opere della carne,
-dimenticanza di Dio, incostanza di matrimonj, avvelenamenti, sangue ed
-omicidj, furti ed inganni, orgie, sacrifizj tenebrosi, uomini uccisi
-per gelosia, o contristati coll'adulterio, tutte le cose confuse, e
-una gran guerra d'ignoranza che la follia degli uomini chiama pace»;
-dall'altro lato «tutti i frutti dello Spirito, carità, gioja, pace,
-pazienza, benignità, bontà, longanimità, dolcezza, fede, modestia,
-temperanza, castità»[207]; ai quattro caratteri dell'antichità se ne
-oppongono quattro nuovi, fede pura all'idolatria, carità allo spirito
-di malevolenza, giustizia al disprezzo delle vite, castità alla
-corruzione. Siffatta guerra cominciava col Vangelo.
-
-Nella Roma incestuosa e micidiale, anime che il mondo non era degno
-di possedere viveano nelle caverne, aspettando intrepide, ma non
-accelerando l'ora di fecondare del loro sangue la pianta della
-rigenerazione. Attorno alle città d'Ostia, di Velletri, di Tivoli,
-di Preneste e Palestrina, e nelle valli che con cento flessuosità
-sboccano nella pianura del Lazio; accanto alle tane, ove i padroni
-chiudevano la sera centinaja di schiavi alla bestemmia ed agli
-indistinti concubiti, trovi altre caverne, scavate nel tufo di cui si
-fabbricavano le voluttuose ville: e dentro quelle nei gemiti e nella
-preghiera si rigenerava l'umanità. Colà i Cristiani sepellivano i morti
-entro nicchie che poi muravano, chiudendovi insieme gli strumenti
-del supplizio, un'ampolla del sangue, le insegne della dignità o
-dello stato; e questi asili della morte denominavano _cimiterj_, cioè
-dormitorj, espressione d'una coscienza pura, consolata nella certezza
-di svegliarsi ad altra vita; e colà venivano ad orare. Ivi nessun
-altro ornamento che l'avello d'un martire, pochi fiori, alcuni vasi di
-legno, qualche cero o lampada, al cui lume leggere il Vangelo, cioè i
-libri nei quali i compagni di Cristo o i loro discepoli aveano esposto
-semplicemente la vita e gl'insegnamenti di lui, i precetti e l'esempio;
-ed invocavano la grazia di adempirli e d'imitarlo. E in quel leggere e
-in quel pregare consisteva la loro cospirazione.
-
-Uniti nella credenza stessa, nella stessa morale, nella stessa
-speranza, davano bando alle inumane distinzioni del secolo: il ricco
-sedeva presso al povero cui sostentava coll'aver suo: le vergini del
-vulgo, coperte di bianco lino, con al collo gli amuleti dell'agnello
-di Dio che toglie i peccati, alternavano litanie colle matrone e colle
-vedove de' senatori e dei proconsoli, che avevano data ogni ricchezza
-all'assemblea de' fedeli, e spargevano i ristori della carità: e mentre
-l'egoismo rodeva a morte la società antica, qual sovrabbondanza di
-vigore in quella nuova, dove l'amore nasceva dall'inesausta fonte della
-fede, e dove convincendosi della debolezza dell'uomo, acquistavano
-la forza che viene da Dio! Il vescovo, il prete, il diacono, cioè a
-dire l'ispettore, il vecchio, il servo, presedevano all'adunanza, non
-distinti se non per maggior virtù, carità e dottrina nel soffrire, nel
-rimetter pace, nel compatire e consolare, nello spezzare il pane della
-parola, e per lo stupendo privilegio d'immolare il Figlio al Padre,
-vittima incessante per le colpe, e di legare o sciogliere i peccatori
-tra l'effusione della Grazia.
-
-Quivi entro, la vigilia delle solennità i sacerdoti davansi lo scambio
-per cantar tutta notte inni al loro Signore; e quella melodìa serviva
-di guida ai fedeli, che sbucati di piatto dalla città o dall'ergastolo
-degli atroci padroni, venivano a trovarvi gli anziani mutili nel
-martirio, i vescovi rapiti miracolosamente al rogo, i filosofi che,
-mutati in apostoli, avevano finalmente rinvenuto il nodo delle agitate
-quistioni, e che s'accingevano a recare il vero alle genti assise
-nell'ombra della morte, e a confermarlo col proprio sangue.
-
-Le feste dell'idolatria erano allusioni a fenomeni naturali, ovvero
-patriotiche rimembranze, spesso contaminate da impurità e bagordi:
-nelle cristiane, l'esultanza era espressione del rinascimento
-spirituale. Là interrogavasi con ansietà il futuro; qui si confidava
-nell'onniscienza divina; e lo spirito, sgombro dal timore di sinistri
-presagi, trovava la spiegazione della vita in ciò che dee venire dopo
-di essa. Chi potesse, recava qualche denaro ogni mese onde nodrire e
-sotterrare i poveri, sostentare gli orfani, i naufraghi, gli esuli,
-gl'imprigionati. Come fratelli, erano disposti a morire gli uni per gli
-altri: tutto avevano in comune, eccetto le donne: nel loro mangiare
-insieme, che chiamavasi far carità (agape), libavano il calice del
-sacrosanto sangue; poi i cibi, ricevuti a gloria di Colui che li dà,
-rallegravano la sacra accolta nella fratellanza dell'affetto e nella
-gioja del perdono e del sagrifizio.
-
-La società periva per l'egoismo e l'isolamento? eccola salvata
-dallo spirito d'associazione e da quell'amore che mancò sempre al
-gentilesimo, perchè Dio solo poteva insegnarlo. Il cristianesimo è
-dottrina di redenzione, sicchè primo merito pone il praticare la carità
-fino a dar la vita. Per accrescere il bene del prossimo, ognuno ha
-l'obbligo d'esercitare l'industria, scoprire, progredire; è pertanto
-anche dottrina d'attività e d'avanzamento, mentre gli antichi, fondati
-sopra l'idea del decadimento, vedevano il male e la disuguaglianza
-fra gli uomini come una necessità, soffrivano e lasciavano soffrire.
-Colla parola «Siate perfetti come il Padre mio celeste», è imposta
-alle età nuove la missione di procedere, di lottare; e se il verbo
-di Dio non mente, andrà svolgendosi ed effettuandosi ognor meglio
-la legge di giustizia e d'amore; e poichè in questa consiste il
-perfezionamento anche dell'ordine temporale, indefettibile ne sarà il
-progresso, divenuto legge naturale dell'umanità. Ne conseguiva anche la
-libertà[208], la quale, sbandita d'ogni luogo pel deleterico influsso
-dell'egoismo, ricovera nel santuario, protetta dalla fede di Colui pel
-quale regnano i re.
-
-Veramente Cristo, la cui riforma era morale e non politica, non
-mutò l'ordinamento materiale del mondo visibile: ma la scienza delle
-intime relazioni della terra col cielo, del tempo coll'eternità, del
-contingente col necessario, riesce ad innovarlo, porgendo un canone di
-eterna giustizia; e coll'impedire che mai più gli uomini si considerino
-altri come fine, altri come mezzi, pianta la libertà vera, generata
-dalla fede, dalla pratica della virtù e dalla cognizione della verità.
-
-— Chi vorrà esser primo, si farà servo degli altri, come il Figliuol
-dell'uomo che venne non per essere servito ma per servire, e dar la
-vita ad altrui redenzione». Queste parole segnano il rigeneramento
-della società, sostituendo alla tirannide, ove pochi godono e molti
-patiscono, il governo per vantaggio di tutti; e rendendo un dovere non
-un piacere il diriger gli uomini. Il superiore sa d'essere obbligato
-a servire alla grande società umana, nè quindi inorgoglisce della
-sua posizione; l'inferiore vede nel magistrato l'uomo costituito a
-vantaggio di lui, e quindi lo ama e seconda: i potenti riconoscono i
-diritti dei sudditi, questi la soggezione, dovuta per riguardo a Colui
-che è unica fonte della podestà: e gli uni e gli altri s'accordano nel
-volere soltanto ciò che è volontà del comun padrone.
-
-Cristo designò l'uomo che, lui morto, dovea farsi _servo dei servi_;
-e così fondò l'unità del governo visibile, che non avendo il suo
-regno in questo mondo, avvicinasse più sempre gli uomini al regno di
-Dio, il quale consisterà nell'unità di credenze e d'affetti. A tal
-uopo è stabilito un potere sulle coscienze, al quale appartenga il
-risolvere ogni dubbio e determinare le credenze. Nulla esso possiede
-di violento; uniche armi sue la persuasione, e la Grazia invocata, e la
-infallibilità promessa da Colui, che prega in cielo affinchè la fede di
-Pietro non venga meno.
-
-A prima vista parrebbe dispotico cotesto governo della Chiesa, che
-impone quanto s'ha da credere, estende l'imperio sulla coscienza,
-e proscrive il dissenso: ma l'infallibilità sua esso trae da un
-principio superiore all'uomo, e tale da acquetar la ragione; tutto
-fa pubblicamente per lettere, dibattimenti, concilj, tanto che non
-si prende alcuna determinazione se non per deliberazioni comuni: le
-assemblee diocesane, provinciali, nazionali, ecumeniche adombrano quel
-governo rappresentativo, che divisavasi testè come il più alto punto
-del politico progresso.
-
-Esso governo spirituale, non che contrastare col governo terreno,
-imporrà d'attribuire a Cesare ciò che gli appartiene; ma a fronte
-di Cesare ergerà dottrine che, insinuandosi nella vita sociale, la
-modifichino, ed esempj, la cui santa evidenza trascini ad imitarli.
-Pertanto nella società mondana v'avrà nazioni distinte; nella religiosa
-un'_adunanza universale_ (Chiesa cattolica): colà il lignaggio dà
-potenza e decoro; qui tutto deriva dal merito personale, senza gradi nè
-privilegi ereditarj, talchè il nato nell'infimo grado potrà ascendere
-al primato e fin agli altari: colà la forza impone i regnanti, e
-il talento di questi destina i magistrati; qui tutto va per libera
-elezione, dall'acòlito sino al pontefice: colà eserciti che soggiogano
-i corpi, qui apostoli che convincono l'intelletto e inducono la
-volontà: colà imperatori che decretano, qui diaconi, preti, vescovi che
-istruiscono e consigliano: colà giudizj che puniscono, qui un tribunale
-ove il confessare i delitti li espia; e se v'ha chi persiste nella
-nequizia e scandalizza i fratelli, la pena più severa sarà l'escluderlo
-dalla Chiesa, sicchè non partecipi alla preghiera ed al convito de'
-buoni: ivi insomma la materia, qui lo spirito; ivi la coazione, qui
-la coscienza. La carità cristiana toglie dunque l'uomo dal giogo
-dell'uomo; come contro la propria debolezza, così lo difende contro
-l'oppressura altrui, intimando, — Guaj a chi sprezzerà uno di questi
-piccoli».
-
-Cristo, imponendo ai discepoli la propria indigenza volontaria,
-una legge di patimento e d'abnegazione, ruppe il fascino delle
-grandezze pagane; il livello della povertà, sotto cui abbassava tutti,
-diveniva livello d'indipendenza; sicchè agli splendori dell'antichità
-sottentrassero la fraternità e l'eguaglianza. Allora il diritto succede
-al fatto; il pensiero e la coscienza umana, volontariamente sottomessi
-a Dio, da Dio solo vogliono dipendere, vero e primo sovrano, dal quale
-Cristo fu investito della suprema podestà. Da Dio dunque soltanto e dal
-suo Verbo deriva agli uomini il diritto di comandare. I principi aveano
-fin allora dominato solo sui corpi colla forza; allora governerebbero
-anche gli spiriti col diritto che deducevano da una fonte superiore.
-A vicenda i popoli dall'obbedienza forzata passavano alla consentita,
-prestandola non ad un uomo fallibile e peccatore, ma a Dio, e spegnendo
-così i due demoni della tirannia e della rivolta.
-
-L'obbedienza nascendo dalla persuasione, non avvilisce col sommettere
-l'uomo ai capricci dell'uomo[209]; riduce il principe a ministro di Dio
-pel bene, e i governi a provvedere che sia rettamente distribuita la
-giustizia, senza potestà nè azione sopra il pensiero e le coscienze.
-Ma se Dio è la potenza, non sempre è di Dio l'uomo che la esercita, nè
-l'uso che ne fa; e quegli e questo sono subordinati al diritto eterno.
-Nessun uomo possedendo autorità per se stesso, qualvolta surroghi
-all'eterno diritto la potenza propria, si fa usurpatore; demerita
-l'obbedienza qualvolta l'arroganza propria sostituisca a quella legge
-superna, di cui è interprete la Chiesa[210].
-
-Perocchè al di sopra di questi criterj del vero, di quest'autorità del
-giusto è collocata la Chiesa, società delle anime legate al cospetto
-di Dio dalle medesime credenze, depositaria immutabile delle verità
-eterne, e insieme oracolo vivente nelle dispute a cui soggiace ogni
-verità quando è consegnata all'uomo; affinchè, assicurando la libertà
-nel vero, repudii la libertà nell'errore, combattuto sotto qualsiasi
-forma perchè gli manca il diritto. Rappresentando la natura umana
-ancora scevra dal peccato, essa è incapace di errare come di morire; e
-afferma o nega competentemente i primi veri, su cui si fondano non solo
-la religione, ma la famiglia, la società civile e la politica; una nel
-capo, molteplice nei membri.
-
-Erano dunque finalmente riconciliati scienza e dovere, filosofia e
-religione, morale e politica; derivate tutte dalla medesima sorgente;
-era costituito il criterio del sapere, degli affetti, delle azioni.
-Quanti secoli però, quanto sangue, prima che la verità divenisse
-trionfante, s'inviscerasse nella società, e portasse le indefinite
-sue conseguenze e le applicazioni morali e civili! Ma ancora ne' mali
-inseparabili dalla condizione umana recherà balsami la carità, intenta
-a diminuirli o a consolarli coll'elevare gli occhi del soffrente al
-Cielo che è per lui.
-
-
-
-
-CAPITOLO XXXVI.
-
-Galba. — Otone. — Vitellio.
-
-
-Fin qui erano succeduti imperatori della famiglia Giulia, o imparentati
-o adottivi di essa; e il senato davasi l'aria di eleggerli: ma ora,
-al vedere una persona nuova, creata dai soldati, il senato comprende
-essersi rivelato che l'imperatore si può fare anche fuor di Roma[211].
-
-Servio Sulpizio Galba da Terracina, nobile, ricco, preconizzato
-all'impero da mille augurj, nella sua pretura avea ben meritato del
-popolo col l'introdurre il nuovo spettacolo d'elefanti che ballavano
-sulla corda. Buon capitano, sotto Nerone fece l'addormentato per non
-attirarsi sospetti; e governando la Spagna Tarragonese, represse i
-concussori, ed acquistò l'amore della provincia. Insorto contro Nerone
-(68) per restituire (diceva) il massimo dei beni, la libertà rapita da
-un mostro, come l'udì morto assunse il titolo d'imperatore, ed avviossi
-a Roma, auspicando male il regno col punire le persone e le città che
-aveano ricusato secondarlo nella sollevazione, e trucidare i complici
-e fautori di Ninfidio Sabino, comandante ai pretoriani, il quale avea
-voluto farsi gridare imperatore.
-
-Un corpo di marinaj, che Nerone aveva ordinati in legione, gli va
-incontro a Ponte Milvio chiedendo essere confermati; e perchè al suo
-niego si ammutinano, Galba li fa assalire dalla cavalleria, settemila
-uccidere tra in battaglia e per castigo, i restanti in prigione
-finch'egli visse. Altri supplizj tennero dietro, ordinati freddamente:
-pregato a risparmiare ad un cavaliere l'infamia, comanda che il palco
-sia dipinto, e ornato di fiori.
-
-Il popolo esultò quando vide messi a morte gli strumenti di Nerone,
-fra cui Narcisso e l'avvelenatrice Locusta; e qualora Galba uscisse in
-pubblico, gli chiedeva a gran voce il supplizio di Tigellino: ma costui
-a grosse somme comprò lo scampo. Di ciò fu scontenta la plebe, come
-della parsimonia che Galba credeva necessaria dopo i pazzi scialacqui
-precedenti. A un senatore che il ricreò tutta una cena, regalò una
-moneta, avvertendolo, — È di mia borsa, non dell'erario». Se vedesse
-imbandigione più dispendiosa del solito, soffiava. Le prodigalità del
-suo antecessore volle cincischiare, ordinando che, chiunque n'avea
-ricevuto doni, ne restituisse nove decimi, creando per questo un
-tribunale che turbò i possedimenti, e più scontentò che non arricchisse
-l'erario. Negò ai pretoriani il donativo, rispondendo: — Ho scelto
-i soldati, non li voglio comperare»; voce degna d'un prisco Romano,
-s'egli l'avesse coi fatti sostenuta.
-
-Ma avea messo il capo in grembo a favoriti indegni, i quali non era
-malvagità che non si permettessero; nei giudizj e negli impieghi non
-guardavano a merito, a diritto o a torto, ma a chi più desse: laonde
-si rinnovavano le miserie e gli orrori del tempo di Nerone; e l'odio
-de' costoro delitti accumulandosi sopra Galba col disprezzo per la sua
-inerzia, faceva intollerabile il dominio. Vedendosi sprezzato ed esoso,
-e udita la rivolta d'alcune legioni di Germania, Galba stabilì adottare
-un successore. E fu Pisone Liciniano, giovane reputato per modestia e
-severità: e l'esortò a portare la superba fortuna, come sin là aveva
-l'umile sostenuta; essere accorciatojo al ben regnare l'osservar quali
-cose si condannerebbero in principi; ricordasse di aver a governare
-gente che nè la libertà sapeva tollerare, nè la servitù.
-
-I soldati e i senatori annuirono alla scelta, ma Marco Salvio Otone,
-inveterato negl'intrighi di Corte, essendo stato caldo sostenitore
-di Galba, sperava da lui quel premio: deluso, e nulla avendo a
-sperare nella quiete, tutto nel sovvertimento, macchinò; i debiti,
-le insinuazioni dei liberti, i presagi d'indovini e di pianeti, la
-scadente autorità di Galba, la non ancora assodata di Pisone, lo
-fecero ardito a lasciarsi proclamare imperatore (69) da non più che
-ventitre guardie pretoriane. Ben tosto altri ed altri si aggiunsero;
-gl'indifferenti non si opponeano, i contrarj stavano a guardare. Pisone
-uscì, mostrando di che turpe esempio sarebbe il tollerare che non
-trenta disertori dessero il padrone al mondo; sicchè il popolo empì
-il palazzo gridando morte a Otone, siccom'era solito nei teatri, e non
-già per amore o per idea del meglio, ma per la consuetudine di adulare
-i principi con vano favore, pronti a gridare il contrario un'ora
-appresso.
-
-E Otone esce con mani tese e picchiar petto e gittar baci e ogni
-umiltà: se gli fa turba intorno di curiosi o di fautori; e prima
-i pretoriani, poi la legione de' marinaj, memore dell'insulto,
-gli prestano giuramento. Galba, svigorito dai settantatre anni e
-dall'infingardaggine, compare armato in sedia; è forbottato senza
-consiglio (69 — 15 genn.) fra una moltitudine non tumultuante, non
-quieta; e da tutti abbandonato, agli assassini presenta tranquillamente
-il petto, dicendo: — Ferite, se così comple alla repubblica». Regnò
-otto mesi, piuttosto scevro di vizj che dotato di virtù; e fu detto di
-lui, che parve degno dell'impero finchè nol conseguì.
-
-Senato, popolo, cavalieri, come fossero tutt'altra gente, corsero a
-chi prima al campo, bestemmiando Galba, ad Otone baciando la mano e
-ammassando titoli e applausi, più vivi quanto meno sinceri. Otone gli
-accoglieva cortese, e procurava rattenere i soldati dal sangue e dalla
-ruba; ma aveva autorità di comandare il delitto, non d'impedirlo, e
-dovette a lor capriccio deporre ed alzare magistrati. Vinnio, Laco,
-Icelo, Pisone, indegni favoriti, furono trucidati, e con loro molti
-innocenti e rei, come avviene nelle sommosse: la giornata micidiale si
-conchiuse con feste e falò: al domani il pretore, convocati i padri,
-fece decretare la podestà tribunizia ad Otone, che, attraverso le
-insanguinate vie di Roma, salì al Campidoglio, ove ottenne il titolo di
-cesare augusto, perdonò le ingiurie, o forse differì la vendetta, che
-dalla brevità del regno gli fu impedita.
-
-Gli eserciti che davano l'impero, potevano anche ricusarlo. Nella
-Bassa Germania, Aulo Vitellio, tratti dalla sua i governatori della
-Gallia Belgica e della Lionese, e i campi dell'Alta Germania, della
-Rezia e della Britannia (69), si fece gridare imperatore, e prese
-l'autorità, premiando e punendo; poi avviò verso Italia Fabio Valente
-pel Cenisio, Alieno Cecina pel Sanbernardo cogli eserciti; e presto udì
-che i paesi fra l'Alpi e il Po si sottometteano, non per benevolenza
-od ira, ma perchè indifferenti a qual obbedire fra due pretendenti,
-egualmente spregevoli. Otone, strappatosi dai voluttuosi ozj, mostrasi
-assiduo agli affari, blandisce il popolo con elocuzioni, il senato
-colle dignità, colle largizioni i pretoriani; perdona ad alcuni;
-ordina a Tigellino di morire; tenta smovere Vitellio dall'impresa con
-larghe promesse, fin d'associarselo all'impero: patti simili propone
-Vitellio; poi l'uno all'altro avventano ingiurie enormi e meritate,
-l'uno all'altro spediscono assassini. I pretoriani tumultuano; i
-cittadini rimangono col batticuore d'una guerra civile; nessun partito
-osava prendere il senato, perchè ogni parzialità, mostrata oggi a un
-imperatore, poteva domani dar pretesto alle vendette dell'altro. Lo
-sgomento era cresciuto da fantasmi apparsi, statue rivoltesi, mostri
-nati; un bove parlò in Etruria; il Tevere traboccando portò via i
-viveri. La gente, fiaccata dalla lunga pace, vuol mostrarsi bellicosa
-col comprare belle armi, insigni cavalli, e banchettare, dissimulando
-la paura quanto più n'avea.
-
-Per togliersi a quell'intradue, Otone mosse incontro al pericolo
-colla più parte de' magistrati e de' consolari, e colle coorti
-pretoriane. La guerra fu atroce come sogliono le civili, sostenute
-da stranieri ausiliarj: finalmente a Bedriaco[212] l'esercito d'Otone
-andò squarciato (20 aprile). A questo in Brescello ne recò notizia un
-soldato, il quale vedendosi non creduto, quasi fosse fuggito per viltà,
-si trafisse colla propria spada. L'imperatore a quell'atto esclamò: —
-Non sia mai che gente sì prode e affezionata resti, per mia cagione,
-esposta a nuovi pericoli». E per quanto i soldati lo confortassero,
-mostrando che non era a disperare, che tutti voleano dar la vita per
-esso, e gliel provassero coll'uccidersi, altri gli dicessero essere
-grandezza d'animo il soffrire le calamità, non il sottrarvisi, egli li
-supplicava a lasciarlo sagrificare la sua per salvare la vita di tanti,
-e, — Non trattasi di combattere Pirro o i Galli, ma concittadini, nè
-la vittoria può venire senza molto sangue fraterno. Vitellio prese le
-armi; io dovetti difendermi; ma la posterità sappia che una sola volta
-esposi per me Romani contro Romani. Vitellio troverà vivi il fratello,
-i figli, la donna sua. Se altri l'impero tenne più a lungo, nessuno
-l'abbandonò più generosamente. Di veruno io mi lagno; chè il querelarsi
-degli uomini o degli Dei al venir della morte, è un mostrarsi cupidi
-della vita».
-
-Chi così parlava era stato mezzano e parte alle turpitudini di Nerone,
-che gli affidò Poppea sinchè non si fosse tolta d'attorno Ottavia;
-s'era affogato nei debiti; spelavasi tutto il corpo e radeva la faccia
-ogni dì, rammorbidiva la pelle con mollica bagnata, portavasi sempre
-a lato uno specchio, e a quello componevasi in aria marziale prima di
-camminare al nemico. Indotti i suoi a non ritardare la risoluzione sua,
-s'accinge ad uccidersi la sera, poi dice: — Aggiungiamo anche questa
-notte alla vita»; colloca sull'origliere due pugnali, s'addormenta, e
-la mattina si trafigge (21 aprile).
-
-Piangendo un imperatore che a trentasette anni moriva per salvarli,
-i guerrieri suoi levarono un rumore, pericolosissimo perchè non era
-chi li quietasse; esibirono l'impero senza trovare chi l'aggradisse; e
-mentre il senato si chiariva per Vitellio, e decretava ringraziamenti
-alle legioni di Germania, la militare licenza infieriva d'ambe le
-parti col pretesto di punire gli avversi. Vitellio accorso, perdonò
-ai primarj uffiziali dell'emulo, gli altri punì di morte; nel campo
-di Bedriaco, tuttavia coperto degli insepolti, compiaceasi vederne le
-ferite, e diceva: — Il cadavere d'un nemico sa buono, più buono se è un
-cittadino»; e fatto recar vino, bevve e ne distribuì, rivelandosi qual
-era goloso e crudele.
-
-Su tutto il suo cammino fu una gara di portargli quel che di squisito
-porgesse il contorno; i migliori cittadini erano raccolti a splendidi
-banchetti; ed i soldati l'imitavano, sicchè il suo campo sarebbesi
-detto un baccanale. Sebbene n'avesse congedato e sbrancato parte,
-pure settantamila armati, oltre i saccomanni e i servi, attraversando
-l'Italia al tempo della messe, la sperperarono, svergognando,
-saccheggiando, vendendo come in guerra rotta. L'imperatore entrava in
-Roma con corazza e spada, a foggia di conquistatore che si cacciasse
-innanzi il senato e il popolo, se non l'avessero gli amici avvertito
-di risparmiare questo nuovo insulto ed assumere abito di pace.
-Nell'arringa al popolo e al senato sciorinò la solerzia e la temperanza
-sua; e popolo e senato, che ne sapevano la gola e le disonestà,
-applaudirono.
-
-Con uno de' primi decreti proibì ai cavalieri romani di darsi
-spettacolo sul teatro e nell'arena; con un altro sbandiva gli
-astrologi; ed essendosi affisso un cartello che annunziava Vitellio
-morrebbe il giorno che gli astrologi uscissero di Roma, egli fece
-ammazzare quanti ne colse. Era frequente al teatro e al circo, assiduo
-al senato, ove avendolo Elvidio Prisco contraddetto, egli soggiunse: —
-Nessuna meraviglia che due senatori tengano contrario avviso». Trovato
-un catalogo delle persone che avevano sollecitato premj da Otone come
-uccisori di Galba, li fece morire, men per punizione del passato che
-per riparo all'avvenire. Inetto però a gravi cure, le lasciava ai
-favoriti Valente e Cécina che gli avevano dato l'impero, e ad Asiatico
-di cui aveva usato in turpi servizj; e forse alle costoro suggestioni
-vanno imputati i tanti omicidj di cui Vitellio si macchiò, fin della
-propria madre.
-
-Egli intanto badava agli aguzzamenti dell'appetito. Immaginò un
-piatto, detto lo scudo di Minerva per la prodigiosa capacità, dove
-si raccoglieva quanto potesse meglio solleticare palato o capriccio
-d'uomo; cervella di fagiano, fegati di scaro, latte di lamprede, lingue
-di rari uccelli a mille colori, pigliati dalla muda ad una cert'ora;
-femmine sorprese sulla covata, maschi interrotti nel sonno, perchè
-l'agitazione ne fa il fegato d'un mangiare delizioso; fregoli di pesce,
-staccati dal fondo dei laghi al modo che si pescano le perle; altri
-pesci spediti a Roma coll'acqua stessa in cui furono côlti; poi funghi,
-di cui si spiava il nascere nelle umide notti; poma imbarcate cogli
-alberi loro e col giardino ove crebbero, affinchè Cesare le cogliesse
-di propria mano e godesse le primizie della fragranza e della lanugine.
-Fin a cinque desinari sedeva in un giorno, e ciascuno d'ingente
-dispendio; invitavasi da un amico a colazione, dall'altro a pranzo, dal
-terzo a merenda, a cena dal quarto nel giorno stesso, e gareggiavano
-a chi più lautamente gl'imbandisse; ma tutti vinse Lucio suo fratello,
-che gli allestì duemila piatti di pesci, e settemila degli uccelli più
-squisiti al mondo. Ovunque egli passasse, bisognava riporre i cibi,
-altrimenti dava del dente in tutto, sparecchiava le are degli Dei, e
-nove milioni di sesterzj in pochi mesi ingolò. Altro denaro straziò in
-murare stalle, dar corse e spettacoli di gladiatori e di fiere, e nelle
-splendide esequie di Nerone, liete alla ciurma, esecrate dai buoni.
-
-Gli turbarono, non ruppero i sozzi riposi le notizie d'Oriente.
-Vespasiano, che osteggiava i Giudei, udita la morte di Nerone, mandò
-Tito suo figlio a congratularsi con Galba; ma avendo saputo per via
-il tracollo di questo e l'accapigliarsi di Vitellio e Otone, Tito
-diede volta per esortare il padre a mettersi anch'egli competitore. Le
-legioni d'Oriente non aveano diritto d'imporre all'orbe il padrone,
-quanto quelle della Germania e della Gallia? Vespasiano, tenuto
-alquanto in bilancia dalla gravezza de' sessant'anni e del rischio,
-alfine lasciò da esse proclamarsi imperatore. Le provincie d'Oriente
-fino all'Asia e all'Acaja non esitarono a giurargli obbedienza; a
-Berito stabilì un senato per dibattere gli affari, richiamò veterani,
-cernì novizj, fabbricò armi, battè moneta, e postosi in Egitto, contro
-di Vitellio spedì Crasso Muciano, comandante agli eserciti nella Siria.
-Il quale, crescendo di forze alla giornata e imponendo tasse, venne in
-Europa (69), ove le legioni, dall'Illiria alla Spagna e alla Bretagna,
-acclamarono Vespasiano. L'esercito illirico, guidato da Antonio Primo,
-calasi dalle Alpi; Aquileja, Altino, Este, Padova, Vicenza, Verona sono
-sorprese, e così separate da Vitellio l'Alemagna e le Rezie; Cecina,
-che comandava gli eserciti di esso, lo tradì; la flotta di Ravenna
-gridò Vespasiano; finalmente sotto Cremona si fe giornata. Trentamila
-Vitelliani caddero (29 8bre) uccisi da compatrioti ed amici; un figlio
-ammazzò il proprio padre, e riconosciutolo nello spogliarlo, il pregò
-di non maledirlo, e gli scavò la fossa. Preso il campo de' Vitelliani,
-Cremona fu assalita, e per quanto Antonio Primo desiderasse campare una
-città cinta di amenissime ville, piena di gente accorsa ad una solenne
-fiera, e dove erano riposte tante ricchezze, non potè frenare l'agonia
-delle prede e l'odio antico; e saccheggiata per quattro giorni, fu
-distrutta. Primo vietò ai soldati di tener prigioniero verun Cremonese:
-ed essi gli ammazzavano.
-
-Vitellio, come altri potenti di altre età, credeva ovviare il pericolo
-col non parlarne; guaj a chi in Corte toccasse delle atroci novelle!
-mandava spie a scandagliare nel campo di Vespasiano, e tosto le faceva
-uccidere perchè non palesassero. Fra ciò designava consoli per dieci
-anni, dava la cittadinanza a stranieri con larghissime concessioni, e
-nelle sale di Roma e nei parchi di Aricia, dimenticando il passato, il
-presente, l'avvenire, bagordava, lussuriava. Giulio Agreste centurione,
-cercato invano di scuoterlo, gli chiese licenza d'andar a verificare
-coi proprj occhi le forze e la postura del nemico; e visto Cremona
-ruinata, le legioni prigioniere e il campo vigoroso, tornò, ne diede
-certezza a Vitellio, e trovandolo incredulo, per testimonio di sua
-veracità si uccise. In sì lieve conto tenevasi la vita!
-
-Alfine l'imperatore mandò ad abbarrare i valichi dell'Appennino;
-poi incalzato, raggiunse l'esercito con un codazzo di senatori che
-lo rendeano viepiù spregevole; ed ora a questi, ora a quelli si
-volgeva per pareri; poi, ad ogni annunzio dell'avvicinar del nemico,
-sgomentavasi e s'ubriacava. Udito che anche la flotta di Miseno avea
-voltato bandiera, tornò a Roma intenerendo il popolo con preghiere, con
-lagrime, con promesse, più esorbitanti quanto meno pensava mantenerle;
-e così raccozzò una ciurma cui diede il nome di legione. Ma come Primo
-fulminando varcò l'Appennino, costoro disertarono a frotte.
-
-Sabino, governatore di Roma, benchè fratello di Vespasiano, si tenne
-in fede: sol quando si bucinò che, per cessare il sangue, Vitellio
-abdicava, egli assunse le armi; ma il popolo, invaso da subita
-frenesia, lo chiuse in Campidoglio, e nell'assalto s'incendiarono le
-case vicine e i portici, tra le cui fiamme penetrati, i Vitelliani
-passarono per le spade chiunque resisteva; Sabino fu trucidato a rabbia
-del popolo, il quale mal si potrebbe dire perchè con nuovo furore
-proteggesse una causa non sua, e principi che domani avrebbe forse
-trascinati nel Tevere.
-
-Primo, come ode arso il Campidoglio e ucciso Sabino, difila sopra Roma:
-Vitellio, sebbene rimbaldanzito da quel furore vulgare, mandò colle
-Vestali un ambasciatore chiedendo un sol giorno per risolvere; ma non
-l'ottenne, e i suoi furono rincacciati nella città. Presa anche questa,
-si battagliò per le vie, e cinquantamila uomini perirono; mentre il
-vulgo, cui la sua bassezza faceva sicuro, applaudiva o fischiava i
-colpi, piacevasi scovare se alcuno si rimpiattasse nelle case, gridando
-viva e muoja, come cosa pazza.
-
-Vitellio, scoperto in un canile (20 xbre), fu menato per la città
-con abiti laceri, corda al collo, braccia al dosso, fra gli urli
-della plebaglia che due giorni prima l'adorava. Al moltiplicare degli
-insulti, quest'unica voce oppose, — Eppure io fui vostro imperatore».
-
-Di otto imperatori di Roma, era il sesto che periva di morte violenta.
-
-Coll'uccisione di suo fratello Lucio Vitellio che comandava un esercito
-a Terracina, fu terminata la guerra, ma senza che fosse pace. I soldati
-vincitori inseguivano i nemici, scannandoli ovunque li scontrassero;
-col pretesto di cercarli sforzavano le case; e la ciurma gli avviava
-ed emulava. Primo valevasi del comando per rubare più degli altri:
-Domiziano, figlio del nuovo imperatore, che nella sollevazione erasi
-trafugato in abito di sacristano d'Iside, allora dichiarato cesare,
-tuffavasi nelle laidezze. Scompigli sovra scompigli, fra' quali alla
-povera Italia restava appena fiato per acclamare Vespasiano augusto.
-
-
-
-
-CAPITOLO XXXVII.
-
-I Flavj.
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-La casa Flavia, nè antica nè illustre, proveniva da Rieti. Tito
-Flavio, avo che fu di Vespasiano, militò nelle guerre civili, e dopo la
-rotta di Farsaglia tornò nel paese natìo come esattore delle gabelle.
-Suo figlio Flavio Sabino l'eguale industria esercitò in molte città
-dell'Asia con fama d'onesto; poi ritiratosi negli Elveti, arricchì
-prestando, e da una Vespasia Polla generò Sabino e Vespasiano. Valenti
-guerrieri entrambi, quest'ultimo divenne senatore e console col
-blandire i potenti; la finta vittoria di Caligola sui Germani festeggiò
-con giuochi straordinarj; propose che gli accusati di fellonia fossero
-pubblicamente uccisi ed esclusi dalla sepoltura; in pien senato rese
-grazie a Caligola d'averlo invitato a cena; proconsole in Africa, servì
-tanto bene Nerone, da attirarsi il pubblico odio. Reduce, si trovò in
-sì basse acque che diede in pegno al fratello le sue terre, e al vivere
-cercò modi poco onesti: ma a grave pericolo il pose l'essersi lasciato
-prendere dal sonno mentre Nerone recitava proprj versi; onde ritirato
-in campagna attendeva male nuove, quando si udì prescelto a capitanar
-la guerra della Giudea. L'oscurità de' suoi natali, togliendo ogni
-ombra a Nerone, gli aveva meritato quel comando, nel quale mostrossi
-eccellente; pazientissimo alle fatiche, divideva gli stenti coll'infimo
-soldato: se non che disonoravasi coll'avarizia.
-
-Fu il solo che, assunto all'impero, si mutasse in meglio. Appena
-seppe morto Vitellio, racconsolò di vettovaglie l'Italia; conferì
-governi e comandi ad amici suoi, sperimentati nel vivere privato e sui
-campi; e non si trovò costretto a corrompere i soldati con improvvide
-liberalità. Crasso Muciano, mistura d'ottime e di ribalde qualità,
-molle e attivo, superbo e compiacente, avido dei godimenti e indomito
-alle fatiche, con potere illimitato e bastante severità diede buon
-incammino alle cose di Roma. Intanto Vespasiano in Alessandria faceva
-miracoli; rese la vista a un cieco, bagnandogli di saliva gli occhi;
-un rattratto, appena da lui tocco, ricuperò l'uso della mano: tutto ad
-onore e gloria del dio Serapide. Entrando nel tempio, Vespasiano vide
-dietro di sè un tal Basilide, che in quell'istante si trovava ottanta
-miglia lontano e ammalato. Avvenimenti attestati da Svetonio, Dione e
-Tacito, il quale dice che al tempo suo la menzogna non avrebbe potuto
-aver corso.
-
-Glorioso per vittorie e per miracoli (70), Vespasiano arrivò in Italia;
-e se, appena eletto, tanta folla accorse a riverirlo da non bastarvi
-l'ampia città d'Alessandria, pensate al giunger suo nella metropoli!
-Ognuno se ne prometteva rintegrata la disciplina, rimesso in lena
-l'impero, e tutto ciò che i popoli mal condotti aspettano ad ogni mutar
-di principe.
-
-In effetto imbrigliò la militare licenza; al senato assisteva,
-incorando a dire schietto ciascuno il suo parere; migliorò
-l'amministrazione della giustizia, e nominò una commissione speciale
-per accelerare lo spaccio de' processi, interrotti nelle precedenti
-turbolenze. Fatto censore, degradò i cavalieri che si fossero
-disonorati, surrogandovi i migliori uomini d'Italia e dell'impero; le
-famiglie senatorie, ridotte a ducento dalle stragi precedenti, crebbe
-fino a mille; fece de' nuovi patrizj, ultima creazione di tal genere
-che la storia ricordi. Nè però intendeva rialzare l'aristocrazia
-oppressiva, dovendo ognuno restar sottoposto al diritto comune; ed
-essendo nato diverbio fra un senatore e un cavaliere, l'imperatore
-proferì: — Non è lecito ingiuriare un senatore, ma il diritto naturale
-e le leggi autorizzano a rendergli ingiuria per ingiuria».
-
-Benchè tornasse dallo splendido Oriente, serbò semplici modi; benchè
-abituato sui campi, gemeva allorchè dovesse mandare qualcuno al
-supplizio; accessibile a tutti, parlava spesso della sua bassa origine,
-proverbiando coloro che volevano derivargliela da Ercole; sprezzava i
-titoli, e a stento accettò quello di padre della patria: diè protezione
-e ricca dote alla figlia di Vitellio, e sopportò che Muciano vantasse
-d'avergli egli stesso regalato l'impero. Degli affronti subiti sotto
-Nerone non tenne memoria; le pasquinate sparse contro la sua avarizia,
-e le invettive dei filosofi recossi in pace; ma poichè gli Stoici, o
-quei che di tal nome si camuffavano, persisteano a turbar le opinioni
-col rimpiangere il passato e denigrare il sistema imperiale, li sbandì.
-Demetrio, un d'essi, non volle obbedire, e non solo rimase in città, ma
-gli comparve innanzi dicendogli strapazzi; e Vespasiano si contentò di
-dire: — Tu fai di tutto perchè io ti tolga la vita, ma io non uccido
-cane che abbaja». Di quelli che cospirarono contro di lui, Vespasiano
-non mandò a morte nessuno; ai delatori non prestò ascolto; ammonendolo
-alcuno di guardarsi da Mezio Pomposiano, perchè nato sotto una
-costellazione che gli prediceva l'impero, lo elevò console, dicendo: —
-Di quest'atto d'amicizia si ricorderà, venuto ch'ei sia al trono».
-
-Per mettere in bilancia le entrate colle spese, rincarì alcune
-gabelle; di nuove ne introdusse, fra cui una sugli escrementi;
-e rimproverandogliela Tito, esso gli diede ad annusare il denaro
-ritrattone, chiedendogli: — Puzza?» Dicendogli i messi d'una città
-che il loro senato gli avea decretato una statua di gran costo, egli,
-stesa la mano, rispose: — Eccone la base; basta mettiate qui il valore
-della statua vostra». Non v'avea delitto di cui uno non potesse a
-denaro riscattarsi: dicono ancora affidasse le pingui amministrazioni
-a coloro che meglio sapessero smungere, paragonandoli a spugne, che
-spremeva dopo inzuppate. Sollecitando un suo favorito la sovrantendenza
-della casa imperiale per uno che diceva suo fratello, l'imperatore non
-rispose nulla, ma, fatto venire il raccomandato, fece sborsare a se
-stesso la somma che questi avea promessa al favorito, e gli conferì la
-carica. Quando poi il favorito rinnovò l'istanza, Vespasiano gli disse:
-— Cercati un altro fratello; il raccomandatomi si trovò essere fratel
-mio e non tuo».
-
-Modi stomachevoli in principe: ma se pensiamo a che fondo trovò le
-finanze, mentre non meno di quattromila milioni di sesterzj l'anno
-richiedeva l'amministrazione dello Stato, propendiamo a compatire un
-vizio che risparmiò le solite dilapidazioni. Tanto più che ciò non lo
-trasse a confiscare i beni neppur di quelli che l'aveano contrariato,
-nè il distolse dall'ajutare senatori poveri, rifiorire città diroccate,
-ristorar vie ed acquedotti, proteggere le arti e le scienze e i poeti,
-pel primo stipendiare professori d'eloquenza greca e latina in Roma, e
-raccogliere tremila lastre di rame su cui erano scritti i fasti antichi
-della città. Allora fu elevato il tempio della Pace, adunandovi i
-capolavori sparsi qua e là; allora ricostruito il Campidoglio ed altri
-edifizj, periti nell'incendio di Nerone e nelle sommosse sotto Galba;
-allora il grande anfiteatro che meritò il nome di Colosseo; allora
-ristaurate le grandi vie di tutto l'impero, non più a spese delle
-provincie ma dello Stato. Ed avendogli un meccanico offerto macchine
-da trasportar grandi colonne con piccola spesa, egli lo ricompensò, ma
-ricusò l'invenzione, dicendo: — Bisogna che il popolo viva».
-
-Però l'indipendenza del mondo rimbalzava volta a volta contro
-l'oppressione romana; e sospese col nuovo sistema imperiale le guerre
-di conquista, molte divennero necessarie per difendere le provincie
-o per tranquillarle. Già vedemmo quelle menate sotto Augusto nella
-Germania, la quale non quietò mai. La Bretagna, stanca delle esazioni
-e de' pubblicani, si rivoltò, ma l'entusiasmo non la sottrasse
-dal vedere ribadite le sue catene. Nella Gallia fu perseguitato il
-culto dei Druidi, perpetui incitatori del sentimento nazionale; e
-in compenso Claudio pareggiò quelle provincie all'Italia, ricevendo
-i Galli al senato e alle dignità, che che scandalo ne prendesse
-l'aristocrazia. L'Armenia, dopo lunghe agitazioni, si sottopose, e
-Tiridate ne ricevette la corona dalla mano di Nerone; il quale pure
-mutò in provincia il Ponto. Aveva appena Vespasiano accettato il titolo
-imperiale, che i bellicosissimi Daci presero le armi; non tenuti più
-in soggezione dall'esercito aquartierato nella Mesia, assalirono
-gl'invernali accampamenti delle truppe ausiliarie, e varcato il
-Danubio, minacciavano il riparo delle legioni. Muciano mandò pronti
-soccorsi, co' quali Fontejo Agrippa li ricacciò di là dal fiume, le cui
-rive munì d'una schiera di fortezze.
-
-Le guerre domestiche de' Romani davano sempre eccitamento a qualche
-provincia di sollevarsi. I Batavi, tribù di Catti, che, sturbata
-dalla Germania, erasi stanziata nell'isola formata dai due rami
-del Reno, furono condotti da Claudio Civile a scannare gli eserciti
-conquistatori, e proclamare l'indipendenza. Tutta la Gallia riprese
-desiderio e speranza di libertà; e i Bardi, usciti dai nascondigli,
-e la profetessa Veleda con canti e sacrifizj e tutto il corredo
-dell'antica superstizione, produssero oracoli, promettenti l'impero del
-mondo a gente d'oltr'alpe; e interpretando l'incendio del Campidoglio
-come preludio della caduta di Roma, trucidano i capi romani, e
-proclamano l'impero gallo.
-
-Ma Roma, più che nella forza degli eserciti, s'affidava negl'interessi
-dei vinti, che sapeva conciliare co' suoi; e i migliori delle colonie
-dissuadevano i loro nazionali da una guerra che ripristinerebbe la
-barbarie distruggendo l'introdotta civiltà, e ai privilegi romani
-surrogherebbe di nuovo la guerra interminabile, i saccheggi, la
-prepotenza armata. Tali erano le ragioni con cui Petilio Cereale,
-comandante alle forze romane, arringava gli abitanti di Treveri: — Io
-non so parlare, bensì combattere: ma poichè le parole de' sediziosi
-fanno effetto su voi, udite anche le mie. I Romani nel paese vostro
-entrarono non per cupidigia, ma chiamati dai vostri maggiori, stracchi
-delle mutue distruzioni. Con qual fortuna guerreggiammo i Germani
-e altri nemici vostri, lo sapete: nè venimmo sul Reno per difendere
-l'Italia, ma perchè un altro Ariovisto non si facesse re della Gallia.
-Forse Civile e i suoi Batavi vorran bene a voi più che i loro antenati
-ai vostri? Cupidigia di preda, desiderio di mutare i loro pantani col
-vostro ubertoso terreno li mosse sempre, pur ammantandosi col nome di
-libertà; e voi foste battuti e dominati finchè non vi deste a noi. Noi
-non vi abbiamo aggravati più di quel che fosse mestieri per conservare
-la pace: del resto facciamo un corpo solo; spesso voi comandate le
-nostre legioni, governate provincie; nulla a voi teniamo chiuso; de'
-buoni principi godete voi anche lontani; i tristi sentite meno perchè
-lontani. Ma come la pioggia e il vento, così bisogna acconciarsi a
-soffrire qualcosa de' dominanti. Espulsi che fossero i Romani, tutto
-il mondo verrebbe a baruffe; un impero cresciuto con ottocento anni
-di fortuna e di abilità non potrebbe scomporsi senza universale
-sovvertimento; e peggio starà chi possiede oro e beni, esche alla
-guerra. Amate e riverite piuttosto la pace romana, e cotesta Roma, ch'è
-nostra patria, vincitori o vinti che siamo: vogliate essere piuttosto
-docili con sicurezza, che riottosi con rovina»[213].
-
-In fatti Roma avea sì bene stabilito la sua dominazione civile, che
-fuor di essa non vedeasi se non disordine, servitù, barbarie; le
-legioni rivoltavansi contro i principi, contro Roma non mai. Quando
-poi questa, ricompostasi, spedì bastanti forze contro gl'insorgenti,
-molti si piegarono per ragione o per paura, altri vi furono costretti;
-alcune legioni che avevano giurato l'impero gallo, tornarono al dovere,
-e furono accolte impuni. Dopo lunga e valida resistenza, Civile dovette
-cedere anch'esso, ed ottenne di vivere in pace (71); Classico, Tutore,
-altri capi fuggirono o si uccisero; alcuni furono consegnati ai Romani,
-e perirono nei processi.
-
-Giulio Sabino di Langres, che erasi fatto proclamare imperatore,
-fu sconfitto mentre estendeva la sollevazione, nè si sottrasse alla
-morte che col dar fuoco alla casa dov'era ricoverato, facendo credere
-d'esservi perito. E lo credette anche la moglie sua Eponina, che
-teneramente lo amava, e che il pianse desolata finch'egli non potè
-farle sapere d'essersi, colle ricchezze e con due liberti, ricoverato
-in una caverna. Reprimendo la gioja di questo annunzio, ella seguitò
-vita e lutto vedovile; ma fingendo affari, stava lungamente alla
-campagna per vivervi con esso. In quella tana partorì ed allevò due
-gemelli, e potè anche, non si sa perchè, mandare il marito sconosciuto
-a Roma, donde tornò. Così passati nove anni, qualche curioso lo ormò,
-e scoperto l'arcano, Sabino colla generosa fu in catene strascinato a
-Roma. La magnanimità di lui, il lungo martirio, la stranezza del caso,
-le lacrime di Eponina, la quale diceva, — Ho allevato questi bambini in
-una tana come una lionessa, acciò fossimo in più a chieder mercede»,
-intenerirono alle lacrime Vespasiano, ma nol tolsero dal mandarli al
-supplizio; — ragion di Stato. Nella Gallia tornò l'amore dell'ordine,
-cioè la pazienza della servitù; e i Druidi si trasformarono in maestri
-di scienze romane.
-
-Con altre guerre intanto erano ridotte a provincie la Comagene col nome
-di Eufratesiana, la Grecia emancipata da Nerone, la Licia, la Tracia,
-la Cilicia Trachea, con Rodi, Bisanzio e Samo: da Giulio Agricola fu
-circuita e sottomessa la Bretagna colle Orcadi, come vedremo.
-
-Più memorabile è la caduta degli Ebrei, popolo prescelto da Dio a
-conservar pura la tradizione, finchè, venuta la pienezza de' tempi,
-sorse di mezzo ad essi e fu da essi sconosciuto e ucciso quel Divino,
-di cui tutta la loro storia non era che preparazione, simbolo,
-profezia. Anche perduta la dominazione, unita alla provincia della
-Siria, e governata da presidi romani, la nazione ebrea rifiutò
-ostinatamente i costumi de' Gentili e la religione idolatra; e agli
-imperatori che voleano violentarne le coscienze, opponeva le proteste,
-e subiva le persecuzioni. Ma internamente le scissure fra la Giudea e
-la Samaria, le sêtte de' Farisei e Saducei, le ambizioni de' principi
-e de' sacerdoti, la comparsa di finti Messia, infine la smoderatezza
-degli Zelanti rendevano infelicissimo il paese, e gli facevano sentire
-la maledizione del sangue del giusto. Satolli d'oltraggi, trucidati a
-migliaja, offesi negl'interessi e nelle credenze, insorgono regnante
-Nerone, il quale deputa a sottometterli Vespasiano. Non v'è orrore che
-non accompagnasse quella guerra, in cui si conta perissero un milione
-e mezzo di Ebrei: finalmente Tito, figlio di lui, prese Gerusalemme
-stessa e la incendiò (70 — 1 7bre), e da quel punto gli Ebrei più non
-ebbero patria nè altare. Sparsi per tutto il mondo, con una portentosa
-attività e con irremovibile perseveranza vivono confidati che quel
-Dio, che altra volta li richiamò dalla schiavitù di Babilonia, faccia
-splendere ancora il loro giorno. — Sarà il giorno, in cui il sangue,
-imprecato dai loro padri, scenda sui figli per lavacro di perdono e
-redenzione.
-
-Tito negli anfiteatri di Berito e di Cesarèa rallegrò il popolo collo
-spettacolo di centinaja di Giudei accoltellantisi o sbranati dalle
-fiere: altri condotti a Roma abbellirono il più splendido trionfo,
-ornato viepiù collo strozzare i principali di essi: altri furono
-serbati a fabbricar l'arco che ancora chiamasi di Tito, il Colosseo e
-il tempio della Pace, nel quale furono deposti il candelabro d'oro e
-gli altri arredi del culto di Ieova.
-
-Vespasiano associossi il figlio vincitore nella podestà tribunizia;
-e la chiusura del tempio di Giano attestò finite o sospese le
-guerre. Anche Roma respirava dalle atrocità e dalle pazzie, non così
-però che le mancassero supplizj; e fu singolarmente deplorato quel
-dell'intrepido Elvidio Prisco (pag. 163). Alieno Cécina ed Epiro
-Marcello, spia di Nerone, congiurarono con molti pretoriani; ma
-scoperti, Marcello prima della condanna si uccise: a condannar Cecina
-non bastando l'essergli trovata l'arringa disposta per ammutinare i
-soldati, Tito l'invitò a cena, e ve lo fece assassinare. Compendiose
-procedure!
-
-Vespasiano, sentendosi morire, esclamò: — Se non fallo, sto per
-divenire iddio»; burlandosi del divinizzare che i Romani faceano i
-loro principi. Sereno fin all'ultimo istante, — Un imperatore (disse)
-dee morire in piedi», tentò alzarsi, e spirò (79) di settantun
-anno, regnato dieci. Ai funerali de' grandi solevansi rappresentare
-commedie, ove il morto era messo in burla. Il buffone che, in quello
-di Vespasiano, contraffacea l'estinto, domandò agli economi quanto
-costerebbero i funerali, e udita l'ingente somma destinatavi da Tito,
-riprese: — Date a me quel denaro, e gettate pure il cadavere nel
-fiume». Fortunata Roma però se d'avarizia solo essa poteva appuntare il
-successore di Tiberio e di Nerone[214].
-
-Tito Flavio, spertissimo in eloquenza e versi, e più nella guerra,
-finchè visse il padre mostrò avidità e tracotanza; sorreggeva chi
-gli offrisse denaro; se portava malanimo contro alcuno, ne facea da
-prezzolati domandar la testa in teatro o nel campo; e gli amori suoi
-con Berenice, sorella d'Agrippa II re degli Ebrei, erano riprovati
-dai Romani, tementi un'imperatrice straniera, quanto dagli Ebrei,
-scandolezzati che una loro principessa scendesse agli abbracci del
-distruttore di sua nazione.
-
-Ma fatto imperatore a trentanove anni, Tito mandò Berenice fuor
-d'Italia, per quanto si sentisse di lei acceso; al fratello Flavio
-Domiziano, discolo ed intrigante, non solo non fece verun male, ma
-esibì dividere con esso l'autorità; confermò con editto generale le
-prerogative concesse da' suoi predecessori a città o persone; lasciava
-il popolo accostategli fin nel bagno, assegnare quando e come bramasse
-i giuochi ch'egli dava; nè l'affabilità gli scemava decoro. A chi gli
-rimostrava il troppo facile suo concedere, rispondeva: — Non conviene
-che alcuno parta melanconico dalla vista del principe»; ed una sera,
-non ricordandosi d'aver beneficato alcuno, esclamò: — Perdetti una
-giornata».
-
-Accettando il pontificato, dichiarò che più non si contaminerebbe di
-sangue, abolì la legge di fellonia, nè si accusasse più alcuno per
-aver detto male di lui o de' predecessori. — O sparla di me a torto,
-e lo compiango; o a ragione, e sarebbe ingiustizia il punirlo della
-verità. Quanto a' miei antecessori, se ora sono Dei, possono a voglia
-punire gli oltraggi senza mio intervento». Avendo il senato condannati
-nel capo due patrizj cospiratori, Tito mandò pregare quell'assemblea
-di desistere dall'inutile castigo, dipendendo i regni da una potenza
-superiore all'umana; al tempo stesso invia a rassicurare la madre
-de' rei, li vuol seco a banchetto la sera, il domani agli spettacoli,
-passando a loro le spade de' gladiatori, che, secondo il costume, gli
-venivano offerte ad esaminare.
-
-Non che agognare l'altrui, ricusò regali e legati: eppure in donativi,
-spettacoli e fabbriche gareggiò con qualunque de' suoi predecessori;
-e quando inaugurò il colossale anfiteatro, presentò, oltre i
-gladiatori, una battaglia navale e fin cinquemila fiere. Più savia
-generosità mostrò in pubbliche sciagure; avendo un incendio guastato il
-Campidoglio, il Panteon, la biblioteca d'Augusto, il teatro di Pompeo,
-a non dire i minori edifizj, dichiarò ch'egli toglieva sopra di sè
-tutti i danni; e per mantenere la parola, senza accettar le somme che
-città e principi forestieri gli esibivano, vendè perfino gli arredi
-del suo palazzo. Il Vesuvio, che da immemorabile non eruttava, lui
-regnante proruppe (79 — 8 7bre) in modo, che Ercolano e Pompej furono
-sepolte, Pozzuoli e Cuma diroccate, sobbalzata tutta Campania. Tito
-a proprie spese provvide ai mali riparabili; girò il paese, non per
-ostentazione e curiosità, ma prodigando denaro. La peste gli diè nuovo
-campo a mostrare la sua benevolenza; e quasi non dissi la carità. Chi
-crederebbe che, sotto tal principe, trovasse molti seguaci un finto
-Nerone venuto d'Armenia, il quale ronzò intorno all'Eufrate, poi si
-rifuggì tra i Parti?
-
-Mentre Roma si ricreava sotto il buon Tito, e lo intitolava _delizia
-del genere umano_, morte glielo tolse (81) dopo due anni e tre mesi di
-regno, dissero accelerata dal fratello Domiziano, che lo fece scrivere
-fra gli Dei mentre il denigrava presso gli uomini. Questo Domiziano,
-privo di studj, marcio di lussuria e di debiti, in guerra sollecito
-soltanto d'evitar le fatiche ed i pericoli, estinto il padre, tentò
-guadagnarsi i pretoriani per soppiantare Tito, e Tito gli perdonò.
-Morto od ucciso questo, fu gridato imperatore, e prodigatigli d'un
-tratto i titoli e le cariche che a' suoi antecessori conferivansi a
-poco insieme.
-
-Dapprima vietò perfino i sacrifizj cruenti; largheggiava cogli
-uffiziali acciocchè la povertà non ne agevolasse la corruzione;
-ricusava l'eredità di chi avesse figliuoli; e dopo spartite ai veterani
-le terre confiscate, il di più non tenne per sé, come si soleva,
-ma lo rese ai prischi possessori. Murò splendidamente, ricompose
-la biblioteca incendiata, e dodicimila talenti spese nella doratura
-del tempio di Giove in Campidoglio: eppure la magnificenza di quello
-era un nulla a petto d'una sola galleria o d'una sala del palazzo.
-Attendeva in persona a rendere giustizia; notava d'infamia i giudici
-che accettassero denaro, o i governatori che espilassero; represse la
-licenza pubblica e la sfacciataggine de' libelli; vietò ai cavalieri
-di recitare sui teatri; cassò un senatore che danzava; escluse le
-donne dal ricevere legati e dall'andare in lettiga; dichiarò indegno
-d'esser giudice un cavaliere che ripigliò la moglie dopo ripudiatala
-per impudica; molti adulteri punì di morte, e vietò severamente di far
-eunuchi.
-
-Ma a fatica dissimulava l'indole sanguinaria e codarda. Avido di
-gloria militare quanto inetto ad acquistarsela, assunse quattro
-volte in un anno il titolo d'imperatore, sempre per vittorie altrui:
-piombato improvviso sui Catti, i più civili e guerreschi fra i Germani,
-strascinò in trionfo alcuni prigionieri, nè più da quell'ora depose la
-toga trionfale: intanto che Svevi e Sàrmati, rivoltati contro l'impero,
-sterminavano eserciti interi nella Mesia, nella Dacia e nella Germania.
-
-Memorabili sono di quel tempo le vittorie di Gneo Giulio Agricola
-sulla Bretagna. Cesare pel primo era sbarcato nell'isola per reprimere
-i sacerdoti Galli che continuamente fomentavano le sollevazioni nella
-Gallia romana (t. II, p. 177): ma sebbene fosse dichiarata provincia,
-non obbediva ai Romani, e poco vi vantaggiarono le armi, finchè non
-le condusse Agricola (77). Tacito, genero di questo, volle proporlo
-a specchio e raffaccio degli altri capitani; onde racconta che,
-accortosi come il saccheggio e la prepotenza militare nocessero alla
-dominazione, Agricola riformò la disciplina cominciando dalla propria
-casa, nominò uffiziali i più degni, senza riguardo a raccomandazioni
-e preghiere, ripartì più equamente le imposte: poi incoraggiando i
-suoi coll'esempio, scoraggiando i nemici colla rapidità delle marcie,
-riportò molte vittorie, molti col perdono indusse a sottomettersi,
-e cercò tenerli quieti coll'incivilirli; mai non cercava sminuir la
-gloria ai soldati per attribuirla a sè, e sempre mostravasi avaro del
-sangue romano. Per tal modo assicurò il dominio di Roma sulla Bretagna
-e la Caledonia; ma Domiziano, quasi eclissasse le sue imprese finte
-colle vere, lo richiamò, e l'insigne capitano non ne sfuggì il rancore
-altrimenti che col vivere nell'oscurità (85), e neppur questa forse il
-sottrasse al veleno.
-
-I Daci, guidati da Decebalo, grande in battaglie e in consiglio,
-passato il Danubio, ruppero i Romani, uccisero il governatore della
-Mesia, e menando orribile guasto, occuparono quante fortezze aveano
-là intorno munite i Romani. Domiziano, posto in dirotta fuga, mandò
-a Decebalo supplicando pace (90), con ricchi donativi, con artigiani
-d'ogni sorta, e con una corona in segno di riconoscerlo re, e
-rassegnandosi a pagargli annuo tributo. Prima guerra ove i Barbari
-assalissero con vantaggio l'impero. Eppure Domiziano scrisse al senato
-aver messo finalmente il morso agl'indomiti Daci; e tornando, dopo aver
-peggio che in guerra devastato il paese quieto, menò un trionfo, dove i
-poeti lo paragonarono ai Cesari e agli Scipioni[215].
-
-La fierezza che gli mancava in campo, sapeva troppo esercitarla in
-pace. Avendo il banditore, nell'acclamar console Flavio Sabino genero
-di Tito, in isbaglio chiamatolo imperatore, Domiziano fece scannare
-e il banditore e il nipote. Fatto prendere l'oroscopo dei grandi
-dell'impero, ne tolse ragione di mandare a morte assai senatori e
-cavalieri (95). Di molti Cristiani prese l'ultimo supplizio in Roma
-e nelle provincie, come di nemici alla repubblica, tra i quali Flavio
-Clemente cugino suo e collega nel consolato, e le due Domitille, nipote
-e moglie di quello.
-
-Com'è de' principi cattivi, Domiziano aveva in odio e in sospetto la
-storia e gli storici: Erennio Senecione, incolpato di scrivere la vita
-d'Elvidio Prisco, fu creduto degno di morte; Fannia vedova di Elvidio,
-che confessò averlo spinto e ajutato a quel lavoro, ne perdette i beni
-e la patria, ma portò seco la storia riprovata; ad Aruleno Rustico
-fu colpa capitale l'aver lodato Trasea Peto; Armogene di Tarso venne
-ucciso perchè parve nella storia alludere a Domiziano, e crocifissi
-quelli che ne avevano ajutato lo spaccio. Nuovo genere di crudeltà
-fu l'ardere pubblicamente i libri di fama più cospicua e di sensi più
-generosi: da ultimo tutti i filosofi e gli scienziati sbandì: alcuni,
-cessati gli studj, presero il mestier di spia, il più opportuno perchè
-impinguava colle ricchezze, confiscate sotto frivolissimi pretesti.
-Un cittadino illustre mostrasi popolare? e' medita la guerra civile;
-sta ritirato? vuol far rimprovero ai tempi; conduce vita illibata?
-è un nuovo Bruto; se inerte e stolido, cova disegni di sangue; se
-operoso e vivo, intriga e sommove: il ricco possede troppo denaro
-per uom privato; il povero, non avendo che perdere, potrebbe a tutto
-avventarsi. Più le spie erano vili e schifose, più l'imperatore le
-palpava e reggeva; convinte di calunnia, crescevano di merito; ad esse
-le spoglie dello Stato, ad esse le dignità pontificali e il consolato;
-quali nelle provincie spediti procuratori, quali in città tenuti per
-confidenti e ministri; schiavi furono subornati contro i signori,
-liberti contro i patroni; e chi non avesse nemici, trovavasi tradito da
-gente, della cui benevolenza mai non avea dubitato.
-
-Sotto il costoro regno, i Romani non osavano comunicare ad altri
-i proprj pensamenti, nè fremere insieme; e vedeano con silenzio
-pusillanime i tribunali fatti strumenti di perdizione, rapine
-ed assassinj palliarsi col nome d'ammenda e di castigo: le isole
-riboccavano di relegati, gli scogli d'uccisi. Alcuni incontrarono la
-morte con intrepidezza: madri e mogli generose seguirono i loro cari
-nell'esiglio.
-
-A Domiziano recava diletto il veder le lagrime, noverare gli aneliti;
-esultava quando a una sua parola il senato impallidisse. Privatamente
-si compiaceva di lepidezze inumane. Una sera chiama a banchetto il fior
-de' senatori e de' cavalieri, egli che diceva di guardare i più de'
-cavalieri per suoi nemici, e che non si terrebbe sicuro finché pur un
-senatore respirasse. Man mano che arrivano, son condotti in una sala
-a bruno, ove fioche lampade mostrano cataletti, segnati ciascuno col
-nome di un convitato; ed ecco dopo lunga ansietà entrano uomini ignudi,
-tinti di nero, colla spada nell'una, la face nell'altra mano: ma dopo
-girato attorno, aprono le porte, e congedano i due ordini principali
-dell'impero, non so se più atterriti o scornati.
-
-Valentissimo nel trar d'arco, faceva trasvolare il dardo fra le
-aperte dita d'uno schiavo, posto per lontano bersaglio; e nella lunga
-solitudine del suo gabinetto l'imperator del mondo esercitava tale
-abilità dardeggiando mosche. Onde Vibio Crispo interrogato se nessuno
-fosse coll'imperatore, — Neppure una mosca» rispose.
-
-In turpi voluttà non la cedeva ad alcun predecessore. E i Romani?
-adulavano e il chiamavano signore e dio e figlio di Minerva, titoli
-ch'egli medesimo si attribuiva nelle lettere, e che gli erano prodigati
-da Marziale, Quintiliano, Giovenale e dagli altri scrittori. Le vie che
-conducevano al Campidoglio, apparivano ingombre di vittime, scannate
-avanti alle sue statue[216], le quali per decreto non potevano farsi
-che d'oro o d'argento. Giuochi preparò, che Roma non avea mai veduto
-i più splendidi; fece scavare presso al Tevere un gran lago, ove
-due flotte combattevano; agli accoltellamenti dei gladiatori mesceva
-anche donne; offrì vere battaglie d'interi eserciti nell'anfiteatro,
-egli che delle campali avea paura; ed essendo, durante lo spettacolo,
-sopragiunto un rovescio di pioggia, non permise a veruno d'uscire; onde
-molti ammalarono, alquanti morirono.
-
-Per bastare alle prodigalità, non era via d'ottener denaro ch'e' non
-si facesse lecita; alle eredità facilmente sottentrava o accusando il
-morto d'avere sparlato di lui, o trovando chi asseriva quello averlo
-chiamato erede. I magistrati rincarivano le imposizioni, tanto che
-varie provincie sorsero in aperta rivolta. In Germania, Lucio Antonio
-governatore prese il titolo d'augusto; ma bentosto rotto ed ucciso, de'
-molti accusati come complici suoi due soli tribuni camparono la vita
-col provare d'essersi prestati a vilissima lascivia, e quindi essere
-incapaci d'ogni ardito tentativo.
-
-Avendo scoperta e sventata una congiura, stava sempre in timore di
-nuove, massime che diversi prodigi e indovinamenti gli prenunziavano
-la sua fine. Si munì in ogni miglior modo, fino a rivestir le sue
-stanze di una pietra che rifletteva le immagini, acciocchè nessuno
-gli si accostasse inosservato; poi pensando disfarsi di chiunque gli
-dava ombra, ne aveva preparata la lista. Un fanciullo, col quale
-egli trescava, gliela tolse mentre dormiva, e la portò fuori; e
-l'imperatrice Domizia Longina, sbigottita al leggervi il proprio nome
-con quel de' primarj, convenne con questi di pigliare il passo innanzi.
-Partenio primo cameriere introduce all'imperatore Stefano liberto di
-Domizia (96), che recando il braccio al collo in atto di ferito, gli
-porge una carta ov'è rivelata la congiura, e mentre la leggeva il
-trafigge. Domiziano si difende, Stefano rimane trucidato da quei di
-casa; ma gli altri congiurati sopragiungendo uccidono l'imperatore.
-
-Compiva i quarantacinque anni, e n'avea regnato quindici; e il senato,
-raccoltosi di presente, gli disse tanti improperj quante dianzi
-adulazioni, ne rase il nome dalle epigrafi, abbattè le statue e gli
-archi, annullò gli atti. Il popolo, sino al quale non scendeano le
-persecuzioni, bensì le pompe e i giuochi, stette indifferente. I
-soldati, di cui aveva cresciuta la paga, lo piansero più che Vespasiano
-e Tito; e gli uffiziali durarono gran fatica a frenarli.
-
-Egli è l'ultimo di quelli che chiamano i Dodici Cesari.
-
-
-
-
-CAPITOLO XXXVIII.
-
-Imperatori stoici.
-
-
-È merito della verità il vantaggiare anche quelli che la rinnegano
-e la perseguitano, e costringere a riconoscerla fino i nemici che la
-impugnano. La morale, che i Cristiani predicavano obbedendo e morendo,
-già appariva negli scrittori pagani, e rifondea vigore alla setta più
-virtuosa, la stoica; la quale, alla morte di Domiziano, si sentì da
-tanto d'opporsi alla onnipotenza delle armi; e acquistato preponderanza
-in senato, s'ingegnò a mettere sul trono creature sue, e le riuscì di
-procurare a Roma una serie di buoni capi.
-
-Primo fu Marco Coccejo Nerva, oriundo da Creta, nativo di Narni,
-onorato di una statua da Nerone per le sue poesie. La fazione stoica
-sparse vaticinj e strologamenti sul futuro regnare di esso, tanto che,
-comunque timido, l'incorarono ad accettare il trono: I pretoriani,
-sfogata la devozione loro verso l'estinto imperatore, non tardarono a
-riconoscere il nuovo; ma fra i mirallegro, Arrio Antonino si condolse
-con lui, che, dopo sfuggito per virtù e prudenza a tanti principi
-malvagi, si trovasse in tal luogo dove amici e nemici disgusterebbe, e
-più gli amici, appena ricusasse una grazia.
-
-Nerva, professandosi collocato in quell'altezza non per soddisfazione
-propria, ma pel popolo, seppe conciliare le dolcezze della libertà
-colla quiete della monarchia. Restituì patria e beni agli sbanditi
-per fellonìa, minacciò i delatori, interdisse i processi di maestà,
-e giurò non mandare a morte verun senatore: vastissimi terreni
-distribuì alla poveraglia; faceva allevare a pubbliche spese i bambini
-indigenti; riproibì l'evirazione; e si governò sempre come avesse da
-oggi a domani a tornare privato. Per alleggerire le imposte limitò le
-spese, escludendo varj sacrifizj e spettacoli, moderando il fasto del
-palazzo, non tollerando gli si ergessero statue d'oro o d'argento; e
-per ricompensare o soccorrere vendette parte del proprio vasellame e
-alcuni poderi. Il senato, ripresa la libertà dei giudizj, procedette
-contro gli spioni del regno precedente, e alcuni multò di morte,
-altri d'esiglio; ma avendo iniziato procedure contro alcuni nuovi
-cospiratori, Nerva troncò le indagini. Parve sconvenevole tale clemenza
-a Giulio Frontone console, e — Se è grave sciagura un principe sotto
-cui tutto è vietato, non è minore uno sotto cui tutto sia permesso».
-
-In fatto, di quella bontà abusarono i pretoriani, e levato rumore,
-assalirono il palazzo per obbligar Nerva a consegnare gli uccisori di
-Domiziano; e per quanto egli s'opponesse, e nudo il petto li pregasse
-a ferir lui piuttosto, dovette cedere, lasciar uccidere i congiurati, e
-ringraziare i pretoriani d'averne purgato il mondo.
-
-Da qui comprese la necessità di destinarsi a successore un uomo di
-salda mano, e adottò lo spagnuolo Marco Ulpio Trajano, col quale
-divise da quel punto l'autorità (98): ma regnato appena sedici mesi, fu
-ascritto fra gli Dei.
-
-Trajano, dopo fatto le prime armi contro i Parti, da Domiziano fu
-destinato a governare la bassa Germania; robusto di corpo e formato
-alle fatiche, era il più sufficiente capitano dell'età sua: in campo
-non l'avresti distinto dall'infimo soldato al vestire, agli esercizj,
-alla sobrietà; marciava a piedi, conosceva un per uno i suoi veterani
-e le imprese loro, senza che l'affabilità disciogliesse la disciplina.
-Di pochi studj[217], pure gli studiosi favoriva; nobile di portamento,
-d'obbliganti maniere.
-
-A quarantaquattro anni succedendo a Nerva, entrò pedestre in Roma fra
-indicibile esultanza, e nel por piede in palazzo, sua moglie Pompea
-Plotina voltasi al popolo disse: — Io spero uscirne qual v'entro».
-
-Trajano dichiarò tenersi obbligato alle leggi come qualunque cittadino;
-largheggiò nelle consuete distribuzioni sì ai soldati, sì al popolo,
-comprendendovi gli assenti e, cosa nuova, i minori di dodici anni; ed
-è scritto che le frequenti sue liberalità mantenessero due milioni di
-persone. Tenne sempre i grani a modico prezzo, fece larghi assegnamenti
-pe' figli dei poveri[218], diede spettacoli di gladiatori, ma sbandì
-i commedianti che Nerva avea riammessi: spese largamente in aprire il
-porto di Civitavecchia ed ampliare il circo, ove proibì si pronunziasse
-il suo nome, per sottrarlo agli applausi prodigati a tanti malvagi
-imperatori; e provvisti di pubblico stipendio gli avvocati, vietò che
-ricevessero sportule dai litiganti, i quali pure doveano giurare di non
-aver dato loro nè promesso nulla.
-
-Voltosi a medicare le piaghe dell'anarchia e della tirannide, diminuì
-le imposte, attenuò le prerogative imperiali qualvolta al ben pubblico
-complisse; nè accuse di maestà, nè delatori soffrì, nè concussioni
-de' governanti; riceveva le persone di qualunque fossero grado,
-e candidamente ne ascoltava gli avvisi; cercava i più degni per
-collocarli in posto; e credeva che le finterie non fossero necessarie,
-come nella condotta privata, così neppure nella politica. Preferiva
-l'impunità di cento rei alla condanna d'un innocente; e nel dare la
-spada a Suburano prefetto del pretorio, gli disse: — S'io compio il mio
-dovere, adoprala per me; contro me, se vi manco». Essendo da alcuno
-insusurrato contro di Licinio Sura, a lui caro e riverito, andò a
-cenare da esso non invitato, si fece medicare gli occhi e radere dal
-medico e dal barbiere di esso, poi il domani a chi gli ripeteva le
-accuse rispose: — S'egli intendesse uccidermi, l'avrebbe fatto jeri».
-
-Di colpe e difetti ebbe la sua parte; amava il vino, tanto che
-ordinò di non eseguire i comandi che desse dopo tavola; ai piaceri
-s'abbandonò quanto il suo tempo consentiva; per vanità lasciava mettere
-il proprio nome su tutti gli edifizj o eretti o ristaurati, sicchè
-lo soprannomarono _erba parietaria_; soffrì il titolo di signore,
-e sagrifizj alle sue statue, e che il popolo giurasse per la vita e
-l'eternità di lui; e forse per gelosia di divinità ordinò persecuzioni
-contro i Cristiani (106).
-
-Da Plinio il giovane, che ne stese il panegirico, trapela la gioja
-alquanto puerile che provavano i patrioti romani al veder di nuovo
-convocate le adunanze del senato tre giorni di fila, e protratte
-sino a notte[219]: ma quale concetto formarsi di queste assemblee, se
-dallo stesso Plinio siamo informati che Trajano disdisse di formare
-una piccola associazione onde riparare i pubblici bagni d'una città
-dell'Asia, atteso che ogni unione per interessi privati è contraria
-all'impero?
-
-Conoscendone il valore, i Germani d'ogni parte mandarono a Trajano
-deputazioni, e i Barbari di là dall'Istro non s'avventurarono alle
-correrie, che rinnovavano ogniqualvolta il fiume gelasse: ma Trajano
-aspirava a «passar l'Eufrate e il Danubio su ponti da lui fabbricati, e
-ridurre la Dacia in provincia».
-
-Indecoroso stimando il tributo con che Domiziano avea dai Daci comprato
-la pace, ne devastò le campagne, e li vinse in una battaglia, dove
-essendo venuti meno i cenci da bendare i tanti feriti, egli diede le
-proprie vesti; e continuò la vittoria con tale ardore, che Decebalo,
-instancabile loro re, mandò per pace (103), ed accettolla a gravi
-condizioni. Trajano, poste fortezze e guardie ov'era duopo, menò il
-primo trionfo sui Daci, e voltò sul Danubio un ponte di pietra di venti
-piloni, grossi sessanta piedi, alti cencinquanta, discosti settanta;
-opera meravigliosa, e pur compita in un'estate per disegno e direzione
-di Apollodoro di Damasco. Decebalo, che soltanto alla necessità avea
-ceduto, non tardò a risollevare il paese, intendendosela fino coi
-Parti: ma Trajano, accorso al riparo, si ben campeggiò (106), che prese
-Zarmizegetusa capitale dei Daci, e il paese ridusse a provincia, avente
-per confini il Dniester, il Tibisco, il Danubio inferiore e l'Eusino.
-Decebalo non volle sopravivere alla libertà. La colonna coclite, eretta
-in mezzo al fôro Trajano, attestò queste vittorie; e nelle solennità
-del trionfo cenventitre giorni continuarono gli spettacoli, dove più di
-diecimila belve caddero uccise.
-
-Soddisfatto uno de' suoi voti col varcare il Danubio, Trajano mosse per
-l'altro verso l'Eufrate a reprimere i Parti, i più formidabili nemici
-che a Roma restassero (114). Ridusse a provincia l'Armenia; ricevette
-in soggezione i re d'Iberia, di Sarmazia, del Bosforo, della Colchide;
-la Mesopotamia quasi col solo terrore soggiogò, sottomise porzione
-dell'Arabia, e vide la sua amicizia chiesta contemporaneamente da'
-Sauròmati del settentrione e dagli Indiani del mezzodì. Su ponte di
-barche varcato il Tigri, senza ferir colpo s'impadronì dell'Adiabene;
-e giovato dalle discordie dei Parti, si spinse fino a Babilonia (116),
-espugnò Seleucia e Ctesifonte, i contorni sottomise, e dall'Assiria
-come provincia ricevette tributo.
-
-Reduce in Antiochia, mentre l'esercito, la corte, i curiosi v'erano
-affollati, la terra tremò sì fattamente, che i fabbricati diroccarono,
-Trajano stesso rimase ferito, e nel disastro d'una sola città tutto
-l'impero ebbe a soffrire. Altre sciagure imperversarono, lui imperante;
-fame, peste, tremuoti; il Tevere inondò Roma; e, ciò che destava
-orrore, tre Vestali si contaminarono e furono sepolte vive. Se non
-bastava questo sacrifizio alle antiche superstizioni, i Libri Sibillini
-ordinarono, come altre volte, che nel fôro Boario si sepellissero vivi
-due Greci e due Galli maschio e femmina.
-
-Entrata la primavera (117), Trajano cominciò una corsa per ispiegare
-la maestà e la potenza dell'impero sugli occhi delle nazioni. Viste
-le pianure dell'Alta Asia dond'era scesa la prima civiltà del mondo,
-s'imbarca sul Tigri, scende al golfo Persico, traversa il Grande
-oceano, e vedendo un vascello salpare per le Indie, esclama: — Deh!
-foss'io più giovane, che recherei la guerra colà». Piega quindi verso
-l'Arabia Felice, prende il porto di Aden di qua dallo stretto di
-Bab el-Manneb, riduce a provincia l'Arabia Petrea che assicurava le
-comunicazioni di commercio fra l'Asia e l'Africa; annunzia al senato
-sempre nuove terre sottoposte al suo dominio; infine torce verso
-Babilonia, sulle cui ruine presta sacrifizj ad Alessandro.
-
-L'impero toccava allora al suo apogeo; ma poco vi durò, e Trajano
-stesso vide disfarsi le opere proprie. Il tremuoto che sobbalzò tanti
-paesi, parve agli Ebrei preconizzasse la caduta dell'impero, sicchè
-d'ogni parte levaronsi a furore, in Africa principalmente. Benchè
-sconfitti e scannati a migliaja, l'esempio fu contagioso, e molti paesi
-scossero le catene; tutte le nuove conquiste si rivoltarono; i Parti
-a pien popolo cacciarono il re Partamaspate da lui imposto, gli Armeni
-se ne scelsero uno a volontà, la Mesopotamia si sottomise ai Parti; e
-tante spese e tanto sangue uscirono a vuoto.
-
-L'imperatore, dopo regnato diciannove anni e mezzo, morì a Selinunte in
-Cilicia (117 agosto); le sue ceneri in urna d'oro portate a Roma dalla
-vedova Plotina e dalla nipote Avida, furono ricevute come in trionfo
-e, malgrado dell'antico divieto, deposte in città sotto la colonna che
-rammentava le sue conquiste. Splendide opere serbarono la memoria di
-lui: magnifiche vie dall'Eusino fin alle Gallie, una traverso le paludi
-Pontine, una da Benevento a Brindisi: a Roma aperse biblioteche e un
-teatro, ingrandì il circo, restaurò insigni edifizj, condusse nuove
-acque: soprattutto ebbe rinomanza il fôro, che abbassando cinquanta
-metri una collina, formò quadrato, con un portico in giro e quattro
-archi trionfali, e tanti palazzi e tempietti, ch'era una meraviglia
-nella città delle meraviglie.
-
-La «rara felicità del suo tempo, quando uom poteva pensare quel che
-volesse e dire quel che pensasse», tornò qualche lustro alle lettere:
-e fa dolore che la storia, informata a minuto delle pazzie e delle
-atrocità d'un Caligola e d'un Nerone, non possa conoscere Trajano se
-non da un compendio inesatto[220] e da un artifizioso panegirico. Ma
-essa tien conto che, due secoli e mezzo dopo lui morto, il senato,
-nell'acclamare un nuovo imperatore, gli augurò d'essere più felice
-d'Augusto, più virtuoso di Trajano[221].
-
-Fra le altre superstizioni, gli antichi usavano aprire a caso un libro,
-e dalla prima frase che occorresse, indovinar l'avvenire, o prenderne
-risposta ai dubbj del proprio intelletto[222]. A tal uopo Publio Elio
-Adriano, spagnuolo nato in Roma, aprendo l'_Eneide_, s'abbattè in
-questi versi del VI canto relativi a Numa:
-
- _Quis procul ille autem, ramis insignis olivæ,_
- _Sacra ferens? Nosco crines, incanaque menta_
- _Regis romani, primas qui legibus urbem_
- _Fundabit, Curibus parvis et paupere terra_
- _Missus in imperium magnum;_
-
-e credette leggervi prenunziato ch'e' sarebbe imperatore e legistatore.
-E l'uno e l'altro divenne. Militò sotto Trajano, che amandolo come
-figliuolo, gl'impalmò Sabina nipote di sua sorella, e maneggiò per
-averselo successore. Salutato imperatore dall'esercito in Antiochia,
-scrive al senato chiedendo scusa se non aspettò l'elezione di esso,
-e implorando la confermasse; decretatogli il trionfo, lo ricusa e
-pone sul carro la statua di Trajano. A quelli che da privato l'aveano
-offeso disse: — Eccovi salvi». Denunziatigli alcuni, sospetti di
-rivoltar lo Stato, dichiara: — È ingiustizia il punire un delitto
-solamente probabile». Avendo ai richiami d'una vecchia risposto: — Non
-ho tempo», essa replicò: — Perchè dunque sei tu imperatore?» ed egli
-la soddisfece. Negli spettacoli pretendendo il popolo non so quale
-sconvenienza, egli mandò l'araldo che intimasse silenzio; ma questi
-avendo detto invece: — L'imperatore vi prega a fare così e così», di
-tale mitigazione non gli seppe mal grado, anzi lo ricompensò.
-
-Con amici e liberti usava alla domestica, nè mai negava loro alcuna
-domanda, spesso le preveniva; pure non lasciò che abusassero: nè solo
-tra liberti scelse i secretarj e intendenti della casa, ma anche tra
-i cavalieri; e guai a chi, spacciando protezione, accettasse regali.
-Andava a trovare i consoli, assisteva alle assemblee, dispensava i
-senatori dal visitarlo se non per interessi, ed alla curia recavasi
-in sedia acciocchè non fossero tenuti ad accompagnarlo: escluse i
-cavalieri dal giudicare nelle cause de' senatori, nè dalle sentenze
-di questi accettava appello al trono. Visto un suo schiavo passeggiare
-fra due senatori, mandò a dargli uno schiaffo, dicendo: — Come ti basta
-l'animo d'appajarti a tali, di cui domani puoi divenire il fante?»
-
-Più di Trajano largheggiò co' fanciulli poveri e col popolo; assegnò
-pensioni e donativi a senatori, cavalieri e magistrati bisognosi;
-anzi, nelle feste di Saturno quando gli amici offrivangli le solite
-strenne, egli coglieva l'occasione per ricambiarle con più generose;
-e nei viaggi, in cui occupò diciassette dei venti anni di suo regno,
-lasciò dappertutto grandi segni di liberalità. All'esercito vivea da
-soldato; marciava a piedi e col capo scoperto fra il gelo delle Alpi
-o sul renaccio d'Africa; conoscendo tutti i guerrieri, promoveva i più
-degni; molte riforme introdusse, e pel primo a ciascuna compagnia unì
-zappatori e ingegneri e quanto occorre per fabbricare.
-
-Gli Ebrei, novamente insorti sotto Barcoceba, punì insultandone anche
-il culto; ma la vittoria tanto costò, che l'imperatore informandone
-il senato, non osò cominciare colla solita formola, — Io e l'esercito
-stiamo bene». Non che però estendere le conquiste, neppur quelle di
-Trajano conservò tutte; dall'Armenia, dalla Mesopotamia, dall'Africa
-revocò le truppe; alle terre tolte ai Daci non rinunziò, per riguardo
-ai tanti Romani che vi s'erano accasati; pure, col pretesto che
-potesse agevolare ai Barbari il passaggio, ruppe il ponte di Trajano
-sul Danubio. Era tradizione che il dio Termine non avesse voluto
-recedere dal Campidoglio, nè tampoco per far luogo a Giove; simbolo
-dell'immobilità dell'impero; onde questo primo ritirarsi dei Romani
-dalle loro conquiste s'ebbe per augurio sinistro.
-
-Dicendo che l'imperatore deve, come il sole, mirare ogni paese,
-Adriano visitò tutte le provincie obbedienti: dalle Gallie passò nella
-Germania, quartiere delle migliori truppe: in Bretagna, per arrestare
-le correrie de' Caledonj, fabbricò una muraglia, che per ottanta miglia
-stendeasi dal golfo di Solway alla foce del Tyne nel Northumberland:
-sceso nelle Spagne, in assemblea generale tentò rappattumare i
-discordi; rinnovò parte della città d'Atene col nome di Adrianopoli: le
-regalò denari, grani, l'intera isola di Cefalonia, e una costituzione
-modellata sull'antica; vi s'iniziò ne' misteri Eleusini, e pieno del
-Dio, si fece dio egli medesimo, lasciandosi adorare nel tempio di Giove
-Olimpico, ch'e' fece terminare cinquecentosessant'anni dopo che era
-stato cominciato da Pisistrato.
-
-Sviate con una conferenza le nuove minacce di Cosroe re de' Parti,
-potè visitare la Cilicia, la Licia, la Pamfilia, la Cappadocia, la
-Bitinia, la Frigia, dappertutto lasciando templi, piazze, insigni
-monumenti, e gran magnificenze ai re concorsi e agli ambasciadori.
-Per le isole dell'Arcipelago tragittossi nell'Acaja, indi in Sicilia
-montò in vetta all'Etna, per vedervi il sole oriente dipinger l'iride.
-In Africa s'ebbe come un miracolo che al venir suo cadessero le
-pioggie, da cinque anni indarno implorate. A Pelusio onorò la tomba di
-Pompeo Magno; ad Alessandria, nel museo fondato da Tolomeo Filadelfo
-e cresciuto da Claudio imperatore, interrogò i letterati raccolti, e
-rispose col senno che trovar si dee in ogni parola d'imperatore.
-
-Da' viaggi Adriano tornava tratto tratto a Roma, ove riordinò
-l'amministrazione interna, sopprimendo le forme repubblicane ormai
-destituite di significato, per surrogarvi un ordinamento monarchico più
-conforme al vero; e le cariche e gli uffizj divise in funzioni dello
-Stato, del palazzo, dell'esercito. Ai liberti rimase tolta l'ingerenza
-col riservare gl'impieghi di corte ai cavalieri; a quattro cancellerie
-s'affidò lo spaccio di tutti gli affari; ed a fianco all'imperatore
-fu collocato una specie di consiglio di insigni giureconsulti, quali
-Nerazio Prisco, Giuvenzio Gelso, Salvio Giuliano. Da quest'ultimo
-fece raccorre nell'_Editto perpetuo_ (131) le migliori fra le norme
-pubblicate dai precedenti magistrati pretoriani; col che tolse forse
-a costoro il diritto di determinare i principj legali, secondo cui
-avrebbero amministrato la giustizia nel loro reggimento, obbligandoli
-ad attenersi a questo, che restò la fonte del gius romano fino al
-Codice di Teodosio, e divenne fondamento delle Pandette.
-
-Fra le leggi sue proprie, ordinò che a' figliuoli de proscritti si
-lasciasse un dodicesimo dei beni paterni; chi trovasse un tesoro
-sul suo, ne restasse padrone, chi sull'altrui, n'avesse metà; gli
-scialacquatori frustati nell'anfiteatro, poi sbanditi; vietati i
-sacrifizj umani: pure fino a Costantino si continuò in Africa ad
-immolare fanciulli a Saturno, e uomini in Roma stessa. Proibì ai
-padroni d'uccidere gli schiavi, nè di venderli per gladiatori o
-prostituti: cassò la legge di mandare al supplizio tutti quelli d'un
-padrone assassinato: abolì gli ergastoli, dove i Romani li faceano
-lavorare, e dove rifuggivano alcuni per sottrarsi alla milizia o ai
-castighi, ed altri liberi erano strascinati per lavorare a forza, e più
-non se ne udiva.
-
-A colonie e città poste o ristabilite prodigò il nome di Elia, e
-dappertutto moltiplicò monumenti col suo nome: Atene e Grecia ne
-furono piene; a Roma rifabbricò il Panteon, il tempio di Nettuno, la
-gran piazza d'Augusto, i bagni d'Agrippa, oltre edifizj nuovi, tra cui
-principali sono la mole Adriana e la villa di Tivoli. Quella era un
-ponte sul Tevere col mausoleo che oggi è Castel Sant'Angelo, mirabile
-ancora dopo aver somministrato statue, colonne e fregi agli edifizj
-eretti in tempo della decadenza, e projettili nelle battaglie fra
-Totila e Belisario. Il carro del soprornato, che da piedi appariva
-piccola cosa, era di tal mole che, dice Sparziano, un uomo potea
-passare per le orecchie dei cavalli. Nella villa di Tivoli fece
-imitare quanto ne' suoi viaggi avea veduto; ivi le situazioni più
-decantate di Grecia e d'Egitto, ivi figurato l'inferno, ivi ai varj
-quartieri attribuito il nome delle trascorse provincie, e avvivatane la
-rimembranza con piante esotiche e con vasi, statue, iscrizioni, d'ogni
-sorta rarità.
-
-Nè per questo egli rapiva; anzi molte imposte alleggerì; non accettava
-legati da chi avesse figliuoli; condonò quanto in Roma e nell'Italia si
-doveva all'erario, e nelle provincie i debiti da sedici anni, bruciando
-le obbigazioni, il più bel fuoco di gioja che i popoli possano vedere.
-
-Gli bastava aver letto un libro per saperlo a mente; dettava
-contemporaneamente più lettere; dava udienza a diversi ministri;
-conosceva il nome di quanti aveano militato sotto di lui. Di scienze,
-di grammatica, d'eloquenza, di poesia sapeva quanto altri del suo
-secolo; oltre la filosofia, l'astrologia, la magia, le matematiche,
-possedeva la medicina, scolpiva, cantava, sonava, dipingeva, massime
-figure oscene, e imitazioni, anzi contraffazioni della natura. Compose
-un poema misto di verso e prosa, discorsi sulla grammatica, altri
-sull'arte della guerra[223], e i proprj fasti, dati fuori sotto il nome
-di suoi liberti.
-
-Di bizzarro gusto in fatto di lettere, preferiva Catone a Cicerone,
-Ennio a Virgilio, Cellio a Sallustio, Antimaco ad Omero[224], del
-quale meditò perfino distruggere i poemi. Chi volesse andargli a versi
-mandava fuori critiche esuberanti dei classici, come Largo Lucinio
-il _Ciceromastix_, violenta diatriba contro il padre dell'eloquenza
-latina. I Sofisti, genìa impudente, cupida, venale, nè in altro valente
-che in litigare fra loro, gli si affollavano attorno; e Adriano, senza
-abbracciare veruna setta, le tollerava tutte, e dilettavasi di udirne
-le baruffe, come di eccitare i poeti a versi improvvisi. Ma guaj a chi
-gli disputasse la palma che in tutto pretendeva! Avendo egli un giorno
-criticato un'espressione al filosofo Favorino, questi si confessò
-in errore; del che meravigliandosi gli amici suoi, — Vorreste ch'io
-contendessi di sapere con chi comanda a trenta legioni?»[225].
-
-Di tale prudenza mancò Apollodoro, architetto delle fabbriche di
-Trajano, che udendosi fare non so quale appunto dall'imperatore, gli
-disse, alludendo al genere di pitture in cui compiacevasi, — Andate a
-dipingere cocomeri»; e avendo veduto una Venere e una Roma di man di
-lui, sproporzionate al tempietto cui erano destinate, domandò, — Se
-si rizzano in piedi, ove staranno?» Tale franchezza egli scontò colla
-vita; specchio del quanto sia pericoloso celiar coi potenti.
-
-Perocchè Adriano alle belle qualità univa tanti vizj, da farne un misto
-singolarissimo. Non sapeva tener chiuse le orecchie ai delatori; e
-farneticava di subillare i fatti altrui, brutto vezzo in tutti, pessimo
-in principe. Guardò in sinistro quelli cui andava debitore del regno;
-e perchè nei perpetui suoi viaggi nessuno tentasse novità, restrinse
-il potere lasciato ai magistrati, avvicinando il governo a pretta
-monarchia. Giulia Sabina trattò da schiava più che da moglie, e al fine
-si crede la facesse avvelenare; vero è che questa sfacciata vantavasi
-d'aver provvisto per non concepire di lui, credendo che un figlio di
-esso non potrebbe che divenire onta e ruina del genere umano.
-
-A prefetti del pretorio scelse Taziano suo tutore, e Simile.
-Quest'ultimo, alieno da ambizione, dopo tre anni rinunziò, e ritiratosi
-in campagna, sopravisse altri sette, e fece scriversi sulla tomba:
-_Settantasette anni fui sulla terra, sette ne vissi_. Taziano, al
-contrario, tirava il signor suo al rigore; e la pubblica voce gl'imputò
-la morte di quattro consolari, già amici d'Adriano, condannati per
-cospiratori dal senato, benchè in opinione di innocenti. Molti altri li
-seguirono come complici, finchè Adriano proibì le sentenze per offesa
-maestà e privò Taziano della sua grazia.
-
-A non dir nulla della passione di lui per cani e cavalli, sino ad
-eriger loro splendidi monumenti, di turpe scostumatezza lasciò prova
-in troppi versi ad esaltazione de' suoi cinedi. Amò di stravagante
-passione Antinoo nativo della Bitinia; eppure dalle arti magiche
-avendo appreso che, per prolungare i proprj giorni, bisognava il
-sangue volontario d'un uomo, nè trovando altri sì folle o sì generoso,
-accettò quello d'Antinoo. Immolato, il pianse a guisa di donna
-adorata, eresse sul Nilo una città al nome di lui, volle che i Greci
-lo dichiarassero dio, e il mondo s'empì di statue e tempj e oracoli di
-lui, gli astronomi ne trovarono la stella in cielo, e nel tempio eretto
-sulle ceneri di esso moltiplicaronsi miracoli, instituironsi giuochi e
-misteri, e facevasi gara per esser nominato suo sacerdote.
-
-Che dovevano dirne i Cristiani? I quali Adriano non tollerò come
-tutte le altre sêtte, ma per devozione a' suoi numi permise d'uccidere
-cotesti che loro faceano guerra. Ma i Cristiani, sentendo la potenza
-che danno il numero e il tempo, più non s'accontentavano di morire
-benedicendo, e uscivano a giustificarsi della loro innocenza al
-pubblico giudizio; e Giustino intonava: — La possa de' principi,
-qualora preferiscano l'opinione alla verità, non è maggiore di quella
-dei ladroni nel deserto»[226]. Mosso, dicono, dalle apologie del
-filosofo Aristide e di Quadrato vescovo d'Atene, Adriano sospese la
-persecuzione, anzi pensava aprire un tempio a Cristo[227], se gli
-oracoli non avessero riflesso che quello renderebbe deserti gli altri.
-
-Preso da idrope (137), scelse a successore Lucio Annio Aurelio Cesonio
-Comodo Elio Vero — tanti nomi al crescere della vanità! La malignità,
-che nelle sue finezze non sempre al torto s'appone, mormorò sui patti
-conchiusi fra l'imperatore e l'adottivo. Costui, dignitoso della
-persona e ricco di cognizioni, ma scorretto di costumi, viaggiando
-tenevasi attorno al carro servi colle ale, cui dava il nome dei venti;
-continua lettura faceva dell'_Arte d'amare_ d'Ovidio e degli epigrammi
-di Marziale, che chiamava il suo Virgilio; e quando la moglie il
-rimproverò perchè le preferisse bagasce, rispose: — Il nome di sposa
-è titolo d'onore, non di piacere». Fortunatamente costui morì pochi
-mesi dopo (138); ebbe esequie imperiali ed apoteosi; e Adriano adottò
-Aurelio Fulvio Antonino, patto che egli pure adottasse Lucio Vero
-figlio e Marc'Aurelio[228] nipote e figlio adottivo dell'estinto Lucio
-Annio Aurelio Vero.
-
-Poi, come Tiberio a Capri, così Adriano si ritirò a Tivoli, che avea
-rifiorita d'ogni magnificenza, e vi si abbandonò a quante lascivie
-la deperente salute gli consentiva. Da queste balzava alle crudeltà,
-e spediva ordini sanguinarj; e molti furono uccisi come cospiratori,
-altri nascosti da Antonino. Alla magìa ricorreva per mitigare la sua
-infermità, da cui oppresso tentò più volte darsi morte; ma una cieca
-gli si presentò dicendo: — Un sogno m'avvertì d'intimarvi conserviate
-la vita; e poichè tardai ad obbedire, mi si oscurò la vista: ma un
-altro sogno m'assicurò la ricupererei sì tosto che baciassi i piedi
-imperiali». Così avvenne. Anche un altro cieco, appena tocco da lui,
-riebbe l'uso degli occhi, e all'imperatore cessò una forte febbre. Di
-tali baje trastullavasi Roma, e confortavasi il cesare.
-
-Stanco in fine dei rimedj, e dicendo, — I molti medici m'ammazzarono»,
-si diede a mangiar e bere a fidanza, e a Baja morì (138 luglio) dopo
-vissuto sessantadue anni e mezzo, regnato quasi ventuno. Sul morire
-sembra ricuperasse la calma, se è vero facesse questi versi, che sono
-dei più delicati del suo tempo:
-
- _Animula, vagula, blandula,_
- _Hospes comesque corporis,_
- _Quæ nunc abibis in loca?_
- _Pallidula, rigida, nudula,_
- _Nec, ut soles, dabis jocos._
-
-Il senato, offeso dalle sue ultime crudeltà, volle cassarne gli ordini
-e negargli i funerali: poi alle minacce de' soldati e alle suppliche di
-Antonino gli profuse onori; le ceneri riposte nella superba mole presso
-al Tevere, lo spirito fra gli Dei.
-
-
-
-
-CAPITOLO XXXIX.
-
-Gli Antonini.
-
-
-Trajano in perpetua guerra, Adriano in perpetuo movimento, Antonino
-visse in tal quiete, che in ventitre anni non oltrepassò la villa di
-Lanuvio. Per dolcezza naturale caro a parenti ed amici, avea prediletto
-i campi, nè però lasciato le magistrature; poi riuscì dei migliori
-principi che la storia rammenti. Guadagnò il favore del popolo, non lo
-brigò; accoglieva qualunque più umile, e dava ascolto a richiami contro
-uffiziali o magistrati; sprezzando i clamorosi applausi, delizia de'
-suoi predecessori, nè adulare nè essere adulato soffriva; magnifico
-senza lusso, economo senza grettezza, osservante dei costumi antichi
-ma senza scrupoleggiare. Interveniva ai pubblici riti, come pontefice
-supremo offriva i sacrifizj, ma vietò di recar molestia ai Cristiani,
-lodandone la vita di spirito, i costumi, il coraggio, sebbene nol
-facesse che col raffronto delle antiche virtù[229].
-
-Negli amici confidavasi appieno, avendoli scelti a prova: de' nemici
-tollerava la franchezza e fin l'ingiuria: risparmiò i supplizj,
-contentandosi di ridurre i rei a non poter nuocere: promise non
-manderebbe a morte nessun senatore, e l'attenne sì fedelmente, che
-uno confesso di parricidio relegò soltanto in un'isola deserta. Di
-due accusati di cospirazione, uno si uccise, l'altro fu proscritto dal
-senato; ma volendo questo seguitar le indagini, l'imperatore lo sospese
-dicendo: — Non ho gran voglia di render palese quanti mi odiano». E
-ripeteva: — Meglio salvare un cittadino, che sterminare mille nemici».
-
-Ammirando certe colonne di porfido in casa d'un Valerio Omulo, chiese
-a questo donde le avesse avute. — In casa altrui non bisogna aver occhi
-nè orecchi», rispose l'ospite; e l'imperatore trovò che diceva giusto.
-Arrivando proconsole in Asia, fu messo d'alloggio presso Polemone, il
-più famoso sofista di Smirne, il quale tornando ben tardi, si dolse
-che altri gli avesse occupata la casa; e Antonino così di notte uscì e
-cercò altro albergo. Fatto imperatore, Polemone venne a corteggiarlo a
-Roma, e Antonino nol ricambiò altrimenti che colle maggiori onoranze,
-alludendo solo all'occorso coll'ordinare che neppur di giorno si osasse
-cacciarlo dall'appartamento. E richiamandosi a lui un commediante
-perchè Polemone l'avesse di mezzodì espulso dal teatro, Antonino gli
-rispose: — E me non cacciò di mezzanotte? eppure nol querelai».
-
-Da Calcide di Siria chiamò lo stoico Apollonio per educare
-Marc'Aurelio; e quegli venne con una turma di discepoli, che Luciano
-paragona agli Argonauti mossi a conquistare il vello d'oro. Giunto a
-Roma, e da Antonino invitato al palazzo, il superbo filosofo rispose:
-— Tocca allo scolaro andar dal maestro». L'imperatore ordinò che
-Marc'Aurelio andasse da lui; ma rilevò la stolta arroganza dello
-stoico, dicendo: — È venuto da Calcide a Roma, ed or trova lungo
-arrivare dal suo albergo al palazzo!»
-
-Di queste ostentazioni filosofiche forbivasi Antonino, e quando i
-cortigiani disapprovavano Marc'Aurelio del pianger la morte del suo
-ajo, egli disse: — Lasciatelo fare, e soffrite che sia uomo, giacchè
-nè la filosofia nè la dignità imperiale devono estinguere in noi i
-sentimenti di natura». Uomo dunque si mostrò, affettuoso sempre con
-Adriano e vivo e morto, il che gli acquistò il titolo più glorioso e
-nuovo di Pio.
-
-Rincresce che pochissimo di lui si conosca, talchè dobbiam racimolare
-informazioni senz'ordine di tempo. Al senato e ai cavalieri rendeva
-conto dell'amministrazione sua, lasciava che il popolo eleggesse i
-magistrati, e al pari di un privato chiedeva le cariche per sè e pe'
-suoi figliuoli. Cessò le pensioni da Adriano assegnate agli adulatori e
-simili pesti; ma ripudiava le eredità da chi avesse prole, e restituiva
-ai figli i beni confiscati al padre, salvo il rintegrare le provincie
-espilate. Perdonò in intiero alle città d'Italia, e per metà alle altre
-l'oro coronario che solevasi offrire ad ogni nuovo principe; alleggerì
-le tasse, e vegliò perchè si esigessero con umanità. Succedevano
-disgrazie? la prima cosa era rimettere l'imposta al paese danneggiato;
-alimentava moltissimi fanciulli poveri; ricompensava chi applicavasi
-all'educazione; i senatori bisognosi ajutò a sostenere il decoro
-del loro grado; a Galeria Faustina sua moglie, rotta a lussuria, che
-l'accusava d'avere disposto la più parte degli averi suoi a pro dei
-bisognosi, rispose: — Ricchezza d'un regnante è la pubblica felicità».
-Negli spettacoli, delizia del popolo, largheggiò, nè fu scarso in
-opere pubbliche; fece aprire il porto di Gaeta e riparar quello di
-Terracina, terminò la mole Adriana, eresse un mirabile palazzo a Loria
-di Toscana, ov'era stato allevato. Non che l'amassero i suoi, anche gli
-stranieri rimettevano le loro differenze all'equità di lui; una lettera
-sua bastò per far recedere i Parti dall'Armenia; Lazi, Armeni, Quadi,
-Ircani, Battriani, Indi, Iberi gli resero omaggio (140); i Briganti
-che si sollevarono in Britannia, furono domi; i Mauri respinti di là
-dell'Atlante.
-
-Per ordine di Adriano adottati Marc'Aurelio e Lucio Vero, al primo
-diede sposa sua figlia Annia Faustina, e assai ne pregiava le belle
-doti, mentre indovinava il cattivo animo dell'altro; onde preso da
-febbre a Loria, a Marc'Aurelio raccomandò l'impero, e il designò
-successore col far trasportare nella camera di lui la statua d'oro
-della Fortuna che sempre teneasi presso l'imperatore. E morì di
-sessantatre anni, compianto di cuore, e riposto fra gli Dei come i più
-ribaldi (161).
-
-Di lui avea steso un elogio Marco Cornelio Frontone console, reputato
-fra' più eloquenti Latini, sebbene i frammenti, scoperti non è guari
-dal cardinale Maj, detraggano assai da quella fama. L'elogio migliore
-ne fu steso dal suo successore, e noi lo riportiamo non tanto come
-ritratto fedele, quanto a lode di chi lo scrisse: — Da mio padre
-adottivo (dic'egli) imparai d'esser dolce, eppure inflessibile ne'
-giudizj dati dopo maturo esame; non insuperbire di quei che chiamansi
-onori; durare assiduo alla fatica; sempre disposto ad ascoltare chi
-reca avvisi utili alla società; rendere al merito secondo gli è dovuto;
-sapere ove convenga tirare, ove allentare; recedere dalle follie
-della gioventù; mirare al ben generale. Non esigeva egli che i suoi
-amici venissero ogni giorno a cenar seco, nè che l'accompagnassero in
-tutti i viaggi: chi non avea potuto, era accolto coll'egual cuore.
-Ne' consigli cercava diligentemente il partito migliore, deliberava
-a lungo senza fermarsi alle prime opinioni. Non s'annojava degli
-amici, nè mai trascendeva nelle antipatie o nelle affezioni. In tutti
-i casi della vita e' bastava a se stesso: sempre sereno di spirito,
-prevedeva da lontano quel che poteva succedere; e senza ostentazione
-ordinava fin le più minute cose: sopiva le prime sommosse senza
-rumore; reprimeva le acclamazioni ed ogni bassa piacenteria; vegliava
-continuo alla conservazione dello Stato; misurava le spese delle
-feste pubbliche, non badando che si mormorasse di questa rigorosa
-economia. Adorò gli Dei senza superstizione; cattivossi il popolo,
-non con moine e coll'affettazione di salutar tutti; sobrio in ogni
-cosa e fermo, nulla di sconveniente o di singolare; le comodità che
-offrivagli in copia la fortuna, modestamente usava, e senza bramare
-le mancanti. Niuno mai gli appose d'affettare bello spirito, essere
-sofista, motteggiatore, declamatore, perdigiorni; al contrario, lo
-dicevano assennato, inaccessibile a blandizie, padrone di sè, fatto per
-comandare agli altri. Onorava i veri filosofi, i falsi non insultava;
-cortese, moderatamente piacevole nel conversare, non tediava mai. Della
-persona sua curavasi a misura, e non come uomo passionato per la vita,
-o smanioso di piacere: senza trascurarsi, limitava la sua attenzione
-allo star sano, per passarsene della medicina o della chirurgia. Scarco
-di gelosia, cedeva alla superiorità degli altri fosse in eloquenza e
-in giurisprudenza, o in filosofia morale, od in altro; anzi ingegnavasi
-perchè ciascuno fosse conosciuto in quel dove valeva. Nel tenore di sua
-vita imitava i padri, ma senza ostentarlo; non compiacevasi di mutare
-spesso di posto e d'oggetti; non istancavasi di rimanere in un medesimo
-luogo e sopra un solo affare. Dopo le violenti micranie tornava
-disposto all'ordinario lavoro. Ebbe pochissimi segreti, e solo pel
-ben comune. Negli spettacoli, nelle pubbliche opere, nelle largizioni
-e in simili incontri mostravasi prudente e misurato, badando a quel
-che conveniva, non a celebrità. Non usava bagno in ore straordinarie;
-non avea passione di murare; nessuna squisitezza alla tavola, nel
-colore o nelle qualità de' vestiti, nella scelta di begli schiavi.
-A Loria portava una tunica comprata nel vicino villaggio e di stoffe
-di Lanuvio; non mai il mantello, se non per andare a Tusculo, e anche
-allora ne chiedeva le scuse. In generale non modi aspri, indecenti, nè
-di quella fretta che fa dire, _Bada che tu non sudi_: compiva una cosa
-dietro l'altra ad agio, senza scompiglio, e con accordata successione.
-Poteasi dire di lui, come di Socrate, che sapeva indifferentemente
-godere, e far senza delle cose, di cui la più parte degli uomini non
-sanno nè mancare senza rammarico, nè godere senza eccesso: serbarsi
-forte e moderato in ambo i casi è da uom perfetto, e tale egli si
-mostrò».
-
-Così scriveva il successore e allievo di lui Marc'Aurelio, che a sedici
-anni rinunziò alla sorella la paterna eredità, pago di quella dell'avo
-materno; sotto i migliori maestri apprese lettere, diritto, e massime
-filosofia. I precettori suoi, vivi onorava e consultava, morti ne
-visitava e fioriva i sepolcri. Dianzi fu scoperta la sua corrispondenza
-con Frontone, il quale osò dirgli la verità mentre fu privato[230]; poi
-con esso mantenne carteggio, colla confidenza d'antico famigliare che
-nulla domanda, e quale la meritava il saggio alunno[231].
-
-Marc'Aurelio assunse anche il mantello usato dai filosofi e la loro
-vita austera, sino a dormire sulla nuda terra. Questo rigore lo
-indebolì di salute, ma regolandosi rinsanicò, e visse sessant'anni
-laboriosissimi: nè gli onori il tolsero dalla semplicità e dal
-coltivare gli amici e la scienza. Se per rispetto alle costumanze
-interveniva agli spettacoli, leggeva e s'occupava d'affari, lasciando
-che il popolo lo berteggiasse.
-
-A Lucio Vero, fratello d'adozione, diede sposa sua figlia Lucilla, poi
-lo nominò augusto e collega, con esempio nuovo nelle storie; e fatte
-le solite largizioni, governarono insieme. Ma troppo differenti. Lucio
-Vero, spoglio d'ingegno e di virtù, passava le giornate a tavola, le
-sere a correr le vie in gara di libertinaggio colla ciurmaglia; il
-palazzo convertiva in taverna; e dopo cenato col virtuoso fratello,
-ritiravasi nelle sue stanze a bagordare con gentame e schiavi, cui
-permetteva seco la libertà de' Saturnali. I capelli spolverava d'oro;
-in un solo banchetto spese un milione ducentomila lire, e a ciascuno
-dei dodici invitati distribuì una corona d'oro, i piatti d'oro e
-d'argento, un bello schiavo, un mastro di casa, ed ogni volta che si
-beveva, una tazza di murrina e coppe preziose tempestate di diamanti,
-corone di fiori che la stagione non portava, preziosissime essenze
-in oricanni d'oro; poi quando furono al partire, ciascuno trovossi un
-cocchio con muli superbamente bardati. Celere, suo cavallo, non d'altro
-era nudrito che d'uva e mandorle, coperto di porpora, alloggiato in
-palazzo; ebbe statua d'oro e, morto, un magnifico mausoleo in Vaticano.
-
-Dilagamenti, incendj, tremuoti che avevano afflitto l'impero e
-dato esercizio alla liberalità di Antonino, si rinnovarono per le
-provincie, aggiuntavi l'epidemia; poi uno strano caro in Roma: talchè
-Marc'Aurelio ebbe a faticare in sollievo di tanti guaj. Anche i Catti
-sbucarono nella Germania, i Britanni calcitravano, l'Armenia si agitò,
-Vologeso III re de' Parti ruppe guerra con formidabili preparativi. A
-combatterlo, Marc'Aurelio mandò Lucio Vero (162), sperando strapparlo
-all'indecorosa mollezza; ma costui, appena mosso da Roma, fu dalle
-dissolutezze gettato in violenta malattia a Capua. Guarito da questa
-non da quelle, passa il mare; e l'Asia lo alletta a godimenti, ne'
-quali logora il tempo. Frontone[232], scrivendogli, deplorava il
-decadimento della militare disciplina: — Guerrieri abituati ogni giorno
-nell'applaudire alle infami voluttà, anzichè nelle insegne e negli
-esercizj, cavalli ispidi per mancanza di cura, cavalieri sbarbate fin
-le coscie e le gambe, uomini piuttosto vestiti che armati, talmente
-che Leliano Ponzio, educato nell'antica disciplina, colla punta delle
-dita sfondava le costoro corazze, e osservava perfin de' cuscini posti
-sui loro cavalli. Pochi soldati lanciavansi d'un salto sul cavallo;
-altri sosteneansi a fatica sui garretti o sui ginocchi; pochi sapevano
-palleggiare il giavellotto, e senza vigore lo gettavano come fosse
-lana. Al campo, tutto pieno di giuochi: un sonno lungo quanto la notte,
-e la veglia in mezzo al vino». Eppure l'esercito era ancora la parte
-più sana dell'impero, e i luogotenenti di Lucio Vero lo condussero
-più volte alla vittoria: finalmente Avidio Cassio, proceduto sino a
-Ctesifonte, arse la reggia de' Parti (163), prese Edessa, Babilonia
-e tutta la Media. Vero, indegnamente proclamato vincitore dei Parti,
-distribuì i regni, e assegnò il governo delle provincie ai senatori che
-l'accompagnavano.
-
-Vedendo occupati i migliori eserciti in Oriente, i Germani insorsero
-dalle Gallie all'Illiria. Marc'Aurelio, accorsovi col fratello, parte
-respinse oltre il Danubio, parte sottomise; e diffidando a ragione,
-si fermò a piantare nuovi fortilizj, corroborò Aquileja minacciata
-dai Marcomanni, e provvide alla sicurezza dell'Illiria e dell'Italia.
-Nè invano, chè ben presto l'incendio sopito divampò, e i due augusti
-dovettero accorrere di nuovo. Ma Vero morì ad Altino di trentanove
-anni (169); Aurelio lo fece ascrivere fra gl'Iddii, e procedette più
-risoluto nella via del bene.
-
-La guerra ai Germani seguitò con varia fortuna: i Marcomanni videro più
-volte le spalle dei Romani (170), li inseguirono fin sotto Aquileja,
-e in Italia recarono fuoco e guasto. Roma, più atterrita perchè la
-peste menava strazio, arrolò schiavi, gladiatori, disertori, Germani
-mercenarj; e l'imperatore vendette gli arredi del proprio palazzo,
-ori, statue, quadri, le vesti di sua moglie, e una preziosissima copia
-di perle, adunate da Adriano ne' suoi viaggi; e coll'ingente somma
-ritrattane provvide alla fame d'allora, pagò le spese d'una guerra
-quinquenne, e avanzò tanto da ricuperar parte delle cose vendute. I
-Barbari combattè in ogni parte da eroe, ma eroe umano, risparmiando il
-sangue ove potea, reprimendo la indisciplina militare, e coll'esempio
-animando i nemici. Ma inseguendoli di là dal Danubio, rimpetto
-all'antica Strigonia nell'alta Ungheria, si trovò preso in mezzo dai
-Marcomanni; e sebbene i suoi con valore si riparassero da quella serra,
-vedeansi all'estremo per mancanza di acqua. Quand'ecco in un subito il
-cielo si rabbuja, e versa dirotta pioggia; il nembo stesso, avventando
-gragnuola e fulmini contro i nemici, che in quella confusione gli
-avevano assaliti, ajuta i Romani a disperderli.
-
-È uno degli accidenti più clamorosi di quel tempo, gridato per miracolo
-da Gentili e da Cristiani: quelli l'attribuiscono ad Arnufi, mago
-egiziano, od a preghiere dell'imperatore[233]; i nostri ne fanno merito
-ai battezzati della legione Melitina. L'imperatore, colla circospezione
-richiesta dal tempo, scrisse al senato di dover queste vittorie ai
-Cristiani; e contro chi li calunniasse decretò l'ultima severità.
-
-La restituzione di centomila prigionieri attestò quanto i Romani
-avessero sofferto. Quadi e Marcomanni, che rinnovarono i movimenti,
-furono rinserrati per modo, che la fame li costrinse implorar
-pace dall'imperatore (174); e venuti con doni, coi disertori e con
-tredicimila prigionieri, la ottennero a patto di non più trafficare
-sulle terre romane, e stanziare almeno sei miglia dal Danubio. Gli
-altri Germani furono pure repressi, com'anche i Mori che aveano invaso
-la Spagna.
-
-Avidio Cassio, vincitore dei Parti, più col seminare discordie che
-non colle armi domò i sollevati Egiziani; ed anche in Armenia e in
-Arabia fece mostra di prudenza e valore. Costui, quanto sicuro nelle
-armi, era rigoroso co' soldati; qualunque di essi rapisse nulla ai
-paesani, era ivi stesso crocifisso; alcuni arsi vivi, altri incatenati
-insieme e gettati al mare; ai disertori faceva mozzar piedi e mani,
-dicendo la vista di que' moncherini produrre maggior effetto che non un
-supplizio. Mentre accampava presso il Danubio, alcuni de' suoi ajuti
-passarono il fiume, ed assaliti i Sàrmati improvvisti, ne uccisero
-tremila e tornarono carichi di preda: ma quando i centurioni, che a
-ciò gli avevano eccitati, aspettavano lode e ricompensa da Cassio, e'
-li fece crocifiggere per esempio di disciplina. Al rigore eccessivo
-destasi in rivolta l'esercito; ma Cassio, comparendo senz'armi fra i
-tumultuanti, esclama: — Uccidetemi pure, e alla dimenticanza del dover
-vostro aggiungete l'assassinio del generale». Quell'intrepidezza colpì;
-l'ordine fu ricomposto, e i nemici disperando di vincere un tal capo,
-chiesero una pace di cento anni.
-
-Compiuta la guerra de' Marcomanni, Marc'Aurelio deputò Cassio
-a governare la Siria, ove in sei mesi riparò allo scompiglio e
-all'immoralità delle legioni; ogni otto giorni ne passava in rassegna
-l'abito, le armi, l'equipaggio; frequentemente le addestrava, e
-malgrado quel rigore, sapea farsi ben volere. Ma il nome che portava,
-rammentavagli un altro che avea tentato impedire la monarchia in Roma;
-ed egli pure chimerizzava una romana repubblica. Antonino il seppe e
-tollerò; Marc'Aurelio rispose con filosofia fatalista: — A che stare in
-pena? se la sorte destina l'impero a Cassio, niuno uccide il proprio
-successore; se no, rimarrà preso al proprio laccio. Non conviene
-diffidare d'uomo non accusato e di tanti meriti: se devo perdere la
-vita pel bene dello Stato, poco mi cale se ne verrà scapito a' miei
-figliuoli».
-
-Durante la guerra in Germania, si sparse voce, o Cassio la divulgò, che
-l'imperatore fosse morto; e Faustina imperatrice, temendo l'impero non
-venisse occupato chi sa da chi, e in pericolo sè ed i figli, sollecitò
-Cassio ad assumerlo e sposar lei. Cassio si fece proclamare (175), e
-ben tosto il paese di là dal Tauro e l'Egitto gli obbedirono; principi
-e popoli stranieri abbracciarono la sua causa. Marc'Aurelio, quando
-più nol potè tener celato, ne informò egli medesimo il suo esercito,
-movendo pacata querela dell'ingratitudine; indi prese il cammino
-dell'Illiria per farsi incontro a Cassio, e cedergli l'impero, quando
-tale paresse il volere degli Dei; — Giacchè (soggiungeva) se tante
-fatiche io duro, non è interesse o ambizione, ma desiderio del bene del
-mio popolo».
-
-Cassio non era un usurpator volgare, e pensava o simulava d'intendere
-soltanto al pubblico bene: — Infelice la repubblica in preda d'avoltoj,
-che dopo il pasto han più fame di prima! Marc'Aurelio è buono, ma
-per farsi lodare di clemenza lascia viver uomini che sa meritevoli di
-morte. Dov'è l'antico Cassio? dove l'austero Catone? a che è ridotta
-la disciplina de' nostri vecchi? or non si sa tampoco ribramarla.
-L'imperatore fa il mestiere del filosofo, disserta sul giusto e
-l'ingiusto, sulla natura dell'anime, sulla clemenza; e non piglia a
-cuore gl'interessi dello Stato. Buoni esempj di severità bisogna dare,
-molte teste abbattere se vogliasi ripristinar il governo nell'antico
-splendore. Di che non sono meritevoli cotesti rettori di provincie, che
-credonsi posti là unicamente per deliziarsi e arricchire? Il prefetto
-al pretorio del nostro filosofo tre giorni prima d'entrar in carica
-non avea pane; e poco poi possiede milioni: e come gli ebbe, se non
-col sangue dello Stato e collo spoglio delle provincie? Le confische su
-costoro rifioriranno il tesoro, se gli Dei favoriscono la buona causa:
-io opererò da vero Cassio, e restituirò alla repubblica il prisco
-splendore».
-
-Ma ben tosto il pugnale del centurione Antonio lo tolse dalla vita e
-da un regno di tre mesi e sei giorni. Marco Vero, ch'era stato spedito
-contro di lui, trovate le lettere de' suoi partigiani, le bruciò
-dicendo: — Questo atto piacerà a Marc'Aurelio: gli dispiacesse anche,
-avrò, col perder la mia, salvato molte vite». Il capitano delle guardie
-di Cassio e suo figlio Muziano, governator dell'Egitto, perirono, e
-così qualc'altro senza saputa dell'imperatore, il quale agli sbanditi
-rese la patria e i beni; e rimessa al senato l'indagine, soggiunse: —
-I senatori e cavalieri, partecipi della congiura, sieno per autorità
-vostra esenti da morte e da ogni castigo e nota; e dicasi per onor
-vostro e mio, che quest'insurrezione costò la vita a quelli soli che
-perirono nel primo tumulto. Così anche a loro potessi renderla! La
-vendetta è indegna d'un regnante».
-
-Tolse in protezione la moglie, il suocero, i figli del ribelle, e
-li sollevò a dignità, quantunque non ignorasse i maneggi di quella
-parentela per avversargli il popolo e i soldati. Agli amici che gli
-dicevano, — Cassio non avrebbe usata tanta moderazione», replicò: —
-Noi non serviamo gli Dei tanto male, da temere che volessero chiarirsi
-per Cassio»; e soggiunse: — Le crudeltà hanno menato sventura a molti
-miei antecessori, e un principe buono non è mai vinto od ucciso da un
-usurpatore; Nerone, Caligola, Domiziano meritarono la fine loro; Otone
-e Vitellio erano inetti; l'avarizia fu ruina di Galba».
-
-Oh! lasciateci indugiare sopra questi atti di clemenza, come il
-viaggiatore che nel deserto sotto le rare palme cerca ombra e ristoro.
-
-La bontà però qualche volta il portava a perdonare anche al reo.
-Erode Attico, famoso retore e ricco sfondolato, avea lite colla città
-d'Atene, e vedendo l'imperatore inclinato a favor di questa, invece
-di ragioni prese a oltraggiarlo come raggirato da una donna e da
-una bambina, volendo dire Faustina e sua figlia, mediatrici per gli
-Ateniesi. L'imperatore, che avealo ascoltato pacatamente, quando fu
-partito disse ai deputati di Atene: — Ora potete esporre le ragioni
-vostre, benchè Erode non abbia creduto bene allegar le sue». E le
-ascoltò attento, e gli vennero le lagrime all'udire gli strapazzi
-che soffrivano da Erode e da'suoi liberti: pure condannò solo questi
-ultimi, poi li graziò; e appena Erode lagnossi seco che più non gli
-scrivesse, gli chiese scusa con questo viglietto, singolare in un
-re: — Desidero tu sii sano e convinto ch'io t'amo. Non aver a male se
-trovasti in fallo alcuni tuoi dipendenti; io gli ho puniti, sebbene
-nel modo più dolce che mi fu possibile. Non me n'accagionare; ma se
-ho fatto o fo cosa che ti dispiaccia, imponmi un'ammenda, ch'io ti
-soddisferò nel tempio di Minerva in Atene, al tempo dei misteri; avendo
-io, nel fervor della guerra, fatto voto d'iniziarmi, e voglio che tu
-presieda alla cerimonia»[234].
-
-Per simile eccesso di bontà tollerò il libertinaggio sfacciato della
-moglie Faustina, e promosse gli amanti di essa; e consigliato dagli
-amici a ripudiarla, rispose: — Bisognerebbe le restituissi la dote,
-cioè l'impero datomi da suo padre», o celia, o ragione indegna d'un
-saggio. Dopo la rivolta di Cassio, v'è chi dice che, vergognosa di
-vedersi accusata dai complici, ella si uccise (176). Aurelio ne' suoi
-ricordi la rimpianse come fedele, amabile e di meravigliosa semplicità
-di costumi; mutò in città, col nome di Faustinopoli, il villaggio a piè
-del Tauro, dov'ella avea chiusi i giorni; pregò il senato a porla fra
-gli Dei, e il senato ossequioso le eresse statue ed un altare, ove le
-novelle spose facessero sacrifizio solenne all'adultera imperiale.
-
-Marc'Aurelio, continuando il cammino per l'Oriente, perdonò a tutte
-le città fautrici di Cassio, e all'Egitto infervorato di esso; solo
-ad Antiochia interdisse i giuochi, sua vita, e tolse i privilegi: ma
-essendovi poi andato in persona, anche di questo la sgravò. In Atene
-si fece iniziare ne' misteri di Cerere, e vi stabilì professori d'ogni
-scienza: arrivando poi in Italia, ordinò ai soldati di riprendere la
-toga, non essendovi mai nè egli nè i suoi comparsi in abito guerresco
-(177). Entrando trionfante in Roma, superò in largizioni tutti i
-predecessori; giacchè, nel discorso che tenne al popolo, avendo
-espresso che era stato in giro _otto anni_, la folla cominciò a gridare
-— Otto, otto», chiedendo così otto denari d'oro per testa; ed esso
-glieli fece dare.
-
-In Roma si godeva tutta la libertà di cui fossero capaci gli antichi;
-e sotto un imperatore onesto e generoso, le fronti si rialzavano con
-dignità. Fra altre savie leggi, Marc'Aurelio vietò ai gladiatori
-d'adoprare armi micidiali: fatto ben più onorevole, che l'agitar
-nelle scuole quistioni di filosofia, a preghiera de' letterati. Egli
-non usciva mai dal senato, che il console non avesse dato congedo
-col _Nihil vos moramur, patres conscripti_; tornava dalla Campania
-qualvolta v'avesse a riferire alcun che; crebbe i giorni fasti per
-gli affari; primo istituì un pretore sovra le tutele; notò d'infamia i
-delatori; rendeva assiduamente giustizia, e spesso rimetteva le cause
-al senato, trovando più giusto il piegarsi egli stesso al parere di
-tanti savj, che non trascinare questi al suo.
-
-Il chiamarono a nuove armi i Marcomanni; ma in mezzo alle vittorie
-morì a Sirmio in Pannonia (180) di cinquantanove anni, dopo regnato
-diciannove; e di sincero compianto l'accompagnarono tutti, eccetto
-forse il figlio Lucio Comodo, sospetto d'avergli accelerato la morte.
-Tranquillamente la vide Marc'Aurelio avvicinarsi, e diceva agli amici:
-— Da voi aspetto meglio che i sentimenti ordinarj e naturali; ma che
-chiariate aver io collocato bene la stima, l'affezione, i benefizj.
-Mio figlio a voi raccomando; vi sia a cuore la sua educazione. Egli
-esce appena dall'infanzia; ne' primi bollori della gioventù ha bisogno
-di governo e di piloto, che mai, scarso d'esperienza, non travii e
-rompa agli scogli: non l'abbandonate, tenetegli luogo del padre con
-buoni avvisi e salutari istruzioni, ritrovi me in ciascuno di voi.
-Le più larghe ricchezze non bastano alle dissolutezze di un principe
-voluttuoso; se egli è odiato da' sudditi, non è in securo, per quante
-guardie lo difendano; non teme congiure e sommosse se pensò a farsi
-amare più che temere. Chi di voglia obbedisce, va scevro da sospetti;
-senz'essere schiavo, è buon suddito, e non ricusa obbedienza se
-non a comando dato con soverchia durezza. Difficile è l'usar con
-moderazione una podestà senza confini. Ripetete spesso a mio figlio
-queste istruzioni e somiglianti; così formerete per voi e per l'impero
-un principe degno, a me mostrerete la vostra costanza, e onorerete la
-memoria mia, unico mezzo di renderla immortale».
-
-Le sue ceneri furono deposte nella mole Adriana, egli ascritto fra
-gli Dei, e reputavasi sacrilego chi non ne tenesse in casa l'effigie.
-Oltre l'esempio d'una benignità e d'una dolcezza quasi uniche, ci
-lasciò anche precetti per iscritto[235], la cui indulgenza discorda
-dall'austero stoicismo, e segnano il punto più alto cui giungesse la
-filosofia pagana, irradiata suo malgrado da quella suprema sapienza,
-incontro a cui ostinavasi a chiuder gli occhi. — Un solo Dio (diceva
-egli) dappertutto; una sola legge, che è la ragione comune a tutti
-gli esseri intelligenti. Lo spirito di ciascuno è un dio ed emanazione
-dell'ente supremo. Chi coltiva la propria ragione deve guardarsi come
-sacerdote e ministro degli Dei, giacchè si consacra al culto di colui
-che fu in esso collocato come in un tempio. Non fare ingiuria a questo
-genio divino che abita in fondo al cuore, e conservalo propizio col
-fargli modesto corteggio siccome a un dio. Trascura ogni altra cosa
-per occuparti del culto della tua guida, e di ciò che in lei v'ha di
-celeste; sii docile alle ispirazioni di questa emanazione del gran
-Giove, cioè lo spirito e la ragione; il dio che abita in te, conduca
-e governi un uomo veramente uomo. Una ragione eguale prescrive ciò che
-dobbiam fare od evitare: governati da una legge comune, siamo cittadini
-sotto l'egual reggimento».
-
-Alla maniera di Socrate e del Maestro divino, e a differenza di
-Cicerone, insiste più spesso sulla morale privata, sulla cognizione
-di se stesso. — Di rado siamo infelici per non sapere che cosa passi
-nel cuor degli altri; ma lo siam certo se ignoriamo quel che passa
-nel nostro. A qual cosa applicarci con tutta la cura? ad aver l'anima
-giusta, far buone azioni, cioè utili alla società, non poter dire che
-il vero, esser sempre in grado di ricevere ciò che accade come cosa
-necessaria. Come un cavallo dopo una corsa, un'ape dopo fatto il miele,
-non dicono _Ho fatto del bene_, così un uomo non deve proclamare il
-bene che opera, ma continuare come la vigna, che, dopo portato il
-frutto, si prepara a portarne dell'altro a tempo.
-
-«Quando sei offeso dalla colpa d'alcuno, esamina te stesso, e bada
-se mai non facesti nulla di simile: questo riflesso dissiperà la tua
-collera. Dio immortale non s'indispettisce di tollerare per tanti
-secoli un'infinità di malvagi, anzi ne prende ogni cura: e tu che
-domani morrai, e che ad essi somigli, ti stancheresti di sopportarli?
-Spesso si è non meno ingiusti a fare nulla che a fare qualcosa.
-
-«Ogni mattina si cominci col dire, — Oggi avrò a fare con faccendieri,
-con ingrati, insolenti, scaltriti, invidi, insociali: perchè hanno
-questi difetti? perchè non conoscono i beni e i mali veri. Ma io, che
-appresi il vero bene consistere nell'onesto, e il vero male nel turpe;
-che conosco la natura di chi mi offende, e ch'egli è parente mio, non
-per sangue, ma per la partecipazione al medesimo spirito emanato da
-Dio, non posso tenermi offeso da parte sua, giacchè egli non saprebbe
-spogliare l'anima mia dell'onestà.
-
-«O uomo, tu sei cittadino della gran città del mondo: che ti
-cale di non esserlo stato che cinque anni? Nessuno può lamentarsi
-d'ineguaglianza in ciò che avviene per legge mondiale: perchè dunque
-cruciarti se ti sbandisce dalla città, non un tiranno o un giudice
-iniquo, ma la natura stessa che vi t'avea collocato? È come se un
-attore fosse congedato di teatro dall'impresario che l'allogò. — Non ho
-finito la parte, recitai solo tre atti. — Dici bene: ma nella vita tre
-atti formano una commedia intera, giacchè essa è terminata a proposito
-ogniqualvolta il compositore istesso ordina d'interromperla. In tutto
-ciò tu non fosti nè autore, nè causa di nulla: vattene dunque in pace,
-giacchè chi ti congeda è tutto bontà.
-
-«Io debbo a Vero mio avo ingenuità ne' costumi e placidezza; alla
-memoria che ho del padre mio, il carattere modesto e virile; a mia
-madre, pietà e liberalità, non solo astenersi dal male ma neppur
-pensarlo, frugalità negli alimenti, schivar le pompe; al bisavo,
-il non essere andato alle pubbliche scuole, ma avuto in casa egregi
-precettori, e conosciuto che non si spende mai troppo in ciò; al mio
-educatore, il non parteggiare per la fazione verde o per la turchina
-nelle corse, o nei gladiatori pel grande o piccolo scudo, tollerar
-la fatica, contentarmi di poco, servirmi da me, non dare ascolto a
-delatori; a Diagnoto, non occuparmi di vanità, non credere a prestigi
-ed incanti, a scongiuri, a cattivi demonj nè altre superstizioni,
-lasciare che di me si parli con libertà, dormire sopra un lettuccio
-ed una pelle, e gli altri riti della educazione greca; a Rustico,
-l'essermi avveduto che bisognava correggere i miei costumi, evitar
-l'ambizione de' sofisti, non iscrivere di scienze astratte, non
-declamare arringhe per esercizio, non cercare ammirazione col far
-pompa d'occupazioni profonde e di generosità; nelle lettere usare stile
-semplice; al pentito perdonare senza indugio; leggere con attenzione,
-nè contentarmi di comprendere superficialmente. Da Apollonio appresi
-ad esser libero, fermo anzichè esitante, alla ragione solo mirando,
-eguale in tutti i casi della vita, ricevere i doni dagli amici senza
-freddezza nè abiezione. Da Sesto, benignità, esempio di buon padre,
-gravità senza affettazione, continuo studio di venir grato agli amici,
-tollerare gl'ignoranti e sconsiderati, rendere la propria compagnia
-più gioconda che quella degli adulatori, conciliandosi però rispetto,
-applaudire senza strepito, sapere senza ostentazione. Dal grammatico
-Alessandro, a non rimproverare le scorrezioni di lingua, di sintassi,
-di pronunzia, ma far sentire come abbia a dirsi, mostrando rispondere o
-aggiunger prove o sviluppare la stessa idea, con espressione diversa,
-o in altra guisa che non sembri correzione. Da Frontone, a riflettere
-all'invidia, alla frode, alla simulazione dei tiranni, e che i patrizj
-non hanno cuore. Da Alessandro platonico, a non dire leggermente _Non
-ho tempo_, nè col pretesto delle occupazioni esimersi dagli uffizj
-sociali. Da Massimo, a dominar se stessi, non lasciarsi sopraffare da
-verun accidente, moderazione, soavità, dignità ne' costumi, occuparsi
-senza rammarichio, non esser frettoloso, non pigro, non irresoluto,
-non dispettoso e diffidente, non mostrare ad altri d'averlo a vile e di
-credersene migliore, amar la celia innocente.
-
-«Riconosco per benefizio degli Dei l'aver avuto buoni parenti,
-buoni precettori, buoni famigliari, buoni amici, che sono le cose
-più desiderabili; il non avere sconsideratamente offeso alcuno di
-questi, benchè vi fossi per natura proclive; inoltre l'aver conservato
-l'innocenza nel fiore della giovinezza; non fatto uso prematuro della
-virilità; l'essere stato sotto un imperatore e padre che da me rimoveva
-l'orgoglio, persuadendomi che il principe può abitare nella reggia, e
-pure far senza guardie nè abiti pomposi, e fiaccole e statue e simil
-lusso; il non aver fatto progressi nella retorica, nella poesia e
-cosiffatti studj, che m'avrebbero divagato[236]; il non essermi mancato
-denaro qualora un povero volessi soccorrere; non essermi trovato in
-bisogno di soccorso altrui; il trovarmi in sogno suggeriti rimedj
-opportuni a' miei mali; il non essere, nello studio della filosofia,
-caduto in mano d'alcun sofista, nè perduto il tempo a svolgere i costui
-commenti, sciogliere sillogismi, e disputare di meteorologia».
-
-Insomma la filosofia di Marc'Aurelio è un continuo intendere al bene
-de' suoi simili; ed anzichè l'orgoglio stoico, vi riconosci l'umiltà
-cristiana. Staccarsi dalle cose mondane, assorbire ogni sua attività in
-Dio egli vorrebbe quanto un monaco, ma sente i doveri del suo posto;
-disapprova la guerra, ma la fa contro gli invasori; e resta in mezzo
-agli uomini per beneficarli.
-
-
-
-
-CAPITOLO XL.
-
-Economia pubblica e privata sotto gli Antonini.
-
-
-L'impero aveva allora per confini a settentrione e a ponente il mar
-Nero, il Danubio, il Reno, l'Oceano dalle foci del Reno sino allo
-stretto di Cadice; nell'Asia Minore giungeva fino alla Colchide e
-all'Armenia; in Siria fino all'Eufrate e ai deserti d'Arabia; in Africa
-all'Atlante, alle arene libiche, ai deserti che separano l'Egitto
-dall'Etiopia; e, a tacere i momentanei acquisti di Adriano, stabilmente
-unite furono all'impero le provincie della Britannia e della Dacia.
-Copriva così la superficie di 1,365,560 leghe quadrate, cioè il
-quintuplo della Francia odierna, con circa cenventi milioni d'abitanti:
-ma oltre queste, che costituivano l'impero romano ed erano governate
-da proconsoli, stava attorno una cintura di altre regioni, vassalle
-in diverso grado, e di dubbiosa libertà[237], che talora pagavano un
-tributo, sottostavano al censo, ricevevano decreti; quali i re della
-Comagene, di Damasco e tant'altri sul lembo della Siria, la trafficante
-Palmira nel deserto, i principi dell'Iberia, dell'Albania ed altri del
-Caucaso, l'Armenia, la Partia a vicenda sottomessa e riottosa. È questo
-il momento della massima grandezza dell'Impero e dell'Italia; onde noi
-sosteremo ad esporne la condizione civile, morale, letteraria, prima di
-contemplarne il declino.
-
-La comunicazione fra sì remote provincie era agevolata dal mare
-e da meravigliose strade. Il Mediterraneo, le cui rive direbbonsi
-predestinate dalla Provvidenza ai più splendidi e durevoli incrementi
-della civiltà, mette in relazione le tre parti del mondo antico,
-le discendenze dei tre figli di Noè, i foschi Camiti dell'Africa,
-i Giapetidi della Grecia e della Germania, i Semiti della Fenicia e
-della Palestina: s'addentra con mille seni per ricevere dai fiumi le
-produzioni di tre continenti, spingendosi pel Tanai e per la Meotide
-fin nelle steppe dei Tartari, pel Nilo fino al centro dell'Africa, per
-lo stretto fin nell'Oceano inospitale. Allora poteva dirsi lago latino,
-poichè non avea spiaggia che non riconoscesse le aquile imperiali; le
-flotte di Roma lo proteggevano e solcavano continuamente; e le navi di
-traffico, approdando alle provincie più ricche e più belle, accostavano
-alle barbariche le due civiltà romana e greca. Quest'ultima, figlia
-dell'orientale, erasi vantaggiata di tutto il passato per abbellirlo
-e armonizzarlo, avea sparso di colonie il mondo, dagl'intimi recessi
-dell'Indo e del Don fino alle isole della futura Inghilterra, ed aveva
-educato Roma. La quale alla sua volta, estendendosi da un lato oltre le
-Alpi, dall'altro nell'Africa, diè di cozzo a popoli civili in decadenza
-e ne accelerò la caduta, ma ereditandone l'esperienza e dandovi
-governo; e a popoli barbari per incivilirli, per respingere sempre più
-lontano la rozzezza e la ferocia.
-
-Per terra questi paesi congiungeansi mediante strade di tale solidità,
-che sopravissero a' secoli. La via Appia, finita sin dal 311 avanti
-Cristo da Appio Claudio Cieco censore, in grandi macigni, moveva da
-porta Capena, or sostenuta sovra un terreno limaccioso, ora tagliando
-l'Appennino. Cesare la ristaurò cominciando a disseccare le paludi
-Pontine; gl'imperatori seguenti la compirono e migliorarono. Col
-nome di via Campana prolungata da Capua ad oriente d'Aversa, qui
-bipartivasi: la mediterranea pel monte Cauro scendeva a Pozzuoli;
-la marittima si drizzava a Cuma lungo i paduli di Linterno: da Cuma
-poi, uscendo per l'arco Felice, un altro ramo toccava Pozzuoli, e
-congiungevasi colla mediterranea per isboccare a Napoli, traverso alla
-grotta di Posilipo. Dalla via Flaminia, aperta dal console Flaminio
-Nepote nel 223, diramavasi presso Ponte Milvio la Cassia, dritta per
-Viterbo all'Etruria.
-
-D'ordine d'Augusto furono messe in buono stato le quarantotto d'Italia,
-che sviluppavansi da Roma a Brindisi e a Milano, donde si diramavano
-quelle che, pei varj passi alpini, raggiungevano Lione, Arles, Magonza,
-la Rezia, l'Illiria. Trajano ne condusse una traverso le paludi Pontine
-da _Forum Appii_ sino a Terracina, e compì la via Appia da Benevento
-a Brindisi. La via Aurelia, che traversava l'Etruria e la Liguria, fu
-continuata sino a Cade; e varcato lo Stretto, riusciva a Tanger. La
-via Flaminia, da Roma per Rimini, Bologna, Modena, Piacenza, Milano,
-Verona, Aquileja spingeasi al Sirmio, e lungheggiava il Danubio,
-mettendo in comunicazione la Rezia e la Vindelicia, la Gallia e la
-Pannonia; di là per la Mesia fin negli Sciti, per la Tracia, l'Asia
-Minore, la Siria, la Palestina, l'Egitto, la costa d'Africa, veniva
-a ricongiungersi a Cadice, Malaga, Cartagena, colla strada di Spagna.
-Così sullo spazio di quattromila ottanta miglia romane era facilitato
-il trasporto delle legioni, degli ordini e delle notizie. Gl'imperatori
-vi stabilirono poste regolari, con ricambj ogni cinque o sei miglia,
-provvisti di quaranta cavalli, ad uso però unicamente del Governo, o
-di chi ne ottenesse speciale concessione: al qual modo poteano farsi
-cento miglia al giorno; anzi Tiberio potè in ventiquattr'ore compierne
-ducento da Lione alla Germania[238]. Anche i fiumi avvivavano le
-comunicazioni, e due flotte armate scendendo il Reno e il Danubio,
-portavano i prodotti dell'Oceano Germanico nell'Eusino.
-
-Ciò dava alla dominazione romana una consistenza, qual mai non n'ebbe
-alcuna dell'Asia; nè era inane vanto quel dominio universale che Roma
-arrogavasi, e il chiamar orbe romano il mondo, consiglio supremo
-di tutte le nazioni e dei re il senato[239]: pretensione già viva
-sotto la repubblica, assodata nell'impero. E per quanto a ragione si
-esclami contro gli estesi imperj, che sotto eguali leggi incatenano
-genti disformi d'indole e di coltura, lasciano inesaudite le querele,
-non compresi i bisogni, e fanno dalla remota capitale arrivare i
-provvedimenti dopo cessata l'opportunità; pure vuolsi confessare che
-nazioni isolatissime vennero così ricongiunte, mentre la occidentale
-barbarie non sentiva l'influsso della coltura orientale; col togliere
-di mezzo i confini, si facilitò il contatto; e quantunque l'unità non
-fosse che materiale e derivata dalla conquista, la lingua uffiziale,
-le magistrature, le legioni, gli spettacoli a cui accorrevano i
-Rodopei dell'Emo, i cavalieri della Germania, i littorani del Nilo
-e dell'estremo Oceano, gli Arabi e i Sabei, gli olezzanti Cilici, i
-ricciuti Etiopi, i trecciati Sicambri[240], estesero la civiltà se
-non la crebbero; e chiamando i popoli a contribuire chi la forza,
-chi l'ingegno, chi la ricchezza, insegnarono loro a conoscersi, ad
-affratellarsi, e dilatarono a tanta parte del mondo i privilegi che,
-essendo dapprima riservati ad un pugno di banditi o a qualche migliajo
-di cittadini, facevano la politica romana una grande ingiustizia a
-vantaggio di pochi e ad aggravio del genere umano.
-
-Centro di sì vasta unità, l'Italia era sempre sede dell'imperatore
-e del senato, i cui membri era richiesto che avessero di qua
-dall'Alpi almeno un terzo dei loro possedimenti. Quel nome non era
-più circoscritto dalla Macra, dal Rubicone e dal mare, dacchè i
-triumviri non aveano voluto lasciare la Gallia Cisalpina a governo
-di un proconsole, che potesse così menare un esercito legalmente di
-qua dell'Alpi. La fecero dunque giungere a levante fino all'Arsa, a
-settentrione alle Alpi, ad occidente al Varo; ed Augusto la partì in
-undici regioni: I. il Lazio e la Campania, dove Pozzuoli; II. il paese
-de' Picentini e degl'Irpini; III. la Lucania, il Bruzio coi Salentini,
-l'Apulia, la Calabria, dove Brindisi era prevalsa alle scadute
-città di Taranto, Crotone, Locri; IV. il paese spopolato de' Marsi,
-Frentani, Sabini, Sanniti; V. il Piceno; VI. l'Umbria; VII. l'Etruria;
-VIII. la Gallia Cispadana con Ravenna, eretta, come poi Venezia, fra
-canali del mare; IX. la Liguria; X. la Venezia coi Carni, gli Japigi
-e l'Istria; XI. la Gallia Transpadana con Milano, cui mettevano capo
-le strade dell'Italia continentale, e Padova, e Aquileja, sempre più
-importanti per la vicinanza alla frontiera germanica. Roma formava
-un governo distinto, sotto il prefetto della città. Le alpi Marittime
-costituivano una provincia separata. La Sicilia, benchè già da Antonio
-avesse ottenuto la cittadinanza, rimaneva provincia colla Corsica e
-la Sardegna. Ma quella Sicilia che, due secoli fa, Cicerone dipingeva
-fertilissima e laboriosa, era ita a tracollo per le guerre civili e
-le servili; le cinque città di Siracusa riduceansi ad una sola, Enna
-era spopolata, cadenti i tempj, incolte le piaggie. Chi da quella
-tragittasse sul nostro continente, a Pozzuoli trovava uno de' porti
-più operosi, emporio del commercio del Mediterraneo, e approdo di
-tutte le flotte mercantili; e nei contorni molle eleganza di ville,
-di bagni, dove i cittadini di Roma venivano a ricrearsi dalle cure o a
-solleticare il rintuzzato senso de' piaceri.
-
-Ma quelle pendici dell'Appennino che avevano nutrito i Sabini, i
-Sanniti, gli Equi, i Latini, più non offrivano che cadaveri di città;
-i cinquantatre popoli del Lazio scomparvero, o reliquie ne restavano
-così scarse, che gli uni più non si discendevano dagli altri. Che
-dirò di quella Magna Grecia, che emulava le glorie e la potenza della
-Grecia vera? Già i curiosi andavano a rintracciarne le memorie; e
-qualche vecchio additava loro, — Qui fu Canusio, colà Argirippa, le due
-maggiori città; questi villaggi erano le tredici città della Japigia,
-di cui rimangono sole Brindisi e Taranto; ma quest'ultima, benchè
-Nerone v'abbia posto abitanti, è spopolata, come tutto quello sprone
-d'Italia».
-
-Ivi non arbitrio di governatori, non tributo; le autorità municipali
-facevano eseguire le leggi supreme: ma, come avviene sotto gli
-imperj, il reggimento cittadino andava foggiandosi ad aristocrazia,
-scegliendosi i magistrati non più fra il popolo ma fra gli illustri,
-e la giurisdizione limitandosi a piccole somme. Dopo Trajano, cominciò
-l'Italia a ridursi poco meglio che le altre provincie; cui si potè dire
-pareggiata allorchè Adriano la commise al governo di quattro consolari.
-
-La cittadinanza privilegiata diventava un nome già sul fine della
-repubblica, quando Cesare la comunicò a tutta Italia e ad intere
-provincie. Anche i servi divenendo liberti, entravano nella società
-politica del loro patrono: ma acquistando i privati diritti di
-cittadino, rimanevano esclusi dagl'impieghi e dal servizio militare, nè
-ammessi al senato fin alla terza o quarta generazione.
-
-Augusto trovava quattro milioni e censessantatremila cittadini; ma
-cessato col sistema delle conquiste il bisogno d'accrescerli onde
-reclutare fra essi le legioni, e perchè non isvantaggiasse il fisco
-per la troppa abbondanza degl'immuni, restrinse la facoltà di render
-cittadini gli schiavi manomessi, accettandovi soltanto magistrati
-e i grandi proprietarj delle provincie. Con ciò si traeva al corpo
-dominante il fiore di tutto lo Stato, e si assodava la potenza
-imperiale: ma alle legioni, in cui non entravano che cittadini, Augusto
-fu costretto arrolar di nuovo liberti e schiavi onde proteggere le
-colonie attigue all'Illiria e le frontiere del Reno. Mecenate gli
-consigliava di attribuire la cittadinanza a tutti i sudditi, col che,
-cancellati i reggimenti municipali, ridurrebbe l'impero all'unità
-monarchica: ma l'andare i cittadini esenti da tassa prediale, da
-dogane e pedaggi, fece gl'imperatori avari di questa concessione. Pure
-i successori d'Augusto, che più non aveano occhio parziale per Roma,
-lasciarono dilatare la cittadinanza; e i magistrati municipali, uscenti
-di carica con annua vicenda, la acquistavano per diritto; oltre quelli
-che ben meritassero in qualsivoglia modo.
-
-Quando l'interesse patrio o la gloria cessarono di spingere i cittadini
-alle armi, le legioni si dovettero empire di gente nè italica nè
-cittadina, e affidarne il comando a stranieri; poi ricompensare
-i servigi dei legionarj coll'introdurli nella città, elevarli ai
-primi onori, e lasciare si traessero dietro parenti ed amici; talchè
-esercito, senato, magistrati più non furono romani che di nome. Claudio
-ammise in senato molti peregrini, cioè sudditi non cittadini: eppure
-questi sotto di lui sommavano a 5,684,072 secondo Tacito, o, secondo
-Eusebio, a 6,945,000. Tanta profusione, perchè i favoriti ne facevano
-bottega: ma intanto le entrate pubbliche ne scapitavano, onde bisognava
-ristorarle con confische e proscrizioni. Nelle provincie poi i
-possedimenti s'andavano restringendo in mano de' cittadini, cui questo
-titolo rendeva immuni dai tributi. Però sotto Galba l'esenzione de'
-cittadini recenti fu limitata ad alcune imposte; poi dopo Vespasiano
-pare che i provinciali ammessi alla città non restassero immuni da
-nessun aggravio.
-
-Il titolo di cittadino più non dovette essere ambito dopo che non
-l'accompagnavano le prerogative d'occupar soli le cariche, di non
-essere giudicati se non nell'assemblea del popolo, di non pagare
-tributo, di decretar la guerra e la pace; nè conferiva quasi altro
-che il benefizio di non esser catturato per debiti e di appellarsi
-all'imperatore. Quel di partecipare ai donativi e alle largizioni
-pubbliche, valeva in Roma: per gli altri, a che mai riducevasi in tanta
-estensione e lontananza? Gravoso, al contrario, tornava ai cittadini
-il dover militare, non contrarre nozze con forestieri, restar esclusi
-dalle eredità intestate fuorchè in grado di prossima agnazione; oltre
-alcuni accatti, che sopra soli cittadini pesavano.
-
-L'atto di Caracalla d'estendere a tutti i sudditi la cittadinanza
-non fu che un sottoporre i provinciali a tutti i pesi de' cittadini:
-e allora s'intepidì l'amore per una patria accomunata a tutto il
-mondo; cresciuto l'arbitrio degl'imperatori e la violenza de' soldati
-col logorarsi l'autorità del popolo e la dignità del senato, si
-moltiplicarono le guerre, interne eppure non civili, dove si trattava
-di mettere in trono o d'abbattere un capitano forestiero, estranio ai
-sentimenti ed al meglio della nazione e dell'impero. Le consuetudini
-venivano alterate da eterogenei elementi, dal sedere a capo dello Stato
-uno straniero, fors'anche un barbaro. E se pure sorvivevano in alcuni
-le tradizioni liberali, attinte dall'educazione, dalla letteratura,
-dalle memorie che li circondavano, servivano soltanto a far sentire
-viepiù quel despotismo, che da un giorno all'altro poteva confiscare
-i beni, e mandar l'ordine d'uccidersi. Oppressione più disgustosa
-perchè sussistevano nomi e forme repubblicane, a titolo di libertà e
-di pubblica sicurezza si davano le accuse di alto tradimento, e questo
-punivasi in quanto l'imperatore rappresentava il popolo, come investito
-della podestà tribunizia. Quanta avea dunque ad essere la costernazione
-di quelli che sentivano tanto nobilmente, da non voler tuffare il
-dispetto nelle voluttà! E a qual partito potevano appigliarsi? Fuggire?
-ma dove, se tutte le terre civili erano sottoposte a Roma?
-
-Che se alcuna volta mai, allora apparve evidente come il pubblico bene
-rampolli piuttosto dalle istituzioni che da rettitudine de' principi.
-Roma n'ebbe di ottimi, ma nè poteva tampoco goderli con fiducia,
-pensando che o lo stesso potrebbe domani mutarsi in un mostro, o venire
-soppiantato da pessimo successore, dipendendo ogni cosa dalle qualità
-del monarca.
-
-Si nomina una _lex regia_, in forza della quale venisse conferito il
-supremo potere all'imperatore: ma non consta che mai sia esistita;
-quel nome certamente non sarebbe potuto soffrirsi ne' primi tempi
-dell'impero, e forse venne adottato sol quando, sotto Giustiniano,
-furono compilate le Pandette. Che se una legge generale avesse creato
-un potere supremo, non sarebbe più stato mestieri di conferma: mentre
-invece sappiamo che gli _atti_ di ciascun imperatore non reggevano dopo
-la morte di lui se non gli avesse approvati il senato, depositario in
-diritto della sovranità, la quale nel fatto stava all'arbitrio d'un
-solo. Pure sembra che a ciascun eletto venissero conferiti i poteri
-sovrani, quasi per dargli un'origine legale[241]. Probabilmente in
-questi senatoconsulti veniva egli dispensato da certe leggi, come la
-Papia-Poppea: il che faceva dire troppo largamente che il principe
-venisse prosciolto d'ogni legge[242].
-
-La sovranità però consideravasi sempre emanare dal popolo, e fin tardi
-si trovano menzionati i comizj, e leggi fatte in essi. Sussisteva
-anche la tribù, e nelle iscrizioni troviamo sempre indicato a quale il
-personaggio appartenesse: ma sì scarsa n'era la significazione, che
-alcuni si mutavano dall'una all'altra per eredità, per adozione, per
-una carica assunta, fin per mutato domicilio[243]. I municipj pregavano
-gl'imperatori o i cesari di accettar le cariche comunali, ed essi vi
-mandavano de' vicarj.
-
-La giurisdizione criminale e l'amministrazione esterna d'alcune
-provincie competevano al senato: esso nominava i consoli, i pretori,
-i proconsoli; attendeva alla riforma delle leggi, talora sovra
-proposizione de' medesimi imperatori. Tiberio parve aggiunger nerbo al
-senato coll'attribuirgli i giudizj di offesa maestà e la nomina de'
-magistrati, sottratta al popolo; ma in effetto egli non intese che
-di riversare su quello i suoi atti odiosi. Quanto l'impero resse, il
-senato conservò il diritto di censurare e deporre il capo dello Stato
-se abusasse dell'autorità; ma, pusillanime e discorde, non l'esercitò
-mai se non contro i caduti: condannò Nerone quando già era fuggiasco;
-esecrò Caligola, Comodo, gli altri quando la morte aveva interrotte
-le sue adulazioni. Quei senatori, col vendere le cariche, imparavano
-a vendere anche se stessi all'imperatore; chiusa la via d'acquistar
-fuori così sterminate ricchezze, e pure durando le spese e crescendo il
-lusso, tiravano a meritare la liberalità del principe, o fuggirne l'ira
-coll'andargli a versi: laonde Tiberio lagnavasi beffardamente che si
-mostrassero troppo ligi ad ogni suo talento.
-
-Eppure la memoria di quel che era stato bastava a renderlo sospetto
-agl'imperatori, che, buoni e malvagi, s'industriarono a torgli fin
-la possibilità di ridestare le ragioni antiche; contro patrizj e
-senatori aguzzavansi i ferri e le spie; Caligola, battendo sulla
-spada, esclamava, — Questa mi farà ragione del senato»; l'adulatore
-diceva a Nerone, — T'ho in odio perchè sei senatore»; e l'assassino
-a Comodo, — Il senato ti manda questo pugnale»; Domiziano protestava
-non si terrebbe sicuro finchè pur un senatore sopravivesse; e volendo
-avvilirli intantochè venisse l'ora d'ucciderli, manda una volta
-convocarli in gran diligenza, poi, come sono seduti nella curia, li
-consulta in qual salsa convenga condire un enorme rombo portatogli
-dall'Adriatico. Fin Claudio tutti gli atti politici diresse a crescere
-l'autorità imperiale a scapito delle magistrature curali: estenuò al
-senato il diritto di chiarir guerra e pace, ascoltare ambasciatori,
-e decidere dei re e dei popoli stranieri: ai consoli sottrasse il
-giudizio di certi affari criminali, sicchè poco più facevano che
-dare il nome all'anno: nei pretori, cresciuti a diciotto, trasferì in
-gran parte la giurisdizione criminale; ma tolta loro la custodia del
-tesoro, affidolla ai questori, ai quali di rimpatto tolse le prefetture
-d'Italia che abolì, ed impose il grave obbligo di dare spettacoli
-gladiatorj quando ottenevano il posto: lasciò che i cavalieri all'ombra
-del trono usurpassero i giudizj, cioè quel diritto per cui s'erano
-combattute le guerre civili sotto Mario e Silla.
-
-I tribuni non furono meglio che ispettori al buon ordine; e acquistò
-importanza il prefetto della città, che dal buon governo passò alla
-giurisdizione criminale, poi proferì in appello sui giudizj ordinarj
-anche in materia civile. Adriano commise l'amministrazione dell'Italia
-a quattro consolari; cavalieri romani tenne per segretarj e referenti,
-e pel proprio consiglio; un avvocato del fisco fece assistere a
-tutte le cause concernenti l'erario imperiale; coll'Editto Perpetuo
-semplificò la legislazione; e diede esempio a' successori suoi di
-riguardar lo Stato come cosa loro propria, e di prendere fidanza
-a qualunque innovamento. Il consiglio del principe, come anima del
-Governo, emanava decreti sotto la presidenza dell'imperatore, e formava
-una corte d'appello supremo. Al senato dunque che cosa restava? di
-decretare quali nuovi numi dovesse Roma salmeggiare.
-
-In un corpo non eletto dal popolo, non sostenuto da truppe, la
-depressione nè trovava contrasto nè eccitava lamenti. Accomunati
-i diritti alle provincie lontane, v'entravano persone stranie
-affatto alle memorie della libertà e della repubblica, e devotamente
-riconoscenti agl'imperatori. Già l'ordine di Claudio che priva della
-dignità equestre chi ricusi la senatoria, mostra come fosse divenuto
-un peso quel che prima costituiva la suprema ambizione; e sotto
-Comodo si disse che un tale «fu relegato nel senato». Invece dunque
-di presentarsi custodi della tradizione e tutori della libertà, i
-padri coscritti coll'esempio e colle dottrine confermarono l'assoluta
-padronanza del monarca sopra la vita e i beni. Dione si direbbe
-scrivesse la sua storia a quest'unico intento; i giureconsulti diedero
-legale fondamento all'esorbitanza imperiale; e la monarchia al tempo di
-Severo potè gettare la maschera, di cui Augusto l'aveva coperta.
-
-Gl'imperatori, per togliersi gl'impedimenti della nobiltà privilegiata,
-promossero le ragioni della comune natura umana, favorirono i peculj
-de' figliuoli di famiglia e le emancipazioni, ampliarono gli effetti
-e restrinsero le solennità delle manumissioni, migliorarono la
-condizione degli schiavi a fronte dei padroni. Anche in ciò il capo
-dello Stato operava in senso popolare, col voler tutti eguagliati nel
-diritto, umiliare i prepotenti, non concedere privilegi a particolari
-persone, ma erigere alle dignità chiunque ne paresse degno, garantire
-la moltitudine da oppressioni private, e tenerla soddisfatta circa
-i bisogni della vita e gli usi della libertà naturale. Lo zelo
-degl'imperatori per la giustizia civile riparava a non pochi altri
-abusi, incuteva salutare apprensione ai magistrati, e avvicinava ognor
-più il diritto all'equità naturale e al senso comune. In tal modo
-progrediva l'umanità anche fra codardi patimenti, e col gran nome
-dell'impero estendevasi l'idea dell'eguaglianza sotto un unico governo,
-opposta a quanto praticò l'antichità, e che dovea costituire l'indole
-delle società moderne.
-
-Coll'impero cangiarono aspetto anche le finanze. Le spese furono
-a dismisura aumentate dal mantenere un esercito stanziale ed una
-corte[244], dal pagarsi gl'impiegati, e dalle crescenti distribuzioni
-di grano; ignorando quegli augusti che il mettere i poveri in
-grado di comprare il vitto coll'aumentare i lavori costa meno che
-non l'abbassare i prezzi del grano. È peccato che siasi perduto il
-_Rationarium totius imperii_, dove Augusto avea divisato l'entrata e
-l'uscita[245]; e fra le divergentissime opinioni, la media darebbe
-novecentosessanta milioni di lire d'entrata generale. Vespasiano,
-principe economo, diceva l'amministrazione e la difesa dell'impero
-costare quattromila milioni di sesterzj, cioè ottocento milioni di
-lire l'anno[246]: or che doveva essere sotto imperatori pazzamente
-scialacquatori?
-
-Augusto effettuò l'idea di Giulio Cesare di far misurare tutto
-l'impero; e Zenodoxo in trentun anno e mezzo compì la misura delle
-parti orientali, Teodoto quella delle settentrionali in ventinove e
-otto mesi, Policleto delle meridionali in venticinque e un mese. Balbo
-coordinò in Roma i loro lavori, ed eretto il catasto, prescrisse i
-regolamenti censuarj. Agrippa, preside a questa grand'operazione, ne
-trasse un mappamondo, che fece dipingere sotto il portico d'Ottavia,
-sicchè ciascuno potea vedervi l'estensione dell'impero: i governatori
-delle provincie riceveano la descrizione del loro paese colle distanze,
-lo stato delle strade grandi e delle vicinali, delle montagne, dei
-fiumi.
-
-Contemporaneamente si fece per tutto l'impero il registro delle persone
-coi loro beni mobili e immobili, bestiame, schiavi, affittajuoli,
-casiliani, e il numero, il sesso, l'età de' figliuoli: il qual
-censo dovea rinnovarsi ogni decennio, e serviva di base al riparto
-dell'imposta. Un censitore e un perequatore riceveano i reclami, e
-rettificavano gli errori; la falsa dichiarazione era punita colla
-morte e la confisca; ogni cambiamento di possesso doveva notificarsi;
-e poc'a poco si perfezionò quest'azienda in modo, che il vastissimo
-impero restava regolato con altrettanta diligenza quanto una piccola
-casa[247].
-
-Ma l'impero non possedeva gli spedienti, pei quali i moderni possono
-levar tanto denaro senza gravissimo incomodo: dall'imposta personale,
-la più rilevante, rimanevano esenti sei o sette milioni di famiglie
-romane, che erano le più ricche; le altre rendite appartenevano a
-quelle di difficile e costosa esazione, dove è facile la frode, e dove
-il prodotto diminuisce se la tassa si aggravi.
-
-L'Italia dapprima andava immune da imposta fondiaria stabile
-(_numerarium_); l'Italia annonaria doveva una prestazione in derrate;
-dell'_ager provincialis_ era carattere un tributo fondiario, variante
-di misura e condizione: ma gl'imperatori adottarono una base uniforme;
-poi l'Italia, come dicemmo, cessò d'essere privilegiata. Già anche
-a questa Augusto aveva imposto gabelle e tasse sulle vendite, e una
-generale sui beni e sulle persone de' cittadini romani, che da un
-secolo e mezzo non pagavano aggravj; anzi talmente pesavano le imposte,
-che gl'imperatori trovavansi costretti ogni tratto a condonare ingenti
-debiti ai privati. Sulle somme, sopra le quali nasceva litigio,
-prelevavasi il due e mezzo per cento; tasse imponeansi sui mercati,
-gli artigiani, i facchini, le meretrici, sulle latrine pubbliche,
-sull'orina, sul concio di cavallo; ogni sorta mercanzie entrando pagava
-di dazio dal quarantesimo fin a un ottavo del valore; e grandioso
-doveva esserne il ritratto quando dall'India si traeva annualmente per
-ventiquattro milioni di lire in merci, esitate a Roma al centuplo del
-valore primitivo[248].
-
-La tassa sulle vendite non soleva eccedere l'un per cento, ma non
-v'avea sì minuto oggetto che vi si sottraesse. Era destinata a
-mantenere l'esercito; poi non bastando, s'introdusse la vicesima, cioè
-un cinque per cento sopra tutti i legati e le eredità eccedenti una
-certa somma, e che non cadessero nel più prossimo parente. Tra famiglie
-ricchissime, dove la rilassatezza dei legami domestici faceva spesso ai
-proprj figliuoli preferire i liberti o gli estranei che avevano saputo
-blandire le passioni o accontentarle, quella tassa riusciva talmente
-ingorda, che nel volgere di pochi anni versava l'intero retaggio
-nell'erario. Molto pure ingrassavano il fisco le multe della legge
-Papia-Poppea contro gli smogliati.
-
-Secondo il genio degl'imperatori e col crescere dei bisogni aumentarono
-tutte le imposizioni e fisse ed eventuali; sussistette sempre l'abuso
-d'affittarle ad appaltatori, de' cui gravi e feroci abusi enormemente
-soffrivano i sudditi. Era caduco al fisco, 1º tutto ciò che, in
-forza di testamento, avrebbe dovuto toccare a persona premorta alla
-pubblicazione di quello; 2º le donazioni e i legati a persone indegne,
-o sotto illecite condizioni; 3º quel che venisse ricusato dall'erede
-o legatario, come spesso avveravasi nei casi di ribellione, per non
-mostrarsi amici del reo; 4º quanto fosse lasciato in testamento a
-celibi che entro un anno non si fossero ammogliati, e metà de' lasciti
-fatti a consorti senza figli; in fine quanto sarebbe toccato a chi
-sopprimeva un testamento, o impediva alcuno dal testare liberamente.
-
-Oltre le frequentissime colpe di Stato, portavano la confisca
-innumerevoli delitti; e fra questi il parricidio, l'incendio, la
-moneta falsa, il ratto, lo stupro, la pederastia, il sacrilegio,
-la prevaricazione, il peculato, lo stellionato, il monopolio, e
-l'incetta del grano destinato a Roma o all'esercito, il plagiato, ossia
-l'attentare contro l'altrui libertà. Così punivasi il magistrato che
-subornasse testimonj contro un innocente, il padrone che esponesse
-gli schiavi nell'anfiteatro, i falsarj; e dopo Alessandro Severo
-gli adulteri, chi evirasse o si lasciasse evirare, chi supponeva un
-bambino, chi usava violenza armata mano, chi mutava domicilio per
-sottrarsi al tributo, chi prendeva denaro a prestanza dalle pubbliche
-casse, chi occultava i beni d'un proscritto, chi trasportava oro fuori
-dell'impero o vendeva armi a stranieri, chi di mala fede acquistava
-una cosa in litigio, chi vendeva porpora, o apriva il testamento d'un
-vivo, o spogliava de' suoi ornamenti un edifizio urbano per abbellire
-una villa. E tanti erano i beni ricadenti al tesoro per legge o per
-confisca, che s'istituirono _procuratori de' beni caduchi_ per raccorli
-ed amministrarli nelle provincie; carica non già di gente di vile
-affare, ma affidata a persone di gran recapito, e sino a consolari.
-
-Diritto particolare dell'imperatore era il batter moneta d'oro e
-d'argento: di rame potè farne il senato fin a Gallieno: le colonie
-e alcune città conservarono il privilegio di monete particolari. Le
-terre dell'antico agro pubblico in Italia erano occupate da colonie
-e specialmente da militari, sicchè non davano verun frutto diretto
-allo Stato. Anche nelle provincie i dominj pubblici erano stati in
-gran parte usurpati durante la guerra civile da privati; Augusto e i
-successori fecero altrettanto, ingrandendo il possesso del principe,
-che fruttava unicamente pe' favoriti. S'introdussero poi regalie a
-vantaggio dell'imperatore, e fabbriche d'armi, di stoffe, di gomene,
-tinture, dorature, nelle quali adopravansi soli schiavi imperiali.
-Anche pingui legati soleano farsi agl'imperatori; e se per tal via
-Augusto raccolse in vent'anni quattromila milioni di sesterzj, pensate
-che dovessero fruttare sotto imperatori ribaldi, alcuni dei quali
-cassavano i testamenti ove non si trovassero considerati! Pure talvolta
-l'erario difettava; e Marco Aurelio si trovò in tali strette, che fece
-vendere all'asta gli ornamenti della reggia, i vasi preziosi, le gemme,
-fin le vesti di sua moglie; poi, finita la guerra, invitò i compratori
-a restituirli al prezzo stesso, e a chi ricusasse non risparmiò
-vessazioni. Operazione che noi avremmo semplificata mediante viglietti
-del tesoro.
-
-La servitù era abbellita da tutti i vantaggi compatibili colla
-tranquillità. In ogni parte sorgevano fabbriche, le cui reliquie
-formano la meraviglia di noi tardi nipoti; quali per opera de'
-magistrati, quali dei Comuni, quali ancora dei privati: a quelle de'
-Cesari i sudditi erano obbligati a contribuire braccia e carri. Tali
-edifizj ci porgono una riprova del sistema politico antico, pel quale
-si aveva ogni riguardo alle città, nessuno alla campagna. Dopo il
-medioevo, non trovi spazio ove non sorga un villaggio con una chiesa,
-un palazzo o un castello: allora invece tutto concentravasi nelle
-città, alle città mettevano capo le grandi strade, senza quella rete
-di minori che oggi congiungono le minime borgate: insomma allora i
-cittadini, ora il popolo; allora pochi privilegiati, ora chiunque è
-uomo.
-
-Chi dunque, abbagliato da tali splendidezze, giudicasse ricchissimi
-quei nostri antenati, dimenticherebbe che non le molte dovizie
-accumulate in mano di pochi, ma la equabile diffusione di ciò che serve
-alle necessità, ai comodi, forma la prosperità delle nazioni.
-
-La violenza poteva esser la colpa d'un proconsole o d'un imperatore,
-non era il carattere della dominazione romana, troppo aliena dal
-volersi fondare soltanto sull'esercito, sulla polizia, e regolamentare
-tutto. Pertanto nell'Italia e nelle provincie restava luogo a dignità
-e ad autorità più che in Roma; e il municipio conservava una vita
-che era scomparsa dalla metropoli; n'era rispettata l'indipendenza;
-la legge municipale rimaneva illesa dai capricci dell'imperatore e
-dalle sottigliezze de' giureconsulti; liberamente vi si faceano le
-elezioni, teneano adunanze: gli Olconj e gli Arrj a Pompej, i Sergj
-a Pola fabbricavano portici, archi, anfiteatri, come ne' bei tempi a
-Roma i Pompei ed i Lentuli; ai Nonj, ai Celsinj, ai Balbi, ai Vitruvj
-ergeansi monumenti in Pompej, in Ercolano, in Verona, quando a Roma le
-onorificenze erano serbate a cesare.
-
-Già accennammo in che modo i possessi mutassero di padroni, dal che
-sotto l'impero trovaronsi innovate l'economia e le finanze. Gli antichi
-aristocrati per tradizione seguitavano a coltivare i campi per mano
-di schiavi, diretti da schiavi: i nuovi, non pensando che a godere in
-lusso le sfondolate dovizie, davano i beni a fitto a lavoratori nati
-liberi, che li coltivassero a proprie spese e pericolo. Ordinariamente
-l'affitto facevasi per cinque anni, e pagavasi in denaro, e a
-proporzione degli schiavi ond'era _vestito_ il podere.
-
-Divenendo sempre più difficile l'affidare la direzione de' proprj
-beni a fittajuoli liberi e garanti, dopo il II secolo s'introdusse
-un metodo nuovo d'economia rurale, mutando lo schiavo in colono
-servile, permettendogli di menar moglie, tenere figliuoli, disporre
-del suo peculio, purchè retribuisse un canone annuo: da ciò sarebbe
-potuta venire la redenzione dello schiavo; ma poichè sempre maggiore
-facevasi la sproporzione fra poveri e ricchi, e l'aumentava la
-fiscalità introdotta coi crescenti bisogni della repubblica, si
-venne a temere che il proprietario vendesse gli schiavi e lasciasse
-incoltivati i campi. Fu dunque provveduto che il colono restasse
-colla sua discendenza affisso alla gleba, e con essa venduto: il che,
-oltre ribadire la schiavitù, produsse una funesta disuguaglianza nella
-distribuzione dei lavoratori, accumulati in alcune contrade, mentre
-altre ne rimanevano deserte. Pertanto al fine di quest'età giacevano
-selvatiche le campagne, esercitate un tempo dalla popolosa solerzia
-degli Equi, de' Sabini, de' Volsci, degli Etruschi, de' Cisalpini;
-altri immensi spazj erano occupati da giardini d'infruttifere
-voluttà, ai quali aggregavansi via via i camperelli vicini, i cui
-proprietarj correvano a Roma a sprecar quel poco ricavo, per poi
-ridursi alla limosina. Svigorita dalla lunga coltivazione a braccia, nè
-sufficientemente rianimata dalla concimazione, la terra poco rendeva;
-un cattivo sistema di rotazione agraria, la coltura resa costosissima
-dall'imperfezione de' metodi e degli stromenti, per cui richiedeasi il
-quadruplo delle braccia odierne, le meschine strade vicinali, bastanti
-appena ai somieri, il divieto di asportar grani e l'incoraggiamento a
-importarne di stranieri, rendevano cattiva speculazione la coltura a
-grano, talchè Catone la colloca appena al sesto luogo, e preferivansi
-i pascoli, che non importano spese; sebbene vogliasi dimostrato che i
-migliori non rendevano più di sessanta franchi per arpento[249].
-
-Un paese la più parte montuoso come il nostro, non può prosperare
-che mediante la piccola coltura a mano, la quale si vantaggia de' più
-angusti spazj, e varia a seconda del terreno e dell'esposizione; come
-non è possibile colle macchine o con una direzione in grande. Sparendo
-dunque la proprietà minuta, diminuivano sempre più la ricchezza
-d'Italia e la popolazione laboriosa ed onesta: donde quel detto di
-Plinio, che i latifondi furono la rovina dell'Italia. Che se ci si
-opponesse l'Inghilterra, ricchissima malgrado gli amplissimi poderi,
-mentre è misera la Corsica ove sono sminuzzati, faremmo riflettere
-come della popolazione inglese appena un quarto attenda ai campi, il
-resto vive dietro al commercio e all'industria; e che l'estensione
-delle praterie è proporzionata colle terre a biada, e i numerosi
-armenti offrono abbondanza d'ingrassi. Vero è bene che sono gli uomini
-che fecondano la terra; e dove nulla li impedisca di giungere alla
-ricchezza per via della fatica, ne seguirà un generale prosperamento.
-Allora, come oggi, v'avea piagnoloni che ripeteano essere isteriliti
-i campi, peggiorata la temperie del cielo, spossata la natura dal
-lungo produrre. Ai così fatti Lucio Giunio Moderato Columella da
-Cadice rispose, che la colpa consisteva nel lasciare trascurato lo
-studio dell'agricoltura: — V'ha scuole di filosofia, di retorica, di
-geometria, di musica; v'ha persone occupate in null'altro che preparare
-cibi pruriginosi, altre in acconciare i capelli, e nessuno che insegni
-l'agricoltura. Eppure senz'arti di diletto abbastanza felici furono
-un tempo e saranno dappoi le città; ma senza agricoltori gli uomini
-non possono reggere nè alimentarsi. E qual via migliore di conservare
-e di crescere il patrimonio? Che se oggi men frutta la terra, non è
-spossatezza, come alcuni si danno ad intendere, nè invecchiamento, ma
-inerzia nostra».
-
-Stese dunque un trattato _De re rustica_, il cui primo libro discorre
-dei vantaggi e dei piaceri dell'agricoltura; il secondo dei campi,
-del seminare e mietere; il terzo e quarto delle vigne e degli orti;
-il quinto del dividere e misurare il tempo; poi degli alberi, del
-bestiame grosso e minuto e delle sue malattie, delle api e dei
-polli distintamente, dei doveri d'un buon fittajuolo; e finisce con
-istruzioni per chi attende all'economia rurale. Il decimo, in versi,
-tratta degli orti. Scrive puro, semplice talvolta sino al triviale, tal
-altra elegante sino all'affettazione; ma se diletta i letterati, poco o
-nulla istruisce l'agricoltore. Ai prati, che Catone riputava la coltura
-più lucrosa, Columella preferisce i vigneti, anche a confronto del
-grano[250]. Palladio compendiò poi quell'opera, distribuendo le fatiche
-agresti per ciascun mese.
-
-Realmente però non si produce se non quando v'induca o la necessità o
-l'interesse. Ora, il denaro era affluito in Italia, e in parte ancora
-vi si conservava, per modo che grandissime somme si richiedevano
-a far piccole imprese, mentre nelle provincie bastava a gran cose
-poco denaro. Traevasi dunque ogni genere da fuori; l'entrata era
-resa incerta dalle distribuzioni gratuite che si moltiplicavano,
-la munificenza dell'imperatore o de' ricchi strozzando la
-speculazione privata: poi monopolj, poi tesori gettati dalla vittoria
-improvvisamente in circolazione, alteravano di punto in bianco
-il valore delle derrate che il proprietario mandasse sul mercato.
-Sfruttata l'Italia, si dovettero cercar di fuori anche il vino e la
-lana, già vantata produzione degli armenti dell'Apulia, di Parma e
-dell'Euganea[251]; e alle precipue famiglie erasi accomunato il lusso,
-un tempo regio, di adoperarla tinta di porpora, quale veniva da Tiro,
-dalla Getulia, dalla Laconia, al costo fin di mille dramme la libbra.
-
-Nel tempo che, o per ingegni fiscali o per necessità, si trasformava
-così l'agricoltura, anche l'industria subiva un radicale mutamento.
-L'associazione, eretta in istituzione pubblica, s'incontra in ogni
-dove al nascere e al decadere delle società; determinata in prima
-dalla debolezza, stretta poi dalla tirannia; e per sostenere l'esterna
-concorrenza, o per riparare all'interna dissoluzione; sempre a scapito
-dell'individuale libertà. Le corporazioni d'operaj liberi, antichissime
-in Roma, non avevano potuto prosperare, perchè ogni ricco teneva
-in casa chi fabbricasse quanto occorreva a' bisogni od al lusso.
-Tardi la gente nuova affluente a Roma s'accôrse che una stoffa od
-un utensile comprati alla bottega costavano meno che non fabbricati
-da' proprj schiavi, onde venne ad abbandonarsi l'industria servile
-casalinga; il che moltiplicando i liberi lavoranti, avrebbe coadjuvato
-al sistema d'uguaglianza, adottato dall'impero. Ma la libertà
-che erasi tolta a' campagnuoli non volle lasciarsi a quella folla
-d'artigiani; e sotto aspetto di darvi un ordine, furono incatenati
-ciascuno al loro telonio, come i coloni alla gleba. Senz'idea della
-libera concorrenza, e reputando necessario che la legge intervenga
-dappertutto per assicurare quella pubblica prosperità, cui oggi noi
-crediamo bastare l'accorgimento del privato interesse, si riformarono
-le corporazioni, costituendo in ciascuna città quelle che reputavansi
-necessarie acciocchè ben servito rimanesse il pubblico; alle principali
-se n'aggiunsero d'accessorie, e vennero graduate categoricamente,
-considerando come privilegio il passare dall'una all'altra.
-L'imperatore o il Comune o i consociati costituiscono un fondo sociale;
-e stante che può parteciparvi anche chi nulla vi reca, ed ogni uom
-libero può entrare in una di queste comandite, ne consegue che anche il
-minimo lavoro acquista prezzo. Ma che? l'associato non può nè vendere
-nè lasciare il suo peculio se non ad uno del collegio stesso, talchè
-l'industrioso appartiene al suo uffizio, non l'uffizio all'industrioso
-come oggi. Inoltre diede appiglio ad uno degli sciagurati spedienti, a
-cui ricorreva l'ingordigia del fisco; perocchè ciascuna di esse scuole
-veniva gravata d'enormi imposizioni, dovendo, oltre le gabelle di
-vendita e pedaggio, la _collazione auraria_, così detta perchè pagavasi
-in oro, e vi erano obbligati in solido tutti i membri, tenendosi per
-essa ipotecati tutti i beni stabili della comunità.
-
-Mancavano dunque molte delle sorgenti di ricchezza, per le quali da noi
-in continua operosità si rinnova sempre la classe media. La proprietà
-fondiaria scapitava ogni giorno di valore, la fatica agricola perdeva
-occasioni, capitali non aveansi che ad esorbitante interesse; talchè
-l'agiatezza popolare diminuiva più sempre, e vi sottentrava la miseria.
-
-Fra ciò cresceva il lusso, e moltiplicavansi i ministri dell'opulenza
-e delle lascivie. Veri eserciti di schiavi popolavano le case de'
-primarj, tanto che bisognava un nomenclatore per rammentarne il nome.
-Dall'Italia, da tutto il mondo concorreva gente a Roma per vivere di
-largizioni o d'infamia. Nutrire e contentare la folla doveva essere
-il pensiero supremo degl'imperatori, che perciò traevano continuamente
-grano dalla Sicilia, dall'Egitto, dall'Africa; e guaj al giorno in cui
-di là non giungesse pascolo a tante bocche. Sacra dicevasi la flotta
-che trasportava il grano all'Italia; esenti da ogni gabella le navi
-che afferrassero a Roma cariche di frumento; i principi quanto erano
-peggiori, tanto più largheggiavano, riponendo in ciò il buon governo e
-la giustizia[252].
-
-Testimonio eloquente della miseria d'allora ci resta un editto di
-Diocleziano, che, in tempo di caro, prefigge il massimo prezzo della
-sussistenza e dei lavori[253]. Le cose necessarie alla vita costano da
-dieci a venti volte più che oggi; e sebbene la quantità del denaro e la
-scarsezza dell'industria levassero ad esorbitante prezzo il lavoro, un
-villano od un bracciante poteva appena colla sua giornata procurarsi
-un cibo grossolano ed insalubre. Gran fatto per una gente, tre quarti
-della quale era ridotta a nutrirsi di pane, formaggio e pesce, mentre
-Vitellio per la sua tavola consumava l'anno censessantacinque milioni.
-Trajano, nel decreto conservatoci in una famosa tavola, destina un
-milione e cenquarantaquattromila sesterzj per comprar terre onde
-nutrire ducenquarantacinque fanciulli e trentaquattro ragazze orfani
-e legittimi, oltre uno ed una illegittimi; assegnando ai maschi sedici
-sesterzj, e dodici alle femmine ogni mese, cioè dodici e nove centesimi
-il giorno.
-
-Unico mezzo di rifarsi sarebbe stato il commercio: e veramente i
-provinciali, abbastanza discosti dagl'imperatori per non sentirne le
-personali malvagità, e giovati dalla pace, volentieri dirizzavano al
-traffico i loro figli da che era chiusa od angustiata la carriera
-pubblica, ed affinchè a minor contatto venissero coi pericolosi
-monarchi. Per la Mesopotamia, traverso al deserto, continuavasi la via,
-battuta fin dai primordj della società, verso i paesi delle spezierie e
-delle gemme: e una tariffa delle merci che allora traevansi dall'India,
-ce ne prova la variata qualità[254], attestata pure da un _Periplo_
-dell'Eritreo, che si attribuisce ad Arriano.
-
-Quando Roma ebbe ridotto tutto il mondo sotto di sè, l'unità tolse via
-molti ostacoli e le interruzioni cagionate dalle gelosie e dalle guerre
-delle nazioni; quella direzione uniforme spinse e tutelò il commercio,
-e ancor più il bisogno di provvigionare l'innumerevole popolazione
-d'una metropoli ricca e voluttosa, che consumava senza produrre, che
-cercava con avidità le delicatezze orientali e quanto stuzzica il
-lusso ed il capriccio. L'incenso che fumava sui mille altari; gli
-aromi con cui s'ardevano i cadaveri, perchè anche il morire fosse
-costoso a chi era vissuto nelle suntuosità; i balsami onde le belle
-conservavano e riparavano i loro vezzi; le gemme in cui profondevansi
-interi patrimonj; la seta che reputavasi esuberante lusso per gli
-uomini fin dopo Elagabalo, erano i principali oggetti che si traevano
-dalle rive del Gange, mentre dal Fasi venivano i tessuti della Cina,
-venduti da Persi e Parti; da Dioscuria le produzioni dell'Eusino e del
-Caspio; dall'Etiopia profumi, avorio, cotone e fiere; porpora da Tiro.
-Delle spezierie tratte di là, il cinnamomo vendevasi millecinquecento
-denari la libbra; in proporzione la mirra, il nardo, il cardamomo, il
-garofano, la cassia balsamode, il calanco, il mirobalano, il mazir,
-il carcamo, il gizir, ed altre gomme o legni di cui si componevano gli
-unguenti.
-
-Gli Arabi non accettavano che monete; così i paesi del Gange e i
-Seri non bisognosi di cosa che loro manchi: talchè Plinio asserisce
-che almeno cento milioni di sesterzj (25 milioni di lire) migravano
-annualmente dall'impero in quelle contrade[255]. Computo impossibile
-a verificarsi, ma basti ad indicare l'enorme uscita del denaro
-romano, per cui tornava a paesi lontani quello che erasi portato nei
-nostri dalle vittorie e dai trionfi. Dovette l'uscita aumentare a
-proporzione del lusso, che giunse al colmo quando le Corti imperiali si
-moltiplicarono, e Diocleziano credette necessario mascherare col fasto
-orientale la decadenza.
-
-Non che i Romani negligessero affatto il commercio come si dice[256],
-anzi ne' popoli soggetti lo favorivano di buone ordinanze e di libertà;
-adottarono la legge marittima de' Rodj, fecero spedizioni lontane, e
-ricevettero ambascerie da Seri, Sarmati, Sciti, Taprobani, vogliosi di
-tenere aperte le vie per cui tant'oro colava ne' loro paesi. Augusto,
-acquistato l'Egitto, ch'era lo scalo più frequentato alle produzioni
-dell'India, tentò nuove vie per arrivare a questa, ed Elio Gallo fece
-uscire una squadra di cenventi legni mercantili dal porto di Myoshormos
-sulla costa egizia del golfo Arabico, tracciando una via che altri
-seguirono[257]. A quel porto i Romani conducevano ogn'anno per cinque
-milioni di mercanzie, e guadagnavano il centuplo: lo che rende ragione
-della gelosia con cui interdissero agli stranieri l'entrata nel mar
-Rosso.
-
-I Romani sono i primi, di cui s'accertino comunicazioni colla Cina;
-e Cosma Indicopleuste afferma che i navigatori del golfo Persico
-passavano fin colà per difficile e lungo tragitto, e i Cinesi venivano
-nei porti dell'India e di esso golfo. Romani erano pure quei che
-faceano il traffico per tutto l'impero; e le città da loro stabilite
-in Germania attestano ancora uno scopo commerciale, sulla destra del
-Danubio o sulla sinistra del Reno, stando in faccia allo sbocco de'
-grandi fiumi che dall'interno paese recavano le produzioni naturali,
-come Treveri, Colonia, Bonna, Coblenza, Magonza, Strasburgo, Passavia,
-Ratisbona. L'Istria ci mandava vino dolce e fragrante; vino e legname
-la Rezia; schiavi l'Illiria; pelli, armenti, ferro il Norico. La
-Spagna ci porgeva abbondanza d'argento e d'oro, miele, cera, allume,
-zafferano, pece, canape e lino; e biade molte, e vini squisiti, e
-cavalli. Dalle Gallie traevamo rame, ferro, bestiame, lana, panni,
-tela, liquori, prosciutti. Le isole britanniche ci provvedeano di
-stagno e piombo. Ricco e variato era il traffico colla Grecia e
-coll'Asia Minore. E già il Settentrione ci spediva pelliccie, ambra,
-legname; all'uopo nuovi scali aprendosi da quelle bande (pag. 133).
-
-Pure in tanta agevolezza di operare un attivissimo commercio fra popoli
-che avea riuniti, il nobile romano non cessò di credere abjezione
-il portar le mani alle arti; ancora al tempo di Costantino teneansi
-infami quei che si applicassero a vendere di ritaglio e a guadagnare
-d'industria, e le figlie loro eguagliavansi alle saltatrici e alle
-schiave; Onorio e Teodosio vietarono a nobili e ricchi il mercatare,
-come cosa pregiudicevole allo Stato. Aggiungi che gli appaltatori delle
-pubbliche entrate impacciavano la circolazione con continue gabelle e
-pedaggi; altri compravano dagli imperatori il monopolio d'una o d'altra
-merce; infine l'industria venne rovinata dalle fabbriche imperiali, che
-vedremo introdotte.
-
-
-
-
-CAPITOLO XLI.
-
-Coltura de' Romani. Età d'argento della loro letteratura.
-
-
-Da Vespasiano a Marc'Aurelio diedero una nuova fioritura gl'ingegni;
-le lettere riprosperarono sotto i Flavj, le arti sotto Adriano, la
-filosofia sotto gli Antonini.
-
-Dopo Augusto, piuttosto che scaduta, sarebbe a dire annichilata la
-letteratura, giacchè, se tu ne levi Fedro di sospetta autenticità (pag.
-46), per mezzo secolo non appare scrittore romano. Eppure protezione
-ed ajuti non mancavano. Fu oggetto di lusso l'adunare biblioteche;
-ed oltre quelle d'Augusto aggiunte all'Apollo Palatino ed al portico
-d'Ottavia, Tiberio ne pose una in Campidoglio che non dovette perire
-nell'incendio di Nerone, come sembra perisse la Palatina, e come sotto
-Comodo fu dal fulmine consumata un'altra in Campidoglio[258], forse
-istituita da Silla. Nel tempio della Pace, insieme con monumenti d'arti
-e di scienze, Vespasiano collocò una libreria, cui Domiziano arricchì
-tenendo continuamente copisti ad Alessandria. L'Elpia di Trajano fu poi
-trasferita nelle terme di Diocleziano. Altre si ricordano fino a quella
-di sessantaduemila volumi, che l'imperatore Gordiano III ricevè per
-testamento da Sereno Sammonico già suo maestro.
-
-Alcuni imperatori promossero la coltura, sull'esempio di Cesare che
-conferì la cittadinanza ai medici ed ai professori d'arti liberali.
-Vespasiano pel primo assegnò sul tesoro ventimila lire l'anno a
-retori greci e latini, mentre se ne davano quarantamila a un sonatore
-e ottantamila a un attore tragico. Adriano protesse scienziati,
-letterati, artisti, astrologi; i professori incapaci metteva in riposo
-col soldo; e fondò l'Ateneo, che riuniva lettere e scienze. Antonino
-e Marc'Aurelio propagarono l'insegnamento anche nelle provincie,
-istituendovi scuole pubbliche di filosofia e d'eloquenza. La condizione
-dei maestri variò secondo la bontà e generosità degli imperatori: ma
-questi per lo più ne lasciarono la scelta e l'esame ai loro pari; ed
-è probabile che allora dovessero dar lezioni con regola e con seguito
-maggiore.
-
-Se non che la pace non basta a rifiorir le lettere; anzi
-nell'uniformità del governo imperiale parvero addormentarsi gl'ingegni,
-come si spegneva lo spirito militare. Diffondeasi, è vero, l'amor
-del sapere; e non che la Gallia, la Germania e la divisa Bretagna
-conoscevano i capolavori, e contribuirono talvolta bei nomi alla
-letteratura: ma l'originalità non si svolge per favore de' principi
-o largizione de' privati. I filosofi si trascinavano sui passi
-dei vecchi, rimpastandoli in quell'eclettismo che è rivelazione
-d'impotenza; i letterati o imitavano servilmente, o, se volessero
-uscire dalle orme altrui, deliravano, avendo perduta la nazionale
-civiltà senz'essersi identificati colla nuova: i ricchi stendevano
-appena la mano a qualche satira o libricciuolo galante: dei giovani
-che a Roma affollavansi a studio, i più lo facevano per sollazzo
-o libidine, tanto che per decreto più volte furono rimandati in
-patria: col titolo di filosofi e matematici v'affluivano astrologi e
-ciurmadori.
-
-La filosofia non cessò i suoi esercizj, ma coi caratteri della
-decadenza, quali sono le controversie di parole e l'esitanza. Le
-dottrine italiche di Pitagora presero aspetto mistico ed ascetico,
-secondando la sensualità vulgare con apparato di miracoli e d'arcani,
-frequenza di sacrifizj, stupidità di magìa. Fioriva allora la scuola
-eclettica d'Alessandria, intenta a conciliar le varie, pretendendo
-supplire all'arte di Platone colla scienza d'Aristotele, all'inventiva
-coll'argomentazione, al raziocinio coll'erudizione, all'esperienza
-colla rivelazione. Quando poi sorsero i Cristiani a mostrare che
-i dubbj delle filosofie non reggono alle affermazioni del Vangelo,
-e l'una abbatte l'altra, e nessuna ve n'ha che sia efficace sulla
-morale, le scuole etniche parvero accordarsi nel vagliare da tutti i
-sistemi ciò che avessero di meglio, interpretando come fatti naturali i
-mitologici, come simboli le assurdità immorali: sterile elaborazione,
-nella quale, riconosciuta la impotenza della ragione, molte volte
-ricorreasi ad una superiore facoltà intuitiva, supponendo dirette
-comunicazioni cogli Dei, e dell'estasi facendosi via alla vera scienza.
-
-Pochi filosofi teorici produsse l'Italia. Il pitagorico Sestio, al
-tempo d'Augusto, ricusò la dignità di senatore, e fu capo di una setta,
-che piena di romana vigoria è detta da Seneca, il quale ci conservò di
-lui questa bella immagine: — Come un esercito minacciato d'ogni banda
-s'ordina in battaglione quadrato, così al savio conviene circondarsi
-i lati di virtù, quasi sentinelle, per essere pronte ovunque pericolo
-accada, e far che tutte obbediscano senza tumulto agli ordini dei
-capi».
-
-Uno stoico meritevole di più rinomanza che non ne goda, ci pare Cajo
-Musonio Rufo di Bolsena, cavalier romano, involto nella congiura di
-Pisone, sbandito più volte, occupato a stornare ambiziosi dal cercar
-l'impero, e ad acchetare le guerre civili; lodato da Filostrato e da
-Giuliano imperatore come un modello di quelle virtù ch'essi pretendeano
-indipendenti dal cristianesimo, ma anche dai padri della Chiesa
-collocato a pari con Socrate. Non affettando una saviezza impossibile,
-un orgoglio repellente, vuole che il filosofo sia ammogliato; mentre
-Epitteto non osa interdire la dissolutezza, egli riprova ogni atto
-carnale che non abbia la sanzione del matrimonio e il fine di aumentar
-le famiglie; mentre Marc'Aurelio permette il suicidio, egli a Trasea
-che gli dice, — Amo meglio la morte oggi che l'esiglio domani»
-risponde: — Se tu guardi la morte come un mal maggiore, il tuo voto è
-da insensato; se come minore, chi t'ha dato il diritto di scegliere?»
-Con sapienza che risente del Vangelo dicea pure: — Evitate le parole
-oscene, perchè conducono ad osceni atti. Abbiate un abito solo. Se
-non volete far male, considerate ogni giorno siccome fosse l'ultimo
-di vostra vita. Dopo una buona azione, la fatica ch'essa ci costò è
-finita, e ci rimane il piacere d'averla fatta: dopo una cattiva, il
-piacere è passato, e resta la vergogna»[259].
-
-Già ci son conti i dogmi di Marc'Aurelio e di Seneca. Di questo
-abbiamo tre libri _Dell'ira_, che possono raffrontarsi con quel
-di Plutarco sul soggetto medesimo; una _Consolazione_ ad Elvia
-madre sua mentr'egli esulava in Corsica, un'altra a Polibio, una a
-Marcia per la morte d'un figlio, i più antichi modelli di lettere
-consolatorie. Trattò del _perchè male avvenga ai buoni, essendovi la
-Provvidenza_, e conchiuse al suicidio. Ad Anneo Severo, coll'opuscolo
-_Della serenità dell'animo_, suggerì di rimediare alle irrequietudini
-coll'applicarsi alle pubbliche cure; dalle quali poi, con una delle
-frequenti sue contraddizioni, distorna Paolino nella _Brevità della
-vita_. Arieggia ai paradossi stoici il trattato _Della costanza del
-savio_, ove contende che questo non può rimaner tocco da ingiurie.
-Parlando a suo fratello Gallione della _vita beata_, si scusa delle
-ricchezze imputategli, e difende dagli Epicurei le opinioni stoiche
-sulla beatitudine. I tre libri a Nerone _Della clemenza_, di stile più
-nobilmente semplice, offrono esempj e precetti di quella che è dovere
-in tutti, e ne' principi lodasi come virtù perchè rara. Meriterebbe
-d'esser rifatto il suo discorso _Dei benefizj,_ tanto aggiungendo
-ed applicando a ciò ch'egli dice intorno al modo di fare il bene,
-di riceverlo, di ricambiarlo. Le cenventiquattro _Lettere_ sono
-altrettante dissertazioni su punti morali.
-
-Seneca è pure contato fra gli scienziati; e sebbene le sue _Quistioni
-naturali_ sieno un'indigesta accozzaglia e una verbosa esposizione di
-cognizioni empiriche sgranate, senza puntello di scienze esatte nè di
-proprie esperienze sistematiche, sono però l'unico libro che ci attesti
-avere i Romani posto mente alla fisica, e segna l'ultimo punto cui gli
-antichi l'abbiano spinta: sicchè molti secoli egli restò in Europa quel
-che Aristotele fra i Greci, il repertorio delle fisiche cognizioni.
-
-I Romani, affatto positivi, voleano applicare immediatamente le
-teoriche; dal che restò pregiudicata la ricerca indipendente, nè verun
-grande pensiero scientifico fu da essi conquistato, nè per l'esperienza
-nè per la riflessione. Intesi alla pratica, la natura considerarono
-soltanto come oggetto dell'attività umana, onde non ne indagarono
-l'essenza e le armonie, e di ben poco avanzarono la cognizione di essa.
-Con un dominio sì esteso avrebbero potuto strarricchire la scienza
-naturale: negli archivj palatini stavano preziose relazioni geografiche
-de' generali: troviamo accennate altre collezioni, ma nè diligenti nè
-dirette a scientifico intento.
-
-La _Storia della natura_, sola arrivataci fra tante opere di Cajo
-Plinio Secondo (23-70), è un repertorio delle scoperte, delle arti,
-degli errori dello spirito umano, raccolte all'occasione di descrivere
-i corpi. Esibito nel primo dei trentasette libri uno specchietto delle
-materie e degli autori, nel secondo tratta del mondo, degli elementi
-e delle meteore; seguono quattro di geografia, poi il settimo delle
-varie razze umane e dei trovati principali; i quattro seguenti versano
-sugli animali, classificati giusta la grossezza e l'uso, e ragionando
-dei costumi loro, delle qualità buone o nocevoli, e delle men comuni
-loro proprietà. Ben dieci libri sono consacrati a descrivere le piante,
-la loro coltura e le applicazioni all'economia domestica e alle arti;
-poi cinque ai rimedj tratti dagli animali; altrettanti ai metalli, col
-modo di cavarli e di convertirli pei bisogni e pel lusso. A proposito
-di questo parla della scoltura, della pittura, e dei primarj artisti,
-come delle insigni statue di bronzo ragiona in occasione del rame,
-e le materie coloranti il recano a dire de' quadri, della plastica
-le stoviglie: distribuzione capricciosa e mal digesta, ove sempre il
-pensiero è sottoposto alla materia.
-
-Ma Plinio non è un naturalista che raccolga, osservi, sperimenti,
-aggiunga al tesoro delle cognizioni precedenti; sibbene un erudito,
-che alle occupazioni della guerra e della magistratura sottrae qualche
-ora onde sfogliare libri: mentre pranza, ha schiavi che leggono; n'ha
-mentre viaggia; altri estraggono tutto quel che egli appunta, e gli
-tennero mano a compilare un lavoro, che risparmiava tante letture,
-allora difficoltosissime. Così raccozzando senza genio nè critica,
-non distingue la diversità delle misure di lunghezza, mescola fatti
-contraddittorj, barcolla fra sistemi disparati, anzi opposti; non
-intende i passi, riferiti all'abborracciata, nè si cura di confrontarli
-colla realtà, onde descrivendo cose non vedute, riesce spesso
-inintelligibile; non si briga di riuscire compiuto e di non ripetersi;
-e attento a solleticare la curiosità più che a scoprire il vero, alla
-retorica più che alla precisione, sceglie ciò che ha del singolare e
-del bizzarro, beve assurdità già confutate dallo Stagirita. Nè sempre
-alle migliori fonti ricorre; e sopra le origini italiche ormeggia
-Giulio Igino, autore senza critica, mentre neglige i venti libri di
-storia etrusca, che sappiamo aveva stesi l'imperatore Claudio.
-
-Pure l'essersi perduta la più parte delle duemila opere da esso
-spogliate il rende prezioso; e senza la sua farragine, quanta parte
-dell'antichità ci rimarrebbe arcana! quanto minor tesoro possederemmo
-della lingua latina![260]
-
-Gagliardo e preciso nel dire, ma lontano dal semplice e corretto de'
-contemporanei di Cesare, casca nell'affettato e nell'oscuro. Lo spirito
-dell'antica repubblica animava lui pure, siccome Trasea, Elvidio,
-Tacito e gli altri migliori, e di là attinge spesso calore e fin
-eloquenza: ma il gusto peggiorato e la gonfiezza delle parole fuorviano
-l'energica elevatezza del suo ingegno; giudica e spiega i fatti a
-seconda delle personali prevenzioni e di una filosofia atrabiliare,
-che assiduamente accusa l'uomo, la natura, gli Dei, colla retorica
-aggravando la miseria umana, col raziocinio scoprendo i disordini di
-questo mondo, senza elevarsi alle armonie di un altro, l'indagare
-il quale egli non trova di verun interesse; nega affatto Iddio, e
-lo fa tutt'uno colla materia; e s'avvoltola nello scetticismo fin
-a considerare l'uomo come l'essere più infelice e più orgoglioso, e
-insultare la divinità che «nè può concedere all'uomo l'immortalità, nè
-togliere a se stessa la vita, la quale facoltà è il dono più bello che
-essa abbia a noi lasciato»[261].
-
-Mentre sbraveggia le religioni e la Provvidenza, indulge a
-superstizioni (pag. 180), crede come fatti incontestati (_confessa,
-constat_) a ermafroditi, a maschi cambiati in femmine, a fanciulli
-nati coi denti o rientrati nell'alvo materno, alla longevità di chi
-ha un dente di più, alla disgrazia di chi nasce pei piedi, a cavalle
-fecondate dal vento, a donne che partorirono elefanti. Egli vi dirà
-d'una pietra, la quale, posta sotto il capezzale, produce sogni
-veritieri; che al morso di serpenti rimedia la saliva d'uom digiuno;
-che sputando nella mano si guarisce l'uomo involontariamente feritosi:
-un abito portato ai funerali mai non è intaccato dalle tarme; un
-uomo morsicato da un serpente più non ha a temere di api o di vespe;
-le morsicature d'un animale si esacerbano alla presenza di persona
-morsicata da un animale della specie medesima. Nè è stupore che v'abbia
-mostri così strani in Etiopia, avendoli formati Vulcano, abilissimo
-modellatore, giovato da quel gran caldo[262].
-
-L'attrazione verso il centro della terra era stata asserita da
-Aristotele, accettavasi come una verità comune dai Romani, e Cicerone
-la esprimeva con esattissima felicità[263]. Plinio invece vi dirà
-che i gravi tendono al basso, i corpi leggeri all'alto; s'incontrano
-e per la mutua resistenza si sostengono: così la terra è sorretta
-dall'atmosfera, se no lascerebbe il suo posto e precipiterebbe al
-basso. Non solo rifiuta il sistema mondiale pitagorico, ma trova pazzia
-il supporre altre Terre ed altri Soli di là dal nostro, misurare la
-distanza degli astri, seminare d'infiniti mondi lo spazio[264].
-
-Chi volesse (nè ammannirebbe impresa difficile) riscontrare l'età che
-descriviamo col secolo precedente al nostro, troverebbe somiglianza
-fra Plinio e gli Enciclopedisti in quel copertojo scientifico dato
-all'ignoranza e alla credulità, in quell'armeggio di sapere o mostrar
-di sapere, in quel ripudiare la luce che viene dalla vera fonte e che
-pure gli illumina, in quel professarsi materialista, e tuttavia per
-buon cuore giungere a conclusioni benevole. Come gli Enciclopedisti,
-Plinio declama contro chi inventò la moneta; benedetti i secoli,
-ove altro commercio non si conosceva che di cambio; è un delitto la
-navigazione, la quale, non paga che l'uomo morisse sulla terra, volle
-mancasse perfino di sepoltura[265]. Eppure intravede la perfettibilità,
-e «quante cose non erano considerate impossibili prima che si
-facessero! confidiamo che i secoli avvenire si perfezionino sempre
-meglio»[266]. Tuttochè materialista, al nome di Barbari sostituisce
-quello d'uomini; rinfaccia a Cesare il sangue versato; loda Tiberio
-d'aver tolte di mezzo certe disumane superstizioni in Africa e in
-Germania; bofonchia contro quelli che il ferro ridussero in armi,
-pure della guerra riconosce i vantaggi, professando che l'Italia fu
-scelta dagli Dei per riunire gl'imperj dispersi, addolcire i costumi,
-ravvicinare in comunanza di linguaggio gl'idiomi discordi e barbari di
-tanti popoli, dare agli uomini la facoltà d'intendersi, incivilirli,
-divenire insomma la patria unica di tutte le nazioni del mondo[267].
-Di queste idee avanzate, di questa filosofia tollerante e cosmopolita,
-egli non conosceva o rinnegava la sorgente.
-
-Plinio era di Como; militò in Germania, fu procuratore di Nerone nella
-Spagna, da Vespasiano ebbe il comando della flotta navale al Miseno:
-ma mentre colà dimorava, il Vesuvio eruttò fiamme per la prima volta;
-ed egli accorso sia per curiosità del fenomeno, sia per sovvenire ai
-pericolanti, fu preso da una sua ricorrente debolezza di stomaco, e
-caduto, restò soffogato. Lasciò centottanta volumi in minutissimo
-carattere, fra cui tre libri di arte oratoria, trentuno di storia
-contemporanea, trenta delle guerre de' Romani in Germania, altri del
-lanciar dardi, e perfino di grammatica, scritti «quando la tirannia di
-Nerone rendeva pericoloso ogni studio più elevato».
-
-Giulio Solino, vissuto non si sa quando, ma forse due secoli più tardi,
-beccò da Plinio senza criterio, ed espose in istile ricercato notizie
-varie, massime di geografia, e il suo _Polistore_ ebbe gran corso
-nel medio evo. Le conquiste e il commercio dilatarono la cognizione
-del mondo: pure vedemmo come Greci fossero quelli, di cui Augusto si
-valse per misurare e descrivere l'impero. E dalla Grecia vennero, nel
-tempo che discorriamo, i due maggiori geografi Strabone e Tolomeo. Il
-primo, dopo lunghi viaggi nell'Asia Minore, nella Siria, nella Fenicia,
-nell'Egitto fin alle caterrate, poi in Grecia, Macedonia, Italia,
-eccetto la Gallia Cisalpina e la Liguria, in diciassette libri diede la
-storia della sua scienza da Omero ad Augusto; e trattando delle origini
-e migrazioni dei popoli, della fondazione delle città e degli Stati,
-dei personaggi più celebri, sa portarvi la critica. L'altro descrisse
-l'universo in modo d'acquistare il nome di Tolomaico al sistema
-che, in opposizione coi Pitagorici e coi moderni, pone la terra per
-centro ai cieli; e creò la geografia scientifica, disponendo i paesi
-matematicamente per longitudine e latitudine[268].
-
-L'unico che in latino trattò di geografia, è Pomponio Mela spagnuolo
-(_De situ orbis_), in prosa concisa ed elegante compendiando il sistema
-d'Eratostene; all'aridità d'una nomenclatura provvede coll'intarsiare
-graziose descrizioni e dipinture fisiche o storiche ricordanze: ma
-non vide cogli occhi proprj, dà come sussistenti cose da gran lunga
-perdute, mentre non nomina Canne, Munda, Farsaglia, Leutra, Mantinea,
-famose per battaglie; nè Ecbatana, Persepoli, Gerusalemme, capitali
-importanti; nè Stagira patria d'Aristotele.
-
-Carte geografiche sappiamo si usavano anticamente[269]; in un tempio
-della Terra n'era dipinta una dell'Italia[270]; una di tutto il mondo
-in un portico di Roma[271]; d'altre ci parlano Frontino e Vegezio; ed
-entrante il III secolo, Giuliano Taziano aveva stesa una descrizione di
-tutto l'impero, che andò perduta. D'un'altra, ordinata dall'imperatore
-Teodosio, abbiamo una copia o un'imitazione nella Tavola Peutingeriana,
-carta stradale in sola lunghezza, e molto inesatta.
-
-I Romani tennero sempre in lieve conto le matematiche, nella loro
-albagia giudicando abjetta una scienza che prestava servizio alle
-arti meccaniche, misurava il guadagno, teneva i registri. Allo studio
-di essa Orazio imputa la depravazione del gusto; Seneca la ripudia
-come avvilente; nè sino a Boezio non si tradussero Euclide, Tolomeo,
-Archimede. Tanto scarsamente seppero di geometria, che i giureconsulti
-romani supposero la superficie del triangolo equilatero eguale alla
-metà del quadrato eretto sopra uno dei lati[272]; e fu tenuto un
-portento Sulpicio Gallo che prediceva gli eclissi.
-
-Di matematiche applicate scrisse Sesto Giulio Frontino, che sotto
-Vespasiano capitanò in Bretagna prima d'Agricola, poi fu console,
-augure, amico di Plinio, lodato da Marziale; e sul morire dispose non
-gli si ergesse monumento, dicendo: — Abbastanza sarò ricordato se la
-vita mia lo meriti»[273]. Soprantendente agli acquedotti, diede la
-storia di queste memorabili costruzioni, veramente italiane. Lasciò
-inoltre quattro libri di _Stratagemmi_, compilazione fra militare e
-storica, povera di critica e d'eleganza, ma colla facilità sicura di
-chi sa quel che n'è.
-
-La medicina, fin ai tempi di Plinio, da verun Romano era stata
-coltivata; i medici erano la più parte schiavi o stranieri, e Giulio
-Cesare pel primo comunicò ad essi la cittadinanza. In bottega pubblica
-(_jatreon_) faceano salassi, strappavano denti, ed altre operazioni,
-fra i chiacchericci e le cronache. Altri s'applicavano a studiarla, e
-sopra gl'infelici clienti sperimentavano singolari novità e bizzarre
-teoriche, colla sicurezza che alletta le malate fantasie, e dà
-reputazione e denaro. Una delle loro scuole era chiamata _medicina
-contraria_, perchè nelle febbri lente ed ostinate il professore ad
-un tratto abbandonava i rimedj fin allora esperiti onde applicare i
-precisi opposti. Augusto malato a morte era curato con calefacienti,
-e Antonio Musa suo liberto lo guarì sostituendovi di balzo i bagni
-freddi. Era il caso di dire con Celso: _Quos ratio non restituit,
-temeritas adjuvat._ Un'altra volta sanò l'imperatore colle lattuche;
-onde questi gli concesse l'anello, e, per amore di lui, immunità a
-tutti quei della sua professione.
-
-Asclepiade di Prusa in Bitinia, venuto ad esercitar questa a Roma un
-secolo prima dell'êra vulgare, le differenti malattie deduceva da
-viziosa dilatazione o stringimento de' pori, e la pratica riduceva
-a rimedj che producessero l'effetto contrario. _Pronta, sicura,
-piacevole_ doveva essere ogni cura, limitandosi a dieta, ginnastica,
-fregagioni, vino, sbandendo ogni farmaco violento e interno, e
-frequentando i semplici. Colla quale blanda pratica riconciliò alla
-medicina i Romani, che n'erano disgustati dalla sanguinaria del
-chirurgo Arcagato, cui il soprannome di vulnerario fu mutato in quel di
-carnefice, e forse per questo aveva attirato alla sua arte le esagerate
-invettive dell'antico Catone[274].
-
-Alcuno volle ascrivere all'età d'Augusto Aurelio Cornelio Celso[275],
-del quale s'ignorano la patria e i casi, e della cui Enciclopedia
-(_Artium_) non ci rimasero che otto libri intorno alla medicina,
-i quali forse sono mere traduzioni dal greco. Ippocratico, cioè
-osservatore, pur ricorrendo all'induzione, non crede importante nella
-medicina se non ciò che tende a risanare. Raccomanda di non prendere
-abitudini, nè ledere la temperanza; poi raccoglie quanto dissero i
-precedenti, giudicandone con buon senso ed esponendolo con eleganza
-spigliata. Non disapprova l'uso di qualche medico d'allora, di sparare
-_gli uomini vivi_, ma non lo trova necessario, potendo le ferite de'
-gladiatori, de' guerrieri e degli assassinati offrir campo a studiare
-le parti interne per rimedio e pietà, non per barbarie.
-
-Molti medici vanta la Sicilia, e a lor capo il famoso Empedocle,
-introduttore della dottrina degli elementi. Acrone, di Agrigento
-come lui, giovò assai agli Ateniesi nella peste che proruppe durante
-la guerra Peloponnesiaca, e fondò la scuola empirica. Menecrate,
-contemporaneo di Filippo il Macedone, intitolavasi Giove, menavasi
-dietro come corteo i suoi guariti, principalmente gli epilettici;
-ma colla sua vanità buscò beffe. Erodico da Leonzio inventò la
-medicina ginnastica, curando con violenti esercizj, susseguiti dal
-bagno; ma Ippocrate lo accusava di uccidere i malati col soverchio di
-passeggiate, di lotte, di fomenti. Scribonio Largo Designaziano, siculo
-o rodio del tempo di Claudio, cercò combinare le dottrine metodiche
-coll'empirismo, ed è notevole per aver insegnato a non isradicare il
-dente leso, ma levarne solo la parte guasta; e ancor più per avere
-applicato l'elettricità al mal di capo, suggerendo di tenervi una
-torpedine viva: rimedio adottato anche da Dioscoride.
