diff options
| author | nfenwick <nfenwick@pglaf.org> | 2025-02-04 09:32:31 -0800 |
|---|---|---|
| committer | nfenwick <nfenwick@pglaf.org> | 2025-02-04 09:32:31 -0800 |
| commit | 7de9507d290dbc98c839b79d2bdb9d1d80281059 (patch) | |
| tree | b9a7af5fe44d87538ff29b5de9fd96982a294862 | |
| parent | abda030eb364ed6b1935c86c940fc511aa9548c5 (diff) | |
| -rw-r--r-- | .gitattributes | 4 | ||||
| -rw-r--r-- | LICENSE.txt | 11 | ||||
| -rw-r--r-- | README.md | 2 | ||||
| -rw-r--r-- | old/63560-0.txt | 15596 | ||||
| -rw-r--r-- | old/63560-0.zip | bin | 381145 -> 0 bytes | |||
| -rw-r--r-- | old/63560-h.zip | bin | 532703 -> 0 bytes | |||
| -rw-r--r-- | old/63560-h/63560-h.htm | 22337 | ||||
| -rw-r--r-- | old/63560-h/images/cover.jpg | bin | 133625 -> 0 bytes |
8 files changed, 17 insertions, 37933 deletions
diff --git a/.gitattributes b/.gitattributes new file mode 100644 index 0000000..d7b82bc --- /dev/null +++ b/.gitattributes @@ -0,0 +1,4 @@ +*.txt text eol=lf +*.htm text eol=lf +*.html text eol=lf +*.md text eol=lf diff --git a/LICENSE.txt b/LICENSE.txt new file mode 100644 index 0000000..6312041 --- /dev/null +++ b/LICENSE.txt @@ -0,0 +1,11 @@ +This eBook, including all associated images, markup, improvements, +metadata, and any other content or labor, has been confirmed to be +in the PUBLIC DOMAIN IN THE UNITED STATES. + +Procedures for determining public domain status are described in +the "Copyright How-To" at https://www.gutenberg.org. + +No investigation has been made concerning possible copyrights in +jurisdictions other than the United States. Anyone seeking to utilize +this eBook outside of the United States should confirm copyright +status under the laws that apply to them. diff --git a/README.md b/README.md new file mode 100644 index 0000000..f9fc66d --- /dev/null +++ b/README.md @@ -0,0 +1,2 @@ +Project Gutenberg (https://www.gutenberg.org) public repository for +eBook #63560 (https://www.gutenberg.org/ebooks/63560) diff --git a/old/63560-0.txt b/old/63560-0.txt deleted file mode 100644 index 4655b26..0000000 --- a/old/63560-0.txt +++ /dev/null @@ -1,15596 +0,0 @@ -Project Gutenberg's Storia degli Italiani, vol. 3 (di 15), by Cesare Cantù - -This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most -other parts of the world at no cost and with almost no restrictions -whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of -the Project Gutenberg License included with this eBook or online at -www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: Storia degli Italiani, vol. 3 (di 15) - -Author: Cesare Cantù - -Release Date: October 26, 2020 [EBook #63560] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DEGLI ITALIANI, VOL 3 *** - - - - -Produced by Giovanni Fini, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - - - - - - - STORIA - DEGLI ITALIANI - - - PER - CESARE CANTÙ - - - EDIZIONE POPOLARE - RIVEDUTA DALL'AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI - - TOMO III. - - - - TORINO - UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE - 1875 - - - - -CAPITOLO XXXI. - -Il secolo d'oro della letteratura latina. - - -Un'altra fortuna ebbe Augusto, che al suo corrispondesse il secolo -d'oro della letteratura latina, talchè il nome di lui, non solo si -associò all'immortalità di quegli scrittori, ma rimase come appellativo -de' protettori del bel sapere. - -Ne' primordj, Roma s'occupò a difendersi e trionfare, non ad -ingentilire gl'intelletti. Sol quando penetrò nella Grecia italica, -poi nella Grecia propria, conobbe una coltura più raffinata, e la -introdusse coi prigionieri e coi vinti, i quali allogaronsi come -maestri o clienti nelle principali famiglie; e tal ne prese vaghezza -che dimenticò i modi nazionali per tenersi affatto sulle orme greche. -Quand'anche non fosse natura degl'Italiani, sappiamo per iscritto che -il popolo nostro dilettavasi grandemente di canzoni nelle varie fasi -della vita; specialmente alle vendemmie, e quando la riposta messe -lusingava terminate le fatiche, e alle solennità della rustica Pale i -prischi agricoli, forti e contenti di poco, coi figli, colla fedele -consorte e coi compagni di lavoro esilaravano l'anima e il corpo -nel suono e nel ballo[1]; e la gioja bacchica esultava in canti e -gesticolazioni, e forse anche dialoghi, di versi regolati dall'orecchio -e misurati dalla battuta del piede. - -Questa fu per gran pezzo l'unica drammatica, ben lontana dalla -artistica che pur già grandeggiava in Sicilia, e che richiede -un'azione, un intreccio, e caratteri e affetti. Abbiamo notizia di -recite che si facevano in siffatti versi, chiamati _saturnini_ dal -favoloso Saturno, o _fescennini_ da Fescennia, città dove molto erano -usati alle _Sature_, mescolanza di musica, recita e danza. Inconditi e -mal composti, smentiscono però Orazio quando di letteratura romana non -trova lampo se non dopo l'occupazione della Grecia[2]; più lo smentisce -la storia. Tito Livio, in un passo d'oro[3], fa che i Romani desumano -anche i giuochi scenici dagli Etruschi, dicendo che nell'epidemia -del 390 di Roma, la collera celeste serbandosi inesorabile alle -supplicazioni consuete, si introdussero (cosa nuova al popolo -bellicoso, avvezzo soltanto agli spettacoli del circo) rappresentazioni -sceniche, fatte da commedianti etruschi che nella costoro lingua -chiamavansi _istrioni_, i quali ballavano artifiziosamente a suon -di flauto e gestendo senza parole: i garzoni romani gl'imitarono, -aggiungendo versi rozzi ma lepidi: in appresso s'introdussero buoni -istrioni che ne recitarono di studiati, e rappresentarono satire, -le cui parole convenivano al suono del flauto e al movimento. Livio -Andronico (segue egli), più d'un secolo dopo, osò far meglio, e -comporre drammi con unità d'azione; e avendo perduto la voce, ottenne -di collocare davanti all'attore un giovane che cantava i suoi versi, -mentr'esso faceva i gesti, viepiù espressivi perchè non era distratto -dalla cura della voce. Di qui l'uso agli istrioni di accompagnare col -gesto ciò che un altro canta, non parlando essi che nel dialogo. - -Adunque Livio Andronico introdusse la favola teatrale, che soggetti -forestieri riproduceva in favella _barbara_, cioè nella nostra[4]. Al -solo ritmo, consueto nei carmi latini ed osci, sostituì il senario, -libero verso, che traeva dall'accompagnamento della tibia quel tenor -regolare e cadenzato che nella sua libertà gli mancava, e che formò -passaggio fra la ritmica indigena e la metrica esotica. A quel modo -continuarono e Nevio e Plauto, sempre scusandosi di tradurre i Greci -in _barbaro_, cioè nel parlare di que' Romani, che per chiamare poi -barbari gli altri popoli dovettero persuadersi d'essere divenuti Greci. - -Ennio diede un passo innanzi, e abbandonando il pedestre senario, -introdusse l'eroico greco: laonde si dava vanto d'aver «superato -egli primo i monti delle muse, mentre fin a lui erasi detto soltanto -coi versi che cantavano i fauni e i _vati_», cioè gl'indigeni[5]: -introdusse il dattilo e il verso esametro, la cui musicalità era -accessibile del pari ai dotti e al vulgo. - -Andronico, Ennio, Plauto, Azzio, Nevio trattarono soltanto soggetti -greci, benchè in Grecia non fossero ancora penetrati i Romani, -non avessero «cercato le bellezze di Tespi, Eschilo, Sofocle», nè -Mummio avesse recato gli spettacoli teatrali da Corinto[6]: laonde -possiamo credere che quest'arte derivasse piuttosto dalla Sicilia, -dove Aristotele e Solino la fanno nascere, e trasportare in Atene da -Epicarmo e Formione; ovvero dalla Magna Grecia, ove molti Pitagorici -aveano scritto commedie[7]. - -Di tre parti constava la commedia: diverbio, cantico, coro. Pel primo -intendeasi l'atteggiare di più persone: nel cantico parlava una sola, -o se ve n'era un'altra, udiva di nascosto e parlava da sè: nel coro -era indefinito il numero de' personaggi[8]. Molta varietà v'ebbe poi -di commedie: le gravi diceansi _palliatæ_ o _togatæ_, secondo che di -soggetto greco o romano; nelle _prætextatæ_ s'introducevano persone di -grand'affare, vestite della pretesta; inferiori erano le _tabernariæ_ e -i _mimi_. - -Dal succitato passo di Livio i teatri romani compajono non semplice -passatempo, ma un'istituzione civile e sacerdotale, e la recita come -un'appendice di quelli che i romani tenevano per veri divertimenti, -i giuochi del circo. Inoltre gli scrittori di commedie non erano -romani, ma Ennio di Calabria, Pacuvio di Brindisi, Plauto di Sarsina -nell'Umbria, Terenzio di Cartagine; talmente convenzionale era il -linguaggio di quelle. Il romano popolesco rimase alle _atellanæ_, che -alcuno vorrebbe somigliare alle nostre commedie a soggetto: recitavansi -in osco[9] da giovani bennati, e allettavano grandemente il popolo per -lo scherzo vivace e per l'originalità. - -Diciannove tragedie di Marco Pacuvio sono lodate da Quintiliano per -profondità di sentenze, nerbo di stile, varietà di caratteri; ma nel -pochissimo rimastoci non troviamo che liberissime imitazioni, in istile -bujo e disarmonico. Lucio Azzio, nato a Roma da un liberto, ne compose -e raffazzonò di molte, fra le quali il _Bruto_ e il _Decio_, soggetti -patrj; e recitavansi ancora ai tempi di Cicerone, e più volentieri si -leggevano. Delle diciannove tragedie di Andronico sol qualche frammento -sopravive: compose pure un inno da cantarsi da ventisette fanciulle, -e voltò dal greco l'_Odissea_. Gneo Nevio campano verseggiò anche la -prima guerra punica. - -Marco Accio Plauto[10] (n. 227) scrisse molte commedie; ad altre -non facea che dar una mano, e correvano poi sotto il suo nome: ma -sempre tradotte o imitate dal greco, e di greche costumanze. Ce ne -sopravanzano venti, fra cui l'_Amfitrione_ mette in burletta gli Dei; -e fanno per le migliori l'_Aulularia_ incompleta, il _Trinummus_ e i -_Captivi_ di serio e morale intreccio. Guadagnato un bel gruzzolo col -poetare, lo avventurò in commercio, sì male speculando che fu ridotto a -girar macine da mugnajo. - -Tutti i comici superò Publio Terenzio africano (n. 193). Rapito -fanciullo dai pirati, fu compro da Terenzio Lucano senatore romano, -che, educato, gli donò la libertà; ed egli, raccolto qualche denaro, -passò in Grecia, ove morì di trentacinque anni. In Grecia, dopo la -commedia democratica e politica di Aristofane, tutta allusioni ed -attualità e baldanza, era stata introdotta la civile, in cui grandeggiò -Menandro, che la elevò a qualche dignità con fatti serj e intento -filosofico, rendendola, qual poi rimase, il quadro dei vizj e delle -ridicolaggini, scevra di satira personale. Centotto commedie di -quest'ultimo poeta ateniese avea tradotte Terenzio, che le perdette in -un naufragio; nelle sei che ci rimangono, appajono purezza ed eleganza -di stile e precisione di sentenze[11], quale in Roma non aveva ancora -alcun modello. L'_Eunuco_ sembra originale, sebbene i caratteri di -Gnatone e Trasone sieno desunti dall'_Adulatore_ di Menandro; e tanto -piacque, che fu replicato fin due volte nel giorno stesso, e guadagnò -all'autore ottomila sesterzj. - -Plauto coll'asprezza e la facezia palesasi famigliare col vulgo, -Terenzio ritrae della società signorile; quello esagera l'allegria, -questo la tempera, e i caratteri e le descrizioni esprime al vivo. -Orazio (che giudicando solo dall'espressione, vilipende tutti i comici -della prima maniera) chiama grossolano Plauto, e lo taccia d'avere -abborracciato per toccare più presto la mercede; alle commedie di -Terenzio fu asserito mettesser mano i coltissimi fra i Romani d'allora, -Scipione Emiliano e Lelio: l'un e l'altro però sono troppo lontani -dalla finezza dei comici greci, vuoi nel senso, vuoi nell'esposizione. - -La bagascia, il lenone, il servo che tiene il sacco al padroncino -scapestrato, il ligio parasito, il padre avaro, il soldato -millantatore, ricorrono in ciascuna commedia di Plauto, fin coi nomi -stessi, come le maschere del vecchio nostro teatro; e si ricambiano -improperj a gola, o fanno prolissi soliloquj, o rivolgonsi agli -spettatori, o scapestransi ad oscenità da bordello. Egli stesso -professa in qualche commedia di non seguire l'attica eleganza, ma la -siciliana rusticità[12]; il verso talmente trascura, che si dubita se -verso sia[13]; grossolano e licenzioso il frizzo; il dialogo da plebe. -Meno che pei letterati ha importanza pei filologi, che vi riscontrano -idiotismi ancor viventi sulle bocche nostre, e ripudiati dagli autori -forbiti: altra prova che il parlare del vulgo si scostasse da quello -dei letterati, e forse viepiù nell'Umbria. - -Meglio si splebejò Terenzio. Neppur egli poteva produrre altre donne -che cortigiane, ma le fa involate da bambine, e consueta soluzione -della commedia è il riconoscimento loro[14] per mezzi miracolosi: -anche all'uomo dabbene trova un luogo fra i suoi: più corretto -nella morale, men procace nel motteggio, eletto e spontaneo nel -dialogo, pittorescamente semplice nei racconti, attraente nelle -situazioni, resta inferiore in vivezza comica e gaja fantasia: quanto -all'invenzione, e' si scusa col dire che non è più possibile atteggiar -cosa nuova[15]. Nè l'uno nè l'altro conobbero l'_ammaestrare ridendo_, -proponendosi unicamente di recare sollazzo al pubblico[16]. - -Le commedie di Terenzio e Plauto erano palliate, cioè eseguivansi in -abito greco: nelle togate fu celebre Afranio, ma pochissimi versi ce -ne restano. Poco merito, in generale, si attribuiva alla drammatica, -tantochè Quintiliano confessa che, in questa parte, la letteratura -latina va zoppa. E per vero, come poteva fiorire tra un popolo che si -dilettava di belve combattenti e dei veri spasimi e del sangue d'uomini -accoltellantisi? Terenzio racconta che, alla prima rappresentazione -della sua _Ecira_, il popolo costrinse a interromperla perchè si erano -annunziati gladiatori e saltambanchi. - -D'Asinio Pollione, il più celebre tragico, nulla sopravisse: di Ovidio -sappiamo che scrisse la _Medea_; ma i luoghi comuni onde farcì le sue -_Eroidi_, e la dilavata facilità del suo stile non ci lasciano troppo -rimpiangere questa perdita, nè quella de' molti altri tragici romani -ricordati[17]. - -Della burletta si prendea molto spasso, e fino a quell'antichità -risalgono le maschere: il Macco o Sannio, progenitore del nostro -Zanni o Arlecchino, era un buffone, raso il capo, vestito di cenci -a vario colore, e che _rideva in tutto il corpo_; a Pompej si trovò -il Pulcinella, maschera atellana. Sul finire della repubblica si -preferivano i mimi, mescolanza di ballo e di drammatica, non ridotta ad -un'azione perfetta, ma in scene staccate, un carattere plebeo esponendo -nelle differenti sue situazioni, con parlar vulgare e locuzioni -scorrette; di che il basso popolo, riconoscendo se stesso, prendeva -mirabile dilettazione. Il poeta dava solo la traccia, lasciando che -l'attore improvvisasse; attore sovente era l'autor medesimo, e i -più famosi furono Siro e Laberio. Di questo abbiamo un prologo, dove -lagnasi d'essere stato costretto da Cesare a montare sul palco: di -Siro alquante sentenze morali, che teneva in serbo per intrometterle -all'occasione, e che ci danno alta idea della farsa romana. Anche Gneo -Mattio, amico di Cesare e di Cicerone, scrisse _Mimiambi_ assai lodati, -oltre una _Iliade_. - -La legge sopravvide sempre agli spettacoli teatrali, che perciò -non attinsero mai la democratica licenza degli Ateniesi. Già la -primitiva nobiltà, gelosa di questa plebe che della scena valevasi per -bersagliarla, le pose freno applicandovi la legge delle XII Tavole che -condannava a morte o alle verghe il diffamatore[18]. Ogni oppressore -della pubblica libertà rinvigoriva queste repressioni, come fece Silla; -e Cicerone scriveva ad Attico che, nessuno osando chiarire in iscritto -il proprio parere, nè apertamente riprovare i grandi, unica via restava -il far ripetere in teatro versi o passi che paressero alludere ai -pubblici affari[19]. - -In principio i teatri erano posticci, durando al più un mese, -quantunque l'armadura di legno si ornasse con grand'eleganza, fino a -dorarla e argentarla, e vi si collocassero statue ed altre spoglie de' -popoli soggiogati. Scauro ne fece uno capace di ottantamila spettatori, -adorno di tremila statue e trecentosessanta colonne di marmo, di vetro, -di legno dorato. Primo Pompeo, dopo vinto Mitradate, ne fabbricò -uno stabile, capace di quarantamila spettatori, con quindici ordini -che salivano dall'orchestra fino alla galleria superiore. Quel di -Marcello, fatto da Augusto, era un emiciclo del diametro inferiore -di circa cinquantacinque metri allo interno, e di cenventiquattro al -recinto esterno. Cajo Curione, volendo sorpassare i predecessori in -bizzarria se non in magnificenza, nei funerali di suo padre costruì due -teatri semicircolari, tali che potessero girare sopra un pernio con -tutti gli spettatori; sicchè, compite le rappresentazioni sceniche, -venivano riuniti, e gli spettatori si trovavano trasportati in un -anfiteatro[20]. - -Alla romana severità parea vile un uomo inteso, non a soddisfare -coll'abilità sua verun bisogno, ma solo a dar diletto; infame chi per -denaro fingeva affetti, dava se medesimo a spettacolo, ed esponevasi -agl'insulti degli spettatori. Laonde i mimi rimanevano privati delle -prerogative civili, i censori poteano degradarli di tribù, i magistrati -farli staffilare a capriccio; un marchio impresso sul loro corpo gli -escludeva da ogni magistratura, e fin dal servire nelle legioni. Anche -donne poteano comparir sulla scena romana, a differenza della greca, -purchè vestite decente: ma restavano diffamate, proibito ai senatori di -sposare le attrici, nè le figlie o le nipoti d'istrioni. - -Somma doveva essere l'abilità degli attori se tanta ammirazione -destarono Batillo e Pilade, Esopo e Roscio. Eppure generalmente erano -schiavi o liberti greci, che a forza di studio avevano imparato la -giusta pronunzia del latino. Inoltre, vastissimi essendo i teatri, -doveano forzar la voce perchè fosse intesa da ottantamila spettatori; -le parti femminili erano spesso sostenute da uomini; il viso coprivasi -con maschere: lo che rende inesplicabile l'effetto che Cicerone e -Quintiliano dicono producessero. - -Esopo e Roscio non mancavano mai al fôro qualvolta si agitasse causa -interessante, per osservare i movimenti dell'oratore, del reo, degli -astanti. Il primo fu amico di Cicerone, e benchè magnifico all'eccesso, -lasciò a suo figlio venti milioni di sesterzj, cioè quattro milioni di -lire. Da Roscio, che pel primo abbandonò la maschera, prese lezioni -Cicerone, che poi gli divenne amico, e sfidavansi a chi meglio -esprimerebbe un pensiero, questi colle parole, quegli col gesto: -all'anno riceveva cinquecento sesterzj grossi, o centomila lire: -ducentomila n'ebbe Dionisia attrice, per una stagione del 377. Neppure -questo scialacquo è dunque novità. - -Dove finisce l'età eroica, spettanza della poesia e dell'arte libera, -ivi comincia la scienza storica; e quando il carattere preciso dei -fatti e la prosa della vita si rivelano in situazioni reali, e nel -modo di concepirli e rappresentarli. Quale scienza più degna d'un gran -popolo? pure i Romani nè anche in essa seppero essere originali, e -negligendo le patrie tradizioni, e sprezzando i monumenti, accolsero -e rimpastarono le origini favoleggiate dai Greci. Fabio Pittore, che -primo ne scrisse in latino, Cincio Alimento senatore e Cajo Acilio -tribuno che dettarono annali in greco, copiavano l'un dall'altro, -senza interrogare il popolo nè verificare coi documenti. Quando Catone -censorio trattò delle _Origini italiche_, i popoli della prisca -Italia sussistevano ancora, e in libri ed iscrizioni conservavano -i loro fasti; sapevansi leggere e interpretare i caratteri oschi ed -etruschi, che ora eludono la pazienza degli eruditi; non era per anco -stata dilapidata l'Italia dalla guerra de' Marsi, nè le sistematiche -proscrizioni di Silla aveano distrutte le memorie della prisca -nazionalità. Un desiderio del censore sarebbe stato legge a tutte le -città italiane, che gli avrebbero a gara recato i loro annali pel -lavoro che preparava. Eppure, malgrado l'affettata sua avversione -per le cose greche, egli si abbandonò alla corrente; e d'idee e di -etimologie forestiere è rimpinzato quel poco che ci tramandò. Peggio -ancora adoperarono Cornelio Polistore al tempo di Silla, Calpurnio -Pisone Frugi[21], e più tardi Giulio Igino, o creduli o ingannatori. - -Il migliore storico di Roma le venne dalla Grecia, Polibio di -Megalopoli (n. 205), che deportato con quelli traditi da Callicrate -(vol. I, pag. 348), acquistò la grazia degli Scipioni, principalmente -dell'Emiliano, lo seguì in Africa, e narrò la storia contemporanea dal -220 al 167. Di scarso gusto e d'arte scadente, attiensi al positivo; -vide i luoghi, seppe il latino, lesse in Roma documenti ignorati da' -natii, e meglio di questi c'informa della loro costituzione, che egli -reputa non solo superiore alla spartana e alla cartaginese, ma tale -che, a petto di essa, la repubblica di Platone somiglia una statua -accanto d'uomo vivo. In serena tranquillità narra non declama; cura -la moltitudine, quanto Livio gli eroi; ma escludendo la Provvidenza -regolatrice, e tutto riducendo a invenzione degli uomini: eppure non -sa guardarsi dalla funesta simpatia per la prosperità, rimprovera e -ingiuria i nemici de' suoi Scipioni, dice che le leggi della guerra -permettono di fare tutto ciò ch'è utile al vincitore o nocevole al -nemico. Vero è che fa giungere qualche disapprovazione alle orecchie -degli oppressori della Grecia: vede la colpa de' Romani nella seconda -guerra punica; la terza considera come un delitto: professa che -fine della vittoria non dev'essere la distruzione del nemico, ma il -riparare dall'ingiuria (v. 11. 5); che il vincitore non dee confondere -l'innocente col reo, e piuttosto risparmiare i rei in grazia degli -innocenti; tralasciare i guasti inutili perchè provocheranno eccessi -contrarj: la pace è di tutti i beni il solo che nessuno si perita a -considerar per tale; tutti preghiamo gli Dei a concedercelo, nè v'ha -cosa che non sopportiamo per ottenerlo[22]. - -Le _Antichità romane_ di Dionigi d'Alicarnasso, stendentisi fin -all'anno dove Polibio comincia, toccano delle origini di Roma, ma -sempre per blandirla, e «sminuire lo scherno e l'aborrimento che i -Greci le professavano». Questo proposito già il rende sospetto, e -ancor più la pienezza simmetrica del suo racconto, ch'era impossibile -deducesse da cronache indigeste. Come estranio ch'egli era a Roma, ce -ne espone con particolarità il governo e il diritto, sebbene non sempre -ne intenda lo spirito: ma da una parte per amor di patria tutte le -origini trascina dalla Grecia, dall'altra vanta i Romani come popolo -equo e temperato, che i vinti trattò non con crudeltà o vendetta, -ma da amico e benefattore, moderò la vittoria con una magnanimità -senza esempio, e in cinquecento anni di lotte così violente, mai non -insanguinò il fôro; racconta senza biasimo la distruzione di Cartagine, -di Corinto, di Numanzia, e conchiude che, in tanto conquistar di paesi -e tanto opprimere di nazioni, mai non operò che di giustizia[23]. - -Moltissimi Greci scrissero de' fatti della Sicilia; alcuni anche -Siciliani, fra cui il più antico e lodato è Antioco figlio di Serofane -siracusano, autore di una storia di quell'isola, e d'una dell'Italia: -fioriva ai tempi di Serse. Temistogene, oltre la storia patria, divisò -la spedizione di Ciro il giovane in Persia, che alcuno pretende -sia quella che va sotto il nome di Senofonte. Anche i due Dionigi -tiranni storiarono; e Filisto, condottiero di eserciti nella guerra -cogli Ateniesi, poi relegato a Turio, richiamato per ordinar le cose -siracusane, infine ucciso a strazio da' suoi cittadini il 400, aveva -esposto la storia siciliana fin a tutto il regno del vecchio Dionigi; -conciso, dicono, quanto Tucidide e più chiaro. Un altro Filisto è -lodato d'avere pel primo applicato alla storia gli artifizj retorici. -Callia, scolaro di Demostene, nelle imprese di Agatocle parve più -elegante che veritiero. - -Timeo da Taormina scrisse una storia universale e varie particolari, -e una critica sugli errori degli storici: se il lodano per buona -distribuzione cronologica, l'appuntano di soverchia mordacità, e di -raccogliere ogni cosa senza discernimento. Celebratissimo da Cicerone -è Dicearco messinese, morto al principio del regno di Gerone, e -vissuto il più in Grecia: in istile attico delineò vite d'illustri -uomini e dei sette Sapienti, le feste e i giuochi, e una descrizione -della Grecia fisica e morale: per incarico de' re macedoni fece e -descrisse la misura de' monti (ὀρῶν καταμέτρησις) del Peloponneso, con -buone idee sulla conformazione generale della terra. Aristocle, pur -da Messina, raccolse la serie degli antichi filosofi e la somma dei -loro insegnamenti. Polo d'Agrigento lasciava la genealogia de' Greci -e de' Barbari venuti alla guerra di Troja. Filino, suo compatrioto, -militò sotto Annibale, e ne descrisse le imprese adulando; sicchè più -rincresce l'averlo perduto, giacchè farebbe contrapposto ai Romani che -lo calunniarono[24]. Le guerre Servili furono narrate da Cecilio di -Calutta, che trattò pure sul modo di leggere gli storici. Andera da -Palermo narrò le cose memorabili di ciascuna città della Sicilia. - -Di tutti questi ci rimane o soltanto il nome o poche righe; nè -direttamente possiam giudicare che Diodoro di Argiro, noto col titolo -di Diodoro Siculo. Venuto ultimo, egli potè giovarsi di tutti i greci e -siciliani; e dopo trent'anni di viaggi e di ricerche fermatosi a Roma, -allora centro d'ogni civiltà e convegno di tutte le nazioni, vi compilò -in greco una storia universale, intitolata _Biblioteca storica_, -dai tempi precedenti alla guerra di Troja fino a Giulio Cesare. De' -quaranta libri ci restano solo i primi cinque sui tempi favolosi, la -seconda decade, e alquanti frammenti. Chiaro, lontano dall'affettazione -come dalla bassezza, procede sconnesso, talvolta declamatorio, più -spesso freddo e uniforme compilatore piuttosto che autore; bee grosso, -accetta tutte le ubbie, e si corruccia con chi ne dubita; di tanti -materiali che doveano esistere, non trae bastante profitto, nè quindi -ci ajuta gran fatto a conoscere la prisca istoria italiana; sulla -romana poi erra spesso nei nomi, più spesso ne' tempi, e in generale è -scarso, quanto invece abbonda intorno ai Cartaginesi e ai Greci. Piace -trovarvi il sentimento dell'umanità, d'una giustizia divina, d'una -provvidenza. - -Sulla primitiva Italia nessuna luce spandono gli scrittori latini, -sempre scuranti dell'erudizione. Tito Livio, volendo dilettare e -istruire il suo popolo, ne adotta le idee tradizionali senza curarsi -di appurarle, segue e spesso traduce Polibio, nè entra tampoco nei -tempj di Roma a leggere ed esaminare i trattati e monumenti antichi -conosciuti da quello e da Dionigi: pochi anche fra i più dotti videro -le opere di Aristotele: Cicerone, che tutto seppe, conosce soltanto per -un _dicesi_ i Latini che prima di lui scrissero di filosofia; e quando -vuol informare della costituzione romana, egli uom di Stato, traduce -Polibio: ignoravansi le lingue forestiere, nè gl'interpreti servivano -che ai negozj; e Cesare, che sì lungo tempo campeggiò nelle Gallie, non -ne apprese la favella; e a vicenda, volendo servirsi d'una cifra perchè -i suoi dispacci non fossero intesi dal nemico, adoprava l'alfabeto -greco. - -Pure molte biblioteche eransi in Roma raccolte. Paolo Emilio, come -altri nobili, per diletto de' suoi figli trasportò in città quella -di Perseo re di Macedonia: Silla da Atene quella di Apellicone Tejo, -che fu messa in ordine da Tirannione, il quale pure ne raccolse una -di trentamila volumi: più insigne l'ebbe il suntuoso Lucullo, che -gli eruditi del suo tempo vi raccoglieva a dotte conferenze. Anche -Attico ne formò una doviziosa, e molti schiavi occupava a ricopiare -per farne traffico; onde Cicerone iteratamente il prega a non vendere -certe opere, giacchè spera poter comprarle lui[25] per aggiungerle alle -molte che già aveva unite con varie anticaglie. E probabilmente per -opera degli schiavi ogni lauto romano procacciavasi una biblioteca: -ma sebbene ai copisti sovrantendessero grammatici destinati a -collazionare, i testi riuscivano scorrettissimi[26]. Primo Cesare -pensò ad una biblioteca pubblica, e n'affidò la cura a Varrone; il -qual pensiero interrottogli dalla morte, fu messo ad effetto da Asinio -Pollione: poi Augusto ne applicò una al tempio d'Apollo Palatino[27], -ed una al portico d'Ottavio: e di rado ai pubblici bagni mancava un -gabinetto per la lettura. - -A malgrado di ciò, i Romani furono negligentissimi in esaminare -l'antichità, e rintracciare i documenti che sono occhio della storia. -Li precedette una civiltà potente, qual fu la pelasga; gli educò -l'etrusca: e nè di questa nè di quella curarono, o fosse orgoglio -nazionale, o cieca preferenza al bello sopra il vero. Danno per -portentoso erudito Marco Terenzio Varrone (n. 116), che a settantotto -anni aveva scritto quattrocennovanta libri di varia materia. Nelle -_Antichità delle cose umane e divine_ cominciava dall'uomo, dal suo -organismo e dalla natura morale; veniva all'Italia, all'arrivo di Enea, -alla fondazione di Roma, dalla quale egli pel primo fissò la cronologia -(_æra Varronis_); e indagava tutto ciò che potesse illustrare la storia -e le condizioni politiche e morali. Le _Cose divine_ erano un profondo -trattato sulle religioni italiche e sulla romana in ispecie, i miti, -i sagrifizj, la liturgia, forse dirigendo tutto a reprimere l'ateismo -e la corruzione de' costumi; al che forse diresse anche l'altra opera -_Della vita del popolo romano_. - -Cicerone lo loda di avere finalmente dato a conoscer Roma ai cittadini, -che prima vi stavano come stranieri[28]; e gli antichi s'accordano a -tributargli il titolo di _dottissimo_: ma se dai tre dei ventiquattro -libri suoi sulla lingua latina, dai tre intorno all'agricoltura, e da -pochi altri frammenti vogliam giudicarlo, ne appare scarso d'erudizione -e più di critica, e ansioso di rintracciar lontano quel che aveva in -casa[29]. Nell'esaminare le etimologie della lingua latina, ignora i -metodi che lo spirito segue nel creare, adoprare, trasformar le parole; -e suppone che i Latini inventassero il proprio parlare, mentre non -fecero che torlo da altri (vedi Appendice I); non istudia gli idiomi -allora viventi, e al più ricorre al dialetto greco eolico, congenere -del latino. - -Nel trattato _De re rustica_, dopo le generalità, viene alle vigne, -agli ulivi, agli orti; il secondo libro tratta dell'allevamento del -bestiame, de' formaggi e della lana; il terzo degli animali, della -bassa corte, della caccia e della pesca. Al semplice esordio di -Catone (vol. I, pag. 373) si paragoni questo suo: — Se ozio avessi, -ti scriverei a mio agio ciò che ora ti schizzo come posso sulla -carta, pensando che conviene accelerarsi, perchè quel proverbio che -l'uomo è null'altro che una bolla, ancor più s'attaglia a vecchio. -I miei ottant'anni m'avvertono di fare il fardello pel gran viaggio. -Avendo tu, o Fondania moglie, acquistato un podere che desideri render -fruttifero con buona coltura, procurerò informarti di ciò che convien -fare non solo mentr'io vivo, ma anche dopo morto... Non invocherò a -soccorso le muse come Omero ed Ennio, ma le dodici divinità maggiori; -non i dodici Dei della città, sei maschi e sei femmine, le cui statue -sorgono nel fòro, ma i dodici che presiedono all'agricoltura. E prima -Giove e Terra, che in cielo e quaggiù racchiudono tutte le produzioni -dell'agricoltura, onde son detti i gran genitori; poi il Sole e -la Luna, di cui si osserva il corso per seminare e piantare; indi -Cerere e Libero, i cui frutti sono indispensabili alla vita; Rubigo -e Flora, pel cui patrocinio il frumento e gli alberi vanno immuni -dal bruciore, e fioriscono a debito tempo; poi Venere e Minerva, che -tutelano l'una gli ulivi, l'altra gli orti; Linfa e Benevento, perchè -senz'acqua immiserisce l'agricoltura, e senza buon successo la coltura -è illusione». Dopo questa litania introduce gl'interlocutori[30]. - -Varrone aveva anche raccolte settecento vite d'uomini illustri di -Grecia e di Roma in cento fascicoli da sette ciascuno, donde il titolo -di _Hebdomades_, e coi ritratti; e Plinio lo loda di aver trovato un -modo di moltiplicarne le copie, e così agevolarne la conservazione e la -diffusione. Molti, e fin l'illustre Ennio Quirino Visconti immaginarono -fossero disegnati sopra pergamena, adoprandosi una qualche maniera -d'incisione: ma il passo di Plinio[31] ci trae piuttosto a crederli di -cera, fatti collo stampo, e chiusi in scatolette, al modo de' sigilli. - -Accennammo (vol. II, p. 161) come molti vergassero le proprie memorie, -solitamente in greco: e insigni sono quelle di Giulio Cesare. La -difficoltà di propagare i manoscritti obbligava gli antichi a scriver -serrato; oltre che sapeano aggruppare gli sparsi accidenti, quanto -oggi si suole sbricciolarli e decomporli. Cesare, meglio d'ogni altro -vedendo le forze e i vizj del tempo e del paese suo, narrò grandissime -geste in piccolissimo volume, la cui naturale semplicità e la limpida -ed evidente concisione già erano in delizia a' contemporanei[32], e fin -ad ora non trovarono emulo. Gli altri Latini ricalcano continuamente i -Greci; egli dice quel che ha pensato e sentito, nè ci si mostra altro -che Cesare, Cesare invitto generale e invitto scrittore: rapido nel -narrare come nel compir le imprese, trova l'eleganza, non la cerca; -non prepara gli effetti; va tutto spontaneo: e sebbene nol possiam -credere imparziale, e chi vi pon mente ravvisi un sottofine in quel che -narra, indovini quel che tace, e l'arte di lumeggiare una circostanza, -un'altra adombrarne, eccedette chi pretese scorgervi il proposito -deliberato di mentire e di presentar se stesso al popolo e ai posteri -in maschera, valendosi d'una fredda ironia, e con profondo sprezzo del -genere umano attribuendo tutto alla fortuna. Oltre molte arringhe, avea -composto tragedie, due libri delle analogie grammaticali, trattati -sugli auspizj e sull'aruspicina, sul moto degli astri, un poema -nominato _Iter_ ed altre poesie. - -Da antico si registravano gli avvenimenti giornalieri negli Annali -Pontifizj; ma al tempo della sedizione dei Gracchi rimasero interrotti. -Cesare pel primo istituì un giornale degli atti del senato, ed uno di -quei del popolo, affine di conservarli e pubblicarli. Augusto ordinò si -continuasse il primo, ma guai a pubblicarlo, ed elesse egli medesimo -chi dovea compilarlo[33]. Su quello del popolo si notavano le accuse -recate ai tribunali, le sentenze loro, l'inaugurazione de' magistrati, -le costruzioni pubbliche, e in appresso la nascita e le vicende dei -principi. Somiglia dunque ai giornali moderni, lontanissimo però -dall'averne la diffusione, che ne costituisce l'importanza. - -Ma già colle altre ambizioni era nata quella della parola, e al finire -della repubblica apparvero storie degne di questo nome; e il primo che -v'adoperi stile conveniente è Crispo Sallustio (vol. II, p. 155). Solo -i due episodj su Giugurta e Catilina ce ne arrivarono; ma egli avea -narrato in cinque libri anche l'intervallo fra quei due fatti; e ancor -si leggevano al tempo del Petrarca, il quale nelle _Lettere_ soggiunge -aver trovato in veracissimi autori che Sallustio, per esporre al vero -le cose d'Africa, guardò i libri punici, anzi si recò sui luoghi; -diligenza ben rara fra i Romani. - -I nostri lettori sono già familiarizzati col più insigne storico -latino, Tito Livio, e conoscono come per patriotismo riducesse la -storia romana ad un'epopea, cui conviene più che ad altra quell'epiteto -affatto romano di magnifica. Con un'ammirazione candidissima[34], -con una persuasione che sente dell'ispirato, concepisce poeticamente, -narra ampio e maestoso, qual conviene al paese dove si congiungevano -l'eloquenza poetica con quella del fôro; rifugge ogni trivialità, ogni -arcaismo di pensieri o di linguaggio, talchè nell'uniforme splendore -del suo stile, come in certe moderne tragedie, non ci presenta se non -i contemporanei d'Augusto, esprimenti con accento gentile le passioni -d'età gagliarde. Come arte non sapremmo qual lavoro antico o moderno -pareggi quella sua eloquenza, neppur un istante dimentica della -propostasi gravità; quella chiarezza che nulla lascia d'indeciso nelle -idee, di faticoso all'attenzione; quell'eleganza semplice che cresce -grazia al pensiero, vivezza ai sentimenti; quell'armonia penetrante che -diffonde sulla storia tutto il vezzo della poesia; quella perfezione di -stile, ove nuove bellezze rivela ogni nuova lettura. Qual successione -di mirabili quadri, di grandiosi caratteri, di stupende arringhe! quale -industria nello scegliere le circostanze! Quindi di poche opere antiche -la perdita è a deplorare quanto de' libri suoi; e il mondo letterario -tripudiò ad ora ad ora della speranza sempre tradita di vederli -scoperti o nei serragli di Costantinopoli o nei conventi della Scozia. - -Le _Storie Filippiche_ di Trogo Pompeo non ci sono conosciute che per -un compendio fattone da Giustino, di scarsissimo frutto, e senz'arte di -disporre e concatenare: ma alcuni frammenti pubblicati testè[35] ce ne -fanno viepiù rincrescere la perdita. - -Altri ancora andarono smarriti, quali Sesto e Gneo Gellj, Clodio -Licinio, Giulio Graccano, Ottacilio Petito, primo liberto che osasse -applicarsi a un genere che tanta franchezza richiede; Lucio Lisenna -amico di Pomponio, e Ortensio, e Pollione, e le _Famiglie illustri_ di -Messala Corvino. Giuba, figlio di quello che fu vinto da Cesare, dettò -la geografia dell'Africa e dell'Arabia, e una storia romana, lodata da -Plutarco per esattezza. - -Cornelio Nepote di Ostilia aveva composto una storia universale in tre -libri[36], ed altre che andarono perdute, non avanzandoci che qualche -brano, e le vite di Catone e d'Attico pregevolissime per urbanità di -stile. Le vite degli illustri capitani di Grecia, quali corrono sotto -il nome di lui, senza colore nel racconto, senza originalità e coerenza -ne' pensamenti, senza vigore nello stile, nè quelle particolarità -che fan conoscere al vero i personaggi, nè ampia notizia di fatti, -o appropriata scelta delle circostanze; accompagnate di costruzioni -strane, forme inusitate e fin solecismi, sembrano una compilazione -d'età bassa. Se è vero che siano tanto opportune alle scuole, almen si -corredino di note che non lascino imbevere i giovani di tanti errori di -fatto e di giudizio. - -Esso Cornelio, confessando inferiori gli storici latini ai greci, crede -che il solo capace d'uguagliarli sarebbe stato Cicerone[37]. Giudizio -d'amico, ma che nella forma stessa onde è espresso manifesta che i -Romani nella storia poneano mente anzitutto all'esposizione; più bella -la più eloquente. Nè Tullio, gonfio di sè, inebbriato di patriotismo, -sprezzatore dell'antichità, potea riuscire storico quale oggi lo -intendiamo. Eppure tanta materia di storia egli ci esibì in opere -non a ciò dirette. Le _Lettere_ sue, scritte giorno per giorno sotto -l'impressione degli avvenimenti, e da uomo sensatissimo, tanto più -fedele osservatore perchè indeciso nella politica, sono il monumento -storico forse più importante che s'abbia: nei libri delle _Leggi_, -della _Repubblica_, dell'_Oratore_, nel _Bruto_, e ancor meglio nelle -_Orazioni_, apre inesausti tesori per la conoscenza del diritto. Già da -lui estraemmo la storia dell'eloquenza; e il potremmo della filosofia -greca, se il tema nostro non ci restringesse all'italiana. - -Periti i monumenti di questa, si cercò ricomporla mediante il -linguaggio e la giurisprudenza (tom. I, p. 135); e per quanto incerte -sieno tali congetture, ce n'esce però una filosofia non di scuola come -fra' Greci, ma pratica e civile. Quanto avea d'originale ben tosto -andò mescolato alla greca, alla quale tutti accorrevano, e che essendo -fatta men per la vita che per la scuola e per esercizj di penetrazione, -variava secondo il differente punto d'aspetto, e menava facilmente al -rifugio de' tempi scredenti, l'eclettismo. - -Qui dunque come nel resto i Romani si mostrarono utilitarj, stimando -la scienza in ragione del vantaggio che recava; e la filosofia -disprezzavano non solo come inutile e cianciera, ma come pericolosa, -imputando ad essa la decadenza della Grecia[38]. Perciò attesero -piuttosto alla morale, cui proposero uno scopo immediato: e Panezio, -che iniziò i Romani alle dottrine della stoa, non restringeasi ad -angustie di partiti, venerava Platone come il più saggio e santo de' -filosofi, ma insieme ammirava Aristotele; non approvava negli Stoici -la durezza affettata, e giungeva sino a raccomandare il libro d'un -Accademico, ove s'insegnava che la pietà ci è data dalla natura per -renderci clementi[39]. - -Questo avvicinare delle varie filosofie teneva all'indole conciliatrice -di Roma: nè scuola filosofica propria vi si costituì, solo studiandola -come necessaria coltura, e come opportuna a formar l'oratore, a -dar fermezza e consolazione nelle calamità. Perciò prediligevasi la -scuola stoica: l'epicureismo era piuttosto praticato che insegnato. -Le opere di Aristotele, quantunque da Silla fossero portate a Roma, -rimasero chiuse nella biblioteca di lui, finchè Tirannione grammatico -non vi diede pubblicità; corrette poi e supplite da Andronico di Rodi -contemporaneo a Cicerone, se ne fecero copie: ma anche persone erudite -ignoravano quel filosofo[40]. - -De' Latini che scrissero di filosofia, nessuno vi recò nè gran -dottrina nè bastante pulitezza; i libri di Varrone, anzichè istruire, -stimolavano ad istruirsi[41]; alfine Cicerone presentò agli ultimi -nipoti di Pompilio e di Cincinnato le raffinatezze della filosofia -greca. Sinchè egli potesse occuparsi della cosa pubblica, in questa si -concentrava; n'era escluso? ritiravasi nelle sue ville di Tusculo o del -Palatino, dove, senza perdere di vista Roma, s'occupava di filosofia -per esercizio dello scrivere, per isfoggiare la propria abilità, e per -fare che nella letteratura romana non rimanesse questa lacuna[42]: i -Greci mescevano versi, ed egli fa altrettanto, e non dissimula che -le sue sono traduzioni[43], mediante le quali in vero ci conservò -memoria di molte opere ora perdute. Ma novità sua vera è l'intento -civile, proponendosi d'indirizzare a una nuova operosità scientifica -e intellettuale i Romani, quando chiudevasi la politica; e preparare -ristori alle vicende della fortuna, cui poteano essere esposti. - -Si riferiscono alla filosofia teoretica i trattati della _Natura -degli Dei_, della _Divinazione e del Fato_, delle _Leggi_, della -_Repubblica_: alla morale le _Quistioni Tusculane_, gli _Uffizj_, i -_Paradossi_, i libri dell'_Amicizia_, della _Vecchiaja_. Più sobrj che -le orazioni, li troviamo più lodati dai contemporanei; pure l'abitudine -del declamare impedisce Cicerone di sapere piegarsi alla esattezza -delle voci e delle frasi, le accatta sovente dal greco, e sagrifica -la precisione alla circonlocuzione, valendosi delle definizioni greche -benchè le parole non avessero equivalente significato, rispettando le -conclusioni de' Greci benchè dedotte da tutt'altre premesse; rompe -il filato ragionare, e mostrasi inetto a raggiungere il fondo della -scienza. Lasciati a parte i sommi modelli Aristotele e Platone, -prevaleva allora la setta eclettica de' Nuovi Accademici, che con -leggerezza mostrava come, deducendo ragioni pro o contro delle -altre Sette, si arrivasse a conseguenze opposte. Questo metodo calza -perfettamente a coloro che vogliono avere una tintura di molte cose, -piuttosto che approfondirsi in una. E appunto per secondare tal gusto, -Cicerone, che pur chiama Platone l'autor suo, il suo Dio[44], si ferma -alla probabilità, anzichè posare in convinzioni risolute; tante sono -le cose che asserisce, che tu dubiti se profondamente n'abbia meditato -veruna; e come varia di stile, di lingua, di calore secondo l'autore -che segue, così muta sentenza secondo la parte cui s'accosta. - -Con Posidonio e Panezio crede al diritto e alla giustizia; quando -posa i grandi problemi religiosi, s'accosta alla verità assoluta, -ha la volontà di raggiungerla, ma si fa scrupolo de' dubbj che, per -amore di scuola, deve apporre ad ogni affermazione, arrestandosi -nel probabile, cogli Accademici, che objezioni facevano a tutto e -non riuscivano a veruna certezza, speculatori sempre, non pratici -mai, perturbatori d'ogni principio[45]. Effetto inevitabile in una -credenza mancante di base, e che dal panteismo o dalla fatalità non -deriva che illogicamente: laonde i dogmi più venerati Cicerone non può -recarli che come probabilità, dove il sentimento prevale quand'anche -l'argomentazione sia stringente[46]. - -Per lui la filosofia è una raccolta di ricerche particolari -sovra quistioni date[47]; e la divide in _luoghi_, cui tratta -indipendentemente gli uni dagli altri. Dall'esperienza sua del mondo -deduce riflessioni vere, argute, evidenti; ma occorrono ricerche -sulle basi della verità, analisi esatta del pensiero, dell'azione, -della natura umana? s'avviluppa ed abbuja. La sua filosofia è fatta -pel galantuomo, anzichè pel sapiente; i doveri risultanti dallo -stato sociale siano preferiti a quelli che derivano dalla indagine -scientifica; ed ogni ricerca mettasi da banda, non appena sorga -occasione di operare. - -E vivissimo è il sentimento della sociabilità in Cicerone: crede -istinto dell'uomo l'associazione, indipendentemente da bisogni; che -di tale convivere sia legge la indulgenza e benevolenza universale: -nulla v'ha di meglio che l'amare i nostri simili, che l'esser buoni -e far bene[48]: il riscattare i prigionieri e nutrire i poveri trova -generosità ben maggiore che non le larghezze onde i grandi di Roma -blandivano il popolo[49]: estende anzi la patria a tutto il mondo, -volendo che l'umanità stia di sopra del patriotismo, e reclamando -diritti anche per gli stranieri: fin dei servi si cura, volendo se -n'abbia riguardo quanto almeno degli armenti[50]. Ma il patriotismo e -gl'istinti pagani ricompajono spesso; Fontejo è accusato di estorsioni -e crudeltà, e Cicerone chiede: — Chi è che lo accusa? son barbari, -persone in brache e sajo. Chi attestimonia per lui? cittadini romani. -Il più nobile de' Galli potrebbe essere paragonato coll'infimo de' -Romani?» - -Però le applicazioni sono il più delle volte generose: e se mette -alquanto della natura sua allorchè predica doversi seguitare la virtù -in modo da non pregiudicar la salute, essere da sapiente il secondare -i tempi e adattarsi alla procella nel navigare, piace nella Roma di -Silla e di Marc'Antonio l'udirlo proclamare che scopo della guerra è la -pace, e non doversi quella intraprendere che per rimovere l'offesa[51]. -Siffatte aspirazioni pacifiche in verità erano comuni al cadere della -repubblica, quando della guerra sentivansi tutti i guaj. Come letterato -poi preferisce la toga alle armi, e trova qualcosa di feroce nel -precipitarsi ciecamente alla strage e lottare corpo a corpo col nemico, -e vi prepone la gloria di grandi e numerosi servigi resi alla patria e -all'umanità. - -Ma fra gli Stati esiste una moralità come fra' particolari, o norma -unica ne è l'interesse? Come platonico, egli unisce la morale e la -politica, e fa da Lelio proclamare che alle società nulla nuoce più -che l'ingiustizia, nè alle genti è possibile governarsi e vivere senza -rispettare il diritto: ma nell'applicazione ricasca all'angustia -del patriotismo, crede che Roma conquistò il mondo nel difendere -i suoi alleati, e sostiene legittima la conquista di essa, cogli -argomenti onde Aristotele sosteneva legittima la schiavitù: natura ha -stabilito che chi è superiore per ragione sia anche per autorità, e -la dominazione di Roma è giusta perchè fu un bene pei popoli, i quali -perivano in grazia dell'indipendenza[52]. Il patrioto dimentica che -la filosofia non dee fondarsi sopra le conseguenze delle azioni, ma -sopra le azioni stesse; che l'avvenire è di Dio, ma regola invariabile -dell'uomo dev'essere il dovere. - -Tirone suo liberto raccolse le lettere di lui ad Attico, al fratello -Quinto e a varj personaggi, carteggio importantissimo a quella -posterità cui non lo destinava. Ivi non più retorica, ma parla col -cuore in mano, con lingua svincolata dal periodare oratorio; e sebbene -le molteplici allusioni, i proverbj, le prudenti reticenze, naturali -in così fatte scritture, le oscurino a volta a volta, siamo empiti di -meraviglia da quell'elegante naturalezza, dall'erudizione spontanea, -dal frizzo, dalla concisione, dal felice accoppiamento dell'ingegno col -gusto[53]. - -Non esitammo a tornare e ritornare sopra questo grand'uomo, il quale -ci presenta l'intero circolo della sapienza romana, e i cui libri, -eternati dalla chiarezza ed eleganza, esercitarono non solo sulla -successiva scuola romana, ma su quella ben anche de' secoli nuovi, -maggior efficacia che non i filosofi profondi. - -— Possiedi la materia, le parole verranno dietro, _rem tene, verba -sequentur_», avea detto il prisco Catone, conforme al vecchio spirito -di Roma, e alla natura stessa della lingua latina, sì poco poetica -quanto mal appropriata alle indagini del pensiero sopra se stesso. Ma -i letterati la alterarono colla fraseologia, nè mai ci si persuaderà -che veruno parlasse come scrivono Sallustio, Livio o Cicerone. Misurava -essa piuttosto il valor delle sillabe dall'accento, e a ciò crediamo -si conformassero i metri originali: ma quando adottarono i greci, -non poteano togliere per fondamento la lunghezza o brevità naturale -delle sillabe, e doveano riportarsi all'uso de' Greci. Se non che -il metro greco perdette la serenità e l'anima, contrasse alcun che -di duro, principalmente in grazia della divisione fissa della cesura -nell'esametro e nei versi alcaici e saffici. - -Quinto Ennio che adottò il verso esametro come eroico, è da Oidio -detto _massimo d'ingegno, d'arte rozzo_, e Quintiliano lo paragona a un -bosco antico, le cui elevate quercie ispirano venerazione più che non -dilettino all'occhio. Oltre voltar drammi e poemi dal greco, consueto -esercizio delle letterature nuove, dotò Roma della prima epopea, -intitolata _Annali romani_, la quale si continuò a leggere lungo tempo -in pubblico; e d'un'altra in onor di Scipione Africano (t. I, p. 360). - -Unico genere cui la poesia latina trattasse con originalità fu la -satira[54], di cui fanno merito a Lucilio di Suessa, che ne scrisse -trenta libri di mordacissime, dando all'esametro l'andar libero e -la sprezzatura che lo avvicinano alla prosa. Di genere diverso erano -quelle di Ennio; sul cui modello Varrone scrisse le _Menippee_, dette -così da un tal Menippo di Gadara scrittore mordace, e dove la prosa -alternavasi col verso. - -Questi appartengono all'età arcaica; ma anche i posteriori, poetando -d'imitazione più che di lena, dovettero fondare il linguaggio poetico -sopra forme metriche e grammaticali differenti dalle popolari; talchè -quello risultò di una mal fusa mescolanza, finchè si sbandirono le -parole composte e le costruzioni esotiche. Di tale appuramento la lode -appartiene a Cajo Valerio Catullo veronese (n. 86), il quale adempì -colla latina quel che il Petrarca colla lingua nostra, spogliandola -delle forme aspre, e vestendola di grazie ingenue, al tempo stesso che -da austeri argomenti la volgeva a lepidi e amorosi. Vi si sente però -ancora la scabrezza; non ancora il suo pentametro finisce in bisillabo, -come negli elegi posteriori, nè chiude il senso; frequenti gli iati, -non iscarse le parole composte: talchè, sebbene accuratissimo nei -brevi suoi componimenti, sebbene in alcuni, come l'episodio di Arianna -abbandonata nelle nozze di Teti e Peleo, mostri bellezze virgiliane di -concetto, di sentimento, d'espressione, in generale quell'aria al tempo -stesso di negletto e d'affettato lo disgiunge troppo da Virgilio, al -quale di sedici anni appena era maggiore. - -Ma se il Petrarca nostro ornò l'amore di velo candidissimo, Catullo -il presentò colla procacia della Venere terrestre. Perocchè abbiam già -notato (Cap. XXVIII) come la poesia si facesse ministra di corruzione -e divulgatrice d'errori; nel che la assodò Tito Lucrezio Caro (n. -95). Al modo degli antichi nostri Pitagorici, e più specialmente di -Empedocle, trasse costui in versi la filosofia epicurea nel libro _De -natura rerum_, cioè delle cose che posson nascere o no, proponendosi -di sciogliere gli animi dalle pastoje della religione[55]. Chi -crede bellezza la difficoltà superata, gli farà merito d'averla -vestita di frasi o almeno di numeri poetici. Confessa egli medesimo -che, per la povertà della lingua e la novità della cosa, è assai -difficile illustrare con versi latini le oscure dottrine greche; -laonde vegliava le notti nel pensare con quali parole e con quali -versi potesse illuminar il lettore sopra le cose occulte[56]: ma -il genio di accoppiare la meditazione intima dei sentimenti e delle -idee coll'ispirazione delle grandezze naturali, gli manca. Perchè ha -viso di pensator forte, alcuni gli riscontrano tutti i meriti; può -ad altri piacere quel fare antico; ma realmente mostra più studio -che ingegno, accumula ancora le parole composte[57]: ben talvolta -esce in armonie che Virgilio non isdegnò; ma se eccettui la protasi -del poema, l'esordio del secondo libro, la descrizione della peste, -e il fine del terzo ove Natura rimprovera agli uomini il timor della -morte, il restante è agghiacciato argomentare e arido addottrinamento: -e se per estro ed elevazione toglie la mano a tutti i Latini, cede -ai migliori in quella rapida vigoria che nel tempo stesso sviluppa e -compendia, e nell'artifizioso concatenare bellezze a bellezze, produrre -variate impressioni ad un solo tratto senza stemperarle con lungherìe -disopportune. - -Tutti dolcezza sono invece Albio Tibullo e Sesto Aurelio Properzio. Il -primo, di famiglia equestre, sdegnò i favori di Mecenate e d'Augusto; e -«possedendo ricchezze e l'arte di goderne»[58], tranquillavasi in una -villa fra Preneste e Tivoli, cantando gli amori suoi con Delia, con -Glicera, con Nemesi, e le lodi di Messala Corvino, alle cui spedizioni -era ito compagno. Il suo linguaggio si direbbe di quieta ma sentita -passione; talmente parla, racconta, si lagna, si contraddice, senza far -mente mai al lettore: il che somiglia a naturalezza, mentre il terso -stile e l'artifizioso magistero rivelano una cura attentissima, e già -gli antichi gli assicuravano l'immortalità. - -L'elegia, cioè il verso esametro avvicendato col pentametro, era -stata dai Greci de' migliori tempi adoperata alla precettiva ed alla -politica, e da' posteriori all'erotica. Di quest'ultima si fecero -imitatori i Latini, meglio all'indole loro affacendosi la descrizione e -la riflessione, e le impressero quel tono querulo e patetico, che venne -poi carattere dell'elegia, e che in Tibullo principalmente tocca a -quella malinconia, che forse troppo vien cercata dai moderni. Ogni cosa -egli riferisce all'amore; se brama la pace, si è perchè lo strepito di -Marte non conturbi Delia; se deplora il rapitogli patrimonio, gli è -perchè Delia non può passeggiare sotto l'ombre avite; se della morte -si consola, gli è perchè Delia accenderà il suo rogo, e gli darà il -triplice addio. - -Properzio di Mevania nell'Umbria[59], figlio d'un ricco il quale, -per aver favorito Lucio Antonio, perdè la maggior parte dei beni, -abbandonata la giurisprudenza, si fece poeta godendo l'amicizia de' -migliori, cantò Cinzia, e morì giovane. Prevale a Tibullo in vigor di -fantasia, d'espressione, di colorito, quanto a lui cede in grazia, -spontaneità e delicata sensitività, ed a Catullo in agevolezza, -profondità ed affetto. Dotto lo dicono perchè mai non dimentica l'arte, -limando, levigando, non dando passo che sull'orme dei Greci; e non de' -Greci del miglior tempo, ma dell'età Alessandrina, come Callimaco e -Fileta, i quali rinzeppano erudizione, mitologia, allusioni nocevoli -all'affetto. Vantandosi di aver egli primo fra gli elegiaci maritato le -feste romane alle danze greche, non pare che senta se non in relazione -di avvenimenti mitologici. Cintia piange? ha più lagrime che Niobe -conversa in sasso, che Briseide rapita, o Andromaca prigioniera: -dorme? somiglia alla figliuola di Minosse abbandonata sulla spiaggia, -o a quella di Cefeo liberata dal mostro, o (ch'è più strano) ad una -baccante del monte Edonio, quando briaca si corca sulle smaltate rive -dell'Apidano. I suoi capelli son del colore di quelli di Pallade: la -statura, quella d'Iscomaca e d'altre eroine. Vuole invaghirla per le -semplici bellezze, pei fiori spontanei, per le conchiglie del lido, -pel gorgheggio degli uccelli? a queste ingenue pitture mesce Castore, -Polluce, Ippodamia: le rammenta che Diana non si perdeva troppo -allo specchio; che Febea e sua sorella Ilaa faceano senza di tanti -ornamenti; che de' soli suoi vezzi era vestita la figlia del fiume -Eveno, quando Apollo ne disputò il cuore a Ida. - -Nè solo gli amori rimpinza di ricordi, ma non sa ornare le leggende -d'Italia che con miti greci, non deplorar Roma che rammentando le -sventure d'Andromaca e l'afflitta casa di Lajo. Eppure, quando mette -da banda questi fronzoli, fa sentire voci nazionali, siccome in alcune -elegie veramente sublimi, e la propria emozione sa trasfondere nel -lettore e volentieri si rileggono i versi ove dipinge gli antichi -costumi degli Italiani a raffaccio dell'attuale corruzione: nel -calendario ha men arte e più nobiltà che Ovidio, e descrive la -campagna, non come questo dalla città, ma come uom che la vede. - -Il quale Publio Ovidio Nasone (43 a. C.-17 d. C.), cavaliere da Sulmona -terra ne' Peligni denominata dal frigio Solimo[60], di rimpatto mostra -maggior brio, ed è il verseggiatore più limpido, più fluido. Però in -quella spontaneità da improvvisatore, ch'egli stesso confessa eppur -non ismette[61], cerchi invano o l'eleganza di Tibullo o la dignità di -Properzio; spesso si ripete, sminuzza in particolarità indiligenti[62]; -talvolta lede persino la grammatica[63]; ma purchè riesca a farsi -leggere, che gl'importano difetti e censure?[64]. - -Sebbene l'illustre nascita gli spianasse il calle agli onori, antepose -la vita gaudente, e divenne carissimo alle corrotte compagnie ed alla -Corte d'Augusto. Se non che improvvisamente è relegato a Tomi, esigilo -mite nelle ridenti glebe della Bulgaria; esiglio non inflitto dal -senato ma dal padre della patria, dall'amico dei dotti, senza torgli nè -le sostanze nè i diritti, ma senza processo, senza addurre motivi[65]. -Teneva egli mano alle scostumatezze di Giulia? vide, e non seppe tacere -le costei dimestichezze col padre? stomacò Augusto co' laidi versi? -Il bel mondo susurra della mancanza del suo poeta, ma non ardisce -scandagliarne la cagione, finchè dimentica i gemiti impotenti della -vittima e l'illegalità del punitore. - -Nelle _Tristi_ e nelle elegie _dal Ponto_ verseggia un dolore senza -dignità nè rassegnazione, erige altari e brucia incensi al suo -persecutore; in femminei rimpianti e monotone rimembranze rincorre la -parte più superficiale della vita, e a forza di stemprar le lacrime, -s'interclude il vero. Ma per quanti versi e suppliche mandasse, non -potè impedire che le sue ossa giacessero sotto terra straniera. Le -_Elegie amatorie_ sono il giornale di sue galanti avventure: brioso e -festevole, a differenza del piagnucolare de' precedenti, sebbene non -ostenti sguajatamente i nomi proprj, come Catullo, Orazio o Marziale, -nè faccia pompa come essi d'infamie contro natura, è il più osceno -poeta latino; e tale lo rivela pure la sua _Arte d'amare_, di cui -troppo parlammo. Le _Eroidi_ sono epistole che suppone scritte da -antichi, ma senza investirsi dell'indole de' tempi, nè indovinare il -sentimento delle età remote; e dall'erudizione lasciando soffocare -l'affetto, che si riduce a lamenti lambiccati per separazioni. - -Nelle _Metamorfosi_, in dodicimila esametri canta le forme mutate -degli Dei e degli uomini; scioglimento troppo uniforme alle -ducentoquarantasei favole, raccozzate con intrecci poco naturali, nè -quasi altro collegamento che della successione. Le forme sotto cui -vengono rappresentati gli Dei nella mitologia primitiva, appartengono -al simbolo, o derivano dall'idea della metempsicosi: ma in Ovidio -alcune son mere favole della mitologia, in altre i personaggi perdono -il carattere simbolico e il senso religioso, o lo alterano coll'unione -di elementi disparati; le tradizioni non vengono nobilitate; spesso -oscene, avventure si applicano a divinità morali; ogni cosa poi -è dedotta da poemi e drammi d'antichi e di contemporanei, eccetto -forse il bellissimo episodio di Piramo e Tisbe. Nei _Fasti_ espone -il calendario e l'origine delle feste romane, come già avevano fatto -altri in Alessandria, e a Roma Properzio ed Aulo Sabino: ma nulla -suggerendo di elevato o di recondito, lascia dominarvi la leggenda e -la menzogna consacrata dai sacerdoti; e poichè gli Dei e la religione -al suo tempo erano sferre da antiquarj, egli se ne valse celiando, come -della cavalleria fece l'Ariosto che tanto gli somiglia. Pure dovendo di -preferenza toccare a favole latine pastorizie, ce ne conservò alcune, -che altrimenti ignoreremmo. Come in tutti i componimenti del tempo, vi -predomina l'idea di Roma: questa è la sola unità de' Fasti; di questa -intesse i destini nella troppo facile orditura delle Metamorfosi[66], -che finiscono con Romolo e Numa, colla stella di Giulio Cesare, e colle -preci per la conservazione d'Augusto. - -La favola nasce dall'osservare le relazioni tra un fatto della natura, -e particolarmente del regno animale, e un fatto analogo della vita -umana, di modo che, preso nel suo carattere generale, acquisti una -significazione per l'uomo, e segni una regola pratica. N'abbiamo -un esempio antico in Menenio Agrippa, ma neppur qui troviamo alcuna -originalità romana. Fedro (30 a. C.-14 d. C.), che s'intitola liberto -di Augusto e nato in Pieria di Macedonia, trovando occupato ogn'altro -campo della greca imitazione[67], tradusse le favole esopiane in -candidissimo stile, con felice epitetare e brevità arguta e proprietà -costante, non disgiunta da varietà[68], spargendole qui e qua -d'allusioni; ma non possiede quell'arguzia e quel frizzo che colpisce e -passa. Talvolta si eleva a maggior grandezza e a morale sublime, come -là dove canta: — O Febo, che abiti Delfo e il bel Parnaso, dinne, ti -preghiamo, qual cosa a noi sia più utile. Che? le sacrate chiome della -profetessa si fanno irte, scuotonsi i tripodi, mugge la religione dai -penetrali, tremano i lauri, e il giorno s'offusca: la Pitia, tocca dal -nume, scioglie le voci: _Udite, o genti, gli avvisi del dio di Delo. -Osservate la pietà; rendete voti ai celesti; la patria, i padri, le -caste mogli, i figliuoli difendete colle armi, respingete il nemico -col ferro; soccorrete agli amici, compassionate i miseri, favorite -ai buoni; resistete ai tristi, vendicate le colpe, frenate gli empj, -punite quei che stuprano i talami, schivate i malvagi, non credete -troppo a nessuno._ Ciò detto, cadde la vergine forsennata: forsennata -da vero, giacchè quelle parole furono gittate al vento». - -Marco Manilio, sebbene si sentisse angustiato fra il rigore del -soggetto e le esigenze del verso, pure vedendo preoccupato ogn'altro -genere, tentò un trattato d'astronomia, ove l'aridità dell'insegnamento -di rado è illeggiadrita dallo stile[69]. Pochissimi pure leggeranno il -_Cinegetico_ di Grazio Falisco. - -Di molti poeti latini andarono smarrite le opere; e le commedie di -Fendanio, le tragedie di Pollione e di Vario, e le epopee di Vario -stesso, di Rabirio, di Cornelio Severo, di Pedo Albinovano, il poema -di Cicerone sopra Mario, le didascaliche di Marco, i versi di Giulio -Calido, riputato il più elegante poeta dopo Catullo, non ci son noti -che di nome. Cornelio Gallo, confidente di Virgilio, combattè contro -Antonio ed ebbe il governo dell'Egitto, poi caduto in disfavore, si -uccise. - -Da quelli che ci restano e che erano i migliori, siam chiariti come -in Roma dominasse una letteratura di tradizione e d'imitazione, -sicchè tutti si esercitavano in eguali generi, eguali soggetti, -quasi eguali sentimenti. In generale imitavano i poeti della scuola -Alessandrina, e più che dell'invenzione si occupavano della forma, -mostrando maggiore erudizione che originalità; letterati insomma, non -genj. Della loro vita conosciamo poco più di quel ch'essi medesimi ce -ne tramandarono per incidenza; e in un tempo in cui dotti e indotti -faceano versi, ma pochissimi leggevano, altro pubblico non aveano -che i pochi ricchi, altro applauso che di qualche consorteria, a -meritar il quale bisognava sagrificassero l'indipendenza. Ammusolata -l'eloquenza, la poesia per sopravivere si fa stromento alla corruzione, -onestata col nome di pacificamento; e colle blandizie e colle armonie -delicate abitua la pubblica opinione a lodare il fortunato, il quale -s'annojava di questi adulatori, ma per interesse li proteggeva e -concedeva loro i piccoli onori, avendo della letteratura fatto uno -spediente di governo. Da tutti trapela una società infracidita dai -vizj del conquistato universo, fiaccata dalla guerra civile, assopita -dall'elegante despotismo, indifferente ai pubblici interessi e ai gravi -doveri, anelante al riposo, ai godimenti del senso, allo stordimento -delle voluttà. Sulle iniquità passate hanno cura di stendere un velo -recamato, di scusare o anche giustificare l'ingiustizia, e travolgere -o pervertire i giudizj. Quale oserà lodare chi è disfavorito dal -principe? Al comparire d'una cometa il popolo si sgomenta? i poeti -canteranno che è la stella di Giulio Cesare. Augusto ha paura? -ripeteranno quanto sia necessaria la sua vita, che tardi ascenda ai -meritati onori dell'Olimpo, e (cosa strana, non singolare) vanteranno -la beatitudine d'un tempo, del quale gli storici s'accordano a piangere -la decadenza. - -Del resto que' poeti non s'affannino troppo a perseverare in opinioni -meditate e di coscienza; vaghino di scuola in scuola, sfiorino tutto, -non approfondiscano nulla; principalmente persuadano che il godere la -vita, usar moderatamente de' piaceri, fare germogliar rose di mezzo -alle spine, è il fiore della sapienza: uffizio tanto più efficace, -quanto che adempiuto con giusto equilibrio delle locuzioni patrie colle -forestiere, e colla correzione delle forme e la finezza del gusto, che -sì breve doveano durare. - -Tali vizj compajono anche nei due maggiori, Orazio e Virgilio. Il -liberto padre di Quinto Orazio Flacco da Venosa (66-8 a. C.), lo fece -accuratamente educare col _magro camperello_; si trasferì egli medesimo -a Roma, e cercò un impieguccio di usciere all'aste pubbliche, acciocchè -il figlio fosse istrutto non altrimenti che i cavalieri ed i patrizj, -e per vesti e servi non discomparisse dagli altri. Esso padre lo -vigilava, lo istruiva, e lo pose sotto Pupilio Orbilio, che spoverito -dalle proscrizioni, s'era messo soldato, poi grammatico, e che -severamente educando senza risparmiar lo staffile, meritò una statua. - -Da questo conobbe Orazio i vecchi Latini, ma li sentì inferiori ai -Greci, e massime ad Omero, nel quale esso trovava poesia, morale, -politica, tutto, siccome avviene dei libri che spesso si rileggono. - -Entrato nella milizia, di ventitre anni capitanò una legione[70] -nelle file pompejane, come la gioventù che imita, non sceglie: ma -nella giornata di Filippi gettò lo scudo e fuggì. Pacificate le cose, -toltogli dai soldati il modesto retaggio, nè rimastegli che le lettere, -si tenne alcun tempo colle vittime e cogli imbronciati, reso audace -dalla povertà[71]: e se fosse perdurato in questo eroismo negativo, -sarebbe riuscito inopportuno come Catone, mentre invece si immortalò -coll'accostarsi ai potenti e trascendere in adulazioni. Perocchè -Virgilio e Vario lo introdussero a Mecenate, che accolse freddamente -questo partigiano di Bruto; ma conosciutone l'ingegno, se lo guadagnò, -e presentollo ad Augusto. In quel vivere pubblico sul fôro, al portico, -nel campo, era facile che s'accomunassero i cittadini anche in gran -diversità di nascita e di posizione; ed Orazio, gioviale e tollerante, -divenne amico senza invidia e senza bassezza del buon Virgilio, come -del dovizioso Mecenate e d'Augusto stesso; gli uni invitava a cena, -dagli altri riceveva e anche domandava pranzi, campagne, ville, quando -tante ce n'era da distribuire, confiscate, occupate militarmente, -vacanti per padroni uccisi. - -E un podere sulle colline di quel Tivoli che una volta s'intitolava -superbo e allora solitario (_vacuum Tibur_), bastante al lavoro di -cinque famiglie[72], ebbe Orazio in dono, e colà godeva i suoi giorni, -gustando il più che potesse della vita, non pretendendo sottoporre a sè -le circostanze, ma a quelle sottoponendosi; tanto scarco d'ambizione e -aborrente da legami, che nè tampoco volle essere segretario di Augusto: -ma alle lusinghe di questo non potè negar le lodi, anzi divenne il -poeta di Corte, che nella sua faretra aveva pronto uno strale per ogni -evento; per celebrar natalizj o vittorie de' nipoti del suo padrone, -da buon Romano esecrando tutto ciò ch'era forestiero, e pregando che il -sole non potesse veder cosa più grande di Roma[73]. - -Fedele alle regole d'un gusto squisitissimo, del resto egli vaga -per ogni tono della sua lira, per ogni varietà d'opinioni[74]: ora -vagheggia la tracia Cloe a dispetto della romana Lidia, e sberteggia -l'invecchiata Lice e la mal paventata strega Canidia; poi di repente -vanta a Licino l'aurea mediocrità, o tesse un inno ai numi: aborre -dal lusso persiano e dall'avorio e dalle travi dorate, e desidera che -Tivoli dia riposo alla sua vecchiaja, stancata nell'armi: una volta -dipinge le delizie campestri, in modo che tu nel credi sinceramente -innamorato e già già per divenire campagnuolo; ma due versi di chiusa -ti rivelano che tutto fu ironia. A Mecenate, suo sostegno e suo decoro, -egli ricanta che senza lui non può vivere, che vuole con lui morire; ma -il genio suo l'assicura d'avere alzato un monumento più perenne che di -bronzo. - -Come dell'esser nato da padre liberto, così celia dello scudo che gettò -via a Filippi, e chiama se stesso un ciacco delle stalle d'Epicuro, -mentre raccomanda che la gioventù romana si educhi a soffrire l'augusta -povertà, e faccia impallidire la sposa del purpureo tiranno, allorchè, -come lione entro un branco di pecore, egli s'avventa fra' nemici. Per -blandire Augusto, si astiene dal lodar Cicerone: agli Offelj, dalla -rapace largizione del triumviro convertiti da possessori in fittajuoli, -predica di vivere con poco, d'opporre saldo petto all'avversa fortuna: -tratta da pazzo il gran giureconsulto Labeone, perchè non si mostra -ligio all'imperatore: di Cassio Parmense fa un sommo poeta sinchè -favorito, lo vilipende quando cade in disgrazia: colla stessa meditata -facilità geme se minacciano rinnovarsi le guerre civili, e solleva il -velo che copre gli arcani della politica. Ma quando encomia la virtù -originale di Regolo o la imitatrice di Catone, e coloro che furono -prodighi della grand'anima per la patria, e geme su' guaj che toccano -al popolo pe' delirj dei re, vien di credere che vagasse nella lirica -per disviarsi dal cantare epicamente le glorie, su cui il secolo d'oro -voleva disteso l'oblio. - -E sempre più ci si palesa che la lirica romana non era impeto spontaneo -di devozione, d'affetto, di patriotismo, sibbene un godimento preparato -all'intelletto, un artifizio di gusto, sopra una mitologia forestiera. -Anche Orazio in tutto questo imitò, anzi le più volte tradusse i -Greci[75], sebbene sentisse che invano aspirerebbe ad emulare Pindaro. -In fatti questo si lancia con un entusiasmo spontaneo che appare fin -anche dal ritmo, animato, vario nella robusta misura; mentre Orazio -sentesi calmo e riflessivo colà appunto ove più vuole elevarsi, -ed invano nell'imitazione artifiziosa cerca mascherare il calcolo -che guida la sua composizione: in Pindaro è un onore pe' vincitori -l'esser lodati da esso e fatti partecipi della sua gloria; Orazio loda -d'uffizio, sebbene abbia l'arte di dissimularlo col cacciar avanti se -stesso[76]; e poichè scrive all'occasione di avvenimenti giornalieri, -generalmente s'attiene alla personalità degli affetti e delle -sensazioni, parla ogni tratto di sè e de' suoi, talchè c'introduce e -addomestica colla vita degli antichi; e viepiù nelle _Epistole_ e nelle -_Satire_, dove ripigliando la libera misura e il tono famigliare di -Lucilio, riuscì incomparabile maestro del fare difficilmente facili -versi. - -La satira, poesia dei tempi critici, o coopera a distruggere e -riformare; o associandosi colla elegia, sorge alla sublimità della -poesia civile; oppure si contenta di ridere, come fece con Orazio. -Conservando la finezza di cortigiano e la docilità di liberto anche in -questo genere essenzialmente democratico, mostrasi dedito a frequentare -la società, il che ne scopre il ridicolo, anzichè al vivere solitario, -che ne scopre i vizj. E perchè i vizj di Roma erano dalla prosperità -pubblica ammantati, potevasi ancora sorridere di quello onde al tempo -di Giovenale un'anima onesta non poteva se non bestemmiare. Poi le -monarchie tendono sempre a diffondere uno spirito di moderazione; e -come Augusto col lodare gli antichi costumi adottava i nuovi, Orazio -il secondò scalfendo senza ferire, ponendo se stesso in prima fila tra -que' peccatori; sicchè punzecchia le colpe senza mostrarne aborrimento, -esorta alla virtù senza farsene apostolo, rimprovera la onnipotenza -attribuita al denaro[77], ma i denarosi corteggia e ne implora le cene -e i doni; e colloca la morale nel fuggire gli eccessi, i desiderj -misurare ai mezzi di soddisfarvi, viver pago di sè e accetto agli -altri; e pingue e lucido in ben curata pelle, ingagliardisce nelle -lussurie e non si dà un pensiero dell'avvenire. Nel che, lontano -dallo stoicismo desolante di Persio, dall'atrabile di Giovenale, e -dal cinismo in cui alcuni ripongono la forza della satira, mai non si -scosta da quella finezza di vedere e aggiustatezza d'esprimere, che non -si possono cogliere se non nelle grandi città e nella conversazione. E -poichè i mediocri, sì nei meriti sì nei peccati, sono sempre il numero -maggiore, perciò dura eterno il morso ch'egli diede ai costumi, e gli -originali suoi ci troviamo accanto tuttodì; sicchè, in fuori della -settima del libro primo, composta a ventitre anni, nessuna delle sue -satire invecchiò[78]. - -L'autorità dittatoria da alcuni attribuitale, rese insigne l'epistola -ai Pisoni, che meno propriamente s'intitola _Dell'arte poetica_; -componimento didascalico con episodj satirici, ove di famigliarità e -di sali sono conditi i precetti. Ivi, colla varietà che alle epistole -s'addice, Orazio discorre sopra la letteratura, nella quale, diremmo -oggi, egli apparteneva alla scuola romantica, alla giovane Roma, che -disapprovava i sali di Plauto e i versi zoppicanti di Ennio, e beffava -gli ammiratori di ciò che sentisse d'arcaico, e quei che rincresceansi -di disimparare maturi ciò che avean imparato a scuola, e asceticamente -deploravano la perdita del buon gusto[79]. Principalmente egli -insiste sulla drammatica: ma il vero talento non è mai esclusivo, e -mentre sembra che in questa ponga ceppi arbitrarj al genio, tende a -svincolarlo dalla paura dei pedanti, i quali pretendevano la lingua si -restringesse ad un tempo solo e a certi autori, anzichè riconoscerne -supremo arbitro l'uso[80]; chiamavano sacrilegio il negar venerazione -agli antichi, quanto il concederla a coloro il cui nome non fosse -ancora dalla morte consacrato[81]; al censore cianciero e petulante -attribuivano maggiore autorità che al giudizio de' pochi savj modesti. - -Molto egli trae da Aristotele, ma molto dalla propria sperienza; -nè quell'epistola è inutile in tempo che, salite ai primi posti -l'erudizione e la storia, molti sostengono non darsi principj certi -di critica, canoni non potersi dedurre che dai capolavori, ed esser -tiranniche tutte le regole antiche, per verità nulla più severe di -quelle che s'impongono a nome della libertà. - -In quel gran latrocinio contro i prischi Italiani, per cui i campi -furono ripartiti fra i soldati d'Ottaviano, Publio Virgilio Marone -(70-19 a. C.), nato nel villaggio d'Andes (_Piétola_) presso Mantova, -educato a Cremona e a Milano, venne a Roma a reclamare l'avito suo -poderetto; e coll'ingegno trovato grazia appo Augusto, l'ebbe come un -dio e ne accettò i favori. Candido, forbito, innamorato dell'arte e -della pace, era il poeta nato fatto per quei tempi, in cui dal mareggio -civile importava richiamare alle operose dolcezze della villa, e -mutare le spade in aratri, l'attualità in memorie. Quest'era l'uffizio -a cui Augusto convitava le Muse: e tutti i poeti dell'età sua si -mostrano credenti a tutta la litania degli Dei, fin nelle più beffate -loro trasformazioni; predicatori del buon costume e della sobrietà -degli antenati, plaudenti al ritorno della pace, del pudore antico, -della casta famiglia; encomiatori dell'agricoltura, e di quel vivere -campagnuolo che avea prodotto i vincitori di Cartagine[82]. - -Pertanto Mecenate con insistenza persuase Virgilio a nobilitare -l'agricoltura, e cantare i campi; e Virgilio scrisse le _Georgiche_, -capolavoro di gusto, di retto senso e di stile, il monumento più -forbito di qualsiasi letteratura, la disperazione di quelli che si -ostinano alla poesia didattica, e che delle apparenti difficoltà -ottengono agevole vittoria se si considerino isolati, ma messi a petto -a Virgilio restano d'infinito spazio inferiori. Nelle _Bucoliche_ -copia Greci e Siciliani; colle frequenti allegorie ed allusioni alle -proprie venture dissipa l'illusione, e svisa i pastori facendoli colti -e raffinati tanto, da esprimere i sentimenti proprj dell'autore; mai -non dimentica Roma sua, fra i campi cresciuta; i pastori stupiranno -alle fortune di essa e alla magnificenza di Augusto; ciò che spiace a -questo, verrà disapprovato anche dal poeta; ed esaltando la beatitudine -campestre, ne farà raffaccio alle abitudini repubblicane de' clienti -affollantisi, dell'ambir le magistrature e i fragori forensi, al lusso -delle case e del vestire, alle guerre civili che fanno le case vuote di -famiglie[83]. - -Come gli altri Romani, Virgilio non si propone d'inventare, ma di far -una poesia finita; copia le bellezze di quei che lo precedettero[84], -aggiungendovi finezze tutte sue; collo studio migliora ciò che a quelli -il genio somministrò, eliminandone ogni scabrezza, ogni sconvenienza; e -col maggior garbo lusinga il lettore, il quale s'affeziona ad un poeta -tutto occupato nel recargli diletto. E qual altri conobbe sì addentro -ogni artifizio dello stile? Con varietà inesauribile di voci, di frasi, -di ritmo, carezza gli orecchi del lettore, non lasciandone un istante -rallentare la schizzinosa attenzione, senza per questo solleticarla -con lambiccamenti o con pruriginose vivezze. Quel che imparò nella -colta conversazione dell'aula d'Augusto, egli nella solitudine raffina -col delicato sentire; e dalla maestosa onda del suo esametro fino -alla scelta de' vocaboli ben equilibrati di vocali e consonanti, e di -dolci ed aspre, tutto è nel dimostrare che di pari sieno proceduti il -pensiero e l'espressione. - -Ma opera maggiore gli chiedevano i suoi protettori, la quale non -lasciasse a Roma alcuna invidia delle greche ricchezze; un'epopea. -I popoli raffinandosi perdono quell'ingenua credenza nell'immediata -intervenzione degli Dei, sopra la quale si fondano le epopee -primitive, storia ed enciclopedia delle nazioni ancor prive di critica -e d'annali; la scienza ingrandendo spiega ciò che pareva mistero; -l'industria toglie la grazia infantile ai famigliari nonnulla della -società nascente: laonde all'epica grandiosa devono succedere i lavori -d'erudizione ragionatamente condotti, e gran pezza lontani dalla -generosa sprezzatura dei poemi popolari e nazionali. Il genio di -Virgilio e il suo tempo non portavano ad un'epopea naturale; ma a forza -di studio, cognizioni, arte, conducevano ad armonizzare quanto sin là -erasi fatto di meglio. - -E fatto già s'era in Roma. Moderni critici vollero la fanciullezza di -questa dotare di poemi primitivi, dove le idee fossero personificate in -tipi, quali i sette re e gli altri eroi fino alla battaglia del lago -Regillo, accettati poi come storia. Un popolo tutto giurisprudenza, -il cui _carme_ sono le XII Tavole, le cui imprese caratteristiche -sono contese di diritto, non dovette cullarsi in fasce poetiche, nè -possedette quel sentimento elevato dell'esistenza, il cui più insigne -frutto sono i poemi eroici. A questi, come al resto, si applicarono -i Romani per imitazione, e nell'intento di conciliare l'esempio di -Omero colla favola ausonia, il meraviglioso dell'epopea colla storica -realtà. Nevio cantò la prima guerra punica, Ennio la seconda e la -etolica[85], in via episodica risalendo alle origini di Roma. Ma al -costoro tempo già si scriveva la storia, onde non potevano che esporre -in versi i fasti romani: Ennio poi, traduttore d'Eveemero e d'Epicarmo, -i quali scomponevano il cielo in simboli o apoteosi, come poteva -usare sinceramente la macchina? Nè l'innesto de' fatti storici coi -soprannaturali, fondamento dell'epopea greca, avea più luogo quando -s'attuarono grandi eventi, degnissimi di poema. Ben alcuni assunsero -a tema la guerra dei Cimri, o il consolato di Cicerone; le costui -lodi celebrò Cornelio Severo nella Guerra di Sicilia; Archia cantò -le spedizioni di Lucullo, Teofane quelle di Pompeo, Furio Bibaculo -le imprese di Catulo, altri quelle di Cesare, le vittorie d'Antonio o -quelle d'Ottaviano, come fece Cotta nella _Farsaglia_: ma la vicinanza -delle imprese riduceva il poeta a storiografo, a tradurre in versi i -commentarj di qualche famiglia; e la protezione imponeva di adulare un -uomo o una fazione, anzichè sublimare la nazione tutta, o interessare -l'umanità. - -Altri, dietro a Lucio Andronico, assumevano soggetti mitologici, -rifritti e non creduti, come Varrone d'Atace che riprodusse le -Argonautiche, Cicerone gli Alcioni e Glauco, Calvo l'Io, Cinna -la Mirra, Catullo il Teti e Peleo, e tante Tebaidi, Ercoleidi, -Amazonidi[86], dove al racconto si associavano movimenti lirici e -tragici. Fra i quali va distinto Rabirio, che Ovidio chiama grande e -Vellejo Patercolo appaja a Virgilio, e del quale non conosciamo che -alcuni versi sulla guerra d'Alessandro, ritrovati ad Ercolano. Altri -ricorrevano le antiche memorie patrie, e i fievoli cominciamenti di -Roma, mettendoli a fronte della presente grandezza: di ciò un Sabino -fece soggetto a canti, tronchi dalla morte; su ciò fondansi i _Fasti_ -d'Ovidio; Properzio si proponeva di celebrare le antiche feste e i -prischi nomi dei luoghi[87]. - -Virgilio, venuto al tempo che la vecchia Roma perisce, e la -trasformazione dell'impero eccita vaghi presentimenti d'un avvenire -incomprensibile, pensò combinare gli elementi che gli altri adoperavano -distinti. Le memorie repubblicane poteano recar ombra al pacificatore -fortunato, e a troppe passioni avrebbe dato di cozzo se, come Lucano, -avesse tolto a cantare armi tinte di sangue non ancora espiato. Si -gittò dunque sull'antichità, da Omero desumendo il soggetto, gli -eroi, l'orditura persino e il verso e il tono, come era consueto da' -suoi predecessori; ideò di unire i viaggi dell'_Odissea_ e le guerre -dell'_Iliade_, ma collocarsi nella favola omerica per mirare fatti -storici lontani e vicini, e cantando Trojani essere eminentemente -romano. Il trarre la favola iliaca a significazione italiana era -tutt'altro che cosa nuova[88], e ne restava blandita la vanità di -tutta la nazione, e specialmente di questa gente Giulia, giganteggiata -sulle rovine dell'aristocrazia. Più non basta però che la musa gli -canti le origini della romana gente, ma deve accertarle; onde esamina -la tradizione, vaglia, ordina, sicchè rimane buon testimonio delle -tradizioni antiche, e fa un esercizio d'arte, non una poesia di getto. - -A quella lontananza, favorevole all'immaginazione, per via d'episodj -potrà facilmente annestare i nomi di coloro per cui crebbe e s'assodò -la romana cosa; potrà coll'episodio di Didone adombrare la guerra -punica, il cui esito accertò la grandezza di Roma; e colle antichissime -cagioni delle nimistà e colle imprecazioni di Elisa che invocava -irreconciliabili gli odj e le vendette contro la schiatta d'Enea, -giustificare la distruzione di Cartagine per titolo di sicurezza. -Infine metterà a confronto la Roma non nata ancora presso al regio -tugurio d'Evandro, con quella meravigliosamente marmorea di Augusto, -sulla quale egli concentrerà tutto lo splendore della storia italica e -del tempo de' semidei. - -Orditura così compassata, quanto dovea restare di sotto della spontanea -ispirazione di Omero! In questo terra e cielo uniti cospirano a -comun fine, e le divinità perpetuamente intervengono alle azioni e ai -consigli de' mortali. Perduta quella iniziazione divina, in Virgilio -gli Dei s'affacciano solo tratto tratto per macchina d'arte; e lo -scetticismo filosofico gli accetta come spediente letterario. Virgilio -vede ed ammira la grande unità di Omero, ed esclama esser più facile -togliere la clava ad Ercole che un verso a quello: eppure compagina un -poema di frammenti, di erudizione avvivata con grand'ingegno, ma non -riuscendo a idealizzare le raccozzate rimembranze. - -Se, invece d'imitare separatamente i didascalici di Alessandria, i -bucolici siciliani e l'epico Meonio, avesse fuso gli uni coll'altro, -e nell'esposizione della civiltà italica antica (dove rimase tanto -inferiore) non introdotte in forma precettiva, ma atteggiate le ingenue -dipinture del viver campestre dei prischi Italiani, avrebbe fatto opera -non soltanto romana ma italica, causato il troppo immediato confronto -coi poeti imitati, e la dissonanza che, come negli altri Latini, vi -si scorge fra quello che ha di proprio o quel che toglie a prestanza. -Nè tampoco si propose egli di ritrarre particolarmente veruna età, -non la sua, non quella che descrive[89], né di aprire un nuovo calle -ai successori; ma fu tutto amor dell'arte, tutto romana predilezione: -l'adulazione stessa non fece sguajata come quella onde Ariosto cantò -gl'indegni suoi mecenati, ma fina e convenevole alla forbita corte -d'Augusto. - -Nella quale vivendo, Virgilio ingentilisce gli eroi: Enea depose la -pelasgica rozzezza: la donna non è più una Criseide che passi a chi -vince; non un'Andromaca che, da vedova di Ettore, si contenti di -divenire la sposa di Elleno; ma una regina che giurò fede al perduto -consorte, che soccombe solo alla potenza dell'amore, e all'amore -tradito non sa sopravivere[90]. Nell'inferno di Omero, Achille ribrama -avidamente la vita: nell'Eliso di Virgilio, Didone guata silenziosa il -suo traditore e passa. - -In quest'ultimo tratto scorgiamo un merito che renderà Virgilio -eternamente prezioso a chi è capace di sentire. Fra tanti poeti -che menzionammo, i quali cantarono prolissamente i loro amori, pur -uno non troviamo che tratteggi al vero il procedere della passione, -accontentandosi essi di ritrarne qualche accidente o le crisi più -rilevate, e sfogarsi in sentenze, in lamenti ingegnosi, in ricche -descrizioni, in tutto ciò che è esterno. La meditata conoscenza della -vita interiore doveva ai moderni venire da una fonte nuova; e parve -preludervi Virgilio, che, impedito dai tempi d'essere ingenuo, si -conservò semplice, eloquente, patetico; trasfuse nella poesia il -proprio cuore, e ciò che dapprima era soltanto esteriore, ridusse -subjettivo coll'insistere sopra un sentimento, e scovar dai cuori i -secreti più ritrosi, e seguir passo passo il crescere e il declinare -d'una passione. Vedetelo in quell'amore di Didone, del quale son -gettati i primi semi colla pietà nata dalla fama, poi cresce colla -vista, col racconto, colla consuetudine, col raziocinio, finchè deluso, -non può cessare che colla vita. - -A questo fino sentire va debitore Virgilio d'un genere di bellezze -nuove, qual è l'avvicendarsi delle pitture, per cui dalla desolazione -di Troja incendiata s'insinua ad una scena di famiglia; di mezzo -all'ira disperata, Enea è rattenuto dalla vista di Elena; alla -procella succedono la placidissima descrizione del porto, e le ospitali -accoglienze; l'episodio puramente guerresco dell'esplorazione notturna -nel campo, è risanguato dall'affettuoso episodio di Niso ed Eurialo; -perocchè il patetico è il vero dominio dell'arte, siccome la cosa -essenzialmente efficace nella vita umana. - -Di là un'altra delle vaghezze più care in questo amabilissimo -poeta; quel condurre la realtà esteriore alla spiritualità, quel -tradurre l'idea in immagini che offre vive vive all'occhio, e in cui -forse consiste quel _bello stile_ che Dante riconosce aver tolto -da lui, e che Virgilio avea forse dedotto dall'assiduo suo studio -ne' tragici[91]. Quella fanciulla che getta al pastore un pomo e si -nasconde fra' salici, ma prima desidera d'esser veduta; quel bambino -che col primo riso conosce la madre; quell'Apollo che tira l'orecchio -al poeta per avvertirlo di non trascendere i pastorali argomenti; -quel garzoncello che a fatica attinge i fragili rami; quell'idea della -speranza, rappresentata in Dafni che innesta i peri, di cui coglieranno -le frutta i nipoti; que' pastorelli che incidono sulle piante i cari -nomi, le piante cresceranno e gli amori con esse[92]; sono idillj -compiuti, che il pittore può rendervi in altrettanti quadretti. Poi, -per belli che sieno i paesaggi, Virgilio sente quanto vi manchi finchè -non siano avvivati dalla presenza dell'uomo: adunque tra i noti fiumi -e i sacri fonti non mancherà un fortunato vecchio, godente l'opaca -frescura; o un afflitto che, sotto l'ombra di densi faggi, alle selve -e ai monti sparge inutili querele; e i molli prati e i limpidi fonti -e i boschi gli dilettano solo in riflettere qual sarebbe dolcezza il -vivervi eternamente colla sua Licori[93]. - -Eccetto le primissime composizioni, non volse egli la musa a -particolari sue affezioni ed avventure; ma sappiamo che placida -fluì la sua vita, più che non soglia in poeta. Caro ad Augusto e -copiosissimamente da lui rimunerato[94], non prendeasi briga delle -_romane cose_ e dei _perituri regni_, ma ritirato presso Táranto, fra i -pineti dell'ombroso Galéso[95] cantava Tirsi e Dafni, come l'usignuolo -che, senz'altro pensiero, la sera empie il bosco de' suoi gorgheggi. -Lo mordevano i Mevj e i Bavj, peste d'ogni tempo? ma di encomj lo -elevavano a gara i migliori dell'età sua, la curiosità ammiratrice -veniva a cercarlo nel suo ritiro, ed una volta, al suo entrare in -teatro, il popolo tutto s'alzò, come all'arrivo dell'imperatore[96]. - -Ammirando però quella forma così temperata, così pudica della sua -bellezza, non per questo diremo superasse i suoi modelli. Come noi -esaltiamo l'Ariosto per la forma, pur ridendoci delle sue favole, -così, mentre si smarriva la tradizione religiosa d'Omero, durava, -anzi cresceva di reputazione l'artistica, e Virgilio non se ne volle -staccare. Ma in Omero quell'inserire s'un fatto pubblico passioni -personali, quell'elevare l'individualità mediante la grandezza dello -scopo e la serietà del destino, quell'equilibrare la natura collo -spirito, ci portano ben più in là che non un'epopea dotta, la quale -in fatto non potè divenire il libro de' Latini, come divennero Omero -e Dante. Quella parola de' genj contemplativi e creatori, che è -possente a trarre in terra l'ideale, è negata a Virgilio, il quale -riesce soltanto a magnificare la restaurazione d'Augusto, avvenimento -passeggero. - -Con Omero versiamo continuo nel mondo greco, dov'egli passeggia da -padrone; non così con Virgilio, costretto a lavorare d'erudizione. -Omero è più universale ne' suoi concetti, e se vuole il meraviglioso -infernale, fa da Ulisse evocar le ombre entro una fossa ch'egli -medesimo scavò e asperse di sangue; mentre Virgilio guida Enea per -regolare viaggio ai morti regni. - -Il cuore dell'uomo deve rivelarsi ne' suoi Dei, forme generali, -personificazione degli interni suoi motori, nel qual caso sono gli Dei -del proprio sentimento, delle proprie passioni: in Omero son essi una -cosa sola cogli eroi; in Virgilio convivono ancora, intervengono ancora -in avvenimenti semplici, come per indicare la via di Cartagine. Pure, -non foss'altro, la diligenza del verso avvisa che si è già a quel punto -di civiltà ove più non vi si crede; e quegli Dei appajono macchine, -inserite nella ragione positiva, non altrimenti che i prodigi in Tito -Livio. Circe e Calipso sono abbandonate come Didone, ma in modo ben più -naturale e ingenuo. - -Alla descrizione dei giuochi, tanto semplice nel Meonio, Virgilio -oppone un tale affastellamento di artifizii, che sarebbero troppi a -narrare la distruzione d'un impero. Chi non ha sentito la sublimità -delle battaglie d'Omero? ogni uomo che cade v'ha il suo compianto, -al tempo stesso che tutt'insieme è un fragore, una mescolanza di -cielo e terra, che rimbomba nei versi e nelle parole. Quale assurdità -invece i serpenti che strozzano Laocoonte in mezzo a un popolo! qual -meschino spediente quel cavallo di legno! cento prodi che si chiudono -in una macchina, esponendo lor vita ai nemici: Sinone che intesse la -più inverosimile menzogna: Trojani così ciechi, da non mandar fino -a Tenedo, che dico? da non salire sopra una torre per avverare se la -flotta nemica abbia preso il largo nell'Ellesponto: in brev'ora, sì -smisurata mole è trascinata dal lido fin alla ròcca di Troja, superando -due fiumi e gli aperti spaldi; poi non appena Sinone l'ha schiusa, è -incendiata e presa quella città vastissima, folta di popolo, con un -esercito intatto; avanti l'alba ogni resistenza cessò, i vincitori -ridussero le spoglie ne' magazzini e i prigionieri; i vinti raccolsero -altrove quel che poterono sottrarre. - -In Omero ciascuno ha un carattere; benchè Agamennone sia re dei re, -ciascuno serba volontà e compie imprese personali; ogni minima cosa -è contraddistinta, il mare, la rôcca, lo scettro, le vesti, le porte -e i cardini loro, semplice la vita degli eroi, e perciò interessante -ogni loro atto, e per da poco che sembri alla raffinatezza odierna, -serve però a intrattenere sopra quel personaggio. Nei caratteri invece -sta il debole di Virgilio. Giunone al principio è triviale, nè tutta -la sua enfasi esprime quanto il sacerdote Crise che torna mortificato -verso il lido, e prega vendetta, e l'ottiene dal Dio. Evandro nel -congedare Pallante mostrasi femminetta al confronto di Priamo a' piedi -di Achille. Ettore che bacia Astianatte e invoca che chi lo vedrà -dica — Non fu sì valoroso il padre», ha ben altro decoro che Enea -nello staccarsi dal figlio. Enea poi combatte per tôrre ad un altro -il regno e la sposa, mentre Ettore per difendere la patria. Nè forse -un solo carattere riscontriamo in Virgilio ben ideato e a se medesimo -consentaneo: Acate non sai che è _fido_ se non dall'epiteto del poeta: -chi il _pio_ applicato ad Enea non intenda nel primo senso di religioso -ed obbediente agli Dei, dee scandolezzarsi al vederlo applicato ad uomo -il quale, ospitalmente accolto in terra straniera, seduce la donna che -sa di dover abbandonare; approdato altrove, rapisce quella d'un altro. -Ma per tutta ragione sta il comando degli Dei, che lo destinavano a -creare i padri Albani, e le alte mura di Roma, e la grandezza d'Italia, -gravida d'imperi e fremente di guerra. - -Molti di questi difetti appartengono all'essenza del suo componimento; -alcuni sarebbero scomparsi se avesse potuto dare l'ultima mano -all'opera sua. La quale, com'è stile dei grandi, pareagli sì discosta -dalla perfezione, che, morendo ancor fresco, raccomandava ad Augusto di -bruciarla; voto che l'imperatore si guardò bene di adempire. Tal quale -la lasciò, male ordinata nell'insieme, e ad ora ad ora imperfetta nella -rappresentazione e nelle espressioni, è squisito lavoro, e come epopea -definitiva servì di norma e talvolta di ceppo agli epici posteriori, -che professavano seguirla da lungi e adorarne le vestigia[97]. - -In somma la letteratura romana può considerarsi come una fasi della -greca. Nei Greci si trovavano in armonia il sentimento dell'ordine -generale qual base della moralità, e il sentimento della libertà -personale, non ancora essendosi manifestata l'opposizione fra la legge -politica e la legge morale; sicchè ciascuno cercava la propria libertà -nel trionfo dell'interesse generale. In questo istante dell'umanità, -fu prodotta nel suo più splendido fiore la bellezza sotto la forma -dell'individualità plastica; gli Dei ottennero un aspetto armonizzante -colle idee che rappresentavano, sicchè la greca fu la religione -dell'arte; la poesia che ha per oggetto l'impero indefinito dello -spirito, raggiunse il perfetto equilibrio fra l'immaginativa e la -ragione; la civiltà profittò di tutti i passi precedenti, unificandoli -e perfezionandoli in quel patriotismo che della greca fu lo scopo più -elevato. - -I Romani, stupiti a quella incomparabile bellezza, non credettero -potere far meglio che imitarla. Il linguaggio della magistratura, -dell'imperio, era il latino; ma il greco quel della coltura, della -eleganza; sarebbe parso sacrilegio il parlare altro che latino dal -tribunale o dalla ringhiera; Tiberio cancella una parola greca scappata -in un senatoconsulto; Claudio toglie la cittadinanza ad uno che non -sa il latino: ma nella conversazione si parla il greco; in greco si -scrivono le note e le memorie; il greco si usa in famiglia, si usa -coll'amante, dicendole ζωὴ, φυχὴ; greci sono i maestri, nè i filosofi -di quella lingua si varrebbero mai della latina, anzi non la imparano; -e Plutarco, che tanto n'avea bisogno per iscrivere le sue vite, ben -tardi cominciò a leggere qualche scritto romano, comprendendolo dal -senso piuttosto che letteralmente. Cicerone affetta di non capire la -bellezza delle statue greche, d'ignorare i nomi de' loro artisti; ma -appena sceso dai rostri, parla greco, va in Grecia a perfezionare la -sua educazione, traduce i greci filosofi. - -Se fosse prevalsa l'Etruria, Italia avrebbe serbato una poesia -originale, con forma e lingua proprie: Roma invece dal bel principio -s'acconciò all'imitazione, e ricevendo gli Dei della Grecia, dovette -pur riceverne l'arte che sulla religione era fondata. Ma la religione -fra i Greci era culto e dogma, ai Romani era favola e convenzione; -e tale si mostra in tutta la loro poesia. Potrebbe mai credersi che -Virgilio, Orazio, Ovidio prestassero fede a quei numi, che adopravano -per macchina ed ornamento? nè mai dalla lira latina uscì un inno -ove apparisse, non dirò la divota ispirazione ebraica, ma neppure la -convinzione che alita in Omero, in Eschilo, in Pindaro. Il poeta non -sentiva i numi nel cuore, non era ascoltato dal popolo, preoccupato -da positivi interessi; riducevasi dunque a pura arte, nè in ciò poteva -far di meglio che seguitare i Greci, i quali ne avevano esibito i più -squisiti esemplari. - -— Questi esemplari sfoglia giorno e notte», raccomandasi ai giovani di -buone speranze; non già meditare sopra se stessi, sulla natura, sul -mondo: divenire per gloria eterni si confida non tanto per coscienza -delle proprie forze, quanto per la gran pratica coi capolavori dei -maestri, per averne scelto il meglio a guisa d'ape[98], e tradotte le -muse di quelli a favellare con intelligenza la lingua del Lazio. Che se -poniam mente a questa moderata pretensione, men vanitoso ci sembra quel -loro continuo assicurarsi dell'immortalità, e d'associare il proprio -nome all'eternità della romana fortuna[99]. - -Nè trattavasi soltanto dell'imitazione, naturale a chi, venendo dopo, -eredita dai predecessori, senza perdere quel che v'ha di proprio nello -spirito, nella lingua, nella tradizione, nel pensar nazionale; ma si -faceano ligi alle forme artistiche, particolari di quella gente, per -conseguenza non riuscivano coll'artifizio a raggiungere l'altezza, cui -soltanto colla naturale vivacità dell'ingegno si perviene. Quel bisogno -artistico di esprimere e di comunicare i sentimenti più nobili e più -profondi, dal quale è creata e conservata una letteratura, fu poco -sentito da' Romani, sprovveduti dello slancio ideale, dell'intuizione -calma della natura, e dello spirito estetico tanto proprio de' Greci; -l'elemento religioso vi rimaneva interamente subordinato al politico; -di rado seppero il semplice ed il naturale elevare all'idealità; -e diedero facilmente nel falso, e in quel sublime di parole scarso -d'idee, che costituisce il declamatorio. La poesia romana non differì -dalla greca per lo spirito, pel sentimento, pel modo di osservar -l'universo, per l'espressione; ma l'arte vi si scorge troppo, tutto è -riflesso e calcolato, nulla della semplicità di Omero, e l'abilità del -linguaggio e l'arte retorica mal suppliscono alla forza spontanea e -alla fecondità d'invenzione. - -Eccettuata la satira, non un genere letterario apersero, e nessuno -raggiunse i loro modelli. Ai quali taluno si attenne senza restrizione, -come Livio, Virgilio, Orazio, mentre più nazionali si conservarono -Ennio, Varrone, Lucrezio, poi Giovenale e Lucano, perciò più robusti -ma meno colti. Povero fu il teatro, il quale non può reggersi che su -tradizioni e sentimenti nazionali. La lirica massimamente ne risentì, -poichè a quest'armonica espressione degl'intimi sentimenti nulla più -nuoce che il trovare la reminiscenza ove si cercava l'ispirazione, ed -esser frenati nella commozione dal pensare che il poeta non s'ispira ma -ricorda. - -Ma in tutti costoro quale squisita verità di sentimento! qual perfetta -aggiustatezza di pensiero! qual compiuta venustà di forme, e purezza -ed eleganza e nobile armonia di stile, e variazioni di ritmo! Un alito -di regola e di calma penetra ogni particolarità, un ordine semplice ed -austero dà a conoscere che l'autore è padrone di sè e del suo soggetto. -Tutti poi s'improntano d'un marchio, che li fa originali da ogni altro; -ed è l'idea di Roma, che in tutti predomina, e che supplisce al difetto -di quel tipo particolare che distingue ciascuno dei grandi autori di -Grecia. La quale differenza è portata naturalmente dal diverso vivere -d'un popolo eminentemente individuale e libero nell'esercitare come gli -piace le forze del suo spirito, e d'un altro fra cui ad ogni altra idea -predomina quella della patria grandezza. - -A stampare questo carattere assai valse l'esser le romane lettere -fiorite per opera de' principali cittadini, i quali abbracciando intera -la vita nazionale, considerano ogni cosa nelle più ampie sue relazioni, -a differenza di que' meri scrittori che rimpicciniscono la letteratura -riducendola a semplice arte. E la letteratura latina, a tacere di noi -pei quali è un vanto patrio, merita maggiore studio che non la greca, -perchè, provenendo da un grandissimo centro di civiltà, meglio rivela -la condizione sociale del genere umano. - -Ma quando una letteratura si regge sull'artifizio, prontamente decade. -Augusto ben poco merito ebbe all'apparire dei genj, di cui esso fu il -contemporaneo, non il creatore, e che, nati nella repubblica, aveano -lasciato il campo senza successori prima ch'egli morisse. Già egli -derideva lo stile pretensivo di qualcheduno e le parole antiquate -di Tiberio; e alla nipote Agrippina diceva: — Il più che cerco è -di parlare e scrivere naturalmente»; ma le idee che contenevano, -faceangli mal gradito lo studio degli antichi. Poi Mecenate suo -dilettavasi di uno stile floscio e ricercato. Come avviene allorchè -cessa la produzione, si sottigliava la critica: Asinio Pollione poeta e -storico appuntava Sallustio di vecchiume, Livio di padovanità, Cesare -di negligenza e mala fede; singolarmente professava nimicizia per -Cicerone; egli poi scriveva stecchito, oscuro, balzellante[100]; ma era -l'amico dell'imperatore, avea buona biblioteca, bella villa, esperto -cuoco; sicchè dovea trovar non solo l'indulgenza che agli altri negava, -ma anche lode, e ai suoi giudizj forza di oracolo. - -Ritiratosi dalla vita pubblica, scriveva orazioni, somiglianti agli -articoli di fondo de' nostri giornali, cioè di lettura amena, e che -diffondessero certe idee di politica e di letteratura. Così svoltavansi -gli spiriti dall'eloquenza pubblica verso quella di scuola. Di quella -conservavano ancora qualche ombra Azzio Labieno libero parlatore -«unendo il colore della vecchia orazione col vigore della nuova» -(SENECA); e Cassio Severo amico suo e altrettanto franco dicitore, che -satireggiava anche le persone cospicue, onde Augusto fe bruciare gli -scritti di esso, ne' quali gli antichi ammiravano lo stile vigoroso, -oltre la mordacità; e fu lui veramente che schiuse la nuova via, alla -quale l'eloquenza si trovò ridotta dopo respinta dalla tribuna[101]. -Perocchè, mutata la pubblica attività nella monarchica sonnolenza, -cessato il giudizio tremendo e inappellabile delle assemblee, si -sentenziava degli autori secondo l'aura delle consorterie e dei grandi -che davano da pranzo ai letterati. - -Quando Augusto morì, più non sonava che la piangolosa voce d'Ovidio, -cui l'infingarda abbondanza, lo sminuzzamento, i contorcimenti della -lingua, i giocherelli di parole collocano lontano da Orazio, Virgilio e -Tibullo, quanto Euripide da Sofocle e il Tasso dall'Ariosto. Così breve -tempo era bastato perchè la letteratura romana passasse da Catullo non -ancor dirozzato ad Ovidio già corrotto. - - - - -CAPITOLO XXXII. - -Tiberio. - - -Augusto non osò sistemare il governo monarchico mediante uno statuto, -il quale ponendo limiti a' suoi successori, avrebbe fatto conoscere -ai Romani ch'egli non ne aveva. In conseguenza non si ebbe nè -elezione legale, nè ordine prefinito di successione, nè contrappesi -politici: la repubblica assoluta mutavasi in assoluta monarchia, -costituita unicamente sulla forza, dalla forza unicamente frenata; -l'imperatore, rappresentante del popolo, poteva quel che volesse[102], -e dell'onnipotenza valeasi a pareggiare tutti i sudditi nel diritto, e -a togliere al popolo ed al senato e l'autorità e l'apparenza. - -Tanti anni d'assoluto dominio, mascherato con forme repubblicane, -aveano indocilito i Romani al giogo, sicchè vedeasi senza repugnanza -che l'impero passerebbe da Augusto in un altro. Tiberio, rampollo -dell'illustre casa Claudia, illustre egli stesso per imprese -guerresche, rivestito di molti onori e della tribunizia podestà, -figliastro e genero d'Augusto, tenevasi sicuro d'esserne chiamato -successore, quando lo vide voltar le sue grazie sopra gli orfani -d'Agrippa. Tra per dispetto e per rimuovere ogni gelosia, s'allontanò -da Roma, come dicemmo, e visse otto anni a Rodi, deposte armi, cavalli, -toga: lontano dal mare, in una casa posta fra dirupi, dal tetto di -quella faceva che gl'indovini investigassero negli astri l'avvenire; -e se la risposta riuscivagli sospetta, nel ritorno il liberto -scaraventava per le balze l'astrologo mal avvisato. - -Morti i figli d'Agrippa (forse non senza opera sua) (4 d. C.), torna -a Roma, è adottato da Augusto, il quale pretendono sel destinasse -successore acciocchè la propria moderazione traesse risalto dal -lento strazio di costui[103], ch'e' conosceva pauroso, diffidente, -irresoluto, simulato. Alla morte dunque del patrigno (14), Tiberio -si trova padrone del mondo a cinquantasei anni. Non volendo accettar -l'impero dagl'intrighi d'una donna e dall'imbecillità d'un vecchio, -modestamente convoca il senato, come tribuno ch'egli era; e la -offertagli dominazione ricusa, come peso a cui poteva a pena bastare -il divin genio d'Augusto; solo dalle lunghe istanze lascia indursi ad -accettare, e purchè i senatori gli promettano assistenza in ogni passo. -Di fatto li consultava continuo, ne incoraggiva l'opposizione, gli -esortava a ripristinare la repubblica; cedeva la destra ai consoli, e -sorgeva al loro comparire in senato o al teatro; assisteva ai processi, -massime ove sperasse salvare il reo; non soffrì il titolo di signore, -nè di padre della patria, nè tampoco quello di Dio, dicendo: — Io -sono signore de' miei schiavi, imperatore de' soldati, primo fra gli -altri cittadini romani; mio uffizio è curar l'ordine, la giustizia, -la pubblica pace». Alleggeriva da' tributi i sudditi, e avvisava i -governatori delle provincie che un buon pastore tosa non iscortica -le pecore. Riformò i costumi, diminuendo le innumerevoli taverne, -restituendo ai padri l'autorità di punire le figliuole discole, -benchè maritate; vietò il baciarsi per saluto in pubblico; ai senatori -interdisse di comparire fra i pantomimi, e ai cavalieri di corteggiare -pubblicamente le commedianti; e per raffaccio allo scialacquo de' -banchetti, faceasi servire i rilievi del giorno antecedente, dicendo -che la parte non ha men sapore che il tutto. Spargonsi satire contro di -lui? — In libero Stato, liberi devono essere i pensieri e la parola». -Vuolsi in senato portar querela contro suoi diffamatori? — Non ci basta -ozio per tali bagattelle. Se aprite la porta ai delatori, non avrete -ad occuparvi d'altro che delle costoro denunzie; e col pretesto di -difendere me, ognuno vi recherà le proprie ingiurie da vendicare». - -Ma per quanto dissimulatore e simulatore, non seppe mai comparire -grazioso; le larghezze e l'affabilità di Augusto disapprovava; non -diede molti spettacoli al popolo, non donativi ai soldati; nè tampoco -soddisfece ai legati del predecessore; e avendo uno de' legatarj detto -per celia all'orecchio d'un morto, annunziasse ad Augusto che l'ultima -sua volontà rimaneva inadempita, Tiberio gli pagò il lascito, poi di -presente lo fece trucidare perchè riferisse ad Augusto notizie più -fresche e più vere. Non soffrì si concedesse il littore o l'altare od -altra prerogativa a sua madre, la quale da tanti intrighi e delitti -non colse che l'amarezza d'aver posto in trono un ingrato. A Giulia, -indegna sua moglie, da tre lustri relegata, sospese la modica pensione -assegnatale dal padre, sicchè morì di fame; di ferro Sempronio Gracco, -drudo antico di lei. - -Erano quasi le primizie d'una crudeltà, che ben tosto mostrossi -calcolata, inesorabile; e prima contro i pretendenti. Agrippa, nipote -d'Augusto, fu ucciso. Le legioni di Germania e di Pannonia avevano -offerto l'impero a Germanico, ma questi ne chetò la violenta sedizione: -pure Tiberio, che avea dovuto adottarlo, adombrato della popolarità -e del valore di lui, lo richiamò di mezzo ai trionfi per mandarlo a -calmare l'insorto Oriente. Ivi gli pose a fianco Gneo Pisone, uomo -tracotante e violento, il quale col profonder oro e calunnie ne -attraversava tutte le azioni, infine lo fece morire di veleno o di -crepacuore a trentaquattr'anni (19). Tutti, fin i nemici, piansero -il generoso giovane, e in Roma il dolore si rivelò con clamorose -dimostrazioni. Il giorno che le ceneri sue si riponevano nel sepolcro -d'Augusto, la città pareva, ora per lo silenzio una spelonca, ora -pel pianto un inferno; correvano per le vie; Campo Marzio ardeva di -doppieri; quivi soldati in arme, magistrati senza insegne, popolo -diviso per le sue tribù gridavano, esser la repubblica approfondata, -arditi e scoperti, come dimenticassero ch'ei v'era padrone. Ma nulla -punse Tiberio quanto l'ardor del popolo verso Agrippina moglie di -Germanico: chi la diceva ornamento della patria, chi unica reliquia del -sangue d'Augusto, specchio unico d'antichità; e vôlto al cielo e agli -Dei, pregava salvassero que' figliuoli, li lasciassero sopravivere agli -iniqui[104]. - -Tiberio, assicurato, strappò al despotismo la maschera lasciata da -Augusto: tolse al popolo l'eleggere i magistrati e il sanzionar le -leggi, trasferendo questi atti nel senato, sovvertimento radicale -della costituzione romana[105], sebbene già prima i comizj fossero -resi illusorj dacchè a spade non a voci si decideva. Il senato così -divenne legislatore e giudice dei delitti di maestà: affine poi che -neppur esso s'arrischiasse a libere sentenze, i senatori doveano votare -ad alta voce, e presente l'imperatore o suoi fidati. Per tal passo -quell'assemblea, augusta un tempo, allora si trovò avvilita a segno che -Tiberio medesimo ne prendeva nausea: pure se ne giovava per gli atti -legislativi, davanti ad essa proponendo o ventilando leggi, che nessuno -osava contraddire. - -L'imperatore non era il popolo? adunque la legge contro chi menomasse -la maestà del popolo fu applicata all'imperatore, e gli offri modo -legale a grandi atrocità e a minute vessazioni. Prima l'applicò a -cavalieri oscuri o ribaldi, pubblicani rapaci, governatori infedeli, -adultere famigerate: e il popolo applause al severo mantenitore della -legge. Ma appena trapelò l'inclinazione del principe, ecco una fungaja -d'accusatori. I giovani educati a scuola nelle figure retoriche e in -un mondo ideale, insoffrenti di passare alla realtà dell'avvocatura -e alla prosa della vita, eppure avidi d'adoprare l'abilità imparata -per acquistarsi onori, fama, piaceri, levar rumore di sè, emulare il -lusso dei grandi, correvano, all'usanza antica[106], ad accusare chi -primeggiasse per gloria, virtù, ricchezze; sfogo delle invidie plebee -contro l'aristocrazia di averi o di merito. - -Le ire, sopravissute alla libertà, insegnavano mille tranelli; traevasi -appicco dai dissidj delle famiglie; tenuissime prove bastavano dove -così piaceva al padrone; e ogni fatto, per quanto semplice, traducevasi -in caso di Stato. Tu ti spogliasti o vestisti al cospetto d'una statua -d'Augusto; tu soddisfacesti a un bisogno del corpo od entrasti in -postribolo con un anello o con una moneta portante l'effigie imperiale; -tu in una tragedia sparlasti di Agamennone; tu hai venduto un giardino, -nel quale sorgeva il simulacro dell'imperatore; tu interrogavi i -Caldei se un giorno potrai divenir re, e tanto ricco da lastricare -d'argento la via Appia: dunque sei reo di maestà; reo Aulo Cremuzio -Cordo che, nella storia delle guerre civili di Roma, intitolò Bruto -l'ultimo de' Romani. Cremuzio nel difendersi diceva: — Sono talmente -incolpevole di fatti, che m'accusano di parole», ed evitò la condanna -col lasciarsi morir di fame: gli edili arsero i libri di lui, ma il -divieto li fece più preziosi e cercati; ove Tacito esclama: — Ben è -folle la tirannia nel credere che il suo potere d'un momento possa -estinguere nell'avvenire il grido, la memoria. Punito l'ingegno, ne -cresce l'autorità; nè i re che lo punirono, riuscirono ad altro che a -procacciar gloria alle vittime, infamia a sè»[107]. - -Chi nomina libertà, medita rimettere la repubblica; chi piange Augusto, -riprova Tiberio; che tace, macchina; chi mostrasi mesto, è scontento; -chi allegro, confida in prossimi mutamenti. Fra straniero o fratello, -fra amico o sconosciuto non mettevasi divario nelle delazioni; anche -i primi del senato le esercitavano o all'aperta o alla macchia; ben -presto si accusò senza nè timore nè speranza, unicamente perchè era -l'andazzo; furono processate persone, non si sapeva di che, condannate, -non si sapeva perchè. - -Appena uno fosse querelato, vedeasi cansato da amici e da parenti, -timorosi d'andare involti nella sua ruina. Fuggire era impossibile in -così vasto impero: la campagna ridondava di schiavi vendicativi: ognuno -agognava di cogliere il proscritto per salvare se stesso. Tradotto a -senatori complici o tremebondi, ostili fra di loro, a fronte di quattro -o cinque accusatori addestrati nelle scuole a trovare e ribattere -argomenti, ove nessuno ardiva assumere la difesa, ove la tortura -degli schiavi suppliva al difetto di prove, il convenuto quale scampo -poteva sperare? pensava dunque a vendicarsi coll'imputar di complicità -gli stessi accusatori o i giudici: scherma, di cui Tiberio prendeva -mirabile sollazzo. Solo gli facea noja che alcuni si sottraessero al -supplizio e quindi alla confisca coll'uccidersi; onde l'arte scherana -consisteva nel sorprenderli improvvisi. Uno si trafigge colla spada, -e i giudici s'avacciano di darlo al manigoldo: uno dinanzi ad essi -sorbisce il veleno, e senz'altro vien tradotto alle forche: di Carnuzio -che riuscì ad uccidersi, Tiberio disse, — E' m'è scappato»; a un altro -che il supplicava d'accelerargli il supplizio, — Non mi sono ancora -abbastanza rappattumato con te». - -Come doveano andar calpesti gli affetti che serenano la vita e -alleggeriscono la sventura, allorchè in ciascuno si temeva un -traditore! Deboli e paurosi perchè isolati, piegano alla prepotenza, -o cospirano con essa; il senato, nel quale stavano accolti coloro che -poteano far fronte a Tiberio, glieli consegnava un dopo l'altro, lieto -ciascuno di veder salvo se stesso; e Tiberio viepiù sprezzava una genìa -così abjetta, e prorompeva senza ritegno al sangue. Il merito divien -colpa a' suoi occhi: un architetto che raddrizza un portico minacciante -ruina, è bandito; uno che sa restaurare un vaso di vetro spezzato, è -subito messo a morte[108]. - -In Roma, per quanto temuto, Tiberio s'ode volta a volta rimproverare o -da un viglietto gettatogli, o dal teatro col susurro o col silenzio; -ora uno che va a morte, si sfoga in invettive contro di lui, or una -spia gli ripete con troppa fedeltà quel che di lui Roma racconta; -poi lo stomacano le stesse umiliazioni del senato e dei cortigiani, e -vuole in più disimpedita guisa associare i due elementi del paganesimo, -sevizie e voluttà. Amplissima vista di mare, il prospetto della ridente -Campania, e la soave temperie rendono deliziosissima l'isoletta di -Capri, ove in estate l'orezzo marino mantiene la frescura, in inverno -il promontorio di Sorrento ne ripara i venti impetuosi. Quella scelse -per prigione e paradiso (26) il minaccioso e tremante imperatore: gli -scogli vi rendono disagevole l'approdo; di là potrebbe sorvegliare -i signori che di loro ville popolano la costa Campana e Pozzuoli e -Posilipo. Ivi fabbrica dodici ville, ciascuna dedicata a un Dio, terme, -acquedotti, portici, d'ogni maniera delizie. Ancor privato indulgeva -alla crapula, sicchè i soldati, invece di _Tiberius Claudius Nero_, lo -chiamavano _Biberius Caldius Mero_: allora creò un sovrantendente dei -piaceri; premiò colla questura uno che vuotò d'un fiato un'anfora, e -con ducentomila sesterzj Anselio Sabino per un dialogo, ove i funghi, -i beccafichi, le ostriche e i tordi si disputavano il primato. Laide -pitture, scene di mostruoso libertinaggio doveano solleticare lo -smidollato vecchio: se i genitori ricusano offrir le fanciulle alle -imperiali lascivie, schiavi e satelliti le rapiscono: se, brutto, -ulceroso, le donne il prendono a schifo, Saturnino inventa diletti da -trascendere la più lubrica immaginazione. Oscene medaglie conservarono -fin oggi la figura di sue turpi dilettanze; mentre un grazioso -bassorilievo del Museo Borbonico ce lo rappresenta sopra un cavallo -menato da uno schiavo, con davanti una fanciulla che colla lancia fa -cadere degli aranci: idillio fra le tragedie. - -E perchè non gli manchino i piaceri della città, vi saranno accuse, -torture, supplizj; vi saranno sofisti e grammatici, coi quali disputa -del come si chiamasse Achille mentre stava da donna alla corte di -Sciro, chi fosse la madre di Ecuba, che cosa di solito cantassero -le Sirene, e regola ogni atto suo secondo gl'indicano gli astri, -gli animali, interrogati da Trasillo rodiano. I senatori deputati -a recargli o richiami od omaggi, dopo lungo aspettare son rinviati: -fin le lettere non riceve che per mano del suo ministro Elio Sejano, -prefetto de' pretoriani. - -Costui, di mezzana condizione, di turpi costumi, di spirito e corpo -vigoroso, erasi traforato nella grazia di Tiberio col rendergli -rilevanti servizj e sleali. Ordì con esso di perdere Agrippina vedova -di Germanico, la quale col costume severo e coll'amorosa venerazione -verso l'estinto sposo dava ombra all'imperatore. I costei amici sono -un dopo l'uno accusati e morti; ond'essa vien guardata con una specie -d'orrore. Ucciderla però non ardiva Tiberio: onde uscito di Roma, ronza -nella parte più deliziosa d'Italia; poi restituitosi a Capri, scrive -una lettera ambigua al senato, imputando colei d'orgoglio, i suoi figli -d'impudicizia. Il senato vede la mina contro la casa di Germanico, -ma è rattenuto dal favore del popolo per questa. Quand'ecco da Capri -giungono rimproveri perchè non s'abbia verun riguardo alla sicurezza -dell'imperatore e dell'impero; e tosto Nerone è esigliato, Druso messo -prigione (30), nè tardarono a morire. Agrippina confinata nell'isola -Pandataria, dissero si fece poco poi ammazzare; e Tiberio si lodò al -senato di clemenza per non averla fatta esporre alle gemonie. - -Snidatone Tiberio, Sejano governò Roma a sua posta. Rese importante il -comando de' pretoriani, ai quali, col raccorli in un campo solo sotto -Roma, attribuì pericolosissima potenza. Disponendo a suo arbitrio delle -cariche, poteva acquistarsi amici: colla promessa di sposarle, traeva -principali donne ad ajutare il suo ingrandimento, e scoprire i segreti -de' mariti: Tiberio stesso lo chiamava il consorte di sue fatiche, -lasciava effigiarlo sulle bandiere, e bruciar vittime quotidiane sulle -are di esso. - -Non contento del dominio, Sejano vuole anche le apparenze; e poichè -fra lui e l'impero si frapponea Druso figlio di Tiberio e di Vipsania, -seduce la costui moglie Livilla e glielo fa avvelenare, poi chiede a -Tiberio la mano di essa. Da quel punto diviene presuntivo erede; in -conseguenza Tiberio lo teme, in conseguenza lo odia. Ma come abbatterlo -se ha tutto l'impero in mano? Tiberio comincia ad elevargli a fronte -Cajo Cesare Caligola, prediletto dal popolo e dai soldati perchè figlio -di Germanico; poi manda secretamente al senato Macrone (31), colonnello -dei pretoriani, con lettera nella quale sul principio getta qualche -lamento contro di Sejano, poi parla d'altro; torna alle querele, indi -divaga; si rifà sopra Sejano con parole sempre più acerbe; ordina -sieno condannati a morte due senatori, intimi del ministro; e mentre -questi stordito non osa proferir parola a loro scampo, ode chiudersi -la lettera col comando ch'e' sia arrestato. Detto fatto, gli amici -lo abbandonano; pretori e tribuni gli recidono la fuga; il popolo, -partigiano d'Agrippina e vindice de' figli di Germanico, lo insulta -allorchè il console lo mena al carcere; e mentre, se fosse riuscito, -avrebbe avuto adorazioni, vede dappertutto abbattersi le sue statue, e -il senato decretarlo al supplizio[109]. - -Tiberio, che peritavasi sull'esito di questo gravissimo colpo -di Stato, non aveva ommesso veruna precauzione; teneva vascelli -sull'àncora per fuggire, spiava d'in vetta agli scogli i concertati -segnali; tanto temeva che il gelo dell'egoismo non si squagliasse un -istante. Ma al cessare della potenza era cessato il favore al dio, al -futuro imperatore; i pretoriani, invece di difenderlo, si buttano a -saccheggiar Roma; il popolo si svelenisce sul cadavere esecrato del -nemico del popolo; quanti amici aveva egli avuto, sono perseguitati, -vuotate dal boja le prigioni ov'erano accumulati i complici del -ministro, messi a orribile carnificina i suoi figli; e perchè la legge -vietava il supplizio delle vergini, una sua figliuolina fu data prima -al carnefice da violare. - -I sudditi, propensi sempre ad attribuire ai ministri le colpe de' -regnanti, persuadevansi che Sejano fosse la sola causa dei delitti di -Tiberio, e che, morto lui, il principe si mitigherebbe; al contrario, -Tiberio diventa più sitibondo di sangue: ciascun senatore, per -salvar sè, corre ad accusargli un complice del caduto; sicchè egli -non discerne tra amici e nemici, tra fatti recenti e inveterati; -sprezza e teme il senato, e ogni giorno un nuovo membro ne recide; -teme i governatori, e a molti, dopo nominati, impedisce di recarsi -alle provincie, rimaste così senz'amministrazione; teme le memorie, -e molti fa uccidere perchè compassionevoli (_ob lacrymas_); teme gli -avvenire, e fanciulli di nove anni manda al supplizio. Le più assurde -cagioni portano condanna: ad uno appose l'amicizia di un suo antenato -con Pompeo; ad un altro, onori divini attribuiti dai Greci al bisavolo -di lui: un nano che il divertiva a tavola gli domanda, — Perchè vive -ancora Paconio reo d'alto tradimento?» e Paconio poco dipoi è morto. La -storia di quegli anni può dirsi il registro mortuario delle famiglie -illustri, e notavasi come cosa rara il personaggio che morisse a suo -letto: una volta Tiberio mandò scannare tutti gl'imprigionati per -l'affare di Sejano, senza divario d'età, sesso o condizione; i mutili -loro corpi giacquero più giorni per le vie sotto la custodia dei -carnefici che denunziavano chi si dolesse. - -Or tremendamente sardonico, or tremendamente serio, voleva essere -adulato, eppure sprezzava gli adulatori; sicchè diventava pericolo -fin la vigliaccheria. Voconio propose che venti senatori per turno -gli facessero la guardia qualvolta entrasse in senato; e toccò le -beffe dell'imperatore, troppo alieno dal concedere armi ai senatori, i -quali anzi volea fossero frugati all'entrare. Al suo ventesimo anno i -consoli decretano solennità, ringraziamenti, voti: Tiberio dice che con -ciò vogliono far intendere che gli prorogano per un altro decennio la -sovranità, e li fa mettere a morte. - -Un animo sospettoso e severo può d'assai peggiorare invecchiando -fra l'aspetto della universale vigliaccheria e delle reciproche -malevolenze, e fra le sordide adulazioni che mascherano il rancore e -la trama. Pure, tanta frenesia di crudeltà, sottentrata alla severa ma -giusta onestà de' primi anni di Tiberio, tiene perplesso lo storico, -il quale abbia deplorato, anche ai proprj giorni, quella menzogna che -svisa i fatti meglio conosciuti, e quella credulità che accetta i meno -fondati. - -Almeno per consolazione dell'umanità sappiasi che costui aveva -la coscienza de' proprj misfatti e dell'orrore che ispirava, onde -scriveva al senato: — S'io so che cosa dirvi, gli Dei e le Dee mi -facciano perire ancor più crudelmente di quel che mi senta perire ogni -giorno». Ma non che ridursi al meglio, ripeteva: — M'aborrano, purchè -m'obbediscano», e precipitava in eccessi, che non solo scrivere, ma nè -possono tampoco immaginarsi. - -Qualora però trovasse resistenza, piegava. Marco Terenzio, accusato -della benevolenza di Sejano, disse in senato: — Dell'amicizia con esso -ci assolverà la ragione che assolve Cesare d'averlo avuto genero e -confidente»; e Cesare lo mandò giustificato. Getulio generale, imputato -di aver voluto dare nuora sua figlia a Sejano, risponde a Tiberio: — -M'ingannai io, ma anche tu. Io ti sarò fedele, se non m'offendono; -se ricevessi lo scambio, mi crederei minacciato di morte, e saprei -ripararla. Accordiamoci: tu resta padrone di tutto; a me lascia la mia -provincia». Così poteva scrivere un generale a quello che faceva tremar -Roma e il mondo. - -Imperocchè non era egli robusto per amministrazione salda e compatta, -ma per la disunione degli altri; potentissimo dove arrivavano i suoi -carnefici, poco valea di lontano; chiunque fosse insorto intrepidamente -fra lo sgomento universale, era certo d'abbatterlo. Lo sentiva Tiberio, -e di qui la diffidenza, motrice sua prima. Mentre gira per Italia, -ode che alcuni da lui accusati furono rimandati dal senato senza -tampoco interrogarli, crede compromessa l'autorità sua e la vita, vuol -ritornare a Capri, ma tra via muore (37). Roma sulle prime la dubitò -arte di spie; accertata, esultò, quasi il cadere di lui restituisse la -libertà. Eppure egli tiranneggiava anche postumo, e trovandosi in Roma -de' prigionieri, che, secondo un consulto del senato, non si potevano -strozzare che dieci giorni dopo la condanna, nè essendovi ancora il -successore che li potesse assolvere, i manigoldi li strangolarono per -seguire la legalità. - -Tiberio finì di demolire le barriere al despotismo; indocilì senato e -popolo agli assurdi talenti del dominatore; spense i sentimenti che -formano la dignità dell'uomo e del cittadino; pervertì la coscienza -pubblica, che, dopo caduto ogni altro sostegno, mantiene e reintegra -gli Stati; coll'uccidere i migliori, col contaminare i rimasti, col -mostrare che il senato e il popolo potevano spingere la viltà e la -paura fino ad adorare chi dispensava l'oltraggio e la morte, attestò -che nessuna forza morale esisteva più, che tutto poteva la materiale. - - - - -CAPITOLO XXXIII. - -Un imperatore pazzo, uno imbecille, uno artista. - - -La desolazione che il popolo e l'esercito aveano provata alla morte di -Germanico, s'era risolta in fervoroso amore pel fanciullo di lui Cajo -Cesare: i soldati ne folleggiavano, tenevanlo a giocare tra loro, e -dalle scarpe militari con cui lo calzavano (_caliga_) gl'imposero il -soprannome di Caligola. Tale affetto sarebbe bastato perchè Tiberio -volesse mal di morte al nipote; ma il garzoncello, non che lamentarsi -della condanna di sua madre e dell'esiglio de' fratelli, evitò le -insidie e attutì la gelosia dello zio con sì profonda dissimulazione, -che l'oratore Passieno ebbe a dire, non esservi mai stato migliore -schiavo nè peggior padrone di costui. Per via poi della moglie di -Macrone, abbandonatagli da questo per le lontane speranze, Caligola -rientrò nella grazia di Tiberio, che in testamento il domandò erede -dell'impero. - -All'accortissimo costui sguardo non era sfuggito che Caligola avrebbe -tutti i vizj di Silla e nessuna delle sue virtù; e disse: — Quest'è un -serpente che nutro pel genere umano»; poi vedendolo un giorno rissare -con Tiberio, figlio di suo figlio Druso, non senza lacrime esclamò: — -Tu lo ucciderai, ma un altro ucciderà te»; indovinamenti tratti non da -contemplazione di stelle, ma da conoscenza degli uomini e dei tempi. - -Il giovane imperatore accorso a Roma, è ricevuto dal popolo, che lo -acclama suo bambolo, alunno suo, suo pulcino, sua stella[110]; e dal -senato, che ripiglia la sua potenza col cassare il testamento del -defunto che aveagli associato il giovane Tiberio. Egli recita l'elogio -del predecessore con parole poche e assai lacrime; deroga le azioni -di lesa maestà, brucia i processi iniziati, permette i libri proibiti -da Tiberio; denunziatagli una congiura, non vi dà retta, dicendo — -Nulla feci da rendermi odioso»; mostra voler restituire al popolo -le elezioni, appena nel creda capace; vuol pubblicati i conti dello -Stato; cresce il numero de' cavalieri, scegliendoli accuratamente; va -a raccorre le ceneri della madre Agrippina e dei fratelli per riporle -nel mausoleo d'Augusto, talchè si concilia tutti i cuori: e in feste -universali, inni, tripudj, sacrifizj, vacanza da affari, si gode -una di quelle illusioni, a cui Roma e in antico e in moderno sempre -eccessivamente si abbandonò, per lagnarsi poi al domani che sia svanito -il castello da essa medesima fabbricato colla nebbia. - -Il povero orfanello epilettico, balocco de' soldati, tremante ad -ogni occhiata dello zio, quando si sentì padrone del mondo, quando, -in una sua malattia, vide sacrificarsi censessantamila vittime agli -Dei perchè lo risanassero, divenne pazzo d'orgoglio, di sangue, di -brutalità; quasi accinto a mostrare a qual bassezza fossero gli uomini -nel momento più splendido dell'antichità. Ripristina i processi di -maestà, facendoli spicciativi, e dì per dì _ragguagliando i conti_, -cioè spuntando sulla lista quelli da uccidere. Al giovane Tiberio, che -erasi munito di controveleni, mandò l'invito di uccidersi; lo mandò -a Silano suo suocero; lo mandò a Macrone, antico suo confidente che -lo rimbrottava di far da buffone a tavola ed al teatro. Ad un esule -richiamato domanda: — Che pensavi tu in esiglio? — Facevo voti per la -morte di Tiberio e pel tuo regno» risponde il piacentiere; e Caligola -riflette: — Gli esigliati da me desiderano dunque la mia morte»; e per -siffatta logica, ordina siano tutti uccisi. - -Due uomini aveano votato la propria vita per la guarigione di lui; ed -egli risanato dice che accetta, e l'uno fa dare a' gladiatori, l'altro -dirupare, incoronato come le vittime. Combattendo da gladiatore, -l'antagonista per adularlo gli cade a' piedi confessandosi vinto, ed -egli lo scanna. Un'altra volta sedendo a banchetto co' due consoli, -prorompe in risa smascellate, e chiesto del perchè, — Perchè penso che -ad un cenno posso farvi decollare entrambi». Immolandosi all'altare, -egli compare da sacerdote, e brandita l'ascia, invece della bestia -percuote il vittimario. In quell'ingordigia di sangue, fa gettare alle -fiere gladiatori vecchi e infermi; se no, qualcuno degli spettatori: -visita le carceri, e colpevoli o no, designa chi dar alle belve, -essendo la carne troppo cara; strappate prima le lingue acciò nol -molestino colle grida. - -Durante i pasti, faceva mettere alcuno alla tortura; e se non v'erano -rei, il primo che capitasse; e voleva che gli uccisi s'accorgessero -di morire. Obbligava i padri ad assistere ai supplizj de' figliuoli; -ed allegando uno di trovarsi infermo, gli mandò la propria lettiga: -poi que' padri stessi la notte seguente mandava a scannare. Fece -imprigionare un tal Pastore, solo perchè bel giovine; ed essendo il -costui padre, cavalier romano, venuto a supplicarlo per esso, Caligola -ordinò fosse il garzone immediatamente ucciso, il padre venisse a -pranzo con lui, e se mostrasse dolore manderebbe uccidergli anche -l'altro figliuolo. Il senato più non sapea con quali viltà ammansarlo; -gli decretò nella curia un trono tant'alto che nessuno vi potesse -arrivare, e guardie all'intorno; guardie perfino alle sue statue; -ed essendo Scribonio Proculo indicato come avverso all'imperatore, i -senatori se gli avventarono, e cogli stiletti da scrivere l'uccisero. - -Talvolta sospende le sevizie per farsi letterato, e all'ara d'Augusto -in Lione stabilisce concorsi di greco e latino, ne' quali il vinto -dovea pagare il premio e scrivere l'elogio del vincitore; e chi -presentasse un lavoro indegno, cancellarlo colla spugna o colla -lingua; se no, mazzerato nel Rodano. Avendogli Domizio Afro eretta una -statua coll'iscrizione _A Cajo Cesare console per la seconda volta -a ventisette anni_, Caligola pretese che con ciò gli rinfacciasse -l'età non legale; onde l'accusò in senato con elaborata arringa. -Domizio, fingendosi men tocco dal proprio pericolo che dall'eloquenza -dell'imperatore, prende a dar rilievo alle stupende cose dette -dall'imperatore, confessandosi inetto a rispondere a tanta eloquenza; e -fu modo sicuro di farsi assolvere. - -Perocchè il primeggiare in tutto è il suo farnetico: Livio, Virgilio, -Omero gli destano gelosia, e li bistratta e proscrive: proscrive -alcuni, soltanto perchè di antica nobiltà: i Torquati più non portino -il monile, trofeo di lor famiglia; nè i discendenti di Pompeo il -soprannome di Magno: vede un de' Cincinnati colla zazzera ricciuta da -cui aveano tratto il nome? lo fa prima zucconare, poi morire. Egli -gladiatore, egli cantarino, egli cocchiere; al teatro accompagna le -arie degli attori, e ne appunta i gesti; una notte manda a chiamare -in diligenza tre senatori, e venuti tremando, sale in palco, fa due -capriole, e riscossone l'applauso, li rinvia. Anche conquistatore -vuol essere; e mentre fa una rassegna sulle tranquille rive del Reno, -decreta una correria per le terre germaniche; ma non sì tosto vi pone -piede, fugge con sì precipitosa paura, che impedendolo i carri, bisogna -toglierlo sulle braccia de' soldati, e d'uno in altro ridurlo in salvo. -Eppure volle menarne trionfo; e presi alquanti Germani suoi mercenarj, -e scelti nella Gallia fra' nobili e plebei gli uomini di statura più -trionfale[111], gli acconcia alla germanica, e spedisce a Roma ad -aspettare la solennità della sua ovazione. - -Roma, che l'avrebbe ucciso se avesse voluto esser re, l'adorò quando -volle esser dio: il senato affrettossi d'erigergli tempj, fu ambito -il suo sacerdozio, moltiplicati i sacrifizj di pavoni, fagiani, galli -d'India. Elegge Castore e Polluce a portinaj; una teoria lo accompagna; -di notte (non più di tre ore dormiva) sorge ad amoreggiare la luna, -invitandola a' suoi amplessi; or mostrasi da Ercole, or da Mercurio, -da Venere perfino, più spesso da Giove sopra una macchina che tuona. -Natagli una bambina, la porta a tutti gli Dei, poscia l'affida a -Minerva: povera bambina, da cui gli Dei padrini non istorneranno le -conseguenze delle follie paterne! - -Furibondo nell'affetto non men che nell'odio, amò il suo cavallo -Incitato, cui dispose scuderie di marmo, mangiatoje d'avorio, cavezze -a perle, copertine di porpora, e un intendente, paggi assai, fin un -segretario: talvolta i consolari erano invitati a pranzar col cavallo, -talaltra il cavallo era convitato dall'imperatore, che gli serviva -avena dorata e vin del migliore: la notte precedente al giorno che -Incitato doveva uscire, i pretoriani vigilavano che nessun rumore -ne turbasse i sonni: lo aggregò al collegio de' sacerdoti suoi; lo -designava console per l'anno vegnente. Amò il tragedo Apelle, e se -lo fece intimo consigliere: amò Citico guidator di cocchi al circo, e -in un'orgia gli regalò quattrocentomila lire: amò il mimo Mnestero, e -al teatro l'accarezzava, e di propria mano flagellava chi col minimo -zitto ne turbasse le recite. Non parendo stargli abbastanza attento -un cavalier romano, lo manda con lettere a Tolomeo re di Mauritania; -l'atterrito va, passa i mari, si presenta all'Africano, il quale aperta -la lettera, vi trova scritto: — A costui non fare nè ben nè male». - -Amò una donna, e carezzandole il capo diceva: — Lo trovo tanto più -bello quando penso che ad un cenno posso fartelo balzare». Amò Cesonia -moglie sua nè giovane nè bella nè onorata, ma che l'aveva affascinato -con mostruosa lubricità; la mostrava agli amici nuda, ai soldati a -cavallo con elmo e clamide; e in un accesso d'amor sanguinario le -diceva: — Per entro le viscere tue, come in quelle d'una vittima, vo' -cercar la ragione del bene che ti porto». Amò tutte le sue sorelle -come mogli, e principalmente Drusilla: morta la quale, ordinò non si -giurasse che per lei; un senatore protestò averla veduta ascendere -all'Olimpo; e tutti i Romani in lutto non potevano ridere, non lavarsi, -non pranzar colla moglie e coi figli, o morte. Fra tanto squallore -Caligola giunge alla città, e — Perchè piangere una dea?» esclama, e -punisce del pari i costernati e gli esultanti. Così all'anniversario -della battaglia di Azio, discendendo egli per madre da Augusto, per -l'ava da Antonio, trovò felloni e quei che esultavano e quei che -gemevano. - -Amò anche la plebe al modo suo, e le dava spettacoli e largizioni di -non più veduta suntuosità: lamentavasi che nessuna grande calamità -succedesse, per potersi mostrar generoso. Una volta fa raccorre -al teatro quel vulgo suo diletto, indi levar improvvisamente il -velario, lasciandolo esposto al sollione: un'altra gli getta denari -e viveri, e miste fra quelli delle lame affilate: un'altra ancora, -quando fu ben pieno il circo, li fa cacciare a furia, talchè molti -periscono schiacciati. Il vulgo indispettito non s'affolla più a' suoi -spettacoli, ed egli chiude i pubblici granaj per affamarlo. Un giorno -che gli applausi non sonavano quanto il suo desiderio, proruppe: — Deh -avesse il popolo romano una testa sola, per reciderla d'un colpo!» - -E avrebbe potuto farlo, egli che ripeteva, — Ricordati che tutto io -posso e contro tutti; io solo padrone, io solo re»[112]. Talora gli -brillavano per la pazza fantasia concetti grandiosi: trasferire la -sede dell'impero ad Anzio o ad Alessandria, appena uccisi i senatori -e i cavalieri principali, che avea già notati sopra due liste, l'una -intestata _spada_, l'altra _pugnale_; tagliare l'istmo di Corinto; -fabbricare una città sul più elevato vertice delle Alpi: erge una -villa? sia dove il mare è più fondo e tempestoso, dove più scabra -la montagna; e quivi si preparino bagni di profumi, vivande le più -squisite, e si stemprino le perle: poi costeggia la deliziosa Campania -in barche di cedro, ove e sale e terme e vigne, e le poppe sfolgoranti -di gemme. Ogni cosa insomma esca dall'ordinario. - -— Sarai re quando potrai galoppare sul golfo di Baja», gli aveano -detto per un impossibile; ed egli volle poterlo. Raccolgonsi vascelli -e navi da formare la lunghezza di quattro miglia, e sovr'essi spianasi -la strada, con terra e sabbia ed alberi e ruscelli ed osterie. Quel -forsennato la scorre tra una folla immensa, poi la notte fa splendida -luminaria, vantandosi d'aver passeggiato il mare più veramente che -Serse, e convertito la notte in giorno; e acciocchè allo spettacolo -non manchi il sangue, fa cogliere alla ventura alcuni degli accorsi, -e gettar alle onde. Intanto Roma affama, priva delle navi che sogliono -portarle l'annona. - -In un pranzo sciupò due milioni; in un anno diede fondo a -cinquecentoventisei milioni raccolti da Tiberio. Per rifarsene pone -accatti su tutto, poi multe a chi li froda; e per moltiplicare le -trasgressioni, pubblica le leggi col maggior segreto, e in caratteri -sì minuti da non potersi leggere. Quando gli nasce una figlia, e' -limosina: a gennajo vuol le strenne, ed egli in persona le raccoglie, -misurando la devozione dalla generosità: trae fin lucro dal mantenere -un postribolo. A Lione fece portare quantità di mobili, e vendere -all'asta, presedendo egli stesso e lodandoli: — Questo era di Germanico -mio padre; questo m'è venuto da Agrippa; quel vaso egizio fu d'Antonio, -ed Augusto acquistollo ad Azio»; e ne concludeva enormi prezzi. Avendo -le tante confische svilito i beni fondi, egli si mette a incantarli in -persona, ed assegna i prezzi e il compratore: dal che taluni si trovano -ridotti a mendicare, altri escono per uccidersi. Si facea mettere ne' -testamenti de' ricchi, ai quali poi, se tardavano a morire, mandava -de' manicaretti di sua cucina. Giocando un giorno ai dadi con disdetta, -chiede il catasto della provincia gallica, designa a morte alcuni de' -più larghi possessori, e dice ai compagni: — Voi mi vincete a spizzico; -io ad un tiro guadagnai cencinquanta milioni». - -Cassio Cherea, tribuno de' pretoriani (41), memore dell'antica dignità -romana, o nojato delle ribalde celie usategli da Caligola, congiurò con -altri pretoriani, i quali vedevano in pericolo continuo la vita loro -se non troncassero quella dell'imperatore; e lo scannarono. Cesonia, -moglie sua, stette colla bambina presso al cadavere del marito; e -quando avventaronsi anche a lei, offrì il petto ignudo, chiedendo -facessero presto. - -I soldati partecipi delle sue rapine, massime i mercenarj germani; le -donnacce e i garzoni cui fruttava quella sconsigliata prodigalità; -i tanti che, nulla possedendo, nulla temevano; gli schiavi ch'egli -allettava a denunziare i padroni e arricchirsi delle spoglie loro, -compiangono Caligola, e per vendicarlo tagliano teste e le recano in -trionfo, dicendo falsa la nuova della sua morte. Accertatine però, e -che nulla più resta a sperarne, cambiano stile, e gridano la libertà: -libertà è la parola d'ordine data dal senato, che, maledetto il nome -di Caligola, dopo settant'anni di avvilimento pensa a ripristinare -la repubblica, armando gli schiavi, esercito grosso e formidabile. Ma -potevano persistere in generosa volontà quei padri, dalle proscrizioni -decimati, dalle confische impoveriti, diffamati dalle adulazioni? -E i pretoriani volevano non libertà, ma chi avesse bisogno del -braccio loro; un imperatore, poco importa chi e qual fosse. Intanto -saccheggiano il palazzo; e tra il fare, vedono di sotto la cortina d'un -nascondiglio sporgere due piedi, e scoprendo trovano un figurone grasso -e vecchio, che gettasi a' piedi loro, chiedendo misericordia. - -Era Tiberio Claudio, fratello di Germanico, e zio e trastullo di -Caligola, uomo sui cinquant'anni, mezzo imbambito, alquanto letterato, -e nemico de' rumori. I pretoriani l'acclamano imperatore, e se lo -portano al loro campo; lo acclama il popolo, lo acclamano i soldati, -i gladiatori, i marinaj. Cherea ebbe un bel ricordare la maestà del -senato, l'imbecillità di Claudio, la dolcezza del vivere repubblicano: -nessuno voleva esser libero se non coloro che avrebbero tiranneggiato -a nome della libertà. Claudio bandì intera perdonanza; solo Cherea, -immolato all'ombra di Caligola, domandò d'esser decollato colla spada -onde avea trafitto il tiranno, e morì da antico repubblicano. Il popolo -l'ammirò, gli chiese perdono dell'ingratitudine, gli fece libagioni, -poi si volse a corteggiare e adorar Claudio. - -Costui era il balocco di casa Giulia. A lui nulla degli onori e de' -sacerdozj che fioccavano ai figli imperiali appena adolescenti: per -maestro gli diedero un palafreniere: sua ava Livia non gli drizzò -mai la parola, ma gli scriveva viglietti asciutti o prediche severe: -sua madre diceva — Bestia come il mio Claudio»: Augusto lo chiamava -— Quel poveretto (_misellus_)», e tutto cuore com'era pei nipoti, -scriveva: — Bisogna prendervi sopra alcun partito; se è sano di -facoltà, trattarlo come suo fratello; se scemo, badare non si facciano -scene di lui e di noi: può presedere al banchetto dei pontefici, -mettendogli a fianco suo cugino Sillano che lo rattenga dal dire -scempiaggini: al circo non sieda sul pulvinare, perchè darebbe troppo -nell'occhio. L'inviterò a pranzo tutti i giorni; ma non si mostri così -distratto: scelga un amico, di cui imitare gli atti, il vestimento, -l'andare». Meno amorevoli gli altri, ne pigliavano spasso: giungeva -tardo a cena? doveva correre innanzi indietro pel triclinio prima di -trovarsi un posto; sopra mangiare addormentavasi? gli scoccavano ossi -di datteri e d'ulivo, gli mettevano le scarpe sulle mani, per vederne -l'attonitaggine e il dispetto quando si destasse. - -Ignorante però non era, ed Augusto, udendolo declamare, ebbe a -meravigliarsi che, parlando sì male, scrivesse sì bene: ad esporre le -guerre civili fu consigliato da Tito Livio, ma dissuaso dalla madre e -dall'ava: amava i classici, studiava il greco, volle introdurre tre -lettere nuove (_V. Appendice I_), che durarono quanto lui: sapeva -delle antichità romane più che Livio stesso: dettò anche la storia -degli Etruschi, che, se ci fosse rimasta, avrebbe risparmiato tanto -fantasticare ai nostri contemporanei. Ma non che la sua dottrina gli -acquistasse dignità, mettevangli attorno soltanto donne, buffoni, -liberti, la spazzatura della casa; perchè (colpa enorme) non era ricco. -Augusto gli lasciò soltanto ottocentomila sesterzj: chiesti onori a -Tiberio, n'ebbe quaranta monete d'oro da comprar ninnoli alla festa -de' Saturnali: venuto al trono Caligola, Claudio per la paura comprò -la dignità di sacerdote del dio nipote per otto milioni di sesterzi, -e perchè non li pagava, vide messi all'asta i suoi beni. Eppure la -fortuna sel teneva in petto. - -Balestrato al trono da questa, e da una Roma che voleva un capo ed -era pronta ad obbedirne ogni volontà, Claudio sulle prime si prestò -modestissimo coi senatori, non voleva essere adorato, abrogò la tortura -dei liberi ne' casi di Stato, vietò ai sacerdoti gallici i sacrifizj -umani, migliorò la condizione degli schiavi, dichiarando liberi -quelli che per malattia fossero dai padroni abbandonati nell'isola -d'Esculapio; e perchè i padroni presero lo spediente di ucciderli, -Claudio gl'imputò d'omicidio. Ma ben presto messosi in mano di chi -lo dispensasse dal volere e dal pensare, per fiacchezza commise -tanti delitti, quanti Tiberio per atrocità, e Caligola per frenesia. -Padroni del padrone del mondo erano Palla, Narcisso, Felice, Polibio, -Arpocrate, Posideo, ballerini, cinedi e simili lordure; e Messalina -Valeria moglie sua. A quelli ricorrevano privati, città, re, volendo -Claudio che i loro comandi avessero forza quanto i suoi; adoperavano -il sigillo e la firma di esso per disporre di potenza, oro, teste. Se -talora egli usava del proprio senno, essi disfacevano; alteravano e -sopprimevano i suoi decreti, o vi mutavano i nomi; prendeansi spasso -di fargli fare il preciso contrario di quelli. Un centurione viene -a dire a Cesare d'avere, secondo l'ordine suo, ucciso un senatore, -«Io non l'ordinai (esclama egli), ma il fatto è fatto», e si volge ad -altro. Un liberto entra a pregarlo di concedere la scelta della morte -ad Asiatico, ch'egli non condannò. Talora vedendo tardare qualche -convitato, manda a sollecitarlo; e gli si risponde che l'ha fatto -uccidere quella mattina. Andando ai soliti esercizj al Campo Marzio, -vede disporsi il rogo per bruciare uno ch'egli non ha sentenziato; ed -esercita la sua autorità col far rimovere la catasta perchè le vampe -non pregiudichino al fogliame. - -Chi non voleva largheggiare con Palla, non lussuriare con Messalina, -era involto nell'accusa solita di lesa maestà; per la quale perirono -trentacinque senatori e meglio di trecento cavalieri. Lauto mestiere -tornarono lo spionaggio, l'accusa, la difesa. I giudizj erano uno -de' trattenimenti di Claudio; v'era continuo, e talora dava sentenze -sensate, talora insulse, sovente espresse con versi di Omero, sua -delizia; per lo più dava ragione ai presenti e all'ultimo che parlava. -In una causa di falso, avendo un assistente esclamato che il reo -meritava la morte, l'imperatore mandò pel manigoldo; in un'altra, -ricusando una donna di riconoscere un figlio, e le ragioni essendo -molto bilanciate, l'imperatore le intima di riceverlo o per figlio -o per marito. Più spesso addormentavasi in mezzo al frastuono della -discussione, e svegliandosi proferiva: — Do vinta la causa a chi ha più -ragione». - -E qui pure erano le celie: or lo chiamavano indietro dopo levata -l'adunanza, ora la prolungavano tenendolo pel manto; un litigante lo -lascia domandare a lungo il testimonio prima di dirgli che è morto; gli -si denunzia come povero un cavaliere ricco sfondolato, come celibe uno -che aveva una nidiata di ragazzi, d'essersi ferito volontariamente uno -che non aveva tampoco una scalfittura. Un tale gli gridò, — Tutti ti -conoscono per un vecchio barbogio»; un altro gli avventò le tavolette e -lo stilo. - -Per erudizione risuscita leggi antiche, i riti feciali, le ordinanze -sul celibato: vuol ripristinare la censura, disusata dopo Augusto, -quasi fosse possibile indagar la vita privata di seicento senatori, -almen diecimila cavalieri e sette milioni di cittadini: indi prodiga -decreti, fin sulle più minute pratiche; uno perchè s'impecino bene le -botti; uno perchè s'adoperi il succo del tasso contro il morso della -vipera. Legge in senato un editto per reprimere la sfrenatezza delle -dame nell'abbandonarsi agli schiavi; e levatosi un applauso concorde, -l'ingenuo Cesare dice: — Mi fu suggerito da Palla», quel suo liberto -e padrone. A Palla dunque il senato decreta l'ammirazione, le grazie e -trecentomila lire: ma costui ricusa la somma, accontentandosi della sua -povertà; e il senato promulga un editto per immortalare il disinteresse -d'un liberto che s'era fatti sessanta milioni. Anche Narcisso erasi -trarricchito; onde a Claudio, che lagnavasi di scarso denaro, fu detto: -— Ne troverai a ribocco sol che tu faccia a metà co' tuoi liberti». - -Altra passione di Claudio fu il giuoco, e avea sin tavole per giocare -in viaggio senza che i pezzi si spostassero. Da buon romano, amava -anch'egli il sangue; voleva i supplizj al modo ch'egli avea letti -nelle storie; durava giornate intere ad osservare i gladiatori, e se -ne mancassero, costringeva a combattere chi primo capitava. Ma se -fra le cause o le commedie o le arringhe sente odore delle vivande -cucinate dai sacerdoti, nulla più lo rattiene, corre, divora; poi si -fa imbandire immensi piatti in immense sale, convitando fin seicento -persone; s'empie a gola, indi vomita, e si rimpinza, e rivomita; e -medita fare un decreto perchè la buona creanza non metta a pericolo la -salute[113]. - -Pure condusse fabbriche insigni; il porto in faccia ad Ostia con un -faro simile a quel d'Alessandria; opera delle più utili e meravigliose -degl'imperatori è il suo acquedotto, che costò undici milioni, e a -conservarlo furono deputate quattrocentosessanta persone. Piantò anche -colonie nella Cappadocia e nella Fenicia e sull'Eufrate, e ricevette -ambasciadori fino da Seilan: in Africa con una larga strada mise la -provincia in comunicazione colla Mauritania, e ne aprì una nuova in -Inghilterra. Dopo che trentamila operaj ebbero lavorato undici anni -a travasare il lago Fucino nel Liri, per inaugurare quest'operazione -dispose un combattimento navale di diciannovemila condannati. Questi, -passandogli davanti, esclamano secondo il costume: — I morituri ti -salutano»; e il cortese imperatore risponde: — State sani»; onde quelli -credendosi graziati, negano di più uccidersi; ma egli strepita, smania, -minaccia, finchè li persuade ad ammazzarsi tra di loro. - -Messalina frattanto divulgasi su' postriboli, stancata, non sazia -mai[114]. Con pompa recavasi agli abbracciamenti di un tal Publio -Silio; e dandole pel sozzo genio l'infamia di sposare un doppio -marito, celebrò con costui solenni nozze, con dote, testimoni, auspizj, -vittime, e il talamo preparato al pubblico cospetto. Claudio soscrisse -il contratto nuziale, credendolo un talismano per istornare non so -che malurie de' Caldei: ma quando i liberti e le bagascie lo informano -del vero, si sgomenta, e va chiedendo se imperatore sia ancora desso -o Silio. Per sottrarsi al pericolo che gli descrivono imminente, si -lascia indurre a cedere per un giorno il comando a Narcisso: questi -lo porta a Roma, ove i soldati invocano vendetta, non perchè ad essi -caglia dell'onore di lui, ma per farne lor pro; onde si moltiplicano i -supplizj e Messalina stessa è uccisa. Quando l'imperatore l'udì morta, -non chiese il come; e dopo alcuni giorni, mettendosi a tavola, domandò -— Chè non viene Messalina?» - -Allora volle sposare la nipote Agrippina, vedova di Domizio Enobarbo; -e benchè la legge considerasse tal nodo come incestuoso, il popolo e -il senato gliel'imposero. Costei, sorella e druda di Caligola, cara al -popolo perchè figlia di Germanico, scostumata e crudele come Messalina, -era salda di volontà, sicchè da imperatrice sedendo accanto al cesare, -dava udienza agli ambasciatori, rendeva giustizia, e fece moltiplicare -supplizj per incanti, per oracoli, per sortilegi, per gelosia. -Principalmente tendeva a far che Lucio Domizio Nerone, che essa avea -avuto da Enobarbo, si sostituisse a Britannico figlio di Claudio e -Messalina: in un istante di debolezza indusse Claudio a nominarlo -successore; poi temendo non questi mutasse proposito, gl'imbandì de' -funghi avvelenati (54); il medico fece il resto, e lo mandò fra gli -Dei, tra cui Roma lo adorò. - -All'istante designato per propizio da' Caldei, Nerone, di appena -diciassette anni, presentossi alle coorti, che lo salutarono -imperatore, il senato lo confermò, le provincie lo accettarono. Popolo, -senato, tribuni sussistevano ancora colle antiche prerogative, e potea -darsi che qualche volta volessero esercitarle, e toglier via un potere -ch'era sempre nuovo perchè non ereditario. Pertanto gl'imperatori, al -primo venir al trono, stavano in apprensione, e dissimulavano finchè -non si fossero convinti o che tutto era inane apparato, o che fra tanto -egoismo non era cosa che non si potesse osare. Anche Nerone cominciò -umanamente; largheggiò col popolo e coi senatori bisognosi; tolse od -alleggerì imposizioni; l'antica giurisdizione lasciò al senato, il -quale statuì che le cause si patrocinassero gratuitamente; i questori -designati dispensò dal dare i giuochi gladiatorj. Propose perfino -d'abolir le dogane, e se non altro le riformò; dava pronto spaccio -alle suppliche; nelle cause sostituì alle arringhe l'interrogatorio; -misurò le sportule degli avvocati; impedì le falsificazioni di carte -e testamenti. Quando il senato gli decretò statue d'oro e d'argento, -disse — Aspettino ch'io le abbia meritate»; dovendo firmare una -sentenza capitale, esclamò — Deh! non sapessi scrivere!» e clemenza -spiravano i discorsi che gli preparava Lucio Anneo Seneca cordovano, -suo maestro di retorica. - -Ma nè questi, nè Afranio Burro suo maestro d'armi, desiderosi di -conservarsi in potere, non ne frenavano le passioni. Cominciò dunque a -correre la notte per taverne e mali luoghi vestito da schiavo, rubando -alle botteghe, azzeccando i passeggeri; e poichè l'esempio suo trovava -seguaci, Roma la notte parea presa d'assalto. Aizzava gl'istrioni -e i combattenti ne' giuochi, e mentre essi litigavano e il popolo -affollavasi, egli dall'alto lanciava pietre. I banchetti suoi erano il -colmo della prodigalità: uno ospitandolo spese ottocentomila lire in -sole ghirlande; un altro assai più nei profumi: le matrone collocavansi -sul suo passaggio, e nelle tende rizzategli ad Ostia, a Baja, a Ponte -Milvio disputavansi l'onore d'esser da lui contaminate. - -Agrippina amava tanto Nerone, che avendole gli astrologi predetto -ch'egli regnerebbe, ma a gran costo della madre, rispose: — M'uccida, -purchè regni». Costei da principio continuò a dominare dispotica, -scriveva a re e provincie, assisteva al senato di dietro una cortina, -e sfogava le sanguinarie vendette: ma poco tardò a perdere l'autorità -sul figlio; e vedendo congedato Palla, padrone di Claudio e di lei, -monta in collera, e minaccia favorire i diritti di Britannico. Nerone -dunque domanda alla strega Locusta non un veleno lento, arcano, come -quello ch'essa stillò per Claudio, ma fulminante[115]; e Britannico -cade morto stecchito (55) alla mensa imperiale. Mentre è sepolto fretta -fretta, e che una pioggerella, guastando la vernice datagli sul volto, -scopre al popolo le livide traccie dell'avvelenamento, i due maestri -s'arricchiscono delle ville di Britannico; Agrippina stessa è fra breve -esclusa dal palazzo, e carica delle accuse che mai non mancano a cui il -principe vuol male. La nefanda procurò ricuperare autorità, esibendosi -in un'orgia al figlio; ma Seneca prevenne l'incesto introducendo -Actea liberta di Nerone, impudica che respinse una peggiore, come col -morso della vipera si cerca elidere l'idrofobia. Il colpo fallito diè -l'ultimo crollo ad Agrippina. Nerone tre volte tentò avvelenarla, e -invano; la invitò a Baja sopra un vascello che dovea sfasciarsi, ed -ella campò a nuoto; ond'egli accusatala di tradimento, le mandò sicarj, -ai quali ella disse: — Feritemi qui, nel ventre che portò Nerone» -(59). Il parricida volle esaminarne il cadavere, lodò, censurò, poi -fece recar da bere, e disse che allora veramente sentivasi padrone -dell'impero. - -All'annunzio di tale delitto prorompe non l'indignazione, ma la -servilità romana: Burro manda tribuni e centurioni a stringer la mano -al matricida, congratulandosi fosse campato da tanto pericolo; Seneca -ne scrive la giustificazione al senato, che decreta pubbliche grazie -ed annue commemorazioni, e maledice Agrippina nel solo momento che era -compassionevole; gli altari della Campania fumano di ringraziamenti -agli Dei. Nerone per timore della pubblica infamia erasi slontanato da -Roma, ma rassicurato tornò; a gara cavalieri, tribuni, senatori gli si -fecero incontro affollati come a trionfo; e traverso ai palchi eretti -sul suo passaggio, egli ascese a render grazie al Campidoglio. Ah! ben -era dritto se Nerone prendeva in disprezzo questa ciurma codarda, e si -disponeva a trattarla senza riserbi. - -Non gli bastava esser padrone del mondo, ambiva anche la fama di -artista. Giovani esperti dovevano limare le odi e gl'improvvisi -di lui, che poi erano ripetuti per le vie; e il passeggero che -ricusasse attenzione o regalo ai cantambanchi rendevasi sospetto. -L'imperatore meditava scrivere una storia di Roma in versi, e gli -adulatori diceangli la facesse di quattrocento libri; al che Anneo -Cornuto stoico riflettè che nessuno li leggerebbe. — Il tuo Crisippo -(soggiunse un cortigiano) ne scrisse pure il doppio». — Sì (riprese -Cornuto); ma quelli sono utili all'umanità». La franca parola fu punita -coll'esiglio. - -In un immenso chiuso nella valle del Vaticano, Nerone guidò un -cocchio fra gli applausi, e con largizioni ed onori invitò ad emularlo -cavalieri di gran nobiltà. Innanzi a Tiridate re d'Armenia comparve -vestito da Apollo, guidando un carro fra i viva del popolo; mentre -l'Arsacide indignavasi de' frivoli gusti e della stravagante vanità -del padrone del mondo. Il quale istituì un fonasco per vegliare sulla -celeste sua voce, avvertirlo quando non v'avesse abbastanza riguardo, -chiudergli la bocca qualora, nell'impeto d'una passione, non badasse -al suo avviso. In Napoli comparve sul teatro modulando gesto e voce -secondo l'arte; in Roma si fece iscrivere fra i sonatori; e quando -sortì il suo nome, cantò sulla cetra, sostenutagli dai prefetti del -pretorio. Altre volte recitava versi proprj, o in giuochi scenici -dati da particolari, purchè la maschera dell'eroe ch'ei rappresentava -ritraesse le sue sembianze, e quelle dell'eroina il viso della sua -amata. Creò un corpo di cinquemila cavalieri, che gli applaudissero -quando cantava al popolo, con maestri che regolassero i battimani e i -viva, or come pioggia battente, or come castagnette; e Burro con una -coorte pretoria doveva assistere e applaudire. Inorgoglito, trasferì -a Roma i giuochi di Grecia, invitando a' suoi quinquennali il fiore -dell'Impero. - -Seicento cavalieri, quattrocento senatori, donne di gran casa, sono -addestrati per l'arena; altri cantano, suonano il flauto, fanno il -buffone. Il vinto mondo va a contemplare colà i discendenti de' suoi -vincitori, ridere ai lazzi d'un Fabio o ai sonori schiaffi che si danno -i Mamerci[116]. Il virtuoso Trasea Peto sostiene una parte ne' giuochi -giovanili: la nobilissima Elia Catulla viene di ottant'anni a ballare -sul teatro: un rinomatissimo cavalier romano cavalca un elefante: -l'istrione Paride guadagna le patenti di cittadino col farsi dal suo -Nerone dare per camerata tutti i patrizj[117], vendicando così il -dispregio dell'antica Roma pei pari suoi. - -Morto Burro (62), o pel dolore d'essersi disonorato colla viltà, o -per veleno del principe, cui ne dispiaceva la tarda franchezza, gli -fu surrogato l'infame Sofenio Tigellino, resosi grato al padrone col -moltiplicare olocausti al terrore e all'avarizia di lui, e oscene -feste. In una sul lago d'Agrippa, allestì un naviglio sfolgorante d'oro -e d'avorio, rimorchiato da altri poco meno magnifici, ove remigavano -garzoni leggiadri, graduati secondo l'infamia; quanto il mondo poteva -offrire di pellegrino v'era raccolto, e lungo l'acque padiglioni, ove a -torme si prostituivano le dame, al cospetto di ignude meretrici. - -Nerone s'attedia della moglie Ottavia, e Tigellino la accusa -d'adulterio; sebbene scolpata a mille prove, è relegata; ma perchè -il popolo ne mormora, Nerone la richiama, e le appone un reato di più -facile prova, l'alto tradimento; ed esigliata in Pandataria (62), la -fa scannare a vent'anni. Il senato rese grazie agli Dei, come quando -furono uccisi Palla, Doriforo, altri liberti; Poppea ne esultò, Poppea -tanto colta quanto bella e raffinata nelle arti del piacere; che -cinquecento asine manteneva per avere il latte da lavarsi; che cambiati -amanti e mariti secondo l'ambizione, tenne lungamente l'imperatore, -finchè questi diede un calcio a lei incinta e l'uccise. Pentito, -la fece imbalsamare, proclamar dea, bruciare in onor di essa quanti -profumi produce l'Arabia in un anno. - -All'artista imperiale mal garbava questa Roma, irregolare, tortuosa, -con vecchi edifizj; e ambendo la gloria eroica di fabbricarne una nuova -ed imporle il nome suo, vi fece mettere il fuoco. Le guardie rimovevano -i soccorsi; fu vista gente aggiungervi esca, e schiavi scorrazzare -armati di faci: e Nerone sale sul teatro, e ispirato da quello -spettacolo canta sulla cetra l'esizio di Troja. I sacelli della prisca -religione, sottratti fin all'incendio de' Galli; capi d'arte, frutto -della conquista, perirono allora; molti uomini perdettero la vita; agli -altri Nerone aprì il Campo Marzio, i monumenti d'Agrippina, i suoi -giardini; fece costruire e arredare ricoveri, vendere grano a buon -patto; indi sulle macerie fabbricò il palazzo d'oro, che abbracciava -parte del monte Palatino, del Celio, dell'Esquilino, e la frapposta -valle estesa quanto l'antica città, e di lusso appena credibile. Nel -vestibolo sorgeva l'effigie di Nerone alta quaranta metri, e triplici -colonne formavano un portico d'un miglio. Ivi campi e vigne, pascoli -e foreste, e un pelaghetto cinto d'edifizj: oro, pietre, madreperla -a fusone. Nelle sale a mangiare, dalla soffitta di mobili tavolette -d'avorio piovevano fiori e profumi sui convitati; la principale era -rotonda, e dì e notte girava, imitando il moto del mondo. Le acque -del mare e dell'Albula ne alimentavano i bagni; e l'imperatore quando -v'entrò disse, — Eccomi finalmente alloggiato da uomo». Le abitazioni -all'intorno furono disposte a disegno, a filo le vie, meglio compartite -le acque, eretti portici: ma il pubblico sdegno non cessava di -ridomandargli le case avite, i beni perduti e le persone. - -Per questi lavori adunò da tutto l'impero i prigionieri, nè per lungo -tempo altra pena che questa s'inflisse. Tutti dovettero contribuire -alle spese; il senato due milioni di lire, cavalieri e trafficanti -in proporzione. D'altro denaro lo fornivano le depredazioni e gli -assassinj. A qualunque magistrato eleggesse, dicea: — Sai quel che mi -manca; facciamo che nessuno possieda una cosa che possa dir sua». Alla -zia Domizia affrettò la morte per ereditarne i pingui poderi. Vatinio, -mostruoso ciabattino di Benevento, salito a gran ricchezza e alla -Corte per via d'accuse, rinfocava l'odio di Nerone contro i patrizj, -esclamando: — Io t'aborro perchè sei senatore». Ad alcuni fe grazia -perchè Seneca gli disse: — Per quanti ne uccidiate, non vi verrà fatto -di dar morte al vostro successore». - -Calpurnio Pisone (65) congiurò per assassinarlo nel palazzo d'oro; ma -scoperto, causò un macello. La guardia germanica si sparse cercando -gl'imputati, o chi era odioso a Tigellino e a Poppea. Fu tra i primi -il poeta Lucano, che d'amico a Nerone gli s'era avversato dacchè lo -vide addormentarsi alla recita de' suoi versi, e che fattesi aprir le -vene, morì di ventisette anni recitando un brano della sua _Farsaglia_. -Fu tra i secondi Seneca, che pei maneggi de' nuovi favoriti spogliato -d'autorità, non avea avuto coraggio di sottrarsi alla Corte, quantunque -infamata da tante brutture; e con fermezza terminò una vita troppo -disforme dalle sue dottrine. La liberta Epicari, messa al tormento, -stette al niego, finchè trovò modo di strozzarsi. Sulpicio Aspro, -interrogato perchè avesse fallito alla fedeltà: — Perchè non conoscevo -altro riparo a' tuoi delitti». E Scevino Flavio tribuno: — Nessun -soldato ti fu più fedele sinchè il meritasti; presi ad odiarti dacchè -ti vidi assassino della madre e della moglie, cocchiere, istrione, -incendiario»; risposta che ferì Nerone più che tutta la congiura. Il -console Giulio Vestino, malvoluto da Nerone ma da nessuno imputato, -adempite le funzioni della sua carica, banchettava molti amici, quando -gli si annunzia che un tribuno lo cerca: esce, è chiuso in una camera, -svenato senza un lamento, e a' suoi convitati solo a tardissima notte -si concede partire. Parenti, figli, precettori, servi furono spesso -avvolti nella condanna. I tempj intanto sonavano di grazie, e i -prossimi degli uccisi affrettavansi ad ornar di fiori le case, e baciar -la mano a Nerone, il quale non men che di supplizj, fu prodigo di -ricompense. - -Il senatore Trasea Peto, serbatosi come un vivente raffaccio di -tanta contaminazione, avea saputo tacere quando tutti collaudavano; -uscì dal senato quando vi si deliberava sul discolpare l'assassinio -d'Agrippina; non assistette ai funerali di Poppea; non applaudiva alle -scede imperiali; faceva insomma la resistenza che può ogni onest'uomo -in qualunque ribaldo governo. Venerato dal popolo e dalle provincie, -quando si vide accusato esortò la moglie Arria a serbarsi in vita per -la figlia loro; e fattesi aprir le vene, chiamò il questore che gli -aveva portato la condanna, acciocchè lo contemplasse morente, — Poichè -(diceva) siamo in un secolo ove importa ingagliardirsi con grandi -esempj». - -Con Peto, erasi accusato Trasea Sorano; e Servilia figliuola di questo -ricorse agli indovini per sapere qual sarebbe la sorte di suo padre. -Gliene fu fatta colpa, e un accusatore al Tribunale le appose d'aver -venduto le sue gioje da nozze e fin la collana, per usare il denaro -a cerimonie misteriose. Ma ella, inavvezza ai tribunali e sbigottita -d'avere accresciuto il pericolo di suo padre, lungo tempo non potè -che piangere, poi abbracciando gli altari, — Nessun nume infernale ho -io invocato; non feci imprecazioni; unicamente chiesi che la volontà -di Cesare e la sentenza del senato mi conservassero il padre. I miei -giojelli, i miei addobbi, tutti i fregi dell'antica mia fortuna ho dato -a tal uopo; data avrei anche la vita e il sangue. Non ho nominato il -principe che fra gli Dei; e nè tampoco mio padre lo seppe». Padre e -figlia furon messi a morte. - -All'orrore di questi delitti pareva aggiungere flagelli la natura. -Turbini desolarono la Campania, Lione un incendio; la peste mietè -trentamila vite in Roma. Varj portenti, e singolarmente una cometa, -atterrirono Nerone, il quale, udito che in simili casi volevasi -stornare la maluria con qualche straordinario macello, proponeasi di -scannare tutti i senatori, e conferir le provincie e gli eserciti a -cavalieri e liberti. Sospese il colpo per nuovi trionfi d'artista, -meditando i quali, partì per la Grecia a rivaleggiare co' migliori -citaredi (66). Non trae solo l'abituale corteggio di mille vetture, -e bufali ferrati d'argento, e mulattieri vestiti magnificamente, -e corrieri e cavalieri africani ricchissimamente in arnese; ma un -esercito intero, avente per arma la lira, la maschera comica, i -trampoli da saltimbanco. Un inno cantato da Nerone saluta la greca -riva; il padrone del mondo le concede tutto un anno di gioja e di feste -incessanti; i giuochi Olimpici, gl'Istmici, e quanti si celebravano a -lunghi intervalli, saranno accumulati in dodici mesi. Egli rappresentò -in teatri, gareggiò alla corsa, da' presidenti aspettando in ginocchio -le decisioni; per gelosia fe gittar nelle cloache le statue d'antichi -atleti. Guai a chi è condannato ad esser suo competitore! vinto in -prevenzione, è, ciò non ostante, esposto a tutti i maneggi d'un emulo -inquieto; calunniato in segreto, ingiuriato in pubblico. Uno osa cantar -meglio di Nerone, e il popolo artista di Grecia l'ascolta rapito, -quando gli altri attori lo ghermiscono, lo serrano contro una colonna e -lo sgozzano: ordine del principe. - -Travisato da toro, per le strade violava il pudore e la natura; -pubblicamente sposò un Pitagora, colle cerimonie sacre e civili -praticate dai Romani; poi volle far nozze con un certo Sporo, e -vestitolo da imperatrice col velo nuziale, lo condusse in lettiga per -le assemblee. In compenso degli applausi e della vigliaccheria, regalò -alla Grecia la libertà, che, in tanta immoralità e sotto un tal uomo, -non so che cosa volesse dire nè potesse fruttare. - -Non per ciò metteva sosta alle uccisioni. Avea menato con sè molte -ragguardevoli persone sospette, e per via le fece trucidare. -A Corbulone, il più prode suo generale, specchio di modestia, -disinteresse e fedeltà, mandò ordine di morire; e quegli esclamando — -Lo merito», si trafisse. Molti uccise o condannò perchè coi precetti -o coll'esempio disfavorivano la tirannia. Poi udito che la nauseata -Italia mormorava sordamente, volò a Roma, e perduti i tesori in mare, -disse: — Me ne rifaranno di corto i veleni». Entrò sul carro trionfale -d'Augusto con mille ottocento corone côlte sui teatri, e il senato gli -decretò tante feste che un anno non sarebbe bastato a celebrarle; onde -un senatore osò proporre si lasciasse qualche giorno anche al popolo -per le sue faccende. - -La forza militare rendea possibili tali eccessi: ella sola potea porvi -un termine. Giulio Vindice, stirpe degli antichi re d'Aquitania, allora -vicepretore nella Gallia Celtica, alzò bandiera contro Nerone (67), e -centomila provinciali si unirono ad esso, onde avrebbe potuto ergersi -imperatore. Però Virginio Rufo, semplice cavaliere, ma grandemente -riverito e allora luogotenente dell'Alta Germania, non soffrì che -l'impero si conferisse altrimenti che per voto de' senatori e de' -cittadini, sconfisse Vindice (68) il quale si uccise, ma ricusò lo -scettro offertogli dall'esercito vincitore che dichiarava scaduto -Nerone. - -Costui ode in Napoli siffatte mosse, nè però interrompe i giuochi -del ginnasio; solo al sentire che Vindice l'avea trattato di cattivo -citarista, s'indispettisce, comanda ai senatori di vendicarlo, viene -egli stesso a Roma, e tra via vedendo scolpito sopra un monumento -un soldato gallo abbattuto da un cavaliere romano, ne piglia fausto -augurio e coraggio. Pure non osando presentarsi al popolo o al senato, -raccoglie ed ascolta alcuni primati, poi passa il giorno a mostrar loro -certi nuovi organi idraulici, di cui voleva fare esperimento in teatro, -— Se Vindice (soggiungeva) me lo permetta». - -Tra fiacco sgomento, spensierati tripudj e meditate vendette alternando -secondo le notizie, dovette pur muoversi contro i ribelli; ma ebbe -cura di portare strumenti musicali, e cortigiane che da amazoni lo -seguissero. Era grande stretta di vettovaglie, e se ne aspettavano -d'Egitto; quand'ecco approdar navi, ma invece di frumento son cariche -di sabbia pe' gladiatori. Il popolo ne infuria, abbatte le statue di -Nerone; i pretoriani stessi disertano; le sue guardie gli tolgono fin -le coperte del letto e una scatoletta di veleno, preparatogli da quella -Locusta che avea, per ordine di lui, stillato la morte di tanti. Egli -or chimerizza passare nella Gallia, e quivi a ginocchioni propiziarsi -i soldati; ora fuggire tra i Parti; ora dalla tribuna commovere il -popolo coll'eloquenza imparata da Seneca: agli emuli proponeva gli -concedessero la prefettura d'Egitto; se non altro, il lasciassero -andare, che guadagnerebbe sonando. Insultato nei teatri, maledetto da -tutti, egli che avea versato tanto sangue, non possedeva la virtù, sì -comune a' suoi tempi, di versare il proprio. Chiese chi l'uccidesse, -e niuno si prestò; corse per gettarsi nel Tevere, poi si diresse alla -villa del liberto Faone, sopra un ronzino, con quattro servi appena, -ogni tratto in pericolo o in paura. Giuntovi, si fece scavar la fossa, -e intanto andava esclamando: — Che grande artista perisce!» Vile fino -agli estremi, sol quando udì lo scalpitare de' cavalli che venivano per -trarlo alle forche decretategli dal senato, si trafisse, dopo funestato -il mondo per tredici anni e otto mesi. - -Consoliamoci che qui finisce quel progresso di malvagità -degl'imperatori, sebbene ad ora ad ora ne riapparisse qualcuno, -inclinato ad emularli. Ma qui pure può dirsi finita la storia delle -insigni famiglie romane. L'aristocrazia patrizia era stata decimata -dalle proscrizioni; salì al suo posto una nobiltà di famiglie nuove -arrivate alle dignità: ma Tiberio cominciò, Caligola proseguì, Nerone -compì la loro ruina, spogliando e trucidando i ricchi, disonorando i -poveri. Quei che sopravissero, terminarono il proprio crollo colla -scostumatezza; e sebbene la vanità nobiliare non fosse dissipata, -pure difficilmente si potrebbe seguirne la storia traverso alla -confusione dei nomi, alle adozioni moltiplicate, al vezzo di cangiare i -soprannomi. - - - - -CAPITOLO XXXIV. - -Prosperità materiale e depravazione morale. Lo stoicismo. - - -A questo abbandonarci sulle particolarità della vita d'individui, il -lettore si accorge che a mutate fonti attingiamo. In tempi liberi -la patria primeggia, e l'uomo in quella s'eclissa: nella monarchia -gli occhi del vulgo s'arrestano sopra un uomo, e la storia, che sì -spesso è vulgo, se n'appaga, e invece della nazione ci offre la vita -de' suoi capi, sovra i quali è ormai concentrata l'attività. Ciò si -scosta affatto dal nostro proposito: ma primamente in quegl'imperatori -s'incarna ciò che noi cerchiamo, vale a dire la vita e la società; -inoltre abbondiamo di materiali, offertici da due cronisti molto -differenti tra loro, Svetonio e Tacito. - -Il primo, indefesso raccoglitore di anticaglie, possedeva l'anello -d'un imperatore, il sigillo dell'altro, una statuina appartenuta ad -Augusto; e con altrettanta cura spigolò aneddoti sui dodici Cesari; -e come quelle negli armadj, così questi distribuì per categorie di -vizj e virtù. Così disgiunti dai fatti che produssero e che vi danno -significazione e valore, non ci rivelano la condizione del principe nè -dello Stato: e l'autore, al modo degli aneddotisti, impicciolisce ogni -cosa, non ha indignazione pel vizio, non entusiasmo per la virtù; sotto -al ridicolo allivella tutte le riputazioni, dileguandone e il terrore -e l'ammirazione. Di Cesare non indovina i magnanimi intenti e trasvola -le grandi imprese, mentre riferisce le satire e le canzonaccie con cui -il vulgo si vendicava della gloria di esso. Non s'accorge tampoco che -da Cesare a Domiziano siasi cambiato il mondo: ma freddo, laconico, -ci ritrae il viso di ciascun imperatore, il portamento, il vestire, le -follie; a che ora pranzasse, e quanti e quali piatti; che mobili avesse -in casa, che motti gli uscissero, che oscenità lo dilettassero; ogni -cosa senza velo, nè spirito, nè riflessioni. - -Tutta di riflessioni invece Tacito intesse la storia degl'imperatori, -non tanto narrando gli avvenimenti, quanto facendo considerazioni -sopra di essi, e più sopra la vita politica e le relazioni del -principato col popolo: nessuno per piccolo ne racconta senza risalire -alle lontane cause[118] e svolgerne le conseguenze, a rischio di -eccedere in arguzia e raffinatezza col veder remote e complicate -ragioni anche negli atti i più semplici. Argutissimo scrutatore dei -labirinti del cuore umano, vi penetra per via degl'indizj esterni; -primo egli che conducesse la storia a quadri interiori e di costumi, -cercando le pareti domestiche non meno che il fôro e il campo, e tutto -drammatizzando con inarrivabile abilità. Allevato dai declamatori e -dagli stoici, ne contrasse ammirazione per le aspre virtù antiche, -passione per la libertà, concepita nelle viete forme patrizie[119], -fastidio del depravamento d'un impero, dove si ricordava la libertà e -tolleravasi la servitù, dove le tradizioni gloriose non impedivano una -sordida degradazione; e antico originale di moderne finezze politiche, -guarda con occhio tanto fosco da parer rigoroso fin verso un secolo -così perverso. Onesto di cuore, veritiero anche nell'enfasi, giudica -con una morale indipendente, benchè in tempo che riputavasi più giusto -ciò ch'era più forte, _id æquius quod validius_; alla virtù anche -soccombente fa omaggio, flagella il vizio quantunque potente, sapendo -che la storia non è solo un gran dramma, ma una gran giustizia. - -La morale dignità dello scrittore adunque e l'alta meta propostasi -campeggiano in quelle pagine, meditate lungamente, ritemprate dalla -sventura, colorite da sublime tristezza; ove piace e giova il vedere -un autore, immacolato fra tanta corruzione, attestare che v'è in noi -qualcosa che i tiranni non possono svellere, neppur colla vita; che -uno può esser grande anche sotto principi malvagi; e che tra l'abjetta -servitù e la pericolosa resistenza c'è una via scevra di rischi e -di bassezze[120]. Colla tetra maestà del suo racconto, colla critica -amara, coll'opposizione affatto insolita ai Latini, com'era insolito -quello stile muscoloso, dove spesso un giudizio è espresso con una -sola parola, ed ogni parola ha la ragione d'esser collocata a quel -modo, egli ci ritrae al vivo una corruttela, a dipinger la quale -siamo ajutati anche da storici minori, da satirici, da poeti, così da -trovarla grande quanto l'impero romano. - -Da costoro possiam dedurre la storia d'una famiglia, la Giulia: e -quale catena di misfatti in essa! Abuso di adozioni e di divorzj vi -mescola sangue e nomi, donne di tre o quattro mariti, imperatori di -cinque o sei mogli. Augusto sposa Livia Drusilla, incinta d'un altro: -Livia Orestilla menata da Caligola, dopo pochi giorni è ripudiata, -dopo due anni esigliata: egli stesso toglie al marito Lollia Paolina -perchè l'ava di lei ebbe vanto di bellezza, e poco stante la rinvia, -proibendole d'accoppiarsi ad altri, finchè Claudio le spedisce ordine -d'uccidersi. Un Druso è avvelenato da Sejano, un altro riceve ordine di -morire, un terzo è ucciso in esiglio. Agrippa Postumo al cominciare del -regno di Tiberio, Tiberio il giovane a quel di Caligola, Britannico a -quel di Nerone, sono immolati per sicurezza del principe. - -Domizio Enobarbo, padre di Nerone, si piglia spasso a lanciare di -furia il carro contro un fanciullo; ammazza uno schiavo che non beveva -abbastanza; in pieno fôro cava un occhio ad un cavaliere; pretore, ne' -giuochi ruba i premj. Giulia madre, dopo tre matrimonj, è sbandita dal -genitore Augusto per dissoluta, poi dal marito Tiberio lasciata morir -di fame; Giulia figlia, convinta di adulterio, perisce in un'isola dopo -vent'anni d'esiglio. Giunia Calvina è da Claudio sbandita, per incesto -col fratello Silano: ne sono infamate le sorelle di Caligola; ed una -di esse, bagascia del fratello, è assunta dea, mentre gli amanti di -tutte queste son mandati a morte, in vigore delle antiche leggi tutrici -della moralità. Drusillina di Caligola è con lui trucidata d'appena due -anni: Claudio getta ignuda sulla soglia della moglie una fanciulla che -crede adulterina. A questo si ascrive a lode il non aver menato donna -che fosse d'altri: ma al par di Caligola ebbe cinque mogli, fra cui una -Messalina e un'Agrippina, nomi che fin oggi personificano il peggior -fondo cui possa scendere quel sesso. Messalina fa esigliare ed uccidere -Giulia di Germanico ed un'altra nipote di Tiberio: una Lepida, parente -de' Cesari, gareggia con Agrippina in bellezza, opulenza, impudicizia, -violenze, e questa la fa ammazzare. - -Entri nel palazzo de' Giulj? potranno mostrarti la cripta ove fu -trucidato Caligola; il carcere dove si lasciò consumar dalla fame il -giovane Druso, rodendo la borra delle coltrici, ed avventando contro -Tiberio imprecazioni, che questi faceva raccôrre per poi ripeterle in -senato: in questa sala Britannico bevve la sportagli tazza, e morì -sull'atto; in questo conclavio Agrippina tentò d'amore il proprio -figliuolo, che in quel giardino palpò curiosamente il cadavere di essa. - -Una casa sola! ed erano divi e dive, esposti allo sguardo di tutti, -protetti dalla memoria di grandi progenitori. Nè di meglio troveremmo -fra altri lari; nella casa d'Agrippa, ove «sola Vipsania morì di -buona morte, gli altri o si seppe di ferro, o si tenne di veleno o di -fame»[121]; nei palagi patrizj, ove si aspettava dai Cesari l'invito -ora di prostituirsi ora d'uccidersi; nell'officina di Locusta, gran -tempo strumento importante nel regno[122], ove si veniva a provvedere -o filtri per innamorare, o abortivi, o tossico per accelerare la -vedovanza e l'eredità; in ciascun palazzo, dove sono altrettanti uomini -quanti schiavi[123], i quali o concertandosi scannano i padroni, o ne -denunziano agl'imperatori ogni atto, ogni pensiero. - -Tacito ci mostra diciannovemila rei di morte, che combattono sul -lago Fúcino in quella pazzia di Claudio. Quando quest'imperatore -ripristinò il supplizio de' parricidi, in cinque anni v'ebbe più -condanne siffatte che non in molti secoli, e Seneca assicura essersi -veduti più sacchi che croci[124]: quarantacinque uomini e ottantacinque -donne furono condannati per avvelenamento. Così frequenti ricorrevano -i supplizj, che si levarono le statue dal luogo dell'esecuzione, per -non essere costretti a velarle ogni momento. Papirio, giovincello di -gente consolare, fu dalla madre col lusso e colla seduzione spinto -in tali disordini, che colla morte si sottrasse al rimorso. Lepida, -figlia degli Emilj, nipote di Silla e di Pompeo, accusata d'adulterio, -di supposta prole, di avvelenamento, di sortilegio, viene al teatro -col corteo di tutte le nobili matrone, e invocando gli avi commove -il popolo contro il marito accusatore: eppure per deposizione degli -schiavi è convinta rea, e bandita. Quasi in ogni famiglia (dice -Plutarco) v'ha molti esempj di figliuoli, di madri, di mogli uccise; i -fratricidj sono senza numero. - -Quel pudore, che è custodito da una felice ignoranza, come potea -durare in Roma, dove giovinetti d'ambo i sessi stavano rinfusi nelle -prime scuole; nei bagni lavavansi impuberi e vecchi alla mescolata -con donzelle e matrone; priapi si ostentavano sulle vie o pendevano -dal collo delle bambine; le case erano adorne di sfacciate nudità? -Alle fanciulle davansi a leggere gli antichi comici, impudentemente -osceni; e gli epigrammi di Marziale erano conosciuti perfin dalle -caste Padovane. All'inverecondo tripudio nei Lupercali, alle veglie -di Venere[125], alle danze delle cortigiane correnti nude in onor di -Flora, assisteva la matrona colla figlia, non meno che ai teatri dove -gli spettatori poteano domandare che le attrici si snudassero, o si -rappresentavano i deliquj della prostituzione; che più? le bestiali -nozze di Pasifae furono prodotte nell'anfiteatro di Tito, presenti -ottantamila spettatori[126]. - -I ricchi per voluttà, i poveri per necessità, alle gioje tranquille con -che il matrimonio compensa i sacrifizj di due cuori onesti, preferivano -le tempeste della mercenaria promiscuità o d'un celibato licenzioso. -Contro di questo, nell'anno 9 di Cristo, Augusto promulgò la legge -_de maritandis ordinibus_, che, per singolare testimonianza della sua -necessità, porta il nome di due consoli smogliati, Papio e Poppeo. -Voleva essa che, se l'uomo a venticinque, la donna a vent'anni non -avessero prole, conseguissero la metà solo delle eredità e dei legati, -il resto all'erario; per consoli si preferisse chi ricco di figli; chi -in Roma ne contasse tre, quattro in Italia, nelle provincie cinque, -restasse immune da servizj personali; partorito tre volte, la donna -latina divenisse cittadina romana, la romana ingenua fosse sciolta -dalla tutela del marito; la liberta dopo quattro, sicchè potesse far -testamento, amministrare il suo, adire eredità[127]. - -Augusto, radunati i cavalieri come solevasi pel censo, lodò quei -pochissimi che avevano adempito ai voti della natura e del civile -governo, e meritato il nome d'uomini e di padri, e promise loro le -cariche principali; i celibi rimbrottò come rei d'assassinio, impedendo -la vita ai futuri; d'empietà, perchè lasciavano perire il nome degli -avi; di sacrilegio, perchè scemavano il genere umano; e li minacciò di -gravi ammende se entro un anno non obbedivano alla legge. Ma corruzioni -così profonde, così radicato egoismo si guariscono per leggi? I -cittadini, che eransi rassegnati alla perdita delle libertà politiche, -resistettero a questa riforma de' costumi, poi la elusero con isposare -impuberi, sperdere i concetti, esporre i nati; moltiplicandosi così -le vittime, ed empiendo di delatori i penetrali domestici, tanto che -Tiberio la dovette modificare. I divorzj poi erano talmente cresciuti, -da parere un legale adulterio[128]; e a pena davasi un matrimonio -incontaminato[129]. - -Dione racconta che ogni dama teneasi accanto schiavi ignudi; altre -uscivano accompagnate da giovani scostumati; e neppur la castigata -lingua del Lazio basta a velare le turpitudini, di cui le imputa -Giovenale. Tacito ci mostra le matrone scendenti nell'arena coi -gladiatori, o prostituentisi a gara colle sciupate, o dantisi agli -schiavi con tal furore, che si dovette opporvi rimedj che lo attestano, -nol corressero[130]. Nell'anno 19 di Cristo, il senato interdiceva -che le vedove, le figlie e nipoti d'un cavaliere romano si facessero -matricolare fra le meretrici: divieto inesplicabile, se Svetonio e -Tacito[131] non c'informassero che con ciò voleano sottrarsi alle -pene della dissolutezza. E poteva di meglio aspettarsi ove regnava la -meretrice Actea? ove la meretrice Poppea accusava Ottavia d'adulterio -per invaderne il talamo? ove le belle erano ornate per rallegrare -un'orgia dell'imperatore, e domani esser gettate come la corona dei -papaveri? - -L'accordo della voluttà colla crudeltà notammo altra volta come -carattere della civiltà pagana. Dei gladiatori abbiam già detto -assai (t. ii, p. 87). Dall'India e dall'Africa si conduceano belve -a dare spettacolo di stragi al popolo, costretto dai tempi alla -pace. L'usanza crebbe sin al farnetico; e a grande spesa andavasi a -caccia di leoni, d'elefanti[132], di jene, di coccodrilli, pensando -artifizj da accalappiarli senza ferirli. Gran perfezione aveano -conseguita i mansuetarj, che per via d'amuleti, o più veramente colla -fame, assoggettavansi le fiere e le avvezzavano a combattimenti o -a giuochi bizzarri, come elefanti a lanciar armi, tracciar lettere -colla proboscide, fin ballare sulla corda; pesci venire alla chiamata; -leoni pigliar lepri in caccia e non mangiarle; aquile levarsi a volo -con un ragazzo fra gli artigli. Augusto, nel suo _Indice_, vantasi -d'aver fatto uccidere quasi tremilacinquecento fiere nel circo, nel -fôro e nell'anfiteatro: ducento leoni caddero ne' giuochi preseduti da -Germanico; novemila bestie per dono di Tito, mescendosi anche le donne -agli ammazzatori: ne' giuochi di Trajano, durati cenventitre giorni, si -diè morte a millecento bestie; a diecimila in quelli d'Adriano; e Probo -fece correre mille struzzi ed altri animali in proporzione, nel circo -piantato a modo di foresta. - -Sarebbero follie come quelle d'altri secoli, se non ricordassimo che le -fiere combatteano con uomini; se non ci raccontassero gli storici che -dal buon Marco Aurelio fu presentato al popolo un leone, _educato_ a -mangiar uomini, e il facea con sì bel garbo, che il popolo ad una voce -implorò dall'imperatore gli desse la libertà. Ma fin sul teatro, se -rappresentasi l'_Incendio_ dell'antico Afranio, si appicca vero fuoco -alle case, e agl'istrioni lasciasi arbitrio di saccheggiarle[133]: con -un vero supplizio finisce il dramma di Prometeo, dove un Laureolo, -inchiodato alla croce, è divorato da una belva; in un altro, Orfeo -è straziato da orsi veri in luogo delle Baccanti; uno è bruciato per -figurar Ercole sul monte Oeta; un altro, mutilato ad imitazione di Ati; -lacerato da un orso un Dedalo, che ben vorrebbe aver le ali: l'eroismo -di Muzio Scevola è riprodotto da uno schiavo, condannato a lasciar -bruciarsi la mano. E queste scene racconta e ammira Marziale[134]. - -Nè già si tratta d'un popolo ignorante e grossiero; anzi la coltura -e l'urbanità v'erano al colmo. Le più forbite poesie, le storie -più insigni correvano per le mani, colla prurigine della novità; il -vulgo riceveva cibo non faticato, assisteva a gratuiti spettacoli -d'inenarrabile magnificenza, pei quali traevansi gladiatori dalla -Germania, reziarj dalla Gallia, leoni dall'Atlante, giraffe, -rinoceronti, boa dalla Nigrizia, ballerine da Cadice, pantomime dalla -Siria; e dopo essersi soleggiato sotto portici stupendi d'arte e di -ricchezza, esercitato nel Campo Marzio fra monumenti che sono tuttora -la meraviglia di chi guarda e la scuola di chi conosce, ottocento terme -l'aspettavano a tergersi mollemente, onde poi presentarsi al teatro a -riscuotere gli omaggi dei re stranieri. Nell'anfiteatro si può irrorare -gli spettatori con una pioggia profumata, si spolvera con ambra ed oro -l'arena del circo, ove il popolo parteggia per gli attori, versando in -tali gare il sangue, che un tempo scorreva per l'acquisto dei civili -diritti. - -La folla dei liberti, cacciatisi fra il numero dei cittadini nella -guerra civile, v'avea portato le seduzioni delle ricchezze male -acquistate, l'insolenza del villan rifatto, gli abusi dell'improvvisa -e ineducata fortuna. Antichi signori, sopravissuti alla guerra e alle -proscrizioni, dopo segnalatisi per ambizioni, intrighi, giudizj e -giuramenti falsi, e per ispregio del popolo e della religione, della -presente nullità si consolavano in un epicureismo femmineo, di cui -era tipo Mecenate, scrittore e consigliere d'Augusto, avvolto in -abbigliamenti donneschi, scortato da eunuchi, cercante emozioni nel -vino e nei moltiplicati divorzj[135]. Anche i buoni, esclusi dallo -esercitar l'ambizione nelle magistrature, e timorosi di recare ombra -ai monarchi, limitavansi a sguazzare in lusso privato, e ubriacarsi -nei godimenti, come chi non vuol ricordarsi della spada per un filo -sospesagli di sopra il capo. Mentre centinaja di servi, macchine -intelligenti, faceano per loro ogni cosa, dalla cucina fino ai versi, -essi beavansi d'ozj voluttuosi al fôro, per le basiliche, nei bagni. Se -la lana apula e spagnuola è troppo pesante, gl'Indiani e i Seri mandano -vesti di seta trasparenti; recasi in pugno una palla di cristallo per -non sudare; le sale de' banchetti sono intepidite da bocche di vapore; -le finestre, riparate con pietre speculari. - -Seneca, andato a visitare a Patria la villa Linterno ch'era stata -di Scipione Africano, non rifina sulla differenza tra la semplicità -di quella e il lusso odierno. — Quel terror di Cartagine, di cui è -merito se Roma una volta sola fu presa; in questo piccolo e oscuro -bagno lavava il corpo stancato dalle rusticali fatiche, stette sotto -questo tetto così misero, lo sostenne questo pavimento così vile: or -chi soffrirebbe di lavarvisi? Povero e abjetto uno si stima se le -pareti non rifulgano di grandi e preziosi tondi marmorei; se marmi -alessandrini non sieno variegati con incrostamenti numidici; se non -sieno coperte da musaici a guisa di pitture; se la pietra tasia, -un tempo raro spettacolo in qualche tempio, non circondi le nostre -piscine, ove tuffiamo i corpi esinaniti dal sudore; se l'acqua non -fluisce da pispilli d'argento. E ancora parlo de' plebei: che dire dei -bagni de' liberti? quanta spesa nelle statue, nelle colonne che nulla -sostengono! quanto fragoroso cascar di acque per iscaglioni! Tanto ci -piacemmo di delicature, che non vogliam calcare se non gemme. In questo -bagno di Scipione apronsi piuttosto feritoje che finestre nel muro -di pietra: ma ora chiamansi da nottole i bagni se non siano acconci -in modo che per ampie finestre ricevano il sole, se dal bagno non si -vedano le campagne e il mare. Una volta tutto era più semplice; ma -quanto rialzava l'introdursi in quei bagni grossolani, che sapeasi aver -preparati per te Catone o Fabio Massimo o alcun de' Cornelj! perocchè -nobilissimi edili si assumevano l'uffizio di entrar ne' luoghi dove -accorreva il popolo, ed esigerne la nettezza e una temperatura utile e -salubre, non questa d'oggi, simile ad incendio; per modo che ci sa di -rozzo Scipione che non ammetteva nel suo tepidario la luce per grandi -finestre, nè si facea cuocere nel bagno. V'ha di più: non si lavavano -tutti i giorni, ma solo le braccia e le gambe, insudiciate dal lavoro; -tutt'il corpo, ogni otto dì. Come avran puzzato! Sì; puzzato di fatica, -di milizia, d'uomo: ora, introdotti i bagni più netti, siam più sporchi -in grazia de' tanti unguenti, che fin due o tre volte al giorno si -rinnovano, talchè si sa non di se stessi, ma di pomata»[136]. - -Non sarem noi certamente che declameremo contro queste comodità belle -e buone; ma somigliano a novelle orientali i racconti delle ricchezze -e del lusso d'allora. Lollia comparve ad un banchetto con indosso -per otto milioni di perle, frutto de' rubamenti di suo avo, vittima -ch'era stato d'Agrippina. Uno, deplorando le gravi perdite sofferte -in tempo della guerra civile, lasciò morendo quattromila centosedici -schiavi, tremila seicento paja di bovi, ducencinquantamila capi d'altro -bestiame, e dodici milioni di lire, non calcolando i terreni[137]. -Crispo da Vercelli possedeva quaranta milioni di lire nostre; sessanta -il filosofo Seneca; cinquanta l'augure Cneo Lentulo e Narcisso -liberto di Claudio; ancor più Icelo favorito di Galba: Palla, altro -liberto di Claudio, radunò tali ricchezze, che riducendole a terreni -avrebbero coperto la trecencinquantesima parte della Francia[138]. -Secondo Plinio, i beni da Nerone confiscati a sei ricchi costituivano -metà dell'Africa proconsolare[139]. Più tardi abbiam da Vopisco -che Aureliano depose in una villa privata dell'imperatore Valeriano -cinquemila schiavi, duemila giovenche, mille cavalle, diecimila pecore, -quindicimila capre[140]: sicchè non è più declamazione esagerata quella -di Seneca ove dice che provincie e regni bastavano appena a pascolar -le mandre di taluni, i cui schiavi erano più numerosi che belliche -nazioni, la casa più vasta che città[141]. - -Nerone consumò ottocento milioni in donativi; Caligola -cinquecencinquanta; settanta milioni Domiziano nella sola doratura del -Campidoglio[142]. Poi venne il farnetico de' profumi: l'Arabia non -stillava incensi bastanti pei funerali degl'imperatori; Adriano, ad -onore della suocera e dell'antecessore suo, regalò incredibile copia -d'aromi a tutto il popolo, e fece scorrer balsami per le scene e pei -giardini; Elagabalo nuotava in piscine miste d'essenze, e profondeva a -caldaje il nardo[143]. E fuori e dentro, il corpo aspergeasi d'aromi: -perfino i guerrieri ai giorni solenni ungevano le bandiere e le aquile, -e profumavano se stessi di preziosità: reputavasi lode ad una donna -se, passando, colla fragranza adescasse fin quelli che ad altro stavano -intenti[144]. - -Il trattato delle pietre preziose, che Plinio desunse da uno di -Mecenate, mostra quanto più di noi avessero raffinato questo lusso. -Le dita, dal medio in fuori, s'empivano di anelli[145]; di gemme si -facevano le tazze; e singolare stima godeano i vasi murrini, venuti -dalla Caramania e dalla più interna Partia[146]. Anche le perle aveansi -in pregio, e le donne se ne ornavano, anzi caricavano testa, collo, -petto, braccia, fin le pianelle; Caligola n'andava ingombro, e ne -fregiava le prore delle navi, come Nerone i letti di sue lussurie; -eppure si pagavano il triplo dell'oro sulle rive del golfo Persico -e di Taprobana (Seilan)[147], ed una sola fu comprata sei milioni di -sesterzj. - -A peso d'oro pagavasi la seta; onde allorchè Giulio Cesare fece -velare il suo teatro di quella stoffa, i soldati tumultuarono, quasi -n'esaurisse l'erario; e di barbarica morbidezza fu appuntato Claudio, -perchè sotto un padiglione serico coronò due re dell'Asia[148]. -Tuttavia se ne allargò l'uso, ad onta delle prammatiche di Alessandro -Severo ed Aureliano. Dalla Persia la traevano, come anche tappeti di -Babilonia variopinti; un de' quali da un imperatore fu pagato quattro -milioni[149]. - -Le tele d'India erano pure cercatissime; l'avorio dell'Etiopia e -della Trogloditide, e massime dell'India ornava i tempj, le sedie -dei magistrati curuli, i mobili e le soffitte de' ricchi; e tanto -crebbe il consumo, che più non se ne trovando, doveansi segare ossa -d'elefanti. Nè meno ambiti erano l'ebano e il cedro d'Africa; vascelli -egizj sferravano apposta dalle cale di Berenice per andarsi caricare -di testuggini lunghesso l'Africa; e più in delizia erano quelle color -d'oro dell'Oceanitide, isola alle foci del Gange. - -Tutte poi le provincie s'avaccino a mandare a Roma quel che di meglio -producano: papiro, vetri, lino l'Egitto; frutti e piume l'Africa; -tappeti la Mesopotamia; lane fine, cere e miele la Spagna; la Gallia -panni, bestiame, olio, lavori di ferro, di rame, di piombo, di -stagno; cuoj e pesce salato il Ponto, stagno la Britannia; i mari -settentrionali l'ambra, di cui portavansi addosso figurine da costar -più d'un uomo[150]; la Grecia finissimi tessuti, lavori artistici, e -quel pedante, arnese speciale nelle case d'allora, che ne' corteggi -compariva insieme colle meretrici e coi bagascioni, che sapea tutto, -che facea tutto, dai servigi di lenone all'educazione dei figli, -che soffriva con pari longanimità i favori e gli strapazzi, purchè -potesse godere l'onor de' banchetti e della conversazione signorile. -Romano di conto sarà quello che usi lane dell'Attica e di Mileto, le -meglio pregiate dopo le nostre di Taranto, porpore di Laconia, panni -d'Arsinoe, tappezzerie d'Alessandria, vetri di Diospoli, papiro del -Nilo, bronzi di Corinto, formaggi dell'Asia Minore, miele del monte -Imetto, cere e stoffe dell'Egeo, stoviglie di Copto e della Lidia. -Aggiungete altro oggetto d'esecrabile lusso, gli eunuchi, viziosi -stromenti del vizio; e dieci milioni fu pagato uno da Sejano[151]. - -Questo lusso gigantesco insieme e miserabile, espressione d'un -raffinamento materiale che non istà in proporzione col morale, il -despotismo lo fomenta, acciocchè la mollezza e i godimenti distraggano -dal sentire la tirannia, l'egoismo lo volge ai triviali diletti della -gola. Cinque pranzi il giorno si facevano, vuotando lo stomaco per -rimpinzarlo di nuovo. Gareggiavano d'avere i pesci più rari e più -grossi, ne tenevano vivaj, costituivano magistrati sopra l'impedire che -alcuni se ne allontanassero dai lidi; talvolta si mettevano in tavola -vivi, acciocchè le varie gradazioni che dava ai loro colori l'agonia, -ricreassero i convitati, che, un istante dopo esserseli sentiti -guizzar sotto la mano, li godevano conditi. Calliodoro vendè un servo -milletrecento denari onde comprarsi una triglia di quattro libbre[152]: -un altro spese tremila sesterzj per comperare tre barbi: essendone -regalato uno a Tiberio, questi il credette di troppo valore e mandollo -a rivendere, e Ottavio lo pagò cinquantamila sesterzj. Quest'Ottavio -era l'emulo d'Apicio, il quale fu maestro e tipo di ghiottornia in -Roma[153], e poichè ebbe consumato tesori alla tavola, si uccise per -non trovarsi ridotto a vivere con soli dieci milioni di sesterzj (2 -milioni di lire)[154]. Il cuoco pertanto era il servo più considerato; -la squisitezza dei banchetti, primaria occupazione degli schiavi. -Poi repente il ricco vuol assaggiare la povertà, e in una cameruccia -soffitta mangia s'un tagliere per terra[155]; e si giudica meravigliosa -invenzione il fondere la tartaruga in modo che sembri legno, e così -aver mobili che valgano mille volte più di quel che mostrano. - -Perocchè non è tanto alla gola o alla mollezza che vogliasi soddisfare, -quanto al farnetico dello straordinario (_monstrum_). Da qui le -bizzarrissime fantasie degli imperatori e dei privati; le effigie -colossali, repugnanti a quella _misura_ che avea costituito la -finezza dell'arte greca; e il gigantesco ponte di Caligola, e venti -cavalli aggiogati al carro di Nerone, e il suo smisurato palazzo -con statue smisurate; e più ammirato ciò che più esorbitava. Da qui -volere all'inverno rose, neve all'estate; e cercare il vizio per -lo scandalo che produce[156]. Agrippina pagò milleducento lire un -usignuolo. Caligola non di rado stemperava le perle ne' suoi bicchieri, -o faceva servire in piatti d'oro, che poi distribuiva ai convitati; -molti giorni seguitò a lanciar dall'alto somme d'oro al popolo; fece -compaginare galee di cedro con vele di seta e prore d'avorio ornate -di margarite; trasportare d'Egitto un obelisco sovra un vascello sì -grande, che quattro uomini appena ne abbracciavano l'albero. Nerone ha -tappeti babilonesi che valgono quattro milioni di sesterzj, oltre la -tazza murrina da trecento talenti; nei funerali d'una scimia spende -i tesori d'un ricco usurajo da lui esigliato; in que' di Poppea, -più cannella e cassia che in un anno non ne produca l'Arabia. Vasi -preziosissimi quanto fragili devono solleticare il gusto col pericolo -di vedere a un tratto perire un tesoro: una tavola di cedro costò a -Cetego trecentomila lire. Per la ragione stessa aveasi a noja la luce -diurna[157], e Pedo Albinovano ci racconta di avere abitato sopra -la casa di Spurio Papino, che era di cotesti lucifugi. — Verso la -terz'ora di notte, sento colpi di scudiscio. Che fa egli? domando. -— Si fa rendere i conti (era il tempo che castigavansi gli schiavi). -Sulla mezzanotte, odo un grido penetrante. Cos'è? — Egli si esercita -a cantare. Verso le due di mattina, — Che fragor di ruote è cotesto? -— Egli esce in calesso. Al levar del giorno si corre, si chiama; -cantiniere, cuciniere sono in moto. Che è, che non è? egli esce dal -bagno, e chiede vin melato»[158]. - -Petronio Arbitro, in un romanzo intitolato _Satyricon_, ci descrive -la vita di Trimalcione, doviziosissimo baggeo, e prosopopea de' tanti -ricchi che lussureggiavano allora a Roma. Parrà forse lungo, non -certamente disopportuno il qui riferirne una cena, spogliandola dalle -interminabili digressioni, e accorciandola d'assai, non senza premunire -contro le esagerazioni consuete dei satirici: - -— Sapete presso chi oggi si fa baldoria? presso Trimalcione, uomo -suntuoso, che nella sala da pranzo ha un oriuolo ed un trombetta, -cioè due schiavi, istruiti ad avvertirlo di tutti i momenti ch'egli -consuma nella vita. Ci rivestimmo lesti lesti, e finchè venisse -l'ora, ci diemmo a ronzare e a trastullarci, entrando pe' circoli -de' giocolieri; quando ad un tratto vedemmo un vecchio calvo, vestito -di palandrane rossiccio e coi calzari, che stava facendo alla palla -con alcuni fanciulli a lunghi capelli[159]. Egli non ribattea la -palla che avesse toccato il terreno, ma un servo ne aveva in un sacco -quante ai giocatori bastassero. Altre singolarità notammo: eranvi due -eunuchi posti in diversi punti del circolo, de' quali uno teneva una -mastelletta d'argento, l'altro noverava le palle che cadeano. E intanto -che ammiravamo cotali splendidezze, Menelao venne a dirci: — Quest'è -colui, presso al quale mangerete. Non vedete che a tal modo principia -la cena?» - -«Ancor discorreva Menelao, quando lo splendidissimo Trimalcione scoccò -le dita, e a questo segno l'eunuco misegli sotto la mastelletta, in -cui esso scaricò la vescica, poi chiese acqua alle mani, e le dita -umide terse sul capo di un ragazzo. Lunga cosa sarebbe descriver -tutto. Entrammo ne' bagni, e al momento che il sudore ci coperse, -passammo al fresco. Trimalcione, tutto strofinato di manteche, faceasi -fregare non con lenzuoli di lino, ma con mantelli di finissima lana. -Tre mediconzoli intanto trangugiavano falerno alla sua presenza, -gareggiando a chi più ne mesceva; e Trimalcione esortavali ne bevesser -pure a josa. Involto quindi in una tovaglia di scarlatto, fu messo -nella lettiga, cui precedevano quattro adorni lacchè ed una carretta -a mano, dove portavasi un mignone vecchio e cisposo, più brutto di -Trimalcione, di cui era la delizia. Il quale così trasportato, e -accompagnato da armoniosi flautini, si avvicinò alla testa di lui, e -come se gli parlasse all'orecchio, canticchiò per tutto il cammino. -Noi, stanchi ormai di maravigliarci, teniam dietro, e insieme con -Agamennone, sofista di casa, arriviamo alla porta, sullo stipite della -quale era inchiodato un cartello con questa iscrizione: _Qualunque -schiavo uscirà senz'ordine del padrone, buscherà cento sferzate_. - -«Sull'ingresso, un portiere vestito di verdechiaro, con cintura -color ciliegia, sbucciava piselli in un vassojo d'argento. Pendeva -sopra la soglia una gabbia d'oro, dalla quale una gazza variopinta -salutava gli avventori. Di tante cose stordito, io fui per cadere e -fracassarmi le gambe, colpa di un cane che alla sinistra dell'ingresso -vicino alla camera del guardiano era dipinto sul muro, legato alla -catena, colle parole cubitali _Guardati dal cane_[160]. Ne risero i -miei colleghi, ma io, raccolto lo spirito, proseguii lungo il muro. -Il luogo ove si vendono gli schiavi era tutto dipinto a cartelloni, -insieme col ritratto di Trimalcione, chiomato, col caduceo in mano, -in atto d'entrare in Roma, e Minerva ne reggeva le redini. Più innanzi -era in figura d'imparare i conti, e più oltre in foggia di tesoriere; -e il bizzarro pittore ogni cosa avea diligentemente rappresentata -coll'iscrizione: sul finir poi del portico eravi Mercurio, che col -mento rialzato lo riponea sopra un alto tribunale. Ivi appresso teneasi -la Fortuna col corno dell'abbondanza, e le tre Parche filando pennecchi -d'oro. Nel portico una partita di valletti veniva esercitata da un -istruttore; e in un grande armadio erano riposti i Lari d'argento, una -statua marmorea di Venere, ed una scatola d'oro grandicella, in cui -diceano venir serbata la barba di esso...