-
-Altri medici greci, illustri a Roma e fondatori di varj sistemi,
-preteriremo, ma non Claudio Galeno da Pergamo, che con ingegno vasto
-quanto Aristotele, altrettante erudizione e maggior libertà, abbracciò
-tutte le scienze; e non pago dei sistemi dominanti e dell'autorità,
-applicavasi alle indagini della natura e all'anatomia. A Roma acquistò
-credito, malgrado gl'intrighi dei suoi colleghi, i quali all'ignoranza
-univano l'invidia, fin al segno d'avvelenare alcuni suoi ajutanti.
-Curò Marco Aurelio, e piace trovare dal medico filosofo descritte
-alcune malattie del filosofo imperante. Sotto al coltello anatomico
-riconosceva i misteri della vita e la scienza divina; eppure non seppe
-salvarsi dall'andazzo del suo secolo: Esculapio in sogno gli suggerì un
-salasso, e lo stornò dal seguire gl'imperatori nella spedizione; alle
-incantagioni avea fede, e combatteva il cristianesimo come assurdo.
-
-Dopo di lui, gravi guasti portò nella medicina la teosofia, pretendendo
-spiegare le malattie coi démoni e colle potenze segrete, medicarle con
-incanti, e col recare indosso pietre efesie iscritte colle misteriose
-parole che si leggevano sull'effigie di Diana, o le gemme abraxe
-con figure egizie, o simboli desunti dal culto di Zoroastro o dalla
-Cabala giudaica. Sereno Sammonico, maestro del giovane Gordiano, ci
-lasciò un poema sulla medicina, ove per la febbre emitrea suggerisce
-l'abracadabra[276]. Sesto Placito Papiriense scrisse un indigesto
-ricettario di medicamenti tratti dagli animali, anzi dalle parti
-più schife: insegna a guarir la quartana portando addosso un cuor di
-lepre; prevenire le coliche col mangiare lesso un cane appena nato; o
-quando prendono, sedersi sopra una seggiola dicendo, _Per te diacholon,
-diacholon, diacholon_. Marcello Empirico, medico di Teodosio, raccolse
-le ricette _fisiche e filateriche_, perchè i suoi figli potessero farne
-carità: ma l'ottima intenzione non pallia l'assurdità dell'opera. A
-chi entrò nell'occhio un corpo straniero, bisogna toccarlo ripetendo
-tre volte: _Tetune resonco bregan gresso,_ e ad ogni volta sputare;
-oppure: _In mondercomarcos axatison_. Per l'orzajuolo sull'occhio
-destro, tocchisi con tre dita della mano sinistra, sputando e dicendo
-tre volte: _Nec mula parit, nec lapis lanam fert, nec huic morbo caput
-crescat, aut si creverit tabescat_. Pel panereccio si tocchi tre volte
-il muro dicendo: _Pu pu pu; numquam ego te videam per parietem repere_.
-Per la colica si ripeta tre volte: _Stolpus a cœlo cecidit; hunc morbum
-pastores invenerunt, sine manibus collegerunt, sine igne coxerunt,
-sine dentibus comederunt._ Prescrive i giorni appunto in cui preparare
-i farmachi, le preghiere da dirsi al Capodanno e al primo cantar
-delle rondini, e come usare il _rhamnus spina Christi_, di miracolose
-proprietà, perchè fu stromento alla passione del Redentore.
-
-Il napoletano Pantoro, esaminati gli stromenti chirurgici trovati a
-Pompej, asserì che già conosceansi allora di quelli che si credono
-invenzione recente. All'Accademia di medicina a Parigi furono da
-Scoutetten presentati i seguenti stromenti, disotterrati a Pompej ed
-Ercolano: una sonda curva, una dritta, pei due sessi e per bambino; la
-lima per togliere le asprezze ossee; lo specillo dell'ano e dell'utero
-a tre branche; tre modelli di aghi da passar corde o setoni; la
-lancetta ed il cucchiajo, di cui i medici si servivano costantemente
-per esaminare la natura del sangue dopo il salasso; uncini ricurvi di
-varia lunghezza, destinati a sollevar le vene nella recisione delle
-varici; una cucchiaja (_curette_) terminata al lato opposto da un
-rigonfiamento a oliva, all'uopo di cauterizzare; tre ventose di forma e
-grandezza diversa; la sonda terminata da una lamina metallica piatta e
-fessa, per sollevare la lingua nel taglio del frenulo; molti modelli di
-spatule; scalpelli a doccia piccolissimi per segare le ossa; coltelli
-dritti e convessi; il cauterio nummolare; il trequarti; la fiamma
-dei veterinarj per salassare i cavalli; l'elevatore pel trapanamento;
-una scatola da chirurgo per contenere trocisci e diversi medicamenti;
-pinzette depilatorie, pinzette mordenti a dente di sorcio, una a becco
-di grua, una che forma cucchiajo colla riunione delle branche; molti
-modelli di martelli taglienti da un lato; tubi conduttori per dirigere
-gli stromenti cauterizzanti.
-
-Lautissima professione il medico. Manlio Cornuto promise ducentomila
-sesterzj a chi lo guarisse dal lichene, malattia della faccia,
-introdottasi sotto Tiberio: Carmi fecesi pagare altrettanto un viaggio
-in provincia: in pochi anni Alcmeone ammassò dieci milioni di sesterzj.
-Quinto Stertinio lodavasi agli imperatori di esiger da essi non più
-di cinquecentomila sesterzj, mentre la sua clientela in Roma gliene
-produceva seicentomila; l'ugual salario ricevette suo fratello da
-Claudio, sicchè essi poterono abbellir molto Napoli, e in eredità
-lasciarono trenta milioni di sesterzj: dieci milioni ne lasciò Crina
-marsigliese, dopo spesone altrettanti a rialzar le mura della sua
-patria[277].
-
-Più volte avvertimmo che la coltura fra i Romani non ebbe nulla di
-spontaneo, nè derivò da slancio o da amor del bello, ma da imitazione,
-da ostentazione. Dei grammatici nominati da Svetonio, due terzi sono
-stranieri: fra tanti architetti che si richiesero per mutar Roma da
-laterizia in marmorea, due soli romani cita Vitruvio: i macchinisti
-erano alessandrini: greci i mimi, i commedianti, i pedagoghi. Come
-gli Scipj s'aveano empita la casa di Greci, così al tempo imperiale
-ognuno volle, tra i servidori, avere anche il pedante greco, esposto
-ai vilipendj, di cui anche in tempi a noi più vicini si trovavano
-bersaglio l'abate o il maestro. Luciano, nella _Vita de' cortigiani_,
-ci dipinge un di costoro, per quanto in caricatura:
-
-— Per pochi oboli, nell'età in cui, se tu fossi nato schiavo, era tempo
-di pensare alla libertà, ti sei, con tutta la tua virtù e sapienza, da
-te stesso venduto, ponendo in non cale quei molti discorsi che il bel
-Platone e Crisippo e Aristotele hanno composto in lode della libertà
-e dispregio della servitù. Nè vergogni di startene fra i piaggiatori,
-i barattieri, i buffoni, ed in tanta moltitudine di Romani trovarti
-solo col mantello greco, e parlare malamente e con barbarismi la loro
-favella, e cenare a tavole tumultuose e piene di gente diversa e la
-maggior parte cattiva; ed in questi conviti lodare importunamente, e
-bere fuor misura; e la mattina levandoti a suon di campanello, perduto
-il sonno più dolce, correre insieme cogli altri di su di giù, portando
-ancor sulle gambe le zacchere del giorno innanzi? Cotanta carestia
-avevi tu dunque di lupini e di cipolle campestri? mancavanti fontane
-d'acqua fresca e corrente, che caduto sei in tanta disperazione?
-
-«Perchè tieni lunga barba e non so che di venerevole nell'aspetto,
-e ti cingi in cappamagna alla greca, e sei conosciuto da tutti per
-professore di lettere, oratore o filosofo, al signore par bello
-di mescolare uno di tal genìa a quei che uscendo fannogli corte,
-e sembrar così amante della disciplina e delle lettere greche, ed
-apprezzatore dei dotti. Talchè tu, o valent'uomo, corri rischio di
-avere appigionato, in luogo de' tuoi magnali discorsi, il mantello o
-la barba. Se sopragiunge altri più nuovo, sei rimandato indietro, e
-vi rimani relegato in un dispregiatissimo cantone, testimonio di ciò
-che si porta e si toglie di tavola; e se pure i piatti giungono fino
-a te, roderai le ossa come i cani, e dolcemente per fame ti succierai
-una foglia secca di malva, avanzata ad un ripieno. Non ti mancheranno
-altri obbrobrj: nè solamente non avrai le ova, non essendo necessario
-che abbi sempre ad essere trattato come un forestiero, e sarebbe in
-te impudenza il pretenderlo; ma non devi avere tampoco un pollo simile
-agli altri; e mentre al ricco si serve grasso e polputo, a te si dà un
-mezzo pulcino o un colombo vecchio da razza, per segno di spregio. Per
-caso un convitato sopraviene improvvisamente? il famiglio, susurrandoti
-all'orecchio _Tu sei di casa_, ti toglie quanto hai dinanzi por
-servirne l'arrivato. Si trincia in tavola o un cervo o un porcellino da
-latte? ti bisogna aver propizio lo scalco, o contentarti della parte
-di Prometeo, le ossa cioè col midollo. Non ho detto che, bevendo gli
-altri un vecchio e soavissimo vino, tu buschi soltanto del cercone; e
-n'avessi almanco a sazietà, chè domandandone, molte volte fingerà il
-ragazzo di non udire. Se alcun servo ciarliero riferirà che non hai
-lodato il fanciullo della padrona mentre ballava o sonava la chitarra,
-passerai rischio non piccolo: per la qual cosa t'è giocoforza gracidare
-come un ranocchio assetato per essere distinto tra quei che applaudono,
-e far da capocoro a' più fervorosi, e molte volte, standosi gli altri
-in silenzio, ripetere qualche encomio meditato, che senta a dieci
-miglia di adulazione. Ti convien poi tenerti col volto basso come nei
-conviti persiani, sul timore che qualche eunuco non ti veda adocchiare
-alcuna concubina.
-
-«Questa è la vita ordinaria della città. Che ti avverrebbe viaggiando?
-Sovente piovendo, e giungendo tu per ultimo al posto che t'ha destinato
-la sorte, non essendoci più vetture, ti caricano su col cuoco e col
-parrucchiere della padrona sopra un baroccio, senza pur metterti paglia
-che basti.
-
-«E se tu non lodi, passerai per malevolo ed insidiatore alle latomie
-di Dionisio. Conviene che i padroni sieno sapienti ed oratori; cadano
-pure in solecismi, i loro discorsi devono saper sempre d'Imetto e
-dell'Attica, e far testo di lingua per l'avvenire. Ma passi ancora
-per ciò che fanno gli uomini: le donne (perocchè anche le donne ora
-affettano d'avere al loro soldo ed al seguito della loro lettiga
-alcun famigliare dotto) alcuna fiata gli ascoltano mentre si adornano
-e si arricciano i capelli; ed assai volte, mentre il filosofo fa le
-dimostrazioni, ne viene la cameriera, e reca i viglietti del drudo.
-Egli allora per prudenza sospende i discorsi, ed aspetta che essa
-ritorni ad ascoltarlo, dopo risposto al bertone.
-
-«Alla fine, ricorrendo i Saturnali e le Panatenee, ti si manda un
-mantellaccio o una tonaca logora, e devi allora farne gran pompa.
-Il primo che ha subodorato tal pensiero del padrone, corre ad
-annunziartelo, e vuole non piccola mancia. La mattina tel vengono a
-portare in tredici, de' quali ciascuno decanta le parole che ha detto
-di te, e come, avutone l'incombenza, ha cercato scegliere il meglio, e
-partonsi tutti regalati da te, e brontolando che non abbi dato di più.
-Il salario ti si paga a sospiri, e a due e a quattro oboli; se domandi,
-passi per nojoso ed impronto: laonde per averlo ti bisogna supplicare
-e piaggiare e leccare il maestro di casa, con modi di cortigianeria
-i più variati. Nè è da trascurarsi anche il consigliero e l'amico; ed
-intanto di ciò che ricevi già ne vai debitore al sarto, al medico, al
-calzolajo; sicchè non restandotene nulla, quei doni non sono per te
-doni. Altre volte vieni accusato o di aver tentato il fanciullo, o,
-malgrado la tua vecchiezza, violentata una cameriera della signora,
-o altra corbelleria. E così di notte imbacuccato entro il mantello,
-sei pel collo trascinato fuor di casa, miserabile ed abbandonato da
-tutti, non restandoti per compagna della vecchiezza che la podagra,
-avendo dimenticato dopo tanto tempo ciò che sapevi, grullo e col ventre
-maggiore della borsa, tormentato di non potere nè riempirlo nè fargli
-intender ragione».
-
-Commessa a così fatti, qual doveva riuscire l'educazione? Questa
-erasi conformata ai nuovi ordinamenti; e mentre i fanciulli in prima
-si affidavano a qualche onesta matrona che ne coltivasse l'ingegno e
-il cuore, allora si lasciavano fin ai sette anni a schiavi o greche
-fantesche, poi si mettevano al greco, indi al latino sotto i grammatici
-su descritti, i quali, oltre legger e scrivere, gl'istruivano a capire
-i poeti, e gli esercitavano in composizioncelle. Che se è sempre
-infelice cosa un maestro di mestiere, infelicissima erano coloro,
-la cui cura principale consisteva in affinare gli allievi nella
-mitologia, e nel sapere come avesser nome i cavalli d'Achille, quale
-la madre d'Ecuba, di che colore i capelli di Venere. Intanto altri
-maestri gli addestravano al ballo, alla musica, alla geometria, in
-quanto ritenevansi necessarie alla retorica, che vedemmo essere stata
-sempre arte principalissima fra i Romani, gran parte della vita loro,
-loro gloria e guasto. Valendosi d'una lingua fatta per comandare,
-non fermandosi alla soavità dell'atticismo greco, ma lanciandosi alle
-procelle popolari, aveano anche in ciò espresso la maestà patria; e
-l'eloquenza fu detta una delle maggiori virtù[278], e l'uomo eloquente
-un dio rivestito di corpo mortale. Allora poteva la grammatica esser
-considerata la più sincera delle scienze, la dolce compagna del
-ritiro, la ricreazione dei vecchi[279], insegnando essa a render
-corretto, chiaro, ornato il discorso. Allora da insigni oratori,
-Cicerone, Antonio, Ortensio, erano coltivati i giovani men coi precetti
-che coll'esempio, e col farsi vedere invocati dai cittadini, dalle
-provincie, dai re, come tutela e scampo, levati a cielo dal popolo
-sovrano. Allora l'eloquenza studiavasi non come scienza distinta; ma
-con la guerra, il culto, la giurisprudenza facea parte dell'educazione
-necessaria alla vita; dovendo ogni famiglia, per patrocinare i proprj
-clienti, avere un valente oratore, di favellare occorrendo in tutte
-le magistrature, occorrendo alla guerra. Ma dacchè l'eguaglianza aprì
-a ciascuno gl'impieghi e i comandi, fu impossibile che lo stesso
-uomo attendesse a tutto. Uno abbondava di coraggio? dibattuta la
-prima causa in tribunale, cingeasi la spada. Un altro avea facile la
-parola? travagliavasi alle battaglie forensi, appena congedato dalle
-campali. V'era cui non bastasse l'animo d'affrontar le une nè le altre?
-sospendeva un lauro alla porta, e dava consulti; diventando così tre
-vie distinte l'esercito, la giurisperizia, l'eloquenza.
-
-Ma un popolo senza emulazione, un senato senz'autorità, una gioventù
-senza libertà nè speranze, che altro cercavano nell'eloquenza se non
-un nuovo spettacolo? Equato il diritto, concentrata nell'imperatore
-la cosa pubblica, non potendo i giudici scostarsi dai consulti _dei
-prudenti_, più non restava nè a sottigliare sull'interpretazion
-della legge, nè a patrocinare provincie o regni o la patria; sicchè
-i rostri ammutolirono, la curia consumavasi in complimenti, il fôro
-si esinaniva in anguste applicazioni degli editti. I rétori, gente
-digiuna della filosofia, delle leggi, della società, si proponeano
-d'annestare al pesante ed anfanato ingegno de' Romani l'infantile
-e parolajo de' Greci, smaniosi di arringare, d'improvvisare, di
-disputare, di avviluppare con argomenti capziosi; sofisticavano i
-classici sulla erudizione o sulla verità; della filologia faceano un
-giuoco di sottigliezze; della storia un'accozzaglia di particolarità,
-entro cui soffocavano quel vero che avrebbe dato ombra ai tiranni;
-della logica una schermaglia d'argomentazioni onde mutare il falso
-in vero; della morale una ostentazione di virtù esagerate. Sbalzata
-fuor della pubblicità che è suo elemento, trastullavano l'eloquenza in
-esercitazioni vane e stravaganti, e a spese dell'erario avvezzavano
-i figliuoli dei grandi all'enfasi senza scopo, alla declamazione a
-vuoto, a concinnare ben sonanti blandizie ai Cesari qualvolta questi si
-degnassero consultare il senato sopra ciò che avevano già deliberato.
-
-Per tali scuole di declamazione s'inventò un interminabile codice di
-convenevoli. Allorchè (così insegnavasi) l'oratore si presenta alla
-tribuna, potrà fregarsi la fronte, guardarsi alle mani, schioccar le
-dita, e coi sospiri mostrare l'ansietà del suo spirito. Tengasi ritto
-della persona, col piede sinistro alquanto innanzi, le braccia alcun
-che disgiunte dal torso; ed esordendo, sporga un poco la destra mano
-dal seno, però senza arroganza. Infervorato nell'arringa, pronunzii
-con artifiziosa negligenza i periodi più elaborati, mostri esitanza
-laddove sentesi più sicuro della sua memoria. Non ricolga il fiato a
-mezzo della proposizione, non muti gesto che ogni tre parole, non cacci
-le dita nel naso, tossisca o sputi il men possibile, eviti di dondolare
-per non parere in barca, non caschi in braccio ai clienti, se pure non
-sia per reale sfinimento; nè si soffermi dopo pronunziato una frase
-efficace, chè non sembri attendere i battimani. Verso il fine poi si
-lasci cadere scompigliata la toga, gran segno di passione.
-
-Plozio e Nigidio, Quintiliano e Plinio discordano fra loro se o no
-convenga tergere il sudore e scarmigliarsi. Essi vi diranno come
-convenga vestire per essere uomo eloquente: la tunica dia poc'oltre il
-ginocchio davanti, e dietro fino al garetto; che più lunga sarebbe da
-donna, più breve da soldato: l'avviluppar di lana e fasce il capo e le
-gambe, è da infermo; da furioso l'avvolgere la toga al braccio manco;
-da affettato il gettarne il lembo sulla spalla diritta; da zerbino il
-declamare colle dita cariche di anelli. Della voce poi sanno denominare
-appuntino ogni gradazione[280], e qual s'addica a ciascun sentimento.
-
-Di quest'erba trastulla si pascolava la gioventù romana per emulare
-Gracco e Cicerone! Talmente è antico stile nei cattivi governi,
-non d'abolire il sapere, ma di soffocarlo tra futilità e regole
-indeclinabili! Quintiliano stesso racconta di Porcio Latrone, insigne
-professore, che chiamato ad arringare ad un'assemblea vera in piena
-aria, restò sbigottito, e implorò che l'udienza si trasportasse in un
-palazzo vicino, non potendo sopportare il cielo, egli abituato alla
-soffitta. Ben dunque, allorchè un imperatore lagnavasi che tante sue
-cure non ritardassero il deperimento dell'eloquenza, un sincero gli
-rispose: — Chiudete le scuole, ed aprite il senato».
-
-Nè le cose erano meglio delle forme. Tolti alla realtà e al
-supremo giudizio del pubblico, ridotti a finger cause ed occasioni
-d'arringhe, i retori proponevano temi bizzarri e stravaganti, privi
-di convincimento e di moralità. Le _suasorie_ volgeansi sul lodare
-la virtù, l'amicizia, le leggi, e sopra simili argomenti di facile
-prova, o talora di sofistica finezza: le _controversie _discuteano di
-varj punti, per lo più giudiziali; e suddividevansi in _trattate_,
-ove il retore dava soggetto e traccia, e _colorate_, dove l'alunno
-da sè trovava e l'orditura e la materia, poi compostele e dal maestro
-corrette, se le metteva a mente e le recitava alle pazienti assemblee.
-
-Distogliere Catone dall'uccidersi, esortare Silla a smettere la
-dittatura[281], Annibale a non impigrirsi in Capua, Cesare a stender
-la mano a Pompeo acciocchè Roma opponga ai Barbari i due più grandi
-generali; se Cicerone deva chiedere scusa a Marc'Antonio; se dar
-al fuoco i suoi scritti qualora questi gli lasci la vita a tal
-condizione... erano i temi proposti; poi si fa tragitto a quistioni
-più attuali, ed ove dalla giurisperizia sia puntellata l'eloquenza.
-Una incestuosa precipitata dalla rupe Tarpea, raccomandandosi a Vesta,
-campa la vita: le sarà ritolta? — Marito e moglie giurarono di non
-sopravivere l'un all'altro; egli, sazio della donna, parte e le fa
-credere d'esser morto; ond'ella balza dalla finestra; ma guarita e
-scoperto l'inganno, il padre di lei dimanda il divorzio; essa non
-vuole: uno patrocini il padre, l'altro la moglie. — Tizio raccoglie
-fanciulli esposti, li mantiene, ad uno rompe il braccio, all'altro
-una gamba, e gli invia a mendicare, e s'arricchisce: accusatelo e
-difendetelo. — Uno che in battaglia perdè le braccia, sorprendendo la
-moglie in adulterio, ordina al figlio d'uccidere il complice; quegli
-non obbedisce e fugge; il padre avrà diritto di diseredarlo? — Uno
-sale ad una rôcca per guadagnare il premio proposto a chi uccide
-il tiranno; e nol trovando, ammazza il figlio di esso, e gli lascia
-in petto la spada; il tiranno, tornato e visto il caso, cacciasi in
-seno la spada stessa: l'uccisore del figliuolo domanda il premio come
-tirannicida. — Essendo sfidati dai medici due gemelli, fu chi promise
-guarir l'uno se potesse esaminare gli organi vitali dell'altro; il
-padre consente; uno è sventrato, l'altro guarito; ma la madre accusa
-il consorte d'infanticidio; gravarlo e difenderlo. — Un padre perdè
-gli occhi nel piangere due figliuoli, e sogna che ricupererà la vista
-se anche il terzo figlio morrà; palesò il sogno alla moglie, questa
-al figliuolo, che appiccossi: il padre riebbe gli occhi, ripudiò la
-moglie, la quale si appella d'ingiusto ripudio. — Uno invaghito della
-propria figlia, la dà a custodire ad un amico, pregandolo non la
-restituisca per quanto gliela chieda; dopo alcun tempo gliela chiede,
-e, avutone rifiuto, s'appicca: vien denunziato l'amico come causa di
-tal morte. — Uno accusato di parricidio, fu assolto; ma impazzito,
-comincia ad esclamare: «O padre, t'ho ucciso», il magistrato lo manda
-al supplizio come confesso: ma è accusato d'omicidio. — Un povero
-ed un ricco erano amici; muore il ricco, chiamando erede universale
-un altro, coll'ordine di dare al povero altrettanto quanto questo a
-lui avea lasciato in testamento; s'apre il testamento del povero, e
-si trova lo avea costituito erede di tutti i suoi beni; onde questo
-domanda tutta l'eredità; l'erede scritto non vuol dare se non tanto
-quant'è il possesso del povero. — È legge (inventata da questi pedanti)
-che a chi batte il padre, si tronchino le mani: un tiranno ordina a
-due figliuoli di maltrattare il padre; il primo, per non farlo, si
-precipita dalla rôcca; l'altro, spinto dalla necessità, oltraggia il
-genitore ed incorre nella pena decretata; però chiamato in giudizio
-perchè gli siano mozze le mani, il padre stesso lo difende: arringate
-per lui e contro di lui. — Un'altra legge del codice stesso lascia alla
-fanciulla violentata la scelta fra voler morto il rapitore, o sposarlo
-senza recargli dote; qualcuno ne rapì due, e l'una vuole ch'egli muoja,
-l'altra che la sposi: quistionate per le due parti. — Un'altra legge
-infligge al calunniatore la pena sofferta dal calunniato; un ricco e un
-povero, nemici capitali, aveano tre figli; ed essendo il ricco eletto
-generale, il povero l'accusò di tradimento, di che infuriato il popolo
-ne lapidò i figliuoli; il ricco tornato, chiede si uccidano i figli del
-povero; questo esibisce sè solo alla pena: per chi sentenziate?
-
-In tali bizzarrie[282] pervertivasi il gusto e si forviava
-l'immaginazione dei giovinetti romani, distaccandoli dalla vita comune
-e dall'abituale forza delle umane passioni, per avvezzarli al cavillo e
-all'esorbitanza. A dritto dunque esclamava Petronio che «nelle scuole
-i garzoni si rendono affatto sciocchi, perocchè non vedono, non odono
-nulla di ciò che comunemente suol accadere, ma solo corsali che stanno
-incatenati sul lido, tiranni che comandano ai figli di troncare il capo
-ai genitori, oracoli che in tempo di peste ordinano d'immolare tre o
-più vergini»[283].
-
-Così all'eloquenza politica era succeduta la scolastica; e se non
-bastava il viluppo della quistione, si aggiungeano difficoltà d'arte,
-prefiggendo, per esempio, il vocabolo con cui cominciare o finire
-il periodo; poi tutto si dovea sorreggere per figure di parole e di
-concetti, per luoghi comuni, ed altre abbaglianti nullità.
-
-Formato per tal guisa un oratore, suprema aspirazione di lui era il
-vedersi prescelto a stendere un panegirico all'imperatore; se pure
-non si mettesse a quella _lucrosa e sanguinolenta eloquenza_, che,
-conservando l'antico costume quando tutto era così mutato, ordiva
-invettive sul tono con cui Tullio investiva Catilina e Marc'Antonio,
-esagerava gli orrori dell'alto tradimento, tirava alla peggiore
-interpretazione i fatti e i detti più semplici, e facea condannare
-Cremuzio, Trasea, Elvidio, per ingrazianirsi Tiberio, Nerone,
-Vespasiano.
-
-Appena si potesse trar fiato, i buoni s'accordavano a far guerra
-a questa eloquenza, ancella della calunnia: Plinio tonò contro
-i delatori; Giovenale flagellava i retori; Tacito, fra le cause
-dell'eloquenza corrotta, adombrava anche questa; e la combattè pure
-Marco Fabio Quintiliano (42-120?), il primo che desse lezioni a
-pubbliche spese. Spagnuolo allevato a Roma, l'imperatore Domiziano
-gli confidò l'educazione de' suoi nipoti, destinati a succedergli;
-e sotto gli auspizj di questo dio, come esso lo chiama, scrisse le
-_Istituzioni_, dirette a formare un oratore. Piace, al petulante
-greculo o al venale grammatico opporre l'immagine d'un maestro che
-conosce quanto sacro uffizio sia, nel momento che la gioventù sceglie
-fra il piacere e il dovere, l'avviarla co' migliori precetti, coi più
-belli esempj, e questi poter tutti dedurre dalla storia nazionale; e
-alle sante credenze, alle gloriose idee, alle coraggiose imprese, alla
-lotta contro le basse passioni, allo sprezzo del dolore e del guadagno,
-all'amor della gloria, al frugale disinteresse poter soggiungere i
-nomi degli Scipioni, dei Fabj, degli Scevola, dei Catoni, _patres
-nostri_. Vide Quintiliano a quale infelicità fossero ridotte le lettere
-dagli esempj massimamente di Seneca, il quale, essendo in favore come
-maestro del principe, avea messo in disistima lo stile sincero degli
-antichi per accreditare quel suo, tutto fronzoli ed arguzie, senza
-riposo, con cui a forza d'abilità corruppe l'eloquenza, a forza d'arte
-guastò il gusto de' Romani. — Seneca (così egli) era allora il solo
-autore che fosse in mano de' giovani, ed io non poteva soffrire ch'e'
-fosse anteposto ai migliori, cui egli non cessava di biasimare, perchè
-disperava di piacere a coloro a cui quelli piacessero. I giovani lo
-amavano solamente pe' suoi difetti, e ognuno insegnavasi di ritrarne
-quelli che gli era possibile; e vantandosi di parlare come Seneca,
-veniva con ciò ad infamarlo. Per verità egli fu uomo di molte e
-grandi virtù, d'ingegno facile e copioso, di continuo studio e di gran
-cognizioni, benchè alcuna volta sia stato ingannato da quelli a cui
-commetteva la ricerca; molti ottimi sentimenti vi si trovano, e assai
-moralità: ma lo stile n'è comunemente guasto, e più pericoloso perchè i
-difetti ne sono piacevoli. Se di alcune cose egli non si fosse curato,
-se non fosse stato troppo cupido di gloria, se troppo non avesse amato
-ogni cosa propria, nè co' raffinati concetti snervato i gravi e nobili
-sentimenti, avrebbe l'universale consenso dei dotti, anzichè l'amor de'
-ragazzi. Un ingegno tale, potente a qualunque cosa volesse, degno era
-certo di voler sempre il meglio»[284].
-
-Accorciammo questo giudizio, in cui Quintiliano non dà ferita senza
-medicamento, al modo de' giudizj officiosi; e spinge la cautela fino
-a non lasciarti ben comprendere s'e' lodi o biasimi. Fatto sta che
-egli affaticossi di richiamare verso i classici, e far preferire
-la nuda forza alla sdulcinata leggiadria, il naturale al parlar per
-figure[285]. Pure, nel concetto di lui, eloquente significava poc'altro
-che buon declamatore: diresti non s'accorga mai di ciò che è mancato
-a Roma dopo i suoi grandi oratori, il fôro e la libertà; la sublime
-destinazione dell'eloquenza o non ravvisa o paventa, e si trastulla
-in guardarla siccome un'arte ingegnosa e difficile, che s'acquista
-coll'unire alla naturale disposizione lo studio e la probità, e saper
-lodare anche i tempi infelicissimi.
-
-E d'adulazioni egli fu prodigo: poi, sebbene cercasse uno stile
-ricco, delicato, vigoroso, ed evitare la negligenza e l'affettazione
-che guastano il dritto ragionamento[286], all'opera sua occupò poco
-meglio di due anni, e questi nella ricerca delle cose e nella lettura
-d'infiniti autori, anzichè a forbire lo stile: intendeva poi rifarvisi
-sopra dopo raffreddato il primo ardore della composizione[287], ma le
-reiterate istanze del librajo lo distolsero dal prudente proposito.
-Questa confessione, colla quale tanti altri dopo d'allora intesero
-palliare la propria negligenza, temperi certi eccessivi ammiratori,
-i quali non solo in Quintiliano vedono tutt'oro, ma pretendono
-infallibili canoni di gusto quei ch'egli medesimo confessa non
-abbastanza meditati.
-
-Arringò anche, e le sue dicerie erano ricopiate per venderle
-lontano[288]: ma come egli stesso si fosse lasciato guastare da
-quei temi artifiziosi, dove il sentimento si esagerava, e badavasi
-all'effetto e all'arte, non all'espressione più sincera dell'affetto,
-appare fin nel passo più eloquente del suo libro, quello ove
-deplora la morte della moglie diciannovenne e di due figliuoli già
-grandicelli[289].
-
-Eppure egli era dei migliori maestri; riprovava questo esercitarsi
-sopra tesi simulate; con opportuna censura reprimeva il giovanile
-rigoglio, e col leggere i migliori autori, cosa omai disusata, e col
-moderare l'idolatria pei classici, avvertendo che «non s'ha a reputare
-perfetto quanto uscì loro di bocca, giacchè sdrucciolano talora, o
-soccombono al peso, o s'abbandonano al proprio talento, o si trovano
-stanchi; sommi ma uomini». Sopratutto insiste sulla necessità d'essere
-probo uomo chi voglia essere buon oratore: il che, se in un trattato
-de' nostri giorni sarebbe nulla meglio che un'esercitazione di moralità
-triviale, veniva a grande uopo allora, quando spie ed accusatori
-valevansi dell'eloquenza per sollecitare o giustificare la crudeltà dei
-regnanti; onde si vuole sapergli grado d'aver conosciuto il nesso fra
-la controversia nella scuola e il litigio nel fôro, ed accennato almen
-quel tanto che poteva, egli stipendiato da un brutale imperatore.
-
-Ci venne purdianzi alla penna Marco Cornelio Frontone numida, giudicato
-da alcuni neppur secondo a Cicerone[290], e superiore a tutti gli
-antichi per gravità d'espressione, ma che per reggersi in credito
-avea bisogno che un erudito non venisse a disotterrarne i frammenti.
-Sostenne magistrature primarie, e se vogliam credere al ritratto
-ch'egli fa di se stesso in una di quelle congiunture in cui pare che
-l'affetto non sopporti la menzogna, meritò veramente colle sue virtù
-di diventare maestro di Marc'Aurelio[291], e di conservarsegli amico
-anche dopo imperatore. Dalle loro lettere, lasciando che altri vi
-cerchi pedagogici avvertimenti, noi caveremo particolarità sull'Italia
-nostra. — Visitammo (scrive in una) Anagni; poca cosa oggi, ma contiene
-gran numero d'anticaglie, principalmente monumenti sacri e ricordi
-religiosi. Non v'è angolo che non abbia un santuario, una cappella,
-un tempio; v'ha libri lintei di materie sacre. Uscendo, leggemmo sui
-due lati della porta, _Flamine, prendi il samento_. Chiesi a un natìo
-che volesse dire questa parola; e mi rispose che in lingua ernica
-dinota un pezzo di pelle della vittima, che il flamine si mette sul
-berretto quando entra in città». E altrove: — Siamo a Napoli: cielo
-delizioso, ma estremamente variabile; ad ogni istante più freddo, o
-più caldo, o procelloso. La prima metà della notte è dolce, come una
-notte a Laurento; al cantar del gallo senti la frescura di Lanuvio;
-verso l'alba ti pare algido; più tardi il cielo si scalda come a
-Tuscolo; a mezzodì fa la caldera di Pozzuoli; poi come il sole declina
-nell'oceano, il cielo s'addolcisce e si respira come a Tivoli: questa
-temperatura si sostiene la sera e le prime ore mentre la notte si
-precipita dai cieli».
-
-Frontone, vecchio e scarco dalle magistrature, soffrente di gotta,
-apriva sua casa ai letterati, che egli adopravasi di revocare dalle
-ampolle e dal neologismo verso la semplicità anteriore a Tullio. Opera
-difficilissima giudicava il riuscir eloquente; biasimava coloro che
-credono bellezza il rivoltare in diversi modi il concetto medesimo,
-come Seneca, come Lucano che i sette primi versi trascina in dire
-di voler cantare _le più che civili guerre_; domanda che l'autore
-sia ardito senza eccesso, e scelga bene le parole. Ma in queste
-raccomandava di cercar le meno aspettate e le meravigliose, cura che
-di necessità deve condurre all'affettazione[292]. Troppo anch'egli
-seconda il suo secolo allorquando suggerisce di dire e fare secondo al
-popolo piace, metodo che torrebbe ogni orma certa al gusto[293]. Forse
-per indulgenza a questo piacevasi tanto nel rintracciare immagini, e
-le raccomandava a Marc'Aurelio, che gli scriveva come lieta notizia
-d'esser riuscito a trovarne dieci[294]. Ma allorchè questi diceva,
-— Quando parlai ingegnosamente, mi compiaccio di me stesso», e' gli
-replicava: — Più parlerai da galantuomo, più parlerai da cesare».
-
-Il letterato più degno d'attenzione in quel tempo è Cajo Plinio Cecilio
-comasco (61-115), nipote di Plinio naturalista, del quale ereditò
-le sostanze e la passione per gli studj. Giovinetto fu educato da
-Virginio Rufo, insigne romano che preferì all'impero del mondo la
-quiete decorosa. Cresciuto da lui con precetti ed esempj di virtù,
-nella scuola di Quintiliano si fece all'eloquenza; e di quindici anni
-patrocinò, poi sempre trattò cause gratuitamente, talvolta discorrendo
-fin sette ore di seguito, senza che la folla si diradasse. Eucrate
-filosofo platonico, elegante e sottile nella disputa, calmo di volto,
-austero di costumi come di parola, ostile ai vizj non all'umanità,
-incontrato da Plinio nella Siria, l'innamorò della filosofia, e
-gl'insegnò che il più nobile scopo di questa è far regnare tra gli
-uomini la pace e la giustizia.
-
-Quando il gusto del bello, del giusto, del generoso, del patriotico
-più sembrava dileguarsi, consola l'imbattersi in quest'uomo,
-appassionatissimo per la gloria e devoto alla virtù. Immacolato
-sotto pessimi imperatori, talvolta levossi ad accusare i ministri
-e consigliatori di loro iniquità; maneggiò la giustizia col nobile
-orgoglio del galantuomo, eppure ottenne cariche e rispetto; e non
-si trovò impreparato quando sorsero tempi migliori. Al cessare del
-regno delle spie e de' carnefici, fu invitato ad onorare e guidare la
-rigenerantesi società; e gli troviamo le cariche di augure, questore
-di Cesare, legato d'un proconsole, decemviro a giudicar le liti,
-tribuno della plebe, pretore, flamine di Tito, seviro de' cavalieri,
-curatore del Tevere e della via Emilia, prefetto all'erario di
-Saturno e al militare, governatore della Bitinia e del Ponto. Eletto
-console l'anno 100, recitò il _panegirico_ a Trajano imperatore,
-ossia un ringraziamento. Questa lunga sua fatica aveva egli, come
-solea sempre, letta a diversi amici, che lodavano più le parti ove
-minore studio aveva adoperato: di ciò stupivasi egli, senza arrivar a
-comprendere quanto bisogno avesse di naturalezza. E davvero quel suo
-discorso, tronfio di parole e frasi studiate, forbite, compassate, è
-un perpetuo scostarsi dalla maniera semplice di pensare e d'esprimere,
-per sorreggersi in una forzata elevatezza, con pompa d'acuto ingegno,
-con pretensione di novità, e antitesi e raffronti inaspettati. Agli
-inesperti sembra conciso pel suo periodare frantumato, mentre in
-realtà, al pari di Seneca, gira rapidamente intorno alle idee, ma a
-lungo intorno alla stessa.
-
-Il nostro secolo, che non sa più ammirare, si stomaca di lodi buttate
-in faccia a un vivo e potente: ma anche senza di ciò Trajano era tal
-imperatore da potersi lodare meglio che con vuote generalità; e un
-console, un augure davanti al popolo poteva usare altro che adulazioni,
-quali converrebbero a schiavo verso un tiranno. Trajano serbò amicizia
-per Plinio, anche giunto al fastigio della fortuna; e le lettere che
-gli diresse mentre governava la Bitinia sono un'importante rivelazione
-de' migliori tempi del concentramento imperiale. E lettere moltissime
-conserviamo di Plinio stesso[295]: a troppo gran pezza dalla cara
-ingenuità delle ciceroniane, mostransi destinate al pubblico ed alla
-posterità; ma anche in quel loro tono accademico e declamatorio ci
-rivelano un eccellente naturale, e c'introducono nella vita, massime
-letteraria, d'allora.
-
-Plinio era legato con quanto allora vivea di meglio; e con lui
-amiamo incontrare Italiani, ben differenti da quelli con cui ci
-famigliarizzarono Tacito e i satirici; un Caninio comasco, che donò
-una somma per imbandire un annuo convito al popolo; Calpurnio Fabato,
-onorato di somme dignità, che la patria Como abbellì di un portico,
-e diè denaro per ornarne le porte; Pompeo Saturnino, uom giusto,
-bel parlatore, poeta da emulare Catullo, che a Como stessa lasciò un
-quarto della propria eredità; Virginio Rufo, che quattro volte console,
-generale dell'armi romane, vincitore di Giulio Vindice, ricusò l'impero
-del mondo, preferendo la quiete della sua villa d'Alsio nel Milanese.
-In Aristone suo tutore Plinio ammirava la frugalità, la prudenza, la
-sincerità, lo zelo nel patrocinare altri. Sua moglie Calpurnia alle
-doti del cuore univa quelle dello spirito, leggeva avidamente i libri
-del marito, ne riponeva in mente i versi e vi adattava le armonie,
-andava ascoltarlo quando parlasse in pubblico. Gloriavasi che la
-posterità saprebbe che fu amico di Tacito: — Come l'avvenire dirà che
-noi ci amammo, che ci siamo compresi! Aveano l'età stessa, egual grado,
-egual rinomanza, dirassi, e a tante cause d'emulazione la loro amicizia
-resistette. E come già ci collocano l'un presso all'altro! già siamo
-inseparabili nella pubblica opinione: chi preferisce te a me, chi me a
-te: ma venire dopo te è per me una preminenza»[296].
-
-Da Spurina Plinio imparò non solo la giurisprudenza, ma l'ordine e
-la compostezza; nella casa di questo buon vecchio ammirando quella
-regolare occupazione, quella serenità d'uomo che si accosta al
-sepolcro. A sette ore svegliavasi, e subito ripassava i casi di jeri:
-alle otto era levato, e faceva una corsa a piedi: dopo l'asciolvere,
-ritiravasi nel gabinetto a comporre in greco o in latino poesie piene
-di gusto e brio. Fra giorno discorreva, leggeva, faceasi leggere,
-raccontava i fatti di cui era stato testimonio. Alle due prende il
-bagno, poi passeggia al sole: quindi giuoca alla palla, per un pezzo
-combattendo così la vecchiaja: gettasi poi s'un lettuccio, ed accoglie
-gli amici. Ha tavola ricca e frugale, con argenterie massiccie che
-rammentano i vecchi tempi. Durante il pasto discorre e legge, spesso
-si fa venire buffoni, commedianti, ballerine, sonatrici inghirlandate
-d'amaranto. Così dopo le fatiche del fôro, del sonato, del campo,
-il nobile vecchio a settantasette anni conservava ancora la vista,
-l'udito, la vivacità, la facile parola.
-
-Protetto dai grandi, Plinio proteggeva amici ed inferiori; molti
-giovani, la cui principale passione era quella dell'istruirsi,
-esercitava nell'eloquenza, e ajutava ne' primi passi verso gl'impieghi;
-dotò la figlia di Quintiliano per gratitudine di scolaro, e quella
-di Rustico Aruleno che «coll'anticipargli elogi aveagli insegnato a
-meritarli in avvenire»; fornì lautamente Marziale, reduce nella Spagna;
-alla nutrice diede un terreno che valeva centomila sesterzj, e gliel
-faceva amministrare da Vero, suo amico, scrivendogli: — Ricordatevi
-che non sono gli alberi e la terra che vi raccomando, ma il bene di
-quella che da me li tiene». Corellio avea sollecitato i primi impieghi
-per Plinio, e raccomandatolo a Nerva, e morendo diceva a sua figlia: —
-Spero avervi fatto degli amici; contate sopra di essi, ma più di tutti
-su Plinio»; e Plinio ne prese la difesa in una causa. Sottentrò a tutti
-i debiti del filosofo Artemidoro, affinchè tranquillo partisse da Roma
-quando Domiziano proscrisse i filosofi[297]. Molti servi affrancò, agli
-altri permise di far testamento; per gli abitanti di Tiferno, ove sua
-madre possedeva e che lo avevano adottato, eresse un tempio; largheggiò
-cogli Etruschi. Governando la Bitinia, lasciò dappertutto tracce di sua
-munificenza; mutò in città il villaggio di Calcedonia, riparò Crisopoli
-(Scutari), a Libina rialzò la tomba d'Annibale: in Nicomedia guasta
-da incendio fece ricostruire il palazzo civico e il tempio d'Iside,
-ed aprire una piazza, un acquedotto, un canale, e pensava riunir quel
-lago al mare: riparò i bagni di Nicea, e vi pose ginnasio e teatro;
-un acquedotto a Sinope, uno a Bitinio, bagni a Tio: a Como mandò pel
-tempio di Giove una preziosa statua antica; vi istituì scuole pei
-garzoni, contribuendo il terzo della spesa; assegnò cinquecentomila
-sesterzj per mantenere fanciulli ingenui, venuti al meno; fondò una
-biblioteca presso le terme; ed altri benefizj, la cui lode sarebbe
-anche maggiore, s'egli medesimo non si fosse troppo compiaciuto di
-narrarceli. Ma sarem noi così rigorosi a tal vanità? — Se non meritiamo
-che di noi si parli (diceva egli stesso), siamo rimproverati; se
-meritammo, non ci si perdona di parlarne noi stessi»[298].
-
-Ma non soltanto lodi sapeva tesser Plinio, e' s'infervorò contro
-i delatori, appena il costoro regno crollò. Aquilio Regolo, già
-sollecitatore di testamenti, che poi in una sola denunzia guadagnò
-tre milioni di sesterzj e gli ornamenti consolari, e che avea causato
-la morte di Elvidio, si vide da lui ridotto a perdere non solo la
-reputazione, ma metà dell'oro, passione sua. Allora Plinio badò meno
-all'eleganza che alla forza: ma nello stendere quell'accusa rileggeva
-di continuo l'arringa di Demostene contro Midia[299]: eppure, potenza
-del denaro, poco poi avendo Regolo perduto un figlio, ecco tutta
-Roma accorrere a portargli condoglianze in Transtevere, nella casa
-improntata d'infamia dall'avarizia e dalla ricchezza del sordido
-vecchio. Avea dunque ragione Giunio Maurico allorchè, alla tavola di
-Nerva rammentandosi un Catulo Messalino, spia e provocatore del regno
-precedente, e domandando l'imperatore che ne sarebbe se fosse ancor
-vivo, con franchezza soldatesca rispose: — Perdio, sarebbe qui a cena
-con noi».
-
-Gli antichi ebbero scarso il sentimento delle bellezze della natura;
-il paesaggio tra essi non fu meglio che decorazione; i più gentili
-quadri di Virgilio traggono vita dalle figure onde sono popolati. Ma
-Plinio mostrasi compreso dalle vaghezze del suo lago e della villa
-che v'aveva, e con esso ci dilettiamo ancora cercare quei platani
-opachi, quell'insensibile pendìo che guidava alla sua campagna, quel
-canale protetto d'ombre ospitali, dov'esso veniva a cercar riposo
-dall'assordante operosità di Roma. Là pesca, là caccia ne' boschi
-popolati di cervi e di damme; là comprendeva che non solo Diana, ma
-anche Minerva ama le foreste. Arricchito, volle avere più ville su
-quel lago, ed una intitolò Commedia perchè dimessamente situata,
-quali gli attori comici sul socco, mentre l'altra elevavasi come
-i tragici sul coturno, onde la nominò Tragedia: e quella è lambita
-dalle acque, questa le domina. Ivi erano appartamenti per l'inverno e
-per l'estate, pel giorno e per la notte; ivi bagni; ivi una fontana
-intermittente[300], che cascava romoreggiando in una sala decorata
-di statue, e perdeasi nel lago, sul quale vogando, suo padre gli
-raccontava le storielle de' luoghi, e gli mostrava il terrazzo da
-cui una donna, avendo il marito ammalato di incurabile ulcera, volle
-mostrargli come si possa sottrarsi ai dolori, precipitandosi essa nelle
-onde e seco traendolo. E questa miserevole disperazione al filosofo
-parea degna di monumento quanto la costanza di Arria moglie di Trasea
-Peto[301].
-
-Viepiù comoda eragli la villa di Laurento a diciassette miglia da
-Roma, fra pascoli di pecore, di bovi, di cavalli, in clima d'eterna
-primavera e di calma ridente, ove il sole non si mostra in estate che
-a mezzo il dì. Spazioso portico a vetriate, riparo contro la cattiva
-stagione, introduce all'abitazione, e attorno praterie sempre verdi,
-boschi fantastici, impenetrabili dai raggi solari. La sala da pranzo si
-sporge sul mare, e lo prospetta da tre lati, mentre apre s'un verziere,
-arricchito di mori, di fichi pompejani, di rose tarantine, di legumi
-d'Aricia, d'erbe per la cucina: a mezzo della galleria trovasi la
-camera da letto, vicino all'incessante mormorio d'una fontana: poco
-lungi è lo studio, al gran sole, rivestito di marmo e colle lucide
-pareti adorne d'uccelli, fiori, fronde, e coi libri che mai troppo
-non si leggono e rileggono. La sala è ricreata da una nappa d'acqua,
-e l'inverno da un tepidario nascosto ne' muri. Una scala conduce nel
-bagno a sole aperto, un'altra all'ombreggiato. Nè vi mancano il giuoco
-della palla, la cavallerizza, una galleria sotterranea dove ripararsi
-dalla canicola, una esposta che conduce ad una fuga di camere sì ben
-collocate da evitare il sole dall'una all'altra[302]. E le cerchiate
-di platani connessi dall'edera e dal flessibile acanto, e i viali
-orlati di bosso o di rosmarino, e i sedili di marmo caristio, e gli
-zampilli d'acqua riuscenti in vasca di bronzo, e il labirinto verde, e
-il tempietto di marmo, e le statue, i mobili, i libri, i cavalli, gli
-argenti, gli schiavi, ci fanno meravigliare come tanto potesse avere
-un privato, che non era de' più ricchi, e che pur possedeva una casina
-a Tusculo, una a Tivoli e a Preneste in commemorazione di Tullio e
-d'Orazio.
-
-Compose anche versi; e tuttochè onest'uomo e di spirito grave e
-dignitoso, scrisse endecasillabi lascivi, dei quali si scusa con troppi
-esempj. Forse egli, come molti oratori, credeva necessario l'esercizio
-poetico per formarsi alla prosa; ma Quintiliano diceva: — La poesia
-è nata per l'ostentazione, l'eloquenza per l'utilità. Noi oratori
-siam soldati sotto le armi, e non ballerini di corda; combattiamo per
-interessi rilevanti, per vittorie serie. L'armi nostre devono brillare
-e colpire al tempo stesso; avere il lustro terribile dell'acciajo,
-non la brunitura dell'oro e dell'argento. Via quell'abbondanza lattea,
-che annunzia uno stile infermiccio; parlate con sanità». E nitidezza
-avea sempre Plinio, non sempre forza. Giornalista officioso della
-letteratura di quel tempo, egli c'informa della futilità di quelle
-consorterie, che invitate come si trattasse d'aprire un testamento,
-si raccoglievano per applaudire non per consigliare, per divertir sè,
-non per giovare al poeta. Claudio, Nerone, Domiziano vi assisteano
-non solo, ma vi leggeano tra obbligati applausi. Un codice nuovo
-erasi combinato per codeste letture, dove s'insegnava: — Il lettore
-dapprincipio appaja modesto, gli uditori indulgenti. A che con
-letterarie sofisterie farsi nemico quello, cui veniste a prestar le
-orecchie benigne? Più o meno meritevole ch'e' sia, lodate sempre. Il
-leggente presentisi con diffidenza rispettosa, qual l'uso impone; abbia
-disposto un complimento, una scusa: — Sta mane fui pregato di arringare
-in una causa: non vogliate imputarmi a dispregio questa mescolanza
-degli affari colla poesia, giacchè io soglio preferire gli affari ai
-piaceri, gli amici a me stesso»[303].
-
-L'autore è di sgraziata voce? affida la recita ad uno schiavo[304].
-Declama egli stesso? è tutt'occhi all'impressione che produce sugli
-uditori, e tratto tratto fermasi, palesando timore d'averli nojati,
-e aspettando che il preghino di proseguire. Ai passi belli, e ancor
-più alla fine sorgono gli applausi, divisi anche questi artatamente in
-categorie. Nell'una il triviale _Bene! benissimo! stupendo!_ nell'altra
-si battono le mani; nella terza balzasi dal sedile, percotendo del
-piede la terra; nella quarta si agita la toga; e così via crescendo.
-
-Gli uditori appariglieranno il leggitore ai sommi; il poeta non
-dimenticherà un complimento pel giornalista, e dirà _Unus Plinius est
-mihi_; e Plinio giornalista domani pubblicherà: Mai non ho sentita
-meglio l'eccellenza de' tuoi versi».
-
-Una di queste letture è descritta da Plinio ad Adriano: — Io son
-persuaso negli studj, come nella vita, nulla convenga all'umanità
-meglio che il mescolare il giocoso col serio, per paura che l'uno
-degeneri in malinconia e l'altro in impertinenza. Per questa ragione,
-dopo travagliato intorno alle più importanti cose, io passo il mio
-tempo in qualche bagattella. E per far queste comparire ho pigliato
-tempo e luogo proprio, onde avvezzar le persone oziose a sentirle
-a mensa: scelsi però il mese di luglio, in cui ho piena vacanza; e
-disposi i miei amici sopra sedie a tavole distinte. Accadde che una
-mattina vennero alcuni a pregarmi di difendere una causa, allorchè
-io men vi pensava: pigliai l'occasione di fare agl'invitati un
-piccolo complimento, e porger insieme le mie scuse, se, dopo averli
-chiamati in piccol numero per assistere alla lettura d'un'opera, io
-l'interrompeva come poco importante, per correre al fôro, dove altri
-amici m'invitavano. Gli assicurai ch'io osservava il medesimo ordine
-ne' miei componimenti, che davo sempre la preferenza agli affari
-sopra i piaceri, al sodo sopra il dilettevole, a' miei amici sopra me
-stesso. Del resto l'opera, di cui ho fatta loro parte, è tutta varia
-non solamente nel soggetto, ma anche nella misura dei versi. E così,
-diffidente come sono del mio ingegno, soglio premunirmi contro la
-noja. Recitai due giorni per soddisfare al desiderio degli uditori;
-nondimeno, benchè gli altri saltino o cancellino molti passi, io niente
-salto e niente cancello, e ne avverto quelli che mi ascoltano. Leggo
-tutto, per essere in grado di poter tutto emendare; il che non possono
-far coloro che non leggono se non alcuni squarci più forbiti. Ed in
-ciò danno forse a credere agli altri d'aver meno confidenza ch'io abbia
-nell'amicizia de' miei uditori. Bisogna in realtà ben amare, perchè non
-si abbia tema di nojar coloro che sono amati. Oltreciò, qual obbligo
-abbiamo a' nostri amici, se non vengono ad ascoltarci che per loro
-divertimento? Ed io stimo ben indifferente ed anche sconoscente colui
-che ama più il trovar nell'opere de' suoi amici l'ultima perfezione,
-che di dargliela egli stesso. La tua amicizia per me non mi lascia
-punto dubitare che tu non ami di leggere ben presto quest'opera, mentre
-ch'ella è nuova. Tu la leggerai, ma ritoccata; non avendola io letta ad
-altro fine che di ritoccarla. Tu ne riconoscerai già una buona parte:
-quanti luoghi o sieno stati perfezionati, o, come spesse volte succede,
-a forza di ripassarli sien fatti peggiori, ti sembreranno sempre nuovi.
-Quando la maggior parte d'un libro è stata variata, pare insieme mutato
-tutto il rimanente, benchè non sia»[305].
-
-L'avvocato Regolo lesse composizioni famigliari, un poema Calpurnio
-Pisone, elegie Passieno Paolo, poesie leggeri Sentio Augurino, Virginio
-Romano una commedia, Titinio Capitone le morti d'illustri personaggi,
-altri altro. Plinio si consola o duole secondo che codeste recite
-sono popolose o deserte: — Quest'anno abbiam avuto poeti in buon
-dato. In tutto aprile quasi non è passato giorno, in cui taluno non
-abbia recitato qualche componimento. Qual piacere prendo che oggidì le
-scienze sieno coltivate, e che gl'ingegni della nostra età procurino
-darsi a conoscere: quantunque a stento gli uditori si raccolgano; la
-maggior parte stanno in panciolle nelle piazze, e s'informano di tempo
-in tempo se chi deve recitare è entrato, o se ha finita la prefazione,
-o letta la maggior parte del libro; allora finalmente giù giù
-vengono allo scanno assegnato; nè però vi si trattengono tanto che la
-lettura si finisca, ma molto prima svignano, chi con finta cagione ed
-occultamente, e chi alla libera senz'ombra di riguardo. Non fece così
-Claudio cesare, il quale, secondo vien detto, un giorno mentre andava
-passeggiando pel palazzo, sentendo acclamazioni, ed avendo inteso
-che Novaziano recitava non so qual volume, subito ed alla sprovveduta
-entrò nel circolo degli ascoltanti. Oggi ciascuno, per poche faccende
-che abbia alle mani, vuol esser molto pregato; e poi o non vi va, o
-andandoci, si lamenta d'aver perduto il giorno, perchè egli non l'ha
-perduto. Tanto più degni di lode sono coloro che non rimangono di
-scrivere per la dappocaggine o superbia di questi tali»[306].
-
-Da gente che componeva per recitare, recitare a gente adunatasi per
-ascoltare, potevasi egli attender nulla di virile e d'efficace? Nessuno
-leggeva allora libri fuorchè l'aristocrazia, onde all'autore non
-restava la fiducia di crearsi il proprio pubblico. Nè la scelta società
-poteva, come oggi, comprare tante copie d'un libro, che l'autore ne
-ritraesse compenso proporzionato al merito o alla fama. Ciascun signore
-teneva servi apposta per trascrivere e legare i libri; il grosso del
-popolo non ne usava se non qualcuno preparatogli dagl'imperatori nelle
-biblioteche o al bagno: laonde lo scrittore, mentre insuperbivasi di
-esser letto ovunque arrivassero governatori o comandanti romani, si
-trovava costretto a mendicare il pane e le sportule da un patrono,
-dall'economo di un mecenate, o dal distributore de' pubblici
-donativi[307]. E come conseguirli altrimenti che lodando? e come lodar
-dei mostri padroni o de' vigliacchi obbedienti, senza abbassarsi ad
-adulare? Quando poi lo scrivere franco menava al patibolo, quando il
-segnalarsi eccitava la gelosia degli imperatori, si trovò più comoda,
-più utile l'adulazione, e vi s'andò a precipizio. Il poeta Stazio
-blandisce non solo Domiziano, ma qualunque ricco; Valerio Massimo e
-Vellejo Patercolo storici esaltano le virtù di Tiberio; Quintiliano
-retore, la santità di Domiziano, e, ciò che al suo gusto dovea costare
-ancor più, il talento di esso nell'eloquenza, e lo chiama massimo tra
-i poeti, ringraziandolo della divina protezione che concede agli studj,
-e d'avere sbandito i filosofi, arroganti al segno di credersi più savj
-dell'imperatore. Marziale bacia la polvere da Domiziano calpestata, e
-gli par troppo poco il collocarlo a paro coi numi; Giovenale satirico
-adula; adula Tacito severo storico, come adulavano i papagalli che
-ad ogni atrio d'illustre casa salutavano il sagacissimo Claudio e il
-cavalleresco Caligola. Plinio giuniore non sa che adulare Trajano;
-Plinio maggiore adula Vespasiano; Seneca adula Claudio, e per invitare
-Nerone alla clemenza, gli accorda la podestà di uccider tutti, tutto
-distruggere, mettendo in certo modo a contrasto la forza di lui
-colla debolezza dell'universo, onde ispirargli la compassione per via
-dell'orgoglio.
-
-D'altra parte a cotesti stranieri, accorrenti da ogni plaga del mondo
-a Roma per godere le munificenze, a cotesti liberti traforatisi nel
-senato a forza di strisciare innanzi ai loro padroni, quali rimembranze
-restavano di più franchi tempi, quali tradizioni repubblicane da
-svegliare? Vedevano l'oggi, e bastava per divinizzare i padroni del
-mondo.
-
-Allattata da queste mammelle, come doveva dimagrare la poesia! la
-quale, come le altre cose romane, sviluppatasi non per ispirazione,
-ma per l'imitazione de' Greci, somigliò ad un manto maestoso, che,
-gettato dapprima sopra una bella statua greca, le dà aria grande;
-casca floscio e sfiaccolato quando si ravvolge a spalle scarne. Sopita
-sotto i primi cesari, sotto Nerone si ridesta col furore d'una moda;
-dotti e indotti, giovani e vecchi, patrizj e parasiti, tutti fanno
-versi; versi ai bagni, a tavola, in letto; i ricchi s'attorniano di
-una turba a cui recitarli, e ne pagano gli applausi o col patrocinio o
-coi pranzi o colle sportule; a Napoli, ad Alba, in Roma sono istituiti
-concorsi annui o quinquennali, e basta che i versi vadano giusti della
-misura per esser trovati, o almen decantati, migliori di quei d'Orazio
-e di Virgilio. Tanto si era già lontani dal sentimento delle bellezze
-ingenue, eminente in questi; e l'esagerazione delle idee traeva da
-quella giusta misura, di cui essi erano immortali modelli.
-
-Stazio napoletano, non passò anno dai tredici ai diciannove, che, nelle
-gare letterarie della sua patria, non fosse coronato; poi riportò
-palme nemee e pitie ed istmiche[308]; laonde i grandi lo chiamarono
-dalla scuola a popolare i loro pranzi, ch'e' ricambiava con versi per
-tutte le occasioni. Quando vide in Roma venire alle mani i fautori di
-Vitellio con quei di Vespasiano, e andare in fiamme il Campidoglio,
-esultò d'occasione sì opportuna a sfoggiare poesia, e da' suoi
-contemporanei fu ammirato che la rapidità della composizione di quel
-suo poema eguagliasse la rapidità delle fiamme.
-
-Il genio paterno si trasfuse nel figlio Publio Papinio (61-96). V'è
-nozze? v'è bruno? morì ad uno il delizioso o la moglie[309], all'altro
-il cane o il papagallo?[310] Stazio ha in pronto l'ispirazione. Un
-ricco va superbo di bellissima villa; un altro, d'un albero prediletto;
-l'etrusco Claudio, di magnifici bagni: Stazio descrive appuntino quella
-villa, que' frutti, que' bagni: e secolari genealogie di doviziosi,
-che pur jeri ascero dall'ergastolo ai palazzi. Non v'è accidente così
-frivolo, per cui non scendano Dei e Dee: Citerea verrà a dar benigno
-il mare ai capelli d'un eunuco che tragittano in Asia; Fauni e Najadi
-terranno in cura il platano di Atedio Miliore. Corrono i Saturnali?
-Stazio ridurrà in versi il catalogo di tutti i _bellarii_ che
-ricambiaronsi gli amici, e di quelli che a gara profusero a Domiziano,
-loro padre e dio. L'ammansato leone di Domiziano fu ucciso da una
-tigre, condotta pur ora d'Africa; Abascanzio propose che il senato ne
-portasse solenni condoglianze all'imperatore; e il poeta nostro ne
-canta i meriti, e col popolo e col senato compiange il mondo d'aver
-perduto la fiera imperiale[311]. Ecco per quali modi Stazio meritava
-corone di pino nei giuochi, oro da Cesare, applausi alla recita. Non
-usciva egli mai che nol seguisse un codazzo d'amici; ed era una festa
-quand'esso mandava invitando a udire i suoi versi[312].
-
-Crispino, il più caloroso de' suoi ammiratori, allestisce ogni cosa,
-invita, infervora, s'abbaruffa coi tepidi, dà il segno degli applausi,
-li rattizza se languiscano; mentre il poeta tira qualche fiacco suono
-dalle poche corde che la tirannide lasciò sulla cetra romana.
-
-E qual premio trarrà Stazio dal sì lodato verso? l'imperiale
-aggradimento e l'alto onore di baciare il ginocchio del Giove
-terrestre: ma se vorrà saziar la fame, converrà venda una sua tragedia
-al comico Paride, poichè ballerini e commedianti hanno ricchezza e
-potere, essi creano i cavalieri ed i poeti, e danno quel che non san
-dare i ricchi. Gli applausi inebbriano Stazio a segno, che non s'appaga
-delle _Selve_ de' suoi componimenti, ma vuoi compaginare un poema, anzi
-due. E vi riesce, se basta l'avere in dodici libri da ottocento versi
-l'uno, quanti ne conta la sua _Tebaide_, fatto l'introduzione all'altro
-poema dell'_Achilleide_, ove intendeva forse presentarci compito quel
-Pelìde che in Omero gli pareva solo schizzato; come chi pretendesse
-sminuzzare in una serie di bassorilievi il concetto del Mosè di
-Michelangelo.
-
-A Stazio lodano qualche invenzione di stile; uscì anche talvolta
-dai luoghi comuni, e seppe trovare caratteri veri, e delinearli con
-semplicità e vigore: ma al sorreggerli sino al fine gli nuoce la
-facilità, per la quale in due giorni compose l'epitalamio di Stella
-in ducensettantotto esametri. Così svaporava la potenza d'un ingegno,
-bello senza dubbio e colto, ma sacrificato ai vizj del suo tempo,
-e alla sciagurata abitudine del contentarsi il pubblico di cose
-improvvisate, l'autore degli applausi del pubblico.
-
-Epigramma, come indica la voce stessa, dapprima fu l'iscrizione che
-poneasi a qualche statua o monumento; e tali noi ne trovammo sulle
-tombe degli Scipioni, di Ennio, di Nevio (V. l'Appendice I). Ma già fra
-i Greci era passato ad esprimere pensieri lievi, arguzie, riflessioni
-commoventi o esilaranti. Di tal modo ne fecero molti i Latini d'ogni
-tempo; ma il più fecondo e per ogni occasione fu Marco Valerio Marziale
-(40-103). Da Bilbili di Spagna venuto a Roma, si volse per pane a
-Domiziano, e metà de' suoi millecinquecento Epigrammi, distribuiti in
-quindici libri, sono fetide adulazioni al tonante Romano, e variate
-guise di chiedergli denaro, vesti, pranzi, un rigagnolo d'acqua per
-la sua villa[313]; riducendosi alla condizione di abjetto parasita,
-e rinnegando sempre quella dignità morale, che sola decora i begli
-ingegni. Giove è posposto a Domiziano perpetuamente, quasi l'iddio
-fosse scaduto tanto di reputazione, da sembrare poco l'essergli
-paragonato. Parla del ricostruito Campidoglio? lo dice così suntuoso,
-che Giove stesso, mettendo all'incanto l'Olimpo ed ogni avere degli
-Dei, non potrebbe raccorre il decimo del costo. Altrove esorta
-Domiziano a salire tardi alla netterea bevanda; che se Giove vuol
-bearsi di sua compagnia, venga al convito di lui[314].
-
-Eppure queste e peggiori piacenterie non pare rimediassero alla povertà
-di Marziale, il quale, colla veste rifinita e carico di debiti, va
-accattando qualche lira e vende i regali per satollarsi di pane,
-e fa versi su tutte sorta di vivande, affine d'essere invitato ad
-assaggiarne alcuna[315]. E in tali angustie sostenere il peso della
-fama! e trovarsi inoltre tribuno onorario, cavaliere onorario, e padre
-onorario, cioè senza nè militare, nè esser censito, nè avere tre
-figliuoli! Perseveri dunque a cantare, ad esaltar ogni minimo bene
-che Domiziano faccia o che non faccia: poi quando questi è ucciso,
-lo bestemmii, e preconizzi Nerva d'essersi conservato buono sotto un
-principe ribaldo[316], e faccia Giove meravigliarsi delle disastrose
-delizie e del grave lusso del re superbo[317].
-
-Le lascivie, di cui bruttò i suoi versi[318], vengono dal medesimo
-bisogno di adulare; d'adulare non un uomo solo, ma i pravi costumi
-di tutta la città; e quand'anche egli volge in altrui l'arzillo
-epigrammatico, il fa con libertinaggio plateale, quasi da altro
-allora non potesse eccitarsi il riso, se non da vizj che dovevano far
-arrossire.
-
-Eppure costui sembra fosse capace, come Stazio, di gustare la vita
-domestica, e di comprendere che la felicità non consiste nell'oro
-e nello splendore. — Sai tu quali cose rendono beato? Una sostanza
-acquistata senza fatica e per eredità, un campo non ingrato, il
-focolare sempre acceso, nessuna lite, pochi patroni, quieta mente,
-naturali forze, corpo sano, cauta semplicità, conformi amici, facile
-convito, mensa senz'arte, notte non ubriaca ma scarca di pensieri,
-talamo non disaggradevole eppure pudico, sonno che renda brevi le
-notti, amar ciò che sei, non agognare di meglio, nè temere nè bramare
-l'ultimo giorno»[319].
-
-Questo medesimo epigramma, che pure è de' suoi migliori, quale povertà
-accusa di poesia in quella enumerazione fredda senza immagini! Egli
-stesso diceva de' suoi versi: — C'è del buon, del mediocre, e assai
-del male»[320]; e gli encomj prodigatigli dai commentatori indicano
-quanto si passioni per l'autore chi invecchiò nel trovargli meriti che
-non aveva[321]. Nè in Marziale si riscontra mai sentimento profondo;
-e a quel continuo frizzo o triviale o scipito o lambiccato nessun
-reggerebbe, se non fosse la lingua che per lo più va corretta ed
-espressiva, quanto poteasi là dove ogni spontanea ispirazione era
-sbandita dalla paura di spiacere ad ombrosi regnanti, o a schizzinosi
-protettori.
-
-Pure la natura de' suoi lavori, istantanei di concetto come
-d'esposizione, lo salva da uno dei difetti più usuali a' suoi coetanei,
-il farsi pallidi riflessi degli scrittori del secolo d'Augusto. Nella
-baldanza della sua immaginativa, inventa modi nuovi ed efficaci, e
-innesta felicemente ciò che gli stranieri introducevano nello idioma
-della dischiusa città; ed estendendosi alla vita reale e a tutto il
-mondo romano, ci porge preziose indicazioni sui tempi, sui caratteri,
-sulle usanze.
-
-Di Spagna venne pure a Roma Marco Anneo Lucano (38-65), ed ebbe tutte
-le fortune desiderabili; nipote di quei Seneca che davano il tono
-alla società letteraria, allievo di que' grammatici e retori che
-pervertivano la felice disposizione degl'ingegni. Seneca lo esercitava
-a comporre ed amplificare senza pensieri nè sentimenti, fomentandone la
-lussureggiante facilità, invece di sfrondarla, ed esponendolo a quelle
-pubbliche recite, ove, recando noja, si buscavano applausi. Nerone
-suo condiscepolo lo fece questore prima del tempo, legato, augure; ma
-Lucano, avvezzo da fanciullo ai trionfi, osò competere coll'imperatore
-e vincerlo: Nerone gli proibì di più leggere in assemblea, e il poeta
-indispettito tenne mano alla congiura di Pisone. Scoperto e preso,
-denunziò gli amici e la madre; ma invano colla viltà tentato conservare
-la vita, la lasciò eroicamente (pag. 112).
-
-Il trovarsi perseguitato dispensavalo dalle uffiziali codardie e
-dalle accademiche fanciullaggini: chiuso nel suo gabinetto, poteva
-comporre originale: e di fatto egli ritrae del suo tempo più di quegli
-altri imitatori, ma non ne palesa che la depravazione del gusto, lo
-sfiancamento delle credenze.
-
-Chi attribuisce l'inferiorità della _Farsaglia_ all'avere scelto un
-soggetto troppo vicino, che impediva al poeta le finzioni, essenza
-della poesia, trae storte deduzioni da arbitrarj principj. Buon
-soggetto d'epopea sono le guerre tra nazioni forestiere, mentre le
-lotte di dinastie e le guerre civili e le interne commozioni di Stati
-convengono meglio alla rappresentazione drammatica. In Lucano non ci
-è presentato che il medesimo popolo, diviso in due; due protagonisti
-troppo vicini e somiglianti; sicchè i fatti non han più una distinzione
-abbastanza evidente. Inoltre vuolsi che l'epopea presenti una lotta
-più d'entusiasmo che di calcolo, e che trovi la ragione e la sequela
-nella storia universale, come quella dei Greci contro gli Asiatici,
-de' Cristiani contro i Turchi, dei Portoghesi contro gl'Indiani: e
-qui pure difetta Lucano, poichè la guerra fra Pompeo e Cesare, da lui
-cantata, è lotta di due sistemi meramente accidentali; e vinca l'uno o
-l'altro, l'umanità non v'avrà che vantaggi speculativi. Il che viepiù
-risulta dacchè Lucano non seppe nei due capi personificar la parte che
-ciascuno sosteneva, e darvi quell'individualità viva, per cui tutte le
-azioni esterne son ricondotte al carattere interno, alla coscienza,
-alla risoluzione. Egli poi frantese il soggetto fin a credere che
-una battaglia avrebbe potuto ristabilire l'antica repubblica, cioè
-rassodare la tirannide dei patrizj sopra la plebe. Qual eroe di
-poema cotesto Pompeo, mediocre sempre, più ancora nell'ultima guerra,
-ove misurava se stesso dalle adulazioni che lo avevano abbagliato?
-Cesare, forse il più grande dei Romani, insignemente poetico per
-l'infaticabile ardimento e per la popolarità, è da Lucano svisato; e
-per rappresentarlo come un furibondo ambizioso, il quale nel dubbio
-s'appiglia sempre alla via più atroce[322], ricorre a particolari
-insulse quanto bugiarde: in Farsaglia fa che esamini ogni spada, per
-giudicare il coraggio di ciascun guerriero dal sangue ond'è lorda;
-spii chi con serenità o con mestizia trafigge; contempli i cadaveri
-accumulati sul campo, e neghi ad essi i funebri onori; e imbandisca sur
-un'altura per meglio godere lo spettacolo dell'umano macello. Ma può
-far con questo che Cesare non appaja il protagonista dell'azione? e di
-Pompeo vede altro il lettore se non le blandizie onde lo careggia il
-poeta, col tono stesso onde piaggiava Nerone?
-
-Lavorando di partito non di giudizio, impicciolisce le grandi contese
-coll'arrestarsi attorno ad accidenti momentanei; come nelle gazzette,
-tu vi ritrovi esaltate le piccole cose, non capite o vilipese le
-maggiori, trattenuta l'attenzione su particolarità inconcludenti, e
-sviata da ciò che è capitale; nè vi riconosci il cuor dell'uomo colle
-mille sue rinvolture, colle infinite gradazioni fra cui ondeggia
-la natura umana, ma inflessibili virtù o mostruose tirannie. Quasi
-non basti l'orrore d'una guerra _più che civile_, devono vedersi le
-serpi andare in frotta pei libici deserti; le piante d'una selva non
-cadranno sebben recise, tanto son fitte; nelle battaglie, stranamente
-micidiali, a ruscelli scorrerà il sangue, i morti resteranno in piedi
-tra le file serrate, piaghe apriransi come l'antro della Pitia, il
-grido dei combattenti tonerà più che il Mongibello. Al modo dei retori,
-moltiplica descrizioni e digressioni di tenuissimo appiglio: e per
-verità in queste soltanto si mostra poeta; ma scarso di giudizio e
-di gusto, al difetto di varietà vorrebbe supplire coll'erudizione,
-all'entusiasmo e alla dignità colla ostentazione di massime stoiche,
-al sentimento della natura morale colle particolarità della materiale.
-Spesso ancora il pensiero è appena abbozzato o incomprensibile:
-uniforme il color negro, talora esercitato sopra particolarità
-schifose, sopra analisi di cadaveri in decomposizione, sopra una maga
-che stacca un impiccato dalla forca, snodandone la soga coi denti, e
-ne fruga gl'intestini, e resta sospesa pei denti a un nervo che non
-si vuol rompere[323]. Il verso, talora magnifico, più spesso va duro
-e contorto: soverchie le particolarità, dalle quali se egli mai si
-solleva al grande, dimentica l'arte di arrestarsi e travalica. Chi
-di noi non si sentì infervorato a quel suo ardore di libertà, alla
-franchezza stizzosa delle parole? ma se ti addentri, non vi trovi nulla
-meglio di quel che tutti i Romani colti d'allora provavano, aborrire le
-guerre civili per ignavia o spossatezza; ribramare l'antica repubblica,
-non per intelligenza delle istituzioni sue, ma perchè come esercizj di
-scuola i pedanti proponevano gl'innocui elogi di Bruto e di Catone ai
-futuri ministri di Nerone e Domiziano.
-
-Era frutto naturale delle costoro discipline un poema dove o si
-vituperassero gli Dei imputandoli delle sventure della patria, o
-s'imprecasse alle discordie cittadine, osservate nel loro aspetto più
-superficiale, l'uccidersi cioè tra padri e fratelli; salvo a lodare
-le intempestive virtù di Catone che a quelle tanto contribuì, e
-preporre il giudizio di lui alla decisione degli Dei[324]. E agli Dei,
-cui Roma più non credeva, non era possibile attribuire un'azione in
-quell'epopea, laonde il poeta vi surrogò un soprannaturale del genere
-più infelice: ed ora la patria, in sembianza di vecchia, tenta rimover
-Cesare dal Rubicone; ora i maghi resuscitano cadaveri per cavarne
-oracoli; ora indovinamenti di Sibille, o presagi naturali; e mentre
-s'impugna la provvidenza[325], adorare la fatalità, che esclude e la
-rassegnazione e la speranza; incensar la Fortuna, diva arbitra degli
-umani avvicendamenti, al fondo de' quali non v'è che la desolazione
-e il nulla. È conseguente se preconizza la morte come un bene che
-dovrebbe concedersi solo ai virtuosi[326], un bene perchè assopisce
-la parte intelligente dell'uomo, e lo conduce non nel beato Eliso ma
-nell'oblivioso Lete[327].
-
-Ci dicono che bisogna scusarne i difetti perchè morte gli tolse di dar
-l'ultima mano. Ma la lima avrebbe potuto mutare il generale concetto?
-dargli i dolci lampi d'un'immaginazione vera, d'un affetto sincero? e
-pari sventura non era accaduta a Virgilio? Però la lingua epica che
-Virgilio aveagli trasmessa di prima mano, fu da Lucano pervertita,
-come la prosastica da Seneca; ciò che il primo avea detto con limpida
-purità, egli contorce ed esagera; affoga tutto in una pomposa miseria
-di voci, d'antitesi e di ampolle, dove sempre la frase è a scapito del
-pensiero, l'idea è sagrificata alla immagine, il buon senso all'armonia
-del verso.
-
-Eppure di fantasia e di facoltà poetica era meglio dotato che Virgilio:
-ma questo ebbe l'accorgimento di gettarsi su tradizioni non discusse e
-care ugualmente a tutta la nazione; Lucano si fermò ad un fatto, su cui
-discordavano opinioni e interessi. Virgilio adulò, ma più Roma ancora
-che i suoi padroni; Lucano, rassegnato ad obbedire a Nerone, esaltava
-uno che non era l'uom del popolo, e che al più destava simpatie
-patrizie. Virgilio fece egli stesso il suo poema; il poema di Lucano
-fu fatto da quelle conventicole d'amici e compagnoni, che guastano
-colle censure e colla lode. Virgilio covò nel segreto l'opera propria,
-e tanto ne diffidava, che morendo ordinò di darla alle fiamme: Lucano,
-ebbro degli applausi riscossi ad ogni recita, assicurava se stesso
-che i versi suoi, come quelli d'Omero e di Nerone, sarebbero letti in
-perpetuo[328], e morendo li declamava, quasi per confermare a se stesso
-che, chi gli toglieva la vita, non gliene torrebbe la gloria. Virgilio
-rimarrà il poeta delle anime sensitive: Lucano sarà il precursore
-di quella poesia satanica, che vantasi invenzione del secol nostro,
-nudrita di sgomenti e di disperazione, di tutto ciò che spaventa
-o desola, e che compiacesi di scandagliar le piaghe dell'anima,
-dell'intelligenza, della società per istillarvi il veleno della beffa e
-della disperazione.
-
-E noi tanto rigore gli usiamo perchè quei difetti sono pure dell'età
-nostra, e perdettero e perderanno altri eletti ingegni.
-
-Nè più che qualche lode di stile concederemo ad altri epici, i quali,
-sprovvisti del genio che sa e inventare e ordinare, sceglievano i
-soggetti non per impulso di sentimento, ma per reminiscenza e per
-erudizione, e sostenevansi nella mediocrità coi soliti ripieghi
-dell'entusiasmo a freddo, e colle descrizioni, abilità di chi non
-ha genio. Tutto ciò che è mestieri ad un poema, tu trovi negli
-_Argonauti_ (111) di Cajo Valerio Flacco padovano, nulla di ciò che
-vuolsi ad un poema bello; non il carattere dei tempi, non l'interesse
-drammatico, non la rivelazione del grande scopo di quell'impresa,
-degna al certo d'occupare una società forbita e positiva. Non lascia
-sfuggire occasione di digressioni; accumula particolarità di viaggi,
-d'astronomia; con erudizione mitologica portentosa sa dire appuntino
-qual dio o dea presieda alle sorti di ciascuna città od uomo, quanti
-leoni figurino nella storia d'Ercole, in qual grado di parentela stia
-ogni eroe coi numi, e la precisa cronaca degli adulterj di questi; e
-l'espone senza nè l'ingenuità de' primi tempi che fa creder tutto, nè
-la critica degli avanzati che investiga il senso recondito. Anche nello
-stile barcolla fra le reminiscenze de' libri e l'abbandono famigliare,
-che però non lo eleva alla naturalezza. Messosi sulle orme del greco
-Apollonio da Rodi, corre meglio franco ed elegante quando se ne
-stacca[329].
-
-Più accortamente Cajo Silio Italico (25-95), di Roma o d'Italica
-in Ispagna, scelse a soggetto la _Guerra punica_; ma sfornito
-d'immaginazione, farcisce in versi ciò che da Polibio fu narrato sì
-bene, e da Livio in una prosa senza paragone più ricca di poesia che
-non l'epopea di Silio. Il quale, ligio alla scuola, v'aggiunse di suo
-un soprannaturale affatto sconveniente, e finzioni inverosimili che
-per nulla rompono il gelo perpetuo, mal compensato dall'accuratezza
-di alcune descrizioni. Conosceva a fondo i migliori; di Cicerone e di
-Virgilio era tanto appassionato, che comprò due ville appartenute ad
-essi, ed ogni anno solennizzava il natalizio del cantore di Enea: ma il
-suo era culto di divinità morte, e sacrificava la propria intelligenza
-per pigiarla in emistichj tolti ai classici, faceva nascere i pensieri
-a misura delle parole, e a forza d'erudizione e di memoria riempì
-la languida vanità di quell'opera[330], la quale non ha tampoco i
-difetti che abbagliano ne' suoi contemporanei, e che da alcuni sono
-scambiati per bellezze. Plinio Cecilio, amico e lodator suo, confessa
-che _scribebat carmina majore cura quam ingenio_, e che acquistò
-grazia appo Nerone facendogli da spia, ma se ne redense con una vita
-virtuosa, e tornò in buona fama. Console tre volte, proconsole in Asia
-sotto Vespasiano, colle mani monde di latrocinj ritirossi in Campania,
-comprando libri, statue, ritratti, curiosità di cui era avidissimo:
-ma preso da malattia incurabile, si lasciò morire, come allora parea
-virtù.
-
-Terenziano Mauro fece un poema sulle lettere dell'alfabeto, le sillabe,
-i piedi e i metri, con tutto l'ingegno e l'eloquenza di cui sì ritrosa
-materia poteva essere suscettibile; e giovò a farci conoscere la
-prosodia latina, giacchè al precetto accoppiando l'esempio, usa man
-mano i versi di cui parla. Lucilio giuniore, amico di Seneca, cantò
-l'_Eruzione dell'Etna_. Conosciamo sol di nome i lirici Cesio Basso,
-Aulo Settimio Severo, Vestrizio Spurina; e forse sono di quell'età
-i distici morali (_Disticha de moribus ad filium_) di Dionisio
-Catone, che nel medioevo ebbero molto corso. Le egloghe danno a
-Giulio Calpurnio Siculo il secondo posto fra i bucolici latini, ma
-ad immensa distanza da Virgilio; non come questo introduce pastori
-ideali, sibbene veri mietitori, boscajuoli, ortolani semplici e rozzi,
-cui imita fin nei modi di dire. Ha interesse storico la settima, ove
-un pastore, tornato da Roma, narra i combattimenti che vi ha veduti
-nell'anfiteatro.
-
-Ma in tanti poeti cerchereste invano uno di quei passi sublimi o
-patetici, che accelerano il battito del cuore, o dilatano il volo
-dell'immaginazione; qualche giusta e viva pittura di caratteri e di
-situazioni reali della vita e del cuore. In abbondanza, in dovizia
-di sentimenti vincono talvolta quelli del secol d'oro: ma esalano
-in sentenze ed immagini, anzichè tener dietro al progresso d'una
-passione; pongono l'arte nel voltare e rivoltare l'idea sotto tutti
-gli aspetti ond'è capace, vincere le difficoltà descrivendo ciò che
-non n'ha bisogno; e dove la parola propria o qualche calzante epiteto
-basterebbero, sfoggiano scienza ed anatomia, che guastano l'effetto
-dell'immaginazione, e tolgono il bello col mostrare d'andarne in
-caccia.
-
-Prediletto spettacolo erano ancora il circo e la ginnastica, portati
-all'eccesso; Caligola, Caracalla, perfino Adriano scesero nell'arena;
-Comodo assaliva colla spada gladiatori armati di legno; si vollero
-atleti che si colpissero alla cieca; Domiziano fece lottare nani e
-donne; sotto Gordiano III, duemila gladiatori ricevevano stipendio
-dal pubblico; nel circo offrironsi battaglie d'interi eserciti, ed
-una navale da Elagabalo in canali ripieni di vino. Di mezzo a questi
-sanguinosi clamori poteva prosperare l'arte drammatica? Meglio fu
-favorita la pantomima, ove gl'imperatori non aveano a temere i fulmini
-della parola.
-
-Alcune tragedie, gonfie di declamazioni e vuote di quel che appunto
-costituisce il dramma, cioè l'azione, la vita animata, corrono sotto
-il nome di Seneca: ma sono opera d'uno o più Stoici, d'immaginazione
-senza giudizio, d'ingegno senza gusto, i quali fan parlare e morire la
-vergine Polissena e il fanciullo Astianatte come un Catone in Utica;
-eppure vi spruzzolano le empietà di moda, proclamando che tutto finisce
-colla morte[331]. Passione falsa, contraddittoria, sempre esagerata e
-nel bene e nel male; preferita la dipintura del furore, i caratteri
-atroci, i colori strillanti alla tranquilla armonia de' quadri e al
-graduale procedere delle passioni; fin dal cominciamento lo spettatore
-deve restare attonito, atterrito, nè mai trovar riposo. Le donne
-medesime hanno musculatura maschile, forsennati furori, amor materiale,
-tanto che Fedra invidia Pasifae, esclamando, — Almeno ella era amata!»
-
-Destinate alle solite declamazioni non al teatro, in quelle tragedie
-non sono nè concatenate le scene, nè variati i caratteri, nè
-giustificate le situazioni; bensì tragicamente coloriti i racconti, e
-sparsi di modi e pensieri arditi e franche sentenze, che quantunque
-ivi si trovino per lo più fuor di posto, parvero degne d'imitazione
-a Corneille, a Racine, ad Alfieri, a Weisse. Forse da esse venne alle
-moderne tragedie quell'aria di declamazione che tanto le slontana dai
-greci modelli, e quelle risposte concise ed epigrammatiche, le quali
-dappoi sembrarono bellezze[332].
-
-Non l'espressione de' sentimenti dell'anima, come nella lirica; non
-la magnifica esposizione, come nell'epopea; ma un'idea generale del
-bene, applicata argutamente a particolarità moderne, costituisce la
-satira. Era perciò eminentemente propria de' Romani, che dietro di sè
-aveano un'età, popolarmente dipinta come sobria e pudica; sicchè viepiù
-risaltava il disaccordo fra la morale astratta e il mondo reale.
-
-Ma la pericolosa abilità della satira rado giova o non mai, produce
-nemici, e trae spesso a saettare ciò che maggiormente rispettar
-si dovrebbe, la virtù, le profonde convinzioni, la disinteressata
-attività. Solo un cuore benevolo e la evidente intenzione del
-miglioramento possono acquistarle lode: or questo trovasi nei satirici
-latini? Essi meritano speciale attenzione, perchè un tal genere più
-d'ogni altro risente l'influsso del tempo, da cui trae la materia,
-i colori, la vita. All'età di Mario, quando gran parte ancora
-conservavasi dell'antica rozzezza, quantunque la digrossassero le
-mode greche, e al vizio, irruente coll'allettamento della novità, si
-opponeva la sdegnosa repressione delle antiche virtù, comparve Lucilio,
-che con modi plebei e festività plateale e sali caustici più che
-lepidi, attaccò men tosto i difetti che le persone di qualunque grado
-o stirpe. Al tempo d'Orazio, la civiltà greca era prevalsa col corredo
-de' vizj eleganti, e colla conseguenza delle guerre civili, delle
-proscrizioni, del mutamento di repubblica in impero. Dove era riuscita
-inefficace la disciplina dei censori, poteva il satirico lusingarsi di
-porre un freno alle voluttà, al lusso, all'ingordigia? Orazio, il cui
-fino gusto comprendeva che la cosa da evitare di più è l'inutilità,
-s'accontentò di porgere verità d'esperienza, precetti parziali di
-qualità casalinghe, lezioni minute che s'imparano solo coi capelli
-bianchi: ma ingegnoso a scorgere i difetti, arguto a dipingerli, non si
-propone di farli aborrire; vuol trovare di che ridere, anzichè condurre
-altrui all'austerità; imitando Augusto nel lodare le virtù vecchie
-ed abbracciare i vizj nuovi, alla corruzione fa omaggio col mostrare
-d'abbandonarvisi egli stesso a capofitto. In lui trapela il sereno
-d'una società che si rallieta dopo lunghi patimenti, si riposa da fiere
-convulsioni, e promettesi lunga durata; e Orazio, non mordendo, ma
-solleticando, mira piuttosto a smascherare quelli che si danno aria
-di virtuosi, e avvezzare ad un viver tranquillo e gajo, a sprezzar
-le ricchezze, la potenza, tutti que' desiderj che turbano la calma;
-accontentarsi del proprio stato, e cogliere fiori in sulla via.
-
-I tempi erano peggiorati col sistema imperiale, e alla corruttela
-traboccante non poteasi opporre che il ferreo argine dello stoicismo,
-irreconciliabile col vizio, armato di inflessibili sentenze. Decimo
-Giunio Giovenale (42-122?), ispirato dal dispetto, non ride, ma si
-corruccia; non saltella da cosa a cosa, ma fila la sua tesi a modo
-dei retori, severo per proposito fin nella celia. Se però t'addentri,
-sotto la generosa indignazione scopri un declamatore, onesto se vuoi,
-ma che calcola sempre, non sente mai; protesta vigorosamente contro
-la corruzione, ma quando sotto Trajano la franchezza non recava
-pericolo; e sentenzia di pazzo chi per compiere una grande azione
-mette a repentaglio la sicurezza proveniente dall'oscurità o dalla
-scempiaggine: e quel suo finire una violenta declamazione con una
-comparazione arguta o con una lambiccata[333], ti lascia in dubbio s'e'
-parli da senno o da beffa.
-
-Nelle sedici sue _Satire_ intende abbracciare tutto quel che gli uomini
-pensano, fanno, patiscono[334]. Nella prima rimpiange l'antica libertà
-della parola; ond'egli, per cansar pericolo, l'accoccherà solo a morti.
-La seconda rimorde i filosofi, severi all'esterno, corrotti dentro;
-e i grandi, modelli di depravazione. Delle più vive è la terza, ove
-ritrae gl'impacci di Roma e gli scomodi d'una metropoli. Una mette in
-canzonella i senatori, gravemente convocati da Domiziano per decidere
-sul migliore condimento d'un pesce: una le donne vane, imperiose,
-dissimulate, libertine, avide, superstiziose: una chi ripone la nobiltà
-nei natali, non nel merito. Or invitando un amico a cena, gli porge
-la distinta dei cibi, per elogio della frugalità e rimprovero del
-lusso; or festeggia un amico scampato dal naufragio, e perchè non si
-creda interessata la gioja, assicura che quello ha figli, donde si fa
-passaggio a ritrarre gli artifizj con cui si uccellava alle eredità de'
-celibi[335].
-
-Egli ci mostra Roma piena di Greci, che, capitati con un carico
-di fichi e prugne, si posero ad ogni mestiero; grammatici, retori,
-geometri, pittori, medici, auguri, saltambanchi, maghi, adulatori
-che lodano i talenti d'uno scemo, pareggiano ad Ercole uno sciancato,
-encomiano vilmente e son creduti, e si vendicano della vinta patria col
-corrompere la vincitrice. Al cliente, coricato al desco col patrono,
-tocca la continua umiliazione di vedere a questo il pan buffetto e il
-vin pretto o l'acqua limpida; a sè una focaccia di farina muffa, acqua
-fangosa, e il profumo dei frutti e delle delicature, e le celie del
-signore, per corteggiare il quale egli innanzi l'alba lasciò moglie
-e figli, e venne a batter la borra sul freddo lastrico del palazzo.
-Il ricco ammira il poeta, gli presta la sala per leggere i versi, e i
-liberti per applaudirlo, ma poi lo rimanda a dente secco: lo storico
-riceve poco più d'uno scrivano: al grammatico è decimato il salario
-dall'ajo o dall'economo. È di moda l'avvocato che si fece fare il busto
-e la statua, che ha otto portinaj e non so quanti anelli, e la lettiga
-dietro e un codazzo d'amici: mentre l'altro, il quale non è che onesto,
-riceve in premio delle sue fatiche un prosciutto secco, cattivi pesci,
-e vino colla punta; o se tocca una moneta, dee dividerla coi mediatori
-che gli procurarono l'avventore.
-
-Tutto ciò espone Giovenale in tono di predica e febbricitando
-d'indignazione, con amara beffa e stizzoso flagello. Ingegno nello
-scegliere le circostanze, robustezza nel colorire non gli mancano;
-nelle composizioni d'età matura va più pacato, e lascia prevalere
-il riso allo sdegno; adopera linguaggio dotto, copioso, non mai
-vulgare. Chi però volesse da lui desumere la vita privata de' Romani,
-per riscontro alla pubblica dipinta da Tacito, resterebbe illuso da
-quest'onesto mentitore, che vede da falso punto, ed espone iperbolico
-e declamatorio. I tempi chiedeano ben altro che il riso d'un poeta:
-nè riformarli poteva uno, che, mentre si querela della negletta
-religione, la toglie in beffe[336]; che a turpissimi vizj oppone
-aforismi cattedratici d'una virtù assoluta, generica, vaga[337]; che
-per consolazione ai patimenti non sa suggerire se non il forte animo e
-il disprezzo della morte. Messe a nudo le miserie del povero, proprie
-di tutte le età o speciali di quella, qual voto fa egli? che tutti i
-poveri antichi si fossero da sè esigliati da Roma[338]. Non ne potevano
-dunque restar giovati i coetanei suoi: quanto ai posteri, leggendo
-si consolano d'esser fatti tanto migliori, ma tornano ad Orazio,
-de' cui mezzi caratteri trovano spesso il riscontro ne' mezzi uomini
-contemporanei.
-
-Dopo che Orazio diede un esempio inarrivabile di scrivere la satira con
-modi piani e popolari (_sermones per humum repentes_), ai successivi
-fu rituale uno stile rotto e manierato: ma Giovenale nel verso, nelle
-frasi, nelle parole stesse sorpassa tutti per originale rigidezza,
-acquisita con assiduo studio; non voce, non passaggio inutile, non
-verbo che non cresca vigore, non imitazione che sacrifichi il pensiero
-alla frase; nulla di semplice, di affabile; non lingua appresa dal
-popolo, ma decretata dai grammatici e dai retori.
-
-Nato ad Aquino, educato nelle solite scuole di declamatori, fin a
-quarant'anni attese ai tribunali: avendo poi recitato ad alcuni amici
-una satira contro di Domiziano e di un poeta a lui ligio, gli applausi
-che ne riscosse lo drizzarono a questo genere. Adriano, credendosi
-preso di mira in alcuni frizzi di lui, lo mandò in Egitto già
-ottagenario, dandogli per celia il comando d'una coorte. Ivi morì di
-noja e di rammarico.
-
-Aulo Persio Flacco (34-62), orfano di famiglia equestre volterrana, a
-dodici anni venne a Roma sotto i soliti sciupateste; ma a ventott'anni
-morì. Anneo Cornuto suo maestro ne pubblicò le satire, sopprimendo ciò
-che credette cattivo o pericoloso; ed eccitarono viva ammirazione,
-forse per quel sentimento che tante speranze fa sorridere dalla
-tomba d'un giovane. Ma l'esperienza e le correzioni avrebbero potuto
-togliervi l'affettata pienezza, o dargli l'immaginazione, senza cui
-poesia non è?
-
-Sarebber esse a dire un sermone solo, trinciato poi dal suo
-raffazzonatore in sei prediche sopra soggetti morali, oltre una
-prefazioncella. Nella prima, egli burla il ticchio di far versi
-e il mal gusto in giudicare: nella seconda, dardeggia la frivola
-incoerenza de' voti onde i mortali sollecitano gli Dei: nella terza,
-i molli giovani aborrenti da ogni seria occupazione: la quarta morde
-la presunzione onde tutti credonsi capaci di tutto e principalmente
-di governar gli Stati: nella quinta esamina qual uomo sia veramente
-libero, e conchiude il savio: l'ultima punge gli avari, che negandosi
-il necessario, accumulano per eredi scialacquatori.
-
-Come Orazio, Giovenale avea dedotto le sue satire dall'osservazione
-propria, dalla conoscenza della vita: Persio invece soltanto dalle
-scuole. Guasto nel midollo dallo stoicismo di queste, sprezza non
-solo il superfluo, ma il necessario[339]; fa colpa del più innocente
-atto, se la ragione non vi assenta[340]; all'uomo intima non esser lui
-libero, perchè ha passioni; condanna i raffinamenti della civiltà, il
-vestir bene e l'usare profumi.
-
-Ah! ben altri vizj deturpavano il suo tempo; infamia di delatori,
-avvilimento del senato, insolenza di liberti, stravizzo e bassezza
-di tutti. Ma Persio non sapeva nulla di ciò, perchè nulla gliene
-avevano detto nella scuola; solo udito in generale che il secolo era
-corrotto, si prefigge di manifestare il suo ribrezzo con aerea e filata
-discussione da gabinetto, sovra argomenti prestabiliti, non su quelli
-che, cadendogli sott'occhio, lo stizzissero od ispirassero. Con quella
-superba generosità vede e parla esagerato; insiste sulla medesima tesi,
-comunque simuli arditi passaggi e dure inversioni; cerca minuzie e
-sottilità e figure retoriche e tropi, anche quando sembra passionato.
-
-Orazio, uom di mondo, urtante e riurtato dagli uomini, è sempre
-l'autore del momento, nè diresti avesse già pensato jeri a quel che
-getta sulla carta allorchè il vizioso o il malaccorto gli dà tra'
-piedi; ti porta sul luogo; al vizio attribuisce persona e nome, sicchè
-tu lo conosci, e le particolarità sfuggono meno alla mutata posterità.
-Persio invece sta sulle generali, con pitture vaghe e costumi e scene e
-personaggi indeterminati; argomenta scolasticamente ove gli altri due
-discorrono saltuariamente; e le poche volte che cerca il drammatico
-andamento di Flacco, diventa oscuro ancor più dell'usato; talchè
-l'attribuire le botte e le risposte a quest'interlocutore piuttosto che
-a quello, è laborioso indovinamento de' commentatori. Ai quali pure diè
-fatica quel suo stile ambizioso, ove mancando sempre d'immagini, e non
-sapendo vestire i concetti filosofici reconditi, la sterilità delle
-idee dissimula sotto una lingua bizzarra, congegnata di parole piene
-pinze. Il suo verso è sonoro, ma spesso ambiguo: e se Lucilio imitò i
-Greci, e Orazio imitò Lucilio, Persio imita Orazio, catena nella quale
-egli rimane troppo dissotto; perocchè in Orazio troviam sempre begli
-argomenti, trattati con arte squisita, varietà somma, digressioni
-felici, e l'arte di coprir l'arte. Quindi egli è sempre venusto,
-Giovenale austero, Persio arcigno; egli pien di lepidezze, Giovenale
-di sarcasmo, Persio d'ira; l'uno persuade, l'altro scarifica, il terzo
-filosofeggia: sicchè amiamo il primo, temiamo il secondo, il terzo
-compassioniamo.
-
-Oltre queste satire, e quella che Sulpicia moglie di Galeno scrisse _de
-corrupto reipublicæ statu_ quando Domiziano cacciò d'Italia i filosofi,
-ne correano in Roma altre democratiche, libera espressione di sdegno le
-più volte, d'applauso talora, progenitrici delle odierne pasquinate,
-e i cui autori restavano incogniti, ma più nazionali che le poesie
-letterarie[341].
-
-Altri colori a dipinger la vita domestica de' Romani somministra
-Petronio Arbitro marsigliese nel _Satyricon_ (66), misto di prosa e
-di versi (pag. 137). Suppongono costui fosse ministro delle voluttà
-di Nerone, e le descrivesse; ma pare che, più d'un secolo dopo,
-qualche curioso ne trascrivesse i passi che più gli piacevano e che
-soli a noi arrivarono, sconnessi, oscuri, aggrovigliati, donde non
-trapela altra intenzione se non di abburattare libertinamente il
-libertinaggio del suo tempo, corrompendo con aria di riprovar la
-corruzione, ed ubriacandosi nell'orgia comune. Trimalcione, uom di
-dovizie splendidissime, tronfio quanto baggeo, in cui altri crede
-adombrato Claudio, altri il successore di esso, noi più volentieri
-l'ideale dei tanti ricchi lussurianti nella Roma d'allora, v'è
-circondato da parasiti, da filosofi, da poeti, dall'infame voluttà
-dei grandi. Eumolpo, tolto a mostrare ai convitati qual deva essere
-il poeta vero, insegna non bastare a ciò il tessere belle parole in
-versi armoniosi, ma volersi generosi spiriti, evitare ogni bassezza
-d'espressione, dar rilievo alle sentenze; e propone ad esempio un suo
-componimento sopra le cause della guerra civile, forse per appuntare
-Lucano che non le accenna, e con gravi parole tassa il deterioramento
-dei costumi. — Già il Romano teneva soggiogato tutto il mondo, nè però
-era satollo; ricercando scorrevansi i seni più reconditi; e se alcuna
-terra vi fosse che mandasse oro, aveasi per nemica. Non piacevano
-i gaudj noti al vulgo, o la voluttà comune colla plebe; traevansi
-dall'Assiria l'ostro, dalla Numidia i marmi, le sete dai Seri, dagli
-Arabi i profumi; nelle selve dei Mauri cercavansi le fiere; correvasi
-fin nell'Ammone, estremo dell'Africa, per averne l'avorio; e le tigri
-caricavano la nave per bevere umano sangue fra gli applausi del popolo
-a modo dei Persiani. Deh vergogna! si recide agli adolescenti la
-pubertà, acciocchè sia prolungata la fuga de' celeri anni; ma piaciono
-le bagasce, e il rotto portamento del corpo snervato, e i cascanti
-capelli, e i nuovi nomi delle vesti disdicevoli ad uomo. Una mensa
-di cedro svelto dalle terre africane, e turme di schiave, e splendido
-ostro si pone; e vuolsi ornare l'oro istesso. Ingegnosa è la gola; lo
-scaro si reca vivo sulla mensa, immerso nel mar Siculo, e conchiglie
-svelte dai lidi Lucrini: già l'onda del Fasi è deserta d'augelli, e
-nel muto lido le sole arie mormorano fra i deserti rami. Nè minore è
-la rabbia in campo, ed i compri Quiriti volgono a guadagno i suffragi;
-venale è il popolo, venale la curia dei padri, pagasi il favore; anche
-ai vecchi cadde la libera virtù, e il potere e la maestà giaciono
-corrotti dalle ricchezze: talchè Roma ruinata è merce di se stessa, e
-preda senza riscatto». Allora trae fuori un macchinamento della fortuna
-e dell'inferno che predicono i mali avvenire, e della discordia che
-abbaruffa Cesare e Pompeo.
-
-Il _Satyricon_ è il primo romanzo latino che conosciamo: maggior fama
-levò quello di Lucio Apulejo, la cui vita stessa è un romanzo. Nato
-bene a Medaura colonia romana in Africa, al tempo degli Antonini,
-studiò a Cartagine, in Grecia, a Roma[342]; viaggiò, aggregandosi a
-varie fraternite religiose[343], e recitando dappertutto arringhe,
-secondo l'andazzo d'allora. Alcune di queste (_Floride_) ci arrivarono,
-copiose d'erudizione quanto tapine di critica e credule all'eccesso;
-eppure gran nome gli acquistarono, e perfino statue.
-
-A forza di spendere, non avanzò di che farsi consacrare al servizio
-d'Osiride. Riguadagnò col piatir cause, e meglio collo sposare
-Pedentilla, vedova di quarant'anni e di quattro milioni di sesterzj. I
-parenti di questa gli posero accusa d'averla innamorata con sortilegi;
-ma citato davanti al proconsole d'Africa, si scolpò con un'apologia,
-che ci rimane bizzarro testimonio dei pregiudizj correnti. Magie e
-siffatte superstizioni più tardi egli derise, ma senza deporle; e
-sebbene nella _Metamorfosi_ o l'_Asino d'oro_ ne faccia la satira,
-credeva che i demonj potessero immediatamente sull'uomo e sulla natura.
-
-Il concetto dell'_Asino d'oro_ è derivato da Luciano, ch'esso pure lo
-dedusse da Lucio di Patrasso: ma il nuovo episodio d'Amore e Psiche
-è degno di stare fra quanto ci lasciò di più squisito l'antichità.
-Appunto perchè oscuro, quel romanzo fu interpretato in mille guise: i
-Pagani fecero d'Apulejo un semidio miracoloso da opporre a Cristo: nel
-medioevo s'andò a cercarvi il segreto della pietra filosofale: indi i
-metafisici vi trovarono indicato l'avvilimento dell'anima pel peccato,
-finchè la Grazia non la sollevi: molti vi attribuiscono l'intenzione
-di rialzare i misteri, caduti in discredito; eppure ne rivela le
-abominazioni, quantunque per verità l'XI libro esponga nella loro
-bellezza quelli d'Iside e Osiride, dandocene informazioni preziose.
-
-Ricco di cognizioni storiche, non raggiunge a gran pezza Luciano per
-fecondità di genio o acume nel cogliere il senso de' sistemi filosofici
-e trovarne il lato ridicolo; tanto meno poi nell'accuratezza dello
-stile: anzi in uno scrivere prolisso, oscuro, pretensivo, vacillante
-tra parole arcaiche e nuove, lascia sentire quanto fosse imbarbarita la
-romana lingua.
-
-Le opere non solo più importanti ma anche migliori di quest'età sono
-le storiche. Cornelio Tacito (54-134?), nato a Terni nell'Umbria di
-famiglia plebea, entrò nella milizia, poi si fece avvocato, e scrisse
-molte arringhe; sostenne la questura e la pretura sotto Domiziano, vide
-la Germania e la Bretagna, fu anche console, e menò lunga vita, più
-tranquilla che non parrebbe dalla severa scontentezza de' suoi scritti.
-
-In mezzo a quei vivi contrapposti di buoni e cattivi signori,
-all'agonia del bene e del male, egli contemplava in silenzio una
-lotta senza vigore; e prima d'esporsi al pubblico sguardo, aspettò
-la maturanza degli anni. Passava i quaranta allorchè per gratitudine
-scrisse la vita d'Agricola suo suocero, sollevando la biografia alla
-dignità di storia, coll'introdurvi gli eventi d'un popolo nuovo, cioè
-il britannico, del quale sa cogliere le particolarità più significanti.
-
-Vi mandò dietro la descrizione della Germania, quasi volesse mettere
-in vista quelle genti rozze ma integre, che sovrastavano minacciose
-alla depravata civiltà dell'impero. Poche pagine, eppure è uno
-dei lavori più importanti dell'antichità, ed incomparabile modello
-dell'arte di dir molto in breve. Le cose vide egli stesso o le udì da
-suo padre; e vuole opporre alla viziosa decrepitezza del suo secolo
-la vigorosa integrità di genti nuove. Ignaro della lingua teutonica,
-dovette frantendere troppe cose; riscontrò gli Dei di Grecia e di
-Roma ne' germanici; le imperfette cognizioni che ne acquistò, tradusse
-cogl'inesatti equivalenti d'una civiltà affatto diversa. La studiata
-brevità poi non basta a gran pezza a significare ciò che lo storico
-concepisce, o converte la parola ad uso diverso dal comune. Ciò scema,
-non toglie a Tacito il merito di offrir le prime pagine della storia
-moderna.
-
-Sperimentate le sue forze, diede mano alla storia di Roma in trenta
-libri da Galba a Nerva, il regno del quale e di Trajano, come tema più
-ricco e più sicuro, serbava per istudio di sua vecchiezza. Ma poi trovò
-più conforme al suo genio di descrivere in forma di annali le atrocità
-o le follie dei primi quattro successori d'Augusto (pag. 119). Gran
-parte del lavoro andò perduta; nè delle _Storie_ ci restano che quattro
-libri e il principio del quinto, in cui è abbracciato poco più che
-l'anno 69: degli _Annali_ ne avanzano dodici con molte lacune; perito
-quanto si riferiva al restante regno di Tiberio, a quel di Caligola e
-gran parte di Nerone; poi ci vien meno affatto quando gli avrebbe dato
-tanta importanza il mostrare il cambiamento di dinastia.
-
-Nessuno seppe meglio rendere drammatico il racconto, ove
-minutissimamente espone la vita politica, e le relazioni de' principi
-col popolo romano. Storico filosofo, gran conoscitore del cuore,
-e dipintore inarrivabile de' caratteri, la grave moralità lo rende
-indignato col suo tempo, che egli anatomizza senza remissione come un
-cadavere; e se tra l'indagine gli casca sotto al coltello una parte
-ancor vitale, la manda al taglio medesimo; e il supplizio dei Cristiani
-descrive come quello di tant'altre vittime, spettacolo al tiranno o al
-popolo. Di religione non si briga, pur riferendo tante superstizioni;
-ma ammette una potenza superna, moderatrice delle cose e delle azioni
-umane, non senza dubbj però[344]: come tutti i pensatori, predilige
-la forma repubblicana d'una volta, ma riconosce la necessità del
-principato, poco sperando fin ne' governi temperati[345]: protestando
-contro il suo secolo anche collo scrivere, sbandisce ogni modo
-naturale e semplice di concepire e di esporre, e si forma uno stile
-artifiziato, tutto suo, ora di vivace rapidità, ora di calma maestosa,
-semplice nella grandezza, qualche volta sublime, originale sempre, da
-non permettersi una parola di più, nè un fior d'espressione, nè lusso
-d'immagini, nè cadenza e periodo, come chi non ambisce di piacere,
-ma vuol che si pensi, che ogni frase istruisca, ogni parola porti un
-senso, e a tal fine sia precisa per l'oggetto e vaga per l'estensione.
-Senza modello, rimase senza imitatori. Gli toccò la fortuna di godere
-della propria gloria, sebbene forse la dovesse piuttosto ai versi e
-alle orazioni, che andarono perdute, al par di una sua raccolta di
-facezie. Tra i posteri fu caro a chiunque legge meditando, a chiunque
-in pubbliche calamità ha bisogno di fremere e rinvigorir la coscienza
-contro i terrori e la seduzione.
-
-Cajo Svetonio Tranquillo (70-121?), oltre le vite dei Dodici Cesari, di
-cui già parlammo (pag. 118), scrisse quelle de' retori, de' grammatici
-e forse de' poeti, e sui giuochi dei Greci, sulle parole ingiuriose e
-sul vestire dei Romani, sempre con istile corretto, senza fronzoli nè
-affettazione.
-
-Vellejo Patercolo (m. 31?), campano, narrò la storia universale
-dall'origine di Roma fino al suo tempo; ma ci rimane quel solo che
-concerne la Grecia e Roma, dalla rotta di Perseo al decimosesto anno
-del regno di Tiberio. Caldo di patriotismo, attento alle persone più
-che alle cose, devoto a Tiberio come un soldato al suo generale, fino
-ad alterare e sopprimere i fatti. Germanico per lui è un infingardo, un
-eroe Sejano; nella cui disgrazia dicono che Vellejo andasse ravvolto,
-non come complice, ma come amico[346].
-
-In generale gli storici latini mostransi più parziali quanto più
-dominati dallo spirito romano: ma procedendo l'impero, crescono in
-umana giustizia. Tacito da un capitano barbaro fa dipinger al vivo
-l'ambizione romana[347], sebbene poi egli stesso si diletti alla strage
-de' Brutteri[348]: Vellejo è il primo a confessare che Roma distrusse
-Cartagine per odio, e mostra compassione pei vinti Italiani[349].
-Purgato nello scrivere, ma oratorio, è in tentenno, vuol conchiudere
-ogni fatto con sentenze concettose, sfoggiare colori poetici, antitesi,
-voltar e rivoltare il medesimo pensiero: poi, lodi o biasimi, è
-declamatore, e dopo narrata la morte di Cicerone, esce contro Antonio
-in un'invettiva, che a forza d'esser veemente riesce ridicola.
-
-Dalla caduta di Sejano cominciò Valerio Massimo una raccolta di _Fatti
-e detti memorabili_ in nove libri, senza giudizio raccolti, senza
-critica disposti, senza gusto narrati. Predilige gli esempj che tengono
-del prodigio, e le circostanze che più sentono di strano; ne scapitino
-pure il vero e la semplicità storica. Perciò piacque ne' mezzi tempi,
-e fu ricopiato assai volte e carico di glosse. La bassa lega del suo
-stile, quella declamazione inalterabilmente fredda e severa, fecero
-ad alcuno supporre che l'opera qual oggi l'abbiamo sia un compendio, o
-piuttosto un estratto fattone da non so quale Giulio Paride. Il prologo
-a Tiberio nausea per adulazione.
-
-Giustino diresse a Marc'Aurelio[350] un compendio delle _Storie_ di
-Trogo Pompeo, dette _Filippiche_ perchè dal settimo libro innanzi
-trattavano dell'impero macedone. Daremo colpa agli abbreviatori d'aver
-fatto perdere gli originali, o merito d'averne almen parte conservato?
-Per verità mal possiamo chiamare compendio questo di Giustino, pieno
-di digressioni, e sempre largo nel raccontare; se non che ommette ciò
-che non gli sappia di curioso o d'istruttivo, confonde la cronologia,
-non sa connettere le parti, e beve in grosso; colpa forse del suo
-originale, di cui potrebbe esser merito il bello stile.
-
-Di Lucio Anneo Floro, probabilmente spagnuolo, i quattro libri della
-_Storia romana_ dalla fondazione della città fin quando Augusto chiuse
-il tempio di Giano, son piuttosto un panegirico in istile poetico, ove
-trascura la cronologia, esagera i colori, tutto rinforza coll'enfasi
-e coll'interrogazione che comanda d'ammirare. Ingegnosi sono molti
-de' suoi pensieri, ed espressi sovente con forza e precisione; ma
-l'eccesso di sentenze e i tumori poetici rendono freddo e stucchevole
-il racconto. I Galli, dopo distrutta Roma, sono assaliti alle spalle da
-Camillo, e uccisi in tal numero che «coll'inondazione del loro sangue
-vien cancellato ogni vestigio degl'incendj». Le navi di Antonio erano
-sì vaste, che «non senza fatica e gemito il mar le portava». L'Oceano
-pare si faccia tranquillo e propizio allorchè la flotta reca le prede
-a Roma, «quasi confessandosi inferiore»: e invece sembra aver fatto
-accordo con Lucullo per debellare Mitradate. Fabio Massimo, occupate
-le alture, di là scaglia armi sui nemici; «e fu bello il vedere quasi
-dal cielo e dalle nubi avventati fulmini sugli abitatori della terra».
-Bruto spira sopra l'ucciso Arunte, «come volesse l'adultero perseguire
-sin nell'inferno». Le guerre dei Galli servivano ai Romani di cote,
-onde affilar il ferro del loro valore. Narra la spedizione di Decimo
-Bruto lungo la costa Celtica? v'assicura che non arrestò il vittorioso
-cammino finchè non vide il sole calar proprio nell'oceano, anzi udi il
-friggere del suo disco al toccar delle acque.
-
-Vuolsi però che alcune delle sue gonfiezze sieno interpolate.
-Certamente ha l'arte, così importante ne' compendj, di cogliere i punti
-principali, e lasciar da banda le particolarità inconcludenti, benchè
-spesso non offra che i contorni: credulo poi e superstizioso, accetta
-prodigi assurdi e piglia grossolani errori di fisica e di geografia. Da
-Livio si scosta spesso; e introduce una idea che s'avvicina a ciò che
-ora chiamiamo filosofia della storia, attribuendo all'impero romano tre
-età, d'infanzia, adolescenza, giovinezza; questa suddividendo in due
-secoli, a cui aggiunse come corona l'età d'Augusto.
-
-A questi tempi vien collocato da alcuni Quinto Curzio Rufo, da altri
-con Costantino; e poichè nessun antico ne fa menzione, v'ha chi lo
-crede un frate moderno: tanto manca di carattere proprio. Chi l'accetti
-come un romanzo, e non s'offenda della gonfiezza e dell'indefesso
-sentenziare, lo troverà limpido narratore e descrittor fiorito. Anzichè
-i migliori biografi d'Alessandro, ormò i più creduli e favolosi; della
-cronologia o di conciliare i fatti contraddittorj che raccoglie, nè di
-indagare se alcun vero poteva sotto le favole celarsi, non si briga.
-Poco seppe di greco, pochissimo d'arte militare, nulla di geografia
-e d'astronomia: il monte Tauro confonde col Caucaso, lo Jassarte col
-Tanai, mentre distingue il mar Caspio dall'Ircano; fa eclissar la luna
-quand'è nuova[351]. Nelle parlate vuol far pompa di belle parole e
-sentenze, convengano o no; e gli Sciti sfoggiano teoremi del Portico
-greco, e gli eroi spavalderie da scena. Detto a quali indegnità
-Alessandro adoperasse l'eunuco Bagoa, soggiunge che le voluttà del
-Macedone furon sempre lecite e naturali.
-
-Altri storici sono ricordati: Lucio Fenestella; Servilio Noniano;
-Fabio Rustico, spesso citato da Tacito: la greca Pamfila sotto Nerone
-fece una storia universale in trentatre libri: Svetonio Paolino, un
-de' migliori generali di Nerone, descrisse la sua spedizione di là
-dall'Atlante nell'anno 41, adoprata spesso da Plinio maggiore; il quale
-per le cose d'Oriente appoggiasi a Licinio Muciano, che raccolse ancora
-i discorsi, gli atti e le lettere degli antichi Romani, e che portava
-indosso una mosca viva, come preservativo della vista[352]. Sono
-interlocutori nel dialogo _Della corrotta eloquenza_ Giulio Secondo che
-narrò la vita di non so quale Giuliano Asiatico, e Vipsanio Messala
-che descrisse la guerra tra Vespasiano e Vitellio ed altri fatti.
-La vita di Nerone e le guerre civili che precedettero il regno di
-Vespasiano espose Cluvio Rufo, che andò perduto, ma servì di fondamento
-ai successivi. Vivendo in tempi che l'amministrazione era ridotta
-nei misteri dei gabinetti, dovettero starsi alle pubbliche dicerie, e
-tacere ciò che potesse sgradire ai tiranni.
-
-Gli autori della _Storia Augusta_, vissuti sotto Diocleziano o poco
-dopo, biografi meglio che storici, sul modello di Svetonio, c'informano
-dei vizj e delle virtù degl'imperatori, dell'educazione, del vitto,
-del vestire, anzichè sulle grandi rivoluzioni che allora si compivano:
-poveri anche di stile e d'ordine, ti pare nei loro racconti si riveli
-la confusione che cresceva sempre più nel romano impero. Forse il solo
-Flavio Vopisco fu testimonio oculare; gli altri narrano per udita o
-per lettura, variando stile e pensare secondo le fonti; imbeccati da
-un autore, passano all'altro e ne ricavano i fatti medesimi, senza dar
-segno d'accorgersi della ripetizione, che talvolta è fin tripla. Qual
-fiducia avervi? Eppure da essi soltanto teniamo moltissimi fatti e
-particolarità di costumi pei censettantott'anni abbracciati da quelle
-trentaquattro biografie, le quali pare siano state trascelte da alcuno,
-al tempo di Costantino, fra le molte che esistevano[353].
-
-A Roma concorreano per trovar pane e onori, o per istudiare uomini
-e cose, i sapienti e i letterati d'ogni paese; e i Greci benchè non
-avessero cessato di disprezzare la lingua e la letteratura di Roma,
-benchè pochissimi di loro degnassero adoprarne la lingua, quali
-Fedro, Ammiano, Macrobio, pure trovavano degno tema la politica e gli
-eroi di essa. Il più famoso retore greco Dione Crisostomo dissuase
-Vespasiano dall'accettar l'impero, osò dire la verità a Domiziano; e
-Trajano, quando entrava trionfante in Roma, vistolo tra la folla, il
-fece montar seco sul carro. Vespasiano e Tito protessero specialmente
-Giuseppe, ebreo di Gerusalemme, perciò intitolato Flavio, il quale nei
-sette libri delle _Guerre giudaiche_ celebrò le loro vittorie sopra
-la sua patria. Appiano alessandrino era stato colpito di meraviglia
-nel veder venire ambasciadori per offrire nazioni nuove a Roma, e
-questa ricusarle, desiderosa ornai di conservarsi, non di crescere;
-onde scrisse una storia, dove non restringe lo sguardo a sola Roma.
-Del suo lavoro ci rimangono le guerre puniche, quelle di Mitradate,
-dell'Illiria, cinque libri della civile, e alcun che delle celtiche,
-prezioso monumento. Conobbe gli artifizj della guerra, e narrò col
-modo schietto che s'addice alla verità, sebbene siasi valso fin delle
-parole, non che dei sentimenti degli autori a cui si appoggiava.
-Erodiano ci lasciò otto libri della storia degli imperatori, dalla
-morte di Marc'Aurelio a quella di Massimo e Balbino, assicurando di
-riferire ciò solo di cui fu testimonio oculare. Negligendo geografia
-e cronologia, con felice brevità e buon giudizio sceglie i fatti che
-più servono a rivelare un'età infelice, ove la politica non poteva che
-obbedire alle circostanze, e la pazienza dei Romani infondeva baldanza
-ai soprusi dei loro padroni.
-
-Di ben altra levatura è Cassio Coccejo Dione, bitinio di Nicea, da
-Comodo e dai successivi imperadori cresciuto d'onorificenze. Per
-ordine ricevuto in sogno, ridusse in otto decadi la storia di Roma,
-cominciando da Enea, molto particolareggiato sino alla morte di
-Elagabalo, poi affatto compendioso fino ad Alessandro. Esatto nelle
-cose che egli stesso vide, nel resto compila, rinzeppa il racconto
-di miracoli e sogni: vi sa dire che il sole apparve or più grande or
-più piccolo avanti la giornata di Filippi; Vespasiano guarì un cieco
-colla saliva; una fenice volò per l'Egitto nel 790 di Roma. Malmena
-Cicerone, Bruto, Cassio, Seneca, altri grandi perchè repubblicani; e
-quasi unico fra gli antichi, parteggia per Cesare ed Antonio, e adopra
-a legittimare il dominio degl'imperatori. Espone accuratamente l'ordine
-dei comizj, lo stabilimento dei magistrati, e le vicende del diritto
-pubblico: onde è dolore che tanta parte ne sia perduta, come pure la
-sua storia dei Persiani e de' Goti.
-
-Plutarco da Cheronea in Beozia (n. 48), il più divulgato fra gli
-scrittori antichi, nelle _Vite parallele degli uomini illustri_
-pone a confronto un Greco con un Romano. Ignorava le lingue, e
-perfino la latina, sebbene fosse vissuto in Roma; onde s'espose a
-falli grossolani. I ducencinquanta autori che cita non assimilò,
-ma continuamente citandoli trabalza di asserzioni in asserzioni
-contraddittorie e non risolute; non ordinando per tempo gli
-avvenimenti, lascia confusione, cresciuta dalle allusioni frequenti ed
-oscure, e da viziose digressioni morali. Senza sentimento del passato,
-dipinse tutti gli eroi col colore medesimo, di qual età, patria,
-condizione si fossero, senza le gradazioni e misture che offrono la
-vera fisionomia d'un uomo; non vedendo man mano che il suo personaggio,
-non gl'importa di contraddirsi nella vita d'un altro; lo segue
-dappertutto, al campo, sul trono, in casa, tra gli affari, accogliendo
-aneddoti senza scelta nè temperanza: eppure è ben lontano dal
-presentarceli interi; Cesare e Pompeo ci delinea tutt'altri che nella
-storia; di Cicerone narra i sogni, le lepidezze, non i fatti pubblici,
-nè tampoco ne lesse le orazioni.
-
-Egli, che qualificano di _giudizioso_, crede all'oroscopo di Pirro, ai
-sogni di Silla, ai corvi che cascano per il fragore degli applausi, a
-teste di bovi sacrificati che sporgono la lingua e lambono il proprio
-sangue. Tu aspetti che ti spieghi le cause d'un gran fatto; ed uscirà
-a narrarti o di serpenti che si annidano nei talami, o d'uccelli che
-volano in sinistro, o di portenti paurosi, e tutto con una schiettezza
-o dabbenaggine, che mostra quanto l'uomo rimpicciolisca nelle ubbie al
-mancare della religione.
-
-Ne' paralleli, più ingegnosi che solidi, ben discosto dalla grandezza,
-dall'industria, dalla profondità di Tacito, s'arresta a somiglianze
-superficiali; propende pei Greci, onde mostrare che non sempre furono
-sì abjetti come al suo tempo. Senza concetto determinato e fecondo, si
-anima delle passioni de' contemporanei o degli autori da cui attinge,
-presenta come eroismo l'oblìo dei sentimenti naturali, levando a cielo
-Timoleone e Bruto che uccidono fratelli e figli, esaltando in Catone
-quel che ogni onest'uomo deve riprovare. Eppure si concilia i lettori,
-persuadendoli che dice loro quel che veramente pensa; non mira ad
-ingannarli anche quando s'inganna egli stesso; non pretende dettar
-dalla cattedra: la stessa semplicità de' suoi riflessi, non gravidi di
-pensieri come quei di Tacito, ma consentanei al buon senso generale,
-alletta i leggitori, contenti che anche alla mente loro già si fosse
-presentato ciò che lo storico suggerisce.
-
-Dovendo noi ricordarne ciò solo che concerne la storia italica,
-nomineremo le sue _Quistioni romane_, ove cerca l'origine d'alcuni
-usi di quel popolo: perchè nelle nozze dicesi alla sposa di toccar
-l'acqua e il fuoco, e s'accendono cinque ceri nè più nè meno? perchè
-i viaggiatori creduti morti, tornando a casa, non devono entrar per la
-porta, ma calarvisi dal tetto? perchè si copre il capo nell'adorar gli
-Dei? perchè l'anno comincia in gennajo, e le tre parti del mese non
-si compongono dell'ugual numero di giorni? perchè non s'intraprende
-viaggio il giorno delle calende, delle none e degli idi? perchè le
-donne baciano i parenti in bocca? perchè proibite le donazioni fra
-marito e moglie? Le risposte, se spesso scipite, talvolta illustrano
-i costumi. Pose anche a parallelo avvenimenti greci con romani, per
-provare che quelli mal si reputano favolosi se trovano riscontro nella
-storia vera; assunto eccessivo e mal sostenuto. Trattando _Della
-fortuna dei Romani e di quella d'Alessandro_, fa opera da sofista
-onde dimostrare che i primi dovettero tutto alla fortuna, l'altro alla
-propria virtù.
-
-Mentre questi componevano, altri autori criticavano o raccoglievano,
-non già per divulgare l'istruzione fra la classe che n'ha bisogno,
-bensì per risparmiare fatica a quella gioventù ben nata, che per
-condizione doveva saper molte cose, e non avea voglia di studiare.
-Grammatici e filologi acquistarono in ciò importanza; e alla mediocrità
-fu dato immortalar il nome di alcuni genj, che altrimenti sarebbero
-periti. Trista considerazione!
-
-Un Aulo Gellio, o Agellio (chè neppur il nome se n'accerta), vivente
-sotto Marc'Aurelio, nelle _Notti attiche_ compilò ad uso de' suoi
-figli quanto udì o lesse di meglio; e sebbene insacchi senza gusto nè
-discernimento, ci ha conservato rilevantissime notizie e documenti
-antichi, simile a' musei che si formano coi frammenti ricavati da
-città che più non esistono. Specialmente importa il libro vigesimo,
-ove digredisce sulle XII Tavole. Secondo gli autori da cui ritrae,
-varia di stile; robusto talora, talora anche bello, ma già vi si sente
-il trasformarsi, della latina favella, l'affettazione dell'arcaismo,
-deplorabile segno di decadenza, come il rimbambire de' vecchi. Racconta
-egli che, eletto dai pretori a decidere d'alcune minute differenze
-fra privati, gli si presentò uno, asserendo aver prestato una somma
-a un altro che negava. Non v'avea testimonj, non scritta; ma l'attore
-godeva onesta fama, sinistra il convenuto. Gellio trovavasi impacciato
-nel caso; i compagni suoi sostenevano non potersi condannar uno senza
-prove; Favorino gli citò Catone che, in un'evenienza somigliante,
-diceva doversi far ragione della virtù dei due contendenti: ma Gellio
-non seppe prender partito in un caso, a parer suo, tanto intralciato.
-
-
-
-
-CAPITOLO XLII.
-
-Belle arti. Edilizia.
-
-
-Dall'arte espressa colla parola è ovvio il passaggio all'arte espressa
-coi colori e colle forme materiali. Nella quale non è costume vantare
-i Romani, avendo essi trovato forse più dignitoso, certo più comodo
-l'arricchirsi colle spoglie altrui. Anticamente è menzionato un Fabio
-Pittore: ma pochissimi artisti romani accenna Plinio; Cicerone affetta
-di dimenticare fin il nome di Policleto[354], e quasi si scusa d'avere,
-tra le indagini d'avvocato, risaputo il nome di Prassitele[355], e
-protesta di non intendersene punto, d'esser ignorante come gli altri
-Romani sopra materie cui i Greci attaccano tanta importanza; nè la
-boria nazionale rattiene Virgilio dal cedere agli stranieri la gloria
-del ben dipingere, scolpire, arringare[356], purchè si serbi a Roma il
-vanto di domare i popoli e di dar leggi.
-
-Da principio ogni lavoro d'arte era etrusco, o fatto da Etruschi, pel
-cui mezzo soltanto forse i Romani conobbero quelle particolarità che
-noi chiamiamo greche, com'è il triglifo dorico sormontato da dentelli
-jonici al sepolcro di Scipione Barbato, del 456 di Roma. L'acquedotto
-della via Appia, costruito nel 310, non porge forme architettoniche,
-andando sotterraneo; ma di quel tempo attorno al fôro si fecero portici
-per gli argentieri e banchieri.
-
-Una seconda età comincia quando, conosciuta la coltura greca, si
-cercarono arti da Siracusa, da Capua, dal vinto Oriente. Il tempio
-dell'Onore e della Virtù, dedicato nel 205, fu il primo che si ornasse
-di fregi greci, tolti a Siracusa; e fu alzato da Cajo Muzio, secondo un
-pensiero di Marcello, che li volle attigui in modo, che non si entrasse
-al primo se non passando per l'altro: concetto simbolico. Allora al
-rozzo tufo vulcanico, detto peperino (_lapis albanus_), si vennero
-surrogando il travertino e il marmo: il fôro fu decorato suntuosamente:
-nel 147 colle spoglie macedoniche, portate da Metello, si eressero
-il magnifico tempio di Giove Statore periptero, opera di Ermodoro da
-Salamina; e quel di Giunone, prostilo, cinto da gran cortile a colonne.
-
-Durante la seconda guerra punica venne innalzato un tempio a Giunone
-Ericina, uno alla Concordia; poi quello dell'Onore fuori porta Capena;
-indi quelli di Giunone Sòspita, di Fauno, della Fortuna Primigenia;
-poco stante due altri a Giove in Campidoglio, e quello alla dea Madre
-ed alla Giovinezza; posteriormente il tempio a Venere Ericina, e uno
-alla Pietà nel circo Massimo.
-
-Il Tabulario, archivio e tesoro, eretto 78 anni avanti Cristo sul
-clivo del Campidoglio, è a grandi portici, i cui archi esternamente si
-aprono tra mezze colonne doriche; alle quali probabilmente sovrastava
-un ordine di corintie. Il tempio della Fortuna Virile, ora Santa Maria
-Egiziaca, prostilo pseudoperiptero jonico, mostra forme vigorose,
-come il tempietto funerario di Publicio Bibulo sul clivo orientale del
-Campidoglio. Superò ogni anteriore magnificenza il tempio della Fortuna
-a Preneste eretto da Silla, e de' cui rottami si fabbricò Palestrina.
-Vi si ascendeva per sette vasti ripiani, il primo e l'ultimo de' quali
-erano ricreati da serbatoj di acqua: al quarto serviva di pavimento il
-musaico che ora fa il vanto del palazzo Barberini a Roma, e che Plinio
-dice il primo lavorato in Italia.
-
-Silla stesso fece rinnovare il Giove Capitolino, Mario il tempio
-dell'Onore, Pompeo quel di Venere Genitrice. Il Panteon, fatto
-costruire da Vipsanio Agrippa 26 anni avanti Cristo, è una rotonda,
-illuminata soltanto dall'apertura della cupola, la quale ha l'altezza
-e il diametro di quarantatre metri, ed è ammirata singolarmente pel
-pronao di sedici colonne corintie, di trentasette piedi in altezza
-sopra cinque di diametro, ciascuna d'un pezzo solo di marmo; e tanti
-secoli non le smossero[357].
-
-Sotto Augusto, fu circondato di portici il suntuoso circo Flaminio,
-e sorsero il portico d'Ottavia, la piramide di Cestio, il teatro di
-Marcello, il tempio di Giove Tonante. Il mausoleo d'Augusto nel Campo
-Marzio innalzavasi a varj piani, verdeggianti d'alberi; in sulla cima
-la statua dell'imperatore; davanti alla porta terrena due obelischi
-egizj, e all'intorno boschetti e viali, serpeggianti fra il Tevere,
-la via Flaminia e porta Popolo. Dappoi la magnificenza degl'imperatori
-e dei ricchi moltiplicò occasioni agli artisti, che crearono un nuovo
-stile grandioso e caratteristico, improntato della romana magnificenza,
-benchè essi fossero greci tutti o i più.
-
-De' quali alcuni furono portati schiavi a Roma; qualche altro vi venne
-libero, come Arcesilao, Zopiro, un Prassitele che scrisse su tutti i
-lavori di belle arti allora conosciuti; una Lala di Cizico, ritrattista
-nella galleria di Varrone; Valerio d'Ostia, che inventò di coprire gli
-anfiteatri. Le monete romane, grossiere dapprima, dopo il 700 di Roma
-emulano quelle di Pirro e d'Agatocle; ma gli incisori erano nostrali?
-Che se Antioco Epifane chiamò in Atene l'architetto romano Cossazio pel
-tempio di Giove Olimpico, ed Ariobarzane re di Cappadocia si valse dei
-due fratelli romani Cajo e Marco Stallio per rifabbricare l'Odeone di
-Atene, rovinato nell'assedio di Silla, chi ci assicura che in queste
-commissioni non avessero parte l'adulazione o la raccomandazione de'
-potenti? Degli altri architetti romani perirono fino i nomi; e così i
-libri di Fusisio, di Varrone, di Settimio.
-
-Anche nell'età più splendida si ricorreva ad artisti greci; greci
-furono gli architetti, mediante i quali Augusto, secondato da Agrippa,
-mutò il Campo Marzio in città marmorea; nella Grecia Pomponio Attico
-fece lavorare gli ermi pel suo Tusculano[358], e comperò statue per
-le ville di Cicerone; Verre fece fondere molti vasi di tutto oro a
-Siracusa.
-
-Il costui nome rammenta il modo più consueto onde i Romani acquistavano
-capidarte, rapendoli ai vinti o ai sudditi. Lucio Scipione recò in vasi
-mille quattrocenventiquattro libbre d'argento, e mille ventiquattro in
-oro: ducentottanta statue di bronzo e ducentrenta di marmo abbellirono
-il trionfo di Marco Fulvio sopra gli Etolj: Silla ridusse Atene a uno
-scheletro, espilò i tre più ricchi tempj d'Apollo in Delfo, d'Esculapio
-in Epidauro, di Giove in Elide, del quale portò a Roma fin le colonne
-e la soglia di bronzo della porta: Fulvio Flacco scoperchiò il tempio
-di Giove Lacinie presso Crotone per collocarne i tegoli di marmo
-sul tempio della Fortuna Equestre: Varrone e Murena fecero a Sparta
-tagliar le pareti per trasportare degli affreschi[359]: le sfingi e gli
-obelischi d'Egitto, le statue di Grecia, i soli di Babilonia venivano
-ad abbellire Roma: Agrippa pagò un milione ducentomila sesterzj
-due tavole d'un artista greco per ornare i suoi bagni: Lucullo fece
-trasferire da Apollonia in Campidoglio un Apollo alto trenta cubiti,
-ch'era costato cencinquanta talenti: Lentulo vi collocò due busti:
-Ortensio fabbricò un tempio sol per riporvi gli Argonauti di Fidia,
-comprati cenquarantaquattromila sesterzj: Augusto comprò statue da
-disporre sulle piazze e nelle vie, pose nel fôro due quadri della
-guerra e del trionfo; nel tempio di Cesare un Castore e Polluce e
-una Vittoria, opere di Apelle; nella curia due freschi di Nicia e di
-Filocare[360]; raccolse anche musei di varie rarità, de' quali uno era
-stato già unito da Scauro figliastro di Silla, sei da Cesare, uno da
-Marcello di Ottavia.
-
-Quando si pensi che questo arricchirsi della patria nostra faceasi a
-desolazione dell'altrui, possiamo congratularcene noi Italiani? Viene
-alle nazioni come agli individui l'ora del compenso, e noi ripagammo e
-ripaghiamo le violenze esercitate dai nostri padri.
-
-Tanti tempj sono ricordati nella sola città; ma niuno ne paragoni
-la mole al San Pietro di Vaticano e ai nostri duomi[361]: e quanto
-fossero piccoli lo attestano i ruderi della Sibilla Tiburina, del
-Giove Clitunno nella campagna di Roma; quelli di Vesta e della Fortuna
-Virile sono ben minori del Panteon, il quale ognun sa che fu sollevato
-per cupola a San Pietro; in Campidoglio, sovra spazio minore di quel
-che oggi occupi il Vaticano, ergevansi sessanta tempj; moltissimi
-attorniavano il fôro; e se crediamo a Plinio, il Giove Feretrio non
-era lungo più di quindici piedi. Nè di vasti recinti era mestieri là
-dove il popolo non veniva ammesso a vedere le funzioni sacre, serbate a
-sacerdoti o a matrone; bastando che alla soglia deponesse le ghirlande
-o i donativi.
-
-Sparsi per la città e sui fondi privati v'avea pure sacelli ad Ercole,
-a Nenia, alla Pudicizia, agli Dei Lari, con un'ara e talvolta la statua
-della divinità. I serapei forse servivano anche a cure salutari, come
-quello di Pozzuoli, parallelogrammo di sessantacinque su cinquantadue
-metri all'esterno, ove molte cellette sono simmetricamente disposte
-attorno a un cortiletto porticato, in mezzo al quale sorgeva una
-rotonda aperta sovra colonne; e sembra destinata alla purificazione per
-acqua. La schiera di sedie forate nelle due camere agli angoli, forse
-serviva ai bagni a vapore.
-
-Entro quei tempj erano altari ed are[362] stabili e ornati, e foculi
-mobili. Si ornavano di emblemi e delle frondi sacre al Dio, come il
-pino per Pane, l'ulivo per Minerva, il pioppo e le mazze per Ercole,
-mirto e colombe per Venere, aquile e quercia per Giove, pampani e tirsi
-per Bacco. Variava pure il sagrifizio che agli Dei si faceva; buoi
-a Giove, tori a Nettuno, vacche a Latona, cinghiali a Bacco, troje
-a Cerere; e in generale vittime bianche agli Dei celesti, nere agli
-infernali; e quelle col capo alzato e ferendole dall'alto in basso,
-queste col capo chino e colpite da sotto in su, per modo che il sangue
-sgorgasse non sull'altare ma in una fossa. Ne' tempj si sospendeano i
-voti, come dai naufraghi vesti e tavolette a Nettuno, dai guerrieri
-armi a Marte, dai gladiatori spade ad Ercole, dai poeti ciocche di
-capelli ad Apollo.
-
-Nel teatro di Emilio Scauro, preparato nel 694, tre ordini di colonne
-sovrastavano uno l'altro; dietro di esse, pareti di marmo al primo
-piano, di vetro al secondo, al terzo di tavolette dorate; tremila
-statue di bronzo compivano l'addobbo, più ricco che di buon gusto, e
-che dovea durare il solo tempo che Scauro rimaneva edile. Perocchè un
-senatoconsulto del 597 vietava i teatri permanenti, e primo Pompeo nel
-697 ne fece uno di pietra, capace di quarantamila spettatori. Cesare,
-che abbellì il Campidoglio e fabbricò un fôro ricchissimo, costruì la
-prima arena pei conflitti navali (naumachia); ed Augusto una maggiore,
-avente seicento metri di lungo sopra quattrocento di largo; una terza
-Trajano. Statilio Tauro eresse in Campo Marzio il primo anfiteatro
-di pietra. Il circo, equivalente allo stadio e all'ippodromo greco,
-era traversato per lo lungo da una spina, ornata di statue, colonne,
-obelischi, attorno alla quale volgeansi le corse de' cavalli e de'
-cocchi, finchè toccassero le mete, colonnette finite in cono. Il circo
-Massimo, che risaliva all'età dei re, fu ampliato da Cesare, poi da
-Trajano: di quel di Caracalla rimangono gigantesche rovine, ampio
-trecensettanta metri sopra sessantuno.
-
-Quantunque della vôlta si trovi vestigio in edifizj non solo della
-Grecia e dell'Italia prisca, ma fin dell'Indie e dell'Egitto, pure
-nemmeno i Greci ne' bei tempi seppero trarne gran profitto; di modo che
-le fabbriche non erano più grandi di quanto il comportavano i tetti
-piani di pietra; e le colonne, parte principale e caratteristica,
-distando appena la lunghezza d'un'imposta di marmo o d'una trave, non
-era possibile avventurarsi a vasti edifizj, nè variare le forme.
-
-Roma sin dal nascere imparò dagli artisti nazionali la vôlta, che fa
-già buon uffizio nelle nostre città pelasgiche, e che curvossi sopra ai
-meravigliosi acquedotti e alle cloache, bastanti a mostrare tutt'altro
-che bambina la città de' Tarquinj. E l'arco diventò distintivo
-dell'architettura romana; progresso importante, giacchè con esso
-possono concatenarsi piloni e pareti ben più distanti, coprire vaste
-aree con tetti solidi quanto facili, ottenere variato movimento di
-linee allo interno ed all'esterno. Archi posero dovunque fabbricarono
-i Romani: or al fondo d'una piazza quadrata o attorno ad una circolare
-aprirono emicicli, coperti da mezze cupole; ora di intere ne formarono
-con archi concentrici; ora a varj piccoli archi ne circoscrissero
-uno maggiore, o gl'incrociarono in direzioni differenti; voltarono
-la cupola sopra spazj rotondi od ottagoni; fecero aperture sopra
-aperture. E l'architettura romana appunto trae un carattere proprio,
-forte e potente, dall'accoppiare la volta italica al colonnato greco.
-Anche quando, alla greca, sostennero i portici con colonne, dall'una
-all'altra gettarono l'arco, mascherandolo con un finto architrave.
-Pertanto al colonnato non diedero perfezione intrinseca, nè seppero
-unificarlo colla volta; mentre il rispetto agli esempj greci toglieva
-di fare che tutte le linee si volgessero in alto, armonizzandosi
-meglio, come poi si fece nell'architettura gotica.
-
-Gli architetti, sebbene venuti di Grecia, secondarono l'indole romana,
-così da uscirne un'arte originale, dove le parti dedotte dalla greca
-da essenziali riducevansi ornamentali. Colonne e fregi acquistavano le
-vittorie? commettevasi agli architetti d'accordare queste parti antiche
-col concetto di nuovi edifizj. L'architrave mal s'affaceva coll'arco,
-nè il tetto angoloso colla convessità della cupola: i triglifi e i
-dentelli perdevano significato, dacchè entro non v'avea le travi, di
-cui figurassero la sporgenza. Il frontone, che tra i Greci seguitava
-continuo, presentando la retta e il pinacolo formato dalle pendenze del
-tetto, qui cambia destinazione, e talvolta appare sotto al cornicione,
-o sovrasta ad una porta, a una finestra, a una nicchia; invece di un
-grandioso facendosene molti piccoli, talora spezzati, o rotondi, o
-soverchiati da più grandi. La colonna, che ne' Greci era il canone non
-solo per misurare l'edifizio, ma per caratterizzarlo, non restò più
-che un ornamento, destinato ad interrompere la continuità del muro
-che dovea sostenere il peso perpendicolare e insieme la pressione
-obliqua della volta. Potè dunque alzarsi sopra un piedestallo, talora
-altissimo, come negli archi di trionfo, sminuendo di figura come
-d'importanza: nel Panteon la troviamo posta nell'interno d'un arco,
-indipendente da esso, sicchè non sostiene che un cornicione il quale
-non sostiene nulla. Talora si attaccò e si affondò nei pilastri,
-adoprati non solo come teste al modo greco, ma tutt'al lungo della
-parete: o, come vedesi a Pompej, le colonne erano mutate da un ordine
-all'altro col rivestirle di stucco, senza curarsi dell'alteramento
-delle proporzioni.
-
-E poichè l'ordine dorico era troppo severo da piegarsi al capriccio
-o al bisogno, di rado i Romani lo adoperarono, attribuendo questo
-nome ad uno cui ne aveano tolto i tratti caratteristici: al capitello
-jonico levarono la diversità tra la fronte e i lati della voluta: ai
-due terzi inferiori del capitello corintio sovrapponendo il capitello
-jonico, formarono il composito: l'ovolo fu tronco in alto, e i dentelli
-schiacciati al basso: i capitelli vennero ornati con varietà; or
-alle volute e ai caulicoli sostituendo aquile ed encarpi, come in uno
-della villa Mattei; ora sulle pieghe delle foglie facendo posare dei
-grifi, come in uno a San Giovanni Laterano; o riempiendolo di frutti,
-come in uno a San Clemente; o di trofei e vittorie, come in uno a San
-Lorenzo; o facendo da genietti alati sorreggere un festone sormontato
-dall'aquila, come in uno del palazzo Massimi. Gli ordini stessi si
-mescolarono, e nel teatro di Marcello il cornicione jonico imposta su
-colonna dorica; nel Coliseo i tre ordini sormontano l'uno all'altro.
-
-Venne ad estendersi l'ordine toscano, che, spoglio di scolture e
-di fregi, con capitello e base semplicissimi, cede in ricchezza ed
-eleganza ai greci quanto li vince in solidità. D'altra parte si formò
-l'ordine composito o trionfale, ricchissimo, che alle leggere volute
-alzantisi dal fogliame del corintio surroga le robuste dello jonico,
-allunga la colonna fino a sei diametri, ed orna la cornice di dentelli;
-le membrature della trabeazione richiede più varie ed ornate, con
-mensole e modiglioni, sporgenti per sostenere il fastigio. Il tempio
-di Milasso nella Caria, ad onore d'Augusto e della dea Roma, è per
-avventura il primo esempio d'ordine composito e delle decorazioni
-eccessive, di cui quell'età cominciò a compiacersi: del qual genere
-serbiamo il tempietto di Vesta a Tivoli.
-
-Vitruvio muove lamento che, mentre i Greci non si scostavano mai dal
-possibile e dal concetto originario della capanna di legno, accademica
-origine delle costruzioni, i Romani non volessero brigarsi di queste
-minute convenienze, e nelle cornici inclinate de' loro frontoni
-mettessero i dentelli sotto ai modiglioni, il piacevole preferendo
-al sistematico. E da Vitruvio impararono i pedanti a chiamar difetto
-ogni deviazione da regole prestabilite: ma l'arte romana vaneggiò
-assai più che non la greca colle linee rette, le superficie piane
-e le forme angolose; anche imitando v'improntò il genio proprio,
-sia coll'ingrandire, sia coll'atteggiarle a potenza e solidità. Di
-rimpatto vi mancano la perfezione delle linee, le delicate relazioni
-delle parti, l'armoniosa simmetria del tutt'insieme: e fin nel
-Panteon, ch'è de' più corretti, all'angolo del frontone si desidera la
-dolcezza con cui i Greci sapevano unire le due linee superficiali del
-triangolo[363].
-
-Non si tardò a traviare; e già l'arco che Tiberio ergeva al suo
-antecessore è sregolatamente largo, sostenuto da piloni di muro, con
-due magre colonne, e dall'una all'altra un frontone mal impostato:
-quel di Trajano ad Ancona pecca dell'eccesso contrario, pigiato fra i
-pilieri, oltrechè gli altissimi basamenti si straccaricarono di inette
-modanature; in quel di Tito le colonne alzansi fin a nove diametri
-e mezzo. Ben presto vi si sbizzarrì di mescolanze, s'allungarono le
-colonne fino al doppio, s'introdussero ornati stravaganti, si profusero
-colori luccicanti, che non devono più parere un imbarbarimento dopo
-che si trovarono ne' monumenti migliori di Grecia. Ludio le pareti
-delle case caricava di paesaggi e vendemmie e scene campestri,
-unendovi ghiribizzi architettonici; del che restano esempj nei bagni
-di Tito, e in molte pareti di Pompej. Il gusto degli imperatori
-dovette pregiudicare alle arti: Tiberio piacevasi di oscenità;
-Caligola abbatteva le teste degli Dei per sostituire la propria, e
-fece ritagliare da due quadri la faccia di Giove per inserirvi quella
-d'Augusto; Nerone dorava le opere di Lisippo e i proprj palazzi. Pure
-conservasi una testa di lui e di Poppea, carissime di pensamento e
-di condotta: e il busto di Seneca del museo Borbonico, probabilmente
-contemporaneo dell'originale e fatto a Roma, ove abitualmente quel
-filosofo visse, è una delle più belle fusioni.
-
-Augusto, nel tempio da Giulio Cesare eretto in Campidoglio, collocò
-la Venere Anadiomena di Apelle, trasferita da Coo, e stimata cento
-talenti, modello della bellezza perfetta. Il Palazzo d'oro di
-Nerone (pag. 111) abbracciava parte del colle Palatino, del Celio
-e dell'Esquilino: cominciava da un vestibolo, cinto da tre lati di
-portici d'un miglio ciascuno, che chiudevano prati, vigne, foreste:
-dappertutto oro, pietre, perle: alle sale da mangiare faceano soffitta
-tavole d'avorio mobili e versatili, per poterne far piovere fiori ed
-acque odorose; e la più grande e rotonda girava dì e notte come il
-mondo: cinquecento statue di bronzo vi furono portate dal solo tempio
-di Delfo[364], tra le quali forse apparivano le famose dell'Apollo
-di Belvedere e del Gladiatore Borghese: il colosso dell'imperatore
-era opera d'Atenodoro. Vespasiano trasse molte statue di Grecia, e i
-magnifici ornamenti del tempio di Gerusalemme per arricchire quello
-della Pace.
-
-Affinchè il popolo non vi oziasse, nei teatri dapprima non si faceano
-gradini da sedere: ma Pompeo li fece tollerare col mettervi in cima
-un tempio di Venere, sicchè il popolo avea l'aria di sedere sulle
-scalee di questo. Più nazionali erano gli anfiteatri; e il Coliseo o
-Colosseo, fabbricato forse dagli Ebrei che Tito menò schiavi, forma
-un'elissi, svolgentesi nell'interno per ducentrentanove metri, col
-ricinto esterno appoggiato sopra ottanta archi, che in quattro ordini
-architettonici sovrapposti elevansi fino a quarantanove metri; tutto
-marmo e statue. Dentro girano quaranta file di sedili, pure marmorei,
-da capirvi quasi novantamila spettatori: sessantaquattro vomitorj danno
-sfogo alla moltitudine: corridoj e scale erano distribuiti di maniera
-che ognuno potesse, giusta il proprio grado, arrivare agevolmente
-ai posti assegnati. Un velario proteggeva all'uopo dal sole e dalla
-pioggia: zampilli di fontane rinfrescavano, e spesso profumavano
-l'aria: altr'acqua era guidata nell'arena in rigagnoli imitanti la
-delizia dei giardini, o dilagavasi per opportunità di conflitti navali:
-di sotto, per serbare le fiere, s'aprivano vasti sotterranei, che ai
-dì nostri furono scoverti, ma tosto richiusi per le fetide esalazioni
-dell'acqua stagnante. Roberto Guiscardo, mille anni più tardi, temendo
-non divenisse cittadella contro di lui, demolì la metà del Coliseo; il
-resto servì di petraja per successivi edifizj, e massime pei palazzi
-Farnese, di Venezia e della Cancelleria: eppure quelle sublimi ruine
-ancora rendono attoniti[365].
-
-La colonna coclite di Trajano, la cui altezza di quarantaquattro metri
-indica di quanti il monte Quirinale si fosse spianato per formare il
-fôro circostante, è la prima di tal genere che si conosca, imitata
-da tutte le seguenti, e basterebbe a rendere famoso quel periodo
-dell'arte. Dorica, del diametro di metri 3. 63, è in trentaquattro
-rôcchi di marmo lumachella, fissati con arpioni di bronzo: al terrazzo,
-che sulla sommità circonda la statua dell'imperatore, si ascende per
-centottantadue scalini a chiocciola ricavati nel vivo, e rischiarati
-da quarantatre finestruole. La grossezza dei massi e la solidità de'
-gradini mostrano come si ebbe riguardo alla durata; e il tempo ne fece
-ragione. La fasciano ventitre spire d'un bassorilievo, su cui contarono
-duemila cinquecento figure, alte due piedi, che, con pensiero unico,
-raffigurano le due spedizioni di quell'imperatore contro i Daci, e
-illustrano i costumi di Roma e de' suoi alleati e nemici: capolavoro
-di composizione, ove sono espresse all'occhio le operazioni militari
-più importanti, come marcie, accampamenti, battaglie, oppugnazioni; in
-tanta moltiplicità e piccolezza facendo variatissime le fisionomie,
-e ciascun popolo distinto per vestire ed armi particolari, oltre
-all'espressione di trionfo o di sconfitta. Il piedestallo è adorno di
-trofei, aquile ed altri fregi, tutto così naturale e fino, e con tale
-armonia delle particolarità, che formò la meraviglia e lo studio di
-Rafael Sanzio, di Giulio Romano, di Polidoro da Caravaggio[366].
-
-La piazza era attorniata da fabbricati insigni, fra cui un arco di
-trionfo, e la basilica Ulpia. A questa, dopo cinque gradini di giallo
-antico, si entrava da mezzodì per tre porte, ciascuna con portico:
-quattro file di colonne la divideano in cinque navi: il pavimento di
-marmo giallo e violetto; le pareti incrostate pur di marmo bianco;
-la soffitta di bronzo, e attorno statue. Architettolla Apollodoro
-di Damasco, al quale pure attribuiscono l'arco di Ancona portante la
-statua equestre dell'imperatore, e il ponte sul Danubio da noi altrove
-lodato.
-
-Adriano, passionato per le arti, in cui egli medesimo esercitavasi,
-trasportava o faceva copiare quanto vedeva negl'incessanti suoi giri;
-di molti edifizj abbellì Roma e la Grecia, e d'un anfiteatro Capua. La
-Mole Adriana, ora Castel Sant'Angelo, unita al ponte Elio, era vestita
-di rame, con quarantadue colonne, ciascuna delle quali sosteneva una
-statua, e sulla sommità una quadriga coll'effigie dell'imperatore, di
-tali dimensioni, che un uomo entrava nel cavo dell'occhio d'un cavallo.
-Aggiungono fosse d'un pezzo solo; il che però è a mettere a fascio col
-miracolo di Detriano architetto suo, che dicono trasportasse da luogo a
-luogo il tempio della dea Bona e il colosso di Nerone, ritto in piedi e
-sospeso, per forza di ventiquattro elefanti. Singolarmente si piacque
-Adriano di abbellire la villa di Tivoli, che copriva un giro di dieci
-miglia, con due teatri; il marmo v'era profuso, formandone persino
-letto al lago, nel quale rappresentavansi navali conflitti: simbolo
-materiale dell'eclettismo d'allora, v'erano copiate le situazioni
-meglio gradevoli e i più grandiosi edifizj di Grecia, oltre un'immagine
-degli Elisi; statue d'ogni paese, divinità babiloniche, sfingi
-egiziane, numi greci, idoli etruschi, vasi corintj; chi sa se anche
-bassorilievi indiani e porcellane della Cina?
-
-Sull'esempio di questi imperatori, privati e città s'abbellirono
-di edifizj: e i più degli insigni che onorano quasi ogni città
-provinciale, vanno ascritti a quell'età; come gli anfiteatri di
-Otricoli, Cagliari, Agrigento, Alba, Verona, Capua, Pola d'Istria; i
-tempj di Assisi, di Todi, di Foligno, di Padova, di Rimini, e quello
-scoperto poc'anzi a Brescia; l'acquedotto di Spoleto, il ponte di
-Narni. Buoni monumenti di allora sono il Marc'Aurelio a cavallo,
-posto sulla piazza del Campidoglio, e la colonna Antonina, quantunque
-scapiti da quella di Trajano per la distribuzione dei gruppi e per
-l'esecuzione delle figure, mal compensate da alcuni concetti felici,
-com'è la Fama che, scrivendo le geste sopra uno scudo, separa le guerre
-germaniche dalle marcomanne. Per imitazione si eseguirono statue di
-stile greco antico, altre di granito rosso all'egiziana: ma che si
-sapesse disegnare egregiamente bastano a provarlo le due statue di
-Antinoo, oltre quella del Belvedere, cui forse a torto il costui nome
-si attribuisce. Piene di vita e nobiltà sono le teste nelle monete de'
-Giulj e de' Flavj, e ingegnosi e ben eseguiti i rovesci.
-
-Dopo quel momentaneo lustro ricaddero le belle arti. Gli Antonini le
-neglessero per la filosofia: però il Pio dispose a Lanuvio una villa,
-della cui splendidezza ci dà saggio una chiave d'argento per l'acqua
-dei bagni, pesante quaranta libbre. Alessandro Severo s'ingegnò di
-rifiorire le arti, cinse di statue il fôro Trajano, eresse molte
-fabbriche e le terme, dipingeva egli stesso, e inventò l'intarsiare
-marmi di vario genere[367].
-
-Degli archi trionfali, genere ignoto ai Greci, il primo fu eretto a
-onore di Fabio, vincitore degli Allobrogi e degli Arverni, 139 anni
-avanti Cristo: dappoi per vittorie, per benefizj, per adulazione si
-moltiplicarono; quali ad una sola apertura, come quel di Tito a Roma,
-e di Trajano ad Ancona; quali a due o a tre, come quelli di Costantino
-e di Settimio Severo. Mirabile semplicità mostra quello di Susa per
-Augusto; e forse n'è contemporaneo quel di Pola, probabilmente funebre.
-Altri ne sono sparsi per Italia[368]. I bassorilievi del Settizonio di
-Settimio Severo sono mal condotti, sebbene lodevolissima la sua statua
-di bronzo, ora nel palazzo Barberini.
-
-I ritratti romani, dapprima a foggia di erme colla sola testa, dappoi
-talvolta sono busti armati con corazze a trofei, vittorie, leoni,
-quali il Lucio Vero del Vaticano e uno della villa Albani; talaltra
-togati, come il Claudio nel braccio nuovo del Vaticano, l'Augusto negli
-Uffizj di Firenze, il Genio d'Augusto nella rotonda del Vaticano, e il
-Caligola della villa Borghese, han la toga sul capo. Ve n'ha a cavallo;
-ve n'ha in trono, come la statua di Cervetri e il Tiberio del museo
-Chiaramonti; ve n'ha di foggiati da eroi e semidei, nudi e stanti,
-come il bellissimo Pompeo del palazzo Spada, al cui piede vuolsi
-fosse trafitto Cesare, il Marco Agrippa dei Grimani a Venezia. Al
-dechino delle arti prevalsero i busti colle spalle e parte del torace,
-alcuno anche colla mano e qualche panneggiamento, e finiti in linea
-circolare. Peccano di gonfiezza, massime quelli delle imperatrici: han
-barba e capelli inanellati col trapano, e alcuna volta con marmo di
-vario colore, come anche le vesti, e con occhi riportati, ed accessorj
-studiati con affettazione, mentre l'espressione del viso casca nel
-triviale. Eppure i ritratti sono quel che di meglio ci tramandò la
-scoltura romana, conservando l'individualità.
-
-Le stesse medaglie, che al principio di quest'età erano migliori delle
-greche, riduconsi rozze e grossolane: pure ne restano di bellissime,
-massime di Gallieno e di Postumo, e un medaglione di Triboniano Gallo.
-Avendo sott'occhio tanti eccellenti modelli, poteva quando a quando
-taluno porre studio in quelli per modo d'emularli; fatto isolato, e che
-nella storia dell'arte convien distinguere bene dal vero progresso.
-
-Insomma se la Grecia nocque a Roma per la filosofia e pei costumi,
-giovò per le arti. Mentre la scoltura romana è pesante, fredda, secca,
-copiaronsi con felicità gli originali greci; e v'ha chi crede che i
-capolavori tramandatici dall'antichità, salvo i modernamente scoperti,
-sieno copie eseguite a Roma, e che colla perfezione dell'originale vi
-si senta l'inferiorità del copista. Non conservavasi nè la grandezza a
-Fidia, nè la grazia a Prassitele, quali apparvero nella Venere di Milo
-o nei marmi del Partenone: nell'Apollo del Belvedere fu cancellata la
-realtà, scomparvero i muscoli, mentre insigne è il concetto: la Venere
-Capitolina da certe configurazioni si conosce modellata sopra una
-romana, ma avendo presente l'opera d'un greco. Che se fra noi ammiransi
-tanto le opere romane, chiunque viaggiò la Grecia e l'Asia Minore sa
-come scapitino a paragone delle indigene.
-
-All'intento governativo de' Romani meglio si confacevano le opere
-di genio civile, e massime intorno alle acque. Già 115 anni avanti
-Cristo, Emilio Scauro asciugava le paludi del Po con canali tra Parma
-e Piacenza; vaste operazioni si intrapresero per sanare le Pontine, e
-Augusto vi scavò un canale parallelo alla via Appia; a tacere i lavori
-fuor d'Italia, sotto Tiberio si divisò di voltare nella Chiana l'Arno,
-che prima affluiva nel Tevere e cagionava piene: ma fa meraviglia
-come i Romani non provvedessero a incanalare questo fiume, che spesso
-allagava la loro capitale, e fin dodici volte nell'anno 22. Nerone
-cominciò un cavo arditissimo, che per censessanta miglia dal lago
-d'Averno doveasi congiungere da un lato col lago Lucrino e il golfo di
-Baja, dall'altro con Roma per le paludi Pontine[369]. Cesare tentò,
-Claudio compì lo scolo del lago Fùcino nel Liri per l'emissario più
-grandioso d'Europa, per 5600 metri fra montagne calcari, sostenuto con
-muri ed archi, e dove lavorarono trentamila persone, nè sapevasi tenere
-la drittura altrimenti che coll'aprire spiragli in cima.
-
-Roma piantava sopra un labirinto di fogne, onde urbs pensilis la
-chiamava Plinio; mentre file immense di archi reggeano le doccie che
-da molte miglia lontano guidavano l'acqua, e che ancora colle loro
-ruine interrompono pittorescamente la spopolata campagna romana. Il
-primo acquedotto, fatto a studio di Appio Claudio il 311 avanti Cristo,
-portava l'acqua da otto miglia lontano: per quarantatremila passi,
-sorretto da settecentodue archi, la portava quel di Cajo Dentato,
-di quarant'anni posteriore: poi Marcio Re condusse da Subiaco, per
-sessantunmila passi, l'acqua Marcia, alla quale si congiunsero poi
-la Tepula e la Giulia. Frontino, che al tempo di Trajano descrisse
-gli acquedotti, conta che per 13,594 tubi distribuivano 1,320,600
-metri cubici d'acqua ogni ventiquattr'ore. L'acqua Vergine, dovuta ad
-Agrippa, venendo sopra settecento archi fuor di terra, con quattrocento
-colonne marmoree e trecento statue, alimentava centrenta cisterne[370].
-Era uno sfoggio eccedente di forza, quasi l'acqua non dovesse giungere
-ai trionfanti che sopra archi trionfali; nè a torto Frontino anteponeva
-queste opere alle piramidi egiziane. Di simili restano vestigia in
-altre città dell'impero; e delle più insigni era l'acqua Claudia, che
-per cinquanta miglia, dal Principato Ulteriore provvedeva molte città
-e Napoli, e finiva alla Piscina Mirabile presso il capo Miseno, gran
-serbatojo per le navi.
-
-Più di ottocento bagni contava Roma sotto gli Antonini, di cui erano
-principali quelli d'Emilio, Cesare, Mecenate, Livia, Sallustio,
-Agrippina. Plinio rammenta Sergio Orata contemporaneo di Grasso, che
-inventò d'introdur nelle camere acqua calda, per modo che evaporando
-scaldasse. Di Ninfei, grandi cupole con zampilli, erano sparse le rive
-dei laghi d'Albano, di Nemi, Lucrino, Fùcino.
-
-Talmente estese erano le terme, che Ammiano Marcellino le paragona
-a provincie (_in modum provinciarum extructa lavacra_); ed occupano
-ancora grandissimo spazio quelle di Caracalla, alimentate dall'acqua
-Marcia che passa sull'arco di Druso. Oltre i bagni, servivano ad
-esercizj ginnastici, giuochi, accademie, altre riunioni: le ornavano
-preziosi capidarte, e vi furono trovati l'Ercole di Glicone, la Flora,
-il toro Farnese, il torso di Belvedere, il musaico del Laterano, e
-quantità di vasi e d'altre preziosità. La colonna che sta in piazza
-Santa Trinità a Firenze, è una delle otto che sorreggeano la sala di
-mezzo. Più vaste erano le terme di Diocleziano, con portici e sale
-capacissime, di cui una copre cinquantanove metri per ventiquattro, e
-luoghi di divertimento ed un museo. Il Panteon formava solo un membro
-delle terme d'Agrippa; e i rabeschi di Rafaello nelle loggie Vaticane
-imitano quelli delle terme. Baja ed altre vicinanze di Napoli offrivano
-terme naturali; e bellissimo avanzo n'è il Truglio, rotonda di venti
-metri di diametro interno, a volta elittica.
-
-Mediante gli archi furono agevolati anche i ponti, che talvolta
-erano decorati di statue e d'archi trionfali: ed otto ne avea la
-sola Roma[371]. Poco capaci erano i porti, destinati a navi ben più
-piccole delle nostre; ma fari, canali, bacini, cantieri, cale, piscine
-formavano un complesso di edifizj maestoso. Cesare propose, Claudio
-eseguì un porto alla foce del Tevere, cui Trajano aggiunse un bacino
-esagono di ducensessanta metri il lato, cinto di colonnette di marmo
-numerate, per attaccarvi le navi. Attribuiscono ad Augusto il porto
-di Miseno, e quello di Ravenna con magnifico faro. Quel che chiamano
-ponte di Caligola, sono avanzi del molo a traforo che dovea proteggere
-l'antico porto di Pozzuoli.
-
-All'unità, cui Roma aspirava, d'importanza suprema riusciva il
-costruire strade; e alcune avanzano tuttora ad attestare quanto
-meritassero l'antica rinomanza (pag. 573). Partendo dal _miliario
-aureo_, collocato in mezzo al fôro Romano, si spiegavano queste fin
-alle colonne d'Ercole, all'Eufrate e al Nilo, vincendo difficoltà
-d'ogni sorta, spropriando i possessori, colmando valli, accavalciando
-fiumi, spianando alture, forando montagne, perchè questa gran catena
-connettesse alla metropoli le provincie. Cinque metri eran larghe le
-maggiori: per fondo gettavansi frantumi di pietre, legati con calce e
-pozzolana; poi un miscuglio di calcina, creta e terra, e talvolta anche
-di ghiaja e calcistruzzo; indi ciottoli o pietre poligone informi, e
-nelle città cubi regolari: a Pompej ed Ercolano sono di lava, connessi
-con calce e pozzolana, e le vie sono tirate a filo e con marciapiedi.
-
-Magnifiche erano in Roma la Sacra e la Trionfale: la prima, cominciando
-ad oriente del fôro Romano, dal Coliseo radeva il tempio d'Antonino
-e Faustina, e per gli archi di Costantino, di Tito e di Settimio
-Severo saliva al Campidoglio. Entravano dall'altra i vincitori lungo
-i campi del Vaticano e del Gianicolo; poi dal ponte e dalla Trionfale
-venivano alla via Retta, al Campo Marzio, al teatro di Pompeo, al circo
-di Flaminio, ai teatri d'Ottavia e di Marcello, e al circo Massimo;
-piegando quindi sulla via Appia, pel Coliseo uscivano sulla via Sacra,
-donde al Campidoglio. Le statue rapite alle nazioni vinte, quelle dei
-re trionfati, de' grandi uomini e degli Dei contornavano que' magnifici
-cammini. Gl'imperatori crebbero le strade per portare gli ordini e gli
-eserciti alle estremità dell'impero; e quarantotto ne contava la sola
-Italia, nove la Sicilia, sei la Sardegna, una la Corsica.
-
-L'ispezione delle strade spettava ai censori, che spesso vi diedero
-il proprio nome; dappoi ai tribuni della plebe; più tardi a curatori
-speciali: le spese erano decretate dal senato, o da individui che ne
-traessero vantaggio, o volessero gratificarsi il popolo. Cajo Gracco
-avea fatto collocare pietre miliari, indicanti la distanza da Roma
-o dai punti principali; e lungh'esse situavansi pure i sepolcri, in
-vista, anziché sotterranei come quei de' prischi Italioti. V'erano
-anche _cauponæ_ e _tabernæ_, ma forse ad uso soltanto della poveraglia:
-del resto quando Orazio peregrinò a Brindisi, nella città di Mamurra
-gli prestarono Murena la casa, Capitone i cuochi; prima d'arrivare al
-ponte di Campania, pernottò in una villa, dove i provveditori imperiali
-lo fornirono di legna e sale, secondo il loro dovere; in un'altra
-villa presso Trivico fu affumicato da fascine verdi, e deluso da una
-fanciulla[372].
-
-Alle città in generale davasi la forma dell'accampamento, cioè un
-parallelogrammo, per lo più di un quadrato e mezzo, tagliato pel lungo
-e pel traverso da una o due strade; e tali possono riscontrarsi i
-primitivi piani di Como, Piacenza, Parma, Pavia, Aosta, Torino; Verona
-forma un quadrato.
-
-L'unione di case private, disgiunte dalle vicine, costituiva un'isola;
-il complesso di alquante isole, un vico; e molti vichi, una regione.
-Solo i gran ricchi potevano abitare un'isola intera, massime da che
-il crescente lusso delle fabbriche incarì i terreni. Molti dunque
-appigionavano le case; e Marziale abitava a un terzo piano[373]; Silla,
-non ancora famoso, pagava lire seicento l'anno di pigione: ma Cicerone
-parla fin di tremila sesterzj o seimila lire per un appartamento.
-
-Nelle case de' Romani, modificate tra l'antica italiana e la greca,
-erano due parti distinte; una per uso particolare del padrone, una
-pel pubblico. Il vestibolo oblungo (_protyrum_) menava dalla strada
-in un cortile interno (_cavedium_), scoperchiato nel mezzo. Le acque
-piovane erano raccolte sul tetto sporgente, e per lo spazio scoperto
-(_compluvium_) cadevano in un bacino rettangolare (_impluvium_), spesso
-decorato d'una fontana. A destra e a manca del cavedio disponevansi
-le camere: di fronte, una sala aperta verso la corte (_tablinum_)
-conteneva gli archivj e i ritratti di famiglia, e il padrone vi
-riceveva i clienti, che aspettavano il suo arrivo passeggiando nel
-cortile o seduti in salotti (_alæ_): corridoj (_fauces_) mettevano
-all'interno della casa. Parte principale erano gli atrj, ignoti ai
-Greci; e distinguevansi in _toscani_ quando i tetti fossero sostenuti
-solo da travi murate; _tetrastili_ quando avessero quattro colonne
-poste sotto ai punti d'intersezione delle travi; _corintj_ quando
-le colonne fossero di più; _displuviata_ quando il tetto pioveva
-all'infuori; _testudinata_ se affatto coperti.
-
-Il limitare della porta guardavasi con rispetto superstizioso; guaj
-l'inciamparvi! vi si scriveano parole di felice augurio, o teneansi
-pappagalli e gazze che le ripetessero. Sovra la porta collocavansi
-ornati e segni del mestiero che vi si esercitava, od iscrizioni.
-Gli usci talvolta faceansi di marmo o di bronzo, e con bottoni,
-mascheroni ed altri capricci; in occasione di nozze o di solennità
-ornavansi di ghirlande e festoni; gli amanti vi sospendeano fiori;
-i cipressi indicavano la morte. Eccetto quelle dei tribuni, stavano
-chiuse, nè vi s'entrava senza bussare: nelle case ricche tenevasi il
-portiere, incatenato come i nostri cani. Oltre la principale, s'avea
-qualche porta di dietro (_postìca_), che riusciva negli _angiporta_ o
-vicoli. Di rado si trovano scale, e queste di pietra o di legno come
-oggi, fissate nel muro e per lo più buje; onde la frequente frase
-d'ascondersi _in scalis_, o _in scalarum tenebris_[374].
-
-La casa in generale non avea finestre o pochissime, e queste piccole
-ed alte; talora chiuse con pietre speculari, o con vetri molto grossi e
-non trasparenti[375].
-
-Le parti interne comunicavano tutte fra sè mediante il cortile, da cui
-le camere riceveano luce per mezzo delle porte: le camere spesso non
-erano divise che da traversi o da cortine. Nella biblioteca poneansi le
-effigie degli autori, d'oro, argento, bronzo, cera[376].
-
-Da principio il fuoco ardeva nell'atrio, ove e cocevasi e mangiavasi, e
-attorno a quello si raccoglievano i numerosi schiavi; dappoi nell'atrio
-si tenne un foculo o braciere, dove mettere incensi ai lari[377]:
-talvolta riscaldavansi le camere con tubi chiusi nelle pareti o sotto
-al pavimento. Per cercare il fresco e meriggiare si aveano appartamenti
-sotterranei, che ne' palazzi erano estesi, con molti corridoj e pitture
-a fresco e fregi a stucco, i quali da ciò appunto trassero il nome di
-_grotteschi._
-
-Ornavansi i palazzi con giardini. Di grandiosissimi n'ebbe Mecenate;
-e forse a quei di Lucullo presso Napoli servivano la Piscina Mirabile
-di Miseno, e la nuova grotta, riaperta or fa poch'anni nel promontorio
-di Coroglio, lunga più di mille metri, alta e larga meglio che
-quella di Posilipo. L'arte industriavasi a procurarvi ombre, variare
-l'esposizione, intrecciare labirinti, distribuir acque, e nel ridurre
-le piante e i cespugli, massime di càrpino e di bosso, in figure
-d'animali o di lettere (_ars topiaria_); della quale invenzione
-si attribuiva il merito a Cajo Matio cavalier romano, famigliare
-d'Augusto. Altre volte i giardini erano pènsili, e Seneca inveiva
-retoricamente contro questo dover gli alberi cacciare le radici ove a
-stento avrebbero innalzate le chiome[378].
-
-Ai giardini aggiungevansi un viale d'alberi ove passeggiare discorrendo
-(_gestatio_), e l'ippodromo per le corse a cavallo. Nè ignoti erano
-i tepidarj, dove correnti d'acqua calda mantenevano una temperatura
-tale che, a malgrado del verno, vi facessero i gigli bianchi e rossi,
-le viole tusculane, le vigne, i poponi e gli alberi da frutto.
-Coltivavansi pure delle piante bulbose, il croco, il narciso, il
-giacinto, le iridi. A taluno erano unite uccelliere, e Alessandro
-Severo n'ebbe una che conteneva ventimila piccioni, oltre fagiani,
-pernici, altra selvaggina. Entro piscine conservavansi pesci vivi, con
-ingenti spese.
-
-Non dimentichiamo che a nessun palazzo mancava l'ergastolo, destinato a
-chiudere gladiatori, atleti, schiavi. I primi, come ben nudriti, così è
-a credere fossero anche ben alloggiati; ma gli schiavi si cacciavano la
-sera in tane sotterranee, senza distinzione di sessi. Altri ergastoli,
-come indica il nome, servivano pei lavori forzati, e in città n'avea di
-molti; e talora i passeggieri venivano côlti, e gittati a lavorare in
-quelle tane, senza che più se ne sapesse.
-
-Le minori vie metteano sopra le strade grandi, le sole mantenute a
-pubbliche spese, e che legalmente doveano farsi larghe non più di otto
-piedi romani, che sono due metri e mezzo, e costeggiate da marciapiedi
-rialzati, da due in quattro piedi; ben necessarj ove l'angustia appena
-permetteva il cambio de' carri, e dove piovendo correva il rigagno.
-Sulla strada s'aprivano le botteghe, e spesso in una tutte quelle
-d'un esercizio, come a Roma nel fôro i banchieri; nel Vico Tusco e nel
-Velàbro i conciatori, profumieri, droghieri, mercanti di stoffe; nella
-via Sacra i venditori di minuterie domestiche, di ossetti d'avorio,
-di tavolette da scrivere, di stipi di legno prezioso, dadi e tavole
-da giocare. Nel 175 avanti Cristo i censori Fulvio Flacco e Postumio
-Albino fecero selciare di pietroni le vie interne di Roma, di ghiaja le
-esterne, e con margini rialzati[379].
-
-La primitiva Roma occupava sul colle Palanzio appena un miglio
-quadrato, colle porte Rumena, Capena, Magonia. Numa Pompilio estese
-quel recinto, inchiudendovi il colle Capitolino e la parte più prossima
-del Quirinale, e aggiungendo la porta Carmentale, detta Scellerata
-dacchè ne uscirono i trecentosei Fabj. Tullo Ostilio cinse anche
-il Celio per istanziarvi i vinti Albani; poi Anco Marzio collocò i
-Latini sull'Aventino, murandolo. Tarquinio Prisco asciugò il Velàbro,
-palude nell'avvallamento tra il Palatino, l'Aventino e il Campidoglio;
-e meditava una nuova cerchia di mura, che fu poi compita da Servio
-Tullio, aggregando il resto del Quirinale, e i colli Viminale ed
-Esquilino, sicchè vi furono compresi sette colli; mentre il Gianicolo
-ergevasi di là dal Tevere a guisa di cittadella.
-
-La mura, invasa anch'essa dalle abitazioni, serpeggiava sul ciglio dei
-colli: cominciando sulla sinistra del Tevere al fôro Olitorio presso
-il teatro di Marcello, e seguendo il lato settentrionale della rôcca
-Capitolina, scendeva al sepolcro di Cajo Bibulo, quindi per la valle
-che separa il Campidoglio dal Quirinale saliva in vetta di questo verso
-le Quattro Fontane, donde secondava il colle lungo il circo di Flora,
-piegando poi incontro alla moderna porta Salaria. Quindi cominciava
-l'aggere su cui fondata era la mura, e continuava per l'altura
-sovrastante ai colli Quirinale, Viminale ed Esquilino fin all'arco di
-Gallieno, ove esso argine terminava. Allora, sceso l'Esquilino, la mura
-rimontava sul Celio presso al Laterano; indi per la sommità meridionale
-del colle, dove ora sta Santo Stefano Rotondo, scendeva a valle tra il
-Celio e l'Aventino; coronati i quali, tornava a raggiungere il fiume
-là dov'erano e sono tuttora le conserve del sale. Di là dal Tevere le
-mura staccavansi dal fiume in due linee rette per congiungersi colla
-cittadella gianicolese di Anco Marzio. Vi attribuiscono il giro di otto
-miglia, o precisamente 12,500 metri[380].
-
-Ventitre o ventiquattro porte le aprivano: la Flumentana presso il
-fiume; la Trionfale, donde entravano i vincitori pigliando la via
-Sacra verso il Campidoglio; la Carmentale; la Rumena alle falde
-del Campidoglio; una di nome incerto, sull'altura occidentale del
-Quirinale; un'altra sul colle medesimo presso il palazzo pontifizio;
-la Salutare in vetta ad esso colle, ove ora le Quattro Fontane; una
-presso gli orti Sallustiani; la Collina, da cui partivano le vie
-Salaria e Nomentana, e fuor della quale stava il Campo Scellerato; la
-Viminale nella villa Negroni; l'Esquilina presso l'arco di Gallieno,
-donde moveano le vie Prenestina, Labicana, Tiburtina; la Mezia, poco
-discosta; la Querquetulana sulla via Labicana presso i Santi Pietro
-e Marcellino; la Celimontana presso San Giovanni in Laterano; la
-Ferentina sul Celio presso Santo Stefano Rotondo, donde si usciva al
-bosco della dea Ferentina, oggi Marino, convegno dell'assemblea dei
-popoli del Lazio; la Capena, da cui partivano le grandi strade Appia e
-Latina, aprivasi nella gola fra il Celio e l'Aventino, ed era il corso
-vespertino degli eleganti; la Nevia, al crocicchio delle vie Aventina
-e di Santa Balbina, menava ai boschi Nevj, ricovero de' malfattori;
-la Radusculana sotto la chiesa di San Saba, alla falda meridionale
-dell'Aventino; la Lavernale sull'Aventino; la Mavale accanto al
-bastione di Paolo III; la Minucia sulla sommità dell'Aventino; la
-Trigemina, ove è l'arco della Salaria, così detta perchè avea tre
-fornici. Quelle del lato occidentale sono incerte.
-
-Dentro e fuori restava uno spazio sacro, detto _pomerium_, che non
-potevasi nè edificare nè coltivare. Silla e Cesare estesero il pomerio,
-ma non dilatarono la mura.
-
-Augusto partì l'antico recinto di Servio Tullio in quattordici regioni,
-che erano: Iª al mezzodì la Capena, ove il tempio dell'Onore, quello di
-Marte Estramurano, le terme di Severo e di Comodo; IIª la Celimontana
-sul monte Celio, ove la casa de' Laterani, la Mica Aurea fondata da
-Domiziano, le scuole de' gladiatori, e il piccolo campo Marzio; IIIª
-la Moneta nella valle fra il Celio, il Palatino e l'Esquilino, dove
-le terme di Trajano e di Tito, la Casa Aurea di Nerone, le grandi
-vie Suburra e Carina, il Colosseo; IVª la Sacra fra l'Esquilino, il
-Palatino e il Quirinale, dove i tempj della Pace, di Roma, d'Antonino
-e Faustina, il colosso di Nerone, gli archi trionfali di Tito e di
-Costantino, la via Scellerata, la Sandalaria abitata da' libraj, la
-Sacra dove Orazio solea passeggiare meditando e invanendo[381]; Vª le
-Esquilie chiudeano parte dell'Esquilino e il Viminale, coi monumenti
-del _Castrum prætorianum_, la casa e i giardini di Mecenate, l'arco di
-Gallieno, il _vivario_ delle belve per l'anfiteatro; VIª l'Alta Semita
-sul Quirinale abbracciava le terme di Diocleziano e di Costantino,
-i tempj di Quirino, del Sole, di Flora, della Salute, i giardini di
-Lucullo, di Sallustio, d'altri; VIIª la Lata, fra il Quirinale e il
-Campo Marzio, aveva il fôro Suario, il portico di Costantino ed altri
-monumenti; l'VIIIª regione era il fôro Romano fra il Capitolino, il
-Palatino e il Tevere, e suoi monumenti il Miliario Aureo, il Comizio,
-la curia Ostilia, il tempio di Castore, la basilica Porzia, la colonna
-Mevia, il tempio di Vesta, i nuovi rostri, il tempio di Saturno, il
-Campidoglio, la cittadella, i fôri di Cesare, d'Augusto, di Trajano,
-ecc.; IXª il circo Flaminio nella parte più settentrionale, col
-mausoleo d'Augusto, il Panteon, il teatro di Balbo, l'anfiteatro di
-Statilio Tauro, il teatro di Marcello, la curia di Pompeo, la Villa
-pubblica, dove faceasi il censo e si riceveano gli ambasciatori
-stranieri; Xª la Palatina col palazzo imperiale; XIª il circo Massimo
-fra il Palatino e l'Aventino; XIIª la Piscina pubblica fra l'Aventino
-e il Celio; XIIIª l'Aventino, ove faceasi la rivista degli armati
-(_armilustrium_); infine il Transtevere, ove i giardini di Nerone, la
-Mole Adriana, le terme d'Aureliano. Siffatta divisione durò fino ad
-oggi.
-
-Cresciuta Roma di magnificenza e d'estensione sotto gl'imperatori,
-Aureliano la cinse di nuove mura laterizie, quali in molti luoghi si
-vedono tuttora, all'uopo principalmente d'inchiudervi i nobilissimi
-edifizj circostanti al campo di Marte. Staccandosi dalla sinistra
-del fiume presso porta Flaminia, la nuova mura ambiva verso oriente
-il Pincio, poi il Quirinale, il Viminale, l'Esquilino, il Celio,
-l'Aventino, e allargandosi per abbracciare monte Testaccio, toccava il
-fiume; di là dal quale tornava molto più in fuori dell'odierna porta
-Portense, donde salendo il fianco meridionale del Gianicolo, fiedeva
-alla porta San Pancrazio, per scendere alla Settimiana. Non fu quindi
-più la città de' sette, ma dei dieci colli: il Vaticano fu ricinto
-soltanto da papa Leone IV, formando la città Leonina.
-
-Nella nuova cerchia Roma ebbe da quindici miglia di giro, con
-trentasette porte, che mettevano ad altrettanti sobborghi, e da
-cui partivano trentuna strade militari. In quel ricinto contavansi
-ventotto biblioteche, otto ponti, otto campi, dieci terme, venti
-acque, diciotto vie, due campidogli, due circhi, due anfiteatri, tre
-teatri, tre ludi, cinque naumachie, quindici ninfei, due colossi,
-due colonne cocliti, sei obelischi, ventidue grandi cavalli, sette
-Dei d'oro e settantaquattro d'avorio, trentasette archi di marmo,
-quattrocenventitre vichi, quattrocenventidue palazzi (_ædes_),
-mille settecentonovanta case maggiori, quarantaseimila seicentodue
-isole, col qual nome, se pure la cifra non fu letta in fallo, non
-potrebbero intendersi che le case minori; ducentonovanta granaj,
-ottocentocinquantasei bagni, mille trecencinquantadue pozzi,
-ducencinquantaquattro forni, quarantasei lupanari, quattrocento
-cloache, cenquarantaquattro latrine.
-
-Dei diciassette fôri o piazze, quattordici servivano per mercati
-diversi (_venalia_), gli altri per gli affari (_civilia et
-judiciaria_). Il più antico era il Romano, ove si teneano le arringhe
-sulla tribuna ornata dei rostri tolti alle navi cartaginesi. Il fôro di
-Cesare, presso campo Vaccino, costò un milione di sesterzj. Augusto nel
-suo fece il tempio di Marte Vendicatore, intorniato di doppia galleria,
-colle statue de' re latini da un lato, de' re romani dall'altro.
-Domiziano cominciò quello di Nerva, dove poi Alessandro Severo pose
-colossi degli imperatori e colonne di bronzo.
-
-Alla vita pubblica d'allora s'addicevano i portici, formati di colonne
-che sostengono un soppalco, disposte a più schiere; talvolta erano
-indipendenti da qualunque altro edifizio; da poi si chiusero con
-ricinti, e presero nome di basiliche. La prima basilica pubblica si
-edificò sotto la censura di Porcio Catone il 569 di Roma, onde fu detta
-Porcia; e tanto piacque che in vent'anni se ne costruirono tre nuove,
-vicino al fôro, poi altre altrove, e anche per tutta Italia. Servivano
-ad usi pubblici, come di borsa e di tribunale, a tal uopo finendo in un
-semicircolo o abside, dove collocavasi il pretore sulla sedia curule,
-circondato dai numerosi giudici e dagli avvocati. Dieci n'aveva in
-Roma, la Giulia, la Vestilia, la Nettunia, la Matidia, la Marciana,
-la Vascolaria, la Floscellaria, quelle di Paolo e di Costantino, e di
-tutte più famosa la Ulpia, opera di Trajano, che abbiamo pur dianzi
-descritta.
-
-Noi ci badammo su questi particolari perchè, oltre essere la metropoli
-del mondo, Roma serviva di modello anche alle altre città dell'impero;
-sebbene non sia dimostrato quel che taluni asseriscono, che in ciascuna
-vi avesse e fôro e teatro e circo e ginnasio e bagno e campidoglio,
-colle forme e coi nomi medesimi della capitale.
-
-E più ne sapremmo se degli scrittori d'arte ci fosse restato altro
-che il solo Marco Vitruvio Pollione. Di patria e di casa ignoto, e
-probabilmente schiavo greco, se argomentiamo dal suo scrivere cattivo
-e ingombro di grecismi, da Augusto fu adoperato alle macchine militari:
-ma de' fatti suoi nulla si saprebbe se egli stesso non avesse scritto.
-Più maestro che artista, più ingegnere che architetto egli si mostra,
-nè di gran valentìa dà saggio la basilica in Fano, unica che si ricordi
-da lui architettata.
-
-Molti avendo scritto d'architettura ma confusamente, egli pensò
-ridurre in corpo compiuto quella scienza, e ciascuna parte in singoli
-libri. E secondo si esprime ne' preamboli, nel primo spiega i doveri
-dell'architetto e le cognizioni a lui necessarie; nel secondo i
-materiali; nel terzo la disposizione de' tempj coi varj ordini, e la
-distribuzione delle parti; nel quarto tratta specialmente dell'ordine
-jonico e del corintio; nel quinto reca la disposizione degli edifizj
-pubblici; nel sesto delle case private; nel settimo degli intonachi
-onde abbellire ed assodare gli edifizj; nell'ottavo del trovare e
-condur l'acqua; nel nono di differenti processi pratici e di cose utili
-alla vita, come il peso specifico, la costruzione delle meridiane,
-i rapporti del diametro col circolo, del lato colla diagonale del
-quadrato; il decimo discorre delle macchine sì per fabbrica, come per
-elevar l'acqua e per la guerra.
-
-Ma il _Trattato d'architettura_ qual oggi l'abbiamo, è probabilmente
-una compilazione, poco diversa da quella di Plinio, fatta da qualcuno
-mal pratico, e che non avea visto co' proprj occhi i monumenti di
-Grecia. Nell'esecuzione spesso confonde i soggetti, ed è peccato che
-le figure che accompagnavano il testo siano perdute[382]. Scarso di
-critica e filosofia, di stile vulgare, arido e spesso oscuro anche per
-minutezza di particolari, a tacere i guasti venutigli dagli amanuensi,
-va consultato con grande cautela, e confrontato cogli edifizj ancora
-riconoscibili: ma se sarebbe servilità il prostrarsi a' suoi precetti,
-è certo che, oltre le squisite notizie, di ottimi egli ne desume
-dall'osservazione. Sopratutto raccomanda all'architetto lealtà e
-disinteresse; ed egli medesimo si fa amare per la candida intenzione
-con cui scrive.
-
-Turpilio, cavaliere della Venezia ai tempi di Plinio, è il solo nobile
-romano che coltivasse la pittura, la quale da Plinio stesso è definita
-arte morente[383], benché ad alcuni egli sia cortese d'encomj; come
-ad Amulio per una Minerva, la quale guardava l'osservatore dovunque
-si mettesse[384]; meschina lode! Quinto Pedio, d'illustre famiglia,
-era muto, e perciò l'oratore Messala s'accordò con Augusto di fargli
-imparar la pittura; e riusciva bene se morte non l'avesse rapito.
-
-Primeggiava tra i colori il cinabro, che Plinio pretende fatto col
-sangue di un drago schiacciato da un elefante morente, in modo che i
-due sangui si mescolassero[385]; e probabilmente era succo d'una palma.
-
-Il minio era stato scoperto quattro secoli avanti Cristo nelle cave
-d'argento d'Efeso: e per carezza e nobiltà gareggiava con esso il
-purpurissimo, composto col liquore estratto dai murici che pescavansi
-in riva al Mediterraneo. Sul golfo di Napoli manipolavansi minerali
-indigeni e importati per uso di colori, quali l'azzurro denominato
-fritta di Pozzuolo, e la porpora.
-
-Si dipingeva per lo più sul legno; talvolta sulle pareti. Per animali e
-fiori e dove occorresse maggior illusione, usavasi l'encausto; cioè (se
-pure fra tante discrepanze possiamo prometterci lume di vero) con ferro
-caldo tracciavansi i contorni sopra tavolette di avorio, o stendeasi
-la cera colorata sopra il legno o l'argilla, ovvero con un pennello
-intinto in cera e pece si dipingevano tavole. La pittura a fresco non
-pare fosse conosciuta, male colla calce fresca accoppiandosi le lacche,
-il bianco di piombo, il minio, l'orpimento, colori consueti degli
-antichi.
-
-Composizioni storiche ricorrono frequenti negli archi e sulle medaglie,
-ma rare ne' dipinti; e di tanti che n'ha il museo Borbonico, soli
-Sofonisba e Massinissa, e la Carità Greca tengono alla storia. Le
-scene di vita domestica e civile sono sempre accompagnate da esseri
-simbolici, come Amore, la Vittoria, Minerva. Altre volte figuravansi
-sacrifizj, o processioni sacre, o giuochi ginnastici, e spesso
-oscenità.
-
-Il marmo di Luni, che oggi diciamo di Carrara, è un calcare bianco,
-leggermente cristallino, senza fossili, del periodo secondario del
-calcare giurassico: se non per durezza, per candore supera i più belli
-d'Egitto e di Grecia, non eccettuato il marmo pario, a detta di Plinio,
-che lo asserisce scoperto poco prima, e fu adoperato a tutte le opere
-grandiose, ove prima usavansi il gabinio, l'albano, il tiburtino.
-
-Il porfido, così detto dal suo colore di fuoco (πυρ), è d'un rosso
-bruno mischiato, constando di silice combinata coll'allumina e la
-potassa, e molto ferro ossidato, e cristalli di quarzo. Non si sapea
-donde gli antichi lo traessero; ma gl'inglesi Burton e Wilkinson nel
-1823 ne scopersero le cave in Egitto, a circa venticinque miglia dal
-mar Rosso all'altezza di Licopoli (_Syouth_), non lungi dal porto
-di Myoshormos, in montagne chiamate _Porphirites_ da Tolomeo, ed
-oggi _Gebel Dokhan_, cioè del fumo di tabacco. Il nome di porfido fu
-poi esteso ad altre pietre di simile impasto e durezza, e di colore
-diverso. Del rosso, tanto difficile a scalpellare, fecero poco o punto
-uso gli Egiziani nè i Greci: i Romani ne presero passione al tempo di
-Claudio, e sotto Costantino moltissimo se ne lavorava, probabilmente
-per mano di condannati; e non che colonne, statue, urne, riuscirono a
-trame anche oggetti fini e galanterie.
-
-Plinio e Vitruvio deplorano il lusso de' marmi, ornandosi gli
-appartamenti con porfido, serpentino, agate, diaspri d'ogni qualità, e
-rilevandone lo splendore con macchie artifiziali, e coprendo le pareti
-di encausto; di modo che non rimaneva campo alla pittura.
-
-Nelle gemme i Romani imitarono i Greci, ne adottarono i soggetti, o
-se li desunsero dai fasti patrj, vi diedero espressione allegorica.
-Forse ad artisti greci vanno attribuite quelle del tempo imperiale, che
-sono i più insigni vanti delle gliptoteche: tal è quella del gabinetto
-di Vienna, rappresentante la famiglia di Augusto; tale quella del
-gabinetto di Parigi, rappresentante Tiberio da dio colla parentela
-sua; e la sardonica del re d'Olanda, che offre il trionfo di Claudio
-in sembianza di Giove; e la tazza del museo Borbonico. Anelli, sigilli,
-coppe attestano la finitezza della gliptica in quei tempi.
-
-Le arti belle però anch'esse vengono a confermarci la diffusa
-immoralità. Cessato ogni pudore nella società, ogni scrupolo cessava
-nell'arte convertita in mestiero, nè ad altro ispirantesi che al gusto
-dei committenti; i tempj erano adorni di lubrici atteggiamenti, i vasi
-delle mense foggiavansi in figure disoneste, e ciascuna stanza maritale
-doveva ornarsi d'un dipinto osceno. Ovidio ogni tratto rammenta le
-tavolette impudiche; Orazio dicono ne tenesse tappezzata tutta la
-camera; a Properzio stesso facea scandalo il trovarne dappertutto[386].
-
-Di capi d'arte abbondava la Sicilia, e lungamente si disputò se
-vi fossero venuti di Grecia, o colà stesso lavorati; e poichè le
-architetture sono più antiche delle greche, e vanno ornate di preziosi
-bassorilievi e di cariatidi, è ragionevole presumere che anche le altre
-opere fossero eseguite da Siciliani, o almeno da Greci stabiliti in
-quell'isola.
-
-Di statuette d'argilla una dovizia dissotterrarono a Catania, a Gela,
-a Camarina, a Tindaro, ad Acre, a Centuripa, relative le più al culto
-di Cerere e della dea Madre. Il Giove palliato, rinvenuto a Sòlunto,
-collo scettro nella sinistra, coi calzari ornati di foglie di quercia,
-e con due chimere che ne sostentano il trono; la Venere, uscita dalle
-campagne di Siracusa, premente col piede sinistro la conchiglia e
-il delfino, appartengono all'arte più squisita; la Venere Callipiga
-vince la Medicea. Aggiungi due Ercoli dalle ruine di Catania, il Giove
-Olimpico di Girgenti, i busti di Saturno, di Trittolemo, di Minerva.
-
-Quante statue metalliche possedesse la Sicilia, il provano le
-espilazioni dei Cartaginesi, di Marcello, di Verre, e più tardi degli
-imperatori romani e bisantini. Pausania ricorda un Ercole in lotta
-coll'Amazone equestre, consacrato in Messina da Evagora di Zancle;
-e come, essendo naufragati trentacinque giovinetti col maestro e col
-sonatore di piva, che i Messenj spedivano a Reggio per una solennità,
-in memoria furono poste altrettante statue di bronzo. Quattro arieti
-dello stesso metallo diceansi congegnati da Archimede in guisa, che il
-vento faceva uscirne una specie di belato, che indicava da qual plaga
-esso vento spirasse: da Siracusa furono trasportati nella reggia di
-Palermo, ma per quanto si studiasse, mai non si trovò una disposizione
-che riproducesse quel fenomeno, sinchè ne' furori del 1848 furono
-spezzati.
-
-Vi abbondavano pure bassorilievi e sarcofagi, molti de' quali ornano
-oggi le chiese, benchè portino scene bacchiche o mitologiche[387].
-Pietre intagliate si trovano spesso, e specialmente a Centuripa; e
-l'essere alcune solo preparate per l'intaglio o non finite, ne conferma
-quella scuola di gliptica, asserita da Eliano di Cirene. Lo stile di
-queste apparterrebbe all'età imperiale; segno della durata di tale
-artifizio: alcune portano le sembianze di Cicerone, di Ovidio, di
-Comodo in veste d'Ercole[388].
-
-Ricchissima di marmi e di pietre fine è la Sicilia; di berilli i
-contorni di Castel Gratterio, di alabastri le falde del monte di
-Calatrasi e la terra di Gibellina, di coralline e cotognine ed altre
-mischie l'Erta, di agate molti paesi, e principalmente le sponde
-dell'Acate donde trassero il nome, e le vicinanze di Alicata. Un'agata
-siciliana, delle cui macchie erasi tratto partito per disegnarvi
-Apollo e le Muse, fu legata in oro da re Pirro e tenuta in gran
-pregio. Diaspri variegati offrono i monti di Giuliana e le vicinanze
-di Palermo; diaspro tenero Trapani; Troina massi di porfido, de' quali
-vennero cavati i sepolcri dei re normanni e svevi.
-
-Un'altra dovizia artistica insieme e letteraria ci offre l'impero
-romano, vogliam dire le iscrizioni e le medaglie, fonte di preziose
-cognizioni storiche e civili; tanto che i maggiori eruditi v'attesero,
-nè avvi forse città, di cui i numismi e le epigrafi non abbiano avuto
-un illustratore particolare.
-
-Le iscrizioni d'Italia alcune sono nelle lingue prische, alcune in
-greco, le più in latino. Delle italiche tocchiamo nel parlare de'
-primordj della nostra civiltà (V. Appendice II); e ad esse si riduce
-quanto ci arrivò di scritto intorno a quella. Le greche più antiche
-stanno sopra vasi; e sopra uno grossolano, trovato a Centorbi in
-Sicilia, si ha una scrittura a bustrofedon, cioè andando da sinistra
-a destra poi da destra a sinistra come fa il bue arando, creduta
-anteriore fin all'iscrizione Sigea[389]. De' tempi successivi ne
-abbondano i paesi della Magna Grecia e della Sicilia. Qualcheduna è
-bilingue, come nel monumento greco-latino di Eraclea ne' Lucani, ove
-si fa memoria che, rivendicatosi un fondo appartenente al dio Bacco,
-gli agrimensori posero i termini, e lo divisero in quattro porzioni,
-rilasciate a vita a quattro privati, che rendessero un canone annuo,
-aggiunto l'obbligo di piantar viti, ulivi, fabbricare capanne e
-stalle. Le greche tengono del dialetto dorico ne' paesi colonizzati dai
-Corintj, quali Siracusa, Camarina, Gela, Agrigento, Megara, Selinunte;
-e dello jonico in quelli derivanti dalla Calcide, come Nasso, Zancle,
-Gallipoli, Eubea, Mile, Leontini. Queste sono assai meno, pur bastanti
-a provare che ciascun paese scriveva come parlava; tanto più che a
-Taormina se ne leggono d'ambo i dialetti, perchè la città d'origine
-calcidica ricevette poi colonie siracusane. Non così può dirsi delle
-romane, che, in qualunque paese siano, non si discernono per lingua;
-attesochè i cittadini, sparsi per ogni lido, teneansi a norme uffiziali
-per ogni atto, e così per la lingua. Nell'espressione seguono le
-vicende de' tempi, incondite le prime, poi sempre più eleganti, infine
-irte di neologismi e barbarismi, e che tutte insieme presentano
-una portentosa ricchezza, perocchè il campo dell'epigrafia latina
-estendesi quanto l'antico impero, cioè dall'Africa sin alla Bretagna, e
-dall'Oceano sino al lembo dell'India.
-
-Infinite occasioni si presentavano da voler eternare con epigrafi;
-consacrazioni e invocazioni di divinità, voti, processioni, dediche
-o sacrifizj, are, sacerdoti, magistrati civili o militari, dignità
-conferite, applausi, vittorie in guerra o ne' giuochi, trionfi,
-benemerenze di parenti o di benefattori, ricordi mortuarj. Ai monumenti
-si poneva un'iscrizione, che, oltre commemorativa, era encomiastica o
-storica: le più vanno semplici, perfino nell'adulazione: talvolta le
-funerarie sono anche affettuose. Vi si univano figure rappresentanti
-l'arte del defunto, come il deschetto e le scarpe sulla lapide di un
-calzolajo a Milano; e una fabbrica di pane nel monumento di Euriface
-fornajo, scoperto a Roma il 1838 fra le porte Prenestina e Labicana.
-
-Quanto lume dalle iscrizioni potesse trarsi per la storia lo videro
-già il Petrarca e Cola Rienzi; poi rinato il genio dell'erudizione nel
-secolo xv, se ne trascrissero d'ogni parte in collettanee particolari,
-o si radunarono gli apografi stessi. Nacquero così i musei, poco
-usati dagli antichi, pei quali l'arte rimaneva intimamente collegata
-alla vita, per modo che i capolavori si trovano ne' palazzi, nelle
-terme, nelle basiliche, nelle ville, principalmente nei tempj, dove
-_mistagogi_, noi diremmo ciceroni, mostravano le rarità e narravano le
-tradizioni relative a quelle. Nel portico di Ottavia eransi adunate
-molte statue: ne' circhi si ornava la spina con statue, obelischi,
-vasi tolti in diversi luoghi; e ad un museo poteva somigliarsi la villa
-d'Adriano a Tivoli. Neppur allora mancavano ciarlatanerie ed imposture:
-Plinio ricorda che a Roma furono portate da Joppe le ossa dell'orca
-marina a cui rimase esposta Andromeda, e il sasso dov'erano infisse le
-catene con cui essa fu legata; Procopio descrive la nave con cui Enea
-approdò in Italia, quale conservavasi a Roma.
-
-Per iscrizioni il museo più ricco è il Capitolino: ma non v'è quasi
-città che non ne possieda alcuno; e ne fecero la descrizione Scipione
-Maffei per Verona, il Rivautella per Torino, il Guasco pel Capitolino,
-il Gori per la Toscana, il Malvasia per Bologna, Olivieri per Pesaro,
-Morisani per Reggio, Bianchi per Cremona, Noris per Pisa, Labus per
-Mantova e Brescia, Boldetti e Lupi per le epigrafi cristiane, e così
-altri, e più insigne di tutti Ennio Quirino Visconti. A Palermo fin dal
-1580 decretava il senato di affiggere al suo palazzo le epigrafi che
-si trovassero, meglio disposte poi nell'interno cortile, e illustrate
-dal Torremuzza; a Catania fece altrettanto il principe di Biscari:
-altri a Messina, Siracusa, Agrigento. Il quale Torremuzza, dopo
-altri, diede _Siciliæ et objacentium insularum veterum inscriptionum
-nova collectio_, 1784. Infine vennero il Muratori col _Tesoro_ delle
-iscrizioni, l'Orelli a Zurigo colla raccolta di oltre cinquemila bene
-scelte e ben lette, e Carlo Zell con un manuale (Eidelberga 1850)
-utilissimo perchè di piccola mole; ed ora a Berlino sono radunate e
-classificate tutte le antiche, colle tante che vengono in luce ogni
-giorno.
-
-Nelle monete, non considerandole qui che dal solo aspetto artistico,
-oltre la materia, sono a notarsi la grandezza o modulo, il tipo,
-l'iscrizione. Qualche moneta triangolare, rettangola, romboidale
-offrono i popoli dell'Italia centrale; alcuna ovale è forse dovuta a
-negligenza del fonditore; le più sono rotonde; nella Magna Grecia non
-ne mancano di concave, a guisa di coppe; quelle di Siracusa tirano
-allo sferico. L'ordinaria materia sono l'oro, l'argento, il rame o
-il bronzo. Le più antiche di Sicilia sono d'argento, seguono quelle
-di rame, ultime le auree, appartenenti le più a Siracusa, altre a
-Gela, Agrigento, Taormina; alcune d'oro a Palermo portano lo stemma
-punico: Dionigi ne fece di stagno[390]. Alcune sono di bronzo e piombo
-rivestite poi di foglia d'oro o d'argento (_bracteatæ_): alcune son
-liscie tutte, salvo un piccolo tipo stampato nel centro: altre con orlo
-di metallo più fino _contorniatæ_. I medaglioni forse non batteansi
-che per onoranza o per fregiare qualche divinità o per ricompensa
-in guerra, benché, passata l'occasione, entrassero anch'esse in
-commercio. I tre sovrintendenti alla zecca in Roma erano intitolati
-AAAFF, cioè _auro, argento, ære fundendo feriundo_, dai tre metalli
-che s'adopravano, e dai due processi di fondere il metallo in una forma
-vuota portante le due impronte, o di fondere soltanto la botella, per
-improntarla stringendola fra due morsi d'una tenaglia, o battendola con
-un punzone.
-
-Prima ancora delle iscrizioni, sulle monete ponevasi un tipo od
-emblema, che poi si conservò sempre sul rovescio, sanzionato dalla
-pubblica autorità; fosse l'effigie del principe, o la figura simbolica
-della città, o lo stemma di questa, molte volte parlante, cioè
-figurante un oggetto, il cui nome somigliasse a quello della città. Le
-tre gambe disposte a triangolo significano la Sicilia, il petroselino
-per Selinunte, il granchio (ἄκραγας) per Agrigento, un gomito (ἅγχων)
-per Ancona, un muso di leone per Leontini, la luna per Populonia
-(_popluna_), un toro per Turio, per Camarina il _chamærops humilis_,
-cioè la piccola palma. Nel tipo s'incontrano spesso Vittorie alate in
-commemorazione d'una battaglia o d'un giuoco vinto; talora l'effigie
-del fiume vicino, come l'Aretusa pe' Siracusani, l'Ippari per Camarina,
-l'Amenano per Catania; ovvero del dio o dell'eroe titolare, come
-Ercole per Crotone, o di qualche cittadino illustre, come Timoleone
-pei Siracusani; sulle monete della Magna Grecia frequenta il bove colla
-testa umana, quanto i rostri sulle prime romane.
-
-Fra le allegorie in queste la più frequente è la Vittoria, poi la
-Salute, o la Pietà, o Roma cogli attributi di Minerva. Nel chinare
-della repubblica crescono i tipi storici, talchè colle monete possono
-accompagnarsi gli eventi e poetici e positivi; e non esprimendo
-capricci d'individui, ma idee nazionali, vi s'indaga la storia de'
-costumi e delle opinioni, viepiù preziosi degli altri monumenti perchè
-non soffersero mutilazioni nè restauri. Spesso vi sono aggiunti altri
-tipi, variatissimi e a capriccio, principalmente nelle monete delle
-famiglie: e da settantamila ne conoscono i numismatici. Le spintrie
-ostentano le lascivie di Tiberio a Capri.
-
-Sotto i consoli, ed anche imperante Augusto, i triumviri monetarj
-poteano scolpire i proprj nomi sulle monete, che perciò diconsi di
-famiglia; e ne' tipi di queste compajono spesso figure allusive al nome
-loro, Pan pei Pansa, un vitello pei Vitellj, un martello per Malleolo,
-le muse per Musa, un fiore per Aquilejo Floro, un Giove cornuto pei
-Cornificj. Delle città alcune continuarono a porre il nome e il tipo
-proprio sulle monete, anche dopo sottoposte a Roma. Sotto gl'imperatori
-non s'improntò più che l'effigie di questi; ma sul rovescio vedesi sc,
-il che fece credere che la monetazione fosse spettanza del senato.
-Bensì gl'imperatori vi posero anche l'effigie delle sorelle, delle
-mogli, delle figliuole loro, e di parenti naturali o adottivi.
-
-Al basso della medaglia, cioè nell'esergo, viene indicato il luogo ove
-furono battute; roma e romano si ha in moltissime anche forestiere,
-che forse faceansi a Roma; poi nel Basso Impero COMO o COMOB, che
-probabilmente significa CO_stantinopoli_ M_oneta_ OB_signata_.
-
-La Sicilia è uno dei primi paesi di cui abbiansi monete, come se ne
-hanno le più belle e la maggior varietà, ogni città adoprandovi tipi
-distinti, secondo il genio municipale dei Greci. Le antichissime sono
-di Messina, e alcune anteriori al 560 avanti Cristo, e forse fino del
-620. Filippo Paruta segretario del senato di Palermo diede pel primo
-in luce il medagliere siciliano nel 1612; ma la descrizione che dovea
-seguirvi, andò perduta. Alle imperfezioni di quello supplirono Leonardo
-Agostini, Marco Meyer, Sigeberto Hauercamp, il principe di Torremuzza,
-infine Federico Munter[391]. Della sola Siracusa il Torremuzza pubblicò
-trentasei monete d'oro, censessantatre d'argento, cenquarantanove di
-bronzo; e un buon terzo se ne aggiunsero dipoi.
-
-Le prische monete italiche sono i nummi librali o _æs grave_, rotonde,
-a lente, con rilievo d'ambo i lati, e che indicavano e il peso e
-il valore d'un asse. Sono speciali dell'Italia, ma vi mancano segni
-per discernere a qual città appartengano, e i tipi rappresentano un
-cavallo, un delfino, una lira, un elefante, una troja, una testa di
-Giunone o di Cerere o dei Dioscuri, Romolo e Remo colla lupa, una
-Vittoria sulla quadriga, o simili. Quando Roma battè o piuttosto fece
-battere nella Campania denaro proprio, vi adoperò il tipo nazionale
-del Giano bifronte e la prora di nave. Plinio vorrebbe che solo nel
-485 si battessero monete d'argento: il che vuol forse significare che
-quell'anno se ne ponessero le fabbriche. Fin a Pompeo Magno ben poco
-oro fu coniato.
-
-Gli avanzi di belle arti, guasti come sono dal tempo e dai casi,
-e disgiunti da quelle minute particolarità il cui accordo cresce
-significazione all'insieme, eran ben lontani dal porgere adequata
-idea di ciò che allora fossero le arti, la ricchezza, l'edilizia, e
-dal rivelare gli usi della vita pubblica e privata, imperfettamente
-dinotati dagli scrittori, che, come in cosa nota, s'accontentano
-di allusioni. Per compiere l'istruzione, città intere uscirono dal
-sepolcro. Il Vesuvio, che in tempi anteriori ad ogni memoria avea
-vomitato fiamme, tacque per secoli, finchè, imperante Tito, rinnovò
-le sue eruzioni, colle quali più non cessò di minacciare i deliziosi
-contorni di Napoli. In quella prima rovina, fra altre borgate e ville,
-rimasero sepolte Ercolano e Pompej.
-
-Ancor più che le lave e i lapilli, sedici secoli n'aveano cancellata
-la memoria, quando Emanuele di Lorena principe di Elbeuf, nel 1713,
-udito che un del paese avea tratto alcuni marmi da un pozzo, comprò
-il diritto di farvi scavi. Il pozzo dava appunto sopra il teatro di
-Ercolano, e ne cavò un Ercole, una Cleopatra, e sette altre statue,
-che spedite subito in Francia, destarono la meraviglia. Continuando,
-ebbe finissimi marmi d'Africa, poi scoperse un tempio rotondo con
-ventiquattro colonne e altrettante statue in giro. Carlo III di Napoli
-ricomprò da esso principe quello spazzo, e sterrando acquistò la
-certezza d'avere scoperta una città. Ma su questa venti metri di lava
-eransi induriti, e sopra edificate Portici e Resina, che sarebbonsi
-dovute demolire co' regj loro palazzi. Forza fu dunque limitarsi a
-parziali escavazioni, e da ciascuna di esse trarre quel che si poteva,
-indi colmare di nuovo i vuoti per non iscalzare le città.
-
-Anticaglie d'ogni genere uscirono così; affreschi, quadri, vasi,
-bassorilievi, fregi, rabeschi, le statue equestri dei consoli Nonio e
-Balbo, bronzi, tripodi, lampade, pàtere, candelabri, altari, istrumenti
-di musica e di chirurgia, che formarono una ricchezza non rara ma unica
-del museo Borbonico. Molti estesi edifizj si riconobbero, tempj, un
-teatro, il fôro: tra il resto una bella casa di campagna, con giardino
-che stendeasi fin al mare, abbellito d'una peschiera che terminava
-in semicircolo alle due estremità; attorno ad essa scompartimenti
-come d'ajuole; e tutto circondato da colonne di mattone intonacate di
-gesso, su cui appoggiavano travi, infisse nel muro di cinta, formando
-così attorno allo stagno una pergola, sotto cui erano divisioni or
-triangolari ora a semicircolo, per lavare e per bagnarsi. Fra le
-colonne sorgeano busti di marmo e statue muliebri di bronzo, alcune
-grandi al vero, della fusione più perfetta: un canaletto d'acqua
-lambiva il muro di cinta. Annessa era la camera dove si trovarono i
-famosi rotoli di papiro, che svolti con ingegnosissima lentezza, ci
-regalano tratto tratto qualche novità, ma nulla finora d'importante;
-e ciò ch'è notevole, un solo è in latino, frammento d'un poema sulla
-guerra di Azio. Le sei danzatrici, il Fauno dormente, il Mercurio, sei
-busti creduti de' Tolomei, altri di Platone, Archita, Saffo, Democrito,
-Scipione Africano, Silla, Lepido, Cajo e Lucio Cesare, Augusto, Livia,
-Claudio Marcello, Agrippina minore, Caligola, Seneca, due incogniti,
-due daini, varie figurine, l'Omero, l'Aristide ch'è delle migliori
-statue antiche, due busti di Bacco indiano, il preteso Silla, il
-Satiro colla capra, tutti di marmo, si trovarono in questo giardino,
-che pure apparteneva ad un filosofo privato. La Pallade, scoperta ad
-Ercolano stesso e dell'età di Fidia, va ben innanzi ai marmi eginetici;
-antichissima è pure l'Artemisia, che l'esser fatta di marmo di Carrara
-ci lascia supporre eseguita in Italia[392].
-
-In quel medesimo torno di tempo, l'aratro d'un villano urtò contro una
-statua di bronzo, e questa diede spia dell'altra città di Pompej[393].