[161]. - -«Assorti in tante delizie, andavamo nel triclinio, quando un ragazzo, -a ciò destinato, gridò, — Col piè destro». Noi tremammo che alcun -di noi non passasse col sinistro: ma introdottici tutti per bene, un -ignudo schiavo prostrossi ai nostri piedi, supplicandoci lo liberassimo -dal castigo, meritato con un grave delitto, quale era d'essersi -lasciato rubare ne' bagni l'abito del tesoriere, che poteva valere -dieci sesterzj... Sedutici, de' famigli egiziani altri versavano acqua -diaccia alle mani, altri ci lavarono i piedi, togliendoci con esperta -diligenza ogni bruttura dall'unghie. Nè tale molesto servigio faceano -in silenzio, ma canticchiando: onde mi venne pensiero di provare se -la famiglia tutta cantasse; perciò chiesi a bere, ed ecco un ragazzo -prontissimo, che mi favorì parimenti di un'acida cantilena; e all'egual -modo usava ogni altro, cui qualche cosa fosse chiesta; onde l'avresti -creduto un triclinio da pantomimi. - -«Venne un lautissimo antipasto, e ciascheduno già si era adagiato, -fuorchè Trimalcione, al quale conservavasi il primo luogo, per nuova -disposizione...[162] - -Il suo vaso era di metallo di Corinto, e rappresentava un asinello con -una corba, nella quale da una parte stavano olive bianche, dall'altra -nere. L'asinello era coperto da due scodelle, sul cui orlo si leggeva -il nome di Trimalcione ed il peso dell'argento. V'aveva anche de' -ponticelli saldati, sostenenti de' ghiri conditi con miele e papavero, -e mortadelle caldissime sulla graticola, sotto la quale stavano prugne -siriache, con chicchi di melogranato. - -«Stavamo tra queste morbidezze, quando Trimalcione, portato a suon -di musica, e collocato sopra piccoli guancialetti, mosse il riso di -qualche imprudente, per quella sua testa pelata che sporgeva da un -mantello di porpora; e intorno alla collottola teneva una crovatta -guarnita d'oro, le cui estremità pendevano di qua e di là; nel dito -mignolo della sinistra recava un grande anello dorato, e all'ultimo -articolo del vicin dito uno men grande tutto d'oro, come a me parve, ma -saldato con ferruzzi in forma di stelle. Per mostrarci altre ricchezze -si scoperse il braccio destro, ornato di smanigli d'oro legati in un -cerchietto d'avorio con laminette luccicanti. Come poi con uno spillo -d'argento ebbesi nettati i denti, — Amici (disse), non avevo ancor -voglia di venire al triclinio; ma perchè la mia assenza non vi facesse -troppo aspettare, ho sospeso ogni mio divertimento. Permettete però -ch'io finisca un mio giuoco». - -«Avea dietro un ragazzo con uno sbaraglino di terebinto, e con dadi -di cristallo; e in luogo di pedine bianche e nere, usava monete d'oro -e d'argento. Mentr'egli giocando avea distrutta la schiera opposta, e -noi eramo ancora all'antipasto, una tavola fu portata con una cesta, -entro cui una gallina di legno colle ale distese in cerchio, come -quando covano. Tosto due schiavi, a strepito di musica, si posero a -frugar nella paglia, e toltene alcune ova di pavone, distribuironle -ai convitati. Trimalcione voltandosi disse: — Amici, ho ordinato si -mettessero sotto questa gallina delle ova di pavone; e temo, per bacco, -non abbiano già il feto: proviamo tuttavia se sono bevibili»[163]. Noi -prendemmo de' cucchiaj non men pesanti di mezza libbra, e rompemmo le -ova; ma erano di pasta, ed io fui quasi per gittar il mio, sembrandomi -contenesse il pulcino: poi, udendo da un vecchio commensale che alcuna -cosa di buono doveva esservi, continuai a rompere il guscio, e ritrovai -un grasso beccafico contornato dal torlo dell'ovo sparso di pepe. - -«Trimalcione aveva già sospeso il giuoco, e d'ogni cosa richiesto, -ed a voce alta data a ciascuno facoltà di bere novamente il vino col -miele; quando ad un tratto l'orchestra diè un segno, e i cibi del -primo servizio furono cantando rapiti dagli stessi sonatori. In mezzo -a questo battibuglio cadde a caso una scodella d'argento, ed uno -schiavo la raccolse dal pavimento; ma Trimalcione avvedutosene lo fece -schiaffeggiare, e comandò la gettasse: il credenziere tra le altre -lordure la scopò via... - -«Recaronsi allora bottiglie di vetro perfettamente turate, su cui era -scritto, _Falerno d'Opimio, d'anni cento_[164]. Intanto che leggevamo -le etichette, Trimalcione battendo le mani esclamò: — Ohimè! ohimè! il -vino dunque vive più vecchio dell'omiciattolo? e noi dunque facciamone -gozzoviglia. Il vino è vita. Ve lo do per vero d'Opimio: jeri nol feci -mescere sì buono, benchè i convitati fossero più cospicui». Mentre noi -si beveva ammirando le squisite magnificenze, un servo portò una figura -d'argento accomodata in modo, che da ogni parte se ne volgevano gli -articoli e le vertebre col rallentarle... - -«Tenne dietro agli applausi una portata, non grande quanto credevasi, -ma la cui novità trasse gli occhi di tutti. Era in forma d'una credenza -rotonda, con in giro le dodici costellazioni, sulle quali il cuciniere -avea posto cibi convenienti alla figura: sull'ariete i ceci di marzo, -sul toro un pezzo di bufalo, testicoli e reni sopra i gemelli, una -corona sul cancro, sul leone un fico d'Africa, sulla vergine una vulva -di troja lattante, sulla libbra una bilancia che da una parte conteneva -una torta e dall'altra una focaccia, sullo scorpione un pesciatolo -di mare che porta quel nome, sul sagittario un gambaro marino, sul -capricorno una locusta marina, sull'acquario un'anitra, sui pesci due -triglie; in mezzo poi v'era un cespuglio d'erbe, con sopravi un favo. - -«Il famiglio egiziano recava intorno il pane sopra un tamburino -d'argento, egli pure con pessima voce canticchiando una goffa canzone -sul laserpizio. Noi ci acconciavamo tristamente a quelle trivialità, -ma Trimalcione disse: — Ceniamo, che tale è l'ordine della cena». Così -detto, sopragiunsero alcuni, i quali ballando un quartetto a suon di -musica, scoprirono la parte superiore di quel credenzino, e allora -vedemmo per di sotto, cioè in un altro servizio, ventresche e grassi -circondanti una lepre coll'ale, che pareva il cavallo Pegaso; e ai -canti quattro satiretti, dai cui ventri versavasi un liquore impepato -sopra i pesci, i quali pareano nuotar nel mare. Applaudimmo, facendo -eco ai famigli, e lietamente assalimmo quelle squisitezze. Trimalcione -contento del buon ordine, — Trincia», esclamò; e tosto lo scalco si -fece innanzi, e a suon di musica sì destramente fe in pezzi le vivande, -che l'avresti creduto un cocchiere in lizza fra lo strepito dell'organo -idraulico... - -«In questo mezzo comparvero valletti, che agli strati sovraposero -coperte, su cui erano dipinte reti, e cacciatori colle aste, e un -intero apparecchio di caccia. Non sapevamo che pensare di ciò, quando -fuor del triclinio alzatosi un gran romore, entrarono tutt'a un colpo -alcuni cani di Sparta, che intorno alla mensa si diedero a correre. -Un altro desco tenne lor dietro, sul quale era posto un cignale -imberrettato di prima grandezza, da' cui denti pendevano due cestelli -trecciati di palma, un de' quali colmo di datteri della Siria, e -l'altro di datteri della Tebaide. All'intorno v'avea porcellini fatti -di torta, come se fossero lattonzi, per significare che il cignale -era femmina; essi pure inghirlandati. A tagliare il cignale non venne -quello scalco che aveva appezzate le altre vivande, ma un gran barbone, -colle gambe ne' borzacchini, e con un abitino a più colori, il quale -impugnato il coltello da caccia, gli percosse gagliardamente un fianco, -e dalla piaga volaron fuori dei tordi. Pronti furono colle canne gli -uccellatori, che li presero mentre svolazzavano per la sala. Dipoi, -avendo Trimalcione fattone dar uno a ciascuno, soggiunse: — Vedete come -questo porco selvatico abbiasi mangiate tutte le ghiande?» E tosto -i donzelli corsero ai cestini che pendevano dai denti, e i datteri -divisero tra i commensali. - -«Io, che stavami quasi solo in un canto, ruminavo per qual ragione il -cignale portasse berretto; e non trovandola, me ne apersi a quel mio -interprete. Ed egli: — Te lo spiegherebbe fino il tuo servo; non c'è -enigma; la è cosa lampante. Questo cignale essendo rimasto intatto alla -cena di jeri, e dai convitati rimandato, oggi torna al convito in guisa -di liberto»[165]. Condannai il mio stupore, e null'altro richiesi, per -non parere non avessi mai cenato con galantuomini. - -«Tra questi discorsi, un bel ragazzo, cinto di viti e d'edera, che -or Bromio dicevasi, or Lieo, ora Evio, portò intorno un panierino -d'uve, cantando con voce acutissima poesie del suo signore; al cui -suono voltosi, Trimalcione gli disse, — Dionisio, tu sei liberto». -Allora il ragazzo tolse al cignale il berretto, e sel pose sul capo; -e Trimalcione di nuovo, — Ora non negherete ch'io possieda il padre -Bacco». Applaudimmo all'arguzia di Trimalcione, e diemmo assai baci al -ragazzo, che venne intorno... - -«Chi poteva indovinare che, dopo tante lautezze, non fossimo che a -mezza strada? Di fatto, levate a suon di musica le mense, si condussero -nel triclinio tre majali bianchi, a nastri e campanelli, dei quali il -cerimoniere diceva uno avere due anni, l'altro tre, il terzo esser -già vecchio. Io pensai che coi porci venissero i giocolieri, onde, -com'è costume ne' circoli, far qualche maraviglia; ma Trimalcione -troncando ogni dubbio, — Qual di cotesti (disse), amereste voi che in -un istante si mettesse in tavola? Così i fittajuoli fanno dei polli, -d'un fagiano o di simili bagattelle: ma i miei cuochi usano cuocere un -vitello tutto intero». E chiamato il cuoco, senz'aspettare la nostra -scelta, comandò ammazzasse il più vecchio; poi ad alta voce, — Di qual -decuria se' tu?» ed essendogli risposto, della quarantesima, soggiunse: -— Comperato o nato in casa? — Nè l'un nè l'altro (rispose il cuoco), -ma vi fui lasciato per testamento da Pansa. — Bada bene (gli replicò) -d'affrettarti, altrimenti io ti caccerò nella decuria dei valletti». Il -cuoco, stimolato da questa minaccia, andossene col majale in cucina; -e Trimalcione rivoltosi a noi piacevolmente, — Se il vino non vi -aggrada, lo cambierò; ma sta a voi il mostrare che vi piaccia. Grazie -al cielo, io non lo compro, ma ogni cosa che spetta al gusto nasce in -un mio poderetto, ch'io per altro non conosco. Mi si dice che arrivi -da Terracina fin a Taranto. Ora io penso di unir la Sicilia a quelle -mie glebe, perchè, se voglio andare in Africa, non abbia a scorrere per -altri terreni che per i miei»... - -«Ancor non avea svaporate queste fandonie, quando un altro tagliere, -carico di quel gran majale, coprì la tavola. Noi ci diemmo ad ammirare -tanta prestezza, ed a giurare che neanco un pollo potevasi cuocere -così detto fatto, e tanto più quanto maggiore ci parea quel porco di -quel che ci fosse prima sembrato il cignale. Trimalcione guardandolo -attento, — E che? (disse), questo porco non è stato sventrato. No, -perdio, qua, qua subito il cuoco». Questo comparve malinconioso, -e avendo detto che se n'era dimentico, — Che dimentico? (gridò -Trimalcione), pensi tu che trattisi di non avervi messo il pepe o il -cimino? Fuor camiciuola». Senz'altro indugio il cuoco viene spogliato, -e tutto mesto si stava in mezzo a due aguzzini; ma tutti ci ponemmo a -pregare e dire: — Gli è un accidente; lascialo, di grazia; e se altra -volta mancasse, niun di noi s'interporrà più per esso». - -«Io non mi potei trattenere dal piegarmi all'orecchio d'Agamennone -e dirgli: — Questo servo deve per certo essere un gran birbo. Chi -mai si scorda di sventrare un majale? non gli perdonerei, perdio, se -si trattasse d'un pesce». Non fece però così Trimalcione, il quale, -serenata la fronte, disse: — Or bene, poichè tu sei di sì manchevole -memoria, sventracelo qui pubblicamente». Il cuoco, ripreso il -grembiule, impugnò il coltello, e con man timorosa tagliò qua e là il -ventre del porco; ed ecco dalle ferite, allargantisi per l'urto del -peso, scappar fuora salsiccie e sanguinacci. A questo spettacolo tutta -la macchinale famiglia de' servi fe plauso, e con istrepito felicitò -Gajo; e il cuoco non solo fu ammesso a bere tra noi, ma ricevette una -corona d'argento ed un bicchiere sopra un bacile di Corinto; e perchè -da vicino l'osservava Agamennone, Trimalcione disse: — Io sono il solo -che abbia del vero metallo di Corinto»... - -«Entrò poi il suo agente, il quale, come venisse a recitare i fasti di -Roma, lesse quanto segue: — Ai 25 luglio, nati nel territorio di Cuma, -di ragione di Trimalcione, trenta fanciulli maschi e quaranta femmine; -portate dall'aja nel granajo millecinquecento moggia di frumento; buoi -domati cinquecento. Nello stesso giorno, Mitradate schiavo affisso -alla croce per aver bestemmiato il genio tutelare di Gajo nostro. -Nello stesso giorno, riposte in cassa centomila lire, che non si -poterono impiegare. Nello stesso giorno, accesosi il fuoco negli orti -Pompejani, cominciato la notte in una casa da villano. — Aspetta (disse -Trimalcione); da quando in qua ho io comperato gli orti Pompejani? -— L'anno scorso (rispose l'agente); perciò non erano ancor messi a -libro». Trimalcione fece l'adirato, e soggiunse: — Qualunque fondo mi -si compri, se dentro sei mesi io non ne sarò avvertito, proibisco che -mi si porti in conto». - -«Entrarono finalmente i saltatori, ed un certo Barone, sciocchissima -figura, si presentò con una scala, sulla quale fece salire un ragazzo, -e comandogli saltasse e cantasse, tanto salendo, quanto standovi in -cima. Il fece in appresso attraversare de' cerchi di fuoco, e tener -co' denti una bottiglia. Il solo Trimalcione maravigliavasi, e diceva -che quello era un ingrato mestiere; nelle umane cose però due sole -esser quelle ch'egli con molto piacere osservava, i saltatori e le -beccacce...» - -Qui vengono grossolane baje di Trimalcione, indi il romanziere -prosiegue: — Continuava egli così a tor la mano ai filosofi, quando -portaronsi in un vaso alcuni viglietti, ed il paggio gli estraeva, e ne -leggeva le sorti. Uno diceva, _Denaro buttato iniquamente_; e si portò -un prosciutto con branche di gamberi sopra, un orecchio, un marzapane -ed una focaccia bucata. Recossi di poi una scatoletta di cotognate, un -boccone di pane azimo, uccelli grifagni, insieme con un pomo, e porri, -e pesche, e uno staffile, ed un coltello. Uno ebbe passeri, uno un -ventaglio, uva passa, miele attico, una vesta da tavola ed una toga, -e tele dipinte: un altro ebbe un tubo ed un socco. Portossi pure una -lepre, un pesce sogliola, un pesce morena, un sorcio acquatico legato -con una rana, ed un mazzo di biete. Erano seicento i viglietti, de' -quali altri non mi ricordo; e ridemmo lungamente di questa lotteria... - -«Dopo altre parole di Trimalcione, gli Omeristi alzarono un gran -gridore perchè, in mezzo ai famigli, fu portato sopra un amplissimo -vassojo un vitello intero cotto a lesso, e con un caschetto sul -capo. Ajace gli veniva dietro, il quale, come furibondo, imbrandito -un trinciante, il tagliò rivoltandone i pezzi colla punta, a guisa -di ciarlatano, or di sotto or di sopra, e distribuendolo a noi -che facevamo tanto d'occhi. Ma non potemmo quelle eleganze a lungo -osservare, perchè ad un tratto sentimmo scricchiolar la soffitta, -e tutto il triclinio tremare. Io saltai su spaventato, temendo che -qualche saltatore non scendesse dalla parte del tetto; e gli altri -convitati non meno attoniti alzarono i volti, curiosi qual novità -venir potesse dal cielo. Ed ecco che apertasi la soffitta, si vide -un gran cerchio che, quasi da larga cupola distaccandosi, venne -giù, e gli pendeano d'intorno corone d'oro, e alberelli d'alabastro -pieni d'unguenti odorosi. Mentre ci era ordinato prenderci di questi -presenti, io volsi l'occhio alla mensa, sulla quale vidi già riposto un -servizio di focacce, e in mezzo un Priapo fatto di pasta, che nel largo -suo grembo tenea, secondo il solito, uva e poma d'ogni qualità. - -«Noi accostammo le avide mani a que' frutti, ed improvvisamente un -nuovo ordine di giuochi accrebbe la nostra allegria, perchè le focacce -ed i pomi, appena colla minima pressione toccati, diffusero intorno -tal odore di zafferano, da riuscirci sin molesto. Persuasi dunque -che una vivanda sì religiosamente profumata fosse cosa sacra, noi -ci rizzammo in piedi, e augurammo felicità ad Augusto padre della -patria. Alcuni però avendo dopo questa venerazione rapiti quei frutti, -noi pure ce n'empimmo i tovagliuoli. Tra questi fatti entrarono tre -donzelli, involti in candide tunicelle, due dei quali misero in tavola -gli Dei lari inghirlandati, ed uno recando attorno una tazza di vino, -gridava, — Ti sieno propizj gli Dei»; dicea parimenti, che l'un d'essi -chiamavasi Cerdone, Felicione l'altro, il terzo Lucrone[166]. E come -fu portato in giro il ritratto di Trimalcione, che tutti baciarono, noi -non potemmo, sebben con rossore, scansarcene... - -«All'istante venne condotto un cane grassissimo, legato alla catena, -cui il portiere ordinò con un calcio di sdrajarsi, ed esso si distese -avanti la mensa. Allora Trimalcione gittandovi un pan bianco, — -Non avvi (disse) nessuno in casa mia, che m'ami più di costui». Il -ragazzo, sdegnato ch'ei lodasse Silace così sbracatamente, mise in -terra la cagnuccia, e l'aizzò contro di lui. Silace, secondo il costume -cagnesco, empì la sala d'orrendi latrati, e stracciò quasi la Margarita -del Creso. Nè a questa baruffa fermossi il rumore, perchè venne altresì -rovesciata una lampada, di cui si ruppero i cristalli, e si sparse -l'olio bollente addosso ad alcuno de' commensali. Trimalcione, per -non parere incollerito di questo accidente, baciò il ragazzo, e gli -comandò di salirgli sulla schiena. Egli vi andò subito, e messoglisi -a cavalluccio, gli batteva col palmo delle mani le spalle, e ridendo -chiedevagli, — Conta, conta, quanti fanno?...» - -«Trimalcione, rimessosi un poco, ordinò si empiesse un gran fiasco, -e si distribuisse da bere a tutti gli schiavi che sedevano a' nostri -piedi, soggiungendo: — Se alcuno non vuol bere, versagli il vino -sul capo». E così or faceva il severo, ed ora il pazzo. A queste -famigliartà venner dietro intingoli, la cui memoria vi giuro che mi fa -stomaco. Poichè tutte quelle grasse galline erano contornate di tordi, -con ova d'anitra ripiene, le quali Trimalcione ci pregò con orgoglio di -mangiare, dicendo che erano galline disossate... - -«Capitò intanto un nuovo ospite che avea mangiato altrove, al quale -Trimalcione chiese: — Che cosa aveste di squisito? — Lo dirò, se -il potrò (rispose colui); perchè io sono di sì labile memoria, che -talvolta dimentico lo stesso mio nome. Avemmo dunque per prima pietanza -un porco, coronato con salsiccie intorno, e colle interiora benissimo -condite: eranvi biete e pan bigio, che io preferisco al bianco, perchè -fortifica. La seconda pietanza fu una torta fredda, sparsa d'un -eccellente miele caldo di Spagna; ma io non assaggiai della torta, -e molto meno del miele. Quanto ai ceci ed ai lupini, ed agli altri -legumi, nulla più ne mangiai di quel che Calva mi suggerisse: due pomi -però mi riposi, che tengo chiusi in questo tovagliolino, perchè se io -non porto qualche regaluccio al mio servitore, e' mi sgriderebbe; del -che madonna saviamente suole ammonirmi. Oltre a ciò, avevamo dinanzi -un pezzo di orsa giovane, di cui Scintilla avendo imprudentemente -gustato, fu per vomitar le budella; io, al contrario, ne mangiai -quasi una libbra, perchè sapeva di cinghiale. Se l'orso, diceva io, -mangia l'omiciattolo, quanto più l'omiciattolo mangiar deve dell'orso? -Finalmente avemmo del cacio molle, del cotognato, delle chiocciole -sgusciate, della trippa di capretto, del fegato ne' bacini, delle ova -accomodate, e rape, e senape, e tazze che parean piante: benedetto -Palamede che le inventò! Furono portate intorno in una marmitta le -ostriche, che noi non troppo civilmente ci prendemmo a piene mani, -perchè avevamo rimandato il prosciutto». - -«Non sarebbe mai giunto il termine di questi tedj, se non fosse -comparsa l'ultima portata, composta d'un pasticcio di tordi, di -zibibbo e di noci confette. Tenner dietro i pomi cotogni, contornati -di chiodetti di garofano che pareano tanti porcini: e tutto ciò era -pur passabile, se non si fosse data un'altra vivanda sì pessima, che -saremmo voluti morir di farne anzichè mangiarne. Quando fu in tavola, -noi pensammo fosse un'oca ripiena, contornata di pesci e d'ogni sorta -uccelli; di che Trimalcione avvedutosi, disse: — Tutto questo piatto -esce da un corpo solo». Io m'avvidi tosto di quel che era, e volgendomi -ad Agamennone, — Resto maravigliato come tutti cotesti ingredienti -sieno accomodati in guisa che pajon fatti di creta. E so d'aver veduto -a Roma, nel tempo dei Saturnali, di simili cene finte». Ancor non -finivano queste mie parole, che Trimalcione soggiunse: — Così possa io -crescer di ricchezza se non di corpo, come tutti questi intingoli il -mio cuoco ha fatti col majale. Non può darsi più prezioso uomo di lui. -Se volete, egli d'un coniglio vi farà un pesce, col lardo un piccione, -col prosciutto una tortora, delle budella di porco una gallina; perciò -il genio mio gli ha posto un bellissimo nome, e chiamasi Dedalo; -e siccome ha egli gran fama, uno gli portò a Roma de' coltelli di -Baviera». E comandò che gli si recassero, gli osservò con ammirazione, -e ci permise di provarne la punta sulle nostre labbra. - -«Al tempo stesso entrarono due schiavi, in aria di bisticciarsi per -un di que' cingoli, a cui si attaccano i vasi che costoro si teneano -sulle spalle. Trimalcione avendo pronunziata la sua sentenza, nè -l'un nè l'altro volle chetarvisi, ma ciascheduno ruppe con bastoni -il fiasco dell'altro. Sopraffatti della insolenza di quegli ubriachi, -noi li tenevamo d'occhio, e vedemmo che da quei rotti vasi eran cadute -ostriche e pettini, le quali un donzello raccolse, e in una marmitta -recò intorno. Il cuciniere ingegnoso secondò queste splendidezze, -portando lumache sopra una graticola d'argento, cantando con voce -tremula e straziante. Io ho rossore a narrare ciò che seguì: imperocchè -i chiomati donzelli (cosa non più udita), portando unguenti in un -catino d'argento, unsero i piedi agli sdrajati commensali, dopo aver -loro allacciate e gambe e piedi e calcagni con varie ghirlande; poi -l'unguento medesimo fecer colare nei vasi di vino e nelle lucerne... - -«Finalmente intirizziti pregammo il custode di metterci fuor della -porta, ma egli rispose: — T'inganni se pensi uscire per donde sei -entrato; nessun convitato giammai esce dalla porta medesima». In questa -si udì un gallo cantare; per la cui voce Trimalcione confuso, ordinò -si spandesse vino sotto la tavola, e se ne mettesse nelle lucerne; di -più trasportò l'anello nella man destra, e disse: — Non senza perchè -codesto trombetta ha dato un tal segno: bisogna o vi sia incendio in -alcun luogo, o taluno nel vicinato trovisi agonizzante. Lungi da noi sì -tristi augurj; epperò chi mi porterà questo mal nunzio, avrà una corona -in regalo...» - -E sia fine a tante miserabili vanità. - -V'avea dunque ricchezze, v'avea comodi, eleganze, lusso, fior d'arti -belle e d'industria, coltura, sterminato dominio, commercio dilatato -agli ultimi confini della terra, tutti gli elementi, di cui alcuni -compongono la prosperità sociale. Al secolo dei lumi, al secolo del -progresso applaudivasi anche allora, non meno iperbolicamente di quel -che facciano i giornalisti d'oggidì. — Il mondo si schiude, si fa -conoscere, si lascia coltivare ogni giorno meglio; le fiere scompajono, -il deserto si frequenta, si aprono le roccie, la barbarie cede più -sempre all'incivilimento, che popola ogni luogo, e sviluppa la vita, -e raffina i governi; la stirpe umana minaccia divenir soverchia pel -mondo. Roma che non ha fatto? insegnò all'uomo l'umanità, incivilì -le tribù più remote e selvagge, addolcì i costumi, riunì gl'imperj -dispersi, fece comune l'industria di tutti i popoli, l'ubertà di tutti -i climi, la varietà delle favelle: ciò che non è a Roma, non è in -verun luogo. Essa raccolse il mondo sotto l'equo suo impero, senza -accettazion di persone o divario di grande e piccolo, di nobile e -plebeo, di ricco e povero. La guerra oggimai non è che un nome, e pare -un sogno quando s'ode che qualche lontanissima tribù mora o getulica -osò provocare le armi romane; la spada ormai è incatenata dalle rose; -le città non gareggiano che di magnificenza, la terra medesima pare -s'infiori come un giardino, e che Roma abbia dato al mondo una vita -nuova»[167]. - -Eppure la pubblica prosperità deperiva. Il popolo re ci si presenta -come uno stormo di schiavi, che inorgoglia delle follie e della -bassezza di sua schiavitù; il governo, carpito da felici cospiratori, -non curasi d'illuminare e dirigere la pubblica opinione, bastando -adularla, vilipenderla o spegnerla; nè il nuovo sovrano ha mestieri -di conquistar le anime e le intelligenze, purchè trovi modo di -corromperle. - -Con Tacito fremiamo vedendo allo scaltro Augusto seguire Tiberio, fango -impastato col sangue[168]; poi un garzone frenetico; poi un sanguinario -imbecille; poi il giovane allievo del filosofo più vantato, che raduna -in sè e peggiora le dissolutezze e le atrocità de' precedenti, fa pompa -delle infamie che Tiberio nascondeva, incendia, uccide maestro, moglie, -amante, madre; e ad ogni nuova barbarie, popolo, cavalieri, senatori -gli decretano nuovi ringraziamenti, ad ogni sua viltà s'affrettano di -scender più basso colle loro umiliazioni. Ma invano domandiamo a Tacito -la finissima industria onde Augusto inforcò gli arcioni di questa -fiera indomita; e come mai gli antichi repubblicani si rassegnassero -a un tiranno, a un pazzo, a un imbecille, a un mostro, e dopo loro -lasciassero disputare il comando da un infingardo, un dissoluto, un -ghiottone, un avaro. Tacito respirava l'atmosfera che pur sentiva -corrotta, e non poteva accorgersi come il miasma ne fosse l'egoismo. - -L'unità della forza stringeva in un circolo di ferro le provincie -dell'Impero, ma internamente era lentato ogni nodo; ciascuno -rinserravasi in se stesso, diffidando del vicino che non sapeva come -opererebbe o penserebbe, atteso che gli uomini non si trovavano -d'accordo in nessun punto di politica, di morale o di religione; -estinto ogni sentimento elevato, rimaneano solo spossatezza, sfarzo, -cura di sè, negligenza d'altrui. Quel che oggi s'interpone fra -l'obbedienza e la schiavitù, cioè il punto d'onore, la devozione -leale a un principe, la franchezza militare, la libertà cittadina, -l'alterezza nobiliare, non esisteva fra gli antichi. Eran solo -cittadini, e l'impero tolse pregio a tal qualità; valor personale -non resta più; ingegno, coscienza, fede, gloria, nobiltà, ambizione -scompajono davanti all'unico scopo, la grazia del regnante. Il senato -non rappresentava più nulla, ma l'orgoglio antico faceagli ritirare -dispettosamente la mano dal popolo. I pretoriani, sentendosi la forza, -voleano usarne; e ajutavano a tiranneggiare, purchè ne traessero -aumento di soldo ed alleggiamento di servizj. - -Il vulgo tremava, come tremavano i grandi, come tremavano i soldati, -come tremava l'imperatore, tutti di tutti; conseguenza dell'uni versale -egoismo. Alcuni si levavano dall'originaria bassezza accostandosi ai -grandi, a forza di adulazioni e di spionaggio; altri amavano adimarsi -fra i poveri per toccare la lor porzione di donativi, e per evitare -i pericoli cui si esponeva ogni testa che sporgesse. Alla ciurma -sempre più svigorita nel lusso e ne' vizj, delirante dietro a' giuochi -dell'anfiteatro, e che non palesava una volontà se non col parteggiare -per questo o per quel ballerino, per questa o quella fazione del circo, -ogni nuovo imperatore prodigava doni e giuochi, e la corrompeva non -solo coi fieri e sozzi divertimenti dell'arena e del teatro, ma colle -arti dei retori e dei poeti. - -Fuori poi, i Greci e i Galli non provavano affetto pei Romani; i -Romani non compassione delle concussioni e de' micidj ond'era oppressa -la Germania; sicchè mancava quell'accordo di lamenti e di speranze, -che produce rivoluzioni efficaci. L'antica repubblica era perpetua -e impossente ribrama di quelli che ancora ambivano di governare: il -vulgo, più contento di trovarsi governato, non se la ricordava che -per detestarla, e godeva qualvolta, insieme coi gladiatori, gli si -offrisse lo spettacolo di nobili teste recise. Anche i soldati sotto -i Giulj conservarono l'antica disciplina, confondendo la fedeltà alla -bandiera con quella all'imperatore: solo dopo caduta quella famiglia, -si credettero arbitri di offrir l'impero a chi fossero disposti a -sostenere colle spade. - -Del resto, a che moversi quando non sai se il tuo vicino ti sosterrà? -Empisca dunque Caligola le due liste _del pugnale e della spada_; -dal seno delle fecciose voluttà invii Tiberio la morte; inferocisca -a baldanza l'oppressore, poichè gli oppressi non sanno amarsi ed -intendersi, nè miglior gloria conoscono che quella di fare omaggio ai -padroni[169]. - -Questo male era tardo frutto della politica immoralità della -repubblica. La società romana, per quanto la politica ne avesse -ampliato l'estensione, era, siccome le altre pagane, dominata da -spirito di razza, geloso, esclusivo, fuor della famiglia e dell'altare -suo vedendo in ogni uomo uno straniero, in ogni straniero un nemico, -nel nemico una preda. Il giureconsulto Pomponio definiva: — I popoli, -con cui non abbiamo amicizia, ospitalità od alleanza, non sono nemici -nostri: pure, se cosa nostra casca in man loro, ne sono padroni; -i liberi divengono schiavi; e così è di essi riguardo a noi»[170]. -In conseguenza la schiavitù era un fatto naturale e civile, equo, -indeclinabile; e la giurisprudenza definisce che il padrone «ha diritto -d'usare e d'abusare dello schiavo». - -Fondata su tali canoni, la società non poteva riuscire che spietata; e -gli schiavi pur troppo dall'acerba condizione loro traevano sentimenti -fieri e dispettosi, che soltanto feroci pene potevano reprimere. Croci -e supplizj riempiono le commedie ed i racconti; permanente atrocità -privata, cui accordavasi poi la pubblica col suo sfarzo di pene legali. -Il mantenere e crescere quelle macchine umane era scopo importantissimo -della società, e mezzo a ciò la guerra. A questa pertanto doveano -intendere principalmente gli Stati, come a fonte di potenza, di gloria, -di ricchezza; l'economia politica consisteva nel distruggere o render -servi gli stranieri. Dall'amore di patria (nome pomposo ed abusato) -cercavasi la rigenerazione e la forza del cittadino e degli Stati; -ma questa legge isolata insegnava ad immolare alla grandezza d'un -popolo la felicità di tutti gli altri. Il fanciullo educato in quei -sentimenti sprezza e odia ciò che è fuori del suo paese; e qualsivoglia -iniquità resta giustificata dal venirne vantaggio alla repubblica. -La imperturbata assolutezza di logiche conseguenze dispensava Catone -dall'addurre altri motivi del suo perpetuo _Carthago delenda_; Paolo -Emilio, in Epiro, sulle rovine di settanta città vende all'asta -cencinquantamila vinti per distribuirne il prezzo ai soldati: Orazio -fa che Attilio Regolo, per ridestare il patriotismo romano, narri -d'aver veduto ricoltivarsi i campi attorno a Cartagine, devastati dalle -legioni: agitandosi in senato le querele di popoli alleati, Curione -le confessava giuste, ma soggiungeva, — Prevalga però l'utilità»[171]: -Mario diceva a Mitradate, — O renditi più forte, o piega ad ogni nostro -volere»: Antipatro terminava tutte le sue arringhe agli Ebrei col -dire, — I Romani voglion essere obbediti»: Fabrizio, udendo le dottrine -epicuree alla tavola di Pirro, supplica gli Dei che quelle piacciano -sempre ai nemici di Roma: Tacito racconta che alcuni Germani rifuggiti -in cima ad alberi, dai Romani erano feriti colle freccie per trastullo. -Di buja notte i Romani precipitano sui Germani, divise le legioni avide -di sangue in quattro corpi, acciocchè più estesa fosse la devastazione: -cinquanta miglia andarono a ferro e fuoco, senza compassione per età -o sesso. Da parte de' Romani non fu sparsa goccia di sangue, perchè il -soldato uccideva i nemici tra la veglia e il sonno disarmati ed erranti -a caso. Il buon Germanico esortava i soldati a seguitar la strage, -perocchè non abbisognavasi di prigionieri; soltanto collo sterminio di -tutto il popolo potersi metter fine alla guerra. Tacito stesso non sa -all'impero augurare maggior fortuna, che il perpetuarsi delle nimicizie -fra le nazioni avverse[172]. - -Così i Gentili stabilirono per fondamento della morale la società e -il patriotismo, le cui virtù che sono altro se non un egoismo alquanto -più dilatato? Come oggi alcuni nel nome d'umanità dimenticano l'uomo, -così allora non si parlava dell'uomo, ma della patria. La patria -è una divinità[173]; Dio non deve nulla all'uomo, e l'uomo deve ad -esso se medesimo e gli altri: dunque l'individuo si immoli a questa -deificazione, non solo nelle terribili emozioni della guerra scannando -le migliaja per una causa che non conosce, ma anche per superstizione -svenando senza entusiasmo un uomo che non ci offese, a divinità in -cui più non si crede. Le miserie dei popoli soggiogati, l'insulto -del trionfo, lo spettacolo solenne dei gladiatori, il continuo degli -schiavi, rendevano la gente men compassionevole che non fra noi -moderni, avvezzati dalla civiltà e dalla religione a gridar tiranno non -solo chi uccide, ma chi un sol giorno aggiunge d'inutili patimenti ad -un accusato. - -Come delle altre virtù il patriotismo, così della giustizia teneva -luogo la legalità; ed il rispetto religioso, anzi superstizioso verso -le leggi, _cosa sorda ed inesorabile_[174], fu carattere de' Romani, -pel quale dalla protezione ottenuta sul monte Sacro giunsero a imporre -al mondo un Caligola e un Tiberio, che si circondavano de' migliori -giureconsulti, e dopo calpestata nel peggior modo la giustizia verso -gli stranieri, poterono creare una stupenda legislazione per se stessi. - -Avvezzata Roma agli abusi della forza e della legalità, il vincitore -interno faceva di lei quel governo che essa di Cartagine e Corinto. -Ma i veri vinti erano patrizj e senatori; laonde, mentre questi -soffrivano, la plebe, garantita dalla propria oscurità, accarezzata più -dai principi più ribaldi, poteva persino amar que' tiranni; allorchè -Caligola fu ucciso, il vulgo a furia chiese a morte i micidiali; favorì -alcuni che si fingevano Nerone. - -Nè affatto a torto, giacchè il governo imperiale era il più popolare -che mai Roma avesse provato. Le tirannidi dei ventimila patrizj -erano state ristrette in uno solo, che più distando dai privati, -riusciva men oppressivo. L'imperatore insulta ed uccide cavalieri e -senatori, ma condiscende a quella plebe cui insultavano gli Emilj e -gli Scipioni, la contenta di giuochi e di donativi, la tratta da pari -nella piazza ed al bagno; se più non le chiede il voto ne' comizj, -ne ascolta le grida nel circo ed al teatro, non ardisce metterne a -prova l'impazienza col farvisi troppo aspettare. Nerone, mentre gode -a tavola fra Paride e Poppea, udendone il fremito tumultuoso a piè -del palazzo, getta il tovagliuolo dalla finestra per indicare che si -move a soddisfarla. Tiberio pose sul banco pubblico una grossissima -somma onde prestare a chiunque bisognasse, senza interesse per tre -anni; e largheggiò smisuratamente nell'inondazione del Tevere e -nell'incendio sull'Aventino; e quando un tremuoto diroccò dodici -città fiorentissime dell'Asia, la Sicilia, la Calabria, sepellendo -abitanti, sobbissando montagne, altre sollevandone, per cinque anni -assolse dalle taglie le provincia danneggiate, e mandò grosse somme -per rifabbricar le case. Claudio provvide acque e porti. Quasi tutti -poi gl'imperatori si occuparono di rendere giustizia in persona, come -usano tuttora i Turchi; modo indegno d'ogni ben costituito ordinamento, -ma che eliminava l'inestricabile corruzione della Roma repubblicana, -ogniqualvolta non vi fossero interessati il principe o i suoi favoriti. -Ora, nell'attuamento di buone leggi giudiziali consiste una gran parte -e la più sentita della libertà cittadina. - -E poi l'imperatore non è il tribuno della plebe? Da qualunque parte -le venga il suo protettore, poco ad essa ne cale; i ricchi pagheranno -le spese, ella avrà giuochi e distribuzioni; quanto alla politica -libertà, l'ha per un balocco, esibitole da quelli che non hanno oro -nè potenza, e desiderano acquistarle. Senz'arti, senza lavoro, vivendo -di ciarla, di largizioni, di spettacoli, il vulgo romano amava chi ne -lo provvedesse: invidioso dei ricchi com'è sempre il povero, godeva in -vedere conculcati dal suo tribuno i figli di coloro che l'aveano tenuto -schiavo, spogli delle dovizie succhiate ai clienti o alle provincie, -e tremava che, distrutto l'impero, non si rinnovassero le superbe -crudeltà dei patrizj. - -Chi dunque, sano dell'intelletto, poteva più pensare a ricostituir la -repubblica? Restava di temperare l'autorità degl'imperatori: ma come -farlo dove nè i nobili nè i Comuni nè il clero erano costituiti in un -corpo che potesse contrappesarla? La legge Regia poneva l'imperatore al -di sopra di tutte le leggi; gli impieghi erano da lui conferiti; da' -suoi cenni pendeva l'esercito; l'autorità tribunizia gli dava il veto -contro qualsivoglia determinazione del popolo o del senato, e rendea -sacrosanta la persona di lui, e sacrilegio perfino la resistenza. - -Le cospirazioni non si volgeano contro la tirannia, ma contro il -tiranno; e vendette personali, generose aspirazioni, ambiziose -ipocrisie, rapaci avidità si accordavano un tratto per appoggiarsi -sull'indignazione popolare; sfogata questa, si scomponevano, e -lasciavano il campo alle punizioni imperiali o alla onnipotenza -soldatesca. Il senato, se non fosse comparso un corpo corrottissimo e -modello di tutte le abjezioni, qualche freno avrebbe potuto mettere -allorchè veniva trucidato un tiranno; e lo tentò dopo Caligola: -ma se anche il popolo lo avesse sofferto, il potere che di fatto -preponderava, l'esercito, voleva il donativo; se punto si tardasse -a scegliere il successore, lo acclamava egli stesso; e guaj a chi -tentasse restringere all'imperatore l'arbitrio, pel quale egli -poteva largheggiare quant'essi pretendevano. Ma l'imperatore stesso, -disimpedito da freni legali, è esposto all'arbitrio de' soldati, che -o lo costringono a fare la loro volontà, o lo uccidono; sicchè sospeso -fra le gemonie e l'apoteosi, s'affretta a saziar le voglie spietate o -voluttuose. - -Nulla essendovi dunque che frenasse o il re sul trono o la donna nel -gabinetto, entrò una depravazione, gigantesca quanto quel popolo; dove -il vizio e l'empietà eretti in sistema; ferocia ne' dominanti, ferocia -ne' servi; corruttela tranquilla, corruttela impetuosa; istinto feroce -nel soldato, istinto fiacco e tumultuoso nel vulgo, istinto servile ne' -dotti; stupidità in una plebe immensa, indifferente tra il vincitore e -il vinto. La generosità? la virtù? la bestemmia di Bruto era divenuta -comune da che si vedeva sovvertito il prisco ordine. La patria? come -affezionarsi a quella che s'estendeva dall'Elba al Niger? La filosofia? -ma questa non aveva accordo, non efficacia; esercitazione di scuola, -riponeva il punto più sublime nel sapersi dar la morte, nel disertare -cioè da fratelli, alle cui miserie non si era partecipato; così -s'introdusse il suicidio, come un mezzo di sottrarsi al suo dovere; -mezzo che i Gentili diceano onorevole, noi Cristiani empio e codardo. - -Pure la filosofia stoica è l'unico lampo di vigore, l'unica nobile -opposizione in quel tempo. Mentre Plauzio Laterano è condotto a morte, -un liberto di Nerone gli dirige alcune suggestioni, cui egli risponde: -— S'io avessi l'anima tanto abjetta da fare delle rivelazioni, al -tuo padrone le farei, non a te». Fu ucciso dal tribuno Domizio Stazio -che era suo complice, nè per questo gli volse alcun rimprovero; e al -primo colpo essendone ferito soltanto, scosse la testa, poi la ripose -all'attitudine opportuna per essere decollato[175]. Epittèto, schiavo -frigio, che scrisse un _Manuale_ di questa filosofia, percosso dal -padrone Epafrodito, gli dice: — Badate che mi romperete le ossa»; -Epafrodito continua, gli fiacca una gamba, e lo schiavo ripiglia: — Non -ve l'avevo detto?» - -Piace questo aspetto di forza e severità: e per vero, mentre la morale -di Epicuro produceva mollezza e snervamento, quella di Zenone è la -forza stessa, concentrata in se medesima, per respingere tutto ciò che -vorrebbe signoreggiarla. Se non v'ha bene fuorchè la virtù, non male -fuorchè il vizio, e tutto il resto è indifferente, l'uomo si trova -al disopra degli avvenimenti esterni, riponendo il valor proprio e -la propria felicità in se stesso, e nel buono o mal uso che fa della -propria libertà; sicchè scompaiono le differenze di nazionalità, -di posizione sociale, sottentrando un diritto universale, assoluto, -eterno, che abbraccia tutti gli uomini. Ma questa forza facilmente -degenera in un egoismo senza viscere, in un rigore desolante che -non è la virtù; e l'abstine et sustine degli Stoici, separato dalla -benevolenza, svia ogni attività benefica, riduce indifferente alle -miserie d'un vulgo che basisce di fame accanto ai palagi ove rigurgita -l'abbondanza, e si rinserra in un'inoperosa fatalità. Marc'Aurelio, -avvertito delle trame di un ambizioso, risponde: — Lasciamolo fare, -chè, se non è destinato, soccomberà; se è, nessuno uccise il proprio -successore». È clemenza codesta? - -— Il savio attende il bene soltanto da sè: unico male è credere al -male: meglio morir d'inedia senza timori, che vivere angustiato -nell'opulenza: meglio che il tuo schiavo sia tristo, anzichè tu -infelice. Quando abbracci la donna, i figliuoli, pensa che sono -mortali; e così non ti dorrai perdendoli. La compassione è il vizio -dei deboli che si piegano all'apparenza degli altrui mali, e perciò -disdice ad uomo. Le sciagure sono destini, non accidenti. A Dio non -obbedisce il savio, ma consente. In alcun modo il sapiente è superiore -a Dio; poichè in questo il non temere è merito di natura, nel savio è -merito proprio»[176]. Sono massime di Seneca. E che cosa significano? -che i mondani eventi sono retti da una necessità fatale, e il volere -umano ha forza di resistere e soffrire, non d'operare; tranquillità -non può sperarsi che in un superbo e desolato isolamento; considerar -viltà qualunque transazione col nemico della libertà, quando anche -non si stipulasse che l'oblio e il poter ritirarsi; punire se stessi -dei tentativi falliti, sprezzare i tiranni, i quali non possono se non -dare una morte che non si teme; disporre della vita come d'un possesso -che vuol tenersi soltanto a certe condizioni; e fin all'ultimo respiro -meditare sopra se stessi. Insomma non è vero bene ciò che non dipende -dalla volontà dell'uomo; non dunque bene la patria, e poco monta in -qual luogo siamo nati, poco che essa goda o soffra; lo stoico non è -nato per la società, non è cittadino, non dee cercar di sminuire i -mali della patria, ma darvi per rimedio il sentimento della libertà -individuale. - -Qui consiste la magnanimità mostrata da Cremuzio Cordo e da tant'altri, -pei quali il suicidio era un rifugio o una speranza. Arria, moglie -di Trasea Peto, udendo che questi è condannato, s'immerge un pugnale -nel seno, indi porgendolo al marito, gli dice: — Non fa male». Genero -ed erede della costei fermezza, Elvidio Prisco da Terracina studiò -filosofia non per ammantare col nome di questa l'inazione, ma per -invigorirsi. Il suo sogno era sempre l'antichità, quella repubblica -aristocratica di cui erano stati ultimi lumi Marco Bruto e Porcio -Catone; quel senato, ch'era parso a Cinea un'assemblea di re, e a -Caligola un branco di buffoni. Sbandito alla morte del suocero, -richiamato da Galba, non cessa d'opporsi in senato agli arbitrj -imperiali. Parlasi di rifabbricare il Campidoglio? — Quest'impresa -(dic'egli) spetta alla repubblica, non all'imperatore». Vuolsi por modo -alle spese del tesoro? — È cura de' senatori, non dell'imperatore». -E nei discorsi attaccava quei che sotto i regni antecedenti aveano -abusato, e sotto aspetto di virtù ridesta quel fiotto di accuse e -denunzie. Vespasiano gli ordinò non comparisse in senato, ed egli: — -Puoi togliermi il grado, ma finchè io sia senatore vi andrò. — Se vieni -(soggiunge l'imperatore), taci. — Purchè tu non m'interroghi», replica -esso; e Vespasiano: — Ma se tu sei presente, io non posso lasciare di -chiederti il tuo parere. — Nè io di risponderti come mi parrà dovere. -— Se tu me lo dici, ti farò morire. — T'ho forse io detto d'essere -immortale? entrambi faremo quel ch'è da noi; tu mi farai morire, -io morrò senza rincrescimento». Avendo solennizzato il natalizio di -Bruto e Cassio ed esortato ad imitarli, fu arrestato; poi rimesso in -libertà, nè mutando sensi e linguaggio, il senato ne decretò la morte, -e Vespasiano non giunse in tempo a sospenderla. Al veder Tacito, Plinio -Minore, Giovenale alzar a cielo quest'imprudente, vien da riflettere -tristamente ove la virtù è costretta ridursi quando le mancano -legittime vie d'opporsi all'abusato potere. - -Scevino Flavio, imputato di congiura contro Nerone, mostrò al tribuno -che la fossa preparatagli non era abbastanza profonda; e come questi -gli disse di tender bene il collo, — Possa tu altrettanto bene -colpire». Caninio Giulio viene ad alterco con Caligola, il quale -licenziandolo gli dice: — Non dubitare, t'ho condannato a morte»; e -Giulio, — Grazie, maestà imperiale». Guardava egli come un favore -la morte in così pessimo imperio, o con ironia da Socrate voleva -contraffare la vigliaccheria dei cortigianeschi ringraziamenti? Passò -dieci giorni equanime, aspettando che Caligola tenesse la parola, e -giocava alle dame quando entrò il centurione ad annunziargli di morire. -— Attendi ch'io noveri le pedine», risponde tranquillo; e perchè gli -amici piangevano, — A che rattristarvi? Voi disputate se l'anima sia -immortale, ed io vado a chiarirmi del vero». E mentre avvicinavasi al -supplizio, chiedendogli un amico a che riflettesse: — Voglio osservare -se in questo breve istante l'anima s'accorge d'uscire». - -Caligola, ingelosito dell'eloquenza di Seneca, volea farlo morire; -ma una concubina gli mostrò essere il filosofo di salute così strema, -che poco andrebbe a finire naturalmente. Eppure sopravisse a vederne -più d'un successore. Assunto alla questura, fu da Claudio esiliato -in Corsica, dicono per intrighi con Giulia figlia di Germanico e con -Agrippina. Di là, a Polibio liberto dell'imperatore, cui era morto -un fratello, drizzò una Consolatoria, congerie di luoghi comuni sulla -necessità del morire, su sventure tocche a grandi, a regni, a città; -esauriti i quali argomenti, soggiunge: — Finchè Claudio è signor del -mondo, tu non puoi nè al dolore abbandonarti nè al tripudio, tutto -essendo di lui; vivo lui, non puoi querelarti della fortuna; lui -incolume, nulla hai perduto, tutto hai in lui, di tutto egli tien -luogo; gli occhi tuoi non di lagrime ma di gioja devono empirsi... -ti si gonfiano di lagrime? volgili a Cesare, e la vista del dio te li -asciugherà; il suo splendore arresterà i tuoi sguardi, nè ti lascerà -vedere altro che lui... Dei e Dee concedano lungamente alla terra colui -che le diedero a prestanza;... sempre rifulga quest'astro sul mondo, la -cui tenebria fu dalla luce di esso ricreata». - -Così vilmente adulatolo vivo, Seneca vilmente l'oltraggiò morto, -nell'_Apocolocunthosis_ descrivendone la divinizzazione. Con ciò -volea forse ingrazianirsi Nerone, del quale se troppa severità sarebbe -l'imputargli l'orrenda riuscita, e credere l'avviasse a sozze oscenità -e fino al matricidio, non gli perdoneremo di non averlo abbandonato -dopo che di tali delitti si contaminò, e d'aver prostituito l'ingegno -fin a discolparli. Mentre declamava contro le ricchezze, ammassò -sessanta milioni di lire, con usure che valsero ad eccitare una -sommossa nella Bretagna; rimproverava il lusso, ed aveva cinquecento -tripodi di cedro coi piedi d'avorio; vantava il vivere ignorato[177], -e anelava pompe e schiamazzo; scrivea voler piuttosto offendere colla -verità che andare a versi colle piacenterie, poi le trabocca a Nerone, -il quale «poteva vantare un pregio di nessun altro imperatore, cioè -l'innocenza, e facea dimenticar persino i tempi d'Augusto»[178]. Eppure -ogni tratto egli esibisce se stesso per modello, dà intendere che ogni -sera s'esaminasse dei fatti e detti suoi[179], ed esclama: — Turpe -il dire una cosa, un'altra sentirne; quanto più turpe sentirne una, -scriverne un'altra». - -Ma egli distingueva due filosofie, una per la vita, una per la scuola: -ed in questa, attivo e pratico sempre, accumula sentenze, per certo -opportunissime a correggere e nobilitare il carattere, assodar l'impero -della ragione sopra le passioni, insegnare temperanza nelle prospere, -costanza nelle avverse vicende. Ottimo uffizio: ma dopochè se ne sono -uditi i precetti, si domanda qual autorità d'imporli, qual ragione -d'obbedirli? Seneca dice alla madre: — La perdita d'un figlio non è -un male; è follia pianger morto un mortale»; all'esule: — I veterani -non si scompongono sotto la mano del chirurgo; così tu, veterano -della sventura, non gridare, non lamentare femminilmente»; a tutti -predica, ciò ch'è male per l'uno esser bene per molti, e che ogni -cosa deve perire; intima ai savj di non cadere nella compassione, non -attristarsi, non impietosire, non perdonare[180]. Ma a che pro questa -più che umana fermezza? donde la forza di praticarla? donde, se non -dall'orgoglio e dall'egoismo? - -E orgoglio ed egoismo trapelano da tutti i pori all'adulatore di -Nerone: diresti ch'egli si sente destinato a riformare il genere umano, -con tal tono da maestro sprezza, beffeggia, riprende, comanda, insegna -virtù impossibili, e come scopo della filosofia il separar l'anima da -tutto ciò che non è lei, fare del proprio perfezionamento l'oggetto -unico d'ogni sforzo, isolarla nella sua grandezza e in una virtù che -guarda con indifferenza la morte degli altri e la propria. - -Fra gli elogi della povertà, viepiù assurdi in bocca d'un gaudente -cortigiano; fra antitesi in luogo di ragioni; fra quel cumulo di frasi -sonore si arriva a capire che regola della morale e della felicità è -la _legge naturale_; sapienza è il conformarvisi. Ma per conformarvisi -bisogna conoscere, e ciò per mezzo d'una ragione sana, dominatrice -delle passioni: in tale obbedienza ragionata trovasi la soddisfazione -della coscienza, il testimonio intimo, ch'è il fine supremo del saggio. - -Ma che cos'è la legge? la natura? come questa può obbligare, staccata -dalla ragion divina, da una volontà superiore e libera, che fissa -il _fine_ obbligatorio? Seneca avea compreso che doveva esservi un -Dio buono; che bisogna amare e servire gli amici, la famiglia, la -patria; aveva, come Aristotele e Platone, conosciuto i rapporti del -bello col buono, della scienza colla virtù; ma di tutto ciò non erano -certi i filosofi; talvolta separavano una cosa dall'altra per poter -dimostrarla; finivano con Dio immobile, una morale senza Dio, una -virtù senza ricompensa, una scienza senza certezza. Il più glorioso -sforzo dell'intelletto umano abbandonato a se stesso fu appunto questo -aggavignarsi ai frantumi della verità, e ingegnarsi a dimostrare la -solidità dei loro fini, del loro probabilismo. In ciò adoprarono tanti -insigni libri, tanto talento, tanta volontà; perchè ignoravano quel -primo vero dell'Ente che crea; e che basta perchè tutte le scienze -s'incatenino; il fine sia preciso, il mezzo è preparato nella volontà -risoluta di eseguire sempre il meglio, e nella forza di giudicarne -rettamente. Volontà costante guidata da scienza certa sarebbero quella -forza e quella prudenza che Seneca predicava, ma dirette non a un bene -chimerico, ma ad un bene che sta in noi l'ottenere, secondato dalla -grazia. - -Quando gli fu intimato di morire, chiese di mutare alcune disposizioni -nel testamento; ed essendogli negato, confortò gli amici rammemorando -i consueti loro ragionamenti, e lasciando ad essi, poichè altro non gli -si permetteva, l'esempio di sua vita e l'odio contro Nerone. Avendogli -detto Paolina sua moglie di voler finire con lui, egli non s'oppose, e -— T'avevo indicato i modi di vivere, non t'invidierò l'onor di morire. -La tua coscienza, se è eguale alla mia, sarà sempre più gloriosa». -Fecesi aprir le vene, e seguitò a dettare a' suoi scrivani; tardando -la morte, si fece tuffare in un bagno caldo, e ne asperse i servi che -gli stavano attorno, invocando Giove liberatore, come i Greci libavano -a Giove conservatore nell'uscire d'un banchetto. In un'altra camera -Paolina l'imitava, ma Nerone ordinò di stagnarle il sangue. - -Visto qual fosse la sua vita, e che di là da questa non aspettava -premj o castighi[181], e che vantavasi rinvenuto dal _bel sogno_ -dell'immortalità, noi chiediamo se la sua fosse virtù o scena. -Certamente in lui il dogma della fraternità degli uomini appare -più evidente; ne riconosce l'eguaglianza, proclama la filantropia -cosmopolitica al modo degli Enciclopedisti, che di fatti se ne fecero -un idolo: eppure celia Claudio per gli atti cosmopolitici; inveisce -contro la guerra, ma per esercizio retorico, e senza conoscerne i -vantaggi. - -Il poeta Lucano suo nipote si contaminò d'adulazione a Nerone, finchè, -offeso dal vedersi da lui trascurato, congiurò con Pisone. Scoperto, -cercò salvarsi col denunziare gli amici e la madre; e Nerone ne -profittò per disonorarlo, ma gli permise la gloria di morire declamando -proprj versi. Mela, suo padre, nol lascia tampoco freddare che -s'impossessa de' beni di lui, anche per mostrare di disapprovarlo; ma -Nerone gli manda di svenarsi anch'esso, ed egli si svena senza fiato -di lamento. Tre suicidj in una famiglia sola, sostenuti eroicamente, e -preceduti ciascuno da una viltà. - -Nè i suicidj erano soltanto una precauzione contro i tiranni, o -richiedevano grandi emergenti o imperiali nimicizie. Coccejo Nerva, -peritissimo giurista, in buona salute e miglior fortuna, risolve finire -i giorni suoi; e per quanto Tiberio s'industrii stornarlo, lasciasi -perire di fame. Marcellino, giovane, ricco, amato, cade di leggera -malattia, e stabilisce morire; raduna gli amici, e li consulta come -per un contratto o per un viaggio: alcuni il dissuadono; uno stoico -gli mostra esser bastante ragione d'uccidersi il trovarsi sazio del -vivere: onde Marcellino toglie congedo dagli amici, distribuisce -denaro ai servi; e perchè questi ricusano dargli morte, s'astiene -tre giorni dal cibo, dopo di che portato in un bagno, spira parlando -del piacere di sentirsi morire. Senz'altezza di pensamenti, nè certo -aspettando d'essere ammirato da un filosofo, un gladiatore condotto -al circo caccia la testa fra i raggi d'una ruota. Come i forti, così -i vigliacchi erano talvolta presi dalla manìa del suicidio; alcuni -per mera sazietà della vita, per non dovere tutti i giorni levarsi, -mangiare, bere, ricoricarsi, aver freddo, caldo, primavera poi estate, -poi autunno e inverno, nulla mai di nuovo. Laonde i predicatori del -suicidio dovettero dichiarare che non si deve, per questo piacere, -trascurar i proprj doveri[182]. - -Il fondo della dottrina stoica non trascendeva la materia. Dio, anima -del mondo, è congiunto colla materia, e un giorno l'assorbirà; ogni -parte di essa è dunque parte viva di quest'anima, e può adorarsi; -arbitrario è il culto come il dogma, sicchè la religione non è -potenza distinta, ma si perde nell'ordine politico; le credenze sono -accolte non secondo il loro valor dottrinale, ma secondo la loro -facilità di dileguarsi innanzi al potere; centro e scopo proprio, -l'uomo non ha doveri religiosi in faccia a questo Dio, che è eguale -a lui. Quel panteismo naturalista proclamava l'unità nell'ordine -morale e nel sociale; in conseguenza i diritti dell'individuo erano -posposti, restando l'uomo assorbito nell'umanità, e l'umanità nella -vita universale; sagrificate la libertà e la spontaneità e la vita -attiva alla fatalità, al riposo, ad una speculazione astratta, che -ingagliardiva l'orgoglio dell'intelletto senza scaldare il cuore nè -stimolare la volontà; alla ragione toglieva il soccorso del sentimento, -alla virtù l'appoggio preparatole dalla Provvidenza. - -Lo stoicismo era uno sforzo istintivo, una concezione eroica -dell'orgoglio umano, ma sprovvisto di fondamento logico; declamazione -anzichè scienza, connessa alle verità supreme soltanto per -raziocinio, e perciò non giustificabile in faccia agli uomini, -e mancante d'autorità sopra di essi. La ricerca d'una perfezione -ideale, solitaria, indipendente dalla moralità generale, avversa -alle espansioni generose, petrifica l'essere umano divinizzato, -ripone il bene in un giudizio dell'intelletto, comechè repugnante -alla testimonianza dei sensi; e perciò dove lo stoico coll'egoismo -spiritualista, coll'egoismo sensuale giungeva l'epicureo, e l'uno -coll'impossibilità di raggiungere il proposto modello, l'altro -coll'indolenza, entrambi non ravvisando il bene che in relazione col -presente, coll'individuo, elidono l'attività umana, lentano i legami -domestici, annichilano la società[183]. Guarda, o stoico: l'epicureo -colla sua spensieratezza pareggia l'eroismo de' tuoi, e muore sulle -rose meretricie, siccome voi altri coi libri di Platone. Ad Agrippino -annunziano che il senato si raccolse per giudicarlo, ed egli: — -Faccia; noi intanto andiamo al bagno». Va, e nell'uscire, udendo che fu -condannato, chiede: — Alla morte? — All'esiglio. — Confiscati i beni? -— No. — Partiamo dunque senza rincrescimento; ad Aricia desineremo bene -tant'e quanto a Roma». - -Più spesso l'epicureo ammaestrava a goder la vita, e gittarsi -alle spalle il timor degli Dei. Come Bentham disse che la morale è -l'interesse, ma l'interesse consiste nell'esser virtuoso, così Epicuro -avea posto la felicità ne' godimenti, ma i godimenti nella virtù: -però in entrambi i casi i seguaci furono più logici, e il nome del -maestro serviva agli epicurei soltanto a scusare l'assecondamento -delle proprie inclinazioni, diffondere l'empietà, agevolare ai -grandi i delitti dell'ateismo, senza togliere al vulgo quei della -superstizione. Perciocchè ad ogni modo queste filosofie erano -scienze aristocratiche, le quali si dirigevano a pochi, al modo dei -franchi pensatori del secolo passato, e come questi non nominavano la -moltitudine (οἱ πολλοὶ) se non per vilipenderla. Intanto nè bastavano -a spiegar la religione, nè a fare senza di essa; onde questa, che è la -filosofia de' più, rimaneva senza dogmi e ingombra di assurde pratiche: -giacchè l'incredulità non salva dalle superstizioni, e solo ne cambia -l'oggetto. - -Quella religione, invece di comprendere le verità più generali ed -assolute, ritraeva potenza da ciò che avea di locale e relativo[184]: -però non avea un corpo di tradizioni e dottrine, attuate in cerimonie -rituali, non doveri precisi, insegnamenti morali; la tradizione -non vi faceva forza d'autorità, e ciascuno ne prendeva quel che gli -aggradisse. La Grecia avea velato le incoerenze mitologiche sotto -i recami della poesia: Roma le metteva in evidenza col prendere la -religione sul serio, come stromento di politica. Mediante il quale, -vero Dio era la patria, s'insinuavano virtù civiche piuttosto che -religiose, la pietà verso i celesti mutavasi in devozione verso la -patria; sicchè, allorquando questa divenne tutto il mondo, più non -s'ebbe cosa a cui credere, e al culto destituito d'oggetto non rimaneva -la forza di verità astratte, non l'autorità morale. - -Nè paga d'avere «nel bottino di ciascuna conquista ritrovato un -dio»[185], Roma coll'apoteosi faceva Dei tutti quegli esecrabili suoi -padroni. Celebrati con magnifica pompa i funerali del morto imperatore, -ne veniva posta l'effigie in cera sopra un letto d'avorio, coperto -di superbo tappeto d'oro, quasi figurasse l'imperatore stesso ancora -malato. Senatori e matrone, venendo a visitarlo, restavano delle ore -seduti accanto al letto, e sette giorni durava tal mostra: l'ottavo -dì, i principali senatori e cavalieri processionalmente per la via -Sacra trasportavano il letto, coll'effigie qual era, nella pubblica -piazza, dove recavasi il nuovo imperatore, accompagnato dai più -illustri signori romani. Ivi sorgeva un palco di legno simulante la -pietra, ornato d'un peristilio splendente d'avorio e d'oro, sotto il -quale in pomposo letto veniva adagiata l'effigie, e intorno vi si -cantavano a doppio coro le lodi del defunto, mentre il successore -stava col suo corteggio assiso nella piazza, e le matrone sotto il -portico. Finita la musica, la processione si avviava al Campo di Marte, -portando anche le statue dei Romani più illustri nella storia, alcune -di bronzo rappresentanti le provincie soggette, e immagini d'uomini -celebri. Seguivano i cavalieri, soldati e cavalli da corsa; in fine i -doni dei popoli tributarj, e un altare d'avorio e d'oro, tempestato -di gemme. Durante questo corteo, l'imperatore, salito sulla tribuna -degli oratori, faceva l'elogio del morto. In mezzo al Campo Marzio -era elevato un rogo, che via via restringendosi formava una specie di -piramide; fuor rivestito di ricchi tappeti ricamati a oro, e adorno -di figure d'avorio; dentro legna secca; in cima il cocchio dorato, di -cui soleva servirsi il defunto; sul piano sottoposto, dai pontefici -stessi era collocato il letto di parata coll'effigie di cera, su cui -spargevansi profumi ed aromi. Il nuovo imperatore e i parenti del -defunto, baciata la mano a quell'immagine, recavansi a sedere nei -posti destinati: allora facevansi intorno al rogo corse di cavalli, -poi sfilavano soldati e carri, i cui condottieri erano vestiti di -porpora. Compite queste cerimonie, l'imperatore, seguìto dal console -e dal magistrato, appiccava il fuoco alla pira, e quando cominciavano -ad alzarsi le fiamme, dall'alto di quella davasi a volo un'aquila (o -un pavone, se era l'imperatrice), che dirizzandosi al cielo, doveva -figurare portasse all'Olimpo l'anima del morto. Ergevasi poscia un -tempio in onore di lui; gli si dava il titolo di Divo, e gli venivano -destinati sacerdoti e sacrifizj. - -Tant'era la smania dell'apoteosi, che non voleasi aspettar la morte -degl'imperatori e il decreto del senato. Augusto durò fatica a -circoscrivere a sole le provincie il suo culto. Tiberio permise alle -città d'Asia d'erigergli un tempio; ed ecco undici città disputarsene -l'onore, allegando chi l'antichità, chi la gloria, chi la religione. -L'Italia non volea restare indietro, ma Tiberio se ne schermiva: -— L'ho consentito alle città d'Asia, sull'esempio d'Augusto; ma il -lasciarmi adorare dappertutto sarebbe orgoglio intollerabile. Io son -mortale, soggetto alle leggi dell'umanità: siatemi testimonj di tal -dichiarazione, e se ne ricordi la posterità». Ciò riferisce Tacito, -soggiungendo che alcuni la credeano modestia, altri cautela, altri -pusillanimità; avvegnachè Ercole e Bacco desiderarono d'esser Dei, -e le alte ambizioni s'addicono alle anime alte[186]. E ben cinquanta -deificazioni si fecero da Giulio Cesare a Domiziano, fra cui quindici -di donne; e quegli altari talvolta erano trabocchetti per moltiplicar -le colpe di lesa maestà come facea Tiberio, o beffe amare come quei -di Nerone per Claudio, od insulti al pudore come quei per Antinoo e -Drusilla e Poppea. - -Accettare ogni dio equivale a non averne alcuno; sicchè la religione -riducevasi ad una legge, non ad una fede; le feste erano pompe, il -culto pubblico era politica, il culto privato un gusto individuale, -scegliendosi un dio prediletto, a cui dare le vittime più pingui, a -cui tener raccomandati gli affari, la famiglia, gli amori. Nelle menti -colte poteano più ottenere credenza quella turba di numi e le poetiche -loro storie? poteva un'anima generosa inchinarsi ad are, su cui -s'incensavano cinedi e meretrici? Pertanto il filosofo, il sacerdote, -il politico guardavano i varj culti come del pari falsi e del pari -opportuni; e la tiara del pontefice, la stola dell'augure, la toga del -magistrato ricoprivano l'ateo. - -Augusto, volendo restaurare nell'impero anche le idee che ne devono -esser la base, pose gran cura alla religione; appurò la fonte delle -istituzioni col correggere i Libri Sibillini, ripristinò la dignità -di flamine diale, crebbe i privilegi dei collegi sacerdotali e il -numero delle Vestali, procurò rialzare il culto di Vesta e dei Lari, -protettori della famiglia e dello Stato; in casa propria istituì il -culto di Febo, e vi trasportò dal Palatino il santuario di Vesta; -ogni quartiere di Roma ebbe nuovi Lari, al posto delle vecchie statue -consunte, e ad onor loro feste in primavera e in estate; ai Lari -antichi si unì il Genio del principe, onorato di più solenni omaggi: -il qual culto de' Lari, riferentesi alla ripristinazione del sistema -municipale, fu propagato per tutta Italia e per le provincie. I giuochi -secolari dimenticati si rinnovarono diciassett'anni avanti Cristo, e -Orazio compose per quella pompa il _Carmen sæculare_. Esso Augusto -fece ricostruire i tempj cadenti, quasi volesse obbligarsi gli Dei -come gli uomini, dice Ovidio[187]; pel primo eresse un'ara alla Pace; -e qualvolta ritornava dai viaggi, un nuovo delubro poneva a qualche -divinità benefica. - -Riforme tutt'affatto esterne, e viemeno efficaci perchè sprovviste -d'entusiasmo e di sincerità. Tito Livio, pieno d'oracoli e portenti, -rimpiange i guasti causati alla fede dalla filosofia, ma per quel suo -stile di adoprare le istituzioni antiche a raffaccio delle moderne; -Orazio canta gli Dei, pur professandosi majale epicureo; Virgilio -àltera a norma del poetico il senso religioso della mitologia, rimpasto -scientifico o estetico che la scredita quanto il dubbio o lo sprezzo; -Ovidio canta la storia degli Dei nelle _Metamorfosi_, il culto nei -_Fasti_, ma non mai nell'intento di propagarli o di farli credere; -e l'ironia e la frivolezza vi trapelano dalle proteste di riverenza, -nè mai mentì peggio di quando esclamava _Est Deus in nobis, agitante -calescimus illo._ - -Agli Dei non si credeva: udimmo professarlo Seneca; Petronio esclama, -— Nessun crede cielo il cielo, nè stima Giove un'acca»; Giovenale, — -Che vi abbiano gli Dei Mani e i regni postumi, nol credono neppure -i ragazzi»[188]; Tacito, l'austero Tacito, _spera_ che dopo morte -le anime possano aver vita e senso di ciò che si fa quaggiù[189], ma -nulla indica ch'egli lo credesse. Il culto uffiziale durava ancora, -e fu «un gran giorno pel senato romano» quello in cui tutte le città -greche mandarono deputati a Roma per discutere sopra il diritto d'asilo -de' tempj, non cercandosi abolirlo, ma volendosi soltanto sincerarne -i titoli, fondati sopra le tradizioni divine, i decreti dei re, gli -editti del popolo romano; e imporvi limiti, ma in un linguaggio affatto -rispettoso[190]. Se però la potestà imperiale potè ricomporre l'ordine -civile e politico, fallì nel religioso, anzi lo precipitò prostituendo -anche il culto ai capricci del principe; il quale concentrando in sè -il potere spirituale e il temporale, possedeva intero l'uomo, nè gli -lasciava quell'asilo che nel tempio trovano i credenti contro gli -eccessi del regnante. - -Gli oracoli perdevano la favella, dacchè il trattarsi gli affari -non nel fôro ma ne' gabinetti faceva più difficile il prevedere le -decisioni, pericoloso il rivelarle, inutile l'insinuarle a nome del -dio, quando le imponeva il decreto del principe. I Romani consideravano -ogni paese come collocato sotto la protezione di numi speciali, -laonde ai vinti non li toglievano, salvo se si rendessero centri e -stromento d'opposizione, come il culto dei Druidi nelle Gallie; e per -esempio, nell'Egitto posero un pontefice massimo, a capo dei sacerdoti -tutti e del museo d'Alessandria. Del resto, come la città a tutti i -forestieri, così fu aperto il cielo a tutti gli Iddii; nel santuario -di Vesta e di Rea, ogni deificazione delle umane passioni otteneva -sacerdoti, sacrifizj, feste. Ma coll'accettare tutti gli Dei toglievasi -il carattere politico delle religioni, quel che legava il culto al -patriotismo. - -Perocchè la religione era nazionale più che personale; chi sagrificava, -pregava, espiava era la città, la tribù, la famiglia, anzichè -l'individuo; e la personalità del credente si perdeva o nella bellezza -della mitologia o nel vago del panteismo. Ma l'uomo ha timori e -speranze, ha profondo bisogno di trovar sollievo, luce, espiazione; nè -il progresso materiale potrà mai soffocare gl'istinti primitivi di lui, -e quell'impulso talora confidente, più spesso pauroso delle anime verso -le cose superne, il sentimento, comunque offuscato, d'una primitiva -maledizione, la paura d'un Dio vendicatore. Dopo le guerre civili, da -tanti delitti e disastri sbigottito non illuminato, l'uomo colpevole -cercava un asilo presso gli altari; e poichè de' numi antichi parea -sazio il vulgo, doveasi introdurne di sempre nuovi, il cui simbolo -non fosse ancora svilito da interpretazione materiale, e con nuovi -riti rinvigorire alquanto la fede; donde un misero avvicendare delle -coscienze fra superstizione ed incredulità. - -La coscienza sentiva la necessità d'accostarsi al Dio sdegnato, e -dirgli «Perdona»; provava bisogno di purificazioni, d'espiazioni: -talchè, per mondarsi, alcuni nelle cerimonie di Mitra si battezzano -di sangue, alcuni camminano sul Tevere gelato, o bagnati traversano a -ginocchio il Campo Marzio; se Anubi è irato, il popolo decreta si mandi -a prender acqua del Nilo da lustrarne il tempio, o si offrano vesti ai -sacerdoti d'Iside, o cento uova al pontefice di Bellona[191]. Insomma, -disgustata dalle religioni palesi, la folla rifuggiva alle arcane, e -i misteri non furono più partecipati riservatamente a pochi; e più che -la rivelazione di alcune verità morali o fisiche[192], se ne adottò la -parte corrotta e peccaminosa. Mentre dunque il culto legale sostituiva -al patriotismo l'adorazione di Cesare, l'Oriente insinuava le teurgie, -corrompendosi così e la scienza e la virtù. Ogni dama nel penetrale -teneva il sole etiopico, derivato dall'Egitto; dalla Fenicia erano -venute divinità metà donne e metà pesci, dalla Gallia pietre druidiche; -Germanico si fa iniziare ai grossolani misteri di Samotracia e al culto -de' panciuti Cabiri; egli, Agrippina, Vespasiano consultano le divinità -egizie. - -L'uomo, che non può credere opera del caso la creazione e la -conservazion delle cose, sente per istinto che tra lui e questa causa -v'ha mezzi di comunicazione regolari e salutiferi. Se gli soffogate -tal sentimento col vizio o col raziocinio, cade in una specie di -disperazione che lo precipita nelle superstizioni. Siffatta divenne -allora la condizione dei più. Paventando che l'omaggio reso all'uno -recasse torto all'altro dio, si ricorreva ad osservanze superstiziose; -negata la vita seconda, si tremava degli avvenimenti di questa; negata -la Provvidenza, ammetteasi la fatalità, e volevasi indagarne gli -inevitabili decreti. Di qui l'osservanza degli augurj e del volo degli -uccelli e de' giorni propizj o infausti, anche per parte di quelli che -degli Dei parlavano celiando[193]. - -Da Plinio raccogliamo come i maghi credessero con l'erba marmorite -costringer gli Dei ad obbedirli; colla etiopide seccare i fiumi e -aprire qualunque cosa chiusa; colla achimenide infondere sgomento ai -nemici; coll'antirrina rendersi belli, e sicuri da ogni nocumento; -colla coriacesia agghiacciar l'acqua; coll'applicare tre volte -l'eliotropio guarir dalle terzane, e quattro dalle quartane; colla -verbena acquistarsi fede, conciliare benevolenza, garantirsi da morbi; -colla teangelide indovinare; colla cinocefalia neutralizzare i veleni -ed evocare i morti; coll'inghirlandarsi d'eliocriso ottener grazia -e gloria. Delle pietre, la grammatia rendeva eloquente; la gemma di -Venere assicurava dal fuoco; l'agata fugava le tempeste e fermava i -fiumi; la chelonia posta sulla lingua faceva indovinare; alcune, fatte -a foggia di testudine, poteano sedar le tempeste; l'eliotropia mista -coll'erba dell'egual nome e con certe preghiere, rendeva invisibili. -Fra gli animali, chi mangiasse il cuore della talpa potea vaticinar -l'avvenire; col sangue della jena bagnando le porte, tutelavansi gli -abitanti da ogni malattia o fascino; portandone indosso gl'intestini, -si era sicuri da incantagioni e di vincer le liti e innamorar le -donne: il sinistro piede del camaleonte, arrostito nel forno, rendeva -invisibile chi lo portasse: ungendosi col grasso che sta fra le due -sopracciglia d'un leone, si diveniva cari ai principi; mentre il sangue -della donnola, misto a cenere di jena, rendeva abominati. Perciò, -soggiunge egli stesso, dopo sorbito un uovo, si ha cura di rompere il -guscio; e in molti paesi d'Italia erasi proibito alle donne per istrada -di torcere il fuso o di portarlo scoperto, perchè nuoce alle speranze, -principalmente di grani[194]. - -Aggiungete il terrore di potestà arcane, meschina curiosità delle cose -occulte, e credenza divulgata nei fatucchieri e nelle streghe, brutte -vecchie, avide di venere, micidiali ai parti, le quali trasfiguravansi -in bestie, rapivano i bambini, li cambiavano in cuna, gli affaturavano, -al che suggerivansi per rimedio l'aglio e certi scongiuri: temeansi -pure i vampiri, morti che ricomparivano per suggere il sangue dei -vivi[195]. Estremamente si erano moltiplicati gli oracoli, i prestigi, -gl'incantesimi, gli amuleti; e astrologi di Caldea, auguri di Frigia, -indovini dell'India, promoveano i misteri delle scienze teurgiche. - -Canidia strega, avvolti serpentelli alle scomposte chiome, nuda i -piedi, rimboccata la negra veste, unta del sangue di rospi, colla -potente Sagana, entrambe orribili per pallore e per irta capigliatura, -urlando occupano un giardino, colle unghie raspano la terra, e coi -denti straziano una nera agnella, il cui sangue scorreva nella fossa, -donde aveano ad uscir le ombre per portare responsi dagl'inferni. -Esse teneano una figura di cera, una di lana: questa più alta puniva -l'altra, che avea sembianza di supplicante e di schiava che va a -perire. L'una maga invoca Tisifone, Ecate l'altra; subito i cani -infernali e i serpenti le circondano; l'immagine di cera prende fuoco e -getta un vivo splendore; ma udito un fracasso, le due streghe fuggono -abbandonando i denti, i capelli, le erbe e i legami tricolori con cui -avviminavano i cuori[196]. - -A Tiberio gli astrologi erano necessarj quanto i commedianti e le -femmine; porta un lauro per assicurarsi dai fulmini; quando starnuta, -vuol gli si dica _Salute_; per impedire che si consultino le sorti -Prenestine, si fa portare quei pezzetti di legno, ma oh meraviglia! -al domani la cassetta si trova vuota, e le sorti eransi di per sè -restituite a Preneste. Nerone chiamò a Roma Tiridate ed altri maghi -per essere iniziato ne' loro arcani, e per essi dominare sugli Dei come -sugli uomini; e alla magìa rifuggì per chetare i rimorsi, dopo uccisa -Agrippina[197]. Vespasiano li sbandiva coi decreti, e gl'invitava coi -doni; Domiziano li consultava; confidava in essi Adriano, malgrado -l'affettata filosofia; nè questa preservò Marc'Aurelio dal credere -agl'indovinamenti dell'egiziano Anufi. Ogni città, ogni villaggio aveva -una statua, un tabernacolo, una grotta miracolosa; e i governatori -andavano a chiedervi i destini dell'impero. Ogni ricco novera tra' suoi -servi un astrologo; al chiromante e al negromante si fa gittar l'arte -ansiosamente allorchè fulmine cade, o morti appajono, o un'improvvisa -rivoluzione può spingere dalla miseria al trono, o dai triclinj alle -forche. Donzelle avide d'amore, giovani solleciti d'una eredità, spose -cupide della maternità, vecchi slombati, gelose amanti, magistrati -ambiziosi accorrono a queste empie follie, per le quali neppur si -rifugge dallo scannare fanciulli. - - - - -CAPITOLO XXXV. - -La Redenzione. - - -Qualche moralista esclamava, è vero; ed a misura del suo coraggio -rivelava le piaghe di quel tempo, l'impassibilità dei ricchi, le -miserie del povero, la corruttela di tutti. Declamazioni! ma trattasi -di suggerire un rimedio? i filosofi somigliano a vecchi, predicanti -una morale cui non applicano; gli Stoici versano ogni colpa sopra -le dottrine epicuree; i migliori politici non sanno che ribramare -il tempo antico e la rugginosa aristocrazia; Orazio, da poeta vi -canta: — Andiamo ad abitare le isole Fortunate»; Giovenale dice come -uno scolaretto: — Ritiratevi sul monte Sacro»; Seneca soggiunge: -— Uccidetevi»; Tacito non vede raggio di luce nelle tenebre che sì -foscamente descrisse; fra tante superstizioni fedelmente riferite, e -da lui rispettate come un istituto politico e nazionale, nega fede a -cotesta divinità, che abbandona in tal fondo di corruzione l'opera sua -più bella; e rifiuta le speranze postume, dicendo che gli Dei «curano -la vendetta, non la salvezza, e si fan giuoco delle cose mortali»[198]: -un riparo nessuno sapeva trovare, nessuno ideava una rigenerazione -morale; e al più sarebbesi applaudito ad Euno, a Spartaco che -violentemente spezzassero i ferri. - -Chi mai avrebbe pensato opporre la voce e la persuasione sua personale -alla sfrenata potenza di quell'idolo inesorabile che si chiamava lo -Stato? Nell'assoluta mancanza d'ogni accordo di principj, sarebbe -somigliato altro che follìa l'affrontar morte o persecuzione per -sostenere il proprio convincimento? Ognuno provveda a ciò che più -gli torna; il resto è nulla. Voi letterati, cercanti l'utile anche -nel bello, rendetevi alleati e complici della tirannide. Voi savj, -incontrando la disperazione invece della Provvidenza, riponete -il sommo della virtù nel sottrarvi colla morte agli affanni, che -l'individuale senno giudicò trascendere le forze vostre. O mondo, -ti sprofonda nell'avvilimento morale a proporzione che cresce la -materiale prosperità. Chi rigenererà l'umana specie? La forza? ma Roma -l'avvolgerebbe tantosto nelle comuni ruine: la legalità? ma quella di -Roma è così tenace e vigorosa, da non lasciarsene crescere a fianco -un'altra: la scienza? ma essa invanisce in frasi sonore. Il rialzamento -morale non potrà aspettarsi dagl'imperatori tiranni, non dal senato -avvilito, non dai patrizj decimati, non dalla religione screditata, non -dai ricchi corrotti, non dalla plebe ignara de' suoi diritti e de' suoi -doveri. - -Nè tampoco dai filosofi, barcollanti nel dubbio orgoglioso, mentre -a riformare il mondo si richiede convinzione nella libertà umana, -e un governo provvidenziale che conduce il trionfo delle sociali -verità quando il loro tempo arrivò. Massime sparse e sconnesse, per -quanto vere, non bastano, ma bisogna un nuovo principio; al concetto -dell'ordine objettivo, ma fatale nella natura e nella società, opporre -quello della Provvidenza divina e della libertà personale; al precetto -negativo del non toglier l'altrui e non ledere il diritto, surrogarne -uno positivo; riporre l'onestà nella coscienza, estenderla su tutte le -facoltà del cuore, dell'intelligenza, della volontà. - -Poniamo caso che alcuno si fosse elevato a proclamare massime in -perfetta contraddizione colle correnti. — Non v'ha che un Dio solo: -per libera volontà di lui furono creati la materia, perciò peritura, -e l'uomo, dotato di un'anima immortale. Questo Dio è comune a tutti i -popoli e ai singoli uomini, provvido conservatore del mondo, testimonio -e rimuneratore di tutte le azioni, dettatore d'una legge che è il -fondamento della morale e del diritto. Perchè tutti figli di quel -Dio, gli uomini sono eguali, senza distinzione di romano o barbaro, di -circonciso o incirconciso, di patrizio o plebeo, di schiavo o libero, -di maschio o femmina[199]: hanno dunque tutti ad amarsi e giovarsi a -vicenda; il comando e le dignità sono uffizio, non un godimento; e i -primi devono considerarsi ultimi. - -«Tutti gli uomini sono originalmente contaminati d'un peccato, dal -quale provengono l'errore, l'ignoranza, la morte. Ma ad espiare quel -peccato, a dare all'uomo il potere di convertir l'errore, l'ignoranza, -l'infermità in mezzi di santificazione mediante la ripristinata -libertà, Iddio stesso s'incarnò, versò il sangue e la vita. Tutti -peccatori, tutti redenti del pari, gli uomini vengono da uno stesso -luogo, tornano al luogo stesso per sentieri diversi. La vera giustizia -nasce da tale eguaglianza; come ne nasce la libertà dall'essere ognuno -responsale de' proprj atti. - -«Niuno è servo per natura; e quelli che la legale iniquità rese tali, -devonsi sollevare immediatamente col farli partecipi ai riti sacri -e all'istruzione religiosa, preparandoli così all'emancipamento. La -società non abbraccia intero l'uomo, il quale ha in sè qualche cosa di -più sublime, di superiore alle leggi civili; e indipendentemente da -queste aspira ad un fine più eccelso, ad una destinazione superiore -a quella degli Stati che nascono e muojono. L'uomo, alito di Dio, -non trae importanza soltanto dalla società, ma possiede una dignità -propria, che lo obbliga a perfezionare se stesso, dar vigore alla -propria coscienza, appoggiata sopra una legge suprema. - -«La riforma non deve dunque cominciare dallo Stato, ma dall'individuo; -perchè questo, allorchè sia buono, è libero sotto qualsiasi reggimento; -sa fin dove obbedire; ha la coscienza della propria dignità e -responsabilità. Nè la morale si limita ai grandi misfatti che nuociono -alla società civile, e pei quali soli il gentilesimo stabilisce le pene -dell'inferno, insegnando che _Dii magna curant, parva negligunt_; ma -abbraccia tutte le opere, i pensieri, le parole, fin le ommissioni, -attesochè l'uomo sta perpetuamente al cospetto d'un Dio, che deve poi -giudicarlo e punirlo. Voi chiamate la vendetta voluttà degli Dei? ed io -vi annunzio che dovete concedere perdono universale, se volete ottenere -perdono da Dio. - -«Ogni scostumatezza è colpa, giacchè l'uomo deve rispettare in sè -e negli altri la divinità; nè vi è stato di mezzo fra la verginità -e il matrimonio. In conseguenza i nodi domestici saranno purificati -e rassodati, si perpetuerà il conjugale, diretto a ben più sublime -fine che la soddisfazione istintiva. La donna non sarà più esposta a' -voluttuosi capricci dell'uomo, e l'illibatezza deve portarla a libertà: -ornamento suo più bello considererà quel pudore, che ora è vilipeso -nelle cortigiane, nelle schiave, fin nelle dee; per conservarlo, morrà -anche; e i meriti di essa consisteranno non in eroiche, ma in virtù -miti e conformi alla natura sua. - -«L'amor proprio dominante ceda il luogo alla carità, virtù che dai -filosofi è considerata come una debolezza. E questa carità universale, -paziente, benigna, operosa, ordina d'amare il prossimo come noi stessi; -cerca i soffrenti al carcere, all'ospedale; raccoglie i projetti, -sepellisce i morti; dà il pane agli affamati, l'istruzione agli -ignoranti, il consiglio ai dubbiosi, il buon esempio a tutti. Da essa -affratellati, il povero non invidii al ricco; il ricco sappia che tutto -il superfluo deve darlo a chi non ha, ma che ogni stilla d'acqua che -darà ad un bisognoso, gli sarà computata per la vita futura. In vista -della quale è necessario operare continuamente, cercare la purezza in -terra, e tollerare i mali di questa vita, che non è se non un esiglio e -un preparamento. - -«Quel che importa, non è la città, non la patria, ma l'uomo; e nazione -e tribù e famiglia esistono per l'uomo, non egli per esse. Il dovere -supremo non concerne quelle astrazioni che si chiamano patria, nazione, -bandiera, ma l'essere reale che chiamasi il prossimo. Allo Stato non -si può sagrificar più nemmanco un uomo, non la moralità personale -alla pubblica: verità e giustizia sono bisogni più urgenti che non -la civiltà materiale. La giustizia ha radici più salde e antiche, che -non i patti e le leggi umane. La verità non deve rimanere privilegio -di pochi, ma comunicarsi a tutti; a tutti insegnare a ingagliardirsi -contro le passioni, quetare i malvagi appetiti, posporre il ben proprio -al generale, l'utile all'onesto, la vita transitoria all'eterna. Voi -dal Campidoglio gridate, _La salute del popolo è norma suprema_; noi -all'opposto diciamo, _Perisca il mondo, ma si faccia la giustizia_». - -Chi avesse annunziato tali verità, sarebbe parso poco meno che -mentecatto al romano orgoglio e all'universale corruttela. Eppure -in fatto erano state predicate in una delle più piccole e sprezzate -dipendenze dell'impero romano, la Palestina, diffamata per credulità; -e non già da un guerriero che attirasse il rispetto de' guerrieri -romani, non da un filosofo che ne eccitasse la curiosità, ma dal -figlio d'un artigiano, nato in una grotta in occasione che sua -madre era ita a Betlemme, montuosa cittadina della Giudea, per farsi -iscrivere nel ruolo della sua tribù, allorquando Augusto ordinò il -censo generale (Anno di Roma 754? 25 xbre) affine di conoscere quanta -gente gli dovesse obbedienza e tributi. Questo _uomo_, che si chiamava -Gesù, era figlio di Maria, fanciulla ebrea, stirpe di Davide ma in -povera fortuna, e sposata a Giuseppe fabbro di Nazaret. Egli crebbe -nell'oscurità e nell'obbedienza fin verso i trent'anni; allora cominciò -a predicare a pescatori e simil vulgo, e diceva: — Beati i poveri di -spirito; beati i miti; beati i misericordiosi; beati i mondi di cuore; -beati i pacifici, perchè saranno chiamati figliuoli di Dio; beati -quelli che soffrono persecuzioni per la giustizia, perchè il regno -de' cieli è per essi. Imparate da me che sono mite ed umile di cuore, -e troverete requie alle anime vostre. Chi si corruccia col proprio -fratello, è reo di giudizio. Misericordia io voglio, non sacrifizj. -Finora v'hanno detto, _Occhio per occhio, dente per dente_: io vi dico -che a chi vi percuote una guancia, anche l'altra presentiate. Finora -vi fu imposto d'amare il fratello, e odiare il nemico: io v'ingiungo -d'amare il nemico, beneficare chi vi nuoce, pregare per chi vi -persegue, imitando Dio che fa nascere il sole sui buoni e sui malvagi. -Io vi do un precetto nuovo, che vi amiate un l'altro come io ho amato -voi: vi conosceranno miei discepoli se vi amerete a vicenda. Chi ha -due tuniche, ne porga una a chi n'è sprovvisto. Fate l'elemosina, ma -in secreto, e che la vostra mano sinistra non sappia ciò che fa la -destra. Date a prestito senza speranza di ricambio, e largo sarà il -vostro frutto. Alla fine de' secoli poi verrà il Figliuol dell'uomo -a giudicare, e dirà: _Io ebbi fame, e mi saziaste; ebbi sete, e mi -deste a bere; pellegrino mi albergaste, nudo mi vestiste, mi visitaste -infermo e carcerato; venite, o benedetti del Padre mio, al gaudio che -vi è preparato_». - -Chi così diceva, camminava come un peccatore fra i peccatori, -confabulava col bestemmiatore, sedeva a banchetto coi pubblicani; -rimandava assolta l'adultera, lasciavasi lavare i piedi dalla -meretrice; intingeva il dito nel piattello stesso col traditore, e gli -dava il bacio; prometteva il paradiso a un ladrone: oh! ben doveva egli -sentire i dolori dell'umanità, se così la compativa. - -Gli Ebrei perdettero l'indipendenza allorchè il magno Pompeo li -sottopose alle aquile latine; e, pur conservando un re proprio, -stavano soggetti a un preside o procuratore romano, che allora era -Ponzio Pilato (28). Allo spettacolo delle assidue vicende d'allora, -alla caduta di tanti regni, allo sterminio di tante città, i Gentili -si approfondavano in quel sentimento d'un progressivo deteriorare del -mondo, che era stato ad essi lasciato dalla tradizione primitiva; -e perfino coloro che idolatravano Roma e «l'eternità dell'ingente -Campidoglio», a cui pareva aggiungere solidità ogni re che incatenato -ascendesse per la via Sacra, pure vedevano ogni generazione -peggiorare, e il mondo avviarsi a rovina inevitabile. Gli Ebrei -invece, fra gravissimi disastri esteriori ed interni, perdute le armi -e l'indipendenza, insieme col dogma della caduta teneano vivo quel -della rigenerazione; unici fra i popoli antichi che conoscessero quella -dottrina del progresso, ch'è carattere e vanto della moderna civiltà. - -Nei loro libri profetici, da antico scritti nella più sublime poesia, -leggevano la promessa che verrebbe un salvatore, e appunto intorno a -questi tempi: ma accecati da angusto amor di patria, e nel dispetto -dell'oltraggiata nazionalità, nell'_aspettato_ non presagivano altro -che un eroe, secondo la carne non secondo la fede, il quale spezzasse -le catene del suo popolo come avea fatto Mosè liberandoli dall'Egitto, -o Ciro mentre stavano schiavi in Babilonia, e tornasse i gloriosi tempi -di Davide e di Salomone in quella Gerusalemme che restava sempre la più -insigne città dell'Oriente[200]; un messia insomma trionfante degli -stranieri, anzichè il Figlio dell'uomo, proclamatore dell'universale -fratellanza, e d'una legge d'amore indipendente da tempi, da luoghi, da -condizione. - -Questo orgoglio carnale fece che non fosse conosciuto il Dio umanato, -anzi si disprezzasse un Cristo mansueto ed umile, il quale parlava di -rassegnazione, di benevolenza, d'un regno che non è di questo mondo; -consigliava a pagare ancora il tributo, e dare a Cesare quel ch'era di -Cesare: ma al tempo stesso egli imponeva si desse a Dio quel ch'era -di Dio, purgava la legge patria dalle frivole osservanze, e mentre -flagellava coloro che faceano traffico nel tempio, chiamava superbi -e ipocriti i sacerdoti e i dottori, i quali riponevano ogni moralità -nella foggia del vestire, nello astenersi da certi cibi, e gonfiavano i -cuori nella persuasione di loro virtù. - -Costoro dunque cospirarono contro di lui, ed ai tribunali patrj -l'accusarono di bestemmiare contro la religione, di corrompere la -gioventù; ai tribunali romani, di turbare la dominazione straniera col -parlare d'un altro regno e di glorie diverse. I principi dei sacerdoti, -gli anziani del popolo e i giudici, cui i Romani ne lasciavano -l'autorità, dichiarano Cristo degno di morte, e chiedono a Pilato che -lo condanni. Questi esamina l'imputato, e gli domanda: — Sei tu il re -de' Giudei?» e Cristo risponde: — Il mio regno non è di questo mondo; -altrimenti i miei ministri non soffrirebbero ch'io fossi consegnato a' -Giudei. — Ma dunque sei re?» ripiglia Pilato; e Cristo: — Tu il dici; -e venni al mondo per rendere testimonianza della verità; e chi è dalla -verità, ascolta la mia voce». - -In tempo che altro legame non credeasi poter frenare il mondo, fuor -quello della forza, qual mai timore poteva incutere al governatore -romano un regno non di questo mondo, un re che altro impero non -aveva fuorchè la verità, altri sudditi che quelli dalla verità -assoggettatigli? Pilato avea inteso che il precursore di Cristo -intimava: — Fate penitenza, preparate le vie del Signore», che Cristo -diceva ai poveri: — Voi siete beati», ai ricchi: — Siate misericordiosi -con tutti; chi vuoi essere mio discepolo, lasci ogni cosa, prenda la -croce e mi segua», e che il popolo lo amava perchè scioglieva gli occhi -ai ciechi, la lingua ai muti. Nulla affatto restava dunque minacciata -la potenza ch'egli rappresentava, nè l'immortalità di Cesare: che cosa -aveva mai a fare la religione colla politica? Costui non potea dunque -sembrargli meglio che un lunatico, un paradossale. - -Ma quei primati divennero zelanti del poter temporale quando occorreva -di opporlo allo spirituale: astiosi allo straniero che comprimeva le -loro passioni, ora per passione s'accorsero che una novità religiosa -porterebbe novità politica, e minacciarono di denunziare Pilato a Roma -se non condannasse il riottoso. Il popolo, come chiamavansi pochi -scioperati schiamazzanti in piazza, chiede ch'egli condanni costui, -il quale mette a repentaglio il dominio di Tiberio; e Pilato, che -nell'egoismo personale e governativo non vuol porre a repentaglio la -pubblica quiete per nulla meglio che per un uomo, nè pericolare il -proprio impiego per salvare un innocente, condiscende che l'uccidano, -protestandosi però mondo del sangue di lui. E Cristo è crocifisso (35) -dal popolo tra cui era passato beneficando; — vittima della legalità -romana, acciocchè questa sia in perpetuo condannata. - -Fra le imprecazioni egli morì, non imperterrito come Trasea o Seneca, -ma confessando il dolore, ma desiderando fossegli risparmiato quel -calice, ma gemendo di sentirsi abbandonato dal Padre, e perdonando -a quelli che l'uccidevano: e tutto fu consumato, come da secoli era -stato simboleggiato e predetto. Lo sgomento invade i discepoli suoi, i -quali mondanamente giudicano le cose dalla riuscita; talchè nascosti -non fidano che nell'essere o sprezzati o dimentichi, e piangono -sull'estinto maestro, finchè questi, come avea promesso, risorge, -e salito al Padre, manda lo Spirito divino che tramuta i timidi ed -ignoranti pescatori di Galilea in dottori intrepidi, i quali, vestiti -della forza di lassù ed obbedendo al maestro che avea detto — Andate -e insegnate a tutte le nazioni», spargonsi per le vie di Gerusalemme, -annunziando compita la legge, cessate le figure, cominciata la nuova -alleanza, venuto il lume dal lume, il Dio da Dio, e spiegano quella -dottrina che doveva essere salvezza del mondo. Così il più stupendo -miracolo del cristianesimo, qual è il potere di trasformazione, -comincia ad operarsi negli Apostoli per estendersi a tutta la società. - -Pilato ragguagliò il senato romano del caso; e Tiberio, udendo che -Cristo avea fatto miracoli ed era risorto, disse — Ebbene, ponetelo -fra gli Dei». Sì poco importava l'aggiungerne un altro alla caterva -affluita di Grecia, di Siria, d'Egitto! Cristo però non era un dio, -ma il Dio; e la sua dottrina e l'esempio suo repugnavano talmente ai -dominanti, che il trionfo di quelli doveva portare la rovina di questi; -e raccogliendo i pensieri di tutte le generazioni, di tutti i secoli, -avvincere il mondo in un legame di fede, di speranza, d'amore, il cui -nodo è in cielo. - -Finchè ogni gente adorava un dio diverso, ciascuna associazione -rimaneva isolata, nè sentiva verso le altre que' doveri, che da Dio -solo traggono la sanzione: partecipando anzi alle gelosie de' loro -Iddj, non vedeano negli stranieri che nemici da abbattere, schiavi -da incatenare. Pel cristianesimo invece tutti gli uomini s'accordano -nella medesima credenza, si uniscono in una sola Chiesa; solennità -inditte a tutti i paesi, segni che distinguono il credente ovunque -sia, preghiere comuni, e spesso a tempi ed ore eguali in tutto l'orbe. -La religione non restringesi più ad un luogo, è predicata a tutti, -e non annunzia conquiste, cioè predominio d'alcun popolo; non fonda -una tribù sacerdotale, non indispensabile solennità di riti; ma -semplici preghiere, ma cerimonie schiette ed affettuose rimembranze -congiungeranno i fedeli dovunque e quandunque sollevino a Dio la mente. - -Il cristianesimo non ha dottrine arcane, non han velo i suoi tempj, non -v'è profani nella Chiesa. L'uniforme e solido insegnamento della scuola -armonizza colla predicazione e col culto, il mistero colla dottrina -esteriore, le cerimonie colla reale consumazione del sagrifizio. -Insegnato ai bambini colle prime parole, si radica nei cuori, insinua -una morale dolce quanto sublime, un'affettuosa eguaglianza che nel -mondo non lascia vedere se non figli d'un Dio. Da qui la purezza d'una -morale, non soggetta a varietà di tempi nè di persone, e sempre intesa -al perfezionamento di sè ed alla carità verso altrui. Nè la virtù è -più un affare di convenzione, ma la pratica della verità, conosciuta e -ponderata con giudizio retto; una buona qualità della mente, di cui non -si può abusare[201]: è peccato il preferire al bene sommo il proprio, -all'oggettivo il subjettivo. - -Sotto le maestose pieghe della società romana quale la dipingemmo, -ne covava dunque un'altra affatto differente, che all'amor proprio -di quella opponeva il sagrifizio e la carità; al libertinaggio la -penitenza; all'opinione, al dubbio, al timore le tre virtù ignote, -fede, speranza, carità; alla superbia l'umiliazione; alla violenza -la convinzione; al diritto del forte l'eguaglianza dei deboli; -all'ambizione di ricchezze, di godimenti, di potere, persecuzione, -pazienza, austerità. - -Le due società non tardarono a trovarsi a fronte. Perocchè gli -Apostoli, appena furono innovati dallo Spirito consolatore, uscirono -predicando, e sparso il buon seme nella Giudea, recarono la fausta -novella (_euangelio_) alle genti, cui il Cristo non si era mostrato. -Pietro, il maggiore fra essi, s'avvia ad Antiochia, poi a Roma (42?), -il pescatore di Genesaret alla metropoli del mondo, per istabilirla -centro di un'altra unità, per opporre alle infamie di Messalina ed alle -atrocità di Nerone il raffronto dell'alta ragione e della sublime virtù -che perdona, istruisce e consola, e che sacrificando se stessa per -l'umanità, rende inutili gli altri sagrifizj cruenti. La irrequietudine -degli Ebrei in Roma, e massime contro i convertiti, indusse Claudio -a cacciarli, e allora Pietro sarà tornato nell'Asia[202]. Esprimo in -via di probabilità, giacchè, nell'età dell'orgoglio, questi grandi -rinnovatori del mondo lasciarono ignorare il loro cammino. - -Saulo o Paolo, di Tarso in Cilicia, municipio romano, da fiero -persecutore de' Cristiani ne divenne apostolo (35), e fu eletto a -diffondere il vangelo tra i Gentili; il che egli fece non soltanto -colla parola, ma con quattordici epistole, dove chiarisce molte -dottrine che erano custodite per tradizione, e inculca che veruna fede -non è ristretta a veruna nazionalità. Gallione proconsole dell'Acaja -risedeva in Corinto, quando Paolo v'andò a predicare, e molti gli -credevano e battezzavansi. Gli Ebrei lo presero in ira: l'ira consueta -degli oppressi contro chi cerca rigenerarli moralmente; e il condussero -al proconsole, imputandolo d'insegnare un diverso modo d'adorar Dio; -ma Gallione li rimbrottò, e — Se costui ha commesso qualche delitto, -indicatelo; ma se si tratta delle vostre solite quistioni di parole e -casi della legge vostra, sbrigatevela fra voi»[203]. - -Un'altra volta, mentre predicava nel tempio di Gerusalemme (38), gli -Ebrei lo assalsero e maltrattarono, finchè s'interpose la guarnigione -romana. Lisia, colonnello di questa, al cui arbitrio era commessa la -quiete della città, volea farlo bastonare, ma Paolo disse: — No, perchè -io son cittadino romano». Verificata tale asserzione, il colonnello -lo sottopose a un concilio di sacerdoti; ma tra questi alcuni erano -sadducei che negavano l'immortalità, altri farisei che ammettevano -la resurrezione de' morti; perocchè gli Ebrei pativano di quell'altra -scabbia degli oppressi, la sconcordia d'opinioni e i rancori reciproci: -onde cominciarono abbaruffarsi fra loro. Il colonnello, vedendo non si -trattava d'alcuna colpa, tolse seco Paolo perchè non soffrisse nuove -ingiurie, e lo mandò a Felice governatore della Giudea. Accorse il -gransacerdote ebreo con altri ad accusarlo; ma Felice, visto che erano -dispute religiose, tenne Paolo in larga custodia a Cesarea per due -anni, intanto ascoltandolo discutere sulla giustizia, sulla castità, -sul giudizio futuro: avviata poi la processura, Paolo appellò al -tribunale di Cesare, laonde fu da Festo, successore di Felice, mandato -a Roma. Tra molti prodigi egli vi approdò; e lasciato alla libera -custodia d'un soldato, con ogni fidanza e senza verun divieto[204] vi -stette due anni predicando. - -Reduce in Asia, da Corinto diresse ai Romani una celebre epistola, in -cui rinfaccia a' Giudei convertiti la carnalità e il volere angustiarsi -nelle cerimonie, mentre quel che importa è la grazia del Signore, -necessaria per essere santificati in virtù della fede in Cristo, la -qual fede è il principio della giustificazione: ai Gentili rimprovera -la soverchia fidanza nella propria ragione, mentre le cognizioni di -cui superbivano, traevanli a peccato; la scienza di suprema importanza -esser quella di Dio; i savj, quando s'ingloriarono de' proprj -pensamenti, caddero nell'accecamento e nella superstizione, e Dio -li lasciò in balìa delle passioni loro: pertanto e Gentili e Giudei -convertiti si rispettino a vicenda, nè in altro si glorifichino che in -Cristo Gesù. Tornato poi a Roma e messo prigione, Paolo di là scrisse -una lettera agli Ebrei, mostrando l'insufficienza della legge mosaica -dopo venuto chi la perfezionava e compiva. - -Di queste missioni poco si brigava l'orgoglio romano, finchè non venne -occasione di perseguitarne i proseliti. Da poi che Nerone ebbe messo -fuoco a Roma, nè sacrifizj agli Dei nè ordini ai magistrati nè profuso -denaro o promesse di più elegante ricostruzione chetarono il dispetto -della plebe. «Si ricorse anche ai Libri Sibillini; fu supplicato a -Vulcano, Cerere, Proserpina; e da matrone prima in Campidoglio, poi -alla più pressa marina, fatta Giunone favorevole; e di quell'acqua -fu asperso il tempio e l'immagine della dea, poi da maritate vi si -fecero i lettisternj e le vigilie. Ma nè opera umana, nè prece divina, -nè larghezza da principe gli scemava l'infame taccia dell'avere -arso Roma». L'imperatore, che poteva ridurre al silenzio i senatori -coll'ucciderli, era costretto rispettare il popolo; onde, con un -artifizio unico e sempre nuovo, pensò stornare da sè quella colpa col -versarla sopra cotesta nuova setta di filosofi, la quale, aborrendo -dalla sozza corruttela e dal vigliacco umiliarsi, e non riconoscendo -nei Romani una natura superiore alle altre genti, nè quindi il -diritto di opprimerle, faceva dispetto alla tiranna del mondo. Adunque -«processò e con isquisitissime pene castigò quegli odiati malfattori, -che il vulgo chiamava Cristiani da un Cristo, il quale, regnante -Tiberio, fu crocifisso da Ponzio Pilato procuratore. Per allora fu -repressa quella semenza; ma rinverziva non pure nella Giudea dove -nacque quel male, ma anche a Roma, dove tutte le cose atroci e brutte -concorrono e acquistano celebrità. Furono dunque prima catturati i -Cristiani che professavano apertamente, quindi gran turba, indicati non -come colpevoli dell'incendio, ma come nemici del genere umano». - -Per l'odio dunque cominciavano i Romani a conoscere una religione, -che tutti voleva congiungere nell'amore. Con supplizj della peggior -guisa li perseguitarono, e imitando quel che il loro padrone -faceva ai patrizj, unirono all'atrocità l'insulto; quali avvolti in -pelli d'animali esibendo ai cani, quali esponendo nel circo, quali -bruciando vivi, e de' loro corpi servendosi la sera come di fanali -ne' voluttuosi giardini di Nerone, posti in quel colle Vaticano, su -cui la religione allora nascente doveva poi piantare il suo trionfale -padiglione. «Nerone vi celebrò la festa Circense, vestito da cocchiere -in sul carro, e spettatore fra la plebe; onde di que' tristi, sebbene -meritevoli di ogni più nuovo supplizio, veniva pietà, non morendo essi -per pubblico bene, ma per crudeltà di lui solo»[205]. Vuole la costante -tradizione che in quell'occasione Pietro e Paolo suggellassero la fede -loro col martirio (67 — 29 giugno), consacrando del loro sangue una -terra, che da tant'altro era contaminata. - -Ma già eransi moltiplicati i Cristiani in Roma, in Italia. Da principio -adoperavano ogn'arte per nascondersi, convegni segreti, segni di -convenzione, lettere e tessere di riconoscimento, scatole in cui -portare il viatico agl'infermi, ai prigionieri, a chi non poteva uscir -di casa; intanto si estendevano fra i poveri, fra i giovani, fra le -donne. La donna convertita è seme che germoglia presso al focolare -domestico; e se non può al consorte, ispira ai servi ed ai figliolini -nuove massime, nuove ammirazioni, desiderj nuovi. La famiglia di -Priscilla fu la prima che, dalle idee orgogliose su cui riposava il -patriziato antico, passò ai sentimenti della fraternità umana che -costituiscono la cristiana uguaglianza. Tre Priscille, molte Lucine, -Ilaria, Flavia, Severina, Firmina, Giusta, Ciriaca, altre ricche vedove -trasformate in diaconesse, passavano i giorni pregando sulle tombe dei -martiri, che aveano ornate colla cura e col segreto onde altre loro -pari allestivano i gabinetti lascivi; madri e vergini sante espiavano -per quelle che si prostituivano in onor delle dee, pregando assidue, e -soccorrendo chiunque abbisognava o soffriva. Quando la dea Vesta più -non trovava chi volesse votarle la verginità, molte fanciulle a gara -s'offrivano alla custodia delle ossa dei martiri. Più tardi colle loro -ricchezze fondarono spedali, monumenti di carità opposti a quelli di -strage e di contaminazione. Di tal passo la donna recuperava la libertà -naturale, sottraevasi, foss'anche schiava, all'arbitrio d'un padrone, e -cancellava la legale sua inferiorità[206]. - -L'adorazione dell'uomo è l'adorazione del male; il culto dei Cesari -è l'infimo grado dell'idolatria; i costumi dell'età loro sono la -cloaca dell'impurità, dell'inumanità e della divisione, le tre grandi -conseguenze dell'idolatria. Da un lato dunque «opere della carne, -dimenticanza di Dio, incostanza di matrimonj, avvelenamenti, sangue ed -omicidj, furti ed inganni, orgie, sacrifizj tenebrosi, uomini uccisi -per gelosia, o contristati coll'adulterio, tutte le cose confuse, e -una gran guerra d'ignoranza che la follia degli uomini chiama pace»; -dall'altro lato «tutti i frutti dello Spirito, carità, gioja, pace, -pazienza, benignità, bontà, longanimità, dolcezza, fede, modestia, -temperanza, castità»[207]; ai quattro caratteri dell'antichità se ne -oppongono quattro nuovi, fede pura all'idolatria, carità allo spirito -di malevolenza, giustizia al disprezzo delle vite, castità alla -corruzione. Siffatta guerra cominciava col Vangelo. - -Nella Roma incestuosa e micidiale, anime che il mondo non era degno -di possedere viveano nelle caverne, aspettando intrepide, ma non -accelerando l'ora di fecondare del loro sangue la pianta della -rigenerazione. Attorno alle città d'Ostia, di Velletri, di Tivoli, -di Preneste e Palestrina, e nelle valli che con cento flessuosità -sboccano nella pianura del Lazio; accanto alle tane, ove i padroni -chiudevano la sera centinaja di schiavi alla bestemmia ed agli -indistinti concubiti, trovi altre caverne, scavate nel tufo di cui si -fabbricavano le voluttuose ville: e dentro quelle nei gemiti e nella -preghiera si rigenerava l'umanità. Colà i Cristiani sepellivano i morti -entro nicchie che poi muravano, chiudendovi insieme gli strumenti -del supplizio, un'ampolla del sangue, le insegne della dignità o -dello stato; e questi asili della morte denominavano _cimiterj_, cioè -dormitorj, espressione d'una coscienza pura, consolata nella certezza -di svegliarsi ad altra vita; e colà venivano ad orare. Ivi nessun -altro ornamento che l'avello d'un martire, pochi fiori, alcuni vasi di -legno, qualche cero o lampada, al cui lume leggere il Vangelo, cioè i -libri nei quali i compagni di Cristo o i loro discepoli aveano esposto -semplicemente la vita e gl'insegnamenti di lui, i precetti e l'esempio; -ed invocavano la grazia di adempirli e d'imitarlo. E in quel leggere e -in quel pregare consisteva la loro cospirazione. - -Uniti nella credenza stessa, nella stessa morale, nella stessa -speranza, davano bando alle inumane distinzioni del secolo: il ricco -sedeva presso al povero cui sostentava coll'aver suo: le vergini del -vulgo, coperte di bianco lino, con al collo gli amuleti dell'agnello -di Dio che toglie i peccati, alternavano litanie colle matrone e colle -vedove de' senatori e dei proconsoli, che avevano data ogni ricchezza -all'assemblea de' fedeli, e spargevano i ristori della carità: e mentre -l'egoismo rodeva a morte la società antica, qual sovrabbondanza di -vigore in quella nuova, dove l'amore nasceva dall'inesausta fonte della -fede, e dove convincendosi della debolezza dell'uomo, acquistavano -la forza che viene da Dio! Il vescovo, il prete, il diacono, cioè a -dire l'ispettore, il vecchio, il servo, presedevano all'adunanza, non -distinti se non per maggior virtù, carità e dottrina nel soffrire, nel -rimetter pace, nel compatire e consolare, nello spezzare il pane della -parola, e per lo stupendo privilegio d'immolare il Figlio al Padre, -vittima incessante per le colpe, e di legare o sciogliere i peccatori -tra l'effusione della Grazia. - -Quivi entro, la vigilia delle solennità i sacerdoti davansi lo scambio -per cantar tutta notte inni al loro Signore; e quella melodìa serviva -di guida ai fedeli, che sbucati di piatto dalla città o dall'ergastolo -degli atroci padroni, venivano a trovarvi gli anziani mutili nel -martirio, i vescovi rapiti miracolosamente al rogo, i filosofi che, -mutati in apostoli, avevano finalmente rinvenuto il nodo delle agitate -quistioni, e che s'accingevano a recare il vero alle genti assise -nell'ombra della morte, e a confermarlo col proprio sangue. - -Le feste dell'idolatria erano allusioni a fenomeni naturali, ovvero -patriotiche rimembranze, spesso contaminate da impurità e bagordi: -nelle cristiane, l'esultanza era espressione del rinascimento -spirituale. Là interrogavasi con ansietà il futuro; qui si confidava -nell'onniscienza divina; e lo spirito, sgombro dal timore di sinistri -presagi, trovava la spiegazione della vita in ciò che dee venire dopo -di essa. Chi potesse, recava qualche denaro ogni mese onde nodrire e -sotterrare i poveri, sostentare gli orfani, i naufraghi, gli esuli, -gl'imprigionati. Come fratelli, erano disposti a morire gli uni per gli -altri: tutto avevano in comune, eccetto le donne: nel loro mangiare -insieme, che chiamavasi far carità (agape), libavano il calice del -sacrosanto sangue; poi i cibi, ricevuti a gloria di Colui che li dà, -rallegravano la sacra accolta nella fratellanza dell'affetto e nella -gioja del perdono e del sagrifizio. - -La società periva per l'egoismo e l'isolamento? eccola salvata -dallo spirito d'associazione e da quell'amore che mancò sempre al -gentilesimo, perchè Dio solo poteva insegnarlo. Il cristianesimo è -dottrina di redenzione, sicchè primo merito pone il praticare la carità -fino a dar la vita. Per accrescere il bene del prossimo, ognuno ha -l'obbligo d'esercitare l'industria, scoprire, progredire; è pertanto -anche dottrina d'attività e d'avanzamento, mentre gli antichi, fondati -sopra l'idea del decadimento, vedevano il male e la disuguaglianza -fra gli uomini come una necessità, soffrivano e lasciavano soffrire. -Colla parola «Siate perfetti come il Padre mio celeste», è imposta -alle età nuove la missione di procedere, di lottare; e se il verbo -di Dio non mente, andrà svolgendosi ed effettuandosi ognor meglio -la legge di giustizia e d'amore; e poichè in questa consiste il -perfezionamento anche dell'ordine temporale, indefettibile ne sarà il -progresso, divenuto legge naturale dell'umanità. Ne conseguiva anche la -libertà[208], la quale, sbandita d'ogni luogo pel deleterico influsso -dell'egoismo, ricovera nel santuario, protetta dalla fede di Colui pel -quale regnano i re. - -Veramente Cristo, la cui riforma era morale e non politica, non -mutò l'ordinamento materiale del mondo visibile: ma la scienza delle -intime relazioni della terra col cielo, del tempo coll'eternità, del -contingente col necessario, riesce ad innovarlo, porgendo un canone di -eterna giustizia; e coll'impedire che mai più gli uomini si considerino -altri come fine, altri come mezzi, pianta la libertà vera, generata -dalla fede, dalla pratica della virtù e dalla cognizione della verità. - -— Chi vorrà esser primo, si farà servo degli altri, come il Figliuol -dell'uomo che venne non per essere servito ma per servire, e dar la -vita ad altrui redenzione». Queste parole segnano il rigeneramento -della società, sostituendo alla tirannide, ove pochi godono e molti -patiscono, il governo per vantaggio di tutti; e rendendo un dovere non -un piacere il diriger gli uomini. Il superiore sa d'essere obbligato -a servire alla grande società umana, nè quindi inorgoglisce della -sua posizione; l'inferiore vede nel magistrato l'uomo costituito a -vantaggio di lui, e quindi lo ama e seconda: i potenti riconoscono i -diritti dei sudditi, questi la soggezione, dovuta per riguardo a Colui -che è unica fonte della podestà: e gli uni e gli altri s'accordano nel -volere soltanto ciò che è volontà del comun padrone. - -Cristo designò l'uomo che, lui morto, dovea farsi _servo dei servi_; -e così fondò l'unità del governo visibile, che non avendo il suo -regno in questo mondo, avvicinasse più sempre gli uomini al regno di -Dio, il quale consisterà nell'unità di credenze e d'affetti. A tal -uopo è stabilito un potere sulle coscienze, al quale appartenga il -risolvere ogni dubbio e determinare le credenze. Nulla esso possiede -di violento; uniche armi sue la persuasione, e la Grazia invocata, e la -infallibilità promessa da Colui, che prega in cielo affinchè la fede di -Pietro non venga meno. - -A prima vista parrebbe dispotico cotesto governo della Chiesa, che -impone quanto s'ha da credere, estende l'imperio sulla coscienza, -e proscrive il dissenso: ma l'infallibilità sua esso trae da un -principio superiore all'uomo, e tale da acquetar la ragione; tutto -fa pubblicamente per lettere, dibattimenti, concilj, tanto che non -si prende alcuna determinazione se non per deliberazioni comuni: le -assemblee diocesane, provinciali, nazionali, ecumeniche adombrano quel -governo rappresentativo, che divisavasi testè come il più alto punto -del politico progresso. - -Esso governo spirituale, non che contrastare col governo terreno, -imporrà d'attribuire a Cesare ciò che gli appartiene; ma a fronte -di Cesare ergerà dottrine che, insinuandosi nella vita sociale, la -modifichino, ed esempj, la cui santa evidenza trascini ad imitarli. -Pertanto nella società mondana v'avrà nazioni distinte; nella religiosa -un'_adunanza universale_ (Chiesa cattolica): colà il lignaggio dà -potenza e decoro; qui tutto deriva dal merito personale, senza gradi nè -privilegi ereditarj, talchè il nato nell'infimo grado potrà ascendere -al primato e fin agli altari: colà la forza impone i regnanti, e -il talento di questi destina i magistrati; qui tutto va per libera -elezione, dall'acòlito sino al pontefice: colà eserciti che soggiogano -i corpi, qui apostoli che convincono l'intelletto e inducono la -volontà: colà imperatori che decretano, qui diaconi, preti, vescovi che -istruiscono e consigliano: colà giudizj che puniscono, qui un tribunale -ove il confessare i delitti li espia; e se v'ha chi persiste nella -nequizia e scandalizza i fratelli, la pena più severa sarà l'escluderlo -dalla Chiesa, sicchè non partecipi alla preghiera ed al convito de' -buoni: ivi insomma la materia, qui lo spirito; ivi la coazione, qui -la coscienza. La carità cristiana toglie dunque l'uomo dal giogo -dell'uomo; come contro la propria debolezza, così lo difende contro -l'oppressura altrui, intimando, — Guaj a chi sprezzerà uno di questi -piccoli». - -Cristo, imponendo ai discepoli la propria indigenza volontaria, -una legge di patimento e d'abnegazione, ruppe il fascino delle -grandezze pagane; il livello della povertà, sotto cui abbassava tutti, -diveniva livello d'indipendenza; sicchè agli splendori dell'antichità -sottentrassero la fraternità e l'eguaglianza. Allora il diritto succede -al fatto; il pensiero e la coscienza umana, volontariamente sottomessi -a Dio, da Dio solo vogliono dipendere, vero e primo sovrano, dal quale -Cristo fu investito della suprema podestà. Da Dio dunque soltanto e dal -suo Verbo deriva agli uomini il diritto di comandare. I principi aveano -fin allora dominato solo sui corpi colla forza; allora governerebbero -anche gli spiriti col diritto che deducevano da una fonte superiore. -A vicenda i popoli dall'obbedienza forzata passavano alla consentita, -prestandola non ad un uomo fallibile e peccatore, ma a Dio, e spegnendo -così i due demoni della tirannia e della rivolta. - -L'obbedienza nascendo dalla persuasione, non avvilisce col sommettere -l'uomo ai capricci dell'uomo[209]; riduce il principe a ministro di Dio -pel bene, e i governi a provvedere che sia rettamente distribuita la -giustizia, senza potestà nè azione sopra il pensiero e le coscienze. -Ma se Dio è la potenza, non sempre è di Dio l'uomo che la esercita, nè -l'uso che ne fa; e quegli e questo sono subordinati al diritto eterno. -Nessun uomo possedendo autorità per se stesso, qualvolta surroghi -all'eterno diritto la potenza propria, si fa usurpatore; demerita -l'obbedienza qualvolta l'arroganza propria sostituisca a quella legge -superna, di cui è interprete la Chiesa[210]. - -Perocchè al di sopra di questi criterj del vero, di quest'autorità del -giusto è collocata la Chiesa, società delle anime legate al cospetto -di Dio dalle medesime credenze, depositaria immutabile delle verità -eterne, e insieme oracolo vivente nelle dispute a cui soggiace ogni -verità quando è consegnata all'uomo; affinchè, assicurando la libertà -nel vero, repudii la libertà nell'errore, combattuto sotto qualsiasi -forma perchè gli manca il diritto. Rappresentando la natura umana -ancora scevra dal peccato, essa è incapace di errare come di morire; e -afferma o nega competentemente i primi veri, su cui si fondano non solo -la religione, ma la famiglia, la società civile e la politica; una nel -capo, molteplice nei membri. - -Erano dunque finalmente riconciliati scienza e dovere, filosofia e -religione, morale e politica; derivate tutte dalla medesima sorgente; -era costituito il criterio del sapere, degli affetti, delle azioni. -Quanti secoli però, quanto sangue, prima che la verità divenisse -trionfante, s'inviscerasse nella società, e portasse le indefinite -sue conseguenze e le applicazioni morali e civili! Ma ancora ne' mali -inseparabili dalla condizione umana recherà balsami la carità, intenta -a diminuirli o a consolarli coll'elevare gli occhi del soffrente al -Cielo che è per lui. - - - - -CAPITOLO XXXVI. - -Galba. — Otone. — Vitellio. - - -Fin qui erano succeduti imperatori della famiglia Giulia, o imparentati -o adottivi di essa; e il senato davasi l'aria di eleggerli: ma ora, -al vedere una persona nuova, creata dai soldati, il senato comprende -essersi rivelato che l'imperatore si può fare anche fuor di Roma[211]. - -Servio Sulpizio Galba da Terracina, nobile, ricco, preconizzato -all'impero da mille augurj, nella sua pretura avea ben meritato del -popolo col l'introdurre il nuovo spettacolo d'elefanti che ballavano -sulla corda. Buon capitano, sotto Nerone fece l'addormentato per non -attirarsi sospetti; e governando la Spagna Tarragonese, represse i -concussori, ed acquistò l'amore della provincia. Insorto contro Nerone -(68) per restituire (diceva) il massimo dei beni, la libertà rapita da -un mostro, come l'udì morto assunse il titolo d'imperatore, ed avviossi -a Roma, auspicando male il regno col punire le persone e le città che -aveano ricusato secondarlo nella sollevazione, e trucidare i complici -e fautori di Ninfidio Sabino, comandante ai pretoriani, il quale avea -voluto farsi gridare imperatore. - -Un corpo di marinaj, che Nerone aveva ordinati in legione, gli va -incontro a Ponte Milvio chiedendo essere confermati; e perchè al suo -niego si ammutinano, Galba li fa assalire dalla cavalleria, settemila -uccidere tra in battaglia e per castigo, i restanti in prigione -finch'egli visse. Altri supplizj tennero dietro, ordinati freddamente: -pregato a risparmiare ad un cavaliere l'infamia, comanda che il palco -sia dipinto, e ornato di fiori. - -Il popolo esultò quando vide messi a morte gli strumenti di Nerone, -fra cui Narcisso e l'avvelenatrice Locusta; e qualora Galba uscisse in -pubblico, gli chiedeva a gran voce il supplizio di Tigellino: ma costui -a grosse somme comprò lo scampo. Di ciò fu scontenta la plebe, come -della parsimonia che Galba credeva necessaria dopo i pazzi scialacqui -precedenti. A un senatore che il ricreò tutta una cena, regalò una -moneta, avvertendolo, — È di mia borsa, non dell'erario». Se vedesse -imbandigione più dispendiosa del solito, soffiava. Le prodigalità del -suo antecessore volle cincischiare, ordinando che, chiunque n'avea -ricevuto doni, ne restituisse nove decimi, creando per questo un -tribunale che turbò i possedimenti, e più scontentò che non arricchisse -l'erario. Negò ai pretoriani il donativo, rispondendo: — Ho scelto -i soldati, non li voglio comperare»; voce degna d'un prisco Romano, -s'egli l'avesse coi fatti sostenuta. - -Ma avea messo il capo in grembo a favoriti indegni, i quali non era -malvagità che non si permettessero; nei giudizj e negli impieghi non -guardavano a merito, a diritto o a torto, ma a chi più desse: laonde -si rinnovavano le miserie e gli orrori del tempo di Nerone; e l'odio -de' costoro delitti accumulandosi sopra Galba col disprezzo per la sua -inerzia, faceva intollerabile il dominio. Vedendosi sprezzato ed esoso, -e udita la rivolta d'alcune legioni di Germania, Galba stabilì adottare -un successore. E fu Pisone Liciniano, giovane reputato per modestia e -severità: e l'esortò a portare la superba fortuna, come sin là aveva -l'umile sostenuta; essere accorciatojo al ben regnare l'osservar quali -cose si condannerebbero in principi; ricordasse di aver a governare -gente che nè la libertà sapeva tollerare, nè la servitù. - -I soldati e i senatori annuirono alla scelta, ma Marco Salvio Otone, -inveterato negl'intrighi di Corte, essendo stato caldo sostenitore -di Galba, sperava da lui quel premio: deluso, e nulla avendo a -sperare nella quiete, tutto nel sovvertimento, macchinò; i debiti, -le insinuazioni dei liberti, i presagi d'indovini e di pianeti, la -scadente autorità di Galba, la non ancora assodata di Pisone, lo -fecero ardito a lasciarsi proclamare imperatore (69) da non più che -ventitre guardie pretoriane. Ben tosto altri ed altri si aggiunsero; -gl'indifferenti non si opponeano, i contrarj stavano a guardare. Pisone -uscì, mostrando di che turpe esempio sarebbe il tollerare che non -trenta disertori dessero il padrone al mondo; sicchè il popolo empì -il palazzo gridando morte a Otone, siccom'era solito nei teatri, e non -già per amore o per idea del meglio, ma per la consuetudine di adulare -i principi con vano favore, pronti a gridare il contrario un'ora -appresso. - -E Otone esce con mani tese e picchiar petto e gittar baci e ogni -umiltà: se gli fa turba intorno di curiosi o di fautori; e prima -i pretoriani, poi la legione de' marinaj, memore dell'insulto, -gli prestano giuramento. Galba, svigorito dai settantatre anni e -dall'infingardaggine, compare armato in sedia; è forbottato senza -consiglio (69 — 15 genn.) fra una moltitudine non tumultuante, non -quieta; e da tutti abbandonato, agli assassini presenta tranquillamente -il petto, dicendo: — Ferite, se così comple alla repubblica». Regnò -otto mesi, piuttosto scevro di vizj che dotato di virtù; e fu detto di -lui, che parve degno dell'impero finchè nol conseguì. - -Senato, popolo, cavalieri, come fossero tutt'altra gente, corsero a -chi prima al campo, bestemmiando Galba, ad Otone baciando la mano e -ammassando titoli e applausi, più vivi quanto meno sinceri. Otone gli -accoglieva cortese, e procurava rattenere i soldati dal sangue e dalla -ruba; ma aveva autorità di comandare il delitto, non d'impedirlo, e -dovette a lor capriccio deporre ed alzare magistrati. Vinnio, Laco, -Icelo, Pisone, indegni favoriti, furono trucidati, e con loro molti -innocenti e rei, come avviene nelle sommosse: la giornata micidiale si -conchiuse con feste e falò: al domani il pretore, convocati i padri, -fece decretare la podestà tribunizia ad Otone, che, attraverso le -insanguinate vie di Roma, salì al Campidoglio, ove ottenne il titolo di -cesare augusto, perdonò le ingiurie, o forse differì la vendetta, che -dalla brevità del regno gli fu impedita. - -Gli eserciti che davano l'impero, potevano anche ricusarlo. Nella -Bassa Germania, Aulo Vitellio, tratti dalla sua i governatori della -Gallia Belgica e della Lionese, e i campi dell'Alta Germania, della -Rezia e della Britannia (69), si fece gridare imperatore, e prese -l'autorità, premiando e punendo; poi avviò verso Italia Fabio Valente -pel Cenisio, Alieno Cecina pel Sanbernardo cogli eserciti; e presto udì -che i paesi fra l'Alpi e il Po si sottometteano, non per benevolenza -od ira, ma perchè indifferenti a qual obbedire fra due pretendenti, -egualmente spregevoli. Otone, strappatosi dai voluttuosi ozj, mostrasi -assiduo agli affari, blandisce il popolo con elocuzioni, il senato -colle dignità, colle largizioni i pretoriani; perdona ad alcuni; -ordina a Tigellino di morire; tenta smovere Vitellio dall'impresa con -larghe promesse, fin d'associarselo all'impero: patti simili propone -Vitellio; poi l'uno all'altro avventano ingiurie enormi e meritate, -l'uno all'altro spediscono assassini. I pretoriani tumultuano; i -cittadini rimangono col batticuore d'una guerra civile; nessun partito -osava prendere il senato, perchè ogni parzialità, mostrata oggi a un -imperatore, poteva domani dar pretesto alle vendette dell'altro. Lo -sgomento era cresciuto da fantasmi apparsi, statue rivoltesi, mostri -nati; un bove parlò in Etruria; il Tevere traboccando portò via i -viveri. La gente, fiaccata dalla lunga pace, vuol mostrarsi bellicosa -col comprare belle armi, insigni cavalli, e banchettare, dissimulando -la paura quanto più n'avea. - -Per togliersi a quell'intradue, Otone mosse incontro al pericolo -colla più parte de' magistrati e de' consolari, e colle coorti -pretoriane. La guerra fu atroce come sogliono le civili, sostenute -da stranieri ausiliarj: finalmente a Bedriaco[212] l'esercito d'Otone -andò squarciato (20 aprile). A questo in Brescello ne recò notizia un -soldato, il quale vedendosi non creduto, quasi fosse fuggito per viltà, -si trafisse colla propria spada. L'imperatore a quell'atto esclamò: — -Non sia mai che gente sì prode e affezionata resti, per mia cagione, -esposta a nuovi pericoli». E per quanto i soldati lo confortassero, -mostrando che non era a disperare, che tutti voleano dar la vita per -esso, e gliel provassero coll'uccidersi, altri gli dicessero essere -grandezza d'animo il soffrire le calamità, non il sottrarvisi, egli li -supplicava a lasciarlo sagrificare la sua per salvare la vita di tanti, -e, — Non trattasi di combattere Pirro o i Galli, ma concittadini, nè -la vittoria può venire senza molto sangue fraterno. Vitellio prese le -armi; io dovetti difendermi; ma la posterità sappia che una sola volta -esposi per me Romani contro Romani. Vitellio troverà vivi il fratello, -i figli, la donna sua. Se altri l'impero tenne più a lungo, nessuno -l'abbandonò più generosamente. Di veruno io mi lagno; chè il querelarsi -degli uomini o degli Dei al venir della morte, è un mostrarsi cupidi -della vita». - -Chi così parlava era stato mezzano e parte alle turpitudini di Nerone, -che gli affidò Poppea sinchè non si fosse tolta d'attorno Ottavia; -s'era affogato nei debiti; spelavasi tutto il corpo e radeva la faccia -ogni dì, rammorbidiva la pelle con mollica bagnata, portavasi sempre -a lato uno specchio, e a quello componevasi in aria marziale prima di -camminare al nemico. Indotti i suoi a non ritardare la risoluzione sua, -s'accinge ad uccidersi la sera, poi dice: — Aggiungiamo anche questa -notte alla vita»; colloca sull'origliere due pugnali, s'addormenta, e -la mattina si trafigge (21 aprile). - -Piangendo un imperatore che a trentasette anni moriva per salvarli, -i guerrieri suoi levarono un rumore, pericolosissimo perchè non era -chi li quietasse; esibirono l'impero senza trovare chi l'aggradisse; e -mentre il senato si chiariva per Vitellio, e decretava ringraziamenti -alle legioni di Germania, la militare licenza infieriva d'ambe le -parti col pretesto di punire gli avversi. Vitellio accorso, perdonò -ai primarj uffiziali dell'emulo, gli altri punì di morte; nel campo -di Bedriaco, tuttavia coperto degli insepolti, compiaceasi vederne le -ferite, e diceva: — Il cadavere d'un nemico sa buono, più buono se è un -cittadino»; e fatto recar vino, bevve e ne distribuì, rivelandosi qual -era goloso e crudele. - -Su tutto il suo cammino fu una gara di portargli quel che di squisito -porgesse il contorno; i migliori cittadini erano raccolti a splendidi -banchetti; ed i soldati l'imitavano, sicchè il suo campo sarebbesi -detto un baccanale. Sebbene n'avesse congedato e sbrancato parte, -pure settantamila armati, oltre i saccomanni e i servi, attraversando -l'Italia al tempo della messe, la sperperarono, svergognando, -saccheggiando, vendendo come in guerra rotta. L'imperatore entrava in -Roma con corazza e spada, a foggia di conquistatore che si cacciasse -innanzi il senato e il popolo, se non l'avessero gli amici avvertito -di risparmiare questo nuovo insulto ed assumere abito di pace. -Nell'arringa al popolo e al senato sciorinò la solerzia e la temperanza -sua; e popolo e senato, che ne sapevano la gola e le disonestà, -applaudirono. - -Con uno de' primi decreti proibì ai cavalieri romani di darsi -spettacolo sul teatro e nell'arena; con un altro sbandiva gli -astrologi; ed essendosi affisso un cartello che annunziava Vitellio -morrebbe il giorno che gli astrologi uscissero di Roma, egli fece -ammazzare quanti ne colse. Era frequente al teatro e al circo, assiduo -al senato, ove avendolo Elvidio Prisco contraddetto, egli soggiunse: — -Nessuna meraviglia che due senatori tengano contrario avviso». Trovato -un catalogo delle persone che avevano sollecitato premj da Otone come -uccisori di Galba, li fece morire, men per punizione del passato che -per riparo all'avvenire. Inetto però a gravi cure, le lasciava ai -favoriti Valente e Cécina che gli avevano dato l'impero, e ad Asiatico -di cui aveva usato in turpi servizj; e forse alle costoro suggestioni -vanno imputati i tanti omicidj di cui Vitellio si macchiò, fin della -propria madre. - -Egli intanto badava agli aguzzamenti dell'appetito. Immaginò un -piatto, detto lo scudo di Minerva per la prodigiosa capacità, dove -si raccoglieva quanto potesse meglio solleticare palato o capriccio -d'uomo; cervella di fagiano, fegati di scaro, latte di lamprede, lingue -di rari uccelli a mille colori, pigliati dalla muda ad una cert'ora; -femmine sorprese sulla covata, maschi interrotti nel sonno, perchè -l'agitazione ne fa il fegato d'un mangiare delizioso; fregoli di pesce, -staccati dal fondo dei laghi al modo che si pescano le perle; altri -pesci spediti a Roma coll'acqua stessa in cui furono côlti; poi funghi, -di cui si spiava il nascere nelle umide notti; poma imbarcate cogli -alberi loro e col giardino ove crebbero, affinchè Cesare le cogliesse -di propria mano e godesse le primizie della fragranza e della lanugine. -Fin a cinque desinari sedeva in un giorno, e ciascuno d'ingente -dispendio; invitavasi da un amico a colazione, dall'altro a pranzo, dal -terzo a merenda, a cena dal quarto nel giorno stesso, e gareggiavano -a chi più lautamente gl'imbandisse; ma tutti vinse Lucio suo fratello, -che gli allestì duemila piatti di pesci, e settemila degli uccelli più -squisiti al mondo. Ovunque egli passasse, bisognava riporre i cibi, -altrimenti dava del dente in tutto, sparecchiava le are degli Dei, e -nove milioni di sesterzj in pochi mesi ingolò. Altro denaro straziò in -murare stalle, dar corse e spettacoli di gladiatori e di fiere, e nelle -splendide esequie di Nerone, liete alla ciurma, esecrate dai buoni. - -Gli turbarono, non ruppero i sozzi riposi le notizie d'Oriente. -Vespasiano, che osteggiava i Giudei, udita la morte di Nerone, mandò -Tito suo figlio a congratularsi con Galba; ma avendo saputo per via -il tracollo di questo e l'accapigliarsi di Vitellio e Otone, Tito -diede volta per esortare il padre a mettersi anch'egli competitore. Le -legioni d'Oriente non aveano diritto d'imporre all'orbe il padrone, -quanto quelle della Germania e della Gallia? Vespasiano, tenuto -alquanto in bilancia dalla gravezza de' sessant'anni e del rischio, -alfine lasciò da esse proclamarsi imperatore. Le provincie d'Oriente -fino all'Asia e all'Acaja non esitarono a giurargli obbedienza; a -Berito stabilì un senato per dibattere gli affari, richiamò veterani, -cernì novizj, fabbricò armi, battè moneta, e postosi in Egitto, contro -di Vitellio spedì Crasso Muciano, comandante agli eserciti nella Siria. -Il quale, crescendo di forze alla giornata e imponendo tasse, venne in -Europa (69), ove le legioni, dall'Illiria alla Spagna e alla Bretagna, -acclamarono Vespasiano. L'esercito illirico, guidato da Antonio Primo, -calasi dalle Alpi; Aquileja, Altino, Este, Padova, Vicenza, Verona sono -sorprese, e così separate da Vitellio l'Alemagna e le Rezie; Cecina, -che comandava gli eserciti di esso, lo tradì; la flotta di Ravenna -gridò Vespasiano; finalmente sotto Cremona si fe giornata. Trentamila -Vitelliani caddero (29 8bre) uccisi da compatrioti ed amici; un figlio -ammazzò il proprio padre, e riconosciutolo nello spogliarlo, il pregò -di non maledirlo, e gli scavò la fossa. Preso il campo de' Vitelliani, -Cremona fu assalita, e per quanto Antonio Primo desiderasse campare una -città cinta di amenissime ville, piena di gente accorsa ad una solenne -fiera, e dove erano riposte tante ricchezze, non potè frenare l'agonia -delle prede e l'odio antico; e saccheggiata per quattro giorni, fu -distrutta. Primo vietò ai soldati di tener prigioniero verun Cremonese: -ed essi gli ammazzavano. - -Vitellio, come altri potenti di altre età, credeva ovviare il pericolo -col non parlarne; guaj a chi in Corte toccasse delle atroci novelle! -mandava spie a scandagliare nel campo di Vespasiano, e tosto le faceva -uccidere perchè non palesassero. Fra ciò designava consoli per dieci -anni, dava la cittadinanza a stranieri con larghissime concessioni, e -nelle sale di Roma e nei parchi di Aricia, dimenticando il passato, il -presente, l'avvenire, bagordava, lussuriava. Giulio Agreste centurione, -cercato invano di scuoterlo, gli chiese licenza d'andar a verificare -coi proprj occhi le forze e la postura del nemico; e visto Cremona -ruinata, le legioni prigioniere e il campo vigoroso, tornò, ne diede -certezza a Vitellio, e trovandolo incredulo, per testimonio di sua -veracità si uccise. In sì lieve conto tenevasi la vita! - -Alfine l'imperatore mandò ad abbarrare i valichi dell'Appennino; -poi incalzato, raggiunse l'esercito con un codazzo di senatori che -lo rendeano viepiù spregevole; ed ora a questi, ora a quelli si -volgeva per pareri; poi, ad ogni annunzio dell'avvicinar del nemico, -sgomentavasi e s'ubriacava. Udito che anche la flotta di Miseno avea -voltato bandiera, tornò a Roma intenerendo il popolo con preghiere, con -lagrime, con promesse, più esorbitanti quanto meno pensava mantenerle; -e così raccozzò una ciurma cui diede il nome di legione. Ma come Primo -fulminando varcò l'Appennino, costoro disertarono a frotte. - -Sabino, governatore di Roma, benchè fratello di Vespasiano, si tenne -in fede: sol quando si bucinò che, per cessare il sangue, Vitellio -abdicava, egli assunse le armi; ma il popolo, invaso da subita -frenesia, lo chiuse in Campidoglio, e nell'assalto s'incendiarono le -case vicine e i portici, tra le cui fiamme penetrati, i Vitelliani -passarono per le spade chiunque resisteva; Sabino fu trucidato a rabbia -del popolo, il quale mal si potrebbe dire perchè con nuovo furore -proteggesse una causa non sua, e principi che domani avrebbe forse -trascinati nel Tevere. - -Primo, come ode arso il Campidoglio e ucciso Sabino, difila sopra Roma: -Vitellio, sebbene rimbaldanzito da quel furore vulgare, mandò colle -Vestali un ambasciatore chiedendo un sol giorno per risolvere; ma non -l'ottenne, e i suoi furono rincacciati nella città. Presa anche questa, -si battagliò per le vie, e cinquantamila uomini perirono; mentre il -vulgo, cui la sua bassezza faceva sicuro, applaudiva o fischiava i -colpi, piacevasi scovare se alcuno si rimpiattasse nelle case, gridando -viva e muoja, come cosa pazza. - -Vitellio, scoperto in un canile (20 xbre), fu menato per la città -con abiti laceri, corda al collo, braccia al dosso, fra gli urli -della plebaglia che due giorni prima l'adorava. Al moltiplicare degli -insulti, quest'unica voce oppose, — Eppure io fui vostro imperatore». - -Di otto imperatori di Roma, era il sesto che periva di morte violenta. - -Coll'uccisione di suo fratello Lucio Vitellio che comandava un esercito -a Terracina, fu terminata la guerra, ma senza che fosse pace. I soldati -vincitori inseguivano i nemici, scannandoli ovunque li scontrassero; -col pretesto di cercarli sforzavano le case; e la ciurma gli avviava -ed emulava. Primo valevasi del comando per rubare più degli altri: -Domiziano, figlio del nuovo imperatore, che nella sollevazione erasi -trafugato in abito di sacristano d'Iside, allora dichiarato cesare, -tuffavasi nelle laidezze. Scompigli sovra scompigli, fra' quali alla -povera Italia restava appena fiato per acclamare Vespasiano augusto. - - - - -CAPITOLO XXXVII. - -I Flavj. - - -La casa Flavia, nè antica nè illustre, proveniva da Rieti. Tito -Flavio, avo che fu di Vespasiano, militò nelle guerre civili, e dopo la -rotta di Farsaglia tornò nel paese natìo come esattore delle gabelle. -Suo figlio Flavio Sabino l'eguale industria esercitò in molte città -dell'Asia con fama d'onesto; poi ritiratosi negli Elveti, arricchì -prestando, e da una Vespasia Polla generò Sabino e Vespasiano. Valenti -guerrieri entrambi, quest'ultimo divenne senatore e console col -blandire i potenti; la finta vittoria di Caligola sui Germani festeggiò -con giuochi straordinarj; propose che gli accusati di fellonia fossero -pubblicamente uccisi ed esclusi dalla sepoltura; in pien senato rese -grazie a Caligola d'averlo invitato a cena; proconsole in Africa, servì -tanto bene Nerone, da attirarsi il pubblico odio. Reduce, si trovò in -sì basse acque che diede in pegno al fratello le sue terre, e al vivere -cercò modi poco onesti: ma a grave pericolo il pose l'essersi lasciato -prendere dal sonno mentre Nerone recitava proprj versi; onde ritirato -in campagna attendeva male nuove, quando si udì prescelto a capitanar -la guerra della Giudea. L'oscurità de' suoi natali, togliendo ogni -ombra a Nerone, gli aveva meritato quel comando, nel quale mostrossi -eccellente; pazientissimo alle fatiche, divideva gli stenti coll'infimo -soldato: se non che disonoravasi coll'avarizia. - -Fu il solo che, assunto all'impero, si mutasse in meglio. Appena -seppe morto Vitellio, racconsolò di vettovaglie l'Italia; conferì -governi e comandi ad amici suoi, sperimentati nel vivere privato e sui -campi; e non si trovò costretto a corrompere i soldati con improvvide -liberalità. Crasso Muciano, mistura d'ottime e di ribalde qualità, -molle e attivo, superbo e compiacente, avido dei godimenti e indomito -alle fatiche, con potere illimitato e bastante severità diede buon -incammino alle cose di Roma. Intanto Vespasiano in Alessandria faceva -miracoli; rese la vista a un cieco, bagnandogli di saliva gli occhi; -un rattratto, appena da lui tocco, ricuperò l'uso della mano: tutto ad -onore e gloria del dio Serapide. Entrando nel tempio, Vespasiano vide -dietro di sè un tal Basilide, che in quell'istante si trovava ottanta -miglia lontano e ammalato. Avvenimenti attestati da Svetonio, Dione e -Tacito, il quale dice che al tempo suo la menzogna non avrebbe potuto -aver corso. - -Glorioso per vittorie e per miracoli (70), Vespasiano arrivò in Italia; -e se, appena eletto, tanta folla accorse a riverirlo da non bastarvi -l'ampia città d'Alessandria, pensate al giunger suo nella metropoli! -Ognuno se ne prometteva rintegrata la disciplina, rimesso in lena -l'impero, e tutto ciò che i popoli mal condotti aspettano ad ogni mutar -di principe. - -In effetto imbrigliò la militare licenza; al senato assisteva, -incorando a dire schietto ciascuno il suo parere; migliorò -l'amministrazione della giustizia, e nominò una commissione speciale -per accelerare lo spaccio de' processi, interrotti nelle precedenti -turbolenze. Fatto censore, degradò i cavalieri che si fossero -disonorati, surrogandovi i migliori uomini d'Italia e dell'impero; le -famiglie senatorie, ridotte a ducento dalle stragi precedenti, crebbe -fino a mille; fece de' nuovi patrizj, ultima creazione di tal genere -che la storia ricordi. Nè però intendeva rialzare l'aristocrazia -oppressiva, dovendo ognuno restar sottoposto al diritto comune; ed -essendo nato diverbio fra un senatore e un cavaliere, l'imperatore -proferì: — Non è lecito ingiuriare un senatore, ma il diritto naturale -e le leggi autorizzano a rendergli ingiuria per ingiuria». - -Benchè tornasse dallo splendido Oriente, serbò semplici modi; benchè -abituato sui campi, gemeva allorchè dovesse mandare qualcuno al -supplizio; accessibile a tutti, parlava spesso della sua bassa origine, -proverbiando coloro che volevano derivargliela da Ercole; sprezzava i -titoli, e a stento accettò quello di padre della patria: diè protezione -e ricca dote alla figlia di Vitellio, e sopportò che Muciano vantasse -d'avergli egli stesso regalato l'impero. Degli affronti subiti sotto -Nerone non tenne memoria; le pasquinate sparse contro la sua avarizia, -e le invettive dei filosofi recossi in pace; ma poichè gli Stoici, o -quei che di tal nome si camuffavano, persisteano a turbar le opinioni -col rimpiangere il passato e denigrare il sistema imperiale, li sbandì. -Demetrio, un d'essi, non volle obbedire, e non solo rimase in città, ma -gli comparve innanzi dicendogli strapazzi; e Vespasiano si contentò di -dire: — Tu fai di tutto perchè io ti tolga la vita, ma io non uccido -cane che abbaja». Di quelli che cospirarono contro di lui, Vespasiano -non mandò a morte nessuno; ai delatori non prestò ascolto; ammonendolo -alcuno di guardarsi da Mezio Pomposiano, perchè nato sotto una -costellazione che gli prediceva l'impero, lo elevò console, dicendo: — -Di quest'atto d'amicizia si ricorderà, venuto ch'ei sia al trono». - -Per mettere in bilancia le entrate colle spese, rincarì alcune -gabelle; di nuove ne introdusse, fra cui una sugli escrementi; -e rimproverandogliela Tito, esso gli diede ad annusare il denaro -ritrattone, chiedendogli: — Puzza?» Dicendogli i messi d'una città -che il loro senato gli avea decretato una statua di gran costo, egli, -stesa la mano, rispose: — Eccone la base; basta mettiate qui il valore -della statua vostra». Non v'avea delitto di cui uno non potesse a -denaro riscattarsi: dicono ancora affidasse le pingui amministrazioni -a coloro che meglio sapessero smungere, paragonandoli a spugne, che -spremeva dopo inzuppate. Sollecitando un suo favorito la sovrantendenza -della casa imperiale per uno che diceva suo fratello, l'imperatore non -rispose nulla, ma, fatto venire il raccomandato, fece sborsare a se -stesso la somma che questi avea promessa al favorito, e gli conferì la -carica. Quando poi il favorito rinnovò l'istanza, Vespasiano gli disse: -— Cercati un altro fratello; il raccomandatomi si trovò essere fratel -mio e non tuo». - -Modi stomachevoli in principe: ma se pensiamo a che fondo trovò le -finanze, mentre non meno di quattromila milioni di sesterzj l'anno -richiedeva l'amministrazione dello Stato, propendiamo a compatire un -vizio che risparmiò le solite dilapidazioni. Tanto più che ciò non lo -trasse a confiscare i beni neppur di quelli che l'aveano contrariato, -nè il distolse dall'ajutare senatori poveri, rifiorire città diroccate, -ristorar vie ed acquedotti, proteggere le arti e le scienze e i poeti, -pel primo stipendiare professori d'eloquenza greca e latina in Roma, e -raccogliere tremila lastre di rame su cui erano scritti i fasti antichi -della città. Allora fu elevato il tempio della Pace, adunandovi i -capolavori sparsi qua e là; allora ricostruito il Campidoglio ed altri -edifizj, periti nell'incendio di Nerone e nelle sommosse sotto Galba; -allora il grande anfiteatro che meritò il nome di Colosseo; allora -ristaurate le grandi vie di tutto l'impero, non più a spese delle -provincie ma dello Stato. Ed avendogli un meccanico offerto macchine -da trasportar grandi colonne con piccola spesa, egli lo ricompensò, ma -ricusò l'invenzione, dicendo: — Bisogna che il popolo viva». - -Però l'indipendenza del mondo rimbalzava volta a volta contro -l'oppressione romana; e sospese col nuovo sistema imperiale le guerre -di conquista, molte divennero necessarie per difendere le provincie -o per tranquillarle. Già vedemmo quelle menate sotto Augusto nella -Germania, la quale non quietò mai. La Bretagna, stanca delle esazioni -e de' pubblicani, si rivoltò, ma l'entusiasmo non la sottrasse -dal vedere ribadite le sue catene. Nella Gallia fu perseguitato il -culto dei Druidi, perpetui incitatori del sentimento nazionale; e -in compenso Claudio pareggiò quelle provincie all'Italia, ricevendo -i Galli al senato e alle dignità, che che scandalo ne prendesse -l'aristocrazia. L'Armenia, dopo lunghe agitazioni, si sottopose, e -Tiridate ne ricevette la corona dalla mano di Nerone; il quale pure -mutò in provincia il Ponto. Aveva appena Vespasiano accettato il titolo -imperiale, che i bellicosissimi Daci presero le armi; non tenuti più -in soggezione dall'esercito aquartierato nella Mesia, assalirono -gl'invernali accampamenti delle truppe ausiliarie, e varcato il -Danubio, minacciavano il riparo delle legioni. Muciano mandò pronti -soccorsi, co' quali Fontejo Agrippa li ricacciò di là dal fiume, le cui -rive munì d'una schiera di fortezze. - -Le guerre domestiche de' Romani davano sempre eccitamento a qualche -provincia di sollevarsi. I Batavi, tribù di Catti, che, sturbata -dalla Germania, erasi stanziata nell'isola formata dai due rami -del Reno, furono condotti da Claudio Civile a scannare gli eserciti -conquistatori, e proclamare l'indipendenza. Tutta la Gallia riprese -desiderio e speranza di libertà; e i Bardi, usciti dai nascondigli, -e la profetessa Veleda con canti e sacrifizj e tutto il corredo -dell'antica superstizione, produssero oracoli, promettenti l'impero del -mondo a gente d'oltr'alpe; e interpretando l'incendio del Campidoglio -come preludio della caduta di Roma, trucidano i capi romani, e -proclamano l'impero gallo. - -Ma Roma, più che nella forza degli eserciti, s'affidava negl'interessi -dei vinti, che sapeva conciliare co' suoi; e i migliori delle colonie -dissuadevano i loro nazionali da una guerra che ripristinerebbe la -barbarie distruggendo l'introdotta civiltà, e ai privilegi romani -surrogherebbe di nuovo la guerra interminabile, i saccheggi, la -prepotenza armata. Tali erano le ragioni con cui Petilio Cereale, -comandante alle forze romane, arringava gli abitanti di Treveri: — Io -non so parlare, bensì combattere: ma poichè le parole de' sediziosi -fanno effetto su voi, udite anche le mie. I Romani nel paese vostro -entrarono non per cupidigia, ma chiamati dai vostri maggiori, stracchi -delle mutue distruzioni. Con qual fortuna guerreggiammo i Germani -e altri nemici vostri, lo sapete: nè venimmo sul Reno per difendere -l'Italia, ma perchè un altro Ariovisto non si facesse re della Gallia. -Forse Civile e i suoi Batavi vorran bene a voi più che i loro antenati -ai vostri? Cupidigia di preda, desiderio di mutare i loro pantani col -vostro ubertoso terreno li mosse sempre, pur ammantandosi col nome di -libertà; e voi foste battuti e dominati finchè non vi deste a noi. Noi -non vi abbiamo aggravati più di quel che fosse mestieri per conservare -la pace: del resto facciamo un corpo solo; spesso voi comandate le -nostre legioni, governate provincie; nulla a voi teniamo chiuso; de' -buoni principi godete voi anche lontani; i tristi sentite meno perchè -lontani. Ma come la pioggia e il vento, così bisogna acconciarsi a -soffrire qualcosa de' dominanti. Espulsi che fossero i Romani, tutto -il mondo verrebbe a baruffe; un impero cresciuto con ottocento anni -di fortuna e di abilità non potrebbe scomporsi senza universale -sovvertimento; e peggio starà chi possiede oro e beni, esche alla -guerra. Amate e riverite piuttosto la pace romana, e cotesta Roma, ch'è -nostra patria, vincitori o vinti che siamo: vogliate essere piuttosto -docili con sicurezza, che riottosi con rovina»[213]. - -In fatti Roma avea sì bene stabilito la sua dominazione civile, che -fuor di essa non vedeasi se non disordine, servitù, barbarie; le -legioni rivoltavansi contro i principi, contro Roma non mai. Quando -poi questa, ricompostasi, spedì bastanti forze contro gl'insorgenti, -molti si piegarono per ragione o per paura, altri vi furono costretti; -alcune legioni che avevano giurato l'impero gallo, tornarono al dovere, -e furono accolte impuni. Dopo lunga e valida resistenza, Civile dovette -cedere anch'esso, ed ottenne di vivere in pace (71); Classico, Tutore, -altri capi fuggirono o si uccisero; alcuni furono consegnati ai Romani, -e perirono nei processi. - -Giulio Sabino di Langres, che erasi fatto proclamare imperatore, -fu sconfitto mentre estendeva la sollevazione, nè si sottrasse alla -morte che col dar fuoco alla casa dov'era ricoverato, facendo credere -d'esservi perito. E lo credette anche la moglie sua Eponina, che -teneramente lo amava, e che il pianse desolata finch'egli non potè -farle sapere d'essersi, colle ricchezze e con due liberti, ricoverato -in una caverna. Reprimendo la gioja di questo annunzio, ella seguitò -vita e lutto vedovile; ma fingendo affari, stava lungamente alla -campagna per vivervi con esso. In quella tana partorì ed allevò due -gemelli, e potè anche, non si sa perchè, mandare il marito sconosciuto -a Roma, donde tornò. Così passati nove anni, qualche curioso lo ormò, -e scoperto l'arcano, Sabino colla generosa fu in catene strascinato a -Roma. La magnanimità di lui, il lungo martirio, la stranezza del caso, -le lacrime di Eponina, la quale diceva, — Ho allevato questi bambini in -una tana come una lionessa, acciò fossimo in più a chieder mercede», -intenerirono alle lacrime Vespasiano, ma nol tolsero dal mandarli al -supplizio; — ragion di Stato. Nella Gallia tornò l'amore dell'ordine, -cioè la pazienza della servitù; e i Druidi si trasformarono in maestri -di scienze romane. - -Con altre guerre intanto erano ridotte a provincie la Comagene col nome -di Eufratesiana, la Grecia emancipata da Nerone, la Licia, la Tracia, -la Cilicia Trachea, con Rodi, Bisanzio e Samo: da Giulio Agricola fu -circuita e sottomessa la Bretagna colle Orcadi, come vedremo. - -Più memorabile è la caduta degli Ebrei, popolo prescelto da Dio a -conservar pura la tradizione, finchè, venuta la pienezza de' tempi, -sorse di mezzo ad essi e fu da essi sconosciuto e ucciso quel Divino, -di cui tutta la loro storia non era che preparazione, simbolo, -profezia. Anche perduta la dominazione, unita alla provincia della -Siria, e governata da presidi romani, la nazione ebrea rifiutò -ostinatamente i costumi de' Gentili e la religione idolatra; e agli -imperatori che voleano violentarne le coscienze, opponeva le proteste, -e subiva le persecuzioni. Ma internamente le scissure fra la Giudea e -la Samaria, le sêtte de' Farisei e Saducei, le ambizioni de' principi -e de' sacerdoti, la comparsa di finti Messia, infine la smoderatezza -degli Zelanti rendevano infelicissimo il paese, e gli facevano sentire -la maledizione del sangue del giusto. Satolli d'oltraggi, trucidati a -migliaja, offesi negl'interessi e nelle credenze, insorgono regnante -Nerone, il quale deputa a sottometterli Vespasiano. Non v'è orrore che -non accompagnasse quella guerra, in cui si conta perissero un milione -e mezzo di Ebrei: finalmente Tito, figlio di lui, prese Gerusalemme -stessa e la incendiò (70 — 1 7bre), e da quel punto gli Ebrei più non -ebbero patria nè altare. Sparsi per tutto il mondo, con una portentosa -attività e con irremovibile perseveranza vivono confidati che quel -Dio, che altra volta li richiamò dalla schiavitù di Babilonia, faccia -splendere ancora il loro giorno. — Sarà il giorno, in cui il sangue, -imprecato dai loro padri, scenda sui figli per lavacro di perdono e -redenzione. - -Tito negli anfiteatri di Berito e di Cesarèa rallegrò il popolo collo -spettacolo di centinaja di Giudei accoltellantisi o sbranati dalle -fiere: altri condotti a Roma abbellirono il più splendido trionfo, -ornato viepiù collo strozzare i principali di essi: altri furono -serbati a fabbricar l'arco che ancora chiamasi di Tito, il Colosseo e -il tempio della Pace, nel quale furono deposti il candelabro d'oro e -gli altri arredi del culto di Ieova. - -Vespasiano associossi il figlio vincitore nella podestà tribunizia; -e la chiusura del tempio di Giano attestò finite o sospese le -guerre. Anche Roma respirava dalle atrocità e dalle pazzie, non così -però che le mancassero supplizj; e fu singolarmente deplorato quel -dell'intrepido Elvidio Prisco (pag. 163). Alieno Cécina ed Epiro -Marcello, spia di Nerone, congiurarono con molti pretoriani; ma -scoperti, Marcello prima della condanna si uccise: a condannar Cecina -non bastando l'essergli trovata l'arringa disposta per ammutinare i -soldati, Tito l'invitò a cena, e ve lo fece assassinare. Compendiose -procedure! - -Vespasiano, sentendosi morire, esclamò: — Se non fallo, sto per -divenire iddio»; burlandosi del divinizzare che i Romani faceano i -loro principi. Sereno fin all'ultimo istante, — Un imperatore (disse) -dee morire in piedi», tentò alzarsi, e spirò (79) di settantun -anno, regnato dieci. Ai funerali de' grandi solevansi rappresentare -commedie, ove il morto era messo in burla. Il buffone che, in quello -di Vespasiano, contraffacea l'estinto, domandò agli economi quanto -costerebbero i funerali, e udita l'ingente somma destinatavi da Tito, -riprese: — Date a me quel denaro, e gettate pure il cadavere nel -fiume». Fortunata Roma però se d'avarizia solo essa poteva appuntare il -successore di Tiberio e di Nerone[214]. - -Tito Flavio, spertissimo in eloquenza e versi, e più nella guerra, -finchè visse il padre mostrò avidità e tracotanza; sorreggeva chi -gli offrisse denaro; se portava malanimo contro alcuno, ne facea da -prezzolati domandar la testa in teatro o nel campo; e gli amori suoi -con Berenice, sorella d'Agrippa II re degli Ebrei, erano riprovati -dai Romani, tementi un'imperatrice straniera, quanto dagli Ebrei, -scandolezzati che una loro principessa scendesse agli abbracci del -distruttore di sua nazione. - -Ma fatto imperatore a trentanove anni, Tito mandò Berenice fuor -d'Italia, per quanto si sentisse di lei acceso; al fratello Flavio -Domiziano, discolo ed intrigante, non solo non fece verun male, ma -esibì dividere con esso l'autorità; confermò con editto generale le -prerogative concesse da' suoi predecessori a città o persone; lasciava -il popolo accostategli fin nel bagno, assegnare quando e come bramasse -i giuochi ch'egli dava; nè l'affabilità gli scemava decoro. A chi gli -rimostrava il troppo facile suo concedere, rispondeva: — Non conviene -che alcuno parta melanconico dalla vista del principe»; ed una sera, -non ricordandosi d'aver beneficato alcuno, esclamò: — Perdetti una -giornata». - -Accettando il pontificato, dichiarò che più non si contaminerebbe di -sangue, abolì la legge di fellonia, nè si accusasse più alcuno per -aver detto male di lui o de' predecessori. — O sparla di me a torto, -e lo compiango; o a ragione, e sarebbe ingiustizia il punirlo della -verità. Quanto a' miei antecessori, se ora sono Dei, possono a voglia -punire gli oltraggi senza mio intervento». Avendo il senato condannati -nel capo due patrizj cospiratori, Tito mandò pregare quell'assemblea -di desistere dall'inutile castigo, dipendendo i regni da una potenza -superiore all'umana; al tempo stesso invia a rassicurare la madre -de' rei, li vuol seco a banchetto la sera, il domani agli spettacoli, -passando a loro le spade de' gladiatori, che, secondo il costume, gli -venivano offerte ad esaminare. - -Non che agognare l'altrui, ricusò regali e legati: eppure in donativi, -spettacoli e fabbriche gareggiò con qualunque de' suoi predecessori; -e quando inaugurò il colossale anfiteatro, presentò, oltre i -gladiatori, una battaglia navale e fin cinquemila fiere. Più savia -generosità mostrò in pubbliche sciagure; avendo un incendio guastato il -Campidoglio, il Panteon, la biblioteca d'Augusto, il teatro di Pompeo, -a non dire i minori edifizj, dichiarò ch'egli toglieva sopra di sè -tutti i danni; e per mantenere la parola, senza accettar le somme che -città e principi forestieri gli esibivano, vendè perfino gli arredi -del suo palazzo. Il Vesuvio, che da immemorabile non eruttava, lui -regnante proruppe (79 — 8 7bre) in modo, che Ercolano e Pompej furono -sepolte, Pozzuoli e Cuma diroccate, sobbalzata tutta Campania. Tito -a proprie spese provvide ai mali riparabili; girò il paese, non per -ostentazione e curiosità, ma prodigando denaro. La peste gli diè nuovo -campo a mostrare la sua benevolenza; e quasi non dissi la carità. Chi -crederebbe che, sotto tal principe, trovasse molti seguaci un finto -Nerone venuto d'Armenia, il quale ronzò intorno all'Eufrate, poi si -rifuggì tra i Parti? - -Mentre Roma si ricreava sotto il buon Tito, e lo intitolava _delizia -del genere umano_, morte glielo tolse (81) dopo due anni e tre mesi di -regno, dissero accelerata dal fratello Domiziano, che lo fece scrivere -fra gli Dei mentre il denigrava presso gli uomini. Questo Domiziano, -privo di studj, marcio di lussuria e di debiti, in guerra sollecito -soltanto d'evitar le fatiche ed i pericoli, estinto il padre, tentò -guadagnarsi i pretoriani per soppiantare Tito, e Tito gli perdonò. -Morto od ucciso questo, fu gridato imperatore, e prodigatigli d'un -tratto i titoli e le cariche che a' suoi antecessori conferivansi a -poco insieme. - -Dapprima vietò perfino i sacrifizj cruenti; largheggiava cogli -uffiziali acciocchè la povertà non ne agevolasse la corruzione; -ricusava l'eredità di chi avesse figliuoli; e dopo spartite ai veterani -le terre confiscate, il di più non tenne per sé, come si soleva, -ma lo rese ai prischi possessori. Murò splendidamente, ricompose -la biblioteca incendiata, e dodicimila talenti spese nella doratura -del tempio di Giove in Campidoglio: eppure la magnificenza di quello -era un nulla a petto d'una sola galleria o d'una sala del palazzo. -Attendeva in persona a rendere giustizia; notava d'infamia i giudici -che accettassero denaro, o i governatori che espilassero; represse la -licenza pubblica e la sfacciataggine de' libelli; vietò ai cavalieri -di recitare sui teatri; cassò un senatore che danzava; escluse le -donne dal ricevere legati e dall'andare in lettiga; dichiarò indegno -d'esser giudice un cavaliere che ripigliò la moglie dopo ripudiatala -per impudica; molti adulteri punì di morte, e vietò severamente di far -eunuchi. - -Ma a fatica dissimulava l'indole sanguinaria e codarda. Avido di -gloria militare quanto inetto ad acquistarsela, assunse quattro -volte in un anno il titolo d'imperatore, sempre per vittorie altrui: -piombato improvviso sui Catti, i più civili e guerreschi fra i Germani, -strascinò in trionfo alcuni prigionieri, nè più da quell'ora depose la -toga trionfale: intanto che Svevi e Sàrmati, rivoltati contro l'impero, -sterminavano eserciti interi nella Mesia, nella Dacia e nella Germania. - -Memorabili sono di quel tempo le vittorie di Gneo Giulio Agricola -sulla Bretagna. Cesare pel primo era sbarcato nell'isola per reprimere -i sacerdoti Galli che continuamente fomentavano le sollevazioni nella -Gallia romana (t. II, p. 177): ma sebbene fosse dichiarata provincia, -non obbediva ai Romani, e poco vi vantaggiarono le armi, finchè non -le condusse Agricola (77). Tacito, genero di questo, volle proporlo -a specchio e raffaccio degli altri capitani; onde racconta che, -accortosi come il saccheggio e la prepotenza militare nocessero alla -dominazione, Agricola riformò la disciplina cominciando dalla propria -casa, nominò uffiziali i più degni, senza riguardo a raccomandazioni -e preghiere, ripartì più equamente le imposte: poi incoraggiando i -suoi coll'esempio, scoraggiando i nemici colla rapidità delle marcie, -riportò molte vittorie, molti col perdono indusse a sottomettersi, -e cercò tenerli quieti coll'incivilirli; mai non cercava sminuir la -gloria ai soldati per attribuirla a sè, e sempre mostravasi avaro del -sangue romano. Per tal modo assicurò il dominio di Roma sulla Bretagna -e la Caledonia; ma Domiziano, quasi eclissasse le sue imprese finte -colle vere, lo richiamò, e l'insigne capitano non ne sfuggì il rancore -altrimenti che col vivere nell'oscurità (85), e neppur questa forse il -sottrasse al veleno. - -I Daci, guidati da Decebalo, grande in battaglie e in consiglio, -passato il Danubio, ruppero i Romani, uccisero il governatore della -Mesia, e menando orribile guasto, occuparono quante fortezze aveano -là intorno munite i Romani. Domiziano, posto in dirotta fuga, mandò -a Decebalo supplicando pace (90), con ricchi donativi, con artigiani -d'ogni sorta, e con una corona in segno di riconoscerlo re, e -rassegnandosi a pagargli annuo tributo. Prima guerra ove i Barbari -assalissero con vantaggio l'impero. Eppure Domiziano scrisse al senato -aver messo finalmente il morso agl'indomiti Daci; e tornando, dopo aver -peggio che in guerra devastato il paese quieto, menò un trionfo, dove i -poeti lo paragonarono ai Cesari e agli Scipioni[215]. - -La fierezza che gli mancava in campo, sapeva troppo esercitarla in -pace. Avendo il banditore, nell'acclamar console Flavio Sabino genero -di Tito, in isbaglio chiamatolo imperatore, Domiziano fece scannare -e il banditore e il nipote. Fatto prendere l'oroscopo dei grandi -dell'impero, ne tolse ragione di mandare a morte assai senatori e -cavalieri (95). Di molti Cristiani prese l'ultimo supplizio in Roma -e nelle provincie, come di nemici alla repubblica, tra i quali Flavio -Clemente cugino suo e collega nel consolato, e le due Domitille, nipote -e moglie di quello. - -Com'è de' principi cattivi, Domiziano aveva in odio e in sospetto la -storia e gli storici: Erennio Senecione, incolpato di scrivere la vita -d'Elvidio Prisco, fu creduto degno di morte; Fannia vedova di Elvidio, -che confessò averlo spinto e ajutato a quel lavoro, ne perdette i beni -e la patria, ma portò seco la storia riprovata; ad Aruleno Rustico -fu colpa capitale l'aver lodato Trasea Peto; Armogene di Tarso venne -ucciso perchè parve nella storia alludere a Domiziano, e crocifissi -quelli che ne avevano ajutato lo spaccio. Nuovo genere di crudeltà -fu l'ardere pubblicamente i libri di fama più cospicua e di sensi più -generosi: da ultimo tutti i filosofi e gli scienziati sbandì: alcuni, -cessati gli studj, presero il mestier di spia, il più opportuno perchè -impinguava colle ricchezze, confiscate sotto frivolissimi pretesti. -Un cittadino illustre mostrasi popolare? e' medita la guerra civile; -sta ritirato? vuol far rimprovero ai tempi; conduce vita illibata? -è un nuovo Bruto; se inerte e stolido, cova disegni di sangue; se -operoso e vivo, intriga e sommove: il ricco possede troppo denaro -per uom privato; il povero, non avendo che perdere, potrebbe a tutto -avventarsi. Più le spie erano vili e schifose, più l'imperatore le -palpava e reggeva; convinte di calunnia, crescevano di merito; ad esse -le spoglie dello Stato, ad esse le dignità pontificali e il consolato; -quali nelle provincie spediti procuratori, quali in città tenuti per -confidenti e ministri; schiavi furono subornati contro i signori, -liberti contro i patroni; e chi non avesse nemici, trovavasi tradito da -gente, della cui benevolenza mai non avea dubitato. - -Sotto il costoro regno, i Romani non osavano comunicare ad altri -i proprj pensamenti, nè fremere insieme; e vedeano con silenzio -pusillanime i tribunali fatti strumenti di perdizione, rapine -ed assassinj palliarsi col nome d'ammenda e di castigo: le isole -riboccavano di relegati, gli scogli d'uccisi. Alcuni incontrarono la -morte con intrepidezza: madri e mogli generose seguirono i loro cari -nell'esiglio. - -A Domiziano recava diletto il veder le lagrime, noverare gli aneliti; -esultava quando a una sua parola il senato impallidisse. Privatamente -si compiaceva di lepidezze inumane. Una sera chiama a banchetto il fior -de' senatori e de' cavalieri, egli che diceva di guardare i più de' -cavalieri per suoi nemici, e che non si terrebbe sicuro finché pur un -senatore respirasse. Man mano che arrivano, son condotti in una sala -a bruno, ove fioche lampade mostrano cataletti, segnati ciascuno col -nome di un convitato; ed ecco dopo lunga ansietà entrano uomini ignudi, -tinti di nero, colla spada nell'una, la face nell'altra mano: ma dopo -girato attorno, aprono le porte, e congedano i due ordini principali -dell'impero, non so se più atterriti o scornati. - -Valentissimo nel trar d'arco, faceva trasvolare il dardo fra le -aperte dita d'uno schiavo, posto per lontano bersaglio; e nella lunga -solitudine del suo gabinetto l'imperator del mondo esercitava tale -abilità dardeggiando mosche. Onde Vibio Crispo interrogato se nessuno -fosse coll'imperatore, — Neppure una mosca» rispose. - -In turpi voluttà non la cedeva ad alcun predecessore. E i Romani? -adulavano e il chiamavano signore e dio e figlio di Minerva, titoli -ch'egli medesimo si attribuiva nelle lettere, e che gli erano prodigati -da Marziale, Quintiliano, Giovenale e dagli altri scrittori. Le vie che -conducevano al Campidoglio, apparivano ingombre di vittime, scannate -avanti alle sue statue[216], le quali per decreto non potevano farsi -che d'oro o d'argento. Giuochi preparò, che Roma non avea mai veduto -i più splendidi; fece scavare presso al Tevere un gran lago, ove -due flotte combattevano; agli accoltellamenti dei gladiatori mesceva -anche donne; offrì vere battaglie d'interi eserciti nell'anfiteatro, -egli che delle campali avea paura; ed essendo, durante lo spettacolo, -sopragiunto un rovescio di pioggia, non permise a veruno d'uscire; onde -molti ammalarono, alquanti morirono. - -Per bastare alle prodigalità, non era via d'ottener denaro ch'e' non -si facesse lecita; alle eredità facilmente sottentrava o accusando il -morto d'avere sparlato di lui, o trovando chi asseriva quello averlo -chiamato erede. I magistrati rincarivano le imposizioni, tanto che -varie provincie sorsero in aperta rivolta. In Germania, Lucio Antonio -governatore prese il titolo d'augusto; ma bentosto rotto ed ucciso, de' -molti accusati come complici suoi due soli tribuni camparono la vita -col provare d'essersi prestati a vilissima lascivia, e quindi essere -incapaci d'ogni ardito tentativo. - -Avendo scoperta e sventata una congiura, stava sempre in timore di -nuove, massime che diversi prodigi e indovinamenti gli prenunziavano -la sua fine. Si munì in ogni miglior modo, fino a rivestir le sue -stanze di una pietra che rifletteva le immagini, acciocchè nessuno -gli si accostasse inosservato; poi pensando disfarsi di chiunque gli -dava ombra, ne aveva preparata la lista. Un fanciullo, col quale -egli trescava, gliela tolse mentre dormiva, e la portò fuori; e -l'imperatrice Domizia Longina, sbigottita al leggervi il proprio nome -con quel de' primarj, convenne con questi di pigliare il passo innanzi. -Partenio primo cameriere introduce all'imperatore Stefano liberto di -Domizia (96), che recando il braccio al collo in atto di ferito, gli -porge una carta ov'è rivelata la congiura, e mentre la leggeva il -trafigge. Domiziano si difende, Stefano rimane trucidato da quei di -casa; ma gli altri congiurati sopragiungendo uccidono l'imperatore. - -Compiva i quarantacinque anni, e n'avea regnato quindici; e il senato, -raccoltosi di presente, gli disse tanti improperj quante dianzi -adulazioni, ne rase il nome dalle epigrafi, abbattè le statue e gli -archi, annullò gli atti. Il popolo, sino al quale non scendeano le -persecuzioni, bensì le pompe e i giuochi, stette indifferente. I -soldati, di cui aveva cresciuta la paga, lo piansero più che Vespasiano -e Tito; e gli uffiziali durarono gran fatica a frenarli. - -Egli è l'ultimo di quelli che chiamano i Dodici Cesari. - - - - -CAPITOLO XXXVIII. - -Imperatori stoici. - - -È merito della verità il vantaggiare anche quelli che la rinnegano -e la perseguitano, e costringere a riconoscerla fino i nemici che la -impugnano. La morale, che i Cristiani predicavano obbedendo e morendo, -già appariva negli scrittori pagani, e rifondea vigore alla setta più -virtuosa, la stoica; la quale, alla morte di Domiziano, si sentì da -tanto d'opporsi alla onnipotenza delle armi; e acquistato preponderanza -in senato, s'ingegnò a mettere sul trono creature sue, e le riuscì di -procurare a Roma una serie di buoni capi. - -Primo fu Marco Coccejo Nerva, oriundo da Creta, nativo di Narni, -onorato di una statua da Nerone per le sue poesie. La fazione stoica -sparse vaticinj e strologamenti sul futuro regnare di esso, tanto che, -comunque timido, l'incorarono ad accettare il trono: I pretoriani, -sfogata la devozione loro verso l'estinto imperatore, non tardarono a -riconoscere il nuovo; ma fra i mirallegro, Arrio Antonino si condolse -con lui, che, dopo sfuggito per virtù e prudenza a tanti principi -malvagi, si trovasse in tal luogo dove amici e nemici disgusterebbe, e -più gli amici, appena ricusasse una grazia. - -Nerva, professandosi collocato in quell'altezza non per soddisfazione -propria, ma pel popolo, seppe conciliare le dolcezze della libertà -colla quiete della monarchia. Restituì patria e beni agli sbanditi -per fellonìa, minacciò i delatori, interdisse i processi di maestà, -e giurò non mandare a morte verun senatore: vastissimi terreni -distribuì alla poveraglia; faceva allevare a pubbliche spese i bambini -indigenti; riproibì l'evirazione; e si governò sempre come avesse da -oggi a domani a tornare privato. Per alleggerire le imposte limitò le -spese, escludendo varj sacrifizj e spettacoli, moderando il fasto del -palazzo, non tollerando gli si ergessero statue d'oro o d'argento; e -per ricompensare o soccorrere vendette parte del proprio vasellame e -alcuni poderi. Il senato, ripresa la libertà dei giudizj, procedette -contro gli spioni del regno precedente, e alcuni multò di morte, -altri d'esiglio; ma avendo iniziato procedure contro alcuni nuovi -cospiratori, Nerva troncò le indagini. Parve sconvenevole tale clemenza -a Giulio Frontone console, e — Se è grave sciagura un principe sotto -cui tutto è vietato, non è minore uno sotto cui tutto sia permesso». - -In fatto, di quella bontà abusarono i pretoriani, e levato rumore, -assalirono il palazzo per obbligar Nerva a consegnare gli uccisori di -Domiziano; e per quanto egli s'opponesse, e nudo il petto li pregasse -a ferir lui piuttosto, dovette cedere, lasciar uccidere i congiurati, e -ringraziare i pretoriani d'averne purgato il mondo. - -Da qui comprese la necessità di destinarsi a successore un uomo di -salda mano, e adottò lo spagnuolo Marco Ulpio Trajano, col quale -divise da quel punto l'autorità (98): ma regnato appena sedici mesi, fu -ascritto fra gli Dei. - -Trajano, dopo fatto le prime armi contro i Parti, da Domiziano fu -destinato a governare la bassa Germania; robusto di corpo e formato -alle fatiche, era il più sufficiente capitano dell'età sua: in campo -non l'avresti distinto dall'infimo soldato al vestire, agli esercizj, -alla sobrietà; marciava a piedi, conosceva un per uno i suoi veterani -e le imprese loro, senza che l'affabilità disciogliesse la disciplina. -Di pochi studj[217], pure gli studiosi favoriva; nobile di portamento, -d'obbliganti maniere. - -A quarantaquattro anni succedendo a Nerva, entrò pedestre in Roma fra -indicibile esultanza, e nel por piede in palazzo, sua moglie Pompea -Plotina voltasi al popolo disse: — Io spero uscirne qual v'entro». - -Trajano dichiarò tenersi obbligato alle leggi come qualunque cittadino; -largheggiò nelle consuete distribuzioni sì ai soldati, sì al popolo, -comprendendovi gli assenti e, cosa nuova, i minori di dodici anni; ed -è scritto che le frequenti sue liberalità mantenessero due milioni di -persone. Tenne sempre i grani a modico prezzo, fece larghi assegnamenti -pe' figli dei poveri[218], diede spettacoli di gladiatori, ma sbandì -i commedianti che Nerva avea riammessi: spese largamente in aprire il -porto di Civitavecchia ed ampliare il circo, ove proibì si pronunziasse -il suo nome, per sottrarlo agli applausi prodigati a tanti malvagi -imperatori; e provvisti di pubblico stipendio gli avvocati, vietò che -ricevessero sportule dai litiganti, i quali pure doveano giurare di non -aver dato loro nè promesso nulla. - -Voltosi a medicare le piaghe dell'anarchia e della tirannide, diminuì -le imposte, attenuò le prerogative imperiali qualvolta al ben pubblico -complisse; nè accuse di maestà, nè delatori soffrì, nè concussioni -de' governanti; riceveva le persone di qualunque fossero grado, -e candidamente ne ascoltava gli avvisi; cercava i più degni per -collocarli in posto; e credeva che le finterie non fossero necessarie, -come nella condotta privata, così neppure nella politica. Preferiva -l'impunità di cento rei alla condanna d'un innocente; e nel dare la -spada a Suburano prefetto del pretorio, gli disse: — S'io compio il mio -dovere, adoprala per me; contro me, se vi manco». Essendo da alcuno -insusurrato contro di Licinio Sura, a lui caro e riverito, andò a -cenare da esso non invitato, si fece medicare gli occhi e radere dal -medico e dal barbiere di esso, poi il domani a chi gli ripeteva le -accuse rispose: — S'egli intendesse uccidermi, l'avrebbe fatto jeri». - -Di colpe e difetti ebbe la sua parte; amava il vino, tanto che -ordinò di non eseguire i comandi che desse dopo tavola; ai piaceri -s'abbandonò quanto il suo tempo consentiva; per vanità lasciava mettere -il proprio nome su tutti gli edifizj o eretti o ristaurati, sicchè -lo soprannomarono _erba parietaria_; soffrì il titolo di signore, -e sagrifizj alle sue statue, e che il popolo giurasse per la vita e -l'eternità di lui; e forse per gelosia di divinità ordinò persecuzioni -contro i Cristiani (106). - -Da Plinio il giovane, che ne stese il panegirico, trapela la gioja -alquanto puerile che provavano i patrioti romani al veder di nuovo -convocate le adunanze del senato tre giorni di fila, e protratte -sino a notte[219]: ma quale concetto formarsi di queste assemblee, se -dallo stesso Plinio siamo informati che Trajano disdisse di formare -una piccola associazione onde riparare i pubblici bagni d'una città -dell'Asia, atteso che ogni unione per interessi privati è contraria -all'impero? - -Conoscendone il valore, i Germani d'ogni parte mandarono a Trajano -deputazioni, e i Barbari di là dall'Istro non s'avventurarono alle -correrie, che rinnovavano ogniqualvolta il fiume gelasse: ma Trajano -aspirava a «passar l'Eufrate e il Danubio su ponti da lui fabbricati, e -ridurre la Dacia in provincia». - -Indecoroso stimando il tributo con che Domiziano avea dai Daci comprato -la pace, ne devastò le campagne, e li vinse in una battaglia, dove -essendo venuti meno i cenci da bendare i tanti feriti, egli diede le -proprie vesti; e continuò la vittoria con tale ardore, che Decebalo, -instancabile loro re, mandò per pace (103), ed accettolla a gravi -condizioni. Trajano, poste fortezze e guardie ov'era duopo, menò il -primo trionfo sui Daci, e voltò sul Danubio un ponte di pietra di venti -piloni, grossi sessanta piedi, alti cencinquanta, discosti settanta; -opera meravigliosa, e pur compita in un'estate per disegno e direzione -di Apollodoro di Damasco. Decebalo, che soltanto alla necessità avea -ceduto, non tardò a risollevare il paese, intendendosela fino coi -Parti: ma Trajano, accorso al riparo, si ben campeggiò (106), che prese -Zarmizegetusa capitale dei Daci, e il paese ridusse a provincia, avente -per confini il Dniester, il Tibisco, il Danubio inferiore e l'Eusino. -Decebalo non volle sopravivere alla libertà. La colonna coclite, eretta -in mezzo al fôro Trajano, attestò queste vittorie; e nelle solennità -del trionfo cenventitre giorni continuarono gli spettacoli, dove più di -diecimila belve caddero uccise. - -Soddisfatto uno de' suoi voti col varcare il Danubio, Trajano mosse per -l'altro verso l'Eufrate a reprimere i Parti, i più formidabili nemici -che a Roma restassero (114). Ridusse a provincia l'Armenia; ricevette -in soggezione i re d'Iberia, di Sarmazia, del Bosforo, della Colchide; -la Mesopotamia quasi col solo terrore soggiogò, sottomise porzione -dell'Arabia, e vide la sua amicizia chiesta contemporaneamente da' -Sauròmati del settentrione e dagli Indiani del mezzodì. Su ponte di -barche varcato il Tigri, senza ferir colpo s'impadronì dell'Adiabene; -e giovato dalle discordie dei Parti, si spinse fino a Babilonia (116), -espugnò Seleucia e Ctesifonte, i contorni sottomise, e dall'Assiria -come provincia ricevette tributo. - -Reduce in Antiochia, mentre l'esercito, la corte, i curiosi v'erano -affollati, la terra tremò sì fattamente, che i fabbricati diroccarono, -Trajano stesso rimase ferito, e nel disastro d'una sola città tutto -l'impero ebbe a soffrire. Altre sciagure imperversarono, lui imperante; -fame, peste, tremuoti; il Tevere inondò Roma; e, ciò che destava -orrore, tre Vestali si contaminarono e furono sepolte vive. Se non -bastava questo sacrifizio alle antiche superstizioni, i Libri Sibillini -ordinarono, come altre volte, che nel fôro Boario si sepellissero vivi -due Greci e due Galli maschio e femmina. - -Entrata la primavera (117), Trajano cominciò una corsa per ispiegare -la maestà e la potenza dell'impero sugli occhi delle nazioni. Viste -le pianure dell'Alta Asia dond'era scesa la prima civiltà del mondo, -s'imbarca sul Tigri, scende al golfo Persico, traversa il Grande -oceano, e vedendo un vascello salpare per le Indie, esclama: — Deh! -foss'io più giovane, che recherei la guerra colà». Piega quindi verso -l'Arabia Felice, prende il porto di Aden di qua dallo stretto di -Bab el-Manneb, riduce a provincia l'Arabia Petrea che assicurava le -comunicazioni di commercio fra l'Asia e l'Africa; annunzia al senato -sempre nuove terre sottoposte al suo dominio; infine torce verso -Babilonia, sulle cui ruine presta sacrifizj ad Alessandro. - -L'impero toccava allora al suo apogeo; ma poco vi durò, e Trajano -stesso vide disfarsi le opere proprie. Il tremuoto che sobbalzò tanti -paesi, parve agli Ebrei preconizzasse la caduta dell'impero, sicchè -d'ogni parte levaronsi a furore, in Africa principalmente. Benchè -sconfitti e scannati a migliaja, l'esempio fu contagioso, e molti paesi -scossero le catene; tutte le nuove conquiste si rivoltarono; i Parti -a pien popolo cacciarono il re Partamaspate da lui imposto, gli Armeni -se ne scelsero uno a volontà, la Mesopotamia si sottomise ai Parti; e -tante spese e tanto sangue uscirono a vuoto. - -L'imperatore, dopo regnato diciannove anni e mezzo, morì a Selinunte in -Cilicia (117 agosto); le sue ceneri in urna d'oro portate a Roma dalla -vedova Plotina e dalla nipote Avida, furono ricevute come in trionfo -e, malgrado dell'antico divieto, deposte in città sotto la colonna che -rammentava le sue conquiste. Splendide opere serbarono la memoria di -lui: magnifiche vie dall'Eusino fin alle Gallie, una traverso le paludi -Pontine, una da Benevento a Brindisi: a Roma aperse biblioteche e un -teatro, ingrandì il circo, restaurò insigni edifizj, condusse nuove -acque: soprattutto ebbe rinomanza il fôro, che abbassando cinquanta -metri una collina, formò quadrato, con un portico in giro e quattro -archi trionfali, e tanti palazzi e tempietti, ch'era una meraviglia -nella città delle meraviglie. - -La «rara felicità del suo tempo, quando uom poteva pensare quel che -volesse e dire quel che pensasse», tornò qualche lustro alle lettere: -e fa dolore che la storia, informata a minuto delle pazzie e delle -atrocità d'un Caligola e d'un Nerone, non possa conoscere Trajano se -non da un compendio inesatto[220] e da un artifizioso panegirico. Ma -essa tien conto che, due secoli e mezzo dopo lui morto, il senato, -nell'acclamare un nuovo imperatore, gli augurò d'essere più felice -d'Augusto, più virtuoso di Trajano[221]. - -Fra le altre superstizioni, gli antichi usavano aprire a caso un libro, -e dalla prima frase che occorresse, indovinar l'avvenire, o prenderne -risposta ai dubbj del proprio intelletto[222]. A tal uopo Publio Elio -Adriano, spagnuolo nato in Roma, aprendo l'_Eneide_, s'abbattè in -questi versi del VI canto relativi a Numa: - - _Quis procul ille autem, ramis insignis olivæ,_ - _Sacra ferens? Nosco crines, incanaque menta_ - _Regis romani, primas qui legibus urbem_ - _Fundabit, Curibus parvis et paupere terra_ - _Missus in imperium magnum;_ - -e credette leggervi prenunziato ch'e' sarebbe imperatore e legistatore. -E l'uno e l'altro divenne. Militò sotto Trajano, che amandolo come -figliuolo, gl'impalmò Sabina nipote di sua sorella, e maneggiò per -averselo successore. Salutato imperatore dall'esercito in Antiochia, -scrive al senato chiedendo scusa se non aspettò l'elezione di esso, -e implorando la confermasse; decretatogli il trionfo, lo ricusa e -pone sul carro la statua di Trajano. A quelli che da privato l'aveano -offeso disse: — Eccovi salvi». Denunziatigli alcuni, sospetti di -rivoltar lo Stato, dichiara: — È ingiustizia il punire un delitto -solamente probabile». Avendo ai richiami d'una vecchia risposto: — Non -ho tempo», essa replicò: — Perchè dunque sei tu imperatore?» ed egli -la soddisfece. Negli spettacoli pretendendo il popolo non so quale -sconvenienza, egli mandò l'araldo che intimasse silenzio; ma questi -avendo detto invece: — L'imperatore vi prega a fare così e così», di -tale mitigazione non gli seppe mal grado, anzi lo ricompensò. - -Con amici e liberti usava alla domestica, nè mai negava loro alcuna -domanda, spesso le preveniva; pure non lasciò che abusassero: nè solo -tra liberti scelse i secretarj e intendenti della casa, ma anche tra -i cavalieri; e guai a chi, spacciando protezione, accettasse regali. -Andava a trovare i consoli, assisteva alle assemblee, dispensava i -senatori dal visitarlo se non per interessi, ed alla curia recavasi -in sedia acciocchè non fossero tenuti ad accompagnarlo: escluse i -cavalieri dal giudicare nelle cause de' senatori, nè dalle sentenze -di questi accettava appello al trono. Visto un suo schiavo passeggiare -fra due senatori, mandò a dargli uno schiaffo, dicendo: — Come ti basta -l'animo d'appajarti a tali, di cui domani puoi divenire il fante?» - -Più di Trajano largheggiò co' fanciulli poveri e col popolo; assegnò -pensioni e donativi a senatori, cavalieri e magistrati bisognosi; -anzi, nelle feste di Saturno quando gli amici offrivangli le solite -strenne, egli coglieva l'occasione per ricambiarle con più generose; -e nei viaggi, in cui occupò diciassette dei venti anni di suo regno, -lasciò dappertutto grandi segni di liberalità. All'esercito vivea da -soldato; marciava a piedi e col capo scoperto fra il gelo delle Alpi -o sul renaccio d'Africa; conoscendo tutti i guerrieri, promoveva i più -degni; molte riforme introdusse, e pel primo a ciascuna compagnia unì -zappatori e ingegneri e quanto occorre per fabbricare. - -Gli Ebrei, novamente insorti sotto Barcoceba, punì insultandone anche -il culto; ma la vittoria tanto costò, che l'imperatore informandone -il senato, non osò cominciare colla solita formola, — Io e l'esercito -stiamo bene». Non che però estendere le conquiste, neppur quelle di -Trajano conservò tutte; dall'Armenia, dalla Mesopotamia, dall'Africa -revocò le truppe; alle terre tolte ai Daci non rinunziò, per riguardo -ai tanti Romani che vi s'erano accasati; pure, col pretesto che -potesse agevolare ai Barbari il passaggio, ruppe il ponte di Trajano -sul Danubio. Era tradizione che il dio Termine non avesse voluto -recedere dal Campidoglio, nè tampoco per far luogo a Giove; simbolo -dell'immobilità dell'impero; onde questo primo ritirarsi dei Romani -dalle loro conquiste s'ebbe per augurio sinistro. - -Dicendo che l'imperatore deve, come il sole, mirare ogni paese, -Adriano visitò tutte le provincie obbedienti: dalle Gallie passò nella -Germania, quartiere delle migliori truppe: in Bretagna, per arrestare -le correrie de' Caledonj, fabbricò una muraglia, che per ottanta miglia -stendeasi dal golfo di Solway alla foce del Tyne nel Northumberland: -sceso nelle Spagne, in assemblea generale tentò rappattumare i -discordi; rinnovò parte della città d'Atene col nome di Adrianopoli: le -regalò denari, grani, l'intera isola di Cefalonia, e una costituzione -modellata sull'antica; vi s'iniziò ne' misteri Eleusini, e pieno del -Dio, si fece dio egli medesimo, lasciandosi adorare nel tempio di Giove -Olimpico, ch'e' fece terminare cinquecentosessant'anni dopo che era -stato cominciato da Pisistrato. - -Sviate con una conferenza le nuove minacce di Cosroe re de' Parti, -potè visitare la Cilicia, la Licia, la Pamfilia, la Cappadocia, la -Bitinia, la Frigia, dappertutto lasciando templi, piazze, insigni -monumenti, e gran magnificenze ai re concorsi e agli ambasciadori. -Per le isole dell'Arcipelago tragittossi nell'Acaja, indi in Sicilia -montò in vetta all'Etna, per vedervi il sole oriente dipinger l'iride. -In Africa s'ebbe come un miracolo che al venir suo cadessero le -pioggie, da cinque anni indarno implorate. A Pelusio onorò la tomba di -Pompeo Magno; ad Alessandria, nel museo fondato da Tolomeo Filadelfo -e cresciuto da Claudio imperatore, interrogò i letterati raccolti, e -rispose col senno che trovar si dee in ogni parola d'imperatore. - -Da' viaggi Adriano tornava tratto tratto a Roma, ove riordinò -l'amministrazione interna, sopprimendo le forme repubblicane ormai -destituite di significato, per surrogarvi un ordinamento monarchico più -conforme al vero; e le cariche e gli uffizj divise in funzioni dello -Stato, del palazzo, dell'esercito. Ai liberti rimase tolta l'ingerenza -col riservare gl'impieghi di corte ai cavalieri; a quattro cancellerie -s'affidò lo spaccio di tutti gli affari; ed a fianco all'imperatore -fu collocato una specie di consiglio di insigni giureconsulti, quali -Nerazio Prisco, Giuvenzio Gelso, Salvio Giuliano. Da quest'ultimo -fece raccorre nell'_Editto perpetuo_ (131) le migliori fra le norme -pubblicate dai precedenti magistrati pretoriani; col che tolse forse -a costoro il diritto di determinare i principj legali, secondo cui -avrebbero amministrato la giustizia nel loro reggimento, obbligandoli -ad attenersi a questo, che restò la fonte del gius romano fino al -Codice di Teodosio, e divenne fondamento delle Pandette. - -Fra le leggi sue proprie, ordinò che a' figliuoli de proscritti si -lasciasse un dodicesimo dei beni paterni; chi trovasse un tesoro -sul suo, ne restasse padrone, chi sull'altrui, n'avesse metà; gli -scialacquatori frustati nell'anfiteatro, poi sbanditi; vietati i -sacrifizj umani: pure fino a Costantino si continuò in Africa ad -immolare fanciulli a Saturno, e uomini in Roma stessa. Proibì ai -padroni d'uccidere gli schiavi, nè di venderli per gladiatori o -prostituti: cassò la legge di mandare al supplizio tutti quelli d'un -padrone assassinato: abolì gli ergastoli, dove i Romani li faceano -lavorare, e dove rifuggivano alcuni per sottrarsi alla milizia o ai -castighi, ed altri liberi erano strascinati per lavorare a forza, e più -non se ne udiva. - -A colonie e città poste o ristabilite prodigò il nome di Elia, e -dappertutto moltiplicò monumenti col suo nome: Atene e Grecia ne -furono piene; a Roma rifabbricò il Panteon, il tempio di Nettuno, la -gran piazza d'Augusto, i bagni d'Agrippa, oltre edifizj nuovi, tra cui -principali sono la mole Adriana e la villa di Tivoli. Quella era un -ponte sul Tevere col mausoleo che oggi è Castel Sant'Angelo, mirabile -ancora dopo aver somministrato statue, colonne e fregi agli edifizj -eretti in tempo della decadenza, e projettili nelle battaglie fra -Totila e Belisario. Il carro del soprornato, che da piedi appariva -piccola cosa, era di tal mole che, dice Sparziano, un uomo potea -passare per le orecchie dei cavalli. Nella villa di Tivoli fece -imitare quanto ne' suoi viaggi avea veduto; ivi le situazioni più -decantate di Grecia e d'Egitto, ivi figurato l'inferno, ivi ai varj -quartieri attribuito il nome delle trascorse provincie, e avvivatane la -rimembranza con piante esotiche e con vasi, statue, iscrizioni, d'ogni -sorta rarità. - -Nè per questo egli rapiva; anzi molte imposte alleggerì; non accettava -legati da chi avesse figliuoli; condonò quanto in Roma e nell'Italia si -doveva all'erario, e nelle provincie i debiti da sedici anni, bruciando -le obbigazioni, il più bel fuoco di gioja che i popoli possano vedere. - -Gli bastava aver letto un libro per saperlo a mente; dettava -contemporaneamente più lettere; dava udienza a diversi ministri; -conosceva il nome di quanti aveano militato sotto di lui. Di scienze, -di grammatica, d'eloquenza, di poesia sapeva quanto altri del suo -secolo; oltre la filosofia, l'astrologia, la magia, le matematiche, -possedeva la medicina, scolpiva, cantava, sonava, dipingeva, massime -figure oscene, e imitazioni, anzi contraffazioni della natura. Compose -un poema misto di verso e prosa, discorsi sulla grammatica, altri -sull'arte della guerra[223], e i proprj fasti, dati fuori sotto il nome -di suoi liberti. - -Di bizzarro gusto in fatto di lettere, preferiva Catone a Cicerone, -Ennio a Virgilio, Cellio a Sallustio, Antimaco ad Omero[224], del -quale meditò perfino distruggere i poemi. Chi volesse andargli a versi -mandava fuori critiche esuberanti dei classici, come Largo Lucinio -il _Ciceromastix_, violenta diatriba contro il padre dell'eloquenza -latina. I Sofisti, genìa impudente, cupida, venale, nè in altro valente -che in litigare fra loro, gli si affollavano attorno; e Adriano, senza -abbracciare veruna setta, le tollerava tutte, e dilettavasi di udirne -le baruffe, come di eccitare i poeti a versi improvvisi. Ma guaj a chi -gli disputasse la palma che in tutto pretendeva! Avendo egli un giorno -criticato un'espressione al filosofo Favorino, questi si confessò -in errore; del che meravigliandosi gli amici suoi, — Vorreste ch'io -contendessi di sapere con chi comanda a trenta legioni?»[225]. - -Di tale prudenza mancò Apollodoro, architetto delle fabbriche di -Trajano, che udendosi fare non so quale appunto dall'imperatore, gli -disse, alludendo al genere di pitture in cui compiacevasi, — Andate a -dipingere cocomeri»; e avendo veduto una Venere e una Roma di man di -lui, sproporzionate al tempietto cui erano destinate, domandò, — Se -si rizzano in piedi, ove staranno?» Tale franchezza egli scontò colla -vita; specchio del quanto sia pericoloso celiar coi potenti. - -Perocchè Adriano alle belle qualità univa tanti vizj, da farne un misto -singolarissimo. Non sapeva tener chiuse le orecchie ai delatori; e -farneticava di subillare i fatti altrui, brutto vezzo in tutti, pessimo -in principe. Guardò in sinistro quelli cui andava debitore del regno; -e perchè nei perpetui suoi viaggi nessuno tentasse novità, restrinse -il potere lasciato ai magistrati, avvicinando il governo a pretta -monarchia. Giulia Sabina trattò da schiava più che da moglie, e al fine -si crede la facesse avvelenare; vero è che questa sfacciata vantavasi -d'aver provvisto per non concepire di lui, credendo che un figlio di -esso non potrebbe che divenire onta e ruina del genere umano. - -A prefetti del pretorio scelse Taziano suo tutore, e Simile. -Quest'ultimo, alieno da ambizione, dopo tre anni rinunziò, e ritiratosi -in campagna, sopravisse altri sette, e fece scriversi sulla tomba: -_Settantasette anni fui sulla terra, sette ne vissi_. Taziano, al -contrario, tirava il signor suo al rigore; e la pubblica voce gl'imputò -la morte di quattro consolari, già amici d'Adriano, condannati per -cospiratori dal senato, benchè in opinione di innocenti. Molti altri li -seguirono come complici, finchè Adriano proibì le sentenze per offesa -maestà e privò Taziano della sua grazia. - -A non dir nulla della passione di lui per cani e cavalli, sino ad -eriger loro splendidi monumenti, di turpe scostumatezza lasciò prova -in troppi versi ad esaltazione de' suoi cinedi. Amò di stravagante -passione Antinoo nativo della Bitinia; eppure dalle arti magiche -avendo appreso che, per prolungare i proprj giorni, bisognava il -sangue volontario d'un uomo, nè trovando altri sì folle o sì generoso, -accettò quello d'Antinoo. Immolato, il pianse a guisa di donna -adorata, eresse sul Nilo una città al nome di lui, volle che i Greci -lo dichiarassero dio, e il mondo s'empì di statue e tempj e oracoli di -lui, gli astronomi ne trovarono la stella in cielo, e nel tempio eretto -sulle ceneri di esso moltiplicaronsi miracoli, instituironsi giuochi e -misteri, e facevasi gara per esser nominato suo sacerdote. - -Che dovevano dirne i Cristiani? I quali Adriano non tollerò come -tutte le altre sêtte, ma per devozione a' suoi numi permise d'uccidere -cotesti che loro faceano guerra. Ma i Cristiani, sentendo la potenza -che danno il numero e il tempo, più non s'accontentavano di morire -benedicendo, e uscivano a giustificarsi della loro innocenza al -pubblico giudizio; e Giustino intonava: — La possa de' principi, -qualora preferiscano l'opinione alla verità, non è maggiore di quella -dei ladroni nel deserto»[226]. Mosso, dicono, dalle apologie del -filosofo Aristide e di Quadrato vescovo d'Atene, Adriano sospese la -persecuzione, anzi pensava aprire un tempio a Cristo[227], se gli -oracoli non avessero riflesso che quello renderebbe deserti gli altri. - -Preso da idrope (137), scelse a successore Lucio Annio Aurelio Cesonio -Comodo Elio Vero — tanti nomi al crescere della vanità! La malignità, -che nelle sue finezze non sempre al torto s'appone, mormorò sui patti -conchiusi fra l'imperatore e l'adottivo. Costui, dignitoso della -persona e ricco di cognizioni, ma scorretto di costumi, viaggiando -tenevasi attorno al carro servi colle ale, cui dava il nome dei venti; -continua lettura faceva dell'_Arte d'amare_ d'Ovidio e degli epigrammi -di Marziale, che chiamava il suo Virgilio; e quando la moglie il -rimproverò perchè le preferisse bagasce, rispose: — Il nome di sposa -è titolo d'onore, non di piacere». Fortunatamente costui morì pochi -mesi dopo (138); ebbe esequie imperiali ed apoteosi; e Adriano adottò -Aurelio Fulvio Antonino, patto che egli pure adottasse Lucio Vero -figlio e Marc'Aurelio[228] nipote e figlio adottivo dell'estinto Lucio -Annio Aurelio Vero. - -Poi, come Tiberio a Capri, così Adriano si ritirò a Tivoli, che avea -rifiorita d'ogni magnificenza, e vi si abbandonò a quante lascivie -la deperente salute gli consentiva. Da queste balzava alle crudeltà, -e spediva ordini sanguinarj; e molti furono uccisi come cospiratori, -altri nascosti da Antonino. Alla magìa ricorreva per mitigare la sua -infermità, da cui oppresso tentò più volte darsi morte; ma una cieca -gli si presentò dicendo: — Un sogno m'avvertì d'intimarvi conserviate -la vita; e poichè tardai ad obbedire, mi si oscurò la vista: ma un -altro sogno m'assicurò la ricupererei sì tosto che baciassi i piedi -imperiali». Così avvenne. Anche un altro cieco, appena tocco da lui, -riebbe l'uso degli occhi, e all'imperatore cessò una forte febbre. Di -tali baje trastullavasi Roma, e confortavasi il cesare. - -Stanco in fine dei rimedj, e dicendo, — I molti medici m'ammazzarono», -si diede a mangiar e bere a fidanza, e a Baja morì (138 luglio) dopo -vissuto sessantadue anni e mezzo, regnato quasi ventuno. Sul morire -sembra ricuperasse la calma, se è vero facesse questi versi, che sono -dei più delicati del suo tempo: - - _Animula, vagula, blandula,_ - _Hospes comesque corporis,_ - _Quæ nunc abibis in loca?