-Lapilli e ceneri la ricoprono, talchè poco a poco ella potrà ritornarsi
-intiera alla luce: per non nuocere a tanti fini lavori e perchè nulla
-vada perduto, lenti procedono gli scavi, ma è già scoperta la regione
-principale, con due teatri, un tempio d'Iside, uno d'Esculapio,
-uno greco, una porta della mura colla via delle tombe, il fôro, la
-basilica; in breve spazio raffittiti edifizj, che oggi basterebbero ad
-una grande città. All'altra estremità è l'anfiteatro; e mura pelasgiche
-la circondano.
-
-Le case si somigliano per distribuzione e ornamenti; a uno o due
-piani; camerette di appena tre in quattro metri, alte da cinque a
-sei, malagiate di comunicazioni e disimpegni, con poche finestre,
-simili a feritoje, eccetto quelle che danno sul giardino, e che
-forse erano serbate alle donne. I cortiletti sono cinti da portici,
-anche nelle abitazioni di minore importanza, onde godervi il rezzo.
-Negli appartamenti non usavasi legname alle costruzioni, eccettochè
-per le imposte alle finestre e alle porte; pavimenti a musaico;
-soffitta e pareti con medaglioni di stucco, e con pitture e musaici,
-rappresentanti vivande, libri, utensili, mobili, storie, secondo il
-genio e l'arte del padrone. Quella del poeta tragico, sullo spazio di
-quindici metri in largo e del doppio in lungo, è divisa in diciannove
-membri, compreso l'atrio: il musaico alla soglia rappresenta un
-mastino alla catena coll'iscrizione _cave canem_. Dal corridojo passi
-nell'atrio, cortile scoperto, adorno ai quattro lati di pitture, tratte
-dall'Iliade o allusive ad arte drammatica: all'intorno camere pe'
-forestieri, anch'esse a dipinti, spesso osceni: rimpetto all'ingresso
-il tablino, o sala di ricevimento, porta la figura d'un poeta tragico
-che declama a due astanti, mentre sul pavimento a musaico è figurata la
-prova d'un'opera; esecuzione squisitissima. Vi succede il peristilio
-o seconda corte aperta, in cui un giardinetto cinto da portico di
-sette colonne doriche, esso pure dipinto. Al fondo sta il larario o
-cappella domestica, con un graziosissimo Fauno di bronzo; a manca un
-gabinetto di riposo, con Diana, Narciso al fonte e Amore che pesca;
-un'altra cameretta è a paesi e marine, e sul muro principale sta
-dipinta una schiera di libri, che il tragico forse non possedeva se non
-col desiderio. In faccia trovate l'esedra, o sala di conversazione,
-decorata di ballerine, di frutti e d'animali, con Leda, Arianna
-abbandonata, il sacrifizio d'Ifigenia: da canto la cucinetta con tutti
-gli attrezzi dipinti, oltre i reali, comunica col triclinio anch'esso
-pitturato: di sopra era il gineceo.
-
-Direste che quelle case jeri appena sieno state deserte. Nel tempio
-d'Iside hai disposti gli utensili delle cerimonie; gli scheletri dei
-sacerdoti, sorpresi tra quelle, ancor portavano gli abiti pontificali;
-i carboni stanno sull'altare; e candelabri, lampade, patere per le
-libazioni, lettisternj per la dea, purificatoj ornati a stucco, e un
-capace vaso di bronzo colle ceneri dell'ultimo olocausto, miste al
-grasso delle vittime. Ancora l'insegna invita al fondaco del mercante;
-leggendo alla soglia la voce salve, credi udirla dal padrone, cui
-il motto ben augurato non preservò; là pozzi in mezzo alla via, qua
-cloache sboccanti al mare; sull'angolo d'un crocicchio una spezieria
-coll'insegna del serpe che morde un pomo; altrove un altare coll'aquila
-di Giove, esposti in vendita; l'uffizio d'un pubblico pesatore; gli
-spacci di bevande calde, corrispondenti ai nostri caffè; altrove
-una casa di bordello, indicata da priapi e dal motto HIC FELICITAS,
-che rivela una filosofia gaudente[394]. I pani hanno il marchio del
-fornajo; alcuni non cotti ancora, altri già rotti; nel pistrino hai
-macine singolari; nella madia preparata la farina col lievito; nel
-forno una torta entro la sua tegghia; altrove, fave, noci, olio, vino
-in fiaschi col nome dei consoli e che non doveva esser bevuto; biche
-di grano, il quale piantato spigò dopo mille settecento anni di sonno
-vitale. Entri negli appartamenti delle signore? eccoti scarpe[395],
-spilli, aghi, ditali, forbici, gomitoli, rocche, oricanni di balsami,
-e gli arnesi onde anche oggi si accresce o ripara la bellezza, e monete
-forate che recavansi al collo; in altre parti, dadi da giocare, palle e
-balocchi da fanciulli. Ma in tante abitazioni, non carta, non libri.
-
-S'una casa, poco lungi dalla porta, leggesi in rosso il nome di
-Sallustio, lo storico che qui appunto aveva una villa: colà l'_album_
-ove si affiggevano i decreti de' magistrati, gli annunzj di vendite,
-aste e simili: dentro era un portento di quadri, marmi rosei, musaici,
-anfore, vasi d'immenso prezzo. La via del sobborgo, spaziosa e
-allineata, fiancheggiano case di campagna, tombe, sedili di pietra,
-ove gli abitanti venivano sulla sera fra i sepolcri degli amici e dei
-parenti per respirare il fresco e osservare i viandanti. Nel sobborgo
-sorgea la villetta, di cui tanto Cicerone si compiaceva; e là presso
-quella del liberto Diomede, benissimo conservata, colla porta aprentesi
-sopra un verone e fiancheggiata da due colonne; cortile quadrato, cinto
-da portici a colonne, sotto cui si aprivano gli appartamenti.
-
-Non v'è abitare, ove non si trovino pitture. Queste sono opera di
-quadratarj o imbianchini, ma probabilmente riproducono tavole famose; e
-certamente l'Ercole fanciullo e il sacrifizio d'Ifigenia sono desunti
-da quelli di Zeusi, come dalla scuola corintia proviene l'Achille
-in Sciro. Le pitture di Pompej restano quasi gli unici monumenti
-per giudicare dell'arte pittorica presso i Greci, ma ristrette in
-cento anni quanto all'esecuzione, mentre pei soggetti recano fin
-ai tempi alessandrini, e sempre con pose tranquille, figure non
-aggruppate, fondo d'un sol colore, e poche linee prospettiche. Anche
-qualche capolavoro doveva esser copiato a musaico; e quello che
-serviva di pavimento a un triclinio, e che figura la battaglia fra
-Alessandro Magno e Dario, è il pezzo più insigne che l'antichità ci
-tramandasse[396].
-
-Nè minor fasto spiegavasi nelle tombe[397]. In quella eretta da Tuche
-vivente pei liberti e le liberte sue, sotto al ritratto di essa vedi
-l'iscrizione e un bassorilievo, portante da una faccia la famiglia,
-dall'altra l'effigie de' magistrati municipali; accanto sta scolpita
-una barca, simbolo del passaggio; e daccosto è il triclinio pei pasti
-funerei[398].
-
-Se tale era una città di provincia, si argomenti qual dovette essere
-la metropoli. Pure ammirando la magnificenza e il gusto, abbiam
-molto a congratularci delle maggiori comodità odierne. Gabinetti di
-meraviglioso lavoro mancavano di luce, ed era bujo quello a Roma da cui
-uscì il gruppo del Laocoonte: gl'illuminavano lampade di elegantissime
-forme, ma dove neppur si era introdotta la corrente doppia, talchè
-affumicavano le volte. Se stupende strade erano destinate a trasportare
-e trasmettere le contribuzioni agli eserciti, mancavasi però di quelle
-tante, che oggi mettono in comunicazione ogni minimo villaggio. Le
-vie di Roma furono sempre anguste e montuose[399]; quelle interne di
-Pompej sono strette, allagate dalla pioggia, senza fogne. Indarno poi
-vi cercheresti uno spedale, un albergo de' poveri; e la plebaglia
-doveva essere confinata in catapecchie, che non resistettero al
-tempo, e disgiunte dalle abitazioni civili. Le camere stesse de'
-ricchi sono bugigattoli senza aria nè luce, nè bellezza di specchi e
-di finestre: i ginecei delle donne somigliano a prigioni. Eleganti i
-sedili e i letti ma duri; senza molle nè cinghie i carri, del resto
-ben rari, come lo prova l'angustia delle strade: ivi non lampioni per
-la notte, non pompe da aspirar l'acqua, non difese contro la pioggia
-e i fulmini, non tovagliuoli nè forchette a tavola, neppur bottoni o
-occhielli al vestito; non carte geografiche o bussola i viaggiatori,
-non colori a olio i pittori. Che diremo dell'infima classe priva di
-quelle innumerevoli comodità oggimai a nessuno negate, libri, quadri,
-oriuoli, vesti di seta, camini, acquajuoli, zuccaro e caffè, stoviglie
-ben verniciate, biancheria che dispensi dalla frequenza de' bagni, e
-macchine che scusino le più dure fatiche, e libertà di spendere come si
-voglia il denaro acquistato con libero lavoro?
-
-Ammiriamo dunque, ma non invidiamo il passato, e figuriamoci che l'età
-dell'oro, se pur è sperabile, sta davanti a noi, non dietro, per quanto
-sia vero che per arrivare al desiderato avvenire conviene afforzarsi
-nella scuola del passato.
-
-
- FINE DEL TOMO TERZO
-
-
-
-
-INDICE
-
-
- CAPITOLO _pag._
- XXXI. Il secolo d'oro della letteratura latina 1
- XXXII. Tiberio 79
- XXXIII. Un imperatore pazzo, uno imbecille,
- uno artista 92
- XXXIV. Prosperità materiale e depravazione
- morale. Lo stoicismo 118
- XXXV. La redenzione 183
- XXXVI. Galba. — Otone. — Vitellio 207
- XXXVII. I Flavj 217
- XXXVIII. Imperatori stoici 235
- XXXIX. Gli Antonini 252
- XL. Economia pubblica e privata sotto gli
- Antonini 272
- XLI. Coltura de' Romani. Età d'argento della
- loro letteratura 304
- XLII. Belle arti. Edilizia 392
-
-
-
-
-NOTE:
-
-
-[1] Orazio, Ep. II.
-
-[2]
-
- _Græcia capta, ferum victorem cepit, et artes_
- _Intulit agresti Latio_...
- _Serus enim græcis admovit acumina chartis._
- Ep. II. 1.
-
-(*) Mommsen vorrebbe che i versi fescennini e le atellane fossero detti
-non dalle distrutte città di Fescennio e Atella, ma dal porsi in queste
-città la scena delle commedie, affine di satirizzare senza incorrere le
-gravi pene comminate a chi ingiuriasse un cittadino romano.
-
-[3] Lib. VII, cap. 2.
-
-[4] Plauto nel prologo del _Trinummo_ dice: _Plautus vortit barbare_;
-e _barbarica lex_ chiama la romana nei _Captivi_; e _Barbaria_ l'Italia
-nel _Penulo_.
-
-[5] _Vates_ da _fari_, come Fauni; ed è comune alle genti il chiamare
-sè parlanti, e muti gli stranieri.
-
-[6] ORAZIO, Ep. II. 1; TACITO, _Ann._, XIV. 21.
-
-[7] Singolarmente un Rintone da Taranto, modello di Lucilio, e
-inventore d'una non sappiamo quale specie di commedia (LYDUS, _De
-magistratibus rom._, I. 41). Forse era quella che a Roma dicevasi
-_Rintonica_.
-
-[8] Ciò risulta da Diomede, III. 488, nella collezione di Putsch.
-
-[9] Munck, _De atellanis fabulis_, pag. 52, crede Strabone s'ingannasse
-sull'_osce loqui_, volendo questo dire non che si servissero della
-lingua osca, ma che parlavano _oscamente_, cioè rusticamente.
-
-[10] Martino Hertz, in una memoria stampata a Berlino il 1854, sostiene
-che deva dirsi Tito Maccio Plauto, nè altrimenti pensano l'editore di
-Plauto Ritschl e Lachmann; così trovando in un palinsesto. Non pare
-abbiano ragione.
-
-[11] Per esempio:
-
- _Obsequium amicos, veritas odium parit._
- _Amantium iræ amoris integratio est._
- _Homo sum; humani nihil a me alienum puto._
-
-[12]
-
- _Atque ideo hoc argumentum græcissat, tamen_
- _Non atticissat, verum at sicilissat._
- Prologo dei _Menæchmi_.
-
-Anche Cicerone (_Divin. in Verrem_) rinfacciava a Cecilio, suo
-competitore, d'avere imparato le greche lettere non in Atene ma al
-Lilibeo, le latine non a Roma ma in Sicilia. Ciò proveniva dall'usarsi
-nell'isola e il latino e il greco, il che guastava entrambe le lingue;
-e forse più il commercio co' Cartaginesi.
-
-Nel vol. III delle _Memorie sulla Sicilia_ è inserita una dissertazione
-di Giuseppe Crispi «intorno al dialetto parlato e scritto in Sicilia
-quando fu abitata dai Greci», corredata di esempj che scendono fino
-alla dominazione normanna, cioè al sottentrare dell'italiano.
-
-[13] Anche Terenzio alcuni pretendono sia scritto in prosa; tante sono
-le licenze a cui bisogna ricorrere per ridurlo a versi giambi trimetri,
-cioè di sei piedi, nei quali la sola regola che _quasi sempre_ egli
-osserva è di finire con un giambo.
-
-[14] Lo snodarsi ordinario degli intrecci col ricomparire d'un
-personaggio creduto morto, o col far riconoscere un padre o un figlio,
-trovava giustificazione fra gli antichi dall'abitudine di esporre i
-bambini e ridurre schiavi i prigioni di guerra, dalle frequenti rapine
-de' corsari, e dalle scarse comunicazioni fra' paesi. Quanto agli a
-parte e alla doppia azione, restavano meno sconci per la vastità dei
-teatri, e perchè la scena per lo più rappresentava una piazza, cui
-molte strade metteano capo.
-
-Di Terenzio cantava Cesare:
-
- _Tu quoque, tu in summis, o dimidiate Menander,_
- _Poneris, et merito, puri sermonis amator;_
- _Lenibus atque utinam scriptis adjuncta foret vis,_
- _Comica ut æquato virtus polleret honore_
- _Cum Græcis, neque in hac despectus parte jaceres!_
- _Unum hoc maceror, et doleo tibi deesse, Terenti._
-
-Sebbene la frase _vis comica_ sia divenuta vulgata, inclino a credere
-che il terzo e quarto verso vadano punteggiati come ho fatto, unendo il
-_comica_ a _virtus_. Vedasi tom. I, pag. 364.
-
-[15]
-
- _Quod si personis iisdem uti aliis non licet,_
- _Qui magis licet currentes servos scribere,_
- _Bonas matronas facere, meretrices malas,_
- _Parasitum edacem, gloriosum militem,_
- _Puerum supponi, falli per servum senem,_
- _Amare, odisse, suspicari? Denique_
- _Nullum est jam dictum quod non dictum sit prius._
- Prologo dell'_Eunuco_.
-
-Ecco l'intreccio di tutte le commedie.
-
-Sui comici latini porta questo giudizio Vulcazio Sedigito, vivente
-sotto gl'imperatori:
-
- _Multos incertos certare hanc rem vidimus_
- _Palmam poetæ comico cui deferant._
- _Eum, meo judicio, errorem dissolvam tibi,_
- _Ut, contra si quis sentiat, nihil sentiat._
- _Cæcilio palmam Statio do comico:_
- _Plautus secundus facile exsuperat ceteros:_
- _Dein Nævius qui fervet, pretio in tertio est:_
- _Si erit quod quarto detur, dabitur Licinio:_
- _Attilium post Licinium facio insequi;_
- _In sexto sequitur hos loco Terentius:_
- _Turpilius septimum, Trabea octavum obtinet:_
- _Nono loco esse facile facio Luscium;_
- _Decimum addo causa antiquitatis Ennium._
- Presso A. GELLIO, XV. 24.
-
-Sembra non abbia voluto indicare che gli autori di commedie _palliatæ_,
-e perciò lasciasse daccanto persino Afranio, illustre nelle _togatæ_.
-
-[16]
-
- _Poeta, cum primum animum ad scribendum appulit,_
- _Id sibi negotii credidit solum dari_
- _Populo ut placerent quas fecisset fabulas._
- TERENZIO, prologo dell'_Andria_.
-
- ... _Eum esse quæstum in animum induxi maxumum,_
- _Quam maxume servire vestris commodis._
- Prologo dell'_Eautontimorumenos_.
-
-[17] Perchè Roma non ebbe tragedie? Tale questione è magistralmente
-trattata da Nisard, _Etudes sur les mœurs et les poètes de la
-décadence_, a proposito di Seneca. — Lance (_Vindiciæ romanæ tragediæ_.
-Lipsia 1822) raccolse ben quaranta tragici romani. — Vedi pure
-_Tragicorum romanorum reliquiæ: recensuit Otto Ribbeck_. Lipsia 1852.
-
-[18] _Si quis populo occentassit, carmenve condisti, quod infamiam
-faxit flagitiumve alteri, fuste ferito._ Cicerone, _De republica_,
-dice: — Le XII Tavole avendo statuita la morte per pochissimi fatti,
-tra questi stimarono non doverne andar esente colui che avesse detto
-villanie, e composto versi in altrui infamia e vitupero. E ottimamente,
-perchè il viver nostro dev'essere sottoposto alle sentenze de'
-magistrati ed alle dispute legittime, non al capriccio de' poeti; nè
-dobbiamo udir villanie se non a patto che ci sia lecito il rispondere e
-difenderci in giudizio». Elegantissimamente Orazio soggiunge nella già
-più volte citata _Epistola_ II. 1:
-
- _Libertasque recurrentes accepta per annos_
- _Lusit amabiliter, donec jam sævus apertam_
- _In rabiem verti cœpit jocus, et per honestas_
- _Ire domos impune minax. Doluere cruento_
- _Dente lacessiti: fuit intactis quoque cura_
- _Conditione super communi: quin etiam lex_
- _Pœnaque lata, malo quæ nollet carmine quemquam_
- _Describi. Vertere modum, formuline fustis_
- _Ad bene dicendum, delectandumque redacti._
-
-[19] Quando Cicerone fu richiamato in patria, Esopo tragico, recitando
-il _Telamone_ di Azzio e cambiando poche parole, fece applauso a lui
-con questi motti: _Quid enim? Qui rempublicam certo animo adjuverit,
-statuerit, steterit cum Argivis... re dubia nec dubitarit vitam
-offerre, nec capiti pepercerit... summum animum summo in bello...
-summo ingenio præditum... O pater!... hæc omnia vidi inflammari...
-O ingratifici Argivi, inanes Graji, immemores beneficii!... Exulare
-sinitis, sinitis pelli, pulsum patinimi etc._
-
-Nei giuochi Apollinari, avendo Difilo recitato questi versi,
-
- _Nostra miseria tu es magnus_...
- _Tandem virtutem istam veniet tempus cum graviter gemes_...
- _Si neque leges, neque mores cogunt_...,
-
-il popolo volle vedervi un'allusione a Pompeo, e costrinse l'attore a
-replicarli migliaja di volte; _millies coactus est dicere_. CICERONE,
-_ad Attico_, II. 19.
-
-Sotto Nerone, un attore dovendo pronunziare, _Addio, padre mio;
-addio, madre mia_, accompagnò il primo coll'atto del bere, il secondo
-coll'atto del nuotare, per alludere al genere di morte dei genitori
-di Nerone. Poi in un'atellana proferendo, _L'Orco vi tira pei piedi_
-(_Orcus vobis ducit pedes_), voltavasi verso i senatori.
-
-[20] Erano Britanni quei che abbassavano, noi diremmo alzavano gli
-scenarj:
-
- _Vel scena ut versis discedat frondibus, utque_
- _Purpurea intexti tollant aulæa Britanni._
- VIRGILIO, _Georg._, III. 24.
-
-[21] Della critica di Acilio un bel saggio ci conservò A Gellio,
-intendendo mostrarcene la _simplicissima suavitas et rei et orationis_
-(XI. 14): _Eundem Romulum dicunt ad cœnam vocatum, ibi non multum
-bibisse, quia postridie negotium haberet. Ei dicunt: — Romule, si istud
-omnes homines faciant, vinum vilius sit». Is respondit: — Immo vero
-carum, si quantum quisque volet, bibat; nam ego bibi quantum volui_».
-C'è bene da disgradare le _cronicacce di frati_, contro cui se la
-piglia Carlo Botta.
-
-[22] Εἰ γὰρ, ἧς πάντες εὐχόμεθα τοῖς Θεοῖς τυχεῖν, καὶ πᾶν ὑπομένομεν
-ἱμείροντες αὺτῆς μετασκεῖν, καὶ μόνον τοῦτο τῶν νομιζομένων ἀγαθῶν
-ἀναμφισβήτητόν ἐστι παρ’ ἀνθρώποις (λέγω δὴ τὴν εἰρήνην) κ. τ. λ.
-
-[23] Ὅτι σφόδρα οἱ ̔Ρωμαῖοι φιλοτιμοῦνται δικαίους ἐνίστασθαι τοὺς
-πολέμους. _Framm._ XXXII. 4. 5.
-
-[24] Anche Eumachio di Napoli avea descritto le geste di Annibale.
-Celidonio Errante ha un discorso sui difetti della primitiva storia
-siciliana, derivati dall'esserci giunta solo per frammenti; e suggeriva
-di supplirvi in qualche modo col radunare que' frammenti. Cominciò
-egli stesso l'opera nella _Biblioteca greco-sicula_ (Palermo 1847), ove
-discorre di varj storici, quali Antioco, Temistogene, Filisto, Dicearco
-ed altri.
-
-[25] _Libros tuos conserva, et noli desperare eos me meos facere posse;
-quod si assequero, supero Crassum divitiis, atque omnium vicos et
-prato contemno._ Ad Attico, I. 4. — _Bibliothecam tuam cave cuiquam
-despondeas, quamvis acrem amatorem inveneris: nam omnes vindemiolas eo
-reservo, ut illud subsidium senectuti parem._ Ivi, 10. E spesso ritocca
-la corda.
-
-[26] _De latinis (libris) quo me vertam nescio; ita mendose et
-scribuntur et veneunt._ CICERONE, _ad Quintum_, III. 5.
-
-[27] Fuvvi bibliotecario Giulio Igino, che scrisse delle api e degli
-alveari. Giulio Attico e Grecino trattarono della coltura delle viti.
-
-[28] _Acad. Quæst._, I. 3: — Noi peregrini e quasi stranieri nella
-città nostra, i tuoi libri condussero, per così dire, a casa, talchè
-potessimo conoscere chi e dove fossimo. Tu l'età della patria, tu la
-descrizione dei tempj, tu la ragione delle cose sacre e dei sacerdoti,
-tu la disciplina domestica e la guerresca, tu la sede dei paesi e
-dei luoghi, tu ci mostrasti delle cose tutte umane e divine i nomi, i
-generi, gli uffizj, le cause, ecc.
-
-[29] Le etimologie di Varrone sono già derise da Quintiliano, _Inst.
-orat._, I. 6: _Cui non post Varronem sit venia? qui_ agrum, _quod
-in eo_ agatur _aliquid; et_ graculos _quia gregatim volent, dictos
-Ciceroni persuadere voluit; cum alterum ex græco sit manifestum duci,
-alterum ex vocibus avium? Sed huic tanti fuit vertere, ut merula, quæ
-sola volat, quasi mera volans, nominaretur._
-
-[30] Fra le sentenze di Varrone, alcune vengono opportune anche oggi,
-specialmente a coloro che l'erudizione antepongono a tutto.
-
-_Non tam laudabile est meminisse quam invenisse: hoc enim alienum est,
-illud proprii muneris est._
-
-_Elegantissimum est docendi genus exemplorum subditio._
-
-_Amator veri non tam spectat qualiter dicitur, quam quid._
-
-_Illum elige eruditorem, quem magis mireris in suis quam in alienis._
-
-_Non refert quis, sed quid dicat._
-
-_Sunt quædam quæ eradenda essent ab animo scientis, quæ inserendi veri
-locum occupant._
-
-_Multum interest utrum rem ipsam, an libros inspicias. Libri nonnisi
-scientiarum paupercula monimenta sunt; principia inquirendorum
-continent, ut ab his negotiandi principia sumat animus._
-
-_Eo tantum studia intermittantur, ne obmittantur. Gaudent varietate
-musæ, non otio._
-
-_Nil magnificum docebit qui a se nil didicit. Falso magistri
-nuncupantur auditorum narratores. Sic audiendi sunt ut qui rumores
-recensent._
-
-_Utile sed ingloriosum est ex illaborato in alienos succedere labores._
-
-[31] _Nat. hist._, XXXV. 2. — Raoul-Rochette li credeva miniati.
-
-[32] _Nudi sunt, recti et venusti, omni ornatu orationis, tamquam
-veste, detracto; sed dum voluit alios habere, parata unde sumerent qui
-vellent scribere historiam, ineptis gratum fortasse fecit qui volunt
-illa calamistris inurere; sanos quidem homines a scribendo deterruit:
-nihil enim est in historia pura et illustri brevitate dulcius._
-CICERONE, De orat., 75. — _Summus auctorum divus Julius._ TACITO. —
-_Tanta in eo vis est, id acumen, ea concitatio, ut illum eodem animo
-dixisse quo bellavit appareat._ QUINTILIANO, Inst. orat., X. 1.
-
-L'ottavo libro della _Guerra gallica_ si ascrive comunemente a un
-Irzio, che stese pure i commentarj sulle guerre d'Alessandria, d'Africa
-e di Spagna.
-
-[33] SVETONIO, in _Cesare_, 20, in _Augusto_, 36. — Le Clerc, nella
-sua opera de' _Giornali fra i Romani_ (Parigi 1838), non solo intende
-provare ch'essi aveano effemeridi al modo nostro, ma che, per mezzo
-di queste e degli Annali Pontifizj, può rendersi alla storia de' primi
-tempi la certezza che la critica tende a rapirle. Vedansi pure
-
-LIEBERKUEHN, _Commentatio de actis Romanorum diurnis_. Weimar 1840.
-
-SCHMIDT, _Zeitschrift für Geschichtswissenschaft_. Berlino 1844.
-
-HUEBNER, _De senatus populique romani actis_. Lipsia 1860.
-
-Eccone qualche esempio:
-
- III. _Kal. Aprileis_.
-
- _Fasces penes Æmilivm· lapidibvs plvit invejenti· Postvmivs trib.
- pleb. viatorem misit ad eos quod is eo die senatum nolvisset
- cogere· intercessione P. Decimii trib. pleb. res est svblata· Q.
- Avfidivs mensarivs tabernæ argentariæ ad scvtvm cimbricvm cvm magna
- vi æris alieni cessit foro· retractus ex itinere cavsam dixit apvd
- P. Fontejvm Balbvm præt. et cvm liqvidum factum esset evm nvlla
- fecisse detrimenta jvssus est in solidum æs totum dissolvere._
-
- IV. _Kal. Aprileis_.
-
- _Fasces penes Licinivm· fvlgvravit tonvit et qvercvs tacta in svmma
- velia pavllvm a meridie· rixa ad Janvm infimvm in cavpona et cavpo
- ad vrsum galeatvm graviter savciatvs· C. Titinivs æd. pl. mvlctavit
- lanios qvod carnem vendidissent popvlo non inspectam· de pecunia
- mulctatitia cella extrvcta ad tellvris lavernæ._
-
-[34] _Candidissimus omnium magnorum ingeniorum æstimatur Livius._
-SENECA. I suoi libri erano cinquantadue, arrivando da Romolo fino alla
-morte di Druso nel 744. Ne restano trentacinque non seguenti, cioè
-i primi dieci dalla fondazione di Roma sino al 460; manca tutta la
-seconda decade; poi si ha dal libro XXI al XL, cioè dal principio della
-seconda guerra punica fino al 586: del restante i sommarj, che credonsi
-di Floro.
-
-Negli archivj segreti di Torino giacciono le carte scritte
-dall'infelice Pietro Giannone, durante la sua prigionia. Fra queste
-sono i _Discorsi storici e politici sopra gli Annali di Tito Livio_,
-ch'e' fece a imitazione del Machiavelli, ma con intento diverso,
-giacchè si proponeva, non solo di gratificarsi Carlo Emanuèle III,
-al quale non v'ha lode ch'egli non prodighi, ma di mostrare il suo
-rispetto per la santa sede, e «manifestare al mondo i miei religiosi,
-sinceri e cattolici sentimenti, ne' quali vivo e persisto; e.... a
-riguardo dell'eminenza e superiorità della Chiesa di Roma sopra tutte
-le altre Chiese del mondo cattolico, non ho io tralasciato le prove
-più forti ed efficaci... chè ben dovrebbe essere studio e somma cura
-di tutti gl'italici ingegni bene stabilirla, non essendo nella nostra
-Italia rimasto oggi pregio maggiore e cotanto illustre ed insigne
-che questo... Onde, se mai pe' miei precedenti scritti avess'io in
-ciò errato e dato occasione ad altri di errare, è ben dovere che si
-ricredano ora nella sincera dottrina... e se mai avesser seguito la
-vestigia di un Pietro negante, giusto è che seguitino ora le pedate
-dello stesso Pietro penitente...».
-
-È bene ricordarsi che scriveva «in solitudine, fra' deserti monti delle
-Langhe, senza libri, senza amici e senz'ajuto, e fra lo squallore e
-la tabe d'una misera ed angusta prigione» (Discorso XIII). Non è da
-aspettarsene gran senno critico, nè estesa filologia; ma assume diversi
-punti, e per es. nel discorso III ragiona _della franchezza con la
-quale Livio scrisse delle cose appartenenti alla religione romana, e
-non solo intorno al culto degli Dei ed a' loro vantati miracoli, ma in
-tutt'i suoi rapporti serbasse un'incorrotta sincerità di fedele storico
-e di profondo e grave filosofo_.
-
-_Ab uno disce omnes._ Questa, come altre opere del Giannone, venne
-in luce per cura dell'illustre professore Pasquale Mancini, coi tipi
-dell'Unione tipografico-editrice torinese.
-
-[35] _Pompej Trogi fragmenta, quarum alia in codicibus manuscriptis
-bibliothecæ Ossolinianæ invenit, alia in operibus scriptorum maxima
-parte polonorum jam vulgatis primum animadvertit_... _Augustus
-Bielowski_. Leopoli 1853.
-
-[36]
-
- ... _Ausus es unus Italorum_
- _Omne ævum tribus explicare chartis_
- _Doctis, Jupiter! et laboriosis._
- CATULLO.
-
-[37] _Non ignorare debes, unum hoc genus latinarum literarum adhuc
-non modo non respondere Græcis, sed omnino rude atque inchoatum morte
-Ciceronis relictum. Ille enim fuit unus qui potuerit et etiam debuerit
-historiam digna voce pronuntiare, quippe qui oratoriam eloquentiam,
-rudem a majoribus acceptam, perpoliverit, philosophiam ante eum
-incorruptam latina sua conformaverit oratione. Ex quo dubito, interitu
-illius, utrum respublica an historia magis doleat._ Framm. — Cicerone
-stesso (_De leg._, lib. I) si fa dire da Attico: _Postulatur a te
-jamdiu, vel flagitatur potius historia. Sic enim putant, te illam
-tractante, effici posse ut in hoc etiam genere Græciæ nihil cedamus:
-atque, ut audias quid ego ipse sentiam, non solum mihi videris eorum
-studiis qui literis delectantur, sed etiam patriæ debere hoc munus, ut
-ea, quæ per te salva est, per te eundem sit ornata. Abest enim historia
-literis nostris... Potes autem tu profecto satisfacere in ea, quippe
-quum sit opus, ut tibi quidem videri solet, unum hoc oratorium maxime._
-
-[38] _Quibusdam, et iis quidem non admodum indoctis, totum hoc
-displicet philosophari._ CICERONE, De finib., I. 1. — _Vereor ne
-quibusdam bonis viris philosophiæ nomen sit invisum._ De off., II. 1.
-— _Reliqui, etiamsi hæc non improbent, tamen earum rerum disputationem
-principibus civitatis non ita decorum putant._ Acad. Quæst., II. 2.
-
-[39] CICERONE, _De finib._, IV. 28 e 9; _Acad. Quæst._, II. 44.
-
-[40] CICERONE, _Topica. Quæst._ I.
-
-[41] _Multi jam esse latini libri dicuntur, scripti inconsiderate ab
-optimis illis quidem viris, sed non satis eruditis. Fieri autem potest
-ut recte quis sentiat, sed id quod sentit, polite eloqui non possit...
-Philosophiam multis locis inchoasti (o Varro) ad impellendum satis, ad
-edocendum parum._ Lo stesso, _Acad._, I.
-
-Tra i filosofi latini non vogliamo preterire Corellia, lodata da
-Cicerone come _mirifice studio philosophiæ flagrans_, e da lui amata
-troppo, se crediamo a Dione, lib. XLVI.
-
-[42] _Sic parati ut... nullum philosophiæ locum esse pateremur, qui non
-latinis literis illustratus pateret._ De divin., II. 2. Nel proemio
-delle _Tusculane_ professa dolergli che molte opere latine siano
-scritte neglettamente da valenti uomini, e che molti i quali pensano
-bene, non sappiano poi disporre elegantemente, il che è un abusare del
-tempo e della parola. Negli _Uffizj_ raccomanda a suo figlio di leggere
-le sue filosofiche discussioni. — Quanto al fondo pensa quel che ne
-vuoi: ma tal lettura non potrà che darti uno stile più fluido e ricco.
-Umiltà a parte, io la cedo a molti in fatto di scienza filosofica, ma
-per quel che sia d'oratore, cioè la nettezza e l'eleganza dello stile,
-io consumai la vita intorno a quest'abilità, onde non fo che usare un
-mio diritto col reclamarne l'onore».
-
-[43] Ἀπόγραφα _sunt, minore labore fiunt; verba tantum affero, quibus
-abundo._ Ad Attico, XII. 52.
-
-[44] Platone quanto allo Stato non andava pensando a riforme, non
-ad esaminare se il diritto sovrano stia in alto o in basso, e come
-applicarlo; ma crede necessario educar l'uomo, e dargli le virtù
-cardinali, che sono prudenza, fortezza, temperanza, giustizia. Con
-queste, più non importa stillarsi a far regolamenti; senza queste, i
-regolamenti saranno violati o elusi. — Fan da ridere davvero i nostri
-politici che tornano ogni tratto sulle loro ordinanze, persuasi di
-trovare un fine agli abusi, senza accorgersi ch'è un tagliar le teste
-dell'idra». _De repub._, lib. IV. Queste parole dell'insigne Greco dopa
-duemila anni non perdettero l'opportunità.
-
-[45] _Turbatricem omnium rerum Academiam... Si invaserit in hæc, nimias
-edet ruinas, quam ego placare cupio, submovere non audeo._ De leg., I.
-13.
-
-[46] La conchiusione del trattato sulla natura degli Dei è: _Ita
-discessimus ut Vellejo Cottæ disputatio verior, mihi Balbi ad veritatis
-similitudinem videretur esse propensior._
-
-[47] _Tuscul._, v. 7.
-
-[48] _Natura propensi sumus ad diligendos homines, quod fundamentum
-juris est._ De leg., I. 13. — _Studiis officiisque scientiæ præponenda,
-sunt officia justitiæ, quæ pertinent ad hominum caritatem, qua nihil
-homini debet esse antiquius._ De off., I. 43. _Quid est melius aut quid
-præstantius bonitate et beneficentia?_ De nat. Deorum, I. 43.
-
-[49] _De off._, II. 18. 16.
-
-[50] _Quum se non unius circumdatum mœnibus loci, sed civem totius
-mundi quasi unius urbis agnoverit._ De leg., I. 23. — _Qui autem civium
-rationem dicunt habendam, externorum negant, ii dirimunt communem
-humani generis societatem; qua sublata, beneficentia, liberalitas,
-bonitas, justitia funditus tollantur._ De off., III. 6.
-
-_Est autem non modo ejus qui servis, qui mutis pecudibus præsit, eorum
-quibus præsit, commodis utilitatique servire._ Ad Quintum, I. 1. 8;
-e più generosamente _De off._, I. 13: _Est infima conditio et fortuna
-servorum: quibus non male præcipiunt qui ita jubent uti ut mercenariis;
-operam exigendam, justa præbenda._
-
-[51] _Bellum ita suscipiatur, ut nihil aliud nisi pax quæsita
-videatur... Suscipienda sunt bella ob eam causam, ut sine injuria in
-pace vivatur._ De off., e vedi I, 23.
-
-[52] _De repub._, III. — _De off_., II.
-
-Vedi FACCIOLATI, _Vita Ciceronis litteraria_. 1760.
-
-HULSEMANN, _De indole philosophica Ciceronis, ex ingenio ipsius et
-aliis rationibus æstimanda_. 1799.
-
-GAUTIER DE SIBERT, _Examen de la philosophie de Cicéron_. Memorie
-dell'Accademia d'Iscrizioni, tomi XLI. XLIII.
-
-MEINERS, _Oratio de philosophia Ciceronis, ejusque in universam
-philosophiam meritis_.
-
-KUHNER, _M. T. Ciceronis in philosophiam ejusque partes merita_.
-
-e tutti gli storici della filosofia.
-
-La prima edizione compita delle opere di Cicerone, ove fossero compresi
-anche i frammenti scoperti dal Maj nel 1814-1822, dal Niebuhr nel
-1820, dal Peyron nel 1824, è quella di Le Clerc in latino e francese
-1821-25, 30 vol. in-8º; e 1823-27, 35 vol. in-18º. Quella fatta dal
-Pomba nel 1823-34 è in 16 vol. in-8º. Il meglio che l'erudizione abbia
-accertato intorno al grande oratore, fu raccolto nell'_Onomasticum
-Tullianum, continens M. T. Ciceronis vitam, historiam litterariam,
-indicem geograficum historicum, indices legum et formularum, indicem
-græco-latinum, fastos consulares. Curaverunt_ JO. GASP. ORELLIUS
-_et_ JO. GEORG. RAITERUS, _professores turicenses_, 1837. È in corso
-un'edizione compiuta delle opere di Cicerone a Lipsia per Teubner,
-curata da Reinh. Klotz.
-
-[53] Sono ottocensessantaquattro lettere; più di novanta scritte da
-altri. Quelle ad Attico precedono il consolato di Cicerone; le altre
-vanno dal 692 sino a quattro mesi prima della morte di lui. Alcune sono
-vergate coll'intenzione che andassero attorno, e specialmente la lunga
-al fratello Quinto, dove espone la propria amministrazione proconsolare
-nell'Asia Minore. È noto che molte opere degli antichi perirono
-allorchè, incarendosi pel chiuso Egitto la carta, si rase la primitiva
-scrittura per sovrapporne una nuova. Si suol dare colpa ai frati di
-quest'artifizio: eppure Cicerone convince che fino a' suoi tempi si
-praticava: _Ut ad epistolas tuas redeam, cætera belle; nam quod in
-palimpsesto, laudo equidem parcimoniam; sed miror quid in illa chartula
-fuerit, quod delere malueris quam exscribere, nisi forte tuas formulas;
-non enim puto te meas epistolas delere, ut deponas tuas. An hoc
-significas nil fieri? frigere te? ne chartam quidem tibi suppeditare?_
-Ad fam., VII. 18.
-
-Ne trapela anche il nessun rispetto al secreto delle lettere, e
-quanto poco si distinguessero i caratteri. Cicerone incarica Attico
-di scrivere in vece sua: _Tu velim et Basilio, et quibus præterea
-videbitur, conscribas nomine meo_. XI. 5. XII. 19. _Quod literas,
-quibus putas opus esse curas dandas, facis commode_. XI. 7; e così 8,
-12 e spesso. Talvolta accenna di scrivere di proprio pugno, quasi il
-suo più grande amico non potesse riconoscerlo: _Hoc manu mea_. XIII.
-28. Altrove dice allo stesso: — Ho creduto riconoscere la mano d'Alessi
-nella tua lettera» (15. XV); e Alessi era il solito scrivano di Attico.
-Bruto dal campo di Vercelli scrive a Cicerone: — Leggi le lettere
-che spedisco al senato, e se ti pare, cambiavi pure». Ad fam., XI.
-19. Un capitano che dà incombenza all'amico di alterare un dispaccio
-offiziale! Cicerone stesso apre la lettera di Quinto fratello, credendo
-trovarvi grandi arcani, e la fa avere ad Attico dicendogli: — Mandala
-alla sua destinazione: è aperta, ma niente di male, giacchè credo che
-Pomponia tua sorella abbia il suggello di esso».
-
-Da ciò la grande importanza data al suggello, ancor più che alla firma.
-In fatti la scrittura, oltre essere tanto somigliante perchè unciale,
-poteva facilmente falsificarsi o sulle tavolette di cera o sulla
-cartapecora. Pertanto succedeva spesso di fare interi testamenti falsi,
-come appare nel codice Giustinianeo _De lege Cornelia de falsis_, lib.
-XI. tit. 22.
-
-[54] Detta così dal nome osco di un piatto d'ogni sorta frutte,
-solito offrirsi a Cerere e Bacco. Da ciò _lex satura_ una legge che
-abbracciava diversi titoli; era vietato far votare il popolo per
-_saturam_, cioè su diverse proposizioni a un tratto. Diomede definisce:
-_Satira est carmen apud Romanos, nunc quidem maledictum, et ad carpenda
-hominum vitia archææ comœdiæ charactere compositum, quale scripserunt
-Lucilius, Horatius et Persius; sed olim carmen, quod ex variis
-poematibus constabat, satira dicebatur, quale scripserunt Pacuvius et
-Ennius_.
-
-[55]
-
- ... _Arctis_
- _Religionum animos vinclis exsolvere pergo._
- Lib. IV.
-
-[56]
-
- _Nec me animi fallit Grajorum obscura reperta_
- _Difficile illustrare latinis versibus esse,_
- _Multa novis verbis præsertim cum sit agendum_
- _Propter egestatem linguæ et rerum novitatem._
- ... _noctes vigilare serenas_
- _Quærentem dictis quibus et quo carmine demum_
- _Clara tuæ possim præpondere lumina menti,_
- _Res quibus occultas penitus convisere possis._
- Lib. I.
-
-[57] Ne' primi versi trovi, _Quæ mare navigerum, quæ terras
-frugiferentes_; e poco dopo, _Frondiferas domos avium_. Cicerone
-scriveva a Quinto (II. 11): _Lucretii poemata non sunt ita multis
-luminibus ingenii, multæ tamen artis_.
-
-[58] ORAZIO, _Ep._ I. 4.
-
-[59] Si disputò assai della patria sua. Egli dice che l'Umbria
-
- _Me genuit, terris fertilis uberibus;_
-
-e che se alcuno passa vicino a Mevania, osservi dove
-
- _Lacus æstivis intepet umber aquis,_
- _Scandentisque arcis consurgit vertice murus,_
- _Murus ab ingenio notior ille meo._
-
-Nel lib. IV. 1, canta
-
- _Ut nostris tumefacta superbiat Umbria libris,_
- _Umbria romani patria Callimachi._
-
-Leandro Alberti da questo verso indusse che Callimaco fosse romano, e
-vi fu chi copiò tal errore, mentre Properzio vuol solo dirsi imitatore
-di Callimaco, del che si vanta pure nel lib. III. 1. e 8:
-
- _Callimachi Manes, et coii sacra Philetæ_
- _In vestrum, quæso, me sinite ire nemus._
- _Primus ego ingredior puro de fonte sacerdos_
- _Itala per Grajos orgia forre choros._
- _Inter Callimachi sat erit placuisse libellos,_
- _Et cecinisse modis, dore poeta, tuis._
-
-[60]
-
- _Hujus erat Solymus prhygia comes unus ab Ida_
- _A quo Sulmonis mœnia nomen habent._
- Fast., IV. 78.
-
- _Mantua Virgilio gaudet, Verona Catullo,_
- _Pelignæ gentis gloria dicar ego._
- Amor., III. 15.
-
- _Seu genus excutias, equites ab origine prima_
- _Usque per innumeros inveniemur avos._
- De Ponto, IV. 8.
-
-È schiavo de' pregiudizi di nascita quanto un nobile di cent'anni fa:
-si vanta d'esser cavaliero senza aver mai portato le armi:
-
- _Aspera militiæ juvenis certamina fugi,_
- _Nec nisi lusura movimus arma manu;_
-
-e si lamenta che si osi preferirgli chi non divenne tale se non per
-merito di valore:
-
- _Præfertur nobis sanguine factus eques_
- _Fortunæ munere factus eques_
- _Militiæ turbine factus eques._
-
-[61]
-
- _Non eadem ratio est sentire et demere morbos._
- _Sæpe aliquod verbum cupiens mutare, relinquo,_
- _Judicium vires destituuntque meum._
- _Sæpe piget (quid enim dubitem tibi vera fateri?)_
- _Corrigere, et longi ferre laboris onus..._
- _Corrigere at refert tanto magis ardua, quanto_
- _Magnus Aristarcho major Homerus erat._
-
-[62]
-
- _Os homini sublime dedit, cœlumque tueri_
- _Jussit, et erectos ad sidera tollere vultus._
- Metam., I. 85.
-
- _... Polumque_
- _Effugito australem, junctamque aquilonibus arcton._
-
-Somiglianti ripetizioni incontransi ad ogni piè sospinto. Giove va ad
-alloggiare presso Bauci e Filemone; il vecchio prepara la mensa:
-
- _Furca levat ille bicorni_
- _Sordida terga suis, nigro pendentia tigno;_
- _Servatoque diu resecat de tergore partem_
- _Exiguam, sectamque domat ferventibus undis._
- _..... Mensæ sed erat pes tertius impar;_
- _Testa parem facit: quæ postquam subdita, clivum_
- _Sustulit etc._
- Ivi, VIII. 650.
-
-Queste minuzie di scuola fiamminga disabbelliscono spesso i suoi quadri
-migliori. Parlando del diluvio, canta:
-
- _Exspatiata ruunt per apertos flumina campos,_
- ... _Pressæque labant sub gurgite turres;_
- _Omnia pontus erat, deerant quoque litora ponto._
-
-Fin qui è bello; ma poi cala a particolarità oziose, e quindi nocevoli:
-
- _Nat lupus inter oves, fulvos vehit unda leones;_
-
-quasi nell'universale sobbisso importi quel che facciano agnelli o
-leoni.
-
-[63] Egli stesso si rimprovera di questo verso:
-
- _Tum didici getice sarmaticeque loqui._
-
-Una volta nel verso non accomodandogli _mori_, disse:
-
- _Ad strepitum, mortemque timens, cupidusque moriri._
-
-Altrove leggiamo:
-
- _Denique quisquis erat castris jugulatus achivis,_
- _Frigidius glacie pectus amantis erat._
-
-A chi appartiene il _quisquis_?
-
-Frequenti sono i giocherelli di parole:
-
- _In precio precium nunc est..._
- _Cedere jussit aquam, jussa recessit aqua..._
- _Speque timor dubia, spesque timore cadit..._
- _Quæ bos ex homine est, ex bove facta dea..._
- _Semibovemque virum, semivirumque bovem._
-
-E, me lo perdonino gli ammiratori, è un giocherello tutta la sua
-descrizione del caos.
-
-[64]
-
- _Dummodo sic placeam, dum toto canar in orbe_
- _Quod volet impugnent unus et alter opus._
- Rem. am., 363.
-
-[65]
-
- _Nec vitam, nec opes, nec jus mihi civis ademit,_
- _Quæ merui vitio perdere cuncta meo._
- Trist., V. 11.
-
-Spira vera passione l'elegia dove descrive la sua partenza. In un'altra
-canta:
-
- _Perdiderint cum me duo crimina, carmen et error,_
- _Alterius facti culpa silenda mihi..._
- _Vive tibi et longe nomina magna fuge._
- _Hæc ego si monitor monitus prius ipse fuissem,_
- _In qua debebam forsitan urbe forem..._
- _Inscia, quod crimen viderunt lumina plector,_
- _Peccatumque oculos est habuisse meum..._
- _Cuique ego narrabam, secreti quidquid habebam,_
- _Eccepto quod me perdidit unus erat..._
- _Cur aliquid vidi? cur noxia lumina feci?_
- _Cur imprudenti cognita culpa mihi?_
- _Inscius Acteon vidit sine veste Dianam,_
- _Præda fuit canibus non minus ille suis._
-
-[66] La professa dal bel principio:
-
- _Di, cœptis..._
- _Aspirate meis, primaque ab origine mundi_
- _Ad mea perpetuum deducite tempora carmen._
-
-[67]
-
- _Quoniam occuparat alter ne primus forem,_
- _Ne solus esset studui, quod super fuit._
- Epil. del lib. II.
-
-[68] _Gressus delicatus et languidus_ (lib. V. f. 1): _filia formosa et
-oculis venans viros_ (lib. IV. f. 5): _frivola insolentia_ (lib. III.
-f. 6): _iratus impetus_ (lib. 3. f. 2): _cornea domus_ della tartaruga
-(lib. II. f. 6): _ignavus sanguis_ dell'asino (lib. I. f. 29):
-_generosus impetus_ del cinghiale (lib. I. f. 29).
-
-Nella notissima favola della rana e il bue, in quanti varj modi dice
-la cosa stessa! _Rugosam inflavit pellem_ — _Intendit cutem majori
-nisu_ — _Dum vult validius inflare se se._ E nelle conchiusioni morali:
-_Hoc illis dictum est_ — _Hoc pertinere ad illos vere dixerim_ —
-_Hoc argumento se describi sentiat_ — _Hoc scriptum est tibi_ — _Hoc
-illis narro_ — _Hoc in se dictum debent illi agnoscere..._ Possiamo
-credere fossero di pretta lingua certi modi che sanno del latino
-ecclesiastico, come: _quem tenebat ore demisit cibum_ (lib. I. f. 4):
-_hi quum cepissent cervam vasti corporis_ (lib. I. f. 5): _rupto jacuit
-corpore_ (lib. I. f. 24): _quæ debetur pars tuæ modestiæ, audacter
-tolle_ (lib. II. f. 1): _ante hos sex menses_ (lib. I. f. 1): _invenit
-ubi accenderet_ (lib. III. f. 19): e l'abuso di astratti come _sola
-improbitas abstulit totam prædam_ (lib. I. f. 5): _tuta est hominum
-tenuitas_ (lib. II f. 7): _spes fefellit impudentem audaciam_ (lib.
-III. f. 5).
-
-Alcuno crede suppositizio questo Fedro, di cui, eccetto Marziale,
-nessun antico ricorda il nome; e che venne in luce soltanto nel
-1562, in occasione del sacco dato a un convento di Germania: la
-prima edizione è del 1596. Ma nella Dacia fu trovata un'iscrizione,
-contenente un verso delle favole di Fedro. V. MANNERT, _Res Trajani ad
-Danub._, pag. 78. Certo il testo fu alterato e interpolato. Orelli ne
-diede la lezione migliore a Zurigo nel 1831; poi anche di quelle nuove
-scoperte dal Janelli e dal Maj, da cui è desunta la favola che diamo
-nel testo.
-
-[69]
-
- _Duplici circumdatus æstu_
- _Carminis et rerum._
-
-Egli ammette con precisione le popolazioni antipode:
-
- _Terrarum forma rotunda._
- _Hanc circum variæ gentes hominum atque ferarum_
- _Aeriæque colunt volucres. Pars ejus ad arctos_
- _Eminet: austrinis pars est habitabilis oris,_
- _Sub pedibusque jacet nostris, supraque videtur_
- _Ipsa sibi fallente solo declivia longa_
- _Et pariter surgente via, pariterque cadente._
- _Hinc ubi ab occasu nostros sol aspicit ortus;_
- _Illic orta dies sopitas excitat urbes;_
- _Et cum luce refert operum vadimonia terris._
- _Nos in nocte sumus, somnosque in membra locamus,_
- _Pontus utrosque suis distinguit et alligat undis..._
- _Altera pars orbis sub aquis jacet_ invia nobis,
- _Ignotæque hominum gentes, nec transita regna,_
- _Commune ex uno lumen ducentia sole,_
- _Diversasque umbras, lævaque cadentia signa,_
- _Et dextros ortus cælo spectantia verso._
-
-[70]
-
- _Quod mihi pareret legio romana tribuno._
- Sat., lib. I. 4.
-
-[71]
-
- _Inopemque paterni_
- _Et laris et fundi..._
- _Paupertas impulit audax_
- _Ut versus facerem._
- Ep., lib. II. 2.
-
-[72] Ep. XIV. lib. I. v. 3.
-
-[73]
-
- _Alme sol... possis nihil urbe Roma_
- _Visere majus._
-
-[74]
-
- _Nullius addicti jurare in verba magistri._
- _Quo me cumque rapit tempestas, deferor hospes._
- _Nunc agilis fio et mergor civilibus undis,_
- _Virtutis veræ custos rigidusque satelles;_
- _Nunc in Aristippi furtim præcepta relabor,_
- _Et mihi res, non me rebus submittere conor._
-
-[75] Negli Epodi è minore l'imitazione dal greco, com'è minore l'arte e
-la varietà dei metri.
-
-[76] Vedete, per esempio, l'ode 14 del lib. III. Cesare torna vincitore
-dalla Spagna. — Esultate, o suore, o madri, o spose: ormai io non
-temerò tumulti, dacchè Augusto regge il mondo. Qua, ragazzo, porta
-corone e un fiasco dei tempi della guerra marsica, se pur un sol fiasco
-potè sfuggire a Spartaco. Affretta, Neera, ad annodarti i crini, e
-se il portinajo ti ritarda, parti. Il crin bianco mi distoglie dalle
-risse: non così in pace mel recherei se più giovane fossi». Altrettanto
-nell'ode _Nunc est bibendum._
-
-Leggansi PASSON, _Horat. Flaccus Leben und Zeitalter._ Lipsia, 1833.
-
-BUTTMANN, _Ueber das Geschichtliche und die Anspielungen in Horat._
-Berlino, 1828.
-
-JACOBS, _Lectiones cenosinæ_ (Lipsia 1831) intorno alla valutazione
-morale del carattere e degli atti e delle poesie d'Orazio.
-
-E SCHMID, e BRAUNHARD, e tanti altri recentissimi che studiarono questo
-poeta.
-
-Wieland avea tessuto su Orazio un romanzo. Döring, nelle illustrazioni
-all'edizione di Lipsia 1824, lo volse a satira dei contemporanei.
-Weichert, _Prolusiones de Q. H. Flacci epistolis_, 1826, e _Lectiones
-venusinæ_, 1832-33, sulla storia del poeta stesso e dei coetanei,
-restituì veramente la storia della letteratura del tempo d'Augusto.
-Hoffman Peerlkamp (Harlem 1834) pretese, colla lunghissima famigliartà,
-avere acquistato un senso più intimo del poeta, in modo da scernere
-ciò che vi fu interpolato; e sopra 3845 versi, ne trovò 644, dei quali
-assolve Orazio per incolparne i grammatici. Orelli, nell'edizione che
-ne fece a Zurigo 1837-38, dopo venticinque anni di lezioni, non attacca
-la genuinità del poeta, nè s'accannisce co' predecessori: _Differt
-autem nostra interpretatio a similibus, quæ nunc in scholis feruntur,
-his potissimum nominibus; sæpius dijudicantur et variæ lectiones et
-diversæ grammaticorum explicationes, sine ulla tamen in quemquam
-insectatione aut contumelia: quin in hoc quoque genere, tacitis
-plerumque adversariis, quæ veriora ubique viderentur, argumentis
-additis exposui, ne traquillissima disputatio acris rixæ cum hoc vel
-illo inimico contractæ, speciem unquam præseferret; quo quidem cum
-aliis digladiandi et depugnandi studio in hujusmodi scriptis studiosæ
-juventuti propositis nihil profecto perversius reperiri potest._ Un
-giojello tipografico e filologico è l'edizione che Ambrogio Didot fece
-nel 1855, colla vita scrittane da Noël des Vergers.
-
-Non si potrebbe desiderare lavoro più completo e più nojoso di quello
-che fece Walckenaer, _De la vie et des poésies d'Horace._ Parigi 1840.
-Egli dice: _Dans les ouvrages de ce poète ressortent sous de vives
-couleurs la grandeur et la gloire, les ridicules et les vices de ce
-siècle mémorabile_.
-
-[77]
-
- _Vilius argentum est auro, virtutibus aurum..._
- _O cives, cives, quærenda pecunia primum est,_
- _Virtus post nummos._
- _Omnis enim res,_
- _Virtus, fama, decus, divina humanaque pulchris_
- _Divitiis parent, quas qui costruxerit, ille_
- _Clarus erit, justus, fortis, sapiens etiam et rex,_
- _Et quidquid volet..._
- _Et genus, et virtus, nisi cum re, vilior alga est._
-
-[78] Vedi nel Cap. XLI. — Assai prima delle recenti controversie
-intorno al dare o no in mano ai giovani i classici, erasi disputato
-sulle lubricità di Orazio e degli altri poeti; e singolarmente vollero
-difenderli König, _De satira Romanorum_, e Barth nella prefazione a
-Properzio. Jani, nell'edizione di Orazio scagiona i costumi di questo
-dicendo: _Si cogitemus quam prorsus honestus et a vitii crimine liber
-fuerit amor peregrinarum et libertinarum; quam parum, certe ante
-legem Juliam latam, ipse puerorum amor sceleris habuerit; denique,
-quam multæ et notiones et loquendi formæ eo tempore dignitatem et
-honestatem habuerint, quas postea politior usus, ut fit, respuit, et
-inter illiberales retulit: hæc si cogitemus, jam multum ex illo Horatii
-vituperio perire sentiamus. Loca et carmina Horatii, quæ nos hodie
-offendunt, eo tempore non ita offendebant; licet, quod nos hodie in
-verbis castiores sumus ac delicatiores, non sequatur, ut ideo et mores
-hodierni castiores sint. Accedit, quod dare possumus, Horatium, hominem
-hilarem et suavem, præsertim in illa sæculi sui indole, ab amore non
-immunem fuisse, ejus philosophiam morum hac parte laxiorem fuisse,
-eum arsisse subinde libertina aliqua aut peregrina puella; neque tamen
-ideo desinet esse is vir magnus, bonus et honestus. Nam numquam amavit
-matronas aut ingenuas, numquam, quod præclare Lessingius docuit,
-pueros amavit, et sic leges romanas illasque naturæ numquam violavit;
-potius graviter subinde in adulteria, proprie dieta incestosque amores
-invehitur. Carmina etiam illius amatoria haud dubie sæpe lusus poetici,
-ad hilaritatem facti, sæpe e græco expressa sunt._
-
-[79]
-
- _Clament periisse pudorem_
- _Cuncti pene patres..._
- _Vel quia turpe putant... quæ_
- _Imberbes didicere, senes perdenda fateri._
-
-[80]
-
- ... _Usus,_
- _Quem penes arbitrium est et jus et norma loquendi._
-
-[81]
-
- _Qui redit ad fastos, et virtutem æstimat annis,_
- _Miraturque nihil, nisi quod Libitina sacrarit._
- ... _Si tam Graiis novitas invisa fuisset_
- _Quam nobis, quid nunc esset vetus?_...
- _Jam saliare carmen qui laudat,_
- _Ingeniis non ille favet, plauditque sepultis,_
- _Nostra sed impugnat, nos nostraque lividus odit._
-
-[82]
-
- _Tua, Cæsar, ætas_
- _Fruges et agris retulit uberes._
- _Non his juventus orta parentibus_
- _Infecit æquor sanguine punico:_
- _Sed rusticorum mascula militum_
- _Proles, sabellis docta ligonibus_
- _Versare glebas._
- ORAZIO.
-
- _Hanc olim veteres vitam coluere Sabini,_
- _Hanc Remus et frater: sic fortis Etruria crevit._
- VIRG.
-
-[83]
-
- _Si non ingentem foribus domus alta superbis_
- _Mane salutantum totis vomit ædibus undam:_
- _Nec varios inhiant pulcra testudine postes,_
- _Inlusasque auro vestes..._
- _Illum non populi fasces, non purpura regum_
- _Flexit..._
- _nec ferrea jura_
- _Insanumque forum, aut populi tabularla vidit..._
- _Hic stupet attonitus rostris; hunc plausus hiantem_
- _Per cuneos geminatus enim plebisque patrumque_
- _Corripuit. Gaudent perfusi sanguine fratrum,_
- _Exilioque domos et dulcia lumina mutant._
-
-E vedi tutta la stupenda chiusura delle Georgiche.
-
-[84] Egli stesso invoca le _musæ sicelides_, e attribuisce ai
-Siracusani l'invenzione delle pastorali:
-
- _Prima syracusio dignata est ludere versu_
- _Nostra nec erubuit silvas habitare Camena,_
-
-alludendo a Dafni, il quale, secondo Diodoro (lib. IV. c. 16), creò
-questo genere di poesia quale a' giorni suoi durava ancora in Sicilia;
-e a Teocrito, a Mosco, a Stesicoro. Cesare Scaligero (_Poetices liber_
-V, _qui et criticus_), coll'erudizione d'un critico e l'ostinazione
-d'un pedante, rivela i furti commessi da Virgilio sopra Omero, Pindaro,
-Apollodoro ed altri, ma dimostrando uno per uno ch'esso li superò
-tutti.
-
-[85] Ennio rammenta altri cantori:
-
- _Scripsere alii rem_
- _Versibu' quos olim Fauni vatesque canebant_.
-
-[86]
-
- _Quis aut Eurysthea durum,_
- _Aut inlaudati nescit Busiridis aras?_
- _Cui non dictus Hylas puer, et Latonia Delos,_
- _Hippodameque, humeroque Pelops insignis eburno,_
- _Acer equis?_
- VIRGILIO, Georg., III. 4.
-
-Anche Properzio gl'incensava e derideva:
-
- _Dum tibi cadmeæ ducuntur, Pontice, Thebæ_
- _Armaque fraternæ tristia militiæ,_
- _Atque (ita sim felix) primo contendis Homero..._
- _Me laudent doctæ solum placuisse puellæ..._
- _Tu cave nostra tuo contemnas carmina fastu:_
- _Sæpe venit magno fœnere tardus amor._
- Eleg. I. 7.
-
-Che gli argomenti mitologici fossero comuni nelle epopee, lo
-raccogliamo da quel di Ovidio ove dice:
-
- _Quum Thebæ, quum Troja forent, quum Cæsaris acta,_
- _Ingenium movit sola Corinna meum;_
-
-e più dalla famosa ode di Orazio _Scriberis Vario fortis_, ove,
-invitato a cantar le glorie di Agrippa, risponde che meglio capace n'è
-Vario, aquila della poesia meonia: — Io, debole poeta, non varrei a
-trattare tali soggetti, nè l'implacabil ira del Pelìde, nè i lunghi
-errori di Ulisse, o i delitti della casa di Pelope... Chi parlerà
-degnamente di Marte colla lorica d'acciajo, di Merione annerito dalla
-polvere di Troja, del figlio di Tideo che l'ajuto di Pallade eleva a
-paro degli Dei?»
-
-[87]
-
- _Sacra diesque canam et cognomina prisca locorum._
- Eleg., IV. 1.
-
-Di tale poema sono forse brani molte parti del suo quarto libro, come
-il concetto ne spira nell'elegia a Roma, dove canta: — Quanto vedi, o
-straniero, della massima Roma, prima del Frigio Enea era colle erboso;
-dove sorgono i palazzi sacri al navale Febo, riposarono i profughi
-bovi d'Evandro; questi tempj d'oro crebbero per numi di creta; il padre
-Tarpeo tonava dalla nuda rupe, e dai nostri armenti era frequentato il
-Tevere; il corno pastorale convocava i prischi Quiriti, e cento di loro
-in un prato assisi formavano il senato. Nè sul cavo teatro pendevano
-veli sinuosi; nè di solenne croco olezzavano i paschi; nè s'ebbe cura
-di cercare straniere deità quando la turba tremava intenta ai sacri
-riti».
-
-[88] Tutte le favole di Virgilio sulla venuta di Enea si trovano in
-Dionigi d'Alicarnasso. Ora questi non diè fuori l'opera sua che otto o
-sette anni av. C., e Virgilio era morto da dieci anni. Virgilio dunque
-tolse le sue favole da altre fonti; ma fa meraviglia che Dionigi non
-citi l'_Eneide_. Era il disprezzo dei Greci per tutto ciò che era
-romano? era un'altra delle ignoranze de' lavori precedenti che spesso
-si trovano negli antichi? Quegli stessi che parrebbero concepimenti
-di Virgilio, sono reminiscenze. Nevio, nel poema sulla guerra punica,
-avea già raccontato la venuta di Enea in Italia e seguitone il viaggio
-coi casi medesimi narrati da Virgilio, come la procella concitata da
-Giunone, e le querele di Venere a Giove, e le speranze onde la consola;
-anzi probabilmente quel poeta condusse Enea a Cartagine, come certo
-inventò il personaggio di Anna sorella di Didone. La pietà di Enea che
-salva il padre e i penati si legge in Varrone, dove è soggiunto che
-l'astro di Venere più non disparve dagli occhi dei Trojani, finchè non
-afferrarono al lido indicato dall'oracolo di Dodona. Lunghi passi sono
-tradotti da Apollonio Rodio: Stesicoro gli offrì quella soluzione del
-dramma iliaco: se crediamo ad uno degli interlocutori dei _Saturnali_
-di Macrobio, il secondo dell'Eneide è tolto di pianta da Pisandro epico
-greco; e la _Crestomatia_ di Proclo c'insegna che l'invenzione del
-cavallo di legno è dovuta ad Aratino e a Lesene.
-
-[89] Perciò molte infedeltà di costume possono notarsi in Virgilio.
-Enea e Didone vanno a caccia di cervi in Africa, dove pur sono monti
-coperti d'abeti (lib. IV): al principio del V, Enea col vento aquilone
-vien d'Africa in Italia: Plinio dice _iliacis temporibus nec thure
-supplicabatur_ e in Virgilio troviamo gl'incensi, v. 745: vi troviamo
-guerrieri a cavallo e trombe, inusati in Omero: così le triremi (_terno
-consurgunt ordine remi_, v. 120), mentre Tucidide le fa introdotte
-assai più tardi.
-
-[90] Per sentire la differenza de' sentimenti verso le donne nei
-moderni e negli antichi, basta osservare come Virgilio non faccia da
-Enea tener conto alcuno degli spasimi di Didone, anzi da questi egli
-passi a mostrare l'indifferenza dell'eroe con un fatto, ove sembra
-ch'egli manchi a quella rettitudine di senso e di gusto che pur gli
-abbondava. Nel IV libro Enea tenta fuggire di soppiatto, ma scopertolo,
-Didone il prega per quanto han di sacro l'amor loro, il cielo, la
-terra; infine sviene; le damigelle la trasportano sul letto, e il _pio_
-Enea torna alla flotta:
-
- _At pius Eneas, quamquam lenire dolentem_
- _Solando cupit..._
- _Jussa tamen divûm exsequitur, classemque revisit._
-
-Il _pius_ qui non direbbesi una celia atroce? Anna va a scongiurarlo:
-
- _Miserrima fletus_
- _Fertque, refertque soror: sed nullis ille movetur_
- _Fletibus, aut voces ullas tractabilis audit._
- _Fata obstant_, placidasque _viri deus obruit aures._
-
-Che più? mentre Didone si dispera e prepara ad uccidersi,
-
- _Æneas, celsa in puppi, jam certus eundi,_
- Carpebat somnos.
-
-[91] _Est ingens ei cum tragœdiarum scriptoribus familiaritas._
-MACROBIO, _Saturn._, v. 18. E lo chiama _vir tam anxie doctus_.
-
-[92]
-
- _Malo me Galatea petit, lasciva puella,_
- _Et fugit ad salices, et se cupit ante videri._
- _ — Incipe, parve puer, risu cognoscere matrem._
- _ — Cum canerem reges et prælia, Cynthius aurem_
- _Vellit, et admonuit: Pastorem, Tityre, pingues_
- _Pascere oportet oves, deductum dicere carmen._
- _ — Jam fragiles poteram a terra contingere ramos._
- _ — Insere, Daphni, piros: carpent tua poma nepotes._
- _ — Tenerisque meos incidere amores_
- _Arboribus; crescent illæ, crescetis amores._
-
-[93]
-
- _Fortunate senex! hic, inter flumina nota_
- _Et fontes sacros, frigus captabis opacum._
- _ — Tantum inter densas, umbrosa cacumina, fagos_
- _Assidue veniebat: ibi hæc incondita solus_
- _Montibus et sylvis studio jactabat inani._
- _ — Hic gelidi fontes, hic mollia prata, Lycoris,_
- _Hic nemus, hic ipso tecum consumerer ævo._
-
-[94] Gli autori antichi della vita di Virgilio fanno ascendere le sue
-ricchezze a dieci milioni di sesterzj, cioè due milioni de' nostri.
-Senza credere così appunto, sappiamo però che veramente il poeta
-lasciossi trarricchire. Giovenale vi allude nella _Satira_ VII. 69;
-Orazio ne dà lode ad Augusto, _Ep_., lib. II. 1:
-
- _At neque dedecorant tua de se judicia, atque_
- _Munera, quæ, multa dantis cum laude, tulerunt_
- _Dilecti tibi Virgilius, Variusque poetæ._
-
-Un poeta di poco posteriore, i cui versi sono posti fra gli _Analecta_
-di Virgilio, canta i meriti di Mecenate in un panegirico a Pisone, ove,
-tra le altre cose, si legge:
-
- _Ipse per ausonias æneia carmina gentes_
- _Qui sonat, ingenti qui nomine pulsat Olympum,_
- _Mæoniumque senem romano provocat ore,_
- _Forsitan illius memoris latuisset in umbra_
- _Quod canit, et sterili tantum cantasset avena_
- _Ignotus populis, si Mæcenate careret._
- _Qui tamen haud uni patefecit limina vati,_
- _Nec sua Virgilio permisit numina soli._
- _Mæcenas tragico quatientem pulpita gestu_
- _Erexit Varium, Mæcenas alta_ Thoantis
- _Eruit, et populis ostendit nomina Grais._
- _Carmina romanis etiam resonantia chordis,_
- _Ausoniamque chelym gracilis patefecit Horati._
- _O decus, et toto merito venerabilis ævo_
- _Pierii tutela chori, quo præside tuti_
- _Non unquam vates inopi timuere senectæ._
-
-Invece di _Thoantis_ leggerei _Thyestis_, titolo della tragedia di
-Vario, che, secondo Quintiliano, _cuilibet Græcorum comparari potest_.
-Inst. orat., X. 1.
-
-[95]
-
- _Tu canis umbrosi subter pineta Galesi_
- _Thyrsin, et attritis Daphnin arundinibus._
- PROPERZIO, II. 34.
-
-Ciò prova che colà scrisse le Bucoliche. Quanto alle Georgiche, egli
-stesso nel lib. iv. 125, canta:
-
- _Namque sub æbaliæ memini me turribus arcis_
- _Qua niger humectat flaventia culta Galesus etc._
-
-[96]
-
- _Cedite, romani scriptores, cedite graii:_
- _Nescio quid majus nascitur Iliade._
- PROPERZIO, II. ult.
-
- _Tityrus et segetes Æneiaque arma legentur,_
- _Roma Triumphati dum caput orbis erit._
- OVIDIO, Am., I. 15.
-
-Vedi DONATO, _Vita Virgilii_, § 5.
-
-[97]
-
- _Nec tu divinam Æneida tenta,_
- _Sed longe sequere, et vestigia semper adora._
- STAZIO, Theb., XII. 816.
-
-La versione di Annibal Caro è degna d'un poeta; e i tanti che dappoi
-vollero emularlo, la dimostrarono a ragionamenti difettosa, alla prova
-inarrivabile. Gli antichi attribuiscono a Virgilio un poemetto sulla
-zanzara; ma il _Culex_ che va tra le opere sue, è di cattivo impasto
-ne' versi, di niun gusto negli episodj, e affatto indegno di lui.
-
-[98]
-
- _Vos exemplaria græca_
- _Nocturna versate manu, versate diurna..._
- _Apis Mutinæ more modoque._
- ORAZIO.
-
-[99] Non solo Virgilio ed Orazio, ma Ovidio, e persino Fedro, si
-tengono sicuri di una fama non più peritura. Fedro, nel prologo del
-lib. III, dice:
-
- _... Si leges, lætabor; sin autem minus,_
- _Habebunt certe, quo se oblectent posteri..._
- _Ergo hinc abesto, livor; ne frustra gemas,_
- _Quoniam solemnis mihi debetur gloria._
-
-E nell'epilogo del lib. IV:
-
- _Particulo, chartis nomen victurum meis,_
- _Latinis dum manebit pretium literis._
-
-Ed Ovidio nelle Metamorfosi, XV in fine:
-
- _Jamque opus exegi, quod nec Jovis ira, nec ignes,_
- _Nec poterit ferrum, nec edax abolere vetustas..._
- _Parte tamen meliore mei super alta perennis_
- _Astra ferar, nomenque erit indelebile nostrum,_
- _Quaque patet domitis romana potentia terris_
- _Ore legar populi; perque omnia sæcula fama,_
- _Si quid habent veri vatum præsagia, vivam._
-
-[100] Di Mecenate ci conservò Isidoro alcuni versi diretti ad Orazio:
-
- _Lugent, o mea vita, te smaragdus,_
- _Beryllus quoque, Flacce; nec nitentes_
- _Nuper candida margarita, quæro,_
- _Nec quos thynica lima perpolivit_
- _Anellos; nec jaspios lapillos._
-
-E questi altri Svetonio:
-
- _Ni te visceribus meis, Horati,_
- _Jam plus diligo, tu tuum sodalem_
- _Ninnio videas strigosiorem._
-
-Macrobio dà un viglietto, ove Augusto derideva Mecenate
-contraffacendone lo stile: _Idem Augustus, quia Mæcenatem suum noverat
-esse stylo remisso, molli et dissoluto, talem se in epistolis, quas
-ad eum scribebat, sæpius exhibebat, et contra castigationem loquendi,
-quam alias ille scribendo servabat, in epistola ad Mæcenatem familiari,
-plura in jocos effusa subtexuit: — Vale, mel gentium, melcule, ebur
-ex Etruria, laser aretinum, adamas supernus, tiberinum margaritum,
-Cilniorum smaragde, jaspi figulorum, berylle Porsenæ,_ ἴνα συντέμω
-πάντα, μάλαγμα _mœcharum_». Saturn., II. 4.
-
-Di Pollione ci tramandò Seneca un passo nelle _Suasor_., 7, ch'egli
-dice il più eloquente delle sue storie, e noi lo riferiamo sì per
-saggio filosofico, sì perchè ritrae Marco Tullio senza l'astio che
-imputano a Pollione: _Hujus ergo viri, tot tantisque operibus mansuris
-in omne ævum, prædicare de ingenio atque industria supervacuum est.
-Natura autem pariter atque fortuna obsecuta est. Ei quidem facies
-decora ad senectutem, prosperaque permansit valetudo; tum pax diutina,
-cujus instructus erat artibus, contigit; namque a prisca severitate
-judicis exacti maximorum noxiorum multitudo provenit, quos obstrictos
-patrocinio, incolumes plerosque habebat. Jam felicissima consulatus
-ei sors petendi et gerendi magna munera, deûm consilio, industriaque.
-Utinam moderatius secundas res, et fortius adversas ferre potuisset!
-namque utraque cum venerat ei, mutari eas non posse rebatur. Inde
-sunt invidiæ tempestates coortæ graves in eum, certiorque inimicis
-adgrediendi fiducia: majori enim simultates appetebat animo, quam
-gerebat. Sed quando mortalium nulla virtus perfecta contigit, qua major
-pars vitæ atque ingenti stetit, ea judicandum de homine est. Atque ego
-ne miserandi quidem exitus eum fuisse judicarem, nisi ipse tam miseram
-mortem putasset_.
-
-[101] _Cassium Severum primum affirmant flexisse ab illa, vetere atque
-directa dicendi via: non infirmitate ingenii nec inscitia literarum
-transtulisse se ad illud dicendi genus contendo, sed judicio et
-intellectu. Vidit namque cum conditione temporum, diversitate artium,
-formam quoque ac speciem orationis esse mutandam._ De oratoribus, c.
-19.
-
-[102] Nelle Pandette (lib. I. tit. 4. fr. 1) leggesi: _Quod principi
-placuit, legis habet vigorem; utpote cum Lege Regia, quæ de Imperio
-ejus lata est, populus ei et in eum omne suum imperium et potestatem
-conferat_. Parve tanto esagerato questo passo, che lo supposero falso:
-ma qui _omnem potestatem_ non vuol dire che il popolo trasferisse
-nell'imperatore _tutto il suo potere_, ma che l'imperatore tiene dal
-popolo _tutto il potere che ha_.
-
-[103] _Miserum populum romanum, qui sub tam lentis maxillis erit._
-
-[104] TACITO, ANN., II.
-
-[105] Svetonio nè tampoco l'accenna, Vellejo appena, chiamandolo
-_comitiorum ordinatio_.
-
-[106] _More majorum_. TACITO, _Ann_., III. 66; IV. 4.
-
-[107] _Quo magis socordiam eorum irridere libet, qui præsenti potentia
-credunt extingui posse etiam sequentis ævi memoriam. Nam contra,
-punitis ingeniis, gliscit auctoritas; neque aliud externi reges aut
-qui eadem sævitia usi sunt, nisi dedecus sibi, atque illis gloriam
-peperere_. Ann. IV. 35.
-
-[108] DIONE, LVII; PLINIO, XXXVI. 26.
-
-[109]
-
- _Turba Remi sequitur fortunam ut semper, et odit_
- _Damnatos. Idem populus si Nurtia Tusco_
- _Favisset, si oppressa foret secura senectus_
- _Principis, hac ipsa Sejanum diceret hora_
- _Augustum._
- GIOVENALE, X, 73.
-
-[110] _Sidus et popum et puppum alumnum_. SVETONIO.
-
-[111] _Ut ipse dicebat_ ἀξιοθριάμβευτον. SVETONIO.
-
-[112] _Memento omnia mihi et in omnes licere_. SVETONIO.
-
-[113] _Meditatus est edictum, quo veniam daret flatum crepitumque
-ventris in cœna emittendi, cum periclitatum quemdam præ pudore ex
-continentia reperisset_. Ivi. — Chi nel _Trimalcione_ di Petronio crede
-adombrato Claudio, può addurre in prova questo decreto, corrispondente
-alle parole che ivi dice quel goffo danaroso: _Si quis vestrum voluerit
-sua re sua causa facere, non est quod illum pudeat; nemo vestrum solide
-natus est. Ego nullum puto tam magnum tormentum esse quam continere:
-hoc solum vetare ne Jovis potest._
-
-[114]
-
- _Ostenditque tuum, generose Britannice, ventrem;
- Et defessa viris, nondum satiata recessit._
- GIOVENALE.
-
-[115] Voglia qualche chimico esaminare se fossero possibili
-questi veleni, inavvertiti eppur subitanei, quando s'ignoravano le
-preparazioni moderne. Egli si ricordi che Svetonio dice che sul rogo di
-Germanico si trovò il cuore di lui ben conservato, perchè si sa che il
-cuore degli avvelenati è incombustibile.
-
-[116]
-
- _Qui sedet_...
- _Planipedes audit Fabios, ridere potest qui_
- _Mamercorum alapas._
- GIOVENALE, VI. 189.
-
-[117] TACITO, _Ann_., XIV. 14 e seg.; XV. 32; SVETONIO, in _Nerone_, 11
-e 12; SENECA, _Ep_. 100.
-
-[118] _Ut non modo causas eventusque rerum, qui plerumque fortuiti
-sunt, sed ratio etiam, causæque noscantur_. Hist., I. 4.
-
-[119] _Nam populi imperium juxta libertatem, paucorum dominatio regiæ
-libidini propior est_. Ann., V. 42.
-
-[120] _Liceatque, inter abruptam contumaciam et deforme obsequium,
-pergere iter ambitione ac periculo vacuum_. Ann., IV. 20.
-
-[121] TACITO, Ann., II.
-
-[122] _Diu inter instrumenta regni habita_. TACITO.
-
-[123] SENECA, ep. 47. — _Intelliges non pauciores servorum ira
-cecidisse, quam regum_. Ep. 4.
-
-[124] Il parricida, secondo le leggi dei re, gettavasi al mare chiuso
-in un sacco di cuojo, con un gatto, una serpe, una scimia. Quando
-Nerone ebbe uccisa sua madre, si vedeano sospesi dei sacchi alle
-effigie di lui.
-
-[125] PLINIO, XXXIII. 12; CICERONE, _De orat_., III. 12.
-
- _Me legit omnis ibi_ (a Vienna) _senior, juvenisque, puerque,_
- _Et coram tetrico casta puella viro._
- MARZIALE, VII. 88.
-
- _Tu quoque nequitias nostri lususque libelli,_
- _Uda puella leges, sis patavina licet._
- Lo stesso, XI. 16.
-
-_Pervigilium_ o _Vigiliæ_ dicevano certe solennità notturne, che,
-divenute occasione d'eccessi, la legge restrinse a poche, e ne escluse
-gli uomini e le nobili. Di rado menzionate sotto la Repubblica,
-frequentano sotto l'Impero; e probabilmente al tempo d'Augusto
-fu introdotta la vigilia di Venere, nella quale, per tre notti
-consecutive d'aprile, le fanciulle menavano cori, poi dopo un banchetto
-s'intrecciavano danze fra la gioventù (OVIDIO, _Fast_., IV. 133). Più
-tardi questa memoria del natale di Quirino celebravasi in un'isola del
-Tevere deliziosissima, dove, osservati dal prefetto o da un console, i
-cittadini facevano sotto le tende una lieta festa. A cantarsi in questa
-era probabilmente destinato il _Pervigilium Veneris_, poemetto ove essa
-dea è venerata siccome madre dell'universo, e protettrice dell'Impero.
-
-[126]
-
- _Nec satis incestis temerari vocibus aures,_
- _Adsuescunt oculi multa pudenda pati._
- _Luminibus tuis_ (Auguste)...
- _Scenica vidisti lentus adulteria_.
- OVIDIO, _Trist._, II. 500.
-
- _Junctam Pasiphaen dictæo, credite, tauro_
- _Vidimus: accepit fabula prisca fidem._
- MARZIALE, _Spect_., V.
-
-[127] Vedi HUGO, _Storia del diritto romano_, §§ 295. 296. — EINECCIO,
-_Antiq. Romanarum jurisprudentiam illustrantium syntagma_, lib. 1. tit.
-25. — DIONE, LIV. 53. — TACITO, _Ann_., III. 25 e 28.
-
-[128] Espressione di Marziale, lib. IV. ep. 7:
-
- _Julia lex populis ex quo, Faustine, renata est,_
- _Atque intrare domos jussa pudicitia est,_
- _Aut minus, aut certe non plus tricesima lux est,_
- _Et nubit decimo jam Thelesina viro._
- _Quæ nubit toties, non nubit: adultera lege est._
- _Offendor mœcha simpliciore minus._
-
-Se qui v'è esagerazione, abbiamo in Giovenale, VI. 20:
-
- _Sic fiunt octo mariti_
- _Quinque per autumnos._
-
-E san Girolamo vide in Roma un marito che sepelliva la ventesimaprima
-moglie, la quale avea sepolto ventidue mariti.
-
-[129] _Vix præsenti custodia manere illæsa conjugia_. TACITO, _Ann_.,
-III. 34.
-
-[130] GIOVENALE, _Sat_., VI. 366; TACITO, _Ann_., XV. 32, 37, e XII.
-33, 85.
-
-[131] SVETONIO, in _Tiberio_, 35; TACITO, _Ann_., II. 85.
-
-[132] Il generale Armandi, nella _Histoire militaire des éléphants_
-(Parigi 1843) sostiene che, al tempo d'Ottaviano, in vicinanza di Roma
-v'avea serragli di moltissimi elefanti per uso dell'anfiteatro e del
-circo.
-
-Plinio dice, parlando dei leoni (lib. VIII. c. 16): — Impresa
-pericolosa era una volta il prendere i leoni, e per riuscirvi si
-scavavano delle fosse. Imperando Claudio, il caso insegnò un mezzo
-più semplice, e quasi indegno d'un animale così feroce: un pastore
-della Getulia (nell'Africa settentrionale) attutava il furore
-dell'animale gettandovi sopra un panno. Questo maraviglioso spettacolo
-si trasportò tantosto nei pubblici giuochi, e appena credevasi a'
-proprii occhi, mirando un animale tanto feroce cadere di subito in
-un torpore assoluto, col più leggiero drappo che gli fosse gittato in
-capo, e lasciarsi legare senza opporre difesa: perocchè la sua forza
-consiste tutta negli occhi. Perciò fa meno maraviglia l'udire che
-Lisimaco, rinchiuso con un leone per ordine d'Alessandro, abbia potuto
-strozzarlo». Se si dubita di un fatto avvenuto sotto gli occhi del
-popolo romano, del quale Plinio aveva spesso potuto essere testimonio,
-si avrà interesse a conoscere che questo mezzo è ancora in uso
-nell'India, e con esso arditi cerretani arrestano il furore dei leoni.
-
-Il capitano Williams, autore d'un _Giornale delle caccie durante un
-soggiorno nell'India_ (_Bibliothèque universelle_ di Ginevra, 1820,
-aprile, p. 387), descrivendo la caccia d'una jena, narra che i due
-Indiani adoperati a ciò portavano solo una stanga di ferro aguzzata,
-della lunghezza di un piede, un mazzo di corde, e uno squarcio di
-stoffa di cotone «destinato probabilmente (ei dice) a coprire la testa
-dell'animale per impedirgli la vista».
-
-Nemesiano (_Cynegeticon_, p. 303 e seg.) descrisse una specie di caccia
-men pericolosa, ma non meno straordinaria, e che produce la stessa
-maraviglia: Bisogna tra gli altri stromenti di caccia provvedersi
-d'una tela, che possa avvolgere i grandi boschi, e rinserrare nei loro
-chiusi gli animali, spaventati alla vista delle penne che vi saranno
-attaccate; perchè queste penne, siccome baleni, fanno stordire gli
-orsi, i cignali più grossi, i cervi veloci, le volpi, i lupi audaci, e
-gl'impedisce di rompere quell'ostacolo sì lieve. Datevi dunque la cura
-di tingere queste penne a diversi colori, di mischiarle alle bianche,
-e dar molta estensione a tale varietà di colori, che inspirano tanto
-spavento agli animali selvaggi....; preferite il color rosso».
-
-Marziale, _De spect_., XI, parla d'un orso che nel circo romano fu
-impigliato nel vischio, come noi facciamo cogli uccellini.
-
-Mongez, nei _Mém. de l'Académie_, vol. X, 1833, annoverò e descrisse
-tutte le belve condotte a combattere nel circo fra il 502 di Roma e la
-morte dell'imperatore Onorio.
-
-[133] SVETONIO, in _Nerone_, 11.
-
-[134] _De spectaculis_, passim: e TERTULLIANO, c. 15.
-
-[135] SENECA, ep. 114; _De provid_., III.
-
-[136] SENECA, ep. 86.
-
-[137] PLINIO, _Nat. hist_., IX. 58.
-
-[138] PAUCTON, _Métrologie_, cap. XI.
-
-[139] Lib. XVIII. cap. 6.
-
-[140] In _Aureliano_, cap. X.
-
-[141] _De beneficiis_, VII. 10.
-
-[142] SVETONIO. — Dione dice tremilatrecento milioni.
-
-[143] LAMPRIDIO, nella Vita di esso, XIX. 24.
-
-[144] PLINIO, lib. XIII.
-
-[145] _Digitus medius excipitur: cæteri omnes onerantur, atque etiam
-privatim articulis._ PLINIO, XXXVIII. E MARZIALE, v. 11:
-
- _Sardonicas, smaragdos, adamantos, jaspidas uno_
- _Portat in articulo._
-
-[146] Vedi la nota 13ª al Cap. XXVIII. — Di che materia erano questi
-vasi, così pregiati agli antichi? Mercatore e Baronio dissero
-di bengioino; Paulmier di Grentemesnil, d'argilla impastata con
-mirra; Cardano, Scaligero, Mercuriale, di porcellana; Belon, di
-conchiglia; Guibert, di onice; altri d'altro. Le Blond, nelle _Memorie
-dell'Accademia d'Iscrizioni_, vol. XLIII, mostra che nessuno si appose,
-ed esorta a far nuove richerche, che non vennero ommesse. Haüy volle
-provare fossero di spato-fluore.
-
-Vedansi: CORSI, _Dei vasi murrini_. 1830.
-
-THIERSCH, _Ueber die Vasa Murrina_. 1835.
-
-COSTA DE MACEDO, _Mem. sobre os vasos murrhinos_. Lisbona, 1842.
-
-[147] _Margaritas, quæ contra triplum aurum obrizum, atque id quidem in
-India effossum, veneunt_.
-
-[148] DIONE CASSIO, XLIII. LIX.
-
-[149] PLINIO, VIII. 48.
-
-[150] _Taxatio in deliciis tanta, ut hominis quamvis parva effigies
-vivorum hominum, vigentiumque pretia superet_. PLINIO, XLVII.
-
-[151] Lo stesso, VII. 39.
-
-[152] MARZIALE, X. 31.
-
-[153] Tre Apicj son citati; uno durante la repubblica, questo
-contemporaneo di Seneca, e un altro al tempo di Trajano. Il secondo è
-il più celebre, molti intingoli conservarono il suo nome, e fu scritto
-sotto il nome suo un trattato di cucina, _De re culinaria_.
-
-[154] MARZIALE, XII. 3. — I pasti dati dagli imperatori al popolo col
-nome di _congiarium_, valsero,
-
- sotto Augusto, da 30 a 47 nummi L. 9 »
- — Tiberio, 300 nummi » 67 50
- — Caligola, 6 dramme » 60 »
- — Nerone, 400 nummi » 78 »
- — Antonino, 8 aurei » 115 »
- — Comodo, 725 denari » 347 50
- — Severo, 10 aurei » 144 50
-
-Il pasto dato da Severo costò 38,750,000 lire; vale a dire che i
-convitati erano ducensettantamila. Vedi MOREAU DE JONNES, _Statistique
-des peuples de l'antiquité_.
-
-[155] SENECA, ep. 18. 100.
-
-[156] Seneca, ep. 122.
-
-[157] _Fastidio est lumen gratuitum_.
-
-[158] SENECA, ep. 122.
-
-[159] Era segno di molle e scostumata vita.
-
-[160] _Cave canem_ è scritto su alcune soglie delle case di Pompej, ove
-spesso un cane è effigiato.
-
-[161] Solennità era ai Romani il primo radere della barba, e questa
-dedicavasi ad Apollo e conservavasi sollecitamente.
-
-[162] Il posto d'onore era quel di mezzo fra i tre che distendevansi
-sul medesimo lettuccio. I letti erano disposti a ferro di cavallo
-attorno alle sale, dette perciò _triclinia_. In ogni letto stavano tre,
-ciascuno colle gambe dietro al dorso dell'altro, e appoggiato ad un
-cuscino, disposti nel seguente modo:
-
- 3 6 5 4 7
- 1 8
- 2 9
-
-All'1 era il padrone di casa; al 2 la donna o un parente; al 3 un
-ospite privilegiato; il 4 era posto d'onore o consolare, considerato
-tale forse perchè più libero ad uscire, più accessibile a chi
-venisse a parlare, e più comodo per istendere la mano destra senza
-impacciar nessuno. Negli altri posti sedeano altri convitati, e sempre
-consideravasi d'onore quel che non avea nessuno di sopra.
-
-[163] Che l'ovo di pavone fosse carissimo cibo ai Romani, se ne lamenta
-Macrobio, _Saturn_., III. 15: _Ecce res non miranda solum, sed pudenda,
-ut ova pavonum quinis denariis veneant_.
-
-[164] Console Lucio Opimio Nepote, il 633 di Roma, la stagione corse
-tanto asciutta che i frutti furono squisitissimi e il vino prelibato.
-
-[165] È noto che agli schiavi liberati imponevasi il berretto; onde
-questo divenne simbolo della libertà.
-
-[166] Tutti e tre nomi di lieto augurio, tratti dal guadagno e dalla
-felicità; cosuccie, cui i grandi Romani prestavano grande attenzione.
-
-[167] TERTULLIANO, _De anima_, 30; PLINIO, XXVII. 1. Vedansi pure
-Strabone e principalmente il retore Aristide nell'_Orazione della città
-di Roma_.
-
-[168] Πηλὸν αῖματι πεφυρμένον.
-
-[169] _Nobilis obsequii gloria relicta est_. TACITO, Ann., IV.
-
-[170] Lib. 49, tit. xv. leg. 5. § 2. ff. _De captivis_.
-
-[171] _Semper autem addebat; Vincat utilitas._ CICERONE, _De off._,
-III. 22.
-
-[172] _Ann_., II. 16; I. 51; II: 21. _Maneat, quæso, duretque
-gentibus, si non amor nostri, at certe odium sui; quando, urgentibus
-imperii fatis, nihil jam præstare fortuna majus potest, quam hostium
-discordiam_.
-
-[173] _Terrarum dea gentiumque Roma_. MARZIALE.
-
-[174] _Leges, rem surdam, inexorabilem._ Livio, II. 3.
-
-[175] ARRIANO, Ep. I. 4.
-
-[176] _Miseratio est vitium pusillanimi, ad speciem alienorum malorum
-succidentis; itaque pessimo cuique familiarissima est._ SENECA, De
-clem., i. 5. — _Misericordia est ægritudo animi; ægritudo autem in
-sapientem virum non cadit._ Ivi. — _Est aliquid, quo sapiens antecedat
-Deum; ille naturæ beneficio non timet, suo sapiens._ Ep. 53.
-
-[177] _Quæris quid me maxime ex his, quæ de te audio, delectet? Quod
-nihil audio; quod plerique ex his quos interrogo, nesciunt quid agas_.
-Ep. 32.
-
-[178] _De clem._, II. 2; I. 1. Aveva egli conosciuto il malvezzo del
-suo tempo e d'altri, scrivendo altrove: — Siamo venuti a tal demenza
-che credasi maligno chi adula parcamente... Crispo Passieno diceva
-spesso, che noi all'adulazione opponiamo, non chiudiamo la porta, e la
-opponiamo al modo che si fa all'amica, la quale se la spinge è grata,
-più grata se la trapassa». _Quæst. nat._, III.
-
-[179] _De ira_, III. 36; Ep. 24. — Giusto Lipsio cernì dalle opere di
-Seneca tutti i passi ove loda se stesso, e ne formò un modello d'ogni
-eroismo. Diderot fece l'apologia del carattere morale di Seneca, per
-bizzarria di paradosso. Opere, vol. VIII, _Essai sur le règne de Claude
-et de Néron_.
-
-[180] _Nihil cogor, nihil patior invitus, sed assentior; eo quidem
-magis, quod scio omnia certa et in æternum dicta lege decurrere. Fata
-nos ducunt, et quantum cuique restat, prima nascentium hora disposuit
-Causa pendet ex causa; privata ac publica longus ordo rerum trahit.
-Ideo fortiter omne ferendum est, quid gaudeas, quid fleas; et quamvis
-magna videatur varietate singulorum vita distingui, summa in unum
-venit: accepimus peritura perituri_. De provid.; Ad Marciam consolatio;
-Ad Helviam consolatio; De constantia sapientis; De clementia, ecc.
-
-[181] _Nec magis in ipsa_ (_morte_) _quidquam esse molestiæ, quam
-posi ipsam_. Ep. 30. — _Mors est non esse... Hoc erit post me quod
-ante fuit._ Ep. 54. E nella _Consolatoria_ a Polibio: _Cogita illa quæ
-nobis inferos faciunt terribiles, fabulam esse; nullas imminere mortuis
-tenebras, nec flumina flagrantia igne, nec oblivionis amnem, nec
-tribunalia. Luserunt ista poetæ, et vanis nos agitavere terroribus_.
-
-[182] SENECA, ep. 77. 47. 23. Cousin appone agli Stoici dell'Impero
-d'aver guasto, esagerato, impicciolito lo stoicismo. Tennemann
-appena concede ad essi un posto nella storia della filosofia. Hegel
-(_Vorlesungen über die Gesch. des Philosop._, t. II. p. 387) dice che
-i costoro lavori non meritano in una storia della filosofia maggior
-menzione che i sermoni de' nostri preti.
-
-[183] I giureconsulti posteriori a Tiberio cassavano i testamenti e
-traevano al fisco la sostanza di chi si uccidesse quando accusato e
-colpevole; ma non di chi il facesse per noja, per intolleranza delle
-malattie, per vergogna de' suoi debiti. ULPIANO e PAOLO, _Dig_. XLIX,
-tit. 14; LXXVIII, tit. 3.
-
-[184] Celso stupiva vi potesse essere una legge e un dogma comune a
-tutte le nazioni, e Cappadoci e Cretesi potessero adorare lo stesso Dio
-de' Giudei. ORIGENE _contra Celsum_.
-
-[185] PRUDENZIO, _ad Symmacum_, II. 458.
-
-[186] _Ann._ IV. 37. 38.
-
-[187]
-
- _Nec satis est homines, obligat ille Deos._
- _Templorum positor, templorum sancte repostor_
- _Sit superis, opto, mutua cura tui._
- Fast. II. 61.
-
-[188] _Nemo cœlum cœlum putat, nemo Jovem pili facit_. PETRONIO,
-Satyr., c. 44.
-
- _Esse aliquos manes et subterranea regna_
- _Nec pueri credunt, nisi qui nondum ære lavantur._
- GIOVENALE, II. 149.
-
-[189] In _Agricola_, 46.
-
-[190] Lo stesso, _Ann._, III. 60.
-
-[191] GIOVENALE, _Satyr_. 6; TERTULLIANO, _Apolog_. 9; SENECA, _De vita
-beata_, 27.
-
-[192] Che nei misteri Eleusini si insegnasse più fisica che teologia
-ce lo dice CICERONE, _De nat. Deorum_, I. 43: _Rerum natura magis
-cognoscitur quam Deorum_.
-
-[193] Ovidio dice nei _Fasti_, VI. 766:
-
- _Sint tibi Flaminius, Trasimenaque litora testes_
- _Per volucres æquos multa monere Deos;_
-
-e nella ep. I. del lib. II. _ex Ponto_, esorta la moglie a scegliere un
-giorno fausto per presentare ad Augusto una petizione in suo favore.
-
-[194] Vedi principalmente i libri XXIV, XXV, XXVI, XXX, XXXII, XXXVIII.
-
-[195] _Striges, ut ait Verrius, Græci_ στρίγας _appellant, a quo
-maleficis mulieribus nomen inditum est; quas volaticas etiam vocant_.
-FESTO. — E. PLINIO: _Fabulosum arbitror de strigibus, ubera eas
-infantium labris immulgere_; e altrove: _Post sepulturam visorum quoque
-exempla sunt_. — APULEJO, Metam. 5: _Scelestarum strigarum nequitia_.
-— PETRONIO, Fragm. 63: _Cum puerum mater misella piangeret, subito
-strigæ cœperunt... jam strigæ puerum involaverunt, et supposuerunt
-stramenticium_.
-
-Lucano (lib. VI) descrive i patti col diavolo e le stregherie, come
-potrebbe fare un cinquecentista:
-
- _Quis labor hic superis cantus herbasque sequendi_
- _Spernendique timor? Cujus commercia pacti_
- _Obstrictos habuere Deos?_
- _An habent hæc carmina certum_
- _Imperiosa Deum, qui mundum cogere quidquid_
- _Cogitur ipse potest?_
-
-E Sereno Samonico (cap. 59):
-
- _Præterea si forte premit strix atra puellos,_
- _Virosa immulgens exertis ubera labris,_
- _Allia præcepit Titini sententia necti._
-
-I due versi conservatici da Festo come preservativi, sono
-scorrettissimi; Dachery gli emenda così:
-
- Στρίγγ’ ἀποπέμπειν νυκτίνομαν, στρίγγα τ’ἀλαὸν,
- Ορνιν ἀνώνυμον, ὼκυπόρους ἐπὶ νῆας ἐλαύνειν.
-
-— _La strige rimovi notte-mangiante; la sucida strige, uccello ferale,
-fuga nelle veloci navi_.
-
-I passi di antichi, attestanti le magiche arti, sono prodotti da
-DELRIO, _Disquisitiones magicæ_, lib. II. qu. 9, e _passim_.
-
-[196] ORAZIO, _Epodi_.
-
-[197] SVETONIO, in _Tiberio_, 63. 14. 79; PLINIO, XVI. 30; XXVIII. 2.
-
-[198] _Mihi hæc ac talia audienti, in incerto judicium est fatone res
-mortalium et necessitate immutabili, an sorte volvantur._ Ann., VI.
-22. — _Mihi, quanto plura recentium seu veterum revolvo, tanto magis
-ludibria rerum mortalium cunctis in negotiis observantur_. Ivi, III.
-18.
-
-[199] _Ad Galatas_, III. 28; _ad Colossenses_, III. 11.
-
-[200] _Longe clarissima urbium Orientis, non Judeæ modo._ PLINIO, Nat.
-Hist., V. 14.
-
-[201] È la definizione famosa di sant'Agostino: _Virtus est bona
-qualitas mentis... qua nullus male utitur_. E altrove: _Ille pie
-et juste vivit, qui rerum integer est æstimator, in neutram partem
-declinando_. E de lib. arb.: _Voluntas aversa ab incommutabili bono et
-conversa ad proprium, peccat_.
-
-[202] La venuta di san Pietro in Italia è uno de' punti della storia
-ecclesiastica più impugnati dagli eterodossi, perchè molti farebbero
-dipendere da quella l'istituzione apostolica della santa sede in Roma,
-ma vien dimostrata da argomenti irrepugnabili. Nell'anno 42, da noi
-segnato, comincerebbero i venticinque anni che il _Cronico_ di Eusebio
-assegna al pontificato di san Pietro.
-
-[203] _Atti apostolici_, XVIII. 15.
-
-[204] _Mansit biennio... et suscipiebat omnes, qui ingrediebantur ad
-eum, prædicans regnum Dei, et docens quæ sunt de domino Jesu Christo,
-cum omni fiducia, sine prohibitione._ Ivi, XXVIII, 30 e 31.
-
-[205] Parla sempre Tacito, _Ann_., XV. 44.
-
-[206] — Quel che alle donne, è comandato anche agli uomini. Le leggi
-di Cristo non somigliano a quelle degli imperatori; non la stessa cosa
-insegnano san Paolo e Papiniano. Le leggi permettono ogni impudicizia
-agli uomini in donne libere; nei Cristiani, se il marito può ripudiar
-la donna per adulterio, anche essa lui pel delitto stesso. In
-condizioni eguali, eguale è l'obbligazione». S. GIROLAMO a _Fabiola_.
-
-[207] _Sap_., XIV. 22 e seg. _Ad Galatas_, V. 19 e seg.
-
-[208] _Si vos manseritis in sermone meo, vere discipuli mei eritis; et
-cognoscetis veritatem, et veritas _liberabit_ vos_. S. GIOV., VIII, 31
-e 32.
-
-[209] — L'uomo ha diritto di comandare alle bestie, ma Dio solo di
-comandare all'uomo». S. GREGORIO MAGNO, lib. XXI, _in Job._, c. 15.
-
-[210] _Regimen tyrannicum non est justum, quia non ordinatur ad
-bonum commune, sed ad bonum privatum regentis... Et ideo perturbatio
-hujus regiminis non habet rationem seditionis, nisi forte quando sic
-inordinate perturbatur tyranni regimen, quod multitudo subjecta majus
-detrimentum patitur ex perturbatione consequenti, quam ex tyranni
-regimine_. SAN TOMMASO, Summa theol. 2ª 2æ quaest. 42ª art. 2º ad 3um.
-
-[211] _Evulgato imperii arcano, principem alibi quam Romæ fieri_.
-TACITO, Hist., i. 4.
-
-[212] A Canneto o più verisimilmente a Calvatone nel Cremonese, alla
-biforcazione d'una strada romana, a due giornate da Verona. Quivi le
-cronache paesane collocherebbero la città di Vegra (forma vulgare
-del nome di Bedriaco, o Bebriaco), distrutta dagli Unni; e vi si
-scoprono continuamente ruderi antichi, e nel 1855 un busto di bronzo
-dell'imperatore Antonino, e due statuette di marmo pario.
-
-[213] TACITO, _Hist_., lib. IV. 74. 75.
-
-[214] Nel censimento sotto Vespasiano si asserisce che trovaronsi nella
-Gallia Cispadana cinquantaquattro persone di cento anni, cinquantasette
-di centodieci, due di centoventicinque, quattro di centrentacinque,
-quattro di centrentasette, tre di cenquaranta: a Parma ve n'avea tre di
-centoventi, due di centotrenta; a Faenza una donna di centrentadue; a
-Rimini uno di cencinquanta, nominato Marco Aponio.
-
-[215] Stazio e Marziale. Ecco alcune delle costoro adulazioni:
-
- _Invia sarmaticis domini lorica sagittis_
- _Et Martis getico tergore fida magis..._
- _Felix sorte tua, sacrum tui tangere pectus_
- _Fas erit, et nostri mente calere Dei!..._
-
- _Redde deum votis poscentibus: invidet hosti_
- _Roma suo, veniat laurea multa licet._
- _Terrarum dominum propius videt ille; tuoque_
- _Terretur vultu barbarus, et fruitur..._
-
- _Hiberna quamvis Arctos, et rudis Peuce_
- _Et nugularum pulsibus calens Ister,_
- _Fractusque cornu jam ter improbo Rhenus,_
- _Teneat domantem regna perfidæ gentis,_
- _Tu, summi mundi rector, et parens orbis_
- _Abesse nostris non tamen potes votis..._
-
- _Nunc ilares, si quando mihi, nunc ludite, Musæ:_
- _Victor ab Odrysio redditur orbe deus..._
-
-Altrove Giano, vedendo passar Domiziano, lagnasi di non avere
-abbastanza occhi e visi per mirarlo (MARZIALE, lib. VIII. 2). Tardi
-pure ad alzarsi la stella del mattino, chè, se Cesare compare, il
-popolo non s'accorgerà della mancanza (Ivi, 21). — Oh poeti!
-
-[216] PLINIO, _Paneg_.
-
-[217] A ciò va attribuito il suo valersi sempre di Sura nello scriver
-lettere, anzichè ad inerzia, come fa Giuliano nei _Cesari_.
-
-[218] Sono famose le tavole alimentari, trovate nel 1747 fra le mine
-di Velleja alle falde dell'Appennino di Piacenza. Contenevano il
-decreto con cui Trajano donava ai Vellejati e a' loro vicini 1,116,000
-sesterzj, assicurati su fondi stabili del valore complessivo di
-27,407,792, e fruttanti il cinque per cento. Così la rendita di 55,800
-sesterzj era destinata ad alimentare 300 fanciulli, cioè 263 maschi, 35
-femmine di legittima nascita, più uno spurio o una spuria; attribuendo
-16 sesterzj il mese a ogni maschio, 12 a ogni femmina, e 12 agli
-illegittimi. I fondi obbligati valeano almeno il decuplo dell'ipoteca.
-Gli alimenti cominciavano a darsi dopo i tre anni, a quanto pare, e
-fin ai diciotto pei maschi, ai quattordici per le fanciulle. Non si
-educavano già in case comuni, ma rimanevano a custodia dei proprj
-genitori. Del frumento allora si compravano cinque moggia e un quinto
-con sedici sesterzj; onde il fanciullo riceveva per centosei libbre di
-frumento al mese. Un dono simile apparve da altra tavola scoperta nel
-1832 a Campolattaro, presso Benevento, in favore de' Liguri Bebiani.
-Iscrizioni varie, e passi di scrittori e del Codice provarono che
-siffatta liberalità venne usata da altri imperatori. Su di che vedasi
-ERNESTO DESJARDINS, _De Tabulis alimentariis disputatio historica_.
-Parigi 1854.
-
-[219] _Jam hoc pulchrum et antiquum, senatum nocte dirimi, triduo
-vocari, triduo contineri_.
-
-[220] Quel di Dione, fatto da Sifilino. Neppure accenno gl'informi
-frammenti di Aurelio Vittore e d'Eutropio. Il panegirico è di Plinio
-Cecilio.
-
-[221] EUTROPIO, VIII. 5. Più tardi corse un'opinione bizzarra; che papa
-Gregorio Magno avesse a preghiere ottenuto la liberazione di Trajano
-dall'inferno, ove stava da quattro secoli. Il primo a scriverla, ch'io
-sappia, fu Giovanni di Salisbury (_Polycr._ V. 8): _Virtutes ejus
-legitur commendasse ss. papa Gregorius, et fusis pro eo lacrymis,
-inferorum compescuisse incendia... donec ei revelatione nuntiatum
-sit, Trajanum a pœnis inferni liberatum, sub ea tamen conditione, ne
-ulterius pro aliquo infideli Deum sollicitare præsumeret_. San Tommaso
-si vale di questa tradizione, e Dante (_Purg._, X. 73) accenna
-
- l'alta gloria
- Del roman prence, lo cui gran valore
- Mosse Gregorio alla sua gran vittoria.
-
-[222] SPARZIANO, in _Adriano_, negli _Scriptor. Hist. Augustæ._ Ciò
-praticavasi già con Omero, poi in questi tempi con Virgilio. Narra
-Giulio Capitolino, che, interrogando Clodio Albino a questo modo
-l'_Eneide_, gli occorse quel del libro VI:
-
- _Hic rem romanam, magno turbante tumultu,_
- _Sistet equus, sternet Pœnos, Gallumque rebellem._
-
-Alessandro Severo al modo stesso trovò:
-
- _Te manet imperium cœli, terræque, marisque;_
-
-e pensando applicarsi alle arti liberali, ebbe questa risposta:
-
- _Excudent alii spirantia mollius æra..._
- _Tu regere imperio populos, Romane, memento._
-
-Vedi LAMPRIDIO in _Alex. Severo_. Non cadde questa superstizione
-col paganesimo. Sant'Agostino (_Ep_. 55 _ad Januar_.) la nota e la
-condanna; e così il concilio d'Agda col nome di _sorti dei Santi_:
-e Gregorio di Tours (_Hist. Franc._, IV. 6) scrive: _Positis
-clerici tribus libris super altare, idest Prophetiæ, Apostoli atque
-Evangeliorum, oraverunt ad Dominum ut Christiano quid eveniret
-ostenderet. Aperto igitur omnium Prophetarum libro, reperiunt:
-— Auferam maceriam ejus_». E nel lib. V. 49: _Mœstus turbatusque
-ingressus oratorium, davidici carminis sumo librum, in quo ita repertum
-est: — Eduxit eos in spe, et non timuerunt_».
-
-[223] Nel 1664 a Upsal si stampò un _Trattato dell'arte della guerra_,
-presumendo fosse quel di Adriano, pubblicato dal console Maurizio, ma
-è composizione d'assai posteriore. È pure suppositizio il dialogo suo
-con Epitteto, pubblicato dal Froben nel 1551, ove propone varj quesiti
-che il migliore filosofo del suo secolo scioglie, e in cui, tra massime
-false, ridicole e triviali, ne occorrono di eccellenti. — Che cosa è
-la pace? Una libertà tranquilla. — Che cosa la libertà? Innocenza e
-virtù».
-
-[224] SPARZIANO nella vita di lui.
-
-[225] Pure costui non ischivò l'odio di Adriano, onde diceva: — Mi
-maraviglio di tre cose: che, nato Gallo, io parli greco; che essendo
-eunuco, io sia chiamato giudice d'adulterj; che odiato dall'imperatore,
-io viva».
-
-[226] Τοσοῦτον δὲ δύνανται οἴ ἄρχοντης πρὸς τῆς ἀληθείας δόξαν
-τιμῶντες, ὄσον καὶ λησταὶ ἐν ἐρημεία. I. 12.
-
-[227] LAMPRIDIO in _Alex. Severo_.
-
-[228] Originariamente costui chiamavasi Catilio Severo. D'illustre
-famiglia romana, fu educato sotto gli occhi di Lucio Annio Aurelio
-Vero, suo avo materno, che lo adottò e nominò Marco Elio Aurelio Vero.
-
-[229] Vedi EUSEBIO, IV. 13. 16. Capitolino diresse a Diocleziano una
-vita di lui, ma confusa. I libri di Dione Cassio ad esso relativi si
-desiderano.
-
-[230] Fra le altre cose gli diceva: _Nonnunquam ego te coram
-paucissimis ac familiarissimis meis gravioribus verbis absentem
-insectatus sum... cum tristior quam par erat in cœtu hominum
-progrederer, vel cum in theatro tu libros, vel in convivio lectitabas;
-nec ego, dum tu theatris, nec dum conviviis, abstinebam. Tum igitur
-ego te durum et intempestivum hominem, odiosum etiam nonnunquam, ira
-percitus, appellabam._ Lib. VI. 12.
-
-[231] Servano per saggio tre viglietti, che, come i passi superiori,
-scegliamo da M. CORNELII FRONTONIS ET M. AURELII IMPERATORIS
-EPISTOLÆ... FRAGMENTA FRONTONIS ET SCRIPTA GRAMMATICA; curante A.
-MAJO. Roma 1823. — _Magistro meo. Ego dies istos tales transegi. Soror
-dolore muliebrium partium ita correpta est repente, ut faciem horrendam
-viderim; mater autem mea in ea trepidatione imprudens angulo parietis
-costam inflixit; eo ictu graviter et se et nos adfecit. Ipse, cum
-cubitum irem, scorpionem in lecto offendi; occupavi tamen eum occidere
-priusquam supra accubarem. Tu si rectius vales, est solacium. Mater
-jam levior est, deis volentibus. Vale, mi optime, dulcissime magister.
-Domina mea te salutat._
-
-Frontone risponde: _Domino meo. Modo mihi Victorinus indicat dominam
-tuam magis valuisse quam heri. Gratia leviora omnia nuntiabat. Ego
-te idcirco non vidi, quod ex gravedine sum imbecillus. Cras tamen
-mane domum ad te veniam. Eadem, si tempestivum erit, etiam dominam
-visitabo._
-
-Marc'Aurelio replica: _Magistro meo. Caluit et hodie Faustina; et
-quidem id ego magis hodie videor deprehendisse. Sed, Deis juvantibus,
-æquiorem animum mihi facit ipsa, quod se tam obtemperanter nobis
-accommodat. Tu, si potuisses, scilicet venisses. Quod jam potes et
-quod venturum promittis, delector, mi magister. Vale, mi jucundissime
-magister._
-
-[232] Frontone fa un elogio affatto retorico di Lucio Vero, attribuendo
-tutta a merito di lui la riforma delle indisciplinatissime truppe
-di Siria: e lo paragona a Trajano, dandogliene sempre la preferenza.
-_Principia historiæ_. Si hanno pure le lettere che Vero gli dirigeva,
-raccomandandogli di esaltare le sue imprese e la gravezza del pericolo,
-e la nullità degli altri capitani, ecc. E il buon maestro, abbagliato
-dalle cortesie d'uno scolaro imperiale, non rifina di ammirarne le
-azioni, ma soprattutto la portentosa eloquenza spiegata negli ordini
-del giorno e nei bullettini inviati al senato.
-
-[233] Dione dice, οὐκ ἀθεεὶ: e νίκῆ παράδοξος εὐτυχήθη, μᾶλλον δέ παρὰ
-θεοῦ ἐδωρήθη. E Claudiano:
-
- _Laus ibi nulla ducum..._
- _Tum, contenta polo, mortalis nescia teli_
- _Pugna fuit._
- De VI consulatu Honorii, v. 340.
-
-[234] FILOSTRATO, _Vite dei Sofisti_.
-
-[235] Εἰς έαυτὸν, libri dodici.
-
-[236] Ch'egli però si dilettasse in questi studj, continua prova ne
-danno le sue lettere a Frontone, scoperto dal Maj. In una gli dice:
-_Mitte mihi aliquid, quod tibi disertissimum videatur, quod legam, vel
-tuum, vel Catonis, vel Ciceronis, aut Sallustii, aut Gracchi, aut poetæ
-alicujus,_ χρήζω γὰρ ἀναπαύλης, _et maxime hoc genus; quae me lectio
-extollat et diffundat_ ἐκ τῶν κατειληφυιῶν φροντιδίων. _Etiam si qua
-Lucretii aut Ennii excerpta habes,_ εὔφωνα καὶ ... φρα, _et sicubi_
-ὴθους, ἐμφὰσεις.
-
-Il cardinale Barberini tradusse gli scritti di Marc'Aurelio,
-dedicandone la traduzione all'anima propria «per renderla più rossa che
-la sua porpora allo spettacolo delle virtù di questo Gentile».
-
-[237] _Regiones ultra fines imperii dubiæ libertatis_. SENECA.
-
-[238] Cicerone (_pro Roscio_, 7) parla di cinquantasei miglia fatte
-in dieci ore di notte con legni di posta, cisiis. Cesare faceva cento
-miglia in un giorno: SVETONIO, 57. Plinio (_Nat. hist._, VII. 20)
-numera sette giornate di navigazione da Ostia alle Colonne d'Ercole;
-dieci ad Alessandria.
-
-[239] Vedi CICERONE, _Pro domo sua_, 28. Floro, nella prefazione, dice
-che la storia di Roma non è quella d'un popolo, ma del genere umano.
-Cicerone loda Pompeo che le sue imprese non hanno altri limiti che
-quelli del sole. Livio (XXXVIII. 45, 54) fa dire agli ambasciadori
-in senato, che ormai Roma non ha a combattere mortali, ma a tutelare
-l'uman genere, e, come gli Dei, vigilare al suo riposo. Ovidio canta
-ne' _Fasti_, II. 684:
-
- _Romanæ spatium est urbis et orbis idem._
-
-L'autore dei versi inseriti nel _Satyricon_ di Petronio, cap. 119:
-
- _Orbem jam totum victor Romanus habebat_
- _Qua mare, qua tellus, qua sidus currit utrumque._
-
-E Plinio, XXVII. 1: _Una cunctarum gentium in toto orbe patria_.
-
-[240]
-
- _Quæ tam seposita est, quæ gens tam barbara, Cæsar,_
- _Ex qua spectator non sit in urbe tua?_
- _Venit ab orphæo cultor rhodopeius Hæmo,_
- _Venit et epoto Sarmata pastus equo;_
- _Et qui prima bibit deprensi flumina Nili,_
- _Et quem supremæ Tethyos unda ferit._
- _Festinavit Arabs, festinavere Sabæi,_
- _Et Cilices nimbis hic maduere suis._
- _Crinibus in nodum tortis venere Sicambri,_
- _Atque aliter tortis crinibus Æthiopes._
- _Vox diversa sonat: populorum est vox tamen una,_
- _Quum verus patria diceris esse pater._
- MARZIALE, Spectac. III.
-
-[241] Gajo lo dice espresso: _Constitutio principis est, quod imperator
-decreto vel edicto vel epistola constituit; nec unquam dubitatum est,
-quin id legis vicem obtineat, cum ipse imperator per legem imperium
-accipiat_. Inst. i. 2, § 6.
-
-Ecco il senatoconsulto fatto all'elezione di Vespasiano:
-
-— Siagli in arbitrio conchiudere trattati con chi vorrà, come fu in
-arbitrio d'Augusto, Tiberio e Claudio.
-
-«Di radunare il senato, fare e far fare proposizioni, far rendere
-senatoconsulti per voti individuali o per divisione.
-
-«Ogniqualvolta sarà raccolto per volontà, permissione od ordine di lui
-o in sua presenza, tutti gli atti del senato abbiano forza, e siano
-osservati come fosse stato raccolto per legge.
-
-«Ogniqualvolta i candidati di qualche magistratura, potere, comando,
-carica siano raccomandati da lui al senato o al popolo romano, e
-ch'egli avrà dato o promesso il suo appoggio, in tutti i comizj abbiasi
-singolare riguardo a tal candidatura.
-
-«Siagli permesso, quando lo creda utile alla repubblica, estendere i
-limiti del pomerio (cioè del recinto della città), come fu permesso a
-Claudio.
-
-«Abbia diritto e pien potere di fare quanto crederà conveniente
-all'interesse della repubblica, alla maestà delle cose divine ed
-umane, al bene pubblico o particolare, come l'ebbero Augusto, Tiberio e
-Claudio.
-
-«Di tutte le leggi e i plebisciti, da cui fu scritto rimanessero
-dispensati Augusto, Tiberio e Claudio, sia pur dispensato Vespasiano.
-Tutto quello che Augusto, Tiberio e Claudio fecero per una legge
-qualunque, possa farlo Vespasiano.
-
-«Tutto ciò che, prima di questa legge, fu fatto, eseguito, decretato,
-comandato dall'imperatore Vespasiano o da altra qualsiasi persona per
-ordine e mandato di lui, sia reputato legale, e rimanga rato, come
-fosse fatto per ordine del popolo.
-
-«_Sanzione_. Se qualcuno, in virtù della presente legge, contravvenne
-o contravvenga poi alle leggi, plebisciti o senatoconsulti, facendo
-ciò ch'essi vietano, od ommettendo ciò che ordinano, non sia tenuto
-in colpa, nè obbligato a veruna riparazione verso il popolo romano.
-Verun'azione non sia intentata, verun giudizio reso a tal proposito, e
-nessun magistrato soffra che un cittadino sia citato avanti a lui per
-questa ragione».
-
-[242] _Princeps legibus solutus est_. D. I. 3. fr. 31.
-
-[243] Molti esempj ne adduce il Labus ne' _Marmi Bresciani_. — Nel
-1851 a Salpensa e a Malaga in Ispagna furono, su due tavole di bronzo,
-scoperte leggi municipali date da Domiziano imperatore, che Mommsen
-illustrò negli _Atti della Società sassone delle scienze_. Lipsia 1855.
-In esse viene comunicato alle suddette città il diritto del Lazio, con
-formole che probabilmente sono identiche a quelle usate per tutte le
-città donate di simile privilegio; sicchè da dette tavole è illustrato
-lo _jus Latii_, quanto dalle tavole di Velleja e da quelle di Eraclea
-la legge comunale. Ivi troviam dato il nome di _municipj_ a siffatte
-città, che in conseguenza ebbero magistrati proprj, quasi indipendenti
-dal preside della provincia; il popolo v'era distribuito per curie
-all'uopo di rendere i suffragi; que' municipj godevano _manus,
-potestas, mancipium_, proprj de' cittadini romani.
-
-Nel 1872 furono trovate le tavole di _Julia Genetiva Urbanorum_, cioè
-di Ossuna, nella Spagna ulteriore, date il 710 di Roma, edite poi da
-Hübner e Mommsen.
-
-[244] Dalla dittatura di Fabio fin a Cesare, la paga del soldato
-fu di tre assi il giorno (circa 27 centesimi); Cesare la raddoppiò
-portandola a diciotto denari il mese (lire 14.72); Augusto la conservò
-tale; Domiziano la crebbe a venticinque denari il mese (lire 27.47).
-La gratificazione ai pretoriani concessa da Augusto fu di ventimila
-sesterzj (lire 4035.40) dopo sedici anni, e pei legionarj di dodicimila
-(lire 2421.24) dopo venti anni: per tali paghe egli istituì un tesoro,
-di cui fece il primo fondo con denari proprj.
-
-[245] SVETONIO, in _Aug_., 102, 128.
-
-[246] Così SVETONIO, in _Vesp_. 17. Alcuni leggono quarantamila milioni
-di sesterzj, che sarebber ottomila milioni di lire: questo è troppo,
-ma sarebbe troppo poco la cifra da noi data se s'intendesse di solo
-contante, senza le contribuzioni in natura e i servigi personali.
-
-Il trattato di Hegewisch _sulle finanze romane_ mantiene più che non
-prometta. Sono diversissime le valutazioni degli autori intorno alle
-rendite dell'impero: Giusto Lipsio le porterebbe a cinquecento milioni
-di scudi d'oro; Gibbon a venti milioni di sterline, cioè cinquecento
-milioni di franchi; gli autori inglesi della _Storia universale_ a
-novecensessanta milioni.
-
-Chi voglia istituire paragoni coi moderni, non dimentichi che ora la
-maggior somma è assorbita dal debito pubblico, ignoto agli antichi.
-
-[247] _Ut maxima civitas minimæ domus diligentia contineretur_. FLORO.
-
-[248] PLINIO, _Nat. hist._, VI. 23; XII. 18.
-
-[249] Lo pretende Dureau de la Malle, _Économie politique des Romains_.
-
-[250]
-
- _Spese per coltivare sette campi a viti_.
-
- Per comprar uno schiavo che da
- solo basti sesterzj 8,000
- Compra dei sette campi » 7,000
- Pali e altre spese occorrenti » 14,000
- ———————————————
- In tutto sesterzj 29,000
-
- Interessi di questi al sei per cento nei
- due anni che la terra non produce,
- e che il denaro resta infruttuoso » 3,480
-
- Totale, sesterzj 32,480
-
- _Rendita di sette campi_.
-
- Ogni anno sesterzj 6,300
- oltre un diecimila marze che ciascun
- campo rendeva l'anno, e che vendevansi
- tremila sesterzj.
-
-[251]
-
- _Tondet et innumeros gallica Parma greges._
- _Velleribus primis Apulia, Parma secundis_
- _Nobilis, Altinum tertia laudet ovis._
- MARZIALE.
-
-[252] Aureliano scriveva al prefetto dell'annona di tener satolla la
-plebe; _neque enim populo romano saturo quicquam potest esse lætius_.
-VOPISCO, in _Vita_.
-
-[253] È probabilmente del 303. Fu trovato da William Sherard a
-Stratonicea di Caria nel 1709, poi pubblicato in miglior modo da
-Bankes, Londra 1826, ove la tariffa occupa ben quindici facciate in-8ª.
-Sono quattrocentrentatre articoli di merci o di manifatture tassati;
-ma restano molte lacune. Moreau de Jonnès ne dedusse questa tabella,
-ragguagliata alle monete e misure d'oggi:
-
- _Prezzi del lavoro_.
-
- Al bracciante per giornata 25 denari ll. 5. 62
- Al muratore » 11. 25
- Al manovale che rimesta la calcina » 11. 25
- Al marmorino che fa i musaici » 13. 50
- Al sarto, per fattura d'un abito » 11. 25
- Per fattura di calcei, scarpe de' patrizj » 33. 75
- di _caligæ_, scarpe di artigiani » 27.  —
- di soldati e senatori » 22. 50
- di donna » 13. 50
- di _campagi_, sandali militari » 16. 87
- Al barbiere, per uomo » — 45
- Al veterinario, per tosare gli animali e
- tagliar le unghie » 1. 35
- Al maestro architetto, e per ogni ragazzo
- al mese » 22. 50
- All'avvocato, per un'istanza ai tribunali » — 25
- Per una causa » 225.  —
-
- _Prezzo dei vini_.
-
- Il Piceno, Tiburtino, Sabino, Amineano,
- Sorrentino, Setino, Falerno, ogni litro ll. 13. 50
- Vino vecchio di prima qualità » 10. 90
- Vino rustico » 3. 60
- Birra (camum) » 1. 80
- Vino fatturato d'Asia (caranium mœonium) » 13. 50
- Vino d'orzo d'Attica » 10. 90
-
- _Carne alla libbra di Francia._
-
- Carne di manzo ll. 2. 40
- — d'agnello, capretto, porco » 3. 60
- Il lardo migliore » 4. 80
- I migliori presciutti di Vestfalia, della
- Cerdagna, o del paese dei Marsi » 4. 80
- Grasso di porco fresco » 3. 60
- Fegato di porco ingrassato con fichi (_ficatum_) » 4. 80
- Zampe di porco, ognuna » — 90
- Salame di porco fresco (_isicium_) del peso
- di un'oncia » — 40
- Salame di bue fresco (_isicia_) » 3. 37
- — di porco fumicato e condito (_lucanicæ_) » 3. 60
- — di bue fumicato » 3. 37
-
- _Selvaggina, prezzo medio per capo._
-
- Un pavone maschio ingrassato ll. 56. 25
- — femmina ingrassata » 45.  —
- — selvatico maschio » 28. 12
- — femmina » 22. 50
- Un'oca grassa » 45.  —
- — non ingrassata » 22. 50
- Un pollo » 13. 50
- Una pernice » 6. 75
- Un lepre » 33. 75
- Un coniglio » 9.  —
-
- _Pesce._
-
- Pesce di mare di prima qualità ll. 5. 40
- — di fiume id. » 2. 70
- — salato » 1. 35
- Ostriche al cento » 22. 50
-
- _Civaje._
-
- Lattuche delle migliori, ogni cinque ll. — 90
- Cavoli de' migliori, l'uno » — 90
- Cavolifiori de' migliori, ogni cinque » — 99
- Barbabietole delle migliori, ogni cinque » — 90
- Ramolacci i più grossi » — 90
-
- _Altri comestibili._
-
- Miele ottimo, al litro ll. 18.  —
- Olio di prima qualità » 18.  —
- _Liquamen_, stimolante per l'appetito » 2.  —
-
-Iscrizione di tanta importanza per gli economisti come per gli
-antiquarj, venne molto discussa, e se ne trassero conchiusioni ben
-diverse da quelle di Moreau de Jonnès. Nell'originale i prezzi sono
-determinati colla sigla *, che significa denaro, ma deve significare
-il denario _æreus_ di rame, moneta nuova battuta da Diocleziano, che
-valea la ventiquattresima parte del pezzo d'argento fino, vale a dire
-centotredici milligrammi, che oggi sarebbero due centesimi e mezzo. È
-da ricordare che Lattanzio (_De morte persecutorum_, c. 7) dichiara
-che quella tariffa era eccessivamente bassa, e perciò cessossi dal
-vendere, onde nacque carestia; e, dopo puniti molti di morte, fu duopo
-lasciarla cadere nell'oblio. Le valutazioni dunque date da Moreau de
-Jonnès ripugnano alla storia, non men che al fatto, il quale porta che
-i prezzi delle giornate son presso a poco sempre eguali, pareggiandosi
-a quel che è necessario per vivere.
-
-È peccato che le cifre del valor del grano, dell'orzo, della segala
-siano perdute; ma abbiamo il
-
- Miglio pisto al moggio L. 2 50
- Intero » » 1 25
- Panico » » 1 25
- Spelta mondata » » 2 50
- Fave non rotte » » 1 50
- Lenti » » 2 50
- Piselli » » 1 50
- Ceci » » 2 50
- Avena » » 0 75
- Lupino crudo » » 1 50
- Fagiuoli secchi » » 2 50
-
-Così 13 litri di sale sono a L. 2.50; la libbra di carne suina 0.30;
-di manzo, di cara e montone 0.20; di lardo 0.40; di prosciutto 0.50;
-di agnello e capretto 0.30; di porcello 0.40; la sugna 0.05; il burro
-0.40; mezzo litro d'olio 0.30; del sopraffino 1; le ulive 0.10; i vini
-d'Italia da 20 a 30 denari, cioè dai 50 ai 75 centesimi; la birra da 5
-a 10 centesimi.
-
-Quanto alle giornate, quella del contadino sarebbe di L. 0.65; di
-muratore, falegname, fornaciajo di calce, fabbro, panattiere 1.25;
-marmorajo, terrazziere di musaico 1.50; asinajo, camellajo, bardotto
-(_bardonarius_), pastore centesimi 50 col vitto; mulattiere, porta
-acqua, curator di condotti con vitto e per l'intera giornata centesimi
-65. Al pedagogo, al maestro di leggere e scrivere 1.25; 1.90 al
-maestro di calcolo e stenografia; 5 al grammatico greco; 2.50 al
-maestro architetto; al garzone del bagno centesimi 5; per le scarpe
-da mulattiere e paesano senza chiodi ogni pajo 3, da soldati 2.50,
-da patrizj 3.75, da donna 1.50; il legno di quercia per una misura di
-quattordici sopra sessantotto cubiti 6.25; di frassino per quattordici
-cubiti sopra quarantotto dita, 5.
-
-I calcoli e i ragionamenti di Dureau de la Malle tendono a stabilire
-che il ragguaglio fra i metalli preziosi e il prezzo medio del grano,
-delle giornate, del soldo militare, era, sotto l'impero romano, a un
-bel circa quello della Francia odierna.
-
-[254] Digesto, tit. _De publicanis et vectigalibus_.
-
-[255] _Minima computatione, millies centena millia sestertium annis
-omnibus India et Seres, peninsulaque illa (Arabia) imperio nostro
-adimunt; tanto nobis deliciæ et fœminæ constant._ Nat. hist., XII. 41.
-
-[256] — Io mostrerò nella prima epoca, che i Romani, poveri soldati,
-non ebbero nè genio nè cognizione di commercio; nella seconda, che i
-Romani, grandi e potenti colla guerra, trascurarono per orgoglio il
-commercio, e non pensarono che ad arricchirsi colle spoglie di tutte
-le nazioni; nella terza, che i Romani, schiavi e voluttuosi, con un
-commercio passivo e rovinoso, caddero nella povertà e nella barbarie.
-MENGOTTI, _Del commercio de' Romani_; memoria premiata dall'Istituto di
-Francia.
-
-[257] Ma i poeti non sapevano immaginare a quella spedizione altro
-scopo che di conquiste. Vedasi Orazio; e così Properzio, III. 4:
-
- _Arma Deus Cæsar dites meditatur ad Indos,_
- _Et freta gemmiferi findere classe maris._
- _Magna viæ merces; parat ultima terra triumphos;_
- _Tigris et Euphrates sub tua jura fluent._
- _Seres et ausoniis venient provincia virgis..._
- _Ite agite; expertæ bello date lintea proræ._
-
-[258] OROSIO, VII. 16.
-
-[259] Tacito lo rammenta più volte, e così Filostrato, IV. 12, V. 1;
-Plinio Cecilio, _Epist_. III. 11; Origene, _contra Celsum,_ III. 66;
-san Giustino, _Apolog_. II. 8. — Vedi BURIGNY, _Mémoires de l'Académie
-des Inscriptions_, tom. XXXI.
-
-[260] La prima edizione certa di Plinio fu fatta da Giovanni di Spira
-in Venezia il 1469: fino al 1480 se n'erano fatte sei ristampe, ma
-tutte scorrette in modo, che Erasmo diceva, chi pigliasse a restituire
-Plinio, si torrebbe sulle braccia tanta briga, quanta chi prende
-una nave o una moglie. Le edizioni di Plinio finiscono alla parola
-_Hispania quacumque ambitur mari_. Nel 1831, in un manoscritto
-di Bamberga, Luigi De Jan professore a Schweinfurt trovò la fine
-dell'opera, che dà un quadro comparativo della storia naturale
-nei paesi posti sotto zone diverse, loda l'Europa meridionale e
-specialmente la Spagna, «ove la dolcezza di un clima temperato dovette,
-giusta il dogma dei primi Pitagorici, ajutar di buon'ora la stirpe
-umana a spogliare la rozzezza selvaggia». A Gotha nel 1855 si fece
-un'edizione sopra un codice che dà il titolo vero dell'opera: CAJI
-PLINII SECUNDI _naturæ historiarum_, lib. XI. XII. XIII. XIV. XV,
-_fragmenta edidit e codice rescripto sæculi quarti D.r _Fridegarius
-Mone__.
-
-Pel paragone che facciamo qui sotto, potrebbero contrapporsi il gonfio
-elogio che di Plinio fece Buffon nel secolo passato, e il severo
-giudizio che nel nostro ne portò Isidoro Geoffroy Saint-Hilaire (_Essai
-de Zoologie générale_, par. I. I. 5) dicendo: — Passare da Aristotele
-a Plinio è un ricadere da tutta l'altezza che separa l'invenzione
-e il genio dalla compilazione fiorita e dal discorso spiritoso...
-Plinio è un mero compilatore, forse più elegante, ma altrettanto meno
-scrupoloso... Aristotele quattro secoli prima avea ridotte al giusto
-valore queste inezie vulgari».
-
-[261] _Nat. hist._, III. 7; VIII. 55; II. 7.
-
-[262] _Nat. hist_., VII. 2. 3. 6. 46; VIII. 66. 67; XXVIII. 2. 3. 4; V.
-30.
-
-[263] _Terra solida et globosa undique in sese nutibus suis conglobata.
-— Omnes ejus partes medium capescentes nituntur æqualiter_. De nat.
-Deorum, II. 39 e 45.
-
-[264] II. 5 e 1.
-
-[265] XXXIII. 1. 3. 4. 13. XIX. 1. 4.
-
-[266] VII. 1. 7; II. 13. 1.
-
-[267] XXX. 4; III. 6. 2.
-
-[268] I classici riboccano d'inesattezze geografiche. Cicerone,
-nel _Sogno di Scipione_, mostrossi ben addietro di quel che già si
-conosceva. Orazio dà per estremi della terra la Bretagna e il Tanai.
-Virgilio fa scorrere il Nilo per l'India (_Georg_., IV. 293; e vedi
-pure Lucano, X. 292). La Bretagna fu appuntino descritta da Giulio
-Cesare; eppure Tacito dice che Agricola scoperse ch'era isola, le
-dà la forma d'uno scudo o di un'ascia, e soggiunge che all'oriente
-ha la Germania, a mezzodì la Gallia, ad occidente la Spagna, a mezza
-strada incontrando l'Irlanda. Per Plinio la Scandinavia è un'isola, e
-comunque raccoglitore appassionato, sembra ch'e' non abbia conosciuto
-Strabone, osservatore tanto più arguto di lui. Tolomeo è inesattissimo
-nella geografia dell'Italia; colpa sua o degli scrivani: nel solo
-breve tratto riferibile all'alta Italia, pone fra i Cenomani Bergamo,
-Mantova, Trento, Verona, appartenenti agli Euganei, ai Levi, ai Reti,
-ai Veneti; fa nascere il Po presso il lago di Como; la Dora presso
-il lago Penino, poi piegare verso quel di Garda; dopo le foci del Po
-colloca quelle dell'Atriano (il Tartaro?), dimenticando l'Adige; pone
-come città mediterranee nei Carni Aquileja e Concordia, e nei Veneti
-Altino e Adria che erano a mare; a occidente della Venezia colloca i
-Becuni, nome ignoto, che forse accenna i Camuni o i Breuni, genti ad
-ogni modo di poca importanza, ecc. Floro dà Capua per città marittima,
-e fa due monti diversi il Massico ed il Falerno. Plinio critica
-Dicearco d'aver detto che il più alto dei monti sia il Pelio di mille
-ducencinquanta passi, mentre «non s'ignora che alcune cime delle Alpi
-si elevano fin a cinquantamila passi».
-
-[269]
-
- _... Disco, qua parte fluat vincendus Araxes,_
- _Quot sine aqua Parthus millia currat eques._
- _Cogor et e tabula pictos ediscere mundos;_
- _Qualis et hæc docti sit positura Dei;_
- _Quæ tellus sit lenta gelu, quæ putris ab æstu;_
- _Ventus in Italiam qui bene vela ferat._
- PROPERZIO, IV. 3.
-
-[270] VARRONE, _De re rustica_, lib. I. c. 2.
-
-[271] PLINIO, _Nat. hist_., III. 3. 14.
-
-[272] Invece di fare questa superficie = _a_/4 √3 (se si chiami _a_
-il lato), Columella la suppose = 13_a_/30; il che dà √3 = 26/15, ossia
-√675 = 26. Vedi lib. V. c. 2.
-
-[273] PLINIO, _Epist_. IX. 61.
-
-[274] Che scriveva a suo figlio, _jurarunt inter se Barbaros necare
-omnes medicina. Et hoc ipsum mercede faciunt, ut fides iis sit, et
-facile disperdant. Nos quoque dictitant Barbaros, et spurcius nos quam
-alios Opicos appellatione fœdant. Interdixi de medicis._ Ap. PLINIO,
-XXIX. 1.
-
-[275] BIANCONI, _Lettere Celsiane_, 1779. Brillanti e false.
-
-[276]
-
- _Inscribas chartæ quod dicitur Abracadabra_
- _Sæpius; et subter repetas, sed detrahe summæ;_
- _Et magis atque magis desint elementa figuræ_
- _Singula quæ semper rapias et cætera figes,_
- _Donec in angustum redigatur litera conum._
- _His lino nexis collum redimire memento._
-
-[277] PLINIO, _Nat. hist._, XXVI. 1; XXIX. 1. — A Vicenza una
-iscrizione ricorda un oculista: Q. CLODIVS o. LIBERTVS NIGER MEDICVS
-OCVLARIVS SIBI ET Q. CLODIO Q. L. SALVIO PATRONO.
-
-[278] _Est eloquentia una quædam de summis virtutibus_. CICERONE, De
-oratore.
-
-[279] _Jucunda senibus, dulcis secretorum comes_. QUINTILIANO,
-Instit. orat. lib. i. 4. Egli raccomanda assai la grammatica, la
-quale insegna il modo di scrivere e parlare corretto, secondo la
-_ragione_, l'_antichità_, l'_autorità_ e l'_uso_. Da lui attingiamo
-queste particolarità sull'educazione, e dal dialogo _De corrupta
-eloquentia_, attribuito da chi a Quintiliano, da chi a Tacito, da
-nessuno con bastanti ragioni. L'unico riscontro forse che militi per
-quest'ultimo, è un certo fare a lui proprio, per esempio quel vezzo di
-sinonimia _nova et recentia jura, vetera et antiqua nomina, incensus ac
-flagrans animus_, ecc. ricorre in esso dialogo, ove troviamo _memoria
-ac recordatione, veteres ac senes, vetera ac antiqua, nova et recentia,
-conjungere et copulare_; ma è piuttosto moda del tempo che dell'autore.
-
-[280] Quintiliano (_Instit. orat_., XII) dice: _Si ipsa vox fuerit
-surda, rudis, immanis, rigida, vana, præpinguis, aut tenuis, inanis,
-acerba, pusilla, mollis, effeminata... Ornata est pronuntiatio, cui
-suffragatur vox facilis, magna, beata, flexibilis, firma, dulcis,
-durabilis, clara, pura, secans, aerea, et auribus sedens._
-
-[281]
-
- _Et nos ergo manum ferulæ subduximus, et nos
- Consilium dedimus Sullæ, privatus ut altum
- Dormiret,_
-
-dice Giovenale, _Sat_. I. 15; e non parrà vero che altrettanto abbiam
-fatto noi nelle scuole del secolo XIX.
-
-[282] Le abbiamo dedotte dalle _Deliberazioni_ e dalle _Controversie
-_di Seneca, e parte da Luciano.
-
-[283] _Satyricon_, cap. I.
-
-[284] _Instit. orat_., X.
-
-[285] _Si antiquum sermonem nostro comparamus, pæne jam quicquid
-loquimur figura est_.
-
-[286] _Plerumque nudæ illæ artes, nimia subtilitatis affectatione
-frangunt atque concidunt quicquid est in oratione generosius, et omnem
-succum ingenii bibunt, et ossa detegunt, quæ ut esse et astringi nervis
-suis debent, sic corpore operienda sunt._
-
-[287] _Quibus componendis paullo plus quam biennium, tot alioqui
-negotiis districtus, impendi; quod tempus, non tam stylo, quam
-inquisitioni instituti operis prope infiniti, et legendis auctoribus
-qui sunt innumerabiles, datum est... Usus deinde Horatii consilio, qui
-in Arte Poetica suadet ne præcipitetur editio, nonumque prematur in
-annum, dabam iis otium, ut refrigerato inventionis amore, diligentius
-repetitos tamquam lector perpenderem._
-
-[288] Non pajono sue quelle che ora ne portano il nome.
-
-[289] Abbastanza aveva di che gemere un cuor paterno, buono come
-quello di Quintiliano; eppure egli non sa dimenticarsi gli artifizj di
-scrittore, se non altro per rinnegarli (_non sum ambitiosus in malis,
-nec augere lacrymarum causas valeo_); esce in vane querimonie colla
-fortuna, e dopo aver detto così affettuosamente: — Questo fanciullo
-era tutto carezze per me, mi preferiva alle nutrici sue, alla nonna che
-assisteva alla sua educazione, a quanto piace a quell'età», vi respinge
-la lacrima dagli occhi col soggiungere che questo era un lacciuolo
-tesogli dal destino per viepiù martoriarlo, e colle esagerate proteste
-di non voler più a lungo soffrire la vita. _Illud vero insidiantis, quo
-me validius cruciaret, fortunæ fuit, ut ille mihi blandissimus, me suis
-nutricibus, me aviæ educanti, me omnibus qui sollicitare illas ætates
-solent, anteferret. Tuos-ne ego, o meæ spes inanes, labentes oculos,
-tuum fugientem spiritum vidi? Tuum corpus frigidum exsangue complexus,
-animam recipere, auramque, communem haurire amplius potui? dignus his
-cruciatibus, quos fero, dignus his cogitationibus. Te-ne consulari
-nuper adoptione ad omnium spes honorum patris admotum; te avunculo
-prætori generum destinatum; te omnium spe atticæ eloquentiæ candidatum,
-superstes parens tantum ad pœnas, amisi! Et, si non cupido lucis, certe
-patientia vindicet te reliqua mea ætate; nam frustra mala omnia ad
-fortunæ crimen relegamus: nemo nisi sua culpa diu dolet_... Introd. ad.
-lib. VI.
-
-[290] Eumenio lo dice _eloquentiæ romanæ non secundum, sed alterum
-decus._ Vedi indietro, pag. 255.
-
-[291] Essendogli morto un nipotino, scrive a Marc'Aurelio una lunga
-lettera di sfogo, che è tra le scoperte dal Maj. _Me consolatur ætas
-mea, prope jam edita et morti proxima. Quæ cum aderit, si noctis, si
-lucis id tempus erit, cœlum quidem consalutabo discedens, et quæ mihi
-conscius sum protestabor. Nihil in longo vitæ meæ spatio a me admissum,
-quod dedecori aut probro aut flagitio foret; nullum in ætate agunda
-avarum, nullum perfidum facinus meum exstitisse; contraque multa
-liberaliter, multa amice, multa fideliter, multa constanter, sæpe
-etiam cum periculo capitis consulta. Cum fratre optimo concordissime
-vixi; quem patris vestri bonitate summos honores adeptum gaudeo, vestra
-vero amicitia satis quietum et multum securum video. Honores quos ipse
-adeptus sum, nunquam improbis rationibus concupivi. Animo potius quam
-corpori juvando operam dedi. Studia dottrinæ rei familiari meæ prætuli.
-Pauperem me, quam ope cujusquam adjutum, postremo egere me quam poscere
-malui. Sumtu nunquam prodigo fui, quæstui interdum necessario. Verum
-dixi sedulo, verum audivi libenter. Potius duxi negligi quam blandiri,
-tacere quam fingere, infrequens amicus esse, quam frequens adsentator.
-Pauca petii, non pauca merui. Quod cuique potui, pro copia commodavi.
-Merentibus promptius, immerentibus audacius opem tuli. Neque me parum
-gratus quispiam repertus segniorem effecit ad beneficia quæcumque
-possem prompte impertienda. Neque ego unquam ingratis offensior fui._
-
-[292] Esprime tal suo pensiero massimamente nel giudicar Cicerone. _Eum
-ego arbitror usquequaque verbis pulcherrimis elocutum, et ante omnes
-alios oratores ad ea quæ ostentare vellet, ornanda, magnificum fuisse.
-Verum is mihi videtur a quærendis scrupulosius verbis abfuisse, vel
-magnitudine animi, vel fuga laboris, vel fiducia, non quærenti etiam
-sibi, quæ vix aliis quærentibus subvenirent, præsto adfutura. Itaque
-videor, ut qui ejus scripta omnia studiosissime lectitaverim, cetera
-eum genera verborum copiosissime uberrimeque tractasse, verba propria,
-translata, simplicia, composita, et quæ in ejus scriptis amœna;
-quam tamen in omnibus ejus orationibus paucissima admodum reperias
-insperata atque inopinata verba, quæ nonnisi cum studio atque cura,
-atque vigilia, atque veterum carminum memoria indagatum. Insperatum
-autem atque inopinatum verbum appello, quod præter spem atque opinionem
-audientium aut legentium promitur; ita ut si subtrahas, atque eum qui
-legat quærere ipsum jubeas, aut nullum, aut non ita ad significandum
-adcommodatum verbum aliud reperiat._
-
-Opponiamo a questa dottrina Cicerone stesso, il quale diceva
-nell'_Oratore_: _Rerum copia verborum copiam gignit_; e altrove:
-_Res atque sententiæ vi sua verba parient, quæ semper satis ornata
-mihi quidem videri solent, si ejusmodi sunt ut ea res ipsa peperisse
-videatur._
-
-[293] _Te, domine_ (scrive a Marc'Aurelio), _ita compares, ubi quid
-in cætu hominum recitabis, ut scias auribus serviendum: plane non
-ubique, nec omni modo... Ubique populus dominatur et præpollet. Igitur
-ut populo gratum erit, ita facies atque dices. Hic summa illa virtus
-oratoris atque ardua est, ut non magno detrimento rectæ eloquentiæ
-auditores oblectet... Vobis præterea, quibus purpura et cocho uti
-necessarium est, eodem cultu nonnunquam oratio quoque amicienda
-est. Facies istud, et temperabis et moderaberis optimo modo ac
-temperamento_.
-
-[294] _Ego hodie a septima in lectulo nonnihil legi: nam εἰκώνας
-decem ferme expedivi_. Eppure Frontone avea fama di secco e robusto,
-onde Macrobio (_Saturn_., v. 1) scrive: _Quatuor sunt genera dicendi:
-copiosum, in quo Cicero dominatur; breve, in quo Sallustius regnat_ (e
-non Tacito?); _siccum, quod Frontoni adscribitur; pingue et floridum,
-in quo Plinius Secundus quondam, et nunc nullo veterum minor Symmachus
-luxuriatur_.
-
-[295] La prima edizione, fatta in Bologna nel 1498, ne contiene poche;
-le altre furono ritrovate in Francia dall'architetto frà Giocondo, e da
-Aldo Manuzio pubblicate in Venezia il 1508.
-
-[296] Lib. VII. 20.
-
-[297] Quest'Artemidoro, giunto in Atene, cerca qualche casa; e gliene
-indicano una grande e bella eppur deserta, perchè ogni mezzanotte
-vi si sentiva fracasso di catene, poi compariva un vecchio, scarno,
-arruffato, coi ferri ai piedi e alle mani. Artemidoro, spirito forte,
-compra la casa a poco prezzo, vi si alloggia, mettesi a scrivere; ma
-a mezzanotte ecco lo spettro, che gli fa segno col dito. Artemidoro
-gli accenna che aspetti, ma l'altro raddoppia il fragore, sicchè il
-filosofo si alza, prende la lucerna e segue il fantasma. Era l'ombra
-d'uno quivi trucidato, che chiedeva le estreme esequie; fatte le quali,
-Artemidoro godè tranquillamente la sua casa.
-
-Voi credevate simile storiella inventata dai frati nell'ignorante
-medioevo; e potete leggerla in Plinio, _Epist_. VII. 27.
-
-[298] _Epist_. I. 8.
-
-[299] _Epist._ VII. 30.
-
-[300] Sul lago di Como è ancora una fonte intermittente, alla villa
-che appunto da ciò dicesi Pliniana; ma non ha il minimo vestigio di
-antichità: mentre la Commedia vorrebbe collocarsi a Lenno, la Tragedia
-a Bellagio.
-
-[301] Altri suicidj sono menzionati con lode da Plinio. Il suo tutore
-Aristone, sentendosi preso da febbre, disse a Plinio: — Sentite il
-mio medico, io non sono insensibile alle preghiere di mia moglie,
-alle lacrime di mia figlia, all'inquietudine dei miei amici, ma non
-voglio patimenti inutili»; e Plinio gli promise d'avvertirlo quando
-fosse opportuno uccidersi, ma fortunatamente guarì. Rufo, fratello di
-Spurina, uomo d'alta ragione, preso dalla gotta, disse a Plinio che
-aveva stabilito di lasciarsi morire, nè preghiere di parenti o d'amici
-valsero a stornarlo.
-
-[302] Quando si tratta di delineare qualunque sia edifizio degli
-antichi, s'incontrano mille difficoltà. Forse venti diversi piani
-si fecero della villa di Plinio, diversissimi tra loro. L'architetto
-francese L. P. Hudebourt scrisse, nel 1838, _Le Laurentin, maison de
-campagne de Pline le Jeune, restituée d'après la description de Pline_;
-e può dar idea delle ville romane, per riscontro al _Palais de Scaurus_
-(pag. 259, vol. II).
-
-[303] _Epist_. VI. 17.
-
-[304] GIOVENALE, v. 82-93.
-
-[305] _Epist_. VIII. 21.
-
-[306] _Epist_. I. 13.
-
-[307]
-
- _Omnis in hoc gracili xeniorum turba libello_
- _Constabit nummis quatuor emta tibi._
- _Quatuor est nimium; poterit constare duobus,_
- _Et faciet lucrum bibliopola Triphon._
- _Hæc licet hospitibus pro munere disticha mittas,_
- _Si tibi tam rarus quam mihi nummus erit._
- MARZIALE, XIII. 3.
-
-[308]
-
- _Ille tuis toties præstrinxit tempora sertis_
- _Cum stata laudato caneret quinquennia versu..._
- _Sit pronum vicisse domi. Quid achea mereri_
- _Præmia, nunc rami Plœbi, nunc germine Lernæ,_
- _Nunc Athamantæa protectum tempora pinu?_
-
-Così suo figlio (_Sylv._, v. 3), che non dubita paragonarlo ad Omero e
-a Virgilio. Adulava il padre come adulava i tiranni.
-
-[309]
-
- _... Me fulmine in ipso_
- _Audivere patres; ego juxta busta profusis_
- _Matribus, atque piis cecini solatia natis._
- Sylv. II. 1.
-
-[310]
-
- _Psittace, dux volucrum, domini facunda voluptas,_
- _Humanæ solers imitator, Psittace, linguæ,_
- _Quis tua tam subito præclusit murmura fato?_
- Ivi, 4.
-
-[311] _Sylv._ II. 5. Per quel leone Marziale fece dieci epigrammi.
-
-[312] PLINIO, _Epist._ VI. 17.
-
-[313] — Dianzi io pregava Giove a darmi poche migliaja di lire, ed egli
-mi rispose: _Te le darà quegli che a me dà i tempj_. Tempj diede egli
-a Giove, ma non a me le mille lire; eppure avea letto la mia petizione
-così benigno, come quando concede il diadema ai supplichevoli Geti,
-e va e torna per le vie del Campidoglio. O Pallade, segretaria del
-tonante nostro, dimmi: se egli negando ha tal volto, qual l'avrà nel
-concedere? — Così io; ma Pallade rispose: _Stolto! credi tu negato ciò
-che non fu concesso ancora? Epigr._ VI. 10.
-
-E nel IV. 92: — Se a cena m'invitassero contemporaneamente Cesare
-e Giove, quand'anche le stelle fossero vicine, lontana la reggia,
-risponderei ai Numi: _Cercate chi voglia essere convitato dal tonante;
-me tiene in terra il Giove mio_.
-
-[314] Lib. IV. 4; VIII. 39.
-
-[315] Vedi il libro XIII, intitolato _Xenia_.
-
-[316]
-
- _Tu sub principe duro,_
- _Temporibusque malis, ausus es esse bonus._
- Lib. XII. 6.
-
-[317]
-
- _Miratur scythicas virentis auri_
- _Flammas Jupiter, et stupet superbi_
- _Regis delicias, gravesque luxus._
- Ivi, 15.
-
-[318] Delle oscenità scusavasi cogli esempj: _Sic scribit Catullus, sic
-Marsus, sic Pedo, sic Getulicus_. Pref. al lib. I.
-
-[319] Lib. X. 47.
-
-[320] _Sunt bona, sunt quædam mediocria, sunt mala plura_. Lib. i. 16.
-
-[321] Per rimpatto, Andrea Navagero ogn'anno in determinato giorno
-bruciava alcune copie di Marziale, olocausto al buon gusto.
-
-[322]
-
- _Cæsar in arma furens, nullas nisi sanguine fuso_
- _Gaudet habere vias._
- Lib. II.
-
-[323]
-
- _Immergitque manus oculis..._
- _... Et siccæ pallida rodit_
- _Excrementa manus; laqueum nodosque recentes_
- _Ore suo rumpit; pendentia corpora carpsit._
- _... Percussaque viscera nimbis_
- _Vulsit..._
- _Stillantis tabi saniem..._
- _Sustulit, et nervo morsus retinente pependit._
- Lib. VI.
-
-[324]
-
- _Causa Diis victrix placuit, sed victa Catoni._
-
-[325]
-
- _Sunt nobis nulla profecto_
- _Numina, cum cæco rapiantur sæcula casu._
- _Mentimur regnare Jovem..._
- _Mortalia nulli_
- _Sunt cura Deo._
- Lib. VII.
-
-[326]
-
- _Mors utinam pavidos vitæ subducere nolles,_
- _Sed virtus te sola daret._
- Lib. IV.
-
-[327] Parlando del guerriero resuscitato dalla maga Tessala:
-
- _Ah miser, extremum cui mortis munus iniquæ_
- _Eripitur, non posse mori!..._
- _Sit tanti vixisse iterum, nec verba, nec herbæ_
- _Audebunt longæ somnum tibi rumpere Lethes_
- _A me morte data._
- Lib. VI.
-
-[328]
-
- _Nam si quid latiis fas est promittere musis_
- _Quantum smyrnæi durabunt vatis honores,_
- _Venturi me, teque legent_ (Nerone): _Pharsalia nostra_
- _Vivet, et a nullo tenebris damnabitur ævo._
- Lib. IX.
-
-[329] I primi libri dell'_Argonautica_ furono trovati dal Poggio
-fiorentino nel convento di San Gallo; gli altri dappoi. Giambattista
-Pio ne fece un'edizione nel 1519, supplendo del suo quel che manca del
-libro VIII, e il IX e X.
-
-[330] Il Petrarca tentò poi il soggetto medesimo nella sua _Africa_,
-o persuaso che il poema di Silio fosse perduto, o, come altri
-malignarono, credendo possederne egli l'unica copia. L'accusa di
-plagio, datagli da Lefèbvre de Villebrune nel 1781, fu confutata dal
-Baldelli, _Illustrazioni_ ecc., pag. 199, e dal Ginguené, note al vol.
-II dell'_Histoire littéraire_. Durante il concilio di Costanza, il
-Poggio scoperse il poema intero.
-
-[331] Dopo aver detto nel primo atto delle _Trojane_:
-
- _... Felix Priamus_
- _... nunc Elysii_
- _Nemoris tutis errat in umbris_
- _Interque pias felix animas_
- _Hectora quærit;_
-
-nel secondo soggiunge:
-
- _Post mortem nihil est, ipsaque mors nihil..._
- _Quæris quo jaceas post obitum loco?_
- _Quo non nata jacent._
-
-[332] In _Tieste_, Atreo imbandisce a questo i figli, e gli dice:
-
- _Expedi amplexus pater;_
- _Venere, natos ecquid agnoscis tuos?_
-
-Tieste risponde:
-
- _Agnosco fratrem._
-
-Medea tradita, esce al bel principio furibonda, e fra l'altre cose
-esclama:
-
- _Parta jam, parta ultio est;_
- _Peperi;_
-
-e quando la nudrice la compiange perchè più nulla le sia rimasto, non
-congiunti, non ricchezze, essa risponde:
-
- _Medea superest._
-
-Nell'_Ippolito_, Teseo chiede a Fedra qual delitto creda dover colla
-morte espiare; essa risponde:
-
- _Quod vivo._
-
-Il coro di Corintj nella _Medea_ parve profezia del grande ardimento di
-Cristoforo Colombo, annunciato così da uno Spagnuolo quattordici secoli
-prima che la Spagna lo ajutasse e punisse:
-
- _Venient annis sæcula seris,_
- _Quibus oceanus vincula rerum_
- _Laxet, et ingens pateat tellus,_
- _Tethysque novos detegat orbes,_
- _Nec sit terris ultima Thule._
-
-[333] Nella _Satira_ I esclama: — Chi può tenersi dallo scrivere satire
-all'aspetto d'una città iniqua? chi è tanto ferreo da frenarsi allorchè
-incontra la nuova lettiga dell'avvocato Matone riempiuta dalla pingue
-sua pancia? E che? tanti vizj non li flagellerò io co' miei versi? Chi
-può dormire fra questi padri che corrompono le nuore avare, fra sposi
-infami e adulteri giovinetti? Se natura me lo niega, la collera detta i
-versi alla meglio come li facciamo Cluvieno ed io».
-
-Ecco l'impeto patriotico sfumare in un frizzo personale. Nerone
-matricida è un Oreste, ma peggior di quello perchè montò sul teatro.
-Narrando di un Egiziano di Copto divorato da quelli di Tèntira per
-diversità di numi, sta a dimostrarvi l'atrocità del misfatto, perchè
-le serpi non mangiano serpi, e l'orso vive sicuro coll'orso; e finisce
-col riflettere cosa n'avrebbe detto Pitagora, il quale neppur tutti i
-legumi permetteva.
-
-[334]
-
- _Quidquid agunt homines, votum, timor, ira, voluptas,_
- _Gaudia, discursus, nostri est farrago libelli._
-
-[335] Certi precettori e certi verseggiatori d'oggi che cosa diranno
-all'udire che Giovenale, sedici secoli fa, già trovava assurdo l'uso
-della mitologia nei versi?
-
- _Nota magis nulli domus est sua, quam mihi lucus_
- _Martis, et æoliis vicinum rupibus antrum_
- _Vulcani; quid agant venti, quas agat umbras_
- _Æacus etc._
- Sat. I.
-
-[336] Vedi la Sat. XIII.
-
-[337]
-
- _... Semita certa_
- _Tranquillæ per virtutem patet unica vitæ..._
- _Nesciat irasci, cupiat nihil, et potiores_
- _Herculis ærumnas credat, sævosque labores_
- _Et venere, et cœnis, et pluma Sardanapali._
- Sat. X.
-
-[338]
-
- _... Agmine facto,_
- _Debuerant olim tenues migrasse Quirites._
- Sat. III.
-
-[339]
-
- _Messe tenus propria vive; et granaria, fas est,_
- _Emole. Quid metuas? occa, et seges altera in herba est._
- Sat. VI.
-
-[340]
-
- _Nil tibi concessit ratio; digitum exsere; peccas;_
- _Et quid tam parvum est?_
- Sat. V.
-
-[341] Svetonio conservò un buon dato di queste satire. Allorchè Cesare
-introduceva molti Galli in senato, cantavasi per le vie:
-
- _Gallos Cæsar in triumphum ducit, idem in curiam;_
- _Galli bracas deposuerunt, latum clavum sumpserunt._
-
-E quando faceva lui ogni cosa, togliendo la mano al collega Bibulo:
-
- _Non Bibulo quidquam nuper, sed Cæsare factum est;_
- _Nam Bibulo fieri consule nil memini._
-
-Sotto le sue statue si lesse:
-
- _Brutus quia reges ejecit, consul primus factus est;_
- _Hic quia consules ejecit, rex postremo factus est._
-
-Allorchè Augusto, nel tempo della proscrizione, ambiva i vasi corintj,
-alla sua statua fu scritto:
-
- Pater argentarius, ego corinthiarius.
-
-E alludendo alla sua smania del giuocare:
-
- _Postquam bis classe victus naves perdidit,_
- _Aliquando ut vincat, ludit assidue aleam._
-
-E quando Livia, dopo tre mesi di matrimonio, gli partorì Druso:
-Τοῖς εὐτυχοὔσι καὶ τρίμενα παιδία, cioè: Ai fortunati nascono sin i
-fanciulli di tre mesi.
-
-Quando egli imbandì quel banchetto di lasciva empietà:
-
- _Cum primum istorum conduxit mensa choragum_
- _Sexque deos vidit Mallia, sexque deas:_
- _Impia dum Phœbi Cæsar mendacia ludit,_
- _Dum nova Divorum cœnat adulteria:_
- _Omnia se a terris tunc numina declinarunt,_
- _Fugit et auratos Jupiter ipse thoros._
-
-Più violento fu questo contro Tiberio:
-
- _Asper et immitis, breviter vis omnia dicam?_
- _Dispeream, si te mater amare potest._
-
-E contro lo stesso:
-
- _Non es eques. Quare? non sunt tibi millia centum;_
- _Omnia si quæras, et Rhodos exsilium est._
- _Aura mutasti Saturni sæcula, Cæsar:_
- _Incolumi nam te, ferrea semper erunt._
- _Fastidit vinum, quia jam sitit iste cruorem:_
- _Tam bibit hunc avide, quarti bibit ante merum._
- _Adspice felicem sibi, non tibi, Romule, Sullam;_
- _Et Marium, si vis, adspice, sed reducem;_
- _Nec non Antoni, civilia bella moventis,_
- _Nec semel infectas adspice cæde manus._
- _Et dic, Roma perit, regnabit sanguine multo_
- _Ad regnum quisguis venit ab exilio._
-
-Il matrimonio di Nerone ferivano i seguenti:
-
- Νέρον, Ορέστης, Αλκμαίων, μητροκτονοι.
- Νεονύμφον Νέρων, ἰδίαν μητέρ ἀπέκτεινεν.
- _Quis negat Æneæ magna de stirpe Neronem?_
- _Sustulit hic matrem, sustulit ille patrem._
- _Dum tendit citharam noster, dum cornea Parthus,_
- _Non erit Pæan, ille_ ἐκατηβελέτης.
-
-Sull'immensa fabbrica del Palazzo aureo:
-
- _Roma domus fiet; Vejos migrate Quirites,_
- _Si non et Vejos occupat ista domus._
-
-Nerone diede Poppea a Otone da custodire col titolo di sposo e
-null'altro; e avendone quegli voluto usurpare i diritti, lo sbandì.
-Allora fu scritto:
-
- _Cur Otho mentito sit, quæritis, exsul honore?_
- _Uxoris mœchus cœperat esse suæ._
-
-Non ho potuto consultare i _Versus ludicri in Romanorum Cæsares
-priores olim compositi; collatos, recognitos, illustratos edidit_ G. H.
-HEINRICHIUS. Ala 1810.
-
-[342] Medaura era colonia romana; eppure Apulejo, figlio di uno de'
-primi magistrati (duumviro), non intendeva parola di latino quando
-venne a Roma: così il figliastro suo non parlava che il punico, e
-intendeva un po' di greco in grazia della madre tessala; _Loquitur
-nunquam nisi punice; et si quid adhuc a matre græcisat: latine enim
-neque vult, neque potest._ _Apolog._ Ciò smentisce chi crede il latino
-fosse comune in tutte le colonie. Aggiungiamo che ad Apulejo l'imparare
-il latino in Roma senza maestro parve fatica portentosa: _Quiritium
-indigenum sermonem ærumnabili labore, nullo magistro præeunte,
-aggressus excolui._ _Metam._
-
-[343] _Sacris pluribus initiatus, profecto nosti sanctam silentii
-fidem._ _Metam._ E nell'_Apolog._: _Sacrorum pleraque initia in
-Græcia participavi; eorum quædam, in signa et monumenta tradita mihi
-a sacerdotibus, sedulo conservo... Ego multijuga sacra, et plurimos
-ritus, et varias cæremonias, studio veri et officio erga deos didici._
-
-[344] _Mihi in incerto judicium est, fato ne res mortalium et
-necessitate immutabili, an sorte volvantur._ Annal., VI. 22.
-
-[345] _Cunctas nationes et urbes populus, aut primores, aut singuli
-regunt: delecta ex his et consociata reipublicæ forma laudare facilius
-quam evenire; vel si evenit, haud diuturna esse potest_. Annal., IV.
-53.
-
-[346] JACOBS, _Des Vell. Paterculus röm. Geschichte übersetz von etc_.
-Lipsia 1793.
-
-MORGENSTERN, _De fide historica Vell. Paterculi, in primis de
-adulatione ei objecta_. Ivi 1800.
-
-[347] In _Agricola_, 30 e 31.
-
-[348] _De moribus Germanorum_, 33.
-
-[349] I. 12; II. 15.
-
-[350] Credo interpolato quel capitoletto ne' manoscritti, e lo stile
-l'annunzia posteriore.
-
-[351] _Luna deficere cum aut terram subiret, aut sole premeretur_. IV.
-10. Gli errori ne rilevò Le Clerc in calce alla sua _Ars critica_.
-
-[352] PLINIO, _Nat. Hist_., XXVIII. 2.
-
-[353] _Negli Scrittori della Storia Augusta son comprese le vite di_
-
- Adriano per Elio Sparziano
- Antonino Pio » Giulio Capitolino
- Elio Vero » Sparziano
- » Capitolino
- Marc'Aurelio » Capitolino
- Avidio Cassio » Vulcazio Gallicano
- Comodo » Elio Lampridio
- Pertinace » Capitolino
- Didio Giuliano, Settimio Severo,
- Pescennio Nigro » Sparziano
- Clodio Albino » Capitolino
- Caracalla e Geta » Sparziano
- Macrino » Capitolino
- Diadumeno, Elagabalo, Alessandro » Lampridio
- I due Massimini, i tre Gordiani,
- Massimo e Balbino » Capitolino
- I due Valeriani, i due Gallieni,
- i Trenta Tiranni, Claudio II » Trebellio Pollione
- Aureliano, Tacito, Floriano,
- Probo, Firmo, Saturnino,
- Proculo e Bonoso, Caro,
- Numeriano, Carino » Flavio Vopisco
-
-[354] «Chiamansi le Coefore, e sono di... di chi dunque? Ah sì!
-dicevano di Policleto». _In Verrem, de signis_.
-
-[355] — Statue, che potrebbero allettare non solo un intelligente come
-Verre, ma fin ignoranti, come chiamano noi: un Cupido di Prassitele;
-giacchè nell'indagine ho imparato anche nomi d'artisti». _Ibi_.
-
-[356]
-
- _Excudent alii spirantia mollius æra,_
- _Credo equidem vivos ducent de marmare vultus,_
- _Orabunt melius causas..._
-
-Il cortigiano d'Augusto dovea passare sotto silenzio Cicerone.
-Veramente Orazio, _Ep._ I 4, cantava:
-
- _Pingimus, atque_
- _Psallimus, et luctamur Achivis doctius unctis;_
-
-ma è notevole questo appaiare il dipingere col sonare e lottare.
-
-[357] Il Panteon fu dedicato a Giove Ultore, e detto così perchè alle
-due statue di Marte e Venere erano aggiunti gli attributi di tutte
-le divinità. Guasto da incendj, fu restaurato da Adriano, poi da
-Settimio Severo nel 202 di C.; e d'uno di questi restauri probabilmente
-sono colpa le colonne che dividono lo spazio interno, troppo esili a
-proporzione della grave cupola. Nel 600 venne dedicato a santa Maria
-ed ai Martiri. La copertura di bronzo della cupola fu tolta nel medio
-evo; quella del portico da Urbano VIII per far fondere la tribuna di
-S. Pietro in Vaticano dal Bernino, del quale pure sono i due poveri
-campanili, che si vedono sul frontone postico.
-
-[358] CICERONE ad _Attico_, lib. I. ep. 4. 6. 8. 9.
-
-[359] VITRUVIO, II. 8.
-
-[360] PLINIO, _Nat. hist_., XXXV. 4. 10. 11. 12.
-
-[361] San Pietro di Roma copre 20,000 metri quadrati; mentre il più
-grande della Roma antica, cioè quel della Pace, ne copre 6240, 3182 il
-Panteon, 874 il Giove Tonante, 195 quel della Fortuna Virile; e fuor
-di Roma, 1426 il tempio maggiore di Pesto, 636 quel della Concordia ad
-Agrigento, 434 quel di Giove a Pompej.
-
-[362]
-
- _En quatuor aras;_
- _Ecce duas tibi, Daphni, duas altaria Phœbo_.
-
-Su questo passo di Virgilio pretesero che gli altari si consacrassero
-agli dei, a' semidei ed eroi le are; ma non sembra provato, nè soddisfa
-la distinzione che ne fece Raoul-Rochette nei _Monuments inédits
-d'antiquité figurée_, tav. XXVI. 2.
-
-[363] «Benchè inferiore in semplicità ed armonia all'architettura
-greca (dice Hosking), la romana è evidentemente della stessa
-famiglia, distinta per esecuzione più ardita, ed elaborata profusione
-d'ornamenti. Il gusto delle due nazioni è espresso dal dorico pel
-primo, dal corintio per l'altro: uno è modello di semplice grandezza,
-perfetto nelle particolari convenienze, e inapplicabile ad oggetto
-diverso; l'altro è men raffinato, ma molto adorno; sfoggia nell'esterno
-la bellezza di cui manca nell'interno; imperfetto in ciascuna
-combinazione, ma applicabile ad ogni proposito. In Grecia come a Roma
-il maggiore sfoggio d'architettura e colonne faceasi ne' tempj; ma i
-Romani non aveano abitudine di costruirli peripteri, siccome i Greci.
-Da alcune ruine pare che in qualche età fabbricassero tempj dipteri;
-ma i più usitati erano i pseudo-dipteri, cioè colle colonne affisse
-al muro, gli apteri e prostili: di amfi-prostili non abbiamo esempj.
-Gran proiezione i Romani davano ai loro portici pel maggior effetto. I
-tempj circolari non erano comuni ai Romani. Insomma il tempio romano
-era distinto dal greco per aspetto più grande, colonne più sottili,
-generalmente corintie, e costruzione sopra un podio o basamento».
-
-[364] PAUSANIA, X.
-
-[365] Ecco il paragone d'alcuni di tali edifizj:
-
- _lunghezza larghezza spettatori_
-
- Coliseo metri 207 171 87,000
- Anfiteatro di Caracalla » 226 146 20,000
- » Marcello » 132 132 30,000
- » Verona » 154 122 23,000
- Circo Massimo » 660 190 254,000
-
-[366] Non è vero che le figure crescano regolarmente di grandezza
-nell'elevarsi. Il 1588 alla statua dell'imperatore fu surrogata quella
-di san Pietro; due anni dipoi, Sisto V sterrò il piedistallo; Napoleone
-fece demolire le umili costruzioni che ne ingombravano il contorno, e
-i papi successivi restituirono la grande piazza. Lo spagnuolo Ciacono
-nel 1616 scriveva che ancora vedevansi i piedi della statua di Trajano,
-e che dagli scavi fatti uscì la testa di bronzo, la quale conservavasi
-dal cardinale Della Valle: or s'ignora che ne sia avvenuto.
-
-[367] LAMPRIDIO, in _Alexandro_, 27. 28.
-
-[368] ROSSINI. _Degli archi trionfali onorarj e funebri degli antichi
-Romani, sparsi per tutta Italia_. Roma 1736.
-
-Ecco un parallelo:
-
- _altezza larghezza grossezza_
- Arco in Roma di Tito metri 24 16 5
- » di Costantino » 25 22 7
- » di Settimio Severo » 24 21 7
- di Benevento » 25 17 5
- d'Augusto a Rimini » 16 16 9
- di Ancona » 15 14 3
-
-A Roma v'erano pur quelli di Orazio Coclite, Camillo, Druso, Tiberio,
-Gallieno.
-
-[369] _Manentque vestigia irritæ spei_. TACITO.
-
-[370] Dureau de la Malle (_De la distribution, de la valeur et de la
-législation des eaux dans l'ancienne Rome_. Parigi 1843) calcola che
-i condotti che menavano acqua a Roma, tirassero insieme 428,000 metri,
-di cui 32,000 sopra arcate: e sottraendone la derivazione fraudolenta,
-portavano 11,075 pollici d'acqua, di cui 4388 vendevansi ad usi
-privati. Rondelet sopra Frontino, ragguagliò l'acqua venuta in Roma
-per gli acquedotti a un fiume largo trenta piedi, profondo sei, e della
-velocità di trenta pollici per secondo.
-
-[371] Paragone dei ponti romani:
-
- _lungo largo costruito da_
- Milvio metri 126 9 Silla
- Senatorio o Rotto » 25 13 C. Scipione
- Salaro sul Teverone » 77 9 Tarquinio
- Sisto o del Gianicolo » 70  —
- Fabricio o de' Quattro capi » 25  —
- Cestio o Ferrato » 50 — Valente
- Elio o Sant'Angelo » 113 15 Adriano
- Mammea presso Roma » 60 9 Antonino
- Di Rimini sulla Marecchia » 46 — Augusto
- Sulla Narina fra Roma e
- Loreto » 194 34 Augusto
-
-[372]
-
- _Muræna proibente domum, Capitone culinam..._
- _Proxima Campano ponti quæ villula tectum_
- _Præbuit; et parochi, quæ debent, ligna salemque._
- Sat. I, V. 46.
-
-[373]
-
- _Scalis habito tribus sed altis._
- Epigr. V. 22.
-
-[374] CICERONE, _pro Milone_, 15; _Philip._ II. 9. ORAZIO, _Ep_. II. 2.
-15.
-
-[375] Che si chiudessero con imposte doppie è chiaro da quel di Ovidio,
-_Amor._, I. 3:
-
- _Pars adaperta fuit, pars altera clausa fenestræ._
-
-Plinio parla d'una porta a vetri nella sua villa, la quale separava e
-riuniva due camere.
-
-[376] _Ex auro, argentove aut certe ex ære in bibliotheca dicantur
-illi, quorum immortales animæ in iisdem locis loquuntur._ PLINIO.
-
-[377] Quanto ai camini, senza ricorrere al Manuzio nei Commenti
-alle epistole di Cicerone, al Filandro sopra Vitruvio, VII. 3,
-al Burmanno sopra Petronio, _Satyr_. 135, che lo negano, ed al
-Ferrario, _Electorum_ lib. I. 1. 9, che lo asserisce, può vedersi
-una dissertazione di Scipione Maffei nella raccolta d'opuscoli del
-Calogerà, tom. XLVII. p. 449, ove sostiene che gli antichi non avevano
-camini al modo nostro. Pure in Aristofane (_Vespe_, 1. 2) è accennata
-una canna di camino, in cui poteva star nascosto un uomo; Svetonio
-(in _Vitellio_) dice che, in un pasto dato da questo imperatore, la
-sala bruciò per fuoco appigliatosi al camino (_flagrante triclinio ex
-conceptu camini_).
-
-[378] _Non vivunt contra naturam qui pomaria in summis turribus ferunt?
-Quorum silvæ in tectis domorum ac fastigis nutant, inde ortis radicibus
-quo improbe cacumina egissent?_ Ep. 122.
-
-[379] _Censores vias sternendas silice in urbe, glarea extra urbem
-substruendas marginandasque, primi omnium locaverunt._ LIVIO, XLI. 27.
-
-Sopra tavole di rame si trovarono leggi, che il Corradi e il Mazzocchi
-credeano essere le Sempronie di Cajo Gracco, ma ora si asseriscono
-agli ultimi tempi della Repubblica, e portano regolamenti intorno alle
-strade:
-
-— Chi ha o avrà, sia in Roma o a un miglio in giro dal suo abitato,
-una casa, davanti a cui passi la strada pubblica, dovrà mantenere essa
-strada a requisizione dell'edile, cui spetta quel quartiere. L'edile
-veglierà perchè ciascun proprietario mantenga come deve la strada
-dinanzi la sua casa, sicchè l'acqua non s'impozzi e non la renda
-incomoda.
-
-«Gli edili curuli e plebei dovranno, fra cinque giorni dopo eletti,
-trarre a sorte le regioni della città, dove abbiano a sorvegliare la
-riparazione e il selciato delle strade pubbliche a Roma e ad un miglio
-in giro.
-
-«Se la via passi fra un tempio od un luogo pubblico qualunque e una
-casa privata, l'edile farà conservare a spese dello Stato metà di
-questa parte della via pubblica.
-
-«Se un proprietario non intertenga la strada avanti la sua casa dopo
-l'intimazione dell'edile, questi l'affiderà ad un appaltatore: ma
-dieci giorni prima l'annunzierà nel fôro, e ne farà intimar l'avviso
-ad esso proprietario ed a' suoi procuratori; e l'aggiudicazione si farà
-pubblicamente nel fôro, mediante il questore urbano.
-
-«Esso proprietario o proprietarj saranno scritti come debitori
-sui libri di finanza per una somma eguale all'aggiudicazione, e
-all'intraprenditore verrà assegnato un credito esigibile di pien
-diritto sui loro beni.
-
-«Se, fra trenta giorni dall'assegnazione notificata al proprietario,
-esso non pagò l'imprenditore o non diede cauzione, dovrà pagare metà di
-più.
-
-«Il proprietario che abbia davanti alla casa un marciapiede, lo
-manterrà tutt'al lungo di essa in pietre connesse, intere, ben piane,
-secondo ordinerà l'edile di quel quartiere».
-
-Le tavole trovate ad Eraclea nel golfo di Taranto il 1732 contengono
-molti ordini sul mantenere sgombre le vie e proibiscono i carri
-dall'alba fin a decima, salvo poche eccezioni. Inoltre si obbligavano
-gli abitanti a conservar nette le vie scopando e anaffiando. NAUDET,
-_Sur la police chez les Romains, Mém. de l'Institut_, vol. IV.
-
-[380] Dionigi d'Alicarnasso (lib. IV) dice difficile misurare il
-perimetro di Roma sopra le mura, attesochè son poco facili a seguire
-in grazia delle case che v'aderiscono da tutte parti. Secondo Paolo
-(_Digest._, lib. II), _Roma_ esprimeva tutto l'indeterminato spazio
-dov'erano case, _urbs_ il solo ricinto legale del pomerio, come oggi
-Londra e la City.
-
-Di Roma abbiamo due descrizioni fatte sotto Valentiniano e Valente,
-riferite da Grevio, _Thesaurus antiquitatum roman._, tom. III; ed
-una a mezzo il V secolo, in calce alla _Notitia dignitatum utriusque
-imperii._
-
-L'area della città occupava da cinque milioni di metri quadrati, dopo
-l'ampliazione d'Aureliano; sicchè ogni casa teneva, per un di mezzo,
-centoquattro metri quadrati. Ciò mostra quanto erano piccole: eppure
-bisognerebbe mettere venticinque casigliani per ciascuna se si volesse
-giungere a soli un milione ducentomila abitanti; che è assai meno
-di quel che alcuni suppongono. Londra ha la superficie di ventimila
-ottocento ettari, con ducensessantamila fabbricati.
-
-Giusto Lipsio stimò da quattro in cinque milioni la popolazione di
-Roma, e i successivi copiarono quest'indicazione. La Malle, dal calcolo
-dello spazio in paragone colle città moderne, non gliene dà più di
-cinquecentosessantamila. Si avverta però che la mura d'Aureliano non
-dovea comprendere quello spazio indeterminato che pur chiamavasi città:
-che con tanti schiavi poteasi molto più affollare la popolazione,
-stivandoli anche sotto ai tempj e ai pubblici edifizj; e che Augusto
-dovè proibire di alzar le case più di sette piani. Sappiamo che il
-grano d'Africa e dell'Egitto, destinato a pascer Roma, era in un
-anno sessanta milioni di moggia al tempo d'Augusto; cioè il bastevole
-per circa un milione d'abitanti. Forse tanti erano, contando metà di
-cittadini e metà fra schiavi e avveniticci. Scemò poi, e Sparziano
-(in _Settimio Severo_, VIII. 23) riduce a settantacinquemila moggia
-il consumo giornaliero di Roma, cioè il consumo annuo in ventisette
-milioni ducensettantacinquemila; il che limita la popolazione a
-cinquecentomila.
-
-[381]
-
- _Forte ibam via Sacra, sicut meus est mos,_
- _Nescio quid meditans nugarum, totus in illis._
-
-[382] La prima edizione fu fatta a Firenze il 1496, poi a Venezia
-l'anno successivo. Dopo d'allora moltissime traduzioni e commenti; e
-la più illustre è l'edizione in otto vol. in-4º a Udine 1825-30, con
-trecenventi tavole, commenti e dissertazioni dello Stratico di Zara e
-del Polini.
-
-[383] _Nat. hist._, XXXV. 5.
-
-[384] _Spectantem aspectans quocumque aspiceret_.
-
-[385] _Nat. hist._, XXXIII. 38.
-
-[386]
-
- _Scilicet in domibus vestris, ut prisca virorum_
- _Artifici fulgent corpora picta manu,_
- _Sic quæ concubitus varios Venerisque figuras_
- _Exprimat, est aliquo parva tabella loco._
- OVIDIO, Trist., II.
-
- _Utque velis, Venerem jungunt per mille figuras,_
- _Inveniat plures nulla tabella modos._
- Ars am., II.
-
- _Non istis olim variabant tecta figuris,_
- _Tum paries nullo crimine pictus erat..._
- _Illa puellarum ingenuos corrupit ocellos,_
- _Nequitiæque suæ noluit esse rudes etc._
- PROPERZIO.
-
-SVETONIO, in _Horatio_: _Ad res venereas intemperantior traditur: nam
-speculato cubiculo scorta dicitur habuisse disposita, ut quocumque
-respexisset, ibi ei imago coitus referretur etc._
-
-CLEMENTE ALESSANDRINO, in _Protrep._: Παρ’αὐτὰς επὶ τὰς περιπλοκὰς
-ἀφορῶσιν εἰς τὴν Αφροδίτην ἐκείνην, τὴν γυμνὴν, τὴν ἐπὶ συμπλοκῆ
-δεδεμένην, καὶ τῇ Λέδᾳ περιπετώμενον τὸν ὄρνιν τὸν ἐρωτικὸν... Πανίσκοι
-τινὲς, καὶ γυμναὶ κόραι, καὶ σάτυροι μεθύοντες.
-
-Abbiamo a Napoli un gabinetto puramente di lavori d'arte osceni, e n'è
-stampata la descrizione a Parigi, _Cabinet secret du musée royal de
-Naples_, con sessanta tavole a colori che rappresentano le pitture, i
-bronzi, le statue erotiche d'esso gabinetto.
-
-[387] Nel duomo di Màzzara e in San Francesco di Messina due col ratto
-di Proserpina; nella chiesa di Sclafani con Baccanti: e più bello il
-fonte battesimale di Girgenti colla storia di Ippolito.
-
-[388] FERRARA, _Storia di Sicilia_, tom. VIII. p. 112.
-
-[389] CRISPI, _Opusc. di letteratura e archeologia_, 1836.
-
-[390] ARISTOTELE, _Econom_., lib. ii. 1. 2. Nel Digesto, lib. LII. tit.
-10, è ordinato: _Ne quis nummos stagneos, plumbeos emere, vendere dolo
-malo velit_.
-
-[391] _Auctarium Siciliæ numismaticæ_. Copenhagen 1816.
-
-Le città o repubbliche sicule, di cui si hanno medaglie, sono:
-
-_Abacænum_, presso Tripi; _Abolla_, presso Avola; _Acræ_, presso
-Palazzolo; _Adranum_, oggi Adernò; _Agrigentum_; _Agyra_; _Alantium_,
-sul monte San Fratello; _Amestratum_, oggi Mistretta; _Apollonia_, oggi
-Pollina; _Assorum_, oggi Asaro; _Atna_, o Inessa presso Licodia.
-
-_Calcata_, oggi Caronia; _Camarina; Catania; Centuripa,_ oggi Centorbi;
-_Cephalædium_, oggi Cefalù.
-
-_Drepanum_, oggi Trapani.
-
-_Emporium_, oggi Castellamare; _Enna_, oggi Castrogiovanni; _Entella;
-Erix_, oggi Monte San Giuliano.
-
-_Gela_?
-
-_Iccara_, presso Carini.
-
-_Leontinum_, oggi Lentini; _Lilibæum_.
-
-_Macella_, oggi Macellaro; _Megara_, oggi Augusta; _Menæ_, oggi
-Mineo; _Messana_, già Zancle, oggi Messina; _Morguntium_, nel golfo di
-Catania; _Motya_, nell'isola San Pantaleo.
-
-_Naxus_, al capo Schifò; _Neetum_, oggi Noto; _Nissa_, poi Petilia.
-
-_Panormus_, oggi Palermo.
-
-_Segesta_ o _Egesta_, sul monte Barbaro; _Selinus_, oggi Selinunte;
-_Siracusæ_.
-
-_Talaria? Tauromenium_, oggi Taormina; _Thermæ; Tyndarium; Thracia_
-o _Trinacio_, presso Potica. Possono aggiungersi le vicine isole di
-_Melita_, Malta; _Gaulus_, Gozo; _Melingunis_, Lipari; _Lopadusa_,
-Lampedusa; _Cosyra_, Pantellaria.
-
-Non sono però qui tutte le città siciliane; Vincenzo Natale, ne'
-_Discorsi sulla storia antica della Sicilia_ (Napoli 1843), ne dà
-il catalogo ragionato, distinguendo le certamente sicane da quelle
-che il sono probabilmente: le prime sarebbero Camico, Inico, Onface;
-Crasto, Iccari, Eucarpia, Macara, Vessa; le altre, Indara, Ippana,
-Macella, Schera, Jete, Triocala, Scirtea, Cabala, Giorgio, Ambiche.
-Altre quaranta ne adduce, edificate dai Siculi, e poi divenute greche;
-e di tutte cerca la geografia, i fondatori, le vicende. In testa
-alle _Antichità di Sicilia_ del duca di Serradifalco sta un _Quadro
-comparativo dei nomi antichi e moderni_ delle città siciliane. Alla
-geografia di questo paese giovano immensamente le otto carte di
-Alfonso Airoldi, che la rappresentano nei tempi favolosi fin alle
-colonie greche e alla conquista de' Romani, sotto di questi, sotto
-gl'imperatori, sotto i Saracini, sotto i Normanni, sotto gli Aragonesi;
-e l'ultima le riepiloga tutte, coi nomi che in ciascun'epoca portarono
-le città.
-
-Le monete della restante Italia si classificano così: Italia superiore,
-Etruria, Umbria, Piceno, Vestini, Lazio, Agro Reatino, Samnio,
-Frentani, Campania, Apulia, Calabria, Lucania, Bruzj.
-
-[392] Delle statue antiche convien ricordarsi che molte sono
-restaurate. A dir solo delle più celebri, nel Laocoonte, capolavoro,
-che l'espressione esagerata del dolore colloca ai limiti ove l'arte
-comincia a decadere, è moderno il braccio destro del padre, e furono
-fatti dal Cornacchini l'antibraccio destro del figlio maggiore e
-tutto il braccio destro del minore: nel toro Farnese sono restauro
-la parte superiore di Dirce, le teste e le gambe di Zeto e Anfione:
-Michelangelo rifece le gambe dell'Ercole Farnese, che poi furono
-trovate: dell'Apollo di Belvedere son moderne le mani: alla Tersicore
-del Vaticano si sovrappose la testa di un'altra statua. Le statue
-di Ercolano e Pompej hanno questo insigne vantaggio, di essere state
-immuni da restauri.
-
-[393] Nel 1755, e gli scavi regolari cominciarono nel 1799.
-Domenico Fontana, che nel 1592 guidò le acque del Sarno alla Torre
-dell'Annunziata, dovette coi cunicoli incontrarsi ne' monumenti di
-Pompej che attraversava: or come non nacque curiosità di esplorarli?
-
-[394] Forse non era che un simbolo e un motto di buon augurio, che si
-ha pure nel musaico di Salisburgo, coll'aggiunta _Nihil intret mali_:
-ma di un postribolo si ha a Pompej un'iscrizione, ch'è bello tacere.
-
-[395] Le scarpe de' Romani somigliavano agli odierni coturni, giungendo
-fin al polpaccio, sparati davanti, e chiusi da coreggie o lacciuoli.
-Era vanto l'averli ben serrati; ma dallo sparo, nelle persone eleganti,
-lasciavasi trasparire la calza, per lo più bianca o rossa, e sostenuta
-da un legaccio. La suola talvolta era rialzata da severo, che anche
-oggi trovasi opportuno a tenere asciutto il piede. La moda variò la
-forma e il colore del tomajo; le suole furono sin d'oro, ovvero ornate
-di gemme. Aureliano riservò alle donne le scarpe rosse, che del resto
-erano un distintivo degli imperatori.
-
-[396] È singolare un musaico, ultimamente scoperto in un triclinio
-presso la porta Stabiana, di finitezza stupenda. Ha nel mezzo un
-teschio, e attorno simboli delle vicende della vita; un archipenzolo,
-un bastone, un'asta rovesciata da cui pendono cenci, una farfalla con
-ali rosse screziate d'azzurro, librata s'una ruota a sei raggi. Come
-vedemmo nel convito di Trimalcione, rammentavasi la fugacità della
-vita, per eccitare a goderne.
-
-[397] Ultimamente si scopersero tombe sannitiche, fra le romane;
-anche con vasi e monete che attestano una civiltà sviluppata prima del
-contatto coi Greci.
-
-[398] Delle tante opere relative agli scavi di Pompej il frutto venne
-raccolto in quella di Fausto e Felice Niccolini: _Le case e i monumenti
-di Pompej disegnati e descritti_. Ora il Fiorelli ha dato maggior
-regola alle scoperte e più scienza all'interpretazione.
-
-Una particolarità bizzarrissima di Pompej sono le iscrizioni,
-che graffivano sul muro ragazzi e soldati petulanti, o amanti, o
-sollecitatori di voti. Un giovinetto scrisse:
-
- _Candida me docuit nigras odisse puellas;_
-
-e una donna, o fingendosi donna, vi soggiunse:
-
- _Oderis, et iteras non invitus;_
- _Scripsit Venus Fysica Pompejana._
-
-Un amante posposto scriveva: _Alter amat, alter amatur, ego fastidio_;
-e un arguto vi soggiungeva: _Qui fastidit, amat_.
-
-E molte ricorreano dichiarazioni amorose; per es.: _Auge amat
-Arabienum; Methe Cominiæs atellana_ (commediante) _amat Chrestum corde.
-Sit utreisque Venus Pompejana propitia et semper concordes vivant_.
-
-Spesso sono scherzi, come questa lettera: _Pyrrus c. Hejo conlegæ
-sal. Moleste fero quod audivi te mortuum: itaque vale_. Sul palazzo
-di giustizia uno scriveva: _Quot pretium legi?_ «Quanto si vende la
-giustizia?»
-
-Talune sono manifesti di spettacolo:
-
- _Hic venatio pugnabit_
- V _kalandas septembris_
- _Et Felix ad ursos pugnabit._
-
-Un venditore di zampetti assicura che, serviti che siano, i convitati
-leccano la pentola ove furon cotti:
-
- _Ubi perna cocta est si convivæ apponitur_
- _Non gustat pernam, lingit ollam aut cacabum._
-
-Ci sono affissi per trovare robe perdute, come questa:
-
- _Urna vinicia periit de taberna_
- _Si eam quis retulerit_
- _Dabuntur_
- _HS lxv: sei furem_
- _Quis abduxerit_
- _Dabit decumu_m (il doppio)
- _Januarius_
- _Qui hic habitat._
-
-Ci sono annunzj d'affitti o di vendite:
-
- _In prædiis juliæ sp. felicis_
- _Locantur_
- _Balneum venerium et nongentum tabernæ_
- _Pergulæ_
- _Cænacula ex idibus aug. primis in idus_
- _Aug. sextas_
- _Annos continuos quinque_
- _s q d l e n c a_
- _Smettium verum ade._
-
-Le quali ultime sigle devono forse leggersi: _Si quis dominun loci ejus
-non cognoverit, ad..._ Ma sono strane quelle novecento botteghe in una
-sola città. Pergole chiamavansi i terrazzi dove i venditori esponeano
-le loro merci: i cenacoli equivalgono alle trattorie.
-
-Un ghiotto esclama: _Quæ gula quæcumque in vino nascitur;_ un altro:
-_Ad quem non cœno, barbarus ille mihi est._ Uno schiavo liberato:
-_Labora, Aselle, quomodo ego laboravi, et proderit tibi;_ uno
-impreca: _Asellia tabescas;_ un altro taccia di ladro: _Oppi embolari_
-(facchino) _fur furuncule;_ e con espressione più mercatina: _Miccio
-cocio tu tuo patri cacanti confregisti peram._
-
-Anche Cicerone (in _Verrem_, III. 33) ci fa sapere che contro l'amasia
-di Verre i Siciliani scriveano satire fin sopra le pareti del tribunale
-e la testa del pretore: _De qua muliere versus plurimi supra tribunal
-et supra prætoris caput scribebantur._
-
-Quelle iscrizioni diedero modo di capirne altre, che prima non
-intendevasi alludessero all'abitudine di graffire sui muri con un aguto
-o con carbone o minio. Così a Forlimpopoli leggeasi: ITA CANDIDATVS
-FIAT HONORATVS TVVS ET ITA GRATVM EDAT MVNVS TVVS MVNERARIVS ET TV
-FELIX SCRIPTOR SI HOC NON SCRIPSERIS. _Il tuo candidato giunga agli
-onori, e ti dia in compenso un combattimento, purchè tu non lo scriva
-qui;_ cioè desiderava non scrivesse su quella fabbrica il suo voto.
-E principalmente faceasi tal preghiera sui sepolcri che, come esposti
-lungo la via, erano prescelti per porvi le iscrizioni.
-
- PARCE OPVS HOC SCRIPTOR TITVLI QUOD LVCTIBVS VRGENT
- SIC TVA PRÆTORES SEPE MANVS REFERAT
-
-è la fine d'un epitafio di Mola di Gaeta, riferito da Mommsen
-(_Inscriptiones regni neapoletani_): come quest'altra: INSCRIPTOR
-ROGO TE VT TRANSEAS HOC MONVMENTVM AST... AN QVOIVS CANDIDATI NOMEN
-IN HOC MONVMENTO INSCRIPTVM FVERIT REPVLSAM FERAT NEQVE HONOREM VLLVM
-GERAT. _Prego lo scribacchiante a lasciar intatto questo monumento:
-il candidato, il cui nome vi sarà scritto, possa esser rejetto nelle
-elezioni, e non giunga ad onore alcuno._
-
-Alle volte l'iscrizione è tale, che chi la legge imprechi a se stesso;
-come la 1810 dell'Orelli: M. CAMVRIVS HORANVS H. M. H. N. S. SED SI HOC
-MONVMENTO VLLIVS CANDIDATI NOMEN INSCRIPSERO NE VALEAM. _Mal mi capiti
-se a questo monumento iscriverò il nome di qualche candidato;_ mentre
-la 4751 dello stesso dice: ITA VALEAS SCRIPTOR HOC MONVMENTVM PRÆTERI.
-_Ben t'avvenga se non scarabocchi questo monumento._ E dianzi presso
-Narni fu trovata questa: ITA CANDIDATVS QVOD PETIT FIAT TVVS ET ITA
-PERENNES SCRIPTOR OPVS HOC PRÆTERI HOC SI IMPETRO AT FELIX VIVAS BENE
-VALE. _Il tuo candidato divenga ciò che desidera, e tu abbi lunga vita;
-ma non scrivere su questo monumento. Se mel concedi, t'auguro salute e
-bene._ Vedi _Athenæum français_, agosto 1855.
-
-Pompej era città osca, e però gli annunzj e le indicazioni faceansi
-spesso in quella lingua. Ciò ch'è più notevole, essendo graffite
-le epigrafi da persone incolte, vi abbondano scorrezioni: così nel
-programma di un grammatico, _Saturninus cum discentes rogat;_ versi di
-Virgilio, di Properzio, d'Ovidio (nessuno d'Orazio) son riferiti con
-errori e varianti. E quegli sbagli molte volte servono di riprova a
-quanto altrove assumemmo, cioè alla coesistenza d'un parlar vulgare,
-e alla sua somiglianza col moderno italiano. _Cosmus nequitiæ est
-magnissimæ_, esclama uno; un altro: _O felice me;_ un terzo: _Itidem
-quod tu factitas cotidie..._
-
-Dopo altri, più compiutamente ne trattarono GARRUCCI, _Inscriptions
-gravées au trait sur les murs de Pompej_; FIORELLI, _Monumenta
-epigraphica pompejana ad fidem archetyporum expressa_. Napoli 1854,
-edizione di soli cento esemplari a spese di Alberto Detken. E meglio
-_Inscriptiones parietariæ pompejanæ, herculanenses, stabianæ etc.
-edidit_ C. ZANGEMEISTER, Berlino 1871, nel _Corpus inscriptionum
-latinarum_.
-
-[399] _Roma in montibus posita et convallibus, cœnaculis sublata et
-suspensa, non optimis viis, angustissimis semitis._ CICERONE, _in
-Rullum_, 33.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici. Il testo greco è stato
-trascritto tal quale, senza alcuna correzione.
-
-
-
-
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-Cesare Cantù
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-<body>
-
-
-<pre>
-
-Project Gutenberg's Storia degli Italiani, vol. 3 (di 15), by Cesare Cantù
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
-other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
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-to check the laws of the country where you are located before using this ebook.
-
-Title: Storia degli Italiani, vol. 3 (di 15)
-
-Author: Cesare Cantù
-
-Release Date: October 26, 2020 [EBook #63560]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DEGLI ITALIANI, VOL 3 ***
-
-
-
-
-Produced by Giovanni Fini, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This
-file was produced from images generously made available
-by The Internet Archive)
-
-
-
-
-
-
-</pre>
-
-
-<div class="booktitle">
-<h1>
-C. CANTÙ<br />
-STORIA DEGLI ITALIANI
-<span class="smaller">TOMO III.</span>
-</h1>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="titlepage">
-<p class="main-t">
-<span class="small">STORIA</span><br />
-DEGLI ITALIANI
-</p>
-
-<p class="pad2">
-PER
-</p>
-
-<p class="pad1 x-large">
-CESARE CANTÙ
-</p>
-
-<p class="pad2 small">
-EDIZIONE POPOLARE<br />
-RIVEDUTA DALL'AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI
-</p>
-
-<p class="pad1 large">
-TOMO III.
-</p>
-
-<p class="pad4">
-<span class="large">TORINO</span><br />
-<span class="small">UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE</span><br />
-1875
-</p>
-</div>
-
-<div class="somm">
-<hr />
-<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span></p>
-
-<h2 id="cap31">CAPITOLO XXXI.
-<span class="smaller">Il secolo d'oro della letteratura latina.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Un'altra fortuna ebbe Augusto, che al suo corrispondesse
-il secolo d'oro della letteratura latina, talchè il
-nome di lui, non solo si associò all'immortalità di
-quegli scrittori, ma rimase come appellativo de' protettori
-del bel sapere.
-</p>
-
-<p>
-Ne' primordj, Roma s'occupò a difendersi e trionfare,
-non ad ingentilire gl'intelletti. Sol quando penetrò
-nella Grecia italica, poi nella Grecia propria, conobbe
-una coltura più raffinata, e la introdusse coi prigionieri
-e coi vinti, i quali allogaronsi come maestri o clienti
-nelle principali famiglie; e tal ne prese vaghezza che
-dimenticò i modi nazionali per tenersi affatto sulle
-orme greche. Quand'anche non fosse natura degl'Italiani,
-sappiamo per iscritto che il popolo nostro dilettavasi
-grandemente di canzoni nelle varie fasi della vita;
-specialmente alle vendemmie, e quando la riposta messe
-lusingava terminate le fatiche, e alle solennità della rustica
-Pale i prischi agricoli, forti e contenti di poco,
-coi figli, colla fedele consorte e coi compagni di lavoro
-esilaravano l'anima e il corpo nel suono e nel ballo<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a>;
-e la gioja bacchica esultava in canti e gesticolazioni, e
-forse anche dialoghi, di versi regolati dall'orecchio e
-misurati dalla battuta del piede.
-</p>
-
-<p>
-Questa fu per gran pezzo l'unica drammatica, ben
-lontana dalla artistica che pur già grandeggiava in Sicilia,
-e che richiede un'azione, un intreccio, e caratteri
-<span class="pagenum" id="Page_2">[2]</span>
-e affetti. Abbiamo notizia di recite che si facevano in
-siffatti versi, chiamati <i>saturnini</i> dal favoloso Saturno,
-o <i>fescennini</i> da Fescennia, città dove molto erano usati
-alle <i>Sature</i>, mescolanza di musica, recita e danza. Inconditi
-e mal composti, smentiscono però Orazio quando
-di letteratura romana non trova lampo se non dopo
-l'occupazione della Grecia<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a>; più lo smentisce la storia.
-Tito Livio, in un passo d'oro<a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a>, fa che i Romani desumano
-anche i giuochi scenici dagli Etruschi, dicendo
-che nell'epidemia del 390 di Roma, la collera celeste
-serbandosi inesorabile alle supplicazioni consuete, si
-introdussero (cosa nuova al popolo bellicoso, avvezzo
-soltanto agli spettacoli del circo) rappresentazioni sceniche,
-fatte da commedianti etruschi che nella costoro
-lingua chiamavansi <i>istrioni</i>, i quali ballavano artifiziosamente
-a suon di flauto e gestendo senza parole: i
-garzoni romani gl'imitarono, aggiungendo versi rozzi
-ma lepidi: in appresso s'introdussero buoni istrioni che
-ne recitarono di studiati, e rappresentarono satire, le
-cui parole convenivano al suono del flauto e al movimento.
-Livio Andronico (segue egli), più d'un secolo
-dopo, osò far meglio, e comporre drammi con unità
-d'azione; e avendo perduto la voce, ottenne di collocare
-davanti all'attore un giovane che cantava i suoi versi,
-mentr'esso faceva i gesti, viepiù espressivi perchè non
-era distratto dalla cura della voce. Di qui l'uso agli
-<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span>
-istrioni di accompagnare col gesto ciò che un altro
-canta, non parlando essi che nel dialogo.
-</p>
-
-<p>
-Adunque Livio Andronico introdusse la favola teatrale,
-che soggetti forestieri riproduceva in favella <i>barbara</i>,
-cioè nella nostra<a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a>. Al solo ritmo, consueto nei
-carmi latini ed osci, sostituì il senario, libero verso, che
-traeva dall'accompagnamento della tibia quel tenor regolare
-e cadenzato che nella sua libertà gli mancava, e
-che formò passaggio fra la ritmica indigena e la metrica
-esotica. A quel modo continuarono e Nevio e Plauto,
-sempre scusandosi di tradurre i Greci in <i>barbaro</i>, cioè
-nel parlare di que' Romani, che per chiamare poi
-barbari gli altri popoli dovettero persuadersi d'essere
-divenuti Greci.
-</p>
-
-<p>
-Ennio diede un passo innanzi, e abbandonando il
-pedestre senario, introdusse l'eroico greco: laonde si
-dava vanto d'aver «superato egli primo i monti delle
-muse, mentre fin a lui erasi detto soltanto coi versi
-che cantavano i fauni e i <i>vati</i>», cioè gl'indigeni<a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a>:
-introdusse il dattilo e il verso esametro, la cui musicalità
-era accessibile del pari ai dotti e al vulgo.
-</p>
-
-<p>
-Andronico, Ennio, Plauto, Azzio, Nevio trattarono
-soltanto soggetti greci, benchè in Grecia non fossero
-ancora penetrati i Romani, non avessero «cercato le
-bellezze di Tespi, Eschilo, Sofocle», nè Mummio
-avesse recato gli spettacoli teatrali da Corinto<a class="tag" id="tag6" href="#note6">[6]</a>:
-laonde possiamo credere che quest'arte derivasse piuttosto
-dalla Sicilia, dove Aristotele e Solino la fanno
-nascere, e trasportare in Atene da Epicarmo e Formione;
-<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span>
-ovvero dalla Magna Grecia, ove molti Pitagorici
-aveano scritto commedie<a class="tag" id="tag7" href="#note7">[7]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Di tre parti constava la commedia: diverbio, cantico,
-coro. Pel primo intendeasi l'atteggiare di più
-persone: nel cantico parlava una sola, o se ve n'era
-un'altra, udiva di nascosto e parlava da sè: nel coro
-era indefinito il numero de' personaggi<a class="tag" id="tag8" href="#note8">[8]</a>. Molta
-varietà v'ebbe poi di commedie: le gravi diceansi
-<i>palliatæ</i> o <i>togatæ</i>, secondo che di soggetto greco o
-romano; nelle <i>prætextatæ</i> s'introducevano persone di
-grand'affare, vestite della pretesta; inferiori erano le
-<i>tabernariæ</i> e i <i>mimi</i>.
-</p>
-
-<p>
-Dal succitato passo di Livio i teatri romani compajono
-non semplice passatempo, ma un'istituzione
-civile e sacerdotale, e la recita come un'appendice di
-quelli che i romani tenevano per veri divertimenti,
-i giuochi del circo. Inoltre gli scrittori di commedie
-non erano romani, ma Ennio di Calabria, Pacuvio di
-Brindisi, Plauto di Sarsina nell'Umbria, Terenzio di
-Cartagine; talmente convenzionale era il linguaggio di
-quelle. Il romano popolesco rimase alle <i>atellanæ</i>, che
-alcuno vorrebbe somigliare alle nostre commedie a
-soggetto: recitavansi in osco<a class="tag" id="tag9" href="#note9">[9]</a> da giovani bennati,
-e allettavano grandemente il popolo per lo scherzo vivace
-e per l'originalità.
-</p>
-
-<p>
-Diciannove tragedie di Marco Pacuvio sono lodate da
-Quintiliano per profondità di sentenze, nerbo di stile,
-<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span>
-varietà di caratteri; ma nel pochissimo rimastoci non
-troviamo che liberissime imitazioni, in istile bujo e
-disarmonico. Lucio Azzio, nato a Roma da un liberto,
-ne compose e raffazzonò di molte, fra le quali il <i>Bruto</i>
-e il <i>Decio</i>, soggetti patrj; e recitavansi ancora ai tempi
-di Cicerone, e più volentieri si leggevano. Delle diciannove
-tragedie di Andronico sol qualche frammento sopravive:
-compose pure un inno da cantarsi da ventisette
-fanciulle, e voltò dal greco l'<i>Odissea</i>. Gneo Nevio
-campano verseggiò anche la prima guerra punica.
-</p>
-
-<p>
-Marco Accio Plauto<a class="tag" id="tag10" href="#note10">[10]</a> <span class="sidenote">(n. 227)</span> scrisse molte commedie;
-ad altre non facea che dar una mano, e correvano poi
-sotto il suo nome: ma sempre tradotte o imitate dal
-greco, e di greche costumanze. Ce ne sopravanzano
-venti, fra cui l'<i>Amfitrione</i> mette in burletta gli Dei; e
-fanno per le migliori l'<i>Aulularia</i> incompleta, il <i>Trinummus</i>
-e i <i>Captivi</i> di serio e morale intreccio. Guadagnato
-un bel gruzzolo col poetare, lo avventurò in
-commercio, sì male speculando che fu ridotto a girar
-macine da mugnajo.
-</p>
-
-<p>
-Tutti i comici superò Publio Terenzio africano <span class="sidenote">(n. 193)</span>. Rapito
-fanciullo dai pirati, fu compro da Terenzio Lucano
-senatore romano, che, educato, gli donò la libertà; ed
-egli, raccolto qualche denaro, passò in Grecia, ove
-morì di trentacinque anni. In Grecia, dopo la commedia
-democratica e politica di Aristofane, tutta allusioni ed
-attualità e baldanza, era stata introdotta la civile, in
-cui grandeggiò Menandro, che la elevò a qualche dignità
-con fatti serj e intento filosofico, rendendola,
-qual poi rimase, il quadro dei vizj e delle ridicolaggini,
-scevra di satira personale. Centotto commedie di
-<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span>
-quest'ultimo poeta ateniese avea tradotte Terenzio, che
-le perdette in un naufragio; nelle sei che ci rimangono,
-appajono purezza ed eleganza di stile e precisione di
-sentenze<a class="tag" id="tag11" href="#note11">[11]</a>, quale in Roma non aveva ancora alcun
-modello. L'<i>Eunuco</i> sembra originale, sebbene i caratteri
-di Gnatone e Trasone sieno desunti dall'<i>Adulatore</i> di
-Menandro; e tanto piacque, che fu replicato fin due volte
-nel giorno stesso, e guadagnò all'autore ottomila sesterzj.
-</p>
-
-<p>
-Plauto coll'asprezza e la facezia palesasi famigliare
-col vulgo, Terenzio ritrae della società signorile; quello
-esagera l'allegria, questo la tempera, e i caratteri e le
-descrizioni esprime al vivo. Orazio (che giudicando solo
-dall'espressione, vilipende tutti i comici della prima
-maniera) chiama grossolano Plauto, e lo taccia d'avere
-abborracciato per toccare più presto la mercede; alle
-commedie di Terenzio fu asserito mettesser mano i coltissimi
-fra i Romani d'allora, Scipione Emiliano e Lelio:
-l'un e l'altro però sono troppo lontani dalla finezza
-dei comici greci, vuoi nel senso, vuoi nell'esposizione.
-</p>
-
-<p>
-La bagascia, il lenone, il servo che tiene il sacco al
-padroncino scapestrato, il ligio parasito, il padre avaro,
-il soldato millantatore, ricorrono in ciascuna commedia
-di Plauto, fin coi nomi stessi, come le maschere del
-vecchio nostro teatro; e si ricambiano improperj a
-gola, o fanno prolissi soliloquj, o rivolgonsi agli spettatori,
-o scapestransi ad oscenità da bordello. Egli stesso
-professa in qualche commedia di non seguire l'attica
-eleganza, ma la siciliana rusticità<a class="tag" id="tag12" href="#note12">[12]</a>; il verso talmente
-<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
-trascura, che si dubita se verso sia<a class="tag" id="tag13" href="#note13">[13]</a>; grossolano e
-licenzioso il frizzo; il dialogo da plebe. Meno che pei
-letterati ha importanza pei filologi, che vi riscontrano
-idiotismi ancor viventi sulle bocche nostre, e ripudiati
-dagli autori forbiti: altra prova che il parlare del vulgo
-si scostasse da quello dei letterati, e forse viepiù nell'Umbria.
-</p>
-
-<p>
-Meglio si splebejò Terenzio. Neppur egli poteva produrre
-altre donne che cortigiane, ma le fa involate da
-bambine, e consueta soluzione della commedia è il riconoscimento
-loro<a class="tag" id="tag14" href="#note14">[14]</a> per mezzi miracolosi: anche
-all'uomo dabbene trova un luogo fra i suoi: più corretto
-<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span>
-nella morale, men procace nel motteggio, eletto
-e spontaneo nel dialogo, pittorescamente semplice nei
-racconti, attraente nelle situazioni, resta inferiore in
-vivezza comica e gaja fantasia: quanto all'invenzione,
-e' si scusa col dire che non è più possibile atteggiar
-cosa nuova<a class="tag" id="tag15" href="#note15">[15]</a>. Nè l'uno nè l'altro conobbero l'<i>ammaestrare
-ridendo</i>, proponendosi unicamente di recare
-sollazzo al pubblico<a class="tag" id="tag16" href="#note16">[16]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
-</p>
-
-<p>
-Le commedie di Terenzio e Plauto erano palliate,
-cioè eseguivansi in abito greco: nelle togate fu celebre
-Afranio, ma pochissimi versi ce ne restano. Poco
-merito, in generale, si attribuiva alla drammatica, tantochè
-Quintiliano confessa che, in questa parte, la letteratura
-latina va zoppa. E per vero, come poteva fiorire
-tra un popolo che si dilettava di belve combattenti e
-dei veri spasimi e del sangue d'uomini accoltellantisi?
-Terenzio racconta che, alla prima rappresentazione
-della sua <i>Ecira</i>, il popolo costrinse a interromperla
-perchè si erano annunziati gladiatori e saltambanchi.
-</p>
-
-<p>
-D'Asinio Pollione, il più celebre tragico, nulla sopravisse:
-di Ovidio sappiamo che scrisse la <i>Medea</i>; ma i
-luoghi comuni onde farcì le sue <i>Eroidi</i>, e la dilavata
-facilità del suo stile non ci lasciano troppo rimpiangere
-questa perdita, nè quella de' molti altri tragici romani
-ricordati<a class="tag" id="tag17" href="#note17">[17]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Della burletta si prendea molto spasso, e fino a quell'antichità
-risalgono le maschere: il Macco o Sannio,
-progenitore del nostro Zanni o Arlecchino, era un
-buffone, raso il capo, vestito di cenci a vario colore, e
-che <i>rideva in tutto il corpo</i>; a Pompej si trovò il
-Pulcinella, maschera atellana. Sul finire della repubblica
-si preferivano i mimi, mescolanza di ballo e di drammatica,
-non ridotta ad un'azione perfetta, ma in scene
-staccate, un carattere plebeo esponendo nelle differenti
-sue situazioni, con parlar vulgare e locuzioni scorrette;
-di che il basso popolo, riconoscendo se stesso, prendeva
-mirabile dilettazione. Il poeta dava solo la traccia,
-<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span>
-lasciando che l'attore improvvisasse; attore sovente era
-l'autor medesimo, e i più famosi furono Siro e Laberio.
-Di questo abbiamo un prologo, dove lagnasi d'essere
-stato costretto da Cesare a montare sul palco: di Siro
-alquante sentenze morali, che teneva in serbo per
-intrometterle all'occasione, e che ci danno alta idea
-della farsa romana. Anche Gneo Mattio, amico di Cesare
-e di Cicerone, scrisse <i>Mimiambi</i> assai lodati, oltre
-una <i>Iliade</i>.
-</p>
-
-<p>
-La legge sopravvide sempre agli spettacoli teatrali,
-che perciò non attinsero mai la democratica licenza
-degli Ateniesi. Già la primitiva nobiltà, gelosa di questa
-plebe che della scena valevasi per bersagliarla, le pose
-freno applicandovi la legge delle XII Tavole che condannava
-a morte o alle verghe il diffamatore<a class="tag" id="tag18" href="#note18">[18]</a>. Ogni
-oppressore della pubblica libertà rinvigoriva queste
-repressioni, come fece Silla; e Cicerone scriveva ad
-Attico che, nessuno osando chiarire in iscritto il proprio
-parere, nè apertamente riprovare i grandi, unica
-<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
-via restava il far ripetere in teatro versi o passi che
-paressero alludere ai pubblici affari<a class="tag" id="tag19" href="#note19">[19]</a>.
-</p>
-
-<p>
-In principio i teatri erano posticci, durando al più
-un mese, quantunque l'armadura di legno si ornasse
-con grand'eleganza, fino a dorarla e argentarla, e vi
-si collocassero statue ed altre spoglie de' popoli soggiogati.