_ - _Pallidula, rigida, nudula,_ - _Nec, ut soles, dabis jocos._ - -Il senato, offeso dalle sue ultime crudeltà, volle cassarne gli ordini -e negargli i funerali: poi alle minacce de' soldati e alle suppliche di -Antonino gli profuse onori; le ceneri riposte nella superba mole presso -al Tevere, lo spirito fra gli Dei. - - - - -CAPITOLO XXXIX. - -Gli Antonini. - - -Trajano in perpetua guerra, Adriano in perpetuo movimento, Antonino -visse in tal quiete, che in ventitre anni non oltrepassò la villa di -Lanuvio. Per dolcezza naturale caro a parenti ed amici, avea prediletto -i campi, nè però lasciato le magistrature; poi riuscì dei migliori -principi che la storia rammenti. Guadagnò il favore del popolo, non lo -brigò; accoglieva qualunque più umile, e dava ascolto a richiami contro -uffiziali o magistrati; sprezzando i clamorosi applausi, delizia de' -suoi predecessori, nè adulare nè essere adulato soffriva; magnifico -senza lusso, economo senza grettezza, osservante dei costumi antichi -ma senza scrupoleggiare. Interveniva ai pubblici riti, come pontefice -supremo offriva i sacrifizj, ma vietò di recar molestia ai Cristiani, -lodandone la vita di spirito, i costumi, il coraggio, sebbene nol -facesse che col raffronto delle antiche virtù[229]. - -Negli amici confidavasi appieno, avendoli scelti a prova: de' nemici -tollerava la franchezza e fin l'ingiuria: risparmiò i supplizj, -contentandosi di ridurre i rei a non poter nuocere: promise non -manderebbe a morte nessun senatore, e l'attenne sì fedelmente, che -uno confesso di parricidio relegò soltanto in un'isola deserta. Di -due accusati di cospirazione, uno si uccise, l'altro fu proscritto dal -senato; ma volendo questo seguitar le indagini, l'imperatore lo sospese -dicendo: — Non ho gran voglia di render palese quanti mi odiano». E -ripeteva: — Meglio salvare un cittadino, che sterminare mille nemici». - -Ammirando certe colonne di porfido in casa d'un Valerio Omulo, chiese -a questo donde le avesse avute. — In casa altrui non bisogna aver occhi -nè orecchi», rispose l'ospite; e l'imperatore trovò che diceva giusto. -Arrivando proconsole in Asia, fu messo d'alloggio presso Polemone, il -più famoso sofista di Smirne, il quale tornando ben tardi, si dolse -che altri gli avesse occupata la casa; e Antonino così di notte uscì e -cercò altro albergo. Fatto imperatore, Polemone venne a corteggiarlo a -Roma, e Antonino nol ricambiò altrimenti che colle maggiori onoranze, -alludendo solo all'occorso coll'ordinare che neppur di giorno si osasse -cacciarlo dall'appartamento. E richiamandosi a lui un commediante -perchè Polemone l'avesse di mezzodì espulso dal teatro, Antonino gli -rispose: — E me non cacciò di mezzanotte? eppure nol querelai». - -Da Calcide di Siria chiamò lo stoico Apollonio per educare -Marc'Aurelio; e quegli venne con una turma di discepoli, che Luciano -paragona agli Argonauti mossi a conquistare il vello d'oro. Giunto a -Roma, e da Antonino invitato al palazzo, il superbo filosofo rispose: -— Tocca allo scolaro andar dal maestro». L'imperatore ordinò che -Marc'Aurelio andasse da lui; ma rilevò la stolta arroganza dello -stoico, dicendo: — È venuto da Calcide a Roma, ed or trova lungo -arrivare dal suo albergo al palazzo!» - -Di queste ostentazioni filosofiche forbivasi Antonino, e quando i -cortigiani disapprovavano Marc'Aurelio del pianger la morte del suo -ajo, egli disse: — Lasciatelo fare, e soffrite che sia uomo, giacchè -nè la filosofia nè la dignità imperiale devono estinguere in noi i -sentimenti di natura». Uomo dunque si mostrò, affettuoso sempre con -Adriano e vivo e morto, il che gli acquistò il titolo più glorioso e -nuovo di Pio. - -Rincresce che pochissimo di lui si conosca, talchè dobbiam racimolare -informazioni senz'ordine di tempo. Al senato e ai cavalieri rendeva -conto dell'amministrazione sua, lasciava che il popolo eleggesse i -magistrati, e al pari di un privato chiedeva le cariche per sè e pe' -suoi figliuoli. Cessò le pensioni da Adriano assegnate agli adulatori e -simili pesti; ma ripudiava le eredità da chi avesse prole, e restituiva -ai figli i beni confiscati al padre, salvo il rintegrare le provincie -espilate. Perdonò in intiero alle città d'Italia, e per metà alle altre -l'oro coronario che solevasi offrire ad ogni nuovo principe; alleggerì -le tasse, e vegliò perchè si esigessero con umanità. Succedevano -disgrazie? la prima cosa era rimettere l'imposta al paese danneggiato; -alimentava moltissimi fanciulli poveri; ricompensava chi applicavasi -all'educazione; i senatori bisognosi ajutò a sostenere il decoro -del loro grado; a Galeria Faustina sua moglie, rotta a lussuria, che -l'accusava d'avere disposto la più parte degli averi suoi a pro dei -bisognosi, rispose: — Ricchezza d'un regnante è la pubblica felicità». -Negli spettacoli, delizia del popolo, largheggiò, nè fu scarso in -opere pubbliche; fece aprire il porto di Gaeta e riparar quello di -Terracina, terminò la mole Adriana, eresse un mirabile palazzo a Loria -di Toscana, ov'era stato allevato. Non che l'amassero i suoi, anche gli -stranieri rimettevano le loro differenze all'equità di lui; una lettera -sua bastò per far recedere i Parti dall'Armenia; Lazi, Armeni, Quadi, -Ircani, Battriani, Indi, Iberi gli resero omaggio (140); i Briganti -che si sollevarono in Britannia, furono domi; i Mauri respinti di là -dell'Atlante. - -Per ordine di Adriano adottati Marc'Aurelio e Lucio Vero, al primo -diede sposa sua figlia Annia Faustina, e assai ne pregiava le belle -doti, mentre indovinava il cattivo animo dell'altro; onde preso da -febbre a Loria, a Marc'Aurelio raccomandò l'impero, e il designò -successore col far trasportare nella camera di lui la statua d'oro -della Fortuna che sempre teneasi presso l'imperatore. E morì di -sessantatre anni, compianto di cuore, e riposto fra gli Dei come i più -ribaldi (161). - -Di lui avea steso un elogio Marco Cornelio Frontone console, reputato -fra' più eloquenti Latini, sebbene i frammenti, scoperti non è guari -dal cardinale Maj, detraggano assai da quella fama. L'elogio migliore -ne fu steso dal suo successore, e noi lo riportiamo non tanto come -ritratto fedele, quanto a lode di chi lo scrisse: — Da mio padre -adottivo (dic'egli) imparai d'esser dolce, eppure inflessibile ne' -giudizj dati dopo maturo esame; non insuperbire di quei che chiamansi -onori; durare assiduo alla fatica; sempre disposto ad ascoltare chi -reca avvisi utili alla società; rendere al merito secondo gli è dovuto; -sapere ove convenga tirare, ove allentare; recedere dalle follie -della gioventù; mirare al ben generale. Non esigeva egli che i suoi -amici venissero ogni giorno a cenar seco, nè che l'accompagnassero in -tutti i viaggi: chi non avea potuto, era accolto coll'egual cuore. -Ne' consigli cercava diligentemente il partito migliore, deliberava -a lungo senza fermarsi alle prime opinioni. Non s'annojava degli -amici, nè mai trascendeva nelle antipatie o nelle affezioni. In tutti -i casi della vita e' bastava a se stesso: sempre sereno di spirito, -prevedeva da lontano quel che poteva succedere; e senza ostentazione -ordinava fin le più minute cose: sopiva le prime sommosse senza -rumore; reprimeva le acclamazioni ed ogni bassa piacenteria; vegliava -continuo alla conservazione dello Stato; misurava le spese delle -feste pubbliche, non badando che si mormorasse di questa rigorosa -economia. Adorò gli Dei senza superstizione; cattivossi il popolo, -non con moine e coll'affettazione di salutar tutti; sobrio in ogni -cosa e fermo, nulla di sconveniente o di singolare; le comodità che -offrivagli in copia la fortuna, modestamente usava, e senza bramare -le mancanti. Niuno mai gli appose d'affettare bello spirito, essere -sofista, motteggiatore, declamatore, perdigiorni; al contrario, lo -dicevano assennato, inaccessibile a blandizie, padrone di sè, fatto per -comandare agli altri. Onorava i veri filosofi, i falsi non insultava; -cortese, moderatamente piacevole nel conversare, non tediava mai. Della -persona sua curavasi a misura, e non come uomo passionato per la vita, -o smanioso di piacere: senza trascurarsi, limitava la sua attenzione -allo star sano, per passarsene della medicina o della chirurgia. Scarco -di gelosia, cedeva alla superiorità degli altri fosse in eloquenza e -in giurisprudenza, o in filosofia morale, od in altro; anzi ingegnavasi -perchè ciascuno fosse conosciuto in quel dove valeva. Nel tenore di sua -vita imitava i padri, ma senza ostentarlo; non compiacevasi di mutare -spesso di posto e d'oggetti; non istancavasi di rimanere in un medesimo -luogo e sopra un solo affare. Dopo le violenti micranie tornava -disposto all'ordinario lavoro. Ebbe pochissimi segreti, e solo pel -ben comune. Negli spettacoli, nelle pubbliche opere, nelle largizioni -e in simili incontri mostravasi prudente e misurato, badando a quel -che conveniva, non a celebrità. Non usava bagno in ore straordinarie; -non avea passione di murare; nessuna squisitezza alla tavola, nel -colore o nelle qualità de' vestiti, nella scelta di begli schiavi. -A Loria portava una tunica comprata nel vicino villaggio e di stoffe -di Lanuvio; non mai il mantello, se non per andare a Tusculo, e anche -allora ne chiedeva le scuse. In generale non modi aspri, indecenti, nè -di quella fretta che fa dire, _Bada che tu non sudi_: compiva una cosa -dietro l'altra ad agio, senza scompiglio, e con accordata successione. -Poteasi dire di lui, come di Socrate, che sapeva indifferentemente -godere, e far senza delle cose, di cui la più parte degli uomini non -sanno nè mancare senza rammarico, nè godere senza eccesso: serbarsi -forte e moderato in ambo i casi è da uom perfetto, e tale egli si -mostrò». - -Così scriveva il successore e allievo di lui Marc'Aurelio, che a sedici -anni rinunziò alla sorella la paterna eredità, pago di quella dell'avo -materno; sotto i migliori maestri apprese lettere, diritto, e massime -filosofia. I precettori suoi, vivi onorava e consultava, morti ne -visitava e fioriva i sepolcri. Dianzi fu scoperta la sua corrispondenza -con Frontone, il quale osò dirgli la verità mentre fu privato[230]; poi -con esso mantenne carteggio, colla confidenza d'antico famigliare che -nulla domanda, e quale la meritava il saggio alunno[231]. - -Marc'Aurelio assunse anche il mantello usato dai filosofi e la loro -vita austera, sino a dormire sulla nuda terra. Questo rigore lo -indebolì di salute, ma regolandosi rinsanicò, e visse sessant'anni -laboriosissimi: nè gli onori il tolsero dalla semplicità e dal -coltivare gli amici e la scienza. Se per rispetto alle costumanze -interveniva agli spettacoli, leggeva e s'occupava d'affari, lasciando -che il popolo lo berteggiasse. - -A Lucio Vero, fratello d'adozione, diede sposa sua figlia Lucilla, poi -lo nominò augusto e collega, con esempio nuovo nelle storie; e fatte -le solite largizioni, governarono insieme. Ma troppo differenti. Lucio -Vero, spoglio d'ingegno e di virtù, passava le giornate a tavola, le -sere a correr le vie in gara di libertinaggio colla ciurmaglia; il -palazzo convertiva in taverna; e dopo cenato col virtuoso fratello, -ritiravasi nelle sue stanze a bagordare con gentame e schiavi, cui -permetteva seco la libertà de' Saturnali. I capelli spolverava d'oro; -in un solo banchetto spese un milione ducentomila lire, e a ciascuno -dei dodici invitati distribuì una corona d'oro, i piatti d'oro e -d'argento, un bello schiavo, un mastro di casa, ed ogni volta che si -beveva, una tazza di murrina e coppe preziose tempestate di diamanti, -corone di fiori che la stagione non portava, preziosissime essenze -in oricanni d'oro; poi quando furono al partire, ciascuno trovossi un -cocchio con muli superbamente bardati. Celere, suo cavallo, non d'altro -era nudrito che d'uva e mandorle, coperto di porpora, alloggiato in -palazzo; ebbe statua d'oro e, morto, un magnifico mausoleo in Vaticano. - -Dilagamenti, incendj, tremuoti che avevano afflitto l'impero e -dato esercizio alla liberalità di Antonino, si rinnovarono per le -provincie, aggiuntavi l'epidemia; poi uno strano caro in Roma: talchè -Marc'Aurelio ebbe a faticare in sollievo di tanti guaj. Anche i Catti -sbucarono nella Germania, i Britanni calcitravano, l'Armenia si agitò, -Vologeso III re de' Parti ruppe guerra con formidabili preparativi. A -combatterlo, Marc'Aurelio mandò Lucio Vero (162), sperando strapparlo -all'indecorosa mollezza; ma costui, appena mosso da Roma, fu dalle -dissolutezze gettato in violenta malattia a Capua. Guarito da questa -non da quelle, passa il mare; e l'Asia lo alletta a godimenti, ne' -quali logora il tempo. Frontone[232], scrivendogli, deplorava il -decadimento della militare disciplina: — Guerrieri abituati ogni giorno -nell'applaudire alle infami voluttà, anzichè nelle insegne e negli -esercizj, cavalli ispidi per mancanza di cura, cavalieri sbarbate fin -le coscie e le gambe, uomini piuttosto vestiti che armati, talmente -che Leliano Ponzio, educato nell'antica disciplina, colla punta delle -dita sfondava le costoro corazze, e osservava perfin de' cuscini posti -sui loro cavalli. Pochi soldati lanciavansi d'un salto sul cavallo; -altri sosteneansi a fatica sui garretti o sui ginocchi; pochi sapevano -palleggiare il giavellotto, e senza vigore lo gettavano come fosse -lana. Al campo, tutto pieno di giuochi: un sonno lungo quanto la notte, -e la veglia in mezzo al vino». Eppure l'esercito era ancora la parte -più sana dell'impero, e i luogotenenti di Lucio Vero lo condussero -più volte alla vittoria: finalmente Avidio Cassio, proceduto sino a -Ctesifonte, arse la reggia de' Parti (163), prese Edessa, Babilonia -e tutta la Media. Vero, indegnamente proclamato vincitore dei Parti, -distribuì i regni, e assegnò il governo delle provincie ai senatori che -l'accompagnavano. - -Vedendo occupati i migliori eserciti in Oriente, i Germani insorsero -dalle Gallie all'Illiria. Marc'Aurelio, accorsovi col fratello, parte -respinse oltre il Danubio, parte sottomise; e diffidando a ragione, -si fermò a piantare nuovi fortilizj, corroborò Aquileja minacciata -dai Marcomanni, e provvide alla sicurezza dell'Illiria e dell'Italia. -Nè invano, chè ben presto l'incendio sopito divampò, e i due augusti -dovettero accorrere di nuovo. Ma Vero morì ad Altino di trentanove -anni (169); Aurelio lo fece ascrivere fra gl'Iddii, e procedette più -risoluto nella via del bene. - -La guerra ai Germani seguitò con varia fortuna: i Marcomanni videro più -volte le spalle dei Romani (170), li inseguirono fin sotto Aquileja, -e in Italia recarono fuoco e guasto. Roma, più atterrita perchè la -peste menava strazio, arrolò schiavi, gladiatori, disertori, Germani -mercenarj; e l'imperatore vendette gli arredi del proprio palazzo, -ori, statue, quadri, le vesti di sua moglie, e una preziosissima copia -di perle, adunate da Adriano ne' suoi viaggi; e coll'ingente somma -ritrattane provvide alla fame d'allora, pagò le spese d'una guerra -quinquenne, e avanzò tanto da ricuperar parte delle cose vendute. I -Barbari combattè in ogni parte da eroe, ma eroe umano, risparmiando il -sangue ove potea, reprimendo la indisciplina militare, e coll'esempio -animando i nemici. Ma inseguendoli di là dal Danubio, rimpetto -all'antica Strigonia nell'alta Ungheria, si trovò preso in mezzo dai -Marcomanni; e sebbene i suoi con valore si riparassero da quella serra, -vedeansi all'estremo per mancanza di acqua. Quand'ecco in un subito il -cielo si rabbuja, e versa dirotta pioggia; il nembo stesso, avventando -gragnuola e fulmini contro i nemici, che in quella confusione gli -avevano assaliti, ajuta i Romani a disperderli. - -È uno degli accidenti più clamorosi di quel tempo, gridato per miracolo -da Gentili e da Cristiani: quelli l'attribuiscono ad Arnufi, mago -egiziano, od a preghiere dell'imperatore[233]; i nostri ne fanno merito -ai battezzati della legione Melitina. L'imperatore, colla circospezione -richiesta dal tempo, scrisse al senato di dover queste vittorie ai -Cristiani; e contro chi li calunniasse decretò l'ultima severità. - -La restituzione di centomila prigionieri attestò quanto i Romani -avessero sofferto. Quadi e Marcomanni, che rinnovarono i movimenti, -furono rinserrati per modo, che la fame li costrinse implorar -pace dall'imperatore (174); e venuti con doni, coi disertori e con -tredicimila prigionieri, la ottennero a patto di non più trafficare -sulle terre romane, e stanziare almeno sei miglia dal Danubio. Gli -altri Germani furono pure repressi, com'anche i Mori che aveano invaso -la Spagna. - -Avidio Cassio, vincitore dei Parti, più col seminare discordie che -non colle armi domò i sollevati Egiziani; ed anche in Armenia e in -Arabia fece mostra di prudenza e valore. Costui, quanto sicuro nelle -armi, era rigoroso co' soldati; qualunque di essi rapisse nulla ai -paesani, era ivi stesso crocifisso; alcuni arsi vivi, altri incatenati -insieme e gettati al mare; ai disertori faceva mozzar piedi e mani, -dicendo la vista di que' moncherini produrre maggior effetto che non un -supplizio. Mentre accampava presso il Danubio, alcuni de' suoi ajuti -passarono il fiume, ed assaliti i Sàrmati improvvisti, ne uccisero -tremila e tornarono carichi di preda: ma quando i centurioni, che a -ciò gli avevano eccitati, aspettavano lode e ricompensa da Cassio, e' -li fece crocifiggere per esempio di disciplina. Al rigore eccessivo -destasi in rivolta l'esercito; ma Cassio, comparendo senz'armi fra i -tumultuanti, esclama: — Uccidetemi pure, e alla dimenticanza del dover -vostro aggiungete l'assassinio del generale». Quell'intrepidezza colpì; -l'ordine fu ricomposto, e i nemici disperando di vincere un tal capo, -chiesero una pace di cento anni. - -Compiuta la guerra de' Marcomanni, Marc'Aurelio deputò Cassio -a governare la Siria, ove in sei mesi riparò allo scompiglio e -all'immoralità delle legioni; ogni otto giorni ne passava in rassegna -l'abito, le armi, l'equipaggio; frequentemente le addestrava, e -malgrado quel rigore, sapea farsi ben volere. Ma il nome che portava, -rammentavagli un altro che avea tentato impedire la monarchia in Roma; -ed egli pure chimerizzava una romana repubblica. Antonino il seppe e -tollerò; Marc'Aurelio rispose con filosofia fatalista: — A che stare in -pena? se la sorte destina l'impero a Cassio, niuno uccide il proprio -successore; se no, rimarrà preso al proprio laccio. Non conviene -diffidare d'uomo non accusato e di tanti meriti: se devo perdere la -vita pel bene dello Stato, poco mi cale se ne verrà scapito a' miei -figliuoli». - -Durante la guerra in Germania, si sparse voce, o Cassio la divulgò, che -l'imperatore fosse morto; e Faustina imperatrice, temendo l'impero non -venisse occupato chi sa da chi, e in pericolo sè ed i figli, sollecitò -Cassio ad assumerlo e sposar lei. Cassio si fece proclamare (175), e -ben tosto il paese di là dal Tauro e l'Egitto gli obbedirono; principi -e popoli stranieri abbracciarono la sua causa. Marc'Aurelio, quando -più nol potè tener celato, ne informò egli medesimo il suo esercito, -movendo pacata querela dell'ingratitudine; indi prese il cammino -dell'Illiria per farsi incontro a Cassio, e cedergli l'impero, quando -tale paresse il volere degli Dei; — Giacchè (soggiungeva) se tante -fatiche io duro, non è interesse o ambizione, ma desiderio del bene del -mio popolo». - -Cassio non era un usurpator volgare, e pensava o simulava d'intendere -soltanto al pubblico bene: — Infelice la repubblica in preda d'avoltoj, -che dopo il pasto han più fame di prima! Marc'Aurelio è buono, ma -per farsi lodare di clemenza lascia viver uomini che sa meritevoli di -morte. Dov'è l'antico Cassio? dove l'austero Catone? a che è ridotta -la disciplina de' nostri vecchi? or non si sa tampoco ribramarla. -L'imperatore fa il mestiere del filosofo, disserta sul giusto e -l'ingiusto, sulla natura dell'anime, sulla clemenza; e non piglia a -cuore gl'interessi dello Stato. Buoni esempj di severità bisogna dare, -molte teste abbattere se vogliasi ripristinar il governo nell'antico -splendore. Di che non sono meritevoli cotesti rettori di provincie, che -credonsi posti là unicamente per deliziarsi e arricchire? Il prefetto -al pretorio del nostro filosofo tre giorni prima d'entrar in carica -non avea pane; e poco poi possiede milioni: e come gli ebbe, se non -col sangue dello Stato e collo spoglio delle provincie? Le confische su -costoro rifioriranno il tesoro, se gli Dei favoriscono la buona causa: -io opererò da vero Cassio, e restituirò alla repubblica il prisco -splendore». - -Ma ben tosto il pugnale del centurione Antonio lo tolse dalla vita e -da un regno di tre mesi e sei giorni. Marco Vero, ch'era stato spedito -contro di lui, trovate le lettere de' suoi partigiani, le bruciò -dicendo: — Questo atto piacerà a Marc'Aurelio: gli dispiacesse anche, -avrò, col perder la mia, salvato molte vite». Il capitano delle guardie -di Cassio e suo figlio Muziano, governator dell'Egitto, perirono, e -così qualc'altro senza saputa dell'imperatore, il quale agli sbanditi -rese la patria e i beni; e rimessa al senato l'indagine, soggiunse: — -I senatori e cavalieri, partecipi della congiura, sieno per autorità -vostra esenti da morte e da ogni castigo e nota; e dicasi per onor -vostro e mio, che quest'insurrezione costò la vita a quelli soli che -perirono nel primo tumulto. Così anche a loro potessi renderla! La -vendetta è indegna d'un regnante». - -Tolse in protezione la moglie, il suocero, i figli del ribelle, e -li sollevò a dignità, quantunque non ignorasse i maneggi di quella -parentela per avversargli il popolo e i soldati. Agli amici che gli -dicevano, — Cassio non avrebbe usata tanta moderazione», replicò: — -Noi non serviamo gli Dei tanto male, da temere che volessero chiarirsi -per Cassio»; e soggiunse: — Le crudeltà hanno menato sventura a molti -miei antecessori, e un principe buono non è mai vinto od ucciso da un -usurpatore; Nerone, Caligola, Domiziano meritarono la fine loro; Otone -e Vitellio erano inetti; l'avarizia fu ruina di Galba». - -Oh! lasciateci indugiare sopra questi atti di clemenza, come il -viaggiatore che nel deserto sotto le rare palme cerca ombra e ristoro. - -La bontà però qualche volta il portava a perdonare anche al reo. -Erode Attico, famoso retore e ricco sfondolato, avea lite colla città -d'Atene, e vedendo l'imperatore inclinato a favor di questa, invece -di ragioni prese a oltraggiarlo come raggirato da una donna e da -una bambina, volendo dire Faustina e sua figlia, mediatrici per gli -Ateniesi. L'imperatore, che avealo ascoltato pacatamente, quando fu -partito disse ai deputati di Atene: — Ora potete esporre le ragioni -vostre, benchè Erode non abbia creduto bene allegar le sue». E le -ascoltò attento, e gli vennero le lagrime all'udire gli strapazzi -che soffrivano da Erode e da'suoi liberti: pure condannò solo questi -ultimi, poi li graziò; e appena Erode lagnossi seco che più non gli -scrivesse, gli chiese scusa con questo viglietto, singolare in un -re: — Desidero tu sii sano e convinto ch'io t'amo. Non aver a male se -trovasti in fallo alcuni tuoi dipendenti; io gli ho puniti, sebbene -nel modo più dolce che mi fu possibile. Non me n'accagionare; ma se -ho fatto o fo cosa che ti dispiaccia, imponmi un'ammenda, ch'io ti -soddisferò nel tempio di Minerva in Atene, al tempo dei misteri; avendo -io, nel fervor della guerra, fatto voto d'iniziarmi, e voglio che tu -presieda alla cerimonia»[234]. - -Per simile eccesso di bontà tollerò il libertinaggio sfacciato della -moglie Faustina, e promosse gli amanti di essa; e consigliato dagli -amici a ripudiarla, rispose: — Bisognerebbe le restituissi la dote, -cioè l'impero datomi da suo padre», o celia, o ragione indegna d'un -saggio. Dopo la rivolta di Cassio, v'è chi dice che, vergognosa di -vedersi accusata dai complici, ella si uccise (176). Aurelio ne' suoi -ricordi la rimpianse come fedele, amabile e di meravigliosa semplicità -di costumi; mutò in città, col nome di Faustinopoli, il villaggio a piè -del Tauro, dov'ella avea chiusi i giorni; pregò il senato a porla fra -gli Dei, e il senato ossequioso le eresse statue ed un altare, ove le -novelle spose facessero sacrifizio solenne all'adultera imperiale. - -Marc'Aurelio, continuando il cammino per l'Oriente, perdonò a tutte -le città fautrici di Cassio, e all'Egitto infervorato di esso; solo -ad Antiochia interdisse i giuochi, sua vita, e tolse i privilegi: ma -essendovi poi andato in persona, anche di questo la sgravò. In Atene -si fece iniziare ne' misteri di Cerere, e vi stabilì professori d'ogni -scienza: arrivando poi in Italia, ordinò ai soldati di riprendere la -toga, non essendovi mai nè egli nè i suoi comparsi in abito guerresco -(177). Entrando trionfante in Roma, superò in largizioni tutti i -predecessori; giacchè, nel discorso che tenne al popolo, avendo -espresso che era stato in giro _otto anni_, la folla cominciò a gridare -— Otto, otto», chiedendo così otto denari d'oro per testa; ed esso -glieli fece dare. - -In Roma si godeva tutta la libertà di cui fossero capaci gli antichi; -e sotto un imperatore onesto e generoso, le fronti si rialzavano con -dignità. Fra altre savie leggi, Marc'Aurelio vietò ai gladiatori -d'adoprare armi micidiali: fatto ben più onorevole, che l'agitar -nelle scuole quistioni di filosofia, a preghiera de' letterati. Egli -non usciva mai dal senato, che il console non avesse dato congedo -col _Nihil vos moramur, patres conscripti_; tornava dalla Campania -qualvolta v'avesse a riferire alcun che; crebbe i giorni fasti per -gli affari; primo istituì un pretore sovra le tutele; notò d'infamia i -delatori; rendeva assiduamente giustizia, e spesso rimetteva le cause -al senato, trovando più giusto il piegarsi egli stesso al parere di -tanti savj, che non trascinare questi al suo. - -Il chiamarono a nuove armi i Marcomanni; ma in mezzo alle vittorie -morì a Sirmio in Pannonia (180) di cinquantanove anni, dopo regnato -diciannove; e di sincero compianto l'accompagnarono tutti, eccetto -forse il figlio Lucio Comodo, sospetto d'avergli accelerato la morte. -Tranquillamente la vide Marc'Aurelio avvicinarsi, e diceva agli amici: -— Da voi aspetto meglio che i sentimenti ordinarj e naturali; ma che -chiariate aver io collocato bene la stima, l'affezione, i benefizj. -Mio figlio a voi raccomando; vi sia a cuore la sua educazione. Egli -esce appena dall'infanzia; ne' primi bollori della gioventù ha bisogno -di governo e di piloto, che mai, scarso d'esperienza, non travii e -rompa agli scogli: non l'abbandonate, tenetegli luogo del padre con -buoni avvisi e salutari istruzioni, ritrovi me in ciascuno di voi. -Le più larghe ricchezze non bastano alle dissolutezze di un principe -voluttuoso; se egli è odiato da' sudditi, non è in securo, per quante -guardie lo difendano; non teme congiure e sommosse se pensò a farsi -amare più che temere. Chi di voglia obbedisce, va scevro da sospetti; -senz'essere schiavo, è buon suddito, e non ricusa obbedienza se -non a comando dato con soverchia durezza. Difficile è l'usar con -moderazione una podestà senza confini. Ripetete spesso a mio figlio -queste istruzioni e somiglianti; così formerete per voi e per l'impero -un principe degno, a me mostrerete la vostra costanza, e onorerete la -memoria mia, unico mezzo di renderla immortale». - -Le sue ceneri furono deposte nella mole Adriana, egli ascritto fra -gli Dei, e reputavasi sacrilego chi non ne tenesse in casa l'effigie. -Oltre l'esempio d'una benignità e d'una dolcezza quasi uniche, ci -lasciò anche precetti per iscritto[235], la cui indulgenza discorda -dall'austero stoicismo, e segnano il punto più alto cui giungesse la -filosofia pagana, irradiata suo malgrado da quella suprema sapienza, -incontro a cui ostinavasi a chiuder gli occhi. — Un solo Dio (diceva -egli) dappertutto; una sola legge, che è la ragione comune a tutti -gli esseri intelligenti. Lo spirito di ciascuno è un dio ed emanazione -dell'ente supremo. Chi coltiva la propria ragione deve guardarsi come -sacerdote e ministro degli Dei, giacchè si consacra al culto di colui -che fu in esso collocato come in un tempio. Non fare ingiuria a questo -genio divino che abita in fondo al cuore, e conservalo propizio col -fargli modesto corteggio siccome a un dio. Trascura ogni altra cosa -per occuparti del culto della tua guida, e di ciò che in lei v'ha di -celeste; sii docile alle ispirazioni di questa emanazione del gran -Giove, cioè lo spirito e la ragione; il dio che abita in te, conduca -e governi un uomo veramente uomo. Una ragione eguale prescrive ciò che -dobbiam fare od evitare: governati da una legge comune, siamo cittadini -sotto l'egual reggimento». - -Alla maniera di Socrate e del Maestro divino, e a differenza di -Cicerone, insiste più spesso sulla morale privata, sulla cognizione -di se stesso. — Di rado siamo infelici per non sapere che cosa passi -nel cuor degli altri; ma lo siam certo se ignoriamo quel che passa -nel nostro. A qual cosa applicarci con tutta la cura? ad aver l'anima -giusta, far buone azioni, cioè utili alla società, non poter dire che -il vero, esser sempre in grado di ricevere ciò che accade come cosa -necessaria. Come un cavallo dopo una corsa, un'ape dopo fatto il miele, -non dicono _Ho fatto del bene_, così un uomo non deve proclamare il -bene che opera, ma continuare come la vigna, che, dopo portato il -frutto, si prepara a portarne dell'altro a tempo. - -«Quando sei offeso dalla colpa d'alcuno, esamina te stesso, e bada -se mai non facesti nulla di simile: questo riflesso dissiperà la tua -collera. Dio immortale non s'indispettisce di tollerare per tanti -secoli un'infinità di malvagi, anzi ne prende ogni cura: e tu che -domani morrai, e che ad essi somigli, ti stancheresti di sopportarli? -Spesso si è non meno ingiusti a fare nulla che a fare qualcosa. - -«Ogni mattina si cominci col dire, — Oggi avrò a fare con faccendieri, -con ingrati, insolenti, scaltriti, invidi, insociali: perchè hanno -questi difetti? perchè non conoscono i beni e i mali veri. Ma io, che -appresi il vero bene consistere nell'onesto, e il vero male nel turpe; -che conosco la natura di chi mi offende, e ch'egli è parente mio, non -per sangue, ma per la partecipazione al medesimo spirito emanato da -Dio, non posso tenermi offeso da parte sua, giacchè egli non saprebbe -spogliare l'anima mia dell'onestà. - -«O uomo, tu sei cittadino della gran città del mondo: che ti -cale di non esserlo stato che cinque anni? Nessuno può lamentarsi -d'ineguaglianza in ciò che avviene per legge mondiale: perchè dunque -cruciarti se ti sbandisce dalla città, non un tiranno o un giudice -iniquo, ma la natura stessa che vi t'avea collocato? È come se un -attore fosse congedato di teatro dall'impresario che l'allogò. — Non ho -finito la parte, recitai solo tre atti. — Dici bene: ma nella vita tre -atti formano una commedia intera, giacchè essa è terminata a proposito -ogniqualvolta il compositore istesso ordina d'interromperla. In tutto -ciò tu non fosti nè autore, nè causa di nulla: vattene dunque in pace, -giacchè chi ti congeda è tutto bontà. - -«Io debbo a Vero mio avo ingenuità ne' costumi e placidezza; alla -memoria che ho del padre mio, il carattere modesto e virile; a mia -madre, pietà e liberalità, non solo astenersi dal male ma neppur -pensarlo, frugalità negli alimenti, schivar le pompe; al bisavo, -il non essere andato alle pubbliche scuole, ma avuto in casa egregi -precettori, e conosciuto che non si spende mai troppo in ciò; al mio -educatore, il non parteggiare per la fazione verde o per la turchina -nelle corse, o nei gladiatori pel grande o piccolo scudo, tollerar -la fatica, contentarmi di poco, servirmi da me, non dare ascolto a -delatori; a Diagnoto, non occuparmi di vanità, non credere a prestigi -ed incanti, a scongiuri, a cattivi demonj nè altre superstizioni, -lasciare che di me si parli con libertà, dormire sopra un lettuccio -ed una pelle, e gli altri riti della educazione greca; a Rustico, -l'essermi avveduto che bisognava correggere i miei costumi, evitar -l'ambizione de' sofisti, non iscrivere di scienze astratte, non -declamare arringhe per esercizio, non cercare ammirazione col far -pompa d'occupazioni profonde e di generosità; nelle lettere usare stile -semplice; al pentito perdonare senza indugio; leggere con attenzione, -nè contentarmi di comprendere superficialmente. Da Apollonio appresi -ad esser libero, fermo anzichè esitante, alla ragione solo mirando, -eguale in tutti i casi della vita, ricevere i doni dagli amici senza -freddezza nè abiezione. Da Sesto, benignità, esempio di buon padre, -gravità senza affettazione, continuo studio di venir grato agli amici, -tollerare gl'ignoranti e sconsiderati, rendere la propria compagnia -più gioconda che quella degli adulatori, conciliandosi però rispetto, -applaudire senza strepito, sapere senza ostentazione. Dal grammatico -Alessandro, a non rimproverare le scorrezioni di lingua, di sintassi, -di pronunzia, ma far sentire come abbia a dirsi, mostrando rispondere o -aggiunger prove o sviluppare la stessa idea, con espressione diversa, -o in altra guisa che non sembri correzione. Da Frontone, a riflettere -all'invidia, alla frode, alla simulazione dei tiranni, e che i patrizj -non hanno cuore. Da Alessandro platonico, a non dire leggermente _Non -ho tempo_, nè col pretesto delle occupazioni esimersi dagli uffizj -sociali. Da Massimo, a dominar se stessi, non lasciarsi sopraffare da -verun accidente, moderazione, soavità, dignità ne' costumi, occuparsi -senza rammarichio, non esser frettoloso, non pigro, non irresoluto, -non dispettoso e diffidente, non mostrare ad altri d'averlo a vile e di -credersene migliore, amar la celia innocente. - -«Riconosco per benefizio degli Dei l'aver avuto buoni parenti, -buoni precettori, buoni famigliari, buoni amici, che sono le cose -più desiderabili; il non avere sconsideratamente offeso alcuno di -questi, benchè vi fossi per natura proclive; inoltre l'aver conservato -l'innocenza nel fiore della giovinezza; non fatto uso prematuro della -virilità; l'essere stato sotto un imperatore e padre che da me rimoveva -l'orgoglio, persuadendomi che il principe può abitare nella reggia, e -pure far senza guardie nè abiti pomposi, e fiaccole e statue e simil -lusso; il non aver fatto progressi nella retorica, nella poesia e -cosiffatti studj, che m'avrebbero divagato[236]; il non essermi mancato -denaro qualora un povero volessi soccorrere; non essermi trovato in -bisogno di soccorso altrui; il trovarmi in sogno suggeriti rimedj -opportuni a' miei mali; il non essere, nello studio della filosofia, -caduto in mano d'alcun sofista, nè perduto il tempo a svolgere i costui -commenti, sciogliere sillogismi, e disputare di meteorologia». - -Insomma la filosofia di Marc'Aurelio è un continuo intendere al bene -de' suoi simili; ed anzichè l'orgoglio stoico, vi riconosci l'umiltà -cristiana. Staccarsi dalle cose mondane, assorbire ogni sua attività in -Dio egli vorrebbe quanto un monaco, ma sente i doveri del suo posto; -disapprova la guerra, ma la fa contro gli invasori; e resta in mezzo -agli uomini per beneficarli. - - - - -CAPITOLO XL. - -Economia pubblica e privata sotto gli Antonini. - - -L'impero aveva allora per confini a settentrione e a ponente il mar -Nero, il Danubio, il Reno, l'Oceano dalle foci del Reno sino allo -stretto di Cadice; nell'Asia Minore giungeva fino alla Colchide e -all'Armenia; in Siria fino all'Eufrate e ai deserti d'Arabia; in Africa -all'Atlante, alle arene libiche, ai deserti che separano l'Egitto -dall'Etiopia; e, a tacere i momentanei acquisti di Adriano, stabilmente -unite furono all'impero le provincie della Britannia e della Dacia. -Copriva così la superficie di 1,365,560 leghe quadrate, cioè il -quintuplo della Francia odierna, con circa cenventi milioni d'abitanti: -ma oltre queste, che costituivano l'impero romano ed erano governate -da proconsoli, stava attorno una cintura di altre regioni, vassalle -in diverso grado, e di dubbiosa libertà[237], che talora pagavano un -tributo, sottostavano al censo, ricevevano decreti; quali i re della -Comagene, di Damasco e tant'altri sul lembo della Siria, la trafficante -Palmira nel deserto, i principi dell'Iberia, dell'Albania ed altri del -Caucaso, l'Armenia, la Partia a vicenda sottomessa e riottosa. È questo -il momento della massima grandezza dell'Impero e dell'Italia; onde noi -sosteremo ad esporne la condizione civile, morale, letteraria, prima di -contemplarne il declino. - -La comunicazione fra sì remote provincie era agevolata dal mare -e da meravigliose strade. Il Mediterraneo, le cui rive direbbonsi -predestinate dalla Provvidenza ai più splendidi e durevoli incrementi -della civiltà, mette in relazione le tre parti del mondo antico, -le discendenze dei tre figli di Noè, i foschi Camiti dell'Africa, -i Giapetidi della Grecia e della Germania, i Semiti della Fenicia e -della Palestina: s'addentra con mille seni per ricevere dai fiumi le -produzioni di tre continenti, spingendosi pel Tanai e per la Meotide -fin nelle steppe dei Tartari, pel Nilo fino al centro dell'Africa, per -lo stretto fin nell'Oceano inospitale. Allora poteva dirsi lago latino, -poichè non avea spiaggia che non riconoscesse le aquile imperiali; le -flotte di Roma lo proteggevano e solcavano continuamente; e le navi di -traffico, approdando alle provincie più ricche e più belle, accostavano -alle barbariche le due civiltà romana e greca. Quest'ultima, figlia -dell'orientale, erasi vantaggiata di tutto il passato per abbellirlo -e armonizzarlo, avea sparso di colonie il mondo, dagl'intimi recessi -dell'Indo e del Don fino alle isole della futura Inghilterra, ed aveva -educato Roma. La quale alla sua volta, estendendosi da un lato oltre le -Alpi, dall'altro nell'Africa, diè di cozzo a popoli civili in decadenza -e ne accelerò la caduta, ma ereditandone l'esperienza e dandovi -governo; e a popoli barbari per incivilirli, per respingere sempre più -lontano la rozzezza e la ferocia. - -Per terra questi paesi congiungeansi mediante strade di tale solidità, -che sopravissero a' secoli. La via Appia, finita sin dal 311 avanti -Cristo da Appio Claudio Cieco censore, in grandi macigni, moveva da -porta Capena, or sostenuta sovra un terreno limaccioso, ora tagliando -l'Appennino. Cesare la ristaurò cominciando a disseccare le paludi -Pontine; gl'imperatori seguenti la compirono e migliorarono. Col -nome di via Campana prolungata da Capua ad oriente d'Aversa, qui -bipartivasi: la mediterranea pel monte Cauro scendeva a Pozzuoli; -la marittima si drizzava a Cuma lungo i paduli di Linterno: da Cuma -poi, uscendo per l'arco Felice, un altro ramo toccava Pozzuoli, e -congiungevasi colla mediterranea per isboccare a Napoli, traverso alla -grotta di Posilipo. Dalla via Flaminia, aperta dal console Flaminio -Nepote nel 223, diramavasi presso Ponte Milvio la Cassia, dritta per -Viterbo all'Etruria. - -D'ordine d'Augusto furono messe in buono stato le quarantotto d'Italia, -che sviluppavansi da Roma a Brindisi e a Milano, donde si diramavano -quelle che, pei varj passi alpini, raggiungevano Lione, Arles, Magonza, -la Rezia, l'Illiria. Trajano ne condusse una traverso le paludi Pontine -da _Forum Appii_ sino a Terracina, e compì la via Appia da Benevento -a Brindisi. La via Aurelia, che traversava l'Etruria e la Liguria, fu -continuata sino a Cade; e varcato lo Stretto, riusciva a Tanger. La -via Flaminia, da Roma per Rimini, Bologna, Modena, Piacenza, Milano, -Verona, Aquileja spingeasi al Sirmio, e lungheggiava il Danubio, -mettendo in comunicazione la Rezia e la Vindelicia, la Gallia e la -Pannonia; di là per la Mesia fin negli Sciti, per la Tracia, l'Asia -Minore, la Siria, la Palestina, l'Egitto, la costa d'Africa, veniva -a ricongiungersi a Cadice, Malaga, Cartagena, colla strada di Spagna. -Così sullo spazio di quattromila ottanta miglia romane era facilitato -il trasporto delle legioni, degli ordini e delle notizie. Gl'imperatori -vi stabilirono poste regolari, con ricambj ogni cinque o sei miglia, -provvisti di quaranta cavalli, ad uso però unicamente del Governo, o -di chi ne ottenesse speciale concessione: al qual modo poteano farsi -cento miglia al giorno; anzi Tiberio potè in ventiquattr'ore compierne -ducento da Lione alla Germania[238]. Anche i fiumi avvivavano le -comunicazioni, e due flotte armate scendendo il Reno e il Danubio, -portavano i prodotti dell'Oceano Germanico nell'Eusino. - -Ciò dava alla dominazione romana una consistenza, qual mai non n'ebbe -alcuna dell'Asia; nè era inane vanto quel dominio universale che Roma -arrogavasi, e il chiamar orbe romano il mondo, consiglio supremo -di tutte le nazioni e dei re il senato[239]: pretensione già viva -sotto la repubblica, assodata nell'impero. E per quanto a ragione si -esclami contro gli estesi imperj, che sotto eguali leggi incatenano -genti disformi d'indole e di coltura, lasciano inesaudite le querele, -non compresi i bisogni, e fanno dalla remota capitale arrivare i -provvedimenti dopo cessata l'opportunità; pure vuolsi confessare che -nazioni isolatissime vennero così ricongiunte, mentre la occidentale -barbarie non sentiva l'influsso della coltura orientale; col togliere -di mezzo i confini, si facilitò il contatto; e quantunque l'unità non -fosse che materiale e derivata dalla conquista, la lingua uffiziale, -le magistrature, le legioni, gli spettacoli a cui accorrevano i -Rodopei dell'Emo, i cavalieri della Germania, i littorani del Nilo -e dell'estremo Oceano, gli Arabi e i Sabei, gli olezzanti Cilici, i -ricciuti Etiopi, i trecciati Sicambri[240], estesero la civiltà se -non la crebbero; e chiamando i popoli a contribuire chi la forza, -chi l'ingegno, chi la ricchezza, insegnarono loro a conoscersi, ad -affratellarsi, e dilatarono a tanta parte del mondo i privilegi che, -essendo dapprima riservati ad un pugno di banditi o a qualche migliajo -di cittadini, facevano la politica romana una grande ingiustizia a -vantaggio di pochi e ad aggravio del genere umano. - -Centro di sì vasta unità, l'Italia era sempre sede dell'imperatore -e del senato, i cui membri era richiesto che avessero di qua -dall'Alpi almeno un terzo dei loro possedimenti. Quel nome non era -più circoscritto dalla Macra, dal Rubicone e dal mare, dacchè i -triumviri non aveano voluto lasciare la Gallia Cisalpina a governo -di un proconsole, che potesse così menare un esercito legalmente di -qua dell'Alpi. La fecero dunque giungere a levante fino all'Arsa, a -settentrione alle Alpi, ad occidente al Varo; ed Augusto la partì in -undici regioni: I. il Lazio e la Campania, dove Pozzuoli; II. il paese -de' Picentini e degl'Irpini; III. la Lucania, il Bruzio coi Salentini, -l'Apulia, la Calabria, dove Brindisi era prevalsa alle scadute -città di Taranto, Crotone, Locri; IV. il paese spopolato de' Marsi, -Frentani, Sabini, Sanniti; V. il Piceno; VI. l'Umbria; VII. l'Etruria; -VIII. la Gallia Cispadana con Ravenna, eretta, come poi Venezia, fra -canali del mare; IX. la Liguria; X. la Venezia coi Carni, gli Japigi -e l'Istria; XI. la Gallia Transpadana con Milano, cui mettevano capo -le strade dell'Italia continentale, e Padova, e Aquileja, sempre più -importanti per la vicinanza alla frontiera germanica. Roma formava -un governo distinto, sotto il prefetto della città. Le alpi Marittime -costituivano una provincia separata. La Sicilia, benchè già da Antonio -avesse ottenuto la cittadinanza, rimaneva provincia colla Corsica e -la Sardegna. Ma quella Sicilia che, due secoli fa, Cicerone dipingeva -fertilissima e laboriosa, era ita a tracollo per le guerre civili e -le servili; le cinque città di Siracusa riduceansi ad una sola, Enna -era spopolata, cadenti i tempj, incolte le piaggie. Chi da quella -tragittasse sul nostro continente, a Pozzuoli trovava uno de' porti -più operosi, emporio del commercio del Mediterraneo, e approdo di -tutte le flotte mercantili; e nei contorni molle eleganza di ville, -di bagni, dove i cittadini di Roma venivano a ricrearsi dalle cure o a -solleticare il rintuzzato senso de' piaceri. - -Ma quelle pendici dell'Appennino che avevano nutrito i Sabini, i -Sanniti, gli Equi, i Latini, più non offrivano che cadaveri di città; -i cinquantatre popoli del Lazio scomparvero, o reliquie ne restavano -così scarse, che gli uni più non si discendevano dagli altri. Che -dirò di quella Magna Grecia, che emulava le glorie e la potenza della -Grecia vera? Già i curiosi andavano a rintracciarne le memorie; e -qualche vecchio additava loro, — Qui fu Canusio, colà Argirippa, le due -maggiori città; questi villaggi erano le tredici città della Japigia, -di cui rimangono sole Brindisi e Taranto; ma quest'ultima, benchè -Nerone v'abbia posto abitanti, è spopolata, come tutto quello sprone -d'Italia». - -Ivi non arbitrio di governatori, non tributo; le autorità municipali -facevano eseguire le leggi supreme: ma, come avviene sotto gli -imperj, il reggimento cittadino andava foggiandosi ad aristocrazia, -scegliendosi i magistrati non più fra il popolo ma fra gli illustri, -e la giurisdizione limitandosi a piccole somme. Dopo Trajano, cominciò -l'Italia a ridursi poco meglio che le altre provincie; cui si potè dire -pareggiata allorchè Adriano la commise al governo di quattro consolari. - -La cittadinanza privilegiata diventava un nome già sul fine della -repubblica, quando Cesare la comunicò a tutta Italia e ad intere -provincie. Anche i servi divenendo liberti, entravano nella società -politica del loro patrono: ma acquistando i privati diritti di -cittadino, rimanevano esclusi dagl'impieghi e dal servizio militare, nè -ammessi al senato fin alla terza o quarta generazione. - -Augusto trovava quattro milioni e censessantatremila cittadini; ma -cessato col sistema delle conquiste il bisogno d'accrescerli onde -reclutare fra essi le legioni, e perchè non isvantaggiasse il fisco -per la troppa abbondanza degl'immuni, restrinse la facoltà di render -cittadini gli schiavi manomessi, accettandovi soltanto magistrati -e i grandi proprietarj delle provincie. Con ciò si traeva al corpo -dominante il fiore di tutto lo Stato, e si assodava la potenza -imperiale: ma alle legioni, in cui non entravano che cittadini, Augusto -fu costretto arrolar di nuovo liberti e schiavi onde proteggere le -colonie attigue all'Illiria e le frontiere del Reno. Mecenate gli -consigliava di attribuire la cittadinanza a tutti i sudditi, col che, -cancellati i reggimenti municipali, ridurrebbe l'impero all'unità -monarchica: ma l'andare i cittadini esenti da tassa prediale, da -dogane e pedaggi, fece gl'imperatori avari di questa concessione. Pure -i successori d'Augusto, che più non aveano occhio parziale per Roma, -lasciarono dilatare la cittadinanza; e i magistrati municipali, uscenti -di carica con annua vicenda, la acquistavano per diritto; oltre quelli -che ben meritassero in qualsivoglia modo. - -Quando l'interesse patrio o la gloria cessarono di spingere i cittadini -alle armi, le legioni si dovettero empire di gente nè italica nè -cittadina, e affidarne il comando a stranieri; poi ricompensare -i servigi dei legionarj coll'introdurli nella città, elevarli ai -primi onori, e lasciare si traessero dietro parenti ed amici; talchè -esercito, senato, magistrati più non furono romani che di nome. Claudio -ammise in senato molti peregrini, cioè sudditi non cittadini: eppure -questi sotto di lui sommavano a 5,684,072 secondo Tacito, o, secondo -Eusebio, a 6,945,000. Tanta profusione, perchè i favoriti ne facevano -bottega: ma intanto le entrate pubbliche ne scapitavano, onde bisognava -ristorarle con confische e proscrizioni. Nelle provincie poi i -possedimenti s'andavano restringendo in mano de' cittadini, cui questo -titolo rendeva immuni dai tributi. Però sotto Galba l'esenzione de' -cittadini recenti fu limitata ad alcune imposte; poi dopo Vespasiano -pare che i provinciali ammessi alla città non restassero immuni da -nessun aggravio. - -Il titolo di cittadino più non dovette essere ambito dopo che non -l'accompagnavano le prerogative d'occupar soli le cariche, di non -essere giudicati se non nell'assemblea del popolo, di non pagare -tributo, di decretar la guerra e la pace; nè conferiva quasi altro -che il benefizio di non esser catturato per debiti e di appellarsi -all'imperatore. Quel di partecipare ai donativi e alle largizioni -pubbliche, valeva in Roma: per gli altri, a che mai riducevasi in tanta -estensione e lontananza? Gravoso, al contrario, tornava ai cittadini -il dover militare, non contrarre nozze con forestieri, restar esclusi -dalle eredità intestate fuorchè in grado di prossima agnazione; oltre -alcuni accatti, che sopra soli cittadini pesavano. - -L'atto di Caracalla d'estendere a tutti i sudditi la cittadinanza -non fu che un sottoporre i provinciali a tutti i pesi de' cittadini: -e allora s'intepidì l'amore per una patria accomunata a tutto il -mondo; cresciuto l'arbitrio degl'imperatori e la violenza de' soldati -col logorarsi l'autorità del popolo e la dignità del senato, si -moltiplicarono le guerre, interne eppure non civili, dove si trattava -di mettere in trono o d'abbattere un capitano forestiero, estranio ai -sentimenti ed al meglio della nazione e dell'impero. Le consuetudini -venivano alterate da eterogenei elementi, dal sedere a capo dello Stato -uno straniero, fors'anche un barbaro. E se pure sorvivevano in alcuni -le tradizioni liberali, attinte dall'educazione, dalla letteratura, -dalle memorie che li circondavano, servivano soltanto a far sentire -viepiù quel despotismo, che da un giorno all'altro poteva confiscare -i beni, e mandar l'ordine d'uccidersi. Oppressione più disgustosa -perchè sussistevano nomi e forme repubblicane, a titolo di libertà e -di pubblica sicurezza si davano le accuse di alto tradimento, e questo -punivasi in quanto l'imperatore rappresentava il popolo, come investito -della podestà tribunizia. Quanta avea dunque ad essere la costernazione -di quelli che sentivano tanto nobilmente, da non voler tuffare il -dispetto nelle voluttà! E a qual partito potevano appigliarsi? Fuggire? -ma dove, se tutte le terre civili erano sottoposte a Roma? - -Che se alcuna volta mai, allora apparve evidente come il pubblico bene -rampolli piuttosto dalle istituzioni che da rettitudine de' principi. -Roma n'ebbe di ottimi, ma nè poteva tampoco goderli con fiducia, -pensando che o lo stesso potrebbe domani mutarsi in un mostro, o venire -soppiantato da pessimo successore, dipendendo ogni cosa dalle qualità -del monarca. - -Si nomina una _lex regia_, in forza della quale venisse conferito il -supremo potere all'imperatore: ma non consta che mai sia esistita; -quel nome certamente non sarebbe potuto soffrirsi ne' primi tempi -dell'impero, e forse venne adottato sol quando, sotto Giustiniano, -furono compilate le Pandette. Che se una legge generale avesse creato -un potere supremo, non sarebbe più stato mestieri di conferma: mentre -invece sappiamo che gli _atti_ di ciascun imperatore non reggevano dopo -la morte di lui se non gli avesse approvati il senato, depositario in -diritto della sovranità, la quale nel fatto stava all'arbitrio d'un -solo. Pure sembra che a ciascun eletto venissero conferiti i poteri -sovrani, quasi per dargli un'origine legale[241]. Probabilmente in -questi senatoconsulti veniva egli dispensato da certe leggi, come la -Papia-Poppea: il che faceva dire troppo largamente che il principe -venisse prosciolto d'ogni legge[242]. - -La sovranità però consideravasi sempre emanare dal popolo, e fin tardi -si trovano menzionati i comizj, e leggi fatte in essi. Sussisteva -anche la tribù, e nelle iscrizioni troviamo sempre indicato a quale il -personaggio appartenesse: ma sì scarsa n'era la significazione, che -alcuni si mutavano dall'una all'altra per eredità, per adozione, per -una carica assunta, fin per mutato domicilio[243]. I municipj pregavano -gl'imperatori o i cesari di accettar le cariche comunali, ed essi vi -mandavano de' vicarj. - -La giurisdizione criminale e l'amministrazione esterna d'alcune -provincie competevano al senato: esso nominava i consoli, i pretori, -i proconsoli; attendeva alla riforma delle leggi, talora sovra -proposizione de' medesimi imperatori. Tiberio parve aggiunger nerbo al -senato coll'attribuirgli i giudizj di offesa maestà e la nomina de' -magistrati, sottratta al popolo; ma in effetto egli non intese che -di riversare su quello i suoi atti odiosi. Quanto l'impero resse, il -senato conservò il diritto di censurare e deporre il capo dello Stato -se abusasse dell'autorità; ma, pusillanime e discorde, non l'esercitò -mai se non contro i caduti: condannò Nerone quando già era fuggiasco; -esecrò Caligola, Comodo, gli altri quando la morte aveva interrotte -le sue adulazioni. Quei senatori, col vendere le cariche, imparavano -a vendere anche se stessi all'imperatore; chiusa la via d'acquistar -fuori così sterminate ricchezze, e pure durando le spese e crescendo il -lusso, tiravano a meritare la liberalità del principe, o fuggirne l'ira -coll'andargli a versi: laonde Tiberio lagnavasi beffardamente che si -mostrassero troppo ligi ad ogni suo talento. - -Eppure la memoria di quel che era stato bastava a renderlo sospetto -agl'imperatori, che, buoni e malvagi, s'industriarono a torgli fin -la possibilità di ridestare le ragioni antiche; contro patrizj e -senatori aguzzavansi i ferri e le spie; Caligola, battendo sulla -spada, esclamava, — Questa mi farà ragione del senato»; l'adulatore -diceva a Nerone, — T'ho in odio perchè sei senatore»; e l'assassino -a Comodo, — Il senato ti manda questo pugnale»; Domiziano protestava -non si terrebbe sicuro finchè pur un senatore sopravivesse; e volendo -avvilirli intantochè venisse l'ora d'ucciderli, manda una volta -convocarli in gran diligenza, poi, come sono seduti nella curia, li -consulta in qual salsa convenga condire un enorme rombo portatogli -dall'Adriatico. Fin Claudio tutti gli atti politici diresse a crescere -l'autorità imperiale a scapito delle magistrature curali: estenuò al -senato il diritto di chiarir guerra e pace, ascoltare ambasciatori, -e decidere dei re e dei popoli stranieri: ai consoli sottrasse il -giudizio di certi affari criminali, sicchè poco più facevano che -dare il nome all'anno: nei pretori, cresciuti a diciotto, trasferì in -gran parte la giurisdizione criminale; ma tolta loro la custodia del -tesoro, affidolla ai questori, ai quali di rimpatto tolse le prefetture -d'Italia che abolì, ed impose il grave obbligo di dare spettacoli -gladiatorj quando ottenevano il posto: lasciò che i cavalieri all'ombra -del trono usurpassero i giudizj, cioè quel diritto per cui s'erano -combattute le guerre civili sotto Mario e Silla. - -I tribuni non furono meglio che ispettori al buon ordine; e acquistò -importanza il prefetto della città, che dal buon governo passò alla -giurisdizione criminale, poi proferì in appello sui giudizj ordinarj -anche in materia civile. Adriano commise l'amministrazione dell'Italia -a quattro consolari; cavalieri romani tenne per segretarj e referenti, -e pel proprio consiglio; un avvocato del fisco fece assistere a -tutte le cause concernenti l'erario imperiale; coll'Editto Perpetuo -semplificò la legislazione; e diede esempio a' successori suoi di -riguardar lo Stato come cosa loro propria, e di prendere fidanza -a qualunque innovamento. Il consiglio del principe, come anima del -Governo, emanava decreti sotto la presidenza dell'imperatore, e formava -una corte d'appello supremo. Al senato dunque che cosa restava? di -decretare quali nuovi numi dovesse Roma salmeggiare. - -In un corpo non eletto dal popolo, non sostenuto da truppe, la -depressione nè trovava contrasto nè eccitava lamenti. Accomunati -i diritti alle provincie lontane, v'entravano persone stranie -affatto alle memorie della libertà e della repubblica, e devotamente -riconoscenti agl'imperatori. Già l'ordine di Claudio che priva della -dignità equestre chi ricusi la senatoria, mostra come fosse divenuto -un peso quel che prima costituiva la suprema ambizione; e sotto -Comodo si disse che un tale «fu relegato nel senato». Invece dunque -di presentarsi custodi della tradizione e tutori della libertà, i -padri coscritti coll'esempio e colle dottrine confermarono l'assoluta -padronanza del monarca sopra la vita e i beni. Dione si direbbe -scrivesse la sua storia a quest'unico intento; i giureconsulti diedero -legale fondamento all'esorbitanza imperiale; e la monarchia al tempo di -Severo potè gettare la maschera, di cui Augusto l'aveva coperta. - -Gl'imperatori, per togliersi gl'impedimenti della nobiltà privilegiata, -promossero le ragioni della comune natura umana, favorirono i peculj -de' figliuoli di famiglia e le emancipazioni, ampliarono gli effetti -e restrinsero le solennità delle manumissioni, migliorarono la -condizione degli schiavi a fronte dei padroni. Anche in ciò il capo -dello Stato operava in senso popolare, col voler tutti eguagliati nel -diritto, umiliare i prepotenti, non concedere privilegi a particolari -persone, ma erigere alle dignità chiunque ne paresse degno, garantire -la moltitudine da oppressioni private, e tenerla soddisfatta circa -i bisogni della vita e gli usi della libertà naturale. Lo zelo -degl'imperatori per la giustizia civile riparava a non pochi altri -abusi, incuteva salutare apprensione ai magistrati, e avvicinava ognor -più il diritto all'equità naturale e al senso comune. In tal modo -progrediva l'umanità anche fra codardi patimenti, e col gran nome -dell'impero estendevasi l'idea dell'eguaglianza sotto un unico governo, -opposta a quanto praticò l'antichità, e che dovea costituire l'indole -delle società moderne. - -Coll'impero cangiarono aspetto anche le finanze. Le spese furono -a dismisura aumentate dal mantenere un esercito stanziale ed una -corte[244], dal pagarsi gl'impiegati, e dalle crescenti distribuzioni -di grano; ignorando quegli augusti che il mettere i poveri in -grado di comprare il vitto coll'aumentare i lavori costa meno che -non l'abbassare i prezzi del grano. È peccato che siasi perduto il -_Rationarium totius imperii_, dove Augusto avea divisato l'entrata e -l'uscita[245]; e fra le divergentissime opinioni, la media darebbe -novecentosessanta milioni di lire d'entrata generale. Vespasiano, -principe economo, diceva l'amministrazione e la difesa dell'impero -costare quattromila milioni di sesterzj, cioè ottocento milioni di -lire l'anno[246]: or che doveva essere sotto imperatori pazzamente -scialacquatori? - -Augusto effettuò l'idea di Giulio Cesare di far misurare tutto -l'impero; e Zenodoxo in trentun anno e mezzo compì la misura delle -parti orientali, Teodoto quella delle settentrionali in ventinove e -otto mesi, Policleto delle meridionali in venticinque e un mese. Balbo -coordinò in Roma i loro lavori, ed eretto il catasto, prescrisse i -regolamenti censuarj. Agrippa, preside a questa grand'operazione, ne -trasse un mappamondo, che fece dipingere sotto il portico d'Ottavia, -sicchè ciascuno potea vedervi l'estensione dell'impero: i governatori -delle provincie riceveano la descrizione del loro paese colle distanze, -lo stato delle strade grandi e delle vicinali, delle montagne, dei -fiumi. - -Contemporaneamente si fece per tutto l'impero il registro delle persone -coi loro beni mobili e immobili, bestiame, schiavi, affittajuoli, -casiliani, e il numero, il sesso, l'età de' figliuoli: il qual -censo dovea rinnovarsi ogni decennio, e serviva di base al riparto -dell'imposta. Un censitore e un perequatore riceveano i reclami, e -rettificavano gli errori; la falsa dichiarazione era punita colla -morte e la confisca; ogni cambiamento di possesso doveva notificarsi; -e poc'a poco si perfezionò quest'azienda in modo, che il vastissimo -impero restava regolato con altrettanta diligenza quanto una piccola -casa[247]. - -Ma l'impero non possedeva gli spedienti, pei quali i moderni possono -levar tanto denaro senza gravissimo incomodo: dall'imposta personale, -la più rilevante, rimanevano esenti sei o sette milioni di famiglie -romane, che erano le più ricche; le altre rendite appartenevano a -quelle di difficile e costosa esazione, dove è facile la frode, e dove -il prodotto diminuisce se la tassa si aggravi. - -L'Italia dapprima andava immune da imposta fondiaria stabile -(_numerarium_); l'Italia annonaria doveva una prestazione in derrate; -dell'_ager provincialis_ era carattere un tributo fondiario, variante -di misura e condizione: ma gl'imperatori adottarono una base uniforme; -poi l'Italia, come dicemmo, cessò d'essere privilegiata. Già anche -a questa Augusto aveva imposto gabelle e tasse sulle vendite, e una -generale sui beni e sulle persone de' cittadini romani, che da un -secolo e mezzo non pagavano aggravj; anzi talmente pesavano le imposte, -che gl'imperatori trovavansi costretti ogni tratto a condonare ingenti -debiti ai privati. Sulle somme, sopra le quali nasceva litigio, -prelevavasi il due e mezzo per cento; tasse imponeansi sui mercati, -gli artigiani, i facchini, le meretrici, sulle latrine pubbliche, -sull'orina, sul concio di cavallo; ogni sorta mercanzie entrando pagava -di dazio dal quarantesimo fin a un ottavo del valore; e grandioso -doveva esserne il ritratto quando dall'India si traeva annualmente per -ventiquattro milioni di lire in merci, esitate a Roma al centuplo del -valore primitivo[248]. - -La tassa sulle vendite non soleva eccedere l'un per cento, ma non -v'avea sì minuto oggetto che vi si sottraesse. Era destinata a -mantenere l'esercito; poi non bastando, s'introdusse la vicesima, cioè -un cinque per cento sopra tutti i legati e le eredità eccedenti una -certa somma, e che non cadessero nel più prossimo parente. Tra famiglie -ricchissime, dove la rilassatezza dei legami domestici faceva spesso ai -proprj figliuoli preferire i liberti o gli estranei che avevano saputo -blandire le passioni o accontentarle, quella tassa riusciva talmente -ingorda, che nel volgere di pochi anni versava l'intero retaggio -nell'erario. Molto pure ingrassavano il fisco le multe della legge -Papia-Poppea contro gli smogliati. - -Secondo il genio degl'imperatori e col crescere dei bisogni aumentarono -tutte le imposizioni e fisse ed eventuali; sussistette sempre l'abuso -d'affittarle ad appaltatori, de' cui gravi e feroci abusi enormemente -soffrivano i sudditi. Era caduco al fisco, 1º tutto ciò che, in -forza di testamento, avrebbe dovuto toccare a persona premorta alla -pubblicazione di quello; 2º le donazioni e i legati a persone indegne, -o sotto illecite condizioni; 3º quel che venisse ricusato dall'erede -o legatario, come spesso avveravasi nei casi di ribellione, per non -mostrarsi amici del reo; 4º quanto fosse lasciato in testamento a -celibi che entro un anno non si fossero ammogliati, e metà de' lasciti -fatti a consorti senza figli; in fine quanto sarebbe toccato a chi -sopprimeva un testamento, o impediva alcuno dal testare liberamente. - -Oltre le frequentissime colpe di Stato, portavano la confisca -innumerevoli delitti; e fra questi il parricidio, l'incendio, la -moneta falsa, il ratto, lo stupro, la pederastia, il sacrilegio, -la prevaricazione, il peculato, lo stellionato, il monopolio, e -l'incetta del grano destinato a Roma o all'esercito, il plagiato, ossia -l'attentare contro l'altrui libertà. Così punivasi il magistrato che -subornasse testimonj contro un innocente, il padrone che esponesse -gli schiavi nell'anfiteatro, i falsarj; e dopo Alessandro Severo -gli adulteri, chi evirasse o si lasciasse evirare, chi supponeva un -bambino, chi usava violenza armata mano, chi mutava domicilio per -sottrarsi al tributo, chi prendeva denaro a prestanza dalle pubbliche -casse, chi occultava i beni d'un proscritto, chi trasportava oro fuori -dell'impero o vendeva armi a stranieri, chi di mala fede acquistava -una cosa in litigio, chi vendeva porpora, o apriva il testamento d'un -vivo, o spogliava de' suoi ornamenti un edifizio urbano per abbellire -una villa. E tanti erano i beni ricadenti al tesoro per legge o per -confisca, che s'istituirono _procuratori de' beni caduchi_ per raccorli -ed amministrarli nelle provincie; carica non già di gente di vile -affare, ma affidata a persone di gran recapito, e sino a consolari. - -Diritto particolare dell'imperatore era il batter moneta d'oro e -d'argento: di rame potè farne il senato fin a Gallieno: le colonie -e alcune città conservarono il privilegio di monete particolari. Le -terre dell'antico agro pubblico in Italia erano occupate da colonie -e specialmente da militari, sicchè non davano verun frutto diretto -allo Stato. Anche nelle provincie i dominj pubblici erano stati in -gran parte usurpati durante la guerra civile da privati; Augusto e i -successori fecero altrettanto, ingrandendo il possesso del principe, -che fruttava unicamente pe' favoriti. S'introdussero poi regalie a -vantaggio dell'imperatore, e fabbriche d'armi, di stoffe, di gomene, -tinture, dorature, nelle quali adopravansi soli schiavi imperiali. -Anche pingui legati soleano farsi agl'imperatori; e se per tal via -Augusto raccolse in vent'anni quattromila milioni di sesterzj, pensate -che dovessero fruttare sotto imperatori ribaldi, alcuni dei quali -cassavano i testamenti ove non si trovassero considerati! Pure talvolta -l'erario difettava; e Marco Aurelio si trovò in tali strette, che fece -vendere all'asta gli ornamenti della reggia, i vasi preziosi, le gemme, -fin le vesti di sua moglie; poi, finita la guerra, invitò i compratori -a restituirli al prezzo stesso, e a chi ricusasse non risparmiò -vessazioni. Operazione che noi avremmo semplificata mediante viglietti -del tesoro. - -La servitù era abbellita da tutti i vantaggi compatibili colla -tranquillità. In ogni parte sorgevano fabbriche, le cui reliquie -formano la meraviglia di noi tardi nipoti; quali per opera de' -magistrati, quali dei Comuni, quali ancora dei privati: a quelle de' -Cesari i sudditi erano obbligati a contribuire braccia e carri. Tali -edifizj ci porgono una riprova del sistema politico antico, pel quale -si aveva ogni riguardo alle città, nessuno alla campagna. Dopo il -medioevo, non trovi spazio ove non sorga un villaggio con una chiesa, -un palazzo o un castello: allora invece tutto concentravasi nelle -città, alle città mettevano capo le grandi strade, senza quella rete -di minori che oggi congiungono le minime borgate: insomma allora i -cittadini, ora il popolo; allora pochi privilegiati, ora chiunque è -uomo. - -Chi dunque, abbagliato da tali splendidezze, giudicasse ricchissimi -quei nostri antenati, dimenticherebbe che non le molte dovizie -accumulate in mano di pochi, ma la equabile diffusione di ciò che serve -alle necessità, ai comodi, forma la prosperità delle nazioni. - -La violenza poteva esser la colpa d'un proconsole o d'un imperatore, -non era il carattere della dominazione romana, troppo aliena dal -volersi fondare soltanto sull'esercito, sulla polizia, e regolamentare -tutto. Pertanto nell'Italia e nelle provincie restava luogo a dignità -e ad autorità più che in Roma; e il municipio conservava una vita -che era scomparsa dalla metropoli; n'era rispettata l'indipendenza; -la legge municipale rimaneva illesa dai capricci dell'imperatore e -dalle sottigliezze de' giureconsulti; liberamente vi si faceano le -elezioni, teneano adunanze: gli Olconj e gli Arrj a Pompej, i Sergj -a Pola fabbricavano portici, archi, anfiteatri, come ne' bei tempi a -Roma i Pompei ed i Lentuli; ai Nonj, ai Celsinj, ai Balbi, ai Vitruvj -ergeansi monumenti in Pompej, in Ercolano, in Verona, quando a Roma le -onorificenze erano serbate a cesare. - -Già accennammo in che modo i possessi mutassero di padroni, dal che -sotto l'impero trovaronsi innovate l'economia e le finanze. Gli antichi -aristocrati per tradizione seguitavano a coltivare i campi per mano -di schiavi, diretti da schiavi: i nuovi, non pensando che a godere in -lusso le sfondolate dovizie, davano i beni a fitto a lavoratori nati -liberi, che li coltivassero a proprie spese e pericolo. Ordinariamente -l'affitto facevasi per cinque anni, e pagavasi in denaro, e a -proporzione degli schiavi ond'era _vestito_ il podere. - -Divenendo sempre più difficile l'affidare la direzione de' proprj -beni a fittajuoli liberi e garanti, dopo il II secolo s'introdusse -un metodo nuovo d'economia rurale, mutando lo schiavo in colono -servile, permettendogli di menar moglie, tenere figliuoli, disporre -del suo peculio, purchè retribuisse un canone annuo: da ciò sarebbe -potuta venire la redenzione dello schiavo; ma poichè sempre maggiore -facevasi la sproporzione fra poveri e ricchi, e l'aumentava la -fiscalità introdotta coi crescenti bisogni della repubblica, si -venne a temere che il proprietario vendesse gli schiavi e lasciasse -incoltivati i campi. Fu dunque provveduto che il colono restasse -colla sua discendenza affisso alla gleba, e con essa venduto: il che, -oltre ribadire la schiavitù, produsse una funesta disuguaglianza nella -distribuzione dei lavoratori, accumulati in alcune contrade, mentre -altre ne rimanevano deserte. Pertanto al fine di quest'età giacevano -selvatiche le campagne, esercitate un tempo dalla popolosa solerzia -degli Equi, de' Sabini, de' Volsci, degli Etruschi, de' Cisalpini; -altri immensi spazj erano occupati da giardini d'infruttifere -voluttà, ai quali aggregavansi via via i camperelli vicini, i cui -proprietarj correvano a Roma a sprecar quel poco ricavo, per poi -ridursi alla limosina. Svigorita dalla lunga coltivazione a braccia, nè -sufficientemente rianimata dalla concimazione, la terra poco rendeva; -un cattivo sistema di rotazione agraria, la coltura resa costosissima -dall'imperfezione de' metodi e degli stromenti, per cui richiedeasi il -quadruplo delle braccia odierne, le meschine strade vicinali, bastanti -appena ai somieri, il divieto di asportar grani e l'incoraggiamento a -importarne di stranieri, rendevano cattiva speculazione la coltura a -grano, talchè Catone la colloca appena al sesto luogo, e preferivansi -i pascoli, che non importano spese; sebbene vogliasi dimostrato che i -migliori non rendevano più di sessanta franchi per arpento[249]. - -Un paese la più parte montuoso come il nostro, non può prosperare -che mediante la piccola coltura a mano, la quale si vantaggia de' più -angusti spazj, e varia a seconda del terreno e dell'esposizione; come -non è possibile colle macchine o con una direzione in grande. Sparendo -dunque la proprietà minuta, diminuivano sempre più la ricchezza -d'Italia e la popolazione laboriosa ed onesta: donde quel detto di -Plinio, che i latifondi furono la rovina dell'Italia. Che se ci si -opponesse l'Inghilterra, ricchissima malgrado gli amplissimi poderi, -mentre è misera la Corsica ove sono sminuzzati, faremmo riflettere -come della popolazione inglese appena un quarto attenda ai campi, il -resto vive dietro al commercio e all'industria; e che l'estensione -delle praterie è proporzionata colle terre a biada, e i numerosi -armenti offrono abbondanza d'ingrassi. Vero è bene che sono gli uomini -che fecondano la terra; e dove nulla li impedisca di giungere alla -ricchezza per via della fatica, ne seguirà un generale prosperamento. -Allora, come oggi, v'avea piagnoloni che ripeteano essere isteriliti -i campi, peggiorata la temperie del cielo, spossata la natura dal -lungo produrre. Ai così fatti Lucio Giunio Moderato Columella da -Cadice rispose, che la colpa consisteva nel lasciare trascurato lo -studio dell'agricoltura: — V'ha scuole di filosofia, di retorica, di -geometria, di musica; v'ha persone occupate in null'altro che preparare -cibi pruriginosi, altre in acconciare i capelli, e nessuno che insegni -l'agricoltura. Eppure senz'arti di diletto abbastanza felici furono -un tempo e saranno dappoi le città; ma senza agricoltori gli uomini -non possono reggere nè alimentarsi. E qual via migliore di conservare -e di crescere il patrimonio? Che se oggi men frutta la terra, non è -spossatezza, come alcuni si danno ad intendere, nè invecchiamento, ma -inerzia nostra». - -Stese dunque un trattato _De re rustica_, il cui primo libro discorre -dei vantaggi e dei piaceri dell'agricoltura; il secondo dei campi, -del seminare e mietere; il terzo e quarto delle vigne e degli orti; -il quinto del dividere e misurare il tempo; poi degli alberi, del -bestiame grosso e minuto e delle sue malattie, delle api e dei -polli distintamente, dei doveri d'un buon fittajuolo; e finisce con -istruzioni per chi attende all'economia rurale. Il decimo, in versi, -tratta degli orti. Scrive puro, semplice talvolta sino al triviale, tal -altra elegante sino all'affettazione; ma se diletta i letterati, poco o -nulla istruisce l'agricoltore. Ai prati, che Catone riputava la coltura -più lucrosa, Columella preferisce i vigneti, anche a confronto del -grano[250]. Palladio compendiò poi quell'opera, distribuendo le fatiche -agresti per ciascun mese. - -Realmente però non si produce se non quando v'induca o la necessità o -l'interesse. Ora, il denaro era affluito in Italia, e in parte ancora -vi si conservava, per modo che grandissime somme si richiedevano -a far piccole imprese, mentre nelle provincie bastava a gran cose -poco denaro. Traevasi dunque ogni genere da fuori; l'entrata era -resa incerta dalle distribuzioni gratuite che si moltiplicavano, -la munificenza dell'imperatore o de' ricchi strozzando la -speculazione privata: poi monopolj, poi tesori gettati dalla vittoria -improvvisamente in circolazione, alteravano di punto in bianco -il valore delle derrate che il proprietario mandasse sul mercato. -Sfruttata l'Italia, si dovettero cercar di fuori anche il vino e la -lana, già vantata produzione degli armenti dell'Apulia, di Parma e -dell'Euganea[251]; e alle precipue famiglie erasi accomunato il lusso, -un tempo regio, di adoperarla tinta di porpora, quale veniva da Tiro, -dalla Getulia, dalla Laconia, al costo fin di mille dramme la libbra. - -Nel tempo che, o per ingegni fiscali o per necessità, si trasformava -così l'agricoltura, anche l'industria subiva un radicale mutamento. -L'associazione, eretta in istituzione pubblica, s'incontra in ogni -dove al nascere e al decadere delle società; determinata in prima -dalla debolezza, stretta poi dalla tirannia; e per sostenere l'esterna -concorrenza, o per riparare all'interna dissoluzione; sempre a scapito -dell'individuale libertà. Le corporazioni d'operaj liberi, antichissime -in Roma, non avevano potuto prosperare, perchè ogni ricco teneva -in casa chi fabbricasse quanto occorreva a' bisogni od al lusso. -Tardi la gente nuova affluente a Roma s'accôrse che una stoffa od -un utensile comprati alla bottega costavano meno che non fabbricati -da' proprj schiavi, onde venne ad abbandonarsi l'industria servile -casalinga; il che moltiplicando i liberi lavoranti, avrebbe coadjuvato -al sistema d'uguaglianza, adottato dall'impero. Ma la libertà -che erasi tolta a' campagnuoli non volle lasciarsi a quella folla -d'artigiani; e sotto aspetto di darvi un ordine, furono incatenati -ciascuno al loro telonio, come i coloni alla gleba. Senz'idea della -libera concorrenza, e reputando necessario che la legge intervenga -dappertutto per assicurare quella pubblica prosperità, cui oggi noi -crediamo bastare l'accorgimento del privato interesse, si riformarono -le corporazioni, costituendo in ciascuna città quelle che reputavansi -necessarie acciocchè ben servito rimanesse il pubblico; alle principali -se n'aggiunsero d'accessorie, e vennero graduate categoricamente, -considerando come privilegio il passare dall'una all'altra. -L'imperatore o il Comune o i consociati costituiscono un fondo sociale; -e stante che può parteciparvi anche chi nulla vi reca, ed ogni uom -libero può entrare in una di queste comandite, ne consegue che anche il -minimo lavoro acquista prezzo. Ma che? l'associato non può nè vendere -nè lasciare il suo peculio se non ad uno del collegio stesso, talchè -l'industrioso appartiene al suo uffizio, non l'uffizio all'industrioso -come oggi. Inoltre diede appiglio ad uno degli sciagurati spedienti, a -cui ricorreva l'ingordigia del fisco; perocchè ciascuna di esse scuole -veniva gravata d'enormi imposizioni, dovendo, oltre le gabelle di -vendita e pedaggio, la _collazione auraria_, così detta perchè pagavasi -in oro, e vi erano obbligati in solido tutti i membri, tenendosi per -essa ipotecati tutti i beni stabili della comunità. - -Mancavano dunque molte delle sorgenti di ricchezza, per le quali da noi -in continua operosità si rinnova sempre la classe media. La proprietà -fondiaria scapitava ogni giorno di valore, la fatica agricola perdeva -occasioni, capitali non aveansi che ad esorbitante interesse; talchè -l'agiatezza popolare diminuiva più sempre, e vi sottentrava la miseria. - -Fra ciò cresceva il lusso, e moltiplicavansi i ministri dell'opulenza -e delle lascivie. Veri eserciti di schiavi popolavano le case de' -primarj, tanto che bisognava un nomenclatore per rammentarne il nome. -Dall'Italia, da tutto il mondo concorreva gente a Roma per vivere di -largizioni o d'infamia. Nutrire e contentare la folla doveva essere -il pensiero supremo degl'imperatori, che perciò traevano continuamente -grano dalla Sicilia, dall'Egitto, dall'Africa; e guaj al giorno in cui -di là non giungesse pascolo a tante bocche. Sacra dicevasi la flotta -che trasportava il grano all'Italia; esenti da ogni gabella le navi -che afferrassero a Roma cariche di frumento; i principi quanto erano -peggiori, tanto più largheggiavano, riponendo in ciò il buon governo e -la giustizia[252]. - -Testimonio eloquente della miseria d'allora ci resta un editto di -Diocleziano, che, in tempo di caro, prefigge il massimo prezzo della -sussistenza e dei lavori[253]. Le cose necessarie alla vita costano da -dieci a venti volte più che oggi; e sebbene la quantità del denaro e la -scarsezza dell'industria levassero ad esorbitante prezzo il lavoro, un -villano od un bracciante poteva appena colla sua giornata procurarsi -un cibo grossolano ed insalubre. Gran fatto per una gente, tre quarti -della quale era ridotta a nutrirsi di pane, formaggio e pesce, mentre -Vitellio per la sua tavola consumava l'anno censessantacinque milioni. -Trajano, nel decreto conservatoci in una famosa tavola, destina un -milione e cenquarantaquattromila sesterzj per comprar terre onde -nutrire ducenquarantacinque fanciulli e trentaquattro ragazze orfani -e legittimi, oltre uno ed una illegittimi; assegnando ai maschi sedici -sesterzj, e dodici alle femmine ogni mese, cioè dodici e nove centesimi -il giorno. - -Unico mezzo di rifarsi sarebbe stato il commercio: e veramente i -provinciali, abbastanza discosti dagl'imperatori per non sentirne le -personali malvagità, e giovati dalla pace, volentieri dirizzavano al -traffico i loro figli da che era chiusa od angustiata la carriera -pubblica, ed affinchè a minor contatto venissero coi pericolosi -monarchi. Per la Mesopotamia, traverso al deserto, continuavasi la via, -battuta fin dai primordj della società, verso i paesi delle spezierie e -delle gemme: e una tariffa delle merci che allora traevansi dall'India, -ce ne prova la variata qualità[254], attestata pure da un _Periplo_ -dell'Eritreo, che si attribuisce ad Arriano. - -Quando Roma ebbe ridotto tutto il mondo sotto di sè, l'unità tolse via -molti ostacoli e le interruzioni cagionate dalle gelosie e dalle guerre -delle nazioni; quella direzione uniforme spinse e tutelò il commercio, -e ancor più il bisogno di provvigionare l'innumerevole popolazione -d'una metropoli ricca e voluttosa, che consumava senza produrre, che -cercava con avidità le delicatezze orientali e quanto stuzzica il -lusso ed il capriccio. L'incenso che fumava sui mille altari; gli -aromi con cui s'ardevano i cadaveri, perchè anche il morire fosse -costoso a chi era vissuto nelle suntuosità; i balsami onde le belle -conservavano e riparavano i loro vezzi; le gemme in cui profondevansi -interi patrimonj; la seta che reputavasi esuberante lusso per gli -uomini fin dopo Elagabalo, erano i principali oggetti che si traevano -dalle rive del Gange, mentre dal Fasi venivano i tessuti della Cina, -venduti da Persi e Parti; da Dioscuria le produzioni dell'Eusino e del -Caspio; dall'Etiopia profumi, avorio, cotone e fiere; porpora da Tiro. -Delle spezierie tratte di là, il cinnamomo vendevasi millecinquecento -denari la libbra; in proporzione la mirra, il nardo, il cardamomo, il -garofano, la cassia balsamode, il calanco, il mirobalano, il mazir, -il carcamo, il gizir, ed altre gomme o legni di cui si componevano gli -unguenti. - -Gli Arabi non accettavano che monete; così i paesi del Gange e i -Seri non bisognosi di cosa che loro manchi: talchè Plinio asserisce -che almeno cento milioni di sesterzj (25 milioni di lire) migravano -annualmente dall'impero in quelle contrade[255]. Computo impossibile -a verificarsi, ma basti ad indicare l'enorme uscita del denaro -romano, per cui tornava a paesi lontani quello che erasi portato nei -nostri dalle vittorie e dai trionfi. Dovette l'uscita aumentare a -proporzione del lusso, che giunse al colmo quando le Corti imperiali si -moltiplicarono, e Diocleziano credette necessario mascherare col fasto -orientale la decadenza. - -Non che i Romani negligessero affatto il commercio come si dice[256], -anzi ne' popoli soggetti lo favorivano di buone ordinanze e di libertà; -adottarono la legge marittima de' Rodj, fecero spedizioni lontane, e -ricevettero ambascerie da Seri, Sarmati, Sciti, Taprobani, vogliosi di -tenere aperte le vie per cui tant'oro colava ne' loro paesi. Augusto, -acquistato l'Egitto, ch'era lo scalo più frequentato alle produzioni -dell'India, tentò nuove vie per arrivare a questa, ed Elio Gallo fece -uscire una squadra di cenventi legni mercantili dal porto di Myoshormos -sulla costa egizia del golfo Arabico, tracciando una via che altri -seguirono[257]. A quel porto i Romani conducevano ogn'anno per cinque -milioni di mercanzie, e guadagnavano il centuplo: lo che rende ragione -della gelosia con cui interdissero agli stranieri l'entrata nel mar -Rosso. - -I Romani sono i primi, di cui s'accertino comunicazioni colla Cina; -e Cosma Indicopleuste afferma che i navigatori del golfo Persico -passavano fin colà per difficile e lungo tragitto, e i Cinesi venivano -nei porti dell'India e di esso golfo. Romani erano pure quei che -faceano il traffico per tutto l'impero; e le città da loro stabilite -in Germania attestano ancora uno scopo commerciale, sulla destra del -Danubio o sulla sinistra del Reno, stando in faccia allo sbocco de' -grandi fiumi che dall'interno paese recavano le produzioni naturali, -come Treveri, Colonia, Bonna, Coblenza, Magonza, Strasburgo, Passavia, -Ratisbona. L'Istria ci mandava vino dolce e fragrante; vino e legname -la Rezia; schiavi l'Illiria; pelli, armenti, ferro il Norico. La -Spagna ci porgeva abbondanza d'argento e d'oro, miele, cera, allume, -zafferano, pece, canape e lino; e biade molte, e vini squisiti, e -cavalli. Dalle Gallie traevamo rame, ferro, bestiame, lana, panni, -tela, liquori, prosciutti. Le isole britanniche ci provvedeano di -stagno e piombo. Ricco e variato era il traffico colla Grecia e -coll'Asia Minore. E già il Settentrione ci spediva pelliccie, ambra, -legname; all'uopo nuovi scali aprendosi da quelle bande (pag. 133). - -Pure in tanta agevolezza di operare un attivissimo commercio fra popoli -che avea riuniti, il nobile romano non cessò di credere abjezione -il portar le mani alle arti; ancora al tempo di Costantino teneansi -infami quei che si applicassero a vendere di ritaglio e a guadagnare -d'industria, e le figlie loro eguagliavansi alle saltatrici e alle -schiave; Onorio e Teodosio vietarono a nobili e ricchi il mercatare, -come cosa pregiudicevole allo Stato. Aggiungi che gli appaltatori delle -pubbliche entrate impacciavano la circolazione con continue gabelle e -pedaggi; altri compravano dagli imperatori il monopolio d'una o d'altra -merce; infine l'industria venne rovinata dalle fabbriche imperiali, che -vedremo introdotte. - - - - -CAPITOLO XLI. - -Coltura de' Romani. Età d'argento della loro letteratura. - - -Da Vespasiano a Marc'Aurelio diedero una nuova fioritura gl'ingegni; -le lettere riprosperarono sotto i Flavj, le arti sotto Adriano, la -filosofia sotto gli Antonini. - -Dopo Augusto, piuttosto che scaduta, sarebbe a dire annichilata la -letteratura, giacchè, se tu ne levi Fedro di sospetta autenticità (pag. -46), per mezzo secolo non appare scrittore romano. Eppure protezione -ed ajuti non mancavano. Fu oggetto di lusso l'adunare biblioteche; -ed oltre quelle d'Augusto aggiunte all'Apollo Palatino ed al portico -d'Ottavia, Tiberio ne pose una in Campidoglio che non dovette perire -nell'incendio di Nerone, come sembra perisse la Palatina, e come sotto -Comodo fu dal fulmine consumata un'altra in Campidoglio[258], forse -istituita da Silla. Nel tempio della Pace, insieme con monumenti d'arti -e di scienze, Vespasiano collocò una libreria, cui Domiziano arricchì -tenendo continuamente copisti ad Alessandria. L'Elpia di Trajano fu poi -trasferita nelle terme di Diocleziano. Altre si ricordano fino a quella -di sessantaduemila volumi, che l'imperatore Gordiano III ricevè per -testamento da Sereno Sammonico già suo maestro. - -Alcuni imperatori promossero la coltura, sull'esempio di Cesare che -conferì la cittadinanza ai medici ed ai professori d'arti liberali. -Vespasiano pel primo assegnò sul tesoro ventimila lire l'anno a -retori greci e latini, mentre se ne davano quarantamila a un sonatore -e ottantamila a un attore tragico. Adriano protesse scienziati, -letterati, artisti, astrologi; i professori incapaci metteva in riposo -col soldo; e fondò l'Ateneo, che riuniva lettere e scienze. Antonino -e Marc'Aurelio propagarono l'insegnamento anche nelle provincie, -istituendovi scuole pubbliche di filosofia e d'eloquenza. La condizione -dei maestri variò secondo la bontà e generosità degli imperatori: ma -questi per lo più ne lasciarono la scelta e l'esame ai loro pari; ed -è probabile che allora dovessero dar lezioni con regola e con seguito -maggiore. - -Se non che la pace non basta a rifiorir le lettere; anzi -nell'uniformità del governo imperiale parvero addormentarsi gl'ingegni, -come si spegneva lo spirito militare. Diffondeasi, è vero, l'amor -del sapere; e non che la Gallia, la Germania e la divisa Bretagna -conoscevano i capolavori, e contribuirono talvolta bei nomi alla -letteratura: ma l'originalità non si svolge per favore de' principi -o largizione de' privati. I filosofi si trascinavano sui passi -dei vecchi, rimpastandoli in quell'eclettismo che è rivelazione -d'impotenza; i letterati o imitavano servilmente, o, se volessero -uscire dalle orme altrui, deliravano, avendo perduta la nazionale -civiltà senz'essersi identificati colla nuova: i ricchi stendevano -appena la mano a qualche satira o libricciuolo galante: dei giovani -che a Roma affollavansi a studio, i più lo facevano per sollazzo -o libidine, tanto che per decreto più volte furono rimandati in -patria: col titolo di filosofi e matematici v'affluivano astrologi e -ciurmadori. - -La filosofia non cessò i suoi esercizj, ma coi caratteri della -decadenza, quali sono le controversie di parole e l'esitanza. Le -dottrine italiche di Pitagora presero aspetto mistico ed ascetico, -secondando la sensualità vulgare con apparato di miracoli e d'arcani, -frequenza di sacrifizj, stupidità di magìa. Fioriva allora la scuola -eclettica d'Alessandria, intenta a conciliar le varie, pretendendo -supplire all'arte di Platone colla scienza d'Aristotele, all'inventiva -coll'argomentazione, al raziocinio coll'erudizione, all'esperienza -colla rivelazione. Quando poi sorsero i Cristiani a mostrare che -i dubbj delle filosofie non reggono alle affermazioni del Vangelo, -e l'una abbatte l'altra, e nessuna ve n'ha che sia efficace sulla -morale, le scuole etniche parvero accordarsi nel vagliare da tutti i -sistemi ciò che avessero di meglio, interpretando come fatti naturali i -mitologici, come simboli le assurdità immorali: sterile elaborazione, -nella quale, riconosciuta la impotenza della ragione, molte volte -ricorreasi ad una superiore facoltà intuitiva, supponendo dirette -comunicazioni cogli Dei, e dell'estasi facendosi via alla vera scienza. - -Pochi filosofi teorici produsse l'Italia. Il pitagorico Sestio, al -tempo d'Augusto, ricusò la dignità di senatore, e fu capo di una setta, -che piena di romana vigoria è detta da Seneca, il quale ci conservò di -lui questa bella immagine: — Come un esercito minacciato d'ogni banda -s'ordina in battaglione quadrato, così al savio conviene circondarsi -i lati di virtù, quasi sentinelle, per essere pronte ovunque pericolo -accada, e far che tutte obbediscano senza tumulto agli ordini dei -capi». - -Uno stoico meritevole di più rinomanza che non ne goda, ci pare Cajo -Musonio Rufo di Bolsena, cavalier romano, involto nella congiura di -Pisone, sbandito più volte, occupato a stornare ambiziosi dal cercar -l'impero, e ad acchetare le guerre civili; lodato da Filostrato e da -Giuliano imperatore come un modello di quelle virtù ch'essi pretendeano -indipendenti dal cristianesimo, ma anche dai padri della Chiesa -collocato a pari con Socrate. Non affettando una saviezza impossibile, -un orgoglio repellente, vuole che il filosofo sia ammogliato; mentre -Epitteto non osa interdire la dissolutezza, egli riprova ogni atto -carnale che non abbia la sanzione del matrimonio e il fine di aumentar -le famiglie; mentre Marc'Aurelio permette il suicidio, egli a Trasea -che gli dice, — Amo meglio la morte oggi che l'esiglio domani» -risponde: — Se tu guardi la morte come un mal maggiore, il tuo voto è -da insensato; se come minore, chi t'ha dato il diritto di scegliere?» -Con sapienza che risente del Vangelo dicea pure: — Evitate le parole -oscene, perchè conducono ad osceni atti. Abbiate un abito solo. Se -non volete far male, considerate ogni giorno siccome fosse l'ultimo -di vostra vita. Dopo una buona azione, la fatica ch'essa ci costò è -finita, e ci rimane il piacere d'averla fatta: dopo una cattiva, il -piacere è passato, e resta la vergogna»[259]. - -Già ci son conti i dogmi di Marc'Aurelio e di Seneca. Di questo -abbiamo tre libri _Dell'ira_, che possono raffrontarsi con quel -di Plutarco sul soggetto medesimo; una _Consolazione_ ad Elvia -madre sua mentr'egli esulava in Corsica, un'altra a Polibio, una a -Marcia per la morte d'un figlio, i più antichi modelli di lettere -consolatorie. Trattò del _perchè male avvenga ai buoni, essendovi la -Provvidenza_, e conchiuse al suicidio. Ad Anneo Severo, coll'opuscolo -_Della serenità dell'animo_, suggerì di rimediare alle irrequietudini -coll'applicarsi alle pubbliche cure; dalle quali poi, con una delle -frequenti sue contraddizioni, distorna Paolino nella _Brevità della -vita_. Arieggia ai paradossi stoici il trattato _Della costanza del -savio_, ove contende che questo non può rimaner tocco da ingiurie. -Parlando a suo fratello Gallione della _vita beata_, si scusa delle -ricchezze imputategli, e difende dagli Epicurei le opinioni stoiche -sulla beatitudine. I tre libri a Nerone _Della clemenza_, di stile più -nobilmente semplice, offrono esempj e precetti di quella che è dovere -in tutti, e ne' principi lodasi come virtù perchè rara. Meriterebbe -d'esser rifatto il suo discorso _Dei benefizj,_ tanto aggiungendo -ed applicando a ciò ch'egli dice intorno al modo di fare il bene, -di riceverlo, di ricambiarlo. Le cenventiquattro _Lettere_ sono -altrettante dissertazioni su punti morali. - -Seneca è pure contato fra gli scienziati; e sebbene le sue _Quistioni -naturali_ sieno un'indigesta accozzaglia e una verbosa esposizione di -cognizioni empiriche sgranate, senza puntello di scienze esatte nè di -proprie esperienze sistematiche, sono però l'unico libro che ci attesti -avere i Romani posto mente alla fisica, e segna l'ultimo punto cui gli -antichi l'abbiano spinta: sicchè molti secoli egli restò in Europa quel -che Aristotele fra i Greci, il repertorio delle fisiche cognizioni. - -I Romani, affatto positivi, voleano applicare immediatamente le -teoriche; dal che restò pregiudicata la ricerca indipendente, nè verun -grande pensiero scientifico fu da essi conquistato, nè per l'esperienza -nè per la riflessione. Intesi alla pratica, la natura considerarono -soltanto come oggetto dell'attività umana, onde non ne indagarono -l'essenza e le armonie, e di ben poco avanzarono la cognizione di essa. -Con un dominio sì esteso avrebbero potuto strarricchire la scienza -naturale: negli archivj palatini stavano preziose relazioni geografiche -de' generali: troviamo accennate altre collezioni, ma nè diligenti nè -dirette a scientifico intento. - -La _Storia della natura_, sola arrivataci fra tante opere di Cajo -Plinio Secondo (23-70), è un repertorio delle scoperte, delle arti, -degli errori dello spirito umano, raccolte all'occasione di descrivere -i corpi. Esibito nel primo dei trentasette libri uno specchietto delle -materie e degli autori, nel secondo tratta del mondo, degli elementi -e delle meteore; seguono quattro di geografia, poi il settimo delle -varie razze umane e dei trovati principali; i quattro seguenti versano -sugli animali, classificati giusta la grossezza e l'uso, e ragionando -dei costumi loro, delle qualità buone o nocevoli, e delle men comuni -loro proprietà. Ben dieci libri sono consacrati a descrivere le piante, -la loro coltura e le applicazioni all'economia domestica e alle arti; -poi cinque ai rimedj tratti dagli animali; altrettanti ai metalli, col -modo di cavarli e di convertirli pei bisogni e pel lusso. A proposito -di questo parla della scoltura, della pittura, e dei primarj artisti, -come delle insigni statue di bronzo ragiona in occasione del rame, -e le materie coloranti il recano a dire de' quadri, della plastica -le stoviglie: distribuzione capricciosa e mal digesta, ove sempre il -pensiero è sottoposto alla materia. - -Ma Plinio non è un naturalista che raccolga, osservi, sperimenti, -aggiunga al tesoro delle cognizioni precedenti; sibbene un erudito, -che alle occupazioni della guerra e della magistratura sottrae qualche -ora onde sfogliare libri: mentre pranza, ha schiavi che leggono; n'ha -mentre viaggia; altri estraggono tutto quel che egli appunta, e gli -tennero mano a compilare un lavoro, che risparmiava tante letture, -allora difficoltosissime. Così raccozzando senza genio nè critica, -non distingue la diversità delle misure di lunghezza, mescola fatti -contraddittorj, barcolla fra sistemi disparati, anzi opposti; non -intende i passi, riferiti all'abborracciata, nè si cura di confrontarli -colla realtà, onde descrivendo cose non vedute, riesce spesso -inintelligibile; non si briga di riuscire compiuto e di non ripetersi; -e attento a solleticare la curiosità più che a scoprire il vero, alla -retorica più che alla precisione, sceglie ciò che ha del singolare e -del bizzarro, beve assurdità già confutate dallo Stagirita. Nè sempre -alle migliori fonti ricorre; e sopra le origini italiche ormeggia -Giulio Igino, autore senza critica, mentre neglige i venti libri di -storia etrusca, che sappiamo aveva stesi l'imperatore Claudio. - -Pure l'essersi perduta la più parte delle duemila opere da esso -spogliate il rende prezioso; e senza la sua farragine, quanta parte -dell'antichità ci rimarrebbe arcana! quanto minor tesoro possederemmo -della lingua latina![260] - -Gagliardo e preciso nel dire, ma lontano dal semplice e corretto de' -contemporanei di Cesare, casca nell'affettato e nell'oscuro. Lo spirito -dell'antica repubblica animava lui pure, siccome Trasea, Elvidio, -Tacito e gli altri migliori, e di là attinge spesso calore e fin -eloquenza: ma il gusto peggiorato e la gonfiezza delle parole fuorviano -l'energica elevatezza del suo ingegno; giudica e spiega i fatti a -seconda delle personali prevenzioni e di una filosofia atrabiliare, -che assiduamente accusa l'uomo, la natura, gli Dei, colla retorica -aggravando la miseria umana, col raziocinio scoprendo i disordini di -questo mondo, senza elevarsi alle armonie di un altro, l'indagare -il quale egli non trova di verun interesse; nega affatto Iddio, e -lo fa tutt'uno colla materia; e s'avvoltola nello scetticismo fin -a considerare l'uomo come l'essere più infelice e più orgoglioso, e -insultare la divinità che «nè può concedere all'uomo l'immortalità, nè -togliere a se stessa la vita, la quale facoltà è il dono più bello che -essa abbia a noi lasciato»[261]. - -Mentre sbraveggia le religioni e la Provvidenza, indulge a -superstizioni (pag. 180), crede come fatti incontestati (_confessa, -constat_) a ermafroditi, a maschi cambiati in femmine, a fanciulli -nati coi denti o rientrati nell'alvo materno, alla longevità di chi -ha un dente di più, alla disgrazia di chi nasce pei piedi, a cavalle -fecondate dal vento, a donne che partorirono elefanti. Egli vi dirà -d'una pietra, la quale, posta sotto il capezzale, produce sogni -veritieri; che al morso di serpenti rimedia la saliva d'uom digiuno; -che sputando nella mano si guarisce l'uomo involontariamente feritosi: -un abito portato ai funerali mai non è intaccato dalle tarme; un -uomo morsicato da un serpente più non ha a temere di api o di vespe; -le morsicature d'un animale si esacerbano alla presenza di persona -morsicata da un animale della specie medesima. Nè è stupore che v'abbia -mostri così strani in Etiopia, avendoli formati Vulcano, abilissimo -modellatore, giovato da quel gran caldo[262]. - -L'attrazione verso il centro della terra era stata asserita da -Aristotele, accettavasi come una verità comune dai Romani, e Cicerone -la esprimeva con esattissima felicità[263]. Plinio invece vi dirà -che i gravi tendono al basso, i corpi leggeri all'alto; s'incontrano -e per la mutua resistenza si sostengono: così la terra è sorretta -dall'atmosfera, se no lascerebbe il suo posto e precipiterebbe al -basso. Non solo rifiuta il sistema mondiale pitagorico, ma trova pazzia -il supporre altre Terre ed altri Soli di là dal nostro, misurare la -distanza degli astri, seminare d'infiniti mondi lo spazio[264]. - -Chi volesse (nè ammannirebbe impresa difficile) riscontrare l'età che -descriviamo col secolo precedente al nostro, troverebbe somiglianza -fra Plinio e gli Enciclopedisti in quel copertojo scientifico dato -all'ignoranza e alla credulità, in quell'armeggio di sapere o mostrar -di sapere, in quel ripudiare la luce che viene dalla vera fonte e che -pure gli illumina, in quel professarsi materialista, e tuttavia per -buon cuore giungere a conclusioni benevole. Come gli Enciclopedisti, -Plinio declama contro chi inventò la moneta; benedetti i secoli, -ove altro commercio non si conosceva che di cambio; è un delitto la -navigazione, la quale, non paga che l'uomo morisse sulla terra, volle -mancasse perfino di sepoltura[265]. Eppure intravede la perfettibilità, -e «quante cose non erano considerate impossibili prima che si -facessero! confidiamo che i secoli avvenire si perfezionino sempre -meglio»[266]. Tuttochè materialista, al nome di Barbari sostituisce -quello d'uomini; rinfaccia a Cesare il sangue versato; loda Tiberio -d'aver tolte di mezzo certe disumane superstizioni in Africa e in -Germania; bofonchia contro quelli che il ferro ridussero in armi, -pure della guerra riconosce i vantaggi, professando che l'Italia fu -scelta dagli Dei per riunire gl'imperj dispersi, addolcire i costumi, -ravvicinare in comunanza di linguaggio gl'idiomi discordi e barbari di -tanti popoli, dare agli uomini la facoltà d'intendersi, incivilirli, -divenire insomma la patria unica di tutte le nazioni del mondo[267]. -Di queste idee avanzate, di questa filosofia tollerante e cosmopolita, -egli non conosceva o rinnegava la sorgente. - -Plinio era di Como; militò in Germania, fu procuratore di Nerone nella -Spagna, da Vespasiano ebbe il comando della flotta navale al Miseno: -ma mentre colà dimorava, il Vesuvio eruttò fiamme per la prima volta; -ed egli accorso sia per curiosità del fenomeno, sia per sovvenire ai -pericolanti, fu preso da una sua ricorrente debolezza di stomaco, e -caduto, restò soffogato. Lasciò centottanta volumi in minutissimo -carattere, fra cui tre libri di arte oratoria, trentuno di storia -contemporanea, trenta delle guerre de' Romani in Germania, altri del -lanciar dardi, e perfino di grammatica, scritti «quando la tirannia di -Nerone rendeva pericoloso ogni studio più elevato». - -Giulio Solino, vissuto non si sa quando, ma forse due secoli più tardi, -beccò da Plinio senza criterio, ed espose in istile ricercato notizie -varie, massime di geografia, e il suo _Polistore_ ebbe gran corso -nel medio evo. Le conquiste e il commercio dilatarono la cognizione -del mondo: pure vedemmo come Greci fossero quelli, di cui Augusto si -valse per misurare e descrivere l'impero. E dalla Grecia vennero, nel -tempo che discorriamo, i due maggiori geografi Strabone e Tolomeo. Il -primo, dopo lunghi viaggi nell'Asia Minore, nella Siria, nella Fenicia, -nell'Egitto fin alle caterrate, poi in Grecia, Macedonia, Italia, -eccetto la Gallia Cisalpina e la Liguria, in diciassette libri diede la -storia della sua scienza da Omero ad Augusto; e trattando delle origini -e migrazioni dei popoli, della fondazione delle città e degli Stati, -dei personaggi più celebri, sa portarvi la critica. L'altro descrisse -l'universo in modo d'acquistare il nome di Tolomaico al sistema -che, in opposizione coi Pitagorici e coi moderni, pone la terra per -centro ai cieli; e creò la geografia scientifica, disponendo i paesi -matematicamente per longitudine e latitudine[268]. - -L'unico che in latino trattò di geografia, è Pomponio Mela spagnuolo -(_De situ orbis_), in prosa concisa ed elegante compendiando il sistema -d'Eratostene; all'aridità d'una nomenclatura provvede coll'intarsiare -graziose descrizioni e dipinture fisiche o storiche ricordanze: ma -non vide cogli occhi proprj, dà come sussistenti cose da gran lunga -perdute, mentre non nomina Canne, Munda, Farsaglia, Leutra, Mantinea, -famose per battaglie; nè Ecbatana, Persepoli, Gerusalemme, capitali -importanti; nè Stagira patria d'Aristotele. - -Carte geografiche sappiamo si usavano anticamente[269]; in un tempio -della Terra n'era dipinta una dell'Italia[270]; una di tutto il mondo -in un portico di Roma[271]; d'altre ci parlano Frontino e Vegezio; ed -entrante il III secolo, Giuliano Taziano aveva stesa una descrizione di -tutto l'impero, che andò perduta. D'un'altra, ordinata dall'imperatore -Teodosio, abbiamo una copia o un'imitazione nella Tavola Peutingeriana, -carta stradale in sola lunghezza, e molto inesatta. - -I Romani tennero sempre in lieve conto le matematiche, nella loro -albagia giudicando abjetta una scienza che prestava servizio alle -arti meccaniche, misurava il guadagno, teneva i registri. Allo studio -di essa Orazio imputa la depravazione del gusto; Seneca la ripudia -come avvilente; nè sino a Boezio non si tradussero Euclide, Tolomeo, -Archimede. Tanto scarsamente seppero di geometria, che i giureconsulti -romani supposero la superficie del triangolo equilatero eguale alla -metà del quadrato eretto sopra uno dei lati[272]; e fu tenuto un -portento Sulpicio Gallo che prediceva gli eclissi. - -Di matematiche applicate scrisse Sesto Giulio Frontino, che sotto -Vespasiano capitanò in Bretagna prima d'Agricola, poi fu console, -augure, amico di Plinio, lodato da Marziale; e sul morire dispose non -gli si ergesse monumento, dicendo: — Abbastanza sarò ricordato se la -vita mia lo meriti»[273]. Soprantendente agli acquedotti, diede la -storia di queste memorabili costruzioni, veramente italiane. Lasciò -inoltre quattro libri di _Stratagemmi_, compilazione fra militare e -storica, povera di critica e d'eleganza, ma colla facilità sicura di -chi sa quel che n'è. - -La medicina, fin ai tempi di Plinio, da verun Romano era stata -coltivata; i medici erano la più parte schiavi o stranieri, e Giulio -Cesare pel primo comunicò ad essi la cittadinanza. In bottega pubblica -(_jatreon_) faceano salassi, strappavano denti, ed altre operazioni, -fra i chiacchericci e le cronache. Altri s'applicavano a studiarla, e -sopra gl'infelici clienti sperimentavano singolari novità e bizzarre -teoriche, colla sicurezza che alletta le malate fantasie, e dà -reputazione e denaro. Una delle loro scuole era chiamata _medicina -contraria_, perchè nelle febbri lente ed ostinate il professore ad -un tratto abbandonava i rimedj fin allora esperiti onde applicare i -precisi opposti. Augusto malato a morte era curato con calefacienti, -e Antonio Musa suo liberto lo guarì sostituendovi di balzo i bagni -freddi. Era il caso di dire con Celso: _Quos ratio non restituit, -temeritas adjuvat._ Un'altra volta sanò l'imperatore colle lattuche; -onde questi gli concesse l'anello, e, per amore di lui, immunità a -tutti quei della sua professione. - -Asclepiade di Prusa in Bitinia, venuto ad esercitar questa a Roma un -secolo prima dell'êra vulgare, le differenti malattie deduceva da -viziosa dilatazione o stringimento de' pori, e la pratica riduceva -a rimedj che producessero l'effetto contrario. _Pronta, sicura, -piacevole_ doveva essere ogni cura, limitandosi a dieta, ginnastica, -fregagioni, vino, sbandendo ogni farmaco violento e interno, e -frequentando i semplici. Colla quale blanda pratica riconciliò alla -medicina i Romani, che n'erano disgustati dalla sanguinaria del -chirurgo Arcagato, cui il soprannome di vulnerario fu mutato in quel di -carnefice, e forse per questo aveva attirato alla sua arte le esagerate -invettive dell'antico Catone[274]. - -Alcuno volle ascrivere all'età d'Augusto Aurelio Cornelio Celso[275], -del quale s'ignorano la patria e i casi, e della cui Enciclopedia -(_Artium_) non ci rimasero che otto libri intorno alla medicina, -i quali forse sono mere traduzioni dal greco. Ippocratico, cioè -osservatore, pur ricorrendo all'induzione, non crede importante nella -medicina se non ciò che tende a risanare. Raccomanda di non prendere -abitudini, nè ledere la temperanza; poi raccoglie quanto dissero i -precedenti, giudicandone con buon senso ed esponendolo con eleganza -spigliata. Non disapprova l'uso di qualche medico d'allora, di sparare -_gli uomini vivi_, ma non lo trova necessario, potendo le ferite de' -gladiatori, de' guerrieri e degli assassinati offrir campo a studiare -le parti interne per rimedio e pietà, non per barbarie. - -Molti medici vanta la Sicilia, e a lor capo il famoso Empedocle, -introduttore della dottrina degli elementi. Acrone, di Agrigento -come lui, giovò assai agli Ateniesi nella peste che proruppe durante -la guerra Peloponnesiaca, e fondò la scuola empirica. Menecrate, -contemporaneo di Filippo il Macedone, intitolavasi Giove, menavasi -dietro come corteo i suoi guariti, principalmente gli epilettici; -ma colla sua vanità buscò beffe. Erodico da Leonzio inventò la -medicina ginnastica, curando con violenti esercizj, susseguiti dal -bagno; ma Ippocrate lo accusava di uccidere i malati col soverchio di -passeggiate, di lotte, di fomenti. Scribonio Largo Designaziano, siculo -o rodio del tempo di Claudio, cercò combinare le dottrine metodiche -coll'empirismo, ed è notevole per aver insegnato a non isradicare il -dente leso, ma levarne solo la parte guasta; e ancor più per avere -applicato l'elettricità al mal di capo, suggerendo di tenervi una -torpedine viva: rimedio adottato anche da Dioscoride. - -Altri medici greci, illustri a Roma e fondatori di varj sistemi, -preteriremo, ma non Claudio Galeno da Pergamo, che con ingegno vasto -quanto Aristotele, altrettante erudizione e maggior libertà, abbracciò -tutte le scienze; e non pago dei sistemi dominanti e dell'autorità, -applicavasi alle indagini della natura e all'anatomia. A Roma acquistò -credito, malgrado gl'intrighi dei suoi colleghi, i quali all'ignoranza -univano l'invidia, fin al segno d'avvelenare alcuni suoi ajutanti. -Curò Marco Aurelio, e piace trovare dal medico filosofo descritte -alcune malattie del filosofo imperante. Sotto al coltello anatomico -riconosceva i misteri della vita e la scienza divina; eppure non seppe -salvarsi dall'andazzo del suo secolo: Esculapio in sogno gli suggerì un -salasso, e lo stornò dal seguire gl'imperatori nella spedizione; alle -incantagioni avea fede, e combatteva il cristianesimo come assurdo. - -Dopo di lui, gravi guasti portò nella medicina la teosofia, pretendendo -spiegare le malattie coi démoni e colle potenze segrete, medicarle con -incanti, e col recare indosso pietre efesie iscritte colle misteriose -parole che si leggevano sull'effigie di Diana, o le gemme abraxe -con figure egizie, o simboli desunti dal culto di Zoroastro o dalla -Cabala giudaica. Sereno Sammonico, maestro del giovane Gordiano, ci -lasciò un poema sulla medicina, ove per la febbre emitrea suggerisce -l'abracadabra[276]. Sesto Placito Papiriense scrisse un indigesto -ricettario di medicamenti tratti dagli animali, anzi dalle parti -più schife: insegna a guarir la quartana portando addosso un cuor di -lepre; prevenire le coliche col mangiare lesso un cane appena nato; o -quando prendono, sedersi sopra una seggiola dicendo, _Per te diacholon, -diacholon, diacholon_. Marcello Empirico, medico di Teodosio, raccolse -le ricette _fisiche e filateriche_, perchè i suoi figli potessero farne -carità: ma l'ottima intenzione non pallia l'assurdità dell'opera. A -chi entrò nell'occhio un corpo straniero, bisogna toccarlo ripetendo -tre volte: _Tetune resonco bregan gresso,_ e ad ogni volta sputare; -oppure: _In mondercomarcos axatison_. Per l'orzajuolo sull'occhio -destro, tocchisi con tre dita della mano sinistra, sputando e dicendo -tre volte: _Nec mula parit, nec lapis lanam fert, nec huic morbo caput -crescat, aut si creverit tabescat_. Pel panereccio si tocchi tre volte -il muro dicendo: _Pu pu pu; numquam ego te videam per parietem repere_. -Per la colica si ripeta tre volte: _Stolpus a cœlo cecidit; hunc morbum -pastores invenerunt, sine manibus collegerunt, sine igne coxerunt, -sine dentibus comederunt._ Prescrive i giorni appunto in cui preparare -i farmachi, le preghiere da dirsi al Capodanno e al primo cantar -delle rondini, e come usare il _rhamnus spina Christi_, di miracolose -proprietà, perchè fu stromento alla passione del Redentore. - -Il napoletano Pantoro, esaminati gli stromenti chirurgici trovati a -Pompej, asserì che già conosceansi allora di quelli che si credono -invenzione recente. All'Accademia di medicina a Parigi furono da -Scoutetten presentati i seguenti stromenti, disotterrati a Pompej ed -Ercolano: una sonda curva, una dritta, pei due sessi e per bambino; la -lima per togliere le asprezze ossee; lo specillo dell'ano e dell'utero -a tre branche; tre modelli di aghi da passar corde o setoni; la -lancetta ed il cucchiajo, di cui i medici si servivano costantemente -per esaminare la natura del sangue dopo il salasso; uncini ricurvi di -varia lunghezza, destinati a sollevar le vene nella recisione delle -varici; una cucchiaja (_curette_) terminata al lato opposto da un -rigonfiamento a oliva, all'uopo di cauterizzare; tre ventose di forma e -grandezza diversa; la sonda terminata da una lamina metallica piatta e -fessa, per sollevare la lingua nel taglio del frenulo; molti modelli di -spatule; scalpelli a doccia piccolissimi per segare le ossa; coltelli -dritti e convessi; il cauterio nummolare; il trequarti; la fiamma -dei veterinarj per salassare i cavalli; l'elevatore pel trapanamento; -una scatola da chirurgo per contenere trocisci e diversi medicamenti; -pinzette depilatorie, pinzette mordenti a dente di sorcio, una a becco -di grua, una che forma cucchiajo colla riunione delle branche; molti -modelli di martelli taglienti da un lato; tubi conduttori per dirigere -gli stromenti cauterizzanti. - -Lautissima professione il medico. Manlio Cornuto promise ducentomila -sesterzj a chi lo guarisse dal lichene, malattia della faccia, -introdottasi sotto Tiberio: Carmi fecesi pagare altrettanto un viaggio -in provincia: in pochi anni Alcmeone ammassò dieci milioni di sesterzj. -Quinto Stertinio lodavasi agli imperatori di esiger da essi non più -di cinquecentomila sesterzj, mentre la sua clientela in Roma gliene -produceva seicentomila; l'ugual salario ricevette suo fratello da -Claudio, sicchè essi poterono abbellir molto Napoli, e in eredità -lasciarono trenta milioni di sesterzj: dieci milioni ne lasciò Crina -marsigliese, dopo spesone altrettanti a rialzar le mura della sua -patria[277]. - -Più volte avvertimmo che la coltura fra i Romani non ebbe nulla di -spontaneo, nè derivò da slancio o da amor del bello, ma da imitazione, -da ostentazione. Dei grammatici nominati da Svetonio, due terzi sono -stranieri: fra tanti architetti che si richiesero per mutar Roma da -laterizia in marmorea, due soli romani cita Vitruvio: i macchinisti -erano alessandrini: greci i mimi, i commedianti, i pedagoghi. Come -gli Scipj s'aveano empita la casa di Greci, così al tempo imperiale -ognuno volle, tra i servidori, avere anche il pedante greco, esposto -ai vilipendj, di cui anche in tempi a noi più vicini si trovavano -bersaglio l'abate o il maestro. Luciano, nella _Vita de' cortigiani_, -ci dipinge un di costoro, per quanto in caricatura: - -— Per pochi oboli, nell'età in cui, se tu fossi nato schiavo, era tempo -di pensare alla libertà, ti sei, con tutta la tua virtù e sapienza, da -te stesso venduto, ponendo in non cale quei molti discorsi che il bel -Platone e Crisippo e Aristotele hanno composto in lode della libertà -e dispregio della servitù. Nè vergogni di startene fra i piaggiatori, -i barattieri, i buffoni, ed in tanta moltitudine di Romani trovarti -solo col mantello greco, e parlare malamente e con barbarismi la loro -favella, e cenare a tavole tumultuose e piene di gente diversa e la -maggior parte cattiva; ed in questi conviti lodare importunamente, e -bere fuor misura; e la mattina levandoti a suon di campanello, perduto -il sonno più dolce, correre insieme cogli altri di su di giù, portando -ancor sulle gambe le zacchere del giorno innanzi? Cotanta carestia -avevi tu dunque di lupini e di cipolle campestri? mancavanti fontane -d'acqua fresca e corrente, che caduto sei in tanta disperazione? - -«Perchè tieni lunga barba e non so che di venerevole nell'aspetto, -e ti cingi in cappamagna alla greca, e sei conosciuto da tutti per -professore di lettere, oratore o filosofo, al signore par bello -di mescolare uno di tal genìa a quei che uscendo fannogli corte, -e sembrar così amante della disciplina e delle lettere greche, ed -apprezzatore dei dotti. Talchè tu, o valent'uomo, corri rischio di -avere appigionato, in luogo de' tuoi magnali discorsi, il mantello o -la barba. Se sopragiunge altri più nuovo, sei rimandato indietro, e -vi rimani relegato in un dispregiatissimo cantone, testimonio di ciò -che si porta e si toglie di tavola; e se pure i piatti giungono fino -a te, roderai le ossa come i cani, e dolcemente per fame ti succierai -una foglia secca di malva, avanzata ad un ripieno. Non ti mancheranno -altri obbrobrj: nè solamente non avrai le ova, non essendo necessario -che abbi sempre ad essere trattato come un forestiero, e sarebbe in -te impudenza il pretenderlo; ma non devi avere tampoco un pollo simile -agli altri; e mentre al ricco si serve grasso e polputo, a te si dà un -mezzo pulcino o un colombo vecchio da razza, per segno di spregio. Per -caso un convitato sopraviene improvvisamente? il famiglio, susurrandoti -all'orecchio _Tu sei di casa_, ti toglie quanto hai dinanzi por -servirne l'arrivato. Si trincia in tavola o un cervo o un porcellino da -latte? ti bisogna aver propizio lo scalco, o contentarti della parte -di Prometeo, le ossa cioè col midollo. Non ho detto che, bevendo gli -altri un vecchio e soavissimo vino, tu buschi soltanto del cercone; e -n'avessi almanco a sazietà, chè domandandone, molte volte fingerà il -ragazzo di non udire. Se alcun servo ciarliero riferirà che non hai -lodato il fanciullo della padrona mentre ballava o sonava la chitarra, -passerai rischio non piccolo: per la qual cosa t'è giocoforza gracidare -come un ranocchio assetato per essere distinto tra quei che applaudono, -e far da capocoro a' più fervorosi, e molte volte, standosi gli altri -in silenzio, ripetere qualche encomio meditato, che senta a dieci -miglia di adulazione. Ti convien poi tenerti col volto basso come nei -conviti persiani, sul timore che qualche eunuco non ti veda adocchiare -alcuna concubina. - -«Questa è la vita ordinaria della città. Che ti avverrebbe viaggiando? -Sovente piovendo, e giungendo tu per ultimo al posto che t'ha destinato -la sorte, non essendoci più vetture, ti caricano su col cuoco e col -parrucchiere della padrona sopra un baroccio, senza pur metterti paglia -che basti. - -«E se tu non lodi, passerai per malevolo ed insidiatore alle latomie -di Dionisio. Conviene che i padroni sieno sapienti ed oratori; cadano -pure in solecismi, i loro discorsi devono saper sempre d'Imetto e -dell'Attica, e far testo di lingua per l'avvenire. Ma passi ancora -per ciò che fanno gli uomini: le donne (perocchè anche le donne ora -affettano d'avere al loro soldo ed al seguito della loro lettiga -alcun famigliare dotto) alcuna fiata gli ascoltano mentre si adornano -e si arricciano i capelli; ed assai volte, mentre il filosofo fa le -dimostrazioni, ne viene la cameriera, e reca i viglietti del drudo. -Egli allora per prudenza sospende i discorsi, ed aspetta che essa -ritorni ad ascoltarlo, dopo risposto al bertone. - -«Alla fine, ricorrendo i Saturnali e le Panatenee, ti si manda un -mantellaccio o una tonaca logora, e devi allora farne gran pompa. -Il primo che ha subodorato tal pensiero del padrone, corre ad -annunziartelo, e vuole non piccola mancia. La mattina tel vengono a -portare in tredici, de' quali ciascuno decanta le parole che ha detto -di te, e come, avutone l'incombenza, ha cercato scegliere il meglio, e -partonsi tutti regalati da te, e brontolando che non abbi dato di più. -Il salario ti si paga a sospiri, e a due e a quattro oboli; se domandi, -passi per nojoso ed impronto: laonde per averlo ti bisogna supplicare -e piaggiare e leccare il maestro di casa, con modi di cortigianeria -i più variati. Nè è da trascurarsi anche il consigliero e l'amico; ed -intanto di ciò che ricevi già ne vai debitore al sarto, al medico, al -calzolajo; sicchè non restandotene nulla, quei doni non sono per te -doni. Altre volte vieni accusato o di aver tentato il fanciullo, o, -malgrado la tua vecchiezza, violentata una cameriera della signora, -o altra corbelleria. E così di notte imbacuccato entro il mantello, -sei pel collo trascinato fuor di casa, miserabile ed abbandonato da -tutti, non restandoti per compagna della vecchiezza che la podagra, -avendo dimenticato dopo tanto tempo ciò che sapevi, grullo e col ventre -maggiore della borsa, tormentato di non potere nè riempirlo nè fargli -intender ragione». - -Commessa a così fatti, qual doveva riuscire l'educazione? Questa -erasi conformata ai nuovi ordinamenti; e mentre i fanciulli in prima -si affidavano a qualche onesta matrona che ne coltivasse l'ingegno e -il cuore, allora si lasciavano fin ai sette anni a schiavi o greche -fantesche, poi si mettevano al greco, indi al latino sotto i grammatici -su descritti, i quali, oltre legger e scrivere, gl'istruivano a capire -i poeti, e gli esercitavano in composizioncelle. Che se è sempre -infelice cosa un maestro di mestiere, infelicissima erano coloro, -la cui cura principale consisteva in affinare gli allievi nella -mitologia, e nel sapere come avesser nome i cavalli d'Achille, quale -la madre d'Ecuba, di che colore i capelli di Venere. Intanto altri -maestri gli addestravano al ballo, alla musica, alla geometria, in -quanto ritenevansi necessarie alla retorica, che vedemmo essere stata -sempre arte principalissima fra i Romani, gran parte della vita loro, -loro gloria e guasto. Valendosi d'una lingua fatta per comandare, -non fermandosi alla soavità dell'atticismo greco, ma lanciandosi alle -procelle popolari, aveano anche in ciò espresso la maestà patria; e -l'eloquenza fu detta una delle maggiori virtù[278], e l'uomo eloquente -un dio rivestito di corpo mortale. Allora poteva la grammatica esser -considerata la più sincera delle scienze, la dolce compagna del -ritiro, la ricreazione dei vecchi[279], insegnando essa a render -corretto, chiaro, ornato il discorso. Allora da insigni oratori, -Cicerone, Antonio, Ortensio, erano coltivati i giovani men coi precetti -che coll'esempio, e col farsi vedere invocati dai cittadini, dalle -provincie, dai re, come tutela e scampo, levati a cielo dal popolo -sovrano. Allora l'eloquenza studiavasi non come scienza distinta; ma -con la guerra, il culto, la giurisprudenza facea parte dell'educazione -necessaria alla vita; dovendo ogni famiglia, per patrocinare i proprj -clienti, avere un valente oratore, di favellare occorrendo in tutte -le magistrature, occorrendo alla guerra. Ma dacchè l'eguaglianza aprì -a ciascuno gl'impieghi e i comandi, fu impossibile che lo stesso -uomo attendesse a tutto. Uno abbondava di coraggio? dibattuta la -prima causa in tribunale, cingeasi la spada. Un altro avea facile la -parola? travagliavasi alle battaglie forensi, appena congedato dalle -campali. V'era cui non bastasse l'animo d'affrontar le une nè le altre? -sospendeva un lauro alla porta, e dava consulti; diventando così tre -vie distinte l'esercito, la giurisperizia, l'eloquenza. - -Ma un popolo senza emulazione, un senato senz'autorità, una gioventù -senza libertà nè speranze, che altro cercavano nell'eloquenza se non -un nuovo spettacolo? Equato il diritto, concentrata nell'imperatore -la cosa pubblica, non potendo i giudici scostarsi dai consulti _dei -prudenti_, più non restava nè a sottigliare sull'interpretazion -della legge, nè a patrocinare provincie o regni o la patria; sicchè -i rostri ammutolirono, la curia consumavasi in complimenti, il fôro -si esinaniva in anguste applicazioni degli editti. I rétori, gente -digiuna della filosofia, delle leggi, della società, si proponeano -d'annestare al pesante ed anfanato ingegno de' Romani l'infantile -e parolajo de' Greci, smaniosi di arringare, d'improvvisare, di -disputare, di avviluppare con argomenti capziosi; sofisticavano i -classici sulla erudizione o sulla verità; della filologia faceano un -giuoco di sottigliezze; della storia un'accozzaglia di particolarità, -entro cui soffocavano quel vero che avrebbe dato ombra ai tiranni; -della logica una schermaglia d'argomentazioni onde mutare il falso -in vero; della morale una ostentazione di virtù esagerate. Sbalzata -fuor della pubblicità che è suo elemento, trastullavano l'eloquenza in -esercitazioni vane e stravaganti, e a spese dell'erario avvezzavano -i figliuoli dei grandi all'enfasi senza scopo, alla declamazione a -vuoto, a concinnare ben sonanti blandizie ai Cesari qualvolta questi si -degnassero consultare il senato sopra ciò che avevano già deliberato. - -Per tali scuole di declamazione s'inventò un interminabile codice di -convenevoli. Allorchè (così insegnavasi) l'oratore si presenta alla -tribuna, potrà fregarsi la fronte, guardarsi alle mani, schioccar le -dita, e coi sospiri mostrare l'ansietà del suo spirito. Tengasi ritto -della persona, col piede sinistro alquanto innanzi, le braccia alcun -che disgiunte dal torso; ed esordendo, sporga un poco la destra mano -dal seno, però senza arroganza. Infervorato nell'arringa, pronunzii -con artifiziosa negligenza i periodi più elaborati, mostri esitanza -laddove sentesi più sicuro della sua memoria. Non ricolga il fiato a -mezzo della proposizione, non muti gesto che ogni tre parole, non cacci -le dita nel naso, tossisca o sputi il men possibile, eviti di dondolare -per non parere in barca, non caschi in braccio ai clienti, se pure non -sia per reale sfinimento; nè si soffermi dopo pronunziato una frase -efficace, chè non sembri attendere i battimani. Verso il fine poi si -lasci cadere scompigliata la toga, gran segno di passione. - -Plozio e Nigidio, Quintiliano e Plinio discordano fra loro se o no -convenga tergere il sudore e scarmigliarsi. Essi vi diranno come -convenga vestire per essere uomo eloquente: la tunica dia poc'oltre il -ginocchio davanti, e dietro fino al garetto; che più lunga sarebbe da -donna, più breve da soldato: l'avviluppar di lana e fasce il capo e le -gambe, è da infermo; da furioso l'avvolgere la toga al braccio manco; -da affettato il gettarne il lembo sulla spalla diritta; da zerbino il -declamare colle dita cariche di anelli. Della voce poi sanno denominare -appuntino ogni gradazione[280], e qual s'addica a ciascun sentimento. - -Di quest'erba trastulla si pascolava la gioventù romana per emulare -Gracco e Cicerone! Talmente è antico stile nei cattivi governi, -non d'abolire il sapere, ma di soffocarlo tra futilità e regole -indeclinabili! Quintiliano stesso racconta di Porcio Latrone, insigne -professore, che chiamato ad arringare ad un'assemblea vera in piena -aria, restò sbigottito, e implorò che l'udienza si trasportasse in un -palazzo vicino, non potendo sopportare il cielo, egli abituato alla -soffitta. Ben dunque, allorchè un imperatore lagnavasi che tante sue -cure non ritardassero il deperimento dell'eloquenza, un sincero gli -rispose: — Chiudete le scuole, ed aprite il senato». - -Nè le cose erano meglio delle forme. Tolti alla realtà e al -supremo giudizio del pubblico, ridotti a finger cause ed occasioni -d'arringhe, i retori proponevano temi bizzarri e stravaganti, privi -di convincimento e di moralità. Le _suasorie_ volgeansi sul lodare -la virtù, l'amicizia, le leggi, e sopra simili argomenti di facile -prova, o talora di sofistica finezza: le _controversie _discuteano di -varj punti, per lo più giudiziali; e suddividevansi in _trattate_, -ove il retore dava soggetto e traccia, e _colorate_, dove l'alunno -da sè trovava e l'orditura e la materia, poi compostele e dal maestro -corrette, se le metteva a mente e le recitava alle pazienti assemblee. - -Distogliere Catone dall'uccidersi, esortare Silla a smettere la -dittatura[281], Annibale a non impigrirsi in Capua, Cesare a stender -la mano a Pompeo acciocchè Roma opponga ai Barbari i due più grandi -generali; se Cicerone deva chiedere scusa a Marc'Antonio; se dar -al fuoco i suoi scritti qualora questi gli lasci la vita a tal -condizione... erano i temi proposti; poi si fa tragitto a quistioni -più attuali, ed ove dalla giurisperizia sia puntellata l'eloquenza. -Una incestuosa precipitata dalla rupe Tarpea, raccomandandosi a Vesta, -campa la vita: le sarà ritolta? — Marito e moglie giurarono di non -sopravivere l'un all'altro; egli, sazio della donna, parte e le fa -credere d'esser morto; ond'ella balza dalla finestra; ma guarita e -scoperto l'inganno, il padre di lei dimanda il divorzio; essa non -vuole: uno patrocini il padre, l'altro la moglie. — Tizio raccoglie -fanciulli esposti, li mantiene, ad uno rompe il braccio, all'altro -una gamba, e gli invia a mendicare, e s'arricchisce: accusatelo e -difendetelo. — Uno che in battaglia perdè le braccia, sorprendendo la -moglie in adulterio, ordina al figlio d'uccidere il complice; quegli -non obbedisce e fugge; il padre avrà diritto di diseredarlo? — Uno -sale ad una rôcca per guadagnare il premio proposto a chi uccide -il tiranno; e nol trovando, ammazza il figlio di esso, e gli lascia -in petto la spada; il tiranno, tornato e visto il caso, cacciasi in -seno la spada stessa: l'uccisore del figliuolo domanda il premio come -tirannicida. — Essendo sfidati dai medici due gemelli, fu chi promise -guarir l'uno se potesse esaminare gli organi vitali dell'altro; il -padre consente; uno è sventrato, l'altro guarito; ma la madre accusa -il consorte d'infanticidio; gravarlo e difenderlo. — Un padre perdè -gli occhi nel piangere due figliuoli, e sogna che ricupererà la vista -se anche il terzo figlio morrà; palesò il sogno alla moglie, questa -al figliuolo, che appiccossi: il padre riebbe gli occhi, ripudiò la -moglie, la quale si appella d'ingiusto ripudio. — Uno invaghito della -propria figlia, la dà a custodire ad un amico, pregandolo non la -restituisca per quanto gliela chieda; dopo alcun tempo gliela chiede, -e, avutone rifiuto, s'appicca: vien denunziato l'amico come causa di -tal morte. — Uno accusato di parricidio, fu assolto; ma impazzito, -comincia ad esclamare: «O padre, t'ho ucciso», il magistrato lo manda -al supplizio come confesso: ma è accusato d'omicidio. — Un povero -ed un ricco erano amici; muore il ricco, chiamando erede universale -un altro, coll'ordine di dare al povero altrettanto quanto questo a -lui avea lasciato in testamento; s'apre il testamento del povero, e -si trova lo avea costituito erede di tutti i suoi beni; onde questo -domanda tutta l'eredità; l'erede scritto non vuol dare se non tanto -quant'è il possesso del povero. — È legge (inventata da questi pedanti) -che a chi batte il padre, si tronchino le mani: un tiranno ordina a -due figliuoli di maltrattare il padre; il primo, per non farlo, si -precipita dalla rôcca; l'altro, spinto dalla necessità, oltraggia il -genitore ed incorre nella pena decretata; però chiamato in giudizio -perchè gli siano mozze le mani, il padre stesso lo difende: arringate -per lui e contro di lui. — Un'altra legge del codice stesso lascia alla -fanciulla violentata la scelta fra voler morto il rapitore, o sposarlo -senza recargli dote; qualcuno ne rapì due, e l'una vuole ch'egli muoja, -l'altra che la sposi: quistionate per le due parti. — Un'altra legge -infligge al calunniatore la pena sofferta dal calunniato; un ricco e un -povero, nemici capitali, aveano tre figli; ed essendo il ricco eletto -generale, il povero l'accusò di tradimento, di che infuriato il popolo -ne lapidò i figliuoli; il ricco tornato, chiede si uccidano i figli del -povero; questo esibisce sè solo alla pena: per chi sentenziate? - -In tali bizzarrie[282] pervertivasi il gusto e si forviava -l'immaginazione dei giovinetti romani, distaccandoli dalla vita comune -e dall'abituale forza delle umane passioni, per avvezzarli al cavillo e -all'esorbitanza. A dritto dunque esclamava Petronio che «nelle scuole -i garzoni si rendono affatto sciocchi, perocchè non vedono, non odono -nulla di ciò che comunemente suol accadere, ma solo corsali che stanno -incatenati sul lido, tiranni che comandano ai figli di troncare il capo -ai genitori, oracoli che in tempo di peste ordinano d'immolare tre o -più vergini»[283]. - -Così all'eloquenza politica era succeduta la scolastica; e se non -bastava il viluppo della quistione, si aggiungeano difficoltà d'arte, -prefiggendo, per esempio, il vocabolo con cui cominciare o finire -il periodo; poi tutto si dovea sorreggere per figure di parole e di -concetti, per luoghi comuni, ed altre abbaglianti nullità. - -Formato per tal guisa un oratore, suprema aspirazione di lui era il -vedersi prescelto a stendere un panegirico all'imperatore; se pure -non si mettesse a quella _lucrosa e sanguinolenta eloquenza_, che, -conservando l'antico costume quando tutto era così mutato, ordiva -invettive sul tono con cui Tullio investiva Catilina e Marc'Antonio, -esagerava gli orrori dell'alto tradimento, tirava alla peggiore -interpretazione i fatti e i detti più semplici, e facea condannare -Cremuzio, Trasea, Elvidio, per ingrazianirsi Tiberio, Nerone, -Vespasiano. - -Appena si potesse trar fiato, i buoni s'accordavano a far guerra -a questa eloquenza, ancella della calunnia: Plinio tonò contro -i delatori; Giovenale flagellava i retori; Tacito, fra le cause -dell'eloquenza corrotta, adombrava anche questa; e la combattè pure -Marco Fabio Quintiliano (42-120?), il primo che desse lezioni a -pubbliche spese. Spagnuolo allevato a Roma, l'imperatore Domiziano -gli confidò l'educazione de' suoi nipoti, destinati a succedergli; -e sotto gli auspizj di questo dio, come esso lo chiama, scrisse le -_Istituzioni_, dirette a formare un oratore. Piace, al petulante -greculo o al venale grammatico opporre l'immagine d'un maestro che -conosce quanto sacro uffizio sia, nel momento che la gioventù sceglie -fra il piacere e il dovere, l'avviarla co' migliori precetti, coi più -belli esempj, e questi poter tutti dedurre dalla storia nazionale; e -alle sante credenze, alle gloriose idee, alle coraggiose imprese, alla -lotta contro le basse passioni, allo sprezzo del dolore e del guadagno, -all'amor della gloria, al frugale disinteresse poter soggiungere i -nomi degli Scipioni, dei Fabj, degli Scevola, dei Catoni, _patres -nostri_. Vide Quintiliano a quale infelicità fossero ridotte le lettere -dagli esempj massimamente di Seneca, il quale, essendo in favore come -maestro del principe, avea messo in disistima lo stile sincero degli -antichi per accreditare quel suo, tutto fronzoli ed arguzie, senza -riposo, con cui a forza d'abilità corruppe l'eloquenza, a forza d'arte -guastò il gusto de' Romani. — Seneca (così egli) era allora il solo -autore che fosse in mano de' giovani, ed io non poteva soffrire ch'e' -fosse anteposto ai migliori, cui egli non cessava di biasimare, perchè -disperava di piacere a coloro a cui quelli piacessero. I giovani lo -amavano solamente pe' suoi difetti, e ognuno insegnavasi di ritrarne -quelli che gli era possibile; e vantandosi di parlare come Seneca, -veniva con ciò ad infamarlo. Per verità egli fu uomo di molte e -grandi virtù, d'ingegno facile e copioso, di continuo studio e di gran -cognizioni, benchè alcuna volta sia stato ingannato da quelli a cui -commetteva la ricerca; molti ottimi sentimenti vi si trovano, e assai -moralità: ma lo stile n'è comunemente guasto, e più pericoloso perchè i -difetti ne sono piacevoli. Se di alcune cose egli non si fosse curato, -se non fosse stato troppo cupido di gloria, se troppo non avesse amato -ogni cosa propria, nè co' raffinati concetti snervato i gravi e nobili -sentimenti, avrebbe l'universale consenso dei dotti, anzichè l'amor de' -ragazzi. Un ingegno tale, potente a qualunque cosa volesse, degno era -certo di voler sempre il meglio»[284]. - -Accorciammo questo giudizio, in cui Quintiliano non dà ferita senza -medicamento, al modo de' giudizj officiosi; e spinge la cautela fino -a non lasciarti ben comprendere s'e' lodi o biasimi. Fatto sta che -egli affaticossi di richiamare verso i classici, e far preferire -la nuda forza alla sdulcinata leggiadria, il naturale al parlar per -figure[285]. Pure, nel concetto di lui, eloquente significava poc'altro -che buon declamatore: diresti non s'accorga mai di ciò che è mancato -a Roma dopo i suoi grandi oratori, il fôro e la libertà; la sublime -destinazione dell'eloquenza o non ravvisa o paventa, e si trastulla -in guardarla siccome un'arte ingegnosa e difficile, che s'acquista -coll'unire alla naturale disposizione lo studio e la probità, e saper -lodare anche i tempi infelicissimi. - -E d'adulazioni egli fu prodigo: poi, sebbene cercasse uno stile -ricco, delicato, vigoroso, ed evitare la negligenza e l'affettazione -che guastano il dritto ragionamento[286], all'opera sua occupò poco -meglio di due anni, e questi nella ricerca delle cose e nella lettura -d'infiniti autori, anzichè a forbire lo stile: intendeva poi rifarvisi -sopra dopo raffreddato il primo ardore della composizione[287], ma le -reiterate istanze del librajo lo distolsero dal prudente proposito. -Questa confessione, colla quale tanti altri dopo d'allora intesero -palliare la propria negligenza, temperi certi eccessivi ammiratori, -i quali non solo in Quintiliano vedono tutt'oro, ma pretendono -infallibili canoni di gusto quei ch'egli medesimo confessa non -abbastanza meditati. - -Arringò anche, e le sue dicerie erano ricopiate per venderle -lontano[288]: ma come egli stesso si fosse lasciato guastare da -quei temi artifiziosi, dove il sentimento si esagerava, e badavasi -all'effetto e all'arte, non all'espressione più sincera dell'affetto, -appare fin nel passo più eloquente del suo libro, quello ove -deplora la morte della moglie diciannovenne e di due figliuoli già -grandicelli[289]. - -Eppure egli era dei migliori maestri; riprovava questo esercitarsi -sopra tesi simulate; con opportuna censura reprimeva il giovanile -rigoglio, e col leggere i migliori autori, cosa omai disusata, e col -moderare l'idolatria pei classici, avvertendo che «non s'ha a reputare -perfetto quanto uscì loro di bocca, giacchè sdrucciolano talora, o -soccombono al peso, o s'abbandonano al proprio talento, o si trovano -stanchi; sommi ma uomini». Sopratutto insiste sulla necessità d'essere -probo uomo chi voglia essere buon oratore: il che, se in un trattato -de' nostri giorni sarebbe nulla meglio che un'esercitazione di moralità -triviale, veniva a grande uopo allora, quando spie ed accusatori -valevansi dell'eloquenza per sollecitare o giustificare la crudeltà dei -regnanti; onde si vuole sapergli grado d'aver conosciuto il nesso fra -la controversia nella scuola e il litigio nel fôro, ed accennato almen -quel tanto che poteva, egli stipendiato da un brutale imperatore. - -Ci venne purdianzi alla penna Marco Cornelio Frontone numida, giudicato -da alcuni neppur secondo a Cicerone[290], e superiore a tutti gli -antichi per gravità d'espressione, ma che per reggersi in credito -avea bisogno che un erudito non venisse a disotterrarne i frammenti. -Sostenne magistrature primarie, e se vogliam credere al ritratto -ch'egli fa di se stesso in una di quelle congiunture in cui pare che -l'affetto non sopporti la menzogna, meritò veramente colle sue virtù -di diventare maestro di Marc'Aurelio[291], e di conservarsegli amico -anche dopo imperatore. Dalle loro lettere, lasciando che altri vi -cerchi pedagogici avvertimenti, noi caveremo particolarità sull'Italia -nostra. — Visitammo (scrive in una) Anagni; poca cosa oggi, ma contiene -gran numero d'anticaglie, principalmente monumenti sacri e ricordi -religiosi. Non v'è angolo che non abbia un santuario, una cappella, -un tempio; v'ha libri lintei di materie sacre. Uscendo, leggemmo sui -due lati della porta, _Flamine, prendi il samento_. Chiesi a un natìo -che volesse dire questa parola; e mi rispose che in lingua ernica -dinota un pezzo di pelle della vittima, che il flamine si mette sul -berretto quando entra in città». E altrove: — Siamo a Napoli: cielo -delizioso, ma estremamente variabile; ad ogni istante più freddo, o -più caldo, o procelloso. La prima metà della notte è dolce, come una -notte a Laurento; al cantar del gallo senti la frescura di Lanuvio; -verso l'alba ti pare algido; più tardi il cielo si scalda come a -Tuscolo; a mezzodì fa la caldera di Pozzuoli; poi come il sole declina -nell'oceano, il cielo s'addolcisce e si respira come a Tivoli: questa -temperatura si sostiene la sera e le prime ore mentre la notte si -precipita dai cieli». - -Frontone, vecchio e scarco dalle magistrature, soffrente di gotta, -apriva sua casa ai letterati, che egli adopravasi di revocare dalle -ampolle e dal neologismo verso la semplicità anteriore a Tullio. Opera -difficilissima giudicava il riuscir eloquente; biasimava coloro che -credono bellezza il rivoltare in diversi modi il concetto medesimo, -come Seneca, come Lucano che i sette primi versi trascina in dire -di voler cantare _le più che civili guerre_; domanda che l'autore -sia ardito senza eccesso, e scelga bene le parole. Ma in queste -raccomandava di cercar le meno aspettate e le meravigliose, cura che -di necessità deve condurre all'affettazione[292]. Troppo anch'egli -seconda il suo secolo allorquando suggerisce di dire e fare secondo al -popolo piace, metodo che torrebbe ogni orma certa al gusto[293]. Forse -per indulgenza a questo piacevasi tanto nel rintracciare immagini, e -le raccomandava a Marc'Aurelio, che gli scriveva come lieta notizia -d'esser riuscito a trovarne dieci[294]. Ma allorchè questi diceva, -— Quando parlai ingegnosamente, mi compiaccio di me stesso», e' gli -replicava: — Più parlerai da galantuomo, più parlerai da cesare». - -Il letterato più degno d'attenzione in quel tempo è Cajo Plinio Cecilio -comasco (61-115), nipote di Plinio naturalista, del quale ereditò -le sostanze e la passione per gli studj. Giovinetto fu educato da -Virginio Rufo, insigne romano che preferì all'impero del mondo la -quiete decorosa. Cresciuto da lui con precetti ed esempj di virtù, -nella scuola di Quintiliano si fece all'eloquenza; e di quindici anni -patrocinò, poi sempre trattò cause gratuitamente, talvolta discorrendo -fin sette ore di seguito, senza che la folla si diradasse. Eucrate -filosofo platonico, elegante e sottile nella disputa, calmo di volto, -austero di costumi come di parola, ostile ai vizj non all'umanità, -incontrato da Plinio nella Siria, l'innamorò della filosofia, e -gl'insegnò che il più nobile scopo di questa è far regnare tra gli -uomini la pace e la giustizia. - -Quando il gusto del bello, del giusto, del generoso, del patriotico -più sembrava dileguarsi, consola l'imbattersi in quest'uomo, -appassionatissimo per la gloria e devoto alla virtù. Immacolato -sotto pessimi imperatori, talvolta levossi ad accusare i ministri -e consigliatori di loro iniquità; maneggiò la giustizia col nobile -orgoglio del galantuomo, eppure ottenne cariche e rispetto; e non -si trovò impreparato quando sorsero tempi migliori. Al cessare del -regno delle spie e de' carnefici, fu invitato ad onorare e guidare la -rigenerantesi società; e gli troviamo le cariche di augure, questore -di Cesare, legato d'un proconsole, decemviro a giudicar le liti, -tribuno della plebe, pretore, flamine di Tito, seviro de' cavalieri, -curatore del Tevere e della via Emilia, prefetto all'erario di -Saturno e al militare, governatore della Bitinia e del Ponto. Eletto -console l'anno 100, recitò il _panegirico_ a Trajano imperatore, -ossia un ringraziamento. Questa lunga sua fatica aveva egli, come -solea sempre, letta a diversi amici, che lodavano più le parti ove -minore studio aveva adoperato: di ciò stupivasi egli, senza arrivar a -comprendere quanto bisogno avesse di naturalezza. E davvero quel suo -discorso, tronfio di parole e frasi studiate, forbite, compassate, è -un perpetuo scostarsi dalla maniera semplice di pensare e d'esprimere, -per sorreggersi in una forzata elevatezza, con pompa d'acuto ingegno, -con pretensione di novità, e antitesi e raffronti inaspettati. Agli -inesperti sembra conciso pel suo periodare frantumato, mentre in -realtà, al pari di Seneca, gira rapidamente intorno alle idee, ma a -lungo intorno alla stessa. - -Il nostro secolo, che non sa più ammirare, si stomaca di lodi buttate -in faccia a un vivo e potente: ma anche senza di ciò Trajano era tal -imperatore da potersi lodare meglio che con vuote generalità; e un -console, un augure davanti al popolo poteva usare altro che adulazioni, -quali converrebbero a schiavo verso un tiranno. Trajano serbò amicizia -per Plinio, anche giunto al fastigio della fortuna; e le lettere che -gli diresse mentre governava la Bitinia sono un'importante rivelazione -de' migliori tempi del concentramento imperiale. E lettere moltissime -conserviamo di Plinio stesso[295]: a troppo gran pezza dalla cara -ingenuità delle ciceroniane, mostransi destinate al pubblico ed alla -posterità; ma anche in quel loro tono accademico e declamatorio ci -rivelano un eccellente naturale, e c'introducono nella vita, massime -letteraria, d'allora. - -Plinio era legato con quanto allora vivea di meglio; e con lui -amiamo incontrare Italiani, ben differenti da quelli con cui ci -famigliarizzarono Tacito e i satirici; un Caninio comasco, che donò -una somma per imbandire un annuo convito al popolo; Calpurnio Fabato, -onorato di somme dignità, che la patria Como abbellì di un portico, -e diè denaro per ornarne le porte; Pompeo Saturnino, uom giusto, -bel parlatore, poeta da emulare Catullo, che a Como stessa lasciò un -quarto della propria eredità; Virginio Rufo, che quattro volte console, -generale dell'armi romane, vincitore di Giulio Vindice, ricusò l'impero -del mondo, preferendo la quiete della sua villa d'Alsio nel Milanese. -In Aristone suo tutore Plinio ammirava la frugalità, la prudenza, la -sincerità, lo zelo nel patrocinare altri. Sua moglie Calpurnia alle -doti del cuore univa quelle dello spirito, leggeva avidamente i libri -del marito, ne riponeva in mente i versi e vi adattava le armonie, -andava ascoltarlo quando parlasse in pubblico. Gloriavasi che la -posterità saprebbe che fu amico di Tacito: — Come l'avvenire dirà che -noi ci amammo, che ci siamo compresi! Aveano l'età stessa, egual grado, -egual rinomanza, dirassi, e a tante cause d'emulazione la loro amicizia -resistette. E come già ci collocano l'un presso all'altro! già siamo -inseparabili nella pubblica opinione: chi preferisce te a me, chi me a -te: ma venire dopo te è per me una preminenza»[296]. - -Da Spurina Plinio imparò non solo la giurisprudenza, ma l'ordine e -la compostezza; nella casa di questo buon vecchio ammirando quella -regolare occupazione, quella serenità d'uomo che si accosta al -sepolcro. A sette ore svegliavasi, e subito ripassava i casi di jeri: -alle otto era levato, e faceva una corsa a piedi: dopo l'asciolvere, -ritiravasi nel gabinetto a comporre in greco o in latino poesie piene -di gusto e brio. Fra giorno discorreva, leggeva, faceasi leggere, -raccontava i fatti di cui era stato testimonio. Alle due prende il -bagno, poi passeggia al sole: quindi giuoca alla palla, per un pezzo -combattendo così la vecchiaja: gettasi poi s'un lettuccio, ed accoglie -gli amici. Ha tavola ricca e frugale, con argenterie massiccie che -rammentano i vecchi tempi. Durante il pasto discorre e legge, spesso -si fa venire buffoni, commedianti, ballerine, sonatrici inghirlandate -d'amaranto. Così dopo le fatiche del fôro, del sonato, del campo, -il nobile vecchio a settantasette anni conservava ancora la vista, -l'udito, la vivacità, la facile parola. - -Protetto dai grandi, Plinio proteggeva amici ed inferiori; molti -giovani, la cui principale passione era quella dell'istruirsi, -esercitava nell'eloquenza, e ajutava ne' primi passi verso gl'impieghi; -dotò la figlia di Quintiliano per gratitudine di scolaro, e quella -di Rustico Aruleno che «coll'anticipargli elogi aveagli insegnato a -meritarli in avvenire»; fornì lautamente Marziale, reduce nella Spagna; -alla nutrice diede un terreno che valeva centomila sesterzj, e gliel -faceva amministrare da Vero, suo amico, scrivendogli: — Ricordatevi -che non sono gli alberi e la terra che vi raccomando, ma il bene di -quella che da me li tiene». Corellio avea sollecitato i primi impieghi -per Plinio, e raccomandatolo a Nerva, e morendo diceva a sua figlia: — -Spero avervi fatto degli amici; contate sopra di essi, ma più di tutti -su Plinio»; e Plinio ne prese la difesa in una causa. Sottentrò a tutti -i debiti del filosofo Artemidoro, affinchè tranquillo partisse da Roma -quando Domiziano proscrisse i filosofi[297]. Molti servi affrancò, agli -altri permise di far testamento; per gli abitanti di Tiferno, ove sua -madre possedeva e che lo avevano adottato, eresse un tempio; largheggiò -cogli Etruschi. Governando la Bitinia, lasciò dappertutto tracce di sua -munificenza; mutò in città il villaggio di Calcedonia, riparò Crisopoli -(Scutari), a Libina rialzò la tomba d'Annibale: in Nicomedia guasta -da incendio fece ricostruire il palazzo civico e il tempio d'Iside, -ed aprire una piazza, un acquedotto, un canale, e pensava riunir quel -lago al mare: riparò i bagni di Nicea, e vi pose ginnasio e teatro; -un acquedotto a Sinope, uno a Bitinio, bagni a Tio: a Como mandò pel -tempio di Giove una preziosa statua antica; vi istituì scuole pei -garzoni, contribuendo il terzo della spesa; assegnò cinquecentomila -sesterzj per mantenere fanciulli ingenui, venuti al meno; fondò una -biblioteca presso le terme; ed altri benefizj, la cui lode sarebbe -anche maggiore, s'egli medesimo non si fosse troppo compiaciuto di -narrarceli. Ma sarem noi così rigorosi a tal vanità? — Se non meritiamo -che di noi si parli (diceva egli stesso), siamo rimproverati; se -meritammo, non ci si perdona di parlarne noi stessi»[298]. - -Ma non soltanto lodi sapeva tesser Plinio, e' s'infervorò contro -i delatori, appena il costoro regno crollò. Aquilio Regolo, già -sollecitatore di testamenti, che poi in una sola denunzia guadagnò -tre milioni di sesterzj e gli ornamenti consolari, e che avea causato -la morte di Elvidio, si vide da lui ridotto a perdere non solo la -reputazione, ma metà dell'oro, passione sua. Allora Plinio badò meno -all'eleganza che alla forza: ma nello stendere quell'accusa rileggeva -di continuo l'arringa di Demostene contro Midia[299]: eppure, potenza -del denaro, poco poi avendo Regolo perduto un figlio, ecco tutta -Roma accorrere a portargli condoglianze in Transtevere, nella casa -improntata d'infamia dall'avarizia e dalla ricchezza del sordido -vecchio. Avea dunque ragione Giunio Maurico allorchè, alla tavola di -Nerva rammentandosi un Catulo Messalino, spia e provocatore del regno -precedente, e domandando l'imperatore che ne sarebbe se fosse ancor -vivo, con franchezza soldatesca rispose: — Perdio, sarebbe qui a cena -con noi». - -Gli antichi ebbero scarso il sentimento delle bellezze della natura; -il paesaggio tra essi non fu meglio che decorazione; i più gentili -quadri di Virgilio traggono vita dalle figure onde sono popolati. Ma -Plinio mostrasi compreso dalle vaghezze del suo lago e della villa -che v'aveva, e con esso ci dilettiamo ancora cercare quei platani -opachi, quell'insensibile pendìo che guidava alla sua campagna, quel -canale protetto d'ombre ospitali, dov'esso veniva a cercar riposo -dall'assordante operosità di Roma. Là pesca, là caccia ne' boschi -popolati di cervi e di damme; là comprendeva che non solo Diana, ma -anche Minerva ama le foreste. Arricchito, volle avere più ville su -quel lago, ed una intitolò Commedia perchè dimessamente situata, -quali gli attori comici sul socco, mentre l'altra elevavasi come -i tragici sul coturno, onde la nominò Tragedia: e quella è lambita -dalle acque, questa le domina. Ivi erano appartamenti per l'inverno e -per l'estate, pel giorno e per la notte; ivi bagni; ivi una fontana -intermittente[300], che cascava romoreggiando in una sala decorata -di statue, e perdeasi nel lago, sul quale vogando, suo padre gli -raccontava le storielle de' luoghi, e gli mostrava il terrazzo da -cui una donna, avendo il marito ammalato di incurabile ulcera, volle -mostrargli come si possa sottrarsi ai dolori, precipitandosi essa nelle -onde e seco traendolo. E questa miserevole disperazione al filosofo -parea degna di monumento quanto la costanza di Arria moglie di Trasea -Peto[301]. - -Viepiù comoda eragli la villa di Laurento a diciassette miglia da -Roma, fra pascoli di pecore, di bovi, di cavalli, in clima d'eterna -primavera e di calma ridente, ove il sole non si mostra in estate che -a mezzo il dì. Spazioso portico a vetriate, riparo contro la cattiva -stagione, introduce all'abitazione, e attorno praterie sempre verdi, -boschi fantastici, impenetrabili dai raggi solari. La sala da pranzo si -sporge sul mare, e lo prospetta da tre lati, mentre apre s'un verziere, -arricchito di mori, di fichi pompejani, di rose tarantine, di legumi -d'Aricia, d'erbe per la cucina: a mezzo della galleria trovasi la -camera da letto, vicino all'incessante mormorio d'una fontana: poco -lungi è lo studio, al gran sole, rivestito di marmo e colle lucide -pareti adorne d'uccelli, fiori, fronde, e coi libri che mai troppo -non si leggono e rileggono. La sala è ricreata da una nappa d'acqua, -e l'inverno da un tepidario nascosto ne' muri. Una scala conduce nel -bagno a sole aperto, un'altra all'ombreggiato. Nè vi mancano il giuoco -della palla, la cavallerizza, una galleria sotterranea dove ripararsi -dalla canicola, una esposta che conduce ad una fuga di camere sì ben -collocate da evitare il sole dall'una all'altra[302]. E le cerchiate -di platani connessi dall'edera e dal flessibile acanto, e i viali -orlati di bosso o di rosmarino, e i sedili di marmo caristio, e gli -zampilli d'acqua riuscenti in vasca di bronzo, e il labirinto verde, e -il tempietto di marmo, e le statue, i mobili, i libri, i cavalli, gli -argenti, gli schiavi, ci fanno meravigliare come tanto potesse avere -un privato, che non era de' più ricchi, e che pur possedeva una casina -a Tusculo, una a Tivoli e a Preneste in commemorazione di Tullio e -d'Orazio. - -Compose anche versi; e tuttochè onest'uomo e di spirito grave e -dignitoso, scrisse endecasillabi lascivi, dei quali si scusa con troppi -esempj. Forse egli, come molti oratori, credeva necessario l'esercizio -poetico per formarsi alla prosa; ma Quintiliano diceva: — La poesia -è nata per l'ostentazione, l'eloquenza per l'utilità. Noi oratori -siam soldati sotto le armi, e non ballerini di corda; combattiamo per -interessi rilevanti, per vittorie serie. L'armi nostre devono brillare -e colpire al tempo stesso; avere il lustro terribile dell'acciajo, -non la brunitura dell'oro e dell'argento. Via quell'abbondanza lattea, -che annunzia uno stile infermiccio; parlate con sanità». E nitidezza -avea sempre Plinio, non sempre forza. Giornalista officioso della -letteratura di quel tempo, egli c'informa della futilità di quelle -consorterie, che invitate come si trattasse d'aprire un testamento, -si raccoglievano per applaudire non per consigliare, per divertir sè, -non per giovare al poeta. Claudio, Nerone, Domiziano vi assisteano -non solo, ma vi leggeano tra obbligati applausi. Un codice nuovo -erasi combinato per codeste letture, dove s'insegnava: — Il lettore -dapprincipio appaja modesto, gli uditori indulgenti. A che con -letterarie sofisterie farsi nemico quello, cui veniste a prestar le -orecchie benigne? Più o meno meritevole ch'e' sia, lodate sempre. Il -leggente presentisi con diffidenza rispettosa, qual l'uso impone; abbia -disposto un complimento, una scusa: — Sta mane fui pregato di arringare -in una causa: non vogliate imputarmi a dispregio questa mescolanza -degli affari colla poesia, giacchè io soglio preferire gli affari ai -piaceri, gli amici a me stesso»[303]. - -L'autore è di sgraziata voce? affida la recita ad uno schiavo[304]. -Declama egli stesso? è tutt'occhi all'impressione che produce sugli -uditori, e tratto tratto fermasi, palesando timore d'averli nojati, -e aspettando che il preghino di proseguire. Ai passi belli, e ancor -più alla fine sorgono gli applausi, divisi anche questi artatamente in -categorie. Nell'una il triviale _Bene! benissimo! stupendo!_ nell'altra -si battono le mani; nella terza balzasi dal sedile, percotendo del -piede la terra; nella quarta si agita la toga; e così via crescendo. - -Gli uditori appariglieranno il leggitore ai sommi; il poeta non -dimenticherà un complimento pel giornalista, e dirà _Unus Plinius est -mihi_; e Plinio giornalista domani pubblicherà: Mai non ho sentita -meglio l'eccellenza de' tuoi versi». - -Una di queste letture è descritta da Plinio ad Adriano: — Io son -persuaso negli studj, come nella vita, nulla convenga all'umanità -meglio che il mescolare il giocoso col serio, per paura che l'uno -degeneri in malinconia e l'altro in impertinenza. Per questa ragione, -dopo travagliato intorno alle più importanti cose, io passo il mio -tempo in qualche bagattella. E per far queste comparire ho pigliato -tempo e luogo proprio, onde avvezzar le persone oziose a sentirle -a mensa: scelsi però il mese di luglio, in cui ho piena vacanza; e -disposi i miei amici sopra sedie a tavole distinte. Accadde che una -mattina vennero alcuni a pregarmi di difendere una causa, allorchè -io men vi pensava: pigliai l'occasione di fare agl'invitati un -piccolo complimento, e porger insieme le mie scuse, se, dopo averli -chiamati in piccol numero per assistere alla lettura d'un'opera, io -l'interrompeva come poco importante, per correre al fôro, dove altri -amici m'invitavano. Gli assicurai ch'io osservava il medesimo ordine -ne' miei componimenti, che davo sempre la preferenza agli affari -sopra i piaceri, al sodo sopra il dilettevole, a' miei amici sopra me -stesso. Del resto l'opera, di cui ho fatta loro parte, è tutta varia -non solamente nel soggetto, ma anche nella misura dei versi. E così, -diffidente come sono del mio ingegno, soglio premunirmi contro la -noja. Recitai due giorni per soddisfare al desiderio degli uditori; -nondimeno, benchè gli altri saltino o cancellino molti passi, io niente -salto e niente cancello, e ne avverto quelli che mi ascoltano. Leggo -tutto, per essere in grado di poter tutto emendare; il che non possono -far coloro che non leggono se non alcuni squarci più forbiti. Ed in -ciò danno forse a credere agli altri d'aver meno confidenza ch'io abbia -nell'amicizia de' miei uditori. Bisogna in realtà ben amare, perchè non -si abbia tema di nojar coloro che sono amati. Oltreciò, qual obbligo -abbiamo a' nostri amici, se non vengono ad ascoltarci che per loro -divertimento? Ed io stimo ben indifferente ed anche sconoscente colui -che ama più il trovar nell'opere de' suoi amici l'ultima perfezione, -che di dargliela egli stesso. La tua amicizia per me non mi lascia -punto dubitare che tu non ami di leggere ben presto quest'opera, mentre -ch'ella è nuova. Tu la leggerai, ma ritoccata; non avendola io letta ad -altro fine che di ritoccarla. Tu ne riconoscerai già una buona parte: -quanti luoghi o sieno stati perfezionati, o, come spesse volte succede, -a forza di ripassarli sien fatti peggiori, ti sembreranno sempre nuovi. -Quando la maggior parte d'un libro è stata variata, pare insieme mutato -tutto il rimanente, benchè non sia»[305]. - -L'avvocato Regolo lesse composizioni famigliari, un poema Calpurnio -Pisone, elegie Passieno Paolo, poesie leggeri Sentio Augurino, Virginio -Romano una commedia, Titinio Capitone le morti d'illustri personaggi, -altri altro. Plinio si consola o duole secondo che codeste recite -sono popolose o deserte: — Quest'anno abbiam avuto poeti in buon -dato. In tutto aprile quasi non è passato giorno, in cui taluno non -abbia recitato qualche componimento. Qual piacere prendo che oggidì le -scienze sieno coltivate, e che gl'ingegni della nostra età procurino -darsi a conoscere: quantunque a stento gli uditori si raccolgano; la -maggior parte stanno in panciolle nelle piazze, e s'informano di tempo -in tempo se chi deve recitare è entrato, o se ha finita la prefazione, -o letta la maggior parte del libro; allora finalmente giù giù -vengono allo scanno assegnato; nè però vi si trattengono tanto che la -lettura si finisca, ma molto prima svignano, chi con finta cagione ed -occultamente, e chi alla libera senz'ombra di riguardo. Non fece così -Claudio cesare, il quale, secondo vien detto, un giorno mentre andava -passeggiando pel palazzo, sentendo acclamazioni, ed avendo inteso -che Novaziano recitava non so qual volume, subito ed alla sprovveduta -entrò nel circolo degli ascoltanti. Oggi ciascuno, per poche faccende -che abbia alle mani, vuol esser molto pregato; e poi o non vi va, o -andandoci, si lamenta d'aver perduto il giorno, perchè egli non l'ha -perduto. Tanto più degni di lode sono coloro che non rimangono di -scrivere per la dappocaggine o superbia di questi tali»[306]. - -Da gente che componeva per recitare, recitare a gente adunatasi per -ascoltare, potevasi egli attender nulla di virile e d'efficace? Nessuno -leggeva allora libri fuorchè l'aristocrazia, onde all'autore non -restava la fiducia di crearsi il proprio pubblico. Nè la scelta società -poteva, come oggi, comprare tante copie d'un libro, che l'autore ne -ritraesse compenso proporzionato al merito o alla fama. Ciascun signore -teneva servi apposta per trascrivere e legare i libri; il grosso del -popolo non ne usava se non qualcuno preparatogli dagl'imperatori nelle -biblioteche o al bagno: laonde lo scrittore, mentre insuperbivasi di -esser letto ovunque arrivassero governatori o comandanti romani, si -trovava costretto a mendicare il pane e le sportule da un patrono, -dall'economo di un mecenate, o dal distributore de' pubblici -donativi[307]. E come conseguirli altrimenti che lodando? e come lodar -dei mostri padroni o de' vigliacchi obbedienti, senza abbassarsi ad -adulare? Quando poi lo scrivere franco menava al patibolo, quando il -segnalarsi eccitava la gelosia degli imperatori, si trovò più comoda, -più utile l'adulazione, e vi s'andò a precipizio. Il poeta Stazio -blandisce non solo Domiziano, ma qualunque ricco; Valerio Massimo e -Vellejo Patercolo storici esaltano le virtù di Tiberio; Quintiliano -retore, la santità di Domiziano, e, ciò che al suo gusto dovea costare -ancor più, il talento di esso nell'eloquenza, e lo chiama massimo tra -i poeti, ringraziandolo della divina protezione che concede agli studj, -e d'avere sbandito i filosofi, arroganti al segno di credersi più savj -dell'imperatore. Marziale bacia la polvere da Domiziano calpestata, e -gli par troppo poco il collocarlo a paro coi numi; Giovenale satirico -adula; adula Tacito severo storico, come adulavano i papagalli che -ad ogni atrio d'illustre casa salutavano il sagacissimo Claudio e il -cavalleresco Caligola. Plinio giuniore non sa che adulare Trajano; -Plinio maggiore adula Vespasiano; Seneca adula Claudio, e per invitare -Nerone alla clemenza, gli accorda la podestà di uccider tutti, tutto -distruggere, mettendo in certo modo a contrasto la forza di lui -colla debolezza dell'universo, onde ispirargli la compassione per via -dell'orgoglio. - -D'altra parte a cotesti stranieri, accorrenti da ogni plaga del mondo -a Roma per godere le munificenze, a cotesti liberti traforatisi nel -senato a forza di strisciare innanzi ai loro padroni, quali rimembranze -restavano di più franchi tempi, quali tradizioni repubblicane da -svegliare? Vedevano l'oggi, e bastava per divinizzare i padroni del -mondo. - -Allattata da queste mammelle, come doveva dimagrare la poesia! la -quale, come le altre cose romane, sviluppatasi non per ispirazione, -ma per l'imitazione de' Greci, somigliò ad un manto maestoso, che, -gettato dapprima sopra una bella statua greca, le dà aria grande; -casca floscio e sfiaccolato quando si ravvolge a spalle scarne. Sopita -sotto i primi cesari, sotto Nerone si ridesta col furore d'una moda; -dotti e indotti, giovani e vecchi, patrizj e parasiti, tutti fanno -versi; versi ai bagni, a tavola, in letto; i ricchi s'attorniano di -una turba a cui recitarli, e ne pagano gli applausi o col patrocinio o -coi pranzi o colle sportule; a Napoli, ad Alba, in Roma sono istituiti -concorsi annui o quinquennali, e basta che i versi vadano giusti della -misura per esser trovati, o almen decantati, migliori di quei d'Orazio -e di Virgilio. Tanto si era già lontani dal sentimento delle bellezze -ingenue, eminente in questi; e l'esagerazione delle idee traeva da -quella giusta misura, di cui essi erano immortali modelli. - -Stazio napoletano, non passò anno dai tredici ai diciannove, che, nelle -gare letterarie della sua patria, non fosse coronato; poi riportò -palme nemee e pitie ed istmiche[308]; laonde i grandi lo chiamarono -dalla scuola a popolare i loro pranzi, ch'e' ricambiava con versi per -tutte le occasioni. Quando vide in Roma venire alle mani i fautori di -Vitellio con quei di Vespasiano, e andare in fiamme il Campidoglio, -esultò d'occasione sì opportuna a sfoggiare poesia, e da' suoi -contemporanei fu ammirato che la rapidità della composizione di quel -suo poema eguagliasse la rapidità delle fiamme. - -Il genio paterno si trasfuse nel figlio Publio Papinio (61-96). V'è -nozze? v'è bruno? morì ad uno il delizioso o la moglie[309], all'altro -il cane o il papagallo?[310] Stazio ha in pronto l'ispirazione. Un -ricco va superbo di bellissima villa; un altro, d'un albero prediletto; -l'etrusco Claudio, di magnifici bagni: Stazio descrive appuntino quella -villa, que' frutti, que' bagni: e secolari genealogie di doviziosi, -che pur jeri ascero dall'ergastolo ai palazzi. Non v'è accidente così -frivolo, per cui non scendano Dei e Dee: Citerea verrà a dar benigno -il mare ai capelli d'un eunuco che tragittano in Asia; Fauni e Najadi -terranno in cura il platano di Atedio Miliore. Corrono i Saturnali? -Stazio ridurrà in versi il catalogo di tutti i _bellarii_ che -ricambiaronsi gli amici, e di quelli che a gara profusero a Domiziano, -loro padre e dio. L'ammansato leone di Domiziano fu ucciso da una -tigre, condotta pur ora d'Africa; Abascanzio propose che il senato ne -portasse solenni condoglianze all'imperatore; e il poeta nostro ne -canta i meriti, e col popolo e col senato compiange il mondo d'aver -perduto la fiera imperiale[311]. Ecco per quali modi Stazio meritava -corone di pino nei giuochi, oro da Cesare, applausi alla recita. Non -usciva egli mai che nol seguisse un codazzo d'amici; ed era una festa -quand'esso mandava invitando a udire i suoi versi[312]. - -Crispino, il più caloroso de' suoi ammiratori, allestisce ogni cosa, -invita, infervora, s'abbaruffa coi tepidi, dà il segno degli applausi, -li rattizza se languiscano; mentre il poeta tira qualche fiacco suono -dalle poche corde che la tirannide lasciò sulla cetra romana. - -E qual premio trarrà Stazio dal sì lodato verso? l'imperiale -aggradimento e l'alto onore di baciare il ginocchio del Giove -terrestre: ma se vorrà saziar la fame, converrà venda una sua tragedia -al comico Paride, poichè ballerini e commedianti hanno ricchezza e -potere, essi creano i cavalieri ed i poeti, e danno quel che non san -dare i ricchi. Gli applausi inebbriano Stazio a segno, che non s'appaga -delle _Selve_ de' suoi componimenti, ma vuoi compaginare un poema, anzi -due. E vi riesce, se basta l'avere in dodici libri da ottocento versi -l'uno, quanti ne conta la sua _Tebaide_, fatto l'introduzione all'altro -poema dell'_Achilleide_, ove intendeva forse presentarci compito quel -Pelìde che in Omero gli pareva solo schizzato; come chi pretendesse -sminuzzare in una serie di bassorilievi il concetto del Mosè di -Michelangelo. - -A Stazio lodano qualche invenzione di stile; uscì anche talvolta -dai luoghi comuni, e seppe trovare caratteri veri, e delinearli con -semplicità e vigore: ma al sorreggerli sino al fine gli nuoce la -facilità, per la quale in due giorni compose l'epitalamio di Stella -in ducensettantotto esametri. Così svaporava la potenza d'un ingegno, -bello senza dubbio e colto, ma sacrificato ai vizj del suo tempo, -e alla sciagurata abitudine del contentarsi il pubblico di cose -improvvisate, l'autore degli applausi del pubblico. - -Epigramma, come indica la voce stessa, dapprima fu l'iscrizione che -poneasi a qualche statua o monumento; e tali noi ne trovammo sulle -tombe degli Scipioni, di Ennio, di Nevio (V. l'Appendice I). Ma già fra -i Greci era passato ad esprimere pensieri lievi, arguzie, riflessioni -commoventi o esilaranti. Di tal modo ne fecero molti i Latini d'ogni -tempo; ma il più fecondo e per ogni occasione fu Marco Valerio Marziale -(40-103). Da Bilbili di Spagna venuto a Roma, si volse per pane a -Domiziano, e metà de' suoi millecinquecento Epigrammi, distribuiti in -quindici libri, sono fetide adulazioni al tonante Romano, e variate -guise di chiedergli denaro, vesti, pranzi, un rigagnolo d'acqua per -la sua villa[313]; riducendosi alla condizione di abjetto parasita, -e rinnegando sempre quella dignità morale, che sola decora i begli -ingegni. Giove è posposto a Domiziano perpetuamente, quasi l'iddio -fosse scaduto tanto di reputazione, da sembrare poco l'essergli -paragonato. Parla del ricostruito Campidoglio? lo dice così suntuoso, -che Giove stesso, mettendo all'incanto l'Olimpo ed ogni avere degli -Dei, non potrebbe raccorre il decimo del costo. Altrove esorta -Domiziano a salire tardi alla netterea bevanda; che se Giove vuol -bearsi di sua compagnia, venga al convito di lui[314]. - -Eppure queste e peggiori piacenterie non pare rimediassero alla povertà -di Marziale, il quale, colla veste rifinita e carico di debiti, va -accattando qualche lira e vende i regali per satollarsi di pane, -e fa versi su tutte sorta di vivande, affine d'essere invitato ad -assaggiarne alcuna[315]. E in tali angustie sostenere il peso della -fama! e trovarsi inoltre tribuno onorario, cavaliere onorario, e padre -onorario, cioè senza nè militare, nè esser censito, nè avere tre -figliuoli! Perseveri dunque a cantare, ad esaltar ogni minimo bene -che Domiziano faccia o che non faccia: poi quando questi è ucciso, -lo bestemmii, e preconizzi Nerva d'essersi conservato buono sotto un -principe ribaldo[316], e faccia Giove meravigliarsi delle disastrose -delizie e del grave lusso del re superbo[317]. - -Le lascivie, di cui bruttò i suoi versi[318], vengono dal medesimo -bisogno di adulare; d'adulare non un uomo solo, ma i pravi costumi -di tutta la città; e quand'anche egli volge in altrui l'arzillo -epigrammatico, il fa con libertinaggio plateale, quasi da altro -allora non potesse eccitarsi il riso, se non da vizj che dovevano far -arrossire. - -Eppure costui sembra fosse capace, come Stazio, di gustare la vita -domestica, e di comprendere che la felicità non consiste nell'oro -e nello splendore. — Sai tu quali cose rendono beato? Una sostanza -acquistata senza fatica e per eredità, un campo non ingrato, il -focolare sempre acceso, nessuna lite, pochi patroni, quieta mente, -naturali forze, corpo sano, cauta semplicità, conformi amici, facile -convito, mensa senz'arte, notte non ubriaca ma scarca di pensieri, -talamo non disaggradevole eppure pudico, sonno che renda brevi le -notti, amar ciò che sei, non agognare di meglio, nè temere nè bramare -l'ultimo giorno»[319]. - -Questo medesimo epigramma, che pure è de' suoi migliori, quale povertà -accusa di poesia in quella enumerazione fredda senza immagini! Egli -stesso diceva de' suoi versi: — C'è del buon, del mediocre, e assai -del male»[320]; e gli encomj prodigatigli dai commentatori indicano -quanto si passioni per l'autore chi invecchiò nel trovargli meriti che -non aveva[321]. Nè in Marziale si riscontra mai sentimento profondo; -e a quel continuo frizzo o triviale o scipito o lambiccato nessun -reggerebbe, se non fosse la lingua che per lo più va corretta ed -espressiva, quanto poteasi là dove ogni spontanea ispirazione era -sbandita dalla paura di spiacere ad ombrosi regnanti, o a schizzinosi -protettori. - -Pure la natura de' suoi lavori, istantanei di concetto come -d'esposizione, lo salva da uno dei difetti più usuali a' suoi coetanei, -il farsi pallidi riflessi degli scrittori del secolo d'Augusto. Nella -baldanza della sua immaginativa, inventa modi nuovi ed efficaci, e -innesta felicemente ciò che gli stranieri introducevano nello idioma -della dischiusa città; ed estendendosi alla vita reale e a tutto il -mondo romano, ci porge preziose indicazioni sui tempi, sui caratteri, -sulle usanze. - -Di Spagna venne pure a Roma Marco Anneo Lucano (38-65), ed ebbe tutte -le fortune desiderabili; nipote di quei Seneca che davano il tono -alla società letteraria, allievo di que' grammatici e retori che -pervertivano la felice disposizione degl'ingegni. Seneca lo esercitava -a comporre ed amplificare senza pensieri nè sentimenti, fomentandone la -lussureggiante facilità, invece di sfrondarla, ed esponendolo a quelle -pubbliche recite, ove, recando noja, si buscavano applausi. Nerone -suo condiscepolo lo fece questore prima del tempo, legato, augure; ma -Lucano, avvezzo da fanciullo ai trionfi, osò competere coll'imperatore -e vincerlo: Nerone gli proibì di più leggere in assemblea, e il poeta -indispettito tenne mano alla congiura di Pisone. Scoperto e preso, -denunziò gli amici e la madre; ma invano colla viltà tentato conservare -la vita, la lasciò eroicamente (pag. 112). - -Il trovarsi perseguitato dispensavalo dalle uffiziali codardie e -dalle accademiche fanciullaggini: chiuso nel suo gabinetto, poteva -comporre originale: e di fatto egli ritrae del suo tempo più di quegli -altri imitatori, ma non ne palesa che la depravazione del gusto, lo -sfiancamento delle credenze. - -Chi attribuisce l'inferiorità della _Farsaglia_ all'avere scelto un -soggetto troppo vicino, che impediva al poeta le finzioni, essenza -della poesia, trae storte deduzioni da arbitrarj principj. Buon -soggetto d'epopea sono le guerre tra nazioni forestiere, mentre le -lotte di dinastie e le guerre civili e le interne commozioni di Stati -convengono meglio alla rappresentazione drammatica. In Lucano non ci -è presentato che il medesimo popolo, diviso in due; due protagonisti -troppo vicini e somiglianti; sicchè i fatti non han più una distinzione -abbastanza evidente. Inoltre vuolsi che l'epopea presenti una lotta -più d'entusiasmo che di calcolo, e che trovi la ragione e la sequela -nella storia universale, come quella dei Greci contro gli Asiatici, -de' Cristiani contro i Turchi, dei Portoghesi contro gl'Indiani: e -qui pure difetta Lucano, poichè la guerra fra Pompeo e Cesare, da lui -cantata, è lotta di due sistemi meramente accidentali; e vinca l'uno o -l'altro, l'umanità non v'avrà che vantaggi speculativi. Il che viepiù -risulta dacchè Lucano non seppe nei due capi personificar la parte che -ciascuno sosteneva, e darvi quell'individualità viva, per cui tutte le -azioni esterne son ricondotte al carattere interno, alla coscienza, -alla risoluzione. Egli poi frantese il soggetto fin a credere che -una battaglia avrebbe potuto ristabilire l'antica repubblica, cioè -rassodare la tirannide dei patrizj sopra la plebe. Qual eroe di -poema cotesto Pompeo, mediocre sempre, più ancora nell'ultima guerra, -ove misurava se stesso dalle adulazioni che lo avevano abbagliato? -Cesare, forse il più grande dei Romani, insignemente poetico per -l'infaticabile ardimento e per la popolarità, è da Lucano svisato; e -per rappresentarlo come un furibondo ambizioso, il quale nel dubbio -s'appiglia sempre alla via più atroce[322], ricorre a particolari -insulse quanto bugiarde: in Farsaglia fa che esamini ogni spada, per -giudicare il coraggio di ciascun guerriero dal sangue ond'è lorda; -spii chi con serenità o con mestizia trafigge; contempli i cadaveri -accumulati sul campo, e neghi ad essi i funebri onori; e imbandisca sur -un'altura per meglio godere lo spettacolo dell'umano macello. Ma può -far con questo che Cesare non appaja il protagonista dell'azione? e di -Pompeo vede altro il lettore se non le blandizie onde lo careggia il -poeta, col tono stesso onde piaggiava Nerone? - -Lavorando di partito non di giudizio, impicciolisce le grandi contese -coll'arrestarsi attorno ad accidenti momentanei; come nelle gazzette, -tu vi ritrovi esaltate le piccole cose, non capite o vilipese le -maggiori, trattenuta l'attenzione su particolarità inconcludenti, e -sviata da ciò che è capitale; nè vi riconosci il cuor dell'uomo colle -mille sue rinvolture, colle infinite gradazioni fra cui ondeggia -la natura umana, ma inflessibili virtù o mostruose tirannie. Quasi -non basti l'orrore d'una guerra _più che civile_, devono vedersi le -serpi andare in frotta pei libici deserti; le piante d'una selva non -cadranno sebben recise, tanto son fitte; nelle battaglie, stranamente -micidiali, a ruscelli scorrerà il sangue, i morti resteranno in piedi -tra le file serrate, piaghe apriransi come l'antro della Pitia, il -grido dei combattenti tonerà più che il Mongibello. Al modo dei retori, -moltiplica descrizioni e digressioni di tenuissimo appiglio: e per -verità in queste soltanto si mostra poeta; ma scarso di giudizio e -di gusto, al difetto di varietà vorrebbe supplire coll'erudizione, -all'entusiasmo e alla dignità colla ostentazione di massime stoiche, -al sentimento della natura morale colle particolarità della materiale. -Spesso ancora il pensiero è appena abbozzato o incomprensibile: -uniforme il color negro, talora esercitato sopra particolarità -schifose, sopra analisi di cadaveri in decomposizione, sopra una maga -che stacca un impiccato dalla forca, snodandone la soga coi denti, e -ne fruga gl'intestini, e resta sospesa pei denti a un nervo che non -si vuol rompere[323]. Il verso, talora magnifico, più spesso va duro -e contorto: soverchie le particolarità, dalle quali se egli mai si -solleva al grande, dimentica l'arte di arrestarsi e travalica. Chi -di noi non si sentì infervorato a quel suo ardore di libertà, alla -franchezza stizzosa delle parole? ma se ti addentri, non vi trovi nulla -meglio di quel che tutti i Romani colti d'allora provavano, aborrire le -guerre civili per ignavia o spossatezza; ribramare l'antica repubblica, -non per intelligenza delle istituzioni sue, ma perchè come esercizj di -scuola i pedanti proponevano gl'innocui elogi di Bruto e di Catone ai -futuri ministri di Nerone e Domiziano. - -Era frutto naturale delle costoro discipline un poema dove o si -vituperassero gli Dei imputandoli delle sventure della patria, o -s'imprecasse alle discordie cittadine, osservate nel loro aspetto più -superficiale, l'uccidersi cioè tra padri e fratelli; salvo a lodare -le intempestive virtù di Catone che a quelle tanto contribuì, e -preporre il giudizio di lui alla decisione degli Dei[324]. E agli Dei, -cui Roma più non credeva, non era possibile attribuire un'azione in -quell'epopea, laonde il poeta vi surrogò un soprannaturale del genere -più infelice: ed ora la patria, in sembianza di vecchia, tenta rimover -Cesare dal Rubicone; ora i maghi resuscitano cadaveri per cavarne -oracoli; ora indovinamenti di Sibille, o presagi naturali; e mentre -s'impugna la provvidenza[325], adorare la fatalità, che esclude e la -rassegnazione e la speranza; incensar la Fortuna, diva arbitra degli -umani avvicendamenti, al fondo de' quali non v'è che la desolazione -e il nulla. È conseguente se preconizza la morte come un bene che -dovrebbe concedersi solo ai virtuosi[326], un bene perchè assopisce -la parte intelligente dell'uomo, e lo conduce non nel beato Eliso ma -nell'oblivioso Lete[327]. - -Ci dicono che bisogna scusarne i difetti perchè morte gli tolse di dar -l'ultima mano. Ma la lima avrebbe potuto mutare il generale concetto? -dargli i dolci lampi d'un'immaginazione vera, d'un affetto sincero? e -pari sventura non era accaduta a Virgilio? Però la lingua epica che -Virgilio aveagli trasmessa di prima mano, fu da Lucano pervertita, -come la prosastica da Seneca; ciò che il primo avea detto con limpida -purità, egli contorce ed esagera; affoga tutto in una pomposa miseria -di voci, d'antitesi e di ampolle, dove sempre la frase è a scapito del -pensiero, l'idea è sagrificata alla immagine, il buon senso all'armonia -del verso. - -Eppure di fantasia e di facoltà poetica era meglio dotato che Virgilio: -ma questo ebbe l'accorgimento di gettarsi su tradizioni non discusse e -care ugualmente a tutta la nazione; Lucano si fermò ad un fatto, su cui -discordavano opinioni e interessi. Virgilio adulò, ma più Roma ancora -che i suoi padroni; Lucano, rassegnato ad obbedire a Nerone, esaltava -uno che non era l'uom del popolo, e che al più destava simpatie -patrizie. Virgilio fece egli stesso il suo poema; il poema di Lucano -fu fatto da quelle conventicole d'amici e compagnoni, che guastano -colle censure e colla lode. Virgilio covò nel segreto l'opera propria, -e tanto ne diffidava, che morendo ordinò di darla alle fiamme: Lucano, -ebbro degli applausi riscossi ad ogni recita, assicurava se stesso -che i versi suoi, come quelli d'Omero e di Nerone, sarebbero letti in -perpetuo[328], e morendo li declamava, quasi per confermare a se stesso -che, chi gli toglieva la vita, non gliene torrebbe la gloria. Virgilio -rimarrà il poeta delle anime sensitive: Lucano sarà il precursore -di quella poesia satanica, che vantasi invenzione del secol nostro, -nudrita di sgomenti e di disperazione, di tutto ciò che spaventa -o desola, e che compiacesi di scandagliar le piaghe dell'anima, -dell'intelligenza, della società per istillarvi il veleno della beffa e -della disperazione. - -E noi tanto rigore gli usiamo perchè quei difetti sono pure dell'età -nostra, e perdettero e perderanno altri eletti ingegni. - -Nè più che qualche lode di stile concederemo ad altri epici, i quali, -sprovvisti del genio che sa e inventare e ordinare, sceglievano i -soggetti non per impulso di sentimento, ma per reminiscenza e per -erudizione, e sostenevansi nella mediocrità coi soliti ripieghi -dell'entusiasmo a freddo, e colle descrizioni, abilità di chi non -ha genio. Tutto ciò che è mestieri ad un poema, tu trovi negli -_Argonauti_ (111) di Cajo Valerio Flacco padovano, nulla di ciò che -vuolsi ad un poema bello; non il carattere dei tempi, non l'interesse -drammatico, non la rivelazione del grande scopo di quell'impresa, -degna al certo d'occupare una società forbita e positiva. Non lascia -sfuggire occasione di digressioni; accumula particolarità di viaggi, -d'astronomia; con erudizione mitologica portentosa sa dire appuntino -qual dio o dea presieda alle sorti di ciascuna città od uomo, quanti -leoni figurino nella storia d'Ercole, in qual grado di parentela stia -ogni eroe coi numi, e la precisa cronaca degli adulterj di questi; e -l'espone senza nè l'ingenuità de' primi tempi che fa creder tutto, nè -la critica degli avanzati che investiga il senso recondito. Anche nello -stile barcolla fra le reminiscenze de' libri e l'abbandono famigliare, -che però non lo eleva alla naturalezza. Messosi sulle orme del greco -Apollonio da Rodi, corre meglio franco ed elegante quando se ne -stacca[329]. - -Più accortamente Cajo Silio Italico (25-95), di Roma o d'Italica -in Ispagna, scelse a soggetto la _Guerra punica_; ma sfornito -d'immaginazione, farcisce in versi ciò che da Polibio fu narrato sì -bene, e da Livio in una prosa senza paragone più ricca di poesia che -non l'epopea di Silio. Il quale, ligio alla scuola, v'aggiunse di suo -un soprannaturale affatto sconveniente, e finzioni inverosimili che -per nulla rompono il gelo perpetuo, mal compensato dall'accuratezza -di alcune descrizioni. Conosceva a fondo i migliori; di Cicerone e di -Virgilio era tanto appassionato, che comprò due ville appartenute ad -essi, ed ogni anno solennizzava il natalizio del cantore di Enea: ma il -suo era culto di divinità morte, e sacrificava la propria intelligenza -per pigiarla in emistichj tolti ai classici, faceva nascere i pensieri -a misura delle parole, e a forza d'erudizione e di memoria riempì -la languida vanità di quell'opera[330], la quale non ha tampoco i -difetti che abbagliano ne' suoi contemporanei, e che da alcuni sono -scambiati per bellezze. Plinio Cecilio, amico e lodator suo, confessa -che _scribebat carmina majore cura quam ingenio_, e che acquistò -grazia appo Nerone facendogli da spia, ma se ne redense con una vita -virtuosa, e tornò in buona fama. Console tre volte, proconsole in Asia -sotto Vespasiano, colle mani monde di latrocinj ritirossi in Campania, -comprando libri, statue, ritratti, curiosità di cui era avidissimo: -ma preso da malattia incurabile, si lasciò morire, come allora parea -virtù. - -Terenziano Mauro fece un poema sulle lettere dell'alfabeto, le sillabe, -i piedi e i metri, con tutto l'ingegno e l'eloquenza di cui sì ritrosa -materia poteva essere suscettibile; e giovò a farci conoscere la -prosodia latina, giacchè al precetto accoppiando l'esempio, usa man -mano i versi di cui parla. Lucilio giuniore, amico di Seneca, cantò -l'_Eruzione dell'Etna_. Conosciamo sol di nome i lirici Cesio Basso, -Aulo Settimio Severo, Vestrizio Spurina; e forse sono di quell'età -i distici morali (_Disticha de moribus ad filium_) di Dionisio -Catone, che nel medioevo ebbero molto corso. Le egloghe danno a -Giulio Calpurnio Siculo il secondo posto fra i bucolici latini, ma -ad immensa distanza da Virgilio; non come questo introduce pastori -ideali, sibbene veri mietitori, boscajuoli, ortolani semplici e rozzi, -cui imita fin nei modi di dire. Ha interesse storico la settima, ove -un pastore, tornato da Roma, narra i combattimenti che vi ha veduti -nell'anfiteatro. - -Ma in tanti poeti cerchereste invano uno di quei passi sublimi o -patetici, che accelerano il battito del cuore, o dilatano il volo -dell'immaginazione; qualche giusta e viva pittura di caratteri e di -situazioni reali della vita e del cuore. In abbondanza, in dovizia -di sentimenti vincono talvolta quelli del secol d'oro: ma esalano -in sentenze ed immagini, anzichè tener dietro al progresso d'una -passione; pongono l'arte nel voltare e rivoltare l'idea sotto tutti -gli aspetti ond'è capace, vincere le difficoltà descrivendo ciò che -non n'ha bisogno; e dove la parola propria o qualche calzante epiteto -basterebbero, sfoggiano scienza ed anatomia, che guastano l'effetto -dell'immaginazione, e tolgono il bello col mostrare d'andarne in -caccia. - -Prediletto spettacolo erano ancora il circo e la ginnastica, portati -all'eccesso; Caligola, Caracalla, perfino Adriano scesero nell'arena; -Comodo assaliva colla spada gladiatori armati di legno; si vollero -atleti che si colpissero alla cieca; Domiziano fece lottare nani e -donne; sotto Gordiano III, duemila gladiatori ricevevano stipendio -dal pubblico; nel circo offrironsi battaglie d'interi eserciti, ed -una navale da Elagabalo in canali ripieni di vino. Di mezzo a questi -sanguinosi clamori poteva prosperare l'arte drammatica? Meglio fu -favorita la pantomima, ove gl'imperatori non aveano a temere i fulmini -della parola. - -Alcune tragedie, gonfie di declamazioni e vuote di quel che appunto -costituisce il dramma, cioè l'azione, la vita animata, corrono sotto -il nome di Seneca: ma sono opera d'uno o più Stoici, d'immaginazione -senza giudizio, d'ingegno senza gusto, i quali fan parlare e morire la -vergine Polissena e il fanciullo Astianatte come un Catone in Utica; -eppure vi spruzzolano le empietà di moda, proclamando che tutto finisce -colla morte[331]. Passione falsa, contraddittoria, sempre esagerata e -nel bene e nel male; preferita la dipintura del furore, i caratteri -atroci, i colori strillanti alla tranquilla armonia de' quadri e al -graduale procedere delle passioni; fin dal cominciamento lo spettatore -deve restare attonito, atterrito, nè mai trovar riposo. Le donne -medesime hanno musculatura maschile, forsennati furori, amor materiale, -tanto che Fedra invidia Pasifae, esclamando, — Almeno ella era amata!» - -Destinate alle solite declamazioni non al teatro, in quelle tragedie -non sono nè concatenate le scene, nè variati i caratteri, nè -giustificate le situazioni; bensì tragicamente coloriti i racconti, e -sparsi di modi e pensieri arditi e franche sentenze, che quantunque -ivi si trovino per lo più fuor di posto, parvero degne d'imitazione -a Corneille, a Racine, ad Alfieri, a Weisse. Forse da esse venne alle -moderne tragedie quell'aria di declamazione che tanto le slontana dai -greci modelli, e quelle risposte concise ed epigrammatiche, le quali -dappoi sembrarono bellezze[332]. - -Non l'espressione de' sentimenti dell'anima, come nella lirica; non -la magnifica esposizione, come nell'epopea; ma un'idea generale del -bene, applicata argutamente a particolarità moderne, costituisce la -satira. Era perciò eminentemente propria de' Romani, che dietro di sè -aveano un'età, popolarmente dipinta come sobria e pudica; sicchè viepiù -risaltava il disaccordo fra la morale astratta e il mondo reale. - -Ma la pericolosa abilità della satira rado giova o non mai, produce -nemici, e trae spesso a saettare ciò che maggiormente rispettar -si dovrebbe, la virtù, le profonde convinzioni, la disinteressata -attività. Solo un cuore benevolo e la evidente intenzione del -miglioramento possono acquistarle lode: or questo trovasi nei satirici -latini? Essi meritano speciale attenzione, perchè un tal genere più -d'ogni altro risente l'influsso del tempo, da cui trae la materia, -i colori, la vita. All'età di Mario, quando gran parte ancora -conservavasi dell'antica rozzezza, quantunque la digrossassero le -mode greche, e al vizio, irruente coll'allettamento della novità, si -opponeva la sdegnosa repressione delle antiche virtù, comparve Lucilio, -che con modi plebei e festività plateale e sali caustici più che -lepidi, attaccò men tosto i difetti che le persone di qualunque grado -o stirpe. Al tempo d'Orazio, la civiltà greca era prevalsa col corredo -de' vizj eleganti, e colla conseguenza delle guerre civili, delle -proscrizioni, del mutamento di repubblica in impero. Dove era riuscita -inefficace la disciplina dei censori, poteva il satirico lusingarsi di -porre un freno alle voluttà, al lusso, all'ingordigia? Orazio, il cui -fino gusto comprendeva che la cosa da evitare di più è l'inutilità, -s'accontentò di porgere verità d'esperienza, precetti parziali di -qualità casalinghe, lezioni minute che s'imparano solo coi capelli -bianchi: ma ingegnoso a scorgere i difetti, arguto a dipingerli, non si -propone di farli aborrire; vuol trovare di che ridere, anzichè condurre -altrui all'austerità; imitando Augusto nel lodare le virtù vecchie -ed abbracciare i vizj nuovi, alla corruzione fa omaggio col mostrare -d'abbandonarvisi egli stesso a capofitto. In lui trapela il sereno -d'una società che si rallieta dopo lunghi patimenti, si riposa da fiere -convulsioni, e promettesi lunga durata; e Orazio, non mordendo, ma -solleticando, mira piuttosto a smascherare quelli che si danno aria -di virtuosi, e avvezzare ad un viver tranquillo e gajo, a sprezzar -le ricchezze, la potenza, tutti que' desiderj che turbano la calma; -accontentarsi del proprio stato, e cogliere fiori in sulla via. - -I tempi erano peggiorati col sistema imperiale, e alla corruttela -traboccante non poteasi opporre che il ferreo argine dello stoicismo, -irreconciliabile col vizio, armato di inflessibili sentenze. Decimo -Giunio Giovenale (42-122?), ispirato dal dispetto, non ride, ma si -corruccia; non saltella da cosa a cosa, ma fila la sua tesi a modo -dei retori, severo per proposito fin nella celia. Se però t'addentri, -sotto la generosa indignazione scopri un declamatore, onesto se vuoi, -ma che calcola sempre, non sente mai; protesta vigorosamente contro -la corruzione, ma quando sotto Trajano la franchezza non recava -pericolo; e sentenzia di pazzo chi per compiere una grande azione -mette a repentaglio la sicurezza proveniente dall'oscurità o dalla -scempiaggine: e quel suo finire una violenta declamazione con una -comparazione arguta o con una lambiccata[333], ti lascia in dubbio s'e' -parli da senno o da beffa. - -Nelle sedici sue _Satire_ intende abbracciare tutto quel che gli uomini -pensano, fanno, patiscono[334]. Nella prima rimpiange l'antica libertà -della parola; ond'egli, per cansar pericolo, l'accoccherà solo a morti. -La seconda rimorde i filosofi, severi all'esterno, corrotti dentro; -e i grandi, modelli di depravazione. Delle più vive è la terza, ove -ritrae gl'impacci di Roma e gli scomodi d'una metropoli. Una mette in -canzonella i senatori, gravemente convocati da Domiziano per decidere -sul migliore condimento d'un pesce: una le donne vane, imperiose, -dissimulate, libertine, avide, superstiziose: una chi ripone la nobiltà -nei natali, non nel merito. Or invitando un amico a cena, gli porge -la distinta dei cibi, per elogio della frugalità e rimprovero del -lusso; or festeggia un amico scampato dal naufragio, e perchè non si -creda interessata la gioja, assicura che quello ha figli, donde si fa -passaggio a ritrarre gli artifizj con cui si uccellava alle eredità de' -celibi[335]. - -Egli ci mostra Roma piena di Greci, che, capitati con un carico -di fichi e prugne, si posero ad ogni mestiero; grammatici, retori, -geometri, pittori, medici, auguri, saltambanchi, maghi, adulatori -che lodano i talenti d'uno scemo, pareggiano ad Ercole uno sciancato, -encomiano vilmente e son creduti, e si vendicano della vinta patria col -corrompere la vincitrice. Al cliente, coricato al desco col patrono, -tocca la continua umiliazione di vedere a questo il pan buffetto e il -vin pretto o l'acqua limpida; a sè una focaccia di farina muffa, acqua -fangosa, e il profumo dei frutti e delle delicature, e le celie del -signore, per corteggiare il quale egli innanzi l'alba lasciò moglie -e figli, e venne a batter la borra sul freddo lastrico del palazzo. -Il ricco ammira il poeta, gli presta la sala per leggere i versi, e i -liberti per applaudirlo, ma poi lo rimanda a dente secco: lo storico -riceve poco più d'uno scrivano: al grammatico è decimato il salario -dall'ajo o dall'economo. È di moda l'avvocato che si fece fare il busto -e la statua, che ha otto portinaj e non so quanti anelli, e la lettiga -dietro e un codazzo d'amici: mentre l'altro, il quale non è che onesto, -riceve in premio delle sue fatiche un prosciutto secco, cattivi pesci, -e vino colla punta; o se tocca una moneta, dee dividerla coi mediatori -che gli procurarono l'avventore. - -Tutto ciò espone Giovenale in tono di predica e febbricitando -d'indignazione, con amara beffa e stizzoso flagello. Ingegno nello -scegliere le circostanze, robustezza nel colorire non gli mancano; -nelle composizioni d'età matura va più pacato, e lascia prevalere -il riso allo sdegno; adopera linguaggio dotto, copioso, non mai -vulgare. Chi però volesse da lui desumere la vita privata de' Romani, -per riscontro alla pubblica dipinta da Tacito, resterebbe illuso da -quest'onesto mentitore, che vede da falso punto, ed espone iperbolico -e declamatorio. I tempi chiedeano ben altro che il riso d'un poeta: -nè riformarli poteva uno, che, mentre si querela della negletta -religione, la toglie in beffe[336]; che a turpissimi vizj oppone -aforismi cattedratici d'una virtù assoluta, generica, vaga[337]; che -per consolazione ai patimenti non sa suggerire se non il forte animo e -il disprezzo della morte. Messe a nudo le miserie del povero, proprie -di tutte le età o speciali di quella, qual voto fa egli? che tutti i -poveri antichi si fossero da sè esigliati da Roma[338]. Non ne potevano -dunque restar giovati i coetanei suoi: quanto ai posteri, leggendo -si consolano d'esser fatti tanto migliori, ma tornano ad Orazio, -de' cui mezzi caratteri trovano spesso il riscontro ne' mezzi uomini -contemporanei. - -Dopo che Orazio diede un esempio inarrivabile di scrivere la satira con -modi piani e popolari (_sermones per humum repentes_), ai successivi -fu rituale uno stile rotto e manierato: ma Giovenale nel verso, nelle -frasi, nelle parole stesse sorpassa tutti per originale rigidezza, -acquisita con assiduo studio; non voce, non passaggio inutile, non -verbo che non cresca vigore, non imitazione che sacrifichi il pensiero -alla frase; nulla di semplice, di affabile; non lingua appresa dal -popolo, ma decretata dai grammatici e dai retori. - -Nato ad Aquino, educato nelle solite scuole di declamatori, fin a -quarant'anni attese ai tribunali: avendo poi recitato ad alcuni amici -una satira contro di Domiziano e di un poeta a lui ligio, gli applausi -che ne riscosse lo drizzarono a questo genere. Adriano, credendosi -preso di mira in alcuni frizzi di lui, lo mandò in Egitto già -ottagenario, dandogli per celia il comando d'una coorte. Ivi morì di -noja e di rammarico. - -Aulo Persio Flacco (34-62), orfano di famiglia equestre volterrana, a -dodici anni venne a Roma sotto i soliti sciupateste; ma a ventott'anni -morì. Anneo Cornuto suo maestro ne pubblicò le satire, sopprimendo ciò -che credette cattivo o pericoloso; ed eccitarono viva ammirazione, -forse per quel sentimento che tante speranze fa sorridere dalla -tomba d'un giovane. Ma l'esperienza e le correzioni avrebbero potuto -togliervi l'affettata pienezza, o dargli l'immaginazione, senza cui -poesia non è? - -Sarebber esse a dire un sermone solo, trinciato poi dal suo -raffazzonatore in sei prediche sopra soggetti morali, oltre una -prefazioncella. Nella prima, egli burla il ticchio di far versi -e il mal gusto in giudicare: nella seconda, dardeggia la frivola -incoerenza de' voti onde i mortali sollecitano gli Dei: nella terza, -i molli giovani aborrenti da ogni seria occupazione: la quarta morde -la presunzione onde tutti credonsi capaci di tutto e principalmente -di governar gli Stati: nella quinta esamina qual uomo sia veramente -libero, e conchiude il savio: l'ultima punge gli avari, che negandosi -il necessario, accumulano per eredi scialacquatori. - -Come Orazio, Giovenale avea dedotto le sue satire dall'osservazione -propria, dalla conoscenza della vita: Persio invece soltanto dalle -scuole. Guasto nel midollo dallo stoicismo di queste, sprezza non -solo il superfluo, ma il necessario[339]; fa colpa del più innocente -atto, se la ragione non vi assenta[340]; all'uomo intima non esser lui -libero, perchè ha passioni; condanna i raffinamenti della civiltà, il -vestir bene e l'usare profumi. - -Ah! ben altri vizj deturpavano il suo tempo; infamia di delatori, -avvilimento del senato, insolenza di liberti, stravizzo e bassezza -di tutti. Ma Persio non sapeva nulla di ciò, perchè nulla gliene -avevano detto nella scuola; solo udito in generale che il secolo era -corrotto, si prefigge di manifestare il suo ribrezzo con aerea e filata -discussione da gabinetto, sovra argomenti prestabiliti, non su quelli -che, cadendogli sott'occhio, lo stizzissero od ispirassero. Con quella -superba generosità vede e parla esagerato; insiste sulla medesima tesi, -comunque simuli arditi passaggi e dure inversioni; cerca minuzie e -sottilità e figure retoriche e tropi, anche quando sembra passionato. - -Orazio, uom di mondo, urtante e riurtato dagli uomini, è sempre -l'autore del momento, nè diresti avesse già pensato jeri a quel che -getta sulla carta allorchè il vizioso o il malaccorto gli dà tra' -piedi; ti porta sul luogo; al vizio attribuisce persona e nome, sicchè -tu lo conosci, e le particolarità sfuggono meno alla mutata posterità. -Persio invece sta sulle generali, con pitture vaghe e costumi e scene e -personaggi indeterminati; argomenta scolasticamente ove gli altri due -discorrono