-Scauro ne fece uno capace di ottantamila spettatori,
-adorno di tremila statue e trecentosessanta
-colonne di marmo, di vetro, di legno dorato. Primo
-Pompeo, dopo vinto Mitradate, ne fabbricò uno stabile,
-capace di quarantamila spettatori, con quindici ordini
-che salivano dall'orchestra fino alla galleria superiore.
-Quel di Marcello, fatto da Augusto, era un emiciclo del
-diametro inferiore di circa cinquantacinque metri allo
-interno, e di cenventiquattro al recinto esterno. Cajo
-Curione, volendo sorpassare i predecessori in bizzarria
-se non in magnificenza, nei funerali di suo padre costruì
-due teatri semicircolari, tali che potessero girare sopra
-<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span>
-un pernio con tutti gli spettatori; sicchè, compite le
-rappresentazioni sceniche, venivano riuniti, e gli spettatori
-si trovavano trasportati in un anfiteatro<a class="tag" id="tag20" href="#note20">[20]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Alla romana severità parea vile un uomo inteso, non a
-soddisfare coll'abilità sua verun bisogno, ma solo a dar
-diletto; infame chi per denaro fingeva affetti, dava se
-medesimo a spettacolo, ed esponevasi agl'insulti degli
-spettatori. Laonde i mimi rimanevano privati delle
-prerogative civili, i censori poteano degradarli di tribù,
-i magistrati farli staffilare a capriccio; un marchio
-impresso sul loro corpo gli escludeva da ogni magistratura,
-e fin dal servire nelle legioni. Anche donne
-poteano comparir sulla scena romana, a differenza della
-greca, purchè vestite decente: ma restavano diffamate,
-proibito ai senatori di sposare le attrici, nè le figlie o
-le nipoti d'istrioni.
-</p>
-
-<p>
-Somma doveva essere l'abilità degli attori se tanta
-ammirazione destarono Batillo e Pilade, Esopo e Roscio.
-Eppure generalmente erano schiavi o liberti greci, che
-a forza di studio avevano imparato la giusta pronunzia
-del latino. Inoltre, vastissimi essendo i teatri, doveano
-forzar la voce perchè fosse intesa da ottantamila spettatori;
-le parti femminili erano spesso sostenute da
-uomini; il viso coprivasi con maschere: lo che rende
-inesplicabile l'effetto che Cicerone e Quintiliano dicono
-producessero.
-</p>
-
-<p>
-Esopo e Roscio non mancavano mai al fôro qualvolta
-si agitasse causa interessante, per osservare i movimenti
-dell'oratore, del reo, degli astanti. Il primo fu
-amico di Cicerone, e benchè magnifico all'eccesso,
-<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
-lasciò a suo figlio venti milioni di sesterzj, cioè quattro
-milioni di lire. Da Roscio, che pel primo abbandonò
-la maschera, prese lezioni Cicerone, che poi gli divenne
-amico, e sfidavansi a chi meglio esprimerebbe un
-pensiero, questi colle parole, quegli col gesto: all'anno
-riceveva cinquecento sesterzj grossi, o centomila
-lire: ducentomila n'ebbe Dionisia attrice, per una stagione
-del 377. Neppure questo scialacquo è dunque
-novità.
-</p>
-
-<p>
-Dove finisce l'età eroica, spettanza della poesia e
-dell'arte libera, ivi comincia la scienza storica; e quando
-il carattere preciso dei fatti e la prosa della vita si
-rivelano in situazioni reali, e nel modo di concepirli e
-rappresentarli. Quale scienza più degna d'un gran popolo?
-pure i Romani nè anche in essa seppero essere
-originali, e negligendo le patrie tradizioni, e sprezzando
-i monumenti, accolsero e rimpastarono le origini favoleggiate
-dai Greci. Fabio Pittore, che primo ne scrisse
-in latino, Cincio Alimento senatore e Cajo Acilio tribuno
-che dettarono annali in greco, copiavano l'un dall'altro,
-senza interrogare il popolo nè verificare coi documenti.
-Quando Catone censorio trattò delle <i>Origini
-italiche</i>, i popoli della prisca Italia sussistevano ancora,
-e in libri ed iscrizioni conservavano i loro fasti; sapevansi
-leggere e interpretare i caratteri oschi ed etruschi,
-che ora eludono la pazienza degli eruditi; non era per
-anco stata dilapidata l'Italia dalla guerra de' Marsi, nè
-le sistematiche proscrizioni di Silla aveano distrutte le
-memorie della prisca nazionalità. Un desiderio del censore
-sarebbe stato legge a tutte le città italiane, che gli
-avrebbero a gara recato i loro annali pel lavoro che
-preparava. Eppure, malgrado l'affettata sua avversione
-per le cose greche, egli si abbandonò alla corrente; e
-d'idee e di etimologie forestiere è rimpinzato quel poco
-che ci tramandò. Peggio ancora adoperarono Cornelio
-<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
-Polistore al tempo di Silla, Calpurnio Pisone Frugi<a class="tag" id="tag21" href="#note21">[21]</a>,
-e più tardi Giulio Igino, o creduli o ingannatori.
-</p>
-
-<p>
-Il migliore storico di Roma le venne dalla Grecia,
-Polibio di Megalopoli <span class="sidenote">(n. 205)</span>, che deportato con quelli traditi
-da Callicrate (vol. <span class="smcap lowercase">I</span>, pag. 348), acquistò la grazia degli
-Scipioni, principalmente dell'Emiliano, lo seguì in Africa,
-e narrò la storia contemporanea dal 220 al 167. Di
-scarso gusto e d'arte scadente, attiensi al positivo; vide
-i luoghi, seppe il latino, lesse in Roma documenti
-ignorati da' natii, e meglio di questi c'informa della
-loro costituzione, che egli reputa non solo superiore
-alla spartana e alla cartaginese, ma tale che, a petto di
-essa, la repubblica di Platone somiglia una statua
-accanto d'uomo vivo. In serena tranquillità narra non
-declama; cura la moltitudine, quanto Livio gli eroi;
-ma escludendo la Provvidenza regolatrice, e tutto riducendo
-a invenzione degli uomini: eppure non sa guardarsi
-dalla funesta simpatia per la prosperità, rimprovera
-e ingiuria i nemici de' suoi Scipioni, dice che le
-leggi della guerra permettono di fare tutto ciò ch'è
-utile al vincitore o nocevole al nemico. Vero è che fa
-giungere qualche disapprovazione alle orecchie degli
-oppressori della Grecia: vede la colpa de' Romani nella
-seconda guerra punica; la terza considera come un
-delitto: professa che fine della vittoria non dev'essere
-la distruzione del nemico, ma il riparare dall'ingiuria
-(v. 11. 5); che il vincitore non dee confondere l'innocente
-col reo, e piuttosto risparmiare i rei in grazia
-<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
-degli innocenti; tralasciare i guasti inutili perchè provocheranno
-eccessi contrarj: la pace è di tutti i beni il
-solo che nessuno si perita a considerar per tale; tutti
-preghiamo gli Dei a concedercelo, nè v'ha cosa che non
-sopportiamo per ottenerlo<a class="tag" id="tag22" href="#note22">[22]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Le <i>Antichità romane</i> di Dionigi d'Alicarnasso, stendentisi
-fin all'anno dove Polibio comincia, toccano delle
-origini di Roma, ma sempre per blandirla, e «sminuire
-lo scherno e l'aborrimento che i Greci le professavano».
-Questo proposito già il rende sospetto, e
-ancor più la pienezza simmetrica del suo racconto,
-ch'era impossibile deducesse da cronache indigeste.
-Come estranio ch'egli era a Roma, ce ne espone con
-particolarità il governo e il diritto, sebbene non sempre
-ne intenda lo spirito: ma da una parte per amor di
-patria tutte le origini trascina dalla Grecia, dall'altra
-vanta i Romani come popolo equo e temperato, che i
-vinti trattò non con crudeltà o vendetta, ma da amico
-e benefattore, moderò la vittoria con una magnanimità
-senza esempio, e in cinquecento anni di lotte così violente,
-mai non insanguinò il fôro; racconta senza biasimo
-la distruzione di Cartagine, di Corinto, di Numanzia, e
-conchiude che, in tanto conquistar di paesi e tanto
-opprimere di nazioni, mai non operò che di giustizia<a class="tag" id="tag23" href="#note23">[23]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Moltissimi Greci scrissero de' fatti della Sicilia; alcuni
-anche Siciliani, fra cui il più antico e lodato è Antioco
-figlio di Serofane siracusano, autore di una storia di
-quell'isola, e d'una dell'Italia: fioriva ai tempi di Serse.
-Temistogene, oltre la storia patria, divisò la spedizione
-<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
-di Ciro il giovane in Persia, che alcuno pretende sia
-quella che va sotto il nome di Senofonte. Anche i due
-Dionigi tiranni storiarono; e Filisto, condottiero di
-eserciti nella guerra cogli Ateniesi, poi relegato a Turio,
-richiamato per ordinar le cose siracusane, infine ucciso
-a strazio da' suoi cittadini il 400, aveva esposto la storia
-siciliana fin a tutto il regno del vecchio Dionigi; conciso,
-dicono, quanto Tucidide e più chiaro. Un altro Filisto
-è lodato d'avere pel primo applicato alla storia gli artifizj
-retorici. Callia, scolaro di Demostene, nelle imprese
-di Agatocle parve più elegante che veritiero.
-</p>
-
-<p>
-Timeo da Taormina scrisse una storia universale e
-varie particolari, e una critica sugli errori degli storici:
-se il lodano per buona distribuzione cronologica, l'appuntano
-di soverchia mordacità, e di raccogliere ogni
-cosa senza discernimento. Celebratissimo da Cicerone
-è Dicearco messinese, morto al principio del regno
-di Gerone, e vissuto il più in Grecia: in istile attico
-delineò vite d'illustri uomini e dei sette Sapienti, le
-feste e i giuochi, e una descrizione della Grecia fisica
-e morale: per incarico de' re macedoni fece e descrisse
-la misura de' monti (ὀρῶν καταμέτρησις) del Peloponneso,
-con buone idee sulla conformazione generale della terra.
-Aristocle, pur da Messina, raccolse la serie degli antichi
-filosofi e la somma dei loro insegnamenti. Polo d'Agrigento
-lasciava la genealogia de' Greci e de' Barbari
-venuti alla guerra di Troja. Filino, suo compatrioto,
-militò sotto Annibale, e ne descrisse le imprese adulando;
-sicchè più rincresce l'averlo perduto, giacchè farebbe
-contrapposto ai Romani che lo calunniarono<a class="tag" id="tag24" href="#note24">[24]</a>.
-Le guerre Servili furono narrate da Cecilio di Calutta,
-<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span>
-che trattò pure sul modo di leggere gli storici. Andera
-da Palermo narrò le cose memorabili di ciascuna città
-della Sicilia.
-</p>
-
-<p>
-Di tutti questi ci rimane o soltanto il nome o poche
-righe; nè direttamente possiam giudicare che Diodoro
-di Argiro, noto col titolo di Diodoro Siculo. Venuto
-ultimo, egli potè giovarsi di tutti i greci e siciliani; e
-dopo trent'anni di viaggi e di ricerche fermatosi a
-Roma, allora centro d'ogni civiltà e convegno di tutte
-le nazioni, vi compilò in greco una storia universale,
-intitolata <i>Biblioteca storica</i>, dai tempi precedenti alla
-guerra di Troja fino a Giulio Cesare. De' quaranta libri
-ci restano solo i primi cinque sui tempi favolosi, la
-seconda decade, e alquanti frammenti. Chiaro, lontano
-dall'affettazione come dalla bassezza, procede sconnesso,
-talvolta declamatorio, più spesso freddo e uniforme
-compilatore piuttosto che autore; bee grosso, accetta
-tutte le ubbie, e si corruccia con chi ne dubita; di tanti
-materiali che doveano esistere, non trae bastante profitto,
-nè quindi ci ajuta gran fatto a conoscere la prisca
-istoria italiana; sulla romana poi erra spesso nei nomi,
-più spesso ne' tempi, e in generale è scarso, quanto
-invece abbonda intorno ai Cartaginesi e ai Greci. Piace
-trovarvi il sentimento dell'umanità, d'una giustizia
-divina, d'una provvidenza.
-</p>
-
-<p>
-Sulla primitiva Italia nessuna luce spandono gli scrittori
-latini, sempre scuranti dell'erudizione. Tito Livio,
-volendo dilettare e istruire il suo popolo, ne adotta le
-idee tradizionali senza curarsi di appurarle, segue e
-spesso traduce Polibio, nè entra tampoco nei tempj di
-Roma a leggere ed esaminare i trattati e monumenti
-antichi conosciuti da quello e da Dionigi: pochi anche
-<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
-fra i più dotti videro le opere di Aristotele: Cicerone,
-che tutto seppe, conosce soltanto per un <i>dicesi</i> i Latini
-che prima di lui scrissero di filosofia; e quando vuol
-informare della costituzione romana, egli uom di Stato,
-traduce Polibio: ignoravansi le lingue forestiere, nè
-gl'interpreti servivano che ai negozj; e Cesare, che sì
-lungo tempo campeggiò nelle Gallie, non ne apprese
-la favella; e a vicenda, volendo servirsi d'una cifra
-perchè i suoi dispacci non fossero intesi dal nemico,
-adoprava l'alfabeto greco.
-</p>
-
-<p>
-Pure molte biblioteche eransi in Roma raccolte.
-Paolo Emilio, come altri nobili, per diletto de' suoi
-figli trasportò in città quella di Perseo re di Macedonia:
-Silla da Atene quella di Apellicone Tejo, che fu
-messa in ordine da Tirannione, il quale pure ne raccolse
-una di trentamila volumi: più insigne l'ebbe il
-suntuoso Lucullo, che gli eruditi del suo tempo vi raccoglieva
-a dotte conferenze. Anche Attico ne formò
-una doviziosa, e molti schiavi occupava a ricopiare per
-farne traffico; onde Cicerone iteratamente il prega a
-non vendere certe opere, giacchè spera poter comprarle
-lui<a class="tag" id="tag25" href="#note25">[25]</a> per aggiungerle alle molte che già aveva
-unite con varie anticaglie. E probabilmente per opera
-degli schiavi ogni lauto romano procacciavasi una
-biblioteca: ma sebbene ai copisti sovrantendessero
-grammatici destinati a collazionare, i testi riuscivano
-scorrettissimi<a class="tag" id="tag26" href="#note26">[26]</a>. Primo Cesare pensò ad una biblioteca
-pubblica, e n'affidò la cura a Varrone; il qual
-<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
-pensiero interrottogli dalla morte, fu messo ad effetto
-da Asinio Pollione: poi Augusto ne applicò una al
-tempio d'Apollo Palatino<a class="tag" id="tag27" href="#note27">[27]</a>, ed una al portico d'Ottavio:
-e di rado ai pubblici bagni mancava un gabinetto
-per la lettura.
-</p>
-
-<p>
-A malgrado di ciò, i Romani furono negligentissimi
-in esaminare l'antichità, e rintracciare i documenti che
-sono occhio della storia. Li precedette una civiltà
-potente, qual fu la pelasga; gli educò l'etrusca: e nè di
-questa nè di quella curarono, o fosse orgoglio nazionale,
-o cieca preferenza al bello sopra il vero. Danno
-per portentoso erudito Marco Terenzio Varrone <span class="sidenote">(n. 116)</span>, che
-a settantotto anni aveva scritto quattrocennovanta libri
-di varia materia. Nelle <i>Antichità delle cose umane
-e divine</i> cominciava dall'uomo, dal suo organismo e
-dalla natura morale; veniva all'Italia, all'arrivo di Enea,
-alla fondazione di Roma, dalla quale egli pel primo
-fissò la cronologia (<i>æra Varronis</i>); e indagava tutto
-ciò che potesse illustrare la storia e le condizioni politiche
-e morali. Le <i>Cose divine</i> erano un profondo trattato
-sulle religioni italiche e sulla romana in ispecie, i
-miti, i sagrifizj, la liturgia, forse dirigendo tutto a reprimere
-l'ateismo e la corruzione de' costumi; al che forse
-diresse anche l'altra opera <i>Della vita del popolo romano</i>.
-</p>
-
-<p>
-Cicerone lo loda di avere finalmente dato a conoscer
-Roma ai cittadini, che prima vi stavano come stranieri<a class="tag" id="tag28" href="#note28">[28]</a>;
-e gli antichi s'accordano a tributargli il
-<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span>
-titolo di <i>dottissimo</i>: ma se dai tre dei ventiquattro
-libri suoi sulla lingua latina, dai tre intorno all'agricoltura,
-e da pochi altri frammenti vogliam giudicarlo,
-ne appare scarso d'erudizione e più di critica, e ansioso
-di rintracciar lontano quel che aveva in casa<a class="tag" id="tag29" href="#note29">[29]</a>. Nell'esaminare
-le etimologie della lingua latina, ignora i
-metodi che lo spirito segue nel creare, adoprare, trasformar
-le parole; e suppone che i Latini inventassero
-il proprio parlare, mentre non fecero che torlo da altri
-(vedi Appendice I); non istudia gli idiomi allora
-viventi, e al più ricorre al dialetto greco eolico, congenere
-del latino.
-</p>
-
-<p>
-Nel trattato <i>De re rustica</i>, dopo le generalità, viene
-alle vigne, agli ulivi, agli orti; il secondo libro tratta
-dell'allevamento del bestiame, de' formaggi e della lana;
-il terzo degli animali, della bassa corte, della caccia
-e della pesca. Al semplice esordio di Catone (vol. <span class="smcap lowercase">I</span>,
-pag. 373) si paragoni questo suo: — Se ozio avessi, ti
-scriverei a mio agio ciò che ora ti schizzo come posso
-sulla carta, pensando che conviene accelerarsi, perchè
-quel proverbio che l'uomo è null'altro che una bolla,
-ancor più s'attaglia a vecchio. I miei ottant'anni m'avvertono
-di fare il fardello pel gran viaggio. Avendo tu,
-o Fondania moglie, acquistato un podere che desideri
-render fruttifero con buona coltura, procurerò informarti
-di ciò che convien fare non solo mentr'io vivo,
-ma anche dopo morto... Non invocherò a soccorso le
-muse come Omero ed Ennio, ma le dodici divinità
-maggiori; non i dodici Dei della città, sei maschi e sei
-<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span>
-femmine, le cui statue sorgono nel fòro, ma i dodici
-che presiedono all'agricoltura. E prima Giove e Terra,
-che in cielo e quaggiù racchiudono tutte le produzioni
-dell'agricoltura, onde son detti i gran genitori; poi il
-Sole e la Luna, di cui si osserva il corso per seminare
-e piantare; indi Cerere e Libero, i cui frutti sono indispensabili
-alla vita; Rubigo e Flora, pel cui patrocinio
-il frumento e gli alberi vanno immuni dal bruciore, e
-fioriscono a debito tempo; poi Venere e Minerva, che
-tutelano l'una gli ulivi, l'altra gli orti; Linfa e Benevento,
-perchè senz'acqua immiserisce l'agricoltura, e
-senza buon successo la coltura è illusione». Dopo questa
-litania introduce gl'interlocutori<a class="tag" id="tag30" href="#note30">[30]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Varrone aveva anche raccolte settecento vite d'uomini
-illustri di Grecia e di Roma in cento fascicoli da
-sette ciascuno, donde il titolo di <i>Hebdomades</i>, e coi
-ritratti; e Plinio lo loda di aver trovato un modo di
-<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span>
-moltiplicarne le copie, e così agevolarne la conservazione
-e la diffusione. Molti, e fin l'illustre Ennio Quirino
-Visconti immaginarono fossero disegnati sopra pergamena,
-adoprandosi una qualche maniera d'incisione:
-ma il passo di Plinio<a class="tag" id="tag31" href="#note31">[31]</a> ci trae piuttosto a crederli
-di cera, fatti collo stampo, e chiusi in scatolette, al
-modo de' sigilli.
-</p>
-
-<p>
-Accennammo (vol. <span class="smcap lowercase">II</span>, p. 161) come molti vergassero
-le proprie memorie, solitamente in greco: e insigni
-sono quelle di Giulio Cesare. La difficoltà di propagare i
-manoscritti obbligava gli antichi a scriver serrato; oltre
-che sapeano aggruppare gli sparsi accidenti, quanto
-oggi si suole sbricciolarli e decomporli. Cesare, meglio
-d'ogni altro vedendo le forze e i vizj del tempo e del
-paese suo, narrò grandissime geste in piccolissimo
-volume, la cui naturale semplicità e la limpida ed evidente
-concisione già erano in delizia a' contemporanei<a class="tag" id="tag32" href="#note32">[32]</a>,
-e fin ad ora non trovarono emulo. Gli altri
-Latini ricalcano continuamente i Greci; egli dice quel
-che ha pensato e sentito, nè ci si mostra altro che
-Cesare, Cesare invitto generale e invitto scrittore: rapido
-nel narrare come nel compir le imprese, trova l'eleganza,
-non la cerca; non prepara gli effetti; va tutto
-spontaneo: e sebbene nol possiam credere imparziale,
-e chi vi pon mente ravvisi un sottofine in quel che
-<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
-narra, indovini quel che tace, e l'arte di lumeggiare
-una circostanza, un'altra adombrarne, eccedette chi
-pretese scorgervi il proposito deliberato di mentire e di
-presentar se stesso al popolo e ai posteri in maschera,
-valendosi d'una fredda ironia, e con profondo sprezzo
-del genere umano attribuendo tutto alla fortuna. Oltre
-molte arringhe, avea composto tragedie, due libri delle
-analogie grammaticali, trattati sugli auspizj e sull'aruspicina,
-sul moto degli astri, un poema nominato <i>Iter</i>
-ed altre poesie.
-</p>
-
-<p>
-Da antico si registravano gli avvenimenti giornalieri
-negli Annali Pontifizj; ma al tempo della sedizione dei
-Gracchi rimasero interrotti. Cesare pel primo istituì
-un giornale degli atti del senato, ed uno di quei del
-popolo, affine di conservarli e pubblicarli. Augusto
-ordinò si continuasse il primo, ma guai a pubblicarlo,
-ed elesse egli medesimo chi dovea compilarlo<a class="tag" id="tag33" href="#note33">[33]</a>. Su
-<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span>
-quello del popolo si notavano le accuse recate ai tribunali,
-le sentenze loro, l'inaugurazione de' magistrati,
-le costruzioni pubbliche, e in appresso la nascita e le
-vicende dei principi. Somiglia dunque ai giornali moderni,
-lontanissimo però dall'averne la diffusione, che
-ne costituisce l'importanza.
-</p>
-
-<p>
-Ma già colle altre ambizioni era nata quella della
-parola, e al finire della repubblica apparvero storie
-degne di questo nome; e il primo che v'adoperi stile
-conveniente è Crispo Sallustio (vol. <span class="smcap lowercase">II</span>, p. 155). Solo i
-due episodj su Giugurta e Catilina ce ne arrivarono;
-ma egli avea narrato in cinque libri anche l'intervallo
-fra quei due fatti; e ancor si leggevano al tempo del
-Petrarca, il quale nelle <i>Lettere</i> soggiunge aver trovato
-in veracissimi autori che Sallustio, per esporre al vero
-le cose d'Africa, guardò i libri punici, anzi si recò sui
-luoghi; diligenza ben rara fra i Romani.
-</p>
-
-<p>
-I nostri lettori sono già familiarizzati col più insigne
-storico latino, Tito Livio, e conoscono come per patriotismo
-riducesse la storia romana ad un'epopea, cui
-conviene più che ad altra quell'epiteto affatto romano
-di magnifica. Con un'ammirazione candidissima<a class="tag" id="tag34" href="#note34">[34]</a>,
-<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
-con una persuasione che sente dell'ispirato, concepisce
-poeticamente, narra ampio e maestoso, qual conviene
-al paese dove si congiungevano l'eloquenza poetica con
-quella del fôro; rifugge ogni trivialità, ogni arcaismo
-di pensieri o di linguaggio, talchè nell'uniforme splendore
-del suo stile, come in certe moderne tragedie,
-non ci presenta se non i contemporanei d'Augusto,
-esprimenti con accento gentile le passioni d'età gagliarde.
-Come arte non sapremmo qual lavoro antico
-o moderno pareggi quella sua eloquenza, neppur un
-istante dimentica della propostasi gravità; quella chiarezza
-che nulla lascia d'indeciso nelle idee, di faticoso
-all'attenzione; quell'eleganza semplice che cresce grazia
-al pensiero, vivezza ai sentimenti; quell'armonia penetrante
-<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span>
-che diffonde sulla storia tutto il vezzo della poesia;
-quella perfezione di stile, ove nuove bellezze rivela
-ogni nuova lettura. Qual successione di mirabili quadri,
-di grandiosi caratteri, di stupende arringhe! quale
-industria nello scegliere le circostanze! Quindi di poche
-opere antiche la perdita è a deplorare quanto de' libri
-suoi; e il mondo letterario tripudiò ad ora ad ora
-della speranza sempre tradita di vederli scoperti o nei
-serragli di Costantinopoli o nei conventi della Scozia.
-</p>
-
-<p>
-Le <i>Storie Filippiche</i> di Trogo Pompeo non ci sono
-conosciute che per un compendio fattone da Giustino,
-di scarsissimo frutto, e senz'arte di disporre e concatenare:
-ma alcuni frammenti pubblicati testè<a class="tag" id="tag35" href="#note35">[35]</a> ce
-ne fanno viepiù rincrescere la perdita.
-</p>
-
-<p>
-Altri ancora andarono smarriti, quali Sesto e Gneo
-Gellj, Clodio Licinio, Giulio Graccano, Ottacilio Petito,
-primo liberto che osasse applicarsi a un genere che
-tanta franchezza richiede; Lucio Lisenna amico di
-Pomponio, e Ortensio, e Pollione, e le <i>Famiglie illustri</i>
-di Messala Corvino. Giuba, figlio di quello che fu
-vinto da Cesare, dettò la geografia dell'Africa e dell'Arabia,
-e una storia romana, lodata da Plutarco per
-esattezza.
-</p>
-
-<p>
-Cornelio Nepote di Ostilia aveva composto una storia
-universale in tre libri<a class="tag" id="tag36" href="#note36">[36]</a>, ed altre che andarono perdute,
-non avanzandoci che qualche brano, e le vite di
-Catone e d'Attico pregevolissime per urbanità di stile.
-Le vite degli illustri capitani di Grecia, quali corrono
-sotto il nome di lui, senza colore nel racconto, senza
-<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span>
-originalità e coerenza ne' pensamenti, senza vigore nello
-stile, nè quelle particolarità che fan conoscere al vero
-i personaggi, nè ampia notizia di fatti, o appropriata
-scelta delle circostanze; accompagnate di costruzioni
-strane, forme inusitate e fin solecismi, sembrano una
-compilazione d'età bassa. Se è vero che siano tanto
-opportune alle scuole, almen si corredino di note che
-non lascino imbevere i giovani di tanti errori di fatto
-e di giudizio.
-</p>
-
-<p>
-Esso Cornelio, confessando inferiori gli storici latini
-ai greci, crede che il solo capace d'uguagliarli sarebbe
-stato Cicerone<a class="tag" id="tag37" href="#note37">[37]</a>. Giudizio d'amico, ma che nella
-forma stessa onde è espresso manifesta che i Romani
-nella storia poneano mente anzitutto all'esposizione;
-più bella la più eloquente. Nè Tullio, gonfio di sè,
-inebbriato di patriotismo, sprezzatore dell'antichità,
-potea riuscire storico quale oggi lo intendiamo. Eppure
-tanta materia di storia egli ci esibì in opere non a ciò
-dirette. Le <i>Lettere</i> sue, scritte giorno per giorno sotto
-l'impressione degli avvenimenti, e da uomo sensatissimo,
-tanto più fedele osservatore perchè indeciso nella
-politica, sono il monumento storico forse più importante
-<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
-che s'abbia: nei libri delle <i>Leggi</i>, della <i>Repubblica</i>,
-dell'<i>Oratore</i>, nel <i>Bruto</i>, e ancor meglio nelle
-<i>Orazioni</i>, apre inesausti tesori per la conoscenza del
-diritto. Già da lui estraemmo la storia dell'eloquenza;
-e il potremmo della filosofia greca, se il tema nostro
-non ci restringesse all'italiana.
-</p>
-
-<p>
-Periti i monumenti di questa, si cercò ricomporla
-mediante il linguaggio e la giurisprudenza (tom. <span class="smcap lowercase">I</span>,
-p. 135); e per quanto incerte sieno tali congetture, ce
-n'esce però una filosofia non di scuola come fra' Greci,
-ma pratica e civile. Quanto avea d'originale ben tosto
-andò mescolato alla greca, alla quale tutti accorrevano,
-e che essendo fatta men per la vita che per la scuola
-e per esercizj di penetrazione, variava secondo il differente
-punto d'aspetto, e menava facilmente al rifugio
-de' tempi scredenti, l'eclettismo.
-</p>
-
-<p>
-Qui dunque come nel resto i Romani si mostrarono
-utilitarj, stimando la scienza in ragione del vantaggio
-che recava; e la filosofia disprezzavano non solo come
-inutile e cianciera, ma come pericolosa, imputando ad
-essa la decadenza della Grecia<a class="tag" id="tag38" href="#note38">[38]</a>. Perciò attesero
-piuttosto alla morale, cui proposero uno scopo immediato:
-e Panezio, che iniziò i Romani alle dottrine della
-stoa, non restringeasi ad angustie di partiti, venerava
-Platone come il più saggio e santo de' filosofi, ma
-insieme ammirava Aristotele; non approvava negli
-Stoici la durezza affettata, e giungeva sino a raccomandare
-il libro d'un Accademico, ove s'insegnava che la
-pietà ci è data dalla natura per renderci clementi<a class="tag" id="tag39" href="#note39">[39]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
-</p>
-
-<p>
-Questo avvicinare delle varie filosofie teneva all'indole
-conciliatrice di Roma: nè scuola filosofica propria
-vi si costituì, solo studiandola come necessaria coltura,
-e come opportuna a formar l'oratore, a dar fermezza
-e consolazione nelle calamità. Perciò prediligevasi la
-scuola stoica: l'epicureismo era piuttosto praticato che
-insegnato. Le opere di Aristotele, quantunque da Silla
-fossero portate a Roma, rimasero chiuse nella biblioteca
-di lui, finchè Tirannione grammatico non vi diede pubblicità;
-corrette poi e supplite da Andronico di Rodi
-contemporaneo a Cicerone, se ne fecero copie: ma
-anche persone erudite ignoravano quel filosofo<a class="tag" id="tag40" href="#note40">[40]</a>.
-</p>
-
-<p>
-De' Latini che scrissero di filosofia, nessuno vi recò
-nè gran dottrina nè bastante pulitezza; i libri di Varrone,
-anzichè istruire, stimolavano ad istruirsi<a class="tag" id="tag41" href="#note41">[41]</a>;
-alfine Cicerone presentò agli ultimi nipoti di Pompilio e
-di Cincinnato le raffinatezze della filosofia greca. Sinchè
-egli potesse occuparsi della cosa pubblica, in questa si
-concentrava; n'era escluso? ritiravasi nelle sue ville di
-Tusculo o del Palatino, dove, senza perdere di vista
-Roma, s'occupava di filosofia per esercizio dello scrivere,
-per isfoggiare la propria abilità, e per fare che
-nella letteratura romana non rimanesse questa lacuna<a class="tag" id="tag42" href="#note42">[42]</a>:
-i Greci mescevano versi, ed egli fa altrettanto,
-<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span>
-e non dissimula che le sue sono traduzioni<a class="tag" id="tag43" href="#note43">[43]</a>,
-mediante le quali in vero ci conservò memoria di
-molte opere ora perdute. Ma novità sua vera è l'intento
-civile, proponendosi d'indirizzare a una nuova operosità
-scientifica e intellettuale i Romani, quando chiudevasi
-la politica; e preparare ristori alle vicende della
-fortuna, cui poteano essere esposti.
-</p>
-
-<p>
-Si riferiscono alla filosofia teoretica i trattati della
-<i>Natura degli Dei</i>, della <i>Divinazione e del Fato</i>, delle
-<i>Leggi</i>, della <i>Repubblica</i>: alla morale le <i>Quistioni
-Tusculane</i>, gli <i>Uffizj</i>, i <i>Paradossi</i>, i libri dell'<i>Amicizia</i>,
-della <i>Vecchiaja</i>. Più sobrj che le orazioni, li
-troviamo più lodati dai contemporanei; pure l'abitudine
-del declamare impedisce Cicerone di sapere piegarsi
-alla esattezza delle voci e delle frasi, le accatta sovente
-dal greco, e sagrifica la precisione alla circonlocuzione,
-valendosi delle definizioni greche benchè le parole non
-avessero equivalente significato, rispettando le conclusioni
-de' Greci benchè dedotte da tutt'altre premesse;
-rompe il filato ragionare, e mostrasi inetto a raggiungere
-il fondo della scienza. Lasciati a parte i sommi
-modelli Aristotele e Platone, prevaleva allora la setta
-eclettica de' Nuovi Accademici, che con leggerezza mostrava
-come, deducendo ragioni pro o contro delle
-altre Sette, si arrivasse a conseguenze opposte. Questo
-metodo calza perfettamente a coloro che vogliono avere
-una tintura di molte cose, piuttosto che approfondirsi
-<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
-in una. E appunto per secondare tal gusto, Cicerone,
-che pur chiama Platone l'autor suo, il suo Dio<a class="tag" id="tag44" href="#note44">[44]</a>, si
-ferma alla probabilità, anzichè posare in convinzioni
-risolute; tante sono le cose che asserisce, che tu dubiti se
-profondamente n'abbia meditato veruna; e come varia
-di stile, di lingua, di calore secondo l'autore che segue,
-così muta sentenza secondo la parte cui s'accosta.
-</p>
-
-<p>
-Con Posidonio e Panezio crede al diritto e alla giustizia;
-quando posa i grandi problemi religiosi, s'accosta
-alla verità assoluta, ha la volontà di raggiungerla,
-ma si fa scrupolo de' dubbj che, per amore di
-scuola, deve apporre ad ogni affermazione, arrestandosi
-nel probabile, cogli Accademici, che objezioni
-facevano a tutto e non riuscivano a veruna certezza,
-speculatori sempre, non pratici mai, perturbatori d'ogni
-principio<a class="tag" id="tag45" href="#note45">[45]</a>. Effetto inevitabile in una credenza mancante
-di base, e che dal panteismo o dalla fatalità non
-deriva che illogicamente: laonde i dogmi più venerati
-Cicerone non può recarli che come probabilità, dove
-il sentimento prevale quand'anche l'argomentazione
-sia stringente<a class="tag" id="tag46" href="#note46">[46]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span>
-</p>
-
-<p>
-Per lui la filosofia è una raccolta di ricerche particolari
-sovra quistioni date<a class="tag" id="tag47" href="#note47">[47]</a>; e la divide in <i>luoghi</i>,
-cui tratta indipendentemente gli uni dagli altri. Dall'esperienza
-sua del mondo deduce riflessioni vere,
-argute, evidenti; ma occorrono ricerche sulle basi
-della verità, analisi esatta del pensiero, dell'azione,
-della natura umana? s'avviluppa ed abbuja. La sua
-filosofia è fatta pel galantuomo, anzichè pel sapiente; i
-doveri risultanti dallo stato sociale siano preferiti a
-quelli che derivano dalla indagine scientifica; ed ogni
-ricerca mettasi da banda, non appena sorga occasione
-di operare.
-</p>
-
-<p>
-E vivissimo è il sentimento della sociabilità in Cicerone:
-crede istinto dell'uomo l'associazione, indipendentemente
-da bisogni; che di tale convivere sia legge
-la indulgenza e benevolenza universale: nulla v'ha di
-meglio che l'amare i nostri simili, che l'esser buoni e
-far bene<a class="tag" id="tag48" href="#note48">[48]</a>: il riscattare i prigionieri e nutrire i
-poveri trova generosità ben maggiore che non le larghezze
-onde i grandi di Roma blandivano il popolo<a class="tag" id="tag49" href="#note49">[49]</a>:
-estende anzi la patria a tutto il mondo, volendo che
-l'umanità stia di sopra del patriotismo, e reclamando
-diritti anche per gli stranieri: fin dei servi si cura,
-volendo se n'abbia riguardo quanto almeno degli
-armenti<a class="tag" id="tag50" href="#note50">[50]</a>. Ma il patriotismo e gl'istinti pagani
-<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span>
-ricompajono spesso; Fontejo è accusato di estorsioni
-e crudeltà, e Cicerone chiede: — Chi è che lo accusa?
-son barbari, persone in brache e sajo. Chi attestimonia
-per lui? cittadini romani. Il più nobile de' Galli potrebbe
-essere paragonato coll'infimo de' Romani?»
-</p>
-
-<p>
-Però le applicazioni sono il più delle volte generose:
-e se mette alquanto della natura sua allorchè predica
-doversi seguitare la virtù in modo da non pregiudicar
-la salute, essere da sapiente il secondare i tempi e
-adattarsi alla procella nel navigare, piace nella Roma
-di Silla e di Marc'Antonio l'udirlo proclamare che scopo
-della guerra è la pace, e non doversi quella intraprendere
-che per rimovere l'offesa<a class="tag" id="tag51" href="#note51">[51]</a>. Siffatte aspirazioni
-pacifiche in verità erano comuni al cadere della repubblica,
-quando della guerra sentivansi tutti i guaj. Come
-letterato poi preferisce la toga alle armi, e trova qualcosa
-di feroce nel precipitarsi ciecamente alla strage
-e lottare corpo a corpo col nemico, e vi prepone la
-gloria di grandi e numerosi servigi resi alla patria e
-all'umanità.
-</p>
-
-<p>
-Ma fra gli Stati esiste una moralità come fra' particolari,
-o norma unica ne è l'interesse? Come platonico,
-egli unisce la morale e la politica, e fa da Lelio proclamare
-che alle società nulla nuoce più che l'ingiustizia,
-nè alle genti è possibile governarsi e vivere senza
-rispettare il diritto: ma nell'applicazione ricasca all'angustia
-<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span>
-del patriotismo, crede che Roma conquistò il
-mondo nel difendere i suoi alleati, e sostiene legittima
-la conquista di essa, cogli argomenti onde Aristotele
-sosteneva legittima la schiavitù: natura ha stabilito che
-chi è superiore per ragione sia anche per autorità, e
-la dominazione di Roma è giusta perchè fu un bene
-pei popoli, i quali perivano in grazia dell'indipendenza<a class="tag" id="tag52" href="#note52">[52]</a>.
-Il patrioto dimentica che la filosofia non
-dee fondarsi sopra le conseguenze delle azioni, ma
-sopra le azioni stesse; che l'avvenire è di Dio, ma
-regola invariabile dell'uomo dev'essere il dovere.
-</p>
-
-<p>
-Tirone suo liberto raccolse le lettere di lui ad Attico,
-al fratello Quinto e a varj personaggi, carteggio importantissimo
-a quella posterità cui non lo destinava.
-Ivi non più retorica, ma parla col cuore in mano, con
-lingua svincolata dal periodare oratorio; e sebbene le
-molteplici allusioni, i proverbj, le prudenti reticenze,
-<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
-naturali in così fatte scritture, le oscurino a volta a
-volta, siamo empiti di meraviglia da quell'elegante
-naturalezza, dall'erudizione spontanea, dal frizzo, dalla
-concisione, dal felice accoppiamento dell'ingegno col
-gusto<a class="tag" id="tag53" href="#note53">[53]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
-</p>
-
-<p>
-Non esitammo a tornare e ritornare sopra questo
-grand'uomo, il quale ci presenta l'intero circolo della
-sapienza romana, e i cui libri, eternati dalla chiarezza
-ed eleganza, esercitarono non solo sulla successiva
-scuola romana, ma su quella ben anche de' secoli nuovi,
-maggior efficacia che non i filosofi profondi.
-</p>
-
-<p>
-— Possiedi la materia, le parole verranno dietro,
-<i>rem tene, verba sequentur</i>», avea detto il prisco
-Catone, conforme al vecchio spirito di Roma, e alla
-natura stessa della lingua latina, sì poco poetica quanto
-mal appropriata alle indagini del pensiero sopra se
-stesso. Ma i letterati la alterarono colla fraseologia, nè
-mai ci si persuaderà che veruno parlasse come scrivono
-Sallustio, Livio o Cicerone. Misurava essa piuttosto il
-valor delle sillabe dall'accento, e a ciò crediamo si conformassero
-i metri originali: ma quando adottarono i
-greci, non poteano togliere per fondamento la lunghezza
-o brevità naturale delle sillabe, e doveano riportarsi
-all'uso de' Greci. Se non che il metro greco perdette
-la serenità e l'anima, contrasse alcun che di duro,
-principalmente in grazia della divisione fissa della
-cesura nell'esametro e nei versi alcaici e saffici.
-</p>
-
-<p>
-Quinto Ennio che adottò il verso esametro come
-eroico, è da Oidio detto <i>massimo d'ingegno, d'arte
-rozzo</i>, e Quintiliano lo paragona a un bosco antico, le
-cui elevate quercie ispirano venerazione più che non
-dilettino all'occhio. Oltre voltar drammi e poemi dal
-greco, consueto esercizio delle letterature nuove, dotò
-Roma della prima epopea, intitolata <i>Annali romani</i>,
-la quale si continuò a leggere lungo tempo in pubblico;
-e d'un'altra in onor di Scipione Africano (t. <span class="smcap lowercase">I</span>, p. 360).
-</p>
-
-<p>
-Unico genere cui la poesia latina trattasse con originalità
-fu la satira<a class="tag" id="tag54" href="#note54">[54]</a>, di cui fanno merito a Lucilio
-<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
-di Suessa, che ne scrisse trenta libri di mordacissime,
-dando all'esametro l'andar libero e la sprezzatura che
-lo avvicinano alla prosa. Di genere diverso erano quelle
-di Ennio; sul cui modello Varrone scrisse le <i>Menippee</i>,
-dette così da un tal Menippo di Gadara scrittore mordace,
-e dove la prosa alternavasi col verso.
-</p>
-
-<p>
-Questi appartengono all'età arcaica; ma anche i
-posteriori, poetando d'imitazione più che di lena, dovettero
-fondare il linguaggio poetico sopra forme metriche
-e grammaticali differenti dalle popolari; talchè quello
-risultò di una mal fusa mescolanza, finchè si sbandirono
-le parole composte e le costruzioni esotiche. Di tale
-appuramento la lode appartiene a Cajo Valerio Catullo
-veronese <span class="sidenote">(n. 86)</span>, il quale adempì colla latina quel che il Petrarca
-colla lingua nostra, spogliandola delle forme
-aspre, e vestendola di grazie ingenue, al tempo stesso
-che da austeri argomenti la volgeva a lepidi e amorosi.
-Vi si sente però ancora la scabrezza; non ancora il suo
-pentametro finisce in bisillabo, come negli elegi posteriori,
-nè chiude il senso; frequenti gli iati, non iscarse
-le parole composte: talchè, sebbene accuratissimo nei
-brevi suoi componimenti, sebbene in alcuni, come l'episodio
-di Arianna abbandonata nelle nozze di Teti e Peleo,
-mostri bellezze virgiliane di concetto, di sentimento,
-d'espressione, in generale quell'aria al tempo stesso di
-negletto e d'affettato lo disgiunge troppo da Virgilio,
-al quale di sedici anni appena era maggiore.
-</p>
-
-<p>
-Ma se il Petrarca nostro ornò l'amore di velo candidissimo,
-<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
-Catullo il presentò colla procacia della Venere
-terrestre. Perocchè abbiam già notato (Cap. <span class="smcap lowercase">XXVIII</span>)
-come la poesia si facesse ministra di corruzione e
-divulgatrice d'errori; nel che la assodò Tito Lucrezio
-Caro <span class="sidenote">(n. 95)</span>. Al modo degli antichi nostri Pitagorici, e più
-specialmente di Empedocle, trasse costui in versi la
-filosofia epicurea nel libro <i>De natura rerum</i>, cioè delle
-cose che posson nascere o no, proponendosi di sciogliere
-gli animi dalle pastoje della religione<a class="tag" id="tag55" href="#note55">[55]</a>. Chi
-crede bellezza la difficoltà superata, gli farà merito
-d'averla vestita di frasi o almeno di numeri poetici.
-Confessa egli medesimo che, per la povertà della lingua
-e la novità della cosa, è assai difficile illustrare con
-versi latini le oscure dottrine greche; laonde vegliava
-le notti nel pensare con quali parole e con quali versi
-potesse illuminar il lettore sopra le cose occulte<a class="tag" id="tag56" href="#note56">[56]</a>:
-ma il genio di accoppiare la meditazione intima dei
-sentimenti e delle idee coll'ispirazione delle grandezze
-naturali, gli manca. Perchè ha viso di pensator forte,
-alcuni gli riscontrano tutti i meriti; può ad altri piacere
-quel fare antico; ma realmente mostra più studio che
-ingegno, accumula ancora le parole composte<a class="tag" id="tag57" href="#note57">[57]</a>:
-<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span>
-ben talvolta esce in armonie che Virgilio non isdegnò;
-ma se eccettui la protasi del poema, l'esordio del
-secondo libro, la descrizione della peste, e il fine del
-terzo ove Natura rimprovera agli uomini il timor della
-morte, il restante è agghiacciato argomentare e arido
-addottrinamento: e se per estro ed elevazione toglie la
-mano a tutti i Latini, cede ai migliori in quella rapida
-vigoria che nel tempo stesso sviluppa e compendia, e
-nell'artifizioso concatenare bellezze a bellezze, produrre
-variate impressioni ad un solo tratto senza stemperarle
-con lungherìe disopportune.
-</p>
-
-<p>
-Tutti dolcezza sono invece Albio Tibullo e Sesto
-Aurelio Properzio. Il primo, di famiglia equestre,
-sdegnò i favori di Mecenate e d'Augusto; e «possedendo
-ricchezze e l'arte di goderne»<a class="tag" id="tag58" href="#note58">[58]</a>, tranquillavasi
-in una villa fra Preneste e Tivoli, cantando gli
-amori suoi con Delia, con Glicera, con Nemesi, e le
-lodi di Messala Corvino, alle cui spedizioni era ito
-compagno. Il suo linguaggio si direbbe di quieta ma
-sentita passione; talmente parla, racconta, si lagna, si
-contraddice, senza far mente mai al lettore: il che
-somiglia a naturalezza, mentre il terso stile e l'artifizioso
-magistero rivelano una cura attentissima, e già
-gli antichi gli assicuravano l'immortalità.
-</p>
-
-<p>
-L'elegia, cioè il verso esametro avvicendato col pentametro,
-era stata dai Greci de' migliori tempi adoperata
-alla precettiva ed alla politica, e da' posteriori
-all'erotica. Di quest'ultima si fecero imitatori i Latini,
-meglio all'indole loro affacendosi la descrizione e la
-riflessione, e le impressero quel tono querulo e patetico,
-che venne poi carattere dell'elegia, e che in Tibullo
-principalmente tocca a quella malinconia, che forse
-troppo vien cercata dai moderni. Ogni cosa egli riferisce
-<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span>
-all'amore; se brama la pace, si è perchè lo strepito di
-Marte non conturbi Delia; se deplora il rapitogli patrimonio,
-gli è perchè Delia non può passeggiare sotto
-l'ombre avite; se della morte si consola, gli è perchè
-Delia accenderà il suo rogo, e gli darà il triplice
-addio.
-</p>
-
-<p>
-Properzio di Mevania nell'Umbria<a class="tag" id="tag59" href="#note59">[59]</a>, figlio d'un
-ricco il quale, per aver favorito Lucio Antonio, perdè la
-maggior parte dei beni, abbandonata la giurisprudenza,
-si fece poeta godendo l'amicizia de' migliori, cantò
-Cinzia, e morì giovane. Prevale a Tibullo in vigor di
-fantasia, d'espressione, di colorito, quanto a lui cede in
-grazia, spontaneità e delicata sensitività, ed a Catullo in
-agevolezza, profondità ed affetto. Dotto lo dicono perchè
-mai non dimentica l'arte, limando, levigando, non
-dando passo che sull'orme dei Greci; e non de' Greci
-del miglior tempo, ma dell'età Alessandrina, come
-Callimaco e Fileta, i quali rinzeppano erudizione, mitologia,
-allusioni nocevoli all'affetto. Vantandosi di aver
-egli primo fra gli elegiaci maritato le feste romane
-<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
-alle danze greche, non pare che senta se non in relazione
-di avvenimenti mitologici. Cintia piange? ha più
-lagrime che Niobe conversa in sasso, che Briseide
-rapita, o Andromaca prigioniera: dorme? somiglia alla
-figliuola di Minosse abbandonata sulla spiaggia, o a
-quella di Cefeo liberata dal mostro, o (ch'è più strano)
-ad una baccante del monte Edonio, quando briaca si
-corca sulle smaltate rive dell'Apidano. I suoi capelli
-son del colore di quelli di Pallade: la statura, quella
-d'Iscomaca e d'altre eroine. Vuole invaghirla per le
-semplici bellezze, pei fiori spontanei, per le conchiglie
-del lido, pel gorgheggio degli uccelli? a queste ingenue
-pitture mesce Castore, Polluce, Ippodamia: le rammenta
-che Diana non si perdeva troppo allo specchio; che
-Febea e sua sorella Ilaa faceano senza di tanti ornamenti;
-che de' soli suoi vezzi era vestita la figlia del
-fiume Eveno, quando Apollo ne disputò il cuore a Ida.
-</p>
-
-<p>
-Nè solo gli amori rimpinza di ricordi, ma non sa
-ornare le leggende d'Italia che con miti greci, non
-deplorar Roma che rammentando le sventure d'Andromaca
-e l'afflitta casa di Lajo. Eppure, quando mette
-da banda questi fronzoli, fa sentire voci nazionali, siccome
-in alcune elegie veramente sublimi, e la propria
-emozione sa trasfondere nel lettore e volentieri si
-rileggono i versi ove dipinge gli antichi costumi degli
-Italiani a raffaccio dell'attuale corruzione: nel calendario
-ha men arte e più nobiltà che Ovidio, e descrive la
-campagna, non come questo dalla città, ma come uom
-che la vede.
-</p>
-
-<p>
-Il quale Publio Ovidio Nasone <span class="sidenote">(43 a. C.-17 d. C.)</span>, cavaliere da Sulmona
-terra ne' Peligni denominata dal frigio Solimo<a class="tag" id="tag60" href="#note60">[60]</a>, di
-<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span>
-rimpatto mostra maggior brio, ed è il verseggiatore
-più limpido, più fluido. Però in quella spontaneità da
-improvvisatore, ch'egli stesso confessa eppur non
-ismette<a class="tag" id="tag61" href="#note61">[61]</a>, cerchi invano o l'eleganza di Tibullo o la
-dignità di Properzio; spesso si ripete, sminuzza in
-particolarità indiligenti<a class="tag" id="tag62" href="#note62">[62]</a>; talvolta lede persino la
-<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span>
-grammatica<a class="tag" id="tag63" href="#note63">[63]</a>; ma purchè riesca a farsi leggere, che
-gl'importano difetti e censure?<a class="tag" id="tag64" href="#note64">[64]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Sebbene l'illustre nascita gli spianasse il calle agli
-onori, antepose la vita gaudente, e divenne carissimo
-alle corrotte compagnie ed alla Corte d'Augusto. Se
-non che improvvisamente è relegato a Tomi, esigilo
-mite nelle ridenti glebe della Bulgaria; esiglio non
-inflitto dal senato ma dal padre della patria, dall'amico
-dei dotti, senza torgli nè le sostanze nè i diritti, ma
-senza processo, senza addurre motivi<a class="tag" id="tag65" href="#note65">[65]</a>. Teneva egli
-<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span>
-mano alle scostumatezze di Giulia? vide, e non seppe
-tacere le costei dimestichezze col padre? stomacò Augusto
-co' laidi versi? Il bel mondo susurra della mancanza
-del suo poeta, ma non ardisce scandagliarne la
-cagione, finchè dimentica i gemiti impotenti della vittima
-e l'illegalità del punitore.
-</p>
-
-<p>
-Nelle <i>Tristi</i> e nelle elegie <i>dal Ponto</i> verseggia un
-dolore senza dignità nè rassegnazione, erige altari e
-brucia incensi al suo persecutore; in femminei rimpianti
-e monotone rimembranze rincorre la parte più superficiale
-della vita, e a forza di stemprar le lacrime,
-s'interclude il vero. Ma per quanti versi e suppliche
-mandasse, non potè impedire che le sue ossa giacessero
-sotto terra straniera. Le <i>Elegie amatorie</i> sono il giornale
-di sue galanti avventure: brioso e festevole, a
-differenza del piagnucolare de' precedenti, sebbene non
-ostenti sguajatamente i nomi proprj, come Catullo,
-Orazio o Marziale, nè faccia pompa come essi d'infamie
-contro natura, è il più osceno poeta latino; e tale lo
-rivela pure la sua <i>Arte d'amare</i>, di cui troppo parlammo.
-Le <i>Eroidi</i> sono epistole che suppone scritte
-da antichi, ma senza investirsi dell'indole de' tempi, nè
-indovinare il sentimento delle età remote; e dall'erudizione
-lasciando soffocare l'affetto, che si riduce a
-lamenti lambiccati per separazioni.
-<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
-</p>
-
-<p>
-Nelle <i>Metamorfosi</i>, in dodicimila esametri canta le
-forme mutate degli Dei e degli uomini; scioglimento
-troppo uniforme alle ducentoquarantasei favole, raccozzate
-con intrecci poco naturali, nè quasi altro collegamento
-che della successione. Le forme sotto cui vengono
-rappresentati gli Dei nella mitologia primitiva, appartengono
-al simbolo, o derivano dall'idea della metempsicosi:
-ma in Ovidio alcune son mere favole della
-mitologia, in altre i personaggi perdono il carattere
-simbolico e il senso religioso, o lo alterano coll'unione
-di elementi disparati; le tradizioni non vengono nobilitate;
-spesso oscene, avventure si applicano a divinità
-morali; ogni cosa poi è dedotta da poemi e drammi
-d'antichi e di contemporanei, eccetto forse il bellissimo
-episodio di Piramo e Tisbe. Nei <i>Fasti</i> espone il calendario
-e l'origine delle feste romane, come già avevano
-fatto altri in Alessandria, e a Roma Properzio ed Aulo
-Sabino: ma nulla suggerendo di elevato o di recondito,
-lascia dominarvi la leggenda e la menzogna consacrata
-dai sacerdoti; e poichè gli Dei e la religione al suo
-tempo erano sferre da antiquarj, egli se ne valse
-celiando, come della cavalleria fece l'Ariosto che tanto
-gli somiglia. Pure dovendo di preferenza toccare a
-favole latine pastorizie, ce ne conservò alcune, che
-altrimenti ignoreremmo. Come in tutti i componimenti
-del tempo, vi predomina l'idea di Roma: questa è la
-sola unità de' Fasti; di questa intesse i destini nella
-troppo facile orditura delle Metamorfosi<a class="tag" id="tag66" href="#note66">[66]</a>, che
-finiscono con Romolo e Numa, colla stella di Giulio
-Cesare, e colle preci per la conservazione d'Augusto.
-</p>
-
-<p>
-La favola nasce dall'osservare le relazioni tra un
-<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span>
-fatto della natura, e particolarmente del regno animale,
-e un fatto analogo della vita umana, di modo che,
-preso nel suo carattere generale, acquisti una significazione
-per l'uomo, e segni una regola pratica. N'abbiamo
-un esempio antico in Menenio Agrippa, ma neppur
-qui troviamo alcuna originalità romana. Fedro <span class="sidenote">(30 a. C.-14 d. C.)</span>, che
-s'intitola liberto di Augusto e nato in Pieria di Macedonia,
-trovando occupato ogn'altro campo della greca
-imitazione<a class="tag" id="tag67" href="#note67">[67]</a>, tradusse le favole esopiane in candidissimo
-stile, con felice epitetare e brevità arguta e proprietà
-costante, non disgiunta da varietà<a class="tag" id="tag68" href="#note68">[68]</a>, spargendole
-<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
-qui e qua d'allusioni; ma non possiede quell'arguzia
-e quel frizzo che colpisce e passa. Talvolta si eleva a
-maggior grandezza e a morale sublime, come là dove
-canta: — O Febo, che abiti Delfo e il bel Parnaso,
-dinne, ti preghiamo, qual cosa a noi sia più utile. Che?
-le sacrate chiome della profetessa si fanno irte, scuotonsi
-i tripodi, mugge la religione dai penetrali, tremano
-i lauri, e il giorno s'offusca: la Pitia, tocca dal
-nume, scioglie le voci: <i>Udite, o genti, gli avvisi del
-dio di Delo. Osservate la pietà; rendete voti ai celesti;
-la patria, i padri, le caste mogli, i figliuoli difendete
-colle armi, respingete il nemico col ferro; soccorrete
-agli amici, compassionate i miseri, favorite
-ai buoni; resistete ai tristi, vendicate le colpe, frenate
-gli empj, punite quei che stuprano i talami, schivate
-i malvagi, non credete troppo a nessuno.</i> Ciò detto,
-cadde la vergine forsennata: forsennata da vero, giacchè
-quelle parole furono gittate al vento».
-</p>
-
-<p>
-Marco Manilio, sebbene si sentisse angustiato fra il
-rigore del soggetto e le esigenze del verso, pure vedendo
-preoccupato ogn'altro genere, tentò un trattato d'astronomia,
-ove l'aridità dell'insegnamento di rado è illeggiadrita
-dallo stile<a class="tag" id="tag69" href="#note69">[69]</a>. Pochissimi pure leggeranno il
-<i>Cinegetico</i> di Grazio Falisco.
-<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span>
-</p>
-
-<p>
-Di molti poeti latini andarono smarrite le opere; e
-le commedie di Fendanio, le tragedie di Pollione e di
-Vario, e le epopee di Vario stesso, di Rabirio, di Cornelio
-Severo, di Pedo Albinovano, il poema di Cicerone
-sopra Mario, le didascaliche di Marco, i versi di Giulio
-Calido, riputato il più elegante poeta dopo Catullo, non
-ci son noti che di nome. Cornelio Gallo, confidente di
-Virgilio, combattè contro Antonio ed ebbe il governo
-dell'Egitto, poi caduto in disfavore, si uccise.
-</p>
-
-<p>
-Da quelli che ci restano e che erano i migliori, siam
-chiariti come in Roma dominasse una letteratura di
-tradizione e d'imitazione, sicchè tutti si esercitavano in
-eguali generi, eguali soggetti, quasi eguali sentimenti.
-In generale imitavano i poeti della scuola Alessandrina,
-e più che dell'invenzione si occupavano della forma,
-mostrando maggiore erudizione che originalità; letterati
-insomma, non genj. Della loro vita conosciamo poco
-più di quel ch'essi medesimi ce ne tramandarono per
-incidenza; e in un tempo in cui dotti e indotti faceano
-versi, ma pochissimi leggevano, altro pubblico non
-aveano che i pochi ricchi, altro applauso che di qualche
-consorteria, a meritar il quale bisognava sagrificassero
-l'indipendenza. Ammusolata l'eloquenza, la poesia per
-sopravivere si fa stromento alla corruzione, onestata
-col nome di pacificamento; e colle blandizie e colle
-armonie delicate abitua la pubblica opinione a lodare il
-fortunato, il quale s'annojava di questi adulatori, ma per
-interesse li proteggeva e concedeva loro i piccoli onori,
-avendo della letteratura fatto uno spediente di governo.
-Da tutti trapela una società infracidita dai vizj del conquistato
-<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span>
-universo, fiaccata dalla guerra civile, assopita dall'elegante
-despotismo, indifferente ai pubblici interessi
-e ai gravi doveri, anelante al riposo, ai godimenti del
-senso, allo stordimento delle voluttà. Sulle iniquità passate
-hanno cura di stendere un velo recamato, di scusare o
-anche giustificare l'ingiustizia, e travolgere o pervertire
-i giudizj. Quale oserà lodare chi è disfavorito dal principe?
-Al comparire d'una cometa il popolo si sgomenta?
-i poeti canteranno che è la stella di Giulio Cesare. Augusto
-ha paura? ripeteranno quanto sia necessaria la
-sua vita, che tardi ascenda ai meritati onori dell'Olimpo,
-e (cosa strana, non singolare) vanteranno la beatitudine
-d'un tempo, del quale gli storici s'accordano a piangere
-la decadenza.
-</p>
-
-<p>
-Del resto que' poeti non s'affannino troppo a perseverare
-in opinioni meditate e di coscienza; vaghino di
-scuola in scuola, sfiorino tutto, non approfondiscano
-nulla; principalmente persuadano che il godere la vita,
-usar moderatamente de' piaceri, fare germogliar rose
-di mezzo alle spine, è il fiore della sapienza: uffizio
-tanto più efficace, quanto che adempiuto con giusto
-equilibrio delle locuzioni patrie colle forestiere, e colla
-correzione delle forme e la finezza del gusto, che sì
-breve doveano durare.
-</p>
-
-<p>
-Tali vizj compajono anche nei due maggiori, Orazio
-e Virgilio. Il liberto padre di Quinto Orazio Flacco da
-Venosa <span class="sidenote">(66-8 a. C.)</span>, lo fece accuratamente educare col <i>magro camperello</i>;
-si trasferì egli medesimo a Roma, e cercò un
-impieguccio di usciere all'aste pubbliche, acciocchè il
-figlio fosse istrutto non altrimenti che i cavalieri ed i
-patrizj, e per vesti e servi non discomparisse dagli
-altri. Esso padre lo vigilava, lo istruiva, e lo pose sotto
-Pupilio Orbilio, che spoverito dalle proscrizioni, s'era
-messo soldato, poi grammatico, e che severamente
-educando senza risparmiar lo staffile, meritò una statua.
-<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span>
-</p>
-
-<p>
-Da questo conobbe Orazio i vecchi Latini, ma li sentì
-inferiori ai Greci, e massime ad Omero, nel quale esso
-trovava poesia, morale, politica, tutto, siccome avviene
-dei libri che spesso si rileggono.
-</p>
-
-<p>
-Entrato nella milizia, di ventitre anni capitanò una
-legione<a class="tag" id="tag70" href="#note70">[70]</a> nelle file pompejane, come la gioventù
-che imita, non sceglie: ma nella giornata di Filippi
-gettò lo scudo e fuggì. Pacificate le cose, toltogli dai
-soldati il modesto retaggio, nè rimastegli che le lettere,
-si tenne alcun tempo colle vittime e cogli imbronciati,
-reso audace dalla povertà<a class="tag" id="tag71" href="#note71">[71]</a>: e se fosse perdurato
-in questo eroismo negativo, sarebbe riuscito inopportuno
-come Catone, mentre invece si immortalò coll'accostarsi
-ai potenti e trascendere in adulazioni. Perocchè
-Virgilio e Vario lo introdussero a Mecenate, che accolse
-freddamente questo partigiano di Bruto; ma conosciutone
-l'ingegno, se lo guadagnò, e presentollo ad Augusto.
-In quel vivere pubblico sul fôro, al portico, nel
-campo, era facile che s'accomunassero i cittadini anche
-in gran diversità di nascita e di posizione; ed Orazio,
-gioviale e tollerante, divenne amico senza invidia e
-senza bassezza del buon Virgilio, come del dovizioso
-Mecenate e d'Augusto stesso; gli uni invitava a cena,
-dagli altri riceveva e anche domandava pranzi, campagne,
-ville, quando tante ce n'era da distribuire, confiscate,
-occupate militarmente, vacanti per padroni uccisi.
-</p>
-
-<p>
-E un podere sulle colline di quel Tivoli che una
-volta s'intitolava superbo e allora solitario (<i>vacuum
-Tibur</i>), bastante al lavoro di cinque famiglie<a class="tag" id="tag72" href="#note72">[72]</a>, ebbe
-Orazio in dono, e colà godeva i suoi giorni, gustando
-<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
-il più che potesse della vita, non pretendendo sottoporre
-a sè le circostanze, ma a quelle sottoponendosi;
-tanto scarco d'ambizione e aborrente da legami, che
-nè tampoco volle essere segretario di Augusto: ma alle
-lusinghe di questo non potè negar le lodi, anzi divenne
-il poeta di Corte, che nella sua faretra aveva pronto
-uno strale per ogni evento; per celebrar natalizj o
-vittorie de' nipoti del suo padrone, da buon Romano
-esecrando tutto ciò ch'era forestiero, e pregando che
-il sole non potesse veder cosa più grande di Roma<a class="tag" id="tag73" href="#note73">[73]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Fedele alle regole d'un gusto squisitissimo, del resto
-egli vaga per ogni tono della sua lira, per ogni varietà
-d'opinioni<a class="tag" id="tag74" href="#note74">[74]</a>: ora vagheggia la tracia Cloe a dispetto
-della romana Lidia, e sberteggia l'invecchiata Lice e la
-mal paventata strega Canidia; poi di repente vanta a
-Licino l'aurea mediocrità, o tesse un inno ai numi:
-aborre dal lusso persiano e dall'avorio e dalle travi
-dorate, e desidera che Tivoli dia riposo alla sua vecchiaja,
-stancata nell'armi: una volta dipinge le delizie
-campestri, in modo che tu nel credi sinceramente innamorato
-e già già per divenire campagnuolo; ma due
-versi di chiusa ti rivelano che tutto fu ironia. A Mecenate,
-suo sostegno e suo decoro, egli ricanta che senza
-lui non può vivere, che vuole con lui morire; ma il
-genio suo l'assicura d'avere alzato un monumento più
-perenne che di bronzo.
-</p>
-
-<p>
-Come dell'esser nato da padre liberto, così celia
-dello scudo che gettò via a Filippi, e chiama se stesso
-<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span>
-un ciacco delle stalle d'Epicuro, mentre raccomanda
-che la gioventù romana si educhi a soffrire l'augusta
-povertà, e faccia impallidire la sposa del purpureo
-tiranno, allorchè, come lione entro un branco di pecore,
-egli s'avventa fra' nemici. Per blandire Augusto, si
-astiene dal lodar Cicerone: agli Offelj, dalla rapace
-largizione del triumviro convertiti da possessori in
-fittajuoli, predica di vivere con poco, d'opporre saldo
-petto all'avversa fortuna: tratta da pazzo il gran giureconsulto
-Labeone, perchè non si mostra ligio all'imperatore:
-di Cassio Parmense fa un sommo poeta sinchè
-favorito, lo vilipende quando cade in disgrazia: colla
-stessa meditata facilità geme se minacciano rinnovarsi
-le guerre civili, e solleva il velo che copre gli arcani
-della politica. Ma quando encomia la virtù originale di
-Regolo o la imitatrice di Catone, e coloro che furono
-prodighi della grand'anima per la patria, e geme su'
-guaj che toccano al popolo pe' delirj dei re, vien di
-credere che vagasse nella lirica per disviarsi dal cantare
-epicamente le glorie, su cui il secolo d'oro voleva
-disteso l'oblio.
-</p>
-
-<p>
-E sempre più ci si palesa che la lirica romana non
-era impeto spontaneo di devozione, d'affetto, di patriotismo,
-sibbene un godimento preparato all'intelletto,
-un artifizio di gusto, sopra una mitologia forestiera.
-Anche Orazio in tutto questo imitò, anzi le più volte
-tradusse i Greci<a class="tag" id="tag75" href="#note75">[75]</a>, sebbene sentisse che invano aspirerebbe
-ad emulare Pindaro. In fatti questo si lancia
-con un entusiasmo spontaneo che appare fin anche dal
-ritmo, animato, vario nella robusta misura; mentre
-Orazio sentesi calmo e riflessivo colà appunto ove più
-vuole elevarsi, ed invano nell'imitazione artifiziosa cerca
-mascherare il calcolo che guida la sua composizione:
-<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
-in Pindaro è un onore pe' vincitori l'esser lodati da
-esso e fatti partecipi della sua gloria; Orazio loda
-d'uffizio, sebbene abbia l'arte di dissimularlo col cacciar
-avanti se stesso<a class="tag" id="tag76" href="#note76">[76]</a>; e poichè scrive all'occasione di
-<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
-avvenimenti giornalieri, generalmente s'attiene alla personalità
-degli affetti e delle sensazioni, parla ogni tratto
-di sè e de' suoi, talchè c'introduce e addomestica colla
-vita degli antichi; e viepiù nelle <i>Epistole</i> e nelle <i>Satire</i>,
-dove ripigliando la libera misura e il tono famigliare
-di Lucilio, riuscì incomparabile maestro del fare difficilmente
-facili versi.
-</p>
-
-<p>
-La satira, poesia dei tempi critici, o coopera a
-distruggere e riformare; o associandosi colla elegia,
-sorge alla sublimità della poesia civile; oppure si contenta
-di ridere, come fece con Orazio. Conservando la
-finezza di cortigiano e la docilità di liberto anche in
-questo genere essenzialmente democratico, mostrasi
-dedito a frequentare la società, il che ne scopre il ridicolo,
-anzichè al vivere solitario, che ne scopre i vizj.
-E perchè i vizj di Roma erano dalla prosperità pubblica
-ammantati, potevasi ancora sorridere di quello onde
-al tempo di Giovenale un'anima onesta non poteva se
-non bestemmiare. Poi le monarchie tendono sempre a
-diffondere uno spirito di moderazione; e come Augusto
-col lodare gli antichi costumi adottava i nuovi, Orazio
-il secondò scalfendo senza ferire, ponendo se stesso in
-prima fila tra que' peccatori; sicchè punzecchia le colpe
-senza mostrarne aborrimento, esorta alla virtù senza
-farsene apostolo, rimprovera la onnipotenza attribuita
-al denaro<a class="tag" id="tag77" href="#note77">[77]</a>, ma i denarosi corteggia e ne implora
-<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span>
-le cene e i doni; e colloca la morale nel fuggire gli
-eccessi, i desiderj misurare ai mezzi di soddisfarvi,
-viver pago di sè e accetto agli altri; e pingue e lucido
-in ben curata pelle, ingagliardisce nelle lussurie e non
-si dà un pensiero dell'avvenire. Nel che, lontano dallo
-stoicismo desolante di Persio, dall'atrabile di Giovenale,
-e dal cinismo in cui alcuni ripongono la forza della
-satira, mai non si scosta da quella finezza di vedere e
-aggiustatezza d'esprimere, che non si possono cogliere
-se non nelle grandi città e nella conversazione. E poichè
-i mediocri, sì nei meriti sì nei peccati, sono sempre il
-numero maggiore, perciò dura eterno il morso ch'egli
-diede ai costumi, e gli originali suoi ci troviamo accanto
-tuttodì; sicchè, in fuori della settima del libro primo,
-composta a ventitre anni, nessuna delle sue satire invecchiò<a class="tag" id="tag78" href="#note78">[78]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span>
-</p>
-
-<p>
-L'autorità dittatoria da alcuni attribuitale, rese insigne
-l'epistola ai Pisoni, che meno propriamente s'intitola
-<i>Dell'arte poetica</i>; componimento didascalico con episodj
-satirici, ove di famigliarità e di sali sono conditi i
-precetti. Ivi, colla varietà che alle epistole s'addice,
-Orazio discorre sopra la letteratura, nella quale, diremmo
-oggi, egli apparteneva alla scuola romantica,
-alla giovane Roma, che disapprovava i sali di Plauto e
-i versi zoppicanti di Ennio, e beffava gli ammiratori di
-ciò che sentisse d'arcaico, e quei che rincresceansi di
-disimparare maturi ciò che avean imparato a scuola,
-e asceticamente deploravano la perdita del buon gusto<a class="tag" id="tag79" href="#note79">[79]</a>.
-Principalmente egli insiste sulla drammatica:
-ma il vero talento non è mai esclusivo, e mentre sembra
-che in questa ponga ceppi arbitrarj al genio, tende a
-svincolarlo dalla paura dei pedanti, i quali pretendevano
-la lingua si restringesse ad un tempo solo e a certi autori,
-anzichè riconoscerne supremo arbitro l'uso<a class="tag" id="tag80" href="#note80">[80]</a>; chiamavano
-sacrilegio il negar venerazione agli antichi,
-quanto il concederla a coloro il cui nome non fosse
-ancora dalla morte consacrato<a class="tag" id="tag81" href="#note81">[81]</a>; al censore cianciero
-<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
-e petulante attribuivano maggiore autorità che
-al giudizio de' pochi savj modesti.
-</p>
-
-<p>
-Molto egli trae da Aristotele, ma molto dalla propria
-sperienza; nè quell'epistola è inutile in tempo che,
-salite ai primi posti l'erudizione e la storia, molti
-sostengono non darsi principj certi di critica, canoni
-non potersi dedurre che dai capolavori, ed esser tiranniche
-tutte le regole antiche, per verità nulla più severe
-di quelle che s'impongono a nome della libertà.
-</p>
-
-<p>
-In quel gran latrocinio contro i prischi Italiani, per
-cui i campi furono ripartiti fra i soldati d'Ottaviano,
-Publio Virgilio Marone <span class="sidenote">(70-19 a. C.)</span>, nato nel villaggio d'Andes
-(<i>Piétola</i>) presso Mantova, educato a Cremona e a
-Milano, venne a Roma a reclamare l'avito suo poderetto;
-e coll'ingegno trovato grazia appo Augusto,
-l'ebbe come un dio e ne accettò i favori. Candido,
-forbito, innamorato dell'arte e della pace, era il poeta
-nato fatto per quei tempi, in cui dal mareggio civile
-importava richiamare alle operose dolcezze della villa,
-e mutare le spade in aratri, l'attualità in memorie.
-Quest'era l'uffizio a cui Augusto convitava le Muse: e
-tutti i poeti dell'età sua si mostrano credenti a tutta la
-litania degli Dei, fin nelle più beffate loro trasformazioni;
-predicatori del buon costume e della sobrietà
-degli antenati, plaudenti al ritorno della pace, del pudore
-antico, della casta famiglia; encomiatori dell'agricoltura,
-e di quel vivere campagnuolo che avea prodotto i vincitori
-di Cartagine<a class="tag" id="tag82" href="#note82">[82]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span>
-</p>
-
-<p>
-Pertanto Mecenate con insistenza persuase Virgilio a
-nobilitare l'agricoltura, e cantare i campi; e Virgilio
-scrisse le <i>Georgiche</i>, capolavoro di gusto, di retto senso
-e di stile, il monumento più forbito di qualsiasi letteratura,
-la disperazione di quelli che si ostinano alla
-poesia didattica, e che delle apparenti difficoltà ottengono
-agevole vittoria se si considerino isolati, ma messi
-a petto a Virgilio restano d'infinito spazio inferiori.
-Nelle <i>Bucoliche</i> copia Greci e Siciliani; colle frequenti
-allegorie ed allusioni alle proprie venture dissipa l'illusione,
-e svisa i pastori facendoli colti e raffinati tanto,
-da esprimere i sentimenti proprj dell'autore; mai non
-dimentica Roma sua, fra i campi cresciuta; i pastori
-stupiranno alle fortune di essa e alla magnificenza di
-Augusto; ciò che spiace a questo, verrà disapprovato
-anche dal poeta; ed esaltando la beatitudine campestre,
-ne farà raffaccio alle abitudini repubblicane de' clienti
-affollantisi, dell'ambir le magistrature e i fragori forensi,
-al lusso delle case e del vestire, alle guerre civili che
-fanno le case vuote di famiglie<a class="tag" id="tag83" href="#note83">[83]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Come gli altri Romani, Virgilio non si propone d'inventare,
-ma di far una poesia finita; copia le bellezze
-di quei che lo precedettero<a class="tag" id="tag84" href="#note84">[84]</a>, aggiungendovi finezze
-<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
-tutte sue; collo studio migliora ciò che a quelli il genio
-somministrò, eliminandone ogni scabrezza, ogni sconvenienza;
-e col maggior garbo lusinga il lettore, il
-quale s'affeziona ad un poeta tutto occupato nel recargli
-diletto. E qual altri conobbe sì addentro ogni artifizio
-dello stile? Con varietà inesauribile di voci, di frasi, di
-ritmo, carezza gli orecchi del lettore, non lasciandone
-un istante rallentare la schizzinosa attenzione, senza per
-questo solleticarla con lambiccamenti o con pruriginose
-vivezze. Quel che imparò nella colta conversazione dell'aula
-d'Augusto, egli nella solitudine raffina col delicato
-sentire; e dalla maestosa onda del suo esametro
-fino alla scelta de' vocaboli ben equilibrati di vocali e
-consonanti, e di dolci ed aspre, tutto è nel dimostrare
-che di pari sieno proceduti il pensiero e l'espressione.
-</p>
-
-<p>
-Ma opera maggiore gli chiedevano i suoi protettori,
-la quale non lasciasse a Roma alcuna invidia delle
-greche ricchezze; un'epopea. I popoli raffinandosi perdono
-quell'ingenua credenza nell'immediata intervenzione
-degli Dei, sopra la quale si fondano le epopee
-primitive, storia ed enciclopedia delle nazioni ancor
-prive di critica e d'annali; la scienza ingrandendo
-spiega ciò che pareva mistero; l'industria toglie la
-grazia infantile ai famigliari nonnulla della società
-nascente: laonde all'epica grandiosa devono succedere
-i lavori d'erudizione ragionatamente condotti, e gran
-pezza lontani dalla generosa sprezzatura dei poemi
-<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span>
-popolari e nazionali. Il genio di Virgilio e il suo
-tempo non portavano ad un'epopea naturale; ma a
-forza di studio, cognizioni, arte, conducevano ad armonizzare
-quanto sin là erasi fatto di meglio.
-</p>
-
-<p>
-E fatto già s'era in Roma. Moderni critici vollero la
-fanciullezza di questa dotare di poemi primitivi, dove
-le idee fossero personificate in tipi, quali i sette re e
-gli altri eroi fino alla battaglia del lago Regillo, accettati
-poi come storia. Un popolo tutto giurisprudenza, il
-cui <i>carme</i> sono le XII Tavole, le cui imprese caratteristiche
-sono contese di diritto, non dovette cullarsi in
-fasce poetiche, nè possedette quel sentimento elevato
-dell'esistenza, il cui più insigne frutto sono i poemi
-eroici. A questi, come al resto, si applicarono i Romani
-per imitazione, e nell'intento di conciliare l'esempio di
-Omero colla favola ausonia, il meraviglioso dell'epopea
-colla storica realtà. Nevio cantò la prima guerra punica,
-Ennio la seconda e la etolica<a class="tag" id="tag85" href="#note85">[85]</a>, in via episodica
-risalendo alle origini di Roma. Ma al costoro tempo
-già si scriveva la storia, onde non potevano che esporre
-in versi i fasti romani: Ennio poi, traduttore d'Eveemero
-e d'Epicarmo, i quali scomponevano il cielo in
-simboli o apoteosi, come poteva usare sinceramente la
-macchina? Nè l'innesto de' fatti storici coi soprannaturali,
-fondamento dell'epopea greca, avea più luogo
-quando s'attuarono grandi eventi, degnissimi di poema.
-Ben alcuni assunsero a tema la guerra dei Cimri, o il
-consolato di Cicerone; le costui lodi celebrò Cornelio
-Severo nella Guerra di Sicilia; Archia cantò le spedizioni
-di Lucullo, Teofane quelle di Pompeo, Furio
-Bibaculo le imprese di Catulo, altri quelle di Cesare, le
-vittorie d'Antonio o quelle d'Ottaviano, come fece Cotta
-<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span>
-nella <i>Farsaglia</i>: ma la vicinanza delle imprese riduceva
-il poeta a storiografo, a tradurre in versi i commentarj
-di qualche famiglia; e la protezione imponeva
-di adulare un uomo o una fazione, anzichè sublimare
-la nazione tutta, o interessare l'umanità.
-</p>
-
-<p>
-Altri, dietro a Lucio Andronico, assumevano soggetti
-mitologici, rifritti e non creduti, come Varrone d'Atace
-che riprodusse le Argonautiche, Cicerone gli Alcioni e
-Glauco, Calvo l'Io, Cinna la Mirra, Catullo il Teti e Peleo,
-e tante Tebaidi, Ercoleidi, Amazonidi<a class="tag" id="tag86" href="#note86">[86]</a>, dove al
-racconto si associavano movimenti lirici e tragici. Fra
-i quali va distinto Rabirio, che Ovidio chiama grande e
-Vellejo Patercolo appaja a Virgilio, e del quale non
-conosciamo che alcuni versi sulla guerra d'Alessandro,
-ritrovati ad Ercolano. Altri ricorrevano le antiche memorie
-patrie, e i fievoli cominciamenti di Roma, mettendoli
-<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
-a fronte della presente grandezza: di ciò un Sabino
-fece soggetto a canti, tronchi dalla morte; su ciò
-fondansi i <i>Fasti</i> d'Ovidio; Properzio si proponeva di celebrare
-le antiche feste e i prischi nomi dei luoghi<a class="tag" id="tag87" href="#note87">[87]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Virgilio, venuto al tempo che la vecchia Roma perisce,
-e la trasformazione dell'impero eccita vaghi presentimenti
-d'un avvenire incomprensibile, pensò combinare
-gli elementi che gli altri adoperavano distinti. Le memorie
-repubblicane poteano recar ombra al pacificatore
-fortunato, e a troppe passioni avrebbe dato di cozzo
-se, come Lucano, avesse tolto a cantare armi tinte di
-sangue non ancora espiato. Si gittò dunque sull'antichità,
-da Omero desumendo il soggetto, gli eroi, l'orditura
-persino e il verso e il tono, come era consueto
-da' suoi predecessori; ideò di unire i viaggi dell'<i>Odissea</i>
-e le guerre dell'<i>Iliade</i>, ma collocarsi nella favola omerica
-per mirare fatti storici lontani e vicini, e cantando
-Trojani essere eminentemente romano. Il trarre la
-favola iliaca a significazione italiana era tutt'altro che
-cosa nuova<a class="tag" id="tag88" href="#note88">[88]</a>, e ne restava blandita la vanità di tutta
-la nazione, e specialmente di questa gente Giulia, giganteggiata
-sulle rovine dell'aristocrazia. Più non basta
-<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
-però che la musa gli canti le origini della romana
-gente, ma deve accertarle; onde esamina la tradizione,
-vaglia, ordina, sicchè rimane buon testimonio delle
-tradizioni antiche, e fa un esercizio d'arte, non una
-poesia di getto.
-</p>
-
-<p>
-A quella lontananza, favorevole all'immaginazione,
-per via d'episodj potrà facilmente annestare i nomi di
-coloro per cui crebbe e s'assodò la romana cosa; potrà
-coll'episodio di Didone adombrare la guerra punica, il
-cui esito accertò la grandezza di Roma; e colle antichissime
-cagioni delle nimistà e colle imprecazioni di
-Elisa che invocava irreconciliabili gli odj e le vendette
-contro la schiatta d'Enea, giustificare la distruzione di
-Cartagine per titolo di sicurezza. Infine metterà a confronto
-la Roma non nata ancora presso al regio tugurio
-d'Evandro, con quella meravigliosamente marmorea
-di Augusto, sulla quale egli concentrerà tutto lo splendore
-della storia italica e del tempo de' semidei.
-<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span>
-</p>
-
-<p>
-Orditura così compassata, quanto dovea restare di
-sotto della spontanea ispirazione di Omero! In questo
-terra e cielo uniti cospirano a comun fine, e le divinità
-perpetuamente intervengono alle azioni e ai consigli
-de' mortali. Perduta quella iniziazione divina, in Virgilio
-gli Dei s'affacciano solo tratto tratto per macchina
-d'arte; e lo scetticismo filosofico gli accetta come spediente
-letterario. Virgilio vede ed ammira la grande
-unità di Omero, ed esclama esser più facile togliere la
-clava ad Ercole che un verso a quello: eppure compagina
-un poema di frammenti, di erudizione avvivata
-con grand'ingegno, ma non riuscendo a idealizzare le
-raccozzate rimembranze.
-</p>
-
-<p>
-Se, invece d'imitare separatamente i didascalici di
-Alessandria, i bucolici siciliani e l'epico Meonio, avesse
-fuso gli uni coll'altro, e nell'esposizione della civiltà
-italica antica (dove rimase tanto inferiore) non introdotte
-in forma precettiva, ma atteggiate le ingenue
-dipinture del viver campestre dei prischi Italiani,
-avrebbe fatto opera non soltanto romana ma italica,
-causato il troppo immediato confronto coi poeti imitati,
-e la dissonanza che, come negli altri Latini, vi si scorge
-fra quello che ha di proprio o quel che toglie a prestanza.
-Nè tampoco si propose egli di ritrarre particolarmente
-veruna età, non la sua, non quella che
-descrive<a class="tag" id="tag89" href="#note89">[89]</a>, né di aprire un nuovo calle ai successori;
-ma fu tutto amor dell'arte, tutto romana predilezione:
-l'adulazione stessa non fece sguajata come quella onde
-<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span>
-Ariosto cantò gl'indegni suoi mecenati, ma fina e convenevole
-alla forbita corte d'Augusto.
-</p>
-
-<p>
-Nella quale vivendo, Virgilio ingentilisce gli eroi:
-Enea depose la pelasgica rozzezza: la donna non è più
-una Criseide che passi a chi vince; non un'Andromaca
-che, da vedova di Ettore, si contenti di divenire la
-sposa di Elleno; ma una regina che giurò fede al perduto
-consorte, che soccombe solo alla potenza dell'amore,
-e all'amore tradito non sa sopravivere<a class="tag" id="tag90" href="#note90">[90]</a>.
-Nell'inferno di Omero, Achille ribrama avidamente la
-vita: nell'Eliso di Virgilio, Didone guata silenziosa il
-suo traditore e passa.
-</p>
-
-<p>
-In quest'ultimo tratto scorgiamo un merito che renderà
-Virgilio eternamente prezioso a chi è capace di
-sentire. Fra tanti poeti che menzionammo, i quali cantarono
-prolissamente i loro amori, pur uno non troviamo
-che tratteggi al vero il procedere della passione,
-accontentandosi essi di ritrarne qualche accidente o le
-<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span>
-crisi più rilevate, e sfogarsi in sentenze, in lamenti
-ingegnosi, in ricche descrizioni, in tutto ciò che è
-esterno. La meditata conoscenza della vita interiore
-doveva ai moderni venire da una fonte nuova; e parve
-preludervi Virgilio, che, impedito dai tempi d'essere
-ingenuo, si conservò semplice, eloquente, patetico;
-trasfuse nella poesia il proprio cuore, e ciò che dapprima
-era soltanto esteriore, ridusse subjettivo coll'insistere
-sopra un sentimento, e scovar dai cuori i secreti
-più ritrosi, e seguir passo passo il crescere e il declinare
-d'una passione. Vedetelo in quell'amore di Didone,
-del quale son gettati i primi semi colla pietà nata dalla
-fama, poi cresce colla vista, col racconto, colla consuetudine,
-col raziocinio, finchè deluso, non può cessare
-che colla vita.
-</p>
-
-<p>
-A questo fino sentire va debitore Virgilio d'un genere
-di bellezze nuove, qual è l'avvicendarsi delle pitture,
-per cui dalla desolazione di Troja incendiata s'insinua
-ad una scena di famiglia; di mezzo all'ira disperata,
-Enea è rattenuto dalla vista di Elena; alla procella
-succedono la placidissima descrizione del porto, e le
-ospitali accoglienze; l'episodio puramente guerresco
-dell'esplorazione notturna nel campo, è risanguato
-dall'affettuoso episodio di Niso ed Eurialo; perocchè il
-patetico è il vero dominio dell'arte, siccome la cosa
-essenzialmente efficace nella vita umana.
-</p>
-
-<p>
-Di là un'altra delle vaghezze più care in questo amabilissimo
-poeta; quel condurre la realtà esteriore alla
-spiritualità, quel tradurre l'idea in immagini che offre
-vive vive all'occhio, e in cui forse consiste quel <i>bello
-stile</i> che Dante riconosce aver tolto da lui, e che Virgilio
-avea forse dedotto dall'assiduo suo studio ne' tragici<a class="tag" id="tag91" href="#note91">[91]</a>.
-Quella fanciulla che getta al pastore un pomo
-<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span>
-e si nasconde fra' salici, ma prima desidera d'esser
-veduta; quel bambino che col primo riso conosce la
-madre; quell'Apollo che tira l'orecchio al poeta per
-avvertirlo di non trascendere i pastorali argomenti;
-quel garzoncello che a fatica attinge i fragili rami;
-quell'idea della speranza, rappresentata in Dafni che
-innesta i peri, di cui coglieranno le frutta i nipoti;
-que' pastorelli che incidono sulle piante i cari nomi, le
-piante cresceranno e gli amori con esse<a class="tag" id="tag92" href="#note92">[92]</a>; sono
-idillj compiuti, che il pittore può rendervi in altrettanti
-quadretti. Poi, per belli che sieno i paesaggi, Virgilio
-sente quanto vi manchi finchè non siano avvivati dalla
-presenza dell'uomo: adunque tra i noti fiumi e i sacri
-fonti non mancherà un fortunato vecchio, godente
-l'opaca frescura; o un afflitto che, sotto l'ombra di
-densi faggi, alle selve e ai monti sparge inutili querele;
-e i molli prati e i limpidi fonti e i boschi gli
-dilettano solo in riflettere qual sarebbe dolcezza il
-vivervi eternamente colla sua Licori<a class="tag" id="tag93" href="#note93">[93]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Eccetto le primissime composizioni, non volse egli la
-musa a particolari sue affezioni ed avventure; ma sappiamo
-che placida fluì la sua vita, più che non soglia
-<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span>
-in poeta. Caro ad Augusto e copiosissimamente da lui
-rimunerato<a class="tag" id="tag94" href="#note94">[94]</a>, non prendeasi briga delle <i>romane
-cose</i> e dei <i>perituri regni</i>, ma ritirato presso Táranto,
-fra i pineti dell'ombroso Galéso<a class="tag" id="tag95" href="#note95">[95]</a> cantava Tirsi e
-Dafni, come l'usignuolo che, senz'altro pensiero, la sera
-empie il bosco de' suoi gorgheggi. Lo mordevano i
-<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
-Mevj e i Bavj, peste d'ogni tempo? ma di encomj lo
-elevavano a gara i migliori dell'età sua, la curiosità
-ammiratrice veniva a cercarlo nel suo ritiro, ed una
-volta, al suo entrare in teatro, il popolo tutto s'alzò,
-come all'arrivo dell'imperatore<a class="tag" id="tag96" href="#note96">[96]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ammirando però quella forma così temperata, così
-pudica della sua bellezza, non per questo diremo superasse
-i suoi modelli. Come noi esaltiamo l'Ariosto per
-la forma, pur ridendoci delle sue favole, così, mentre
-si smarriva la tradizione religiosa d'Omero, durava,
-anzi cresceva di reputazione l'artistica, e Virgilio non
-se ne volle staccare. Ma in Omero quell'inserire s'un
-fatto pubblico passioni personali, quell'elevare l'individualità
-mediante la grandezza dello scopo e la serietà
-del destino, quell'equilibrare la natura collo spirito, ci
-portano ben più in là che non un'epopea dotta, la quale
-in fatto non potè divenire il libro de' Latini, come
-divennero Omero e Dante. Quella parola de' genj contemplativi
-e creatori, che è possente a trarre in terra
-l'ideale, è negata a Virgilio, il quale riesce soltanto a
-magnificare la restaurazione d'Augusto, avvenimento
-passeggero.
-</p>
-
-<p>
-Con Omero versiamo continuo nel mondo greco,
-dov'egli passeggia da padrone; non così con Virgilio,
-costretto a lavorare d'erudizione. Omero è più universale
-ne' suoi concetti, e se vuole il meraviglioso infernale,
-fa da Ulisse evocar le ombre entro una fossa
-ch'egli medesimo scavò e asperse di sangue; mentre
-Virgilio guida Enea per regolare viaggio ai morti regni.
-<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il cuore dell'uomo deve rivelarsi ne' suoi Dei, forme
-generali, personificazione degli interni suoi motori,
-nel qual caso sono gli Dei del proprio sentimento, delle
-proprie passioni: in Omero son essi una cosa sola cogli
-eroi; in Virgilio convivono ancora, intervengono ancora
-in avvenimenti semplici, come per indicare la via di
-Cartagine. Pure, non foss'altro, la diligenza del verso
-avvisa che si è già a quel punto di civiltà ove più non
-vi si crede; e quegli Dei appajono macchine, inserite
-nella ragione positiva, non altrimenti che i prodigi in
-Tito Livio. Circe e Calipso sono abbandonate come
-Didone, ma in modo ben più naturale e ingenuo.
-</p>
-
-<p>
-Alla descrizione dei giuochi, tanto semplice nel Meonio,
-Virgilio oppone un tale affastellamento di artifizii,
-che sarebbero troppi a narrare la distruzione d'un
-impero. Chi non ha sentito la sublimità delle battaglie
-d'Omero? ogni uomo che cade v'ha il suo compianto,
-al tempo stesso che tutt'insieme è un fragore, una mescolanza
-di cielo e terra, che rimbomba nei versi e
-nelle parole. Quale assurdità invece i serpenti che strozzano
-Laocoonte in mezzo a un popolo! qual meschino
-spediente quel cavallo di legno! cento prodi che si
-chiudono in una macchina, esponendo lor vita ai nemici:
-Sinone che intesse la più inverosimile menzogna: Trojani
-così ciechi, da non mandar fino a Tenedo, che dico?
-da non salire sopra una torre per avverare se la flotta
-nemica abbia preso il largo nell'Ellesponto: in brev'ora,
-sì smisurata mole è trascinata dal lido fin alla ròcca di
-Troja, superando due fiumi e gli aperti spaldi; poi non
-appena Sinone l'ha schiusa, è incendiata e presa quella
-città vastissima, folta di popolo, con un esercito intatto;
-avanti l'alba ogni resistenza cessò, i vincitori ridussero
-le spoglie ne' magazzini e i prigionieri; i vinti raccolsero
-altrove quel che poterono sottrarre.
-</p>
-
-<p>
-In Omero ciascuno ha un carattere; benchè Agamennone
-<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
-sia re dei re, ciascuno serba volontà e compie
-imprese personali; ogni minima cosa è contraddistinta,
-il mare, la rôcca, lo scettro, le vesti, le porte e i cardini
-loro, semplice la vita degli eroi, e perciò interessante
-ogni loro atto, e per da poco che sembri alla raffinatezza
-odierna, serve però a intrattenere sopra quel personaggio.
-Nei caratteri invece sta il debole di Virgilio.
-Giunone al principio è triviale, nè tutta la sua enfasi
-esprime quanto il sacerdote Crise che torna mortificato
-verso il lido, e prega vendetta, e l'ottiene dal Dio. Evandro
-nel congedare Pallante mostrasi femminetta al confronto
-di Priamo a' piedi di Achille. Ettore che bacia Astianatte
-e invoca che chi lo vedrà dica — Non fu sì valoroso il
-padre», ha ben altro decoro che Enea nello staccarsi
-dal figlio. Enea poi combatte per tôrre ad un altro il
-regno e la sposa, mentre Ettore per difendere la patria.
-Nè forse un solo carattere riscontriamo in Virgilio ben
-ideato e a se medesimo consentaneo: Acate non sai che
-è <i>fido</i> se non dall'epiteto del poeta: chi il <i>pio</i> applicato
-ad Enea non intenda nel primo senso di religioso ed
-obbediente agli Dei, dee scandolezzarsi al vederlo applicato
-ad uomo il quale, ospitalmente accolto in terra
-straniera, seduce la donna che sa di dover abbandonare;
-approdato altrove, rapisce quella d'un altro. Ma per
-tutta ragione sta il comando degli Dei, che lo destinavano
-a creare i padri Albani, e le alte mura di Roma,
-e la grandezza d'Italia, gravida d'imperi e fremente di
-guerra.
-</p>
-
-<p>
-Molti di questi difetti appartengono all'essenza del
-suo componimento; alcuni sarebbero scomparsi se
-avesse potuto dare l'ultima mano all'opera sua. La
-quale, com'è stile dei grandi, pareagli sì discosta dalla
-perfezione, che, morendo ancor fresco, raccomandava
-ad Augusto di bruciarla; voto che l'imperatore si guardò
-bene di adempire. Tal quale la lasciò, male ordinata
-<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span>
-nell'insieme, e ad ora ad ora imperfetta nella rappresentazione
-e nelle espressioni, è squisito lavoro, e come
-epopea definitiva servì di norma e talvolta di ceppo
-agli epici posteriori, che professavano seguirla da lungi
-e adorarne le vestigia<a class="tag" id="tag97" href="#note97">[97]</a>.
-</p>
-
-<p>
-In somma la letteratura romana può considerarsi
-come una fasi della greca. Nei Greci si trovavano in
-armonia il sentimento dell'ordine generale qual base
-della moralità, e il sentimento della libertà personale,
-non ancora essendosi manifestata l'opposizione fra la
-legge politica e la legge morale; sicchè ciascuno cercava
-la propria libertà nel trionfo dell'interesse generale. In
-questo istante dell'umanità, fu prodotta nel suo più
-splendido fiore la bellezza sotto la forma dell'individualità
-plastica; gli Dei ottennero un aspetto armonizzante
-colle idee che rappresentavano, sicchè la greca fu la
-religione dell'arte; la poesia che ha per oggetto l'impero
-indefinito dello spirito, raggiunse il perfetto equilibrio
-fra l'immaginativa e la ragione; la civiltà profittò di
-tutti i passi precedenti, unificandoli e perfezionandoli
-in quel patriotismo che della greca fu lo scopo più
-elevato.
-</p>
-
-<p>
-I Romani, stupiti a quella incomparabile bellezza, non
-credettero potere far meglio che imitarla. Il linguaggio
-della magistratura, dell'imperio, era il latino; ma il
-greco quel della coltura, della eleganza; sarebbe parso
-sacrilegio il parlare altro che latino dal tribunale o
-<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span>
-dalla ringhiera; Tiberio cancella una parola greca scappata
-in un senatoconsulto; Claudio toglie la cittadinanza
-ad uno che non sa il latino: ma nella conversazione si
-parla il greco; in greco si scrivono le note e le memorie;
-il greco si usa in famiglia, si usa coll'amante,
-dicendole ζωὴ, φυχὴ; greci sono i maestri, nè i filosofi
-di quella lingua si varrebbero mai della latina, anzi
-non la imparano; e Plutarco, che tanto n'avea bisogno
-per iscrivere le sue vite, ben tardi cominciò a leggere
-qualche scritto romano, comprendendolo dal senso
-piuttosto che letteralmente. Cicerone affetta di non
-capire la bellezza delle statue greche, d'ignorare i nomi
-de' loro artisti; ma appena sceso dai rostri, parla greco,
-va in Grecia a perfezionare la sua educazione, traduce
-i greci filosofi.
-</p>
-
-<p>
-Se fosse prevalsa l'Etruria, Italia avrebbe serbato
-una poesia originale, con forma e lingua proprie:
-Roma invece dal bel principio s'acconciò all'imitazione,
-e ricevendo gli Dei della Grecia, dovette pur riceverne
-l'arte che sulla religione era fondata. Ma la religione
-fra i Greci era culto e dogma, ai Romani era favola e
-convenzione; e tale si mostra in tutta la loro poesia.
-Potrebbe mai credersi che Virgilio, Orazio, Ovidio
-prestassero fede a quei numi, che adopravano per macchina
-ed ornamento? nè mai dalla lira latina uscì un
-inno ove apparisse, non dirò la divota ispirazione
-ebraica, ma neppure la convinzione che alita in Omero,
-in Eschilo, in Pindaro. Il poeta non sentiva i numi nel
-cuore, non era ascoltato dal popolo, preoccupato da
-positivi interessi; riducevasi dunque a pura arte, nè in
-ciò poteva far di meglio che seguitare i Greci, i quali
-ne avevano esibito i più squisiti esemplari.
-</p>
-
-<p>
-— Questi esemplari sfoglia giorno e notte», raccomandasi
-ai giovani di buone speranze; non già meditare
-sopra se stessi, sulla natura, sul mondo: divenire
-<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
-per gloria eterni si confida non tanto per coscienza
-delle proprie forze, quanto per la gran pratica coi
-capolavori dei maestri, per averne scelto il meglio a
-guisa d'ape<a class="tag" id="tag98" href="#note98">[98]</a>, e tradotte le muse di quelli a favellare
-con intelligenza la lingua del Lazio. Che se poniam
-mente a questa moderata pretensione, men vanitoso ci
-sembra quel loro continuo assicurarsi dell'immortalità,
-e d'associare il proprio nome all'eternità della romana
-fortuna<a class="tag" id="tag99" href="#note99">[99]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Nè trattavasi soltanto dell'imitazione, naturale a chi,
-venendo dopo, eredita dai predecessori, senza perdere
-quel che v'ha di proprio nello spirito, nella lingua,
-nella tradizione, nel pensar nazionale; ma si faceano
-ligi alle forme artistiche, particolari di quella gente,
-per conseguenza non riuscivano coll'artifizio a raggiungere
-l'altezza, cui soltanto colla naturale vivacità dell'ingegno
-si perviene. Quel bisogno artistico di esprimere
-e di comunicare i sentimenti più nobili e più
-profondi, dal quale è creata e conservata una letteratura,
-<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span>
-fu poco sentito da' Romani, sprovveduti dello
-slancio ideale, dell'intuizione calma della natura, e dello
-spirito estetico tanto proprio de' Greci; l'elemento religioso
-vi rimaneva interamente subordinato al politico;
-di rado seppero il semplice ed il naturale elevare
-all'idealità; e diedero facilmente nel falso, e in quel
-sublime di parole scarso d'idee, che costituisce il declamatorio.
-La poesia romana non differì dalla greca per
-lo spirito, pel sentimento, pel modo di osservar l'universo,
-per l'espressione; ma l'arte vi si scorge troppo,
-tutto è riflesso e calcolato, nulla della semplicità di
-Omero, e l'abilità del linguaggio e l'arte retorica mal
-suppliscono alla forza spontanea e alla fecondità d'invenzione.
-</p>
-
-<p>
-Eccettuata la satira, non un genere letterario apersero,
-e nessuno raggiunse i loro modelli. Ai quali taluno
-si attenne senza restrizione, come Livio, Virgilio, Orazio,
-mentre più nazionali si conservarono Ennio, Varrone,
-Lucrezio, poi Giovenale e Lucano, perciò più robusti
-ma meno colti. Povero fu il teatro, il quale non può
-reggersi che su tradizioni e sentimenti nazionali. La
-lirica massimamente ne risentì, poichè a quest'armonica
-espressione degl'intimi sentimenti nulla più nuoce che
-il trovare la reminiscenza ove si cercava l'ispirazione,
-ed esser frenati nella commozione dal pensare che il
-poeta non s'ispira ma ricorda.
-</p>
-
-<p>
-Ma in tutti costoro quale squisita verità di sentimento!
-qual perfetta aggiustatezza di pensiero! qual compiuta
-venustà di forme, e purezza ed eleganza e nobile armonia
-di stile, e variazioni di ritmo! Un alito di regola e
-di calma penetra ogni particolarità, un ordine semplice
-ed austero dà a conoscere che l'autore è padrone di
-sè e del suo soggetto. Tutti poi s'improntano d'un marchio,
-che li fa originali da ogni altro; ed è l'idea di
-Roma, che in tutti predomina, e che supplisce al difetto
-<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span>
-di quel tipo particolare che distingue ciascuno dei
-grandi autori di Grecia. La quale differenza è portata
-naturalmente dal diverso vivere d'un popolo eminentemente
-individuale e libero nell'esercitare come gli piace
-le forze del suo spirito, e d'un altro fra cui ad ogni
-altra idea predomina quella della patria grandezza.
-</p>
-
-<p>
-A stampare questo carattere assai valse l'esser le
-romane lettere fiorite per opera de' principali cittadini,
-i quali abbracciando intera la vita nazionale, considerano
-ogni cosa nelle più ampie sue relazioni, a differenza
-di que' meri scrittori che rimpicciniscono la letteratura
-riducendola a semplice arte. E la letteratura
-latina, a tacere di noi pei quali è un vanto patrio,
-merita maggiore studio che non la greca, perchè, provenendo
-da un grandissimo centro di civiltà, meglio
-rivela la condizione sociale del genere umano.
-</p>
-
-<p>
-Ma quando una letteratura si regge sull'artifizio,
-prontamente decade. Augusto ben poco merito ebbe
-all'apparire dei genj, di cui esso fu il contemporaneo,
-non il creatore, e che, nati nella repubblica, aveano
-lasciato il campo senza successori prima ch'egli morisse.
-Già egli derideva lo stile pretensivo di qualcheduno e
-le parole antiquate di Tiberio; e alla nipote Agrippina
-diceva: — Il più che cerco è di parlare e scrivere
-naturalmente»; ma le idee che contenevano, faceangli
-mal gradito lo studio degli antichi. Poi Mecenate suo
-dilettavasi di uno stile floscio e ricercato. Come avviene
-allorchè cessa la produzione, si sottigliava la critica:
-Asinio Pollione poeta e storico appuntava Sallustio di
-vecchiume, Livio di padovanità, Cesare di negligenza
-e mala fede; singolarmente professava nimicizia per
-Cicerone; egli poi scriveva stecchito, oscuro, balzellante<a class="tag" id="tag100" href="#note100">[100]</a>;
-ma era l'amico dell'imperatore, avea buona
-<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span>
-biblioteca, bella villa, esperto cuoco; sicchè dovea
-trovar non solo l'indulgenza che agli altri negava, ma
-anche lode, e ai suoi giudizj forza di oracolo.
-</p>
-
-<p>
-Ritiratosi dalla vita pubblica, scriveva orazioni, somiglianti
-agli articoli di fondo de' nostri giornali, cioè di
-<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span>
-lettura amena, e che diffondessero certe idee di politica
-e di letteratura. Così svoltavansi gli spiriti dall'eloquenza
-pubblica verso quella di scuola. Di quella conservavano
-ancora qualche ombra Azzio Labieno libero parlatore
-«unendo il colore della vecchia orazione col vigore
-della nuova» (<span class="smcap">Seneca</span>); e Cassio Severo amico suo e
-altrettanto franco dicitore, che satireggiava anche le
-persone cospicue, onde Augusto fe bruciare gli scritti
-di esso, ne' quali gli antichi ammiravano lo stile vigoroso,
-oltre la mordacità; e fu lui veramente che schiuse
-la nuova via, alla quale l'eloquenza si trovò ridotta dopo
-respinta dalla tribuna<a class="tag" id="tag101" href="#note101">[101]</a>. Perocchè, mutata la pubblica
-attività nella monarchica sonnolenza, cessato il
-giudizio tremendo e inappellabile delle assemblee, si
-sentenziava degli autori secondo l'aura delle consorterie
-e dei grandi che davano da pranzo ai letterati.
-</p>
-
-<p>
-Quando Augusto morì, più non sonava che la piangolosa
-voce d'Ovidio, cui l'infingarda abbondanza, lo
-sminuzzamento, i contorcimenti della lingua, i giocherelli
-di parole collocano lontano da Orazio, Virgilio e
-Tibullo, quanto Euripide da Sofocle e il Tasso dall'Ariosto.
-Così breve tempo era bastato perchè la letteratura
-romana passasse da Catullo non ancor dirozzato
-ad Ovidio già corrotto.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap32">CAPITOLO XXXII.
-<span class="smaller">Tiberio.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Augusto non osò sistemare il governo monarchico
-mediante uno statuto, il quale ponendo limiti a' suoi
-successori, avrebbe fatto conoscere ai Romani ch'egli
-non ne aveva. In conseguenza non si ebbe nè elezione
-legale, nè ordine prefinito di successione, nè contrappesi
-politici: la repubblica assoluta mutavasi in assoluta
-monarchia, costituita unicamente sulla forza, dalla forza
-unicamente frenata; l'imperatore, rappresentante del
-popolo, poteva quel che volesse<a class="tag" id="tag102" href="#note102">[102]</a>, e dell'onnipotenza
-valeasi a pareggiare tutti i sudditi nel diritto, e a togliere
-al popolo ed al senato e l'autorità e l'apparenza.
-</p>
-
-<p>
-Tanti anni d'assoluto dominio, mascherato con forme
-repubblicane, aveano indocilito i Romani al giogo, sicchè
-vedeasi senza repugnanza che l'impero passerebbe
-da Augusto in un altro. Tiberio, rampollo dell'illustre
-casa Claudia, illustre egli stesso per imprese guerresche,
-rivestito di molti onori e della tribunizia podestà, figliastro
-e genero d'Augusto, tenevasi sicuro d'esserne chiamato
-successore, quando lo vide voltar le sue grazie sopra
-gli orfani d'Agrippa. Tra per dispetto e per rimuovere
-ogni gelosia, s'allontanò da Roma, come dicemmo, e
-visse otto anni a Rodi, deposte armi, cavalli, toga:
-lontano dal mare, in una casa posta fra dirupi, dal
-tetto di quella faceva che gl'indovini investigassero negli
-<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span>
-astri l'avvenire; e se la risposta riuscivagli sospetta, nel
-ritorno il liberto scaraventava per le balze l'astrologo
-mal avvisato.
-</p>
-
-<p>
-Morti i figli d'Agrippa (forse non senza opera sua) <span class="sidenote">(4 d. C.)</span>,
-torna a Roma, è adottato da Augusto, il quale pretendono
-sel destinasse successore acciocchè la propria
-moderazione traesse risalto dal lento strazio di costui<a class="tag" id="tag103" href="#note103">[103]</a>,
-ch'e' conosceva pauroso, diffidente, irresoluto, simulato.
-Alla morte dunque del patrigno <span class="sidenote">(14)</span>, Tiberio si trova padrone
-del mondo a cinquantasei anni. Non volendo
-accettar l'impero dagl'intrighi d'una donna e dall'imbecillità
-d'un vecchio, modestamente convoca il senato,
-come tribuno ch'egli era; e la offertagli dominazione
-ricusa, come peso a cui poteva a pena bastare il divin
-genio d'Augusto; solo dalle lunghe istanze lascia indursi
-ad accettare, e purchè i senatori gli promettano assistenza
-in ogni passo. Di fatto li consultava continuo, ne
-incoraggiva l'opposizione, gli esortava a ripristinare la
-repubblica; cedeva la destra ai consoli, e sorgeva al
-loro comparire in senato o al teatro; assisteva ai processi,
-massime ove sperasse salvare il reo; non soffrì il
-titolo di signore, nè di padre della patria, nè tampoco
-quello di Dio, dicendo: — Io sono signore de' miei
-schiavi, imperatore de' soldati, primo fra gli altri cittadini
-romani; mio uffizio è curar l'ordine, la giustizia, la
-pubblica pace». Alleggeriva da' tributi i sudditi, e avvisava
-i governatori delle provincie che un buon pastore
-tosa non iscortica le pecore. Riformò i costumi, diminuendo
-le innumerevoli taverne, restituendo ai padri
-l'autorità di punire le figliuole discole, benchè maritate;
-vietò il baciarsi per saluto in pubblico; ai senatori
-interdisse di comparire fra i pantomimi, e ai cavalieri
-di corteggiare pubblicamente le commedianti; e per
-<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span>
-raffaccio allo scialacquo de' banchetti, faceasi servire i
-rilievi del giorno antecedente, dicendo che la parte non
-ha men sapore che il tutto. Spargonsi satire contro di
-lui? — In libero Stato, liberi devono essere i pensieri
-e la parola». Vuolsi in senato portar querela contro
-suoi diffamatori? — Non ci basta ozio per tali bagattelle.
-Se aprite la porta ai delatori, non avrete ad occuparvi
-d'altro che delle costoro denunzie; e col pretesto
-di difendere me, ognuno vi recherà le proprie ingiurie
-da vendicare».
-</p>
-
-<p>
-Ma per quanto dissimulatore e simulatore, non seppe
-mai comparire grazioso; le larghezze e l'affabilità di
-Augusto disapprovava; non diede molti spettacoli al
-popolo, non donativi ai soldati; nè tampoco soddisfece
-ai legati del predecessore; e avendo uno de' legatarj
-detto per celia all'orecchio d'un morto, annunziasse ad
-Augusto che l'ultima sua volontà rimaneva inadempita,
-Tiberio gli pagò il lascito, poi di presente lo fece trucidare
-perchè riferisse ad Augusto notizie più fresche
-e più vere. Non soffrì si concedesse il littore o l'altare
-od altra prerogativa a sua madre, la quale da tanti
-intrighi e delitti non colse che l'amarezza d'aver posto
-in trono un ingrato. A Giulia, indegna sua moglie, da
-tre lustri relegata, sospese la modica pensione assegnatale
-dal padre, sicchè morì di fame; di ferro Sempronio
-Gracco, drudo antico di lei.
-</p>
-
-<p>
-Erano quasi le primizie d'una crudeltà, che ben tosto
-mostrossi calcolata, inesorabile; e prima contro i pretendenti.
-Agrippa, nipote d'Augusto, fu ucciso. Le
-legioni di Germania e di Pannonia avevano offerto l'impero
-a Germanico, ma questi ne chetò la violenta sedizione:
-pure Tiberio, che avea dovuto adottarlo, adombrato
-della popolarità e del valore di lui, lo richiamò
-di mezzo ai trionfi per mandarlo a calmare l'insorto
-Oriente. Ivi gli pose a fianco Gneo Pisone, uomo tracotante
-<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span>
-e violento, il quale col profonder oro e calunnie
-ne attraversava tutte le azioni, infine lo fece morire di
-veleno o di crepacuore a trentaquattr'anni <span class="sidenote">(19)</span>. Tutti, fin i
-nemici, piansero il generoso giovane, e in Roma il
-dolore si rivelò con clamorose dimostrazioni. Il giorno
-che le ceneri sue si riponevano nel sepolcro d'Augusto,
-la città pareva, ora per lo silenzio una spelonca, ora
-pel pianto un inferno; correvano per le vie; Campo
-Marzio ardeva di doppieri; quivi soldati in arme, magistrati
-senza insegne, popolo diviso per le sue tribù
-gridavano, esser la repubblica approfondata, arditi e
-scoperti, come dimenticassero ch'ei v'era padrone. Ma
-nulla punse Tiberio quanto l'ardor del popolo verso
-Agrippina moglie di Germanico: chi la diceva ornamento
-della patria, chi unica reliquia del sangue d'Augusto,
-specchio unico d'antichità; e vôlto al cielo e agli
-Dei, pregava salvassero que' figliuoli, li lasciassero
-sopravivere agli iniqui<a class="tag" id="tag104" href="#note104">[104]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Tiberio, assicurato, strappò al despotismo la maschera
-lasciata da Augusto: tolse al popolo l'eleggere i magistrati
-e il sanzionar le leggi, trasferendo questi atti nel
-senato, sovvertimento radicale della costituzione romana<a class="tag" id="tag105" href="#note105">[105]</a>,
-sebbene già prima i comizj fossero resi illusorj
-dacchè a spade non a voci si decideva. Il senato
-così divenne legislatore e giudice dei delitti di maestà:
-affine poi che neppur esso s'arrischiasse a libere sentenze,
-i senatori doveano votare ad alta voce, e presente
-l'imperatore o suoi fidati. Per tal passo quell'assemblea,
-augusta un tempo, allora si trovò avvilita a
-segno che Tiberio medesimo ne prendeva nausea: pure
-se ne giovava per gli atti legislativi, davanti ad essa
-<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span>
-proponendo o ventilando leggi, che nessuno osava contraddire.
-</p>
-
-<p>
-L'imperatore non era il popolo? adunque la legge
-contro chi menomasse la maestà del popolo fu applicata
-all'imperatore, e gli offri modo legale a grandi
-atrocità e a minute vessazioni. Prima l'applicò a cavalieri
-oscuri o ribaldi, pubblicani rapaci, governatori
-infedeli, adultere famigerate: e il popolo applause al
-severo mantenitore della legge. Ma appena trapelò
-l'inclinazione del principe, ecco una fungaja d'accusatori.
-I giovani educati a scuola nelle figure retoriche e
-in un mondo ideale, insoffrenti di passare alla realtà
-dell'avvocatura e alla prosa della vita, eppure avidi
-d'adoprare l'abilità imparata per acquistarsi onori,
-fama, piaceri, levar rumore di sè, emulare il lusso dei
-grandi, correvano, all'usanza antica<a class="tag" id="tag106" href="#note106">[106]</a>, ad accusare
-chi primeggiasse per gloria, virtù, ricchezze; sfogo
-delle invidie plebee contro l'aristocrazia di averi o di
-merito.
-</p>
-
-<p>
-Le ire, sopravissute alla libertà, insegnavano mille
-tranelli; traevasi appicco dai dissidj delle famiglie;
-tenuissime prove bastavano dove così piaceva al padrone;
-e ogni fatto, per quanto semplice, traducevasi
-in caso di Stato. Tu ti spogliasti o vestisti al cospetto
-d'una statua d'Augusto; tu soddisfacesti a un bisogno
-del corpo od entrasti in postribolo con un anello o con
-una moneta portante l'effigie imperiale; tu in una tragedia
-sparlasti di Agamennone; tu hai venduto un
-giardino, nel quale sorgeva il simulacro dell'imperatore;
-tu interrogavi i Caldei se un giorno potrai
-divenir re, e tanto ricco da lastricare d'argento la
-via Appia: dunque sei reo di maestà; reo Aulo Cremuzio
-Cordo che, nella storia delle guerre civili di
-<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span>
-Roma, intitolò Bruto l'ultimo de' Romani. Cremuzio
-nel difendersi diceva: — Sono talmente incolpevole
-di fatti, che m'accusano di parole», ed evitò la condanna
-col lasciarsi morir di fame: gli edili arsero i
-libri di lui, ma il divieto li fece più preziosi e cercati;
-ove Tacito esclama: — Ben è folle la tirannia nel credere
-che il suo potere d'un momento possa estinguere
-nell'avvenire il grido, la memoria. Punito l'ingegno,
-ne cresce l'autorità; nè i re che lo punirono, riuscirono
-ad altro che a procacciar gloria alle vittime, infamia
-a sè»<a class="tag" id="tag107" href="#note107">[107]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Chi nomina libertà, medita rimettere la repubblica;
-chi piange Augusto, riprova Tiberio; che tace, macchina;
-chi mostrasi mesto, è scontento; chi allegro,
-confida in prossimi mutamenti. Fra straniero o fratello,
-fra amico o sconosciuto non mettevasi divario nelle
-delazioni; anche i primi del senato le esercitavano o
-all'aperta o alla macchia; ben presto si accusò senza
-nè timore nè speranza, unicamente perchè era l'andazzo;
-furono processate persone, non si sapeva di che, condannate,
-non si sapeva perchè.
-</p>
-
-<p>
-Appena uno fosse querelato, vedeasi cansato da amici
-e da parenti, timorosi d'andare involti nella sua ruina.
-Fuggire era impossibile in così vasto impero: la campagna
-ridondava di schiavi vendicativi: ognuno agognava
-di cogliere il proscritto per salvare se stesso.
-Tradotto a senatori complici o tremebondi, ostili fra
-di loro, a fronte di quattro o cinque accusatori addestrati
-nelle scuole a trovare e ribattere argomenti, ove
-nessuno ardiva assumere la difesa, ove la tortura degli
-<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
-schiavi suppliva al difetto di prove, il convenuto quale
-scampo poteva sperare? pensava dunque a vendicarsi
-coll'imputar di complicità gli stessi accusatori o i giudici:
-scherma, di cui Tiberio prendeva mirabile sollazzo.
-Solo gli facea noja che alcuni si sottraessero al supplizio
-e quindi alla confisca coll'uccidersi; onde l'arte scherana
-consisteva nel sorprenderli improvvisi. Uno si trafigge
-colla spada, e i giudici s'avacciano di darlo al manigoldo:
-uno dinanzi ad essi sorbisce il veleno, e senz'altro
-vien tradotto alle forche: di Carnuzio che riuscì ad
-uccidersi, Tiberio disse, — E' m'è scappato»; a un
-altro che il supplicava d'accelerargli il supplizio, — Non
-mi sono ancora abbastanza rappattumato con te».
-</p>
-
-<p>
-Come doveano andar calpesti gli affetti che serenano
-la vita e alleggeriscono la sventura, allorchè in ciascuno
-si temeva un traditore! Deboli e paurosi perchè isolati,
-piegano alla prepotenza, o cospirano con essa; il senato,
-nel quale stavano accolti coloro che poteano far fronte a
-Tiberio, glieli consegnava un dopo l'altro, lieto ciascuno
-di veder salvo se stesso; e Tiberio viepiù sprezzava una
-genìa così abjetta, e prorompeva senza ritegno al sangue.
-Il merito divien colpa a' suoi occhi: un architetto
-che raddrizza un portico minacciante ruina, è bandito;
-uno che sa restaurare un vaso di vetro spezzato, è subito
-messo a morte<a class="tag" id="tag108" href="#note108">[108]</a>.
-</p>
-
-<p>
-In Roma, per quanto temuto, Tiberio s'ode volta a
-volta rimproverare o da un viglietto gettatogli, o dal
-teatro col susurro o col silenzio; ora uno che va a morte,
-si sfoga in invettive contro di lui, or una spia gli ripete
-con troppa fedeltà quel che di lui Roma racconta; poi
-lo stomacano le stesse umiliazioni del senato e dei
-cortigiani, e vuole in più disimpedita guisa associare i
-due elementi del paganesimo, sevizie e voluttà. Amplissima
-<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span>
-vista di mare, il prospetto della ridente Campania,
-e la soave temperie rendono deliziosissima l'isoletta di
-Capri, ove in estate l'orezzo marino mantiene la frescura,
-in inverno il promontorio di Sorrento ne ripara
-i venti impetuosi. Quella scelse per prigione e paradiso <span class="sidenote">(26)</span>
-il minaccioso e tremante imperatore: gli scogli vi rendono
-disagevole l'approdo; di là potrebbe sorvegliare
-i signori che di loro ville popolano la costa Campana
-e Pozzuoli e Posilipo. Ivi fabbrica dodici ville, ciascuna
-dedicata a un Dio, terme, acquedotti, portici, d'ogni
-maniera delizie. Ancor privato indulgeva alla crapula,
-sicchè i soldati, invece di <i>Tiberius Claudius Nero</i>,
-lo chiamavano <i>Biberius Caldius Mero</i>: allora creò un
-sovrantendente dei piaceri; premiò colla questura uno
-che vuotò d'un fiato un'anfora, e con ducentomila
-sesterzj Anselio Sabino per un dialogo, ove i funghi, i
-beccafichi, le ostriche e i tordi si disputavano il primato.
-Laide pitture, scene di mostruoso libertinaggio
-doveano solleticare lo smidollato vecchio: se i genitori
-ricusano offrir le fanciulle alle imperiali lascivie, schiavi
-e satelliti le rapiscono: se, brutto, ulceroso, le donne il
-prendono a schifo, Saturnino inventa diletti da trascendere
-la più lubrica immaginazione. Oscene medaglie
-conservarono fin oggi la figura di sue turpi dilettanze;
-mentre un grazioso bassorilievo del Museo Borbonico
-ce lo rappresenta sopra un cavallo menato da uno
-schiavo, con davanti una fanciulla che colla lancia fa
-cadere degli aranci: idillio fra le tragedie.
-</p>
-
-<p>
-E perchè non gli manchino i piaceri della città, vi
-saranno accuse, torture, supplizj; vi saranno sofisti e
-grammatici, coi quali disputa del come si chiamasse
-Achille mentre stava da donna alla corte di Sciro, chi
-fosse la madre di Ecuba, che cosa di solito cantassero
-le Sirene, e regola ogni atto suo secondo gl'indicano
-gli astri, gli animali, interrogati da Trasillo rodiano.
-<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
-I senatori deputati a recargli o richiami od omaggi,
-dopo lungo aspettare son rinviati: fin le lettere non
-riceve che per mano del suo ministro Elio Sejano,
-prefetto de' pretoriani.
-</p>
-
-<p>
-Costui, di mezzana condizione, di turpi costumi, di
-spirito e corpo vigoroso, erasi traforato nella grazia
-di Tiberio col rendergli rilevanti servizj e sleali. Ordì
-con esso di perdere Agrippina vedova di Germanico,
-la quale col costume severo e coll'amorosa venerazione
-verso l'estinto sposo dava ombra all'imperatore. I costei
-amici sono un dopo l'uno accusati e morti; ond'essa
-vien guardata con una specie d'orrore. Ucciderla però
-non ardiva Tiberio: onde uscito di Roma, ronza nella
-parte più deliziosa d'Italia; poi restituitosi a Capri,
-scrive una lettera ambigua al senato, imputando colei
-d'orgoglio, i suoi figli d'impudicizia. Il senato vede la
-mina contro la casa di Germanico, ma è rattenuto dal
-favore del popolo per questa. Quand'ecco da Capri
-giungono rimproveri perchè non s'abbia verun riguardo
-alla sicurezza dell'imperatore e dell'impero; e tosto
-Nerone è esigliato, Druso messo prigione <span class="sidenote">(30)</span>, nè tardarono
-a morire. Agrippina confinata nell'isola Pandataria,
-dissero si fece poco poi ammazzare; e Tiberio si lodò
-al senato di clemenza per non averla fatta esporre alle
-gemonie.
-</p>
-
-<p>
-Snidatone Tiberio, Sejano governò Roma a sua posta.
-Rese importante il comando de' pretoriani, ai quali,
-col raccorli in un campo solo sotto Roma, attribuì
-pericolosissima potenza. Disponendo a suo arbitrio delle
-cariche, poteva acquistarsi amici: colla promessa di
-sposarle, traeva principali donne ad ajutare il suo
-ingrandimento, e scoprire i segreti de' mariti: Tiberio
-stesso lo chiamava il consorte di sue fatiche, lasciava
-effigiarlo sulle bandiere, e bruciar vittime quotidiane
-sulle are di esso.
-<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
-</p>
-
-<p>
-Non contento del dominio, Sejano vuole anche le
-apparenze; e poichè fra lui e l'impero si frapponea
-Druso figlio di Tiberio e di Vipsania, seduce la costui
-moglie Livilla e glielo fa avvelenare, poi chiede a Tiberio
-la mano di essa. Da quel punto diviene presuntivo erede;
-in conseguenza Tiberio lo teme, in conseguenza lo odia.
-Ma come abbatterlo se ha tutto l'impero in mano?
-Tiberio comincia ad elevargli a fronte Cajo Cesare Caligola,
-prediletto dal popolo e dai soldati perchè figlio di
-Germanico; poi manda secretamente al senato Macrone <span class="sidenote">(31)</span>,
-colonnello dei pretoriani, con lettera nella quale sul
-principio getta qualche lamento contro di Sejano, poi
-parla d'altro; torna alle querele, indi divaga; si rifà
-sopra Sejano con parole sempre più acerbe; ordina
-sieno condannati a morte due senatori, intimi del ministro;
-e mentre questi stordito non osa proferir parola
-a loro scampo, ode chiudersi la lettera col comando
-ch'e' sia arrestato. Detto fatto, gli amici lo abbandonano;
-pretori e tribuni gli recidono la fuga; il popolo,
-partigiano d'Agrippina e vindice de' figli di Germanico,
-lo insulta allorchè il console lo mena al carcere; e
-mentre, se fosse riuscito, avrebbe avuto adorazioni,
-vede dappertutto abbattersi le sue statue, e il senato
-decretarlo al supplizio<a class="tag" id="tag109" href="#note109">[109]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Tiberio, che peritavasi sull'esito di questo gravissimo
-colpo di Stato, non aveva ommesso veruna precauzione;
-teneva vascelli sull'àncora per fuggire, spiava d'in vetta
-agli scogli i concertati segnali; tanto temeva che il gelo
-dell'egoismo non si squagliasse un istante. Ma al cessare
-della potenza era cessato il favore al dio, al futuro
-<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
-imperatore; i pretoriani, invece di difenderlo, si buttano
-a saccheggiar Roma; il popolo si svelenisce sul
-cadavere esecrato del nemico del popolo; quanti amici
-aveva egli avuto, sono perseguitati, vuotate dal boja le
-prigioni ov'erano accumulati i complici del ministro,
-messi a orribile carnificina i suoi figli; e perchè la
-legge vietava il supplizio delle vergini, una sua figliuolina
-fu data prima al carnefice da violare.
-</p>
-
-<p>
-I sudditi, propensi sempre ad attribuire ai ministri
-le colpe de' regnanti, persuadevansi che Sejano fosse
-la sola causa dei delitti di Tiberio, e che, morto lui, il
-principe si mitigherebbe; al contrario, Tiberio diventa
-più sitibondo di sangue: ciascun senatore, per salvar
-sè, corre ad accusargli un complice del caduto; sicchè
-egli non discerne tra amici e nemici, tra fatti recenti
-e inveterati; sprezza e teme il senato, e ogni giorno
-un nuovo membro ne recide; teme i governatori, e a
-molti, dopo nominati, impedisce di recarsi alle provincie,
-rimaste così senz'amministrazione; teme le memorie,
-e molti fa uccidere perchè compassionevoli
-(<i>ob lacrymas</i>); teme gli avvenire, e fanciulli di nove
-anni manda al supplizio. Le più assurde cagioni portano
-condanna: ad uno appose l'amicizia di un suo antenato
-con Pompeo; ad un altro, onori divini attribuiti dai
-Greci al bisavolo di lui: un nano che il divertiva a
-tavola gli domanda, — Perchè vive ancora Paconio
-reo d'alto tradimento?» e Paconio poco dipoi è
-morto. La storia di quegli anni può dirsi il registro
-mortuario delle famiglie illustri, e notavasi come cosa
-rara il personaggio che morisse a suo letto: una volta
-Tiberio mandò scannare tutti gl'imprigionati per l'affare
-di Sejano, senza divario d'età, sesso o condizione; i
-mutili loro corpi giacquero più giorni per le vie
-sotto la custodia dei carnefici che denunziavano chi si
-dolesse.
-<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
-</p>
-
-<p>
-Or tremendamente sardonico, or tremendamente
-serio, voleva essere adulato, eppure sprezzava gli adulatori;
-sicchè diventava pericolo fin la vigliaccheria.
-Voconio propose che venti senatori per turno gli facessero
-la guardia qualvolta entrasse in senato; e toccò
-le beffe dell'imperatore, troppo alieno dal concedere
-armi ai senatori, i quali anzi volea fossero frugati
-all'entrare. Al suo ventesimo anno i consoli decretano
-solennità, ringraziamenti, voti: Tiberio dice che con ciò
-vogliono far intendere che gli prorogano per un altro
-decennio la sovranità, e li fa mettere a morte.
-</p>
-
-<p>
-Un animo sospettoso e severo può d'assai peggiorare
-invecchiando fra l'aspetto della universale vigliaccheria
-e delle reciproche malevolenze, e fra le sordide adulazioni
-che mascherano il rancore e la trama. Pure, tanta
-frenesia di crudeltà, sottentrata alla severa ma giusta
-onestà de' primi anni di Tiberio, tiene perplesso lo storico,
-il quale abbia deplorato, anche ai proprj giorni,
-quella menzogna che svisa i fatti meglio conosciuti, e
-quella credulità che accetta i meno fondati.
-</p>
-
-<p>
-Almeno per consolazione dell'umanità sappiasi che
-costui aveva la coscienza de' proprj misfatti e dell'orrore
-che ispirava, onde scriveva al senato: — S'io so
-che cosa dirvi, gli Dei e le Dee mi facciano perire ancor
-più crudelmente di quel che mi senta perire ogni
-giorno». Ma non che ridursi al meglio, ripeteva: — M'aborrano,
-purchè m'obbediscano», e precipitava
-in eccessi, che non solo scrivere, ma nè possono tampoco
-immaginarsi.
-</p>
-
-<p>
-Qualora però trovasse resistenza, piegava. Marco
-Terenzio, accusato della benevolenza di Sejano, disse
-in senato: — Dell'amicizia con esso ci assolverà la
-ragione che assolve Cesare d'averlo avuto genero e
-confidente»; e Cesare lo mandò giustificato. Getulio
-generale, imputato di aver voluto dare nuora sua figlia
-<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
-a Sejano, risponde a Tiberio: — M'ingannai io, ma
-anche tu. Io ti sarò fedele, se non m'offendono; se
-ricevessi lo scambio, mi crederei minacciato di morte,
-e saprei ripararla. Accordiamoci: tu resta padrone di
-tutto; a me lascia la mia provincia». Così poteva
-scrivere un generale a quello che faceva tremar Roma
-e il mondo.
-</p>
-
-<p>
-Imperocchè non era egli robusto per amministrazione
-salda e compatta, ma per la disunione degli altri;
-potentissimo dove arrivavano i suoi carnefici, poco
-valea di lontano; chiunque fosse insorto intrepidamente
-fra lo sgomento universale, era certo d'abbatterlo. Lo
-sentiva Tiberio, e di qui la diffidenza, motrice sua prima.
-Mentre gira per Italia, ode che alcuni da lui accusati
-furono rimandati dal senato senza tampoco interrogarli,
-crede compromessa l'autorità sua e la vita, vuol ritornare
-a Capri, ma tra via muore <span class="sidenote">(37)</span>. Roma sulle prime la
-dubitò arte di spie; accertata, esultò, quasi il cadere di
-lui restituisse la libertà. Eppure egli tiranneggiava
-anche postumo, e trovandosi in Roma de' prigionieri,
-che, secondo un consulto del senato, non si potevano
-strozzare che dieci giorni dopo la condanna, nè essendovi
-ancora il successore che li potesse assolvere, i
-manigoldi li strangolarono per seguire la legalità.
-</p>
-
-<p>
-Tiberio finì di demolire le barriere al despotismo;
-indocilì senato e popolo agli assurdi talenti del dominatore;
-spense i sentimenti che formano la dignità
-dell'uomo e del cittadino; pervertì la coscienza pubblica,
-che, dopo caduto ogni altro sostegno, mantiene
-e reintegra gli Stati; coll'uccidere i migliori, col contaminare
-i rimasti, col mostrare che il senato e il
-popolo potevano spingere la viltà e la paura fino ad
-adorare chi dispensava l'oltraggio e la morte, attestò
-che nessuna forza morale esisteva più, che tutto poteva
-la materiale.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap33">CAPITOLO XXXIII.
-<span class="smaller">Un imperatore pazzo, uno imbecille, uno artista.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-La desolazione che il popolo e l'esercito aveano provata
-alla morte di Germanico, s'era risolta in fervoroso
-amore pel fanciullo di lui Cajo Cesare: i soldati ne
-folleggiavano, tenevanlo a giocare tra loro, e dalle
-scarpe militari con cui lo calzavano (<i>caliga</i>) gl'imposero
-il soprannome di Caligola. Tale affetto sarebbe
-bastato perchè Tiberio volesse mal di morte al nipote;
-ma il garzoncello, non che lamentarsi della condanna
-di sua madre e dell'esiglio de' fratelli, evitò le insidie
-e attutì la gelosia dello zio con sì profonda dissimulazione,
-che l'oratore Passieno ebbe a dire, non esservi
-mai stato migliore schiavo nè peggior padrone di costui.
-Per via poi della moglie di Macrone, abbandonatagli
-da questo per le lontane speranze, Caligola rientrò nella
-grazia di Tiberio, che in testamento il domandò erede
-dell'impero.
-</p>
-
-<p>
-All'accortissimo costui sguardo non era sfuggito che
-Caligola avrebbe tutti i vizj di Silla e nessuna delle sue
-virtù; e disse: — Quest'è un serpente che nutro pel
-genere umano»; poi vedendolo un giorno rissare con
-Tiberio, figlio di suo figlio Druso, non senza lacrime
-esclamò: — Tu lo ucciderai, ma un altro ucciderà te»;
-indovinamenti tratti non da contemplazione di stelle,
-ma da conoscenza degli uomini e dei tempi.
-</p>
-
-<p>
-Il giovane imperatore accorso a Roma, è ricevuto
-dal popolo, che lo acclama suo bambolo, alunno suo,
-suo pulcino, sua stella<a class="tag" id="tag110" href="#note110">[110]</a>; e dal senato, che ripiglia
-la sua potenza col cassare il testamento del defunto che
-<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
-aveagli associato il giovane Tiberio. Egli recita l'elogio
-del predecessore con parole poche e assai lacrime;
-deroga le azioni di lesa maestà, brucia i processi iniziati,
-permette i libri proibiti da Tiberio; denunziatagli
-una congiura, non vi dà retta, dicendo — Nulla feci da
-rendermi odioso»; mostra voler restituire al popolo
-le elezioni, appena nel creda capace; vuol pubblicati i
-conti dello Stato; cresce il numero de' cavalieri, scegliendoli
-accuratamente; va a raccorre le ceneri della
-madre Agrippina e dei fratelli per riporle nel mausoleo
-d'Augusto, talchè si concilia tutti i cuori: e in feste
-universali, inni, tripudj, sacrifizj, vacanza da affari, si
-gode una di quelle illusioni, a cui Roma e in antico e
-in moderno sempre eccessivamente si abbandonò, per
-lagnarsi poi al domani che sia svanito il castello da essa
-medesima fabbricato colla nebbia.
-</p>
-
-<p>
-Il povero orfanello epilettico, balocco de' soldati,
-tremante ad ogni occhiata dello zio, quando si sentì
-padrone del mondo, quando, in una sua malattia, vide
-sacrificarsi censessantamila vittime agli Dei perchè lo
-risanassero, divenne pazzo d'orgoglio, di sangue, di
-brutalità; quasi accinto a mostrare a qual bassezza fossero
-gli uomini nel momento più splendido dell'antichità.
-Ripristina i processi di maestà, facendoli spicciativi,
-e dì per dì <i>ragguagliando i conti</i>, cioè spuntando
-sulla lista quelli da uccidere. Al giovane Tiberio, che
-erasi munito di controveleni, mandò l'invito di uccidersi;
-lo mandò a Silano suo suocero; lo mandò a
-Macrone, antico suo confidente che lo rimbrottava di
-far da buffone a tavola ed al teatro. Ad un esule richiamato
-domanda: — Che pensavi tu in esiglio? — Facevo
-voti per la morte di Tiberio e pel tuo regno»
-risponde il piacentiere; e Caligola riflette: — Gli esigliati
-da me desiderano dunque la mia morte»; e
-per siffatta logica, ordina siano tutti uccisi.
-<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
-</p>
-
-<p>
-Due uomini aveano votato la propria vita per la
-guarigione di lui; ed egli risanato dice che accetta, e
-l'uno fa dare a' gladiatori, l'altro dirupare, incoronato
-come le vittime. Combattendo da gladiatore, l'antagonista
-per adularlo gli cade a' piedi confessandosi vinto,
-ed egli lo scanna. Un'altra volta sedendo a banchetto
-co' due consoli, prorompe in risa smascellate, e chiesto
-del perchè, — Perchè penso che ad un cenno posso
-farvi decollare entrambi». Immolandosi all'altare, egli
-compare da sacerdote, e brandita l'ascia, invece della
-bestia percuote il vittimario. In quell'ingordigia di
-sangue, fa gettare alle fiere gladiatori vecchi e infermi;
-se no, qualcuno degli spettatori: visita le carceri, e
-colpevoli o no, designa chi dar alle belve, essendo la
-carne troppo cara; strappate prima le lingue acciò nol
-molestino colle grida.
-</p>
-
-<p>
-Durante i pasti, faceva mettere alcuno alla tortura;
-e se non v'erano rei, il primo che capitasse; e voleva
-che gli uccisi s'accorgessero di morire. Obbligava i
-padri ad assistere ai supplizj de' figliuoli; ed allegando
-uno di trovarsi infermo, gli mandò la propria lettiga:
-poi que' padri stessi la notte seguente mandava a scannare.
-Fece imprigionare un tal Pastore, solo perchè
-bel giovine; ed essendo il costui padre, cavalier romano,
-venuto a supplicarlo per esso, Caligola ordinò fosse il
-garzone immediatamente ucciso, il padre venisse a
-pranzo con lui, e se mostrasse dolore manderebbe
-uccidergli anche l'altro figliuolo. Il senato più non
-sapea con quali viltà ammansarlo; gli decretò nella
-curia un trono tant'alto che nessuno vi potesse arrivare,
-e guardie all'intorno; guardie perfino alle sue statue;
-ed essendo Scribonio Proculo indicato come avverso
-all'imperatore, i senatori se gli avventarono, e cogli
-stiletti da scrivere l'uccisero.
-</p>
-
-<p>
-Talvolta sospende le sevizie per farsi letterato, e
-<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span>
-all'ara d'Augusto in Lione stabilisce concorsi di greco
-e latino, ne' quali il vinto dovea pagare il premio e
-scrivere l'elogio del vincitore; e chi presentasse un
-lavoro indegno, cancellarlo colla spugna o colla lingua;
-se no, mazzerato nel Rodano. Avendogli Domizio Afro
-eretta una statua coll'iscrizione <i>A Cajo Cesare console
-per la seconda volta a ventisette anni</i>, Caligola pretese
-che con ciò gli rinfacciasse l'età non legale; onde
-l'accusò in senato con elaborata arringa. Domizio,
-fingendosi men tocco dal proprio pericolo che dall'eloquenza
-dell'imperatore, prende a dar rilievo alle stupende
-cose dette dall'imperatore, confessandosi inetto
-a rispondere a tanta eloquenza; e fu modo sicuro di
-farsi assolvere.
-</p>
-
-<p>
-Perocchè il primeggiare in tutto è il suo farnetico:
-Livio, Virgilio, Omero gli destano gelosia, e li bistratta
-e proscrive: proscrive alcuni, soltanto perchè di antica
-nobiltà: i Torquati più non portino il monile, trofeo
-di lor famiglia; nè i discendenti di Pompeo il soprannome
-di Magno: vede un de' Cincinnati colla zazzera
-ricciuta da cui aveano tratto il nome? lo fa prima
-zucconare, poi morire. Egli gladiatore, egli cantarino,
-egli cocchiere; al teatro accompagna le arie degli attori,
-e ne appunta i gesti; una notte manda a chiamare in
-diligenza tre senatori, e venuti tremando, sale in palco,
-fa due capriole, e riscossone l'applauso, li rinvia. Anche
-conquistatore vuol essere; e mentre fa una rassegna sulle
-tranquille rive del Reno, decreta una correria per le
-terre germaniche; ma non sì tosto vi pone piede, fugge
-con sì precipitosa paura, che impedendolo i carri, bisogna
-toglierlo sulle braccia de' soldati, e d'uno in altro ridurlo
-in salvo. Eppure volle menarne trionfo; e presi alquanti
-Germani suoi mercenarj, e scelti nella Gallia fra' nobili
-e plebei gli uomini di statura più trionfale<a class="tag" id="tag111" href="#note111">[111]</a>, gli
-<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
-acconcia alla germanica, e spedisce a Roma ad aspettare
-la solennità della sua ovazione.
-</p>
-
-<p>
-Roma, che l'avrebbe ucciso se avesse voluto esser
-re, l'adorò quando volle esser dio: il senato affrettossi
-d'erigergli tempj, fu ambito il suo sacerdozio, moltiplicati
-i sacrifizj di pavoni, fagiani, galli d'India. Elegge
-Castore e Polluce a portinaj; una teoria lo accompagna;
-di notte (non più di tre ore dormiva) sorge ad amoreggiare
-la luna, invitandola a' suoi amplessi; or mostrasi
-da Ercole, or da Mercurio, da Venere perfino,
-più spesso da Giove sopra una macchina che tuona.
-Natagli una bambina, la porta a tutti gli Dei, poscia
-l'affida a Minerva: povera bambina, da cui gli Dei
-padrini non istorneranno le conseguenze delle follie
-paterne!
-</p>
-
-<p>
-Furibondo nell'affetto non men che nell'odio, amò
-il suo cavallo Incitato, cui dispose scuderie di marmo,
-mangiatoje d'avorio, cavezze a perle, copertine di porpora,
-e un intendente, paggi assai, fin un segretario:
-talvolta i consolari erano invitati a pranzar col cavallo,
-talaltra il cavallo era convitato dall'imperatore, che gli
-serviva avena dorata e vin del migliore: la notte precedente
-al giorno che Incitato doveva uscire, i pretoriani
-vigilavano che nessun rumore ne turbasse i sonni:
-lo aggregò al collegio de' sacerdoti suoi; lo designava
-console per l'anno vegnente. Amò il tragedo Apelle, e
-se lo fece intimo consigliere: amò Citico guidator di
-cocchi al circo, e in un'orgia gli regalò quattrocentomila
-lire: amò il mimo Mnestero, e al teatro l'accarezzava,
-e di propria mano flagellava chi col minimo
-zitto ne turbasse le recite. Non parendo stargli abbastanza
-attento un cavalier romano, lo manda con lettere
-a Tolomeo re di Mauritania; l'atterrito va, passa i mari,
-si presenta all'Africano, il quale aperta la lettera, vi
-trova scritto: — A costui non fare nè ben nè male».
-<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
-</p>
-
-<p>
-Amò una donna, e carezzandole il capo diceva: — Lo
-trovo tanto più bello quando penso che ad un
-cenno posso fartelo balzare». Amò Cesonia moglie sua
-nè giovane nè bella nè onorata, ma che l'aveva affascinato
-con mostruosa lubricità; la mostrava agli amici
-nuda, ai soldati a cavallo con elmo e clamide; e in un
-accesso d'amor sanguinario le diceva: — Per entro le
-viscere tue, come in quelle d'una vittima, vo' cercar
-la ragione del bene che ti porto». Amò tutte le sue
-sorelle come mogli, e principalmente Drusilla: morta
-la quale, ordinò non si giurasse che per lei; un senatore
-protestò averla veduta ascendere all'Olimpo; e tutti i
-Romani in lutto non potevano ridere, non lavarsi, non
-pranzar colla moglie e coi figli, o morte. Fra tanto
-squallore Caligola giunge alla città, e — Perchè piangere
-una dea?» esclama, e punisce del pari i costernati
-e gli esultanti. Così all'anniversario della battaglia
-di Azio, discendendo egli per madre da Augusto, per
-l'ava da Antonio, trovò felloni e quei che esultavano e
-quei che gemevano.
-</p>
-
-<p>
-Amò anche la plebe al modo suo, e le dava spettacoli
-e largizioni di non più veduta suntuosità: lamentavasi
-che nessuna grande calamità succedesse, per
-potersi mostrar generoso. Una volta fa raccorre al
-teatro quel vulgo suo diletto, indi levar improvvisamente
-il velario, lasciandolo esposto al sollione: un'altra gli
-getta denari e viveri, e miste fra quelli delle lame affilate:
-un'altra ancora, quando fu ben pieno il circo, li fa
-cacciare a furia, talchè molti periscono schiacciati. Il
-vulgo indispettito non s'affolla più a' suoi spettacoli, ed
-egli chiude i pubblici granaj per affamarlo. Un giorno
-che gli applausi non sonavano quanto il suo desiderio,
-proruppe: — Deh avesse il popolo romano una testa
-sola, per reciderla d'un colpo!»
-</p>
-
-<p>
-E avrebbe potuto farlo, egli che ripeteva, — Ricordati
-<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
-che tutto io posso e contro tutti; io solo padrone,
-io solo re»<a class="tag" id="tag112" href="#note112">[112]</a>. Talora gli brillavano per la pazza fantasia
-concetti grandiosi: trasferire la sede dell'impero
-ad Anzio o ad Alessandria, appena uccisi i senatori e i
-cavalieri principali, che avea già notati sopra due liste,
-l'una intestata <i>spada</i>, l'altra <i>pugnale</i>; tagliare l'istmo
-di Corinto; fabbricare una città sul più elevato vertice
-delle Alpi: erge una villa? sia dove il mare è più fondo
-e tempestoso, dove più scabra la montagna; e quivi si
-preparino bagni di profumi, vivande le più squisite, e
-si stemprino le perle: poi costeggia la deliziosa Campania
-in barche di cedro, ove e sale e terme e vigne,
-e le poppe sfolgoranti di gemme. Ogni cosa insomma
-esca dall'ordinario.
-</p>
-
-<p>
-— Sarai re quando potrai galoppare sul golfo di
-Baja», gli aveano detto per un impossibile; ed egli
-volle poterlo. Raccolgonsi vascelli e navi da formare
-la lunghezza di quattro miglia, e sovr'essi spianasi la
-strada, con terra e sabbia ed alberi e ruscelli ed osterie.
-Quel forsennato la scorre tra una folla immensa, poi
-la notte fa splendida luminaria, vantandosi d'aver passeggiato
-il mare più veramente che Serse, e convertito
-la notte in giorno; e acciocchè allo spettacolo non
-manchi il sangue, fa cogliere alla ventura alcuni degli
-accorsi, e gettar alle onde. Intanto Roma affama, priva
-delle navi che sogliono portarle l'annona.
-</p>
-
-<p>
-In un pranzo sciupò due milioni; in un anno diede
-fondo a cinquecentoventisei milioni raccolti da Tiberio.
-Per rifarsene pone accatti su tutto, poi multe a chi li
-froda; e per moltiplicare le trasgressioni, pubblica le
-leggi col maggior segreto, e in caratteri sì minuti da
-non potersi leggere. Quando gli nasce una figlia, e'
-limosina: a gennajo vuol le strenne, ed egli in persona
-<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
-le raccoglie, misurando la devozione dalla generosità:
-trae fin lucro dal mantenere un postribolo. A Lione
-fece portare quantità di mobili, e vendere all'asta, presedendo
-egli stesso e lodandoli: — Questo era di Germanico
-mio padre; questo m'è venuto da Agrippa;
-quel vaso egizio fu d'Antonio, ed Augusto acquistollo
-ad Azio»; e ne concludeva enormi prezzi. Avendo le
-tante confische svilito i beni fondi, egli si mette a incantarli
-in persona, ed assegna i prezzi e il compratore:
-dal che taluni si trovano ridotti a mendicare, altri
-escono per uccidersi. Si facea mettere ne' testamenti
-de' ricchi, ai quali poi, se tardavano a morire, mandava
-de' manicaretti di sua cucina. Giocando un giorno ai
-dadi con disdetta, chiede il catasto della provincia gallica,
-designa a morte alcuni de' più larghi possessori,
-e dice ai compagni: — Voi mi vincete a spizzico; io
-ad un tiro guadagnai cencinquanta milioni».
-</p>
-
-<p>
-Cassio Cherea, tribuno de' pretoriani <span class="sidenote">(41)</span>, memore dell'antica
-dignità romana, o nojato delle ribalde celie
-usategli da Caligola, congiurò con altri pretoriani, i
-quali vedevano in pericolo continuo la vita loro se non
-troncassero quella dell'imperatore; e lo scannarono.
-Cesonia, moglie sua, stette colla bambina presso al
-cadavere del marito; e quando avventaronsi anche a
-lei, offrì il petto ignudo, chiedendo facessero presto.
-</p>
-
-<p>
-I soldati partecipi delle sue rapine, massime i mercenarj
-germani; le donnacce e i garzoni cui fruttava
-quella sconsigliata prodigalità; i tanti che, nulla possedendo,
-nulla temevano; gli schiavi ch'egli allettava a
-denunziare i padroni e arricchirsi delle spoglie loro,
-compiangono Caligola, e per vendicarlo tagliano teste
-e le recano in trionfo, dicendo falsa la nuova della sua
-morte. Accertatine però, e che nulla più resta a sperarne,
-cambiano stile, e gridano la libertà: libertà è la
-parola d'ordine data dal senato, che, maledetto il nome
-<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span>
-di Caligola, dopo settant'anni di avvilimento pensa a
-ripristinare la repubblica, armando gli schiavi, esercito
-grosso e formidabile. Ma potevano persistere in generosa
-volontà quei padri, dalle proscrizioni decimati,
-dalle confische impoveriti, diffamati dalle adulazioni?
-E i pretoriani volevano non libertà, ma chi avesse
-bisogno del braccio loro; un imperatore, poco importa
-chi e qual fosse. Intanto saccheggiano il palazzo; e tra
-il fare, vedono di sotto la cortina d'un nascondiglio
-sporgere due piedi, e scoprendo trovano un figurone
-grasso e vecchio, che gettasi a' piedi loro, chiedendo
-misericordia.
-</p>
-
-<p>
-Era Tiberio Claudio, fratello di Germanico, e zio e
-trastullo di Caligola, uomo sui cinquant'anni, mezzo
-imbambito, alquanto letterato, e nemico de' rumori.
-I pretoriani l'acclamano imperatore, e se lo portano al
-loro campo; lo acclama il popolo, lo acclamano i soldati,
-i gladiatori, i marinaj. Cherea ebbe un bel ricordare la
-maestà del senato, l'imbecillità di Claudio, la dolcezza
-del vivere repubblicano: nessuno voleva esser libero
-se non coloro che avrebbero tiranneggiato a nome della
-libertà. Claudio bandì intera perdonanza; solo Cherea,
-immolato all'ombra di Caligola, domandò d'esser decollato
-colla spada onde avea trafitto il tiranno, e morì da
-antico repubblicano. Il popolo l'ammirò, gli chiese
-perdono dell'ingratitudine, gli fece libagioni, poi si
-volse a corteggiare e adorar Claudio.
-</p>
-
-<p>
-Costui era il balocco di casa Giulia. A lui nulla degli
-onori e de' sacerdozj che fioccavano ai figli imperiali
-appena adolescenti: per maestro gli diedero un palafreniere:
-sua ava Livia non gli drizzò mai la parola,
-ma gli scriveva viglietti asciutti o prediche severe: sua
-madre diceva — Bestia come il mio Claudio»: Augusto
-lo chiamava — Quel poveretto (<i>misellus</i>)», e tutto
-cuore com'era pei nipoti, scriveva: — Bisogna prendervi
-<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span>
-sopra alcun partito; se è sano di facoltà, trattarlo
-come suo fratello; se scemo, badare non si facciano
-scene di lui e di noi: può presedere al banchetto dei
-pontefici, mettendogli a fianco suo cugino Sillano che
-lo rattenga dal dire scempiaggini: al circo non sieda
-sul pulvinare, perchè darebbe troppo nell'occhio. L'inviterò
-a pranzo tutti i giorni; ma non si mostri così
-distratto: scelga un amico, di cui imitare gli atti, il
-vestimento, l'andare». Meno amorevoli gli altri, ne
-pigliavano spasso: giungeva tardo a cena? doveva
-correre innanzi indietro pel triclinio prima di trovarsi
-un posto; sopra mangiare addormentavasi? gli scoccavano
-ossi di datteri e d'ulivo, gli mettevano le scarpe
-sulle mani, per vederne l'attonitaggine e il dispetto
-quando si destasse.
-</p>
-
-<p>
-Ignorante però non era, ed Augusto, udendolo declamare,
-ebbe a meravigliarsi che, parlando sì male,
-scrivesse sì bene: ad esporre le guerre civili fu consigliato
-da Tito Livio, ma dissuaso dalla madre e dall'ava:
-amava i classici, studiava il greco, volle introdurre tre
-lettere nuove (<i>V. Appendice I</i>), che durarono quanto
-lui: sapeva delle antichità romane più che Livio stesso:
-dettò anche la storia degli Etruschi, che, se ci fosse
-rimasta, avrebbe risparmiato tanto fantasticare ai
-nostri contemporanei. Ma non che la sua dottrina gli
-acquistasse dignità, mettevangli attorno soltanto donne,
-buffoni, liberti, la spazzatura della casa; perchè (colpa
-enorme) non era ricco. Augusto gli lasciò soltanto
-ottocentomila sesterzj: chiesti onori a Tiberio, n'ebbe
-quaranta monete d'oro da comprar ninnoli alla festa
-de' Saturnali: venuto al trono Caligola, Claudio per la
-paura comprò la dignità di sacerdote del dio nipote
-per otto milioni di sesterzi, e perchè non li pagava,
-vide messi all'asta i suoi beni. Eppure la fortuna sel
-teneva in petto.
-<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span>
-</p>
-
-<p>
-Balestrato al trono da questa, e da una Roma che
-voleva un capo ed era pronta ad obbedirne ogni volontà,
-Claudio sulle prime si prestò modestissimo coi
-senatori, non voleva essere adorato, abrogò la tortura
-dei liberi ne' casi di Stato, vietò ai sacerdoti gallici i
-sacrifizj umani, migliorò la condizione degli schiavi,
-dichiarando liberi quelli che per malattia fossero dai
-padroni abbandonati nell'isola d'Esculapio; e perchè
-i padroni presero lo spediente di ucciderli, Claudio
-gl'imputò d'omicidio. Ma ben presto messosi in mano
-di chi lo dispensasse dal volere e dal pensare, per fiacchezza
-commise tanti delitti, quanti Tiberio per atrocità,
-e Caligola per frenesia. Padroni del padrone del
-mondo erano Palla, Narcisso, Felice, Polibio, Arpocrate,
-Posideo, ballerini, cinedi e simili lordure; e Messalina
-Valeria moglie sua. A quelli ricorrevano privati, città,
-re, volendo Claudio che i loro comandi avessero forza
-quanto i suoi; adoperavano il sigillo e la firma di esso
-per disporre di potenza, oro, teste. Se talora egli usava
-del proprio senno, essi disfacevano; alteravano e sopprimevano
-i suoi decreti, o vi mutavano i nomi; prendeansi
-spasso di fargli fare il preciso contrario di quelli.
-Un centurione viene a dire a Cesare d'avere, secondo
-l'ordine suo, ucciso un senatore, «Io non l'ordinai
-(esclama egli), ma il fatto è fatto», e si volge ad altro.
-Un liberto entra a pregarlo di concedere la scelta della
-morte ad Asiatico, ch'egli non condannò. Talora vedendo
-tardare qualche convitato, manda a sollecitarlo;
-e gli si risponde che l'ha fatto uccidere quella mattina.
-Andando ai soliti esercizj al Campo Marzio, vede disporsi
-il rogo per bruciare uno ch'egli non ha sentenziato;
-ed esercita la sua autorità col far rimovere la
-catasta perchè le vampe non pregiudichino al fogliame.
-</p>
-
-<p>
-Chi non voleva largheggiare con Palla, non lussuriare
-con Messalina, era involto nell'accusa solita di lesa
-<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span>
-maestà; per la quale perirono trentacinque senatori e
-meglio di trecento cavalieri. Lauto mestiere tornarono
-lo spionaggio, l'accusa, la difesa. I giudizj erano uno
-de' trattenimenti di Claudio; v'era continuo, e talora
-dava sentenze sensate, talora insulse, sovente espresse
-con versi di Omero, sua delizia; per lo più dava ragione
-ai presenti e all'ultimo che parlava. In una causa di
-falso, avendo un assistente esclamato che il reo meritava
-la morte, l'imperatore mandò pel manigoldo; in
-un'altra, ricusando una donna di riconoscere un figlio,
-e le ragioni essendo molto bilanciate, l'imperatore le
-intima di riceverlo o per figlio o per marito. Più spesso
-addormentavasi in mezzo al frastuono della discussione,
-e svegliandosi proferiva: — Do vinta la causa a chi ha
-più ragione».
-</p>
-
-<p>
-E qui pure erano le celie: or lo chiamavano indietro
-dopo levata l'adunanza, ora la prolungavano tenendolo
-pel manto; un litigante lo lascia domandare a lungo il
-testimonio prima di dirgli che è morto; gli si denunzia
-come povero un cavaliere ricco sfondolato, come celibe
-uno che aveva una nidiata di ragazzi, d'essersi ferito
-volontariamente uno che non aveva tampoco una scalfittura.
-Un tale gli gridò, — Tutti ti conoscono per un
-vecchio barbogio»; un altro gli avventò le tavolette e
-lo stilo.
-</p>
-
-<p>
-Per erudizione risuscita leggi antiche, i riti feciali, le
-ordinanze sul celibato: vuol ripristinare la censura,
-disusata dopo Augusto, quasi fosse possibile indagar la
-vita privata di seicento senatori, almen diecimila cavalieri
-e sette milioni di cittadini: indi prodiga decreti,
-fin sulle più minute pratiche; uno perchè s'impecino
-bene le botti; uno perchè s'adoperi il succo del tasso
-contro il morso della vipera. Legge in senato un editto
-per reprimere la sfrenatezza delle dame nell'abbandonarsi
-agli schiavi; e levatosi un applauso concorde,
-<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
-l'ingenuo Cesare dice: — Mi fu suggerito da Palla»,
-quel suo liberto e padrone. A Palla dunque il senato
-decreta l'ammirazione, le grazie e trecentomila lire:
-ma costui ricusa la somma, accontentandosi della sua
-povertà; e il senato promulga un editto per immortalare
-il disinteresse d'un liberto che s'era fatti sessanta milioni.
-Anche Narcisso erasi trarricchito; onde a Claudio, che
-lagnavasi di scarso denaro, fu detto: — Ne troverai a
-ribocco sol che tu faccia a metà co' tuoi liberti».
-</p>
-
-<p>
-Altra passione di Claudio fu il giuoco, e avea sin
-tavole per giocare in viaggio senza che i pezzi si spostassero.
-Da buon romano, amava anch'egli il sangue;
-voleva i supplizj al modo ch'egli avea letti nelle storie;
-durava giornate intere ad osservare i gladiatori, e se
-ne mancassero, costringeva a combattere chi primo
-capitava. Ma se fra le cause o le commedie o le arringhe
-sente odore delle vivande cucinate dai sacerdoti,
-nulla più lo rattiene, corre, divora; poi si fa imbandire
-immensi piatti in immense sale, convitando fin seicento
-persone; s'empie a gola, indi vomita, e si rimpinza, e
-rivomita; e medita fare un decreto perchè la buona
-creanza non metta a pericolo la salute<a class="tag" id="tag113" href="#note113">[113]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Pure condusse fabbriche insigni; il porto in faccia
-ad Ostia con un faro simile a quel d'Alessandria; opera
-delle più utili e meravigliose degl'imperatori è il suo
-acquedotto, che costò undici milioni, e a conservarlo
-furono deputate quattrocentosessanta persone. Piantò
-<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span>
-anche colonie nella Cappadocia e nella Fenicia e sull'Eufrate,
-e ricevette ambasciadori fino da Seilan: in
-Africa con una larga strada mise la provincia in comunicazione
-colla Mauritania, e ne aprì una nuova in
-Inghilterra. Dopo che trentamila operaj ebbero lavorato
-undici anni a travasare il lago Fucino nel Liri, per
-inaugurare quest'operazione dispose un combattimento
-navale di diciannovemila condannati. Questi, passandogli
-davanti, esclamano secondo il costume: — I morituri
-ti salutano»; e il cortese imperatore risponde: — State
-sani»; onde quelli credendosi graziati, negano di più
-uccidersi; ma egli strepita, smania, minaccia, finchè li
-persuade ad ammazzarsi tra di loro.
-</p>
-
-<p>
-Messalina frattanto divulgasi su' postriboli, stancata,
-non sazia mai<a class="tag" id="tag114" href="#note114">[114]</a>. Con pompa recavasi agli abbracciamenti
-di un tal Publio Silio; e dandole pel sozzo genio
-l'infamia di sposare un doppio marito, celebrò con
-costui solenni nozze, con dote, testimoni, auspizj, vittime,
-e il talamo preparato al pubblico cospetto. Claudio
-soscrisse il contratto nuziale, credendolo un talismano
-per istornare non so che malurie de' Caldei: ma quando
-i liberti e le bagascie lo informano del vero, si sgomenta,
-e va chiedendo se imperatore sia ancora desso
-o Silio. Per sottrarsi al pericolo che gli descrivono
-imminente, si lascia indurre a cedere per un giorno il
-comando a Narcisso: questi lo porta a Roma, ove i
-soldati invocano vendetta, non perchè ad essi caglia
-dell'onore di lui, ma per farne lor pro; onde si moltiplicano
-i supplizj e Messalina stessa è uccisa. Quando
-l'imperatore l'udì morta, non chiese il come; e dopo
-alcuni giorni, mettendosi a tavola, domandò — Chè
-non viene Messalina?»
-<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span>
-</p>
-
-<p>
-Allora volle sposare la nipote Agrippina, vedova di
-Domizio Enobarbo; e benchè la legge considerasse tal
-nodo come incestuoso, il popolo e il senato gliel'imposero.
-Costei, sorella e druda di Caligola, cara al popolo
-perchè figlia di Germanico, scostumata e crudele come
-Messalina, era salda di volontà, sicchè da imperatrice
-sedendo accanto al cesare, dava udienza agli ambasciatori,
-rendeva giustizia, e fece moltiplicare supplizj per
-incanti, per oracoli, per sortilegi, per gelosia. Principalmente
-tendeva a far che Lucio Domizio Nerone, che
-essa avea avuto da Enobarbo, si sostituisse a Britannico
-figlio di Claudio e Messalina: in un istante di debolezza
-indusse Claudio a nominarlo successore; poi temendo
-non questi mutasse proposito, gl'imbandì de' funghi
-avvelenati <span class="sidenote">(54)</span>; il medico fece il resto, e lo mandò fra gli
-Dei, tra cui Roma lo adorò.
-</p>
-
-<p>
-All'istante designato per propizio da' Caldei, Nerone,
-di appena diciassette anni, presentossi alle coorti, che
-lo salutarono imperatore, il senato lo confermò, le provincie
-lo accettarono. Popolo, senato, tribuni sussistevano
-ancora colle antiche prerogative, e potea darsi
-che qualche volta volessero esercitarle, e toglier via
-un potere ch'era sempre nuovo perchè non ereditario.
-Pertanto gl'imperatori, al primo venir al trono, stavano
-in apprensione, e dissimulavano finchè non si fossero
-convinti o che tutto era inane apparato, o che fra tanto
-egoismo non era cosa che non si potesse osare. Anche
-Nerone cominciò umanamente; largheggiò col popolo
-e coi senatori bisognosi; tolse od alleggerì imposizioni;
-l'antica giurisdizione lasciò al senato, il quale statuì
-che le cause si patrocinassero gratuitamente; i questori
-designati dispensò dal dare i giuochi gladiatorj. Propose
-perfino d'abolir le dogane, e se non altro le riformò;
-dava pronto spaccio alle suppliche; nelle cause sostituì
-alle arringhe l'interrogatorio; misurò le sportule degli
-<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
-avvocati; impedì le falsificazioni di carte e testamenti.
-Quando il senato gli decretò statue d'oro e d'argento,
-disse — Aspettino ch'io le abbia meritate»; dovendo
-firmare una sentenza capitale, esclamò — Deh! non
-sapessi scrivere!» e clemenza spiravano i discorsi che
-gli preparava Lucio Anneo Seneca cordovano, suo
-maestro di retorica.
-</p>
-
-<p>
-Ma nè questi, nè Afranio Burro suo maestro d'armi,
-desiderosi di conservarsi in potere, non ne frenavano
-le passioni. Cominciò dunque a correre la notte per
-taverne e mali luoghi vestito da schiavo, rubando alle
-botteghe, azzeccando i passeggeri; e poichè l'esempio
-suo trovava seguaci, Roma la notte parea presa d'assalto.
-Aizzava gl'istrioni e i combattenti ne' giuochi, e
-mentre essi litigavano e il popolo affollavasi, egli dall'alto
-lanciava pietre. I banchetti suoi erano il colmo
-della prodigalità: uno ospitandolo spese ottocentomila
-lire in sole ghirlande; un altro assai più nei profumi:
-le matrone collocavansi sul suo passaggio, e nelle tende
-rizzategli ad Ostia, a Baja, a Ponte Milvio disputavansi
-l'onore d'esser da lui contaminate.
-</p>
-
-<p>
-Agrippina amava tanto Nerone, che avendole gli
-astrologi predetto ch'egli regnerebbe, ma a gran costo
-della madre, rispose: — M'uccida, purchè regni». Costei
-da principio continuò a dominare dispotica, scriveva a
-re e provincie, assisteva al senato di dietro una cortina,
-e sfogava le sanguinarie vendette: ma poco tardò a
-perdere l'autorità sul figlio; e vedendo congedato Palla,
-padrone di Claudio e di lei, monta in collera, e minaccia
-favorire i diritti di Britannico. Nerone dunque
-domanda alla strega Locusta non un veleno lento, arcano,
-come quello ch'essa stillò per Claudio, ma fulminante<a class="tag" id="tag115" href="#note115">[115]</a>;
-e Britannico cade morto stecchito <span class="sidenote">(55)</span> alla mensa
-<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
-imperiale. Mentre è sepolto fretta fretta, e che una
-pioggerella, guastando la vernice datagli sul volto,
-scopre al popolo le livide traccie dell'avvelenamento, i
-due maestri s'arricchiscono delle ville di Britannico;
-Agrippina stessa è fra breve esclusa dal palazzo, e carica
-delle accuse che mai non mancano a cui il principe
-vuol male. La nefanda procurò ricuperare autorità, esibendosi
-in un'orgia al figlio; ma Seneca prevenne l'incesto
-introducendo Actea liberta di Nerone, impudica
-che respinse una peggiore, come col morso della vipera
-si cerca elidere l'idrofobia. Il colpo fallito diè l'ultimo
-crollo ad Agrippina. Nerone tre volte tentò avvelenarla,
-e invano; la invitò a Baja sopra un vascello che dovea
-sfasciarsi, ed ella campò a nuoto; ond'egli accusatala
-di tradimento, le mandò sicarj, ai quali ella disse: — Feritemi
-qui, nel ventre che portò Nerone» <span class="sidenote">(59)</span>. Il parricida
-volle esaminarne il cadavere, lodò, censurò, poi
-fece recar da bere, e disse che allora veramente sentivasi
-padrone dell'impero.
-</p>
-
-<p>
-All'annunzio di tale delitto prorompe non l'indignazione,
-ma la servilità romana: Burro manda tribuni e
-centurioni a stringer la mano al matricida, congratulandosi
-fosse campato da tanto pericolo; Seneca ne
-scrive la giustificazione al senato, che decreta pubbliche
-grazie ed annue commemorazioni, e maledice Agrippina
-nel solo momento che era compassionevole; gli
-altari della Campania fumano di ringraziamenti agli
-Dei. Nerone per timore della pubblica infamia erasi
-slontanato da Roma, ma rassicurato tornò; a gara cavalieri,
-tribuni, senatori gli si fecero incontro affollati
-come a trionfo; e traverso ai palchi eretti sul suo passaggio,
-egli ascese a render grazie al Campidoglio. Ah!
-<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
-ben era dritto se Nerone prendeva in disprezzo questa
-ciurma codarda, e si disponeva a trattarla senza riserbi.
-</p>
-
-<p>
-Non gli bastava esser padrone del mondo, ambiva
-anche la fama di artista. Giovani esperti dovevano
-limare le odi e gl'improvvisi di lui, che poi erano ripetuti
-per le vie; e il passeggero che ricusasse attenzione
-o regalo ai cantambanchi rendevasi sospetto. L'imperatore
-meditava scrivere una storia di Roma in versi, e
-gli adulatori diceangli la facesse di quattrocento libri;
-al che Anneo Cornuto stoico riflettè che nessuno li leggerebbe. — Il
-tuo Crisippo (soggiunse un cortigiano) ne
-scrisse pure il doppio». — Sì (riprese Cornuto); ma
-quelli sono utili all'umanità». La franca parola fu punita
-coll'esiglio.
-</p>
-
-<p>
-In un immenso chiuso nella valle del Vaticano, Nerone
-guidò un cocchio fra gli applausi, e con largizioni
-ed onori invitò ad emularlo cavalieri di gran nobiltà.
-Innanzi a Tiridate re d'Armenia comparve vestito da
-Apollo, guidando un carro fra i viva del popolo; mentre
-l'Arsacide indignavasi de' frivoli gusti e della stravagante
-vanità del padrone del mondo. Il quale istituì un
-fonasco per vegliare sulla celeste sua voce, avvertirlo
-quando non v'avesse abbastanza riguardo, chiudergli
-la bocca qualora, nell'impeto d'una passione, non badasse
-al suo avviso. In Napoli comparve sul teatro modulando
-gesto e voce secondo l'arte; in Roma si fece
-iscrivere fra i sonatori; e quando sortì il suo nome,
-cantò sulla cetra, sostenutagli dai prefetti del pretorio.
-Altre volte recitava versi proprj, o in giuochi scenici
-dati da particolari, purchè la maschera dell'eroe ch'ei
-rappresentava ritraesse le sue sembianze, e quelle dell'eroina
-il viso della sua amata. Creò un corpo di cinquemila
-cavalieri, che gli applaudissero quando cantava
-al popolo, con maestri che regolassero i battimani e i
-viva, or come pioggia battente, or come castagnette; e
-<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
-Burro con una coorte pretoria doveva assistere e applaudire.
-Inorgoglito, trasferì a Roma i giuochi di Grecia,
-invitando a' suoi quinquennali il fiore dell'Impero.
-</p>
-
-<p>
-Seicento cavalieri, quattrocento senatori, donne di
-gran casa, sono addestrati per l'arena; altri cantano,
-suonano il flauto, fanno il buffone. Il vinto mondo va
-a contemplare colà i discendenti de' suoi vincitori, ridere
-ai lazzi d'un Fabio o ai sonori schiaffi che si danno
-i Mamerci<a class="tag" id="tag116" href="#note116">[116]</a>. Il virtuoso Trasea Peto sostiene una parte
-ne' giuochi giovanili: la nobilissima Elia Catulla viene
-di ottant'anni a ballare sul teatro: un rinomatissimo
-cavalier romano cavalca un elefante: l'istrione Paride
-guadagna le patenti di cittadino col farsi dal suo Nerone
-dare per camerata tutti i patrizj<a class="tag" id="tag117" href="#note117">[117]</a>, vendicando così il
-dispregio dell'antica Roma pei pari suoi.
-</p>
-
-<p>
-Morto Burro <span class="sidenote">(62)</span>, o pel dolore d'essersi disonorato colla
-viltà, o per veleno del principe, cui ne dispiaceva la
-tarda franchezza, gli fu surrogato l'infame Sofenio Tigellino,
-resosi grato al padrone col moltiplicare olocausti
-al terrore e all'avarizia di lui, e oscene feste. In
-una sul lago d'Agrippa, allestì un naviglio sfolgorante
-d'oro e d'avorio, rimorchiato da altri poco meno magnifici,
-ove remigavano garzoni leggiadri, graduati secondo
-l'infamia; quanto il mondo poteva offrire di
-pellegrino v'era raccolto, e lungo l'acque padiglioni,
-ove a torme si prostituivano le dame, al cospetto di
-ignude meretrici.
-</p>
-
-<p>
-Nerone s'attedia della moglie Ottavia, e Tigellino la
-accusa d'adulterio; sebbene scolpata a mille prove, è
-relegata; ma perchè il popolo ne mormora, Nerone la
-<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
-richiama, e le appone un reato di più facile prova, l'alto
-tradimento; ed esigliata in Pandataria <span class="sidenote">(62)</span>, la fa scannare a
-vent'anni. Il senato rese grazie agli Dei, come quando
-furono uccisi Palla, Doriforo, altri liberti; Poppea ne
-esultò, Poppea tanto colta quanto bella e raffinata nelle
-arti del piacere; che cinquecento asine manteneva per
-avere il latte da lavarsi; che cambiati amanti e mariti
-secondo l'ambizione, tenne lungamente l'imperatore,
-finchè questi diede un calcio a lei incinta e l'uccise.
-Pentito, la fece imbalsamare, proclamar dea, bruciare
-in onor di essa quanti profumi produce l'Arabia in un
-anno.
-</p>
-
-<p>
-All'artista imperiale mal garbava questa Roma, irregolare,
-tortuosa, con vecchi edifizj; e ambendo la gloria
-eroica di fabbricarne una nuova ed imporle il nome
-suo, vi fece mettere il fuoco. Le guardie rimovevano i
-soccorsi; fu vista gente aggiungervi esca, e schiavi scorrazzare
-armati di faci: e Nerone sale sul teatro, e ispirato
-da quello spettacolo canta sulla cetra l'esizio di
-Troja. I sacelli della prisca religione, sottratti fin all'incendio
-de' Galli; capi d'arte, frutto della conquista, perirono
-allora; molti uomini perdettero la vita; agli altri
-Nerone aprì il Campo Marzio, i monumenti d'Agrippina,
-i suoi giardini; fece costruire e arredare ricoveri, vendere
-grano a buon patto; indi sulle macerie fabbricò il
-palazzo d'oro, che abbracciava parte del monte Palatino,
-del Celio, dell'Esquilino, e la frapposta valle estesa
-quanto l'antica città, e di lusso appena credibile. Nel
-vestibolo sorgeva l'effigie di Nerone alta quaranta metri,
-e triplici colonne formavano un portico d'un miglio.
-Ivi campi e vigne, pascoli e foreste, e un pelaghetto
-cinto d'edifizj: oro, pietre, madreperla a fusone. Nelle
-sale a mangiare, dalla soffitta di mobili tavolette d'avorio
-piovevano fiori e profumi sui convitati; la principale
-era rotonda, e dì e notte girava, imitando il moto del
-<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span>
-mondo. Le acque del mare e dell'Albula ne alimentavano
-i bagni; e l'imperatore quando v'entrò disse, — Eccomi
-finalmente alloggiato da uomo». Le abitazioni
-all'intorno furono disposte a disegno, a filo le vie,
-meglio compartite le acque, eretti portici: ma il pubblico
-sdegno non cessava di ridomandargli le case avite,
-i beni perduti e le persone.
-</p>
-
-<p>
-Per questi lavori adunò da tutto l'impero i prigionieri,
-nè per lungo tempo altra pena che questa s'inflisse.
-Tutti dovettero contribuire alle spese; il senato
-due milioni di lire, cavalieri e trafficanti in proporzione.
-D'altro denaro lo fornivano le depredazioni e gli assassinj.
-A qualunque magistrato eleggesse, dicea: — Sai
-quel che mi manca; facciamo che nessuno possieda una
-cosa che possa dir sua». Alla zia Domizia affrettò la
-morte per ereditarne i pingui poderi. Vatinio, mostruoso
-ciabattino di Benevento, salito a gran ricchezza e alla
-Corte per via d'accuse, rinfocava l'odio di Nerone contro
-i patrizj, esclamando: — Io t'aborro perchè sei senatore».
-Ad alcuni fe grazia perchè Seneca gli disse: — Per
-quanti ne uccidiate, non vi verrà fatto di dar
-morte al vostro successore».
-</p>
-
-<p>
-Calpurnio Pisone <span class="sidenote">(65)</span> congiurò per assassinarlo nel palazzo
-d'oro; ma scoperto, causò un macello. La guardia
-germanica si sparse cercando gl'imputati, o chi era
-odioso a Tigellino e a Poppea. Fu tra i primi il poeta
-Lucano, che d'amico a Nerone gli s'era avversato dacchè
-lo vide addormentarsi alla recita de' suoi versi, e che
-fattesi aprir le vene, morì di ventisette anni recitando
-un brano della sua <i>Farsaglia</i>. Fu tra i secondi Seneca,
-che pei maneggi de' nuovi favoriti spogliato d'autorità,
-non avea avuto coraggio di sottrarsi alla Corte, quantunque
-infamata da tante brutture; e con fermezza terminò
-una vita troppo disforme dalle sue dottrine. La
-liberta Epicari, messa al tormento, stette al niego, finchè
-<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
-trovò modo di strozzarsi. Sulpicio Aspro, interrogato
-perchè avesse fallito alla fedeltà: — Perchè non
-conoscevo altro riparo a' tuoi delitti». E Scevino Flavio
-tribuno: — Nessun soldato ti fu più fedele sinchè il meritasti;
-presi ad odiarti dacchè ti vidi assassino della
-madre e della moglie, cocchiere, istrione, incendiario»;
-risposta che ferì Nerone più che tutta la congiura. Il
-console Giulio Vestino, malvoluto da Nerone ma da
-nessuno imputato, adempite le funzioni della sua carica,
-banchettava molti amici, quando gli si annunzia che un
-tribuno lo cerca: esce, è chiuso in una camera, svenato
-senza un lamento, e a' suoi convitati solo a tardissima
-notte si concede partire. Parenti, figli, precettori, servi
-furono spesso avvolti nella condanna. I tempj intanto
-sonavano di grazie, e i prossimi degli uccisi affrettavansi
-ad ornar di fiori le case, e baciar la mano a
-Nerone, il quale non men che di supplizj, fu prodigo di
-ricompense.
-</p>
-
-<p>
-Il senatore Trasea Peto, serbatosi come un vivente
-raffaccio di tanta contaminazione, avea saputo tacere
-quando tutti collaudavano; uscì dal senato quando vi
-si deliberava sul discolpare l'assassinio d'Agrippina;
-non assistette ai funerali di Poppea; non applaudiva
-alle scede imperiali; faceva insomma la resistenza che
-può ogni onest'uomo in qualunque ribaldo governo.
-Venerato dal popolo e dalle provincie, quando si vide
-accusato esortò la moglie Arria a serbarsi in vita per
-la figlia loro; e fattesi aprir le vene, chiamò il questore
-che gli aveva portato la condanna, acciocchè lo contemplasse
-morente, — Poichè (diceva) siamo in un secolo
-ove importa ingagliardirsi con grandi esempj».
-</p>
-
-<p>
-Con Peto, erasi accusato Trasea Sorano; e Servilia
-figliuola di questo ricorse agli indovini per sapere qual
-sarebbe la sorte di suo padre. Gliene fu fatta colpa, e
-un accusatore al Tribunale le appose d'aver venduto
-<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span>
-le sue gioje da nozze e fin la collana, per usare il denaro
-a cerimonie misteriose. Ma ella, inavvezza ai tribunali
-e sbigottita d'avere accresciuto il pericolo di suo padre,
-lungo tempo non potè che piangere, poi abbracciando
-gli altari, — Nessun nume infernale ho io invocato; non
-feci imprecazioni; unicamente chiesi che la volontà di
-Cesare e la sentenza del senato mi conservassero il
-padre. I miei giojelli, i miei addobbi, tutti i fregi dell'antica
-mia fortuna ho dato a tal uopo; data avrei
-anche la vita e il sangue. Non ho nominato il principe
-che fra gli Dei; e nè tampoco mio padre lo seppe».
-Padre e figlia furon messi a morte.
-</p>
-
-<p>
-All'orrore di questi delitti pareva aggiungere flagelli
-la natura. Turbini desolarono la Campania, Lione un
-incendio; la peste mietè trentamila vite in Roma. Varj
-portenti, e singolarmente una cometa, atterrirono Nerone,
-il quale, udito che in simili casi volevasi stornare
-la maluria con qualche straordinario macello, proponeasi
-di scannare tutti i senatori, e conferir le provincie
-e gli eserciti a cavalieri e liberti. Sospese il colpo
-per nuovi trionfi d'artista, meditando i quali, partì per
-la Grecia a rivaleggiare co' migliori citaredi <span class="sidenote">(66)</span>. Non trae
-solo l'abituale corteggio di mille vetture, e bufali ferrati
-d'argento, e mulattieri vestiti magnificamente, e
-corrieri e cavalieri africani ricchissimamente in arnese;
-ma un esercito intero, avente per arma la lira, la
-maschera comica, i trampoli da saltimbanco. Un inno
-cantato da Nerone saluta la greca riva; il padrone
-del mondo le concede tutto un anno di gioja e di
-feste incessanti; i giuochi Olimpici, gl'Istmici, e quanti
-si celebravano a lunghi intervalli, saranno accumulati
-in dodici mesi. Egli rappresentò in teatri, gareggiò
-alla corsa, da' presidenti aspettando in ginocchio le
-decisioni; per gelosia fe gittar nelle cloache le statue
-d'antichi atleti. Guai a chi è condannato ad esser suo
-<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span>
-competitore! vinto in prevenzione, è, ciò non ostante,
-esposto a tutti i maneggi d'un emulo inquieto; calunniato
-in segreto, ingiuriato in pubblico. Uno osa cantar
-meglio di Nerone, e il popolo artista di Grecia l'ascolta
-rapito, quando gli altri attori lo ghermiscono, lo serrano
-contro una colonna e lo sgozzano: ordine del principe.
-</p>
-
-<p>
-Travisato da toro, per le strade violava il pudore e
-la natura; pubblicamente sposò un Pitagora, colle cerimonie
-sacre e civili praticate dai Romani; poi volle
-far nozze con un certo Sporo, e vestitolo da imperatrice
-col velo nuziale, lo condusse in lettiga per le
-assemblee. In compenso degli applausi e della vigliaccheria,
-regalò alla Grecia la libertà, che, in tanta immoralità
-e sotto un tal uomo, non so che cosa volesse
-dire nè potesse fruttare.
-</p>
-
-<p>
-Non per ciò metteva sosta alle uccisioni. Avea menato
-con sè molte ragguardevoli persone sospette, e
-per via le fece trucidare. A Corbulone, il più prode
-suo generale, specchio di modestia, disinteresse e fedeltà,
-mandò ordine di morire; e quegli esclamando — Lo
-merito», si trafisse. Molti uccise o condannò
-perchè coi precetti o coll'esempio disfavorivano la
-tirannia. Poi udito che la nauseata Italia mormorava
-sordamente, volò a Roma, e perduti i tesori
-in mare, disse: — Me ne rifaranno di corto i veleni».
-Entrò sul carro trionfale d'Augusto con mille ottocento
-corone côlte sui teatri, e il senato gli decretò
-tante feste che un anno non sarebbe bastato a celebrarle;
-onde un senatore osò proporre si lasciasse
-qualche giorno anche al popolo per le sue faccende.
-</p>
-
-<p>
-La forza militare rendea possibili tali eccessi: ella
-sola potea porvi un termine. Giulio Vindice, stirpe
-degli antichi re d'Aquitania, allora vicepretore nella
-Gallia Celtica, alzò bandiera contro Nerone <span class="sidenote">(67)</span>, e centomila
-provinciali si unirono ad esso, onde avrebbe
-<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span>
-potuto ergersi imperatore. Però Virginio Rufo, semplice
-cavaliere, ma grandemente riverito e allora luogotenente
-dell'Alta Germania, non soffrì che l'impero
-si conferisse altrimenti che per voto de' senatori e
-de' cittadini, sconfisse Vindice <span class="sidenote">(68)</span> il quale si uccise, ma
-ricusò lo scettro offertogli dall'esercito vincitore che
-dichiarava scaduto Nerone.
-</p>
-
-<p>
-Costui ode in Napoli siffatte mosse, nè però interrompe
-i giuochi del ginnasio; solo al sentire che Vindice
-l'avea trattato di cattivo citarista, s'indispettisce,
-comanda ai senatori di vendicarlo, viene egli stesso
-a Roma, e tra via vedendo scolpito sopra un monumento
-un soldato gallo abbattuto da un cavaliere romano,
-ne piglia fausto augurio e coraggio. Pure non
-osando presentarsi al popolo o al senato, raccoglie ed
-ascolta alcuni primati, poi passa il giorno a mostrar
-loro certi nuovi organi idraulici, di cui voleva fare
-esperimento in teatro, — Se Vindice (soggiungeva) me
-lo permetta».
-</p>
-
-<p>
-Tra fiacco sgomento, spensierati tripudj e meditate
-vendette alternando secondo le notizie, dovette pur
-muoversi contro i ribelli; ma ebbe cura di portare
-strumenti musicali, e cortigiane che da amazoni lo
-seguissero. Era grande stretta di vettovaglie, e se ne
-aspettavano d'Egitto; quand'ecco approdar navi, ma
-invece di frumento son cariche di sabbia pe' gladiatori.
-Il popolo ne infuria, abbatte le statue di Nerone;
-i pretoriani stessi disertano; le sue guardie gli
-tolgono fin le coperte del letto e una scatoletta di
-veleno, preparatogli da quella Locusta che avea, per
-ordine di lui, stillato la morte di tanti. Egli or chimerizza
-passare nella Gallia, e quivi a ginocchioni propiziarsi
-i soldati; ora fuggire tra i Parti; ora dalla
-tribuna commovere il popolo coll'eloquenza imparata
-da Seneca: agli emuli proponeva gli concedessero la
-<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span>
-prefettura d'Egitto; se non altro, il lasciassero andare,
-che guadagnerebbe sonando. Insultato nei teatri, maledetto
-da tutti, egli che avea versato tanto sangue,
-non possedeva la virtù, sì comune a' suoi tempi, di
-versare il proprio. Chiese chi l'uccidesse, e niuno si
-prestò; corse per gettarsi nel Tevere, poi si diresse
-alla villa del liberto Faone, sopra un ronzino, con quattro
-servi appena, ogni tratto in pericolo o in paura.
-Giuntovi, si fece scavar la fossa, e intanto andava esclamando: — Che
-grande artista perisce!» Vile fino agli
-estremi, sol quando udì lo scalpitare de' cavalli che
-venivano per trarlo alle forche decretategli dal senato,
-si trafisse, dopo funestato il mondo per tredici anni e
-otto mesi.
-</p>
-
-<p>
-Consoliamoci che qui finisce quel progresso di malvagità
-degl'imperatori, sebbene ad ora ad ora ne riapparisse
-qualcuno, inclinato ad emularli. Ma qui pure può
-dirsi finita la storia delle insigni famiglie romane.
-L'aristocrazia patrizia era stata decimata dalle proscrizioni;
-salì al suo posto una nobiltà di famiglie nuove
-arrivate alle dignità: ma Tiberio cominciò, Caligola
-proseguì, Nerone compì la loro ruina, spogliando e
-trucidando i ricchi, disonorando i poveri. Quei che
-sopravissero, terminarono il proprio crollo colla scostumatezza;
-e sebbene la vanità nobiliare non fosse dissipata,
-pure difficilmente si potrebbe seguirne la storia
-traverso alla confusione dei nomi, alle adozioni moltiplicate,
-al vezzo di cangiare i soprannomi.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap34">CAPITOLO XXXIV.
-<span class="smaller">Prosperità materiale e depravazione morale. Lo stoicismo.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-A questo abbandonarci sulle particolarità della vita
-d'individui, il lettore si accorge che a mutate fonti attingiamo.
-In tempi liberi la patria primeggia, e l'uomo in
-quella s'eclissa: nella monarchia gli occhi del vulgo
-s'arrestano sopra un uomo, e la storia, che sì spesso è
-vulgo, se n'appaga, e invece della nazione ci offre la
-vita de' suoi capi, sovra i quali è ormai concentrata
-l'attività. Ciò si scosta affatto dal nostro proposito: ma
-primamente in quegl'imperatori s'incarna ciò che noi
-cerchiamo, vale a dire la vita e la società; inoltre
-abbondiamo di materiali, offertici da due cronisti molto
-differenti tra loro, Svetonio e Tacito.
-</p>
-
-<p>
-Il primo, indefesso raccoglitore di anticaglie, possedeva
-l'anello d'un imperatore, il sigillo dell'altro, una
-statuina appartenuta ad Augusto; e con altrettanta
-cura spigolò aneddoti sui dodici Cesari; e come quelle
-negli armadj, così questi distribuì per categorie di vizj
-e virtù. Così disgiunti dai fatti che produssero e che
-vi danno significazione e valore, non ci rivelano la
-condizione del principe nè dello Stato: e l'autore, al
-modo degli aneddotisti, impicciolisce ogni cosa, non
-ha indignazione pel vizio, non entusiasmo per la virtù;
-sotto al ridicolo allivella tutte le riputazioni, dileguandone
-e il terrore e l'ammirazione. Di Cesare non indovina
-i magnanimi intenti e trasvola le grandi imprese,
-mentre riferisce le satire e le canzonaccie con
-cui il vulgo si vendicava della gloria di esso. Non
-s'accorge tampoco che da Cesare a Domiziano siasi
-cambiato il mondo: ma freddo, laconico, ci ritrae il
-<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span>
-viso di ciascun imperatore, il portamento, il vestire,
-le follie; a che ora pranzasse, e quanti e quali piatti;
-che mobili avesse in casa, che motti gli uscissero, che
-oscenità lo dilettassero; ogni cosa senza velo, nè spirito,
-nè riflessioni.
-</p>
-
-<p>
-Tutta di riflessioni invece Tacito intesse la storia
-degl'imperatori, non tanto narrando gli avvenimenti,
-quanto facendo considerazioni sopra di essi, e più sopra
-la vita politica e le relazioni del principato col popolo:
-nessuno per piccolo ne racconta senza risalire alle lontane
-cause<a class="tag" id="tag118" href="#note118">[118]</a> e svolgerne le conseguenze, a rischio di
-eccedere in arguzia e raffinatezza col veder remote e
-complicate ragioni anche negli atti i più semplici. Argutissimo
-scrutatore dei labirinti del cuore umano, vi
-penetra per via degl'indizj esterni; primo egli che conducesse
-la storia a quadri interiori e di costumi, cercando
-le pareti domestiche non meno che il fôro e il
-campo, e tutto drammatizzando con inarrivabile abilità.
-Allevato dai declamatori e dagli stoici, ne contrasse
-ammirazione per le aspre virtù antiche, passione per la
-libertà, concepita nelle viete forme patrizie<a class="tag" id="tag119" href="#note119">[119]</a>, fastidio
-del depravamento d'un impero, dove si ricordava la
-libertà e tolleravasi la servitù, dove le tradizioni gloriose
-non impedivano una sordida degradazione; e antico
-originale di moderne finezze politiche, guarda con
-occhio tanto fosco da parer rigoroso fin verso un secolo
-così perverso. Onesto di cuore, veritiero anche nell'enfasi,
-giudica con una morale indipendente, benchè in
-tempo che riputavasi più giusto ciò ch'era più forte,
-<i>id æquius quod validius</i>; alla virtù anche soccombente
-fa omaggio, flagella il vizio quantunque potente, sapendo
-<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span>
-che la storia non è solo un gran dramma, ma
-una gran giustizia.
-</p>
-
-<p>
-La morale dignità dello scrittore adunque e l'alta
-meta propostasi campeggiano in quelle pagine, meditate
-lungamente, ritemprate dalla sventura, colorite da
-sublime tristezza; ove piace e giova il vedere un autore,
-immacolato fra tanta corruzione, attestare che v'è in
-noi qualcosa che i tiranni non possono svellere, neppur
-colla vita; che uno può esser grande anche sotto
-principi malvagi; e che tra l'abjetta servitù e la pericolosa
-resistenza c'è una via scevra di rischi e di bassezze<a class="tag" id="tag120" href="#note120">[120]</a>.
-Colla tetra maestà del suo racconto, colla
-critica amara, coll'opposizione affatto insolita ai Latini,
-com'era insolito quello stile muscoloso, dove spesso un
-giudizio è espresso con una sola parola, ed ogni parola
-ha la ragione d'esser collocata a quel modo, egli ci
-ritrae al vivo una corruttela, a dipinger la quale siamo
-ajutati anche da storici minori, da satirici, da poeti, così
-da trovarla grande quanto l'impero romano.
-</p>
-
-<p>
-Da costoro possiam dedurre la storia d'una famiglia,
-la Giulia: e quale catena di misfatti in essa! Abuso di
-adozioni e di divorzj vi mescola sangue e nomi, donne
-di tre o quattro mariti, imperatori di cinque o sei mogli.
-Augusto sposa Livia Drusilla, incinta d'un altro:
-Livia Orestilla menata da Caligola, dopo pochi giorni è
-ripudiata, dopo due anni esigliata: egli stesso toglie al
-marito Lollia Paolina perchè l'ava di lei ebbe vanto di
-bellezza, e poco stante la rinvia, proibendole d'accoppiarsi
-ad altri, finchè Claudio le spedisce ordine d'uccidersi.
-Un Druso è avvelenato da Sejano, un altro riceve
-ordine di morire, un terzo è ucciso in esiglio.
-Agrippa Postumo al cominciare del regno di Tiberio,
-<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span>
-Tiberio il giovane a quel di Caligola, Britannico a quel
-di Nerone, sono immolati per sicurezza del principe.
-</p>
-
-<p>
-Domizio Enobarbo, padre di Nerone, si piglia spasso
-a lanciare di furia il carro contro un fanciullo; ammazza
-uno schiavo che non beveva abbastanza; in pieno fôro
-cava un occhio ad un cavaliere; pretore, ne' giuochi ruba
-i premj. Giulia madre, dopo tre matrimonj, è sbandita
-dal genitore Augusto per dissoluta, poi dal marito Tiberio
-lasciata morir di fame; Giulia figlia, convinta di adulterio,
-perisce in un'isola dopo vent'anni d'esiglio. Giunia
-Calvina è da Claudio sbandita, per incesto col fratello
-Silano: ne sono infamate le sorelle di Caligola; ed una
-di esse, bagascia del fratello, è assunta dea, mentre gli
-amanti di tutte queste son mandati a morte, in vigore
-delle antiche leggi tutrici della moralità. Drusillina di
-Caligola è con lui trucidata d'appena due anni: Claudio
-getta ignuda sulla soglia della moglie una fanciulla che
-crede adulterina. A questo si ascrive a lode il non aver
-menato donna che fosse d'altri: ma al par di Caligola
-ebbe cinque mogli, fra cui una Messalina e un'Agrippina,
-nomi che fin oggi personificano il peggior fondo
-cui possa scendere quel sesso. Messalina fa esigliare ed
-uccidere Giulia di Germanico ed un'altra nipote di Tiberio:
-una Lepida, parente de' Cesari, gareggia con
-Agrippina in bellezza, opulenza, impudicizia, violenze, e
-questa la fa ammazzare.
-</p>
-
-<p>
-Entri nel palazzo de' Giulj? potranno mostrarti la
-cripta ove fu trucidato Caligola; il carcere dove si lasciò
-consumar dalla fame il giovane Druso, rodendo la
-borra delle coltrici, ed avventando contro Tiberio imprecazioni,
-che questi faceva raccôrre per poi ripeterle
-in senato: in questa sala Britannico bevve la sportagli
-tazza, e morì sull'atto; in questo conclavio Agrippina
-tentò d'amore il proprio figliuolo, che in quel giardino
-palpò curiosamente il cadavere di essa.
-<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
-</p>
-
-<p>
-Una casa sola! ed erano divi e dive, esposti allo
-sguardo di tutti, protetti dalla memoria di grandi progenitori.
-Nè di meglio troveremmo fra altri lari; nella
-casa d'Agrippa, ove «sola Vipsania morì di buona
-morte, gli altri o si seppe di ferro, o si tenne di veleno
-o di fame»<a class="tag" id="tag121" href="#note121">[121]</a>; nei palagi patrizj, ove si aspettava dai
-Cesari l'invito ora di prostituirsi ora d'uccidersi; nell'officina
-di Locusta, gran tempo strumento importante
-nel regno<a class="tag" id="tag122" href="#note122">[122]</a>, ove si veniva a provvedere o filtri per
-innamorare, o abortivi, o tossico per accelerare la vedovanza
-e l'eredità; in ciascun palazzo, dove sono altrettanti
-uomini quanti schiavi<a class="tag" id="tag123" href="#note123">[123]</a>, i quali o concertandosi
-scannano i padroni, o ne denunziano agl'imperatori ogni
-atto, ogni pensiero.
-</p>
-
-<p>
-Tacito ci mostra diciannovemila rei di morte, che
-combattono sul lago Fúcino in quella pazzia di Claudio.
-Quando quest'imperatore ripristinò il supplizio de' parricidi,
-in cinque anni v'ebbe più condanne siffatte che
-non in molti secoli, e Seneca assicura essersi veduti più
-sacchi che croci<a class="tag" id="tag124" href="#note124">[124]</a>: quarantacinque uomini e ottantacinque
-donne furono condannati per avvelenamento.
-Così frequenti ricorrevano i supplizj, che si levarono le
-statue dal luogo dell'esecuzione, per non essere costretti
-a velarle ogni momento. Papirio, giovincello
-di gente consolare, fu dalla madre col lusso e colla
-seduzione spinto in tali disordini, che colla morte si
-sottrasse al rimorso. Lepida, figlia degli Emilj, nipote
-di Silla e di Pompeo, accusata d'adulterio, di supposta
-<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span>
-prole, di avvelenamento, di sortilegio, viene al teatro
-col corteo di tutte le nobili matrone, e invocando gli
-avi commove il popolo contro il marito accusatore:
-eppure per deposizione degli schiavi è convinta rea, e
-bandita. Quasi in ogni famiglia (dice Plutarco) v'ha molti
-esempj di figliuoli, di madri, di mogli uccise; i fratricidj
-sono senza numero.
-</p>
-
-<p>
-Quel pudore, che è custodito da una felice ignoranza,
-come potea durare in Roma, dove giovinetti d'ambo i
-sessi stavano rinfusi nelle prime scuole; nei bagni lavavansi
-impuberi e vecchi alla mescolata con donzelle e
-matrone; priapi si ostentavano sulle vie o pendevano
-dal collo delle bambine; le case erano adorne di sfacciate
-nudità? Alle fanciulle davansi a leggere gli antichi
-comici, impudentemente osceni; e gli epigrammi di
-Marziale erano conosciuti perfin dalle caste Padovane.
-All'inverecondo tripudio nei Lupercali, alle veglie di
-Venere<a class="tag" id="tag125" href="#note125">[125]</a>, alle danze delle cortigiane correnti nude in
-onor di Flora, assisteva la matrona colla figlia, non
-<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
-meno che ai teatri dove gli spettatori poteano domandare
-che le attrici si snudassero, o si rappresentavano
-i deliquj della prostituzione; che più? le bestiali nozze
-di Pasifae furono prodotte nell'anfiteatro di Tito, presenti
-ottantamila spettatori<a class="tag" id="tag126" href="#note126">[126]</a>.
-</p>
-
-<p>
-I ricchi per voluttà, i poveri per necessità, alle gioje
-tranquille con che il matrimonio compensa i sacrifizj di
-due cuori onesti, preferivano le tempeste della mercenaria
-promiscuità o d'un celibato licenzioso. Contro di
-questo, nell'anno 9 di Cristo, Augusto promulgò la
-legge <i>de maritandis ordinibus</i>, che, per singolare testimonianza
-della sua necessità, porta il nome di due
-consoli smogliati, Papio e Poppeo. Voleva essa che, se
-l'uomo a venticinque, la donna a vent'anni non avessero
-prole, conseguissero la metà solo delle eredità e
-dei legati, il resto all'erario; per consoli si preferisse
-chi ricco di figli; chi in Roma ne contasse tre, quattro
-in Italia, nelle provincie cinque, restasse immune da
-servizj personali; partorito tre volte, la donna latina
-divenisse cittadina romana, la romana ingenua fosse
-sciolta dalla tutela del marito; la liberta dopo quattro,
-sicchè potesse far testamento, amministrare il suo, adire
-eredità<a class="tag" id="tag127" href="#note127">[127]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Augusto, radunati i cavalieri come solevasi pel censo,
-lodò quei pochissimi che avevano adempito ai voti della
-<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
-natura e del civile governo, e meritato il nome d'uomini
-e di padri, e promise loro le cariche principali;
-i celibi rimbrottò come rei d'assassinio, impedendo la
-vita ai futuri; d'empietà, perchè lasciavano perire il
-nome degli avi; di sacrilegio, perchè scemavano il genere
-umano; e li minacciò di gravi ammende se entro
-un anno non obbedivano alla legge. Ma corruzioni così
-profonde, così radicato egoismo si guariscono per leggi?
-I cittadini, che eransi rassegnati alla perdita delle libertà
-politiche, resistettero a questa riforma de' costumi,
-poi la elusero con isposare impuberi, sperdere i concetti,
-esporre i nati; moltiplicandosi così le vittime, ed
-empiendo di delatori i penetrali domestici, tanto che
-Tiberio la dovette modificare. I divorzj poi erano talmente
-cresciuti, da parere un legale adulterio<a class="tag" id="tag128" href="#note128">[128]</a>; e
-a pena davasi un matrimonio incontaminato<a class="tag" id="tag129" href="#note129">[129]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Dione racconta che ogni dama teneasi accanto schiavi
-ignudi; altre uscivano accompagnate da giovani scostumati;
-e neppur la castigata lingua del Lazio basta a
-velare le turpitudini, di cui le imputa Giovenale. Tacito
-ci mostra le matrone scendenti nell'arena coi gladiatori,
-o prostituentisi a gara colle sciupate, o dantisi agli
-schiavi con tal furore, che si dovette opporvi rimedj
-<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
-che lo attestano, nol corressero<a class="tag" id="tag130" href="#note130">[130]</a>. Nell'anno 19 di
-Cristo, il senato interdiceva che le vedove, le figlie e
-nipoti d'un cavaliere romano si facessero matricolare
-fra le meretrici: divieto inesplicabile, se Svetonio e Tacito<a class="tag" id="tag131" href="#note131">[131]</a>
-non c'informassero che con ciò voleano sottrarsi
-alle pene della dissolutezza. E poteva di meglio
-aspettarsi ove regnava la meretrice Actea? ove la meretrice
-Poppea accusava Ottavia d'adulterio per invaderne
-il talamo? ove le belle erano ornate per rallegrare
-un'orgia dell'imperatore, e domani esser gettate
-come la corona dei papaveri?
-</p>
-
-<p>
-L'accordo della voluttà colla crudeltà notammo altra
-volta come carattere della civiltà pagana. Dei gladiatori
-abbiam già detto assai (t. ii, p. 87). Dall'India e dall'Africa
-si conduceano belve a dare spettacolo di stragi
-al popolo, costretto dai tempi alla pace. L'usanza crebbe
-sin al farnetico; e a grande spesa andavasi a caccia di
-leoni, d'elefanti<a class="tag" id="tag132" href="#note132">[132]</a>, di jene, di coccodrilli, pensando
-<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
-artifizj da accalappiarli senza ferirli. Gran perfezione
-aveano conseguita i mansuetarj, che per via d'amuleti,
-o più veramente colla fame, assoggettavansi le fiere e
-le avvezzavano a combattimenti o a giuochi bizzarri,
-come elefanti a lanciar armi, tracciar lettere colla proboscide,
-fin ballare sulla corda; pesci venire alla chiamata;
-leoni pigliar lepri in caccia e non mangiarle; aquile
-levarsi a volo con un ragazzo fra gli artigli. Augusto,
-nel suo <i>Indice</i>, vantasi d'aver fatto uccidere quasi tremilacinquecento
-fiere nel circo, nel fôro e nell'anfiteatro:
-ducento leoni caddero ne' giuochi preseduti da
-Germanico; novemila bestie per dono di Tito, mescendosi
-anche le donne agli ammazzatori: ne' giuochi
-di Trajano, durati cenventitre giorni, si diè morte a
-<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
-millecento bestie; a diecimila in quelli d'Adriano; e
-Probo fece correre mille struzzi ed altri animali in
-proporzione, nel circo piantato a modo di foresta.
-</p>
-
-<p>
-Sarebbero follie come quelle d'altri secoli, se non
-ricordassimo che le fiere combatteano con uomini; se
-non ci raccontassero gli storici che dal buon Marco
-Aurelio fu presentato al popolo un leone, <i>educato</i> a
-mangiar uomini, e il facea con sì bel garbo, che il popolo
-ad una voce implorò dall'imperatore gli desse la
-libertà. Ma fin sul teatro, se rappresentasi l'<i>Incendio</i>
-dell'antico Afranio, si appicca vero fuoco alle case, e
-agl'istrioni lasciasi arbitrio di saccheggiarle<a class="tag" id="tag133" href="#note133">[133]</a>: con
-un vero supplizio finisce il dramma di Prometeo, dove
-un Laureolo, inchiodato alla croce, è divorato da una
-belva; in un altro, Orfeo è straziato da orsi veri in
-luogo delle Baccanti; uno è bruciato per figurar Ercole
-sul monte Oeta; un altro, mutilato ad imitazione di
-Ati; lacerato da un orso un Dedalo, che ben vorrebbe
-aver le ali: l'eroismo di Muzio Scevola è riprodotto da
-uno schiavo, condannato a lasciar bruciarsi la mano. E
-queste scene racconta e ammira Marziale<a class="tag" id="tag134" href="#note134">[134]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Nè già si tratta d'un popolo ignorante e grossiero;
-anzi la coltura e l'urbanità v'erano al colmo. Le più
-forbite poesie, le storie più insigni correvano per le
-mani, colla prurigine della novità; il vulgo riceveva cibo
-non faticato, assisteva a gratuiti spettacoli d'inenarrabile
-magnificenza, pei quali traevansi gladiatori dalla Germania,
-reziarj dalla Gallia, leoni dall'Atlante, giraffe,
-rinoceronti, boa dalla Nigrizia, ballerine da Cadice,
-pantomime dalla Siria; e dopo essersi soleggiato sotto
-portici stupendi d'arte e di ricchezza, esercitato nel
-Campo Marzio fra monumenti che sono tuttora la meraviglia
-di chi guarda e la scuola di chi conosce, ottocento
-<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
-terme l'aspettavano a tergersi mollemente, onde
-poi presentarsi al teatro a riscuotere gli omaggi dei re
-stranieri. Nell'anfiteatro si può irrorare gli spettatori
-con una pioggia profumata, si spolvera con ambra ed
-oro l'arena del circo, ove il popolo parteggia per gli
-attori, versando in tali gare il sangue, che un tempo
-scorreva per l'acquisto dei civili diritti.
-</p>
-
-<p>
-La folla dei liberti, cacciatisi fra il numero dei cittadini
-nella guerra civile, v'avea portato le seduzioni delle
-ricchezze male acquistate, l'insolenza del villan rifatto,
-gli abusi dell'improvvisa e ineducata fortuna. Antichi
-signori, sopravissuti alla guerra e alle proscrizioni,
-dopo segnalatisi per ambizioni, intrighi, giudizj e giuramenti
-falsi, e per ispregio del popolo e della religione,
-della presente nullità si consolavano in un epicureismo
-femmineo, di cui era tipo Mecenate, scrittore e consigliere
-d'Augusto, avvolto in abbigliamenti donneschi,
-scortato da eunuchi, cercante emozioni nel vino e nei
-moltiplicati divorzj<a class="tag" id="tag135" href="#note135">[135]</a>. Anche i buoni, esclusi dallo
-esercitar l'ambizione nelle magistrature, e timorosi di
-recare ombra ai monarchi, limitavansi a sguazzare in
-lusso privato, e ubriacarsi nei godimenti, come chi non
-vuol ricordarsi della spada per un filo sospesagli di sopra
-il capo. Mentre centinaja di servi, macchine intelligenti,
-faceano per loro ogni cosa, dalla cucina fino ai
-versi, essi beavansi d'ozj voluttuosi al fôro, per le basiliche,
-nei bagni. Se la lana apula e spagnuola è troppo
-pesante, gl'Indiani e i Seri mandano vesti di seta trasparenti;
-recasi in pugno una palla di cristallo per non
-sudare; le sale de' banchetti sono intepidite da bocche
-di vapore; le finestre, riparate con pietre speculari.
-</p>
-
-<p>
-Seneca, andato a visitare a Patria la villa Linterno
-ch'era stata di Scipione Africano, non rifina sulla differenza
-<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span>
-tra la semplicità di quella e il lusso odierno. — Quel
-terror di Cartagine, di cui è merito se Roma
-una volta sola fu presa; in questo piccolo e oscuro bagno
-lavava il corpo stancato dalle rusticali fatiche, stette sotto
-questo tetto così misero, lo sostenne questo pavimento
-così vile: or chi soffrirebbe di lavarvisi? Povero e abjetto
-uno si stima se le pareti non rifulgano di grandi e preziosi
-tondi marmorei; se marmi alessandrini non
-sieno variegati con incrostamenti numidici; se non
-sieno coperte da musaici a guisa di pitture; se la pietra
-tasia, un tempo raro spettacolo in qualche tempio, non
-circondi le nostre piscine, ove tuffiamo i corpi esinaniti
-dal sudore; se l'acqua non fluisce da pispilli d'argento.
-E ancora parlo de' plebei: che dire dei bagni
-de' liberti? quanta spesa nelle statue, nelle colonne che
-nulla sostengono! quanto fragoroso cascar di acque
-per iscaglioni! Tanto ci piacemmo di delicature, che
-non vogliam calcare se non gemme. In questo bagno di
-Scipione apronsi piuttosto feritoje che finestre nel muro
-di pietra: ma ora chiamansi da nottole i bagni se non
-siano acconci in modo che per ampie finestre ricevano
-il sole, se dal bagno non si vedano le campagne e il
-mare. Una volta tutto era più semplice; ma quanto
-rialzava l'introdursi in quei bagni grossolani, che sapeasi
-aver preparati per te Catone o Fabio Massimo o alcun
-de' Cornelj! perocchè nobilissimi edili si assumevano
-l'uffizio di entrar ne' luoghi dove accorreva il popolo,
-ed esigerne la nettezza e una temperatura utile e salubre,
-non questa d'oggi, simile ad incendio; per modo
-che ci sa di rozzo Scipione che non ammetteva nel suo
-tepidario la luce per grandi finestre, nè si facea cuocere
-nel bagno. V'ha di più: non si lavavano tutti i
-giorni, ma solo le braccia e le gambe, insudiciate dal
-lavoro; tutt'il corpo, ogni otto dì. Come avran puzzato!
-Sì; puzzato di fatica, di milizia, d'uomo: ora, introdotti
-<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
-i bagni più netti, siam più sporchi in grazia de' tanti
-unguenti, che fin due o tre volte al giorno si rinnovano,
-talchè si sa non di se stessi, ma di pomata»<a class="tag" id="tag136" href="#note136">[136]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Non sarem noi certamente che declameremo contro
-queste comodità belle e buone; ma somigliano a novelle
-orientali i racconti delle ricchezze e del lusso d'allora.
-Lollia comparve ad un banchetto con indosso per otto
-milioni di perle, frutto de' rubamenti di suo avo, vittima
-ch'era stato d'Agrippina. Uno, deplorando le gravi perdite
-sofferte in tempo della guerra civile, lasciò morendo
-quattromila centosedici schiavi, tremila seicento
-paja di bovi, ducencinquantamila capi d'altro bestiame,
-e dodici milioni di lire, non calcolando i terreni<a class="tag" id="tag137" href="#note137">[137]</a>.
-Crispo da Vercelli possedeva quaranta milioni di lire
-nostre; sessanta il filosofo Seneca; cinquanta l'augure
-Cneo Lentulo e Narcisso liberto di Claudio; ancor più
-Icelo favorito di Galba: Palla, altro liberto di Claudio,
-radunò tali ricchezze, che riducendole a terreni avrebbero
-coperto la trecencinquantesima parte della Francia<a class="tag" id="tag138" href="#note138">[138]</a>.
-Secondo Plinio, i beni da Nerone confiscati
-a sei ricchi costituivano metà dell'Africa proconsolare<a class="tag" id="tag139" href="#note139">[139]</a>.
-Più tardi abbiam da Vopisco che Aureliano
-depose in una villa privata dell'imperatore Valeriano
-cinquemila schiavi, duemila giovenche, mille cavalle,
-diecimila pecore, quindicimila capre<a class="tag" id="tag140" href="#note140">[140]</a>: sicchè non
-è più declamazione esagerata quella di Seneca ove dice
-che provincie e regni bastavano appena a pascolar le
-mandre di taluni, i cui schiavi erano più numerosi che
-belliche nazioni, la casa più vasta che città<a class="tag" id="tag141" href="#note141">[141]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
-</p>
-
-<p>
-Nerone consumò ottocento milioni in donativi; Caligola
-cinquecencinquanta; settanta milioni Domiziano
-nella sola doratura del Campidoglio<a class="tag" id="tag142" href="#note142">[142]</a>. Poi venne
-il farnetico de' profumi: l'Arabia non stillava incensi
-bastanti pei funerali degl'imperatori; Adriano, ad onore
-della suocera e dell'antecessore suo, regalò incredibile
-copia d'aromi a tutto il popolo, e fece scorrer balsami
-per le scene e pei giardini; Elagabalo nuotava in piscine
-miste d'essenze, e profondeva a caldaje il nardo<a class="tag" id="tag143" href="#note143">[143]</a>.
-E fuori e dentro, il corpo aspergeasi d'aromi: perfino
-i guerrieri ai giorni solenni ungevano le bandiere e le
-aquile, e profumavano se stessi di preziosità: reputavasi
-lode ad una donna se, passando, colla fragranza
-adescasse fin quelli che ad altro stavano intenti<a class="tag" id="tag144" href="#note144">[144]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Il trattato delle pietre preziose, che Plinio desunse
-da uno di Mecenate, mostra quanto più di noi avessero
-raffinato questo lusso. Le dita, dal medio in fuori, s'empivano
-di anelli<a class="tag" id="tag145" href="#note145">[145]</a>; di gemme si facevano le tazze;
-e singolare stima godeano i vasi murrini, venuti dalla
-Caramania e dalla più interna Partia<a class="tag" id="tag146" href="#note146">[146]</a>. Anche le
-<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span>
-perle aveansi in pregio, e le donne se ne ornavano, anzi
-caricavano testa, collo, petto, braccia, fin le pianelle; Caligola
-n'andava ingombro, e ne fregiava le prore delle
-navi, come Nerone i letti di sue lussurie; eppure si
-pagavano il triplo dell'oro sulle rive del golfo Persico e
-di Taprobana (Seilan)<a class="tag" id="tag147" href="#note147">[147]</a>, ed una sola fu comprata
-sei milioni di sesterzj.
-</p>
-
-<p>
-A peso d'oro pagavasi la seta; onde allorchè Giulio
-Cesare fece velare il suo teatro di quella stoffa, i soldati
-tumultuarono, quasi n'esaurisse l'erario; e di barbarica
-morbidezza fu appuntato Claudio, perchè sotto un padiglione
-serico coronò due re dell'Asia<a class="tag" id="tag148" href="#note148">[148]</a>. Tuttavia
-se ne allargò l'uso, ad onta delle prammatiche di Alessandro
-Severo ed Aureliano. Dalla Persia la traevano,
-come anche tappeti di Babilonia variopinti; un de' quali
-da un imperatore fu pagato quattro milioni<a class="tag" id="tag149" href="#note149">[149]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Le tele d'India erano pure cercatissime; l'avorio
-dell'Etiopia e della Trogloditide, e massime dell'India
-ornava i tempj, le sedie dei magistrati curuli, i mobili
-e le soffitte de' ricchi; e tanto crebbe il consumo, che
-più non se ne trovando, doveansi segare ossa d'elefanti.