saltuariamente; e le poche volte che cerca il drammatico -andamento di Flacco, diventa oscuro ancor più dell'usato; talchè -l'attribuire le botte e le risposte a quest'interlocutore piuttosto che -a quello, è laborioso indovinamento de' commentatori. Ai quali pure diè -fatica quel suo stile ambizioso, ove mancando sempre d'immagini, e non -sapendo vestire i concetti filosofici reconditi, la sterilità delle -idee dissimula sotto una lingua bizzarra, congegnata di parole piene -pinze. Il suo verso è sonoro, ma spesso ambiguo: e se Lucilio imitò i -Greci, e Orazio imitò Lucilio, Persio imita Orazio, catena nella quale -egli rimane troppo dissotto; perocchè in Orazio troviam sempre begli -argomenti, trattati con arte squisita, varietà somma, digressioni -felici, e l'arte di coprir l'arte. Quindi egli è sempre venusto, -Giovenale austero, Persio arcigno; egli pien di lepidezze, Giovenale -di sarcasmo, Persio d'ira; l'uno persuade, l'altro scarifica, il terzo -filosofeggia: sicchè amiamo il primo, temiamo il secondo, il terzo -compassioniamo. - -Oltre queste satire, e quella che Sulpicia moglie di Galeno scrisse _de -corrupto reipublicæ statu_ quando Domiziano cacciò d'Italia i filosofi, -ne correano in Roma altre democratiche, libera espressione di sdegno le -più volte, d'applauso talora, progenitrici delle odierne pasquinate, -e i cui autori restavano incogniti, ma più nazionali che le poesie -letterarie[341]. - -Altri colori a dipinger la vita domestica de' Romani somministra -Petronio Arbitro marsigliese nel _Satyricon_ (66), misto di prosa e -di versi (pag. 137). Suppongono costui fosse ministro delle voluttà -di Nerone, e le descrivesse; ma pare che, più d'un secolo dopo, -qualche curioso ne trascrivesse i passi che più gli piacevano e che -soli a noi arrivarono, sconnessi, oscuri, aggrovigliati, donde non -trapela altra intenzione se non di abburattare libertinamente il -libertinaggio del suo tempo, corrompendo con aria di riprovar la -corruzione, ed ubriacandosi nell'orgia comune. Trimalcione, uom di -dovizie splendidissime, tronfio quanto baggeo, in cui altri crede -adombrato Claudio, altri il successore di esso, noi più volentieri -l'ideale dei tanti ricchi lussurianti nella Roma d'allora, v'è -circondato da parasiti, da filosofi, da poeti, dall'infame voluttà -dei grandi. Eumolpo, tolto a mostrare ai convitati qual deva essere -il poeta vero, insegna non bastare a ciò il tessere belle parole in -versi armoniosi, ma volersi generosi spiriti, evitare ogni bassezza -d'espressione, dar rilievo alle sentenze; e propone ad esempio un suo -componimento sopra le cause della guerra civile, forse per appuntare -Lucano che non le accenna, e con gravi parole tassa il deterioramento -dei costumi. — Già il Romano teneva soggiogato tutto il mondo, nè però -era satollo; ricercando scorrevansi i seni più reconditi; e se alcuna -terra vi fosse che mandasse oro, aveasi per nemica. Non piacevano -i gaudj noti al vulgo, o la voluttà comune colla plebe; traevansi -dall'Assiria l'ostro, dalla Numidia i marmi, le sete dai Seri, dagli -Arabi i profumi; nelle selve dei Mauri cercavansi le fiere; correvasi -fin nell'Ammone, estremo dell'Africa, per averne l'avorio; e le tigri -caricavano la nave per bevere umano sangue fra gli applausi del popolo -a modo dei Persiani. Deh vergogna! si recide agli adolescenti la -pubertà, acciocchè sia prolungata la fuga de' celeri anni; ma piaciono -le bagasce, e il rotto portamento del corpo snervato, e i cascanti -capelli, e i nuovi nomi delle vesti disdicevoli ad uomo. Una mensa -di cedro svelto dalle terre africane, e turme di schiave, e splendido -ostro si pone; e vuolsi ornare l'oro istesso. Ingegnosa è la gola; lo -scaro si reca vivo sulla mensa, immerso nel mar Siculo, e conchiglie -svelte dai lidi Lucrini: già l'onda del Fasi è deserta d'augelli, e -nel muto lido le sole arie mormorano fra i deserti rami. Nè minore è -la rabbia in campo, ed i compri Quiriti volgono a guadagno i suffragi; -venale è il popolo, venale la curia dei padri, pagasi il favore; anche -ai vecchi cadde la libera virtù, e il potere e la maestà giaciono -corrotti dalle ricchezze: talchè Roma ruinata è merce di se stessa, e -preda senza riscatto». Allora trae fuori un macchinamento della fortuna -e dell'inferno che predicono i mali avvenire, e della discordia che -abbaruffa Cesare e Pompeo. - -Il _Satyricon_ è il primo romanzo latino che conosciamo: maggior fama -levò quello di Lucio Apulejo, la cui vita stessa è un romanzo. Nato -bene a Medaura colonia romana in Africa, al tempo degli Antonini, -studiò a Cartagine, in Grecia, a Roma[342]; viaggiò, aggregandosi a -varie fraternite religiose[343], e recitando dappertutto arringhe, -secondo l'andazzo d'allora. Alcune di queste (_Floride_) ci arrivarono, -copiose d'erudizione quanto tapine di critica e credule all'eccesso; -eppure gran nome gli acquistarono, e perfino statue. - -A forza di spendere, non avanzò di che farsi consacrare al servizio -d'Osiride. Riguadagnò col piatir cause, e meglio collo sposare -Pedentilla, vedova di quarant'anni e di quattro milioni di sesterzj. I -parenti di questa gli posero accusa d'averla innamorata con sortilegi; -ma citato davanti al proconsole d'Africa, si scolpò con un'apologia, -che ci rimane bizzarro testimonio dei pregiudizj correnti. Magie e -siffatte superstizioni più tardi egli derise, ma senza deporle; e -sebbene nella _Metamorfosi_ o l'_Asino d'oro_ ne faccia la satira, -credeva che i demonj potessero immediatamente sull'uomo e sulla natura. - -Il concetto dell'_Asino d'oro_ è derivato da Luciano, ch'esso pure lo -dedusse da Lucio di Patrasso: ma il nuovo episodio d'Amore e Psiche -è degno di stare fra quanto ci lasciò di più squisito l'antichità. -Appunto perchè oscuro, quel romanzo fu interpretato in mille guise: i -Pagani fecero d'Apulejo un semidio miracoloso da opporre a Cristo: nel -medioevo s'andò a cercarvi il segreto della pietra filosofale: indi i -metafisici vi trovarono indicato l'avvilimento dell'anima pel peccato, -finchè la Grazia non la sollevi: molti vi attribuiscono l'intenzione -di rialzare i misteri, caduti in discredito; eppure ne rivela le -abominazioni, quantunque per verità l'XI libro esponga nella loro -bellezza quelli d'Iside e Osiride, dandocene informazioni preziose. - -Ricco di cognizioni storiche, non raggiunge a gran pezza Luciano per -fecondità di genio o acume nel cogliere il senso de' sistemi filosofici -e trovarne il lato ridicolo; tanto meno poi nell'accuratezza dello -stile: anzi in uno scrivere prolisso, oscuro, pretensivo, vacillante -tra parole arcaiche e nuove, lascia sentire quanto fosse imbarbarita la -romana lingua. - -Le opere non solo più importanti ma anche migliori di quest'età sono -le storiche. Cornelio Tacito (54-134?), nato a Terni nell'Umbria di -famiglia plebea, entrò nella milizia, poi si fece avvocato, e scrisse -molte arringhe; sostenne la questura e la pretura sotto Domiziano, vide -la Germania e la Bretagna, fu anche console, e menò lunga vita, più -tranquilla che non parrebbe dalla severa scontentezza de' suoi scritti. - -In mezzo a quei vivi contrapposti di buoni e cattivi signori, -all'agonia del bene e del male, egli contemplava in silenzio una -lotta senza vigore; e prima d'esporsi al pubblico sguardo, aspettò -la maturanza degli anni. Passava i quaranta allorchè per gratitudine -scrisse la vita d'Agricola suo suocero, sollevando la biografia alla -dignità di storia, coll'introdurvi gli eventi d'un popolo nuovo, cioè -il britannico, del quale sa cogliere le particolarità più significanti. - -Vi mandò dietro la descrizione della Germania, quasi volesse mettere -in vista quelle genti rozze ma integre, che sovrastavano minacciose -alla depravata civiltà dell'impero. Poche pagine, eppure è uno -dei lavori più importanti dell'antichità, ed incomparabile modello -dell'arte di dir molto in breve. Le cose vide egli stesso o le udì da -suo padre; e vuole opporre alla viziosa decrepitezza del suo secolo -la vigorosa integrità di genti nuove. Ignaro della lingua teutonica, -dovette frantendere troppe cose; riscontrò gli Dei di Grecia e di -Roma ne' germanici; le imperfette cognizioni che ne acquistò, tradusse -cogl'inesatti equivalenti d'una civiltà affatto diversa. La studiata -brevità poi non basta a gran pezza a significare ciò che lo storico -concepisce, o converte la parola ad uso diverso dal comune. Ciò scema, -non toglie a Tacito il merito di offrir le prime pagine della storia -moderna. - -Sperimentate le sue forze, diede mano alla storia di Roma in trenta -libri da Galba a Nerva, il regno del quale e di Trajano, come tema più -ricco e più sicuro, serbava per istudio di sua vecchiezza. Ma poi trovò -più conforme al suo genio di descrivere in forma di annali le atrocità -o le follie dei primi quattro successori d'Augusto (pag. 119). Gran -parte del lavoro andò perduta; nè delle _Storie_ ci restano che quattro -libri e il principio del quinto, in cui è abbracciato poco più che -l'anno 69: degli _Annali_ ne avanzano dodici con molte lacune; perito -quanto si riferiva al restante regno di Tiberio, a quel di Caligola e -gran parte di Nerone; poi ci vien meno affatto quando gli avrebbe dato -tanta importanza il mostrare il cambiamento di dinastia. - -Nessuno seppe meglio rendere drammatico il racconto, ove -minutissimamente espone la vita politica, e le relazioni de' principi -col popolo romano. Storico filosofo, gran conoscitore del cuore, -e dipintore inarrivabile de' caratteri, la grave moralità lo rende -indignato col suo tempo, che egli anatomizza senza remissione come un -cadavere; e se tra l'indagine gli casca sotto al coltello una parte -ancor vitale, la manda al taglio medesimo; e il supplizio dei Cristiani -descrive come quello di tant'altre vittime, spettacolo al tiranno o al -popolo. Di religione non si briga, pur riferendo tante superstizioni; -ma ammette una potenza superna, moderatrice delle cose e delle azioni -umane, non senza dubbj però[344]: come tutti i pensatori, predilige -la forma repubblicana d'una volta, ma riconosce la necessità del -principato, poco sperando fin ne' governi temperati[345]: protestando -contro il suo secolo anche collo scrivere, sbandisce ogni modo -naturale e semplice di concepire e di esporre, e si forma uno stile -artifiziato, tutto suo, ora di vivace rapidità, ora di calma maestosa, -semplice nella grandezza, qualche volta sublime, originale sempre, da -non permettersi una parola di più, nè un fior d'espressione, nè lusso -d'immagini, nè cadenza e periodo, come chi non ambisce di piacere, -ma vuol che si pensi, che ogni frase istruisca, ogni parola porti un -senso, e a tal fine sia precisa per l'oggetto e vaga per l'estensione. -Senza modello, rimase senza imitatori. Gli toccò la fortuna di godere -della propria gloria, sebbene forse la dovesse piuttosto ai versi e -alle orazioni, che andarono perdute, al par di una sua raccolta di -facezie. Tra i posteri fu caro a chiunque legge meditando, a chiunque -in pubbliche calamità ha bisogno di fremere e rinvigorir la coscienza -contro i terrori e la seduzione. - -Cajo Svetonio Tranquillo (70-121?), oltre le vite dei Dodici Cesari, di -cui già parlammo (pag. 118), scrisse quelle de' retori, de' grammatici -e forse de' poeti, e sui giuochi dei Greci, sulle parole ingiuriose e -sul vestire dei Romani, sempre con istile corretto, senza fronzoli nè -affettazione. - -Vellejo Patercolo (m. 31?), campano, narrò la storia universale -dall'origine di Roma fino al suo tempo; ma ci rimane quel solo che -concerne la Grecia e Roma, dalla rotta di Perseo al decimosesto anno -del regno di Tiberio. Caldo di patriotismo, attento alle persone più -che alle cose, devoto a Tiberio come un soldato al suo generale, fino -ad alterare e sopprimere i fatti. Germanico per lui è un infingardo, un -eroe Sejano; nella cui disgrazia dicono che Vellejo andasse ravvolto, -non come complice, ma come amico[346]. - -In generale gli storici latini mostransi più parziali quanto più -dominati dallo spirito romano: ma procedendo l'impero, crescono in -umana giustizia. Tacito da un capitano barbaro fa dipinger al vivo -l'ambizione romana[347], sebbene poi egli stesso si diletti alla strage -de' Brutteri[348]: Vellejo è il primo a confessare che Roma distrusse -Cartagine per odio, e mostra compassione pei vinti Italiani[349]. -Purgato nello scrivere, ma oratorio, è in tentenno, vuol conchiudere -ogni fatto con sentenze concettose, sfoggiare colori poetici, antitesi, -voltar e rivoltare il medesimo pensiero: poi, lodi o biasimi, è -declamatore, e dopo narrata la morte di Cicerone, esce contro Antonio -in un'invettiva, che a forza d'esser veemente riesce ridicola. - -Dalla caduta di Sejano cominciò Valerio Massimo una raccolta di _Fatti -e detti memorabili_ in nove libri, senza giudizio raccolti, senza -critica disposti, senza gusto narrati. Predilige gli esempj che tengono -del prodigio, e le circostanze che più sentono di strano; ne scapitino -pure il vero e la semplicità storica. Perciò piacque ne' mezzi tempi, -e fu ricopiato assai volte e carico di glosse. La bassa lega del suo -stile, quella declamazione inalterabilmente fredda e severa, fecero -ad alcuno supporre che l'opera qual oggi l'abbiamo sia un compendio, o -piuttosto un estratto fattone da non so quale Giulio Paride. Il prologo -a Tiberio nausea per adulazione. - -Giustino diresse a Marc'Aurelio[350] un compendio delle _Storie_ di -Trogo Pompeo, dette _Filippiche_ perchè dal settimo libro innanzi -trattavano dell'impero macedone. Daremo colpa agli abbreviatori d'aver -fatto perdere gli originali, o merito d'averne almen parte conservato? -Per verità mal possiamo chiamare compendio questo di Giustino, pieno -di digressioni, e sempre largo nel raccontare; se non che ommette ciò -che non gli sappia di curioso o d'istruttivo, confonde la cronologia, -non sa connettere le parti, e beve in grosso; colpa forse del suo -originale, di cui potrebbe esser merito il bello stile. - -Di Lucio Anneo Floro, probabilmente spagnuolo, i quattro libri della -_Storia romana_ dalla fondazione della città fin quando Augusto chiuse -il tempio di Giano, son piuttosto un panegirico in istile poetico, ove -trascura la cronologia, esagera i colori, tutto rinforza coll'enfasi -e coll'interrogazione che comanda d'ammirare. Ingegnosi sono molti -de' suoi pensieri, ed espressi sovente con forza e precisione; ma -l'eccesso di sentenze e i tumori poetici rendono freddo e stucchevole -il racconto. I Galli, dopo distrutta Roma, sono assaliti alle spalle da -Camillo, e uccisi in tal numero che «coll'inondazione del loro sangue -vien cancellato ogni vestigio degl'incendj». Le navi di Antonio erano -sì vaste, che «non senza fatica e gemito il mar le portava». L'Oceano -pare si faccia tranquillo e propizio allorchè la flotta reca le prede -a Roma, «quasi confessandosi inferiore»: e invece sembra aver fatto -accordo con Lucullo per debellare Mitradate. Fabio Massimo, occupate -le alture, di là scaglia armi sui nemici; «e fu bello il vedere quasi -dal cielo e dalle nubi avventati fulmini sugli abitatori della terra». -Bruto spira sopra l'ucciso Arunte, «come volesse l'adultero perseguire -sin nell'inferno». Le guerre dei Galli servivano ai Romani di cote, -onde affilar il ferro del loro valore. Narra la spedizione di Decimo -Bruto lungo la costa Celtica? v'assicura che non arrestò il vittorioso -cammino finchè non vide il sole calar proprio nell'oceano, anzi udi il -friggere del suo disco al toccar delle acque. - -Vuolsi però che alcune delle sue gonfiezze sieno interpolate. -Certamente ha l'arte, così importante ne' compendj, di cogliere i punti -principali, e lasciar da banda le particolarità inconcludenti, benchè -spesso non offra che i contorni: credulo poi e superstizioso, accetta -prodigi assurdi e piglia grossolani errori di fisica e di geografia. Da -Livio si scosta spesso; e introduce una idea che s'avvicina a ciò che -ora chiamiamo filosofia della storia, attribuendo all'impero romano tre -età, d'infanzia, adolescenza, giovinezza; questa suddividendo in due -secoli, a cui aggiunse come corona l'età d'Augusto. - -A questi tempi vien collocato da alcuni Quinto Curzio Rufo, da altri -con Costantino; e poichè nessun antico ne fa menzione, v'ha chi lo -crede un frate moderno: tanto manca di carattere proprio. Chi l'accetti -come un romanzo, e non s'offenda della gonfiezza e dell'indefesso -sentenziare, lo troverà limpido narratore e descrittor fiorito. Anzichè -i migliori biografi d'Alessandro, ormò i più creduli e favolosi; della -cronologia o di conciliare i fatti contraddittorj che raccoglie, nè di -indagare se alcun vero poteva sotto le favole celarsi, non si briga. -Poco seppe di greco, pochissimo d'arte militare, nulla di geografia -e d'astronomia: il monte Tauro confonde col Caucaso, lo Jassarte col -Tanai, mentre distingue il mar Caspio dall'Ircano; fa eclissar la luna -quand'è nuova[351]. Nelle parlate vuol far pompa di belle parole e -sentenze, convengano o no; e gli Sciti sfoggiano teoremi del Portico -greco, e gli eroi spavalderie da scena. Detto a quali indegnità -Alessandro adoperasse l'eunuco Bagoa, soggiunge che le voluttà del -Macedone furon sempre lecite e naturali. - -Altri storici sono ricordati: Lucio Fenestella; Servilio Noniano; -Fabio Rustico, spesso citato da Tacito: la greca Pamfila sotto Nerone -fece una storia universale in trentatre libri: Svetonio Paolino, un -de' migliori generali di Nerone, descrisse la sua spedizione di là -dall'Atlante nell'anno 41, adoprata spesso da Plinio maggiore; il quale -per le cose d'Oriente appoggiasi a Licinio Muciano, che raccolse ancora -i discorsi, gli atti e le lettere degli antichi Romani, e che portava -indosso una mosca viva, come preservativo della vista[352]. Sono -interlocutori nel dialogo _Della corrotta eloquenza_ Giulio Secondo che -narrò la vita di non so quale Giuliano Asiatico, e Vipsanio Messala -che descrisse la guerra tra Vespasiano e Vitellio ed altri fatti. -La vita di Nerone e le guerre civili che precedettero il regno di -Vespasiano espose Cluvio Rufo, che andò perduto, ma servì di fondamento -ai successivi. Vivendo in tempi che l'amministrazione era ridotta -nei misteri dei gabinetti, dovettero starsi alle pubbliche dicerie, e -tacere ciò che potesse sgradire ai tiranni. - -Gli autori della _Storia Augusta_, vissuti sotto Diocleziano o poco -dopo, biografi meglio che storici, sul modello di Svetonio, c'informano -dei vizj e delle virtù degl'imperatori, dell'educazione, del vitto, -del vestire, anzichè sulle grandi rivoluzioni che allora si compivano: -poveri anche di stile e d'ordine, ti pare nei loro racconti si riveli -la confusione che cresceva sempre più nel romano impero. Forse il solo -Flavio Vopisco fu testimonio oculare; gli altri narrano per udita o -per lettura, variando stile e pensare secondo le fonti; imbeccati da -un autore, passano all'altro e ne ricavano i fatti medesimi, senza dar -segno d'accorgersi della ripetizione, che talvolta è fin tripla. Qual -fiducia avervi? Eppure da essi soltanto teniamo moltissimi fatti e -particolarità di costumi pei censettantott'anni abbracciati da quelle -trentaquattro biografie, le quali pare siano state trascelte da alcuno, -al tempo di Costantino, fra le molte che esistevano[353]. - -A Roma concorreano per trovar pane e onori, o per istudiare uomini -e cose, i sapienti e i letterati d'ogni paese; e i Greci benchè non -avessero cessato di disprezzare la lingua e la letteratura di Roma, -benchè pochissimi di loro degnassero adoprarne la lingua, quali -Fedro, Ammiano, Macrobio, pure trovavano degno tema la politica e gli -eroi di essa. Il più famoso retore greco Dione Crisostomo dissuase -Vespasiano dall'accettar l'impero, osò dire la verità a Domiziano; e -Trajano, quando entrava trionfante in Roma, vistolo tra la folla, il -fece montar seco sul carro. Vespasiano e Tito protessero specialmente -Giuseppe, ebreo di Gerusalemme, perciò intitolato Flavio, il quale nei -sette libri delle _Guerre giudaiche_ celebrò le loro vittorie sopra -la sua patria. Appiano alessandrino era stato colpito di meraviglia -nel veder venire ambasciadori per offrire nazioni nuove a Roma, e -questa ricusarle, desiderosa ornai di conservarsi, non di crescere; -onde scrisse una storia, dove non restringe lo sguardo a sola Roma. -Del suo lavoro ci rimangono le guerre puniche, quelle di Mitradate, -dell'Illiria, cinque libri della civile, e alcun che delle celtiche, -prezioso monumento. Conobbe gli artifizj della guerra, e narrò col -modo schietto che s'addice alla verità, sebbene siasi valso fin delle -parole, non che dei sentimenti degli autori a cui si appoggiava. -Erodiano ci lasciò otto libri della storia degli imperatori, dalla -morte di Marc'Aurelio a quella di Massimo e Balbino, assicurando di -riferire ciò solo di cui fu testimonio oculare. Negligendo geografia -e cronologia, con felice brevità e buon giudizio sceglie i fatti che -più servono a rivelare un'età infelice, ove la politica non poteva che -obbedire alle circostanze, e la pazienza dei Romani infondeva baldanza -ai soprusi dei loro padroni. - -Di ben altra levatura è Cassio Coccejo Dione, bitinio di Nicea, da -Comodo e dai successivi imperadori cresciuto d'onorificenze. Per -ordine ricevuto in sogno, ridusse in otto decadi la storia di Roma, -cominciando da Enea, molto particolareggiato sino alla morte di -Elagabalo, poi affatto compendioso fino ad Alessandro. Esatto nelle -cose che egli stesso vide, nel resto compila, rinzeppa il racconto -di miracoli e sogni: vi sa dire che il sole apparve or più grande or -più piccolo avanti la giornata di Filippi; Vespasiano guarì un cieco -colla saliva; una fenice volò per l'Egitto nel 790 di Roma. Malmena -Cicerone, Bruto, Cassio, Seneca, altri grandi perchè repubblicani; e -quasi unico fra gli antichi, parteggia per Cesare ed Antonio, e adopra -a legittimare il dominio degl'imperatori. Espone accuratamente l'ordine -dei comizj, lo stabilimento dei magistrati, e le vicende del diritto -pubblico: onde è dolore che tanta parte ne sia perduta, come pure la -sua storia dei Persiani e de' Goti. - -Plutarco da Cheronea in Beozia (n. 48), il più divulgato fra gli -scrittori antichi, nelle _Vite parallele degli uomini illustri_ -pone a confronto un Greco con un Romano. Ignorava le lingue, e -perfino la latina, sebbene fosse vissuto in Roma; onde s'espose a -falli grossolani. I ducencinquanta autori che cita non assimilò, -ma continuamente citandoli trabalza di asserzioni in asserzioni -contraddittorie e non risolute; non ordinando per tempo gli -avvenimenti, lascia confusione, cresciuta dalle allusioni frequenti ed -oscure, e da viziose digressioni morali. Senza sentimento del passato, -dipinse tutti gli eroi col colore medesimo, di qual età, patria, -condizione si fossero, senza le gradazioni e misture che offrono la -vera fisionomia d'un uomo; non vedendo man mano che il suo personaggio, -non gl'importa di contraddirsi nella vita d'un altro; lo segue -dappertutto, al campo, sul trono, in casa, tra gli affari, accogliendo -aneddoti senza scelta nè temperanza: eppure è ben lontano dal -presentarceli interi; Cesare e Pompeo ci delinea tutt'altri che nella -storia; di Cicerone narra i sogni, le lepidezze, non i fatti pubblici, -nè tampoco ne lesse le orazioni. - -Egli, che qualificano di _giudizioso_, crede all'oroscopo di Pirro, ai -sogni di Silla, ai corvi che cascano per il fragore degli applausi, a -teste di bovi sacrificati che sporgono la lingua e lambono il proprio -sangue. Tu aspetti che ti spieghi le cause d'un gran fatto; ed uscirà -a narrarti o di serpenti che si annidano nei talami, o d'uccelli che -volano in sinistro, o di portenti paurosi, e tutto con una schiettezza -o dabbenaggine, che mostra quanto l'uomo rimpicciolisca nelle ubbie al -mancare della religione. - -Ne' paralleli, più ingegnosi che solidi, ben discosto dalla grandezza, -dall'industria, dalla profondità di Tacito, s'arresta a somiglianze -superficiali; propende pei Greci, onde mostrare che non sempre furono -sì abjetti come al suo tempo. Senza concetto determinato e fecondo, si -anima delle passioni de' contemporanei o degli autori da cui attinge, -presenta come eroismo l'oblìo dei sentimenti naturali, levando a cielo -Timoleone e Bruto che uccidono fratelli e figli, esaltando in Catone -quel che ogni onest'uomo deve riprovare. Eppure si concilia i lettori, -persuadendoli che dice loro quel che veramente pensa; non mira ad -ingannarli anche quando s'inganna egli stesso; non pretende dettar -dalla cattedra: la stessa semplicità de' suoi riflessi, non gravidi di -pensieri come quei di Tacito, ma consentanei al buon senso generale, -alletta i leggitori, contenti che anche alla mente loro già si fosse -presentato ciò che lo storico suggerisce. - -Dovendo noi ricordarne ciò solo che concerne la storia italica, -nomineremo le sue _Quistioni romane_, ove cerca l'origine d'alcuni -usi di quel popolo: perchè nelle nozze dicesi alla sposa di toccar -l'acqua e il fuoco, e s'accendono cinque ceri nè più nè meno? perchè -i viaggiatori creduti morti, tornando a casa, non devono entrar per la -porta, ma calarvisi dal tetto? perchè si copre il capo nell'adorar gli -Dei? perchè l'anno comincia in gennajo, e le tre parti del mese non -si compongono dell'ugual numero di giorni? perchè non s'intraprende -viaggio il giorno delle calende, delle none e degli idi? perchè le -donne baciano i parenti in bocca? perchè proibite le donazioni fra -marito e moglie? Le risposte, se spesso scipite, talvolta illustrano -i costumi. Pose anche a parallelo avvenimenti greci con romani, per -provare che quelli mal si reputano favolosi se trovano riscontro nella -storia vera; assunto eccessivo e mal sostenuto. Trattando _Della -fortuna dei Romani e di quella d'Alessandro_, fa opera da sofista -onde dimostrare che i primi dovettero tutto alla fortuna, l'altro alla -propria virtù. - -Mentre questi componevano, altri autori criticavano o raccoglievano, -non già per divulgare l'istruzione fra la classe che n'ha bisogno, -bensì per risparmiare fatica a quella gioventù ben nata, che per -condizione doveva saper molte cose, e non avea voglia di studiare. -Grammatici e filologi acquistarono in ciò importanza; e alla mediocrità -fu dato immortalar il nome di alcuni genj, che altrimenti sarebbero -periti. Trista considerazione! - -Un Aulo Gellio, o Agellio (chè neppur il nome se n'accerta), vivente -sotto Marc'Aurelio, nelle _Notti attiche_ compilò ad uso de' suoi -figli quanto udì o lesse di meglio; e sebbene insacchi senza gusto nè -discernimento, ci ha conservato rilevantissime notizie e documenti -antichi, simile a' musei che si formano coi frammenti ricavati da -città che più non esistono. Specialmente importa il libro vigesimo, -ove digredisce sulle XII Tavole. Secondo gli autori da cui ritrae, -varia di stile; robusto talora, talora anche bello, ma già vi si sente -il trasformarsi, della latina favella, l'affettazione dell'arcaismo, -deplorabile segno di decadenza, come il rimbambire de' vecchi. Racconta -egli che, eletto dai pretori a decidere d'alcune minute differenze -fra privati, gli si presentò uno, asserendo aver prestato una somma -a un altro che negava. Non v'avea testimonj, non scritta; ma l'attore -godeva onesta fama, sinistra il convenuto. Gellio trovavasi impacciato -nel caso; i compagni suoi sostenevano non potersi condannar uno senza -prove; Favorino gli citò Catone che, in un'evenienza somigliante, -diceva doversi far ragione della virtù dei due contendenti: ma Gellio -non seppe prender partito in un caso, a parer suo, tanto intralciato. - - - - -CAPITOLO XLII. - -Belle arti. Edilizia. - - -Dall'arte espressa colla parola è ovvio il passaggio all'arte espressa -coi colori e colle forme materiali. Nella quale non è costume vantare -i Romani, avendo essi trovato forse più dignitoso, certo più comodo -l'arricchirsi colle spoglie altrui. Anticamente è menzionato un Fabio -Pittore: ma pochissimi artisti romani accenna Plinio; Cicerone affetta -di dimenticare fin il nome di Policleto[354], e quasi si scusa d'avere, -tra le indagini d'avvocato, risaputo il nome di Prassitele[355], e -protesta di non intendersene punto, d'esser ignorante come gli altri -Romani sopra materie cui i Greci attaccano tanta importanza; nè la -boria nazionale rattiene Virgilio dal cedere agli stranieri la gloria -del ben dipingere, scolpire, arringare[356], purchè si serbi a Roma il -vanto di domare i popoli e di dar leggi. - -Da principio ogni lavoro d'arte era etrusco, o fatto da Etruschi, pel -cui mezzo soltanto forse i Romani conobbero quelle particolarità che -noi chiamiamo greche, com'è il triglifo dorico sormontato da dentelli -jonici al sepolcro di Scipione Barbato, del 456 di Roma. L'acquedotto -della via Appia, costruito nel 310, non porge forme architettoniche, -andando sotterraneo; ma di quel tempo attorno al fôro si fecero portici -per gli argentieri e banchieri. - -Una seconda età comincia quando, conosciuta la coltura greca, si -cercarono arti da Siracusa, da Capua, dal vinto Oriente. Il tempio -dell'Onore e della Virtù, dedicato nel 205, fu il primo che si ornasse -di fregi greci, tolti a Siracusa; e fu alzato da Cajo Muzio, secondo un -pensiero di Marcello, che li volle attigui in modo, che non si entrasse -al primo se non passando per l'altro: concetto simbolico. Allora al -rozzo tufo vulcanico, detto peperino (_lapis albanus_), si vennero -surrogando il travertino e il marmo: il fôro fu decorato suntuosamente: -nel 147 colle spoglie macedoniche, portate da Metello, si eressero -il magnifico tempio di Giove Statore periptero, opera di Ermodoro da -Salamina; e quel di Giunone, prostilo, cinto da gran cortile a colonne. - -Durante la seconda guerra punica venne innalzato un tempio a Giunone -Ericina, uno alla Concordia; poi quello dell'Onore fuori porta Capena; -indi quelli di Giunone Sòspita, di Fauno, della Fortuna Primigenia; -poco stante due altri a Giove in Campidoglio, e quello alla dea Madre -ed alla Giovinezza; posteriormente il tempio a Venere Ericina, e uno -alla Pietà nel circo Massimo. - -Il Tabulario, archivio e tesoro, eretto 78 anni avanti Cristo sul -clivo del Campidoglio, è a grandi portici, i cui archi esternamente si -aprono tra mezze colonne doriche; alle quali probabilmente sovrastava -un ordine di corintie. Il tempio della Fortuna Virile, ora Santa Maria -Egiziaca, prostilo pseudoperiptero jonico, mostra forme vigorose, -come il tempietto funerario di Publicio Bibulo sul clivo orientale del -Campidoglio. Superò ogni anteriore magnificenza il tempio della Fortuna -a Preneste eretto da Silla, e de' cui rottami si fabbricò Palestrina. -Vi si ascendeva per sette vasti ripiani, il primo e l'ultimo de' quali -erano ricreati da serbatoj di acqua: al quarto serviva di pavimento il -musaico che ora fa il vanto del palazzo Barberini a Roma, e che Plinio -dice il primo lavorato in Italia. - -Silla stesso fece rinnovare il Giove Capitolino, Mario il tempio -dell'Onore, Pompeo quel di Venere Genitrice. Il Panteon, fatto -costruire da Vipsanio Agrippa 26 anni avanti Cristo, è una rotonda, -illuminata soltanto dall'apertura della cupola, la quale ha l'altezza -e il diametro di quarantatre metri, ed è ammirata singolarmente pel -pronao di sedici colonne corintie, di trentasette piedi in altezza -sopra cinque di diametro, ciascuna d'un pezzo solo di marmo; e tanti -secoli non le smossero[357]. - -Sotto Augusto, fu circondato di portici il suntuoso circo Flaminio, -e sorsero il portico d'Ottavia, la piramide di Cestio, il teatro di -Marcello, il tempio di Giove Tonante. Il mausoleo d'Augusto nel Campo -Marzio innalzavasi a varj piani, verdeggianti d'alberi; in sulla cima -la statua dell'imperatore; davanti alla porta terrena due obelischi -egizj, e all'intorno boschetti e viali, serpeggianti fra il Tevere, -la via Flaminia e porta Popolo. Dappoi la magnificenza degl'imperatori -e dei ricchi moltiplicò occasioni agli artisti, che crearono un nuovo -stile grandioso e caratteristico, improntato della romana magnificenza, -benchè essi fossero greci tutti o i più. - -De' quali alcuni furono portati schiavi a Roma; qualche altro vi venne -libero, come Arcesilao, Zopiro, un Prassitele che scrisse su tutti i -lavori di belle arti allora conosciuti; una Lala di Cizico, ritrattista -nella galleria di Varrone; Valerio d'Ostia, che inventò di coprire gli -anfiteatri. Le monete romane, grossiere dapprima, dopo il 700 di Roma -emulano quelle di Pirro e d'Agatocle; ma gli incisori erano nostrali? -Che se Antioco Epifane chiamò in Atene l'architetto romano Cossazio pel -tempio di Giove Olimpico, ed Ariobarzane re di Cappadocia si valse dei -due fratelli romani Cajo e Marco Stallio per rifabbricare l'Odeone di -Atene, rovinato nell'assedio di Silla, chi ci assicura che in queste -commissioni non avessero parte l'adulazione o la raccomandazione de' -potenti? Degli altri architetti romani perirono fino i nomi; e così i -libri di Fusisio, di Varrone, di Settimio. - -Anche nell'età più splendida si ricorreva ad artisti greci; greci -furono gli architetti, mediante i quali Augusto, secondato da Agrippa, -mutò il Campo Marzio in città marmorea; nella Grecia Pomponio Attico -fece lavorare gli ermi pel suo Tusculano[358], e comperò statue per -le ville di Cicerone; Verre fece fondere molti vasi di tutto oro a -Siracusa. - -Il costui nome rammenta il modo più consueto onde i Romani acquistavano -capidarte, rapendoli ai vinti o ai sudditi. Lucio Scipione recò in vasi -mille quattrocenventiquattro libbre d'argento, e mille ventiquattro in -oro: ducentottanta statue di bronzo e ducentrenta di marmo abbellirono -il trionfo di Marco Fulvio sopra gli Etolj: Silla ridusse Atene a uno -scheletro, espilò i tre più ricchi tempj d'Apollo in Delfo, d'Esculapio -in Epidauro, di Giove in Elide, del quale portò a Roma fin le colonne -e la soglia di bronzo della porta: Fulvio Flacco scoperchiò il tempio -di Giove Lacinie presso Crotone per collocarne i tegoli di marmo -sul tempio della Fortuna Equestre: Varrone e Murena fecero a Sparta -tagliar le pareti per trasportare degli affreschi[359]: le sfingi e gli -obelischi d'Egitto, le statue di Grecia, i soli di Babilonia venivano -ad abbellire Roma: Agrippa pagò un milione ducentomila sesterzj -due tavole d'un artista greco per ornare i suoi bagni: Lucullo fece -trasferire da Apollonia in Campidoglio un Apollo alto trenta cubiti, -ch'era costato cencinquanta talenti: Lentulo vi collocò due busti: -Ortensio fabbricò un tempio sol per riporvi gli Argonauti di Fidia, -comprati cenquarantaquattromila sesterzj: Augusto comprò statue da -disporre sulle piazze e nelle vie, pose nel fôro due quadri della -guerra e del trionfo; nel tempio di Cesare un Castore e Polluce e -una Vittoria, opere di Apelle; nella curia due freschi di Nicia e di -Filocare[360]; raccolse anche musei di varie rarità, de' quali uno era -stato già unito da Scauro figliastro di Silla, sei da Cesare, uno da -Marcello di Ottavia. - -Quando si pensi che questo arricchirsi della patria nostra faceasi a -desolazione dell'altrui, possiamo congratularcene noi Italiani? Viene -alle nazioni come agli individui l'ora del compenso, e noi ripagammo e -ripaghiamo le violenze esercitate dai nostri padri. - -Tanti tempj sono ricordati nella sola città; ma niuno ne paragoni -la mole al San Pietro di Vaticano e ai nostri duomi[361]: e quanto -fossero piccoli lo attestano i ruderi della Sibilla Tiburina, del -Giove Clitunno nella campagna di Roma; quelli di Vesta e della Fortuna -Virile sono ben minori del Panteon, il quale ognun sa che fu sollevato -per cupola a San Pietro; in Campidoglio, sovra spazio minore di quel -che oggi occupi il Vaticano, ergevansi sessanta tempj; moltissimi -attorniavano il fôro; e se crediamo a Plinio, il Giove Feretrio non -era lungo più di quindici piedi. Nè di vasti recinti era mestieri là -dove il popolo non veniva ammesso a vedere le funzioni sacre, serbate a -sacerdoti o a matrone; bastando che alla soglia deponesse le ghirlande -o i donativi. - -Sparsi per la città e sui fondi privati v'avea pure sacelli ad Ercole, -a Nenia, alla Pudicizia, agli Dei Lari, con un'ara e talvolta la statua -della divinità. I serapei forse servivano anche a cure salutari, come -quello di Pozzuoli, parallelogrammo di sessantacinque su cinquantadue -metri all'esterno, ove molte cellette sono simmetricamente disposte -attorno a un cortiletto porticato, in mezzo al quale sorgeva una -rotonda aperta sovra colonne; e sembra destinata alla purificazione per -acqua. La schiera di sedie forate nelle due camere agli angoli, forse -serviva ai bagni a vapore. - -Entro quei tempj erano altari ed are[362] stabili e ornati, e foculi -mobili. Si ornavano di emblemi e delle frondi sacre al Dio, come il -pino per Pane, l'ulivo per Minerva, il pioppo e le mazze per Ercole, -mirto e colombe per Venere, aquile e quercia per Giove, pampani e tirsi -per Bacco. Variava pure il sagrifizio che agli Dei si faceva; buoi -a Giove, tori a Nettuno, vacche a Latona, cinghiali a Bacco, troje -a Cerere; e in generale vittime bianche agli Dei celesti, nere agli -infernali; e quelle col capo alzato e ferendole dall'alto in basso, -queste col capo chino e colpite da sotto in su, per modo che il sangue -sgorgasse non sull'altare ma in una fossa. Ne' tempj si sospendeano i -voti, come dai naufraghi vesti e tavolette a Nettuno, dai guerrieri -armi a Marte, dai gladiatori spade ad Ercole, dai poeti ciocche di -capelli ad Apollo. - -Nel teatro di Emilio Scauro, preparato nel 694, tre ordini di colonne -sovrastavano uno l'altro; dietro di esse, pareti di marmo al primo -piano, di vetro al secondo, al terzo di tavolette dorate; tremila -statue di bronzo compivano l'addobbo, più ricco che di buon gusto, e -che dovea durare il solo tempo che Scauro rimaneva edile. Perocchè un -senatoconsulto del 597 vietava i teatri permanenti, e primo Pompeo nel -697 ne fece uno di pietra, capace di quarantamila spettatori. Cesare, -che abbellì il Campidoglio e fabbricò un fôro ricchissimo, costruì la -prima arena pei conflitti navali (naumachia); ed Augusto una maggiore, -avente seicento metri di lungo sopra quattrocento di largo; una terza -Trajano. Statilio Tauro eresse in Campo Marzio il primo anfiteatro -di pietra. Il circo, equivalente allo stadio e all'ippodromo greco, -era traversato per lo lungo da una spina, ornata di statue, colonne, -obelischi, attorno alla quale volgeansi le corse de' cavalli e de' -cocchi, finchè toccassero le mete, colonnette finite in cono. Il circo -Massimo, che risaliva all'età dei re, fu ampliato da Cesare, poi da -Trajano: di quel di Caracalla rimangono gigantesche rovine, ampio -trecensettanta metri sopra sessantuno. - -Quantunque della vôlta si trovi vestigio in edifizj non solo della -Grecia e dell'Italia prisca, ma fin dell'Indie e dell'Egitto, pure -nemmeno i Greci ne' bei tempi seppero trarne gran profitto; di modo che -le fabbriche non erano più grandi di quanto il comportavano i tetti -piani di pietra; e le colonne, parte principale e caratteristica, -distando appena la lunghezza d'un'imposta di marmo o d'una trave, non -era possibile avventurarsi a vasti edifizj, nè variare le forme. - -Roma sin dal nascere imparò dagli artisti nazionali la vôlta, che fa -già buon uffizio nelle nostre città pelasgiche, e che curvossi sopra ai -meravigliosi acquedotti e alle cloache, bastanti a mostrare tutt'altro -che bambina la città de' Tarquinj. E l'arco diventò distintivo -dell'architettura romana; progresso importante, giacchè con esso -possono concatenarsi piloni e pareti ben più distanti, coprire vaste -aree con tetti solidi quanto facili, ottenere variato movimento di -linee allo interno ed all'esterno. Archi posero dovunque fabbricarono -i Romani: or al fondo d'una piazza quadrata o attorno ad una circolare -aprirono emicicli, coperti da mezze cupole; ora di intere ne formarono -con archi concentrici; ora a varj piccoli archi ne circoscrissero -uno maggiore, o gl'incrociarono in direzioni differenti; voltarono -la cupola sopra spazj rotondi od ottagoni; fecero aperture sopra -aperture. E l'architettura romana appunto trae un carattere proprio, -forte e potente, dall'accoppiare la volta italica al colonnato greco. -Anche quando, alla greca, sostennero i portici con colonne, dall'una -all'altra gettarono l'arco, mascherandolo con un finto architrave. -Pertanto al colonnato non diedero perfezione intrinseca, nè seppero -unificarlo colla volta; mentre il rispetto agli esempj greci toglieva -di fare che tutte le linee si volgessero in alto, armonizzandosi -meglio, come poi si fece nell'architettura gotica. - -Gli architetti, sebbene venuti di Grecia, secondarono l'indole romana, -così da uscirne un'arte originale, dove le parti dedotte dalla greca -da essenziali riducevansi ornamentali. Colonne e fregi acquistavano le -vittorie? commettevasi agli architetti d'accordare queste parti antiche -col concetto di nuovi edifizj. L'architrave mal s'affaceva coll'arco, -nè il tetto angoloso colla convessità della cupola: i triglifi e i -dentelli perdevano significato, dacchè entro non v'avea le travi, di -cui figurassero la sporgenza. Il frontone, che tra i Greci seguitava -continuo, presentando la retta e il pinacolo formato dalle pendenze del -tetto, qui cambia destinazione, e talvolta appare sotto al cornicione, -o sovrasta ad una porta, a una finestra, a una nicchia; invece di un -grandioso facendosene molti piccoli, talora spezzati, o rotondi, o -soverchiati da più grandi. La colonna, che ne' Greci era il canone non -solo per misurare l'edifizio, ma per caratterizzarlo, non restò più -che un ornamento, destinato ad interrompere la continuità del muro -che dovea sostenere il peso perpendicolare e insieme la pressione -obliqua della volta. Potè dunque alzarsi sopra un piedestallo, talora -altissimo, come negli archi di trionfo, sminuendo di figura come -d'importanza: nel Panteon la troviamo posta nell'interno d'un arco, -indipendente da esso, sicchè non sostiene che un cornicione il quale -non sostiene nulla. Talora si attaccò e si affondò nei pilastri, -adoprati non solo come teste al modo greco, ma tutt'al lungo della -parete: o, come vedesi a Pompej, le colonne erano mutate da un ordine -all'altro col rivestirle di stucco, senza curarsi dell'alteramento -delle proporzioni. - -E poichè l'ordine dorico era troppo severo da piegarsi al capriccio -o al bisogno, di rado i Romani lo adoperarono, attribuendo questo -nome ad uno cui ne aveano tolto i tratti caratteristici: al capitello -jonico levarono la diversità tra la fronte e i lati della voluta: ai -due terzi inferiori del capitello corintio sovrapponendo il capitello -jonico, formarono il composito: l'ovolo fu tronco in alto, e i dentelli -schiacciati al basso: i capitelli vennero ornati con varietà; or -alle volute e ai caulicoli sostituendo aquile ed encarpi, come in uno -della villa Mattei; ora sulle pieghe delle foglie facendo posare dei -grifi, come in uno a San Giovanni Laterano; o riempiendolo di frutti, -come in uno a San Clemente; o di trofei e vittorie, come in uno a San -Lorenzo; o facendo da genietti alati sorreggere un festone sormontato -dall'aquila, come in uno del palazzo Massimi. Gli ordini stessi si -mescolarono, e nel teatro di Marcello il cornicione jonico imposta su -colonna dorica; nel Coliseo i tre ordini sormontano l'uno all'altro. - -Venne ad estendersi l'ordine toscano, che, spoglio di scolture e -di fregi, con capitello e base semplicissimi, cede in ricchezza ed -eleganza ai greci quanto li vince in solidità. D'altra parte si formò -l'ordine composito o trionfale, ricchissimo, che alle leggere volute -alzantisi dal fogliame del corintio surroga le robuste dello jonico, -allunga la colonna fino a sei diametri, ed orna la cornice di dentelli; -le membrature della trabeazione richiede più varie ed ornate, con -mensole e modiglioni, sporgenti per sostenere il fastigio. Il tempio -di Milasso nella Caria, ad onore d'Augusto e della dea Roma, è per -avventura il primo esempio d'ordine composito e delle decorazioni -eccessive, di cui quell'età cominciò a compiacersi: del qual genere -serbiamo il tempietto di Vesta a Tivoli. - -Vitruvio muove lamento che, mentre i Greci non si scostavano mai dal -possibile e dal concetto originario della capanna di legno, accademica -origine delle costruzioni, i Romani non volessero brigarsi di queste -minute convenienze, e nelle cornici inclinate de' loro frontoni -mettessero i dentelli sotto ai modiglioni, il piacevole preferendo -al sistematico. E da Vitruvio impararono i pedanti a chiamar difetto -ogni deviazione da regole prestabilite: ma l'arte romana vaneggiò -assai più che non la greca colle linee rette, le superficie piane -e le forme angolose; anche imitando v'improntò il genio proprio, -sia coll'ingrandire, sia coll'atteggiarle a potenza e solidità. Di -rimpatto vi mancano la perfezione delle linee, le delicate relazioni -delle parti, l'armoniosa simmetria del tutt'insieme: e fin nel -Panteon, ch'è de' più corretti, all'angolo del frontone si desidera la -dolcezza con cui i Greci sapevano unire le due linee superficiali del -triangolo[363]. - -Non si tardò a traviare; e già l'arco che Tiberio ergeva al suo -antecessore è sregolatamente largo, sostenuto da piloni di muro, con -due magre colonne, e dall'una all'altra un frontone mal impostato: -quel di Trajano ad Ancona pecca dell'eccesso contrario, pigiato fra i -pilieri, oltrechè gli altissimi basamenti si straccaricarono di inette -modanature; in quel di Tito le colonne alzansi fin a nove diametri -e mezzo. Ben presto vi si sbizzarrì di mescolanze, s'allungarono le -colonne fino al doppio, s'introdussero ornati stravaganti, si profusero -colori luccicanti, che non devono più parere un imbarbarimento dopo -che si trovarono ne' monumenti migliori di Grecia. Ludio le pareti -delle case caricava di paesaggi e vendemmie e scene campestri, -unendovi ghiribizzi architettonici; del che restano esempj nei bagni -di Tito, e in molte pareti di Pompej. Il gusto degli imperatori -dovette pregiudicare alle arti: Tiberio piacevasi di oscenità; -Caligola abbatteva le teste degli Dei per sostituire la propria, e -fece ritagliare da due quadri la faccia di Giove per inserirvi quella -d'Augusto; Nerone dorava le opere di Lisippo e i proprj palazzi. Pure -conservasi una testa di lui e di Poppea, carissime di pensamento e -di condotta: e il busto di Seneca del museo Borbonico, probabilmente -contemporaneo dell'originale e fatto a Roma, ove abitualmente quel -filosofo visse, è una delle più belle fusioni. - -Augusto, nel tempio da Giulio Cesare eretto in Campidoglio, collocò -la Venere Anadiomena di Apelle, trasferita da Coo, e stimata cento -talenti, modello della bellezza perfetta. Il Palazzo d'oro di -Nerone (pag. 111) abbracciava parte del colle Palatino, del Celio -e dell'Esquilino: cominciava da un vestibolo, cinto da tre lati di -portici d'un miglio ciascuno, che chiudevano prati, vigne, foreste: -dappertutto oro, pietre, perle: alle sale da mangiare faceano soffitta -tavole d'avorio mobili e versatili, per poterne far piovere fiori ed -acque odorose; e la più grande e rotonda girava dì e notte come il -mondo: cinquecento statue di bronzo vi furono portate dal solo tempio -di Delfo[364], tra le quali forse apparivano le famose dell'Apollo -di Belvedere e del Gladiatore Borghese: il colosso dell'imperatore -era opera d'Atenodoro. Vespasiano trasse molte statue di Grecia, e i -magnifici ornamenti del tempio di Gerusalemme per arricchire quello -della Pace. - -Affinchè il popolo non vi oziasse, nei teatri dapprima non si faceano -gradini da sedere: ma Pompeo li fece tollerare col mettervi in cima -un tempio di Venere, sicchè il popolo avea l'aria di sedere sulle -scalee di questo. Più nazionali erano gli anfiteatri; e il Coliseo o -Colosseo, fabbricato forse dagli Ebrei che Tito menò schiavi, forma -un'elissi, svolgentesi nell'interno per ducentrentanove metri, col -ricinto esterno appoggiato sopra ottanta archi, che in quattro ordini -architettonici sovrapposti elevansi fino a quarantanove metri; tutto -marmo e statue. Dentro girano quaranta file di sedili, pure marmorei, -da capirvi quasi novantamila spettatori: sessantaquattro vomitorj danno -sfogo alla moltitudine: corridoj e scale erano distribuiti di maniera -che ognuno potesse, giusta il proprio grado, arrivare agevolmente -ai posti assegnati. Un velario proteggeva all'uopo dal sole e dalla -pioggia: zampilli di fontane rinfrescavano, e spesso profumavano -l'aria: altr'acqua era guidata nell'arena in rigagnoli imitanti la -delizia dei giardini, o dilagavasi per opportunità di conflitti navali: -di sotto, per serbare le fiere, s'aprivano vasti sotterranei, che ai -dì nostri furono scoverti, ma tosto richiusi per le fetide esalazioni -dell'acqua stagnante. Roberto Guiscardo, mille anni più tardi, temendo -non divenisse cittadella contro di lui, demolì la metà del Coliseo; il -resto servì di petraja per successivi edifizj, e massime pei palazzi -Farnese, di Venezia e della Cancelleria: eppure quelle sublimi ruine -ancora rendono attoniti[365]. - -La colonna coclite di Trajano, la cui altezza di quarantaquattro metri -indica di quanti il monte Quirinale si fosse spianato per formare il -fôro circostante, è la prima di tal genere che si conosca, imitata -da tutte le seguenti, e basterebbe a rendere famoso quel periodo -dell'arte. Dorica, del diametro di metri 3. 63, è in trentaquattro -rôcchi di marmo lumachella, fissati con arpioni di bronzo: al terrazzo, -che sulla sommità circonda la statua dell'imperatore, si ascende per -centottantadue scalini a chiocciola ricavati nel vivo, e rischiarati -da quarantatre finestruole. La grossezza dei massi e la solidità de' -gradini mostrano come si ebbe riguardo alla durata; e il tempo ne fece -ragione. La fasciano ventitre spire d'un bassorilievo, su cui contarono -duemila cinquecento figure, alte due piedi, che, con pensiero unico, -raffigurano le due spedizioni di quell'imperatore contro i Daci, e -illustrano i costumi di Roma e de' suoi alleati e nemici: capolavoro -di composizione, ove sono espresse all'occhio le operazioni militari -più importanti, come marcie, accampamenti, battaglie, oppugnazioni; in -tanta moltiplicità e piccolezza facendo variatissime le fisionomie, -e ciascun popolo distinto per vestire ed armi particolari, oltre -all'espressione di trionfo o di sconfitta. Il piedestallo è adorno di -trofei, aquile ed altri fregi, tutto così naturale e fino, e con tale -armonia delle particolarità, che formò la meraviglia e lo studio di -Rafael Sanzio, di Giulio Romano, di Polidoro da Caravaggio[366]. - -La piazza era attorniata da fabbricati insigni, fra cui un arco di -trionfo, e la basilica Ulpia. A questa, dopo cinque gradini di giallo -antico, si entrava da mezzodì per tre porte, ciascuna con portico: -quattro file di colonne la divideano in cinque navi: il pavimento di -marmo giallo e violetto; le pareti incrostate pur di marmo bianco; -la soffitta di bronzo, e attorno statue. Architettolla Apollodoro -di Damasco, al quale pure attribuiscono l'arco di Ancona portante la -statua equestre dell'imperatore, e il ponte sul Danubio da noi altrove -lodato. - -Adriano, passionato per le arti, in cui egli medesimo esercitavasi, -trasportava o faceva copiare quanto vedeva negl'incessanti suoi giri; -di molti edifizj abbellì Roma e la Grecia, e d'un anfiteatro Capua. La -Mole Adriana, ora Castel Sant'Angelo, unita al ponte Elio, era vestita -di rame, con quarantadue colonne, ciascuna delle quali sosteneva una -statua, e sulla sommità una quadriga coll'effigie dell'imperatore, di -tali dimensioni, che un uomo entrava nel cavo dell'occhio d'un cavallo. -Aggiungono fosse d'un pezzo solo; il che però è a mettere a fascio col -miracolo di Detriano architetto suo, che dicono trasportasse da luogo a -luogo il tempio della dea Bona e il colosso di Nerone, ritto in piedi e -sospeso, per forza di ventiquattro elefanti. Singolarmente si piacque -Adriano di abbellire la villa di Tivoli, che copriva un giro di dieci -miglia, con due teatri; il marmo v'era profuso, formandone persino -letto al lago, nel quale rappresentavansi navali conflitti: simbolo -materiale dell'eclettismo d'allora, v'erano copiate le situazioni -meglio gradevoli e i più grandiosi edifizj di Grecia, oltre un'immagine -degli Elisi; statue d'ogni paese, divinità babiloniche, sfingi -egiziane, numi greci, idoli etruschi, vasi corintj; chi sa se anche -bassorilievi indiani e porcellane della Cina? - -Sull'esempio di questi imperatori, privati e città s'abbellirono -di edifizj: e i più degli insigni che onorano quasi ogni città -provinciale, vanno ascritti a quell'età; come gli anfiteatri di -Otricoli, Cagliari, Agrigento, Alba, Verona, Capua, Pola d'Istria; i -tempj di Assisi, di Todi, di Foligno, di Padova, di Rimini, e quello -scoperto poc'anzi a Brescia; l'acquedotto di Spoleto, il ponte di -Narni. Buoni monumenti di allora sono il Marc'Aurelio a cavallo, -posto sulla piazza del Campidoglio, e la colonna Antonina, quantunque -scapiti da quella di Trajano per la distribuzione dei gruppi e per -l'esecuzione delle figure, mal compensate da alcuni concetti felici, -com'è la Fama che, scrivendo le geste sopra uno scudo, separa le guerre -germaniche dalle marcomanne. Per imitazione si eseguirono statue di -stile greco antico, altre di granito rosso all'egiziana: ma che si -sapesse disegnare egregiamente bastano a provarlo le due statue di -Antinoo, oltre quella del Belvedere, cui forse a torto il costui nome -si attribuisce. Piene di vita e nobiltà sono le teste nelle monete de' -Giulj e de' Flavj, e ingegnosi e ben eseguiti i rovesci. - -Dopo quel momentaneo lustro ricaddero le belle arti. Gli Antonini le -neglessero per la filosofia: però il Pio dispose a Lanuvio una villa, -della cui splendidezza ci dà saggio una chiave d'argento per l'acqua -dei bagni, pesante quaranta libbre. Alessandro Severo s'ingegnò di -rifiorire le arti, cinse di statue il fôro Trajano, eresse molte -fabbriche e le terme, dipingeva egli stesso, e inventò l'intarsiare -marmi di vario genere[367]. - -Degli archi trionfali, genere ignoto ai Greci, il primo fu eretto a -onore di Fabio, vincitore degli Allobrogi e degli Arverni, 139 anni -avanti Cristo: dappoi per vittorie, per benefizj, per adulazione si -moltiplicarono; quali ad una sola apertura, come quel di Tito a Roma, -e di Trajano ad Ancona; quali a due o a tre, come quelli di Costantino -e di Settimio Severo. Mirabile semplicità mostra quello di Susa per -Augusto; e forse n'è contemporaneo quel di Pola, probabilmente funebre. -Altri ne sono sparsi per Italia[368]. I bassorilievi del Settizonio di -Settimio Severo sono mal condotti, sebbene lodevolissima la sua statua -di bronzo, ora nel palazzo Barberini. - -I ritratti romani, dapprima a foggia di erme colla sola testa, dappoi -talvolta sono busti armati con corazze a trofei, vittorie, leoni, -quali il Lucio Vero del Vaticano e uno della villa Albani; talaltra -togati, come il Claudio nel braccio nuovo del Vaticano, l'Augusto negli -Uffizj di Firenze, il Genio d'Augusto nella rotonda del Vaticano, e il -Caligola della villa Borghese, han la toga sul capo. Ve n'ha a cavallo; -ve n'ha in trono, come la statua di Cervetri e il Tiberio del museo -Chiaramonti; ve n'ha di foggiati da eroi e semidei, nudi e stanti, -come il bellissimo Pompeo del palazzo Spada, al cui piede vuolsi -fosse trafitto Cesare, il Marco Agrippa dei Grimani a Venezia. Al -dechino delle arti prevalsero i busti colle spalle e parte del torace, -alcuno anche colla mano e qualche panneggiamento, e finiti in linea -circolare. Peccano di gonfiezza, massime quelli delle imperatrici: han -barba e capelli inanellati col trapano, e alcuna volta con marmo di -vario colore, come anche le vesti, e con occhi riportati, ed accessorj -studiati con affettazione, mentre l'espressione del viso casca nel -triviale. Eppure i ritratti sono quel che di meglio ci tramandò la -scoltura romana, conservando l'individualità. - -Le stesse medaglie, che al principio di quest'età erano migliori delle -greche, riduconsi rozze e grossolane: pure ne restano di bellissime, -massime di Gallieno e di Postumo, e un medaglione di Triboniano Gallo. -Avendo sott'occhio tanti eccellenti modelli, poteva quando a quando -taluno porre studio in quelli per modo d'emularli; fatto isolato, e che -nella storia dell'arte convien distinguere bene dal vero progresso. - -Insomma se la Grecia nocque a Roma per la filosofia e pei costumi, -giovò per le arti. Mentre la scoltura romana è pesante, fredda, secca, -copiaronsi con felicità gli originali greci; e v'ha chi crede che i -capolavori tramandatici dall'antichità, salvo i modernamente scoperti, -sieno copie eseguite a Roma, e che colla perfezione dell'originale vi -si senta l'inferiorità del copista. Non conservavasi nè la grandezza a -Fidia, nè la grazia a Prassitele, quali apparvero nella Venere di Milo -o nei marmi del Partenone: nell'Apollo del Belvedere fu cancellata la -realtà, scomparvero i muscoli, mentre insigne è il concetto: la Venere -Capitolina da certe configurazioni si conosce modellata sopra una -romana, ma avendo presente l'opera d'un greco. Che se fra noi ammiransi -tanto le opere romane, chiunque viaggiò la Grecia e l'Asia Minore sa -come scapitino a paragone delle indigene. - -All'intento governativo de' Romani meglio si confacevano le opere -di genio civile, e massime intorno alle acque. Già 115 anni avanti -Cristo, Emilio Scauro asciugava le paludi del Po con canali tra Parma -e Piacenza; vaste operazioni si intrapresero per sanare le Pontine, e -Augusto vi scavò un canale parallelo alla via Appia; a tacere i lavori -fuor d'Italia, sotto Tiberio si divisò di voltare nella Chiana l'Arno, -che prima affluiva nel Tevere e cagionava piene: ma fa meraviglia -come i Romani non provvedessero a incanalare questo fiume, che spesso -allagava la loro capitale, e fin dodici volte nell'anno 22. Nerone -cominciò un cavo arditissimo, che per censessanta miglia dal lago -d'Averno doveasi congiungere da un lato col lago Lucrino e il golfo di -Baja, dall'altro con Roma per le paludi Pontine[369]. Cesare tentò, -Claudio compì lo scolo del lago Fùcino nel Liri per l'emissario più -grandioso d'Europa, per 5600 metri fra montagne calcari, sostenuto con -muri ed archi, e dove lavorarono trentamila persone, nè sapevasi tenere -la drittura altrimenti che coll'aprire spiragli in cima. - -Roma piantava sopra un labirinto di fogne, onde urbs pensilis la -chiamava Plinio; mentre file immense di archi reggeano le doccie che -da molte miglia lontano guidavano l'acqua, e che ancora colle loro -ruine interrompono pittorescamente la spopolata campagna romana. Il -primo acquedotto, fatto a studio di Appio Claudio il 311 avanti Cristo, -portava l'acqua da otto miglia lontano: per quarantatremila passi, -sorretto da settecentodue archi, la portava quel di Cajo Dentato, -di quarant'anni posteriore: poi Marcio Re condusse da Subiaco, per -sessantunmila passi, l'acqua Marcia, alla quale si congiunsero poi -la Tepula e la Giulia. Frontino, che al tempo di Trajano descrisse -gli acquedotti, conta che per 13,594 tubi distribuivano 1,320,600 -metri cubici d'acqua ogni ventiquattr'ore. L'acqua Vergine, dovuta ad -Agrippa, venendo sopra settecento archi fuor di terra, con quattrocento -colonne marmoree e trecento statue, alimentava centrenta cisterne[370]. -Era uno sfoggio eccedente di forza, quasi l'acqua non dovesse giungere -ai trionfanti che sopra archi trionfali; nè a torto Frontino anteponeva -queste opere alle piramidi egiziane. Di simili restano vestigia in -altre città dell'impero; e delle più insigni era l'acqua Claudia, che -per cinquanta miglia, dal Principato Ulteriore provvedeva molte città -e Napoli, e finiva alla Piscina Mirabile presso il capo Miseno, gran -serbatojo per le navi. - -Più di ottocento bagni contava Roma sotto gli Antonini, di cui erano -principali quelli d'Emilio, Cesare, Mecenate, Livia, Sallustio, -Agrippina. Plinio rammenta Sergio Orata contemporaneo di Grasso, che -inventò d'introdur nelle camere acqua calda, per modo che evaporando -scaldasse. Di Ninfei, grandi cupole con zampilli, erano sparse le rive -dei laghi d'Albano, di Nemi, Lucrino, Fùcino. - -Talmente estese erano le terme, che Ammiano Marcellino le paragona -a provincie (_in modum provinciarum extructa lavacra_); ed occupano -ancora grandissimo spazio quelle di Caracalla, alimentate dall'acqua -Marcia che passa sull'arco di Druso. Oltre i bagni, servivano ad -esercizj ginnastici, giuochi, accademie, altre riunioni: le ornavano -preziosi capidarte, e vi furono trovati l'Ercole di Glicone, la Flora, -il toro Farnese, il torso di Belvedere, il musaico del Laterano, e -quantità di vasi e d'altre preziosità. La colonna che sta in piazza -Santa Trinità a Firenze, è una delle otto che sorreggeano la sala di -mezzo. Più vaste erano le terme di Diocleziano, con portici e sale -capacissime, di cui una copre cinquantanove metri per ventiquattro, e -luoghi di divertimento ed un museo. Il Panteon formava solo un membro -delle terme d'Agrippa; e i rabeschi di Rafaello nelle loggie Vaticane -imitano quelli delle terme. Baja ed altre vicinanze di Napoli offrivano -terme naturali; e bellissimo avanzo n'è il Truglio, rotonda di venti -metri di diametro interno, a volta elittica. - -Mediante gli archi furono agevolati anche i ponti, che talvolta -erano decorati di statue e d'archi trionfali: ed otto ne avea la -sola Roma[371]. Poco capaci erano i porti, destinati a navi ben più -piccole delle nostre; ma fari, canali, bacini, cantieri, cale, piscine -formavano un complesso di edifizj maestoso. Cesare propose, Claudio -eseguì un porto alla foce del Tevere, cui Trajano aggiunse un bacino -esagono di ducensessanta metri il lato, cinto di colonnette di marmo -numerate, per attaccarvi le navi. Attribuiscono ad Augusto il porto -di Miseno, e quello di Ravenna con magnifico faro. Quel che chiamano -ponte di Caligola, sono avanzi del molo a traforo che dovea proteggere -l'antico porto di Pozzuoli. - -All'unità, cui Roma aspirava, d'importanza suprema riusciva il -costruire strade; e alcune avanzano tuttora ad attestare quanto -meritassero l'antica rinomanza (pag. 573). Partendo dal _miliario -aureo_, collocato in mezzo al fôro Romano, si spiegavano queste fin -alle colonne d'Ercole, all'Eufrate e al Nilo, vincendo difficoltà -d'ogni sorta, spropriando i possessori, colmando valli, accavalciando -fiumi, spianando alture, forando montagne, perchè questa gran catena -connettesse alla metropoli le provincie. Cinque metri eran larghe le -maggiori: per fondo gettavansi frantumi di pietre, legati con calce e -pozzolana; poi un miscuglio di calcina, creta e terra, e talvolta anche -di ghiaja e calcistruzzo; indi ciottoli o pietre poligone informi, e -nelle città cubi regolari: a Pompej ed Ercolano sono di lava, connessi -con calce e pozzolana, e le vie sono tirate a filo e con marciapiedi. - -Magnifiche erano in Roma la Sacra e la Trionfale: la prima, cominciando -ad oriente del fôro Romano, dal Coliseo radeva il tempio d'Antonino -e Faustina, e per gli archi di Costantino, di Tito e di Settimio -Severo saliva al Campidoglio. Entravano dall'altra i vincitori lungo -i campi del Vaticano e del Gianicolo; poi dal ponte e dalla Trionfale -venivano alla via Retta, al Campo Marzio, al teatro di Pompeo, al circo -di Flaminio, ai teatri d'Ottavia e di Marcello, e al circo Massimo; -piegando quindi sulla via Appia, pel Coliseo uscivano sulla via Sacra, -donde al Campidoglio. Le statue rapite alle nazioni vinte, quelle dei -re trionfati, de' grandi uomini e degli Dei contornavano que' magnifici -cammini. Gl'imperatori crebbero le strade per portare gli ordini e gli -eserciti alle estremità dell'impero; e quarantotto ne contava la sola -Italia, nove la Sicilia, sei la Sardegna, una la Corsica. - -L'ispezione delle strade spettava ai censori, che spesso vi diedero -il proprio nome; dappoi ai tribuni della plebe; più tardi a curatori -speciali: le spese erano decretate dal senato, o da individui che ne -traessero vantaggio, o volessero gratificarsi il popolo. Cajo Gracco -avea fatto collocare pietre miliari, indicanti la distanza da Roma -o dai punti principali; e lungh'esse situavansi pure i sepolcri, in -vista, anziché sotterranei come quei de' prischi Italioti. V'erano -anche _cauponæ_ e _tabernæ_, ma forse ad uso soltanto della poveraglia: -del resto quando Orazio peregrinò a Brindisi, nella città di Mamurra -gli prestarono Murena la casa, Capitone i cuochi; prima d'arrivare al -ponte di Campania, pernottò in una villa, dove i provveditori imperiali -lo fornirono di legna e sale, secondo il loro dovere; in un'altra -villa presso Trivico fu affumicato da fascine verdi, e deluso da una -fanciulla[372]. - -Alle città in generale davasi la forma dell'accampamento, cioè un -parallelogrammo, per lo più di un quadrato e mezzo, tagliato pel lungo -e pel traverso da una o due strade; e tali possono riscontrarsi i -primitivi piani di Como, Piacenza, Parma, Pavia, Aosta, Torino; Verona -forma un quadrato. - -L'unione di case private, disgiunte dalle vicine, costituiva un'isola; -il complesso di alquante isole, un vico; e molti vichi, una regione. -Solo i gran ricchi potevano abitare un'isola intera, massime da che -il crescente lusso delle fabbriche incarì i terreni. Molti dunque -appigionavano le case; e Marziale abitava a un terzo piano[373]; Silla, -non ancora famoso, pagava lire seicento l'anno di pigione: ma Cicerone -parla fin di tremila sesterzj o seimila lire per un appartamento. - -Nelle case de' Romani, modificate tra l'antica italiana e la greca, -erano due parti distinte; una per uso particolare del padrone, una -pel pubblico. Il vestibolo oblungo (_protyrum_) menava dalla strada -in un cortile interno (_cavedium_), scoperchiato nel mezzo. Le acque -piovane erano raccolte sul tetto sporgente, e per lo spazio scoperto -(_compluvium_) cadevano in un bacino rettangolare (_impluvium_), spesso -decorato d'una fontana. A destra e a manca del cavedio disponevansi -le camere: di fronte, una sala aperta verso la corte (_tablinum_) -conteneva gli archivj e i ritratti di famiglia, e il padrone vi -riceveva i clienti, che aspettavano il suo arrivo passeggiando nel -cortile o seduti in salotti (_alæ_): corridoj (_fauces_) mettevano -all'interno della casa. Parte principale erano gli atrj, ignoti ai -Greci; e distinguevansi in _toscani_ quando i tetti fossero sostenuti -solo da travi murate; _tetrastili_ quando avessero quattro colonne -poste sotto ai punti d'intersezione delle travi; _corintj_ quando -le colonne fossero di più; _displuviata_ quando il tetto pioveva -all'infuori; _testudinata_ se affatto coperti. - -Il limitare della porta guardavasi con rispetto superstizioso; guaj -l'inciamparvi! vi si scriveano parole di felice augurio, o teneansi -pappagalli e gazze che le ripetessero. Sovra la porta collocavansi -ornati e segni del mestiero che vi si esercitava, od iscrizioni. -Gli usci talvolta faceansi di marmo o di bronzo, e con bottoni, -mascheroni ed altri capricci; in occasione di nozze o di solennità -ornavansi di ghirlande e festoni; gli amanti vi sospendeano fiori; -i cipressi indicavano la morte. Eccetto quelle dei tribuni, stavano -chiuse, nè vi s'entrava senza bussare: nelle case ricche tenevasi il -portiere, incatenato come i nostri cani. Oltre la principale, s'avea -qualche porta di dietro (_postìca_), che riusciva negli _angiporta_ o -vicoli. Di rado si trovano scale, e queste di pietra o di legno come -oggi, fissate nel muro e per lo più buje; onde la frequente frase -d'ascondersi _in scalis_, o _in scalarum tenebris_[374]. - -La casa in generale non avea finestre o pochissime, e queste piccole -ed alte; talora chiuse con pietre speculari, o con vetri molto grossi e -non trasparenti[375]. - -Le parti interne comunicavano tutte fra sè mediante il cortile, da cui -le camere riceveano luce per mezzo delle porte: le camere spesso non -erano divise che da traversi o da cortine. Nella biblioteca poneansi le -effigie degli autori, d'oro, argento, bronzo, cera[376]. - -Da principio il fuoco ardeva nell'atrio, ove e cocevasi e mangiavasi, e -attorno a quello si raccoglievano i numerosi schiavi; dappoi nell'atrio -si tenne un foculo o braciere, dove mettere incensi ai lari[377]: -talvolta riscaldavansi le camere con tubi chiusi nelle pareti o sotto -al pavimento. Per cercare il fresco e meriggiare si aveano appartamenti -sotterranei, che ne' palazzi erano estesi, con molti corridoj e pitture -a fresco e fregi a stucco, i quali da ciò appunto trassero il nome di -_grotteschi._ - -Ornavansi i palazzi con giardini. Di grandiosissimi n'ebbe Mecenate; -e forse a quei di Lucullo presso Napoli servivano la Piscina Mirabile -di Miseno, e la nuova grotta, riaperta or fa poch'anni nel promontorio -di Coroglio, lunga più di mille metri, alta e larga meglio che -quella di Posilipo. L'arte industriavasi a procurarvi ombre, variare -l'esposizione, intrecciare labirinti, distribuir acque, e nel ridurre -le piante e i cespugli, massime di càrpino e di bosso, in figure -d'animali o di lettere (_ars topiaria_); della quale invenzione -si attribuiva il merito a Cajo Matio cavalier romano, famigliare -d'Augusto. Altre volte i giardini erano pènsili, e Seneca inveiva -retoricamente contro questo dover gli alberi cacciare le radici ove a -stento avrebbero innalzate le chiome[378]. - -Ai giardini aggiungevansi un viale d'alberi ove passeggiare discorrendo -(_gestatio_), e l'ippodromo per le corse a cavallo. Nè ignoti erano -i tepidarj, dove correnti d'acqua calda mantenevano una temperatura -tale che, a malgrado del verno, vi facessero i gigli bianchi e rossi, -le viole tusculane, le vigne, i poponi e gli alberi da frutto. -Coltivavansi pure delle piante bulbose, il croco, il narciso, il -giacinto, le iridi. A taluno erano unite uccelliere, e Alessandro -Severo n'ebbe una che conteneva ventimila piccioni, oltre fagiani, -pernici, altra selvaggina. Entro piscine conservavansi pesci vivi, con -ingenti spese. - -Non dimentichiamo che a nessun palazzo mancava l'ergastolo, destinato a -chiudere gladiatori, atleti, schiavi. I primi, come ben nudriti, così è -a credere fossero anche ben alloggiati; ma gli schiavi si cacciavano la -sera in tane sotterranee, senza distinzione di sessi. Altri ergastoli, -come indica il nome, servivano pei lavori forzati, e in città n'avea di -molti; e talora i passeggieri venivano côlti, e gittati a lavorare in -quelle tane, senza che più se ne sapesse. - -Le minori vie metteano sopra le strade grandi, le sole mantenute a -pubbliche spese, e che legalmente doveano farsi larghe non più di otto -piedi romani, che sono due metri e mezzo, e costeggiate da marciapiedi -rialzati, da due in quattro piedi; ben necessarj ove l'angustia appena -permetteva il cambio de' carri, e dove piovendo correva il rigagno. -Sulla strada s'aprivano le botteghe, e spesso in una tutte quelle -d'un esercizio, come a Roma nel fôro i banchieri; nel Vico Tusco e nel -Velàbro i conciatori, profumieri, droghieri, mercanti di stoffe; nella -via Sacra i venditori di minuterie domestiche, di ossetti d'avorio, -di tavolette da scrivere, di stipi di legno prezioso, dadi e tavole -da giocare. Nel 175 avanti Cristo i censori Fulvio Flacco e Postumio -Albino fecero selciare di pietroni le vie interne di Roma, di ghiaja le -esterne, e con margini rialzati[379]. - -La primitiva Roma occupava sul colle Palanzio appena un miglio -quadrato, colle porte Rumena, Capena, Magonia. Numa Pompilio estese -quel recinto, inchiudendovi il colle Capitolino e la parte più prossima -del Quirinale, e aggiungendo la porta Carmentale, detta Scellerata -dacchè ne uscirono i trecentosei Fabj. Tullo Ostilio cinse anche -il Celio per istanziarvi i vinti Albani; poi Anco Marzio collocò i -Latini sull'Aventino, murandolo. Tarquinio Prisco asciugò il Velàbro, -palude nell'avvallamento tra il Palatino, l'Aventino e il Campidoglio; -e meditava una nuova cerchia di mura, che fu poi compita da Servio -Tullio, aggregando il resto del Quirinale, e i colli Viminale ed -Esquilino, sicchè vi furono compresi sette colli; mentre il Gianicolo -ergevasi di là dal Tevere a guisa di cittadella. - -La mura, invasa anch'essa dalle abitazioni, serpeggiava sul ciglio dei -colli: cominciando sulla sinistra del Tevere al fôro Olitorio presso -il teatro di Marcello, e seguendo il lato settentrionale della rôcca -Capitolina, scendeva al sepolcro di Cajo Bibulo, quindi per la valle -che separa il Campidoglio dal Quirinale saliva in vetta di questo verso -le Quattro Fontane, donde secondava il colle lungo il circo di Flora, -piegando poi incontro alla moderna porta Salaria. Quindi cominciava -l'aggere su cui fondata era la mura, e continuava per l'altura -sovrastante ai colli Quirinale, Viminale ed Esquilino fin all'arco di -Gallieno, ove esso argine terminava. Allora, sceso l'Esquilino, la mura -rimontava sul Celio presso al Laterano; indi per la sommità meridionale -del colle, dove ora sta Santo Stefano Rotondo, scendeva a valle tra il -Celio e l'Aventino; coronati i quali, tornava a raggiungere il fiume -là dov'erano e sono tuttora le conserve del sale. Di là dal Tevere le -mura staccavansi dal fiume in due linee rette per congiungersi colla -cittadella gianicolese di Anco Marzio. Vi attribuiscono il giro di otto -miglia, o precisamente 12,500 metri[380]. - -Ventitre o ventiquattro porte le aprivano: la Flumentana presso il -fiume; la Trionfale, donde entravano i vincitori pigliando la via -Sacra verso il Campidoglio; la Carmentale; la Rumena alle falde -del Campidoglio; una di nome incerto, sull'altura occidentale del -Quirinale; un'altra sul colle medesimo presso il palazzo pontifizio; -la Salutare in vetta ad esso colle, ove ora le Quattro Fontane; una -presso gli orti Sallustiani; la Collina, da cui partivano le vie -Salaria e Nomentana, e fuor della quale stava il Campo Scellerato; la -Viminale nella villa Negroni; l'Esquilina presso l'arco di Gallieno, -donde moveano le vie Prenestina, Labicana, Tiburtina; la Mezia, poco -discosta; la Querquetulana sulla via Labicana presso i Santi Pietro -e Marcellino; la Celimontana presso San Giovanni in Laterano; la -Ferentina sul Celio presso Santo Stefano Rotondo, donde si usciva al -bosco della dea Ferentina, oggi Marino, convegno dell'assemblea dei -popoli del Lazio; la Capena, da cui partivano le grandi strade Appia e -Latina, aprivasi nella gola fra il Celio e l'Aventino, ed era il corso -vespertino degli eleganti; la Nevia, al crocicchio delle vie Aventina -e di Santa Balbina, menava ai boschi Nevj, ricovero de' malfattori; -la Radusculana sotto la chiesa di San Saba, alla falda meridionale -dell'Aventino; la Lavernale sull'Aventino; la Mavale accanto al -bastione di Paolo III; la Minucia sulla sommità dell'Aventino; la -Trigemina, ove è l'arco della Salaria, così detta perchè avea tre -fornici. Quelle del lato occidentale sono incerte. - -Dentro e fuori restava uno spazio sacro, detto _pomerium_, che non -potevasi nè edificare nè coltivare. Silla e Cesare estesero il pomerio, -ma non dilatarono la mura. - -Augusto partì l'antico recinto di Servio Tullio in quattordici regioni, -che erano: Iª al mezzodì la Capena, ove il tempio dell'Onore, quello di -Marte Estramurano, le terme di Severo e di Comodo; IIª la Celimontana -sul monte Celio, ove la casa de' Laterani, la Mica Aurea fondata da -Domiziano, le scuole de' gladiatori, e il piccolo campo Marzio; IIIª -la Moneta nella valle fra il Celio, il Palatino e l'Esquilino, dove -le terme di Trajano e di Tito, la Casa Aurea di Nerone, le grandi -vie Suburra e Carina, il Colosseo; IVª la Sacra fra l'Esquilino, il -Palatino e il Quirinale, dove i tempj della Pace, di Roma, d'Antonino -e Faustina, il colosso di Nerone, gli archi trionfali di Tito e di -Costantino, la via Scellerata, la Sandalaria abitata da' libraj, la -Sacra dove Orazio solea passeggiare meditando e invanendo[381]; Vª le -Esquilie chiudeano parte dell'Esquilino e il Viminale, coi monumenti -del _Castrum prætorianum_, la casa e i giardini di Mecenate, l'arco di -Gallieno, il _vivario_ delle belve per l'anfiteatro; VIª l'Alta Semita -sul Quirinale abbracciava le terme di Diocleziano e di Costantino, -i tempj di Quirino, del Sole, di Flora, della Salute, i giardini di -Lucullo, di Sallustio, d'altri; VIIª la Lata, fra il Quirinale e il -Campo Marzio, aveva il fôro Suario, il portico di Costantino ed altri -monumenti; l'VIIIª regione era il fôro Romano fra il Capitolino, il -Palatino e il Tevere, e suoi monumenti il Miliario Aureo, il Comizio, -la curia Ostilia, il tempio di Castore, la basilica Porzia, la colonna -Mevia, il tempio di Vesta, i nuovi rostri, il tempio di Saturno, il -Campidoglio, la cittadella, i fôri di Cesare, d'Augusto, di Trajano, -ecc.; IXª il circo Flaminio nella parte più settentrionale, col -mausoleo d'Augusto, il Panteon, il teatro di Balbo, l'anfiteatro di -Statilio Tauro, il teatro di Marcello, la curia di Pompeo, la Villa -pubblica, dove faceasi il censo e si riceveano gli ambasciatori -stranieri; Xª la Palatina col palazzo imperiale; XIª il circo Massimo -fra il Palatino e l'Aventino; XIIª la Piscina pubblica fra l'Aventino -e il Celio; XIIIª l'Aventino, ove faceasi la rivista degli armati -(_armilustrium_); infine il Transtevere, ove i giardini di Nerone, la -Mole Adriana, le terme d'Aureliano. Siffatta divisione durò fino ad -oggi. - -Cresciuta Roma di magnificenza e d'estensione sotto gl'imperatori, -Aureliano la cinse di nuove mura laterizie, quali in molti luoghi si -vedono tuttora, all'uopo principalmente d'inchiudervi i nobilissimi -edifizj circostanti al campo di Marte. Staccandosi dalla sinistra -del fiume presso porta Flaminia, la nuova mura ambiva verso oriente -il Pincio, poi il Quirinale, il Viminale, l'Esquilino, il Celio, -l'Aventino, e allargandosi per abbracciare monte Testaccio, toccava il -fiume; di là dal quale tornava molto più in fuori dell'odierna porta -Portense, donde salendo il fianco meridionale del Gianicolo, fiedeva -alla porta San Pancrazio, per scendere alla Settimiana. Non fu quindi -più la città de' sette, ma dei dieci colli: il Vaticano fu ricinto -soltanto da papa Leone IV, formando la città Leonina. - -Nella nuova cerchia Roma ebbe da quindici miglia di giro, con -trentasette porte, che mettevano ad altrettanti sobborghi, e da -cui partivano trentuna strade militari. In quel ricinto contavansi -ventotto biblioteche, otto ponti, otto campi, dieci terme, venti -acque, diciotto vie, due campidogli, due circhi, due anfiteatri, tre -teatri, tre ludi, cinque naumachie, quindici ninfei, due colossi, -due colonne cocliti, sei obelischi, ventidue grandi cavalli, sette -Dei d'oro e settantaquattro d'avorio, trentasette archi di marmo, -quattrocenventitre vichi, quattrocenventidue palazzi (_ædes_), -mille settecentonovanta case maggiori, quarantaseimila seicentodue -isole, col qual nome, se pure la cifra non fu letta in fallo, non -potrebbero intendersi che le case minori; ducentonovanta granaj, -ottocentocinquantasei bagni, mille trecencinquantadue pozzi, -ducencinquantaquattro forni, quarantasei lupanari, quattrocento -cloache, cenquarantaquattro latrine. - -Dei diciassette fôri o piazze, quattordici servivano per mercati -diversi (_venalia_), gli altri per gli affari (_civilia et -judiciaria_). Il più antico era il Romano, ove si teneano le arringhe -sulla tribuna ornata dei rostri tolti alle navi cartaginesi. Il fôro di -Cesare, presso campo Vaccino, costò un milione di sesterzj. Augusto nel -suo fece il tempio di Marte Vendicatore, intorniato di doppia galleria, -colle statue de' re latini da un lato, de' re romani dall'altro. -Domiziano cominciò quello di Nerva, dove poi Alessandro Severo pose -colossi degli imperatori e colonne di bronzo. - -Alla vita pubblica d'allora s'addicevano i portici, formati di colonne -che sostengono un soppalco, disposte a più schiere; talvolta erano -indipendenti da qualunque altro edifizio; da poi si chiusero con -ricinti, e presero nome di basiliche. La prima basilica pubblica si -edificò sotto la censura di Porcio Catone il 569 di Roma, onde fu detta -Porcia; e tanto piacque che in vent'anni se ne costruirono tre nuove, -vicino al fôro, poi altre altrove, e anche per tutta Italia. Servivano -ad usi pubblici, come di borsa e di tribunale, a tal uopo finendo in un -semicircolo o abside, dove collocavasi il pretore sulla sedia curule, -circondato dai numerosi giudici e dagli avvocati. Dieci n'aveva in -Roma, la Giulia, la Vestilia, la Nettunia, la Matidia, la Marciana, -la Vascolaria, la Floscellaria, quelle di Paolo e di Costantino, e di -tutte più famosa la Ulpia, opera di Trajano, che abbiamo pur dianzi -descritta. - -Noi ci badammo su questi particolari perchè, oltre essere la metropoli -del mondo, Roma serviva di modello anche alle altre città dell'impero; -sebbene non sia dimostrato quel che taluni asseriscono, che in ciascuna -vi avesse e fôro e teatro e circo e ginnasio e bagno e campidoglio, -colle forme e coi nomi medesimi della capitale. - -E più ne sapremmo se degli scrittori d'arte ci fosse restato altro -che il solo Marco Vitruvio Pollione. Di patria e di casa ignoto, e -probabilmente schiavo greco, se argomentiamo dal suo scrivere cattivo -e ingombro di grecismi, da Augusto fu adoperato alle macchine militari: -ma de' fatti suoi nulla si saprebbe se egli stesso non avesse scritto. -Più maestro che artista, più ingegnere che architetto egli si mostra, -nè di gran valentìa dà saggio la basilica in Fano, unica che si ricordi -da lui architettata. - -Molti avendo scritto d'architettura ma confusamente, egli pensò -ridurre in corpo compiuto quella scienza, e ciascuna parte in singoli -libri. E secondo si esprime ne' preamboli, nel primo spiega i doveri -dell'architetto e le cognizioni a lui necessarie; nel secondo i -materiali; nel terzo la disposizione de' tempj coi varj ordini, e la -distribuzione delle parti; nel quarto tratta specialmente dell'ordine -jonico e del corintio; nel quinto reca la disposizione degli edifizj -pubblici; nel sesto delle case private; nel settimo degli intonachi -onde abbellire ed assodare gli edifizj; nell'ottavo del trovare e -condur l'acqua; nel nono di differenti processi pratici e di cose utili -alla vita, come il peso specifico, la costruzione delle meridiane, -i rapporti del diametro col circolo, del lato colla diagonale del -quadrato; il decimo discorre delle macchine sì per fabbrica, come per -elevar l'acqua e per la guerra. - -Ma il _Trattato d'architettura_ qual oggi l'abbiamo, è probabilmente -una compilazione, poco diversa da quella di Plinio, fatta da qualcuno -mal pratico, e che non avea visto co' proprj occhi i monumenti di -Grecia. Nell'esecuzione spesso confonde i soggetti, ed è peccato che -le figure che accompagnavano il testo siano perdute[382]. Scarso di -critica e filosofia, di stile vulgare, arido e spesso oscuro anche per -minutezza di particolari, a tacere i guasti venutigli dagli amanuensi, -va consultato con grande cautela, e confrontato cogli edifizj ancora -riconoscibili: ma se sarebbe servilità il prostrarsi a' suoi precetti, -è certo che, oltre le squisite notizie, di ottimi egli ne desume -dall'osservazione. Sopratutto raccomanda all'architetto lealtà e -disinteresse; ed egli medesimo si fa amare per la candida intenzione -con cui scrive. - -Turpilio, cavaliere della Venezia ai tempi di Plinio, è il solo nobile -romano che coltivasse la pittura, la quale da Plinio stesso è definita -arte morente[383], benché ad alcuni egli sia cortese d'encomj; come -ad Amulio per una Minerva, la quale guardava l'osservatore dovunque -si mettesse[384]; meschina lode! Quinto Pedio, d'illustre famiglia, -era muto, e perciò l'oratore Messala s'accordò con Augusto di fargli -imparar la pittura; e riusciva bene se morte non l'avesse rapito. - -Primeggiava tra i colori il cinabro, che Plinio pretende fatto col -sangue di un drago schiacciato da un elefante morente, in modo che i -due sangui si mescolassero[385]; e probabilmente era succo d'una palma. - -Il minio era stato scoperto quattro secoli avanti Cristo nelle cave -d'argento d'Efeso: e per carezza e nobiltà gareggiava con esso il -purpurissimo, composto col liquore estratto dai murici che pescavansi -in riva al Mediterraneo. Sul golfo di Napoli manipolavansi minerali -indigeni e importati per uso di colori, quali l'azzurro denominato -fritta di Pozzuolo, e la porpora. - -Si dipingeva per lo più sul legno; talvolta sulle pareti. Per animali e -fiori e dove occorresse maggior illusione, usavasi l'encausto; cioè (se -pure fra tante discrepanze possiamo prometterci lume di vero) con ferro -caldo tracciavansi i contorni sopra tavolette di avorio, o stendeasi -la cera colorata sopra il legno o l'argilla, ovvero con un pennello -intinto in cera e pece si dipingevano tavole. La pittura a fresco non -pare fosse conosciuta, male colla calce fresca accoppiandosi le lacche, -il bianco di piombo, il minio, l'orpimento, colori consueti degli -antichi. - -Composizioni storiche ricorrono frequenti negli archi e sulle medaglie, -ma rare ne' dipinti; e di tanti che n'ha il museo Borbonico, soli -Sofonisba e Massinissa, e la Carità Greca tengono alla storia. Le -scene di vita domestica e civile sono sempre accompagnate da esseri -simbolici, come Amore, la Vittoria, Minerva. Altre volte figuravansi -sacrifizj, o processioni sacre, o giuochi ginnastici, e spesso -oscenità. - -Il marmo di Luni, che oggi diciamo di Carrara, è un calcare bianco, -leggermente cristallino, senza fossili, del periodo secondario del -calcare giurassico: se non per durezza, per candore supera i più belli -d'Egitto e di Grecia, non eccettuato il marmo pario, a detta di Plinio, -che lo asserisce scoperto poco prima, e fu adoperato a tutte le opere -grandiose, ove prima usavansi il gabinio, l'albano, il tiburtino. - -Il porfido, così detto dal suo colore di fuoco (πυρ), è d'un rosso -bruno mischiato, constando di silice combinata coll'allumina e la -potassa, e molto ferro ossidato, e cristalli di quarzo. Non si sapea -donde gli antichi lo traessero; ma gl'inglesi Burton e Wilkinson nel -1823 ne scopersero le cave in Egitto, a circa venticinque miglia dal -mar Rosso all'altezza di Licopoli (_Syouth_), non lungi dal porto -di Myoshormos, in montagne chiamate _Porphirites_ da Tolomeo, ed -oggi _Gebel Dokhan_, cioè del fumo di tabacco. Il nome di porfido fu -poi esteso ad altre pietre di simile impasto e durezza, e di colore -diverso. Del rosso, tanto difficile a scalpellare, fecero poco o punto -uso gli Egiziani nè i Greci: i Romani ne presero passione al tempo di -Claudio, e sotto Costantino moltissimo se ne lavorava, probabilmente -per mano di condannati; e non che colonne, statue, urne, riuscirono a -trame anche oggetti fini e galanterie. - -Plinio e Vitruvio deplorano il lusso de' marmi, ornandosi gli -appartamenti con porfido, serpentino, agate, diaspri d'ogni qualità, e -rilevandone lo splendore con macchie artifiziali, e coprendo le pareti -di encausto; di modo che non rimaneva campo alla pittura. - -Nelle gemme i Romani imitarono i Greci, ne adottarono i soggetti, o -se li desunsero dai fasti patrj, vi diedero espressione allegorica. -Forse ad artisti greci vanno attribuite quelle del tempo imperiale, che -sono i più insigni vanti delle gliptoteche: tal è quella del gabinetto -di Vienna, rappresentante la famiglia di Augusto; tale quella del -gabinetto di Parigi, rappresentante Tiberio da dio colla parentela -sua; e la sardonica del re d'Olanda, che offre il trionfo di Claudio -in sembianza di Giove; e la tazza del museo Borbonico. Anelli, sigilli, -coppe attestano la finitezza della gliptica in quei tempi. - -Le arti belle però anch'esse vengono a confermarci la diffusa -immoralità. Cessato ogni pudore nella società, ogni scrupolo cessava -nell'arte convertita in mestiero, nè ad altro ispirantesi che al gusto -dei committenti; i tempj erano adorni di lubrici atteggiamenti, i vasi -delle mense foggiavansi in figure disoneste, e ciascuna stanza maritale -doveva ornarsi d'un dipinto osceno. Ovidio ogni tratto rammenta le -tavolette impudiche; Orazio dicono ne tenesse tappezzata tutta la -camera; a Properzio stesso facea scandalo il trovarne dappertutto[386]. - -Di capi d'arte abbondava la Sicilia, e lungamente si disputò se -vi fossero venuti di Grecia, o colà stesso lavorati; e poichè le -architetture sono più antiche delle greche, e vanno ornate di preziosi -bassorilievi e di cariatidi, è ragionevole presumere che anche le altre -opere fossero eseguite da Siciliani, o almeno da Greci stabiliti in -quell'isola. - -Di statuette d'argilla una dovizia dissotterrarono a Catania, a Gela, -a Camarina, a Tindaro, ad Acre, a Centuripa, relative le più al culto -di Cerere e della dea Madre. Il Giove palliato, rinvenuto a Sòlunto, -collo scettro nella sinistra, coi calzari ornati di foglie di quercia, -e con due chimere che ne sostentano il trono; la Venere, uscita dalle -campagne di Siracusa, premente col piede sinistro la conchiglia e -il delfino, appartengono all'arte più squisita; la Venere Callipiga -vince la Medicea. Aggiungi due Ercoli dalle ruine di Catania, il Giove -Olimpico di Girgenti, i busti di Saturno, di Trittolemo, di Minerva. - -Quante statue metalliche possedesse la Sicilia, il provano le -espilazioni dei Cartaginesi, di Marcello, di Verre, e più tardi degli -imperatori romani e bisantini. Pausania ricorda un Ercole in lotta -coll'Amazone equestre, consacrato in Messina da Evagora di Zancle; -e come, essendo naufragati trentacinque giovinetti col maestro e col -sonatore di piva, che i Messenj spedivano a Reggio per una solennità, -in memoria furono poste altrettante statue di bronzo. Quattro arieti -dello stesso metallo diceansi congegnati da Archimede in guisa, che il -vento faceva uscirne una specie di belato, che indicava da qual plaga -esso vento spirasse: da Siracusa furono trasportati nella reggia di -Palermo, ma per quanto si studiasse, mai non si trovò una disposizione -che riproducesse quel fenomeno, sinchè ne' furori del 1848 furono -spezzati. - -Vi abbondavano pure bassorilievi e sarcofagi, molti de' quali ornano -oggi le chiese, benchè portino scene bacchiche o mitologiche[387]. -Pietre intagliate si trovano spesso, e specialmente a Centuripa; e -l'essere alcune solo preparate per l'intaglio o non finite, ne conferma -quella scuola di gliptica, asserita da Eliano di Cirene. Lo stile di -queste apparterrebbe all'età imperiale; segno della durata di tale -artifizio: alcune portano le sembianze di Cicerone, di Ovidio, di -Comodo in veste d'Ercole[388]. - -Ricchissima di marmi e di pietre fine è la Sicilia; di berilli i -contorni di Castel Gratterio, di alabastri le falde del monte di -Calatrasi e la terra di Gibellina, di coralline e cotognine ed altre -mischie l'Erta, di agate molti paesi, e principalmente le sponde -dell'Acate donde trassero il nome, e le vicinanze di Alicata. Un'agata -siciliana, delle cui macchie erasi tratto partito per disegnarvi -Apollo e le Muse, fu legata in oro da re Pirro e tenuta in gran -pregio. Diaspri variegati offrono i monti di Giuliana e le vicinanze -di Palermo; diaspro tenero Trapani; Troina massi di porfido, de' quali -vennero cavati i sepolcri dei re normanni e svevi. - -Un'altra dovizia artistica insieme e letteraria ci offre l'impero -romano, vogliam dire le iscrizioni e le medaglie, fonte di preziose -cognizioni storiche e civili; tanto che i maggiori eruditi v'attesero, -nè avvi forse città, di cui i numismi e le epigrafi non abbiano avuto -un illustratore particolare. - -Le iscrizioni d'Italia alcune sono nelle lingue prische, alcune in -greco, le più in latino. Delle italiche tocchiamo nel parlare de' -primordj della nostra civiltà (V. Appendice II); e ad esse si riduce -quanto ci arrivò di scritto intorno a quella. Le greche più antiche -stanno sopra vasi; e sopra uno grossolano, trovato a Centorbi in -Sicilia, si ha una scrittura a bustrofedon, cioè andando da sinistra -a destra poi da destra a sinistra come fa il bue arando, creduta -anteriore fin all'iscrizione Sigea[389]. De' tempi successivi ne -abbondano i paesi della Magna Grecia e della Sicilia. Qualcheduna è -bilingue, come nel monumento greco-latino di Eraclea ne' Lucani, ove -si fa memoria che, rivendicatosi un fondo appartenente al dio Bacco, -gli agrimensori posero i termini, e lo divisero in quattro porzioni, -rilasciate a vita a quattro privati, che rendessero un canone annuo, -aggiunto l'obbligo di piantar viti, ulivi, fabbricare capanne e -stalle. Le greche tengono del dialetto dorico ne' paesi colonizzati dai -Corintj, quali Siracusa, Camarina, Gela, Agrigento, Megara, Selinunte; -e dello jonico in quelli derivanti dalla Calcide, come Nasso, Zancle, -Gallipoli, Eubea, Mile, Leontini. Queste sono assai meno, pur bastanti -a provare che ciascun paese scriveva come parlava; tanto più che a -Taormina se ne leggono d'ambo i dialetti, perchè la città d'origine -calcidica ricevette poi colonie siracusane. Non così può dirsi delle -romane, che, in qualunque paese siano, non si discernono per lingua; -attesochè i cittadini, sparsi per ogni lido, teneansi a norme uffiziali -per ogni atto, e così per la lingua. Nell'espressione seguono le -vicende de' tempi, incondite le prime, poi sempre più eleganti, infine -irte di neologismi e barbarismi, e che tutte insieme presentano -una portentosa ricchezza, perocchè il campo dell'epigrafia latina -estendesi quanto l'antico impero, cioè dall'Africa sin alla Bretagna, e -dall'Oceano sino al lembo dell'India. - -Infinite occasioni si presentavano da voler eternare con epigrafi; -consacrazioni e invocazioni di divinità, voti, processioni, dediche -o sacrifizj, are, sacerdoti, magistrati civili o militari, dignità -conferite, applausi, vittorie in guerra o ne' giuochi, trionfi, -benemerenze di parenti o di benefattori, ricordi mortuarj. Ai monumenti -si poneva un'iscrizione, che, oltre commemorativa, era encomiastica o -storica: le più vanno semplici, perfino nell'adulazione: talvolta le -funerarie sono anche affettuose. Vi si univano figure rappresentanti -l'arte del defunto, come il deschetto e le scarpe sulla lapide di un -calzolajo a Milano; e una fabbrica di pane nel monumento di Euriface -fornajo, scoperto a Roma il 1838 fra le porte Prenestina e Labicana. - -Quanto lume dalle iscrizioni potesse trarsi per la storia lo videro -già il Petrarca e Cola Rienzi; poi rinato il genio dell'erudizione nel -secolo xv, se ne trascrissero d'ogni parte in collettanee particolari, -o si radunarono gli apografi stessi. Nacquero così i musei, poco -usati dagli antichi, pei quali l'arte rimaneva intimamente collegata -alla vita, per modo che i capolavori si trovano ne' palazzi, nelle -terme, nelle basiliche, nelle ville, principalmente nei tempj, dove -_mistagogi_, noi diremmo ciceroni, mostravano le rarità e narravano le -tradizioni relative a quelle. Nel portico di Ottavia eransi adunate -molte statue: ne' circhi si ornava la spina con statue, obelischi, -vasi tolti in diversi luoghi; e ad un museo poteva somigliarsi la villa -d'Adriano a Tivoli. Neppur allora mancavano ciarlatanerie ed imposture: -Plinio ricorda che a Roma furono portate da Joppe le ossa dell'orca -marina a cui rimase esposta Andromeda, e il sasso dov'erano infisse le -catene con cui essa fu legata; Procopio descrive la nave con cui Enea -approdò in Italia, quale conservavasi a Roma. - -Per iscrizioni il museo più ricco è il Capitolino: ma non v'è quasi -città che non ne possieda alcuno; e ne fecero la descrizione Scipione -Maffei per Verona, il Rivautella per Torino, il Guasco pel Capitolino, -il Gori per la Toscana, il Malvasia per Bologna, Olivieri per Pesaro, -Morisani per Reggio, Bianchi per Cremona, Noris per Pisa, Labus per -Mantova e Brescia, Boldetti e Lupi per le epigrafi cristiane, e così -altri, e più insigne di tutti Ennio Quirino Visconti. A Palermo fin dal -1580 decretava il senato di affiggere al suo palazzo le epigrafi che -si trovassero, meglio disposte poi nell'interno cortile, e illustrate -dal Torremuzza; a Catania fece altrettanto il principe di Biscari: -altri a Messina, Siracusa, Agrigento. Il quale Torremuzza, dopo -altri, diede _Siciliæ et objacentium insularum veterum inscriptionum -nova collectio_, 1784. Infine vennero il Muratori col _Tesoro_ delle -iscrizioni, l'Orelli a Zurigo colla raccolta di oltre cinquemila bene -scelte e ben lette, e Carlo Zell con un manuale (Eidelberga 1850) -utilissimo perchè di piccola mole; ed ora a Berlino sono radunate e -classificate tutte le antiche, colle tante che vengono in luce ogni -giorno. - -Nelle monete, non considerandole qui che dal solo aspetto artistico, -oltre la materia, sono a notarsi la grandezza o modulo, il tipo, -l'iscrizione. Qualche moneta triangolare, rettangola, romboidale -offrono i popoli dell'Italia centrale; alcuna ovale è forse dovuta a -negligenza del fonditore; le più sono rotonde; nella Magna Grecia non -ne mancano di concave, a guisa di coppe; quelle di Siracusa tirano -allo sferico. L'ordinaria materia sono l'oro, l'argento, il rame o -il bronzo. Le più antiche di Sicilia sono d'argento, seguono quelle -di rame, ultime le auree, appartenenti le più a Siracusa, altre a -Gela, Agrigento, Taormina; alcune d'oro a Palermo portano lo stemma -punico: Dionigi ne fece di stagno[390]. Alcune sono di bronzo e piombo -rivestite poi di foglia d'oro o d'argento (_bracteatæ_): alcune son -liscie tutte, salvo un piccolo tipo stampato nel centro: altre con orlo -di metallo più fino _contorniatæ_. I medaglioni forse non batteansi -che per onoranza o per fregiare qualche divinità o per ricompensa -in guerra, benché, passata l'occasione, entrassero anch'esse in -commercio. I tre sovrintendenti alla zecca in Roma erano intitolati -AAAFF, cioè _auro, argento, ære fundendo feriundo_, dai tre metalli -che s'adopravano, e dai due processi di fondere il metallo in una forma -vuota portante le due impronte, o di fondere soltanto la botella, per -improntarla stringendola fra due morsi d'una tenaglia, o battendola con -un punzone. - -Prima ancora delle iscrizioni, sulle monete ponevasi un tipo od -emblema, che poi si conservò sempre sul rovescio, sanzionato dalla -pubblica autorità; fosse l'effigie del principe, o la figura simbolica -della città, o lo stemma di questa, molte volte parlante, cioè -figurante un oggetto, il cui nome somigliasse a quello della città. Le -tre gambe disposte a triangolo significano la Sicilia, il petroselino -per Selinunte, il granchio (ἄκραγας) per Agrigento, un gomito (ἅγχων) -per Ancona, un muso di leone per Leontini, la luna per Populonia -(_popluna_), un toro per Turio, per Camarina il _chamærops humilis_, -cioè la piccola palma. Nel tipo s'incontrano spesso Vittorie alate in -commemorazione d'una battaglia o d'un giuoco vinto; talora l'effigie -del fiume vicino, come l'Aretusa pe' Siracusani, l'Ippari per Camarina, -l'Amenano per Catania; ovvero del dio o dell'eroe titolare, come -Ercole per Crotone, o di qualche cittadino illustre, come Timoleone -pei Siracusani; sulle monete della Magna Grecia frequenta il bove colla -testa umana, quanto i rostri sulle prime romane. - -Fra le allegorie in queste la più frequente è la Vittoria, poi la -Salute, o la Pietà, o Roma cogli attributi di Minerva. Nel chinare -della repubblica crescono i tipi storici, talchè colle monete possono -accompagnarsi gli eventi e poetici e positivi; e non esprimendo -capricci d'individui, ma idee nazionali, vi s'indaga la storia de' -costumi e delle opinioni, viepiù preziosi degli altri monumenti perchè -non soffersero mutilazioni nè restauri. Spesso vi sono aggiunti altri -tipi, variatissimi e a capriccio, principalmente nelle monete delle -famiglie: e da settantamila ne conoscono i numismatici. Le spintrie -ostentano le lascivie di Tiberio a Capri. - -Sotto i consoli, ed anche imperante Augusto, i triumviri monetarj -poteano scolpire i proprj nomi sulle monete, che perciò diconsi di -famiglia; e ne' tipi di queste compajono spesso figure allusive al nome -loro, Pan pei Pansa, un vitello pei Vitellj, un martello per Malleolo, -le muse per Musa, un fiore per Aquilejo Floro, un Giove cornuto pei -Cornificj. Delle città alcune continuarono a porre il nome e il tipo -proprio sulle monete, anche dopo sottoposte a Roma. Sotto gl'imperatori -non s'improntò più che l'effigie di questi; ma sul rovescio vedesi sc, -il che fece credere che la monetazione fosse spettanza del senato. -Bensì gl'imperatori vi posero anche l'effigie delle sorelle, delle -mogli, delle figliuole loro, e di parenti naturali o adottivi. - -Al basso della medaglia, cioè nell'esergo, viene indicato il luogo ove -furono battute; roma e romano si ha in moltissime anche forestiere, -che forse faceansi a Roma; poi nel Basso Impero COMO o COMOB, che -probabilmente significa CO_stantinopoli_ M_oneta_ OB_signata_. - -La Sicilia è uno dei primi paesi di cui abbiansi monete, come se ne -hanno le più belle e la maggior varietà, ogni città adoprandovi tipi -distinti, secondo il genio municipale dei Greci. Le antichissime sono -di Messina, e alcune anteriori al 560 avanti Cristo, e forse fino del -620. Filippo Paruta segretario del senato di Palermo diede pel primo -in luce il medagliere siciliano nel 1612; ma la descrizione che dovea -seguirvi, andò perduta. Alle imperfezioni di quello supplirono Leonardo -Agostini, Marco Meyer, Sigeberto Hauercamp, il principe di Torremuzza, -infine Federico Munter[391]. Della sola Siracusa il Torremuzza pubblicò -trentasei monete d'oro, censessantatre d'argento, cenquarantanove di -bronzo; e un buon terzo se ne aggiunsero dipoi. - -Le prische monete italiche sono i nummi librali o _æs grave_, rotonde, -a lente, con rilievo d'ambo i lati, e che indicavano e il peso e -il valore d'un asse. Sono speciali dell'Italia, ma vi mancano segni -per discernere a qual città appartengano, e i tipi rappresentano un -cavallo, un delfino, una lira, un elefante, una troja, una testa di -Giunone o di Cerere o dei Dioscuri, Romolo e Remo colla lupa, una -Vittoria sulla quadriga, o simili. Quando Roma battè o piuttosto fece -battere nella Campania denaro proprio, vi adoperò il tipo nazionale -del Giano bifronte e la prora di nave. Plinio vorrebbe che solo nel -485 si battessero monete d'argento: il che vuol forse significare che -quell'anno se ne ponessero le fabbriche. Fin a Pompeo Magno ben poco -oro fu coniato. - -Gli avanzi di belle arti, guasti come sono dal tempo e dai casi, -e disgiunti da quelle minute particolarità il cui accordo cresce -significazione all'insieme, eran ben lontani dal porgere adequata -idea di ciò che allora fossero le arti, la ricchezza, l'edilizia, e -dal rivelare gli usi della vita pubblica e privata, imperfettamente -dinotati dagli scrittori, che, come in cosa nota, s'accontentano -di allusioni. Per compiere l'istruzione, città intere uscirono dal -sepolcro. Il Vesuvio, che in tempi anteriori ad ogni memoria avea -vomitato fiamme, tacque per secoli, finchè, imperante Tito, rinnovò -le sue eruzioni, colle quali più non cessò di minacciare i deliziosi -contorni di Napoli. In quella prima rovina, fra altre borgate e ville, -rimasero sepolte Ercolano e Pompej. - -Ancor più che le lave e i lapilli, sedici secoli n'aveano cancellata -la memoria, quando Emanuele di Lorena principe di Elbeuf, nel 1713, -udito che un del paese avea tratto alcuni marmi da un pozzo, comprò -il diritto di farvi scavi. Il pozzo dava appunto sopra il teatro di -Ercolano, e ne cavò un Ercole, una Cleopatra, e sette altre statue, -che spedite subito in Francia, destarono la meraviglia. Continuando, -ebbe finissimi marmi d'Africa, poi scoperse un tempio rotondo con -ventiquattro colonne e altrettante statue in giro. Carlo III di Napoli -ricomprò da esso principe quello spazzo, e sterrando acquistò la -certezza d'avere scoperta una città. Ma su questa venti metri di lava -eransi induriti, e sopra edificate Portici e Resina, che sarebbonsi -dovute demolire co' regj loro palazzi. Forza fu dunque limitarsi a -parziali escavazioni, e da ciascuna di esse trarre quel che si poteva, -indi colmare di nuovo i vuoti per non iscalzare le città. - -Anticaglie d'ogni genere uscirono così; affreschi, quadri, vasi, -bassorilievi, fregi, rabeschi, le statue equestri dei consoli Nonio e -Balbo, bronzi, tripodi, lampade, pàtere, candelabri, altari, istrumenti -di musica e di chirurgia, che formarono una ricchezza non rara ma unica -del museo Borbonico. Molti estesi edifizj si riconobbero, tempj, un -teatro, il fôro: tra il resto una bella casa di campagna, con giardino -che stendeasi fin al mare, abbellito d'una peschiera che terminava -in semicircolo alle due estremità; attorno ad essa scompartimenti -come d'ajuole; e tutto circondato da colonne di mattone intonacate di -gesso, su cui appoggiavano travi, infisse nel muro di cinta, formando -così attorno allo stagno una pergola, sotto cui erano divisioni or -triangolari ora a semicircolo, per lavare e per bagnarsi. Fra le -colonne sorgeano busti di marmo e statue muliebri di bronzo, alcune -grandi al vero, della fusione più perfetta: un canaletto d'acqua -lambiva il muro di cinta. Annessa era la camera dove si trovarono i -famosi rotoli di papiro, che svolti con ingegnosissima lentezza, ci -regalano tratto tratto qualche novità, ma nulla finora d'importante; -e ciò ch'è notevole, un solo è in latino, frammento d'un poema sulla -guerra di Azio. Le sei danzatrici, il Fauno dormente, il Mercurio, sei -busti creduti de' Tolomei, altri di Platone, Archita, Saffo, Democrito, -Scipione Africano, Silla, Lepido, Cajo e Lucio Cesare, Augusto, Livia, -Claudio Marcello, Agrippina minore, Caligola, Seneca, due incogniti, -due daini, varie figurine, l'Omero, l'Aristide ch'è delle migliori -statue antiche, due busti di Bacco indiano, il preteso Silla, il -Satiro colla capra, tutti di marmo, si trovarono in questo giardino, -che pure apparteneva ad un filosofo privato. La Pallade, scoperta ad -Ercolano stesso e dell'età di Fidia, va ben innanzi ai marmi eginetici; -antichissima è pure l'Artemisia, che l'esser fatta di marmo di Carrara -ci lascia supporre eseguita in Italia[392]. - -In quel medesimo torno di tempo, l'aratro d'un villano urtò contro una -statua di bronzo, e questa diede spia dell'altra città di Pompej[393]. -Lapilli e ceneri la ricoprono, talchè poco a poco ella potrà ritornarsi -intiera alla luce: per non nuocere a tanti fini lavori e perchè nulla -vada perduto, lenti procedono gli scavi, ma è già scoperta la regione -principale, con due teatri, un tempio d'Iside, uno d'Esculapio, -uno greco, una porta della mura colla via delle tombe, il fôro, la -basilica; in breve spazio raffittiti edifizj, che oggi basterebbero ad -una grande città. All'altra estremità è l'anfiteatro; e mura pelasgiche -la circondano. - -Le case si somigliano per distribuzione e ornamenti; a uno o due -piani; camerette di appena tre in quattro metri, alte da cinque a -sei, malagiate di comunicazioni e disimpegni, con poche finestre, -simili a feritoje, eccetto quelle che danno sul giardino, e che -forse erano serbate alle donne. I cortiletti sono cinti da portici, -anche nelle abitazioni di minore importanza, onde godervi il rezzo. -Negli appartamenti non usavasi legname alle costruzioni, eccettochè -per le imposte alle finestre e alle porte; pavimenti a musaico; -soffitta e pareti con medaglioni di stucco, e con pitture e musaici, -rappresentanti vivande, libri, utensili, mobili, storie, secondo il -genio e l'arte del padrone. Quella del poeta tragico, sullo spazio di -quindici metri in largo e del doppio in lungo, è divisa in diciannove -membri, compreso l'atrio: il musaico alla soglia rappresenta un -mastino alla catena coll'iscrizione _cave canem_. Dal corridojo passi -nell'atrio, cortile scoperto, adorno ai quattro lati di pitture, tratte -dall'Iliade o allusive ad arte drammatica: all'intorno camere pe' -forestieri, anch'esse a dipinti, spesso osceni: rimpetto all'ingresso -il tablino, o sala di ricevimento, porta la figura d'un poeta tragico -che declama a due astanti, mentre sul pavimento a musaico è figurata la -prova d'un'opera; esecuzione squisitissima. Vi succede il peristilio -o seconda corte aperta, in cui un giardinetto cinto da portico di -sette colonne doriche, esso pure dipinto. Al fondo sta il larario o -cappella domestica, con un graziosissimo Fauno di bronzo; a manca un -gabinetto di riposo, con Diana, Narciso al fonte e Amore che pesca; -un'altra cameretta è a paesi e marine, e sul muro principale sta -dipinta una schiera di libri, che il tragico forse non possedeva se non -col desiderio. In faccia trovate l'esedra, o sala di conversazione, -decorata di ballerine, di frutti e d'animali, con Leda, Arianna -abbandonata, il sacrifizio d'Ifigenia: da canto la cucinetta con tutti -gli attrezzi dipinti, oltre i reali, comunica col triclinio anch'esso -pitturato: di sopra era il gineceo. - -Direste che quelle case jeri appena sieno state deserte. Nel tempio -d'Iside hai disposti gli utensili delle cerimonie; gli scheletri dei -sacerdoti, sorpresi tra quelle, ancor portavano gli abiti pontificali; -i carboni stanno sull'altare; e candelabri, lampade, patere per le -libazioni, lettisternj per la dea, purificatoj ornati a stucco, e un -capace vaso di bronzo colle ceneri dell'ultimo olocausto, miste al -grasso delle vittime. Ancora l'insegna invita al fondaco del mercante; -leggendo alla soglia la voce salve, credi udirla dal padrone, cui -il motto ben augurato non preservò; là pozzi in mezzo alla via, qua -cloache sboccanti al mare; sull'angolo d'un crocicchio una spezieria -coll'insegna del serpe che morde un pomo; altrove un altare coll'aquila -di Giove, esposti in vendita; l'uffizio d'un pubblico pesatore; gli -spacci di bevande calde, corrispondenti ai nostri caffè; altrove -una casa di bordello, indicata da priapi e dal motto HIC FELICITAS, -che rivela una filosofia gaudente[394]. I pani hanno il marchio del -fornajo; alcuni non cotti ancora, altri già rotti; nel pistrino hai -macine singolari; nella madia preparata la farina col lievito; nel -forno una torta entro la sua tegghia; altrove, fave, noci, olio, vino -in fiaschi col nome dei consoli e che non doveva esser bevuto; biche -di grano, il quale piantato spigò dopo mille settecento anni di sonno -vitale. Entri negli appartamenti delle signore? eccoti scarpe[395], -spilli, aghi, ditali, forbici, gomitoli, rocche, oricanni di balsami, -e gli arnesi onde anche oggi si accresce o ripara la bellezza, e monete -forate che recavansi al collo; in altre parti, dadi da giocare, palle e -balocchi da fanciulli. Ma in tante abitazioni, non carta, non libri. - -S'una casa, poco lungi dalla porta, leggesi in rosso il nome di -Sallustio, lo storico che qui appunto aveva una villa: colà l'_album_ -ove si affiggevano i decreti de' magistrati, gli annunzj di vendite, -aste e simili: dentro era un portento di quadri, marmi rosei, musaici, -anfore, vasi d'immenso prezzo. La via del sobborgo, spaziosa e -allineata, fiancheggiano case di campagna, tombe, sedili di pietra, -ove gli abitanti venivano sulla sera fra i sepolcri degli amici e dei -parenti per respirare il fresco e osservare i viandanti. Nel sobborgo -sorgea la villetta, di cui tanto Cicerone si compiaceva; e là presso -quella del liberto Diomede, benissimo conservata, colla porta aprentesi -sopra un verone e fiancheggiata da due colonne; cortile quadrato, cinto -da portici a colonne, sotto cui si aprivano gli appartamenti. - -Non v'è abitare, ove non si trovino pitture. Queste sono opera di -quadratarj o imbianchini, ma probabilmente riproducono tavole famose; e -certamente l'Ercole fanciullo e il sacrifizio d'Ifigenia sono desunti -da quelli di Zeusi, come dalla scuola corintia proviene l'Achille -in Sciro. Le pitture di Pompej restano quasi gli unici monumenti -per giudicare dell'arte pittorica presso i Greci, ma ristrette in -cento anni quanto all'esecuzione, mentre pei soggetti recano fin -ai tempi alessandrini, e sempre con pose tranquille, figure non -aggruppate, fondo d'un sol colore, e poche linee prospettiche. Anche -qualche capolavoro doveva esser copiato a musaico; e quello che -serviva di pavimento a un triclinio, e che figura la battaglia fra -Alessandro Magno e Dario, è il pezzo più insigne che l'antichità ci -tramandasse[396]. - -Nè minor fasto spiegavasi nelle tombe[397]. In quella eretta da Tuche -vivente pei liberti e le liberte sue, sotto al ritratto di essa vedi -l'iscrizione e un bassorilievo, portante da una faccia la famiglia, -dall'altra l'effigie de' magistrati municipali; accanto sta scolpita -una barca, simbolo del passaggio; e daccosto è il triclinio pei pasti -funerei[398]. - -Se tale era una città di provincia, si argomenti qual dovette essere -la metropoli. Pure ammirando la magnificenza e il gusto, abbiam -molto a congratularci delle maggiori comodità odierne. Gabinetti di -meraviglioso lavoro mancavano di luce, ed era bujo quello a Roma da cui -uscì il gruppo del Laocoonte: gl'illuminavano lampade di elegantissime -forme, ma dove neppur si era introdotta la corrente doppia, talchè -affumicavano le volte. Se stupende strade erano destinate a trasportare -e trasmettere le contribuzioni agli eserciti, mancavasi però di quelle -tante, che oggi mettono in comunicazione ogni minimo villaggio. Le -vie di Roma furono sempre anguste e montuose[399]; quelle interne di -Pompej sono strette, allagate dalla pioggia, senza fogne. Indarno poi -vi cercheresti uno spedale, un albergo de' poveri; e la plebaglia -doveva essere confinata in catapecchie, che non resistettero al -tempo, e disgiunte dalle abitazioni civili. Le camere stesse de' -ricchi sono bugigattoli senza aria nè luce, nè bellezza di specchi e -di finestre: i ginecei delle donne somigliano a prigioni. Eleganti i -sedili e i letti ma duri; senza molle nè cinghie i carri, del resto -ben rari, come lo prova l'angustia delle strade: ivi non lampioni per -la notte, non pompe da aspirar l'acqua, non difese contro la pioggia -e i fulmini, non tovagliuoli nè forchette a tavola, neppur bottoni o -occhielli al vestito; non carte geografiche o bussola i viaggiatori, -non colori a olio i pittori. Che diremo dell'infima classe priva di -quelle innumerevoli comodità oggimai a nessuno negate, libri, quadri, -oriuoli, vesti di seta, camini, acquajuoli, zuccaro e caffè, stoviglie -ben verniciate, biancheria che dispensi dalla frequenza de' bagni, e -macchine che scusino le più dure fatiche, e libertà di spendere come si -voglia il denaro acquistato con libero lavoro? - -Ammiriamo dunque, ma non invidiamo il passato, e figuriamoci che l'età -dell'oro, se pur è sperabile, sta davanti a noi, non dietro, per quanto -sia vero che per arrivare al desiderato avvenire conviene afforzarsi -nella scuola del passato. - - - FINE DEL TOMO TERZO - - - - -INDICE - - - CAPITOLO _pag._ - XXXI. Il secolo d'oro della letteratura latina 1 - XXXII. Tiberio 79 - XXXIII. Un imperatore pazzo, uno imbecille, - uno artista 92 - XXXIV. Prosperità materiale e depravazione - morale. Lo stoicismo 118 - XXXV. La redenzione 183 - XXXVI. Galba. — Otone. — Vitellio 207 - XXXVII. I Flavj 217 - XXXVIII. Imperatori stoici 235 - XXXIX. Gli Antonini 252 - XL. Economia pubblica e privata sotto gli - Antonini 272 - XLI. Coltura de' Romani. Età d'argento della - loro letteratura 304 - XLII. Belle arti. Edilizia 392 - - - - -NOTE: - - -[1] Orazio, Ep. II. - -[2] - - _Græcia capta, ferum victorem cepit, et artes_ - _Intulit agresti Latio_... - _Serus enim græcis admovit acumina chartis._ - Ep. II. 1. - -(*) Mommsen vorrebbe che i versi fescennini e le atellane fossero detti -non dalle distrutte città di Fescennio e Atella, ma dal porsi in queste -città la scena delle commedie, affine di satirizzare senza incorrere le -gravi pene comminate a chi ingiuriasse un cittadino romano. - -[3] Lib. VII, cap. 2. - -[4] Plauto nel prologo del _Trinummo_ dice: _Plautus vortit barbare_; -e _barbarica lex_ chiama la romana nei _Captivi_; e _Barbaria_ l'Italia -nel _Penulo_. - -[5] _Vates_ da _fari_, come Fauni; ed è comune alle genti il chiamare -sè parlanti, e muti gli stranieri. - -[6] ORAZIO, Ep. II. 1; TACITO, _Ann._, XIV. 21. - -[7] Singolarmente un Rintone da Taranto, modello di Lucilio, e -inventore d'una non sappiamo quale specie di commedia (LYDUS, _De -magistratibus rom._, I. 41). Forse era quella che a Roma dicevasi -_Rintonica_. - -[8] Ciò risulta da Diomede, III. 488, nella collezione di Putsch. - -[9] Munck, _De atellanis fabulis_, pag. 52, crede Strabone s'ingannasse -sull'_osce loqui_, volendo questo dire non che si servissero della -lingua osca, ma che parlavano _oscamente_, cioè rusticamente. - -[10] Martino Hertz, in una memoria stampata a Berlino il 1854, sostiene -che deva dirsi Tito Maccio Plauto, nè altrimenti pensano l'editore di -Plauto Ritschl e Lachmann; così trovando in un palinsesto. Non pare -abbiano ragione. - -[11] Per esempio: - - _Obsequium amicos, veritas odium parit._ - _Amantium iræ amoris integratio est._ - _Homo sum; humani nihil a me alienum puto._ - -[12] - - _Atque ideo hoc argumentum græcissat, tamen_ - _Non atticissat, verum at sicilissat._ - Prologo dei _Menæchmi_. - -Anche Cicerone (_Divin. in Verrem_) rinfacciava a Cecilio, suo -competitore, d'avere imparato le greche lettere non in Atene ma al -Lilibeo, le latine non a Roma ma in Sicilia. Ciò proveniva dall'usarsi -nell'isola e il latino e il greco, il che guastava entrambe le lingue; -e forse più il commercio co' Cartaginesi. - -Nel vol. III delle _Memorie sulla Sicilia_ è inserita una dissertazione -di Giuseppe Crispi «intorno al dialetto parlato e scritto in Sicilia -quando fu abitata dai Greci», corredata di esempj che scendono fino -alla dominazione normanna, cioè al sottentrare dell'italiano. - -[13] Anche Terenzio alcuni pretendono sia scritto in prosa; tante sono -le licenze a cui bisogna ricorrere per ridurlo a versi giambi trimetri, -cioè di sei piedi, nei quali la sola regola che _quasi sempre_ egli -osserva è di finire con un giambo. - -[14] Lo snodarsi ordinario degli intrecci col ricomparire d'un -personaggio creduto morto, o col far riconoscere un padre o un figlio, -trovava giustificazione fra gli antichi dall'abitudine di esporre i -bambini e ridurre schiavi i prigioni di guerra, dalle frequenti rapine -de' corsari, e dalle scarse comunicazioni fra' paesi. Quanto agli a -parte e alla doppia azione, restavano meno sconci per la vastità dei -teatri, e perchè la scena per lo più rappresentava una piazza, cui -molte strade metteano capo. - -Di Terenzio cantava Cesare: - - _Tu quoque, tu in summis, o dimidiate Menander,_ - _Poneris, et merito, puri sermonis amator;_ - _Lenibus atque utinam scriptis adjuncta foret vis,_ - _Comica ut æquato virtus polleret honore_ - _Cum Græcis, neque in hac despectus parte jaceres!_ - _Unum hoc maceror, et doleo tibi deesse, Terenti._ - -Sebbene la frase _vis comica_ sia divenuta vulgata, inclino a credere -che il terzo e quarto verso vadano punteggiati come ho fatto, unendo il -_comica_ a _virtus_. Vedasi tom. I, pag. 364. - -[15] - - _Quod si personis iisdem uti aliis non licet,_ - _Qui magis licet currentes servos scribere,_ - _Bonas matronas facere, meretrices malas,_ - _Parasitum edacem, gloriosum militem,_ - _Puerum supponi, falli per servum senem,_ - _Amare, odisse, suspicari? Denique_ - _Nullum est jam dictum quod non dictum sit prius._ - Prologo dell'_Eunuco_. - -Ecco l'intreccio di tutte le commedie. - -Sui comici latini porta questo giudizio Vulcazio Sedigito, vivente -sotto gl'imperatori: - - _Multos incertos certare hanc rem vidimus_ - _Palmam poetæ comico cui deferant._ - _Eum, meo judicio, errorem dissolvam tibi,_ - _Ut, contra si quis sentiat, nihil sentiat._ - _Cæcilio palmam Statio do comico:_ - _Plautus secundus facile exsuperat ceteros:_ - _Dein Nævius qui fervet, pretio in tertio est:_ - _Si erit quod quarto detur, dabitur Licinio:_ - _Attilium post Licinium facio insequi;_ - _In sexto sequitur hos loco Terentius:_ - _Turpilius septimum, Trabea octavum obtinet:_ - _Nono loco esse facile facio Luscium;_ - _Decimum addo causa antiquitatis Ennium._ - Presso A. GELLIO, XV. 24. - -Sembra non abbia voluto indicare che gli autori di commedie _palliatæ_, -e perciò lasciasse daccanto persino Afranio, illustre nelle _togatæ_. - -[16] - - _Poeta, cum primum animum ad scribendum appulit,_ - _Id sibi negotii credidit solum dari_ - _Populo ut placerent quas fecisset fabulas._ - TERENZIO, prologo dell'_Andria_. - - ... _Eum esse quæstum in animum induxi maxumum,_ - _Quam maxume servire vestris commodis._ - Prologo dell'_Eautontimorumenos_. - -[17] Perchè Roma non ebbe tragedie? Tale questione è magistralmente -trattata da Nisard, _Etudes sur les mœurs et les poètes de la -décadence_, a proposito di Seneca. — Lance (_Vindiciæ romanæ tragediæ_. -Lipsia 1822) raccolse ben quaranta tragici romani. — Vedi pure -_Tragicorum romanorum reliquiæ: recensuit Otto Ribbeck_. Lipsia 1852. - -[18] _Si quis populo occentassit, carmenve condisti, quod infamiam -faxit flagitiumve alteri, fuste ferito._ Cicerone, _De republica_, -dice: — Le XII Tavole avendo statuita la morte per pochissimi fatti, -tra questi stimarono non doverne andar esente colui che avesse detto -villanie, e composto versi in altrui infamia e vitupero. E ottimamente, -perchè il viver nostro dev'essere sottoposto alle sentenze de' -magistrati ed alle dispute legittime, non al capriccio de' poeti; nè -dobbiamo udir villanie se non a patto che ci sia lecito il rispondere e -difenderci in giudizio». Elegantissimamente Orazio soggiunge nella già -più volte citata _Epistola_ II. 1: - - _Libertasque recurrentes accepta per annos_ - _Lusit amabiliter, donec jam sævus apertam_ - _In rabiem verti cœpit jocus, et per honestas_ - _Ire domos impune minax. Doluere cruento_ - _Dente lacessiti: fuit intactis quoque cura_ - _Conditione super communi: quin etiam lex_ - _Pœnaque lata, malo quæ nollet carmine quemquam_ - _Describi. Vertere modum, formuline fustis_ - _Ad bene dicendum, delectandumque redacti._ - -[19] Quando Cicerone fu richiamato in patria, Esopo tragico, recitando -il _Telamone_ di Azzio e cambiando poche parole, fece applauso a lui -con questi motti: _Quid enim? Qui rempublicam certo animo adjuverit, -statuerit, steterit cum Argivis... re dubia nec dubitarit vitam -offerre, nec capiti pepercerit... summum animum summo in bello... -summo ingenio præditum... O pater!... hæc omnia vidi inflammari... -O ingratifici Argivi, inanes Graji, immemores beneficii!... Exulare -sinitis, sinitis pelli, pulsum patinimi etc._ - -Nei giuochi Apollinari, avendo Difilo recitato questi versi, - - _Nostra miseria tu es magnus_... - _Tandem virtutem istam veniet tempus cum graviter gemes_... - _Si neque leges, neque mores cogunt_..., - -il popolo volle vedervi un'allusione a Pompeo, e costrinse l'attore a -replicarli migliaja di volte; _millies coactus est dicere_. CICERONE, -_ad Attico_, II. 19. - -Sotto Nerone, un attore dovendo pronunziare, _Addio, padre mio; -addio, madre mia_, accompagnò il primo coll'atto del bere, il secondo -coll'atto del nuotare, per alludere al genere di morte dei genitori -di Nerone. Poi in un'atellana proferendo, _L'Orco vi tira pei piedi_ -(_Orcus vobis ducit pedes_), voltavasi verso i senatori. - -[20] Erano Britanni quei che abbassavano, noi diremmo alzavano gli -scenarj: - - _Vel scena ut versis discedat frondibus, utque_ - _Purpurea intexti tollant aulæa Britanni._ - VIRGILIO, _Georg._, III. 24. - -[21] Della critica di Acilio un bel saggio ci conservò A Gellio, -intendendo mostrarcene la _simplicissima suavitas et rei et orationis_ -(XI. 14): _Eundem Romulum dicunt ad cœnam vocatum, ibi non multum -bibisse, quia postridie negotium haberet. Ei dicunt: — Romule, si istud -omnes homines faciant, vinum vilius sit». Is respondit: — Immo vero -carum, si quantum quisque volet, bibat; nam ego bibi quantum volui_». -C'è bene da disgradare le _cronicacce di frati_, contro cui se la -piglia Carlo Botta. - -[22] Εἰ γὰρ, ἧς πάντες εὐχόμεθα τοῖς Θεοῖς τυχεῖν, καὶ πᾶν ὑπομένομεν -ἱμείροντες αὺτῆς μετασκεῖν, καὶ μόνον τοῦτο τῶν νομιζομένων ἀγαθῶν -ἀναμφισβήτητόν ἐστι παρ’ ἀνθρώποις (λέγω δὴ τὴν εἰρήνην) κ. τ. λ. - -[23] Ὅτι σφόδρα οἱ ̔Ρωμαῖοι φιλοτιμοῦνται δικαίους ἐνίστασθαι τοὺς -πολέμους. _Framm._ XXXII. 4. 5. - -[24] Anche Eumachio di Napoli avea descritto le geste di Annibale. -Celidonio Errante ha un discorso sui difetti della primitiva storia -siciliana, derivati dall'esserci giunta solo per frammenti; e suggeriva -di supplirvi in qualche modo col radunare que' frammenti. Cominciò -egli stesso l'opera nella _Biblioteca greco-sicula_ (Palermo 1847), ove -discorre di varj storici, quali Antioco, Temistogene, Filisto, Dicearco -ed altri. - -[25] _Libros tuos conserva, et noli desperare eos me meos facere posse; -quod si assequero, supero Crassum divitiis, atque omnium vicos et -prato contemno._ Ad Attico, I. 4. — _Bibliothecam tuam cave cuiquam -despondeas, quamvis acrem amatorem inveneris: nam omnes vindemiolas eo -reservo, ut illud subsidium senectuti parem._ Ivi, 10. E spesso ritocca -la corda. - -[26] _De latinis (libris) quo me vertam nescio; ita mendose et -scribuntur et veneunt._ CICERONE, _ad Quintum_, III. 5. - -[27] Fuvvi bibliotecario Giulio Igino, che scrisse delle api e degli -alveari. Giulio Attico e Grecino trattarono della coltura delle viti. - -[28] _Acad. Quæst._, I. 3: — Noi peregrini e quasi stranieri nella -città nostra, i tuoi libri condussero, per così dire, a casa, talchè -potessimo conoscere chi e dove fossimo. Tu l'età della patria, tu la -descrizione dei tempj, tu la ragione delle cose sacre e dei sacerdoti, -tu la disciplina domestica e la guerresca, tu la sede dei paesi e -dei luoghi, tu ci mostrasti delle cose tutte umane e divine i nomi, i -generi, gli uffizj, le cause, ecc. - -[29] Le etimologie di Varrone sono già derise da Quintiliano, _Inst. -orat._, I. 6: _Cui non post Varronem sit venia? qui_ agrum, _quod -in eo_ agatur _aliquid; et_ graculos _quia gregatim volent, dictos -Ciceroni persuadere voluit; cum alterum ex græco sit manifestum duci, -alterum ex vocibus avium? Sed huic tanti fuit vertere, ut merula, quæ -sola volat, quasi mera volans, nominaretur._ - -[30] Fra le sentenze di Varrone, alcune vengono opportune anche oggi, -specialmente a coloro che l'erudizione antepongono a tutto. - -_Non tam laudabile est meminisse quam invenisse: hoc enim alienum est, -illud proprii muneris est._ - -_Elegantissimum est docendi genus exemplorum subditio._ - -_Amator veri non tam spectat qualiter dicitur, quam quid._ - -_Illum elige eruditorem, quem magis mireris in suis quam in alienis._ - -_Non refert quis, sed quid dicat._ - -_Sunt quædam quæ eradenda essent ab animo scientis, quæ inserendi veri -locum occupant._ - -_Multum interest utrum rem ipsam, an libros inspicias. Libri nonnisi -scientiarum paupercula monimenta sunt; principia inquirendorum -continent, ut ab his negotiandi principia sumat animus._ - -_Eo tantum studia intermittantur, ne obmittantur. Gaudent varietate -musæ, non otio._ - -_Nil magnificum docebit qui a se nil didicit. Falso magistri -nuncupantur auditorum narratores. Sic audiendi sunt ut qui rumores -recensent._ - -_Utile sed ingloriosum est ex illaborato in alienos succedere labores._ - -[31] _Nat. hist._, XXXV. 2. — Raoul-Rochette li credeva miniati. - -[32] _Nudi sunt, recti et venusti, omni ornatu orationis, tamquam -veste, detracto; sed dum voluit alios habere, parata unde sumerent qui -vellent scribere historiam, ineptis gratum fortasse fecit qui volunt -illa calamistris inurere; sanos quidem homines a scribendo deterruit: -nihil enim est in historia pura et illustri brevitate dulcius._ -CICERONE, De orat., 75. — _Summus auctorum divus Julius._ TACITO. — -_Tanta in eo vis est, id acumen, ea concitatio, ut illum eodem animo -dixisse quo bellavit appareat._ QUINTILIANO, Inst. orat., X. 1. - -L'ottavo libro della _Guerra gallica_ si ascrive comunemente a un -Irzio, che stese pure i commentarj sulle guerre d'Alessandria, d'Africa -e di Spagna. - -[33] SVETONIO, in _Cesare_, 20, in _Augusto_, 36. — Le Clerc, nella -sua opera de' _Giornali fra i Romani_ (Parigi 1838), non solo intende -provare ch'essi aveano effemeridi al modo nostro, ma che, per mezzo -di queste e degli Annali Pontifizj, può rendersi alla storia de' primi -tempi la certezza che la critica tende a rapirle. Vedansi pure - -LIEBERKUEHN, _Commentatio de actis Romanorum diurnis_. Weimar 1840. - -SCHMIDT, _Zeitschrift für Geschichtswissenschaft_. Berlino 1844. - -HUEBNER, _De senatus populique romani actis_. Lipsia 1860. - -Eccone qualche esempio: - - III. _Kal. Aprileis_. - - _Fasces penes Æmilivm· lapidibvs plvit invejenti· Postvmivs trib. - pleb. viatorem misit ad eos quod is eo die senatum nolvisset - cogere· intercessione P. Decimii trib. pleb. res est svblata· Q. - Avfidivs mensarivs tabernæ argentariæ ad scvtvm cimbricvm cvm magna - vi æris alieni cessit foro· retractus ex itinere cavsam dixit apvd - P. Fontejvm Balbvm præt. et cvm liqvidum factum esset evm nvlla - fecisse detrimenta jvssus est in solidum æs totum dissolvere._ - - IV. _Kal. Aprileis_. - - _Fasces penes Licinivm· fvlgvravit tonvit et qvercvs tacta in svmma - velia pavllvm a meridie· rixa ad Janvm infimvm in cavpona et cavpo - ad vrsum galeatvm graviter savciatvs· C. Titinivs æd. pl. mvlctavit - lanios qvod carnem vendidissent popvlo non inspectam· de pecunia - mulctatitia cella extrvcta ad tellvris lavernæ._ - -[34] _Candidissimus omnium magnorum ingeniorum æstimatur Livius._ -SENECA. I suoi libri erano cinquantadue, arrivando da Romolo fino alla -morte di Druso nel 744. Ne restano trentacinque non seguenti, cioè -i primi dieci dalla fondazione di Roma sino al 460; manca tutta la -seconda decade; poi si ha dal libro XXI al XL, cioè dal principio della -seconda guerra punica fino al 586: del restante i sommarj, che credonsi -di Floro. - -Negli archivj segreti di Torino giacciono le carte scritte -dall'infelice Pietro Giannone, durante la sua prigionia. Fra queste -sono i _Discorsi storici e politici sopra gli Annali di Tito Livio_, -ch'e' fece a imitazione del Machiavelli, ma con intento diverso, -giacchè si proponeva, non solo di gratificarsi Carlo Emanuèle III, -al quale non v'ha lode ch'egli non prodighi, ma di mostrare il suo -rispetto per la santa sede, e «manifestare al mondo i miei religiosi, -sinceri e cattolici sentimenti, ne' quali vivo e persisto; e.... a -riguardo dell'eminenza e superiorità della Chiesa di Roma sopra tutte -le altre Chiese del mondo cattolico, non ho io tralasciato le prove -più forti ed efficaci... chè ben dovrebbe essere studio e somma cura -di tutti gl'italici ingegni bene stabilirla, non essendo nella nostra -Italia rimasto oggi pregio maggiore e cotanto illustre ed insigne -che questo... Onde, se mai pe' miei precedenti scritti avess'io in -ciò errato e dato occasione ad altri di errare, è ben dovere che si -ricredano ora nella sincera dottrina... e se mai avesser seguito la -vestigia di un Pietro negante, giusto è che seguitino ora le pedate -dello stesso Pietro penitente...». - -È bene ricordarsi che scriveva «in solitudine, fra' deserti monti delle -Langhe, senza libri, senza amici e senz'ajuto, e fra lo squallore e -la tabe d'una misera ed angusta prigione» (Discorso XIII). Non è da -aspettarsene gran senno critico, nè estesa filologia; ma assume diversi -punti, e per es. nel discorso III ragiona _della franchezza con la -quale Livio scrisse delle cose appartenenti alla religione romana, e -non solo intorno al culto degli Dei ed a' loro vantati miracoli, ma in -tutt'i suoi rapporti serbasse un'incorrotta sincerità di fedele storico -e di profondo e grave filosofo_. - -_Ab uno disce omnes._ Questa, come altre opere del Giannone, venne -in luce per cura dell'illustre professore Pasquale Mancini, coi tipi -dell'Unione tipografico-editrice torinese. - -[35] _Pompej Trogi fragmenta, quarum alia in codicibus manuscriptis -bibliothecæ Ossolinianæ invenit, alia in operibus scriptorum maxima -parte polonorum jam vulgatis primum animadvertit_... _Augustus -Bielowski_. Leopoli 1853. - -[36] - - ... _Ausus es unus Italorum_ - _Omne ævum tribus explicare chartis_ - _Doctis, Jupiter! et laboriosis._ - CATULLO. - -[37] _Non ignorare debes, unum hoc genus latinarum literarum adhuc -non modo non respondere Græcis, sed omnino rude atque inchoatum morte -Ciceronis relictum. Ille enim fuit unus qui potuerit et etiam debuerit -historiam digna voce pronuntiare, quippe qui oratoriam eloquentiam, -rudem a majoribus acceptam, perpoliverit, philosophiam ante eum -incorruptam latina sua conformaverit oratione. Ex quo dubito, interitu -illius, utrum respublica an historia magis doleat._ Framm. — Cicerone -stesso (_De leg._, lib. I) si fa dire da Attico: _Postulatur a te -jamdiu, vel flagitatur potius historia. Sic enim putant, te illam -tractante, effici posse ut in hoc etiam genere Græciæ nihil cedamus: -atque, ut audias quid ego ipse sentiam, non solum mihi videris eorum -studiis qui literis delectantur, sed etiam patriæ debere hoc munus, ut -ea, quæ per te salva est, per te eundem sit ornata. Abest enim historia -literis nostris... Potes autem tu profecto satisfacere in ea, quippe -quum sit opus, ut tibi quidem videri solet, unum hoc oratorium maxime._ - -[38] _Quibusdam, et iis quidem non admodum indoctis, totum hoc -displicet philosophari._ CICERONE, De finib., I. 1. — _Vereor ne -quibusdam bonis viris philosophiæ nomen sit invisum._ De off., II. 1. -— _Reliqui, etiamsi hæc non improbent, tamen earum rerum disputationem -principibus civitatis non ita decorum putant._ Acad. Quæst., II. 2. - -[39] CICERONE, _De finib._, IV. 28 e 9; _Acad. Quæst._, II. 44. - -[40] CICERONE, _Topica. Quæst._ I. - -[41] _Multi jam esse latini libri dicuntur, scripti inconsiderate ab -optimis illis quidem viris, sed non satis eruditis. Fieri autem potest -ut recte quis sentiat, sed id quod sentit, polite eloqui non possit... -Philosophiam multis locis inchoasti (o Varro) ad impellendum satis, ad -edocendum parum._ Lo stesso, _Acad._, I. - -Tra i filosofi latini non vogliamo preterire Corellia, lodata da -Cicerone come _mirifice studio philosophiæ flagrans_, e da lui amata -troppo, se crediamo a Dione, lib. XLVI. - -[42] _Sic parati ut... nullum philosophiæ locum esse pateremur, qui non -latinis literis illustratus pateret._ De divin., II. 2. Nel proemio -delle _Tusculane_ professa dolergli che molte opere latine siano -scritte neglettamente da valenti uomini, e che molti i quali pensano -bene, non sappiano poi disporre elegantemente, il che è un abusare del -tempo e della parola. Negli _Uffizj_ raccomanda a suo figlio di leggere -le sue filosofiche discussioni. — Quanto al fondo pensa quel che ne -vuoi: ma tal lettura non potrà che darti uno stile più fluido e ricco. -Umiltà a parte, io la cedo a molti in fatto di scienza filosofica, ma -per quel che sia d'oratore, cioè la nettezza e l'eleganza dello stile, -io consumai la vita intorno a quest'abilità, onde non fo che usare un -mio diritto col reclamarne l'onore». - -[43] Ἀπόγραφα _sunt, minore labore fiunt; verba tantum affero, quibus -abundo._ Ad Attico, XII. 52. - -[44] Platone quanto allo Stato non andava pensando a riforme, non -ad esaminare se il diritto sovrano stia in alto o in basso, e come -applicarlo; ma crede necessario educar l'uomo, e dargli le virtù -cardinali, che sono prudenza, fortezza, temperanza, giustizia. Con -queste, più non importa stillarsi a far regolamenti; senza queste, i -regolamenti saranno violati o elusi. — Fan da ridere davvero i nostri -politici che tornano ogni tratto sulle loro ordinanze, persuasi di -trovare un fine agli abusi, senza accorgersi ch'è un tagliar le teste -dell'idra». _De repub._, lib. IV. Queste parole dell'insigne Greco dopa -duemila anni non perdettero l'opportunità. - -[45] _Turbatricem omnium rerum Academiam... Si invaserit in hæc, nimias -edet ruinas, quam ego placare cupio, submovere non audeo._ De leg., I. -13. - -[46] La conchiusione del trattato sulla natura degli Dei è: _Ita -discessimus ut Vellejo Cottæ disputatio verior, mihi Balbi ad veritatis -similitudinem videretur esse propensior._ - -[47] _Tuscul._, v. 7. - -[48] _Natura propensi sumus ad diligendos homines, quod fundamentum -juris est._ De leg., I. 13. — _Studiis officiisque scientiæ præponenda, -sunt officia justitiæ, quæ pertinent ad hominum caritatem, qua nihil -homini debet esse antiquius._ De off., I. 43. _Quid est melius aut quid -præstantius bonitate et beneficentia?_ De nat. Deorum, I. 43. - -[49] _De off._, II. 18. 16. - -[50] _Quum se non unius circumdatum mœnibus loci, sed civem totius -mundi quasi unius urbis agnoverit._ De leg., I. 23. — _Qui autem civium -rationem dicunt habendam, externorum negant, ii dirimunt communem -humani generis societatem; qua sublata, beneficentia, liberalitas, -bonitas, justitia funditus tollantur._ De off., III. 6. - -_Est autem non modo ejus qui servis, qui mutis pecudibus præsit, eorum -quibus præsit, commodis utilitatique servire._ Ad Quintum, I. 1. 8; -e più generosamente _De off._, I. 13: _Est infima conditio et fortuna -servorum: quibus non male præcipiunt qui ita jubent uti ut mercenariis; -operam exigendam, justa præbenda._ - -[51] _Bellum ita suscipiatur, ut nihil aliud nisi pax quæsita -videatur... Suscipienda sunt bella ob eam causam, ut sine injuria in -pace vivatur._ De off., e vedi I, 23. - -[52] _De repub._, III. — _De off_., II. - -Vedi FACCIOLATI, _Vita Ciceronis litteraria_. 1760. - -HULSEMANN, _De indole philosophica Ciceronis, ex ingenio ipsius et -aliis rationibus æstimanda_. 1799. - -GAUTIER DE SIBERT, _Examen de la philosophie de Cicéron_. Memorie -dell'Accademia d'Iscrizioni, tomi XLI. XLIII. - -MEINERS, _Oratio de philosophia Ciceronis, ejusque in universam -philosophiam meritis_. - -KUHNER, _M. T. Ciceronis in philosophiam ejusque partes merita_. - -e tutti gli storici della filosofia. - -La prima edizione compita delle opere di Cicerone, ove fossero compresi -anche i frammenti scoperti dal Maj nel 1814-1822, dal Niebuhr nel -1820, dal Peyron nel 1824, è quella di Le Clerc in latino e francese -1821-25, 30 vol. in-8º; e 1823-27, 35 vol. in-18º. Quella fatta dal -Pomba nel 1823-34 è in 16 vol. in-8º. Il meglio che l'erudizione abbia -accertato intorno al grande oratore, fu raccolto nell'_Onomasticum -Tullianum, continens M. T. Ciceronis vitam, historiam litterariam, -indicem geograficum historicum, indices legum et formularum, indicem -græco-latinum, fastos consulares. Curaverunt_ JO. GASP. ORELLIUS -_et_ JO. GEORG. RAITERUS, _professores turicenses_, 1837. È in corso -un'edizione compiuta delle opere di Cicerone a Lipsia per Teubner, -curata da Reinh. Klotz. - -[53] Sono ottocensessantaquattro lettere; più di novanta scritte da -altri. Quelle ad Attico precedono il consolato di Cicerone; le altre -vanno dal 692 sino a quattro mesi prima della morte di lui. Alcune sono -vergate coll'intenzione che andassero attorno, e specialmente la lunga -al fratello Quinto, dove espone la propria amministrazione proconsolare -nell'Asia Minore. È noto che molte opere degli antichi perirono -allorchè, incarendosi pel chiuso Egitto la carta, si rase la primitiva -scrittura per sovrapporne una nuova. Si suol dare colpa ai frati di -quest'artifizio: eppure Cicerone convince che fino a' suoi tempi si -praticava: _Ut ad epistolas tuas redeam, cætera belle; nam quod in -palimpsesto, laudo equidem parcimoniam; sed miror quid in illa chartula -fuerit, quod delere malueris quam exscribere, nisi forte tuas formulas; -non enim puto te meas epistolas delere, ut deponas tuas. An hoc -significas nil fieri? frigere te? ne chartam quidem tibi suppeditare?_ -Ad fam., VII. 18. - -Ne trapela anche il nessun rispetto al secreto delle lettere, e -quanto poco si distinguessero i caratteri. Cicerone incarica Attico -di scrivere in vece sua: _Tu velim et Basilio, et quibus præterea -videbitur, conscribas nomine meo_. XI. 5. XII. 19. _Quod literas, -quibus putas opus esse curas dandas, facis commode_. XI. 7; e così 8, -12 e spesso. Talvolta accenna di scrivere di proprio pugno, quasi il -suo più grande amico non potesse riconoscerlo: _Hoc manu mea_. XIII. -28. Altrove dice allo stesso: — Ho creduto riconoscere la mano d'Alessi -nella tua lettera» (15. XV); e Alessi era il solito scrivano di Attico. -Bruto dal campo di Vercelli scrive a Cicerone: — Leggi le lettere -che spedisco al senato, e se ti pare, cambiavi pure». Ad fam., XI. -19. Un capitano che dà incombenza all'amico di alterare un dispaccio -offiziale! Cicerone stesso apre la lettera di Quinto fratello, credendo -trovarvi grandi arcani, e la fa avere ad Attico dicendogli: — Mandala -alla sua destinazione: è aperta, ma niente di male, giacchè credo che -Pomponia tua sorella abbia il suggello di esso». - -Da ciò la grande importanza data al suggello, ancor più che alla firma. -In fatti la scrittura, oltre essere tanto somigliante perchè unciale, -poteva facilmente falsificarsi o sulle tavolette di cera o sulla -cartapecora. Pertanto succedeva spesso di fare interi testamenti falsi, -come appare nel codice Giustinianeo _De lege Cornelia de falsis_, lib. -XI. tit. 22. - -[54] Detta così dal nome osco di un piatto d'ogni sorta frutte, -solito offrirsi a Cerere e Bacco. Da ciò _lex satura_ una legge che -abbracciava diversi titoli; era vietato far votare il popolo per -_saturam_, cioè su diverse proposizioni a un tratto. Diomede definisce: -_Satira est carmen apud Romanos, nunc quidem maledictum, et ad carpenda -hominum vitia archææ comœdiæ charactere compositum, quale scripserunt -Lucilius, Horatius et Persius; sed olim carmen, quod ex variis -poematibus constabat, satira dicebatur, quale scripserunt Pacuvius et -Ennius_. - -[55] - - ... _Arctis_ - _Religionum animos vinclis exsolvere pergo._ - Lib. IV. - -[56] - - _Nec me animi fallit Grajorum obscura reperta_ - _Difficile illustrare latinis versibus esse,_ - _Multa novis verbis præsertim cum sit agendum_ - _Propter egestatem linguæ et rerum novitatem._ - ... _noctes vigilare serenas_ - _Quærentem dictis quibus et quo carmine demum_ - _Clara tuæ possim præpondere lumina menti,_ - _Res quibus occultas penitus convisere possis._ - Lib. I. - -[57] Ne' primi versi trovi, _Quæ mare navigerum, quæ terras -frugiferentes_; e poco dopo, _Frondiferas domos avium_. Cicerone -scriveva a Quinto (II. 11): _Lucretii poemata non sunt ita multis -luminibus ingenii, multæ tamen artis_. - -[58] ORAZIO, _Ep._ I. 4. - -[59] Si disputò assai della patria sua. Egli dice che l'Umbria - - _Me genuit, terris fertilis uberibus;_ - -e che se alcuno passa vicino a Mevania, osservi dove - - _Lacus æstivis intepet umber aquis,_ - _Scandentisque arcis consurgit vertice murus,_ - _Murus ab ingenio notior ille meo._ - -Nel lib. IV. 1, canta - - _Ut nostris tumefacta superbiat Umbria libris,_ - _Umbria romani patria Callimachi._ - -Leandro Alberti da questo verso indusse che Callimaco fosse romano, e -vi fu chi copiò tal errore, mentre Properzio vuol solo dirsi imitatore -di Callimaco, del che si vanta pure nel lib. III. 1. e 8: - - _Callimachi Manes, et coii sacra Philetæ_ - _In vestrum, quæso, me sinite ire nemus._ - _Primus ego ingredior puro de fonte sacerdos_ - _Itala per Grajos orgia forre choros._ - _Inter Callimachi sat erit placuisse libellos,_ - _Et cecinisse modis, dore poeta, tuis._ - -[60] - - _Hujus erat Solymus prhygia comes unus ab Ida_ - _A quo Sulmonis mœnia nomen habent._ - Fast., IV. 78. - - _Mantua Virgilio gaudet, Verona Catullo,_ - _Pelignæ gentis gloria dicar ego._ - Amor., III. 15. - - _Seu genus excutias, equites ab origine prima_ - _Usque per innumeros inveniemur avos._ - De Ponto, IV. 8. - -È schiavo de' pregiudizi di nascita quanto un nobile di cent'anni fa: -si vanta d'esser cavaliero senza aver mai portato le armi: - - _Aspera militiæ juvenis certamina fugi,_ - _Nec nisi lusura movimus arma manu;_ - -e si lamenta che si osi preferirgli chi non divenne tale se non per -merito di valore: - - _Præfertur nobis sanguine factus eques_ - _Fortunæ munere factus eques_ - _Militiæ turbine factus eques._ - -[61] - - _Non eadem ratio est sentire et demere morbos._ - _Sæpe aliquod verbum cupiens mutare, relinquo,_ - _Judicium vires destituuntque meum._ - _Sæpe piget (quid enim dubitem tibi vera fateri?)_ - _Corrigere, et longi ferre laboris onus..._ - _Corrigere at refert tanto magis ardua, quanto_ - _Magnus Aristarcho major Homerus erat._ - -[62] - - _Os homini sublime dedit, cœlumque tueri_ - _Jussit, et erectos ad sidera tollere vultus._ - Metam., I. 85. - - _... Polumque_ - _Effugito australem, junctamque aquilonibus arcton._ - -Somiglianti ripetizioni incontransi ad ogni piè sospinto. Giove va ad -alloggiare presso Bauci e Filemone; il vecchio prepara la mensa: - - _Furca levat ille bicorni_ - _Sordida terga suis, nigro pendentia tigno;_ - _Servatoque diu resecat de tergore partem_ - _Exiguam, sectamque domat ferventibus undis._ - _..... Mensæ sed erat pes tertius impar;_ - _Testa parem facit: quæ postquam subdita, clivum_ - _Sustulit etc._ - Ivi, VIII. 650. - -Queste minuzie di scuola fiamminga disabbelliscono spesso i suoi quadri -migliori. Parlando del diluvio, canta: - - _Exspatiata ruunt per apertos flumina campos,_ - ... _Pressæque labant sub gurgite turres;_ - _Omnia pontus erat, deerant quoque litora ponto._ - -Fin qui è bello; ma poi cala a particolarità oziose, e quindi nocevoli: - - _Nat lupus inter oves, fulvos vehit unda leones;_ - -quasi nell'universale sobbisso importi quel che facciano agnelli o -leoni. - -[63] Egli stesso si rimprovera di questo verso: - - _Tum didici getice sarmaticeque loqui._ - -Una volta nel verso non accomodandogli _mori_, disse: - - _Ad strepitum, mortemque timens, cupidusque moriri._ - -Altrove leggiamo: - - _Denique quisquis erat castris jugulatus achivis,_ - _Frigidius glacie pectus amantis erat._ - -A chi appartiene il _quisquis_? - -Frequenti sono i giocherelli di parole: - - _In precio precium nunc est..._ - _Cedere jussit aquam, jussa recessit aqua..._ - _Speque timor dubia, spesque timore cadit..._ - _Quæ bos ex homine est, ex bove facta dea..._ - _Semibovemque virum, semivirumque bovem._ - -E, me lo perdonino gli ammiratori, è un giocherello tutta la sua -descrizione del caos. - -[64] - - _Dummodo sic placeam, dum toto canar in orbe_ - _Quod volet impugnent unus et alter opus._ - Rem. am., 363. - -[65] - - _Nec vitam, nec opes, nec jus mihi civis ademit,_ - _Quæ merui vitio perdere cuncta meo._ - Trist., V. 11. - -Spira vera passione l'elegia dove descrive la sua partenza. In un'altra -canta: - - _Perdiderint cum me duo crimina, carmen et error,_ - _Alterius facti culpa silenda mihi..._ - _Vive tibi et longe nomina magna fuge._ - _Hæc ego si monitor monitus prius ipse fuissem,_ - _In qua debebam forsitan urbe forem..._ - _Inscia, quod crimen viderunt lumina plector,_ - _Peccatumque oculos est habuisse meum..._ - _Cuique ego narrabam, secreti quidquid habebam,_ - _Eccepto quod me perdidit unus erat..._ - _Cur aliquid vidi? cur noxia lumina feci?_ - _Cur imprudenti cognita culpa mihi?_ - _Inscius Acteon vidit sine veste Dianam,_ - _Præda fuit canibus non minus ille suis._ - -[66] La professa dal bel principio: - - _Di, cœptis..._ - _Aspirate meis, primaque ab origine mundi_ - _Ad mea perpetuum deducite tempora carmen._ - -[67] - - _Quoniam occuparat alter ne primus forem,_ - _Ne solus esset studui, quod super fuit._ - Epil. del lib. II. - -[68] _Gressus delicatus et languidus_ (lib. V. f. 1): _filia formosa et -oculis venans viros_ (lib. IV. f. 5): _frivola insolentia_ (lib. III. -f. 6): _iratus impetus_ (lib. 3. f. 2): _cornea domus_ della tartaruga -(lib. II. f. 6): _ignavus sanguis_ dell'asino (lib. I. f. 29): -_generosus impetus_ del cinghiale (lib. I. f. 29). - -Nella notissima favola della rana e il bue, in quanti varj modi dice -la cosa stessa! _Rugosam inflavit pellem_ — _Intendit cutem majori -nisu_ — _Dum vult validius inflare se se._ E nelle conchiusioni morali: -_Hoc illis dictum est_ — _Hoc pertinere ad illos vere dixerim_ — -_Hoc argumento se describi sentiat_ — _Hoc scriptum est tibi_ — _Hoc -illis narro_ — _Hoc in se dictum debent illi agnoscere..._ Possiamo -credere fossero di pretta lingua certi modi che sanno del latino -ecclesiastico, come: _quem tenebat ore demisit cibum_ (lib. I. f. 4): -_hi quum cepissent cervam vasti corporis_ (lib. I. f. 5): _rupto jacuit -corpore_ (lib. I. f. 24): _quæ debetur pars tuæ modestiæ, audacter -tolle_ (lib. II. f. 1): _ante hos sex menses_ (lib. I. f. 1): _invenit -ubi accenderet_ (lib. III. f. 19): e l'abuso di astratti come _sola -improbitas abstulit totam prædam_ (lib. I. f. 5): _tuta est hominum -tenuitas_ (lib. II f. 7): _spes fefellit impudentem audaciam_ (lib. -III. f. 5). - -Alcuno crede suppositizio questo Fedro, di cui, eccetto Marziale, -nessun antico ricorda il nome; e che venne in luce soltanto nel -1562, in occasione del sacco dato a un convento di Germania: la -prima edizione è del 1596. Ma nella Dacia fu trovata un'iscrizione, -contenente un verso delle favole di Fedro. V. MANNERT, _Res Trajani ad -Danub._, pag. 78. Certo il testo fu alterato e interpolato. Orelli ne -diede la lezione migliore a Zurigo nel 1831; poi anche di quelle nuove -scoperte dal Janelli e dal Maj, da cui è desunta la favola che diamo -nel testo. - -[69] - - _Duplici circumdatus æstu_ - _Carminis et rerum._ - -Egli ammette con precisione le popolazioni antipode: - - _Terrarum forma rotunda._ - _Hanc circum variæ gentes hominum atque ferarum_ - _Aeriæque colunt volucres. Pars ejus ad arctos_ - _Eminet: austrinis pars est habitabilis oris,_ - _Sub pedibusque jacet nostris, supraque videtur_ - _Ipsa sibi fallente solo declivia longa_ - _Et pariter surgente via, pariterque cadente._ - _Hinc ubi ab occasu nostros sol aspicit ortus;_ - _Illic orta dies sopitas excitat urbes;_ - _Et cum luce refert operum vadimonia terris._ - _Nos in nocte sumus, somnosque in membra locamus,_ - _Pontus utrosque suis distinguit et alligat undis..._ - _Altera pars orbis sub aquis jacet_ invia nobis, - _Ignotæque hominum gentes, nec transita regna,_ - _Commune ex uno lumen ducentia sole,_ - _Diversasque umbras, lævaque cadentia signa,_ - _Et dextros ortus cælo spectantia verso._ - -[70] - - _Quod mihi pareret legio romana tribuno._ - Sat., lib. I. 4. - -[71] - - _Inopemque paterni_ - _Et laris et fundi..._ - _Paupertas impulit audax_ - _Ut versus facerem._ - Ep., lib. II. 2. - -[72] Ep. XIV. lib. I. v. 3. - -[73] - - _Alme sol... possis nihil urbe Roma_ - _Visere majus._ - -[74] - - _Nullius addicti jurare in verba magistri._ - _Quo me cumque rapit tempestas, deferor hospes._ - _Nunc agilis fio et mergor civilibus undis,_ - _Virtutis veræ custos rigidusque satelles;_ - _Nunc in Aristippi furtim præcepta relabor,_ - _Et mihi res, non me rebus submittere conor._ - -[75] Negli Epodi è minore l'imitazione dal greco, com'è minore l'arte e -la varietà dei metri. - -[76] Vedete, per esempio, l'ode 14 del lib. III. Cesare torna vincitore -dalla Spagna. — Esultate, o suore, o madri, o spose: ormai io non -temerò tumulti, dacchè Augusto regge il mondo. Qua, ragazzo, porta -corone e un fiasco dei tempi della guerra marsica, se pur un sol fiasco -potè sfuggire a Spartaco. Affretta, Neera, ad annodarti i crini, e -se il portinajo ti ritarda, parti. Il crin bianco mi distoglie dalle -risse: non così in pace mel recherei se più giovane fossi». Altrettanto -nell'ode _Nunc est bibendum._ - -Leggansi PASSON, _Horat. Flaccus Leben und Zeitalter._ Lipsia, 1833. - -BUTTMANN, _Ueber das Geschichtliche und die Anspielungen in Horat._ -Berlino, 1828. - -JACOBS, _Lectiones cenosinæ_ (Lipsia 1831) intorno alla valutazione -morale del carattere e degli atti e delle poesie d'Orazio. - -E SCHMID, e BRAUNHARD, e tanti altri recentissimi che studiarono questo -poeta. - -Wieland avea tessuto su Orazio un romanzo. Döring, nelle illustrazioni -all'edizione di Lipsia 1824, lo volse a satira dei contemporanei. -Weichert, _Prolusiones de Q. H. Flacci epistolis_, 1826, e _Lectiones -venusinæ_, 1832-33, sulla storia del poeta stesso e dei coetanei, -restituì veramente la storia della letteratura del tempo d'Augusto. -Hoffman Peerlkamp (Harlem 1834) pretese, colla lunghissima famigliartà, -avere acquistato un senso più intimo del poeta, in modo da scernere -ciò che vi fu interpolato; e sopra 3845 versi, ne trovò 644, dei quali -assolve Orazio per incolparne i grammatici. Orelli, nell'edizione che -ne fece a Zurigo 1837-38, dopo venticinque anni di lezioni, non attacca -la genuinità del poeta, nè s'accannisce co' predecessori: _Differt -autem nostra interpretatio a similibus, quæ nunc in scholis feruntur, -his potissimum nominibus; sæpius dijudicantur et variæ lectiones et -diversæ grammaticorum explicationes, sine ulla tamen in quemquam -insectatione aut contumelia: quin in hoc quoque genere, tacitis -plerumque adversariis, quæ veriora ubique viderentur, argumentis -additis exposui, ne traquillissima disputatio acris rixæ cum hoc vel -illo inimico contractæ, speciem unquam præseferret; quo quidem cum -aliis digladiandi et depugnandi studio in hujusmodi scriptis studiosæ -juventuti propositis nihil profecto perversius reperiri potest._ Un -giojello tipografico e filologico è l'edizione che Ambrogio Didot fece -nel 1855, colla vita scrittane da Noël des Vergers. - -Non si potrebbe desiderare lavoro più completo e più nojoso di quello -che fece Walckenaer, _De la vie et des poésies d'Horace._ Parigi 1840. -Egli dice: _Dans les ouvrages de ce poète ressortent sous de vives -couleurs la grandeur et la gloire, les ridicules et les vices de ce -siècle mémorabile_. - -[77] - - _Vilius argentum est auro, virtutibus aurum..._ - _O cives, cives, quærenda pecunia primum est,_ - _Virtus post nummos._ - _Omnis enim res,_ - _Virtus, fama, decus, divina humanaque pulchris_ - _Divitiis parent, quas qui costruxerit, ille_ - _Clarus erit, justus, fortis, sapiens etiam et rex,_ - _Et quidquid volet..._ - _Et genus, et virtus, nisi cum re, vilior alga est._ - -[78] Vedi nel Cap. XLI. — Assai prima delle recenti controversie -intorno al dare o no in mano ai giovani i classici, erasi disputato -sulle lubricità di Orazio e degli altri poeti; e singolarmente vollero -difenderli König, _De satira Romanorum_, e Barth nella prefazione a -Properzio. Jani, nell'edizione di Orazio scagiona i costumi di questo -dicendo: _Si cogitemus quam prorsus honestus et a vitii crimine liber -fuerit amor peregrinarum et libertinarum; quam parum, certe ante -legem Juliam latam, ipse puerorum amor sceleris habuerit; denique, -quam multæ et notiones et loquendi formæ eo tempore dignitatem et -honestatem habuerint, quas postea politior usus, ut fit, respuit, et -inter illiberales retulit: hæc si cogitemus, jam multum ex illo Horatii -vituperio perire sentiamus. Loca et carmina Horatii, quæ nos hodie -offendunt, eo tempore non ita offendebant; licet, quod nos hodie in -verbis castiores sumus ac delicatiores, non sequatur, ut ideo et mores -hodierni castiores sint. Accedit, quod dare possumus, Horatium, hominem -hilarem et suavem, præsertim in illa sæculi sui indole, ab amore non -immunem fuisse, ejus philosophiam morum hac parte laxiorem fuisse, -eum arsisse subinde libertina aliqua aut peregrina puella; neque tamen -ideo desinet esse is vir magnus, bonus et honestus. Nam numquam amavit -matronas aut ingenuas, numquam, quod præclare Lessingius docuit, -pueros amavit, et sic leges romanas illasque naturæ numquam violavit; -potius graviter subinde in adulteria, proprie dieta incestosque amores -invehitur. Carmina etiam illius amatoria haud dubie sæpe lusus poetici, -ad hilaritatem facti, sæpe e græco expressa sunt._ - -[79] - - _Clament periisse pudorem_ - _Cuncti pene patres..._ - _Vel quia turpe putant... quæ_ - _Imberbes didicere, senes perdenda fateri._ - -[80] - - ... _Usus,_ - _Quem penes arbitrium est et jus et norma loquendi._ - -[81] - - _Qui redit ad fastos, et virtutem æstimat annis,_ - _Miraturque nihil, nisi quod Libitina sacrarit._ - ... _Si tam Graiis novitas invisa fuisset_ - _Quam nobis, quid nunc esset vetus?_... - _Jam saliare carmen qui laudat,_ - _Ingeniis non ille favet, plauditque sepultis,_ - _Nostra sed impugnat, nos nostraque lividus odit._ - -[82] - - _Tua, Cæsar, ætas_ - _Fruges et agris retulit uberes._ - _Non his juventus orta parentibus_ - _Infecit æquor sanguine punico:_ - _Sed rusticorum mascula militum_ - _Proles, sabellis docta ligonibus_ - _Versare glebas._ - ORAZIO. - - _Hanc olim veteres vitam coluere Sabini,_ - _Hanc Remus et frater: sic fortis Etruria crevit._ - VIRG. - -[83] - - _Si non ingentem foribus domus alta superbis_ - _Mane salutantum totis vomit ædibus undam:_ - _Nec varios inhiant pulcra testudine postes,_ - _Inlusasque auro vestes..._ - _Illum non populi fasces, non purpura regum_ - _Flexit..._ - _nec ferrea jura_ - _Insanumque forum, aut populi tabularla vidit..._ - _Hic stupet attonitus rostris; hunc plausus hiantem_ - _Per cuneos geminatus enim plebisque patrumque_ - _Corripuit. Gaudent perfusi sanguine fratrum,_ - _Exilioque domos et dulcia lumina mutant._ - -E vedi tutta la stupenda chiusura delle Georgiche. - -[84] Egli stesso invoca le _musæ sicelides_, e attribuisce ai -Siracusani l'invenzione delle pastorali: - - _Prima syracusio dignata est ludere versu_ - _Nostra nec erubuit silvas habitare Camena,_ - -alludendo a Dafni, il quale, secondo Diodoro (lib. IV. c. 16), creò -questo genere di poesia quale a' giorni suoi durava ancora in Sicilia; -e a Teocrito, a Mosco, a Stesicoro. Cesare Scaligero (_Poetices liber_ -V, _qui et criticus_), coll'erudizione d'un critico e l'ostinazione -d'un pedante, rivela i furti commessi da Virgilio sopra Omero, Pindaro, -Apollodoro ed altri, ma dimostrando uno per uno ch'esso li superò -tutti. - -[85] Ennio rammenta altri cantori: - - _Scripsere alii rem_ - _Versibu' quos olim Fauni vatesque canebant_. - -[86] - - _Quis aut Eurysthea durum,_ - _Aut inlaudati nescit Busiridis aras?_ - _Cui non dictus Hylas puer, et Latonia Delos,_ - _Hippodameque, humeroque Pelops insignis eburno,_ - _Acer equis?_ - VIRGILIO, Georg., III. 4. - -Anche Properzio gl'incensava e derideva: - - _Dum tibi cadmeæ ducuntur, Pontice, Thebæ_ - _Armaque fraternæ tristia militiæ,_ - _Atque (ita sim felix) primo contendis Homero..._ - _Me laudent doctæ solum placuisse puellæ..._ - _Tu cave nostra tuo contemnas carmina fastu:_ - _Sæpe venit magno fœnere tardus amor._ - Eleg. I. 7. - -Che gli argomenti mitologici fossero comuni nelle epopee, lo -raccogliamo da quel di Ovidio ove dice: - - _Quum Thebæ, quum Troja forent, quum Cæsaris acta,_ - _Ingenium movit sola Corinna meum;_ - -e più dalla famosa ode di Orazio _Scriberis Vario fortis_, ove, -invitato a cantar le glorie di Agrippa, risponde che meglio capace n'è -Vario, aquila della poesia meonia: — Io, debole poeta, non varrei a -trattare tali soggetti, nè l'implacabil ira del Pelìde, nè i lunghi -errori di Ulisse, o i delitti della casa di Pelope... Chi parlerà -degnamente di Marte colla lorica d'acciajo, di Merione annerito dalla -polvere di Troja, del figlio di Tideo che l'ajuto di Pallade eleva a -paro degli Dei?» - -[87] - - _Sacra diesque canam et cognomina prisca locorum._ - Eleg., IV. 1. - -Di tale poema sono forse brani molte parti del suo quarto libro, come -il concetto ne spira nell'elegia a Roma, dove canta: — Quanto vedi, o -straniero, della massima Roma, prima del Frigio Enea era colle erboso; -dove sorgono i palazzi sacri al navale Febo, riposarono i profughi -bovi d'Evandro; questi tempj d'oro crebbero per numi di creta; il padre -Tarpeo tonava dalla nuda rupe, e dai nostri armenti era frequentato il -Tevere; il corno pastorale convocava i prischi Quiriti, e cento di loro -in un prato assisi formavano il senato. Nè sul cavo teatro pendevano -veli sinuosi; nè di solenne croco olezzavano i paschi; nè s'ebbe cura -di cercare straniere deità quando la turba tremava intenta ai sacri -riti». - -[88] Tutte le favole di Virgilio sulla venuta di Enea si trovano in -Dionigi d'Alicarnasso. Ora questi non diè fuori l'opera sua che otto o -sette anni av. C., e Virgilio era morto da dieci anni. Virgilio dunque -tolse le sue favole da altre fonti; ma fa meraviglia che Dionigi non -citi l'_Eneide_. Era il disprezzo dei Greci per tutto ciò che era -romano? era un'altra delle ignoranze de' lavori precedenti che spesso -si trovano negli antichi? Quegli stessi che parrebbero concepimenti -di Virgilio, sono reminiscenze. Nevio, nel poema sulla guerra punica, -avea già raccontato la venuta di Enea in Italia e seguitone il viaggio -coi casi medesimi narrati da Virgilio, come la procella concitata da -Giunone, e le querele di Venere a Giove, e le speranze onde la consola; -anzi probabilmente quel poeta condusse Enea a Cartagine, come certo -inventò il personaggio di Anna sorella di Didone. La pietà di Enea che -salva il padre e i penati si legge in Varrone, dove è soggiunto che -l'astro di Venere più non disparve dagli occhi dei Trojani, finchè non -afferrarono al lido indicato dall'oracolo di Dodona. Lunghi passi sono -tradotti da Apollonio Rodio: Stesicoro gli offrì quella soluzione del -dramma iliaco: se crediamo ad uno degli interlocutori dei _Saturnali_ -di Macrobio, il secondo dell'Eneide è tolto di pianta da Pisandro epico -greco; e la _Crestomatia_ di Proclo c'insegna che l'invenzione del -cavallo di legno è dovuta ad Aratino e a Lesene. - -[89] Perciò molte infedeltà di costume possono notarsi in Virgilio. -Enea e Didone vanno a caccia di cervi in Africa, dove pur sono monti -coperti d'abeti (lib. IV): al principio del V, Enea col vento aquilone -vien d'Africa in Italia: Plinio dice _iliacis temporibus nec thure -supplicabatur_ e in Virgilio troviamo gl'incensi, v. 745: vi troviamo -guerrieri a cavallo e trombe, inusati in Omero: così le triremi (_terno -consurgunt ordine remi_, v. 120), mentre Tucidide le fa introdotte -assai più tardi. - -[90] Per sentire la differenza de' sentimenti verso le donne nei -moderni e negli antichi, basta osservare come Virgilio non faccia da -Enea tener conto alcuno degli spasimi di Didone, anzi da questi egli -passi a mostrare l'indifferenza dell'eroe con un fatto, ove sembra -ch'egli manchi a quella rettitudine di senso e di gusto che pur gli -abbondava. Nel IV libro Enea tenta fuggire di soppiatto, ma scopertolo, -Didone il prega per quanto han di sacro l'amor loro, il cielo, la -terra; infine sviene; le damigelle la trasportano sul letto, e il _pio_ -Enea torna alla flotta: - - _At pius Eneas, quamquam lenire dolentem_ - _Solando cupit..._ - _Jussa tamen divûm exsequitur, classemque revisit._ - -Il _pius_ qui non direbbesi una celia atroce? Anna va a scongiurarlo: - - _Miserrima fletus_ - _Fertque, refertque soror: sed nullis ille movetur_ - _Fletibus, aut voces ullas tractabilis audit._ - _Fata obstant_, placidasque _viri deus obruit aures._ - -Che più? mentre Didone si dispera e prepara ad uccidersi, - - _Æneas, celsa in puppi, jam certus eundi,_ - Carpebat somnos. - -[91] _Est ingens ei cum tragœdiarum scriptoribus familiaritas._ -MACROBIO, _Saturn._, v. 18. E lo chiama _vir tam anxie doctus_. - -[92] - - _Malo me Galatea petit, lasciva puella,_ - _Et fugit ad salices, et se cupit ante videri._ - _ — Incipe, parve puer, risu cognoscere matrem._ - _ — Cum canerem reges et prælia, Cynthius aurem_ - _Vellit, et admonuit: Pastorem, Tityre, pingues_ - _Pascere oportet oves, deductum dicere carmen._ - _ — Jam fragiles poteram a terra contingere ramos._ - _ — Insere, Daphni, piros: carpent tua poma nepotes._ - _ — Tenerisque meos incidere amores_ - _Arboribus; crescent illæ, crescetis amores._ - -[93] - - _Fortunate senex! hic, inter flumina nota_ - _Et fontes sacros, frigus captabis opacum._ - _ — Tantum inter densas, umbrosa cacumina, fagos_ - _Assidue veniebat: ibi hæc incondita solus_ - _Montibus et sylvis studio jactabat inani._ - _ — Hic gelidi fontes, hic mollia prata, Lycoris,_ - _Hic nemus, hic ipso tecum consumerer ævo._ - -[94] Gli autori antichi della vita di Virgilio fanno ascendere le sue -ricchezze a dieci milioni di sesterzj, cioè due milioni de' nostri. -Senza credere così appunto, sappiamo però che veramente il poeta -lasciossi trarricchire. Giovenale vi allude nella _Satira_ VII. 69; -Orazio ne dà lode ad Augusto, _Ep_., lib. II. 1: - - _At neque dedecorant tua de se judicia, atque_ - _Munera, quæ, multa dantis cum laude, tulerunt_ - _Dilecti tibi Virgilius, Variusque poetæ._ - -Un poeta di poco posteriore, i cui versi sono posti fra gli _Analecta_ -di Virgilio, canta i meriti di Mecenate in un panegirico a Pisone, ove, -tra le altre cose, si legge: - - _Ipse per ausonias æneia carmina gentes_ - _Qui sonat, ingenti qui nomine pulsat Olympum,_ - _Mæoniumque senem romano provocat ore,_ - _Forsitan illius memoris latuisset in umbra_ - _Quod canit, et sterili tantum cantasset avena_ - _Ignotus populis, si Mæcenate careret._ - _Qui tamen haud uni patefecit limina vati,_ - _Nec sua Virgilio permisit numina soli._ - _Mæcenas tragico quatientem pulpita gestu_ - _Erexit Varium, Mæcenas alta_ Thoantis - _Eruit, et populis ostendit nomina Grais._ - _Carmina romanis etiam resonantia chordis,_ - _Ausoniamque chelym gracilis patefecit Horati._ - _O decus, et toto merito venerabilis ævo_ - _Pierii tutela chori, quo præside tuti_ - _Non unquam vates inopi timuere senectæ._ - -Invece di _Thoantis_ leggerei _Thyestis_, titolo della tragedia di -Vario, che, secondo Quintiliano, _cuilibet Græcorum comparari potest_. -Inst. orat., X. 1. - -[95] - - _Tu canis umbrosi subter pineta Galesi_ - _Thyrsin, et attritis Daphnin arundinibus._ - PROPERZIO, II. 34. - -Ciò prova che colà scrisse le Bucoliche. Quanto alle Georgiche, egli -stesso nel lib. iv. 125, canta: - - _Namque sub æbaliæ memini me turribus arcis_ - _Qua niger humectat flaventia culta Galesus etc._ - -[96] - - _Cedite, romani scriptores, cedite graii:_ - _Nescio quid majus nascitur Iliade._ - PROPERZIO, II. ult. - - _Tityrus et segetes Æneiaque arma legentur,_ - _Roma Triumphati dum caput orbis erit._ - OVIDIO, Am., I. 15. - -Vedi DONATO, _Vita Virgilii_, § 5. - -[97] - - _Nec tu divinam Æneida tenta,_ - _Sed longe sequere, et vestigia semper adora._ - STAZIO, Theb., XII. 816. - -La versione di Annibal Caro è degna d'un poeta; e i tanti che dappoi -vollero emularlo, la dimostrarono a ragionamenti difettosa, alla prova -inarrivabile. Gli antichi attribuiscono a Virgilio un poemetto sulla -zanzara; ma il _Culex_ che va tra le opere sue, è di cattivo impasto -ne' versi, di niun gusto negli episodj, e affatto indegno di lui. - -[98] - - _Vos exemplaria græca_ - _Nocturna versate manu, versate diurna..._ - _Apis Mutinæ more modoque._ - ORAZIO. - -[99] Non solo Virgilio ed Orazio, ma Ovidio, e persino Fedro, si -tengono sicuri di una fama non più peritura. Fedro, nel prologo del -lib. III, dice: - - _... Si leges, lætabor; sin autem minus,_ - _Habebunt certe, quo se oblectent posteri..._ - _Ergo hinc abesto, livor; ne frustra gemas,_ - _Quoniam solemnis mihi debetur gloria._ - -E nell'epilogo del lib. IV: - - _Particulo, chartis nomen victurum meis,_ - _Latinis dum manebit pretium literis._ - -Ed Ovidio nelle Metamorfosi, XV in fine: - - _Jamque opus exegi, quod nec Jovis ira, nec ignes,_ - _Nec poterit ferrum, nec edax abolere vetustas..._ - _Parte tamen meliore mei super alta perennis_ - _Astra ferar, nomenque erit indelebile nostrum,_ - _Quaque patet domitis romana potentia terris_ - _Ore legar populi; perque omnia sæcula fama,_ - _Si quid habent veri vatum præsagia, vivam._ - -[100] Di Mecenate ci conservò Isidoro alcuni versi diretti ad Orazio: - - _Lugent, o mea vita, te smaragdus,_ - _Beryllus quoque, Flacce; nec nitentes_ - _Nuper candida margarita, quæro,_ - _Nec quos thynica lima perpolivit_ - _Anellos; nec jaspios lapillos._ - -E questi altri Svetonio: - - _Ni te visceribus meis, Horati,_ - _Jam plus diligo, tu tuum sodalem_ - _Ninnio videas strigosiorem._ - -Macrobio dà un viglietto, ove Augusto derideva Mecenate -contraffacendone lo stile: _Idem Augustus, quia Mæcenatem suum noverat -esse stylo remisso, molli et dissoluto, talem se in epistolis, quas -ad eum scribebat, sæpius exhibebat, et contra castigationem loquendi, -quam alias ille scribendo servabat, in epistola ad Mæcenatem familiari, -plura in jocos effusa subtexuit: — Vale, mel gentium, melcule, ebur -ex Etruria, laser aretinum, adamas supernus, tiberinum margaritum, -Cilniorum smaragde, jaspi figulorum, berylle Porsenæ,_ ἴνα συντέμω -πάντα, μάλαγμα _mœcharum_». Saturn., II. 4. - -Di Pollione ci tramandò Seneca un passo nelle _Suasor_., 7, ch'egli -dice il più eloquente delle sue storie, e noi lo riferiamo sì per -saggio filosofico, sì perchè ritrae Marco Tullio senza l'astio che -imputano a Pollione: _Hujus ergo viri, tot tantisque operibus mansuris -in omne ævum, prædicare de ingenio atque industria supervacuum est. -Natura autem pariter atque fortuna obsecuta est. Ei quidem facies -decora ad senectutem, prosperaque permansit valetudo; tum pax diutina, -cujus instructus erat artibus, contigit; namque a prisca severitate -judicis exacti maximorum noxiorum multitudo provenit, quos obstrictos -patrocinio, incolumes plerosque habebat. Jam felicissima consulatus -ei sors petendi et gerendi magna munera, deûm consilio, industriaque. -Utinam moderatius secundas res, et fortius adversas ferre potuisset! -namque utraque cum venerat ei, mutari eas non posse rebatur. Inde -sunt invidiæ tempestates coortæ graves in eum, certiorque inimicis -adgrediendi fiducia: majori enim simultates appetebat animo, quam -gerebat. Sed quando mortalium nulla virtus perfecta contigit, qua major -pars vitæ atque ingenti stetit, ea judicandum de homine est. Atque ego -ne miserandi quidem exitus eum fuisse judicarem, nisi ipse tam miseram -mortem putasset_. - -[101] _Cassium Severum primum affirmant flexisse ab illa, vetere atque -directa dicendi via: non infirmitate ingenii nec inscitia literarum -transtulisse se ad illud dicendi genus contendo, sed judicio et -intellectu. Vidit namque cum conditione temporum, diversitate artium, -formam quoque ac speciem orationis esse mutandam._ De oratoribus, c. -19. - -[102] Nelle Pandette (lib. I. tit. 4. fr. 1) leggesi: _Quod principi -placuit, legis habet vigorem; utpote cum Lege Regia, quæ de Imperio -ejus lata est, populus ei et in eum omne suum imperium et potestatem -conferat_. Parve tanto esagerato questo passo, che lo supposero falso: -ma qui _omnem potestatem_ non vuol dire che il popolo trasferisse -nell'imperatore _tutto il suo potere_, ma che l'imperatore tiene dal -popolo _tutto il potere che ha_. - -[103] _Miserum populum romanum, qui sub tam lentis maxillis erit._ - -[104] TACITO, ANN., II. - -[105] Svetonio nè tampoco l'accenna, Vellejo appena, chiamandolo -_comitiorum ordinatio_. - -[106] _More majorum_. TACITO, _Ann_., III. 66; IV. 4. - -[107] _Quo magis socordiam eorum irridere libet, qui præsenti potentia -credunt extingui posse etiam sequentis ævi memoriam. Nam contra, -punitis ingeniis, gliscit auctoritas; neque aliud externi reges aut -qui eadem sævitia usi sunt, nisi dedecus sibi, atque illis gloriam -peperere_. Ann. IV. 35. - -[108] DIONE, LVII; PLINIO, XXXVI. 26. - -[109] - - _Turba Remi sequitur fortunam ut semper, et odit_ - _Damnatos. Idem populus si Nurtia Tusco_ - _Favisset, si oppressa foret secura senectus_ - _Principis, hac ipsa Sejanum diceret hora_ - _Augustum._ - GIOVENALE, X, 73. - -[110] _Sidus et popum et puppum alumnum_. SVETONIO. - -[111] _Ut ipse dicebat_ ἀξιοθριάμβευτον. SVETONIO. - -[112] _Memento omnia mihi et in omnes licere_. SVETONIO. - -[113] _Meditatus est edictum, quo veniam daret flatum crepitumque -ventris in cœna emittendi, cum periclitatum quemdam præ pudore ex -continentia reperisset_. Ivi. — Chi nel _Trimalcione_ di Petronio crede -adombrato Claudio, può addurre in prova questo decreto, corrispondente -alle parole che ivi dice quel goffo danaroso: _Si quis vestrum voluerit -sua re sua causa facere, non est quod illum pudeat; nemo vestrum solide -natus est. Ego nullum puto tam magnum tormentum esse quam continere: -hoc solum vetare ne Jovis potest._ - -[114] - - _Ostenditque tuum, generose Britannice, ventrem; - Et defessa viris, nondum satiata recessit._ - GIOVENALE. - -[115] Voglia qualche chimico esaminare se fossero possibili -questi veleni, inavvertiti eppur subitanei, quando s'ignoravano le -preparazioni moderne. Egli si ricordi che Svetonio dice che sul rogo di -Germanico si trovò il cuore di lui ben conservato, perchè si sa che il -cuore degli avvelenati è incombustibile. - -[116] - - _Qui sedet_... - _Planipedes audit Fabios, ridere potest qui_ - _Mamercorum alapas._ - GIOVENALE, VI. 189. - -[117] TACITO, _Ann_., XIV. 14 e seg.; XV. 32; SVETONIO, in _Nerone_, 11 -e 12; SENECA, _Ep_. 100. - -[118] _Ut non modo causas eventusque rerum, qui plerumque fortuiti -sunt, sed ratio etiam, causæque noscantur_. Hist., I. 4. - -[119] _Nam populi imperium juxta libertatem, paucorum dominatio regiæ -libidini propior est_. Ann., V. 42. - -[120] _Liceatque, inter abruptam contumaciam et deforme obsequium, -pergere iter ambitione ac periculo vacuum_. Ann., IV. 20. - -[121] TACITO, Ann., II. - -[122] _Diu inter instrumenta regni habita_. TACITO. - -[123] SENECA, ep. 47. — _Intelliges non pauciores servorum ira -cecidisse, quam regum_. Ep. 4. - -[124] Il parricida, secondo le leggi dei re, gettavasi al mare chiuso -in un sacco di cuojo, con un gatto, una serpe, una scimia. Quando -Nerone ebbe uccisa sua madre, si vedeano sospesi dei sacchi alle -effigie di lui. - -[125] PLINIO, XXXIII. 12; CICERONE, _De orat_., III. 12. - - _Me legit omnis ibi_ (a Vienna) _senior, juvenisque, puerque,_ - _Et coram tetrico casta puella viro._ - MARZIALE, VII. 88. - - _Tu quoque nequitias nostri lususque libelli,_ - _Uda puella leges, sis patavina licet._ - Lo stesso, XI. 16. - -_Pervigilium_ o _Vigiliæ_ dicevano certe solennità notturne, che, -divenute occasione d'eccessi, la legge restrinse a poche, e ne escluse -gli uomini e le nobili. Di rado menzionate sotto la Repubblica, -frequentano sotto l'Impero; e probabilmente al tempo d'Augusto -fu introdotta la vigilia di Venere, nella quale, per tre notti -consecutive d'aprile, le fanciulle menavano cori, poi dopo un banchetto -s'intrecciavano danze fra la gioventù (OVIDIO, _Fast_., IV. 133). Più -tardi questa memoria del natale di Quirino celebravasi in un'isola del -Tevere deliziosissima, dove, osservati dal prefetto o da un console, i -cittadini facevano sotto le tende una lieta festa. A cantarsi in questa -era probabilmente destinato il _Pervigilium Veneris_, poemetto ove essa -dea è venerata siccome madre dell'universo, e protettrice dell'Impero. - -[126] - - _Nec satis incestis temerari vocibus aures,_ - _Adsuescunt oculi multa pudenda pati._ - _Luminibus tuis_ (Auguste)... - _Scenica vidisti lentus adulteria_. - OVIDIO, _Trist._, II. 500. - - _Junctam Pasiphaen dictæo, credite, tauro_ - _Vidimus: accepit fabula prisca fidem._ - MARZIALE, _Spect_., V. - -[127] Vedi HUGO, _Storia del diritto romano_, §§ 295. 296. — EINECCIO, -_Antiq. Romanarum jurisprudentiam illustrantium syntagma_, lib. 1. tit. -25. — DIONE, LIV. 53. — TACITO, _Ann_., III. 25 e 28. - -[128] Espressione di Marziale, lib. IV. ep. 7: - - _Julia lex populis ex quo, Faustine, renata est,_ - _Atque intrare domos jussa pudicitia est,_ - _Aut minus, aut certe non plus tricesima lux est,_ - _Et nubit decimo jam Thelesina viro._ - _Quæ nubit toties, non nubit: adultera lege est._ - _Offendor mœcha simpliciore minus._ - -Se qui v'è esagerazione, abbiamo in Giovenale, VI. 20: - - _Sic fiunt octo mariti_ - _Quinque per autumnos._ - -E san Girolamo vide in Roma un marito che sepelliva la ventesimaprima -moglie, la quale avea sepolto ventidue mariti. - -[129] _Vix præsenti custodia manere illæsa conjugia_. TACITO, _Ann_., -III. 34. - -[130] GIOVENALE, _Sat_., VI. 366; TACITO, _Ann_., XV. 32, 37, e XII. -33, 85. - -[131] SVETONIO, in _Tiberio_, 35; TACITO, _Ann_., II. 85. - -[132] Il generale Armandi, nella _Histoire militaire des éléphants_ -(Parigi 1843) sostiene che, al tempo d'Ottaviano, in vicinanza di Roma -v'avea serragli di moltissimi elefanti per uso dell'anfiteatro e del -circo. - -Plinio dice, parlando dei leoni (lib. VIII. c. 16): — Impresa -pericolosa era una volta il prendere i leoni, e per riuscirvi si -scavavano delle fosse. Imperando Claudio, il caso insegnò un mezzo -più semplice, e quasi indegno d'un animale così feroce: un pastore -della Getulia (nell'Africa settentrionale) attutava il furore -dell'animale gettandovi sopra un panno. Questo maraviglioso spettacolo -si trasportò tantosto nei pubblici giuochi, e appena credevasi a' -proprii occhi, mirando un animale tanto feroce cadere di subito in -un torpore assoluto, col più leggiero drappo che gli fosse gittato in -capo, e lasciarsi legare senza opporre difesa: perocchè la sua forza -consiste tutta negli occhi. Perciò fa meno maraviglia l'udire che -Lisimaco, rinchiuso con un leone per ordine d'Alessandro, abbia potuto -strozzarlo». Se si dubita di un fatto avvenuto sotto gli occhi del -popolo romano, del quale Plinio aveva spesso potuto essere testimonio, -si avrà interesse a conoscere che questo mezzo è ancora in uso -nell'India, e con esso arditi cerretani arrestano il furore dei leoni. - -Il capitano Williams, autore d'un _Giornale delle caccie durante un -soggiorno nell'India_ (_Bibliothèque universelle_ di Ginevra, 1820, -aprile, p. 387), descrivendo la caccia d'una jena, narra che i due -Indiani adoperati a ciò portavano solo una stanga di ferro aguzzata, -della lunghezza di un piede, un mazzo di corde, e uno squarcio di -stoffa di cotone «destinato probabilmente (ei dice) a coprire la testa -dell'animale per impedirgli la vista». - -Nemesiano (_Cynegeticon_, p. 303 e seg.) descrisse una specie di caccia -men pericolosa, ma non meno straordinaria, e che produce la stessa -maraviglia: Bisogna tra gli altri stromenti di caccia provvedersi -d'una tela, che possa avvolgere i grandi boschi, e rinserrare nei loro -chiusi gli animali, spaventati alla vista delle penne che vi saranno -attaccate; perchè queste penne, siccome baleni, fanno stordire gli -orsi, i cignali più grossi, i cervi veloci, le volpi, i lupi audaci, e -gl'impedisce di rompere quell'ostacolo sì lieve. Datevi dunque la cura -di tingere queste penne a diversi colori, di mischiarle alle bianche, -e dar molta estensione a tale varietà di colori, che inspirano tanto -spavento agli animali selvaggi....; preferite il color rosso». - -Marziale, _De spect_., XI, parla d'un orso che nel circo romano fu -impigliato nel vischio, come noi facciamo cogli uccellini. - -Mongez, nei _Mém. de l'Académie_, vol. X, 1833, annoverò e descrisse -tutte le belve condotte a combattere nel circo fra il 502 di Roma e la -morte dell'imperatore Onorio. - -[133] SVETONIO, in _Nerone_, 11. - -[134] _De spectaculis_, passim: e TERTULLIANO, c. 15. - -[135] SENECA, ep. 114; _De provid_., III. - -[136] SENECA, ep. 86. - -[137] PLINIO, _Nat. hist_., IX. 58. - -[138] PAUCTON, _Métrologie_, cap. XI. - -[139] Lib. XVIII. cap. 6. - -[140] In _Aureliano_, cap. X. - -[141] _De beneficiis_, VII. 10. - -[142] SVETONIO. — Dione dice tremilatrecento milioni. - -[143] LAMPRIDIO, nella Vita di esso, XIX. 24. - -[144] PLINIO, lib. XIII. - -[145] _Digitus medius excipitur: cæteri omnes onerantur, atque etiam -privatim articulis._ PLINIO, XXXVIII. E MARZIALE, v. 11: - - _Sardonicas, smaragdos, adamantos, jaspidas uno_ - _Portat in articulo._ - -[146] Vedi la nota 13ª al Cap. XXVIII. — Di che materia erano questi -vasi, così pregiati agli antichi? Mercatore e Baronio dissero -di bengioino; Paulmier di Grentemesnil, d'argilla impastata con -mirra; Cardano, Scaligero, Mercuriale, di porcellana; Belon, di -conchiglia; Guibert, di onice; altri d'altro. Le Blond, nelle _Memorie -dell'Accademia d'Iscrizioni_, vol. XLIII, mostra che nessuno si appose, -ed esorta a far nuove richerche, che non vennero ommesse. Haüy volle -provare fossero di spato-fluore. - -Vedansi: CORSI, _Dei vasi murrini_. 1830. - -THIERSCH, _Ueber die Vasa Murrina_. 1835. - -COSTA DE MACEDO, _Mem. sobre os vasos murrhinos_. Lisbona, 1842. - -[147] _Margaritas, quæ contra triplum aurum obrizum, atque id quidem in -India effossum, veneunt_. - -[148] DIONE CASSIO, XLIII. LIX. - -[149] PLINIO, VIII. 48. - -[150] _Taxatio in deliciis tanta, ut hominis quamvis parva effigies -vivorum hominum, vigentiumque pretia superet_. PLINIO, XLVII. - -[151] Lo stesso, VII. 39. - -[152] MARZIALE, X. 31. - -[153] Tre Apicj son citati; uno durante la repubblica, questo -contemporaneo di Seneca, e un altro al tempo di Trajano. Il secondo è -il più celebre, molti intingoli conservarono il suo nome, e fu scritto -sotto il nome suo un trattato di cucina, _De re culinaria_. - -[154] MARZIALE, XII. 3. — I pasti dati dagli imperatori al popolo col -nome di _congiarium_, valsero, - - sotto Augusto, da 30 a 47 nummi L. 9 » - — Tiberio, 300 nummi » 67 50 - — Caligola, 6 dramme » 60 » - — Nerone, 400 nummi » 78 » - — Antonino, 8 aurei » 115 » - — Comodo, 725 denari » 347 50 - — Severo, 10 aurei » 144 50 - -Il pasto dato da Severo costò 38,750,000 lire; vale a dire che i -convitati erano ducensettantamila. Vedi MOREAU DE JONNES, _Statistique -des peuples de l'antiquité_. - -[155] SENECA, ep. 18. 100. - -[156] Seneca, ep. 122. - -[157] _Fastidio est lumen gratuitum_. - -[158] SENECA, ep. 122. - -[159] Era segno di molle e scostumata vita. - -[160] _Cave canem_ è scritto su alcune soglie delle case di Pompej, ove -spesso un cane è effigiato. - -[161] Solennità era ai Romani il primo radere della barba, e questa -dedicavasi ad Apollo e conservavasi sollecitamente. - -[162] Il posto d'onore era quel di mezzo fra i tre che distendevansi -sul medesimo lettuccio. I letti erano disposti a ferro di cavallo -attorno alle sale, dette perciò _triclinia_. In ogni letto stavano tre, -ciascuno colle gambe dietro al dorso dell'altro, e appoggiato ad un -cuscino, disposti nel seguente modo: - - 3 6 5 4 7 - 1 8 - 2 9 - -All'1 era il padrone di casa; al 2 la donna o un parente; al 3 un -ospite privilegiato; il 4 era posto d'onore o consolare, considerato -tale forse perchè più libero ad uscire, più accessibile a chi -venisse a parlare, e più comodo per istendere la mano destra senza -impacciar nessuno. Negli altri posti sedeano altri convitati, e sempre -consideravasi d'onore quel che non avea nessuno di sopra. - -[163] Che l'ovo di pavone fosse carissimo cibo ai Romani, se ne lamenta -Macrobio, _Saturn_., III. 15: _Ecce res non miranda solum, sed pudenda, -ut ova pavonum quinis denariis veneant_. - -[164] Console Lucio Opimio Nepote, il 633 di Roma, la stagione corse -tanto asciutta che i frutti furono squisitissimi e il vino prelibato. - -[165] È noto che agli schiavi liberati imponevasi il berretto; onde -questo divenne simbolo della libertà. - -[166] Tutti e tre nomi di lieto augurio, tratti dal guadagno e dalla -felicità; cosuccie, cui i grandi Romani prestavano grande attenzione. - -[167] TERTULLIANO, _De anima_, 30; PLINIO, XXVII. 1. Vedansi pure -Strabone e principalmente il retore Aristide nell'_Orazione della città -di Roma_. - -[168] Πηλὸν αῖματι πεφυρμένον. - -[169] _Nobilis obsequii gloria relicta est_. TACITO, Ann., IV. - -[170] Lib. 49, tit. xv. leg. 5. § 2. ff. _De captivis_. - -[171] _Semper autem addebat; Vincat utilitas._ CICERONE, _De off._, -III. 22. - -[172] _Ann_., II. 16; I. 51; II: 21. _Maneat, quæso, duretque -gentibus, si non amor nostri, at certe odium sui; quando, urgentibus -imperii fatis, nihil jam præstare fortuna majus potest, quam hostium -discordiam_. - -[173] _Terrarum dea gentiumque Roma_. MARZIALE. - -[174] _Leges, rem surdam, inexorabilem._ Livio, II. 3. - -[175] ARRIANO, Ep. I. 4. - -[176] _Miseratio est vitium pusillanimi, ad speciem alienorum malorum -succidentis; itaque pessimo cuique familiarissima est._ SENECA, De -clem., i. 5. — _Misericordia est ægritudo animi; ægritudo autem in -sapientem virum non cadit._ Ivi. — _Est aliquid, quo sapiens antecedat -Deum; ille naturæ beneficio non timet, suo sapiens._ Ep. 53. - -[177] _Quæris quid me maxime ex his, quæ de te audio, delectet? Quod -nihil audio; quod plerique ex his quos interrogo, nesciunt quid agas_. -Ep. 32. - -[178] _De clem._, II. 2; I. 1. Aveva egli conosciuto il malvezzo del -suo tempo e d'altri, scrivendo altrove: — Siamo venuti a tal demenza -che credasi maligno chi adula parcamente... Crispo Passieno diceva -spesso, che noi all'adulazione opponiamo, non chiudiamo la porta, e la -opponiamo al modo che si fa all'amica, la quale se la spinge è grata, -più grata se la trapassa». _Quæst. nat._, III. - -[179] _De ira_, III. 36; Ep. 24. — Giusto Lipsio cernì dalle opere di -Seneca tutti i passi ove loda se stesso, e ne formò un modello d'ogni -eroismo. Diderot fece l'apologia del carattere morale di Seneca, per -bizzarria di paradosso. Opere, vol. VIII, _Essai sur le règne de Claude -et de Néron_. - -[180] _Nihil cogor, nihil patior invitus, sed assentior; eo quidem -magis, quod scio omnia certa et in æternum dicta lege decurrere. Fata -nos ducunt, et quantum cuique restat, prima nascentium hora disposuit -Causa pendet ex causa; privata ac publica longus ordo rerum trahit. -Ideo fortiter omne ferendum est, quid gaudeas, quid fleas; et quamvis -magna videatur varietate singulorum vita distingui, summa in unum -venit: accepimus peritura perituri_. De provid.; Ad Marciam consolatio; -Ad Helviam consolatio; De constantia sapientis; De clementia, ecc. - -[181] _Nec magis in ipsa_ (_morte_) _quidquam esse molestiæ, quam -posi ipsam_. Ep. 30. — _Mors est non esse... Hoc erit post me quod -ante fuit._ Ep. 54. E nella _Consolatoria_ a Polibio: _Cogita illa quæ -nobis inferos faciunt terribiles, fabulam esse; nullas imminere mortuis -tenebras, nec flumina flagrantia igne, nec oblivionis amnem, nec -tribunalia. Luserunt ista poetæ, et vanis nos agitavere terroribus_. - -[182] SENECA, ep. 77. 47. 23. Cousin appone agli Stoici dell'Impero -d'aver guasto, esagerato, impicciolito lo stoicismo. Tennemann -appena concede ad essi un posto nella storia della filosofia. Hegel -(_Vorlesungen über die Gesch. des Philosop._, t. II. p. 387) dice che -i costoro lavori non meritano in una storia della filosofia maggior -menzione che i sermoni de' nostri preti. - -[183] I giureconsulti posteriori a Tiberio cassavano i testamenti e -traevano al fisco la sostanza di chi si uccidesse quando accusato e -colpevole; ma non di chi il facesse per noja, per intolleranza delle -malattie, per vergogna de' suoi debiti. ULPIANO e PAOLO, _Dig_. XLIX, -tit. 14; LXXVIII, tit. 3. - -[184] Celso stupiva vi potesse essere una legge e un dogma comune a -tutte le nazioni, e Cappadoci e Cretesi potessero adorare lo stesso Dio -de' Giudei. ORIGENE _contra Celsum_. - -[185] PRUDENZIO, _ad Symmacum_, II. 458. - -[186] _Ann._ IV. 37. 38. - -[187] - - _Nec satis est homines, obligat ille Deos._ - _Templorum positor, templorum sancte repostor_ - _Sit superis, opto, mutua cura tui._ - Fast. II. 61. - -[188] _Nemo cœlum cœlum putat, nemo Jovem pili facit_. PETRONIO, -Satyr., c. 44. - - _Esse aliquos manes et subterranea regna_ - _Nec pueri credunt, nisi qui nondum ære lavantur._ - GIOVENALE, II. 149. - -[189] In _Agricola_, 46. - -[190] Lo stesso, _Ann._, III. 60. - -[191] GIOVENALE, _Satyr_. 6; TERTULLIANO, _Apolog_. 9; SENECA, _De vita -beata_, 27. - -[192] Che nei misteri Eleusini si insegnasse più fisica che teologia -ce lo dice CICERONE, _De nat. Deorum_, I. 43: _Rerum natura magis -cognoscitur quam Deorum_. - -[193] Ovidio dice nei _Fasti_, VI. 766: - - _Sint tibi Flaminius, Trasimenaque litora testes_ - _Per volucres æquos multa monere Deos;_ - -e nella ep. I. del lib. II. _ex Ponto_, esorta la moglie a scegliere un -giorno fausto per presentare ad Augusto una petizione in suo favore. - -[194] Vedi principalmente i libri XXIV, XXV, XXVI, XXX, XXXII, XXXVIII. - -[195] _Striges, ut ait Verrius, Græci_ στρίγας _appellant, a quo -maleficis mulieribus nomen inditum est; quas volaticas etiam vocant_. -FESTO. — E. PLINIO: _Fabulosum arbitror de strigibus, ubera eas -infantium labris immulgere_; e altrove: _Post sepulturam visorum quoque -exempla sunt_. — APULEJO, Metam. 5: _Scelestarum strigarum nequitia_. -— PETRONIO, Fragm. 63: _Cum puerum mater misella piangeret, subito -strigæ cœperunt... jam strigæ puerum involaverunt, et supposuerunt -stramenticium_. - -Lucano (lib. VI) descrive i patti col diavolo e le stregherie, come -potrebbe fare un cinquecentista: - - _Quis labor hic superis cantus herbasque sequendi_ - _Spernendique timor? Cujus commercia pacti_ - _Obstrictos habuere Deos?_ - _An habent hæc carmina certum_ - _Imperiosa Deum, qui mundum cogere quidquid_ - _Cogitur ipse potest?_ - -E Sereno Samonico (cap. 59): - - _Præterea si forte premit strix atra puellos,_ - _Virosa immulgens exertis ubera labris,_ - _Allia præcepit Titini sententia necti._ - -I due versi conservatici da Festo come preservativi, sono -scorrettissimi; Dachery gli emenda così: - - Στρίγγ’ ἀποπέμπειν νυκτίνομαν, στρίγγα τ’ἀλαὸν, - Ορνιν ἀνώνυμον, ὼκυπόρους ἐπὶ νῆας ἐλαύνειν. - -— _La strige rimovi notte-mangiante; la sucida strige, uccello ferale, -fuga nelle veloci navi_. - -I passi di antichi, attestanti le magiche arti, sono prodotti da -DELRIO, _Disquisitiones magicæ_, lib. II. qu. 9, e _passim_. - -[196] ORAZIO, _Epodi_. - -[197] SVETONIO, in _Tiberio_, 63. 14. 79; PLINIO, XVI. 30; XXVIII. 2. - -[198] _Mihi hæc ac talia audienti, in incerto judicium est fatone res -mortalium et necessitate immutabili, an sorte volvantur._ Ann., VI. -22. — _Mihi, quanto plura recentium seu veterum revolvo, tanto magis -ludibria rerum mortalium cunctis in negotiis observantur_. Ivi, III. -18. - -[199] _Ad Galatas_, III. 28; _ad Colossenses_, III. 11. - -[200] _Longe clarissima urbium Orientis, non Judeæ modo._ PLINIO, Nat. -Hist., V. 14. - -[201] È la definizione famosa di sant'Agostino: _Virtus est bona -qualitas mentis... qua nullus male utitur_. E altrove: _Ille pie -et juste vivit, qui rerum integer est æstimator, in neutram partem -declinando_. E de lib. arb.: _Voluntas aversa ab incommutabili bono et -conversa ad proprium, peccat_. - -[202] La venuta di san Pietro in Italia è uno de' punti della storia -ecclesiastica più impugnati dagli eterodossi, perchè molti farebbero -dipendere da quella l'istituzione apostolica della santa sede in Roma, -ma vien dimostrata da argomenti irrepugnabili. Nell'anno 42, da noi -segnato, comincerebbero i venticinque anni che il _Cronico_ di Eusebio -assegna al pontificato di san Pietro. - -[203] _Atti apostolici_, XVIII. 15. - -[204] _Mansit biennio... et suscipiebat omnes, qui ingrediebantur ad -eum, prædicans regnum Dei, et docens quæ sunt de domino Jesu Christo, -cum omni fiducia, sine prohibitione._ Ivi, XXVIII, 30 e 31. - -[205] Parla sempre Tacito, _Ann_., XV. 44. - -[206] — Quel che alle donne, è comandato anche agli uomini. Le leggi -di Cristo non somigliano a quelle degli imperatori; non la stessa cosa -insegnano san Paolo e Papiniano. Le leggi permettono ogni impudicizia -agli uomini in donne libere; nei Cristiani, se il marito può ripudiar -la donna per adulterio, anche essa lui pel delitto stesso. In -condizioni eguali, eguale è l'obbligazione». S. GIROLAMO a _Fabiola_. - -[207] _Sap_., XIV. 22 e seg. _Ad Galatas_, V. 19 e seg. - -[208] _Si vos manseritis in sermone meo, vere discipuli mei eritis; et -cognoscetis veritatem, et veritas _liberabit_ vos_. S. GIOV., VIII, 31 -e 32. - -[209] — L'uomo ha diritto di comandare alle bestie, ma Dio solo di -comandare all'uomo». S. GREGORIO MAGNO, lib. XXI, _in Job._, c. 15. - -[210] _Regimen tyrannicum non est justum, quia non ordinatur ad -bonum commune, sed ad bonum privatum regentis... Et ideo perturbatio -hujus regiminis non habet rationem seditionis, nisi forte quando sic -inordinate perturbatur tyranni regimen, quod multitudo subjecta majus -detrimentum patitur ex perturbatione consequenti, quam ex tyranni -regimine_. SAN TOMMASO, Summa theol. 2ª 2æ quaest. 42ª art. 2º ad 3um. - -[211] _Evulgato imperii arcano, principem alibi quam Romæ fieri_. -TACITO, Hist., i. 4. - -[212] A Canneto o più verisimilmente a Calvatone nel Cremonese, alla -biforcazione d'una strada romana, a due giornate da Verona. Quivi le -cronache paesane collocherebbero la città di Vegra (forma vulgare -del nome di Bedriaco, o Bebriaco), distrutta dagli Unni; e vi si -scoprono continuamente ruderi antichi, e nel 1855 un busto di bronzo -dell'imperatore Antonino, e due statuette di marmo pario. - -[213] TACITO, _Hist_., lib. IV. 74. 75. - -[214] Nel censimento sotto Vespasiano si asserisce che trovaronsi nella -Gallia Cispadana cinquantaquattro persone di cento anni, cinquantasette -di centodieci, due di centoventicinque, quattro di centrentacinque, -quattro di centrentasette, tre di cenquaranta: a Parma ve n'avea tre di -centoventi, due di centotrenta; a Faenza una donna di centrentadue; a -Rimini uno di cencinquanta, nominato Marco Aponio. - -[215] Stazio e Marziale. Ecco alcune delle costoro adulazioni: - - _Invia sarmaticis domini lorica sagittis_ - _Et Martis getico tergore fida magis..._ - _Felix sorte tua, sacrum tui tangere pectus_ - _Fas erit, et nostri mente calere Dei!..._ - - _Redde deum votis poscentibus: invidet hosti_ - _Roma suo, veniat laurea multa licet._ - _Terrarum dominum propius videt ille; tuoque_ - _Terretur vultu barbarus, et fruitur..._ - - _Hiberna quamvis Arctos, et rudis Peuce_ - _Et nugularum pulsibus calens Ister,_ - _Fractusque cornu jam ter improbo Rhenus,_ - _Teneat domantem regna perfidæ gentis,_ - _Tu, summi mundi rector, et parens orbis_ - _Abesse nostris non tamen potes votis..._ - - _Nunc ilares, si quando mihi, nunc ludite, Musæ:_ - _Victor ab Odrysio redditur orbe deus..._ - -Altrove Giano, vedendo passar Domiziano, lagnasi di non avere -abbastanza occhi e visi per mirarlo (MARZIALE, lib. VIII. 2). Tardi -pure ad alzarsi la stella del mattino, chè, se Cesare compare, il -popolo non s'accorgerà della mancanza (Ivi, 21). — Oh poeti! - -[216] PLINIO, _Paneg_. - -[217] A ciò va attribuito il suo valersi sempre di Sura nello scriver -lettere, anzichè ad inerzia, come fa Giuliano nei _Cesari_. - -[218] Sono famose le tavole alimentari, trovate nel 1747 fra le mine -di Velleja alle falde dell'Appennino di Piacenza. Contenevano il -decreto con cui Trajano donava ai Vellejati e a' loro vicini 1,116,000 -sesterzj, assicurati su fondi stabili del valore complessivo di -27,407,792, e fruttanti il cinque per cento. Così la rendita di 55,800 -sesterzj era destinata ad alimentare 300 fanciulli, cioè 263 maschi, 35 -femmine di legittima nascita, più uno spurio o una spuria; attribuendo -16 sesterzj il mese a ogni maschio, 12 a ogni femmina, e 12 agli -illegittimi. I fondi obbligati valeano almeno il decuplo dell'ipoteca. -Gli alimenti cominciavano a darsi dopo i tre anni, a quanto pare, e -fin ai diciotto pei maschi, ai quattordici per le fanciulle. Non si -educavano già in case comuni, ma rimanevano a custodia dei proprj -genitori. Del frumento allora si compravano cinque moggia e un quinto -con sedici sesterzj; onde il fanciullo riceveva per centosei libbre di -frumento al mese. Un dono simile apparve da altra tavola scoperta nel -1832 a Campolattaro, presso Benevento, in favore de' Liguri Bebiani. -Iscrizioni varie, e passi di scrittori e del Codice provarono che -siffatta liberalità venne usata da altri imperatori. Su di che vedasi -ERNESTO DESJARDINS, _De Tabulis alimentariis disputatio historica_. -Parigi 1854. - -[219] _Jam hoc pulchrum et antiquum, senatum nocte dirimi, triduo -vocari, triduo contineri_. - -[220] Quel di Dione, fatto da Sifilino. Neppure accenno gl'informi -frammenti di Aurelio Vittore e d'Eutropio. Il panegirico è di Plinio -Cecilio. - -[221] EUTROPIO, VIII. 5. Più tardi corse un'opinione bizzarra; che papa -Gregorio Magno avesse a preghiere ottenuto la liberazione di Trajano -dall'inferno, ove stava da quattro secoli. Il primo a scriverla, ch'io -sappia, fu Giovanni di Salisbury (_Polycr._ V. 8): _Virtutes ejus -legitur commendasse ss. papa Gregorius, et fusis pro eo lacrymis, -inferorum compescuisse incendia... donec ei revelatione nuntiatum -sit, Trajanum a pœnis inferni liberatum, sub ea tamen conditione, ne -ulterius pro aliquo infideli Deum sollicitare præsumeret_. San Tommaso -si vale di questa tradizione, e Dante (_Purg._, X. 73) accenna - - l'alta gloria - Del roman prence, lo cui gran valore - Mosse Gregorio alla sua gran vittoria. - -[222] SPARZIANO, in _Adriano_, negli _Scriptor. Hist. Augustæ._ Ciò -praticavasi già con Omero, poi in questi tempi con Virgilio. Narra -Giulio Capitolino, che, interrogando Clodio Albino a questo modo -l'_Eneide_, gli occorse quel del libro VI: - - _Hic rem romanam, magno turbante tumultu,_ - _Sistet equus, sternet Pœnos, Gallumque rebellem._ - -Alessandro Severo al modo stesso trovò: - - _Te manet imperium cœli, terræque, marisque;_ - -e pensando applicarsi alle arti liberali, ebbe questa risposta: - - _Excudent alii spirantia mollius æra..._ - _Tu regere imperio populos, Romane, memento._ - -Vedi LAMPRIDIO in _Alex. Severo_. Non cadde questa superstizione -col paganesimo. Sant'Agostino (_Ep_. 55 _ad Januar_.) la nota e la -condanna; e così il concilio d'Agda col nome di _sorti dei Santi_: -e Gregorio di Tours (_Hist. Franc._, IV. 6) scrive: _Positis -clerici tribus libris super altare, idest Prophetiæ, Apostoli atque -Evangeliorum, oraverunt ad Dominum ut Christiano quid eveniret -ostenderet. Aperto igitur omnium Prophetarum libro, reperiunt: -— Auferam maceriam ejus_». E nel lib. V. 49: _Mœstus turbatusque -ingressus oratorium, davidici carminis sumo librum, in quo ita repertum -est: — Eduxit eos in spe, et non timuerunt_». - -[223] Nel 1664 a Upsal si stampò un _Trattato dell'arte della guerra_, -presumendo fosse quel di Adriano, pubblicato dal console Maurizio, ma -è composizione d'assai posteriore. È pure suppositizio il dialogo suo -con Epitteto, pubblicato dal Froben nel 1551, ove propone varj quesiti -che il migliore filosofo del suo secolo scioglie, e in cui, tra massime -false, ridicole e triviali, ne occorrono di eccellenti. — Che cosa è -la pace? Una libertà tranquilla. — Che cosa la libertà? Innocenza e -virtù». - -[224] SPARZIANO nella vita di lui. - -[225] Pure costui non ischivò l'odio di Adriano, onde diceva: — Mi -maraviglio di tre cose: che, nato Gallo, io parli greco; che essendo -eunuco, io sia chiamato giudice d'adulterj; che odiato dall'imperatore, -io viva». - -[226] Τοσοῦτον δὲ δύνανται οἴ ἄρχοντης πρὸς τῆς ἀληθείας δόξαν -τιμῶντες, ὄσον καὶ λησταὶ ἐν ἐρημεία. I. 12. - -[227] LAMPRIDIO in _Alex. Severo_. - -[228] Originariamente costui chiamavasi Catilio Severo. D'illustre -famiglia romana, fu educato sotto gli occhi di Lucio Annio Aurelio -Vero, suo avo materno, che lo adottò e nominò Marco Elio Aurelio Vero. - -[229] Vedi EUSEBIO, IV. 13. 