-Nè meno ambiti erano l'ebano e il cedro d'Africa; vascelli
-egizj sferravano apposta dalle cale di Berenice per
-andarsi caricare di testuggini lunghesso l'Africa; e più
-in delizia erano quelle color d'oro dell'Oceanitide, isola
-alle foci del Gange.
-</p>
-
-<p>
-Tutte poi le provincie s'avaccino a mandare a Roma
-quel che di meglio producano: papiro, vetri, lino l'Egitto;
-frutti e piume l'Africa; tappeti la Mesopotamia;
-lane fine, cere e miele la Spagna; la Gallia panni, bestiame,
-olio, lavori di ferro, di rame, di piombo, di
-<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span>
-stagno; cuoj e pesce salato il Ponto, stagno la Britannia;
-i mari settentrionali l'ambra, di cui portavansi addosso
-figurine da costar più d'un uomo<a class="tag" id="tag150" href="#note150">[150]</a>; la Grecia
-finissimi tessuti, lavori artistici, e quel pedante, arnese
-speciale nelle case d'allora, che ne' corteggi compariva
-insieme colle meretrici e coi bagascioni, che sapea
-tutto, che facea tutto, dai servigi di lenone all'educazione
-dei figli, che soffriva con pari longanimità i favori
-e gli strapazzi, purchè potesse godere l'onor de' banchetti
-e della conversazione signorile. Romano di conto
-sarà quello che usi lane dell'Attica e di Mileto, le meglio
-pregiate dopo le nostre di Taranto, porpore di Laconia,
-panni d'Arsinoe, tappezzerie d'Alessandria, vetri
-di Diospoli, papiro del Nilo, bronzi di Corinto, formaggi
-dell'Asia Minore, miele del monte Imetto, cere e stoffe
-dell'Egeo, stoviglie di Copto e della Lidia. Aggiungete
-altro oggetto d'esecrabile lusso, gli eunuchi, viziosi stromenti
-del vizio; e dieci milioni fu pagato uno da
-Sejano<a class="tag" id="tag151" href="#note151">[151]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Questo lusso gigantesco insieme e miserabile, espressione
-d'un raffinamento materiale che non istà in proporzione
-col morale, il despotismo lo fomenta, acciocchè
-la mollezza e i godimenti distraggano dal sentire la
-tirannia, l'egoismo lo volge ai triviali diletti della gola.
-Cinque pranzi il giorno si facevano, vuotando lo stomaco
-per rimpinzarlo di nuovo. Gareggiavano d'avere
-i pesci più rari e più grossi, ne tenevano vivaj, costituivano
-magistrati sopra l'impedire che alcuni se ne allontanassero
-dai lidi; talvolta si mettevano in tavola vivi,
-acciocchè le varie gradazioni che dava ai loro colori
-l'agonia, ricreassero i convitati, che, un istante dopo
-<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
-esserseli sentiti guizzar sotto la mano, li godevano conditi.
-Calliodoro vendè un servo milletrecento denari
-onde comprarsi una triglia di quattro libbre<a class="tag" id="tag152" href="#note152">[152]</a>: un
-altro spese tremila sesterzj per comperare tre barbi:
-essendone regalato uno a Tiberio, questi il credette di
-troppo valore e mandollo a rivendere, e Ottavio lo pagò
-cinquantamila sesterzj. Quest'Ottavio era l'emulo d'Apicio,
-il quale fu maestro e tipo di ghiottornia in
-Roma<a class="tag" id="tag153" href="#note153">[153]</a>, e poichè ebbe consumato tesori alla tavola,
-si uccise per non trovarsi ridotto a vivere con soli dieci
-milioni di sesterzj (2 milioni di lire)<a class="tag" id="tag154" href="#note154">[154]</a>. Il cuoco pertanto
-era il servo più considerato; la squisitezza dei
-banchetti, primaria occupazione degli schiavi. Poi repente
-il ricco vuol assaggiare la povertà, e in una cameruccia
-soffitta mangia s'un tagliere per terra<a class="tag" id="tag155" href="#note155">[155]</a>;
-e si giudica meravigliosa invenzione il fondere la tartaruga
-in modo che sembri legno, e così aver mobili che
-valgano mille volte più di quel che mostrano.
-</p>
-
-<p>
-Perocchè non è tanto alla gola o alla mollezza che
-vogliasi soddisfare, quanto al farnetico dello straordinario
-<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span>
-(<i>monstrum</i>). Da qui le bizzarrissime fantasie degli
-imperatori e dei privati; le effigie colossali, repugnanti
-a quella <i>misura</i> che avea costituito la finezza dell'arte
-greca; e il gigantesco ponte di Caligola, e venti cavalli
-aggiogati al carro di Nerone, e il suo smisurato palazzo
-con statue smisurate; e più ammirato ciò che più esorbitava.
-Da qui volere all'inverno rose, neve all'estate; e
-cercare il vizio per lo scandalo che produce<a class="tag" id="tag156" href="#note156">[156]</a>. Agrippina
-pagò milleducento lire un usignuolo. Caligola non
-di rado stemperava le perle ne' suoi bicchieri, o faceva
-servire in piatti d'oro, che poi distribuiva ai convitati;
-molti giorni seguitò a lanciar dall'alto somme d'oro al
-popolo; fece compaginare galee di cedro con vele di seta
-e prore d'avorio ornate di margarite; trasportare d'Egitto
-un obelisco sovra un vascello sì grande, che quattro
-uomini appena ne abbracciavano l'albero. Nerone ha
-tappeti babilonesi che valgono quattro milioni di sesterzj,
-oltre la tazza murrina da trecento talenti; nei
-funerali d'una scimia spende i tesori d'un ricco usurajo
-da lui esigliato; in que' di Poppea, più cannella e cassia
-che in un anno non ne produca l'Arabia. Vasi preziosissimi
-quanto fragili devono solleticare il gusto col pericolo
-di vedere a un tratto perire un tesoro: una tavola
-di cedro costò a Cetego trecentomila lire. Per la ragione
-stessa aveasi a noja la luce diurna<a class="tag" id="tag157" href="#note157">[157]</a>, e Pedo Albinovano
-ci racconta di avere abitato sopra la casa di Spurio
-Papino, che era di cotesti lucifugi. — Verso la terz'ora
-di notte, sento colpi di scudiscio. Che fa egli? domando. — Si
-fa rendere i conti (era il tempo che castigavansi
-gli schiavi). Sulla mezzanotte, odo un grido penetrante.
-Cos'è? — Egli si esercita a cantare. Verso le due di
-mattina, — Che fragor di ruote è cotesto? — Egli esce
-in calesso. Al levar del giorno si corre, si chiama; cantiniere,
-<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span>
-cuciniere sono in moto. Che è, che non è? egli
-esce dal bagno, e chiede vin melato»<a class="tag" id="tag158" href="#note158">[158]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Petronio Arbitro, in un romanzo intitolato <i>Satyricon</i>,
-ci descrive la vita di Trimalcione, doviziosissimo
-baggeo, e prosopopea de' tanti ricchi che lussureggiavano
-allora a Roma. Parrà forse lungo, non certamente
-disopportuno il qui riferirne una cena, spogliandola
-dalle interminabili digressioni, e accorciandola d'assai,
-non senza premunire contro le esagerazioni consuete
-dei satirici:
-</p>
-
-<p>
-— Sapete presso chi oggi si fa baldoria? presso Trimalcione,
-uomo suntuoso, che nella sala da pranzo ha
-un oriuolo ed un trombetta, cioè due schiavi, istruiti ad
-avvertirlo di tutti i momenti ch'egli consuma nella
-vita. Ci rivestimmo lesti lesti, e finchè venisse l'ora, ci
-diemmo a ronzare e a trastullarci, entrando pe' circoli
-de' giocolieri; quando ad un tratto vedemmo un vecchio
-calvo, vestito di palandrane rossiccio e coi calzari,
-che stava facendo alla palla con alcuni fanciulli a lunghi
-capelli<a class="tag" id="tag159" href="#note159">[159]</a>. Egli non ribattea la palla che avesse
-toccato il terreno, ma un servo ne aveva in un sacco
-quante ai giocatori bastassero. Altre singolarità notammo:
-eranvi due eunuchi posti in diversi punti del
-circolo, de' quali uno teneva una mastelletta d'argento,
-l'altro noverava le palle che cadeano. E intanto che
-ammiravamo cotali splendidezze, Menelao venne a dirci: — Quest'è
-colui, presso al quale mangerete. Non vedete
-che a tal modo principia la cena?»
-</p>
-
-<p>
-«Ancor discorreva Menelao, quando lo splendidissimo
-Trimalcione scoccò le dita, e a questo segno l'eunuco
-misegli sotto la mastelletta, in cui esso scaricò la
-vescica, poi chiese acqua alle mani, e le dita umide terse
-sul capo di un ragazzo. Lunga cosa sarebbe descriver
-<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span>
-tutto. Entrammo ne' bagni, e al momento che il sudore
-ci coperse, passammo al fresco. Trimalcione, tutto
-strofinato di manteche, faceasi fregare non con lenzuoli
-di lino, ma con mantelli di finissima lana. Tre mediconzoli
-intanto trangugiavano falerno alla sua presenza,
-gareggiando a chi più ne mesceva; e Trimalcione
-esortavali ne bevesser pure a josa. Involto quindi in
-una tovaglia di scarlatto, fu messo nella lettiga, cui precedevano
-quattro adorni lacchè ed una carretta a mano,
-dove portavasi un mignone vecchio e cisposo, più brutto
-di Trimalcione, di cui era la delizia. Il quale così trasportato,
-e accompagnato da armoniosi flautini, si avvicinò
-alla testa di lui, e come se gli parlasse all'orecchio,
-canticchiò per tutto il cammino. Noi, stanchi ormai di
-maravigliarci, teniam dietro, e insieme con Agamennone,
-sofista di casa, arriviamo alla porta, sullo stipite della
-quale era inchiodato un cartello con questa iscrizione:
-<i>Qualunque schiavo uscirà senz'ordine del padrone,
-buscherà cento sferzate</i>.
-</p>
-
-<p>
-«Sull'ingresso, un portiere vestito di verdechiaro,
-con cintura color ciliegia, sbucciava piselli in un vassojo
-d'argento. Pendeva sopra la soglia una gabbia
-d'oro, dalla quale una gazza variopinta salutava gli avventori.
-Di tante cose stordito, io fui per cadere e fracassarmi
-le gambe, colpa di un cane che alla sinistra
-dell'ingresso vicino alla camera del guardiano era dipinto
-sul muro, legato alla catena, colle parole cubitali
-<i>Guardati dal cane</i><a class="tag" id="tag160" href="#note160">[160]</a>. Ne risero i miei colleghi, ma
-io, raccolto lo spirito, proseguii lungo il muro. Il luogo
-ove si vendono gli schiavi era tutto dipinto a cartelloni,
-insieme col ritratto di Trimalcione, chiomato, col caduceo
-in mano, in atto d'entrare in Roma, e Minerva
-ne reggeva le redini. Più innanzi era in figura d'imparare
-<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span>
-i conti, e più oltre in foggia di tesoriere; e il bizzarro
-pittore ogni cosa avea diligentemente rappresentata
-coll'iscrizione: sul finir poi del portico eravi Mercurio,
-che col mento rialzato lo riponea sopra un alto
-tribunale. Ivi appresso teneasi la Fortuna col corno
-dell'abbondanza, e le tre Parche filando pennecchi d'oro.
-Nel portico una partita di valletti veniva esercitata da
-un istruttore; e in un grande armadio erano riposti i
-Lari d'argento, una statua marmorea di Venere, ed una
-scatola d'oro grandicella, in cui diceano venir serbata
-la barba di esso...<a class="tag" id="tag161" href="#note161">[161]</a>.
-</p>
-
-<p>
-«Assorti in tante delizie, andavamo nel triclinio,
-quando un ragazzo, a ciò destinato, gridò, — Col piè
-destro». Noi tremammo che alcun di noi non passasse
-col sinistro: ma introdottici tutti per bene, un ignudo
-schiavo prostrossi ai nostri piedi, supplicandoci lo liberassimo
-dal castigo, meritato con un grave delitto, quale
-era d'essersi lasciato rubare ne' bagni l'abito del tesoriere,
-che poteva valere dieci sesterzj... Sedutici, de'
-famigli egiziani altri versavano acqua diaccia alle mani,
-altri ci lavarono i piedi, togliendoci con esperta diligenza
-ogni bruttura dall'unghie. Nè tale molesto servigio
-faceano in silenzio, ma canticchiando: onde mi
-venne pensiero di provare se la famiglia tutta cantasse;
-perciò chiesi a bere, ed ecco un ragazzo prontissimo, che
-mi favorì parimenti di un'acida cantilena; e all'egual
-modo usava ogni altro, cui qualche cosa fosse chiesta;
-onde l'avresti creduto un triclinio da pantomimi.
-</p>
-
-<p>
-«Venne un lautissimo antipasto, e ciascheduno già
-si era adagiato, fuorchè Trimalcione, al quale conservavasi
-il primo luogo, per nuova disposizione...<a class="tag" id="tag162" href="#note162">[162]</a>
-<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il suo vaso era di metallo di Corinto, e rappresentava
-un asinello con una corba, nella quale da una parte
-stavano olive bianche, dall'altra nere. L'asinello era
-coperto da due scodelle, sul cui orlo si leggeva il nome
-di Trimalcione ed il peso dell'argento. V'aveva anche
-de' ponticelli saldati, sostenenti de' ghiri conditi con
-miele e papavero, e mortadelle caldissime sulla graticola,
-sotto la quale stavano prugne siriache, con chicchi
-di melogranato.
-</p>
-
-<p>
-«Stavamo tra queste morbidezze, quando Trimalcione,
-portato a suon di musica, e collocato sopra piccoli
-guancialetti, mosse il riso di qualche imprudente,
-per quella sua testa pelata che sporgeva da un mantello
-di porpora; e intorno alla collottola teneva una crovatta
-guarnita d'oro, le cui estremità pendevano di qua e di
-là; nel dito mignolo della sinistra recava un grande
-anello dorato, e all'ultimo articolo del vicin dito uno
-men grande tutto d'oro, come a me parve, ma saldato
-con ferruzzi in forma di stelle. Per mostrarci altre
-ricchezze si scoperse il braccio destro, ornato di smanigli
-d'oro legati in un cerchietto d'avorio con laminette
-luccicanti. Come poi con uno spillo d'argento ebbesi
-nettati i denti, — Amici (disse), non avevo ancor voglia
-di venire al triclinio; ma perchè la mia assenza non vi
-<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span>
-facesse troppo aspettare, ho sospeso ogni mio divertimento.
-Permettete però ch'io finisca un mio giuoco».
-</p>
-
-<p>
-«Avea dietro un ragazzo con uno sbaraglino di
-terebinto, e con dadi di cristallo; e in luogo di pedine
-bianche e nere, usava monete d'oro e d'argento.
-Mentr'egli giocando avea distrutta la schiera opposta,
-e noi eramo ancora all'antipasto, una tavola fu portata
-con una cesta, entro cui una gallina di legno colle ale
-distese in cerchio, come quando covano. Tosto due
-schiavi, a strepito di musica, si posero a frugar nella
-paglia, e toltene alcune ova di pavone, distribuironle
-ai convitati. Trimalcione voltandosi disse: — Amici,
-ho ordinato si mettessero sotto questa gallina delle ova
-di pavone; e temo, per bacco, non abbiano già il feto:
-proviamo tuttavia se sono bevibili»<a class="tag" id="tag163" href="#note163">[163]</a>. Noi prendemmo
-de' cucchiaj non men pesanti di mezza libbra,
-e rompemmo le ova; ma erano di pasta, ed io fui
-quasi per gittar il mio, sembrandomi contenesse il
-pulcino: poi, udendo da un vecchio commensale che
-alcuna cosa di buono doveva esservi, continuai a rompere
-il guscio, e ritrovai un grasso beccafico contornato
-dal torlo dell'ovo sparso di pepe.
-</p>
-
-<p>
-«Trimalcione aveva già sospeso il giuoco, e d'ogni
-cosa richiesto, ed a voce alta data a ciascuno facoltà di
-bere novamente il vino col miele; quando ad un tratto
-l'orchestra diè un segno, e i cibi del primo servizio
-furono cantando rapiti dagli stessi sonatori. In mezzo
-a questo battibuglio cadde a caso una scodella d'argento,
-ed uno schiavo la raccolse dal pavimento; ma
-Trimalcione avvedutosene lo fece schiaffeggiare, e comandò
-la gettasse: il credenziere tra le altre lordure
-la scopò via...
-<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Recaronsi allora bottiglie di vetro perfettamente
-turate, su cui era scritto, <i>Falerno d'Opimio, d'anni
-cento</i><a class="tag" id="tag164" href="#note164">[164]</a>. Intanto che leggevamo le etichette, Trimalcione
-battendo le mani esclamò: — Ohimè! ohimè! il
-vino dunque vive più vecchio dell'omiciattolo? e noi
-dunque facciamone gozzoviglia. Il vino è vita. Ve lo
-do per vero d'Opimio: jeri nol feci mescere sì buono,
-benchè i convitati fossero più cospicui». Mentre noi si
-beveva ammirando le squisite magnificenze, un servo
-portò una figura d'argento accomodata in modo, che
-da ogni parte se ne volgevano gli articoli e le vertebre
-col rallentarle...
-</p>
-
-<p>
-«Tenne dietro agli applausi una portata, non grande
-quanto credevasi, ma la cui novità trasse gli occhi di
-tutti. Era in forma d'una credenza rotonda, con in giro
-le dodici costellazioni, sulle quali il cuciniere avea posto
-cibi convenienti alla figura: sull'ariete i ceci di marzo,
-sul toro un pezzo di bufalo, testicoli e reni sopra i
-gemelli, una corona sul cancro, sul leone un fico
-d'Africa, sulla vergine una vulva di troja lattante, sulla
-libbra una bilancia che da una parte conteneva una
-torta e dall'altra una focaccia, sullo scorpione un pesciatolo
-di mare che porta quel nome, sul sagittario un
-gambaro marino, sul capricorno una locusta marina,
-sull'acquario un'anitra, sui pesci due triglie; in mezzo
-poi v'era un cespuglio d'erbe, con sopravi un favo.
-</p>
-
-<p>
-«Il famiglio egiziano recava intorno il pane sopra
-un tamburino d'argento, egli pure con pessima voce
-canticchiando una goffa canzone sul laserpizio. Noi ci
-acconciavamo tristamente a quelle trivialità, ma Trimalcione
-disse: — Ceniamo, che tale è l'ordine della
-cena». Così detto, sopragiunsero alcuni, i quali ballando
-<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span>
-un quartetto a suon di musica, scoprirono la parte
-superiore di quel credenzino, e allora vedemmo per di
-sotto, cioè in un altro servizio, ventresche e grassi circondanti
-una lepre coll'ale, che pareva il cavallo Pegaso;
-e ai canti quattro satiretti, dai cui ventri versavasi un
-liquore impepato sopra i pesci, i quali pareano nuotar
-nel mare. Applaudimmo, facendo eco ai famigli, e lietamente
-assalimmo quelle squisitezze. Trimalcione contento
-del buon ordine, — Trincia», esclamò; e tosto
-lo scalco si fece innanzi, e a suon di musica sì destramente
-fe in pezzi le vivande, che l'avresti creduto un
-cocchiere in lizza fra lo strepito dell'organo idraulico...
-</p>
-
-<p>
-«In questo mezzo comparvero valletti, che agli strati
-sovraposero coperte, su cui erano dipinte reti, e cacciatori
-colle aste, e un intero apparecchio di caccia.
-Non sapevamo che pensare di ciò, quando fuor del
-triclinio alzatosi un gran romore, entrarono tutt'a un
-colpo alcuni cani di Sparta, che intorno alla mensa si
-diedero a correre. Un altro desco tenne lor dietro, sul
-quale era posto un cignale imberrettato di prima grandezza,
-da' cui denti pendevano due cestelli trecciati di
-palma, un de' quali colmo di datteri della Siria, e l'altro
-di datteri della Tebaide. All'intorno v'avea porcellini
-fatti di torta, come se fossero lattonzi, per significare
-che il cignale era femmina; essi pure inghirlandati. A
-tagliare il cignale non venne quello scalco che aveva
-appezzate le altre vivande, ma un gran barbone, colle
-gambe ne' borzacchini, e con un abitino a più colori,
-il quale impugnato il coltello da caccia, gli percosse
-gagliardamente un fianco, e dalla piaga volaron fuori
-dei tordi. Pronti furono colle canne gli uccellatori, che
-li presero mentre svolazzavano per la sala. Dipoi,
-avendo Trimalcione fattone dar uno a ciascuno, soggiunse: — Vedete
-come questo porco selvatico abbiasi
-mangiate tutte le ghiande?» E tosto i donzelli corsero
-<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
-ai cestini che pendevano dai denti, e i datteri divisero
-tra i commensali.
-</p>
-
-<p>
-«Io, che stavami quasi solo in un canto, ruminavo
-per qual ragione il cignale portasse berretto; e non
-trovandola, me ne apersi a quel mio interprete. Ed
-egli: — Te lo spiegherebbe fino il tuo servo; non c'è
-enigma; la è cosa lampante. Questo cignale essendo
-rimasto intatto alla cena di jeri, e dai convitati rimandato,
-oggi torna al convito in guisa di liberto»<a class="tag" id="tag165" href="#note165">[165]</a>.
-Condannai il mio stupore, e null'altro richiesi, per non
-parere non avessi mai cenato con galantuomini.
-</p>
-
-<p>
-«Tra questi discorsi, un bel ragazzo, cinto di viti e
-d'edera, che or Bromio dicevasi, or Lieo, ora Evio,
-portò intorno un panierino d'uve, cantando con voce
-acutissima poesie del suo signore; al cui suono voltosi,
-Trimalcione gli disse, — Dionisio, tu sei liberto».
-Allora il ragazzo tolse al cignale il berretto, e sel pose
-sul capo; e Trimalcione di nuovo, — Ora non negherete
-ch'io possieda il padre Bacco». Applaudimmo
-all'arguzia di Trimalcione, e diemmo assai baci al
-ragazzo, che venne intorno...
-</p>
-
-<p>
-«Chi poteva indovinare che, dopo tante lautezze, non
-fossimo che a mezza strada? Di fatto, levate a suon di
-musica le mense, si condussero nel triclinio tre majali
-bianchi, a nastri e campanelli, dei quali il cerimoniere
-diceva uno avere due anni, l'altro tre, il terzo esser
-già vecchio. Io pensai che coi porci venissero i giocolieri,
-onde, com'è costume ne' circoli, far qualche
-maraviglia; ma Trimalcione troncando ogni dubbio, — Qual
-di cotesti (disse), amereste voi che in un
-istante si mettesse in tavola? Così i fittajuoli fanno dei
-polli, d'un fagiano o di simili bagattelle: ma i miei
-cuochi usano cuocere un vitello tutto intero». E chiamato
-<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
-il cuoco, senz'aspettare la nostra scelta, comandò
-ammazzasse il più vecchio; poi ad alta voce, — Di
-qual decuria se' tu?» ed essendogli risposto, della
-quarantesima, soggiunse: — Comperato o nato in casa? — Nè
-l'un nè l'altro (rispose il cuoco), ma vi fui
-lasciato per testamento da Pansa. — Bada bene (gli
-replicò) d'affrettarti, altrimenti io ti caccerò nella decuria
-dei valletti». Il cuoco, stimolato da questa minaccia,
-andossene col majale in cucina; e Trimalcione
-rivoltosi a noi piacevolmente, — Se il vino non vi
-aggrada, lo cambierò; ma sta a voi il mostrare che vi
-piaccia. Grazie al cielo, io non lo compro, ma ogni
-cosa che spetta al gusto nasce in un mio poderetto,
-ch'io per altro non conosco. Mi si dice che arrivi da
-Terracina fin a Taranto. Ora io penso di unir la Sicilia
-a quelle mie glebe, perchè, se voglio andare in Africa,
-non abbia a scorrere per altri terreni che per i miei»...
-</p>
-
-<p>
-«Ancor non avea svaporate queste fandonie, quando
-un altro tagliere, carico di quel gran majale, coprì la
-tavola. Noi ci diemmo ad ammirare tanta prestezza, ed
-a giurare che neanco un pollo potevasi cuocere così
-detto fatto, e tanto più quanto maggiore ci parea quel
-porco di quel che ci fosse prima sembrato il cignale.
-Trimalcione guardandolo attento, — E che? (disse),
-questo porco non è stato sventrato. No, perdio, qua,
-qua subito il cuoco». Questo comparve malinconioso,
-e avendo detto che se n'era dimentico, — Che dimentico?
-(gridò Trimalcione), pensi tu che trattisi di non
-avervi messo il pepe o il cimino? Fuor camiciuola».
-Senz'altro indugio il cuoco viene spogliato, e tutto mesto
-si stava in mezzo a due aguzzini; ma tutti ci ponemmo
-a pregare e dire: — Gli è un accidente; lascialo, di
-grazia; e se altra volta mancasse, niun di noi s'interporrà
-più per esso».
-</p>
-
-<p>
-«Io non mi potei trattenere dal piegarmi all'orecchio
-<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span>
-d'Agamennone e dirgli: — Questo servo deve per
-certo essere un gran birbo. Chi mai si scorda di sventrare
-un majale? non gli perdonerei, perdio, se si
-trattasse d'un pesce». Non fece però così Trimalcione,
-il quale, serenata la fronte, disse: — Or bene, poichè
-tu sei di sì manchevole memoria, sventracelo qui pubblicamente».
-Il cuoco, ripreso il grembiule, impugnò
-il coltello, e con man timorosa tagliò qua e là il ventre
-del porco; ed ecco dalle ferite, allargantisi per l'urto
-del peso, scappar fuora salsiccie e sanguinacci. A questo
-spettacolo tutta la macchinale famiglia de' servi fe
-plauso, e con istrepito felicitò Gajo; e il cuoco non solo
-fu ammesso a bere tra noi, ma ricevette una corona
-d'argento ed un bicchiere sopra un bacile di Corinto;
-e perchè da vicino l'osservava Agamennone, Trimalcione
-disse: — Io sono il solo che abbia del vero
-metallo di Corinto»...
-</p>
-
-<p>
-«Entrò poi il suo agente, il quale, come venisse a
-recitare i fasti di Roma, lesse quanto segue: — Ai 25
-luglio, nati nel territorio di Cuma, di ragione di Trimalcione,
-trenta fanciulli maschi e quaranta femmine;
-portate dall'aja nel granajo millecinquecento moggia di
-frumento; buoi domati cinquecento. Nello stesso giorno,
-Mitradate schiavo affisso alla croce per aver bestemmiato
-il genio tutelare di Gajo nostro. Nello stesso
-giorno, riposte in cassa centomila lire, che non si
-poterono impiegare. Nello stesso giorno, accesosi il
-fuoco negli orti Pompejani, cominciato la notte in una
-casa da villano. — Aspetta (disse Trimalcione); da
-quando in qua ho io comperato gli orti Pompejani? — L'anno
-scorso (rispose l'agente); perciò non erano
-ancor messi a libro». Trimalcione fece l'adirato, e
-soggiunse: — Qualunque fondo mi si compri, se
-dentro sei mesi io non ne sarò avvertito, proibisco
-che mi si porti in conto».
-<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Entrarono finalmente i saltatori, ed un certo Barone,
-sciocchissima figura, si presentò con una scala, sulla
-quale fece salire un ragazzo, e comandogli saltasse e
-cantasse, tanto salendo, quanto standovi in cima. Il fece
-in appresso attraversare de' cerchi di fuoco, e tener
-co' denti una bottiglia. Il solo Trimalcione maravigliavasi,
-e diceva che quello era un ingrato mestiere; nelle
-umane cose però due sole esser quelle ch'egli con
-molto piacere osservava, i saltatori e le beccacce...»
-</p>
-
-<p>
-Qui vengono grossolane baje di Trimalcione, indi il
-romanziere prosiegue: — Continuava egli così a tor la
-mano ai filosofi, quando portaronsi in un vaso alcuni
-viglietti, ed il paggio gli estraeva, e ne leggeva le sorti.
-Uno diceva, <i>Denaro buttato iniquamente</i>; e si portò
-un prosciutto con branche di gamberi sopra, un orecchio,
-un marzapane ed una focaccia bucata. Recossi
-di poi una scatoletta di cotognate, un boccone di pane
-azimo, uccelli grifagni, insieme con un pomo, e porri,
-e pesche, e uno staffile, ed un coltello. Uno ebbe passeri,
-uno un ventaglio, uva passa, miele attico, una
-vesta da tavola ed una toga, e tele dipinte: un altro
-ebbe un tubo ed un socco. Portossi pure una lepre, un
-pesce sogliola, un pesce morena, un sorcio acquatico
-legato con una rana, ed un mazzo di biete. Erano
-seicento i viglietti, de' quali altri non mi ricordo; e
-ridemmo lungamente di questa lotteria...
-</p>
-
-<p>
-«Dopo altre parole di Trimalcione, gli Omeristi
-alzarono un gran gridore perchè, in mezzo ai famigli,
-fu portato sopra un amplissimo vassojo un vitello intero
-cotto a lesso, e con un caschetto sul capo. Ajace gli
-veniva dietro, il quale, come furibondo, imbrandito un
-trinciante, il tagliò rivoltandone i pezzi colla punta, a
-guisa di ciarlatano, or di sotto or di sopra, e distribuendolo
-a noi che facevamo tanto d'occhi. Ma non
-potemmo quelle eleganze a lungo osservare, perchè ad
-<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span>
-un tratto sentimmo scricchiolar la soffitta, e tutto il
-triclinio tremare. Io saltai su spaventato, temendo che
-qualche saltatore non scendesse dalla parte del tetto; e
-gli altri convitati non meno attoniti alzarono i volti,
-curiosi qual novità venir potesse dal cielo. Ed ecco che
-apertasi la soffitta, si vide un gran cerchio che, quasi
-da larga cupola distaccandosi, venne giù, e gli pendeano
-d'intorno corone d'oro, e alberelli d'alabastro pieni
-d'unguenti odorosi. Mentre ci era ordinato prenderci
-di questi presenti, io volsi l'occhio alla mensa, sulla
-quale vidi già riposto un servizio di focacce, e in mezzo
-un Priapo fatto di pasta, che nel largo suo grembo
-tenea, secondo il solito, uva e poma d'ogni qualità.
-</p>
-
-<p>
-«Noi accostammo le avide mani a que' frutti, ed
-improvvisamente un nuovo ordine di giuochi accrebbe
-la nostra allegria, perchè le focacce ed i pomi, appena
-colla minima pressione toccati, diffusero intorno tal
-odore di zafferano, da riuscirci sin molesto. Persuasi
-dunque che una vivanda sì religiosamente profumata
-fosse cosa sacra, noi ci rizzammo in piedi, e augurammo
-felicità ad Augusto padre della patria. Alcuni però
-avendo dopo questa venerazione rapiti quei frutti, noi
-pure ce n'empimmo i tovagliuoli. Tra questi fatti entrarono
-tre donzelli, involti in candide tunicelle, due dei
-quali misero in tavola gli Dei lari inghirlandati, ed uno
-recando attorno una tazza di vino, gridava, — Ti sieno
-propizj gli Dei»; dicea parimenti, che l'un d'essi chiamavasi
-Cerdone, Felicione l'altro, il terzo Lucrone<a class="tag" id="tag166" href="#note166">[166]</a>.
-E come fu portato in giro il ritratto di Trimalcione,
-che tutti baciarono, noi non potemmo, sebben con
-rossore, scansarcene...
-</p>
-
-<p>
-«All'istante venne condotto un cane grassissimo,
-<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
-legato alla catena, cui il portiere ordinò con un calcio
-di sdrajarsi, ed esso si distese avanti la mensa. Allora
-Trimalcione gittandovi un pan bianco, — Non avvi
-(disse) nessuno in casa mia, che m'ami più di costui».
-Il ragazzo, sdegnato ch'ei lodasse Silace così sbracatamente,
-mise in terra la cagnuccia, e l'aizzò contro di
-lui. Silace, secondo il costume cagnesco, empì la sala
-d'orrendi latrati, e stracciò quasi la Margarita del
-Creso. Nè a questa baruffa fermossi il rumore, perchè
-venne altresì rovesciata una lampada, di cui si ruppero
-i cristalli, e si sparse l'olio bollente addosso ad
-alcuno de' commensali. Trimalcione, per non parere
-incollerito di questo accidente, baciò il ragazzo, e gli
-comandò di salirgli sulla schiena. Egli vi andò subito,
-e messoglisi a cavalluccio, gli batteva col palmo delle
-mani le spalle, e ridendo chiedevagli, — Conta, conta,
-quanti fanno?...»
-</p>
-
-<p>
-«Trimalcione, rimessosi un poco, ordinò si empiesse
-un gran fiasco, e si distribuisse da bere a tutti gli schiavi
-che sedevano a' nostri piedi, soggiungendo: — Se alcuno
-non vuol bere, versagli il vino sul capo». E così or
-faceva il severo, ed ora il pazzo. A queste famigliartà
-venner dietro intingoli, la cui memoria vi giuro che mi
-fa stomaco. Poichè tutte quelle grasse galline erano
-contornate di tordi, con ova d'anitra ripiene, le quali
-Trimalcione ci pregò con orgoglio di mangiare, dicendo
-che erano galline disossate...
-</p>
-
-<p>
-«Capitò intanto un nuovo ospite che avea mangiato
-altrove, al quale Trimalcione chiese: — Che cosa aveste
-di squisito? — Lo dirò, se il potrò (rispose colui);
-perchè io sono di sì labile memoria, che talvolta dimentico
-lo stesso mio nome. Avemmo dunque per prima
-pietanza un porco, coronato con salsiccie intorno, e
-colle interiora benissimo condite: eranvi biete e pan
-bigio, che io preferisco al bianco, perchè fortifica. La
-<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span>
-seconda pietanza fu una torta fredda, sparsa d'un eccellente
-miele caldo di Spagna; ma io non assaggiai della
-torta, e molto meno del miele. Quanto ai ceci ed ai
-lupini, ed agli altri legumi, nulla più ne mangiai di
-quel che Calva mi suggerisse: due pomi però mi riposi,
-che tengo chiusi in questo tovagliolino, perchè se io
-non porto qualche regaluccio al mio servitore, e' mi
-sgriderebbe; del che madonna saviamente suole ammonirmi.
-Oltre a ciò, avevamo dinanzi un pezzo di
-orsa giovane, di cui Scintilla avendo imprudentemente
-gustato, fu per vomitar le budella; io, al contrario,
-ne mangiai quasi una libbra, perchè sapeva di cinghiale.
-Se l'orso, diceva io, mangia l'omiciattolo, quanto
-più l'omiciattolo mangiar deve dell'orso? Finalmente
-avemmo del cacio molle, del cotognato, delle chiocciole
-sgusciate, della trippa di capretto, del fegato ne' bacini,
-delle ova accomodate, e rape, e senape, e tazze che
-parean piante: benedetto Palamede che le inventò!
-Furono portate intorno in una marmitta le ostriche,
-che noi non troppo civilmente ci prendemmo a piene
-mani, perchè avevamo rimandato il prosciutto».
-</p>
-
-<p>
-«Non sarebbe mai giunto il termine di questi tedj,
-se non fosse comparsa l'ultima portata, composta d'un
-pasticcio di tordi, di zibibbo e di noci confette. Tenner
-dietro i pomi cotogni, contornati di chiodetti di garofano
-che pareano tanti porcini: e tutto ciò era pur
-passabile, se non si fosse data un'altra vivanda sì pessima,
-che saremmo voluti morir di farne anzichè mangiarne.
-Quando fu in tavola, noi pensammo fosse un'oca
-ripiena, contornata di pesci e d'ogni sorta uccelli; di
-che Trimalcione avvedutosi, disse: — Tutto questo
-piatto esce da un corpo solo». Io m'avvidi tosto di
-quel che era, e volgendomi ad Agamennone, — Resto
-maravigliato come tutti cotesti ingredienti sieno accomodati
-in guisa che pajon fatti di creta. E so d'aver
-<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span>
-veduto a Roma, nel tempo dei Saturnali, di simili cene
-finte». Ancor non finivano queste mie parole, che
-Trimalcione soggiunse: — Così possa io crescer di
-ricchezza se non di corpo, come tutti questi intingoli il
-mio cuoco ha fatti col majale. Non può darsi più prezioso
-uomo di lui. Se volete, egli d'un coniglio vi farà
-un pesce, col lardo un piccione, col prosciutto una tortora,
-delle budella di porco una gallina; perciò il genio
-mio gli ha posto un bellissimo nome, e chiamasi Dedalo;
-e siccome ha egli gran fama, uno gli portò a Roma
-de' coltelli di Baviera». E comandò che gli si recassero,
-gli osservò con ammirazione, e ci permise di provarne
-la punta sulle nostre labbra.
-</p>
-
-<p>
-«Al tempo stesso entrarono due schiavi, in aria di
-bisticciarsi per un di que' cingoli, a cui si attaccano i
-vasi che costoro si teneano sulle spalle. Trimalcione
-avendo pronunziata la sua sentenza, nè l'un nè l'altro
-volle chetarvisi, ma ciascheduno ruppe con bastoni il
-fiasco dell'altro. Sopraffatti della insolenza di quegli
-ubriachi, noi li tenevamo d'occhio, e vedemmo che da
-quei rotti vasi eran cadute ostriche e pettini, le quali
-un donzello raccolse, e in una marmitta recò intorno.
-Il cuciniere ingegnoso secondò queste splendidezze,
-portando lumache sopra una graticola d'argento, cantando
-con voce tremula e straziante. Io ho rossore a
-narrare ciò che seguì: imperocchè i chiomati donzelli
-(cosa non più udita), portando unguenti in un catino
-d'argento, unsero i piedi agli sdrajati commensali, dopo
-aver loro allacciate e gambe e piedi e calcagni con
-varie ghirlande; poi l'unguento medesimo fecer colare
-nei vasi di vino e nelle lucerne...
-</p>
-
-<p>
-«Finalmente intirizziti pregammo il custode di metterci
-fuor della porta, ma egli rispose: — T'inganni se
-pensi uscire per donde sei entrato; nessun convitato
-giammai esce dalla porta medesima». In questa si udì
-<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span>
-un gallo cantare; per la cui voce Trimalcione confuso,
-ordinò si spandesse vino sotto la tavola, e se ne mettesse
-nelle lucerne; di più trasportò l'anello nella man
-destra, e disse: — Non senza perchè codesto trombetta
-ha dato un tal segno: bisogna o vi sia incendio in alcun
-luogo, o taluno nel vicinato trovisi agonizzante. Lungi
-da noi sì tristi augurj; epperò chi mi porterà questo
-mal nunzio, avrà una corona in regalo...»
-</p>
-
-<p>
-E sia fine a tante miserabili vanità.
-</p>
-
-<p>
-V'avea dunque ricchezze, v'avea comodi, eleganze,
-lusso, fior d'arti belle e d'industria, coltura, sterminato
-dominio, commercio dilatato agli ultimi confini della
-terra, tutti gli elementi, di cui alcuni compongono la
-prosperità sociale. Al secolo dei lumi, al secolo del
-progresso applaudivasi anche allora, non meno iperbolicamente
-di quel che facciano i giornalisti d'oggidì. — Il
-mondo si schiude, si fa conoscere, si lascia coltivare
-ogni giorno meglio; le fiere scompajono, il deserto
-si frequenta, si aprono le roccie, la barbarie cede più
-sempre all'incivilimento, che popola ogni luogo, e sviluppa
-la vita, e raffina i governi; la stirpe umana
-minaccia divenir soverchia pel mondo. Roma che non
-ha fatto? insegnò all'uomo l'umanità, incivilì le tribù
-più remote e selvagge, addolcì i costumi, riunì gl'imperj
-dispersi, fece comune l'industria di tutti i popoli,
-l'ubertà di tutti i climi, la varietà delle favelle: ciò che
-non è a Roma, non è in verun luogo. Essa raccolse il
-mondo sotto l'equo suo impero, senza accettazion di
-persone o divario di grande e piccolo, di nobile e plebeo,
-di ricco e povero. La guerra oggimai non è che
-un nome, e pare un sogno quando s'ode che qualche
-lontanissima tribù mora o getulica osò provocare le
-armi romane; la spada ormai è incatenata dalle rose;
-le città non gareggiano che di magnificenza, la terra
-medesima pare s'infiori come un giardino, e che
-<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span>
-Roma abbia dato al mondo una vita nuova»<a class="tag" id="tag167" href="#note167">[167]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Eppure la pubblica prosperità deperiva. Il popolo
-re ci si presenta come uno stormo di schiavi, che inorgoglia
-delle follie e della bassezza di sua schiavitù;
-il governo, carpito da felici cospiratori, non curasi
-d'illuminare e dirigere la pubblica opinione, bastando
-adularla, vilipenderla o spegnerla; nè il nuovo sovrano
-ha mestieri di conquistar le anime e le intelligenze,
-purchè trovi modo di corromperle.
-</p>
-
-<p>
-Con Tacito fremiamo vedendo allo scaltro Augusto
-seguire Tiberio, fango impastato col sangue<a class="tag" id="tag168" href="#note168">[168]</a>; poi
-un garzone frenetico; poi un sanguinario imbecille; poi
-il giovane allievo del filosofo più vantato, che raduna
-in sè e peggiora le dissolutezze e le atrocità de' precedenti,
-fa pompa delle infamie che Tiberio nascondeva,
-incendia, uccide maestro, moglie, amante, madre; e ad
-ogni nuova barbarie, popolo, cavalieri, senatori gli
-decretano nuovi ringraziamenti, ad ogni sua viltà
-s'affrettano di scender più basso colle loro umiliazioni.
-Ma invano domandiamo a Tacito la finissima industria
-onde Augusto inforcò gli arcioni di questa fiera indomita;
-e come mai gli antichi repubblicani si rassegnassero
-a un tiranno, a un pazzo, a un imbecille, a un
-mostro, e dopo loro lasciassero disputare il comando
-da un infingardo, un dissoluto, un ghiottone, un avaro.
-Tacito respirava l'atmosfera che pur sentiva corrotta,
-e non poteva accorgersi come il miasma ne fosse
-l'egoismo.
-</p>
-
-<p>
-L'unità della forza stringeva in un circolo di ferro
-le provincie dell'Impero, ma internamente era lentato
-ogni nodo; ciascuno rinserravasi in se stesso, diffidando
-<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span>
-del vicino che non sapeva come opererebbe o penserebbe,
-atteso che gli uomini non si trovavano d'accordo
-in nessun punto di politica, di morale o di religione;
-estinto ogni sentimento elevato, rimaneano solo spossatezza,
-sfarzo, cura di sè, negligenza d'altrui. Quel
-che oggi s'interpone fra l'obbedienza e la schiavitù,
-cioè il punto d'onore, la devozione leale a un principe,
-la franchezza militare, la libertà cittadina, l'alterezza
-nobiliare, non esisteva fra gli antichi. Eran solo cittadini,
-e l'impero tolse pregio a tal qualità; valor personale
-non resta più; ingegno, coscienza, fede, gloria,
-nobiltà, ambizione scompajono davanti all'unico scopo,
-la grazia del regnante. Il senato non rappresentava più
-nulla, ma l'orgoglio antico faceagli ritirare dispettosamente
-la mano dal popolo. I pretoriani, sentendosi la
-forza, voleano usarne; e ajutavano a tiranneggiare,
-purchè ne traessero aumento di soldo ed alleggiamento
-di servizj.
-</p>
-
-<p>
-Il vulgo tremava, come tremavano i grandi, come tremavano
-i soldati, come tremava l'imperatore, tutti di
-tutti; conseguenza dell'uni versale egoismo. Alcuni si levavano
-dall'originaria bassezza accostandosi ai grandi, a
-forza di adulazioni e di spionaggio; altri amavano adimarsi
-fra i poveri per toccare la lor porzione di donativi,
-e per evitare i pericoli cui si esponeva ogni testa che
-sporgesse. Alla ciurma sempre più svigorita nel lusso
-e ne' vizj, delirante dietro a' giuochi dell'anfiteatro, e
-che non palesava una volontà se non col parteggiare
-per questo o per quel ballerino, per questa o quella
-fazione del circo, ogni nuovo imperatore prodigava
-doni e giuochi, e la corrompeva non solo coi fieri e
-sozzi divertimenti dell'arena e del teatro, ma colle arti
-dei retori e dei poeti.
-</p>
-
-<p>
-Fuori poi, i Greci e i Galli non provavano affetto pei
-Romani; i Romani non compassione delle concussioni
-<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span>
-e de' micidj ond'era oppressa la Germania; sicchè
-mancava quell'accordo di lamenti e di speranze, che
-produce rivoluzioni efficaci. L'antica repubblica era
-perpetua e impossente ribrama di quelli che ancora
-ambivano di governare: il vulgo, più contento di trovarsi
-governato, non se la ricordava che per detestarla,
-e godeva qualvolta, insieme coi gladiatori, gli si offrisse
-lo spettacolo di nobili teste recise. Anche i soldati sotto
-i Giulj conservarono l'antica disciplina, confondendo la
-fedeltà alla bandiera con quella all'imperatore: solo
-dopo caduta quella famiglia, si credettero arbitri di
-offrir l'impero a chi fossero disposti a sostenere colle
-spade.
-</p>
-
-<p>
-Del resto, a che moversi quando non sai se il tuo
-vicino ti sosterrà? Empisca dunque Caligola le due liste
-<i>del pugnale e della spada</i>; dal seno delle fecciose
-voluttà invii Tiberio la morte; inferocisca a baldanza
-l'oppressore, poichè gli oppressi non sanno amarsi ed
-intendersi, nè miglior gloria conoscono che quella di
-fare omaggio ai padroni<a class="tag" id="tag169" href="#note169">[169]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Questo male era tardo frutto della politica immoralità
-della repubblica. La società romana, per quanto la
-politica ne avesse ampliato l'estensione, era, siccome
-le altre pagane, dominata da spirito di razza, geloso,
-esclusivo, fuor della famiglia e dell'altare suo vedendo
-in ogni uomo uno straniero, in ogni straniero un nemico,
-nel nemico una preda. Il giureconsulto Pomponio
-definiva: — I popoli, con cui non abbiamo amicizia,
-ospitalità od alleanza, non sono nemici nostri: pure, se
-cosa nostra casca in man loro, ne sono padroni; i liberi
-divengono schiavi; e così è di essi riguardo a noi»<a class="tag" id="tag170" href="#note170">[170]</a>.
-In conseguenza la schiavitù era un fatto naturale e civile,
-<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span>
-equo, indeclinabile; e la giurisprudenza definisce che il
-padrone «ha diritto d'usare e d'abusare dello schiavo».
-</p>
-
-<p>
-Fondata su tali canoni, la società non poteva riuscire
-che spietata; e gli schiavi pur troppo dall'acerba condizione
-loro traevano sentimenti fieri e dispettosi, che
-soltanto feroci pene potevano reprimere. Croci e supplizj
-riempiono le commedie ed i racconti; permanente
-atrocità privata, cui accordavasi poi la pubblica col suo
-sfarzo di pene legali. Il mantenere e crescere quelle
-macchine umane era scopo importantissimo della società,
-e mezzo a ciò la guerra. A questa pertanto
-doveano intendere principalmente gli Stati, come a fonte
-di potenza, di gloria, di ricchezza; l'economia politica
-consisteva nel distruggere o render servi gli stranieri.
-Dall'amore di patria (nome pomposo ed abusato) cercavasi
-la rigenerazione e la forza del cittadino e degli
-Stati; ma questa legge isolata insegnava ad immolare
-alla grandezza d'un popolo la felicità di tutti gli altri.
-Il fanciullo educato in quei sentimenti sprezza e odia
-ciò che è fuori del suo paese; e qualsivoglia iniquità
-resta giustificata dal venirne vantaggio alla repubblica.
-La imperturbata assolutezza di logiche conseguenze
-dispensava Catone dall'addurre altri motivi del suo
-perpetuo <i>Carthago delenda</i>; Paolo Emilio, in Epiro,
-sulle rovine di settanta città vende all'asta cencinquantamila
-vinti per distribuirne il prezzo ai soldati: Orazio
-fa che Attilio Regolo, per ridestare il patriotismo
-romano, narri d'aver veduto ricoltivarsi i campi attorno
-a Cartagine, devastati dalle legioni: agitandosi in senato
-le querele di popoli alleati, Curione le confessava giuste,
-ma soggiungeva, — Prevalga però l'utilità»<a class="tag" id="tag171" href="#note171">[171]</a>:
-Mario diceva a Mitradate, — O renditi più forte, o
-<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span>
-piega ad ogni nostro volere»: Antipatro terminava
-tutte le sue arringhe agli Ebrei col dire, — I Romani
-voglion essere obbediti»: Fabrizio, udendo le dottrine
-epicuree alla tavola di Pirro, supplica gli Dei che
-quelle piacciano sempre ai nemici di Roma: Tacito
-racconta che alcuni Germani rifuggiti in cima ad alberi,
-dai Romani erano feriti colle freccie per trastullo. Di
-buja notte i Romani precipitano sui Germani, divise le
-legioni avide di sangue in quattro corpi, acciocchè più
-estesa fosse la devastazione: cinquanta miglia andarono
-a ferro e fuoco, senza compassione per età o sesso. Da
-parte de' Romani non fu sparsa goccia di sangue, perchè
-il soldato uccideva i nemici tra la veglia e il sonno
-disarmati ed erranti a caso. Il buon Germanico esortava
-i soldati a seguitar la strage, perocchè non abbisognavasi
-di prigionieri; soltanto collo sterminio di tutto
-il popolo potersi metter fine alla guerra. Tacito stesso
-non sa all'impero augurare maggior fortuna, che il
-perpetuarsi delle nimicizie fra le nazioni avverse<a class="tag" id="tag172" href="#note172">[172]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Così i Gentili stabilirono per fondamento della morale
-la società e il patriotismo, le cui virtù che sono
-altro se non un egoismo alquanto più dilatato? Come
-oggi alcuni nel nome d'umanità dimenticano l'uomo,
-così allora non si parlava dell'uomo, ma della patria.
-La patria è una divinità<a class="tag" id="tag173" href="#note173">[173]</a>; Dio non deve nulla
-all'uomo, e l'uomo deve ad esso se medesimo e gli
-altri: dunque l'individuo si immoli a questa deificazione,
-non solo nelle terribili emozioni della guerra
-scannando le migliaja per una causa che non conosce,
-ma anche per superstizione svenando senza entusiasmo
-<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span>
-un uomo che non ci offese, a divinità in cui più non si
-crede. Le miserie dei popoli soggiogati, l'insulto del
-trionfo, lo spettacolo solenne dei gladiatori, il continuo
-degli schiavi, rendevano la gente men compassionevole
-che non fra noi moderni, avvezzati dalla civiltà e dalla
-religione a gridar tiranno non solo chi uccide, ma
-chi un sol giorno aggiunge d'inutili patimenti ad un
-accusato.
-</p>
-
-<p>
-Come delle altre virtù il patriotismo, così della giustizia
-teneva luogo la legalità; ed il rispetto religioso,
-anzi superstizioso verso le leggi, <i>cosa sorda ed inesorabile</i><a class="tag" id="tag174" href="#note174">[174]</a>,
-fu carattere de' Romani, pel quale dalla
-protezione ottenuta sul monte Sacro giunsero a imporre
-al mondo un Caligola e un Tiberio, che si circondavano
-de' migliori giureconsulti, e dopo calpestata nel peggior
-modo la giustizia verso gli stranieri, poterono creare
-una stupenda legislazione per se stessi.
-</p>
-
-<p>
-Avvezzata Roma agli abusi della forza e della legalità,
-il vincitore interno faceva di lei quel governo che
-essa di Cartagine e Corinto. Ma i veri vinti erano
-patrizj e senatori; laonde, mentre questi soffrivano, la
-plebe, garantita dalla propria oscurità, accarezzata più
-dai principi più ribaldi, poteva persino amar que' tiranni;
-allorchè Caligola fu ucciso, il vulgo a furia chiese
-a morte i micidiali; favorì alcuni che si fingevano
-Nerone.
-</p>
-
-<p>
-Nè affatto a torto, giacchè il governo imperiale era
-il più popolare che mai Roma avesse provato. Le tirannidi
-dei ventimila patrizj erano state ristrette in uno
-solo, che più distando dai privati, riusciva men oppressivo.
-L'imperatore insulta ed uccide cavalieri e senatori,
-ma condiscende a quella plebe cui insultavano gli Emilj
-e gli Scipioni, la contenta di giuochi e di donativi, la
-<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span>
-tratta da pari nella piazza ed al bagno; se più non le
-chiede il voto ne' comizj, ne ascolta le grida nel circo
-ed al teatro, non ardisce metterne a prova l'impazienza
-col farvisi troppo aspettare. Nerone, mentre gode a
-tavola fra Paride e Poppea, udendone il fremito tumultuoso
-a piè del palazzo, getta il tovagliuolo dalla finestra
-per indicare che si move a soddisfarla. Tiberio pose sul
-banco pubblico una grossissima somma onde prestare
-a chiunque bisognasse, senza interesse per tre anni; e
-largheggiò smisuratamente nell'inondazione del Tevere
-e nell'incendio sull'Aventino; e quando un tremuoto
-diroccò dodici città fiorentissime dell'Asia, la Sicilia,
-la Calabria, sepellendo abitanti, sobbissando montagne,
-altre sollevandone, per cinque anni assolse dalle taglie
-le provincia danneggiate, e mandò grosse somme per
-rifabbricar le case. Claudio provvide acque e porti.
-Quasi tutti poi gl'imperatori si occuparono di rendere
-giustizia in persona, come usano tuttora i Turchi; modo
-indegno d'ogni ben costituito ordinamento, ma che
-eliminava l'inestricabile corruzione della Roma repubblicana,
-ogniqualvolta non vi fossero interessati il principe
-o i suoi favoriti. Ora, nell'attuamento di buone
-leggi giudiziali consiste una gran parte e la più sentita
-della libertà cittadina.
-</p>
-
-<p>
-E poi l'imperatore non è il tribuno della plebe? Da
-qualunque parte le venga il suo protettore, poco ad
-essa ne cale; i ricchi pagheranno le spese, ella avrà
-giuochi e distribuzioni; quanto alla politica libertà,
-l'ha per un balocco, esibitole da quelli che non hanno
-oro nè potenza, e desiderano acquistarle. Senz'arti,
-senza lavoro, vivendo di ciarla, di largizioni, di spettacoli,
-il vulgo romano amava chi ne lo provvedesse:
-invidioso dei ricchi com'è sempre il povero,
-godeva in vedere conculcati dal suo tribuno i figli di
-coloro che l'aveano tenuto schiavo, spogli delle dovizie
-<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span>
-succhiate ai clienti o alle provincie, e tremava che,
-distrutto l'impero, non si rinnovassero le superbe crudeltà
-dei patrizj.
-</p>
-
-<p>
-Chi dunque, sano dell'intelletto, poteva più pensare
-a ricostituir la repubblica? Restava di temperare l'autorità
-degl'imperatori: ma come farlo dove nè i nobili
-nè i Comuni nè il clero erano costituiti in un corpo
-che potesse contrappesarla? La legge Regia poneva
-l'imperatore al di sopra di tutte le leggi; gli impieghi
-erano da lui conferiti; da' suoi cenni pendeva l'esercito;
-l'autorità tribunizia gli dava il veto contro qualsivoglia
-determinazione del popolo o del senato, e rendea
-sacrosanta la persona di lui, e sacrilegio perfino la
-resistenza.
-</p>
-
-<p>
-Le cospirazioni non si volgeano contro la tirannia,
-ma contro il tiranno; e vendette personali, generose
-aspirazioni, ambiziose ipocrisie, rapaci avidità si accordavano
-un tratto per appoggiarsi sull'indignazione popolare;
-sfogata questa, si scomponevano, e lasciavano
-il campo alle punizioni imperiali o alla onnipotenza
-soldatesca. Il senato, se non fosse comparso un corpo
-corrottissimo e modello di tutte le abjezioni, qualche
-freno avrebbe potuto mettere allorchè veniva trucidato
-un tiranno; e lo tentò dopo Caligola: ma se anche
-il popolo lo avesse sofferto, il potere che di fatto preponderava,
-l'esercito, voleva il donativo; se punto si
-tardasse a scegliere il successore, lo acclamava egli
-stesso; e guaj a chi tentasse restringere all'imperatore
-l'arbitrio, pel quale egli poteva largheggiare quant'essi
-pretendevano. Ma l'imperatore stesso, disimpedito da
-freni legali, è esposto all'arbitrio de' soldati, che o lo
-costringono a fare la loro volontà, o lo uccidono; sicchè
-sospeso fra le gemonie e l'apoteosi, s'affretta a saziar
-le voglie spietate o voluttuose.
-</p>
-
-<p>
-Nulla essendovi dunque che frenasse o il re sul trono
-<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span>
-o la donna nel gabinetto, entrò una depravazione, gigantesca
-quanto quel popolo; dove il vizio e l'empietà
-eretti in sistema; ferocia ne' dominanti, ferocia ne' servi;
-corruttela tranquilla, corruttela impetuosa; istinto feroce
-nel soldato, istinto fiacco e tumultuoso nel vulgo, istinto
-servile ne' dotti; stupidità in una plebe immensa, indifferente
-tra il vincitore e il vinto. La generosità? la virtù?
-la bestemmia di Bruto era divenuta comune da che si
-vedeva sovvertito il prisco ordine. La patria? come
-affezionarsi a quella che s'estendeva dall'Elba al Niger?
-La filosofia? ma questa non aveva accordo, non efficacia;
-esercitazione di scuola, riponeva il punto più
-sublime nel sapersi dar la morte, nel disertare cioè da
-fratelli, alle cui miserie non si era partecipato; così
-s'introdusse il suicidio, come un mezzo di sottrarsi al
-suo dovere; mezzo che i Gentili diceano onorevole, noi
-Cristiani empio e codardo.
-</p>
-
-<p>
-Pure la filosofia stoica è l'unico lampo di vigore,
-l'unica nobile opposizione in quel tempo. Mentre Plauzio
-Laterano è condotto a morte, un liberto di Nerone gli
-dirige alcune suggestioni, cui egli risponde: — S'io
-avessi l'anima tanto abjetta da fare delle rivelazioni, al
-tuo padrone le farei, non a te». Fu ucciso dal tribuno
-Domizio Stazio che era suo complice, nè per questo gli
-volse alcun rimprovero; e al primo colpo essendone
-ferito soltanto, scosse la testa, poi la ripose all'attitudine
-opportuna per essere decollato<a class="tag" id="tag175" href="#note175">[175]</a>. Epittèto,
-schiavo frigio, che scrisse un <i>Manuale</i> di questa filosofia,
-percosso dal padrone Epafrodito, gli dice: — Badate
-che mi romperete le ossa»; Epafrodito continua,
-gli fiacca una gamba, e lo schiavo ripiglia: — Non ve
-l'avevo detto?»
-</p>
-
-<p>
-Piace questo aspetto di forza e severità: e per vero,
-mentre la morale di Epicuro produceva mollezza e
-<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span>
-snervamento, quella di Zenone è la forza stessa, concentrata
-in se medesima, per respingere tutto ciò che
-vorrebbe signoreggiarla. Se non v'ha bene fuorchè la
-virtù, non male fuorchè il vizio, e tutto il resto è
-indifferente, l'uomo si trova al disopra degli avvenimenti
-esterni, riponendo il valor proprio e la propria
-felicità in se stesso, e nel buono o mal uso che fa
-della propria libertà; sicchè scompaiono le differenze
-di nazionalità, di posizione sociale, sottentrando un
-diritto universale, assoluto, eterno, che abbraccia tutti
-gli uomini. Ma questa forza facilmente degenera in un
-egoismo senza viscere, in un rigore desolante che non
-è la virtù; e l'abstine et sustine degli Stoici, separato
-dalla benevolenza, svia ogni attività benefica, riduce
-indifferente alle miserie d'un vulgo che basisce di
-fame accanto ai palagi ove rigurgita l'abbondanza, e
-si rinserra in un'inoperosa fatalità. Marc'Aurelio, avvertito
-delle trame di un ambizioso, risponde: — Lasciamolo
-fare, chè, se non è destinato, soccomberà;
-se è, nessuno uccise il proprio successore». È clemenza
-codesta?
-</p>
-
-<p>
-— Il savio attende il bene soltanto da sè: unico
-male è credere al male: meglio morir d'inedia senza
-timori, che vivere angustiato nell'opulenza: meglio che
-il tuo schiavo sia tristo, anzichè tu infelice. Quando
-abbracci la donna, i figliuoli, pensa che sono mortali;
-e così non ti dorrai perdendoli. La compassione è il
-vizio dei deboli che si piegano all'apparenza degli
-altrui mali, e perciò disdice ad uomo. Le sciagure
-sono destini, non accidenti. A Dio non obbedisce il
-savio, ma consente. In alcun modo il sapiente è superiore
-a Dio; poichè in questo il non temere è merito
-di natura, nel savio è merito proprio»<a class="tag" id="tag176" href="#note176">[176]</a>. Sono
-<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span>
-massime di Seneca. E che cosa significano? che i mondani
-eventi sono retti da una necessità fatale, e il
-volere umano ha forza di resistere e soffrire, non
-d'operare; tranquillità non può sperarsi che in un
-superbo e desolato isolamento; considerar viltà qualunque
-transazione col nemico della libertà, quando
-anche non si stipulasse che l'oblio e il poter ritirarsi;
-punire se stessi dei tentativi falliti, sprezzare i tiranni,
-i quali non possono se non dare una morte che non
-si teme; disporre della vita come d'un possesso che
-vuol tenersi soltanto a certe condizioni; e fin all'ultimo
-respiro meditare sopra se stessi. Insomma non
-è vero bene ciò che non dipende dalla volontà dell'uomo;
-non dunque bene la patria, e poco monta in
-qual luogo siamo nati, poco che essa goda o soffra;
-lo stoico non è nato per la società, non è cittadino, non
-dee cercar di sminuire i mali della patria, ma darvi
-per rimedio il sentimento della libertà individuale.
-</p>
-
-<p>
-Qui consiste la magnanimità mostrata da Cremuzio
-Cordo e da tant'altri, pei quali il suicidio era un
-rifugio o una speranza. Arria, moglie di Trasea Peto,
-udendo che questi è condannato, s'immerge un pugnale
-nel seno, indi porgendolo al marito, gli dice: — Non
-fa male». Genero ed erede della costei fermezza, Elvidio
-Prisco da Terracina studiò filosofia non per
-ammantare col nome di questa l'inazione, ma per
-invigorirsi. Il suo sogno era sempre l'antichità, quella
-repubblica aristocratica di cui erano stati ultimi lumi
-Marco Bruto e Porcio Catone; quel senato, ch'era parso
-a Cinea un'assemblea di re, e a Caligola un branco di
-buffoni. Sbandito alla morte del suocero, richiamato
-<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span>
-da Galba, non cessa d'opporsi in senato agli arbitrj
-imperiali. Parlasi di rifabbricare il Campidoglio? — Quest'impresa
-(dic'egli) spetta alla repubblica, non
-all'imperatore». Vuolsi por modo alle spese del tesoro? — È
-cura de' senatori, non dell'imperatore». E nei
-discorsi attaccava quei che sotto i regni antecedenti
-aveano abusato, e sotto aspetto di virtù ridesta quel
-fiotto di accuse e denunzie. Vespasiano gli ordinò non
-comparisse in senato, ed egli: — Puoi togliermi il
-grado, ma finchè io sia senatore vi andrò. — Se vieni
-(soggiunge l'imperatore), taci. — Purchè tu non m'interroghi»,
-replica esso; e Vespasiano: — Ma se tu sei
-presente, io non posso lasciare di chiederti il tuo
-parere. — Nè io di risponderti come mi parrà dovere. — Se
-tu me lo dici, ti farò morire. — T'ho forse io
-detto d'essere immortale? entrambi faremo quel ch'è
-da noi; tu mi farai morire, io morrò senza rincrescimento».
-Avendo solennizzato il natalizio di Bruto e
-Cassio ed esortato ad imitarli, fu arrestato; poi rimesso
-in libertà, nè mutando sensi e linguaggio, il
-senato ne decretò la morte, e Vespasiano non giunse
-in tempo a sospenderla. Al veder Tacito, Plinio Minore,
-Giovenale alzar a cielo quest'imprudente, vien da riflettere
-tristamente ove la virtù è costretta ridursi
-quando le mancano legittime vie d'opporsi all'abusato
-potere.
-</p>
-
-<p>
-Scevino Flavio, imputato di congiura contro Nerone,
-mostrò al tribuno che la fossa preparatagli non era
-abbastanza profonda; e come questi gli disse di tender
-bene il collo, — Possa tu altrettanto bene colpire». Caninio
-Giulio viene ad alterco con Caligola, il quale licenziandolo
-gli dice: — Non dubitare, t'ho condannato a
-morte»; e Giulio, — Grazie, maestà imperiale». Guardava
-egli come un favore la morte in così pessimo imperio,
-o con ironia da Socrate voleva contraffare la
-<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span>
-vigliaccheria dei cortigianeschi ringraziamenti? Passò
-dieci giorni equanime, aspettando che Caligola tenesse
-la parola, e giocava alle dame quando entrò il centurione
-ad annunziargli di morire. — Attendi ch'io noveri
-le pedine», risponde tranquillo; e perchè gli amici
-piangevano, — A che rattristarvi? Voi disputate se
-l'anima sia immortale, ed io vado a chiarirmi del vero».
-E mentre avvicinavasi al supplizio, chiedendogli un
-amico a che riflettesse: — Voglio osservare se in questo
-breve istante l'anima s'accorge d'uscire».
-</p>
-
-<p>
-Caligola, ingelosito dell'eloquenza di Seneca, volea
-farlo morire; ma una concubina gli mostrò essere il
-filosofo di salute così strema, che poco andrebbe a
-finire naturalmente. Eppure sopravisse a vederne più
-d'un successore. Assunto alla questura, fu da Claudio
-esiliato in Corsica, dicono per intrighi con Giulia figlia
-di Germanico e con Agrippina. Di là, a Polibio liberto
-dell'imperatore, cui era morto un fratello, drizzò una
-Consolatoria, congerie di luoghi comuni sulla necessità
-del morire, su sventure tocche a grandi, a regni,
-a città; esauriti i quali argomenti, soggiunge: — Finchè
-Claudio è signor del mondo, tu non puoi nè al dolore
-abbandonarti nè al tripudio, tutto essendo di lui; vivo
-lui, non puoi querelarti della fortuna; lui incolume,
-nulla hai perduto, tutto hai in lui, di tutto egli tien
-luogo; gli occhi tuoi non di lagrime ma di gioja devono
-empirsi... ti si gonfiano di lagrime? volgili a Cesare,
-e la vista del dio te li asciugherà; il suo splendore arresterà
-i tuoi sguardi, nè ti lascerà vedere altro che lui...
-Dei e Dee concedano lungamente alla terra colui che
-le diedero a prestanza;... sempre rifulga quest'astro
-sul mondo, la cui tenebria fu dalla luce di esso ricreata».
-</p>
-
-<p>
-Così vilmente adulatolo vivo, Seneca vilmente l'oltraggiò
-morto, nell'<i>Apocolocunthosis</i> descrivendone la
-divinizzazione. Con ciò volea forse ingrazianirsi Nerone,
-<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span>
-del quale se troppa severità sarebbe l'imputargli l'orrenda
-riuscita, e credere l'avviasse a sozze oscenità
-e fino al matricidio, non gli perdoneremo di non
-averlo abbandonato dopo che di tali delitti si contaminò,
-e d'aver prostituito l'ingegno fin a discolparli.
-Mentre declamava contro le ricchezze, ammassò sessanta
-milioni di lire, con usure che valsero ad eccitare
-una sommossa nella Bretagna; rimproverava il lusso,
-ed aveva cinquecento tripodi di cedro coi piedi d'avorio;
-vantava il vivere ignorato<a class="tag" id="tag177" href="#note177">[177]</a>, e anelava pompe e
-schiamazzo; scrivea voler piuttosto offendere colla verità
-che andare a versi colle piacenterie, poi le trabocca
-a Nerone, il quale «poteva vantare un pregio di nessun
-altro imperatore, cioè l'innocenza, e facea dimenticar
-persino i tempi d'Augusto»<a class="tag" id="tag178" href="#note178">[178]</a>. Eppure ogni
-tratto egli esibisce se stesso per modello, dà intendere
-che ogni sera s'esaminasse dei fatti e detti suoi<a class="tag" id="tag179" href="#note179">[179]</a>, ed
-esclama: — Turpe il dire una cosa, un'altra sentirne;
-quanto più turpe sentirne una, scriverne un'altra».
-</p>
-
-<p>
-Ma egli distingueva due filosofie, una per la vita, una
-per la scuola: ed in questa, attivo e pratico sempre,
-accumula sentenze, per certo opportunissime a correggere
-e nobilitare il carattere, assodar l'impero della
-<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span>
-ragione sopra le passioni, insegnare temperanza nelle
-prospere, costanza nelle avverse vicende. Ottimo uffizio:
-ma dopochè se ne sono uditi i precetti, si domanda
-qual autorità d'imporli, qual ragione d'obbedirli? Seneca
-dice alla madre: — La perdita d'un figlio non è
-un male; è follia pianger morto un mortale»; all'esule: — I
-veterani non si scompongono sotto la mano del
-chirurgo; così tu, veterano della sventura, non gridare,
-non lamentare femminilmente»; a tutti predica, ciò
-ch'è male per l'uno esser bene per molti, e che ogni
-cosa deve perire; intima ai savj di non cadere nella
-compassione, non attristarsi, non impietosire, non perdonare<a class="tag" id="tag180" href="#note180">[180]</a>.
-Ma a che pro questa più che umana fermezza?
-donde la forza di praticarla? donde, se non
-dall'orgoglio e dall'egoismo?
-</p>
-
-<p>
-E orgoglio ed egoismo trapelano da tutti i pori all'adulatore
-di Nerone: diresti ch'egli si sente destinato
-a riformare il genere umano, con tal tono da maestro
-sprezza, beffeggia, riprende, comanda, insegna virtù
-impossibili, e come scopo della filosofia il separar
-l'anima da tutto ciò che non è lei, fare del proprio perfezionamento
-l'oggetto unico d'ogni sforzo, isolarla nella
-sua grandezza e in una virtù che guarda con indifferenza
-la morte degli altri e la propria.
-</p>
-
-<p>
-Fra gli elogi della povertà, viepiù assurdi in bocca
-d'un gaudente cortigiano; fra antitesi in luogo di ragioni;
-fra quel cumulo di frasi sonore si arriva a capire
-<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span>
-che regola della morale e della felicità è la <i>legge naturale</i>;
-sapienza è il conformarvisi. Ma per conformarvisi
-bisogna conoscere, e ciò per mezzo d'una ragione sana,
-dominatrice delle passioni: in tale obbedienza ragionata
-trovasi la soddisfazione della coscienza, il testimonio
-intimo, ch'è il fine supremo del saggio.
-</p>
-
-<p>
-Ma che cos'è la legge? la natura? come questa può
-obbligare, staccata dalla ragion divina, da una volontà
-superiore e libera, che fissa il <i>fine</i> obbligatorio? Seneca
-avea compreso che doveva esservi un Dio buono;
-che bisogna amare e servire gli amici, la famiglia, la
-patria; aveva, come Aristotele e Platone, conosciuto i
-rapporti del bello col buono, della scienza colla virtù;
-ma di tutto ciò non erano certi i filosofi; talvolta separavano
-una cosa dall'altra per poter dimostrarla; finivano
-con Dio immobile, una morale senza Dio, una
-virtù senza ricompensa, una scienza senza certezza. Il
-più glorioso sforzo dell'intelletto umano abbandonato
-a se stesso fu appunto questo aggavignarsi ai frantumi
-della verità, e ingegnarsi a dimostrare la solidità dei
-loro fini, del loro probabilismo. In ciò adoprarono
-tanti insigni libri, tanto talento, tanta volontà; perchè
-ignoravano quel primo vero dell'Ente che crea; e che
-basta perchè tutte le scienze s'incatenino; il fine sia
-preciso, il mezzo è preparato nella volontà risoluta di
-eseguire sempre il meglio, e nella forza di giudicarne
-rettamente. Volontà costante guidata da scienza certa
-sarebbero quella forza e quella prudenza che Seneca
-predicava, ma dirette non a un bene chimerico, ma
-ad un bene che sta in noi l'ottenere, secondato dalla
-grazia.
-</p>
-
-<p>
-Quando gli fu intimato di morire, chiese di mutare
-alcune disposizioni nel testamento; ed essendogli negato,
-confortò gli amici rammemorando i consueti loro
-ragionamenti, e lasciando ad essi, poichè altro non gli
-<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span>
-si permetteva, l'esempio di sua vita e l'odio contro
-Nerone. Avendogli detto Paolina sua moglie di voler
-finire con lui, egli non s'oppose, e — T'avevo indicato
-i modi di vivere, non t'invidierò l'onor di morire. La
-tua coscienza, se è eguale alla mia, sarà sempre più
-gloriosa». Fecesi aprir le vene, e seguitò a dettare a'
-suoi scrivani; tardando la morte, si fece tuffare in un
-bagno caldo, e ne asperse i servi che gli stavano attorno,
-invocando Giove liberatore, come i Greci libavano a
-Giove conservatore nell'uscire d'un banchetto. In un'altra
-camera Paolina l'imitava, ma Nerone ordinò di
-stagnarle il sangue.
-</p>
-
-<p>
-Visto qual fosse la sua vita, e che di là da questa
-non aspettava premj o castighi<a class="tag" id="tag181" href="#note181">[181]</a>, e che vantavasi
-rinvenuto dal <i>bel sogno</i> dell'immortalità, noi chiediamo
-se la sua fosse virtù o scena. Certamente in lui il dogma
-della fraternità degli uomini appare più evidente; ne
-riconosce l'eguaglianza, proclama la filantropia cosmopolitica
-al modo degli Enciclopedisti, che di fatti se ne
-fecero un idolo: eppure celia Claudio per gli atti cosmopolitici;
-inveisce contro la guerra, ma per esercizio
-retorico, e senza conoscerne i vantaggi.
-</p>
-
-<p>
-Il poeta Lucano suo nipote si contaminò d'adulazione
-a Nerone, finchè, offeso dal vedersi da lui trascurato,
-congiurò con Pisone. Scoperto, cercò salvarsi col denunziare
-gli amici e la madre; e Nerone ne profittò per
-disonorarlo, ma gli permise la gloria di morire declamando
-proprj versi. Mela, suo padre, nol lascia tampoco
-freddare che s'impossessa de' beni di lui, anche
-<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span>
-per mostrare di disapprovarlo; ma Nerone gli manda
-di svenarsi anch'esso, ed egli si svena senza fiato di
-lamento. Tre suicidj in una famiglia sola, sostenuti eroicamente,
-e preceduti ciascuno da una viltà.
-</p>
-
-<p>
-Nè i suicidj erano soltanto una precauzione contro
-i tiranni, o richiedevano grandi emergenti o imperiali
-nimicizie. Coccejo Nerva, peritissimo giurista, in buona
-salute e miglior fortuna, risolve finire i giorni suoi; e
-per quanto Tiberio s'industrii stornarlo, lasciasi perire
-di fame. Marcellino, giovane, ricco, amato, cade di leggera
-malattia, e stabilisce morire; raduna gli amici, e
-li consulta come per un contratto o per un viaggio:
-alcuni il dissuadono; uno stoico gli mostra esser bastante
-ragione d'uccidersi il trovarsi sazio del vivere: onde
-Marcellino toglie congedo dagli amici, distribuisce denaro
-ai servi; e perchè questi ricusano dargli morte,
-s'astiene tre giorni dal cibo, dopo di che portato in un
-bagno, spira parlando del piacere di sentirsi morire.
-Senz'altezza di pensamenti, nè certo aspettando d'essere
-ammirato da un filosofo, un gladiatore condotto al
-circo caccia la testa fra i raggi d'una ruota. Come i
-forti, così i vigliacchi erano talvolta presi dalla manìa
-del suicidio; alcuni per mera sazietà della vita, per
-non dovere tutti i giorni levarsi, mangiare, bere, ricoricarsi,
-aver freddo, caldo, primavera poi estate, poi
-autunno e inverno, nulla mai di nuovo. Laonde i predicatori
-del suicidio dovettero dichiarare che non si
-deve, per questo piacere, trascurar i proprj doveri<a class="tag" id="tag182" href="#note182">[182]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Il fondo della dottrina stoica non trascendeva la materia.
-<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span>
-Dio, anima del mondo, è congiunto colla materia,
-e un giorno l'assorbirà; ogni parte di essa è dunque
-parte viva di quest'anima, e può adorarsi; arbitrario
-è il culto come il dogma, sicchè la religione non è potenza
-distinta, ma si perde nell'ordine politico; le credenze
-sono accolte non secondo il loro valor dottrinale,
-ma secondo la loro facilità di dileguarsi innanzi al potere;
-centro e scopo proprio, l'uomo non ha doveri religiosi
-in faccia a questo Dio, che è eguale a lui. Quel
-panteismo naturalista proclamava l'unità nell'ordine
-morale e nel sociale; in conseguenza i diritti dell'individuo
-erano posposti, restando l'uomo assorbito nell'umanità,
-e l'umanità nella vita universale; sagrificate
-la libertà e la spontaneità e la vita attiva alla fatalità,
-al riposo, ad una speculazione astratta, che ingagliardiva
-l'orgoglio dell'intelletto senza scaldare il cuore nè
-stimolare la volontà; alla ragione toglieva il soccorso
-del sentimento, alla virtù l'appoggio preparatole dalla
-Provvidenza.
-</p>
-
-<p>
-Lo stoicismo era uno sforzo istintivo, una concezione
-eroica dell'orgoglio umano, ma sprovvisto di
-fondamento logico; declamazione anzichè scienza, connessa
-alle verità supreme soltanto per raziocinio, e
-perciò non giustificabile in faccia agli uomini, e mancante
-d'autorità sopra di essi. La ricerca d'una perfezione
-ideale, solitaria, indipendente dalla moralità
-generale, avversa alle espansioni generose, petrifica
-l'essere umano divinizzato, ripone il bene in un giudizio
-dell'intelletto, comechè repugnante alla testimonianza
-dei sensi; e perciò dove lo stoico coll'egoismo spiritualista,
-coll'egoismo sensuale giungeva l'epicureo, e
-l'uno coll'impossibilità di raggiungere il proposto modello,
-l'altro coll'indolenza, entrambi non ravvisando
-il bene che in relazione col presente, coll'individuo,
-elidono l'attività umana, lentano i legami domestici,
-<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span>
-annichilano la società<a class="tag" id="tag183" href="#note183">[183]</a>. Guarda, o stoico: l'epicureo
-colla sua spensieratezza pareggia l'eroismo de' tuoi,
-e muore sulle rose meretricie, siccome voi altri coi
-libri di Platone. Ad Agrippino annunziano che il senato
-si raccolse per giudicarlo, ed egli: — Faccia;
-noi intanto andiamo al bagno». Va, e nell'uscire,
-udendo che fu condannato, chiede: — Alla morte? — All'esiglio. — Confiscati
-i beni? — No. — Partiamo
-dunque senza rincrescimento; ad Aricia desineremo
-bene tant'e quanto a Roma».
-</p>
-
-<p>
-Più spesso l'epicureo ammaestrava a goder la vita,
-e gittarsi alle spalle il timor degli Dei. Come Bentham
-disse che la morale è l'interesse, ma l'interesse consiste
-nell'esser virtuoso, così Epicuro avea posto la
-felicità ne' godimenti, ma i godimenti nella virtù: però
-in entrambi i casi i seguaci furono più logici, e il nome
-del maestro serviva agli epicurei soltanto a scusare
-l'assecondamento delle proprie inclinazioni, diffondere
-l'empietà, agevolare ai grandi i delitti dell'ateismo,
-senza togliere al vulgo quei della superstizione. Perciocchè
-ad ogni modo queste filosofie erano scienze
-aristocratiche, le quali si dirigevano a pochi, al modo
-dei franchi pensatori del secolo passato, e come questi
-non nominavano la moltitudine (οἱ πολλοὶ) se non per vilipenderla.
-Intanto nè bastavano a spiegar la religione,
-nè a fare senza di essa; onde questa, che è la filosofia
-de' più, rimaneva senza dogmi e ingombra di assurde
-pratiche: giacchè l'incredulità non salva dalle superstizioni,
-e solo ne cambia l'oggetto.
-</p>
-
-<p>
-Quella religione, invece di comprendere le verità più
-<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span>
-generali ed assolute, ritraeva potenza da ciò che avea di
-locale e relativo<a class="tag" id="tag184" href="#note184">[184]</a>: però non avea un corpo di tradizioni
-e dottrine, attuate in cerimonie rituali, non
-doveri precisi, insegnamenti morali; la tradizione non vi
-faceva forza d'autorità, e ciascuno ne prendeva quel che
-gli aggradisse. La Grecia avea velato le incoerenze mitologiche
-sotto i recami della poesia: Roma le metteva
-in evidenza col prendere la religione sul serio, come
-stromento di politica. Mediante il quale, vero Dio era
-la patria, s'insinuavano virtù civiche piuttosto che religiose,
-la pietà verso i celesti mutavasi in devozione
-verso la patria; sicchè, allorquando questa divenne
-tutto il mondo, più non s'ebbe cosa a cui credere, e al
-culto destituito d'oggetto non rimaneva la forza di verità
-astratte, non l'autorità morale.
-</p>
-
-<p>
-Nè paga d'avere «nel bottino di ciascuna conquista
-ritrovato un dio»<a class="tag" id="tag185" href="#note185">[185]</a>, Roma coll'apoteosi faceva Dei
-tutti quegli esecrabili suoi padroni. Celebrati con magnifica
-pompa i funerali del morto imperatore, ne
-veniva posta l'effigie in cera sopra un letto d'avorio,
-coperto di superbo tappeto d'oro, quasi figurasse l'imperatore
-stesso ancora malato. Senatori e matrone,
-venendo a visitarlo, restavano delle ore seduti accanto
-al letto, e sette giorni durava tal mostra: l'ottavo dì, i
-principali senatori e cavalieri processionalmente per
-la via Sacra trasportavano il letto, coll'effigie qual era,
-nella pubblica piazza, dove recavasi il nuovo imperatore,
-accompagnato dai più illustri signori romani. Ivi
-sorgeva un palco di legno simulante la pietra, ornato
-d'un peristilio splendente d'avorio e d'oro, sotto il
-quale in pomposo letto veniva adagiata l'effigie, e
-<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span>
-intorno vi si cantavano a doppio coro le lodi del
-defunto, mentre il successore stava col suo corteggio
-assiso nella piazza, e le matrone sotto il portico. Finita
-la musica, la processione si avviava al Campo di Marte,
-portando anche le statue dei Romani più illustri nella
-storia, alcune di bronzo rappresentanti le provincie
-soggette, e immagini d'uomini celebri. Seguivano i
-cavalieri, soldati e cavalli da corsa; in fine i doni dei
-popoli tributarj, e un altare d'avorio e d'oro, tempestato
-di gemme. Durante questo corteo, l'imperatore,
-salito sulla tribuna degli oratori, faceva l'elogio del
-morto. In mezzo al Campo Marzio era elevato un rogo,
-che via via restringendosi formava una specie di piramide;
-fuor rivestito di ricchi tappeti ricamati a oro, e
-adorno di figure d'avorio; dentro legna secca; in cima
-il cocchio dorato, di cui soleva servirsi il defunto; sul
-piano sottoposto, dai pontefici stessi era collocato il
-letto di parata coll'effigie di cera, su cui spargevansi
-profumi ed aromi. Il nuovo imperatore e i parenti del
-defunto, baciata la mano a quell'immagine, recavansi a
-sedere nei posti destinati: allora facevansi intorno al
-rogo corse di cavalli, poi sfilavano soldati e carri, i cui
-condottieri erano vestiti di porpora. Compite queste
-cerimonie, l'imperatore, seguìto dal console e dal magistrato,
-appiccava il fuoco alla pira, e quando cominciavano
-ad alzarsi le fiamme, dall'alto di quella davasi
-a volo un'aquila (o un pavone, se era l'imperatrice),
-che dirizzandosi al cielo, doveva figurare portasse
-all'Olimpo l'anima del morto. Ergevasi poscia un tempio
-in onore di lui; gli si dava il titolo di Divo, e gli venivano
-destinati sacerdoti e sacrifizj.
-</p>
-
-<p>
-Tant'era la smania dell'apoteosi, che non voleasi
-aspettar la morte degl'imperatori e il decreto del senato.
-Augusto durò fatica a circoscrivere a sole le provincie
-il suo culto. Tiberio permise alle città d'Asia d'erigergli
-<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span>
-un tempio; ed ecco undici città disputarsene l'onore,
-allegando chi l'antichità, chi la gloria, chi la religione.
-L'Italia non volea restare indietro, ma Tiberio se ne
-schermiva: — L'ho consentito alle città d'Asia, sull'esempio
-d'Augusto; ma il lasciarmi adorare dappertutto
-sarebbe orgoglio intollerabile. Io son mortale,
-soggetto alle leggi dell'umanità: siatemi testimonj di
-tal dichiarazione, e se ne ricordi la posterità». Ciò
-riferisce Tacito, soggiungendo che alcuni la credeano
-modestia, altri cautela, altri pusillanimità; avvegnachè
-Ercole e Bacco desiderarono d'esser Dei, e le alte
-ambizioni s'addicono alle anime alte<a class="tag" id="tag186" href="#note186">[186]</a>. E ben cinquanta
-deificazioni si fecero da Giulio Cesare a Domiziano,
-fra cui quindici di donne; e quegli altari talvolta
-erano trabocchetti per moltiplicar le colpe di lesa
-maestà come facea Tiberio, o beffe amare come quei
-di Nerone per Claudio, od insulti al pudore come quei
-per Antinoo e Drusilla e Poppea.
-</p>
-
-<p>
-Accettare ogni dio equivale a non averne alcuno; sicchè
-la religione riducevasi ad una legge, non ad una
-fede; le feste erano pompe, il culto pubblico era politica,
-il culto privato un gusto individuale, scegliendosi
-un dio prediletto, a cui dare le vittime più pingui, a
-cui tener raccomandati gli affari, la famiglia, gli amori.
-Nelle menti colte poteano più ottenere credenza quella
-turba di numi e le poetiche loro storie? poteva un'anima
-generosa inchinarsi ad are, su cui s'incensavano cinedi
-e meretrici? Pertanto il filosofo, il sacerdote, il politico
-guardavano i varj culti come del pari falsi e del pari
-opportuni; e la tiara del pontefice, la stola dell'augure,
-la toga del magistrato ricoprivano l'ateo.
-</p>
-
-<p>
-Augusto, volendo restaurare nell'impero anche le idee
-che ne devono esser la base, pose gran cura alla religione;
-<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span>
-appurò la fonte delle istituzioni col correggere
-i Libri Sibillini, ripristinò la dignità di flamine diale,
-crebbe i privilegi dei collegi sacerdotali e il numero
-delle Vestali, procurò rialzare il culto di Vesta e dei
-Lari, protettori della famiglia e dello Stato; in casa
-propria istituì il culto di Febo, e vi trasportò dal Palatino
-il santuario di Vesta; ogni quartiere di Roma ebbe
-nuovi Lari, al posto delle vecchie statue consunte, e
-ad onor loro feste in primavera e in estate; ai Lari
-antichi si unì il Genio del principe, onorato di più
-solenni omaggi: il qual culto de' Lari, riferentesi alla
-ripristinazione del sistema municipale, fu propagato
-per tutta Italia e per le provincie. I giuochi secolari
-dimenticati si rinnovarono diciassett'anni avanti Cristo,
-e Orazio compose per quella pompa il <i>Carmen sæculare</i>.
-Esso Augusto fece ricostruire i tempj cadenti,
-quasi volesse obbligarsi gli Dei come gli uomini, dice
-Ovidio<a class="tag" id="tag187" href="#note187">[187]</a>; pel primo eresse un'ara alla Pace; e qualvolta
-ritornava dai viaggi, un nuovo delubro poneva a
-qualche divinità benefica.
-</p>
-
-<p>
-Riforme tutt'affatto esterne, e viemeno efficaci perchè
-sprovviste d'entusiasmo e di sincerità. Tito Livio, pieno
-d'oracoli e portenti, rimpiange i guasti causati alla fede
-dalla filosofia, ma per quel suo stile di adoprare le
-istituzioni antiche a raffaccio delle moderne; Orazio
-canta gli Dei, pur professandosi majale epicureo; Virgilio
-àltera a norma del poetico il senso religioso della
-mitologia, rimpasto scientifico o estetico che la scredita
-quanto il dubbio o lo sprezzo; Ovidio canta la storia
-degli Dei nelle <i>Metamorfosi</i>, il culto nei <i>Fasti</i>, ma non
-mai nell'intento di propagarli o di farli credere; e
-<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span>
-l'ironia e la frivolezza vi trapelano dalle proteste di
-riverenza, nè mai mentì peggio di quando esclamava
-<i>Est Deus in nobis, agitante calescimus illo.</i>
-</p>
-
-<p>
-Agli Dei non si credeva: udimmo professarlo Seneca;
-Petronio esclama, — Nessun crede cielo il cielo, nè
-stima Giove un'acca»; Giovenale, — Che vi abbiano
-gli Dei Mani e i regni postumi, nol credono neppure
-i ragazzi»<a class="tag" id="tag188" href="#note188">[188]</a>; Tacito, l'austero Tacito, <i>spera</i> che
-dopo morte le anime possano aver vita e senso di
-ciò che si fa quaggiù<a class="tag" id="tag189" href="#note189">[189]</a>, ma nulla indica ch'egli lo
-credesse. Il culto uffiziale durava ancora, e fu «un
-gran giorno pel senato romano» quello in cui tutte le
-città greche mandarono deputati a Roma per discutere
-sopra il diritto d'asilo de' tempj, non cercandosi abolirlo,
-ma volendosi soltanto sincerarne i titoli, fondati
-sopra le tradizioni divine, i decreti dei re, gli editti
-del popolo romano; e imporvi limiti, ma in un linguaggio
-affatto rispettoso<a class="tag" id="tag190" href="#note190">[190]</a>. Se però la potestà imperiale
-potè ricomporre l'ordine civile e politico, fallì nel
-religioso, anzi lo precipitò prostituendo anche il culto
-ai capricci del principe; il quale concentrando in sè il
-potere spirituale e il temporale, possedeva intero l'uomo,
-nè gli lasciava quell'asilo che nel tempio trovano i credenti
-contro gli eccessi del regnante.
-</p>
-
-<p>
-Gli oracoli perdevano la favella, dacchè il trattarsi
-gli affari non nel fôro ma ne' gabinetti faceva più difficile
-il prevedere le decisioni, pericoloso il rivelarle,
-inutile l'insinuarle a nome del dio, quando le imponeva
-<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span>
-il decreto del principe. I Romani consideravano ogni
-paese come collocato sotto la protezione di numi speciali,
-laonde ai vinti non li toglievano, salvo se si rendessero
-centri e stromento d'opposizione, come il culto
-dei Druidi nelle Gallie; e per esempio, nell'Egitto posero
-un pontefice massimo, a capo dei sacerdoti tutti e del
-museo d'Alessandria. Del resto, come la città a tutti i
-forestieri, così fu aperto il cielo a tutti gli Iddii; nel
-santuario di Vesta e di Rea, ogni deificazione delle
-umane passioni otteneva sacerdoti, sacrifizj, feste. Ma
-coll'accettare tutti gli Dei toglievasi il carattere politico
-delle religioni, quel che legava il culto al patriotismo.
-</p>
-
-<p>
-Perocchè la religione era nazionale più che personale;
-chi sagrificava, pregava, espiava era la città, la tribù,
-la famiglia, anzichè l'individuo; e la personalità del
-credente si perdeva o nella bellezza della mitologia o
-nel vago del panteismo. Ma l'uomo ha timori e speranze,
-ha profondo bisogno di trovar sollievo, luce,
-espiazione; nè il progresso materiale potrà mai soffocare
-gl'istinti primitivi di lui, e quell'impulso talora
-confidente, più spesso pauroso delle anime verso le
-cose superne, il sentimento, comunque offuscato, d'una
-primitiva maledizione, la paura d'un Dio vendicatore.
-Dopo le guerre civili, da tanti delitti e disastri sbigottito
-non illuminato, l'uomo colpevole cercava un asilo
-presso gli altari; e poichè de' numi antichi parea sazio
-il vulgo, doveasi introdurne di sempre nuovi, il cui
-simbolo non fosse ancora svilito da interpretazione
-materiale, e con nuovi riti rinvigorire alquanto la fede;
-donde un misero avvicendare delle coscienze fra superstizione
-ed incredulità.
-</p>
-
-<p>
-La coscienza sentiva la necessità d'accostarsi al Dio
-sdegnato, e dirgli «Perdona»; provava bisogno di
-purificazioni, d'espiazioni: talchè, per mondarsi, alcuni
-nelle cerimonie di Mitra si battezzano di sangue, alcuni
-<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span>
-camminano sul Tevere gelato, o bagnati traversano a
-ginocchio il Campo Marzio; se Anubi è irato, il popolo
-decreta si mandi a prender acqua del Nilo da lustrarne
-il tempio, o si offrano vesti ai sacerdoti d'Iside, o cento
-uova al pontefice di Bellona<a class="tag" id="tag191" href="#note191">[191]</a>. Insomma, disgustata
-dalle religioni palesi, la folla rifuggiva alle arcane, e i misteri
-non furono più partecipati riservatamente a pochi;
-e più che la rivelazione di alcune verità morali o fisiche<a class="tag" id="tag192" href="#note192">[192]</a>,
-se ne adottò la parte corrotta e peccaminosa.
-Mentre dunque il culto legale sostituiva al patriotismo
-l'adorazione di Cesare, l'Oriente insinuava le teurgie,
-corrompendosi così e la scienza e la virtù. Ogni dama
-nel penetrale teneva il sole etiopico, derivato dall'Egitto;
-dalla Fenicia erano venute divinità metà donne e metà
-pesci, dalla Gallia pietre druidiche; Germanico si fa
-iniziare ai grossolani misteri di Samotracia e al culto
-de' panciuti Cabiri; egli, Agrippina, Vespasiano consultano
-le divinità egizie.
-</p>
-
-<p>
-L'uomo, che non può credere opera del caso la creazione
-e la conservazion delle cose, sente per istinto che
-tra lui e questa causa v'ha mezzi di comunicazione
-regolari e salutiferi. Se gli soffogate tal sentimento col
-vizio o col raziocinio, cade in una specie di disperazione
-che lo precipita nelle superstizioni. Siffatta divenne allora
-la condizione dei più. Paventando che l'omaggio reso
-all'uno recasse torto all'altro dio, si ricorreva ad osservanze
-superstiziose; negata la vita seconda, si tremava
-degli avvenimenti di questa; negata la Provvidenza,
-ammetteasi la fatalità, e volevasi indagarne gli inevitabili
-decreti. Di qui l'osservanza degli augurj e del volo
-<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span>
-degli uccelli e de' giorni propizj o infausti, anche per
-parte di quelli che degli Dei parlavano celiando<a class="tag" id="tag193" href="#note193">[193]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Da Plinio raccogliamo come i maghi credessero con
-l'erba marmorite costringer gli Dei ad obbedirli; colla
-etiopide seccare i fiumi e aprire qualunque cosa chiusa;
-colla achimenide infondere sgomento ai nemici; coll'antirrina
-rendersi belli, e sicuri da ogni nocumento;
-colla coriacesia agghiacciar l'acqua; coll'applicare tre
-volte l'eliotropio guarir dalle terzane, e quattro dalle
-quartane; colla verbena acquistarsi fede, conciliare benevolenza,
-garantirsi da morbi; colla teangelide indovinare;
-colla cinocefalia neutralizzare i veleni ed evocare
-i morti; coll'inghirlandarsi d'eliocriso ottener grazia e
-gloria. Delle pietre, la grammatia rendeva eloquente;
-la gemma di Venere assicurava dal fuoco; l'agata fugava
-le tempeste e fermava i fiumi; la chelonia posta sulla
-lingua faceva indovinare; alcune, fatte a foggia di testudine,
-poteano sedar le tempeste; l'eliotropia mista coll'erba
-dell'egual nome e con certe preghiere, rendeva
-invisibili. Fra gli animali, chi mangiasse il cuore della
-talpa potea vaticinar l'avvenire; col sangue della jena
-bagnando le porte, tutelavansi gli abitanti da ogni malattia
-o fascino; portandone indosso gl'intestini, si era
-sicuri da incantagioni e di vincer le liti e innamorar
-le donne: il sinistro piede del camaleonte, arrostito nel
-forno, rendeva invisibile chi lo portasse: ungendosi col
-grasso che sta fra le due sopracciglia d'un leone, si
-diveniva cari ai principi; mentre il sangue della donnola,
-misto a cenere di jena, rendeva abominati. Perciò,
-soggiunge egli stesso, dopo sorbito un uovo, si ha cura
-<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span>
-di rompere il guscio; e in molti paesi d'Italia erasi
-proibito alle donne per istrada di torcere il fuso o di
-portarlo scoperto, perchè nuoce alle speranze, principalmente
-di grani<a class="tag" id="tag194" href="#note194">[194]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Aggiungete il terrore di potestà arcane, meschina
-curiosità delle cose occulte, e credenza divulgata nei
-fatucchieri e nelle streghe, brutte vecchie, avide di
-venere, micidiali ai parti, le quali trasfiguravansi in
-bestie, rapivano i bambini, li cambiavano in cuna, gli
-affaturavano, al che suggerivansi per rimedio l'aglio e
-certi scongiuri: temeansi pure i vampiri, morti che
-ricomparivano per suggere il sangue dei vivi<a class="tag" id="tag195" href="#note195">[195]</a>. Estremamente
-<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span>
-si erano moltiplicati gli oracoli, i prestigi,
-gl'incantesimi, gli amuleti; e astrologi di Caldea, auguri
-di Frigia, indovini dell'India, promoveano i misteri
-delle scienze teurgiche.
-</p>
-
-<p>
-Canidia strega, avvolti serpentelli alle scomposte
-chiome, nuda i piedi, rimboccata la negra veste, unta
-del sangue di rospi, colla potente Sagana, entrambe
-orribili per pallore e per irta capigliatura, urlando
-occupano un giardino, colle unghie raspano la terra, e
-coi denti straziano una nera agnella, il cui sangue scorreva
-nella fossa, donde aveano ad uscir le ombre per
-portare responsi dagl'inferni. Esse teneano una figura
-di cera, una di lana: questa più alta puniva l'altra, che
-avea sembianza di supplicante e di schiava che va a
-perire. L'una maga invoca Tisifone, Ecate l'altra;
-subito i cani infernali e i serpenti le circondano; l'immagine
-di cera prende fuoco e getta un vivo splendore;
-ma udito un fracasso, le due streghe fuggono abbandonando
-i denti, i capelli, le erbe e i legami tricolori
-con cui avviminavano i cuori<a class="tag" id="tag196" href="#note196">[196]</a>.
-</p>
-
-<p>
-A Tiberio gli astrologi erano necessarj quanto i
-commedianti e le femmine; porta un lauro per assicurarsi
-dai fulmini; quando starnuta, vuol gli si dica
-<i>Salute</i>; per impedire che si consultino le sorti Prenestine,
-si fa portare quei pezzetti di legno, ma oh meraviglia!
-al domani la cassetta si trova vuota, e le sorti
-eransi di per sè restituite a Preneste. Nerone chiamò
-a Roma Tiridate ed altri maghi per essere iniziato
-ne' loro arcani, e per essi dominare sugli Dei come
-sugli uomini; e alla magìa rifuggì per chetare i rimorsi,
-dopo uccisa Agrippina<a class="tag" id="tag197" href="#note197">[197]</a>. Vespasiano li sbandiva coi
-decreti, e gl'invitava coi doni; Domiziano li consultava;
-<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span>
-confidava in essi Adriano, malgrado l'affettata filosofia;
-nè questa preservò Marc'Aurelio dal credere agl'indovinamenti
-dell'egiziano Anufi. Ogni città, ogni villaggio
-aveva una statua, un tabernacolo, una grotta miracolosa;
-e i governatori andavano a chiedervi i destini
-dell'impero. Ogni ricco novera tra' suoi servi un astrologo;
-al chiromante e al negromante si fa gittar l'arte
-ansiosamente allorchè fulmine cade, o morti appajono,
-o un'improvvisa rivoluzione può spingere dalla miseria
-al trono, o dai triclinj alle forche. Donzelle avide
-d'amore, giovani solleciti d'una eredità, spose cupide
-della maternità, vecchi slombati, gelose amanti, magistrati
-ambiziosi accorrono a queste empie follie, per le
-quali neppur si rifugge dallo scannare fanciulli.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap35">CAPITOLO XXXV.
-<span class="smaller">La Redenzione.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Qualche moralista esclamava, è vero; ed a misura
-del suo coraggio rivelava le piaghe di quel tempo,
-l'impassibilità dei ricchi, le miserie del povero, la corruttela
-di tutti. Declamazioni! ma trattasi di suggerire
-un rimedio? i filosofi somigliano a vecchi, predicanti
-una morale cui non applicano; gli Stoici versano ogni
-colpa sopra le dottrine epicuree; i migliori politici non
-sanno che ribramare il tempo antico e la rugginosa
-aristocrazia; Orazio, da poeta vi canta: — Andiamo ad
-abitare le isole Fortunate»; Giovenale dice come uno
-scolaretto: — Ritiratevi sul monte Sacro»; Seneca
-soggiunge: — Uccidetevi»; Tacito non vede raggio
-di luce nelle tenebre che sì foscamente descrisse; fra
-tante superstizioni fedelmente riferite, e da lui rispettate
-come un istituto politico e nazionale, nega fede a
-<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span>
-cotesta divinità, che abbandona in tal fondo di corruzione
-l'opera sua più bella; e rifiuta le speranze
-postume, dicendo che gli Dei «curano la vendetta, non
-la salvezza, e si fan giuoco delle cose mortali»<a class="tag" id="tag198" href="#note198">[198]</a>:
-un riparo nessuno sapeva trovare, nessuno ideava una
-rigenerazione morale; e al più sarebbesi applaudito ad
-Euno, a Spartaco che violentemente spezzassero i ferri.
-</p>
-
-<p>
-Chi mai avrebbe pensato opporre la voce e la persuasione
-sua personale alla sfrenata potenza di quell'idolo
-inesorabile che si chiamava lo Stato? Nell'assoluta
-mancanza d'ogni accordo di principj, sarebbe
-somigliato altro che follìa l'affrontar morte o persecuzione
-per sostenere il proprio convincimento? Ognuno
-provveda a ciò che più gli torna; il resto è nulla. Voi
-letterati, cercanti l'utile anche nel bello, rendetevi alleati
-e complici della tirannide. Voi savj, incontrando la
-disperazione invece della Provvidenza, riponete il sommo
-della virtù nel sottrarvi colla morte agli affanni, che
-l'individuale senno giudicò trascendere le forze vostre.
-O mondo, ti sprofonda nell'avvilimento morale a proporzione
-che cresce la materiale prosperità. Chi rigenererà
-l'umana specie? La forza? ma Roma l'avvolgerebbe
-tantosto nelle comuni ruine: la legalità? ma
-quella di Roma è così tenace e vigorosa, da non lasciarsene
-crescere a fianco un'altra: la scienza? ma essa
-invanisce in frasi sonore. Il rialzamento morale non
-potrà aspettarsi dagl'imperatori tiranni, non dal senato
-avvilito, non dai patrizj decimati, non dalla religione
-screditata, non dai ricchi corrotti, non dalla plebe
-ignara de' suoi diritti e de' suoi doveri.
-<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span>
-</p>
-
-<p>
-Nè tampoco dai filosofi, barcollanti nel dubbio orgoglioso,
-mentre a riformare il mondo si richiede convinzione
-nella libertà umana, e un governo provvidenziale
-che conduce il trionfo delle sociali verità quando
-il loro tempo arrivò. Massime sparse e sconnesse, per
-quanto vere, non bastano, ma bisogna un nuovo principio;
-al concetto dell'ordine objettivo, ma fatale nella
-natura e nella società, opporre quello della Provvidenza
-divina e della libertà personale; al precetto negativo
-del non toglier l'altrui e non ledere il diritto, surrogarne
-uno positivo; riporre l'onestà nella coscienza,
-estenderla su tutte le facoltà del cuore, dell'intelligenza,
-della volontà.
-</p>
-
-<p>
-Poniamo caso che alcuno si fosse elevato a proclamare
-massime in perfetta contraddizione colle correnti. — Non
-v'ha che un Dio solo: per libera volontà
-di lui furono creati la materia, perciò peritura, e
-l'uomo, dotato di un'anima immortale. Questo Dio è
-comune a tutti i popoli e ai singoli uomini, provvido
-conservatore del mondo, testimonio e rimuneratore di
-tutte le azioni, dettatore d'una legge che è il fondamento
-della morale e del diritto. Perchè tutti figli di
-quel Dio, gli uomini sono eguali, senza distinzione di
-romano o barbaro, di circonciso o incirconciso, di patrizio
-o plebeo, di schiavo o libero, di maschio o femmina<a class="tag" id="tag199" href="#note199">[199]</a>:
-hanno dunque tutti ad amarsi e giovarsi a
-vicenda; il comando e le dignità sono uffizio, non un
-godimento; e i primi devono considerarsi ultimi.
-</p>
-
-<p>
-«Tutti gli uomini sono originalmente contaminati
-d'un peccato, dal quale provengono l'errore, l'ignoranza,
-la morte. Ma ad espiare quel peccato, a dare
-all'uomo il potere di convertir l'errore, l'ignoranza,
-l'infermità in mezzi di santificazione mediante la ripristinata
-<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span>
-libertà, Iddio stesso s'incarnò, versò il sangue
-e la vita. Tutti peccatori, tutti redenti del pari, gli uomini
-vengono da uno stesso luogo, tornano al luogo
-stesso per sentieri diversi. La vera giustizia nasce da
-tale eguaglianza; come ne nasce la libertà dall'essere
-ognuno responsale de' proprj atti.
-</p>
-
-<p>
-«Niuno è servo per natura; e quelli che la legale
-iniquità rese tali, devonsi sollevare immediatamente
-col farli partecipi ai riti sacri e all'istruzione religiosa,
-preparandoli così all'emancipamento. La società non
-abbraccia intero l'uomo, il quale ha in sè qualche
-cosa di più sublime, di superiore alle leggi civili; e
-indipendentemente da queste aspira ad un fine più eccelso,
-ad una destinazione superiore a quella degli
-Stati che nascono e muojono. L'uomo, alito di Dio,
-non trae importanza soltanto dalla società, ma possiede
-una dignità propria, che lo obbliga a perfezionare se
-stesso, dar vigore alla propria coscienza, appoggiata
-sopra una legge suprema.
-</p>
-
-<p>
-«La riforma non deve dunque cominciare dallo
-Stato, ma dall'individuo; perchè questo, allorchè sia
-buono, è libero sotto qualsiasi reggimento; sa fin dove
-obbedire; ha la coscienza della propria dignità e responsabilità.
-Nè la morale si limita ai grandi misfatti
-che nuociono alla società civile, e pei quali soli il
-gentilesimo stabilisce le pene dell'inferno, insegnando
-che <i>Dii magna curant, parva negligunt</i>; ma abbraccia
-tutte le opere, i pensieri, le parole, fin le ommissioni,
-attesochè l'uomo sta perpetuamente al cospetto
-d'un Dio, che deve poi giudicarlo e punirlo. Voi chiamate
-la vendetta voluttà degli Dei? ed io vi annunzio
-che dovete concedere perdono universale, se volete
-ottenere perdono da Dio.
-</p>
-
-<p>
-«Ogni scostumatezza è colpa, giacchè l'uomo deve
-rispettare in sè e negli altri la divinità; nè vi è stato
-<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span>
-di mezzo fra la verginità e il matrimonio. In conseguenza
-i nodi domestici saranno purificati e rassodati,
-si perpetuerà il conjugale, diretto a ben più sublime
-fine che la soddisfazione istintiva. La donna non sarà
-più esposta a' voluttuosi capricci dell'uomo, e l'illibatezza
-deve portarla a libertà: ornamento suo più bello
-considererà quel pudore, che ora è vilipeso nelle cortigiane,
-nelle schiave, fin nelle dee; per conservarlo,
-morrà anche; e i meriti di essa consisteranno non in
-eroiche, ma in virtù miti e conformi alla natura sua.
-</p>
-
-<p>
-«L'amor proprio dominante ceda il luogo alla
-carità, virtù che dai filosofi è considerata come una
-debolezza. E questa carità universale, paziente, benigna,
-operosa, ordina d'amare il prossimo come noi
-stessi; cerca i soffrenti al carcere, all'ospedale; raccoglie
-i projetti, sepellisce i morti; dà il pane agli
-affamati, l'istruzione agli ignoranti, il consiglio ai dubbiosi,
-il buon esempio a tutti. Da essa affratellati, il
-povero non invidii al ricco; il ricco sappia che tutto
-il superfluo deve darlo a chi non ha, ma che ogni
-stilla d'acqua che darà ad un bisognoso, gli sarà computata
-per la vita futura. In vista della quale è necessario
-operare continuamente, cercare la purezza in
-terra, e tollerare i mali di questa vita, che non è se
-non un esiglio e un preparamento.
-</p>
-
-<p>
-«Quel che importa, non è la città, non la patria,
-ma l'uomo; e nazione e tribù e famiglia esistono per
-l'uomo, non egli per esse. Il dovere supremo non
-concerne quelle astrazioni che si chiamano patria,
-nazione, bandiera, ma l'essere reale che chiamasi il
-prossimo. Allo Stato non si può sagrificar più nemmanco
-un uomo, non la moralità personale alla pubblica:
-verità e giustizia sono bisogni più urgenti che
-non la civiltà materiale. La giustizia ha radici più
-salde e antiche, che non i patti e le leggi umane.
-<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span>
-La verità non deve rimanere privilegio di pochi, ma
-comunicarsi a tutti; a tutti insegnare a ingagliardirsi
-contro le passioni, quetare i malvagi appetiti, posporre
-il ben proprio al generale, l'utile all'onesto, la vita
-transitoria all'eterna. Voi dal Campidoglio gridate, <i>La
-salute del popolo è norma suprema</i>; noi all'opposto
-diciamo, <i>Perisca il mondo, ma si faccia la giustizia</i>».
-</p>
-
-<p>
-Chi avesse annunziato tali verità, sarebbe parso
-poco meno che mentecatto al romano orgoglio e all'universale
-corruttela. Eppure in fatto erano state predicate
-in una delle più piccole e sprezzate dipendenze
-dell'impero romano, la Palestina, diffamata per credulità;
-e non già da un guerriero che attirasse il rispetto
-de' guerrieri romani, non da un filosofo che ne
-eccitasse la curiosità, ma dal figlio d'un artigiano,
-nato in una grotta in occasione che sua madre era
-ita a Betlemme, montuosa cittadina della Giudea, per
-farsi iscrivere nel ruolo della sua tribù, allorquando
-Augusto ordinò il censo generale <span class="sidenote">(Anno di Roma 754? 25 xbre)</span> affine di conoscere
-quanta gente gli dovesse obbedienza e tributi. Questo
-<i>uomo</i>, che si chiamava Gesù, era figlio di Maria, fanciulla
-ebrea, stirpe di Davide ma in povera fortuna,
-e sposata a Giuseppe fabbro di Nazaret. Egli crebbe
-nell'oscurità e nell'obbedienza fin verso i trent'anni;
-allora cominciò a predicare a pescatori e simil vulgo,
-e diceva: — Beati i poveri di spirito; beati i miti;
-beati i misericordiosi; beati i mondi di cuore; beati
-i pacifici, perchè saranno chiamati figliuoli di Dio;
-beati quelli che soffrono persecuzioni per la giustizia,
-perchè il regno de' cieli è per essi. Imparate da me
-che sono mite ed umile di cuore, e troverete requie
-alle anime vostre. Chi si corruccia col proprio fratello,
-è reo di giudizio. Misericordia io voglio, non sacrifizj.
-Finora v'hanno detto, <i>Occhio per occhio, dente per
-dente</i>: io vi dico che a chi vi percuote una guancia,
-<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span>
-anche l'altra presentiate. Finora vi fu imposto d'amare
-il fratello, e odiare il nemico: io v'ingiungo d'amare
-il nemico, beneficare chi vi nuoce, pregare per chi vi
-persegue, imitando Dio che fa nascere il sole sui
-buoni e sui malvagi. Io vi do un precetto nuovo, che
-vi amiate un l'altro come io ho amato voi: vi conosceranno
-miei discepoli se vi amerete a vicenda.
-Chi ha due tuniche, ne porga una a chi n'è sprovvisto.
-Fate l'elemosina, ma in secreto, e che la vostra mano
-sinistra non sappia ciò che fa la destra. Date a prestito
-senza speranza di ricambio, e largo sarà il vostro frutto.
-Alla fine de' secoli poi verrà il Figliuol dell'uomo a
-giudicare, e dirà: <i>Io ebbi fame, e mi saziaste; ebbi
-sete, e mi deste a bere; pellegrino mi albergaste,
-nudo mi vestiste, mi visitaste infermo e carcerato;
-venite, o benedetti del Padre mio, al gaudio che vi
-è preparato</i>».
-</p>
-
-<p>
-Chi così diceva, camminava come un peccatore fra
-i peccatori, confabulava col bestemmiatore, sedeva a
-banchetto coi pubblicani; rimandava assolta l'adultera,
-lasciavasi lavare i piedi dalla meretrice; intingeva il
-dito nel piattello stesso col traditore, e gli dava il
-bacio; prometteva il paradiso a un ladrone: oh! ben
-doveva egli sentire i dolori dell'umanità, se così la
-compativa.
-</p>
-
-<p>
-Gli Ebrei perdettero l'indipendenza allorchè il magno
-Pompeo li sottopose alle aquile latine; e, pur conservando
-un re proprio, stavano soggetti a un preside o
-procuratore romano, che allora era Ponzio Pilato <span class="sidenote">(28)</span>. Allo
-spettacolo delle assidue vicende d'allora, alla caduta
-di tanti regni, allo sterminio di tante città, i Gentili si
-approfondavano in quel sentimento d'un progressivo
-deteriorare del mondo, che era stato ad essi lasciato
-dalla tradizione primitiva; e perfino coloro che idolatravano
-Roma e «l'eternità dell'ingente Campidoglio»,
-<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span>
-a cui pareva aggiungere solidità ogni re che incatenato
-ascendesse per la via Sacra, pure vedevano ogni generazione
-peggiorare, e il mondo avviarsi a rovina
-inevitabile. Gli Ebrei invece, fra gravissimi disastri
-esteriori ed interni, perdute le armi e l'indipendenza,
-insieme col dogma della caduta teneano vivo quel della
-rigenerazione; unici fra i popoli antichi che conoscessero
-quella dottrina del progresso, ch'è carattere e
-vanto della moderna civiltà.
-</p>
-
-<p>
-Nei loro libri profetici, da antico scritti nella più sublime
-poesia, leggevano la promessa che verrebbe un
-salvatore, e appunto intorno a questi tempi: ma accecati
-da angusto amor di patria, e nel dispetto dell'oltraggiata
-nazionalità, nell'<i>aspettato</i> non presagivano altro che un
-eroe, secondo la carne non secondo la fede, il quale
-spezzasse le catene del suo popolo come avea fatto
-Mosè liberandoli dall'Egitto, o Ciro mentre stavano
-schiavi in Babilonia, e tornasse i gloriosi tempi di Davide
-e di Salomone in quella Gerusalemme che restava
-sempre la più insigne città dell'Oriente<a class="tag" id="tag200" href="#note200">[200]</a>; un messia
-insomma trionfante degli stranieri, anzichè il Figlio
-dell'uomo, proclamatore dell'universale fratellanza, e
-d'una legge d'amore indipendente da tempi, da luoghi,
-da condizione.
-</p>
-
-<p>
-Questo orgoglio carnale fece che non fosse conosciuto
-il Dio umanato, anzi si disprezzasse un Cristo
-mansueto ed umile, il quale parlava di rassegnazione,
-di benevolenza, d'un regno che non è di questo mondo;
-consigliava a pagare ancora il tributo, e dare a Cesare
-quel ch'era di Cesare: ma al tempo stesso egli imponeva
-si desse a Dio quel ch'era di Dio, purgava la legge
-patria dalle frivole osservanze, e mentre flagellava coloro
-che faceano traffico nel tempio, chiamava superbi
-<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span>
-e ipocriti i sacerdoti e i dottori, i quali riponevano ogni
-moralità nella foggia del vestire, nello astenersi da certi
-cibi, e gonfiavano i cuori nella persuasione di loro
-virtù.
-</p>
-
-<p>
-Costoro dunque cospirarono contro di lui, ed ai tribunali
-patrj l'accusarono di bestemmiare contro la religione,
-di corrompere la gioventù; ai tribunali romani,
-di turbare la dominazione straniera col parlare d'un
-altro regno e di glorie diverse. I principi dei sacerdoti,
-gli anziani del popolo e i giudici, cui i Romani ne lasciavano
-l'autorità, dichiarano Cristo degno di morte,
-e chiedono a Pilato che lo condanni. Questi esamina
-l'imputato, e gli domanda: — Sei tu il re de' Giudei?»
-e Cristo risponde: — Il mio regno non è di questo
-mondo; altrimenti i miei ministri non soffrirebbero
-ch'io fossi consegnato a' Giudei. — Ma dunque sei re?»
-ripiglia Pilato; e Cristo: — Tu il dici; e venni al mondo
-per rendere testimonianza della verità; e chi è dalla
-verità, ascolta la mia voce».
-</p>
-
-<p>
-In tempo che altro legame non credeasi poter frenare
-il mondo, fuor quello della forza, qual mai timore
-poteva incutere al governatore romano un regno non
-di questo mondo, un re che altro impero non aveva
-fuorchè la verità, altri sudditi che quelli dalla verità
-assoggettatigli? Pilato avea inteso che il precursore di
-Cristo intimava: — Fate penitenza, preparate le vie del
-Signore», che Cristo diceva ai poveri: — Voi siete
-beati», ai ricchi: — Siate misericordiosi con tutti; chi
-vuoi essere mio discepolo, lasci ogni cosa, prenda la
-croce e mi segua», e che il popolo lo amava perchè scioglieva
-gli occhi ai ciechi, la lingua ai muti. Nulla affatto
-restava dunque minacciata la potenza ch'egli rappresentava,
-nè l'immortalità di Cesare: che cosa aveva mai a
-fare la religione colla politica? Costui non potea dunque
-sembrargli meglio che un lunatico, un paradossale.
-<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma quei primati divennero zelanti del poter temporale
-quando occorreva di opporlo allo spirituale: astiosi
-allo straniero che comprimeva le loro passioni, ora per
-passione s'accorsero che una novità religiosa porterebbe
-novità politica, e minacciarono di denunziare
-Pilato a Roma se non condannasse il riottoso. Il popolo,
-come chiamavansi pochi scioperati schiamazzanti in
-piazza, chiede ch'egli condanni costui, il quale mette
-a repentaglio il dominio di Tiberio; e Pilato, che nell'egoismo
-personale e governativo non vuol porre a
-repentaglio la pubblica quiete per nulla meglio che
-per un uomo, nè pericolare il proprio impiego per
-salvare un innocente, condiscende che l'uccidano, protestandosi
-però mondo del sangue di lui. E Cristo è
-crocifisso <span class="sidenote">(35)</span> dal popolo tra cui era passato beneficando; — vittima
-della legalità romana, acciocchè questa sia
-in perpetuo condannata.
-</p>
-
-<p>
-Fra le imprecazioni egli morì, non imperterrito
-come Trasea o Seneca, ma confessando il dolore, ma
-desiderando fossegli risparmiato quel calice, ma gemendo
-di sentirsi abbandonato dal Padre, e perdonando
-a quelli che l'uccidevano: e tutto fu consumato,
-come da secoli era stato simboleggiato e predetto. Lo
-sgomento invade i discepoli suoi, i quali mondanamente
-giudicano le cose dalla riuscita; talchè nascosti
-non fidano che nell'essere o sprezzati o dimentichi,
-e piangono sull'estinto maestro, finchè questi, come
-avea promesso, risorge, e salito al Padre, manda lo
-Spirito divino che tramuta i timidi ed ignoranti pescatori
-di Galilea in dottori intrepidi, i quali, vestiti
-della forza di lassù ed obbedendo al maestro che
-avea detto — Andate e insegnate a tutte le nazioni»,
-spargonsi per le vie di Gerusalemme, annunziando
-compita la legge, cessate le figure, cominciata la nuova
-alleanza, venuto il lume dal lume, il Dio da Dio, e
-<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span>
-spiegano quella dottrina che doveva essere salvezza
-del mondo. Così il più stupendo miracolo del cristianesimo,
-qual è il potere di trasformazione, comincia
-ad operarsi negli Apostoli per estendersi a tutta la
-società.
-</p>
-
-<p>
-Pilato ragguagliò il senato romano del caso; e Tiberio,
-udendo che Cristo avea fatto miracoli ed era
-risorto, disse — Ebbene, ponetelo fra gli Dei». Sì poco
-importava l'aggiungerne un altro alla caterva affluita
-di Grecia, di Siria, d'Egitto! Cristo però non era un
-dio, ma il Dio; e la sua dottrina e l'esempio suo repugnavano
-talmente ai dominanti, che il trionfo di quelli
-doveva portare la rovina di questi; e raccogliendo i
-pensieri di tutte le generazioni, di tutti i secoli, avvincere
-il mondo in un legame di fede, di speranza, d'amore,
-il cui nodo è in cielo.
-</p>
-
-<p>
-Finchè ogni gente adorava un dio diverso, ciascuna
-associazione rimaneva isolata, nè sentiva verso le altre
-que' doveri, che da Dio solo traggono la sanzione: partecipando
-anzi alle gelosie de' loro Iddj, non vedeano
-negli stranieri che nemici da abbattere, schiavi da incatenare.
-Pel cristianesimo invece tutti gli uomini s'accordano
-nella medesima credenza, si uniscono in una
-sola Chiesa; solennità inditte a tutti i paesi, segni che
-distinguono il credente ovunque sia, preghiere comuni,
-e spesso a tempi ed ore eguali in tutto l'orbe. La religione
-non restringesi più ad un luogo, è predicata a
-tutti, e non annunzia conquiste, cioè predominio d'alcun
-popolo; non fonda una tribù sacerdotale, non indispensabile
-solennità di riti; ma semplici preghiere, ma
-cerimonie schiette ed affettuose rimembranze congiungeranno
-i fedeli dovunque e quandunque sollevino a
-Dio la mente.
-</p>
-
-<p>
-Il cristianesimo non ha dottrine arcane, non han velo
-i suoi tempj, non v'è profani nella Chiesa. L'uniforme
-<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span>
-e solido insegnamento della scuola armonizza colla predicazione
-e col culto, il mistero colla dottrina esteriore,
-le cerimonie colla reale consumazione del sagrifizio.
-Insegnato ai bambini colle prime parole, si radica nei
-cuori, insinua una morale dolce quanto sublime, un'affettuosa
-eguaglianza che nel mondo non lascia vedere
-se non figli d'un Dio. Da qui la purezza d'una morale,
-non soggetta a varietà di tempi nè di persone, e sempre
-intesa al perfezionamento di sè ed alla carità verso
-altrui. Nè la virtù è più un affare di convenzione, ma
-la pratica della verità, conosciuta e ponderata con giudizio
-retto; una buona qualità della mente, di cui non
-si può abusare<a class="tag" id="tag201" href="#note201">[201]</a>: è peccato il preferire al bene sommo
-il proprio, all'oggettivo il subjettivo.
-</p>
-
-<p>
-Sotto le maestose pieghe della società romana quale
-la dipingemmo, ne covava dunque un'altra affatto differente,
-che all'amor proprio di quella opponeva il sagrifizio
-e la carità; al libertinaggio la penitenza; all'opinione,
-al dubbio, al timore le tre virtù ignote, fede,
-speranza, carità; alla superbia l'umiliazione; alla violenza
-la convinzione; al diritto del forte l'eguaglianza
-dei deboli; all'ambizione di ricchezze, di godimenti, di
-potere, persecuzione, pazienza, austerità.
-</p>
-
-<p>
-Le due società non tardarono a trovarsi a fronte.
-Perocchè gli Apostoli, appena furono innovati dallo
-Spirito consolatore, uscirono predicando, e sparso il
-buon seme nella Giudea, recarono la fausta novella
-(<i>euangelio</i>) alle genti, cui il Cristo non si era mostrato.
-Pietro, il maggiore fra essi, s'avvia ad Antiochia, poi
-a Roma <span class="sidenote">(42?)</span>, il pescatore di Genesaret alla metropoli del
-<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span>
-mondo, per istabilirla centro di un'altra unità, per
-opporre alle infamie di Messalina ed alle atrocità di
-Nerone il raffronto dell'alta ragione e della sublime
-virtù che perdona, istruisce e consola, e che sacrificando
-se stessa per l'umanità, rende inutili gli altri
-sagrifizj cruenti. La irrequietudine degli Ebrei in Roma,
-e massime contro i convertiti, indusse Claudio a cacciarli,
-e allora Pietro sarà tornato nell'Asia<a class="tag" id="tag202" href="#note202">[202]</a>. Esprimo
-in via di probabilità, giacchè, nell'età dell'orgoglio,
-questi grandi rinnovatori del mondo lasciarono ignorare
-il loro cammino.
-</p>
-
-<p>
-Saulo o Paolo, di Tarso in Cilicia, municipio romano,
-da fiero persecutore de' Cristiani ne divenne
-apostolo <span class="sidenote">(35)</span>, e fu eletto a diffondere il vangelo tra i Gentili;
-il che egli fece non soltanto colla parola, ma con
-quattordici epistole, dove chiarisce molte dottrine che
-erano custodite per tradizione, e inculca che veruna
-fede non è ristretta a veruna nazionalità. Gallione proconsole
-dell'Acaja risedeva in Corinto, quando Paolo
-v'andò a predicare, e molti gli credevano e battezzavansi.
-Gli Ebrei lo presero in ira: l'ira consueta degli
-oppressi contro chi cerca rigenerarli moralmente; e il
-condussero al proconsole, imputandolo d'insegnare un
-diverso modo d'adorar Dio; ma Gallione li rimbrottò,
-e — Se costui ha commesso qualche delitto, indicatelo;
-ma se si tratta delle vostre solite quistioni di parole e
-casi della legge vostra, sbrigatevela fra voi»<a class="tag" id="tag203" href="#note203">[203]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Un'altra volta, mentre predicava nel tempio di Gerusalemme <span class="sidenote">(38)</span>,
-gli Ebrei lo assalsero e maltrattarono, finchè
-<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span>
-s'interpose la guarnigione romana. Lisia, colonnello di
-questa, al cui arbitrio era commessa la quiete della
-città, volea farlo bastonare, ma Paolo disse: — No,
-perchè io son cittadino romano». Verificata tale asserzione,
-il colonnello lo sottopose a un concilio di sacerdoti;
-ma tra questi alcuni erano sadducei che negavano
-l'immortalità, altri farisei che ammettevano la resurrezione
-de' morti; perocchè gli Ebrei pativano di quell'altra
-scabbia degli oppressi, la sconcordia d'opinioni
-e i rancori reciproci: onde cominciarono abbaruffarsi
-fra loro. Il colonnello, vedendo non si trattava d'alcuna
-colpa, tolse seco Paolo perchè non soffrisse nuove ingiurie,
-e lo mandò a Felice governatore della Giudea.
-Accorse il gransacerdote ebreo con altri ad accusarlo;
-ma Felice, visto che erano dispute religiose, tenne Paolo
-in larga custodia a Cesarea per due anni, intanto ascoltandolo
-discutere sulla giustizia, sulla castità, sul giudizio
-futuro: avviata poi la processura, Paolo appellò al
-tribunale di Cesare, laonde fu da Festo, successore di
-Felice, mandato a Roma. Tra molti prodigi egli vi approdò;
-e lasciato alla libera custodia d'un soldato, con
-ogni fidanza e senza verun divieto<a class="tag" id="tag204" href="#note204">[204]</a> vi stette due anni
-predicando.
-</p>
-
-<p>
-Reduce in Asia, da Corinto diresse ai Romani una
-celebre epistola, in cui rinfaccia a' Giudei convertiti la
-carnalità e il volere angustiarsi nelle cerimonie, mentre
-quel che importa è la grazia del Signore, necessaria
-per essere santificati in virtù della fede in Cristo, la
-qual fede è il principio della giustificazione: ai Gentili
-rimprovera la soverchia fidanza nella propria ragione,
-mentre le cognizioni di cui superbivano, traevanli a
-<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span>
-peccato; la scienza di suprema importanza esser quella
-di Dio; i savj, quando s'ingloriarono de' proprj pensamenti,
-caddero nell'accecamento e nella superstizione,
-e Dio li lasciò in balìa delle passioni loro: pertanto e
-Gentili e Giudei convertiti si rispettino a vicenda, nè
-in altro si glorifichino che in Cristo Gesù. Tornato
-poi a Roma e messo prigione, Paolo di là scrisse una
-lettera agli Ebrei, mostrando l'insufficienza della legge
-mosaica dopo venuto chi la perfezionava e compiva.
-</p>
-
-<p>
-Di queste missioni poco si brigava l'orgoglio romano,
-finchè non venne occasione di perseguitarne i
-proseliti. Da poi che Nerone ebbe messo fuoco a
-Roma, nè sacrifizj agli Dei nè ordini ai magistrati nè
-profuso denaro o promesse di più elegante ricostruzione
-chetarono il dispetto della plebe. «Si ricorse anche ai
-Libri Sibillini; fu supplicato a Vulcano, Cerere, Proserpina;
-e da matrone prima in Campidoglio, poi alla
-più pressa marina, fatta Giunone favorevole; e di quell'acqua
-fu asperso il tempio e l'immagine della dea,
-poi da maritate vi si fecero i lettisternj e le vigilie.
-Ma nè opera umana, nè prece divina, nè larghezza da
-principe gli scemava l'infame taccia dell'avere arso
-Roma». L'imperatore, che poteva ridurre al silenzio i
-senatori coll'ucciderli, era costretto rispettare il popolo;
-onde, con un artifizio unico e sempre nuovo,
-pensò stornare da sè quella colpa col versarla sopra
-cotesta nuova setta di filosofi, la quale, aborrendo
-dalla sozza corruttela e dal vigliacco umiliarsi, e non
-riconoscendo nei Romani una natura superiore alle
-altre genti, nè quindi il diritto di opprimerle, faceva
-dispetto alla tiranna del mondo. Adunque «processò
-e con isquisitissime pene castigò quegli odiati malfattori,
-che il vulgo chiamava Cristiani da un Cristo,
-il quale, regnante Tiberio, fu crocifisso da Ponzio
-Pilato procuratore. Per allora fu repressa quella
-<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span>
-semenza; ma rinverziva non pure nella Giudea dove
-nacque quel male, ma anche a Roma, dove tutte le
-cose atroci e brutte concorrono e acquistano celebrità.
-Furono dunque prima catturati i Cristiani che professavano
-apertamente, quindi gran turba, indicati non
-come colpevoli dell'incendio, ma come nemici del genere
-umano».
-</p>
-
-<p>
-Per l'odio dunque cominciavano i Romani a conoscere
-una religione, che tutti voleva congiungere nell'amore.
-Con supplizj della peggior guisa li perseguitarono,
-e imitando quel che il loro padrone faceva
-ai patrizj, unirono all'atrocità l'insulto; quali avvolti
-in pelli d'animali esibendo ai cani, quali esponendo
-nel circo, quali bruciando vivi, e de' loro corpi servendosi
-la sera come di fanali ne' voluttuosi giardini
-di Nerone, posti in quel colle Vaticano, su cui la
-religione allora nascente doveva poi piantare il suo
-trionfale padiglione. «Nerone vi celebrò la festa Circense,
-vestito da cocchiere in sul carro, e spettatore
-fra la plebe; onde di que' tristi, sebbene meritevoli di
-ogni più nuovo supplizio, veniva pietà, non morendo
-essi per pubblico bene, ma per crudeltà di lui solo»<a class="tag" id="tag205" href="#note205">[205]</a>.
-Vuole la costante tradizione che in quell'occasione
-Pietro e Paolo suggellassero la fede loro col martirio <span class="sidenote">(67 — 29 giugno)</span>,
-consacrando del loro sangue una terra, che da tant'altro
-era contaminata.
-</p>
-
-<p>
-Ma già eransi moltiplicati i Cristiani in Roma, in
-Italia. Da principio adoperavano ogn'arte per nascondersi,
-convegni segreti, segni di convenzione, lettere
-e tessere di riconoscimento, scatole in cui portare il
-viatico agl'infermi, ai prigionieri, a chi non poteva
-uscir di casa; intanto si estendevano fra i poveri, fra
-i giovani, fra le donne. La donna convertita è seme
-<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span>
-che germoglia presso al focolare domestico; e se non
-può al consorte, ispira ai servi ed ai figliolini nuove
-massime, nuove ammirazioni, desiderj nuovi. La famiglia
-di Priscilla fu la prima che, dalle idee orgogliose
-su cui riposava il patriziato antico, passò ai sentimenti
-della fraternità umana che costituiscono la cristiana
-uguaglianza. Tre Priscille, molte Lucine, Ilaria, Flavia,
-Severina, Firmina, Giusta, Ciriaca, altre ricche vedove
-trasformate in diaconesse, passavano i giorni pregando
-sulle tombe dei martiri, che aveano ornate colla cura
-e col segreto onde altre loro pari allestivano i gabinetti
-lascivi; madri e vergini sante espiavano per quelle
-che si prostituivano in onor delle dee, pregando assidue,
-e soccorrendo chiunque abbisognava o soffriva.
-Quando la dea Vesta più non trovava chi volesse votarle
-la verginità, molte fanciulle a gara s'offrivano
-alla custodia delle ossa dei martiri. Più tardi colle loro
-ricchezze fondarono spedali, monumenti di carità opposti
-a quelli di strage e di contaminazione. Di tal
-passo la donna recuperava la libertà naturale, sottraevasi,
-foss'anche schiava, all'arbitrio d'un padrone, e
-cancellava la legale sua inferiorità<a class="tag" id="tag206" href="#note206">[206]</a>.
-</p>
-
-<p>
-L'adorazione dell'uomo è l'adorazione del male; il
-culto dei Cesari è l'infimo grado dell'idolatria; i costumi
-dell'età loro sono la cloaca dell'impurità, dell'inumanità
-e della divisione, le tre grandi conseguenze
-dell'idolatria. Da un lato dunque «opere della carne,
-dimenticanza di Dio, incostanza di matrimonj, avvelenamenti,
-sangue ed omicidj, furti ed inganni, orgie,
-<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span>
-sacrifizj tenebrosi, uomini uccisi per gelosia, o contristati
-coll'adulterio, tutte le cose confuse, e una gran
-guerra d'ignoranza che la follia degli uomini chiama
-pace»; dall'altro lato «tutti i frutti dello Spirito, carità,
-gioja, pace, pazienza, benignità, bontà, longanimità,
-dolcezza, fede, modestia, temperanza, castità»<a class="tag" id="tag207" href="#note207">[207]</a>;
-ai quattro caratteri dell'antichità se ne oppongono quattro
-nuovi, fede pura all'idolatria, carità allo spirito di
-malevolenza, giustizia al disprezzo delle vite, castità alla
-corruzione. Siffatta guerra cominciava col Vangelo.
-</p>
-
-<p>
-Nella Roma incestuosa e micidiale, anime che il
-mondo non era degno di possedere viveano nelle caverne,
-aspettando intrepide, ma non accelerando l'ora
-di fecondare del loro sangue la pianta della rigenerazione.
-Attorno alle città d'Ostia, di Velletri, di Tivoli,
-di Preneste e Palestrina, e nelle valli che con cento
-flessuosità sboccano nella pianura del Lazio; accanto
-alle tane, ove i padroni chiudevano la sera centinaja
-di schiavi alla bestemmia ed agli indistinti concubiti,
-trovi altre caverne, scavate nel tufo di cui si fabbricavano
-le voluttuose ville: e dentro quelle nei gemiti
-e nella preghiera si rigenerava l'umanità. Colà i Cristiani
-sepellivano i morti entro nicchie che poi muravano,
-chiudendovi insieme gli strumenti del supplizio,
-un'ampolla del sangue, le insegne della dignità o dello
-stato; e questi asili della morte denominavano <i>cimiterj</i>,
-cioè dormitorj, espressione d'una coscienza pura,
-consolata nella certezza di svegliarsi ad altra vita; e
-colà venivano ad orare. Ivi nessun altro ornamento
-che l'avello d'un martire, pochi fiori, alcuni vasi di
-legno, qualche cero o lampada, al cui lume leggere
-il Vangelo, cioè i libri nei quali i compagni di Cristo
-o i loro discepoli aveano esposto semplicemente la
-<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span>
-vita e gl'insegnamenti di lui, i precetti e l'esempio;
-ed invocavano la grazia di adempirli e d'imitarlo. E
-in quel leggere e in quel pregare consisteva la loro
-cospirazione.
-</p>
-
-<p>
-Uniti nella credenza stessa, nella stessa morale, nella
-stessa speranza, davano bando alle inumane distinzioni
-del secolo: il ricco sedeva presso al povero cui sostentava
-coll'aver suo: le vergini del vulgo, coperte di
-bianco lino, con al collo gli amuleti dell'agnello di
-Dio che toglie i peccati, alternavano litanie colle matrone
-e colle vedove de' senatori e dei proconsoli, che
-avevano data ogni ricchezza all'assemblea de' fedeli, e
-spargevano i ristori della carità: e mentre l'egoismo
-rodeva a morte la società antica, qual sovrabbondanza
-di vigore in quella nuova, dove l'amore nasceva dall'inesausta
-fonte della fede, e dove convincendosi della
-debolezza dell'uomo, acquistavano la forza che viene
-da Dio! Il vescovo, il prete, il diacono, cioè a dire
-l'ispettore, il vecchio, il servo, presedevano all'adunanza,
-non distinti se non per maggior virtù, carità e
-dottrina nel soffrire, nel rimetter pace, nel compatire
-e consolare, nello spezzare il pane della parola, e per
-lo stupendo privilegio d'immolare il Figlio al Padre,
-vittima incessante per le colpe, e di legare o sciogliere
-i peccatori tra l'effusione della Grazia.
-</p>
-
-<p>
-Quivi entro, la vigilia delle solennità i sacerdoti davansi
-lo scambio per cantar tutta notte inni al loro
-Signore; e quella melodìa serviva di guida ai fedeli,
-che sbucati di piatto dalla città o dall'ergastolo degli
-atroci padroni, venivano a trovarvi gli anziani mutili
-nel martirio, i vescovi rapiti miracolosamente al rogo,
-i filosofi che, mutati in apostoli, avevano finalmente
-rinvenuto il nodo delle agitate quistioni, e che s'accingevano
-a recare il vero alle genti assise nell'ombra della
-morte, e a confermarlo col proprio sangue.
-<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span>
-</p>
-
-<p>
-Le feste dell'idolatria erano allusioni a fenomeni naturali,
-ovvero patriotiche rimembranze, spesso contaminate
-da impurità e bagordi: nelle cristiane, l'esultanza
-era espressione del rinascimento spirituale. Là
-interrogavasi con ansietà il futuro; qui si confidava
-nell'onniscienza divina; e lo spirito, sgombro dal timore
-di sinistri presagi, trovava la spiegazione della vita in
-ciò che dee venire dopo di essa. Chi potesse, recava
-qualche denaro ogni mese onde nodrire e sotterrare i
-poveri, sostentare gli orfani, i naufraghi, gli esuli, gl'imprigionati.
-Come fratelli, erano disposti a morire gli
-uni per gli altri: tutto avevano in comune, eccetto le
-donne: nel loro mangiare insieme, che chiamavasi far
-carità (agape), libavano il calice del sacrosanto sangue;
-poi i cibi, ricevuti a gloria di Colui che li dà, rallegravano
-la sacra accolta nella fratellanza dell'affetto e nella
-gioja del perdono e del sagrifizio.
-</p>
-
-<p>
-La società periva per l'egoismo e l'isolamento? eccola
-salvata dallo spirito d'associazione e da quell'amore
-che mancò sempre al gentilesimo, perchè Dio solo poteva
-insegnarlo. Il cristianesimo è dottrina di redenzione,
-sicchè primo merito pone il praticare la carità
-fino a dar la vita. Per accrescere il bene del prossimo,
-ognuno ha l'obbligo d'esercitare l'industria, scoprire,
-progredire; è pertanto anche dottrina d'attività e d'avanzamento,
-mentre gli antichi, fondati sopra l'idea del
-decadimento, vedevano il male e la disuguaglianza fra
-gli uomini come una necessità, soffrivano e lasciavano
-soffrire. Colla parola «Siate perfetti come il Padre mio
-celeste», è imposta alle età nuove la missione di procedere,
-di lottare; e se il verbo di Dio non mente,
-andrà svolgendosi ed effettuandosi ognor meglio la
-legge di giustizia e d'amore; e poichè in questa consiste
-il perfezionamento anche dell'ordine temporale, indefettibile
-ne sarà il progresso, divenuto legge naturale
-<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span>
-dell'umanità. Ne conseguiva anche la libertà<a class="tag" id="tag208" href="#note208">[208]</a>, la
-quale, sbandita d'ogni luogo pel deleterico influsso
-dell'egoismo, ricovera nel santuario, protetta dalla fede
-di Colui pel quale regnano i re.
-</p>
-
-<p>
-Veramente Cristo, la cui riforma era morale e non
-politica, non mutò l'ordinamento materiale del mondo
-visibile: ma la scienza delle intime relazioni della terra
-col cielo, del tempo coll'eternità, del contingente col
-necessario, riesce ad innovarlo, porgendo un canone di
-eterna giustizia; e coll'impedire che mai più gli uomini
-si considerino altri come fine, altri come mezzi, pianta
-la libertà vera, generata dalla fede, dalla pratica della
-virtù e dalla cognizione della verità.
-</p>
-
-<p>
-— Chi vorrà esser primo, si farà servo degli altri,
-come il Figliuol dell'uomo che venne non per essere
-servito ma per servire, e dar la vita ad altrui redenzione».
-Queste parole segnano il rigeneramento della
-società, sostituendo alla tirannide, ove pochi godono e
-molti patiscono, il governo per vantaggio di tutti; e
-rendendo un dovere non un piacere il diriger gli uomini.
-Il superiore sa d'essere obbligato a servire alla
-grande società umana, nè quindi inorgoglisce della sua
-posizione; l'inferiore vede nel magistrato l'uomo costituito
-a vantaggio di lui, e quindi lo ama e seconda: i
-potenti riconoscono i diritti dei sudditi, questi la soggezione,
-dovuta per riguardo a Colui che è unica fonte
-della podestà: e gli uni e gli altri s'accordano nel volere
-soltanto ciò che è volontà del comun padrone.
-</p>
-
-<p>
-Cristo designò l'uomo che, lui morto, dovea farsi
-<i>servo dei servi</i>; e così fondò l'unità del governo visibile,
-che non avendo il suo regno in questo mondo,
-avvicinasse più sempre gli uomini al regno di Dio, il
-<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span>
-quale consisterà nell'unità di credenze e d'affetti. A tal
-uopo è stabilito un potere sulle coscienze, al quale
-appartenga il risolvere ogni dubbio e determinare le
-credenze. Nulla esso possiede di violento; uniche armi
-sue la persuasione, e la Grazia invocata, e la infallibilità
-promessa da Colui, che prega in cielo affinchè la
-fede di Pietro non venga meno.
-</p>
-
-<p>
-A prima vista parrebbe dispotico cotesto governo
-della Chiesa, che impone quanto s'ha da credere,
-estende l'imperio sulla coscienza, e proscrive il dissenso:
-ma l'infallibilità sua esso trae da un principio
-superiore all'uomo, e tale da acquetar la ragione; tutto
-fa pubblicamente per lettere, dibattimenti, concilj, tanto
-che non si prende alcuna determinazione se non per
-deliberazioni comuni: le assemblee diocesane, provinciali,
-nazionali, ecumeniche adombrano quel governo
-rappresentativo, che divisavasi testè come il più alto
-punto del politico progresso.
-</p>
-
-<p>
-Esso governo spirituale, non che contrastare col governo
-terreno, imporrà d'attribuire a Cesare ciò che
-gli appartiene; ma a fronte di Cesare ergerà dottrine
-che, insinuandosi nella vita sociale, la modifichino, ed
-esempj, la cui santa evidenza trascini ad imitarli. Pertanto
-nella società mondana v'avrà nazioni distinte;
-nella religiosa un'<i>adunanza universale</i> (Chiesa cattolica):
-colà il lignaggio dà potenza e decoro; qui tutto
-deriva dal merito personale, senza gradi nè privilegi
-ereditarj, talchè il nato nell'infimo grado potrà ascendere
-al primato e fin agli altari: colà la forza impone
-i regnanti, e il talento di questi destina i magistrati;
-qui tutto va per libera elezione, dall'acòlito sino al
-pontefice: colà eserciti che soggiogano i corpi, qui
-apostoli che convincono l'intelletto e inducono la volontà:
-colà imperatori che decretano, qui diaconi,
-preti, vescovi che istruiscono e consigliano: colà giudizj
-<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span>
-che puniscono, qui un tribunale ove il confessare i delitti
-li espia; e se v'ha chi persiste nella nequizia e scandalizza
-i fratelli, la pena più severa sarà l'escluderlo
-dalla Chiesa, sicchè non partecipi alla preghiera ed al
-convito de' buoni: ivi insomma la materia, qui lo spirito;
-ivi la coazione, qui la coscienza. La carità cristiana
-toglie dunque l'uomo dal giogo dell'uomo; come contro
-la propria debolezza, così lo difende contro l'oppressura
-altrui, intimando, — Guaj a chi sprezzerà uno di
-questi piccoli».
-</p>
-
-<p>
-Cristo, imponendo ai discepoli la propria indigenza
-volontaria, una legge di patimento e d'abnegazione,
-ruppe il fascino delle grandezze pagane; il livello della
-povertà, sotto cui abbassava tutti, diveniva livello d'indipendenza;
-sicchè agli splendori dell'antichità sottentrassero
-la fraternità e l'eguaglianza. Allora il diritto
-succede al fatto; il pensiero e la coscienza umana, volontariamente
-sottomessi a Dio, da Dio solo vogliono
-dipendere, vero e primo sovrano, dal quale Cristo fu
-investito della suprema podestà. Da Dio dunque soltanto
-e dal suo Verbo deriva agli uomini il diritto di
-comandare. I principi aveano fin allora dominato solo
-sui corpi colla forza; allora governerebbero anche gli
-spiriti col diritto che deducevano da una fonte superiore.
-A vicenda i popoli dall'obbedienza forzata passavano
-alla consentita, prestandola non ad un uomo
-fallibile e peccatore, ma a Dio, e spegnendo così i due
-demoni della tirannia e della rivolta.
-</p>
-
-<p>
-L'obbedienza nascendo dalla persuasione, non avvilisce
-col sommettere l'uomo ai capricci dell'uomo<a class="tag" id="tag209" href="#note209">[209]</a>;
-riduce il principe a ministro di Dio pel bene, e i governi
-a provvedere che sia rettamente distribuita la
-<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span>
-giustizia, senza potestà nè azione sopra il pensiero e le
-coscienze. Ma se Dio è la potenza, non sempre è di Dio
-l'uomo che la esercita, nè l'uso che ne fa; e quegli e
-questo sono subordinati al diritto eterno. Nessun uomo
-possedendo autorità per se stesso, qualvolta surroghi
-all'eterno diritto la potenza propria, si fa usurpatore;
-demerita l'obbedienza qualvolta l'arroganza propria
-sostituisca a quella legge superna, di cui è interprete
-la Chiesa<a class="tag" id="tag210" href="#note210">[210]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Perocchè al di sopra di questi criterj del vero, di
-quest'autorità del giusto è collocata la Chiesa, società
-delle anime legate al cospetto di Dio dalle medesime
-credenze, depositaria immutabile delle verità eterne, e
-insieme oracolo vivente nelle dispute a cui soggiace
-ogni verità quando è consegnata all'uomo; affinchè,
-assicurando la libertà nel vero, repudii la libertà nell'errore,
-combattuto sotto qualsiasi forma perchè gli
-manca il diritto. Rappresentando la natura umana ancora
-scevra dal peccato, essa è incapace di errare come
-di morire; e afferma o nega competentemente i primi
-veri, su cui si fondano non solo la religione, ma la
-famiglia, la società civile e la politica; una nel capo,
-molteplice nei membri.
-</p>
-
-<p>
-Erano dunque finalmente riconciliati scienza e dovere,
-filosofia e religione, morale e politica; derivate
-tutte dalla medesima sorgente; era costituito il criterio
-del sapere, degli affetti, delle azioni. Quanti secoli però,
-quanto sangue, prima che la verità divenisse trionfante,
-s'inviscerasse nella società, e portasse le indefinite sue
-<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span>
-conseguenze e le applicazioni morali e civili! Ma ancora
-ne' mali inseparabili dalla condizione umana recherà
-balsami la carità, intenta a diminuirli o a consolarli
-coll'elevare gli occhi del soffrente al Cielo che è per lui.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap36">CAPITOLO XXXVI.
-<span class="smaller">Galba. — Otone. — Vitellio.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Fin qui erano succeduti imperatori della famiglia
-Giulia, o imparentati o adottivi di essa; e il senato davasi
-l'aria di eleggerli: ma ora, al vedere una persona
-nuova, creata dai soldati, il senato comprende essersi
-rivelato che l'imperatore si può fare anche fuor di
-Roma<a class="tag" id="tag211" href="#note211">[211]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Servio Sulpizio Galba da Terracina, nobile, ricco,
-preconizzato all'impero da mille augurj, nella sua pretura
-avea ben meritato del popolo col l'introdurre il
-nuovo spettacolo d'elefanti che ballavano sulla corda.
-Buon capitano, sotto Nerone fece l'addormentato per
-non attirarsi sospetti; e governando la Spagna Tarragonese,
-represse i concussori, ed acquistò l'amore della
-provincia. Insorto contro Nerone <span class="sidenote">(68)</span> per restituire (diceva)
-il massimo dei beni, la libertà rapita da un mostro,
-come l'udì morto assunse il titolo d'imperatore, ed avviossi
-a Roma, auspicando male il regno col punire le
-persone e le città che aveano ricusato secondarlo nella
-sollevazione, e trucidare i complici e fautori di Ninfidio
-Sabino, comandante ai pretoriani, il quale avea voluto
-farsi gridare imperatore.
-</p>
-
-<p>
-Un corpo di marinaj, che Nerone aveva ordinati in
-legione, gli va incontro a Ponte Milvio chiedendo essere
-<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span>
-confermati; e perchè al suo niego si ammutinano, Galba
-li fa assalire dalla cavalleria, settemila uccidere tra in
-battaglia e per castigo, i restanti in prigione finch'egli
-visse. Altri supplizj tennero dietro, ordinati freddamente:
-pregato a risparmiare ad un cavaliere l'infamia,
-comanda che il palco sia dipinto, e ornato di fiori.
-</p>
-
-<p>
-Il popolo esultò quando vide messi a morte gli strumenti
-di Nerone, fra cui Narcisso e l'avvelenatrice Locusta;
-e qualora Galba uscisse in pubblico, gli chiedeva
-a gran voce il supplizio di Tigellino: ma costui a grosse
-somme comprò lo scampo. Di ciò fu scontenta la plebe,
-come della parsimonia che Galba credeva necessaria
-dopo i pazzi scialacqui precedenti. A un senatore che
-il ricreò tutta una cena, regalò una moneta, avvertendolo, — È
-di mia borsa, non dell'erario». Se vedesse
-imbandigione più dispendiosa del solito, soffiava. Le
-prodigalità del suo antecessore volle cincischiare, ordinando
-che, chiunque n'avea ricevuto doni, ne restituisse
-nove decimi, creando per questo un tribunale
-che turbò i possedimenti, e più scontentò che non arricchisse
-l'erario. Negò ai pretoriani il donativo, rispondendo: — Ho
-scelto i soldati, non li voglio comperare»;
-voce degna d'un prisco Romano, s'egli l'avesse coi fatti
-sostenuta.
-</p>
-
-<p>
-Ma avea messo il capo in grembo a favoriti indegni,
-i quali non era malvagità che non si permettessero; nei
-giudizj e negli impieghi non guardavano a merito, a
-diritto o a torto, ma a chi più desse: laonde si rinnovavano
-le miserie e gli orrori del tempo di Nerone; e
-l'odio de' costoro delitti accumulandosi sopra Galba col
-disprezzo per la sua inerzia, faceva intollerabile il dominio.
-Vedendosi sprezzato ed esoso, e udita la rivolta
-d'alcune legioni di Germania, Galba stabilì adottare un
-successore. E fu Pisone Liciniano, giovane reputato per
-modestia e severità: e l'esortò a portare la superba
-<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span>
-fortuna, come sin là aveva l'umile sostenuta; essere
-accorciatojo al ben regnare l'osservar quali cose si condannerebbero
-in principi; ricordasse di aver a governare
-gente che nè la libertà sapeva tollerare, nè la servitù.
-</p>
-
-<p>
-I soldati e i senatori annuirono alla scelta, ma Marco
-Salvio Otone, inveterato negl'intrighi di Corte, essendo
-stato caldo sostenitore di Galba, sperava da lui quel
-premio: deluso, e nulla avendo a sperare nella quiete,
-tutto nel sovvertimento, macchinò; i debiti, le insinuazioni
-dei liberti, i presagi d'indovini e di pianeti, la
-scadente autorità di Galba, la non ancora assodata di
-Pisone, lo fecero ardito a lasciarsi proclamare imperatore <span class="sidenote">(69)</span>
-da non più che ventitre guardie pretoriane. Ben
-tosto altri ed altri si aggiunsero; gl'indifferenti non si
-opponeano, i contrarj stavano a guardare. Pisone uscì,
-mostrando di che turpe esempio sarebbe il tollerare che
-non trenta disertori dessero il padrone al mondo; sicchè
-il popolo empì il palazzo gridando morte a Otone,
-siccom'era solito nei teatri, e non già per amore o per
-idea del meglio, ma per la consuetudine di adulare i
-principi con vano favore, pronti a gridare il contrario
-un'ora appresso.
-</p>
-
-<p>
-E Otone esce con mani tese e picchiar petto e gittar
-baci e ogni umiltà: se gli fa turba intorno di curiosi o
-di fautori; e prima i pretoriani, poi la legione de' marinaj,
-memore dell'insulto, gli prestano giuramento.
-Galba, svigorito dai settantatre anni e dall'infingardaggine,
-compare armato in sedia; è forbottato senza consiglio
-<span class="sidenote">(69 — 15 genn.)</span>
-fra una moltitudine non tumultuante, non quieta;
-e da tutti abbandonato, agli assassini presenta tranquillamente
-il petto, dicendo: — Ferite, se così comple
-alla repubblica». Regnò otto mesi, piuttosto scevro di
-vizj che dotato di virtù; e fu detto di lui, che parve
-degno dell'impero finchè nol conseguì.
-</p>
-
-<p>
-Senato, popolo, cavalieri, come fossero tutt'altra
-<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span>
-gente, corsero a chi prima al campo, bestemmiando
-Galba, ad Otone baciando la mano e ammassando titoli
-e applausi, più vivi quanto meno sinceri. Otone gli accoglieva
-cortese, e procurava rattenere i soldati dal
-sangue e dalla ruba; ma aveva autorità di comandare
-il delitto, non d'impedirlo, e dovette a lor capriccio deporre
-ed alzare magistrati. Vinnio, Laco, Icelo, Pisone,
-indegni favoriti, furono trucidati, e con loro molti innocenti
-e rei, come avviene nelle sommosse: la giornata
-micidiale si conchiuse con feste e falò: al domani il pretore,
-convocati i padri, fece decretare la podestà tribunizia
-ad Otone, che, attraverso le insanguinate vie di
-Roma, salì al Campidoglio, ove ottenne il titolo di cesare
-augusto, perdonò le ingiurie, o forse differì la vendetta,
-che dalla brevità del regno gli fu impedita.
-</p>
-
-<p>
-Gli eserciti che davano l'impero, potevano anche ricusarlo.
-Nella Bassa Germania, Aulo Vitellio, tratti dalla
-sua i governatori della Gallia Belgica e della Lionese, e
-i campi dell'Alta Germania, della Rezia e della Britannia
-<span class="sidenote">(69)</span>,
-si fece gridare imperatore, e prese l'autorità, premiando
-e punendo; poi avviò verso Italia Fabio Valente
-pel Cenisio, Alieno Cecina pel Sanbernardo cogli eserciti;
-e presto udì che i paesi fra l'Alpi e il Po si sottometteano,
-non per benevolenza od ira, ma perchè
-indifferenti a qual obbedire fra due pretendenti, egualmente
-spregevoli. Otone, strappatosi dai voluttuosi ozj,
-mostrasi assiduo agli affari, blandisce il popolo con
-elocuzioni, il senato colle dignità, colle largizioni i pretoriani;
-perdona ad alcuni; ordina a Tigellino di morire;
-tenta smovere Vitellio dall'impresa con larghe
-promesse, fin d'associarselo all'impero: patti simili propone
-Vitellio; poi l'uno all'altro avventano ingiurie
-enormi e meritate, l'uno all'altro spediscono assassini.
-I pretoriani tumultuano; i cittadini rimangono col batticuore
-d'una guerra civile; nessun partito osava prendere
-<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span>
-il senato, perchè ogni parzialità, mostrata oggi a
-un imperatore, poteva domani dar pretesto alle vendette
-dell'altro. Lo sgomento era cresciuto da fantasmi apparsi,
-statue rivoltesi, mostri nati; un bove parlò in
-Etruria; il Tevere traboccando portò via i viveri. La
-gente, fiaccata dalla lunga pace, vuol mostrarsi bellicosa
-col comprare belle armi, insigni cavalli, e banchettare,
-dissimulando la paura quanto più n'avea.
-</p>
-
-<p>
-Per togliersi a quell'intradue, Otone mosse incontro
-al pericolo colla più parte de' magistrati e de' consolari,
-e colle coorti pretoriane. La guerra fu atroce
-come sogliono le civili, sostenute da stranieri ausiliarj:
-finalmente a Bedriaco<a class="tag" id="tag212" href="#note212">[212]</a> l'esercito d'Otone andò squarciato
-<span class="sidenote">(20 aprile)</span>.
-A questo in Brescello ne recò notizia un soldato,
-il quale vedendosi non creduto, quasi fosse fuggito per
-viltà, si trafisse colla propria spada. L'imperatore a
-quell'atto esclamò: — Non sia mai che gente sì prode
-e affezionata resti, per mia cagione, esposta a nuovi
-pericoli». E per quanto i soldati lo confortassero, mostrando
-che non era a disperare, che tutti voleano dar
-la vita per esso, e gliel provassero coll'uccidersi, altri
-gli dicessero essere grandezza d'animo il soffrire le calamità,
-non il sottrarvisi, egli li supplicava a lasciarlo
-sagrificare la sua per salvare la vita di tanti, e, — Non
-trattasi di combattere Pirro o i Galli, ma concittadini,
-nè la vittoria può venire senza molto sangue fraterno.
-Vitellio prese le armi; io dovetti difendermi; ma la posterità
-sappia che una sola volta esposi per me Romani
-contro Romani. Vitellio troverà vivi il fratello, i figli,
-<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span>
-la donna sua. Se altri l'impero tenne più a lungo, nessuno
-l'abbandonò più generosamente. Di veruno io mi
-lagno; chè il querelarsi degli uomini o degli Dei al
-venir della morte, è un mostrarsi cupidi della vita».
-</p>
-
-<p>
-Chi così parlava era stato mezzano e parte alle turpitudini
-di Nerone, che gli affidò Poppea sinchè non
-si fosse tolta d'attorno Ottavia; s'era affogato nei debiti;
-spelavasi tutto il corpo e radeva la faccia ogni dì,
-rammorbidiva la pelle con mollica bagnata, portavasi
-sempre a lato uno specchio, e a quello componevasi in
-aria marziale prima di camminare al nemico. Indotti i
-suoi a non ritardare la risoluzione sua, s'accinge ad
-uccidersi la sera, poi dice: — Aggiungiamo anche
-questa notte alla vita»; colloca sull'origliere due pugnali,
-s'addormenta, e la mattina si trafigge <span class="sidenote">(21 aprile)</span>.
-</p>
-
-<p>
-Piangendo un imperatore che a trentasette anni moriva
-per salvarli, i guerrieri suoi levarono un rumore,
-pericolosissimo perchè non era chi li quietasse; esibirono
-l'impero senza trovare chi l'aggradisse; e mentre
-il senato si chiariva per Vitellio, e decretava ringraziamenti
-alle legioni di Germania, la militare licenza infieriva
-d'ambe le parti col pretesto di punire gli avversi.
-Vitellio accorso, perdonò ai primarj uffiziali dell'emulo,
-gli altri punì di morte; nel campo di Bedriaco, tuttavia
-coperto degli insepolti, compiaceasi vederne le ferite,
-e diceva: — Il cadavere d'un nemico sa buono, più
-buono se è un cittadino»; e fatto recar vino, bevve e
-ne distribuì, rivelandosi qual era goloso e crudele.
-</p>
-
-<p>
-Su tutto il suo cammino fu una gara di portargli
-quel che di squisito porgesse il contorno; i migliori
-cittadini erano raccolti a splendidi banchetti; ed i soldati
-l'imitavano, sicchè il suo campo sarebbesi detto un
-baccanale. Sebbene n'avesse congedato e sbrancato
-parte, pure settantamila armati, oltre i saccomanni e i
-servi, attraversando l'Italia al tempo della messe, la
-<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span>
-sperperarono, svergognando, saccheggiando, vendendo
-come in guerra rotta. L'imperatore entrava in Roma
-con corazza e spada, a foggia di conquistatore che si
-cacciasse innanzi il senato e il popolo, se non l'avessero
-gli amici avvertito di risparmiare questo nuovo insulto
-ed assumere abito di pace. Nell'arringa al popolo e al
-senato sciorinò la solerzia e la temperanza sua; e popolo
-e senato, che ne sapevano la gola e le disonestà,
-applaudirono.
-</p>
-
-<p>
-Con uno de' primi decreti proibì ai cavalieri romani
-di darsi spettacolo sul teatro e nell'arena; con un altro
-sbandiva gli astrologi; ed essendosi affisso un cartello
-che annunziava Vitellio morrebbe il giorno che gli astrologi
-uscissero di Roma, egli fece ammazzare quanti ne
-colse. Era frequente al teatro e al circo, assiduo al senato,
-ove avendolo Elvidio Prisco contraddetto, egli
-soggiunse: — Nessuna meraviglia che due senatori
-tengano contrario avviso». Trovato un catalogo delle
-persone che avevano sollecitato premj da Otone come
-uccisori di Galba, li fece morire, men per punizione
-del passato che per riparo all'avvenire. Inetto però a
-gravi cure, le lasciava ai favoriti Valente e Cécina che
-gli avevano dato l'impero, e ad Asiatico di cui aveva
-usato in turpi servizj; e forse alle costoro suggestioni
-vanno imputati i tanti omicidj di cui Vitellio si macchiò,
-fin della propria madre.
-</p>
-
-<p>
-Egli intanto badava agli aguzzamenti dell'appetito.
-Immaginò un piatto, detto lo scudo di Minerva per la
-prodigiosa capacità, dove si raccoglieva quanto potesse
-meglio solleticare palato o capriccio d'uomo; cervella
-di fagiano, fegati di scaro, latte di lamprede, lingue di
-rari uccelli a mille colori, pigliati dalla muda ad una
-cert'ora; femmine sorprese sulla covata, maschi interrotti
-nel sonno, perchè l'agitazione ne fa il fegato d'un
-mangiare delizioso; fregoli di pesce, staccati dal fondo
-<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span>
-dei laghi al modo che si pescano le perle; altri pesci
-spediti a Roma coll'acqua stessa in cui furono côlti; poi
-funghi, di cui si spiava il nascere nelle umide notti;
-poma imbarcate cogli alberi loro e col giardino ove
-crebbero, affinchè Cesare le cogliesse di propria mano
-e godesse le primizie della fragranza e della lanugine.
-Fin a cinque desinari sedeva in un giorno, e ciascuno
-d'ingente dispendio; invitavasi da un amico a colazione,
-dall'altro a pranzo, dal terzo a merenda, a cena dal
-quarto nel giorno stesso, e gareggiavano a chi più lautamente
-gl'imbandisse; ma tutti vinse Lucio suo fratello,
-che gli allestì duemila piatti di pesci, e settemila
-degli uccelli più squisiti al mondo. Ovunque egli passasse,
-bisognava riporre i cibi, altrimenti dava del
-dente in tutto, sparecchiava le are degli Dei, e nove milioni
-di sesterzj in pochi mesi ingolò. Altro denaro
-straziò in murare stalle, dar corse e spettacoli di gladiatori
-e di fiere, e nelle splendide esequie di Nerone,
-liete alla ciurma, esecrate dai buoni.
-</p>
-
-<p>
-Gli turbarono, non ruppero i sozzi riposi le notizie
-d'Oriente. Vespasiano, che osteggiava i Giudei, udita la
-morte di Nerone, mandò Tito suo figlio a congratularsi
-con Galba; ma avendo saputo per via il tracollo di
-questo e l'accapigliarsi di Vitellio e Otone, Tito diede
-volta per esortare il padre a mettersi anch'egli competitore.
-Le legioni d'Oriente non aveano diritto d'imporre
-all'orbe il padrone, quanto quelle della Germania e
-della Gallia? Vespasiano, tenuto alquanto in bilancia
-dalla gravezza de' sessant'anni e del rischio, alfine lasciò
-da esse proclamarsi imperatore. Le provincie d'Oriente
-fino all'Asia e all'Acaja non esitarono a giurargli
-obbedienza; a Berito stabilì un senato per dibattere gli
-affari, richiamò veterani, cernì novizj, fabbricò armi,
-battè moneta, e postosi in Egitto, contro di Vitellio spedì
-Crasso Muciano, comandante agli eserciti nella Siria. Il
-<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span>
-quale, crescendo di forze alla giornata e imponendo
-tasse, venne in Europa <span class="sidenote">(69)</span>, ove le legioni, dall'Illiria alla
-Spagna e alla Bretagna, acclamarono Vespasiano. L'esercito
-illirico, guidato da Antonio Primo, calasi dalle
-Alpi; Aquileja, Altino, Este, Padova, Vicenza, Verona
-sono sorprese, e così separate da Vitellio l'Alemagna e
-le Rezie; Cecina, che comandava gli eserciti di esso, lo
-tradì; la flotta di Ravenna gridò Vespasiano; finalmente
-sotto Cremona si fe giornata. Trentamila Vitelliani caddero
-<span class="sidenote">(29 8bre)</span>
-uccisi da compatrioti ed amici; un figlio ammazzò
-il proprio padre, e riconosciutolo nello spogliarlo, il
-pregò di non maledirlo, e gli scavò la fossa. Preso il
-campo de' Vitelliani, Cremona fu assalita, e per quanto
-Antonio Primo desiderasse campare una città cinta di
-amenissime ville, piena di gente accorsa ad una solenne
-fiera, e dove erano riposte tante ricchezze, non potè
-frenare l'agonia delle prede e l'odio antico; e saccheggiata
-per quattro giorni, fu distrutta. Primo vietò ai
-soldati di tener prigioniero verun Cremonese: ed essi
-gli ammazzavano.
-</p>
-
-<p>
-Vitellio, come altri potenti di altre età, credeva ovviare
-il pericolo col non parlarne; guaj a chi in Corte
-toccasse delle atroci novelle! mandava spie a scandagliare
-nel campo di Vespasiano, e tosto le faceva uccidere
-perchè non palesassero. Fra ciò designava consoli
-per dieci anni, dava la cittadinanza a stranieri con larghissime
-concessioni, e nelle sale di Roma e nei parchi
-di Aricia, dimenticando il passato, il presente, l'avvenire,
-bagordava, lussuriava. Giulio Agreste centurione,
-cercato invano di scuoterlo, gli chiese licenza d'andar a
-verificare coi proprj occhi le forze e la postura del nemico;
-e visto Cremona ruinata, le legioni prigioniere e
-il campo vigoroso, tornò, ne diede certezza a Vitellio,
-e trovandolo incredulo, per testimonio di sua veracità
-si uccise. In sì lieve conto tenevasi la vita!
-<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span>
-</p>
-
-<p>
-Alfine l'imperatore mandò ad abbarrare i valichi dell'Appennino;
-poi incalzato, raggiunse l'esercito con un
-codazzo di senatori che lo rendeano viepiù spregevole;
-ed ora a questi, ora a quelli si volgeva per pareri; poi,
-ad ogni annunzio dell'avvicinar del nemico, sgomentavasi
-e s'ubriacava. Udito che anche la flotta di Miseno
-avea voltato bandiera, tornò a Roma intenerendo il popolo
-con preghiere, con lagrime, con promesse, più
-esorbitanti quanto meno pensava mantenerle; e così
-raccozzò una ciurma cui diede il nome di legione. Ma
-come Primo fulminando varcò l'Appennino, costoro disertarono
-a frotte.
-</p>
-
-<p>
-Sabino, governatore di Roma, benchè fratello di Vespasiano,
-si tenne in fede: sol quando si bucinò che,
-per cessare il sangue, Vitellio abdicava, egli assunse le
-armi; ma il popolo, invaso da subita frenesia, lo chiuse
-in Campidoglio, e nell'assalto s'incendiarono le case
-vicine e i portici, tra le cui fiamme penetrati, i Vitelliani
-passarono per le spade chiunque resisteva; Sabino
-fu trucidato a rabbia del popolo, il quale mal si potrebbe
-dire perchè con nuovo furore proteggesse una
-causa non sua, e principi che domani avrebbe forse
-trascinati nel Tevere.
-</p>
-
-<p>
-Primo, come ode arso il Campidoglio e ucciso Sabino,
-difila sopra Roma: Vitellio, sebbene rimbaldanzito
-da quel furore vulgare, mandò colle Vestali un ambasciatore
-chiedendo un sol giorno per risolvere; ma non
-l'ottenne, e i suoi furono rincacciati nella città. Presa
-anche questa, si battagliò per le vie, e cinquantamila
-uomini perirono; mentre il vulgo, cui la sua bassezza
-faceva sicuro, applaudiva o fischiava i colpi, piacevasi
-scovare se alcuno si rimpiattasse nelle case, gridando
-viva e muoja, come cosa pazza.
-</p>
-
-<p>
-Vitellio, scoperto in un canile <span class="sidenote">(20 xbre)</span>, fu menato per la città
-con abiti laceri, corda al collo, braccia al dosso, fra gli
-<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span>
-urli della plebaglia che due giorni prima l'adorava. Al
-moltiplicare degli insulti, quest'unica voce oppose, — Eppure
-io fui vostro imperatore».
-</p>
-
-<p>
-Di otto imperatori di Roma, era il sesto che periva
-di morte violenta.
-</p>
-
-<p>
-Coll'uccisione di suo fratello Lucio Vitellio che comandava
-un esercito a Terracina, fu terminata la
-guerra, ma senza che fosse pace. I soldati vincitori inseguivano
-i nemici, scannandoli ovunque li scontrassero;
-col pretesto di cercarli sforzavano le case; e la
-ciurma gli avviava ed emulava. Primo valevasi del comando
-per rubare più degli altri: Domiziano, figlio del
-nuovo imperatore, che nella sollevazione erasi trafugato
-in abito di sacristano d'Iside, allora dichiarato cesare,
-tuffavasi nelle laidezze. Scompigli sovra scompigli, fra'
-quali alla povera Italia restava appena fiato per acclamare
-Vespasiano augusto.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap37">CAPITOLO XXXVII.
-<span class="smaller">I Flavj.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-La casa Flavia, nè antica nè illustre, proveniva da
-Rieti. Tito Flavio, avo che fu di Vespasiano, militò nelle
-guerre civili, e dopo la rotta di Farsaglia tornò nel
-paese natìo come esattore delle gabelle. Suo figlio Flavio
-Sabino l'eguale industria esercitò in molte città
-dell'Asia con fama d'onesto; poi ritiratosi negli Elveti,
-arricchì prestando, e da una Vespasia Polla generò Sabino
-e Vespasiano. Valenti guerrieri entrambi, quest'ultimo
-divenne senatore e console col blandire i potenti;
-la finta vittoria di Caligola sui Germani festeggiò con
-giuochi straordinarj; propose che gli accusati di fellonia
-fossero pubblicamente uccisi ed esclusi dalla sepoltura;
-<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span>
-in pien senato rese grazie a Caligola d'averlo invitato a
-cena; proconsole in Africa, servì tanto bene Nerone, da
-attirarsi il pubblico odio. Reduce, si trovò in sì basse
-acque che diede in pegno al fratello le sue terre, e al
-vivere cercò modi poco onesti: ma a grave pericolo il
-pose l'essersi lasciato prendere dal sonno mentre Nerone
-recitava proprj versi; onde ritirato in campagna
-attendeva male nuove, quando si udì prescelto a capitanar
-la guerra della Giudea. L'oscurità de' suoi natali,
-togliendo ogni ombra a Nerone, gli aveva meritato
-quel comando, nel quale mostrossi eccellente; pazientissimo
-alle fatiche, divideva gli stenti coll'infimo soldato:
-se non che disonoravasi coll'avarizia.
-</p>
-
-<p>
-Fu il solo che, assunto all'impero, si mutasse in meglio.
-Appena seppe morto Vitellio, racconsolò di vettovaglie
-l'Italia; conferì governi e comandi ad amici suoi,
-sperimentati nel vivere privato e sui campi; e non si
-trovò costretto a corrompere i soldati con improvvide
-liberalità. Crasso Muciano, mistura d'ottime e di ribalde
-qualità, molle e attivo, superbo e compiacente, avido
-dei godimenti e indomito alle fatiche, con potere illimitato
-e bastante severità diede buon incammino alle
-cose di Roma. Intanto Vespasiano in Alessandria faceva
-miracoli; rese la vista a un cieco, bagnandogli di saliva
-gli occhi; un rattratto, appena da lui tocco, ricuperò
-l'uso della mano: tutto ad onore e gloria del dio Serapide.
-Entrando nel tempio, Vespasiano vide dietro di
-sè un tal Basilide, che in quell'istante si trovava ottanta
-miglia lontano e ammalato. Avvenimenti attestati da
-Svetonio, Dione e Tacito, il quale dice che al tempo
-suo la menzogna non avrebbe potuto aver corso.
-</p>
-
-<p>
-Glorioso per vittorie e per miracoli <span class="sidenote">(70)</span>, Vespasiano arrivò
-in Italia; e se, appena eletto, tanta folla accorse a
-riverirlo da non bastarvi l'ampia città d'Alessandria,
-pensate al giunger suo nella metropoli! Ognuno se ne
-<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span>
-prometteva rintegrata la disciplina, rimesso in lena
-l'impero, e tutto ciò che i popoli mal condotti aspettano
-ad ogni mutar di principe.
-</p>
-
-<p>
-In effetto imbrigliò la militare licenza; al senato assisteva,
-incorando a dire schietto ciascuno il suo parere;
-migliorò l'amministrazione della giustizia, e nominò una
-commissione speciale per accelerare lo spaccio de' processi,
-interrotti nelle precedenti turbolenze. Fatto censore,
-degradò i cavalieri che si fossero disonorati, surrogandovi
-i migliori uomini d'Italia e dell'impero; le
-famiglie senatorie, ridotte a ducento dalle stragi precedenti,
-crebbe fino a mille; fece de' nuovi patrizj, ultima
-creazione di tal genere che la storia ricordi. Nè però
-intendeva rialzare l'aristocrazia oppressiva, dovendo
-ognuno restar sottoposto al diritto comune; ed essendo
-nato diverbio fra un senatore e un cavaliere, l'imperatore
-proferì: — Non è lecito ingiuriare un senatore,
-ma il diritto naturale e le leggi autorizzano a rendergli
-ingiuria per ingiuria».
-</p>
-
-<p>
-Benchè tornasse dallo splendido Oriente, serbò semplici
-modi; benchè abituato sui campi, gemeva allorchè
-dovesse mandare qualcuno al supplizio; accessibile a
-tutti, parlava spesso della sua bassa origine, proverbiando
-coloro che volevano derivargliela da Ercole;
-sprezzava i titoli, e a stento accettò quello di padre della
-patria: diè protezione e ricca dote alla figlia di Vitellio,
-e sopportò che Muciano vantasse d'avergli egli stesso
-regalato l'impero. Degli affronti subiti sotto Nerone non
-tenne memoria; le pasquinate sparse contro la sua avarizia,
-e le invettive dei filosofi recossi in pace; ma poichè
-gli Stoici, o quei che di tal nome si camuffavano, persisteano
-a turbar le opinioni col rimpiangere il passato
-e denigrare il sistema imperiale, li sbandì. Demetrio,
-un d'essi, non volle obbedire, e non solo rimase in città,
-ma gli comparve innanzi dicendogli strapazzi; e Vespasiano
-<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span>
-si contentò di dire: — Tu fai di tutto perchè
-io ti tolga la vita, ma io non uccido cane che abbaja».
-Di quelli che cospirarono contro di lui, Vespasiano
-non mandò a morte nessuno; ai delatori non prestò
-ascolto; ammonendolo alcuno di guardarsi da Mezio
-Pomposiano, perchè nato sotto una costellazione che
-gli prediceva l'impero, lo elevò console, dicendo: — Di
-quest'atto d'amicizia si ricorderà, venuto ch'ei
-sia al trono».
-</p>
-
-<p>
-Per mettere in bilancia le entrate colle spese, rincarì
-alcune gabelle; di nuove ne introdusse, fra cui una
-sugli escrementi; e rimproverandogliela Tito, esso gli
-diede ad annusare il denaro ritrattone, chiedendogli: — Puzza?»
-Dicendogli i messi d'una città che il loro
-senato gli avea decretato una statua di gran costo, egli,
-stesa la mano, rispose: — Eccone la base; basta mettiate
-qui il valore della statua vostra». Non v'avea delitto di
-cui uno non potesse a denaro riscattarsi: dicono ancora
-affidasse le pingui amministrazioni a coloro che meglio
-sapessero smungere, paragonandoli a spugne, che spremeva
-dopo inzuppate. Sollecitando un suo favorito la
-sovrantendenza della casa imperiale per uno che diceva
-suo fratello, l'imperatore non rispose nulla, ma, fatto
-venire il raccomandato, fece sborsare a se stesso la
-somma che questi avea promessa al favorito, e gli conferì
-la carica. Quando poi il favorito rinnovò l'istanza,
-Vespasiano gli disse: — Cercati un altro fratello; il
-raccomandatomi si trovò essere fratel mio e non tuo».
-</p>
-
-<p>
-Modi stomachevoli in principe: ma se pensiamo a
-che fondo trovò le finanze, mentre non meno di quattromila
-milioni di sesterzj l'anno richiedeva l'amministrazione
-dello Stato, propendiamo a compatire un
-vizio che risparmiò le solite dilapidazioni. Tanto più
-che ciò non lo trasse a confiscare i beni neppur di quelli
-che l'aveano contrariato, nè il distolse dall'ajutare senatori
-<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span>
-poveri, rifiorire città diroccate, ristorar vie ed
-acquedotti, proteggere le arti e le scienze e i poeti, pel
-primo stipendiare professori d'eloquenza greca e latina
-in Roma, e raccogliere tremila lastre di rame su cui
-erano scritti i fasti antichi della città. Allora fu elevato
-il tempio della Pace, adunandovi i capolavori sparsi qua
-e là; allora ricostruito il Campidoglio ed altri edifizj,
-periti nell'incendio di Nerone e nelle sommosse sotto
-Galba; allora il grande anfiteatro che meritò il nome
-di Colosseo; allora ristaurate le grandi vie di tutto l'impero,
-non più a spese delle provincie ma dello Stato.
-Ed avendogli un meccanico offerto macchine da trasportar
-grandi colonne con piccola spesa, egli lo ricompensò,
-ma ricusò l'invenzione, dicendo: — Bisogna che
-il popolo viva».
-</p>
-
-<p>
-Però l'indipendenza del mondo rimbalzava volta a
-volta contro l'oppressione romana; e sospese col nuovo
-sistema imperiale le guerre di conquista, molte divennero
-necessarie per difendere le provincie o per tranquillarle.
-Già vedemmo quelle menate sotto Augusto
-nella Germania, la quale non quietò mai. La Bretagna,
-stanca delle esazioni e de' pubblicani, si rivoltò,
-ma l'entusiasmo non la sottrasse dal vedere ribadite
-le sue catene. Nella Gallia fu perseguitato il culto dei
-Druidi, perpetui incitatori del sentimento nazionale;
-e in compenso Claudio pareggiò quelle provincie all'Italia,
-ricevendo i Galli al senato e alle dignità, che
-che scandalo ne prendesse l'aristocrazia. L'Armenia,
-dopo lunghe agitazioni, si sottopose, e Tiridate ne
-ricevette la corona dalla mano di Nerone; il quale
-pure mutò in provincia il Ponto. Aveva appena Vespasiano
-accettato il titolo imperiale, che i bellicosissimi
-Daci presero le armi; non tenuti più in soggezione
-dall'esercito aquartierato nella Mesia, assalirono gl'invernali
-accampamenti delle truppe ausiliarie, e varcato
-<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span>
-il Danubio, minacciavano il riparo delle legioni. Muciano
-mandò pronti soccorsi, co' quali Fontejo Agrippa li
-ricacciò di là dal fiume, le cui rive munì d'una schiera
-di fortezze.
-</p>
-
-<p>
-Le guerre domestiche de' Romani davano sempre
-eccitamento a qualche provincia di sollevarsi. I Batavi,
-tribù di Catti, che, sturbata dalla Germania, erasi stanziata
-nell'isola formata dai due rami del Reno, furono
-condotti da Claudio Civile a scannare gli eserciti conquistatori,
-e proclamare l'indipendenza. Tutta la Gallia
-riprese desiderio e speranza di libertà; e i Bardi, usciti
-dai nascondigli, e la profetessa Veleda con canti e sacrifizj
-e tutto il corredo dell'antica superstizione, produssero
-oracoli, promettenti l'impero del mondo a
-gente d'oltr'alpe; e interpretando l'incendio del Campidoglio
-come preludio della caduta di Roma, trucidano
-i capi romani, e proclamano l'impero gallo.
-</p>
-
-<p>
-Ma Roma, più che nella forza degli eserciti, s'affidava
-negl'interessi dei vinti, che sapeva conciliare co' suoi; e
-i migliori delle colonie dissuadevano i loro nazionali da
-una guerra che ripristinerebbe la barbarie distruggendo
-l'introdotta civiltà, e ai privilegi romani surrogherebbe
-di nuovo la guerra interminabile, i saccheggi,
-la prepotenza armata. Tali erano le ragioni con cui
-Petilio Cereale, comandante alle forze romane, arringava
-gli abitanti di Treveri: — Io non so parlare, bensì
-combattere: ma poichè le parole de' sediziosi fanno effetto
-su voi, udite anche le mie. I Romani nel paese
-vostro entrarono non per cupidigia, ma chiamati dai
-vostri maggiori, stracchi delle mutue distruzioni. Con
-qual fortuna guerreggiammo i Germani e altri nemici
-vostri, lo sapete: nè venimmo sul Reno per difendere
-l'Italia, ma perchè un altro Ariovisto non si facesse re
-della Gallia. Forse Civile e i suoi Batavi vorran bene
-a voi più che i loro antenati ai vostri? Cupidigia di
-<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span>
-preda, desiderio di mutare i loro pantani col vostro
-ubertoso terreno li mosse sempre, pur ammantandosi
-col nome di libertà; e voi foste battuti e dominati finchè
-non vi deste a noi. Noi non vi abbiamo aggravati più
-di quel che fosse mestieri per conservare la pace: del
-resto facciamo un corpo solo; spesso voi comandate
-le nostre legioni, governate provincie; nulla a voi teniamo
-chiuso; de' buoni principi godete voi anche
-lontani; i tristi sentite meno perchè lontani. Ma come
-la pioggia e il vento, così bisogna acconciarsi a soffrire
-qualcosa de' dominanti. Espulsi che fossero i Romani,
-tutto il mondo verrebbe a baruffe; un impero cresciuto
-con ottocento anni di fortuna e di abilità non potrebbe
-scomporsi senza universale sovvertimento; e peggio
-starà chi possiede oro e beni, esche alla guerra. Amate
-e riverite piuttosto la pace romana, e cotesta Roma,
-ch'è nostra patria, vincitori o vinti che siamo: vogliate
-essere piuttosto docili con sicurezza, che riottosi con
-rovina»<a class="tag" id="tag213" href="#note213">[213]</a>.
-</p>
-
-<p>
-In fatti Roma avea sì bene stabilito la sua dominazione
-civile, che fuor di essa non vedeasi se non disordine,
-servitù, barbarie; le legioni rivoltavansi contro i
-principi, contro Roma non mai. Quando poi questa,
-ricompostasi, spedì bastanti forze contro gl'insorgenti,
-molti si piegarono per ragione o per paura, altri vi
-furono costretti; alcune legioni che avevano giurato
-l'impero gallo, tornarono al dovere, e furono accolte
-impuni. Dopo lunga e valida resistenza, Civile dovette
-cedere anch'esso, ed ottenne di vivere in pace <span class="sidenote">(71)</span>; Classico,
-Tutore, altri capi fuggirono o si uccisero; alcuni
-furono consegnati ai Romani, e perirono nei processi.
-</p>
-
-<p>
-Giulio Sabino di Langres, che erasi fatto proclamare
-imperatore, fu sconfitto mentre estendeva la sollevazione,
-<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span>
-nè si sottrasse alla morte che col dar fuoco alla
-casa dov'era ricoverato, facendo credere d'esservi perito.
-E lo credette anche la moglie sua Eponina, che
-teneramente lo amava, e che il pianse desolata finch'egli
-non potè farle sapere d'essersi, colle ricchezze e con
-due liberti, ricoverato in una caverna. Reprimendo la
-gioja di questo annunzio, ella seguitò vita e lutto vedovile;
-ma fingendo affari, stava lungamente alla campagna
-per vivervi con esso. In quella tana partorì ed allevò
-due gemelli, e potè anche, non si sa perchè, mandare
-il marito sconosciuto a Roma, donde tornò. Così passati
-nove anni, qualche curioso lo ormò, e scoperto
-l'arcano, Sabino colla generosa fu in catene strascinato
-a Roma. La magnanimità di lui, il lungo martirio, la
-stranezza del caso, le lacrime di Eponina, la quale diceva, — Ho
-allevato questi bambini in una tana come
-una lionessa, acciò fossimo in più a chieder mercede»,
-intenerirono alle lacrime Vespasiano, ma nol tolsero dal
-mandarli al supplizio; — ragion di Stato. Nella Gallia
-tornò l'amore dell'ordine, cioè la pazienza della servitù;
-e i Druidi si trasformarono in maestri di scienze
-romane.
-</p>
-
-<p>
-Con altre guerre intanto erano ridotte a provincie la
-Comagene col nome di Eufratesiana, la Grecia emancipata
-da Nerone, la Licia, la Tracia, la Cilicia Trachea,
-con Rodi, Bisanzio e Samo: da Giulio Agricola fu circuita
-e sottomessa la Bretagna colle Orcadi, come
-vedremo.
-</p>
-
-<p>
-Più memorabile è la caduta degli Ebrei, popolo prescelto
-da Dio a conservar pura la tradizione, finchè, venuta
-la pienezza de' tempi, sorse di mezzo ad essi e fu
-da essi sconosciuto e ucciso quel Divino, di cui tutta
-la loro storia non era che preparazione, simbolo, profezia.
-Anche perduta la dominazione, unita alla provincia
-della Siria, e governata da presidi romani, la nazione
-<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span>
-ebrea rifiutò ostinatamente i costumi de' Gentili e
-la religione idolatra; e agli imperatori che voleano violentarne
-le coscienze, opponeva le proteste, e subiva le
-persecuzioni. Ma internamente le scissure fra la Giudea
-e la Samaria, le sêtte de' Farisei e Saducei, le ambizioni
-de' principi e de' sacerdoti, la comparsa di finti Messia,
-infine la smoderatezza degli Zelanti rendevano infelicissimo
-il paese, e gli facevano sentire la maledizione del
-sangue del giusto. Satolli d'oltraggi, trucidati a migliaja,
-offesi negl'interessi e nelle credenze, insorgono regnante
-Nerone, il quale deputa a sottometterli Vespasiano. Non
-v'è orrore che non accompagnasse quella guerra, in cui
-si conta perissero un milione e mezzo di Ebrei: finalmente
-Tito, figlio di lui, prese Gerusalemme stessa e la
-incendiò <span class="sidenote">(70 — 1 7bre)</span>, e da quel punto gli Ebrei più non ebbero patria
-nè altare. Sparsi per tutto il mondo, con una portentosa
-attività e con irremovibile perseveranza vivono
-confidati che quel Dio, che altra volta li richiamò dalla
-schiavitù di Babilonia, faccia splendere ancora il loro
-giorno. — Sarà il giorno, in cui il sangue, imprecato
-dai loro padri, scenda sui figli per lavacro di perdono
-e redenzione.
-</p>
-
-<p>
-Tito negli anfiteatri di Berito e di Cesarèa rallegrò
-il popolo collo spettacolo di centinaja di Giudei accoltellantisi
-o sbranati dalle fiere: altri condotti a Roma
-abbellirono il più splendido trionfo, ornato viepiù collo
-strozzare i principali di essi: altri furono serbati a fabbricar
-l'arco che ancora chiamasi di Tito, il Colosseo
-e il tempio della Pace, nel quale furono deposti il candelabro
-d'oro e gli altri arredi del culto di Ieova.
-</p>
-
-<p>
-Vespasiano associossi il figlio vincitore nella podestà
-tribunizia; e la chiusura del tempio di Giano attestò
-finite o sospese le guerre. Anche Roma respirava dalle
-atrocità e dalle pazzie, non così però che le mancassero
-supplizj; e fu singolarmente deplorato quel dell'intrepido
-<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span>
-Elvidio Prisco (pag. 163). Alieno Cécina ed Epiro
-Marcello, spia di Nerone, congiurarono con molti pretoriani;
-ma scoperti, Marcello prima della condanna si
-uccise: a condannar Cecina non bastando l'essergli
-trovata l'arringa disposta per ammutinare i soldati,
-Tito l'invitò a cena, e ve lo fece assassinare. Compendiose
-procedure!
-</p>
-
-<p>
-Vespasiano, sentendosi morire, esclamò: — Se non
-fallo, sto per divenire iddio»; burlandosi del divinizzare
-che i Romani faceano i loro principi. Sereno fin
-all'ultimo istante, — Un imperatore (disse) dee morire
-in piedi», tentò alzarsi, e spirò <span class="sidenote">(79)</span> di settantun anno,
-regnato dieci. Ai funerali de' grandi solevansi rappresentare
-commedie, ove il morto era messo in burla.
-Il buffone che, in quello di Vespasiano, contraffacea
-l'estinto, domandò agli economi quanto costerebbero i
-funerali, e udita l'ingente somma destinatavi da Tito,
-riprese: — Date a me quel denaro, e gettate pure il
-cadavere nel fiume». Fortunata Roma però se d'avarizia
-solo essa poteva appuntare il successore di Tiberio
-e di Nerone<a class="tag" id="tag214" href="#note214">[214]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Tito Flavio, spertissimo in eloquenza e versi, e più
-nella guerra, finchè visse il padre mostrò avidità e tracotanza;
-sorreggeva chi gli offrisse denaro; se portava
-malanimo contro alcuno, ne facea da prezzolati domandar
-la testa in teatro o nel campo; e gli amori suoi con
-Berenice, sorella d'Agrippa II re degli Ebrei, erano
-riprovati dai Romani, tementi un'imperatrice straniera,
-quanto dagli Ebrei, scandolezzati che una loro principessa
-<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span>
-scendesse agli abbracci del distruttore di sua
-nazione.
-</p>
-
-<p>
-Ma fatto imperatore a trentanove anni, Tito mandò
-Berenice fuor d'Italia, per quanto si sentisse di lei
-acceso; al fratello Flavio Domiziano, discolo ed intrigante,
-non solo non fece verun male, ma esibì dividere
-con esso l'autorità; confermò con editto generale le
-prerogative concesse da' suoi predecessori a città o
-persone; lasciava il popolo accostategli fin nel bagno,
-assegnare quando e come bramasse i giuochi ch'egli
-dava; nè l'affabilità gli scemava decoro. A chi gli rimostrava
-il troppo facile suo concedere, rispondeva: — Non
-conviene che alcuno parta melanconico dalla vista
-del principe»; ed una sera, non ricordandosi d'aver
-beneficato alcuno, esclamò: — Perdetti una giornata».
-</p>
-
-<p>
-Accettando il pontificato, dichiarò che più non si
-contaminerebbe di sangue, abolì la legge di fellonia, nè
-si accusasse più alcuno per aver detto male di lui o
-de' predecessori. — O sparla di me a torto, e lo compiango;
-o a ragione, e sarebbe ingiustizia il punirlo
-della verità. Quanto a' miei antecessori, se ora sono
-Dei, possono a voglia punire gli oltraggi senza mio
-intervento». Avendo il senato condannati nel capo due
-patrizj cospiratori, Tito mandò pregare quell'assemblea
-di desistere dall'inutile castigo, dipendendo i regni da
-una potenza superiore all'umana; al tempo stesso invia
-a rassicurare la madre de' rei, li vuol seco a banchetto
-la sera, il domani agli spettacoli, passando a loro le
-spade de' gladiatori, che, secondo il costume, gli venivano
-offerte ad esaminare.
-</p>
-
-<p>
-Non che agognare l'altrui, ricusò regali e legati:
-eppure in donativi, spettacoli e fabbriche gareggiò con
-qualunque de' suoi predecessori; e quando inaugurò il
-colossale anfiteatro, presentò, oltre i gladiatori, una
-battaglia navale e fin cinquemila fiere. Più savia generosità
-<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span>
-mostrò in pubbliche sciagure; avendo un incendio
-guastato il Campidoglio, il Panteon, la biblioteca d'Augusto,
-il teatro di Pompeo, a non dire i minori edifizj,
-dichiarò ch'egli toglieva sopra di sè tutti i danni; e per
-mantenere la parola, senza accettar le somme che città
-e principi forestieri gli esibivano, vendè perfino gli
-arredi del suo palazzo. Il Vesuvio, che da immemorabile
-non eruttava, lui regnante proruppe <span class="sidenote">(79 — 8 7bre)</span> in modo, che
-Ercolano e Pompej furono sepolte, Pozzuoli e Cuma
-diroccate, sobbalzata tutta Campania. Tito a proprie
-spese provvide ai mali riparabili; girò il paese, non per
-ostentazione e curiosità, ma prodigando denaro. La
-peste gli diè nuovo campo a mostrare la sua benevolenza;
-e quasi non dissi la carità. Chi crederebbe che,
-sotto tal principe, trovasse molti seguaci un finto Nerone
-venuto d'Armenia, il quale ronzò intorno all'Eufrate,
-poi si rifuggì tra i Parti?
-</p>
-
-<p>
-Mentre Roma si ricreava sotto il buon Tito, e lo
-intitolava <i>delizia del genere umano</i>, morte glielo tolse <span class="sidenote">(81)</span>
-dopo due anni e tre mesi di regno, dissero accelerata
-dal fratello Domiziano, che lo fece scrivere fra gli Dei
-mentre il denigrava presso gli uomini. Questo Domiziano,
-privo di studj, marcio di lussuria e di debiti, in
-guerra sollecito soltanto d'evitar le fatiche ed i pericoli,
-estinto il padre, tentò guadagnarsi i pretoriani per
-soppiantare Tito, e Tito gli perdonò. Morto od ucciso
-questo, fu gridato imperatore, e prodigatigli d'un
-tratto i titoli e le cariche che a' suoi antecessori conferivansi
-a poco insieme.
-</p>
-
-<p>
-Dapprima vietò perfino i sacrifizj cruenti; largheggiava
-cogli uffiziali acciocchè la povertà non ne agevolasse
-la corruzione; ricusava l'eredità di chi avesse
-figliuoli; e dopo spartite ai veterani le terre confiscate,
-il di più non tenne per sé, come si soleva, ma lo rese
-ai prischi possessori. Murò splendidamente, ricompose
-<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span>
-la biblioteca incendiata, e dodicimila talenti spese nella
-doratura del tempio di Giove in Campidoglio: eppure la
-magnificenza di quello era un nulla a petto d'una sola
-galleria o d'una sala del palazzo. Attendeva in persona
-a rendere giustizia; notava d'infamia i giudici che accettassero
-denaro, o i governatori che espilassero; represse
-la licenza pubblica e la sfacciataggine de' libelli; vietò ai
-cavalieri di recitare sui teatri; cassò un senatore che danzava;
-escluse le donne dal ricevere legati e dall'andare
-in lettiga; dichiarò indegno d'esser giudice un cavaliere
-che ripigliò la moglie dopo ripudiatala per impudica;
-molti adulteri punì di morte, e vietò severamente di
-far eunuchi.
-</p>
-
-<p>
-Ma a fatica dissimulava l'indole sanguinaria e codarda.
-Avido di gloria militare quanto inetto ad acquistarsela,
-assunse quattro volte in un anno il titolo d'imperatore,
-sempre per vittorie altrui: piombato improvviso sui
-Catti, i più civili e guerreschi fra i Germani, strascinò
-in trionfo alcuni prigionieri, nè più da quell'ora depose
-la toga trionfale: intanto che Svevi e Sàrmati, rivoltati
-contro l'impero, sterminavano eserciti interi nella Mesia,
-nella Dacia e nella Germania.
-</p>
-
-<p>
-Memorabili sono di quel tempo le vittorie di Gneo
-Giulio Agricola sulla Bretagna. Cesare pel primo era
-sbarcato nell'isola per reprimere i sacerdoti Galli che
-continuamente fomentavano le sollevazioni nella Gallia
-romana (t. <span class="smcap lowercase">II,</span> p. 177): ma sebbene fosse dichiarata provincia,
-non obbediva ai Romani, e poco vi vantaggiarono
-le armi, finchè non le condusse Agricola <span class="sidenote">(77)</span>. Tacito,
-genero di questo, volle proporlo a specchio e raffaccio
-degli altri capitani; onde racconta che, accortosi come
-il saccheggio e la prepotenza militare nocessero alla
-dominazione, Agricola riformò la disciplina cominciando
-dalla propria casa, nominò uffiziali i più degni, senza
-riguardo a raccomandazioni e preghiere, ripartì più
-<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span>
-equamente le imposte: poi incoraggiando i suoi coll'esempio,
-scoraggiando i nemici colla rapidità delle
-marcie, riportò molte vittorie, molti col perdono indusse
-a sottomettersi, e cercò tenerli quieti coll'incivilirli;
-mai non cercava sminuir la gloria ai soldati per attribuirla
-a sè, e sempre mostravasi avaro del sangue
-romano. Per tal modo assicurò il dominio di Roma
-sulla Bretagna e la Caledonia; ma Domiziano, quasi
-eclissasse le sue imprese finte colle vere, lo richiamò,
-e l'insigne capitano non ne sfuggì il rancore altrimenti
-che col vivere nell'oscurità <span class="sidenote">(85)</span>, e neppur questa forse il
-sottrasse al veleno.
-</p>
-
-<p>
-I Daci, guidati da Decebalo, grande in battaglie e in
-consiglio, passato il Danubio, ruppero i Romani, uccisero
-il governatore della Mesia, e menando orribile
-guasto, occuparono quante fortezze aveano là intorno
-munite i Romani. Domiziano, posto in dirotta fuga,
-mandò a Decebalo supplicando pace <span class="sidenote">(90)</span>, con ricchi donativi,
-con artigiani d'ogni sorta, e con una corona in
-segno di riconoscerlo re, e rassegnandosi a pagargli
-annuo tributo. Prima guerra ove i Barbari assalissero
-con vantaggio l'impero. Eppure Domiziano scrisse al
-senato aver messo finalmente il morso agl'indomiti
-Daci; e tornando, dopo aver peggio che in guerra
-devastato il paese quieto, menò un trionfo, dove i poeti
-lo paragonarono ai Cesari e agli Scipioni<a class="tag" id="tag215" href="#note215">[215]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span>
-</p>
-
-<p>
-La fierezza che gli mancava in campo, sapeva troppo
-esercitarla in pace. Avendo il banditore, nell'acclamar
-console Flavio Sabino genero di Tito, in isbaglio
-chiamatolo imperatore, Domiziano fece scannare e il
-banditore e il nipote. Fatto prendere l'oroscopo dei
-grandi dell'impero, ne tolse ragione di mandare a morte
-assai senatori e cavalieri <span class="sidenote">(95)</span>. Di molti Cristiani prese l'ultimo
-supplizio in Roma e nelle provincie, come di
-nemici alla repubblica, tra i quali Flavio Clemente
-cugino suo e collega nel consolato, e le due Domitille,
-nipote e moglie di quello.
-</p>
-
-<p>
-Com'è de' principi cattivi, Domiziano aveva in odio
-e in sospetto la storia e gli storici: Erennio Senecione,
-incolpato di scrivere la vita d'Elvidio Prisco, fu creduto
-degno di morte; Fannia vedova di Elvidio, che confessò
-averlo spinto e ajutato a quel lavoro, ne perdette i beni
-e la patria, ma portò seco la storia riprovata; ad Aruleno
-Rustico fu colpa capitale l'aver lodato Trasea Peto;
-Armogene di Tarso venne ucciso perchè parve nella
-storia alludere a Domiziano, e crocifissi quelli che ne
-avevano ajutato lo spaccio. Nuovo genere di crudeltà
-fu l'ardere pubblicamente i libri di fama più cospicua
-e di sensi più generosi: da ultimo tutti i filosofi e gli
-scienziati sbandì: alcuni, cessati gli studj, presero il
-<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span>
-mestier di spia, il più opportuno perchè impinguava
-colle ricchezze, confiscate sotto frivolissimi pretesti. Un
-cittadino illustre mostrasi popolare? e' medita la guerra
-civile; sta ritirato? vuol far rimprovero ai tempi;
-conduce vita illibata? è un nuovo Bruto; se inerte e
-stolido, cova disegni di sangue; se operoso e vivo,
-intriga e sommove: il ricco possede troppo denaro per
-uom privato; il povero, non avendo che perdere,
-potrebbe a tutto avventarsi. Più le spie erano vili e
-schifose, più l'imperatore le palpava e reggeva; convinte
-di calunnia, crescevano di merito; ad esse le spoglie
-dello Stato, ad esse le dignità pontificali e il consolato;
-quali nelle provincie spediti procuratori, quali in città
-tenuti per confidenti e ministri; schiavi furono subornati
-contro i signori, liberti contro i patroni; e chi
-non avesse nemici, trovavasi tradito da gente, della cui
-benevolenza mai non avea dubitato.
-</p>
-
-<p>
-Sotto il costoro regno, i Romani non osavano comunicare
-ad altri i proprj pensamenti, nè fremere insieme;
-e vedeano con silenzio pusillanime i tribunali fatti strumenti
-di perdizione, rapine ed assassinj palliarsi col
-nome d'ammenda e di castigo: le isole riboccavano di
-relegati, gli scogli d'uccisi. Alcuni incontrarono la morte
-con intrepidezza: madri e mogli generose seguirono i
-loro cari nell'esiglio.
-</p>
-
-<p>
-A Domiziano recava diletto il veder le lagrime, noverare
-gli aneliti; esultava quando a una sua parola il
-senato impallidisse. Privatamente si compiaceva di lepidezze
-inumane. Una sera chiama a banchetto il fior
-de' senatori e de' cavalieri, egli che diceva di guardare
-i più de' cavalieri per suoi nemici, e che non si terrebbe
-sicuro finché pur un senatore respirasse. Man mano che
-arrivano, son condotti in una sala a bruno, ove fioche
-lampade mostrano cataletti, segnati ciascuno col nome
-di un convitato; ed ecco dopo lunga ansietà entrano
-<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span>
-uomini ignudi, tinti di nero, colla spada nell'una, la
-face nell'altra mano: ma dopo girato attorno, aprono
-le porte, e congedano i due ordini principali dell'impero,
-non so se più atterriti o scornati.
-</p>
-
-<p>
-Valentissimo nel trar d'arco, faceva trasvolare il
-dardo fra le aperte dita d'uno schiavo, posto per lontano
-bersaglio; e nella lunga solitudine del suo gabinetto
-l'imperator del mondo esercitava tale abilità dardeggiando
-mosche. Onde Vibio Crispo interrogato se
-nessuno fosse coll'imperatore, — Neppure una mosca»
-rispose.
-</p>
-
-<p>
-In turpi voluttà non la cedeva ad alcun predecessore.
-E i Romani? adulavano e il chiamavano signore e dio
-e figlio di Minerva, titoli ch'egli medesimo si attribuiva
-nelle lettere, e che gli erano prodigati da Marziale,
-Quintiliano, Giovenale e dagli altri scrittori. Le vie che
-conducevano al Campidoglio, apparivano ingombre di
-vittime, scannate avanti alle sue statue<a class="tag" id="tag216" href="#note216">[216]</a>, le quali
-per decreto non potevano farsi che d'oro o d'argento.
-Giuochi preparò, che Roma non avea mai veduto i più
-splendidi; fece scavare presso al Tevere un gran lago,
-ove due flotte combattevano; agli accoltellamenti dei
-gladiatori mesceva anche donne; offrì vere battaglie
-d'interi eserciti nell'anfiteatro, egli che delle campali
-avea paura; ed essendo, durante lo spettacolo, sopragiunto
-un rovescio di pioggia, non permise a veruno
-d'uscire; onde molti ammalarono, alquanti morirono.
-</p>
-
-<p>
-Per bastare alle prodigalità, non era via d'ottener
-denaro ch'e' non si facesse lecita; alle eredità facilmente
-sottentrava o accusando il morto d'avere sparlato di
-lui, o trovando chi asseriva quello averlo chiamato
-erede. I magistrati rincarivano le imposizioni, tanto
-che varie provincie sorsero in aperta rivolta. In Germania,
-<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span>
-Lucio Antonio governatore prese il titolo d'augusto;
-ma bentosto rotto ed ucciso, de' molti accusati
-come complici suoi due soli tribuni camparono la vita
-col provare d'essersi prestati a vilissima lascivia, e
-quindi essere incapaci d'ogni ardito tentativo.
-</p>
-
-<p>
-Avendo scoperta e sventata una congiura, stava
-sempre in timore di nuove, massime che diversi prodigi
-e indovinamenti gli prenunziavano la sua fine. Si
-munì in ogni miglior modo, fino a rivestir le sue stanze
-di una pietra che rifletteva le immagini, acciocchè nessuno
-gli si accostasse inosservato; poi pensando disfarsi
-di chiunque gli dava ombra, ne aveva preparata la
-lista. Un fanciullo, col quale egli trescava, gliela tolse
-mentre dormiva, e la portò fuori; e l'imperatrice
-Domizia Longina, sbigottita al leggervi il proprio nome
-con quel de' primarj, convenne con questi di pigliare
-il passo innanzi. Partenio primo cameriere introduce
-all'imperatore Stefano liberto di Domizia <span class="sidenote">(96)</span>, che recando
-il braccio al collo in atto di ferito, gli porge una carta
-ov'è rivelata la congiura, e mentre la leggeva il trafigge.
-Domiziano si difende, Stefano rimane trucidato
-da quei di casa; ma gli altri congiurati sopragiungendo
-uccidono l'imperatore.
-</p>
-
-<p>
-Compiva i quarantacinque anni, e n'avea regnato
-quindici; e il senato, raccoltosi di presente, gli disse
-tanti improperj quante dianzi adulazioni, ne rase il
-nome dalle epigrafi, abbattè le statue e gli archi,
-annullò gli atti. Il popolo, sino al quale non scendeano
-le persecuzioni, bensì le pompe e i giuochi, stette indifferente.
-I soldati, di cui aveva cresciuta la paga, lo
-piansero più che Vespasiano e Tito; e gli uffiziali durarono
-gran fatica a frenarli.
-</p>
-
-<p>
-Egli è l'ultimo di quelli che chiamano i Dodici
-Cesari.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap38">CAPITOLO XXXVIII.
-<span class="smaller">Imperatori stoici.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-È merito della verità il vantaggiare anche quelli che
-la rinnegano e la perseguitano, e costringere a riconoscerla
-fino i nemici che la impugnano. La morale, che
-i Cristiani predicavano obbedendo e morendo, già
-appariva negli scrittori pagani, e rifondea vigore alla
-setta più virtuosa, la stoica; la quale, alla morte di
-Domiziano, si sentì da tanto d'opporsi alla onnipotenza
-delle armi; e acquistato preponderanza in senato, s'ingegnò
-a mettere sul trono creature sue, e le riuscì di
-procurare a Roma una serie di buoni capi.
-</p>
-
-<p>
-Primo fu Marco Coccejo Nerva, oriundo da Creta,
-nativo di Narni, onorato di una statua da Nerone per
-le sue poesie. La fazione stoica sparse vaticinj e strologamenti
-sul futuro regnare di esso, tanto che, comunque
-timido, l'incorarono ad accettare il trono: I pretoriani,
-sfogata la devozione loro verso l'estinto imperatore,
-non tardarono a riconoscere il nuovo; ma fra i mirallegro,
-Arrio Antonino si condolse con lui, che, dopo
-sfuggito per virtù e prudenza a tanti principi malvagi,
-si trovasse in tal luogo dove amici e nemici disgusterebbe,
-e più gli amici, appena ricusasse una grazia.
-</p>
-
-<p>
-Nerva, professandosi collocato in quell'altezza non
-per soddisfazione propria, ma pel popolo, seppe conciliare
-le dolcezze della libertà colla quiete della monarchia.
-Restituì patria e beni agli sbanditi per fellonìa,
-minacciò i delatori, interdisse i processi di maestà, e
-giurò non mandare a morte verun senatore: vastissimi
-terreni distribuì alla poveraglia; faceva allevare a pubbliche
-spese i bambini indigenti; riproibì l'evirazione;
-<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span>
-e si governò sempre come avesse da oggi a domani a
-tornare privato. Per alleggerire le imposte limitò le
-spese, escludendo varj sacrifizj e spettacoli, moderando
-il fasto del palazzo, non tollerando gli si ergessero statue
-d'oro o d'argento; e per ricompensare o soccorrere
-vendette parte del proprio vasellame e alcuni poderi.
-Il senato, ripresa la libertà dei giudizj, procedette contro
-gli spioni del regno precedente, e alcuni multò di morte,
-altri d'esiglio; ma avendo iniziato procedure contro
-alcuni nuovi cospiratori, Nerva troncò le indagini. Parve
-sconvenevole tale clemenza a Giulio Frontone console,
-e — Se è grave sciagura un principe sotto cui tutto è
-vietato, non è minore uno sotto cui tutto sia permesso».
-</p>
-
-<p>
-In fatto, di quella bontà abusarono i pretoriani, e
-levato rumore, assalirono il palazzo per obbligar Nerva
-a consegnare gli uccisori di Domiziano; e per quanto
-egli s'opponesse, e nudo il petto li pregasse a ferir lui
-piuttosto, dovette cedere, lasciar uccidere i congiurati,
-e ringraziare i pretoriani d'averne purgato il mondo.
-</p>
-
-<p>
-Da qui comprese la necessità di destinarsi a successore
-un uomo di salda mano, e adottò lo spagnuolo
-Marco Ulpio Trajano, col quale divise da quel punto
-l'autorità <span class="sidenote">(98)</span>: ma regnato appena sedici mesi, fu ascritto
-fra gli Dei.
-</p>
-
-<p>
-Trajano, dopo fatto le prime armi contro i Parti, da
-Domiziano fu destinato a governare la bassa Germania;
-robusto di corpo e formato alle fatiche, era il più sufficiente
-capitano dell'età sua: in campo non l'avresti
-distinto dall'infimo soldato al vestire, agli esercizj, alla
-sobrietà; marciava a piedi, conosceva un per uno i suoi
-veterani e le imprese loro, senza che l'affabilità disciogliesse
-la disciplina. Di pochi studj<a class="tag" id="tag217" href="#note217">[217]</a>, pure gli studiosi
-favoriva; nobile di portamento, d'obbliganti maniere.
-<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span>
-</p>
-
-<p>
-A quarantaquattro anni succedendo a Nerva, entrò
-pedestre in Roma fra indicibile esultanza, e nel por
-piede in palazzo, sua moglie Pompea Plotina voltasi al
-popolo disse: — Io spero uscirne qual v'entro».
-</p>
-
-<p>
-Trajano dichiarò tenersi obbligato alle leggi come
-qualunque cittadino; largheggiò nelle consuete distribuzioni
-sì ai soldati, sì al popolo, comprendendovi gli
-assenti e, cosa nuova, i minori di dodici anni; ed è
-scritto che le frequenti sue liberalità mantenessero due
-milioni di persone. Tenne sempre i grani a modico
-prezzo, fece larghi assegnamenti pe' figli dei poveri<a class="tag" id="tag218" href="#note218">[218]</a>,
-diede spettacoli di gladiatori, ma sbandì i commedianti
-che Nerva avea riammessi: spese largamente in aprire
-il porto di Civitavecchia ed ampliare il circo, ove proibì
-si pronunziasse il suo nome, per sottrarlo agli applausi
-prodigati a tanti malvagi imperatori; e provvisti di
-pubblico stipendio gli avvocati, vietò che ricevessero
-sportule dai litiganti, i quali pure doveano giurare di
-non aver dato loro nè promesso nulla.
-<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span>
-</p>
-
-<p>
-Voltosi a medicare le piaghe dell'anarchia e della
-tirannide, diminuì le imposte, attenuò le prerogative
-imperiali qualvolta al ben pubblico complisse; nè accuse
-di maestà, nè delatori soffrì, nè concussioni de' governanti;
-riceveva le persone di qualunque fossero grado,
-e candidamente ne ascoltava gli avvisi; cercava i più
-degni per collocarli in posto; e credeva che le finterie
-non fossero necessarie, come nella condotta privata,
-così neppure nella politica. Preferiva l'impunità di cento
-rei alla condanna d'un innocente; e nel dare la spada
-a Suburano prefetto del pretorio, gli disse: — S'io
-compio il mio dovere, adoprala per me; contro me, se
-vi manco». Essendo da alcuno insusurrato contro di
-Licinio Sura, a lui caro e riverito, andò a cenare da
-esso non invitato, si fece medicare gli occhi e radere
-dal medico e dal barbiere di esso, poi il domani a chi
-gli ripeteva le accuse rispose: — S'egli intendesse uccidermi,
-l'avrebbe fatto jeri».
-</p>
-
-<p>
-Di colpe e difetti ebbe la sua parte; amava il vino,
-tanto che ordinò di non eseguire i comandi che desse
-dopo tavola; ai piaceri s'abbandonò quanto il suo tempo
-consentiva; per vanità lasciava mettere il proprio nome
-su tutti gli edifizj o eretti o ristaurati, sicchè lo soprannomarono
-<i>erba parietaria</i>; soffrì il titolo di signore,
-e sagrifizj alle sue statue, e che il popolo giurasse per
-la vita e l'eternità di lui; e forse per gelosia di divinità
-ordinò persecuzioni contro i Cristiani <span class="sidenote">(106)</span>.
-</p>
-
-<p>
-Da Plinio il giovane, che ne stese il panegirico, trapela
-la gioja alquanto puerile che provavano i patrioti
-romani al veder di nuovo convocate le adunanze del
-senato tre giorni di fila, e protratte sino a notte<a class="tag" id="tag219" href="#note219">[219]</a>:
-ma quale concetto formarsi di queste assemblee, se
-dallo stesso Plinio siamo informati che Trajano disdisse
-<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span>
-di formare una piccola associazione onde riparare i
-pubblici bagni d'una città dell'Asia, atteso che ogni
-unione per interessi privati è contraria all'impero?
-</p>
-
-<p>
-Conoscendone il valore, i Germani d'ogni parte
-mandarono a Trajano deputazioni, e i Barbari di là
-dall'Istro non s'avventurarono alle correrie, che rinnovavano
-ogniqualvolta il fiume gelasse: ma Trajano
-aspirava a «passar l'Eufrate e il Danubio su ponti da
-lui fabbricati, e ridurre la Dacia in provincia».
-</p>
-
-<p>
-Indecoroso stimando il tributo con che Domiziano
-avea dai Daci comprato la pace, ne devastò le campagne,
-e li vinse in una battaglia, dove essendo venuti meno
-i cenci da bendare i tanti feriti, egli diede le proprie
-vesti; e continuò la vittoria con tale ardore, che Decebalo,
-instancabile loro re, mandò per pace <span class="sidenote">(103)</span>, ed accettolla
-a gravi condizioni. Trajano, poste fortezze e guardie
-ov'era duopo, menò il primo trionfo sui Daci, e voltò
-sul Danubio un ponte di pietra di venti piloni, grossi
-sessanta piedi, alti cencinquanta, discosti settanta; opera
-meravigliosa, e pur compita in un'estate per disegno e
-direzione di Apollodoro di Damasco. Decebalo, che soltanto
-alla necessità avea ceduto, non tardò a risollevare
-il paese, intendendosela fino coi Parti: ma Trajano,
-accorso al riparo, si ben campeggiò <span class="sidenote">(106)</span>, che prese Zarmizegetusa
-capitale dei Daci, e il paese ridusse a provincia,
-avente per confini il Dniester, il Tibisco, il Danubio
-inferiore e l'Eusino. Decebalo non volle sopravivere
-alla libertà. La colonna coclite, eretta in mezzo al fôro
-Trajano, attestò queste vittorie; e nelle solennità del
-trionfo cenventitre giorni continuarono gli spettacoli,
-dove più di diecimila belve caddero uccise.
-</p>
-
-<p>
-Soddisfatto uno de' suoi voti col varcare il Danubio,
-Trajano mosse per l'altro verso l'Eufrate a reprimere
-i Parti, i più formidabili nemici che a Roma restassero <span class="sidenote">(114)</span>.
-Ridusse a provincia l'Armenia; ricevette in soggezione
-<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span>
-i re d'Iberia, di Sarmazia, del Bosforo, della Colchide;
-la Mesopotamia quasi col solo terrore soggiogò, sottomise
-porzione dell'Arabia, e vide la sua amicizia chiesta
-contemporaneamente da' Sauròmati del settentrione e
-dagli Indiani del mezzodì. Su ponte di barche varcato
-il Tigri, senza ferir colpo s'impadronì dell'Adiabene; e
-giovato dalle discordie dei Parti, si spinse fino a Babilonia <span class="sidenote">(116)</span>,
-espugnò Seleucia e Ctesifonte, i contorni sottomise,
-e dall'Assiria come provincia ricevette tributo.
-</p>
-
-<p>
-Reduce in Antiochia, mentre l'esercito, la corte, i
-curiosi v'erano affollati, la terra tremò sì fattamente,
-che i fabbricati diroccarono, Trajano stesso rimase
-ferito, e nel disastro d'una sola città tutto l'impero ebbe
-a soffrire. Altre sciagure imperversarono, lui imperante;
-fame, peste, tremuoti; il Tevere inondò Roma; e, ciò
-che destava orrore, tre Vestali si contaminarono e
-furono sepolte vive. Se non bastava questo sacrifizio
-alle antiche superstizioni, i Libri Sibillini ordinarono,
-come altre volte, che nel fôro Boario si sepellissero
-vivi due Greci e due Galli maschio e femmina.
-</p>
-
-<p>
-Entrata la primavera <span class="sidenote">(117)</span>, Trajano cominciò una corsa
-per ispiegare la maestà e la potenza dell'impero sugli
-occhi delle nazioni. Viste le pianure dell'Alta Asia
-dond'era scesa la prima civiltà del mondo, s'imbarca
-sul Tigri, scende al golfo Persico, traversa il Grande
-oceano, e vedendo un vascello salpare per le Indie,
-esclama: — Deh! foss'io più giovane, che recherei la
-guerra colà». Piega quindi verso l'Arabia Felice,
-prende il porto di Aden di qua dallo stretto di Bab
-el-Manneb, riduce a provincia l'Arabia Petrea che assicurava
-le comunicazioni di commercio fra l'Asia e
-l'Africa; annunzia al senato sempre nuove terre sottoposte
-al suo dominio; infine torce verso Babilonia,
-sulle cui ruine presta sacrifizj ad Alessandro.
-</p>
-
-<p>
-L'impero toccava allora al suo apogeo; ma poco vi
-<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span>
-durò, e Trajano stesso vide disfarsi le opere proprie.
-Il tremuoto che sobbalzò tanti paesi, parve agli Ebrei
-preconizzasse la caduta dell'impero, sicchè d'ogni parte
-levaronsi a furore, in Africa principalmente. Benchè
-sconfitti e scannati a migliaja, l'esempio fu contagioso,
-e molti paesi scossero le catene; tutte le nuove conquiste
-si rivoltarono; i Parti a pien popolo cacciarono
-il re Partamaspate da lui imposto, gli Armeni se ne
-scelsero uno a volontà, la Mesopotamia si sottomise ai
-Parti; e tante spese e tanto sangue uscirono a vuoto.
-</p>
-
-<p>
-L'imperatore, dopo regnato diciannove anni e mezzo,
-morì a Selinunte in Cilicia <span class="sidenote">(117 agosto)</span>; le sue ceneri in urna d'oro
-portate a Roma dalla vedova Plotina e dalla nipote
-Avida, furono ricevute come in trionfo e, malgrado
-dell'antico divieto, deposte in città sotto la colonna che
-rammentava le sue conquiste. Splendide opere serbarono
-la memoria di lui: magnifiche vie dall'Eusino fin
-alle Gallie, una traverso le paludi Pontine, una da
-Benevento a Brindisi: a Roma aperse biblioteche e un
-teatro, ingrandì il circo, restaurò insigni edifizj, condusse
-nuove acque: soprattutto ebbe rinomanza il fôro,
-che abbassando cinquanta metri una collina, formò
-quadrato, con un portico in giro e quattro archi trionfali,
-e tanti palazzi e tempietti, ch'era una meraviglia
-nella città delle meraviglie.
-</p>
-
-<p>
-La «rara felicità del suo tempo, quando uom poteva
-pensare quel che volesse e dire quel che pensasse»,
-tornò qualche lustro alle lettere: e fa dolore che la
-storia, informata a minuto delle pazzie e delle atrocità
-d'un Caligola e d'un Nerone, non possa conoscere
-Trajano se non da un compendio inesatto<a class="tag" id="tag220" href="#note220">[220]</a> e da un
-artifizioso panegirico. Ma essa tien conto che, due secoli
-<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span>
-e mezzo dopo lui morto, il senato, nell'acclamare un
-nuovo imperatore, gli augurò d'essere più felice d'Augusto,
-più virtuoso di Trajano<a class="tag" id="tag221" href="#note221">[221]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Fra le altre superstizioni, gli antichi usavano aprire
-a caso un libro, e dalla prima frase che occorresse,
-indovinar l'avvenire, o prenderne risposta ai dubbj del
-proprio intelletto<a class="tag" id="tag222" href="#note222">[222]</a>. A tal uopo Publio Elio Adriano,
-<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span>
-spagnuolo nato in Roma, aprendo l'<i>Eneide</i>, s'abbattè
-in questi versi del <span class="smcap lowercase">VI</span> canto relativi a Numa:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Quis procul ille autem, ramis insignis olivæ,</i></p>
-<p class="i01"><i>Sacra ferens? Nosco crines, incanaque menta</i></p>
-<p class="i01"><i>Regis romani, primas qui legibus urbem</i></p>
-<p class="i01"><i>Fundabit, Curibus parvis et paupere terra</i></p>
-<p class="i01"><i>Missus in imperium magnum;</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-e credette leggervi prenunziato ch'e' sarebbe imperatore
-e legistatore. E l'uno e l'altro divenne. Militò sotto
-Trajano, che amandolo come figliuolo, gl'impalmò
-Sabina nipote di sua sorella, e maneggiò per averselo
-successore. Salutato imperatore dall'esercito in Antiochia,
-scrive al senato chiedendo scusa se non aspettò
-l'elezione di esso, e implorando la confermasse; decretatogli
-il trionfo, lo ricusa e pone sul carro la statua
-di Trajano. A quelli che da privato l'aveano offeso
-disse: — Eccovi salvi». Denunziatigli alcuni, sospetti
-di rivoltar lo Stato, dichiara: — È ingiustizia il punire
-un delitto solamente probabile». Avendo ai richiami
-d'una vecchia risposto: — Non ho tempo», essa replicò:
-— Perchè dunque sei tu imperatore?» ed egli la soddisfece.
-Negli spettacoli pretendendo il popolo non so
-quale sconvenienza, egli mandò l'araldo che intimasse
-silenzio; ma questi avendo detto invece: — L'imperatore
-vi prega a fare così e così», di tale mitigazione
-non gli seppe mal grado, anzi lo ricompensò.
-</p>
-
-<p>
-Con amici e liberti usava alla domestica, nè mai
-negava loro alcuna domanda, spesso le preveniva; pure
-non lasciò che abusassero: nè solo tra liberti scelse i
-secretarj e intendenti della casa, ma anche tra i cavalieri;
-e guai a chi, spacciando protezione, accettasse
-regali. Andava a trovare i consoli, assisteva alle assemblee,
-dispensava i senatori dal visitarlo se non per
-interessi, ed alla curia recavasi in sedia acciocchè non
-fossero tenuti ad accompagnarlo: escluse i cavalieri
-dal giudicare nelle cause de' senatori, nè dalle sentenze
-<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span>
-di questi accettava appello al trono. Visto un suo schiavo
-passeggiare fra due senatori, mandò a dargli uno
-schiaffo, dicendo: — Come ti basta l'animo d'appajarti
-a tali, di cui domani puoi divenire il fante?»
-</p>
-
-<p>
-Più di Trajano largheggiò co' fanciulli poveri e col
-popolo; assegnò pensioni e donativi a senatori, cavalieri
-e magistrati bisognosi; anzi, nelle feste di Saturno
-quando gli amici offrivangli le solite strenne, egli
-coglieva l'occasione per ricambiarle con più generose;
-e nei viaggi, in cui occupò diciassette dei venti anni di
-suo regno, lasciò dappertutto grandi segni di liberalità.
-All'esercito vivea da soldato; marciava a piedi e col
-capo scoperto fra il gelo delle Alpi o sul renaccio
-d'Africa; conoscendo tutti i guerrieri, promoveva i più
-degni; molte riforme introdusse, e pel primo a ciascuna
-compagnia unì zappatori e ingegneri e quanto occorre
-per fabbricare.
-</p>
-
-<p>
-Gli Ebrei, novamente insorti sotto Barcoceba, punì
-insultandone anche il culto; ma la vittoria tanto costò,
-che l'imperatore informandone il senato, non osò cominciare
-colla solita formola, — Io e l'esercito stiamo
-bene». Non che però estendere le conquiste, neppur
-quelle di Trajano conservò tutte; dall'Armenia, dalla
-Mesopotamia, dall'Africa revocò le truppe; alle terre
-tolte ai Daci non rinunziò, per riguardo ai tanti Romani
-che vi s'erano accasati; pure, col pretesto che potesse
-agevolare ai Barbari il passaggio, ruppe il ponte di
-Trajano sul Danubio. Era tradizione che il dio Termine
-non avesse voluto recedere dal Campidoglio, nè tampoco
-per far luogo a Giove; simbolo dell'immobilità
-dell'impero; onde questo primo ritirarsi dei Romani
-dalle loro conquiste s'ebbe per augurio sinistro.
-</p>
-
-<p>
-Dicendo che l'imperatore deve, come il sole, mirare
-ogni paese, Adriano visitò tutte le provincie obbedienti:
-dalle Gallie passò nella Germania, quartiere delle migliori
-<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span>
-truppe: in Bretagna, per arrestare le correrie
-de' Caledonj, fabbricò una muraglia, che per ottanta
-miglia stendeasi dal golfo di Solway alla foce del Tyne
-nel Northumberland: sceso nelle Spagne, in assemblea
-generale tentò rappattumare i discordi; rinnovò parte
-della città d'Atene col nome di Adrianopoli: le regalò
-denari, grani, l'intera isola di Cefalonia, e una costituzione
-modellata sull'antica; vi s'iniziò ne' misteri
-Eleusini, e pieno del Dio, si fece dio egli medesimo,
-lasciandosi adorare nel tempio di Giove Olimpico,
-ch'e' fece terminare cinquecentosessant'anni dopo che
-era stato cominciato da Pisistrato.
-</p>
-
-<p>
-Sviate con una conferenza le nuove minacce di Cosroe
-re de' Parti, potè visitare la Cilicia, la Licia, la Pamfilia,
-la Cappadocia, la Bitinia, la Frigia, dappertutto lasciando
-templi, piazze, insigni monumenti, e gran magnificenze
-ai re concorsi e agli ambasciadori. Per le isole dell'Arcipelago
-tragittossi nell'Acaja, indi in Sicilia montò in
-vetta all'Etna, per vedervi il sole oriente dipinger l'iride.
-In Africa s'ebbe come un miracolo che al venir suo
-cadessero le pioggie, da cinque anni indarno implorate.
-A Pelusio onorò la tomba di Pompeo Magno; ad Alessandria,
-nel museo fondato da Tolomeo Filadelfo e
-cresciuto da Claudio imperatore, interrogò i letterati
-raccolti, e rispose col senno che trovar si dee in ogni
-parola d'imperatore.
-</p>
-
-<p>
-Da' viaggi Adriano tornava tratto tratto a Roma,
-ove riordinò l'amministrazione interna, sopprimendo
-le forme repubblicane ormai destituite di significato,
-per surrogarvi un ordinamento monarchico più conforme
-al vero; e le cariche e gli uffizj divise in funzioni
-dello Stato, del palazzo, dell'esercito. Ai liberti rimase
-tolta l'ingerenza col riservare gl'impieghi di corte ai
-cavalieri; a quattro cancellerie s'affidò lo spaccio di
-tutti gli affari; ed a fianco all'imperatore fu collocato
-<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span>
-una specie di consiglio di insigni giureconsulti, quali
-Nerazio Prisco, Giuvenzio Gelso, Salvio Giuliano. Da
-quest'ultimo fece raccorre nell'<i>Editto perpetuo</i> <span class="sidenote">(131)</span> le migliori
-fra le norme pubblicate dai precedenti magistrati
-pretoriani; col che tolse forse a costoro il diritto di
-determinare i principj legali, secondo cui avrebbero
-amministrato la giustizia nel loro reggimento, obbligandoli
-ad attenersi a questo, che restò la fonte del
-gius romano fino al Codice di Teodosio, e divenne fondamento
-delle Pandette.
-</p>
-
-<p>
-Fra le leggi sue proprie, ordinò che a' figliuoli de
-proscritti si lasciasse un dodicesimo dei beni paterni;
-chi trovasse un tesoro sul suo, ne restasse padrone, chi
-sull'altrui, n'avesse metà; gli scialacquatori frustati nell'anfiteatro,
-poi sbanditi; vietati i sacrifizj umani: pure
-fino a Costantino si continuò in Africa ad immolare
-fanciulli a Saturno, e uomini in Roma stessa. Proibì ai
-padroni d'uccidere gli schiavi, nè di venderli per gladiatori
-o prostituti: cassò la legge di mandare al supplizio
-tutti quelli d'un padrone assassinato: abolì gli
-ergastoli, dove i Romani li faceano lavorare, e dove
-rifuggivano alcuni per sottrarsi alla milizia o ai castighi,
-ed altri liberi erano strascinati per lavorare a
-forza, e più non se ne udiva.
-</p>
-
-<p>
-A colonie e città poste o ristabilite prodigò il nome
-di Elia, e dappertutto moltiplicò monumenti col suo
-nome: Atene e Grecia ne furono piene; a Roma rifabbricò
-il Panteon, il tempio di Nettuno, la gran piazza
-d'Augusto, i bagni d'Agrippa, oltre edifizj nuovi, tra
-cui principali sono la mole Adriana e la villa di Tivoli.
-Quella era un ponte sul Tevere col mausoleo che oggi
-è Castel Sant'Angelo, mirabile ancora dopo aver somministrato
-statue, colonne e fregi agli edifizj eretti in
-tempo della decadenza, e projettili nelle battaglie fra
-Totila e Belisario. Il carro del soprornato, che da piedi
-<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span>
-appariva piccola cosa, era di tal mole che, dice Sparziano,
-un uomo potea passare per le orecchie dei cavalli.
-Nella villa di Tivoli fece imitare quanto ne' suoi
-viaggi avea veduto; ivi le situazioni più decantate di
-Grecia e d'Egitto, ivi figurato l'inferno, ivi ai varj quartieri
-attribuito il nome delle trascorse provincie, e avvivatane
-la rimembranza con piante esotiche e con vasi,
-statue, iscrizioni, d'ogni sorta rarità.
-</p>
-
-<p>
-Nè per questo egli rapiva; anzi molte imposte alleggerì;
-non accettava legati da chi avesse figliuoli; condonò
-quanto in Roma e nell'Italia si doveva all'erario,
-e nelle provincie i debiti da sedici anni, bruciando le
-obbigazioni, il più bel fuoco di gioja che i popoli
-possano vedere.
-</p>
-
-<p>
-Gli bastava aver letto un libro per saperlo a mente;
-dettava contemporaneamente più lettere; dava udienza
-a diversi ministri; conosceva il nome di quanti aveano
-militato sotto di lui. Di scienze, di grammatica, d'eloquenza,
-di poesia sapeva quanto altri del suo secolo;
-oltre la filosofia, l'astrologia, la magia, le matematiche,
-possedeva la medicina, scolpiva, cantava, sonava,
-dipingeva, massime figure oscene, e imitazioni, anzi
-contraffazioni della natura. Compose un poema misto
-di verso e prosa, discorsi sulla grammatica, altri sull'arte
-della guerra<a class="tag" id="tag223" href="#note223">[223]</a>, e i proprj fasti, dati fuori sotto
-il nome di suoi liberti.
-</p>
-
-<p>
-Di bizzarro gusto in fatto di lettere, preferiva Catone
-a Cicerone, Ennio a Virgilio, Cellio a Sallustio, Antimaco
-<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span>
-ad Omero<a class="tag" id="tag224" href="#note224">[224]</a>, del quale meditò perfino distruggere
-i poemi. Chi volesse andargli a versi mandava
-fuori critiche esuberanti dei classici, come Largo Lucinio
-il <i>Ciceromastix</i>, violenta diatriba contro il padre
-dell'eloquenza latina. I Sofisti, genìa impudente, cupida,
-venale, nè in altro valente che in litigare fra loro, gli
-si affollavano attorno; e Adriano, senza abbracciare
-veruna setta, le tollerava tutte, e dilettavasi di udirne
-le baruffe, come di eccitare i poeti a versi improvvisi.
-Ma guaj a chi gli disputasse la palma che in tutto pretendeva!
-Avendo egli un giorno criticato un'espressione
-al filosofo Favorino, questi si confessò in errore; del
-che meravigliandosi gli amici suoi, — Vorreste ch'io
-contendessi di sapere con chi comanda a trenta legioni?»<a class="tag" id="tag225" href="#note225">[225]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Di tale prudenza mancò Apollodoro, architetto delle
-fabbriche di Trajano, che udendosi fare non so quale
-appunto dall'imperatore, gli disse, alludendo al genere
-di pitture in cui compiacevasi, — Andate a dipingere
-cocomeri»; e avendo veduto una Venere e una Roma
-di man di lui, sproporzionate al tempietto cui erano
-destinate, domandò, — Se si rizzano in piedi, ove staranno?»
-Tale franchezza egli scontò colla vita; specchio
-del quanto sia pericoloso celiar coi potenti.
-</p>
-
-<p>
-Perocchè Adriano alle belle qualità univa tanti vizj,
-da farne un misto singolarissimo. Non sapeva tener
-chiuse le orecchie ai delatori; e farneticava di subillare
-i fatti altrui, brutto vezzo in tutti, pessimo in
-principe. Guardò in sinistro quelli cui andava debitore
-del regno; e perchè nei perpetui suoi viaggi nessuno
-<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span>
-tentasse novità, restrinse il potere lasciato ai magistrati,
-avvicinando il governo a pretta monarchia. Giulia
-Sabina trattò da schiava più che da moglie, e al fine
-si crede la facesse avvelenare; vero è che questa sfacciata
-vantavasi d'aver provvisto per non concepire di
-lui, credendo che un figlio di esso non potrebbe che
-divenire onta e ruina del genere umano.
-</p>
-
-<p>
-A prefetti del pretorio scelse Taziano suo tutore, e
-Simile. Quest'ultimo, alieno da ambizione, dopo tre
-anni rinunziò, e ritiratosi in campagna, sopravisse altri
-sette, e fece scriversi sulla tomba: <i>Settantasette anni
-fui sulla terra, sette ne vissi</i>. Taziano, al contrario,
-tirava il signor suo al rigore; e la pubblica voce gl'imputò
-la morte di quattro consolari, già amici d'Adriano,
-condannati per cospiratori dal senato, benchè in opinione
-di innocenti. Molti altri li seguirono come complici,
-finchè Adriano proibì le sentenze per offesa
-maestà e privò Taziano della sua grazia.
-</p>
-
-<p>
-A non dir nulla della passione di lui per cani e cavalli,
-sino ad eriger loro splendidi monumenti, di turpe
-scostumatezza lasciò prova in troppi versi ad esaltazione
-de' suoi cinedi. Amò di stravagante passione Antinoo
-nativo della Bitinia; eppure dalle arti magiche
-avendo appreso che, per prolungare i proprj giorni,
-bisognava il sangue volontario d'un uomo, nè trovando
-altri sì folle o sì generoso, accettò quello d'Antinoo.
-Immolato, il pianse a guisa di donna adorata, eresse
-sul Nilo una città al nome di lui, volle che i Greci lo
-dichiarassero dio, e il mondo s'empì di statue e tempj
-e oracoli di lui, gli astronomi ne trovarono la stella in
-cielo, e nel tempio eretto sulle ceneri di esso moltiplicaronsi
-miracoli, instituironsi giuochi e misteri, e facevasi
-gara per esser nominato suo sacerdote.
-</p>
-
-<p>
-Che dovevano dirne i Cristiani? I quali Adriano non
-tollerò come tutte le altre sêtte, ma per devozione
-<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span>
-a' suoi numi permise d'uccidere cotesti che loro faceano
-guerra. Ma i Cristiani, sentendo la potenza che danno
-il numero e il tempo, più non s'accontentavano di morire
-benedicendo, e uscivano a giustificarsi della loro
-innocenza al pubblico giudizio; e Giustino intonava: — La
-possa de' principi, qualora preferiscano l'opinione
-alla verità, non è maggiore di quella dei ladroni
-nel deserto»<a class="tag" id="tag226" href="#note226">[226]</a>. Mosso, dicono, dalle apologie del filosofo
-Aristide e di Quadrato vescovo d'Atene, Adriano
-sospese la persecuzione, anzi pensava aprire un tempio
-a Cristo<a class="tag" id="tag227" href="#note227">[227]</a>, se gli oracoli non avessero riflesso che
-quello renderebbe deserti gli altri.
-</p>
-
-<p>
-Preso da idrope <span class="sidenote">(137)</span>, scelse a successore Lucio Annio
-Aurelio Cesonio Comodo Elio Vero — tanti nomi al
-crescere della vanità! La malignità, che nelle sue finezze
-non sempre al torto s'appone, mormorò sui patti conchiusi
-fra l'imperatore e l'adottivo. Costui, dignitoso della
-persona e ricco di cognizioni, ma scorretto di costumi,
-viaggiando tenevasi attorno al carro servi colle ale,
-cui dava il nome dei venti; continua lettura faceva dell'<i>Arte
-d'amare</i> d'Ovidio e degli epigrammi di Marziale,
-che chiamava il suo Virgilio; e quando la moglie il
-rimproverò perchè le preferisse bagasce, rispose: — Il
-nome di sposa è titolo d'onore, non di piacere». Fortunatamente
-costui morì pochi mesi dopo <span class="sidenote">(138)</span>; ebbe esequie
-imperiali ed apoteosi; e Adriano adottò Aurelio
-Fulvio Antonino, patto che egli pure adottasse Lucio
-Vero figlio e Marc'Aurelio<a class="tag" id="tag228" href="#note228">[228]</a> nipote e figlio adottivo
-dell'estinto Lucio Annio Aurelio Vero.
-<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span>
-</p>
-
-<p>
-Poi, come Tiberio a Capri, così Adriano si ritirò a
-Tivoli, che avea rifiorita d'ogni magnificenza, e vi si
-abbandonò a quante lascivie la deperente salute gli
-consentiva. Da queste balzava alle crudeltà, e spediva
-ordini sanguinarj; e molti furono uccisi come cospiratori,
-altri nascosti da Antonino. Alla magìa ricorreva
-per mitigare la sua infermità, da cui oppresso tentò più
-volte darsi morte; ma una cieca gli si presentò dicendo: — Un
-sogno m'avvertì d'intimarvi conserviate la vita;
-e poichè tardai ad obbedire, mi si oscurò la vista: ma
-un altro sogno m'assicurò la ricupererei sì tosto che
-baciassi i piedi imperiali». Così avvenne. Anche un
-altro cieco, appena tocco da lui, riebbe l'uso degli occhi,
-e all'imperatore cessò una forte febbre. Di tali baje
-trastullavasi Roma, e confortavasi il cesare.
-</p>
-
-<p>
-Stanco in fine dei rimedj, e dicendo, — I molti medici
-m'ammazzarono», si diede a mangiar e bere a
-fidanza, e a Baja morì <span class="sidenote">(138 luglio)</span> dopo vissuto sessantadue anni e
-mezzo, regnato quasi ventuno. Sul morire sembra ricuperasse
-la calma, se è vero facesse questi versi, che
-sono dei più delicati del suo tempo:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Animula, vagula, blandula,</i></p>
-<p class="i01"><i>Hospes comesque corporis,</i></p>
-<p class="i01"><i>Quæ nunc abibis in loca?</i></p>
-<p class="i01"><i>Pallidula, rigida, nudula,</i></p>
-<p class="i01"><i>Nec, ut soles, dabis jocos.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il senato, offeso dalle sue ultime crudeltà, volle cassarne
-gli ordini e negargli i funerali: poi alle minacce
-de' soldati e alle suppliche di Antonino gli profuse onori;
-le ceneri riposte nella superba mole presso al Tevere,
-lo spirito fra gli Dei.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap39">CAPITOLO XXXIX.
-<span class="smaller">Gli Antonini.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Trajano in perpetua guerra, Adriano in perpetuo
-movimento, Antonino visse in tal quiete, che in ventitre
-anni non oltrepassò la villa di Lanuvio. Per dolcezza
-naturale caro a parenti ed amici, avea prediletto i
-campi, nè però lasciato le magistrature; poi riuscì dei
-migliori principi che la storia rammenti. Guadagnò il
-favore del popolo, non lo brigò; accoglieva qualunque
-più umile, e dava ascolto a richiami contro uffiziali o
-magistrati; sprezzando i clamorosi applausi, delizia
-de' suoi predecessori, nè adulare nè essere adulato soffriva;
-magnifico senza lusso, economo senza grettezza,
-osservante dei costumi antichi ma senza scrupoleggiare.
-Interveniva ai pubblici riti, come pontefice supremo
-offriva i sacrifizj, ma vietò di recar molestia ai Cristiani,
-lodandone la vita di spirito, i costumi, il coraggio,
-sebbene nol facesse che col raffronto delle antiche
-virtù<a class="tag" id="tag229" href="#note229">[229]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Negli amici confidavasi appieno, avendoli scelti a
-prova: de' nemici tollerava la franchezza e fin l'ingiuria:
-risparmiò i supplizj, contentandosi di ridurre i rei
-a non poter nuocere: promise non manderebbe a morte
-nessun senatore, e l'attenne sì fedelmente, che uno confesso
-di parricidio relegò soltanto in un'isola deserta.
-Di due accusati di cospirazione, uno si uccise, l'altro fu
-proscritto dal senato; ma volendo questo seguitar le
-indagini, l'imperatore lo sospese dicendo: — Non ho
-<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span>
-gran voglia di render palese quanti mi odiano». E ripeteva: — Meglio
-salvare un cittadino, che sterminare
-mille nemici».
-</p>
-
-<p>
-Ammirando certe colonne di porfido in casa d'un
-Valerio Omulo, chiese a questo donde le avesse avute. — In
-casa altrui non bisogna aver occhi nè orecchi»,
-rispose l'ospite; e l'imperatore trovò che diceva giusto.
-Arrivando proconsole in Asia, fu messo d'alloggio
-presso Polemone, il più famoso sofista di Smirne, il
-quale tornando ben tardi, si dolse che altri gli avesse
-occupata la casa; e Antonino così di notte uscì e cercò
-altro albergo. Fatto imperatore, Polemone venne a corteggiarlo
-a Roma, e Antonino nol ricambiò altrimenti
-che colle maggiori onoranze, alludendo solo all'occorso
-coll'ordinare che neppur di giorno si osasse cacciarlo
-dall'appartamento. E richiamandosi a lui un commediante
-perchè Polemone l'avesse di mezzodì espulso
-dal teatro, Antonino gli rispose: — E me non cacciò
-di mezzanotte? eppure nol querelai».
-</p>
-
-<p>
-Da Calcide di Siria chiamò lo stoico Apollonio per
-educare Marc'Aurelio; e quegli venne con una turma
-di discepoli, che Luciano paragona agli Argonauti mossi
-a conquistare il vello d'oro. Giunto a Roma, e da Antonino
-invitato al palazzo, il superbo filosofo rispose: — Tocca
-allo scolaro andar dal maestro». L'imperatore
-ordinò che Marc'Aurelio andasse da lui; ma rilevò
-la stolta arroganza dello stoico, dicendo: — È venuto
-da Calcide a Roma, ed or trova lungo arrivare dal suo
-albergo al palazzo!»
-</p>
-
-<p>
-Di queste ostentazioni filosofiche forbivasi Antonino,
-e quando i cortigiani disapprovavano Marc'Aurelio del
-pianger la morte del suo ajo, egli disse: — Lasciatelo
-fare, e soffrite che sia uomo, giacchè nè la filosofia nè la
-dignità imperiale devono estinguere in noi i sentimenti
-di natura». Uomo dunque si mostrò, affettuoso sempre
-<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span>
-con Adriano e vivo e morto, il che gli acquistò il titolo
-più glorioso e nuovo di Pio.
-</p>
-
-<p>
-Rincresce che pochissimo di lui si conosca, talchè
-dobbiam racimolare informazioni senz'ordine di tempo.
-Al senato e ai cavalieri rendeva conto dell'amministrazione
-sua, lasciava che il popolo eleggesse i magistrati,
-e al pari di un privato chiedeva le cariche per sè e
-pe' suoi figliuoli. Cessò le pensioni da Adriano assegnate
-agli adulatori e simili pesti; ma ripudiava le eredità
-da chi avesse prole, e restituiva ai figli i beni
-confiscati al padre, salvo il rintegrare le provincie
-espilate. Perdonò in intiero alle città d'Italia, e per metà
-alle altre l'oro coronario che solevasi offrire ad ogni
-nuovo principe; alleggerì le tasse, e vegliò perchè si
-esigessero con umanità. Succedevano disgrazie? la
-prima cosa era rimettere l'imposta al paese danneggiato;
-alimentava moltissimi fanciulli poveri; ricompensava
-chi applicavasi all'educazione; i senatori bisognosi
-ajutò a sostenere il decoro del loro grado; a
-Galeria Faustina sua moglie, rotta a lussuria, che l'accusava
-d'avere disposto la più parte degli averi suoi a
-pro dei bisognosi, rispose: — Ricchezza d'un regnante
-è la pubblica felicità». Negli spettacoli, delizia del popolo,
-largheggiò, nè fu scarso in opere pubbliche; fece
-aprire il porto di Gaeta e riparar quello di Terracina,
-terminò la mole Adriana, eresse un mirabile palazzo a
-Loria di Toscana, ov'era stato allevato. Non che l'amassero
-i suoi, anche gli stranieri rimettevano le loro differenze
-all'equità di lui; una lettera sua bastò per far
-recedere i Parti dall'Armenia; Lazi, Armeni, Quadi,
-Ircani, Battriani, Indi, Iberi gli resero omaggio <span class="sidenote">(140)</span>; i Briganti
-che si sollevarono in Britannia, furono domi; i
-Mauri respinti di là dell'Atlante.
-</p>
-
-<p>
-Per ordine di Adriano adottati Marc'Aurelio e Lucio
-Vero, al primo diede sposa sua figlia Annia Faustina,
-<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span>
-e assai ne pregiava le belle doti, mentre indovinava il
-cattivo animo dell'altro; onde preso da febbre a Loria,
-a Marc'Aurelio raccomandò l'impero, e il designò successore
-col far trasportare nella camera di lui la statua
-d'oro della Fortuna che sempre teneasi presso l'imperatore.
-E morì di sessantatre anni, compianto di cuore,
-e riposto fra gli Dei come i più ribaldi <span class="sidenote">(161)</span>.
-</p>
-
-<p>
-Di lui avea steso un elogio Marco Cornelio Frontone
-console, reputato fra' più eloquenti Latini, sebbene i
-frammenti, scoperti non è guari dal cardinale Maj, detraggano
-assai da quella fama. L'elogio migliore ne fu
-steso dal suo successore, e noi lo riportiamo non tanto
-come ritratto fedele, quanto a lode di chi lo scrisse: — Da
-mio padre adottivo (dic'egli) imparai d'esser
-dolce, eppure inflessibile ne' giudizj dati dopo maturo
-esame; non insuperbire di quei che chiamansi onori;
-durare assiduo alla fatica; sempre disposto ad ascoltare
-chi reca avvisi utili alla società; rendere al merito
-secondo gli è dovuto; sapere ove convenga tirare, ove
-allentare; recedere dalle follie della gioventù; mirare
-al ben generale. Non esigeva egli che i suoi amici venissero
-ogni giorno a cenar seco, nè che l'accompagnassero
-in tutti i viaggi: chi non avea potuto, era
-accolto coll'egual cuore. Ne' consigli cercava diligentemente
-il partito migliore, deliberava a lungo senza
-fermarsi alle prime opinioni. Non s'annojava degli amici,
-nè mai trascendeva nelle antipatie o nelle affezioni. In
-tutti i casi della vita e' bastava a se stesso: sempre sereno
-di spirito, prevedeva da lontano quel che poteva
-succedere; e senza ostentazione ordinava fin le più
-minute cose: sopiva le prime sommosse senza rumore;
-reprimeva le acclamazioni ed ogni bassa piacenteria;
-vegliava continuo alla conservazione dello Stato; misurava
-le spese delle feste pubbliche, non badando che
-si mormorasse di questa rigorosa economia. Adorò gli
-<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span>
-Dei senza superstizione; cattivossi il popolo, non con
-moine e coll'affettazione di salutar tutti; sobrio in ogni
-cosa e fermo, nulla di sconveniente o di singolare; le
-comodità che offrivagli in copia la fortuna, modestamente
-usava, e senza bramare le mancanti. Niuno mai
-gli appose d'affettare bello spirito, essere sofista, motteggiatore,
-declamatore, perdigiorni; al contrario, lo
-dicevano assennato, inaccessibile a blandizie, padrone
-di sè, fatto per comandare agli altri. Onorava i veri
-filosofi, i falsi non insultava; cortese, moderatamente
-piacevole nel conversare, non tediava mai. Della persona
-sua curavasi a misura, e non come uomo passionato
-per la vita, o smanioso di piacere: senza trascurarsi,
-limitava la sua attenzione allo star sano, per
-passarsene della medicina o della chirurgia. Scarco di
-gelosia, cedeva alla superiorità degli altri fosse in eloquenza
-e in giurisprudenza, o in filosofia morale, od in
-altro; anzi ingegnavasi perchè ciascuno fosse conosciuto
-in quel dove valeva. Nel tenore di sua vita imitava
-i padri, ma senza ostentarlo; non compiacevasi di mutare
-spesso di posto e d'oggetti; non istancavasi di
-rimanere in un medesimo luogo e sopra un solo affare.
-Dopo le violenti micranie tornava disposto all'ordinario
-lavoro. Ebbe pochissimi segreti, e solo pel ben comune.
-Negli spettacoli, nelle pubbliche opere, nelle largizioni
-e in simili incontri mostravasi prudente e misurato,
-badando a quel che conveniva, non a celebrità. Non
-usava bagno in ore straordinarie; non avea passione
-di murare; nessuna squisitezza alla tavola, nel colore o
-nelle qualità de' vestiti, nella scelta di begli schiavi. A
-Loria portava una tunica comprata nel vicino villaggio
-e di stoffe di Lanuvio; non mai il mantello, se non per
-andare a Tusculo, e anche allora ne chiedeva le scuse.
-In generale non modi aspri, indecenti, nè di quella
-fretta che fa dire, <i>Bada che tu non sudi</i>: compiva una
-<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span>
-cosa dietro l'altra ad agio, senza scompiglio, e con
-accordata successione. Poteasi dire di lui, come di Socrate,
-che sapeva indifferentemente godere, e far senza
-delle cose, di cui la più parte degli uomini non sanno
-nè mancare senza rammarico, nè godere senza eccesso:
-serbarsi forte e moderato in ambo i casi è da
-uom perfetto, e tale egli si mostrò».
-</p>
-
-<p>
-Così scriveva il successore e allievo di lui Marc'Aurelio,
-che a sedici anni rinunziò alla sorella la paterna
-eredità, pago di quella dell'avo materno; sotto i migliori
-maestri apprese lettere, diritto, e massime filosofia. I
-precettori suoi, vivi onorava e consultava, morti ne
-visitava e fioriva i sepolcri. Dianzi fu scoperta la sua
-corrispondenza con Frontone, il quale osò dirgli la verità
-mentre fu privato<a class="tag" id="tag230" href="#note230">[230]</a>; poi con esso mantenne
-carteggio, colla confidenza d'antico famigliare che nulla
-domanda, e quale la meritava il saggio alunno<a class="tag" id="tag231" href="#note231">[231]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span>
-</p>
-
-<p>
-Marc'Aurelio assunse anche il mantello usato dai filosofi
-e la loro vita austera, sino a dormire sulla nuda
-terra. Questo rigore lo indebolì di salute, ma regolandosi
-rinsanicò, e visse sessant'anni laboriosissimi: nè
-gli onori il tolsero dalla semplicità e dal coltivare gli
-amici e la scienza. Se per rispetto alle costumanze interveniva
-agli spettacoli, leggeva e s'occupava d'affari,
-lasciando che il popolo lo berteggiasse.
-</p>
-
-<p>
-A Lucio Vero, fratello d'adozione, diede sposa sua
-figlia Lucilla, poi lo nominò augusto e collega, con
-esempio nuovo nelle storie; e fatte le solite largizioni,
-governarono insieme. Ma troppo differenti. Lucio Vero,
-spoglio d'ingegno e di virtù, passava le giornate a
-tavola, le sere a correr le vie in gara di libertinaggio
-colla ciurmaglia; il palazzo convertiva in taverna; e
-dopo cenato col virtuoso fratello, ritiravasi nelle sue
-stanze a bagordare con gentame e schiavi, cui permetteva
-seco la libertà de' Saturnali. I capelli spolverava
-d'oro; in un solo banchetto spese un milione ducentomila
-lire, e a ciascuno dei dodici invitati distribuì una
-corona d'oro, i piatti d'oro e d'argento, un bello schiavo,
-un mastro di casa, ed ogni volta che si beveva, una tazza
-di murrina e coppe preziose tempestate di diamanti,
-corone di fiori che la stagione non portava, preziosissime
-essenze in oricanni d'oro; poi quando furono al
-partire, ciascuno trovossi un cocchio con muli superbamente
-bardati. Celere, suo cavallo, non d'altro era
-nudrito che d'uva e mandorle, coperto di porpora,
-<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span>
-alloggiato in palazzo; ebbe statua d'oro e, morto, un
-magnifico mausoleo in Vaticano.
-</p>
-
-<p>
-Dilagamenti, incendj, tremuoti che avevano afflitto
-l'impero e dato esercizio alla liberalità di Antonino, si
-rinnovarono per le provincie, aggiuntavi l'epidemia;
-poi uno strano caro in Roma: talchè Marc'Aurelio ebbe
-a faticare in sollievo di tanti guaj. Anche i Catti sbucarono
-nella Germania, i Britanni calcitravano, l'Armenia
-si agitò, Vologeso III re de' Parti ruppe guerra
-con formidabili preparativi. A combatterlo, Marc'Aurelio
-mandò Lucio Vero <span class="sidenote">(162)</span>, sperando strapparlo all'indecorosa
-mollezza; ma costui, appena mosso da Roma,
-fu dalle dissolutezze gettato in violenta malattia a Capua.
-Guarito da questa non da quelle, passa il mare; e l'Asia
-lo alletta a godimenti, ne' quali logora il tempo. Frontone<a class="tag" id="tag232" href="#note232">[232]</a>,
-scrivendogli, deplorava il decadimento della
-militare disciplina: — Guerrieri abituati ogni giorno
-nell'applaudire alle infami voluttà, anzichè nelle insegne
-e negli esercizj, cavalli ispidi per mancanza di cura,
-cavalieri sbarbate fin le coscie e le gambe, uomini
-piuttosto vestiti che armati, talmente che Leliano Ponzio,
-educato nell'antica disciplina, colla punta delle dita
-sfondava le costoro corazze, e osservava perfin de' cuscini
-posti sui loro cavalli. Pochi soldati lanciavansi
-d'un salto sul cavallo; altri sosteneansi a fatica sui
-garretti o sui ginocchi; pochi sapevano palleggiare il
-giavellotto, e senza vigore lo gettavano come fosse
-<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span>
-lana. Al campo, tutto pieno di giuochi: un sonno
-lungo quanto la notte, e la veglia in mezzo al vino».
-Eppure l'esercito era ancora la parte più sana dell'impero,
-e i luogotenenti di Lucio Vero lo condussero
-più volte alla vittoria: finalmente Avidio Cassio, proceduto
-sino a Ctesifonte, arse la reggia de' Parti <span class="sidenote">(163)</span>, prese
-Edessa, Babilonia e tutta la Media. Vero, indegnamente
-proclamato vincitore dei Parti, distribuì i regni,
-e assegnò il governo delle provincie ai senatori che
-l'accompagnavano.
-</p>
-
-<p>
-Vedendo occupati i migliori eserciti in Oriente, i
-Germani insorsero dalle Gallie all'Illiria. Marc'Aurelio,
-accorsovi col fratello, parte respinse oltre il Danubio,
-parte sottomise; e diffidando a ragione, si fermò a
-piantare nuovi fortilizj, corroborò Aquileja minacciata
-dai Marcomanni, e provvide alla sicurezza dell'Illiria e
-dell'Italia. Nè invano, chè ben presto l'incendio sopito
-divampò, e i due augusti dovettero accorrere di nuovo.
-Ma Vero morì ad Altino di trentanove anni <span class="sidenote">(169)</span>; Aurelio lo
-fece ascrivere fra gl'Iddii, e procedette più risoluto
-nella via del bene.
-</p>
-
-<p>
-La guerra ai Germani seguitò con varia fortuna: i
-Marcomanni videro più volte le spalle dei Romani <span class="sidenote">(170)</span>, li
-inseguirono fin sotto Aquileja, e in Italia recarono
-fuoco e guasto. Roma, più atterrita perchè la peste
-menava strazio, arrolò schiavi, gladiatori, disertori,
-Germani mercenarj; e l'imperatore vendette gli arredi
-del proprio palazzo, ori, statue, quadri, le vesti di sua
-moglie, e una preziosissima copia di perle, adunate da
-Adriano ne' suoi viaggi; e coll'ingente somma ritrattane
-provvide alla fame d'allora, pagò le spese d'una guerra
-quinquenne, e avanzò tanto da ricuperar parte delle
-cose vendute. I Barbari combattè in ogni parte da eroe,
-ma eroe umano, risparmiando il sangue ove potea,
-reprimendo la indisciplina militare, e coll'esempio
-<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span>
-animando i nemici. Ma inseguendoli di là dal Danubio,
-rimpetto all'antica Strigonia nell'alta Ungheria, si trovò
-preso in mezzo dai Marcomanni; e sebbene i suoi con
-valore si riparassero da quella serra, vedeansi all'estremo
-per mancanza di acqua. Quand'ecco in un subito il
-cielo si rabbuja, e versa dirotta pioggia; il nembo
-stesso, avventando gragnuola e fulmini contro i nemici,
-che in quella confusione gli avevano assaliti, ajuta i
-Romani a disperderli.
-</p>
-
-<p>
-È uno degli accidenti più clamorosi di quel tempo,
-gridato per miracolo da Gentili e da Cristiani: quelli
-l'attribuiscono ad Arnufi, mago egiziano, od a preghiere
-dell'imperatore<a class="tag" id="tag233" href="#note233">[233]</a>; i nostri ne fanno merito ai battezzati
-della legione Melitina. L'imperatore, colla circospezione
-richiesta dal tempo, scrisse al senato di dover
-queste vittorie ai Cristiani; e contro chi li calunniasse
-decretò l'ultima severità.
-</p>
-
-<p>
-La restituzione di centomila prigionieri attestò quanto
-i Romani avessero sofferto. Quadi e Marcomanni, che
-rinnovarono i movimenti, furono rinserrati per modo,
-che la fame li costrinse implorar pace dall'imperatore <span class="sidenote">(174)</span>;
-e venuti con doni, coi disertori e con tredicimila prigionieri,
-la ottennero a patto di non più trafficare sulle
-terre romane, e stanziare almeno sei miglia dal Danubio.
-Gli altri Germani furono pure repressi, com'anche i
-Mori che aveano invaso la Spagna.
-</p>
-
-<p>
-Avidio Cassio, vincitore dei Parti, più col seminare
-discordie che non colle armi domò i sollevati Egiziani;
-ed anche in Armenia e in Arabia fece mostra di prudenza
-e valore. Costui, quanto sicuro nelle armi, era
-<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span>
-rigoroso co' soldati; qualunque di essi rapisse nulla ai
-paesani, era ivi stesso crocifisso; alcuni arsi vivi, altri
-incatenati insieme e gettati al mare; ai disertori faceva
-mozzar piedi e mani, dicendo la vista di que' moncherini
-produrre maggior effetto che non un supplizio.
-Mentre accampava presso il Danubio, alcuni de' suoi
-ajuti passarono il fiume, ed assaliti i Sàrmati improvvisti,
-ne uccisero tremila e tornarono carichi di preda: ma
-quando i centurioni, che a ciò gli avevano eccitati,
-aspettavano lode e ricompensa da Cassio, e' li fece crocifiggere
-per esempio di disciplina. Al rigore eccessivo
-destasi in rivolta l'esercito; ma Cassio, comparendo
-senz'armi fra i tumultuanti, esclama: — Uccidetemi
-pure, e alla dimenticanza del dover vostro aggiungete
-l'assassinio del generale». Quell'intrepidezza colpì;
-l'ordine fu ricomposto, e i nemici disperando di vincere
-un tal capo, chiesero una pace di cento anni.
-</p>
-
-<p>
-Compiuta la guerra de' Marcomanni, Marc'Aurelio
-deputò Cassio a governare la Siria, ove in sei mesi
-riparò allo scompiglio e all'immoralità delle legioni;
-ogni otto giorni ne passava in rassegna l'abito, le armi,
-l'equipaggio; frequentemente le addestrava, e malgrado
-quel rigore, sapea farsi ben volere. Ma il nome che
-portava, rammentavagli un altro che avea tentato impedire
-la monarchia in Roma; ed egli pure chimerizzava
-una romana repubblica. Antonino il seppe e tollerò;
-Marc'Aurelio rispose con filosofia fatalista: — A che
-stare in pena? se la sorte destina l'impero a Cassio,
-niuno uccide il proprio successore; se no, rimarrà
-preso al proprio laccio. Non conviene diffidare d'uomo
-non accusato e di tanti meriti: se devo perdere la vita
-pel bene dello Stato, poco mi cale se ne verrà scapito
-a' miei figliuoli».
-</p>
-
-<p>
-Durante la guerra in Germania, si sparse voce, o
-Cassio la divulgò, che l'imperatore fosse morto; e
-<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span>
-Faustina imperatrice, temendo l'impero non venisse
-occupato chi sa da chi, e in pericolo sè ed i figli,
-sollecitò Cassio ad assumerlo e sposar lei. Cassio si fece
-proclamare <span class="sidenote">(175)</span>, e ben tosto il paese di là dal Tauro e
-l'Egitto gli obbedirono; principi e popoli stranieri
-abbracciarono la sua causa. Marc'Aurelio, quando più
-nol potè tener celato, ne informò egli medesimo il suo
-esercito, movendo pacata querela dell'ingratitudine;
-indi prese il cammino dell'Illiria per farsi incontro a
-Cassio, e cedergli l'impero, quando tale paresse il volere
-degli Dei; — Giacchè (soggiungeva) se tante fatiche io
-duro, non è interesse o ambizione, ma desiderio del
-bene del mio popolo».
-</p>
-
-<p>
-Cassio non era un usurpator volgare, e pensava o
-simulava d'intendere soltanto al pubblico bene: — Infelice
-la repubblica in preda d'avoltoj, che dopo il pasto
-han più fame di prima! Marc'Aurelio è buono, ma per
-farsi lodare di clemenza lascia viver uomini che sa meritevoli
-di morte. Dov'è l'antico Cassio? dove l'austero
-Catone? a che è ridotta la disciplina de' nostri vecchi?
-or non si sa tampoco ribramarla. L'imperatore fa il
-mestiere del filosofo, disserta sul giusto e l'ingiusto,
-sulla natura dell'anime, sulla clemenza; e non piglia a
-cuore gl'interessi dello Stato. Buoni esempj di severità
-bisogna dare, molte teste abbattere se vogliasi ripristinar
-il governo nell'antico splendore. Di che non sono
-meritevoli cotesti rettori di provincie, che credonsi
-posti là unicamente per deliziarsi e arricchire? Il prefetto
-al pretorio del nostro filosofo tre giorni prima
-d'entrar in carica non avea pane; e poco poi possiede
-milioni: e come gli ebbe, se non col sangue dello Stato
-e collo spoglio delle provincie? Le confische su costoro
-rifioriranno il tesoro, se gli Dei favoriscono la buona
-causa: io opererò da vero Cassio, e restituirò alla
-repubblica il prisco splendore».
-<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma ben tosto il pugnale del centurione Antonio lo
-tolse dalla vita e da un regno di tre mesi e sei giorni.
-Marco Vero, ch'era stato spedito contro di lui, trovate
-le lettere de' suoi partigiani, le bruciò dicendo: — Questo
-atto piacerà a Marc'Aurelio: gli dispiacesse anche,
-avrò, col perder la mia, salvato molte vite». Il capitano
-delle guardie di Cassio e suo figlio Muziano, governator
-dell'Egitto, perirono, e così qualc'altro senza saputa dell'imperatore,
-il quale agli sbanditi rese la patria e i beni;
-e rimessa al senato l'indagine, soggiunse: — I senatori
-e cavalieri, partecipi della congiura, sieno per autorità
-vostra esenti da morte e da ogni castigo e nota; e dicasi
-per onor vostro e mio, che quest'insurrezione costò la
-vita a quelli soli che perirono nel primo tumulto. Così
-anche a loro potessi renderla! La vendetta è indegna
-d'un regnante».
-</p>
-
-<p>
-Tolse in protezione la moglie, il suocero, i figli del
-ribelle, e li sollevò a dignità, quantunque non ignorasse
-i maneggi di quella parentela per avversargli il popolo
-e i soldati. Agli amici che gli dicevano, — Cassio non
-avrebbe usata tanta moderazione», replicò: — Noi
-non serviamo gli Dei tanto male, da temere che volessero
-chiarirsi per Cassio»; e soggiunse: — Le crudeltà
-hanno menato sventura a molti miei antecessori, e un
-principe buono non è mai vinto od ucciso da un usurpatore;
-Nerone, Caligola, Domiziano meritarono la fine
-loro; Otone e Vitellio erano inetti; l'avarizia fu ruina
-di Galba».
-</p>
-
-<p>
-Oh! lasciateci indugiare sopra questi atti di clemenza,
-come il viaggiatore che nel deserto sotto le rare palme
-cerca ombra e ristoro.
-</p>
-
-<p>
-La bontà però qualche volta il portava a perdonare
-anche al reo. Erode Attico, famoso retore e ricco sfondolato,
-avea lite colla città d'Atene, e vedendo l'imperatore
-inclinato a favor di questa, invece di ragioni prese
-<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span>
-a oltraggiarlo come raggirato da una donna e da una
-bambina, volendo dire Faustina e sua figlia, mediatrici
-per gli Ateniesi. L'imperatore, che avealo ascoltato
-pacatamente, quando fu partito disse ai deputati di
-Atene: — Ora potete esporre le ragioni vostre, benchè
-Erode non abbia creduto bene allegar le sue». E le
-ascoltò attento, e gli vennero le lagrime all'udire gli
-strapazzi che soffrivano da Erode e da'suoi liberti:
-pure condannò solo questi ultimi, poi li graziò; e appena
-Erode lagnossi seco che più non gli scrivesse, gli chiese
-scusa con questo viglietto, singolare in un re: — Desidero
-tu sii sano e convinto ch'io t'amo. Non aver a
-male se trovasti in fallo alcuni tuoi dipendenti; io gli
-ho puniti, sebbene nel modo più dolce che mi fu possibile.
-Non me n'accagionare; ma se ho fatto o fo cosa
-che ti dispiaccia, imponmi un'ammenda, ch'io ti soddisferò
-nel tempio di Minerva in Atene, al tempo dei
-misteri; avendo io, nel fervor della guerra, fatto voto
-d'iniziarmi, e voglio che tu presieda alla cerimonia»<a class="tag" id="tag234" href="#note234">[234]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Per simile eccesso di bontà tollerò il libertinaggio
-sfacciato della moglie Faustina, e promosse gli amanti
-di essa; e consigliato dagli amici a ripudiarla, rispose: — Bisognerebbe
-le restituissi la dote, cioè l'impero
-datomi da suo padre», o celia, o ragione indegna
-d'un saggio. Dopo la rivolta di Cassio, v'è chi dice che,
-vergognosa di vedersi accusata dai complici, ella si
-uccise <span class="sidenote">(176)</span>. Aurelio ne' suoi ricordi la rimpianse come fedele,
-amabile e di meravigliosa semplicità di costumi; mutò
-in città, col nome di Faustinopoli, il villaggio a piè del
-Tauro, dov'ella avea chiusi i giorni; pregò il senato a
-porla fra gli Dei, e il senato ossequioso le eresse statue
-ed un altare, ove le novelle spose facessero sacrifizio
-solenne all'adultera imperiale.
-<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span>
-</p>
-
-<p>
-Marc'Aurelio, continuando il cammino per l'Oriente,
-perdonò a tutte le città fautrici di Cassio, e all'Egitto
-infervorato di esso; solo ad Antiochia interdisse i giuochi,
-sua vita, e tolse i privilegi: ma essendovi poi andato
-in persona, anche di questo la sgravò. In Atene si fece
-iniziare ne' misteri di Cerere, e vi stabilì professori
-d'ogni scienza: arrivando poi in Italia, ordinò ai soldati
-di riprendere la toga, non essendovi mai nè egli nè i
-suoi comparsi in abito guerresco <span class="sidenote">(177)</span>. Entrando trionfante
-in Roma, superò in largizioni tutti i predecessori;
-giacchè, nel discorso che tenne al popolo, avendo
-espresso che era stato in giro <i>otto anni</i>, la folla cominciò
-a gridare — Otto, otto», chiedendo così otto
-denari d'oro per testa; ed esso glieli fece dare.
-</p>
-
-<p>
-In Roma si godeva tutta la libertà di cui fossero
-capaci gli antichi; e sotto un imperatore onesto e
-generoso, le fronti si rialzavano con dignità. Fra altre
-savie leggi, Marc'Aurelio vietò ai gladiatori d'adoprare
-armi micidiali: fatto ben più onorevole, che l'agitar
-nelle scuole quistioni di filosofia, a preghiera de' letterati.
-Egli non usciva mai dal senato, che il console non
-avesse dato congedo col <i>Nihil vos moramur, patres
-conscripti</i>; tornava dalla Campania qualvolta v'avesse
-a riferire alcun che; crebbe i giorni fasti per gli affari;
-primo istituì un pretore sovra le tutele; notò d'infamia
-i delatori; rendeva assiduamente giustizia, e spesso
-rimetteva le cause al senato, trovando più giusto il
-piegarsi egli stesso al parere di tanti savj, che non
-trascinare questi al suo.
-</p>
-
-<p>
-Il chiamarono a nuove armi i Marcomanni; ma in
-mezzo alle vittorie morì a Sirmio in Pannonia <span class="sidenote">(180)</span> di
-cinquantanove anni, dopo regnato diciannove; e di
-sincero compianto l'accompagnarono tutti, eccetto forse
-il figlio Lucio Comodo, sospetto d'avergli accelerato la
-morte. Tranquillamente la vide Marc'Aurelio avvicinarsi,
-<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span>
-e diceva agli amici: — Da voi aspetto meglio che i
-sentimenti ordinarj e naturali; ma che chiariate aver io
-collocato bene la stima, l'affezione, i benefizj. Mio figlio
-a voi raccomando; vi sia a cuore la sua educazione.
-Egli esce appena dall'infanzia; ne' primi bollori della
-gioventù ha bisogno di governo e di piloto, che mai,
-scarso d'esperienza, non travii e rompa agli scogli: non
-l'abbandonate, tenetegli luogo del padre con buoni
-avvisi e salutari istruzioni, ritrovi me in ciascuno di voi.
-Le più larghe ricchezze non bastano alle dissolutezze
-di un principe voluttuoso; se egli è odiato da' sudditi,
-non è in securo, per quante guardie lo difendano; non
-teme congiure e sommosse se pensò a farsi amare più
-che temere. Chi di voglia obbedisce, va scevro da
-sospetti; senz'essere schiavo, è buon suddito, e non
-ricusa obbedienza se non a comando dato con soverchia
-durezza. Difficile è l'usar con moderazione una
-podestà senza confini. Ripetete spesso a mio figlio
-queste istruzioni e somiglianti; così formerete per voi
-e per l'impero un principe degno, a me mostrerete la
-vostra costanza, e onorerete la memoria mia, unico
-mezzo di renderla immortale».
-</p>
-
-<p>
-Le sue ceneri furono deposte nella mole Adriana,
-egli ascritto fra gli Dei, e reputavasi sacrilego chi non
-ne tenesse in casa l'effigie. Oltre l'esempio d'una benignità
-e d'una dolcezza quasi uniche, ci lasciò anche
-precetti per iscritto<a class="tag" id="tag235" href="#note235">[235]</a>, la cui indulgenza discorda
-dall'austero stoicismo, e segnano il punto più alto cui
-giungesse la filosofia pagana, irradiata suo malgrado
-da quella suprema sapienza, incontro a cui ostinavasi
-a chiuder gli occhi. — Un solo Dio (diceva egli) dappertutto;
-una sola legge, che è la ragione comune a
-tutti gli esseri intelligenti. Lo spirito di ciascuno è un
-dio ed emanazione dell'ente supremo. Chi coltiva la
-<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span>
-propria ragione deve guardarsi come sacerdote e ministro
-degli Dei, giacchè si consacra al culto di colui
-che fu in esso collocato come in un tempio. Non fare
-ingiuria a questo genio divino che abita in fondo al
-cuore, e conservalo propizio col fargli modesto corteggio
-siccome a un dio. Trascura ogni altra cosa per
-occuparti del culto della tua guida, e di ciò che in lei
-v'ha di celeste; sii docile alle ispirazioni di questa emanazione
-del gran Giove, cioè lo spirito e la ragione; il
-dio che abita in te, conduca e governi un uomo veramente
-uomo. Una ragione eguale prescrive ciò che
-dobbiam fare od evitare: governati da una legge comune,
-siamo cittadini sotto l'egual reggimento».
-</p>
-
-<p>
-Alla maniera di Socrate e del Maestro divino, e a
-differenza di Cicerone, insiste più spesso sulla morale
-privata, sulla cognizione di se stesso. — Di rado siamo
-infelici per non sapere che cosa passi nel cuor degli
-altri; ma lo siam certo se ignoriamo quel che passa
-nel nostro. A qual cosa applicarci con tutta la cura?
-ad aver l'anima giusta, far buone azioni, cioè utili alla
-società, non poter dire che il vero, esser sempre in
-grado di ricevere ciò che accade come cosa necessaria.
-Come un cavallo dopo una corsa, un'ape dopo fatto il
-miele, non dicono <i>Ho fatto del bene</i>, così un uomo
-non deve proclamare il bene che opera, ma continuare
-come la vigna, che, dopo portato il frutto, si prepara
-a portarne dell'altro a tempo.
-</p>
-
-<p>
-«Quando sei offeso dalla colpa d'alcuno, esamina te
-stesso, e bada se mai non facesti nulla di simile: questo
-riflesso dissiperà la tua collera. Dio immortale non
-s'indispettisce di tollerare per tanti secoli un'infinità di
-malvagi, anzi ne prende ogni cura: e tu che domani
-morrai, e che ad essi somigli, ti stancheresti di sopportarli?
-Spesso si è non meno ingiusti a fare nulla
-che a fare qualcosa.
-<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Ogni mattina si cominci col dire, — Oggi avrò a
-fare con faccendieri, con ingrati, insolenti, scaltriti,
-invidi, insociali: perchè hanno questi difetti? perchè
-non conoscono i beni e i mali veri. Ma io, che appresi
-il vero bene consistere nell'onesto, e il vero male nel
-turpe; che conosco la natura di chi mi offende, e ch'egli
-è parente mio, non per sangue, ma per la partecipazione
-al medesimo spirito emanato da Dio, non posso
-tenermi offeso da parte sua, giacchè egli non saprebbe
-spogliare l'anima mia dell'onestà.
-</p>
-
-<p>
-«O uomo, tu sei cittadino della gran città del mondo:
-che ti cale di non esserlo stato che cinque anni? Nessuno
-può lamentarsi d'ineguaglianza in ciò che avviene
-per legge mondiale: perchè dunque cruciarti se ti
-sbandisce dalla città, non un tiranno o un giudice iniquo,
-ma la natura stessa che vi t'avea collocato? È come se
-un attore fosse congedato di teatro dall'impresario che
-l'allogò. — Non ho finito la parte, recitai solo tre
-atti. — Dici bene: ma nella vita tre atti formano una
-commedia intera, giacchè essa è terminata a proposito
-ogniqualvolta il compositore istesso ordina d'interromperla.
-In tutto ciò tu non fosti nè autore, nè causa di
-nulla: vattene dunque in pace, giacchè chi ti congeda
-è tutto bontà.
-</p>
-
-<p>
-«Io debbo a Vero mio avo ingenuità ne' costumi e
-placidezza; alla memoria che ho del padre mio, il
-carattere modesto e virile; a mia madre, pietà e liberalità,
-non solo astenersi dal male ma neppur pensarlo,
-frugalità negli alimenti, schivar le pompe; al bisavo, il
-non essere andato alle pubbliche scuole, ma avuto in
-casa egregi precettori, e conosciuto che non si spende
-mai troppo in ciò; al mio educatore, il non parteggiare
-per la fazione verde o per la turchina nelle corse, o
-nei gladiatori pel grande o piccolo scudo, tollerar la
-fatica, contentarmi di poco, servirmi da me, non dare
-<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span>
-ascolto a delatori; a Diagnoto, non occuparmi di vanità,
-non credere a prestigi ed incanti, a scongiuri, a cattivi
-demonj nè altre superstizioni, lasciare che di me si
-parli con libertà, dormire sopra un lettuccio ed una
-pelle, e gli altri riti della educazione greca; a Rustico,
-l'essermi avveduto che bisognava correggere i miei
-costumi, evitar l'ambizione de' sofisti, non iscrivere di
-scienze astratte, non declamare arringhe per esercizio,
-non cercare ammirazione col far pompa d'occupazioni
-profonde e di generosità; nelle lettere usare stile semplice;
-al pentito perdonare senza indugio; leggere con
-attenzione, nè contentarmi di comprendere superficialmente.
-Da Apollonio appresi ad esser libero, fermo
-anzichè esitante, alla ragione solo mirando, eguale in
-tutti i casi della vita, ricevere i doni dagli amici senza
-freddezza nè abiezione. Da Sesto, benignità, esempio di
-buon padre, gravità senza affettazione, continuo studio
-di venir grato agli amici, tollerare gl'ignoranti e sconsiderati,
-rendere la propria compagnia più gioconda
-che quella degli adulatori, conciliandosi però rispetto,
-applaudire senza strepito, sapere senza ostentazione.
-Dal grammatico Alessandro, a non rimproverare le
-scorrezioni di lingua, di sintassi, di pronunzia, ma far
-sentire come abbia a dirsi, mostrando rispondere o
-aggiunger prove o sviluppare la stessa idea, con espressione
-diversa, o in altra guisa che non sembri correzione.
-Da Frontone, a riflettere all'invidia, alla frode,
-alla simulazione dei tiranni, e che i patrizj non hanno
-cuore. Da Alessandro platonico, a non dire leggermente
-<i>Non ho tempo</i>, nè col pretesto delle occupazioni esimersi
-dagli uffizj sociali. Da Massimo, a dominar se
-stessi, non lasciarsi sopraffare da verun accidente, moderazione,
-soavità, dignità ne' costumi, occuparsi senza
-rammarichio, non esser frettoloso, non pigro, non irresoluto,
-non dispettoso e diffidente, non mostrare ad
-<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span>
-altri d'averlo a vile e di credersene migliore, amar la
-celia innocente.
-</p>
-
-<p>
-«Riconosco per benefizio degli Dei l'aver avuto
-buoni parenti, buoni precettori, buoni famigliari, buoni
-amici, che sono le cose più desiderabili; il non avere
-sconsideratamente offeso alcuno di questi, benchè vi
-fossi per natura proclive; inoltre l'aver conservato
-l'innocenza nel fiore della giovinezza; non fatto uso
-prematuro della virilità; l'essere stato sotto un imperatore
-e padre che da me rimoveva l'orgoglio, persuadendomi
-che il principe può abitare nella reggia, e
-pure far senza guardie nè abiti pomposi, e fiaccole e
-statue e simil lusso; il non aver fatto progressi nella
-retorica, nella poesia e cosiffatti studj, che m'avrebbero
-divagato<a class="tag" id="tag236" href="#note236">[236]</a>; il non essermi mancato denaro qualora
-un povero volessi soccorrere; non essermi trovato in
-bisogno di soccorso altrui; il trovarmi in sogno suggeriti
-rimedj opportuni a' miei mali; il non essere, nello
-studio della filosofia, caduto in mano d'alcun sofista,
-nè perduto il tempo a svolgere i costui commenti,
-sciogliere sillogismi, e disputare di meteorologia».
-</p>
-
-<p>
-Insomma la filosofia di Marc'Aurelio è un continuo
-intendere al bene de' suoi simili; ed anzichè l'orgoglio
-stoico, vi riconosci l'umiltà cristiana. Staccarsi dalle
-cose mondane, assorbire ogni sua attività in Dio egli
-<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span>
-vorrebbe quanto un monaco, ma sente i doveri del
-suo posto; disapprova la guerra, ma la fa contro gli
-invasori; e resta in mezzo agli uomini per beneficarli.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap40">CAPITOLO XL.
-<span class="smaller">Economia pubblica e privata sotto gli Antonini.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-L'impero aveva allora per confini a settentrione e a
-ponente il mar Nero, il Danubio, il Reno, l'Oceano dalle
-foci del Reno sino allo stretto di Cadice; nell'Asia
-Minore giungeva fino alla Colchide e all'Armenia; in
-Siria fino all'Eufrate e ai deserti d'Arabia; in Africa
-all'Atlante, alle arene libiche, ai deserti che separano
-l'Egitto dall'Etiopia; e, a tacere i momentanei acquisti
-di Adriano, stabilmente unite furono all'impero le provincie
-della Britannia e della Dacia. Copriva così la
-superficie di 1,365,560 leghe quadrate, cioè il quintuplo
-della Francia odierna, con circa cenventi milioni
-d'abitanti: ma oltre queste, che costituivano l'impero
-romano ed erano governate da proconsoli, stava attorno
-una cintura di altre regioni, vassalle in diverso grado,
-e di dubbiosa libertà<a class="tag" id="tag237" href="#note237">[237]</a>, che talora pagavano un tributo,
-sottostavano al censo, ricevevano decreti; quali i
-re della Comagene, di Damasco e tant'altri sul lembo
-della Siria, la trafficante Palmira nel deserto, i principi
-dell'Iberia, dell'Albania ed altri del Caucaso, l'Armenia,
-la Partia a vicenda sottomessa e riottosa. È questo il
-momento della massima grandezza dell'Impero e dell'Italia;
-onde noi sosteremo ad esporne la condizione
-civile, morale, letteraria, prima di contemplarne il
-declino.
-<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span>
-</p>
-
-<p>
-La comunicazione fra sì remote provincie era agevolata
-dal mare e da meravigliose strade. Il Mediterraneo,
-le cui rive direbbonsi predestinate dalla Provvidenza
-ai più splendidi e durevoli incrementi della
-civiltà, mette in relazione le tre parti del mondo antico,
-le discendenze dei tre figli di Noè, i foschi Camiti
-dell'Africa, i Giapetidi della Grecia e della Germania,
-i Semiti della Fenicia e della Palestina: s'addentra con
-mille seni per ricevere dai fiumi le produzioni di tre
-continenti, spingendosi pel Tanai e per la Meotide fin
-nelle steppe dei Tartari, pel Nilo fino al centro dell'Africa,
-per lo stretto fin nell'Oceano inospitale. Allora
-poteva dirsi lago latino, poichè non avea spiaggia che
-non riconoscesse le aquile imperiali; le flotte di Roma
-lo proteggevano e solcavano continuamente; e le navi
-di traffico, approdando alle provincie più ricche e più
-belle, accostavano alle barbariche le due civiltà romana
-e greca. Quest'ultima, figlia dell'orientale, erasi
-vantaggiata di tutto il passato per abbellirlo e armonizzarlo,
-avea sparso di colonie il mondo, dagl'intimi
-recessi dell'Indo e del Don fino alle isole della futura
-Inghilterra, ed aveva educato Roma. La quale alla sua
-volta, estendendosi da un lato oltre le Alpi, dall'altro
-nell'Africa, diè di cozzo a popoli civili in decadenza e
-ne accelerò la caduta, ma ereditandone l'esperienza e
-dandovi governo; e a popoli barbari per incivilirli, per
-respingere sempre più lontano la rozzezza e la ferocia.
-</p>
-
-<p>
-Per terra questi paesi congiungeansi mediante strade
-di tale solidità, che sopravissero a' secoli. La via Appia,
-finita sin dal 311 avanti Cristo da Appio Claudio Cieco
-censore, in grandi macigni, moveva da porta Capena,
-or sostenuta sovra un terreno limaccioso, ora tagliando
-l'Appennino. Cesare la ristaurò cominciando a disseccare
-le paludi Pontine; gl'imperatori seguenti la compirono
-e migliorarono. Col nome di via Campana prolungata
-<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span>
-da Capua ad oriente d'Aversa, qui bipartivasi: la mediterranea
-pel monte Cauro scendeva a Pozzuoli; la marittima
-si drizzava a Cuma lungo i paduli di Linterno:
-da Cuma poi, uscendo per l'arco Felice, un altro ramo
-toccava Pozzuoli, e congiungevasi colla mediterranea
-per isboccare a Napoli, traverso alla grotta di Posilipo.
-Dalla via Flaminia, aperta dal console Flaminio Nepote
-nel 223, diramavasi presso Ponte Milvio la Cassia,
-dritta per Viterbo all'Etruria.
-</p>
-
-<p>
-D'ordine d'Augusto furono messe in buono stato le
-quarantotto d'Italia, che sviluppavansi da Roma a Brindisi
-e a Milano, donde si diramavano quelle che, pei
-varj passi alpini, raggiungevano Lione, Arles, Magonza,
-la Rezia, l'Illiria. Trajano ne condusse una traverso le
-paludi Pontine da <i>Forum Appii</i> sino a Terracina, e
-compì la via Appia da Benevento a Brindisi. La via
-Aurelia, che traversava l'Etruria e la Liguria, fu continuata
-sino a Cade; e varcato lo Stretto, riusciva a
-Tanger. La via Flaminia, da Roma per Rimini, Bologna,
-Modena, Piacenza, Milano, Verona, Aquileja spingeasi
-al Sirmio, e lungheggiava il Danubio, mettendo
-in comunicazione la Rezia e la Vindelicia, la Gallia e
-la Pannonia; di là per la Mesia fin negli Sciti, per la
-Tracia, l'Asia Minore, la Siria, la Palestina, l'Egitto, la
-costa d'Africa, veniva a ricongiungersi a Cadice, Malaga,
-Cartagena, colla strada di Spagna. Così sullo spazio
-di quattromila ottanta miglia romane era facilitato il
-trasporto delle legioni, degli ordini e delle notizie.
-Gl'imperatori vi stabilirono poste regolari, con ricambj
-ogni cinque o sei miglia, provvisti di quaranta cavalli,
-ad uso però unicamente del Governo, o di chi ne ottenesse
-speciale concessione: al qual modo poteano farsi
-cento miglia al giorno; anzi Tiberio potè in ventiquattr'ore
-compierne ducento da Lione alla Germania<a class="tag" id="tag238" href="#note238">[238]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span>
-Anche i fiumi avvivavano le comunicazioni, e due flotte
-armate scendendo il Reno e il Danubio, portavano i
-prodotti dell'Oceano Germanico nell'Eusino.
-</p>
-
-<p>
-Ciò dava alla dominazione romana una consistenza,
-qual mai non n'ebbe alcuna dell'Asia; nè era inane
-vanto quel dominio universale che Roma arrogavasi,
-e il chiamar orbe romano il mondo, consiglio supremo
-di tutte le nazioni e dei re il senato<a class="tag" id="tag239" href="#note239">[239]</a>: pretensione
-già viva sotto la repubblica, assodata nell'impero. E
-per quanto a ragione si esclami contro gli estesi imperj,
-che sotto eguali leggi incatenano genti disformi
-d'indole e di coltura, lasciano inesaudite le querele, non
-compresi i bisogni, e fanno dalla remota capitale arrivare
-i provvedimenti dopo cessata l'opportunità; pure vuolsi
-confessare che nazioni isolatissime vennero così ricongiunte,
-mentre la occidentale barbarie non sentiva l'influsso
-della coltura orientale; col togliere di mezzo i
-confini, si facilitò il contatto; e quantunque l'unità non
-fosse che materiale e derivata dalla conquista, la lingua
-uffiziale, le magistrature, le legioni, gli spettacoli a cui
-accorrevano i Rodopei dell'Emo, i cavalieri della Germania,
-i littorani del Nilo e dell'estremo Oceano, gli
-<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span>
-Arabi e i Sabei, gli olezzanti Cilici, i ricciuti Etiopi, i
-trecciati Sicambri<a class="tag" id="tag240" href="#note240">[240]</a>, estesero la civiltà se non la crebbero;
-e chiamando i popoli a contribuire chi la forza,
-chi l'ingegno, chi la ricchezza, insegnarono loro a conoscersi,
-ad affratellarsi, e dilatarono a tanta parte del
-mondo i privilegi che, essendo dapprima riservati ad
-un pugno di banditi o a qualche migliajo di cittadini,
-facevano la politica romana una grande ingiustizia a
-vantaggio di pochi e ad aggravio del genere umano.
-</p>
-
-<p>
-Centro di sì vasta unità, l'Italia era sempre sede dell'imperatore
-e del senato, i cui membri era richiesto
-che avessero di qua dall'Alpi almeno un terzo dei loro
-possedimenti. Quel nome non era più circoscritto dalla
-Macra, dal Rubicone e dal mare, dacchè i triumviri
-non aveano voluto lasciare la Gallia Cisalpina a governo
-di un proconsole, che potesse così menare un esercito
-legalmente di qua dell'Alpi. La fecero dunque giungere
-a levante fino all'Arsa, a settentrione alle Alpi, ad occidente
-al Varo; ed Augusto la partì in undici regioni:
-<span class="smcap lowercase">I</span>. il Lazio e la Campania, dove Pozzuoli; <span class="smcap lowercase">II</span>. il paese
-de' Picentini e degl'Irpini; <span class="smcap lowercase">III</span>. la Lucania, il Bruzio coi
-Salentini, l'Apulia, la Calabria, dove Brindisi era prevalsa
-alle scadute città di Taranto, Crotone, Locri;
-<span class="smcap lowercase">IV</span>. il paese spopolato de' Marsi, Frentani, Sabini, Sanniti;
-<span class="smcap lowercase">V</span>. il Piceno; <span class="smcap lowercase">VI</span>. l'Umbria; <span class="smcap lowercase">VII</span>. l'Etruria; <span class="smcap lowercase">VIII</span>. la
-<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span>
-Gallia Cispadana con Ravenna, eretta, come poi Venezia,
-fra canali del mare; <span class="smcap lowercase">IX</span>. la Liguria; <span class="smcap lowercase">X</span>. la Venezia coi
-Carni, gli Japigi e l'Istria; <span class="smcap lowercase">XI</span>. la Gallia Transpadana
-con Milano, cui mettevano capo le strade dell'Italia
-continentale, e Padova, e Aquileja, sempre più importanti
-per la vicinanza alla frontiera germanica. Roma
-formava un governo distinto, sotto il prefetto della città.
-Le alpi Marittime costituivano una provincia separata.
-La Sicilia, benchè già da Antonio avesse ottenuto la
-cittadinanza, rimaneva provincia colla Corsica e la Sardegna.
-Ma quella Sicilia che, due secoli fa, Cicerone
-dipingeva fertilissima e laboriosa, era ita a tracollo per
-le guerre civili e le servili; le cinque città di Siracusa
-riduceansi ad una sola, Enna era spopolata, cadenti i
-tempj, incolte le piaggie. Chi da quella tragittasse sul
-nostro continente, a Pozzuoli trovava uno de' porti più
-operosi, emporio del commercio del Mediterraneo, e
-approdo di tutte le flotte mercantili; e nei contorni
-molle eleganza di ville, di bagni, dove i cittadini di
-Roma venivano a ricrearsi dalle cure o a solleticare il
-rintuzzato senso de' piaceri.
-</p>
-
-<p>
-Ma quelle pendici dell'Appennino che avevano nutrito
-i Sabini, i Sanniti, gli Equi, i Latini, più non offrivano
-che cadaveri di città; i cinquantatre popoli del Lazio
-scomparvero, o reliquie ne restavano così scarse, che
-gli uni più non si discendevano dagli altri. Che dirò di
-quella Magna Grecia, che emulava le glorie e la potenza
-della Grecia vera? Già i curiosi andavano a rintracciarne
-le memorie; e qualche vecchio additava loro, — Qui
-fu Canusio, colà Argirippa, le due maggiori città; questi
-villaggi erano le tredici città della Japigia, di cui
-rimangono sole Brindisi e Taranto; ma quest'ultima,
-benchè Nerone v'abbia posto abitanti, è spopolata,
-come tutto quello sprone d'Italia».
-</p>
-
-<p>
-Ivi non arbitrio di governatori, non tributo; le autorità
-<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span>
-municipali facevano eseguire le leggi supreme: ma,
-come avviene sotto gli imperj, il reggimento cittadino
-andava foggiandosi ad aristocrazia, scegliendosi i magistrati
-non più fra il popolo ma fra gli illustri, e la
-giurisdizione limitandosi a piccole somme. Dopo Trajano,
-cominciò l'Italia a ridursi poco meglio che le
-altre provincie; cui si potè dire pareggiata allorchè
-Adriano la commise al governo di quattro consolari.
-</p>
-
-<p>
-La cittadinanza privilegiata diventava un nome già
-sul fine della repubblica, quando Cesare la comunicò a
-tutta Italia e ad intere provincie. Anche i servi divenendo
-liberti, entravano nella società politica del loro
-patrono: ma acquistando i privati diritti di cittadino,
-rimanevano esclusi dagl'impieghi e dal servizio militare,
-nè ammessi al senato fin alla terza o quarta generazione.
-</p>
-
-<p>
-Augusto trovava quattro milioni e censessantatremila
-cittadini; ma cessato col sistema delle conquiste il
-bisogno d'accrescerli onde reclutare fra essi le legioni,
-e perchè non isvantaggiasse il fisco per la troppa
-abbondanza degl'immuni, restrinse la facoltà di render
-cittadini gli schiavi manomessi, accettandovi soltanto
-magistrati e i grandi proprietarj delle provincie. Con
-ciò si traeva al corpo dominante il fiore di tutto lo Stato,
-e si assodava la potenza imperiale: ma alle legioni, in
-cui non entravano che cittadini, Augusto fu costretto
-arrolar di nuovo liberti e schiavi onde proteggere le
-colonie attigue all'Illiria e le frontiere del Reno. Mecenate
-gli consigliava di attribuire la cittadinanza a tutti i
-sudditi, col che, cancellati i reggimenti municipali,
-ridurrebbe l'impero all'unità monarchica: ma l'andare
-i cittadini esenti da tassa prediale, da dogane e pedaggi,
-fece gl'imperatori avari di questa concessione. Pure i
-successori d'Augusto, che più non aveano occhio parziale
-per Roma, lasciarono dilatare la cittadinanza; e i
-magistrati municipali, uscenti di carica con annua
-<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span>
-vicenda, la acquistavano per diritto; oltre quelli che
-ben meritassero in qualsivoglia modo.
-</p>
-
-<p>
-Quando l'interesse patrio o la gloria cessarono di
-spingere i cittadini alle armi, le legioni si dovettero
-empire di gente nè italica nè cittadina, e affidarne il
-comando a stranieri; poi ricompensare i servigi dei
-legionarj coll'introdurli nella città, elevarli ai primi
-onori, e lasciare si traessero dietro parenti ed amici;
-talchè esercito, senato, magistrati più non furono romani
-che di nome. Claudio ammise in senato molti peregrini,
-cioè sudditi non cittadini: eppure questi sotto di lui
-sommavano a 5,684,072 secondo Tacito, o, secondo
-Eusebio, a 6,945,000. Tanta profusione, perchè i favoriti
-ne facevano bottega: ma intanto le entrate pubbliche
-ne scapitavano, onde bisognava ristorarle con confische
-e proscrizioni. Nelle provincie poi i possedimenti
-s'andavano restringendo in mano de' cittadini, cui questo
-titolo rendeva immuni dai tributi. Però sotto Galba l'esenzione
-de' cittadini recenti fu limitata ad alcune imposte;
-poi dopo Vespasiano pare che i provinciali ammessi
-alla città non restassero immuni da nessun aggravio.
-</p>
-
-<p>
-Il titolo di cittadino più non dovette essere ambito
-dopo che non l'accompagnavano le prerogative d'occupar
-soli le cariche, di non essere giudicati se non
-nell'assemblea del popolo, di non pagare tributo, di
-decretar la guerra e la pace; nè conferiva quasi altro
-che il benefizio di non esser catturato per debiti e di
-appellarsi all'imperatore. Quel di partecipare ai donativi
-e alle largizioni pubbliche, valeva in Roma: per gli altri,
-a che mai riducevasi in tanta estensione e lontananza?
-Gravoso, al contrario, tornava ai cittadini il dover militare,
-non contrarre nozze con forestieri, restar esclusi
-dalle eredità intestate fuorchè in grado di prossima
-agnazione; oltre alcuni accatti, che sopra soli cittadini
-pesavano.
-<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span>
-</p>
-
-<p>
-L'atto di Caracalla d'estendere a tutti i sudditi la
-cittadinanza non fu che un sottoporre i provinciali a
-tutti i pesi de' cittadini: e allora s'intepidì l'amore per
-una patria accomunata a tutto il mondo; cresciuto
-l'arbitrio degl'imperatori e la violenza de' soldati col
-logorarsi l'autorità del popolo e la dignità del senato,
-si moltiplicarono le guerre, interne eppure non
-civili, dove si trattava di mettere in trono o d'abbattere
-un capitano forestiero, estranio ai sentimenti ed al
-meglio della nazione e dell'impero. Le consuetudini
-venivano alterate da eterogenei elementi, dal sedere a
-capo dello Stato uno straniero, fors'anche un barbaro.
-E se pure sorvivevano in alcuni le tradizioni liberali,
-attinte dall'educazione, dalla letteratura, dalle memorie
-che li circondavano, servivano soltanto a far sentire
-viepiù quel despotismo, che da un giorno all'altro
-poteva confiscare i beni, e mandar l'ordine d'uccidersi.
-Oppressione più disgustosa perchè sussistevano nomi e
-forme repubblicane, a titolo di libertà e di pubblica
-sicurezza si davano le accuse di alto tradimento, e
-questo punivasi in quanto l'imperatore rappresentava il
-popolo, come investito della podestà tribunizia. Quanta
-avea dunque ad essere la costernazione di quelli che
-sentivano tanto nobilmente, da non voler tuffare il
-dispetto nelle voluttà! E a qual partito potevano appigliarsi?
-Fuggire? ma dove, se tutte le terre civili erano
-sottoposte a Roma?
-</p>
-
-<p>
-Che se alcuna volta mai, allora apparve evidente
-come il pubblico bene rampolli piuttosto dalle istituzioni
-che da rettitudine de' principi. Roma n'ebbe di
-ottimi, ma nè poteva tampoco goderli con fiducia,
-pensando che o lo stesso potrebbe domani mutarsi in
-un mostro, o venire soppiantato da pessimo successore,
-dipendendo ogni cosa dalle qualità del monarca.
-</p>
-
-<p>
-Si nomina una <i>lex regia</i>, in forza della quale venisse
-<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span>
-conferito il supremo potere all'imperatore: ma non
-consta che mai sia esistita; quel nome certamente non
-sarebbe potuto soffrirsi ne' primi tempi dell'impero, e
-forse venne adottato sol quando, sotto Giustiniano,
-furono compilate le Pandette. Che se una legge generale
-avesse creato un potere supremo, non sarebbe più
-stato mestieri di conferma: mentre invece sappiamo
-che gli <i>atti</i> di ciascun imperatore non reggevano dopo
-la morte di lui se non gli avesse approvati il senato,
-depositario in diritto della sovranità, la quale nel fatto
-stava all'arbitrio d'un solo. Pure sembra che a ciascun
-eletto venissero conferiti i poteri sovrani, quasi per
-dargli un'origine legale<a class="tag" id="tag241" href="#note241">[241]</a>. Probabilmente in questi
-<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span>
-senatoconsulti veniva egli dispensato da certe leggi,
-come la Papia-Poppea: il che faceva dire troppo largamente
-che il principe venisse prosciolto d'ogni legge<a class="tag" id="tag242" href="#note242">[242]</a>.
-</p>
-
-<p>
-La sovranità però consideravasi sempre emanare dal
-popolo, e fin tardi si trovano menzionati i comizj, e
-leggi fatte in essi. Sussisteva anche la tribù, e nelle
-iscrizioni troviamo sempre indicato a quale il personaggio
-appartenesse: ma sì scarsa n'era la significazione,
-che alcuni si mutavano dall'una all'altra per
-eredità, per adozione, per una carica assunta, fin per
-mutato domicilio<a class="tag" id="tag243" href="#note243">[243]</a>. I municipj pregavano gl'imperatori
-o i cesari di accettar le cariche comunali, ed essi
-vi mandavano de' vicarj.
-</p>
-
-<p>
-La giurisdizione criminale e l'amministrazione esterna
-<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span>
-d'alcune provincie competevano al senato: esso nominava
-i consoli, i pretori, i proconsoli; attendeva alla
-riforma delle leggi, talora sovra proposizione de' medesimi
-imperatori. Tiberio parve aggiunger nerbo al
-senato coll'attribuirgli i giudizj di offesa maestà e la
-nomina de' magistrati, sottratta al popolo; ma in effetto
-egli non intese che di riversare su quello i suoi atti
-odiosi. Quanto l'impero resse, il senato conservò il
-diritto di censurare e deporre il capo dello Stato se
-abusasse dell'autorità; ma, pusillanime e discorde, non
-l'esercitò mai se non contro i caduti: condannò Nerone
-quando già era fuggiasco; esecrò Caligola, Comodo,
-gli altri quando la morte aveva interrotte le sue adulazioni.
-Quei senatori, col vendere le cariche, imparavano
-a vendere anche se stessi all'imperatore; chiusa
-la via d'acquistar fuori così sterminate ricchezze, e pure
-durando le spese e crescendo il lusso, tiravano a meritare
-la liberalità del principe, o fuggirne l'ira coll'andargli
-a versi: laonde Tiberio lagnavasi beffardamente
-che si mostrassero troppo ligi ad ogni suo talento.
-</p>
-
-<p>
-Eppure la memoria di quel che era stato bastava a
-renderlo sospetto agl'imperatori, che, buoni e malvagi,
-s'industriarono a torgli fin la possibilità di ridestare
-le ragioni antiche; contro patrizj e senatori aguzzavansi
-i ferri e le spie; Caligola, battendo sulla spada, esclamava, — Questa
-mi farà ragione del senato»; l'adulatore
-diceva a Nerone, — T'ho in odio perchè sei
-senatore»; e l'assassino a Comodo, — Il senato ti
-manda questo pugnale»; Domiziano protestava non si
-terrebbe sicuro finchè pur un senatore sopravivesse;
-e volendo avvilirli intantochè venisse l'ora d'ucciderli,
-manda una volta convocarli in gran diligenza, poi,
-come sono seduti nella curia, li consulta in qual salsa
-convenga condire un enorme rombo portatogli dall'Adriatico.
-Fin Claudio tutti gli atti politici diresse a
-<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span>
-crescere l'autorità imperiale a scapito delle magistrature
-curali: estenuò al senato il diritto di chiarir guerra e
-pace, ascoltare ambasciatori, e decidere dei re e dei
-popoli stranieri: ai consoli sottrasse il giudizio di certi
-affari criminali, sicchè poco più facevano che dare il
-nome all'anno: nei pretori, cresciuti a diciotto, trasferì
-in gran parte la giurisdizione criminale; ma tolta loro
-la custodia del tesoro, affidolla ai questori, ai quali di
-rimpatto tolse le prefetture d'Italia che abolì, ed impose
-il grave obbligo di dare spettacoli gladiatorj quando
-ottenevano il posto: lasciò che i cavalieri all'ombra del
-trono usurpassero i giudizj, cioè quel diritto per cui
-s'erano combattute le guerre civili sotto Mario e Silla.
-</p>
-
-<p>
-I tribuni non furono meglio che ispettori al buon
-ordine; e acquistò importanza il prefetto della città,
-che dal buon governo passò alla giurisdizione criminale,
-poi proferì in appello sui giudizj ordinarj anche in
-materia civile. Adriano commise l'amministrazione dell'Italia
-a quattro consolari; cavalieri romani tenne per
-segretarj e referenti, e pel proprio consiglio; un avvocato
-del fisco fece assistere a tutte le cause concernenti
-l'erario imperiale; coll'Editto Perpetuo semplificò la
-legislazione; e diede esempio a' successori suoi di riguardar
-lo Stato come cosa loro propria, e di prendere
-fidanza a qualunque innovamento. Il consiglio del principe,
-come anima del Governo, emanava decreti sotto la
-presidenza dell'imperatore, e formava una corte d'appello
-supremo. Al senato dunque che cosa restava? di
-decretare quali nuovi numi dovesse Roma salmeggiare.
-</p>
-
-<p>
-In un corpo non eletto dal popolo, non sostenuto da
-truppe, la depressione nè trovava contrasto nè eccitava
-lamenti. Accomunati i diritti alle provincie lontane,
-v'entravano persone stranie affatto alle memorie della
-libertà e della repubblica, e devotamente riconoscenti
-agl'imperatori. Già l'ordine di Claudio che priva della
-<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span>
-dignità equestre chi ricusi la senatoria, mostra come
-fosse divenuto un peso quel che prima costituiva la
-suprema ambizione; e sotto Comodo si disse che un
-tale «fu relegato nel senato». Invece dunque di presentarsi
-custodi della tradizione e tutori della libertà, i
-padri coscritti coll'esempio e colle dottrine confermarono
-l'assoluta padronanza del monarca sopra la vita
-e i beni. Dione si direbbe scrivesse la sua storia a
-quest'unico intento; i giureconsulti diedero legale fondamento
-all'esorbitanza imperiale; e la monarchia al
-tempo di Severo potè gettare la maschera, di cui
-Augusto l'aveva coperta.
-</p>
-
-<p>
-Gl'imperatori, per togliersi gl'impedimenti della nobiltà
-privilegiata, promossero le ragioni della comune
-natura umana, favorirono i peculj de' figliuoli di famiglia
-e le emancipazioni, ampliarono gli effetti e restrinsero
-le solennità delle manumissioni, migliorarono la condizione
-degli schiavi a fronte dei padroni. Anche in ciò
-il capo dello Stato operava in senso popolare, col voler
-tutti eguagliati nel diritto, umiliare i prepotenti, non
-concedere privilegi a particolari persone, ma erigere
-alle dignità chiunque ne paresse degno, garantire la
-moltitudine da oppressioni private, e tenerla soddisfatta
-circa i bisogni della vita e gli usi della libertà naturale.
-Lo zelo degl'imperatori per la giustizia civile riparava
-a non pochi altri abusi, incuteva salutare apprensione
-ai magistrati, e avvicinava ognor più il diritto all'equità
-naturale e al senso comune. In tal modo progrediva
-l'umanità anche fra codardi patimenti, e col gran
-nome dell'impero estendevasi l'idea dell'eguaglianza
-sotto un unico governo, opposta a quanto praticò l'antichità,
-e che dovea costituire l'indole delle società
-moderne.
-</p>
-
-<p>
-Coll'impero cangiarono aspetto anche le finanze. Le
-spese furono a dismisura aumentate dal mantenere un
-<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span>
-esercito stanziale ed una corte<a class="tag" id="tag244" href="#note244">[244]</a>, dal pagarsi gl'impiegati,
-e dalle crescenti distribuzioni di grano; ignorando
-quegli augusti che il mettere i poveri in grado
-di comprare il vitto coll'aumentare i lavori costa meno
-che non l'abbassare i prezzi del grano. È peccato che
-siasi perduto il <i>Rationarium totius imperii</i>, dove
-Augusto avea divisato l'entrata e l'uscita<a class="tag" id="tag245" href="#note245">[245]</a>; e fra le
-divergentissime opinioni, la media darebbe novecentosessanta
-milioni di lire d'entrata generale. Vespasiano,
-principe economo, diceva l'amministrazione e la difesa
-dell'impero costare quattromila milioni di sesterzj, cioè
-ottocento milioni di lire l'anno<a class="tag" id="tag246" href="#note246">[246]</a>: or che doveva
-essere sotto imperatori pazzamente scialacquatori?
-</p>
-
-<p>
-Augusto effettuò l'idea di Giulio Cesare di far misurare
-tutto l'impero; e Zenodoxo in trentun anno e mezzo
-compì la misura delle parti orientali, Teodoto quella
-<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span>
-delle settentrionali in ventinove e otto mesi, Policleto
-delle meridionali in venticinque e un mese. Balbo coordinò
-in Roma i loro lavori, ed eretto il catasto, prescrisse
-i regolamenti censuarj. Agrippa, preside a
-questa grand'operazione, ne trasse un mappamondo,
-che fece dipingere sotto il portico d'Ottavia, sicchè
-ciascuno potea vedervi l'estensione dell'impero: i governatori
-delle provincie riceveano la descrizione del
-loro paese colle distanze, lo stato delle strade grandi
-e delle vicinali, delle montagne, dei fiumi.
-</p>
-
-<p>
-Contemporaneamente si fece per tutto l'impero il
-registro delle persone coi loro beni mobili e immobili,
-bestiame, schiavi, affittajuoli, casiliani, e il numero, il
-sesso, l'età de' figliuoli: il qual censo dovea rinnovarsi
-ogni decennio, e serviva di base al riparto dell'imposta.
-Un censitore e un perequatore riceveano i reclami, e
-rettificavano gli errori; la falsa dichiarazione era punita
-colla morte e la confisca; ogni cambiamento di possesso
-doveva notificarsi; e poc'a poco si perfezionò
-quest'azienda in modo, che il vastissimo impero restava
-regolato con altrettanta diligenza quanto una piccola
-casa<a class="tag" id="tag247" href="#note247">[247]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ma l'impero non possedeva gli spedienti, pei quali i
-moderni possono levar tanto denaro senza gravissimo
-incomodo: dall'imposta personale, la più rilevante,
-rimanevano esenti sei o sette milioni di famiglie romane,
-che erano le più ricche; le altre rendite appartenevano
-a quelle di difficile e costosa esazione, dove è facile la
-frode, e dove il prodotto diminuisce se la tassa si
-aggravi.
-</p>
-
-<p>
-L'Italia dapprima andava immune da imposta fondiaria
-stabile (<i>numerarium</i>); l'Italia annonaria doveva
-una prestazione in derrate; dell'<i>ager provincialis</i> era
-<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span>
-carattere un tributo fondiario, variante di misura e
-condizione: ma gl'imperatori adottarono una base
-uniforme; poi l'Italia, come dicemmo, cessò d'essere
-privilegiata. Già anche a questa Augusto aveva imposto
-gabelle e tasse sulle vendite, e una generale sui beni e
-sulle persone de' cittadini romani, che da un secolo e
-mezzo non pagavano aggravj; anzi talmente pesavano
-le imposte, che gl'imperatori trovavansi costretti ogni
-tratto a condonare ingenti debiti ai privati. Sulle somme,
-sopra le quali nasceva litigio, prelevavasi il due e mezzo
-per cento; tasse imponeansi sui mercati, gli artigiani, i
-facchini, le meretrici, sulle latrine pubbliche, sull'orina,
-sul concio di cavallo; ogni sorta mercanzie entrando
-pagava di dazio dal quarantesimo fin a un ottavo del
-valore; e grandioso doveva esserne il ritratto quando
-dall'India si traeva annualmente per ventiquattro milioni
-di lire in merci, esitate a Roma al centuplo del
-valore primitivo<a class="tag" id="tag248" href="#note248">[248]</a>.
-</p>
-
-<p>
-La tassa sulle vendite non soleva eccedere l'un per
-cento, ma non v'avea sì minuto oggetto che vi si sottraesse.
-Era destinata a mantenere l'esercito; poi non
-bastando, s'introdusse la vicesima, cioè un cinque per
-cento sopra tutti i legati e le eredità eccedenti una certa
-somma, e che non cadessero nel più prossimo parente.
-Tra famiglie ricchissime, dove la rilassatezza dei legami
-domestici faceva spesso ai proprj figliuoli preferire i
-liberti o gli estranei che avevano saputo blandire le
-passioni o accontentarle, quella tassa riusciva talmente
-ingorda, che nel volgere di pochi anni versava l'intero
-retaggio nell'erario. Molto pure ingrassavano il fisco le
-multe della legge Papia-Poppea contro gli smogliati.
-</p>
-
-<p>
-Secondo il genio degl'imperatori e col crescere dei
-bisogni aumentarono tutte le imposizioni e fisse ed
-<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span>
-eventuali; sussistette sempre l'abuso d'affittarle ad
-appaltatori, de' cui gravi e feroci abusi enormemente
-soffrivano i sudditi. Era caduco al fisco, 1º tutto ciò
-che, in forza di testamento, avrebbe dovuto toccare a
-persona premorta alla pubblicazione di quello; 2º le
-donazioni e i legati a persone indegne, o sotto illecite
-condizioni; 3º quel che venisse ricusato dall'erede o
-legatario, come spesso avveravasi nei casi di ribellione,
-per non mostrarsi amici del reo; 4º quanto fosse lasciato
-in testamento a celibi che entro un anno non si fossero
-ammogliati, e metà de' lasciti fatti a consorti senza
-figli; in fine quanto sarebbe toccato a chi sopprimeva un
-testamento, o impediva alcuno dal testare liberamente.
-</p>
-
-<p>
-Oltre le frequentissime colpe di Stato, portavano la
-confisca innumerevoli delitti; e fra questi il parricidio,
-l'incendio, la moneta falsa, il ratto, lo stupro, la pederastia,
-il sacrilegio, la prevaricazione, il peculato, lo
-stellionato, il monopolio, e l'incetta del grano destinato
-a Roma o all'esercito, il plagiato, ossia l'attentare contro
-l'altrui libertà. Così punivasi il magistrato che subornasse
-testimonj contro un innocente, il padrone che
-esponesse gli schiavi nell'anfiteatro, i falsarj; e dopo
-Alessandro Severo gli adulteri, chi evirasse o si lasciasse
-evirare, chi supponeva un bambino, chi usava violenza
-armata mano, chi mutava domicilio per sottrarsi al
-tributo, chi prendeva denaro a prestanza dalle pubbliche
-casse, chi occultava i beni d'un proscritto, chi trasportava
-oro fuori dell'impero o vendeva armi a stranieri,
-chi di mala fede acquistava una cosa in litigio, chi vendeva
-porpora, o apriva il testamento d'un vivo, o spogliava
-de' suoi ornamenti un edifizio urbano per abbellire
-una villa. E tanti erano i beni ricadenti al tesoro
-per legge o per confisca, che s'istituirono <i>procuratori
-de' beni caduchi</i> per raccorli ed amministrarli nelle
-provincie; carica non già di gente di vile affare, ma
-<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span>
-affidata a persone di gran recapito, e sino a consolari.
-</p>
-
-<p>
-Diritto particolare dell'imperatore era il batter moneta
-d'oro e d'argento: di rame potè farne il senato
-fin a Gallieno: le colonie e alcune città conservarono il
-privilegio di monete particolari. Le terre dell'antico
-agro pubblico in Italia erano occupate da colonie e
-specialmente da militari, sicchè non davano verun frutto
-diretto allo Stato. Anche nelle provincie i dominj pubblici
-erano stati in gran parte usurpati durante la guerra
-civile da privati; Augusto e i successori fecero altrettanto,
-ingrandendo il possesso del principe, che fruttava
-unicamente pe' favoriti. S'introdussero poi regalie a
-vantaggio dell'imperatore, e fabbriche d'armi, di stoffe,
-di gomene, tinture, dorature, nelle quali adopravansi
-soli schiavi imperiali. Anche pingui legati soleano farsi
-agl'imperatori; e se per tal via Augusto raccolse in
-vent'anni quattromila milioni di sesterzj, pensate che
-dovessero fruttare sotto imperatori ribaldi, alcuni dei
-quali cassavano i testamenti ove non si trovassero considerati!
-Pure talvolta l'erario difettava; e Marco Aurelio
-si trovò in tali strette, che fece vendere all'asta gli
-ornamenti della reggia, i vasi preziosi, le gemme, fin
-le vesti di sua moglie; poi, finita la guerra, invitò i
-compratori a restituirli al prezzo stesso, e a chi ricusasse
-non risparmiò vessazioni. Operazione che noi
-avremmo semplificata mediante viglietti del tesoro.
-</p>
-
-<p>
-La servitù era abbellita da tutti i vantaggi compatibili
-colla tranquillità. In ogni parte sorgevano fabbriche,
-le cui reliquie formano la meraviglia di noi
-tardi nipoti; quali per opera de' magistrati, quali dei
-Comuni, quali ancora dei privati: a quelle de' Cesari
-i sudditi erano obbligati a contribuire braccia e carri.
-Tali edifizj ci porgono una riprova del sistema politico
-antico, pel quale si aveva ogni riguardo alle città,
-nessuno alla campagna. Dopo il medioevo, non trovi
-<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span>
-spazio ove non sorga un villaggio con una chiesa, un
-palazzo o un castello: allora invece tutto concentravasi
-nelle città, alle città mettevano capo le grandi strade,
-senza quella rete di minori che oggi congiungono le
-minime borgate: insomma allora i cittadini, ora il
-popolo; allora pochi privilegiati, ora chiunque è uomo.
-</p>
-
-<p>
-Chi dunque, abbagliato da tali splendidezze, giudicasse
-ricchissimi quei nostri antenati, dimenticherebbe
-che non le molte dovizie accumulate in mano di pochi,
-ma la equabile diffusione di ciò che serve alle necessità,
-ai comodi, forma la prosperità delle nazioni.
-</p>
-
-<p>
-La violenza poteva esser la colpa d'un proconsole o
-d'un imperatore, non era il carattere della dominazione
-romana, troppo aliena dal volersi fondare soltanto sull'esercito,
-sulla polizia, e regolamentare tutto. Pertanto
-nell'Italia e nelle provincie restava luogo a dignità e
-ad autorità più che in Roma; e il municipio conservava
-una vita che era scomparsa dalla metropoli; n'era
-rispettata l'indipendenza; la legge municipale rimaneva
-illesa dai capricci dell'imperatore e dalle sottigliezze
-de' giureconsulti; liberamente vi si faceano le elezioni,
-teneano adunanze: gli Olconj e gli Arrj a Pompej, i
-Sergj a Pola fabbricavano portici, archi, anfiteatri,
-come ne' bei tempi a Roma i Pompei ed i Lentuli; ai
-Nonj, ai Celsinj, ai Balbi, ai Vitruvj ergeansi monumenti
-in Pompej, in Ercolano, in Verona, quando a
-Roma le onorificenze erano serbate a cesare.
-</p>
-
-<p>
-Già accennammo in che modo i possessi mutassero
-di padroni, dal che sotto l'impero trovaronsi innovate
-l'economia e le finanze. Gli antichi aristocrati per tradizione
-seguitavano a coltivare i campi per mano di
-schiavi, diretti da schiavi: i nuovi, non pensando che a
-godere in lusso le sfondolate dovizie, davano i beni a
-fitto a lavoratori nati liberi, che li coltivassero a proprie
-spese e pericolo. Ordinariamente l'affitto facevasi per
-<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span>
-cinque anni, e pagavasi in denaro, e a proporzione
-degli schiavi ond'era <i>vestito</i> il podere.
-</p>
-
-<p>
-Divenendo sempre più difficile l'affidare la direzione
-de' proprj beni a fittajuoli liberi e garanti, dopo il II secolo
-s'introdusse un metodo nuovo d'economia rurale,
-mutando lo schiavo in colono servile, permettendogli
-di menar moglie, tenere figliuoli, disporre del suo
-peculio, purchè retribuisse un canone annuo: da ciò
-sarebbe potuta venire la redenzione dello schiavo; ma
-poichè sempre maggiore facevasi la sproporzione fra
-poveri e ricchi, e l'aumentava la fiscalità introdotta coi
-crescenti bisogni della repubblica, si venne a temere
-che il proprietario vendesse gli schiavi e lasciasse incoltivati
-i campi. Fu dunque provveduto che il colono
-restasse colla sua discendenza affisso alla gleba, e con
-essa venduto: il che, oltre ribadire la schiavitù, produsse
-una funesta disuguaglianza nella distribuzione dei lavoratori,
-accumulati in alcune contrade, mentre altre ne
-rimanevano deserte. Pertanto al fine di quest'età giacevano
-selvatiche le campagne, esercitate un tempo
-dalla popolosa solerzia degli Equi, de' Sabini, de' Volsci,
-degli Etruschi, de' Cisalpini; altri immensi spazj erano
-occupati da giardini d'infruttifere voluttà, ai quali aggregavansi
-via via i camperelli vicini, i cui proprietarj
-correvano a Roma a sprecar quel poco ricavo, per poi
-ridursi alla limosina. Svigorita dalla lunga coltivazione
-a braccia, nè sufficientemente rianimata dalla concimazione,
-la terra poco rendeva; un cattivo sistema di
-rotazione agraria, la coltura resa costosissima dall'imperfezione
-de' metodi e degli stromenti, per cui richiedeasi
-il quadruplo delle braccia odierne, le meschine
-strade vicinali, bastanti appena ai somieri, il divieto di
-asportar grani e l'incoraggiamento a importarne di
-stranieri, rendevano cattiva speculazione la coltura a
-grano, talchè Catone la colloca appena al sesto luogo,
-<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span>
-e preferivansi i pascoli, che non importano spese; sebbene
-vogliasi dimostrato che i migliori non rendevano
-più di sessanta franchi per arpento<a class="tag" id="tag249" href="#note249">[249]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Un paese la più parte montuoso come il nostro, non
-può prosperare che mediante la piccola coltura a mano,
-la quale si vantaggia de' più angusti spazj, e varia a
-seconda del terreno e dell'esposizione; come non è
-possibile colle macchine o con una direzione in grande.
-Sparendo dunque la proprietà minuta, diminuivano
-sempre più la ricchezza d'Italia e la popolazione laboriosa
-ed onesta: donde quel detto di Plinio, che i
-latifondi furono la rovina dell'Italia. Che se ci si opponesse
-l'Inghilterra, ricchissima malgrado gli amplissimi
-poderi, mentre è misera la Corsica ove sono sminuzzati,
-faremmo riflettere come della popolazione inglese appena
-un quarto attenda ai campi, il resto vive dietro
-al commercio e all'industria; e che l'estensione delle
-praterie è proporzionata colle terre a biada, e i numerosi
-armenti offrono abbondanza d'ingrassi. Vero è
-bene che sono gli uomini che fecondano la terra; e
-dove nulla li impedisca di giungere alla ricchezza per
-via della fatica, ne seguirà un generale prosperamento.
-Allora, come oggi, v'avea piagnoloni che ripeteano
-essere isteriliti i campi, peggiorata la temperie del cielo,
-spossata la natura dal lungo produrre. Ai così fatti
-Lucio Giunio Moderato Columella da Cadice rispose,
-che la colpa consisteva nel lasciare trascurato lo studio
-dell'agricoltura: — V'ha scuole di filosofia, di retorica,
-di geometria, di musica; v'ha persone occupate in
-null'altro che preparare cibi pruriginosi, altre in acconciare
-i capelli, e nessuno che insegni l'agricoltura. Eppure
-senz'arti di diletto abbastanza felici furono un
-tempo e saranno dappoi le città; ma senza agricoltori
-<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span>
-gli uomini non possono reggere nè alimentarsi. E qual
-via migliore di conservare e di crescere il patrimonio?
-Che se oggi men frutta la terra, non è spossatezza,
-come alcuni si danno ad intendere, nè invecchiamento,
-ma inerzia nostra».
-</p>
-
-<p>
-Stese dunque un trattato <i>De re rustica</i>, il cui primo
-libro discorre dei vantaggi e dei piaceri dell'agricoltura;
-il secondo dei campi, del seminare e mietere; il
-terzo e quarto delle vigne e degli orti; il quinto del
-dividere e misurare il tempo; poi degli alberi, del bestiame
-grosso e minuto e delle sue malattie, delle api
-e dei polli distintamente, dei doveri d'un buon fittajuolo;
-e finisce con istruzioni per chi attende all'economia
-rurale. Il decimo, in versi, tratta degli orti.
-Scrive puro, semplice talvolta sino al triviale, tal altra
-elegante sino all'affettazione; ma se diletta i letterati,
-poco o nulla istruisce l'agricoltore. Ai prati, che Catone
-riputava la coltura più lucrosa, Columella preferisce i
-vigneti, anche a confronto del grano<a class="tag" id="tag250" href="#note250">[250]</a>. Palladio
-compendiò poi quell'opera, distribuendo le fatiche agresti
-per ciascun mese.
-</p>
-
-<p>
-Realmente però non si produce se non quando v'induca
-o la necessità o l'interesse. Ora, il denaro era
-<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span>
-affluito in Italia, e in parte ancora vi si conservava,
-per modo che grandissime somme si richiedevano a
-far piccole imprese, mentre nelle provincie bastava a
-gran cose poco denaro. Traevasi dunque ogni genere
-da fuori; l'entrata era resa incerta dalle distribuzioni
-gratuite che si moltiplicavano, la munificenza dell'imperatore
-o de' ricchi strozzando la speculazione privata:
-poi monopolj, poi tesori gettati dalla vittoria
-improvvisamente in circolazione, alteravano di punto
-in bianco il valore delle derrate che il proprietario
-mandasse sul mercato. Sfruttata l'Italia, si dovettero
-cercar di fuori anche il vino e la lana, già vantata produzione
-degli armenti dell'Apulia, di Parma e dell'Euganea<a class="tag" id="tag251" href="#note251">[251]</a>;
-e alle precipue famiglie erasi accomunato
-il lusso, un tempo regio, di adoperarla tinta di porpora,
-quale veniva da Tiro, dalla Getulia, dalla Laconia,
-al costo fin di mille dramme la libbra.
-</p>
-
-<p>
-Nel tempo che, o per ingegni fiscali o per necessità,
-si trasformava così l'agricoltura, anche l'industria subiva
-un radicale mutamento. L'associazione, eretta in
-istituzione pubblica, s'incontra in ogni dove al nascere
-e al decadere delle società; determinata in prima
-dalla debolezza, stretta poi dalla tirannia; e per sostenere
-l'esterna concorrenza, o per riparare all'interna
-dissoluzione; sempre a scapito dell'individuale libertà.
-Le corporazioni d'operaj liberi, antichissime in Roma,
-non avevano potuto prosperare, perchè ogni ricco teneva
-in casa chi fabbricasse quanto occorreva a' bisogni
-od al lusso. Tardi la gente nuova affluente a Roma
-s'accôrse che una stoffa od un utensile comprati alla
-bottega costavano meno che non fabbricati da' proprj
-schiavi, onde venne ad abbandonarsi l'industria servile
-<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span>
-casalinga; il che moltiplicando i liberi lavoranti, avrebbe
-coadjuvato al sistema d'uguaglianza, adottato dall'impero.
-Ma la libertà che erasi tolta a' campagnuoli non
-volle lasciarsi a quella folla d'artigiani; e sotto aspetto
-di darvi un ordine, furono incatenati ciascuno al loro
-telonio, come i coloni alla gleba. Senz'idea della libera
-concorrenza, e reputando necessario che la legge intervenga
-dappertutto per assicurare quella pubblica prosperità,
-cui oggi noi crediamo bastare l'accorgimento
-del privato interesse, si riformarono le corporazioni,
-costituendo in ciascuna città quelle che reputavansi
-necessarie acciocchè ben servito rimanesse il pubblico;
-alle principali se n'aggiunsero d'accessorie, e vennero
-graduate categoricamente, considerando come privilegio
-il passare dall'una all'altra. L'imperatore o il Comune
-o i consociati costituiscono un fondo sociale; e stante
-che può parteciparvi anche chi nulla vi reca, ed ogni
-uom libero può entrare in una di queste comandite,
-ne consegue che anche il minimo lavoro acquista prezzo.
-Ma che? l'associato non può nè vendere nè lasciare il
-suo peculio se non ad uno del collegio stesso, talchè
-l'industrioso appartiene al suo uffizio, non l'uffizio
-all'industrioso come oggi. Inoltre diede appiglio ad uno
-degli sciagurati spedienti, a cui ricorreva l'ingordigia
-del fisco; perocchè ciascuna di esse scuole veniva gravata
-d'enormi imposizioni, dovendo, oltre le gabelle di
-vendita e pedaggio, la <i>collazione auraria</i>, così detta
-perchè pagavasi in oro, e vi erano obbligati in solido
-tutti i membri, tenendosi per essa ipotecati tutti i beni
-stabili della comunità.
-</p>
-
-<p>
-Mancavano dunque molte delle sorgenti di ricchezza,
-per le quali da noi in continua operosità si rinnova
-sempre la classe media. La proprietà fondiaria scapitava
-ogni giorno di valore, la fatica agricola perdeva occasioni,
-capitali non aveansi che ad esorbitante interesse;
-<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span>
-talchè l'agiatezza popolare diminuiva più sempre, e vi
-sottentrava la miseria.
-</p>
-
-<p>
-Fra ciò cresceva il lusso, e moltiplicavansi i ministri
-dell'opulenza e delle lascivie. Veri eserciti di schiavi
-popolavano le case de' primarj, tanto che bisognava un
-nomenclatore per rammentarne il nome. Dall'Italia, da
-tutto il mondo concorreva gente a Roma per vivere di
-largizioni o d'infamia. Nutrire e contentare la folla
-doveva essere il pensiero supremo degl'imperatori,
-che perciò traevano continuamente grano dalla Sicilia,
-dall'Egitto, dall'Africa; e guaj al giorno in cui di là non
-giungesse pascolo a tante bocche. Sacra dicevasi la
-flotta che trasportava il grano all'Italia; esenti da ogni
-gabella le navi che afferrassero a Roma cariche di
-frumento; i principi quanto erano peggiori, tanto più
-largheggiavano, riponendo in ciò il buon governo e la
-giustizia<a class="tag" id="tag252" href="#note252">[252]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Testimonio eloquente della miseria d'allora ci resta
-un editto di Diocleziano, che, in tempo di caro, prefigge
-il massimo prezzo della sussistenza e dei lavori<a class="tag" id="tag253" href="#note253">[253]</a>.
-Le cose necessarie alla vita costano da dieci a venti
-volte più che oggi; e sebbene la quantità del denaro e
-la scarsezza dell'industria levassero ad esorbitante prezzo
-il lavoro, un villano od un bracciante poteva appena
-colla sua giornata procurarsi un cibo grossolano ed
-insalubre. Gran fatto per una gente, tre quarti della
-quale era ridotta a nutrirsi di pane, formaggio e pesce,
-mentre Vitellio per la sua tavola consumava l'anno
-<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span>
-censessantacinque milioni. Trajano, nel decreto conservatoci
-in una famosa tavola, destina un milione e cenquarantaquattromila
-sesterzj per comprar terre onde
-<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span>
-nutrire ducenquarantacinque fanciulli e trentaquattro
-ragazze orfani e legittimi, oltre uno ed una illegittimi;
-assegnando ai maschi sedici sesterzj, e dodici alle
-<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span>
-femmine ogni mese, cioè dodici e nove centesimi il
-giorno.
-</p>
-
-<p>
-Unico mezzo di rifarsi sarebbe stato il commercio:
-e veramente i provinciali, abbastanza discosti dagl'imperatori
-per non sentirne le personali malvagità, e
-giovati dalla pace, volentieri dirizzavano al traffico i
-<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span>
-loro figli da che era chiusa od angustiata la carriera
-pubblica, ed affinchè a minor contatto venissero coi
-pericolosi monarchi. Per la Mesopotamia, traverso al
-deserto, continuavasi la via, battuta fin dai primordj
-della società, verso i paesi delle spezierie e delle
-gemme: e una tariffa delle merci che allora traevansi
-dall'India, ce ne prova la variata qualità<a class="tag" id="tag254" href="#note254">[254]</a>, attestata
-pure da un <i>Periplo</i> dell'Eritreo, che si attribuisce ad
-Arriano.
-</p>
-
-<p>
-Quando Roma ebbe ridotto tutto il mondo sotto di
-sè, l'unità tolse via molti ostacoli e le interruzioni cagionate
-dalle gelosie e dalle guerre delle nazioni; quella
-direzione uniforme spinse e tutelò il commercio, e ancor
-più il bisogno di provvigionare l'innumerevole popolazione
-d'una metropoli ricca e voluttosa, che consumava
-senza produrre, che cercava con avidità le delicatezze
-orientali e quanto stuzzica il lusso ed il capriccio. L'incenso
-che fumava sui mille altari; gli aromi con cui
-s'ardevano i cadaveri, perchè anche il morire fosse
-costoso a chi era vissuto nelle suntuosità; i balsami
-onde le belle conservavano e riparavano i loro vezzi;
-le gemme in cui profondevansi interi patrimonj; la seta
-che reputavasi esuberante lusso per gli uomini fin dopo
-Elagabalo, erano i principali oggetti che si traevano
-dalle rive del Gange, mentre dal Fasi venivano i tessuti
-della Cina, venduti da Persi e Parti; da Dioscuria le
-produzioni dell'Eusino e del Caspio; dall'Etiopia profumi,
-avorio, cotone e fiere; porpora da Tiro. Delle
-spezierie tratte di là, il cinnamomo vendevasi millecinquecento
-denari la libbra; in proporzione la mirra, il
-nardo, il cardamomo, il garofano, la cassia balsamode,
-il calanco, il mirobalano, il mazir, il carcamo, il gizir, ed
-altre gomme o legni di cui si componevano gli unguenti.
-<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span>
-</p>
-
-<p>
-Gli Arabi non accettavano che monete; così i paesi
-del Gange e i Seri non bisognosi di cosa che loro
-manchi: talchè Plinio asserisce che almeno cento milioni
-di sesterzj (25 milioni di lire) migravano annualmente
-dall'impero in quelle contrade<a class="tag" id="tag255" href="#note255">[255]</a>. Computo impossibile
-a verificarsi, ma basti ad indicare l'enorme uscita
-del denaro romano, per cui tornava a paesi lontani
-quello che erasi portato nei nostri dalle vittorie e dai
-trionfi. Dovette l'uscita aumentare a proporzione del
-lusso, che giunse al colmo quando le Corti imperiali si
-moltiplicarono, e Diocleziano credette necessario mascherare
-col fasto orientale la decadenza.
-</p>
-
-<p>
-Non che i Romani negligessero affatto il commercio
-come si dice<a class="tag" id="tag256" href="#note256">[256]</a>, anzi ne' popoli soggetti lo favorivano
-di buone ordinanze e di libertà; adottarono la legge
-marittima de' Rodj, fecero spedizioni lontane, e ricevettero
-ambascerie da Seri, Sarmati, Sciti, Taprobani,
-vogliosi di tenere aperte le vie per cui tant'oro colava
-ne' loro paesi. Augusto, acquistato l'Egitto, ch'era lo
-scalo più frequentato alle produzioni dell'India, tentò
-nuove vie per arrivare a questa, ed Elio Gallo fece
-uscire una squadra di cenventi legni mercantili dal
-porto di Myoshormos sulla costa egizia del golfo Arabico,
-tracciando una via che altri seguirono<a class="tag" id="tag257" href="#note257">[257]</a>. A
-<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span>
-quel porto i Romani conducevano ogn'anno per cinque
-milioni di mercanzie, e guadagnavano il centuplo: lo
-che rende ragione della gelosia con cui interdissero
-agli stranieri l'entrata nel mar Rosso.
-</p>
-
-<p>
-I Romani sono i primi, di cui s'accertino comunicazioni
-colla Cina; e Cosma Indicopleuste afferma che i
-navigatori del golfo Persico passavano fin colà per
-difficile e lungo tragitto, e i Cinesi venivano nei porti
-dell'India e di esso golfo. Romani erano pure quei che
-faceano il traffico per tutto l'impero; e le città da loro
-stabilite in Germania attestano ancora uno scopo commerciale,
-sulla destra del Danubio o sulla sinistra del
-Reno, stando in faccia allo sbocco de' grandi fiumi che
-dall'interno paese recavano le produzioni naturali, come
-Treveri, Colonia, Bonna, Coblenza, Magonza, Strasburgo,
-Passavia, Ratisbona. L'Istria ci mandava vino dolce e
-fragrante; vino e legname la Rezia; schiavi l'Illiria;
-pelli, armenti, ferro il Norico. La Spagna ci porgeva
-abbondanza d'argento e d'oro, miele, cera, allume,
-zafferano, pece, canape e lino; e biade molte, e vini
-squisiti, e cavalli. Dalle Gallie traevamo rame, ferro,
-bestiame, lana, panni, tela, liquori, prosciutti. Le isole
-britanniche ci provvedeano di stagno e piombo. Ricco e
-variato era il traffico colla Grecia e coll'Asia Minore.
-E già il Settentrione ci spediva pelliccie, ambra, legname;
-all'uopo nuovi scali aprendosi da quelle bande
-(pag. 133).
-</p>
-
-<p>
-Pure in tanta agevolezza di operare un attivissimo
-<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span>
-commercio fra popoli che avea riuniti, il nobile romano
-non cessò di credere abjezione il portar le mani alle
-arti; ancora al tempo di Costantino teneansi infami quei
-che si applicassero a vendere di ritaglio e a guadagnare
-d'industria, e le figlie loro eguagliavansi alle saltatrici
-e alle schiave; Onorio e Teodosio vietarono a nobili e
-ricchi il mercatare, come cosa pregiudicevole allo Stato.
-Aggiungi che gli appaltatori delle pubbliche entrate impacciavano
-la circolazione con continue gabelle e pedaggi;
-altri compravano dagli imperatori il monopolio
-d'una o d'altra merce; infine l'industria venne rovinata
-dalle fabbriche imperiali, che vedremo introdotte.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap41">CAPITOLO XLI.
-<span class="smaller">Coltura de' Romani. Età d'argento della loro letteratura.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Da Vespasiano a Marc'Aurelio diedero una nuova fioritura
-gl'ingegni; le lettere riprosperarono sotto i Flavj,
-le arti sotto Adriano, la filosofia sotto gli Antonini.
-</p>
-
-<p>
-Dopo Augusto, piuttosto che scaduta, sarebbe a dire
-annichilata la letteratura, giacchè, se tu ne levi Fedro
-di sospetta autenticità (pag. 46), per mezzo secolo non
-appare scrittore romano. Eppure protezione ed ajuti
-non mancavano. Fu oggetto di lusso l'adunare biblioteche;
-ed oltre quelle d'Augusto aggiunte all'Apollo
-Palatino ed al portico d'Ottavia, Tiberio ne pose una in
-Campidoglio che non dovette perire nell'incendio di
-Nerone, come sembra perisse la Palatina, e come sotto
-Comodo fu dal fulmine consumata un'altra in Campidoglio<a class="tag" id="tag258" href="#note258">[258]</a>,
-forse istituita da Silla. Nel tempio della Pace,
-insieme con monumenti d'arti e di scienze, Vespasiano
-<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span>
-collocò una libreria, cui Domiziano arricchì tenendo
-continuamente copisti ad Alessandria. L'Elpia di Trajano
-fu poi trasferita nelle terme di Diocleziano. Altre
-si ricordano fino a quella di sessantaduemila volumi,
-che l'imperatore Gordiano III ricevè per testamento da
-Sereno Sammonico già suo maestro.
-</p>
-
-<p>
-Alcuni imperatori promossero la coltura, sull'esempio
-di Cesare che conferì la cittadinanza ai medici ed ai
-professori d'arti liberali. Vespasiano pel primo assegnò
-sul tesoro ventimila lire l'anno a retori greci e latini,
-mentre se ne davano quarantamila a un sonatore e
-ottantamila a un attore tragico. Adriano protesse scienziati,
-letterati, artisti, astrologi; i professori incapaci
-metteva in riposo col soldo; e fondò l'Ateneo, che
-riuniva lettere e scienze. Antonino e Marc'Aurelio propagarono
-l'insegnamento anche nelle provincie, istituendovi
-scuole pubbliche di filosofia e d'eloquenza. La
-condizione dei maestri variò secondo la bontà e generosità
-degli imperatori: ma questi per lo più ne lasciarono
-la scelta e l'esame ai loro pari; ed è probabile
-che allora dovessero dar lezioni con regola e con
-seguito maggiore.
-</p>
-
-<p>
-Se non che la pace non basta a rifiorir le lettere;
-anzi nell'uniformità del governo imperiale parvero addormentarsi
-gl'ingegni, come si spegneva lo spirito
-militare. Diffondeasi, è vero, l'amor del sapere; e non
-che la Gallia, la Germania e la divisa Bretagna conoscevano
-i capolavori, e contribuirono talvolta bei nomi
-alla letteratura: ma l'originalità non si svolge per
-favore de' principi o largizione de' privati. I filosofi si
-trascinavano sui passi dei vecchi, rimpastandoli in
-quell'eclettismo che è rivelazione d'impotenza; i letterati
-o imitavano servilmente, o, se volessero uscire
-dalle orme altrui, deliravano, avendo perduta la nazionale
-civiltà senz'essersi identificati colla nuova: i ricchi
-<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span>
-stendevano appena la mano a qualche satira o libricciuolo
-galante: dei giovani che a Roma affollavansi a
-studio, i più lo facevano per sollazzo o libidine, tanto
-che per decreto più volte furono rimandati in patria:
-col titolo di filosofi e matematici v'affluivano astrologi
-e ciurmadori.
-</p>
-
-<p>
-La filosofia non cessò i suoi esercizj, ma coi caratteri
-della decadenza, quali sono le controversie di parole e
-l'esitanza. Le dottrine italiche di Pitagora presero
-aspetto mistico ed ascetico, secondando la sensualità
-vulgare con apparato di miracoli e d'arcani, frequenza
-di sacrifizj, stupidità di magìa. Fioriva allora la scuola
-eclettica d'Alessandria, intenta a conciliar le varie,
-pretendendo supplire all'arte di Platone colla scienza
-d'Aristotele, all'inventiva coll'argomentazione, al raziocinio
-coll'erudizione, all'esperienza colla rivelazione.
-Quando poi sorsero i Cristiani a mostrare che i dubbj
-delle filosofie non reggono alle affermazioni del Vangelo,
-e l'una abbatte l'altra, e nessuna ve n'ha che sia efficace
-sulla morale, le scuole etniche parvero accordarsi
-nel vagliare da tutti i sistemi ciò che avessero di meglio,
-interpretando come fatti naturali i mitologici, come
-simboli le assurdità immorali: sterile elaborazione,
-nella quale, riconosciuta la impotenza della ragione,
-molte volte ricorreasi ad una superiore facoltà intuitiva,
-supponendo dirette comunicazioni cogli Dei, e dell'estasi
-facendosi via alla vera scienza.
-</p>
-
-<p>
-Pochi filosofi teorici produsse l'Italia. Il pitagorico
-Sestio, al tempo d'Augusto, ricusò la dignità di senatore,
-e fu capo di una setta, che piena di romana vigoria
-è detta da Seneca, il quale ci conservò di lui questa
-bella immagine: — Come un esercito minacciato d'ogni
-banda s'ordina in battaglione quadrato, così al savio
-conviene circondarsi i lati di virtù, quasi sentinelle,
-per essere pronte ovunque pericolo accada, e far che
-<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span>
-tutte obbediscano senza tumulto agli ordini dei capi».
-</p>
-
-<p>
-Uno stoico meritevole di più rinomanza che non ne
-goda, ci pare Cajo Musonio Rufo di Bolsena, cavalier
-romano, involto nella congiura di Pisone, sbandito più
-volte, occupato a stornare ambiziosi dal cercar l'impero,
-e ad acchetare le guerre civili; lodato da Filostrato e
-da Giuliano imperatore come un modello di quelle
-virtù ch'essi pretendeano indipendenti dal cristianesimo,
-ma anche dai padri della Chiesa collocato a pari con
-Socrate. Non affettando una saviezza impossibile, un
-orgoglio repellente, vuole che il filosofo sia ammogliato;
-mentre Epitteto non osa interdire la dissolutezza, egli
-riprova ogni atto carnale che non abbia la sanzione del
-matrimonio e il fine di aumentar le famiglie; mentre
-Marc'Aurelio permette il suicidio, egli a Trasea che gli
-dice, — Amo meglio la morte oggi che l'esiglio domani»
-risponde: — Se tu guardi la morte come un
-mal maggiore, il tuo voto è da insensato; se come
-minore, chi t'ha dato il diritto di scegliere?» Con
-sapienza che risente del Vangelo dicea pure: — Evitate
-le parole oscene, perchè conducono ad osceni atti.
-Abbiate un abito solo. Se non volete far male, considerate
-ogni giorno siccome fosse l'ultimo di vostra vita.
-Dopo una buona azione, la fatica ch'essa ci costò è
-finita, e ci rimane il piacere d'averla fatta: dopo una
-cattiva, il piacere è passato, e resta la vergogna»<a class="tag" id="tag259" href="#note259">[259]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Già ci son conti i dogmi di Marc'Aurelio e di Seneca.
-Di questo abbiamo tre libri <i>Dell'ira</i>, che possono
-raffrontarsi con quel di Plutarco sul soggetto medesimo;
-una <i>Consolazione</i> ad Elvia madre sua mentr'egli esulava
-in Corsica, un'altra a Polibio, una a Marcia per la
-<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span>
-morte d'un figlio, i più antichi modelli di lettere consolatorie.
-Trattò del <i>perchè male avvenga ai buoni,
-essendovi la Provvidenza</i>, e conchiuse al suicidio. Ad
-Anneo Severo, coll'opuscolo <i>Della serenità dell'animo</i>,
-suggerì di rimediare alle irrequietudini coll'applicarsi
-alle pubbliche cure; dalle quali poi, con una delle frequenti
-sue contraddizioni, distorna Paolino nella <i>Brevità
-della vita</i>. Arieggia ai paradossi stoici il trattato
-<i>Della costanza del savio</i>, ove contende che questo non
-può rimaner tocco da ingiurie. Parlando a suo fratello
-Gallione della <i>vita beata</i>, si scusa delle ricchezze imputategli,
-e difende dagli Epicurei le opinioni stoiche
-sulla beatitudine. I tre libri a Nerone <i>Della clemenza</i>,
-di stile più nobilmente semplice, offrono esempj e precetti
-di quella che è dovere in tutti, e ne' principi lodasi
-come virtù perchè rara. Meriterebbe d'esser rifatto il
-suo discorso <i>Dei benefizj,</i> tanto aggiungendo ed applicando
-a ciò ch'egli dice intorno al modo di fare il bene,
-di riceverlo, di ricambiarlo. Le cenventiquattro <i>Lettere</i>
-sono altrettante dissertazioni su punti morali.
-</p>
-
-<p>
-Seneca è pure contato fra gli scienziati; e sebbene le
-sue <i>Quistioni naturali</i> sieno un'indigesta accozzaglia
-e una verbosa esposizione di cognizioni empiriche sgranate,
-senza puntello di scienze esatte nè di proprie esperienze
-sistematiche, sono però l'unico libro che ci attesti
-avere i Romani posto mente alla fisica, e segna l'ultimo
-punto cui gli antichi l'abbiano spinta: sicchè molti secoli
-egli restò in Europa quel che Aristotele fra i Greci, il
-repertorio delle fisiche cognizioni.
-</p>
-
-<p>
-I Romani, affatto positivi, voleano applicare immediatamente
-le teoriche; dal che restò pregiudicata la
-ricerca indipendente, nè verun grande pensiero scientifico
-fu da essi conquistato, nè per l'esperienza nè per la
-riflessione. Intesi alla pratica, la natura considerarono
-soltanto come oggetto dell'attività umana, onde non ne
-<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span>
-indagarono l'essenza e le armonie, e di ben poco avanzarono
-la cognizione di essa. Con un dominio sì esteso
-avrebbero potuto strarricchire la scienza naturale: negli
-archivj palatini stavano preziose relazioni geografiche
-de' generali: troviamo accennate altre collezioni, ma nè
-diligenti nè dirette a scientifico intento.
-</p>
-
-<p>
-La <i>Storia della natura</i>, sola arrivataci fra tante opere
-di Cajo Plinio Secondo <span class="sidenote">(23-70)</span>, è un repertorio delle scoperte,
-delle arti, degli errori dello spirito umano, raccolte all'occasione
-di descrivere i corpi. Esibito nel primo dei
-trentasette libri uno specchietto delle materie e degli autori,
-nel secondo tratta del mondo, degli elementi e delle
-meteore; seguono quattro di geografia, poi il settimo
-delle varie razze umane e dei trovati principali; i quattro
-seguenti versano sugli animali, classificati giusta la
-grossezza e l'uso, e ragionando dei costumi loro, delle
-qualità buone o nocevoli, e delle men comuni loro proprietà.
-Ben dieci libri sono consacrati a descrivere le
-piante, la loro coltura e le applicazioni all'economia
-domestica e alle arti; poi cinque ai rimedj tratti dagli
-animali; altrettanti ai metalli, col modo di cavarli e di
-convertirli pei bisogni e pel lusso. A proposito di questo
-parla della scoltura, della pittura, e dei primarj artisti,
-come delle insigni statue di bronzo ragiona in occasione
-del rame, e le materie coloranti il recano a dire
-de' quadri, della plastica le stoviglie: distribuzione capricciosa
-e mal digesta, ove sempre il pensiero è sottoposto
-alla materia.
-</p>
-
-<p>
-Ma Plinio non è un naturalista che raccolga, osservi,
-sperimenti, aggiunga al tesoro delle cognizioni precedenti;
-sibbene un erudito, che alle occupazioni della
-guerra e della magistratura sottrae qualche ora onde
-sfogliare libri: mentre pranza, ha schiavi che leggono;
-n'ha mentre viaggia; altri estraggono tutto quel che
-egli appunta, e gli tennero mano a compilare un lavoro,
-<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span>
-che risparmiava tante letture, allora difficoltosissime.
-Così raccozzando senza genio nè critica, non distingue
-la diversità delle misure di lunghezza, mescola fatti
-contraddittorj, barcolla fra sistemi disparati, anzi opposti;
-non intende i passi, riferiti all'abborracciata, nè si
-cura di confrontarli colla realtà, onde descrivendo cose
-non vedute, riesce spesso inintelligibile; non si briga
-di riuscire compiuto e di non ripetersi; e attento a
-solleticare la curiosità più che a scoprire il vero, alla
-retorica più che alla precisione, sceglie ciò che ha del
-singolare e del bizzarro, beve assurdità già confutate
-dallo Stagirita. Nè sempre alle migliori fonti ricorre; e
-sopra le origini italiche ormeggia Giulio Igino, autore
-senza critica, mentre neglige i venti libri di storia
-etrusca, che sappiamo aveva stesi l'imperatore Claudio.
-</p>
-
-<p>
-Pure l'essersi perduta la più parte delle duemila
-opere da esso spogliate il rende prezioso; e senza la
-sua farragine, quanta parte dell'antichità ci rimarrebbe
-arcana! quanto minor tesoro possederemmo della lingua
-latina!<a class="tag" id="tag260" href="#note260">[260]</a>
-<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span>
-</p>
-
-<p>
-Gagliardo e preciso nel dire, ma lontano dal semplice
-e corretto de' contemporanei di Cesare, casca
-nell'affettato e nell'oscuro. Lo spirito dell'antica repubblica
-animava lui pure, siccome Trasea, Elvidio, Tacito
-e gli altri migliori, e di là attinge spesso calore e fin
-eloquenza: ma il gusto peggiorato e la gonfiezza delle
-parole fuorviano l'energica elevatezza del suo ingegno;
-giudica e spiega i fatti a seconda delle personali
-prevenzioni e di una filosofia atrabiliare, che assiduamente
-accusa l'uomo, la natura, gli Dei, colla retorica
-aggravando la miseria umana, col raziocinio scoprendo
-i disordini di questo mondo, senza elevarsi alle armonie
-di un altro, l'indagare il quale egli non trova di verun
-interesse; nega affatto Iddio, e lo fa tutt'uno colla materia;
-e s'avvoltola nello scetticismo fin a considerare
-l'uomo come l'essere più infelice e più orgoglioso, e
-insultare la divinità che «nè può concedere all'uomo
-l'immortalità, nè togliere a se stessa la vita, la quale
-facoltà è il dono più bello che essa abbia a noi
-lasciato»<a class="tag" id="tag261" href="#note261">[261]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Mentre sbraveggia le religioni e la Provvidenza,
-indulge a superstizioni (pag. 180), crede come fatti
-incontestati (<i>confessa, constat</i>) a ermafroditi, a maschi
-cambiati in femmine, a fanciulli nati coi denti o rientrati
-nell'alvo materno, alla longevità di chi ha un dente
-di più, alla disgrazia di chi nasce pei piedi, a cavalle
-fecondate dal vento, a donne che partorirono elefanti.
-Egli vi dirà d'una pietra, la quale, posta sotto il capezzale,
-<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span>
-produce sogni veritieri; che al morso di serpenti
-rimedia la saliva d'uom digiuno; che sputando nella
-mano si guarisce l'uomo involontariamente feritosi: un
-abito portato ai funerali mai non è intaccato dalle
-tarme; un uomo morsicato da un serpente più non ha
-a temere di api o di vespe; le morsicature d'un animale
-si esacerbano alla presenza di persona morsicata
-da un animale della specie medesima. Nè è stupore
-che v'abbia mostri così strani in Etiopia, avendoli formati
-Vulcano, abilissimo modellatore, giovato da quel
-gran caldo<a class="tag" id="tag262" href="#note262">[262]</a>.
-</p>
-
-<p>
-L'attrazione verso il centro della terra era stata
-asserita da Aristotele, accettavasi come una verità comune
-dai Romani, e Cicerone la esprimeva con esattissima
-felicità<a class="tag" id="tag263" href="#note263">[263]</a>. Plinio invece vi dirà che i gravi
-tendono al basso, i corpi leggeri all'alto; s'incontrano
-e per la mutua resistenza si sostengono: così la terra è
-sorretta dall'atmosfera, se no lascerebbe il suo posto e
-precipiterebbe al basso. Non solo rifiuta il sistema
-mondiale pitagorico, ma trova pazzia il supporre altre
-Terre ed altri Soli di là dal nostro, misurare la distanza
-degli astri, seminare d'infiniti mondi lo spazio<a class="tag" id="tag264" href="#note264">[264]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Chi volesse (nè ammannirebbe impresa difficile) riscontrare
-l'età che descriviamo col secolo precedente al
-nostro, troverebbe somiglianza fra Plinio e gli Enciclopedisti
-in quel copertojo scientifico dato all'ignoranza
-e alla credulità, in quell'armeggio di sapere o mostrar
-di sapere, in quel ripudiare la luce che viene dalla vera
-fonte e che pure gli illumina, in quel professarsi materialista,
-e tuttavia per buon cuore giungere a conclusioni
-<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span>
-benevole. Come gli Enciclopedisti, Plinio declama
-contro chi inventò la moneta; benedetti i secoli, ove
-altro commercio non si conosceva che di cambio; è un
-delitto la navigazione, la quale, non paga che l'uomo
-morisse sulla terra, volle mancasse perfino di sepoltura<a class="tag" id="tag265" href="#note265">[265]</a>.
-Eppure intravede la perfettibilità, e «quante
-cose non erano considerate impossibili prima che si
-facessero! confidiamo che i secoli avvenire si perfezionino
-sempre meglio»<a class="tag" id="tag266" href="#note266">[266]</a>. Tuttochè materialista, al
-nome di Barbari sostituisce quello d'uomini; rinfaccia
-a Cesare il sangue versato; loda Tiberio d'aver tolte di
-mezzo certe disumane superstizioni in Africa e in Germania;
-bofonchia contro quelli che il ferro ridussero
-in armi, pure della guerra riconosce i vantaggi, professando
-che l'Italia fu scelta dagli Dei per riunire
-gl'imperj dispersi, addolcire i costumi, ravvicinare in
-comunanza di linguaggio gl'idiomi discordi e barbari
-di tanti popoli, dare agli uomini la facoltà d'intendersi,
-incivilirli, divenire insomma la patria unica di tutte le
-nazioni del mondo<a class="tag" id="tag267" href="#note267">[267]</a>. Di queste idee avanzate, di
-questa filosofia tollerante e cosmopolita, egli non conosceva
-o rinnegava la sorgente.
-</p>
-
-<p>
-Plinio era di Como; militò in Germania, fu procuratore
-di Nerone nella Spagna, da Vespasiano ebbe il
-comando della flotta navale al Miseno: ma mentre colà
-dimorava, il Vesuvio eruttò fiamme per la prima volta;
-ed egli accorso sia per curiosità del fenomeno, sia per
-sovvenire ai pericolanti, fu preso da una sua ricorrente
-debolezza di stomaco, e caduto, restò soffogato. Lasciò
-centottanta volumi in minutissimo carattere, fra cui tre
-libri di arte oratoria, trentuno di storia contemporanea,
-trenta delle guerre de' Romani in Germania, altri del
-<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span>
-lanciar dardi, e perfino di grammatica, scritti «quando
-la tirannia di Nerone rendeva pericoloso ogni studio
-più elevato».
-</p>
-
-<p>
-Giulio Solino, vissuto non si sa quando, ma forse
-due secoli più tardi, beccò da Plinio senza criterio, ed
-espose in istile ricercato notizie varie, massime di
-geografia, e il suo <i>Polistore</i> ebbe gran corso nel medio
-evo. Le conquiste e il commercio dilatarono la cognizione
-del mondo: pure vedemmo come Greci fossero
-quelli, di cui Augusto si valse per misurare e descrivere
-l'impero. E dalla Grecia vennero, nel tempo che discorriamo,
-i due maggiori geografi Strabone e Tolomeo.
-Il primo, dopo lunghi viaggi nell'Asia Minore, nella
-Siria, nella Fenicia, nell'Egitto fin alle caterrate, poi
-in Grecia, Macedonia, Italia, eccetto la Gallia Cisalpina e
-la Liguria, in diciassette libri diede la storia della sua
-scienza da Omero ad Augusto; e trattando delle origini
-e migrazioni dei popoli, della fondazione delle città e
-degli Stati, dei personaggi più celebri, sa portarvi la
-critica. L'altro descrisse l'universo in modo d'acquistare
-il nome di Tolomaico al sistema che, in opposizione
-coi Pitagorici e coi moderni, pone la terra per centro
-ai cieli; e creò la geografia scientifica, disponendo i
-paesi matematicamente per longitudine e latitudine<a class="tag" id="tag268" href="#note268">[268]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span>
-</p>
-
-<p>
-L'unico che in latino trattò di geografia, è Pomponio
-Mela spagnuolo (<i>De situ orbis</i>), in prosa concisa ed elegante
-compendiando il sistema d'Eratostene; all'aridità
-d'una nomenclatura provvede coll'intarsiare graziose
-descrizioni e dipinture fisiche o storiche ricordanze:
-ma non vide cogli occhi proprj, dà come sussistenti
-cose da gran lunga perdute, mentre non nomina Canne,
-Munda, Farsaglia, Leutra, Mantinea, famose per battaglie;
-nè Ecbatana, Persepoli, Gerusalemme, capitali
-importanti; nè Stagira patria d'Aristotele.
-</p>
-
-<p>
-Carte geografiche sappiamo si usavano anticamente<a class="tag" id="tag269" href="#note269">[269]</a>;
-in un tempio della Terra n'era dipinta
-una dell'Italia<a class="tag" id="tag270" href="#note270">[270]</a>; una di tutto il mondo in un portico
-di Roma<a class="tag" id="tag271" href="#note271">[271]</a>; d'altre ci parlano Frontino e Vegezio;
-ed entrante il III secolo, Giuliano Taziano aveva stesa
-una descrizione di tutto l'impero, che andò perduta.
-D'un'altra, ordinata dall'imperatore Teodosio, abbiamo
-<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span>
-una copia o un'imitazione nella Tavola Peutingeriana,
-carta stradale in sola lunghezza, e molto inesatta.
-</p>
-
-<p>
-I Romani tennero sempre in lieve conto le matematiche,
-nella loro albagia giudicando abjetta una
-scienza che prestava servizio alle arti meccaniche, misurava
-il guadagno, teneva i registri. Allo studio di essa
-Orazio imputa la depravazione del gusto; Seneca la
-ripudia come avvilente; nè sino a Boezio non si tradussero
-Euclide, Tolomeo, Archimede. Tanto scarsamente
-seppero di geometria, che i giureconsulti romani
-supposero la superficie del triangolo equilatero eguale
-alla metà del quadrato eretto sopra uno dei lati<a class="tag" id="tag272" href="#note272">[272]</a>;
-e fu tenuto un portento Sulpicio Gallo che prediceva
-gli eclissi.
-</p>
-
-<p>
-Di matematiche applicate scrisse Sesto Giulio Frontino,
-che sotto Vespasiano capitanò in Bretagna prima
-d'Agricola, poi fu console, augure, amico di Plinio,
-lodato da Marziale; e sul morire dispose non gli si
-ergesse monumento, dicendo: — Abbastanza sarò ricordato
-se la vita mia lo meriti»<a class="tag" id="tag273" href="#note273">[273]</a>. Soprantendente
-agli acquedotti, diede la storia di queste memorabili
-costruzioni, veramente italiane. Lasciò inoltre quattro
-libri di <i>Stratagemmi</i>, compilazione fra militare e storica,
-povera di critica e d'eleganza, ma colla facilità
-sicura di chi sa quel che n'è.
-</p>
-
-<p>
-La medicina, fin ai tempi di Plinio, da verun Romano
-era stata coltivata; i medici erano la più parte schiavi
-o stranieri, e Giulio Cesare pel primo comunicò ad essi
-la cittadinanza. In bottega pubblica (<i>jatreon</i>) faceano
-salassi, strappavano denti, ed altre operazioni, fra i
-<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span>
-chiacchericci e le cronache. Altri s'applicavano a studiarla,
-e sopra gl'infelici clienti sperimentavano singolari
-novità e bizzarre teoriche, colla sicurezza che alletta
-le malate fantasie, e dà reputazione e denaro. Una delle
-loro scuole era chiamata <i>medicina contraria</i>, perchè
-nelle febbri lente ed ostinate il professore ad un tratto
-abbandonava i rimedj fin allora esperiti onde applicare
-i precisi opposti. Augusto malato a morte era curato
-con calefacienti, e Antonio Musa suo liberto lo guarì
-sostituendovi di balzo i bagni freddi. Era il caso di
-dire con Celso: <i>Quos ratio non restituit, temeritas
-adjuvat.</i> Un'altra volta sanò l'imperatore colle lattuche;
-onde questi gli concesse l'anello, e, per amore di lui,
-immunità a tutti quei della sua professione.
-</p>
-
-<p>
-Asclepiade di Prusa in Bitinia, venuto ad esercitar
-questa a Roma un secolo prima dell'êra vulgare, le
-differenti malattie deduceva da viziosa dilatazione o
-stringimento de' pori, e la pratica riduceva a rimedj
-che producessero l'effetto contrario. <i>Pronta, sicura,
-piacevole</i> doveva essere ogni cura, limitandosi a dieta,
-ginnastica, fregagioni, vino, sbandendo ogni farmaco
-violento e interno, e frequentando i semplici. Colla
-quale blanda pratica riconciliò alla medicina i Romani,
-che n'erano disgustati dalla sanguinaria del chirurgo
-Arcagato, cui il soprannome di vulnerario fu mutato in
-quel di carnefice, e forse per questo aveva attirato alla
-sua arte le esagerate invettive dell'antico Catone<a class="tag" id="tag274" href="#note274">[274]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Alcuno volle ascrivere all'età d'Augusto Aurelio Cornelio
-Celso<a class="tag" id="tag275" href="#note275">[275]</a>, del quale s'ignorano la patria e i casi,
-e della cui Enciclopedia (<i>Artium</i>) non ci rimasero che
-<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span>
-otto libri intorno alla medicina, i quali forse sono mere
-traduzioni dal greco. Ippocratico, cioè osservatore, pur
-ricorrendo all'induzione, non crede importante nella
-medicina se non ciò che tende a risanare. Raccomanda
-di non prendere abitudini, nè ledere la temperanza;
-poi raccoglie quanto dissero i precedenti, giudicandone
-con buon senso ed esponendolo con eleganza spigliata.
-Non disapprova l'uso di qualche medico d'allora, di
-sparare <i>gli uomini vivi</i>, ma non lo trova necessario,
-potendo le ferite de' gladiatori, de' guerrieri e degli
-assassinati offrir campo a studiare le parti interne per
-rimedio e pietà, non per barbarie.
-</p>
-
-<p>
-Molti medici vanta la Sicilia, e a lor capo il famoso
-Empedocle, introduttore della dottrina degli elementi.
-Acrone, di Agrigento come lui, giovò assai agli Ateniesi
-nella peste che proruppe durante la guerra Peloponnesiaca,
-e fondò la scuola empirica. Menecrate, contemporaneo
-di Filippo il Macedone, intitolavasi Giove,
-menavasi dietro come corteo i suoi guariti, principalmente
-gli epilettici; ma colla sua vanità buscò beffe.
-Erodico da Leonzio inventò la medicina ginnastica,
-curando con violenti esercizj, susseguiti dal bagno; ma
-Ippocrate lo accusava di uccidere i malati col soverchio
-di passeggiate, di lotte, di fomenti. Scribonio Largo Designaziano,
-siculo o rodio del tempo di Claudio, cercò
-combinare le dottrine metodiche coll'empirismo, ed è
-notevole per aver insegnato a non isradicare il dente
-leso, ma levarne solo la parte guasta; e ancor più per
-avere applicato l'elettricità al mal di capo, suggerendo
-di tenervi una torpedine viva: rimedio adottato anche
-da Dioscoride.
-</p>
-
-<p>
-Altri medici greci, illustri a Roma e fondatori di
-varj sistemi, preteriremo, ma non Claudio Galeno da
-Pergamo, che con ingegno vasto quanto Aristotele,
-altrettante erudizione e maggior libertà, abbracciò tutte
-<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span>
-le scienze; e non pago dei sistemi dominanti e dell'autorità,
-applicavasi alle indagini della natura e all'anatomia.
-A Roma acquistò credito, malgrado gl'intrighi dei
-suoi colleghi, i quali all'ignoranza univano l'invidia, fin
-al segno d'avvelenare alcuni suoi ajutanti. Curò Marco
-Aurelio, e piace trovare dal medico filosofo descritte
-alcune malattie del filosofo imperante. Sotto al coltello
-anatomico riconosceva i misteri della vita e la scienza
-divina; eppure non seppe salvarsi dall'andazzo del suo
-secolo: Esculapio in sogno gli suggerì un salasso, e lo
-stornò dal seguire gl'imperatori nella spedizione; alle
-incantagioni avea fede, e combatteva il cristianesimo
-come assurdo.
-</p>
-
-<p>
-Dopo di lui, gravi guasti portò nella medicina la
-teosofia, pretendendo spiegare le malattie coi démoni
-e colle potenze segrete, medicarle con incanti, e col
-recare indosso pietre efesie iscritte colle misteriose
-parole che si leggevano sull'effigie di Diana, o le gemme
-abraxe con figure egizie, o simboli desunti dal culto di
-Zoroastro o dalla Cabala giudaica. Sereno Sammonico,
-maestro del giovane Gordiano, ci lasciò un poema sulla
-medicina, ove per la febbre emitrea suggerisce l'abracadabra<a class="tag" id="tag276" href="#note276">[276]</a>.
-Sesto Placito Papiriense scrisse un indigesto
-ricettario di medicamenti tratti dagli animali,
-anzi dalle parti più schife: insegna a guarir la quartana
-portando addosso un cuor di lepre; prevenire le coliche
-col mangiare lesso un cane appena nato; o quando
-prendono, sedersi sopra una seggiola dicendo, <i>Per te
-diacholon, diacholon, diacholon</i>. Marcello Empirico,
-medico di Teodosio, raccolse le ricette <i>fisiche e filateriche</i>,
-<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span>
-perchè i suoi figli potessero farne carità: ma
-l'ottima intenzione non pallia l'assurdità dell'opera. A
-chi entrò nell'occhio un corpo straniero, bisogna toccarlo
-ripetendo tre volte: <i>Tetune resonco bregan gresso,</i>
-e ad ogni volta sputare; oppure: <i>In mondercomarcos
-axatison</i>. Per l'orzajuolo sull'occhio destro, tocchisi
-con tre dita della mano sinistra, sputando e dicendo
-tre volte: <i>Nec mula parit, nec lapis lanam fert, nec
-huic morbo caput crescat, aut si creverit tabescat</i>. Pel
-panereccio si tocchi tre volte il muro dicendo: <i>Pu pu
-pu; numquam ego te videam per parietem repere</i>. Per
-la colica si ripeta tre volte: <i>Stolpus a cœlo cecidit;
-hunc morbum pastores invenerunt, sine manibus
-collegerunt, sine igne coxerunt, sine dentibus comederunt.</i>
-Prescrive i giorni appunto in cui preparare i
-farmachi, le preghiere da dirsi al Capodanno e al primo
-cantar delle rondini, e come usare il <i>rhamnus spina
-Christi</i>, di miracolose proprietà, perchè fu stromento
-alla passione del Redentore.
-</p>
-
-<p>
-Il napoletano Pantoro, esaminati gli stromenti chirurgici
-trovati a Pompej, asserì che già conosceansi
-allora di quelli che si credono invenzione recente. All'Accademia
-di medicina a Parigi furono da Scoutetten
-presentati i seguenti stromenti, disotterrati a Pompej
-ed Ercolano: una sonda curva, una dritta, pei due
-sessi e per bambino; la lima per togliere le asprezze
-ossee; lo specillo dell'ano e dell'utero a tre branche;
-tre modelli di aghi da passar corde o setoni; la lancetta
-ed il cucchiajo, di cui i medici si servivano costantemente
-per esaminare la natura del sangue dopo il
-salasso; uncini ricurvi di varia lunghezza, destinati a
-sollevar le vene nella recisione delle varici; una cucchiaja
-(<i>curette</i>) terminata al lato opposto da un rigonfiamento
-a oliva, all'uopo di cauterizzare; tre ventose
-di forma e grandezza diversa; la sonda terminata da
-<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span>
-una lamina metallica piatta e fessa, per sollevare la
-lingua nel taglio del frenulo; molti modelli di spatule;
-scalpelli a doccia piccolissimi per segare le ossa; coltelli
-dritti e convessi; il cauterio nummolare; il trequarti;
-la fiamma dei veterinarj per salassare i cavalli;
-l'elevatore pel trapanamento; una scatola da chirurgo
-per contenere trocisci e diversi medicamenti; pinzette
-depilatorie, pinzette mordenti a dente di sorcio, una a
-becco di grua, una che forma cucchiajo colla riunione
-delle branche; molti modelli di martelli taglienti da
-un lato; tubi conduttori per dirigere gli stromenti
-cauterizzanti.
-</p>
-
-<p>
-Lautissima professione il medico. Manlio Cornuto
-promise ducentomila sesterzj a chi lo guarisse dal
-lichene, malattia della faccia, introdottasi sotto Tiberio:
-Carmi fecesi pagare altrettanto un viaggio in provincia:
-in pochi anni Alcmeone ammassò dieci milioni di
-sesterzj. Quinto Stertinio lodavasi agli imperatori di
-esiger da essi non più di cinquecentomila sesterzj,
-mentre la sua clientela in Roma gliene produceva seicentomila;
-l'ugual salario ricevette suo fratello da
-Claudio, sicchè essi poterono abbellir molto Napoli, e
-in eredità lasciarono trenta milioni di sesterzj: dieci
-milioni ne lasciò Crina marsigliese, dopo spesone altrettanti
-a rialzar le mura della sua patria<a class="tag" id="tag277" href="#note277">[277]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Più volte avvertimmo che la coltura fra i Romani
-non ebbe nulla di spontaneo, nè derivò da slancio o da
-amor del bello, ma da imitazione, da ostentazione. Dei
-grammatici nominati da Svetonio, due terzi sono stranieri:
-fra tanti architetti che si richiesero per mutar
-Roma da laterizia in marmorea, due soli romani cita
-Vitruvio: i macchinisti erano alessandrini: greci i mimi,
-<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span>
-i commedianti, i pedagoghi. Come gli Scipj s'aveano
-empita la casa di Greci, così al tempo imperiale ognuno
-volle, tra i servidori, avere anche il pedante greco,
-esposto ai vilipendj, di cui anche in tempi a noi più
-vicini si trovavano bersaglio l'abate o il maestro.
-Luciano, nella <i>Vita de' cortigiani</i>, ci dipinge un di
-costoro, per quanto in caricatura:
-</p>
-
-<p>
-— Per pochi oboli, nell'età in cui, se tu fossi nato
-schiavo, era tempo di pensare alla libertà, ti sei, con
-tutta la tua virtù e sapienza, da te stesso venduto,
-ponendo in non cale quei molti discorsi che il bel Platone
-e Crisippo e Aristotele hanno composto in lode
-della libertà e dispregio della servitù. Nè vergogni di
-startene fra i piaggiatori, i barattieri, i buffoni, ed in
-tanta moltitudine di Romani trovarti solo col mantello
-greco, e parlare malamente e con barbarismi la loro
-favella, e cenare a tavole tumultuose e piene di gente
-diversa e la maggior parte cattiva; ed in questi conviti
-lodare importunamente, e bere fuor misura; e la mattina
-levandoti a suon di campanello, perduto il sonno
-più dolce, correre insieme cogli altri di su di giù,
-portando ancor sulle gambe le zacchere del giorno
-innanzi? Cotanta carestia avevi tu dunque di lupini e
-di cipolle campestri? mancavanti fontane d'acqua fresca
-e corrente, che caduto sei in tanta disperazione?
-</p>
-
-<p>
-«Perchè tieni lunga barba e non so che di venerevole
-nell'aspetto, e ti cingi in cappamagna alla greca,
-e sei conosciuto da tutti per professore di lettere, oratore
-o filosofo, al signore par bello di mescolare uno
-di tal genìa a quei che uscendo fannogli corte, e sembrar
-così amante della disciplina e delle lettere greche,
-ed apprezzatore dei dotti. Talchè tu, o valent'uomo,
-corri rischio di avere appigionato, in luogo de' tuoi
-magnali discorsi, il mantello o la barba. Se sopragiunge
-altri più nuovo, sei rimandato indietro, e vi rimani
-<span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span>
-relegato in un dispregiatissimo cantone, testimonio di
-ciò che si porta e si toglie di tavola; e se pure i piatti
-giungono fino a te, roderai le ossa come i cani, e dolcemente
-per fame ti succierai una foglia secca di
-malva, avanzata ad un ripieno. Non ti mancheranno
-altri obbrobrj: nè solamente non avrai le ova, non
-essendo necessario che abbi sempre ad essere trattato
-come un forestiero, e sarebbe in te impudenza il pretenderlo;
-ma non devi avere tampoco un pollo simile
-agli altri; e mentre al ricco si serve grasso e polputo,
-a te si dà un mezzo pulcino o un colombo vecchio da
-razza, per segno di spregio. Per caso un convitato
-sopraviene improvvisamente? il famiglio, susurrandoti
-all'orecchio <i>Tu sei di casa</i>, ti toglie quanto hai dinanzi
-por servirne l'arrivato. Si trincia in tavola o un cervo
-o un porcellino da latte? ti bisogna aver propizio lo
-scalco, o contentarti della parte di Prometeo, le ossa
-cioè col midollo. Non ho detto che, bevendo gli altri
-un vecchio e soavissimo vino, tu buschi soltanto del
-cercone; e n'avessi almanco a sazietà, chè domandandone,
-molte volte fingerà il ragazzo di non udire. Se
-alcun servo ciarliero riferirà che non hai lodato il fanciullo
-della padrona mentre ballava o sonava la chitarra,
-passerai rischio non piccolo: per la qual cosa t'è giocoforza
-gracidare come un ranocchio assetato per
-essere distinto tra quei che applaudono, e far da capocoro
-a' più fervorosi, e molte volte, standosi gli altri in
-silenzio, ripetere qualche encomio meditato, che senta
-a dieci miglia di adulazione. Ti convien poi tenerti col
-volto basso come nei conviti persiani, sul timore che
-qualche eunuco non ti veda adocchiare alcuna concubina.
-</p>
-
-<p>
-«Questa è la vita ordinaria della città. Che ti avverrebbe
-viaggiando? Sovente piovendo, e giungendo tu
-per ultimo al posto che t'ha destinato la sorte, non
-essendoci più vetture, ti caricano su col cuoco e col
-<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span>
-parrucchiere della padrona sopra un baroccio, senza
-pur metterti paglia che basti.
-</p>
-
-<p>
-«E se tu non lodi, passerai per malevolo ed insidiatore
-alle latomie di Dionisio. Conviene che i padroni
-sieno sapienti ed oratori; cadano pure in solecismi, i
-loro discorsi devono saper sempre d'Imetto e dell'Attica,
-e far testo di lingua per l'avvenire. Ma passi ancora
-per ciò che fanno gli uomini: le donne (perocchè anche
-le donne ora affettano d'avere al loro soldo ed al seguito
-della loro lettiga alcun famigliare dotto) alcuna
-fiata gli ascoltano mentre si adornano e si arricciano i
-capelli; ed assai volte, mentre il filosofo fa le dimostrazioni,
-ne viene la cameriera, e reca i viglietti del drudo.
-Egli allora per prudenza sospende i discorsi, ed aspetta
-che essa ritorni ad ascoltarlo, dopo risposto al bertone.
-</p>
-
-<p>
-«Alla fine, ricorrendo i Saturnali e le Panatenee, ti
-si manda un mantellaccio o una tonaca logora, e devi
-allora farne gran pompa. Il primo che ha subodorato
-tal pensiero del padrone, corre ad annunziartelo, e vuole
-non piccola mancia. La mattina tel vengono a portare
-in tredici, de' quali ciascuno decanta le parole che ha
-detto di te, e come, avutone l'incombenza, ha cercato
-scegliere il meglio, e partonsi tutti regalati da te, e
-brontolando che non abbi dato di più. Il salario ti si
-paga a sospiri, e a due e a quattro oboli; se domandi,
-passi per nojoso ed impronto: laonde per averlo ti
-bisogna supplicare e piaggiare e leccare il maestro di
-casa, con modi di cortigianeria i più variati. Nè è da
-trascurarsi anche il consigliero e l'amico; ed intanto di
-ciò che ricevi già ne vai debitore al sarto, al medico, al
-calzolajo; sicchè non restandotene nulla, quei doni non
-sono per te doni. Altre volte vieni accusato o di aver
-tentato il fanciullo, o, malgrado la tua vecchiezza, violentata
-una cameriera della signora, o altra corbelleria.
-E così di notte imbacuccato entro il mantello, sei pel
-<span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span>
-collo trascinato fuor di casa, miserabile ed abbandonato
-da tutti, non restandoti per compagna della vecchiezza
-che la podagra, avendo dimenticato dopo tanto
-tempo ciò che sapevi, grullo e col ventre maggiore
-della borsa, tormentato di non potere nè riempirlo nè
-fargli intender ragione».
-</p>
-
-<p>
-Commessa a così fatti, qual doveva riuscire l'educazione?
-Questa erasi conformata ai nuovi ordinamenti;
-e mentre i fanciulli in prima si affidavano a qualche
-onesta matrona che ne coltivasse l'ingegno e il cuore,
-allora si lasciavano fin ai sette anni a schiavi o greche
-fantesche, poi si mettevano al greco, indi al latino sotto
-i grammatici su descritti, i quali, oltre legger e scrivere,
-gl'istruivano a capire i poeti, e gli esercitavano in composizioncelle.
-Che se è sempre infelice cosa un maestro
-di mestiere, infelicissima erano coloro, la cui cura
-principale consisteva in affinare gli allievi nella mitologia,
-e nel sapere come avesser nome i cavalli d'Achille,
-quale la madre d'Ecuba, di che colore i capelli di
-Venere. Intanto altri maestri gli addestravano al ballo,
-alla musica, alla geometria, in quanto ritenevansi necessarie
-alla retorica, che vedemmo essere stata sempre
-arte principalissima fra i Romani, gran parte della
-vita loro, loro gloria e guasto. Valendosi d'una lingua
-fatta per comandare, non fermandosi alla soavità dell'atticismo
-greco, ma lanciandosi alle procelle popolari,
-aveano anche in ciò espresso la maestà patria; e l'eloquenza
-fu detta una delle maggiori virtù<a class="tag" id="tag278" href="#note278">[278]</a>, e l'uomo
-eloquente un dio rivestito di corpo mortale. Allora
-poteva la grammatica esser considerata la più sincera
-delle scienze, la dolce compagna del ritiro, la ricreazione
-dei vecchi<a class="tag" id="tag279" href="#note279">[279]</a>, insegnando essa a render corretto,
-<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span>
-chiaro, ornato il discorso. Allora da insigni oratori,
-Cicerone, Antonio, Ortensio, erano coltivati i giovani
-men coi precetti che coll'esempio, e col farsi vedere
-invocati dai cittadini, dalle provincie, dai re, come tutela
-e scampo, levati a cielo dal popolo sovrano. Allora
-l'eloquenza studiavasi non come scienza distinta; ma
-con la guerra, il culto, la giurisprudenza facea parte
-dell'educazione necessaria alla vita; dovendo ogni famiglia,
-per patrocinare i proprj clienti, avere un valente
-oratore, di favellare occorrendo in tutte le magistrature,
-occorrendo alla guerra. Ma dacchè l'eguaglianza aprì a
-ciascuno gl'impieghi e i comandi, fu impossibile che
-lo stesso uomo attendesse a tutto. Uno abbondava di
-coraggio? dibattuta la prima causa in tribunale, cingeasi
-la spada. Un altro avea facile la parola? travagliavasi
-alle battaglie forensi, appena congedato dalle
-campali. V'era cui non bastasse l'animo d'affrontar le
-une nè le altre? sospendeva un lauro alla porta, e dava
-consulti; diventando così tre vie distinte l'esercito, la
-giurisperizia, l'eloquenza.
-</p>
-
-<p>
-Ma un popolo senza emulazione, un senato senz'autorità,
-una gioventù senza libertà nè speranze, che altro
-cercavano nell'eloquenza se non un nuovo spettacolo?
-Equato il diritto, concentrata nell'imperatore la cosa
-pubblica, non potendo i giudici scostarsi dai consulti
-<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span>
-<i>dei prudenti</i>, più non restava nè a sottigliare sull'interpretazion
-della legge, nè a patrocinare provincie o regni
-o la patria; sicchè i rostri ammutolirono, la curia consumavasi
-in complimenti, il fôro si esinaniva in anguste
-applicazioni degli editti. I rétori, gente digiuna della
-filosofia, delle leggi, della società, si proponeano d'annestare
-al pesante ed anfanato ingegno de' Romani
-l'infantile e parolajo de' Greci, smaniosi di arringare,
-d'improvvisare, di disputare, di avviluppare con argomenti
-capziosi; sofisticavano i classici sulla erudizione
-o sulla verità; della filologia faceano un giuoco di sottigliezze;
-della storia un'accozzaglia di particolarità,
-entro cui soffocavano quel vero che avrebbe dato ombra
-ai tiranni; della logica una schermaglia d'argomentazioni
-onde mutare il falso in vero; della morale una
-ostentazione di virtù esagerate. Sbalzata fuor della
-pubblicità che è suo elemento, trastullavano l'eloquenza
-in esercitazioni vane e stravaganti, e a spese dell'erario
-avvezzavano i figliuoli dei grandi all'enfasi senza scopo,
-alla declamazione a vuoto, a concinnare ben sonanti
-blandizie ai Cesari qualvolta questi si degnassero consultare
-il senato sopra ciò che avevano già deliberato.
-</p>
-
-<p>
-Per tali scuole di declamazione s'inventò un interminabile
-codice di convenevoli. Allorchè (così insegnavasi)
-l'oratore si presenta alla tribuna, potrà fregarsi
-la fronte, guardarsi alle mani, schioccar le dita, e coi
-sospiri mostrare l'ansietà del suo spirito. Tengasi ritto
-della persona, col piede sinistro alquanto innanzi, le
-braccia alcun che disgiunte dal torso; ed esordendo,
-sporga un poco la destra mano dal seno, però senza
-arroganza. Infervorato nell'arringa, pronunzii con artifiziosa
-negligenza i periodi più elaborati, mostri esitanza
-laddove sentesi più sicuro della sua memoria.
-Non ricolga il fiato a mezzo della proposizione, non
-muti gesto che ogni tre parole, non cacci le dita nel
-<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span>
-naso, tossisca o sputi il men possibile, eviti di dondolare
-per non parere in barca, non caschi in braccio ai clienti,
-se pure non sia per reale sfinimento; nè si soffermi
-dopo pronunziato una frase efficace, chè non sembri
-attendere i battimani. Verso il fine poi si lasci cadere
-scompigliata la toga, gran segno di passione.
-</p>
-
-<p>
-Plozio e Nigidio, Quintiliano e Plinio discordano fra
-loro se o no convenga tergere il sudore e scarmigliarsi.
-Essi vi diranno come convenga vestire per essere uomo
-eloquente: la tunica dia poc'oltre il ginocchio davanti,
-e dietro fino al garetto; che più lunga sarebbe da donna,
-più breve da soldato: l'avviluppar di lana e fasce il
-capo e le gambe, è da infermo; da furioso l'avvolgere
-la toga al braccio manco; da affettato il gettarne il
-lembo sulla spalla diritta; da zerbino il declamare
-colle dita cariche di anelli. Della voce poi sanno denominare
-appuntino ogni gradazione<a class="tag" id="tag280" href="#note280">[280]</a>, e qual s'addica
-a ciascun sentimento.
-</p>
-
-<p>
-Di quest'erba trastulla si pascolava la gioventù romana
-per emulare Gracco e Cicerone! Talmente è
-antico stile nei cattivi governi, non d'abolire il sapere,
-ma di soffocarlo tra futilità e regole indeclinabili! Quintiliano
-stesso racconta di Porcio Latrone, insigne professore,
-che chiamato ad arringare ad un'assemblea
-vera in piena aria, restò sbigottito, e implorò che
-l'udienza si trasportasse in un palazzo vicino, non
-potendo sopportare il cielo, egli abituato alla soffitta.
-Ben dunque, allorchè un imperatore lagnavasi che tante
-sue cure non ritardassero il deperimento dell'eloquenza,
-un sincero gli rispose: — Chiudete le scuole, ed aprite
-il senato».
-<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span>
-</p>
-
-<p>
-Nè le cose erano meglio delle forme. Tolti alla realtà
-e al supremo giudizio del pubblico, ridotti a finger
-cause ed occasioni d'arringhe, i retori proponevano
-temi bizzarri e stravaganti, privi di convincimento e di
-moralità. Le <i>suasorie</i> volgeansi sul lodare la virtù,
-l'amicizia, le leggi, e sopra simili argomenti di facile
-prova, o talora di sofistica finezza: le <i>controversie
-</i>discuteano di varj punti, per lo più giudiziali; e suddividevansi
-in <i>trattate</i>, ove il retore dava soggetto e
-traccia, e <i>colorate</i>, dove l'alunno da sè trovava e l'orditura
-e la materia, poi compostele e dal maestro corrette,
-se le metteva a mente e le recitava alle pazienti
-assemblee.
-</p>
-
-<p>
-Distogliere Catone dall'uccidersi, esortare Silla a
-smettere la dittatura<a class="tag" id="tag281" href="#note281">[281]</a>, Annibale a non impigrirsi in
-Capua, Cesare a stender la mano a Pompeo acciocchè
-Roma opponga ai Barbari i due più grandi generali; se
-Cicerone deva chiedere scusa a Marc'Antonio; se dar
-al fuoco i suoi scritti qualora questi gli lasci la vita a
-tal condizione... erano i temi proposti; poi si fa tragitto
-a quistioni più attuali, ed ove dalla giurisperizia
-sia puntellata l'eloquenza. Una incestuosa precipitata
-dalla rupe Tarpea, raccomandandosi a Vesta, campa la
-vita: le sarà ritolta? — Marito e moglie giurarono di
-non sopravivere l'un all'altro; egli, sazio della donna,
-parte e le fa credere d'esser morto; ond'ella balza dalla
-finestra; ma guarita e scoperto l'inganno, il padre di
-lei dimanda il divorzio; essa non vuole: uno patrocini
-il padre, l'altro la moglie. — Tizio raccoglie fanciulli
-esposti, li mantiene, ad uno rompe il braccio, all'altro
-<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span>
-una gamba, e gli invia a mendicare, e s'arricchisce:
-accusatelo e difendetelo. — Uno che in battaglia perdè
-le braccia, sorprendendo la moglie in adulterio, ordina
-al figlio d'uccidere il complice; quegli non obbedisce e
-fugge; il padre avrà diritto di diseredarlo? — Uno sale
-ad una rôcca per guadagnare il premio proposto a chi
-uccide il tiranno; e nol trovando, ammazza il figlio di
-esso, e gli lascia in petto la spada; il tiranno, tornato
-e visto il caso, cacciasi in seno la spada stessa: l'uccisore
-del figliuolo domanda il premio come tirannicida. — Essendo
-sfidati dai medici due gemelli, fu chi promise
-guarir l'uno se potesse esaminare gli organi vitali
-dell'altro; il padre consente; uno è sventrato, l'altro
-guarito; ma la madre accusa il consorte d'infanticidio;
-gravarlo e difenderlo. — Un padre perdè gli occhi nel
-piangere due figliuoli, e sogna che ricupererà la vista
-se anche il terzo figlio morrà; palesò il sogno alla
-moglie, questa al figliuolo, che appiccossi: il padre
-riebbe gli occhi, ripudiò la moglie, la quale si appella
-d'ingiusto ripudio. — Uno invaghito della propria
-figlia, la dà a custodire ad un amico, pregandolo non
-la restituisca per quanto gliela chieda; dopo alcun
-tempo gliela chiede, e, avutone rifiuto, s'appicca: vien
-denunziato l'amico come causa di tal morte. — Uno
-accusato di parricidio, fu assolto; ma impazzito, comincia
-ad esclamare: «O padre, t'ho ucciso», il
-magistrato lo manda al supplizio come confesso: ma è
-accusato d'omicidio. — Un povero ed un ricco erano
-amici; muore il ricco, chiamando erede universale un
-altro, coll'ordine di dare al povero altrettanto quanto
-questo a lui avea lasciato in testamento; s'apre il testamento
-del povero, e si trova lo avea costituito erede di
-tutti i suoi beni; onde questo domanda tutta l'eredità;
-l'erede scritto non vuol dare se non tanto quant'è il
-possesso del povero. — È legge (inventata da questi
-<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span>
-pedanti) che a chi batte il padre, si tronchino le mani:
-un tiranno ordina a due figliuoli di maltrattare il padre;
-il primo, per non farlo, si precipita dalla rôcca; l'altro,
-spinto dalla necessità, oltraggia il genitore ed incorre
-nella pena decretata; però chiamato in giudizio perchè
-gli siano mozze le mani, il padre stesso lo difende:
-arringate per lui e contro di lui. — Un'altra legge del
-codice stesso lascia alla fanciulla violentata la scelta fra
-voler morto il rapitore, o sposarlo senza recargli dote;
-qualcuno ne rapì due, e l'una vuole ch'egli muoja,
-l'altra che la sposi: quistionate per le due parti. — Un'altra
-legge infligge al calunniatore la pena sofferta
-dal calunniato; un ricco e un povero, nemici capitali,
-aveano tre figli; ed essendo il ricco eletto generale, il
-povero l'accusò di tradimento, di che infuriato il popolo
-ne lapidò i figliuoli; il ricco tornato, chiede si uccidano
-i figli del povero; questo esibisce sè solo alla pena:
-per chi sentenziate?
-</p>
-
-<p>
-In tali bizzarrie<a class="tag" id="tag282" href="#note282">[282]</a> pervertivasi il gusto e si forviava
-l'immaginazione dei giovinetti romani, distaccandoli
-dalla vita comune e dall'abituale forza delle umane
-passioni, per avvezzarli al cavillo e all'esorbitanza. A
-dritto dunque esclamava Petronio che «nelle scuole i
-garzoni si rendono affatto sciocchi, perocchè non vedono,
-non odono nulla di ciò che comunemente suol
-accadere, ma solo corsali che stanno incatenati sul lido,
-tiranni che comandano ai figli di troncare il capo ai
-genitori, oracoli che in tempo di peste ordinano d'immolare
-tre o più vergini»<a class="tag" id="tag283" href="#note283">[283]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Così all'eloquenza politica era succeduta la scolastica;
-e se non bastava il viluppo della quistione, si aggiungeano
-difficoltà d'arte, prefiggendo, per esempio, il
-<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span>
-vocabolo con cui cominciare o finire il periodo; poi
-tutto si dovea sorreggere per figure di parole e di
-concetti, per luoghi comuni, ed altre abbaglianti nullità.
-</p>
-
-<p>
-Formato per tal guisa un oratore, suprema aspirazione
-di lui era il vedersi prescelto a stendere un
-panegirico all'imperatore; se pure non si mettesse a
-quella <i>lucrosa e sanguinolenta eloquenza</i>, che, conservando
-l'antico costume quando tutto era così mutato,
-ordiva invettive sul tono con cui Tullio investiva
-Catilina e Marc'Antonio, esagerava gli orrori dell'alto
-tradimento, tirava alla peggiore interpretazione i fatti
-e i detti più semplici, e facea condannare Cremuzio,
-Trasea, Elvidio, per ingrazianirsi Tiberio, Nerone,
-Vespasiano.
-</p>
-
-<p>
-Appena si potesse trar fiato, i buoni s'accordavano
-a far guerra a questa eloquenza, ancella della calunnia:
-Plinio tonò contro i delatori; Giovenale flagellava i
-retori; Tacito, fra le cause dell'eloquenza corrotta,
-adombrava anche questa; e la combattè pure Marco
-Fabio Quintiliano <span class="sidenote">(42-120?)</span>, il primo che desse lezioni a pubbliche
-spese. Spagnuolo allevato a Roma, l'imperatore Domiziano
-gli confidò l'educazione de' suoi nipoti, destinati
-a succedergli; e sotto gli auspizj di questo dio, come
-esso lo chiama, scrisse le <i>Istituzioni</i>, dirette a formare
-un oratore. Piace, al petulante greculo o al venale
-grammatico opporre l'immagine d'un maestro che
-conosce quanto sacro uffizio sia, nel momento che la
-gioventù sceglie fra il piacere e il dovere, l'avviarla
-co' migliori precetti, coi più belli esempj, e questi poter
-tutti dedurre dalla storia nazionale; e alle sante credenze,
-alle gloriose idee, alle coraggiose imprese, alla
-lotta contro le basse passioni, allo sprezzo del dolore
-e del guadagno, all'amor della gloria, al frugale disinteresse
-poter soggiungere i nomi degli Scipioni, dei
-Fabj, degli Scevola, dei Catoni, <i>patres nostri</i>. Vide
-<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span>
-Quintiliano a quale infelicità fossero ridotte le lettere
-dagli esempj massimamente di Seneca, il quale, essendo
-in favore come maestro del principe, avea messo in
-disistima lo stile sincero degli antichi per accreditare
-quel suo, tutto fronzoli ed arguzie, senza riposo, con
-cui a forza d'abilità corruppe l'eloquenza, a forza d'arte
-guastò il gusto de' Romani. — Seneca (così egli) era
-allora il solo autore che fosse in mano de' giovani, ed
-io non poteva soffrire ch'e' fosse anteposto ai migliori,
-cui egli non cessava di biasimare, perchè disperava di
-piacere a coloro a cui quelli piacessero. I giovani lo
-amavano solamente pe' suoi difetti, e ognuno insegnavasi
-di ritrarne quelli che gli era possibile; e vantandosi
-di parlare come Seneca, veniva con ciò ad infamarlo.
-Per verità egli fu uomo di molte e grandi virtù,
-d'ingegno facile e copioso, di continuo studio e di gran
-cognizioni, benchè alcuna volta sia stato ingannato da
-quelli a cui commetteva la ricerca; molti ottimi sentimenti
-vi si trovano, e assai moralità: ma lo stile n'è
-comunemente guasto, e più pericoloso perchè i difetti
-ne sono piacevoli. Se di alcune cose egli non si fosse
-curato, se non fosse stato troppo cupido di gloria, se
-troppo non avesse amato ogni cosa propria, nè co' raffinati
-concetti snervato i gravi e nobili sentimenti, avrebbe
-l'universale consenso dei dotti, anzichè l'amor de' ragazzi.
-Un ingegno tale, potente a qualunque cosa volesse,
-degno era certo di voler sempre il meglio»<a class="tag" id="tag284" href="#note284">[284]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Accorciammo questo giudizio, in cui Quintiliano non
-dà ferita senza medicamento, al modo de' giudizj officiosi;
-e spinge la cautela fino a non lasciarti ben comprendere
-s'e' lodi o biasimi. Fatto sta che egli affaticossi
-di richiamare verso i classici, e far preferire la
-nuda forza alla sdulcinata leggiadria, il naturale al
-<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span>
-parlar per figure<a class="tag" id="tag285" href="#note285">[285]</a>. Pure, nel concetto di lui, eloquente
-significava poc'altro che buon declamatore:
-diresti non s'accorga mai di ciò che è mancato a Roma
-dopo i suoi grandi oratori, il fôro e la libertà; la
-sublime destinazione dell'eloquenza o non ravvisa o
-paventa, e si trastulla in guardarla siccome un'arte
-ingegnosa e difficile, che s'acquista coll'unire alla naturale
-disposizione lo studio e la probità, e saper lodare
-anche i tempi infelicissimi.
-</p>
-
-<p>
-E d'adulazioni egli fu prodigo: poi, sebbene cercasse
-uno stile ricco, delicato, vigoroso, ed evitare la negligenza
-e l'affettazione che guastano il dritto ragionamento<a class="tag" id="tag286" href="#note286">[286]</a>,
-all'opera sua occupò poco meglio di due
-anni, e questi nella ricerca delle cose e nella lettura
-d'infiniti autori, anzichè a forbire lo stile: intendeva
-poi rifarvisi sopra dopo raffreddato il primo ardore
-della composizione<a class="tag" id="tag287" href="#note287">[287]</a>, ma le reiterate istanze del
-librajo lo distolsero dal prudente proposito. Questa
-confessione, colla quale tanti altri dopo d'allora intesero
-palliare la propria negligenza, temperi certi eccessivi
-ammiratori, i quali non solo in Quintiliano vedono
-tutt'oro, ma pretendono infallibili canoni di gusto quei
-ch'egli medesimo confessa non abbastanza meditati.
-</p>
-
-<p>
-Arringò anche, e le sue dicerie erano ricopiate per
-<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span>
-venderle lontano<a class="tag" id="tag288" href="#note288">[288]</a>: ma come egli stesso si fosse
-lasciato guastare da quei temi artifiziosi, dove il sentimento
-si esagerava, e badavasi all'effetto e all'arte, non
-all'espressione più sincera dell'affetto, appare fin nel
-passo più eloquente del suo libro, quello ove deplora
-la morte della moglie diciannovenne e di due figliuoli
-già grandicelli<a class="tag" id="tag289" href="#note289">[289]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Eppure egli era dei migliori maestri; riprovava
-questo esercitarsi sopra tesi simulate; con opportuna
-censura reprimeva il giovanile rigoglio, e col leggere
-i migliori autori, cosa omai disusata, e col moderare
-l'idolatria pei classici, avvertendo che «non s'ha a
-reputare perfetto quanto uscì loro di bocca, giacchè
-sdrucciolano talora, o soccombono al peso, o s'abbandonano
-al proprio talento, o si trovano stanchi; sommi
-ma uomini». Sopratutto insiste sulla necessità d'essere
-<span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span>
-probo uomo chi voglia essere buon oratore: il che, se
-in un trattato de' nostri giorni sarebbe nulla meglio che
-un'esercitazione di moralità triviale, veniva a grande
-uopo allora, quando spie ed accusatori valevansi dell'eloquenza
-per sollecitare o giustificare la crudeltà dei
-regnanti; onde si vuole sapergli grado d'aver conosciuto
-il nesso fra la controversia nella scuola e il litigio
-nel fôro, ed accennato almen quel tanto che poteva,
-egli stipendiato da un brutale imperatore.
-</p>
-
-<p>
-Ci venne purdianzi alla penna Marco Cornelio Frontone
-numida, giudicato da alcuni neppur secondo a Cicerone<a class="tag" id="tag290" href="#note290">[290]</a>,
-e superiore a tutti gli antichi per gravità
-d'espressione, ma che per reggersi in credito avea
-bisogno che un erudito non venisse a disotterrarne i
-frammenti. Sostenne magistrature primarie, e se vogliam
-credere al ritratto ch'egli fa di se stesso in una
-di quelle congiunture in cui pare che l'affetto non
-sopporti la menzogna, meritò veramente colle sue virtù
-di diventare maestro di Marc'Aurelio<a class="tag" id="tag291" href="#note291">[291]</a>, e di conservarsegli
-<span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span>
-amico anche dopo imperatore. Dalle loro
-lettere, lasciando che altri vi cerchi pedagogici avvertimenti,
-noi caveremo particolarità sull'Italia nostra. — Visitammo
-(scrive in una) Anagni; poca cosa oggi,
-ma contiene gran numero d'anticaglie, principalmente
-monumenti sacri e ricordi religiosi. Non v'è angolo
-che non abbia un santuario, una cappella, un tempio;
-v'ha libri lintei di materie sacre. Uscendo, leggemmo
-sui due lati della porta, <i>Flamine, prendi il samento</i>.
-Chiesi a un natìo che volesse dire questa parola; e mi
-rispose che in lingua ernica dinota un pezzo di pelle
-della vittima, che il flamine si mette sul berretto quando
-entra in città». E altrove: — Siamo a Napoli: cielo
-delizioso, ma estremamente variabile; ad ogni istante
-più freddo, o più caldo, o procelloso. La prima metà
-della notte è dolce, come una notte a Laurento; al
-cantar del gallo senti la frescura di Lanuvio; verso
-l'alba ti pare algido; più tardi il cielo si scalda come
-a Tuscolo; a mezzodì fa la caldera di Pozzuoli; poi
-come il sole declina nell'oceano, il cielo s'addolcisce e
-si respira come a Tivoli: questa temperatura si sostiene
-la sera e le prime ore mentre la notte si precipita dai
-cieli».
-</p>
-
-<p>
-Frontone, vecchio e scarco dalle magistrature, soffrente
-di gotta, apriva sua casa ai letterati, che egli
-adopravasi di revocare dalle ampolle e dal neologismo
-verso la semplicità anteriore a Tullio. Opera difficilissima
-giudicava il riuscir eloquente; biasimava coloro
-che credono bellezza il rivoltare in diversi modi il concetto
-medesimo, come Seneca, come Lucano che i
-<span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span>
-sette primi versi trascina in dire di voler cantare <i>le
-più che civili guerre</i>; domanda che l'autore sia ardito
-senza eccesso, e scelga bene le parole. Ma in queste
-raccomandava di cercar le meno aspettate e le meravigliose,
-cura che di necessità deve condurre all'affettazione<a class="tag" id="tag292" href="#note292">[292]</a>.
-Troppo anch'egli seconda il suo secolo
-allorquando suggerisce di dire e fare secondo al popolo
-piace, metodo che torrebbe ogni orma certa al
-gusto<a class="tag" id="tag293" href="#note293">[293]</a>. Forse per indulgenza a questo piacevasi
-tanto nel rintracciare immagini, e le raccomandava a
-Marc'Aurelio, che gli scriveva come lieta notizia d'esser
-<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span>
-riuscito a trovarne dieci<a class="tag" id="tag294" href="#note294">[294]</a>. Ma allorchè questi diceva, — Quando
-parlai ingegnosamente, mi compiaccio
-di me stesso», e' gli replicava: — Più parlerai da
-galantuomo, più parlerai da cesare».
-</p>
-
-<p>
-Il letterato più degno d'attenzione in quel tempo è
-Cajo Plinio Cecilio comasco <span class="sidenote">(61-115)</span>, nipote di Plinio naturalista,
-del quale ereditò le sostanze e la passione per gli studj.
-Giovinetto fu educato da Virginio Rufo, insigne romano
-che preferì all'impero del mondo la quiete decorosa.
-Cresciuto da lui con precetti ed esempj di virtù, nella
-scuola di Quintiliano si fece all'eloquenza; e di quindici
-anni patrocinò, poi sempre trattò cause gratuitamente,
-talvolta discorrendo fin sette ore di seguito, senza che
-la folla si diradasse. Eucrate filosofo platonico, elegante
-e sottile nella disputa, calmo di volto, austero di costumi
-come di parola, ostile ai vizj non all'umanità,
-incontrato da Plinio nella Siria, l'innamorò della filosofia,
-e gl'insegnò che il più nobile scopo di questa è
-far regnare tra gli uomini la pace e la giustizia.
-</p>
-
-<p>
-Quando il gusto del bello, del giusto, del generoso,
-del patriotico più sembrava dileguarsi, consola l'imbattersi
-in quest'uomo, appassionatissimo per la gloria e
-devoto alla virtù. Immacolato sotto pessimi imperatori,
-talvolta levossi ad accusare i ministri e consigliatori di
-loro iniquità; maneggiò la giustizia col nobile orgoglio
-del galantuomo, eppure ottenne cariche e rispetto; e
-non si trovò impreparato quando sorsero tempi migliori.
-Al cessare del regno delle spie e de' carnefici,
-fu invitato ad onorare e guidare la rigenerantesi società;
-<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span>
-e gli troviamo le cariche di augure, questore di
-Cesare, legato d'un proconsole, decemviro a giudicar
-le liti, tribuno della plebe, pretore, flamine di Tito,
-seviro de' cavalieri, curatore del Tevere e della via
-Emilia, prefetto all'erario di Saturno e al militare,
-governatore della Bitinia e del Ponto. Eletto console
-l'anno 100, recitò il <i>panegirico</i> a Trajano imperatore,
-ossia un ringraziamento. Questa lunga sua fatica aveva
-egli, come solea sempre, letta a diversi amici, che
-lodavano più le parti ove minore studio aveva adoperato:
-di ciò stupivasi egli, senza arrivar a comprendere
-quanto bisogno avesse di naturalezza. E davvero quel
-suo discorso, tronfio di parole e frasi studiate, forbite,
-compassate, è un perpetuo scostarsi dalla maniera semplice
-di pensare e d'esprimere, per sorreggersi in una
-forzata elevatezza, con pompa d'acuto ingegno, con
-pretensione di novità, e antitesi e raffronti inaspettati.
-Agli inesperti sembra conciso pel suo periodare frantumato,
-mentre in realtà, al pari di Seneca, gira rapidamente
-intorno alle idee, ma a lungo intorno alla
-stessa.
-</p>
-
-<p>
-Il nostro secolo, che non sa più ammirare, si stomaca
-di lodi buttate in faccia a un vivo e potente: ma anche
-senza di ciò Trajano era tal imperatore da potersi
-lodare meglio che con vuote generalità; e un console,
-un augure davanti al popolo poteva usare altro che
-adulazioni, quali converrebbero a schiavo verso un
-tiranno. Trajano serbò amicizia per Plinio, anche giunto
-al fastigio della fortuna; e le lettere che gli diresse
-mentre governava la Bitinia sono un'importante rivelazione
-de' migliori tempi del concentramento imperiale.
-E lettere moltissime conserviamo di Plinio stesso<a class="tag" id="tag295" href="#note295">[295]</a>:
-<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span>
-a troppo gran pezza dalla cara ingenuità delle ciceroniane,
-mostransi destinate al pubblico ed alla posterità;
-ma anche in quel loro tono accademico e declamatorio
-ci rivelano un eccellente naturale, e c'introducono nella
-vita, massime letteraria, d'allora.
-</p>
-
-<p>
-Plinio era legato con quanto allora vivea di meglio;
-e con lui amiamo incontrare Italiani, ben differenti da
-quelli con cui ci famigliarizzarono Tacito e i satirici;
-un Caninio comasco, che donò una somma per imbandire
-un annuo convito al popolo; Calpurnio Fabato,
-onorato di somme dignità, che la patria Como abbellì
-di un portico, e diè denaro per ornarne le porte;
-Pompeo Saturnino, uom giusto, bel parlatore, poeta
-da emulare Catullo, che a Como stessa lasciò un quarto
-della propria eredità; Virginio Rufo, che quattro volte
-console, generale dell'armi romane, vincitore di Giulio
-Vindice, ricusò l'impero del mondo, preferendo la
-quiete della sua villa d'Alsio nel Milanese. In Aristone
-suo tutore Plinio ammirava la frugalità, la prudenza,
-la sincerità, lo zelo nel patrocinare altri. Sua moglie
-Calpurnia alle doti del cuore univa quelle dello spirito,
-leggeva avidamente i libri del marito, ne riponeva in
-mente i versi e vi adattava le armonie, andava ascoltarlo
-quando parlasse in pubblico. Gloriavasi che la posterità
-saprebbe che fu amico di Tacito: — Come l'avvenire
-dirà che noi ci amammo, che ci siamo compresi! Aveano
-l'età stessa, egual grado, egual rinomanza, dirassi, e a
-tante cause d'emulazione la loro amicizia resistette. E
-come già ci collocano l'un presso all'altro! già siamo
-inseparabili nella pubblica opinione: chi preferisce te
-a me, chi me a te: ma venire dopo te è per me una
-preminenza»<a class="tag" id="tag296" href="#note296">[296]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Da Spurina Plinio imparò non solo la giurisprudenza,
-<span class="pagenum" id="Page_342">[342]</span>
-ma l'ordine e la compostezza; nella casa di questo buon
-vecchio ammirando quella regolare occupazione, quella
-serenità d'uomo che si accosta al sepolcro. A sette ore
-svegliavasi, e subito ripassava i casi di jeri: alle otto
-era levato, e faceva una corsa a piedi: dopo l'asciolvere,
-ritiravasi nel gabinetto a comporre in greco o in
-latino poesie piene di gusto e brio. Fra giorno discorreva,
-leggeva, faceasi leggere, raccontava i fatti di cui
-era stato testimonio. Alle due prende il bagno, poi
-passeggia al sole: quindi giuoca alla palla, per un pezzo
-combattendo così la vecchiaja: gettasi poi s'un lettuccio,
-ed accoglie gli amici. Ha tavola ricca e frugale, con
-argenterie massiccie che rammentano i vecchi tempi.
-Durante il pasto discorre e legge, spesso si fa venire
-buffoni, commedianti, ballerine, sonatrici inghirlandate
-d'amaranto. Così dopo le fatiche del fôro, del sonato,
-del campo, il nobile vecchio a settantasette anni conservava
-ancora la vista, l'udito, la vivacità, la facile parola.
-</p>
-
-<p>
-Protetto dai grandi, Plinio proteggeva amici ed inferiori;
-molti giovani, la cui principale passione era
-quella dell'istruirsi, esercitava nell'eloquenza, e ajutava
-ne' primi passi verso gl'impieghi; dotò la figlia di
-Quintiliano per gratitudine di scolaro, e quella di Rustico
-Aruleno che «coll'anticipargli elogi aveagli insegnato
-a meritarli in avvenire»; fornì lautamente Marziale,
-reduce nella Spagna; alla nutrice diede un terreno
-che valeva centomila sesterzj, e gliel faceva amministrare
-da Vero, suo amico, scrivendogli: — Ricordatevi
-che non sono gli alberi e la terra che vi raccomando,
-ma il bene di quella che da me li tiene». Corellio
-avea sollecitato i primi impieghi per Plinio, e raccomandatolo
-a Nerva, e morendo diceva a sua figlia: — Spero
-avervi fatto degli amici; contate sopra di
-essi, ma più di tutti su Plinio»; e Plinio ne prese la
-difesa in una causa. Sottentrò a tutti i debiti del filosofo
-<span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span>
-Artemidoro, affinchè tranquillo partisse da Roma
-quando Domiziano proscrisse i filosofi<a class="tag" id="tag297" href="#note297">[297]</a>. Molti servi
-affrancò, agli altri permise di far testamento; per gli
-abitanti di Tiferno, ove sua madre possedeva e che lo
-avevano adottato, eresse un tempio; largheggiò cogli
-Etruschi. Governando la Bitinia, lasciò dappertutto
-tracce di sua munificenza; mutò in città il villaggio di
-Calcedonia, riparò Crisopoli (Scutari), a Libina rialzò
-la tomba d'Annibale: in Nicomedia guasta da incendio
-fece ricostruire il palazzo civico e il tempio d'Iside, ed
-aprire una piazza, un acquedotto, un canale, e pensava
-riunir quel lago al mare: riparò i bagni di Nicea, e vi
-pose ginnasio e teatro; un acquedotto a Sinope, uno a
-Bitinio, bagni a Tio: a Como mandò pel tempio di
-Giove una preziosa statua antica; vi istituì scuole pei
-garzoni, contribuendo il terzo della spesa; assegnò cinquecentomila
-sesterzj per mantenere fanciulli ingenui,
-venuti al meno; fondò una biblioteca presso le terme;
-ed altri benefizj, la cui lode sarebbe anche maggiore,
-s'egli medesimo non si fosse troppo compiaciuto di
-narrarceli. Ma sarem noi così rigorosi a tal vanità? — Se
-non meritiamo che di noi si parli (diceva egli
-stesso), siamo rimproverati; se meritammo, non ci si
-perdona di parlarne noi stessi»<a class="tag" id="tag298" href="#note298">[298]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma non soltanto lodi sapeva tesser Plinio, e' s'infervorò
-contro i delatori, appena il costoro regno crollò.
-Aquilio Regolo, già sollecitatore di testamenti, che poi
-in una sola denunzia guadagnò tre milioni di sesterzj
-e gli ornamenti consolari, e che avea causato la morte
-di Elvidio, si vide da lui ridotto a perdere non solo la
-reputazione, ma metà dell'oro, passione sua. Allora
-Plinio badò meno all'eleganza che alla forza: ma nello
-stendere quell'accusa rileggeva di continuo l'arringa di
-Demostene contro Midia<a class="tag" id="tag299" href="#note299">[299]</a>: eppure, potenza del denaro,
-poco poi avendo Regolo perduto un figlio, ecco
-tutta Roma accorrere a portargli condoglianze in Transtevere,
-nella casa improntata d'infamia dall'avarizia e
-dalla ricchezza del sordido vecchio. Avea dunque ragione
-Giunio Maurico allorchè, alla tavola di Nerva
-rammentandosi un Catulo Messalino, spia e provocatore
-del regno precedente, e domandando l'imperatore che
-ne sarebbe se fosse ancor vivo, con franchezza soldatesca
-rispose: — Perdio, sarebbe qui a cena con noi».
-</p>
-
-<p>
-Gli antichi ebbero scarso il sentimento delle bellezze
-della natura; il paesaggio tra essi non fu meglio che
-decorazione; i più gentili quadri di Virgilio traggono
-vita dalle figure onde sono popolati. Ma Plinio mostrasi
-compreso dalle vaghezze del suo lago e della villa che
-v'aveva, e con esso ci dilettiamo ancora cercare quei
-platani opachi, quell'insensibile pendìo che guidava alla
-sua campagna, quel canale protetto d'ombre ospitali,
-dov'esso veniva a cercar riposo dall'assordante operosità
-di Roma. Là pesca, là caccia ne' boschi popolati di
-cervi e di damme; là comprendeva che non solo Diana,
-ma anche Minerva ama le foreste. Arricchito, volle
-avere più ville su quel lago, ed una intitolò Commedia
-perchè dimessamente situata, quali gli attori comici sul
-<span class="pagenum" id="Page_345">[345]</span>
-socco, mentre l'altra elevavasi come i tragici sul coturno,
-onde la nominò Tragedia: e quella è lambita
-dalle acque, questa le domina. Ivi erano appartamenti
-per l'inverno e per l'estate, pel giorno e per la notte; ivi
-bagni; ivi una fontana intermittente<a class="tag" id="tag300" href="#note300">[300]</a>, che cascava romoreggiando
-in una sala decorata di statue, e perdeasi
-nel lago, sul quale vogando, suo padre gli raccontava
-le storielle de' luoghi, e gli mostrava il terrazzo da cui
-una donna, avendo il marito ammalato di incurabile
-ulcera, volle mostrargli come si possa sottrarsi ai dolori,
-precipitandosi essa nelle onde e seco traendolo. E
-questa miserevole disperazione al filosofo parea degna
-di monumento quanto la costanza di Arria moglie di
-Trasea Peto<a class="tag" id="tag301" href="#note301">[301]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Viepiù comoda eragli la villa di Laurento a diciassette
-miglia da Roma, fra pascoli di pecore, di bovi, di
-cavalli, in clima d'eterna primavera e di calma ridente,
-ove il sole non si mostra in estate che a mezzo il dì.
-Spazioso portico a vetriate, riparo contro la cattiva
-stagione, introduce all'abitazione, e attorno praterie
-sempre verdi, boschi fantastici, impenetrabili dai raggi
-solari. La sala da pranzo si sporge sul mare, e lo
-prospetta da tre lati, mentre apre s'un verziere, arricchito
-di mori, di fichi pompejani, di rose tarantine, di
-legumi d'Aricia, d'erbe per la cucina: a mezzo della
-<span class="pagenum" id="Page_346">[346]</span>
-galleria trovasi la camera da letto, vicino all'incessante
-mormorio d'una fontana: poco lungi è lo studio, al
-gran sole, rivestito di marmo e colle lucide pareti
-adorne d'uccelli, fiori, fronde, e coi libri che mai troppo
-non si leggono e rileggono. La sala è ricreata da una
-nappa d'acqua, e l'inverno da un tepidario nascosto
-ne' muri. Una scala conduce nel bagno a sole aperto,
-un'altra all'ombreggiato. Nè vi mancano il giuoco della
-palla, la cavallerizza, una galleria sotterranea dove
-ripararsi dalla canicola, una esposta che conduce ad
-una fuga di camere sì ben collocate da evitare il sole
-dall'una all'altra<a class="tag" id="tag302" href="#note302">[302]</a>. E le cerchiate di platani connessi
-dall'edera e dal flessibile acanto, e i viali orlati di bosso
-o di rosmarino, e i sedili di marmo caristio, e gli
-zampilli d'acqua riuscenti in vasca di bronzo, e il labirinto
-verde, e il tempietto di marmo, e le statue, i
-mobili, i libri, i cavalli, gli argenti, gli schiavi, ci fanno
-meravigliare come tanto potesse avere un privato, che
-non era de' più ricchi, e che pur possedeva una casina
-a Tusculo, una a Tivoli e a Preneste in commemorazione
-di Tullio e d'Orazio.
-</p>
-
-<p>
-Compose anche versi; e tuttochè onest'uomo e di
-spirito grave e dignitoso, scrisse endecasillabi lascivi,
-dei quali si scusa con troppi esempj. Forse egli, come
-molti oratori, credeva necessario l'esercizio poetico per
-formarsi alla prosa; ma Quintiliano diceva: — La poesia
-è nata per l'ostentazione, l'eloquenza per l'utilità. Noi
-oratori siam soldati sotto le armi, e non ballerini di
-corda; combattiamo per interessi rilevanti, per vittorie
-<span class="pagenum" id="Page_347">[347]</span>
-serie. L'armi nostre devono brillare e colpire al tempo
-stesso; avere il lustro terribile dell'acciajo, non la brunitura
-dell'oro e dell'argento. Via quell'abbondanza
-lattea, che annunzia uno stile infermiccio; parlate con
-sanità». E nitidezza avea sempre Plinio, non sempre
-forza. Giornalista officioso della letteratura di quel
-tempo, egli c'informa della futilità di quelle consorterie,
-che invitate come si trattasse d'aprire un testamento,
-si raccoglievano per applaudire non per consigliare,
-per divertir sè, non per giovare al poeta. Claudio,
-Nerone, Domiziano vi assisteano non solo, ma vi leggeano
-tra obbligati applausi. Un codice nuovo erasi
-combinato per codeste letture, dove s'insegnava: — Il
-lettore dapprincipio appaja modesto, gli uditori indulgenti.
-A che con letterarie sofisterie farsi nemico
-quello, cui veniste a prestar le orecchie benigne? Più
-o meno meritevole ch'e' sia, lodate sempre. Il leggente
-presentisi con diffidenza rispettosa, qual l'uso impone;
-abbia disposto un complimento, una scusa: — Sta mane
-fui pregato di arringare in una causa: non vogliate
-imputarmi a dispregio questa mescolanza degli affari
-colla poesia, giacchè io soglio preferire gli affari ai
-piaceri, gli amici a me stesso»<a class="tag" id="tag303" href="#note303">[303]</a>.
-</p>
-
-<p>
-L'autore è di sgraziata voce? affida la recita ad uno
-schiavo<a class="tag" id="tag304" href="#note304">[304]</a>. Declama egli stesso? è tutt'occhi all'impressione
-che produce sugli uditori, e tratto tratto
-fermasi, palesando timore d'averli nojati, e aspettando
-che il preghino di proseguire. Ai passi belli, e ancor
-più alla fine sorgono gli applausi, divisi anche questi
-artatamente in categorie. Nell'una il triviale <i>Bene!
-benissimo! stupendo!</i> nell'altra si battono le mani;
-nella terza balzasi dal sedile, percotendo del piede la
-terra; nella quarta si agita la toga; e così via crescendo.
-<span class="pagenum" id="Page_348">[348]</span>
-</p>
-
-<p>
-Gli uditori appariglieranno il leggitore ai sommi; il
-poeta non dimenticherà un complimento pel giornalista,
-e dirà <i>Unus Plinius est mihi</i>; e Plinio giornalista
-domani pubblicherà: Mai non ho sentita meglio
-l'eccellenza de' tuoi versi».
-</p>
-
-<p>
-Una di queste letture è descritta da Plinio ad Adriano: — Io
-son persuaso negli studj, come nella vita, nulla
-convenga all'umanità meglio che il mescolare il giocoso
-col serio, per paura che l'uno degeneri in malinconia
-e l'altro in impertinenza. Per questa ragione, dopo
-travagliato intorno alle più importanti cose, io passo
-il mio tempo in qualche bagattella. E per far queste
-comparire ho pigliato tempo e luogo proprio, onde
-avvezzar le persone oziose a sentirle a mensa: scelsi
-però il mese di luglio, in cui ho piena vacanza; e
-disposi i miei amici sopra sedie a tavole distinte. Accadde
-che una mattina vennero alcuni a pregarmi di
-difendere una causa, allorchè io men vi pensava:
-pigliai l'occasione di fare agl'invitati un piccolo complimento,
-e porger insieme le mie scuse, se, dopo averli
-chiamati in piccol numero per assistere alla lettura
-d'un'opera, io l'interrompeva come poco importante,
-per correre al fôro, dove altri amici m'invitavano. Gli
-assicurai ch'io osservava il medesimo ordine ne' miei
-componimenti, che davo sempre la preferenza agli
-affari sopra i piaceri, al sodo sopra il dilettevole, a' miei
-amici sopra me stesso. Del resto l'opera, di cui ho
-fatta loro parte, è tutta varia non solamente nel soggetto,
-ma anche nella misura dei versi. E così, diffidente
-come sono del mio ingegno, soglio premunirmi
-contro la noja. Recitai due giorni per soddisfare al
-desiderio degli uditori; nondimeno, benchè gli altri
-saltino o cancellino molti passi, io niente salto e niente
-cancello, e ne avverto quelli che mi ascoltano. Leggo
-tutto, per essere in grado di poter tutto emendare; il
-<span class="pagenum" id="Page_349">[349]</span>
-che non possono far coloro che non leggono se non
-alcuni squarci più forbiti. Ed in ciò danno forse a credere
-agli altri d'aver meno confidenza ch'io abbia nell'amicizia
-de' miei uditori. Bisogna in realtà ben amare,
-perchè non si abbia tema di nojar coloro che sono
-amati. Oltreciò, qual obbligo abbiamo a' nostri amici,
-se non vengono ad ascoltarci che per loro divertimento?
-Ed io stimo ben indifferente ed anche sconoscente colui
-che ama più il trovar nell'opere de' suoi amici l'ultima
-perfezione, che di dargliela egli stesso. La tua amicizia
-per me non mi lascia punto dubitare che tu non ami di
-leggere ben presto quest'opera, mentre ch'ella è nuova.
-Tu la leggerai, ma ritoccata; non avendola io letta ad
-altro fine che di ritoccarla. Tu ne riconoscerai già una
-buona parte: quanti luoghi o sieno stati perfezionati,
-o, come spesse volte succede, a forza di ripassarli sien
-fatti peggiori, ti sembreranno sempre nuovi. Quando
-la maggior parte d'un libro è stata variata, pare insieme
-mutato tutto il rimanente, benchè non sia»<a class="tag" id="tag305" href="#note305">[305]</a>.
-</p>
-
-<p>
-L'avvocato Regolo lesse composizioni famigliari, un
-poema Calpurnio Pisone, elegie Passieno Paolo, poesie
-leggeri Sentio Augurino, Virginio Romano una commedia,
-Titinio Capitone le morti d'illustri personaggi,
-altri altro. Plinio si consola o duole secondo che codeste
-recite sono popolose o deserte: — Quest'anno abbiam
-avuto poeti in buon dato. In tutto aprile quasi non è
-passato giorno, in cui taluno non abbia recitato qualche
-componimento. Qual piacere prendo che oggidì le
-scienze sieno coltivate, e che gl'ingegni della nostra età
-procurino darsi a conoscere: quantunque a stento gli
-uditori si raccolgano; la maggior parte stanno in panciolle
-nelle piazze, e s'informano di tempo in tempo se
-chi deve recitare è entrato, o se ha finita la prefazione,
-o letta la maggior parte del libro; allora finalmente
-<span class="pagenum" id="Page_350">[350]</span>
-giù giù vengono allo scanno assegnato; nè però vi si
-trattengono tanto che la lettura si finisca, ma molto
-prima svignano, chi con finta cagione ed occultamente,
-e chi alla libera senz'ombra di riguardo. Non fece così
-Claudio cesare, il quale, secondo vien detto, un giorno
-mentre andava passeggiando pel palazzo, sentendo
-acclamazioni, ed avendo inteso che Novaziano recitava
-non so qual volume, subito ed alla sprovveduta entrò
-nel circolo degli ascoltanti. Oggi ciascuno, per poche
-faccende che abbia alle mani, vuol esser molto pregato;
-e poi o non vi va, o andandoci, si lamenta d'aver perduto
-il giorno, perchè egli non l'ha perduto. Tanto più
-degni di lode sono coloro che non rimangono di scrivere
-per la dappocaggine o superbia di questi tali»<a class="tag" id="tag306" href="#note306">[306]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Da gente che componeva per recitare, recitare a
-gente adunatasi per ascoltare, potevasi egli attender
-nulla di virile e d'efficace? Nessuno leggeva allora
-libri fuorchè l'aristocrazia, onde all'autore non restava
-la fiducia di crearsi il proprio pubblico. Nè la scelta
-società poteva, come oggi, comprare tante copie d'un
-libro, che l'autore ne ritraesse compenso proporzionato
-al merito o alla fama. Ciascun signore teneva servi
-apposta per trascrivere e legare i libri; il grosso del
-popolo non ne usava se non qualcuno preparatogli
-dagl'imperatori nelle biblioteche o al bagno: laonde lo
-scrittore, mentre insuperbivasi di esser letto ovunque
-arrivassero governatori o comandanti romani, si trovava
-costretto a mendicare il pane e le sportule da un
-patrono, dall'economo di un mecenate, o dal distributore
-de' pubblici donativi<a class="tag" id="tag307" href="#note307">[307]</a>. E come conseguirli
-altrimenti che lodando? e come lodar dei mostri
-<span class="pagenum" id="Page_351">[351]</span>
-padroni o de' vigliacchi obbedienti, senza abbassarsi ad
-adulare? Quando poi lo scrivere franco menava al
-patibolo, quando il segnalarsi eccitava la gelosia degli
-imperatori, si trovò più comoda, più utile l'adulazione,
-e vi s'andò a precipizio. Il poeta Stazio blandisce non
-solo Domiziano, ma qualunque ricco; Valerio Massimo
-e Vellejo Patercolo storici esaltano le virtù di Tiberio;
-Quintiliano retore, la santità di Domiziano, e, ciò che
-al suo gusto dovea costare ancor più, il talento di esso
-nell'eloquenza, e lo chiama massimo tra i poeti, ringraziandolo
-della divina protezione che concede agli
-studj, e d'avere sbandito i filosofi, arroganti al segno
-di credersi più savj dell'imperatore. Marziale bacia la
-polvere da Domiziano calpestata, e gli par troppo poco
-il collocarlo a paro coi numi; Giovenale satirico adula;
-adula Tacito severo storico, come adulavano i papagalli
-che ad ogni atrio d'illustre casa salutavano il sagacissimo
-Claudio e il cavalleresco Caligola. Plinio giuniore
-non sa che adulare Trajano; Plinio maggiore adula
-Vespasiano; Seneca adula Claudio, e per invitare Nerone
-alla clemenza, gli accorda la podestà di uccider tutti,
-tutto distruggere, mettendo in certo modo a contrasto
-la forza di lui colla debolezza dell'universo, onde ispirargli
-la compassione per via dell'orgoglio.
-</p>
-
-<p>
-D'altra parte a cotesti stranieri, accorrenti da ogni
-plaga del mondo a Roma per godere le munificenze, a
-cotesti liberti traforatisi nel senato a forza di strisciare
-innanzi ai loro padroni, quali rimembranze restavano
-di più franchi tempi, quali tradizioni repubblicane da
-svegliare? Vedevano l'oggi, e bastava per divinizzare
-i padroni del mondo.
-<span class="pagenum" id="Page_352">[352]</span>
-</p>
-
-<p>
-Allattata da queste mammelle, come doveva dimagrare
-la poesia! la quale, come le altre cose romane,
-sviluppatasi non per ispirazione, ma per l'imitazione
-de' Greci, somigliò ad un manto maestoso, che, gettato
-dapprima sopra una bella statua greca, le dà aria
-grande; casca floscio e sfiaccolato quando si ravvolge a
-spalle scarne. Sopita sotto i primi cesari, sotto Nerone
-si ridesta col furore d'una moda; dotti e indotti, giovani
-e vecchi, patrizj e parasiti, tutti fanno versi;
-versi ai bagni, a tavola, in letto; i ricchi s'attorniano
-di una turba a cui recitarli, e ne pagano gli applausi o
-col patrocinio o coi pranzi o colle sportule; a Napoli,
-ad Alba, in Roma sono istituiti concorsi annui o quinquennali,
-e basta che i versi vadano giusti della misura
-per esser trovati, o almen decantati, migliori di quei
-d'Orazio e di Virgilio. Tanto si era già lontani dal sentimento
-delle bellezze ingenue, eminente in questi; e
-l'esagerazione delle idee traeva da quella giusta misura,
-di cui essi erano immortali modelli.
-</p>
-
-<p>
-Stazio napoletano, non passò anno dai tredici ai
-diciannove, che, nelle gare letterarie della sua patria,
-non fosse coronato; poi riportò palme nemee e pitie
-ed istmiche<a class="tag" id="tag308" href="#note308">[308]</a>; laonde i grandi lo chiamarono dalla
-scuola a popolare i loro pranzi, ch'e' ricambiava con
-versi per tutte le occasioni. Quando vide in Roma venire
-alle mani i fautori di Vitellio con quei di Vespasiano,
-e andare in fiamme il Campidoglio, esultò d'occasione
-sì opportuna a sfoggiare poesia, e da' suoi contemporanei
-fu ammirato che la rapidità della composizione
-<span class="pagenum" id="Page_353">[353]</span>
-di quel suo poema eguagliasse la rapidità delle
-fiamme.
-</p>
-
-<p>
-Il genio paterno si trasfuse nel figlio Publio Papinio <span class="sidenote">(61-96)</span>.