16. Capitolino diresse a Diocleziano una -vita di lui, ma confusa. I libri di Dione Cassio ad esso relativi si -desiderano. - -[230] Fra le altre cose gli diceva: _Nonnunquam ego te coram -paucissimis ac familiarissimis meis gravioribus verbis absentem -insectatus sum... cum tristior quam par erat in cœtu hominum -progrederer, vel cum in theatro tu libros, vel in convivio lectitabas; -nec ego, dum tu theatris, nec dum conviviis, abstinebam. Tum igitur -ego te durum et intempestivum hominem, odiosum etiam nonnunquam, ira -percitus, appellabam._ Lib. VI. 12. - -[231] Servano per saggio tre viglietti, che, come i passi superiori, -scegliamo da M. CORNELII FRONTONIS ET M. AURELII IMPERATORIS -EPISTOLÆ... FRAGMENTA FRONTONIS ET SCRIPTA GRAMMATICA; curante A. -MAJO. Roma 1823. — _Magistro meo. Ego dies istos tales transegi. Soror -dolore muliebrium partium ita correpta est repente, ut faciem horrendam -viderim; mater autem mea in ea trepidatione imprudens angulo parietis -costam inflixit; eo ictu graviter et se et nos adfecit. Ipse, cum -cubitum irem, scorpionem in lecto offendi; occupavi tamen eum occidere -priusquam supra accubarem. Tu si rectius vales, est solacium. Mater -jam levior est, deis volentibus. Vale, mi optime, dulcissime magister. -Domina mea te salutat._ - -Frontone risponde: _Domino meo. Modo mihi Victorinus indicat dominam -tuam magis valuisse quam heri. Gratia leviora omnia nuntiabat. Ego -te idcirco non vidi, quod ex gravedine sum imbecillus. Cras tamen -mane domum ad te veniam. Eadem, si tempestivum erit, etiam dominam -visitabo._ - -Marc'Aurelio replica: _Magistro meo. Caluit et hodie Faustina; et -quidem id ego magis hodie videor deprehendisse. Sed, Deis juvantibus, -æquiorem animum mihi facit ipsa, quod se tam obtemperanter nobis -accommodat. Tu, si potuisses, scilicet venisses. Quod jam potes et -quod venturum promittis, delector, mi magister. Vale, mi jucundissime -magister._ - -[232] Frontone fa un elogio affatto retorico di Lucio Vero, attribuendo -tutta a merito di lui la riforma delle indisciplinatissime truppe -di Siria: e lo paragona a Trajano, dandogliene sempre la preferenza. -_Principia historiæ_. Si hanno pure le lettere che Vero gli dirigeva, -raccomandandogli di esaltare le sue imprese e la gravezza del pericolo, -e la nullità degli altri capitani, ecc. E il buon maestro, abbagliato -dalle cortesie d'uno scolaro imperiale, non rifina di ammirarne le -azioni, ma soprattutto la portentosa eloquenza spiegata negli ordini -del giorno e nei bullettini inviati al senato. - -[233] Dione dice, οὐκ ἀθεεὶ: e νίκῆ παράδοξος εὐτυχήθη, μᾶλλον δέ παρὰ -θεοῦ ἐδωρήθη. E Claudiano: - - _Laus ibi nulla ducum..._ - _Tum, contenta polo, mortalis nescia teli_ - _Pugna fuit._ - De VI consulatu Honorii, v. 340. - -[234] FILOSTRATO, _Vite dei Sofisti_. - -[235] Εἰς έαυτὸν, libri dodici. - -[236] Ch'egli però si dilettasse in questi studj, continua prova ne -danno le sue lettere a Frontone, scoperto dal Maj. In una gli dice: -_Mitte mihi aliquid, quod tibi disertissimum videatur, quod legam, vel -tuum, vel Catonis, vel Ciceronis, aut Sallustii, aut Gracchi, aut poetæ -alicujus,_ χρήζω γὰρ ἀναπαύλης, _et maxime hoc genus; quae me lectio -extollat et diffundat_ ἐκ τῶν κατειληφυιῶν φροντιδίων. _Etiam si qua -Lucretii aut Ennii excerpta habes,_ εὔφωνα καὶ ... φρα, _et sicubi_ -ὴθους, ἐμφὰσεις. - -Il cardinale Barberini tradusse gli scritti di Marc'Aurelio, -dedicandone la traduzione all'anima propria «per renderla più rossa che -la sua porpora allo spettacolo delle virtù di questo Gentile». - -[237] _Regiones ultra fines imperii dubiæ libertatis_. SENECA. - -[238] Cicerone (_pro Roscio_, 7) parla di cinquantasei miglia fatte -in dieci ore di notte con legni di posta, cisiis. Cesare faceva cento -miglia in un giorno: SVETONIO, 57. Plinio (_Nat. hist._, VII. 20) -numera sette giornate di navigazione da Ostia alle Colonne d'Ercole; -dieci ad Alessandria. - -[239] Vedi CICERONE, _Pro domo sua_, 28. Floro, nella prefazione, dice -che la storia di Roma non è quella d'un popolo, ma del genere umano. -Cicerone loda Pompeo che le sue imprese non hanno altri limiti che -quelli del sole. Livio (XXXVIII. 45, 54) fa dire agli ambasciadori -in senato, che ormai Roma non ha a combattere mortali, ma a tutelare -l'uman genere, e, come gli Dei, vigilare al suo riposo. Ovidio canta -ne' _Fasti_, II. 684: - - _Romanæ spatium est urbis et orbis idem._ - -L'autore dei versi inseriti nel _Satyricon_ di Petronio, cap. 119: - - _Orbem jam totum victor Romanus habebat_ - _Qua mare, qua tellus, qua sidus currit utrumque._ - -E Plinio, XXVII. 1: _Una cunctarum gentium in toto orbe patria_. - -[240] - - _Quæ tam seposita est, quæ gens tam barbara, Cæsar,_ - _Ex qua spectator non sit in urbe tua?_ - _Venit ab orphæo cultor rhodopeius Hæmo,_ - _Venit et epoto Sarmata pastus equo;_ - _Et qui prima bibit deprensi flumina Nili,_ - _Et quem supremæ Tethyos unda ferit._ - _Festinavit Arabs, festinavere Sabæi,_ - _Et Cilices nimbis hic maduere suis._ - _Crinibus in nodum tortis venere Sicambri,_ - _Atque aliter tortis crinibus Æthiopes._ - _Vox diversa sonat: populorum est vox tamen una,_ - _Quum verus patria diceris esse pater._ - MARZIALE, Spectac. III. - -[241] Gajo lo dice espresso: _Constitutio principis est, quod imperator -decreto vel edicto vel epistola constituit; nec unquam dubitatum est, -quin id legis vicem obtineat, cum ipse imperator per legem imperium -accipiat_. Inst. i. 2, § 6. - -Ecco il senatoconsulto fatto all'elezione di Vespasiano: - -— Siagli in arbitrio conchiudere trattati con chi vorrà, come fu in -arbitrio d'Augusto, Tiberio e Claudio. - -«Di radunare il senato, fare e far fare proposizioni, far rendere -senatoconsulti per voti individuali o per divisione. - -«Ogniqualvolta sarà raccolto per volontà, permissione od ordine di lui -o in sua presenza, tutti gli atti del senato abbiano forza, e siano -osservati come fosse stato raccolto per legge. - -«Ogniqualvolta i candidati di qualche magistratura, potere, comando, -carica siano raccomandati da lui al senato o al popolo romano, e -ch'egli avrà dato o promesso il suo appoggio, in tutti i comizj abbiasi -singolare riguardo a tal candidatura. - -«Siagli permesso, quando lo creda utile alla repubblica, estendere i -limiti del pomerio (cioè del recinto della città), come fu permesso a -Claudio. - -«Abbia diritto e pien potere di fare quanto crederà conveniente -all'interesse della repubblica, alla maestà delle cose divine ed -umane, al bene pubblico o particolare, come l'ebbero Augusto, Tiberio e -Claudio. - -«Di tutte le leggi e i plebisciti, da cui fu scritto rimanessero -dispensati Augusto, Tiberio e Claudio, sia pur dispensato Vespasiano. -Tutto quello che Augusto, Tiberio e Claudio fecero per una legge -qualunque, possa farlo Vespasiano. - -«Tutto ciò che, prima di questa legge, fu fatto, eseguito, decretato, -comandato dall'imperatore Vespasiano o da altra qualsiasi persona per -ordine e mandato di lui, sia reputato legale, e rimanga rato, come -fosse fatto per ordine del popolo. - -«_Sanzione_. Se qualcuno, in virtù della presente legge, contravvenne -o contravvenga poi alle leggi, plebisciti o senatoconsulti, facendo -ciò ch'essi vietano, od ommettendo ciò che ordinano, non sia tenuto -in colpa, nè obbligato a veruna riparazione verso il popolo romano. -Verun'azione non sia intentata, verun giudizio reso a tal proposito, e -nessun magistrato soffra che un cittadino sia citato avanti a lui per -questa ragione». - -[242] _Princeps legibus solutus est_. D. I. 3. fr. 31. - -[243] Molti esempj ne adduce il Labus ne' _Marmi Bresciani_. — Nel -1851 a Salpensa e a Malaga in Ispagna furono, su due tavole di bronzo, -scoperte leggi municipali date da Domiziano imperatore, che Mommsen -illustrò negli _Atti della Società sassone delle scienze_. Lipsia 1855. -In esse viene comunicato alle suddette città il diritto del Lazio, con -formole che probabilmente sono identiche a quelle usate per tutte le -città donate di simile privilegio; sicchè da dette tavole è illustrato -lo _jus Latii_, quanto dalle tavole di Velleja e da quelle di Eraclea -la legge comunale. Ivi troviam dato il nome di _municipj_ a siffatte -città, che in conseguenza ebbero magistrati proprj, quasi indipendenti -dal preside della provincia; il popolo v'era distribuito per curie -all'uopo di rendere i suffragi; que' municipj godevano _manus, -potestas, mancipium_, proprj de' cittadini romani. - -Nel 1872 furono trovate le tavole di _Julia Genetiva Urbanorum_, cioè -di Ossuna, nella Spagna ulteriore, date il 710 di Roma, edite poi da -Hübner e Mommsen. - -[244] Dalla dittatura di Fabio fin a Cesare, la paga del soldato -fu di tre assi il giorno (circa 27 centesimi); Cesare la raddoppiò -portandola a diciotto denari il mese (lire 14.72); Augusto la conservò -tale; Domiziano la crebbe a venticinque denari il mese (lire 27.47). -La gratificazione ai pretoriani concessa da Augusto fu di ventimila -sesterzj (lire 4035.40) dopo sedici anni, e pei legionarj di dodicimila -(lire 2421.24) dopo venti anni: per tali paghe egli istituì un tesoro, -di cui fece il primo fondo con denari proprj. - -[245] SVETONIO, in _Aug_., 102, 128. - -[246] Così SVETONIO, in _Vesp_. 17. Alcuni leggono quarantamila milioni -di sesterzj, che sarebber ottomila milioni di lire: questo è troppo, -ma sarebbe troppo poco la cifra da noi data se s'intendesse di solo -contante, senza le contribuzioni in natura e i servigi personali. - -Il trattato di Hegewisch _sulle finanze romane_ mantiene più che non -prometta. Sono diversissime le valutazioni degli autori intorno alle -rendite dell'impero: Giusto Lipsio le porterebbe a cinquecento milioni -di scudi d'oro; Gibbon a venti milioni di sterline, cioè cinquecento -milioni di franchi; gli autori inglesi della _Storia universale_ a -novecensessanta milioni. - -Chi voglia istituire paragoni coi moderni, non dimentichi che ora la -maggior somma è assorbita dal debito pubblico, ignoto agli antichi. - -[247] _Ut maxima civitas minimæ domus diligentia contineretur_. FLORO. - -[248] PLINIO, _Nat. hist._, VI. 23; XII. 18. - -[249] Lo pretende Dureau de la Malle, _Économie politique des Romains_. - -[250] - - _Spese per coltivare sette campi a viti_. - - Per comprar uno schiavo che da - solo basti sesterzj 8,000 - Compra dei sette campi » 7,000 - Pali e altre spese occorrenti » 14,000 - ——————————————— - In tutto sesterzj 29,000 - - Interessi di questi al sei per cento nei - due anni che la terra non produce, - e che il denaro resta infruttuoso » 3,480 - - Totale, sesterzj 32,480 - - _Rendita di sette campi_. - - Ogni anno sesterzj 6,300 - oltre un diecimila marze che ciascun - campo rendeva l'anno, e che vendevansi - tremila sesterzj. - -[251] - - _Tondet et innumeros gallica Parma greges._ - _Velleribus primis Apulia, Parma secundis_ - _Nobilis, Altinum tertia laudet ovis._ - MARZIALE. - -[252] Aureliano scriveva al prefetto dell'annona di tener satolla la -plebe; _neque enim populo romano saturo quicquam potest esse lætius_. -VOPISCO, in _Vita_. - -[253] È probabilmente del 303. Fu trovato da William Sherard a -Stratonicea di Caria nel 1709, poi pubblicato in miglior modo da -Bankes, Londra 1826, ove la tariffa occupa ben quindici facciate in-8ª. -Sono quattrocentrentatre articoli di merci o di manifatture tassati; -ma restano molte lacune. Moreau de Jonnès ne dedusse questa tabella, -ragguagliata alle monete e misure d'oggi: - - _Prezzi del lavoro_. - - Al bracciante per giornata 25 denari ll. 5. 62 - Al muratore » 11. 25 - Al manovale che rimesta la calcina » 11. 25 - Al marmorino che fa i musaici » 13. 50 - Al sarto, per fattura d'un abito » 11. 25 - Per fattura di calcei, scarpe de' patrizj » 33. 75 - di _caligæ_, scarpe di artigiani » 27. — - di soldati e senatori » 22. 50 - di donna » 13. 50 - di _campagi_, sandali militari » 16. 87 - Al barbiere, per uomo » — 45 - Al veterinario, per tosare gli animali e - tagliar le unghie » 1. 35 - Al maestro architetto, e per ogni ragazzo - al mese » 22. 50 - All'avvocato, per un'istanza ai tribunali » — 25 - Per una causa » 225. — - - _Prezzo dei vini_. - - Il Piceno, Tiburtino, Sabino, Amineano, - Sorrentino, Setino, Falerno, ogni litro ll. 13. 50 - Vino vecchio di prima qualità » 10. 90 - Vino rustico » 3. 60 - Birra (camum) » 1. 80 - Vino fatturato d'Asia (caranium mœonium) » 13. 50 - Vino d'orzo d'Attica » 10. 90 - - _Carne alla libbra di Francia._ - - Carne di manzo ll. 2. 40 - — d'agnello, capretto, porco » 3. 60 - Il lardo migliore » 4. 80 - I migliori presciutti di Vestfalia, della - Cerdagna, o del paese dei Marsi » 4. 80 - Grasso di porco fresco » 3. 60 - Fegato di porco ingrassato con fichi (_ficatum_) » 4. 80 - Zampe di porco, ognuna » — 90 - Salame di porco fresco (_isicium_) del peso - di un'oncia » — 40 - Salame di bue fresco (_isicia_) » 3. 37 - — di porco fumicato e condito (_lucanicæ_) » 3. 60 - — di bue fumicato » 3. 37 - - _Selvaggina, prezzo medio per capo._ - - Un pavone maschio ingrassato ll. 56. 25 - — femmina ingrassata » 45. — - — selvatico maschio » 28. 12 - — femmina » 22. 50 - Un'oca grassa » 45. — - — non ingrassata » 22. 50 - Un pollo » 13. 50 - Una pernice » 6. 75 - Un lepre » 33. 75 - Un coniglio » 9. — - - _Pesce._ - - Pesce di mare di prima qualità ll. 5. 40 - — di fiume id. » 2. 70 - — salato » 1. 35 - Ostriche al cento » 22. 50 - - _Civaje._ - - Lattuche delle migliori, ogni cinque ll. — 90 - Cavoli de' migliori, l'uno » — 90 - Cavolifiori de' migliori, ogni cinque » — 99 - Barbabietole delle migliori, ogni cinque » — 90 - Ramolacci i più grossi » — 90 - - _Altri comestibili._ - - Miele ottimo, al litro ll. 18. — - Olio di prima qualità » 18. — - _Liquamen_, stimolante per l'appetito » 2. — - -Iscrizione di tanta importanza per gli economisti come per gli -antiquarj, venne molto discussa, e se ne trassero conchiusioni ben -diverse da quelle di Moreau de Jonnès. Nell'originale i prezzi sono -determinati colla sigla *, che significa denaro, ma deve significare -il denario _æreus_ di rame, moneta nuova battuta da Diocleziano, che -valea la ventiquattresima parte del pezzo d'argento fino, vale a dire -centotredici milligrammi, che oggi sarebbero due centesimi e mezzo. È -da ricordare che Lattanzio (_De morte persecutorum_, c. 7) dichiara -che quella tariffa era eccessivamente bassa, e perciò cessossi dal -vendere, onde nacque carestia; e, dopo puniti molti di morte, fu duopo -lasciarla cadere nell'oblio. Le valutazioni dunque date da Moreau de -Jonnès ripugnano alla storia, non men che al fatto, il quale porta che -i prezzi delle giornate son presso a poco sempre eguali, pareggiandosi -a quel che è necessario per vivere. - -È peccato che le cifre del valor del grano, dell'orzo, della segala -siano perdute; ma abbiamo il - - Miglio pisto al moggio L. 2 50 - Intero » » 1 25 - Panico » » 1 25 - Spelta mondata » » 2 50 - Fave non rotte » » 1 50 - Lenti » » 2 50 - Piselli » » 1 50 - Ceci » » 2 50 - Avena » » 0 75 - Lupino crudo » » 1 50 - Fagiuoli secchi » » 2 50 - -Così 13 litri di sale sono a L. 2.50; la libbra di carne suina 0.30; -di manzo, di cara e montone 0.20; di lardo 0.40; di prosciutto 0.50; -di agnello e capretto 0.30; di porcello 0.40; la sugna 0.05; il burro -0.40; mezzo litro d'olio 0.30; del sopraffino 1; le ulive 0.10; i vini -d'Italia da 20 a 30 denari, cioè dai 50 ai 75 centesimi; la birra da 5 -a 10 centesimi. - -Quanto alle giornate, quella del contadino sarebbe di L. 0.65; di -muratore, falegname, fornaciajo di calce, fabbro, panattiere 1.25; -marmorajo, terrazziere di musaico 1.50; asinajo, camellajo, bardotto -(_bardonarius_), pastore centesimi 50 col vitto; mulattiere, porta -acqua, curator di condotti con vitto e per l'intera giornata centesimi -65. Al pedagogo, al maestro di leggere e scrivere 1.25; 1.90 al -maestro di calcolo e stenografia; 5 al grammatico greco; 2.50 al -maestro architetto; al garzone del bagno centesimi 5; per le scarpe -da mulattiere e paesano senza chiodi ogni pajo 3, da soldati 2.50, -da patrizj 3.75, da donna 1.50; il legno di quercia per una misura di -quattordici sopra sessantotto cubiti 6.25; di frassino per quattordici -cubiti sopra quarantotto dita, 5. - -I calcoli e i ragionamenti di Dureau de la Malle tendono a stabilire -che il ragguaglio fra i metalli preziosi e il prezzo medio del grano, -delle giornate, del soldo militare, era, sotto l'impero romano, a un -bel circa quello della Francia odierna. - -[254] Digesto, tit. _De publicanis et vectigalibus_. - -[255] _Minima computatione, millies centena millia sestertium annis -omnibus India et Seres, peninsulaque illa (Arabia) imperio nostro -adimunt; tanto nobis deliciæ et fœminæ constant._ Nat. hist., XII. 41. - -[256] — Io mostrerò nella prima epoca, che i Romani, poveri soldati, -non ebbero nè genio nè cognizione di commercio; nella seconda, che i -Romani, grandi e potenti colla guerra, trascurarono per orgoglio il -commercio, e non pensarono che ad arricchirsi colle spoglie di tutte -le nazioni; nella terza, che i Romani, schiavi e voluttuosi, con un -commercio passivo e rovinoso, caddero nella povertà e nella barbarie. -MENGOTTI, _Del commercio de' Romani_; memoria premiata dall'Istituto di -Francia. - -[257] Ma i poeti non sapevano immaginare a quella spedizione altro -scopo che di conquiste. Vedasi Orazio; e così Properzio, III. 4: - - _Arma Deus Cæsar dites meditatur ad Indos,_ - _Et freta gemmiferi findere classe maris._ - _Magna viæ merces; parat ultima terra triumphos;_ - _Tigris et Euphrates sub tua jura fluent._ - _Seres et ausoniis venient provincia virgis..._ - _Ite agite; expertæ bello date lintea proræ._ - -[258] OROSIO, VII. 16. - -[259] Tacito lo rammenta più volte, e così Filostrato, IV. 12, V. 1; -Plinio Cecilio, _Epist_. III. 11; Origene, _contra Celsum,_ III. 66; -san Giustino, _Apolog_. II. 8. — Vedi BURIGNY, _Mémoires de l'Académie -des Inscriptions_, tom. XXXI. - -[260] La prima edizione certa di Plinio fu fatta da Giovanni di Spira -in Venezia il 1469: fino al 1480 se n'erano fatte sei ristampe, ma -tutte scorrette in modo, che Erasmo diceva, chi pigliasse a restituire -Plinio, si torrebbe sulle braccia tanta briga, quanta chi prende -una nave o una moglie. Le edizioni di Plinio finiscono alla parola -_Hispania quacumque ambitur mari_. Nel 1831, in un manoscritto -di Bamberga, Luigi De Jan professore a Schweinfurt trovò la fine -dell'opera, che dà un quadro comparativo della storia naturale -nei paesi posti sotto zone diverse, loda l'Europa meridionale e -specialmente la Spagna, «ove la dolcezza di un clima temperato dovette, -giusta il dogma dei primi Pitagorici, ajutar di buon'ora la stirpe -umana a spogliare la rozzezza selvaggia». A Gotha nel 1855 si fece -un'edizione sopra un codice che dà il titolo vero dell'opera: CAJI -PLINII SECUNDI _naturæ historiarum_, lib. XI. XII. XIII. XIV. XV, -_fragmenta edidit e codice rescripto sæculi quarti D.r _Fridegarius -Mone__. - -Pel paragone che facciamo qui sotto, potrebbero contrapporsi il gonfio -elogio che di Plinio fece Buffon nel secolo passato, e il severo -giudizio che nel nostro ne portò Isidoro Geoffroy Saint-Hilaire (_Essai -de Zoologie générale_, par. I. I. 5) dicendo: — Passare da Aristotele -a Plinio è un ricadere da tutta l'altezza che separa l'invenzione -e il genio dalla compilazione fiorita e dal discorso spiritoso... -Plinio è un mero compilatore, forse più elegante, ma altrettanto meno -scrupoloso... Aristotele quattro secoli prima avea ridotte al giusto -valore queste inezie vulgari». - -[261] _Nat. hist._, III. 7; VIII. 55; II. 7. - -[262] _Nat. hist_., VII. 2. 3. 6. 46; VIII. 66. 67; XXVIII. 2. 3. 4; V. -30. - -[263] _Terra solida et globosa undique in sese nutibus suis conglobata. -— Omnes ejus partes medium capescentes nituntur æqualiter_. De nat. -Deorum, II. 39 e 45. - -[264] II. 5 e 1. - -[265] XXXIII. 1. 3. 4. 13. XIX. 1. 4. - -[266] VII. 1. 7; II. 13. 1. - -[267] XXX. 4; III. 6. 2. - -[268] I classici riboccano d'inesattezze geografiche. Cicerone, -nel _Sogno di Scipione_, mostrossi ben addietro di quel che già si -conosceva. Orazio dà per estremi della terra la Bretagna e il Tanai. -Virgilio fa scorrere il Nilo per l'India (_Georg_., IV. 293; e vedi -pure Lucano, X. 292). La Bretagna fu appuntino descritta da Giulio -Cesare; eppure Tacito dice che Agricola scoperse ch'era isola, le -dà la forma d'uno scudo o di un'ascia, e soggiunge che all'oriente -ha la Germania, a mezzodì la Gallia, ad occidente la Spagna, a mezza -strada incontrando l'Irlanda. Per Plinio la Scandinavia è un'isola, e -comunque raccoglitore appassionato, sembra ch'e' non abbia conosciuto -Strabone, osservatore tanto più arguto di lui. Tolomeo è inesattissimo -nella geografia dell'Italia; colpa sua o degli scrivani: nel solo -breve tratto riferibile all'alta Italia, pone fra i Cenomani Bergamo, -Mantova, Trento, Verona, appartenenti agli Euganei, ai Levi, ai Reti, -ai Veneti; fa nascere il Po presso il lago di Como; la Dora presso -il lago Penino, poi piegare verso quel di Garda; dopo le foci del Po -colloca quelle dell'Atriano (il Tartaro?), dimenticando l'Adige; pone -come città mediterranee nei Carni Aquileja e Concordia, e nei Veneti -Altino e Adria che erano a mare; a occidente della Venezia colloca i -Becuni, nome ignoto, che forse accenna i Camuni o i Breuni, genti ad -ogni modo di poca importanza, ecc. Floro dà Capua per città marittima, -e fa due monti diversi il Massico ed il Falerno. Plinio critica -Dicearco d'aver detto che il più alto dei monti sia il Pelio di mille -ducencinquanta passi, mentre «non s'ignora che alcune cime delle Alpi -si elevano fin a cinquantamila passi». - -[269] - - _... Disco, qua parte fluat vincendus Araxes,_ - _Quot sine aqua Parthus millia currat eques._ - _Cogor et e tabula pictos ediscere mundos;_ - _Qualis et hæc docti sit positura Dei;_ - _Quæ tellus sit lenta gelu, quæ putris ab æstu;_ - _Ventus in Italiam qui bene vela ferat._ - PROPERZIO, IV. 3. - -[270] VARRONE, _De re rustica_, lib. I. c. 2. - -[271] PLINIO, _Nat. hist_., III. 3. 14. - -[272] Invece di fare questa superficie = _a_/4 √3 (se si chiami _a_ -il lato), Columella la suppose = 13_a_/30; il che dà √3 = 26/15, ossia -√675 = 26. Vedi lib. V. c. 2. - -[273] PLINIO, _Epist_. IX. 61. - -[274] Che scriveva a suo figlio, _jurarunt inter se Barbaros necare -omnes medicina. Et hoc ipsum mercede faciunt, ut fides iis sit, et -facile disperdant. Nos quoque dictitant Barbaros, et spurcius nos quam -alios Opicos appellatione fœdant. Interdixi de medicis._ Ap. PLINIO, -XXIX. 1. - -[275] BIANCONI, _Lettere Celsiane_, 1779. Brillanti e false. - -[276] - - _Inscribas chartæ quod dicitur Abracadabra_ - _Sæpius; et subter repetas, sed detrahe summæ;_ - _Et magis atque magis desint elementa figuræ_ - _Singula quæ semper rapias et cætera figes,_ - _Donec in angustum redigatur litera conum._ - _His lino nexis collum redimire memento._ - -[277] PLINIO, _Nat. hist._, XXVI. 1; XXIX. 1. — A Vicenza una -iscrizione ricorda un oculista: Q. CLODIVS o. LIBERTVS NIGER MEDICVS -OCVLARIVS SIBI ET Q. CLODIO Q. L. SALVIO PATRONO. - -[278] _Est eloquentia una quædam de summis virtutibus_. CICERONE, De -oratore. - -[279] _Jucunda senibus, dulcis secretorum comes_. QUINTILIANO, -Instit. orat. lib. i. 4. Egli raccomanda assai la grammatica, la -quale insegna il modo di scrivere e parlare corretto, secondo la -_ragione_, l'_antichità_, l'_autorità_ e l'_uso_. Da lui attingiamo -queste particolarità sull'educazione, e dal dialogo _De corrupta -eloquentia_, attribuito da chi a Quintiliano, da chi a Tacito, da -nessuno con bastanti ragioni. L'unico riscontro forse che militi per -quest'ultimo, è un certo fare a lui proprio, per esempio quel vezzo di -sinonimia _nova et recentia jura, vetera et antiqua nomina, incensus ac -flagrans animus_, ecc. ricorre in esso dialogo, ove troviamo _memoria -ac recordatione, veteres ac senes, vetera ac antiqua, nova et recentia, -conjungere et copulare_; ma è piuttosto moda del tempo che dell'autore. - -[280] Quintiliano (_Instit. orat_., XII) dice: _Si ipsa vox fuerit -surda, rudis, immanis, rigida, vana, præpinguis, aut tenuis, inanis, -acerba, pusilla, mollis, effeminata... Ornata est pronuntiatio, cui -suffragatur vox facilis, magna, beata, flexibilis, firma, dulcis, -durabilis, clara, pura, secans, aerea, et auribus sedens._ - -[281] - - _Et nos ergo manum ferulæ subduximus, et nos - Consilium dedimus Sullæ, privatus ut altum - Dormiret,_ - -dice Giovenale, _Sat_. I. 15; e non parrà vero che altrettanto abbiam -fatto noi nelle scuole del secolo XIX. - -[282] Le abbiamo dedotte dalle _Deliberazioni_ e dalle _Controversie -_di Seneca, e parte da Luciano. - -[283] _Satyricon_, cap. I. - -[284] _Instit. orat_., X. - -[285] _Si antiquum sermonem nostro comparamus, pæne jam quicquid -loquimur figura est_. - -[286] _Plerumque nudæ illæ artes, nimia subtilitatis affectatione -frangunt atque concidunt quicquid est in oratione generosius, et omnem -succum ingenii bibunt, et ossa detegunt, quæ ut esse et astringi nervis -suis debent, sic corpore operienda sunt._ - -[287] _Quibus componendis paullo plus quam biennium, tot alioqui -negotiis districtus, impendi; quod tempus, non tam stylo, quam -inquisitioni instituti operis prope infiniti, et legendis auctoribus -qui sunt innumerabiles, datum est... Usus deinde Horatii consilio, qui -in Arte Poetica suadet ne præcipitetur editio, nonumque prematur in -annum, dabam iis otium, ut refrigerato inventionis amore, diligentius -repetitos tamquam lector perpenderem._ - -[288] Non pajono sue quelle che ora ne portano il nome. - -[289] Abbastanza aveva di che gemere un cuor paterno, buono come -quello di Quintiliano; eppure egli non sa dimenticarsi gli artifizj di -scrittore, se non altro per rinnegarli (_non sum ambitiosus in malis, -nec augere lacrymarum causas valeo_); esce in vane querimonie colla -fortuna, e dopo aver detto così affettuosamente: — Questo fanciullo -era tutto carezze per me, mi preferiva alle nutrici sue, alla nonna che -assisteva alla sua educazione, a quanto piace a quell'età», vi respinge -la lacrima dagli occhi col soggiungere che questo era un lacciuolo -tesogli dal destino per viepiù martoriarlo, e colle esagerate proteste -di non voler più a lungo soffrire la vita. _Illud vero insidiantis, quo -me validius cruciaret, fortunæ fuit, ut ille mihi blandissimus, me suis -nutricibus, me aviæ educanti, me omnibus qui sollicitare illas ætates -solent, anteferret. Tuos-ne ego, o meæ spes inanes, labentes oculos, -tuum fugientem spiritum vidi? Tuum corpus frigidum exsangue complexus, -animam recipere, auramque, communem haurire amplius potui? dignus his -cruciatibus, quos fero, dignus his cogitationibus. Te-ne consulari -nuper adoptione ad omnium spes honorum patris admotum; te avunculo -prætori generum destinatum; te omnium spe atticæ eloquentiæ candidatum, -superstes parens tantum ad pœnas, amisi! Et, si non cupido lucis, certe -patientia vindicet te reliqua mea ætate; nam frustra mala omnia ad -fortunæ crimen relegamus: nemo nisi sua culpa diu dolet_... Introd. ad. -lib. VI. - -[290] Eumenio lo dice _eloquentiæ romanæ non secundum, sed alterum -decus._ Vedi indietro, pag. 255. - -[291] Essendogli morto un nipotino, scrive a Marc'Aurelio una lunga -lettera di sfogo, che è tra le scoperte dal Maj. _Me consolatur ætas -mea, prope jam edita et morti proxima. Quæ cum aderit, si noctis, si -lucis id tempus erit, cœlum quidem consalutabo discedens, et quæ mihi -conscius sum protestabor. Nihil in longo vitæ meæ spatio a me admissum, -quod dedecori aut probro aut flagitio foret; nullum in ætate agunda -avarum, nullum perfidum facinus meum exstitisse; contraque multa -liberaliter, multa amice, multa fideliter, multa constanter, sæpe -etiam cum periculo capitis consulta. Cum fratre optimo concordissime -vixi; quem patris vestri bonitate summos honores adeptum gaudeo, vestra -vero amicitia satis quietum et multum securum video. Honores quos ipse -adeptus sum, nunquam improbis rationibus concupivi. Animo potius quam -corpori juvando operam dedi. Studia dottrinæ rei familiari meæ prætuli. -Pauperem me, quam ope cujusquam adjutum, postremo egere me quam poscere -malui. Sumtu nunquam prodigo fui, quæstui interdum necessario. Verum -dixi sedulo, verum audivi libenter. Potius duxi negligi quam blandiri, -tacere quam fingere, infrequens amicus esse, quam frequens adsentator. -Pauca petii, non pauca merui. Quod cuique potui, pro copia commodavi. -Merentibus promptius, immerentibus audacius opem tuli. Neque me parum -gratus quispiam repertus segniorem effecit ad beneficia quæcumque -possem prompte impertienda. Neque ego unquam ingratis offensior fui._ - -[292] Esprime tal suo pensiero massimamente nel giudicar Cicerone. _Eum -ego arbitror usquequaque verbis pulcherrimis elocutum, et ante omnes -alios oratores ad ea quæ ostentare vellet, ornanda, magnificum fuisse. -Verum is mihi videtur a quærendis scrupulosius verbis abfuisse, vel -magnitudine animi, vel fuga laboris, vel fiducia, non quærenti etiam -sibi, quæ vix aliis quærentibus subvenirent, præsto adfutura. Itaque -videor, ut qui ejus scripta omnia studiosissime lectitaverim, cetera -eum genera verborum copiosissime uberrimeque tractasse, verba propria, -translata, simplicia, composita, et quæ in ejus scriptis amœna; -quam tamen in omnibus ejus orationibus paucissima admodum reperias -insperata atque inopinata verba, quæ nonnisi cum studio atque cura, -atque vigilia, atque veterum carminum memoria indagatum. Insperatum -autem atque inopinatum verbum appello, quod præter spem atque opinionem -audientium aut legentium promitur; ita ut si subtrahas, atque eum qui -legat quærere ipsum jubeas, aut nullum, aut non ita ad significandum -adcommodatum verbum aliud reperiat._ - -Opponiamo a questa dottrina Cicerone stesso, il quale diceva -nell'_Oratore_: _Rerum copia verborum copiam gignit_; e altrove: -_Res atque sententiæ vi sua verba parient, quæ semper satis ornata -mihi quidem videri solent, si ejusmodi sunt ut ea res ipsa peperisse -videatur._ - -[293] _Te, domine_ (scrive a Marc'Aurelio), _ita compares, ubi quid -in cætu hominum recitabis, ut scias auribus serviendum: plane non -ubique, nec omni modo... Ubique populus dominatur et præpollet. Igitur -ut populo gratum erit, ita facies atque dices. Hic summa illa virtus -oratoris atque ardua est, ut non magno detrimento rectæ eloquentiæ -auditores oblectet... Vobis præterea, quibus purpura et cocho uti -necessarium est, eodem cultu nonnunquam oratio quoque amicienda -est. Facies istud, et temperabis et moderaberis optimo modo ac -temperamento_. - -[294] _Ego hodie a septima in lectulo nonnihil legi: nam εἰκώνας -decem ferme expedivi_. Eppure Frontone avea fama di secco e robusto, -onde Macrobio (_Saturn_., v. 1) scrive: _Quatuor sunt genera dicendi: -copiosum, in quo Cicero dominatur; breve, in quo Sallustius regnat_ (e -non Tacito?); _siccum, quod Frontoni adscribitur; pingue et floridum, -in quo Plinius Secundus quondam, et nunc nullo veterum minor Symmachus -luxuriatur_. - -[295] La prima edizione, fatta in Bologna nel 1498, ne contiene poche; -le altre furono ritrovate in Francia dall'architetto frà Giocondo, e da -Aldo Manuzio pubblicate in Venezia il 1508. - -[296] Lib. VII. 20. - -[297] Quest'Artemidoro, giunto in Atene, cerca qualche casa; e gliene -indicano una grande e bella eppur deserta, perchè ogni mezzanotte -vi si sentiva fracasso di catene, poi compariva un vecchio, scarno, -arruffato, coi ferri ai piedi e alle mani. Artemidoro, spirito forte, -compra la casa a poco prezzo, vi si alloggia, mettesi a scrivere; ma -a mezzanotte ecco lo spettro, che gli fa segno col dito. Artemidoro -gli accenna che aspetti, ma l'altro raddoppia il fragore, sicchè il -filosofo si alza, prende la lucerna e segue il fantasma. Era l'ombra -d'uno quivi trucidato, che chiedeva le estreme esequie; fatte le quali, -Artemidoro godè tranquillamente la sua casa. - -Voi credevate simile storiella inventata dai frati nell'ignorante -medioevo; e potete leggerla in Plinio, _Epist_. VII. 27. - -[298] _Epist_. I. 8. - -[299] _Epist._ VII. 30. - -[300] Sul lago di Como è ancora una fonte intermittente, alla villa -che appunto da ciò dicesi Pliniana; ma non ha il minimo vestigio di -antichità: mentre la Commedia vorrebbe collocarsi a Lenno, la Tragedia -a Bellagio. - -[301] Altri suicidj sono menzionati con lode da Plinio. Il suo tutore -Aristone, sentendosi preso da febbre, disse a Plinio: — Sentite il -mio medico, io non sono insensibile alle preghiere di mia moglie, -alle lacrime di mia figlia, all'inquietudine dei miei amici, ma non -voglio patimenti inutili»; e Plinio gli promise d'avvertirlo quando -fosse opportuno uccidersi, ma fortunatamente guarì. Rufo, fratello di -Spurina, uomo d'alta ragione, preso dalla gotta, disse a Plinio che -aveva stabilito di lasciarsi morire, nè preghiere di parenti o d'amici -valsero a stornarlo. - -[302] Quando si tratta di delineare qualunque sia edifizio degli -antichi, s'incontrano mille difficoltà. Forse venti diversi piani -si fecero della villa di Plinio, diversissimi tra loro. L'architetto -francese L. P. Hudebourt scrisse, nel 1838, _Le Laurentin, maison de -campagne de Pline le Jeune, restituée d'après la description de Pline_; -e può dar idea delle ville romane, per riscontro al _Palais de Scaurus_ -(pag. 259, vol. II). - -[303] _Epist_. VI. 17. - -[304] GIOVENALE, v. 82-93. - -[305] _Epist_. VIII. 21. - -[306] _Epist_. I. 13. - -[307] - - _Omnis in hoc gracili xeniorum turba libello_ - _Constabit nummis quatuor emta tibi._ - _Quatuor est nimium; poterit constare duobus,_ - _Et faciet lucrum bibliopola Triphon._ - _Hæc licet hospitibus pro munere disticha mittas,_ - _Si tibi tam rarus quam mihi nummus erit._ - MARZIALE, XIII. 3. - -[308] - - _Ille tuis toties præstrinxit tempora sertis_ - _Cum stata laudato caneret quinquennia versu..._ - _Sit pronum vicisse domi. Quid achea mereri_ - _Præmia, nunc rami Plœbi, nunc germine Lernæ,_ - _Nunc Athamantæa protectum tempora pinu?_ - -Così suo figlio (_Sylv._, v. 3), che non dubita paragonarlo ad Omero e -a Virgilio. Adulava il padre come adulava i tiranni. - -[309] - - _... Me fulmine in ipso_ - _Audivere patres; ego juxta busta profusis_ - _Matribus, atque piis cecini solatia natis._ - Sylv. II. 1. - -[310] - - _Psittace, dux volucrum, domini facunda voluptas,_ - _Humanæ solers imitator, Psittace, linguæ,_ - _Quis tua tam subito præclusit murmura fato?_ - Ivi, 4. - -[311] _Sylv._ II. 5. Per quel leone Marziale fece dieci epigrammi. - -[312] PLINIO, _Epist._ VI. 17. - -[313] — Dianzi io pregava Giove a darmi poche migliaja di lire, ed egli -mi rispose: _Te le darà quegli che a me dà i tempj_. Tempj diede egli -a Giove, ma non a me le mille lire; eppure avea letto la mia petizione -così benigno, come quando concede il diadema ai supplichevoli Geti, -e va e torna per le vie del Campidoglio. O Pallade, segretaria del -tonante nostro, dimmi: se egli negando ha tal volto, qual l'avrà nel -concedere? — Così io; ma Pallade rispose: _Stolto! credi tu negato ciò -che non fu concesso ancora? Epigr._ VI. 10. - -E nel IV. 92: — Se a cena m'invitassero contemporaneamente Cesare -e Giove, quand'anche le stelle fossero vicine, lontana la reggia, -risponderei ai Numi: _Cercate chi voglia essere convitato dal tonante; -me tiene in terra il Giove mio_. - -[314] Lib. IV. 4; VIII. 39. - -[315] Vedi il libro XIII, intitolato _Xenia_. - -[316] - - _Tu sub principe duro,_ - _Temporibusque malis, ausus es esse bonus._ - Lib. XII. 6. - -[317] - - _Miratur scythicas virentis auri_ - _Flammas Jupiter, et stupet superbi_ - _Regis delicias, gravesque luxus._ - Ivi, 15. - -[318] Delle oscenità scusavasi cogli esempj: _Sic scribit Catullus, sic -Marsus, sic Pedo, sic Getulicus_. Pref. al lib. I. - -[319] Lib. X. 47. - -[320] _Sunt bona, sunt quædam mediocria, sunt mala plura_. Lib. i. 16. - -[321] Per rimpatto, Andrea Navagero ogn'anno in determinato giorno -bruciava alcune copie di Marziale, olocausto al buon gusto. - -[322] - - _Cæsar in arma furens, nullas nisi sanguine fuso_ - _Gaudet habere vias._ - Lib. II. - -[323] - - _Immergitque manus oculis..._ - _... Et siccæ pallida rodit_ - _Excrementa manus; laqueum nodosque recentes_ - _Ore suo rumpit; pendentia corpora carpsit._ - _... Percussaque viscera nimbis_ - _Vulsit..._ - _Stillantis tabi saniem..._ - _Sustulit, et nervo morsus retinente pependit._ - Lib. VI. - -[324] - - _Causa Diis victrix placuit, sed victa Catoni._ - -[325] - - _Sunt nobis nulla profecto_ - _Numina, cum cæco rapiantur sæcula casu._ - _Mentimur regnare Jovem..._ - _Mortalia nulli_ - _Sunt cura Deo._ - Lib. VII. - -[326] - - _Mors utinam pavidos vitæ subducere nolles,_ - _Sed virtus te sola daret._ - Lib. IV. - -[327] Parlando del guerriero resuscitato dalla maga Tessala: - - _Ah miser, extremum cui mortis munus iniquæ_ - _Eripitur, non posse mori!..._ - _Sit tanti vixisse iterum, nec verba, nec herbæ_ - _Audebunt longæ somnum tibi rumpere Lethes_ - _A me morte data._ - Lib. VI. - -[328] - - _Nam si quid latiis fas est promittere musis_ - _Quantum smyrnæi durabunt vatis honores,_ - _Venturi me, teque legent_ (Nerone): _Pharsalia nostra_ - _Vivet, et a nullo tenebris damnabitur ævo._ - Lib. IX. - -[329] I primi libri dell'_Argonautica_ furono trovati dal Poggio -fiorentino nel convento di San Gallo; gli altri dappoi. Giambattista -Pio ne fece un'edizione nel 1519, supplendo del suo quel che manca del -libro VIII, e il IX e X. - -[330] Il Petrarca tentò poi il soggetto medesimo nella sua _Africa_, -o persuaso che il poema di Silio fosse perduto, o, come altri -malignarono, credendo possederne egli l'unica copia. L'accusa di -plagio, datagli da Lefèbvre de Villebrune nel 1781, fu confutata dal -Baldelli, _Illustrazioni_ ecc., pag. 199, e dal Ginguené, note al vol. -II dell'_Histoire littéraire_. Durante il concilio di Costanza, il -Poggio scoperse il poema intero. - -[331] Dopo aver detto nel primo atto delle _Trojane_: - - _... Felix Priamus_ - _... nunc Elysii_ - _Nemoris tutis errat in umbris_ - _Interque pias felix animas_ - _Hectora quærit;_ - -nel secondo soggiunge: - - _Post mortem nihil est, ipsaque mors nihil..._ - _Quæris quo jaceas post obitum loco?_ - _Quo non nata jacent._ - -[332] In _Tieste_, Atreo imbandisce a questo i figli, e gli dice: - - _Expedi amplexus pater;_ - _Venere, natos ecquid agnoscis tuos?_ - -Tieste risponde: - - _Agnosco fratrem._ - -Medea tradita, esce al bel principio furibonda, e fra l'altre cose -esclama: - - _Parta jam, parta ultio est;_ - _Peperi;_ - -e quando la nudrice la compiange perchè più nulla le sia rimasto, non -congiunti, non ricchezze, essa risponde: - - _Medea superest._ - -Nell'_Ippolito_, Teseo chiede a Fedra qual delitto creda dover colla -morte espiare; essa risponde: - - _Quod vivo._ - -Il coro di Corintj nella _Medea_ parve profezia del grande ardimento di -Cristoforo Colombo, annunciato così da uno Spagnuolo quattordici secoli -prima che la Spagna lo ajutasse e punisse: - - _Venient annis sæcula seris,_ - _Quibus oceanus vincula rerum_ - _Laxet, et ingens pateat tellus,_ - _Tethysque novos detegat orbes,_ - _Nec sit terris ultima Thule._ - -[333] Nella _Satira_ I esclama: — Chi può tenersi dallo scrivere satire -all'aspetto d'una città iniqua? chi è tanto ferreo da frenarsi allorchè -incontra la nuova lettiga dell'avvocato Matone riempiuta dalla pingue -sua pancia? E che? tanti vizj non li flagellerò io co' miei versi? Chi -può dormire fra questi padri che corrompono le nuore avare, fra sposi -infami e adulteri giovinetti? Se natura me lo niega, la collera detta i -versi alla meglio come li facciamo Cluvieno ed io». - -Ecco l'impeto patriotico sfumare in un frizzo personale. Nerone -matricida è un Oreste, ma peggior di quello perchè montò sul teatro. -Narrando di un Egiziano di Copto divorato da quelli di Tèntira per -diversità di numi, sta a dimostrarvi l'atrocità del misfatto, perchè -le serpi non mangiano serpi, e l'orso vive sicuro coll'orso; e finisce -col riflettere cosa n'avrebbe detto Pitagora, il quale neppur tutti i -legumi permetteva. - -[334] - - _Quidquid agunt homines, votum, timor, ira, voluptas,_ - _Gaudia, discursus, nostri est farrago libelli._ - -[335] Certi precettori e certi verseggiatori d'oggi che cosa diranno -all'udire che Giovenale, sedici secoli fa, già trovava assurdo l'uso -della mitologia nei versi? - - _Nota magis nulli domus est sua, quam mihi lucus_ - _Martis, et æoliis vicinum rupibus antrum_ - _Vulcani; quid agant venti, quas agat umbras_ - _Æacus etc._ - Sat. I. - -[336] Vedi la Sat. XIII. - -[337] - - _... Semita certa_ - _Tranquillæ per virtutem patet unica vitæ..._ - _Nesciat irasci, cupiat nihil, et potiores_ - _Herculis ærumnas credat, sævosque labores_ - _Et venere, et cœnis, et pluma Sardanapali._ - Sat. X. - -[338] - - _... Agmine facto,_ - _Debuerant olim tenues migrasse Quirites._ - Sat. III. - -[339] - - _Messe tenus propria vive; et granaria, fas est,_ - _Emole. Quid metuas? occa, et seges altera in herba est._ - Sat. VI. - -[340] - - _Nil tibi concessit ratio; digitum exsere; peccas;_ - _Et quid tam parvum est?_ - Sat. V. - -[341] Svetonio conservò un buon dato di queste satire. Allorchè Cesare -introduceva molti Galli in senato, cantavasi per le vie: - - _Gallos Cæsar in triumphum ducit, idem in curiam;_ - _Galli bracas deposuerunt, latum clavum sumpserunt._ - -E quando faceva lui ogni cosa, togliendo la mano al collega Bibulo: - - _Non Bibulo quidquam nuper, sed Cæsare factum est;_ - _Nam Bibulo fieri consule nil memini._ - -Sotto le sue statue si lesse: - - _Brutus quia reges ejecit, consul primus factus est;_ - _Hic quia consules ejecit, rex postremo factus est._ - -Allorchè Augusto, nel tempo della proscrizione, ambiva i vasi corintj, -alla sua statua fu scritto: - - Pater argentarius, ego corinthiarius. - -E alludendo alla sua smania del giuocare: - - _Postquam bis classe victus naves perdidit,_ - _Aliquando ut vincat, ludit assidue aleam._ - -E quando Livia, dopo tre mesi di matrimonio, gli partorì Druso: -Τοῖς εὐτυχοὔσι καὶ τρίμενα παιδία, cioè: Ai fortunati nascono sin i -fanciulli di tre mesi. - -Quando egli imbandì quel banchetto di lasciva empietà: - - _Cum primum istorum conduxit mensa choragum_ - _Sexque deos vidit Mallia, sexque deas:_ - _Impia dum Phœbi Cæsar mendacia ludit,_ - _Dum nova Divorum cœnat adulteria:_ - _Omnia se a terris tunc numina declinarunt,_ - _Fugit et auratos Jupiter ipse thoros._ - -Più violento fu questo contro Tiberio: - - _Asper et immitis, breviter vis omnia dicam?_ - _Dispeream, si te mater amare potest._ - -E contro lo stesso: - - _Non es eques. Quare? non sunt tibi millia centum;_ - _Omnia si quæras, et Rhodos exsilium est._ - _Aura mutasti Saturni sæcula, Cæsar:_ - _Incolumi nam te, ferrea semper erunt._ - _Fastidit vinum, quia jam sitit iste cruorem:_ - _Tam bibit hunc avide, quarti bibit ante merum._ - _Adspice felicem sibi, non tibi, Romule, Sullam;_ - _Et Marium, si vis, adspice, sed reducem;_ - _Nec non Antoni, civilia bella moventis,_ - _Nec semel infectas adspice cæde manus._ - _Et dic, Roma perit, regnabit sanguine multo_ - _Ad regnum quisguis venit ab exilio._ - -Il matrimonio di Nerone ferivano i seguenti: - - Νέρον, Ορέστης, Αλκμαίων, μητροκτονοι. - Νεονύμφον Νέρων, ἰδίαν μητέρ ἀπέκτεινεν. - _Quis negat Æneæ magna de stirpe Neronem?_ - _Sustulit hic matrem, sustulit ille patrem._ - _Dum tendit citharam noster, dum cornea Parthus,_ - _Non erit Pæan, ille_ ἐκατηβελέτης. - -Sull'immensa fabbrica del Palazzo aureo: - - _Roma domus fiet; Vejos migrate Quirites,_ - _Si non et Vejos occupat ista domus._ - -Nerone diede Poppea a Otone da custodire col titolo di sposo e -null'altro; e avendone quegli voluto usurpare i diritti, lo sbandì. -Allora fu scritto: - - _Cur Otho mentito sit, quæritis, exsul honore?_ - _Uxoris mœchus cœperat esse suæ._ - -Non ho potuto consultare i _Versus ludicri in Romanorum Cæsares -priores olim compositi; collatos, recognitos, illustratos edidit_ G. H. -HEINRICHIUS. Ala 1810. - -[342] Medaura era colonia romana; eppure Apulejo, figlio di uno de' -primi magistrati (duumviro), non intendeva parola di latino quando -venne a Roma: così il figliastro suo non parlava che il punico, e -intendeva un po' di greco in grazia della madre tessala; _Loquitur -nunquam nisi punice; et si quid adhuc a matre græcisat: latine enim -neque vult, neque potest._ _Apolog._ Ciò smentisce chi crede il latino -fosse comune in tutte le colonie. Aggiungiamo che ad Apulejo l'imparare -il latino in Roma senza maestro parve fatica portentosa: _Quiritium -indigenum sermonem ærumnabili labore, nullo magistro præeunte, -aggressus excolui._ _Metam._ - -[343] _Sacris pluribus initiatus, profecto nosti sanctam silentii -fidem._ _Metam._ E nell'_Apolog._: _Sacrorum pleraque initia in -Græcia participavi; eorum quædam, in signa et monumenta tradita mihi -a sacerdotibus, sedulo conservo... Ego multijuga sacra, et plurimos -ritus, et varias cæremonias, studio veri et officio erga deos didici._ - -[344] _Mihi in incerto judicium est, fato ne res mortalium et -necessitate immutabili, an sorte volvantur._ Annal., VI. 22. - -[345] _Cunctas nationes et urbes populus, aut primores, aut singuli -regunt: delecta ex his et consociata reipublicæ forma laudare facilius -quam evenire; vel si evenit, haud diuturna esse potest_. Annal., IV. -53. - -[346] JACOBS, _Des Vell. Paterculus röm. Geschichte übersetz von etc_. -Lipsia 1793. - -MORGENSTERN, _De fide historica Vell. Paterculi, in primis de -adulatione ei objecta_. Ivi 1800. - -[347] In _Agricola_, 30 e 31. - -[348] _De moribus Germanorum_, 33. - -[349] I. 12; II. 15. - -[350] Credo interpolato quel capitoletto ne' manoscritti, e lo stile -l'annunzia posteriore. - -[351] _Luna deficere cum aut terram subiret, aut sole premeretur_. IV. -10. Gli errori ne rilevò Le Clerc in calce alla sua _Ars critica_. - -[352] PLINIO, _Nat. Hist_., XXVIII. 2. - -[353] _Negli Scrittori della Storia Augusta son comprese le vite di_ - - Adriano per Elio Sparziano - Antonino Pio » Giulio Capitolino - Elio Vero » Sparziano - » Capitolino - Marc'Aurelio » Capitolino - Avidio Cassio » Vulcazio Gallicano - Comodo » Elio Lampridio - Pertinace » Capitolino - Didio Giuliano, Settimio Severo, - Pescennio Nigro » Sparziano - Clodio Albino » Capitolino - Caracalla e Geta » Sparziano - Macrino » Capitolino - Diadumeno, Elagabalo, Alessandro » Lampridio - I due Massimini, i tre Gordiani, - Massimo e Balbino » Capitolino - I due Valeriani, i due Gallieni, - i Trenta Tiranni, Claudio II » Trebellio Pollione - Aureliano, Tacito, Floriano, - Probo, Firmo, Saturnino, - Proculo e Bonoso, Caro, - Numeriano, Carino » Flavio Vopisco - -[354] «Chiamansi le Coefore, e sono di... di chi dunque? Ah sì! -dicevano di Policleto». _In Verrem, de signis_. - -[355] — Statue, che potrebbero allettare non solo un intelligente come -Verre, ma fin ignoranti, come chiamano noi: un Cupido di Prassitele; -giacchè nell'indagine ho imparato anche nomi d'artisti». _Ibi_. - -[356] - - _Excudent alii spirantia mollius æra,_ - _Credo equidem vivos ducent de marmare vultus,_ - _Orabunt melius causas..._ - -Il cortigiano d'Augusto dovea passare sotto silenzio Cicerone. -Veramente Orazio, _Ep._ I 4, cantava: - - _Pingimus, atque_ - _Psallimus, et luctamur Achivis doctius unctis;_ - -ma è notevole questo appaiare il dipingere col sonare e lottare. - -[357] Il Panteon fu dedicato a Giove Ultore, e detto così perchè alle -due statue di Marte e Venere erano aggiunti gli attributi di tutte -le divinità. Guasto da incendj, fu restaurato da Adriano, poi da -Settimio Severo nel 202 di C.; e d'uno di questi restauri probabilmente -sono colpa le colonne che dividono lo spazio interno, troppo esili a -proporzione della grave cupola. Nel 600 venne dedicato a santa Maria -ed ai Martiri. La copertura di bronzo della cupola fu tolta nel medio -evo; quella del portico da Urbano VIII per far fondere la tribuna di -S. Pietro in Vaticano dal Bernino, del quale pure sono i due poveri -campanili, che si vedono sul frontone postico. - -[358] CICERONE ad _Attico_, lib. I. ep. 4. 6. 8. 9. - -[359] VITRUVIO, II. 8. - -[360] PLINIO, _Nat. hist_., XXXV. 4. 10. 11. 12. - -[361] San Pietro di Roma copre 20,000 metri quadrati; mentre il più -grande della Roma antica, cioè quel della Pace, ne copre 6240, 3182 il -Panteon, 874 il Giove Tonante, 195 quel della Fortuna Virile; e fuor -di Roma, 1426 il tempio maggiore di Pesto, 636 quel della Concordia ad -Agrigento, 434 quel di Giove a Pompej. - -[362] - - _En quatuor aras;_ - _Ecce duas tibi, Daphni, duas altaria Phœbo_. - -Su questo passo di Virgilio pretesero che gli altari si consacrassero -agli dei, a' semidei ed eroi le are; ma non sembra provato, nè soddisfa -la distinzione che ne fece Raoul-Rochette nei _Monuments inédits -d'antiquité figurée_, tav. XXVI. 2. - -[363] «Benchè inferiore in semplicità ed armonia all'architettura -greca (dice Hosking), la romana è evidentemente della stessa -famiglia, distinta per esecuzione più ardita, ed elaborata profusione -d'ornamenti. Il gusto delle due nazioni è espresso dal dorico pel -primo, dal corintio per l'altro: uno è modello di semplice grandezza, -perfetto nelle particolari convenienze, e inapplicabile ad oggetto -diverso; l'altro è men raffinato, ma molto adorno; sfoggia nell'esterno -la bellezza di cui manca nell'interno; imperfetto in ciascuna -combinazione, ma applicabile ad ogni proposito. In Grecia come a Roma -il maggiore sfoggio d'architettura e colonne faceasi ne' tempj; ma i -Romani non aveano abitudine di costruirli peripteri, siccome i Greci. -Da alcune ruine pare che in qualche età fabbricassero tempj dipteri; -ma i più usitati erano i pseudo-dipteri, cioè colle colonne affisse -al muro, gli apteri e prostili: di amfi-prostili non abbiamo esempj. -Gran proiezione i Romani davano ai loro portici pel maggior effetto. I -tempj circolari non erano comuni ai Romani. Insomma il tempio romano -era distinto dal greco per aspetto più grande, colonne più sottili, -generalmente corintie, e costruzione sopra un podio o basamento». - -[364] PAUSANIA, X. - -[365] Ecco il paragone d'alcuni di tali edifizj: - - _lunghezza larghezza spettatori_ - - Coliseo metri 207 171 87,000 - Anfiteatro di Caracalla » 226 146 20,000 - » Marcello » 132 132 30,000 - » Verona » 154 122 23,000 - Circo Massimo » 660 190 254,000 - -[366] Non è vero che le figure crescano regolarmente di grandezza -nell'elevarsi. Il 1588 alla statua dell'imperatore fu surrogata quella -di san Pietro; due anni dipoi, Sisto V sterrò il piedistallo; Napoleone -fece demolire le umili costruzioni che ne ingombravano il contorno, e -i papi successivi restituirono la grande piazza. Lo spagnuolo Ciacono -nel 1616 scriveva che ancora vedevansi i piedi della statua di Trajano, -e che dagli scavi fatti uscì la testa di bronzo, la quale conservavasi -dal cardinale Della Valle: or s'ignora che ne sia avvenuto. - -[367] LAMPRIDIO, in _Alexandro_, 27. 28. - -[368] ROSSINI. _Degli archi trionfali onorarj e funebri degli antichi -Romani, sparsi per tutta Italia_. Roma 1736. - -Ecco un parallelo: - - _altezza larghezza grossezza_ - Arco in Roma di Tito metri 24 16 5 - » di Costantino » 25 22 7 - » di Settimio Severo » 24 21 7 - di Benevento » 25 17 5 - d'Augusto a Rimini » 16 16 9 - di Ancona » 15 14 3 - -A Roma v'erano pur quelli di Orazio Coclite, Camillo, Druso, Tiberio, -Gallieno. - -[369] _Manentque vestigia irritæ spei_. TACITO. - -[370] Dureau de la Malle (_De la distribution, de la valeur et de la -législation des eaux dans l'ancienne Rome_. Parigi 1843) calcola che -i condotti che menavano acqua a Roma, tirassero insieme 428,000 metri, -di cui 32,000 sopra arcate: e sottraendone la derivazione fraudolenta, -portavano 11,075 pollici d'acqua, di cui 4388 vendevansi ad usi -privati. Rondelet sopra Frontino, ragguagliò l'acqua venuta in Roma -per gli acquedotti a un fiume largo trenta piedi, profondo sei, e della -velocità di trenta pollici per secondo. - -[371] Paragone dei ponti romani: - - _lungo largo costruito da_ - Milvio metri 126 9 Silla - Senatorio o Rotto » 25 13 C. Scipione - Salaro sul Teverone » 77 9 Tarquinio - Sisto o del Gianicolo » 70 — - Fabricio o de' Quattro capi » 25 — - Cestio o Ferrato » 50 — Valente - Elio o Sant'Angelo » 113 15 Adriano - Mammea presso Roma » 60 9 Antonino - Di Rimini sulla Marecchia » 46 — Augusto - Sulla Narina fra Roma e - Loreto » 194 34 Augusto - -[372] - - _Muræna proibente domum, Capitone culinam..._ - _Proxima Campano ponti quæ villula tectum_ - _Præbuit; et parochi, quæ debent, ligna salemque._ - Sat. I, V. 46. - -[373] - - _Scalis habito tribus sed altis._ - Epigr. V. 22. - -[374] CICERONE, _pro Milone_, 15; _Philip._ II. 9. ORAZIO, _Ep_. II. 2. -15. - -[375] Che si chiudessero con imposte doppie è chiaro da quel di Ovidio, -_Amor._, I. 3: - - _Pars adaperta fuit, pars altera clausa fenestræ._ - -Plinio parla d'una porta a vetri nella sua villa, la quale separava e -riuniva due camere. - -[376] _Ex auro, argentove aut certe ex ære in bibliotheca dicantur -illi, quorum immortales animæ in iisdem locis loquuntur._ PLINIO. - -[377] Quanto ai camini, senza ricorrere al Manuzio nei Commenti -alle epistole di Cicerone, al Filandro sopra Vitruvio, VII. 3, -al Burmanno sopra Petronio, _Satyr_. 135, che lo negano, ed al -Ferrario, _Electorum_ lib. I. 1. 9, che lo asserisce, può vedersi -una dissertazione di Scipione Maffei nella raccolta d'opuscoli del -Calogerà, tom. XLVII. p. 449, ove sostiene che gli antichi non avevano -camini al modo nostro. Pure in Aristofane (_Vespe_, 1. 2) è accennata -una canna di camino, in cui poteva star nascosto un uomo; Svetonio -(in _Vitellio_) dice che, in un pasto dato da questo imperatore, la -sala bruciò per fuoco appigliatosi al camino (_flagrante triclinio ex -conceptu camini_). - -[378] _Non vivunt contra naturam qui pomaria in summis turribus ferunt? -Quorum silvæ in tectis domorum ac fastigis nutant, inde ortis radicibus -quo improbe cacumina egissent?_ Ep. 122. - -[379] _Censores vias sternendas silice in urbe, glarea extra urbem -substruendas marginandasque, primi omnium locaverunt._ LIVIO, XLI. 27. - -Sopra tavole di rame si trovarono leggi, che il Corradi e il Mazzocchi -credeano essere le Sempronie di Cajo Gracco, ma ora si asseriscono -agli ultimi tempi della Repubblica, e portano regolamenti intorno alle -strade: - -— Chi ha o avrà, sia in Roma o a un miglio in giro dal suo abitato, -una casa, davanti a cui passi la strada pubblica, dovrà mantenere essa -strada a requisizione dell'edile, cui spetta quel quartiere. L'edile -veglierà perchè ciascun proprietario mantenga come deve la strada -dinanzi la sua casa, sicchè l'acqua non s'impozzi e non la renda -incomoda. - -«Gli edili curuli e plebei dovranno, fra cinque giorni dopo eletti, -trarre a sorte le regioni della città, dove abbiano a sorvegliare la -riparazione e il selciato delle strade pubbliche a Roma e ad un miglio -in giro. - -«Se la via passi fra un tempio od un luogo pubblico qualunque e una -casa privata, l'edile farà conservare a spese dello Stato metà di -questa parte della via pubblica. - -«Se un proprietario non intertenga la strada avanti la sua casa dopo -l'intimazione dell'edile, questi l'affiderà ad un appaltatore: ma -dieci giorni prima l'annunzierà nel fôro, e ne farà intimar l'avviso -ad esso proprietario ed a' suoi procuratori; e l'aggiudicazione si farà -pubblicamente nel fôro, mediante il questore urbano. - -«Esso proprietario o proprietarj saranno scritti come debitori -sui libri di finanza per una somma eguale all'aggiudicazione, e -all'intraprenditore verrà assegnato un credito esigibile di pien -diritto sui loro beni. - -«Se, fra trenta giorni dall'assegnazione notificata al proprietario, -esso non pagò l'imprenditore o non diede cauzione, dovrà pagare metà di -più. - -«Il proprietario che abbia davanti alla casa un marciapiede, lo -manterrà tutt'al lungo di essa in pietre connesse, intere, ben piane, -secondo ordinerà l'edile di quel quartiere». - -Le tavole trovate ad Eraclea nel golfo di Taranto il 1732 contengono -molti ordini sul mantenere sgombre le vie e proibiscono i carri -dall'alba fin a decima, salvo poche eccezioni. Inoltre si obbligavano -gli abitanti a conservar nette le vie scopando e anaffiando. NAUDET, -_Sur la police chez les Romains, Mém. de l'Institut_, vol. IV. - -[380] Dionigi d'Alicarnasso (lib. IV) dice difficile misurare il -perimetro di Roma sopra le mura, attesochè son poco facili a seguire -in grazia delle case che v'aderiscono da tutte parti. Secondo Paolo -(_Digest._, lib. II), _Roma_ esprimeva tutto l'indeterminato spazio -dov'erano case, _urbs_ il solo ricinto legale del pomerio, come oggi -Londra e la City. - -Di Roma abbiamo due descrizioni fatte sotto Valentiniano e Valente, -riferite da Grevio, _Thesaurus antiquitatum roman._, tom. III; ed -una a mezzo il V secolo, in calce alla _Notitia dignitatum utriusque -imperii._ - -L'area della città occupava da cinque milioni di metri quadrati, dopo -l'ampliazione d'Aureliano; sicchè ogni casa teneva, per un di mezzo, -centoquattro metri quadrati. Ciò mostra quanto erano piccole: eppure -bisognerebbe mettere venticinque casigliani per ciascuna se si volesse -giungere a soli un milione ducentomila abitanti; che è assai meno -di quel che alcuni suppongono. Londra ha la superficie di ventimila -ottocento ettari, con ducensessantamila fabbricati. - -Giusto Lipsio stimò da quattro in cinque milioni la popolazione di -Roma, e i successivi copiarono quest'indicazione. La Malle, dal calcolo -dello spazio in paragone colle città moderne, non gliene dà più di -cinquecentosessantamila. Si avverta però che la mura d'Aureliano non -dovea comprendere quello spazio indeterminato che pur chiamavasi città: -che con tanti schiavi poteasi molto più affollare la popolazione, -stivandoli anche sotto ai tempj e ai pubblici edifizj; e che Augusto -dovè proibire di alzar le case più di sette piani. Sappiamo che il -grano d'Africa e dell'Egitto, destinato a pascer Roma, era in un -anno sessanta milioni di moggia al tempo d'Augusto; cioè il bastevole -per circa un milione d'abitanti. Forse tanti erano, contando metà di -cittadini e metà fra schiavi e avveniticci. Scemò poi, e Sparziano -(in _Settimio Severo_, VIII. 23) riduce a settantacinquemila moggia -il consumo giornaliero di Roma, cioè il consumo annuo in ventisette -milioni ducensettantacinquemila; il che limita la popolazione a -cinquecentomila. - -[381] - - _Forte ibam via Sacra, sicut meus est mos,_ - _Nescio quid meditans nugarum, totus in illis._ - -[382] La prima edizione fu fatta a Firenze il 1496, poi a Venezia -l'anno successivo. Dopo d'allora moltissime traduzioni e commenti; e -la più illustre è l'edizione in otto vol. in-4º a Udine 1825-30, con -trecenventi tavole, commenti e dissertazioni dello Stratico di Zara e -del Polini. - -[383] _Nat. hist._, XXXV. 5. - -[384] _Spectantem aspectans quocumque aspiceret_. - -[385] _Nat. hist._, XXXIII. 38. - -[386] - - _Scilicet in domibus vestris, ut prisca virorum_ - _Artifici fulgent corpora picta manu,_ - _Sic quæ concubitus varios Venerisque figuras_ - _Exprimat, est aliquo parva tabella loco._ - OVIDIO, Trist., II. - - _Utque velis, Venerem jungunt per mille figuras,_ - _Inveniat plures nulla tabella modos._ - Ars am., II. - - _Non istis olim variabant tecta figuris,_ - _Tum paries nullo crimine pictus erat..._ - _Illa puellarum ingenuos corrupit ocellos,_ - _Nequitiæque suæ noluit esse rudes etc._ - PROPERZIO. - -SVETONIO, in _Horatio_: _Ad res venereas intemperantior traditur: nam -speculato cubiculo scorta dicitur habuisse disposita, ut quocumque -respexisset, ibi ei imago coitus referretur etc._ - -CLEMENTE ALESSANDRINO, in _Protrep._: Παρ’αὐτὰς επὶ τὰς περιπλοκὰς -ἀφορῶσιν εἰς τὴν Αφροδίτην ἐκείνην, τὴν γυμνὴν, τὴν ἐπὶ συμπλοκῆ -δεδεμένην, καὶ τῇ Λέδᾳ περιπετώμενον τὸν ὄρνιν τὸν ἐρωτικὸν... Πανίσκοι -τινὲς, καὶ γυμναὶ κόραι, καὶ σάτυροι μεθύοντες. - -Abbiamo a Napoli un gabinetto puramente di lavori d'arte osceni, e n'è -stampata la descrizione a Parigi, _Cabinet secret du musée royal de -Naples_, con sessanta tavole a colori che rappresentano le pitture, i -bronzi, le statue erotiche d'esso gabinetto. - -[387] Nel duomo di Màzzara e in San Francesco di Messina due col ratto -di Proserpina; nella chiesa di Sclafani con Baccanti: e più bello il -fonte battesimale di Girgenti colla storia di Ippolito. - -[388] FERRARA, _Storia di Sicilia_, tom. VIII. p. 112. - -[389] CRISPI, _Opusc. di letteratura e archeologia_, 1836. - -[390] ARISTOTELE, _Econom_., lib. ii. 1. 2. Nel Digesto, lib. LII. tit. -10, è ordinato: _Ne quis nummos stagneos, plumbeos emere, vendere dolo -malo velit_. - -[391] _Auctarium Siciliæ numismaticæ_. Copenhagen 1816. - -Le città o repubbliche sicule, di cui si hanno medaglie, sono: - -_Abacænum_, presso Tripi; _Abolla_, presso Avola; _Acræ_, presso -Palazzolo; _Adranum_, oggi Adernò; _Agrigentum_; _Agyra_; _Alantium_, -sul monte San Fratello; _Amestratum_, oggi Mistretta; _Apollonia_, oggi -Pollina; _Assorum_, oggi Asaro; _Atna_, o Inessa presso Licodia. - -_Calcata_, oggi Caronia; _Camarina; Catania; Centuripa,_ oggi Centorbi; -_Cephalædium_, oggi Cefalù. - -_Drepanum_, oggi Trapani. - -_Emporium_, oggi Castellamare; _Enna_, oggi Castrogiovanni; _Entella; -Erix_, oggi Monte San Giuliano. - -_Gela_? - -_Iccara_, presso Carini. - -_Leontinum_, oggi Lentini; _Lilibæum_. - -_Macella_, oggi Macellaro; _Megara_, oggi Augusta; _Menæ_, oggi -Mineo; _Messana_, già Zancle, oggi Messina; _Morguntium_, nel golfo di -Catania; _Motya_, nell'isola San Pantaleo. - -_Naxus_, al capo Schifò; _Neetum_, oggi Noto; _Nissa_, poi Petilia. - -_Panormus_, oggi Palermo. - -_Segesta_ o _Egesta_, sul monte Barbaro; _Selinus_, oggi Selinunte; -_Siracusæ_. - -_Talaria? Tauromenium_, oggi Taormina; _Thermæ; Tyndarium; Thracia_ -o _Trinacio_, presso Potica. Possono aggiungersi le vicine isole di -_Melita_, Malta; _Gaulus_, Gozo; _Melingunis_, Lipari; _Lopadusa_, -Lampedusa; _Cosyra_, Pantellaria. - -Non sono però qui tutte le città siciliane; Vincenzo Natale, ne' -_Discorsi sulla storia antica della Sicilia_ (Napoli 1843), ne dà -il catalogo ragionato, distinguendo le certamente sicane da quelle -che il sono probabilmente: le prime sarebbero Camico, Inico, Onface; -Crasto, Iccari, Eucarpia, Macara, Vessa; le altre, Indara, Ippana, -Macella, Schera, Jete, Triocala, Scirtea, Cabala, Giorgio, Ambiche. -Altre quaranta ne adduce, edificate dai Siculi, e poi divenute greche; -e di tutte cerca la geografia, i fondatori, le vicende. In testa -alle _Antichità di Sicilia_ del duca di Serradifalco sta un _Quadro -comparativo dei nomi antichi e moderni_ delle città siciliane. Alla -geografia di questo paese giovano immensamente le otto carte di -Alfonso Airoldi, che la rappresentano nei tempi favolosi fin alle -colonie greche e alla conquista de' Romani, sotto di questi, sotto -gl'imperatori, sotto i Saracini, sotto i Normanni, sotto gli Aragonesi; -e l'ultima le riepiloga tutte, coi nomi che in ciascun'epoca portarono -le città. - -Le monete della restante Italia si classificano così: Italia superiore, -Etruria, Umbria, Piceno, Vestini, Lazio, Agro Reatino, Samnio, -Frentani, Campania, Apulia, Calabria, Lucania, Bruzj. - -[392] Delle statue antiche convien ricordarsi che molte sono -restaurate. A dir solo delle più celebri, nel Laocoonte, capolavoro, -che l'espressione esagerata del dolore colloca ai limiti ove l'arte -comincia a decadere, è moderno il braccio destro del padre, e furono -fatti dal Cornacchini l'antibraccio destro del figlio maggiore e -tutto il braccio destro del minore: nel toro Farnese sono restauro -la parte superiore di Dirce, le teste e le gambe di Zeto e Anfione: -Michelangelo rifece le gambe dell'Ercole Farnese, che poi furono -trovate: dell'Apollo di Belvedere son moderne le mani: alla Tersicore -del Vaticano si sovrappose la testa di un'altra statua. Le statue -di Ercolano e Pompej hanno questo insigne vantaggio, di essere state -immuni da restauri. - -[393] Nel 1755, e gli scavi regolari cominciarono nel 1799. -Domenico Fontana, che nel 1592 guidò le acque del Sarno alla Torre -dell'Annunziata, dovette coi cunicoli incontrarsi ne' monumenti di -Pompej che attraversava: or come non nacque curiosità di esplorarli? - -[394] Forse non era che un simbolo e un motto di buon augurio, che si -ha pure nel musaico di Salisburgo, coll'aggiunta _Nihil intret mali_: -ma di un postribolo si ha a Pompej un'iscrizione, ch'è bello tacere. - -[395] Le scarpe de' Romani somigliavano agli odierni coturni, giungendo -fin al polpaccio, sparati davanti, e chiusi da coreggie o lacciuoli. -Era vanto l'averli ben serrati; ma dallo sparo, nelle persone eleganti, -lasciavasi trasparire la calza, per lo più bianca o rossa, e sostenuta -da un legaccio. La suola talvolta era rialzata da severo, che anche -oggi trovasi opportuno a tenere asciutto il piede. La moda variò la -forma e il colore del tomajo; le suole furono sin d'oro, ovvero ornate -di gemme. Aureliano riservò alle donne le scarpe rosse, che del resto -erano un distintivo degli imperatori. - -[396] È singolare un musaico, ultimamente scoperto in un triclinio -presso la porta Stabiana, di finitezza stupenda. Ha nel mezzo un -teschio, e attorno simboli delle vicende della vita; un archipenzolo, -un bastone, un'asta rovesciata da cui pendono cenci, una farfalla con -ali rosse screziate d'azzurro, librata s'una ruota a sei raggi. Come -vedemmo nel convito di Trimalcione, rammentavasi la fugacità della -vita, per eccitare a goderne. - -[397] Ultimamente si scopersero tombe sannitiche, fra le romane; -anche con vasi e monete che attestano una civiltà sviluppata prima del -contatto coi Greci. - -[398] Delle tante opere relative agli scavi di Pompej il frutto venne -raccolto in quella di Fausto e Felice Niccolini: _Le case e i monumenti -di Pompej disegnati e descritti_. Ora il Fiorelli ha dato maggior -regola alle scoperte e più scienza all'interpretazione. - -Una particolarità bizzarrissima di Pompej sono le iscrizioni, -che graffivano sul muro ragazzi e soldati petulanti, o amanti, o -sollecitatori di voti. Un giovinetto scrisse: - - _Candida me docuit nigras odisse puellas;_ - -e una donna, o fingendosi donna, vi soggiunse: - - _Oderis, et iteras non invitus;_ - _Scripsit Venus Fysica Pompejana._ - -Un amante posposto scriveva: _Alter amat, alter amatur, ego fastidio_; -e un arguto vi soggiungeva: _Qui fastidit, amat_. - -E molte ricorreano dichiarazioni amorose; per es.: _Auge amat -Arabienum; Methe Cominiæs atellana_ (commediante) _amat Chrestum corde. -Sit utreisque Venus Pompejana propitia et semper concordes vivant_. - -Spesso sono scherzi, come questa lettera: _Pyrrus c. Hejo conlegæ -sal. Moleste fero quod audivi te mortuum: itaque vale_. Sul palazzo -di giustizia uno scriveva: _Quot pretium legi?_ «Quanto si vende la -giustizia?» - -Talune sono manifesti di spettacolo: - - _Hic venatio pugnabit_ - V _kalandas septembris_ - _Et Felix ad ursos pugnabit._ - -Un venditore di zampetti assicura che, serviti che siano, i convitati -leccano la pentola ove furon cotti: - - _Ubi perna cocta est si convivæ apponitur_ - _Non gustat pernam, lingit ollam aut cacabum._ - -Ci sono affissi per trovare robe perdute, come questa: - - _Urna vinicia periit de taberna_ - _Si eam quis retulerit_ - _Dabuntur_ - _HS lxv: sei furem_ - _Quis abduxerit_ - _Dabit decumu_m (il doppio) - _Januarius_ - _Qui hic habitat._ - -Ci sono annunzj d'affitti o di vendite: - - _In prædiis juliæ sp. felicis_ - _Locantur_ - _Balneum venerium et nongentum tabernæ_ - _Pergulæ_ - _Cænacula ex idibus aug. primis in idus_ - _Aug. sextas_ - _Annos continuos quinque_ - _s q d l e n c a_ - _Smettium verum ade._ - -Le quali ultime sigle devono forse leggersi: _Si quis dominun loci ejus -non cognoverit, ad..._ Ma sono strane quelle novecento botteghe in una -sola città. Pergole chiamavansi i terrazzi dove i venditori esponeano -le loro merci: i cenacoli equivalgono alle trattorie. - -Un ghiotto esclama: _Quæ gula quæcumque in vino nascitur;_ un altro: -_Ad quem non cœno, barbarus ille mihi est._ Uno schiavo liberato: -_Labora, Aselle, quomodo ego laboravi, et proderit tibi;_ uno -impreca: _Asellia tabescas;_ un altro taccia di ladro: _Oppi embolari_ -(facchino) _fur furuncule;_ e con espressione più mercatina: _Miccio -cocio tu tuo patri cacanti confregisti peram._ - -Anche Cicerone (in _Verrem_, III. 33) ci fa sapere che contro l'amasia -di Verre i Siciliani scriveano satire fin sopra le pareti del tribunale -e la testa del pretore: _De qua muliere versus plurimi supra tribunal -et supra prætoris caput scribebantur._ - -Quelle iscrizioni diedero modo di capirne altre, che prima non -intendevasi alludessero all'abitudine di graffire sui muri con un aguto -o con carbone o minio. Così a Forlimpopoli leggeasi: ITA CANDIDATVS -FIAT HONORATVS TVVS ET ITA GRATVM EDAT MVNVS TVVS MVNERARIVS ET TV -FELIX SCRIPTOR SI HOC NON SCRIPSERIS. _Il tuo candidato giunga agli -onori, e ti dia in compenso un combattimento, purchè tu non lo scriva -qui;_ cioè desiderava non scrivesse su quella fabbrica il suo voto. -E principalmente faceasi tal preghiera sui sepolcri che, come esposti -lungo la via, erano prescelti per porvi le iscrizioni. - - PARCE OPVS HOC SCRIPTOR TITVLI QUOD LVCTIBVS VRGENT - SIC TVA PRÆTORES SEPE MANVS REFERAT - -è la fine d'un epitafio di Mola di Gaeta, riferito da Mommsen -(_Inscriptiones regni neapoletani_): come quest'altra: INSCRIPTOR -ROGO TE VT TRANSEAS HOC MONVMENTVM AST... AN QVOIVS CANDIDATI NOMEN -IN HOC MONVMENTO INSCRIPTVM FVERIT REPVLSAM FERAT NEQVE HONOREM VLLVM -GERAT. _Prego lo scribacchiante a lasciar intatto questo monumento: -il candidato, il cui nome vi sarà scritto, possa esser rejetto nelle -elezioni, e non giunga ad onore alcuno._ - -Alle volte l'iscrizione è tale, che chi la legge imprechi a se stesso; -come la 1810 dell'Orelli: M. CAMVRIVS HORANVS H. M. H. N. S. SED SI HOC -MONVMENTO VLLIVS CANDIDATI NOMEN INSCRIPSERO NE VALEAM. _Mal mi capiti -se a questo monumento iscriverò il nome di qualche candidato;_ mentre -la 4751 dello stesso dice: ITA VALEAS SCRIPTOR HOC MONVMENTVM PRÆTERI. -_Ben t'avvenga se non scarabocchi questo monumento._ E dianzi presso -Narni fu trovata questa: ITA CANDIDATVS QVOD PETIT FIAT TVVS ET ITA -PERENNES SCRIPTOR OPVS HOC PRÆTERI HOC SI IMPETRO AT FELIX VIVAS BENE -VALE. _Il tuo candidato divenga ciò che desidera, e tu abbi lunga vita; -ma non scrivere su questo monumento. Se mel concedi, t'auguro salute e -bene._ Vedi _Athenæum français_, agosto 1855. - -Pompej era città osca, e però gli annunzj e le indicazioni faceansi -spesso in quella lingua. Ciò ch'è più notevole, essendo graffite -le epigrafi da persone incolte, vi abbondano scorrezioni: così nel -programma di un grammatico, _Saturninus cum discentes rogat;_ versi di -Virgilio, di Properzio, d'Ovidio (nessuno d'Orazio) son riferiti con -errori e varianti. E quegli sbagli molte volte servono di riprova a -quanto altrove assumemmo, cioè alla coesistenza d'un parlar vulgare, -e alla sua somiglianza col moderno italiano. _Cosmus nequitiæ est -magnissimæ_, esclama uno; un altro: _O felice me;_ un terzo: _Itidem -quod tu factitas cotidie..._ - -Dopo altri, più compiutamente ne trattarono GARRUCCI, _Inscriptions -gravées au trait sur les murs de Pompej_; FIORELLI, _Monumenta -epigraphica pompejana ad fidem archetyporum expressa_. Napoli 1854, -edizione di soli cento esemplari a spese di Alberto Detken. E meglio -_Inscriptiones parietariæ pompejanæ, herculanenses, stabianæ etc. -edidit_ C. ZANGEMEISTER, Berlino 1871, nel _Corpus inscriptionum -latinarum_. - -[399] _Roma in montibus posita et convallibus, cœnaculis sublata et -suspensa, non optimis viis, angustissimis semitis._ CICERONE, _in -Rullum_, 33. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. Il testo greco è stato -trascritto tal quale, senza alcuna correzione. - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of Storia degli Italiani, vol. 3 (di 15), by -Cesare Cantù - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DEGLI ITALIANI, VOL 3 *** - -***** This file should be named 63560-0.txt or 63560-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/3/5/6/63560/ - -Produced by Giovanni Fini, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part -of this license, apply to copying and distributing Project -Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm -concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark, -and may not be used if you charge for the eBooks, unless you receive -specific permission. If you do not charge anything for copies of this -eBook, complying with the rules is very easy. You may use this eBook -for nearly any purpose such as creation of derivative works, reports, -performances and research. They may be modified and printed and given -away--you may do practically ANYTHING in the United States with eBooks -not protected by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the -trademark license, especially commercial redistribution. - -START: FULL LICENSE - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full -Project Gutenberg-tm License available with this file or online at -www.gutenberg.org/license. - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project -Gutenberg-tm electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all -the terms of this agreement, you must cease using and return or -destroy all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your -possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a -Project Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound -by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the -person or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph -1.E.8. - -1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be -used on or associated in any way with an electronic work by people who -agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few -things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works -even without complying with the full terms of this agreement. See -paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project -Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this -agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm -electronic works. See paragraph 1.E below. - -1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the -Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection -of Project Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual -works in the collection are in the public domain in the United -States. If an individual work is unprotected by copyright law in the -United States and you are located in the United States, we do not -claim a right to prevent you from copying, distributing, performing, -displaying or creating derivative works based on the work as long as -all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope -that you will support the Project Gutenberg-tm mission of promoting -free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg-tm -works in compliance with the terms of this agreement for keeping the -Project Gutenberg-tm name associated with the work. You can easily -comply with the terms of this agreement by keeping this work in the -same format with its attached full Project Gutenberg-tm License when -you share it without charge with others. - -1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern -what you can do with this work. Copyright laws in most countries are -in a constant state of change. If you are outside the United States, -check the laws of your country in addition to the terms of this -agreement before downloading, copying, displaying, performing, -distributing or creating derivative works based on this work or any -other Project Gutenberg-tm work. The Foundation makes no -representations concerning the copyright status of any work in any -country outside the United States. - -1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg: - -1.E.1. The following sentence, with active links to, or other -immediate access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear -prominently whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work -on which the phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the -phrase "Project Gutenberg" is associated) is accessed, displayed, -performed, viewed, copied or distributed: - - This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and - most other parts of the world at no cost and with almost no - restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it - under the terms of the Project Gutenberg License included with this - eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the - United States, you'll have to check the laws of the country where you - are located before using this ebook. - -1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is -derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not -contain a notice indicating that it is posted with permission of the -copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in -the United States without paying any fees or charges. If you are -redistributing or providing access to a work with the phrase "Project -Gutenberg" associated with or appearing on the work, you must comply -either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or -obtain permission for the use of the work and the Project Gutenberg-tm -trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9. - -1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted -with the permission of the copyright holder, your use and distribution -must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any -additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms -will be linked to the Project Gutenberg-tm License for all works -posted with the permission of the copyright holder found at the -beginning of this work. - -1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm -License terms from this work, or any files containing a part of this -work or any other work associated with Project Gutenberg-tm. - -1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this -electronic work, or any part of this electronic work, without -prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with -active links or immediate access to the full terms of the Project -Gutenberg-tm License. - -1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary, -compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including -any word processing or hypertext form. However, if you provide access -to or distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format -other than "Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official -version posted on the official Project Gutenberg-tm web site -(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense -to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means -of obtaining a copy upon request, of the work in its original "Plain -Vanilla ASCII" or other form. Any alternate format must include the -full Project Gutenberg-tm License as specified in paragraph 1.E.1. - -1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying, -performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works -unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9. - -1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing -access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works -provided that - -* You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from - the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method - you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed - to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he has - agreed to donate royalties under this paragraph to the Project - Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid - within 60 days following each date on which you prepare (or are - legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty - payments should be clearly marked as such and sent to the Project - Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in - Section 4, "Information about donations to the Project Gutenberg - Literary Archive Foundation." - -* You provide a full refund of any money paid by a user who notifies - you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he - does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm - License. You must require such a user to return or destroy all - copies of the works possessed in a physical medium and discontinue - all use of and all access to other copies of Project Gutenberg-tm - works. - -* You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of - any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the - electronic work is discovered and reported to you within 90 days of - receipt of the work. - -* You comply with all other terms of this agreement for free - distribution of Project Gutenberg-tm works. - -1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project -Gutenberg-tm electronic work or group of works on different terms than -are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing -from both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and The -Project Gutenberg Trademark LLC, the owner of the Project Gutenberg-tm -trademark. Contact the Foundation as set forth in Section 3 below. - -1.F. - -1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable -effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread -works not protected by U.S. copyright law in creating the Project -Gutenberg-tm collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm -electronic works, and the medium on which they may be stored, may -contain "Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate -or corrupt data, transcription errors, a copyright or other -intellectual property infringement, a defective or damaged disk or -other medium, a computer virus, or computer codes that damage or -cannot be read by your equipment. - -1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right -of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project -Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project -Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all -liability to you for damages, costs and expenses, including legal -fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT -LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE -PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE -TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE -LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR -INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH -DAMAGE. - -1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a -defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can -receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a -written explanation to the person you received the work from. If you -received the work on a physical medium, you must return the medium -with your written explanation. The person or entity that provided you -with the defective work may elect to provide a replacement copy in -lieu of a refund. If you received the work electronically, the person -or entity providing it to you may choose to give you a second -opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If -the second copy is also defective, you may demand a refund in writing -without further opportunities to fix the problem. - -1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth -in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO -OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT -LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE. - -1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied -warranties or the exclusion or limitation of certain types of -damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement -violates the law of the state applicable to this agreement, the -agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or -limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or -unenforceability of any provision of this agreement shall not void the -remaining provisions. - -1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the -trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone -providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in -accordance with this agreement, and any volunteers associated with the -production, promotion and distribution of Project Gutenberg-tm -electronic works, harmless from all liability, costs and expenses, -including legal fees, that arise directly or indirectly from any of -the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this -or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or -additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any -Defect you cause. - -Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm - -Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of -electronic works in formats readable by the widest variety of -computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It -exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations -from people in all walks of life. - -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's -goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will -remain freely available for generations to come. In 2001, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure -and permanent future for Project Gutenberg-tm and future -generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see -Sections 3 and 4 and the Foundation information page at -www.gutenberg.org - - - -Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation - -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by -U.S. federal laws and your state's laws. - -The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the -mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its -volunteers and employees are scattered throughout numerous -locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt -Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to -date contact information can be found at the Foundation's web site and -official page at www.gutenberg.org/contact - -For additional contact information: - - Dr. Gregory B. Newby - Chief Executive and Director - gbnewby@pglaf.org - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide -spread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. Compliance requirements are not uniform and it takes a -considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up -with these requirements. We do not solicit donations in locations -where we have not received written confirmation of compliance. To SEND -DONATIONS or determine the status of compliance for any particular -state visit www.gutenberg.org/donate - -While we cannot and do not solicit contributions from states where we -have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition -against accepting unsolicited donations from donors in such states who -approach us with offers to donate. - -International donations are gratefully accepted, but we cannot make -any statements concerning tax treatment of donations received from -outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. - -Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation -methods and addresses. Donations are accepted in a number of other -ways including checks, online payments and credit card donations. To -donate, please visit: www.gutenberg.org/donate - -Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works. - -Professor Michael S. Hart was the originator of the Project -Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be -freely shared with anyone. For forty years, he produced and -distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of -volunteer support. - -Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed -editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in -the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not -necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper -edition. - -Most people start at our Web site which has the main PG search -facility: www.gutenberg.org - -This Web site includes information about Project Gutenberg-tm, -including how to make donations to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to -subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. - diff --git a/old/63560-0.zip b/old/63560-0.zip Binary files differdeleted file mode 100644 index a865a4b..0000000 --- a/old/63560-0.zip +++ /dev/null diff --git a/old/63560-h.zip b/old/63560-h.zip Binary files differdeleted file mode 100644 index 6195745..0000000 --- a/old/63560-h.zip +++ /dev/null diff --git a/old/63560-h/63560-h.htm b/old/63560-h/63560-h.htm deleted file mode 100644 index 656c54b..0000000 --- a/old/63560-h/63560-h.htm +++ /dev/null @@ -1,22337 +0,0 @@ -<!DOCTYPE html PUBLIC "-//W3C//DTD XHTML 1.1//EN" -"http://www.w3.org/TR/xhtml11/DTD/xhtml11.dtd"> - -<html xmlns="http://www.w3.org/1999/xhtml" xml:lang="it"> -<head> - <meta http-equiv="content-type" content="text/html; charset=utf-8" /> - <title> - Storia degli Italiani (vol. 3 di 15), di Cesare Cantù - </title> - <link rel="coverpage" href="images/cover.jpg" /> - <style type="text/css"> -body {margin-left: 10%; margin-right: 10%;} - -p {margin-top: .5em; margin-bottom: 0em; line-height: 1.2; text-align: justify;} -.blockquote {margin: 1em 5%;} -.center {text-align: center; text-indent: 0;} - -div.booktitle {page-break-before: always; padding: 3em;} -div.titlepage {text-align: center; margin: 0 5%; padding: 2em 0; page-break-before: always; page-break-after: always;} -div.titlepage p {text-align: inherit;} -div.somm {page-break-before: always; padding-top: 3em;} -div.chapter {page-break-before: always; padding-top: 3em;} -div.chapter h2 {page-break-before: avoid;} - -h1,h2 {text-align: center; font-style: normal; -font-weight: normal; line-height: 1.5;} -h1 {font-size: 150%;} -h2 {font-size: 140%; margin-top: 1em; margin-bottom: 2em; page-break-before: avoid;} - -span.smaller {display: block; font-size: 80%; margin: .5em 5%; line-height: 1.2em;} - -hr {width: 70%; margin-top: 1em; margin-bottom: 1em; margin-left: 15%; margin-right: 15%; clear: both;} -hr.silver {width: 90%; margin-left: 5%; margin-right: 5%; border-top: none; border-right: none; border-bottom: thin solid silver; border-left: none;} -@media handheld { -hr.silver {display: none;} -} - -a.tag {vertical-align: .3em; font-size: .8em; font-style: normal; font-weight: normal; text-decoration: none; padding-left: .1em; line-height: 0em; white-space: nowrap;} -div.footnotes {page-break-before: always; font-size: 90%; padding-top: 3em;} -.footnotes h2 {margin-bottom: 2em; font-size: 115%;} -div.footnote {margin-left: 2.5em; margin-right: 2em;} -div.footnote>:first-child {margin-top: 1em;} -div.footnote .label {display: inline-block; width: 0em; text-indent: -2.5em; text-align: right;} - -.sidenote {font-style: italic;} - -.pagenum {position: absolute; right: 2%; font-style: normal; font-weight: normal; text-decoration: none; font-size: 65%; text-align: right; color: #999999; background-color: #ffffff; clear: left;} - -.spaced8 {margin-left: 8em;} -.spaced4 {margin-left: 4.5em;} - -.pad4 {margin-top: 4em;} -.pad2 {margin-top: 2em;} -.pad1 {margin-top: 1em;} - -.small {font-size: 85%;} -.large {font-size: 115%;} -.x-large {font-size: 130%;} -.main-t {font-size: 200%;} -.smcap {font-variant: small-caps;} -.lowercase {text-transform: lowercase;} -.upright {font-style: normal;} -.nospace {white-space: nowrap;} - -sup {vertical-align: .3em;} - -.above, .below {font-size: 70%;} -.above {vertical-align: 0.4em;} -.below {vertical-align: -0.1em;} - -table {margin: auto; border-collapse: collapse;} -.indice {width: 80%; line-height: 1em; margin-top: 2em;} -.indice td {vertical-align: top; padding-left: 1.5em; text-indent: -1em;} -.indice td.cap {text-align: right; vertical-align: top; white-space: nowrap;} -.indice td.pag {text-align: right; vertical-align: bottom; white-space: nowrap;} - -.gener {max-width: 90%; line-height: 1em; margin-top: 1em; margin-bottom: 1em; font-size: 95%;} -.gener td {vertical-align: top; padding-left: 1.5em; text-indent: -1em; padding-right: 0.5em;} -.gener td.num {text-align: right; vertical-align: bottom; white-space: nowrap;} -.gener td.center {text-align: center; text-indent: 0;} -.gener td.balign {vertical-align: bottom;} -.padtop {padding-top: 0.25em;} -.btop {border-top: thin solid black;} - -.tnote {background-color: #f7f1e3; color: #000; padding: 1em 1em 2em 1em; - margin: 3em 10%; font-family: sans-serif; font-size: 90%; page-break-before: always;} -.tntitle {text-align: center; text-indent: 0; padding: 1em; font-size: 120%; margin-bottom: 1em;} -.tnote p {padding: 0 1em;} -.covernote {visibility: hidden; display: none;} -@media handheld { - .covernote {visibility: visible; display: block;} -} - -.poem {text-align: left; font-size: 95%; margin: 1em 10%;} -.stanza {margin: 1em auto;} -.poem p.i01 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: -3em;} -.poem p.i02 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: -2em;} -.poem p.i03 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: -1em;} -.poem p.i04 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: 0;} -.poem p.i05 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: 1em;} -.poem p.i06 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: 2em;} -.poem p.i07 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: 3em;} -.poem p.i08 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: 4em;} -.poem p.i09 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: 5em;} -.poem p.i10 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: 6em;} -.poem p.i11 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: 7em;} -.poem p.i12 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: 8em;} -.poem p.i13 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: 9em;} -.poem p.i14 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: 10em;} -.poem p.i15 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: 11em;} - - </style> - </head> -<body> - - -<pre> - -Project Gutenberg's Storia degli Italiani, vol. 3 (di 15), by Cesare Cantù - -This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most -other parts of the world at no cost and with almost no restrictions -whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of -the Project Gutenberg License included with this eBook or online at -www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: Storia degli Italiani, vol. 3 (di 15) - -Author: Cesare Cantù - -Release Date: October 26, 2020 [EBook #63560] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DEGLI ITALIANI, VOL 3 *** - - - - -Produced by Giovanni Fini, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - - - - - - -</pre> - - -<div class="booktitle"> -<h1> -C. CANTÙ<br /> -STORIA DEGLI ITALIANI -<span class="smaller">TOMO III.</span> -</h1> -</div> - -<hr class="silver" /> - -<div class="titlepage"> -<p class="main-t"> -<span class="small">STORIA</span><br /> -DEGLI ITALIANI -</p> - -<p class="pad2"> -PER -</p> - -<p class="pad1 x-large"> -CESARE CANTÙ -</p> - -<p class="pad2 small"> -EDIZIONE POPOLARE<br /> -RIVEDUTA DALL'AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI -</p> - -<p class="pad1 large"> -TOMO III. -</p> - -<p class="pad4"> -<span class="large">TORINO</span><br /> -<span class="small">UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE</span><br /> -1875 -</p> -</div> - -<div class="somm"> -<hr /> -<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p> -<hr /> -</div> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span></p> - -<h2 id="cap31">CAPITOLO XXXI. -<span class="smaller">Il secolo d'oro della letteratura latina.</span></h2> -</div> - -<p> -Un'altra fortuna ebbe Augusto, che al suo corrispondesse -il secolo d'oro della letteratura latina, talchè il -nome di lui, non solo si associò all'immortalità di -quegli scrittori, ma rimase come appellativo de' protettori -del bel sapere. -</p> - -<p> -Ne' primordj, Roma s'occupò a difendersi e trionfare, -non ad ingentilire gl'intelletti. Sol quando penetrò -nella Grecia italica, poi nella Grecia propria, conobbe -una coltura più raffinata, e la introdusse coi prigionieri -e coi vinti, i quali allogaronsi come maestri o clienti -nelle principali famiglie; e tal ne prese vaghezza che -dimenticò i modi nazionali per tenersi affatto sulle -orme greche. Quand'anche non fosse natura degl'Italiani, -sappiamo per iscritto che il popolo nostro dilettavasi -grandemente di canzoni nelle varie fasi della vita; -specialmente alle vendemmie, e quando la riposta messe -lusingava terminate le fatiche, e alle solennità della rustica -Pale i prischi agricoli, forti e contenti di poco, -coi figli, colla fedele consorte e coi compagni di lavoro -esilaravano l'anima e il corpo nel suono e nel ballo<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a>; -e la gioja bacchica esultava in canti e gesticolazioni, e -forse anche dialoghi, di versi regolati dall'orecchio e -misurati dalla battuta del piede. -</p> - -<p> -Questa fu per gran pezzo l'unica drammatica, ben -lontana dalla artistica che pur già grandeggiava in Sicilia, -e che richiede un'azione, un intreccio, e caratteri -<span class="pagenum" id="Page_2">[2]</span> -e affetti. Abbiamo notizia di recite che si facevano in -siffatti versi, chiamati <i>saturnini</i> dal favoloso Saturno, -o <i>fescennini</i> da Fescennia, città dove molto erano usati -alle <i>Sature</i>, mescolanza di musica, recita e danza. Inconditi -e mal composti, smentiscono però Orazio quando -di letteratura romana non trova lampo se non dopo -l'occupazione della Grecia<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a>; più lo smentisce la storia. -Tito Livio, in un passo d'oro<a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a>, fa che i Romani desumano -anche i giuochi scenici dagli Etruschi, dicendo -che nell'epidemia del 390 di Roma, la collera celeste -serbandosi inesorabile alle supplicazioni consuete, si -introdussero (cosa nuova al popolo bellicoso, avvezzo -soltanto agli spettacoli del circo) rappresentazioni sceniche, -fatte da commedianti etruschi che nella costoro -lingua chiamavansi <i>istrioni</i>, i quali ballavano artifiziosamente -a suon di flauto e gestendo senza parole: i -garzoni romani gl'imitarono, aggiungendo versi rozzi -ma lepidi: in appresso s'introdussero buoni istrioni che -ne recitarono di studiati, e rappresentarono satire, le -cui parole convenivano al suono del flauto e al movimento. -Livio Andronico (segue egli), più d'un secolo -dopo, osò far meglio, e comporre drammi con unità -d'azione; e avendo perduto la voce, ottenne di collocare -davanti all'attore un giovane che cantava i suoi versi, -mentr'esso faceva i gesti, viepiù espressivi perchè non -era distratto dalla cura della voce. Di qui l'uso agli -<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span> -istrioni di accompagnare col gesto ciò che un altro -canta, non parlando essi che nel dialogo. -</p> - -<p> -Adunque Livio Andronico introdusse la favola teatrale, -che soggetti forestieri riproduceva in favella <i>barbara</i>, -cioè nella nostra<a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a>. Al solo ritmo, consueto nei -carmi latini ed osci, sostituì il senario, libero verso, che -traeva dall'accompagnamento della tibia quel tenor regolare -e cadenzato che nella sua libertà gli mancava, e -che formò passaggio fra la ritmica indigena e la metrica -esotica. A quel modo continuarono e Nevio e Plauto, -sempre scusandosi di tradurre i Greci in <i>barbaro</i>, cioè -nel parlare di que' Romani, che per chiamare poi -barbari gli altri popoli dovettero persuadersi d'essere -divenuti Greci. -</p> - -<p> -Ennio diede un passo innanzi, e abbandonando il -pedestre senario, introdusse l'eroico greco: laonde si -dava vanto d'aver «superato egli primo i monti delle -muse, mentre fin a lui erasi detto soltanto coi versi -che cantavano i fauni e i <i>vati</i>», cioè gl'indigeni<a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a>: -introdusse il dattilo e il verso esametro, la cui musicalità -era accessibile del pari ai dotti e al vulgo. -</p> - -<p> -Andronico, Ennio, Plauto, Azzio, Nevio trattarono -soltanto soggetti greci, benchè in Grecia non fossero -ancora penetrati i Romani, non avessero «cercato le -bellezze di Tespi, Eschilo, Sofocle», nè Mummio -avesse recato gli spettacoli teatrali da Corinto<a class="tag" id="tag6" href="#note6">[6]</a>: -laonde possiamo credere che quest'arte derivasse piuttosto -dalla Sicilia, dove Aristotele e Solino la fanno -nascere, e trasportare in Atene da Epicarmo e Formione; -<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span> -ovvero dalla Magna Grecia, ove molti Pitagorici -aveano scritto commedie<a class="tag" id="tag7" href="#note7">[7]</a>. -</p> - -<p> -Di tre parti constava la commedia: diverbio, cantico, -coro. Pel primo intendeasi l'atteggiare di più -persone: nel cantico parlava una sola, o se ve n'era -un'altra, udiva di nascosto e parlava da sè: nel coro -era indefinito il numero de' personaggi<a class="tag" id="tag8" href="#note8">[8]</a>. Molta -varietà v'ebbe poi di commedie: le gravi diceansi -<i>palliatæ</i> o <i>togatæ</i>, secondo che di soggetto greco o -romano; nelle <i>prætextatæ</i> s'introducevano persone di -grand'affare, vestite della pretesta; inferiori erano le -<i>tabernariæ</i> e i <i>mimi</i>. -</p> - -<p> -Dal succitato passo di Livio i teatri romani compajono -non semplice passatempo, ma un'istituzione -civile e sacerdotale, e la recita come un'appendice di -quelli che i romani tenevano per veri divertimenti, -i giuochi del circo. Inoltre gli scrittori di commedie -non erano romani, ma Ennio di Calabria, Pacuvio di -Brindisi, Plauto di Sarsina nell'Umbria, Terenzio di -Cartagine; talmente convenzionale era il linguaggio di -quelle. Il romano popolesco rimase alle <i>atellanæ</i>, che -alcuno vorrebbe somigliare alle nostre commedie a -soggetto: recitavansi in osco<a class="tag" id="tag9" href="#note9">[9]</a> da giovani bennati, -e allettavano grandemente il popolo per lo scherzo vivace -e per l'originalità. -</p> - -<p> -Diciannove tragedie di Marco Pacuvio sono lodate da -Quintiliano per profondità di sentenze, nerbo di stile, -<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span> -varietà di caratteri; ma nel pochissimo rimastoci non -troviamo che liberissime imitazioni, in istile bujo e -disarmonico. Lucio Azzio, nato a Roma da un liberto, -ne compose e raffazzonò di molte, fra le quali il <i>Bruto</i> -e il <i>Decio</i>, soggetti patrj; e recitavansi ancora ai tempi -di Cicerone, e più volentieri si leggevano. Delle diciannove -tragedie di Andronico sol qualche frammento sopravive: -compose pure un inno da cantarsi da ventisette -fanciulle, e voltò dal greco l'<i>Odissea</i>. Gneo Nevio -campano verseggiò anche la prima guerra punica. -</p> - -<p> -Marco Accio Plauto<a class="tag" id="tag10" href="#note10">[10]</a> <span class="sidenote">(n. 227)</span> scrisse molte commedie; -ad altre non facea che dar una mano, e correvano poi -sotto il suo nome: ma sempre tradotte o imitate dal -greco, e di greche costumanze. Ce ne sopravanzano -venti, fra cui l'<i>Amfitrione</i> mette in burletta gli Dei; e -fanno per le migliori l'<i>Aulularia</i> incompleta, il <i>Trinummus</i> -e i <i>Captivi</i> di serio e morale intreccio. Guadagnato -un bel gruzzolo col poetare, lo avventurò in -commercio, sì male speculando che fu ridotto a girar -macine da mugnajo. -</p> - -<p> -Tutti i comici superò Publio Terenzio africano <span class="sidenote">(n. 193)</span>. Rapito -fanciullo dai pirati, fu compro da Terenzio Lucano -senatore romano, che, educato, gli donò la libertà; ed -egli, raccolto qualche denaro, passò in Grecia, ove -morì di trentacinque anni. In Grecia, dopo la commedia -democratica e politica di Aristofane, tutta allusioni ed -attualità e baldanza, era stata introdotta la civile, in -cui grandeggiò Menandro, che la elevò a qualche dignità -con fatti serj e intento filosofico, rendendola, -qual poi rimase, il quadro dei vizj e delle ridicolaggini, -scevra di satira personale. Centotto commedie di -<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span> -quest'ultimo poeta ateniese avea tradotte Terenzio, che -le perdette in un naufragio; nelle sei che ci rimangono, -appajono purezza ed eleganza di stile e precisione di -sentenze<a class="tag" id="tag11" href="#note11">[11]</a>, quale in Roma non aveva ancora alcun -modello. L'<i>Eunuco</i> sembra originale, sebbene i caratteri -di Gnatone e Trasone sieno desunti dall'<i>Adulatore</i> di -Menandro; e tanto piacque, che fu replicato fin due volte -nel giorno stesso, e guadagnò all'autore ottomila sesterzj. -</p> - -<p> -Plauto coll'asprezza e la facezia palesasi famigliare -col vulgo, Terenzio ritrae della società signorile; quello -esagera l'allegria, questo la tempera, e i caratteri e le -descrizioni esprime al vivo. Orazio (che giudicando solo -dall'espressione, vilipende tutti i comici della prima -maniera) chiama grossolano Plauto, e lo taccia d'avere -abborracciato per toccare più presto la mercede; alle -commedie di Terenzio fu asserito mettesser mano i coltissimi -fra i Romani d'allora, Scipione Emiliano e Lelio: -l'un e l'altro però sono troppo lontani dalla finezza -dei comici greci, vuoi nel senso, vuoi nell'esposizione. -</p> - -<p> -La bagascia, il lenone, il servo che tiene il sacco al -padroncino scapestrato, il ligio parasito, il padre avaro, -il soldato millantatore, ricorrono in ciascuna commedia -di Plauto, fin coi nomi stessi, come le maschere del -vecchio nostro teatro; e si ricambiano improperj a -gola, o fanno prolissi soliloquj, o rivolgonsi agli spettatori, -o scapestransi ad oscenità da bordello. Egli stesso -professa in qualche commedia di non seguire l'attica -eleganza, ma la siciliana rusticità<a class="tag" id="tag12" href="#note12">[12]</a>; il verso talmente -<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> -trascura, che si dubita se verso sia<a class="tag" id="tag13" href="#note13">[13]</a>; grossolano e -licenzioso il frizzo; il dialogo da plebe. Meno che pei -letterati ha importanza pei filologi, che vi riscontrano -idiotismi ancor viventi sulle bocche nostre, e ripudiati -dagli autori forbiti: altra prova che il parlare del vulgo -si scostasse da quello dei letterati, e forse viepiù nell'Umbria. -</p> - -<p> -Meglio si splebejò Terenzio. Neppur egli poteva produrre -altre donne che cortigiane, ma le fa involate da -bambine, e consueta soluzione della commedia è il riconoscimento -loro<a class="tag" id="tag14" href="#note14">[14]</a> per mezzi miracolosi: anche -all'uomo dabbene trova un luogo fra i suoi: più corretto -<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> -nella morale, men procace nel motteggio, eletto -e spontaneo nel dialogo, pittorescamente semplice nei -racconti, attraente nelle situazioni, resta inferiore in -vivezza comica e gaja fantasia: quanto all'invenzione, -e' si scusa col dire che non è più possibile atteggiar -cosa nuova<a class="tag" id="tag15" href="#note15">[15]</a>. Nè l'uno nè l'altro conobbero l'<i>ammaestrare -ridendo</i>, proponendosi unicamente di recare -sollazzo al pubblico<a class="tag" id="tag16" href="#note16">[16]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> -</p> - -<p> -Le commedie di Terenzio e Plauto erano palliate, -cioè eseguivansi in abito greco: nelle togate fu celebre -Afranio, ma pochissimi versi ce ne restano. Poco -merito, in generale, si attribuiva alla drammatica, tantochè -Quintiliano confessa che, in questa parte, la letteratura -latina va zoppa. E per vero, come poteva fiorire -tra un popolo che si dilettava di belve combattenti e -dei veri spasimi e del sangue d'uomini accoltellantisi? -Terenzio racconta che, alla prima rappresentazione -della sua <i>Ecira</i>, il popolo costrinse a interromperla -perchè si erano annunziati gladiatori e saltambanchi. -</p> - -<p> -D'Asinio Pollione, il più celebre tragico, nulla sopravisse: -di Ovidio sappiamo che scrisse la <i>Medea</i>; ma i -luoghi comuni onde farcì le sue <i>Eroidi</i>, e la dilavata -facilità del suo stile non ci lasciano troppo rimpiangere -questa perdita, nè quella de' molti altri tragici romani -ricordati<a class="tag" id="tag17" href="#note17">[17]</a>. -</p> - -<p> -Della burletta si prendea molto spasso, e fino a quell'antichità -risalgono le maschere: il Macco o Sannio, -progenitore del nostro Zanni o Arlecchino, era un -buffone, raso il capo, vestito di cenci a vario colore, e -che <i>rideva in tutto il corpo</i>; a Pompej si trovò il -Pulcinella, maschera atellana. Sul finire della repubblica -si preferivano i mimi, mescolanza di ballo e di drammatica, -non ridotta ad un'azione perfetta, ma in scene -staccate, un carattere plebeo esponendo nelle differenti -sue situazioni, con parlar vulgare e locuzioni scorrette; -di che il basso popolo, riconoscendo se stesso, prendeva -mirabile dilettazione. Il poeta dava solo la traccia, -<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> -lasciando che l'attore improvvisasse; attore sovente era -l'autor medesimo, e i più famosi furono Siro e Laberio. -Di questo abbiamo un prologo, dove lagnasi d'essere -stato costretto da Cesare a montare sul palco: di Siro -alquante sentenze morali, che teneva in serbo per -intrometterle all'occasione, e che ci danno alta idea -della farsa romana. Anche Gneo Mattio, amico di Cesare -e di Cicerone, scrisse <i>Mimiambi</i> assai lodati, oltre -una <i>Iliade</i>. -</p> - -<p> -La legge sopravvide sempre agli spettacoli teatrali, -che perciò non attinsero mai la democratica licenza -degli Ateniesi. Già la primitiva nobiltà, gelosa di questa -plebe che della scena valevasi per bersagliarla, le pose -freno applicandovi la legge delle XII Tavole che condannava -a morte o alle verghe il diffamatore<a class="tag" id="tag18" href="#note18">[18]</a>. Ogni -oppressore della pubblica libertà rinvigoriva queste -repressioni, come fece Silla; e Cicerone scriveva ad -Attico che, nessuno osando chiarire in iscritto il proprio -parere, nè apertamente riprovare i grandi, unica -<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> -via restava il far ripetere in teatro versi o passi che -paressero alludere ai pubblici affari<a class="tag" id="tag19" href="#note19">[19]</a>. -</p> - -<p> -In principio i teatri erano posticci, durando al più -un mese, quantunque l'armadura di legno si ornasse -con grand'eleganza, fino a dorarla e argentarla, e vi -si collocassero statue ed altre spoglie de' popoli soggiogati. -Scauro ne fece uno capace di ottantamila spettatori, -adorno di tremila statue e trecentosessanta -colonne di marmo, di vetro, di legno dorato. Primo -Pompeo, dopo vinto Mitradate, ne fabbricò uno stabile, -capace di quarantamila spettatori, con quindici ordini -che salivano dall'orchestra fino alla galleria superiore. -Quel di Marcello, fatto da Augusto, era un emiciclo del -diametro inferiore di circa cinquantacinque metri allo -interno, e di cenventiquattro al recinto esterno. Cajo -Curione, volendo sorpassare i predecessori in bizzarria -se non in magnificenza, nei funerali di suo padre costruì -due teatri semicircolari, tali che potessero girare sopra -<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> -un pernio con tutti gli spettatori; sicchè, compite le -rappresentazioni sceniche, venivano riuniti, e gli spettatori -si trovavano trasportati in un anfiteatro<a class="tag" id="tag20" href="#note20">[20]</a>. -</p> - -<p> -Alla romana severità parea vile un uomo inteso, non a -soddisfare coll'abilità sua verun bisogno, ma solo a dar -diletto; infame chi per denaro fingeva affetti, dava se -medesimo a spettacolo, ed esponevasi agl'insulti degli -spettatori. Laonde i mimi rimanevano privati delle -prerogative civili, i censori poteano degradarli di tribù, -i magistrati farli staffilare a capriccio; un marchio -impresso sul loro corpo gli escludeva da ogni magistratura, -e fin dal servire nelle legioni. Anche donne -poteano comparir sulla scena romana, a differenza della -greca, purchè vestite decente: ma restavano diffamate, -proibito ai senatori di sposare le attrici, nè le figlie o -le nipoti d'istrioni. -</p> - -<p> -Somma doveva essere l'abilità degli attori se tanta -ammirazione destarono Batillo e Pilade, Esopo e Roscio. -Eppure generalmente erano schiavi o liberti greci, che -a forza di studio avevano imparato la giusta pronunzia -del latino. Inoltre, vastissimi essendo i teatri, doveano -forzar la voce perchè fosse intesa da ottantamila spettatori; -le parti femminili erano spesso sostenute da -uomini; il viso coprivasi con maschere: lo che rende -inesplicabile l'effetto che Cicerone e Quintiliano dicono -producessero. -</p> - -<p> -Esopo e Roscio non mancavano mai al fôro qualvolta -si agitasse causa interessante, per osservare i movimenti -dell'oratore, del reo, degli astanti. Il primo fu -amico di Cicerone, e benchè magnifico all'eccesso, -<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> -lasciò a suo figlio venti milioni di sesterzj, cioè quattro -milioni di lire. Da Roscio, che pel primo abbandonò -la maschera, prese lezioni Cicerone, che poi gli divenne -amico, e sfidavansi a chi meglio esprimerebbe un -pensiero, questi colle parole, quegli col gesto: all'anno -riceveva cinquecento sesterzj grossi, o centomila -lire: ducentomila n'ebbe Dionisia attrice, per una stagione -del 377. Neppure questo scialacquo è dunque -novità. -</p> - -<p> -Dove finisce l'età eroica, spettanza della poesia e -dell'arte libera, ivi comincia la scienza storica; e quando -il carattere preciso dei fatti e la prosa della vita si -rivelano in situazioni reali, e nel modo di concepirli e -rappresentarli. Quale scienza più degna d'un gran popolo? -pure i Romani nè anche in essa seppero essere -originali, e negligendo le patrie tradizioni, e sprezzando -i monumenti, accolsero e rimpastarono le origini favoleggiate -dai Greci. Fabio Pittore, che primo ne scrisse -in latino, Cincio Alimento senatore e Cajo Acilio tribuno -che dettarono annali in greco, copiavano l'un dall'altro, -senza interrogare il popolo nè verificare coi documenti. -Quando Catone censorio trattò delle <i>Origini -italiche</i>, i popoli della prisca Italia sussistevano ancora, -e in libri ed iscrizioni conservavano i loro fasti; sapevansi -leggere e interpretare i caratteri oschi ed etruschi, -che ora eludono la pazienza degli eruditi; non era per -anco stata dilapidata l'Italia dalla guerra de' Marsi, nè -le sistematiche proscrizioni di Silla aveano distrutte le -memorie della prisca nazionalità. Un desiderio del censore -sarebbe stato legge a tutte le città italiane, che gli -avrebbero a gara recato i loro annali pel lavoro che -preparava. Eppure, malgrado l'affettata sua avversione -per le cose greche, egli si abbandonò alla corrente; e -d'idee e di etimologie forestiere è rimpinzato quel poco -che ci tramandò. Peggio ancora adoperarono Cornelio -<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> -Polistore al tempo di Silla, Calpurnio Pisone Frugi<a class="tag" id="tag21" href="#note21">[21]</a>, -e più tardi Giulio Igino, o creduli o ingannatori. -</p> - -<p> -Il migliore storico di Roma le venne dalla Grecia, -Polibio di Megalopoli <span class="sidenote">(n. 205)</span>, che deportato con quelli traditi -da Callicrate (vol. <span class="smcap lowercase">I</span>, pag. 348), acquistò la grazia degli -Scipioni, principalmente dell'Emiliano, lo seguì in Africa, -e narrò la storia contemporanea dal 220 al 167. Di -scarso gusto e d'arte scadente, attiensi al positivo; vide -i luoghi, seppe il latino, lesse in Roma documenti -ignorati da' natii, e meglio di questi c'informa della -loro costituzione, che egli reputa non solo superiore -alla spartana e alla cartaginese, ma tale che, a petto di -essa, la repubblica di Platone somiglia una statua -accanto d'uomo vivo. In serena tranquillità narra non -declama; cura la moltitudine, quanto Livio gli eroi; -ma escludendo la Provvidenza regolatrice, e tutto riducendo -a invenzione degli uomini: eppure non sa guardarsi -dalla funesta simpatia per la prosperità, rimprovera -e ingiuria i nemici de' suoi Scipioni, dice che le -leggi della guerra permettono di fare tutto ciò ch'è -utile al vincitore o nocevole al nemico. Vero è che fa -giungere qualche disapprovazione alle orecchie degli -oppressori della Grecia: vede la colpa de' Romani nella -seconda guerra punica; la terza considera come un -delitto: professa che fine della vittoria non dev'essere -la distruzione del nemico, ma il riparare dall'ingiuria -(v. 11. 5); che il vincitore non dee confondere l'innocente -col reo, e piuttosto risparmiare i rei in grazia -<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> -degli innocenti; tralasciare i guasti inutili perchè provocheranno -eccessi contrarj: la pace è di tutti i beni il -solo che nessuno si perita a considerar per tale; tutti -preghiamo gli Dei a concedercelo, nè v'ha cosa che non -sopportiamo per ottenerlo<a class="tag" id="tag22" href="#note22">[22]</a>. -</p> - -<p> -Le <i>Antichità romane</i> di Dionigi d'Alicarnasso, stendentisi -fin all'anno dove Polibio comincia, toccano delle -origini di Roma, ma sempre per blandirla, e «sminuire -lo scherno e l'aborrimento che i Greci le professavano». -Questo proposito già il rende sospetto, e -ancor più la pienezza simmetrica del suo racconto, -ch'era impossibile deducesse da cronache indigeste. -Come estranio ch'egli era a Roma, ce ne espone con -particolarità il governo e il diritto, sebbene non sempre -ne intenda lo spirito: ma da una parte per amor di -patria tutte le origini trascina dalla Grecia, dall'altra -vanta i Romani come popolo equo e temperato, che i -vinti trattò non con crudeltà o vendetta, ma da amico -e benefattore, moderò la vittoria con una magnanimità -senza esempio, e in cinquecento anni di lotte così violente, -mai non insanguinò il fôro; racconta senza biasimo -la distruzione di Cartagine, di Corinto, di Numanzia, e -conchiude che, in tanto conquistar di paesi e tanto -opprimere di nazioni, mai non operò che di giustizia<a class="tag" id="tag23" href="#note23">[23]</a>. -</p> - -<p> -Moltissimi Greci scrissero de' fatti della Sicilia; alcuni -anche Siciliani, fra cui il più antico e lodato è Antioco -figlio di Serofane siracusano, autore di una storia di -quell'isola, e d'una dell'Italia: fioriva ai tempi di Serse. -Temistogene, oltre la storia patria, divisò la spedizione -<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> -di Ciro il giovane in Persia, che alcuno pretende sia -quella che va sotto il nome di Senofonte. Anche i due -Dionigi tiranni storiarono; e Filisto, condottiero di -eserciti nella guerra cogli Ateniesi, poi relegato a Turio, -richiamato per ordinar le cose siracusane, infine ucciso -a strazio da' suoi cittadini il 400, aveva esposto la storia -siciliana fin a tutto il regno del vecchio Dionigi; conciso, -dicono, quanto Tucidide e più chiaro. Un altro Filisto -è lodato d'avere pel primo applicato alla storia gli artifizj -retorici. Callia, scolaro di Demostene, nelle imprese -di Agatocle parve più elegante che veritiero. -</p> - -<p> -Timeo da Taormina scrisse una storia universale e -varie particolari, e una critica sugli errori degli storici: -se il lodano per buona distribuzione cronologica, l'appuntano -di soverchia mordacità, e di raccogliere ogni -cosa senza discernimento. Celebratissimo da Cicerone -è Dicearco messinese, morto al principio del regno -di Gerone, e vissuto il più in Grecia: in istile attico -delineò vite d'illustri uomini e dei sette Sapienti, le -feste e i giuochi, e una descrizione della Grecia fisica -e morale: per incarico de' re macedoni fece e descrisse -la misura de' monti (ὀρῶν καταμέτρησις) del Peloponneso, -con buone idee sulla conformazione generale della terra. -Aristocle, pur da Messina, raccolse la serie degli antichi -filosofi e la somma dei loro insegnamenti. Polo d'Agrigento -lasciava la genealogia de' Greci e de' Barbari -venuti alla guerra di Troja. Filino, suo compatrioto, -militò sotto Annibale, e ne descrisse le imprese adulando; -sicchè più rincresce l'averlo perduto, giacchè farebbe -contrapposto ai Romani che lo calunniarono<a class="tag" id="tag24" href="#note24">[24]</a>. -Le guerre Servili furono narrate da Cecilio di Calutta, -<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> -che trattò pure sul modo di leggere gli storici. Andera -da Palermo narrò le cose memorabili di ciascuna città -della Sicilia. -</p> - -<p> -Di tutti questi ci rimane o soltanto il nome o poche -righe; nè direttamente possiam giudicare che Diodoro -di Argiro, noto col titolo di Diodoro Siculo. Venuto -ultimo, egli potè giovarsi di tutti i greci e siciliani; e -dopo trent'anni di viaggi e di ricerche fermatosi a -Roma, allora centro d'ogni civiltà e convegno di tutte -le nazioni, vi compilò in greco una storia universale, -intitolata <i>Biblioteca storica</i>, dai tempi precedenti alla -guerra di Troja fino a Giulio Cesare. De' quaranta libri -ci restano solo i primi cinque sui tempi favolosi, la -seconda decade, e alquanti frammenti. Chiaro, lontano -dall'affettazione come dalla bassezza, procede sconnesso, -talvolta declamatorio, più spesso freddo e uniforme -compilatore piuttosto che autore; bee grosso, accetta -tutte le ubbie, e si corruccia con chi ne dubita; di tanti -materiali che doveano esistere, non trae bastante profitto, -nè quindi ci ajuta gran fatto a conoscere la prisca -istoria italiana; sulla romana poi erra spesso nei nomi, -più spesso ne' tempi, e in generale è scarso, quanto -invece abbonda intorno ai Cartaginesi e ai Greci. Piace -trovarvi il sentimento dell'umanità, d'una giustizia -divina, d'una provvidenza. -</p> - -<p> -Sulla primitiva Italia nessuna luce spandono gli scrittori -latini, sempre scuranti dell'erudizione. Tito Livio, -volendo dilettare e istruire il suo popolo, ne adotta le -idee tradizionali senza curarsi di appurarle, segue e -spesso traduce Polibio, nè entra tampoco nei tempj di -Roma a leggere ed esaminare i trattati e monumenti -antichi conosciuti da quello e da Dionigi: pochi anche -<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> -fra i più dotti videro le opere di Aristotele: Cicerone, -che tutto seppe, conosce soltanto per un <i>dicesi</i> i Latini -che prima di lui scrissero di filosofia; e quando vuol -informare della costituzione romana, egli uom di Stato, -traduce Polibio: ignoravansi le lingue forestiere, nè -gl'interpreti servivano che ai negozj; e Cesare, che sì -lungo tempo campeggiò nelle Gallie, non ne apprese -la favella; e a vicenda, volendo servirsi d'una cifra -perchè i suoi dispacci non fossero intesi dal nemico, -adoprava l'alfabeto greco. -</p> - -<p> -Pure molte biblioteche eransi in Roma raccolte. -Paolo Emilio, come altri nobili, per diletto de' suoi -figli trasportò in città quella di Perseo re di Macedonia: -Silla da Atene quella di Apellicone Tejo, che fu -messa in ordine da Tirannione, il quale pure ne raccolse -una di trentamila volumi: più insigne l'ebbe il -suntuoso Lucullo, che gli eruditi del suo tempo vi raccoglieva -a dotte conferenze. Anche Attico ne formò -una doviziosa, e molti schiavi occupava a ricopiare per -farne traffico; onde Cicerone iteratamente il prega a -non vendere certe opere, giacchè spera poter comprarle -lui<a class="tag" id="tag25" href="#note25">[25]</a> per aggiungerle alle molte che già aveva -unite con varie anticaglie. E probabilmente per opera -degli schiavi ogni lauto romano procacciavasi una -biblioteca: ma sebbene ai copisti sovrantendessero -grammatici destinati a collazionare, i testi riuscivano -scorrettissimi<a class="tag" id="tag26" href="#note26">[26]</a>. Primo Cesare pensò ad una biblioteca -pubblica, e n'affidò la cura a Varrone; il qual -<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> -pensiero interrottogli dalla morte, fu messo ad effetto -da Asinio Pollione: poi Augusto ne applicò una al -tempio d'Apollo Palatino<a class="tag" id="tag27" href="#note27">[27]</a>, ed una al portico d'Ottavio: -e di rado ai pubblici bagni mancava un gabinetto -per la lettura. -</p> - -<p> -A malgrado di ciò, i Romani furono negligentissimi -in esaminare l'antichità, e rintracciare i documenti che -sono occhio della storia. Li precedette una civiltà -potente, qual fu la pelasga; gli educò l'etrusca: e nè di -questa nè di quella curarono, o fosse orgoglio nazionale, -o cieca preferenza al bello sopra il vero. Danno -per portentoso erudito Marco Terenzio Varrone <span class="sidenote">(n. 116)</span>, che -a settantotto anni aveva scritto quattrocennovanta libri -di varia materia. Nelle <i>Antichità delle cose umane -e divine</i> cominciava dall'uomo, dal suo organismo e -dalla natura morale; veniva all'Italia, all'arrivo di Enea, -alla fondazione di Roma, dalla quale egli pel primo -fissò la cronologia (<i>æra Varronis</i>); e indagava tutto -ciò che potesse illustrare la storia e le condizioni politiche -e morali. Le <i>Cose divine</i> erano un profondo trattato -sulle religioni italiche e sulla romana in ispecie, i -miti, i sagrifizj, la liturgia, forse dirigendo tutto a reprimere -l'ateismo e la corruzione de' costumi; al che forse -diresse anche l'altra opera <i>Della vita del popolo romano</i>. -</p> - -<p> -Cicerone lo loda di avere finalmente dato a conoscer -Roma ai cittadini, che prima vi stavano come stranieri<a class="tag" id="tag28" href="#note28">[28]</a>; -e gli antichi s'accordano a tributargli il -<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span> -titolo di <i>dottissimo</i>: ma se dai tre dei ventiquattro -libri suoi sulla lingua latina, dai tre intorno all'agricoltura, -e da pochi altri frammenti vogliam giudicarlo, -ne appare scarso d'erudizione e più di critica, e ansioso -di rintracciar lontano quel che aveva in casa<a class="tag" id="tag29" href="#note29">[29]</a>. Nell'esaminare -le etimologie della lingua latina, ignora i -metodi che lo spirito segue nel creare, adoprare, trasformar -le parole; e suppone che i Latini inventassero -il proprio parlare, mentre non fecero che torlo da altri -(vedi Appendice I); non istudia gli idiomi allora -viventi, e al più ricorre al dialetto greco eolico, congenere -del latino. -</p> - -<p> -Nel trattato <i>De re rustica</i>, dopo le generalità, viene -alle vigne, agli ulivi, agli orti; il secondo libro tratta -dell'allevamento del bestiame, de' formaggi e della lana; -il terzo degli animali, della bassa corte, della caccia -e della pesca. Al semplice esordio di Catone (vol. <span class="smcap lowercase">I</span>, -pag. 373) si paragoni questo suo: — Se ozio avessi, ti -scriverei a mio agio ciò che ora ti schizzo come posso -sulla carta, pensando che conviene accelerarsi, perchè -quel proverbio che l'uomo è null'altro che una bolla, -ancor più s'attaglia a vecchio. I miei ottant'anni m'avvertono -di fare il fardello pel gran viaggio. Avendo tu, -o Fondania moglie, acquistato un podere che desideri -render fruttifero con buona coltura, procurerò informarti -di ciò che convien fare non solo mentr'io vivo, -ma anche dopo morto... Non invocherò a soccorso le -muse come Omero ed Ennio, ma le dodici divinità -maggiori; non i dodici Dei della città, sei maschi e sei -<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span> -femmine, le cui statue sorgono nel fòro, ma i dodici -che presiedono all'agricoltura. E prima Giove e Terra, -che in cielo e quaggiù racchiudono tutte le produzioni -dell'agricoltura, onde son detti i gran genitori; poi il -Sole e la Luna, di cui si osserva il corso per seminare -e piantare; indi Cerere e Libero, i cui frutti sono indispensabili -alla vita; Rubigo e Flora, pel cui patrocinio -il frumento e gli alberi vanno immuni dal bruciore, e -fioriscono a debito tempo; poi Venere e Minerva, che -tutelano l'una gli ulivi, l'altra gli orti; Linfa e Benevento, -perchè senz'acqua immiserisce l'agricoltura, e -senza buon successo la coltura è illusione». Dopo questa -litania introduce gl'interlocutori<a class="tag" id="tag30" href="#note30">[30]</a>. -</p> - -<p> -Varrone aveva anche raccolte settecento vite d'uomini -illustri di Grecia e di Roma in cento fascicoli da -sette ciascuno, donde il titolo di <i>Hebdomades</i>, e coi -ritratti; e Plinio lo loda di aver trovato un modo di -<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> -moltiplicarne le copie, e così agevolarne la conservazione -e la diffusione. Molti, e fin l'illustre Ennio Quirino -Visconti immaginarono fossero disegnati sopra pergamena, -adoprandosi una qualche maniera d'incisione: -ma il passo di Plinio<a class="tag" id="tag31" href="#note31">[31]</a> ci trae piuttosto a crederli -di cera, fatti collo stampo, e chiusi in scatolette, al -modo de' sigilli. -</p> - -<p> -Accennammo (vol. <span class="smcap lowercase">II</span>, p. 161) come molti vergassero -le proprie memorie, solitamente in greco: e insigni -sono quelle di Giulio Cesare. La difficoltà di propagare i -manoscritti obbligava gli antichi a scriver serrato; oltre -che sapeano aggruppare gli sparsi accidenti, quanto -oggi si suole sbricciolarli e decomporli. Cesare, meglio -d'ogni altro vedendo le forze e i vizj del tempo e del -paese suo, narrò grandissime geste in piccolissimo -volume, la cui naturale semplicità e la limpida ed evidente -concisione già erano in delizia a' contemporanei<a class="tag" id="tag32" href="#note32">[32]</a>, -e fin ad ora non trovarono emulo. Gli altri -Latini ricalcano continuamente i Greci; egli dice quel -che ha pensato e sentito, nè ci si mostra altro che -Cesare, Cesare invitto generale e invitto scrittore: rapido -nel narrare come nel compir le imprese, trova l'eleganza, -non la cerca; non prepara gli effetti; va tutto -spontaneo: e sebbene nol possiam credere imparziale, -e chi vi pon mente ravvisi un sottofine in quel che -<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> -narra, indovini quel che tace, e l'arte di lumeggiare -una circostanza, un'altra adombrarne, eccedette chi -pretese scorgervi il proposito deliberato di mentire e di -presentar se stesso al popolo e ai posteri in maschera, -valendosi d'una fredda ironia, e con profondo sprezzo -del genere umano attribuendo tutto alla fortuna. Oltre -molte arringhe, avea composto tragedie, due libri delle -analogie grammaticali, trattati sugli auspizj e sull'aruspicina, -sul moto degli astri, un poema nominato <i>Iter</i> -ed altre poesie. -</p> - -<p> -Da antico si registravano gli avvenimenti giornalieri -negli Annali Pontifizj; ma al tempo della sedizione dei -Gracchi rimasero interrotti. Cesare pel primo istituì -un giornale degli atti del senato, ed uno di quei del -popolo, affine di conservarli e pubblicarli. Augusto -ordinò si continuasse il primo, ma guai a pubblicarlo, -ed elesse egli medesimo chi dovea compilarlo<a class="tag" id="tag33" href="#note33">[33]</a>. Su -<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> -quello del popolo si notavano le accuse recate ai tribunali, -le sentenze loro, l'inaugurazione de' magistrati, -le costruzioni pubbliche, e in appresso la nascita e le -vicende dei principi. Somiglia dunque ai giornali moderni, -lontanissimo però dall'averne la diffusione, che -ne costituisce l'importanza. -</p> - -<p> -Ma già colle altre ambizioni era nata quella della -parola, e al finire della repubblica apparvero storie -degne di questo nome; e il primo che v'adoperi stile -conveniente è Crispo Sallustio (vol. <span class="smcap lowercase">II</span>, p. 155). Solo i -due episodj su Giugurta e Catilina ce ne arrivarono; -ma egli avea narrato in cinque libri anche l'intervallo -fra quei due fatti; e ancor si leggevano al tempo del -Petrarca, il quale nelle <i>Lettere</i> soggiunge aver trovato -in veracissimi autori che Sallustio, per esporre al vero -le cose d'Africa, guardò i libri punici, anzi si recò sui -luoghi; diligenza ben rara fra i Romani. -</p> - -<p> -I nostri lettori sono già familiarizzati col più insigne -storico latino, Tito Livio, e conoscono come per patriotismo -riducesse la storia romana ad un'epopea, cui -conviene più che ad altra quell'epiteto affatto romano -di magnifica. Con un'ammirazione candidissima<a class="tag" id="tag34" href="#note34">[34]</a>, -<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> -con una persuasione che sente dell'ispirato, concepisce -poeticamente, narra ampio e maestoso, qual conviene -al paese dove si congiungevano l'eloquenza poetica con -quella del fôro; rifugge ogni trivialità, ogni arcaismo -di pensieri o di linguaggio, talchè nell'uniforme splendore -del suo stile, come in certe moderne tragedie, -non ci presenta se non i contemporanei d'Augusto, -esprimenti con accento gentile le passioni d'età gagliarde. -Come arte non sapremmo qual lavoro antico -o moderno pareggi quella sua eloquenza, neppur un -istante dimentica della propostasi gravità; quella chiarezza -che nulla lascia d'indeciso nelle idee, di faticoso -all'attenzione; quell'eleganza semplice che cresce grazia -al pensiero, vivezza ai sentimenti; quell'armonia penetrante -<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> -che diffonde sulla storia tutto il vezzo della poesia; -quella perfezione di stile, ove nuove bellezze rivela -ogni nuova lettura. Qual successione di mirabili quadri, -di grandiosi caratteri, di stupende arringhe! quale -industria nello scegliere le circostanze! Quindi di poche -opere antiche la perdita è a deplorare quanto de' libri -suoi; e il mondo letterario tripudiò ad ora ad ora -della speranza sempre tradita di vederli scoperti o nei -serragli di Costantinopoli o nei conventi della Scozia. -</p> - -<p> -Le <i>Storie Filippiche</i> di Trogo Pompeo non ci sono -conosciute che per un compendio fattone da Giustino, -di scarsissimo frutto, e senz'arte di disporre e concatenare: -ma alcuni frammenti pubblicati testè<a class="tag" id="tag35" href="#note35">[35]</a> ce -ne fanno viepiù rincrescere la perdita. -</p> - -<p> -Altri ancora andarono smarriti, quali Sesto e Gneo -Gellj, Clodio Licinio, Giulio Graccano, Ottacilio Petito, -primo liberto che osasse applicarsi a un genere che -tanta franchezza richiede; Lucio Lisenna amico di -Pomponio, e Ortensio, e Pollione, e le <i>Famiglie illustri</i> -di Messala Corvino. Giuba, figlio di quello che fu -vinto da Cesare, dettò la geografia dell'Africa e dell'Arabia, -e una storia romana, lodata da Plutarco per -esattezza. -</p> - -<p> -Cornelio Nepote di Ostilia aveva composto una storia -universale in tre libri<a class="tag" id="tag36" href="#note36">[36]</a>, ed altre che andarono perdute, -non avanzandoci che qualche brano, e le vite di -Catone e d'Attico pregevolissime per urbanità di stile. -Le vite degli illustri capitani di Grecia, quali corrono -sotto il nome di lui, senza colore nel racconto, senza -<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> -originalità e coerenza ne' pensamenti, senza vigore nello -stile, nè quelle particolarità che fan conoscere al vero -i personaggi, nè ampia notizia di fatti, o appropriata -scelta delle circostanze; accompagnate di costruzioni -strane, forme inusitate e fin solecismi, sembrano una -compilazione d'età bassa. Se è vero che siano tanto -opportune alle scuole, almen si corredino di note che -non lascino imbevere i giovani di tanti errori di fatto -e di giudizio. -</p> - -<p> -Esso Cornelio, confessando inferiori gli storici latini -ai greci, crede che il solo capace d'uguagliarli sarebbe -stato Cicerone<a class="tag" id="tag37" href="#note37">[37]</a>. Giudizio d'amico, ma che nella -forma stessa onde è espresso manifesta che i Romani -nella storia poneano mente anzitutto all'esposizione; -più bella la più eloquente. Nè Tullio, gonfio di sè, -inebbriato di patriotismo, sprezzatore dell'antichità, -potea riuscire storico quale oggi lo intendiamo. Eppure -tanta materia di storia egli ci esibì in opere non a ciò -dirette. Le <i>Lettere</i> sue, scritte giorno per giorno sotto -l'impressione degli avvenimenti, e da uomo sensatissimo, -tanto più fedele osservatore perchè indeciso nella -politica, sono il monumento storico forse più importante -<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> -che s'abbia: nei libri delle <i>Leggi</i>, della <i>Repubblica</i>, -dell'<i>Oratore</i>, nel <i>Bruto</i>, e ancor meglio nelle -<i>Orazioni</i>, apre inesausti tesori per la conoscenza del -diritto. Già da lui estraemmo la storia dell'eloquenza; -e il potremmo della filosofia greca, se il tema nostro -non ci restringesse all'italiana. -</p> - -<p> -Periti i monumenti di questa, si cercò ricomporla -mediante il linguaggio e la giurisprudenza (tom. <span class="smcap lowercase">I</span>, -p. 135); e per quanto incerte sieno tali congetture, ce -n'esce però una filosofia non di scuola come fra' Greci, -ma pratica e civile. Quanto avea d'originale ben tosto -andò mescolato alla greca, alla quale tutti accorrevano, -e che essendo fatta men per la vita che per la scuola -e per esercizj di penetrazione, variava secondo il differente -punto d'aspetto, e menava facilmente al rifugio -de' tempi scredenti, l'eclettismo. -</p> - -<p> -Qui dunque come nel resto i Romani si mostrarono -utilitarj, stimando la scienza in ragione del vantaggio -che recava; e la filosofia disprezzavano non solo come -inutile e cianciera, ma come pericolosa, imputando ad -essa la decadenza della Grecia<a class="tag" id="tag38" href="#note38">[38]</a>. Perciò attesero -piuttosto alla morale, cui proposero uno scopo immediato: -e Panezio, che iniziò i Romani alle dottrine della -stoa, non restringeasi ad angustie di partiti, venerava -Platone come il più saggio e santo de' filosofi, ma -insieme ammirava Aristotele; non approvava negli -Stoici la durezza affettata, e giungeva sino a raccomandare -il libro d'un Accademico, ove s'insegnava che la -pietà ci è data dalla natura per renderci clementi<a class="tag" id="tag39" href="#note39">[39]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> -</p> - -<p> -Questo avvicinare delle varie filosofie teneva all'indole -conciliatrice di Roma: nè scuola filosofica propria -vi si costituì, solo studiandola come necessaria coltura, -e come opportuna a formar l'oratore, a dar fermezza -e consolazione nelle calamità. Perciò prediligevasi la -scuola stoica: l'epicureismo era piuttosto praticato che -insegnato. Le opere di Aristotele, quantunque da Silla -fossero portate a Roma, rimasero chiuse nella biblioteca -di lui, finchè Tirannione grammatico non vi diede pubblicità; -corrette poi e supplite da Andronico di Rodi -contemporaneo a Cicerone, se ne fecero copie: ma -anche persone erudite ignoravano quel filosofo<a class="tag" id="tag40" href="#note40">[40]</a>. -</p> - -<p> -De' Latini che scrissero di filosofia, nessuno vi recò -nè gran dottrina nè bastante pulitezza; i libri di Varrone, -anzichè istruire, stimolavano ad istruirsi<a class="tag" id="tag41" href="#note41">[41]</a>; -alfine Cicerone presentò agli ultimi nipoti di Pompilio e -di Cincinnato le raffinatezze della filosofia greca. Sinchè -egli potesse occuparsi della cosa pubblica, in questa si -concentrava; n'era escluso? ritiravasi nelle sue ville di -Tusculo o del Palatino, dove, senza perdere di vista -Roma, s'occupava di filosofia per esercizio dello scrivere, -per isfoggiare la propria abilità, e per fare che -nella letteratura romana non rimanesse questa lacuna<a class="tag" id="tag42" href="#note42">[42]</a>: -i Greci mescevano versi, ed egli fa altrettanto, -<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span> -e non dissimula che le sue sono traduzioni<a class="tag" id="tag43" href="#note43">[43]</a>, -mediante le quali in vero ci conservò memoria di -molte opere ora perdute. Ma novità sua vera è l'intento -civile, proponendosi d'indirizzare a una nuova operosità -scientifica e intellettuale i Romani, quando chiudevasi -la politica; e preparare ristori alle vicende della -fortuna, cui poteano essere esposti. -</p> - -<p> -Si riferiscono alla filosofia teoretica i trattati della -<i>Natura degli Dei</i>, della <i>Divinazione e del Fato</i>, delle -<i>Leggi</i>, della <i>Repubblica</i>: alla morale le <i>Quistioni -Tusculane</i>, gli <i>Uffizj</i>, i <i>Paradossi</i>, i libri dell'<i>Amicizia</i>, -della <i>Vecchiaja</i>. Più sobrj che le orazioni, li -troviamo più lodati dai contemporanei; pure l'abitudine -del declamare impedisce Cicerone di sapere piegarsi -alla esattezza delle voci e delle frasi, le accatta sovente -dal greco, e sagrifica la precisione alla circonlocuzione, -valendosi delle definizioni greche benchè le parole non -avessero equivalente significato, rispettando le conclusioni -de' Greci benchè dedotte da tutt'altre premesse; -rompe il filato ragionare, e mostrasi inetto a raggiungere -il fondo della scienza. Lasciati a parte i sommi -modelli Aristotele e Platone, prevaleva allora la setta -eclettica de' Nuovi Accademici, che con leggerezza mostrava -come, deducendo ragioni pro o contro delle -altre Sette, si arrivasse a conseguenze opposte. Questo -metodo calza perfettamente a coloro che vogliono avere -una tintura di molte cose, piuttosto che approfondirsi -<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> -in una. E appunto per secondare tal gusto, Cicerone, -che pur chiama Platone l'autor suo, il suo Dio<a class="tag" id="tag44" href="#note44">[44]</a>, si -ferma alla probabilità, anzichè posare in convinzioni -risolute; tante sono le cose che asserisce, che tu dubiti se -profondamente n'abbia meditato veruna; e come varia -di stile, di lingua, di calore secondo l'autore che segue, -così muta sentenza secondo la parte cui s'accosta. -</p> - -<p> -Con Posidonio e Panezio crede al diritto e alla giustizia; -quando posa i grandi problemi religiosi, s'accosta -alla verità assoluta, ha la volontà di raggiungerla, -ma si fa scrupolo de' dubbj che, per amore di -scuola, deve apporre ad ogni affermazione, arrestandosi -nel probabile, cogli Accademici, che objezioni -facevano a tutto e non riuscivano a veruna certezza, -speculatori sempre, non pratici mai, perturbatori d'ogni -principio<a class="tag" id="tag45" href="#note45">[45]</a>. Effetto inevitabile in una credenza mancante -di base, e che dal panteismo o dalla fatalità non -deriva che illogicamente: laonde i dogmi più venerati -Cicerone non può recarli che come probabilità, dove -il sentimento prevale quand'anche l'argomentazione -sia stringente<a class="tag" id="tag46" href="#note46">[46]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span> -</p> - -<p> -Per lui la filosofia è una raccolta di ricerche particolari -sovra quistioni date<a class="tag" id="tag47" href="#note47">[47]</a>; e la divide in <i>luoghi</i>, -cui tratta indipendentemente gli uni dagli altri. Dall'esperienza -sua del mondo deduce riflessioni vere, -argute, evidenti; ma occorrono ricerche sulle basi -della verità, analisi esatta del pensiero, dell'azione, -della natura umana? s'avviluppa ed abbuja. La sua -filosofia è fatta pel galantuomo, anzichè pel sapiente; i -doveri risultanti dallo stato sociale siano preferiti a -quelli che derivano dalla indagine scientifica; ed ogni -ricerca mettasi da banda, non appena sorga occasione -di operare. -</p> - -<p> -E vivissimo è il sentimento della sociabilità in Cicerone: -crede istinto dell'uomo l'associazione, indipendentemente -da bisogni; che di tale convivere sia legge -la indulgenza e benevolenza universale: nulla v'ha di -meglio che l'amare i nostri simili, che l'esser buoni e -far bene<a class="tag" id="tag48" href="#note48">[48]</a>: il riscattare i prigionieri e nutrire i -poveri trova generosità ben maggiore che non le larghezze -onde i grandi di Roma blandivano il popolo<a class="tag" id="tag49" href="#note49">[49]</a>: -estende anzi la patria a tutto il mondo, volendo che -l'umanità stia di sopra del patriotismo, e reclamando -diritti anche per gli stranieri: fin dei servi si cura, -volendo se n'abbia riguardo quanto almeno degli -armenti<a class="tag" id="tag50" href="#note50">[50]</a>. Ma il patriotismo e gl'istinti pagani -<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> -ricompajono spesso; Fontejo è accusato di estorsioni -e crudeltà, e Cicerone chiede: — Chi è che lo accusa? -son barbari, persone in brache e sajo. Chi attestimonia -per lui? cittadini romani. Il più nobile de' Galli potrebbe -essere paragonato coll'infimo de' Romani?» -</p> - -<p> -Però le applicazioni sono il più delle volte generose: -e se mette alquanto della natura sua allorchè predica -doversi seguitare la virtù in modo da non pregiudicar -la salute, essere da sapiente il secondare i tempi e -adattarsi alla procella nel navigare, piace nella Roma -di Silla e di Marc'Antonio l'udirlo proclamare che scopo -della guerra è la pace, e non doversi quella intraprendere -che per rimovere l'offesa<a class="tag" id="tag51" href="#note51">[51]</a>. Siffatte aspirazioni -pacifiche in verità erano comuni al cadere della repubblica, -quando della guerra sentivansi tutti i guaj. Come -letterato poi preferisce la toga alle armi, e trova qualcosa -di feroce nel precipitarsi ciecamente alla strage -e lottare corpo a corpo col nemico, e vi prepone la -gloria di grandi e numerosi servigi resi alla patria e -all'umanità. -</p> - -<p> -Ma fra gli Stati esiste una moralità come fra' particolari, -o norma unica ne è l'interesse? Come platonico, -egli unisce la morale e la politica, e fa da Lelio proclamare -che alle società nulla nuoce più che l'ingiustizia, -nè alle genti è possibile governarsi e vivere senza -rispettare il diritto: ma nell'applicazione ricasca all'angustia -<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span> -del patriotismo, crede che Roma conquistò il -mondo nel difendere i suoi alleati, e sostiene legittima -la conquista di essa, cogli argomenti onde Aristotele -sosteneva legittima la schiavitù: natura ha stabilito che -chi è superiore per ragione sia anche per autorità, e -la dominazione di Roma è giusta perchè fu un bene -pei popoli, i quali perivano in grazia dell'indipendenza<a class="tag" id="tag52" href="#note52">[52]</a>. -Il patrioto dimentica che la filosofia non -dee fondarsi sopra le conseguenze delle azioni, ma -sopra le azioni stesse; che l'avvenire è di Dio, ma -regola invariabile dell'uomo dev'essere il dovere. -</p> - -<p> -Tirone suo liberto raccolse le lettere di lui ad Attico, -al fratello Quinto e a varj personaggi, carteggio importantissimo -a quella posterità cui non lo destinava. -Ivi non più retorica, ma parla col cuore in mano, con -lingua svincolata dal periodare oratorio; e sebbene le -molteplici allusioni, i proverbj, le prudenti reticenze, -<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> -naturali in così fatte scritture, le oscurino a volta a -volta, siamo empiti di meraviglia da quell'elegante -naturalezza, dall'erudizione spontanea, dal frizzo, dalla -concisione, dal felice accoppiamento dell'ingegno col -gusto<a class="tag" id="tag53" href="#note53">[53]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> -</p> - -<p> -Non esitammo a tornare e ritornare sopra questo -grand'uomo, il quale ci presenta l'intero circolo della -sapienza romana, e i cui libri, eternati dalla chiarezza -ed eleganza, esercitarono non solo sulla successiva -scuola romana, ma su quella ben anche de' secoli nuovi, -maggior efficacia che non i filosofi profondi. -</p> - -<p> -— Possiedi la materia, le parole verranno dietro, -<i>rem tene, verba sequentur</i>», avea detto il prisco -Catone, conforme al vecchio spirito di Roma, e alla -natura stessa della lingua latina, sì poco poetica quanto -mal appropriata alle indagini del pensiero sopra se -stesso. Ma i letterati la alterarono colla fraseologia, nè -mai ci si persuaderà che veruno parlasse come scrivono -Sallustio, Livio o Cicerone. Misurava essa piuttosto il -valor delle sillabe dall'accento, e a ciò crediamo si conformassero -i metri originali: ma quando adottarono i -greci, non poteano togliere per fondamento la lunghezza -o brevità naturale delle sillabe, e doveano riportarsi -all'uso de' Greci. Se non che il metro greco perdette -la serenità e l'anima, contrasse alcun che di duro, -principalmente in grazia della divisione fissa della -cesura nell'esametro e nei versi alcaici e saffici. -</p> - -<p> -Quinto Ennio che adottò il verso esametro come -eroico, è da Oidio detto <i>massimo d'ingegno, d'arte -rozzo</i>, e Quintiliano lo paragona a un bosco antico, le -cui elevate quercie ispirano venerazione più che non -dilettino all'occhio. Oltre voltar drammi e poemi dal -greco, consueto esercizio delle letterature nuove, dotò -Roma della prima epopea, intitolata <i>Annali romani</i>, -la quale si continuò a leggere lungo tempo in pubblico; -e d'un'altra in onor di Scipione Africano (t. <span class="smcap lowercase">I</span>, p. 360). -</p> - -<p> -Unico genere cui la poesia latina trattasse con originalità -fu la satira<a class="tag" id="tag54" href="#note54">[54]</a>, di cui fanno merito a Lucilio -<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> -di Suessa, che ne scrisse trenta libri di mordacissime, -dando all'esametro l'andar libero e la sprezzatura che -lo avvicinano alla prosa. Di genere diverso erano quelle -di Ennio; sul cui modello Varrone scrisse le <i>Menippee</i>, -dette così da un tal Menippo di Gadara scrittore mordace, -e dove la prosa alternavasi col verso. -</p> - -<p> -Questi appartengono all'età arcaica; ma anche i -posteriori, poetando d'imitazione più che di lena, dovettero -fondare il linguaggio poetico sopra forme metriche -e grammaticali differenti dalle popolari; talchè quello -risultò di una mal fusa mescolanza, finchè si sbandirono -le parole composte e le costruzioni esotiche. Di tale -appuramento la lode appartiene a Cajo Valerio Catullo -veronese <span class="sidenote">(n. 86)</span>, il quale adempì colla latina quel che il Petrarca -colla lingua nostra, spogliandola delle forme -aspre, e vestendola di grazie ingenue, al tempo stesso -che da austeri argomenti la volgeva a lepidi e amorosi. -Vi si sente però ancora la scabrezza; non ancora il suo -pentametro finisce in bisillabo, come negli elegi posteriori, -nè chiude il senso; frequenti gli iati, non iscarse -le parole composte: talchè, sebbene accuratissimo nei -brevi suoi componimenti, sebbene in alcuni, come l'episodio -di Arianna abbandonata nelle nozze di Teti e Peleo, -mostri bellezze virgiliane di concetto, di sentimento, -d'espressione, in generale quell'aria al tempo stesso di -negletto e d'affettato lo disgiunge troppo da Virgilio, -al quale di sedici anni appena era maggiore. -</p> - -<p> -Ma se il Petrarca nostro ornò l'amore di velo candidissimo, -<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> -Catullo il presentò colla procacia della Venere -terrestre. Perocchè abbiam già notato (Cap. <span class="smcap lowercase">XXVIII</span>) -come la poesia si facesse ministra di corruzione e -divulgatrice d'errori; nel che la assodò Tito Lucrezio -Caro <span class="sidenote">(n. 95)</span>. Al modo degli antichi nostri Pitagorici, e più -specialmente di Empedocle, trasse costui in versi la -filosofia epicurea nel libro <i>De natura rerum</i>, cioè delle -cose che posson nascere o no, proponendosi di sciogliere -gli animi dalle pastoje della religione<a class="tag" id="tag55" href="#note55">[55]</a>. Chi -crede bellezza la difficoltà superata, gli farà merito -d'averla vestita di frasi o almeno di numeri poetici. -Confessa egli medesimo che, per la povertà della lingua -e la novità della cosa, è assai difficile illustrare con -versi latini le oscure dottrine greche; laonde vegliava -le notti nel pensare con quali parole e con quali versi -potesse illuminar il lettore sopra le cose occulte<a class="tag" id="tag56" href="#note56">[56]</a>: -ma il genio di accoppiare la meditazione intima dei -sentimenti e delle idee coll'ispirazione delle grandezze -naturali, gli manca. Perchè ha viso di pensator forte, -alcuni gli riscontrano tutti i meriti; può ad altri piacere -quel fare antico; ma realmente mostra più studio che -ingegno, accumula ancora le parole composte<a class="tag" id="tag57" href="#note57">[57]</a>: -<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> -ben talvolta esce in armonie che Virgilio non isdegnò; -ma se eccettui la protasi del poema, l'esordio del -secondo libro, la descrizione della peste, e il fine del -terzo ove Natura rimprovera agli uomini il timor della -morte, il restante è agghiacciato argomentare e arido -addottrinamento: e se per estro ed elevazione toglie la -mano a tutti i Latini, cede ai migliori in quella rapida -vigoria che nel tempo stesso sviluppa e compendia, e -nell'artifizioso concatenare bellezze a bellezze, produrre -variate impressioni ad un solo tratto senza stemperarle -con lungherìe disopportune. -</p> - -<p> -Tutti dolcezza sono invece Albio Tibullo e Sesto -Aurelio Properzio. Il primo, di famiglia equestre, -sdegnò i favori di Mecenate e d'Augusto; e «possedendo -ricchezze e l'arte di goderne»<a class="tag" id="tag58" href="#note58">[58]</a>, tranquillavasi -in una villa fra Preneste e Tivoli, cantando gli -amori suoi con Delia, con Glicera, con Nemesi, e le -lodi di Messala Corvino, alle cui spedizioni era ito -compagno. Il suo linguaggio si direbbe di quieta ma -sentita passione; talmente parla, racconta, si lagna, si -contraddice, senza far mente mai al lettore: il che -somiglia a naturalezza, mentre il terso stile e l'artifizioso -magistero rivelano una cura attentissima, e già -gli antichi gli assicuravano l'immortalità. -</p> - -<p> -L'elegia, cioè il verso esametro avvicendato col pentametro, -era stata dai Greci de' migliori tempi adoperata -alla precettiva ed alla politica, e da' posteriori -all'erotica. Di quest'ultima si fecero imitatori i Latini, -meglio all'indole loro affacendosi la descrizione e la -riflessione, e le impressero quel tono querulo e patetico, -che venne poi carattere dell'elegia, e che in Tibullo -principalmente tocca a quella malinconia, che forse -troppo vien cercata dai moderni. Ogni cosa egli riferisce -<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span> -all'amore; se brama la pace, si è perchè lo strepito di -Marte non conturbi Delia; se deplora il rapitogli patrimonio, -gli è perchè Delia non può passeggiare sotto -l'ombre avite; se della morte si consola, gli è perchè -Delia accenderà il suo rogo, e gli darà il triplice -addio. -</p> - -<p> -Properzio di Mevania nell'Umbria<a class="tag" id="tag59" href="#note59">[59]</a>, figlio d'un -ricco il quale, per aver favorito Lucio Antonio, perdè la -maggior parte dei beni, abbandonata la giurisprudenza, -si fece poeta godendo l'amicizia de' migliori, cantò -Cinzia, e morì giovane. Prevale a Tibullo in vigor di -fantasia, d'espressione, di colorito, quanto a lui cede in -grazia, spontaneità e delicata sensitività, ed a Catullo in -agevolezza, profondità ed affetto. Dotto lo dicono perchè -mai non dimentica l'arte, limando, levigando, non -dando passo che sull'orme dei Greci; e non de' Greci -del miglior tempo, ma dell'età Alessandrina, come -Callimaco e Fileta, i quali rinzeppano erudizione, mitologia, -allusioni nocevoli all'affetto. Vantandosi di aver -egli primo fra gli elegiaci maritato le feste romane -<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> -alle danze greche, non pare che senta se non in relazione -di avvenimenti mitologici. Cintia piange? ha più -lagrime che Niobe conversa in sasso, che Briseide -rapita, o Andromaca prigioniera: dorme? somiglia alla -figliuola di Minosse abbandonata sulla spiaggia, o a -quella di Cefeo liberata dal mostro, o (ch'è più strano) -ad una baccante del monte Edonio, quando briaca si -corca sulle smaltate rive dell'Apidano. I suoi capelli -son del colore di quelli di Pallade: la statura, quella -d'Iscomaca e d'altre eroine. Vuole invaghirla per le -semplici bellezze, pei fiori spontanei, per le conchiglie -del lido, pel gorgheggio degli uccelli? a queste ingenue -pitture mesce Castore, Polluce, Ippodamia: le rammenta -che Diana non si perdeva troppo allo specchio; che -Febea e sua sorella Ilaa faceano senza di tanti ornamenti; -che de' soli suoi vezzi era vestita la figlia del -fiume Eveno, quando Apollo ne disputò il cuore a Ida. -</p> - -<p> -Nè solo gli amori rimpinza di ricordi, ma non sa -ornare le leggende d'Italia che con miti greci, non -deplorar Roma che rammentando le sventure d'Andromaca -e l'afflitta casa di Lajo. Eppure, quando mette -da banda questi fronzoli, fa sentire voci nazionali, siccome -in alcune elegie veramente sublimi, e la propria -emozione sa trasfondere nel lettore e volentieri si -rileggono i versi ove dipinge gli antichi costumi degli -Italiani a raffaccio dell'attuale corruzione: nel calendario -ha men arte e più nobiltà che Ovidio, e descrive la -campagna, non come questo dalla città, ma come uom -che la vede. -</p> - -<p> -Il quale Publio Ovidio Nasone <span class="sidenote">(43 a. C.-17 d. C.)</span>, cavaliere da Sulmona -terra ne' Peligni denominata dal frigio Solimo<a class="tag" id="tag60" href="#note60">[60]</a>, di -<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span> -rimpatto mostra maggior brio, ed è il verseggiatore -più limpido, più fluido. Però in quella spontaneità da -improvvisatore, ch'egli stesso confessa eppur non -ismette<a class="tag" id="tag61" href="#note61">[61]</a>, cerchi invano o l'eleganza di Tibullo o la -dignità di Properzio; spesso si ripete, sminuzza in -particolarità indiligenti<a class="tag" id="tag62" href="#note62">[62]</a>; talvolta lede persino la -<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> -grammatica<a class="tag" id="tag63" href="#note63">[63]</a>; ma purchè riesca a farsi leggere, che -gl'importano difetti e censure?<a class="tag" id="tag64" href="#note64">[64]</a>. -</p> - -<p> -Sebbene l'illustre nascita gli spianasse il calle agli -onori, antepose la vita gaudente, e divenne carissimo -alle corrotte compagnie ed alla Corte d'Augusto. Se -non che improvvisamente è relegato a Tomi, esigilo -mite nelle ridenti glebe della Bulgaria; esiglio non -inflitto dal senato ma dal padre della patria, dall'amico -dei dotti, senza torgli nè le sostanze nè i diritti, ma -senza processo, senza addurre motivi<a class="tag" id="tag65" href="#note65">[65]</a>. Teneva egli -<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> -mano alle scostumatezze di Giulia? vide, e non seppe -tacere le costei dimestichezze col padre? stomacò Augusto -co' laidi versi? Il bel mondo susurra della mancanza -del suo poeta, ma non ardisce scandagliarne la -cagione, finchè dimentica i gemiti impotenti della vittima -e l'illegalità del punitore. -</p> - -<p> -Nelle <i>Tristi</i> e nelle elegie <i>dal Ponto</i> verseggia un -dolore senza dignità nè rassegnazione, erige altari e -brucia incensi al suo persecutore; in femminei rimpianti -e monotone rimembranze rincorre la parte più superficiale -della vita, e a forza di stemprar le lacrime, -s'interclude il vero. Ma per quanti versi e suppliche -mandasse, non potè impedire che le sue ossa giacessero -sotto terra straniera. Le <i>Elegie amatorie</i> sono il giornale -di sue galanti avventure: brioso e festevole, a -differenza del piagnucolare de' precedenti, sebbene non -ostenti sguajatamente i nomi proprj, come Catullo, -Orazio o Marziale, nè faccia pompa come essi d'infamie -contro natura, è il più osceno poeta latino; e tale lo -rivela pure la sua <i>Arte d'amare</i>, di cui troppo parlammo. -Le <i>Eroidi</i> sono epistole che suppone scritte -da antichi, ma senza investirsi dell'indole de' tempi, nè -indovinare il sentimento delle età remote; e dall'erudizione -lasciando soffocare l'affetto, che si riduce a -lamenti lambiccati per separazioni. -<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> -</p> - -<p> -Nelle <i>Metamorfosi</i>, in dodicimila esametri canta le -forme mutate degli Dei e degli uomini; scioglimento -troppo uniforme alle ducentoquarantasei favole, raccozzate -con intrecci poco naturali, nè quasi altro collegamento -che della successione. Le forme sotto cui vengono -rappresentati gli Dei nella mitologia primitiva, appartengono -al simbolo, o derivano dall'idea della metempsicosi: -ma in Ovidio alcune son mere favole della -mitologia, in altre i personaggi perdono il carattere -simbolico e il senso religioso, o lo alterano coll'unione -di elementi disparati; le tradizioni non vengono nobilitate; -spesso oscene, avventure si applicano a divinità -morali; ogni cosa poi è dedotta da poemi e drammi -d'antichi e di contemporanei, eccetto forse il bellissimo -episodio di Piramo e Tisbe. Nei <i>Fasti</i> espone il calendario -e l'origine delle feste romane, come già avevano -fatto altri in Alessandria, e a Roma Properzio ed Aulo -Sabino: ma nulla suggerendo di elevato o di recondito, -lascia dominarvi la leggenda e la menzogna consacrata -dai sacerdoti; e poichè gli Dei e la religione al suo -tempo erano sferre da antiquarj, egli se ne valse -celiando, come della cavalleria fece l'Ariosto che tanto -gli somiglia. Pure dovendo di preferenza toccare a -favole latine pastorizie, ce ne conservò alcune, che -altrimenti ignoreremmo. Come in tutti i componimenti -del tempo, vi predomina l'idea di Roma: questa è la -sola unità de' Fasti; di questa intesse i destini nella -troppo facile orditura delle Metamorfosi<a class="tag" id="tag66" href="#note66">[66]</a>, che -finiscono con Romolo e Numa, colla stella di Giulio -Cesare, e colle preci per la conservazione d'Augusto. -</p> - -<p> -La favola nasce dall'osservare le relazioni tra un -<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> -fatto della natura, e particolarmente del regno animale, -e un fatto analogo della vita umana, di modo che, -preso nel suo carattere generale, acquisti una significazione -per l'uomo, e segni una regola pratica. N'abbiamo -un esempio antico in Menenio Agrippa, ma neppur -qui troviamo alcuna originalità romana. Fedro <span class="sidenote">(30 a. C.-14 d. C.)</span>, che -s'intitola liberto di Augusto e nato in Pieria di Macedonia, -trovando occupato ogn'altro campo della greca -imitazione<a class="tag" id="tag67" href="#note67">[67]</a>, tradusse le favole esopiane in candidissimo -stile, con felice epitetare e brevità arguta e proprietà -costante, non disgiunta da varietà<a class="tag" id="tag68" href="#note68">[68]</a>, spargendole -<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> -qui e qua d'allusioni; ma non possiede quell'arguzia -e quel frizzo che colpisce e passa. Talvolta si eleva a -maggior grandezza e a morale sublime, come là dove -canta: — O Febo, che abiti Delfo e il bel Parnaso, -dinne, ti preghiamo, qual cosa a noi sia più utile. Che? -le sacrate chiome della profetessa si fanno irte, scuotonsi -i tripodi, mugge la religione dai penetrali, tremano -i lauri, e il giorno s'offusca: la Pitia, tocca dal -nume, scioglie le voci: <i>Udite, o genti, gli avvisi del -dio di Delo. Osservate la pietà; rendete voti ai celesti; -la patria, i padri, le caste mogli, i figliuoli difendete -colle armi, respingete il nemico col ferro; soccorrete -agli amici, compassionate i miseri, favorite -ai buoni; resistete ai tristi, vendicate le colpe, frenate -gli empj, punite quei che stuprano i talami, schivate -i malvagi, non credete troppo a nessuno.</i> Ciò detto, -cadde la vergine forsennata: forsennata da vero, giacchè -quelle parole furono gittate al vento». -</p> - -<p> -Marco Manilio, sebbene si sentisse angustiato fra il -rigore del soggetto e le esigenze del verso, pure vedendo -preoccupato ogn'altro genere, tentò un trattato d'astronomia, -ove l'aridità dell'insegnamento di rado è illeggiadrita -dallo stile<a class="tag" id="tag69" href="#note69">[69]</a>. Pochissimi pure leggeranno il -<i>Cinegetico</i> di Grazio Falisco. -<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> -</p> - -<p> -Di molti poeti latini andarono smarrite le opere; e -le commedie di Fendanio, le tragedie di Pollione e di -Vario, e le epopee di Vario stesso, di Rabirio, di Cornelio -Severo, di Pedo Albinovano, il poema di Cicerone -sopra Mario, le didascaliche di Marco, i versi di Giulio -Calido, riputato il più elegante poeta dopo Catullo, non -ci son noti che di nome. Cornelio Gallo, confidente di -Virgilio, combattè contro Antonio ed ebbe il governo -dell'Egitto, poi caduto in disfavore, si uccise. -</p> - -<p> -Da quelli che ci restano e che erano i migliori, siam -chiariti come in Roma dominasse una letteratura di -tradizione e d'imitazione, sicchè tutti si esercitavano in -eguali generi, eguali soggetti, quasi eguali sentimenti. -In generale imitavano i poeti della scuola Alessandrina, -e più che dell'invenzione si occupavano della forma, -mostrando maggiore erudizione che originalità; letterati -insomma, non genj. Della loro vita conosciamo poco -più di quel ch'essi medesimi ce ne tramandarono per -incidenza; e in un tempo in cui dotti e indotti faceano -versi, ma pochissimi leggevano, altro pubblico non -aveano che i pochi ricchi, altro applauso che di qualche -consorteria, a meritar il quale bisognava sagrificassero -l'indipendenza. Ammusolata l'eloquenza, la poesia per -sopravivere si fa stromento alla corruzione, onestata -col nome di pacificamento; e colle blandizie e colle -armonie delicate abitua la pubblica opinione a lodare il -fortunato, il quale s'annojava di questi adulatori, ma per -interesse li proteggeva e concedeva loro i piccoli onori, -avendo della letteratura fatto uno spediente di governo. -Da tutti trapela una società infracidita dai vizj del conquistato -<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> -universo, fiaccata dalla guerra civile, assopita dall'elegante -despotismo, indifferente ai pubblici interessi -e ai gravi doveri, anelante al riposo, ai godimenti del -senso, allo stordimento delle voluttà. Sulle iniquità passate -hanno cura di stendere un velo recamato, di scusare o -anche giustificare l'ingiustizia, e travolgere o pervertire -i giudizj. Quale oserà lodare chi è disfavorito dal principe? -Al comparire d'una cometa il popolo si sgomenta? -i poeti canteranno che è la stella di Giulio Cesare. Augusto -ha paura? ripeteranno quanto sia necessaria la -sua vita, che tardi ascenda ai meritati onori dell'Olimpo, -e (cosa strana, non singolare) vanteranno la beatitudine -d'un tempo, del quale gli storici s'accordano a piangere -la decadenza. -</p> - -<p> -Del resto que' poeti non s'affannino troppo a perseverare -in opinioni meditate e di coscienza; vaghino di -scuola in scuola, sfiorino tutto, non approfondiscano -nulla; principalmente persuadano che il godere la vita, -usar moderatamente de' piaceri, fare germogliar rose -di mezzo alle spine, è il fiore della sapienza: uffizio -tanto più efficace, quanto che adempiuto con giusto -equilibrio delle locuzioni patrie colle forestiere, e colla -correzione delle forme e la finezza del gusto, che sì -breve doveano durare. -</p> - -<p> -Tali vizj compajono anche nei due maggiori, Orazio -e Virgilio. Il liberto padre di Quinto Orazio Flacco da -Venosa <span class="sidenote">(66-8 a. C.)</span>, lo fece accuratamente educare col <i>magro camperello</i>; -si trasferì egli medesimo a Roma, e cercò un -impieguccio di usciere all'aste pubbliche, acciocchè il -figlio fosse istrutto non altrimenti che i cavalieri ed i -patrizj, e per vesti e servi non discomparisse dagli -altri. Esso padre lo vigilava, lo istruiva, e lo pose sotto -Pupilio Orbilio, che spoverito dalle proscrizioni, s'era -messo soldato, poi grammatico, e che severamente -educando senza risparmiar lo staffile, meritò una statua. -<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> -</p> - -<p> -Da questo conobbe Orazio i vecchi Latini, ma li sentì -inferiori ai Greci, e massime ad Omero, nel quale esso -trovava poesia, morale, politica, tutto, siccome avviene -dei libri che spesso si rileggono. -</p> - -<p> -Entrato nella milizia, di ventitre anni capitanò una -legione<a class="tag" id="tag70" href="#note70">[70]</a> nelle file pompejane, come la gioventù -che imita, non sceglie: ma nella giornata di Filippi -gettò lo scudo e fuggì. Pacificate le cose, toltogli dai -soldati il modesto retaggio, nè rimastegli che le lettere, -si tenne alcun tempo colle vittime e cogli imbronciati, -reso audace dalla povertà<a class="tag" id="tag71" href="#note71">[71]</a>: e se fosse perdurato -in questo eroismo negativo, sarebbe riuscito inopportuno -come Catone, mentre invece si immortalò coll'accostarsi -ai potenti e trascendere in adulazioni. Perocchè -Virgilio e Vario lo introdussero a Mecenate, che accolse -freddamente questo partigiano di Bruto; ma conosciutone -l'ingegno, se lo guadagnò, e presentollo ad Augusto. -In quel vivere pubblico sul fôro, al portico, nel -campo, era facile che s'accomunassero i cittadini anche -in gran diversità di nascita e di posizione; ed Orazio, -gioviale e tollerante, divenne amico senza invidia e -senza bassezza del buon Virgilio, come del dovizioso -Mecenate e d'Augusto stesso; gli uni invitava a cena, -dagli altri riceveva e anche domandava pranzi, campagne, -ville, quando tante ce n'era da distribuire, confiscate, -occupate militarmente, vacanti per padroni uccisi. -</p> - -<p> -E un podere sulle colline di quel Tivoli che una -volta s'intitolava superbo e allora solitario (<i>vacuum -Tibur</i>), bastante al lavoro di cinque famiglie<a class="tag" id="tag72" href="#note72">[72]</a>, ebbe -Orazio in dono, e colà godeva i suoi giorni, gustando -<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> -il più che potesse della vita, non pretendendo sottoporre -a sè le circostanze, ma a quelle sottoponendosi; -tanto scarco d'ambizione e aborrente da legami, che -nè tampoco volle essere segretario di Augusto: ma alle -lusinghe di questo non potè negar le lodi, anzi divenne -il poeta di Corte, che nella sua faretra aveva pronto -uno strale per ogni evento; per celebrar natalizj o -vittorie de' nipoti del suo padrone, da buon Romano -esecrando tutto ciò ch'era forestiero, e pregando che -il sole non potesse veder cosa più grande di Roma<a class="tag" id="tag73" href="#note73">[73]</a>. -</p> - -<p> -Fedele alle regole d'un gusto squisitissimo, del resto -egli vaga per ogni tono della sua lira, per ogni varietà -d'opinioni<a class="tag" id="tag74" href="#note74">[74]</a>: ora vagheggia la tracia Cloe a dispetto -della romana Lidia, e sberteggia l'invecchiata Lice e la -mal paventata strega Canidia; poi di repente vanta a -Licino l'aurea mediocrità, o tesse un inno ai numi: -aborre dal lusso persiano e dall'avorio e dalle travi -dorate, e desidera che Tivoli dia riposo alla sua vecchiaja, -stancata nell'armi: una volta dipinge le delizie -campestri, in modo che tu nel credi sinceramente innamorato -e già già per divenire campagnuolo; ma due -versi di chiusa ti rivelano che tutto fu ironia. A Mecenate, -suo sostegno e suo decoro, egli ricanta che senza -lui non può vivere, che vuole con lui morire; ma il -genio suo l'assicura d'avere alzato un monumento più -perenne che di bronzo. -</p> - -<p> -Come dell'esser nato da padre liberto, così celia -dello scudo che gettò via a Filippi, e chiama se stesso -<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span> -un ciacco delle stalle d'Epicuro, mentre raccomanda -che la gioventù romana si educhi a soffrire l'augusta -povertà, e faccia impallidire la sposa del purpureo -tiranno, allorchè, come lione entro un branco di pecore, -egli s'avventa fra' nemici. Per blandire Augusto, si -astiene dal lodar Cicerone: agli Offelj, dalla rapace -largizione del triumviro convertiti da possessori in -fittajuoli, predica di vivere con poco, d'opporre saldo -petto all'avversa fortuna: tratta da pazzo il gran giureconsulto -Labeone, perchè non si mostra ligio all'imperatore: -di Cassio Parmense fa un sommo poeta sinchè -favorito, lo vilipende quando cade in disgrazia: colla -stessa meditata facilità geme se minacciano rinnovarsi -le guerre civili, e solleva il velo che copre gli arcani -della politica. Ma quando encomia la virtù originale di -Regolo o la imitatrice di Catone, e coloro che furono -prodighi della grand'anima per la patria, e geme su' -guaj che toccano al popolo pe' delirj dei re, vien di -credere che vagasse nella lirica per disviarsi dal cantare -epicamente le glorie, su cui il secolo d'oro voleva -disteso l'oblio. -</p> - -<p> -E sempre più ci si palesa che la lirica romana non -era impeto spontaneo di devozione, d'affetto, di patriotismo, -sibbene un godimento preparato all'intelletto, -un artifizio di gusto, sopra una mitologia forestiera. -Anche Orazio in tutto questo imitò, anzi le più volte -tradusse i Greci<a class="tag" id="tag75" href="#note75">[75]</a>, sebbene sentisse che invano aspirerebbe -ad emulare Pindaro. In fatti questo si lancia -con un entusiasmo spontaneo che appare fin anche dal -ritmo, animato, vario nella robusta misura; mentre -Orazio sentesi calmo e riflessivo colà appunto ove più -vuole elevarsi, ed invano nell'imitazione artifiziosa cerca -mascherare il calcolo che guida la sua composizione: -<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> -in Pindaro è un onore pe' vincitori l'esser lodati da -esso e fatti partecipi della sua gloria; Orazio loda -d'uffizio, sebbene abbia l'arte di dissimularlo col cacciar -avanti se stesso<a class="tag" id="tag76" href="#note76">[76]</a>; e poichè scrive all'occasione di -<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> -avvenimenti giornalieri, generalmente s'attiene alla personalità -degli affetti e delle sensazioni, parla ogni tratto -di sè e de' suoi, talchè c'introduce e addomestica colla -vita degli antichi; e viepiù nelle <i>Epistole</i> e nelle <i>Satire</i>, -dove ripigliando la libera misura e il tono famigliare -di Lucilio, riuscì incomparabile maestro del fare difficilmente -facili versi. -</p> - -<p> -La satira, poesia dei tempi critici, o coopera a -distruggere e riformare; o associandosi colla elegia, -sorge alla sublimità della poesia civile; oppure si contenta -di ridere, come fece con Orazio. Conservando la -finezza di cortigiano e la docilità di liberto anche in -questo genere essenzialmente democratico, mostrasi -dedito a frequentare la società, il che ne scopre il ridicolo, -anzichè al vivere solitario, che ne scopre i vizj. -E perchè i vizj di Roma erano dalla prosperità pubblica -ammantati, potevasi ancora sorridere di quello onde -al tempo di Giovenale un'anima onesta non poteva se -non bestemmiare. Poi le monarchie tendono sempre a -diffondere uno spirito di moderazione; e come Augusto -col lodare gli antichi costumi adottava i nuovi, Orazio -il secondò scalfendo senza ferire, ponendo se stesso in -prima fila tra que' peccatori; sicchè punzecchia le colpe -senza mostrarne aborrimento, esorta alla virtù senza -farsene apostolo, rimprovera la onnipotenza attribuita -al denaro<a class="tag" id="tag77" href="#note77">[77]</a>, ma i denarosi corteggia e ne implora -<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> -le cene e i doni; e colloca la morale nel fuggire gli -eccessi, i desiderj misurare ai mezzi di soddisfarvi, -viver pago di sè e accetto agli altri; e pingue e lucido -in ben curata pelle, ingagliardisce nelle lussurie e non -si dà un pensiero dell'avvenire. Nel che, lontano dallo -stoicismo desolante di Persio, dall'atrabile di Giovenale, -e dal cinismo in cui alcuni ripongono la forza della -satira, mai non si scosta da quella finezza di vedere e -aggiustatezza d'esprimere, che non si possono cogliere -se non nelle grandi città e nella conversazione. E poichè -i mediocri, sì nei meriti sì nei peccati, sono sempre il -numero maggiore, perciò dura eterno il morso ch'egli -diede ai costumi, e gli originali suoi ci troviamo accanto -tuttodì; sicchè, in fuori della settima del libro primo, -composta a ventitre anni, nessuna delle sue satire invecchiò<a class="tag" id="tag78" href="#note78">[78]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> -</p> - -<p> -L'autorità dittatoria da alcuni attribuitale, rese insigne -l'epistola ai Pisoni, che meno propriamente s'intitola -<i>Dell'arte poetica</i>; componimento didascalico con episodj -satirici, ove di famigliarità e di sali sono conditi i -precetti. Ivi, colla varietà che alle epistole s'addice, -Orazio discorre sopra la letteratura, nella quale, diremmo -oggi, egli apparteneva alla scuola romantica, -alla giovane Roma, che disapprovava i sali di Plauto e -i versi zoppicanti di Ennio, e beffava gli ammiratori di -ciò che sentisse d'arcaico, e quei che rincresceansi di -disimparare maturi ciò che avean imparato a scuola, -e asceticamente deploravano la perdita del buon gusto<a class="tag" id="tag79" href="#note79">[79]</a>. -Principalmente egli insiste sulla drammatica: -ma il vero talento non è mai esclusivo, e mentre sembra -che in questa ponga ceppi arbitrarj al genio, tende a -svincolarlo dalla paura dei pedanti, i quali pretendevano -la lingua si restringesse ad un tempo solo e a certi autori, -anzichè riconoscerne supremo arbitro l'uso<a class="tag" id="tag80" href="#note80">[80]</a>; chiamavano -sacrilegio il negar venerazione agli antichi, -quanto il concederla a coloro il cui nome non fosse -ancora dalla morte consacrato<a class="tag" id="tag81" href="#note81">[81]</a>; al censore cianciero -<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> -e petulante attribuivano maggiore autorità che -al giudizio de' pochi savj modesti. -</p> - -<p> -Molto egli trae da Aristotele, ma molto dalla propria -sperienza; nè quell'epistola è inutile in tempo che, -salite ai primi posti l'erudizione e la storia, molti -sostengono non darsi principj certi di critica, canoni -non potersi dedurre che dai capolavori, ed esser tiranniche -tutte le regole antiche, per verità nulla più severe -di quelle che s'impongono a nome della libertà. -</p> - -<p> -In quel gran latrocinio contro i prischi Italiani, per -cui i campi furono ripartiti fra i soldati d'Ottaviano, -Publio Virgilio Marone <span class="sidenote">(70-19 a. C.)</span>, nato nel villaggio d'Andes -(<i>Piétola</i>) presso Mantova, educato a Cremona e a -Milano, venne a Roma a reclamare l'avito suo poderetto; -e coll'ingegno trovato grazia appo Augusto, -l'ebbe come un dio e ne accettò i favori. Candido, -forbito, innamorato dell'arte e della pace, era il poeta -nato fatto per quei tempi, in cui dal mareggio civile -importava richiamare alle operose dolcezze della villa, -e mutare le spade in aratri, l'attualità in memorie. -Quest'era l'uffizio a cui Augusto convitava le Muse: e -tutti i poeti dell'età sua si mostrano credenti a tutta la -litania degli Dei, fin nelle più beffate loro trasformazioni; -predicatori del buon costume e della sobrietà -degli antenati, plaudenti al ritorno della pace, del pudore -antico, della casta famiglia; encomiatori dell'agricoltura, -e di quel vivere campagnuolo che avea prodotto i vincitori -di Cartagine<a class="tag" id="tag82" href="#note82">[82]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> -</p> - -<p> -Pertanto Mecenate con insistenza persuase Virgilio a -nobilitare l'agricoltura, e cantare i campi; e Virgilio -scrisse le <i>Georgiche</i>, capolavoro di gusto, di retto senso -e di stile, il monumento più forbito di qualsiasi letteratura, -la disperazione di quelli che si ostinano alla -poesia didattica, e che delle apparenti difficoltà ottengono -agevole vittoria se si considerino isolati, ma messi -a petto a Virgilio restano d'infinito spazio inferiori. -Nelle <i>Bucoliche</i> copia Greci e Siciliani; colle frequenti -allegorie ed allusioni alle proprie venture dissipa l'illusione, -e svisa i pastori facendoli colti e raffinati tanto, -da esprimere i sentimenti proprj dell'autore; mai non -dimentica Roma sua, fra i campi cresciuta; i pastori -stupiranno alle fortune di essa e alla magnificenza di -Augusto; ciò che spiace a questo, verrà disapprovato -anche dal poeta; ed esaltando la beatitudine campestre, -ne farà raffaccio alle abitudini repubblicane de' clienti -affollantisi, dell'ambir le magistrature e i fragori forensi, -al lusso delle case e del vestire, alle guerre civili che -fanno le case vuote di famiglie<a class="tag" id="tag83" href="#note83">[83]</a>. -</p> - -<p> -Come gli altri Romani, Virgilio non si propone d'inventare, -ma di far una poesia finita; copia le bellezze -di quei che lo precedettero<a class="tag" id="tag84" href="#note84">[84]</a>, aggiungendovi finezze -<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> -tutte sue; collo studio migliora ciò che a quelli il genio -somministrò, eliminandone ogni scabrezza, ogni sconvenienza; -e col maggior garbo lusinga il lettore, il -quale s'affeziona ad un poeta tutto occupato nel recargli -diletto. E qual altri conobbe sì addentro ogni artifizio -dello stile? Con varietà inesauribile di voci, di frasi, di -ritmo, carezza gli orecchi del lettore, non lasciandone -un istante rallentare la schizzinosa attenzione, senza per -questo solleticarla con lambiccamenti o con pruriginose -vivezze. Quel che imparò nella colta conversazione dell'aula -d'Augusto, egli nella solitudine raffina col delicato -sentire; e dalla maestosa onda del suo esametro -fino alla scelta de' vocaboli ben equilibrati di vocali e -consonanti, e di dolci ed aspre, tutto è nel dimostrare -che di pari sieno proceduti il pensiero e l'espressione. -</p> - -<p> -Ma opera maggiore gli chiedevano i suoi protettori, -la quale non lasciasse a Roma alcuna invidia delle -greche ricchezze; un'epopea. I popoli raffinandosi perdono -quell'ingenua credenza nell'immediata intervenzione -degli Dei, sopra la quale si fondano le epopee -primitive, storia ed enciclopedia delle nazioni ancor -prive di critica e d'annali; la scienza ingrandendo -spiega ciò che pareva mistero; l'industria toglie la -grazia infantile ai famigliari nonnulla della società -nascente: laonde all'epica grandiosa devono succedere -i lavori d'erudizione ragionatamente condotti, e gran -pezza lontani dalla generosa sprezzatura dei poemi -<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> -popolari e nazionali. Il genio di Virgilio e il suo -tempo non portavano ad un'epopea naturale; ma a -forza di studio, cognizioni, arte, conducevano ad armonizzare -quanto sin là erasi fatto di meglio. -</p> - -<p> -E fatto già s'era in Roma. Moderni critici vollero la -fanciullezza di questa dotare di poemi primitivi, dove -le idee fossero personificate in tipi, quali i sette re e -gli altri eroi fino alla battaglia del lago Regillo, accettati -poi come storia. Un popolo tutto giurisprudenza, il -cui <i>carme</i> sono le XII Tavole, le cui imprese caratteristiche -sono contese di diritto, non dovette cullarsi in -fasce poetiche, nè possedette quel sentimento elevato -dell'esistenza, il cui più insigne frutto sono i poemi -eroici. A questi, come al resto, si applicarono i Romani -per imitazione, e nell'intento di conciliare l'esempio di -Omero colla favola ausonia, il meraviglioso dell'epopea -colla storica realtà. Nevio cantò la prima guerra punica, -Ennio la seconda e la etolica<a class="tag" id="tag85" href="#note85">[85]</a>, in via episodica -risalendo alle origini di Roma. Ma al costoro tempo -già si scriveva la storia, onde non potevano che esporre -in versi i fasti romani: Ennio poi, traduttore d'Eveemero -e d'Epicarmo, i quali scomponevano il cielo in -simboli o apoteosi, come poteva usare sinceramente la -macchina? Nè l'innesto de' fatti storici coi soprannaturali, -fondamento dell'epopea greca, avea più luogo -quando s'attuarono grandi eventi, degnissimi di poema. -Ben alcuni assunsero a tema la guerra dei Cimri, o il -consolato di Cicerone; le costui lodi celebrò Cornelio -Severo nella Guerra di Sicilia; Archia cantò le spedizioni -di Lucullo, Teofane quelle di Pompeo, Furio -Bibaculo le imprese di Catulo, altri quelle di Cesare, le -vittorie d'Antonio o quelle d'Ottaviano, come fece Cotta -<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> -nella <i>Farsaglia</i>: ma la vicinanza delle imprese riduceva -il poeta a storiografo, a tradurre in versi i commentarj -di qualche famiglia; e la protezione imponeva -di adulare un uomo o una fazione, anzichè sublimare -la nazione tutta, o interessare l'umanità. -</p> - -<p> -Altri, dietro a Lucio Andronico, assumevano soggetti -mitologici, rifritti e non creduti, come Varrone d'Atace -che riprodusse le Argonautiche, Cicerone gli Alcioni e -Glauco, Calvo l'Io, Cinna la Mirra, Catullo il Teti e Peleo, -e tante Tebaidi, Ercoleidi, Amazonidi<a class="tag" id="tag86" href="#note86">[86]</a>, dove al -racconto si associavano movimenti lirici e tragici. Fra -i quali va distinto Rabirio, che Ovidio chiama grande e -Vellejo Patercolo appaja a Virgilio, e del quale non -conosciamo che alcuni versi sulla guerra d'Alessandro, -ritrovati ad Ercolano. Altri ricorrevano le antiche memorie -patrie, e i fievoli cominciamenti di Roma, mettendoli -<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> -a fronte della presente grandezza: di ciò un Sabino -fece soggetto a canti, tronchi dalla morte; su ciò -fondansi i <i>Fasti</i> d'Ovidio; Properzio si proponeva di celebrare -le antiche feste e i prischi nomi dei luoghi<a class="tag" id="tag87" href="#note87">[87]</a>. -</p> - -<p> -Virgilio, venuto al tempo che la vecchia Roma perisce, -e la trasformazione dell'impero eccita vaghi presentimenti -d'un avvenire incomprensibile, pensò combinare -gli elementi che gli altri adoperavano distinti. Le memorie -repubblicane poteano recar ombra al pacificatore -fortunato, e a troppe passioni avrebbe dato di cozzo -se, come Lucano, avesse tolto a cantare armi tinte di -sangue non ancora espiato. Si gittò dunque sull'antichità, -da Omero desumendo il soggetto, gli eroi, l'orditura -persino e il verso e il tono, come era consueto -da' suoi predecessori; ideò di unire i viaggi dell'<i>Odissea</i> -e le guerre dell'<i>Iliade</i>, ma collocarsi nella favola omerica -per mirare fatti storici lontani e vicini, e cantando -Trojani essere eminentemente romano. Il trarre la -favola iliaca a significazione italiana era tutt'altro che -cosa nuova<a class="tag" id="tag88" href="#note88">[88]</a>, e ne restava blandita la vanità di tutta -la nazione, e specialmente di questa gente Giulia, giganteggiata -sulle rovine dell'aristocrazia. Più non basta -<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> -però che la musa gli canti le origini della romana -gente, ma deve accertarle; onde esamina la tradizione, -vaglia, ordina, sicchè rimane buon testimonio delle -tradizioni antiche, e fa un esercizio d'arte, non una -poesia di getto. -</p> - -<p> -A quella lontananza, favorevole all'immaginazione, -per via d'episodj potrà facilmente annestare i nomi di -coloro per cui crebbe e s'assodò la romana cosa; potrà -coll'episodio di Didone adombrare la guerra punica, il -cui esito accertò la grandezza di Roma; e colle antichissime -cagioni delle nimistà e colle imprecazioni di -Elisa che invocava irreconciliabili gli odj e le vendette -contro la schiatta d'Enea, giustificare la distruzione di -Cartagine per titolo di sicurezza. Infine metterà a confronto -la Roma non nata ancora presso al regio tugurio -d'Evandro, con quella meravigliosamente marmorea -di Augusto, sulla quale egli concentrerà tutto lo splendore -della storia italica e del tempo de' semidei. -<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> -</p> - -<p> -Orditura così compassata, quanto dovea restare di -sotto della spontanea ispirazione di Omero! In questo -terra e cielo uniti cospirano a comun fine, e le divinità -perpetuamente intervengono alle azioni e ai consigli -de' mortali. Perduta quella iniziazione divina, in Virgilio -gli Dei s'affacciano solo tratto tratto per macchina -d'arte; e lo scetticismo filosofico gli accetta come spediente -letterario. Virgilio vede ed ammira la grande -unità di Omero, ed esclama esser più facile togliere la -clava ad Ercole che un verso a quello: eppure compagina -un poema di frammenti, di erudizione avvivata -con grand'ingegno, ma non riuscendo a idealizzare le -raccozzate rimembranze. -</p> - -<p> -Se, invece d'imitare separatamente i didascalici di -Alessandria, i bucolici siciliani e l'epico Meonio, avesse -fuso gli uni coll'altro, e nell'esposizione della civiltà -italica antica (dove rimase tanto inferiore) non introdotte -in forma precettiva, ma atteggiate le ingenue -dipinture del viver campestre dei prischi Italiani, -avrebbe fatto opera non soltanto romana ma italica, -causato il troppo immediato confronto coi poeti imitati, -e la dissonanza che, come negli altri Latini, vi si scorge -fra quello che ha di proprio o quel che toglie a prestanza. -Nè tampoco si propose egli di ritrarre particolarmente -veruna età, non la sua, non quella che -descrive<a class="tag" id="tag89" href="#note89">[89]</a>, né di aprire un nuovo calle ai successori; -ma fu tutto amor dell'arte, tutto romana predilezione: -l'adulazione stessa non fece sguajata come quella onde -<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> -Ariosto cantò gl'indegni suoi mecenati, ma fina e convenevole -alla forbita corte d'Augusto. -</p> - -<p> -Nella quale vivendo, Virgilio ingentilisce gli eroi: -Enea depose la pelasgica rozzezza: la donna non è più -una Criseide che passi a chi vince; non un'Andromaca -che, da vedova di Ettore, si contenti di divenire la -sposa di Elleno; ma una regina che giurò fede al perduto -consorte, che soccombe solo alla potenza dell'amore, -e all'amore tradito non sa sopravivere<a class="tag" id="tag90" href="#note90">[90]</a>. -Nell'inferno di Omero, Achille ribrama avidamente la -vita: nell'Eliso di Virgilio, Didone guata silenziosa il -suo traditore e passa. -</p> - -<p> -In quest'ultimo tratto scorgiamo un merito che renderà -Virgilio eternamente prezioso a chi è capace di -sentire. Fra tanti poeti che menzionammo, i quali cantarono -prolissamente i loro amori, pur uno non troviamo -che tratteggi al vero il procedere della passione, -accontentandosi essi di ritrarne qualche accidente o le -<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> -crisi più rilevate, e sfogarsi in sentenze, in lamenti -ingegnosi, in ricche descrizioni, in tutto ciò che è -esterno. La meditata conoscenza della vita interiore -doveva ai moderni venire da una fonte nuova; e parve -preludervi Virgilio, che, impedito dai tempi d'essere -ingenuo, si conservò semplice, eloquente, patetico; -trasfuse nella poesia il proprio cuore, e ciò che dapprima -era soltanto esteriore, ridusse subjettivo coll'insistere -sopra un sentimento, e scovar dai cuori i secreti -più ritrosi, e seguir passo passo il crescere e il declinare -d'una passione. Vedetelo in quell'amore di Didone, -del quale son gettati i primi semi colla pietà nata dalla -fama, poi cresce colla vista, col racconto, colla consuetudine, -col raziocinio, finchè deluso, non può cessare -che colla vita. -</p> - -<p> -A questo fino sentire va debitore Virgilio d'un genere -di bellezze nuove, qual è l'avvicendarsi delle pitture, -per cui dalla desolazione di Troja incendiata s'insinua -ad una scena di famiglia; di mezzo all'ira disperata, -Enea è rattenuto dalla vista di Elena; alla procella -succedono la placidissima descrizione del porto, e le -ospitali accoglienze; l'episodio puramente guerresco -dell'esplorazione notturna nel campo, è risanguato -dall'affettuoso episodio di Niso ed Eurialo; perocchè il -patetico è il vero dominio dell'arte, siccome la cosa -essenzialmente efficace nella vita umana. -</p> - -<p> -Di là un'altra delle vaghezze più care in questo amabilissimo -poeta; quel condurre la realtà esteriore alla -spiritualità, quel tradurre l'idea in immagini che offre -vive vive all'occhio, e in cui forse consiste quel <i>bello -stile</i> che Dante riconosce aver tolto da lui, e che Virgilio -avea forse dedotto dall'assiduo suo studio ne' tragici<a class="tag" id="tag91" href="#note91">[91]</a>. -Quella fanciulla che getta al pastore un pomo -<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> -e si nasconde fra' salici, ma prima desidera d'esser -veduta; quel bambino che col primo riso conosce la -madre; quell'Apollo che tira l'orecchio al poeta per -avvertirlo di non trascendere i pastorali argomenti; -quel garzoncello che a fatica attinge i fragili rami; -quell'idea della speranza, rappresentata in Dafni che -innesta i peri, di cui coglieranno le frutta i nipoti; -que' pastorelli che incidono sulle piante i cari nomi, le -piante cresceranno e gli amori con esse<a class="tag" id="tag92" href="#note92">[92]</a>; sono -idillj compiuti, che il pittore può rendervi in altrettanti -quadretti. Poi, per belli che sieno i paesaggi, Virgilio -sente quanto vi manchi finchè non siano avvivati dalla -presenza dell'uomo: adunque tra i noti fiumi e i sacri -fonti non mancherà un fortunato vecchio, godente -l'opaca frescura; o un afflitto che, sotto l'ombra di -densi faggi, alle selve e ai monti sparge inutili querele; -e i molli prati e i limpidi fonti e i boschi gli -dilettano solo in riflettere qual sarebbe dolcezza il -vivervi eternamente colla sua Licori<a class="tag" id="tag93" href="#note93">[93]</a>. -</p> - -<p> -Eccetto le primissime composizioni, non volse egli la -musa a particolari sue affezioni ed avventure; ma sappiamo -che placida fluì la sua vita, più che non soglia -<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> -in poeta. Caro ad Augusto e copiosissimamente da lui -rimunerato<a class="tag" id="tag94" href="#note94">[94]</a>, non prendeasi briga delle <i>romane -cose</i> e dei <i>perituri regni</i>, ma ritirato presso Táranto, -fra i pineti dell'ombroso Galéso<a class="tag" id="tag95" href="#note95">[95]</a> cantava Tirsi e -Dafni, come l'usignuolo che, senz'altro pensiero, la sera -empie il bosco de' suoi gorgheggi. Lo mordevano i -<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> -Mevj e i Bavj, peste d'ogni tempo? ma di encomj lo -elevavano a gara i migliori dell'età sua, la curiosità -ammiratrice veniva a cercarlo nel suo ritiro, ed una -volta, al suo entrare in teatro, il popolo tutto s'alzò, -come all'arrivo dell'imperatore<a class="tag" id="tag96" href="#note96">[96]</a>. -</p> - -<p> -Ammirando però quella forma così temperata, così -pudica della sua bellezza, non per questo diremo superasse -i suoi modelli. Come noi esaltiamo l'Ariosto per -la forma, pur ridendoci delle sue favole, così, mentre -si smarriva la tradizione religiosa d'Omero, durava, -anzi cresceva di reputazione l'artistica, e Virgilio non -se ne volle staccare. Ma in Omero quell'inserire s'un -fatto pubblico passioni personali, quell'elevare l'individualità -mediante la grandezza dello scopo e la serietà -del destino, quell'equilibrare la natura collo spirito, ci -portano ben più in là che non un'epopea dotta, la quale -in fatto non potè divenire il libro de' Latini, come -divennero Omero e Dante. Quella parola de' genj contemplativi -e creatori, che è possente a trarre in terra -l'ideale, è negata a Virgilio, il quale riesce soltanto a -magnificare la restaurazione d'Augusto, avvenimento -passeggero. -</p> - -<p> -Con Omero versiamo continuo nel mondo greco, -dov'egli passeggia da padrone; non così con Virgilio, -costretto a lavorare d'erudizione. Omero è più universale -ne' suoi concetti, e se vuole il meraviglioso infernale, -fa da Ulisse evocar le ombre entro una fossa -ch'egli medesimo scavò e asperse di sangue; mentre -Virgilio guida Enea per regolare viaggio ai morti regni. -<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> -</p> - -<p> -Il cuore dell'uomo deve rivelarsi ne' suoi Dei, forme -generali, personificazione degli interni suoi motori, -nel qual caso sono gli Dei del proprio sentimento, delle -proprie passioni: in Omero son essi una cosa sola cogli -eroi; in Virgilio convivono ancora, intervengono ancora -in avvenimenti semplici, come per indicare la via di -Cartagine. Pure, non foss'altro, la diligenza del verso -avvisa che si è già a quel punto di civiltà ove più non -vi si crede; e quegli Dei appajono macchine, inserite -nella ragione positiva, non altrimenti che i prodigi in -Tito Livio. Circe e Calipso sono abbandonate come -Didone, ma in modo ben più naturale e ingenuo. -</p> - -<p> -Alla descrizione dei giuochi, tanto semplice nel Meonio, -Virgilio oppone un tale affastellamento di artifizii, -che sarebbero troppi a narrare la distruzione d'un -impero. Chi non ha sentito la sublimità delle battaglie -d'Omero? ogni uomo che cade v'ha il suo compianto, -al tempo stesso che tutt'insieme è un fragore, una mescolanza -di cielo e terra, che rimbomba nei versi e -nelle parole. Quale assurdità invece i serpenti che strozzano -Laocoonte in mezzo a un popolo! qual meschino -spediente quel cavallo di legno! cento prodi che si -chiudono in una macchina, esponendo lor vita ai nemici: -Sinone che intesse la più inverosimile menzogna: Trojani -così ciechi, da non mandar fino a Tenedo, che dico? -da non salire sopra una torre per avverare se la flotta -nemica abbia preso il largo nell'Ellesponto: in brev'ora, -sì smisurata mole è trascinata dal lido fin alla ròcca di -Troja, superando due fiumi e gli aperti spaldi; poi non -appena Sinone l'ha schiusa, è incendiata e presa quella -città vastissima, folta di popolo, con un esercito intatto; -avanti l'alba ogni resistenza cessò, i vincitori ridussero -le spoglie ne' magazzini e i prigionieri; i vinti raccolsero -altrove quel che poterono sottrarre. -</p> - -<p> -In Omero ciascuno ha un carattere; benchè Agamennone -<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> -sia re dei re, ciascuno serba volontà e compie -imprese personali; ogni minima cosa è contraddistinta, -il mare, la rôcca, lo scettro, le vesti, le porte e i cardini -loro, semplice la vita degli eroi, e perciò interessante -ogni loro atto, e per da poco che sembri alla raffinatezza -odierna, serve però a intrattenere sopra quel personaggio. -Nei caratteri invece sta il debole di Virgilio. -Giunone al principio è triviale, nè tutta la sua enfasi -esprime quanto il sacerdote Crise che torna mortificato -verso il lido, e prega vendetta, e l'ottiene dal Dio. Evandro -nel congedare Pallante mostrasi femminetta al confronto -di Priamo a' piedi di Achille. Ettore che bacia Astianatte -e invoca che chi lo vedrà dica — Non fu sì valoroso il -padre», ha ben altro decoro che Enea nello staccarsi -dal figlio. Enea poi combatte per tôrre ad un altro il -regno e la sposa, mentre Ettore per difendere la patria. -Nè forse un solo carattere riscontriamo in Virgilio ben -ideato e a se medesimo consentaneo: Acate non sai che -è <i>fido</i> se non dall'epiteto del poeta: chi il <i>pio</i> applicato -ad Enea non intenda nel primo senso di religioso ed -obbediente agli Dei, dee scandolezzarsi al vederlo applicato -ad uomo il quale, ospitalmente accolto in terra -straniera, seduce la donna che sa di dover abbandonare; -approdato altrove, rapisce quella d'un altro. Ma per -tutta ragione sta il comando degli Dei, che lo destinavano -a creare i padri Albani, e le alte mura di Roma, -e la grandezza d'Italia, gravida d'imperi e fremente di -guerra. -</p> - -<p> -Molti di questi difetti appartengono all'essenza del -suo componimento; alcuni sarebbero scomparsi se -avesse potuto dare l'ultima mano all'opera sua. La -quale, com'è stile dei grandi, pareagli sì discosta dalla -perfezione, che, morendo ancor fresco, raccomandava -ad Augusto di bruciarla; voto che l'imperatore si guardò -bene di adempire. Tal quale la lasciò, male ordinata -<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span> -nell'insieme, e ad ora ad ora imperfetta nella rappresentazione -e nelle espressioni, è squisito lavoro, e come -epopea definitiva servì di norma e talvolta di ceppo -agli epici posteriori, che professavano seguirla da lungi -e adorarne le vestigia<a class="tag" id="tag97" href="#note97">[97]</a>. -</p> - -<p> -In somma la letteratura romana può considerarsi -come una fasi della greca. Nei Greci si trovavano in -armonia il sentimento dell'ordine generale qual base -della moralità, e il sentimento della libertà personale, -non ancora essendosi manifestata l'opposizione fra la -legge politica e la legge morale; sicchè ciascuno cercava -la propria libertà nel trionfo dell'interesse generale. In -questo istante dell'umanità, fu prodotta nel suo più -splendido fiore la bellezza sotto la forma dell'individualità -plastica; gli Dei ottennero un aspetto armonizzante -colle idee che rappresentavano, sicchè la greca fu la -religione dell'arte; la poesia che ha per oggetto l'impero -indefinito dello spirito, raggiunse il perfetto equilibrio -fra l'immaginativa e la ragione; la civiltà profittò di -tutti i passi precedenti, unificandoli e perfezionandoli -in quel patriotismo che della greca fu lo scopo più -elevato. -</p> - -<p> -I Romani, stupiti a quella incomparabile bellezza, non -credettero potere far meglio che imitarla. Il linguaggio -della magistratura, dell'imperio, era il latino; ma il -greco quel della coltura, della eleganza; sarebbe parso -sacrilegio il parlare altro che latino dal tribunale o -<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span> -dalla ringhiera; Tiberio cancella una parola greca scappata -in un senatoconsulto; Claudio toglie la cittadinanza -ad uno che non sa il latino: ma nella conversazione si -parla il greco; in greco si scrivono le note e le memorie; -il greco si usa in famiglia, si usa coll'amante, -dicendole ζωὴ, φυχὴ; greci sono i maestri, nè i filosofi -di quella lingua si varrebbero mai della latina, anzi -non la imparano; e Plutarco, che tanto n'avea bisogno -per iscrivere le sue vite, ben tardi cominciò a leggere -qualche scritto romano, comprendendolo dal senso -piuttosto che letteralmente. Cicerone affetta di non -capire la bellezza delle statue greche, d'ignorare i nomi -de' loro artisti; ma appena sceso dai rostri, parla greco, -va in Grecia a perfezionare la sua educazione, traduce -i greci filosofi. -</p> - -<p> -Se fosse prevalsa l'Etruria, Italia avrebbe serbato -una poesia originale, con forma e lingua proprie: -Roma invece dal bel principio s'acconciò all'imitazione, -e ricevendo gli Dei della Grecia, dovette pur riceverne -l'arte che sulla religione era fondata. Ma la religione -fra i Greci era culto e dogma, ai Romani era favola e -convenzione; e tale si mostra in tutta la loro poesia. -Potrebbe mai credersi che Virgilio, Orazio, Ovidio -prestassero fede a quei numi, che adopravano per macchina -ed ornamento? nè mai dalla lira latina uscì un -inno ove apparisse, non dirò la divota ispirazione -ebraica, ma neppure la convinzione che alita in Omero, -in Eschilo, in Pindaro. Il poeta non sentiva i numi nel -cuore, non era ascoltato dal popolo, preoccupato da -positivi interessi; riducevasi dunque a pura arte, nè in -ciò poteva far di meglio che seguitare i Greci, i quali -ne avevano esibito i più squisiti esemplari. -</p> - -<p> -— Questi esemplari sfoglia giorno e notte», raccomandasi -ai giovani di buone speranze; non già meditare -sopra se stessi, sulla natura, sul mondo: divenire -<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> -per gloria eterni si confida non tanto per coscienza -delle proprie forze, quanto per la gran pratica coi -capolavori dei maestri, per averne scelto il meglio a -guisa d'ape<a class="tag" id="tag98" href="#note98">[98]</a>, e tradotte le muse di quelli a favellare -con intelligenza la lingua del Lazio. Che se poniam -mente a questa moderata pretensione, men vanitoso ci -sembra quel loro continuo assicurarsi dell'immortalità, -e d'associare il proprio nome all'eternità della romana -fortuna<a class="tag" id="tag99" href="#note99">[99]</a>. -</p> - -<p> -Nè trattavasi soltanto dell'imitazione, naturale a chi, -venendo dopo, eredita dai predecessori, senza perdere -quel che v'ha di proprio nello spirito, nella lingua, -nella tradizione, nel pensar nazionale; ma si faceano -ligi alle forme artistiche, particolari di quella gente, -per conseguenza non riuscivano coll'artifizio a raggiungere -l'altezza, cui soltanto colla naturale vivacità dell'ingegno -si perviene. Quel bisogno artistico di esprimere -e di comunicare i sentimenti più nobili e più -profondi, dal quale è creata e conservata una letteratura, -<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> -fu poco sentito da' Romani, sprovveduti dello -slancio ideale, dell'intuizione calma della natura, e dello -spirito estetico tanto proprio de' Greci; l'elemento religioso -vi rimaneva interamente subordinato al politico; -di rado seppero il semplice ed il naturale elevare -all'idealità; e diedero facilmente nel falso, e in quel -sublime di parole scarso d'idee, che costituisce il declamatorio. -La poesia romana non differì dalla greca per -lo spirito, pel sentimento, pel modo di osservar l'universo, -per l'espressione; ma l'arte vi si scorge troppo, -tutto è riflesso e calcolato, nulla della semplicità di -Omero, e l'abilità del linguaggio e l'arte retorica mal -suppliscono alla forza spontanea e alla fecondità d'invenzione. -</p> - -<p> -Eccettuata la satira, non un genere letterario apersero, -e nessuno raggiunse i loro modelli. Ai quali taluno -si attenne senza restrizione, come Livio, Virgilio, Orazio, -mentre più nazionali si conservarono Ennio, Varrone, -Lucrezio, poi Giovenale e Lucano, perciò più robusti -ma meno colti. Povero fu il teatro, il quale non può -reggersi che su tradizioni e sentimenti nazionali. La -lirica massimamente ne risentì, poichè a quest'armonica -espressione degl'intimi sentimenti nulla più nuoce che -il trovare la reminiscenza ove si cercava l'ispirazione, -ed esser frenati nella commozione dal pensare che il -poeta non s'ispira ma ricorda. -</p> - -<p> -Ma in tutti costoro quale squisita verità di sentimento! -qual perfetta aggiustatezza di pensiero! qual compiuta -venustà di forme, e purezza ed eleganza e nobile armonia -di stile, e variazioni di ritmo! Un alito di regola e -di calma penetra ogni particolarità, un ordine semplice -ed austero dà a conoscere che l'autore è padrone di -sè e del suo soggetto. Tutti poi s'improntano d'un marchio, -che li fa originali da ogni altro; ed è l'idea di -Roma, che in tutti predomina, e che supplisce al difetto -<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> -di quel tipo particolare che distingue ciascuno dei -grandi autori di Grecia. La quale differenza è portata -naturalmente dal diverso vivere d'un popolo eminentemente -individuale e libero nell'esercitare come gli piace -le forze del suo spirito, e d'un altro fra cui ad ogni -altra idea predomina quella della patria grandezza. -</p> - -<p> -A stampare questo carattere assai valse l'esser le -romane lettere fiorite per opera de' principali cittadini, -i quali abbracciando intera la vita nazionale, considerano -ogni cosa nelle più ampie sue relazioni, a differenza -di que' meri scrittori che rimpicciniscono la letteratura -riducendola a semplice arte. E la letteratura -latina, a tacere di noi pei quali è un vanto patrio, -merita maggiore studio che non la greca, perchè, provenendo -da un grandissimo centro di civiltà, meglio -rivela la condizione sociale del genere umano. -</p> - -<p> -Ma quando una letteratura si regge sull'artifizio, -prontamente decade. Augusto ben poco merito ebbe -all'apparire dei genj, di cui esso fu il contemporaneo, -non il creatore, e che, nati nella repubblica, aveano -lasciato il campo senza successori prima ch'egli morisse. -Già egli derideva lo stile pretensivo di qualcheduno e -le parole antiquate di Tiberio; e alla nipote Agrippina -diceva: — Il più che cerco è di parlare e scrivere -naturalmente»; ma le idee che contenevano, faceangli -mal gradito lo studio degli antichi. Poi Mecenate suo -dilettavasi di uno stile floscio e ricercato. Come avviene -allorchè cessa la produzione, si sottigliava la critica: -Asinio Pollione poeta e storico appuntava Sallustio di -vecchiume, Livio di padovanità, Cesare di negligenza -e mala fede; singolarmente professava nimicizia per -Cicerone; egli poi scriveva stecchito, oscuro, balzellante<a class="tag" id="tag100" href="#note100">[100]</a>; -ma era l'amico dell'imperatore, avea buona -<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> -biblioteca, bella villa, esperto cuoco; sicchè dovea -trovar non solo l'indulgenza che agli altri negava, ma -anche lode, e ai suoi giudizj forza di oracolo. -</p> - -<p> -Ritiratosi dalla vita pubblica, scriveva orazioni, somiglianti -agli articoli di fondo de' nostri giornali, cioè di -<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> -lettura amena, e che diffondessero certe idee di politica -e di letteratura. Così svoltavansi gli spiriti dall'eloquenza -pubblica verso quella di scuola. Di quella conservavano -ancora qualche ombra Azzio Labieno libero parlatore -«unendo il colore della vecchia orazione col vigore -della nuova» (<span class="smcap">Seneca</span>); e Cassio Severo amico suo e -altrettanto franco dicitore, che satireggiava anche le -persone cospicue, onde Augusto fe bruciare gli scritti -di esso, ne' quali gli antichi ammiravano lo stile vigoroso, -oltre la mordacità; e fu lui veramente che schiuse -la nuova via, alla quale l'eloquenza si trovò ridotta dopo -respinta dalla tribuna<a class="tag" id="tag101" href="#note101">[101]</a>. Perocchè, mutata la pubblica -attività nella monarchica sonnolenza, cessato il -giudizio tremendo e inappellabile delle assemblee, si -sentenziava degli autori secondo l'aura delle consorterie -e dei grandi che davano da pranzo ai letterati. -</p> - -<p> -Quando Augusto morì, più non sonava che la piangolosa -voce d'Ovidio, cui l'infingarda abbondanza, lo -sminuzzamento, i contorcimenti della lingua, i giocherelli -di parole collocano lontano da Orazio, Virgilio e -Tibullo, quanto Euripide da Sofocle e il Tasso dall'Ariosto. -Così breve tempo era bastato perchè la letteratura -romana passasse da Catullo non ancor dirozzato -ad Ovidio già corrotto. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> -</p> - -<h2 id="cap32">CAPITOLO XXXII. -<span class="smaller">Tiberio.</span></h2> -</div> - -<p> -Augusto non osò sistemare il governo monarchico -mediante uno statuto, il quale ponendo limiti a' suoi -successori, avrebbe fatto conoscere ai Romani ch'egli -non ne aveva. In conseguenza non si ebbe nè elezione -legale, nè ordine prefinito di successione, nè contrappesi -politici: la repubblica assoluta mutavasi in assoluta -monarchia, costituita unicamente sulla forza, dalla forza -unicamente frenata; l'imperatore, rappresentante del -popolo, poteva quel che volesse<a class="tag" id="tag102" href="#note102">[102]</a>, e dell'onnipotenza -valeasi a pareggiare tutti i sudditi nel diritto, e a togliere -al popolo ed al senato e l'autorità e l'apparenza. -</p> - -<p> -Tanti anni d'assoluto dominio, mascherato con forme -repubblicane, aveano indocilito i Romani al giogo, sicchè -vedeasi senza repugnanza che l'impero passerebbe -da Augusto in un altro. Tiberio, rampollo dell'illustre -casa Claudia, illustre egli stesso per imprese guerresche, -rivestito di molti onori e della tribunizia podestà, figliastro -e genero d'Augusto, tenevasi sicuro d'esserne chiamato -successore, quando lo vide voltar le sue grazie sopra -gli orfani d'Agrippa. Tra per dispetto e per rimuovere -ogni gelosia, s'allontanò da Roma, come dicemmo, e -visse otto anni a Rodi, deposte armi, cavalli, toga: -lontano dal mare, in una casa posta fra dirupi, dal -tetto di quella faceva che gl'indovini investigassero negli -<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> -astri l'avvenire; e se la risposta riuscivagli sospetta, nel -ritorno il liberto scaraventava per le balze l'astrologo -mal avvisato. -</p> - -<p> -Morti i figli d'Agrippa (forse non senza opera sua) <span class="sidenote">(4 d. C.)</span>, -torna a Roma, è adottato da Augusto, il quale pretendono -sel destinasse successore acciocchè la propria -moderazione traesse risalto dal lento strazio di costui<a class="tag" id="tag103" href="#note103">[103]</a>, -ch'e' conosceva pauroso, diffidente, irresoluto, simulato. -Alla morte dunque del patrigno <span class="sidenote">(14)</span>, Tiberio si trova padrone -del mondo a cinquantasei anni. Non volendo -accettar l'impero dagl'intrighi d'una donna e dall'imbecillità -d'un vecchio, modestamente convoca il senato, -come tribuno ch'egli era; e la offertagli dominazione -ricusa, come peso a cui poteva a pena bastare il divin -genio d'Augusto; solo dalle lunghe istanze lascia indursi -ad accettare, e purchè i senatori gli promettano assistenza -in ogni passo. Di fatto li consultava continuo, ne -incoraggiva l'opposizione, gli esortava a ripristinare la -repubblica; cedeva la destra ai consoli, e sorgeva al -loro comparire in senato o al teatro; assisteva ai processi, -massime ove sperasse salvare il reo; non soffrì il -titolo di signore, nè di padre della patria, nè tampoco -quello di Dio, dicendo: — Io sono signore de' miei -schiavi, imperatore de' soldati, primo fra gli altri cittadini -romani; mio uffizio è curar l'ordine, la giustizia, la -pubblica pace». Alleggeriva da' tributi i sudditi, e avvisava -i governatori delle provincie che un buon pastore -tosa non iscortica le pecore. Riformò i costumi, diminuendo -le innumerevoli taverne, restituendo ai padri -l'autorità di punire le figliuole discole, benchè maritate; -vietò il baciarsi per saluto in pubblico; ai senatori -interdisse di comparire fra i pantomimi, e ai cavalieri -di corteggiare pubblicamente le commedianti; e per -<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> -raffaccio allo scialacquo de' banchetti, faceasi servire i -rilievi del giorno antecedente, dicendo che la parte non -ha men sapore che il tutto. Spargonsi satire contro di -lui? — In libero Stato, liberi devono essere i pensieri -e la parola». Vuolsi in senato portar querela contro -suoi diffamatori? — Non ci basta ozio per tali bagattelle. -Se aprite la porta ai delatori, non avrete ad occuparvi -d'altro che delle costoro denunzie; e col pretesto -di difendere me, ognuno vi recherà le proprie ingiurie -da vendicare». -</p> - -<p> -Ma per quanto dissimulatore e simulatore, non seppe -mai comparire grazioso; le larghezze e l'affabilità di -Augusto disapprovava; non diede molti spettacoli al -popolo, non donativi ai soldati; nè tampoco soddisfece -ai legati del predecessore; e avendo uno de' legatarj -detto per celia all'orecchio d'un morto, annunziasse ad -Augusto che l'ultima sua volontà rimaneva inadempita, -Tiberio gli pagò il lascito, poi di presente lo fece trucidare -perchè riferisse ad Augusto notizie più fresche -e più vere. Non soffrì si concedesse il littore o l'altare -od altra prerogativa a sua madre, la quale da tanti -intrighi e delitti non colse che l'amarezza d'aver posto -in trono un ingrato. A Giulia, indegna sua moglie, da -tre lustri relegata, sospese la modica pensione assegnatale -dal padre, sicchè morì di fame; di ferro Sempronio -Gracco, drudo antico di lei. -</p> - -<p> -Erano quasi le primizie d'una crudeltà, che ben tosto -mostrossi calcolata, inesorabile; e prima contro i pretendenti. -Agrippa, nipote d'Augusto, fu ucciso. Le -legioni di Germania e di Pannonia avevano offerto l'impero -a Germanico, ma questi ne chetò la violenta sedizione: -pure Tiberio, che avea dovuto adottarlo, adombrato -della popolarità e del valore di lui, lo richiamò -di mezzo ai trionfi per mandarlo a calmare l'insorto -Oriente. Ivi gli pose a fianco Gneo Pisone, uomo tracotante -<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> -e violento, il quale col profonder oro e calunnie -ne attraversava tutte le azioni, infine lo fece morire di -veleno o di crepacuore a trentaquattr'anni <span class="sidenote">(19)</span>. Tutti, fin i -nemici, piansero il generoso giovane, e in Roma il -dolore si rivelò con clamorose dimostrazioni. Il giorno -che le ceneri sue si riponevano nel sepolcro d'Augusto, -la città pareva, ora per lo silenzio una spelonca, ora -pel pianto un inferno; correvano per le vie; Campo -Marzio ardeva di doppieri; quivi soldati in arme, magistrati -senza insegne, popolo diviso per le sue tribù -gridavano, esser la repubblica approfondata, arditi e -scoperti, come dimenticassero ch'ei v'era padrone. Ma -nulla punse Tiberio quanto l'ardor del popolo verso -Agrippina moglie di Germanico: chi la diceva ornamento -della patria, chi unica reliquia del sangue d'Augusto, -specchio unico d'antichità; e vôlto al cielo e agli -Dei, pregava salvassero que' figliuoli, li lasciassero -sopravivere agli iniqui<a class="tag" id="tag104" href="#note104">[104]</a>. -</p> - -<p> -Tiberio, assicurato, strappò al despotismo la maschera -lasciata da Augusto: tolse al popolo l'eleggere i magistrati -e il sanzionar le leggi, trasferendo questi atti nel -senato, sovvertimento radicale della costituzione romana<a class="tag" id="tag105" href="#note105">[105]</a>, -sebbene già prima i comizj fossero resi illusorj -dacchè a spade non a voci si decideva. Il senato -così divenne legislatore e giudice dei delitti di maestà: -affine poi che neppur esso s'arrischiasse a libere sentenze, -i senatori doveano votare ad alta voce, e presente -l'imperatore o suoi fidati. Per tal passo quell'assemblea, -augusta un tempo, allora si trovò avvilita a -segno che Tiberio medesimo ne prendeva nausea: pure -se ne giovava per gli atti legislativi, davanti ad essa -<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> -proponendo o ventilando leggi, che nessuno osava contraddire. -</p> - -<p> -L'imperatore non era il popolo? adunque la legge -contro chi menomasse la maestà del popolo fu applicata -all'imperatore, e gli offri modo legale a grandi -atrocità e a minute vessazioni. Prima l'applicò a cavalieri -oscuri o ribaldi, pubblicani rapaci, governatori -infedeli, adultere famigerate: e il popolo applause al -severo mantenitore della legge. Ma appena trapelò -l'inclinazione del principe, ecco una fungaja d'accusatori. -I giovani educati a scuola nelle figure retoriche e -in un mondo ideale, insoffrenti di passare alla realtà -dell'avvocatura e alla prosa della vita, eppure avidi -d'adoprare l'abilità imparata per acquistarsi onori, -fama, piaceri, levar rumore di sè, emulare il lusso dei -grandi, correvano, all'usanza antica<a class="tag" id="tag106" href="#note106">[106]</a>, ad accusare -chi primeggiasse per gloria, virtù, ricchezze; sfogo -delle invidie plebee contro l'aristocrazia di averi o di -merito. -</p> - -<p> -Le ire, sopravissute alla libertà, insegnavano mille -tranelli; traevasi appicco dai dissidj delle famiglie; -tenuissime prove bastavano dove così piaceva al padrone; -e ogni fatto, per quanto semplice, traducevasi -in caso di Stato. Tu ti spogliasti o vestisti al cospetto -d'una statua d'Augusto; tu soddisfacesti a un bisogno -del corpo od entrasti in postribolo con un anello o con -una moneta portante l'effigie imperiale; tu in una tragedia -sparlasti di Agamennone; tu hai venduto un -giardino, nel quale sorgeva il simulacro dell'imperatore; -tu interrogavi i Caldei se un giorno potrai -divenir re, e tanto ricco da lastricare d'argento la -via Appia: dunque sei reo di maestà; reo Aulo Cremuzio -Cordo che, nella storia delle guerre civili di -<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> -Roma, intitolò Bruto l'ultimo de' Romani. Cremuzio -nel difendersi diceva: — Sono talmente incolpevole -di fatti, che m'accusano di parole», ed evitò la condanna -col lasciarsi morir di fame: gli edili arsero i -libri di lui, ma il divieto li fece più preziosi e cercati; -ove Tacito esclama: — Ben è folle la tirannia nel credere -che il suo potere d'un momento possa estinguere -nell'avvenire il grido, la memoria. Punito l'ingegno, -ne cresce l'autorità; nè i re che lo punirono, riuscirono -ad altro che a procacciar gloria alle vittime, infamia -a sè»<a class="tag" id="tag107" href="#note107">[107]</a>. -</p> - -<p> -Chi nomina libertà, medita rimettere la repubblica; -chi piange Augusto, riprova Tiberio; che tace, macchina; -chi mostrasi mesto, è scontento; chi allegro, -confida in prossimi mutamenti. Fra straniero o fratello, -fra amico o sconosciuto non mettevasi divario nelle -delazioni; anche i primi del senato le esercitavano o -all'aperta o alla macchia; ben presto si accusò senza -nè timore nè speranza, unicamente perchè era l'andazzo; -furono processate persone, non si sapeva di che, condannate, -non si sapeva perchè. -</p> - -<p> -Appena uno fosse querelato, vedeasi cansato da amici -e da parenti, timorosi d'andare involti nella sua ruina. -Fuggire era impossibile in così vasto impero: la campagna -ridondava di schiavi vendicativi: ognuno agognava -di cogliere il proscritto per salvare se stesso. -Tradotto a senatori complici o tremebondi, ostili fra -di loro, a fronte di quattro o cinque accusatori addestrati -nelle scuole a trovare e ribattere argomenti, ove -nessuno ardiva assumere la difesa, ove la tortura degli -<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> -schiavi suppliva al difetto di prove, il convenuto quale -scampo poteva sperare? pensava dunque a vendicarsi -coll'imputar di complicità gli stessi accusatori o i giudici: -scherma, di cui Tiberio prendeva mirabile sollazzo. -Solo gli facea noja che alcuni si sottraessero al supplizio -e quindi alla confisca coll'uccidersi; onde l'arte scherana -consisteva nel sorprenderli improvvisi. Uno si trafigge -colla spada, e i giudici s'avacciano di darlo al manigoldo: -uno dinanzi ad essi sorbisce il veleno, e senz'altro -vien tradotto alle forche: di Carnuzio che riuscì ad -uccidersi, Tiberio disse, — E' m'è scappato»; a un -altro che il supplicava d'accelerargli il supplizio, — Non -mi sono ancora abbastanza rappattumato con te». -</p> - -<p> -Come doveano andar calpesti gli affetti che serenano -la vita e alleggeriscono la sventura, allorchè in ciascuno -si temeva un traditore! Deboli e paurosi perchè isolati, -piegano alla prepotenza, o cospirano con essa; il senato, -nel quale stavano accolti coloro che poteano far fronte a -Tiberio, glieli consegnava un dopo l'altro, lieto ciascuno -di veder salvo se stesso; e Tiberio viepiù sprezzava una -genìa così abjetta, e prorompeva senza ritegno al sangue. -Il merito divien colpa a' suoi occhi: un architetto -che raddrizza un portico minacciante ruina, è bandito; -uno che sa restaurare un vaso di vetro spezzato, è subito -messo a morte<a class="tag" id="tag108" href="#note108">[108]</a>. -</p> - -<p> -In Roma, per quanto temuto, Tiberio s'ode volta a -volta rimproverare o da un viglietto gettatogli, o dal -teatro col susurro o col silenzio; ora uno che va a morte, -si sfoga in invettive contro di lui, or una spia gli ripete -con troppa fedeltà quel che di lui Roma racconta; poi -lo stomacano le stesse umiliazioni del senato e dei -cortigiani, e vuole in più disimpedita guisa associare i -due elementi del paganesimo, sevizie e voluttà. Amplissima -<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span> -vista di mare, il prospetto della ridente Campania, -e la soave temperie rendono deliziosissima l'isoletta di -Capri, ove in estate l'orezzo marino mantiene la frescura, -in inverno il promontorio di Sorrento ne ripara -i venti impetuosi. Quella scelse per prigione e paradiso <span class="sidenote">(26)</span> -il minaccioso e tremante imperatore: gli scogli vi rendono -disagevole l'approdo; di là potrebbe sorvegliare -i signori che di loro ville popolano la costa Campana -e Pozzuoli e Posilipo. Ivi fabbrica dodici ville, ciascuna -dedicata a un Dio, terme, acquedotti, portici, d'ogni -maniera delizie. Ancor privato indulgeva alla crapula, -sicchè i soldati, invece di <i>Tiberius Claudius Nero</i>, -lo chiamavano <i>Biberius Caldius Mero</i>: allora creò un -sovrantendente dei piaceri; premiò colla questura uno -che vuotò d'un fiato un'anfora, e con ducentomila -sesterzj Anselio Sabino per un dialogo, ove i funghi, i -beccafichi, le ostriche e i tordi si disputavano il primato. -Laide pitture, scene di mostruoso libertinaggio -doveano solleticare lo smidollato vecchio: se i genitori -ricusano offrir le fanciulle alle imperiali lascivie, schiavi -e satelliti le rapiscono: se, brutto, ulceroso, le donne il -prendono a schifo, Saturnino inventa diletti da trascendere -la più lubrica immaginazione. Oscene medaglie -conservarono fin oggi la figura di sue turpi dilettanze; -mentre un grazioso bassorilievo del Museo Borbonico -ce lo rappresenta sopra un cavallo menato da uno -schiavo, con davanti una fanciulla che colla lancia fa -cadere degli aranci: idillio fra le tragedie. -</p> - -<p> -E perchè non gli manchino i piaceri della città, vi -saranno accuse, torture, supplizj; vi saranno sofisti e -grammatici, coi quali disputa del come si chiamasse -Achille mentre stava da donna alla corte di Sciro, chi -fosse la madre di Ecuba, che cosa di solito cantassero -le Sirene, e regola ogni atto suo secondo gl'indicano -gli astri, gli animali, interrogati da Trasillo rodiano. -<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> -I senatori deputati a recargli o richiami od omaggi, -dopo lungo aspettare son rinviati: fin le lettere non -riceve che per mano del suo ministro Elio Sejano, -prefetto de' pretoriani. -</p> - -<p> -Costui, di mezzana condizione, di turpi costumi, di -spirito e corpo vigoroso, erasi traforato nella grazia -di Tiberio col rendergli rilevanti servizj e sleali. Ordì -con esso di perdere Agrippina vedova di Germanico, -la quale col costume severo e coll'amorosa venerazione -verso l'estinto sposo dava ombra all'imperatore. I costei -amici sono un dopo l'uno accusati e morti; ond'essa -vien guardata con una specie d'orrore. Ucciderla però -non ardiva Tiberio: onde uscito di Roma, ronza nella -parte più deliziosa d'Italia; poi restituitosi a Capri, -scrive una lettera ambigua al senato, imputando colei -d'orgoglio, i suoi figli d'impudicizia. Il senato vede la -mina contro la casa di Germanico, ma è rattenuto dal -favore del popolo per questa. Quand'ecco da Capri -giungono rimproveri perchè non s'abbia verun riguardo -alla sicurezza dell'imperatore e dell'impero; e tosto -Nerone è esigliato, Druso messo prigione <span class="sidenote">(30)</span>, nè tardarono -a morire. Agrippina confinata nell'isola Pandataria, -dissero si fece poco poi ammazzare; e Tiberio si lodò -al senato di clemenza per non averla fatta esporre alle -gemonie. -</p> - -<p> -Snidatone Tiberio, Sejano governò Roma a sua posta. -Rese importante il comando de' pretoriani, ai quali, -col raccorli in un campo solo sotto Roma, attribuì -pericolosissima potenza. Disponendo a suo arbitrio delle -cariche, poteva acquistarsi amici: colla promessa di -sposarle, traeva principali donne ad ajutare il suo -ingrandimento, e scoprire i segreti de' mariti: Tiberio -stesso lo chiamava il consorte di sue fatiche, lasciava -effigiarlo sulle bandiere, e bruciar vittime quotidiane -sulle are di esso. -<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> -</p> - -<p> -Non contento del dominio, Sejano vuole anche le -apparenze; e poichè fra lui e l'impero si frapponea -Druso figlio di Tiberio e di Vipsania, seduce la costui -moglie Livilla e glielo fa avvelenare, poi chiede a Tiberio -la mano di essa. Da quel punto diviene presuntivo erede; -in conseguenza Tiberio lo teme, in conseguenza lo odia. -Ma come abbatterlo se ha tutto l'impero in mano? -Tiberio comincia ad elevargli a fronte Cajo Cesare Caligola, -prediletto dal popolo e dai soldati perchè figlio di -Germanico; poi manda secretamente al senato Macrone <span class="sidenote">(31)</span>, -colonnello dei pretoriani, con lettera nella quale sul -principio getta qualche lamento contro di Sejano, poi -parla d'altro; torna alle querele, indi divaga; si rifà -sopra Sejano con parole sempre più acerbe; ordina -sieno condannati a morte due senatori, intimi del ministro; -e mentre questi stordito non osa proferir parola -a loro scampo, ode chiudersi la lettera col comando -ch'e' sia arrestato. Detto fatto, gli amici lo abbandonano; -pretori e tribuni gli recidono la fuga; il popolo, -partigiano d'Agrippina e vindice de' figli di Germanico, -lo insulta allorchè il console lo mena al carcere; e -mentre, se fosse riuscito, avrebbe avuto adorazioni, -vede dappertutto abbattersi le sue statue, e il senato -decretarlo al supplizio<a class="tag" id="tag109" href="#note109">[109]</a>. -</p> - -<p> -Tiberio, che peritavasi sull'esito di questo gravissimo -colpo di Stato, non aveva ommesso veruna precauzione; -teneva vascelli sull'àncora per fuggire, spiava d'in vetta -agli scogli i concertati segnali; tanto temeva che il gelo -dell'egoismo non si squagliasse un istante. Ma al cessare -della potenza era cessato il favore al dio, al futuro -<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> -imperatore; i pretoriani, invece di difenderlo, si buttano -a saccheggiar Roma; il popolo si svelenisce sul -cadavere esecrato del nemico del popolo; quanti amici -aveva egli avuto, sono perseguitati, vuotate dal boja le -prigioni ov'erano accumulati i complici del ministro, -messi a orribile carnificina i suoi figli; e perchè la -legge vietava il supplizio delle vergini, una sua figliuolina -fu data prima al carnefice da violare. -</p> - -<p> -I sudditi, propensi sempre ad attribuire ai ministri -le colpe de' regnanti, persuadevansi che Sejano fosse -la sola causa dei delitti di Tiberio, e che, morto lui, il -principe si mitigherebbe; al contrario, Tiberio diventa -più sitibondo di sangue: ciascun senatore, per salvar -sè, corre ad accusargli un complice del caduto; sicchè -egli non discerne tra amici e nemici, tra fatti recenti -e inveterati; sprezza e teme il senato, e ogni giorno -un nuovo membro ne recide; teme i governatori, e a -molti, dopo nominati, impedisce di recarsi alle provincie, -rimaste così senz'amministrazione; teme le memorie, -e molti fa uccidere perchè compassionevoli -(<i>ob lacrymas</i>); teme gli avvenire, e fanciulli di nove -anni manda al supplizio. Le più assurde cagioni portano -condanna: ad uno appose l'amicizia di un suo antenato -con Pompeo; ad un altro, onori divini attribuiti dai -Greci al bisavolo di lui: un nano che il divertiva a -tavola gli domanda, — Perchè vive ancora Paconio -reo d'alto tradimento?» e Paconio poco dipoi è -morto. La storia di quegli anni può dirsi il registro -mortuario delle famiglie illustri, e notavasi come cosa -rara il personaggio che morisse a suo letto: una volta -Tiberio mandò scannare tutti gl'imprigionati per l'affare -di Sejano, senza divario d'età, sesso o condizione; i -mutili loro corpi giacquero più giorni per le vie -sotto la custodia dei carnefici che denunziavano chi si -dolesse. -<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> -</p> - -<p> -Or tremendamente sardonico, or tremendamente -serio, voleva essere adulato, eppure sprezzava gli adulatori; -sicchè diventava pericolo fin la vigliaccheria. -Voconio propose che venti senatori per turno gli facessero -la guardia qualvolta entrasse in senato; e toccò -le beffe dell'imperatore, troppo alieno dal concedere -armi ai senatori, i quali anzi volea fossero frugati -all'entrare. Al suo ventesimo anno i consoli decretano -solennità, ringraziamenti, voti: Tiberio dice che con ciò -vogliono far intendere che gli prorogano per un altro -decennio la sovranità, e li fa mettere a morte. -</p> - -<p> -Un animo sospettoso e severo può d'assai peggiorare -invecchiando fra l'aspetto della universale vigliaccheria -e delle reciproche malevolenze, e fra le sordide adulazioni -che mascherano il rancore e la trama. Pure, tanta -frenesia di crudeltà, sottentrata alla severa ma giusta -onestà de' primi anni di Tiberio, tiene perplesso lo storico, -il quale abbia deplorato, anche ai proprj giorni, -quella menzogna che svisa i fatti meglio conosciuti, e -quella credulità che accetta i meno fondati. -</p> - -<p> -Almeno per consolazione dell'umanità sappiasi che -costui aveva la coscienza de' proprj misfatti e dell'orrore -che ispirava, onde scriveva al senato: — S'io so -che cosa dirvi, gli Dei e le Dee mi facciano perire ancor -più crudelmente di quel che mi senta perire ogni -giorno». Ma non che ridursi al meglio, ripeteva: — M'aborrano, -purchè m'obbediscano», e precipitava -in eccessi, che non solo scrivere, ma nè possono tampoco -immaginarsi. -</p> - -<p> -Qualora però trovasse resistenza, piegava. Marco -Terenzio, accusato della benevolenza di Sejano, disse -in senato: — Dell'amicizia con esso ci assolverà la -ragione che assolve Cesare d'averlo avuto genero e -confidente»; e Cesare lo mandò giustificato. Getulio -generale, imputato di aver voluto dare nuora sua figlia -<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> -a Sejano, risponde a Tiberio: — M'ingannai io, ma -anche tu. Io ti sarò fedele, se non m'offendono; se -ricevessi lo scambio, mi crederei minacciato di morte, -e saprei ripararla. Accordiamoci: tu resta padrone di -tutto; a me lascia la mia provincia». Così poteva -scrivere un generale a quello che faceva tremar Roma -e il mondo. -</p> - -<p> -Imperocchè non era egli robusto per amministrazione -salda e compatta, ma per la disunione degli altri; -potentissimo dove arrivavano i suoi carnefici, poco -valea di lontano; chiunque fosse insorto intrepidamente -fra lo sgomento universale, era certo d'abbatterlo. Lo -sentiva Tiberio, e di qui la diffidenza, motrice sua prima. -Mentre gira per Italia, ode che alcuni da lui accusati -furono rimandati dal senato senza tampoco interrogarli, -crede compromessa l'autorità sua e la vita, vuol ritornare -a Capri, ma tra via muore <span class="sidenote">(37)</span>. Roma sulle prime la -dubitò arte di spie; accertata, esultò, quasi il cadere di -lui restituisse la libertà. Eppure egli tiranneggiava -anche postumo, e trovandosi in Roma de' prigionieri, -che, secondo un consulto del senato, non si potevano -strozzare che dieci giorni dopo la condanna, nè essendovi -ancora il successore che li potesse assolvere, i -manigoldi li strangolarono per seguire la legalità. -</p> - -<p> -Tiberio finì di demolire le barriere al despotismo; -indocilì senato e popolo agli assurdi talenti del dominatore; -spense i sentimenti che formano la dignità -dell'uomo e del cittadino; pervertì la coscienza pubblica, -che, dopo caduto ogni altro sostegno, mantiene -e reintegra gli Stati; coll'uccidere i migliori, col contaminare -i rimasti, col mostrare che il senato e il -popolo potevano spingere la viltà e la paura fino ad -adorare chi dispensava l'oltraggio e la morte, attestò -che nessuna forza morale esisteva più, che tutto poteva -la materiale. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> -</p> - -<h2 id="cap33">CAPITOLO XXXIII. -<span class="smaller">Un imperatore pazzo, uno imbecille, uno artista.</span></h2> -</div> - -<p> -La desolazione che il popolo e l'esercito aveano provata -alla morte di Germanico, s'era risolta in fervoroso -amore pel fanciullo di lui Cajo Cesare: i soldati ne -folleggiavano, tenevanlo a giocare tra loro, e dalle -scarpe militari con cui lo calzavano (<i>caliga</i>) gl'imposero -il soprannome di Caligola. Tale affetto sarebbe -bastato perchè Tiberio volesse mal di morte al nipote; -ma il garzoncello, non che lamentarsi della condanna -di sua madre e dell'esiglio de' fratelli, evitò le insidie -e attutì la gelosia dello zio con sì profonda dissimulazione, -che l'oratore Passieno ebbe a dire, non esservi -mai stato migliore schiavo nè peggior padrone di costui. -Per via poi della moglie di Macrone, abbandonatagli -da questo per le lontane speranze, Caligola rientrò nella -grazia di Tiberio, che in testamento il domandò erede -dell'impero. -</p> - -<p> -All'accortissimo costui sguardo non era sfuggito che -Caligola avrebbe tutti i vizj di Silla e nessuna delle sue -virtù; e disse: — Quest'è un serpente che nutro pel -genere umano»; poi vedendolo un giorno rissare con -Tiberio, figlio di suo figlio Druso, non senza lacrime -esclamò: — Tu lo ucciderai, ma un altro ucciderà te»; -indovinamenti tratti non da contemplazione di stelle, -ma da conoscenza degli uomini e dei tempi. -</p> - -<p> -Il giovane imperatore accorso a Roma, è ricevuto -dal popolo, che lo acclama suo bambolo, alunno suo, -suo pulcino, sua stella<a class="tag" id="tag110" href="#note110">[110]</a>; e dal senato, che ripiglia -la sua potenza col cassare il testamento del defunto che -<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> -aveagli associato il giovane Tiberio. Egli recita l'elogio -del predecessore con parole poche e assai lacrime; -deroga le azioni di lesa maestà, brucia i processi iniziati, -permette i libri proibiti da Tiberio; denunziatagli -una congiura, non vi dà retta, dicendo — Nulla feci da -rendermi odioso»; mostra voler restituire al popolo -le elezioni, appena nel creda capace; vuol pubblicati i -conti dello Stato; cresce il numero de' cavalieri, scegliendoli -accuratamente; va a raccorre le ceneri della -madre Agrippina e dei fratelli per riporle nel mausoleo -d'Augusto, talchè si concilia tutti i cuori: e in feste -universali, inni, tripudj, sacrifizj, vacanza da affari, si -gode una di quelle illusioni, a cui Roma e in antico e -in moderno sempre eccessivamente si abbandonò, per -lagnarsi poi al domani che sia svanito il castello da essa -medesima fabbricato colla nebbia. -</p> - -<p> -Il povero orfanello epilettico, balocco de' soldati, -tremante ad ogni occhiata dello zio, quando si sentì -padrone del mondo, quando, in una sua malattia, vide -sacrificarsi censessantamila vittime agli Dei perchè lo -risanassero, divenne pazzo d'orgoglio, di sangue, di -brutalità; quasi accinto a mostrare a qual bassezza fossero -gli uomini nel momento più splendido dell'antichità. -Ripristina i processi di maestà, facendoli spicciativi, -e dì per dì <i>ragguagliando i conti</i>, cioè spuntando -sulla lista quelli da uccidere. Al giovane Tiberio, che -erasi munito di controveleni, mandò l'invito di uccidersi; -lo mandò a Silano suo suocero; lo mandò a -Macrone, antico suo confidente che lo rimbrottava di -far da buffone a tavola ed al teatro. Ad un esule richiamato -domanda: — Che pensavi tu in esiglio? — Facevo -voti per la morte di Tiberio e pel tuo regno» -risponde il piacentiere; e Caligola riflette: — Gli esigliati -da me desiderano dunque la mia morte»; e -per siffatta logica, ordina siano tutti uccisi. -<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> -</p> - -<p> -Due uomini aveano votato la propria vita per la -guarigione di lui; ed egli risanato dice che accetta, e -l'uno fa dare a' gladiatori, l'altro dirupare, incoronato -come le vittime. Combattendo da gladiatore, l'antagonista -per adularlo gli cade a' piedi confessandosi vinto, -ed egli lo scanna. Un'altra volta sedendo a banchetto -co' due consoli, prorompe in risa smascellate, e chiesto -del perchè, — Perchè penso che ad un cenno posso -farvi decollare entrambi». Immolandosi all'altare, egli -compare da sacerdote, e brandita l'ascia, invece della -bestia percuote il vittimario. In quell'ingordigia di -sangue, fa gettare alle fiere gladiatori vecchi e infermi; -se no, qualcuno degli spettatori: visita le carceri, e -colpevoli o no, designa chi dar alle belve, essendo la -carne troppo cara; strappate prima le lingue acciò nol -molestino colle grida. -</p> - -<p> -Durante i pasti, faceva mettere alcuno alla tortura; -e se non v'erano rei, il primo che capitasse; e voleva -che gli uccisi s'accorgessero di morire. Obbligava i -padri ad assistere ai supplizj de' figliuoli; ed allegando -uno di trovarsi infermo, gli mandò la propria lettiga: -poi que' padri stessi la notte seguente mandava a scannare. -Fece imprigionare un tal Pastore, solo perchè -bel giovine; ed essendo il costui padre, cavalier romano, -venuto a supplicarlo per esso, Caligola ordinò fosse il -garzone immediatamente ucciso, il padre venisse a -pranzo con lui, e se mostrasse dolore manderebbe -uccidergli anche l'altro figliuolo. Il senato più non -sapea con quali viltà ammansarlo; gli decretò nella -curia un trono tant'alto che nessuno vi potesse arrivare, -e guardie all'intorno; guardie perfino alle sue statue; -ed essendo Scribonio Proculo indicato come avverso -all'imperatore, i senatori se gli avventarono, e cogli -stiletti da scrivere l'uccisero. -</p> - -<p> -Talvolta sospende le sevizie per farsi letterato, e -<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> -all'ara d'Augusto in Lione stabilisce concorsi di greco -e latino, ne' quali il vinto dovea pagare il premio e -scrivere l'elogio del vincitore; e chi presentasse un -lavoro indegno, cancellarlo colla spugna o colla lingua; -se no, mazzerato nel Rodano. Avendogli Domizio Afro -eretta una statua coll'iscrizione <i>A Cajo Cesare console -per la seconda volta a ventisette anni</i>, Caligola pretese -che con ciò gli rinfacciasse l'età non legale; onde -l'accusò in senato con elaborata arringa. Domizio, -fingendosi men tocco dal proprio pericolo che dall'eloquenza -dell'imperatore, prende a dar rilievo alle stupende -cose dette dall'imperatore, confessandosi inetto -a rispondere a tanta eloquenza; e fu modo sicuro di -farsi assolvere. -</p> - -<p> -Perocchè il primeggiare in tutto è il suo farnetico: -Livio, Virgilio, Omero gli destano gelosia, e li bistratta -e proscrive: proscrive alcuni, soltanto perchè di antica -nobiltà: i Torquati più non portino il monile, trofeo -di lor famiglia; nè i discendenti di Pompeo il soprannome -di Magno: vede un de' Cincinnati colla zazzera -ricciuta da cui aveano tratto il nome? lo fa prima -zucconare, poi morire. Egli gladiatore, egli cantarino, -egli cocchiere; al teatro accompagna le arie degli attori, -e ne appunta i gesti; una notte manda a chiamare in -diligenza tre senatori, e venuti tremando, sale in palco, -fa due capriole, e riscossone l'applauso, li rinvia. Anche -conquistatore vuol essere; e mentre fa una rassegna sulle -tranquille rive del Reno, decreta una correria per le -terre germaniche; ma non sì tosto vi pone piede, fugge -con sì precipitosa paura, che impedendolo i carri, bisogna -toglierlo sulle braccia de' soldati, e d'uno in altro ridurlo -in salvo. Eppure volle menarne trionfo; e presi alquanti -Germani suoi mercenarj, e scelti nella Gallia fra' nobili -e plebei gli uomini di statura più trionfale<a class="tag" id="tag111" href="#note111">[111]</a>, gli -<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> -acconcia alla germanica, e spedisce a Roma ad aspettare -la solennità della sua ovazione. -</p> - -<p> -Roma, che l'avrebbe ucciso se avesse voluto esser -re, l'adorò quando volle esser dio: il senato affrettossi -d'erigergli tempj, fu ambito il suo sacerdozio, moltiplicati -i sacrifizj di pavoni, fagiani, galli d'India. Elegge -Castore e Polluce a portinaj; una teoria lo accompagna; -di notte (non più di tre ore dormiva) sorge ad amoreggiare -la luna, invitandola a' suoi amplessi; or mostrasi -da Ercole, or da Mercurio, da Venere perfino, -più spesso da Giove sopra una macchina che tuona. -Natagli una bambina, la porta a tutti gli Dei, poscia -l'affida a Minerva: povera bambina, da cui gli Dei -padrini non istorneranno le conseguenze delle follie -paterne! -</p> - -<p> -Furibondo nell'affetto non men che nell'odio, amò -il suo cavallo Incitato, cui dispose scuderie di marmo, -mangiatoje d'avorio, cavezze a perle, copertine di porpora, -e un intendente, paggi assai, fin un segretario: -talvolta i consolari erano invitati a pranzar col cavallo, -talaltra il cavallo era convitato dall'imperatore, che gli -serviva avena dorata e vin del migliore: la notte precedente -al giorno che Incitato doveva uscire, i pretoriani -vigilavano che nessun rumore ne turbasse i sonni: -lo aggregò al collegio de' sacerdoti suoi; lo designava -console per l'anno vegnente. Amò il tragedo Apelle, e -se lo fece intimo consigliere: amò Citico guidator di -cocchi al circo, e in un'orgia gli regalò quattrocentomila -lire: amò il mimo Mnestero, e al teatro l'accarezzava, -e di propria mano flagellava chi col minimo -zitto ne turbasse le recite. Non parendo stargli abbastanza -attento un cavalier romano, lo manda con lettere -a Tolomeo re di Mauritania; l'atterrito va, passa i mari, -si presenta all'Africano, il quale aperta la lettera, vi -trova scritto: — A costui non fare nè ben nè male». -<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> -</p> - -<p> -Amò una donna, e carezzandole il capo diceva: — Lo -trovo tanto più bello quando penso che ad un -cenno posso fartelo balzare». Amò Cesonia moglie sua -nè giovane nè bella nè onorata, ma che l'aveva affascinato -con mostruosa lubricità; la mostrava agli amici -nuda, ai soldati a cavallo con elmo e clamide; e in un -accesso d'amor sanguinario le diceva: — Per entro le -viscere tue, come in quelle d'una vittima, vo' cercar -la ragione del bene che ti porto». Amò tutte le sue -sorelle come mogli, e principalmente Drusilla: morta -la quale, ordinò non si giurasse che per lei; un senatore -protestò averla veduta ascendere all'Olimpo; e tutti i -Romani in lutto non potevano ridere, non lavarsi, non -pranzar colla moglie e coi figli, o morte. Fra tanto -squallore Caligola giunge alla città, e — Perchè piangere -una dea?» esclama, e punisce del pari i costernati -e gli esultanti. Così all'anniversario della battaglia -di Azio, discendendo egli per madre da Augusto, per -l'ava da Antonio, trovò felloni e quei che esultavano e -quei che gemevano. -</p> - -<p> -Amò anche la plebe al modo suo, e le dava spettacoli -e largizioni di non più veduta suntuosità: lamentavasi -che nessuna grande calamità succedesse, per -potersi mostrar generoso. Una volta fa raccorre al -teatro quel vulgo suo diletto, indi levar improvvisamente -il velario, lasciandolo esposto al sollione: un'altra gli -getta denari e viveri, e miste fra quelli delle lame affilate: -un'altra ancora, quando fu ben pieno il circo, li fa -cacciare a furia, talchè molti periscono schiacciati. Il -vulgo indispettito non s'affolla più a' suoi spettacoli, ed -egli chiude i pubblici granaj per affamarlo. Un giorno -che gli applausi non sonavano quanto il suo desiderio, -proruppe: — Deh avesse il popolo romano una testa -sola, per reciderla d'un colpo!» -</p> - -<p> -E avrebbe potuto farlo, egli che ripeteva, — Ricordati -<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> -che tutto io posso e contro tutti; io solo padrone, -io solo re»<a class="tag" id="tag112" href="#note112">[112]</a>. Talora gli brillavano per la pazza fantasia -concetti grandiosi: trasferire la sede dell'impero -ad Anzio o ad Alessandria, appena uccisi i senatori e i -cavalieri principali, che avea già notati sopra due liste, -l'una intestata <i>spada</i>, l'altra <i>pugnale</i>; tagliare l'istmo -di Corinto; fabbricare una città sul più elevato vertice -delle Alpi: erge una villa? sia dove il mare è più fondo -e tempestoso, dove più scabra la montagna; e quivi si -preparino bagni di profumi, vivande le più squisite, e -si stemprino le perle: poi costeggia la deliziosa Campania -in barche di cedro, ove e sale e terme e vigne, -e le poppe sfolgoranti di gemme. Ogni cosa insomma -esca dall'ordinario. -</p> - -<p> -— Sarai re quando potrai galoppare sul golfo di -Baja», gli aveano detto per un impossibile; ed egli -volle poterlo. Raccolgonsi vascelli e navi da formare -la lunghezza di quattro miglia, e sovr'essi spianasi la -strada, con terra e sabbia ed alberi e ruscelli ed osterie. -Quel forsennato la scorre tra una folla immensa, poi -la notte fa splendida luminaria, vantandosi d'aver passeggiato -il mare più veramente che Serse, e convertito -la notte in giorno; e acciocchè allo spettacolo non -manchi il sangue, fa cogliere alla ventura alcuni degli -accorsi, e gettar alle onde. Intanto Roma affama, priva -delle navi che sogliono portarle l'annona. -</p> - -<p> -In un pranzo sciupò due milioni; in un anno diede -fondo a cinquecentoventisei milioni raccolti da Tiberio. -Per rifarsene pone accatti su tutto, poi multe a chi li -froda; e per moltiplicare le trasgressioni, pubblica le -leggi col maggior segreto, e in caratteri sì minuti da -non potersi leggere. Quando gli nasce una figlia, e' -limosina: a gennajo vuol le strenne, ed egli in persona -<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> -le raccoglie, misurando la devozione dalla generosità: -trae fin lucro dal mantenere un postribolo. A Lione -fece portare quantità di mobili, e vendere all'asta, presedendo -egli stesso e lodandoli: — Questo era di Germanico -mio padre; questo m'è venuto da Agrippa; -quel vaso egizio fu d'Antonio, ed Augusto acquistollo -ad Azio»; e ne concludeva enormi prezzi. Avendo le -tante confische svilito i beni fondi, egli si mette a incantarli -in persona, ed assegna i prezzi e il compratore: -dal che taluni si trovano ridotti a mendicare, altri -escono per uccidersi. Si facea mettere ne' testamenti -de' ricchi, ai quali poi, se tardavano a morire, mandava -de' manicaretti di sua cucina. Giocando un giorno ai -dadi con disdetta, chiede il catasto della provincia gallica, -designa a morte alcuni de' più larghi possessori, -e dice ai compagni: — Voi mi vincete a spizzico; io -ad un tiro guadagnai cencinquanta milioni». -</p> - -<p> -Cassio Cherea, tribuno de' pretoriani <span class="sidenote">(41)</span>, memore dell'antica -dignità romana, o nojato delle ribalde celie -usategli da Caligola, congiurò con altri pretoriani, i -quali vedevano in pericolo continuo la vita loro se non -troncassero quella dell'imperatore; e lo scannarono. -Cesonia, moglie sua, stette colla bambina presso al -cadavere del marito; e quando avventaronsi anche a -lei, offrì il petto ignudo, chiedendo facessero presto. -</p> - -<p> -I soldati partecipi delle sue rapine, massime i mercenarj -germani; le donnacce e i garzoni cui fruttava -quella sconsigliata prodigalità; i tanti che, nulla possedendo, -nulla temevano; gli schiavi ch'egli allettava a -denunziare i padroni e arricchirsi delle spoglie loro, -compiangono Caligola, e per vendicarlo tagliano teste -e le recano in trionfo, dicendo falsa la nuova della sua -morte. Accertatine però, e che nulla più resta a sperarne, -cambiano stile, e gridano la libertà: libertà è la -parola d'ordine data dal senato, che, maledetto il nome -<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> -di Caligola, dopo settant'anni di avvilimento pensa a -ripristinare la repubblica, armando gli schiavi, esercito -grosso e formidabile. Ma potevano persistere in generosa -volontà quei padri, dalle proscrizioni decimati, -dalle confische impoveriti, diffamati dalle adulazioni? -E i pretoriani volevano non libertà, ma chi avesse -bisogno del braccio loro; un imperatore, poco importa -chi e qual fosse. Intanto saccheggiano il palazzo; e tra -il fare, vedono di sotto la cortina d'un nascondiglio -sporgere due piedi, e scoprendo trovano un figurone -grasso e vecchio, che gettasi a' piedi loro, chiedendo -misericordia. -</p> - -<p> -Era Tiberio Claudio, fratello di Germanico, e zio e -trastullo di Caligola, uomo sui cinquant'anni, mezzo -imbambito, alquanto letterato, e nemico de' rumori. -I pretoriani l'acclamano imperatore, e se lo portano al -loro campo; lo acclama il popolo, lo acclamano i soldati, -i gladiatori, i marinaj. Cherea ebbe un bel ricordare la -maestà del senato, l'imbecillità di Claudio, la dolcezza -del vivere repubblicano: nessuno voleva esser libero -se non coloro che avrebbero tiranneggiato a nome della -libertà. Claudio bandì intera perdonanza; solo Cherea, -immolato all'ombra di Caligola, domandò d'esser decollato -colla spada onde avea trafitto il tiranno, e morì da -antico repubblicano. Il popolo l'ammirò, gli chiese -perdono dell'ingratitudine, gli fece libagioni, poi si -volse a corteggiare e adorar Claudio. -</p> - -<p> -Costui era il balocco di casa Giulia. A lui nulla degli -onori e de' sacerdozj che fioccavano ai figli imperiali -appena adolescenti: per maestro gli diedero un palafreniere: -sua ava Livia non gli drizzò mai la parola, -ma gli scriveva viglietti asciutti o prediche severe: sua -madre diceva — Bestia come il mio Claudio»: Augusto -lo chiamava — Quel poveretto (<i>misellus</i>)», e tutto -cuore com'era pei nipoti, scriveva: — Bisogna prendervi -<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> -sopra alcun partito; se è sano di facoltà, trattarlo -come suo fratello; se scemo, badare non si facciano -scene di lui e di noi: può presedere al banchetto dei -pontefici, mettendogli a fianco suo cugino Sillano che -lo rattenga dal dire scempiaggini: al circo non sieda -sul pulvinare, perchè darebbe troppo nell'occhio. L'inviterò -a pranzo tutti i giorni; ma non si mostri così -distratto: scelga un amico, di cui imitare gli atti, il -vestimento, l'andare». Meno amorevoli gli altri, ne -pigliavano spasso: giungeva tardo a cena? doveva -correre innanzi indietro pel triclinio prima di trovarsi -un posto; sopra mangiare addormentavasi? gli scoccavano -ossi di datteri e d'ulivo, gli mettevano le scarpe -sulle mani, per vederne l'attonitaggine e il dispetto -quando si destasse. -</p> - -<p> -Ignorante però non era, ed Augusto, udendolo declamare, -ebbe a meravigliarsi che, parlando sì male, -scrivesse sì bene: ad esporre le guerre civili fu consigliato -da Tito Livio, ma dissuaso dalla madre e dall'ava: -amava i classici, studiava il greco, volle introdurre tre -lettere nuove (<i>V. Appendice I</i>), che durarono quanto -lui: sapeva delle antichità romane più che Livio stesso: -dettò anche la storia degli Etruschi, che, se ci fosse -rimasta, avrebbe risparmiato tanto fantasticare ai -nostri contemporanei. Ma non che la sua dottrina gli -acquistasse dignità, mettevangli attorno soltanto donne, -buffoni, liberti, la spazzatura della casa; perchè (colpa -enorme) non era ricco. Augusto gli lasciò soltanto -ottocentomila sesterzj: chiesti onori a Tiberio, n'ebbe -quaranta monete d'oro da comprar ninnoli alla festa -de' Saturnali: venuto al trono Caligola, Claudio per la -paura comprò la dignità di sacerdote del dio nipote -per otto milioni di sesterzi, e perchè non li pagava, -vide messi all'asta i suoi beni. Eppure la fortuna sel -teneva in petto. -<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> -</p> - -<p> -Balestrato al trono da questa, e da una Roma che -voleva un capo ed era pronta ad obbedirne ogni volontà, -Claudio sulle prime si prestò modestissimo coi -senatori, non voleva essere adorato, abrogò la tortura -dei liberi ne' casi di Stato, vietò ai sacerdoti gallici i -sacrifizj umani, migliorò la condizione degli schiavi, -dichiarando liberi quelli che per malattia fossero dai -padroni abbandonati nell'isola d'Esculapio; e perchè -i padroni presero lo spediente di ucciderli, Claudio -gl'imputò d'omicidio. Ma ben presto messosi in mano -di chi lo dispensasse dal volere e dal pensare, per fiacchezza -commise tanti delitti, quanti Tiberio per atrocità, -e Caligola per frenesia. Padroni del padrone del -mondo erano Palla, Narcisso, Felice, Polibio, Arpocrate, -Posideo, ballerini, cinedi e simili lordure; e Messalina -Valeria moglie sua. A quelli ricorrevano privati, città, -re, volendo Claudio che i loro comandi avessero forza -quanto i suoi; adoperavano il sigillo e la firma di esso -per disporre di potenza, oro, teste. Se talora egli usava -del proprio senno, essi disfacevano; alteravano e sopprimevano -i suoi decreti, o vi mutavano i nomi; prendeansi -spasso di fargli fare il preciso contrario di quelli. -Un centurione viene a dire a Cesare d'avere, secondo -l'ordine suo, ucciso un senatore, «Io non l'ordinai -(esclama egli), ma il fatto è fatto», e si volge ad altro. -Un liberto entra a pregarlo di concedere la scelta della -morte ad Asiatico, ch'egli non condannò. Talora vedendo -tardare qualche convitato, manda a sollecitarlo; -e gli si risponde che l'ha fatto uccidere quella mattina. -Andando ai soliti esercizj al Campo Marzio, vede disporsi -il rogo per bruciare uno ch'egli non ha sentenziato; -ed esercita la sua autorità col far rimovere la -catasta perchè le vampe non pregiudichino al fogliame. -</p> - -<p> -Chi non voleva largheggiare con Palla, non lussuriare -con Messalina, era involto nell'accusa solita di lesa -<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> -maestà; per la quale perirono trentacinque senatori e -meglio di trecento cavalieri. Lauto mestiere tornarono -lo spionaggio, l'accusa, la difesa. I giudizj erano uno -de' trattenimenti di Claudio; v'era continuo, e talora -dava sentenze sensate, talora insulse, sovente espresse -con versi di Omero, sua delizia; per lo più dava ragione -ai presenti e all'ultimo che parlava. In una causa di -falso, avendo un assistente esclamato che il reo meritava -la morte, l'imperatore mandò pel manigoldo; in -un'altra, ricusando una donna di riconoscere un figlio, -e le ragioni essendo molto bilanciate, l'imperatore le -intima di riceverlo o per figlio o per marito. Più spesso -addormentavasi in mezzo al frastuono della discussione, -e svegliandosi proferiva: — Do vinta la causa a chi ha -più ragione». -</p> - -<p> -E qui pure erano le celie: or lo chiamavano indietro -dopo levata l'adunanza, ora la prolungavano tenendolo -pel manto; un litigante lo lascia domandare a lungo il -testimonio prima di dirgli che è morto; gli si denunzia -come povero un cavaliere ricco sfondolato, come celibe -uno che aveva una nidiata di ragazzi, d'essersi ferito -volontariamente uno che non aveva tampoco una scalfittura. -Un tale gli gridò, — Tutti ti conoscono per un -vecchio barbogio»; un altro gli avventò le tavolette e -lo stilo. -</p> - -<p> -Per erudizione risuscita leggi antiche, i riti feciali, le -ordinanze sul celibato: vuol ripristinare la censura, -disusata dopo Augusto, quasi fosse possibile indagar la -vita privata di seicento senatori, almen diecimila cavalieri -e sette milioni di cittadini: indi prodiga decreti, -fin sulle più minute pratiche; uno perchè s'impecino -bene le botti; uno perchè s'adoperi il succo del tasso -contro il morso della vipera. Legge in senato un editto -per reprimere la sfrenatezza delle dame nell'abbandonarsi -agli schiavi; e levatosi un applauso concorde, -<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> -l'ingenuo Cesare dice: — Mi fu suggerito da Palla», -quel suo liberto e padrone. A Palla dunque il senato -decreta l'ammirazione, le grazie e trecentomila lire: -ma costui ricusa la somma, accontentandosi della sua -povertà; e il senato promulga un editto per immortalare -il disinteresse d'un liberto che s'era fatti sessanta milioni. -Anche Narcisso erasi trarricchito; onde a Claudio, che -lagnavasi di scarso denaro, fu detto: — Ne troverai a -ribocco sol che tu faccia a metà co' tuoi liberti». -</p> - -<p> -Altra passione di Claudio fu il giuoco, e avea sin -tavole per giocare in viaggio senza che i pezzi si spostassero. -Da buon romano, amava anch'egli il sangue; -voleva i supplizj al modo ch'egli avea letti nelle storie; -durava giornate intere ad osservare i gladiatori, e se -ne mancassero, costringeva a combattere chi primo -capitava. Ma se fra le cause o le commedie o le arringhe -sente odore delle vivande cucinate dai sacerdoti, -nulla più lo rattiene, corre, divora; poi si fa imbandire -immensi piatti in immense sale, convitando fin seicento -persone; s'empie a gola, indi vomita, e si rimpinza, e -rivomita; e medita fare un decreto perchè la buona -creanza non metta a pericolo la salute<a class="tag" id="tag113" href="#note113">[113]</a>. -</p> - -<p> -Pure condusse fabbriche insigni; il porto in faccia -ad Ostia con un faro simile a quel d'Alessandria; opera -delle più utili e meravigliose degl'imperatori è il suo -acquedotto, che costò undici milioni, e a conservarlo -furono deputate quattrocentosessanta persone. Piantò -<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> -anche colonie nella Cappadocia e nella Fenicia e sull'Eufrate, -e ricevette ambasciadori fino da Seilan: in -Africa con una larga strada mise la provincia in comunicazione -colla Mauritania, e ne aprì una nuova in -Inghilterra. Dopo che trentamila operaj ebbero lavorato -undici anni a travasare il lago Fucino nel Liri, per -inaugurare quest'operazione dispose un combattimento -navale di diciannovemila condannati. Questi, passandogli -davanti, esclamano secondo il costume: — I morituri -ti salutano»; e il cortese imperatore risponde: — State -sani»; onde quelli credendosi graziati, negano di più -uccidersi; ma egli strepita, smania, minaccia, finchè li -persuade ad ammazzarsi tra di loro. -</p> - -<p> -Messalina frattanto divulgasi su' postriboli, stancata, -non sazia mai<a class="tag" id="tag114" href="#note114">[114]</a>. Con pompa recavasi agli abbracciamenti -di un tal Publio Silio; e dandole pel sozzo genio -l'infamia di sposare un doppio marito, celebrò con -costui solenni nozze, con dote, testimoni, auspizj, vittime, -e il talamo preparato al pubblico cospetto. Claudio -soscrisse il contratto nuziale, credendolo un talismano -per istornare non so che malurie de' Caldei: ma quando -i liberti e le bagascie lo informano del vero, si sgomenta, -e va chiedendo se imperatore sia ancora desso -o Silio. Per sottrarsi al pericolo che gli descrivono -imminente, si lascia indurre a cedere per un giorno il -comando a Narcisso: questi lo porta a Roma, ove i -soldati invocano vendetta, non perchè ad essi caglia -dell'onore di lui, ma per farne lor pro; onde si moltiplicano -i supplizj e Messalina stessa è uccisa. Quando -l'imperatore l'udì morta, non chiese il come; e dopo -alcuni giorni, mettendosi a tavola, domandò — Chè -non viene Messalina?» -<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> -</p> - -<p> -Allora volle sposare la nipote Agrippina, vedova di -Domizio Enobarbo; e benchè la legge considerasse tal -nodo come incestuoso, il popolo e il senato gliel'imposero. -Costei, sorella e druda di Caligola, cara al popolo -perchè figlia di Germanico, scostumata e crudele come -Messalina, era salda di volontà, sicchè da imperatrice -sedendo accanto al cesare, dava udienza agli ambasciatori, -rendeva giustizia, e fece moltiplicare supplizj per -incanti, per oracoli, per sortilegi, per gelosia. Principalmente -tendeva a far che Lucio Domizio Nerone, che -essa avea avuto da Enobarbo, si sostituisse a Britannico -figlio di Claudio e Messalina: in un istante di debolezza -indusse Claudio a nominarlo successore; poi temendo -non questi mutasse proposito, gl'imbandì de' funghi -avvelenati <span class="sidenote">(54)</span>; il medico fece il resto, e lo mandò fra gli -Dei, tra cui Roma lo adorò. -</p> - -<p> -All'istante designato per propizio da' Caldei, Nerone, -di appena diciassette anni, presentossi alle coorti, che -lo salutarono imperatore, il senato lo confermò, le provincie -lo accettarono. Popolo, senato, tribuni sussistevano -ancora colle antiche prerogative, e potea darsi -che qualche volta volessero esercitarle, e toglier via -un potere ch'era sempre nuovo perchè non ereditario. -Pertanto gl'imperatori, al primo venir al trono, stavano -in apprensione, e dissimulavano finchè non si fossero -convinti o che tutto era inane apparato, o che fra tanto -egoismo non era cosa che non si potesse osare. Anche -Nerone cominciò umanamente; largheggiò col popolo -e coi senatori bisognosi; tolse od alleggerì imposizioni; -l'antica giurisdizione lasciò al senato, il quale statuì -che le cause si patrocinassero gratuitamente; i questori -designati dispensò dal dare i giuochi gladiatorj. Propose -perfino d'abolir le dogane, e se non altro le riformò; -dava pronto spaccio alle suppliche; nelle cause sostituì -alle arringhe l'interrogatorio; misurò le sportule degli -<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> -avvocati; impedì le falsificazioni di carte e testamenti. -Quando il senato gli decretò statue d'oro e d'argento, -disse — Aspettino ch'io le abbia meritate»; dovendo -firmare una sentenza capitale, esclamò — Deh! non -sapessi scrivere!» e clemenza spiravano i discorsi che -gli preparava Lucio Anneo Seneca cordovano, suo -maestro di retorica. -</p> - -<p> -Ma nè questi, nè Afranio Burro suo maestro d'armi, -desiderosi di conservarsi in potere, non ne frenavano -le passioni. Cominciò dunque a correre la notte per -taverne e mali luoghi vestito da schiavo, rubando alle -botteghe, azzeccando i passeggeri; e poichè l'esempio -suo trovava seguaci, Roma la notte parea presa d'assalto. -Aizzava gl'istrioni e i combattenti ne' giuochi, e -mentre essi litigavano e il popolo affollavasi, egli dall'alto -lanciava pietre. I banchetti suoi erano il colmo -della prodigalità: uno ospitandolo spese ottocentomila -lire in sole ghirlande; un altro assai più nei profumi: -le matrone collocavansi sul suo passaggio, e nelle tende -rizzategli ad Ostia, a Baja, a Ponte Milvio disputavansi -l'onore d'esser da lui contaminate. -</p> - -<p> -Agrippina amava tanto Nerone, che avendole gli -astrologi predetto ch'egli regnerebbe, ma a gran costo -della madre, rispose: — M'uccida, purchè regni». Costei -da principio continuò a dominare dispotica, scriveva a -re e provincie, assisteva al senato di dietro una cortina, -e sfogava le sanguinarie vendette: ma poco tardò a -perdere l'autorità sul figlio; e vedendo congedato Palla, -padrone di Claudio e di lei, monta in collera, e minaccia -favorire i diritti di Britannico. Nerone dunque -domanda alla strega Locusta non un veleno lento, arcano, -come quello ch'essa stillò per Claudio, ma fulminante<a class="tag" id="tag115" href="#note115">[115]</a>; -e Britannico cade morto stecchito <span class="sidenote">(55)</span> alla mensa -<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> -imperiale. Mentre è sepolto fretta fretta, e che una -pioggerella, guastando la vernice datagli sul volto, -scopre al popolo le livide traccie dell'avvelenamento, i -due maestri s'arricchiscono delle ville di Britannico; -Agrippina stessa è fra breve esclusa dal palazzo, e carica -delle accuse che mai non mancano a cui il principe -vuol male. La nefanda procurò ricuperare autorità, esibendosi -in un'orgia al figlio; ma Seneca prevenne l'incesto -introducendo Actea liberta di Nerone, impudica -che respinse una peggiore, come col morso della vipera -si cerca elidere l'idrofobia. Il colpo fallito diè l'ultimo -crollo ad Agrippina. Nerone tre volte tentò avvelenarla, -e invano; la invitò a Baja sopra un vascello che dovea -sfasciarsi, ed ella campò a nuoto; ond'egli accusatala -di tradimento, le mandò sicarj, ai quali ella disse: — Feritemi -qui, nel ventre che portò Nerone» <span class="sidenote">(59)</span>. Il parricida -volle esaminarne il cadavere, lodò, censurò, poi -fece recar da bere, e disse che allora veramente sentivasi -padrone dell'impero. -</p> - -<p> -All'annunzio di tale delitto prorompe non l'indignazione, -ma la servilità romana: Burro manda tribuni e -centurioni a stringer la mano al matricida, congratulandosi -fosse campato da tanto pericolo; Seneca ne -scrive la giustificazione al senato, che decreta pubbliche -grazie ed annue commemorazioni, e maledice Agrippina -nel solo momento che era compassionevole; gli -altari della Campania fumano di ringraziamenti agli -Dei. Nerone per timore della pubblica infamia erasi -slontanato da Roma, ma rassicurato tornò; a gara cavalieri, -tribuni, senatori gli si fecero incontro affollati -come a trionfo; e traverso ai palchi eretti sul suo passaggio, -egli ascese a render grazie al Campidoglio. Ah! -<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> -ben era dritto se Nerone prendeva in disprezzo questa -ciurma codarda, e si disponeva a trattarla senza riserbi. -</p> - -<p> -Non gli bastava esser padrone del mondo, ambiva -anche la fama di artista. Giovani esperti dovevano -limare le odi e gl'improvvisi di lui, che poi erano ripetuti -per le vie; e il passeggero che ricusasse attenzione -o regalo ai cantambanchi rendevasi sospetto. L'imperatore -meditava scrivere una storia di Roma in versi, e -gli adulatori diceangli la facesse di quattrocento libri; -al che Anneo Cornuto stoico riflettè che nessuno li leggerebbe. — Il -tuo Crisippo (soggiunse un cortigiano) ne -scrisse pure il doppio». — Sì (riprese Cornuto); ma -quelli sono utili all'umanità». La franca parola fu punita -coll'esiglio. -</p> - -<p> -In un immenso chiuso nella valle del Vaticano, Nerone -guidò un cocchio fra gli applausi, e con largizioni -ed onori invitò ad emularlo cavalieri di gran nobiltà. -Innanzi a Tiridate re d'Armenia comparve vestito da -Apollo, guidando un carro fra i viva del popolo; mentre -l'Arsacide indignavasi de' frivoli gusti e della stravagante -vanità del padrone del mondo. Il quale istituì un -fonasco per vegliare sulla celeste sua voce, avvertirlo -quando non v'avesse abbastanza riguardo, chiudergli -la bocca qualora, nell'impeto d'una passione, non badasse -al suo avviso. In Napoli comparve sul teatro modulando -gesto e voce secondo l'arte; in Roma si fece -iscrivere fra i sonatori; e quando sortì il suo nome, -cantò sulla cetra, sostenutagli dai prefetti del pretorio. -Altre volte recitava versi proprj, o in giuochi scenici -dati da particolari, purchè la maschera dell'eroe ch'ei -rappresentava ritraesse le sue sembianze, e quelle dell'eroina -il viso della sua amata. Creò un corpo di cinquemila -cavalieri, che gli applaudissero quando cantava -al popolo, con maestri che regolassero i battimani e i -viva, or come pioggia battente, or come castagnette; e -<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> -Burro con una coorte pretoria doveva assistere e applaudire. -Inorgoglito, trasferì a Roma i giuochi di Grecia, -invitando a' suoi quinquennali il fiore dell'Impero. -</p> - -<p> -Seicento cavalieri, quattrocento senatori, donne di -gran casa, sono addestrati per l'arena; altri cantano, -suonano il flauto, fanno il buffone. Il vinto mondo va -a contemplare colà i discendenti de' suoi vincitori, ridere -ai lazzi d'un Fabio o ai sonori schiaffi che si danno -i Mamerci<a class="tag" id="tag116" href="#note116">[116]</a>. Il virtuoso Trasea Peto sostiene una parte -ne' giuochi giovanili: la nobilissima Elia Catulla viene -di ottant'anni a ballare sul teatro: un rinomatissimo -cavalier romano cavalca un elefante: l'istrione Paride -guadagna le patenti di cittadino col farsi dal suo Nerone -dare per camerata tutti i patrizj<a class="tag" id="tag117" href="#note117">[117]</a>, vendicando così il -dispregio dell'antica Roma pei pari suoi. -</p> - -<p> -Morto Burro <span class="sidenote">(62)</span>, o pel dolore d'essersi disonorato colla -viltà, o per veleno del principe, cui ne dispiaceva la -tarda franchezza, gli fu surrogato l'infame Sofenio Tigellino, -resosi grato al padrone col moltiplicare olocausti -al terrore e all'avarizia di lui, e oscene feste. In -una sul lago d'Agrippa, allestì un naviglio sfolgorante -d'oro e d'avorio, rimorchiato da altri poco meno magnifici, -ove remigavano garzoni leggiadri, graduati secondo -l'infamia; quanto il mondo poteva offrire di -pellegrino v'era raccolto, e lungo l'acque padiglioni, -ove a torme si prostituivano le dame, al cospetto di -ignude meretrici. -</p> - -<p> -Nerone s'attedia della moglie Ottavia, e Tigellino la -accusa d'adulterio; sebbene scolpata a mille prove, è -relegata; ma perchè il popolo ne mormora, Nerone la -<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> -richiama, e le appone un reato di più facile prova, l'alto -tradimento; ed esigliata in Pandataria <span class="sidenote">(62)</span>, la fa scannare a -vent'anni. Il senato rese grazie agli Dei, come quando -furono uccisi Palla, Doriforo, altri liberti; Poppea ne -esultò, Poppea tanto colta quanto bella e raffinata nelle -arti del piacere; che cinquecento asine manteneva per -avere il latte da lavarsi; che cambiati amanti e mariti -secondo l'ambizione, tenne lungamente l'imperatore, -finchè questi diede un calcio a lei incinta e l'uccise. -Pentito, la fece imbalsamare, proclamar dea, bruciare -in onor di essa quanti profumi produce l'Arabia in un -anno. -</p> - -<p> -All'artista imperiale mal garbava questa Roma, irregolare, -tortuosa, con vecchi edifizj; e ambendo la gloria -eroica di fabbricarne una nuova ed imporle il nome -suo, vi fece mettere il fuoco. Le guardie rimovevano i -soccorsi; fu vista gente aggiungervi esca, e schiavi scorrazzare -armati di faci: e Nerone sale sul teatro, e ispirato -da quello spettacolo canta sulla cetra l'esizio di -Troja. I sacelli della prisca religione, sottratti fin all'incendio -de' Galli; capi d'arte, frutto della conquista, perirono -allora; molti uomini perdettero la vita; agli altri -Nerone aprì il Campo Marzio, i monumenti d'Agrippina, -i suoi giardini; fece costruire e arredare ricoveri, vendere -grano a buon patto; indi sulle macerie fabbricò il -palazzo d'oro, che abbracciava parte del monte Palatino, -del Celio, dell'Esquilino, e la frapposta valle estesa -quanto l'antica città, e di lusso appena credibile. Nel -vestibolo sorgeva l'effigie di Nerone alta quaranta metri, -e triplici colonne formavano un portico d'un miglio. -Ivi campi e vigne, pascoli e foreste, e un pelaghetto -cinto d'edifizj: oro, pietre, madreperla a fusone. Nelle -sale a mangiare, dalla soffitta di mobili tavolette d'avorio -piovevano fiori e profumi sui convitati; la principale -era rotonda, e dì e notte girava, imitando il moto del -<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> -mondo. Le acque del mare e dell'Albula ne alimentavano -i bagni; e l'imperatore quando v'entrò disse, — Eccomi -finalmente alloggiato da uomo». Le abitazioni -all'intorno furono disposte a disegno, a filo le vie, -meglio compartite le acque, eretti portici: ma il pubblico -sdegno non cessava di ridomandargli le case avite, -i beni perduti e le persone. -</p> - -<p> -Per questi lavori adunò da tutto l'impero i prigionieri, -nè per lungo tempo altra pena che questa s'inflisse. -Tutti dovettero contribuire alle spese; il senato -due milioni di lire, cavalieri e trafficanti in proporzione. -D'altro denaro lo fornivano le depredazioni e gli assassinj. -A qualunque magistrato eleggesse, dicea: — Sai -quel che mi manca; facciamo che nessuno possieda una -cosa che possa dir sua». Alla zia Domizia affrettò la -morte per ereditarne i pingui poderi. Vatinio, mostruoso -ciabattino di Benevento, salito a gran ricchezza e alla -Corte per via d'accuse, rinfocava l'odio di Nerone contro -i patrizj, esclamando: — Io t'aborro perchè sei senatore». -Ad alcuni fe grazia perchè Seneca gli disse: — Per -quanti ne uccidiate, non vi verrà fatto di dar -morte al vostro successore». -</p> - -<p> -Calpurnio Pisone <span class="sidenote">(65)</span> congiurò per assassinarlo nel palazzo -d'oro; ma scoperto, causò un macello. La guardia -germanica si sparse cercando gl'imputati, o chi era -odioso a Tigellino e a Poppea. Fu tra i primi il poeta -Lucano, che d'amico a Nerone gli s'era avversato dacchè -lo vide addormentarsi alla recita de' suoi versi, e che -fattesi aprir le vene, morì di ventisette anni recitando -un brano della sua <i>Farsaglia</i>. Fu tra i secondi Seneca, -che pei maneggi de' nuovi favoriti spogliato d'autorità, -non avea avuto coraggio di sottrarsi alla Corte, quantunque -infamata da tante brutture; e con fermezza terminò -una vita troppo disforme dalle sue dottrine. La -liberta Epicari, messa al tormento, stette al niego, finchè -<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> -trovò modo di strozzarsi. Sulpicio Aspro, interrogato -perchè avesse fallito alla fedeltà: — Perchè non -conoscevo altro riparo a' tuoi delitti». E Scevino Flavio -tribuno: — Nessun soldato ti fu più fedele sinchè il meritasti; -presi ad odiarti dacchè ti vidi assassino della -madre e della moglie, cocchiere, istrione, incendiario»; -risposta che ferì Nerone più che tutta la congiura. Il -console Giulio Vestino, malvoluto da Nerone ma da -nessuno imputato, adempite le funzioni della sua carica, -banchettava molti amici, quando gli si annunzia che un -tribuno lo cerca: esce, è chiuso in una camera, svenato -senza un lamento, e a' suoi convitati solo a tardissima -notte si concede partire. Parenti, figli, precettori, servi -furono spesso avvolti nella condanna. I tempj intanto -sonavano di grazie, e i prossimi degli uccisi affrettavansi -ad ornar di fiori le case, e baciar la mano a -Nerone, il quale non men che di supplizj, fu prodigo di -ricompense. -</p> - -<p> -Il senatore Trasea Peto, serbatosi come un vivente -raffaccio di tanta contaminazione, avea saputo tacere -quando tutti collaudavano; uscì dal senato quando vi -si deliberava sul discolpare l'assassinio d'Agrippina; -non assistette ai funerali di Poppea; non applaudiva -alle scede imperiali; faceva insomma la resistenza che -può ogni onest'uomo in qualunque ribaldo governo. -Venerato dal popolo e dalle provincie, quando si vide -accusato esortò la moglie Arria a serbarsi in vita per -la figlia loro; e fattesi aprir le vene, chiamò il questore -che gli aveva portato la condanna, acciocchè lo contemplasse -morente, — Poichè (diceva) siamo in un secolo -ove importa ingagliardirsi con grandi esempj». -</p> - -<p> -Con Peto, erasi accusato Trasea Sorano; e Servilia -figliuola di questo ricorse agli indovini per sapere qual -sarebbe la sorte di suo padre. Gliene fu fatta colpa, e -un accusatore al Tribunale le appose d'aver venduto -<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> -le sue gioje da nozze e fin la collana, per usare il denaro -a cerimonie misteriose. Ma ella, inavvezza ai tribunali -e sbigottita d'avere accresciuto il pericolo di suo padre, -lungo tempo non potè che piangere, poi abbracciando -gli altari, — Nessun nume infernale ho io invocato; non -feci imprecazioni; unicamente chiesi che la volontà di -Cesare e la sentenza del senato mi conservassero il -padre. I miei giojelli, i miei addobbi, tutti i fregi dell'antica -mia fortuna ho dato a tal uopo; data avrei -anche la vita e il sangue. Non ho nominato il principe -che fra gli Dei; e nè tampoco mio padre lo seppe». -Padre e figlia furon messi a morte. -</p> - -<p> -All'orrore di questi delitti pareva aggiungere flagelli -la natura. Turbini desolarono la Campania, Lione un -incendio; la peste mietè trentamila vite in Roma. Varj -portenti, e singolarmente una cometa, atterrirono Nerone, -il quale, udito che in simili casi volevasi stornare -la maluria con qualche straordinario macello, proponeasi -di scannare tutti i senatori, e conferir le provincie -e gli eserciti a cavalieri e liberti. Sospese il colpo -per nuovi trionfi d'artista, meditando i quali, partì per -la Grecia a rivaleggiare co' migliori citaredi <span class="sidenote">(66)</span>. Non trae -solo l'abituale corteggio di mille vetture, e bufali ferrati -d'argento, e mulattieri vestiti magnificamente, e -corrieri e cavalieri africani ricchissimamente in arnese; -ma un esercito intero, avente per arma la lira, la -maschera comica, i trampoli da saltimbanco. Un inno -cantato da Nerone saluta la greca riva; il padrone -del mondo le concede tutto un anno di gioja e di -feste incessanti; i giuochi Olimpici, gl'Istmici, e quanti -si celebravano a lunghi intervalli, saranno accumulati -in dodici mesi. Egli rappresentò in teatri, gareggiò -alla corsa, da' presidenti aspettando in ginocchio le -decisioni; per gelosia fe gittar nelle cloache le statue -d'antichi atleti. Guai a chi è condannato ad esser suo -<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> -competitore! vinto in prevenzione, è, ciò non ostante, -esposto a tutti i maneggi d'un emulo inquieto; calunniato -in segreto, ingiuriato in pubblico. Uno osa cantar -meglio di Nerone, e il popolo artista di Grecia l'ascolta -rapito, quando gli altri attori lo ghermiscono, lo serrano -contro una colonna e lo sgozzano: ordine del principe. -</p> - -<p> -Travisato da toro, per le strade violava il pudore e -la natura; pubblicamente sposò un Pitagora, colle cerimonie -sacre e civili praticate dai Romani; poi volle -far nozze con un certo Sporo, e vestitolo da imperatrice -col velo nuziale, lo condusse in lettiga per le -assemblee. In compenso degli applausi e della vigliaccheria, -regalò alla Grecia la libertà, che, in tanta immoralità -e sotto un tal uomo, non so che cosa volesse -dire nè potesse fruttare. -</p> - -<p> -Non per ciò metteva sosta alle uccisioni. Avea menato -con sè molte ragguardevoli persone sospette, e -per via le fece trucidare. A Corbulone, il più prode -suo generale, specchio di modestia, disinteresse e fedeltà, -mandò ordine di morire; e quegli esclamando — Lo -merito», si trafisse. Molti uccise o condannò -perchè coi precetti o coll'esempio disfavorivano la -tirannia. Poi udito che la nauseata Italia mormorava -sordamente, volò a Roma, e perduti i tesori -in mare, disse: — Me ne rifaranno di corto i veleni». -Entrò sul carro trionfale d'Augusto con mille ottocento -corone côlte sui teatri, e il senato gli decretò -tante feste che un anno non sarebbe bastato a celebrarle; -onde un senatore osò proporre si lasciasse -qualche giorno anche al popolo per le sue faccende. -</p> - -<p> -La forza militare rendea possibili tali eccessi: ella -sola potea porvi un termine. Giulio Vindice, stirpe -degli antichi re d'Aquitania, allora vicepretore nella -Gallia Celtica, alzò bandiera contro Nerone <span class="sidenote">(67)</span>, e centomila -provinciali si unirono ad esso, onde avrebbe -<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> -potuto ergersi imperatore. Però Virginio Rufo, semplice -cavaliere, ma grandemente riverito e allora luogotenente -dell'Alta Germania, non soffrì che l'impero -si conferisse altrimenti che per voto de' senatori e -de' cittadini, sconfisse Vindice <span class="sidenote">(68)</span> il quale si uccise, ma -ricusò lo scettro offertogli dall'esercito vincitore che -dichiarava scaduto Nerone. -</p> - -<p> -Costui ode in Napoli siffatte mosse, nè però interrompe -i giuochi del ginnasio; solo al sentire che Vindice -l'avea trattato di cattivo citarista, s'indispettisce, -comanda ai senatori di vendicarlo, viene egli stesso -a Roma, e tra via vedendo scolpito sopra un monumento -un soldato gallo abbattuto da un cavaliere romano, -ne piglia fausto augurio e coraggio. Pure non -osando presentarsi al popolo o al senato, raccoglie ed -ascolta alcuni primati, poi passa il giorno a mostrar -loro certi nuovi organi idraulici, di cui voleva fare -esperimento in teatro, — Se Vindice (soggiungeva) me -lo permetta». -</p> - -<p> -Tra fiacco sgomento, spensierati tripudj e meditate -vendette alternando secondo le notizie, dovette pur -muoversi contro i ribelli; ma ebbe cura di portare -strumenti musicali, e cortigiane che da amazoni lo -seguissero. Era grande stretta di vettovaglie, e se ne -aspettavano d'Egitto; quand'ecco approdar navi, ma -invece di frumento son cariche di sabbia pe' gladiatori. -Il popolo ne infuria, abbatte le statue di Nerone; -i pretoriani stessi disertano; le sue guardie gli -tolgono fin le coperte del letto e una scatoletta di -veleno, preparatogli da quella Locusta che avea, per -ordine di lui, stillato la morte di tanti. Egli or chimerizza -passare nella Gallia, e quivi a ginocchioni propiziarsi -i soldati; ora fuggire tra i Parti; ora dalla -tribuna commovere il popolo coll'eloquenza imparata -da Seneca: agli emuli proponeva gli concedessero la -<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> -prefettura d'Egitto; se non altro, il lasciassero andare, -che guadagnerebbe sonando. Insultato nei teatri, maledetto -da tutti, egli che avea versato tanto sangue, -non possedeva la virtù, sì comune a' suoi tempi, di -versare il proprio. Chiese chi l'uccidesse, e niuno si -prestò; corse per gettarsi nel Tevere, poi si diresse -alla villa del liberto Faone, sopra un ronzino, con quattro -servi appena, ogni tratto in pericolo o in paura. -Giuntovi, si fece scavar la fossa, e intanto andava esclamando: — Che -grande artista perisce!» Vile fino agli -estremi, sol quando udì lo scalpitare de' cavalli che -venivano per trarlo alle forche decretategli dal senato, -si trafisse, dopo funestato il mondo per tredici anni e -otto mesi. -</p> - -<p> -Consoliamoci che qui finisce quel progresso di malvagità -degl'imperatori, sebbene ad ora ad ora ne riapparisse -qualcuno, inclinato ad emularli. Ma qui pure può -dirsi finita la storia delle insigni famiglie romane. -L'aristocrazia patrizia era stata decimata dalle proscrizioni; -salì al suo posto una nobiltà di famiglie nuove -arrivate alle dignità: ma Tiberio cominciò, Caligola -proseguì, Nerone compì la loro ruina, spogliando e -trucidando i ricchi, disonorando i poveri. Quei che -sopravissero, terminarono il proprio crollo colla scostumatezza; -e sebbene la vanità nobiliare non fosse dissipata, -pure difficilmente si potrebbe seguirne la storia -traverso alla confusione dei nomi, alle adozioni moltiplicate, -al vezzo di cangiare i soprannomi. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span> -</p> - -<h2 id="cap34">CAPITOLO XXXIV. -<span class="smaller">Prosperità materiale e depravazione morale. Lo stoicismo.</span></h2> -</div> - -<p> -A questo abbandonarci sulle particolarità della vita -d'individui, il lettore si accorge che a mutate fonti attingiamo. -In tempi liberi la patria primeggia, e l'uomo in -quella s'eclissa: nella monarchia gli occhi del vulgo -s'arrestano sopra un uomo, e la storia, che sì spesso è -vulgo, se n'appaga, e invece della nazione ci offre la -vita de' suoi capi, sovra i quali è ormai concentrata -l'attività. Ciò si scosta affatto dal nostro proposito: ma -primamente in quegl'imperatori s'incarna ciò che noi -cerchiamo, vale a dire la vita e la società; inoltre -abbondiamo di materiali, offertici da due cronisti molto -differenti tra loro, Svetonio e Tacito. -</p> - -<p> -Il primo, indefesso raccoglitore di anticaglie, possedeva -l'anello d'un imperatore, il sigillo dell'altro, una -statuina appartenuta ad Augusto; e con altrettanta -cura spigolò aneddoti sui dodici Cesari; e come quelle -negli armadj, così questi distribuì per categorie di vizj -e virtù. Così disgiunti dai fatti che produssero e che -vi danno significazione e valore, non ci rivelano la -condizione del principe nè dello Stato: e l'autore, al -modo degli aneddotisti, impicciolisce ogni cosa, non -ha indignazione pel vizio, non entusiasmo per la virtù; -sotto al ridicolo allivella tutte le riputazioni, dileguandone -e il terrore e l'ammirazione. Di Cesare non indovina -i magnanimi intenti e trasvola le grandi imprese, -mentre riferisce le satire e le canzonaccie con -cui il vulgo si vendicava della gloria di esso. Non -s'accorge tampoco che da Cesare a Domiziano siasi -cambiato il mondo: ma freddo, laconico, ci ritrae il -<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> -viso di ciascun imperatore, il portamento, il vestire, -le follie; a che ora pranzasse, e quanti e quali piatti; -che mobili avesse in casa, che motti gli uscissero, che -oscenità lo dilettassero; ogni cosa senza velo, nè spirito, -nè riflessioni. -</p> - -<p> -Tutta di riflessioni invece Tacito intesse la storia -degl'imperatori, non tanto narrando gli avvenimenti, -quanto facendo considerazioni sopra di essi, e più sopra -la vita politica e le relazioni del principato col popolo: -nessuno per piccolo ne racconta senza risalire alle lontane -cause<a class="tag" id="tag118" href="#note118">[118]</a> e svolgerne le conseguenze, a rischio di -eccedere in arguzia e raffinatezza col veder remote e -complicate ragioni anche negli atti i più semplici. Argutissimo -scrutatore dei labirinti del cuore umano, vi -penetra per via degl'indizj esterni; primo egli che conducesse -la storia a quadri interiori e di costumi, cercando -le pareti domestiche non meno che il fôro e il -campo, e tutto drammatizzando con inarrivabile abilità. -Allevato dai declamatori e dagli stoici, ne contrasse -ammirazione per le aspre virtù antiche, passione per la -libertà, concepita nelle viete forme patrizie<a class="tag" id="tag119" href="#note119">[119]</a>, fastidio -del depravamento d'un impero, dove si ricordava la -libertà e tolleravasi la servitù, dove le tradizioni gloriose -non impedivano una sordida degradazione; e antico -originale di moderne finezze politiche, guarda con -occhio tanto fosco da parer rigoroso fin verso un secolo -così perverso. Onesto di cuore, veritiero anche nell'enfasi, -giudica con una morale indipendente, benchè in -tempo che riputavasi più giusto ciò ch'era più forte, -<i>id æquius quod validius</i>; alla virtù anche soccombente -fa omaggio, flagella il vizio quantunque potente, sapendo -<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span> -che la storia non è solo un gran dramma, ma -una gran giustizia. -</p> - -<p> -La morale dignità dello scrittore adunque e l'alta -meta propostasi campeggiano in quelle pagine, meditate -lungamente, ritemprate dalla sventura, colorite da -sublime tristezza; ove piace e giova il vedere un autore, -immacolato fra tanta corruzione, attestare che v'è in -noi qualcosa che i tiranni non possono svellere, neppur -colla vita; che uno può esser grande anche sotto -principi malvagi; e che tra l'abjetta servitù e la pericolosa -resistenza c'è una via scevra di rischi e di bassezze<a class="tag" id="tag120" href="#note120">[120]</a>. -Colla tetra maestà del suo racconto, colla -critica amara, coll'opposizione affatto insolita ai Latini, -com'era insolito quello stile muscoloso, dove spesso un -giudizio è espresso con una sola parola, ed ogni parola -ha la ragione d'esser collocata a quel modo, egli ci -ritrae al vivo una corruttela, a dipinger la quale siamo -ajutati anche da storici minori, da satirici, da poeti, così -da trovarla grande quanto l'impero romano. -</p> - -<p> -Da costoro possiam dedurre la storia d'una famiglia, -la Giulia: e quale catena di misfatti in essa! Abuso di -adozioni e di divorzj vi mescola sangue e nomi, donne -di tre o quattro mariti, imperatori di cinque o sei mogli. -Augusto sposa Livia Drusilla, incinta d'un altro: -Livia Orestilla menata da Caligola, dopo pochi giorni è -ripudiata, dopo due anni esigliata: egli stesso toglie al -marito Lollia Paolina perchè l'ava di lei ebbe vanto di -bellezza, e poco stante la rinvia, proibendole d'accoppiarsi -ad altri, finchè Claudio le spedisce ordine d'uccidersi. -Un Druso è avvelenato da Sejano, un altro riceve -ordine di morire, un terzo è ucciso in esiglio. -Agrippa Postumo al cominciare del regno di Tiberio, -<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> -Tiberio il giovane a quel di Caligola, Britannico a quel -di Nerone, sono immolati per sicurezza del principe. -</p> - -<p> -Domizio Enobarbo, padre di Nerone, si piglia spasso -a lanciare di furia il carro contro un fanciullo; ammazza -uno schiavo che non beveva abbastanza; in pieno fôro -cava un occhio ad un cavaliere; pretore, ne' giuochi ruba -i premj. Giulia madre, dopo tre matrimonj, è sbandita -dal genitore Augusto per dissoluta, poi dal marito Tiberio -lasciata morir di fame; Giulia figlia, convinta di adulterio, -perisce in un'isola dopo vent'anni d'esiglio. Giunia -Calvina è da Claudio sbandita, per incesto col fratello -Silano: ne sono infamate le sorelle di Caligola; ed una -di esse, bagascia del fratello, è assunta dea, mentre gli -amanti di tutte queste son mandati a morte, in vigore -delle antiche leggi tutrici della moralità. Drusillina di -Caligola è con lui trucidata d'appena due anni: Claudio -getta ignuda sulla soglia della moglie una fanciulla che -crede adulterina. A questo si ascrive a lode il non aver -menato donna che fosse d'altri: ma al par di Caligola -ebbe cinque mogli, fra cui una Messalina e un'Agrippina, -nomi che fin oggi personificano il peggior fondo -cui possa scendere quel sesso. Messalina fa esigliare ed -uccidere Giulia di Germanico ed un'altra nipote di Tiberio: -una Lepida, parente de' Cesari, gareggia con -Agrippina in bellezza, opulenza, impudicizia, violenze, e -questa la fa ammazzare. -</p> - -<p> -Entri nel palazzo de' Giulj? potranno mostrarti la -cripta ove fu trucidato Caligola; il carcere dove si lasciò -consumar dalla fame il giovane Druso, rodendo la -borra delle coltrici, ed avventando contro Tiberio imprecazioni, -che questi faceva raccôrre per poi ripeterle -in senato: in questa sala Britannico bevve la sportagli -tazza, e morì sull'atto; in questo conclavio Agrippina -tentò d'amore il proprio figliuolo, che in quel giardino -palpò curiosamente il cadavere di essa. -<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> -</p> - -<p> -Una casa sola! ed erano divi e dive, esposti allo -sguardo di tutti, protetti dalla memoria di grandi progenitori. -Nè di meglio troveremmo fra altri lari; nella -casa d'Agrippa, ove «sola Vipsania morì di buona -morte, gli altri o si seppe di ferro, o si tenne di veleno -o di fame»<a class="tag" id="tag121" href="#note121">[121]</a>; nei palagi patrizj, ove si aspettava dai -Cesari l'invito ora di prostituirsi ora d'uccidersi; nell'officina -di Locusta, gran tempo strumento importante -nel regno<a class="tag" id="tag122" href="#note122">[122]</a>, ove si veniva a provvedere o filtri per -innamorare, o abortivi, o tossico per accelerare la vedovanza -e l'eredità; in ciascun palazzo, dove sono altrettanti -uomini quanti schiavi<a class="tag" id="tag123" href="#note123">[123]</a>, i quali o concertandosi -scannano i padroni, o ne denunziano agl'imperatori ogni -atto, ogni pensiero. -</p> - -<p> -Tacito ci mostra diciannovemila rei di morte, che -combattono sul lago Fúcino in quella pazzia di Claudio. -Quando quest'imperatore ripristinò il supplizio de' parricidi, -in cinque anni v'ebbe più condanne siffatte che -non in molti secoli, e Seneca assicura essersi veduti più -sacchi che croci<a class="tag" id="tag124" href="#note124">[124]</a>: quarantacinque uomini e ottantacinque -donne furono condannati per avvelenamento. -Così frequenti ricorrevano i supplizj, che si levarono le -statue dal luogo dell'esecuzione, per non essere costretti -a velarle ogni momento. Papirio, giovincello -di gente consolare, fu dalla madre col lusso e colla -seduzione spinto in tali disordini, che colla morte si -sottrasse al rimorso. Lepida, figlia degli Emilj, nipote -di Silla e di Pompeo, accusata d'adulterio, di supposta -<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span> -prole, di avvelenamento, di sortilegio, viene al teatro -col corteo di tutte le nobili matrone, e invocando gli -avi commove il popolo contro il marito accusatore: -eppure per deposizione degli schiavi è convinta rea, e -bandita. Quasi in ogni famiglia (dice Plutarco) v'ha molti -esempj di figliuoli, di madri, di mogli uccise; i fratricidj -sono senza numero. -</p> - -<p> -Quel pudore, che è custodito da una felice ignoranza, -come potea durare in Roma, dove giovinetti d'ambo i -sessi stavano rinfusi nelle prime scuole; nei bagni lavavansi -impuberi e vecchi alla mescolata con donzelle e -matrone; priapi si ostentavano sulle vie o pendevano -dal collo delle bambine; le case erano adorne di sfacciate -nudità? Alle fanciulle davansi a leggere gli antichi -comici, impudentemente osceni; e gli epigrammi di -Marziale erano conosciuti perfin dalle caste Padovane. -All'inverecondo tripudio nei Lupercali, alle veglie di -Venere<a class="tag" id="tag125" href="#note125">[125]</a>, alle danze delle cortigiane correnti nude in -onor di Flora, assisteva la matrona colla figlia, non -<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> -meno che ai teatri dove gli spettatori poteano domandare -che le attrici si snudassero, o si rappresentavano -i deliquj della prostituzione; che più? le bestiali nozze -di Pasifae furono prodotte nell'anfiteatro di Tito, presenti -ottantamila spettatori<a class="tag" id="tag126" href="#note126">[126]</a>. -</p> - -<p> -I ricchi per voluttà, i poveri per necessità, alle gioje -tranquille con che il matrimonio compensa i sacrifizj di -due cuori onesti, preferivano le tempeste della mercenaria -promiscuità o d'un celibato licenzioso. Contro di -questo, nell'anno 9 di Cristo, Augusto promulgò la -legge <i>de maritandis ordinibus</i>, che, per singolare testimonianza -della sua necessità, porta il nome di due -consoli smogliati, Papio e Poppeo. Voleva essa che, se -l'uomo a venticinque, la donna a vent'anni non avessero -prole, conseguissero la metà solo delle eredità e -dei legati, il resto all'erario; per consoli si preferisse -chi ricco di figli; chi in Roma ne contasse tre, quattro -in Italia, nelle provincie cinque, restasse immune da -servizj personali; partorito tre volte, la donna latina -divenisse cittadina romana, la romana ingenua fosse -sciolta dalla tutela del marito; la liberta dopo quattro, -sicchè potesse far testamento, amministrare il suo, adire -eredità<a class="tag" id="tag127" href="#note127">[127]</a>. -</p> - -<p> -Augusto, radunati i cavalieri come solevasi pel censo, -lodò quei pochissimi che avevano adempito ai voti della -<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> -natura e del civile governo, e meritato il nome d'uomini -e di padri, e promise loro le cariche principali; -i celibi rimbrottò come rei d'assassinio, impedendo la -vita ai futuri; d'empietà, perchè lasciavano perire il -nome degli avi; di sacrilegio, perchè scemavano il genere -umano; e li minacciò di gravi ammende se entro -un anno non obbedivano alla legge. Ma corruzioni così -profonde, così radicato egoismo si guariscono per leggi? -I cittadini, che eransi rassegnati alla perdita delle libertà -politiche, resistettero a questa riforma de' costumi, -poi la elusero con isposare impuberi, sperdere i concetti, -esporre i nati; moltiplicandosi così le vittime, ed -empiendo di delatori i penetrali domestici, tanto che -Tiberio la dovette modificare. I divorzj poi erano talmente -cresciuti, da parere un legale adulterio<a class="tag" id="tag128" href="#note128">[128]</a>; e -a pena davasi un matrimonio incontaminato<a class="tag" id="tag129" href="#note129">[129]</a>. -</p> - -<p> -Dione racconta che ogni dama teneasi accanto schiavi -ignudi; altre uscivano accompagnate da giovani scostumati; -e neppur la castigata lingua del Lazio basta a -velare le turpitudini, di cui le imputa Giovenale. Tacito -ci mostra le matrone scendenti nell'arena coi gladiatori, -o prostituentisi a gara colle sciupate, o dantisi agli -schiavi con tal furore, che si dovette opporvi rimedj -<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> -che lo attestano, nol corressero<a class="tag" id="tag130" href="#note130">[130]</a>. Nell'anno 19 di -Cristo, il senato interdiceva che le vedove, le figlie e -nipoti d'un cavaliere romano si facessero matricolare -fra le meretrici: divieto inesplicabile, se Svetonio e Tacito<a class="tag" id="tag131" href="#note131">[131]</a> -non c'informassero che con ciò voleano sottrarsi -alle pene della dissolutezza. E poteva di meglio -aspettarsi ove regnava la meretrice Actea? ove la meretrice -Poppea accusava Ottavia d'adulterio per invaderne -il talamo? ove le belle erano ornate per rallegrare -un'orgia dell'imperatore, e domani esser gettate -come la corona dei papaveri? -</p> - -<p> -L'accordo della voluttà colla crudeltà notammo altra -volta come carattere della civiltà pagana. Dei gladiatori -abbiam già detto assai (t. ii, p. 87). Dall'India e dall'Africa -si conduceano belve a dare spettacolo di stragi -al popolo, costretto dai tempi alla pace. L'usanza crebbe -sin al farnetico; e a grande spesa andavasi a caccia di -leoni, d'elefanti<a class="tag" id="tag132" href="#note132">[132]</a>, di jene, di coccodrilli, pensando -<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> -artifizj da accalappiarli senza ferirli. Gran perfezione -aveano conseguita i mansuetarj, che per via d'amuleti, -o più veramente colla fame, assoggettavansi le fiere e -le avvezzavano a combattimenti o a giuochi bizzarri, -come elefanti a lanciar armi, tracciar lettere colla proboscide, -fin ballare sulla corda; pesci venire alla chiamata; -leoni pigliar lepri in caccia e non mangiarle; aquile -levarsi a volo con un ragazzo fra gli artigli. Augusto, -nel suo <i>Indice</i>, vantasi d'aver fatto uccidere quasi tremilacinquecento -fiere nel circo, nel fôro e nell'anfiteatro: -ducento leoni caddero ne' giuochi preseduti da -Germanico; novemila bestie per dono di Tito, mescendosi -anche le donne agli ammazzatori: ne' giuochi -di Trajano, durati cenventitre giorni, si diè morte a -<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> -millecento bestie; a diecimila in quelli d'Adriano; e -Probo fece correre mille struzzi ed altri animali in -proporzione, nel circo piantato a modo di foresta. -</p> - -<p> -Sarebbero follie come quelle d'altri secoli, se non -ricordassimo che le fiere combatteano con uomini; se -non ci raccontassero gli storici che dal buon Marco -Aurelio fu presentato al popolo un leone, <i>educato</i> a -mangiar uomini, e il facea con sì bel garbo, che il popolo -ad una voce implorò dall'imperatore gli desse la -libertà. Ma fin sul teatro, se rappresentasi l'<i>Incendio</i> -dell'antico Afranio, si appicca vero fuoco alle case, e -agl'istrioni lasciasi arbitrio di saccheggiarle<a class="tag" id="tag133" href="#note133">[133]</a>: con -un vero supplizio finisce il dramma di Prometeo, dove -un Laureolo, inchiodato alla croce, è divorato da una -belva; in un altro, Orfeo è straziato da orsi veri in -luogo delle Baccanti; uno è bruciato per figurar Ercole -sul monte Oeta; un altro, mutilato ad imitazione di -Ati; lacerato da un orso un Dedalo, che ben vorrebbe -aver le ali: l'eroismo di Muzio Scevola è riprodotto da -uno schiavo, condannato a lasciar bruciarsi la mano. E -queste scene racconta e ammira Marziale<a class="tag" id="tag134" href="#note134">[134]</a>. -</p> - -<p> -Nè già si tratta d'un popolo ignorante e grossiero; -anzi la coltura e l'urbanità v'erano al colmo. Le più -forbite poesie, le storie più insigni correvano per le -mani, colla prurigine della novità; il vulgo riceveva cibo -non faticato, assisteva a gratuiti spettacoli d'inenarrabile -magnificenza, pei quali traevansi gladiatori dalla Germania, -reziarj dalla Gallia, leoni dall'Atlante, giraffe, -rinoceronti, boa dalla Nigrizia, ballerine da Cadice, -pantomime dalla Siria; e dopo essersi soleggiato sotto -portici stupendi d'arte e di ricchezza, esercitato nel -Campo Marzio fra monumenti che sono tuttora la meraviglia -di chi guarda e la scuola di chi conosce, ottocento -<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> -terme l'aspettavano a tergersi mollemente, onde -poi presentarsi al teatro a riscuotere gli omaggi dei re -stranieri. Nell'anfiteatro si può irrorare gli spettatori -con una pioggia profumata, si spolvera con ambra ed -oro l'arena del circo, ove il popolo parteggia per gli -attori, versando in tali gare il sangue, che un tempo -scorreva per l'acquisto dei civili diritti. -</p> - -<p> -La folla dei liberti, cacciatisi fra il numero dei cittadini -nella guerra civile, v'avea portato le seduzioni delle -ricchezze male acquistate, l'insolenza del villan rifatto, -gli abusi dell'improvvisa e ineducata fortuna. Antichi -signori, sopravissuti alla guerra e alle proscrizioni, -dopo segnalatisi per ambizioni, intrighi, giudizj e giuramenti -falsi, e per ispregio del popolo e della religione, -della presente nullità si consolavano in un epicureismo -femmineo, di cui era tipo Mecenate, scrittore e consigliere -d'Augusto, avvolto in abbigliamenti donneschi, -scortato da eunuchi, cercante emozioni nel vino e nei -moltiplicati divorzj<a class="tag" id="tag135" href="#note135">[135]</a>. Anche i buoni, esclusi dallo -esercitar l'ambizione nelle magistrature, e timorosi di -recare ombra ai monarchi, limitavansi a sguazzare in -lusso privato, e ubriacarsi nei godimenti, come chi non -vuol ricordarsi della spada per un filo sospesagli di sopra -il capo. Mentre centinaja di servi, macchine intelligenti, -faceano per loro ogni cosa, dalla cucina fino ai -versi, essi beavansi d'ozj voluttuosi al fôro, per le basiliche, -nei bagni. Se la lana apula e spagnuola è troppo -pesante, gl'Indiani e i Seri mandano vesti di seta trasparenti; -recasi in pugno una palla di cristallo per non -sudare; le sale de' banchetti sono intepidite da bocche -di vapore; le finestre, riparate con pietre speculari. -</p> - -<p> -Seneca, andato a visitare a Patria la villa Linterno -ch'era stata di Scipione Africano, non rifina sulla differenza -<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> -tra la semplicità di quella e il lusso odierno. — Quel -terror di Cartagine, di cui è merito se Roma -una volta sola fu presa; in questo piccolo e oscuro bagno -lavava il corpo stancato dalle rusticali fatiche, stette sotto -questo tetto così misero, lo sostenne questo pavimento -così vile: or chi soffrirebbe di lavarvisi? Povero e abjetto -uno si stima se le pareti non rifulgano di grandi e preziosi -tondi marmorei; se marmi alessandrini non -sieno variegati con incrostamenti numidici; se non -sieno coperte da musaici a guisa di pitture; se la pietra -tasia, un tempo raro spettacolo in qualche tempio, non -circondi le nostre piscine, ove tuffiamo i corpi esinaniti -dal sudore; se l'acqua non fluisce da pispilli d'argento. -E ancora parlo de' plebei: che dire dei bagni -de' liberti? quanta spesa nelle statue, nelle colonne che -nulla sostengono! quanto fragoroso cascar di acque -per iscaglioni! Tanto ci piacemmo di delicature, che -non vogliam calcare se non gemme. In questo bagno di -Scipione apronsi piuttosto feritoje che finestre nel muro -di pietra: ma ora chiamansi da nottole i bagni se non -siano acconci in modo che per ampie finestre ricevano -il sole, se dal bagno non si vedano le campagne e il -mare. Una volta tutto era più semplice; ma quanto -rialzava l'introdursi in quei bagni grossolani, che sapeasi -aver preparati per te Catone o Fabio Massimo o alcun -de' Cornelj! perocchè nobilissimi edili si assumevano -l'uffizio di entrar ne' luoghi dove accorreva il popolo, -ed esigerne la nettezza e una temperatura utile e salubre, -non questa d'oggi, simile ad incendio; per modo -che ci sa di rozzo Scipione che non ammetteva nel suo -tepidario la luce per grandi finestre, nè si facea cuocere -nel bagno. V'ha di più: non si lavavano tutti i -giorni, ma solo le braccia e le gambe, insudiciate dal -lavoro; tutt'il corpo, ogni otto dì. Come avran puzzato! -Sì; puzzato di fatica, di milizia, d'uomo: ora, introdotti -<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> -i bagni più netti, siam più sporchi in grazia de' tanti -unguenti, che fin due o tre volte al giorno si rinnovano, -talchè si sa non di se stessi, ma di pomata»<a class="tag" id="tag136" href="#note136">[136]</a>. -</p> - -<p> -Non sarem noi certamente che declameremo contro -queste comodità belle e buone; ma somigliano a novelle -orientali i racconti delle ricchezze e del lusso d'allora. -Lollia comparve ad un banchetto con indosso per otto -milioni di perle, frutto de' rubamenti di suo avo, vittima -ch'era stato d'Agrippina. Uno, deplorando le gravi perdite -sofferte in tempo della guerra civile, lasciò morendo -quattromila centosedici schiavi, tremila seicento -paja di bovi, ducencinquantamila capi d'altro bestiame, -e dodici milioni di lire, non calcolando i terreni<a class="tag" id="tag137" href="#note137">[137]</a>. -Crispo da Vercelli possedeva quaranta milioni di lire -nostre; sessanta il filosofo Seneca; cinquanta l'augure -Cneo Lentulo e Narcisso liberto di Claudio; ancor più -Icelo favorito di Galba: Palla, altro liberto di Claudio, -radunò tali ricchezze, che riducendole a terreni avrebbero -coperto la trecencinquantesima parte della Francia<a class="tag" id="tag138" href="#note138">[138]</a>. -Secondo Plinio, i beni da Nerone confiscati -a sei ricchi costituivano metà dell'Africa proconsolare<a class="tag" id="tag139" href="#note139">[139]</a>. -Più tardi abbiam da Vopisco che Aureliano -depose in una villa privata dell'imperatore Valeriano -cinquemila schiavi, duemila giovenche, mille cavalle, -diecimila pecore, quindicimila capre<a class="tag" id="tag140" href="#note140">[140]</a>: sicchè non -è più declamazione esagerata quella di Seneca ove dice -che provincie e regni bastavano appena a pascolar le -mandre di taluni, i cui schiavi erano più numerosi che -belliche nazioni, la casa più vasta che città<a class="tag" id="tag141" href="#note141">[141]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> -</p> - -<p> -Nerone consumò ottocento milioni in donativi; Caligola -cinquecencinquanta; settanta milioni Domiziano -nella sola doratura del Campidoglio<a class="tag" id="tag142" href="#note142">[142]</a>. Poi venne -il farnetico de' profumi: l'Arabia non stillava incensi -bastanti pei funerali degl'imperatori; Adriano, ad onore -della suocera e dell'antecessore suo, regalò incredibile -copia d'aromi a tutto il popolo, e fece scorrer balsami -per le scene e pei giardini; Elagabalo nuotava in piscine -miste d'essenze, e profondeva a caldaje il nardo<a class="tag" id="tag143" href="#note143">[143]</a>. -E fuori e dentro, il corpo aspergeasi d'aromi: perfino -i guerrieri ai giorni solenni ungevano le bandiere e le -aquile, e profumavano se stessi di preziosità: reputavasi -lode ad una donna se, passando, colla fragranza -adescasse fin quelli che ad altro stavano intenti<a class="tag" id="tag144" href="#note144">[144]</a>. -</p> - -<p> -Il trattato delle pietre preziose, che Plinio desunse -da uno di Mecenate, mostra quanto più di noi avessero -raffinato questo lusso. Le dita, dal medio in fuori, s'empivano -di anelli<a class="tag" id="tag145" href="#note145">[145]</a>; di gemme si facevano le tazze; -e singolare stima godeano i vasi murrini, venuti dalla -Caramania e dalla più interna Partia<a class="tag" id="tag146" href="#note146">[146]</a>. Anche le -<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> -perle aveansi in pregio, e le donne se ne ornavano, anzi -caricavano testa, collo, petto, braccia, fin le pianelle; Caligola -n'andava ingombro, e ne fregiava le prore delle -navi, come Nerone i letti di sue lussurie; eppure si -pagavano il triplo dell'oro sulle rive del golfo Persico e -di Taprobana (Seilan)<a class="tag" id="tag147" href="#note147">[147]</a>, ed una sola fu comprata -sei milioni di sesterzj. -</p> - -<p> -A peso d'oro pagavasi la seta; onde allorchè Giulio -Cesare fece velare il suo teatro di quella stoffa, i soldati -tumultuarono, quasi n'esaurisse l'erario; e di barbarica -morbidezza fu appuntato Claudio, perchè sotto un padiglione -serico coronò due re dell'Asia<a class="tag" id="tag148" href="#note148">[148]</a>. Tuttavia -se ne allargò l'uso, ad onta delle prammatiche di Alessandro -Severo ed Aureliano. Dalla Persia la traevano, -come anche tappeti di Babilonia variopinti; un de' quali -da un imperatore fu pagato quattro milioni<a class="tag" id="tag149" href="#note149">[149]</a>. -</p> - -<p> -Le tele d'India erano pure cercatissime; l'avorio -dell'Etiopia e della Trogloditide, e massime dell'India -ornava i tempj, le sedie dei magistrati curuli, i mobili -e le soffitte de' ricchi; e tanto crebbe il consumo, che -più non se ne trovando, doveansi segare ossa d'elefanti. -Nè meno ambiti erano l'ebano e il cedro d'Africa; vascelli -egizj sferravano apposta dalle cale di Berenice per -andarsi caricare di testuggini lunghesso l'Africa; e più -in delizia erano quelle color d'oro dell'Oceanitide, isola -alle foci del Gange. -</p> - -<p> -Tutte poi le provincie s'avaccino a mandare a Roma -quel che di meglio producano: papiro, vetri, lino l'Egitto; -frutti e piume l'Africa; tappeti la Mesopotamia; -lane fine, cere e miele la Spagna; la Gallia panni, bestiame, -olio, lavori di ferro, di rame, di piombo, di -<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span> -stagno; cuoj e pesce salato il Ponto, stagno la Britannia; -i mari settentrionali l'ambra, di cui portavansi addosso -figurine da costar più d'un uomo<a class="tag" id="tag150" href="#note150">[150]</a>; la Grecia -finissimi tessuti, lavori artistici, e quel pedante, arnese -speciale nelle case d'allora, che ne' corteggi compariva -insieme colle meretrici e coi bagascioni, che sapea -tutto, che facea tutto, dai servigi di lenone all'educazione -dei figli, che soffriva con pari longanimità i favori -e gli strapazzi, purchè potesse godere l'onor de' banchetti -e della conversazione signorile. Romano di conto -sarà quello che usi lane dell'Attica e di Mileto, le meglio -pregiate dopo le nostre di Taranto, porpore di Laconia, -panni d'Arsinoe, tappezzerie d'Alessandria, vetri -di Diospoli, papiro del Nilo, bronzi di Corinto, formaggi -dell'Asia Minore, miele del monte Imetto, cere e stoffe -dell'Egeo, stoviglie di Copto e della Lidia. Aggiungete -altro oggetto d'esecrabile lusso, gli eunuchi, viziosi stromenti -del vizio; e dieci milioni fu pagato uno da -Sejano<a class="tag" id="tag151" href="#note151">[151]</a>. -</p> - -<p> -Questo lusso gigantesco insieme e miserabile, espressione -d'un raffinamento materiale che non istà in proporzione -col morale, il despotismo lo fomenta, acciocchè -la mollezza e i godimenti distraggano dal sentire la -tirannia, l'egoismo lo volge ai triviali diletti della gola. -Cinque pranzi il giorno si facevano, vuotando lo stomaco -per rimpinzarlo di nuovo. Gareggiavano d'avere -i pesci più rari e più grossi, ne tenevano vivaj, costituivano -magistrati sopra l'impedire che alcuni se ne allontanassero -dai lidi; talvolta si mettevano in tavola vivi, -acciocchè le varie gradazioni che dava ai loro colori -l'agonia, ricreassero i convitati, che, un istante dopo -<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> -esserseli sentiti guizzar sotto la mano, li godevano conditi. -Calliodoro vendè un servo milletrecento denari -onde comprarsi una triglia di quattro libbre<a class="tag" id="tag152" href="#note152">[152]</a>: un -altro spese tremila sesterzj per comperare tre barbi: -essendone regalato uno a Tiberio, questi il credette di -troppo valore e mandollo a rivendere, e Ottavio lo pagò -cinquantamila sesterzj. Quest'Ottavio era l'emulo d'Apicio, -il quale fu maestro e tipo di ghiottornia in -Roma<a class="tag" id="tag153" href="#note153">[153]</a>, e poichè ebbe consumato tesori alla tavola, -si uccise per non trovarsi ridotto a vivere con soli dieci -milioni di sesterzj (2 milioni di lire)<a class="tag" id="tag154" href="#note154">[154]</a>. Il cuoco pertanto -era il servo più considerato; la squisitezza dei -banchetti, primaria occupazione degli schiavi. Poi repente -il ricco vuol assaggiare la povertà, e in una cameruccia -soffitta mangia s'un tagliere per terra<a class="tag" id="tag155" href="#note155">[155]</a>; -e si giudica meravigliosa invenzione il fondere la tartaruga -in modo che sembri legno, e così aver mobili che -valgano mille volte più di quel che mostrano. -</p> - -<p> -Perocchè non è tanto alla gola o alla mollezza che -vogliasi soddisfare, quanto al farnetico dello straordinario -<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span> -(<i>monstrum</i>). Da qui le bizzarrissime fantasie degli -imperatori e dei privati; le effigie colossali, repugnanti -a quella <i>misura</i> che avea costituito la finezza dell'arte -greca; e il gigantesco ponte di Caligola, e venti cavalli -aggiogati al carro di Nerone, e il suo smisurato palazzo -con statue smisurate; e più ammirato ciò che più esorbitava. -Da qui volere all'inverno rose, neve all'estate; e -cercare il vizio per lo scandalo che produce<a class="tag" id="tag156" href="#note156">[156]</a>. Agrippina -pagò milleducento lire un usignuolo. Caligola non -di rado stemperava le perle ne' suoi bicchieri, o faceva -servire in piatti d'oro, che poi distribuiva ai convitati; -molti giorni seguitò a lanciar dall'alto somme d'oro al -popolo; fece compaginare galee di cedro con vele di seta -e prore d'avorio ornate di margarite; trasportare d'Egitto -un obelisco sovra un vascello sì grande, che quattro -uomini appena ne abbracciavano l'albero. Nerone ha -tappeti babilonesi che valgono quattro milioni di sesterzj, -oltre la tazza murrina da trecento talenti; nei -funerali d'una scimia spende i tesori d'un ricco usurajo -da lui esigliato; in que' di Poppea, più cannella e cassia -che in un anno non ne produca l'Arabia. Vasi preziosissimi -quanto fragili devono solleticare il gusto col pericolo -di vedere a un tratto perire un tesoro: una tavola -di cedro costò a Cetego trecentomila lire. Per la ragione -stessa aveasi a noja la luce diurna<a class="tag" id="tag157" href="#note157">[157]</a>, e Pedo Albinovano -ci racconta di avere abitato sopra la casa di Spurio -Papino, che era di cotesti lucifugi. — Verso la terz'ora -di notte, sento colpi di scudiscio. Che fa egli? domando. — Si -fa rendere i conti (era il tempo che castigavansi -gli schiavi). Sulla mezzanotte, odo un grido penetrante. -Cos'è? — Egli si esercita a cantare. Verso le due di -mattina, — Che fragor di ruote è cotesto? — Egli esce -in calesso. Al levar del giorno si corre, si chiama; cantiniere, -<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span> -cuciniere sono in moto. Che è, che non è? egli -esce dal bagno, e chiede vin melato»<a class="tag" id="tag158" href="#note158">[158]</a>. -</p> - -<p> -Petronio Arbitro, in un romanzo intitolato <i>Satyricon</i>, -ci descrive la vita di Trimalcione, doviziosissimo -baggeo, e prosopopea de' tanti ricchi che lussureggiavano -allora a Roma. Parrà forse lungo, non certamente -disopportuno il qui riferirne una cena, spogliandola -dalle interminabili digressioni, e accorciandola d'assai, -non senza premunire contro le esagerazioni consuete -dei satirici: -</p> - -<p> -— Sapete presso chi oggi si fa baldoria? presso Trimalcione, -uomo suntuoso, che nella sala da pranzo ha -un oriuolo ed un trombetta, cioè due schiavi, istruiti ad -avvertirlo di tutti i momenti ch'egli consuma nella -vita. Ci rivestimmo lesti lesti, e finchè venisse l'ora, ci -diemmo a ronzare e a trastullarci, entrando pe' circoli -de' giocolieri; quando ad un tratto vedemmo un vecchio -calvo, vestito di palandrane rossiccio e coi calzari, -che stava facendo alla palla con alcuni fanciulli a lunghi -capelli<a class="tag" id="tag159" href="#note159">[159]</a>. Egli non ribattea la palla che avesse -toccato il terreno, ma un servo ne aveva in un sacco -quante ai giocatori bastassero. Altre singolarità notammo: -eranvi due eunuchi posti in diversi punti del -circolo, de' quali uno teneva una mastelletta d'argento, -l'altro noverava le palle che cadeano. E intanto che -ammiravamo cotali splendidezze, Menelao venne a dirci: — Quest'è -colui, presso al quale mangerete. Non vedete -che a tal modo principia la cena?» -</p> - -<p> -«Ancor discorreva Menelao, quando lo splendidissimo -Trimalcione scoccò le dita, e a questo segno l'eunuco -misegli sotto la mastelletta, in cui esso scaricò la -vescica, poi chiese acqua alle mani, e le dita umide terse -sul capo di un ragazzo. Lunga cosa sarebbe descriver -<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span> -tutto. Entrammo ne' bagni, e al momento che il sudore -ci coperse, passammo al fresco. Trimalcione, tutto -strofinato di manteche, faceasi fregare non con lenzuoli -di lino, ma con mantelli di finissima lana. Tre mediconzoli -intanto trangugiavano falerno alla sua presenza, -gareggiando a chi più ne mesceva; e Trimalcione -esortavali ne bevesser pure a josa. Involto quindi in -una tovaglia di scarlatto, fu messo nella lettiga, cui precedevano -quattro adorni lacchè ed una carretta a mano, -dove portavasi un mignone vecchio e cisposo, più brutto -di Trimalcione, di cui era la delizia. Il quale così trasportato, -e accompagnato da armoniosi flautini, si avvicinò -alla testa di lui, e come se gli parlasse all'orecchio, -canticchiò per tutto il cammino. Noi, stanchi ormai di -maravigliarci, teniam dietro, e insieme con Agamennone, -sofista di casa, arriviamo alla porta, sullo stipite della -quale era inchiodato un cartello con questa iscrizione: -<i>Qualunque schiavo uscirà senz'ordine del padrone, -buscherà cento sferzate</i>. -</p> - -<p> -«Sull'ingresso, un portiere vestito di verdechiaro, -con cintura color ciliegia, sbucciava piselli in un vassojo -d'argento. Pendeva sopra la soglia una gabbia -d'oro, dalla quale una gazza variopinta salutava gli avventori. -Di tante cose stordito, io fui per cadere e fracassarmi -le gambe, colpa di un cane che alla sinistra -dell'ingresso vicino alla camera del guardiano era dipinto -sul muro, legato alla catena, colle parole cubitali -<i>Guardati dal cane</i><a class="tag" id="tag160" href="#note160">[160]</a>. Ne risero i miei colleghi, ma -io, raccolto lo spirito, proseguii lungo il muro. Il luogo -ove si vendono gli schiavi era tutto dipinto a cartelloni, -insieme col ritratto di Trimalcione, chiomato, col caduceo -in mano, in atto d'entrare in Roma, e Minerva -ne reggeva le redini. Più innanzi era in figura d'imparare -<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span> -i conti, e più oltre in foggia di tesoriere; e il bizzarro -pittore ogni cosa avea diligentemente rappresentata -coll'iscrizione: sul finir poi del portico eravi Mercurio, -che col mento rialzato lo riponea sopra un alto -tribunale. Ivi appresso teneasi la Fortuna col corno -dell'abbondanza, e le tre Parche filando pennecchi d'oro. -Nel portico una partita di valletti veniva esercitata da -un istruttore; e in un grande armadio erano riposti i -Lari d'argento, una statua marmorea di Venere, ed una -scatola d'oro grandicella, in cui diceano venir serbata -la barba di esso...<a class="tag" id="tag161" href="#note161">[161]</a>. -</p> - -<p> -«Assorti in tante delizie, andavamo nel triclinio, -quando un ragazzo, a ciò destinato, gridò, — Col piè -destro». Noi tremammo che alcun di noi non passasse -col sinistro: ma introdottici tutti per bene, un ignudo -schiavo prostrossi ai nostri piedi, supplicandoci lo liberassimo -dal castigo, meritato con un grave delitto, quale -era d'essersi lasciato rubare ne' bagni l'abito del tesoriere, -che poteva valere dieci sesterzj... Sedutici, de' -famigli egiziani altri versavano acqua diaccia alle mani, -altri ci lavarono i piedi, togliendoci con esperta diligenza -ogni bruttura dall'unghie. Nè tale molesto servigio -faceano in silenzio, ma canticchiando: onde mi -venne pensiero di provare se la famiglia tutta cantasse; -perciò chiesi a bere, ed ecco un ragazzo prontissimo, che -mi favorì parimenti di un'acida cantilena; e all'egual -modo usava ogni altro, cui qualche cosa fosse chiesta; -onde l'avresti creduto un triclinio da pantomimi. -</p> - -<p> -«Venne un lautissimo antipasto, e ciascheduno già -si era adagiato, fuorchè Trimalcione, al quale conservavasi -il primo luogo, per nuova disposizione...<a class="tag" id="tag162" href="#note162">[162]</a> -<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span> -</p> - -<p> -Il suo vaso era di metallo di Corinto, e rappresentava -un asinello con una corba, nella quale da una parte -stavano olive bianche, dall'altra nere. L'asinello era -coperto da due scodelle, sul cui orlo si leggeva il nome -di Trimalcione ed il peso dell'argento. V'aveva anche -de' ponticelli saldati, sostenenti de' ghiri conditi con -miele e papavero, e mortadelle caldissime sulla graticola, -sotto la quale stavano prugne siriache, con chicchi -di melogranato. -</p> - -<p> -«Stavamo tra queste morbidezze, quando Trimalcione, -portato a suon di musica, e collocato sopra piccoli -guancialetti, mosse il riso di qualche imprudente, -per quella sua testa pelata che sporgeva da un mantello -di porpora; e intorno alla collottola teneva una crovatta -guarnita d'oro, le cui estremità pendevano di qua e di -là; nel dito mignolo della sinistra recava un grande -anello dorato, e all'ultimo articolo del vicin dito uno -men grande tutto d'oro, come a me parve, ma saldato -con ferruzzi in forma di stelle. Per mostrarci altre -ricchezze si scoperse il braccio destro, ornato di smanigli -d'oro legati in un cerchietto d'avorio con laminette -luccicanti. Come poi con uno spillo d'argento ebbesi -nettati i denti, — Amici (disse), non avevo ancor voglia -di venire al triclinio; ma perchè la mia assenza non vi -<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span> -facesse troppo aspettare, ho sospeso ogni mio divertimento. -Permettete però ch'io finisca un mio giuoco». -</p> - -<p> -«Avea dietro un ragazzo con uno sbaraglino di -terebinto, e con dadi di cristallo; e in luogo di pedine -bianche e nere, usava monete d'oro e d'argento. -Mentr'egli giocando avea distrutta la schiera opposta, -e noi eramo ancora all'antipasto, una tavola fu portata -con una cesta, entro cui una gallina di legno colle ale -distese in cerchio, come quando covano. Tosto due -schiavi, a strepito di musica, si posero a frugar nella -paglia, e toltene alcune ova di pavone, distribuironle -ai convitati. Trimalcione voltandosi disse: — Amici, -ho ordinato si mettessero sotto questa gallina delle ova -di pavone; e temo, per bacco, non abbiano già il feto: -proviamo tuttavia se sono bevibili»<a class="tag" id="tag163" href="#note163">[163]</a>. Noi prendemmo -de' cucchiaj non men pesanti di mezza libbra, -e rompemmo le ova; ma erano di pasta, ed io fui -quasi per gittar il mio, sembrandomi contenesse il -pulcino: poi, udendo da un vecchio commensale che -alcuna cosa di buono doveva esservi, continuai a rompere -il guscio, e ritrovai un grasso beccafico contornato -dal torlo dell'ovo sparso di pepe. -</p> - -<p> -«Trimalcione aveva già sospeso il giuoco, e d'ogni -cosa richiesto, ed a voce alta data a ciascuno facoltà di -bere novamente il vino col miele; quando ad un tratto -l'orchestra diè un segno, e i cibi del primo servizio -furono cantando rapiti dagli stessi sonatori. In mezzo -a questo battibuglio cadde a caso una scodella d'argento, -ed uno schiavo la raccolse dal pavimento; ma -Trimalcione avvedutosene lo fece schiaffeggiare, e comandò -la gettasse: il credenziere tra le altre lordure -la scopò via... -<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span> -</p> - -<p> -«Recaronsi allora bottiglie di vetro perfettamente -turate, su cui era scritto, <i>Falerno d'Opimio, d'anni -cento</i><a class="tag" id="tag164" href="#note164">[164]</a>. Intanto che leggevamo le etichette, Trimalcione -battendo le mani esclamò: — Ohimè! ohimè! il -vino dunque vive più vecchio dell'omiciattolo? e noi -dunque facciamone gozzoviglia. Il vino è vita. Ve lo -do per vero d'Opimio: jeri nol feci mescere sì buono, -benchè i convitati fossero più cospicui». Mentre noi si -beveva ammirando le squisite magnificenze, un servo -portò una figura d'argento accomodata in modo, che -da ogni parte se ne volgevano gli articoli e le vertebre -col rallentarle... -</p> - -<p> -«Tenne dietro agli applausi una portata, non grande -quanto credevasi, ma la cui novità trasse gli occhi di -tutti. Era in forma d'una credenza rotonda, con in giro -le dodici costellazioni, sulle quali il cuciniere avea posto -cibi convenienti alla figura: sull'ariete i ceci di marzo, -sul toro un pezzo di bufalo, testicoli e reni sopra i -gemelli, una corona sul cancro, sul leone un fico -d'Africa, sulla vergine una vulva di troja lattante, sulla -libbra una bilancia che da una parte conteneva una -torta e dall'altra una focaccia, sullo scorpione un pesciatolo -di mare che porta quel nome, sul sagittario un -gambaro marino, sul capricorno una locusta marina, -sull'acquario un'anitra, sui pesci due triglie; in mezzo -poi v'era un cespuglio d'erbe, con sopravi un favo. -</p> - -<p> -«Il famiglio egiziano recava intorno il pane sopra -un tamburino d'argento, egli pure con pessima voce -canticchiando una goffa canzone sul laserpizio. Noi ci -acconciavamo tristamente a quelle trivialità, ma Trimalcione -disse: — Ceniamo, che tale è l'ordine della -cena». Così detto, sopragiunsero alcuni, i quali ballando -<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span> -un quartetto a suon di musica, scoprirono la parte -superiore di quel credenzino, e allora vedemmo per di -sotto, cioè in un altro servizio, ventresche e grassi circondanti -una lepre coll'ale, che pareva il cavallo Pegaso; -e ai canti quattro satiretti, dai cui ventri versavasi un -liquore impepato sopra i pesci, i quali pareano nuotar -nel mare. Applaudimmo, facendo eco ai famigli, e lietamente -assalimmo quelle squisitezze. Trimalcione contento -del buon ordine, — Trincia», esclamò; e tosto -lo scalco si fece innanzi, e a suon di musica sì destramente -fe in pezzi le vivande, che l'avresti creduto un -cocchiere in lizza fra lo strepito dell'organo idraulico... -</p> - -<p> -«In questo mezzo comparvero valletti, che agli strati -sovraposero coperte, su cui erano dipinte reti, e cacciatori -colle aste, e un intero apparecchio di caccia. -Non sapevamo che pensare di ciò, quando fuor del -triclinio alzatosi un gran romore, entrarono tutt'a un -colpo alcuni cani di Sparta, che intorno alla mensa si -diedero a correre. Un altro desco tenne lor dietro, sul -quale era posto un cignale imberrettato di prima grandezza, -da' cui denti pendevano due cestelli trecciati di -palma, un de' quali colmo di datteri della Siria, e l'altro -di datteri della Tebaide. All'intorno v'avea porcellini -fatti di torta, come se fossero lattonzi, per significare -che il cignale era femmina; essi pure inghirlandati. A -tagliare il cignale non venne quello scalco che aveva -appezzate le altre vivande, ma un gran barbone, colle -gambe ne' borzacchini, e con un abitino a più colori, -il quale impugnato il coltello da caccia, gli percosse -gagliardamente un fianco, e dalla piaga volaron fuori -dei tordi. Pronti furono colle canne gli uccellatori, che -li presero mentre svolazzavano per la sala. Dipoi, -avendo Trimalcione fattone dar uno a ciascuno, soggiunse: — Vedete -come questo porco selvatico abbiasi -mangiate tutte le ghiande?» E tosto i donzelli corsero -<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> -ai cestini che pendevano dai denti, e i datteri divisero -tra i commensali. -</p> - -<p> -«Io, che stavami quasi solo in un canto, ruminavo -per qual ragione il cignale portasse berretto; e non -trovandola, me ne apersi a quel mio interprete. Ed -egli: — Te lo spiegherebbe fino il tuo servo; non c'è -enigma; la è cosa lampante. Questo cignale essendo -rimasto intatto alla cena di jeri, e dai convitati rimandato, -oggi torna al convito in guisa di liberto»<a class="tag" id="tag165" href="#note165">[165]</a>. -Condannai il mio stupore, e null'altro richiesi, per non -parere non avessi mai cenato con galantuomini. -</p> - -<p> -«Tra questi discorsi, un bel ragazzo, cinto di viti e -d'edera, che or Bromio dicevasi, or Lieo, ora Evio, -portò intorno un panierino d'uve, cantando con voce -acutissima poesie del suo signore; al cui suono voltosi, -Trimalcione gli disse, — Dionisio, tu sei liberto». -Allora il ragazzo tolse al cignale il berretto, e sel pose -sul capo; e Trimalcione di nuovo, — Ora non negherete -ch'io possieda il padre Bacco». Applaudimmo -all'arguzia di Trimalcione, e diemmo assai baci al -ragazzo, che venne intorno... -</p> - -<p> -«Chi poteva indovinare che, dopo tante lautezze, non -fossimo che a mezza strada? Di fatto, levate a suon di -musica le mense, si condussero nel triclinio tre majali -bianchi, a nastri e campanelli, dei quali il cerimoniere -diceva uno avere due anni, l'altro tre, il terzo esser -già vecchio. Io pensai che coi porci venissero i giocolieri, -onde, com'è costume ne' circoli, far qualche -maraviglia; ma Trimalcione troncando ogni dubbio, — Qual -di cotesti (disse), amereste voi che in un -istante si mettesse in tavola? Così i fittajuoli fanno dei -polli, d'un fagiano o di simili bagattelle: ma i miei -cuochi usano cuocere un vitello tutto intero». E chiamato -<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> -il cuoco, senz'aspettare la nostra scelta, comandò -ammazzasse il più vecchio; poi ad alta voce, — Di -qual decuria se' tu?» ed essendogli risposto, della -quarantesima, soggiunse: — Comperato o nato in casa? — Nè -l'un nè l'altro (rispose il cuoco), ma vi fui -lasciato per testamento da Pansa. — Bada bene (gli -replicò) d'affrettarti, altrimenti io ti caccerò nella decuria -dei valletti». Il cuoco, stimolato da questa minaccia, -andossene col majale in cucina; e Trimalcione -rivoltosi a noi piacevolmente, — Se il vino non vi -aggrada, lo cambierò; ma sta a voi il mostrare che vi -piaccia. Grazie al cielo, io non lo compro, ma ogni -cosa che spetta al gusto nasce in un mio poderetto, -ch'io per altro non conosco. Mi si dice che arrivi da -Terracina fin a Taranto. Ora io penso di unir la Sicilia -a quelle mie glebe, perchè, se voglio andare in Africa, -non abbia a scorrere per altri terreni che per i miei»... -</p> - -<p> -«Ancor non avea svaporate queste fandonie, quando -un altro tagliere, carico di quel gran majale, coprì la -tavola. Noi ci diemmo ad ammirare tanta prestezza, ed -a giurare che neanco un pollo potevasi cuocere così -detto fatto, e tanto più quanto maggiore ci parea quel -porco di quel che ci fosse prima sembrato il cignale. -Trimalcione guardandolo attento, — E che? (disse), -questo porco non è stato sventrato. No, perdio, qua, -qua subito il cuoco». Questo comparve malinconioso, -e avendo detto che se n'era dimentico, — Che dimentico? -(gridò Trimalcione), pensi tu che trattisi di non -avervi messo il pepe o il cimino? Fuor camiciuola». -Senz'altro indugio il cuoco viene spogliato, e tutto mesto -si stava in mezzo a due aguzzini; ma tutti ci ponemmo -a pregare e dire: — Gli è un accidente; lascialo, di -grazia; e se altra volta mancasse, niun di noi s'interporrà -più per esso». -</p> - -<p> -«Io non mi potei trattenere dal piegarmi all'orecchio -<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span> -d'Agamennone e dirgli: — Questo servo deve per -certo essere un gran birbo. Chi mai si scorda di sventrare -un majale? non gli perdonerei, perdio, se si -trattasse d'un pesce». Non fece però così Trimalcione, -il quale, serenata la fronte, disse: — Or bene, poichè -tu sei di sì manchevole memoria, sventracelo qui pubblicamente». -Il cuoco, ripreso il grembiule, impugnò -il coltello, e con man timorosa tagliò qua e là il ventre -del porco; ed ecco dalle ferite, allargantisi per l'urto -del peso, scappar fuora salsiccie e sanguinacci. A questo -spettacolo tutta la macchinale famiglia de' servi fe -plauso, e con istrepito felicitò Gajo; e il cuoco non solo -fu ammesso a bere tra noi, ma ricevette una corona -d'argento ed un bicchiere sopra un bacile di Corinto; -e perchè da vicino l'osservava Agamennone, Trimalcione -disse: — Io sono il solo che abbia del vero -metallo di Corinto»... -</p> - -<p> -«Entrò poi il suo agente, il quale, come venisse a -recitare i fasti di Roma, lesse quanto segue: — Ai 25 -luglio, nati nel territorio di Cuma, di ragione di Trimalcione, -trenta fanciulli maschi e quaranta femmine; -portate dall'aja nel granajo millecinquecento moggia di -frumento; buoi domati cinquecento. Nello stesso giorno, -Mitradate schiavo affisso alla croce per aver bestemmiato -il genio tutelare di Gajo nostro. Nello stesso -giorno, riposte in cassa centomila lire, che non si -poterono impiegare. Nello stesso giorno, accesosi il -fuoco negli orti Pompejani, cominciato la notte in una -casa da villano. — Aspetta (disse Trimalcione); da -quando in qua ho io comperato gli orti Pompejani? — L'anno -scorso (rispose l'agente); perciò non erano -ancor messi a libro». Trimalcione fece l'adirato, e -soggiunse: — Qualunque fondo mi si compri, se -dentro sei mesi io non ne sarò avvertito, proibisco -che mi si porti in conto». -<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span> -</p> - -<p> -«Entrarono finalmente i saltatori, ed un certo Barone, -sciocchissima figura, si presentò con una scala, sulla -quale fece salire un ragazzo, e comandogli saltasse e -cantasse, tanto salendo, quanto standovi in cima. Il fece -in appresso attraversare de' cerchi di fuoco, e tener -co' denti una bottiglia. Il solo Trimalcione maravigliavasi, -e diceva che quello era un ingrato mestiere; nelle -umane cose però due sole esser quelle ch'egli con -molto piacere osservava, i saltatori e le beccacce...» -</p> - -<p> -Qui vengono grossolane baje di Trimalcione, indi il -romanziere prosiegue: — Continuava egli così a tor la -mano ai filosofi, quando portaronsi in un vaso alcuni -viglietti, ed il paggio gli estraeva, e ne leggeva le sorti. -Uno diceva, <i>Denaro buttato iniquamente</i>; e si portò -un prosciutto con branche di gamberi sopra, un orecchio, -un marzapane ed una focaccia bucata. Recossi -di poi una scatoletta di cotognate, un boccone di pane -azimo, uccelli grifagni, insieme con un pomo, e porri, -e pesche, e uno staffile, ed un coltello. Uno ebbe passeri, -uno un ventaglio, uva passa, miele attico, una -vesta da tavola ed una toga, e tele dipinte: un altro -ebbe un tubo ed un socco. Portossi pure una lepre, un -pesce sogliola, un pesce morena, un sorcio acquatico -legato con una rana, ed un mazzo di biete. Erano -seicento i viglietti, de' quali altri non mi ricordo; e -ridemmo lungamente di questa lotteria... -</p> - -<p> -«Dopo altre parole di Trimalcione, gli Omeristi -alzarono un gran gridore perchè, in mezzo ai famigli, -fu portato sopra un amplissimo vassojo un vitello intero -cotto a lesso, e con un caschetto sul capo. Ajace gli -veniva dietro, il quale, come furibondo, imbrandito un -trinciante, il tagliò rivoltandone i pezzi colla punta, a -guisa di ciarlatano, or di sotto or di sopra, e distribuendolo -a noi che facevamo tanto d'occhi. Ma non -potemmo quelle eleganze a lungo osservare, perchè ad -<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span> -un tratto sentimmo scricchiolar la soffitta, e tutto il -triclinio tremare. Io saltai su spaventato, temendo che -qualche saltatore non scendesse dalla parte del tetto; e -gli altri convitati non meno attoniti alzarono i volti, -curiosi qual novità venir potesse dal cielo. Ed ecco che -apertasi la soffitta, si vide un gran cerchio che, quasi -da larga cupola distaccandosi, venne giù, e gli pendeano -d'intorno corone d'oro, e alberelli d'alabastro pieni -d'unguenti odorosi. Mentre ci era ordinato prenderci -di questi presenti, io volsi l'occhio alla mensa, sulla -quale vidi già riposto un servizio di focacce, e in mezzo -un Priapo fatto di pasta, che nel largo suo grembo -tenea, secondo il solito, uva e poma d'ogni qualità. -</p> - -<p> -«Noi accostammo le avide mani a que' frutti, ed -improvvisamente un nuovo ordine di giuochi accrebbe -la nostra allegria, perchè le focacce ed i pomi, appena -colla minima pressione toccati, diffusero intorno tal -odore di zafferano, da riuscirci sin molesto. Persuasi -dunque che una vivanda sì religiosamente profumata -fosse cosa sacra, noi ci rizzammo in piedi, e augurammo -felicità ad Augusto padre della patria. Alcuni però -avendo dopo questa venerazione rapiti quei frutti, noi -pure ce n'empimmo i tovagliuoli. Tra questi fatti entrarono -tre donzelli, involti in candide tunicelle, due dei -quali misero in tavola gli Dei lari inghirlandati, ed uno -recando attorno una tazza di vino, gridava, — Ti sieno -propizj gli Dei»; dicea parimenti, che l'un d'essi chiamavasi -Cerdone, Felicione l'altro, il terzo Lucrone<a class="tag" id="tag166" href="#note166">[166]</a>. -E come fu portato in giro il ritratto di Trimalcione, -che tutti baciarono, noi non potemmo, sebben con -rossore, scansarcene... -</p> - -<p> -«All'istante venne condotto un cane grassissimo, -<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> -legato alla catena, cui il portiere ordinò con un calcio -di sdrajarsi, ed esso si distese avanti la mensa. Allora -Trimalcione gittandovi un pan bianco, — Non avvi -(disse) nessuno in casa mia, che m'ami più di costui». -Il ragazzo, sdegnato ch'ei lodasse Silace così sbracatamente, -mise in terra la cagnuccia, e l'aizzò contro di -lui. Silace, secondo il costume cagnesco, empì la sala -d'orrendi latrati, e stracciò quasi la Margarita del -Creso. Nè a questa baruffa fermossi il rumore, perchè -venne altresì rovesciata una lampada, di cui si ruppero -i cristalli, e si sparse l'olio bollente addosso ad -alcuno de' commensali. Trimalcione, per non parere -incollerito di questo accidente, baciò il ragazzo, e gli -comandò di salirgli sulla schiena. Egli vi andò subito, -e messoglisi a cavalluccio, gli batteva col palmo delle -mani le spalle, e ridendo chiedevagli, — Conta, conta, -quanti fanno?...» -</p> - -<p> -«Trimalcione, rimessosi un poco, ordinò si empiesse -un gran fiasco, e si distribuisse da bere a tutti gli schiavi -che sedevano a' nostri piedi, soggiungendo: — Se alcuno -non vuol bere, versagli il vino sul capo». E così or -faceva il severo, ed ora il pazzo. A queste famigliartà -venner dietro intingoli, la cui memoria vi giuro che mi -fa stomaco. Poichè tutte quelle grasse galline erano -contornate di tordi, con ova d'anitra ripiene, le quali -Trimalcione ci pregò con orgoglio di mangiare, dicendo -che erano galline disossate... -</p> - -<p> -«Capitò intanto un nuovo ospite che avea mangiato -altrove, al quale Trimalcione chiese: — Che cosa aveste -di squisito? — Lo dirò, se il potrò (rispose colui); -perchè io sono di sì labile memoria, che talvolta dimentico -lo stesso mio nome. Avemmo dunque per prima -pietanza un porco, coronato con salsiccie intorno, e -colle interiora benissimo condite: eranvi biete e pan -bigio, che io preferisco al bianco, perchè fortifica. La -<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span> -seconda pietanza fu una torta fredda, sparsa d'un eccellente -miele caldo di Spagna; ma io non assaggiai della -torta, e molto meno del miele. Quanto ai ceci ed ai -lupini, ed agli altri legumi, nulla più ne mangiai di -quel che Calva mi suggerisse: due pomi però mi riposi, -che tengo chiusi in questo tovagliolino, perchè se io -non porto qualche regaluccio al mio servitore, e' mi -sgriderebbe; del che madonna saviamente suole ammonirmi. -Oltre a ciò, avevamo dinanzi un pezzo di -orsa giovane, di cui Scintilla avendo imprudentemente -gustato, fu per vomitar le budella; io, al contrario, -ne mangiai quasi una libbra, perchè sapeva di cinghiale. -Se l'orso, diceva io, mangia l'omiciattolo, quanto -più l'omiciattolo mangiar deve dell'orso? Finalmente -avemmo del cacio molle, del cotognato, delle chiocciole -sgusciate, della trippa di capretto, del fegato ne' bacini, -delle ova accomodate, e rape, e senape, e tazze che -parean piante: benedetto Palamede che le inventò! -Furono portate intorno in una marmitta le ostriche, -che noi non troppo civilmente ci prendemmo a piene -mani, perchè avevamo rimandato il prosciutto». -</p> - -<p> -«Non sarebbe mai giunto il termine di questi tedj, -se non fosse comparsa l'ultima portata, composta d'un -pasticcio di tordi, di zibibbo e di noci confette. Tenner -dietro i pomi cotogni, contornati di chiodetti di garofano -che pareano tanti porcini: e tutto ciò era pur -passabile, se non si fosse data un'altra vivanda sì pessima, -che saremmo voluti morir di farne anzichè mangiarne. -Quando fu in tavola, noi pensammo fosse un'oca -ripiena, contornata di pesci e d'ogni sorta uccelli; di -che Trimalcione avvedutosi, disse: — Tutto questo -piatto esce da un corpo solo». Io m'avvidi tosto di -quel che era, e volgendomi ad Agamennone, — Resto -maravigliato come tutti cotesti ingredienti sieno accomodati -in guisa che pajon fatti di creta. E so d'aver -<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span> -veduto a Roma, nel tempo dei Saturnali, di simili cene -finte». Ancor non finivano queste mie parole, che -Trimalcione soggiunse: — Così possa io crescer di -ricchezza se non di corpo, come tutti questi intingoli il -mio cuoco ha fatti col majale. Non può darsi più prezioso -uomo di lui. Se volete, egli d'un coniglio vi farà -un pesce, col lardo un piccione, col prosciutto una tortora, -delle budella di porco una gallina; perciò il genio -mio gli ha posto un bellissimo nome, e chiamasi Dedalo; -e siccome ha egli gran fama, uno gli portò a Roma -de' coltelli di Baviera». E comandò che gli si recassero, -gli osservò con ammirazione, e ci permise di provarne -la punta sulle nostre labbra. -</p> - -<p> -«Al tempo stesso entrarono due schiavi, in aria di -bisticciarsi per un di que' cingoli, a cui si attaccano i -vasi che costoro si teneano sulle spalle. Trimalcione -avendo pronunziata la sua sentenza, nè l'un nè l'altro -volle chetarvisi, ma ciascheduno ruppe con bastoni il -fiasco dell'altro. Sopraffatti della insolenza di quegli -ubriachi, noi li tenevamo d'occhio, e vedemmo che da -quei rotti vasi eran cadute ostriche e pettini, le quali -un donzello raccolse, e in una marmitta recò intorno. -Il cuciniere ingegnoso secondò queste splendidezze, -portando lumache sopra una graticola d'argento, cantando -con voce tremula e straziante. Io ho rossore a -narrare ciò che seguì: imperocchè i chiomati donzelli -(cosa non più udita), portando unguenti in un catino -d'argento, unsero i piedi agli sdrajati commensali, dopo -aver loro allacciate e gambe e piedi e calcagni con -varie ghirlande; poi l'unguento medesimo fecer colare -nei vasi di vino e nelle lucerne... -</p> - -<p> -«Finalmente intirizziti pregammo il custode di metterci -fuor della porta, ma egli rispose: — T'inganni se -pensi uscire per donde sei entrato; nessun convitato -giammai esce dalla porta medesima». In questa si udì -<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span> -un gallo cantare; per la cui voce Trimalcione confuso, -ordinò si spandesse vino sotto la tavola, e se ne mettesse -nelle lucerne; di più trasportò l'anello nella man -destra, e disse: — Non senza perchè codesto trombetta -ha dato un tal segno: bisogna o vi sia incendio in alcun -luogo, o taluno nel vicinato trovisi agonizzante. Lungi -da noi sì tristi augurj; epperò chi mi porterà questo -mal nunzio, avrà una corona in regalo...» -</p> - -<p> -E sia fine a tante miserabili vanità. -</p> - -<p> -V'avea dunque ricchezze, v'avea comodi, eleganze, -lusso, fior d'arti belle e d'industria, coltura, sterminato -dominio, commercio dilatato agli ultimi confini della -terra, tutti gli elementi, di cui alcuni compongono la -prosperità sociale. Al secolo dei lumi, al secolo del -progresso applaudivasi anche allora, non meno iperbolicamente -di quel che facciano i giornalisti d'oggidì. — Il -mondo si schiude, si fa conoscere, si lascia coltivare -ogni giorno meglio; le fiere scompajono, il deserto -si frequenta, si aprono le roccie, la barbarie cede più -sempre all'incivilimento, che popola ogni luogo, e sviluppa -la vita, e raffina i governi; la stirpe umana -minaccia divenir soverchia pel mondo. Roma che non -ha fatto? insegnò all'uomo l'umanità, incivilì le tribù -più remote e selvagge, addolcì i costumi, riunì gl'imperj -dispersi, fece comune l'industria di tutti i popoli, -l'ubertà di tutti i climi, la varietà delle favelle: ciò che -non è a Roma, non è in verun luogo. Essa raccolse il -mondo sotto l'equo suo impero, senza accettazion di -persone o divario di grande e piccolo, di nobile e plebeo, -di ricco e povero. La guerra oggimai non è che -un nome, e pare un sogno quando s'ode che qualche -lontanissima tribù mora o getulica osò provocare le -armi romane; la spada ormai è incatenata dalle rose; -le città non gareggiano che di magnificenza, la terra -medesima pare s'infiori come un giardino, e che -<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span> -Roma abbia dato al mondo una vita nuova»<a class="tag" id="tag167" href="#note167">[167]</a>. -</p> - -<p> -Eppure la pubblica prosperità deperiva. Il popolo -re ci si presenta come uno stormo di schiavi, che inorgoglia -delle follie e della bassezza di sua schiavitù; -il governo, carpito da felici cospiratori, non curasi -d'illuminare e dirigere la pubblica opinione, bastando -adularla, vilipenderla o spegnerla; nè il nuovo sovrano -ha mestieri di conquistar le anime e le intelligenze, -purchè trovi modo di corromperle. -</p> - -<p> -Con Tacito fremiamo vedendo allo scaltro Augusto -seguire Tiberio, fango impastato col sangue<a class="tag" id="tag168" href="#note168">[168]</a>; poi -un garzone frenetico; poi un sanguinario imbecille; poi -il giovane allievo del filosofo più vantato, che raduna -in sè e peggiora le dissolutezze e le atrocità de' precedenti, -fa pompa delle infamie che Tiberio nascondeva, -incendia, uccide maestro, moglie, amante, madre; e ad -ogni nuova barbarie, popolo, cavalieri, senatori gli -decretano nuovi ringraziamenti, ad ogni sua viltà -s'affrettano di scender più basso colle loro umiliazioni. -Ma invano domandiamo a Tacito la finissima industria -onde Augusto inforcò gli arcioni di questa fiera indomita; -e come mai gli antichi repubblicani si rassegnassero -a un tiranno, a un pazzo, a un imbecille, a un -mostro, e dopo loro lasciassero disputare il comando -da un infingardo, un dissoluto, un ghiottone, un avaro. -Tacito respirava l'atmosfera che pur sentiva corrotta, -e non poteva accorgersi come il miasma ne fosse -l'egoismo. -</p> - -<p> -L'unità della forza stringeva in un circolo di ferro -le provincie dell'Impero, ma internamente era lentato -ogni nodo; ciascuno rinserravasi in se stesso, diffidando -<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span> -del vicino che non sapeva come opererebbe o penserebbe, -atteso che gli uomini non si trovavano d'accordo -in nessun punto di politica, di morale o di religione; -estinto ogni sentimento elevato, rimaneano solo spossatezza, -sfarzo, cura di sè, negligenza d'altrui. Quel -che oggi s'interpone fra l'obbedienza e la schiavitù, -cioè il punto d'onore, la devozione leale a un principe, -la franchezza militare, la libertà cittadina, l'alterezza -nobiliare, non esisteva fra gli antichi. Eran solo cittadini, -e l'impero tolse pregio a tal qualità; valor personale -non resta più; ingegno, coscienza, fede, gloria, -nobiltà, ambizione scompajono davanti all'unico scopo, -la grazia del regnante. Il senato non rappresentava più -nulla, ma l'orgoglio antico faceagli ritirare dispettosamente -la mano dal popolo. I pretoriani, sentendosi la -forza, voleano usarne; e ajutavano a tiranneggiare, -purchè ne traessero aumento di soldo ed alleggiamento -di servizj. -</p> - -<p> -Il vulgo tremava, come tremavano i grandi, come tremavano -i soldati, come tremava l'imperatore, tutti di -tutti; conseguenza dell'uni versale egoismo. Alcuni si levavano -dall'originaria bassezza accostandosi ai grandi, a -forza di adulazioni e di spionaggio; altri amavano adimarsi -fra i poveri per toccare la lor porzione di donativi, -e per evitare i pericoli cui si esponeva ogni testa che -sporgesse. Alla ciurma sempre più svigorita nel lusso -e ne' vizj, delirante dietro a' giuochi dell'anfiteatro, e -che non palesava una volontà se non col parteggiare -per questo o per quel ballerino, per questa o quella -fazione del circo, ogni nuovo imperatore prodigava -doni e giuochi, e la corrompeva non solo coi fieri e -sozzi divertimenti dell'arena e del teatro, ma colle arti -dei retori e dei poeti. -</p> - -<p> -Fuori poi, i Greci e i Galli non provavano affetto pei -Romani; i Romani non compassione delle concussioni -<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span> -e de' micidj ond'era oppressa la Germania; sicchè -mancava quell'accordo di lamenti e di speranze, che -produce rivoluzioni efficaci. L'antica repubblica era -perpetua e impossente ribrama di quelli che ancora -ambivano di governare: il vulgo, più contento di trovarsi -governato, non se la ricordava che per detestarla, -e godeva qualvolta, insieme coi gladiatori, gli si offrisse -lo spettacolo di nobili teste recise. Anche i soldati sotto -i Giulj conservarono l'antica disciplina, confondendo la -fedeltà alla bandiera con quella all'imperatore: solo -dopo caduta quella famiglia, si credettero arbitri di -offrir l'impero a chi fossero disposti a sostenere colle -spade. -</p> - -<p> -Del resto, a che moversi quando non sai se il tuo -vicino ti sosterrà? Empisca dunque Caligola le due liste -<i>del pugnale e della spada</i>; dal seno delle fecciose -voluttà invii Tiberio la morte; inferocisca a baldanza -l'oppressore, poichè gli oppressi non sanno amarsi ed -intendersi, nè miglior gloria conoscono che quella di -fare omaggio ai padroni<a class="tag" id="tag169" href="#note169">[169]</a>. -</p> - -<p> -Questo male era tardo frutto della politica immoralità -della repubblica. La società romana, per quanto la -politica ne avesse ampliato l'estensione, era, siccome -le altre pagane, dominata da spirito di razza, geloso, -esclusivo, fuor della famiglia e dell'altare suo vedendo -in ogni uomo uno straniero, in ogni straniero un nemico, -nel nemico una preda. Il giureconsulto Pomponio -definiva: — I popoli, con cui non abbiamo amicizia, -ospitalità od alleanza, non sono nemici nostri: pure, se -cosa nostra casca in man loro, ne sono padroni; i liberi -divengono schiavi; e così è di essi riguardo a noi»<a class="tag" id="tag170" href="#note170">[170]</a>. -In conseguenza la schiavitù era un fatto naturale e civile, -<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span> -equo, indeclinabile; e la giurisprudenza definisce che il -padrone «ha diritto d'usare e d'abusare dello schiavo». -</p> - -<p> -Fondata su tali canoni, la società non poteva riuscire -che spietata; e gli schiavi pur troppo dall'acerba condizione -loro traevano sentimenti fieri e dispettosi, che -soltanto feroci pene potevano reprimere. Croci e supplizj -riempiono le commedie ed i racconti; permanente -atrocità privata, cui accordavasi poi la pubblica col suo -sfarzo di pene legali. Il mantenere e crescere quelle -macchine umane era scopo importantissimo della società, -e mezzo a ciò la guerra. A questa pertanto -doveano intendere principalmente gli Stati, come a fonte -di potenza, di gloria, di ricchezza; l'economia politica -consisteva nel distruggere o render servi gli stranieri. -Dall'amore di patria (nome pomposo ed abusato) cercavasi -la rigenerazione e la forza del cittadino e degli -Stati; ma questa legge isolata insegnava ad immolare -alla grandezza d'un popolo la felicità di tutti gli altri. -Il fanciullo educato in quei sentimenti sprezza e odia -ciò che è fuori del suo paese; e qualsivoglia iniquità -resta giustificata dal venirne vantaggio alla repubblica. -La imperturbata assolutezza di logiche conseguenze -dispensava Catone dall'addurre altri motivi del suo -perpetuo <i>Carthago delenda</i>; Paolo Emilio, in Epiro, -sulle rovine di settanta città vende all'asta cencinquantamila -vinti per distribuirne il prezzo ai soldati: Orazio -fa che Attilio Regolo, per ridestare il patriotismo -romano, narri d'aver veduto ricoltivarsi i campi attorno -a Cartagine, devastati dalle legioni: agitandosi in senato -le querele di popoli alleati, Curione le confessava giuste, -ma soggiungeva, — Prevalga però l'utilità»<a class="tag" id="tag171" href="#note171">[171]</a>: -Mario diceva a Mitradate, — O renditi più forte, o -<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span> -piega ad ogni nostro volere»: Antipatro terminava -tutte le sue arringhe agli Ebrei col dire, — I Romani -voglion essere obbediti»: Fabrizio, udendo le dottrine -epicuree alla tavola di Pirro, supplica gli Dei che -quelle piacciano sempre ai nemici di Roma: Tacito -racconta che alcuni Germani rifuggiti in cima ad alberi, -dai Romani erano feriti colle freccie per trastullo. Di -buja notte i Romani precipitano sui Germani, divise le -legioni avide di sangue in quattro corpi, acciocchè più -estesa fosse la devastazione: cinquanta miglia andarono -a ferro e fuoco, senza compassione per età o sesso. Da -parte de' Romani non fu sparsa goccia di sangue, perchè -il soldato uccideva i nemici tra la veglia e il sonno -disarmati ed erranti a caso. Il buon Germanico esortava -i soldati a seguitar la strage, perocchè non abbisognavasi -di prigionieri; soltanto collo sterminio di tutto -il popolo potersi metter fine alla guerra. Tacito stesso -non sa all'impero augurare maggior fortuna, che il -perpetuarsi delle nimicizie fra le nazioni avverse<a class="tag" id="tag172" href="#note172">[172]</a>. -</p> - -<p> -Così i Gentili stabilirono per fondamento della morale -la società e il patriotismo, le cui virtù che sono -altro se non un egoismo alquanto più dilatato? Come -oggi alcuni nel nome d'umanità dimenticano l'uomo, -così allora non si parlava dell'uomo, ma della patria. -La patria è una divinità<a class="tag" id="tag173" href="#note173">[173]</a>; Dio non deve nulla -all'uomo, e l'uomo deve ad esso se medesimo e gli -altri: dunque l'individuo si immoli a questa deificazione, -non solo nelle terribili emozioni della guerra -scannando le migliaja per una causa che non conosce, -ma anche per superstizione svenando senza entusiasmo -<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span> -un uomo che non ci offese, a divinità in cui più non si -crede. Le miserie dei popoli soggiogati, l'insulto del -trionfo, lo spettacolo solenne dei gladiatori, il continuo -degli schiavi, rendevano la gente men compassionevole -che non fra noi moderni, avvezzati dalla civiltà e dalla -religione a gridar tiranno non solo chi uccide, ma -chi un sol giorno aggiunge d'inutili patimenti ad un -accusato. -</p> - -<p> -Come delle altre virtù il patriotismo, così della giustizia -teneva luogo la legalità; ed il rispetto religioso, -anzi superstizioso verso le leggi, <i>cosa sorda ed inesorabile</i><a class="tag" id="tag174" href="#note174">[174]</a>, -fu carattere de' Romani, pel quale dalla -protezione ottenuta sul monte Sacro giunsero a imporre -al mondo un Caligola e un Tiberio, che si circondavano -de' migliori giureconsulti, e dopo calpestata nel peggior -modo la giustizia verso gli stranieri, poterono creare -una stupenda legislazione per se stessi. -</p> - -<p> -Avvezzata Roma agli abusi della forza e della legalità, -il vincitore interno faceva di lei quel governo che -essa di Cartagine e Corinto. Ma i veri vinti erano -patrizj e senatori; laonde, mentre questi soffrivano, la -plebe, garantita dalla propria oscurità, accarezzata più -dai principi più ribaldi, poteva persino amar que' tiranni; -allorchè Caligola fu ucciso, il vulgo a furia chiese -a morte i micidiali; favorì alcuni che si fingevano -Nerone. -</p> - -<p> -Nè affatto a torto, giacchè il governo imperiale era -il più popolare che mai Roma avesse provato. Le tirannidi -dei ventimila patrizj erano state ristrette in uno -solo, che più distando dai privati, riusciva men oppressivo. -L'imperatore insulta ed uccide cavalieri e senatori, -ma condiscende a quella plebe cui insultavano gli Emilj -e gli Scipioni, la contenta di giuochi e di donativi, la -<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span> -tratta da pari nella piazza ed al bagno; se più non le -chiede il voto ne' comizj, ne ascolta le grida nel circo -ed al teatro, non ardisce metterne a prova l'impazienza -col farvisi troppo aspettare. Nerone, mentre gode a -tavola fra Paride e Poppea, udendone il fremito tumultuoso -a piè del palazzo, getta il tovagliuolo dalla finestra -per indicare che si move a soddisfarla. Tiberio pose sul -banco pubblico una grossissima somma onde prestare -a chiunque bisognasse, senza interesse per tre anni; e -largheggiò smisuratamente nell'inondazione del Tevere -e nell'incendio sull'Aventino; e quando un tremuoto -diroccò dodici città fiorentissime dell'Asia, la Sicilia, -la Calabria, sepellendo abitanti, sobbissando montagne, -altre sollevandone, per cinque anni assolse dalle taglie -le provincia danneggiate, e mandò grosse somme per -rifabbricar le case. Claudio provvide acque e porti. -Quasi tutti poi gl'imperatori si occuparono di rendere -giustizia in persona, come usano tuttora i Turchi; modo -indegno d'ogni ben costituito ordinamento, ma che -eliminava l'inestricabile corruzione della Roma repubblicana, -ogniqualvolta non vi fossero interessati il principe -o i suoi favoriti. Ora, nell'attuamento di buone -leggi giudiziali consiste una gran parte e la più sentita -della libertà cittadina. -</p> - -<p> -E poi l'imperatore non è il tribuno della plebe? Da -qualunque parte le venga il suo protettore, poco ad -essa ne cale; i ricchi pagheranno le spese, ella avrà -giuochi e distribuzioni; quanto alla politica libertà, -l'ha per un balocco, esibitole da quelli che non hanno -oro nè potenza, e desiderano acquistarle. Senz'arti, -senza lavoro, vivendo di ciarla, di largizioni, di spettacoli, -il vulgo romano amava chi ne lo provvedesse: -invidioso dei ricchi com'è sempre il povero, -godeva in vedere conculcati dal suo tribuno i figli di -coloro che l'aveano tenuto schiavo, spogli delle dovizie -<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span> -succhiate ai clienti o alle provincie, e tremava che, -distrutto l'impero, non si rinnovassero le superbe crudeltà -dei patrizj. -</p> - -<p> -Chi dunque, sano dell'intelletto, poteva più pensare -a ricostituir la repubblica? Restava di temperare l'autorità -degl'imperatori: ma come farlo dove nè i nobili -nè i Comuni nè il clero erano costituiti in un corpo -che potesse contrappesarla? La legge Regia poneva -l'imperatore al di sopra di tutte le leggi; gli impieghi -erano da lui conferiti; da' suoi cenni pendeva l'esercito; -l'autorità tribunizia gli dava il veto contro qualsivoglia -determinazione del popolo o del senato, e rendea -sacrosanta la persona di lui, e sacrilegio perfino la -resistenza. -</p> - -<p> -Le cospirazioni non si volgeano contro la tirannia, -ma contro il tiranno; e vendette personali, generose -aspirazioni, ambiziose ipocrisie, rapaci avidità si accordavano -un tratto per appoggiarsi sull'indignazione popolare; -sfogata questa, si scomponevano, e lasciavano -il campo alle punizioni imperiali o alla onnipotenza -soldatesca. Il senato, se non fosse comparso un corpo -corrottissimo e modello di tutte le abjezioni, qualche -freno avrebbe potuto mettere allorchè veniva trucidato -un tiranno; e lo tentò dopo Caligola: ma se anche -il popolo lo avesse sofferto, il potere che di fatto preponderava, -l'esercito, voleva il donativo; se punto si -tardasse a scegliere il successore, lo acclamava egli -stesso; e guaj a chi tentasse restringere all'imperatore -l'arbitrio, pel quale egli poteva largheggiare quant'essi -pretendevano. Ma l'imperatore stesso, disimpedito da -freni legali, è esposto all'arbitrio de' soldati, che o lo -costringono a fare la loro volontà, o lo uccidono; sicchè -sospeso fra le gemonie e l'apoteosi, s'affretta a saziar -le voglie spietate o voluttuose. -</p> - -<p> -Nulla essendovi dunque che frenasse o il re sul trono -<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span> -o la donna nel gabinetto, entrò una depravazione, gigantesca -quanto quel popolo; dove il vizio e l'empietà -eretti in sistema; ferocia ne' dominanti, ferocia ne' servi; -corruttela tranquilla, corruttela impetuosa; istinto feroce -nel soldato, istinto fiacco e tumultuoso nel vulgo, istinto -servile ne' dotti; stupidità in una plebe immensa, indifferente -tra il vincitore e il vinto. La generosità? la virtù? -la bestemmia di Bruto era divenuta comune da che si -vedeva sovvertito il prisco ordine. La patria? come -affezionarsi a quella che s'estendeva dall'Elba al Niger? -La filosofia? ma questa non aveva accordo, non efficacia; -esercitazione di scuola, riponeva il punto più -sublime nel sapersi dar la morte, nel disertare cioè da -fratelli, alle cui miserie non si era partecipato; così -s'introdusse il suicidio, come un mezzo di sottrarsi al -suo dovere; mezzo che i Gentili diceano onorevole, noi -Cristiani empio e codardo. -</p> - -<p> -Pure la filosofia stoica è l'unico lampo di vigore, -l'unica nobile opposizione in quel tempo. Mentre Plauzio -Laterano è condotto a morte, un liberto di Nerone gli -dirige alcune suggestioni, cui egli risponde: — S'io -avessi l'anima tanto abjetta da fare delle rivelazioni, al -tuo padrone le farei, non a te». Fu ucciso dal tribuno -Domizio Stazio che era suo complice, nè per questo gli -volse alcun rimprovero; e al primo colpo essendone -ferito soltanto, scosse la testa, poi la ripose all'attitudine -opportuna per essere decollato<a class="tag" id="tag175" href="#note175">[175]</a>. Epittèto, -schiavo frigio, che scrisse un <i>Manuale</i> di questa filosofia, -percosso dal padrone Epafrodito, gli dice: — Badate -che mi romperete le ossa»; Epafrodito continua, -gli fiacca una gamba, e lo schiavo ripiglia: — Non ve -l'avevo detto?» -</p> - -<p> -Piace questo aspetto di forza e severità: e per vero, -mentre la morale di Epicuro produceva mollezza e -<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span> -snervamento, quella di Zenone è la forza stessa, concentrata -in se medesima, per respingere tutto ciò che -vorrebbe signoreggiarla. Se non v'ha bene fuorchè la -virtù, non male fuorchè il vizio, e tutto il resto è -indifferente, l'uomo si trova al disopra degli avvenimenti -esterni, riponendo il valor proprio e la propria -felicità in se stesso, e nel buono o mal uso che fa -della propria libertà; sicchè scompaiono le differenze -di nazionalità, di posizione sociale, sottentrando un -diritto universale, assoluto, eterno, che abbraccia tutti -gli uomini. Ma questa forza facilmente degenera in un -egoismo senza viscere, in un rigore desolante che non -è la virtù; e l'abstine et sustine degli Stoici, separato -dalla benevolenza, svia ogni attività benefica, riduce -indifferente alle miserie d'un vulgo che basisce di -fame accanto ai palagi ove rigurgita l'abbondanza, e -si rinserra in un'inoperosa fatalità. Marc'Aurelio, avvertito -delle trame di un ambizioso, risponde: — Lasciamolo -fare, chè, se non è destinato, soccomberà; -se è, nessuno uccise il proprio successore». È clemenza -codesta? -</p> - -<p> -— Il savio attende il bene soltanto da sè: unico -male è credere al male: meglio morir d'inedia senza -timori, che vivere angustiato nell'opulenza: meglio che -il tuo schiavo sia tristo, anzichè tu infelice. Quando -abbracci la donna, i figliuoli, pensa che sono mortali; -e così non ti dorrai perdendoli. La compassione è il -vizio dei deboli che si piegano all'apparenza degli -altrui mali, e perciò disdice ad uomo. Le sciagure -sono destini, non accidenti. A Dio non obbedisce il -savio, ma consente. In alcun modo il sapiente è superiore -a Dio; poichè in questo il non temere è merito -di natura, nel savio è merito proprio»<a class="tag" id="tag176" href="#note176">[176]</a>. Sono -<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span> -massime di Seneca. E che cosa significano? che i mondani -eventi sono retti da una necessità fatale, e il -volere umano ha forza di resistere e soffrire, non -d'operare; tranquillità non può sperarsi che in un -superbo e desolato isolamento; considerar viltà qualunque -transazione col nemico della libertà, quando -anche non si stipulasse che l'oblio e il poter ritirarsi; -punire se stessi dei tentativi falliti, sprezzare i tiranni, -i quali non possono se non dare una morte che non -si teme; disporre della vita come d'un possesso che -vuol tenersi soltanto a certe condizioni; e fin all'ultimo -respiro meditare sopra se stessi. Insomma non -è vero bene ciò che non dipende dalla volontà dell'uomo; -non dunque bene la patria, e poco monta in -qual luogo siamo nati, poco che essa goda o soffra; -lo stoico non è nato per la società, non è cittadino, non -dee cercar di sminuire i mali della patria, ma darvi -per rimedio il sentimento della libertà individuale. -</p> - -<p> -Qui consiste la magnanimità mostrata da Cremuzio -Cordo e da tant'altri, pei quali il suicidio era un -rifugio o una speranza. Arria, moglie di Trasea Peto, -udendo che questi è condannato, s'immerge un pugnale -nel seno, indi porgendolo al marito, gli dice: — Non -fa male». Genero ed erede della costei fermezza, Elvidio -Prisco da Terracina studiò filosofia non per -ammantare col nome di questa l'inazione, ma per -invigorirsi. Il suo sogno era sempre l'antichità, quella -repubblica aristocratica di cui erano stati ultimi lumi -Marco Bruto e Porcio Catone; quel senato, ch'era parso -a Cinea un'assemblea di re, e a Caligola un branco di -buffoni. Sbandito alla morte del suocero, richiamato -<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span> -da Galba, non cessa d'opporsi in senato agli arbitrj -imperiali. Parlasi di rifabbricare il Campidoglio? — Quest'impresa -(dic'egli) spetta alla repubblica, non -all'imperatore». Vuolsi por modo alle spese del tesoro? — È -cura de' senatori, non dell'imperatore». E nei -discorsi attaccava quei che sotto i regni antecedenti -aveano abusato, e sotto aspetto di virtù ridesta quel -fiotto di accuse e denunzie. Vespasiano gli ordinò non -comparisse in senato, ed egli: — Puoi togliermi il -grado, ma finchè io sia senatore vi andrò. — Se vieni -(soggiunge l'imperatore), taci. — Purchè tu non m'interroghi», -replica esso; e Vespasiano: — Ma se tu sei -presente, io non posso lasciare di chiederti il tuo -parere. — Nè io di risponderti come mi parrà dovere. — Se -tu me lo dici, ti farò morire. — T'ho forse io -detto d'essere immortale? entrambi faremo quel ch'è -da noi; tu mi farai morire, io morrò senza rincrescimento». -Avendo solennizzato il natalizio di Bruto e -Cassio ed esortato ad imitarli, fu arrestato; poi rimesso -in libertà, nè mutando sensi e linguaggio, il -senato ne decretò la morte, e Vespasiano non giunse -in tempo a sospenderla. Al veder Tacito, Plinio Minore, -Giovenale alzar a cielo quest'imprudente, vien da riflettere -tristamente ove la virtù è costretta ridursi -quando le mancano legittime vie d'opporsi all'abusato -potere. -</p> - -<p> -Scevino Flavio, imputato di congiura contro Nerone, -mostrò al tribuno che la fossa preparatagli non era -abbastanza profonda; e come questi gli disse di tender -bene il collo, — Possa tu altrettanto bene colpire». Caninio -Giulio viene ad alterco con Caligola, il quale licenziandolo -gli dice: — Non dubitare, t'ho condannato a -morte»; e Giulio, — Grazie, maestà imperiale». Guardava -egli come un favore la morte in così pessimo imperio, -o con ironia da Socrate voleva contraffare la -<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span> -vigliaccheria dei cortigianeschi ringraziamenti? Passò -dieci giorni equanime, aspettando che Caligola tenesse -la parola, e giocava alle dame quando entrò il centurione -ad annunziargli di morire. — Attendi ch'io noveri -le pedine», risponde tranquillo; e perchè gli amici -piangevano, — A che rattristarvi? Voi disputate se -l'anima sia immortale, ed io vado a chiarirmi del vero». -E mentre avvicinavasi al supplizio, chiedendogli un -amico a che riflettesse: — Voglio osservare se in questo -breve istante l'anima s'accorge d'uscire». -</p> - -<p> -Caligola, ingelosito dell'eloquenza di Seneca, volea -farlo morire; ma una concubina gli mostrò essere il -filosofo di salute così strema, che poco andrebbe a -finire naturalmente. Eppure sopravisse a vederne più -d'un successore. Assunto alla questura, fu da Claudio -esiliato in Corsica, dicono per intrighi con Giulia figlia -di Germanico e con Agrippina. Di là, a Polibio liberto -dell'imperatore, cui era morto un fratello, drizzò una -Consolatoria, congerie di luoghi comuni sulla necessità -del morire, su sventure tocche a grandi, a regni, -a città; esauriti i quali argomenti, soggiunge: — Finchè -Claudio è signor del mondo, tu non puoi nè al dolore -abbandonarti nè al tripudio, tutto essendo di lui; vivo -lui, non puoi querelarti della fortuna; lui incolume, -nulla hai perduto, tutto hai in lui, di tutto egli tien -luogo; gli occhi tuoi non di lagrime ma di gioja devono -empirsi... ti si gonfiano di lagrime? volgili a Cesare, -e la vista del dio te li asciugherà; il suo splendore arresterà -i tuoi sguardi, nè ti lascerà vedere altro che lui... -Dei e Dee concedano lungamente alla terra colui che -le diedero a prestanza;... sempre rifulga quest'astro -sul mondo, la cui tenebria fu dalla luce di esso ricreata». -</p> - -<p> -Così vilmente adulatolo vivo, Seneca vilmente l'oltraggiò -morto, nell'<i>Apocolocunthosis</i> descrivendone la -divinizzazione. Con ciò volea forse ingrazianirsi Nerone, -<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span> -del quale se troppa severità sarebbe l'imputargli l'orrenda -riuscita, e credere l'avviasse a sozze oscenità -e fino al matricidio, non gli perdoneremo di non -averlo abbandonato dopo che di tali delitti si contaminò, -e d'aver prostituito l'ingegno fin a discolparli. -Mentre declamava contro le ricchezze, ammassò sessanta -milioni di lire, con usure che valsero ad eccitare -una sommossa nella Bretagna; rimproverava il lusso, -ed aveva cinquecento tripodi di cedro coi piedi d'avorio; -vantava il vivere ignorato<a class="tag" id="tag177" href="#note177">[177]</a>, e anelava pompe e -schiamazzo; scrivea voler piuttosto offendere colla verità -che andare a versi colle piacenterie, poi le trabocca -a Nerone, il quale «poteva vantare un pregio di nessun -altro imperatore, cioè l'innocenza, e facea dimenticar -persino i tempi d'Augusto»<a class="tag" id="tag178" href="#note178">[178]</a>. Eppure ogni -tratto egli esibisce se stesso per modello, dà intendere -che ogni sera s'esaminasse dei fatti e detti suoi<a class="tag" id="tag179" href="#note179">[179]</a>, ed -esclama: — Turpe il dire una cosa, un'altra sentirne; -quanto più turpe sentirne una, scriverne un'altra». -</p> - -<p> -Ma egli distingueva due filosofie, una per la vita, una -per la scuola: ed in questa, attivo e pratico sempre, -accumula sentenze, per certo opportunissime a correggere -e nobilitare il carattere, assodar l'impero della -<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span> -ragione sopra le passioni, insegnare temperanza nelle -prospere, costanza nelle avverse vicende. Ottimo uffizio: -ma dopochè se ne sono uditi i precetti, si domanda -qual autorità d'imporli, qual ragione d'obbedirli? Seneca -dice alla madre: — La perdita d'un figlio non è -un male; è follia pianger morto un mortale»; all'esule: — I -veterani non si scompongono sotto la mano del -chirurgo; così tu, veterano della sventura, non gridare, -non lamentare femminilmente»; a tutti predica, ciò -ch'è male per l'uno esser bene per molti, e che ogni -cosa deve perire; intima ai savj di non cadere nella -compassione, non attristarsi, non impietosire, non perdonare<a class="tag" id="tag180" href="#note180">[180]</a>. -Ma a che pro questa più che umana fermezza? -donde la forza di praticarla? donde, se non -dall'orgoglio e dall'egoismo? -</p> - -<p> -E orgoglio ed egoismo trapelano da tutti i pori all'adulatore -di Nerone: diresti ch'egli si sente destinato -a riformare il genere umano, con tal tono da maestro -sprezza, beffeggia, riprende, comanda, insegna virtù -impossibili, e come scopo della filosofia il separar -l'anima da tutto ciò che non è lei, fare del proprio perfezionamento -l'oggetto unico d'ogni sforzo, isolarla nella -sua grandezza e in una virtù che guarda con indifferenza -la morte degli altri e la propria. -</p> - -<p> -Fra gli elogi della povertà, viepiù assurdi in bocca -d'un gaudente cortigiano; fra antitesi in luogo di ragioni; -fra quel cumulo di frasi sonore si arriva a capire -<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span> -che regola della morale e della felicità è la <i>legge naturale</i>; -sapienza è il conformarvisi. Ma per conformarvisi -bisogna conoscere, e ciò per mezzo d'una ragione sana, -dominatrice delle passioni: in tale obbedienza ragionata -trovasi la soddisfazione della coscienza, il testimonio -intimo, ch'è il fine supremo del saggio. -</p> - -<p> -Ma che cos'è la legge? la natura? come questa può -obbligare, staccata dalla ragion divina, da una volontà -superiore e libera, che fissa il <i>fine</i> obbligatorio? Seneca -avea compreso che doveva esservi un Dio buono; -che bisogna amare e servire gli amici, la famiglia, la -patria; aveva, come Aristotele e Platone, conosciuto i -rapporti del bello col buono, della scienza colla virtù; -ma di tutto ciò non erano certi i filosofi; talvolta separavano -una cosa dall'altra per poter dimostrarla; finivano -con Dio immobile, una morale senza Dio, una -virtù senza ricompensa, una scienza senza certezza. Il -più glorioso sforzo dell'intelletto umano abbandonato -a se stesso fu appunto questo aggavignarsi ai frantumi -della verità, e ingegnarsi a dimostrare la solidità dei -loro fini, del loro probabilismo. In ciò adoprarono -tanti insigni libri, tanto talento, tanta volontà; perchè -ignoravano quel primo vero dell'Ente che crea; e che -basta perchè tutte le scienze s'incatenino; il fine sia -preciso, il mezzo è preparato nella volontà risoluta di -eseguire sempre il meglio, e nella forza di giudicarne -rettamente. Volontà costante guidata da scienza certa -sarebbero quella forza e quella prudenza che Seneca -predicava, ma dirette non a un bene chimerico, ma -ad un bene che sta in noi l'ottenere, secondato dalla -grazia. -</p> - -<p> -Quando gli fu intimato di morire, chiese di mutare -alcune disposizioni nel testamento; ed essendogli negato, -confortò gli amici rammemorando i consueti loro -ragionamenti, e lasciando ad essi, poichè altro non gli -<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span> -si permetteva, l'esempio di sua vita e l'odio contro -Nerone. Avendogli detto Paolina sua moglie di voler -finire con lui, egli non s'oppose, e — T'avevo indicato -i modi di vivere, non t'invidierò l'onor di morire. La -tua coscienza, se è eguale alla mia, sarà sempre più -gloriosa». Fecesi aprir le vene, e seguitò a dettare a' -suoi scrivani; tardando la morte, si fece tuffare in un -bagno caldo, e ne asperse i servi che gli stavano attorno, -invocando Giove liberatore, come i Greci libavano a -Giove conservatore nell'uscire d'un banchetto. In un'altra -camera Paolina l'imitava, ma Nerone ordinò di -stagnarle il sangue. -</p> - -<p> -Visto qual fosse la sua vita, e che di là da questa -non aspettava premj o castighi<a class="tag" id="tag181" href="#note181">[181]</a>, e che vantavasi -rinvenuto dal <i>bel sogno</i> dell'immortalità, noi chiediamo -se la sua fosse virtù o scena. Certamente in lui il dogma -della fraternità degli uomini appare più evidente; ne -riconosce l'eguaglianza, proclama la filantropia cosmopolitica -al modo degli Enciclopedisti, che di fatti se ne -fecero un idolo: eppure celia Claudio per gli atti cosmopolitici; -inveisce contro la guerra, ma per esercizio -retorico, e senza conoscerne i vantaggi. -</p> - -<p> -Il poeta Lucano suo nipote si contaminò d'adulazione -a Nerone, finchè, offeso dal vedersi da lui trascurato, -congiurò con Pisone. Scoperto, cercò salvarsi col denunziare -gli amici e la madre; e Nerone ne profittò per -disonorarlo, ma gli permise la gloria di morire declamando -proprj versi. Mela, suo padre, nol lascia tampoco -freddare che s'impossessa de' beni di lui, anche -<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span> -per mostrare di disapprovarlo; ma Nerone gli manda -di svenarsi anch'esso, ed egli si svena senza fiato di -lamento. Tre suicidj in una famiglia sola, sostenuti eroicamente, -e preceduti ciascuno da una viltà. -</p> - -<p> -Nè i suicidj erano soltanto una precauzione contro -i tiranni, o richiedevano grandi emergenti o imperiali -nimicizie. Coccejo Nerva, peritissimo giurista, in buona -salute e miglior fortuna, risolve finire i giorni suoi; e -per quanto Tiberio s'industrii stornarlo, lasciasi perire -di fame. Marcellino, giovane, ricco, amato, cade di leggera -malattia, e stabilisce morire; raduna gli amici, e -li consulta come per un contratto o per un viaggio: -alcuni il dissuadono; uno stoico gli mostra esser bastante -ragione d'uccidersi il trovarsi sazio del vivere: onde -Marcellino toglie congedo dagli amici, distribuisce denaro -ai servi; e perchè questi ricusano dargli morte, -s'astiene tre giorni dal cibo, dopo di che portato in un -bagno, spira parlando del piacere di sentirsi morire. -Senz'altezza di pensamenti, nè certo aspettando d'essere -ammirato da un filosofo, un gladiatore condotto al -circo caccia la testa fra i raggi d'una ruota. Come i -forti, così i vigliacchi erano talvolta presi dalla manìa -del suicidio; alcuni per mera sazietà della vita, per -non dovere tutti i giorni levarsi, mangiare, bere, ricoricarsi, -aver freddo, caldo, primavera poi estate, poi -autunno e inverno, nulla mai di nuovo. Laonde i predicatori -del suicidio dovettero dichiarare che non si -deve, per questo piacere, trascurar i proprj doveri<a class="tag" id="tag182" href="#note182">[182]</a>. -</p> - -<p> -Il fondo della dottrina stoica non trascendeva la materia. -<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span> -Dio, anima del mondo, è congiunto colla materia, -e un giorno l'assorbirà; ogni parte di essa è dunque -parte viva di quest'anima, e può adorarsi; arbitrario -è il culto come il dogma, sicchè la religione non è potenza -distinta, ma si perde nell'ordine politico; le credenze -sono accolte non secondo il loro valor dottrinale, -ma secondo la loro facilità di dileguarsi innanzi al potere; -centro e scopo proprio, l'uomo non ha doveri religiosi -in faccia a questo Dio, che è eguale a lui. Quel -panteismo naturalista proclamava l'unità nell'ordine -morale e nel sociale; in conseguenza i diritti dell'individuo -erano posposti, restando l'uomo assorbito nell'umanità, -e l'umanità nella vita universale; sagrificate -la libertà e la spontaneità e la vita attiva alla fatalità, -al riposo, ad una speculazione astratta, che ingagliardiva -l'orgoglio dell'intelletto senza scaldare il cuore nè -stimolare la volontà; alla ragione toglieva il soccorso -del sentimento, alla virtù l'appoggio preparatole dalla -Provvidenza. -</p> - -<p> -Lo stoicismo era uno sforzo istintivo, una concezione -eroica dell'orgoglio umano, ma sprovvisto di -fondamento logico; declamazione anzichè scienza, connessa -alle verità supreme soltanto per raziocinio, e -perciò non giustificabile in faccia agli uomini, e mancante -d'autorità sopra di essi. La ricerca d'una perfezione -ideale, solitaria, indipendente dalla moralità -generale, avversa alle espansioni generose, petrifica -l'essere umano divinizzato, ripone il bene in un giudizio -dell'intelletto, comechè repugnante alla testimonianza -dei sensi; e perciò dove lo stoico coll'egoismo spiritualista, -coll'egoismo sensuale giungeva l'epicureo, e -l'uno coll'impossibilità di raggiungere il proposto modello, -l'altro coll'indolenza, entrambi non ravvisando -il bene che in relazione col presente, coll'individuo, -elidono l'attività umana, lentano i legami domestici, -<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span> -annichilano la società<a class="tag" id="tag183" href="#note183">[183]</a>. Guarda, o stoico: l'epicureo -colla sua spensieratezza pareggia l'eroismo de' tuoi, -e muore sulle rose meretricie, siccome voi altri coi -libri di Platone. Ad Agrippino annunziano che il senato -si raccolse per giudicarlo, ed egli: — Faccia; -noi intanto andiamo al bagno». Va, e nell'uscire, -udendo che fu condannato, chiede: — Alla morte? — All'esiglio. — Confiscati -i beni? — No. — Partiamo -dunque senza rincrescimento; ad Aricia desineremo -bene tant'e quanto a Roma». -</p> - -<p> -Più spesso l'epicureo ammaestrava a goder la vita, -e gittarsi alle spalle il timor degli Dei. Come Bentham -disse che la morale è l'interesse, ma l'interesse consiste -nell'esser virtuoso, così Epicuro avea posto la -felicità ne' godimenti, ma i godimenti nella virtù: però -in entrambi i casi i seguaci furono più logici, e il nome -del maestro serviva agli epicurei soltanto a scusare -l'assecondamento delle proprie inclinazioni, diffondere -l'empietà, agevolare ai grandi i delitti dell'ateismo, -senza togliere al vulgo quei della superstizione. Perciocchè -ad ogni modo queste filosofie erano scienze -aristocratiche, le quali si dirigevano a pochi, al modo -dei franchi pensatori del secolo passato, e come questi -non nominavano la moltitudine (οἱ πολλοὶ) se non per vilipenderla. -Intanto nè bastavano a spiegar la religione, -nè a fare senza di essa; onde questa, che è la filosofia -de' più, rimaneva senza dogmi e ingombra di assurde -pratiche: giacchè l'incredulità non salva dalle superstizioni, -e solo ne cambia l'oggetto. -</p> - -<p> -Quella religione, invece di comprendere le verità più -<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span> -generali ed assolute, ritraeva potenza da ciò che avea di -locale e relativo<a class="tag" id="tag184" href="#note184">[184]</a>: però non avea un corpo di tradizioni -e dottrine, attuate in cerimonie rituali, non -doveri precisi, insegnamenti morali; la tradizione non vi -faceva forza d'autorità, e ciascuno ne prendeva quel che -gli aggradisse. La Grecia avea velato le incoerenze mitologiche -sotto i recami della poesia: Roma le metteva -in evidenza col prendere la religione sul serio, come -stromento di politica. Mediante il quale, vero Dio era -la patria, s'insinuavano virtù civiche piuttosto che religiose, -la pietà verso i celesti mutavasi in devozione -verso la patria; sicchè, allorquando questa divenne -tutto il mondo, più non s'ebbe cosa a cui credere, e al -culto destituito d'oggetto non rimaneva la forza di verità -astratte, non l'autorità morale. -</p> - -<p> -Nè paga d'avere «nel bottino di ciascuna conquista -ritrovato un dio»<a class="tag" id="tag185" href="#note185">[185]</a>, Roma coll'apoteosi faceva Dei -tutti quegli esecrabili suoi padroni. Celebrati con magnifica -pompa i funerali del morto imperatore, ne -veniva posta l'effigie in cera sopra un letto d'avorio, -coperto di superbo tappeto d'oro, quasi figurasse l'imperatore -stesso ancora malato. Senatori e matrone, -venendo a visitarlo, restavano delle ore seduti accanto -al letto, e sette giorni durava tal mostra: l'ottavo dì, i -principali senatori e cavalieri processionalmente per -la via Sacra trasportavano il letto, coll'effigie qual era, -nella pubblica piazza, dove recavasi il nuovo imperatore, -accompagnato dai più illustri signori romani. Ivi -sorgeva un palco di legno simulante la pietra, ornato -d'un peristilio splendente d'avorio e d'oro, sotto il -quale in pomposo letto veniva adagiata l'effigie, e -<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span> -intorno vi si cantavano a doppio coro le lodi del -defunto, mentre il successore stava col suo corteggio -assiso nella piazza, e le matrone sotto il portico. Finita -la musica, la processione si avviava al Campo di Marte, -portando anche le statue dei Romani più illustri nella -storia, alcune di bronzo rappresentanti le provincie -soggette, e immagini d'uomini celebri. Seguivano i -cavalieri, soldati e cavalli da corsa; in fine i doni dei -popoli tributarj, e un altare d'avorio e d'oro, tempestato -di gemme. Durante questo corteo, l'imperatore, -salito sulla tribuna degli oratori, faceva l'elogio del -morto. In mezzo al Campo Marzio era elevato un rogo, -che via via restringendosi formava una specie di piramide; -fuor rivestito di ricchi tappeti ricamati a oro, e -adorno di figure d'avorio; dentro legna secca; in cima -il cocchio dorato, di cui soleva servirsi il defunto; sul -piano sottoposto, dai pontefici stessi era collocato il -letto di parata coll'effigie di cera, su cui spargevansi -profumi ed aromi. Il nuovo imperatore e i parenti del -defunto, baciata la mano a quell'immagine, recavansi a -sedere nei posti destinati: allora facevansi intorno al -rogo corse di cavalli, poi sfilavano soldati e carri, i cui -condottieri erano vestiti di porpora. Compite queste -cerimonie, l'imperatore, seguìto dal console e dal magistrato, -appiccava il fuoco alla pira, e quando cominciavano -ad alzarsi le fiamme, dall'alto di quella davasi -a volo un'aquila (o un pavone, se era l'imperatrice), -che dirizzandosi al cielo, doveva figurare portasse -all'Olimpo l'anima del morto. Ergevasi poscia un tempio -in onore di lui; gli si dava il titolo di Divo, e gli venivano -destinati sacerdoti e sacrifizj. -</p> - -<p> -Tant'era la smania dell'apoteosi, che non voleasi -aspettar la morte degl'imperatori e il decreto del senato. -Augusto durò fatica a circoscrivere a sole le provincie -il suo culto. Tiberio permise alle città d'Asia d'erigergli -<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span> -un tempio; ed ecco undici città disputarsene l'onore, -allegando chi l'antichità, chi la gloria, chi la religione. -L'Italia non volea restare indietro, ma Tiberio se ne -schermiva: — L'ho consentito alle città d'Asia, sull'esempio -d'Augusto; ma il lasciarmi adorare dappertutto -sarebbe orgoglio intollerabile. Io son mortale, -soggetto alle leggi dell'umanità: siatemi testimonj di -tal dichiarazione, e se ne ricordi la posterità». Ciò -riferisce Tacito, soggiungendo che alcuni la credeano -modestia, altri cautela, altri pusillanimità; avvegnachè -Ercole e Bacco desiderarono d'esser Dei, e le alte -ambizioni s'addicono alle anime alte<a class="tag" id="tag186" href="#note186">[186]</a>. E ben cinquanta -deificazioni si fecero da Giulio Cesare a Domiziano, -fra cui quindici di donne; e quegli altari talvolta -erano trabocchetti per moltiplicar le colpe di lesa -maestà come facea Tiberio, o beffe amare come quei -di Nerone per Claudio, od insulti al pudore come quei -per Antinoo e Drusilla e Poppea. -</p> - -<p> -Accettare ogni dio equivale a non averne alcuno; sicchè -la religione riducevasi ad una legge, non ad una -fede; le feste erano pompe, il culto pubblico era politica, -il culto privato un gusto individuale, scegliendosi -un dio prediletto, a cui dare le vittime più pingui, a -cui tener raccomandati gli affari, la famiglia, gli amori. -Nelle menti colte poteano più ottenere credenza quella -turba di numi e le poetiche loro storie? poteva un'anima -generosa inchinarsi ad are, su cui s'incensavano cinedi -e meretrici? Pertanto il filosofo, il sacerdote, il politico -guardavano i varj culti come del pari falsi e del pari -opportuni; e la tiara del pontefice, la stola dell'augure, -la toga del magistrato ricoprivano l'ateo. -</p> - -<p> -Augusto, volendo restaurare nell'impero anche le idee -che ne devono esser la base, pose gran cura alla religione; -<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span> -appurò la fonte delle istituzioni col correggere -i Libri Sibillini, ripristinò la dignità di flamine diale, -crebbe i privilegi dei collegi sacerdotali e il numero -delle Vestali, procurò rialzare il culto di Vesta e dei -Lari, protettori della famiglia e dello Stato; in casa -propria istituì il culto di Febo, e vi trasportò dal Palatino -il santuario di Vesta; ogni quartiere di Roma ebbe -nuovi Lari, al posto delle vecchie statue consunte, e -ad onor loro feste in primavera e in estate; ai Lari -antichi si unì il Genio del principe, onorato di più -solenni omaggi: il qual culto de' Lari, riferentesi alla -ripristinazione del sistema municipale, fu propagato -per tutta Italia e per le provincie. I giuochi secolari -dimenticati si rinnovarono diciassett'anni avanti Cristo, -e Orazio compose per quella pompa il <i>Carmen sæculare</i>. -Esso Augusto fece ricostruire i tempj cadenti, -quasi volesse obbligarsi gli Dei come gli uomini, dice -Ovidio<a class="tag" id="tag187" href="#note187">[187]</a>; pel primo eresse un'ara alla Pace; e qualvolta -ritornava dai viaggi, un nuovo delubro poneva a -qualche divinità benefica. -</p> - -<p> -Riforme tutt'affatto esterne, e viemeno efficaci perchè -sprovviste d'entusiasmo e di sincerità. Tito Livio, pieno -d'oracoli e portenti, rimpiange i guasti causati alla fede -dalla filosofia, ma per quel suo stile di adoprare le -istituzioni antiche a raffaccio delle moderne; Orazio -canta gli Dei, pur professandosi majale epicureo; Virgilio -àltera a norma del poetico il senso religioso della -mitologia, rimpasto scientifico o estetico che la scredita -quanto il dubbio o lo sprezzo; Ovidio canta la storia -degli Dei nelle <i>Metamorfosi</i>, il culto nei <i>Fasti</i>, ma non -mai nell'intento di propagarli o di farli credere; e -<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span> -l'ironia e la frivolezza vi trapelano dalle proteste di -riverenza, nè mai mentì peggio di quando esclamava -<i>Est Deus in nobis, agitante calescimus illo.</i> -</p> - -<p> -Agli Dei non si credeva: udimmo professarlo Seneca; -Petronio esclama, — Nessun crede cielo il cielo, nè -stima Giove un'acca»; Giovenale, — Che vi abbiano -gli Dei Mani e i regni postumi, nol credono neppure -i ragazzi»<a class="tag" id="tag188" href="#note188">[188]</a>; Tacito, l'austero Tacito, <i>spera</i> che -dopo morte le anime possano aver vita e senso di -ciò che si fa quaggiù<a class="tag" id="tag189" href="#note189">[189]</a>, ma nulla indica ch'egli lo -credesse. Il culto uffiziale durava ancora, e fu «un -gran giorno pel senato romano» quello in cui tutte le -città greche mandarono deputati a Roma per discutere -sopra il diritto d'asilo de' tempj, non cercandosi abolirlo, -ma volendosi soltanto sincerarne i titoli, fondati -sopra le tradizioni divine, i decreti dei re, gli editti -del popolo romano; e imporvi limiti, ma in un linguaggio -affatto rispettoso<a class="tag" id="tag190" href="#note190">[190]</a>. Se però la potestà imperiale -potè ricomporre l'ordine civile e politico, fallì nel -religioso, anzi lo precipitò prostituendo anche il culto -ai capricci del principe; il quale concentrando in sè il -potere spirituale e il temporale, possedeva intero l'uomo, -nè gli lasciava quell'asilo che nel tempio trovano i credenti -contro gli eccessi del regnante. -</p> - -<p> -Gli oracoli perdevano la favella, dacchè il trattarsi -gli affari non nel fôro ma ne' gabinetti faceva più difficile -il prevedere le decisioni, pericoloso il rivelarle, -inutile l'insinuarle a nome del dio, quando le imponeva -<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span> -il decreto del principe. I Romani consideravano ogni -paese come collocato sotto la protezione di numi speciali, -laonde ai vinti non li toglievano, salvo se si rendessero -centri e stromento d'opposizione, come il culto -dei Druidi nelle Gallie; e per esempio, nell'Egitto posero -un pontefice massimo, a capo dei sacerdoti tutti e del -museo d'Alessandria. Del resto, come la città a tutti i -forestieri, così fu aperto il cielo a tutti gli Iddii; nel -santuario di Vesta e di Rea, ogni deificazione delle -umane passioni otteneva sacerdoti, sacrifizj, feste. Ma -coll'accettare tutti gli Dei toglievasi il carattere politico -delle religioni, quel che legava il culto al patriotismo. -</p> - -<p> -Perocchè la religione era nazionale più che personale; -chi sagrificava, pregava, espiava era la città, la tribù, -la famiglia, anzichè l'individuo; e la personalità del -credente si perdeva o nella bellezza della mitologia o -nel vago del panteismo. Ma l'uomo ha timori e speranze, -ha profondo bisogno di trovar sollievo, luce, -espiazione; nè il progresso materiale potrà mai soffocare -gl'istinti primitivi di lui, e quell'impulso talora -confidente, più spesso pauroso delle anime verso le -cose superne, il sentimento, comunque offuscato, d'una -primitiva maledizione, la paura d'un Dio vendicatore. -Dopo le guerre civili, da tanti delitti e disastri sbigottito -non illuminato, l'uomo colpevole cercava un asilo -presso gli altari; e poichè de' numi antichi parea sazio -il vulgo, doveasi introdurne di sempre nuovi, il cui -simbolo non fosse ancora svilito da interpretazione -materiale, e con nuovi riti rinvigorire alquanto la fede; -donde un misero avvicendare delle coscienze fra superstizione -ed incredulità. -</p> - -<p> -La coscienza sentiva la necessità d'accostarsi al Dio -sdegnato, e dirgli «Perdona»; provava bisogno di -purificazioni, d'espiazioni: talchè, per mondarsi, alcuni -nelle cerimonie di Mitra si battezzano di sangue, alcuni -<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span> -camminano sul Tevere gelato, o bagnati traversano a -ginocchio il Campo Marzio; se Anubi è irato, il popolo -decreta si mandi a prender acqua del Nilo da lustrarne -il tempio, o si offrano vesti ai sacerdoti d'Iside, o cento -uova al pontefice di Bellona<a class="tag" id="tag191" href="#note191">[191]</a>. Insomma, disgustata -dalle religioni palesi, la folla rifuggiva alle arcane, e i misteri -non furono più partecipati riservatamente a pochi; -e più che la rivelazione di alcune verità morali o fisiche<a class="tag" id="tag192" href="#note192">[192]</a>, -se ne adottò la parte corrotta e peccaminosa. -Mentre dunque il culto legale sostituiva al patriotismo -l'adorazione di Cesare, l'Oriente insinuava le teurgie, -corrompendosi così e la scienza e la virtù. Ogni dama -nel penetrale teneva il sole etiopico, derivato dall'Egitto; -dalla Fenicia erano venute divinità metà donne e metà -pesci, dalla Gallia pietre druidiche; Germanico si fa -iniziare ai grossolani misteri di Samotracia e al culto -de' panciuti Cabiri; egli, Agrippina, Vespasiano consultano -le divinità egizie. -</p> - -<p> -L'uomo, che non può credere opera del caso la creazione -e la conservazion delle cose, sente per istinto che -tra lui e questa causa v'ha mezzi di comunicazione -regolari e salutiferi. Se gli soffogate tal sentimento col -vizio o col raziocinio, cade in una specie di disperazione -che lo precipita nelle superstizioni. Siffatta divenne allora -la condizione dei più. Paventando che l'omaggio reso -all'uno recasse torto all'altro dio, si ricorreva ad osservanze -superstiziose; negata la vita seconda, si tremava -degli avvenimenti di questa; negata la Provvidenza, -ammetteasi la fatalità, e volevasi indagarne gli inevitabili -decreti. Di qui l'osservanza degli augurj e del volo -<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span> -degli uccelli e de' giorni propizj o infausti, anche per -parte di quelli che degli Dei parlavano celiando<a class="tag" id="tag193" href="#note193">[193]</a>. -</p> - -<p> -Da Plinio raccogliamo come i maghi credessero con -l'erba marmorite costringer gli Dei ad obbedirli; colla -etiopide seccare i fiumi e aprire qualunque cosa chiusa; -colla achimenide infondere sgomento ai nemici; coll'antirrina -rendersi belli, e sicuri da ogni nocumento; -colla coriacesia agghiacciar l'acqua; coll'applicare tre -volte l'eliotropio guarir dalle terzane, e quattro dalle -quartane; colla verbena acquistarsi fede, conciliare benevolenza, -garantirsi da morbi; colla teangelide indovinare; -colla cinocefalia neutralizzare i veleni ed evocare -i morti; coll'inghirlandarsi d'eliocriso ottener grazia e -gloria. Delle pietre, la grammatia rendeva eloquente; -la gemma di Venere assicurava dal fuoco; l'agata fugava -le tempeste e fermava i fiumi; la chelonia posta sulla -lingua faceva indovinare; alcune, fatte a foggia di testudine, -poteano sedar le tempeste; l'eliotropia mista coll'erba -dell'egual nome e con certe preghiere, rendeva -invisibili. Fra gli animali, chi mangiasse il cuore della -talpa potea vaticinar l'avvenire; col sangue della jena -bagnando le porte, tutelavansi gli abitanti da ogni malattia -o fascino; portandone indosso gl'intestini, si era -sicuri da incantagioni e di vincer le liti e innamorar -le donne: il sinistro piede del camaleonte, arrostito nel -forno, rendeva invisibile chi lo portasse: ungendosi col -grasso che sta fra le due sopracciglia d'un leone, si -diveniva cari ai principi; mentre il sangue della donnola, -misto a cenere di jena, rendeva abominati. Perciò, -soggiunge egli stesso, dopo sorbito un uovo, si ha cura -<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span> -di rompere il guscio; e in molti paesi d'Italia erasi -proibito alle donne per istrada di torcere il fuso o di -portarlo scoperto, perchè nuoce alle speranze, principalmente -di grani<a class="tag" id="tag194" href="#note194">[194]</a>. -</p> - -<p> -Aggiungete il terrore di potestà arcane, meschina -curiosità delle cose occulte, e credenza divulgata nei -fatucchieri e nelle streghe, brutte vecchie, avide di -venere, micidiali ai parti, le quali trasfiguravansi in -bestie, rapivano i bambini, li cambiavano in cuna, gli -affaturavano, al che suggerivansi per rimedio l'aglio e -certi scongiuri: temeansi pure i vampiri, morti che -ricomparivano per suggere il sangue dei vivi<a class="tag" id="tag195" href="#note195">[195]</a>. Estremamente -<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span> -si erano moltiplicati gli oracoli, i prestigi, -gl'incantesimi, gli amuleti; e astrologi di Caldea, auguri -di Frigia, indovini dell'India, promoveano i misteri -delle scienze teurgiche. -</p> - -<p> -Canidia strega, avvolti serpentelli alle scomposte -chiome, nuda i piedi, rimboccata la negra veste, unta -del sangue di rospi, colla potente Sagana, entrambe -orribili per pallore e per irta capigliatura, urlando -occupano un giardino, colle unghie raspano la terra, e -coi denti straziano una nera agnella, il cui sangue scorreva -nella fossa, donde aveano ad uscir le ombre per -portare responsi dagl'inferni. Esse teneano una figura -di cera, una di lana: questa più alta puniva l'altra, che -avea sembianza di supplicante e di schiava che va a -perire. L'una maga invoca Tisifone, Ecate l'altra; -subito i cani infernali e i serpenti le circondano; l'immagine -di cera prende fuoco e getta un vivo splendore; -ma udito un fracasso, le due streghe fuggono abbandonando -i denti, i capelli, le erbe e i legami tricolori -con cui avviminavano i cuori<a class="tag" id="tag196" href="#note196">[196]</a>. -</p> - -<p> -A Tiberio gli astrologi erano necessarj quanto i -commedianti e le femmine; porta un lauro per assicurarsi -dai fulmini; quando starnuta, vuol gli si dica -<i>Salute</i>; per impedire che si consultino le sorti Prenestine, -si fa portare quei pezzetti di legno, ma oh meraviglia! -al domani la cassetta si trova vuota, e le sorti -eransi di per sè restituite a Preneste. Nerone chiamò -a Roma Tiridate ed altri maghi per essere iniziato -ne' loro arcani, e per essi dominare sugli Dei come -sugli uomini; e alla magìa rifuggì per chetare i rimorsi, -dopo uccisa Agrippina<a class="tag" id="tag197" href="#note197">[197]</a>. Vespasiano li sbandiva coi -decreti, e gl'invitava coi doni; Domiziano li consultava; -<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span> -confidava in essi Adriano, malgrado l'affettata filosofia; -nè questa preservò Marc'Aurelio dal credere agl'indovinamenti -dell'egiziano Anufi. Ogni città, ogni villaggio -aveva una statua, un tabernacolo, una grotta miracolosa; -e i governatori andavano a chiedervi i destini -dell'impero. Ogni ricco novera tra' suoi servi un astrologo; -al chiromante e al negromante si fa gittar l'arte -ansiosamente allorchè fulmine cade, o morti appajono, -o un'improvvisa rivoluzione può spingere dalla miseria -al trono, o dai triclinj alle forche. Donzelle avide -d'amore, giovani solleciti d'una eredità, spose cupide -della maternità, vecchi slombati, gelose amanti, magistrati -ambiziosi accorrono a queste empie follie, per le -quali neppur si rifugge dallo scannare fanciulli. -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="cap35">CAPITOLO XXXV. -<span class="smaller">La Redenzione.