-V'è nozze? v'è bruno? morì ad uno il delizioso o la
-moglie<a class="tag" id="tag309" href="#note309">[309]</a>, all'altro il cane o il papagallo?<a class="tag" id="tag310" href="#note310">[310]</a> Stazio
-ha in pronto l'ispirazione. Un ricco va superbo di bellissima
-villa; un altro, d'un albero prediletto; l'etrusco
-Claudio, di magnifici bagni: Stazio descrive appuntino
-quella villa, que' frutti, que' bagni: e secolari genealogie
-di doviziosi, che pur jeri ascero dall'ergastolo ai
-palazzi. Non v'è accidente così frivolo, per cui non
-scendano Dei e Dee: Citerea verrà a dar benigno il
-mare ai capelli d'un eunuco che tragittano in Asia;
-Fauni e Najadi terranno in cura il platano di Atedio
-Miliore. Corrono i Saturnali? Stazio ridurrà in versi il
-catalogo di tutti i <i>bellarii</i> che ricambiaronsi gli amici,
-e di quelli che a gara profusero a Domiziano, loro
-padre e dio. L'ammansato leone di Domiziano fu ucciso
-da una tigre, condotta pur ora d'Africa; Abascanzio
-propose che il senato ne portasse solenni condoglianze
-all'imperatore; e il poeta nostro ne canta i meriti, e
-col popolo e col senato compiange il mondo d'aver
-perduto la fiera imperiale<a class="tag" id="tag311" href="#note311">[311]</a>. Ecco per quali modi
-Stazio meritava corone di pino nei giuochi, oro da
-Cesare, applausi alla recita. Non usciva egli mai che
-nol seguisse un codazzo d'amici; ed era una festa
-quand'esso mandava invitando a udire i suoi versi<a class="tag" id="tag312" href="#note312">[312]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_354">[354]</span>
-</p>
-
-<p>
-Crispino, il più caloroso de' suoi ammiratori, allestisce
-ogni cosa, invita, infervora, s'abbaruffa coi tepidi, dà il
-segno degli applausi, li rattizza se languiscano; mentre
-il poeta tira qualche fiacco suono dalle poche corde
-che la tirannide lasciò sulla cetra romana.
-</p>
-
-<p>
-E qual premio trarrà Stazio dal sì lodato verso?
-l'imperiale aggradimento e l'alto onore di baciare il
-ginocchio del Giove terrestre: ma se vorrà saziar la
-fame, converrà venda una sua tragedia al comico Paride,
-poichè ballerini e commedianti hanno ricchezza e
-potere, essi creano i cavalieri ed i poeti, e danno quel
-che non san dare i ricchi. Gli applausi inebbriano Stazio
-a segno, che non s'appaga delle <i>Selve</i> de' suoi componimenti,
-ma vuoi compaginare un poema, anzi due. E
-vi riesce, se basta l'avere in dodici libri da ottocento
-versi l'uno, quanti ne conta la sua <i>Tebaide</i>, fatto l'introduzione
-all'altro poema dell'<i>Achilleide</i>, ove intendeva
-forse presentarci compito quel Pelìde che in
-Omero gli pareva solo schizzato; come chi pretendesse
-sminuzzare in una serie di bassorilievi il concetto del
-Mosè di Michelangelo.
-</p>
-
-<p>
-A Stazio lodano qualche invenzione di stile; uscì
-anche talvolta dai luoghi comuni, e seppe trovare caratteri
-veri, e delinearli con semplicità e vigore: ma al
-sorreggerli sino al fine gli nuoce la facilità, per la
-quale in due giorni compose l'epitalamio di Stella in
-ducensettantotto esametri. Così svaporava la potenza
-d'un ingegno, bello senza dubbio e colto, ma sacrificato
-ai vizj del suo tempo, e alla sciagurata abitudine del
-contentarsi il pubblico di cose improvvisate, l'autore
-degli applausi del pubblico.
-</p>
-
-<p>
-Epigramma, come indica la voce stessa, dapprima
-fu l'iscrizione che poneasi a qualche statua o monumento;
-e tali noi ne trovammo sulle tombe degli Scipioni,
-di Ennio, di Nevio (V. l'Appendice I). Ma già fra
-<span class="pagenum" id="Page_355">[355]</span>
-i Greci era passato ad esprimere pensieri lievi, arguzie,
-riflessioni commoventi o esilaranti. Di tal modo ne
-fecero molti i Latini d'ogni tempo; ma il più fecondo
-e per ogni occasione fu Marco Valerio Marziale <span class="sidenote">(40-103)</span>. Da
-Bilbili di Spagna venuto a Roma, si volse per pane a
-Domiziano, e metà de' suoi millecinquecento Epigrammi,
-distribuiti in quindici libri, sono fetide adulazioni
-al tonante Romano, e variate guise di chiedergli
-denaro, vesti, pranzi, un rigagnolo d'acqua per la sua
-villa<a class="tag" id="tag313" href="#note313">[313]</a>; riducendosi alla condizione di abjetto parasita,
-e rinnegando sempre quella dignità morale, che
-sola decora i begli ingegni. Giove è posposto a Domiziano
-perpetuamente, quasi l'iddio fosse scaduto tanto
-di reputazione, da sembrare poco l'essergli paragonato.
-Parla del ricostruito Campidoglio? lo dice così suntuoso,
-che Giove stesso, mettendo all'incanto l'Olimpo
-ed ogni avere degli Dei, non potrebbe raccorre il decimo
-del costo. Altrove esorta Domiziano a salire tardi
-alla netterea bevanda; che se Giove vuol bearsi di sua
-compagnia, venga al convito di lui<a class="tag" id="tag314" href="#note314">[314]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Eppure queste e peggiori piacenterie non pare rimediassero
-alla povertà di Marziale, il quale, colla veste
-rifinita e carico di debiti, va accattando qualche lira
-e vende i regali per satollarsi di pane, e fa versi su
-<span class="pagenum" id="Page_356">[356]</span>
-tutte sorta di vivande, affine d'essere invitato ad assaggiarne
-alcuna<a class="tag" id="tag315" href="#note315">[315]</a>. E in tali angustie sostenere il peso
-della fama! e trovarsi inoltre tribuno onorario, cavaliere
-onorario, e padre onorario, cioè senza nè militare,
-nè esser censito, nè avere tre figliuoli! Perseveri dunque
-a cantare, ad esaltar ogni minimo bene che Domiziano
-faccia o che non faccia: poi quando questi è ucciso,
-lo bestemmii, e preconizzi Nerva d'essersi conservato
-buono sotto un principe ribaldo<a class="tag" id="tag316" href="#note316">[316]</a>, e faccia Giove
-meravigliarsi delle disastrose delizie e del grave lusso
-del re superbo<a class="tag" id="tag317" href="#note317">[317]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Le lascivie, di cui bruttò i suoi versi<a class="tag" id="tag318" href="#note318">[318]</a>, vengono
-dal medesimo bisogno di adulare; d'adulare non un
-uomo solo, ma i pravi costumi di tutta la città; e
-quand'anche egli volge in altrui l'arzillo epigrammatico,
-il fa con libertinaggio plateale, quasi da altro allora non
-potesse eccitarsi il riso, se non da vizj che dovevano far
-arrossire.
-</p>
-
-<p>
-Eppure costui sembra fosse capace, come Stazio, di
-gustare la vita domestica, e di comprendere che la
-felicità non consiste nell'oro e nello splendore. — Sai
-tu quali cose rendono beato? Una sostanza acquistata
-senza fatica e per eredità, un campo non ingrato, il
-focolare sempre acceso, nessuna lite, pochi patroni,
-quieta mente, naturali forze, corpo sano, cauta semplicità,
-conformi amici, facile convito, mensa senz'arte,
-notte non ubriaca ma scarca di pensieri, talamo non
-<span class="pagenum" id="Page_357">[357]</span>
-disaggradevole eppure pudico, sonno che renda brevi
-le notti, amar ciò che sei, non agognare di meglio, nè
-temere nè bramare l'ultimo giorno»<a class="tag" id="tag319" href="#note319">[319]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Questo medesimo epigramma, che pure è de' suoi
-migliori, quale povertà accusa di poesia in quella enumerazione
-fredda senza immagini! Egli stesso diceva
-de' suoi versi: — C'è del buon, del mediocre, e assai
-del male»<a class="tag" id="tag320" href="#note320">[320]</a>; e gli encomj prodigatigli dai commentatori
-indicano quanto si passioni per l'autore chi
-invecchiò nel trovargli meriti che non aveva<a class="tag" id="tag321" href="#note321">[321]</a>. Nè
-in Marziale si riscontra mai sentimento profondo; e a
-quel continuo frizzo o triviale o scipito o lambiccato
-nessun reggerebbe, se non fosse la lingua che per lo
-più va corretta ed espressiva, quanto poteasi là dove
-ogni spontanea ispirazione era sbandita dalla paura di
-spiacere ad ombrosi regnanti, o a schizzinosi protettori.
-</p>
-
-<p>
-Pure la natura de' suoi lavori, istantanei di concetto
-come d'esposizione, lo salva da uno dei difetti più
-usuali a' suoi coetanei, il farsi pallidi riflessi degli
-scrittori del secolo d'Augusto. Nella baldanza della sua
-immaginativa, inventa modi nuovi ed efficaci, e innesta
-felicemente ciò che gli stranieri introducevano nello
-idioma della dischiusa città; ed estendendosi alla vita
-reale e a tutto il mondo romano, ci porge preziose
-indicazioni sui tempi, sui caratteri, sulle usanze.
-</p>
-
-<p>
-Di Spagna venne pure a Roma Marco Anneo Lucano <span class="sidenote">(38-65)</span>,
-ed ebbe tutte le fortune desiderabili; nipote di quei
-Seneca che davano il tono alla società letteraria, allievo
-di que' grammatici e retori che pervertivano la felice
-<span class="pagenum" id="Page_358">[358]</span>
-disposizione degl'ingegni. Seneca lo esercitava a comporre
-ed amplificare senza pensieri nè sentimenti,
-fomentandone la lussureggiante facilità, invece di sfrondarla,
-ed esponendolo a quelle pubbliche recite, ove,
-recando noja, si buscavano applausi. Nerone suo condiscepolo
-lo fece questore prima del tempo, legato,
-augure; ma Lucano, avvezzo da fanciullo ai trionfi, osò
-competere coll'imperatore e vincerlo: Nerone gli proibì
-di più leggere in assemblea, e il poeta indispettito tenne
-mano alla congiura di Pisone. Scoperto e preso, denunziò
-gli amici e la madre; ma invano colla viltà
-tentato conservare la vita, la lasciò eroicamente
-(pag. 112).
-</p>
-
-<p>
-Il trovarsi perseguitato dispensavalo dalle uffiziali
-codardie e dalle accademiche fanciullaggini: chiuso nel
-suo gabinetto, poteva comporre originale: e di fatto
-egli ritrae del suo tempo più di quegli altri imitatori,
-ma non ne palesa che la depravazione del gusto, lo
-sfiancamento delle credenze.
-</p>
-
-<p>
-Chi attribuisce l'inferiorità della <i>Farsaglia</i> all'avere
-scelto un soggetto troppo vicino, che impediva al poeta
-le finzioni, essenza della poesia, trae storte deduzioni
-da arbitrarj principj. Buon soggetto d'epopea sono le
-guerre tra nazioni forestiere, mentre le lotte di dinastie
-e le guerre civili e le interne commozioni di Stati convengono
-meglio alla rappresentazione drammatica. In
-Lucano non ci è presentato che il medesimo popolo,
-diviso in due; due protagonisti troppo vicini e somiglianti;
-sicchè i fatti non han più una distinzione abbastanza
-evidente. Inoltre vuolsi che l'epopea presenti una
-lotta più d'entusiasmo che di calcolo, e che trovi la ragione
-e la sequela nella storia universale, come quella dei
-Greci contro gli Asiatici, de' Cristiani contro i Turchi, dei
-Portoghesi contro gl'Indiani: e qui pure difetta Lucano,
-poichè la guerra fra Pompeo e Cesare, da lui cantata, è
-<span class="pagenum" id="Page_359">[359]</span>
-lotta di due sistemi meramente accidentali; e vinca l'uno
-o l'altro, l'umanità non v'avrà che vantaggi speculativi.
-Il che viepiù risulta dacchè Lucano non seppe nei due
-capi personificar la parte che ciascuno sosteneva, e
-darvi quell'individualità viva, per cui tutte le azioni
-esterne son ricondotte al carattere interno, alla coscienza,
-alla risoluzione. Egli poi frantese il soggetto
-fin a credere che una battaglia avrebbe potuto ristabilire
-l'antica repubblica, cioè rassodare la tirannide dei
-patrizj sopra la plebe. Qual eroe di poema cotesto
-Pompeo, mediocre sempre, più ancora nell'ultima
-guerra, ove misurava se stesso dalle adulazioni che lo
-avevano abbagliato? Cesare, forse il più grande dei
-Romani, insignemente poetico per l'infaticabile ardimento
-e per la popolarità, è da Lucano svisato; e per
-rappresentarlo come un furibondo ambizioso, il quale
-nel dubbio s'appiglia sempre alla via più atroce<a class="tag" id="tag322" href="#note322">[322]</a>,
-ricorre a particolari insulse quanto bugiarde: in Farsaglia
-fa che esamini ogni spada, per giudicare il
-coraggio di ciascun guerriero dal sangue ond'è lorda;
-spii chi con serenità o con mestizia trafigge; contempli
-i cadaveri accumulati sul campo, e neghi ad essi i
-funebri onori; e imbandisca sur un'altura per meglio
-godere lo spettacolo dell'umano macello. Ma può far
-con questo che Cesare non appaja il protagonista dell'azione?
-e di Pompeo vede altro il lettore se non le
-blandizie onde lo careggia il poeta, col tono stesso
-onde piaggiava Nerone?
-</p>
-
-<p>
-Lavorando di partito non di giudizio, impicciolisce
-le grandi contese coll'arrestarsi attorno ad accidenti
-momentanei; come nelle gazzette, tu vi ritrovi esaltate
-le piccole cose, non capite o vilipese le maggiori, trattenuta
-l'attenzione su particolarità inconcludenti, e sviata
-<span class="pagenum" id="Page_360">[360]</span>
-da ciò che è capitale; nè vi riconosci il cuor dell'uomo
-colle mille sue rinvolture, colle infinite gradazioni fra
-cui ondeggia la natura umana, ma inflessibili virtù o
-mostruose tirannie. Quasi non basti l'orrore d'una
-guerra <i>più che civile</i>, devono vedersi le serpi andare
-in frotta pei libici deserti; le piante d'una selva non
-cadranno sebben recise, tanto son fitte; nelle battaglie,
-stranamente micidiali, a ruscelli scorrerà il sangue, i
-morti resteranno in piedi tra le file serrate, piaghe
-apriransi come l'antro della Pitia, il grido dei combattenti
-tonerà più che il Mongibello. Al modo dei retori,
-moltiplica descrizioni e digressioni di tenuissimo appiglio:
-e per verità in queste soltanto si mostra poeta;
-ma scarso di giudizio e di gusto, al difetto di varietà
-vorrebbe supplire coll'erudizione, all'entusiasmo e alla
-dignità colla ostentazione di massime stoiche, al sentimento
-della natura morale colle particolarità della materiale.
-Spesso ancora il pensiero è appena abbozzato
-o incomprensibile: uniforme il color negro, talora
-esercitato sopra particolarità schifose, sopra analisi di
-cadaveri in decomposizione, sopra una maga che stacca
-un impiccato dalla forca, snodandone la soga coi denti,
-e ne fruga gl'intestini, e resta sospesa pei denti a un
-nervo che non si vuol rompere<a class="tag" id="tag323" href="#note323">[323]</a>. Il verso, talora
-magnifico, più spesso va duro e contorto: soverchie
-le particolarità, dalle quali se egli mai si solleva al
-grande, dimentica l'arte di arrestarsi e travalica. Chi
-<span class="pagenum" id="Page_361">[361]</span>
-di noi non si sentì infervorato a quel suo ardore di
-libertà, alla franchezza stizzosa delle parole? ma se ti
-addentri, non vi trovi nulla meglio di quel che tutti i
-Romani colti d'allora provavano, aborrire le guerre
-civili per ignavia o spossatezza; ribramare l'antica
-repubblica, non per intelligenza delle istituzioni sue,
-ma perchè come esercizj di scuola i pedanti proponevano
-gl'innocui elogi di Bruto e di Catone ai futuri
-ministri di Nerone e Domiziano.
-</p>
-
-<p>
-Era frutto naturale delle costoro discipline un poema
-dove o si vituperassero gli Dei imputandoli delle sventure
-della patria, o s'imprecasse alle discordie cittadine,
-osservate nel loro aspetto più superficiale, l'uccidersi
-cioè tra padri e fratelli; salvo a lodare le intempestive
-virtù di Catone che a quelle tanto contribuì, e preporre
-il giudizio di lui alla decisione degli Dei<a class="tag" id="tag324" href="#note324">[324]</a>. E agli
-Dei, cui Roma più non credeva, non era possibile attribuire
-un'azione in quell'epopea, laonde il poeta vi surrogò
-un soprannaturale del genere più infelice: ed ora
-la patria, in sembianza di vecchia, tenta rimover Cesare
-dal Rubicone; ora i maghi resuscitano cadaveri per
-cavarne oracoli; ora indovinamenti di Sibille, o presagi
-naturali; e mentre s'impugna la provvidenza<a class="tag" id="tag325" href="#note325">[325]</a>, adorare
-la fatalità, che esclude e la rassegnazione e la
-speranza; incensar la Fortuna, diva arbitra degli umani
-avvicendamenti, al fondo de' quali non v'è che la desolazione
-e il nulla. È conseguente se preconizza la
-morte come un bene che dovrebbe concedersi solo ai
-<span class="pagenum" id="Page_362">[362]</span>
-virtuosi<a class="tag" id="tag326" href="#note326">[326]</a>, un bene perchè assopisce la parte intelligente
-dell'uomo, e lo conduce non nel beato Eliso ma
-nell'oblivioso Lete<a class="tag" id="tag327" href="#note327">[327]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ci dicono che bisogna scusarne i difetti perchè morte
-gli tolse di dar l'ultima mano. Ma la lima avrebbe
-potuto mutare il generale concetto? dargli i dolci lampi
-d'un'immaginazione vera, d'un affetto sincero? e pari
-sventura non era accaduta a Virgilio? Però la lingua
-epica che Virgilio aveagli trasmessa di prima mano, fu
-da Lucano pervertita, come la prosastica da Seneca;
-ciò che il primo avea detto con limpida purità, egli
-contorce ed esagera; affoga tutto in una pomposa miseria
-di voci, d'antitesi e di ampolle, dove sempre la
-frase è a scapito del pensiero, l'idea è sagrificata alla
-immagine, il buon senso all'armonia del verso.
-</p>
-
-<p>
-Eppure di fantasia e di facoltà poetica era meglio
-dotato che Virgilio: ma questo ebbe l'accorgimento di
-gettarsi su tradizioni non discusse e care ugualmente
-a tutta la nazione; Lucano si fermò ad un fatto, su cui
-discordavano opinioni e interessi. Virgilio adulò, ma
-più Roma ancora che i suoi padroni; Lucano, rassegnato
-ad obbedire a Nerone, esaltava uno che non era l'uom
-del popolo, e che al più destava simpatie patrizie. Virgilio
-fece egli stesso il suo poema; il poema di Lucano
-fu fatto da quelle conventicole d'amici e compagnoni,
-che guastano colle censure e colla lode. Virgilio covò
-nel segreto l'opera propria, e tanto ne diffidava, che
-morendo ordinò di darla alle fiamme: Lucano, ebbro
-<span class="pagenum" id="Page_363">[363]</span>
-degli applausi riscossi ad ogni recita, assicurava se
-stesso che i versi suoi, come quelli d'Omero e di Nerone,
-sarebbero letti in perpetuo<a class="tag" id="tag328" href="#note328">[328]</a>, e morendo li
-declamava, quasi per confermare a se stesso che, chi
-gli toglieva la vita, non gliene torrebbe la gloria. Virgilio
-rimarrà il poeta delle anime sensitive: Lucano
-sarà il precursore di quella poesia satanica, che vantasi
-invenzione del secol nostro, nudrita di sgomenti e di
-disperazione, di tutto ciò che spaventa o desola, e che
-compiacesi di scandagliar le piaghe dell'anima, dell'intelligenza,
-della società per istillarvi il veleno della
-beffa e della disperazione.
-</p>
-
-<p>
-E noi tanto rigore gli usiamo perchè quei difetti sono
-pure dell'età nostra, e perdettero e perderanno altri
-eletti ingegni.
-</p>
-
-<p>
-Nè più che qualche lode di stile concederemo ad
-altri epici, i quali, sprovvisti del genio che sa e inventare
-e ordinare, sceglievano i soggetti non per impulso
-di sentimento, ma per reminiscenza e per erudizione,
-e sostenevansi nella mediocrità coi soliti ripieghi dell'entusiasmo
-a freddo, e colle descrizioni, abilità di chi
-non ha genio. Tutto ciò che è mestieri ad un poema,
-tu trovi negli <i>Argonauti</i> <span class="sidenote">(111)</span> di Cajo Valerio Flacco
-padovano, nulla di ciò che vuolsi ad un poema
-bello; non il carattere dei tempi, non l'interesse
-drammatico, non la rivelazione del grande scopo di
-quell'impresa, degna al certo d'occupare una società
-forbita e positiva. Non lascia sfuggire occasione di
-digressioni; accumula particolarità di viaggi, d'astronomia;
-con erudizione mitologica portentosa sa dire
-<span class="pagenum" id="Page_364">[364]</span>
-appuntino qual dio o dea presieda alle sorti di ciascuna
-città od uomo, quanti leoni figurino nella storia d'Ercole,
-in qual grado di parentela stia ogni eroe coi
-numi, e la precisa cronaca degli adulterj di questi; e
-l'espone senza nè l'ingenuità de' primi tempi che fa
-creder tutto, nè la critica degli avanzati che investiga
-il senso recondito. Anche nello stile barcolla fra le reminiscenze
-de' libri e l'abbandono famigliare, che però
-non lo eleva alla naturalezza. Messosi sulle orme del
-greco Apollonio da Rodi, corre meglio franco ed elegante
-quando se ne stacca<a class="tag" id="tag329" href="#note329">[329]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Più accortamente Cajo Silio Italico <span class="sidenote">(25-95)</span>, di Roma o d'Italica
-in Ispagna, scelse a soggetto la <i>Guerra punica</i>;
-ma sfornito d'immaginazione, farcisce in versi ciò che
-da Polibio fu narrato sì bene, e da Livio in una prosa
-senza paragone più ricca di poesia che non l'epopea
-di Silio. Il quale, ligio alla scuola, v'aggiunse di suo
-un soprannaturale affatto sconveniente, e finzioni inverosimili
-che per nulla rompono il gelo perpetuo, mal
-compensato dall'accuratezza di alcune descrizioni. Conosceva
-a fondo i migliori; di Cicerone e di Virgilio era
-tanto appassionato, che comprò due ville appartenute
-ad essi, ed ogni anno solennizzava il natalizio del cantore
-di Enea: ma il suo era culto di divinità morte, e
-sacrificava la propria intelligenza per pigiarla in emistichj
-tolti ai classici, faceva nascere i pensieri a misura
-delle parole, e a forza d'erudizione e di memoria riempì
-la languida vanità di quell'opera<a class="tag" id="tag330" href="#note330">[330]</a>, la quale non ha
-<span class="pagenum" id="Page_365">[365]</span>
-tampoco i difetti che abbagliano ne' suoi contemporanei,
-e che da alcuni sono scambiati per bellezze. Plinio
-Cecilio, amico e lodator suo, confessa che <i>scribebat
-carmina majore cura quam ingenio</i>, e che acquistò
-grazia appo Nerone facendogli da spia, ma se ne redense
-con una vita virtuosa, e tornò in buona fama. Console
-tre volte, proconsole in Asia sotto Vespasiano, colle
-mani monde di latrocinj ritirossi in Campania, comprando
-libri, statue, ritratti, curiosità di cui era avidissimo:
-ma preso da malattia incurabile, si lasciò
-morire, come allora parea virtù.
-</p>
-
-<p>
-Terenziano Mauro fece un poema sulle lettere dell'alfabeto,
-le sillabe, i piedi e i metri, con tutto l'ingegno
-e l'eloquenza di cui sì ritrosa materia poteva essere
-suscettibile; e giovò a farci conoscere la prosodia
-latina, giacchè al precetto accoppiando l'esempio, usa
-man mano i versi di cui parla. Lucilio giuniore, amico
-di Seneca, cantò l'<i>Eruzione dell'Etna</i>. Conosciamo sol
-di nome i lirici Cesio Basso, Aulo Settimio Severo, Vestrizio
-Spurina; e forse sono di quell'età i distici morali
-(<i>Disticha de moribus ad filium</i>) di Dionisio Catone,
-che nel medioevo ebbero molto corso. Le egloghe
-danno a Giulio Calpurnio Siculo il secondo posto fra i
-bucolici latini, ma ad immensa distanza da Virgilio;
-non come questo introduce pastori ideali, sibbene veri
-mietitori, boscajuoli, ortolani semplici e rozzi, cui imita
-fin nei modi di dire. Ha interesse storico la settima,
-ove un pastore, tornato da Roma, narra i combattimenti
-che vi ha veduti nell'anfiteatro.
-</p>
-
-<p>
-Ma in tanti poeti cerchereste invano uno di quei
-passi sublimi o patetici, che accelerano il battito del
-cuore, o dilatano il volo dell'immaginazione; qualche
-<span class="pagenum" id="Page_366">[366]</span>
-giusta e viva pittura di caratteri e di situazioni reali
-della vita e del cuore. In abbondanza, in dovizia di sentimenti
-vincono talvolta quelli del secol d'oro: ma
-esalano in sentenze ed immagini, anzichè tener dietro
-al progresso d'una passione; pongono l'arte nel voltare
-e rivoltare l'idea sotto tutti gli aspetti ond'è capace,
-vincere le difficoltà descrivendo ciò che non n'ha bisogno;
-e dove la parola propria o qualche calzante epiteto
-basterebbero, sfoggiano scienza ed anatomia, che guastano
-l'effetto dell'immaginazione, e tolgono il bello col
-mostrare d'andarne in caccia.
-</p>
-
-<p>
-Prediletto spettacolo erano ancora il circo e la ginnastica,
-portati all'eccesso; Caligola, Caracalla, perfino
-Adriano scesero nell'arena; Comodo assaliva colla spada
-gladiatori armati di legno; si vollero atleti che si colpissero
-alla cieca; Domiziano fece lottare nani e donne;
-sotto Gordiano III, duemila gladiatori ricevevano stipendio
-dal pubblico; nel circo offrironsi battaglie d'interi
-eserciti, ed una navale da Elagabalo in canali ripieni
-di vino. Di mezzo a questi sanguinosi clamori poteva
-prosperare l'arte drammatica? Meglio fu favorita la
-pantomima, ove gl'imperatori non aveano a temere i
-fulmini della parola.
-</p>
-
-<p>
-Alcune tragedie, gonfie di declamazioni e vuote di
-quel che appunto costituisce il dramma, cioè l'azione,
-la vita animata, corrono sotto il nome di Seneca: ma
-sono opera d'uno o più Stoici, d'immaginazione senza
-giudizio, d'ingegno senza gusto, i quali fan parlare e
-morire la vergine Polissena e il fanciullo Astianatte
-come un Catone in Utica; eppure vi spruzzolano le
-empietà di moda, proclamando che tutto finisce colla
-morte<a class="tag" id="tag331" href="#note331">[331]</a>. Passione falsa, contraddittoria, sempre
-<span class="pagenum" id="Page_367">[367]</span>
-esagerata e nel bene e nel male; preferita la dipintura
-del furore, i caratteri atroci, i colori strillanti alla tranquilla
-armonia de' quadri e al graduale procedere delle
-passioni; fin dal cominciamento lo spettatore deve
-restare attonito, atterrito, nè mai trovar riposo. Le
-donne medesime hanno musculatura maschile, forsennati
-furori, amor materiale, tanto che Fedra invidia
-Pasifae, esclamando, — Almeno ella era amata!»
-</p>
-
-<p>
-Destinate alle solite declamazioni non al teatro, in
-quelle tragedie non sono nè concatenate le scene, nè
-variati i caratteri, nè giustificate le situazioni; bensì
-tragicamente coloriti i racconti, e sparsi di modi e
-pensieri arditi e franche sentenze, che quantunque ivi
-si trovino per lo più fuor di posto, parvero degne
-d'imitazione a Corneille, a Racine, ad Alfieri, a Weisse.
-Forse da esse venne alle moderne tragedie quell'aria
-di declamazione che tanto le slontana dai greci modelli,
-e quelle risposte concise ed epigrammatiche, le quali
-dappoi sembrarono bellezze<a class="tag" id="tag332" href="#note332">[332]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Non l'espressione de' sentimenti dell'anima, come
-nella lirica; non la magnifica esposizione, come
-nell'epopea; ma un'idea generale del bene, applicata
-<span class="pagenum" id="Page_368">[368]</span>
-argutamente a particolarità moderne, costituisce la
-satira. Era perciò eminentemente propria de' Romani,
-che dietro di sè aveano un'età, popolarmente dipinta
-come sobria e pudica; sicchè viepiù risaltava il disaccordo
-fra la morale astratta e il mondo reale.
-</p>
-
-<p>
-Ma la pericolosa abilità della satira rado giova o non
-mai, produce nemici, e trae spesso a saettare ciò che
-maggiormente rispettar si dovrebbe, la virtù, le profonde
-convinzioni, la disinteressata attività. Solo un
-cuore benevolo e la evidente intenzione del miglioramento
-possono acquistarle lode: or questo trovasi nei
-satirici latini? Essi meritano speciale attenzione, perchè
-un tal genere più d'ogni altro risente l'influsso del
-tempo, da cui trae la materia, i colori, la vita. All'età
-di Mario, quando gran parte ancora conservavasi dell'antica
-rozzezza, quantunque la digrossassero le mode
-greche, e al vizio, irruente coll'allettamento della novità,
-si opponeva la sdegnosa repressione delle antiche virtù,
-comparve Lucilio, che con modi plebei e festività plateale
-e sali caustici più che lepidi, attaccò men tosto i
-difetti che le persone di qualunque grado o stirpe. Al
-tempo d'Orazio, la civiltà greca era prevalsa col corredo
-de' vizj eleganti, e colla conseguenza delle guerre civili,
-<span class="pagenum" id="Page_369">[369]</span>
-delle proscrizioni, del mutamento di repubblica in
-impero. Dove era riuscita inefficace la disciplina dei
-censori, poteva il satirico lusingarsi di porre un freno
-alle voluttà, al lusso, all'ingordigia? Orazio, il cui fino
-gusto comprendeva che la cosa da evitare di più è
-l'inutilità, s'accontentò di porgere verità d'esperienza,
-precetti parziali di qualità casalinghe, lezioni minute
-che s'imparano solo coi capelli bianchi: ma ingegnoso
-a scorgere i difetti, arguto a dipingerli, non si propone
-di farli aborrire; vuol trovare di che ridere, anzichè
-condurre altrui all'austerità; imitando Augusto nel lodare
-le virtù vecchie ed abbracciare i vizj nuovi, alla
-corruzione fa omaggio col mostrare d'abbandonarvisi
-egli stesso a capofitto. In lui trapela il sereno d'una
-società che si rallieta dopo lunghi patimenti, si riposa
-da fiere convulsioni, e promettesi lunga durata; e Orazio,
-non mordendo, ma solleticando, mira piuttosto a smascherare
-quelli che si danno aria di virtuosi, e avvezzare
-ad un viver tranquillo e gajo, a sprezzar le ricchezze,
-la potenza, tutti que' desiderj che turbano la calma;
-accontentarsi del proprio stato, e cogliere fiori in
-sulla via.
-</p>
-
-<p>
-I tempi erano peggiorati col sistema imperiale, e
-alla corruttela traboccante non poteasi opporre che il
-ferreo argine dello stoicismo, irreconciliabile col vizio,
-armato di inflessibili sentenze. Decimo Giunio Giovenale <span class="sidenote">(42-122?)</span>,
-ispirato dal dispetto, non ride, ma si corruccia; non
-saltella da cosa a cosa, ma fila la sua tesi a modo dei
-retori, severo per proposito fin nella celia. Se però
-t'addentri, sotto la generosa indignazione scopri un
-declamatore, onesto se vuoi, ma che calcola sempre,
-non sente mai; protesta vigorosamente contro la corruzione,
-ma quando sotto Trajano la franchezza non
-recava pericolo; e sentenzia di pazzo chi per compiere
-una grande azione mette a repentaglio la sicurezza
-<span class="pagenum" id="Page_370">[370]</span>
-proveniente dall'oscurità o dalla scempiaggine: e quel
-suo finire una violenta declamazione con una comparazione
-arguta o con una lambiccata<a class="tag" id="tag333" href="#note333">[333]</a>, ti lascia in
-dubbio s'e' parli da senno o da beffa.
-</p>
-
-<p>
-Nelle sedici sue <i>Satire</i> intende abbracciare tutto
-quel che gli uomini pensano, fanno, patiscono<a class="tag" id="tag334" href="#note334">[334]</a>.
-Nella prima rimpiange l'antica libertà della parola;
-ond'egli, per cansar pericolo, l'accoccherà solo a morti.
-La seconda rimorde i filosofi, severi all'esterno, corrotti
-dentro; e i grandi, modelli di depravazione. Delle
-più vive è la terza, ove ritrae gl'impacci di Roma e gli
-scomodi d'una metropoli. Una mette in canzonella i
-senatori, gravemente convocati da Domiziano per decidere
-sul migliore condimento d'un pesce: una le donne
-vane, imperiose, dissimulate, libertine, avide, superstiziose:
-una chi ripone la nobiltà nei natali, non nel merito.
-Or invitando un amico a cena, gli porge la distinta
-dei cibi, per elogio della frugalità e rimprovero del
-lusso; or festeggia un amico scampato dal naufragio,
-e perchè non si creda interessata la gioja, assicura che
-quello ha figli, donde si fa passaggio a ritrarre gli
-<span class="pagenum" id="Page_371">[371]</span>
-artifizj con cui si uccellava alle eredità de' celibi<a class="tag" id="tag335" href="#note335">[335]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Egli ci mostra Roma piena di Greci, che, capitati con
-un carico di fichi e prugne, si posero ad ogni mestiero;
-grammatici, retori, geometri, pittori, medici, auguri,
-saltambanchi, maghi, adulatori che lodano i talenti
-d'uno scemo, pareggiano ad Ercole uno sciancato, encomiano
-vilmente e son creduti, e si vendicano della vinta
-patria col corrompere la vincitrice. Al cliente, coricato
-al desco col patrono, tocca la continua umiliazione di
-vedere a questo il pan buffetto e il vin pretto o l'acqua
-limpida; a sè una focaccia di farina muffa, acqua
-fangosa, e il profumo dei frutti e delle delicature, e le
-celie del signore, per corteggiare il quale egli innanzi
-l'alba lasciò moglie e figli, e venne a batter la borra
-sul freddo lastrico del palazzo. Il ricco ammira il poeta,
-gli presta la sala per leggere i versi, e i liberti per
-applaudirlo, ma poi lo rimanda a dente secco: lo storico
-riceve poco più d'uno scrivano: al grammatico è
-decimato il salario dall'ajo o dall'economo. È di moda
-l'avvocato che si fece fare il busto e la statua, che ha
-otto portinaj e non so quanti anelli, e la lettiga dietro
-e un codazzo d'amici: mentre l'altro, il quale non è
-che onesto, riceve in premio delle sue fatiche un prosciutto
-secco, cattivi pesci, e vino colla punta; o se
-tocca una moneta, dee dividerla coi mediatori che gli
-procurarono l'avventore.
-</p>
-
-<p>
-Tutto ciò espone Giovenale in tono di predica e febbricitando
-d'indignazione, con amara beffa e stizzoso
-<span class="pagenum" id="Page_372">[372]</span>
-flagello. Ingegno nello scegliere le circostanze, robustezza
-nel colorire non gli mancano; nelle composizioni
-d'età matura va più pacato, e lascia prevalere il riso
-allo sdegno; adopera linguaggio dotto, copioso, non
-mai vulgare. Chi però volesse da lui desumere la vita
-privata de' Romani, per riscontro alla pubblica dipinta
-da Tacito, resterebbe illuso da quest'onesto mentitore,
-che vede da falso punto, ed espone iperbolico e declamatorio.
-I tempi chiedeano ben altro che il riso d'un
-poeta: nè riformarli poteva uno, che, mentre si querela
-della negletta religione, la toglie in beffe<a class="tag" id="tag336" href="#note336">[336]</a>; che a
-turpissimi vizj oppone aforismi cattedratici d'una virtù
-assoluta, generica, vaga<a class="tag" id="tag337" href="#note337">[337]</a>; che per consolazione ai
-patimenti non sa suggerire se non il forte animo e il
-disprezzo della morte. Messe a nudo le miserie del
-povero, proprie di tutte le età o speciali di quella, qual
-voto fa egli? che tutti i poveri antichi si fossero da sè
-esigliati da Roma<a class="tag" id="tag338" href="#note338">[338]</a>. Non ne potevano dunque restar
-giovati i coetanei suoi: quanto ai posteri, leggendo si
-consolano d'esser fatti tanto migliori, ma tornano ad
-Orazio, de' cui mezzi caratteri trovano spesso il riscontro
-ne' mezzi uomini contemporanei.
-</p>
-
-<p>
-Dopo che Orazio diede un esempio inarrivabile di
-scrivere la satira con modi piani e popolari (<i>sermones
-per humum repentes</i>), ai successivi fu rituale uno stile
-rotto e manierato: ma Giovenale nel verso, nelle frasi,
-nelle parole stesse sorpassa tutti per originale rigidezza,
-<span class="pagenum" id="Page_373">[373]</span>
-acquisita con assiduo studio; non voce, non passaggio
-inutile, non verbo che non cresca vigore, non imitazione
-che sacrifichi il pensiero alla frase; nulla di semplice,
-di affabile; non lingua appresa dal popolo, ma
-decretata dai grammatici e dai retori.
-</p>
-
-<p>
-Nato ad Aquino, educato nelle solite scuole di
-declamatori, fin a quarant'anni attese ai tribunali:
-avendo poi recitato ad alcuni amici una satira contro
-di Domiziano e di un poeta a lui ligio, gli applausi che
-ne riscosse lo drizzarono a questo genere. Adriano,
-credendosi preso di mira in alcuni frizzi di lui, lo
-mandò in Egitto già ottagenario, dandogli per celia il
-comando d'una coorte. Ivi morì di noja e di rammarico.
-</p>
-
-<p>
-Aulo Persio Flacco <span class="sidenote">(34-62)</span>, orfano di famiglia equestre volterrana,
-a dodici anni venne a Roma sotto i soliti sciupateste;
-ma a ventott'anni morì. Anneo Cornuto suo
-maestro ne pubblicò le satire, sopprimendo ciò che
-credette cattivo o pericoloso; ed eccitarono viva ammirazione,
-forse per quel sentimento che tante speranze
-fa sorridere dalla tomba d'un giovane. Ma l'esperienza
-e le correzioni avrebbero potuto togliervi l'affettata
-pienezza, o dargli l'immaginazione, senza cui poesia
-non è?
-</p>
-
-<p>
-Sarebber esse a dire un sermone solo, trinciato poi
-dal suo raffazzonatore in sei prediche sopra soggetti
-morali, oltre una prefazioncella. Nella prima, egli burla
-il ticchio di far versi e il mal gusto in giudicare: nella
-seconda, dardeggia la frivola incoerenza de' voti onde
-i mortali sollecitano gli Dei: nella terza, i molli giovani
-aborrenti da ogni seria occupazione: la quarta morde
-la presunzione onde tutti credonsi capaci di tutto e
-principalmente di governar gli Stati: nella quinta esamina
-qual uomo sia veramente libero, e conchiude il
-savio: l'ultima punge gli avari, che negandosi il necessario,
-accumulano per eredi scialacquatori.
-<span class="pagenum" id="Page_374">[374]</span>
-</p>
-
-<p>
-Come Orazio, Giovenale avea dedotto le sue satire
-dall'osservazione propria, dalla conoscenza della vita:
-Persio invece soltanto dalle scuole. Guasto nel midollo
-dallo stoicismo di queste, sprezza non solo il superfluo,
-ma il necessario<a class="tag" id="tag339" href="#note339">[339]</a>; fa colpa del più innocente atto,
-se la ragione non vi assenta<a class="tag" id="tag340" href="#note340">[340]</a>; all'uomo intima non
-esser lui libero, perchè ha passioni; condanna i raffinamenti
-della civiltà, il vestir bene e l'usare profumi.
-</p>
-
-<p>
-Ah! ben altri vizj deturpavano il suo tempo; infamia
-di delatori, avvilimento del senato, insolenza di liberti,
-stravizzo e bassezza di tutti. Ma Persio non sapeva
-nulla di ciò, perchè nulla gliene avevano detto nella
-scuola; solo udito in generale che il secolo era corrotto,
-si prefigge di manifestare il suo ribrezzo con
-aerea e filata discussione da gabinetto, sovra argomenti
-prestabiliti, non su quelli che, cadendogli sott'occhio,
-lo stizzissero od ispirassero. Con quella superba generosità
-vede e parla esagerato; insiste sulla medesima
-tesi, comunque simuli arditi passaggi e dure inversioni;
-cerca minuzie e sottilità e figure retoriche e tropi, anche
-quando sembra passionato.
-</p>
-
-<p>
-Orazio, uom di mondo, urtante e riurtato dagli uomini,
-è sempre l'autore del momento, nè diresti avesse
-già pensato jeri a quel che getta sulla carta allorchè
-il vizioso o il malaccorto gli dà tra' piedi; ti porta sul
-luogo; al vizio attribuisce persona e nome, sicchè tu lo
-conosci, e le particolarità sfuggono meno alla mutata
-posterità. Persio invece sta sulle generali, con pitture
-vaghe e costumi e scene e personaggi indeterminati;
-argomenta scolasticamente ove gli altri due discorrono
-<span class="pagenum" id="Page_375">[375]</span>
-saltuariamente; e le poche volte che cerca il drammatico
-andamento di Flacco, diventa oscuro ancor più
-dell'usato; talchè l'attribuire le botte e le risposte a
-quest'interlocutore piuttosto che a quello, è laborioso
-indovinamento de' commentatori. Ai quali pure diè fatica
-quel suo stile ambizioso, ove mancando sempre
-d'immagini, e non sapendo vestire i concetti filosofici
-reconditi, la sterilità delle idee dissimula sotto una lingua
-bizzarra, congegnata di parole piene pinze. Il suo
-verso è sonoro, ma spesso ambiguo: e se Lucilio imitò
-i Greci, e Orazio imitò Lucilio, Persio imita Orazio,
-catena nella quale egli rimane troppo dissotto; perocchè
-in Orazio troviam sempre begli argomenti, trattati
-con arte squisita, varietà somma, digressioni felici, e
-l'arte di coprir l'arte. Quindi egli è sempre venusto,
-Giovenale austero, Persio arcigno; egli pien di lepidezze,
-Giovenale di sarcasmo, Persio d'ira; l'uno persuade,
-l'altro scarifica, il terzo filosofeggia: sicchè
-amiamo il primo, temiamo il secondo, il terzo compassioniamo.
-</p>
-
-<p>
-Oltre queste satire, e quella che Sulpicia moglie di
-Galeno scrisse <i>de corrupto reipublicæ statu</i> quando
-Domiziano cacciò d'Italia i filosofi, ne correano in Roma
-altre democratiche, libera espressione di sdegno le più
-volte, d'applauso talora, progenitrici delle odierne
-pasquinate, e i cui autori restavano incogniti, ma più
-nazionali che le poesie letterarie<a class="tag" id="tag341" href="#note341">[341]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_376">[376]</span>
-</p>
-
-<p>
-Altri colori a dipinger la vita domestica de' Romani
-somministra Petronio Arbitro marsigliese nel <i>Satyricon</i> <span class="sidenote">(66)</span>,
-misto di prosa e di versi (pag. 137). Suppongono
-costui fosse ministro delle voluttà di Nerone, e le
-descrivesse; ma pare che, più d'un secolo dopo, qualche
-curioso ne trascrivesse i passi che più gli piacevano
-e che soli a noi arrivarono, sconnessi, oscuri, aggrovigliati,
-donde non trapela altra intenzione se non di
-abburattare libertinamente il libertinaggio del suo
-tempo, corrompendo con aria di riprovar la corruzione,
-ed ubriacandosi nell'orgia comune. Trimalcione, uom
-di dovizie splendidissime, tronfio quanto baggeo, in
-cui altri crede adombrato Claudio, altri il successore
-di esso, noi più volentieri l'ideale dei tanti ricchi lussurianti
-nella Roma d'allora, v'è circondato da parasiti,
-<span class="pagenum" id="Page_377">[377]</span>
-da filosofi, da poeti, dall'infame voluttà dei grandi.
-Eumolpo, tolto a mostrare ai convitati qual deva essere
-il poeta vero, insegna non bastare a ciò il tessere belle
-parole in versi armoniosi, ma volersi generosi spiriti,
-evitare ogni bassezza d'espressione, dar rilievo alle
-sentenze; e propone ad esempio un suo componimento
-sopra le cause della guerra civile, forse per appuntare
-Lucano che non le accenna, e con gravi parole tassa
-il deterioramento dei costumi. — Già il Romano teneva
-soggiogato tutto il mondo, nè però era satollo; ricercando
-scorrevansi i seni più reconditi; e se alcuna
-terra vi fosse che mandasse oro, aveasi per nemica.
-Non piacevano i gaudj noti al vulgo, o la voluttà comune
-colla plebe; traevansi dall'Assiria l'ostro, dalla
-Numidia i marmi, le sete dai Seri, dagli Arabi i profumi;
-<span class="pagenum" id="Page_378">[378]</span>
-nelle selve dei Mauri cercavansi le fiere; correvasi
-fin nell'Ammone, estremo dell'Africa, per averne
-l'avorio; e le tigri caricavano la nave per bevere
-umano sangue fra gli applausi del popolo a modo dei
-Persiani. Deh vergogna! si recide agli adolescenti la
-pubertà, acciocchè sia prolungata la fuga de' celeri anni;
-ma piaciono le bagasce, e il rotto portamento del corpo
-snervato, e i cascanti capelli, e i nuovi nomi delle vesti
-disdicevoli ad uomo. Una mensa di cedro svelto dalle
-terre africane, e turme di schiave, e splendido ostro si
-pone; e vuolsi ornare l'oro istesso. Ingegnosa è la gola;
-lo scaro si reca vivo sulla mensa, immerso nel mar
-Siculo, e conchiglie svelte dai lidi Lucrini: già l'onda
-del Fasi è deserta d'augelli, e nel muto lido le sole arie
-mormorano fra i deserti rami. Nè minore è la rabbia
-in campo, ed i compri Quiriti volgono a guadagno i
-suffragi; venale è il popolo, venale la curia dei padri,
-pagasi il favore; anche ai vecchi cadde la libera virtù,
-e il potere e la maestà giaciono corrotti dalle ricchezze:
-talchè Roma ruinata è merce di se stessa, e preda
-senza riscatto». Allora trae fuori un macchinamento
-della fortuna e dell'inferno che predicono i mali avvenire,
-e della discordia che abbaruffa Cesare e Pompeo.
-</p>
-
-<p>
-Il <i>Satyricon</i> è il primo romanzo latino che conosciamo:
-maggior fama levò quello di Lucio Apulejo, la
-cui vita stessa è un romanzo. Nato bene a Medaura
-colonia romana in Africa, al tempo degli Antonini,
-studiò a Cartagine, in Grecia, a Roma<a class="tag" id="tag342" href="#note342">[342]</a>; viaggiò,
-<span class="pagenum" id="Page_379">[379]</span>
-aggregandosi a varie fraternite religiose<a class="tag" id="tag343" href="#note343">[343]</a>, e recitando
-dappertutto arringhe, secondo l'andazzo d'allora.
-Alcune di queste (<i>Floride</i>) ci arrivarono, copiose d'erudizione
-quanto tapine di critica e credule all'eccesso;
-eppure gran nome gli acquistarono, e perfino statue.
-</p>
-
-<p>
-A forza di spendere, non avanzò di che farsi consacrare
-al servizio d'Osiride. Riguadagnò col piatir
-cause, e meglio collo sposare Pedentilla, vedova di quarant'anni
-e di quattro milioni di sesterzj. I parenti di
-questa gli posero accusa d'averla innamorata con sortilegi;
-ma citato davanti al proconsole d'Africa, si scolpò
-con un'apologia, che ci rimane bizzarro testimonio dei
-pregiudizj correnti. Magie e siffatte superstizioni più
-tardi egli derise, ma senza deporle; e sebbene nella
-<i>Metamorfosi</i> o l'<i>Asino d'oro</i> ne faccia la satira, credeva
-che i demonj potessero immediatamente sull'uomo e
-sulla natura.
-</p>
-
-<p>
-Il concetto dell'<i>Asino d'oro</i> è derivato da Luciano,
-ch'esso pure lo dedusse da Lucio di Patrasso: ma il
-nuovo episodio d'Amore e Psiche è degno di stare fra
-quanto ci lasciò di più squisito l'antichità. Appunto
-perchè oscuro, quel romanzo fu interpretato in mille
-guise: i Pagani fecero d'Apulejo un semidio miracoloso
-da opporre a Cristo: nel medioevo s'andò a cercarvi
-il segreto della pietra filosofale: indi i metafisici vi
-trovarono indicato l'avvilimento dell'anima pel peccato,
-finchè la Grazia non la sollevi: molti vi attribuiscono
-<span class="pagenum" id="Page_380">[380]</span>
-l'intenzione di rialzare i misteri, caduti in discredito;
-eppure ne rivela le abominazioni, quantunque
-per verità l'<span class="smcap lowercase">XI</span> libro esponga nella loro bellezza quelli
-d'Iside e Osiride, dandocene informazioni preziose.
-</p>
-
-<p>
-Ricco di cognizioni storiche, non raggiunge a gran
-pezza Luciano per fecondità di genio o acume nel
-cogliere il senso de' sistemi filosofici e trovarne il lato
-ridicolo; tanto meno poi nell'accuratezza dello stile:
-anzi in uno scrivere prolisso, oscuro, pretensivo, vacillante
-tra parole arcaiche e nuove, lascia sentire quanto
-fosse imbarbarita la romana lingua.
-</p>
-
-<p>
-Le opere non solo più importanti ma anche migliori
-di quest'età sono le storiche. Cornelio Tacito <span class="sidenote">(54-134?)</span>, nato a
-Terni nell'Umbria di famiglia plebea, entrò nella milizia,
-poi si fece avvocato, e scrisse molte arringhe; sostenne
-la questura e la pretura sotto Domiziano, vide la Germania
-e la Bretagna, fu anche console, e menò lunga
-vita, più tranquilla che non parrebbe dalla severa scontentezza
-de' suoi scritti.
-</p>
-
-<p>
-In mezzo a quei vivi contrapposti di buoni e cattivi
-signori, all'agonia del bene e del male, egli contemplava
-in silenzio una lotta senza vigore; e prima d'esporsi
-al pubblico sguardo, aspettò la maturanza degli anni.
-Passava i quaranta allorchè per gratitudine scrisse la
-vita d'Agricola suo suocero, sollevando la biografia
-alla dignità di storia, coll'introdurvi gli eventi d'un
-popolo nuovo, cioè il britannico, del quale sa cogliere
-le particolarità più significanti.
-</p>
-
-<p>
-Vi mandò dietro la descrizione della Germania, quasi
-volesse mettere in vista quelle genti rozze ma integre,
-che sovrastavano minacciose alla depravata civiltà dell'impero.
-Poche pagine, eppure è uno dei lavori più
-importanti dell'antichità, ed incomparabile modello dell'arte
-di dir molto in breve. Le cose vide egli stesso o
-le udì da suo padre; e vuole opporre alla viziosa
-<span class="pagenum" id="Page_381">[381]</span>
-decrepitezza del suo secolo la vigorosa integrità di genti
-nuove. Ignaro della lingua teutonica, dovette frantendere
-troppe cose; riscontrò gli Dei di Grecia e di Roma
-ne' germanici; le imperfette cognizioni che ne acquistò,
-tradusse cogl'inesatti equivalenti d'una civiltà affatto
-diversa. La studiata brevità poi non basta a gran pezza
-a significare ciò che lo storico concepisce, o converte
-la parola ad uso diverso dal comune. Ciò scema, non
-toglie a Tacito il merito di offrir le prime pagine della
-storia moderna.
-</p>
-
-<p>
-Sperimentate le sue forze, diede mano alla storia di
-Roma in trenta libri da Galba a Nerva, il regno del
-quale e di Trajano, come tema più ricco e più sicuro,
-serbava per istudio di sua vecchiezza. Ma poi trovò
-più conforme al suo genio di descrivere in forma di
-annali le atrocità o le follie dei primi quattro successori
-d'Augusto (pag. 119). Gran parte del lavoro andò
-perduta; nè delle <i>Storie</i> ci restano che quattro libri e
-il principio del quinto, in cui è abbracciato poco più
-che l'anno 69: degli <i>Annali</i> ne avanzano dodici con
-molte lacune; perito quanto si riferiva al restante regno
-di Tiberio, a quel di Caligola e gran parte di Nerone;
-poi ci vien meno affatto quando gli avrebbe dato tanta
-importanza il mostrare il cambiamento di dinastia.
-</p>
-
-<p>
-Nessuno seppe meglio rendere drammatico il racconto,
-ove minutissimamente espone la vita politica, e
-le relazioni de' principi col popolo romano. Storico
-filosofo, gran conoscitore del cuore, e dipintore inarrivabile
-de' caratteri, la grave moralità lo rende indignato
-col suo tempo, che egli anatomizza senza remissione
-come un cadavere; e se tra l'indagine gli casca
-sotto al coltello una parte ancor vitale, la manda al
-taglio medesimo; e il supplizio dei Cristiani descrive
-come quello di tant'altre vittime, spettacolo al tiranno
-o al popolo. Di religione non si briga, pur riferendo
-<span class="pagenum" id="Page_382">[382]</span>
-tante superstizioni; ma ammette una potenza superna,
-moderatrice delle cose e delle azioni umane, non senza
-dubbj però<a class="tag" id="tag344" href="#note344">[344]</a>: come tutti i pensatori, predilige la
-forma repubblicana d'una volta, ma riconosce la necessità
-del principato, poco sperando fin ne' governi temperati<a class="tag" id="tag345" href="#note345">[345]</a>:
-protestando contro il suo secolo anche
-collo scrivere, sbandisce ogni modo naturale e semplice
-di concepire e di esporre, e si forma uno stile
-artifiziato, tutto suo, ora di vivace rapidità, ora di
-calma maestosa, semplice nella grandezza, qualche
-volta sublime, originale sempre, da non permettersi
-una parola di più, nè un fior d'espressione, nè lusso
-d'immagini, nè cadenza e periodo, come chi non ambisce
-di piacere, ma vuol che si pensi, che ogni frase
-istruisca, ogni parola porti un senso, e a tal fine sia
-precisa per l'oggetto e vaga per l'estensione. Senza
-modello, rimase senza imitatori. Gli toccò la fortuna
-di godere della propria gloria, sebbene forse la dovesse
-piuttosto ai versi e alle orazioni, che andarono perdute,
-al par di una sua raccolta di facezie. Tra i posteri fu
-caro a chiunque legge meditando, a chiunque in pubbliche
-calamità ha bisogno di fremere e rinvigorir la
-coscienza contro i terrori e la seduzione.
-</p>
-
-<p>
-Cajo Svetonio Tranquillo <span class="sidenote">(70-121?)</span>, oltre le vite dei Dodici
-Cesari, di cui già parlammo (pag. 118), scrisse quelle
-de' retori, de' grammatici e forse de' poeti, e sui giuochi
-dei Greci, sulle parole ingiuriose e sul vestire dei
-Romani, sempre con istile corretto, senza fronzoli nè
-affettazione.
-<span class="pagenum" id="Page_383">[383]</span>
-</p>
-
-<p>
-Vellejo Patercolo <span class="sidenote">(m. 31?)</span>, campano, narrò la storia universale
-dall'origine di Roma fino al suo tempo; ma ci
-rimane quel solo che concerne la Grecia e Roma, dalla
-rotta di Perseo al decimosesto anno del regno di Tiberio.
-Caldo di patriotismo, attento alle persone più che alle
-cose, devoto a Tiberio come un soldato al suo generale,
-fino ad alterare e sopprimere i fatti. Germanico per
-lui è un infingardo, un eroe Sejano; nella cui disgrazia
-dicono che Vellejo andasse ravvolto, non come complice,
-ma come amico<a class="tag" id="tag346" href="#note346">[346]</a>.
-</p>
-
-<p>
-In generale gli storici latini mostransi più parziali
-quanto più dominati dallo spirito romano: ma procedendo
-l'impero, crescono in umana giustizia. Tacito
-da un capitano barbaro fa dipinger al vivo l'ambizione
-romana<a class="tag" id="tag347" href="#note347">[347]</a>, sebbene poi egli stesso si diletti alla strage
-de' Brutteri<a class="tag" id="tag348" href="#note348">[348]</a>: Vellejo è il primo a confessare che
-Roma distrusse Cartagine per odio, e mostra compassione
-pei vinti Italiani<a class="tag" id="tag349" href="#note349">[349]</a>. Purgato nello scrivere, ma
-oratorio, è in tentenno, vuol conchiudere ogni fatto con
-sentenze concettose, sfoggiare colori poetici, antitesi,
-voltar e rivoltare il medesimo pensiero: poi, lodi o
-biasimi, è declamatore, e dopo narrata la morte di
-Cicerone, esce contro Antonio in un'invettiva, che a
-forza d'esser veemente riesce ridicola.
-</p>
-
-<p>
-Dalla caduta di Sejano cominciò Valerio Massimo
-una raccolta di <i>Fatti e detti memorabili</i> in nove libri,
-senza giudizio raccolti, senza critica disposti, senza
-gusto narrati. Predilige gli esempj che tengono del
-prodigio, e le circostanze che più sentono di strano;
-<span class="pagenum" id="Page_384">[384]</span>
-ne scapitino pure il vero e la semplicità storica. Perciò
-piacque ne' mezzi tempi, e fu ricopiato assai volte e
-carico di glosse. La bassa lega del suo stile, quella
-declamazione inalterabilmente fredda e severa, fecero
-ad alcuno supporre che l'opera qual oggi l'abbiamo sia
-un compendio, o piuttosto un estratto fattone da non
-so quale Giulio Paride. Il prologo a Tiberio nausea per
-adulazione.
-</p>
-
-<p>
-Giustino diresse a Marc'Aurelio<a class="tag" id="tag350" href="#note350">[350]</a> un compendio
-delle <i>Storie</i> di Trogo Pompeo, dette <i>Filippiche</i> perchè
-dal settimo libro innanzi trattavano dell'impero macedone.
-Daremo colpa agli abbreviatori d'aver fatto
-perdere gli originali, o merito d'averne almen parte
-conservato? Per verità mal possiamo chiamare compendio
-questo di Giustino, pieno di digressioni, e sempre
-largo nel raccontare; se non che ommette ciò che non
-gli sappia di curioso o d'istruttivo, confonde la cronologia,
-non sa connettere le parti, e beve in grosso;
-colpa forse del suo originale, di cui potrebbe esser
-merito il bello stile.
-</p>
-
-<p>
-Di Lucio Anneo Floro, probabilmente spagnuolo, i
-quattro libri della <i>Storia romana</i> dalla fondazione della
-città fin quando Augusto chiuse il tempio di Giano, son
-piuttosto un panegirico in istile poetico, ove trascura
-la cronologia, esagera i colori, tutto rinforza coll'enfasi
-e coll'interrogazione che comanda d'ammirare. Ingegnosi
-sono molti de' suoi pensieri, ed espressi sovente
-con forza e precisione; ma l'eccesso di sentenze e i
-tumori poetici rendono freddo e stucchevole il racconto.
-I Galli, dopo distrutta Roma, sono assaliti alle spalle da
-Camillo, e uccisi in tal numero che «coll'inondazione
-del loro sangue vien cancellato ogni vestigio degl'incendj».
-Le navi di Antonio erano sì vaste, che «non
-<span class="pagenum" id="Page_385">[385]</span>
-senza fatica e gemito il mar le portava». L'Oceano
-pare si faccia tranquillo e propizio allorchè la flotta
-reca le prede a Roma, «quasi confessandosi inferiore»:
-e invece sembra aver fatto accordo con Lucullo per
-debellare Mitradate. Fabio Massimo, occupate le alture,
-di là scaglia armi sui nemici; «e fu bello il vedere
-quasi dal cielo e dalle nubi avventati fulmini sugli abitatori
-della terra». Bruto spira sopra l'ucciso Arunte,
-«come volesse l'adultero perseguire sin nell'inferno».
-Le guerre dei Galli servivano ai Romani di cote, onde
-affilar il ferro del loro valore. Narra la spedizione di
-Decimo Bruto lungo la costa Celtica? v'assicura che
-non arrestò il vittorioso cammino finchè non vide il
-sole calar proprio nell'oceano, anzi udi il friggere del
-suo disco al toccar delle acque.
-</p>
-
-<p>
-Vuolsi però che alcune delle sue gonfiezze sieno interpolate.
-Certamente ha l'arte, così importante ne' compendj,
-di cogliere i punti principali, e lasciar da banda
-le particolarità inconcludenti, benchè spesso non offra
-che i contorni: credulo poi e superstizioso, accetta
-prodigi assurdi e piglia grossolani errori di fisica e di
-geografia. Da Livio si scosta spesso; e introduce una
-idea che s'avvicina a ciò che ora chiamiamo filosofia
-della storia, attribuendo all'impero romano tre età,
-d'infanzia, adolescenza, giovinezza; questa suddividendo
-in due secoli, a cui aggiunse come corona l'età
-d'Augusto.
-</p>
-
-<p>
-A questi tempi vien collocato da alcuni Quinto Curzio
-Rufo, da altri con Costantino; e poichè nessun antico
-ne fa menzione, v'ha chi lo crede un frate moderno:
-tanto manca di carattere proprio. Chi l'accetti come
-un romanzo, e non s'offenda della gonfiezza e dell'indefesso
-sentenziare, lo troverà limpido narratore e
-descrittor fiorito. Anzichè i migliori biografi d'Alessandro,
-ormò i più creduli e favolosi; della cronologia
-<span class="pagenum" id="Page_386">[386]</span>
-o di conciliare i fatti contraddittorj che raccoglie, nè
-di indagare se alcun vero poteva sotto le favole celarsi,
-non si briga. Poco seppe di greco, pochissimo d'arte
-militare, nulla di geografia e d'astronomia: il monte
-Tauro confonde col Caucaso, lo Jassarte col Tanai,
-mentre distingue il mar Caspio dall'Ircano; fa eclissar
-la luna quand'è nuova<a class="tag" id="tag351" href="#note351">[351]</a>. Nelle parlate vuol far
-pompa di belle parole e sentenze, convengano o no;
-e gli Sciti sfoggiano teoremi del Portico greco, e
-gli eroi spavalderie da scena. Detto a quali indegnità
-Alessandro adoperasse l'eunuco Bagoa, soggiunge
-che le voluttà del Macedone furon sempre lecite e
-naturali.
-</p>
-
-<p>
-Altri storici sono ricordati: Lucio Fenestella; Servilio
-Noniano; Fabio Rustico, spesso citato da Tacito: la
-greca Pamfila sotto Nerone fece una storia universale
-in trentatre libri: Svetonio Paolino, un de' migliori
-generali di Nerone, descrisse la sua spedizione di là
-dall'Atlante nell'anno 41, adoprata spesso da Plinio
-maggiore; il quale per le cose d'Oriente appoggiasi a
-Licinio Muciano, che raccolse ancora i discorsi, gli atti
-e le lettere degli antichi Romani, e che portava indosso
-una mosca viva, come preservativo della vista<a class="tag" id="tag352" href="#note352">[352]</a>.
-Sono interlocutori nel dialogo <i>Della corrotta eloquenza</i>
-Giulio Secondo che narrò la vita di non so quale Giuliano
-Asiatico, e Vipsanio Messala che descrisse la guerra
-tra Vespasiano e Vitellio ed altri fatti. La vita di Nerone
-e le guerre civili che precedettero il regno di Vespasiano
-espose Cluvio Rufo, che andò perduto, ma servì
-di fondamento ai successivi. Vivendo in tempi che
-l'amministrazione era ridotta nei misteri dei gabinetti,
-<span class="pagenum" id="Page_387">[387]</span>
-dovettero starsi alle pubbliche dicerie, e tacere ciò che
-potesse sgradire ai tiranni.
-</p>
-
-<p>
-Gli autori della <i>Storia Augusta</i>, vissuti sotto Diocleziano
-o poco dopo, biografi meglio che storici, sul
-modello di Svetonio, c'informano dei vizj e delle virtù
-degl'imperatori, dell'educazione, del vitto, del vestire,
-anzichè sulle grandi rivoluzioni che allora si compivano:
-poveri anche di stile e d'ordine, ti pare nei loro racconti
-si riveli la confusione che cresceva sempre più
-nel romano impero. Forse il solo Flavio Vopisco fu
-testimonio oculare; gli altri narrano per udita o per
-lettura, variando stile e pensare secondo le fonti; imbeccati
-da un autore, passano all'altro e ne ricavano i
-fatti medesimi, senza dar segno d'accorgersi della ripetizione,
-che talvolta è fin tripla. Qual fiducia avervi?
-Eppure da essi soltanto teniamo moltissimi fatti e particolarità
-di costumi pei censettantott'anni abbracciati
-da quelle trentaquattro biografie, le quali pare siano
-state trascelte da alcuno, al tempo di Costantino, fra le
-molte che esistevano<a class="tag" id="tag353" href="#note353">[353]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_388">[388]</span>
-</p>
-
-<p>
-A Roma concorreano per trovar pane e onori, o per
-istudiare uomini e cose, i sapienti e i letterati d'ogni
-paese; e i Greci benchè non avessero cessato di disprezzare
-la lingua e la letteratura di Roma, benchè pochissimi
-di loro degnassero adoprarne la lingua, quali Fedro,
-Ammiano, Macrobio, pure trovavano degno tema la
-politica e gli eroi di essa. Il più famoso retore greco
-Dione Crisostomo dissuase Vespasiano dall'accettar l'impero,
-osò dire la verità a Domiziano; e Trajano, quando
-entrava trionfante in Roma, vistolo tra la folla, il fece
-montar seco sul carro. Vespasiano e Tito protessero
-specialmente Giuseppe, ebreo di Gerusalemme, perciò
-intitolato Flavio, il quale nei sette libri delle <i>Guerre
-giudaiche</i> celebrò le loro vittorie sopra la sua patria.
-Appiano alessandrino era stato colpito di meraviglia
-nel veder venire ambasciadori per offrire nazioni nuove
-a Roma, e questa ricusarle, desiderosa ornai di conservarsi,
-non di crescere; onde scrisse una storia, dove
-non restringe lo sguardo a sola Roma. Del suo lavoro
-ci rimangono le guerre puniche, quelle di Mitradate,
-dell'Illiria, cinque libri della civile, e alcun che delle
-celtiche, prezioso monumento. Conobbe gli artifizj della
-guerra, e narrò col modo schietto che s'addice alla
-verità, sebbene siasi valso fin delle parole, non che dei
-sentimenti degli autori a cui si appoggiava. Erodiano
-ci lasciò otto libri della storia degli imperatori, dalla
-morte di Marc'Aurelio a quella di Massimo e Balbino,
-assicurando di riferire ciò solo di cui fu testimonio
-oculare. Negligendo geografia e cronologia, con felice
-brevità e buon giudizio sceglie i fatti che più servono
-<span class="pagenum" id="Page_389">[389]</span>
-a rivelare un'età infelice, ove la politica non poteva che
-obbedire alle circostanze, e la pazienza dei Romani
-infondeva baldanza ai soprusi dei loro padroni.
-</p>
-
-<p>
-Di ben altra levatura è Cassio Coccejo Dione, bitinio
-di Nicea, da Comodo e dai successivi imperadori cresciuto
-d'onorificenze. Per ordine ricevuto in sogno,
-ridusse in otto decadi la storia di Roma, cominciando
-da Enea, molto particolareggiato sino alla morte di
-Elagabalo, poi affatto compendioso fino ad Alessandro.
-Esatto nelle cose che egli stesso vide, nel resto compila,
-rinzeppa il racconto di miracoli e sogni: vi sa dire che
-il sole apparve or più grande or più piccolo avanti la
-giornata di Filippi; Vespasiano guarì un cieco colla
-saliva; una fenice volò per l'Egitto nel 790 di Roma.
-Malmena Cicerone, Bruto, Cassio, Seneca, altri grandi
-perchè repubblicani; e quasi unico fra gli antichi, parteggia
-per Cesare ed Antonio, e adopra a legittimare
-il dominio degl'imperatori. Espone accuratamente l'ordine
-dei comizj, lo stabilimento dei magistrati, e le
-vicende del diritto pubblico: onde è dolore che tanta
-parte ne sia perduta, come pure la sua storia dei Persiani
-e de' Goti.
-</p>
-
-<p>
-Plutarco da Cheronea in Beozia <span class="sidenote">(n. 48)</span>, il più divulgato fra
-gli scrittori antichi, nelle <i>Vite parallele degli uomini
-illustri</i> pone a confronto un Greco con un Romano.
-Ignorava le lingue, e perfino la latina, sebbene fosse
-vissuto in Roma; onde s'espose a falli grossolani. I
-ducencinquanta autori che cita non assimilò, ma continuamente
-citandoli trabalza di asserzioni in asserzioni
-contraddittorie e non risolute; non ordinando per tempo
-gli avvenimenti, lascia confusione, cresciuta dalle allusioni
-frequenti ed oscure, e da viziose digressioni morali.
-Senza sentimento del passato, dipinse tutti gli eroi
-col colore medesimo, di qual età, patria, condizione si
-fossero, senza le gradazioni e misture che offrono la
-<span class="pagenum" id="Page_390">[390]</span>
-vera fisionomia d'un uomo; non vedendo man mano
-che il suo personaggio, non gl'importa di contraddirsi
-nella vita d'un altro; lo segue dappertutto, al campo,
-sul trono, in casa, tra gli affari, accogliendo aneddoti
-senza scelta nè temperanza: eppure è ben lontano
-dal presentarceli interi; Cesare e Pompeo ci delinea
-tutt'altri che nella storia; di Cicerone narra i sogni,
-le lepidezze, non i fatti pubblici, nè tampoco ne lesse
-le orazioni.
-</p>
-
-<p>
-Egli, che qualificano di <i>giudizioso</i>, crede all'oroscopo
-di Pirro, ai sogni di Silla, ai corvi che cascano per il
-fragore degli applausi, a teste di bovi sacrificati che
-sporgono la lingua e lambono il proprio sangue. Tu
-aspetti che ti spieghi le cause d'un gran fatto; ed uscirà
-a narrarti o di serpenti che si annidano nei talami, o
-d'uccelli che volano in sinistro, o di portenti paurosi,
-e tutto con una schiettezza o dabbenaggine, che mostra
-quanto l'uomo rimpicciolisca nelle ubbie al mancare
-della religione.
-</p>
-
-<p>
-Ne' paralleli, più ingegnosi che solidi, ben discosto
-dalla grandezza, dall'industria, dalla profondità di Tacito,
-s'arresta a somiglianze superficiali; propende pei
-Greci, onde mostrare che non sempre furono sì abjetti
-come al suo tempo. Senza concetto determinato e fecondo,
-si anima delle passioni de' contemporanei o degli
-autori da cui attinge, presenta come eroismo l'oblìo dei
-sentimenti naturali, levando a cielo Timoleone e Bruto
-che uccidono fratelli e figli, esaltando in Catone quel
-che ogni onest'uomo deve riprovare. Eppure si concilia
-i lettori, persuadendoli che dice loro quel che veramente
-pensa; non mira ad ingannarli anche quando
-s'inganna egli stesso; non pretende dettar dalla cattedra:
-la stessa semplicità de' suoi riflessi, non gravidi
-di pensieri come quei di Tacito, ma consentanei al
-buon senso generale, alletta i leggitori, contenti che
-<span class="pagenum" id="Page_391">[391]</span>
-anche alla mente loro già si fosse presentato ciò che
-lo storico suggerisce.
-</p>
-
-<p>
-Dovendo noi ricordarne ciò solo che concerne la
-storia italica, nomineremo le sue <i>Quistioni romane</i>,
-ove cerca l'origine d'alcuni usi di quel popolo: perchè
-nelle nozze dicesi alla sposa di toccar l'acqua e il fuoco,
-e s'accendono cinque ceri nè più nè meno? perchè i
-viaggiatori creduti morti, tornando a casa, non devono
-entrar per la porta, ma calarvisi dal tetto? perchè si
-copre il capo nell'adorar gli Dei? perchè l'anno comincia
-in gennajo, e le tre parti del mese non si compongono
-dell'ugual numero di giorni? perchè non s'intraprende
-viaggio il giorno delle calende, delle none e degli idi?
-perchè le donne baciano i parenti in bocca? perchè
-proibite le donazioni fra marito e moglie? Le risposte,
-se spesso scipite, talvolta illustrano i costumi. Pose
-anche a parallelo avvenimenti greci con romani, per
-provare che quelli mal si reputano favolosi se trovano
-riscontro nella storia vera; assunto eccessivo e mal
-sostenuto. Trattando <i>Della fortuna dei Romani e di
-quella d'Alessandro</i>, fa opera da sofista onde dimostrare
-che i primi dovettero tutto alla fortuna, l'altro
-alla propria virtù.
-</p>
-
-<p>
-Mentre questi componevano, altri autori criticavano
-o raccoglievano, non già per divulgare l'istruzione fra
-la classe che n'ha bisogno, bensì per risparmiare fatica
-a quella gioventù ben nata, che per condizione doveva
-saper molte cose, e non avea voglia di studiare. Grammatici
-e filologi acquistarono in ciò importanza; e alla
-mediocrità fu dato immortalar il nome di alcuni genj,
-che altrimenti sarebbero periti. Trista considerazione!
-</p>
-
-<p>
-Un Aulo Gellio, o Agellio (chè neppur il nome se
-n'accerta), vivente sotto Marc'Aurelio, nelle <i>Notti attiche</i>
-compilò ad uso de' suoi figli quanto udì o lesse di
-meglio; e sebbene insacchi senza gusto nè discernimento,
-<span class="pagenum" id="Page_392">[392]</span>
-ci ha conservato rilevantissime notizie e documenti
-antichi, simile a' musei che si formano coi
-frammenti ricavati da città che più non esistono. Specialmente
-importa il libro vigesimo, ove digredisce
-sulle XII Tavole. Secondo gli autori da cui ritrae,
-varia di stile; robusto talora, talora anche bello, ma
-già vi si sente il trasformarsi, della latina favella, l'affettazione
-dell'arcaismo, deplorabile segno di decadenza,
-come il rimbambire de' vecchi. Racconta egli che, eletto
-dai pretori a decidere d'alcune minute differenze fra
-privati, gli si presentò uno, asserendo aver prestato
-una somma a un altro che negava. Non v'avea testimonj,
-non scritta; ma l'attore godeva onesta fama,
-sinistra il convenuto. Gellio trovavasi impacciato nel
-caso; i compagni suoi sostenevano non potersi condannar
-uno senza prove; Favorino gli citò Catone che, in
-un'evenienza somigliante, diceva doversi far ragione
-della virtù dei due contendenti: ma Gellio non seppe
-prender partito in un caso, a parer suo, tanto intralciato.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap42">CAPITOLO XLII.
-<span class="smaller">Belle arti. Edilizia.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Dall'arte espressa colla parola è ovvio il passaggio
-all'arte espressa coi colori e colle forme materiali.
-Nella quale non è costume vantare i Romani, avendo
-essi trovato forse più dignitoso, certo più comodo l'arricchirsi
-colle spoglie altrui. Anticamente è menzionato
-un Fabio Pittore: ma pochissimi artisti romani accenna
-Plinio; Cicerone affetta di dimenticare fin il nome di
-Policleto<a class="tag" id="tag354" href="#note354">[354]</a>, e quasi si scusa d'avere, tra le indagini
-<span class="pagenum" id="Page_393">[393]</span>
-d'avvocato, risaputo il nome di Prassitele<a class="tag" id="tag355" href="#note355">[355]</a>, e protesta
-di non intendersene punto, d'esser ignorante come gli
-altri Romani sopra materie cui i Greci attaccano tanta
-importanza; nè la boria nazionale rattiene Virgilio dal
-cedere agli stranieri la gloria del ben dipingere, scolpire,
-arringare<a class="tag" id="tag356" href="#note356">[356]</a>, purchè si serbi a Roma il vanto di
-domare i popoli e di dar leggi.
-</p>
-
-<p>
-Da principio ogni lavoro d'arte era etrusco, o fatto
-da Etruschi, pel cui mezzo soltanto forse i Romani
-conobbero quelle particolarità che noi chiamiamo greche,
-com'è il triglifo dorico sormontato da dentelli
-jonici al sepolcro di Scipione Barbato, del 456 di Roma.
-L'acquedotto della via Appia, costruito nel 310, non
-porge forme architettoniche, andando sotterraneo; ma
-di quel tempo attorno al fôro si fecero portici per gli
-argentieri e banchieri.
-</p>
-
-<p>
-Una seconda età comincia quando, conosciuta la coltura
-greca, si cercarono arti da Siracusa, da Capua,
-dal vinto Oriente. Il tempio dell'Onore e della Virtù,
-dedicato nel 205, fu il primo che si ornasse di fregi
-greci, tolti a Siracusa; e fu alzato da Cajo Muzio, secondo
-un pensiero di Marcello, che li volle attigui in modo,
-che non si entrasse al primo se non passando per
-l'altro: concetto simbolico. Allora al rozzo tufo vulcanico,
-detto peperino (<i>lapis albanus</i>), si vennero surrogando
-<span class="pagenum" id="Page_394">[394]</span>
-il travertino e il marmo: il fôro fu decorato
-suntuosamente: nel 147 colle spoglie macedoniche,
-portate da Metello, si eressero il magnifico tempio di
-Giove Statore periptero, opera di Ermodoro da Salamina;
-e quel di Giunone, prostilo, cinto da gran cortile
-a colonne.
-</p>
-
-<p>
-Durante la seconda guerra punica venne innalzato
-un tempio a Giunone Ericina, uno alla Concordia; poi
-quello dell'Onore fuori porta Capena; indi quelli di
-Giunone Sòspita, di Fauno, della Fortuna Primigenia;
-poco stante due altri a Giove in Campidoglio, e quello
-alla dea Madre ed alla Giovinezza; posteriormente il
-tempio a Venere Ericina, e uno alla Pietà nel circo
-Massimo.
-</p>
-
-<p>
-Il Tabulario, archivio e tesoro, eretto 78 anni avanti
-Cristo sul clivo del Campidoglio, è a grandi portici, i
-cui archi esternamente si aprono tra mezze colonne
-doriche; alle quali probabilmente sovrastava un ordine
-di corintie. Il tempio della Fortuna Virile, ora Santa
-Maria Egiziaca, prostilo pseudoperiptero jonico, mostra
-forme vigorose, come il tempietto funerario di Publicio
-Bibulo sul clivo orientale del Campidoglio. Superò ogni
-anteriore magnificenza il tempio della Fortuna a Preneste
-eretto da Silla, e de' cui rottami si fabbricò
-Palestrina. Vi si ascendeva per sette vasti ripiani, il
-primo e l'ultimo de' quali erano ricreati da serbatoj
-di acqua: al quarto serviva di pavimento il musaico
-che ora fa il vanto del palazzo Barberini a Roma, e
-che Plinio dice il primo lavorato in Italia.
-</p>
-
-<p>
-Silla stesso fece rinnovare il Giove Capitolino, Mario
-il tempio dell'Onore, Pompeo quel di Venere Genitrice.
-Il Panteon, fatto costruire da Vipsanio Agrippa 26 anni
-avanti Cristo, è una rotonda, illuminata soltanto dall'apertura
-della cupola, la quale ha l'altezza e il diametro di
-quarantatre metri, ed è ammirata singolarmente pel
-<span class="pagenum" id="Page_395">[395]</span>
-pronao di sedici colonne corintie, di trentasette piedi
-in altezza sopra cinque di diametro, ciascuna d'un pezzo
-solo di marmo; e tanti secoli non le smossero<a class="tag" id="tag357" href="#note357">[357]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Sotto Augusto, fu circondato di portici il suntuoso
-circo Flaminio, e sorsero il portico d'Ottavia, la piramide
-di Cestio, il teatro di Marcello, il tempio di Giove
-Tonante. Il mausoleo d'Augusto nel Campo Marzio
-innalzavasi a varj piani, verdeggianti d'alberi; in sulla
-cima la statua dell'imperatore; davanti alla porta terrena
-due obelischi egizj, e all'intorno boschetti e viali,
-serpeggianti fra il Tevere, la via Flaminia e porta
-Popolo. Dappoi la magnificenza degl'imperatori e dei
-ricchi moltiplicò occasioni agli artisti, che crearono un
-nuovo stile grandioso e caratteristico, improntato della
-romana magnificenza, benchè essi fossero greci tutti
-o i più.
-</p>
-
-<p>
-De' quali alcuni furono portati schiavi a Roma;
-qualche altro vi venne libero, come Arcesilao, Zopiro,
-un Prassitele che scrisse su tutti i lavori di belle arti
-allora conosciuti; una Lala di Cizico, ritrattista nella
-galleria di Varrone; Valerio d'Ostia, che inventò di
-coprire gli anfiteatri. Le monete romane, grossiere
-dapprima, dopo il 700 di Roma emulano quelle di
-Pirro e d'Agatocle; ma gli incisori erano nostrali? Che
-se Antioco Epifane chiamò in Atene l'architetto romano
-Cossazio pel tempio di Giove Olimpico, ed Ariobarzane
-<span class="pagenum" id="Page_396">[396]</span>
-re di Cappadocia si valse dei due fratelli romani Cajo
-e Marco Stallio per rifabbricare l'Odeone di Atene, rovinato
-nell'assedio di Silla, chi ci assicura che in queste
-commissioni non avessero parte l'adulazione o la raccomandazione
-de' potenti? Degli altri architetti romani
-perirono fino i nomi; e così i libri di Fusisio, di Varrone,
-di Settimio.
-</p>
-
-<p>
-Anche nell'età più splendida si ricorreva ad artisti
-greci; greci furono gli architetti, mediante i quali
-Augusto, secondato da Agrippa, mutò il Campo Marzio
-in città marmorea; nella Grecia Pomponio Attico fece
-lavorare gli ermi pel suo Tusculano<a class="tag" id="tag358" href="#note358">[358]</a>, e comperò
-statue per le ville di Cicerone; Verre fece fondere
-molti vasi di tutto oro a Siracusa.
-</p>
-
-<p>
-Il costui nome rammenta il modo più consueto onde
-i Romani acquistavano capidarte, rapendoli ai vinti o
-ai sudditi. Lucio Scipione recò in vasi mille quattrocenventiquattro
-libbre d'argento, e mille ventiquattro
-in oro: ducentottanta statue di bronzo e ducentrenta
-di marmo abbellirono il trionfo di Marco Fulvio sopra
-gli Etolj: Silla ridusse Atene a uno scheletro, espilò i
-tre più ricchi tempj d'Apollo in Delfo, d'Esculapio in
-Epidauro, di Giove in Elide, del quale portò a Roma
-fin le colonne e la soglia di bronzo della porta: Fulvio
-Flacco scoperchiò il tempio di Giove Lacinie presso
-Crotone per collocarne i tegoli di marmo sul tempio
-della Fortuna Equestre: Varrone e Murena fecero a
-Sparta tagliar le pareti per trasportare degli affreschi<a class="tag" id="tag359" href="#note359">[359]</a>:
-le sfingi e gli obelischi d'Egitto, le statue di
-Grecia, i soli di Babilonia venivano ad abbellire Roma:
-Agrippa pagò un milione ducentomila sesterzj due
-tavole d'un artista greco per ornare i suoi bagni:
-Lucullo fece trasferire da Apollonia in Campidoglio un
-<span class="pagenum" id="Page_397">[397]</span>
-Apollo alto trenta cubiti, ch'era costato cencinquanta
-talenti: Lentulo vi collocò due busti: Ortensio fabbricò
-un tempio sol per riporvi gli Argonauti di Fidia, comprati
-cenquarantaquattromila sesterzj: Augusto comprò
-statue da disporre sulle piazze e nelle vie, pose nel
-fôro due quadri della guerra e del trionfo; nel tempio
-di Cesare un Castore e Polluce e una Vittoria, opere
-di Apelle; nella curia due freschi di Nicia e di Filocare<a class="tag" id="tag360" href="#note360">[360]</a>;
-raccolse anche musei di varie rarità, de' quali
-uno era stato già unito da Scauro figliastro di Silla, sei
-da Cesare, uno da Marcello di Ottavia.
-</p>
-
-<p>
-Quando si pensi che questo arricchirsi della patria
-nostra faceasi a desolazione dell'altrui, possiamo congratularcene
-noi Italiani? Viene alle nazioni come agli
-individui l'ora del compenso, e noi ripagammo e ripaghiamo
-le violenze esercitate dai nostri padri.
-</p>
-
-<p>
-Tanti tempj sono ricordati nella sola città; ma niuno
-ne paragoni la mole al San Pietro di Vaticano e ai
-nostri duomi<a class="tag" id="tag361" href="#note361">[361]</a>: e quanto fossero piccoli lo attestano
-i ruderi della Sibilla Tiburina, del Giove Clitunno nella
-campagna di Roma; quelli di Vesta e della Fortuna
-Virile sono ben minori del Panteon, il quale ognun sa
-che fu sollevato per cupola a San Pietro; in Campidoglio,
-sovra spazio minore di quel che oggi occupi il
-Vaticano, ergevansi sessanta tempj; moltissimi attorniavano
-il fôro; e se crediamo a Plinio, il Giove Feretrio
-non era lungo più di quindici piedi. Nè di vasti
-recinti era mestieri là dove il popolo non veniva ammesso
-a vedere le funzioni sacre, serbate a sacerdoti o
-<span class="pagenum" id="Page_398">[398]</span>
-a matrone; bastando che alla soglia deponesse le ghirlande
-o i donativi.
-</p>
-
-<p>
-Sparsi per la città e sui fondi privati v'avea pure
-sacelli ad Ercole, a Nenia, alla Pudicizia, agli Dei Lari,
-con un'ara e talvolta la statua della divinità. I serapei
-forse servivano anche a cure salutari, come quello di
-Pozzuoli, parallelogrammo di sessantacinque su cinquantadue
-metri all'esterno, ove molte cellette sono simmetricamente
-disposte attorno a un cortiletto porticato,
-in mezzo al quale sorgeva una rotonda aperta sovra
-colonne; e sembra destinata alla purificazione per
-acqua. La schiera di sedie forate nelle due camere agli
-angoli, forse serviva ai bagni a vapore.
-</p>
-
-<p>
-Entro quei tempj erano altari ed are<a class="tag" id="tag362" href="#note362">[362]</a> stabili e
-ornati, e foculi mobili. Si ornavano di emblemi e delle
-frondi sacre al Dio, come il pino per Pane, l'ulivo per
-Minerva, il pioppo e le mazze per Ercole, mirto e
-colombe per Venere, aquile e quercia per Giove, pampani
-e tirsi per Bacco. Variava pure il sagrifizio che
-agli Dei si faceva; buoi a Giove, tori a Nettuno, vacche
-a Latona, cinghiali a Bacco, troje a Cerere; e in generale
-vittime bianche agli Dei celesti, nere agli infernali;
-e quelle col capo alzato e ferendole dall'alto in basso,
-queste col capo chino e colpite da sotto in su, per
-modo che il sangue sgorgasse non sull'altare ma in
-una fossa. Ne' tempj si sospendeano i voti, come dai
-naufraghi vesti e tavolette a Nettuno, dai guerrieri
-armi a Marte, dai gladiatori spade ad Ercole, dai poeti
-ciocche di capelli ad Apollo.
-</p>
-
-<p>
-Nel teatro di Emilio Scauro, preparato nel 694, tre
-<span class="pagenum" id="Page_399">[399]</span>
-ordini di colonne sovrastavano uno l'altro; dietro di
-esse, pareti di marmo al primo piano, di vetro al
-secondo, al terzo di tavolette dorate; tremila statue di
-bronzo compivano l'addobbo, più ricco che di buon
-gusto, e che dovea durare il solo tempo che Scauro
-rimaneva edile. Perocchè un senatoconsulto del 597
-vietava i teatri permanenti, e primo Pompeo nel 697
-ne fece uno di pietra, capace di quarantamila spettatori.
-Cesare, che abbellì il Campidoglio e fabbricò un
-fôro ricchissimo, costruì la prima arena pei conflitti
-navali (naumachia); ed Augusto una maggiore, avente
-seicento metri di lungo sopra quattrocento di largo;
-una terza Trajano. Statilio Tauro eresse in Campo
-Marzio il primo anfiteatro di pietra. Il circo, equivalente
-allo stadio e all'ippodromo greco, era traversato
-per lo lungo da una spina, ornata di statue, colonne,
-obelischi, attorno alla quale volgeansi le corse de' cavalli
-e de' cocchi, finchè toccassero le mete, colonnette
-finite in cono. Il circo Massimo, che risaliva all'età dei
-re, fu ampliato da Cesare, poi da Trajano: di quel di
-Caracalla rimangono gigantesche rovine, ampio trecensettanta
-metri sopra sessantuno.
-</p>
-
-<p>
-Quantunque della vôlta si trovi vestigio in edifizj non
-solo della Grecia e dell'Italia prisca, ma fin dell'Indie
-e dell'Egitto, pure nemmeno i Greci ne' bei tempi seppero
-trarne gran profitto; di modo che le fabbriche
-non erano più grandi di quanto il comportavano i tetti
-piani di pietra; e le colonne, parte principale e caratteristica,
-distando appena la lunghezza d'un'imposta di
-marmo o d'una trave, non era possibile avventurarsi
-a vasti edifizj, nè variare le forme.
-</p>
-
-<p>
-Roma sin dal nascere imparò dagli artisti nazionali
-la vôlta, che fa già buon uffizio nelle nostre città
-pelasgiche, e che curvossi sopra ai meravigliosi acquedotti
-e alle cloache, bastanti a mostrare tutt'altro che
-<span class="pagenum" id="Page_400">[400]</span>
-bambina la città de' Tarquinj. E l'arco diventò distintivo
-dell'architettura romana; progresso importante,
-giacchè con esso possono concatenarsi piloni e pareti
-ben più distanti, coprire vaste aree con tetti solidi
-quanto facili, ottenere variato movimento di linee allo
-interno ed all'esterno. Archi posero dovunque fabbricarono
-i Romani: or al fondo d'una piazza quadrata o
-attorno ad una circolare aprirono emicicli, coperti da
-mezze cupole; ora di intere ne formarono con archi
-concentrici; ora a varj piccoli archi ne circoscrissero
-uno maggiore, o gl'incrociarono in direzioni differenti;
-voltarono la cupola sopra spazj rotondi od ottagoni;
-fecero aperture sopra aperture. E l'architettura romana
-appunto trae un carattere proprio, forte e potente,
-dall'accoppiare la volta italica al colonnato greco. Anche
-quando, alla greca, sostennero i portici con colonne,
-dall'una all'altra gettarono l'arco, mascherandolo con
-un finto architrave. Pertanto al colonnato non diedero
-perfezione intrinseca, nè seppero unificarlo colla volta;
-mentre il rispetto agli esempj greci toglieva di fare che
-tutte le linee si volgessero in alto, armonizzandosi meglio,
-come poi si fece nell'architettura gotica.
-</p>
-
-<p>
-Gli architetti, sebbene venuti di Grecia, secondarono
-l'indole romana, così da uscirne un'arte originale, dove
-le parti dedotte dalla greca da essenziali riducevansi
-ornamentali. Colonne e fregi acquistavano le vittorie?
-commettevasi agli architetti d'accordare queste parti
-antiche col concetto di nuovi edifizj. L'architrave mal
-s'affaceva coll'arco, nè il tetto angoloso colla convessità
-della cupola: i triglifi e i dentelli perdevano significato,
-dacchè entro non v'avea le travi, di cui figurassero la
-sporgenza. Il frontone, che tra i Greci seguitava continuo,
-presentando la retta e il pinacolo formato dalle
-pendenze del tetto, qui cambia destinazione, e talvolta
-appare sotto al cornicione, o sovrasta ad una porta, a
-<span class="pagenum" id="Page_401">[401]</span>
-una finestra, a una nicchia; invece di un grandioso
-facendosene molti piccoli, talora spezzati, o rotondi, o
-soverchiati da più grandi. La colonna, che ne' Greci
-era il canone non solo per misurare l'edifizio, ma per
-caratterizzarlo, non restò più che un ornamento, destinato
-ad interrompere la continuità del muro che dovea
-sostenere il peso perpendicolare e insieme la pressione
-obliqua della volta. Potè dunque alzarsi sopra un piedestallo,
-talora altissimo, come negli archi di trionfo,
-sminuendo di figura come d'importanza: nel Panteon
-la troviamo posta nell'interno d'un arco, indipendente
-da esso, sicchè non sostiene che un cornicione il quale
-non sostiene nulla. Talora si attaccò e si affondò nei
-pilastri, adoprati non solo come teste al modo greco,
-ma tutt'al lungo della parete: o, come vedesi a Pompej,
-le colonne erano mutate da un ordine all'altro col
-rivestirle di stucco, senza curarsi dell'alteramento delle
-proporzioni.
-</p>
-
-<p>
-E poichè l'ordine dorico era troppo severo da piegarsi
-al capriccio o al bisogno, di rado i Romani lo
-adoperarono, attribuendo questo nome ad uno cui ne
-aveano tolto i tratti caratteristici: al capitello jonico
-levarono la diversità tra la fronte e i lati della voluta:
-ai due terzi inferiori del capitello corintio sovrapponendo
-il capitello jonico, formarono il composito: l'ovolo
-fu tronco in alto, e i dentelli schiacciati al basso:
-i capitelli vennero ornati con varietà; or alle volute e
-ai caulicoli sostituendo aquile ed encarpi, come in uno
-della villa Mattei; ora sulle pieghe delle foglie facendo
-posare dei grifi, come in uno a San Giovanni Laterano;
-o riempiendolo di frutti, come in uno a San Clemente;
-o di trofei e vittorie, come in uno a San Lorenzo; o
-facendo da genietti alati sorreggere un festone sormontato
-dall'aquila, come in uno del palazzo Massimi.
-Gli ordini stessi si mescolarono, e nel teatro di Marcello
-<span class="pagenum" id="Page_402">[402]</span>
-il cornicione jonico imposta su colonna dorica; nel
-Coliseo i tre ordini sormontano l'uno all'altro.
-</p>
-
-<p>
-Venne ad estendersi l'ordine toscano, che, spoglio di
-scolture e di fregi, con capitello e base semplicissimi,
-cede in ricchezza ed eleganza ai greci quanto li vince
-in solidità. D'altra parte si formò l'ordine composito o
-trionfale, ricchissimo, che alle leggere volute alzantisi
-dal fogliame del corintio surroga le robuste dello jonico,
-allunga la colonna fino a sei diametri, ed orna la cornice
-di dentelli; le membrature della trabeazione richiede più
-varie ed ornate, con mensole e modiglioni, sporgenti per
-sostenere il fastigio. Il tempio di Milasso nella Caria, ad
-onore d'Augusto e della dea Roma, è per avventura il
-primo esempio d'ordine composito e delle decorazioni
-eccessive, di cui quell'età cominciò a compiacersi: del
-qual genere serbiamo il tempietto di Vesta a Tivoli.
-</p>
-
-<p>
-Vitruvio muove lamento che, mentre i Greci non si
-scostavano mai dal possibile e dal concetto originario
-della capanna di legno, accademica origine delle costruzioni,
-i Romani non volessero brigarsi di queste minute
-convenienze, e nelle cornici inclinate de' loro frontoni
-mettessero i dentelli sotto ai modiglioni, il piacevole
-preferendo al sistematico. E da Vitruvio impararono i
-pedanti a chiamar difetto ogni deviazione da regole
-prestabilite: ma l'arte romana vaneggiò assai più che
-non la greca colle linee rette, le superficie piane e le
-forme angolose; anche imitando v'improntò il genio
-proprio, sia coll'ingrandire, sia coll'atteggiarle a potenza
-e solidità. Di rimpatto vi mancano la perfezione delle
-linee, le delicate relazioni delle parti, l'armoniosa simmetria
-del tutt'insieme: e fin nel Panteon, ch'è de' più
-corretti, all'angolo del frontone si desidera la dolcezza
-con cui i Greci sapevano unire le due linee superficiali
-del triangolo<a class="tag" id="tag363" href="#note363">[363]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_403">[403]</span>
-</p>
-
-<p>
-Non si tardò a traviare; e già l'arco che Tiberio
-ergeva al suo antecessore è sregolatamente largo, sostenuto
-da piloni di muro, con due magre colonne, e
-dall'una all'altra un frontone mal impostato: quel di
-Trajano ad Ancona pecca dell'eccesso contrario, pigiato
-fra i pilieri, oltrechè gli altissimi basamenti si straccaricarono
-di inette modanature; in quel di Tito le colonne
-alzansi fin a nove diametri e mezzo. Ben presto
-vi si sbizzarrì di mescolanze, s'allungarono le colonne
-fino al doppio, s'introdussero ornati stravaganti, si profusero
-colori luccicanti, che non devono più parere un
-imbarbarimento dopo che si trovarono ne' monumenti
-migliori di Grecia. Ludio le pareti delle case caricava
-di paesaggi e vendemmie e scene campestri, unendovi
-ghiribizzi architettonici; del che restano esempj nei
-bagni di Tito, e in molte pareti di Pompej. Il gusto
-degli imperatori dovette pregiudicare alle arti: Tiberio
-piacevasi di oscenità; Caligola abbatteva le teste degli
-Dei per sostituire la propria, e fece ritagliare da due
-quadri la faccia di Giove per inserirvi quella d'Augusto;
-<span class="pagenum" id="Page_404">[404]</span>
-Nerone dorava le opere di Lisippo e i proprj palazzi.
-Pure conservasi una testa di lui e di Poppea, carissime
-di pensamento e di condotta: e il busto di Seneca
-del museo Borbonico, probabilmente contemporaneo
-dell'originale e fatto a Roma, ove abitualmente quel
-filosofo visse, è una delle più belle fusioni.
-</p>
-
-<p>
-Augusto, nel tempio da Giulio Cesare eretto in Campidoglio,
-collocò la Venere Anadiomena di Apelle, trasferita
-da Coo, e stimata cento talenti, modello della
-bellezza perfetta. Il Palazzo d'oro di Nerone (pag. 111)
-abbracciava parte del colle Palatino, del Celio e dell'Esquilino:
-cominciava da un vestibolo, cinto da tre
-lati di portici d'un miglio ciascuno, che chiudevano
-prati, vigne, foreste: dappertutto oro, pietre, perle:
-alle sale da mangiare faceano soffitta tavole d'avorio
-mobili e versatili, per poterne far piovere fiori ed acque
-odorose; e la più grande e rotonda girava dì e notte
-come il mondo: cinquecento statue di bronzo vi furono
-portate dal solo tempio di Delfo<a class="tag" id="tag364" href="#note364">[364]</a>, tra le quali forse
-apparivano le famose dell'Apollo di Belvedere e del
-Gladiatore Borghese: il colosso dell'imperatore era
-opera d'Atenodoro. Vespasiano trasse molte statue di
-Grecia, e i magnifici ornamenti del tempio di Gerusalemme
-per arricchire quello della Pace.
-</p>
-
-<p>
-Affinchè il popolo non vi oziasse, nei teatri dapprima
-non si faceano gradini da sedere: ma Pompeo li fece
-tollerare col mettervi in cima un tempio di Venere,
-sicchè il popolo avea l'aria di sedere sulle scalee di
-questo. Più nazionali erano gli anfiteatri; e il Coliseo
-o Colosseo, fabbricato forse dagli Ebrei che Tito menò
-schiavi, forma un'elissi, svolgentesi nell'interno per
-ducentrentanove metri, col ricinto esterno appoggiato
-sopra ottanta archi, che in quattro ordini architettonici
-<span class="pagenum" id="Page_405">[405]</span>
-sovrapposti elevansi fino a quarantanove metri; tutto
-marmo e statue. Dentro girano quaranta file di sedili,
-pure marmorei, da capirvi quasi novantamila spettatori:
-sessantaquattro vomitorj danno sfogo alla moltitudine:
-corridoj e scale erano distribuiti di maniera che ognuno
-potesse, giusta il proprio grado, arrivare agevolmente
-ai posti assegnati. Un velario proteggeva all'uopo dal
-sole e dalla pioggia: zampilli di fontane rinfrescavano,
-e spesso profumavano l'aria: altr'acqua era guidata
-nell'arena in rigagnoli imitanti la delizia dei giardini,
-o dilagavasi per opportunità di conflitti navali: di
-sotto, per serbare le fiere, s'aprivano vasti sotterranei,
-che ai dì nostri furono scoverti, ma tosto richiusi per
-le fetide esalazioni dell'acqua stagnante. Roberto Guiscardo,
-mille anni più tardi, temendo non divenisse
-cittadella contro di lui, demolì la metà del Coliseo; il
-resto servì di petraja per successivi edifizj, e massime
-pei palazzi Farnese, di Venezia e della Cancelleria: eppure
-quelle sublimi ruine ancora rendono attoniti<a class="tag" id="tag365" href="#note365">[365]</a>.
-</p>
-
-<p>
-La colonna coclite di Trajano, la cui altezza di quarantaquattro
-metri indica di quanti il monte Quirinale
-si fosse spianato per formare il fôro circostante, è la
-prima di tal genere che si conosca, imitata da tutte le
-seguenti, e basterebbe a rendere famoso quel periodo
-dell'arte. Dorica, del diametro di metri 3. 63, è in
-trentaquattro rôcchi di marmo lumachella, fissati con
-arpioni di bronzo: al terrazzo, che sulla sommità circonda
-la statua dell'imperatore, si ascende per centottantadue
-scalini a chiocciola ricavati nel vivo, e rischiarati
-<span class="pagenum" id="Page_406">[406]</span>
-da quarantatre finestruole. La grossezza dei massi e
-la solidità de' gradini mostrano come si ebbe riguardo
-alla durata; e il tempo ne fece ragione. La fasciano
-ventitre spire d'un bassorilievo, su cui contarono duemila
-cinquecento figure, alte due piedi, che, con pensiero
-unico, raffigurano le due spedizioni di quell'imperatore
-contro i Daci, e illustrano i costumi di Roma
-e de' suoi alleati e nemici: capolavoro di composizione,
-ove sono espresse all'occhio le operazioni militari più
-importanti, come marcie, accampamenti, battaglie, oppugnazioni;
-in tanta moltiplicità e piccolezza facendo
-variatissime le fisionomie, e ciascun popolo distinto
-per vestire ed armi particolari, oltre all'espressione di
-trionfo o di sconfitta. Il piedestallo è adorno di trofei,
-aquile ed altri fregi, tutto così naturale e fino, e con
-tale armonia delle particolarità, che formò la meraviglia
-e lo studio di Rafael Sanzio, di Giulio Romano, di
-Polidoro da Caravaggio<a class="tag" id="tag366" href="#note366">[366]</a>.
-</p>
-
-<p>
-La piazza era attorniata da fabbricati insigni, fra
-cui un arco di trionfo, e la basilica Ulpia. A questa,
-dopo cinque gradini di giallo antico, si entrava da
-mezzodì per tre porte, ciascuna con portico: quattro
-file di colonne la divideano in cinque navi: il pavimento
-di marmo giallo e violetto; le pareti incrostate pur di
-marmo bianco; la soffitta di bronzo, e attorno statue.
-Architettolla Apollodoro di Damasco, al quale pure
-attribuiscono l'arco di Ancona portante la statua equestre
-<span class="pagenum" id="Page_407">[407]</span>
-dell'imperatore, e il ponte sul Danubio da noi
-altrove lodato.
-</p>
-
-<p>
-Adriano, passionato per le arti, in cui egli medesimo
-esercitavasi, trasportava o faceva copiare quanto vedeva
-negl'incessanti suoi giri; di molti edifizj abbellì Roma
-e la Grecia, e d'un anfiteatro Capua. La Mole Adriana,
-ora Castel Sant'Angelo, unita al ponte Elio, era vestita
-di rame, con quarantadue colonne, ciascuna delle quali
-sosteneva una statua, e sulla sommità una quadriga
-coll'effigie dell'imperatore, di tali dimensioni, che un
-uomo entrava nel cavo dell'occhio d'un cavallo. Aggiungono
-fosse d'un pezzo solo; il che però è a mettere
-a fascio col miracolo di Detriano architetto suo,
-che dicono trasportasse da luogo a luogo il tempio
-della dea Bona e il colosso di Nerone, ritto in piedi e
-sospeso, per forza di ventiquattro elefanti. Singolarmente
-si piacque Adriano di abbellire la villa di Tivoli,
-che copriva un giro di dieci miglia, con due teatri; il
-marmo v'era profuso, formandone persino letto al lago,
-nel quale rappresentavansi navali conflitti: simbolo materiale
-dell'eclettismo d'allora, v'erano copiate le situazioni
-meglio gradevoli e i più grandiosi edifizj di Grecia,
-oltre un'immagine degli Elisi; statue d'ogni paese,
-divinità babiloniche, sfingi egiziane, numi greci, idoli
-etruschi, vasi corintj; chi sa se anche bassorilievi
-indiani e porcellane della Cina?
-</p>
-
-<p>
-Sull'esempio di questi imperatori, privati e città
-s'abbellirono di edifizj: e i più degli insigni che onorano
-quasi ogni città provinciale, vanno ascritti a quell'età;
-come gli anfiteatri di Otricoli, Cagliari, Agrigento, Alba,
-Verona, Capua, Pola d'Istria; i tempj di Assisi, di Todi,
-di Foligno, di Padova, di Rimini, e quello scoperto
-poc'anzi a Brescia; l'acquedotto di Spoleto, il ponte di
-Narni. Buoni monumenti di allora sono il Marc'Aurelio
-a cavallo, posto sulla piazza del Campidoglio, e la
-<span class="pagenum" id="Page_408">[408]</span>
-colonna Antonina, quantunque scapiti da quella di
-Trajano per la distribuzione dei gruppi e per l'esecuzione
-delle figure, mal compensate da alcuni concetti
-felici, com'è la Fama che, scrivendo le geste sopra uno
-scudo, separa le guerre germaniche dalle marcomanne.
-Per imitazione si eseguirono statue di stile greco antico,
-altre di granito rosso all'egiziana: ma che si sapesse
-disegnare egregiamente bastano a provarlo le due statue
-di Antinoo, oltre quella del Belvedere, cui forse a torto
-il costui nome si attribuisce. Piene di vita e nobiltà sono
-le teste nelle monete de' Giulj e de' Flavj, e ingegnosi
-e ben eseguiti i rovesci.
-</p>
-
-<p>
-Dopo quel momentaneo lustro ricaddero le belle arti.
-Gli Antonini le neglessero per la filosofia: però il Pio
-dispose a Lanuvio una villa, della cui splendidezza ci
-dà saggio una chiave d'argento per l'acqua dei bagni,
-pesante quaranta libbre. Alessandro Severo s'ingegnò
-di rifiorire le arti, cinse di statue il fôro Trajano, eresse
-molte fabbriche e le terme, dipingeva egli stesso, e
-inventò l'intarsiare marmi di vario genere<a class="tag" id="tag367" href="#note367">[367]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Degli archi trionfali, genere ignoto ai Greci, il primo
-fu eretto a onore di Fabio, vincitore degli Allobrogi e
-degli Arverni, 139 anni avanti Cristo: dappoi per vittorie,
-per benefizj, per adulazione si moltiplicarono;
-quali ad una sola apertura, come quel di Tito a Roma,
-e di Trajano ad Ancona; quali a due o a tre, come
-quelli di Costantino e di Settimio Severo. Mirabile semplicità
-mostra quello di Susa per Augusto; e forse n'è
-contemporaneo quel di Pola, probabilmente funebre.
-Altri ne sono sparsi per Italia<a class="tag" id="tag368" href="#note368">[368]</a>. I bassorilievi del
-Settizonio di Settimio Severo sono mal condotti, sebbene
-<span class="pagenum" id="Page_409">[409]</span>
-lodevolissima la sua statua di bronzo, ora nel
-palazzo Barberini.
-</p>
-
-<p>
-I ritratti romani, dapprima a foggia di erme colla
-sola testa, dappoi talvolta sono busti armati con corazze
-a trofei, vittorie, leoni, quali il Lucio Vero del Vaticano
-e uno della villa Albani; talaltra togati, come il Claudio
-nel braccio nuovo del Vaticano, l'Augusto negli Uffizj
-di Firenze, il Genio d'Augusto nella rotonda del Vaticano,
-e il Caligola della villa Borghese, han la toga sul
-capo. Ve n'ha a cavallo; ve n'ha in trono, come la
-statua di Cervetri e il Tiberio del museo Chiaramonti;
-ve n'ha di foggiati da eroi e semidei, nudi e stanti,
-come il bellissimo Pompeo del palazzo Spada, al cui
-piede vuolsi fosse trafitto Cesare, il Marco Agrippa dei
-Grimani a Venezia. Al dechino delle arti prevalsero i
-busti colle spalle e parte del torace, alcuno anche colla
-mano e qualche panneggiamento, e finiti in linea circolare.
-Peccano di gonfiezza, massime quelli delle imperatrici:
-han barba e capelli inanellati col trapano, e
-alcuna volta con marmo di vario colore, come anche
-le vesti, e con occhi riportati, ed accessorj studiati con
-affettazione, mentre l'espressione del viso casca nel triviale.
-Eppure i ritratti sono quel che di meglio ci tramandò
-la scoltura romana, conservando l'individualità.
-</p>
-
-<p>
-Le stesse medaglie, che al principio di quest'età erano
-migliori delle greche, riduconsi rozze e grossolane: pure
-ne restano di bellissime, massime di Gallieno e di
-<span class="pagenum" id="Page_410">[410]</span>
-Postumo, e un medaglione di Triboniano Gallo. Avendo
-sott'occhio tanti eccellenti modelli, poteva quando a
-quando taluno porre studio in quelli per modo d'emularli;
-fatto isolato, e che nella storia dell'arte convien
-distinguere bene dal vero progresso.
-</p>
-
-<p>
-Insomma se la Grecia nocque a Roma per la filosofia
-e pei costumi, giovò per le arti. Mentre la scoltura
-romana è pesante, fredda, secca, copiaronsi con felicità
-gli originali greci; e v'ha chi crede che i capolavori
-tramandatici dall'antichità, salvo i modernamente scoperti,
-sieno copie eseguite a Roma, e che colla perfezione
-dell'originale vi si senta l'inferiorità del copista.
-Non conservavasi nè la grandezza a Fidia, nè la grazia
-a Prassitele, quali apparvero nella Venere di Milo o
-nei marmi del Partenone: nell'Apollo del Belvedere fu
-cancellata la realtà, scomparvero i muscoli, mentre
-insigne è il concetto: la Venere Capitolina da certe
-configurazioni si conosce modellata sopra una romana,
-ma avendo presente l'opera d'un greco. Che se fra noi
-ammiransi tanto le opere romane, chiunque viaggiò la
-Grecia e l'Asia Minore sa come scapitino a paragone
-delle indigene.
-</p>
-
-<p>
-All'intento governativo de' Romani meglio si confacevano
-le opere di genio civile, e massime intorno alle
-acque. Già 115 anni avanti Cristo, Emilio Scauro asciugava
-le paludi del Po con canali tra Parma e Piacenza;
-vaste operazioni si intrapresero per sanare le Pontine,
-e Augusto vi scavò un canale parallelo alla via Appia;
-a tacere i lavori fuor d'Italia, sotto Tiberio si divisò di
-voltare nella Chiana l'Arno, che prima affluiva nel
-Tevere e cagionava piene: ma fa meraviglia come i
-Romani non provvedessero a incanalare questo fiume,
-che spesso allagava la loro capitale, e fin dodici volte
-nell'anno 22. Nerone cominciò un cavo arditissimo,
-che per censessanta miglia dal lago d'Averno doveasi
-<span class="pagenum" id="Page_411">[411]</span>
-congiungere da un lato col lago Lucrino e il golfo di
-Baja, dall'altro con Roma per le paludi Pontine<a class="tag" id="tag369" href="#note369">[369]</a>.
-Cesare tentò, Claudio compì lo scolo del lago Fùcino
-nel Liri per l'emissario più grandioso d'Europa, per
-5600 metri fra montagne calcari, sostenuto con muri
-ed archi, e dove lavorarono trentamila persone, nè
-sapevasi tenere la drittura altrimenti che coll'aprire
-spiragli in cima.
-</p>
-
-<p>
-Roma piantava sopra un labirinto di fogne, onde
-urbs pensilis la chiamava Plinio; mentre file immense
-di archi reggeano le doccie che da molte miglia lontano
-guidavano l'acqua, e che ancora colle loro ruine
-interrompono pittorescamente la spopolata campagna
-romana. Il primo acquedotto, fatto a studio di Appio
-Claudio il 311 avanti Cristo, portava l'acqua da otto
-miglia lontano: per quarantatremila passi, sorretto da
-settecentodue archi, la portava quel di Cajo Dentato,
-di quarant'anni posteriore: poi Marcio Re condusse da
-Subiaco, per sessantunmila passi, l'acqua Marcia, alla
-quale si congiunsero poi la Tepula e la Giulia. Frontino,
-che al tempo di Trajano descrisse gli acquedotti, conta
-che per 13,594 tubi distribuivano 1,320,600 metri
-cubici d'acqua ogni ventiquattr'ore. L'acqua Vergine,
-dovuta ad Agrippa, venendo sopra settecento archi fuor
-di terra, con quattrocento colonne marmoree e trecento
-statue, alimentava centrenta cisterne<a class="tag" id="tag370" href="#note370">[370]</a>. Era uno
-sfoggio eccedente di forza, quasi l'acqua non dovesse
-<span class="pagenum" id="Page_412">[412]</span>
-giungere ai trionfanti che sopra archi trionfali; nè a
-torto Frontino anteponeva queste opere alle piramidi
-egiziane. Di simili restano vestigia in altre città dell'impero;
-e delle più insigni era l'acqua Claudia, che
-per cinquanta miglia, dal Principato Ulteriore provvedeva
-molte città e Napoli, e finiva alla Piscina Mirabile
-presso il capo Miseno, gran serbatojo per le navi.
-</p>
-
-<p>
-Più di ottocento bagni contava Roma sotto gli Antonini,
-di cui erano principali quelli d'Emilio, Cesare,
-Mecenate, Livia, Sallustio, Agrippina. Plinio rammenta
-Sergio Orata contemporaneo di Grasso, che inventò
-d'introdur nelle camere acqua calda, per modo che
-evaporando scaldasse. Di Ninfei, grandi cupole con
-zampilli, erano sparse le rive dei laghi d'Albano, di
-Nemi, Lucrino, Fùcino.
-</p>
-
-<p>
-Talmente estese erano le terme, che Ammiano Marcellino
-le paragona a provincie (<i>in modum provinciarum
-extructa lavacra</i>); ed occupano ancora grandissimo
-spazio quelle di Caracalla, alimentate dall'acqua
-Marcia che passa sull'arco di Druso. Oltre i bagni,
-servivano ad esercizj ginnastici, giuochi, accademie,
-altre riunioni: le ornavano preziosi capidarte, e vi
-furono trovati l'Ercole di Glicone, la Flora, il toro
-Farnese, il torso di Belvedere, il musaico del Laterano,
-e quantità di vasi e d'altre preziosità. La colonna che
-sta in piazza Santa Trinità a Firenze, è una delle otto
-che sorreggeano la sala di mezzo. Più vaste erano le
-terme di Diocleziano, con portici e sale capacissime, di
-cui una copre cinquantanove metri per ventiquattro, e
-luoghi di divertimento ed un museo. Il Panteon formava
-solo un membro delle terme d'Agrippa; e i rabeschi
-di Rafaello nelle loggie Vaticane imitano quelli
-delle terme. Baja ed altre vicinanze di Napoli offrivano
-terme naturali; e bellissimo avanzo n'è il Truglio, rotonda
-di venti metri di diametro interno, a volta elittica.
-<span class="pagenum" id="Page_413">[413]</span>
-</p>
-
-<p>
-Mediante gli archi furono agevolati anche i ponti,
-che talvolta erano decorati di statue e d'archi trionfali:
-ed otto ne avea la sola Roma<a class="tag" id="tag371" href="#note371">[371]</a>. Poco capaci erano
-i porti, destinati a navi ben più piccole delle nostre;
-ma fari, canali, bacini, cantieri, cale, piscine formavano
-un complesso di edifizj maestoso. Cesare propose,
-Claudio eseguì un porto alla foce del Tevere, cui Trajano
-aggiunse un bacino esagono di ducensessanta
-metri il lato, cinto di colonnette di marmo numerate,
-per attaccarvi le navi. Attribuiscono ad Augusto il porto
-di Miseno, e quello di Ravenna con magnifico faro.
-Quel che chiamano ponte di Caligola, sono avanzi del
-molo a traforo che dovea proteggere l'antico porto di
-Pozzuoli.
-</p>
-
-<p>
-All'unità, cui Roma aspirava, d'importanza suprema
-riusciva il costruire strade; e alcune avanzano tuttora
-ad attestare quanto meritassero l'antica rinomanza
-(pag. 573). Partendo dal <i>miliario aureo</i>, collocato
-in mezzo al fôro Romano, si spiegavano queste fin alle
-colonne d'Ercole, all'Eufrate e al Nilo, vincendo difficoltà
-d'ogni sorta, spropriando i possessori, colmando
-valli, accavalciando fiumi, spianando alture, forando
-montagne, perchè questa gran catena connettesse alla
-metropoli le provincie. Cinque metri eran larghe le
-maggiori: per fondo gettavansi frantumi di pietre,
-<span class="pagenum" id="Page_414">[414]</span>
-legati con calce e pozzolana; poi un miscuglio di calcina,
-creta e terra, e talvolta anche di ghiaja e calcistruzzo;
-indi ciottoli o pietre poligone informi, e nelle
-città cubi regolari: a Pompej ed Ercolano sono di lava,
-connessi con calce e pozzolana, e le vie sono tirate a
-filo e con marciapiedi.
-</p>
-
-<p>
-Magnifiche erano in Roma la Sacra e la Trionfale:
-la prima, cominciando ad oriente del fôro Romano,
-dal Coliseo radeva il tempio d'Antonino e Faustina, e
-per gli archi di Costantino, di Tito e di Settimio Severo
-saliva al Campidoglio. Entravano dall'altra i vincitori
-lungo i campi del Vaticano e del Gianicolo; poi dal
-ponte e dalla Trionfale venivano alla via Retta, al Campo
-Marzio, al teatro di Pompeo, al circo di Flaminio, ai
-teatri d'Ottavia e di Marcello, e al circo Massimo;
-piegando quindi sulla via Appia, pel Coliseo uscivano
-sulla via Sacra, donde al Campidoglio. Le statue rapite
-alle nazioni vinte, quelle dei re trionfati, de' grandi
-uomini e degli Dei contornavano que' magnifici cammini.
-Gl'imperatori crebbero le strade per portare gli
-ordini e gli eserciti alle estremità dell'impero; e quarantotto
-ne contava la sola Italia, nove la Sicilia, sei la
-Sardegna, una la Corsica.
-</p>
-
-<p>
-L'ispezione delle strade spettava ai censori, che spesso
-vi diedero il proprio nome; dappoi ai tribuni della plebe;
-più tardi a curatori speciali: le spese erano decretate
-dal senato, o da individui che ne traessero vantaggio,
-o volessero gratificarsi il popolo. Cajo Gracco avea
-fatto collocare pietre miliari, indicanti la distanza da
-Roma o dai punti principali; e lungh'esse situavansi
-pure i sepolcri, in vista, anziché sotterranei come quei
-de' prischi Italioti. V'erano anche <i>cauponæ</i> e <i>tabernæ</i>,
-ma forse ad uso soltanto della poveraglia: del resto
-quando Orazio peregrinò a Brindisi, nella città di Mamurra
-gli prestarono Murena la casa, Capitone i cuochi;
-<span class="pagenum" id="Page_415">[415]</span>
-prima d'arrivare al ponte di Campania, pernottò in una
-villa, dove i provveditori imperiali lo fornirono di legna
-e sale, secondo il loro dovere; in un'altra villa presso
-Trivico fu affumicato da fascine verdi, e deluso da una
-fanciulla<a class="tag" id="tag372" href="#note372">[372]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Alle città in generale davasi la forma dell'accampamento,
-cioè un parallelogrammo, per lo più di un
-quadrato e mezzo, tagliato pel lungo e pel traverso da
-una o due strade; e tali possono riscontrarsi i primitivi
-piani di Como, Piacenza, Parma, Pavia, Aosta,
-Torino; Verona forma un quadrato.
-</p>
-
-<p>
-L'unione di case private, disgiunte dalle vicine, costituiva
-un'isola; il complesso di alquante isole, un vico;
-e molti vichi, una regione. Solo i gran ricchi potevano
-abitare un'isola intera, massime da che il crescente lusso
-delle fabbriche incarì i terreni. Molti dunque appigionavano
-le case; e Marziale abitava a un terzo piano<a class="tag" id="tag373" href="#note373">[373]</a>;
-Silla, non ancora famoso, pagava lire seicento l'anno
-di pigione: ma Cicerone parla fin di tremila sesterzj o
-seimila lire per un appartamento.
-</p>
-
-<p>
-Nelle case de' Romani, modificate tra l'antica italiana
-e la greca, erano due parti distinte; una per uso particolare
-del padrone, una pel pubblico. Il vestibolo
-oblungo (<i>protyrum</i>) menava dalla strada in un cortile
-interno (<i>cavedium</i>), scoperchiato nel mezzo. Le acque
-piovane erano raccolte sul tetto sporgente, e per lo
-spazio scoperto (<i>compluvium</i>) cadevano in un bacino
-rettangolare (<i>impluvium</i>), spesso decorato d'una fontana.
-A destra e a manca del cavedio disponevansi
-le camere: di fronte, una sala aperta verso la corte
-<span class="pagenum" id="Page_416">[416]</span>
-(<i>tablinum</i>) conteneva gli archivj e i ritratti di famiglia,
-e il padrone vi riceveva i clienti, che aspettavano il
-suo arrivo passeggiando nel cortile o seduti in salotti
-(<i>alæ</i>): corridoj (<i>fauces</i>) mettevano all'interno della
-casa. Parte principale erano gli atrj, ignoti ai Greci; e
-distinguevansi in <i>toscani</i> quando i tetti fossero sostenuti
-solo da travi murate; <i>tetrastili</i> quando avessero
-quattro colonne poste sotto ai punti d'intersezione delle
-travi; <i>corintj</i> quando le colonne fossero di più; <i>displuviata</i>
-quando il tetto pioveva all'infuori; <i>testudinata</i>
-se affatto coperti.
-</p>
-
-<p>
-Il limitare della porta guardavasi con rispetto superstizioso;
-guaj l'inciamparvi! vi si scriveano parole di
-felice augurio, o teneansi pappagalli e gazze che le
-ripetessero. Sovra la porta collocavansi ornati e segni
-del mestiero che vi si esercitava, od iscrizioni. Gli usci
-talvolta faceansi di marmo o di bronzo, e con bottoni,
-mascheroni ed altri capricci; in occasione di nozze o
-di solennità ornavansi di ghirlande e festoni; gli amanti
-vi sospendeano fiori; i cipressi indicavano la morte.
-Eccetto quelle dei tribuni, stavano chiuse, nè vi s'entrava
-senza bussare: nelle case ricche tenevasi il portiere,
-incatenato come i nostri cani. Oltre la principale,
-s'avea qualche porta di dietro (<i>postìca</i>), che riusciva
-negli <i>angiporta</i> o vicoli. Di rado si trovano scale, e
-queste di pietra o di legno come oggi, fissate nel muro
-e per lo più buje; onde la frequente frase d'ascondersi
-<i>in scalis</i>, o <i>in scalarum tenebris</i><a class="tag" id="tag374" href="#note374">[374]</a>.
-</p>
-
-<p>
-La casa in generale non avea finestre o pochissime,
-e queste piccole ed alte; talora chiuse con pietre speculari,
-o con vetri molto grossi e non trasparenti<a class="tag" id="tag375" href="#note375">[375]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_417">[417]</span>
-</p>
-
-<p>
-Le parti interne comunicavano tutte fra sè mediante il
-cortile, da cui le camere riceveano luce per mezzo delle
-porte: le camere spesso non erano divise che da traversi
-o da cortine. Nella biblioteca poneansi le effigie
-degli autori, d'oro, argento, bronzo, cera<a class="tag" id="tag376" href="#note376">[376]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Da principio il fuoco ardeva nell'atrio, ove e cocevasi
-e mangiavasi, e attorno a quello si raccoglievano
-i numerosi schiavi; dappoi nell'atrio si tenne un foculo
-o braciere, dove mettere incensi ai lari<a class="tag" id="tag377" href="#note377">[377]</a>: talvolta
-riscaldavansi le camere con tubi chiusi nelle pareti o
-sotto al pavimento. Per cercare il fresco e meriggiare
-si aveano appartamenti sotterranei, che ne' palazzi erano
-estesi, con molti corridoj e pitture a fresco e fregi a
-stucco, i quali da ciò appunto trassero il nome di
-<i>grotteschi.</i>
-</p>
-
-<p>
-Ornavansi i palazzi con giardini. Di grandiosissimi
-n'ebbe Mecenate; e forse a quei di Lucullo presso
-Napoli servivano la Piscina Mirabile di Miseno, e la
-nuova grotta, riaperta or fa poch'anni nel promontorio
-di Coroglio, lunga più di mille metri, alta e larga meglio
-che quella di Posilipo. L'arte industriavasi a procurarvi
-ombre, variare l'esposizione, intrecciare labirinti,
-<span class="pagenum" id="Page_418">[418]</span>
-distribuir acque, e nel ridurre le piante e i cespugli,
-massime di càrpino e di bosso, in figure d'animali o
-di lettere (<i>ars topiaria</i>); della quale invenzione si attribuiva
-il merito a Cajo Matio cavalier romano, famigliare
-d'Augusto. Altre volte i giardini erano pènsili, e Seneca
-inveiva retoricamente contro questo dover gli alberi
-cacciare le radici ove a stento avrebbero innalzate le
-chiome<a class="tag" id="tag378" href="#note378">[378]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ai giardini aggiungevansi un viale d'alberi ove
-passeggiare discorrendo (<i>gestatio</i>), e l'ippodromo per
-le corse a cavallo. Nè ignoti erano i tepidarj, dove
-correnti d'acqua calda mantenevano una temperatura
-tale che, a malgrado del verno, vi facessero i gigli bianchi
-e rossi, le viole tusculane, le vigne, i poponi e gli
-alberi da frutto. Coltivavansi pure delle piante bulbose,
-il croco, il narciso, il giacinto, le iridi. A taluno erano
-unite uccelliere, e Alessandro Severo n'ebbe una che
-conteneva ventimila piccioni, oltre fagiani, pernici, altra
-selvaggina. Entro piscine conservavansi pesci vivi, con
-ingenti spese.
-</p>
-
-<p>
-Non dimentichiamo che a nessun palazzo mancava
-l'ergastolo, destinato a chiudere gladiatori, atleti, schiavi.
-I primi, come ben nudriti, così è a credere fossero anche
-ben alloggiati; ma gli schiavi si cacciavano la sera in
-tane sotterranee, senza distinzione di sessi. Altri ergastoli,
-come indica il nome, servivano pei lavori forzati,
-e in città n'avea di molti; e talora i passeggieri venivano
-côlti, e gittati a lavorare in quelle tane, senza che
-più se ne sapesse.
-</p>
-
-<p>
-Le minori vie metteano sopra le strade grandi, le
-sole mantenute a pubbliche spese, e che legalmente
-doveano farsi larghe non più di otto piedi romani, che
-<span class="pagenum" id="Page_419">[419]</span>
-sono due metri e mezzo, e costeggiate da marciapiedi
-rialzati, da due in quattro piedi; ben necessarj ove
-l'angustia appena permetteva il cambio de' carri, e dove
-piovendo correva il rigagno. Sulla strada s'aprivano le
-botteghe, e spesso in una tutte quelle d'un esercizio,
-come a Roma nel fôro i banchieri; nel Vico Tusco e nel
-Velàbro i conciatori, profumieri, droghieri, mercanti
-di stoffe; nella via Sacra i venditori di minuterie domestiche,
-di ossetti d'avorio, di tavolette da scrivere,
-di stipi di legno prezioso, dadi e tavole da giocare. Nel
-175 avanti Cristo i censori Fulvio Flacco e Postumio
-Albino fecero selciare di pietroni le vie interne di Roma,
-di ghiaja le esterne, e con margini rialzati<a class="tag" id="tag379" href="#note379">[379]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_420">[420]</span>
-</p>
-
-<p>
-La primitiva Roma occupava sul colle Palanzio appena
-un miglio quadrato, colle porte Rumena, Capena,
-Magonia. Numa Pompilio estese quel recinto, inchiudendovi
-il colle Capitolino e la parte più prossima del
-Quirinale, e aggiungendo la porta Carmentale, detta
-Scellerata dacchè ne uscirono i trecentosei Fabj. Tullo
-Ostilio cinse anche il Celio per istanziarvi i vinti Albani;
-poi Anco Marzio collocò i Latini sull'Aventino, murandolo.
-Tarquinio Prisco asciugò il Velàbro, palude nell'avvallamento
-tra il Palatino, l'Aventino e il Campidoglio;
-e meditava una nuova cerchia di mura, che fu
-poi compita da Servio Tullio, aggregando il resto del
-Quirinale, e i colli Viminale ed Esquilino, sicchè vi
-furono compresi sette colli; mentre il Gianicolo ergevasi
-di là dal Tevere a guisa di cittadella.
-</p>
-
-<p>
-La mura, invasa anch'essa dalle abitazioni, serpeggiava
-sul ciglio dei colli: cominciando sulla sinistra del
-Tevere al fôro Olitorio presso il teatro di Marcello, e
-seguendo il lato settentrionale della rôcca Capitolina,
-scendeva al sepolcro di Cajo Bibulo, quindi per la valle
-che separa il Campidoglio dal Quirinale saliva in vetta
-di questo verso le Quattro Fontane, donde secondava
-il colle lungo il circo di Flora, piegando poi incontro
-alla moderna porta Salaria. Quindi cominciava l'aggere
-<span class="pagenum" id="Page_421">[421]</span>
-su cui fondata era la mura, e continuava per l'altura
-sovrastante ai colli Quirinale, Viminale ed Esquilino fin
-all'arco di Gallieno, ove esso argine terminava. Allora,
-sceso l'Esquilino, la mura rimontava sul Celio presso
-al Laterano; indi per la sommità meridionale del colle,
-dove ora sta Santo Stefano Rotondo, scendeva a valle
-tra il Celio e l'Aventino; coronati i quali, tornava a
-raggiungere il fiume là dov'erano e sono tuttora le
-conserve del sale. Di là dal Tevere le mura staccavansi
-dal fiume in due linee rette per congiungersi colla cittadella
-gianicolese di Anco Marzio. Vi attribuiscono il
-giro di otto miglia, o precisamente 12,500 metri<a class="tag" id="tag380" href="#note380">[380]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_422">[422]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ventitre o ventiquattro porte le aprivano: la Flumentana
-presso il fiume; la Trionfale, donde entravano
-i vincitori pigliando la via Sacra verso il Campidoglio;
-la Carmentale; la Rumena alle falde del Campidoglio;
-una di nome incerto, sull'altura occidentale del Quirinale;
-un'altra sul colle medesimo presso il palazzo pontifizio;
-la Salutare in vetta ad esso colle, ove ora le
-Quattro Fontane; una presso gli orti Sallustiani; la
-Collina, da cui partivano le vie Salaria e Nomentana,
-e fuor della quale stava il Campo Scellerato; la Viminale
-nella villa Negroni; l'Esquilina presso l'arco di
-Gallieno, donde moveano le vie Prenestina, Labicana,
-Tiburtina; la Mezia, poco discosta; la Querquetulana
-sulla via Labicana presso i Santi Pietro e Marcellino;
-la Celimontana presso San Giovanni in Laterano; la
-Ferentina sul Celio presso Santo Stefano Rotondo, donde
-si usciva al bosco della dea Ferentina, oggi Marino,
-convegno dell'assemblea dei popoli del Lazio; la Capena,
-da cui partivano le grandi strade Appia e Latina, aprivasi
-nella gola fra il Celio e l'Aventino, ed era il corso
-vespertino degli eleganti; la Nevia, al crocicchio delle
-vie Aventina e di Santa Balbina, menava ai boschi Nevj,
-ricovero de' malfattori; la Radusculana sotto la chiesa
-di San Saba, alla falda meridionale dell'Aventino; la
-Lavernale sull'Aventino; la Mavale accanto al bastione
-di Paolo III; la Minucia sulla sommità dell'Aventino; la
-Trigemina, ove è l'arco della Salaria, così detta perchè
-avea tre fornici. Quelle del lato occidentale sono incerte.
-</p>
-
-<p>
-Dentro e fuori restava uno spazio sacro, detto <i>pomerium</i>,
-che non potevasi nè edificare nè coltivare. Silla
-<span class="pagenum" id="Page_423">[423]</span>
-e Cesare estesero il pomerio, ma non dilatarono la
-mura.
-</p>
-
-<p>
-Augusto partì l'antico recinto di Servio Tullio in
-quattordici regioni, che erano: <span class="smcap lowercase">I</span>ª al mezzodì la Capena,
-ove il tempio dell'Onore, quello di Marte Estramurano,
-le terme di Severo e di Comodo; <span class="smcap lowercase">II</span>ª la Celimontana sul
-monte Celio, ove la casa de' Laterani, la Mica Aurea
-fondata da Domiziano, le scuole de' gladiatori, e il piccolo
-campo Marzio; <span class="smcap lowercase">III</span>ª la Moneta nella valle fra il
-Celio, il Palatino e l'Esquilino, dove le terme di Trajano
-e di Tito, la Casa Aurea di Nerone, le grandi vie Suburra
-e Carina, il Colosseo; <span class="smcap lowercase">IV</span>ª la Sacra fra l'Esquilino, il
-Palatino e il Quirinale, dove i tempj della Pace, di
-Roma, d'Antonino e Faustina, il colosso di Nerone, gli
-archi trionfali di Tito e di Costantino, la via Scellerata,
-la Sandalaria abitata da' libraj, la Sacra dove Orazio
-solea passeggiare meditando e invanendo<a class="tag" id="tag381" href="#note381">[381]</a>; <span class="smcap lowercase">V</span>ª le
-Esquilie chiudeano parte dell'Esquilino e il Viminale,
-coi monumenti del <i>Castrum prætorianum</i>, la casa e i
-giardini di Mecenate, l'arco di Gallieno, il <i>vivario</i> delle
-belve per l'anfiteatro; <span class="smcap lowercase">VI</span>ª l'Alta Semita sul Quirinale
-abbracciava le terme di Diocleziano e di Costantino, i
-tempj di Quirino, del Sole, di Flora, della Salute, i
-giardini di Lucullo, di Sallustio, d'altri; <span class="smcap lowercase">VII</span>ª la Lata, fra
-il Quirinale e il Campo Marzio, aveva il fôro Suario, il
-portico di Costantino ed altri monumenti; l'<span class="smcap lowercase">VIII</span>ª regione
-era il fôro Romano fra il Capitolino, il Palatino e il
-Tevere, e suoi monumenti il Miliario Aureo, il Comizio,
-la curia Ostilia, il tempio di Castore, la basilica Porzia,
-la colonna Mevia, il tempio di Vesta, i nuovi rostri, il
-tempio di Saturno, il Campidoglio, la cittadella, i fôri
-di Cesare, d'Augusto, di Trajano, ecc.; <span class="smcap lowercase">IX</span>ª il circo
-Flaminio nella parte più settentrionale, col mausoleo
-<span class="pagenum" id="Page_424">[424]</span>
-d'Augusto, il Panteon, il teatro di Balbo, l'anfiteatro di
-Statilio Tauro, il teatro di Marcello, la curia di Pompeo,
-la Villa pubblica, dove faceasi il censo e si riceveano
-gli ambasciatori stranieri; <span class="smcap lowercase">X</span>ª la Palatina col palazzo
-imperiale; <span class="smcap lowercase">XI</span>ª il circo Massimo fra il Palatino e l'Aventino;
-<span class="smcap lowercase">XII</span>ª la Piscina pubblica fra l'Aventino e il Celio;
-<span class="smcap lowercase">XIII</span>ª l'Aventino, ove faceasi la rivista degli armati
-(<i>armilustrium</i>); infine il Transtevere, ove i giardini
-di Nerone, la Mole Adriana, le terme d'Aureliano. Siffatta
-divisione durò fino ad oggi.
-</p>
-
-<p>
-Cresciuta Roma di magnificenza e d'estensione sotto
-gl'imperatori, Aureliano la cinse di nuove mura laterizie,
-quali in molti luoghi si vedono tuttora, all'uopo
-principalmente d'inchiudervi i nobilissimi edifizj circostanti
-al campo di Marte. Staccandosi dalla sinistra del
-fiume presso porta Flaminia, la nuova mura ambiva
-verso oriente il Pincio, poi il Quirinale, il Viminale,
-l'Esquilino, il Celio, l'Aventino, e allargandosi per abbracciare
-monte Testaccio, toccava il fiume; di là dal
-quale tornava molto più in fuori dell'odierna porta
-Portense, donde salendo il fianco meridionale del Gianicolo,
-fiedeva alla porta San Pancrazio, per scendere
-alla Settimiana. Non fu quindi più la città de' sette, ma
-dei dieci colli: il Vaticano fu ricinto soltanto da papa
-Leone IV, formando la città Leonina.
-</p>
-
-<p>
-Nella nuova cerchia Roma ebbe da quindici miglia
-di giro, con trentasette porte, che mettevano ad altrettanti
-sobborghi, e da cui partivano trentuna strade
-militari. In quel ricinto contavansi ventotto biblioteche,
-otto ponti, otto campi, dieci terme, venti acque, diciotto
-vie, due campidogli, due circhi, due anfiteatri, tre
-teatri, tre ludi, cinque naumachie, quindici ninfei, due
-colossi, due colonne cocliti, sei obelischi, ventidue
-grandi cavalli, sette Dei d'oro e settantaquattro d'avorio,
-trentasette archi di marmo, quattrocenventitre vichi,
-<span class="pagenum" id="Page_425">[425]</span>
-quattrocenventidue palazzi (<i>ædes</i>), mille settecentonovanta
-case maggiori, quarantaseimila seicentodue
-isole, col qual nome, se pure la cifra non fu letta in
-fallo, non potrebbero intendersi che le case minori;
-ducentonovanta granaj, ottocentocinquantasei bagni,
-mille trecencinquantadue pozzi, ducencinquantaquattro
-forni, quarantasei lupanari, quattrocento cloache, cenquarantaquattro
-latrine.
-</p>
-
-<p>
-Dei diciassette fôri o piazze, quattordici servivano
-per mercati diversi (<i>venalia</i>), gli altri per gli affari
-(<i>civilia et judiciaria</i>). Il più antico era il Romano, ove
-si teneano le arringhe sulla tribuna ornata dei rostri
-tolti alle navi cartaginesi. Il fôro di Cesare, presso
-campo Vaccino, costò un milione di sesterzj. Augusto
-nel suo fece il tempio di Marte Vendicatore, intorniato
-di doppia galleria, colle statue de' re latini da un lato,
-de' re romani dall'altro. Domiziano cominciò quello di
-Nerva, dove poi Alessandro Severo pose colossi degli
-imperatori e colonne di bronzo.
-</p>
-
-<p>
-Alla vita pubblica d'allora s'addicevano i portici,
-formati di colonne che sostengono un soppalco, disposte
-a più schiere; talvolta erano indipendenti da qualunque
-altro edifizio; da poi si chiusero con ricinti, e presero
-nome di basiliche. La prima basilica pubblica si edificò
-sotto la censura di Porcio Catone il 569 di Roma, onde
-fu detta Porcia; e tanto piacque che in vent'anni se ne
-costruirono tre nuove, vicino al fôro, poi altre altrove,
-e anche per tutta Italia. Servivano ad usi pubblici, come
-di borsa e di tribunale, a tal uopo finendo in un semicircolo
-o abside, dove collocavasi il pretore sulla sedia
-curule, circondato dai numerosi giudici e dagli avvocati.
-Dieci n'aveva in Roma, la Giulia, la Vestilia, la Nettunia,
-la Matidia, la Marciana, la Vascolaria, la Floscellaria,
-quelle di Paolo e di Costantino, e di tutte più famosa la
-Ulpia, opera di Trajano, che abbiamo pur dianzi descritta.
-<span class="pagenum" id="Page_426">[426]</span>
-</p>
-
-<p>
-Noi ci badammo su questi particolari perchè, oltre
-essere la metropoli del mondo, Roma serviva di modello
-anche alle altre città dell'impero; sebbene non sia
-dimostrato quel che taluni asseriscono, che in ciascuna
-vi avesse e fôro e teatro e circo e ginnasio e bagno e
-campidoglio, colle forme e coi nomi medesimi della
-capitale.
-</p>
-
-<p>
-E più ne sapremmo se degli scrittori d'arte ci fosse
-restato altro che il solo Marco Vitruvio Pollione. Di
-patria e di casa ignoto, e probabilmente schiavo greco,
-se argomentiamo dal suo scrivere cattivo e ingombro
-di grecismi, da Augusto fu adoperato alle macchine
-militari: ma de' fatti suoi nulla si saprebbe se egli
-stesso non avesse scritto. Più maestro che artista, più
-ingegnere che architetto egli si mostra, nè di gran
-valentìa dà saggio la basilica in Fano, unica che si
-ricordi da lui architettata.
-</p>
-
-<p>
-Molti avendo scritto d'architettura ma confusamente,
-egli pensò ridurre in corpo compiuto quella scienza, e
-ciascuna parte in singoli libri. E secondo si esprime
-ne' preamboli, nel primo spiega i doveri dell'architetto
-e le cognizioni a lui necessarie; nel secondo i materiali;
-nel terzo la disposizione de' tempj coi varj ordini, e la
-distribuzione delle parti; nel quarto tratta specialmente
-dell'ordine jonico e del corintio; nel quinto reca la
-disposizione degli edifizj pubblici; nel sesto delle case
-private; nel settimo degli intonachi onde abbellire ed
-assodare gli edifizj; nell'ottavo del trovare e condur
-l'acqua; nel nono di differenti processi pratici e di cose
-utili alla vita, come il peso specifico, la costruzione
-delle meridiane, i rapporti del diametro col circolo,
-del lato colla diagonale del quadrato; il decimo discorre
-delle macchine sì per fabbrica, come per elevar l'acqua
-e per la guerra.
-</p>
-
-<p>
-Ma il <i>Trattato d'architettura</i> qual oggi l'abbiamo,
-<span class="pagenum" id="Page_427">[427]</span>
-è probabilmente una compilazione, poco diversa da
-quella di Plinio, fatta da qualcuno mal pratico, e che
-non avea visto co' proprj occhi i monumenti di Grecia.
-Nell'esecuzione spesso confonde i soggetti, ed è peccato
-che le figure che accompagnavano il testo siano perdute<a class="tag" id="tag382" href="#note382">[382]</a>.
-Scarso di critica e filosofia, di stile vulgare,
-arido e spesso oscuro anche per minutezza di particolari,
-a tacere i guasti venutigli dagli amanuensi, va
-consultato con grande cautela, e confrontato cogli edifizj
-ancora riconoscibili: ma se sarebbe servilità il prostrarsi
-a' suoi precetti, è certo che, oltre le squisite
-notizie, di ottimi egli ne desume dall'osservazione.
-Sopratutto raccomanda all'architetto lealtà e disinteresse;
-ed egli medesimo si fa amare per la candida
-intenzione con cui scrive.
-</p>
-
-<p>
-Turpilio, cavaliere della Venezia ai tempi di Plinio,
-è il solo nobile romano che coltivasse la pittura, la
-quale da Plinio stesso è definita arte morente<a class="tag" id="tag383" href="#note383">[383]</a>,
-benché ad alcuni egli sia cortese d'encomj; come ad
-Amulio per una Minerva, la quale guardava l'osservatore
-dovunque si mettesse<a class="tag" id="tag384" href="#note384">[384]</a>; meschina lode! Quinto
-Pedio, d'illustre famiglia, era muto, e perciò l'oratore
-Messala s'accordò con Augusto di fargli imparar la
-pittura; e riusciva bene se morte non l'avesse rapito.
-</p>
-
-<p>
-Primeggiava tra i colori il cinabro, che Plinio pretende
-fatto col sangue di un drago schiacciato da un
-elefante morente, in modo che i due sangui si mescolassero<a class="tag" id="tag385" href="#note385">[385]</a>;
-e probabilmente era succo d'una palma.
-<span class="pagenum" id="Page_428">[428]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il minio era stato scoperto quattro secoli avanti Cristo
-nelle cave d'argento d'Efeso: e per carezza e nobiltà
-gareggiava con esso il purpurissimo, composto col
-liquore estratto dai murici che pescavansi in riva al
-Mediterraneo. Sul golfo di Napoli manipolavansi minerali
-indigeni e importati per uso di colori, quali l'azzurro
-denominato fritta di Pozzuolo, e la porpora.
-</p>
-
-<p>
-Si dipingeva per lo più sul legno; talvolta sulle
-pareti. Per animali e fiori e dove occorresse maggior
-illusione, usavasi l'encausto; cioè (se pure fra tante
-discrepanze possiamo prometterci lume di vero) con
-ferro caldo tracciavansi i contorni sopra tavolette di
-avorio, o stendeasi la cera colorata sopra il legno o
-l'argilla, ovvero con un pennello intinto in cera e pece
-si dipingevano tavole. La pittura a fresco non pare
-fosse conosciuta, male colla calce fresca accoppiandosi
-le lacche, il bianco di piombo, il minio, l'orpimento,
-colori consueti degli antichi.
-</p>
-
-<p>
-Composizioni storiche ricorrono frequenti negli archi
-e sulle medaglie, ma rare ne' dipinti; e di tanti che
-n'ha il museo Borbonico, soli Sofonisba e Massinissa,
-e la Carità Greca tengono alla storia. Le scene di vita
-domestica e civile sono sempre accompagnate da esseri
-simbolici, come Amore, la Vittoria, Minerva. Altre volte
-figuravansi sacrifizj, o processioni sacre, o giuochi
-ginnastici, e spesso oscenità.
-</p>
-
-<p>
-Il marmo di Luni, che oggi diciamo di Carrara, è
-un calcare bianco, leggermente cristallino, senza fossili,
-del periodo secondario del calcare giurassico: se non
-per durezza, per candore supera i più belli d'Egitto
-e di Grecia, non eccettuato il marmo pario, a detta
-di Plinio, che lo asserisce scoperto poco prima, e fu
-adoperato a tutte le opere grandiose, ove prima usavansi
-il gabinio, l'albano, il tiburtino.
-</p>
-
-<p>
-Il porfido, così detto dal suo colore di fuoco (πυρ), è
-<span class="pagenum" id="Page_429">[429]</span>
-d'un rosso bruno mischiato, constando di silice combinata
-coll'allumina e la potassa, e molto ferro ossidato,
-e cristalli di quarzo. Non si sapea donde gli antichi lo
-traessero; ma gl'inglesi Burton e Wilkinson nel 1823
-ne scopersero le cave in Egitto, a circa venticinque
-miglia dal mar Rosso all'altezza di Licopoli (<i>Syouth</i>),
-non lungi dal porto di Myoshormos, in montagne chiamate
-<i>Porphirites</i> da Tolomeo, ed oggi <i>Gebel Dokhan</i>,
-cioè del fumo di tabacco. Il nome di porfido fu poi
-esteso ad altre pietre di simile impasto e durezza, e di
-colore diverso. Del rosso, tanto difficile a scalpellare,
-fecero poco o punto uso gli Egiziani nè i Greci: i
-Romani ne presero passione al tempo di Claudio, e
-sotto Costantino moltissimo se ne lavorava, probabilmente
-per mano di condannati; e non che colonne,
-statue, urne, riuscirono a trame anche oggetti fini e
-galanterie.
-</p>
-
-<p>
-Plinio e Vitruvio deplorano il lusso de' marmi, ornandosi
-gli appartamenti con porfido, serpentino, agate,
-diaspri d'ogni qualità, e rilevandone lo splendore con
-macchie artifiziali, e coprendo le pareti di encausto;
-di modo che non rimaneva campo alla pittura.
-</p>
-
-<p>
-Nelle gemme i Romani imitarono i Greci, ne adottarono
-i soggetti, o se li desunsero dai fasti patrj, vi
-diedero espressione allegorica. Forse ad artisti greci
-vanno attribuite quelle del tempo imperiale, che sono
-i più insigni vanti delle gliptoteche: tal è quella del
-gabinetto di Vienna, rappresentante la famiglia di Augusto;
-tale quella del gabinetto di Parigi, rappresentante
-Tiberio da dio colla parentela sua; e la sardonica
-del re d'Olanda, che offre il trionfo di Claudio in sembianza
-di Giove; e la tazza del museo Borbonico. Anelli,
-sigilli, coppe attestano la finitezza della gliptica in quei
-tempi.
-</p>
-
-<p>
-Le arti belle però anch'esse vengono a confermarci
-<span class="pagenum" id="Page_430">[430]</span>
-la diffusa immoralità. Cessato ogni pudore nella società,
-ogni scrupolo cessava nell'arte convertita in mestiero,
-nè ad altro ispirantesi che al gusto dei committenti; i
-tempj erano adorni di lubrici atteggiamenti, i vasi delle
-mense foggiavansi in figure disoneste, e ciascuna stanza
-maritale doveva ornarsi d'un dipinto osceno. Ovidio
-ogni tratto rammenta le tavolette impudiche; Orazio dicono
-ne tenesse tappezzata tutta la camera; a Properzio
-stesso facea scandalo il trovarne dappertutto<a class="tag" id="tag386" href="#note386">[386]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Di capi d'arte abbondava la Sicilia, e lungamente si
-disputò se vi fossero venuti di Grecia, o colà stesso lavorati;
-e poichè le architetture sono più antiche delle
-greche, e vanno ornate di preziosi bassorilievi e di
-cariatidi, è ragionevole presumere che anche le altre
-opere fossero eseguite da Siciliani, o almeno da Greci
-stabiliti in quell'isola.
-<span class="pagenum" id="Page_431">[431]</span>
-</p>
-
-<p>
-Di statuette d'argilla una dovizia dissotterrarono a
-Catania, a Gela, a Camarina, a Tindaro, ad Acre, a
-Centuripa, relative le più al culto di Cerere e della dea
-Madre. Il Giove palliato, rinvenuto a Sòlunto, collo
-scettro nella sinistra, coi calzari ornati di foglie di
-quercia, e con due chimere che ne sostentano il trono;
-la Venere, uscita dalle campagne di Siracusa, premente
-col piede sinistro la conchiglia e il delfino, appartengono
-all'arte più squisita; la Venere Callipiga vince la
-Medicea. Aggiungi due Ercoli dalle ruine di Catania, il
-Giove Olimpico di Girgenti, i busti di Saturno, di Trittolemo,
-di Minerva.
-</p>
-
-<p>
-Quante statue metalliche possedesse la Sicilia, il provano
-le espilazioni dei Cartaginesi, di Marcello, di Verre,
-e più tardi degli imperatori romani e bisantini. Pausania
-ricorda un Ercole in lotta coll'Amazone equestre, consacrato
-in Messina da Evagora di Zancle; e come,
-essendo naufragati trentacinque giovinetti col maestro
-e col sonatore di piva, che i Messenj spedivano a Reggio
-per una solennità, in memoria furono poste altrettante
-statue di bronzo. Quattro arieti dello stesso metallo
-diceansi congegnati da Archimede in guisa, che il vento
-faceva uscirne una specie di belato, che indicava da
-qual plaga esso vento spirasse: da Siracusa furono
-trasportati nella reggia di Palermo, ma per quanto si
-studiasse, mai non si trovò una disposizione che riproducesse
-quel fenomeno, sinchè ne' furori del 1848
-furono spezzati.
-</p>
-
-<p>
-Vi abbondavano pure bassorilievi e sarcofagi, molti
-de' quali ornano oggi le chiese, benchè portino scene
-bacchiche o mitologiche<a class="tag" id="tag387" href="#note387">[387]</a>. Pietre intagliate si trovano
-<span class="pagenum" id="Page_432">[432]</span>
-spesso, e specialmente a Centuripa; e l'essere alcune
-solo preparate per l'intaglio o non finite, ne conferma
-quella scuola di gliptica, asserita da Eliano di Cirene.
-Lo stile di queste apparterrebbe all'età imperiale; segno
-della durata di tale artifizio: alcune portano le sembianze
-di Cicerone, di Ovidio, di Comodo in veste
-d'Ercole<a class="tag" id="tag388" href="#note388">[388]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ricchissima di marmi e di pietre fine è la Sicilia; di
-berilli i contorni di Castel Gratterio, di alabastri le falde
-del monte di Calatrasi e la terra di Gibellina, di coralline
-e cotognine ed altre mischie l'Erta, di agate molti
-paesi, e principalmente le sponde dell'Acate donde trassero
-il nome, e le vicinanze di Alicata. Un'agata siciliana,
-delle cui macchie erasi tratto partito per disegnarvi
-Apollo e le Muse, fu legata in oro da re Pirro
-e tenuta in gran pregio. Diaspri variegati offrono i
-monti di Giuliana e le vicinanze di Palermo; diaspro
-tenero Trapani; Troina massi di porfido, de' quali vennero
-cavati i sepolcri dei re normanni e svevi.
-</p>
-
-<p>
-Un'altra dovizia artistica insieme e letteraria ci offre
-l'impero romano, vogliam dire le iscrizioni e le medaglie,
-fonte di preziose cognizioni storiche e civili; tanto
-che i maggiori eruditi v'attesero, nè avvi forse città,
-di cui i numismi e le epigrafi non abbiano avuto un
-illustratore particolare.
-</p>
-
-<p>
-Le iscrizioni d'Italia alcune sono nelle lingue prische,
-alcune in greco, le più in latino. Delle italiche tocchiamo
-nel parlare de' primordj della nostra civiltà (V. Appendice
-II); e ad esse si riduce quanto ci arrivò di scritto
-intorno a quella. Le greche più antiche stanno sopra
-vasi; e sopra uno grossolano, trovato a Centorbi in
-Sicilia, si ha una scrittura a bustrofedon, cioè andando
-da sinistra a destra poi da destra a sinistra come fa
-<span class="pagenum" id="Page_433">[433]</span>
-il bue arando, creduta anteriore fin all'iscrizione Sigea<a class="tag" id="tag389" href="#note389">[389]</a>.
-De' tempi successivi ne abbondano i paesi
-della Magna Grecia e della Sicilia. Qualcheduna è bilingue,
-come nel monumento greco-latino di Eraclea
-ne' Lucani, ove si fa memoria che, rivendicatosi un
-fondo appartenente al dio Bacco, gli agrimensori posero
-i termini, e lo divisero in quattro porzioni, rilasciate a
-vita a quattro privati, che rendessero un canone annuo,
-aggiunto l'obbligo di piantar viti, ulivi, fabbricare
-capanne e stalle. Le greche tengono del dialetto dorico
-ne' paesi colonizzati dai Corintj, quali Siracusa, Camarina,
-Gela, Agrigento, Megara, Selinunte; e dello jonico
-in quelli derivanti dalla Calcide, come Nasso, Zancle,
-Gallipoli, Eubea, Mile, Leontini. Queste sono assai meno,
-pur bastanti a provare che ciascun paese scriveva come
-parlava; tanto più che a Taormina se ne leggono d'ambo
-i dialetti, perchè la città d'origine calcidica ricevette
-poi colonie siracusane. Non così può dirsi delle romane,
-che, in qualunque paese siano, non si discernono per
-lingua; attesochè i cittadini, sparsi per ogni lido, teneansi
-a norme uffiziali per ogni atto, e così per la
-lingua. Nell'espressione seguono le vicende de' tempi,
-incondite le prime, poi sempre più eleganti, infine irte
-di neologismi e barbarismi, e che tutte insieme presentano
-una portentosa ricchezza, perocchè il campo dell'epigrafia
-latina estendesi quanto l'antico impero, cioè
-dall'Africa sin alla Bretagna, e dall'Oceano sino al
-lembo dell'India.
-</p>
-
-<p>
-Infinite occasioni si presentavano da voler eternare
-con epigrafi; consacrazioni e invocazioni di divinità,
-voti, processioni, dediche o sacrifizj, are, sacerdoti,
-magistrati civili o militari, dignità conferite, applausi,
-vittorie in guerra o ne' giuochi, trionfi, benemerenze di
-<span class="pagenum" id="Page_434">[434]</span>
-parenti o di benefattori, ricordi mortuarj. Ai monumenti
-si poneva un'iscrizione, che, oltre commemorativa,
-era encomiastica o storica: le più vanno semplici,
-perfino nell'adulazione: talvolta le funerarie sono
-anche affettuose. Vi si univano figure rappresentanti
-l'arte del defunto, come il deschetto e le scarpe sulla
-lapide di un calzolajo a Milano; e una fabbrica di pane
-nel monumento di Euriface fornajo, scoperto a Roma
-il 1838 fra le porte Prenestina e Labicana.
-</p>
-
-<p>
-Quanto lume dalle iscrizioni potesse trarsi per la
-storia lo videro già il Petrarca e Cola Rienzi; poi rinato
-il genio dell'erudizione nel secolo xv, se ne trascrissero
-d'ogni parte in collettanee particolari, o si radunarono
-gli apografi stessi. Nacquero così i musei, poco usati
-dagli antichi, pei quali l'arte rimaneva intimamente
-collegata alla vita, per modo che i capolavori si trovano
-ne' palazzi, nelle terme, nelle basiliche, nelle ville, principalmente
-nei tempj, dove <i>mistagogi</i>, noi diremmo
-ciceroni, mostravano le rarità e narravano le tradizioni
-relative a quelle. Nel portico di Ottavia eransi adunate
-molte statue: ne' circhi si ornava la spina con statue,
-obelischi, vasi tolti in diversi luoghi; e ad un museo
-poteva somigliarsi la villa d'Adriano a Tivoli. Neppur
-allora mancavano ciarlatanerie ed imposture: Plinio
-ricorda che a Roma furono portate da Joppe le ossa
-dell'orca marina a cui rimase esposta Andromeda, e il
-sasso dov'erano infisse le catene con cui essa fu legata;
-Procopio descrive la nave con cui Enea approdò in
-Italia, quale conservavasi a Roma.
-</p>
-
-<p>
-Per iscrizioni il museo più ricco è il Capitolino: ma
-non v'è quasi città che non ne possieda alcuno; e ne
-fecero la descrizione Scipione Maffei per Verona, il
-Rivautella per Torino, il Guasco pel Capitolino, il Gori
-per la Toscana, il Malvasia per Bologna, Olivieri per
-Pesaro, Morisani per Reggio, Bianchi per Cremona,
-<span class="pagenum" id="Page_435">[435]</span>
-Noris per Pisa, Labus per Mantova e Brescia, Boldetti
-e Lupi per le epigrafi cristiane, e così altri, e più insigne
-di tutti Ennio Quirino Visconti. A Palermo fin dal 1580
-decretava il senato di affiggere al suo palazzo le epigrafi
-che si trovassero, meglio disposte poi nell'interno
-cortile, e illustrate dal Torremuzza; a Catania fece
-altrettanto il principe di Biscari: altri a Messina, Siracusa,
-Agrigento. Il quale Torremuzza, dopo altri, diede <i>Siciliæ
-et objacentium insularum veterum inscriptionum
-nova collectio</i>, 1784. Infine vennero il Muratori col <i>Tesoro</i>
-delle iscrizioni, l'Orelli a Zurigo colla raccolta di oltre
-cinquemila bene scelte e ben lette, e Carlo Zell con un
-manuale (Eidelberga 1850) utilissimo perchè di piccola
-mole; ed ora a Berlino sono radunate e classificate tutte
-le antiche, colle tante che vengono in luce ogni giorno.
-</p>
-
-<p>
-Nelle monete, non considerandole qui che dal solo
-aspetto artistico, oltre la materia, sono a notarsi la
-grandezza o modulo, il tipo, l'iscrizione. Qualche moneta
-triangolare, rettangola, romboidale offrono i popoli
-dell'Italia centrale; alcuna ovale è forse dovuta a
-negligenza del fonditore; le più sono rotonde; nella
-Magna Grecia non ne mancano di concave, a guisa di
-coppe; quelle di Siracusa tirano allo sferico. L'ordinaria
-materia sono l'oro, l'argento, il rame o il bronzo. Le
-più antiche di Sicilia sono d'argento, seguono quelle di
-rame, ultime le auree, appartenenti le più a Siracusa,
-altre a Gela, Agrigento, Taormina; alcune d'oro a
-Palermo portano lo stemma punico: Dionigi ne fece di
-stagno<a class="tag" id="tag390" href="#note390">[390]</a>. Alcune sono di bronzo e piombo rivestite
-poi di foglia d'oro o d'argento (<i>bracteatæ</i>): alcune son
-liscie tutte, salvo un piccolo tipo stampato nel centro:
-altre con orlo di metallo più fino <i>contorniatæ</i>. I medaglioni
-<span class="pagenum" id="Page_436">[436]</span>
-forse non batteansi che per onoranza o per
-fregiare qualche divinità o per ricompensa in guerra,
-benché, passata l'occasione, entrassero anch'esse in
-commercio. I tre sovrintendenti alla zecca in Roma
-erano intitolati <span class="smcap lowercase">AAAFF</span>, cioè <i>auro, argento, ære fundendo
-feriundo</i>, dai tre metalli che s'adopravano, e dai
-due processi di fondere il metallo in una forma vuota
-portante le due impronte, o di fondere soltanto la botella,
-per improntarla stringendola fra due morsi d'una
-tenaglia, o battendola con un punzone.
-</p>
-
-<p>
-Prima ancora delle iscrizioni, sulle monete ponevasi
-un tipo od emblema, che poi si conservò sempre sul
-rovescio, sanzionato dalla pubblica autorità; fosse l'effigie
-del principe, o la figura simbolica della città, o lo
-stemma di questa, molte volte parlante, cioè figurante
-un oggetto, il cui nome somigliasse a quello della città.
-Le tre gambe disposte a triangolo significano la Sicilia,
-il petroselino per Selinunte, il granchio (ἄκραγας) per
-Agrigento, un gomito (ἅγχων) per Ancona, un muso di
-leone per Leontini, la luna per Populonia (<i>popluna</i>), un
-toro per Turio, per Camarina il <i>chamærops humilis</i>, cioè
-la piccola palma. Nel tipo s'incontrano spesso Vittorie
-alate in commemorazione d'una battaglia o d'un giuoco
-vinto; talora l'effigie del fiume vicino, come l'Aretusa
-pe' Siracusani, l'Ippari per Camarina, l'Amenano per
-Catania; ovvero del dio o dell'eroe titolare, come Ercole
-per Crotone, o di qualche cittadino illustre, come
-Timoleone pei Siracusani; sulle monete della Magna
-Grecia frequenta il bove colla testa umana, quanto i
-rostri sulle prime romane.
-</p>
-
-<p>
-Fra le allegorie in queste la più frequente è la
-Vittoria, poi la Salute, o la Pietà, o Roma cogli
-attributi di Minerva. Nel chinare della repubblica
-crescono i tipi storici, talchè colle monete possono
-accompagnarsi gli eventi e poetici e positivi; e non
-<span class="pagenum" id="Page_437">[437]</span>
-esprimendo capricci d'individui, ma idee nazionali, vi
-s'indaga la storia de' costumi e delle opinioni, viepiù
-preziosi degli altri monumenti perchè non soffersero
-mutilazioni nè restauri. Spesso vi sono aggiunti altri
-tipi, variatissimi e a capriccio, principalmente nelle
-monete delle famiglie: e da settantamila ne conoscono
-i numismatici. Le spintrie ostentano le lascivie di Tiberio
-a Capri.
-</p>
-
-<p>
-Sotto i consoli, ed anche imperante Augusto, i triumviri
-monetarj poteano scolpire i proprj nomi sulle monete,
-che perciò diconsi di famiglia; e ne' tipi di queste
-compajono spesso figure allusive al nome loro, Pan pei
-Pansa, un vitello pei Vitellj, un martello per Malleolo,
-le muse per Musa, un fiore per Aquilejo Floro, un
-Giove cornuto pei Cornificj. Delle città alcune continuarono
-a porre il nome e il tipo proprio sulle monete,
-anche dopo sottoposte a Roma. Sotto gl'imperatori non
-s'improntò più che l'effigie di questi; ma sul rovescio
-vedesi sc, il che fece credere che la monetazione fosse
-spettanza del senato. Bensì gl'imperatori vi posero anche
-l'effigie delle sorelle, delle mogli, delle figliuole loro, e
-di parenti naturali o adottivi.
-</p>
-
-<p>
-Al basso della medaglia, cioè nell'esergo, viene indicato
-il luogo ove furono battute; roma e romano si ha
-in moltissime anche forestiere, che forse faceansi a
-Roma; poi nel Basso Impero <span class="smcap lowercase">COMO</span> o <span class="smcap lowercase">COMOB</span>, che probabilmente
-significa <span class="smcap lowercase">CO</span><i>stantinopoli</i> <span class="smcap lowercase">M</span><i>oneta</i> <span class="smcap lowercase">OB</span><i>signata</i>.
-</p>
-
-<p>
-La Sicilia è uno dei primi paesi di cui abbiansi monete,
-come se ne hanno le più belle e la maggior varietà,
-ogni città adoprandovi tipi distinti, secondo il genio
-municipale dei Greci. Le antichissime sono di Messina,
-e alcune anteriori al 560 avanti Cristo, e forse fino del
-620. Filippo Paruta segretario del senato di Palermo
-diede pel primo in luce il medagliere siciliano nel 1612;
-ma la descrizione che dovea seguirvi, andò perduta.
-<span class="pagenum" id="Page_438">[438]</span>
-Alle imperfezioni di quello supplirono Leonardo Agostini,
-Marco Meyer, Sigeberto Hauercamp, il principe
-di Torremuzza, infine Federico Munter<a class="tag" id="tag391" href="#note391">[391]</a>. Della sola
-Siracusa il Torremuzza pubblicò trentasei monete d'oro,
-censessantatre d'argento, cenquarantanove di bronzo;
-e un buon terzo se ne aggiunsero dipoi.
-</p>
-
-<p>
-Le prische monete italiche sono i nummi librali o
-<i>æs grave</i>, rotonde, a lente, con rilievo d'ambo i lati, e
-che indicavano e il peso e il valore d'un asse. Sono
-speciali dell'Italia, ma vi mancano segni per discernere
-a qual città appartengano, e i tipi rappresentano un
-cavallo, un delfino, una lira, un elefante, una troja, una
-testa di Giunone o di Cerere o dei Dioscuri, Romolo
-e Remo colla lupa, una Vittoria sulla quadriga, o simili.
-Quando Roma battè o piuttosto fece battere nella Campania
-denaro proprio, vi adoperò il tipo nazionale del
-Giano bifronte e la prora di nave. Plinio vorrebbe che
-<span class="pagenum" id="Page_439">[439]</span>
-solo nel 485 si battessero monete d'argento: il che
-vuol forse significare che quell'anno se ne ponessero le
-fabbriche. Fin a Pompeo Magno ben poco oro fu coniato.
-</p>
-
-<p>
-Gli avanzi di belle arti, guasti come sono dal tempo
-e dai casi, e disgiunti da quelle minute particolarità il
-cui accordo cresce significazione all'insieme, eran ben
-lontani dal porgere adequata idea di ciò che allora
-fossero le arti, la ricchezza, l'edilizia, e dal rivelare gli
-usi della vita pubblica e privata, imperfettamente dinotati
-dagli scrittori, che, come in cosa nota, s'accontentano
-di allusioni. Per compiere l'istruzione, città intere
-uscirono dal sepolcro. Il Vesuvio, che in tempi anteriori
-ad ogni memoria avea vomitato fiamme, tacque
-per secoli, finchè, imperante Tito, rinnovò le sue eruzioni,
-colle quali più non cessò di minacciare i deliziosi
-contorni di Napoli. In quella prima rovina, fra altre
-borgate e ville, rimasero sepolte Ercolano e Pompej.
-<span class="pagenum" id="Page_440">[440]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ancor più che le lave e i lapilli, sedici secoli n'aveano
-cancellata la memoria, quando Emanuele di Lorena
-principe di Elbeuf, nel 1713, udito che un del paese
-avea tratto alcuni marmi da un pozzo, comprò il diritto
-di farvi scavi. Il pozzo dava appunto sopra il teatro di
-Ercolano, e ne cavò un Ercole, una Cleopatra, e sette
-altre statue, che spedite subito in Francia, destarono la
-meraviglia. Continuando, ebbe finissimi marmi d'Africa,
-poi scoperse un tempio rotondo con ventiquattro colonne
-e altrettante statue in giro. Carlo III di Napoli
-ricomprò da esso principe quello spazzo, e sterrando
-acquistò la certezza d'avere scoperta una città. Ma su
-questa venti metri di lava eransi induriti, e sopra edificate
-Portici e Resina, che sarebbonsi dovute demolire
-co' regj loro palazzi. Forza fu dunque limitarsi a parziali
-escavazioni, e da ciascuna di esse trarre quel che
-si poteva, indi colmare di nuovo i vuoti per non iscalzare
-le città.
-</p>
-
-<p>
-Anticaglie d'ogni genere uscirono così; affreschi,
-quadri, vasi, bassorilievi, fregi, rabeschi, le statue
-equestri dei consoli Nonio e Balbo, bronzi, tripodi,
-lampade, pàtere, candelabri, altari, istrumenti di musica
-e di chirurgia, che formarono una ricchezza non rara
-ma unica del museo Borbonico. Molti estesi edifizj si
-riconobbero, tempj, un teatro, il fôro: tra il resto una
-bella casa di campagna, con giardino che stendeasi fin
-al mare, abbellito d'una peschiera che terminava in
-semicircolo alle due estremità; attorno ad essa scompartimenti
-come d'ajuole; e tutto circondato da colonne
-di mattone intonacate di gesso, su cui appoggiavano
-travi, infisse nel muro di cinta, formando così attorno
-allo stagno una pergola, sotto cui erano divisioni or
-triangolari ora a semicircolo, per lavare e per bagnarsi.
-Fra le colonne sorgeano busti di marmo e statue muliebri
-di bronzo, alcune grandi al vero, della fusione
-<span class="pagenum" id="Page_441">[441]</span>
-più perfetta: un canaletto d'acqua lambiva il muro di
-cinta. Annessa era la camera dove si trovarono i
-famosi rotoli di papiro, che svolti con ingegnosissima
-lentezza, ci regalano tratto tratto qualche novità, ma
-nulla finora d'importante; e ciò ch'è notevole, un
-solo è in latino, frammento d'un poema sulla guerra
-di Azio. Le sei danzatrici, il Fauno dormente, il Mercurio,
-sei busti creduti de' Tolomei, altri di Platone,
-Archita, Saffo, Democrito, Scipione Africano, Silla,
-Lepido, Cajo e Lucio Cesare, Augusto, Livia, Claudio
-Marcello, Agrippina minore, Caligola, Seneca, due
-incogniti, due daini, varie figurine, l'Omero, l'Aristide
-ch'è delle migliori statue antiche, due busti di Bacco
-indiano, il preteso Silla, il Satiro colla capra, tutti di
-marmo, si trovarono in questo giardino, che pure
-apparteneva ad un filosofo privato. La Pallade, scoperta
-ad Ercolano stesso e dell'età di Fidia, va ben
-innanzi ai marmi eginetici; antichissima è pure l'Artemisia,
-che l'esser fatta di marmo di Carrara ci lascia
-supporre eseguita in Italia<a class="tag" id="tag392" href="#note392">[392]</a>.
-</p>
-
-<p>
-In quel medesimo torno di tempo, l'aratro d'un villano
-urtò contro una statua di bronzo, e questa diede
-spia dell'altra città di Pompej<a class="tag" id="tag393" href="#note393">[393]</a>. Lapilli e ceneri la
-<span class="pagenum" id="Page_442">[442]</span>
-ricoprono, talchè poco a poco ella potrà ritornarsi
-intiera alla luce: per non nuocere a tanti fini lavori
-e perchè nulla vada perduto, lenti procedono gli scavi,
-ma è già scoperta la regione principale, con due teatri,
-un tempio d'Iside, uno d'Esculapio, uno greco, una
-porta della mura colla via delle tombe, il fôro, la
-basilica; in breve spazio raffittiti edifizj, che oggi basterebbero
-ad una grande città. All'altra estremità è
-l'anfiteatro; e mura pelasgiche la circondano.
-</p>
-
-<p>
-Le case si somigliano per distribuzione e ornamenti;
-a uno o due piani; camerette di appena tre in quattro
-metri, alte da cinque a sei, malagiate di comunicazioni
-e disimpegni, con poche finestre, simili a feritoje,
-eccetto quelle che danno sul giardino, e che forse erano
-serbate alle donne. I cortiletti sono cinti da portici,
-anche nelle abitazioni di minore importanza, onde godervi
-il rezzo. Negli appartamenti non usavasi legname
-alle costruzioni, eccettochè per le imposte alle finestre
-e alle porte; pavimenti a musaico; soffitta e pareti con
-medaglioni di stucco, e con pitture e musaici, rappresentanti
-vivande, libri, utensili, mobili, storie, secondo
-il genio e l'arte del padrone. Quella del poeta tragico,
-sullo spazio di quindici metri in largo e del doppio in
-lungo, è divisa in diciannove membri, compreso l'atrio:
-il musaico alla soglia rappresenta un mastino alla catena
-coll'iscrizione <i>cave canem</i>. Dal corridojo passi nell'atrio,
-cortile scoperto, adorno ai quattro lati di pitture, tratte
-dall'Iliade o allusive ad arte drammatica: all'intorno
-camere pe' forestieri, anch'esse a dipinti, spesso osceni:
-rimpetto all'ingresso il tablino, o sala di ricevimento,
-porta la figura d'un poeta tragico che declama a due
-astanti, mentre sul pavimento a musaico è figurata la
-<span class="pagenum" id="Page_443">[443]</span>
-prova d'un'opera; esecuzione squisitissima. Vi succede
-il peristilio o seconda corte aperta, in cui un giardinetto
-cinto da portico di sette colonne doriche, esso pure
-dipinto. Al fondo sta il larario o cappella domestica,
-con un graziosissimo Fauno di bronzo; a manca un
-gabinetto di riposo, con Diana, Narciso al fonte e Amore
-che pesca; un'altra cameretta è a paesi e marine, e sul
-muro principale sta dipinta una schiera di libri, che il
-tragico forse non possedeva se non col desiderio. In
-faccia trovate l'esedra, o sala di conversazione, decorata
-di ballerine, di frutti e d'animali, con Leda, Arianna
-abbandonata, il sacrifizio d'Ifigenia: da canto la cucinetta
-con tutti gli attrezzi dipinti, oltre i reali, comunica
-col triclinio anch'esso pitturato: di sopra era il gineceo.
-</p>
-
-<p>
-Direste che quelle case jeri appena sieno state deserte.
-Nel tempio d'Iside hai disposti gli utensili delle cerimonie;
-gli scheletri dei sacerdoti, sorpresi tra quelle,
-ancor portavano gli abiti pontificali; i carboni stanno
-sull'altare; e candelabri, lampade, patere per le libazioni,
-lettisternj per la dea, purificatoj ornati a stucco,
-e un capace vaso di bronzo colle ceneri dell'ultimo
-olocausto, miste al grasso delle vittime. Ancora l'insegna
-invita al fondaco del mercante; leggendo alla soglia la
-voce salve, credi udirla dal padrone, cui il motto ben
-augurato non preservò; là pozzi in mezzo alla via, qua
-cloache sboccanti al mare; sull'angolo d'un crocicchio
-una spezieria coll'insegna del serpe che morde un pomo;
-altrove un altare coll'aquila di Giove, esposti in vendita;
-l'uffizio d'un pubblico pesatore; gli spacci di bevande
-calde, corrispondenti ai nostri caffè; altrove una casa
-di bordello, indicata da priapi e dal motto <span class="smcap lowercase">HIC FELICITAS</span>,
-che rivela una filosofia gaudente<a class="tag" id="tag394" href="#note394">[394]</a>. I pani hanno il
-marchio del fornajo; alcuni non cotti ancora, altri già
-<span class="pagenum" id="Page_444">[444]</span>
-rotti; nel pistrino hai macine singolari; nella madia
-preparata la farina col lievito; nel forno una torta entro
-la sua tegghia; altrove, fave, noci, olio, vino in fiaschi
-col nome dei consoli e che non doveva esser bevuto;
-biche di grano, il quale piantato spigò dopo mille settecento
-anni di sonno vitale. Entri negli appartamenti
-delle signore? eccoti scarpe<a class="tag" id="tag395" href="#note395">[395]</a>, spilli, aghi, ditali,
-forbici, gomitoli, rocche, oricanni di balsami, e gli
-arnesi onde anche oggi si accresce o ripara la bellezza,
-e monete forate che recavansi al collo; in altre parti,
-dadi da giocare, palle e balocchi da fanciulli. Ma in
-tante abitazioni, non carta, non libri.
-</p>
-
-<p>
-S'una casa, poco lungi dalla porta, leggesi in rosso
-il nome di Sallustio, lo storico che qui appunto aveva
-una villa: colà l'<i>album</i> ove si affiggevano i decreti
-de' magistrati, gli annunzj di vendite, aste e simili:
-dentro era un portento di quadri, marmi rosei, musaici,
-anfore, vasi d'immenso prezzo. La via del sobborgo,
-spaziosa e allineata, fiancheggiano case di campagna,
-tombe, sedili di pietra, ove gli abitanti venivano sulla
-sera fra i sepolcri degli amici e dei parenti per respirare
-il fresco e osservare i viandanti. Nel sobborgo
-sorgea la villetta, di cui tanto Cicerone si compiaceva;
-e là presso quella del liberto Diomede, benissimo
-conservata, colla porta aprentesi sopra un verone e
-<span class="pagenum" id="Page_445">[445]</span>
-fiancheggiata da due colonne; cortile quadrato, cinto da
-portici a colonne, sotto cui si aprivano gli appartamenti.
-</p>
-
-<p>
-Non v'è abitare, ove non si trovino pitture. Queste
-sono opera di quadratarj o imbianchini, ma probabilmente
-riproducono tavole famose; e certamente l'Ercole
-fanciullo e il sacrifizio d'Ifigenia sono desunti da quelli
-di Zeusi, come dalla scuola corintia proviene l'Achille
-in Sciro. Le pitture di Pompej restano quasi gli unici
-monumenti per giudicare dell'arte pittorica presso i
-Greci, ma ristrette in cento anni quanto all'esecuzione,
-mentre pei soggetti recano fin ai tempi alessandrini, e
-sempre con pose tranquille, figure non aggruppate,
-fondo d'un sol colore, e poche linee prospettiche. Anche
-qualche capolavoro doveva esser copiato a musaico;
-e quello che serviva di pavimento a un triclinio, e che
-figura la battaglia fra Alessandro Magno e Dario, è il
-pezzo più insigne che l'antichità ci tramandasse<a class="tag" id="tag396" href="#note396">[396]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Nè minor fasto spiegavasi nelle tombe<a class="tag" id="tag397" href="#note397">[397]</a>. In
-quella eretta da Tuche vivente pei liberti e le liberte
-sue, sotto al ritratto di essa vedi l'iscrizione e un bassorilievo,
-portante da una faccia la famiglia, dall'altra
-l'effigie de' magistrati municipali; accanto sta scolpita
-una barca, simbolo del passaggio; e daccosto è il
-triclinio pei pasti funerei<a class="tag" id="tag398" href="#note398">[398]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_446">[446]</span>
-</p>
-
-<p>
-Se tale era una città di provincia, si argomenti qual
-dovette essere la metropoli. Pure ammirando la magnificenza
-e il gusto, abbiam molto a congratularci delle
-<span class="pagenum" id="Page_447">[447]</span>
-maggiori comodità odierne. Gabinetti di meraviglioso
-lavoro mancavano di luce, ed era bujo quello a Roma
-da cui uscì il gruppo del Laocoonte: gl'illuminavano
-<span class="pagenum" id="Page_448">[448]</span>
-lampade di elegantissime forme, ma dove neppur si era
-introdotta la corrente doppia, talchè affumicavano le
-volte. Se stupende strade erano destinate a trasportare
-e trasmettere le contribuzioni agli eserciti, mancavasi
-però di quelle tante, che oggi mettono in comunicazione
-ogni minimo villaggio. Le vie di Roma furono sempre
-anguste e montuose<a class="tag" id="tag399" href="#note399">[399]</a>; quelle interne di Pompej sono
-strette, allagate dalla pioggia, senza fogne. Indarno poi
-vi cercheresti uno spedale, un albergo de' poveri; e la
-plebaglia doveva essere confinata in catapecchie, che
-non resistettero al tempo, e disgiunte dalle abitazioni
-civili. Le camere stesse de' ricchi sono bugigattoli senza
-<span class="pagenum" id="Page_449">[449]</span>
-aria nè luce, nè bellezza di specchi e di finestre: i
-ginecei delle donne somigliano a prigioni. Eleganti i
-sedili e i letti ma duri; senza molle nè cinghie i carri,
-del resto ben rari, come lo prova l'angustia delle
-strade: ivi non lampioni per la notte, non pompe da
-aspirar l'acqua, non difese contro la pioggia e i fulmini,
-non tovagliuoli nè forchette a tavola, neppur bottoni o
-occhielli al vestito; non carte geografiche o bussola i
-viaggiatori, non colori a olio i pittori. Che diremo dell'infima
-classe priva di quelle innumerevoli comodità
-oggimai a nessuno negate, libri, quadri, oriuoli, vesti
-di seta, camini, acquajuoli, zuccaro e caffè, stoviglie
-ben verniciate, biancheria che dispensi dalla frequenza
-de' bagni, e macchine che scusino le più dure fatiche,
-e libertà di spendere come si voglia il denaro acquistato
-con libero lavoro?
-</p>
-
-<p>
-Ammiriamo dunque, ma non invidiamo il passato,
-e figuriamoci che l'età dell'oro, se pur è sperabile, sta
-davanti a noi, non dietro, per quanto sia vero che per
-arrivare al desiderato avvenire conviene afforzarsi nella
-scuola del passato.
-</p>
-
-<p class="pad2 center large">
-FINE DEL TOMO TERZO
-</p>
-
-<div class="somm">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_451">[451]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="indice" href="#indfront">
-INDICE</a></h2>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td class="cap"><span class="smcap">Capitolo</span></td> <td>&nbsp;</td> <td><i>pag.</i></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXXI.</td> <td>Il secolo d'oro della letteratura latina</td> <td class="pag"><a href="#cap31">1</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXXII.</td> <td>Tiberio</td> <td class="pag"><a href="#cap32">79</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXXIII.</td> <td>Un imperatore pazzo, uno imbecille, uno artista</td> <td class="pag"><a href="#cap33">92</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXXIV.</td> <td>Prosperità materiale e depravazione morale. Lo stoicismo</td> <td class="pag"><a href="#cap34">118</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXXV.</td> <td>La redenzione</td> <td class="pag"><a href="#cap35">183</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXXVI.</td> <td>Galba. — Otone. — Vitellio</td> <td class="pag"><a href="#cap36">207</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXXVII.</td> <td>I Flavj</td> <td class="pag"><a href="#cap37">217</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXXVIII.</td> <td>Imperatori stoici</td> <td class="pag"><a href="#cap38">235</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXXIX.</td> <td>Gli Antonini</td> <td class="pag"><a href="#cap39">252</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XL.</td> <td>Economia pubblica e privata sotto gli Antonini</td> <td class="pag"><a href="#cap40">272</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XLI.</td> <td>Coltura de' Romani. Età d'argento della loro letteratura</td> <td class="pag"><a href="#cap41">304</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XLII.</td> <td>Belle arti. Edilizia</td> <td class="pag"><a href="#cap42">392</a></td>
- </tr>
-</table>
-
-<hr />
-</div>
-
-<div class="footnotes">
-
-<h2>
-NOTE:
-</h2>
-
-<div class="footnote" id="note1">
-<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Orazio, Ep. <span class="smcap lowercase">II</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note2">
-<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Græcia capta, ferum victorem cepit, et artes</i></p>
-<p class="i01"><i>Intulit agresti Latio</i>...</p>
-<p class="i01"><i>Serus enim græcis admovit acumina chartis.</i></p>
-<p class="i15"> Ep. <span class="smcap lowercase">II</span>. 1.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-(*) Mommsen vorrebbe che i versi fescennini e le atellane
-fossero detti non dalle distrutte città di Fescennio e Atella, ma
-dal porsi in queste città la scena delle commedie, affine di satirizzare
-senza incorrere le gravi pene comminate a chi ingiuriasse
-un cittadino romano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note3">
-<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. <span class="smcap lowercase">VII</span>, cap. 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note4">
-<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Plauto nel prologo del <i>Trinummo</i> dice: <i>Plautus vortit barbare</i>;
-e <i>barbarica lex</i> chiama la romana nei <i>Captivi</i>; e <i>Barbaria</i>
-l'Italia nel <i>Penulo</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note5">
-<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Vates</i> da <i>fari</i>, come Fauni; ed è comune alle genti il
-chiamare sè parlanti, e muti gli stranieri.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note6">
-<p><span class="label"><a href="#tag6">6</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Orazio</span>, Ep. <span class="smcap lowercase">II</span>. 1; <span class="smcap">Tacito</span>, <i>Ann.</i>, <span class="smcap lowercase">XIV</span>. 21.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note7">
-<p><span class="label"><a href="#tag7">7</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Singolarmente un Rintone da Taranto, modello di Lucilio,
-e inventore d'una non sappiamo quale specie di commedia
-(<span class="smcap">Lydus</span>, <i>De magistratibus rom.</i>, <span class="smcap lowercase">I</span>. 41). Forse era quella che a
-Roma dicevasi <i>Rintonica</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note8">
-<p><span class="label"><a href="#tag8">8</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ciò risulta da Diomede, <span class="smcap lowercase">III</span>. 488, nella collezione di
-Putsch.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note9">
-<p><span class="label"><a href="#tag9">9</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Munck, <i>De atellanis fabulis</i>, pag. 52, crede Strabone s'ingannasse
-sull'<i>osce loqui</i>, volendo questo dire non che si servissero
-della lingua osca, ma che parlavano <i>oscamente</i>, cioè rusticamente.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note10">
-<p><span class="label"><a href="#tag10">10</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Martino Hertz, in una memoria stampata a Berlino il
-1854, sostiene che deva dirsi Tito Maccio Plauto, nè altrimenti
-pensano l'editore di Plauto Ritschl e Lachmann; così trovando
-in un palinsesto. Non pare abbiano ragione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note11">
-<p><span class="label"><a href="#tag11">11</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per esempio:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Obsequium amicos, veritas odium parit.</i></p>
-<p class="i01"><i>Amantium iræ amoris integratio est.</i></p>
-<p class="i01"><i>Homo sum; humani nihil a me alienum puto.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note12">
-<p><span class="label"><a href="#tag12">12</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Atque ideo hoc argumentum græcissat, tamen</i></p>
-<p class="i01"><i>Non atticissat, verum at sicilissat.</i></p>
-<p class="i10"> Prologo dei <i>Menæchmi</i>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Anche Cicerone (<i>Divin. in Verrem</i>) rinfacciava a Cecilio, suo
-competitore, d'avere imparato le greche lettere non in Atene ma
-al Lilibeo, le latine non a Roma ma in Sicilia. Ciò proveniva
-dall'usarsi nell'isola e il latino e il greco, il che guastava entrambe
-le lingue; e forse più il commercio co' Cartaginesi.
-</p>
-
-<p>
-Nel vol. <span class="smcap lowercase">III</span> delle <i>Memorie sulla Sicilia</i> è inserita una dissertazione
-di Giuseppe Crispi «intorno al dialetto parlato e scritto
-in Sicilia quando fu abitata dai Greci», corredata di esempj
-che scendono fino alla dominazione normanna, cioè al sottentrare
-dell'italiano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note13">
-<p><span class="label"><a href="#tag13">13</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Anche Terenzio alcuni pretendono sia scritto in prosa;
-tante sono le licenze a cui bisogna ricorrere per ridurlo a versi
-giambi trimetri, cioè di sei piedi, nei quali la sola regola che
-<i>quasi sempre</i> egli osserva è di finire con un giambo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note14">
-<p><span class="label"><a href="#tag14">14</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lo snodarsi ordinario degli intrecci col ricomparire d'un
-personaggio creduto morto, o col far riconoscere un padre o un
-figlio, trovava giustificazione fra gli antichi dall'abitudine di
-esporre i bambini e ridurre schiavi i prigioni di guerra, dalle
-frequenti rapine de' corsari, e dalle scarse comunicazioni fra'
-paesi. Quanto agli a parte e alla doppia azione, restavano
-meno sconci per la vastità dei teatri, e perchè la scena per lo
-più rappresentava una piazza, cui molte strade metteano capo.
-</p>
-
-<p>
-Di Terenzio cantava Cesare:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Tu quoque, tu in summis, o dimidiate Menander,</i></p>
-<p class="i01"><i>Poneris, et merito, puri sermonis amator;</i></p>
-<p class="i01"><i>Lenibus atque utinam scriptis adjuncta foret vis,</i></p>
-<p class="i01"><i>Comica ut æquato virtus polleret honore</i></p>
-<p class="i01"><i>Cum Græcis, neque in hac despectus parte jaceres!</i></p>
-<p class="i01"><i>Unum hoc maceror, et doleo tibi deesse, Terenti.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Sebbene la frase <i>vis comica</i> sia divenuta vulgata, inclino a credere
-che il terzo e quarto verso vadano punteggiati come ho
-fatto, unendo il <i>comica</i> a <i>virtus</i>. Vedasi tom. <span class="smcap lowercase">I</span>, pag. 364.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note15">
-<p><span class="label"><a href="#tag15">15</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Quod si personis iisdem uti aliis non licet,</i></p>
-<p class="i01"><i>Qui magis licet currentes servos scribere,</i></p>
-<p class="i01"><i>Bonas matronas facere, meretrices malas,</i></p>
-<p class="i01"><i>Parasitum edacem, gloriosum militem,</i></p>
-<p class="i01"><i>Puerum supponi, falli per servum senem,</i></p>
-<p class="i01"><i>Amare, odisse, suspicari? Denique</i></p>
-<p class="i01"><i>Nullum est jam dictum quod non dictum sit prius.</i></p>
-<p class="i12"> Prologo dell'<i>Eunuco</i>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ecco l'intreccio di tutte le commedie.
-</p>
-
-<p>
-Sui comici latini porta questo giudizio Vulcazio Sedigito,
-vivente sotto gl'imperatori:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Multos incertos certare hanc rem vidimus</i></p>
-<p class="i01"><i>Palmam poetæ comico cui deferant.</i></p>
-<p class="i01"><i>Eum, meo judicio, errorem dissolvam tibi,</i></p>
-<p class="i01"><i>Ut, contra si quis sentiat, nihil sentiat.</i></p>
-<p class="i01"><i>Cæcilio palmam Statio do comico:</i></p>
-<p class="i01"><i>Plautus secundus facile exsuperat ceteros:</i></p>
-<p class="i01"><i>Dein Nævius qui fervet, pretio in tertio est:</i></p>
-<p class="i01"><i>Si erit quod quarto detur, dabitur Licinio:</i></p>
-<p class="i01"><i>Attilium post Licinium facio insequi;</i></p>
-<p class="i01"><i>In sexto sequitur hos loco Terentius:</i></p>
-<p class="i01"><i>Turpilius septimum, Trabea octavum obtinet:</i></p>
-<p class="i01"><i>Nono loco esse facile facio Luscium;</i></p>
-<p class="i01"><i>Decimum addo causa antiquitatis Ennium.</i></p>
-<p class="i09"> Presso <span class="smcap">A. Gellio</span>, <span class="smcap lowercase">XV</span>. 24.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Sembra non abbia voluto indicare che gli autori di commedie
-<i>palliatæ</i>, e perciò lasciasse daccanto persino Afranio, illustre
-nelle <i>togatæ</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note16">
-<p><span class="label"><a href="#tag16">16</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Poeta, cum primum animum ad scribendum appulit,</i></p>
-<p class="i01"><i>Id sibi negotii credidit solum dari</i></p>
-<p class="i01"><i>Populo ut placerent quas fecisset fabulas.</i></p>
-<p class="i11"> <span class="smcap">Terenzio</span>, prologo dell'<i>Andria</i>.</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i01">... <i>Eum esse quæstum in animum induxi maxumum,</i></p>
-<p class="i01"><i>Quam maxume servire vestris commodis.</i></p>
-<p class="i11"> Prologo dell'<i>Eautontimorumenos</i>.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note17">
-<p><span class="label"><a href="#tag17">17</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Perchè Roma non ebbe tragedie? Tale questione è magistralmente
-trattata da Nisard, <i>Etudes sur les mœurs et les poètes
-de la décadence</i>, a proposito di Seneca. — Lance (<i>Vindiciæ romanæ
-tragediæ</i>. Lipsia 1822) raccolse ben quaranta tragici romani. — Vedi
-pure <i>Tragicorum romanorum reliquiæ: recensuit
-Otto Ribbeck</i>. Lipsia 1852.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note18">
-<p><span class="label"><a href="#tag18">18</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Si quis populo occentassit, carmenve condisti, quod infamiam
-faxit flagitiumve alteri, fuste ferito.</i> Cicerone, <i>De republica</i>,
-dice: — Le XII Tavole avendo statuita la morte per
-pochissimi fatti, tra questi stimarono non doverne andar esente
-colui che avesse detto villanie, e composto versi in altrui infamia
-e vitupero. E ottimamente, perchè il viver nostro dev'essere sottoposto
-alle sentenze de' magistrati ed alle dispute legittime,
-non al capriccio de' poeti; nè dobbiamo udir villanie se non a
-patto che ci sia lecito il rispondere e difenderci in giudizio».
-Elegantissimamente Orazio soggiunge nella già più volte citata
-<i>Epistola</i> <span class="smcap lowercase">II</span>. 1:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Libertasque recurrentes accepta per annos</i></p>
-<p class="i01"><i>Lusit amabiliter, donec jam sævus apertam</i></p>
-<p class="i01"><i>In rabiem verti cœpit jocus, et per honestas</i></p>
-<p class="i01"><i>Ire domos impune minax. Doluere cruento</i></p>
-<p class="i01"><i>Dente lacessiti: fuit intactis quoque cura</i></p>
-<p class="i01"><i>Conditione super communi: quin etiam lex</i></p>
-<p class="i01"><i>Pœnaque lata, malo quæ nollet carmine quemquam</i></p>
-<p class="i01"><i>Describi. Vertere modum, formuline fustis</i></p>
-<p class="i01"><i>Ad bene dicendum, delectandumque redacti.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note19">
-<p><span class="label"><a href="#tag19">19</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Quando Cicerone fu richiamato in patria, Esopo tragico,
-recitando il <i>Telamone</i> di Azzio e cambiando poche parole, fece
-applauso a lui con questi motti: <i>Quid enim? Qui rempublicam
-certo animo adjuverit, statuerit, steterit cum Argivis... re dubia
-nec dubitarit vitam offerre, nec capiti pepercerit... summum animum
-summo in bello... summo ingenio præditum... O pater!...
-hæc omnia vidi inflammari... O ingratifici Argivi, inanes
-Graji, immemores beneficii!... Exulare sinitis, sinitis pelli, pulsum
-patinimi etc.</i>
-</p>
-
-<p>
-Nei giuochi Apollinari, avendo Difilo recitato questi versi,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Nostra miseria tu es magnus</i>...</p>
-<p class="i01"><i>Tandem virtutem istam veniet tempus cum graviter gemes</i>...</p>
-<p class="i01"><i>Si neque leges, neque mores cogunt</i>...,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-il popolo volle vedervi un'allusione a Pompeo, e costrinse l'attore
-a replicarli migliaja di volte; <i>millies coactus est dicere</i>.
-<span class="smcap">Cicerone</span>, <i>ad Attico</i>, <span class="smcap lowercase">II</span>. 19.
-</p>
-
-<p>
-Sotto Nerone, un attore dovendo pronunziare, <i>Addio, padre
-mio; addio, madre mia</i>, accompagnò il primo coll'atto del bere,
-il secondo coll'atto del nuotare, per alludere al genere di
-morte dei genitori di Nerone. Poi in un'atellana proferendo,
-<i>L'Orco vi tira pei piedi</i> (<i>Orcus vobis ducit pedes</i>), voltavasi verso
-i senatori.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note20">
-<p><span class="label"><a href="#tag20">20</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Erano Britanni quei che abbassavano, noi diremmo alzavano
-gli scenarj:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Vel scena ut versis discedat frondibus, utque</i></p>
-<p class="i01"><i>Purpurea intexti tollant aulæa Britanni.</i></p>
-<p class="i08"> <span class="smcap">Virgilio</span>, <i>Georg.</i>, <span class="smcap lowercase">III</span>. 24.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note21">
-<p><span class="label"><a href="#tag21">21</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Della critica di Acilio un bel saggio ci conservò A Gellio,
-intendendo mostrarcene la <i>simplicissima suavitas et rei et orationis</i>
-(<span class="smcap lowercase">XI</span>. 14): <i>Eundem Romulum dicunt ad cœnam vocatum, ibi
-non multum bibisse, quia postridie negotium haberet. Ei dicunt: — Romule,
-si istud omnes homines faciant, vinum vilius sit».
-Is respondit: — Immo vero carum, si quantum quisque volet,
-bibat; nam ego bibi quantum volui</i>». C'è bene da disgradare le
-<i>cronicacce di frati</i>, contro cui se la piglia Carlo Botta.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note22">
-<p><span class="label"><a href="#tag22">22</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Εἰ γὰρ, ἧς πάντες εὐχόμεθα τοῖς Θεοῖς τυχεῖν, καὶ πᾶν ὑπομένομεν
-ἱμείροντες αὺτῆς μετασκεῖν, καὶ μόνον τοῦτο τῶν νομιζομένων ἀγαθῶν
-ἀναμφισβήτητόν ἐστι παρ’ ἀνθρώποις (λέγω δὴ τὴν εἰρήνην) κ. τ. λ.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note23">
-<p><span class="label"><a href="#tag23">23</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ὅτι σφόδρα οἱ ̔Ρωμαῖοι φιλοτιμοῦνται δικαίους ἐνίστασθαι τοὺς
-πολέμους. <i>Framm.</i> <span class="smcap lowercase">XXXII</span>. 4. 5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note24">
-<p><span class="label"><a href="#tag24">24</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Anche Eumachio di Napoli avea descritto le geste di
-Annibale. Celidonio Errante ha un discorso sui difetti della primitiva
-storia siciliana, derivati dall'esserci giunta solo per frammenti;
-e suggeriva di supplirvi in qualche modo col radunare
-que' frammenti. Cominciò egli stesso l'opera nella <i>Biblioteca
-greco-sicula</i> (Palermo 1847), ove discorre di varj storici, quali
-Antioco, Temistogene, Filisto, Dicearco ed altri.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note25">
-<p><span class="label"><a href="#tag25">25</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Libros tuos conserva, et noli desperare eos me meos facere
-posse; quod si assequero, supero Crassum divitiis, atque omnium
-vicos et prato contemno.</i> Ad Attico, <span class="smcap lowercase">I</span>. 4. — <i>Bibliothecam tuam
-cave cuiquam despondeas, quamvis acrem amatorem inveneris:
-nam omnes vindemiolas eo reservo, ut illud subsidium senectuti
-parem.</i> Ivi, 10. E spesso ritocca la corda.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note26">
-<p><span class="label"><a href="#tag26">26</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De latinis (libris) quo me vertam nescio; ita mendose et
-scribuntur et veneunt.</i> <span class="smcap">Cicerone</span>, <i>ad Quintum</i>, <span class="smcap lowercase">III</span>. 5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note27">
-<p><span class="label"><a href="#tag27">27</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Fuvvi bibliotecario Giulio Igino, che scrisse delle api e
-degli alveari. Giulio Attico e Grecino trattarono della coltura
-delle viti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note28">
-<p><span class="label"><a href="#tag28">28</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Acad. Quæst.</i>, <span class="smcap lowercase">I</span>. 3: — Noi peregrini e quasi stranieri
-nella città nostra, i tuoi libri condussero, per così dire, a casa,
-talchè potessimo conoscere chi e dove fossimo. Tu l'età della
-patria, tu la descrizione dei tempj, tu la ragione delle cose
-sacre e dei sacerdoti, tu la disciplina domestica e la guerresca,
-tu la sede dei paesi e dei luoghi, tu ci mostrasti delle cose tutte
-umane e divine i nomi, i generi, gli uffizj, le cause, ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note29">
-<p><span class="label"><a href="#tag29">29</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Le etimologie di Varrone sono già derise da Quintiliano,
-<i>Inst. orat.</i>, <span class="smcap lowercase">I</span>. 6: <i>Cui non post Varronem sit venia? qui</i> agrum,
-<i>quod in eo</i> agatur <i>aliquid; et</i> graculos <i>quia gregatim volent,
-dictos Ciceroni persuadere voluit; cum alterum ex græco sit manifestum
-duci, alterum ex vocibus avium? Sed huic tanti fuit
-vertere, ut merula, quæ sola volat, quasi mera volans, nominaretur.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note30">
-<p><span class="label"><a href="#tag30">30</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Fra le sentenze di Varrone, alcune vengono opportune
-anche oggi, specialmente a coloro che l'erudizione antepongono
-a tutto.
-</p>
-
-<p>
-<i>Non tam laudabile est meminisse quam invenisse: hoc enim
-alienum est, illud proprii muneris est.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Elegantissimum est docendi genus exemplorum subditio.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Amator veri non tam spectat qualiter dicitur, quam quid.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Illum elige eruditorem, quem magis mireris in suis quam in
-alienis.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Non refert quis, sed quid dicat.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Sunt quædam quæ eradenda essent ab animo scientis, quæ inserendi
-veri locum occupant.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Multum interest utrum rem ipsam, an libros inspicias. Libri
-nonnisi scientiarum paupercula monimenta sunt; principia inquirendorum
-continent, ut ab his negotiandi principia sumat
-animus.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Eo tantum studia intermittantur, ne obmittantur. Gaudent
-varietate musæ, non otio.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Nil magnificum docebit qui a se nil didicit. Falso magistri
-nuncupantur auditorum narratores. Sic audiendi sunt ut qui
-rumores recensent.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Utile sed ingloriosum est ex illaborato in alienos succedere
-labores.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note31">
-<p><span class="label"><a href="#tag31">31</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Nat. hist.</i>, <span class="smcap lowercase">XXXV</span>. 2. — Raoul-Rochette li credeva miniati.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note32">
-<p><span class="label"><a href="#tag32">32</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Nudi sunt, recti et venusti, omni ornatu orationis, tamquam
-veste, detracto; sed dum voluit alios habere, parata unde
-sumerent qui vellent scribere historiam, ineptis gratum fortasse
-fecit qui volunt illa calamistris inurere; sanos quidem homines
-a scribendo deterruit: nihil enim est in historia pura et illustri
-brevitate dulcius.</i> <span class="smcap">Cicerone</span>, De orat., 75. — <i>Summus auctorum
-divus Julius.</i> <span class="smcap">Tacito</span>. — <i>Tanta in eo vis est, id acumen, ea concitatio,
-ut illum eodem animo dixisse quo bellavit appareat.</i> <span class="smcap">Quintiliano</span>,
-Inst. orat., <span class="smcap lowercase">X</span>. 1.
-</p>
-
-<p>
-L'ottavo libro della <i>Guerra gallica</i> si ascrive comunemente a
-un Irzio, che stese pure i commentarj sulle guerre d'Alessandria,
-d'Africa e di Spagna.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note33">
-<p><span class="label"><a href="#tag33">33</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Svetonio</span>, in <i>Cesare</i>, 20, in <i>Augusto</i>, 36. — Le Clerc,
-nella sua opera de' <i>Giornali fra i Romani</i> (Parigi 1838), non
-solo intende provare ch'essi aveano effemeridi al modo nostro,
-ma che, per mezzo di queste e degli Annali Pontifizj, può rendersi
-alla storia de' primi tempi la certezza che la critica tende
-a rapirle. Vedansi pure
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Lieberkuehn</span>, <i>Commentatio de actis Romanorum diurnis</i>.
-Weimar 1840.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Schmidt</span>, <i>Zeitschrift für Geschichtswissenschaft</i>. Berlino 1844.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Huebner</span>, <i>De senatus populique romani actis</i>. Lipsia 1860.
-</p>
-
-<p>
-Eccone qualche esempio:
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-<span class="smcap lowercase">III</span>. <i>Kal. Aprileis</i>.
-</p>
-
-<p>
-<i>Fasces penes Æmilivm· lapidibvs plvit invejenti·
-Postvmivs trib. pleb. viatorem misit ad eos quod is
-eo die senatum nolvisset cogere· intercessione P. Decimii
-trib. pleb. res est svblata· Q. Avfidivs mensarivs
-tabernæ argentariæ ad scvtvm cimbricvm cvm magna
-vi æris alieni cessit foro· retractus ex itinere
-cavsam dixit apvd P. Fontejvm Balbvm præt. et
-cvm liqvidum factum esset evm nvlla fecisse detrimenta
-jvssus est in solidum æs totum dissolvere.</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap lowercase">IV</span>. <i>Kal. Aprileis</i>.
-</p>
-
-<p>
-<i>Fasces penes Licinivm· fvlgvravit tonvit et qvercvs
-tacta in svmma velia pavllvm a meridie· rixa
-ad Janvm infimvm in cavpona et cavpo ad vrsum
-galeatvm graviter savciatvs· C. Titinivs æd. pl.
-mvlctavit lanios qvod carnem vendidissent popvlo
-non inspectam· de pecunia mulctatitia cella
-extrvcta ad tellvris lavernæ.</i>
-</p>
-</div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note34">
-<p><span class="label"><a href="#tag34">34</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Candidissimus omnium magnorum ingeniorum æstimatur
-Livius.</i> <span class="smcap">Seneca</span>. I suoi libri erano cinquantadue, arrivando da
-Romolo fino alla morte di Druso nel 744. Ne restano trentacinque
-non seguenti, cioè i primi dieci dalla fondazione di Roma
-sino al 460; manca tutta la seconda decade; poi si ha dal libro
-<span class="smcap lowercase">XXI</span> al <span class="smcap lowercase">XL</span>, cioè dal principio della seconda guerra punica fino
-al 586: del restante i sommarj, che credonsi di Floro.
-</p>
-
-<p>
-Negli archivj segreti di Torino giacciono le carte scritte dall'infelice
-Pietro Giannone, durante la sua prigionia. Fra queste
-sono i <i>Discorsi storici e politici sopra gli Annali di Tito Livio</i>,
-ch'e' fece a imitazione del Machiavelli, ma con intento diverso,
-giacchè si proponeva, non solo di gratificarsi Carlo Emanuèle III,
-al quale non v'ha lode ch'egli non prodighi, ma di mostrare il
-suo rispetto per la santa sede, e «manifestare al mondo i miei
-religiosi, sinceri e cattolici sentimenti, ne' quali vivo e persisto;
-e.... a riguardo dell'eminenza e superiorità della Chiesa di
-Roma sopra tutte le altre Chiese del mondo cattolico, non ho
-io tralasciato le prove più forti ed efficaci... chè ben dovrebbe
-essere studio e somma cura di tutti gl'italici ingegni bene stabilirla,
-non essendo nella nostra Italia rimasto oggi pregio maggiore
-e cotanto illustre ed insigne che questo... Onde, se mai
-pe' miei precedenti scritti avess'io in ciò errato e dato occasione
-ad altri di errare, è ben dovere che si ricredano ora nella sincera
-dottrina... e se mai avesser seguito la vestigia di un
-Pietro negante, giusto è che seguitino ora le pedate dello stesso
-Pietro penitente...».
-</p>
-
-<p>
-È bene ricordarsi che scriveva «in solitudine, fra' deserti
-monti delle Langhe, senza libri, senza amici e senz'ajuto, e fra
-lo squallore e la tabe d'una misera ed angusta prigione»
-(Discorso <span class="smcap lowercase">XIII</span>). Non è da aspettarsene gran senno critico, nè
-estesa filologia; ma assume diversi punti, e per es. nel discorso <span class="smcap lowercase">III</span>
-ragiona <i>della franchezza con la quale Livio scrisse delle cose appartenenti
-alla religione romana, e non solo intorno al culto
-degli Dei ed a' loro vantati miracoli, ma in tutt'i suoi rapporti
-serbasse un'incorrotta sincerità di fedele storico e di profondo e
-grave filosofo</i>.
-</p>
-
-<p>
-<i>Ab uno disce omnes.</i> Questa, come altre opere del Giannone,
-venne in luce per cura dell'illustre professore Pasquale Mancini,
-coi tipi dell'Unione tipografico-editrice torinese.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note35">
-<p><span class="label"><a href="#tag35">35</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Pompej Trogi fragmenta, quarum alia in codicibus manuscriptis
-bibliothecæ Ossolinianæ invenit, alia in operibus scriptorum
-maxima parte polonorum jam vulgatis primum animadvertit</i>...
-<i>Augustus Bielowski</i>. Leopoli 1853.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note36">
-<p><span class="label"><a href="#tag36">36</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">... <i>Ausus es unus Italorum</i></p>
-<p class="i01"><i>Omne ævum tribus explicare chartis</i></p>
-<p class="i01"><i>Doctis, Jupiter! et laboriosis.</i></p>
-<p class="i12"> <span class="smcap">Catullo</span>.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note37">
-<p><span class="label"><a href="#tag37">37</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Non ignorare debes, unum hoc genus latinarum literarum
-adhuc non modo non respondere Græcis, sed omnino rude
-atque inchoatum morte Ciceronis relictum. Ille enim fuit unus
-qui potuerit et etiam debuerit historiam digna voce pronuntiare,
-quippe qui oratoriam eloquentiam, rudem a majoribus acceptam,
-perpoliverit, philosophiam ante eum incorruptam latina sua
-conformaverit oratione. Ex quo dubito, interitu illius, utrum
-respublica an historia magis doleat.</i> Framm. — Cicerone stesso
-(<i>De leg.</i>, lib. <span class="smcap lowercase">I</span>) si fa dire da Attico: <i>Postulatur a te jamdiu, vel
-flagitatur potius historia. Sic enim putant, te illam tractante,
-effici posse ut in hoc etiam genere Græciæ nihil cedamus: atque,
-ut audias quid ego ipse sentiam, non solum mihi videris eorum
-studiis qui literis delectantur, sed etiam patriæ debere hoc munus,
-ut ea, quæ per te salva est, per te eundem sit ornata. Abest enim
-historia literis nostris... Potes autem tu profecto satisfacere in
-ea, quippe quum sit opus, ut tibi quidem videri solet, unum hoc
-oratorium maxime.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note38">
-<p><span class="label"><a href="#tag38">38</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Quibusdam, et iis quidem non admodum indoctis, totum
-hoc displicet philosophari.</i> <span class="smcap">Cicerone</span>, De finib., <span class="smcap lowercase">I</span>. 1. — <i>Vereor
-ne quibusdam bonis viris philosophiæ nomen sit invisum.</i> De
-off., <span class="smcap lowercase">II</span>. 1. — <i>Reliqui, etiamsi hæc non improbent, tamen earum
-rerum disputationem principibus civitatis non ita decorum putant.</i>
-Acad. Quæst., <span class="smcap lowercase">II</span>. 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note39">
-<p><span class="label"><a href="#tag39">39</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Cicerone</span>, <i>De finib.</i>, <span class="smcap lowercase">IV</span>. 28 e 9; <i>Acad. Quæst.</i>, <span class="smcap lowercase">II</span>. 44.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note40">
-<p><span class="label"><a href="#tag40">40</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Cicerone</span>, <i>Topica. Quæst.</i> <span class="smcap lowercase">I</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note41">
-<p><span class="label"><a href="#tag41">41</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Multi jam esse latini libri dicuntur, scripti inconsiderate
-ab optimis illis quidem viris, sed non satis eruditis. Fieri autem
-potest ut recte quis sentiat, sed id quod sentit, polite eloqui non
-possit... Philosophiam multis locis inchoasti (o Varro) ad impellendum
-satis, ad edocendum parum.</i> Lo stesso, <i>Acad.</i>, <span class="smcap lowercase">I</span>.
-</p>
-
-<p>
-Tra i filosofi latini non vogliamo preterire Corellia, lodata da
-Cicerone come <i>mirifice studio philosophiæ flagrans</i>, e da lui
-amata troppo, se crediamo a Dione, lib. <span class="smcap lowercase">XLVI</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note42">
-<p><span class="label"><a href="#tag42">42</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Sic parati ut... nullum philosophiæ locum esse pateremur,
-qui non latinis literis illustratus pateret.</i> De divin., <span class="smcap lowercase">II</span>. 2. Nel
-proemio delle <i>Tusculane</i> professa dolergli che molte opere latine
-siano scritte neglettamente da valenti uomini, e che molti
-i quali pensano bene, non sappiano poi disporre elegantemente,
-il che è un abusare del tempo e della parola. Negli <i>Uffizj</i> raccomanda
-a suo figlio di leggere le sue filosofiche discussioni. — Quanto
-al fondo pensa quel che ne vuoi: ma tal lettura non potrà
-che darti uno stile più fluido e ricco. Umiltà a parte, io la cedo
-a molti in fatto di scienza filosofica, ma per quel che sia d'oratore,
-cioè la nettezza e l'eleganza dello stile, io consumai la
-vita intorno a quest'abilità, onde non fo che usare un mio diritto
-col reclamarne l'onore».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note43">
-<p><span class="label"><a href="#tag43">43</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ἀπόγραφα <i>sunt, minore labore fiunt; verba tantum affero,
-quibus abundo.</i> Ad Attico, <span class="smcap lowercase">XII</span>. 52.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note44">
-<p><span class="label"><a href="#tag44">44</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Platone quanto allo Stato non andava pensando a riforme,
-non ad esaminare se il diritto sovrano stia in alto o in basso, e
-come applicarlo; ma crede necessario educar l'uomo, e dargli
-le virtù cardinali, che sono prudenza, fortezza, temperanza, giustizia.
-Con queste, più non importa stillarsi a far regolamenti;
-senza queste, i regolamenti saranno violati o elusi. — Fan da
-ridere davvero i nostri politici che tornano ogni tratto sulle
-loro ordinanze, persuasi di trovare un fine agli abusi, senza
-accorgersi ch'è un tagliar le teste dell'idra». <i>De repub.</i>, lib. <span class="smcap lowercase">IV</span>.
-Queste parole dell'insigne Greco dopa duemila anni non perdettero
-l'opportunità.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note45">
-<p><span class="label"><a href="#tag45">45</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Turbatricem omnium rerum Academiam... Si invaserit
-in hæc, nimias edet ruinas, quam ego placare cupio, submovere
-non audeo.</i> De leg., <span class="smcap lowercase">I</span>. 13.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note46">
-<p><span class="label"><a href="#tag46">46</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La conchiusione del trattato sulla natura degli Dei è: <i>Ita
-discessimus ut Vellejo Cottæ disputatio verior, mihi Balbi ad
-veritatis similitudinem videretur esse propensior.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note47">
-<p><span class="label"><a href="#tag47">47</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Tuscul.</i>, v. 7.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note48">
-<p><span class="label"><a href="#tag48">48</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Natura propensi sumus ad diligendos homines, quod
-fundamentum juris est.</i> De leg., <span class="smcap lowercase">I</span>. 13. — <i>Studiis officiisque
-scientiæ præponenda, sunt officia justitiæ, quæ pertinent ad hominum
-caritatem, qua nihil homini debet esse antiquius.</i> De
-off., <span class="smcap lowercase">I</span>. 43. <i>Quid est melius aut quid præstantius bonitate et beneficentia?</i>
-De nat. Deorum, <span class="smcap lowercase">I</span>. 43.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note49">
-<p><span class="label"><a href="#tag49">49</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De off.</i>, <span class="smcap lowercase">II</span>. 18. 16.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note50">
-<p><span class="label"><a href="#tag50">50</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Quum se non unius circumdatum mœnibus loci, sed civem
-totius mundi quasi unius urbis agnoverit.</i> De leg., <span class="smcap lowercase">I</span>. 23. — <i>Qui
-autem civium rationem dicunt habendam, externorum negant, ii
-dirimunt communem humani generis societatem; qua sublata,
-beneficentia, liberalitas, bonitas, justitia funditus tollantur.</i> De
-off., <span class="smcap lowercase">III</span>. 6.
-</p>
-
-<p>
-<i>Est autem non modo ejus qui servis, qui mutis pecudibus
-præsit, eorum quibus præsit, commodis utilitatique servire.</i> Ad
-Quintum, <span class="smcap lowercase">I</span>. 1. 8; e più generosamente <i>De off.</i>, <span class="smcap lowercase">I</span>. 13: <i>Est infima
-conditio et fortuna servorum: quibus non male præcipiunt qui
-ita jubent uti ut mercenariis; operam exigendam, justa præbenda.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note51">
-<p><span class="label"><a href="#tag51">51</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Bellum ita suscipiatur, ut nihil aliud nisi pax quæsita
-videatur... Suscipienda sunt bella ob eam causam, ut sine injuria
-in pace vivatur.</i> De off., e vedi <span class="smcap lowercase">I</span>, 23.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note52">
-<p><span class="label"><a href="#tag52">52</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De repub.</i>, <span class="smcap lowercase">III</span>. — <i>De off</i>., <span class="smcap lowercase">II</span>.
-</p>
-
-<p>
-Vedi <span class="smcap">Facciolati</span>, <i>Vita Ciceronis litteraria</i>. 1760.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Hulsemann</span>, <i>De indole philosophica Ciceronis, ex ingenio
-ipsius et aliis rationibus æstimanda</i>. 1799.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Gautier de Sibert</span>, <i>Examen de la philosophie de Cicéron</i>.