</span></h2> -</div> - -<p> -Qualche moralista esclamava, è vero; ed a misura -del suo coraggio rivelava le piaghe di quel tempo, -l'impassibilità dei ricchi, le miserie del povero, la corruttela -di tutti. Declamazioni! ma trattasi di suggerire -un rimedio? i filosofi somigliano a vecchi, predicanti -una morale cui non applicano; gli Stoici versano ogni -colpa sopra le dottrine epicuree; i migliori politici non -sanno che ribramare il tempo antico e la rugginosa -aristocrazia; Orazio, da poeta vi canta: — Andiamo ad -abitare le isole Fortunate»; Giovenale dice come uno -scolaretto: — Ritiratevi sul monte Sacro»; Seneca -soggiunge: — Uccidetevi»; Tacito non vede raggio -di luce nelle tenebre che sì foscamente descrisse; fra -tante superstizioni fedelmente riferite, e da lui rispettate -come un istituto politico e nazionale, nega fede a -<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span> -cotesta divinità, che abbandona in tal fondo di corruzione -l'opera sua più bella; e rifiuta le speranze -postume, dicendo che gli Dei «curano la vendetta, non -la salvezza, e si fan giuoco delle cose mortali»<a class="tag" id="tag198" href="#note198">[198]</a>: -un riparo nessuno sapeva trovare, nessuno ideava una -rigenerazione morale; e al più sarebbesi applaudito ad -Euno, a Spartaco che violentemente spezzassero i ferri. -</p> - -<p> -Chi mai avrebbe pensato opporre la voce e la persuasione -sua personale alla sfrenata potenza di quell'idolo -inesorabile che si chiamava lo Stato? Nell'assoluta -mancanza d'ogni accordo di principj, sarebbe -somigliato altro che follìa l'affrontar morte o persecuzione -per sostenere il proprio convincimento? Ognuno -provveda a ciò che più gli torna; il resto è nulla. Voi -letterati, cercanti l'utile anche nel bello, rendetevi alleati -e complici della tirannide. Voi savj, incontrando la -disperazione invece della Provvidenza, riponete il sommo -della virtù nel sottrarvi colla morte agli affanni, che -l'individuale senno giudicò trascendere le forze vostre. -O mondo, ti sprofonda nell'avvilimento morale a proporzione -che cresce la materiale prosperità. Chi rigenererà -l'umana specie? La forza? ma Roma l'avvolgerebbe -tantosto nelle comuni ruine: la legalità? ma -quella di Roma è così tenace e vigorosa, da non lasciarsene -crescere a fianco un'altra: la scienza? ma essa -invanisce in frasi sonore. Il rialzamento morale non -potrà aspettarsi dagl'imperatori tiranni, non dal senato -avvilito, non dai patrizj decimati, non dalla religione -screditata, non dai ricchi corrotti, non dalla plebe -ignara de' suoi diritti e de' suoi doveri. -<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span> -</p> - -<p> -Nè tampoco dai filosofi, barcollanti nel dubbio orgoglioso, -mentre a riformare il mondo si richiede convinzione -nella libertà umana, e un governo provvidenziale -che conduce il trionfo delle sociali verità quando -il loro tempo arrivò. Massime sparse e sconnesse, per -quanto vere, non bastano, ma bisogna un nuovo principio; -al concetto dell'ordine objettivo, ma fatale nella -natura e nella società, opporre quello della Provvidenza -divina e della libertà personale; al precetto negativo -del non toglier l'altrui e non ledere il diritto, surrogarne -uno positivo; riporre l'onestà nella coscienza, -estenderla su tutte le facoltà del cuore, dell'intelligenza, -della volontà. -</p> - -<p> -Poniamo caso che alcuno si fosse elevato a proclamare -massime in perfetta contraddizione colle correnti. — Non -v'ha che un Dio solo: per libera volontà -di lui furono creati la materia, perciò peritura, e -l'uomo, dotato di un'anima immortale. Questo Dio è -comune a tutti i popoli e ai singoli uomini, provvido -conservatore del mondo, testimonio e rimuneratore di -tutte le azioni, dettatore d'una legge che è il fondamento -della morale e del diritto. Perchè tutti figli di -quel Dio, gli uomini sono eguali, senza distinzione di -romano o barbaro, di circonciso o incirconciso, di patrizio -o plebeo, di schiavo o libero, di maschio o femmina<a class="tag" id="tag199" href="#note199">[199]</a>: -hanno dunque tutti ad amarsi e giovarsi a -vicenda; il comando e le dignità sono uffizio, non un -godimento; e i primi devono considerarsi ultimi. -</p> - -<p> -«Tutti gli uomini sono originalmente contaminati -d'un peccato, dal quale provengono l'errore, l'ignoranza, -la morte. Ma ad espiare quel peccato, a dare -all'uomo il potere di convertir l'errore, l'ignoranza, -l'infermità in mezzi di santificazione mediante la ripristinata -<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span> -libertà, Iddio stesso s'incarnò, versò il sangue -e la vita. Tutti peccatori, tutti redenti del pari, gli uomini -vengono da uno stesso luogo, tornano al luogo -stesso per sentieri diversi. La vera giustizia nasce da -tale eguaglianza; come ne nasce la libertà dall'essere -ognuno responsale de' proprj atti. -</p> - -<p> -«Niuno è servo per natura; e quelli che la legale -iniquità rese tali, devonsi sollevare immediatamente -col farli partecipi ai riti sacri e all'istruzione religiosa, -preparandoli così all'emancipamento. La società non -abbraccia intero l'uomo, il quale ha in sè qualche -cosa di più sublime, di superiore alle leggi civili; e -indipendentemente da queste aspira ad un fine più eccelso, -ad una destinazione superiore a quella degli -Stati che nascono e muojono. L'uomo, alito di Dio, -non trae importanza soltanto dalla società, ma possiede -una dignità propria, che lo obbliga a perfezionare se -stesso, dar vigore alla propria coscienza, appoggiata -sopra una legge suprema. -</p> - -<p> -«La riforma non deve dunque cominciare dallo -Stato, ma dall'individuo; perchè questo, allorchè sia -buono, è libero sotto qualsiasi reggimento; sa fin dove -obbedire; ha la coscienza della propria dignità e responsabilità. -Nè la morale si limita ai grandi misfatti -che nuociono alla società civile, e pei quali soli il -gentilesimo stabilisce le pene dell'inferno, insegnando -che <i>Dii magna curant, parva negligunt</i>; ma abbraccia -tutte le opere, i pensieri, le parole, fin le ommissioni, -attesochè l'uomo sta perpetuamente al cospetto -d'un Dio, che deve poi giudicarlo e punirlo. Voi chiamate -la vendetta voluttà degli Dei? ed io vi annunzio -che dovete concedere perdono universale, se volete -ottenere perdono da Dio. -</p> - -<p> -«Ogni scostumatezza è colpa, giacchè l'uomo deve -rispettare in sè e negli altri la divinità; nè vi è stato -<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span> -di mezzo fra la verginità e il matrimonio. In conseguenza -i nodi domestici saranno purificati e rassodati, -si perpetuerà il conjugale, diretto a ben più sublime -fine che la soddisfazione istintiva. La donna non sarà -più esposta a' voluttuosi capricci dell'uomo, e l'illibatezza -deve portarla a libertà: ornamento suo più bello -considererà quel pudore, che ora è vilipeso nelle cortigiane, -nelle schiave, fin nelle dee; per conservarlo, -morrà anche; e i meriti di essa consisteranno non in -eroiche, ma in virtù miti e conformi alla natura sua. -</p> - -<p> -«L'amor proprio dominante ceda il luogo alla -carità, virtù che dai filosofi è considerata come una -debolezza. E questa carità universale, paziente, benigna, -operosa, ordina d'amare il prossimo come noi -stessi; cerca i soffrenti al carcere, all'ospedale; raccoglie -i projetti, sepellisce i morti; dà il pane agli -affamati, l'istruzione agli ignoranti, il consiglio ai dubbiosi, -il buon esempio a tutti. Da essa affratellati, il -povero non invidii al ricco; il ricco sappia che tutto -il superfluo deve darlo a chi non ha, ma che ogni -stilla d'acqua che darà ad un bisognoso, gli sarà computata -per la vita futura. In vista della quale è necessario -operare continuamente, cercare la purezza in -terra, e tollerare i mali di questa vita, che non è se -non un esiglio e un preparamento. -</p> - -<p> -«Quel che importa, non è la città, non la patria, -ma l'uomo; e nazione e tribù e famiglia esistono per -l'uomo, non egli per esse. Il dovere supremo non -concerne quelle astrazioni che si chiamano patria, -nazione, bandiera, ma l'essere reale che chiamasi il -prossimo. Allo Stato non si può sagrificar più nemmanco -un uomo, non la moralità personale alla pubblica: -verità e giustizia sono bisogni più urgenti che -non la civiltà materiale. La giustizia ha radici più -salde e antiche, che non i patti e le leggi umane. -<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span> -La verità non deve rimanere privilegio di pochi, ma -comunicarsi a tutti; a tutti insegnare a ingagliardirsi -contro le passioni, quetare i malvagi appetiti, posporre -il ben proprio al generale, l'utile all'onesto, la vita -transitoria all'eterna. Voi dal Campidoglio gridate, <i>La -salute del popolo è norma suprema</i>; noi all'opposto -diciamo, <i>Perisca il mondo, ma si faccia la giustizia</i>». -</p> - -<p> -Chi avesse annunziato tali verità, sarebbe parso -poco meno che mentecatto al romano orgoglio e all'universale -corruttela. Eppure in fatto erano state predicate -in una delle più piccole e sprezzate dipendenze -dell'impero romano, la Palestina, diffamata per credulità; -e non già da un guerriero che attirasse il rispetto -de' guerrieri romani, non da un filosofo che ne -eccitasse la curiosità, ma dal figlio d'un artigiano, -nato in una grotta in occasione che sua madre era -ita a Betlemme, montuosa cittadina della Giudea, per -farsi iscrivere nel ruolo della sua tribù, allorquando -Augusto ordinò il censo generale <span class="sidenote">(Anno di Roma 754? 25 xbre)</span> affine di conoscere -quanta gente gli dovesse obbedienza e tributi. Questo -<i>uomo</i>, che si chiamava Gesù, era figlio di Maria, fanciulla -ebrea, stirpe di Davide ma in povera fortuna, -e sposata a Giuseppe fabbro di Nazaret. Egli crebbe -nell'oscurità e nell'obbedienza fin verso i trent'anni; -allora cominciò a predicare a pescatori e simil vulgo, -e diceva: — Beati i poveri di spirito; beati i miti; -beati i misericordiosi; beati i mondi di cuore; beati -i pacifici, perchè saranno chiamati figliuoli di Dio; -beati quelli che soffrono persecuzioni per la giustizia, -perchè il regno de' cieli è per essi. Imparate da me -che sono mite ed umile di cuore, e troverete requie -alle anime vostre. Chi si corruccia col proprio fratello, -è reo di giudizio. Misericordia io voglio, non sacrifizj. -Finora v'hanno detto, <i>Occhio per occhio, dente per -dente</i>: io vi dico che a chi vi percuote una guancia, -<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span> -anche l'altra presentiate. Finora vi fu imposto d'amare -il fratello, e odiare il nemico: io v'ingiungo d'amare -il nemico, beneficare chi vi nuoce, pregare per chi vi -persegue, imitando Dio che fa nascere il sole sui -buoni e sui malvagi. Io vi do un precetto nuovo, che -vi amiate un l'altro come io ho amato voi: vi conosceranno -miei discepoli se vi amerete a vicenda. -Chi ha due tuniche, ne porga una a chi n'è sprovvisto. -Fate l'elemosina, ma in secreto, e che la vostra mano -sinistra non sappia ciò che fa la destra. Date a prestito -senza speranza di ricambio, e largo sarà il vostro frutto. -Alla fine de' secoli poi verrà il Figliuol dell'uomo a -giudicare, e dirà: <i>Io ebbi fame, e mi saziaste; ebbi -sete, e mi deste a bere; pellegrino mi albergaste, -nudo mi vestiste, mi visitaste infermo e carcerato; -venite, o benedetti del Padre mio, al gaudio che vi -è preparato</i>». -</p> - -<p> -Chi così diceva, camminava come un peccatore fra -i peccatori, confabulava col bestemmiatore, sedeva a -banchetto coi pubblicani; rimandava assolta l'adultera, -lasciavasi lavare i piedi dalla meretrice; intingeva il -dito nel piattello stesso col traditore, e gli dava il -bacio; prometteva il paradiso a un ladrone: oh! ben -doveva egli sentire i dolori dell'umanità, se così la -compativa. -</p> - -<p> -Gli Ebrei perdettero l'indipendenza allorchè il magno -Pompeo li sottopose alle aquile latine; e, pur conservando -un re proprio, stavano soggetti a un preside o -procuratore romano, che allora era Ponzio Pilato <span class="sidenote">(28)</span>. Allo -spettacolo delle assidue vicende d'allora, alla caduta -di tanti regni, allo sterminio di tante città, i Gentili si -approfondavano in quel sentimento d'un progressivo -deteriorare del mondo, che era stato ad essi lasciato -dalla tradizione primitiva; e perfino coloro che idolatravano -Roma e «l'eternità dell'ingente Campidoglio», -<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span> -a cui pareva aggiungere solidità ogni re che incatenato -ascendesse per la via Sacra, pure vedevano ogni generazione -peggiorare, e il mondo avviarsi a rovina -inevitabile. Gli Ebrei invece, fra gravissimi disastri -esteriori ed interni, perdute le armi e l'indipendenza, -insieme col dogma della caduta teneano vivo quel della -rigenerazione; unici fra i popoli antichi che conoscessero -quella dottrina del progresso, ch'è carattere e -vanto della moderna civiltà. -</p> - -<p> -Nei loro libri profetici, da antico scritti nella più sublime -poesia, leggevano la promessa che verrebbe un -salvatore, e appunto intorno a questi tempi: ma accecati -da angusto amor di patria, e nel dispetto dell'oltraggiata -nazionalità, nell'<i>aspettato</i> non presagivano altro che un -eroe, secondo la carne non secondo la fede, il quale -spezzasse le catene del suo popolo come avea fatto -Mosè liberandoli dall'Egitto, o Ciro mentre stavano -schiavi in Babilonia, e tornasse i gloriosi tempi di Davide -e di Salomone in quella Gerusalemme che restava -sempre la più insigne città dell'Oriente<a class="tag" id="tag200" href="#note200">[200]</a>; un messia -insomma trionfante degli stranieri, anzichè il Figlio -dell'uomo, proclamatore dell'universale fratellanza, e -d'una legge d'amore indipendente da tempi, da luoghi, -da condizione. -</p> - -<p> -Questo orgoglio carnale fece che non fosse conosciuto -il Dio umanato, anzi si disprezzasse un Cristo -mansueto ed umile, il quale parlava di rassegnazione, -di benevolenza, d'un regno che non è di questo mondo; -consigliava a pagare ancora il tributo, e dare a Cesare -quel ch'era di Cesare: ma al tempo stesso egli imponeva -si desse a Dio quel ch'era di Dio, purgava la legge -patria dalle frivole osservanze, e mentre flagellava coloro -che faceano traffico nel tempio, chiamava superbi -<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span> -e ipocriti i sacerdoti e i dottori, i quali riponevano ogni -moralità nella foggia del vestire, nello astenersi da certi -cibi, e gonfiavano i cuori nella persuasione di loro -virtù. -</p> - -<p> -Costoro dunque cospirarono contro di lui, ed ai tribunali -patrj l'accusarono di bestemmiare contro la religione, -di corrompere la gioventù; ai tribunali romani, -di turbare la dominazione straniera col parlare d'un -altro regno e di glorie diverse. I principi dei sacerdoti, -gli anziani del popolo e i giudici, cui i Romani ne lasciavano -l'autorità, dichiarano Cristo degno di morte, -e chiedono a Pilato che lo condanni. Questi esamina -l'imputato, e gli domanda: — Sei tu il re de' Giudei?» -e Cristo risponde: — Il mio regno non è di questo -mondo; altrimenti i miei ministri non soffrirebbero -ch'io fossi consegnato a' Giudei. — Ma dunque sei re?» -ripiglia Pilato; e Cristo: — Tu il dici; e venni al mondo -per rendere testimonianza della verità; e chi è dalla -verità, ascolta la mia voce». -</p> - -<p> -In tempo che altro legame non credeasi poter frenare -il mondo, fuor quello della forza, qual mai timore -poteva incutere al governatore romano un regno non -di questo mondo, un re che altro impero non aveva -fuorchè la verità, altri sudditi che quelli dalla verità -assoggettatigli? Pilato avea inteso che il precursore di -Cristo intimava: — Fate penitenza, preparate le vie del -Signore», che Cristo diceva ai poveri: — Voi siete -beati», ai ricchi: — Siate misericordiosi con tutti; chi -vuoi essere mio discepolo, lasci ogni cosa, prenda la -croce e mi segua», e che il popolo lo amava perchè scioglieva -gli occhi ai ciechi, la lingua ai muti. Nulla affatto -restava dunque minacciata la potenza ch'egli rappresentava, -nè l'immortalità di Cesare: che cosa aveva mai a -fare la religione colla politica? Costui non potea dunque -sembrargli meglio che un lunatico, un paradossale. -<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span> -</p> - -<p> -Ma quei primati divennero zelanti del poter temporale -quando occorreva di opporlo allo spirituale: astiosi -allo straniero che comprimeva le loro passioni, ora per -passione s'accorsero che una novità religiosa porterebbe -novità politica, e minacciarono di denunziare -Pilato a Roma se non condannasse il riottoso. Il popolo, -come chiamavansi pochi scioperati schiamazzanti in -piazza, chiede ch'egli condanni costui, il quale mette -a repentaglio il dominio di Tiberio; e Pilato, che nell'egoismo -personale e governativo non vuol porre a -repentaglio la pubblica quiete per nulla meglio che -per un uomo, nè pericolare il proprio impiego per -salvare un innocente, condiscende che l'uccidano, protestandosi -però mondo del sangue di lui. E Cristo è -crocifisso <span class="sidenote">(35)</span> dal popolo tra cui era passato beneficando; — vittima -della legalità romana, acciocchè questa sia -in perpetuo condannata. -</p> - -<p> -Fra le imprecazioni egli morì, non imperterrito -come Trasea o Seneca, ma confessando il dolore, ma -desiderando fossegli risparmiato quel calice, ma gemendo -di sentirsi abbandonato dal Padre, e perdonando -a quelli che l'uccidevano: e tutto fu consumato, -come da secoli era stato simboleggiato e predetto. Lo -sgomento invade i discepoli suoi, i quali mondanamente -giudicano le cose dalla riuscita; talchè nascosti -non fidano che nell'essere o sprezzati o dimentichi, -e piangono sull'estinto maestro, finchè questi, come -avea promesso, risorge, e salito al Padre, manda lo -Spirito divino che tramuta i timidi ed ignoranti pescatori -di Galilea in dottori intrepidi, i quali, vestiti -della forza di lassù ed obbedendo al maestro che -avea detto — Andate e insegnate a tutte le nazioni», -spargonsi per le vie di Gerusalemme, annunziando -compita la legge, cessate le figure, cominciata la nuova -alleanza, venuto il lume dal lume, il Dio da Dio, e -<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span> -spiegano quella dottrina che doveva essere salvezza -del mondo. Così il più stupendo miracolo del cristianesimo, -qual è il potere di trasformazione, comincia -ad operarsi negli Apostoli per estendersi a tutta la -società. -</p> - -<p> -Pilato ragguagliò il senato romano del caso; e Tiberio, -udendo che Cristo avea fatto miracoli ed era -risorto, disse — Ebbene, ponetelo fra gli Dei». Sì poco -importava l'aggiungerne un altro alla caterva affluita -di Grecia, di Siria, d'Egitto! Cristo però non era un -dio, ma il Dio; e la sua dottrina e l'esempio suo repugnavano -talmente ai dominanti, che il trionfo di quelli -doveva portare la rovina di questi; e raccogliendo i -pensieri di tutte le generazioni, di tutti i secoli, avvincere -il mondo in un legame di fede, di speranza, d'amore, -il cui nodo è in cielo. -</p> - -<p> -Finchè ogni gente adorava un dio diverso, ciascuna -associazione rimaneva isolata, nè sentiva verso le altre -que' doveri, che da Dio solo traggono la sanzione: partecipando -anzi alle gelosie de' loro Iddj, non vedeano -negli stranieri che nemici da abbattere, schiavi da incatenare. -Pel cristianesimo invece tutti gli uomini s'accordano -nella medesima credenza, si uniscono in una -sola Chiesa; solennità inditte a tutti i paesi, segni che -distinguono il credente ovunque sia, preghiere comuni, -e spesso a tempi ed ore eguali in tutto l'orbe. La religione -non restringesi più ad un luogo, è predicata a -tutti, e non annunzia conquiste, cioè predominio d'alcun -popolo; non fonda una tribù sacerdotale, non indispensabile -solennità di riti; ma semplici preghiere, ma -cerimonie schiette ed affettuose rimembranze congiungeranno -i fedeli dovunque e quandunque sollevino a -Dio la mente. -</p> - -<p> -Il cristianesimo non ha dottrine arcane, non han velo -i suoi tempj, non v'è profani nella Chiesa. L'uniforme -<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span> -e solido insegnamento della scuola armonizza colla predicazione -e col culto, il mistero colla dottrina esteriore, -le cerimonie colla reale consumazione del sagrifizio. -Insegnato ai bambini colle prime parole, si radica nei -cuori, insinua una morale dolce quanto sublime, un'affettuosa -eguaglianza che nel mondo non lascia vedere -se non figli d'un Dio. Da qui la purezza d'una morale, -non soggetta a varietà di tempi nè di persone, e sempre -intesa al perfezionamento di sè ed alla carità verso -altrui. Nè la virtù è più un affare di convenzione, ma -la pratica della verità, conosciuta e ponderata con giudizio -retto; una buona qualità della mente, di cui non -si può abusare<a class="tag" id="tag201" href="#note201">[201]</a>: è peccato il preferire al bene sommo -il proprio, all'oggettivo il subjettivo. -</p> - -<p> -Sotto le maestose pieghe della società romana quale -la dipingemmo, ne covava dunque un'altra affatto differente, -che all'amor proprio di quella opponeva il sagrifizio -e la carità; al libertinaggio la penitenza; all'opinione, -al dubbio, al timore le tre virtù ignote, fede, -speranza, carità; alla superbia l'umiliazione; alla violenza -la convinzione; al diritto del forte l'eguaglianza -dei deboli; all'ambizione di ricchezze, di godimenti, di -potere, persecuzione, pazienza, austerità. -</p> - -<p> -Le due società non tardarono a trovarsi a fronte. -Perocchè gli Apostoli, appena furono innovati dallo -Spirito consolatore, uscirono predicando, e sparso il -buon seme nella Giudea, recarono la fausta novella -(<i>euangelio</i>) alle genti, cui il Cristo non si era mostrato. -Pietro, il maggiore fra essi, s'avvia ad Antiochia, poi -a Roma <span class="sidenote">(42?)</span>, il pescatore di Genesaret alla metropoli del -<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span> -mondo, per istabilirla centro di un'altra unità, per -opporre alle infamie di Messalina ed alle atrocità di -Nerone il raffronto dell'alta ragione e della sublime -virtù che perdona, istruisce e consola, e che sacrificando -se stessa per l'umanità, rende inutili gli altri -sagrifizj cruenti. La irrequietudine degli Ebrei in Roma, -e massime contro i convertiti, indusse Claudio a cacciarli, -e allora Pietro sarà tornato nell'Asia<a class="tag" id="tag202" href="#note202">[202]</a>. Esprimo -in via di probabilità, giacchè, nell'età dell'orgoglio, -questi grandi rinnovatori del mondo lasciarono ignorare -il loro cammino. -</p> - -<p> -Saulo o Paolo, di Tarso in Cilicia, municipio romano, -da fiero persecutore de' Cristiani ne divenne -apostolo <span class="sidenote">(35)</span>, e fu eletto a diffondere il vangelo tra i Gentili; -il che egli fece non soltanto colla parola, ma con -quattordici epistole, dove chiarisce molte dottrine che -erano custodite per tradizione, e inculca che veruna -fede non è ristretta a veruna nazionalità. Gallione proconsole -dell'Acaja risedeva in Corinto, quando Paolo -v'andò a predicare, e molti gli credevano e battezzavansi. -Gli Ebrei lo presero in ira: l'ira consueta degli -oppressi contro chi cerca rigenerarli moralmente; e il -condussero al proconsole, imputandolo d'insegnare un -diverso modo d'adorar Dio; ma Gallione li rimbrottò, -e — Se costui ha commesso qualche delitto, indicatelo; -ma se si tratta delle vostre solite quistioni di parole e -casi della legge vostra, sbrigatevela fra voi»<a class="tag" id="tag203" href="#note203">[203]</a>. -</p> - -<p> -Un'altra volta, mentre predicava nel tempio di Gerusalemme <span class="sidenote">(38)</span>, -gli Ebrei lo assalsero e maltrattarono, finchè -<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span> -s'interpose la guarnigione romana. Lisia, colonnello di -questa, al cui arbitrio era commessa la quiete della -città, volea farlo bastonare, ma Paolo disse: — No, -perchè io son cittadino romano». Verificata tale asserzione, -il colonnello lo sottopose a un concilio di sacerdoti; -ma tra questi alcuni erano sadducei che negavano -l'immortalità, altri farisei che ammettevano la resurrezione -de' morti; perocchè gli Ebrei pativano di quell'altra -scabbia degli oppressi, la sconcordia d'opinioni -e i rancori reciproci: onde cominciarono abbaruffarsi -fra loro. Il colonnello, vedendo non si trattava d'alcuna -colpa, tolse seco Paolo perchè non soffrisse nuove ingiurie, -e lo mandò a Felice governatore della Giudea. -Accorse il gransacerdote ebreo con altri ad accusarlo; -ma Felice, visto che erano dispute religiose, tenne Paolo -in larga custodia a Cesarea per due anni, intanto ascoltandolo -discutere sulla giustizia, sulla castità, sul giudizio -futuro: avviata poi la processura, Paolo appellò al -tribunale di Cesare, laonde fu da Festo, successore di -Felice, mandato a Roma. Tra molti prodigi egli vi approdò; -e lasciato alla libera custodia d'un soldato, con -ogni fidanza e senza verun divieto<a class="tag" id="tag204" href="#note204">[204]</a> vi stette due anni -predicando. -</p> - -<p> -Reduce in Asia, da Corinto diresse ai Romani una -celebre epistola, in cui rinfaccia a' Giudei convertiti la -carnalità e il volere angustiarsi nelle cerimonie, mentre -quel che importa è la grazia del Signore, necessaria -per essere santificati in virtù della fede in Cristo, la -qual fede è il principio della giustificazione: ai Gentili -rimprovera la soverchia fidanza nella propria ragione, -mentre le cognizioni di cui superbivano, traevanli a -<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span> -peccato; la scienza di suprema importanza esser quella -di Dio; i savj, quando s'ingloriarono de' proprj pensamenti, -caddero nell'accecamento e nella superstizione, -e Dio li lasciò in balìa delle passioni loro: pertanto e -Gentili e Giudei convertiti si rispettino a vicenda, nè -in altro si glorifichino che in Cristo Gesù. Tornato -poi a Roma e messo prigione, Paolo di là scrisse una -lettera agli Ebrei, mostrando l'insufficienza della legge -mosaica dopo venuto chi la perfezionava e compiva. -</p> - -<p> -Di queste missioni poco si brigava l'orgoglio romano, -finchè non venne occasione di perseguitarne i -proseliti. Da poi che Nerone ebbe messo fuoco a -Roma, nè sacrifizj agli Dei nè ordini ai magistrati nè -profuso denaro o promesse di più elegante ricostruzione -chetarono il dispetto della plebe. «Si ricorse anche ai -Libri Sibillini; fu supplicato a Vulcano, Cerere, Proserpina; -e da matrone prima in Campidoglio, poi alla -più pressa marina, fatta Giunone favorevole; e di quell'acqua -fu asperso il tempio e l'immagine della dea, -poi da maritate vi si fecero i lettisternj e le vigilie. -Ma nè opera umana, nè prece divina, nè larghezza da -principe gli scemava l'infame taccia dell'avere arso -Roma». L'imperatore, che poteva ridurre al silenzio i -senatori coll'ucciderli, era costretto rispettare il popolo; -onde, con un artifizio unico e sempre nuovo, -pensò stornare da sè quella colpa col versarla sopra -cotesta nuova setta di filosofi, la quale, aborrendo -dalla sozza corruttela e dal vigliacco umiliarsi, e non -riconoscendo nei Romani una natura superiore alle -altre genti, nè quindi il diritto di opprimerle, faceva -dispetto alla tiranna del mondo. Adunque «processò -e con isquisitissime pene castigò quegli odiati malfattori, -che il vulgo chiamava Cristiani da un Cristo, -il quale, regnante Tiberio, fu crocifisso da Ponzio -Pilato procuratore. Per allora fu repressa quella -<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span> -semenza; ma rinverziva non pure nella Giudea dove -nacque quel male, ma anche a Roma, dove tutte le -cose atroci e brutte concorrono e acquistano celebrità. -Furono dunque prima catturati i Cristiani che professavano -apertamente, quindi gran turba, indicati non -come colpevoli dell'incendio, ma come nemici del genere -umano». -</p> - -<p> -Per l'odio dunque cominciavano i Romani a conoscere -una religione, che tutti voleva congiungere nell'amore. -Con supplizj della peggior guisa li perseguitarono, -e imitando quel che il loro padrone faceva -ai patrizj, unirono all'atrocità l'insulto; quali avvolti -in pelli d'animali esibendo ai cani, quali esponendo -nel circo, quali bruciando vivi, e de' loro corpi servendosi -la sera come di fanali ne' voluttuosi giardini -di Nerone, posti in quel colle Vaticano, su cui la -religione allora nascente doveva poi piantare il suo -trionfale padiglione. «Nerone vi celebrò la festa Circense, -vestito da cocchiere in sul carro, e spettatore -fra la plebe; onde di que' tristi, sebbene meritevoli di -ogni più nuovo supplizio, veniva pietà, non morendo -essi per pubblico bene, ma per crudeltà di lui solo»<a class="tag" id="tag205" href="#note205">[205]</a>. -Vuole la costante tradizione che in quell'occasione -Pietro e Paolo suggellassero la fede loro col martirio <span class="sidenote">(67 — 29 giugno)</span>, -consacrando del loro sangue una terra, che da tant'altro -era contaminata. -</p> - -<p> -Ma già eransi moltiplicati i Cristiani in Roma, in -Italia. Da principio adoperavano ogn'arte per nascondersi, -convegni segreti, segni di convenzione, lettere -e tessere di riconoscimento, scatole in cui portare il -viatico agl'infermi, ai prigionieri, a chi non poteva -uscir di casa; intanto si estendevano fra i poveri, fra -i giovani, fra le donne. La donna convertita è seme -<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span> -che germoglia presso al focolare domestico; e se non -può al consorte, ispira ai servi ed ai figliolini nuove -massime, nuove ammirazioni, desiderj nuovi. La famiglia -di Priscilla fu la prima che, dalle idee orgogliose -su cui riposava il patriziato antico, passò ai sentimenti -della fraternità umana che costituiscono la cristiana -uguaglianza. Tre Priscille, molte Lucine, Ilaria, Flavia, -Severina, Firmina, Giusta, Ciriaca, altre ricche vedove -trasformate in diaconesse, passavano i giorni pregando -sulle tombe dei martiri, che aveano ornate colla cura -e col segreto onde altre loro pari allestivano i gabinetti -lascivi; madri e vergini sante espiavano per quelle -che si prostituivano in onor delle dee, pregando assidue, -e soccorrendo chiunque abbisognava o soffriva. -Quando la dea Vesta più non trovava chi volesse votarle -la verginità, molte fanciulle a gara s'offrivano -alla custodia delle ossa dei martiri. Più tardi colle loro -ricchezze fondarono spedali, monumenti di carità opposti -a quelli di strage e di contaminazione. Di tal -passo la donna recuperava la libertà naturale, sottraevasi, -foss'anche schiava, all'arbitrio d'un padrone, e -cancellava la legale sua inferiorità<a class="tag" id="tag206" href="#note206">[206]</a>. -</p> - -<p> -L'adorazione dell'uomo è l'adorazione del male; il -culto dei Cesari è l'infimo grado dell'idolatria; i costumi -dell'età loro sono la cloaca dell'impurità, dell'inumanità -e della divisione, le tre grandi conseguenze -dell'idolatria. Da un lato dunque «opere della carne, -dimenticanza di Dio, incostanza di matrimonj, avvelenamenti, -sangue ed omicidj, furti ed inganni, orgie, -<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span> -sacrifizj tenebrosi, uomini uccisi per gelosia, o contristati -coll'adulterio, tutte le cose confuse, e una gran -guerra d'ignoranza che la follia degli uomini chiama -pace»; dall'altro lato «tutti i frutti dello Spirito, carità, -gioja, pace, pazienza, benignità, bontà, longanimità, -dolcezza, fede, modestia, temperanza, castità»<a class="tag" id="tag207" href="#note207">[207]</a>; -ai quattro caratteri dell'antichità se ne oppongono quattro -nuovi, fede pura all'idolatria, carità allo spirito di -malevolenza, giustizia al disprezzo delle vite, castità alla -corruzione. Siffatta guerra cominciava col Vangelo. -</p> - -<p> -Nella Roma incestuosa e micidiale, anime che il -mondo non era degno di possedere viveano nelle caverne, -aspettando intrepide, ma non accelerando l'ora -di fecondare del loro sangue la pianta della rigenerazione. -Attorno alle città d'Ostia, di Velletri, di Tivoli, -di Preneste e Palestrina, e nelle valli che con cento -flessuosità sboccano nella pianura del Lazio; accanto -alle tane, ove i padroni chiudevano la sera centinaja -di schiavi alla bestemmia ed agli indistinti concubiti, -trovi altre caverne, scavate nel tufo di cui si fabbricavano -le voluttuose ville: e dentro quelle nei gemiti -e nella preghiera si rigenerava l'umanità. Colà i Cristiani -sepellivano i morti entro nicchie che poi muravano, -chiudendovi insieme gli strumenti del supplizio, -un'ampolla del sangue, le insegne della dignità o dello -stato; e questi asili della morte denominavano <i>cimiterj</i>, -cioè dormitorj, espressione d'una coscienza pura, -consolata nella certezza di svegliarsi ad altra vita; e -colà venivano ad orare. Ivi nessun altro ornamento -che l'avello d'un martire, pochi fiori, alcuni vasi di -legno, qualche cero o lampada, al cui lume leggere -il Vangelo, cioè i libri nei quali i compagni di Cristo -o i loro discepoli aveano esposto semplicemente la -<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span> -vita e gl'insegnamenti di lui, i precetti e l'esempio; -ed invocavano la grazia di adempirli e d'imitarlo. E -in quel leggere e in quel pregare consisteva la loro -cospirazione. -</p> - -<p> -Uniti nella credenza stessa, nella stessa morale, nella -stessa speranza, davano bando alle inumane distinzioni -del secolo: il ricco sedeva presso al povero cui sostentava -coll'aver suo: le vergini del vulgo, coperte di -bianco lino, con al collo gli amuleti dell'agnello di -Dio che toglie i peccati, alternavano litanie colle matrone -e colle vedove de' senatori e dei proconsoli, che -avevano data ogni ricchezza all'assemblea de' fedeli, e -spargevano i ristori della carità: e mentre l'egoismo -rodeva a morte la società antica, qual sovrabbondanza -di vigore in quella nuova, dove l'amore nasceva dall'inesausta -fonte della fede, e dove convincendosi della -debolezza dell'uomo, acquistavano la forza che viene -da Dio! Il vescovo, il prete, il diacono, cioè a dire -l'ispettore, il vecchio, il servo, presedevano all'adunanza, -non distinti se non per maggior virtù, carità e -dottrina nel soffrire, nel rimetter pace, nel compatire -e consolare, nello spezzare il pane della parola, e per -lo stupendo privilegio d'immolare il Figlio al Padre, -vittima incessante per le colpe, e di legare o sciogliere -i peccatori tra l'effusione della Grazia. -</p> - -<p> -Quivi entro, la vigilia delle solennità i sacerdoti davansi -lo scambio per cantar tutta notte inni al loro -Signore; e quella melodìa serviva di guida ai fedeli, -che sbucati di piatto dalla città o dall'ergastolo degli -atroci padroni, venivano a trovarvi gli anziani mutili -nel martirio, i vescovi rapiti miracolosamente al rogo, -i filosofi che, mutati in apostoli, avevano finalmente -rinvenuto il nodo delle agitate quistioni, e che s'accingevano -a recare il vero alle genti assise nell'ombra della -morte, e a confermarlo col proprio sangue. -<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span> -</p> - -<p> -Le feste dell'idolatria erano allusioni a fenomeni naturali, -ovvero patriotiche rimembranze, spesso contaminate -da impurità e bagordi: nelle cristiane, l'esultanza -era espressione del rinascimento spirituale. Là -interrogavasi con ansietà il futuro; qui si confidava -nell'onniscienza divina; e lo spirito, sgombro dal timore -di sinistri presagi, trovava la spiegazione della vita in -ciò che dee venire dopo di essa. Chi potesse, recava -qualche denaro ogni mese onde nodrire e sotterrare i -poveri, sostentare gli orfani, i naufraghi, gli esuli, gl'imprigionati. -Come fratelli, erano disposti a morire gli -uni per gli altri: tutto avevano in comune, eccetto le -donne: nel loro mangiare insieme, che chiamavasi far -carità (agape), libavano il calice del sacrosanto sangue; -poi i cibi, ricevuti a gloria di Colui che li dà, rallegravano -la sacra accolta nella fratellanza dell'affetto e nella -gioja del perdono e del sagrifizio. -</p> - -<p> -La società periva per l'egoismo e l'isolamento? eccola -salvata dallo spirito d'associazione e da quell'amore -che mancò sempre al gentilesimo, perchè Dio solo poteva -insegnarlo. Il cristianesimo è dottrina di redenzione, -sicchè primo merito pone il praticare la carità -fino a dar la vita. Per accrescere il bene del prossimo, -ognuno ha l'obbligo d'esercitare l'industria, scoprire, -progredire; è pertanto anche dottrina d'attività e d'avanzamento, -mentre gli antichi, fondati sopra l'idea del -decadimento, vedevano il male e la disuguaglianza fra -gli uomini come una necessità, soffrivano e lasciavano -soffrire. Colla parola «Siate perfetti come il Padre mio -celeste», è imposta alle età nuove la missione di procedere, -di lottare; e se il verbo di Dio non mente, -andrà svolgendosi ed effettuandosi ognor meglio la -legge di giustizia e d'amore; e poichè in questa consiste -il perfezionamento anche dell'ordine temporale, indefettibile -ne sarà il progresso, divenuto legge naturale -<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span> -dell'umanità. Ne conseguiva anche la libertà<a class="tag" id="tag208" href="#note208">[208]</a>, la -quale, sbandita d'ogni luogo pel deleterico influsso -dell'egoismo, ricovera nel santuario, protetta dalla fede -di Colui pel quale regnano i re. -</p> - -<p> -Veramente Cristo, la cui riforma era morale e non -politica, non mutò l'ordinamento materiale del mondo -visibile: ma la scienza delle intime relazioni della terra -col cielo, del tempo coll'eternità, del contingente col -necessario, riesce ad innovarlo, porgendo un canone di -eterna giustizia; e coll'impedire che mai più gli uomini -si considerino altri come fine, altri come mezzi, pianta -la libertà vera, generata dalla fede, dalla pratica della -virtù e dalla cognizione della verità. -</p> - -<p> -— Chi vorrà esser primo, si farà servo degli altri, -come il Figliuol dell'uomo che venne non per essere -servito ma per servire, e dar la vita ad altrui redenzione». -Queste parole segnano il rigeneramento della -società, sostituendo alla tirannide, ove pochi godono e -molti patiscono, il governo per vantaggio di tutti; e -rendendo un dovere non un piacere il diriger gli uomini. -Il superiore sa d'essere obbligato a servire alla -grande società umana, nè quindi inorgoglisce della sua -posizione; l'inferiore vede nel magistrato l'uomo costituito -a vantaggio di lui, e quindi lo ama e seconda: i -potenti riconoscono i diritti dei sudditi, questi la soggezione, -dovuta per riguardo a Colui che è unica fonte -della podestà: e gli uni e gli altri s'accordano nel volere -soltanto ciò che è volontà del comun padrone. -</p> - -<p> -Cristo designò l'uomo che, lui morto, dovea farsi -<i>servo dei servi</i>; e così fondò l'unità del governo visibile, -che non avendo il suo regno in questo mondo, -avvicinasse più sempre gli uomini al regno di Dio, il -<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span> -quale consisterà nell'unità di credenze e d'affetti. A tal -uopo è stabilito un potere sulle coscienze, al quale -appartenga il risolvere ogni dubbio e determinare le -credenze. Nulla esso possiede di violento; uniche armi -sue la persuasione, e la Grazia invocata, e la infallibilità -promessa da Colui, che prega in cielo affinchè la -fede di Pietro non venga meno. -</p> - -<p> -A prima vista parrebbe dispotico cotesto governo -della Chiesa, che impone quanto s'ha da credere, -estende l'imperio sulla coscienza, e proscrive il dissenso: -ma l'infallibilità sua esso trae da un principio -superiore all'uomo, e tale da acquetar la ragione; tutto -fa pubblicamente per lettere, dibattimenti, concilj, tanto -che non si prende alcuna determinazione se non per -deliberazioni comuni: le assemblee diocesane, provinciali, -nazionali, ecumeniche adombrano quel governo -rappresentativo, che divisavasi testè come il più alto -punto del politico progresso. -</p> - -<p> -Esso governo spirituale, non che contrastare col governo -terreno, imporrà d'attribuire a Cesare ciò che -gli appartiene; ma a fronte di Cesare ergerà dottrine -che, insinuandosi nella vita sociale, la modifichino, ed -esempj, la cui santa evidenza trascini ad imitarli. Pertanto -nella società mondana v'avrà nazioni distinte; -nella religiosa un'<i>adunanza universale</i> (Chiesa cattolica): -colà il lignaggio dà potenza e decoro; qui tutto -deriva dal merito personale, senza gradi nè privilegi -ereditarj, talchè il nato nell'infimo grado potrà ascendere -al primato e fin agli altari: colà la forza impone -i regnanti, e il talento di questi destina i magistrati; -qui tutto va per libera elezione, dall'acòlito sino al -pontefice: colà eserciti che soggiogano i corpi, qui -apostoli che convincono l'intelletto e inducono la volontà: -colà imperatori che decretano, qui diaconi, -preti, vescovi che istruiscono e consigliano: colà giudizj -<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span> -che puniscono, qui un tribunale ove il confessare i delitti -li espia; e se v'ha chi persiste nella nequizia e scandalizza -i fratelli, la pena più severa sarà l'escluderlo -dalla Chiesa, sicchè non partecipi alla preghiera ed al -convito de' buoni: ivi insomma la materia, qui lo spirito; -ivi la coazione, qui la coscienza. La carità cristiana -toglie dunque l'uomo dal giogo dell'uomo; come contro -la propria debolezza, così lo difende contro l'oppressura -altrui, intimando, — Guaj a chi sprezzerà uno di -questi piccoli». -</p> - -<p> -Cristo, imponendo ai discepoli la propria indigenza -volontaria, una legge di patimento e d'abnegazione, -ruppe il fascino delle grandezze pagane; il livello della -povertà, sotto cui abbassava tutti, diveniva livello d'indipendenza; -sicchè agli splendori dell'antichità sottentrassero -la fraternità e l'eguaglianza. Allora il diritto -succede al fatto; il pensiero e la coscienza umana, volontariamente -sottomessi a Dio, da Dio solo vogliono -dipendere, vero e primo sovrano, dal quale Cristo fu -investito della suprema podestà. Da Dio dunque soltanto -e dal suo Verbo deriva agli uomini il diritto di -comandare. I principi aveano fin allora dominato solo -sui corpi colla forza; allora governerebbero anche gli -spiriti col diritto che deducevano da una fonte superiore. -A vicenda i popoli dall'obbedienza forzata passavano -alla consentita, prestandola non ad un uomo -fallibile e peccatore, ma a Dio, e spegnendo così i due -demoni della tirannia e della rivolta. -</p> - -<p> -L'obbedienza nascendo dalla persuasione, non avvilisce -col sommettere l'uomo ai capricci dell'uomo<a class="tag" id="tag209" href="#note209">[209]</a>; -riduce il principe a ministro di Dio pel bene, e i governi -a provvedere che sia rettamente distribuita la -<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span> -giustizia, senza potestà nè azione sopra il pensiero e le -coscienze. Ma se Dio è la potenza, non sempre è di Dio -l'uomo che la esercita, nè l'uso che ne fa; e quegli e -questo sono subordinati al diritto eterno. Nessun uomo -possedendo autorità per se stesso, qualvolta surroghi -all'eterno diritto la potenza propria, si fa usurpatore; -demerita l'obbedienza qualvolta l'arroganza propria -sostituisca a quella legge superna, di cui è interprete -la Chiesa<a class="tag" id="tag210" href="#note210">[210]</a>. -</p> - -<p> -Perocchè al di sopra di questi criterj del vero, di -quest'autorità del giusto è collocata la Chiesa, società -delle anime legate al cospetto di Dio dalle medesime -credenze, depositaria immutabile delle verità eterne, e -insieme oracolo vivente nelle dispute a cui soggiace -ogni verità quando è consegnata all'uomo; affinchè, -assicurando la libertà nel vero, repudii la libertà nell'errore, -combattuto sotto qualsiasi forma perchè gli -manca il diritto. Rappresentando la natura umana ancora -scevra dal peccato, essa è incapace di errare come -di morire; e afferma o nega competentemente i primi -veri, su cui si fondano non solo la religione, ma la -famiglia, la società civile e la politica; una nel capo, -molteplice nei membri. -</p> - -<p> -Erano dunque finalmente riconciliati scienza e dovere, -filosofia e religione, morale e politica; derivate -tutte dalla medesima sorgente; era costituito il criterio -del sapere, degli affetti, delle azioni. Quanti secoli però, -quanto sangue, prima che la verità divenisse trionfante, -s'inviscerasse nella società, e portasse le indefinite sue -<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span> -conseguenze e le applicazioni morali e civili! Ma ancora -ne' mali inseparabili dalla condizione umana recherà -balsami la carità, intenta a diminuirli o a consolarli -coll'elevare gli occhi del soffrente al Cielo che è per lui. -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="cap36">CAPITOLO XXXVI. -<span class="smaller">Galba. — Otone. — Vitellio.</span></h2> -</div> - -<p> -Fin qui erano succeduti imperatori della famiglia -Giulia, o imparentati o adottivi di essa; e il senato davasi -l'aria di eleggerli: ma ora, al vedere una persona -nuova, creata dai soldati, il senato comprende essersi -rivelato che l'imperatore si può fare anche fuor di -Roma<a class="tag" id="tag211" href="#note211">[211]</a>. -</p> - -<p> -Servio Sulpizio Galba da Terracina, nobile, ricco, -preconizzato all'impero da mille augurj, nella sua pretura -avea ben meritato del popolo col l'introdurre il -nuovo spettacolo d'elefanti che ballavano sulla corda. -Buon capitano, sotto Nerone fece l'addormentato per -non attirarsi sospetti; e governando la Spagna Tarragonese, -represse i concussori, ed acquistò l'amore della -provincia. Insorto contro Nerone <span class="sidenote">(68)</span> per restituire (diceva) -il massimo dei beni, la libertà rapita da un mostro, -come l'udì morto assunse il titolo d'imperatore, ed avviossi -a Roma, auspicando male il regno col punire le -persone e le città che aveano ricusato secondarlo nella -sollevazione, e trucidare i complici e fautori di Ninfidio -Sabino, comandante ai pretoriani, il quale avea voluto -farsi gridare imperatore. -</p> - -<p> -Un corpo di marinaj, che Nerone aveva ordinati in -legione, gli va incontro a Ponte Milvio chiedendo essere -<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span> -confermati; e perchè al suo niego si ammutinano, Galba -li fa assalire dalla cavalleria, settemila uccidere tra in -battaglia e per castigo, i restanti in prigione finch'egli -visse. Altri supplizj tennero dietro, ordinati freddamente: -pregato a risparmiare ad un cavaliere l'infamia, -comanda che il palco sia dipinto, e ornato di fiori. -</p> - -<p> -Il popolo esultò quando vide messi a morte gli strumenti -di Nerone, fra cui Narcisso e l'avvelenatrice Locusta; -e qualora Galba uscisse in pubblico, gli chiedeva -a gran voce il supplizio di Tigellino: ma costui a grosse -somme comprò lo scampo. Di ciò fu scontenta la plebe, -come della parsimonia che Galba credeva necessaria -dopo i pazzi scialacqui precedenti. A un senatore che -il ricreò tutta una cena, regalò una moneta, avvertendolo, — È -di mia borsa, non dell'erario». Se vedesse -imbandigione più dispendiosa del solito, soffiava. Le -prodigalità del suo antecessore volle cincischiare, ordinando -che, chiunque n'avea ricevuto doni, ne restituisse -nove decimi, creando per questo un tribunale -che turbò i possedimenti, e più scontentò che non arricchisse -l'erario. Negò ai pretoriani il donativo, rispondendo: — Ho -scelto i soldati, non li voglio comperare»; -voce degna d'un prisco Romano, s'egli l'avesse coi fatti -sostenuta. -</p> - -<p> -Ma avea messo il capo in grembo a favoriti indegni, -i quali non era malvagità che non si permettessero; nei -giudizj e negli impieghi non guardavano a merito, a -diritto o a torto, ma a chi più desse: laonde si rinnovavano -le miserie e gli orrori del tempo di Nerone; e -l'odio de' costoro delitti accumulandosi sopra Galba col -disprezzo per la sua inerzia, faceva intollerabile il dominio. -Vedendosi sprezzato ed esoso, e udita la rivolta -d'alcune legioni di Germania, Galba stabilì adottare un -successore. E fu Pisone Liciniano, giovane reputato per -modestia e severità: e l'esortò a portare la superba -<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span> -fortuna, come sin là aveva l'umile sostenuta; essere -accorciatojo al ben regnare l'osservar quali cose si condannerebbero -in principi; ricordasse di aver a governare -gente che nè la libertà sapeva tollerare, nè la servitù. -</p> - -<p> -I soldati e i senatori annuirono alla scelta, ma Marco -Salvio Otone, inveterato negl'intrighi di Corte, essendo -stato caldo sostenitore di Galba, sperava da lui quel -premio: deluso, e nulla avendo a sperare nella quiete, -tutto nel sovvertimento, macchinò; i debiti, le insinuazioni -dei liberti, i presagi d'indovini e di pianeti, la -scadente autorità di Galba, la non ancora assodata di -Pisone, lo fecero ardito a lasciarsi proclamare imperatore <span class="sidenote">(69)</span> -da non più che ventitre guardie pretoriane. Ben -tosto altri ed altri si aggiunsero; gl'indifferenti non si -opponeano, i contrarj stavano a guardare. Pisone uscì, -mostrando di che turpe esempio sarebbe il tollerare che -non trenta disertori dessero il padrone al mondo; sicchè -il popolo empì il palazzo gridando morte a Otone, -siccom'era solito nei teatri, e non già per amore o per -idea del meglio, ma per la consuetudine di adulare i -principi con vano favore, pronti a gridare il contrario -un'ora appresso. -</p> - -<p> -E Otone esce con mani tese e picchiar petto e gittar -baci e ogni umiltà: se gli fa turba intorno di curiosi o -di fautori; e prima i pretoriani, poi la legione de' marinaj, -memore dell'insulto, gli prestano giuramento. -Galba, svigorito dai settantatre anni e dall'infingardaggine, -compare armato in sedia; è forbottato senza consiglio -<span class="sidenote">(69 — 15 genn.)</span> -fra una moltitudine non tumultuante, non quieta; -e da tutti abbandonato, agli assassini presenta tranquillamente -il petto, dicendo: — Ferite, se così comple -alla repubblica». Regnò otto mesi, piuttosto scevro di -vizj che dotato di virtù; e fu detto di lui, che parve -degno dell'impero finchè nol conseguì. -</p> - -<p> -Senato, popolo, cavalieri, come fossero tutt'altra -<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span> -gente, corsero a chi prima al campo, bestemmiando -Galba, ad Otone baciando la mano e ammassando titoli -e applausi, più vivi quanto meno sinceri. Otone gli accoglieva -cortese, e procurava rattenere i soldati dal -sangue e dalla ruba; ma aveva autorità di comandare -il delitto, non d'impedirlo, e dovette a lor capriccio deporre -ed alzare magistrati. Vinnio, Laco, Icelo, Pisone, -indegni favoriti, furono trucidati, e con loro molti innocenti -e rei, come avviene nelle sommosse: la giornata -micidiale si conchiuse con feste e falò: al domani il pretore, -convocati i padri, fece decretare la podestà tribunizia -ad Otone, che, attraverso le insanguinate vie di -Roma, salì al Campidoglio, ove ottenne il titolo di cesare -augusto, perdonò le ingiurie, o forse differì la vendetta, -che dalla brevità del regno gli fu impedita. -</p> - -<p> -Gli eserciti che davano l'impero, potevano anche ricusarlo. -Nella Bassa Germania, Aulo Vitellio, tratti dalla -sua i governatori della Gallia Belgica e della Lionese, e -i campi dell'Alta Germania, della Rezia e della Britannia -<span class="sidenote">(69)</span>, -si fece gridare imperatore, e prese l'autorità, premiando -e punendo; poi avviò verso Italia Fabio Valente -pel Cenisio, Alieno Cecina pel Sanbernardo cogli eserciti; -e presto udì che i paesi fra l'Alpi e il Po si sottometteano, -non per benevolenza od ira, ma perchè -indifferenti a qual obbedire fra due pretendenti, egualmente -spregevoli. Otone, strappatosi dai voluttuosi ozj, -mostrasi assiduo agli affari, blandisce il popolo con -elocuzioni, il senato colle dignità, colle largizioni i pretoriani; -perdona ad alcuni; ordina a Tigellino di morire; -tenta smovere Vitellio dall'impresa con larghe -promesse, fin d'associarselo all'impero: patti simili propone -Vitellio; poi l'uno all'altro avventano ingiurie -enormi e meritate, l'uno all'altro spediscono assassini. -I pretoriani tumultuano; i cittadini rimangono col batticuore -d'una guerra civile; nessun partito osava prendere -<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span> -il senato, perchè ogni parzialità, mostrata oggi a -un imperatore, poteva domani dar pretesto alle vendette -dell'altro. Lo sgomento era cresciuto da fantasmi apparsi, -statue rivoltesi, mostri nati; un bove parlò in -Etruria; il Tevere traboccando portò via i viveri. La -gente, fiaccata dalla lunga pace, vuol mostrarsi bellicosa -col comprare belle armi, insigni cavalli, e banchettare, -dissimulando la paura quanto più n'avea. -</p> - -<p> -Per togliersi a quell'intradue, Otone mosse incontro -al pericolo colla più parte de' magistrati e de' consolari, -e colle coorti pretoriane. La guerra fu atroce -come sogliono le civili, sostenute da stranieri ausiliarj: -finalmente a Bedriaco<a class="tag" id="tag212" href="#note212">[212]</a> l'esercito d'Otone andò squarciato -<span class="sidenote">(20 aprile)</span>. -A questo in Brescello ne recò notizia un soldato, -il quale vedendosi non creduto, quasi fosse fuggito per -viltà, si trafisse colla propria spada. L'imperatore a -quell'atto esclamò: — Non sia mai che gente sì prode -e affezionata resti, per mia cagione, esposta a nuovi -pericoli». E per quanto i soldati lo confortassero, mostrando -che non era a disperare, che tutti voleano dar -la vita per esso, e gliel provassero coll'uccidersi, altri -gli dicessero essere grandezza d'animo il soffrire le calamità, -non il sottrarvisi, egli li supplicava a lasciarlo -sagrificare la sua per salvare la vita di tanti, e, — Non -trattasi di combattere Pirro o i Galli, ma concittadini, -nè la vittoria può venire senza molto sangue fraterno. -Vitellio prese le armi; io dovetti difendermi; ma la posterità -sappia che una sola volta esposi per me Romani -contro Romani. Vitellio troverà vivi il fratello, i figli, -<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span> -la donna sua. Se altri l'impero tenne più a lungo, nessuno -l'abbandonò più generosamente. Di veruno io mi -lagno; chè il querelarsi degli uomini o degli Dei al -venir della morte, è un mostrarsi cupidi della vita». -</p> - -<p> -Chi così parlava era stato mezzano e parte alle turpitudini -di Nerone, che gli affidò Poppea sinchè non -si fosse tolta d'attorno Ottavia; s'era affogato nei debiti; -spelavasi tutto il corpo e radeva la faccia ogni dì, -rammorbidiva la pelle con mollica bagnata, portavasi -sempre a lato uno specchio, e a quello componevasi in -aria marziale prima di camminare al nemico. Indotti i -suoi a non ritardare la risoluzione sua, s'accinge ad -uccidersi la sera, poi dice: — Aggiungiamo anche -questa notte alla vita»; colloca sull'origliere due pugnali, -s'addormenta, e la mattina si trafigge <span class="sidenote">(21 aprile)</span>. -</p> - -<p> -Piangendo un imperatore che a trentasette anni moriva -per salvarli, i guerrieri suoi levarono un rumore, -pericolosissimo perchè non era chi li quietasse; esibirono -l'impero senza trovare chi l'aggradisse; e mentre -il senato si chiariva per Vitellio, e decretava ringraziamenti -alle legioni di Germania, la militare licenza infieriva -d'ambe le parti col pretesto di punire gli avversi. -Vitellio accorso, perdonò ai primarj uffiziali dell'emulo, -gli altri punì di morte; nel campo di Bedriaco, tuttavia -coperto degli insepolti, compiaceasi vederne le ferite, -e diceva: — Il cadavere d'un nemico sa buono, più -buono se è un cittadino»; e fatto recar vino, bevve e -ne distribuì, rivelandosi qual era goloso e crudele. -</p> - -<p> -Su tutto il suo cammino fu una gara di portargli -quel che di squisito porgesse il contorno; i migliori -cittadini erano raccolti a splendidi banchetti; ed i soldati -l'imitavano, sicchè il suo campo sarebbesi detto un -baccanale. Sebbene n'avesse congedato e sbrancato -parte, pure settantamila armati, oltre i saccomanni e i -servi, attraversando l'Italia al tempo della messe, la -<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span> -sperperarono, svergognando, saccheggiando, vendendo -come in guerra rotta. L'imperatore entrava in Roma -con corazza e spada, a foggia di conquistatore che si -cacciasse innanzi il senato e il popolo, se non l'avessero -gli amici avvertito di risparmiare questo nuovo insulto -ed assumere abito di pace. Nell'arringa al popolo e al -senato sciorinò la solerzia e la temperanza sua; e popolo -e senato, che ne sapevano la gola e le disonestà, -applaudirono. -</p> - -<p> -Con uno de' primi decreti proibì ai cavalieri romani -di darsi spettacolo sul teatro e nell'arena; con un altro -sbandiva gli astrologi; ed essendosi affisso un cartello -che annunziava Vitellio morrebbe il giorno che gli astrologi -uscissero di Roma, egli fece ammazzare quanti ne -colse. Era frequente al teatro e al circo, assiduo al senato, -ove avendolo Elvidio Prisco contraddetto, egli -soggiunse: — Nessuna meraviglia che due senatori -tengano contrario avviso». Trovato un catalogo delle -persone che avevano sollecitato premj da Otone come -uccisori di Galba, li fece morire, men per punizione -del passato che per riparo all'avvenire. Inetto però a -gravi cure, le lasciava ai favoriti Valente e Cécina che -gli avevano dato l'impero, e ad Asiatico di cui aveva -usato in turpi servizj; e forse alle costoro suggestioni -vanno imputati i tanti omicidj di cui Vitellio si macchiò, -fin della propria madre. -</p> - -<p> -Egli intanto badava agli aguzzamenti dell'appetito. -Immaginò un piatto, detto lo scudo di Minerva per la -prodigiosa capacità, dove si raccoglieva quanto potesse -meglio solleticare palato o capriccio d'uomo; cervella -di fagiano, fegati di scaro, latte di lamprede, lingue di -rari uccelli a mille colori, pigliati dalla muda ad una -cert'ora; femmine sorprese sulla covata, maschi interrotti -nel sonno, perchè l'agitazione ne fa il fegato d'un -mangiare delizioso; fregoli di pesce, staccati dal fondo -<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span> -dei laghi al modo che si pescano le perle; altri pesci -spediti a Roma coll'acqua stessa in cui furono côlti; poi -funghi, di cui si spiava il nascere nelle umide notti; -poma imbarcate cogli alberi loro e col giardino ove -crebbero, affinchè Cesare le cogliesse di propria mano -e godesse le primizie della fragranza e della lanugine. -Fin a cinque desinari sedeva in un giorno, e ciascuno -d'ingente dispendio; invitavasi da un amico a colazione, -dall'altro a pranzo, dal terzo a merenda, a cena dal -quarto nel giorno stesso, e gareggiavano a chi più lautamente -gl'imbandisse; ma tutti vinse Lucio suo fratello, -che gli allestì duemila piatti di pesci, e settemila -degli uccelli più squisiti al mondo. Ovunque egli passasse, -bisognava riporre i cibi, altrimenti dava del -dente in tutto, sparecchiava le are degli Dei, e nove milioni -di sesterzj in pochi mesi ingolò. Altro denaro -straziò in murare stalle, dar corse e spettacoli di gladiatori -e di fiere, e nelle splendide esequie di Nerone, -liete alla ciurma, esecrate dai buoni. -</p> - -<p> -Gli turbarono, non ruppero i sozzi riposi le notizie -d'Oriente. Vespasiano, che osteggiava i Giudei, udita la -morte di Nerone, mandò Tito suo figlio a congratularsi -con Galba; ma avendo saputo per via il tracollo di -questo e l'accapigliarsi di Vitellio e Otone, Tito diede -volta per esortare il padre a mettersi anch'egli competitore. -Le legioni d'Oriente non aveano diritto d'imporre -all'orbe il padrone, quanto quelle della Germania e -della Gallia? Vespasiano, tenuto alquanto in bilancia -dalla gravezza de' sessant'anni e del rischio, alfine lasciò -da esse proclamarsi imperatore. Le provincie d'Oriente -fino all'Asia e all'Acaja non esitarono a giurargli -obbedienza; a Berito stabilì un senato per dibattere gli -affari, richiamò veterani, cernì novizj, fabbricò armi, -battè moneta, e postosi in Egitto, contro di Vitellio spedì -Crasso Muciano, comandante agli eserciti nella Siria. Il -<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span> -quale, crescendo di forze alla giornata e imponendo -tasse, venne in Europa <span class="sidenote">(69)</span>, ove le legioni, dall'Illiria alla -Spagna e alla Bretagna, acclamarono Vespasiano. L'esercito -illirico, guidato da Antonio Primo, calasi dalle -Alpi; Aquileja, Altino, Este, Padova, Vicenza, Verona -sono sorprese, e così separate da Vitellio l'Alemagna e -le Rezie; Cecina, che comandava gli eserciti di esso, lo -tradì; la flotta di Ravenna gridò Vespasiano; finalmente -sotto Cremona si fe giornata. Trentamila Vitelliani caddero -<span class="sidenote">(29 8bre)</span> -uccisi da compatrioti ed amici; un figlio ammazzò -il proprio padre, e riconosciutolo nello spogliarlo, il -pregò di non maledirlo, e gli scavò la fossa. Preso il -campo de' Vitelliani, Cremona fu assalita, e per quanto -Antonio Primo desiderasse campare una città cinta di -amenissime ville, piena di gente accorsa ad una solenne -fiera, e dove erano riposte tante ricchezze, non potè -frenare l'agonia delle prede e l'odio antico; e saccheggiata -per quattro giorni, fu distrutta. Primo vietò ai -soldati di tener prigioniero verun Cremonese: ed essi -gli ammazzavano. -</p> - -<p> -Vitellio, come altri potenti di altre età, credeva ovviare -il pericolo col non parlarne; guaj a chi in Corte -toccasse delle atroci novelle! mandava spie a scandagliare -nel campo di Vespasiano, e tosto le faceva uccidere -perchè non palesassero. Fra ciò designava consoli -per dieci anni, dava la cittadinanza a stranieri con larghissime -concessioni, e nelle sale di Roma e nei parchi -di Aricia, dimenticando il passato, il presente, l'avvenire, -bagordava, lussuriava. Giulio Agreste centurione, -cercato invano di scuoterlo, gli chiese licenza d'andar a -verificare coi proprj occhi le forze e la postura del nemico; -e visto Cremona ruinata, le legioni prigioniere e -il campo vigoroso, tornò, ne diede certezza a Vitellio, -e trovandolo incredulo, per testimonio di sua veracità -si uccise. In sì lieve conto tenevasi la vita! -<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span> -</p> - -<p> -Alfine l'imperatore mandò ad abbarrare i valichi dell'Appennino; -poi incalzato, raggiunse l'esercito con un -codazzo di senatori che lo rendeano viepiù spregevole; -ed ora a questi, ora a quelli si volgeva per pareri; poi, -ad ogni annunzio dell'avvicinar del nemico, sgomentavasi -e s'ubriacava. Udito che anche la flotta di Miseno -avea voltato bandiera, tornò a Roma intenerendo il popolo -con preghiere, con lagrime, con promesse, più -esorbitanti quanto meno pensava mantenerle; e così -raccozzò una ciurma cui diede il nome di legione. Ma -come Primo fulminando varcò l'Appennino, costoro disertarono -a frotte. -</p> - -<p> -Sabino, governatore di Roma, benchè fratello di Vespasiano, -si tenne in fede: sol quando si bucinò che, -per cessare il sangue, Vitellio abdicava, egli assunse le -armi; ma il popolo, invaso da subita frenesia, lo chiuse -in Campidoglio, e nell'assalto s'incendiarono le case -vicine e i portici, tra le cui fiamme penetrati, i Vitelliani -passarono per le spade chiunque resisteva; Sabino -fu trucidato a rabbia del popolo, il quale mal si potrebbe -dire perchè con nuovo furore proteggesse una -causa non sua, e principi che domani avrebbe forse -trascinati nel Tevere. -</p> - -<p> -Primo, come ode arso il Campidoglio e ucciso Sabino, -difila sopra Roma: Vitellio, sebbene rimbaldanzito -da quel furore vulgare, mandò colle Vestali un ambasciatore -chiedendo un sol giorno per risolvere; ma non -l'ottenne, e i suoi furono rincacciati nella città. Presa -anche questa, si battagliò per le vie, e cinquantamila -uomini perirono; mentre il vulgo, cui la sua bassezza -faceva sicuro, applaudiva o fischiava i colpi, piacevasi -scovare se alcuno si rimpiattasse nelle case, gridando -viva e muoja, come cosa pazza. -</p> - -<p> -Vitellio, scoperto in un canile <span class="sidenote">(20 xbre)</span>, fu menato per la città -con abiti laceri, corda al collo, braccia al dosso, fra gli -<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span> -urli della plebaglia che due giorni prima l'adorava. Al -moltiplicare degli insulti, quest'unica voce oppose, — Eppure -io fui vostro imperatore». -</p> - -<p> -Di otto imperatori di Roma, era il sesto che periva -di morte violenta. -</p> - -<p> -Coll'uccisione di suo fratello Lucio Vitellio che comandava -un esercito a Terracina, fu terminata la -guerra, ma senza che fosse pace. I soldati vincitori inseguivano -i nemici, scannandoli ovunque li scontrassero; -col pretesto di cercarli sforzavano le case; e la -ciurma gli avviava ed emulava. Primo valevasi del comando -per rubare più degli altri: Domiziano, figlio del -nuovo imperatore, che nella sollevazione erasi trafugato -in abito di sacristano d'Iside, allora dichiarato cesare, -tuffavasi nelle laidezze. Scompigli sovra scompigli, fra' -quali alla povera Italia restava appena fiato per acclamare -Vespasiano augusto. -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="cap37">CAPITOLO XXXVII. -<span class="smaller">I Flavj.</span></h2> -</div> - -<p> -La casa Flavia, nè antica nè illustre, proveniva da -Rieti. Tito Flavio, avo che fu di Vespasiano, militò nelle -guerre civili, e dopo la rotta di Farsaglia tornò nel -paese natìo come esattore delle gabelle. Suo figlio Flavio -Sabino l'eguale industria esercitò in molte città -dell'Asia con fama d'onesto; poi ritiratosi negli Elveti, -arricchì prestando, e da una Vespasia Polla generò Sabino -e Vespasiano. Valenti guerrieri entrambi, quest'ultimo -divenne senatore e console col blandire i potenti; -la finta vittoria di Caligola sui Germani festeggiò con -giuochi straordinarj; propose che gli accusati di fellonia -fossero pubblicamente uccisi ed esclusi dalla sepoltura; -<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span> -in pien senato rese grazie a Caligola d'averlo invitato a -cena; proconsole in Africa, servì tanto bene Nerone, da -attirarsi il pubblico odio. Reduce, si trovò in sì basse -acque che diede in pegno al fratello le sue terre, e al -vivere cercò modi poco onesti: ma a grave pericolo il -pose l'essersi lasciato prendere dal sonno mentre Nerone -recitava proprj versi; onde ritirato in campagna -attendeva male nuove, quando si udì prescelto a capitanar -la guerra della Giudea. L'oscurità de' suoi natali, -togliendo ogni ombra a Nerone, gli aveva meritato -quel comando, nel quale mostrossi eccellente; pazientissimo -alle fatiche, divideva gli stenti coll'infimo soldato: -se non che disonoravasi coll'avarizia. -</p> - -<p> -Fu il solo che, assunto all'impero, si mutasse in meglio. -Appena seppe morto Vitellio, racconsolò di vettovaglie -l'Italia; conferì governi e comandi ad amici suoi, -sperimentati nel vivere privato e sui campi; e non si -trovò costretto a corrompere i soldati con improvvide -liberalità. Crasso Muciano, mistura d'ottime e di ribalde -qualità, molle e attivo, superbo e compiacente, avido -dei godimenti e indomito alle fatiche, con potere illimitato -e bastante severità diede buon incammino alle -cose di Roma. Intanto Vespasiano in Alessandria faceva -miracoli; rese la vista a un cieco, bagnandogli di saliva -gli occhi; un rattratto, appena da lui tocco, ricuperò -l'uso della mano: tutto ad onore e gloria del dio Serapide. -Entrando nel tempio, Vespasiano vide dietro di -sè un tal Basilide, che in quell'istante si trovava ottanta -miglia lontano e ammalato. Avvenimenti attestati da -Svetonio, Dione e Tacito, il quale dice che al tempo -suo la menzogna non avrebbe potuto aver corso. -</p> - -<p> -Glorioso per vittorie e per miracoli <span class="sidenote">(70)</span>, Vespasiano arrivò -in Italia; e se, appena eletto, tanta folla accorse a -riverirlo da non bastarvi l'ampia città d'Alessandria, -pensate al giunger suo nella metropoli! Ognuno se ne -<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span> -prometteva rintegrata la disciplina, rimesso in lena -l'impero, e tutto ciò che i popoli mal condotti aspettano -ad ogni mutar di principe. -</p> - -<p> -In effetto imbrigliò la militare licenza; al senato assisteva, -incorando a dire schietto ciascuno il suo parere; -migliorò l'amministrazione della giustizia, e nominò una -commissione speciale per accelerare lo spaccio de' processi, -interrotti nelle precedenti turbolenze. Fatto censore, -degradò i cavalieri che si fossero disonorati, surrogandovi -i migliori uomini d'Italia e dell'impero; le -famiglie senatorie, ridotte a ducento dalle stragi precedenti, -crebbe fino a mille; fece de' nuovi patrizj, ultima -creazione di tal genere che la storia ricordi. Nè però -intendeva rialzare l'aristocrazia oppressiva, dovendo -ognuno restar sottoposto al diritto comune; ed essendo -nato diverbio fra un senatore e un cavaliere, l'imperatore -proferì: — Non è lecito ingiuriare un senatore, -ma il diritto naturale e le leggi autorizzano a rendergli -ingiuria per ingiuria». -</p> - -<p> -Benchè tornasse dallo splendido Oriente, serbò semplici -modi; benchè abituato sui campi, gemeva allorchè -dovesse mandare qualcuno al supplizio; accessibile a -tutti, parlava spesso della sua bassa origine, proverbiando -coloro che volevano derivargliela da Ercole; -sprezzava i titoli, e a stento accettò quello di padre della -patria: diè protezione e ricca dote alla figlia di Vitellio, -e sopportò che Muciano vantasse d'avergli egli stesso -regalato l'impero. Degli affronti subiti sotto Nerone non -tenne memoria; le pasquinate sparse contro la sua avarizia, -e le invettive dei filosofi recossi in pace; ma poichè -gli Stoici, o quei che di tal nome si camuffavano, persisteano -a turbar le opinioni col rimpiangere il passato -e denigrare il sistema imperiale, li sbandì. Demetrio, -un d'essi, non volle obbedire, e non solo rimase in città, -ma gli comparve innanzi dicendogli strapazzi; e Vespasiano -<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span> -si contentò di dire: — Tu fai di tutto perchè -io ti tolga la vita, ma io non uccido cane che abbaja». -Di quelli che cospirarono contro di lui, Vespasiano -non mandò a morte nessuno; ai delatori non prestò -ascolto; ammonendolo alcuno di guardarsi da Mezio -Pomposiano, perchè nato sotto una costellazione che -gli prediceva l'impero, lo elevò console, dicendo: — Di -quest'atto d'amicizia si ricorderà, venuto ch'ei -sia al trono». -</p> - -<p> -Per mettere in bilancia le entrate colle spese, rincarì -alcune gabelle; di nuove ne introdusse, fra cui una -sugli escrementi; e rimproverandogliela Tito, esso gli -diede ad annusare il denaro ritrattone, chiedendogli: — Puzza?» -Dicendogli i messi d'una città che il loro -senato gli avea decretato una statua di gran costo, egli, -stesa la mano, rispose: — Eccone la base; basta mettiate -qui il valore della statua vostra». Non v'avea delitto di -cui uno non potesse a denaro riscattarsi: dicono ancora -affidasse le pingui amministrazioni a coloro che meglio -sapessero smungere, paragonandoli a spugne, che spremeva -dopo inzuppate. Sollecitando un suo favorito la -sovrantendenza della casa imperiale per uno che diceva -suo fratello, l'imperatore non rispose nulla, ma, fatto -venire il raccomandato, fece sborsare a se stesso la -somma che questi avea promessa al favorito, e gli conferì -la carica. Quando poi il favorito rinnovò l'istanza, -Vespasiano gli disse: — Cercati un altro fratello; il -raccomandatomi si trovò essere fratel mio e non tuo». -</p> - -<p> -Modi stomachevoli in principe: ma se pensiamo a -che fondo trovò le finanze, mentre non meno di quattromila -milioni di sesterzj l'anno richiedeva l'amministrazione -dello Stato, propendiamo a compatire un -vizio che risparmiò le solite dilapidazioni. Tanto più -che ciò non lo trasse a confiscare i beni neppur di quelli -che l'aveano contrariato, nè il distolse dall'ajutare senatori -<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span> -poveri, rifiorire città diroccate, ristorar vie ed -acquedotti, proteggere le arti e le scienze e i poeti, pel -primo stipendiare professori d'eloquenza greca e latina -in Roma, e raccogliere tremila lastre di rame su cui -erano scritti i fasti antichi della città. Allora fu elevato -il tempio della Pace, adunandovi i capolavori sparsi qua -e là; allora ricostruito il Campidoglio ed altri edifizj, -periti nell'incendio di Nerone e nelle sommosse sotto -Galba; allora il grande anfiteatro che meritò il nome -di Colosseo; allora ristaurate le grandi vie di tutto l'impero, -non più a spese delle provincie ma dello Stato. -Ed avendogli un meccanico offerto macchine da trasportar -grandi colonne con piccola spesa, egli lo ricompensò, -ma ricusò l'invenzione, dicendo: — Bisogna che -il popolo viva». -</p> - -<p> -Però l'indipendenza del mondo rimbalzava volta a -volta contro l'oppressione romana; e sospese col nuovo -sistema imperiale le guerre di conquista, molte divennero -necessarie per difendere le provincie o per tranquillarle. -Già vedemmo quelle menate sotto Augusto -nella Germania, la quale non quietò mai. La Bretagna, -stanca delle esazioni e de' pubblicani, si rivoltò, -ma l'entusiasmo non la sottrasse dal vedere ribadite -le sue catene. Nella Gallia fu perseguitato il culto dei -Druidi, perpetui incitatori del sentimento nazionale; -e in compenso Claudio pareggiò quelle provincie all'Italia, -ricevendo i Galli al senato e alle dignità, che -che scandalo ne prendesse l'aristocrazia. L'Armenia, -dopo lunghe agitazioni, si sottopose, e Tiridate ne -ricevette la corona dalla mano di Nerone; il quale -pure mutò in provincia il Ponto. Aveva appena Vespasiano -accettato il titolo imperiale, che i bellicosissimi -Daci presero le armi; non tenuti più in soggezione -dall'esercito aquartierato nella Mesia, assalirono gl'invernali -accampamenti delle truppe ausiliarie, e varcato -<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span> -il Danubio, minacciavano il riparo delle legioni. Muciano -mandò pronti soccorsi, co' quali Fontejo Agrippa li -ricacciò di là dal fiume, le cui rive munì d'una schiera -di fortezze. -</p> - -<p> -Le guerre domestiche de' Romani davano sempre -eccitamento a qualche provincia di sollevarsi. I Batavi, -tribù di Catti, che, sturbata dalla Germania, erasi stanziata -nell'isola formata dai due rami del Reno, furono -condotti da Claudio Civile a scannare gli eserciti conquistatori, -e proclamare l'indipendenza. Tutta la Gallia -riprese desiderio e speranza di libertà; e i Bardi, usciti -dai nascondigli, e la profetessa Veleda con canti e sacrifizj -e tutto il corredo dell'antica superstizione, produssero -oracoli, promettenti l'impero del mondo a -gente d'oltr'alpe; e interpretando l'incendio del Campidoglio -come preludio della caduta di Roma, trucidano -i capi romani, e proclamano l'impero gallo. -</p> - -<p> -Ma Roma, più che nella forza degli eserciti, s'affidava -negl'interessi dei vinti, che sapeva conciliare co' suoi; e -i migliori delle colonie dissuadevano i loro nazionali da -una guerra che ripristinerebbe la barbarie distruggendo -l'introdotta civiltà, e ai privilegi romani surrogherebbe -di nuovo la guerra interminabile, i saccheggi, -la prepotenza armata. Tali erano le ragioni con cui -Petilio Cereale, comandante alle forze romane, arringava -gli abitanti di Treveri: — Io non so parlare, bensì -combattere: ma poichè le parole de' sediziosi fanno effetto -su voi, udite anche le mie. I Romani nel paese -vostro entrarono non per cupidigia, ma chiamati dai -vostri maggiori, stracchi delle mutue distruzioni. Con -qual fortuna guerreggiammo i Germani e altri nemici -vostri, lo sapete: nè venimmo sul Reno per difendere -l'Italia, ma perchè un altro Ariovisto non si facesse re -della Gallia. Forse Civile e i suoi Batavi vorran bene -a voi più che i loro antenati ai vostri? Cupidigia di -<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span> -preda, desiderio di mutare i loro pantani col vostro -ubertoso terreno li mosse sempre, pur ammantandosi -col nome di libertà; e voi foste battuti e dominati finchè -non vi deste a noi. Noi non vi abbiamo aggravati più -di quel che fosse mestieri per conservare la pace: del -resto facciamo un corpo solo; spesso voi comandate -le nostre legioni, governate provincie; nulla a voi teniamo -chiuso; de' buoni principi godete voi anche -lontani; i tristi sentite meno perchè lontani. Ma come -la pioggia e il vento, così bisogna acconciarsi a soffrire -qualcosa de' dominanti. Espulsi che fossero i Romani, -tutto il mondo verrebbe a baruffe; un impero cresciuto -con ottocento anni di fortuna e di abilità non potrebbe -scomporsi senza universale sovvertimento; e peggio -starà chi possiede oro e beni, esche alla guerra. Amate -e riverite piuttosto la pace romana, e cotesta Roma, -ch'è nostra patria, vincitori o vinti che siamo: vogliate -essere piuttosto docili con sicurezza, che riottosi con -rovina»<a class="tag" id="tag213" href="#note213">[213]</a>. -</p> - -<p> -In fatti Roma avea sì bene stabilito la sua dominazione -civile, che fuor di essa non vedeasi se non disordine, -servitù, barbarie; le legioni rivoltavansi contro i -principi, contro Roma non mai. Quando poi questa, -ricompostasi, spedì bastanti forze contro gl'insorgenti, -molti si piegarono per ragione o per paura, altri vi -furono costretti; alcune legioni che avevano giurato -l'impero gallo, tornarono al dovere, e furono accolte -impuni. Dopo lunga e valida resistenza, Civile dovette -cedere anch'esso, ed ottenne di vivere in pace <span class="sidenote">(71)</span>; Classico, -Tutore, altri capi fuggirono o si uccisero; alcuni -furono consegnati ai Romani, e perirono nei processi. -</p> - -<p> -Giulio Sabino di Langres, che erasi fatto proclamare -imperatore, fu sconfitto mentre estendeva la sollevazione, -<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span> -nè si sottrasse alla morte che col dar fuoco alla -casa dov'era ricoverato, facendo credere d'esservi perito. -E lo credette anche la moglie sua Eponina, che -teneramente lo amava, e che il pianse desolata finch'egli -non potè farle sapere d'essersi, colle ricchezze e con -due liberti, ricoverato in una caverna. Reprimendo la -gioja di questo annunzio, ella seguitò vita e lutto vedovile; -ma fingendo affari, stava lungamente alla campagna -per vivervi con esso. In quella tana partorì ed allevò -due gemelli, e potè anche, non si sa perchè, mandare -il marito sconosciuto a Roma, donde tornò. Così passati -nove anni, qualche curioso lo ormò, e scoperto -l'arcano, Sabino colla generosa fu in catene strascinato -a Roma. La magnanimità di lui, il lungo martirio, la -stranezza del caso, le lacrime di Eponina, la quale diceva, — Ho -allevato questi bambini in una tana come -una lionessa, acciò fossimo in più a chieder mercede», -intenerirono alle lacrime Vespasiano, ma nol tolsero dal -mandarli al supplizio; — ragion di Stato. Nella Gallia -tornò l'amore dell'ordine, cioè la pazienza della servitù; -e i Druidi si trasformarono in maestri di scienze -romane. -</p> - -<p> -Con altre guerre intanto erano ridotte a provincie la -Comagene col nome di Eufratesiana, la Grecia emancipata -da Nerone, la Licia, la Tracia, la Cilicia Trachea, -con Rodi, Bisanzio e Samo: da Giulio Agricola fu circuita -e sottomessa la Bretagna colle Orcadi, come -vedremo. -</p> - -<p> -Più memorabile è la caduta degli Ebrei, popolo prescelto -da Dio a conservar pura la tradizione, finchè, venuta -la pienezza de' tempi, sorse di mezzo ad essi e fu -da essi sconosciuto e ucciso quel Divino, di cui tutta -la loro storia non era che preparazione, simbolo, profezia. -Anche perduta la dominazione, unita alla provincia -della Siria, e governata da presidi romani, la nazione -<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span> -ebrea rifiutò ostinatamente i costumi de' Gentili e -la religione idolatra; e agli imperatori che voleano violentarne -le coscienze, opponeva le proteste, e subiva le -persecuzioni. Ma internamente le scissure fra la Giudea -e la Samaria, le sêtte de' Farisei e Saducei, le ambizioni -de' principi e de' sacerdoti, la comparsa di finti Messia, -infine la smoderatezza degli Zelanti rendevano infelicissimo -il paese, e gli facevano sentire la maledizione del -sangue del giusto. Satolli d'oltraggi, trucidati a migliaja, -offesi negl'interessi e nelle credenze, insorgono regnante -Nerone, il quale deputa a sottometterli Vespasiano. Non -v'è orrore che non accompagnasse quella guerra, in cui -si conta perissero un milione e mezzo di Ebrei: finalmente -Tito, figlio di lui, prese Gerusalemme stessa e la -incendiò <span class="sidenote">(70 — 1 7bre)</span>, e da quel punto gli Ebrei più non ebbero patria -nè altare. Sparsi per tutto il mondo, con una portentosa -attività e con irremovibile perseveranza vivono -confidati che quel Dio, che altra volta li richiamò dalla -schiavitù di Babilonia, faccia splendere ancora il loro -giorno. — Sarà il giorno, in cui il sangue, imprecato -dai loro padri, scenda sui figli per lavacro di perdono -e redenzione. -</p> - -<p> -Tito negli anfiteatri di Berito e di Cesarèa rallegrò -il popolo collo spettacolo di centinaja di Giudei accoltellantisi -o sbranati dalle fiere: altri condotti a Roma -abbellirono il più splendido trionfo, ornato viepiù collo -strozzare i principali di essi: altri furono serbati a fabbricar -l'arco che ancora chiamasi di Tito, il Colosseo -e il tempio della Pace, nel quale furono deposti il candelabro -d'oro e gli altri arredi del culto di Ieova. -</p> - -<p> -Vespasiano associossi il figlio vincitore nella podestà -tribunizia; e la chiusura del tempio di Giano attestò -finite o sospese le guerre. Anche Roma respirava dalle -atrocità e dalle pazzie, non così però che le mancassero -supplizj; e fu singolarmente deplorato quel dell'intrepido -<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span> -Elvidio Prisco (pag. 163). Alieno Cécina ed Epiro -Marcello, spia di Nerone, congiurarono con molti pretoriani; -ma scoperti, Marcello prima della condanna si -uccise: a condannar Cecina non bastando l'essergli -trovata l'arringa disposta per ammutinare i soldati, -Tito l'invitò a cena, e ve lo fece assassinare. Compendiose -procedure! -</p> - -<p> -Vespasiano, sentendosi morire, esclamò: — Se non -fallo, sto per divenire iddio»; burlandosi del divinizzare -che i Romani faceano i loro principi. Sereno fin -all'ultimo istante, — Un imperatore (disse) dee morire -in piedi», tentò alzarsi, e spirò <span class="sidenote">(79)</span> di settantun anno, -regnato dieci. Ai funerali de' grandi solevansi rappresentare -commedie, ove il morto era messo in burla. -Il buffone che, in quello di Vespasiano, contraffacea -l'estinto, domandò agli economi quanto costerebbero i -funerali, e udita l'ingente somma destinatavi da Tito, -riprese: — Date a me quel denaro, e gettate pure il -cadavere nel fiume». Fortunata Roma però se d'avarizia -solo essa poteva appuntare il successore di Tiberio -e di Nerone<a class="tag" id="tag214" href="#note214">[214]</a>. -</p> - -<p> -Tito Flavio, spertissimo in eloquenza e versi, e più -nella guerra, finchè visse il padre mostrò avidità e tracotanza; -sorreggeva chi gli offrisse denaro; se portava -malanimo contro alcuno, ne facea da prezzolati domandar -la testa in teatro o nel campo; e gli amori suoi con -Berenice, sorella d'Agrippa II re degli Ebrei, erano -riprovati dai Romani, tementi un'imperatrice straniera, -quanto dagli Ebrei, scandolezzati che una loro principessa -<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span> -scendesse agli abbracci del distruttore di sua -nazione. -</p> - -<p> -Ma fatto imperatore a trentanove anni, Tito mandò -Berenice fuor d'Italia, per quanto si sentisse di lei -acceso; al fratello Flavio Domiziano, discolo ed intrigante, -non solo non fece verun male, ma esibì dividere -con esso l'autorità; confermò con editto generale le -prerogative concesse da' suoi predecessori a città o -persone; lasciava il popolo accostategli fin nel bagno, -assegnare quando e come bramasse i giuochi ch'egli -dava; nè l'affabilità gli scemava decoro. A chi gli rimostrava -il troppo facile suo concedere, rispondeva: — Non -conviene che alcuno parta melanconico dalla vista -del principe»; ed una sera, non ricordandosi d'aver -beneficato alcuno, esclamò: — Perdetti una giornata». -</p> - -<p> -Accettando il pontificato, dichiarò che più non si -contaminerebbe di sangue, abolì la legge di fellonia, nè -si accusasse più alcuno per aver detto male di lui o -de' predecessori. — O sparla di me a torto, e lo compiango; -o a ragione, e sarebbe ingiustizia il punirlo -della verità. Quanto a' miei antecessori, se ora sono -Dei, possono a voglia punire gli oltraggi senza mio -intervento». Avendo il senato condannati nel capo due -patrizj cospiratori, Tito mandò pregare quell'assemblea -di desistere dall'inutile castigo, dipendendo i regni da -una potenza superiore all'umana; al tempo stesso invia -a rassicurare la madre de' rei, li vuol seco a banchetto -la sera, il domani agli spettacoli, passando a loro le -spade de' gladiatori, che, secondo il costume, gli venivano -offerte ad esaminare. -</p> - -<p> -Non che agognare l'altrui, ricusò regali e legati: -eppure in donativi, spettacoli e fabbriche gareggiò con -qualunque de' suoi predecessori; e quando inaugurò il -colossale anfiteatro, presentò, oltre i gladiatori, una -battaglia navale e fin cinquemila fiere. Più savia generosità -<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span> -mostrò in pubbliche sciagure; avendo un incendio -guastato il Campidoglio, il Panteon, la biblioteca d'Augusto, -il teatro di Pompeo, a non dire i minori edifizj, -dichiarò ch'egli toglieva sopra di sè tutti i danni; e per -mantenere la parola, senza accettar le somme che città -e principi forestieri gli esibivano, vendè perfino gli -arredi del suo palazzo. Il Vesuvio, che da immemorabile -non eruttava, lui regnante proruppe <span class="sidenote">(79 — 8 7bre)</span> in modo, che -Ercolano e Pompej furono sepolte, Pozzuoli e Cuma -diroccate, sobbalzata tutta Campania. Tito a proprie -spese provvide ai mali riparabili; girò il paese, non per -ostentazione e curiosità, ma prodigando denaro. La -peste gli diè nuovo campo a mostrare la sua benevolenza; -e quasi non dissi la carità. Chi crederebbe che, -sotto tal principe, trovasse molti seguaci un finto Nerone -venuto d'Armenia, il quale ronzò intorno all'Eufrate, -poi si rifuggì tra i Parti? -</p> - -<p> -Mentre Roma si ricreava sotto il buon Tito, e lo -intitolava <i>delizia del genere umano</i>, morte glielo tolse <span class="sidenote">(81)</span> -dopo due anni e tre mesi di regno, dissero accelerata -dal fratello Domiziano, che lo fece scrivere fra gli Dei -mentre il denigrava presso gli uomini. Questo Domiziano, -privo di studj, marcio di lussuria e di debiti, in -guerra sollecito soltanto d'evitar le fatiche ed i pericoli, -estinto il padre, tentò guadagnarsi i pretoriani per -soppiantare Tito, e Tito gli perdonò. Morto od ucciso -questo, fu gridato imperatore, e prodigatigli d'un -tratto i titoli e le cariche che a' suoi antecessori conferivansi -a poco insieme. -</p> - -<p> -Dapprima vietò perfino i sacrifizj cruenti; largheggiava -cogli uffiziali acciocchè la povertà non ne agevolasse -la corruzione; ricusava l'eredità di chi avesse -figliuoli; e dopo spartite ai veterani le terre confiscate, -il di più non tenne per sé, come si soleva, ma lo rese -ai prischi possessori. Murò splendidamente, ricompose -<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span> -la biblioteca incendiata, e dodicimila talenti spese nella -doratura del tempio di Giove in Campidoglio: eppure la -magnificenza di quello era un nulla a petto d'una sola -galleria o d'una sala del palazzo. Attendeva in persona -a rendere giustizia; notava d'infamia i giudici che accettassero -denaro, o i governatori che espilassero; represse -la licenza pubblica e la sfacciataggine de' libelli; vietò ai -cavalieri di recitare sui teatri; cassò un senatore che danzava; -escluse le donne dal ricevere legati e dall'andare -in lettiga; dichiarò indegno d'esser giudice un cavaliere -che ripigliò la moglie dopo ripudiatala per impudica; -molti adulteri punì di morte, e vietò severamente di -far eunuchi. -</p> - -<p> -Ma a fatica dissimulava l'indole sanguinaria e codarda. -Avido di gloria militare quanto inetto ad acquistarsela, -assunse quattro volte in un anno il titolo d'imperatore, -sempre per vittorie altrui: piombato improvviso sui -Catti, i più civili e guerreschi fra i Germani, strascinò -in trionfo alcuni prigionieri, nè più da quell'ora depose -la toga trionfale: intanto che Svevi e Sàrmati, rivoltati -contro l'impero, sterminavano eserciti interi nella Mesia, -nella Dacia e nella Germania. -</p> - -<p> -Memorabili sono di quel tempo le vittorie di Gneo -Giulio Agricola sulla Bretagna. Cesare pel primo era -sbarcato nell'isola per reprimere i sacerdoti Galli che -continuamente fomentavano le sollevazioni nella Gallia -romana (t. <span class="smcap lowercase">II,</span> p. 177): ma sebbene fosse dichiarata provincia, -non obbediva ai Romani, e poco vi vantaggiarono -le armi, finchè non le condusse Agricola <span class="sidenote">(77)</span>. Tacito, -genero di questo, volle proporlo a specchio e raffaccio -degli altri capitani; onde racconta che, accortosi come -il saccheggio e la prepotenza militare nocessero alla -dominazione, Agricola riformò la disciplina cominciando -dalla propria casa, nominò uffiziali i più degni, senza -riguardo a raccomandazioni e preghiere, ripartì più -<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span> -equamente le imposte: poi incoraggiando i suoi coll'esempio, -scoraggiando i nemici colla rapidità delle -marcie, riportò molte vittorie, molti col perdono indusse -a sottomettersi, e cercò tenerli quieti coll'incivilirli; -mai non cercava sminuir la gloria ai soldati per attribuirla -a sè, e sempre mostravasi avaro del sangue -romano. Per tal modo assicurò il dominio di Roma -sulla Bretagna e la Caledonia; ma Domiziano, quasi -eclissasse le sue imprese finte colle vere, lo richiamò, -e l'insigne capitano non ne sfuggì il rancore altrimenti -che col vivere nell'oscurità <span class="sidenote">(85)</span>, e neppur questa forse il -sottrasse al veleno. -</p> - -<p> -I Daci, guidati da Decebalo, grande in battaglie e in -consiglio, passato il Danubio, ruppero i Romani, uccisero -il governatore della Mesia, e menando orribile -guasto, occuparono quante fortezze aveano là intorno -munite i Romani. Domiziano, posto in dirotta fuga, -mandò a Decebalo supplicando pace <span class="sidenote">(90)</span>, con ricchi donativi, -con artigiani d'ogni sorta, e con una corona in -segno di riconoscerlo re, e rassegnandosi a pagargli -annuo tributo. Prima guerra ove i Barbari assalissero -con vantaggio l'impero. Eppure Domiziano scrisse al -senato aver messo finalmente il morso agl'indomiti -Daci; e tornando, dopo aver peggio che in guerra -devastato il paese quieto, menò un trionfo, dove i poeti -lo paragonarono ai Cesari e agli Scipioni<a class="tag" id="tag215" href="#note215">[215]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span> -</p> - -<p> -La fierezza che gli mancava in campo, sapeva troppo -esercitarla in pace. Avendo il banditore, nell'acclamar -console Flavio Sabino genero di Tito, in isbaglio -chiamatolo imperatore, Domiziano fece scannare e il -banditore e il nipote. Fatto prendere l'oroscopo dei -grandi dell'impero, ne tolse ragione di mandare a morte -assai senatori e cavalieri <span class="sidenote">(95)</span>. Di molti Cristiani prese l'ultimo -supplizio in Roma e nelle provincie, come di -nemici alla repubblica, tra i quali Flavio Clemente -cugino suo e collega nel consolato, e le due Domitille, -nipote e moglie di quello. -</p> - -<p> -Com'è de' principi cattivi, Domiziano aveva in odio -e in sospetto la storia e gli storici: Erennio Senecione, -incolpato di scrivere la vita d'Elvidio Prisco, fu creduto -degno di morte; Fannia vedova di Elvidio, che confessò -averlo spinto e ajutato a quel lavoro, ne perdette i beni -e la patria, ma portò seco la storia riprovata; ad Aruleno -Rustico fu colpa capitale l'aver lodato Trasea Peto; -Armogene di Tarso venne ucciso perchè parve nella -storia alludere a Domiziano, e crocifissi quelli che ne -avevano ajutato lo spaccio. Nuovo genere di crudeltà -fu l'ardere pubblicamente i libri di fama più cospicua -e di sensi più generosi: da ultimo tutti i filosofi e gli -scienziati sbandì: alcuni, cessati gli studj, presero il -<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span> -mestier di spia, il più opportuno perchè impinguava -colle ricchezze, confiscate sotto frivolissimi pretesti. Un -cittadino illustre mostrasi popolare? e' medita la guerra -civile; sta ritirato? vuol far rimprovero ai tempi; -conduce vita illibata? è un nuovo Bruto; se inerte e -stolido, cova disegni di sangue; se operoso e vivo, -intriga e sommove: il ricco possede troppo denaro per -uom privato; il povero, non avendo che perdere, -potrebbe a tutto avventarsi. Più le spie erano vili e -schifose, più l'imperatore le palpava e reggeva; convinte -di calunnia, crescevano di merito; ad esse le spoglie -dello Stato, ad esse le dignità pontificali e il consolato; -quali nelle provincie spediti procuratori, quali in città -tenuti per confidenti e ministri; schiavi furono subornati -contro i signori, liberti contro i patroni; e chi -non avesse nemici, trovavasi tradito da gente, della cui -benevolenza mai non avea dubitato. -</p> - -<p> -Sotto il costoro regno, i Romani non osavano comunicare -ad altri i proprj pensamenti, nè fremere insieme; -e vedeano con silenzio pusillanime i tribunali fatti strumenti -di perdizione, rapine ed assassinj palliarsi col -nome d'ammenda e di castigo: le isole riboccavano di -relegati, gli scogli d'uccisi. Alcuni incontrarono la morte -con intrepidezza: madri e mogli generose seguirono i -loro cari nell'esiglio. -</p> - -<p> -A Domiziano recava diletto il veder le lagrime, noverare -gli aneliti; esultava quando a una sua parola il -senato impallidisse. Privatamente si compiaceva di lepidezze -inumane. Una sera chiama a banchetto il fior -de' senatori e de' cavalieri, egli che diceva di guardare -i più de' cavalieri per suoi nemici, e che non si terrebbe -sicuro finché pur un senatore respirasse. Man mano che -arrivano, son condotti in una sala a bruno, ove fioche -lampade mostrano cataletti, segnati ciascuno col nome -di un convitato; ed ecco dopo lunga ansietà entrano -<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span> -uomini ignudi, tinti di nero, colla spada nell'una, la -face nell'altra mano: ma dopo girato attorno, aprono -le porte, e congedano i due ordini principali dell'impero, -non so se più atterriti o scornati. -</p> - -<p> -Valentissimo nel trar d'arco, faceva trasvolare il -dardo fra le aperte dita d'uno schiavo, posto per lontano -bersaglio; e nella lunga solitudine del suo gabinetto -l'imperator del mondo esercitava tale abilità dardeggiando -mosche. Onde Vibio Crispo interrogato se -nessuno fosse coll'imperatore, — Neppure una mosca» -rispose. -</p> - -<p> -In turpi voluttà non la cedeva ad alcun predecessore. -E i Romani? adulavano e il chiamavano signore e dio -e figlio di Minerva, titoli ch'egli medesimo si attribuiva -nelle lettere, e che gli erano prodigati da Marziale, -Quintiliano, Giovenale e dagli altri scrittori. Le vie che -conducevano al Campidoglio, apparivano ingombre di -vittime, scannate avanti alle sue statue<a class="tag" id="tag216" href="#note216">[216]</a>, le quali -per decreto non potevano farsi che d'oro o d'argento. -Giuochi preparò, che Roma non avea mai veduto i più -splendidi; fece scavare presso al Tevere un gran lago, -ove due flotte combattevano; agli accoltellamenti dei -gladiatori mesceva anche donne; offrì vere battaglie -d'interi eserciti nell'anfiteatro, egli che delle campali -avea paura; ed essendo, durante lo spettacolo, sopragiunto -un rovescio di pioggia, non permise a veruno -d'uscire; onde molti ammalarono, alquanti morirono. -</p> - -<p> -Per bastare alle prodigalità, non era via d'ottener -denaro ch'e' non si facesse lecita; alle eredità facilmente -sottentrava o accusando il morto d'avere sparlato di -lui, o trovando chi asseriva quello averlo chiamato -erede. I magistrati rincarivano le imposizioni, tanto -che varie provincie sorsero in aperta rivolta. In Germania, -<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span> -Lucio Antonio governatore prese il titolo d'augusto; -ma bentosto rotto ed ucciso, de' molti accusati -come complici suoi due soli tribuni camparono la vita -col provare d'essersi prestati a vilissima lascivia, e -quindi essere incapaci d'ogni ardito tentativo. -</p> - -<p> -Avendo scoperta e sventata una congiura, stava -sempre in timore di nuove, massime che diversi prodigi -e indovinamenti gli prenunziavano la sua fine. Si -munì in ogni miglior modo, fino a rivestir le sue stanze -di una pietra che rifletteva le immagini, acciocchè nessuno -gli si accostasse inosservato; poi pensando disfarsi -di chiunque gli dava ombra, ne aveva preparata la -lista. Un fanciullo, col quale egli trescava, gliela tolse -mentre dormiva, e la portò fuori; e l'imperatrice -Domizia Longina, sbigottita al leggervi il proprio nome -con quel de' primarj, convenne con questi di pigliare -il passo innanzi. Partenio primo cameriere introduce -all'imperatore Stefano liberto di Domizia <span class="sidenote">(96)</span>, che recando -il braccio al collo in atto di ferito, gli porge una carta -ov'è rivelata la congiura, e mentre la leggeva il trafigge. -Domiziano si difende, Stefano rimane trucidato -da quei di casa; ma gli altri congiurati sopragiungendo -uccidono l'imperatore. -</p> - -<p> -Compiva i quarantacinque anni, e n'avea regnato -quindici; e il senato, raccoltosi di presente, gli disse -tanti improperj quante dianzi adulazioni, ne rase il -nome dalle epigrafi, abbattè le statue e gli archi, -annullò gli atti. Il popolo, sino al quale non scendeano -le persecuzioni, bensì le pompe e i giuochi, stette indifferente. -I soldati, di cui aveva cresciuta la paga, lo -piansero più che Vespasiano e Tito; e gli uffiziali durarono -gran fatica a frenarli. -</p> - -<p> -Egli è l'ultimo di quelli che chiamano i Dodici -Cesari. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span> -</p> - -<h2 id="cap38">CAPITOLO XXXVIII. -<span class="smaller">Imperatori stoici.</span></h2> -</div> - -<p> -È merito della verità il vantaggiare anche quelli che -la rinnegano e la perseguitano, e costringere a riconoscerla -fino i nemici che la impugnano. La morale, che -i Cristiani predicavano obbedendo e morendo, già -appariva negli scrittori pagani, e rifondea vigore alla -setta più virtuosa, la stoica; la quale, alla morte di -Domiziano, si sentì da tanto d'opporsi alla onnipotenza -delle armi; e acquistato preponderanza in senato, s'ingegnò -a mettere sul trono creature sue, e le riuscì di -procurare a Roma una serie di buoni capi. -</p> - -<p> -Primo fu Marco Coccejo Nerva, oriundo da Creta, -nativo di Narni, onorato di una statua da Nerone per -le sue poesie. La fazione stoica sparse vaticinj e strologamenti -sul futuro regnare di esso, tanto che, comunque -timido, l'incorarono ad accettare il trono: I pretoriani, -sfogata la devozione loro verso l'estinto imperatore, -non tardarono a riconoscere il nuovo; ma fra i mirallegro, -Arrio Antonino si condolse con lui, che, dopo -sfuggito per virtù e prudenza a tanti principi malvagi, -si trovasse in tal luogo dove amici e nemici disgusterebbe, -e più gli amici, appena ricusasse una grazia. -</p> - -<p> -Nerva, professandosi collocato in quell'altezza non -per soddisfazione propria, ma pel popolo, seppe conciliare -le dolcezze della libertà colla quiete della monarchia. -Restituì patria e beni agli sbanditi per fellonìa, -minacciò i delatori, interdisse i processi di maestà, e -giurò non mandare a morte verun senatore: vastissimi -terreni distribuì alla poveraglia; faceva allevare a pubbliche -spese i bambini indigenti; riproibì l'evirazione; -<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span> -e si governò sempre come avesse da oggi a domani a -tornare privato. Per alleggerire le imposte limitò le -spese, escludendo varj sacrifizj e spettacoli, moderando -il fasto del palazzo, non tollerando gli si ergessero statue -d'oro o d'argento; e per ricompensare o soccorrere -vendette parte del proprio vasellame e alcuni poderi. -Il senato, ripresa la libertà dei giudizj, procedette contro -gli spioni del regno precedente, e alcuni multò di morte, -altri d'esiglio; ma avendo iniziato procedure contro -alcuni nuovi cospiratori, Nerva troncò le indagini. Parve -sconvenevole tale clemenza a Giulio Frontone console, -e — Se è grave sciagura un principe sotto cui tutto è -vietato, non è minore uno sotto cui tutto sia permesso». -</p> - -<p> -In fatto, di quella bontà abusarono i pretoriani, e -levato rumore, assalirono il palazzo per obbligar Nerva -a consegnare gli uccisori di Domiziano; e per quanto -egli s'opponesse, e nudo il petto li pregasse a ferir lui -piuttosto, dovette cedere, lasciar uccidere i congiurati, -e ringraziare i pretoriani d'averne purgato il mondo. -</p> - -<p> -Da qui comprese la necessità di destinarsi a successore -un uomo di salda mano, e adottò lo spagnuolo -Marco Ulpio Trajano, col quale divise da quel punto -l'autorità <span class="sidenote">(98)</span>: ma regnato appena sedici mesi, fu ascritto -fra gli Dei. -</p> - -<p> -Trajano, dopo fatto le prime armi contro i Parti, da -Domiziano fu destinato a governare la bassa Germania; -robusto di corpo e formato alle fatiche, era il più sufficiente -capitano dell'età sua: in campo non l'avresti -distinto dall'infimo soldato al vestire, agli esercizj, alla -sobrietà; marciava a piedi, conosceva un per uno i suoi -veterani e le imprese loro, senza che l'affabilità disciogliesse -la disciplina. Di pochi studj<a class="tag" id="tag217" href="#note217">[217]</a>, pure gli studiosi -favoriva; nobile di portamento, d'obbliganti maniere. -<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span> -</p> - -<p> -A quarantaquattro anni succedendo a Nerva, entrò -pedestre in Roma fra indicibile esultanza, e nel por -piede in palazzo, sua moglie Pompea Plotina voltasi al -popolo disse: — Io spero uscirne qual v'entro». -</p> - -<p> -Trajano dichiarò tenersi obbligato alle leggi come -qualunque cittadino; largheggiò nelle consuete distribuzioni -sì ai soldati, sì al popolo, comprendendovi gli -assenti e, cosa nuova, i minori di dodici anni; ed è -scritto che le frequenti sue liberalità mantenessero due -milioni di persone. Tenne sempre i grani a modico -prezzo, fece larghi assegnamenti pe' figli dei poveri<a class="tag" id="tag218" href="#note218">[218]</a>, -diede spettacoli di gladiatori, ma sbandì i commedianti -che Nerva avea riammessi: spese largamente in aprire -il porto di Civitavecchia ed ampliare il circo, ove proibì -si pronunziasse il suo nome, per sottrarlo agli applausi -prodigati a tanti malvagi imperatori; e provvisti di -pubblico stipendio gli avvocati, vietò che ricevessero -sportule dai litiganti, i quali pure doveano giurare di -non aver dato loro nè promesso nulla. -<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span> -</p> - -<p> -Voltosi a medicare le piaghe dell'anarchia e della -tirannide, diminuì le imposte, attenuò le prerogative -imperiali qualvolta al ben pubblico complisse; nè accuse -di maestà, nè delatori soffrì, nè concussioni de' governanti; -riceveva le persone di qualunque fossero grado, -e candidamente ne ascoltava gli avvisi; cercava i più -degni per collocarli in posto; e credeva che le finterie -non fossero necessarie, come nella condotta privata, -così neppure nella politica. Preferiva l'impunità di cento -rei alla condanna d'un innocente; e nel dare la spada -a Suburano prefetto del pretorio, gli disse: — S'io -compio il mio dovere, adoprala per me; contro me, se -vi manco». Essendo da alcuno insusurrato contro di -Licinio Sura, a lui caro e riverito, andò a cenare da -esso non invitato, si fece medicare gli occhi e radere -dal medico e dal barbiere di esso, poi il domani a chi -gli ripeteva le accuse rispose: — S'egli intendesse uccidermi, -l'avrebbe fatto jeri». -</p> - -<p> -Di colpe e difetti ebbe la sua parte; amava il vino, -tanto che ordinò di non eseguire i comandi che desse -dopo tavola; ai piaceri s'abbandonò quanto il suo tempo -consentiva; per vanità lasciava mettere il proprio nome -su tutti gli edifizj o eretti o ristaurati, sicchè lo soprannomarono -<i>erba parietaria</i>; soffrì il titolo di signore, -e sagrifizj alle sue statue, e che il popolo giurasse per -la vita e l'eternità di lui; e forse per gelosia di divinità -ordinò persecuzioni contro i Cristiani <span class="sidenote">(106)</span>. -</p> - -<p> -Da Plinio il giovane, che ne stese il panegirico, trapela -la gioja alquanto puerile che provavano i patrioti -romani al veder di nuovo convocate le adunanze del -senato tre giorni di fila, e protratte sino a notte<a class="tag" id="tag219" href="#note219">[219]</a>: -ma quale concetto formarsi di queste assemblee, se -dallo stesso Plinio siamo informati che Trajano disdisse -<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span> -di formare una piccola associazione onde riparare i -pubblici bagni d'una città dell'Asia, atteso che ogni -unione per interessi privati è contraria all'impero? -</p> - -<p> -Conoscendone il valore, i Germani d'ogni parte -mandarono a Trajano deputazioni, e i Barbari di là -dall'Istro non s'avventurarono alle correrie, che rinnovavano -ogniqualvolta il fiume gelasse: ma Trajano -aspirava a «passar l'Eufrate e il Danubio su ponti da -lui fabbricati, e ridurre la Dacia in provincia». -</p> - -<p> -Indecoroso stimando il tributo con che Domiziano -avea dai Daci comprato la pace, ne devastò le campagne, -e li vinse in una battaglia, dove essendo venuti meno -i cenci da bendare i tanti feriti, egli diede le proprie -vesti; e continuò la vittoria con tale ardore, che Decebalo, -instancabile loro re, mandò per pace <span class="sidenote">(103)</span>, ed accettolla -a gravi condizioni. Trajano, poste fortezze e guardie -ov'era duopo, menò il primo trionfo sui Daci, e voltò -sul Danubio un ponte di pietra di venti piloni, grossi -sessanta piedi, alti cencinquanta, discosti settanta; opera -meravigliosa, e pur compita in un'estate per disegno e -direzione di Apollodoro di Damasco. Decebalo, che soltanto -alla necessità avea ceduto, non tardò a risollevare -il paese, intendendosela fino coi Parti: ma Trajano, -accorso al riparo, si ben campeggiò <span class="sidenote">(106)</span>, che prese Zarmizegetusa -capitale dei Daci, e il paese ridusse a provincia, -avente per confini il Dniester, il Tibisco, il Danubio -inferiore e l'Eusino. Decebalo non volle sopravivere -alla libertà. La colonna coclite, eretta in mezzo al fôro -Trajano, attestò queste vittorie; e nelle solennità del -trionfo cenventitre giorni continuarono gli spettacoli, -dove più di diecimila belve caddero uccise. -</p> - -<p> -Soddisfatto uno de' suoi voti col varcare il Danubio, -Trajano mosse per l'altro verso l'Eufrate a reprimere -i Parti, i più formidabili nemici che a Roma restassero <span class="sidenote">(114)</span>. -Ridusse a provincia l'Armenia; ricevette in soggezione -<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span> -i re d'Iberia, di Sarmazia, del Bosforo, della Colchide; -la Mesopotamia quasi col solo terrore soggiogò, sottomise -porzione dell'Arabia, e vide la sua amicizia chiesta -contemporaneamente da' Sauròmati del settentrione e -dagli Indiani del mezzodì. Su ponte di barche varcato -il Tigri, senza ferir colpo s'impadronì dell'Adiabene; e -giovato dalle discordie dei Parti, si spinse fino a Babilonia <span class="sidenote">(116)</span>, -espugnò Seleucia e Ctesifonte, i contorni sottomise, -e dall'Assiria come provincia ricevette tributo. -</p> - -<p> -Reduce in Antiochia, mentre l'esercito, la corte, i -curiosi v'erano affollati, la terra tremò sì fattamente, -che i fabbricati diroccarono, Trajano stesso rimase -ferito, e nel disastro d'una sola città tutto l'impero ebbe -a soffrire. Altre sciagure imperversarono, lui imperante; -fame, peste, tremuoti; il Tevere inondò Roma; e, ciò -che destava orrore, tre Vestali si contaminarono e -furono sepolte vive. Se non bastava questo sacrifizio -alle antiche superstizioni, i Libri Sibillini ordinarono, -come altre volte, che nel fôro Boario si sepellissero -vivi due Greci e due Galli maschio e femmina. -</p> - -<p> -Entrata la primavera <span class="sidenote">(117)</span>, Trajano cominciò una corsa -per ispiegare la maestà e la potenza dell'impero sugli -occhi delle nazioni. Viste le pianure dell'Alta Asia -dond'era scesa la prima civiltà del mondo, s'imbarca -sul Tigri, scende al golfo Persico, traversa il Grande -oceano, e vedendo un vascello salpare per le Indie, -esclama: — Deh! foss'io più giovane, che recherei la -guerra colà». Piega quindi verso l'Arabia Felice, -prende il porto di Aden di qua dallo stretto di Bab -el-Manneb, riduce a provincia l'Arabia Petrea che assicurava -le comunicazioni di commercio fra l'Asia e -l'Africa; annunzia al senato sempre nuove terre sottoposte -al suo dominio; infine torce verso Babilonia, -sulle cui ruine presta sacrifizj ad Alessandro. -</p> - -<p> -L'impero toccava allora al suo apogeo; ma poco vi -<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span> -durò, e Trajano stesso vide disfarsi le opere proprie. -Il tremuoto che sobbalzò tanti paesi, parve agli Ebrei -preconizzasse la caduta dell'impero, sicchè d'ogni parte -levaronsi a furore, in Africa principalmente. Benchè -sconfitti e scannati a migliaja, l'esempio fu contagioso, -e molti paesi scossero le catene; tutte le nuove conquiste -si rivoltarono; i Parti a pien popolo cacciarono -il re Partamaspate da lui imposto, gli Armeni se ne -scelsero uno a volontà, la Mesopotamia si sottomise ai -Parti; e tante spese e tanto sangue uscirono a vuoto. -</p> - -<p> -L'imperatore, dopo regnato diciannove anni e mezzo, -morì a Selinunte in Cilicia <span class="sidenote">(117 agosto)</span>; le sue ceneri in urna d'oro -portate a Roma dalla vedova Plotina e dalla nipote -Avida, furono ricevute come in trionfo e, malgrado -dell'antico divieto, deposte in città sotto la colonna che -rammentava le sue conquiste. Splendide opere serbarono -la memoria di lui: magnifiche vie dall'Eusino fin -alle Gallie, una traverso le paludi Pontine, una da -Benevento a Brindisi: a Roma aperse biblioteche e un -teatro, ingrandì il circo, restaurò insigni edifizj, condusse -nuove acque: soprattutto ebbe rinomanza il fôro, -che abbassando cinquanta metri una collina, formò -quadrato, con un portico in giro e quattro archi trionfali, -e tanti palazzi e tempietti, ch'era una meraviglia -nella città delle meraviglie. -</p> - -<p> -La «rara felicità del suo tempo, quando uom poteva -pensare quel che volesse e dire quel che pensasse», -tornò qualche lustro alle lettere: e fa dolore che la -storia, informata a minuto delle pazzie e delle atrocità -d'un Caligola e d'un Nerone, non possa conoscere -Trajano se non da un compendio inesatto<a class="tag" id="tag220" href="#note220">[220]</a> e da un -artifizioso panegirico. Ma essa tien conto che, due secoli -<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span> -e mezzo dopo lui morto, il senato, nell'acclamare un -nuovo imperatore, gli augurò d'essere più felice d'Augusto, -più virtuoso di Trajano<a class="tag" id="tag221" href="#note221">[221]</a>. -</p> - -<p> -Fra le altre superstizioni, gli antichi usavano aprire -a caso un libro, e dalla prima frase che occorresse, -indovinar l'avvenire, o prenderne risposta ai dubbj del -proprio intelletto<a class="tag" id="tag222" href="#note222">[222]</a>. A tal uopo Publio Elio Adriano, -<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span> -spagnuolo nato in Roma, aprendo l'<i>Eneide</i>, s'abbattè -in questi versi del <span class="smcap lowercase">VI</span> canto relativi a Numa: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Quis procul ille autem, ramis insignis olivæ,</i></p> -<p class="i01"><i>Sacra ferens? Nosco crines, incanaque menta</i></p> -<p class="i01"><i>Regis romani, primas qui legibus urbem</i></p> -<p class="i01"><i>Fundabit, Curibus parvis et paupere terra</i></p> -<p class="i01"><i>Missus in imperium magnum;</i></p> -</div></div> - -<p> -e credette leggervi prenunziato ch'e' sarebbe imperatore -e legistatore. E l'uno e l'altro divenne. Militò sotto -Trajano, che amandolo come figliuolo, gl'impalmò -Sabina nipote di sua sorella, e maneggiò per averselo -successore. Salutato imperatore dall'esercito in Antiochia, -scrive al senato chiedendo scusa se non aspettò -l'elezione di esso, e implorando la confermasse; decretatogli -il trionfo, lo ricusa e pone sul carro la statua -di Trajano. A quelli che da privato l'aveano offeso -disse: — Eccovi salvi». Denunziatigli alcuni, sospetti -di rivoltar lo Stato, dichiara: — È ingiustizia il punire -un delitto solamente probabile». Avendo ai richiami -d'una vecchia risposto: — Non ho tempo», essa replicò: -— Perchè dunque sei tu imperatore?» ed egli la soddisfece. -Negli spettacoli pretendendo il popolo non so -quale sconvenienza, egli mandò l'araldo che intimasse -silenzio; ma questi avendo detto invece: — L'imperatore -vi prega a fare così e così», di tale mitigazione -non gli seppe mal grado, anzi lo ricompensò. -</p> - -<p> -Con amici e liberti usava alla domestica, nè mai -negava loro alcuna domanda, spesso le preveniva; pure -non lasciò che abusassero: nè solo tra liberti scelse i -secretarj e intendenti della casa, ma anche tra i cavalieri; -e guai a chi, spacciando protezione, accettasse -regali. Andava a trovare i consoli, assisteva alle assemblee, -dispensava i senatori dal visitarlo se non per -interessi, ed alla curia recavasi in sedia acciocchè non -fossero tenuti ad accompagnarlo: escluse i cavalieri -dal giudicare nelle cause de' senatori, nè dalle sentenze -<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span> -di questi accettava appello al trono. Visto un suo schiavo -passeggiare fra due senatori, mandò a dargli uno -schiaffo, dicendo: — Come ti basta l'animo d'appajarti -a tali, di cui domani puoi divenire il fante?» -</p> - -<p> -Più di Trajano largheggiò co' fanciulli poveri e col -popolo; assegnò pensioni e donativi a senatori, cavalieri -e magistrati bisognosi; anzi, nelle feste di Saturno -quando gli amici offrivangli le solite strenne, egli -coglieva l'occasione per ricambiarle con più generose; -e nei viaggi, in cui occupò diciassette dei venti anni di -suo regno, lasciò dappertutto grandi segni di liberalità. -All'esercito vivea da soldato; marciava a piedi e col -capo scoperto fra il gelo delle Alpi o sul renaccio -d'Africa; conoscendo tutti i guerrieri, promoveva i più -degni; molte riforme introdusse, e pel primo a ciascuna -compagnia unì zappatori e ingegneri e quanto occorre -per fabbricare. -</p> - -<p> -Gli Ebrei, novamente insorti sotto Barcoceba, punì -insultandone anche il culto; ma la vittoria tanto costò, -che l'imperatore informandone il senato, non osò cominciare -colla solita formola, — Io e l'esercito stiamo -bene». Non che però estendere le conquiste, neppur -quelle di Trajano conservò tutte; dall'Armenia, dalla -Mesopotamia, dall'Africa revocò le truppe; alle terre -tolte ai Daci non rinunziò, per riguardo ai tanti Romani -che vi s'erano accasati; pure, col pretesto che potesse -agevolare ai Barbari il passaggio, ruppe il ponte di -Trajano sul Danubio. Era tradizione che il dio Termine -non avesse voluto recedere dal Campidoglio, nè tampoco -per far luogo a Giove; simbolo dell'immobilità -dell'impero; onde questo primo ritirarsi dei Romani -dalle loro conquiste s'ebbe per augurio sinistro. -</p> - -<p> -Dicendo che l'imperatore deve, come il sole, mirare -ogni paese, Adriano visitò tutte le provincie obbedienti: -dalle Gallie passò nella Germania, quartiere delle migliori -<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span> -truppe: in Bretagna, per arrestare le correrie -de' Caledonj, fabbricò una muraglia, che per ottanta -miglia stendeasi dal golfo di Solway alla foce del Tyne -nel Northumberland: sceso nelle Spagne, in assemblea -generale tentò rappattumare i discordi; rinnovò parte -della città d'Atene col nome di Adrianopoli: le regalò -denari, grani, l'intera isola di Cefalonia, e una costituzione -modellata sull'antica; vi s'iniziò ne' misteri -Eleusini, e pieno del Dio, si fece dio egli medesimo, -lasciandosi adorare nel tempio di Giove Olimpico, -ch'e' fece terminare cinquecentosessant'anni dopo che -era stato cominciato da Pisistrato. -</p> - -<p> -Sviate con una conferenza le nuove minacce di Cosroe -re de' Parti, potè visitare la Cilicia, la Licia, la Pamfilia, -la Cappadocia, la Bitinia, la Frigia, dappertutto lasciando -templi, piazze, insigni monumenti, e gran magnificenze -ai re concorsi e agli ambasciadori. Per le isole dell'Arcipelago -tragittossi nell'Acaja, indi in Sicilia montò in -vetta all'Etna, per vedervi il sole oriente dipinger l'iride. -In Africa s'ebbe come un miracolo che al venir suo -cadessero le pioggie, da cinque anni indarno implorate. -A Pelusio onorò la tomba di Pompeo Magno; ad Alessandria, -nel museo fondato da Tolomeo Filadelfo e -cresciuto da Claudio imperatore, interrogò i letterati -raccolti, e rispose col senno che trovar si dee in ogni -parola d'imperatore. -</p> - -<p> -Da' viaggi Adriano tornava tratto tratto a Roma, -ove riordinò l'amministrazione interna, sopprimendo -le forme repubblicane ormai destituite di significato, -per surrogarvi un ordinamento monarchico più conforme -al vero; e le cariche e gli uffizj divise in funzioni -dello Stato, del palazzo, dell'esercito. Ai liberti rimase -tolta l'ingerenza col riservare gl'impieghi di corte ai -cavalieri; a quattro cancellerie s'affidò lo spaccio di -tutti gli affari; ed a fianco all'imperatore fu collocato -<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span> -una specie di consiglio di insigni giureconsulti, quali -Nerazio Prisco, Giuvenzio Gelso, Salvio Giuliano. Da -quest'ultimo fece raccorre nell'<i>Editto perpetuo</i> <span class="sidenote">(131)</span> le migliori -fra le norme pubblicate dai precedenti magistrati -pretoriani; col che tolse forse a costoro il diritto di -determinare i principj legali, secondo cui avrebbero -amministrato la giustizia nel loro reggimento, obbligandoli -ad attenersi a questo, che restò la fonte del -gius romano fino al Codice di Teodosio, e divenne fondamento -delle Pandette. -</p> - -<p> -Fra le leggi sue proprie, ordinò che a' figliuoli de -proscritti si lasciasse un dodicesimo dei beni paterni; -chi trovasse un tesoro sul suo, ne restasse padrone, chi -sull'altrui, n'avesse metà; gli scialacquatori frustati nell'anfiteatro, -poi sbanditi; vietati i sacrifizj umani: pure -fino a Costantino si continuò in Africa ad immolare -fanciulli a Saturno, e uomini in Roma stessa. Proibì ai -padroni d'uccidere gli schiavi, nè di venderli per gladiatori -o prostituti: cassò la legge di mandare al supplizio -tutti quelli d'un padrone assassinato: abolì gli -ergastoli, dove i Romani li faceano lavorare, e dove -rifuggivano alcuni per sottrarsi alla milizia o ai castighi, -ed altri liberi erano strascinati per lavorare a -forza, e più non se ne udiva. -</p> - -<p> -A colonie e città poste o ristabilite prodigò il nome -di Elia, e dappertutto moltiplicò monumenti col suo -nome: Atene e Grecia ne furono piene; a Roma rifabbricò -il Panteon, il tempio di Nettuno, la gran piazza -d'Augusto, i bagni d'Agrippa, oltre edifizj nuovi, tra -cui principali sono la mole Adriana e la villa di Tivoli. -Quella era un ponte sul Tevere col mausoleo che oggi -è Castel Sant'Angelo, mirabile ancora dopo aver somministrato -statue, colonne e fregi agli edifizj eretti in -tempo della decadenza, e projettili nelle battaglie fra -Totila e Belisario. Il carro del soprornato, che da piedi -<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span> -appariva piccola cosa, era di tal mole che, dice Sparziano, -un uomo potea passare per le orecchie dei cavalli. -Nella villa di Tivoli fece imitare quanto ne' suoi -viaggi avea veduto; ivi le situazioni più decantate di -Grecia e d'Egitto, ivi figurato l'inferno, ivi ai varj quartieri -attribuito il nome delle trascorse provincie, e avvivatane -la rimembranza con piante esotiche e con vasi, -statue, iscrizioni, d'ogni sorta rarità. -</p> - -<p> -Nè per questo egli rapiva; anzi molte imposte alleggerì; -non accettava legati da chi avesse figliuoli; condonò -quanto in Roma e nell'Italia si doveva all'erario, -e nelle provincie i debiti da sedici anni, bruciando le -obbigazioni, il più bel fuoco di gioja che i popoli -possano vedere. -</p> - -<p> -Gli bastava aver letto un libro per saperlo a mente; -dettava contemporaneamente più lettere; dava udienza -a diversi ministri; conosceva il nome di quanti aveano -militato sotto di lui. Di scienze, di grammatica, d'eloquenza, -di poesia sapeva quanto altri del suo secolo; -oltre la filosofia, l'astrologia, la magia, le matematiche, -possedeva la medicina, scolpiva, cantava, sonava, -dipingeva, massime figure oscene, e imitazioni, anzi -contraffazioni della natura. Compose un poema misto -di verso e prosa, discorsi sulla grammatica, altri sull'arte -della guerra<a class="tag" id="tag223" href="#note223">[223]</a>, e i proprj fasti, dati fuori sotto -il nome di suoi liberti. -</p> - -<p> -Di bizzarro gusto in fatto di lettere, preferiva Catone -a Cicerone, Ennio a Virgilio, Cellio a Sallustio, Antimaco -<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span> -ad Omero<a class="tag" id="tag224" href="#note224">[224]</a>, del quale meditò perfino distruggere -i poemi. Chi volesse andargli a versi mandava -fuori critiche esuberanti dei classici, come Largo Lucinio -il <i>Ciceromastix</i>, violenta diatriba contro il padre -dell'eloquenza latina. I Sofisti, genìa impudente, cupida, -venale, nè in altro valente che in litigare fra loro, gli -si affollavano attorno; e Adriano, senza abbracciare -veruna setta, le tollerava tutte, e dilettavasi di udirne -le baruffe, come di eccitare i poeti a versi improvvisi. -Ma guaj a chi gli disputasse la palma che in tutto pretendeva! -Avendo egli un giorno criticato un'espressione -al filosofo Favorino, questi si confessò in errore; del -che meravigliandosi gli amici suoi, — Vorreste ch'io -contendessi di sapere con chi comanda a trenta legioni?»<a class="tag" id="tag225" href="#note225">[225]</a>. -</p> - -<p> -Di tale prudenza mancò Apollodoro, architetto delle -fabbriche di Trajano, che udendosi fare non so quale -appunto dall'imperatore, gli disse, alludendo al genere -di pitture in cui compiacevasi, — Andate a dipingere -cocomeri»; e avendo veduto una Venere e una Roma -di man di lui, sproporzionate al tempietto cui erano -destinate, domandò, — Se si rizzano in piedi, ove staranno?» -Tale franchezza egli scontò colla vita; specchio -del quanto sia pericoloso celiar coi potenti. -</p> - -<p> -Perocchè Adriano alle belle qualità univa tanti vizj, -da farne un misto singolarissimo. Non sapeva tener -chiuse le orecchie ai delatori; e farneticava di subillare -i fatti altrui, brutto vezzo in tutti, pessimo in -principe. Guardò in sinistro quelli cui andava debitore -del regno; e perchè nei perpetui suoi viaggi nessuno -<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span> -tentasse novità, restrinse il potere lasciato ai magistrati, -avvicinando il governo a pretta monarchia. Giulia -Sabina trattò da schiava più che da moglie, e al fine -si crede la facesse avvelenare; vero è che questa sfacciata -vantavasi d'aver provvisto per non concepire di -lui, credendo che un figlio di esso non potrebbe che -divenire onta e ruina del genere umano. -</p> - -<p> -A prefetti del pretorio scelse Taziano suo tutore, e -Simile. Quest'ultimo, alieno da ambizione, dopo tre -anni rinunziò, e ritiratosi in campagna, sopravisse altri -sette, e fece scriversi sulla tomba: <i>Settantasette anni -fui sulla terra, sette ne vissi</i>. Taziano, al contrario, -tirava il signor suo al rigore; e la pubblica voce gl'imputò -la morte di quattro consolari, già amici d'Adriano, -condannati per cospiratori dal senato, benchè in opinione -di innocenti. Molti altri li seguirono come complici, -finchè Adriano proibì le sentenze per offesa -maestà e privò Taziano della sua grazia. -</p> - -<p> -A non dir nulla della passione di lui per cani e cavalli, -sino ad eriger loro splendidi monumenti, di turpe -scostumatezza lasciò prova in troppi versi ad esaltazione -de' suoi cinedi. Amò di stravagante passione Antinoo -nativo della Bitinia; eppure dalle arti magiche -avendo appreso che, per prolungare i proprj giorni, -bisognava il sangue volontario d'un uomo, nè trovando -altri sì folle o sì generoso, accettò quello d'Antinoo. -Immolato, il pianse a guisa di donna adorata, eresse -sul Nilo una città al nome di lui, volle che i Greci lo -dichiarassero dio, e il mondo s'empì di statue e tempj -e oracoli di lui, gli astronomi ne trovarono la stella in -cielo, e nel tempio eretto sulle ceneri di esso moltiplicaronsi -miracoli, instituironsi giuochi e misteri, e facevasi -gara per esser nominato suo sacerdote. -</p> - -<p> -Che dovevano dirne i Cristiani? I quali Adriano non -tollerò come tutte le altre sêtte, ma per devozione -<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span> -a' suoi numi permise d'uccidere cotesti che loro faceano -guerra. Ma i Cristiani, sentendo la potenza che danno -il numero e il tempo, più non s'accontentavano di morire -benedicendo, e uscivano a giustificarsi della loro -innocenza al pubblico giudizio; e Giustino intonava: — La -possa de' principi, qualora preferiscano l'opinione -alla verità, non è maggiore di quella dei ladroni -nel deserto»<a class="tag" id="tag226" href="#note226">[226]</a>. Mosso, dicono, dalle apologie del filosofo -Aristide e di Quadrato vescovo d'Atene, Adriano -sospese la persecuzione, anzi pensava aprire un tempio -a Cristo<a class="tag" id="tag227" href="#note227">[227]</a>, se gli oracoli non avessero riflesso che -quello renderebbe deserti gli altri. -</p> - -<p> -Preso da idrope <span class="sidenote">(137)</span>, scelse a successore Lucio Annio -Aurelio Cesonio Comodo Elio Vero — tanti nomi al -crescere della vanità! La malignità, che nelle sue finezze -non sempre al torto s'appone, mormorò sui patti conchiusi -fra l'imperatore e l'adottivo. Costui, dignitoso della -persona e ricco di cognizioni, ma scorretto di costumi, -viaggiando tenevasi attorno al carro servi colle ale, -cui dava il nome dei venti; continua lettura faceva dell'<i>Arte -d'amare</i> d'Ovidio e degli epigrammi di Marziale, -che chiamava il suo Virgilio; e quando la moglie il -rimproverò perchè le preferisse bagasce, rispose: — Il -nome di sposa è titolo d'onore, non di piacere». Fortunatamente -costui morì pochi mesi dopo <span class="sidenote">(138)</span>; ebbe esequie -imperiali ed apoteosi; e Adriano adottò Aurelio -Fulvio Antonino, patto che egli pure adottasse Lucio -Vero figlio e Marc'Aurelio<a class="tag" id="tag228" href="#note228">[228]</a> nipote e figlio adottivo -dell'estinto Lucio Annio Aurelio Vero. -<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span> -</p> - -<p> -Poi, come Tiberio a Capri, così Adriano si ritirò a -Tivoli, che avea rifiorita d'ogni magnificenza, e vi si -abbandonò a quante lascivie la deperente salute gli -consentiva. Da queste balzava alle crudeltà, e spediva -ordini sanguinarj; e molti furono uccisi come cospiratori, -altri nascosti da Antonino. Alla magìa ricorreva -per mitigare la sua infermità, da cui oppresso tentò più -volte darsi morte; ma una cieca gli si presentò dicendo: — Un -sogno m'avvertì d'intimarvi conserviate la vita; -e poichè tardai ad obbedire, mi si oscurò la vista: ma -un altro sogno m'assicurò la ricupererei sì tosto che -baciassi i piedi imperiali». Così avvenne. Anche un -altro cieco, appena tocco da lui, riebbe l'uso degli occhi, -e all'imperatore cessò una forte febbre. Di tali baje -trastullavasi Roma, e confortavasi il cesare. -</p> - -<p> -Stanco in fine dei rimedj, e dicendo, — I molti medici -m'ammazzarono», si diede a mangiar e bere a -fidanza, e a Baja morì <span class="sidenote">(138 luglio)</span> dopo vissuto sessantadue anni e -mezzo, regnato quasi ventuno. Sul morire sembra ricuperasse -la calma, se è vero facesse questi versi, che -sono dei più delicati del suo tempo: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Animula, vagula, blandula,</i></p> -<p class="i01"><i>Hospes comesque corporis,</i></p> -<p class="i01"><i>Quæ nunc abibis in loca?</i></p> -<p class="i01"><i>Pallidula, rigida, nudula,</i></p> -<p class="i01"><i>Nec, ut soles, dabis jocos.</i></p> -</div></div> - -<p> -Il senato, offeso dalle sue ultime crudeltà, volle cassarne -gli ordini e negargli i funerali: poi alle minacce -de' soldati e alle suppliche di Antonino gli profuse onori; -le ceneri riposte nella superba mole presso al Tevere, -lo spirito fra gli Dei. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span> -</p> - -<h2 id="cap39">CAPITOLO XXXIX. -<span class="smaller">Gli Antonini.</span></h2> -</div> - -<p> -Trajano in perpetua guerra, Adriano in perpetuo -movimento, Antonino visse in tal quiete, che in ventitre -anni non oltrepassò la villa di Lanuvio. Per dolcezza -naturale caro a parenti ed amici, avea prediletto i -campi, nè però lasciato le magistrature; poi riuscì dei -migliori principi che la storia rammenti. Guadagnò il -favore del popolo, non lo brigò; accoglieva qualunque -più umile, e dava ascolto a richiami contro uffiziali o -magistrati; sprezzando i clamorosi applausi, delizia -de' suoi predecessori, nè adulare nè essere adulato soffriva; -magnifico senza lusso, economo senza grettezza, -osservante dei costumi antichi ma senza scrupoleggiare. -Interveniva ai pubblici riti, come pontefice supremo -offriva i sacrifizj, ma vietò di recar molestia ai Cristiani, -lodandone la vita di spirito, i costumi, il coraggio, -sebbene nol facesse che col raffronto delle antiche -virtù<a class="tag" id="tag229" href="#note229">[229]</a>. -</p> - -<p> -Negli amici confidavasi appieno, avendoli scelti a -prova: de' nemici tollerava la franchezza e fin l'ingiuria: -risparmiò i supplizj, contentandosi di ridurre i rei -a non poter nuocere: promise non manderebbe a morte -nessun senatore, e l'attenne sì fedelmente, che uno confesso -di parricidio relegò soltanto in un'isola deserta. -Di due accusati di cospirazione, uno si uccise, l'altro fu -proscritto dal senato; ma volendo questo seguitar le -indagini, l'imperatore lo sospese dicendo: — Non ho -<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span> -gran voglia di render palese quanti mi odiano». E ripeteva: — Meglio -salvare un cittadino, che sterminare -mille nemici». -</p> - -<p> -Ammirando certe colonne di porfido in casa d'un -Valerio Omulo, chiese a questo donde le avesse avute. — In -casa altrui non bisogna aver occhi nè orecchi», -rispose l'ospite; e l'imperatore trovò che diceva giusto. -Arrivando proconsole in Asia, fu messo d'alloggio -presso Polemone, il più famoso sofista di Smirne, il -quale tornando ben tardi, si dolse che altri gli avesse -occupata la casa; e Antonino così di notte uscì e cercò -altro albergo. Fatto imperatore, Polemone venne a corteggiarlo -a Roma, e Antonino nol ricambiò altrimenti -che colle maggiori onoranze, alludendo solo all'occorso -coll'ordinare che neppur di giorno si osasse cacciarlo -dall'appartamento. E richiamandosi a lui un commediante -perchè Polemone l'avesse di mezzodì espulso -dal teatro, Antonino gli rispose: — E me non cacciò -di mezzanotte? eppure nol querelai». -</p> - -<p> -Da Calcide di Siria chiamò lo stoico Apollonio per -educare Marc'Aurelio; e quegli venne con una turma -di discepoli, che Luciano paragona agli Argonauti mossi -a conquistare il vello d'oro. Giunto a Roma, e da Antonino -invitato al palazzo, il superbo filosofo rispose: — Tocca -allo scolaro andar dal maestro». L'imperatore -ordinò che Marc'Aurelio andasse da lui; ma rilevò -la stolta arroganza dello stoico, dicendo: — È venuto -da Calcide a Roma, ed or trova lungo arrivare dal suo -albergo al palazzo!» -</p> - -<p> -Di queste ostentazioni filosofiche forbivasi Antonino, -e quando i cortigiani disapprovavano Marc'Aurelio del -pianger la morte del suo ajo, egli disse: — Lasciatelo -fare, e soffrite che sia uomo, giacchè nè la filosofia nè la -dignità imperiale devono estinguere in noi i sentimenti -di natura». Uomo dunque si mostrò, affettuoso sempre -<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span> -con Adriano e vivo e morto, il che gli acquistò il titolo -più glorioso e nuovo di Pio. -</p> - -<p> -Rincresce che pochissimo di lui si conosca, talchè -dobbiam racimolare informazioni senz'ordine di tempo. -Al senato e ai cavalieri rendeva conto dell'amministrazione -sua, lasciava che il popolo eleggesse i magistrati, -e al pari di un privato chiedeva le cariche per sè e -pe' suoi figliuoli. Cessò le pensioni da Adriano assegnate -agli adulatori e simili pesti; ma ripudiava le eredità -da chi avesse prole, e restituiva ai figli i beni -confiscati al padre, salvo il rintegrare le provincie -espilate. Perdonò in intiero alle città d'Italia, e per metà -alle altre l'oro coronario che solevasi offrire ad ogni -nuovo principe; alleggerì le tasse, e vegliò perchè si -esigessero con umanità. Succedevano disgrazie? la -prima cosa era rimettere l'imposta al paese danneggiato; -alimentava moltissimi fanciulli poveri; ricompensava -chi applicavasi all'educazione; i senatori bisognosi -ajutò a sostenere il decoro del loro grado; a -Galeria Faustina sua moglie, rotta a lussuria, che l'accusava -d'avere disposto la più parte degli averi suoi a -pro dei bisognosi, rispose: — Ricchezza d'un regnante -è la pubblica felicità». Negli spettacoli, delizia del popolo, -largheggiò, nè fu scarso in opere pubbliche; fece -aprire il porto di Gaeta e riparar quello di Terracina, -terminò la mole Adriana, eresse un mirabile palazzo a -Loria di Toscana, ov'era stato allevato. Non che l'amassero -i suoi, anche gli stranieri rimettevano le loro differenze -all'equità di lui; una lettera sua bastò per far -recedere i Parti dall'Armenia; Lazi, Armeni, Quadi, -Ircani, Battriani, Indi, Iberi gli resero omaggio <span class="sidenote">(140)</span>; i Briganti -che si sollevarono in Britannia, furono domi; i -Mauri respinti di là dell'Atlante. -</p> - -<p> -Per ordine di Adriano adottati Marc'Aurelio e Lucio -Vero, al primo diede sposa sua figlia Annia Faustina, -<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span> -e assai ne pregiava le belle doti, mentre indovinava il -cattivo animo dell'altro; onde preso da febbre a Loria, -a Marc'Aurelio raccomandò l'impero, e il designò successore -col far trasportare nella camera di lui la statua -d'oro della Fortuna che sempre teneasi presso l'imperatore. -E morì di sessantatre anni, compianto di cuore, -e riposto fra gli Dei come i più ribaldi <span class="sidenote">(161)</span>. -</p> - -<p> -Di lui avea steso un elogio Marco Cornelio Frontone -console, reputato fra' più eloquenti Latini, sebbene i -frammenti, scoperti non è guari dal cardinale Maj, detraggano -assai da quella fama. L'elogio migliore ne fu -steso dal suo successore, e noi lo riportiamo non tanto -come ritratto fedele, quanto a lode di chi lo scrisse: — Da -mio padre adottivo (dic'egli) imparai d'esser -dolce, eppure inflessibile ne' giudizj dati dopo maturo -esame; non insuperbire di quei che chiamansi onori; -durare assiduo alla fatica; sempre disposto ad ascoltare -chi reca avvisi utili alla società; rendere al merito -secondo gli è dovuto; sapere ove convenga tirare, ove -allentare; recedere dalle follie della gioventù; mirare -al ben generale. Non esigeva egli che i suoi amici venissero -ogni giorno a cenar seco, nè che l'accompagnassero -in tutti i viaggi: chi non avea potuto, era -accolto coll'egual cuore. Ne' consigli cercava diligentemente -il partito migliore, deliberava a lungo senza -fermarsi alle prime opinioni. Non s'annojava degli amici, -nè mai trascendeva nelle antipatie o nelle affezioni. In -tutti i casi della vita e' bastava a se stesso: sempre sereno -di spirito, prevedeva da lontano quel che poteva -succedere; e senza ostentazione ordinava fin le più -minute cose: sopiva le prime sommosse senza rumore; -reprimeva le acclamazioni ed ogni bassa piacenteria; -vegliava continuo alla conservazione dello Stato; misurava -le spese delle feste pubbliche, non badando che -si mormorasse di questa rigorosa economia. Adorò gli -<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span> -Dei senza superstizione; cattivossi il popolo, non con -moine e coll'affettazione di salutar tutti; sobrio in ogni -cosa e fermo, nulla di sconveniente o di singolare; le -comodità che offrivagli in copia la fortuna, modestamente -usava, e senza bramare le mancanti. Niuno mai -gli appose d'affettare bello spirito, essere sofista, motteggiatore, -declamatore, perdigiorni; al contrario, lo -dicevano assennato, inaccessibile a blandizie, padrone -di sè, fatto per comandare agli altri. Onorava i veri -filosofi, i falsi non insultava; cortese, moderatamente -piacevole nel conversare, non tediava mai. Della persona -sua curavasi a misura, e non come uomo passionato -per la vita, o smanioso di piacere: senza trascurarsi, -limitava la sua attenzione allo star sano, per -passarsene della medicina o della chirurgia. Scarco di -gelosia, cedeva alla superiorità degli altri fosse in eloquenza -e in giurisprudenza, o in filosofia morale, od in -altro; anzi ingegnavasi perchè ciascuno fosse conosciuto -in quel dove valeva. Nel tenore di sua vita imitava -i padri, ma senza ostentarlo; non compiacevasi di mutare -spesso di posto e d'oggetti; non istancavasi di -rimanere in un medesimo luogo e sopra un solo affare. -Dopo le violenti micranie tornava disposto all'ordinario -lavoro. Ebbe pochissimi segreti, e solo pel ben comune. -Negli spettacoli, nelle pubbliche opere, nelle largizioni -e in simili incontri mostravasi prudente e misurato, -badando a quel che conveniva, non a celebrità. Non -usava bagno in ore straordinarie; non avea passione -di murare; nessuna squisitezza alla tavola, nel colore o -nelle qualità de' vestiti, nella scelta di begli schiavi. A -Loria portava una tunica comprata nel vicino villaggio -e di stoffe di Lanuvio; non mai il mantello, se non per -andare a Tusculo, e anche allora ne chiedeva le scuse. -In generale non modi aspri, indecenti, nè di quella -fretta che fa dire, <i>Bada che tu non sudi</i>: compiva una -<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span> -cosa dietro l'altra ad agio, senza scompiglio, e con -accordata successione. Poteasi dire di lui, come di Socrate, -che sapeva indifferentemente godere, e far senza -delle cose, di cui la più parte degli uomini non sanno -nè mancare senza rammarico, nè godere senza eccesso: -serbarsi forte e moderato in ambo i casi è da -uom perfetto, e tale egli si mostrò». -</p> - -<p> -Così scriveva il successore e allievo di lui Marc'Aurelio, -che a sedici anni rinunziò alla sorella la paterna -eredità, pago di quella dell'avo materno; sotto i migliori -maestri apprese lettere, diritto, e massime filosofia. I -precettori suoi, vivi onorava e consultava, morti ne -visitava e fioriva i sepolcri. Dianzi fu scoperta la sua -corrispondenza con Frontone, il quale osò dirgli la verità -mentre fu privato<a class="tag" id="tag230" href="#note230">[230]</a>; poi con esso mantenne -carteggio, colla confidenza d'antico famigliare che nulla -domanda, e quale la meritava il saggio alunno<a class="tag" id="tag231" href="#note231">[231]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span> -</p> - -<p> -Marc'Aurelio assunse anche il mantello usato dai filosofi -e la loro vita austera, sino a dormire sulla nuda -terra. Questo rigore lo indebolì di salute, ma regolandosi -rinsanicò, e visse sessant'anni laboriosissimi: nè -gli onori il tolsero dalla semplicità e dal coltivare gli -amici e la scienza. Se per rispetto alle costumanze interveniva -agli spettacoli, leggeva e s'occupava d'affari, -lasciando che il popolo lo berteggiasse. -</p> - -<p> -A Lucio Vero, fratello d'adozione, diede sposa sua -figlia Lucilla, poi lo nominò augusto e collega, con -esempio nuovo nelle storie; e fatte le solite largizioni, -governarono insieme. Ma troppo differenti. Lucio Vero, -spoglio d'ingegno e di virtù, passava le giornate a -tavola, le sere a correr le vie in gara di libertinaggio -colla ciurmaglia; il palazzo convertiva in taverna; e -dopo cenato col virtuoso fratello, ritiravasi nelle sue -stanze a bagordare con gentame e schiavi, cui permetteva -seco la libertà de' Saturnali. I capelli spolverava -d'oro; in un solo banchetto spese un milione ducentomila -lire, e a ciascuno dei dodici invitati distribuì una -corona d'oro, i piatti d'oro e d'argento, un bello schiavo, -un mastro di casa, ed ogni volta che si beveva, una tazza -di murrina e coppe preziose tempestate di diamanti, -corone di fiori che la stagione non portava, preziosissime -essenze in oricanni d'oro; poi quando furono al -partire, ciascuno trovossi un cocchio con muli superbamente -bardati. Celere, suo cavallo, non d'altro era -nudrito che d'uva e mandorle, coperto di porpora, -<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span> -alloggiato in palazzo; ebbe statua d'oro e, morto, un -magnifico mausoleo in Vaticano. -</p> - -<p> -Dilagamenti, incendj, tremuoti che avevano afflitto -l'impero e dato esercizio alla liberalità di Antonino, si -rinnovarono per le provincie, aggiuntavi l'epidemia; -poi uno strano caro in Roma: talchè Marc'Aurelio ebbe -a faticare in sollievo di tanti guaj. Anche i Catti sbucarono -nella Germania, i Britanni calcitravano, l'Armenia -si agitò, Vologeso III re de' Parti ruppe guerra -con formidabili preparativi. A combatterlo, Marc'Aurelio -mandò Lucio Vero <span class="sidenote">(162)</span>, sperando strapparlo all'indecorosa -mollezza; ma costui, appena mosso da Roma, -fu dalle dissolutezze gettato in violenta malattia a Capua. -Guarito da questa non da quelle, passa il mare; e l'Asia -lo alletta a godimenti, ne' quali logora il tempo. Frontone<a class="tag" id="tag232" href="#note232">[232]</a>, -scrivendogli, deplorava il decadimento della -militare disciplina: — Guerrieri abituati ogni giorno -nell'applaudire alle infami voluttà, anzichè nelle insegne -e negli esercizj, cavalli ispidi per mancanza di cura, -cavalieri sbarbate fin le coscie e le gambe, uomini -piuttosto vestiti che armati, talmente che Leliano Ponzio, -educato nell'antica disciplina, colla punta delle dita -sfondava le costoro corazze, e osservava perfin de' cuscini -posti sui loro cavalli. Pochi soldati lanciavansi -d'un salto sul cavallo; altri sosteneansi a fatica sui -garretti o sui ginocchi; pochi sapevano palleggiare il -giavellotto, e senza vigore lo gettavano come fosse -<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span> -lana. Al campo, tutto pieno di giuochi: un sonno -lungo quanto la notte, e la veglia in mezzo al vino». -Eppure l'esercito era ancora la parte più sana dell'impero, -e i luogotenenti di Lucio Vero lo condussero -più volte alla vittoria: finalmente Avidio Cassio, proceduto -sino a Ctesifonte, arse la reggia de' Parti <span class="sidenote">(163)</span>, prese -Edessa, Babilonia e tutta la Media. Vero, indegnamente -proclamato vincitore dei Parti, distribuì i regni, -e assegnò il governo delle provincie ai senatori che -l'accompagnavano. -</p> - -<p> -Vedendo occupati i migliori eserciti in Oriente, i -Germani insorsero dalle Gallie all'Illiria. Marc'Aurelio, -accorsovi col fratello, parte respinse oltre il Danubio, -parte sottomise; e diffidando a ragione, si fermò a -piantare nuovi fortilizj, corroborò Aquileja minacciata -dai Marcomanni, e provvide alla sicurezza dell'Illiria e -dell'Italia. Nè invano, chè ben presto l'incendio sopito -divampò, e i due augusti dovettero accorrere di nuovo. -Ma Vero morì ad Altino di trentanove anni <span class="sidenote">(169)</span>; Aurelio lo -fece ascrivere fra gl'Iddii, e procedette più risoluto -nella via del bene. -</p> - -<p> -La guerra ai Germani seguitò con varia fortuna: i -Marcomanni videro più volte le spalle dei Romani <span class="sidenote">(170)</span>, li -inseguirono fin sotto Aquileja, e in Italia recarono -fuoco e guasto. Roma, più atterrita perchè la peste -menava strazio, arrolò schiavi, gladiatori, disertori, -Germani mercenarj; e l'imperatore vendette gli arredi -del proprio palazzo, ori, statue, quadri, le vesti di sua -moglie, e una preziosissima copia di perle, adunate da -Adriano ne' suoi viaggi; e coll'ingente somma ritrattane -provvide alla fame d'allora, pagò le spese d'una guerra -quinquenne, e avanzò tanto da ricuperar parte delle -cose vendute. I Barbari combattè in ogni parte da eroe, -ma eroe umano, risparmiando il sangue ove potea, -reprimendo la indisciplina militare, e coll'esempio -<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span> -animando i nemici. Ma inseguendoli di là dal Danubio, -rimpetto all'antica Strigonia nell'alta Ungheria, si trovò -preso in mezzo dai Marcomanni; e sebbene i suoi con -valore si riparassero da quella serra, vedeansi all'estremo -per mancanza di acqua. Quand'ecco in un subito il -cielo si rabbuja, e versa dirotta pioggia; il nembo -stesso, avventando gragnuola e fulmini contro i nemici, -che in quella confusione gli avevano assaliti, ajuta i -Romani a disperderli. -</p> - -<p> -È uno degli accidenti più clamorosi di quel tempo, -gridato per miracolo da Gentili e da Cristiani: quelli -l'attribuiscono ad Arnufi, mago egiziano, od a preghiere -dell'imperatore<a class="tag" id="tag233" href="#note233">[233]</a>; i nostri ne fanno merito ai battezzati -della legione Melitina. L'imperatore, colla circospezione -richiesta dal tempo, scrisse al senato di dover -queste vittorie ai Cristiani; e contro chi li calunniasse -decretò l'ultima severità. -</p> - -<p> -La restituzione di centomila prigionieri attestò quanto -i Romani avessero sofferto. Quadi e Marcomanni, che -rinnovarono i movimenti, furono rinserrati per modo, -che la fame li costrinse implorar pace dall'imperatore <span class="sidenote">(174)</span>; -e venuti con doni, coi disertori e con tredicimila prigionieri, -la ottennero a patto di non più trafficare sulle -terre romane, e stanziare almeno sei miglia dal Danubio. -Gli altri Germani furono pure repressi, com'anche i -Mori che aveano invaso la Spagna. -</p> - -<p> -Avidio Cassio, vincitore dei Parti, più col seminare -discordie che non colle armi domò i sollevati Egiziani; -ed anche in Armenia e in Arabia fece mostra di prudenza -e valore. Costui, quanto sicuro nelle armi, era -<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span> -rigoroso co' soldati; qualunque di essi rapisse nulla ai -paesani, era ivi stesso crocifisso; alcuni arsi vivi, altri -incatenati insieme e gettati al mare; ai disertori faceva -mozzar piedi e mani, dicendo la vista di que' moncherini -produrre maggior effetto che non un supplizio. -Mentre accampava presso il Danubio, alcuni de' suoi -ajuti passarono il fiume, ed assaliti i Sàrmati improvvisti, -ne uccisero tremila e tornarono carichi di preda: ma -quando i centurioni, che a ciò gli avevano eccitati, -aspettavano lode e ricompensa da Cassio, e' li fece crocifiggere -per esempio di disciplina. Al rigore eccessivo -destasi in rivolta l'esercito; ma Cassio, comparendo -senz'armi fra i tumultuanti, esclama: — Uccidetemi -pure, e alla dimenticanza del dover vostro aggiungete -l'assassinio del generale». Quell'intrepidezza colpì; -l'ordine fu ricomposto, e i nemici disperando di vincere -un tal capo, chiesero una pace di cento anni. -</p> - -<p> -Compiuta la guerra de' Marcomanni, Marc'Aurelio -deputò Cassio a governare la Siria, ove in sei mesi -riparò allo scompiglio e all'immoralità delle legioni; -ogni otto giorni ne passava in rassegna l'abito, le armi, -l'equipaggio; frequentemente le addestrava, e malgrado -quel rigore, sapea farsi ben volere. Ma il nome che -portava, rammentavagli un altro che avea tentato impedire -la monarchia in Roma; ed egli pure chimerizzava -una romana repubblica. Antonino il seppe e tollerò; -Marc'Aurelio rispose con filosofia fatalista: — A che -stare in pena? se la sorte destina l'impero a Cassio, -niuno uccide il proprio successore; se no, rimarrà -preso al proprio laccio. Non conviene diffidare d'uomo -non accusato e di tanti meriti: se devo perdere la vita -pel bene dello Stato, poco mi cale se ne verrà scapito -a' miei figliuoli». -</p> - -<p> -Durante la guerra in Germania, si sparse voce, o -Cassio la divulgò, che l'imperatore fosse morto; e -<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span> -Faustina imperatrice, temendo l'impero non venisse -occupato chi sa da chi, e in pericolo sè ed i figli, -sollecitò Cassio ad assumerlo e sposar lei. Cassio si fece -proclamare <span class="sidenote">(175)</span>, e ben tosto il paese di là dal Tauro e -l'Egitto gli obbedirono; principi e popoli stranieri -abbracciarono la sua causa. Marc'Aurelio, quando più -nol potè tener celato, ne informò egli medesimo il suo -esercito, movendo pacata querela dell'ingratitudine; -indi prese il cammino dell'Illiria per farsi incontro a -Cassio, e cedergli l'impero, quando tale paresse il volere -degli Dei; — Giacchè (soggiungeva) se tante fatiche io -duro, non è interesse o ambizione, ma desiderio del -bene del mio popolo». -</p> - -<p> -Cassio non era un usurpator volgare, e pensava o -simulava d'intendere soltanto al pubblico bene: — Infelice -la repubblica in preda d'avoltoj, che dopo il pasto -han più fame di prima! Marc'Aurelio è buono, ma per -farsi lodare di clemenza lascia viver uomini che sa meritevoli -di morte. Dov'è l'antico Cassio? dove l'austero -Catone? a che è ridotta la disciplina de' nostri vecchi? -or non si sa tampoco ribramarla. L'imperatore fa il -mestiere del filosofo, disserta sul giusto e l'ingiusto, -sulla natura dell'anime, sulla clemenza; e non piglia a -cuore gl'interessi dello Stato. Buoni esempj di severità -bisogna dare, molte teste abbattere se vogliasi ripristinar -il governo nell'antico splendore. Di che non sono -meritevoli cotesti rettori di provincie, che credonsi -posti là unicamente per deliziarsi e arricchire? Il prefetto -al pretorio del nostro filosofo tre giorni prima -d'entrar in carica non avea pane; e poco poi possiede -milioni: e come gli ebbe, se non col sangue dello Stato -e collo spoglio delle provincie? Le confische su costoro -rifioriranno il tesoro, se gli Dei favoriscono la buona -causa: io opererò da vero Cassio, e restituirò alla -repubblica il prisco splendore». -<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span> -</p> - -<p> -Ma ben tosto il pugnale del centurione Antonio lo -tolse dalla vita e da un regno di tre mesi e sei giorni. -Marco Vero, ch'era stato spedito contro di lui, trovate -le lettere de' suoi partigiani, le bruciò dicendo: — Questo -atto piacerà a Marc'Aurelio: gli dispiacesse anche, -avrò, col perder la mia, salvato molte vite». Il capitano -delle guardie di Cassio e suo figlio Muziano, governator -dell'Egitto, perirono, e così qualc'altro senza saputa dell'imperatore, -il quale agli sbanditi rese la patria e i beni; -e rimessa al senato l'indagine, soggiunse: — I senatori -e cavalieri, partecipi della congiura, sieno per autorità -vostra esenti da morte e da ogni castigo e nota; e dicasi -per onor vostro e mio, che quest'insurrezione costò la -vita a quelli soli che perirono nel primo tumulto. Così -anche a loro potessi renderla! La vendetta è indegna -d'un regnante». -</p> - -<p> -Tolse in protezione la moglie, il suocero, i figli del -ribelle, e li sollevò a dignità, quantunque non ignorasse -i maneggi di quella parentela per avversargli il popolo -e i soldati. Agli amici che gli dicevano, — Cassio non -avrebbe usata tanta moderazione», replicò: — Noi -non serviamo gli Dei tanto male, da temere che volessero -chiarirsi per Cassio»; e soggiunse: — Le crudeltà -hanno menato sventura a molti miei antecessori, e un -principe buono non è mai vinto od ucciso da un usurpatore; -Nerone, Caligola, Domiziano meritarono la fine -loro; Otone e Vitellio erano inetti; l'avarizia fu ruina -di Galba». -</p> - -<p> -Oh! lasciateci indugiare sopra questi atti di clemenza, -come il viaggiatore che nel deserto sotto le rare palme -cerca ombra e ristoro. -</p> - -<p> -La bontà però qualche volta il portava a perdonare -anche al reo. Erode Attico, famoso retore e ricco sfondolato, -avea lite colla città d'Atene, e vedendo l'imperatore -inclinato a favor di questa, invece di ragioni prese -<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span> -a oltraggiarlo come raggirato da una donna e da una -bambina, volendo dire Faustina e sua figlia, mediatrici -per gli Ateniesi. L'imperatore, che avealo ascoltato -pacatamente, quando fu partito disse ai deputati di -Atene: — Ora potete esporre le ragioni vostre, benchè -Erode non abbia creduto bene allegar le sue». E le -ascoltò attento, e gli vennero le lagrime all'udire gli -strapazzi che soffrivano da Erode e da'suoi liberti: -pure condannò solo questi ultimi, poi li graziò; e appena -Erode lagnossi seco che più non gli scrivesse, gli chiese -scusa con questo viglietto, singolare in un re: — Desidero -tu sii sano e convinto ch'io t'amo. Non aver a -male se trovasti in fallo alcuni tuoi dipendenti; io gli -ho puniti, sebbene nel modo più dolce che mi fu possibile. -Non me n'accagionare; ma se ho fatto o fo cosa -che ti dispiaccia, imponmi un'ammenda, ch'io ti soddisferò -nel tempio di Minerva in Atene, al tempo dei -misteri; avendo io, nel fervor della guerra, fatto voto -d'iniziarmi, e voglio che tu presieda alla cerimonia»<a class="tag" id="tag234" href="#note234">[234]</a>. -</p> - -<p> -Per simile eccesso di bontà tollerò il libertinaggio -sfacciato della moglie Faustina, e promosse gli amanti -di essa; e consigliato dagli amici a ripudiarla, rispose: — Bisognerebbe -le restituissi la dote, cioè l'impero -datomi da suo padre», o celia, o ragione indegna -d'un saggio. Dopo la rivolta di Cassio, v'è chi dice che, -vergognosa di vedersi accusata dai complici, ella si -uccise <span class="sidenote">(176)</span>. Aurelio ne' suoi ricordi la rimpianse come fedele, -amabile e di meravigliosa semplicità di costumi; mutò -in città, col nome di Faustinopoli, il villaggio a piè del -Tauro, dov'ella avea chiusi i giorni; pregò il senato a -porla fra gli Dei, e il senato ossequioso le eresse statue -ed un altare, ove le novelle spose facessero sacrifizio -solenne all'adultera imperiale. -<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span> -</p> - -<p> -Marc'Aurelio, continuando il cammino per l'Oriente, -perdonò a tutte le città fautrici di Cassio, e all'Egitto -infervorato di esso; solo ad Antiochia interdisse i giuochi, -sua vita, e tolse i privilegi: ma essendovi poi andato -in persona, anche di questo la sgravò. In Atene si fece -iniziare ne' misteri di Cerere, e vi stabilì professori -d'ogni scienza: arrivando poi in Italia, ordinò ai soldati -di riprendere la toga, non essendovi mai nè egli nè i -suoi comparsi in abito guerresco <span class="sidenote">(177)</span>. Entrando trionfante -in Roma, superò in largizioni tutti i predecessori; -giacchè, nel discorso che tenne al popolo, avendo -espresso che era stato in giro <i>otto anni</i>, la folla cominciò -a gridare — Otto, otto», chiedendo così otto -denari d'oro per testa; ed esso glieli fece dare. -</p> - -<p> -In Roma si godeva tutta la libertà di cui fossero -capaci gli antichi; e sotto un imperatore onesto e -generoso, le fronti si rialzavano con dignità. Fra altre -savie leggi, Marc'Aurelio vietò ai gladiatori d'adoprare -armi micidiali: fatto ben più onorevole, che l'agitar -nelle scuole quistioni di filosofia, a preghiera de' letterati. -Egli non usciva mai dal senato, che il console non -avesse dato congedo col <i>Nihil vos moramur, patres -conscripti</i>; tornava dalla Campania qualvolta v'avesse -a riferire alcun che; crebbe i giorni fasti per gli affari; -primo istituì un pretore sovra le tutele; notò d'infamia -i delatori; rendeva assiduamente giustizia, e spesso -rimetteva le cause al senato, trovando più giusto il -piegarsi egli stesso al parere di tanti savj, che non -trascinare questi al suo. -</p> - -<p> -Il chiamarono a nuove armi i Marcomanni; ma in -mezzo alle vittorie morì a Sirmio in Pannonia <span class="sidenote">(180)</span> di -cinquantanove anni, dopo regnato diciannove; e di -sincero compianto l'accompagnarono tutti, eccetto forse -il figlio Lucio Comodo, sospetto d'avergli accelerato la -morte. Tranquillamente la vide Marc'Aurelio avvicinarsi, -<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span> -e diceva agli amici: — Da voi aspetto meglio che i -sentimenti ordinarj e naturali; ma che chiariate aver io -collocato bene la stima, l'affezione, i benefizj. Mio figlio -a voi raccomando; vi sia a cuore la sua educazione. -Egli esce appena dall'infanzia; ne' primi bollori della -gioventù ha bisogno di governo e di piloto, che mai, -scarso d'esperienza, non travii e rompa agli scogli: non -l'abbandonate, tenetegli luogo del padre con buoni -avvisi e salutari istruzioni, ritrovi me in ciascuno di voi. -Le più larghe ricchezze non bastano alle dissolutezze -di un principe voluttuoso; se egli è odiato da' sudditi, -non è in securo, per quante guardie lo difendano; non -teme congiure e sommosse se pensò a farsi amare più -che temere. Chi di voglia obbedisce, va scevro da -sospetti; senz'essere schiavo, è buon suddito, e non -ricusa obbedienza se non a comando dato con soverchia -durezza. Difficile è l'usar con moderazione una -podestà senza confini. Ripetete spesso a mio figlio -queste istruzioni e somiglianti; così formerete per voi -e per l'impero un principe degno, a me mostrerete la -vostra costanza, e onorerete la memoria mia, unico -mezzo di renderla immortale». -</p> - -<p> -Le sue ceneri furono deposte nella mole Adriana, -egli ascritto fra gli Dei, e reputavasi sacrilego chi non -ne tenesse in casa l'effigie. Oltre l'esempio d'una benignità -e d'una dolcezza quasi uniche, ci lasciò anche -precetti per iscritto<a class="tag" id="tag235" href="#note235">[235]</a>, la cui indulgenza discorda -dall'austero stoicismo, e segnano il punto più alto cui -giungesse la filosofia pagana, irradiata suo malgrado -da quella suprema sapienza, incontro a cui ostinavasi -a chiuder gli occhi. — Un solo Dio (diceva egli) dappertutto; -una sola legge, che è la ragione comune a -tutti gli esseri intelligenti. Lo spirito di ciascuno è un -dio ed emanazione dell'ente supremo. Chi coltiva la -<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span> -propria ragione deve guardarsi come sacerdote e ministro -degli Dei, giacchè si consacra al culto di colui -che fu in esso collocato come in un tempio. Non fare -ingiuria a questo genio divino che abita in fondo al -cuore, e conservalo propizio col fargli modesto corteggio -siccome a un dio. Trascura ogni altra cosa per -occuparti del culto della tua guida, e di ciò che in lei -v'ha di celeste; sii docile alle ispirazioni di questa emanazione -del gran Giove, cioè lo spirito e la ragione; il -dio che abita in te, conduca e governi un uomo veramente -uomo. Una ragione eguale prescrive ciò che -dobbiam fare od evitare: governati da una legge comune, -siamo cittadini sotto l'egual reggimento». -</p> - -<p> -Alla maniera di Socrate e del Maestro divino, e a -differenza di Cicerone, insiste più spesso sulla morale -privata, sulla cognizione di se stesso. — Di rado siamo -infelici per non sapere che cosa passi nel cuor degli -altri; ma lo siam certo se ignoriamo quel che passa -nel nostro. A qual cosa applicarci con tutta la cura? -ad aver l'anima giusta, far buone azioni, cioè utili alla -società, non poter dire che il vero, esser sempre in -grado di ricevere ciò che accade come cosa necessaria. -Come un cavallo dopo una corsa, un'ape dopo fatto il -miele, non dicono <i>Ho fatto del bene</i>, così un uomo -non deve proclamare il bene che opera, ma continuare -come la vigna, che, dopo portato il frutto, si prepara -a portarne dell'altro a tempo. -</p> - -<p> -«Quando sei offeso dalla colpa d'alcuno, esamina te -stesso, e bada se mai non facesti nulla di simile: questo -riflesso dissiperà la tua collera. Dio immortale non -s'indispettisce di tollerare per tanti secoli un'infinità di -malvagi, anzi ne prende ogni cura: e tu che domani -morrai, e che ad essi somigli, ti stancheresti di sopportarli? -Spesso si è non meno ingiusti a fare nulla -che a fare qualcosa. -<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span> -</p> - -<p> -«Ogni mattina si cominci col dire, — Oggi avrò a -fare con faccendieri, con ingrati, insolenti, scaltriti, -invidi, insociali: perchè hanno questi difetti? perchè -non conoscono i beni e i mali veri. Ma io, che appresi -il vero bene consistere nell'onesto, e il vero male nel -turpe; che conosco la natura di chi mi offende, e ch'egli -è parente mio, non per sangue, ma per la partecipazione -al medesimo spirito emanato da Dio, non posso -tenermi offeso da parte sua, giacchè egli non saprebbe -spogliare l'anima mia dell'onestà. -</p> - -<p> -«O uomo, tu sei cittadino della gran città del mondo: -che ti cale di non esserlo stato che cinque anni? Nessuno -può lamentarsi d'ineguaglianza in ciò che avviene -per legge mondiale: perchè dunque cruciarti se ti -sbandisce dalla città, non un tiranno o un giudice iniquo, -ma la natura stessa che vi t'avea collocato? È come se -un attore fosse congedato di teatro dall'impresario che -l'allogò. — Non ho finito la parte, recitai solo tre -atti. — Dici bene: ma nella vita tre atti formano una -commedia intera, giacchè essa è terminata a proposito -ogniqualvolta il compositore istesso ordina d'interromperla. -In tutto ciò tu non fosti nè autore, nè causa di -nulla: vattene dunque in pace, giacchè chi ti congeda -è tutto bontà. -</p> - -<p> -«Io debbo a Vero mio avo ingenuità ne' costumi e -placidezza; alla memoria che ho del padre mio, il -carattere modesto e virile; a mia madre, pietà e liberalità, -non solo astenersi dal male ma neppur pensarlo, -frugalità negli alimenti, schivar le pompe; al bisavo, il -non essere andato alle pubbliche scuole, ma avuto in -casa egregi precettori, e conosciuto che non si spende -mai troppo in ciò; al mio educatore, il non parteggiare -per la fazione verde o per la turchina nelle corse, o -nei gladiatori pel grande o piccolo scudo, tollerar la -fatica, contentarmi di poco, servirmi da me, non dare -<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span> -ascolto a delatori; a Diagnoto, non occuparmi di vanità, -non credere a prestigi ed incanti, a scongiuri, a cattivi -demonj nè altre superstizioni, lasciare che di me si -parli con libertà, dormire sopra un lettuccio ed una -pelle, e gli altri riti della educazione greca; a Rustico, -l'essermi avveduto che bisognava correggere i miei -costumi, evitar l'ambizione de' sofisti, non iscrivere di -scienze astratte, non declamare arringhe per esercizio, -non cercare ammirazione col far pompa d'occupazioni -profonde e di generosità; nelle lettere usare stile semplice; -al pentito perdonare senza indugio; leggere con -attenzione, nè contentarmi di comprendere superficialmente. -Da Apollonio appresi ad esser libero, fermo -anzichè esitante, alla ragione solo mirando, eguale in -tutti i casi della vita, ricevere i doni dagli amici senza -freddezza nè abiezione. Da Sesto, benignità, esempio di -buon padre, gravità senza affettazione, continuo studio -di venir grato agli amici, tollerare gl'ignoranti e sconsiderati, -rendere la propria compagnia più gioconda -che quella degli adulatori, conciliandosi però rispetto, -applaudire senza strepito, sapere senza ostentazione. -Dal grammatico Alessandro, a non rimproverare le -scorrezioni di lingua, di sintassi, di pronunzia, ma far -sentire come abbia a dirsi, mostrando rispondere o -aggiunger prove o sviluppare la stessa idea, con espressione -diversa, o in altra guisa che non sembri correzione. -Da Frontone, a riflettere all'invidia, alla frode, -alla simulazione dei tiranni, e che i patrizj non hanno -cuore. Da Alessandro platonico, a non dire leggermente -<i>Non ho tempo</i>, nè col pretesto delle occupazioni esimersi -dagli uffizj sociali. Da Massimo, a dominar se -stessi, non lasciarsi sopraffare da verun accidente, moderazione, -soavità, dignità ne' costumi, occuparsi senza -rammarichio, non esser frettoloso, non pigro, non irresoluto, -non dispettoso e diffidente, non mostrare ad -<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span> -altri d'averlo a vile e di credersene migliore, amar la -celia innocente. -</p> - -<p> -«Riconosco per benefizio degli Dei l'aver avuto -buoni parenti, buoni precettori, buoni famigliari, buoni -amici, che sono le cose più desiderabili; il non avere -sconsideratamente offeso alcuno di questi, benchè vi -fossi per natura proclive; inoltre l'aver conservato -l'innocenza nel fiore della giovinezza; non fatto uso -prematuro della virilità; l'essere stato sotto un imperatore -e padre che da me rimoveva l'orgoglio, persuadendomi -che il principe può abitare nella reggia, e -pure far senza guardie nè abiti pomposi, e fiaccole e -statue e simil lusso; il non aver fatto progressi nella -retorica, nella poesia e cosiffatti studj, che m'avrebbero -divagato<a class="tag" id="tag236" href="#note236">[236]</a>; il non essermi mancato denaro qualora -un povero volessi soccorrere; non essermi trovato in -bisogno di soccorso altrui; il trovarmi in sogno suggeriti -rimedj opportuni a' miei mali; il non essere, nello -studio della filosofia, caduto in mano d'alcun sofista, -nè perduto il tempo a svolgere i costui commenti, -sciogliere sillogismi, e disputare di meteorologia». -</p> - -<p> -Insomma la filosofia di Marc'Aurelio è un continuo -intendere al bene de' suoi simili; ed anzichè l'orgoglio -stoico, vi riconosci l'umiltà cristiana. Staccarsi dalle -cose mondane, assorbire ogni sua attività in Dio egli -<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span> -vorrebbe quanto un monaco, ma sente i doveri del -suo posto; disapprova la guerra, ma la fa contro gli -invasori; e resta in mezzo agli uomini per beneficarli. -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="cap40">CAPITOLO XL. -<span class="smaller">Economia pubblica e privata sotto gli Antonini.</span></h2> -</div> - -<p> -L'impero aveva allora per confini a settentrione e a -ponente il mar Nero, il Danubio, il Reno, l'Oceano dalle -foci del Reno sino allo stretto di Cadice; nell'Asia -Minore giungeva fino alla Colchide e all'Armenia; in -Siria fino all'Eufrate e ai deserti d'Arabia; in Africa -all'Atlante, alle arene libiche, ai deserti che separano -l'Egitto dall'Etiopia; e, a tacere i momentanei acquisti -di Adriano, stabilmente unite furono all'impero le provincie -della Britannia e della Dacia. Copriva così la -superficie di 1,365,560 leghe quadrate, cioè il quintuplo -della Francia odierna, con circa cenventi milioni -d'abitanti: ma oltre queste, che costituivano l'impero -romano ed erano governate da proconsoli, stava attorno -una cintura di altre regioni, vassalle in diverso grado, -e di dubbiosa libertà<a class="tag" id="tag237" href="#note237">[237]</a>, che talora pagavano un tributo, -sottostavano al censo, ricevevano decreti; quali i -re della Comagene, di Damasco e tant'altri sul lembo -della Siria, la trafficante Palmira nel deserto, i principi -dell'Iberia, dell'Albania ed altri del Caucaso, l'Armenia, -la Partia a vicenda sottomessa e riottosa. È questo il -momento della massima grandezza dell'Impero e dell'Italia; -onde noi sosteremo ad esporne la condizione -civile, morale, letteraria, prima di contemplarne il -declino. -<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span> -</p> - -<p> -La comunicazione fra sì remote provincie era agevolata -dal mare e da meravigliose strade. Il Mediterraneo, -le cui rive direbbonsi predestinate dalla Provvidenza -ai più splendidi e durevoli incrementi della -civiltà, mette in relazione le tre parti del mondo antico, -le discendenze dei tre figli di Noè, i foschi Camiti -dell'Africa, i Giapetidi della Grecia e della Germania, -i Semiti della Fenicia e della Palestina: s'addentra con -mille seni per ricevere dai fiumi le produzioni di tre -continenti, spingendosi pel Tanai e per la Meotide fin -nelle steppe dei Tartari, pel Nilo fino al centro dell'Africa, -per lo stretto fin nell'Oceano inospitale. Allora -poteva dirsi lago latino, poichè non avea spiaggia che -non riconoscesse le aquile imperiali; le flotte di Roma -lo proteggevano e solcavano continuamente; e le navi -di traffico, approdando alle provincie più ricche e più -belle, accostavano alle barbariche le due civiltà romana -e greca. Quest'ultima, figlia dell'orientale, erasi -vantaggiata di tutto il passato per abbellirlo e armonizzarlo, -avea sparso di colonie il mondo, dagl'intimi -recessi dell'Indo e del Don fino alle isole della futura -Inghilterra, ed aveva educato Roma. La quale alla sua -volta, estendendosi da un lato oltre le Alpi, dall'altro -nell'Africa, diè di cozzo a popoli civili in decadenza e -ne accelerò la caduta, ma ereditandone l'esperienza e -dandovi governo; e a popoli barbari per incivilirli, per -respingere sempre più lontano la rozzezza e la ferocia. -</p> - -<p> -Per terra questi paesi congiungeansi mediante strade -di tale solidità, che sopravissero a' secoli. La via Appia, -finita sin dal 311 avanti Cristo da Appio Claudio Cieco -censore, in grandi macigni, moveva da porta Capena, -or sostenuta sovra un terreno limaccioso, ora tagliando -l'Appennino. Cesare la ristaurò cominciando a disseccare -le paludi Pontine; gl'imperatori seguenti la compirono -e migliorarono. Col nome di via Campana prolungata -<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span> -da Capua ad oriente d'Aversa, qui bipartivasi: la mediterranea -pel monte Cauro scendeva a Pozzuoli; la marittima -si drizzava a Cuma lungo i paduli di Linterno: -da Cuma poi, uscendo per l'arco Felice, un altro ramo -toccava Pozzuoli, e congiungevasi colla mediterranea -per isboccare a Napoli, traverso alla grotta di Posilipo. -Dalla via Flaminia, aperta dal console Flaminio Nepote -nel 223, diramavasi presso Ponte Milvio la Cassia, -dritta per Viterbo all'Etruria. -</p> - -<p> -D'ordine d'Augusto furono messe in buono stato le -quarantotto d'Italia, che sviluppavansi da Roma a Brindisi -e a Milano, donde si diramavano quelle che, pei -varj passi alpini, raggiungevano Lione, Arles, Magonza, -la Rezia, l'Illiria. Trajano ne condusse una traverso le -paludi Pontine da <i>Forum Appii</i> sino a Terracina, e -compì la via Appia da Benevento a Brindisi. La via -Aurelia, che traversava l'Etruria e la Liguria, fu continuata -sino a Cade; e varcato lo Stretto, riusciva a -Tanger. La via Flaminia, da Roma per Rimini, Bologna, -Modena, Piacenza, Milano, Verona, Aquileja spingeasi -al Sirmio, e lungheggiava il Danubio, mettendo -in comunicazione la Rezia e la Vindelicia, la Gallia e -la Pannonia; di là per la Mesia fin negli Sciti, per la -Tracia, l'Asia Minore, la Siria, la Palestina, l'Egitto, la -costa d'Africa, veniva a ricongiungersi a Cadice, Malaga, -Cartagena, colla strada di Spagna. Così sullo spazio -di quattromila ottanta miglia romane era facilitato il -trasporto delle legioni, degli ordini e delle notizie. -Gl'imperatori vi stabilirono poste regolari, con ricambj -ogni cinque o sei miglia, provvisti di quaranta cavalli, -ad uso però unicamente del Governo, o di chi ne ottenesse -speciale concessione: al qual modo poteano farsi -cento miglia al giorno; anzi Tiberio potè in ventiquattr'ore -compierne ducento da Lione alla Germania<a class="tag" id="tag238" href="#note238">[238]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span> -Anche i fiumi avvivavano le comunicazioni, e due flotte -armate scendendo il Reno e il Danubio, portavano i -prodotti dell'Oceano Germanico nell'Eusino. -</p> - -<p> -Ciò dava alla dominazione romana una consistenza, -qual mai non n'ebbe alcuna dell'Asia; nè era inane -vanto quel dominio universale che Roma arrogavasi, -e il chiamar orbe romano il mondo, consiglio supremo -di tutte le nazioni e dei re il senato<a class="tag" id="tag239" href="#note239">[239]</a>: pretensione -già viva sotto la repubblica, assodata nell'impero. E -per quanto a ragione si esclami contro gli estesi imperj, -che sotto eguali leggi incatenano genti disformi -d'indole e di coltura, lasciano inesaudite le querele, non -compresi i bisogni, e fanno dalla remota capitale arrivare -i provvedimenti dopo cessata l'opportunità; pure vuolsi -confessare che nazioni isolatissime vennero così ricongiunte, -mentre la occidentale barbarie non sentiva l'influsso -della coltura orientale; col togliere di mezzo i -confini, si facilitò il contatto; e quantunque l'unità non -fosse che materiale e derivata dalla conquista, la lingua -uffiziale, le magistrature, le legioni, gli spettacoli a cui -accorrevano i Rodopei dell'Emo, i cavalieri della Germania, -i littorani del Nilo e dell'estremo Oceano, gli -<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span> -Arabi e i Sabei, gli olezzanti Cilici, i ricciuti Etiopi, i -trecciati Sicambri<a class="tag" id="tag240" href="#note240">[240]</a>, estesero la civiltà se non la crebbero; -e chiamando i popoli a contribuire chi la forza, -chi l'ingegno, chi la ricchezza, insegnarono loro a conoscersi, -ad affratellarsi, e dilatarono a tanta parte del -mondo i privilegi che, essendo dapprima riservati ad -un pugno di banditi o a qualche migliajo di cittadini, -facevano la politica romana una grande ingiustizia a -vantaggio di pochi e ad aggravio del genere umano. -</p> - -<p> -Centro di sì vasta unità, l'Italia era sempre sede dell'imperatore -e del senato, i cui membri era richiesto -che avessero di qua dall'Alpi almeno un terzo dei loro -possedimenti. Quel nome non era più circoscritto dalla -Macra, dal Rubicone e dal mare, dacchè i triumviri -non aveano voluto lasciare la Gallia Cisalpina a governo -di un proconsole, che potesse così menare un esercito -legalmente di qua dell'Alpi. La fecero dunque giungere -a levante fino all'Arsa, a settentrione alle Alpi, ad occidente -al Varo; ed Augusto la partì in undici regioni: -<span class="smcap lowercase">I</span>. il Lazio e la Campania, dove Pozzuoli; <span class="smcap lowercase">II</span>. il paese -de' Picentini e degl'Irpini; <span class="smcap lowercase">III</span>. la Lucania, il Bruzio coi -Salentini, l'Apulia, la Calabria, dove Brindisi era prevalsa -alle scadute città di Taranto, Crotone, Locri; -<span class="smcap lowercase">IV</span>. il paese spopolato de' Marsi, Frentani, Sabini, Sanniti; -<span class="smcap lowercase">V</span>. il Piceno; <span class="smcap lowercase">VI</span>. l'Umbria; <span class="smcap lowercase">VII</span>. l'Etruria; <span class="smcap lowercase">VIII</span>. la -<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span> -Gallia Cispadana con Ravenna, eretta, come poi Venezia, -fra canali del mare; <span class="smcap lowercase">IX</span>. la Liguria; <span class="smcap lowercase">X</span>. la Venezia coi -Carni, gli Japigi e l'Istria; <span class="smcap lowercase">XI</span>. la Gallia Transpadana -con Milano, cui mettevano capo le strade dell'Italia -continentale, e Padova, e Aquileja, sempre più importanti -per la vicinanza alla frontiera germanica. Roma -formava un governo distinto, sotto il prefetto della città. -Le alpi Marittime costituivano una provincia separata. -La Sicilia, benchè già da Antonio avesse ottenuto la -cittadinanza, rimaneva provincia colla Corsica e la Sardegna. -Ma quella Sicilia che, due secoli fa, Cicerone -dipingeva fertilissima e laboriosa, era ita a tracollo per -le guerre civili e le servili; le cinque città di Siracusa -riduceansi ad una sola, Enna era spopolata, cadenti i -tempj, incolte le piaggie. Chi da quella tragittasse sul -nostro continente, a Pozzuoli trovava uno de' porti più -operosi, emporio del commercio del Mediterraneo, e -approdo di tutte le flotte mercantili; e nei contorni -molle eleganza di ville, di bagni, dove i cittadini di -Roma venivano a ricrearsi dalle cure o a solleticare il -rintuzzato senso de' piaceri. -</p> - -<p> -Ma quelle pendici dell'Appennino che avevano nutrito -i Sabini, i Sanniti, gli Equi, i Latini, più non offrivano -che cadaveri di città; i cinquantatre popoli del Lazio -scomparvero, o reliquie ne restavano così scarse, che -gli uni più non si discendevano dagli altri. Che dirò di -quella Magna Grecia, che emulava le glorie e la potenza -della Grecia vera? Già i curiosi andavano a rintracciarne -le memorie; e qualche vecchio additava loro, — Qui -fu Canusio, colà Argirippa, le due maggiori città; questi -villaggi erano le tredici città della Japigia, di cui -rimangono sole Brindisi e Taranto; ma quest'ultima, -benchè Nerone v'abbia posto abitanti, è spopolata, -come tutto quello sprone d'Italia». -</p> - -<p> -Ivi non arbitrio di governatori, non tributo; le autorità -<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span> -municipali facevano eseguire le leggi supreme: ma, -come avviene sotto gli imperj, il reggimento cittadino -andava foggiandosi ad aristocrazia, scegliendosi i magistrati -non più fra il popolo ma fra gli illustri, e la -giurisdizione limitandosi a piccole somme. Dopo Trajano, -cominciò l'Italia a ridursi poco meglio che le -altre provincie; cui si potè dire pareggiata allorchè -Adriano la commise al governo di quattro consolari. -</p> - -<p> -La cittadinanza privilegiata diventava un nome già -sul fine della repubblica, quando Cesare la comunicò a -tutta Italia e ad intere provincie. Anche i servi divenendo -liberti, entravano nella società politica del loro -patrono: ma acquistando i privati diritti di cittadino, -rimanevano esclusi dagl'impieghi e dal servizio militare, -nè ammessi al senato fin alla terza o quarta generazione. -</p> - -<p> -Augusto trovava quattro milioni e censessantatremila -cittadini; ma cessato col sistema delle conquiste il -bisogno d'accrescerli onde reclutare fra essi le legioni, -e perchè non isvantaggiasse il fisco per la troppa -abbondanza degl'immuni, restrinse la facoltà di render -cittadini gli schiavi manomessi, accettandovi soltanto -magistrati e i grandi proprietarj delle provincie. Con -ciò si traeva al corpo dominante il fiore di tutto lo Stato, -e si assodava la potenza imperiale: ma alle legioni, in -cui non entravano che cittadini, Augusto fu costretto -arrolar di nuovo liberti e schiavi onde proteggere le -colonie attigue all'Illiria e le frontiere del Reno. Mecenate -gli consigliava di attribuire la cittadinanza a tutti i -sudditi, col che, cancellati i reggimenti municipali, -ridurrebbe l'impero all'unità monarchica: ma l'andare -i cittadini esenti da tassa prediale, da dogane e pedaggi, -fece gl'imperatori avari di questa concessione. Pure i -successori d'Augusto, che più non aveano occhio parziale -per Roma, lasciarono dilatare la cittadinanza; e i -magistrati municipali, uscenti di carica con annua -<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span> -vicenda, la acquistavano per diritto; oltre quelli che -ben meritassero in qualsivoglia modo. -</p> - -<p> -Quando l'interesse patrio o la gloria cessarono di -spingere i cittadini alle armi, le legioni si dovettero -empire di gente nè italica nè cittadina, e affidarne il -comando a stranieri; poi ricompensare i servigi dei -legionarj coll'introdurli nella città, elevarli ai primi -onori, e lasciare si traessero dietro parenti ed amici; -talchè esercito, senato, magistrati più non furono romani -che di nome. Claudio ammise in senato molti peregrini, -cioè sudditi non cittadini: eppure questi sotto di lui -sommavano a 5,684,072 secondo Tacito, o, secondo -Eusebio, a 6,945,000. Tanta profusione, perchè i favoriti -ne facevano bottega: ma intanto le entrate pubbliche -ne scapitavano, onde bisognava ristorarle con confische -e proscrizioni. Nelle provincie poi i possedimenti -s'andavano restringendo in mano de' cittadini, cui questo -titolo rendeva immuni dai tributi. Però sotto Galba l'esenzione -de' cittadini recenti fu limitata ad alcune imposte; -poi dopo Vespasiano pare che i provinciali ammessi -alla città non restassero immuni da nessun aggravio. -</p> - -<p> -Il titolo di cittadino più non dovette essere ambito -dopo che non l'accompagnavano le prerogative d'occupar -soli le cariche, di non essere giudicati se non -nell'assemblea del popolo, di non pagare tributo, di -decretar la guerra e la pace; nè conferiva quasi altro -che il benefizio di non esser catturato per debiti e di -appellarsi all'imperatore. Quel di partecipare ai donativi -e alle largizioni pubbliche, valeva in Roma: per gli altri, -a che mai riducevasi in tanta estensione e lontananza? -Gravoso, al contrario, tornava ai cittadini il dover militare, -non contrarre nozze con forestieri, restar esclusi -dalle eredità intestate fuorchè in grado di prossima -agnazione; oltre alcuni accatti, che sopra soli cittadini -pesavano. -<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span> -</p> - -<p> -L'atto di Caracalla d'estendere a tutti i sudditi la -cittadinanza non fu che un sottoporre i provinciali a -tutti i pesi de' cittadini: e allora s'intepidì l'amore per -una patria accomunata a tutto il mondo; cresciuto -l'arbitrio degl'imperatori e la violenza de' soldati col -logorarsi l'autorità del popolo e la dignità del senato, -si moltiplicarono le guerre, interne eppure non -civili, dove si trattava di mettere in trono o d'abbattere -un capitano forestiero, estranio ai sentimenti ed al -meglio della nazione e dell'impero. Le consuetudini -venivano alterate da eterogenei elementi, dal sedere a -capo dello Stato uno straniero, fors'anche un barbaro. -E se pure sorvivevano in alcuni le tradizioni liberali, -attinte dall'educazione, dalla letteratura, dalle memorie -che li circondavano, servivano soltanto a far sentire -viepiù quel despotismo, che da un giorno all'altro -poteva confiscare i beni, e mandar l'ordine d'uccidersi. -Oppressione più disgustosa perchè sussistevano nomi e -forme repubblicane, a titolo di libertà e di pubblica -sicurezza si davano le accuse di alto tradimento, e -questo punivasi in quanto l'imperatore rappresentava il -popolo, come investito della podestà tribunizia. Quanta -avea dunque ad essere la costernazione di quelli che -sentivano tanto nobilmente, da non voler tuffare il -dispetto nelle voluttà! E a qual partito potevano appigliarsi? -Fuggire? ma dove, se tutte le terre civili erano -sottoposte a Roma? -</p> - -<p> -Che se alcuna volta mai, allora apparve evidente -come il pubblico bene rampolli piuttosto dalle istituzioni -che da rettitudine de' principi. Roma n'ebbe di -ottimi, ma nè poteva tampoco goderli con fiducia, -pensando che o lo stesso potrebbe domani mutarsi in -un mostro, o venire soppiantato da pessimo successore, -dipendendo ogni cosa dalle qualità del monarca. -</p> - -<p> -Si nomina una <i>lex regia</i>, in forza della quale venisse -<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span> -conferito il supremo potere all'imperatore: ma non -consta che mai sia esistita; quel nome certamente non -sarebbe potuto soffrirsi ne' primi tempi dell'impero, e -forse venne adottato sol quando, sotto Giustiniano, -furono compilate le Pandette. Che se una legge generale -avesse creato un potere supremo, non sarebbe più -stato mestieri di conferma: mentre invece sappiamo -che gli <i>atti</i> di ciascun imperatore non reggevano dopo -la morte di lui se non gli avesse approvati il senato, -depositario in diritto della sovranità, la quale nel fatto -stava all'arbitrio d'un solo. Pure sembra che a ciascun -eletto venissero conferiti i poteri sovrani, quasi per -dargli un'origine legale<a class="tag" id="tag241" href="#note241">[241]</a>. Probabilmente in questi -<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span> -senatoconsulti veniva egli dispensato da certe leggi, -come la Papia-Poppea: il che faceva dire troppo largamente -che il principe venisse prosciolto d'ogni legge<a class="tag" id="tag242" href="#note242">[242]</a>. -</p> - -<p> -La sovranità però consideravasi sempre emanare dal -popolo, e fin tardi si trovano menzionati i comizj, e -leggi fatte in essi. Sussisteva anche la tribù, e nelle -iscrizioni troviamo sempre indicato a quale il personaggio -appartenesse: ma sì scarsa n'era la significazione, -che alcuni si mutavano dall'una all'altra per -eredità, per adozione, per una carica assunta, fin per -mutato domicilio<a class="tag" id="tag243" href="#note243">[243]</a>. I municipj pregavano gl'imperatori -o i cesari di accettar le cariche comunali, ed essi -vi mandavano de' vicarj. -</p> - -<p> -La giurisdizione criminale e l'amministrazione esterna -<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span> -d'alcune provincie competevano al senato: esso nominava -i consoli, i pretori, i proconsoli; attendeva alla -riforma delle leggi, talora sovra proposizione de' medesimi -imperatori. Tiberio parve aggiunger nerbo al -senato coll'attribuirgli i giudizj di offesa maestà e la -nomina de' magistrati, sottratta al popolo; ma in effetto -egli non intese che di riversare su quello i suoi atti -odiosi. Quanto l'impero resse, il senato conservò il -diritto di censurare e deporre il capo dello Stato se -abusasse dell'autorità; ma, pusillanime e discorde, non -l'esercitò mai se non contro i caduti: condannò Nerone -quando già era fuggiasco; esecrò Caligola, Comodo, -gli altri quando la morte aveva interrotte le sue adulazioni. -Quei senatori, col vendere le cariche, imparavano -a vendere anche se stessi all'imperatore; chiusa -la via d'acquistar fuori così sterminate ricchezze, e pure -durando le spese e crescendo il lusso, tiravano a meritare -la liberalità del principe, o fuggirne l'ira coll'andargli -a versi: laonde Tiberio lagnavasi beffardamente -che si mostrassero troppo ligi ad ogni suo talento. -</p> - -<p> -Eppure la memoria di quel che era stato bastava a -renderlo sospetto agl'imperatori, che, buoni e malvagi, -s'industriarono a torgli fin la possibilità di ridestare -le ragioni antiche; contro patrizj e senatori aguzzavansi -i ferri e le spie; Caligola, battendo sulla spada, esclamava, — Questa -mi farà ragione del senato»; l'adulatore -diceva a Nerone, — T'ho in odio perchè sei -senatore»; e l'assassino a Comodo, — Il senato ti -manda questo pugnale»; Domiziano protestava non si -terrebbe sicuro finchè pur un senatore sopravivesse; -e volendo avvilirli intantochè venisse l'ora d'ucciderli, -manda una volta convocarli in gran diligenza, poi, -come sono seduti nella curia, li consulta in qual salsa -convenga condire un enorme rombo portatogli dall'Adriatico. -Fin Claudio tutti gli atti politici diresse a -<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span> -crescere l'autorità imperiale a scapito delle magistrature -curali: estenuò al senato il diritto di chiarir guerra e -pace, ascoltare ambasciatori, e decidere dei re e dei -popoli stranieri: ai consoli sottrasse il giudizio di certi -affari criminali, sicchè poco più facevano che dare il -nome all'anno: nei pretori, cresciuti a diciotto, trasferì -in gran parte la giurisdizione criminale; ma tolta loro -la custodia del tesoro, affidolla ai questori, ai quali di -rimpatto tolse le prefetture d'Italia che abolì, ed impose -il grave obbligo di dare spettacoli gladiatorj quando -ottenevano il posto: lasciò che i cavalieri all'ombra del -trono usurpassero i giudizj, cioè quel diritto per cui -s'erano combattute le guerre civili sotto Mario e Silla. -</p> - -<p> -I tribuni non furono meglio che ispettori al buon -ordine; e acquistò importanza il prefetto della città, -che dal buon governo passò alla giurisdizione criminale, -poi proferì in appello sui giudizj ordinarj anche in -materia civile. Adriano commise l'amministrazione dell'Italia -a quattro consolari; cavalieri romani tenne per -segretarj e referenti, e pel proprio consiglio; un avvocato -del fisco fece assistere a tutte le cause concernenti -l'erario imperiale; coll'Editto Perpetuo semplificò la -legislazione; e diede esempio a' successori suoi di riguardar -lo Stato come cosa loro propria, e di prendere -fidanza a qualunque innovamento. Il consiglio del principe, -come anima del Governo, emanava decreti sotto la -presidenza dell'imperatore, e formava una corte d'appello -supremo. Al senato dunque che cosa restava? di -decretare quali nuovi numi dovesse Roma salmeggiare. -</p> - -<p> -In un corpo non eletto dal popolo, non sostenuto da -truppe, la depressione nè trovava contrasto nè eccitava -lamenti. Accomunati i diritti alle provincie lontane, -v'entravano persone stranie affatto alle memorie della -libertà e della repubblica, e devotamente riconoscenti -agl'imperatori. Già l'ordine di Claudio che priva della -<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span> -dignità equestre chi ricusi la senatoria, mostra come -fosse divenuto un peso quel che prima costituiva la -suprema ambizione; e sotto Comodo si disse che un -tale «fu relegato nel senato». Invece dunque di presentarsi -custodi della tradizione e tutori della libertà, i -padri coscritti coll'esempio e colle dottrine confermarono -l'assoluta padronanza del monarca sopra la vita -e i beni. Dione si direbbe scrivesse la sua storia a -quest'unico intento; i giureconsulti diedero legale fondamento -all'esorbitanza imperiale; e la monarchia al -tempo di Severo potè gettare la maschera, di cui -Augusto l'aveva coperta. -</p> - -<p> -Gl'imperatori, per togliersi gl'impedimenti della nobiltà -privilegiata, promossero le ragioni della comune -natura umana, favorirono i peculj de' figliuoli di famiglia -e le emancipazioni, ampliarono gli effetti e restrinsero -le solennità delle manumissioni, migliorarono la condizione -degli schiavi a fronte dei padroni. Anche in ciò -il capo dello Stato operava in senso popolare, col voler -tutti eguagliati nel diritto, umiliare i prepotenti, non -concedere privilegi a particolari persone, ma erigere -alle dignità chiunque ne paresse degno, garantire la -moltitudine da oppressioni private, e tenerla soddisfatta -circa i bisogni della vita e gli usi della libertà naturale. -Lo zelo degl'imperatori per la giustizia civile riparava -a non pochi altri abusi, incuteva salutare apprensione -ai magistrati, e avvicinava ognor più il diritto all'equità -naturale e al senso comune. In tal modo progrediva -l'umanità anche fra codardi patimenti, e col gran -nome dell'impero estendevasi l'idea dell'eguaglianza -sotto un unico governo, opposta a quanto praticò l'antichità, -e che dovea costituire l'indole delle società -moderne. -</p> - -<p> -Coll'impero cangiarono aspetto anche le finanze. Le -spese furono a dismisura aumentate dal mantenere un -<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span> -esercito stanziale ed una corte<a class="tag" id="tag244" href="#note244">[244]</a>, dal pagarsi gl'impiegati, -e dalle crescenti distribuzioni di grano; ignorando -quegli augusti che il mettere i poveri in grado -di comprare il vitto coll'aumentare i lavori costa meno -che non l'abbassare i prezzi del grano. È peccato che -siasi perduto il <i>Rationarium totius imperii</i>, dove -Augusto avea divisato l'entrata e l'uscita<a class="tag" id="tag245" href="#note245">[245]</a>; e fra le -divergentissime opinioni, la media darebbe novecentosessanta -milioni di lire d'entrata generale. Vespasiano, -principe economo, diceva l'amministrazione e la difesa -dell'impero costare quattromila milioni di sesterzj, cioè -ottocento milioni di lire l'anno<a class="tag" id="tag246" href="#note246">[246]</a>: or che doveva -essere sotto imperatori pazzamente scialacquatori? -</p> - -<p> -Augusto effettuò l'idea di Giulio Cesare di far misurare -tutto l'impero; e Zenodoxo in trentun anno e mezzo -compì la misura delle parti orientali, Teodoto quella -<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span> -delle settentrionali in ventinove e otto mesi, Policleto -delle meridionali in venticinque e un mese. Balbo coordinò -in Roma i loro lavori, ed eretto il catasto, prescrisse -i regolamenti censuarj. Agrippa, preside a -questa grand'operazione, ne trasse un mappamondo, -che fece dipingere sotto il portico d'Ottavia, sicchè -ciascuno potea vedervi l'estensione dell'impero: i governatori -delle provincie riceveano la descrizione del -loro paese colle distanze, lo stato delle strade grandi -e delle vicinali, delle montagne, dei fiumi. -</p> - -<p> -Contemporaneamente si fece per tutto l'impero il -registro delle persone coi loro beni mobili e immobili, -bestiame, schiavi, affittajuoli, casiliani, e il numero, il -sesso, l'età de' figliuoli: il qual censo dovea rinnovarsi -ogni decennio, e serviva di base al riparto dell'imposta. -Un censitore e un perequatore riceveano i reclami, e -rettificavano gli errori; la falsa dichiarazione era punita -colla morte e la confisca; ogni cambiamento di possesso -doveva notificarsi; e poc'a poco si perfezionò -quest'azienda in modo, che il vastissimo impero restava -regolato con altrettanta diligenza quanto una piccola -casa<a class="tag" id="tag247" href="#note247">[247]</a>. -</p> - -<p> -Ma l'impero non possedeva gli spedienti, pei quali i -moderni possono levar tanto denaro senza gravissimo -incomodo: dall'imposta personale, la più rilevante, -rimanevano esenti sei o sette milioni di famiglie romane, -che erano le più ricche; le altre rendite appartenevano -a quelle di difficile e costosa esazione, dove è facile la -frode, e dove il prodotto diminuisce se la tassa si -aggravi. -</p> - -<p> -L'Italia dapprima andava immune da imposta fondiaria -stabile (<i>numerarium</i>); l'Italia annonaria doveva -una prestazione in derrate; dell'<i>ager provincialis</i> era -<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span> -carattere un tributo fondiario, variante di misura e -condizione: ma gl'imperatori adottarono una base -uniforme; poi l'Italia, come dicemmo, cessò d'essere -privilegiata. Già anche a questa Augusto aveva imposto -gabelle e tasse sulle vendite, e una generale sui beni e -sulle persone de' cittadini romani, che da un secolo e -mezzo non pagavano aggravj; anzi talmente pesavano -le imposte, che gl'imperatori trovavansi costretti ogni -tratto a condonare ingenti debiti ai privati. Sulle somme, -sopra le quali nasceva litigio, prelevavasi il due e mezzo -per cento; tasse imponeansi sui mercati, gli artigiani, i -facchini, le meretrici, sulle latrine pubbliche, sull'orina, -sul concio di cavallo; ogni sorta mercanzie entrando -pagava di dazio dal quarantesimo fin a un ottavo del -valore; e grandioso doveva esserne il ritratto quando -dall'India si traeva annualmente per ventiquattro milioni -di lire in merci, esitate a Roma al centuplo del -valore primitivo<a class="tag" id="tag248" href="#note248">[248]</a>. -</p> - -<p> -La tassa sulle vendite non soleva eccedere l'un per -cento, ma non v'avea sì minuto oggetto che vi si sottraesse. -Era destinata a mantenere l'esercito; poi non -bastando, s'introdusse la vicesima, cioè un cinque per -cento sopra tutti i legati e le eredità eccedenti una certa -somma, e che non cadessero nel più prossimo parente. -Tra famiglie ricchissime, dove la rilassatezza dei legami -domestici faceva spesso ai proprj figliuoli preferire i -liberti o gli estranei che avevano saputo blandire le -passioni o accontentarle, quella tassa riusciva talmente -ingorda, che nel volgere di pochi anni versava l'intero -retaggio nell'erario. Molto pure ingrassavano il fisco le -multe della legge Papia-Poppea contro gli smogliati. -</p> - -<p> -Secondo il genio degl'imperatori e col crescere dei -bisogni aumentarono tutte le imposizioni e fisse ed -<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span> -eventuali; sussistette sempre l'abuso d'affittarle ad -appaltatori, de' cui gravi e feroci abusi enormemente -soffrivano i sudditi. Era caduco al fisco, 1º tutto ciò -che, in forza di testamento, avrebbe dovuto toccare a -persona premorta alla pubblicazione di quello; 2º le -donazioni e i legati a persone indegne, o sotto illecite -condizioni; 3º quel che venisse ricusato dall'erede o -legatario, come spesso avveravasi nei casi di ribellione, -per non mostrarsi amici del reo; 4º quanto fosse lasciato -in testamento a celibi che entro un anno non si fossero -ammogliati, e metà de' lasciti fatti a consorti senza -figli; in fine quanto sarebbe toccato a chi sopprimeva un -testamento, o impediva alcuno dal testare liberamente. -</p> - -<p> -Oltre le frequentissime colpe di Stato, portavano la -confisca innumerevoli delitti; e fra questi il parricidio, -l'incendio, la moneta falsa, il ratto, lo stupro, la pederastia, -il sacrilegio, la prevaricazione, il peculato, lo -stellionato, il monopolio, e l'incetta del grano destinato -a Roma o all'esercito, il plagiato, ossia l'attentare contro -l'altrui libertà. Così punivasi il magistrato che subornasse -testimonj contro un innocente, il padrone che -esponesse gli schiavi nell'anfiteatro, i falsarj; e dopo -Alessandro Severo gli adulteri, chi evirasse o si lasciasse -evirare, chi supponeva un bambino, chi usava violenza -armata mano, chi mutava domicilio per sottrarsi al -tributo, chi prendeva denaro a prestanza dalle pubbliche -casse, chi occultava i beni d'un proscritto, chi trasportava -oro fuori dell'impero o vendeva armi a stranieri, -chi di mala fede acquistava una cosa in litigio, chi vendeva -porpora, o apriva il testamento d'un vivo, o spogliava -de' suoi ornamenti un edifizio urbano per abbellire -una villa. E tanti erano i beni ricadenti al tesoro -per legge o per confisca, che s'istituirono <i>procuratori -de' beni caduchi</i> per raccorli ed amministrarli nelle -provincie; carica non già di gente di vile affare, ma -<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span> -affidata a persone di gran recapito, e sino a consolari. -</p> - -<p> -Diritto particolare dell'imperatore era il batter moneta -d'oro e d'argento: di rame potè farne il senato -fin a Gallieno: le colonie e alcune città conservarono il -privilegio di monete particolari. Le terre dell'antico -agro pubblico in Italia erano occupate da colonie e -specialmente da militari, sicchè non davano verun frutto -diretto allo Stato. Anche nelle provincie i dominj pubblici -erano stati in gran parte usurpati durante la guerra -civile da privati; Augusto e i successori fecero altrettanto, -ingrandendo il possesso del principe, che fruttava -unicamente pe' favoriti. S'introdussero poi regalie a -vantaggio dell'imperatore, e fabbriche d'armi, di stoffe, -di gomene, tinture, dorature, nelle quali adopravansi -soli schiavi imperiali. Anche pingui legati soleano farsi -agl'imperatori; e se per tal via Augusto raccolse in -vent'anni quattromila milioni di sesterzj, pensate che -dovessero fruttare sotto imperatori ribaldi, alcuni dei -quali cassavano i testamenti ove non si trovassero considerati! -Pure talvolta l'erario difettava; e Marco Aurelio -si trovò in tali strette, che fece vendere all'asta gli -ornamenti della reggia, i vasi preziosi, le gemme, fin -le vesti di sua moglie; poi, finita la guerra, invitò i -compratori a restituirli al prezzo stesso, e a chi ricusasse -non risparmiò vessazioni. Operazione che noi -avremmo semplificata mediante viglietti del tesoro. -</p> - -<p> -La servitù era abbellita da tutti i vantaggi compatibili -colla tranquillità. In ogni parte sorgevano fabbriche, -le cui reliquie formano la meraviglia di noi -tardi nipoti; quali per opera de' magistrati, quali dei -Comuni, quali ancora dei privati: a quelle de' Cesari -i sudditi erano obbligati a contribuire braccia e carri. -Tali edifizj ci porgono una riprova del sistema politico -antico, pel quale si aveva ogni riguardo alle città, -nessuno alla campagna. Dopo il medioevo, non trovi -<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span> -spazio ove non sorga un villaggio con una chiesa, un -palazzo o un castello: allora invece tutto concentravasi -nelle città, alle città mettevano capo le grandi strade, -senza quella rete di minori che oggi congiungono le -minime borgate: insomma allora i cittadini, ora il -popolo; allora pochi privilegiati, ora chiunque è uomo. -</p> - -<p> -Chi dunque, abbagliato da tali splendidezze, giudicasse -ricchissimi quei nostri antenati, dimenticherebbe -che non le molte dovizie accumulate in mano di pochi, -ma la equabile diffusione di ciò che serve alle necessità, -ai comodi, forma la prosperità delle nazioni. -</p> - -<p> -La violenza poteva esser la colpa d'un proconsole o -d'un imperatore, non era il carattere della dominazione -romana, troppo aliena dal volersi fondare soltanto sull'esercito, -sulla polizia, e regolamentare tutto. Pertanto -nell'Italia e nelle provincie restava luogo a dignità e -ad autorità più che in Roma; e il municipio conservava -una vita che era scomparsa dalla metropoli; n'era -rispettata l'indipendenza; la legge municipale rimaneva -illesa dai capricci dell'imperatore e dalle sottigliezze -de' giureconsulti; liberamente vi si faceano le elezioni, -teneano adunanze: gli Olconj e gli Arrj a Pompej, i -Sergj a Pola fabbricavano portici, archi, anfiteatri, -come ne' bei tempi a Roma i Pompei ed i Lentuli; ai -Nonj, ai Celsinj, ai Balbi, ai Vitruvj ergeansi monumenti -in Pompej, in Ercolano, in Verona, quando a -Roma le onorificenze erano serbate a cesare. -</p> - -<p> -Già accennammo in che modo i possessi mutassero -di padroni, dal che sotto l'impero trovaronsi innovate -l'economia e le finanze. Gli antichi aristocrati per tradizione -seguitavano a coltivare i campi per mano di -schiavi, diretti da schiavi: i nuovi, non pensando che a -godere in lusso le sfondolate dovizie, davano i beni a -fitto a lavoratori nati liberi, che li coltivassero a proprie -spese e pericolo. Ordinariamente l'affitto facevasi per -<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span> -cinque anni, e pagavasi in denaro, e a proporzione -degli schiavi ond'era <i>vestito</i> il podere. -</p> - -<p> -Divenendo sempre più difficile l'affidare la direzione -de' proprj beni a fittajuoli liberi e garanti, dopo il II secolo -s'introdusse un metodo nuovo d'economia rurale, -mutando lo schiavo in colono servile, permettendogli -di menar moglie, tenere figliuoli, disporre del suo -peculio, purchè retribuisse un canone annuo: da ciò -sarebbe potuta venire la redenzione dello schiavo; ma -poichè sempre maggiore facevasi la sproporzione fra -poveri e ricchi, e l'aumentava la fiscalità introdotta coi -crescenti bisogni della repubblica, si venne a temere -che il proprietario vendesse gli schiavi e lasciasse incoltivati -i campi. Fu dunque provveduto che il colono -restasse colla sua discendenza affisso alla gleba, e con -essa venduto: il che, oltre ribadire la schiavitù, produsse -una funesta disuguaglianza nella distribuzione dei lavoratori, -accumulati in alcune contrade, mentre altre ne -rimanevano deserte. Pertanto al fine di quest'età giacevano -selvatiche le campagne, esercitate un tempo -dalla popolosa solerzia degli Equi, de' Sabini, de' Volsci, -degli Etruschi, de' Cisalpini; altri immensi spazj erano -occupati da giardini d'infruttifere voluttà, ai quali aggregavansi -via via i camperelli vicini, i cui proprietarj -correvano a Roma a sprecar quel poco ricavo, per poi -ridursi alla limosina. Svigorita dalla lunga coltivazione -a braccia, nè sufficientemente rianimata dalla concimazione, -la terra poco rendeva; un cattivo sistema di -rotazione agraria, la coltura resa costosissima dall'imperfezione -de' metodi e degli stromenti, per cui richiedeasi -il quadruplo delle braccia odierne, le meschine -strade vicinali, bastanti appena ai somieri, il divieto di -asportar grani e l'incoraggiamento a importarne di -stranieri, rendevano cattiva speculazione la coltura a -grano, talchè Catone la colloca appena al sesto luogo, -<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span> -e preferivansi i pascoli, che non importano spese; sebbene -vogliasi dimostrato che i migliori non rendevano -più di sessanta franchi per arpento<a class="tag" id="tag249" href="#note249">[249]</a>. -</p> - -<p> -Un paese la più parte montuoso come il nostro, non -può prosperare che mediante la piccola coltura a mano, -la quale si vantaggia de' più angusti spazj, e varia a -seconda del terreno e dell'esposizione; come non è -possibile colle macchine o con una direzione in grande. -Sparendo dunque la proprietà minuta, diminuivano -sempre più la ricchezza d'Italia e la popolazione laboriosa -ed onesta: donde quel detto di Plinio, che i -latifondi furono la rovina dell'Italia. Che se ci si opponesse -l'Inghilterra, ricchissima malgrado gli amplissimi -poderi, mentre è misera la Corsica ove sono sminuzzati, -faremmo riflettere come della popolazione inglese appena -un quarto attenda ai campi, il resto vive dietro -al commercio e all'industria; e che l'estensione delle -praterie è proporzionata colle terre a biada, e i numerosi -armenti offrono abbondanza d'ingrassi. Vero è -bene che sono gli uomini che fecondano la terra; e -dove nulla li impedisca di giungere alla ricchezza per -via della fatica, ne seguirà un generale prosperamento. -Allora, come oggi, v'avea piagnoloni che ripeteano -essere isteriliti i campi, peggiorata la temperie del cielo, -spossata la natura dal lungo produrre. Ai così fatti -Lucio Giunio Moderato Columella da Cadice rispose, -che la colpa consisteva nel lasciare trascurato lo studio -dell'agricoltura: — V'ha scuole di filosofia, di retorica, -di geometria, di musica; v'ha persone occupate in -null'altro che preparare cibi pruriginosi, altre in acconciare -i capelli, e nessuno che insegni l'agricoltura. Eppure -senz'arti di diletto abbastanza felici furono un -tempo e saranno dappoi le città; ma senza agricoltori -<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span> -gli uomini non possono reggere nè alimentarsi. E qual -via migliore di conservare e di crescere il patrimonio? -Che se oggi men frutta la terra, non è spossatezza, -come alcuni si danno ad intendere, nè invecchiamento, -ma inerzia nostra». -</p> - -<p> -Stese dunque un trattato <i>De re rustica</i>, il cui primo -libro discorre dei vantaggi e dei piaceri dell'agricoltura; -il secondo dei campi, del seminare e mietere; il -terzo e quarto delle vigne e degli orti; il quinto del -dividere e misurare il tempo; poi degli alberi, del bestiame -grosso e minuto e delle sue malattie, delle api -e dei polli distintamente, dei doveri d'un buon fittajuolo; -e finisce con istruzioni per chi attende all'economia -rurale. Il decimo, in versi, tratta degli orti. -Scrive puro, semplice talvolta sino al triviale, tal altra -elegante sino all'affettazione; ma se diletta i letterati, -poco o nulla istruisce l'agricoltore. Ai prati, che Catone -riputava la coltura più lucrosa, Columella preferisce i -vigneti, anche a confronto del grano<a class="tag" id="tag250" href="#note250">[250]</a>. Palladio -compendiò poi quell'opera, distribuendo le fatiche agresti -per ciascun mese. -</p> - -<p> -Realmente però non si produce se non quando v'induca -o la necessità o l'interesse. Ora, il denaro era -<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span> -affluito in Italia, e in parte ancora vi si conservava, -per modo che grandissime somme si richiedevano a -far piccole imprese, mentre nelle provincie bastava a -gran cose poco denaro. Traevasi dunque ogni genere -da fuori; l'entrata era resa incerta dalle distribuzioni -gratuite che si moltiplicavano, la munificenza dell'imperatore -o de' ricchi strozzando la speculazione privata: -poi monopolj, poi tesori gettati dalla vittoria -improvvisamente in circolazione, alteravano di punto -in bianco il valore delle derrate che il proprietario -mandasse sul mercato. Sfruttata l'Italia, si dovettero -cercar di fuori anche il vino e la lana, già vantata produzione -degli armenti dell'Apulia, di Parma e dell'Euganea<a class="tag" id="tag251" href="#note251">[251]</a>; -e alle precipue famiglie erasi accomunato -il lusso, un tempo regio, di adoperarla tinta di porpora, -quale veniva da Tiro, dalla Getulia, dalla Laconia, -al costo fin di mille dramme la libbra. -</p> - -<p> -Nel tempo che, o per ingegni fiscali o per necessità, -si trasformava così l'agricoltura, anche l'industria subiva -un radicale mutamento. L'associazione, eretta in -istituzione pubblica, s'incontra in ogni dove al nascere -e al decadere delle società; determinata in prima -dalla debolezza, stretta poi dalla tirannia; e per sostenere -l'esterna concorrenza, o per riparare all'interna -dissoluzione; sempre a scapito dell'individuale libertà. -Le corporazioni d'operaj liberi, antichissime in Roma, -non avevano potuto prosperare, perchè ogni ricco teneva -in casa chi fabbricasse quanto occorreva a' bisogni -od al lusso. Tardi la gente nuova affluente a Roma -s'accôrse che una stoffa od un utensile comprati alla -bottega costavano meno che non fabbricati da' proprj -schiavi, onde venne ad abbandonarsi l'industria servile -<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span> -casalinga; il che moltiplicando i liberi lavoranti, avrebbe -coadjuvato al sistema d'uguaglianza, adottato dall'impero. -Ma la libertà che erasi tolta a' campagnuoli non -volle lasciarsi a quella folla d'artigiani; e sotto aspetto -di darvi un ordine, furono incatenati ciascuno al loro -telonio, come i coloni alla gleba. Senz'idea della libera -concorrenza, e reputando necessario che la legge intervenga -dappertutto per assicurare quella pubblica prosperità, -cui oggi noi crediamo bastare l'accorgimento -del privato interesse, si riformarono le corporazioni, -costituendo in ciascuna città quelle che reputavansi -necessarie acciocchè ben servito rimanesse il pubblico; -alle principali se n'aggiunsero d'accessorie, e vennero -graduate categoricamente, considerando come privilegio -il passare dall'una all'altra. L'imperatore o il Comune -o i consociati costituiscono un fondo sociale; e stante -che può parteciparvi anche chi nulla vi reca, ed ogni -uom libero può entrare in una di queste comandite, -ne consegue che anche il minimo lavoro acquista prezzo. -Ma che? l'associato non può nè vendere nè lasciare il -suo peculio se non ad uno del collegio stesso, talchè -l'industrioso appartiene al suo uffizio, non l'uffizio -all'industrioso come oggi. Inoltre diede appiglio ad uno -degli sciagurati spedienti, a cui ricorreva l'ingordigia -del fisco; perocchè ciascuna di esse scuole veniva gravata -d'enormi imposizioni, dovendo, oltre le gabelle di -vendita e pedaggio, la <i>collazione auraria</i>, così detta -perchè pagavasi in oro, e vi erano obbligati in solido -tutti i membri, tenendosi per essa ipotecati tutti i beni -stabili della comunità. -</p> - -<p> -Mancavano dunque molte delle sorgenti di ricchezza, -per le quali da noi in continua operosità si rinnova -sempre la classe media. La proprietà fondiaria scapitava -ogni giorno di valore, la fatica agricola perdeva occasioni, -capitali non aveansi che ad esorbitante interesse; -<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span> -talchè l'agiatezza popolare diminuiva più sempre, e vi -sottentrava la miseria. -</p> - -<p> -Fra ciò cresceva il lusso, e moltiplicavansi i ministri -dell'opulenza e delle lascivie. Veri eserciti di schiavi -popolavano le case de' primarj, tanto che bisognava un -nomenclatore per rammentarne il nome. Dall'Italia, da -tutto il mondo concorreva gente a Roma per vivere di -largizioni o d'infamia. Nutrire e contentare la folla -doveva essere il pensiero supremo degl'imperatori, -che perciò traevano continuamente grano dalla Sicilia, -dall'Egitto, dall'Africa; e guaj al giorno in cui di là non -giungesse pascolo a tante bocche. Sacra dicevasi la -flotta che trasportava il grano all'Italia; esenti da ogni -gabella le navi che afferrassero a Roma cariche di -frumento; i principi quanto erano peggiori, tanto più -largheggiavano, riponendo in ciò il buon governo e la -giustizia<a class="tag" id="tag252" href="#note252">[252]</a>. -</p> - -<p> -Testimonio eloquente della miseria d'allora ci resta -un editto di Diocleziano, che, in tempo di caro, prefigge -il massimo prezzo della sussistenza e dei lavori<a class="tag" id="tag253" href="#note253">[253]</a>. -Le cose necessarie alla vita costano da dieci a venti -volte più che oggi; e sebbene la quantità del denaro e -la scarsezza dell'industria levassero ad esorbitante prezzo -il lavoro, un villano od un bracciante poteva appena -colla sua giornata procurarsi un cibo grossolano ed -insalubre. Gran fatto per una gente, tre quarti della -quale era ridotta a nutrirsi di pane, formaggio e pesce, -mentre Vitellio per la sua tavola consumava l'anno -<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span> -censessantacinque milioni. Trajano, nel decreto conservatoci -in una famosa tavola, destina un milione e cenquarantaquattromila -sesterzj per comprar terre onde -<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span> -nutrire ducenquarantacinque fanciulli e trentaquattro -ragazze orfani e legittimi, oltre uno ed una illegittimi; -assegnando ai maschi sedici sesterzj, e dodici alle -<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span> -femmine ogni mese, cioè dodici e nove centesimi il -giorno. -</p> - -<p> -Unico mezzo di rifarsi sarebbe stato il commercio: -e veramente i provinciali, abbastanza discosti dagl'imperatori -per non sentirne le personali malvagità, e -giovati dalla pace, volentieri dirizzavano al traffico i -<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span> -loro figli da che era chiusa od angustiata la carriera -pubblica, ed affinchè a minor contatto venissero coi -pericolosi monarchi. Per la Mesopotamia, traverso al -deserto, continuavasi la via, battuta fin dai primordj -della società, verso i paesi delle spezierie e delle -gemme: e una tariffa delle merci che allora traevansi -dall'India, ce ne prova la variata qualità<a class="tag" id="tag254" href="#note254">[254]</a>, attestata -pure da un <i>Periplo</i> dell'Eritreo, che si attribuisce ad -Arriano. -</p> - -<p> -Quando Roma ebbe ridotto tutto il mondo sotto di -sè, l'unità tolse via molti ostacoli e le interruzioni cagionate -dalle gelosie e dalle guerre delle nazioni; quella -direzione uniforme spinse e tutelò il commercio, e ancor -più il bisogno di provvigionare l'innumerevole popolazione -d'una metropoli ricca e voluttosa, che consumava -senza produrre, che cercava con avidità le delicatezze -orientali e quanto stuzzica il lusso ed il capriccio. L'incenso -che fumava sui mille altari; gli aromi con cui -s'ardevano i cadaveri, perchè anche il morire fosse -costoso a chi era vissuto nelle suntuosità; i balsami -onde le belle conservavano e riparavano i loro vezzi; -le gemme in cui profondevansi interi patrimonj; la seta -che reputavasi esuberante lusso per gli uomini fin dopo -Elagabalo, erano i principali oggetti che si traevano -dalle rive del Gange, mentre dal Fasi venivano i tessuti -della Cina, venduti da Persi e Parti; da Dioscuria le -produzioni dell'Eusino e del Caspio; dall'Etiopia profumi, -avorio, cotone e fiere; porpora da Tiro. Delle -spezierie tratte di là, il cinnamomo vendevasi millecinquecento -denari la libbra; in proporzione la mirra, il -nardo, il cardamomo, il garofano, la cassia balsamode, -il calanco, il mirobalano, il mazir, il carcamo, il gizir, ed -altre gomme o legni di cui si componevano gli unguenti. -<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span> -</p> - -<p> -Gli Arabi non accettavano che monete; così i paesi -del Gange e i Seri non bisognosi di cosa che loro -manchi: talchè Plinio asserisce che almeno cento milioni -di sesterzj (25 milioni di lire) migravano annualmente -dall'impero in quelle contrade<a class="tag" id="tag255" href="#note255">[255]</a>. Computo impossibile -a verificarsi, ma basti ad indicare l'enorme uscita -del denaro romano, per cui tornava a paesi lontani -quello che erasi portato nei nostri dalle vittorie e dai -trionfi. Dovette l'uscita aumentare a proporzione del -lusso, che giunse al colmo quando le Corti imperiali si -moltiplicarono, e Diocleziano credette necessario mascherare -col fasto orientale la decadenza. -</p> - -<p> -Non che i Romani negligessero affatto il commercio -come si dice<a class="tag" id="tag256" href="#note256">[256]</a>, anzi ne' popoli soggetti lo favorivano -di buone ordinanze e di libertà; adottarono la legge -marittima de' Rodj, fecero spedizioni lontane, e ricevettero -ambascerie da Seri, Sarmati, Sciti, Taprobani, -vogliosi di tenere aperte le vie per cui tant'oro colava -ne' loro paesi. Augusto, acquistato l'Egitto, ch'era lo -scalo più frequentato alle produzioni dell'India, tentò -nuove vie per arrivare a questa, ed Elio Gallo fece -uscire una squadra di cenventi legni mercantili dal -porto di Myoshormos sulla costa egizia del golfo Arabico, -tracciando una via che altri seguirono<a class="tag" id="tag257" href="#note257">[257]</a>. A -<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span> -quel porto i Romani conducevano ogn'anno per cinque -milioni di mercanzie, e guadagnavano il centuplo: lo -che rende ragione della gelosia con cui interdissero -agli stranieri l'entrata nel mar Rosso. -</p> - -<p> -I Romani sono i primi, di cui s'accertino comunicazioni -colla Cina; e Cosma Indicopleuste afferma che i -navigatori del golfo Persico passavano fin colà per -difficile e lungo tragitto, e i Cinesi venivano nei porti -dell'India e di esso golfo. Romani erano pure quei che -faceano il traffico per tutto l'impero; e le città da loro -stabilite in Germania attestano ancora uno scopo commerciale, -sulla destra del Danubio o sulla sinistra del -Reno, stando in faccia allo sbocco de' grandi fiumi che -dall'interno paese recavano le produzioni naturali, come -Treveri, Colonia, Bonna, Coblenza, Magonza, Strasburgo, -Passavia, Ratisbona. L'Istria ci mandava vino dolce e -fragrante; vino e legname la Rezia; schiavi l'Illiria; -pelli, armenti, ferro il Norico. La Spagna ci porgeva -abbondanza d'argento e d'oro, miele, cera, allume, -zafferano, pece, canape e lino; e biade molte, e vini -squisiti, e cavalli. Dalle Gallie traevamo rame, ferro, -bestiame, lana, panni, tela, liquori, prosciutti. Le isole -britanniche ci provvedeano di stagno e piombo. Ricco e -variato era il traffico colla Grecia e coll'Asia Minore. -E già il Settentrione ci spediva pelliccie, ambra, legname; -all'uopo nuovi scali aprendosi da quelle bande -(pag. 133). -</p> - -<p> -Pure in tanta agevolezza di operare un attivissimo -<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span> -commercio fra popoli che avea riuniti, il nobile romano -non cessò di credere abjezione il portar le mani alle -arti; ancora al tempo di Costantino teneansi infami quei -che si applicassero a vendere di ritaglio e a guadagnare -d'industria, e le figlie loro eguagliavansi alle saltatrici -e alle schiave; Onorio e Teodosio vietarono a nobili e -ricchi il mercatare, come cosa pregiudicevole allo Stato. -Aggiungi che gli appaltatori delle pubbliche entrate impacciavano -la circolazione con continue gabelle e pedaggi; -altri compravano dagli imperatori il monopolio -d'una o d'altra merce; infine l'industria venne rovinata -dalle fabbriche imperiali, che vedremo introdotte. -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="cap41">CAPITOLO XLI. -<span class="smaller">Coltura de' Romani. Età d'argento della loro letteratura.