-Memorie dell'Accademia d'Iscrizioni, tomi <span class="smcap lowercase">XLI. XLIII</span>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Meiners</span>, <i>Oratio de philosophia Ciceronis, ejusque in universam
-philosophiam meritis</i>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Kuhner</span>, <i>M. T. Ciceronis in philosophiam ejusque partes
-merita</i>.
-</p>
-
-<p>
-e tutti gli storici della filosofia.
-</p>
-
-<p>
-La prima edizione compita delle opere di Cicerone, ove fossero
-compresi anche i frammenti scoperti dal Maj nel 1814-1822,
-dal Niebuhr nel 1820, dal Peyron nel 1824, è quella di Le Clerc
-in latino e francese 1821-25, 30 vol. in-8º; e 1823-27, 35 vol.
-in-18º. Quella fatta dal Pomba nel 1823-34 è in 16 vol. in-8º.
-Il meglio che l'erudizione abbia accertato intorno al grande
-oratore, fu raccolto nell'<i>Onomasticum Tullianum, continens
-M. T. Ciceronis vitam, historiam litterariam, indicem geograficum
-historicum, indices legum et formularum, indicem græco-latinum,
-fastos consulares. Curaverunt</i> <span class="smcap">Jo. Gasp. Orellius</span> <i>et</i>
-<span class="smcap">Jo. Georg. Raiterus</span>, <i>professores turicenses</i>, 1837. È in corso
-un'edizione compiuta delle opere di Cicerone a Lipsia per
-Teubner, curata da Reinh. Klotz.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note53">
-<p><span class="label"><a href="#tag53">53</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sono ottocensessantaquattro lettere; più di novanta
-scritte da altri. Quelle ad Attico precedono il consolato di Cicerone;
-le altre vanno dal 692 sino a quattro mesi prima della
-morte di lui. Alcune sono vergate coll'intenzione che andassero
-attorno, e specialmente la lunga al fratello Quinto, dove espone
-la propria amministrazione proconsolare nell'Asia Minore. È
-noto che molte opere degli antichi perirono allorchè, incarendosi
-pel chiuso Egitto la carta, si rase la primitiva scrittura
-per sovrapporne una nuova. Si suol dare colpa ai frati di
-quest'artifizio: eppure Cicerone convince che fino a' suoi tempi
-si praticava: <i>Ut ad epistolas tuas redeam, cætera belle; nam
-quod in palimpsesto, laudo equidem parcimoniam; sed miror
-quid in illa chartula fuerit, quod delere malueris quam exscribere,
-nisi forte tuas formulas; non enim puto te meas epistolas
-delere, ut deponas tuas. An hoc significas nil fieri? frigere te?
-ne chartam quidem tibi suppeditare?</i> Ad fam., <span class="smcap lowercase">VII.</span> 18.
-</p>
-
-<p>
-Ne trapela anche il nessun rispetto al secreto delle lettere,
-e quanto poco si distinguessero i caratteri. Cicerone incarica
-Attico di scrivere in vece sua: <i>Tu velim et Basilio, et quibus
-præterea videbitur, conscribas nomine meo</i>. <span class="smcap lowercase">XI</span>. 5. <span class="smcap lowercase">XII</span>. 19. <i>Quod
-literas, quibus putas opus esse curas dandas, facis commode</i>. <span class="smcap lowercase">XI</span>. 7;
-e così 8, 12 e spesso. Talvolta accenna di scrivere di proprio
-pugno, quasi il suo più grande amico non potesse riconoscerlo:
-<i>Hoc manu mea</i>. <span class="smcap lowercase">XIII</span>. 28. Altrove dice allo stesso: — Ho creduto
-riconoscere la mano d'Alessi nella tua lettera» (15. <span class="smcap lowercase">XV</span>);
-e Alessi era il solito scrivano di Attico. Bruto dal campo di
-Vercelli scrive a Cicerone: — Leggi le lettere che spedisco al
-senato, e se ti pare, cambiavi pure». Ad fam., <span class="smcap lowercase">XI</span>. 19. Un capitano
-che dà incombenza all'amico di alterare un dispaccio offiziale!
-Cicerone stesso apre la lettera di Quinto fratello, credendo
-trovarvi grandi arcani, e la fa avere ad Attico dicendogli: — Mandala
-alla sua destinazione: è aperta, ma niente di male,
-giacchè credo che Pomponia tua sorella abbia il suggello di
-esso».
-</p>
-
-<p>
-Da ciò la grande importanza data al suggello, ancor più che
-alla firma. In fatti la scrittura, oltre essere tanto somigliante
-perchè unciale, poteva facilmente falsificarsi o sulle tavolette di
-cera o sulla cartapecora. Pertanto succedeva spesso di fare
-interi testamenti falsi, come appare nel codice Giustinianeo <i>De
-lege Cornelia de falsis</i>, lib. <span class="smcap lowercase">XI</span>. tit. 22.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note54">
-<p><span class="label"><a href="#tag54">54</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Detta così dal nome osco di un piatto d'ogni sorta
-frutte, solito offrirsi a Cerere e Bacco. Da ciò <i>lex satura</i> una
-legge che abbracciava diversi titoli; era vietato far votare il
-popolo per <i>saturam</i>, cioè su diverse proposizioni a un tratto.
-Diomede definisce: <i>Satira est carmen apud Romanos, nunc
-quidem maledictum, et ad carpenda hominum vitia archææ comœdiæ
-charactere compositum, quale scripserunt Lucilius, Horatius
-et Persius; sed olim carmen, quod ex variis poematibus
-constabat, satira dicebatur, quale scripserunt Pacuvius et
-Ennius</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note55">
-<p><span class="label"><a href="#tag55">55</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i12"> ... <i>Arctis</i></p>
-<p class="i01"><i>Religionum animos vinclis exsolvere pergo.</i></p>
-<p class="i14"> Lib. <span class="smcap lowercase">IV</span>.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note56">
-<p><span class="label"><a href="#tag56">56</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Nec me animi fallit Grajorum obscura reperta</i></p>
-<p class="i01"><i>Difficile illustrare latinis versibus esse,</i></p>
-<p class="i01"><i>Multa novis verbis præsertim cum sit agendum</i></p>
-<p class="i01"><i>Propter egestatem linguæ et rerum novitatem.</i></p>
-<p class="i10"> ... <i>noctes vigilare serenas</i></p>
-<p class="i01"><i>Quærentem dictis quibus et quo carmine demum</i></p>
-<p class="i01"><i>Clara tuæ possim præpondere lumina menti,</i></p>
-<p class="i01"><i>Res quibus occultas penitus convisere possis.</i></p>
-<p class="i14"> Lib. <span class="smcap lowercase">I</span>.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note57">
-<p><span class="label"><a href="#tag57">57</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ne' primi versi trovi, <i>Quæ mare navigerum, quæ terras
-frugiferentes</i>; e poco dopo, <i>Frondiferas domos avium</i>. Cicerone
-scriveva a Quinto (<span class="smcap lowercase">II.</span> 11): <i>Lucretii poemata non sunt ita multis
-luminibus ingenii, multæ tamen artis</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note58">
-<p><span class="label"><a href="#tag58">58</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Orazio</span>, <i>Ep.</i> <span class="smcap lowercase">I</span>. 4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note59">
-<p><span class="label"><a href="#tag59">59</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si disputò assai della patria sua. Egli dice che l'Umbria
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Me genuit, terris fertilis uberibus;</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-e che se alcuno passa vicino a Mevania, osservi dove
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> <i>Lacus æstivis intepet umber aquis,</i></p>
-<p class="i01"><i>Scandentisque arcis consurgit vertice murus,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Murus ab ingenio notior ille meo.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Nel lib. <span class="smcap lowercase">IV</span>. 1, canta
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Ut nostris tumefacta superbiat Umbria libris,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Umbria romani patria Callimachi.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Leandro Alberti da questo verso indusse che Callimaco fosse
-romano, e vi fu chi copiò tal errore, mentre Properzio vuol
-solo dirsi imitatore di Callimaco, del che si vanta pure nel
-lib. <span class="smcap lowercase">III</span>. 1. e 8:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Callimachi Manes, et coii sacra Philetæ</i></p>
-<p class="i02"> <i>In vestrum, quæso, me sinite ire nemus.</i></p>
-<p class="i01"><i>Primus ego ingredior puro de fonte sacerdos</i></p>
-<p class="i02"> <i>Itala per Grajos orgia forre choros.</i></p>
-<p class="i01"><i>Inter Callimachi sat erit placuisse libellos,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Et cecinisse modis, dore poeta, tuis.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note60">
-<p><span class="label"><a href="#tag60">60</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Hujus erat Solymus prhygia comes unus ab Ida</i></p>
-<p class="i02"> <i>A quo Sulmonis mœnia nomen habent.</i></p>
-<p class="i13"> Fast., <span class="smcap lowercase">IV</span>. 78.</p>
-</div></div>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Mantua Virgilio gaudet, Verona Catullo,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Pelignæ gentis gloria dicar ego.</i></p>
-<p class="i13"> Amor., <span class="smcap lowercase">III</span>. 15.</p>
-</div></div>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Seu genus excutias, equites ab origine prima</i></p>
-<p class="i02"> <i>Usque per innumeros inveniemur avos.</i></p>
-<p class="i13"> De Ponto, <span class="smcap lowercase">IV</span>. 8.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-È schiavo de' pregiudizi di nascita quanto un nobile di
-cent'anni fa: si vanta d'esser cavaliero senza aver mai portato
-le armi:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Aspera militiæ juvenis certamina fugi,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Nec nisi lusura movimus arma manu;</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-e si lamenta che si osi preferirgli chi non divenne tale se non
-per merito di valore:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Præfertur nobis sanguine factus eques</i></p>
-<p class="i02"> <i>Fortunæ munere factus eques</i></p>
-<p class="i02"> <i>Militiæ turbine factus eques.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note61">
-<p><span class="label"><a href="#tag61">61</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Non eadem ratio est sentire et demere morbos.</i></p>
-<p class="i01"><i>Sæpe aliquod verbum cupiens mutare, relinquo,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Judicium vires destituuntque meum.</i></p>
-<p class="i01"><i>Sæpe piget (quid enim dubitem tibi vera fateri?)</i></p>
-<p class="i02"> <i>Corrigere, et longi ferre laboris onus...</i></p>
-<p class="i01"><i>Corrigere at refert tanto magis ardua, quanto</i></p>
-<p class="i02"> <i>Magnus Aristarcho major Homerus erat.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note62">
-<p><span class="label"><a href="#tag62">62</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Os homini sublime dedit, cœlumque tueri</i></p>
-<p class="i01"><i>Jussit, et erectos ad sidera tollere vultus.</i></p>
-<p class="i13"> Metam., <span class="smcap lowercase">I</span>. 85.</p>
-</div></div>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i12"> <i>... Polumque</i></p>
-<p class="i01"><i>Effugito australem, junctamque aquilonibus arcton.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Somiglianti ripetizioni incontransi ad ogni piè sospinto. Giove
-va ad alloggiare presso Bauci e Filemone; il vecchio prepara
-la mensa:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i05"> <i>Furca levat ille bicorni</i></p>
-<p class="i01"><i>Sordida terga suis, nigro pendentia tigno;</i></p>
-<p class="i01"><i>Servatoque diu resecat de tergore partem</i></p>
-<p class="i01"><i>Exiguam, sectamque domat ferventibus undis.</i></p>
-<p class="i05"> <i>..... Mensæ sed erat pes tertius impar;</i></p>
-<p class="i01"><i>Testa parem facit: quæ postquam subdita, clivum</i></p>
-<p class="i01"><i>Sustulit etc.</i></p>
-<p class="i14"> Ivi, <span class="smcap lowercase">VIII</span>. 650.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Queste minuzie di scuola fiamminga disabbelliscono spesso
-i suoi quadri migliori. Parlando del diluvio, canta:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Exspatiata ruunt per apertos flumina campos,</i></p>
-<p class="i03"> ... <i>Pressæque labant sub gurgite turres;</i></p>
-<p class="i01"><i>Omnia pontus erat, deerant quoque litora ponto.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Fin qui è bello; ma poi cala a particolarità oziose, e quindi
-nocevoli:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Nat lupus inter oves, fulvos vehit unda leones;</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-quasi nell'universale sobbisso importi quel che facciano agnelli
-o leoni.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note63">
-<p><span class="label"><a href="#tag63">63</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Egli stesso si rimprovera di questo verso:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Tum didici getice sarmaticeque loqui.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Una volta nel verso non accomodandogli <i>mori</i>, disse:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Ad strepitum, mortemque timens, cupidusque moriri.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Altrove leggiamo:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Denique quisquis erat castris jugulatus achivis,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Frigidius glacie pectus amantis erat.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-A chi appartiene il <i>quisquis</i>?
-</p>
-
-<p>
-Frequenti sono i giocherelli di parole:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>In precio precium nunc est...</i></p>
-<p class="i01"><i>Cedere jussit aquam, jussa recessit aqua...</i></p>
-<p class="i01"><i>Speque timor dubia, spesque timore cadit...</i></p>
-<p class="i01"><i>Quæ bos ex homine est, ex bove facta dea...</i></p>
-<p class="i01"><i>Semibovemque virum, semivirumque bovem.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-E, me lo perdonino gli ammiratori, è un giocherello tutta la
-sua descrizione del caos.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note64">
-<p><span class="label"><a href="#tag64">64</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Dummodo sic placeam, dum toto canar in orbe</i></p>
-<p class="i02"> <i>Quod volet impugnent unus et alter opus.</i></p>
-<p class="i14"> Rem. am., 363.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note65">
-<p><span class="label"><a href="#tag65">65</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Nec vitam, nec opes, nec jus mihi civis ademit,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Quæ merui vitio perdere cuncta meo.</i></p>
-<p class="i14"> Trist., <span class="smcap lowercase">V</span>. 11.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Spira vera passione l'elegia dove descrive la sua partenza. In
-un'altra canta:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Perdiderint cum me duo crimina, carmen et error,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Alterius facti culpa silenda mihi...</i></p>
-<p class="i02"> <i>Vive tibi et longe nomina magna fuge.</i></p>
-<p class="i01"><i>Hæc ego si monitor monitus prius ipse fuissem,</i></p>
-<p class="i02"> <i>In qua debebam forsitan urbe forem...</i></p>
-<p class="i01"><i>Inscia, quod crimen viderunt lumina plector,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Peccatumque oculos est habuisse meum...</i></p>
-<p class="i01"><i>Cuique ego narrabam, secreti quidquid habebam,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Eccepto quod me perdidit unus erat...</i></p>
-<p class="i01"><i>Cur aliquid vidi? cur noxia lumina feci?</i></p>
-<p class="i02"> <i>Cur imprudenti cognita culpa mihi?</i></p>
-<p class="i01"><i>Inscius Acteon vidit sine veste Dianam,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Præda fuit canibus non minus ille suis.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note66">
-<p><span class="label"><a href="#tag66">66</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La professa dal bel principio:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i11"> <i>Di, cœptis...</i></p>
-<p class="i01"><i>Aspirate meis, primaque ab origine mundi</i></p>
-<p class="i01"><i>Ad mea perpetuum deducite tempora carmen.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note67">
-<p><span class="label"><a href="#tag67">67</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Quoniam occuparat alter ne primus forem,</i></p>
-<p class="i01"><i>Ne solus esset studui, quod super fuit.</i></p>
-<p class="i11"> Epil. del lib. <span class="smcap lowercase">II.</span></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note68">
-<p><span class="label"><a href="#tag68">68</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Gressus delicatus et languidus</i> (lib. <span class="smcap lowercase">V</span>. f. 1): <i>filia formosa
-et oculis venans viros</i> (lib. <span class="smcap lowercase">IV</span>. f. 5): <i>frivola insolentia</i> (lib. <span class="smcap lowercase">III</span>. f. 6):
-<i>iratus impetus</i> (lib. 3. f. 2): <i>cornea domus</i> della tartaruga (lib. <span class="smcap lowercase">II</span>.
-f. 6): <i>ignavus sanguis</i> dell'asino (lib. <span class="smcap lowercase">I</span>. f. 29): <i>generosus impetus</i>
-del cinghiale (lib. <span class="smcap lowercase">I.</span> f. 29).
-</p>
-
-<p>
-Nella notissima favola della rana e il bue, in quanti varj
-modi dice la cosa stessa! <i>Rugosam inflavit pellem</i> — <i>Intendit
-cutem majori nisu</i> — <i>Dum vult validius inflare se se.</i> E nelle
-conchiusioni morali: <i>Hoc illis dictum est</i> — <i>Hoc pertinere ad
-illos vere dixerim</i> — <i>Hoc argumento se describi sentiat</i> — <i>Hoc
-scriptum est tibi</i> — <i>Hoc illis narro</i> — <i>Hoc in se dictum debent
-illi agnoscere...</i>
-Possiamo credere fossero di pretta lingua certi modi che
-sanno del latino ecclesiastico, come: <i>quem tenebat ore demisit
-cibum</i> (lib. <span class="smcap lowercase">I</span>. f. 4): <i>hi quum cepissent cervam vasti corporis</i>
-(lib. <span class="smcap lowercase">I</span>. f. 5): <i>rupto jacuit corpore</i> (lib. <span class="smcap lowercase">I</span>. f. 24): <i>quæ debetur pars
-tuæ modestiæ, audacter tolle</i> (lib. <span class="smcap lowercase">II</span>. f. 1): <i>ante hos sex menses</i>
-(lib. <span class="smcap lowercase">I</span>. f. 1): <i>invenit ubi accenderet</i> (lib. <span class="smcap lowercase">III</span>. f. 19): e l'abuso di
-astratti come <i>sola improbitas abstulit totam prædam</i> (lib. <span class="smcap lowercase">I</span>. f. 5):
-<i>tuta est hominum tenuitas</i> (lib. <span class="smcap lowercase">II</span> f. 7): <i>spes fefellit impudentem
-audaciam</i> (lib. <span class="smcap lowercase">III</span>. f. 5).
-</p>
-
-<p>
-Alcuno crede suppositizio questo Fedro, di cui, eccetto Marziale,
-nessun antico ricorda il nome; e che venne in luce soltanto
-nel 1562, in occasione del sacco dato a un convento di
-Germania: la prima edizione è del 1596. Ma nella Dacia fu
-trovata un'iscrizione, contenente un verso delle favole di Fedro.
-<span class="smcap">V. Mannert</span>, <i>Res Trajani ad Danub.</i>, pag. 78. Certo il testo fu
-alterato e interpolato. Orelli ne diede la lezione migliore a Zurigo
-nel 1831; poi anche di quelle nuove scoperte dal Janelli
-e dal Maj, da cui è desunta la favola che diamo nel testo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note69">
-<p><span class="label"><a href="#tag69">69</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> <i>Duplici circumdatus æstu</i></p>
-<p class="i01"><i>Carminis et rerum.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Egli ammette con precisione le popolazioni antipode:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i04"> <i>Terrarum forma rotunda.</i></p>
-<p class="i01"><i>Hanc circum variæ gentes hominum atque ferarum</i></p>
-<p class="i01"><i>Aeriæque colunt volucres. Pars ejus ad arctos</i></p>
-<p class="i01"><i>Eminet: austrinis pars est habitabilis oris,</i></p>
-<p class="i01"><i>Sub pedibusque jacet nostris, supraque videtur</i></p>
-<p class="i01"><i>Ipsa sibi fallente solo declivia longa</i></p>
-<p class="i01"><i>Et pariter surgente via, pariterque cadente.</i></p>
-<p class="i01"><i>Hinc ubi ab occasu nostros sol aspicit ortus;</i></p>
-<p class="i01"><i>Illic orta dies sopitas excitat urbes;</i></p>
-<p class="i01"><i>Et cum luce refert operum vadimonia terris.</i></p>
-<p class="i01"><i>Nos in nocte sumus, somnosque in membra locamus,</i></p>
-<p class="i01"><i>Pontus utrosque suis distinguit et alligat undis...</i></p>
-<p class="i01"><i>Altera pars orbis sub aquis jacet</i> invia nobis,</p>
-<p class="i01"><i>Ignotæque hominum gentes, nec transita regna,</i></p>
-<p class="i01"><i>Commune ex uno lumen ducentia sole,</i></p>
-<p class="i01"><i>Diversasque umbras, lævaque cadentia signa,</i></p>
-<p class="i01"><i>Et dextros ortus cælo spectantia verso.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note70">
-<p><span class="label"><a href="#tag70">70</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Quod mihi pareret legio romana tribuno.</i></p>
-<p class="i12"> Sat., lib. <span class="smcap lowercase">I</span>. 4.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note71">
-<p><span class="label"><a href="#tag71">71</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i05"> <i>Inopemque paterni</i></p>
-<p class="i01"><i>Et laris et fundi...</i></p>
-<p class="i05"> <i>Paupertas impulit audax</i></p>
-<p class="i01"><i>Ut versus facerem.</i></p>
-<p class="i09"> Ep., lib. <span class="smcap lowercase">II</span>. 2.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note72">
-<p><span class="label"><a href="#tag72">72</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ep. <span class="smcap lowercase">XIV</span>. lib. <span class="smcap lowercase">I</span>. v. 3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note73">
-<p><span class="label"><a href="#tag73">73</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Alme sol... possis nihil urbe Roma</i></p>
-<p class="i09"> <i>Visere majus.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note74">
-<p><span class="label"><a href="#tag74">74</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Nullius addicti jurare in verba magistri.</i></p>
-<p class="i02"> <i>Quo me cumque rapit tempestas, deferor hospes.</i></p>
-<p class="i02"> <i>Nunc agilis fio et mergor civilibus undis,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Virtutis veræ custos rigidusque satelles;</i></p>
-<p class="i02"> <i>Nunc in Aristippi furtim præcepta relabor,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Et mihi res, non me rebus submittere conor.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note75">
-<p><span class="label"><a href="#tag75">75</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Negli Epodi è minore l'imitazione dal greco, com'è minore
-l'arte e la varietà dei metri.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note76">
-<p><span class="label"><a href="#tag76">76</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedete, per esempio, l'ode 14 del lib. <span class="smcap lowercase">III</span>. Cesare torna
-vincitore dalla Spagna. — Esultate, o suore, o madri, o spose:
-ormai io non temerò tumulti, dacchè Augusto regge il mondo.
-Qua, ragazzo, porta corone e un fiasco dei tempi della guerra
-marsica, se pur un sol fiasco potè sfuggire a Spartaco. Affretta,
-Neera, ad annodarti i crini, e se il portinajo ti ritarda, parti. Il
-crin bianco mi distoglie dalle risse: non così in pace mel recherei
-se più giovane fossi». Altrettanto nell'ode <i>Nunc est bibendum.</i>
-</p>
-
-<p>
-Leggansi <span class="smcap">Passon</span>, <i>Horat. Flaccus Leben und Zeitalter.</i> Lipsia,
-1833.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Buttmann</span>, <i>Ueber das Geschichtliche und die Anspielungen in
-Horat.</i> Berlino, 1828.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Jacobs</span>, <i>Lectiones cenosinæ</i> (Lipsia 1831) intorno alla valutazione
-morale del carattere e degli atti e delle poesie d'Orazio.
-</p>
-
-<p>
-E <span class="smcap">Schmid</span>, e <span class="smcap">Braunhard</span>, e tanti altri recentissimi che studiarono
-questo poeta.
-</p>
-
-<p>
-Wieland avea tessuto su Orazio un romanzo. Döring, nelle
-illustrazioni all'edizione di Lipsia 1824, lo volse a satira dei
-contemporanei. Weichert, <i>Prolusiones de Q. H. Flacci epistolis</i>,
-1826, e <i>Lectiones venusinæ</i>, 1832-33, sulla storia del poeta stesso
-e dei coetanei, restituì veramente la storia della letteratura del
-tempo d'Augusto. Hoffman Peerlkamp (Harlem 1834) pretese,
-colla lunghissima famigliartà, avere acquistato un senso più
-intimo del poeta, in modo da scernere ciò che vi fu interpolato;
-e sopra 3845 versi, ne trovò 644, dei quali assolve Orazio per
-incolparne i grammatici. Orelli, nell'edizione che ne fece a Zurigo
-1837-38, dopo venticinque anni di lezioni, non attacca la
-genuinità del poeta, nè s'accannisce co' predecessori: <i>Differt
-autem nostra interpretatio a similibus, quæ nunc in scholis feruntur,
-his potissimum nominibus; sæpius dijudicantur et variæ
-lectiones et diversæ grammaticorum explicationes, sine ulla tamen
-in quemquam insectatione aut contumelia: quin in hoc quoque
-genere, tacitis plerumque adversariis, quæ veriora ubique viderentur,
-argumentis additis exposui, ne traquillissima disputatio
-acris rixæ cum hoc vel illo inimico contractæ, speciem unquam
-præseferret; quo quidem cum aliis digladiandi et depugnandi
-studio in hujusmodi scriptis studiosæ juventuti propositis nihil
-profecto perversius reperiri potest.</i> Un giojello tipografico e filologico
-è l'edizione che Ambrogio Didot fece nel 1855, colla vita
-scrittane da Noël des Vergers.
-</p>
-
-<p>
-Non si potrebbe desiderare lavoro più completo e più nojoso
-di quello che fece Walckenaer, <i>De la vie et des poésies d'Horace.</i>
-Parigi 1840. Egli dice: <i>Dans les ouvrages de ce poète ressortent
-sous de vives couleurs la grandeur et la gloire, les ridicules et les
-vices de ce siècle mémorabile</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note77">
-<p><span class="label"><a href="#tag77">77</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Vilius argentum est auro, virtutibus aurum...</i></p>
-<p class="i01"><i>O cives, cives, quærenda pecunia primum est,</i></p>
-<p class="i01"><i>Virtus post nummos.</i></p>
-<p class="i13"> <i>Omnis enim res,</i></p>
-<p class="i01"><i>Virtus, fama, decus, divina humanaque pulchris</i></p>
-<p class="i01"><i>Divitiis parent, quas qui costruxerit, ille</i></p>
-<p class="i01"><i>Clarus erit, justus, fortis, sapiens etiam et rex,</i></p>
-<p class="i01"><i>Et quidquid volet...</i></p>
-<p class="i01"><i>Et genus, et virtus, nisi cum re, vilior alga est.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note78">
-<p><span class="label"><a href="#tag78">78</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi nel Cap. <span class="smcap lowercase">XLI</span>. — Assai prima delle recenti controversie
-intorno al dare o no in mano ai giovani i classici, erasi
-disputato sulle lubricità di Orazio e degli altri poeti; e singolarmente
-vollero difenderli König, <i>De satira Romanorum</i>, e
-Barth nella prefazione a Properzio. Jani, nell'edizione di Orazio
-scagiona i costumi di questo dicendo: <i>Si cogitemus quam prorsus
-honestus et a vitii crimine liber fuerit amor peregrinarum et libertinarum;
-quam parum, certe ante legem Juliam latam, ipse
-puerorum amor sceleris habuerit; denique, quam multæ et notiones
-et loquendi formæ eo tempore dignitatem et honestatem
-habuerint, quas postea politior usus, ut fit, respuit, et inter illiberales
-retulit: hæc si cogitemus, jam multum ex illo Horatii
-vituperio perire sentiamus. Loca et carmina Horatii, quæ nos
-hodie offendunt, eo tempore non ita offendebant; licet, quod nos
-hodie in verbis castiores sumus ac delicatiores, non sequatur, ut
-ideo et mores hodierni castiores sint. Accedit, quod dare possumus,
-Horatium, hominem hilarem et suavem, præsertim in illa sæculi
-sui indole, ab amore non immunem fuisse, ejus philosophiam
-morum hac parte laxiorem fuisse, eum arsisse subinde libertina
-aliqua aut peregrina puella; neque tamen ideo desinet esse is vir
-magnus, bonus et honestus. Nam numquam amavit matronas
-aut ingenuas, numquam, quod præclare Lessingius docuit, pueros
-amavit, et sic leges romanas illasque naturæ numquam violavit;
-potius graviter subinde in adulteria, proprie dieta incestosque
-amores invehitur. Carmina etiam illius amatoria haud dubie
-sæpe lusus poetici, ad hilaritatem facti, sæpe e græco expressa
-sunt.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note79">
-<p><span class="label"><a href="#tag79">79</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i03"> <i>Clament periisse pudorem</i></p>
-<p class="i01"><i>Cuncti pene patres...</i></p>
-<p class="i01"><i>Vel quia turpe putant... quæ</i></p>
-<p class="i01"><i>Imberbes didicere, senes perdenda fateri.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note80">
-<p><span class="label"><a href="#tag80">80</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i13"> ... <i>Usus,</i></p>
-<p class="i01"><i>Quem penes arbitrium est et jus et norma loquendi.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note81">
-<p><span class="label"><a href="#tag81">81</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Qui redit ad fastos, et virtutem æstimat annis,</i></p>
-<p class="i01"><i>Miraturque nihil, nisi quod Libitina sacrarit.</i></p>
-<p class="i01">... <i>Si tam Graiis novitas invisa fuisset</i></p>
-<p class="i01"><i>Quam nobis, quid nunc esset vetus?</i>...</p>
-<p class="i01"><i>Jam saliare carmen qui laudat,</i></p>
-<p class="i01"><i>Ingeniis non ille favet, plauditque sepultis,</i></p>
-<p class="i01"><i>Nostra sed impugnat, nos nostraque lividus odit.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note82">
-<p><span class="label"><a href="#tag82">82</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i03"> <i>Tua, Cæsar, ætas</i></p>
-<p class="i01"><i>Fruges et agris retulit uberes.</i></p>
-<p class="i01"><i>Non his juventus orta parentibus</i></p>
-<p class="i01"><i>Infecit æquor sanguine punico:</i></p>
-<p class="i01"><i>Sed rusticorum mascula militum</i></p>
-<p class="i01"><i>Proles, sabellis docta ligonibus</i></p>
-<p class="i01"><i>Versare glebas.</i></p>
-<p class="i11"> <span class="smcap">Orazio</span>.</p>
-</div></div>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Hanc olim veteres vitam coluere Sabini,</i></p>
-<p class="i01"><i>Hanc Remus et frater: sic fortis Etruria crevit.</i></p>
-<p class="i14"> <span class="smcap">Virg</span>.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note83">
-<p><span class="label"><a href="#tag83">83</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Si non ingentem foribus domus alta superbis</i></p>
-<p class="i01"><i>Mane salutantum totis vomit ædibus undam:</i></p>
-<p class="i01"><i>Nec varios inhiant pulcra testudine postes,</i></p>
-<p class="i01"><i>Inlusasque auro vestes...</i></p>
-<p class="i01"><i>Illum non populi fasces, non purpura regum</i></p>
-<p class="i01"><i>Flexit...</i></p>
-<p class="i14"> <i>nec ferrea jura</i></p>
-<p class="i01"><i>Insanumque forum, aut populi tabularla vidit...</i></p>
-<p class="i01"><i>Hic stupet attonitus rostris; hunc plausus hiantem</i></p>
-<p class="i01"><i>Per cuneos geminatus enim plebisque patrumque</i></p>
-<p class="i01"><i>Corripuit. Gaudent perfusi sanguine fratrum,</i></p>
-<p class="i01"><i>Exilioque domos et dulcia lumina mutant.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-E vedi tutta la stupenda chiusura delle Georgiche.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note84">
-<p><span class="label"><a href="#tag84">84</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Egli stesso invoca le <i>musæ sicelides</i>, e attribuisce ai Siracusani
-l'invenzione delle pastorali:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Prima syracusio dignata est ludere versu</i></p>
-<p class="i01"><i>Nostra nec erubuit silvas habitare Camena,</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-alludendo a Dafni, il quale, secondo Diodoro (lib. <span class="smcap lowercase">IV</span>. c. 16), creò
-questo genere di poesia quale a' giorni suoi durava ancora in
-Sicilia; e a Teocrito, a Mosco, a Stesicoro. Cesare Scaligero
-(<i>Poetices liber</i> <span class="smcap lowercase">V</span>, <i>qui et criticus</i>), coll'erudizione d'un critico e
-l'ostinazione d'un pedante, rivela i furti commessi da Virgilio
-sopra Omero, Pindaro, Apollodoro ed altri, ma dimostrando
-uno per uno ch'esso li superò tutti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note85">
-<p><span class="label"><a href="#tag85">85</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ennio rammenta altri cantori:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i12"> <i>Scripsere alii rem</i></p>
-<p class="i01"><i>Versibu' quos olim Fauni vatesque canebant</i>.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note86">
-<p><span class="label"><a href="#tag86">86</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i06"> <i>Quis aut Eurysthea durum,</i></p>
-<p class="i01"><i>Aut inlaudati nescit Busiridis aras?</i></p>
-<p class="i01"><i>Cui non dictus Hylas puer, et Latonia Delos,</i></p>
-<p class="i01"><i>Hippodameque, humeroque Pelops insignis eburno,</i></p>
-<p class="i01"><i>Acer equis?</i></p>
-<p class="i08"> <span class="smcap">Virgilio</span>, Georg., <span class="smcap lowercase">III</span>. 4.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Anche Properzio gl'incensava e derideva:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Dum tibi cadmeæ ducuntur, Pontice, Thebæ</i></p>
-<p class="i02"> <i>Armaque fraternæ tristia militiæ,</i></p>
-<p class="i01"><i>Atque (ita sim felix) primo contendis Homero...</i></p>
-<p class="i01"><i>Me laudent doctæ solum placuisse puellæ...</i></p>
-<p class="i01"><i>Tu cave nostra tuo contemnas carmina fastu:</i></p>
-<p class="i02"> <i>Sæpe venit magno fœnere tardus amor.</i></p>
-<p class="i14"> Eleg. <span class="smcap lowercase">I</span>. 7.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Che gli argomenti mitologici fossero comuni nelle epopee, lo
-raccogliamo da quel di Ovidio ove dice:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Quum Thebæ, quum Troja forent, quum Cæsaris acta,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Ingenium movit sola Corinna meum;</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-e più dalla famosa ode di Orazio <i>Scriberis Vario fortis</i>, ove,
-invitato a cantar le glorie di Agrippa, risponde che meglio capace
-n'è Vario, aquila della poesia meonia: — Io, debole poeta,
-non varrei a trattare tali soggetti, nè l'implacabil ira del Pelìde,
-nè i lunghi errori di Ulisse, o i delitti della casa di Pelope...
-Chi parlerà degnamente di Marte colla lorica d'acciajo, di Merione
-annerito dalla polvere di Troja, del figlio di Tideo che
-l'ajuto di Pallade eleva a paro degli Dei?»</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note87">
-<p><span class="label"><a href="#tag87">87</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Sacra diesque canam et cognomina prisca locorum.</i></p>
-<p class="i14"> Eleg., <span class="smcap lowercase">IV</span>. 1.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Di tale poema sono forse brani molte parti del suo quarto libro,
-come il concetto ne spira nell'elegia a Roma, dove canta: — Quanto
-vedi, o straniero, della massima Roma, prima del Frigio
-Enea era colle erboso; dove sorgono i palazzi sacri al navale
-Febo, riposarono i profughi bovi d'Evandro; questi tempj d'oro
-crebbero per numi di creta; il padre Tarpeo tonava dalla nuda
-rupe, e dai nostri armenti era frequentato il Tevere; il corno
-pastorale convocava i prischi Quiriti, e cento di loro in un prato
-assisi formavano il senato. Nè sul cavo teatro pendevano veli
-sinuosi; nè di solenne croco olezzavano i paschi; nè s'ebbe cura
-di cercare straniere deità quando la turba tremava intenta ai
-sacri riti».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note88">
-<p><span class="label"><a href="#tag88">88</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tutte le favole di Virgilio sulla venuta di Enea si trovano
-in Dionigi d'Alicarnasso. Ora questi non diè fuori l'opera
-sua che otto o sette anni av. C., e Virgilio era morto da dieci
-anni. Virgilio dunque tolse le sue favole da altre fonti; ma fa
-meraviglia che Dionigi non citi l'<i>Eneide</i>. Era il disprezzo dei
-Greci per tutto ciò che era romano? era un'altra delle ignoranze
-de' lavori precedenti che spesso si trovano negli antichi?
-Quegli stessi che parrebbero concepimenti di Virgilio, sono reminiscenze.
-Nevio, nel poema sulla guerra punica, avea già
-raccontato la venuta di Enea in Italia e seguitone il viaggio coi
-casi medesimi narrati da Virgilio, come la procella concitata da
-Giunone, e le querele di Venere a Giove, e le speranze onde la
-consola; anzi probabilmente quel poeta condusse Enea a Cartagine,
-come certo inventò il personaggio di Anna sorella di
-Didone. La pietà di Enea che salva il padre e i penati si legge
-in Varrone, dove è soggiunto che l'astro di Venere più non disparve
-dagli occhi dei Trojani, finchè non afferrarono al lido
-indicato dall'oracolo di Dodona. Lunghi passi sono tradotti da
-Apollonio Rodio: Stesicoro gli offrì quella soluzione del dramma
-iliaco: se crediamo ad uno degli interlocutori dei <i>Saturnali</i> di
-Macrobio, il secondo dell'Eneide è tolto di pianta da Pisandro
-epico greco; e la <i>Crestomatia</i> di Proclo c'insegna che l'invenzione
-del cavallo di legno è dovuta ad Aratino e a Lesene.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note89">
-<p><span class="label"><a href="#tag89">89</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Perciò molte infedeltà di costume possono notarsi in
-Virgilio. Enea e Didone vanno a caccia di cervi in Africa,
-dove pur sono monti coperti d'abeti (lib. <span class="smcap lowercase">IV</span>): al principio del <span class="smcap lowercase">V</span>,
-Enea col vento aquilone vien d'Africa in Italia: Plinio dice
-<i>iliacis temporibus nec thure supplicabatur</i> e in Virgilio troviamo
-gl'incensi, v. 745: vi troviamo guerrieri a cavallo e trombe,
-inusati in Omero: così le triremi (<i>terno consurgunt ordine remi</i>,
-v. 120), mentre Tucidide le fa introdotte assai più tardi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note90">
-<p><span class="label"><a href="#tag90">90</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per sentire la differenza de' sentimenti verso le donne
-nei moderni e negli antichi, basta osservare come Virgilio non
-faccia da Enea tener conto alcuno degli spasimi di Didone,
-anzi da questi egli passi a mostrare l'indifferenza dell'eroe
-con un fatto, ove sembra ch'egli manchi a quella rettitudine
-di senso e di gusto che pur gli abbondava. Nel <span class="smcap lowercase">IV</span> libro Enea
-tenta fuggire di soppiatto, ma scopertolo, Didone il prega per
-quanto han di sacro l'amor loro, il cielo, la terra; infine
-sviene; le damigelle la trasportano sul letto, e il <i>pio</i> Enea
-torna alla flotta:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>At pius Eneas, quamquam lenire dolentem</i></p>
-<p class="i01"><i>Solando cupit...</i></p>
-<p class="i01"><i>Jussa tamen divûm exsequitur, classemque revisit.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il <i>pius</i> qui non direbbesi una celia atroce? Anna va a scongiurarlo:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i13"> <i>Miserrima fletus</i></p>
-<p class="i01"><i>Fertque, refertque soror: sed nullis ille movetur</i></p>
-<p class="i01"><i>Fletibus, aut voces ullas tractabilis audit.</i></p>
-<p class="i01"><i>Fata obstant</i>, placidasque <i>viri deus obruit aures.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Che più? mentre Didone si dispera e prepara ad uccidersi,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Æneas, celsa in puppi, jam certus eundi,</i></p>
-<p class="i01">Carpebat somnos.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note91">
-<p><span class="label"><a href="#tag91">91</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Est ingens ei cum tragœdiarum scriptoribus familiaritas.</i>
-<span class="smcap">Macrobio</span>, <i>Saturn.</i>, v. 18. E lo chiama <i>vir tam anxie doctus</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note92">
-<p><span class="label"><a href="#tag92">92</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Malo me Galatea petit, lasciva puella,</i></p>
-<p class="i01"><i>Et fugit ad salices, et se cupit ante videri.</i></p>
-<p class="i01"><i> — Incipe, parve puer, risu cognoscere matrem.</i></p>
-<p class="i01"><i> — Cum canerem reges et prælia, Cynthius aurem</i></p>
-<p class="i01"><i>Vellit, et admonuit: Pastorem, Tityre, pingues</i></p>
-<p class="i01"><i>Pascere oportet oves, deductum dicere carmen.</i></p>
-<p class="i01"><i> — Jam fragiles poteram a terra contingere ramos.</i></p>
-<p class="i01"><i> — Insere, Daphni, piros: carpent tua poma nepotes.</i></p>
-<p class="i03"> <i> — Tenerisque meos incidere amores</i></p>
-<p class="i01"><i>Arboribus; crescent illæ, crescetis amores.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note93">
-<p><span class="label"><a href="#tag93">93</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Fortunate senex! hic, inter flumina nota</i></p>
-<p class="i01"><i>Et fontes sacros, frigus captabis opacum.</i></p>
-<p class="i01"><i> — Tantum inter densas, umbrosa cacumina, fagos</i></p>
-<p class="i01"><i>Assidue veniebat: ibi hæc incondita solus</i></p>
-<p class="i01"><i>Montibus et sylvis studio jactabat inani.</i></p>
-<p class="i01"><i> — Hic gelidi fontes, hic mollia prata, Lycoris,</i></p>
-<p class="i01"><i>Hic nemus, hic ipso tecum consumerer ævo.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note94">
-<p><span class="label"><a href="#tag94">94</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gli autori antichi della vita di Virgilio fanno ascendere
-le sue ricchezze a dieci milioni di sesterzj, cioè due milioni
-de' nostri. Senza credere così appunto, sappiamo però
-che veramente il poeta lasciossi trarricchire. Giovenale vi allude
-nella <i>Satira</i> <span class="smcap lowercase">VII</span>. 69; Orazio ne dà lode ad Augusto, <i>Ep</i>.,
-lib. <span class="smcap lowercase">II.</span> 1:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>At neque dedecorant tua de se judicia, atque</i></p>
-<p class="i01"><i>Munera, quæ, multa dantis cum laude, tulerunt</i></p>
-<p class="i01"><i>Dilecti tibi Virgilius, Variusque poetæ.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Un poeta di poco posteriore, i cui versi sono posti fra gli
-<i>Analecta</i> di Virgilio, canta i meriti di Mecenate in un panegirico
-a Pisone, ove, tra le altre cose, si legge:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Ipse per ausonias æneia carmina gentes</i></p>
-<p class="i01"><i>Qui sonat, ingenti qui nomine pulsat Olympum,</i></p>
-<p class="i01"><i>Mæoniumque senem romano provocat ore,</i></p>
-<p class="i01"><i>Forsitan illius memoris latuisset in umbra</i></p>
-<p class="i01"><i>Quod canit, et sterili tantum cantasset avena</i></p>
-<p class="i01"><i>Ignotus populis, si Mæcenate careret.</i></p>
-<p class="i01"><i>Qui tamen haud uni patefecit limina vati,</i></p>
-<p class="i01"><i>Nec sua Virgilio permisit numina soli.</i></p>
-<p class="i01"><i>Mæcenas tragico quatientem pulpita gestu</i></p>
-<p class="i01"><i>Erexit Varium, Mæcenas alta</i> Thoantis</p>
-<p class="i01"><i>Eruit, et populis ostendit nomina Grais.</i></p>
-<p class="i01"><i>Carmina romanis etiam resonantia chordis,</i></p>
-<p class="i01"><i>Ausoniamque chelym gracilis patefecit Horati.</i></p>
-<p class="i01"><i>O decus, et toto merito venerabilis ævo</i></p>
-<p class="i01"><i>Pierii tutela chori, quo præside tuti</i></p>
-<p class="i01"><i>Non unquam vates inopi timuere senectæ.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Invece di <i>Thoantis</i> leggerei <i>Thyestis</i>, titolo della tragedia di
-Vario, che, secondo Quintiliano, <i>cuilibet Græcorum comparari
-potest</i>. Inst. orat., <span class="smcap lowercase">X.</span> 1.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note95">
-<p><span class="label"><a href="#tag95">95</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Tu canis umbrosi subter pineta Galesi</i></p>
-<p class="i02"> <i>Thyrsin, et attritis Daphnin arundinibus.</i></p>
-<p class="i09"> <span class="smcap">Properzio</span>, <span class="smcap lowercase">II.</span> 34.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ciò prova che colà scrisse le Bucoliche. Quanto alle Georgiche,
-egli stesso nel lib. iv. 125, canta:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Namque sub æbaliæ memini me turribus arcis</i></p>
-<p class="i01"><i>Qua niger humectat flaventia culta Galesus etc.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note96">
-<p><span class="label"><a href="#tag96">96</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Cedite, romani scriptores, cedite graii:</i></p>
-<p class="i02"> <i>Nescio quid majus nascitur Iliade.</i></p>
-<p class="i10"> <span class="smcap">Properzio, ii.</span> ult.</p>
-</div></div>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Tityrus et segetes Æneiaque arma legentur,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Roma Triumphati dum caput orbis erit.</i></p>
-<p class="i07"> <span class="smcap">Ovidio</span>, Am., <span class="smcap lowercase">I</span>. 15.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Vedi <span class="smcap">Donato</span>, <i>Vita Virgilii</i>, § 5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note97">
-<p><span class="label"><a href="#tag97">97</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> <i>Nec tu divinam Æneida tenta,</i></p>
-<p class="i01"><i>Sed longe sequere, et vestigia semper adora.</i></p>
-<p class="i07"> <span class="smcap">Stazio</span>, Theb., <span class="smcap lowercase">XII</span>. 816.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-La versione di Annibal Caro è degna d'un poeta; e i tanti
-che dappoi vollero emularlo, la dimostrarono a ragionamenti
-difettosa, alla prova inarrivabile. Gli antichi attribuiscono a
-Virgilio un poemetto sulla zanzara; ma il <i>Culex</i> che va tra le
-opere sue, è di cattivo impasto ne' versi, di niun gusto negli
-episodj, e affatto indegno di lui.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note98">
-<p><span class="label"><a href="#tag98">98</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i08"> <i>Vos exemplaria græca</i></p>
-<p class="i01"><i>Nocturna versate manu, versate diurna...</i></p>
-<p class="i03"> <i>Apis Mutinæ more modoque.</i></p>
-<p class="i14"> <span class="smcap">Orazio</span>.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note99">
-<p><span class="label"><a href="#tag99">99</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Non solo Virgilio ed Orazio, ma Ovidio, e persino Fedro,
-si tengono sicuri di una fama non più peritura. Fedro, nel
-prologo del lib. <span class="smcap lowercase">III</span>, dice:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>... Si leges, lætabor; sin autem minus,</i></p>
-<p class="i01"><i>Habebunt certe, quo se oblectent posteri...</i></p>
-<p class="i01"><i>Ergo hinc abesto, livor; ne frustra gemas,</i></p>
-<p class="i01"><i>Quoniam solemnis mihi debetur gloria.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-E nell'epilogo del lib. <span class="smcap lowercase">IV</span>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Particulo, chartis nomen victurum meis,</i></p>
-<p class="i01"><i>Latinis dum manebit pretium literis.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ed Ovidio nelle Metamorfosi, <span class="smcap lowercase">XV</span> in fine:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Jamque opus exegi, quod nec Jovis ira, nec ignes,</i></p>
-<p class="i01"><i>Nec poterit ferrum, nec edax abolere vetustas...</i></p>
-<p class="i01"><i>Parte tamen meliore mei super alta perennis</i></p>
-<p class="i01"><i>Astra ferar, nomenque erit indelebile nostrum,</i></p>
-<p class="i01"><i>Quaque patet domitis romana potentia terris</i></p>
-<p class="i01"><i>Ore legar populi; perque omnia sæcula fama,</i></p>
-<p class="i01"><i>Si quid habent veri vatum præsagia, vivam.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note100">
-<p><span class="label"><a href="#tag100">100</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Di Mecenate ci conservò Isidoro alcuni versi diretti ad
-Orazio:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Lugent, o mea vita, te smaragdus,</i></p>
-<p class="i01"><i>Beryllus quoque, Flacce; nec nitentes</i></p>
-<p class="i01"><i>Nuper candida margarita, quæro,</i></p>
-<p class="i01"><i>Nec quos thynica lima perpolivit</i></p>
-<p class="i01"><i>Anellos; nec jaspios lapillos.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-E questi altri Svetonio:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Ni te visceribus meis, Horati,</i></p>
-<p class="i01"><i>Jam plus diligo, tu tuum sodalem</i></p>
-<p class="i01"><i>Ninnio videas strigosiorem.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Macrobio dà un viglietto, ove Augusto derideva Mecenate contraffacendone
-lo stile: <i>Idem Augustus, quia Mæcenatem suum
-noverat esse stylo remisso, molli et dissoluto, talem se in epistolis,
-quas ad eum scribebat, sæpius exhibebat, et contra castigationem
-loquendi, quam alias ille scribendo servabat, in epistola ad Mæcenatem
-familiari, plura in jocos effusa subtexuit: — Vale, mel
-gentium, melcule, ebur ex Etruria, laser aretinum, adamas supernus,
-tiberinum margaritum, Cilniorum smaragde, jaspi figulorum,
-berylle Porsenæ,</i> ἴνα συντέμω πάντα, μάλαγμα <i>mœcharum</i>».
-Saturn., <span class="smcap lowercase">II</span>. 4.
-</p>
-
-<p>
-Di Pollione ci tramandò Seneca un passo nelle <i>Suasor</i>., 7,
-ch'egli dice il più eloquente delle sue storie, e noi lo riferiamo
-sì per saggio filosofico, sì perchè ritrae Marco Tullio senza
-l'astio che imputano a Pollione: <i>Hujus ergo viri, tot tantisque
-operibus mansuris in omne ævum, prædicare de ingenio atque
-industria supervacuum est. Natura autem pariter atque fortuna
-obsecuta est. Ei quidem facies decora ad senectutem,
-prosperaque permansit valetudo; tum pax diutina, cujus instructus
-erat artibus, contigit; namque a prisca severitate judicis
-exacti maximorum noxiorum multitudo provenit, quos
-obstrictos patrocinio, incolumes plerosque habebat. Jam felicissima
-consulatus ei sors petendi et gerendi magna munera,
-deûm consilio, industriaque. Utinam moderatius secundas res,
-et fortius adversas ferre potuisset! namque utraque cum venerat
-ei, mutari eas non posse rebatur. Inde sunt invidiæ
-tempestates coortæ graves in eum, certiorque inimicis adgrediendi
-fiducia: majori enim simultates appetebat animo, quam
-gerebat. Sed quando mortalium nulla virtus perfecta contigit,
-qua major pars vitæ atque ingenti stetit, ea judicandum de
-homine est. Atque ego ne miserandi quidem exitus eum fuisse
-judicarem, nisi ipse tam miseram mortem putasset</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note101">
-<p><span class="label"><a href="#tag101">101</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Cassium Severum primum affirmant flexisse ab illa,
-vetere atque directa dicendi via: non infirmitate ingenii nec
-inscitia literarum transtulisse se ad illud dicendi genus contendo,
-sed judicio et intellectu. Vidit namque cum conditione
-temporum, diversitate artium, formam quoque ac speciem orationis
-esse mutandam.</i> De oratoribus, c. 19.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note102">
-<p><span class="label"><a href="#tag102">102</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nelle Pandette (lib. <span class="smcap lowercase">I</span>. tit. 4. fr. 1) leggesi: <i>Quod principi
-placuit, legis habet vigorem; utpote cum Lege Regia, quæ de
-Imperio ejus lata est, populus ei et in eum omne suum imperium
-et potestatem conferat</i>. Parve tanto esagerato questo passo, che
-lo supposero falso: ma qui <i>omnem potestatem</i> non vuol dire
-che il popolo trasferisse nell'imperatore <i>tutto il suo potere</i>,
-ma che l'imperatore tiene dal popolo <i>tutto il potere che ha</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note103">
-<p><span class="label"><a href="#tag103">103</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Miserum populum romanum, qui sub tam lentis maxillis
-erit.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note104">
-<p><span class="label"><a href="#tag104">104</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Tacito</span>, <span class="smcap">Ann</span>., <span class="smcap lowercase">II</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note105">
-<p><span class="label"><a href="#tag105">105</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Svetonio nè tampoco l'accenna, Vellejo appena, chiamandolo
-<i>comitiorum ordinatio</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note106">
-<p><span class="label"><a href="#tag106">106</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>More majorum</i>. <span class="smcap">Tacito</span>, <i>Ann</i>., <span class="smcap lowercase">III</span>. 66; <span class="smcap lowercase">IV</span>. 4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note107">
-<p><span class="label"><a href="#tag107">107</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Quo magis socordiam eorum irridere libet, qui præsenti
-potentia credunt extingui posse etiam sequentis ævi memoriam.
-Nam contra, punitis ingeniis, gliscit auctoritas; neque aliud
-externi reges aut qui eadem sævitia usi sunt, nisi dedecus sibi,
-atque illis gloriam peperere</i>. Ann. <span class="smcap lowercase">IV.</span> 35.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note108">
-<p><span class="label"><a href="#tag108">108</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Dione, lvii</span>; <span class="smcap">Plinio, xxxvi.</span> 26.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note109">
-<p><span class="label"><a href="#tag109">109</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Turba Remi sequitur fortunam ut semper, et odit</i></p>
-<p class="i01"><i>Damnatos. Idem populus si Nurtia Tusco</i></p>
-<p class="i01"><i>Favisset, si oppressa foret secura senectus</i></p>
-<p class="i01"><i>Principis, hac ipsa Sejanum diceret hora</i></p>
-<p class="i01"><i>Augustum.</i></p>
-<p class="i13"> <span class="smcap">Giovenale, x</span>, 73.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note110">
-<p><span class="label"><a href="#tag110">110</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Sidus et popum et puppum alumnum</i>. <span class="smcap">Svetonio</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note111">
-<p><span class="label"><a href="#tag111">111</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ut ipse dicebat</i> ἀξιοθριάμβευτον. <span class="smcap">Svetonio</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note112">
-<p><span class="label"><a href="#tag112">112</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Memento omnia mihi et in omnes licere</i>. <span class="smcap">Svetonio</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note113">
-<p><span class="label"><a href="#tag113">113</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Meditatus est edictum, quo veniam daret flatum crepitumque
-ventris in cœna emittendi, cum periclitatum quemdam
-præ pudore ex continentia reperisset</i>. Ivi. — Chi nel <i>Trimalcione</i>
-di Petronio crede adombrato Claudio, può addurre in
-prova questo decreto, corrispondente alle parole che ivi dice
-quel goffo danaroso: <i>Si quis vestrum voluerit sua re sua causa
-facere, non est quod illum pudeat; nemo vestrum solide natus
-est. Ego nullum puto tam magnum tormentum esse quam continere:
-hoc solum vetare ne Jovis potest.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note114">
-<p><span class="label"><a href="#tag114">114</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Ostenditque tuum, generose Britannice, ventrem;</i></p>
-<p class="i01"><i>Et defessa viris, nondum satiata recessit.</i></p>
-<p class="i13"> <span class="smcap">Giovenale</span>.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note115">
-<p><span class="label"><a href="#tag115">115</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Voglia qualche chimico esaminare se fossero possibili
-questi veleni, inavvertiti eppur subitanei, quando s'ignoravano
-le preparazioni moderne. Egli si ricordi che Svetonio dice che
-sul rogo di Germanico si trovò il cuore di lui ben conservato,
-perchè si sa che il cuore degli avvelenati è incombustibile.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note116">
-<p><span class="label"><a href="#tag116">116</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Qui sedet</i>...</p>
-<p class="i01"><i>Planipedes audit Fabios, ridere potest qui</i></p>
-<p class="i01"><i>Mamercorum alapas.</i></p>
-<p class="i07"> <span class="smcap">Giovenale</span>, <span class="smcap lowercase">VI</span>. 189.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note117">
-<p><span class="label"><a href="#tag117">117</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Tacito</span>, <i>Ann</i>., <span class="smcap lowercase">XIV</span>. 14 e seg.; <span class="smcap lowercase">XV</span>. 32; <span class="smcap">Svetonio</span>, in <i>Nerone</i>,
-11 e 12; <span class="smcap">Seneca</span>, <i>Ep</i>. 100.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note118">
-<p><span class="label"><a href="#tag118">118</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ut non modo causas eventusque rerum, qui plerumque
-fortuiti sunt, sed ratio etiam, causæque noscantur</i>. Hist., <span class="smcap lowercase">I</span>. 4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note119">
-<p><span class="label"><a href="#tag119">119</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Nam populi imperium juxta libertatem, paucorum dominatio
-regiæ libidini propior est</i>. Ann., <span class="smcap lowercase">V</span>. 42.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note120">
-<p><span class="label"><a href="#tag120">120</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Liceatque, inter abruptam contumaciam et deforme obsequium,
-pergere iter ambitione ac periculo vacuum</i>. Ann., <span class="smcap lowercase">IV</span>. 20.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note121">
-<p><span class="label"><a href="#tag121">121</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Tacito</span>, Ann., <span class="smcap lowercase">II</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note122">
-<p><span class="label"><a href="#tag122">122</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Diu inter instrumenta regni habita</i>. <span class="smcap">Tacito</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note123">
-<p><span class="label"><a href="#tag123">123</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Seneca</span>, ep. 47. — <i>Intelliges non pauciores servorum ira
-cecidisse, quam regum</i>. Ep. 4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note124">
-<p><span class="label"><a href="#tag124">124</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il parricida, secondo le leggi dei re, gettavasi al mare
-chiuso in un sacco di cuojo, con un gatto, una serpe, una
-scimia. Quando Nerone ebbe uccisa sua madre, si vedeano
-sospesi dei sacchi alle effigie di lui.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note125">
-<p><span class="label"><a href="#tag125">125</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Plinio</span>, <span class="smcap lowercase">XXXIII</span>. 12; <span class="smcap">Cicerone</span>, <i>De orat</i>., <span class="smcap lowercase">III</span>. 12.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Me legit omnis ibi</i> (a Vienna) <i>senior, juvenisque, puerque,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Et coram tetrico casta puella viro.</i></p>
-<p class="i14"> <span class="smcap">Marziale</span>, <span class="smcap lowercase">VII</span>. 88.</p>
-</div></div>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Tu quoque nequitias nostri lususque libelli,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Uda puella leges, sis patavina licet.</i></p>
-<p class="i14"> Lo stesso, <span class="smcap lowercase">XI</span>. 16.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<i>Pervigilium</i> o <i>Vigiliæ</i> dicevano certe solennità notturne, che,
-divenute occasione d'eccessi, la legge restrinse a poche, e ne
-escluse gli uomini e le nobili. Di rado menzionate sotto la
-Repubblica, frequentano sotto l'Impero; e probabilmente al
-tempo d'Augusto fu introdotta la vigilia di Venere, nella quale,
-per tre notti consecutive d'aprile, le fanciulle menavano cori,
-poi dopo un banchetto s'intrecciavano danze fra la gioventù
-(<span class="smcap">Ovidio</span>, <i>Fast</i>., <span class="smcap lowercase">IV</span>. 133). Più tardi questa memoria del natale
-di Quirino celebravasi in un'isola del Tevere deliziosissima,
-dove, osservati dal prefetto o da un console, i cittadini facevano
-sotto le tende una lieta festa. A cantarsi in questa era probabilmente
-destinato il <i>Pervigilium Veneris</i>, poemetto ove essa
-dea è venerata siccome madre dell'universo, e protettrice dell'Impero.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note126">
-<p><span class="label"><a href="#tag126">126</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Nec satis incestis temerari vocibus aures,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Adsuescunt oculi multa pudenda pati.</i></p>
-<p class="i01"><i>Luminibus tuis</i> (Auguste)...</p>
-<p class="i02"> <i>Scenica vidisti lentus adulteria</i>.</p>
-<p class="i06"> <span class="smcap">Ovidio</span>, <i>Trist.</i>, <span class="smcap lowercase">II</span>. 500.</p>
-</div></div>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Junctam Pasiphaen dictæo, credite, tauro</i></p>
-<p class="i02"> <i>Vidimus: accepit fabula prisca fidem.</i></p>
-<p class="i08"> <span class="smcap">Marziale</span>, <i>Spect</i>., <span class="smcap lowercase">V</span>.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note127">
-<p><span class="label"><a href="#tag127">127</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Hugo</span>, <i>Storia del diritto romano</i>, §§ 295. 296. — <span class="smcap">Eineccio</span>,
-<i>Antiq. Romanarum jurisprudentiam illustrantium
-syntagma</i>, lib. 1. tit. 25. — <span class="smcap">Dione</span>, <span class="smcap lowercase">LIV</span>. 53. — <span class="smcap">Tacito</span>, <i>Ann</i>., <span class="smcap lowercase">III</span>.
-25 e 28.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note128">
-<p><span class="label"><a href="#tag128">128</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Espressione di Marziale, lib. <span class="smcap lowercase">IV</span>. ep. 7:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Julia lex populis ex quo, Faustine, renata est,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Atque intrare domos jussa pudicitia est,</i></p>
-<p class="i01"><i>Aut minus, aut certe non plus tricesima lux est,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Et nubit decimo jam Thelesina viro.</i></p>
-<p class="i01"><i>Quæ nubit toties, non nubit: adultera lege est.</i></p>
-<p class="i02"> <i>Offendor mœcha simpliciore minus.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Se qui v'è esagerazione, abbiamo in Giovenale, <span class="smcap lowercase">VI</span>. 20:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> <i>Sic fiunt octo mariti</i></p>
-<p class="i01"><i>Quinque per autumnos.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-E san Girolamo vide in Roma un marito che sepelliva la ventesimaprima
-moglie, la quale avea sepolto ventidue mariti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note129">
-<p><span class="label"><a href="#tag129">129</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Vix præsenti custodia manere illæsa conjugia</i>. <span class="smcap">Tacito</span>,
-<i>Ann</i>., <span class="smcap lowercase">III</span>. 34.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note130">
-<p><span class="label"><a href="#tag130">130</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Giovenale</span>, <i>Sat</i>., <span class="smcap lowercase">VI</span>. 366; <span class="smcap">Tacito</span>, <i>Ann</i>., <span class="smcap lowercase">XV</span>. 32, 37,
-e <span class="smcap lowercase">XII</span>. 33, 85.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note131">
-<p><span class="label"><a href="#tag131">131</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Svetonio</span>, in <i>Tiberio</i>, 35; <span class="smcap">Tacito</span>, <i>Ann</i>., <span class="smcap lowercase">II</span>. 85.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note132">
-<p><span class="label"><a href="#tag132">132</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il generale Armandi, nella <i>Histoire militaire des éléphants</i>
-(Parigi 1843) sostiene che, al tempo d'Ottaviano, in
-vicinanza di Roma v'avea serragli di moltissimi elefanti per uso
-dell'anfiteatro e del circo.
-</p>
-
-<p>
-Plinio dice, parlando dei leoni (lib. <span class="smcap lowercase">VIII</span>. c. 16): — Impresa
-pericolosa era una volta il prendere i leoni, e per riuscirvi si
-scavavano delle fosse. Imperando Claudio, il caso insegnò un
-mezzo più semplice, e quasi indegno d'un animale così feroce:
-un pastore della Getulia (nell'Africa settentrionale) attutava il
-furore dell'animale gettandovi sopra un panno. Questo maraviglioso
-spettacolo si trasportò tantosto nei pubblici giuochi, e
-appena credevasi a' proprii occhi, mirando un animale tanto
-feroce cadere di subito in un torpore assoluto, col più leggiero
-drappo che gli fosse gittato in capo, e lasciarsi legare senza opporre
-difesa: perocchè la sua forza consiste tutta negli occhi.
-Perciò fa meno maraviglia l'udire che Lisimaco, rinchiuso con
-un leone per ordine d'Alessandro, abbia potuto strozzarlo». Se
-si dubita di un fatto avvenuto sotto gli occhi del popolo romano,
-del quale Plinio aveva spesso potuto essere testimonio, si avrà
-interesse a conoscere che questo mezzo è ancora in uso nell'India,
-e con esso arditi cerretani arrestano il furore dei leoni.
-</p>
-
-<p>
-Il capitano Williams, autore d'un <i>Giornale delle caccie durante
-un soggiorno nell'India</i> (<i>Bibliothèque universelle</i> di Ginevra,
-1820, aprile, p. 387), descrivendo la caccia d'una jena,
-narra che i due Indiani adoperati a ciò portavano solo una
-stanga di ferro aguzzata, della lunghezza di un piede, un mazzo
-di corde, e uno squarcio di stoffa di cotone «destinato probabilmente
-(ei dice) a coprire la testa dell'animale per impedirgli
-la vista».
-</p>
-
-<p>
-Nemesiano (<i>Cynegeticon</i>, p. 303 e seg.) descrisse una specie
-di caccia men pericolosa, ma non meno straordinaria, e che
-produce la stessa maraviglia: Bisogna tra gli altri stromenti
-di caccia provvedersi d'una tela, che possa avvolgere i
-grandi boschi, e rinserrare nei loro chiusi gli animali, spaventati
-alla vista delle penne che vi saranno attaccate; perchè
-queste penne, siccome baleni, fanno stordire gli orsi, i cignali
-più grossi, i cervi veloci, le volpi, i lupi audaci, e gl'impedisce
-di rompere quell'ostacolo sì lieve. Datevi dunque la cura di
-tingere queste penne a diversi colori, di mischiarle alle bianche,
-e dar molta estensione a tale varietà di colori, che inspirano
-tanto spavento agli animali selvaggi....; preferite il color
-rosso».
-</p>
-
-<p>
-Marziale, <i>De spect</i>., <span class="smcap lowercase">XI</span>, parla d'un orso che nel circo romano
-fu impigliato nel vischio, come noi facciamo cogli uccellini.
-</p>
-
-<p>
-Mongez, nei <i>Mém. de l'Académie</i>, vol. <span class="smcap lowercase">X</span>, 1833, annoverò e
-descrisse tutte le belve condotte a combattere nel circo fra il
-502 di Roma e la morte dell'imperatore Onorio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note133">
-<p><span class="label"><a href="#tag133">133</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Svetonio</span>, in <i>Nerone</i>, 11.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note134">
-<p><span class="label"><a href="#tag134">134</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De spectaculis</i>, passim: e <span class="smcap">Tertulliano</span>, c. 15.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note135">
-<p><span class="label"><a href="#tag135">135</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Seneca</span>, ep. 114; <i>De provid</i>., <span class="smcap lowercase">III</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note136">
-<p><span class="label"><a href="#tag136">136</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Seneca</span>, ep. 86.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note137">
-<p><span class="label"><a href="#tag137">137</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Plinio</span>, <i>Nat. hist</i>., <span class="smcap lowercase">IX</span>. 58.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note138">
-<p><span class="label"><a href="#tag138">138</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Paucton</span>, <i>Métrologie</i>, cap. <span class="smcap lowercase">XI</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note139">
-<p><span class="label"><a href="#tag139">139</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. <span class="smcap lowercase">XVIII</span>. cap. 6.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note140">
-<p><span class="label"><a href="#tag140">140</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In <i>Aureliano</i>, cap. <span class="smcap lowercase">X</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note141">
-<p><span class="label"><a href="#tag141">141</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De beneficiis</i>, <span class="smcap lowercase">VII</span>. 10.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note142">
-<p><span class="label"><a href="#tag142">142</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Svetonio</span>. — Dione dice tremilatrecento milioni.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note143">
-<p><span class="label"><a href="#tag143">143</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Lampridio</span>, nella Vita di esso, <span class="smcap lowercase">XIX</span>. 24.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note144">
-<p><span class="label"><a href="#tag144">144</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Plinio</span>, lib. <span class="smcap lowercase">XIII</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note145">
-<p><span class="label"><a href="#tag145">145</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Digitus medius excipitur: cæteri omnes onerantur, atque
-etiam privatim articulis.</i> <span class="smcap">Plinio</span>, <span class="smcap lowercase">XXXVIII</span>. E <span class="smcap">Marziale</span>, v. 11:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Sardonicas, smaragdos, adamantos, jaspidas uno</i></p>
-<p class="i02"> <i>Portat in articulo.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note146">
-<p><span class="label"><a href="#tag146">146</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi la nota 13ª al Cap. <span class="smcap lowercase">XXVIII</span>. — Di che materia erano
-questi vasi, così pregiati agli antichi? Mercatore e Baronio dissero
-di bengioino; Paulmier di Grentemesnil, d'argilla impastata
-con mirra; Cardano, Scaligero, Mercuriale, di porcellana; Belon,
-di conchiglia; Guibert, di onice; altri d'altro. Le Blond, nelle
-<i>Memorie dell'Accademia d'Iscrizioni</i>, vol. <span class="smcap lowercase">XLIII</span>, mostra che nessuno
-si appose, ed esorta a far nuove richerche, che non vennero
-ommesse. Haüy volle provare fossero di spato-fluore.
-</p>
-
-<p>
-Vedansi: <span class="smcap">Corsi</span>, <i>Dei vasi murrini</i>. 1830.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Thiersch</span>, <i>Ueber die Vasa Murrina</i>. 1835.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Costa de Macedo</span>, <i>Mem. sobre os vasos murrhinos</i>. Lisbona,
-1842.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note147">
-<p><span class="label"><a href="#tag147">147</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Margaritas, quæ contra triplum aurum obrizum, atque
-id quidem in India effossum, veneunt</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note148">
-<p><span class="label"><a href="#tag148">148</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Dione Cassio, xliii. lix.</span></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note149">
-<p><span class="label"><a href="#tag149">149</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Plinio, viii.</span> 48.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note150">
-<p><span class="label"><a href="#tag150">150</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Taxatio in deliciis tanta, ut hominis quamvis parva
-effigies vivorum hominum, vigentiumque pretia superet</i>. <span class="smcap">Plinio,
-xlvii</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note151">
-<p><span class="label"><a href="#tag151">151</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lo stesso, <span class="smcap lowercase">VII</span>. 39.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note152">
-<p><span class="label"><a href="#tag152">152</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Marziale</span>, <span class="smcap lowercase">X</span>. 31.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note153">
-<p><span class="label"><a href="#tag153">153</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tre Apicj son citati; uno durante la repubblica, questo
-contemporaneo di Seneca, e un altro al tempo di Trajano. Il
-secondo è il più celebre, molti intingoli conservarono il suo
-nome, e fu scritto sotto il nome suo un trattato di cucina, <i>De
-re culinaria</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note154">
-<p><span class="label"><a href="#tag154">154</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Marziale</span>, <span class="smcap lowercase">XII</span>. 3. — I pasti dati dagli imperatori al popolo
-col nome di <i>congiarium</i>, valsero,
-</p>
-
-<table class="gener" summary="">
- <tr>
- <td class="center">sotto</td> <td>Augusto, da 30 a 47 nummi</td> <td class="center">L.</td> <td class="num">9 »&nbsp;&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">—</td> <td>Tiberio, 300 nummi</td> <td class="center">»</td> <td class="num">67 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">—</td> <td>Caligola, 6 dramme</td> <td class="center">»</td> <td class="num">60 »&nbsp;&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">—</td> <td>Nerone, 400 nummi</td> <td class="center">»</td> <td class="num">78 »&nbsp;&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">—</td> <td>Antonino, 8 aurei</td> <td class="center">»</td> <td class="num">115 »&nbsp;&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">—</td> <td>Comodo, 725 denari</td> <td class="center">»</td> <td class="num">347 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="center">—</td> <td>Severo, 10 aurei</td> <td class="center">»</td> <td class="num">144 50</td>
- </tr>
-</table>
-
-<p>
-Il pasto dato da Severo costò 38,750,000 lire; vale a dire che
-i convitati erano ducensettantamila. Vedi <span class="smcap">Moreau de Jonnes</span>,
-<i>Statistique des peuples de l'antiquité</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note155">
-<p><span class="label"><a href="#tag155">155</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Seneca</span>, ep. 18. 100.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note156">
-<p><span class="label"><a href="#tag156">156</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Seneca, ep. 122.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note157">
-<p><span class="label"><a href="#tag157">157</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Fastidio est lumen gratuitum</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note158">
-<p><span class="label"><a href="#tag158">158</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Seneca</span>, ep. 122.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note159">
-<p><span class="label"><a href="#tag159">159</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Era segno di molle e scostumata vita.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note160">
-<p><span class="label"><a href="#tag160">160</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Cave canem</i> è scritto su alcune soglie delle case di Pompej,
-ove spesso un cane è effigiato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note161">
-<p><span class="label"><a href="#tag161">161</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Solennità era ai Romani il primo radere della barba, e
-questa dedicavasi ad Apollo e conservavasi sollecitamente.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note162">
-<p><span class="label"><a href="#tag162">162</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il posto d'onore era quel di mezzo fra i tre che distendevansi
-sul medesimo lettuccio. I letti erano disposti a ferro di
-cavallo attorno alle sale, dette perciò <i>triclinia</i>. In ogni letto
-stavano tre, ciascuno colle gambe dietro al dorso dell'altro, e
-appoggiato ad un cuscino, disposti nel seguente modo:
-</p>
-
-<table class="gener" summary="">
- <tr>
- <td>3</td> <td>6&nbsp; 5&nbsp; 4</td> <td>7</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>1</td> <td>&nbsp;</td> <td>8</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>2</td> <td>&nbsp;</td> <td>9</td>
- </tr>
-</table>
-
-<p>
-All'1 era il padrone di casa; al 2 la donna o un parente; al
-3 un ospite privilegiato; il 4 era posto d'onore o consolare,
-considerato tale forse perchè più libero ad uscire, più accessibile
-a chi venisse a parlare, e più comodo per istendere la mano
-destra senza impacciar nessuno. Negli altri posti sedeano altri
-convitati, e sempre consideravasi d'onore quel che non avea
-nessuno di sopra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note163">
-<p><span class="label"><a href="#tag163">163</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Che l'ovo di pavone fosse carissimo cibo ai Romani, se
-ne lamenta Macrobio, <i>Saturn</i>., <span class="smcap lowercase">III</span>. 15: <i>Ecce res non miranda
-solum, sed pudenda, ut ova pavonum quinis denariis veneant</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note164">
-<p><span class="label"><a href="#tag164">164</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Console Lucio Opimio Nepote, il 633 di Roma, la stagione
-corse tanto asciutta che i frutti furono squisitissimi e il vino
-prelibato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note165">
-<p><span class="label"><a href="#tag165">165</a>.&nbsp;&nbsp;</span>È noto che agli schiavi liberati imponevasi il berretto;
-onde questo divenne simbolo della libertà.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note166">
-<p><span class="label"><a href="#tag166">166</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tutti e tre nomi di lieto augurio, tratti dal guadagno e
-dalla felicità; cosuccie, cui i grandi Romani prestavano grande
-attenzione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note167">
-<p><span class="label"><a href="#tag167">167</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Tertulliano</span>, <i>De anima</i>, 30; <span class="smcap">Plinio</span>, <span class="smcap lowercase">XXVII</span>. 1. Vedansi
-pure Strabone e principalmente il retore Aristide nell'<i>Orazione
-della città di Roma</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note168">
-<p><span class="label"><a href="#tag168">168</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Πηλὸν αῖματι πεφυρμένον.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note169">
-<p><span class="label"><a href="#tag169">169</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Nobilis obsequii gloria relicta est</i>. <span class="smcap">Tacito</span>, Ann., <span class="smcap lowercase">IV</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note170">
-<p><span class="label"><a href="#tag170">170</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. 49, tit. xv. leg. 5. § 2. ff. <i>De captivis</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note171">
-<p><span class="label"><a href="#tag171">171</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Semper autem addebat; Vincat utilitas.</i> <span class="smcap">Cicerone</span>, <i>De
-off.</i>, <span class="smcap lowercase">III</span>. 22.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note172">
-<p><span class="label"><a href="#tag172">172</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ann</i>., <span class="smcap lowercase">II</span>. 16; <span class="smcap lowercase">I.</span> 51; <span class="smcap lowercase">II:</span> 21. <i>Maneat, quæso, duretque gentibus,
-si non amor nostri, at certe odium sui; quando, urgentibus
-imperii fatis, nihil jam præstare fortuna majus potest, quam
-hostium discordiam</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note173">
-<p><span class="label"><a href="#tag173">173</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Terrarum dea gentiumque Roma</i>. <span class="smcap">Marziale</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note174">
-<p><span class="label"><a href="#tag174">174</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Leges, rem surdam, inexorabilem.</i> Livio, <span class="smcap lowercase">II</span>. 3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note175">
-<p><span class="label"><a href="#tag175">175</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Arriano</span>, Ep. <span class="smcap lowercase">I</span>. 4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note176">
-<p><span class="label"><a href="#tag176">176</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Miseratio est vitium pusillanimi, ad speciem alienorum
-malorum succidentis; itaque pessimo cuique familiarissima est.</i>
-<span class="smcap">Seneca</span>, De clem., i. 5. — <i>Misericordia est ægritudo animi;
-ægritudo autem in sapientem virum non cadit.</i> Ivi. — <i>Est
-aliquid, quo sapiens antecedat Deum; ille naturæ beneficio non
-timet, suo sapiens.</i> Ep. 53.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note177">
-<p><span class="label"><a href="#tag177">177</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Quæris quid me maxime ex his, quæ de te audio, delectet?
-Quod nihil audio; quod plerique ex his quos interrogo, nesciunt
-quid agas</i>. Ep. 32.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note178">
-<p><span class="label"><a href="#tag178">178</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De clem.</i>, <span class="smcap lowercase">II</span>. 2; I. 1. Aveva egli conosciuto il malvezzo
-del suo tempo e d'altri, scrivendo altrove: — Siamo venuti a tal
-demenza che credasi maligno chi adula parcamente... Crispo
-Passieno diceva spesso, che noi all'adulazione opponiamo, non
-chiudiamo la porta, e la opponiamo al modo che si fa all'amica,
-la quale se la spinge è grata, più grata se la trapassa». <i>Quæst.
-nat.</i>, <span class="smcap lowercase">III</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note179">
-<p><span class="label"><a href="#tag179">179</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De ira</i>, <span class="smcap lowercase">III</span>. 36; Ep. 24. — Giusto Lipsio cernì dalle
-opere di Seneca tutti i passi ove loda se stesso, e ne formò un
-modello d'ogni eroismo. Diderot fece l'apologia del carattere
-morale di Seneca, per bizzarria di paradosso. Opere, vol. <span class="smcap lowercase">VIII</span>,
-<i>Essai sur le règne de Claude et de Néron</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note180">
-<p><span class="label"><a href="#tag180">180</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Nihil cogor, nihil patior invitus, sed assentior; eo quidem
-magis, quod scio omnia certa et in æternum dicta lege decurrere.
-Fata nos ducunt, et quantum cuique restat, prima nascentium
-hora disposuit Causa pendet ex causa; privata ac publica longus
-ordo rerum trahit. Ideo fortiter omne ferendum est, quid
-gaudeas, quid fleas; et quamvis magna videatur varietate singulorum
-vita distingui, summa in unum venit: accepimus peritura
-perituri</i>. De provid.; Ad Marciam consolatio; Ad Helviam consolatio;
-De constantia sapientis; De clementia, ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note181">
-<p><span class="label"><a href="#tag181">181</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Nec magis in ipsa</i> (<i>morte</i>) <i>quidquam esse molestiæ, quam
-posi ipsam</i>. Ep. 30. — <i>Mors est non esse... Hoc erit post me
-quod ante fuit.</i> Ep. 54. E nella <i>Consolatoria</i> a Polibio: <i>Cogita
-illa quæ nobis inferos faciunt terribiles, fabulam esse; nullas
-imminere mortuis tenebras, nec flumina flagrantia igne, nec oblivionis
-amnem, nec tribunalia. Luserunt ista poetæ, et vanis nos
-agitavere terroribus</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note182">
-<p><span class="label"><a href="#tag182">182</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Seneca</span>, ep. 77. 47. 23. Cousin appone agli Stoici dell'Impero
-d'aver guasto, esagerato, impicciolito lo stoicismo. Tennemann
-appena concede ad essi un posto nella storia della filosofia.
-Hegel (<i>Vorlesungen über die Gesch. des Philosop.</i>, t. II. p. 387)
-dice che i costoro lavori non meritano in una storia della filosofia
-maggior menzione che i sermoni de' nostri preti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note183">
-<p><span class="label"><a href="#tag183">183</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I giureconsulti posteriori a Tiberio cassavano i testamenti
-e traevano al fisco la sostanza di chi si uccidesse quando
-accusato e colpevole; ma non di chi il facesse per noja, per intolleranza
-delle malattie, per vergogna de' suoi debiti. <span class="smcap">Ulpiano</span>
-e <span class="smcap">Paolo</span>, <i>Dig</i>. <span class="smcap lowercase">XLIX</span>, tit. 14; <span class="smcap lowercase">LXXVIII</span>, tit. 3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note184">
-<p><span class="label"><a href="#tag184">184</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Celso stupiva vi potesse essere una legge e un dogma
-comune a tutte le nazioni, e Cappadoci e Cretesi potessero
-adorare lo stesso Dio de' Giudei. <span class="smcap">Origene</span> <i>contra Celsum</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note185">
-<p><span class="label"><a href="#tag185">185</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Prudenzio</span>, <i>ad Symmacum</i>, <span class="smcap lowercase">II</span>. 458.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note186">
-<p><span class="label"><a href="#tag186">186</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ann.</i> <span class="smcap lowercase">IV</span>. 37. 38.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note187">
-<p><span class="label"><a href="#tag187">187</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> <i>Nec satis est homines, obligat ille Deos.</i></p>
-<p class="i01"><i>Templorum positor, templorum sancte repostor</i></p>
-<p class="i02"> <i>Sit superis, opto, mutua cura tui.</i></p>
-<p class="i13"> Fast. <span class="smcap lowercase">II</span>. 61.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note188">
-<p><span class="label"><a href="#tag188">188</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Nemo cœlum cœlum putat, nemo Jovem pili facit</i>.
-<span class="smcap">Petronio</span>, Satyr., c. 44.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Esse aliquos manes et subterranea regna</i></p>
-<p class="i01"><i>Nec pueri credunt, nisi qui nondum ære lavantur.</i></p>
-<p class="i10"> <span class="smcap">Giovenale</span>, <span class="smcap lowercase">II</span>. 149.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note189">
-<p><span class="label"><a href="#tag189">189</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In <i>Agricola</i>, 46.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note190">
-<p><span class="label"><a href="#tag190">190</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lo stesso, <i>Ann.</i>, <span class="smcap lowercase">III</span>. 60.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note191">
-<p><span class="label"><a href="#tag191">191</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Giovenale</span>, <i>Satyr</i>. 6; <span class="smcap">Tertulliano</span>, <i>Apolog</i>. 9; <span class="smcap">Seneca</span>,
-<i>De vita beata</i>, 27.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note192">
-<p><span class="label"><a href="#tag192">192</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Che nei misteri Eleusini si insegnasse più fisica che teologia
-ce lo dice <span class="smcap">Cicerone</span>, <i>De nat. Deorum</i>, <span class="smcap lowercase">I</span>. 43: <i>Rerum natura
-magis cognoscitur quam Deorum</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note193">
-<p><span class="label"><a href="#tag193">193</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ovidio dice nei <i>Fasti</i>, <span class="smcap lowercase">VI</span>. 766:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Sint tibi Flaminius, Trasimenaque litora testes</i></p>
-<p class="i02"> <i>Per volucres æquos multa monere Deos;</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-e nella ep. <span class="smcap lowercase">I</span>. del lib. <span class="smcap lowercase">II</span>. <i>ex Ponto</i>, esorta la moglie a scegliere
-un giorno fausto per presentare ad Augusto una petizione in
-suo favore.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note194">
-<p><span class="label"><a href="#tag194">194</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi principalmente i libri <span class="smcap lowercase">XXIV, XXV, XXVI, XXX, XXXII,
-XXXVIII</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note195">
-<p><span class="label"><a href="#tag195">195</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Striges, ut ait Verrius, Græci</i> στρίγας <i>appellant, a quo
-maleficis mulieribus nomen inditum est; quas volaticas etiam
-vocant</i>. <span class="smcap">Festo</span>. — <span class="smcap">E. Plinio</span>: <i>Fabulosum arbitror de strigibus,
-ubera eas infantium labris immulgere</i>; e altrove: <i>Post sepulturam
-visorum quoque exempla sunt</i>. — <span class="smcap">Apulejo</span>, Metam. 5:
-<i>Scelestarum strigarum nequitia</i>. — <span class="smcap">Petronio</span>, Fragm. 63: <i>Cum
-puerum mater misella piangeret, subito strigæ cœperunt... jam
-strigæ puerum involaverunt, et supposuerunt stramenticium</i>.
-</p>
-
-<p>
-Lucano (lib. <span class="smcap lowercase">VI</span>) descrive i patti col diavolo e le stregherie,
-come potrebbe fare un cinquecentista:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Quis labor hic superis cantus herbasque sequendi</i></p>
-<p class="i01"><i>Spernendique timor? Cujus commercia pacti</i></p>
-<p class="i01"><i>Obstrictos habuere Deos?</i></p>
-<p class="i09"> <i>An habent hæc carmina certum</i></p>
-<p class="i01"><i>Imperiosa Deum, qui mundum cogere quidquid</i></p>
-<p class="i01"><i>Cogitur ipse potest?</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-E Sereno Samonico (cap. 59):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Præterea si forte premit strix atra puellos,</i></p>
-<p class="i01"><i>Virosa immulgens exertis ubera labris,</i></p>
-<p class="i01"><i>Allia præcepit Titini sententia necti.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-I due versi conservatici da Festo come preservativi, sono
-scorrettissimi; Dachery gli emenda così:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Στρίγγ’ ἀποπέμπειν νυκτίνομαν, στρίγγα τ’ἀλαὸν,</p>
-<p class="i01">Ορνιν ἀνώνυμον, ὼκυπόρους ἐπὶ νῆας ἐλαύνειν.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-— <i>La strige rimovi notte-mangiante; la sucida strige, uccello
-ferale, fuga nelle veloci navi</i>.
-</p>
-
-<p>
-I passi di antichi, attestanti le magiche arti, sono prodotti da
-<span class="smcap">Delrio</span>, <i>Disquisitiones magicæ</i>, lib. <span class="smcap lowercase">II</span>. qu. 9, e <i>passim</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note196">
-<p><span class="label"><a href="#tag196">196</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Orazio</span>, <i>Epodi</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note197">
-<p><span class="label"><a href="#tag197">197</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Svetonio</span>, in <i>Tiberio</i>, 63. 14. 79; <span class="smcap">Plinio, xvi</span>. 30;
-<span class="smcap lowercase">XXVIII.</span> 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note198">
-<p><span class="label"><a href="#tag198">198</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Mihi hæc ac talia audienti, in incerto judicium est fatone
-res mortalium et necessitate immutabili, an sorte volvantur.</i>
-Ann., <span class="smcap lowercase">VI</span>. 22. — <i>Mihi, quanto plura recentium seu veterum revolvo,
-tanto magis ludibria rerum mortalium cunctis in negotiis
-observantur</i>. Ivi, <span class="smcap lowercase">III</span>. 18.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note199">
-<p><span class="label"><a href="#tag199">199</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ad Galatas</i>, <span class="smcap lowercase">III</span>. 28; <i>ad Colossenses</i>, <span class="smcap lowercase">III</span>. 11.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note200">
-<p><span class="label"><a href="#tag200">200</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Longe clarissima urbium Orientis, non Judeæ modo.</i>
-<span class="smcap">Plinio</span>, Nat. Hist., <span class="smcap lowercase">V</span>. 14.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note201">
-<p><span class="label"><a href="#tag201">201</a>.&nbsp;&nbsp;</span>È la definizione famosa di sant'Agostino: <i>Virtus est bona
-qualitas mentis... qua nullus male utitur</i>. E altrove: <i>Ille pie
-et juste vivit, qui rerum integer est æstimator, in neutram partem
-declinando</i>. E de lib. arb.: <i>Voluntas aversa ab incommutabili
-bono et conversa ad proprium, peccat</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note202">
-<p><span class="label"><a href="#tag202">202</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La venuta di san Pietro in Italia è uno de' punti della
-storia ecclesiastica più impugnati dagli eterodossi, perchè molti
-farebbero dipendere da quella l'istituzione apostolica della santa
-sede in Roma, ma vien dimostrata da argomenti irrepugnabili.
-Nell'anno 42, da noi segnato, comincerebbero i venticinque anni
-che il <i>Cronico</i> di Eusebio assegna al pontificato di san Pietro.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note203">
-<p><span class="label"><a href="#tag203">203</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Atti apostolici</i>, <span class="smcap lowercase">XVIII</span>. 15.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note204">
-<p><span class="label"><a href="#tag204">204</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Mansit biennio... et suscipiebat omnes, qui ingrediebantur
-ad eum, prædicans regnum Dei, et docens quæ sunt de domino
-Jesu Christo, cum omni fiducia, sine prohibitione.</i> Ivi, <span class="smcap lowercase">XXVIII</span>,
-30 e 31.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note205">
-<p><span class="label"><a href="#tag205">205</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Parla sempre Tacito, <i>Ann</i>., <span class="smcap lowercase">XV</span>. 44.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note206">
-<p><span class="label"><a href="#tag206">206</a>.&nbsp;&nbsp;</span>— Quel che alle donne, è comandato anche agli uomini.
-Le leggi di Cristo non somigliano a quelle degli imperatori;
-non la stessa cosa insegnano san Paolo e Papiniano. Le leggi
-permettono ogni impudicizia agli uomini in donne libere; nei
-Cristiani, se il marito può ripudiar la donna per adulterio, anche
-essa lui pel delitto stesso. In condizioni eguali, eguale è l'obbligazione».
-<span class="smcap">S. Girolamo</span> a <i>Fabiola</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note207">
-<p><span class="label"><a href="#tag207">207</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Sap</i>., <span class="smcap lowercase">XIV</span>. 22 e seg. <i>Ad Galatas</i>, <span class="smcap lowercase">V</span>. 19 e seg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note208">
-<p><span class="label"><a href="#tag208">208</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Si vos manseritis in sermone meo, vere discipuli mei eritis;
-et cognoscetis veritatem, et veritas <span class="upright">liberabit</span> vos</i>. <span class="smcap">S. Giov.,
-viii</span>, 31 e 32.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note209">
-<p><span class="label"><a href="#tag209">209</a>.&nbsp;&nbsp;</span>— L'uomo ha diritto di comandare alle bestie, ma Dio
-solo di comandare all'uomo». <span class="smcap">S. Gregorio Magno</span>, lib. <span class="smcap lowercase">XXI</span>, <i>in
-Job.</i>, c. 15.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note210">
-<p><span class="label"><a href="#tag210">210</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Regimen tyrannicum non est justum, quia non ordinatur
-ad bonum commune, sed ad bonum privatum regentis... Et ideo
-perturbatio hujus regiminis non habet rationem seditionis, nisi
-forte quando sic inordinate perturbatur tyranni regimen, quod
-multitudo subjecta majus detrimentum patitur ex perturbatione
-consequenti, quam ex tyranni regimine</i>. <span class="smcap">San Tommaso</span>, Summa
-theol. 2ª 2<sup>æ</sup> quaest. 42ª art. 2º ad 3<sup>um</sup>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note211">
-<p><span class="label"><a href="#tag211">211</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Evulgato imperii arcano, principem alibi quam Romæ
-fieri</i>. <span class="smcap">Tacito</span>, Hist., i. 4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note212">
-<p><span class="label"><a href="#tag212">212</a>.&nbsp;&nbsp;</span>A Canneto o più verisimilmente a Calvatone nel Cremonese,
-alla biforcazione d'una strada romana, a due giornate
-da Verona. Quivi le cronache paesane collocherebbero la città
-di Vegra (forma vulgare del nome di Bedriaco, o Bebriaco),
-distrutta dagli Unni; e vi si scoprono continuamente ruderi
-antichi, e nel 1855 un busto di bronzo dell'imperatore Antonino,
-e due statuette di marmo pario.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note213">
-<p><span class="label"><a href="#tag213">213</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Tacito</span>, <i>Hist</i>., lib. <span class="smcap lowercase">IV</span>. 74. 75.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note214">
-<p><span class="label"><a href="#tag214">214</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nel censimento sotto Vespasiano si asserisce che trovaronsi
-nella Gallia Cispadana cinquantaquattro persone di cento
-anni, cinquantasette di centodieci, due di centoventicinque,
-quattro di centrentacinque, quattro di centrentasette, tre di
-cenquaranta: a Parma ve n'avea tre di centoventi, due di centotrenta;
-a Faenza una donna di centrentadue; a Rimini uno di
-cencinquanta, nominato Marco Aponio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note215">
-<p><span class="label"><a href="#tag215">215</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Stazio e Marziale. Ecco alcune delle costoro adulazioni:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Invia sarmaticis domini lorica sagittis</i></p>
-<p class="i02"> <i>Et Martis getico tergore fida magis...</i></p>
-<p class="i01"><i>Felix sorte tua, sacrum tui tangere pectus</i></p>
-<p class="i02"> <i>Fas erit, et nostri mente calere Dei!...</i></p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Redde deum votis poscentibus: invidet hosti</i></p>
-<p class="i02"> <i>Roma suo, veniat laurea multa licet.</i></p>
-<p class="i01"><i>Terrarum dominum propius videt ille; tuoque</i></p>
-<p class="i02"> <i>Terretur vultu barbarus, et fruitur...</i></p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Hiberna quamvis Arctos, et rudis Peuce</i></p>
-<p class="i01"><i>Et nugularum pulsibus calens Ister,</i></p>
-<p class="i01"><i>Fractusque cornu jam ter improbo Rhenus,</i></p>
-<p class="i01"><i>Teneat domantem regna perfidæ gentis,</i></p>
-<p class="i01"><i>Tu, summi mundi rector, et parens orbis</i></p>
-<p class="i01"><i>Abesse nostris non tamen potes votis...</i></p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Nunc ilares, si quando mihi, nunc ludite, Musæ:</i></p>
-<p class="i02"> <i>Victor ab Odrysio redditur orbe deus...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Altrove Giano, vedendo passar Domiziano, lagnasi di non
-avere abbastanza occhi e visi per mirarlo (<span class="smcap">Marziale</span>, lib. <span class="smcap lowercase">VIII</span>. 2).
-Tardi pure ad alzarsi la stella del mattino, chè, se Cesare
-compare, il popolo non s'accorgerà della mancanza (Ivi, 21). — Oh
-poeti!</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note216">
-<p><span class="label"><a href="#tag216">216</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Plinio</span>, <i>Paneg</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note217">
-<p><span class="label"><a href="#tag217">217</a>.&nbsp;&nbsp;</span>A ciò va attribuito il suo valersi sempre di Sura nello
-scriver lettere, anzichè ad inerzia, come fa Giuliano nei <i>Cesari</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note218">
-<p><span class="label"><a href="#tag218">218</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sono famose le tavole alimentari, trovate nel 1747 fra
-le mine di Velleja alle falde dell'Appennino di Piacenza. Contenevano
-il decreto con cui Trajano donava ai Vellejati e a' loro
-vicini 1,116,000 sesterzj, assicurati su fondi stabili del valore
-complessivo di 27,407,792, e fruttanti il cinque per cento. Così
-la rendita di 55,800 sesterzj era destinata ad alimentare 300
-fanciulli, cioè 263 maschi, 35 femmine di legittima nascita, più
-uno spurio o una spuria; attribuendo 16 sesterzj il mese a
-ogni maschio, 12 a ogni femmina, e 12 agli illegittimi. I fondi
-obbligati valeano almeno il decuplo dell'ipoteca. Gli alimenti
-cominciavano a darsi dopo i tre anni, a quanto pare, e fin ai
-diciotto pei maschi, ai quattordici per le fanciulle. Non si educavano
-già in case comuni, ma rimanevano a custodia dei proprj
-genitori. Del frumento allora si compravano cinque moggia e
-un quinto con sedici sesterzj; onde il fanciullo riceveva per
-centosei libbre di frumento al mese. Un dono simile apparve da
-altra tavola scoperta nel 1832 a Campolattaro, presso Benevento,
-in favore de' Liguri Bebiani. Iscrizioni varie, e passi
-di scrittori e del Codice provarono che siffatta liberalità venne
-usata da altri imperatori. Su di che vedasi <span class="smcap">Ernesto Desjardins</span>,
-<i>De Tabulis alimentariis disputatio historica</i>. Parigi 1854.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note219">
-<p><span class="label"><a href="#tag219">219</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Jam hoc pulchrum et antiquum, senatum nocte dirimi,
-triduo vocari, triduo contineri</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note220">
-<p><span class="label"><a href="#tag220">220</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Quel di Dione, fatto da Sifilino. Neppure accenno gl'informi
-frammenti di Aurelio Vittore e d'Eutropio. Il panegirico è
-di Plinio Cecilio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note221">
-<p><span class="label"><a href="#tag221">221</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Eutropio, viii</span>. 5. Più tardi corse un'opinione bizzarra;
-che papa Gregorio Magno avesse a preghiere ottenuto la liberazione
-di Trajano dall'inferno, ove stava da quattro secoli. Il
-primo a scriverla, ch'io sappia, fu Giovanni di Salisbury (<i>Polycr.</i>
-<span class="smcap lowercase">V</span>. 8): <i>Virtutes ejus legitur commendasse ss. papa Gregorius, et
-fusis pro eo lacrymis, inferorum compescuisse incendia... donec
-ei revelatione nuntiatum sit, Trajanum a pœnis inferni liberatum,
-sub ea tamen conditione, ne ulterius pro aliquo infideli Deum
-sollicitare præsumeret</i>. San Tommaso si vale di questa tradizione,
-e Dante (<i>Purg.</i>, <span class="smcap lowercase">X</span>. 73) accenna
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i09"> l'alta gloria</p>
-<p class="i01">Del roman prence, lo cui gran valore</p>
-<p class="i01">Mosse Gregorio alla sua gran vittoria.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note222">
-<p><span class="label"><a href="#tag222">222</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Sparziano</span>, in <i>Adriano</i>, negli <i>Scriptor. Hist. Augustæ.</i>
-Ciò praticavasi già con Omero, poi in questi tempi con Virgilio.
-Narra Giulio Capitolino, che, interrogando Clodio Albino a
-questo modo l'<i>Eneide</i>, gli occorse quel del libro <span class="smcap lowercase">VI</span>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Hic rem romanam, magno turbante tumultu,</i></p>
-<p class="i01"><i>Sistet equus, sternet Pœnos, Gallumque rebellem.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Alessandro Severo al modo stesso trovò:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Te manet imperium cœli, terræque, marisque;</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-e pensando applicarsi alle arti liberali, ebbe questa risposta:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Excudent alii spirantia mollius æra...</i></p>
-<p class="i01"><i>Tu regere imperio populos, Romane, memento.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Vedi <span class="smcap">Lampridio</span> in <i>Alex. Severo</i>. Non cadde questa superstizione
-col paganesimo. Sant'Agostino (<i>Ep</i>. 55 <i>ad Januar</i>.) la
-nota e la condanna; e così il concilio d'Agda col nome di <i>sorti
-dei Santi</i>: e Gregorio di Tours (<i>Hist. Franc.</i>, <span class="smcap lowercase">IV</span>. 6) scrive:
-<i>Positis clerici tribus libris super altare, idest Prophetiæ, Apostoli
-atque Evangeliorum, oraverunt ad Dominum ut Christiano
-quid eveniret ostenderet. Aperto igitur omnium Prophetarum
-libro, reperiunt: — Auferam maceriam ejus</i>». E nel lib. <span class="smcap lowercase">V</span>. 49:
-<i>Mœstus turbatusque ingressus oratorium, davidici carminis
-sumo librum, in quo ita repertum est: — Eduxit eos in spe, et
-non timuerunt</i>».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note223">
-<p><span class="label"><a href="#tag223">223</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nel 1664 a Upsal si stampò un <i>Trattato dell'arte della
-guerra</i>, presumendo fosse quel di Adriano, pubblicato dal console
-Maurizio, ma è composizione d'assai posteriore. È pure
-suppositizio il dialogo suo con Epitteto, pubblicato dal Froben
-nel 1551, ove propone varj quesiti che il migliore filosofo del
-suo secolo scioglie, e in cui, tra massime false, ridicole e triviali,
-ne occorrono di eccellenti. — Che cosa è la pace? Una libertà
-tranquilla. — Che cosa la libertà? Innocenza e virtù».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note224">
-<p><span class="label"><a href="#tag224">224</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Sparziano</span> nella vita di lui.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note225">
-<p><span class="label"><a href="#tag225">225</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pure costui non ischivò l'odio di Adriano, onde diceva: — Mi
-maraviglio di tre cose: che, nato Gallo, io parli greco;
-che essendo eunuco, io sia chiamato giudice d'adulterj; che
-odiato dall'imperatore, io viva».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note226">
-<p><span class="label"><a href="#tag226">226</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Τοσοῦτον δὲ δύνανται οἴ ἄρχοντης πρὸς τῆς ἀληθείας δόξαν τιμῶντες,
-ὄσον καὶ λησταὶ ἐν ἐρημεία. <span class="smcap lowercase">I</span>. 12.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note227">
-<p><span class="label"><a href="#tag227">227</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Lampridio</span> in <i>Alex. Severo</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note228">
-<p><span class="label"><a href="#tag228">228</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Originariamente costui chiamavasi Catilio Severo. D'illustre
-famiglia romana, fu educato sotto gli occhi di Lucio
-Annio Aurelio Vero, suo avo materno, che lo adottò e nominò
-Marco Elio Aurelio Vero.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note229">
-<p><span class="label"><a href="#tag229">229</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Eusebio</span>, <span class="smcap lowercase">IV</span>. 13. 16. Capitolino diresse a Diocleziano
-una vita di lui, ma confusa. I libri di Dione Cassio ad esso
-relativi si desiderano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note230">
-<p><span class="label"><a href="#tag230">230</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Fra le altre cose gli diceva: <i>Nonnunquam ego te coram
-paucissimis ac familiarissimis meis gravioribus verbis absentem
-insectatus sum... cum tristior quam par erat in cœtu
-hominum progrederer, vel cum in theatro tu libros, vel in convivio
-lectitabas; nec ego, dum tu theatris, nec dum conviviis,
-abstinebam. Tum igitur ego te durum et intempestivum hominem,
-odiosum etiam nonnunquam, ira percitus, appellabam.</i>
-Lib. <span class="smcap lowercase">VI</span>. 12.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note231">
-<p><span class="label"><a href="#tag231">231</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Servano per saggio tre viglietti, che, come i passi superiori,
-scegliamo da <span class="smcap">M. Cornelii Frontonis et M. Aurelii
-imperatoris epistolæ... Fragmenta Frontonis et scripta
-grammatica</span>; curante <span class="smcap">A. Majo</span>. Roma 1823. — <i>Magistro meo.
-Ego dies istos tales transegi. Soror dolore muliebrium partium
-ita correpta est repente, ut faciem horrendam viderim;
-mater autem mea in ea trepidatione imprudens angulo parietis
-costam inflixit; eo ictu graviter et se et nos adfecit. Ipse, cum
-cubitum irem, scorpionem in lecto offendi; occupavi tamen
-eum occidere priusquam supra accubarem. Tu si rectius vales,
-est solacium. Mater jam levior est, deis volentibus. Vale, mi
-optime, dulcissime magister. Domina mea te salutat.</i>
-</p>
-
-<p>
-Frontone risponde: <i>Domino meo. Modo mihi Victorinus indicat
-dominam tuam magis valuisse quam heri. Gratia leviora
-omnia nuntiabat. Ego te idcirco non vidi, quod ex gravedine
-sum imbecillus. Cras tamen mane domum ad te veniam. Eadem,
-si tempestivum erit, etiam dominam visitabo.</i>
-</p>
-
-<p>
-Marc'Aurelio replica: <i>Magistro meo. Caluit et hodie Faustina;
-et quidem id ego magis hodie videor deprehendisse. Sed,
-Deis juvantibus, æquiorem animum mihi facit ipsa, quod se
-tam obtemperanter nobis accommodat. Tu, si potuisses, scilicet venisses.
-Quod jam potes et quod venturum promittis, delector, mi
-magister. Vale, mi jucundissime magister.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note232">
-<p><span class="label"><a href="#tag232">232</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Frontone fa un elogio affatto retorico di Lucio Vero,
-attribuendo tutta a merito di lui la riforma delle indisciplinatissime
-truppe di Siria: e lo paragona a Trajano, dandogliene
-sempre la preferenza. <i>Principia historiæ</i>. Si hanno pure le
-lettere che Vero gli dirigeva, raccomandandogli di esaltare le
-sue imprese e la gravezza del pericolo, e la nullità degli altri
-capitani, ecc. E il buon maestro, abbagliato dalle cortesie d'uno
-scolaro imperiale, non rifina di ammirarne le azioni, ma soprattutto
-la portentosa eloquenza spiegata negli ordini del giorno e
-nei bullettini inviati al senato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note233">
-<p><span class="label"><a href="#tag233">233</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dione dice, οὐκ ἀθεεὶ: e νίκῆ παράδοξος εὐτυχήθη, μᾶλλον δέ
-παρὰ θεοῦ ἐδωρήθη. E Claudiano:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Laus ibi nulla ducum...</i></p>
-<p class="i01"><i>Tum, contenta polo, mortalis nescia teli</i></p>
-<p class="i01"><i>Pugna fuit.</i></p>
-<p class="i07"> De <span class="smcap lowercase">VI</span> consulatu Honorii, v. 340.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note234">
-<p><span class="label"><a href="#tag234">234</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Filostrato</span>, <i>Vite dei Sofisti</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note235">
-<p><span class="label"><a href="#tag235">235</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Εἰς έαυτὸν, libri dodici.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note236">
-<p><span class="label"><a href="#tag236">236</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ch'egli però si dilettasse in questi studj, continua prova
-ne danno le sue lettere a Frontone, scoperto dal Maj. In una
-gli dice: <i>Mitte mihi aliquid, quod tibi disertissimum videatur,
-quod legam, vel tuum, vel Catonis, vel Ciceronis, aut Sallustii,
-aut Gracchi, aut poetæ alicujus,</i> χρήζω γὰρ ἀναπαύλης, <i>et maxime
-hoc genus; quae me lectio extollat et diffundat</i> ἐκ τῶν κατειληφυιῶν
-φροντιδίων. <i>Etiam si qua Lucretii aut Ennii excerpta habes,</i>
-εὔφωνα καὶ ... φρα, <i>et sicubi</i> ὴθους, ἐμφὰσεις.
-</p>
-
-<p>
-Il cardinale Barberini tradusse gli scritti di Marc'Aurelio,
-dedicandone la traduzione all'anima propria «per renderla più
-rossa che la sua porpora allo spettacolo delle virtù di questo
-Gentile».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note237">
-<p><span class="label"><a href="#tag237">237</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Regiones ultra fines imperii dubiæ libertatis</i>. <span class="smcap">Seneca</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note238">
-<p><span class="label"><a href="#tag238">238</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cicerone (<i>pro Roscio</i>, 7) parla di cinquantasei miglia
-fatte in dieci ore di notte con legni di posta, cisiis. Cesare faceva
-cento miglia in un giorno: <span class="smcap">Svetonio</span>, 57. Plinio (<i>Nat. hist.</i>,
-<span class="smcap lowercase">VII</span>. 20) numera sette giornate di navigazione da Ostia alle Colonne
-d'Ercole; dieci ad Alessandria.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note239">
-<p><span class="label"><a href="#tag239">239</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Cicerone</span>, <i>Pro domo sua</i>, 28. Floro, nella prefazione,
-dice che la storia di Roma non è quella d'un popolo, ma del
-genere umano. Cicerone loda Pompeo che le sue imprese non
-hanno altri limiti che quelli del sole. Livio (<span class="smcap lowercase">XXXVIII</span>. 45, 54) fa
-dire agli ambasciadori in senato, che ormai Roma non ha a
-combattere mortali, ma a tutelare l'uman genere, e, come gli
-Dei, vigilare al suo riposo. Ovidio canta ne' <i>Fasti</i>, <span class="smcap lowercase">II</span>. 684:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Romanæ spatium est urbis et orbis idem.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-L'autore dei versi inseriti nel <i>Satyricon</i> di Petronio, cap. 119:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Orbem jam totum victor Romanus habebat</i></p>
-<p class="i01"><i>Qua mare, qua tellus, qua sidus currit utrumque.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-E Plinio, <span class="smcap lowercase">XXVII</span>. 1: <i>Una cunctarum gentium in toto orbe patria</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note240">
-<p><span class="label"><a href="#tag240">240</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Quæ tam seposita est, quæ gens tam barbara, Cæsar,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Ex qua spectator non sit in urbe tua?</i></p>
-<p class="i01"><i>Venit ab orphæo cultor rhodopeius Hæmo,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Venit et epoto Sarmata pastus equo;</i></p>
-<p class="i01"><i>Et qui prima bibit deprensi flumina Nili,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Et quem supremæ Tethyos unda ferit.</i></p>
-<p class="i01"><i>Festinavit Arabs, festinavere Sabæi,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Et Cilices nimbis hic maduere suis.</i></p>
-<p class="i01"><i>Crinibus in nodum tortis venere Sicambri,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Atque aliter tortis crinibus Æthiopes.</i></p>
-<p class="i01"><i>Vox diversa sonat: populorum est vox tamen una,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Quum verus patria diceris esse pater.</i></p>
-<p class="i11"> <span class="smcap">Marziale</span>, Spectac. <span class="smcap lowercase">III</span>.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note241">
-<p><span class="label"><a href="#tag241">241</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gajo lo dice espresso: <i>Constitutio principis est, quod imperator
-decreto vel edicto vel epistola constituit; nec unquam
-dubitatum est, quin id legis vicem obtineat, cum ipse imperator
-per legem imperium accipiat</i>. Inst. i. 2, § 6.
-</p>
-
-<p>
-Ecco il senatoconsulto fatto all'elezione di Vespasiano:
-</p>
-
-<p>
-— Siagli in arbitrio conchiudere trattati con chi vorrà,
-come fu in arbitrio d'Augusto, Tiberio e Claudio.
-</p>
-
-<p>
-«Di radunare il senato, fare e far fare proposizioni, far
-rendere senatoconsulti per voti individuali o per divisione.
-</p>
-
-<p>
-«Ogniqualvolta sarà raccolto per volontà, permissione od
-ordine di lui o in sua presenza, tutti gli atti del senato abbiano
-forza, e siano osservati come fosse stato raccolto per legge.
-</p>
-
-<p>
-«Ogniqualvolta i candidati di qualche magistratura, potere,
-comando, carica siano raccomandati da lui al senato o al
-popolo romano, e ch'egli avrà dato o promesso il suo appoggio,
-in tutti i comizj abbiasi singolare riguardo a tal candidatura.
-</p>
-
-<p>
-«Siagli permesso, quando lo creda utile alla repubblica,
-estendere i limiti del pomerio (cioè del recinto della città),
-come fu permesso a Claudio.
-</p>
-
-<p>
-«Abbia diritto e pien potere di fare quanto crederà conveniente
-all'interesse della repubblica, alla maestà delle cose
-divine ed umane, al bene pubblico o particolare, come l'ebbero
-Augusto, Tiberio e Claudio.
-</p>
-
-<p>
-«Di tutte le leggi e i plebisciti, da cui fu scritto rimanessero
-dispensati Augusto, Tiberio e Claudio, sia pur dispensato
-Vespasiano. Tutto quello che Augusto, Tiberio e Claudio fecero
-per una legge qualunque, possa farlo Vespasiano.
-</p>
-
-<p>
-«Tutto ciò che, prima di questa legge, fu fatto, eseguito,
-decretato, comandato dall'imperatore Vespasiano o da altra
-qualsiasi persona per ordine e mandato di lui, sia reputato legale,
-e rimanga rato, come fosse fatto per ordine del popolo.
-</p>
-
-<p>
-«<i>Sanzione</i>. Se qualcuno, in virtù della presente legge,
-contravvenne o contravvenga poi alle leggi, plebisciti o senatoconsulti,
-facendo ciò ch'essi vietano, od ommettendo ciò che
-ordinano, non sia tenuto in colpa, nè obbligato a veruna riparazione
-verso il popolo romano. Verun'azione non sia intentata,
-verun giudizio reso a tal proposito, e nessun magistrato soffra
-che un cittadino sia citato avanti a lui per questa ragione».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note242">
-<p><span class="label"><a href="#tag242">242</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Princeps legibus solutus est</i>. D. <span class="smcap lowercase">I</span>. 3. fr. 31.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note243">
-<p><span class="label"><a href="#tag243">243</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Molti esempj ne adduce il Labus ne' <i>Marmi Bresciani</i>. — Nel
-1851 a Salpensa e a Malaga in Ispagna furono, su due
-tavole di bronzo, scoperte leggi municipali date da Domiziano
-imperatore, che Mommsen illustrò negli <i>Atti della Società sassone
-delle scienze</i>. Lipsia 1855. In esse viene comunicato alle
-suddette città il diritto del Lazio, con formole che probabilmente
-sono identiche a quelle usate per tutte le città donate
-di simile privilegio; sicchè da dette tavole è illustrato lo <i>jus
-Latii</i>, quanto dalle tavole di Velleja e da quelle di Eraclea la
-legge comunale. Ivi troviam dato il nome di <i>municipj</i> a siffatte
-città, che in conseguenza ebbero magistrati proprj, quasi indipendenti
-dal preside della provincia; il popolo v'era distribuito
-per curie all'uopo di rendere i suffragi; que' municipj godevano
-<i>manus, potestas, mancipium</i>, proprj de' cittadini romani.
-</p>
-
-<p>
-Nel 1872 furono trovate le tavole di <i>Julia Genetiva Urbanorum</i>,
-cioè di Ossuna, nella Spagna ulteriore, date il 710 di
-Roma, edite poi da Hübner e Mommsen.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note244">
-<p><span class="label"><a href="#tag244">244</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dalla dittatura di Fabio fin a Cesare, la paga del soldato
-fu di tre assi il giorno (circa 27 centesimi); Cesare la raddoppiò
-portandola a diciotto denari il mese (lire 14.72); Augusto
-la conservò tale; Domiziano la crebbe a venticinque denari
-il mese (lire 27.47). La gratificazione ai pretoriani concessa
-da Augusto fu di ventimila sesterzj (lire 4035.40) dopo sedici
-anni, e pei legionarj di dodicimila (lire 2421.24) dopo
-venti anni: per tali paghe egli istituì un tesoro, di cui fece
-il primo fondo con denari proprj.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note245">
-<p><span class="label"><a href="#tag245">245</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Svetonio</span>, in <i>Aug</i>., 102, 128.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note246">
-<p><span class="label"><a href="#tag246">246</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così <span class="smcap">Svetonio</span>, in <i>Vesp</i>. 17. Alcuni leggono quarantamila
-milioni di sesterzj, che sarebber ottomila milioni di lire:
-questo è troppo, ma sarebbe troppo poco la cifra da noi data
-se s'intendesse di solo contante, senza le contribuzioni in natura
-e i servigi personali.
-</p>
-
-<p>
-Il trattato di Hegewisch <i>sulle finanze romane</i> mantiene più
-che non prometta. Sono diversissime le valutazioni degli autori
-intorno alle rendite dell'impero: Giusto Lipsio le porterebbe
-a cinquecento milioni di scudi d'oro; Gibbon a venti milioni di
-sterline, cioè cinquecento milioni di franchi; gli autori inglesi
-della <i>Storia universale</i> a novecensessanta milioni.
-</p>
-
-<p>
-Chi voglia istituire paragoni coi moderni, non dimentichi che
-ora la maggior somma è assorbita dal debito pubblico, ignoto
-agli antichi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note247">
-<p><span class="label"><a href="#tag247">247</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ut maxima civitas minimæ domus diligentia contineretur</i>.
-<span class="smcap">Floro</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note248">
-<p><span class="label"><a href="#tag248">248</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Plinio</span>, <i>Nat. hist.</i>, <span class="smcap lowercase">VI</span>. 23; <span class="smcap lowercase">XII</span>. 18.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note249">
-<p><span class="label"><a href="#tag249">249</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lo pretende Dureau de la Malle, <i>Économie politique
-des Romains</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note250">
-<p><span class="label"><a href="#tag250">250</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<table class="gener" summary="">
- <tr>
- <td colspan="2" class="center"><i>Spese per coltivare sette campi a viti</i>.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Per comprar uno schiavo che da solo basti</td> <td class="center">sesterzj</td> <td class="num">8,000</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Compra dei sette campi</td> <td class="center">»</td> <td class="num">7,000</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Pali e altre spese occorrenti</td> <td class="center">»</td> <td class="num">14,000</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td class="nospace padtop">In tutto sesterzj</td> <td class="num btop padtop">29,000</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Interessi di questi al sei per cento nei due anni che la terra non produce, e che il denaro resta infruttuoso</td> <td class="center">»</td> <td class="num">3,480</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td class="nospace padtop">Totale, sesterzj</td> <td class="num btop padtop">32,480</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center"><i>Rendita di sette campi</i>.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Ogni anno</td> <td class="center">sesterzj</td> <td class="num">6,300</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>oltre un diecimila marze che ciascun campo rendeva l'anno, e che vendevansi tremila sesterzj.</td>
- </tr>
-</table>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note251">
-<p><span class="label"><a href="#tag251">251</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> <i>Tondet et innumeros gallica Parma greges.</i></p>
-<p class="i01"><i>Velleribus primis Apulia, Parma secundis</i></p>
-<p class="i02"> <i>Nobilis, Altinum tertia laudet ovis.</i></p>
-<p class="i13"> <span class="smcap">Marziale</span>.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note252">
-<p><span class="label"><a href="#tag252">252</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Aureliano scriveva al prefetto dell'annona di tener satolla
-la plebe; <i>neque enim populo romano saturo quicquam
-potest esse lætius</i>. <span class="smcap">Vopisco</span>, in <i>Vita</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note253">
-<p><span class="label"><a href="#tag253">253</a>.&nbsp;&nbsp;</span>È probabilmente del 303. Fu trovato da William Sherard
-a Stratonicea di Caria nel 1709, poi pubblicato in miglior
-modo da Bankes, Londra 1826, ove la tariffa occupa ben quindici
-facciate in-8ª. Sono quattrocentrentatre articoli di merci o
-di manifatture tassati; ma restano molte lacune. Moreau de
-Jonnès ne dedusse questa tabella, ragguagliata alle monete e
-misure d'oggi:
-</p>
-
-<table class="gener" summary="">
- <tr>
- <td colspan="2" class="center"><i>Prezzi del lavoro</i>.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Al bracciante per giornata 25 denari</td> <td class="center">ll.</td> <td class="num">5. 62</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Al muratore</td> <td class="center">»</td> <td class="num">11. 25</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Al manovale che rimesta la calcina</td> <td class="center">»</td> <td class="num">11. 25</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Al marmorino che fa i musaici</td> <td class="center">»</td> <td class="num">13. 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Al sarto, per fattura d'un abito</td> <td class="center">»</td> <td class="num">11. 25</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Per fattura di calcei, scarpe de' patrizj</td> <td class="center">»</td> <td class="num">33. 75</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="spaced4">di</span> <i>caligæ</i>, scarpe di artigiani</td> <td class="center">»</td> <td class="num">27.&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="spaced8">di</span> soldati e senatori</td> <td class="center">»</td> <td class="num">22. 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="spaced8">di</span> donna</td> <td class="center">»</td> <td class="num">13. 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="spaced4">di</span> <i>campagi</i>, sandali militari</td> <td class="center">»</td> <td class="num">16. 87</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Al barbiere, per uomo</td> <td class="center">»</td> <td class="num">—&nbsp; 45</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Al veterinario, per tosare gli animali e tagliar le unghie</td> <td class="center">»</td> <td class="num">1. 35</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Al maestro architetto, e per ogni ragazzo al mese</td> <td class="center">»</td> <td class="num">22. 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>All'avvocato, per un'istanza ai tribunali</td> <td class="center">»</td> <td class="num">—&nbsp; 25</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Per una causa</td> <td class="center">»</td> <td class="num">225. &nbsp;—</td>
- </tr>
-</table>
-
-<table class="gener" summary="">
- <tr>
- <td colspan="3" class="center"><i>Prezzo dei vini</i>.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Il Piceno, Tiburtino, Sabino, Amineano, Sorrentino, Setino, Falerno, ogni litro</td> <td class="center balign">ll.</td> <td class="num">13. 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Vino vecchio di prima qualità</td> <td class="center">»</td> <td class="num">10. 90</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Vino rustico</td> <td class="center">»</td> <td class="num">3. 60</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Birra (camum)</td> <td class="center">»</td> <td class="num">1. 80</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Vino fatturato d'Asia (caranium mœonium)</td> <td class="center">»</td> <td class="num">13. 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Vino d'orzo d'Attica</td> <td class="center">»</td> <td class="num">10. 90</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3" class="center"><i>Carne alla libbra di Francia.</i></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Carne di manzo</td> <td class="center balign">ll.</td> <td class="num">2. 40</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Carne d'agnello, capretto, porco</td> <td class="center">»</td> <td class="num">3. 60</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Il lardo migliore</td> <td class="center">»</td> <td class="num">4. 80</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>I migliori presciutti di Vestfalia, della Cerdagna, o del paese dei Marsi</td> <td class="center">»</td> <td class="num">4. 80</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Grasso di porco fresco</td> <td class="center">»</td> <td class="num">3. 60</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Fegato di porco ingrassato con fichi (<i>ficatum</i>)</td> <td class="center">»</td> <td class="num">4. 80</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Zampe di porco, ognuna</td> <td class="center">»</td> <td class="num">— 90</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Salame di porco fresco (<i>isicium</i>) del peso di un'oncia</td> <td class="center">»</td> <td class="num">— 40</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Salame di bue fresco (<i>isicia</i>)</td> <td class="center">»</td> <td class="num">3. 37</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Salame di porco fumicato e condito (<i>lucanicæ</i>)</td> <td class="center">»</td> <td class="num">3. 60</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Salame di bue fumicato</td> <td class="center">»</td> <td class="num">3. 37</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3" class="center"><i>Selvaggina, prezzo medio per capo.</i></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Un pavone maschio ingrassato</td> <td class="center balign">ll.</td> <td class="num">56. 25</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Un pavone femmina ingrassata</td> <td class="center">»</td> <td class="num">45.&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Un pavone selvatico maschio</td> <td class="center">»</td> <td class="num">28. 12</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Un pavone femmina</td> <td class="center">»</td> <td class="num">22. 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Un'oca grassa</td> <td class="center">»</td> <td class="num">45.&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Un'oca non ingrassata</td> <td class="center">»</td> <td class="num">22. 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Un pollo</td> <td class="center">»</td> <td class="num">13. 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Una pernice</td> <td class="center">»</td> <td class="num">6. 75</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Un lepre</td> <td class="center">»</td> <td class="num">33. 75</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Un coniglio</td> <td class="center">»</td> <td class="num">9.&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3" class="center"><i>Pesce.</i></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Pesce di mare di prima qualità</td> <td class="center balign">ll.</td> <td class="num">5. 40</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Pesce di fiume id.</td> <td class="center">»</td> <td class="num">2. 70</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Pesce salato</td> <td class="center">»</td> <td class="num">1. 35</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Ostriche al cento</td> <td class="center">»</td> <td class="num">22. 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3" class="center"><i>Civaje.</i></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Lattuche delle migliori, ogni cinque</td> <td class="center balign">ll.</td> <td class="num">— 90</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Cavoli de' migliori, l'uno</td> <td class="center">»</td> <td class="num">— 90</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Cavolifiori de' migliori, ogni cinque</td> <td class="center">»</td> <td class="num">— 99</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Barbabietole delle migliori, ogni cinque</td> <td class="center">»</td> <td class="num">— 90</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Ramolacci i più grossi</td> <td class="center">»</td> <td class="num">— 90</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3" class="center"><i>Altri comestibili.</i></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Miele ottimo, al litro</td> <td class="center balign">ll.</td> <td class="num">18.&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Olio di prima qualità</td> <td class="center">»</td> <td class="num">18.&nbsp;—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Liquamen</i>, stimolante per l'appetito</td> <td class="center">»</td> <td class="num">2.&nbsp;—</td>
- </tr>
-</table>
-
-<p>
-Iscrizione di tanta importanza per gli economisti come per
-gli antiquarj, venne molto discussa, e se ne trassero conchiusioni
-ben diverse da quelle di Moreau de Jonnès. Nell'originale
-i prezzi sono determinati colla sigla *, che significa denaro,
-ma deve significare il denario <i>æreus</i> di rame, moneta
-nuova battuta da Diocleziano, che valea la ventiquattresima
-parte del pezzo d'argento fino, vale a dire centotredici milligrammi,
-che oggi sarebbero due centesimi e mezzo. È da
-ricordare che Lattanzio (<i>De morte persecutorum</i>, c. 7) dichiara
-che quella tariffa era eccessivamente bassa, e perciò cessossi
-dal vendere, onde nacque carestia; e, dopo puniti molti di
-morte, fu duopo lasciarla cadere nell'oblio. Le valutazioni
-dunque date da Moreau de Jonnès ripugnano alla storia, non
-men che al fatto, il quale porta che i prezzi delle giornate
-son presso a poco sempre eguali, pareggiandosi a quel che è
-necessario per vivere.
-</p>
-
-<p>
-È peccato che le cifre del valor del grano, dell'orzo, della
-segala siano perdute; ma abbiamo il
-</p>
-
-<table class="gener" summary="">
- <tr>
- <td>Miglio pisto</td> <td>al moggio</td> <td class="center balign">L.</td> <td class="num">2 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Intero</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td> <td class="num">1 25</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Panico</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td> <td class="num">1 25</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Spelta mondata</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td> <td class="num">2 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Fave non rotte</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td> <td class="num">1 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Lenti</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td> <td class="num">2 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Piselli</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td> <td class="num">1 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Ceci</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td> <td class="num">2 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Avena</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td> <td class="num">0 75</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Lupino crudo</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td> <td class="num">1 50</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Fagiuoli secchi</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td> <td class="num">2 50</td>
- </tr>
-</table>
-
-<p>
-Così 13 litri di sale sono a L. 2.50; la libbra di carne suina 0.30;
-di manzo, di cara e montone 0.20; di lardo 0.40; di prosciutto
-0.50; di agnello e capretto 0.30; di porcello 0.40; la sugna
-0.05; il burro 0.40; mezzo litro d'olio 0.30; del sopraffino 1;
-le ulive 0.10; i vini d'Italia da 20 a 30 denari, cioè dai 50 ai
-75 centesimi; la birra da 5 a 10 centesimi.
-</p>
-
-<p>
-Quanto alle giornate, quella del contadino sarebbe di L. 0.65;
-di muratore, falegname, fornaciajo di calce, fabbro, panattiere
-1.25; marmorajo, terrazziere di musaico 1.50; asinajo,
-camellajo, bardotto (<i>bardonarius</i>), pastore centesimi 50 col
-vitto; mulattiere, porta acqua, curator di condotti con vitto e
-per l'intera giornata centesimi 65. Al pedagogo, al maestro di
-leggere e scrivere 1.25; 1.90 al maestro di calcolo e stenografia;
-5 al grammatico greco; 2.50 al maestro architetto; al garzone
-del bagno centesimi 5; per le scarpe da mulattiere e paesano
-senza chiodi ogni pajo 3, da soldati 2.50, da patrizj 3.75, da
-donna 1.50; il legno di quercia per una misura di quattordici
-sopra sessantotto cubiti 6.25; di frassino per quattordici cubiti
-sopra quarantotto dita, 5.
-</p>
-
-<p>
-I calcoli e i ragionamenti di Dureau de la Malle tendono a
-stabilire che il ragguaglio fra i metalli preziosi e il prezzo medio
-del grano, delle giornate, del soldo militare, era, sotto l'impero
-romano, a un bel circa quello della Francia odierna.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note254">
-<p><span class="label"><a href="#tag254">254</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Digesto, tit. <i>De publicanis et vectigalibus</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note255">
-<p><span class="label"><a href="#tag255">255</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Minima computatione, millies centena millia sestertium
-annis omnibus India et Seres, peninsulaque illa (Arabia) imperio
-nostro adimunt; tanto nobis deliciæ et fœminæ constant.</i>
-Nat. hist., <span class="smcap lowercase">XII</span>. 41.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note256">
-<p><span class="label"><a href="#tag256">256</a>.&nbsp;&nbsp;</span>— Io mostrerò nella prima epoca, che i Romani, poveri
-soldati, non ebbero nè genio nè cognizione di commercio; nella
-seconda, che i Romani, grandi e potenti colla guerra, trascurarono
-per orgoglio il commercio, e non pensarono che ad arricchirsi
-colle spoglie di tutte le nazioni; nella terza, che i Romani,
-schiavi e voluttuosi, con un commercio passivo e rovinoso, caddero
-nella povertà e nella barbarie. <span class="smcap">Mengotti</span>, <i>Del commercio
-de' Romani</i>; memoria premiata dall'Istituto di Francia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note257">
-<p><span class="label"><a href="#tag257">257</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ma i poeti non sapevano immaginare a quella spedizione
-altro scopo che di conquiste. Vedasi Orazio; e così Properzio,
-<span class="smcap lowercase">III</span>. 4:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Arma Deus Cæsar dites meditatur ad Indos,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Et freta gemmiferi findere classe maris.</i></p>
-<p class="i01"><i>Magna viæ merces; parat ultima terra triumphos;</i></p>
-<p class="i02"> <i>Tigris et Euphrates sub tua jura fluent.</i></p>
-<p class="i01"><i>Seres et ausoniis venient provincia virgis...</i></p>
-<p class="i01"><i>Ite agite; expertæ bello date lintea proræ.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note258">
-<p><span class="label"><a href="#tag258">258</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Orosio, vii</span>. 16.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note259">
-<p><span class="label"><a href="#tag259">259</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tacito lo rammenta più volte, e così Filostrato, <span class="smcap lowercase">IV</span>. 12,
-<span class="smcap lowercase">V</span>. 1; Plinio Cecilio, <i>Epist</i>. <span class="smcap lowercase">III</span>. 11; Origene, <i>contra Celsum,</i> <span class="smcap lowercase">III</span>.
-66; san Giustino, <i>Apolog</i>. <span class="smcap lowercase">II</span>. 8. — Vedi <span class="smcap">Burigny</span>, <i>Mémoires de
-l'Académie des Inscriptions</i>, tom. <span class="smcap lowercase">XXXI</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note260">
-<p><span class="label"><a href="#tag260">260</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La prima edizione certa di Plinio fu fatta da Giovanni di
-Spira in Venezia il 1469: fino al 1480 se n'erano fatte sei ristampe,
-ma tutte scorrette in modo, che Erasmo diceva, chi
-pigliasse a restituire Plinio, si torrebbe sulle braccia tanta briga,
-quanta chi prende una nave o una moglie. Le edizioni di Plinio
-finiscono alla parola <i>Hispania quacumque ambitur mari</i>. Nel
-1831, in un manoscritto di Bamberga, Luigi De Jan professore
-a Schweinfurt trovò la fine dell'opera, che dà un quadro comparativo
-della storia naturale nei paesi posti sotto zone diverse,
-loda l'Europa meridionale e specialmente la Spagna, «ove la
-dolcezza di un clima temperato dovette, giusta il dogma dei
-primi Pitagorici, ajutar di buon'ora la stirpe umana a spogliare
-la rozzezza selvaggia». A Gotha nel 1855 si fece un'edizione
-sopra un codice che dà il titolo vero dell'opera: <span class="smcap">Caji Plinii Secundi</span>
-<i>naturæ historiarum</i>, lib. <span class="smcap lowercase">XI. XII. XIII. XIV. XV</span>, <i>fragmenta
-edidit e codice rescripto sæculi quarti D.r <span class="upright">Fridegarius
-Mone</span></i>.
-</p>
-
-<p>
-Pel paragone che facciamo qui sotto, potrebbero contrapporsi
-il gonfio elogio che di Plinio fece Buffon nel secolo passato,
-e il severo giudizio che nel nostro ne portò Isidoro Geoffroy
-Saint-Hilaire (<i>Essai de Zoologie générale</i>, par. <span class="smcap lowercase">I. I.</span> 5) dicendo: — Passare
-da Aristotele a Plinio è un ricadere da tutta l'altezza
-che separa l'invenzione e il genio dalla compilazione fiorita e
-dal discorso spiritoso... Plinio è un mero compilatore, forse più
-elegante, ma altrettanto meno scrupoloso... Aristotele quattro
-secoli prima avea ridotte al giusto valore queste inezie vulgari».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note261">
-<p><span class="label"><a href="#tag261">261</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Nat. hist.</i>, <span class="smcap lowercase">III</span>. 7; <span class="smcap lowercase">VIII</span>. 55; <span class="smcap lowercase">II.</span> 7.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note262">
-<p><span class="label"><a href="#tag262">262</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Nat. hist</i>., <span class="smcap lowercase">VII</span>. 2. 3. 6. 46; <span class="smcap lowercase">VIII</span>. 66. 67; <span class="smcap lowercase">XXVIII</span>. 2. 3. 4;
-<span class="smcap lowercase">V</span>. 30.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note263">
-<p><span class="label"><a href="#tag263">263</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Terra solida et globosa undique in sese nutibus suis conglobata. — Omnes
-ejus partes medium capescentes nituntur
-æqualiter</i>. De nat. Deorum, <span class="smcap lowercase">II</span>. 39 e 45.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note264">
-<p><span class="label"><a href="#tag264">264</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap lowercase">II</span>. 5 e 1.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note265">
-<p><span class="label"><a href="#tag265">265</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap lowercase">XXXIII</span>. 1. 3. 4. 13. <span class="smcap lowercase">XIX</span>. 1. 4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note266">
-<p><span class="label"><a href="#tag266">266</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap lowercase">VII.</span> 1. 7; <span class="smcap lowercase">II.</span> 13. 1.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note267">
-<p><span class="label"><a href="#tag267">267</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap lowercase">XXX</span>. 4; <span class="smcap lowercase">III</span>. 6. 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note268">
-<p><span class="label"><a href="#tag268">268</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I classici riboccano d'inesattezze geografiche. Cicerone,
-nel <i>Sogno di Scipione</i>, mostrossi ben addietro di quel che già si
-conosceva. Orazio dà per estremi della terra la Bretagna e il
-Tanai. Virgilio fa scorrere il Nilo per l'India (<i>Georg</i>., <span class="smcap lowercase">IV</span>. 293;
-e vedi pure Lucano, <span class="smcap lowercase">X</span>. 292). La Bretagna fu appuntino descritta
-da Giulio Cesare; eppure Tacito dice che Agricola scoperse
-ch'era isola, le dà la forma d'uno scudo o di un'ascia, e
-soggiunge che all'oriente ha la Germania, a mezzodì la Gallia,
-ad occidente la Spagna, a mezza strada incontrando l'Irlanda.
-Per Plinio la Scandinavia è un'isola, e comunque raccoglitore
-appassionato, sembra ch'e' non abbia conosciuto Strabone, osservatore
-tanto più arguto di lui. Tolomeo è inesattissimo nella
-geografia dell'Italia; colpa sua o degli scrivani: nel solo breve
-tratto riferibile all'alta Italia, pone fra i Cenomani Bergamo,
-Mantova, Trento, Verona, appartenenti agli Euganei, ai Levi,
-ai Reti, ai Veneti; fa nascere il Po presso il lago di Como; la
-Dora presso il lago Penino, poi piegare verso quel di Garda;
-dopo le foci del Po colloca quelle dell'Atriano (il Tartaro?), dimenticando
-l'Adige; pone come città mediterranee nei Carni
-Aquileja e Concordia, e nei Veneti Altino e Adria che erano
-a mare; a occidente della Venezia colloca i Becuni, nome ignoto,
-che forse accenna i Camuni o i Breuni, genti ad ogni modo di
-poca importanza, ecc. Floro dà Capua per città marittima, e fa
-due monti diversi il Massico ed il Falerno. Plinio critica Dicearco
-d'aver detto che il più alto dei monti sia il Pelio di mille
-ducencinquanta passi, mentre «non s'ignora che alcune cime
-delle Alpi si elevano fin a cinquantamila passi».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note269">
-<p><span class="label"><a href="#tag269">269</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>... Disco, qua parte fluat vincendus Araxes,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Quot sine aqua Parthus millia currat eques.</i></p>
-<p class="i01"><i>Cogor et e tabula pictos ediscere mundos;</i></p>
-<p class="i02"> <i>Qualis et hæc docti sit positura Dei;</i></p>
-<p class="i01"><i>Quæ tellus sit lenta gelu, quæ putris ab æstu;</i></p>
-<p class="i02"> <i>Ventus in Italiam qui bene vela ferat.</i></p>
-<p class="i12"> <span class="smcap">Properzio, iv.</span> 3.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note270">
-<p><span class="label"><a href="#tag270">270</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Varrone</span>, <i>De re rustica</i>, lib. <span class="smcap lowercase">I</span>. c. 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note271">
-<p><span class="label"><a href="#tag271">271</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Plinio</span>, <i>Nat. hist</i>., <span class="smcap lowercase">III.</span> 3. 14.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note272">
-<p><span class="label"><a href="#tag272">272</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Invece di fare questa superficie = <span class="above"><i>a</i></span>&#xfeff;&#8260;&#xfeff;<span class="below">4</span> √3 (se si chiami
-<i>a</i> il lato), Columella la suppose = <span class="above">13<i>a</i></span>&#xfeff;&#8260;&#xfeff;<span class="below">30</span>; il che dà √3 = <span class="above">26</span>&#xfeff;&#8260;&#xfeff;<span class="below">15</span>,
-ossia √675 = 26. Vedi lib. <span class="smcap lowercase">V</span>. c. 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note273">
-<p><span class="label"><a href="#tag273">273</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Plinio</span>, <i>Epist</i>. <span class="smcap lowercase">IX.</span> 61.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note274">
-<p><span class="label"><a href="#tag274">274</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Che scriveva a suo figlio, <i>jurarunt inter se Barbaros
-necare omnes medicina. Et hoc ipsum mercede faciunt, ut fides
-iis sit, et facile disperdant. Nos quoque dictitant Barbaros, et
-spurcius nos quam alios Opicos appellatione fœdant. Interdixi
-de medicis.</i> Ap. <span class="smcap">Plinio</span>, <span class="smcap lowercase">XXIX</span>. 1.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note275">
-<p><span class="label"><a href="#tag275">275</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Bianconi</span>, <i>Lettere Celsiane</i>, 1779. Brillanti e false.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note276">
-<p><span class="label"><a href="#tag276">276</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Inscribas chartæ quod dicitur Abracadabra</i></p>
-<p class="i01"><i>Sæpius; et subter repetas, sed detrahe summæ;</i></p>
-<p class="i01"><i>Et magis atque magis desint elementa figuræ</i></p>
-<p class="i01"><i>Singula quæ semper rapias et cætera figes,</i></p>
-<p class="i01"><i>Donec in angustum redigatur litera conum.</i></p>
-<p class="i01"><i>His lino nexis collum redimire memento.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note277">
-<p><span class="label"><a href="#tag277">277</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap lowercase">PLINIO</span>, <i>Nat. hist.</i>, <span class="smcap lowercase">XXVI</span>. 1; <span class="smcap lowercase">XXIX</span>. 1. — A Vicenza una
-iscrizione ricorda un oculista: <span class="smcap lowercase">Q. CLODIVS</span> o. <span class="smcap lowercase">LIBERTVS NIGER
-MEDICVS OCVLARIVS SIBI ET Q. CLODIO Q. L. SALVIO PATRONO</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note278">
-<p><span class="label"><a href="#tag278">278</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Est eloquentia una quædam de summis virtutibus</i>. <span class="smcap">Cicerone</span>,
-De oratore.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note279">
-<p><span class="label"><a href="#tag279">279</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Jucunda senibus, dulcis secretorum comes</i>. <span class="smcap">Quintiliano</span>,
-Instit. orat. lib. i. 4. Egli raccomanda assai la grammatica, la quale
-insegna il modo di scrivere e parlare corretto, secondo la <i>ragione</i>,
-l'<i>antichità</i>, l'<i>autorità</i> e l'<i>uso</i>. Da lui attingiamo queste particolarità
-sull'educazione, e dal dialogo <i>De corrupta eloquentia</i>,
-attribuito da chi a Quintiliano, da chi a Tacito, da nessuno con
-bastanti ragioni. L'unico riscontro forse che militi per quest'ultimo,
-è un certo fare a lui proprio, per esempio quel vezzo di
-sinonimia <i>nova et recentia jura, vetera et antiqua nomina, incensus
-ac flagrans animus</i>, ecc. ricorre in esso dialogo, ove
-troviamo <i>memoria ac recordatione, veteres ac senes, vetera ac
-antiqua, nova et recentia, conjungere et copulare</i>; ma è piuttosto
-moda del tempo che dell'autore.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note280">
-<p><span class="label"><a href="#tag280">280</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Quintiliano (<i>Instit. orat</i>., <span class="smcap lowercase">XII</span>) dice: <i>Si ipsa vox fuerit
-surda, rudis, immanis, rigida, vana, præpinguis, aut tenuis,
-inanis, acerba, pusilla, mollis, effeminata... Ornata est pronuntiatio,
-cui suffragatur vox facilis, magna, beata, flexibilis, firma,
-dulcis, durabilis, clara, pura, secans, aerea, et auribus sedens.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note281">
-<p><span class="label"><a href="#tag281">281</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Et nos ergo manum ferulæ subduximus, et nos</i></p>
-<p class="i01"><i>Consilium dedimus Sullæ, privatus ut altum</i></p>
-<p class="i01"><i>Dormiret,</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-dice Giovenale, <i>Sat</i>. <span class="smcap lowercase">I</span>. 15; e non parrà vero che altrettanto
-abbiam fatto noi nelle scuole del secolo <span class="smcap lowercase">XIX</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note282">
-<p><span class="label"><a href="#tag282">282</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Le abbiamo dedotte dalle <i>Deliberazioni</i> e dalle <i>Controversie
-</i>di Seneca, e parte da Luciano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note283">
-<p><span class="label"><a href="#tag283">283</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Satyricon</i>, cap. <span class="smcap lowercase">I</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note284">
-<p><span class="label"><a href="#tag284">284</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Instit. orat</i>., <span class="smcap lowercase">X</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note285">
-<p><span class="label"><a href="#tag285">285</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Si antiquum sermonem nostro comparamus, pæne jam
-quicquid loquimur figura est</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note286">
-<p><span class="label"><a href="#tag286">286</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Plerumque nudæ illæ artes, nimia subtilitatis affectatione
-frangunt atque concidunt quicquid est in oratione generosius,
-et omnem succum ingenii bibunt, et ossa detegunt, quæ ut
-esse et astringi nervis suis debent, sic corpore operienda sunt.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note287">
-<p><span class="label"><a href="#tag287">287</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Quibus componendis paullo plus quam biennium, tot alioqui
-negotiis districtus, impendi; quod tempus, non tam stylo,
-quam inquisitioni instituti operis prope infiniti, et legendis auctoribus
-qui sunt innumerabiles, datum est... Usus deinde Horatii
-consilio, qui in Arte Poetica suadet ne præcipitetur editio,
-nonumque prematur in annum, dabam iis otium, ut refrigerato
-inventionis amore, diligentius repetitos tamquam lector perpenderem.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note288">
-<p><span class="label"><a href="#tag288">288</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Non pajono sue quelle che ora ne portano il nome.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note289">
-<p><span class="label"><a href="#tag289">289</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Abbastanza aveva di che gemere un cuor paterno, buono
-come quello di Quintiliano; eppure egli non sa dimenticarsi gli
-artifizj di scrittore, se non altro per rinnegarli (<i>non sum ambitiosus
-in malis, nec augere lacrymarum causas valeo</i>); esce in
-vane querimonie colla fortuna, e dopo aver detto così affettuosamente: — Questo
-fanciullo era tutto carezze per me, mi
-preferiva alle nutrici sue, alla nonna che assisteva alla sua
-educazione, a quanto piace a quell'età», vi respinge la lacrima
-dagli occhi col soggiungere che questo era un lacciuolo
-tesogli dal destino per viepiù martoriarlo, e colle esagerate
-proteste di non voler più a lungo soffrire la vita. <i>Illud vero
-insidiantis, quo me validius cruciaret, fortunæ fuit, ut ille mihi
-blandissimus, me suis nutricibus, me aviæ educanti, me omnibus
-qui sollicitare illas ætates solent, anteferret. Tuos-ne ego, o meæ
-spes inanes, labentes oculos, tuum fugientem spiritum vidi?
-Tuum corpus frigidum exsangue complexus, animam recipere,
-auramque, communem haurire amplius potui? dignus his cruciatibus,
-quos fero, dignus his cogitationibus. Te-ne consulari
-nuper adoptione ad omnium spes honorum patris admotum; te
-avunculo prætori generum destinatum; te omnium spe atticæ
-eloquentiæ candidatum, superstes parens tantum ad pœnas,
-amisi! Et, si non cupido lucis, certe patientia vindicet te reliqua
-mea ætate; nam frustra mala omnia ad fortunæ crimen relegamus:
-nemo nisi sua culpa diu dolet</i>... Introd. ad. lib. <span class="smcap lowercase">VI</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note290">
-<p><span class="label"><a href="#tag290">290</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Eumenio lo dice <i>eloquentiæ romanæ non secundum, sed
-alterum decus.</i> Vedi indietro, pag. 255.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note291">
-<p><span class="label"><a href="#tag291">291</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Essendogli morto un nipotino, scrive a Marc'Aurelio una
-lunga lettera di sfogo, che è tra le scoperte dal Maj. <i>Me consolatur
-ætas mea, prope jam edita et morti proxima. Quæ cum
-aderit, si noctis, si lucis id tempus erit, cœlum quidem consalutabo
-discedens, et quæ mihi conscius sum protestabor. Nihil
-in longo vitæ meæ spatio a me admissum, quod dedecori aut
-probro aut flagitio foret; nullum in ætate agunda avarum, nullum
-perfidum facinus meum exstitisse; contraque multa liberaliter,
-multa amice, multa fideliter, multa constanter, sæpe etiam
-cum periculo capitis consulta. Cum fratre optimo concordissime
-vixi; quem patris vestri bonitate summos honores adeptum
-gaudeo, vestra vero amicitia satis quietum et multum securum
-video. Honores quos ipse adeptus sum, nunquam improbis rationibus
-concupivi. Animo potius quam corpori juvando operam
-dedi. Studia dottrinæ rei familiari meæ prætuli. Pauperem me,
-quam ope cujusquam adjutum, postremo egere me quam poscere
-malui. Sumtu nunquam prodigo fui, quæstui interdum necessario.
-Verum dixi sedulo, verum audivi libenter. Potius duxi
-negligi quam blandiri, tacere quam fingere, infrequens amicus
-esse, quam frequens adsentator. Pauca petii, non pauca merui.
-Quod cuique potui, pro copia commodavi. Merentibus promptius,
-immerentibus audacius opem tuli. Neque me parum gratus quispiam
-repertus segniorem effecit ad beneficia quæcumque possem
-prompte impertienda. Neque ego unquam ingratis offensior fui.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note292">
-<p><span class="label"><a href="#tag292">292</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Esprime tal suo pensiero massimamente nel giudicar
-Cicerone. <i>Eum ego arbitror usquequaque verbis pulcherrimis
-elocutum, et ante omnes alios oratores ad ea quæ ostentare
-vellet, ornanda, magnificum fuisse. Verum is mihi videtur a
-quærendis scrupulosius verbis abfuisse, vel magnitudine animi,
-vel fuga laboris, vel fiducia, non quærenti etiam sibi, quæ vix
-aliis quærentibus subvenirent, præsto adfutura. Itaque videor,
-ut qui ejus scripta omnia studiosissime lectitaverim, cetera
-eum genera verborum copiosissime uberrimeque tractasse, verba
-propria, translata, simplicia, composita, et quæ in ejus scriptis
-amœna; quam tamen in omnibus ejus orationibus paucissima
-admodum reperias insperata atque inopinata verba, quæ nonnisi
-cum studio atque cura, atque vigilia, atque veterum
-carminum memoria indagatum. Insperatum autem atque inopinatum
-verbum appello, quod præter spem atque opinionem audientium
-aut legentium promitur; ita ut si subtrahas, atque
-eum qui legat quærere ipsum jubeas, aut nullum, aut non ita ad
-significandum adcommodatum verbum aliud reperiat.</i>
-</p>
-
-<p>
-Opponiamo a questa dottrina Cicerone stesso, il quale diceva
-nell'<i>Oratore</i>: <i>Rerum copia verborum copiam gignit</i>; e altrove:
-<i>Res atque sententiæ vi sua verba parient, quæ semper satis ornata
-mihi quidem videri solent, si ejusmodi sunt ut ea res ipsa
-peperisse videatur.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note293">
-<p><span class="label"><a href="#tag293">293</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Te, domine</i> (scrive a Marc'Aurelio), <i>ita compares, ubi
-quid in cætu hominum recitabis, ut scias auribus serviendum:
-plane non ubique, nec omni modo... Ubique populus dominatur
-et præpollet. Igitur ut populo gratum erit, ita facies atque
-dices. Hic summa illa virtus oratoris atque ardua est, ut non
-magno detrimento rectæ eloquentiæ auditores oblectet... Vobis
-præterea, quibus purpura et cocho uti necessarium est, eodem
-cultu nonnunquam oratio quoque amicienda est. Facies istud,
-et temperabis et moderaberis optimo modo ac temperamento</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note294">
-<p><span class="label"><a href="#tag294">294</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ego hodie a septima in lectulo nonnihil legi: nam
-εἰκώνας decem ferme expedivi</i>. Eppure Frontone avea fama di
-secco e robusto, onde Macrobio (<i>Saturn</i>., v. 1) scrive: <i>Quatuor
-sunt genera dicendi: copiosum, in quo Cicero dominatur; breve,
-in quo Sallustius regnat</i> (e non Tacito?); <i>siccum, quod Frontoni
-adscribitur; pingue et floridum, in quo Plinius Secundus quondam,
-et nunc nullo veterum minor Symmachus luxuriatur</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note295">
-<p><span class="label"><a href="#tag295">295</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La prima edizione, fatta in Bologna nel 1498, ne contiene
-poche; le altre furono ritrovate in Francia dall'architetto
-frà Giocondo, e da Aldo Manuzio pubblicate in Venezia il 1508.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note296">
-<p><span class="label"><a href="#tag296">296</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. <span class="smcap lowercase">VII</span>. 20.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note297">
-<p><span class="label"><a href="#tag297">297</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Quest'Artemidoro, giunto in Atene, cerca qualche casa;
-e gliene indicano una grande e bella eppur deserta, perchè
-ogni mezzanotte vi si sentiva fracasso di catene, poi compariva
-un vecchio, scarno, arruffato, coi ferri ai piedi e alle mani. Artemidoro,
-spirito forte, compra la casa a poco prezzo, vi si
-alloggia, mettesi a scrivere; ma a mezzanotte ecco lo spettro,
-che gli fa segno col dito. Artemidoro gli accenna che aspetti,
-ma l'altro raddoppia il fragore, sicchè il filosofo si alza, prende
-la lucerna e segue il fantasma. Era l'ombra d'uno quivi trucidato,
-che chiedeva le estreme esequie; fatte le quali, Artemidoro
-godè tranquillamente la sua casa.
-</p>
-
-<p>
-Voi credevate simile storiella inventata dai frati nell'ignorante
-medioevo; e potete leggerla in Plinio, <i>Epist</i>. <span class="smcap lowercase">VII</span>. 27.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note298">
-<p><span class="label"><a href="#tag298">298</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epist</i>. <span class="smcap lowercase">I</span>. 8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note299">
-<p><span class="label"><a href="#tag299">299</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epist.</i> <span class="smcap lowercase">VII</span>. 30.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note300">
-<p><span class="label"><a href="#tag300">300</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sul lago di Como è ancora una fonte intermittente, alla
-villa che appunto da ciò dicesi Pliniana; ma non ha il minimo
-vestigio di antichità: mentre la Commedia vorrebbe collocarsi
-a Lenno, la Tragedia a Bellagio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note301">
-<p><span class="label"><a href="#tag301">301</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Altri suicidj sono menzionati con lode da Plinio. Il suo
-tutore Aristone, sentendosi preso da febbre, disse a Plinio: — Sentite
-il mio medico, io non sono insensibile alle preghiere
-di mia moglie, alle lacrime di mia figlia, all'inquietudine dei
-miei amici, ma non voglio patimenti inutili»; e Plinio gli promise
-d'avvertirlo quando fosse opportuno uccidersi, ma fortunatamente
-guarì. Rufo, fratello di Spurina, uomo d'alta ragione,
-preso dalla gotta, disse a Plinio che aveva stabilito di lasciarsi
-morire, nè preghiere di parenti o d'amici valsero a stornarlo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note302">
-<p><span class="label"><a href="#tag302">302</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Quando si tratta di delineare qualunque sia edifizio degli
-antichi, s'incontrano mille difficoltà. Forse venti diversi piani si
-fecero della villa di Plinio, diversissimi tra loro. L'architetto
-francese L. P. Hudebourt scrisse, nel 1838, <i>Le Laurentin, maison
-de campagne de Pline le Jeune, restituée d'après la description
-de Pline</i>; e può dar idea delle ville romane, per riscontro
-al <i>Palais de Scaurus</i> (pag. 259, vol. <span class="smcap lowercase">II</span>).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note303">
-<p><span class="label"><a href="#tag303">303</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epist</i>. <span class="smcap lowercase">VI</span>. 17.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note304">
-<p><span class="label"><a href="#tag304">304</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Giovenale</span>, v. 82-93.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note305">
-<p><span class="label"><a href="#tag305">305</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epist</i>. <span class="smcap lowercase">VIII</span>. 21.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note306">
-<p><span class="label"><a href="#tag306">306</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epist</i>. <span class="smcap lowercase">I</span>. 13.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note307">
-<p><span class="label"><a href="#tag307">307</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Omnis in hoc gracili xeniorum turba libello</i></p>
-<p class="i02"> <i>Constabit nummis quatuor emta tibi.</i></p>
-<p class="i01"><i>Quatuor est nimium; poterit constare duobus,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Et faciet lucrum bibliopola Triphon.</i></p>
-<p class="i01"><i>Hæc licet hospitibus pro munere disticha mittas,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Si tibi tam rarus quam mihi nummus erit.</i></p>
-<p class="i09"> <span class="smcap">Marziale</span>, <span class="smcap lowercase">XIII</span>. 3.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note308">
-<p><span class="label"><a href="#tag308">308</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Ille tuis toties præstrinxit tempora sertis</i></p>
-<p class="i01"><i>Cum stata laudato caneret quinquennia versu...</i></p>
-<p class="i01"><i>Sit pronum vicisse domi. Quid achea mereri</i></p>
-<p class="i01"><i>Præmia, nunc rami Plœbi, nunc germine Lernæ,</i></p>
-<p class="i01"><i>Nunc Athamantæa protectum tempora pinu?</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Così suo figlio (<i>Sylv.</i>, v. 3), che non dubita paragonarlo ad
-Omero e a Virgilio. Adulava il padre come adulava i tiranni.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note309">
-<p><span class="label"><a href="#tag309">309</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i09"> <i>... Me fulmine in ipso</i></p>
-<p class="i01"><i>Audivere patres; ego juxta busta profusis</i></p>
-<p class="i01"><i>Matribus, atque piis cecini solatia natis.</i></p>
-<p class="i13"> Sylv. <span class="smcap lowercase">II</span>. 1.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note310">
-<p><span class="label"><a href="#tag310">310</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Psittace, dux volucrum, domini facunda voluptas,</i></p>
-<p class="i01"><i>Humanæ solers imitator, Psittace, linguæ,</i></p>
-<p class="i01"><i>Quis tua tam subito præclusit murmura fato?</i></p>
-<p class="i13"> Ivi, 4.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note311">
-<p><span class="label"><a href="#tag311">311</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Sylv.</i> <span class="smcap lowercase">II</span>. 5. Per quel leone Marziale fece dieci epigrammi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note312">
-<p><span class="label"><a href="#tag312">312</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Plinio</span>, <i>Epist.</i> <span class="smcap lowercase">VI</span>. 17.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note313">
-<p><span class="label"><a href="#tag313">313</a>.&nbsp;&nbsp;</span>— Dianzi io pregava Giove a darmi poche migliaja di
-lire, ed egli mi rispose: <i>Te le darà quegli che a me dà i tempj</i>.
-Tempj diede egli a Giove, ma non a me le mille lire; eppure
-avea letto la mia petizione così benigno, come quando concede
-il diadema ai supplichevoli Geti, e va e torna per le vie del
-Campidoglio. O Pallade, segretaria del tonante nostro, dimmi:
-se egli negando ha tal volto, qual l'avrà nel concedere? — Così
-io; ma Pallade rispose: <i>Stolto! credi tu negato ciò che non fu
-concesso ancora? Epigr.</i> <span class="smcap lowercase">VI</span>. 10.
-</p>
-
-<p>
-E nel <span class="smcap lowercase">IV</span>. 92: — Se a cena m'invitassero contemporaneamente
-Cesare e Giove, quand'anche le stelle fossero vicine, lontana la
-reggia, risponderei ai Numi: <i>Cercate chi voglia essere convitato
-dal tonante; me tiene in terra il Giove mio</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note314">
-<p><span class="label"><a href="#tag314">314</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. <span class="smcap lowercase">IV</span>. 4; <span class="smcap lowercase">VIII</span>. 39.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note315">
-<p><span class="label"><a href="#tag315">315</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi il libro <span class="smcap lowercase">XIII</span>, intitolato <i>Xenia</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note316">
-<p><span class="label"><a href="#tag316">316</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i09"> <i>Tu sub principe duro,</i></p>
-<p class="i01"><i>Temporibusque malis, ausus es esse bonus.</i></p>
-<p class="i13"> Lib. <span class="smcap lowercase">XII</span>. 6.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note317">
-<p><span class="label"><a href="#tag317">317</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Miratur scythicas virentis auri</i></p>
-<p class="i01"><i>Flammas Jupiter, et stupet superbi</i></p>
-<p class="i01"><i>Regis delicias, gravesque luxus.</i></p>
-<p class="i13"> Ivi, 15.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note318">
-<p><span class="label"><a href="#tag318">318</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Delle oscenità scusavasi cogli esempj: <i>Sic scribit Catullus,
-sic Marsus, sic Pedo, sic Getulicus</i>. Pref. al lib. <span class="smcap lowercase">I</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note319">
-<p><span class="label"><a href="#tag319">319</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. <span class="smcap lowercase">X</span>. 47.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note320">
-<p><span class="label"><a href="#tag320">320</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Sunt bona, sunt quædam mediocria, sunt mala plura</i>.
-Lib. i. 16.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note321">
-<p><span class="label"><a href="#tag321">321</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per rimpatto, Andrea Navagero ogn'anno in determinato
-giorno bruciava alcune copie di Marziale, olocausto al buon
-gusto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note322">
-<p><span class="label"><a href="#tag322">322</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Cæsar in arma furens, nullas nisi sanguine fuso</i></p>
-<p class="i01"><i>Gaudet habere vias.</i></p>
-<p class="i13"> Lib. <span class="smcap lowercase">II</span>.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note323">
-<p><span class="label"><a href="#tag323">323</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Immergitque manus oculis...</i></p>
-<p class="i07"> <i>... Et siccæ pallida rodit</i></p>
-<p class="i01"><i>Excrementa manus; laqueum nodosque recentes</i></p>
-<p class="i01"><i>Ore suo rumpit; pendentia corpora carpsit.</i></p>
-<p class="i06"> <i>... Percussaque viscera nimbis</i></p>
-<p class="i01"><i>Vulsit...</i></p>
-<p class="i01"><i>Stillantis tabi saniem...</i></p>
-<p class="i01"><i>Sustulit, et nervo morsus retinente pependit.</i></p>
-<p class="i13"> Lib. <span class="smcap lowercase">VI</span>.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note324">
-<p><span class="label"><a href="#tag324">324</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Causa Diis victrix placuit, sed victa Catoni.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note325">
-<p><span class="label"><a href="#tag325">325</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i06"> <i>Sunt nobis nulla profecto</i></p>
-<p class="i01"><i>Numina, cum cæco rapiantur sæcula casu.</i></p>
-<p class="i01"><i>Mentimur regnare Jovem...</i></p>
-<p class="i09"> <i>Mortalia nulli</i></p>
-<p class="i01"><i>Sunt cura Deo.</i></p>
-<p class="i13"> Lib. <span class="smcap lowercase">VII</span>.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note326">
-<p><span class="label"><a href="#tag326">326</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Mors utinam pavidos vitæ subducere nolles,</i></p>
-<p class="i01"><i>Sed virtus te sola daret.</i></p>
-<p class="i13"> Lib. <span class="smcap lowercase">IV</span>.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note327">
-<p><span class="label"><a href="#tag327">327</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Parlando del guerriero resuscitato dalla maga Tessala:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Ah miser, extremum cui mortis munus iniquæ</i></p>
-<p class="i01"><i>Eripitur, non posse mori!...</i></p>
-<p class="i01"><i>Sit tanti vixisse iterum, nec verba, nec herbæ</i></p>
-<p class="i01"><i>Audebunt longæ somnum tibi rumpere Lethes</i></p>
-<p class="i01"><i>A me morte data.</i></p>
-<p class="i13"> Lib. <span class="smcap lowercase">VI</span>.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note328">
-<p><span class="label"><a href="#tag328">328</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Nam si quid latiis fas est promittere musis</i></p>
-<p class="i01"><i>Quantum smyrnæi durabunt vatis honores,</i></p>
-<p class="i01"><i>Venturi me, teque legent</i> (Nerone): <i>Pharsalia nostra</i></p>
-<p class="i01"><i>Vivet, et a nullo tenebris damnabitur ævo.</i></p>
-<p class="i13"> Lib. <span class="smcap lowercase">IX</span>.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note329">
-<p><span class="label"><a href="#tag329">329</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I primi libri dell'<i>Argonautica</i> furono trovati dal Poggio
-fiorentino nel convento di San Gallo; gli altri dappoi. Giambattista
-Pio ne fece un'edizione nel 1519, supplendo del suo
-quel che manca del libro <span class="smcap lowercase">VIII</span>, e il <span class="smcap lowercase">IX</span> e <span class="smcap lowercase">X</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note330">
-<p><span class="label"><a href="#tag330">330</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il Petrarca tentò poi il soggetto medesimo nella sua
-<i>Africa</i>, o persuaso che il poema di Silio fosse perduto, o,
-come altri malignarono, credendo possederne egli l'unica copia.
-L'accusa di plagio, datagli da Lefèbvre de Villebrune nel 1781,
-fu confutata dal Baldelli, <i>Illustrazioni</i> ecc., pag. 199, e dal
-Ginguené, note al vol. <span class="smcap lowercase">II</span> dell'<i>Histoire littéraire</i>. Durante il concilio
-di Costanza, il Poggio scoperse il poema intero.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note331">
-<p><span class="label"><a href="#tag331">331</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dopo aver detto nel primo atto delle <i>Trojane</i>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>... Felix Priamus</i></p>
-<p class="i03"> <i>... nunc Elysii</i></p>
-<p class="i01"><i>Nemoris tutis errat in umbris</i></p>
-<p class="i01"><i>Interque pias felix animas</i></p>
-<p class="i01"><i>Hectora quærit;</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-nel secondo soggiunge:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Post mortem nihil est, ipsaque mors nihil...</i></p>
-<p class="i01"><i>Quæris quo jaceas post obitum loco?</i></p>
-<p class="i01"><i>Quo non nata jacent.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note332">
-<p><span class="label"><a href="#tag332">332</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In <i>Tieste</i>, Atreo imbandisce a questo i figli, e gli dice:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i04"> <i>Expedi amplexus pater;</i></p>
-<p class="i01"><i>Venere, natos ecquid agnoscis tuos?</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Tieste risponde:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Agnosco fratrem.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Medea tradita, esce al bel principio furibonda, e fra l'altre
-cose esclama:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> <i>Parta jam, parta ultio est;</i></p>
-<p class="i01"><i>Peperi;</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-e quando la nudrice la compiange perchè più nulla le sia rimasto,
-non congiunti, non ricchezze, essa risponde:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Medea superest.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Nell'<i>Ippolito</i>, Teseo chiede a Fedra qual delitto creda dover
-colla morte espiare; essa risponde:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Quod vivo.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il coro di Corintj nella <i>Medea</i> parve profezia del grande ardimento
-di Cristoforo Colombo, annunciato così da uno Spagnuolo
-quattordici secoli prima che la Spagna lo ajutasse e
-punisse:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Venient annis sæcula seris,</i></p>
-<p class="i01"><i>Quibus oceanus vincula rerum</i></p>
-<p class="i01"><i>Laxet, et ingens pateat tellus,</i></p>
-<p class="i01"><i>Tethysque novos detegat orbes,</i></p>
-<p class="i01"><i>Nec sit terris ultima Thule.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note333">
-<p><span class="label"><a href="#tag333">333</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nella <i>Satira</i> <span class="smcap lowercase">I</span> esclama: — Chi può tenersi dallo scrivere
-satire all'aspetto d'una città iniqua? chi è tanto ferreo da
-frenarsi allorchè incontra la nuova lettiga dell'avvocato Matone
-riempiuta dalla pingue sua pancia? E che? tanti vizj non li
-flagellerò io co' miei versi? Chi può dormire fra questi padri
-che corrompono le nuore avare, fra sposi infami e adulteri
-giovinetti? Se natura me lo niega, la collera detta i versi alla
-meglio come li facciamo Cluvieno ed io».
-</p>
-
-<p>
-Ecco l'impeto patriotico sfumare in un frizzo personale. Nerone
-matricida è un Oreste, ma peggior di quello perchè montò
-sul teatro. Narrando di un Egiziano di Copto divorato da quelli
-di Tèntira per diversità di numi, sta a dimostrarvi l'atrocità
-del misfatto, perchè le serpi non mangiano serpi, e l'orso vive
-sicuro coll'orso; e finisce col riflettere cosa n'avrebbe detto
-Pitagora, il quale neppur tutti i legumi permetteva.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note334">
-<p><span class="label"><a href="#tag334">334</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Quidquid agunt homines, votum, timor, ira, voluptas,</i></p>
-<p class="i01"><i>Gaudia, discursus, nostri est farrago libelli.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note335">
-<p><span class="label"><a href="#tag335">335</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Certi precettori e certi verseggiatori d'oggi che cosa diranno
-all'udire che Giovenale, sedici secoli fa, già trovava
-assurdo l'uso della mitologia nei versi?
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Nota magis nulli domus est sua, quam mihi lucus</i></p>
-<p class="i01"><i>Martis, et æoliis vicinum rupibus antrum</i></p>
-<p class="i01"><i>Vulcani; quid agant venti, quas agat umbras</i></p>
-<p class="i01"><i>Æacus etc.</i></p>
-<p class="i13"> Sat. <span class="smcap lowercase">I</span>.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note336">
-<p><span class="label"><a href="#tag336">336</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi la Sat. <span class="smcap lowercase">XIII</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note337">
-<p><span class="label"><a href="#tag337">337</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i10"> <i>... Semita certa</i></p>
-<p class="i01"><i>Tranquillæ per virtutem patet unica vitæ...</i></p>
-<p class="i01"><i>Nesciat irasci, cupiat nihil, et potiores</i></p>
-<p class="i01"><i>Herculis ærumnas credat, sævosque labores</i></p>
-<p class="i01"><i>Et venere, et cœnis, et pluma Sardanapali.</i></p>
-<p class="i13"> Sat. <span class="smcap lowercase">X</span>.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note338">
-<p><span class="label"><a href="#tag338">338</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i06"> <i>... Agmine facto,</i></p>
-<p class="i01"><i>Debuerant olim tenues migrasse Quirites.</i></p>
-<p class="i13"> Sat. <span class="smcap lowercase">III</span>.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note339">
-<p><span class="label"><a href="#tag339">339</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Messe tenus propria vive; et granaria, fas est,</i></p>
-<p class="i01"><i>Emole. Quid metuas? occa, et seges altera in herba est.</i></p>
-<p class="i13"> Sat. <span class="smcap lowercase">VI</span>.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note340">
-<p><span class="label"><a href="#tag340">340</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Nil tibi concessit ratio; digitum exsere; peccas;</i></p>
-<p class="i01"><i>Et quid tam parvum est?</i></p>
-<p class="i13"> Sat. <span class="smcap lowercase">V</span>.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note341">
-<p><span class="label"><a href="#tag341">341</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Svetonio conservò un buon dato di queste satire. Allorchè
-Cesare introduceva molti Galli in senato, cantavasi per
-le vie:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Gallos Cæsar in triumphum ducit, idem in curiam;</i></p>
-<p class="i01"><i>Galli bracas deposuerunt, latum clavum sumpserunt.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-E quando faceva lui ogni cosa, togliendo la mano al collega
-Bibulo:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Non Bibulo quidquam nuper, sed Cæsare factum est;</i></p>
-<p class="i02"> <i>Nam Bibulo fieri consule nil memini.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Sotto le sue statue si lesse:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Brutus quia reges ejecit, consul primus factus est;</i></p>
-<p class="i01"><i>Hic quia consules ejecit, rex postremo factus est.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Allorchè Augusto, nel tempo della proscrizione, ambiva i
-vasi corintj, alla sua statua fu scritto:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Pater argentarius, ego corinthiarius.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E alludendo alla sua smania del giuocare:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Postquam bis classe victus naves perdidit,</i></p>
-<p class="i01"><i>Aliquando ut vincat, ludit assidue aleam.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-E quando Livia, dopo tre mesi di matrimonio, gli partorì
-Druso: Τοῖς εὐτυχοὔσι καὶ τρίμενα παιδία, cioè: Ai fortunati nascono
-sin i fanciulli di tre mesi.
-</p>
-
-<p>
-Quando egli imbandì quel banchetto di lasciva empietà:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Cum primum istorum conduxit mensa choragum</i></p>
-<p class="i02"> <i>Sexque deos vidit Mallia, sexque deas:</i></p>
-<p class="i01"><i>Impia dum Phœbi Cæsar mendacia ludit,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Dum nova Divorum cœnat adulteria:</i></p>
-<p class="i01"><i>Omnia se a terris tunc numina declinarunt,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Fugit et auratos Jupiter ipse thoros.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Più violento fu questo contro Tiberio:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Asper et immitis, breviter vis omnia dicam?</i></p>
-<p class="i02"> <i>Dispeream, si te mater amare potest.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-E contro lo stesso:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Non es eques. Quare? non sunt tibi millia centum;</i></p>
-<p class="i02"> <i>Omnia si quæras, et Rhodos exsilium est.</i></p>
-<p class="i01"><i>Aura mutasti Saturni sæcula, Cæsar:</i></p>
-<p class="i02"> <i>Incolumi nam te, ferrea semper erunt.</i></p>
-<p class="i01"><i>Fastidit vinum, quia jam sitit iste cruorem:</i></p>
-<p class="i02"> <i>Tam bibit hunc avide, quarti bibit ante merum.</i></p>
-<p class="i01"><i>Adspice felicem sibi, non tibi, Romule, Sullam;</i></p>
-<p class="i02"> <i>Et Marium, si vis, adspice, sed reducem;</i></p>
-<p class="i01"><i>Nec non Antoni, civilia bella moventis,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Nec semel infectas adspice cæde manus.</i></p>
-<p class="i01"><i>Et dic, Roma perit, regnabit sanguine multo</i></p>
-<p class="i02"> <i>Ad regnum quisguis venit ab exilio.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il matrimonio di Nerone ferivano i seguenti:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Νέρον, Ορέστης, Αλκμαίων, μητροκτονοι.</p>
-<p class="i01">Νεονύμφον Νέρων, ἰδίαν μητέρ ἀπέκτεινεν.</p>
-<p class="i01"><i>Quis negat Æneæ magna de stirpe Neronem?</i></p>
-<p class="i02"> <i>Sustulit hic matrem, sustulit ille patrem.</i></p>
-<p class="i01"><i>Dum tendit citharam noster, dum cornea Parthus,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Non erit Pæan, ille</i> ἐκατηβελέτης.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Sull'immensa fabbrica del Palazzo aureo:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Roma domus fiet; Vejos migrate Quirites,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Si non et Vejos occupat ista domus.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Nerone diede Poppea a Otone da custodire col titolo di sposo
-e null'altro; e avendone quegli voluto usurpare i diritti, lo sbandì.
-Allora fu scritto:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Cur Otho mentito sit, quæritis, exsul honore?</i></p>
-<p class="i02"> <i>Uxoris mœchus cœperat esse suæ.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Non ho potuto consultare i <i>Versus ludicri in Romanorum
-Cæsares priores olim compositi; collatos, recognitos, illustratos
-edidit</i> <span class="smcap">G. H. Heinrichius</span>. Ala 1810.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note342">
-<p><span class="label"><a href="#tag342">342</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Medaura era colonia romana; eppure Apulejo, figlio di
-uno de' primi magistrati (duumviro), non intendeva parola di
-latino quando venne a Roma: così il figliastro suo non parlava
-che il punico, e intendeva un po' di greco in grazia
-della madre tessala; <i>Loquitur nunquam nisi punice; et si
-quid adhuc a matre græcisat: latine enim neque vult, neque
-potest.</i> <i>Apolog.</i> Ciò smentisce chi crede il latino fosse comune
-in tutte le colonie. Aggiungiamo che ad Apulejo l'imparare il
-latino in Roma senza maestro parve fatica portentosa: <i>Quiritium
-indigenum sermonem ærumnabili labore, nullo magistro præeunte,
-aggressus excolui.</i> <i>Metam.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note343">
-<p><span class="label"><a href="#tag343">343</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Sacris pluribus initiatus, profecto nosti sanctam silentii
-fidem.</i> <i>Metam.</i> E nell'<i>Apolog.</i>: <i>Sacrorum pleraque initia in
-Græcia participavi; eorum quædam, in signa et monumenta
-tradita mihi a sacerdotibus, sedulo conservo... Ego multijuga
-sacra, et plurimos ritus, et varias cæremonias, studio veri et
-officio erga deos didici.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note344">
-<p><span class="label"><a href="#tag344">344</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Mihi in incerto judicium est, fato ne res mortalium et
-necessitate immutabili, an sorte volvantur.</i> Annal., <span class="smcap lowercase">VI</span>. 22.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note345">
-<p><span class="label"><a href="#tag345">345</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Cunctas nationes et urbes populus, aut primores, aut
-singuli regunt: delecta ex his et consociata reipublicæ forma
-laudare facilius quam evenire; vel si evenit, haud diuturna esse
-potest</i>. Annal., <span class="smcap lowercase">IV</span>. 53.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note346">
-<p><span class="label"><a href="#tag346">346</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Jacobs</span>, <i>Des Vell. Paterculus röm. Geschichte übersetz
-von etc</i>. Lipsia 1793.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Morgenstern</span>, <i>De fide historica Vell. Paterculi, in primis de
-adulatione ei objecta</i>. Ivi 1800.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note347">
-<p><span class="label"><a href="#tag347">347</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In <i>Agricola</i>, 30 e 31.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note348">
-<p><span class="label"><a href="#tag348">348</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De moribus Germanorum</i>, 33.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note349">
-<p><span class="label"><a href="#tag349">349</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap lowercase">I</span>. 12; <span class="smcap lowercase">II</span>. 15.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note350">
-<p><span class="label"><a href="#tag350">350</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Credo interpolato quel capitoletto ne' manoscritti, e lo
-stile l'annunzia posteriore.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note351">
-<p><span class="label"><a href="#tag351">351</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Luna deficere cum aut terram subiret, aut sole premeretur</i>.
-<span class="smcap lowercase">IV</span>. 10. Gli errori ne rilevò Le Clerc in calce alla sua
-<i>Ars critica</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note352">
-<p><span class="label"><a href="#tag352">352</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Plinio</span>, <i>Nat. Hist</i>., <span class="smcap lowercase">XXVIII</span>. 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note353">
-<p><span class="label"><a href="#tag353">353</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Negli Scrittori della Storia Augusta
-son comprese le vite di</i>
-</p>
-
-<table class="gener" summary="">
- <tr>
- <td>Adriano</td> <td class="center">per</td> <td>Elio Sparziano</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Antonino Pio</td> <td class="center">»</td> <td>Giulio Capitolino</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Elio Vero</td> <td class="center">»</td> <td>Sparziano</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td class="center">»</td> <td>Capitolino</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Marc'Aurelio</td> <td class="center">»</td> <td>Capitolino</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Avidio Cassio</td> <td class="center">»</td> <td class="nospace">Vulcazio Gallicano</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Comodo</td> <td class="center">»</td> <td>Elio Lampridio</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Pertinace</td> <td class="center">»</td> <td>Capitolino</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Didio Giuliano, Settimio Severo, Pescennio Nigro</td> <td class="center">»</td> <td>Sparziano</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Clodio Albino</td> <td class="center">»</td> <td>Capitolino</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Caracalla e Geta</td> <td class="center">»</td> <td>Sparziano</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Macrino</td> <td class="center">»</td> <td>Capitolino</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Diadumeno, Elagabalo, Alessandro</td> <td class="center">»</td> <td>Lampridio</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>I due Massimini, i tre Gordiani, Massimo e Balbino</td> <td class="center">»</td> <td>Capitolino</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>I due Valeriani, i due Gallieni, i Trenta Tiranni, Claudio II</td> <td class="center">»</td> <td>Trebellio Pollione</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Aureliano, Tacito, Floriano, Probo, Firmo, Saturnino, Proculo e Bonoso, Caro, Numeriano, Carino</td> <td class="center">»</td> <td>Flavio Vopisco</td>
- </tr>
-</table>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note354">
-<p><span class="label"><a href="#tag354">354</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«Chiamansi le Coefore, e sono di... di chi dunque? Ah sì!
-dicevano di Policleto». <i>In Verrem, de signis</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note355">
-<p><span class="label"><a href="#tag355">355</a>.&nbsp;&nbsp;</span>— Statue, che potrebbero allettare non solo un intelligente
-come Verre, ma fin ignoranti, come chiamano noi: un
-Cupido di Prassitele; giacchè nell'indagine ho imparato anche
-nomi d'artisti». <i>Ibi</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note356">
-<p><span class="label"><a href="#tag356">356</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Excudent alii spirantia mollius æra,</i></p>
-<p class="i01"><i>Credo equidem vivos ducent de marmare vultus,</i></p>
-<p class="i01"><i>Orabunt melius causas...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il cortigiano d'Augusto dovea passare sotto silenzio Cicerone.
-Veramente Orazio, <i>Ep.</i> <span class="smcap lowercase">I</span> 4, cantava:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i10"> <i>Pingimus, atque</i></p>
-<p class="i01"><i>Psallimus, et luctamur Achivis doctius unctis;</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-ma è notevole questo appaiare il dipingere col sonare e lottare.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note357">
-<p><span class="label"><a href="#tag357">357</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il Panteon fu dedicato a Giove Ultore, e detto così
-perchè alle due statue di Marte e Venere erano aggiunti gli
-attributi di tutte le divinità. Guasto da incendj, fu restaurato
-da Adriano, poi da Settimio Severo nel 202 di C.; e d'uno
-di questi restauri probabilmente sono colpa le colonne che
-dividono lo spazio interno, troppo esili a proporzione della
-grave cupola. Nel 600 venne dedicato a santa Maria ed ai
-Martiri. La copertura di bronzo della cupola fu tolta nel
-medio evo; quella del portico da Urbano VIII per far fondere
-la tribuna di S. Pietro in Vaticano dal Bernino, del quale pure
-sono i due poveri campanili, che si vedono sul frontone postico.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note358">
-<p><span class="label"><a href="#tag358">358</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Cicerone</span> ad <i>Attico</i>, lib. <span class="smcap lowercase">I</span>. ep. 4. 6. 8. 9.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note359">
-<p><span class="label"><a href="#tag359">359</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Vitruvio</span>, <span class="smcap lowercase">II</span>. 8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note360">
-<p><span class="label"><a href="#tag360">360</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Plinio</span>, <i>Nat. hist</i>., <span class="smcap lowercase">XXXV</span>. 4. 10. 11. 12.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note361">
-<p><span class="label"><a href="#tag361">361</a>.&nbsp;&nbsp;</span>San Pietro di Roma copre 20,000 metri quadrati; mentre
-il più grande della Roma antica, cioè quel della Pace, ne copre
-6240, 3182 il Panteon, 874 il Giove Tonante, 195 quel della
-Fortuna Virile; e fuor di Roma, 1426 il tempio maggiore di
-Pesto, 636 quel della Concordia ad Agrigento, 434 quel di Giove
-a Pompej.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note362">
-<p><span class="label"><a href="#tag362">362</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i08"> <i>En quatuor aras;</i></p>
-<p class="i01"><i>Ecce duas tibi, Daphni, duas altaria Phœbo</i>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Su questo passo di Virgilio pretesero che gli altari si consacrassero
-agli dei, a' semidei ed eroi le are; ma non sembra provato, nè
-soddisfa la distinzione che ne fece Raoul-Rochette nei <i>Monuments
-inédits d'antiquité figurée</i>, tav. <span class="smcap lowercase">XXVI</span>. 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note363">
-<p><span class="label"><a href="#tag363">363</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«Benchè inferiore in semplicità ed armonia all'architettura
-greca (dice Hosking), la romana è evidentemente della
-stessa famiglia, distinta per esecuzione più ardita, ed elaborata
-profusione d'ornamenti. Il gusto delle due nazioni è espresso
-dal dorico pel primo, dal corintio per l'altro: uno è modello di
-semplice grandezza, perfetto nelle particolari convenienze, e
-inapplicabile ad oggetto diverso; l'altro è men raffinato, ma
-molto adorno; sfoggia nell'esterno la bellezza di cui manca
-nell'interno; imperfetto in ciascuna combinazione, ma applicabile
-ad ogni proposito. In Grecia come a Roma il maggiore
-sfoggio d'architettura e colonne faceasi ne' tempj; ma i Romani
-non aveano abitudine di costruirli peripteri, siccome i Greci. Da
-alcune ruine pare che in qualche età fabbricassero tempj dipteri;
-ma i più usitati erano i pseudo-dipteri, cioè colle colonne
-affisse al muro, gli apteri e prostili: di amfi-prostili non abbiamo
-esempj. Gran proiezione i Romani davano ai loro portici pel
-maggior effetto. I tempj circolari non erano comuni ai Romani.
-Insomma il tempio romano era distinto dal greco per aspetto
-più grande, colonne più sottili, generalmente corintie, e costruzione
-sopra un podio o basamento».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note364">
-<p><span class="label"><a href="#tag364">364</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Pausania, x</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note365">
-<p><span class="label"><a href="#tag365">365</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ecco il paragone d'alcuni di tali edifizj:
-</p>
-
-<table class="gener" summary="">
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td>&nbsp;</td> <td><i>lunghezza</i></td> <td><i>larghezza</i></td> <td><i>spettatori</i></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Coliseo</td> <td class="center">metri</td> <td class="num">207</td> <td class="num">171</td> <td class="num">87,000</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Anfiteatro di Caracalla</td> <td class="center">»</td> <td class="num">226</td> <td class="num">146</td> <td class="num">20,000</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Anfiteatro di Marcello</td> <td class="center">»</td> <td class="num">132</td> <td class="num">132</td> <td class="num">30,000</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Anfiteatro di Verona</td> <td class="center">»</td> <td class="num">154</td> <td class="num">122</td> <td class="num">23,000</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Circo Massimo</td> <td class="center">»</td> <td class="num">660</td> <td class="num">190</td> <td class="num">254,000</td>
- </tr>
-</table>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note366">
-<p><span class="label"><a href="#tag366">366</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Non è vero che le figure crescano regolarmente di grandezza
-nell'elevarsi. Il 1588 alla statua dell'imperatore fu surrogata
-quella di san Pietro; due anni dipoi, Sisto V sterrò il
-piedistallo; Napoleone fece demolire le umili costruzioni che ne
-ingombravano il contorno, e i papi successivi restituirono la
-grande piazza. Lo spagnuolo Ciacono nel 1616 scriveva che
-ancora vedevansi i piedi della statua di Trajano, e che dagli
-scavi fatti uscì la testa di bronzo, la quale conservavasi dal
-cardinale Della Valle: or s'ignora che ne sia avvenuto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note367">
-<p><span class="label"><a href="#tag367">367</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Lampridio</span>, in <i>Alexandro</i>, 27. 28.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note368">
-<p><span class="label"><a href="#tag368">368</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Rossini</span>. <i>Degli archi trionfali onorarj e funebri degli antichi
-Romani, sparsi per tutta Italia</i>. Roma 1736.
-</p>
-
-<p>
-Ecco un parallelo:
-</p>
-
-<table class="gener" summary="">
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td>&nbsp;</td> <td><i>altezza</i></td> <td><i>larghezza</i></td> <td><i>grossezza</i></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Arco in Roma di Tito</td> <td class="center">metri</td> <td class="num">24</td> <td class="num">16</td> <td class="num">5</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Arco in Roma di Costantino</td> <td class="center">»</td> <td class="num">25</td> <td class="num">22</td> <td class="num">7</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Arco in Roma di Settimio Severo</td> <td class="center">»</td> <td class="num">24</td> <td class="num">21</td> <td class="num">7</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Arco di Benevento</td> <td class="center">»</td> <td class="num">25</td> <td class="num">17</td> <td class="num">5</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Arco d'Augusto a Rimini</td> <td class="center">»</td> <td class="num">16</td> <td class="num">16</td> <td class="num">9</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Arco di Ancona</td> <td class="center">»</td> <td class="num">15</td> <td class="num">14</td> <td class="num">3</td>
- </tr>
-</table>
-
-<p>
-A Roma v'erano pur quelli di Orazio Coclite, Camillo, Druso,
-Tiberio, Gallieno.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note369">
-<p><span class="label"><a href="#tag369">369</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Manentque vestigia irritæ spei</i>. <span class="smcap">Tacito</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note370">
-<p><span class="label"><a href="#tag370">370</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dureau de la Malle (<i>De la distribution, de la valeur et
-de la législation des eaux dans l'ancienne Rome</i>. Parigi 1843)
-calcola che i condotti che menavano acqua a Roma, tirassero
-insieme 428,000 metri, di cui 32,000 sopra arcate: e sottraendone
-la derivazione fraudolenta, portavano 11,075 pollici d'acqua,
-di cui 4388 vendevansi ad usi privati. Rondelet sopra
-Frontino, ragguagliò l'acqua venuta in Roma per gli acquedotti
-a un fiume largo trenta piedi, profondo sei, e della velocità di
-trenta pollici per secondo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note371">
-<p><span class="label"><a href="#tag371">371</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Paragone dei ponti romani:
-</p>
-
-<table class="gener" summary="">
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td>&nbsp;</td> <td><i>lungo</i></td> <td><i>largo</i></td> <td><i>costruito da</i></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Milvio</td> <td class="center">metri</td> <td class="num">126</td> <td class="num">9</td> <td>Silla</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Senatorio o Rotto</td> <td class="center">»</td> <td class="num">25</td> <td class="num">13</td> <td>C. Scipione</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Salaro sul Teverone</td> <td class="center">»</td> <td class="num">77</td> <td class="num">9</td> <td>Tarquinio</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Sisto o del Gianicolo</td> <td class="center">»</td> <td class="num">70</td> <td class="num">—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Fabricio o de' Quattro capi</td> <td class="center">»</td> <td class="num">25</td> <td class="num">—</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Cestio o Ferrato</td> <td class="center">»</td> <td class="num">50</td> <td class="num">—</td> <td>Valente</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Elio o Sant'Angelo</td> <td class="center">»</td> <td class="num">113</td> <td class="num">15</td> <td>Adriano</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Mammea presso Roma</td> <td class="center">»</td> <td class="num">60</td> <td class="num">9</td> <td>Antonino</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Di Rimini sulla Marecchia</td> <td class="center">»</td> <td class="num">46</td> <td class="num">—</td> <td>Augusto</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Sulla Narina fra Roma e Loreto</td> <td class="center">»</td> <td class="num">194</td> <td class="num">34</td> <td>Augusto</td>
- </tr>
-</table>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note372">
-<p><span class="label"><a href="#tag372">372</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Muræna proibente domum, Capitone culinam...</i></p>
-<p class="i01"><i>Proxima Campano ponti quæ villula tectum</i></p>
-<p class="i01"><i>Præbuit; et parochi, quæ debent, ligna salemque.</i></p>
-<p class="i13"> Sat. <span class="smcap lowercase">I, V.</span> 46.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note373">
-<p><span class="label"><a href="#tag373">373</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Scalis habito tribus sed altis.</i></p>
-<p class="i11"> Epigr. <span class="smcap lowercase">V.</span> 22.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note374">
-<p><span class="label"><a href="#tag374">374</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Cicerone</span>, <i>pro Milone</i>, 15; <i>Philip.</i> <span class="smcap lowercase">II</span>. 9. <span class="smcap">Orazio</span>, <i>Ep</i>.
-<span class="smcap lowercase">II</span>. 2. 15.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note375">
-<p><span class="label"><a href="#tag375">375</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Che si chiudessero con imposte doppie è chiaro da quel
-di Ovidio, <i>Amor.</i>, <span class="smcap lowercase">I</span>. 3:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Pars adaperta fuit, pars altera clausa fenestræ.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Plinio parla d'una porta a vetri nella sua villa, la quale separava
-e riuniva due camere.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note376">
-<p><span class="label"><a href="#tag376">376</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ex auro, argentove aut certe ex ære in bibliotheca dicantur
-illi, quorum immortales animæ in iisdem locis loquuntur.</i>
-<span class="smcap">Plinio</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note377">
-<p><span class="label"><a href="#tag377">377</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Quanto ai camini, senza ricorrere al Manuzio nei Commenti
-alle epistole di Cicerone, al Filandro sopra Vitruvio, <span class="smcap lowercase">VII</span>.
-3, al Burmanno sopra Petronio, <i>Satyr</i>. 135, che lo negano, ed
-al Ferrario, <i>Electorum</i> lib. <span class="smcap lowercase">I</span>. 1. 9, che lo asserisce, può vedersi
-una dissertazione di Scipione Maffei nella raccolta d'opuscoli
-del Calogerà, tom. <span class="smcap lowercase">XLVII</span>. p. 449, ove sostiene che gli antichi
-non avevano camini al modo nostro. Pure in Aristofane (<i>Vespe</i>,
-1. 2) è accennata una canna di camino, in cui poteva star nascosto
-un uomo; Svetonio (in <i>Vitellio</i>) dice che, in un pasto
-dato da questo imperatore, la sala bruciò per fuoco appigliatosi
-al camino (<i>flagrante triclinio ex conceptu camini</i>).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note378">
-<p><span class="label"><a href="#tag378">378</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Non vivunt contra naturam qui pomaria in summis turribus
-ferunt? Quorum silvæ in tectis domorum ac fastigis nutant,
-inde ortis radicibus quo improbe cacumina egissent?</i> Ep. 122.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note379">
-<p><span class="label"><a href="#tag379">379</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Censores vias sternendas silice in urbe, glarea extra urbem
-substruendas marginandasque, primi omnium locaverunt.</i>
-<span class="smcap">Livio, xli</span>. 27.
-</p>
-
-<p>
-Sopra tavole di rame si trovarono leggi, che il Corradi e il
-Mazzocchi credeano essere le Sempronie di Cajo Gracco, ma
-ora si asseriscono agli ultimi tempi della Repubblica, e portano
-regolamenti intorno alle strade:
-</p>
-
-<p>
-— Chi ha o avrà, sia in Roma o a un miglio in giro dal suo
-abitato, una casa, davanti a cui passi la strada pubblica, dovrà
-mantenere essa strada a requisizione dell'edile, cui spetta quel
-quartiere. L'edile veglierà perchè ciascun proprietario mantenga
-come deve la strada dinanzi la sua casa, sicchè l'acqua non
-s'impozzi e non la renda incomoda.
-</p>
-
-<p>
-«Gli edili curuli e plebei dovranno, fra cinque giorni dopo
-eletti, trarre a sorte le regioni della città, dove abbiano a
-sorvegliare la riparazione e il selciato delle strade pubbliche a
-Roma e ad un miglio in giro.
-</p>
-
-<p>
-«Se la via passi fra un tempio od un luogo pubblico qualunque
-e una casa privata, l'edile farà conservare a spese dello
-Stato metà di questa parte della via pubblica.
-</p>
-
-<p>
-«Se un proprietario non intertenga la strada avanti la sua
-casa dopo l'intimazione dell'edile, questi l'affiderà ad un appaltatore:
-ma dieci giorni prima l'annunzierà nel fôro, e ne farà
-intimar l'avviso ad esso proprietario ed a' suoi procuratori; e
-l'aggiudicazione si farà pubblicamente nel fôro, mediante il
-questore urbano.
-</p>
-
-<p>
-«Esso proprietario o proprietarj saranno scritti come debitori
-sui libri di finanza per una somma eguale all'aggiudicazione, e
-all'intraprenditore verrà assegnato un credito esigibile di pien
-diritto sui loro beni.
-</p>
-
-<p>
-«Se, fra trenta giorni dall'assegnazione notificata al proprietario,
-esso non pagò l'imprenditore o non diede cauzione, dovrà
-pagare metà di più.
-</p>
-
-<p>
-«Il proprietario che abbia davanti alla casa un marciapiede,
-lo manterrà tutt'al lungo di essa in pietre connesse, intere, ben
-piane, secondo ordinerà l'edile di quel quartiere».
-</p>
-
-<p>
-Le tavole trovate ad Eraclea nel golfo di Taranto il 1732 contengono
-molti ordini sul mantenere sgombre le vie e proibiscono
-i carri dall'alba fin a decima, salvo poche eccezioni. Inoltre si
-obbligavano gli abitanti a conservar nette le vie scopando e anaffiando.
-<span class="smcap">Naudet</span>, <i>Sur la police chez les Romains, Mém. de l'Institut</i>,
-vol. <span class="smcap lowercase">IV</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note380">
-<p><span class="label"><a href="#tag380">380</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dionigi d'Alicarnasso (lib. <span class="smcap lowercase">IV</span>) dice difficile misurare il perimetro
-di Roma sopra le mura, attesochè son poco facili a seguire
-in grazia delle case che v'aderiscono da tutte parti. Secondo
-Paolo (<i>Digest.</i>, lib. <span class="smcap lowercase">II</span>), <i>Roma</i> esprimeva tutto l'indeterminato
-spazio dov'erano case, <i>urbs</i> il solo ricinto legale del pomerio,
-come oggi Londra e la City.
-</p>
-
-<p>
-Di Roma abbiamo due descrizioni fatte sotto Valentiniano e
-Valente, riferite da Grevio, <i>Thesaurus antiquitatum roman.</i>,
-tom. <span class="smcap lowercase">III</span>; ed una a mezzo il <span class="smcap lowercase">V</span> secolo, in calce alla <i>Notitia dignitatum
-utriusque imperii.</i>
-</p>
-
-<p>
-L'area della città occupava da cinque milioni di metri quadrati,
-dopo l'ampliazione d'Aureliano; sicchè ogni casa teneva,
-per un di mezzo, centoquattro metri quadrati. Ciò mostra quanto
-erano piccole: eppure bisognerebbe mettere venticinque casigliani
-per ciascuna se si volesse giungere a soli un milione
-ducentomila abitanti; che è assai meno di quel che alcuni suppongono.
-Londra ha la superficie di ventimila ottocento ettari,
-con ducensessantamila fabbricati.
-</p>
-
-<p>
-Giusto Lipsio stimò da quattro in cinque milioni la popolazione
-di Roma, e i successivi copiarono quest'indicazione. La
-Malle, dal calcolo dello spazio in paragone colle città moderne,
-non gliene dà più di cinquecentosessantamila. Si avverta però
-che la mura d'Aureliano non dovea comprendere quello spazio
-indeterminato che pur chiamavasi città: che con tanti schiavi
-poteasi molto più affollare la popolazione, stivandoli anche sotto
-ai tempj e ai pubblici edifizj; e che Augusto dovè proibire di
-alzar le case più di sette piani. Sappiamo che il grano d'Africa
-e dell'Egitto, destinato a pascer Roma, era in un anno sessanta
-milioni di moggia al tempo d'Augusto; cioè il bastevole per
-circa un milione d'abitanti. Forse tanti erano, contando metà
-di cittadini e metà fra schiavi e avveniticci. Scemò poi, e Sparziano
-(in <i>Settimio Severo</i>, <span class="smcap lowercase">VIII</span>. 23) riduce a settantacinquemila
-moggia il consumo giornaliero di Roma, cioè il consumo annuo
-in ventisette milioni ducensettantacinquemila; il che limita la
-popolazione a cinquecentomila.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note381">
-<p><span class="label"><a href="#tag381">381</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Forte ibam via Sacra, sicut meus est mos,</i></p>
-<p class="i01"><i>Nescio quid meditans nugarum, totus in illis.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note382">
-<p><span class="label"><a href="#tag382">382</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La prima edizione fu fatta a Firenze il 1496, poi a Venezia
-l'anno successivo. Dopo d'allora moltissime traduzioni e
-commenti; e la più illustre è l'edizione in otto vol. in-4º a Udine
-1825-30, con trecenventi tavole, commenti e dissertazioni dello
-Stratico di Zara e del Polini.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note383">
-<p><span class="label"><a href="#tag383">383</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Nat. hist.</i>, <span class="smcap lowercase">XXXV</span>. 5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note384">
-<p><span class="label"><a href="#tag384">384</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Spectantem aspectans quocumque aspiceret</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note385">
-<p><span class="label"><a href="#tag385">385</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Nat. hist.</i>, <span class="smcap lowercase">XXXIII</span>. 38.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note386">
-<p><span class="label"><a href="#tag386">386</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Scilicet in domibus vestris, ut prisca virorum</i></p>
-<p class="i02"> <i>Artifici fulgent corpora picta manu,</i></p>
-<p class="i01"><i>Sic quæ concubitus varios Venerisque figuras</i></p>
-<p class="i02"> <i>Exprimat, est aliquo parva tabella loco.</i></p>
-<p class="i09"> <span class="smcap">Ovidio</span>, Trist., <span class="smcap lowercase">II</span>.</p>
-</div></div>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Utque velis, Venerem jungunt per mille figuras,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Inveniat plures nulla tabella modos.</i></p>
-<p class="i11"> Ars am., <span class="smcap lowercase">II</span>.</p>
-</div></div>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Non istis olim variabant tecta figuris,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Tum paries nullo crimine pictus erat...</i></p>
-<p class="i01"><i>Illa puellarum ingenuos corrupit ocellos,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Nequitiæque suæ noluit esse rudes etc.</i></p>
-<p class="i13"> <span class="smcap">Properzio</span>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="smcap">Svetonio</span>, in <i>Horatio</i>: <i>Ad res venereas intemperantior traditur:
-nam speculato cubiculo scorta dicitur habuisse disposita,
-ut quocumque respexisset, ibi ei imago coitus referretur etc.</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Clemente Alessandrino</span>, in <i>Protrep.</i>: Παρ’αὐτὰς επὶ τὰς
-περιπλοκὰς ἀφορῶσιν εἰς τὴν Αφροδίτην ἐκείνην, τὴν γυμνὴν, τὴν ἐπὶ
-συμπλοκῆ δεδεμένην, καὶ τῇ Λέδᾳ περιπετώμενον τὸν ὄρνιν τὸν ἐρωτικὸν...
-Πανίσκοι τινὲς, καὶ γυμναὶ κόραι, καὶ σάτυροι μεθύοντες.
-</p>
-
-<p>
-Abbiamo a Napoli un gabinetto puramente di lavori d'arte
-osceni, e n'è stampata la descrizione a Parigi, <i>Cabinet secret du
-musée royal de Naples</i>, con sessanta tavole a colori che rappresentano
-le pitture, i bronzi, le statue erotiche d'esso gabinetto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note387">
-<p><span class="label"><a href="#tag387">387</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nel duomo di Màzzara e in San Francesco di Messina
-due col ratto di Proserpina; nella chiesa di Sclafani con Baccanti:
-e più bello il fonte battesimale di Girgenti colla storia
-di Ippolito.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note388">
-<p><span class="label"><a href="#tag388">388</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Ferrara</span>, <i>Storia di Sicilia</i>, tom. <span class="smcap lowercase">VIII</span>. p. 112.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note389">
-<p><span class="label"><a href="#tag389">389</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Crispi</span>, <i>Opusc. di letteratura e archeologia</i>, 1836.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note390">
-<p><span class="label"><a href="#tag390">390</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Aristotele</span>, <i>Econom</i>., lib. ii. 1. 2. Nel Digesto, lib. <span class="smcap lowercase">LII</span>.
-tit. 10, è ordinato: <i>Ne quis nummos stagneos, plumbeos emere,
-vendere dolo malo velit</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note391">
-<p><span class="label"><a href="#tag391">391</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Auctarium Siciliæ numismaticæ</i>. Copenhagen 1816.
-</p>
-
-<p>
-Le città o repubbliche sicule, di cui si hanno medaglie,
-sono:
-</p>
-
-<p>
-<i>Abacænum</i>, presso Tripi; <i>Abolla</i>, presso Avola; <i>Acræ</i>,
-presso Palazzolo; <i>Adranum</i>, oggi Adernò; <i>Agrigentum</i>; <i>Agyra</i>;
-<i>Alantium</i>, sul monte San Fratello; <i>Amestratum</i>, oggi Mistretta;
-<i>Apollonia</i>, oggi Pollina; <i>Assorum</i>, oggi Asaro; <i>Atna</i>, o Inessa
-presso Licodia.
-</p>
-
-<p>
-<i>Calcata</i>, oggi Caronia; <i>Camarina; Catania; Centuripa,</i>
-oggi Centorbi; <i>Cephalædium</i>, oggi Cefalù.
-</p>
-
-<p>
-<i>Drepanum</i>, oggi Trapani.
-</p>
-
-<p>
-<i>Emporium</i>, oggi Castellamare; <i>Enna</i>, oggi Castrogiovanni;
-<i>Entella; Erix</i>, oggi Monte San Giuliano.
-</p>
-
-<p>
-<i>Gela</i>?
-</p>
-
-<p>
-<i>Iccara</i>, presso Carini.
-</p>
-
-<p>
-<i>Leontinum</i>, oggi Lentini; <i>Lilibæum</i>.
-</p>
-
-<p>
-<i>Macella</i>, oggi Macellaro; <i>Megara</i>, oggi Augusta; <i>Menæ</i>,
-oggi Mineo; <i>Messana</i>, già Zancle, oggi Messina; <i>Morguntium</i>,
-nel golfo di Catania; <i>Motya</i>, nell'isola San Pantaleo.
-</p>
-
-<p>
-<i>Naxus</i>, al capo Schifò; <i>Neetum</i>, oggi Noto; <i>Nissa</i>, poi
-Petilia.
-</p>
-
-<p>
-<i>Panormus</i>, oggi Palermo.
-</p>
-
-<p>
-<i>Segesta</i> o <i>Egesta</i>, sul monte Barbaro; <i>Selinus</i>, oggi Selinunte;
-<i>Siracusæ</i>.
-</p>
-
-<p>
-<i>Talaria? Tauromenium</i>, oggi Taormina; <i>Thermæ; Tyndarium;
-Thracia</i> o <i>Trinacio</i>, presso Potica. Possono aggiungersi
-le vicine isole di <i>Melita</i>, Malta; <i>Gaulus</i>, Gozo; <i>Melingunis</i>, Lipari;
-<i>Lopadusa</i>, Lampedusa; <i>Cosyra</i>, Pantellaria.
-</p>
-
-<p>
-Non sono però qui tutte le città siciliane; Vincenzo Natale,
-ne' <i>Discorsi sulla storia antica della Sicilia</i> (Napoli 1843), ne
-dà il catalogo ragionato, distinguendo le certamente sicane da
-quelle che il sono probabilmente: le prime sarebbero Camico,
-Inico, Onface; Crasto, Iccari, Eucarpia, Macara, Vessa; le altre,
-Indara, Ippana, Macella, Schera, Jete, Triocala, Scirtea, Cabala,
-Giorgio, Ambiche. Altre quaranta ne adduce, edificate dai Siculi,
-e poi divenute greche; e di tutte cerca la geografia, i fondatori,
-le vicende. In testa alle <i>Antichità di Sicilia</i> del duca di Serradifalco
-sta un <i>Quadro comparativo dei nomi antichi e moderni</i>
-delle città siciliane. Alla geografia di questo paese giovano immensamente
-le otto carte di Alfonso Airoldi, che la rappresentano
-nei tempi favolosi fin alle colonie greche e alla conquista
-de' Romani, sotto di questi, sotto gl'imperatori, sotto i Saracini,
-sotto i Normanni, sotto gli Aragonesi; e l'ultima le riepiloga
-tutte, coi nomi che in ciascun'epoca portarono le città.
-</p>
-
-<p>
-Le monete della restante Italia si classificano così: Italia superiore,
-Etruria, Umbria, Piceno, Vestini, Lazio, Agro Reatino,
-Samnio, Frentani, Campania, Apulia, Calabria, Lucania,
-Bruzj.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note392">
-<p><span class="label"><a href="#tag392">392</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Delle statue antiche convien ricordarsi che molte sono
-restaurate. A dir solo delle più celebri, nel Laocoonte, capolavoro,
-che l'espressione esagerata del dolore colloca ai limiti ove
-l'arte comincia a decadere, è moderno il braccio destro del
-padre, e furono fatti dal Cornacchini l'antibraccio destro del
-figlio maggiore e tutto il braccio destro del minore: nel toro
-Farnese sono restauro la parte superiore di Dirce, le teste e le
-gambe di Zeto e Anfione: Michelangelo rifece le gambe dell'Ercole
-Farnese, che poi furono trovate: dell'Apollo di Belvedere
-son moderne le mani: alla Tersicore del Vaticano si sovrappose
-la testa di un'altra statua. Le statue di Ercolano e Pompej
-hanno questo insigne vantaggio, di essere state immuni da
-restauri.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note393">
-<p><span class="label"><a href="#tag393">393</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nel 1755, e gli scavi regolari cominciarono nel 1799.
-Domenico Fontana, che nel 1592 guidò le acque del Sarno alla
-Torre dell'Annunziata, dovette coi cunicoli incontrarsi ne' monumenti
-di Pompej che attraversava: or come non nacque curiosità
-di esplorarli?</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note394">
-<p><span class="label"><a href="#tag394">394</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Forse non era che un simbolo e un motto di buon augurio,
-che si ha pure nel musaico di Salisburgo, coll'aggiunta <i>Nihil
-intret mali</i>: ma di un postribolo si ha a Pompej un'iscrizione,
-ch'è bello tacere.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note395">
-<p><span class="label"><a href="#tag395">395</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Le scarpe de' Romani somigliavano agli odierni coturni,
-giungendo fin al polpaccio, sparati davanti, e chiusi da coreggie
-o lacciuoli. Era vanto l'averli ben serrati; ma dallo sparo,
-nelle persone eleganti, lasciavasi trasparire la calza, per lo
-più bianca o rossa, e sostenuta da un legaccio. La suola talvolta
-era rialzata da severo, che anche oggi trovasi opportuno a
-tenere asciutto il piede. La moda variò la forma e il colore
-del tomajo; le suole furono sin d'oro, ovvero ornate di gemme.
-Aureliano riservò alle donne le scarpe rosse, che del resto erano
-un distintivo degli imperatori.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note396">
-<p><span class="label"><a href="#tag396">396</a>.&nbsp;&nbsp;</span>È singolare un musaico, ultimamente scoperto in un
-triclinio presso la porta Stabiana, di finitezza stupenda. Ha
-nel mezzo un teschio, e attorno simboli delle vicende della
-vita; un archipenzolo, un bastone, un'asta rovesciata da cui
-pendono cenci, una farfalla con ali rosse screziate d'azzurro,
-librata s'una ruota a sei raggi. Come vedemmo nel convito di
-Trimalcione, rammentavasi la fugacità della vita, per eccitare
-a goderne.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note397">
-<p><span class="label"><a href="#tag397">397</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ultimamente si scopersero tombe sannitiche, fra le
-romane; anche con vasi e monete che attestano una civiltà
-sviluppata prima del contatto coi Greci.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note398">
-<p><span class="label"><a href="#tag398">398</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Delle tante opere relative agli scavi di Pompej il frutto
-venne raccolto in quella di Fausto e Felice Niccolini: <i>Le case
-e i monumenti di Pompej disegnati e descritti</i>. Ora il Fiorelli
-ha dato maggior regola alle scoperte e più scienza all'interpretazione.
-</p>
-
-<p>
-Una particolarità bizzarrissima di Pompej sono le iscrizioni,
-che graffivano sul muro ragazzi e soldati petulanti, o amanti,
-o sollecitatori di voti. Un giovinetto scrisse:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Candida me docuit nigras odisse puellas;</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-e una donna, o fingendosi donna, vi soggiunse:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Oderis, et iteras non invitus;</i></p>
-<p class="i01"><i>Scripsit Venus Fysica Pompejana.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Un amante posposto scriveva: <i>Alter amat, alter amatur, ego
-fastidio</i>; e un arguto vi soggiungeva: <i>Qui fastidit, amat</i>.
-</p>
-
-<p>
-E molte ricorreano dichiarazioni amorose; per es.: <i>Auge
-amat Arabienum; Methe Cominiæs atellana</i> (commediante) <i>amat
-Chrestum corde. Sit utreisque Venus Pompejana propitia et
-semper concordes vivant</i>.
-</p>
-
-<p>
-Spesso sono scherzi, come questa lettera: <i>Pyrrus c. Hejo
-conlegæ sal. Moleste fero quod audivi te mortuum: itaque vale</i>.
-Sul palazzo di giustizia uno scriveva: <i>Quot pretium legi?</i>
-«Quanto si vende la giustizia?»
-</p>
-
-<p>
-Talune sono manifesti di spettacolo:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Hic venatio pugnabit</i></p>
-<p class="i01"><span class="smcap lowercase">V</span> <i>kalandas septembris</i></p>
-<p class="i01"><i>Et Felix ad ursos pugnabit.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Un venditore di zampetti assicura che, serviti che siano, i
-convitati leccano la pentola ove furon cotti:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Ubi perna cocta est si convivæ apponitur</i></p>
-<p class="i01"><i>Non gustat pernam, lingit ollam aut cacabum.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ci sono affissi per trovare robe perdute, come questa:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Urna vinicia periit de taberna</i></p>
-<p class="i01"><i>Si eam quis retulerit</i></p>
-<p class="i01"><i>Dabuntur</i></p>
-<p class="i01"><i>HS lxv: sei furem</i></p>
-<p class="i01"><i>Quis abduxerit</i></p>
-<p class="i01"><i>Dabit decumu</i>m (il doppio)</p>
-<p class="i01"><i>Januarius</i></p>
-<p class="i01"><i>Qui hic habitat.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ci sono annunzj d'affitti o di vendite:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>In prædiis juliæ sp. felicis</i></p>
-<p class="i01"><i>Locantur</i></p>
-<p class="i01"><i>Balneum venerium et nongentum tabernæ</i></p>
-<p class="i01"><i>Pergulæ</i></p>
-<p class="i01"><i>Cænacula ex idibus aug. primis in idus</i></p>
-<p class="i01"><i>Aug. sextas</i></p>
-<p class="i01"><i>Annos continuos quinque</i></p>
-<p class="i01"><i>s q d l e n c a</i></p>
-<p class="i01"><i>Smettium verum ade.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Le quali ultime sigle devono forse leggersi: <i>Si quis dominun
-loci ejus non cognoverit, ad...</i> Ma sono strane quelle novecento
-botteghe in una sola città. Pergole chiamavansi i
-terrazzi dove i venditori esponeano le loro merci: i cenacoli
-equivalgono alle trattorie.
-</p>
-
-<p>
-Un ghiotto esclama: <i>Quæ gula quæcumque in vino nascitur;</i>
-un altro: <i>Ad quem non cœno, barbarus ille mihi est.</i> Uno schiavo
-liberato: <i>Labora, Aselle, quomodo ego laboravi, et proderit tibi;</i>
-uno impreca: <i>Asellia tabescas;</i> un altro taccia di ladro: <i>Oppi
-embolari</i> (facchino) <i>fur furuncule;</i> e con espressione più mercatina:
-<i>Miccio cocio tu tuo patri cacanti confregisti peram.</i>
-</p>
-
-<p>
-Anche Cicerone (in <i>Verrem</i>, <span class="smcap lowercase">III</span>. 33) ci fa sapere che contro
-l'amasia di Verre i Siciliani scriveano satire fin sopra le pareti
-del tribunale e la testa del pretore: <i>De qua muliere versus plurimi
-supra tribunal et supra prætoris caput scribebantur.</i>
-</p>
-
-<p>
-Quelle iscrizioni diedero modo di capirne altre, che prima non
-intendevasi alludessero all'abitudine di graffire sui muri con un
-aguto o con carbone o minio. Così a Forlimpopoli leggeasi: <span class="smcap lowercase">ITA
-CANDIDATVS FIAT HONORATVS TVVS ET ITA GRATVM EDAT MVNVS
-TVVS MVNERARIVS ET TV FELIX SCRIPTOR SI HOC NON SCRIPSERIS.</span>
-<i>Il tuo candidato giunga agli onori, e ti dia in compenso un
-combattimento, purchè tu non lo scriva qui;</i> cioè desiderava non
-scrivesse su quella fabbrica il suo voto. E principalmente faceasi
-tal preghiera sui sepolcri che, come esposti lungo la via,
-erano prescelti per porvi le iscrizioni.
-</p>
-
-<p class="center">
-<span class="smcap lowercase">PARCE OPVS HOC SCRIPTOR TITVLI QUOD LVCTIBVS VRGENT<br />
-SIC TVA PRÆTORES SEPE MANVS REFERAT</span>
-</p>
-
-<p>
-è la fine d'un epitafio di Mola di Gaeta, riferito da Mommsen
-(<i>Inscriptiones regni neapoletani</i>): come quest'altra: <span class="smcap lowercase">INSCRIPTOR
-ROGO TE VT TRANSEAS HOC MONVMENTVM AST... AN QVOIVS CANDIDATI
-NOMEN IN HOC MONVMENTO INSCRIPTVM FVERIT REPVLSAM
-FERAT NEQVE HONOREM VLLVM GERAT</span>. <i>Prego lo scribacchiante a
-lasciar intatto questo monumento: il candidato, il cui nome vi
-sarà scritto, possa esser rejetto nelle elezioni, e non giunga ad
-onore alcuno.</i>
-</p>
-
-<p>
-Alle volte l'iscrizione è tale, che chi la legge imprechi a se stesso;
-come la 1810 dell'Orelli: <span class="smcap lowercase">M. CAMVRIVS HORANVS H. M. H. N. S. SED
-SI HOC MONVMENTO VLLIVS CANDIDATI NOMEN INSCRIPSERO NE VALEAM</span>.
-<i>Mal mi capiti se a questo monumento iscriverò il nome di
-qualche candidato;</i> mentre la 4751 dello stesso dice: <span class="smcap lowercase">ITA VALEAS
-SCRIPTOR HOC MONVMENTVM PRÆTERI</span>. <i>Ben t'avvenga se non scarabocchi
-questo monumento.</i> E dianzi presso Narni fu trovata questa:
-<span class="smcap lowercase">ITA CANDIDATVS QVOD PETIT FIAT TVVS ET ITA PERENNES SCRIPTOR
-OPVS HOC PRÆTERI HOC SI IMPETRO AT FELIX VIVAS BENE VALE</span>.
-<i>Il tuo candidato divenga ciò che desidera, e tu abbi lunga
-vita; ma non scrivere su questo monumento. Se mel concedi,
-t'auguro salute e bene.</i> Vedi <i>Athenæum français</i>, agosto 1855.
-</p>
-
-<p>
-Pompej era città osca, e però gli annunzj e le indicazioni faceansi
-spesso in quella lingua. Ciò ch'è più notevole, essendo
-graffite le epigrafi da persone incolte, vi abbondano scorrezioni:
-così nel programma di un grammatico, <i>Saturninus cum discentes
-rogat;</i> versi di Virgilio, di Properzio, d'Ovidio (nessuno d'Orazio)
-son riferiti con errori e varianti. E quegli sbagli molte volte
-servono di riprova a quanto altrove assumemmo, cioè alla coesistenza
-d'un parlar vulgare, e alla sua somiglianza col moderno
-italiano. <i>Cosmus nequitiæ est magnissimæ</i>, esclama uno; un
-altro: <i>O felice me;</i> un terzo: <i>Itidem quod tu factitas cotidie...</i>
-</p>
-
-<p>
-Dopo altri, più compiutamente ne trattarono <span class="smcap">Garrucci</span>, <i>Inscriptions
-gravées au trait sur les murs de Pompej</i>; <span class="smcap">Fiorelli</span>,
-<i>Monumenta epigraphica pompejana ad fidem archetyporum
-expressa</i>. Napoli 1854, edizione di soli cento esemplari a spese
-di Alberto Detken. E meglio <i>Inscriptiones parietariæ pompejanæ,
-herculanenses, stabianæ etc. edidit</i> <span class="smcap">C. Zangemeister</span>,
-Berlino 1871, nel <i>Corpus inscriptionum latinarum</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note399">
-<p><span class="label"><a href="#tag399">399</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Roma in montibus posita et convallibus, cœnaculis sublata
-et suspensa, non optimis viis, angustissimis semitis.</i> <span class="smcap">Cicerone</span>,
-<i>in Rullum</i>, 33.</p>
-</div>
-</div>
-
-<div class="tnote">
-<p class="tntitle">
-Nota del Trascrittore
-</p>
-
-<p>
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
-minimi errori tipografici. Il testo greco è stato trascritto tal quale,
-senza alcuna correzione.
-</p>
-
-<p class="covernote">
-Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
-</p>
-</div>
-
-
-
-
-
-
-
-
-<pre>
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of Storia degli Italiani, vol. 3 (di 15), by
-Cesare Cantù
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DEGLI ITALIANI, VOL 3 ***
-
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