</span></h2> -</div> - -<p> -Da Vespasiano a Marc'Aurelio diedero una nuova fioritura -gl'ingegni; le lettere riprosperarono sotto i Flavj, -le arti sotto Adriano, la filosofia sotto gli Antonini. -</p> - -<p> -Dopo Augusto, piuttosto che scaduta, sarebbe a dire -annichilata la letteratura, giacchè, se tu ne levi Fedro -di sospetta autenticità (pag. 46), per mezzo secolo non -appare scrittore romano. Eppure protezione ed ajuti -non mancavano. Fu oggetto di lusso l'adunare biblioteche; -ed oltre quelle d'Augusto aggiunte all'Apollo -Palatino ed al portico d'Ottavia, Tiberio ne pose una in -Campidoglio che non dovette perire nell'incendio di -Nerone, come sembra perisse la Palatina, e come sotto -Comodo fu dal fulmine consumata un'altra in Campidoglio<a class="tag" id="tag258" href="#note258">[258]</a>, -forse istituita da Silla. Nel tempio della Pace, -insieme con monumenti d'arti e di scienze, Vespasiano -<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span> -collocò una libreria, cui Domiziano arricchì tenendo -continuamente copisti ad Alessandria. L'Elpia di Trajano -fu poi trasferita nelle terme di Diocleziano. Altre -si ricordano fino a quella di sessantaduemila volumi, -che l'imperatore Gordiano III ricevè per testamento da -Sereno Sammonico già suo maestro. -</p> - -<p> -Alcuni imperatori promossero la coltura, sull'esempio -di Cesare che conferì la cittadinanza ai medici ed ai -professori d'arti liberali. Vespasiano pel primo assegnò -sul tesoro ventimila lire l'anno a retori greci e latini, -mentre se ne davano quarantamila a un sonatore e -ottantamila a un attore tragico. Adriano protesse scienziati, -letterati, artisti, astrologi; i professori incapaci -metteva in riposo col soldo; e fondò l'Ateneo, che -riuniva lettere e scienze. Antonino e Marc'Aurelio propagarono -l'insegnamento anche nelle provincie, istituendovi -scuole pubbliche di filosofia e d'eloquenza. La -condizione dei maestri variò secondo la bontà e generosità -degli imperatori: ma questi per lo più ne lasciarono -la scelta e l'esame ai loro pari; ed è probabile -che allora dovessero dar lezioni con regola e con -seguito maggiore. -</p> - -<p> -Se non che la pace non basta a rifiorir le lettere; -anzi nell'uniformità del governo imperiale parvero addormentarsi -gl'ingegni, come si spegneva lo spirito -militare. Diffondeasi, è vero, l'amor del sapere; e non -che la Gallia, la Germania e la divisa Bretagna conoscevano -i capolavori, e contribuirono talvolta bei nomi -alla letteratura: ma l'originalità non si svolge per -favore de' principi o largizione de' privati. I filosofi si -trascinavano sui passi dei vecchi, rimpastandoli in -quell'eclettismo che è rivelazione d'impotenza; i letterati -o imitavano servilmente, o, se volessero uscire -dalle orme altrui, deliravano, avendo perduta la nazionale -civiltà senz'essersi identificati colla nuova: i ricchi -<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span> -stendevano appena la mano a qualche satira o libricciuolo -galante: dei giovani che a Roma affollavansi a -studio, i più lo facevano per sollazzo o libidine, tanto -che per decreto più volte furono rimandati in patria: -col titolo di filosofi e matematici v'affluivano astrologi -e ciurmadori. -</p> - -<p> -La filosofia non cessò i suoi esercizj, ma coi caratteri -della decadenza, quali sono le controversie di parole e -l'esitanza. Le dottrine italiche di Pitagora presero -aspetto mistico ed ascetico, secondando la sensualità -vulgare con apparato di miracoli e d'arcani, frequenza -di sacrifizj, stupidità di magìa. Fioriva allora la scuola -eclettica d'Alessandria, intenta a conciliar le varie, -pretendendo supplire all'arte di Platone colla scienza -d'Aristotele, all'inventiva coll'argomentazione, al raziocinio -coll'erudizione, all'esperienza colla rivelazione. -Quando poi sorsero i Cristiani a mostrare che i dubbj -delle filosofie non reggono alle affermazioni del Vangelo, -e l'una abbatte l'altra, e nessuna ve n'ha che sia efficace -sulla morale, le scuole etniche parvero accordarsi -nel vagliare da tutti i sistemi ciò che avessero di meglio, -interpretando come fatti naturali i mitologici, come -simboli le assurdità immorali: sterile elaborazione, -nella quale, riconosciuta la impotenza della ragione, -molte volte ricorreasi ad una superiore facoltà intuitiva, -supponendo dirette comunicazioni cogli Dei, e dell'estasi -facendosi via alla vera scienza. -</p> - -<p> -Pochi filosofi teorici produsse l'Italia. Il pitagorico -Sestio, al tempo d'Augusto, ricusò la dignità di senatore, -e fu capo di una setta, che piena di romana vigoria -è detta da Seneca, il quale ci conservò di lui questa -bella immagine: — Come un esercito minacciato d'ogni -banda s'ordina in battaglione quadrato, così al savio -conviene circondarsi i lati di virtù, quasi sentinelle, -per essere pronte ovunque pericolo accada, e far che -<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span> -tutte obbediscano senza tumulto agli ordini dei capi». -</p> - -<p> -Uno stoico meritevole di più rinomanza che non ne -goda, ci pare Cajo Musonio Rufo di Bolsena, cavalier -romano, involto nella congiura di Pisone, sbandito più -volte, occupato a stornare ambiziosi dal cercar l'impero, -e ad acchetare le guerre civili; lodato da Filostrato e -da Giuliano imperatore come un modello di quelle -virtù ch'essi pretendeano indipendenti dal cristianesimo, -ma anche dai padri della Chiesa collocato a pari con -Socrate. Non affettando una saviezza impossibile, un -orgoglio repellente, vuole che il filosofo sia ammogliato; -mentre Epitteto non osa interdire la dissolutezza, egli -riprova ogni atto carnale che non abbia la sanzione del -matrimonio e il fine di aumentar le famiglie; mentre -Marc'Aurelio permette il suicidio, egli a Trasea che gli -dice, — Amo meglio la morte oggi che l'esiglio domani» -risponde: — Se tu guardi la morte come un -mal maggiore, il tuo voto è da insensato; se come -minore, chi t'ha dato il diritto di scegliere?» Con -sapienza che risente del Vangelo dicea pure: — Evitate -le parole oscene, perchè conducono ad osceni atti. -Abbiate un abito solo. Se non volete far male, considerate -ogni giorno siccome fosse l'ultimo di vostra vita. -Dopo una buona azione, la fatica ch'essa ci costò è -finita, e ci rimane il piacere d'averla fatta: dopo una -cattiva, il piacere è passato, e resta la vergogna»<a class="tag" id="tag259" href="#note259">[259]</a>. -</p> - -<p> -Già ci son conti i dogmi di Marc'Aurelio e di Seneca. -Di questo abbiamo tre libri <i>Dell'ira</i>, che possono -raffrontarsi con quel di Plutarco sul soggetto medesimo; -una <i>Consolazione</i> ad Elvia madre sua mentr'egli esulava -in Corsica, un'altra a Polibio, una a Marcia per la -<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span> -morte d'un figlio, i più antichi modelli di lettere consolatorie. -Trattò del <i>perchè male avvenga ai buoni, -essendovi la Provvidenza</i>, e conchiuse al suicidio. Ad -Anneo Severo, coll'opuscolo <i>Della serenità dell'animo</i>, -suggerì di rimediare alle irrequietudini coll'applicarsi -alle pubbliche cure; dalle quali poi, con una delle frequenti -sue contraddizioni, distorna Paolino nella <i>Brevità -della vita</i>. Arieggia ai paradossi stoici il trattato -<i>Della costanza del savio</i>, ove contende che questo non -può rimaner tocco da ingiurie. Parlando a suo fratello -Gallione della <i>vita beata</i>, si scusa delle ricchezze imputategli, -e difende dagli Epicurei le opinioni stoiche -sulla beatitudine. I tre libri a Nerone <i>Della clemenza</i>, -di stile più nobilmente semplice, offrono esempj e precetti -di quella che è dovere in tutti, e ne' principi lodasi -come virtù perchè rara. Meriterebbe d'esser rifatto il -suo discorso <i>Dei benefizj,</i> tanto aggiungendo ed applicando -a ciò ch'egli dice intorno al modo di fare il bene, -di riceverlo, di ricambiarlo. Le cenventiquattro <i>Lettere</i> -sono altrettante dissertazioni su punti morali. -</p> - -<p> -Seneca è pure contato fra gli scienziati; e sebbene le -sue <i>Quistioni naturali</i> sieno un'indigesta accozzaglia -e una verbosa esposizione di cognizioni empiriche sgranate, -senza puntello di scienze esatte nè di proprie esperienze -sistematiche, sono però l'unico libro che ci attesti -avere i Romani posto mente alla fisica, e segna l'ultimo -punto cui gli antichi l'abbiano spinta: sicchè molti secoli -egli restò in Europa quel che Aristotele fra i Greci, il -repertorio delle fisiche cognizioni. -</p> - -<p> -I Romani, affatto positivi, voleano applicare immediatamente -le teoriche; dal che restò pregiudicata la -ricerca indipendente, nè verun grande pensiero scientifico -fu da essi conquistato, nè per l'esperienza nè per la -riflessione. Intesi alla pratica, la natura considerarono -soltanto come oggetto dell'attività umana, onde non ne -<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span> -indagarono l'essenza e le armonie, e di ben poco avanzarono -la cognizione di essa. Con un dominio sì esteso -avrebbero potuto strarricchire la scienza naturale: negli -archivj palatini stavano preziose relazioni geografiche -de' generali: troviamo accennate altre collezioni, ma nè -diligenti nè dirette a scientifico intento. -</p> - -<p> -La <i>Storia della natura</i>, sola arrivataci fra tante opere -di Cajo Plinio Secondo <span class="sidenote">(23-70)</span>, è un repertorio delle scoperte, -delle arti, degli errori dello spirito umano, raccolte all'occasione -di descrivere i corpi. Esibito nel primo dei -trentasette libri uno specchietto delle materie e degli autori, -nel secondo tratta del mondo, degli elementi e delle -meteore; seguono quattro di geografia, poi il settimo -delle varie razze umane e dei trovati principali; i quattro -seguenti versano sugli animali, classificati giusta la -grossezza e l'uso, e ragionando dei costumi loro, delle -qualità buone o nocevoli, e delle men comuni loro proprietà. -Ben dieci libri sono consacrati a descrivere le -piante, la loro coltura e le applicazioni all'economia -domestica e alle arti; poi cinque ai rimedj tratti dagli -animali; altrettanti ai metalli, col modo di cavarli e di -convertirli pei bisogni e pel lusso. A proposito di questo -parla della scoltura, della pittura, e dei primarj artisti, -come delle insigni statue di bronzo ragiona in occasione -del rame, e le materie coloranti il recano a dire -de' quadri, della plastica le stoviglie: distribuzione capricciosa -e mal digesta, ove sempre il pensiero è sottoposto -alla materia. -</p> - -<p> -Ma Plinio non è un naturalista che raccolga, osservi, -sperimenti, aggiunga al tesoro delle cognizioni precedenti; -sibbene un erudito, che alle occupazioni della -guerra e della magistratura sottrae qualche ora onde -sfogliare libri: mentre pranza, ha schiavi che leggono; -n'ha mentre viaggia; altri estraggono tutto quel che -egli appunta, e gli tennero mano a compilare un lavoro, -<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span> -che risparmiava tante letture, allora difficoltosissime. -Così raccozzando senza genio nè critica, non distingue -la diversità delle misure di lunghezza, mescola fatti -contraddittorj, barcolla fra sistemi disparati, anzi opposti; -non intende i passi, riferiti all'abborracciata, nè si -cura di confrontarli colla realtà, onde descrivendo cose -non vedute, riesce spesso inintelligibile; non si briga -di riuscire compiuto e di non ripetersi; e attento a -solleticare la curiosità più che a scoprire il vero, alla -retorica più che alla precisione, sceglie ciò che ha del -singolare e del bizzarro, beve assurdità già confutate -dallo Stagirita. Nè sempre alle migliori fonti ricorre; e -sopra le origini italiche ormeggia Giulio Igino, autore -senza critica, mentre neglige i venti libri di storia -etrusca, che sappiamo aveva stesi l'imperatore Claudio. -</p> - -<p> -Pure l'essersi perduta la più parte delle duemila -opere da esso spogliate il rende prezioso; e senza la -sua farragine, quanta parte dell'antichità ci rimarrebbe -arcana! quanto minor tesoro possederemmo della lingua -latina!<a class="tag" id="tag260" href="#note260">[260]</a> -<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span> -</p> - -<p> -Gagliardo e preciso nel dire, ma lontano dal semplice -e corretto de' contemporanei di Cesare, casca -nell'affettato e nell'oscuro. Lo spirito dell'antica repubblica -animava lui pure, siccome Trasea, Elvidio, Tacito -e gli altri migliori, e di là attinge spesso calore e fin -eloquenza: ma il gusto peggiorato e la gonfiezza delle -parole fuorviano l'energica elevatezza del suo ingegno; -giudica e spiega i fatti a seconda delle personali -prevenzioni e di una filosofia atrabiliare, che assiduamente -accusa l'uomo, la natura, gli Dei, colla retorica -aggravando la miseria umana, col raziocinio scoprendo -i disordini di questo mondo, senza elevarsi alle armonie -di un altro, l'indagare il quale egli non trova di verun -interesse; nega affatto Iddio, e lo fa tutt'uno colla materia; -e s'avvoltola nello scetticismo fin a considerare -l'uomo come l'essere più infelice e più orgoglioso, e -insultare la divinità che «nè può concedere all'uomo -l'immortalità, nè togliere a se stessa la vita, la quale -facoltà è il dono più bello che essa abbia a noi -lasciato»<a class="tag" id="tag261" href="#note261">[261]</a>. -</p> - -<p> -Mentre sbraveggia le religioni e la Provvidenza, -indulge a superstizioni (pag. 180), crede come fatti -incontestati (<i>confessa, constat</i>) a ermafroditi, a maschi -cambiati in femmine, a fanciulli nati coi denti o rientrati -nell'alvo materno, alla longevità di chi ha un dente -di più, alla disgrazia di chi nasce pei piedi, a cavalle -fecondate dal vento, a donne che partorirono elefanti. -Egli vi dirà d'una pietra, la quale, posta sotto il capezzale, -<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span> -produce sogni veritieri; che al morso di serpenti -rimedia la saliva d'uom digiuno; che sputando nella -mano si guarisce l'uomo involontariamente feritosi: un -abito portato ai funerali mai non è intaccato dalle -tarme; un uomo morsicato da un serpente più non ha -a temere di api o di vespe; le morsicature d'un animale -si esacerbano alla presenza di persona morsicata -da un animale della specie medesima. Nè è stupore -che v'abbia mostri così strani in Etiopia, avendoli formati -Vulcano, abilissimo modellatore, giovato da quel -gran caldo<a class="tag" id="tag262" href="#note262">[262]</a>. -</p> - -<p> -L'attrazione verso il centro della terra era stata -asserita da Aristotele, accettavasi come una verità comune -dai Romani, e Cicerone la esprimeva con esattissima -felicità<a class="tag" id="tag263" href="#note263">[263]</a>. Plinio invece vi dirà che i gravi -tendono al basso, i corpi leggeri all'alto; s'incontrano -e per la mutua resistenza si sostengono: così la terra è -sorretta dall'atmosfera, se no lascerebbe il suo posto e -precipiterebbe al basso. Non solo rifiuta il sistema -mondiale pitagorico, ma trova pazzia il supporre altre -Terre ed altri Soli di là dal nostro, misurare la distanza -degli astri, seminare d'infiniti mondi lo spazio<a class="tag" id="tag264" href="#note264">[264]</a>. -</p> - -<p> -Chi volesse (nè ammannirebbe impresa difficile) riscontrare -l'età che descriviamo col secolo precedente al -nostro, troverebbe somiglianza fra Plinio e gli Enciclopedisti -in quel copertojo scientifico dato all'ignoranza -e alla credulità, in quell'armeggio di sapere o mostrar -di sapere, in quel ripudiare la luce che viene dalla vera -fonte e che pure gli illumina, in quel professarsi materialista, -e tuttavia per buon cuore giungere a conclusioni -<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span> -benevole. Come gli Enciclopedisti, Plinio declama -contro chi inventò la moneta; benedetti i secoli, ove -altro commercio non si conosceva che di cambio; è un -delitto la navigazione, la quale, non paga che l'uomo -morisse sulla terra, volle mancasse perfino di sepoltura<a class="tag" id="tag265" href="#note265">[265]</a>. -Eppure intravede la perfettibilità, e «quante -cose non erano considerate impossibili prima che si -facessero! confidiamo che i secoli avvenire si perfezionino -sempre meglio»<a class="tag" id="tag266" href="#note266">[266]</a>. Tuttochè materialista, al -nome di Barbari sostituisce quello d'uomini; rinfaccia -a Cesare il sangue versato; loda Tiberio d'aver tolte di -mezzo certe disumane superstizioni in Africa e in Germania; -bofonchia contro quelli che il ferro ridussero -in armi, pure della guerra riconosce i vantaggi, professando -che l'Italia fu scelta dagli Dei per riunire -gl'imperj dispersi, addolcire i costumi, ravvicinare in -comunanza di linguaggio gl'idiomi discordi e barbari -di tanti popoli, dare agli uomini la facoltà d'intendersi, -incivilirli, divenire insomma la patria unica di tutte le -nazioni del mondo<a class="tag" id="tag267" href="#note267">[267]</a>. Di queste idee avanzate, di -questa filosofia tollerante e cosmopolita, egli non conosceva -o rinnegava la sorgente. -</p> - -<p> -Plinio era di Como; militò in Germania, fu procuratore -di Nerone nella Spagna, da Vespasiano ebbe il -comando della flotta navale al Miseno: ma mentre colà -dimorava, il Vesuvio eruttò fiamme per la prima volta; -ed egli accorso sia per curiosità del fenomeno, sia per -sovvenire ai pericolanti, fu preso da una sua ricorrente -debolezza di stomaco, e caduto, restò soffogato. Lasciò -centottanta volumi in minutissimo carattere, fra cui tre -libri di arte oratoria, trentuno di storia contemporanea, -trenta delle guerre de' Romani in Germania, altri del -<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span> -lanciar dardi, e perfino di grammatica, scritti «quando -la tirannia di Nerone rendeva pericoloso ogni studio -più elevato». -</p> - -<p> -Giulio Solino, vissuto non si sa quando, ma forse -due secoli più tardi, beccò da Plinio senza criterio, ed -espose in istile ricercato notizie varie, massime di -geografia, e il suo <i>Polistore</i> ebbe gran corso nel medio -evo. Le conquiste e il commercio dilatarono la cognizione -del mondo: pure vedemmo come Greci fossero -quelli, di cui Augusto si valse per misurare e descrivere -l'impero. E dalla Grecia vennero, nel tempo che discorriamo, -i due maggiori geografi Strabone e Tolomeo. -Il primo, dopo lunghi viaggi nell'Asia Minore, nella -Siria, nella Fenicia, nell'Egitto fin alle caterrate, poi -in Grecia, Macedonia, Italia, eccetto la Gallia Cisalpina e -la Liguria, in diciassette libri diede la storia della sua -scienza da Omero ad Augusto; e trattando delle origini -e migrazioni dei popoli, della fondazione delle città e -degli Stati, dei personaggi più celebri, sa portarvi la -critica. L'altro descrisse l'universo in modo d'acquistare -il nome di Tolomaico al sistema che, in opposizione -coi Pitagorici e coi moderni, pone la terra per centro -ai cieli; e creò la geografia scientifica, disponendo i -paesi matematicamente per longitudine e latitudine<a class="tag" id="tag268" href="#note268">[268]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span> -</p> - -<p> -L'unico che in latino trattò di geografia, è Pomponio -Mela spagnuolo (<i>De situ orbis</i>), in prosa concisa ed elegante -compendiando il sistema d'Eratostene; all'aridità -d'una nomenclatura provvede coll'intarsiare graziose -descrizioni e dipinture fisiche o storiche ricordanze: -ma non vide cogli occhi proprj, dà come sussistenti -cose da gran lunga perdute, mentre non nomina Canne, -Munda, Farsaglia, Leutra, Mantinea, famose per battaglie; -nè Ecbatana, Persepoli, Gerusalemme, capitali -importanti; nè Stagira patria d'Aristotele. -</p> - -<p> -Carte geografiche sappiamo si usavano anticamente<a class="tag" id="tag269" href="#note269">[269]</a>; -in un tempio della Terra n'era dipinta -una dell'Italia<a class="tag" id="tag270" href="#note270">[270]</a>; una di tutto il mondo in un portico -di Roma<a class="tag" id="tag271" href="#note271">[271]</a>; d'altre ci parlano Frontino e Vegezio; -ed entrante il III secolo, Giuliano Taziano aveva stesa -una descrizione di tutto l'impero, che andò perduta. -D'un'altra, ordinata dall'imperatore Teodosio, abbiamo -<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span> -una copia o un'imitazione nella Tavola Peutingeriana, -carta stradale in sola lunghezza, e molto inesatta. -</p> - -<p> -I Romani tennero sempre in lieve conto le matematiche, -nella loro albagia giudicando abjetta una -scienza che prestava servizio alle arti meccaniche, misurava -il guadagno, teneva i registri. Allo studio di essa -Orazio imputa la depravazione del gusto; Seneca la -ripudia come avvilente; nè sino a Boezio non si tradussero -Euclide, Tolomeo, Archimede. Tanto scarsamente -seppero di geometria, che i giureconsulti romani -supposero la superficie del triangolo equilatero eguale -alla metà del quadrato eretto sopra uno dei lati<a class="tag" id="tag272" href="#note272">[272]</a>; -e fu tenuto un portento Sulpicio Gallo che prediceva -gli eclissi. -</p> - -<p> -Di matematiche applicate scrisse Sesto Giulio Frontino, -che sotto Vespasiano capitanò in Bretagna prima -d'Agricola, poi fu console, augure, amico di Plinio, -lodato da Marziale; e sul morire dispose non gli si -ergesse monumento, dicendo: — Abbastanza sarò ricordato -se la vita mia lo meriti»<a class="tag" id="tag273" href="#note273">[273]</a>. Soprantendente -agli acquedotti, diede la storia di queste memorabili -costruzioni, veramente italiane. Lasciò inoltre quattro -libri di <i>Stratagemmi</i>, compilazione fra militare e storica, -povera di critica e d'eleganza, ma colla facilità -sicura di chi sa quel che n'è. -</p> - -<p> -La medicina, fin ai tempi di Plinio, da verun Romano -era stata coltivata; i medici erano la più parte schiavi -o stranieri, e Giulio Cesare pel primo comunicò ad essi -la cittadinanza. In bottega pubblica (<i>jatreon</i>) faceano -salassi, strappavano denti, ed altre operazioni, fra i -<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span> -chiacchericci e le cronache. Altri s'applicavano a studiarla, -e sopra gl'infelici clienti sperimentavano singolari -novità e bizzarre teoriche, colla sicurezza che alletta -le malate fantasie, e dà reputazione e denaro. Una delle -loro scuole era chiamata <i>medicina contraria</i>, perchè -nelle febbri lente ed ostinate il professore ad un tratto -abbandonava i rimedj fin allora esperiti onde applicare -i precisi opposti. Augusto malato a morte era curato -con calefacienti, e Antonio Musa suo liberto lo guarì -sostituendovi di balzo i bagni freddi. Era il caso di -dire con Celso: <i>Quos ratio non restituit, temeritas -adjuvat.</i> Un'altra volta sanò l'imperatore colle lattuche; -onde questi gli concesse l'anello, e, per amore di lui, -immunità a tutti quei della sua professione. -</p> - -<p> -Asclepiade di Prusa in Bitinia, venuto ad esercitar -questa a Roma un secolo prima dell'êra vulgare, le -differenti malattie deduceva da viziosa dilatazione o -stringimento de' pori, e la pratica riduceva a rimedj -che producessero l'effetto contrario. <i>Pronta, sicura, -piacevole</i> doveva essere ogni cura, limitandosi a dieta, -ginnastica, fregagioni, vino, sbandendo ogni farmaco -violento e interno, e frequentando i semplici. Colla -quale blanda pratica riconciliò alla medicina i Romani, -che n'erano disgustati dalla sanguinaria del chirurgo -Arcagato, cui il soprannome di vulnerario fu mutato in -quel di carnefice, e forse per questo aveva attirato alla -sua arte le esagerate invettive dell'antico Catone<a class="tag" id="tag274" href="#note274">[274]</a>. -</p> - -<p> -Alcuno volle ascrivere all'età d'Augusto Aurelio Cornelio -Celso<a class="tag" id="tag275" href="#note275">[275]</a>, del quale s'ignorano la patria e i casi, -e della cui Enciclopedia (<i>Artium</i>) non ci rimasero che -<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span> -otto libri intorno alla medicina, i quali forse sono mere -traduzioni dal greco. Ippocratico, cioè osservatore, pur -ricorrendo all'induzione, non crede importante nella -medicina se non ciò che tende a risanare. Raccomanda -di non prendere abitudini, nè ledere la temperanza; -poi raccoglie quanto dissero i precedenti, giudicandone -con buon senso ed esponendolo con eleganza spigliata. -Non disapprova l'uso di qualche medico d'allora, di -sparare <i>gli uomini vivi</i>, ma non lo trova necessario, -potendo le ferite de' gladiatori, de' guerrieri e degli -assassinati offrir campo a studiare le parti interne per -rimedio e pietà, non per barbarie. -</p> - -<p> -Molti medici vanta la Sicilia, e a lor capo il famoso -Empedocle, introduttore della dottrina degli elementi. -Acrone, di Agrigento come lui, giovò assai agli Ateniesi -nella peste che proruppe durante la guerra Peloponnesiaca, -e fondò la scuola empirica. Menecrate, contemporaneo -di Filippo il Macedone, intitolavasi Giove, -menavasi dietro come corteo i suoi guariti, principalmente -gli epilettici; ma colla sua vanità buscò beffe. -Erodico da Leonzio inventò la medicina ginnastica, -curando con violenti esercizj, susseguiti dal bagno; ma -Ippocrate lo accusava di uccidere i malati col soverchio -di passeggiate, di lotte, di fomenti. Scribonio Largo Designaziano, -siculo o rodio del tempo di Claudio, cercò -combinare le dottrine metodiche coll'empirismo, ed è -notevole per aver insegnato a non isradicare il dente -leso, ma levarne solo la parte guasta; e ancor più per -avere applicato l'elettricità al mal di capo, suggerendo -di tenervi una torpedine viva: rimedio adottato anche -da Dioscoride. -</p> - -<p> -Altri medici greci, illustri a Roma e fondatori di -varj sistemi, preteriremo, ma non Claudio Galeno da -Pergamo, che con ingegno vasto quanto Aristotele, -altrettante erudizione e maggior libertà, abbracciò tutte -<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span> -le scienze; e non pago dei sistemi dominanti e dell'autorità, -applicavasi alle indagini della natura e all'anatomia. -A Roma acquistò credito, malgrado gl'intrighi dei -suoi colleghi, i quali all'ignoranza univano l'invidia, fin -al segno d'avvelenare alcuni suoi ajutanti. Curò Marco -Aurelio, e piace trovare dal medico filosofo descritte -alcune malattie del filosofo imperante. Sotto al coltello -anatomico riconosceva i misteri della vita e la scienza -divina; eppure non seppe salvarsi dall'andazzo del suo -secolo: Esculapio in sogno gli suggerì un salasso, e lo -stornò dal seguire gl'imperatori nella spedizione; alle -incantagioni avea fede, e combatteva il cristianesimo -come assurdo. -</p> - -<p> -Dopo di lui, gravi guasti portò nella medicina la -teosofia, pretendendo spiegare le malattie coi démoni -e colle potenze segrete, medicarle con incanti, e col -recare indosso pietre efesie iscritte colle misteriose -parole che si leggevano sull'effigie di Diana, o le gemme -abraxe con figure egizie, o simboli desunti dal culto di -Zoroastro o dalla Cabala giudaica. Sereno Sammonico, -maestro del giovane Gordiano, ci lasciò un poema sulla -medicina, ove per la febbre emitrea suggerisce l'abracadabra<a class="tag" id="tag276" href="#note276">[276]</a>. -Sesto Placito Papiriense scrisse un indigesto -ricettario di medicamenti tratti dagli animali, -anzi dalle parti più schife: insegna a guarir la quartana -portando addosso un cuor di lepre; prevenire le coliche -col mangiare lesso un cane appena nato; o quando -prendono, sedersi sopra una seggiola dicendo, <i>Per te -diacholon, diacholon, diacholon</i>. Marcello Empirico, -medico di Teodosio, raccolse le ricette <i>fisiche e filateriche</i>, -<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span> -perchè i suoi figli potessero farne carità: ma -l'ottima intenzione non pallia l'assurdità dell'opera. A -chi entrò nell'occhio un corpo straniero, bisogna toccarlo -ripetendo tre volte: <i>Tetune resonco bregan gresso,</i> -e ad ogni volta sputare; oppure: <i>In mondercomarcos -axatison</i>. Per l'orzajuolo sull'occhio destro, tocchisi -con tre dita della mano sinistra, sputando e dicendo -tre volte: <i>Nec mula parit, nec lapis lanam fert, nec -huic morbo caput crescat, aut si creverit tabescat</i>. Pel -panereccio si tocchi tre volte il muro dicendo: <i>Pu pu -pu; numquam ego te videam per parietem repere</i>. Per -la colica si ripeta tre volte: <i>Stolpus a cœlo cecidit; -hunc morbum pastores invenerunt, sine manibus -collegerunt, sine igne coxerunt, sine dentibus comederunt.</i> -Prescrive i giorni appunto in cui preparare i -farmachi, le preghiere da dirsi al Capodanno e al primo -cantar delle rondini, e come usare il <i>rhamnus spina -Christi</i>, di miracolose proprietà, perchè fu stromento -alla passione del Redentore. -</p> - -<p> -Il napoletano Pantoro, esaminati gli stromenti chirurgici -trovati a Pompej, asserì che già conosceansi -allora di quelli che si credono invenzione recente. All'Accademia -di medicina a Parigi furono da Scoutetten -presentati i seguenti stromenti, disotterrati a Pompej -ed Ercolano: una sonda curva, una dritta, pei due -sessi e per bambino; la lima per togliere le asprezze -ossee; lo specillo dell'ano e dell'utero a tre branche; -tre modelli di aghi da passar corde o setoni; la lancetta -ed il cucchiajo, di cui i medici si servivano costantemente -per esaminare la natura del sangue dopo il -salasso; uncini ricurvi di varia lunghezza, destinati a -sollevar le vene nella recisione delle varici; una cucchiaja -(<i>curette</i>) terminata al lato opposto da un rigonfiamento -a oliva, all'uopo di cauterizzare; tre ventose -di forma e grandezza diversa; la sonda terminata da -<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span> -una lamina metallica piatta e fessa, per sollevare la -lingua nel taglio del frenulo; molti modelli di spatule; -scalpelli a doccia piccolissimi per segare le ossa; coltelli -dritti e convessi; il cauterio nummolare; il trequarti; -la fiamma dei veterinarj per salassare i cavalli; -l'elevatore pel trapanamento; una scatola da chirurgo -per contenere trocisci e diversi medicamenti; pinzette -depilatorie, pinzette mordenti a dente di sorcio, una a -becco di grua, una che forma cucchiajo colla riunione -delle branche; molti modelli di martelli taglienti da -un lato; tubi conduttori per dirigere gli stromenti -cauterizzanti. -</p> - -<p> -Lautissima professione il medico. Manlio Cornuto -promise ducentomila sesterzj a chi lo guarisse dal -lichene, malattia della faccia, introdottasi sotto Tiberio: -Carmi fecesi pagare altrettanto un viaggio in provincia: -in pochi anni Alcmeone ammassò dieci milioni di -sesterzj. Quinto Stertinio lodavasi agli imperatori di -esiger da essi non più di cinquecentomila sesterzj, -mentre la sua clientela in Roma gliene produceva seicentomila; -l'ugual salario ricevette suo fratello da -Claudio, sicchè essi poterono abbellir molto Napoli, e -in eredità lasciarono trenta milioni di sesterzj: dieci -milioni ne lasciò Crina marsigliese, dopo spesone altrettanti -a rialzar le mura della sua patria<a class="tag" id="tag277" href="#note277">[277]</a>. -</p> - -<p> -Più volte avvertimmo che la coltura fra i Romani -non ebbe nulla di spontaneo, nè derivò da slancio o da -amor del bello, ma da imitazione, da ostentazione. Dei -grammatici nominati da Svetonio, due terzi sono stranieri: -fra tanti architetti che si richiesero per mutar -Roma da laterizia in marmorea, due soli romani cita -Vitruvio: i macchinisti erano alessandrini: greci i mimi, -<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span> -i commedianti, i pedagoghi. Come gli Scipj s'aveano -empita la casa di Greci, così al tempo imperiale ognuno -volle, tra i servidori, avere anche il pedante greco, -esposto ai vilipendj, di cui anche in tempi a noi più -vicini si trovavano bersaglio l'abate o il maestro. -Luciano, nella <i>Vita de' cortigiani</i>, ci dipinge un di -costoro, per quanto in caricatura: -</p> - -<p> -— Per pochi oboli, nell'età in cui, se tu fossi nato -schiavo, era tempo di pensare alla libertà, ti sei, con -tutta la tua virtù e sapienza, da te stesso venduto, -ponendo in non cale quei molti discorsi che il bel Platone -e Crisippo e Aristotele hanno composto in lode -della libertà e dispregio della servitù. Nè vergogni di -startene fra i piaggiatori, i barattieri, i buffoni, ed in -tanta moltitudine di Romani trovarti solo col mantello -greco, e parlare malamente e con barbarismi la loro -favella, e cenare a tavole tumultuose e piene di gente -diversa e la maggior parte cattiva; ed in questi conviti -lodare importunamente, e bere fuor misura; e la mattina -levandoti a suon di campanello, perduto il sonno -più dolce, correre insieme cogli altri di su di giù, -portando ancor sulle gambe le zacchere del giorno -innanzi? Cotanta carestia avevi tu dunque di lupini e -di cipolle campestri? mancavanti fontane d'acqua fresca -e corrente, che caduto sei in tanta disperazione? -</p> - -<p> -«Perchè tieni lunga barba e non so che di venerevole -nell'aspetto, e ti cingi in cappamagna alla greca, -e sei conosciuto da tutti per professore di lettere, oratore -o filosofo, al signore par bello di mescolare uno -di tal genìa a quei che uscendo fannogli corte, e sembrar -così amante della disciplina e delle lettere greche, -ed apprezzatore dei dotti. Talchè tu, o valent'uomo, -corri rischio di avere appigionato, in luogo de' tuoi -magnali discorsi, il mantello o la barba. Se sopragiunge -altri più nuovo, sei rimandato indietro, e vi rimani -<span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span> -relegato in un dispregiatissimo cantone, testimonio di -ciò che si porta e si toglie di tavola; e se pure i piatti -giungono fino a te, roderai le ossa come i cani, e dolcemente -per fame ti succierai una foglia secca di -malva, avanzata ad un ripieno. Non ti mancheranno -altri obbrobrj: nè solamente non avrai le ova, non -essendo necessario che abbi sempre ad essere trattato -come un forestiero, e sarebbe in te impudenza il pretenderlo; -ma non devi avere tampoco un pollo simile -agli altri; e mentre al ricco si serve grasso e polputo, -a te si dà un mezzo pulcino o un colombo vecchio da -razza, per segno di spregio. Per caso un convitato -sopraviene improvvisamente? il famiglio, susurrandoti -all'orecchio <i>Tu sei di casa</i>, ti toglie quanto hai dinanzi -por servirne l'arrivato. Si trincia in tavola o un cervo -o un porcellino da latte? ti bisogna aver propizio lo -scalco, o contentarti della parte di Prometeo, le ossa -cioè col midollo. Non ho detto che, bevendo gli altri -un vecchio e soavissimo vino, tu buschi soltanto del -cercone; e n'avessi almanco a sazietà, chè domandandone, -molte volte fingerà il ragazzo di non udire. Se -alcun servo ciarliero riferirà che non hai lodato il fanciullo -della padrona mentre ballava o sonava la chitarra, -passerai rischio non piccolo: per la qual cosa t'è giocoforza -gracidare come un ranocchio assetato per -essere distinto tra quei che applaudono, e far da capocoro -a' più fervorosi, e molte volte, standosi gli altri in -silenzio, ripetere qualche encomio meditato, che senta -a dieci miglia di adulazione. Ti convien poi tenerti col -volto basso come nei conviti persiani, sul timore che -qualche eunuco non ti veda adocchiare alcuna concubina. -</p> - -<p> -«Questa è la vita ordinaria della città. Che ti avverrebbe -viaggiando? Sovente piovendo, e giungendo tu -per ultimo al posto che t'ha destinato la sorte, non -essendoci più vetture, ti caricano su col cuoco e col -<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span> -parrucchiere della padrona sopra un baroccio, senza -pur metterti paglia che basti. -</p> - -<p> -«E se tu non lodi, passerai per malevolo ed insidiatore -alle latomie di Dionisio. Conviene che i padroni -sieno sapienti ed oratori; cadano pure in solecismi, i -loro discorsi devono saper sempre d'Imetto e dell'Attica, -e far testo di lingua per l'avvenire. Ma passi ancora -per ciò che fanno gli uomini: le donne (perocchè anche -le donne ora affettano d'avere al loro soldo ed al seguito -della loro lettiga alcun famigliare dotto) alcuna -fiata gli ascoltano mentre si adornano e si arricciano i -capelli; ed assai volte, mentre il filosofo fa le dimostrazioni, -ne viene la cameriera, e reca i viglietti del drudo. -Egli allora per prudenza sospende i discorsi, ed aspetta -che essa ritorni ad ascoltarlo, dopo risposto al bertone. -</p> - -<p> -«Alla fine, ricorrendo i Saturnali e le Panatenee, ti -si manda un mantellaccio o una tonaca logora, e devi -allora farne gran pompa. Il primo che ha subodorato -tal pensiero del padrone, corre ad annunziartelo, e vuole -non piccola mancia. La mattina tel vengono a portare -in tredici, de' quali ciascuno decanta le parole che ha -detto di te, e come, avutone l'incombenza, ha cercato -scegliere il meglio, e partonsi tutti regalati da te, e -brontolando che non abbi dato di più. Il salario ti si -paga a sospiri, e a due e a quattro oboli; se domandi, -passi per nojoso ed impronto: laonde per averlo ti -bisogna supplicare e piaggiare e leccare il maestro di -casa, con modi di cortigianeria i più variati. Nè è da -trascurarsi anche il consigliero e l'amico; ed intanto di -ciò che ricevi già ne vai debitore al sarto, al medico, al -calzolajo; sicchè non restandotene nulla, quei doni non -sono per te doni. Altre volte vieni accusato o di aver -tentato il fanciullo, o, malgrado la tua vecchiezza, violentata -una cameriera della signora, o altra corbelleria. -E così di notte imbacuccato entro il mantello, sei pel -<span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span> -collo trascinato fuor di casa, miserabile ed abbandonato -da tutti, non restandoti per compagna della vecchiezza -che la podagra, avendo dimenticato dopo tanto -tempo ciò che sapevi, grullo e col ventre maggiore -della borsa, tormentato di non potere nè riempirlo nè -fargli intender ragione». -</p> - -<p> -Commessa a così fatti, qual doveva riuscire l'educazione? -Questa erasi conformata ai nuovi ordinamenti; -e mentre i fanciulli in prima si affidavano a qualche -onesta matrona che ne coltivasse l'ingegno e il cuore, -allora si lasciavano fin ai sette anni a schiavi o greche -fantesche, poi si mettevano al greco, indi al latino sotto -i grammatici su descritti, i quali, oltre legger e scrivere, -gl'istruivano a capire i poeti, e gli esercitavano in composizioncelle. -Che se è sempre infelice cosa un maestro -di mestiere, infelicissima erano coloro, la cui cura -principale consisteva in affinare gli allievi nella mitologia, -e nel sapere come avesser nome i cavalli d'Achille, -quale la madre d'Ecuba, di che colore i capelli di -Venere. Intanto altri maestri gli addestravano al ballo, -alla musica, alla geometria, in quanto ritenevansi necessarie -alla retorica, che vedemmo essere stata sempre -arte principalissima fra i Romani, gran parte della -vita loro, loro gloria e guasto. Valendosi d'una lingua -fatta per comandare, non fermandosi alla soavità dell'atticismo -greco, ma lanciandosi alle procelle popolari, -aveano anche in ciò espresso la maestà patria; e l'eloquenza -fu detta una delle maggiori virtù<a class="tag" id="tag278" href="#note278">[278]</a>, e l'uomo -eloquente un dio rivestito di corpo mortale. Allora -poteva la grammatica esser considerata la più sincera -delle scienze, la dolce compagna del ritiro, la ricreazione -dei vecchi<a class="tag" id="tag279" href="#note279">[279]</a>, insegnando essa a render corretto, -<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span> -chiaro, ornato il discorso. Allora da insigni oratori, -Cicerone, Antonio, Ortensio, erano coltivati i giovani -men coi precetti che coll'esempio, e col farsi vedere -invocati dai cittadini, dalle provincie, dai re, come tutela -e scampo, levati a cielo dal popolo sovrano. Allora -l'eloquenza studiavasi non come scienza distinta; ma -con la guerra, il culto, la giurisprudenza facea parte -dell'educazione necessaria alla vita; dovendo ogni famiglia, -per patrocinare i proprj clienti, avere un valente -oratore, di favellare occorrendo in tutte le magistrature, -occorrendo alla guerra. Ma dacchè l'eguaglianza aprì a -ciascuno gl'impieghi e i comandi, fu impossibile che -lo stesso uomo attendesse a tutto. Uno abbondava di -coraggio? dibattuta la prima causa in tribunale, cingeasi -la spada. Un altro avea facile la parola? travagliavasi -alle battaglie forensi, appena congedato dalle -campali. V'era cui non bastasse l'animo d'affrontar le -une nè le altre? sospendeva un lauro alla porta, e dava -consulti; diventando così tre vie distinte l'esercito, la -giurisperizia, l'eloquenza. -</p> - -<p> -Ma un popolo senza emulazione, un senato senz'autorità, -una gioventù senza libertà nè speranze, che altro -cercavano nell'eloquenza se non un nuovo spettacolo? -Equato il diritto, concentrata nell'imperatore la cosa -pubblica, non potendo i giudici scostarsi dai consulti -<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span> -<i>dei prudenti</i>, più non restava nè a sottigliare sull'interpretazion -della legge, nè a patrocinare provincie o regni -o la patria; sicchè i rostri ammutolirono, la curia consumavasi -in complimenti, il fôro si esinaniva in anguste -applicazioni degli editti. I rétori, gente digiuna della -filosofia, delle leggi, della società, si proponeano d'annestare -al pesante ed anfanato ingegno de' Romani -l'infantile e parolajo de' Greci, smaniosi di arringare, -d'improvvisare, di disputare, di avviluppare con argomenti -capziosi; sofisticavano i classici sulla erudizione -o sulla verità; della filologia faceano un giuoco di sottigliezze; -della storia un'accozzaglia di particolarità, -entro cui soffocavano quel vero che avrebbe dato ombra -ai tiranni; della logica una schermaglia d'argomentazioni -onde mutare il falso in vero; della morale una -ostentazione di virtù esagerate. Sbalzata fuor della -pubblicità che è suo elemento, trastullavano l'eloquenza -in esercitazioni vane e stravaganti, e a spese dell'erario -avvezzavano i figliuoli dei grandi all'enfasi senza scopo, -alla declamazione a vuoto, a concinnare ben sonanti -blandizie ai Cesari qualvolta questi si degnassero consultare -il senato sopra ciò che avevano già deliberato. -</p> - -<p> -Per tali scuole di declamazione s'inventò un interminabile -codice di convenevoli. Allorchè (così insegnavasi) -l'oratore si presenta alla tribuna, potrà fregarsi -la fronte, guardarsi alle mani, schioccar le dita, e coi -sospiri mostrare l'ansietà del suo spirito. Tengasi ritto -della persona, col piede sinistro alquanto innanzi, le -braccia alcun che disgiunte dal torso; ed esordendo, -sporga un poco la destra mano dal seno, però senza -arroganza. Infervorato nell'arringa, pronunzii con artifiziosa -negligenza i periodi più elaborati, mostri esitanza -laddove sentesi più sicuro della sua memoria. -Non ricolga il fiato a mezzo della proposizione, non -muti gesto che ogni tre parole, non cacci le dita nel -<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span> -naso, tossisca o sputi il men possibile, eviti di dondolare -per non parere in barca, non caschi in braccio ai clienti, -se pure non sia per reale sfinimento; nè si soffermi -dopo pronunziato una frase efficace, chè non sembri -attendere i battimani. Verso il fine poi si lasci cadere -scompigliata la toga, gran segno di passione. -</p> - -<p> -Plozio e Nigidio, Quintiliano e Plinio discordano fra -loro se o no convenga tergere il sudore e scarmigliarsi. -Essi vi diranno come convenga vestire per essere uomo -eloquente: la tunica dia poc'oltre il ginocchio davanti, -e dietro fino al garetto; che più lunga sarebbe da donna, -più breve da soldato: l'avviluppar di lana e fasce il -capo e le gambe, è da infermo; da furioso l'avvolgere -la toga al braccio manco; da affettato il gettarne il -lembo sulla spalla diritta; da zerbino il declamare -colle dita cariche di anelli. Della voce poi sanno denominare -appuntino ogni gradazione<a class="tag" id="tag280" href="#note280">[280]</a>, e qual s'addica -a ciascun sentimento. -</p> - -<p> -Di quest'erba trastulla si pascolava la gioventù romana -per emulare Gracco e Cicerone! Talmente è -antico stile nei cattivi governi, non d'abolire il sapere, -ma di soffocarlo tra futilità e regole indeclinabili! Quintiliano -stesso racconta di Porcio Latrone, insigne professore, -che chiamato ad arringare ad un'assemblea -vera in piena aria, restò sbigottito, e implorò che -l'udienza si trasportasse in un palazzo vicino, non -potendo sopportare il cielo, egli abituato alla soffitta. -Ben dunque, allorchè un imperatore lagnavasi che tante -sue cure non ritardassero il deperimento dell'eloquenza, -un sincero gli rispose: — Chiudete le scuole, ed aprite -il senato». -<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span> -</p> - -<p> -Nè le cose erano meglio delle forme. Tolti alla realtà -e al supremo giudizio del pubblico, ridotti a finger -cause ed occasioni d'arringhe, i retori proponevano -temi bizzarri e stravaganti, privi di convincimento e di -moralità. Le <i>suasorie</i> volgeansi sul lodare la virtù, -l'amicizia, le leggi, e sopra simili argomenti di facile -prova, o talora di sofistica finezza: le <i>controversie -</i>discuteano di varj punti, per lo più giudiziali; e suddividevansi -in <i>trattate</i>, ove il retore dava soggetto e -traccia, e <i>colorate</i>, dove l'alunno da sè trovava e l'orditura -e la materia, poi compostele e dal maestro corrette, -se le metteva a mente e le recitava alle pazienti -assemblee. -</p> - -<p> -Distogliere Catone dall'uccidersi, esortare Silla a -smettere la dittatura<a class="tag" id="tag281" href="#note281">[281]</a>, Annibale a non impigrirsi in -Capua, Cesare a stender la mano a Pompeo acciocchè -Roma opponga ai Barbari i due più grandi generali; se -Cicerone deva chiedere scusa a Marc'Antonio; se dar -al fuoco i suoi scritti qualora questi gli lasci la vita a -tal condizione... erano i temi proposti; poi si fa tragitto -a quistioni più attuali, ed ove dalla giurisperizia -sia puntellata l'eloquenza. Una incestuosa precipitata -dalla rupe Tarpea, raccomandandosi a Vesta, campa la -vita: le sarà ritolta? — Marito e moglie giurarono di -non sopravivere l'un all'altro; egli, sazio della donna, -parte e le fa credere d'esser morto; ond'ella balza dalla -finestra; ma guarita e scoperto l'inganno, il padre di -lei dimanda il divorzio; essa non vuole: uno patrocini -il padre, l'altro la moglie. — Tizio raccoglie fanciulli -esposti, li mantiene, ad uno rompe il braccio, all'altro -<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span> -una gamba, e gli invia a mendicare, e s'arricchisce: -accusatelo e difendetelo. — Uno che in battaglia perdè -le braccia, sorprendendo la moglie in adulterio, ordina -al figlio d'uccidere il complice; quegli non obbedisce e -fugge; il padre avrà diritto di diseredarlo? — Uno sale -ad una rôcca per guadagnare il premio proposto a chi -uccide il tiranno; e nol trovando, ammazza il figlio di -esso, e gli lascia in petto la spada; il tiranno, tornato -e visto il caso, cacciasi in seno la spada stessa: l'uccisore -del figliuolo domanda il premio come tirannicida. — Essendo -sfidati dai medici due gemelli, fu chi promise -guarir l'uno se potesse esaminare gli organi vitali -dell'altro; il padre consente; uno è sventrato, l'altro -guarito; ma la madre accusa il consorte d'infanticidio; -gravarlo e difenderlo. — Un padre perdè gli occhi nel -piangere due figliuoli, e sogna che ricupererà la vista -se anche il terzo figlio morrà; palesò il sogno alla -moglie, questa al figliuolo, che appiccossi: il padre -riebbe gli occhi, ripudiò la moglie, la quale si appella -d'ingiusto ripudio. — Uno invaghito della propria -figlia, la dà a custodire ad un amico, pregandolo non -la restituisca per quanto gliela chieda; dopo alcun -tempo gliela chiede, e, avutone rifiuto, s'appicca: vien -denunziato l'amico come causa di tal morte. — Uno -accusato di parricidio, fu assolto; ma impazzito, comincia -ad esclamare: «O padre, t'ho ucciso», il -magistrato lo manda al supplizio come confesso: ma è -accusato d'omicidio. — Un povero ed un ricco erano -amici; muore il ricco, chiamando erede universale un -altro, coll'ordine di dare al povero altrettanto quanto -questo a lui avea lasciato in testamento; s'apre il testamento -del povero, e si trova lo avea costituito erede di -tutti i suoi beni; onde questo domanda tutta l'eredità; -l'erede scritto non vuol dare se non tanto quant'è il -possesso del povero. — È legge (inventata da questi -<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span> -pedanti) che a chi batte il padre, si tronchino le mani: -un tiranno ordina a due figliuoli di maltrattare il padre; -il primo, per non farlo, si precipita dalla rôcca; l'altro, -spinto dalla necessità, oltraggia il genitore ed incorre -nella pena decretata; però chiamato in giudizio perchè -gli siano mozze le mani, il padre stesso lo difende: -arringate per lui e contro di lui. — Un'altra legge del -codice stesso lascia alla fanciulla violentata la scelta fra -voler morto il rapitore, o sposarlo senza recargli dote; -qualcuno ne rapì due, e l'una vuole ch'egli muoja, -l'altra che la sposi: quistionate per le due parti. — Un'altra -legge infligge al calunniatore la pena sofferta -dal calunniato; un ricco e un povero, nemici capitali, -aveano tre figli; ed essendo il ricco eletto generale, il -povero l'accusò di tradimento, di che infuriato il popolo -ne lapidò i figliuoli; il ricco tornato, chiede si uccidano -i figli del povero; questo esibisce sè solo alla pena: -per chi sentenziate? -</p> - -<p> -In tali bizzarrie<a class="tag" id="tag282" href="#note282">[282]</a> pervertivasi il gusto e si forviava -l'immaginazione dei giovinetti romani, distaccandoli -dalla vita comune e dall'abituale forza delle umane -passioni, per avvezzarli al cavillo e all'esorbitanza. A -dritto dunque esclamava Petronio che «nelle scuole i -garzoni si rendono affatto sciocchi, perocchè non vedono, -non odono nulla di ciò che comunemente suol -accadere, ma solo corsali che stanno incatenati sul lido, -tiranni che comandano ai figli di troncare il capo ai -genitori, oracoli che in tempo di peste ordinano d'immolare -tre o più vergini»<a class="tag" id="tag283" href="#note283">[283]</a>. -</p> - -<p> -Così all'eloquenza politica era succeduta la scolastica; -e se non bastava il viluppo della quistione, si aggiungeano -difficoltà d'arte, prefiggendo, per esempio, il -<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span> -vocabolo con cui cominciare o finire il periodo; poi -tutto si dovea sorreggere per figure di parole e di -concetti, per luoghi comuni, ed altre abbaglianti nullità. -</p> - -<p> -Formato per tal guisa un oratore, suprema aspirazione -di lui era il vedersi prescelto a stendere un -panegirico all'imperatore; se pure non si mettesse a -quella <i>lucrosa e sanguinolenta eloquenza</i>, che, conservando -l'antico costume quando tutto era così mutato, -ordiva invettive sul tono con cui Tullio investiva -Catilina e Marc'Antonio, esagerava gli orrori dell'alto -tradimento, tirava alla peggiore interpretazione i fatti -e i detti più semplici, e facea condannare Cremuzio, -Trasea, Elvidio, per ingrazianirsi Tiberio, Nerone, -Vespasiano. -</p> - -<p> -Appena si potesse trar fiato, i buoni s'accordavano -a far guerra a questa eloquenza, ancella della calunnia: -Plinio tonò contro i delatori; Giovenale flagellava i -retori; Tacito, fra le cause dell'eloquenza corrotta, -adombrava anche questa; e la combattè pure Marco -Fabio Quintiliano <span class="sidenote">(42-120?)</span>, il primo che desse lezioni a pubbliche -spese. Spagnuolo allevato a Roma, l'imperatore Domiziano -gli confidò l'educazione de' suoi nipoti, destinati -a succedergli; e sotto gli auspizj di questo dio, come -esso lo chiama, scrisse le <i>Istituzioni</i>, dirette a formare -un oratore. Piace, al petulante greculo o al venale -grammatico opporre l'immagine d'un maestro che -conosce quanto sacro uffizio sia, nel momento che la -gioventù sceglie fra il piacere e il dovere, l'avviarla -co' migliori precetti, coi più belli esempj, e questi poter -tutti dedurre dalla storia nazionale; e alle sante credenze, -alle gloriose idee, alle coraggiose imprese, alla -lotta contro le basse passioni, allo sprezzo del dolore -e del guadagno, all'amor della gloria, al frugale disinteresse -poter soggiungere i nomi degli Scipioni, dei -Fabj, degli Scevola, dei Catoni, <i>patres nostri</i>. Vide -<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span> -Quintiliano a quale infelicità fossero ridotte le lettere -dagli esempj massimamente di Seneca, il quale, essendo -in favore come maestro del principe, avea messo in -disistima lo stile sincero degli antichi per accreditare -quel suo, tutto fronzoli ed arguzie, senza riposo, con -cui a forza d'abilità corruppe l'eloquenza, a forza d'arte -guastò il gusto de' Romani. — Seneca (così egli) era -allora il solo autore che fosse in mano de' giovani, ed -io non poteva soffrire ch'e' fosse anteposto ai migliori, -cui egli non cessava di biasimare, perchè disperava di -piacere a coloro a cui quelli piacessero. I giovani lo -amavano solamente pe' suoi difetti, e ognuno insegnavasi -di ritrarne quelli che gli era possibile; e vantandosi -di parlare come Seneca, veniva con ciò ad infamarlo. -Per verità egli fu uomo di molte e grandi virtù, -d'ingegno facile e copioso, di continuo studio e di gran -cognizioni, benchè alcuna volta sia stato ingannato da -quelli a cui commetteva la ricerca; molti ottimi sentimenti -vi si trovano, e assai moralità: ma lo stile n'è -comunemente guasto, e più pericoloso perchè i difetti -ne sono piacevoli. Se di alcune cose egli non si fosse -curato, se non fosse stato troppo cupido di gloria, se -troppo non avesse amato ogni cosa propria, nè co' raffinati -concetti snervato i gravi e nobili sentimenti, avrebbe -l'universale consenso dei dotti, anzichè l'amor de' ragazzi. -Un ingegno tale, potente a qualunque cosa volesse, -degno era certo di voler sempre il meglio»<a class="tag" id="tag284" href="#note284">[284]</a>. -</p> - -<p> -Accorciammo questo giudizio, in cui Quintiliano non -dà ferita senza medicamento, al modo de' giudizj officiosi; -e spinge la cautela fino a non lasciarti ben comprendere -s'e' lodi o biasimi. Fatto sta che egli affaticossi -di richiamare verso i classici, e far preferire la -nuda forza alla sdulcinata leggiadria, il naturale al -<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span> -parlar per figure<a class="tag" id="tag285" href="#note285">[285]</a>. Pure, nel concetto di lui, eloquente -significava poc'altro che buon declamatore: -diresti non s'accorga mai di ciò che è mancato a Roma -dopo i suoi grandi oratori, il fôro e la libertà; la -sublime destinazione dell'eloquenza o non ravvisa o -paventa, e si trastulla in guardarla siccome un'arte -ingegnosa e difficile, che s'acquista coll'unire alla naturale -disposizione lo studio e la probità, e saper lodare -anche i tempi infelicissimi. -</p> - -<p> -E d'adulazioni egli fu prodigo: poi, sebbene cercasse -uno stile ricco, delicato, vigoroso, ed evitare la negligenza -e l'affettazione che guastano il dritto ragionamento<a class="tag" id="tag286" href="#note286">[286]</a>, -all'opera sua occupò poco meglio di due -anni, e questi nella ricerca delle cose e nella lettura -d'infiniti autori, anzichè a forbire lo stile: intendeva -poi rifarvisi sopra dopo raffreddato il primo ardore -della composizione<a class="tag" id="tag287" href="#note287">[287]</a>, ma le reiterate istanze del -librajo lo distolsero dal prudente proposito. Questa -confessione, colla quale tanti altri dopo d'allora intesero -palliare la propria negligenza, temperi certi eccessivi -ammiratori, i quali non solo in Quintiliano vedono -tutt'oro, ma pretendono infallibili canoni di gusto quei -ch'egli medesimo confessa non abbastanza meditati. -</p> - -<p> -Arringò anche, e le sue dicerie erano ricopiate per -<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span> -venderle lontano<a class="tag" id="tag288" href="#note288">[288]</a>: ma come egli stesso si fosse -lasciato guastare da quei temi artifiziosi, dove il sentimento -si esagerava, e badavasi all'effetto e all'arte, non -all'espressione più sincera dell'affetto, appare fin nel -passo più eloquente del suo libro, quello ove deplora -la morte della moglie diciannovenne e di due figliuoli -già grandicelli<a class="tag" id="tag289" href="#note289">[289]</a>. -</p> - -<p> -Eppure egli era dei migliori maestri; riprovava -questo esercitarsi sopra tesi simulate; con opportuna -censura reprimeva il giovanile rigoglio, e col leggere -i migliori autori, cosa omai disusata, e col moderare -l'idolatria pei classici, avvertendo che «non s'ha a -reputare perfetto quanto uscì loro di bocca, giacchè -sdrucciolano talora, o soccombono al peso, o s'abbandonano -al proprio talento, o si trovano stanchi; sommi -ma uomini». Sopratutto insiste sulla necessità d'essere -<span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span> -probo uomo chi voglia essere buon oratore: il che, se -in un trattato de' nostri giorni sarebbe nulla meglio che -un'esercitazione di moralità triviale, veniva a grande -uopo allora, quando spie ed accusatori valevansi dell'eloquenza -per sollecitare o giustificare la crudeltà dei -regnanti; onde si vuole sapergli grado d'aver conosciuto -il nesso fra la controversia nella scuola e il litigio -nel fôro, ed accennato almen quel tanto che poteva, -egli stipendiato da un brutale imperatore. -</p> - -<p> -Ci venne purdianzi alla penna Marco Cornelio Frontone -numida, giudicato da alcuni neppur secondo a Cicerone<a class="tag" id="tag290" href="#note290">[290]</a>, -e superiore a tutti gli antichi per gravità -d'espressione, ma che per reggersi in credito avea -bisogno che un erudito non venisse a disotterrarne i -frammenti. Sostenne magistrature primarie, e se vogliam -credere al ritratto ch'egli fa di se stesso in una -di quelle congiunture in cui pare che l'affetto non -sopporti la menzogna, meritò veramente colle sue virtù -di diventare maestro di Marc'Aurelio<a class="tag" id="tag291" href="#note291">[291]</a>, e di conservarsegli -<span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span> -amico anche dopo imperatore. Dalle loro -lettere, lasciando che altri vi cerchi pedagogici avvertimenti, -noi caveremo particolarità sull'Italia nostra. — Visitammo -(scrive in una) Anagni; poca cosa oggi, -ma contiene gran numero d'anticaglie, principalmente -monumenti sacri e ricordi religiosi. Non v'è angolo -che non abbia un santuario, una cappella, un tempio; -v'ha libri lintei di materie sacre. Uscendo, leggemmo -sui due lati della porta, <i>Flamine, prendi il samento</i>. -Chiesi a un natìo che volesse dire questa parola; e mi -rispose che in lingua ernica dinota un pezzo di pelle -della vittima, che il flamine si mette sul berretto quando -entra in città». E altrove: — Siamo a Napoli: cielo -delizioso, ma estremamente variabile; ad ogni istante -più freddo, o più caldo, o procelloso. La prima metà -della notte è dolce, come una notte a Laurento; al -cantar del gallo senti la frescura di Lanuvio; verso -l'alba ti pare algido; più tardi il cielo si scalda come -a Tuscolo; a mezzodì fa la caldera di Pozzuoli; poi -come il sole declina nell'oceano, il cielo s'addolcisce e -si respira come a Tivoli: questa temperatura si sostiene -la sera e le prime ore mentre la notte si precipita dai -cieli». -</p> - -<p> -Frontone, vecchio e scarco dalle magistrature, soffrente -di gotta, apriva sua casa ai letterati, che egli -adopravasi di revocare dalle ampolle e dal neologismo -verso la semplicità anteriore a Tullio. Opera difficilissima -giudicava il riuscir eloquente; biasimava coloro -che credono bellezza il rivoltare in diversi modi il concetto -medesimo, come Seneca, come Lucano che i -<span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span> -sette primi versi trascina in dire di voler cantare <i>le -più che civili guerre</i>; domanda che l'autore sia ardito -senza eccesso, e scelga bene le parole. Ma in queste -raccomandava di cercar le meno aspettate e le meravigliose, -cura che di necessità deve condurre all'affettazione<a class="tag" id="tag292" href="#note292">[292]</a>. -Troppo anch'egli seconda il suo secolo -allorquando suggerisce di dire e fare secondo al popolo -piace, metodo che torrebbe ogni orma certa al -gusto<a class="tag" id="tag293" href="#note293">[293]</a>. Forse per indulgenza a questo piacevasi -tanto nel rintracciare immagini, e le raccomandava a -Marc'Aurelio, che gli scriveva come lieta notizia d'esser -<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span> -riuscito a trovarne dieci<a class="tag" id="tag294" href="#note294">[294]</a>. Ma allorchè questi diceva, — Quando -parlai ingegnosamente, mi compiaccio -di me stesso», e' gli replicava: — Più parlerai da -galantuomo, più parlerai da cesare». -</p> - -<p> -Il letterato più degno d'attenzione in quel tempo è -Cajo Plinio Cecilio comasco <span class="sidenote">(61-115)</span>, nipote di Plinio naturalista, -del quale ereditò le sostanze e la passione per gli studj. -Giovinetto fu educato da Virginio Rufo, insigne romano -che preferì all'impero del mondo la quiete decorosa. -Cresciuto da lui con precetti ed esempj di virtù, nella -scuola di Quintiliano si fece all'eloquenza; e di quindici -anni patrocinò, poi sempre trattò cause gratuitamente, -talvolta discorrendo fin sette ore di seguito, senza che -la folla si diradasse. Eucrate filosofo platonico, elegante -e sottile nella disputa, calmo di volto, austero di costumi -come di parola, ostile ai vizj non all'umanità, -incontrato da Plinio nella Siria, l'innamorò della filosofia, -e gl'insegnò che il più nobile scopo di questa è -far regnare tra gli uomini la pace e la giustizia. -</p> - -<p> -Quando il gusto del bello, del giusto, del generoso, -del patriotico più sembrava dileguarsi, consola l'imbattersi -in quest'uomo, appassionatissimo per la gloria e -devoto alla virtù. Immacolato sotto pessimi imperatori, -talvolta levossi ad accusare i ministri e consigliatori di -loro iniquità; maneggiò la giustizia col nobile orgoglio -del galantuomo, eppure ottenne cariche e rispetto; e -non si trovò impreparato quando sorsero tempi migliori. -Al cessare del regno delle spie e de' carnefici, -fu invitato ad onorare e guidare la rigenerantesi società; -<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span> -e gli troviamo le cariche di augure, questore di -Cesare, legato d'un proconsole, decemviro a giudicar -le liti, tribuno della plebe, pretore, flamine di Tito, -seviro de' cavalieri, curatore del Tevere e della via -Emilia, prefetto all'erario di Saturno e al militare, -governatore della Bitinia e del Ponto. Eletto console -l'anno 100, recitò il <i>panegirico</i> a Trajano imperatore, -ossia un ringraziamento. Questa lunga sua fatica aveva -egli, come solea sempre, letta a diversi amici, che -lodavano più le parti ove minore studio aveva adoperato: -di ciò stupivasi egli, senza arrivar a comprendere -quanto bisogno avesse di naturalezza. E davvero quel -suo discorso, tronfio di parole e frasi studiate, forbite, -compassate, è un perpetuo scostarsi dalla maniera semplice -di pensare e d'esprimere, per sorreggersi in una -forzata elevatezza, con pompa d'acuto ingegno, con -pretensione di novità, e antitesi e raffronti inaspettati. -Agli inesperti sembra conciso pel suo periodare frantumato, -mentre in realtà, al pari di Seneca, gira rapidamente -intorno alle idee, ma a lungo intorno alla -stessa. -</p> - -<p> -Il nostro secolo, che non sa più ammirare, si stomaca -di lodi buttate in faccia a un vivo e potente: ma anche -senza di ciò Trajano era tal imperatore da potersi -lodare meglio che con vuote generalità; e un console, -un augure davanti al popolo poteva usare altro che -adulazioni, quali converrebbero a schiavo verso un -tiranno. Trajano serbò amicizia per Plinio, anche giunto -al fastigio della fortuna; e le lettere che gli diresse -mentre governava la Bitinia sono un'importante rivelazione -de' migliori tempi del concentramento imperiale. -E lettere moltissime conserviamo di Plinio stesso<a class="tag" id="tag295" href="#note295">[295]</a>: -<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span> -a troppo gran pezza dalla cara ingenuità delle ciceroniane, -mostransi destinate al pubblico ed alla posterità; -ma anche in quel loro tono accademico e declamatorio -ci rivelano un eccellente naturale, e c'introducono nella -vita, massime letteraria, d'allora. -</p> - -<p> -Plinio era legato con quanto allora vivea di meglio; -e con lui amiamo incontrare Italiani, ben differenti da -quelli con cui ci famigliarizzarono Tacito e i satirici; -un Caninio comasco, che donò una somma per imbandire -un annuo convito al popolo; Calpurnio Fabato, -onorato di somme dignità, che la patria Como abbellì -di un portico, e diè denaro per ornarne le porte; -Pompeo Saturnino, uom giusto, bel parlatore, poeta -da emulare Catullo, che a Como stessa lasciò un quarto -della propria eredità; Virginio Rufo, che quattro volte -console, generale dell'armi romane, vincitore di Giulio -Vindice, ricusò l'impero del mondo, preferendo la -quiete della sua villa d'Alsio nel Milanese. In Aristone -suo tutore Plinio ammirava la frugalità, la prudenza, -la sincerità, lo zelo nel patrocinare altri. Sua moglie -Calpurnia alle doti del cuore univa quelle dello spirito, -leggeva avidamente i libri del marito, ne riponeva in -mente i versi e vi adattava le armonie, andava ascoltarlo -quando parlasse in pubblico. Gloriavasi che la posterità -saprebbe che fu amico di Tacito: — Come l'avvenire -dirà che noi ci amammo, che ci siamo compresi! Aveano -l'età stessa, egual grado, egual rinomanza, dirassi, e a -tante cause d'emulazione la loro amicizia resistette. E -come già ci collocano l'un presso all'altro! già siamo -inseparabili nella pubblica opinione: chi preferisce te -a me, chi me a te: ma venire dopo te è per me una -preminenza»<a class="tag" id="tag296" href="#note296">[296]</a>. -</p> - -<p> -Da Spurina Plinio imparò non solo la giurisprudenza, -<span class="pagenum" id="Page_342">[342]</span> -ma l'ordine e la compostezza; nella casa di questo buon -vecchio ammirando quella regolare occupazione, quella -serenità d'uomo che si accosta al sepolcro. A sette ore -svegliavasi, e subito ripassava i casi di jeri: alle otto -era levato, e faceva una corsa a piedi: dopo l'asciolvere, -ritiravasi nel gabinetto a comporre in greco o in -latino poesie piene di gusto e brio. Fra giorno discorreva, -leggeva, faceasi leggere, raccontava i fatti di cui -era stato testimonio. Alle due prende il bagno, poi -passeggia al sole: quindi giuoca alla palla, per un pezzo -combattendo così la vecchiaja: gettasi poi s'un lettuccio, -ed accoglie gli amici. Ha tavola ricca e frugale, con -argenterie massiccie che rammentano i vecchi tempi. -Durante il pasto discorre e legge, spesso si fa venire -buffoni, commedianti, ballerine, sonatrici inghirlandate -d'amaranto. Così dopo le fatiche del fôro, del sonato, -del campo, il nobile vecchio a settantasette anni conservava -ancora la vista, l'udito, la vivacità, la facile parola. -</p> - -<p> -Protetto dai grandi, Plinio proteggeva amici ed inferiori; -molti giovani, la cui principale passione era -quella dell'istruirsi, esercitava nell'eloquenza, e ajutava -ne' primi passi verso gl'impieghi; dotò la figlia di -Quintiliano per gratitudine di scolaro, e quella di Rustico -Aruleno che «coll'anticipargli elogi aveagli insegnato -a meritarli in avvenire»; fornì lautamente Marziale, -reduce nella Spagna; alla nutrice diede un terreno -che valeva centomila sesterzj, e gliel faceva amministrare -da Vero, suo amico, scrivendogli: — Ricordatevi -che non sono gli alberi e la terra che vi raccomando, -ma il bene di quella che da me li tiene». Corellio -avea sollecitato i primi impieghi per Plinio, e raccomandatolo -a Nerva, e morendo diceva a sua figlia: — Spero -avervi fatto degli amici; contate sopra di -essi, ma più di tutti su Plinio»; e Plinio ne prese la -difesa in una causa. Sottentrò a tutti i debiti del filosofo -<span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span> -Artemidoro, affinchè tranquillo partisse da Roma -quando Domiziano proscrisse i filosofi<a class="tag" id="tag297" href="#note297">[297]</a>. Molti servi -affrancò, agli altri permise di far testamento; per gli -abitanti di Tiferno, ove sua madre possedeva e che lo -avevano adottato, eresse un tempio; largheggiò cogli -Etruschi. Governando la Bitinia, lasciò dappertutto -tracce di sua munificenza; mutò in città il villaggio di -Calcedonia, riparò Crisopoli (Scutari), a Libina rialzò -la tomba d'Annibale: in Nicomedia guasta da incendio -fece ricostruire il palazzo civico e il tempio d'Iside, ed -aprire una piazza, un acquedotto, un canale, e pensava -riunir quel lago al mare: riparò i bagni di Nicea, e vi -pose ginnasio e teatro; un acquedotto a Sinope, uno a -Bitinio, bagni a Tio: a Como mandò pel tempio di -Giove una preziosa statua antica; vi istituì scuole pei -garzoni, contribuendo il terzo della spesa; assegnò cinquecentomila -sesterzj per mantenere fanciulli ingenui, -venuti al meno; fondò una biblioteca presso le terme; -ed altri benefizj, la cui lode sarebbe anche maggiore, -s'egli medesimo non si fosse troppo compiaciuto di -narrarceli. Ma sarem noi così rigorosi a tal vanità? — Se -non meritiamo che di noi si parli (diceva egli -stesso), siamo rimproverati; se meritammo, non ci si -perdona di parlarne noi stessi»<a class="tag" id="tag298" href="#note298">[298]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span> -</p> - -<p> -Ma non soltanto lodi sapeva tesser Plinio, e' s'infervorò -contro i delatori, appena il costoro regno crollò. -Aquilio Regolo, già sollecitatore di testamenti, che poi -in una sola denunzia guadagnò tre milioni di sesterzj -e gli ornamenti consolari, e che avea causato la morte -di Elvidio, si vide da lui ridotto a perdere non solo la -reputazione, ma metà dell'oro, passione sua. Allora -Plinio badò meno all'eleganza che alla forza: ma nello -stendere quell'accusa rileggeva di continuo l'arringa di -Demostene contro Midia<a class="tag" id="tag299" href="#note299">[299]</a>: eppure, potenza del denaro, -poco poi avendo Regolo perduto un figlio, ecco -tutta Roma accorrere a portargli condoglianze in Transtevere, -nella casa improntata d'infamia dall'avarizia e -dalla ricchezza del sordido vecchio. Avea dunque ragione -Giunio Maurico allorchè, alla tavola di Nerva -rammentandosi un Catulo Messalino, spia e provocatore -del regno precedente, e domandando l'imperatore che -ne sarebbe se fosse ancor vivo, con franchezza soldatesca -rispose: — Perdio, sarebbe qui a cena con noi». -</p> - -<p> -Gli antichi ebbero scarso il sentimento delle bellezze -della natura; il paesaggio tra essi non fu meglio che -decorazione; i più gentili quadri di Virgilio traggono -vita dalle figure onde sono popolati. Ma Plinio mostrasi -compreso dalle vaghezze del suo lago e della villa che -v'aveva, e con esso ci dilettiamo ancora cercare quei -platani opachi, quell'insensibile pendìo che guidava alla -sua campagna, quel canale protetto d'ombre ospitali, -dov'esso veniva a cercar riposo dall'assordante operosità -di Roma. Là pesca, là caccia ne' boschi popolati di -cervi e di damme; là comprendeva che non solo Diana, -ma anche Minerva ama le foreste. Arricchito, volle -avere più ville su quel lago, ed una intitolò Commedia -perchè dimessamente situata, quali gli attori comici sul -<span class="pagenum" id="Page_345">[345]</span> -socco, mentre l'altra elevavasi come i tragici sul coturno, -onde la nominò Tragedia: e quella è lambita -dalle acque, questa le domina. Ivi erano appartamenti -per l'inverno e per l'estate, pel giorno e per la notte; ivi -bagni; ivi una fontana intermittente<a class="tag" id="tag300" href="#note300">[300]</a>, che cascava romoreggiando -in una sala decorata di statue, e perdeasi -nel lago, sul quale vogando, suo padre gli raccontava -le storielle de' luoghi, e gli mostrava il terrazzo da cui -una donna, avendo il marito ammalato di incurabile -ulcera, volle mostrargli come si possa sottrarsi ai dolori, -precipitandosi essa nelle onde e seco traendolo. E -questa miserevole disperazione al filosofo parea degna -di monumento quanto la costanza di Arria moglie di -Trasea Peto<a class="tag" id="tag301" href="#note301">[301]</a>. -</p> - -<p> -Viepiù comoda eragli la villa di Laurento a diciassette -miglia da Roma, fra pascoli di pecore, di bovi, di -cavalli, in clima d'eterna primavera e di calma ridente, -ove il sole non si mostra in estate che a mezzo il dì. -Spazioso portico a vetriate, riparo contro la cattiva -stagione, introduce all'abitazione, e attorno praterie -sempre verdi, boschi fantastici, impenetrabili dai raggi -solari. La sala da pranzo si sporge sul mare, e lo -prospetta da tre lati, mentre apre s'un verziere, arricchito -di mori, di fichi pompejani, di rose tarantine, di -legumi d'Aricia, d'erbe per la cucina: a mezzo della -<span class="pagenum" id="Page_346">[346]</span> -galleria trovasi la camera da letto, vicino all'incessante -mormorio d'una fontana: poco lungi è lo studio, al -gran sole, rivestito di marmo e colle lucide pareti -adorne d'uccelli, fiori, fronde, e coi libri che mai troppo -non si leggono e rileggono. La sala è ricreata da una -nappa d'acqua, e l'inverno da un tepidario nascosto -ne' muri. Una scala conduce nel bagno a sole aperto, -un'altra all'ombreggiato. Nè vi mancano il giuoco della -palla, la cavallerizza, una galleria sotterranea dove -ripararsi dalla canicola, una esposta che conduce ad -una fuga di camere sì ben collocate da evitare il sole -dall'una all'altra<a class="tag" id="tag302" href="#note302">[302]</a>. E le cerchiate di platani connessi -dall'edera e dal flessibile acanto, e i viali orlati di bosso -o di rosmarino, e i sedili di marmo caristio, e gli -zampilli d'acqua riuscenti in vasca di bronzo, e il labirinto -verde, e il tempietto di marmo, e le statue, i -mobili, i libri, i cavalli, gli argenti, gli schiavi, ci fanno -meravigliare come tanto potesse avere un privato, che -non era de' più ricchi, e che pur possedeva una casina -a Tusculo, una a Tivoli e a Preneste in commemorazione -di Tullio e d'Orazio. -</p> - -<p> -Compose anche versi; e tuttochè onest'uomo e di -spirito grave e dignitoso, scrisse endecasillabi lascivi, -dei quali si scusa con troppi esempj. Forse egli, come -molti oratori, credeva necessario l'esercizio poetico per -formarsi alla prosa; ma Quintiliano diceva: — La poesia -è nata per l'ostentazione, l'eloquenza per l'utilità. Noi -oratori siam soldati sotto le armi, e non ballerini di -corda; combattiamo per interessi rilevanti, per vittorie -<span class="pagenum" id="Page_347">[347]</span> -serie. L'armi nostre devono brillare e colpire al tempo -stesso; avere il lustro terribile dell'acciajo, non la brunitura -dell'oro e dell'argento. Via quell'abbondanza -lattea, che annunzia uno stile infermiccio; parlate con -sanità». E nitidezza avea sempre Plinio, non sempre -forza. Giornalista officioso della letteratura di quel -tempo, egli c'informa della futilità di quelle consorterie, -che invitate come si trattasse d'aprire un testamento, -si raccoglievano per applaudire non per consigliare, -per divertir sè, non per giovare al poeta. Claudio, -Nerone, Domiziano vi assisteano non solo, ma vi leggeano -tra obbligati applausi. Un codice nuovo erasi -combinato per codeste letture, dove s'insegnava: — Il -lettore dapprincipio appaja modesto, gli uditori indulgenti. -A che con letterarie sofisterie farsi nemico -quello, cui veniste a prestar le orecchie benigne? Più -o meno meritevole ch'e' sia, lodate sempre. Il leggente -presentisi con diffidenza rispettosa, qual l'uso impone; -abbia disposto un complimento, una scusa: — Sta mane -fui pregato di arringare in una causa: non vogliate -imputarmi a dispregio questa mescolanza degli affari -colla poesia, giacchè io soglio preferire gli affari ai -piaceri, gli amici a me stesso»<a class="tag" id="tag303" href="#note303">[303]</a>. -</p> - -<p> -L'autore è di sgraziata voce? affida la recita ad uno -schiavo<a class="tag" id="tag304" href="#note304">[304]</a>. Declama egli stesso? è tutt'occhi all'impressione -che produce sugli uditori, e tratto tratto -fermasi, palesando timore d'averli nojati, e aspettando -che il preghino di proseguire. Ai passi belli, e ancor -più alla fine sorgono gli applausi, divisi anche questi -artatamente in categorie. Nell'una il triviale <i>Bene! -benissimo! stupendo!</i> nell'altra si battono le mani; -nella terza balzasi dal sedile, percotendo del piede la -terra; nella quarta si agita la toga; e così via crescendo. -<span class="pagenum" id="Page_348">[348]</span> -</p> - -<p> -Gli uditori appariglieranno il leggitore ai sommi; il -poeta non dimenticherà un complimento pel giornalista, -e dirà <i>Unus Plinius est mihi</i>; e Plinio giornalista -domani pubblicherà: Mai non ho sentita meglio -l'eccellenza de' tuoi versi». -</p> - -<p> -Una di queste letture è descritta da Plinio ad Adriano: — Io -son persuaso negli studj, come nella vita, nulla -convenga all'umanità meglio che il mescolare il giocoso -col serio, per paura che l'uno degeneri in malinconia -e l'altro in impertinenza. Per questa ragione, dopo -travagliato intorno alle più importanti cose, io passo -il mio tempo in qualche bagattella. E per far queste -comparire ho pigliato tempo e luogo proprio, onde -avvezzar le persone oziose a sentirle a mensa: scelsi -però il mese di luglio, in cui ho piena vacanza; e -disposi i miei amici sopra sedie a tavole distinte. Accadde -che una mattina vennero alcuni a pregarmi di -difendere una causa, allorchè io men vi pensava: -pigliai l'occasione di fare agl'invitati un piccolo complimento, -e porger insieme le mie scuse, se, dopo averli -chiamati in piccol numero per assistere alla lettura -d'un'opera, io l'interrompeva come poco importante, -per correre al fôro, dove altri amici m'invitavano. Gli -assicurai ch'io osservava il medesimo ordine ne' miei -componimenti, che davo sempre la preferenza agli -affari sopra i piaceri, al sodo sopra il dilettevole, a' miei -amici sopra me stesso. Del resto l'opera, di cui ho -fatta loro parte, è tutta varia non solamente nel soggetto, -ma anche nella misura dei versi. E così, diffidente -come sono del mio ingegno, soglio premunirmi -contro la noja. Recitai due giorni per soddisfare al -desiderio degli uditori; nondimeno, benchè gli altri -saltino o cancellino molti passi, io niente salto e niente -cancello, e ne avverto quelli che mi ascoltano. Leggo -tutto, per essere in grado di poter tutto emendare; il -<span class="pagenum" id="Page_349">[349]</span> -che non possono far coloro che non leggono se non -alcuni squarci più forbiti. Ed in ciò danno forse a credere -agli altri d'aver meno confidenza ch'io abbia nell'amicizia -de' miei uditori. Bisogna in realtà ben amare, -perchè non si abbia tema di nojar coloro che sono -amati. Oltreciò, qual obbligo abbiamo a' nostri amici, -se non vengono ad ascoltarci che per loro divertimento? -Ed io stimo ben indifferente ed anche sconoscente colui -che ama più il trovar nell'opere de' suoi amici l'ultima -perfezione, che di dargliela egli stesso. La tua amicizia -per me non mi lascia punto dubitare che tu non ami di -leggere ben presto quest'opera, mentre ch'ella è nuova. -Tu la leggerai, ma ritoccata; non avendola io letta ad -altro fine che di ritoccarla. Tu ne riconoscerai già una -buona parte: quanti luoghi o sieno stati perfezionati, -o, come spesse volte succede, a forza di ripassarli sien -fatti peggiori, ti sembreranno sempre nuovi. Quando -la maggior parte d'un libro è stata variata, pare insieme -mutato tutto il rimanente, benchè non sia»<a class="tag" id="tag305" href="#note305">[305]</a>. -</p> - -<p> -L'avvocato Regolo lesse composizioni famigliari, un -poema Calpurnio Pisone, elegie Passieno Paolo, poesie -leggeri Sentio Augurino, Virginio Romano una commedia, -Titinio Capitone le morti d'illustri personaggi, -altri altro. Plinio si consola o duole secondo che codeste -recite sono popolose o deserte: — Quest'anno abbiam -avuto poeti in buon dato. In tutto aprile quasi non è -passato giorno, in cui taluno non abbia recitato qualche -componimento. Qual piacere prendo che oggidì le -scienze sieno coltivate, e che gl'ingegni della nostra età -procurino darsi a conoscere: quantunque a stento gli -uditori si raccolgano; la maggior parte stanno in panciolle -nelle piazze, e s'informano di tempo in tempo se -chi deve recitare è entrato, o se ha finita la prefazione, -o letta la maggior parte del libro; allora finalmente -<span class="pagenum" id="Page_350">[350]</span> -giù giù vengono allo scanno assegnato; nè però vi si -trattengono tanto che la lettura si finisca, ma molto -prima svignano, chi con finta cagione ed occultamente, -e chi alla libera senz'ombra di riguardo. Non fece così -Claudio cesare, il quale, secondo vien detto, un giorno -mentre andava passeggiando pel palazzo, sentendo -acclamazioni, ed avendo inteso che Novaziano recitava -non so qual volume, subito ed alla sprovveduta entrò -nel circolo degli ascoltanti. Oggi ciascuno, per poche -faccende che abbia alle mani, vuol esser molto pregato; -e poi o non vi va, o andandoci, si lamenta d'aver perduto -il giorno, perchè egli non l'ha perduto. Tanto più -degni di lode sono coloro che non rimangono di scrivere -per la dappocaggine o superbia di questi tali»<a class="tag" id="tag306" href="#note306">[306]</a>. -</p> - -<p> -Da gente che componeva per recitare, recitare a -gente adunatasi per ascoltare, potevasi egli attender -nulla di virile e d'efficace? Nessuno leggeva allora -libri fuorchè l'aristocrazia, onde all'autore non restava -la fiducia di crearsi il proprio pubblico. Nè la scelta -società poteva, come oggi, comprare tante copie d'un -libro, che l'autore ne ritraesse compenso proporzionato -al merito o alla fama. Ciascun signore teneva servi -apposta per trascrivere e legare i libri; il grosso del -popolo non ne usava se non qualcuno preparatogli -dagl'imperatori nelle biblioteche o al bagno: laonde lo -scrittore, mentre insuperbivasi di esser letto ovunque -arrivassero governatori o comandanti romani, si trovava -costretto a mendicare il pane e le sportule da un -patrono, dall'economo di un mecenate, o dal distributore -de' pubblici donativi<a class="tag" id="tag307" href="#note307">[307]</a>. E come conseguirli -altrimenti che lodando? e come lodar dei mostri -<span class="pagenum" id="Page_351">[351]</span> -padroni o de' vigliacchi obbedienti, senza abbassarsi ad -adulare? Quando poi lo scrivere franco menava al -patibolo, quando il segnalarsi eccitava la gelosia degli -imperatori, si trovò più comoda, più utile l'adulazione, -e vi s'andò a precipizio. Il poeta Stazio blandisce non -solo Domiziano, ma qualunque ricco; Valerio Massimo -e Vellejo Patercolo storici esaltano le virtù di Tiberio; -Quintiliano retore, la santità di Domiziano, e, ciò che -al suo gusto dovea costare ancor più, il talento di esso -nell'eloquenza, e lo chiama massimo tra i poeti, ringraziandolo -della divina protezione che concede agli -studj, e d'avere sbandito i filosofi, arroganti al segno -di credersi più savj dell'imperatore. Marziale bacia la -polvere da Domiziano calpestata, e gli par troppo poco -il collocarlo a paro coi numi; Giovenale satirico adula; -adula Tacito severo storico, come adulavano i papagalli -che ad ogni atrio d'illustre casa salutavano il sagacissimo -Claudio e il cavalleresco Caligola. Plinio giuniore -non sa che adulare Trajano; Plinio maggiore adula -Vespasiano; Seneca adula Claudio, e per invitare Nerone -alla clemenza, gli accorda la podestà di uccider tutti, -tutto distruggere, mettendo in certo modo a contrasto -la forza di lui colla debolezza dell'universo, onde ispirargli -la compassione per via dell'orgoglio. -</p> - -<p> -D'altra parte a cotesti stranieri, accorrenti da ogni -plaga del mondo a Roma per godere le munificenze, a -cotesti liberti traforatisi nel senato a forza di strisciare -innanzi ai loro padroni, quali rimembranze restavano -di più franchi tempi, quali tradizioni repubblicane da -svegliare? Vedevano l'oggi, e bastava per divinizzare -i padroni del mondo. -<span class="pagenum" id="Page_352">[352]</span> -</p> - -<p> -Allattata da queste mammelle, come doveva dimagrare -la poesia! la quale, come le altre cose romane, -sviluppatasi non per ispirazione, ma per l'imitazione -de' Greci, somigliò ad un manto maestoso, che, gettato -dapprima sopra una bella statua greca, le dà aria -grande; casca floscio e sfiaccolato quando si ravvolge a -spalle scarne. Sopita sotto i primi cesari, sotto Nerone -si ridesta col furore d'una moda; dotti e indotti, giovani -e vecchi, patrizj e parasiti, tutti fanno versi; -versi ai bagni, a tavola, in letto; i ricchi s'attorniano -di una turba a cui recitarli, e ne pagano gli applausi o -col patrocinio o coi pranzi o colle sportule; a Napoli, -ad Alba, in Roma sono istituiti concorsi annui o quinquennali, -e basta che i versi vadano giusti della misura -per esser trovati, o almen decantati, migliori di quei -d'Orazio e di Virgilio. Tanto si era già lontani dal sentimento -delle bellezze ingenue, eminente in questi; e -l'esagerazione delle idee traeva da quella giusta misura, -di cui essi erano immortali modelli. -</p> - -<p> -Stazio napoletano, non passò anno dai tredici ai -diciannove, che, nelle gare letterarie della sua patria, -non fosse coronato; poi riportò palme nemee e pitie -ed istmiche<a class="tag" id="tag308" href="#note308">[308]</a>; laonde i grandi lo chiamarono dalla -scuola a popolare i loro pranzi, ch'e' ricambiava con -versi per tutte le occasioni. Quando vide in Roma venire -alle mani i fautori di Vitellio con quei di Vespasiano, -e andare in fiamme il Campidoglio, esultò d'occasione -sì opportuna a sfoggiare poesia, e da' suoi contemporanei -fu ammirato che la rapidità della composizione -<span class="pagenum" id="Page_353">[353]</span> -di quel suo poema eguagliasse la rapidità delle -fiamme. -</p> - -<p> -Il genio paterno si trasfuse nel figlio Publio Papinio <span class="sidenote">(61-96)</span>. -V'è nozze? v'è bruno? morì ad uno il delizioso o la -moglie<a class="tag" id="tag309" href="#note309">[309]</a>, all'altro il cane o il papagallo?<a class="tag" id="tag310" href="#note310">[310]</a> Stazio -ha in pronto l'ispirazione. Un ricco va superbo di bellissima -villa; un altro, d'un albero prediletto; l'etrusco -Claudio, di magnifici bagni: Stazio descrive appuntino -quella villa, que' frutti, que' bagni: e secolari genealogie -di doviziosi, che pur jeri ascero dall'ergastolo ai -palazzi. Non v'è accidente così frivolo, per cui non -scendano Dei e Dee: Citerea verrà a dar benigno il -mare ai capelli d'un eunuco che tragittano in Asia; -Fauni e Najadi terranno in cura il platano di Atedio -Miliore. Corrono i Saturnali? Stazio ridurrà in versi il -catalogo di tutti i <i>bellarii</i> che ricambiaronsi gli amici, -e di quelli che a gara profusero a Domiziano, loro -padre e dio. L'ammansato leone di Domiziano fu ucciso -da una tigre, condotta pur ora d'Africa; Abascanzio -propose che il senato ne portasse solenni condoglianze -all'imperatore; e il poeta nostro ne canta i meriti, e -col popolo e col senato compiange il mondo d'aver -perduto la fiera imperiale<a class="tag" id="tag311" href="#note311">[311]</a>. Ecco per quali modi -Stazio meritava corone di pino nei giuochi, oro da -Cesare, applausi alla recita. Non usciva egli mai che -nol seguisse un codazzo d'amici; ed era una festa -quand'esso mandava invitando a udire i suoi versi<a class="tag" id="tag312" href="#note312">[312]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_354">[354]</span> -</p> - -<p> -Crispino, il più caloroso de' suoi ammiratori, allestisce -ogni cosa, invita, infervora, s'abbaruffa coi tepidi, dà il -segno degli applausi, li rattizza se languiscano; mentre -il poeta tira qualche fiacco suono dalle poche corde -che la tirannide lasciò sulla cetra romana. -</p> - -<p> -E qual premio trarrà Stazio dal sì lodato verso? -l'imperiale aggradimento e l'alto onore di baciare il -ginocchio del Giove terrestre: ma se vorrà saziar la -fame, converrà venda una sua tragedia al comico Paride, -poichè ballerini e commedianti hanno ricchezza e -potere, essi creano i cavalieri ed i poeti, e danno quel -che non san dare i ricchi. Gli applausi inebbriano Stazio -a segno, che non s'appaga delle <i>Selve</i> de' suoi componimenti, -ma vuoi compaginare un poema, anzi due. E -vi riesce, se basta l'avere in dodici libri da ottocento -versi l'uno, quanti ne conta la sua <i>Tebaide</i>, fatto l'introduzione -all'altro poema dell'<i>Achilleide</i>, ove intendeva -forse presentarci compito quel Pelìde che in -Omero gli pareva solo schizzato; come chi pretendesse -sminuzzare in una serie di bassorilievi il concetto del -Mosè di Michelangelo. -</p> - -<p> -A Stazio lodano qualche invenzione di stile; uscì -anche talvolta dai luoghi comuni, e seppe trovare caratteri -veri, e delinearli con semplicità e vigore: ma al -sorreggerli sino al fine gli nuoce la facilità, per la -quale in due giorni compose l'epitalamio di Stella in -ducensettantotto esametri. Così svaporava la potenza -d'un ingegno, bello senza dubbio e colto, ma sacrificato -ai vizj del suo tempo, e alla sciagurata abitudine del -contentarsi il pubblico di cose improvvisate, l'autore -degli applausi del pubblico. -</p> - -<p> -Epigramma, come indica la voce stessa, dapprima -fu l'iscrizione che poneasi a qualche statua o monumento; -e tali noi ne trovammo sulle tombe degli Scipioni, -di Ennio, di Nevio (V. l'Appendice I). Ma già fra -<span class="pagenum" id="Page_355">[355]</span> -i Greci era passato ad esprimere pensieri lievi, arguzie, -riflessioni commoventi o esilaranti. Di tal modo ne -fecero molti i Latini d'ogni tempo; ma il più fecondo -e per ogni occasione fu Marco Valerio Marziale <span class="sidenote">(40-103)</span>. Da -Bilbili di Spagna venuto a Roma, si volse per pane a -Domiziano, e metà de' suoi millecinquecento Epigrammi, -distribuiti in quindici libri, sono fetide adulazioni -al tonante Romano, e variate guise di chiedergli -denaro, vesti, pranzi, un rigagnolo d'acqua per la sua -villa<a class="tag" id="tag313" href="#note313">[313]</a>; riducendosi alla condizione di abjetto parasita, -e rinnegando sempre quella dignità morale, che -sola decora i begli ingegni. Giove è posposto a Domiziano -perpetuamente, quasi l'iddio fosse scaduto tanto -di reputazione, da sembrare poco l'essergli paragonato. -Parla del ricostruito Campidoglio? lo dice così suntuoso, -che Giove stesso, mettendo all'incanto l'Olimpo -ed ogni avere degli Dei, non potrebbe raccorre il decimo -del costo. Altrove esorta Domiziano a salire tardi -alla netterea bevanda; che se Giove vuol bearsi di sua -compagnia, venga al convito di lui<a class="tag" id="tag314" href="#note314">[314]</a>. -</p> - -<p> -Eppure queste e peggiori piacenterie non pare rimediassero -alla povertà di Marziale, il quale, colla veste -rifinita e carico di debiti, va accattando qualche lira -e vende i regali per satollarsi di pane, e fa versi su -<span class="pagenum" id="Page_356">[356]</span> -tutte sorta di vivande, affine d'essere invitato ad assaggiarne -alcuna<a class="tag" id="tag315" href="#note315">[315]</a>. E in tali angustie sostenere il peso -della fama! e trovarsi inoltre tribuno onorario, cavaliere -onorario, e padre onorario, cioè senza nè militare, -nè esser censito, nè avere tre figliuoli! Perseveri dunque -a cantare, ad esaltar ogni minimo bene che Domiziano -faccia o che non faccia: poi quando questi è ucciso, -lo bestemmii, e preconizzi Nerva d'essersi conservato -buono sotto un principe ribaldo<a class="tag" id="tag316" href="#note316">[316]</a>, e faccia Giove -meravigliarsi delle disastrose delizie e del grave lusso -del re superbo<a class="tag" id="tag317" href="#note317">[317]</a>. -</p> - -<p> -Le lascivie, di cui bruttò i suoi versi<a class="tag" id="tag318" href="#note318">[318]</a>, vengono -dal medesimo bisogno di adulare; d'adulare non un -uomo solo, ma i pravi costumi di tutta la città; e -quand'anche egli volge in altrui l'arzillo epigrammatico, -il fa con libertinaggio plateale, quasi da altro allora non -potesse eccitarsi il riso, se non da vizj che dovevano far -arrossire. -</p> - -<p> -Eppure costui sembra fosse capace, come Stazio, di -gustare la vita domestica, e di comprendere che la -felicità non consiste nell'oro e nello splendore. — Sai -tu quali cose rendono beato? Una sostanza acquistata -senza fatica e per eredità, un campo non ingrato, il -focolare sempre acceso, nessuna lite, pochi patroni, -quieta mente, naturali forze, corpo sano, cauta semplicità, -conformi amici, facile convito, mensa senz'arte, -notte non ubriaca ma scarca di pensieri, talamo non -<span class="pagenum" id="Page_357">[357]</span> -disaggradevole eppure pudico, sonno che renda brevi -le notti, amar ciò che sei, non agognare di meglio, nè -temere nè bramare l'ultimo giorno»<a class="tag" id="tag319" href="#note319">[319]</a>. -</p> - -<p> -Questo medesimo epigramma, che pure è de' suoi -migliori, quale povertà accusa di poesia in quella enumerazione -fredda senza immagini! Egli stesso diceva -de' suoi versi: — C'è del buon, del mediocre, e assai -del male»<a class="tag" id="tag320" href="#note320">[320]</a>; e gli encomj prodigatigli dai commentatori -indicano quanto si passioni per l'autore chi -invecchiò nel trovargli meriti che non aveva<a class="tag" id="tag321" href="#note321">[321]</a>. Nè -in Marziale si riscontra mai sentimento profondo; e a -quel continuo frizzo o triviale o scipito o lambiccato -nessun reggerebbe, se non fosse la lingua che per lo -più va corretta ed espressiva, quanto poteasi là dove -ogni spontanea ispirazione era sbandita dalla paura di -spiacere ad ombrosi regnanti, o a schizzinosi protettori. -</p> - -<p> -Pure la natura de' suoi lavori, istantanei di concetto -come d'esposizione, lo salva da uno dei difetti più -usuali a' suoi coetanei, il farsi pallidi riflessi degli -scrittori del secolo d'Augusto. Nella baldanza della sua -immaginativa, inventa modi nuovi ed efficaci, e innesta -felicemente ciò che gli stranieri introducevano nello -idioma della dischiusa città; ed estendendosi alla vita -reale e a tutto il mondo romano, ci porge preziose -indicazioni sui tempi, sui caratteri, sulle usanze. -</p> - -<p> -Di Spagna venne pure a Roma Marco Anneo Lucano <span class="sidenote">(38-65)</span>, -ed ebbe tutte le fortune desiderabili; nipote di quei -Seneca che davano il tono alla società letteraria, allievo -di que' grammatici e retori che pervertivano la felice -<span class="pagenum" id="Page_358">[358]</span> -disposizione degl'ingegni. Seneca lo esercitava a comporre -ed amplificare senza pensieri nè sentimenti, -fomentandone la lussureggiante facilità, invece di sfrondarla, -ed esponendolo a quelle pubbliche recite, ove, -recando noja, si buscavano applausi. Nerone suo condiscepolo -lo fece questore prima del tempo, legato, -augure; ma Lucano, avvezzo da fanciullo ai trionfi, osò -competere coll'imperatore e vincerlo: Nerone gli proibì -di più leggere in assemblea, e il poeta indispettito tenne -mano alla congiura di Pisone. Scoperto e preso, denunziò -gli amici e la madre; ma invano colla viltà -tentato conservare la vita, la lasciò eroicamente -(pag. 112). -</p> - -<p> -Il trovarsi perseguitato dispensavalo dalle uffiziali -codardie e dalle accademiche fanciullaggini: chiuso nel -suo gabinetto, poteva comporre originale: e di fatto -egli ritrae del suo tempo più di quegli altri imitatori, -ma non ne palesa che la depravazione del gusto, lo -sfiancamento delle credenze. -</p> - -<p> -Chi attribuisce l'inferiorità della <i>Farsaglia</i> all'avere -scelto un soggetto troppo vicino, che impediva al poeta -le finzioni, essenza della poesia, trae storte deduzioni -da arbitrarj principj. Buon soggetto d'epopea sono le -guerre tra nazioni forestiere, mentre le lotte di dinastie -e le guerre civili e le interne commozioni di Stati convengono -meglio alla rappresentazione drammatica. In -Lucano non ci è presentato che il medesimo popolo, -diviso in due; due protagonisti troppo vicini e somiglianti; -sicchè i fatti non han più una distinzione abbastanza -evidente. Inoltre vuolsi che l'epopea presenti una -lotta più d'entusiasmo che di calcolo, e che trovi la ragione -e la sequela nella storia universale, come quella dei -Greci contro gli Asiatici, de' Cristiani contro i Turchi, dei -Portoghesi contro gl'Indiani: e qui pure difetta Lucano, -poichè la guerra fra Pompeo e Cesare, da lui cantata, è -<span class="pagenum" id="Page_359">[359]</span> -lotta di due sistemi meramente accidentali; e vinca l'uno -o l'altro, l'umanità non v'avrà che vantaggi speculativi. -Il che viepiù risulta dacchè Lucano non seppe nei due -capi personificar la parte che ciascuno sosteneva, e -darvi quell'individualità viva, per cui tutte le azioni -esterne son ricondotte al carattere interno, alla coscienza, -alla risoluzione. Egli poi frantese il soggetto -fin a credere che una battaglia avrebbe potuto ristabilire -l'antica repubblica, cioè rassodare la tirannide dei -patrizj sopra la plebe. Qual eroe di poema cotesto -Pompeo, mediocre sempre, più ancora nell'ultima -guerra, ove misurava se stesso dalle adulazioni che lo -avevano abbagliato? Cesare, forse il più grande dei -Romani, insignemente poetico per l'infaticabile ardimento -e per la popolarità, è da Lucano svisato; e per -rappresentarlo come un furibondo ambizioso, il quale -nel dubbio s'appiglia sempre alla via più atroce<a class="tag" id="tag322" href="#note322">[322]</a>, -ricorre a particolari insulse quanto bugiarde: in Farsaglia -fa che esamini ogni spada, per giudicare il -coraggio di ciascun guerriero dal sangue ond'è lorda; -spii chi con serenità o con mestizia trafigge; contempli -i cadaveri accumulati sul campo, e neghi ad essi i -funebri onori; e imbandisca sur un'altura per meglio -godere lo spettacolo dell'umano macello. Ma può far -con questo che Cesare non appaja il protagonista dell'azione? -e di Pompeo vede altro il lettore se non le -blandizie onde lo careggia il poeta, col tono stesso -onde piaggiava Nerone? -</p> - -<p> -Lavorando di partito non di giudizio, impicciolisce -le grandi contese coll'arrestarsi attorno ad accidenti -momentanei; come nelle gazzette, tu vi ritrovi esaltate -le piccole cose, non capite o vilipese le maggiori, trattenuta -l'attenzione su particolarità inconcludenti, e sviata -<span class="pagenum" id="Page_360">[360]</span> -da ciò che è capitale; nè vi riconosci il cuor dell'uomo -colle mille sue rinvolture, colle infinite gradazioni fra -cui ondeggia la natura umana, ma inflessibili virtù o -mostruose tirannie. Quasi non basti l'orrore d'una -guerra <i>più che civile</i>, devono vedersi le serpi andare -in frotta pei libici deserti; le piante d'una selva non -cadranno sebben recise, tanto son fitte; nelle battaglie, -stranamente micidiali, a ruscelli scorrerà il sangue, i -morti resteranno in piedi tra le file serrate, piaghe -apriransi come l'antro della Pitia, il grido dei combattenti -tonerà più che il Mongibello. Al modo dei retori, -moltiplica descrizioni e digressioni di tenuissimo appiglio: -e per verità in queste soltanto si mostra poeta; -ma scarso di giudizio e di gusto, al difetto di varietà -vorrebbe supplire coll'erudizione, all'entusiasmo e alla -dignità colla ostentazione di massime stoiche, al sentimento -della natura morale colle particolarità della materiale. -Spesso ancora il pensiero è appena abbozzato -o incomprensibile: uniforme il color negro, talora -esercitato sopra particolarità schifose, sopra analisi di -cadaveri in decomposizione, sopra una maga che stacca -un impiccato dalla forca, snodandone la soga coi denti, -e ne fruga gl'intestini, e resta sospesa pei denti a un -nervo che non si vuol rompere<a class="tag" id="tag323" href="#note323">[323]</a>. Il verso, talora -magnifico, più spesso va duro e contorto: soverchie -le particolarità, dalle quali se egli mai si solleva al -grande, dimentica l'arte di arrestarsi e travalica. Chi -<span class="pagenum" id="Page_361">[361]</span> -di noi non si sentì infervorato a quel suo ardore di -libertà, alla franchezza stizzosa delle parole? ma se ti -addentri, non vi trovi nulla meglio di quel che tutti i -Romani colti d'allora provavano, aborrire le guerre -civili per ignavia o spossatezza; ribramare l'antica -repubblica, non per intelligenza delle istituzioni sue, -ma perchè come esercizj di scuola i pedanti proponevano -gl'innocui elogi di Bruto e di Catone ai futuri -ministri di Nerone e Domiziano. -</p> - -<p> -Era frutto naturale delle costoro discipline un poema -dove o si vituperassero gli Dei imputandoli delle sventure -della patria, o s'imprecasse alle discordie cittadine, -osservate nel loro aspetto più superficiale, l'uccidersi -cioè tra padri e fratelli; salvo a lodare le intempestive -virtù di Catone che a quelle tanto contribuì, e preporre -il giudizio di lui alla decisione degli Dei<a class="tag" id="tag324" href="#note324">[324]</a>. E agli -Dei, cui Roma più non credeva, non era possibile attribuire -un'azione in quell'epopea, laonde il poeta vi surrogò -un soprannaturale del genere più infelice: ed ora -la patria, in sembianza di vecchia, tenta rimover Cesare -dal Rubicone; ora i maghi resuscitano cadaveri per -cavarne oracoli; ora indovinamenti di Sibille, o presagi -naturali; e mentre s'impugna la provvidenza<a class="tag" id="tag325" href="#note325">[325]</a>, adorare -la fatalità, che esclude e la rassegnazione e la -speranza; incensar la Fortuna, diva arbitra degli umani -avvicendamenti, al fondo de' quali non v'è che la desolazione -e il nulla. È conseguente se preconizza la -morte come un bene che dovrebbe concedersi solo ai -<span class="pagenum" id="Page_362">[362]</span> -virtuosi<a class="tag" id="tag326" href="#note326">[326]</a>, un bene perchè assopisce la parte intelligente -dell'uomo, e lo conduce non nel beato Eliso ma -nell'oblivioso Lete<a class="tag" id="tag327" href="#note327">[327]</a>. -</p> - -<p> -Ci dicono che bisogna scusarne i difetti perchè morte -gli tolse di dar l'ultima mano. Ma la lima avrebbe -potuto mutare il generale concetto? dargli i dolci lampi -d'un'immaginazione vera, d'un affetto sincero? e pari -sventura non era accaduta a Virgilio? Però la lingua -epica che Virgilio aveagli trasmessa di prima mano, fu -da Lucano pervertita, come la prosastica da Seneca; -ciò che il primo avea detto con limpida purità, egli -contorce ed esagera; affoga tutto in una pomposa miseria -di voci, d'antitesi e di ampolle, dove sempre la -frase è a scapito del pensiero, l'idea è sagrificata alla -immagine, il buon senso all'armonia del verso. -</p> - -<p> -Eppure di fantasia e di facoltà poetica era meglio -dotato che Virgilio: ma questo ebbe l'accorgimento di -gettarsi su tradizioni non discusse e care ugualmente -a tutta la nazione; Lucano si fermò ad un fatto, su cui -discordavano opinioni e interessi. Virgilio adulò, ma -più Roma ancora che i suoi padroni; Lucano, rassegnato -ad obbedire a Nerone, esaltava uno che non era l'uom -del popolo, e che al più destava simpatie patrizie. Virgilio -fece egli stesso il suo poema; il poema di Lucano -fu fatto da quelle conventicole d'amici e compagnoni, -che guastano colle censure e colla lode. Virgilio covò -nel segreto l'opera propria, e tanto ne diffidava, che -morendo ordinò di darla alle fiamme: Lucano, ebbro -<span class="pagenum" id="Page_363">[363]</span> -degli applausi riscossi ad ogni recita, assicurava se -stesso che i versi suoi, come quelli d'Omero e di Nerone, -sarebbero letti in perpetuo<a class="tag" id="tag328" href="#note328">[328]</a>, e morendo li -declamava, quasi per confermare a se stesso che, chi -gli toglieva la vita, non gliene torrebbe la gloria. Virgilio -rimarrà il poeta delle anime sensitive: Lucano -sarà il precursore di quella poesia satanica, che vantasi -invenzione del secol nostro, nudrita di sgomenti e di -disperazione, di tutto ciò che spaventa o desola, e che -compiacesi di scandagliar le piaghe dell'anima, dell'intelligenza, -della società per istillarvi il veleno della -beffa e della disperazione. -</p> - -<p> -E noi tanto rigore gli usiamo perchè quei difetti sono -pure dell'età nostra, e perdettero e perderanno altri -eletti ingegni. -</p> - -<p> -Nè più che qualche lode di stile concederemo ad -altri epici, i quali, sprovvisti del genio che sa e inventare -e ordinare, sceglievano i soggetti non per impulso -di sentimento, ma per reminiscenza e per erudizione, -e sostenevansi nella mediocrità coi soliti ripieghi dell'entusiasmo -a freddo, e colle descrizioni, abilità di chi -non ha genio. Tutto ciò che è mestieri ad un poema, -tu trovi negli <i>Argonauti</i> <span class="sidenote">(111)</span> di Cajo Valerio Flacco -padovano, nulla di ciò che vuolsi ad un poema -bello; non il carattere dei tempi, non l'interesse -drammatico, non la rivelazione del grande scopo di -quell'impresa, degna al certo d'occupare una società -forbita e positiva. Non lascia sfuggire occasione di -digressioni; accumula particolarità di viaggi, d'astronomia; -con erudizione mitologica portentosa sa dire -<span class="pagenum" id="Page_364">[364]</span> -appuntino qual dio o dea presieda alle sorti di ciascuna -città od uomo, quanti leoni figurino nella storia d'Ercole, -in qual grado di parentela stia ogni eroe coi -numi, e la precisa cronaca degli adulterj di questi; e -l'espone senza nè l'ingenuità de' primi tempi che fa -creder tutto, nè la critica degli avanzati che investiga -il senso recondito. Anche nello stile barcolla fra le reminiscenze -de' libri e l'abbandono famigliare, che però -non lo eleva alla naturalezza. Messosi sulle orme del -greco Apollonio da Rodi, corre meglio franco ed elegante -quando se ne stacca<a class="tag" id="tag329" href="#note329">[329]</a>. -</p> - -<p> -Più accortamente Cajo Silio Italico <span class="sidenote">(25-95)</span>, di Roma o d'Italica -in Ispagna, scelse a soggetto la <i>Guerra punica</i>; -ma sfornito d'immaginazione, farcisce in versi ciò che -da Polibio fu narrato sì bene, e da Livio in una prosa -senza paragone più ricca di poesia che non l'epopea -di Silio. Il quale, ligio alla scuola, v'aggiunse di suo -un soprannaturale affatto sconveniente, e finzioni inverosimili -che per nulla rompono il gelo perpetuo, mal -compensato dall'accuratezza di alcune descrizioni. Conosceva -a fondo i migliori; di Cicerone e di Virgilio era -tanto appassionato, che comprò due ville appartenute -ad essi, ed ogni anno solennizzava il natalizio del cantore -di Enea: ma il suo era culto di divinità morte, e -sacrificava la propria intelligenza per pigiarla in emistichj -tolti ai classici, faceva nascere i pensieri a misura -delle parole, e a forza d'erudizione e di memoria riempì -la languida vanità di quell'opera<a class="tag" id="tag330" href="#note330">[330]</a>, la quale non ha -<span class="pagenum" id="Page_365">[365]</span> -tampoco i difetti che abbagliano ne' suoi contemporanei, -e che da alcuni sono scambiati per bellezze. Plinio -Cecilio, amico e lodator suo, confessa che <i>scribebat -carmina majore cura quam ingenio</i>, e che acquistò -grazia appo Nerone facendogli da spia, ma se ne redense -con una vita virtuosa, e tornò in buona fama. Console -tre volte, proconsole in Asia sotto Vespasiano, colle -mani monde di latrocinj ritirossi in Campania, comprando -libri, statue, ritratti, curiosità di cui era avidissimo: -ma preso da malattia incurabile, si lasciò -morire, come allora parea virtù. -</p> - -<p> -Terenziano Mauro fece un poema sulle lettere dell'alfabeto, -le sillabe, i piedi e i metri, con tutto l'ingegno -e l'eloquenza di cui sì ritrosa materia poteva essere -suscettibile; e giovò a farci conoscere la prosodia -latina, giacchè al precetto accoppiando l'esempio, usa -man mano i versi di cui parla. Lucilio giuniore, amico -di Seneca, cantò l'<i>Eruzione dell'Etna</i>. Conosciamo sol -di nome i lirici Cesio Basso, Aulo Settimio Severo, Vestrizio -Spurina; e forse sono di quell'età i distici morali -(<i>Disticha de moribus ad filium</i>) di Dionisio Catone, -che nel medioevo ebbero molto corso. Le egloghe -danno a Giulio Calpurnio Siculo il secondo posto fra i -bucolici latini, ma ad immensa distanza da Virgilio; -non come questo introduce pastori ideali, sibbene veri -mietitori, boscajuoli, ortolani semplici e rozzi, cui imita -fin nei modi di dire. Ha interesse storico la settima, -ove un pastore, tornato da Roma, narra i combattimenti -che vi ha veduti nell'anfiteatro. -</p> - -<p> -Ma in tanti poeti cerchereste invano uno di quei -passi sublimi o patetici, che accelerano il battito del -cuore, o dilatano il volo dell'immaginazione; qualche -<span class="pagenum" id="Page_366">[366]</span> -giusta e viva pittura di caratteri e di situazioni reali -della vita e del cuore. In abbondanza, in dovizia di sentimenti -vincono talvolta quelli del secol d'oro: ma -esalano in sentenze ed immagini, anzichè tener dietro -al progresso d'una passione; pongono l'arte nel voltare -e rivoltare l'idea sotto tutti gli aspetti ond'è capace, -vincere le difficoltà descrivendo ciò che non n'ha bisogno; -e dove la parola propria o qualche calzante epiteto -basterebbero, sfoggiano scienza ed anatomia, che guastano -l'effetto dell'immaginazione, e tolgono il bello col -mostrare d'andarne in caccia. -</p> - -<p> -Prediletto spettacolo erano ancora il circo e la ginnastica, -portati all'eccesso; Caligola, Caracalla, perfino -Adriano scesero nell'arena; Comodo assaliva colla spada -gladiatori armati di legno; si vollero atleti che si colpissero -alla cieca; Domiziano fece lottare nani e donne; -sotto Gordiano III, duemila gladiatori ricevevano stipendio -dal pubblico; nel circo offrironsi battaglie d'interi -eserciti, ed una navale da Elagabalo in canali ripieni -di vino. Di mezzo a questi sanguinosi clamori poteva -prosperare l'arte drammatica? Meglio fu favorita la -pantomima, ove gl'imperatori non aveano a temere i -fulmini della parola. -</p> - -<p> -Alcune tragedie, gonfie di declamazioni e vuote di -quel che appunto costituisce il dramma, cioè l'azione, -la vita animata, corrono sotto il nome di Seneca: ma -sono opera d'uno o più Stoici, d'immaginazione senza -giudizio, d'ingegno senza gusto, i quali fan parlare e -morire la vergine Polissena e il fanciullo Astianatte -come un Catone in Utica; eppure vi spruzzolano le -empietà di moda, proclamando che tutto finisce colla -morte<a class="tag" id="tag331" href="#note331">[331]</a>. Passione falsa, contraddittoria, sempre -<span class="pagenum" id="Page_367">[367]</span> -esagerata e nel bene e nel male; preferita la dipintura -del furore, i caratteri atroci, i colori strillanti alla tranquilla -armonia de' quadri e al graduale procedere delle -passioni; fin dal cominciamento lo spettatore deve -restare attonito, atterrito, nè mai trovar riposo. Le -donne medesime hanno musculatura maschile, forsennati -furori, amor materiale, tanto che Fedra invidia -Pasifae, esclamando, — Almeno ella era amata!» -</p> - -<p> -Destinate alle solite declamazioni non al teatro, in -quelle tragedie non sono nè concatenate le scene, nè -variati i caratteri, nè giustificate le situazioni; bensì -tragicamente coloriti i racconti, e sparsi di modi e -pensieri arditi e franche sentenze, che quantunque ivi -si trovino per lo più fuor di posto, parvero degne -d'imitazione a Corneille, a Racine, ad Alfieri, a Weisse. -Forse da esse venne alle moderne tragedie quell'aria -di declamazione che tanto le slontana dai greci modelli, -e quelle risposte concise ed epigrammatiche, le quali -dappoi sembrarono bellezze<a class="tag" id="tag332" href="#note332">[332]</a>. -</p> - -<p> -Non l'espressione de' sentimenti dell'anima, come -nella lirica; non la magnifica esposizione, come -nell'epopea; ma un'idea generale del bene, applicata -<span class="pagenum" id="Page_368">[368]</span> -argutamente a particolarità moderne, costituisce la -satira. Era perciò eminentemente propria de' Romani, -che dietro di sè aveano un'età, popolarmente dipinta -come sobria e pudica; sicchè viepiù risaltava il disaccordo -fra la morale astratta e il mondo reale. -</p> - -<p> -Ma la pericolosa abilità della satira rado giova o non -mai, produce nemici, e trae spesso a saettare ciò che -maggiormente rispettar si dovrebbe, la virtù, le profonde -convinzioni, la disinteressata attività. Solo un -cuore benevolo e la evidente intenzione del miglioramento -possono acquistarle lode: or questo trovasi nei -satirici latini? Essi meritano speciale attenzione, perchè -un tal genere più d'ogni altro risente l'influsso del -tempo, da cui trae la materia, i colori, la vita. All'età -di Mario, quando gran parte ancora conservavasi dell'antica -rozzezza, quantunque la digrossassero le mode -greche, e al vizio, irruente coll'allettamento della novità, -si opponeva la sdegnosa repressione delle antiche virtù, -comparve Lucilio, che con modi plebei e festività plateale -e sali caustici più che lepidi, attaccò men tosto i -difetti che le persone di qualunque grado o stirpe. Al -tempo d'Orazio, la civiltà greca era prevalsa col corredo -de' vizj eleganti, e colla conseguenza delle guerre civili, -<span class="pagenum" id="Page_369">[369]</span> -delle proscrizioni, del mutamento di repubblica in -impero. Dove era riuscita inefficace la disciplina dei -censori, poteva il satirico lusingarsi di porre un freno -alle voluttà, al lusso, all'ingordigia? Orazio, il cui fino -gusto comprendeva che la cosa da evitare di più è -l'inutilità, s'accontentò di porgere verità d'esperienza, -precetti parziali di qualità casalinghe, lezioni minute -che s'imparano solo coi capelli bianchi: ma ingegnoso -a scorgere i difetti, arguto a dipingerli, non si propone -di farli aborrire; vuol trovare di che ridere, anzichè -condurre altrui all'austerità; imitando Augusto nel lodare -le virtù vecchie ed abbracciare i vizj nuovi, alla -corruzione fa omaggio col mostrare d'abbandonarvisi -egli stesso a capofitto. In lui trapela il sereno d'una -società che si rallieta dopo lunghi patimenti, si riposa -da fiere convulsioni, e promettesi lunga durata; e Orazio, -non mordendo, ma solleticando, mira piuttosto a smascherare -quelli che si danno aria di virtuosi, e avvezzare -ad un viver tranquillo e gajo, a sprezzar le ricchezze, -la potenza, tutti que' desiderj che turbano la calma; -accontentarsi del proprio stato, e cogliere fiori in -sulla via. -</p> - -<p> -I tempi erano peggiorati col sistema imperiale, e -alla corruttela traboccante non poteasi opporre che il -ferreo argine dello stoicismo, irreconciliabile col vizio, -armato di inflessibili sentenze. Decimo Giunio Giovenale <span class="sidenote">(42-122?)</span>, -ispirato dal dispetto, non ride, ma si corruccia; non -saltella da cosa a cosa, ma fila la sua tesi a modo dei -retori, severo per proposito fin nella celia. Se però -t'addentri, sotto la generosa indignazione scopri un -declamatore, onesto se vuoi, ma che calcola sempre, -non sente mai; protesta vigorosamente contro la corruzione, -ma quando sotto Trajano la franchezza non -recava pericolo; e sentenzia di pazzo chi per compiere -una grande azione mette a repentaglio la sicurezza -<span class="pagenum" id="Page_370">[370]</span> -proveniente dall'oscurità o dalla scempiaggine: e quel -suo finire una violenta declamazione con una comparazione -arguta o con una lambiccata<a class="tag" id="tag333" href="#note333">[333]</a>, ti lascia in -dubbio s'e' parli da senno o da beffa. -</p> - -<p> -Nelle sedici sue <i>Satire</i> intende abbracciare tutto -quel che gli uomini pensano, fanno, patiscono<a class="tag" id="tag334" href="#note334">[334]</a>. -Nella prima rimpiange l'antica libertà della parola; -ond'egli, per cansar pericolo, l'accoccherà solo a morti. -La seconda rimorde i filosofi, severi all'esterno, corrotti -dentro; e i grandi, modelli di depravazione. Delle -più vive è la terza, ove ritrae gl'impacci di Roma e gli -scomodi d'una metropoli. Una mette in canzonella i -senatori, gravemente convocati da Domiziano per decidere -sul migliore condimento d'un pesce: una le donne -vane, imperiose, dissimulate, libertine, avide, superstiziose: -una chi ripone la nobiltà nei natali, non nel merito. -Or invitando un amico a cena, gli porge la distinta -dei cibi, per elogio della frugalità e rimprovero del -lusso; or festeggia un amico scampato dal naufragio, -e perchè non si creda interessata la gioja, assicura che -quello ha figli, donde si fa passaggio a ritrarre gli -<span class="pagenum" id="Page_371">[371]</span> -artifizj con cui si uccellava alle eredità de' celibi<a class="tag" id="tag335" href="#note335">[335]</a>. -</p> - -<p> -Egli ci mostra Roma piena di Greci, che, capitati con -un carico di fichi e prugne, si posero ad ogni mestiero; -grammatici, retori, geometri, pittori, medici, auguri, -saltambanchi, maghi, adulatori che lodano i talenti -d'uno scemo, pareggiano ad Ercole uno sciancato, encomiano -vilmente e son creduti, e si vendicano della vinta -patria col corrompere la vincitrice. Al cliente, coricato -al desco col patrono, tocca la continua umiliazione di -vedere a questo il pan buffetto e il vin pretto o l'acqua -limpida; a sè una focaccia di farina muffa, acqua -fangosa, e il profumo dei frutti e delle delicature, e le -celie del signore, per corteggiare il quale egli innanzi -l'alba lasciò moglie e figli, e venne a batter la borra -sul freddo lastrico del palazzo. Il ricco ammira il poeta, -gli presta la sala per leggere i versi, e i liberti per -applaudirlo, ma poi lo rimanda a dente secco: lo storico -riceve poco più d'uno scrivano: al grammatico è -decimato il salario dall'ajo o dall'economo. È di moda -l'avvocato che si fece fare il busto e la statua, che ha -otto portinaj e non so quanti anelli, e la lettiga dietro -e un codazzo d'amici: mentre l'altro, il quale non è -che onesto, riceve in premio delle sue fatiche un prosciutto -secco, cattivi pesci, e vino colla punta; o se -tocca una moneta, dee dividerla coi mediatori che gli -procurarono l'avventore. -</p> - -<p> -Tutto ciò espone Giovenale in tono di predica e febbricitando -d'indignazione, con amara beffa e stizzoso -<span class="pagenum" id="Page_372">[372]</span> -flagello. Ingegno nello scegliere le circostanze, robustezza -nel colorire non gli mancano; nelle composizioni -d'età matura va più pacato, e lascia prevalere il riso -allo sdegno; adopera linguaggio dotto, copioso, non -mai vulgare. Chi però volesse da lui desumere la vita -privata de' Romani, per riscontro alla pubblica dipinta -da Tacito, resterebbe illuso da quest'onesto mentitore, -che vede da falso punto, ed espone iperbolico e declamatorio. -I tempi chiedeano ben altro che il riso d'un -poeta: nè riformarli poteva uno, che, mentre si querela -della negletta religione, la toglie in beffe<a class="tag" id="tag336" href="#note336">[336]</a>; che a -turpissimi vizj oppone aforismi cattedratici d'una virtù -assoluta, generica, vaga<a class="tag" id="tag337" href="#note337">[337]</a>; che per consolazione ai -patimenti non sa suggerire se non il forte animo e il -disprezzo della morte. Messe a nudo le miserie del -povero, proprie di tutte le età o speciali di quella, qual -voto fa egli? che tutti i poveri antichi si fossero da sè -esigliati da Roma<a class="tag" id="tag338" href="#note338">[338]</a>. Non ne potevano dunque restar -giovati i coetanei suoi: quanto ai posteri, leggendo si -consolano d'esser fatti tanto migliori, ma tornano ad -Orazio, de' cui mezzi caratteri trovano spesso il riscontro -ne' mezzi uomini contemporanei. -</p> - -<p> -Dopo che Orazio diede un esempio inarrivabile di -scrivere la satira con modi piani e popolari (<i>sermones -per humum repentes</i>), ai successivi fu rituale uno stile -rotto e manierato: ma Giovenale nel verso, nelle frasi, -nelle parole stesse sorpassa tutti per originale rigidezza, -<span class="pagenum" id="Page_373">[373]</span> -acquisita con assiduo studio; non voce, non passaggio -inutile, non verbo che non cresca vigore, non imitazione -che sacrifichi il pensiero alla frase; nulla di semplice, -di affabile; non lingua appresa dal popolo, ma -decretata dai grammatici e dai retori. -</p> - -<p> -Nato ad Aquino, educato nelle solite scuole di -declamatori, fin a quarant'anni attese ai tribunali: -avendo poi recitato ad alcuni amici una satira contro -di Domiziano e di un poeta a lui ligio, gli applausi che -ne riscosse lo drizzarono a questo genere. Adriano, -credendosi preso di mira in alcuni frizzi di lui, lo -mandò in Egitto già ottagenario, dandogli per celia il -comando d'una coorte. Ivi morì di noja e di rammarico. -</p> - -<p> -Aulo Persio Flacco <span class="sidenote">(34-62)</span>, orfano di famiglia equestre volterrana, -a dodici anni venne a Roma sotto i soliti sciupateste; -ma a ventott'anni morì. Anneo Cornuto suo -maestro ne pubblicò le satire, sopprimendo ciò che -credette cattivo o pericoloso; ed eccitarono viva ammirazione, -forse per quel sentimento che tante speranze -fa sorridere dalla tomba d'un giovane. Ma l'esperienza -e le correzioni avrebbero potuto togliervi l'affettata -pienezza, o dargli l'immaginazione, senza cui poesia -non è? -</p> - -<p> -Sarebber esse a dire un sermone solo, trinciato poi -dal suo raffazzonatore in sei prediche sopra soggetti -morali, oltre una prefazioncella. Nella prima, egli burla -il ticchio di far versi e il mal gusto in giudicare: nella -seconda, dardeggia la frivola incoerenza de' voti onde -i mortali sollecitano gli Dei: nella terza, i molli giovani -aborrenti da ogni seria occupazione: la quarta morde -la presunzione onde tutti credonsi capaci di tutto e -principalmente di governar gli Stati: nella quinta esamina -qual uomo sia veramente libero, e conchiude il -savio: l'ultima punge gli avari, che negandosi il necessario, -accumulano per eredi scialacquatori. -<span class="pagenum" id="Page_374">[374]</span> -</p> - -<p> -Come Orazio, Giovenale avea dedotto le sue satire -dall'osservazione propria, dalla conoscenza della vita: -Persio invece soltanto dalle scuole. Guasto nel midollo -dallo stoicismo di queste, sprezza non solo il superfluo, -ma il necessario<a class="tag" id="tag339" href="#note339">[339]</a>; fa colpa del più innocente atto, -se la ragione non vi assenta<a class="tag" id="tag340" href="#note340">[340]</a>; all'uomo intima non -esser lui libero, perchè ha passioni; condanna i raffinamenti -della civiltà, il vestir bene e l'usare profumi. -</p> - -<p> -Ah! ben altri vizj deturpavano il suo tempo; infamia -di delatori, avvilimento del senato, insolenza di liberti, -stravizzo e bassezza di tutti. Ma Persio non sapeva -nulla di ciò, perchè nulla gliene avevano detto nella -scuola; solo udito in generale che il secolo era corrotto, -si prefigge di manifestare il suo ribrezzo con -aerea e filata discussione da gabinetto, sovra argomenti -prestabiliti, non su quelli che, cadendogli sott'occhio, -lo stizzissero od ispirassero. Con quella superba generosità -vede e parla esagerato; insiste sulla medesima -tesi, comunque simuli arditi passaggi e dure inversioni; -cerca minuzie e sottilità e figure retoriche e tropi, anche -quando sembra passionato. -</p> - -<p> -Orazio, uom di mondo, urtante e riurtato dagli uomini, -è sempre l'autore del momento, nè diresti avesse -già pensato jeri a quel che getta sulla carta allorchè -il vizioso o il malaccorto gli dà tra' piedi; ti porta sul -luogo; al vizio attribuisce persona e nome, sicchè tu lo -conosci, e le particolarità sfuggono meno alla mutata -posterità. Persio invece sta sulle generali, con pitture -vaghe e costumi e scene e personaggi indeterminati; -argomenta scolasticamente ove gli altri due discorrono -<span class="pagenum" id="Page_375">[375]</span> -saltuariamente; e le poche volte che cerca il drammatico -andamento di Flacco, diventa oscuro ancor più -dell'usato; talchè l'attribuire le botte e le risposte a -quest'interlocutore piuttosto che a quello, è laborioso -indovinamento de' commentatori. Ai quali pure diè fatica -quel suo stile ambizioso, ove mancando sempre -d'immagini, e non sapendo vestire i concetti filosofici -reconditi, la sterilità delle idee dissimula sotto una lingua -bizzarra, congegnata di parole piene pinze. Il suo -verso è sonoro, ma spesso ambiguo: e se Lucilio imitò -i Greci, e Orazio imitò Lucilio, Persio imita Orazio, -catena nella quale egli rimane troppo dissotto; perocchè -in Orazio troviam sempre begli argomenti, trattati -con arte squisita, varietà somma, digressioni felici, e -l'arte di coprir l'arte. Quindi egli è sempre venusto, -Giovenale austero, Persio arcigno; egli pien di lepidezze, -Giovenale di sarcasmo, Persio d'ira; l'uno persuade, -l'altro scarifica, il terzo filosofeggia: sicchè -amiamo il primo, temiamo il secondo, il terzo compassioniamo. -</p> - -<p> -Oltre queste satire, e quella che Sulpicia moglie di -Galeno scrisse <i>de corrupto reipublicæ statu</i> quando -Domiziano cacciò d'Italia i filosofi, ne correano in Roma -altre democratiche, libera espressione di sdegno le più -volte, d'applauso talora, progenitrici delle odierne -pasquinate, e i cui autori restavano incogniti, ma più -nazionali che le poesie letterarie<a class="tag" id="tag341" href="#note341">[341]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_376">[376]</span> -</p> - -<p> -Altri colori a dipinger la vita domestica de' Romani -somministra Petronio Arbitro marsigliese nel <i>Satyricon</i> <span class="sidenote">(66)</span>, -misto di prosa e di versi (pag. 137). Suppongono -costui fosse ministro delle voluttà di Nerone, e le -descrivesse; ma pare che, più d'un secolo dopo, qualche -curioso ne trascrivesse i passi che più gli piacevano -e che soli a noi arrivarono, sconnessi, oscuri, aggrovigliati, -donde non trapela altra intenzione se non di -abburattare libertinamente il libertinaggio del suo -tempo, corrompendo con aria di riprovar la corruzione, -ed ubriacandosi nell'orgia comune. Trimalcione, uom -di dovizie splendidissime, tronfio quanto baggeo, in -cui altri crede adombrato Claudio, altri il successore -di esso, noi più volentieri l'ideale dei tanti ricchi lussurianti -nella Roma d'allora, v'è circondato da parasiti, -<span class="pagenum" id="Page_377">[377]</span> -da filosofi, da poeti, dall'infame voluttà dei grandi. -Eumolpo, tolto a mostrare ai convitati qual deva essere -il poeta vero, insegna non bastare a ciò il tessere belle -parole in versi armoniosi, ma volersi generosi spiriti, -evitare ogni bassezza d'espressione, dar rilievo alle -sentenze; e propone ad esempio un suo componimento -sopra le cause della guerra civile, forse per appuntare -Lucano che non le accenna, e con gravi parole tassa -il deterioramento dei costumi. — Già il Romano teneva -soggiogato tutto il mondo, nè però era satollo; ricercando -scorrevansi i seni più reconditi; e se alcuna -terra vi fosse che mandasse oro, aveasi per nemica. -Non piacevano i gaudj noti al vulgo, o la voluttà comune -colla plebe; traevansi dall'Assiria l'ostro, dalla -Numidia i marmi, le sete dai Seri, dagli Arabi i profumi; -<span class="pagenum" id="Page_378">[378]</span> -nelle selve dei Mauri cercavansi le fiere; correvasi -fin nell'Ammone, estremo dell'Africa, per averne -l'avorio; e le tigri caricavano la nave per bevere -umano sangue fra gli applausi del popolo a modo dei -Persiani. Deh vergogna! si recide agli adolescenti la -pubertà, acciocchè sia prolungata la fuga de' celeri anni; -ma piaciono le bagasce, e il rotto portamento del corpo -snervato, e i cascanti capelli, e i nuovi nomi delle vesti -disdicevoli ad uomo. Una mensa di cedro svelto dalle -terre africane, e turme di schiave, e splendido ostro si -pone; e vuolsi ornare l'oro istesso. Ingegnosa è la gola; -lo scaro si reca vivo sulla mensa, immerso nel mar -Siculo, e conchiglie svelte dai lidi Lucrini: già l'onda -del Fasi è deserta d'augelli, e nel muto lido le sole arie -mormorano fra i deserti rami. Nè minore è la rabbia -in campo, ed i compri Quiriti volgono a guadagno i -suffragi; venale è il popolo, venale la curia dei padri, -pagasi il favore; anche ai vecchi cadde la libera virtù, -e il potere e la maestà giaciono corrotti dalle ricchezze: -talchè Roma ruinata è merce di se stessa, e preda -senza riscatto». Allora trae fuori un macchinamento -della fortuna e dell'inferno che predicono i mali avvenire, -e della discordia che abbaruffa Cesare e Pompeo. -</p> - -<p> -Il <i>Satyricon</i> è il primo romanzo latino che conosciamo: -maggior fama levò quello di Lucio Apulejo, la -cui vita stessa è un romanzo. Nato bene a Medaura -colonia romana in Africa, al tempo degli Antonini, -studiò a Cartagine, in Grecia, a Roma<a class="tag" id="tag342" href="#note342">[342]</a>; viaggiò, -<span class="pagenum" id="Page_379">[379]</span> -aggregandosi a varie fraternite religiose<a class="tag" id="tag343" href="#note343">[343]</a>, e recitando -dappertutto arringhe, secondo l'andazzo d'allora. -Alcune di queste (<i>Floride</i>) ci arrivarono, copiose d'erudizione -quanto tapine di critica e credule all'eccesso; -eppure gran nome gli acquistarono, e perfino statue. -</p> - -<p> -A forza di spendere, non avanzò di che farsi consacrare -al servizio d'Osiride. Riguadagnò col piatir -cause, e meglio collo sposare Pedentilla, vedova di quarant'anni -e di quattro milioni di sesterzj. I parenti di -questa gli posero accusa d'averla innamorata con sortilegi; -ma citato davanti al proconsole d'Africa, si scolpò -con un'apologia, che ci rimane bizzarro testimonio dei -pregiudizj correnti. Magie e siffatte superstizioni più -tardi egli derise, ma senza deporle; e sebbene nella -<i>Metamorfosi</i> o l'<i>Asino d'oro</i> ne faccia la satira, credeva -che i demonj potessero immediatamente sull'uomo e -sulla natura. -</p> - -<p> -Il concetto dell'<i>Asino d'oro</i> è derivato da Luciano, -ch'esso pure lo dedusse da Lucio di Patrasso: ma il -nuovo episodio d'Amore e Psiche è degno di stare fra -quanto ci lasciò di più squisito l'antichità. Appunto -perchè oscuro, quel romanzo fu interpretato in mille -guise: i Pagani fecero d'Apulejo un semidio miracoloso -da opporre a Cristo: nel medioevo s'andò a cercarvi -il segreto della pietra filosofale: indi i metafisici vi -trovarono indicato l'avvilimento dell'anima pel peccato, -finchè la Grazia non la sollevi: molti vi attribuiscono -<span class="pagenum" id="Page_380">[380]</span> -l'intenzione di rialzare i misteri, caduti in discredito; -eppure ne rivela le abominazioni, quantunque -per verità l'<span class="smcap lowercase">XI</span> libro esponga nella loro bellezza quelli -d'Iside e Osiride, dandocene informazioni preziose. -</p> - -<p> -Ricco di cognizioni storiche, non raggiunge a gran -pezza Luciano per fecondità di genio o acume nel -cogliere il senso de' sistemi filosofici e trovarne il lato -ridicolo; tanto meno poi nell'accuratezza dello stile: -anzi in uno scrivere prolisso, oscuro, pretensivo, vacillante -tra parole arcaiche e nuove, lascia sentire quanto -fosse imbarbarita la romana lingua. -</p> - -<p> -Le opere non solo più importanti ma anche migliori -di quest'età sono le storiche. Cornelio Tacito <span class="sidenote">(54-134?)</span>, nato a -Terni nell'Umbria di famiglia plebea, entrò nella milizia, -poi si fece avvocato, e scrisse molte arringhe; sostenne -la questura e la pretura sotto Domiziano, vide la Germania -e la Bretagna, fu anche console, e menò lunga -vita, più tranquilla che non parrebbe dalla severa scontentezza -de' suoi scritti. -</p> - -<p> -In mezzo a quei vivi contrapposti di buoni e cattivi -signori, all'agonia del bene e del male, egli contemplava -in silenzio una lotta senza vigore; e prima d'esporsi -al pubblico sguardo, aspettò la maturanza degli anni. -Passava i quaranta allorchè per gratitudine scrisse la -vita d'Agricola suo suocero, sollevando la biografia -alla dignità di storia, coll'introdurvi gli eventi d'un -popolo nuovo, cioè il britannico, del quale sa cogliere -le particolarità più significanti. -</p> - -<p> -Vi mandò dietro la descrizione della Germania, quasi -volesse mettere in vista quelle genti rozze ma integre, -che sovrastavano minacciose alla depravata civiltà dell'impero. -Poche pagine, eppure è uno dei lavori più -importanti dell'antichità, ed incomparabile modello dell'arte -di dir molto in breve. Le cose vide egli stesso o -le udì da suo padre; e vuole opporre alla viziosa -<span class="pagenum" id="Page_381">[381]</span> -decrepitezza del suo secolo la vigorosa integrità di genti -nuove. Ignaro della lingua teutonica, dovette frantendere -troppe cose; riscontrò gli Dei di Grecia e di Roma -ne' germanici; le imperfette cognizioni che ne acquistò, -tradusse cogl'inesatti equivalenti d'una civiltà affatto -diversa. La studiata brevità poi non basta a gran pezza -a significare ciò che lo storico concepisce, o converte -la parola ad uso diverso dal comune. Ciò scema, non -toglie a Tacito il merito di offrir le prime pagine della -storia moderna. -</p> - -<p> -Sperimentate le sue forze, diede mano alla storia di -Roma in trenta libri da Galba a Nerva, il regno del -quale e di Trajano, come tema più ricco e più sicuro, -serbava per istudio di sua vecchiezza. Ma poi trovò -più conforme al suo genio di descrivere in forma di -annali le atrocità o le follie dei primi quattro successori -d'Augusto (pag. 119). Gran parte del lavoro andò -perduta; nè delle <i>Storie</i> ci restano che quattro libri e -il principio del quinto, in cui è abbracciato poco più -che l'anno 69: degli <i>Annali</i> ne avanzano dodici con -molte lacune; perito quanto si riferiva al restante regno -di Tiberio, a quel di Caligola e gran parte di Nerone; -poi ci vien meno affatto quando gli avrebbe dato tanta -importanza il mostrare il cambiamento di dinastia. -</p> - -<p> -Nessuno seppe meglio rendere drammatico il racconto, -ove minutissimamente espone la vita politica, e -le relazioni de' principi col popolo romano. Storico -filosofo, gran conoscitore del cuore, e dipintore inarrivabile -de' caratteri, la grave moralità lo rende indignato -col suo tempo, che egli anatomizza senza remissione -come un cadavere; e se tra l'indagine gli casca -sotto al coltello una parte ancor vitale, la manda al -taglio medesimo; e il supplizio dei Cristiani descrive -come quello di tant'altre vittime, spettacolo al tiranno -o al popolo. Di religione non si briga, pur riferendo -<span class="pagenum" id="Page_382">[382]</span> -tante superstizioni; ma ammette una potenza superna, -moderatrice delle cose e delle azioni umane, non senza -dubbj però<a class="tag" id="tag344" href="#note344">[344]</a>: come tutti i pensatori, predilige la -forma repubblicana d'una volta, ma riconosce la necessità -del principato, poco sperando fin ne' governi temperati<a class="tag" id="tag345" href="#note345">[345]</a>: -protestando contro il suo secolo anche -collo scrivere, sbandisce ogni modo naturale e semplice -di concepire e di esporre, e si forma uno stile -artifiziato, tutto suo, ora di vivace rapidità, ora di -calma maestosa, semplice nella grandezza, qualche -volta sublime, originale sempre, da non permettersi -una parola di più, nè un fior d'espressione, nè lusso -d'immagini, nè cadenza e periodo, come chi non ambisce -di piacere, ma vuol che si pensi, che ogni frase -istruisca, ogni parola porti un senso, e a tal fine sia -precisa per l'oggetto e vaga per l'estensione. Senza -modello, rimase senza imitatori. Gli toccò la fortuna -di godere della propria gloria, sebbene forse la dovesse -piuttosto ai versi e alle orazioni, che andarono perdute, -al par di una sua raccolta di facezie. Tra i posteri fu -caro a chiunque legge meditando, a chiunque in pubbliche -calamità ha bisogno di fremere e rinvigorir la -coscienza contro i terrori e la seduzione. -</p> - -<p> -Cajo Svetonio Tranquillo <span class="sidenote">(70-121?)</span>, oltre le vite dei Dodici -Cesari, di cui già parlammo (pag. 118), scrisse quelle -de' retori, de' grammatici e forse de' poeti, e sui giuochi -dei Greci, sulle parole ingiuriose e sul vestire dei -Romani, sempre con istile corretto, senza fronzoli nè -affettazione. -<span class="pagenum" id="Page_383">[383]</span> -</p> - -<p> -Vellejo Patercolo <span class="sidenote">(m. 31?)</span>, campano, narrò la storia universale -dall'origine di Roma fino al suo tempo; ma ci -rimane quel solo che concerne la Grecia e Roma, dalla -rotta di Perseo al decimosesto anno del regno di Tiberio. -Caldo di patriotismo, attento alle persone più che alle -cose, devoto a Tiberio come un soldato al suo generale, -fino ad alterare e sopprimere i fatti. Germanico per -lui è un infingardo, un eroe Sejano; nella cui disgrazia -dicono che Vellejo andasse ravvolto, non come complice, -ma come amico<a class="tag" id="tag346" href="#note346">[346]</a>. -</p> - -<p> -In generale gli storici latini mostransi più parziali -quanto più dominati dallo spirito romano: ma procedendo -l'impero, crescono in umana giustizia. Tacito -da un capitano barbaro fa dipinger al vivo l'ambizione -romana<a class="tag" id="tag347" href="#note347">[347]</a>, sebbene poi egli stesso si diletti alla strage -de' Brutteri<a class="tag" id="tag348" href="#note348">[348]</a>: Vellejo è il primo a confessare che -Roma distrusse Cartagine per odio, e mostra compassione -pei vinti Italiani<a class="tag" id="tag349" href="#note349">[349]</a>. Purgato nello scrivere, ma -oratorio, è in tentenno, vuol conchiudere ogni fatto con -sentenze concettose, sfoggiare colori poetici, antitesi, -voltar e rivoltare il medesimo pensiero: poi, lodi o -biasimi, è declamatore, e dopo narrata la morte di -Cicerone, esce contro Antonio in un'invettiva, che a -forza d'esser veemente riesce ridicola. -</p> - -<p> -Dalla caduta di Sejano cominciò Valerio Massimo -una raccolta di <i>Fatti e detti memorabili</i> in nove libri, -senza giudizio raccolti, senza critica disposti, senza -gusto narrati. Predilige gli esempj che tengono del -prodigio, e le circostanze che più sentono di strano; -<span class="pagenum" id="Page_384">[384]</span> -ne scapitino pure il vero e la semplicità storica. Perciò -piacque ne' mezzi tempi, e fu ricopiato assai volte e -carico di glosse. La bassa lega del suo stile, quella -declamazione inalterabilmente fredda e severa, fecero -ad alcuno supporre che l'opera qual oggi l'abbiamo sia -un compendio, o piuttosto un estratto fattone da non -so quale Giulio Paride. Il prologo a Tiberio nausea per -adulazione. -</p> - -<p> -Giustino diresse a Marc'Aurelio<a class="tag" id="tag350" href="#note350">[350]</a> un compendio -delle <i>Storie</i> di Trogo Pompeo, dette <i>Filippiche</i> perchè -dal settimo libro innanzi trattavano dell'impero macedone. -Daremo colpa agli abbreviatori d'aver fatto -perdere gli originali, o merito d'averne almen parte -conservato? Per verità mal possiamo chiamare compendio -questo di Giustino, pieno di digressioni, e sempre -largo nel raccontare; se non che ommette ciò che non -gli sappia di curioso o d'istruttivo, confonde la cronologia, -non sa connettere le parti, e beve in grosso; -colpa forse del suo originale, di cui potrebbe esser -merito il bello stile. -</p> - -<p> -Di Lucio Anneo Floro, probabilmente spagnuolo, i -quattro libri della <i>Storia romana</i> dalla fondazione della -città fin quando Augusto chiuse il tempio di Giano, son -piuttosto un panegirico in istile poetico, ove trascura -la cronologia, esagera i colori, tutto rinforza coll'enfasi -e coll'interrogazione che comanda d'ammirare. Ingegnosi -sono molti de' suoi pensieri, ed espressi sovente -con forza e precisione; ma l'eccesso di sentenze e i -tumori poetici rendono freddo e stucchevole il racconto. -I Galli, dopo distrutta Roma, sono assaliti alle spalle da -Camillo, e uccisi in tal numero che «coll'inondazione -del loro sangue vien cancellato ogni vestigio degl'incendj». -Le navi di Antonio erano sì vaste, che «non -<span class="pagenum" id="Page_385">[385]</span> -senza fatica e gemito il mar le portava». L'Oceano -pare si faccia tranquillo e propizio allorchè la flotta -reca le prede a Roma, «quasi confessandosi inferiore»: -e invece sembra aver fatto accordo con Lucullo per -debellare Mitradate. Fabio Massimo, occupate le alture, -di là scaglia armi sui nemici; «e fu bello il vedere -quasi dal cielo e dalle nubi avventati fulmini sugli abitatori -della terra». Bruto spira sopra l'ucciso Arunte, -«come volesse l'adultero perseguire sin nell'inferno». -Le guerre dei Galli servivano ai Romani di cote, onde -affilar il ferro del loro valore. Narra la spedizione di -Decimo Bruto lungo la costa Celtica? v'assicura che -non arrestò il vittorioso cammino finchè non vide il -sole calar proprio nell'oceano, anzi udi il friggere del -suo disco al toccar delle acque. -</p> - -<p> -Vuolsi però che alcune delle sue gonfiezze sieno interpolate. -Certamente ha l'arte, così importante ne' compendj, -di cogliere i punti principali, e lasciar da banda -le particolarità inconcludenti, benchè spesso non offra -che i contorni: credulo poi e superstizioso, accetta -prodigi assurdi e piglia grossolani errori di fisica e di -geografia. Da Livio si scosta spesso; e introduce una -idea che s'avvicina a ciò che ora chiamiamo filosofia -della storia, attribuendo all'impero romano tre età, -d'infanzia, adolescenza, giovinezza; questa suddividendo -in due secoli, a cui aggiunse come corona l'età -d'Augusto. -</p> - -<p> -A questi tempi vien collocato da alcuni Quinto Curzio -Rufo, da altri con Costantino; e poichè nessun antico -ne fa menzione, v'ha chi lo crede un frate moderno: -tanto manca di carattere proprio. Chi l'accetti come -un romanzo, e non s'offenda della gonfiezza e dell'indefesso -sentenziare, lo troverà limpido narratore e -descrittor fiorito. Anzichè i migliori biografi d'Alessandro, -ormò i più creduli e favolosi; della cronologia -<span class="pagenum" id="Page_386">[386]</span> -o di conciliare i fatti contraddittorj che raccoglie, nè -di indagare se alcun vero poteva sotto le favole celarsi, -non si briga. Poco seppe di greco, pochissimo d'arte -militare, nulla di geografia e d'astronomia: il monte -Tauro confonde col Caucaso, lo Jassarte col Tanai, -mentre distingue il mar Caspio dall'Ircano; fa eclissar -la luna quand'è nuova<a class="tag" id="tag351" href="#note351">[351]</a>. Nelle parlate vuol far -pompa di belle parole e sentenze, convengano o no; -e gli Sciti sfoggiano teoremi del Portico greco, e -gli eroi spavalderie da scena. Detto a quali indegnità -Alessandro adoperasse l'eunuco Bagoa, soggiunge -che le voluttà del Macedone furon sempre lecite e -naturali. -</p> - -<p> -Altri storici sono ricordati: Lucio Fenestella; Servilio -Noniano; Fabio Rustico, spesso citato da Tacito: la -greca Pamfila sotto Nerone fece una storia universale -in trentatre libri: Svetonio Paolino, un de' migliori -generali di Nerone, descrisse la sua spedizione di là -dall'Atlante nell'anno 41, adoprata spesso da Plinio -maggiore; il quale per le cose d'Oriente appoggiasi a -Licinio Muciano, che raccolse ancora i discorsi, gli atti -e le lettere degli antichi Romani, e che portava indosso -una mosca viva, come preservativo della vista<a class="tag" id="tag352" href="#note352">[352]</a>. -Sono interlocutori nel dialogo <i>Della corrotta eloquenza</i> -Giulio Secondo che narrò la vita di non so quale Giuliano -Asiatico, e Vipsanio Messala che descrisse la guerra -tra Vespasiano e Vitellio ed altri fatti. La vita di Nerone -e le guerre civili che precedettero il regno di Vespasiano -espose Cluvio Rufo, che andò perduto, ma servì -di fondamento ai successivi. Vivendo in tempi che -l'amministrazione era ridotta nei misteri dei gabinetti, -<span class="pagenum" id="Page_387">[387]</span> -dovettero starsi alle pubbliche dicerie, e tacere ciò che -potesse sgradire ai tiranni. -</p> - -<p> -Gli autori della <i>Storia Augusta</i>, vissuti sotto Diocleziano -o poco dopo, biografi meglio che storici, sul -modello di Svetonio, c'informano dei vizj e delle virtù -degl'imperatori, dell'educazione, del vitto, del vestire, -anzichè sulle grandi rivoluzioni che allora si compivano: -poveri anche di stile e d'ordine, ti pare nei loro racconti -si riveli la confusione che cresceva sempre più -nel romano impero. Forse il solo Flavio Vopisco fu -testimonio oculare; gli altri narrano per udita o per -lettura, variando stile e pensare secondo le fonti; imbeccati -da un autore, passano all'altro e ne ricavano i -fatti medesimi, senza dar segno d'accorgersi della ripetizione, -che talvolta è fin tripla. Qual fiducia avervi? -Eppure da essi soltanto teniamo moltissimi fatti e particolarità -di costumi pei censettantott'anni abbracciati -da quelle trentaquattro biografie, le quali pare siano -state trascelte da alcuno, al tempo di Costantino, fra le -molte che esistevano<a class="tag" id="tag353" href="#note353">[353]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_388">[388]</span> -</p> - -<p> -A Roma concorreano per trovar pane e onori, o per -istudiare uomini e cose, i sapienti e i letterati d'ogni -paese; e i Greci benchè non avessero cessato di disprezzare -la lingua e la letteratura di Roma, benchè pochissimi -di loro degnassero adoprarne la lingua, quali Fedro, -Ammiano, Macrobio, pure trovavano degno tema la -politica e gli eroi di essa. Il più famoso retore greco -Dione Crisostomo dissuase Vespasiano dall'accettar l'impero, -osò dire la verità a Domiziano; e Trajano, quando -entrava trionfante in Roma, vistolo tra la folla, il fece -montar seco sul carro. Vespasiano e Tito protessero -specialmente Giuseppe, ebreo di Gerusalemme, perciò -intitolato Flavio, il quale nei sette libri delle <i>Guerre -giudaiche</i> celebrò le loro vittorie sopra la sua patria. -Appiano alessandrino era stato colpito di meraviglia -nel veder venire ambasciadori per offrire nazioni nuove -a Roma, e questa ricusarle, desiderosa ornai di conservarsi, -non di crescere; onde scrisse una storia, dove -non restringe lo sguardo a sola Roma. Del suo lavoro -ci rimangono le guerre puniche, quelle di Mitradate, -dell'Illiria, cinque libri della civile, e alcun che delle -celtiche, prezioso monumento. Conobbe gli artifizj della -guerra, e narrò col modo schietto che s'addice alla -verità, sebbene siasi valso fin delle parole, non che dei -sentimenti degli autori a cui si appoggiava. Erodiano -ci lasciò otto libri della storia degli imperatori, dalla -morte di Marc'Aurelio a quella di Massimo e Balbino, -assicurando di riferire ciò solo di cui fu testimonio -oculare. Negligendo geografia e cronologia, con felice -brevità e buon giudizio sceglie i fatti che più servono -<span class="pagenum" id="Page_389">[389]</span> -a rivelare un'età infelice, ove la politica non poteva che -obbedire alle circostanze, e la pazienza dei Romani -infondeva baldanza ai soprusi dei loro padroni. -</p> - -<p> -Di ben altra levatura è Cassio Coccejo Dione, bitinio -di Nicea, da Comodo e dai successivi imperadori cresciuto -d'onorificenze. Per ordine ricevuto in sogno, -ridusse in otto decadi la storia di Roma, cominciando -da Enea, molto particolareggiato sino alla morte di -Elagabalo, poi affatto compendioso fino ad Alessandro. -Esatto nelle cose che egli stesso vide, nel resto compila, -rinzeppa il racconto di miracoli e sogni: vi sa dire che -il sole apparve or più grande or più piccolo avanti la -giornata di Filippi; Vespasiano guarì un cieco colla -saliva; una fenice volò per l'Egitto nel 790 di Roma. -Malmena Cicerone, Bruto, Cassio, Seneca, altri grandi -perchè repubblicani; e quasi unico fra gli antichi, parteggia -per Cesare ed Antonio, e adopra a legittimare -il dominio degl'imperatori. Espone accuratamente l'ordine -dei comizj, lo stabilimento dei magistrati, e le -vicende del diritto pubblico: onde è dolore che tanta -parte ne sia perduta, come pure la sua storia dei Persiani -e de' Goti. -</p> - -<p> -Plutarco da Cheronea in Beozia <span class="sidenote">(n. 48)</span>, il più divulgato fra -gli scrittori antichi, nelle <i>Vite parallele degli uomini -illustri</i> pone a confronto un Greco con un Romano. -Ignorava le lingue, e perfino la latina, sebbene fosse -vissuto in Roma; onde s'espose a falli grossolani. I -ducencinquanta autori che cita non assimilò, ma continuamente -citandoli trabalza di asserzioni in asserzioni -contraddittorie e non risolute; non ordinando per tempo -gli avvenimenti, lascia confusione, cresciuta dalle allusioni -frequenti ed oscure, e da viziose digressioni morali. -Senza sentimento del passato, dipinse tutti gli eroi -col colore medesimo, di qual età, patria, condizione si -fossero, senza le gradazioni e misture che offrono la -<span class="pagenum" id="Page_390">[390]</span> -vera fisionomia d'un uomo; non vedendo man mano -che il suo personaggio, non gl'importa di contraddirsi -nella vita d'un altro; lo segue dappertutto, al campo, -sul trono, in casa, tra gli affari, accogliendo aneddoti -senza scelta nè temperanza: eppure è ben lontano -dal presentarceli interi; Cesare e Pompeo ci delinea -tutt'altri che nella storia; di Cicerone narra i sogni, -le lepidezze, non i fatti pubblici, nè tampoco ne lesse -le orazioni. -</p> - -<p> -Egli, che qualificano di <i>giudizioso</i>, crede all'oroscopo -di Pirro, ai sogni di Silla, ai corvi che cascano per il -fragore degli applausi, a teste di bovi sacrificati che -sporgono la lingua e lambono il proprio sangue. Tu -aspetti che ti spieghi le cause d'un gran fatto; ed uscirà -a narrarti o di serpenti che si annidano nei talami, o -d'uccelli che volano in sinistro, o di portenti paurosi, -e tutto con una schiettezza o dabbenaggine, che mostra -quanto l'uomo rimpicciolisca nelle ubbie al mancare -della religione. -</p> - -<p> -Ne' paralleli, più ingegnosi che solidi, ben discosto -dalla grandezza, dall'industria, dalla profondità di Tacito, -s'arresta a somiglianze superficiali; propende pei -Greci, onde mostrare che non sempre furono sì abjetti -come al suo tempo. Senza concetto determinato e fecondo, -si anima delle passioni de' contemporanei o degli -autori da cui attinge, presenta come eroismo l'oblìo dei -sentimenti naturali, levando a cielo Timoleone e Bruto -che uccidono fratelli e figli, esaltando in Catone quel -che ogni onest'uomo deve riprovare. Eppure si concilia -i lettori, persuadendoli che dice loro quel che veramente -pensa; non mira ad ingannarli anche quando -s'inganna egli stesso; non pretende dettar dalla cattedra: -la stessa semplicità de' suoi riflessi, non gravidi -di pensieri come quei di Tacito, ma consentanei al -buon senso generale, alletta i leggitori, contenti che -<span class="pagenum" id="Page_391">[391]</span> -anche alla mente loro già si fosse presentato ciò che -lo storico suggerisce. -</p> - -<p> -Dovendo noi ricordarne ciò solo che concerne la -storia italica, nomineremo le sue <i>Quistioni romane</i>, -ove cerca l'origine d'alcuni usi di quel popolo: perchè -nelle nozze dicesi alla sposa di toccar l'acqua e il fuoco, -e s'accendono cinque ceri nè più nè meno? perchè i -viaggiatori creduti morti, tornando a casa, non devono -entrar per la porta, ma calarvisi dal tetto? perchè si -copre il capo nell'adorar gli Dei? perchè l'anno comincia -in gennajo, e le tre parti del mese non si compongono -dell'ugual numero di giorni? perchè non s'intraprende -viaggio il giorno delle calende, delle none e degli idi? -perchè le donne baciano i parenti in bocca? perchè -proibite le donazioni fra marito e moglie? Le risposte, -se spesso scipite, talvolta illustrano i costumi. Pose -anche a parallelo avvenimenti greci con romani, per -provare che quelli mal si reputano favolosi se trovano -riscontro nella storia vera; assunto eccessivo e mal -sostenuto. Trattando <i>Della fortuna dei Romani e di -quella d'Alessandro</i>, fa opera da sofista onde dimostrare -che i primi dovettero tutto alla fortuna, l'altro -alla propria virtù. -</p> - -<p> -Mentre questi componevano, altri autori criticavano -o raccoglievano, non già per divulgare l'istruzione fra -la classe che n'ha bisogno, bensì per risparmiare fatica -a quella gioventù ben nata, che per condizione doveva -saper molte cose, e non avea voglia di studiare. Grammatici -e filologi acquistarono in ciò importanza; e alla -mediocrità fu dato immortalar il nome di alcuni genj, -che altrimenti sarebbero periti. Trista considerazione! -</p> - -<p> -Un Aulo Gellio, o Agellio (chè neppur il nome se -n'accerta), vivente sotto Marc'Aurelio, nelle <i>Notti attiche</i> -compilò ad uso de' suoi figli quanto udì o lesse di -meglio; e sebbene insacchi senza gusto nè discernimento, -<span class="pagenum" id="Page_392">[392]</span> -ci ha conservato rilevantissime notizie e documenti -antichi, simile a' musei che si formano coi -frammenti ricavati da città che più non esistono. Specialmente -importa il libro vigesimo, ove digredisce -sulle XII Tavole. Secondo gli autori da cui ritrae, -varia di stile; robusto talora, talora anche bello, ma -già vi si sente il trasformarsi, della latina favella, l'affettazione -dell'arcaismo, deplorabile segno di decadenza, -come il rimbambire de' vecchi. Racconta egli che, eletto -dai pretori a decidere d'alcune minute differenze fra -privati, gli si presentò uno, asserendo aver prestato -una somma a un altro che negava. Non v'avea testimonj, -non scritta; ma l'attore godeva onesta fama, -sinistra il convenuto. Gellio trovavasi impacciato nel -caso; i compagni suoi sostenevano non potersi condannar -uno senza prove; Favorino gli citò Catone che, in -un'evenienza somigliante, diceva doversi far ragione -della virtù dei due contendenti: ma Gellio non seppe -prender partito in un caso, a parer suo, tanto intralciato. -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="cap42">CAPITOLO XLII. -<span class="smaller">Belle arti. Edilizia.</span></h2> -</div> - -<p> -Dall'arte espressa colla parola è ovvio il passaggio -all'arte espressa coi colori e colle forme materiali. -Nella quale non è costume vantare i Romani, avendo -essi trovato forse più dignitoso, certo più comodo l'arricchirsi -colle spoglie altrui. Anticamente è menzionato -un Fabio Pittore: ma pochissimi artisti romani accenna -Plinio; Cicerone affetta di dimenticare fin il nome di -Policleto<a class="tag" id="tag354" href="#note354">[354]</a>, e quasi si scusa d'avere, tra le indagini -<span class="pagenum" id="Page_393">[393]</span> -d'avvocato, risaputo il nome di Prassitele<a class="tag" id="tag355" href="#note355">[355]</a>, e protesta -di non intendersene punto, d'esser ignorante come gli -altri Romani sopra materie cui i Greci attaccano tanta -importanza; nè la boria nazionale rattiene Virgilio dal -cedere agli stranieri la gloria del ben dipingere, scolpire, -arringare<a class="tag" id="tag356" href="#note356">[356]</a>, purchè si serbi a Roma il vanto di -domare i popoli e di dar leggi. -</p> - -<p> -Da principio ogni lavoro d'arte era etrusco, o fatto -da Etruschi, pel cui mezzo soltanto forse i Romani -conobbero quelle particolarità che noi chiamiamo greche, -com'è il triglifo dorico sormontato da dentelli -jonici al sepolcro di Scipione Barbato, del 456 di Roma. -L'acquedotto della via Appia, costruito nel 310, non -porge forme architettoniche, andando sotterraneo; ma -di quel tempo attorno al fôro si fecero portici per gli -argentieri e banchieri. -</p> - -<p> -Una seconda età comincia quando, conosciuta la coltura -greca, si cercarono arti da Siracusa, da Capua, -dal vinto Oriente. Il tempio dell'Onore e della Virtù, -dedicato nel 205, fu il primo che si ornasse di fregi -greci, tolti a Siracusa; e fu alzato da Cajo Muzio, secondo -un pensiero di Marcello, che li volle attigui in modo, -che non si entrasse al primo se non passando per -l'altro: concetto simbolico. Allora al rozzo tufo vulcanico, -detto peperino (<i>lapis albanus</i>), si vennero surrogando -<span class="pagenum" id="Page_394">[394]</span> -il travertino e il marmo: il fôro fu decorato -suntuosamente: nel 147 colle spoglie macedoniche, -portate da Metello, si eressero il magnifico tempio di -Giove Statore periptero, opera di Ermodoro da Salamina; -e quel di Giunone, prostilo, cinto da gran cortile -a colonne. -</p> - -<p> -Durante la seconda guerra punica venne innalzato -un tempio a Giunone Ericina, uno alla Concordia; poi -quello dell'Onore fuori porta Capena; indi quelli di -Giunone Sòspita, di Fauno, della Fortuna Primigenia; -poco stante due altri a Giove in Campidoglio, e quello -alla dea Madre ed alla Giovinezza; posteriormente il -tempio a Venere Ericina, e uno alla Pietà nel circo -Massimo. -</p> - -<p> -Il Tabulario, archivio e tesoro, eretto 78 anni avanti -Cristo sul clivo del Campidoglio, è a grandi portici, i -cui archi esternamente si aprono tra mezze colonne -doriche; alle quali probabilmente sovrastava un ordine -di corintie. Il tempio della Fortuna Virile, ora Santa -Maria Egiziaca, prostilo pseudoperiptero jonico, mostra -forme vigorose, come il tempietto funerario di Publicio -Bibulo sul clivo orientale del Campidoglio. Superò ogni -anteriore magnificenza il tempio della Fortuna a Preneste -eretto da Silla, e de' cui rottami si fabbricò -Palestrina. Vi si ascendeva per sette vasti ripiani, il -primo e l'ultimo de' quali erano ricreati da serbatoj -di acqua: al quarto serviva di pavimento il musaico -che ora fa il vanto del palazzo Barberini a Roma, e -che Plinio dice il primo lavorato in Italia. -</p> - -<p> -Silla stesso fece rinnovare il Giove Capitolino, Mario -il tempio dell'Onore, Pompeo quel di Venere Genitrice. -Il Panteon, fatto costruire da Vipsanio Agrippa 26 anni -avanti Cristo, è una rotonda, illuminata soltanto dall'apertura -della cupola, la quale ha l'altezza e il diametro di -quarantatre metri, ed è ammirata singolarmente pel -<span class="pagenum" id="Page_395">[395]</span> -pronao di sedici colonne corintie, di trentasette piedi -in altezza sopra cinque di diametro, ciascuna d'un pezzo -solo di marmo; e tanti secoli non le smossero<a class="tag" id="tag357" href="#note357">[357]</a>. -</p> - -<p> -Sotto Augusto, fu circondato di portici il suntuoso -circo Flaminio, e sorsero il portico d'Ottavia, la piramide -di Cestio, il teatro di Marcello, il tempio di Giove -Tonante. Il mausoleo d'Augusto nel Campo Marzio -innalzavasi a varj piani, verdeggianti d'alberi; in sulla -cima la statua dell'imperatore; davanti alla porta terrena -due obelischi egizj, e all'intorno boschetti e viali, -serpeggianti fra il Tevere, la via Flaminia e porta -Popolo. Dappoi la magnificenza degl'imperatori e dei -ricchi moltiplicò occasioni agli artisti, che crearono un -nuovo stile grandioso e caratteristico, improntato della -romana magnificenza, benchè essi fossero greci tutti -o i più. -</p> - -<p> -De' quali alcuni furono portati schiavi a Roma; -qualche altro vi venne libero, come Arcesilao, Zopiro, -un Prassitele che scrisse su tutti i lavori di belle arti -allora conosciuti; una Lala di Cizico, ritrattista nella -galleria di Varrone; Valerio d'Ostia, che inventò di -coprire gli anfiteatri. Le monete romane, grossiere -dapprima, dopo il 700 di Roma emulano quelle di -Pirro e d'Agatocle; ma gli incisori erano nostrali? Che -se Antioco Epifane chiamò in Atene l'architetto romano -Cossazio pel tempio di Giove Olimpico, ed Ariobarzane -<span class="pagenum" id="Page_396">[396]</span> -re di Cappadocia si valse dei due fratelli romani Cajo -e Marco Stallio per rifabbricare l'Odeone di Atene, rovinato -nell'assedio di Silla, chi ci assicura che in queste -commissioni non avessero parte l'adulazione o la raccomandazione -de' potenti? Degli altri architetti romani -perirono fino i nomi; e così i libri di Fusisio, di Varrone, -di Settimio. -</p> - -<p> -Anche nell'età più splendida si ricorreva ad artisti -greci; greci furono gli architetti, mediante i quali -Augusto, secondato da Agrippa, mutò il Campo Marzio -in città marmorea; nella Grecia Pomponio Attico fece -lavorare gli ermi pel suo Tusculano<a class="tag" id="tag358" href="#note358">[358]</a>, e comperò -statue per le ville di Cicerone; Verre fece fondere -molti vasi di tutto oro a Siracusa. -</p> - -<p> -Il costui nome rammenta il modo più consueto onde -i Romani acquistavano capidarte, rapendoli ai vinti o -ai sudditi. Lucio Scipione recò in vasi mille quattrocenventiquattro -libbre d'argento, e mille ventiquattro -in oro: ducentottanta statue di bronzo e ducentrenta -di marmo abbellirono il trionfo di Marco Fulvio sopra -gli Etolj: Silla ridusse Atene a uno scheletro, espilò i -tre più ricchi tempj d'Apollo in Delfo, d'Esculapio in -Epidauro, di Giove in Elide, del quale portò a Roma -fin le colonne e la soglia di bronzo della porta: Fulvio -Flacco scoperchiò il tempio di Giove Lacinie presso -Crotone per collocarne i tegoli di marmo sul tempio -della Fortuna Equestre: Varrone e Murena fecero a -Sparta tagliar le pareti per trasportare degli affreschi<a class="tag" id="tag359" href="#note359">[359]</a>: -le sfingi e gli obelischi d'Egitto, le statue di -Grecia, i soli di Babilonia venivano ad abbellire Roma: -Agrippa pagò un milione ducentomila sesterzj due -tavole d'un artista greco per ornare i suoi bagni: -Lucullo fece trasferire da Apollonia in Campidoglio un -<span class="pagenum" id="Page_397">[397]</span> -Apollo alto trenta cubiti, ch'era costato cencinquanta -talenti: Lentulo vi collocò due busti: Ortensio fabbricò -un tempio sol per riporvi gli Argonauti di Fidia, comprati -cenquarantaquattromila sesterzj: Augusto comprò -statue da disporre sulle piazze e nelle vie, pose nel -fôro due quadri della guerra e del trionfo; nel tempio -di Cesare un Castore e Polluce e una Vittoria, opere -di Apelle; nella curia due freschi di Nicia e di Filocare<a class="tag" id="tag360" href="#note360">[360]</a>; -raccolse anche musei di varie rarità, de' quali -uno era stato già unito da Scauro figliastro di Silla, sei -da Cesare, uno da Marcello di Ottavia. -</p> - -<p> -Quando si pensi che questo arricchirsi della patria -nostra faceasi a desolazione dell'altrui, possiamo congratularcene -noi Italiani? Viene alle nazioni come agli -individui l'ora del compenso, e noi ripagammo e ripaghiamo -le violenze esercitate dai nostri padri. -</p> - -<p> -Tanti tempj sono ricordati nella sola città; ma niuno -ne paragoni la mole al San Pietro di Vaticano e ai -nostri duomi<a class="tag" id="tag361" href="#note361">[361]</a>: e quanto fossero piccoli lo attestano -i ruderi della Sibilla Tiburina, del Giove Clitunno nella -campagna di Roma; quelli di Vesta e della Fortuna -Virile sono ben minori del Panteon, il quale ognun sa -che fu sollevato per cupola a San Pietro; in Campidoglio, -sovra spazio minore di quel che oggi occupi il -Vaticano, ergevansi sessanta tempj; moltissimi attorniavano -il fôro; e se crediamo a Plinio, il Giove Feretrio -non era lungo più di quindici piedi. Nè di vasti -recinti era mestieri là dove il popolo non veniva ammesso -a vedere le funzioni sacre, serbate a sacerdoti o -<span class="pagenum" id="Page_398">[398]</span> -a matrone; bastando che alla soglia deponesse le ghirlande -o i donativi. -</p> - -<p> -Sparsi per la città e sui fondi privati v'avea pure -sacelli ad Ercole, a Nenia, alla Pudicizia, agli Dei Lari, -con un'ara e talvolta la statua della divinità. I serapei -forse servivano anche a cure salutari, come quello di -Pozzuoli, parallelogrammo di sessantacinque su cinquantadue -metri all'esterno, ove molte cellette sono simmetricamente -disposte attorno a un cortiletto porticato, -in mezzo al quale sorgeva una rotonda aperta sovra -colonne; e sembra destinata alla purificazione per -acqua. La schiera di sedie forate nelle due camere agli -angoli, forse serviva ai bagni a vapore. -</p> - -<p> -Entro quei tempj erano altari ed are<a class="tag" id="tag362" href="#note362">[362]</a> stabili e -ornati, e foculi mobili. Si ornavano di emblemi e delle -frondi sacre al Dio, come il pino per Pane, l'ulivo per -Minerva, il pioppo e le mazze per Ercole, mirto e -colombe per Venere, aquile e quercia per Giove, pampani -e tirsi per Bacco. Variava pure il sagrifizio che -agli Dei si faceva; buoi a Giove, tori a Nettuno, vacche -a Latona, cinghiali a Bacco, troje a Cerere; e in generale -vittime bianche agli Dei celesti, nere agli infernali; -e quelle col capo alzato e ferendole dall'alto in basso, -queste col capo chino e colpite da sotto in su, per -modo che il sangue sgorgasse non sull'altare ma in -una fossa. Ne' tempj si sospendeano i voti, come dai -naufraghi vesti e tavolette a Nettuno, dai guerrieri -armi a Marte, dai gladiatori spade ad Ercole, dai poeti -ciocche di capelli ad Apollo. -</p> - -<p> -Nel teatro di Emilio Scauro, preparato nel 694, tre -<span class="pagenum" id="Page_399">[399]</span> -ordini di colonne sovrastavano uno l'altro; dietro di -esse, pareti di marmo al primo piano, di vetro al -secondo, al terzo di tavolette dorate; tremila statue di -bronzo compivano l'addobbo, più ricco che di buon -gusto, e che dovea durare il solo tempo che Scauro -rimaneva edile. Perocchè un senatoconsulto del 597 -vietava i teatri permanenti, e primo Pompeo nel 697 -ne fece uno di pietra, capace di quarantamila spettatori. -Cesare, che abbellì il Campidoglio e fabbricò un -fôro ricchissimo, costruì la prima arena pei conflitti -navali (naumachia); ed Augusto una maggiore, avente -seicento metri di lungo sopra quattrocento di largo; -una terza Trajano. Statilio Tauro eresse in Campo -Marzio il primo anfiteatro di pietra. Il circo, equivalente -allo stadio e all'ippodromo greco, era traversato -per lo lungo da una spina, ornata di statue, colonne, -obelischi, attorno alla quale volgeansi le corse de' cavalli -e de' cocchi, finchè toccassero le mete, colonnette -finite in cono. Il circo Massimo, che risaliva all'età dei -re, fu ampliato da Cesare, poi da Trajano: di quel di -Caracalla rimangono gigantesche rovine, ampio trecensettanta -metri sopra sessantuno. -</p> - -<p> -Quantunque della vôlta si trovi vestigio in edifizj non -solo della Grecia e dell'Italia prisca, ma fin dell'Indie -e dell'Egitto, pure nemmeno i Greci ne' bei tempi seppero -trarne gran profitto; di modo che le fabbriche -non erano più grandi di quanto il comportavano i tetti -piani di pietra; e le colonne, parte principale e caratteristica, -distando appena la lunghezza d'un'imposta di -marmo o d'una trave, non era possibile avventurarsi -a vasti edifizj, nè variare le forme. -</p> - -<p> -Roma sin dal nascere imparò dagli artisti nazionali -la vôlta, che fa già buon uffizio nelle nostre città -pelasgiche, e che curvossi sopra ai meravigliosi acquedotti -e alle cloache, bastanti a mostrare tutt'altro che -<span class="pagenum" id="Page_400">[400]</span> -bambina la città de' Tarquinj. E l'arco diventò distintivo -dell'architettura romana; progresso importante, -giacchè con esso possono concatenarsi piloni e pareti -ben più distanti, coprire vaste aree con tetti solidi -quanto facili, ottenere variato movimento di linee allo -interno ed all'esterno. Archi posero dovunque fabbricarono -i Romani: or al fondo d'una piazza quadrata o -attorno ad una circolare aprirono emicicli, coperti da -mezze cupole; ora di intere ne formarono con archi -concentrici; ora a varj piccoli archi ne circoscrissero -uno maggiore, o gl'incrociarono in direzioni differenti; -voltarono la cupola sopra spazj rotondi od ottagoni; -fecero aperture sopra aperture. E l'architettura romana -appunto trae un carattere proprio, forte e potente, -dall'accoppiare la volta italica al colonnato greco. Anche -quando, alla greca, sostennero i portici con colonne, -dall'una all'altra gettarono l'arco, mascherandolo con -un finto architrave. Pertanto al colonnato non diedero -perfezione intrinseca, nè seppero unificarlo colla volta; -mentre il rispetto agli esempj greci toglieva di fare che -tutte le linee si volgessero in alto, armonizzandosi meglio, -come poi si fece nell'architettura gotica. -</p> - -<p> -Gli architetti, sebbene venuti di Grecia, secondarono -l'indole romana, così da uscirne un'arte originale, dove -le parti dedotte dalla greca da essenziali riducevansi -ornamentali. Colonne e fregi acquistavano le vittorie? -commettevasi agli architetti d'accordare queste parti -antiche col concetto di nuovi edifizj. L'architrave mal -s'affaceva coll'arco, nè il tetto angoloso colla convessità -della cupola: i triglifi e i dentelli perdevano significato, -dacchè entro non v'avea le travi, di cui figurassero la -sporgenza. Il frontone, che tra i Greci seguitava continuo, -presentando la retta e il pinacolo formato dalle -pendenze del tetto, qui cambia destinazione, e talvolta -appare sotto al cornicione, o sovrasta ad una porta, a -<span class="pagenum" id="Page_401">[401]</span> -una finestra, a una nicchia; invece di un grandioso -facendosene molti piccoli, talora spezzati, o rotondi, o -soverchiati da più grandi. La colonna, che ne' Greci -era il canone non solo per misurare l'edifizio, ma per -caratterizzarlo, non restò più che un ornamento, destinato -ad interrompere la continuità del muro che dovea -sostenere il peso perpendicolare e insieme la pressione -obliqua della volta. Potè dunque alzarsi sopra un piedestallo, -talora altissimo, come negli archi di trionfo, -sminuendo di figura come d'importanza: nel Panteon -la troviamo posta nell'interno d'un arco, indipendente -da esso, sicchè non sostiene che un cornicione il quale -non sostiene nulla. Talora si attaccò e si affondò nei -pilastri, adoprati non solo come teste al modo greco, -ma tutt'al lungo della parete: o, come vedesi a Pompej, -le colonne erano mutate da un ordine all'altro col -rivestirle di stucco, senza curarsi dell'alteramento delle -proporzioni. -</p> - -<p> -E poichè l'ordine dorico era troppo severo da piegarsi -al capriccio o al bisogno, di rado i Romani lo -adoperarono, attribuendo questo nome ad uno cui ne -aveano tolto i tratti caratteristici: al capitello jonico -levarono la diversità tra la fronte e i lati della voluta: -ai due terzi inferiori del capitello corintio sovrapponendo -il capitello jonico, formarono il composito: l'ovolo -fu tronco in alto, e i dentelli schiacciati al basso: -i capitelli vennero ornati con varietà; or alle volute e -ai caulicoli sostituendo aquile ed encarpi, come in uno -della villa Mattei; ora sulle pieghe delle foglie facendo -posare dei grifi, come in uno a San Giovanni Laterano; -o riempiendolo di frutti, come in uno a San Clemente; -o di trofei e vittorie, come in uno a San Lorenzo; o -facendo da genietti alati sorreggere un festone sormontato -dall'aquila, come in uno del palazzo Massimi. -Gli ordini stessi si mescolarono, e nel teatro di Marcello -<span class="pagenum" id="Page_402">[402]</span> -il cornicione jonico imposta su colonna dorica; nel -Coliseo i tre ordini sormontano l'uno all'altro. -</p> - -<p> -Venne ad estendersi l'ordine toscano, che, spoglio di -scolture e di fregi, con capitello e base semplicissimi, -cede in ricchezza ed eleganza ai greci quanto li vince -in solidità. D'altra parte si formò l'ordine composito o -trionfale, ricchissimo, che alle leggere volute alzantisi -dal fogliame del corintio surroga le robuste dello jonico, -allunga la colonna fino a sei diametri, ed orna la cornice -di dentelli; le membrature della trabeazione richiede più -varie ed ornate, con mensole e modiglioni, sporgenti per -sostenere il fastigio. Il tempio di Milasso nella Caria, ad -onore d'Augusto e della dea Roma, è per avventura il -primo esempio d'ordine composito e delle decorazioni -eccessive, di cui quell'età cominciò a compiacersi: del -qual genere serbiamo il tempietto di Vesta a Tivoli. -</p> - -<p> -Vitruvio muove lamento che, mentre i Greci non si -scostavano mai dal possibile e dal concetto originario -della capanna di legno, accademica origine delle costruzioni, -i Romani non volessero brigarsi di queste minute -convenienze, e nelle cornici inclinate de' loro frontoni -mettessero i dentelli sotto ai modiglioni, il piacevole -preferendo al sistematico. E da Vitruvio impararono i -pedanti a chiamar difetto ogni deviazione da regole -prestabilite: ma l'arte romana vaneggiò assai più che -non la greca colle linee rette, le superficie piane e le -forme angolose; anche imitando v'improntò il genio -proprio, sia coll'ingrandire, sia coll'atteggiarle a potenza -e solidità. Di rimpatto vi mancano la perfezione delle -linee, le delicate relazioni delle parti, l'armoniosa simmetria -del tutt'insieme: e fin nel Panteon, ch'è de' più -corretti, all'angolo del frontone si desidera la dolcezza -con cui i Greci sapevano unire le due linee superficiali -del triangolo<a class="tag" id="tag363" href="#note363">[363]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_403">[403]</span> -</p> - -<p> -Non si tardò a traviare; e già l'arco che Tiberio -ergeva al suo antecessore è sregolatamente largo, sostenuto -da piloni di muro, con due magre colonne, e -dall'una all'altra un frontone mal impostato: quel di -Trajano ad Ancona pecca dell'eccesso contrario, pigiato -fra i pilieri, oltrechè gli altissimi basamenti si straccaricarono -di inette modanature; in quel di Tito le colonne -alzansi fin a nove diametri e mezzo. Ben presto -vi si sbizzarrì di mescolanze, s'allungarono le colonne -fino al doppio, s'introdussero ornati stravaganti, si profusero -colori luccicanti, che non devono più parere un -imbarbarimento dopo che si trovarono ne' monumenti -migliori di Grecia. Ludio le pareti delle case caricava -di paesaggi e vendemmie e scene campestri, unendovi -ghiribizzi architettonici; del che restano esempj nei -bagni di Tito, e in molte pareti di Pompej. Il gusto -degli imperatori dovette pregiudicare alle arti: Tiberio -piacevasi di oscenità; Caligola abbatteva le teste degli -Dei per sostituire la propria, e fece ritagliare da due -quadri la faccia di Giove per inserirvi quella d'Augusto; -<span class="pagenum" id="Page_404">[404]</span> -Nerone dorava le opere di Lisippo e i proprj palazzi. -Pure conservasi una testa di lui e di Poppea, carissime -di pensamento e di condotta: e il busto di Seneca -del museo Borbonico, probabilmente contemporaneo -dell'originale e fatto a Roma, ove abitualmente quel -filosofo visse, è una delle più belle fusioni. -</p> - -<p> -Augusto, nel tempio da Giulio Cesare eretto in Campidoglio, -collocò la Venere Anadiomena di Apelle, trasferita -da Coo, e stimata cento talenti, modello della -bellezza perfetta. Il Palazzo d'oro di Nerone (pag. 111) -abbracciava parte del colle Palatino, del Celio e dell'Esquilino: -cominciava da un vestibolo, cinto da tre -lati di portici d'un miglio ciascuno, che chiudevano -prati, vigne, foreste: dappertutto oro, pietre, perle: -alle sale da mangiare faceano soffitta tavole d'avorio -mobili e versatili, per poterne far piovere fiori ed acque -odorose; e la più grande e rotonda girava dì e notte -come il mondo: cinquecento statue di bronzo vi furono -portate dal solo tempio di Delfo<a class="tag" id="tag364" href="#note364">[364]</a>, tra le quali forse -apparivano le famose dell'Apollo di Belvedere e del -Gladiatore Borghese: il colosso dell'imperatore era -opera d'Atenodoro. Vespasiano trasse molte statue di -Grecia, e i magnifici ornamenti del tempio di Gerusalemme -per arricchire quello della Pace. -</p> - -<p> -Affinchè il popolo non vi oziasse, nei teatri dapprima -non si faceano gradini da sedere: ma Pompeo li fece -tollerare col mettervi in cima un tempio di Venere, -sicchè il popolo avea l'aria di sedere sulle scalee di -questo. Più nazionali erano gli anfiteatri; e il Coliseo -o Colosseo, fabbricato forse dagli Ebrei che Tito menò -schiavi, forma un'elissi, svolgentesi nell'interno per -ducentrentanove metri, col ricinto esterno appoggiato -sopra ottanta archi, che in quattro ordini architettonici -<span class="pagenum" id="Page_405">[405]</span> -sovrapposti elevansi fino a quarantanove metri; tutto -marmo e statue. Dentro girano quaranta file di sedili, -pure marmorei, da capirvi quasi novantamila spettatori: -sessantaquattro vomitorj danno sfogo alla moltitudine: -corridoj e scale erano distribuiti di maniera che ognuno -potesse, giusta il proprio grado, arrivare agevolmente -ai posti assegnati. Un velario proteggeva all'uopo dal -sole e dalla pioggia: zampilli di fontane rinfrescavano, -e spesso profumavano l'aria: altr'acqua era guidata -nell'arena in rigagnoli imitanti la delizia dei giardini, -o dilagavasi per opportunità di conflitti navali: di -sotto, per serbare le fiere, s'aprivano vasti sotterranei, -che ai dì nostri furono scoverti, ma tosto richiusi per -le fetide esalazioni dell'acqua stagnante. Roberto Guiscardo, -mille anni più tardi, temendo non divenisse -cittadella contro di lui, demolì la metà del Coliseo; il -resto servì di petraja per successivi edifizj, e massime -pei palazzi Farnese, di Venezia e della Cancelleria: eppure -quelle sublimi ruine ancora rendono attoniti<a class="tag" id="tag365" href="#note365">[365]</a>. -</p> - -<p> -La colonna coclite di Trajano, la cui altezza di quarantaquattro -metri indica di quanti il monte Quirinale -si fosse spianato per formare il fôro circostante, è la -prima di tal genere che si conosca, imitata da tutte le -seguenti, e basterebbe a rendere famoso quel periodo -dell'arte. Dorica, del diametro di metri 3. 63, è in -trentaquattro rôcchi di marmo lumachella, fissati con -arpioni di bronzo: al terrazzo, che sulla sommità circonda -la statua dell'imperatore, si ascende per centottantadue -scalini a chiocciola ricavati nel vivo, e rischiarati -<span class="pagenum" id="Page_406">[406]</span> -da quarantatre finestruole. La grossezza dei massi e -la solidità de' gradini mostrano come si ebbe riguardo -alla durata; e il tempo ne fece ragione. La fasciano -ventitre spire d'un bassorilievo, su cui contarono duemila -cinquecento figure, alte due piedi, che, con pensiero -unico, raffigurano le due spedizioni di quell'imperatore -contro i Daci, e illustrano i costumi di Roma -e de' suoi alleati e nemici: capolavoro di composizione, -ove sono espresse all'occhio le operazioni militari più -importanti, come marcie, accampamenti, battaglie, oppugnazioni; -in tanta moltiplicità e piccolezza facendo -variatissime le fisionomie, e ciascun popolo distinto -per vestire ed armi particolari, oltre all'espressione di -trionfo o di sconfitta. Il piedestallo è adorno di trofei, -aquile ed altri fregi, tutto così naturale e fino, e con -tale armonia delle particolarità, che formò la meraviglia -e lo studio di Rafael Sanzio, di Giulio Romano, di -Polidoro da Caravaggio<a class="tag" id="tag366" href="#note366">[366]</a>. -</p> - -<p> -La piazza era attorniata da fabbricati insigni, fra -cui un arco di trionfo, e la basilica Ulpia. A questa, -dopo cinque gradini di giallo antico, si entrava da -mezzodì per tre porte, ciascuna con portico: quattro -file di colonne la divideano in cinque navi: il pavimento -di marmo giallo e violetto; le pareti incrostate pur di -marmo bianco; la soffitta di bronzo, e attorno statue. -Architettolla Apollodoro di Damasco, al quale pure -attribuiscono l'arco di Ancona portante la statua equestre -<span class="pagenum" id="Page_407">[407]</span> -dell'imperatore, e il ponte sul Danubio da noi -altrove lodato. -</p> - -<p> -Adriano, passionato per le arti, in cui egli medesimo -esercitavasi, trasportava o faceva copiare quanto vedeva -negl'incessanti suoi giri; di molti edifizj abbellì Roma -e la Grecia, e d'un anfiteatro Capua. La Mole Adriana, -ora Castel Sant'Angelo, unita al ponte Elio, era vestita -di rame, con quarantadue colonne, ciascuna delle quali -sosteneva una statua, e sulla sommità una quadriga -coll'effigie dell'imperatore, di tali dimensioni, che un -uomo entrava nel cavo dell'occhio d'un cavallo. Aggiungono -fosse d'un pezzo solo; il che però è a mettere -a fascio col miracolo di Detriano architetto suo, -che dicono trasportasse da luogo a luogo il tempio -della dea Bona e il colosso di Nerone, ritto in piedi e -sospeso, per forza di ventiquattro elefanti. Singolarmente -si piacque Adriano di abbellire la villa di Tivoli, -che copriva un giro di dieci miglia, con due teatri; il -marmo v'era profuso, formandone persino letto al lago, -nel quale rappresentavansi navali conflitti: simbolo materiale -dell'eclettismo d'allora, v'erano copiate le situazioni -meglio gradevoli e i più grandiosi edifizj di Grecia, -oltre un'immagine degli Elisi; statue d'ogni paese, -divinità babiloniche, sfingi egiziane, numi greci, idoli -etruschi, vasi corintj; chi sa se anche bassorilievi -indiani e porcellane della Cina? -</p> - -<p> -Sull'esempio di questi imperatori, privati e città -s'abbellirono di edifizj: e i più degli insigni che onorano -quasi ogni città provinciale, vanno ascritti a quell'età; -come gli anfiteatri di Otricoli, Cagliari, Agrigento, Alba, -Verona, Capua, Pola d'Istria; i tempj di Assisi, di Todi, -di Foligno, di Padova, di Rimini, e quello scoperto -poc'anzi a Brescia; l'acquedotto di Spoleto, il ponte di -Narni. Buoni monumenti di allora sono il Marc'Aurelio -a cavallo, posto sulla piazza del Campidoglio, e la -<span class="pagenum" id="Page_408">[408]</span> -colonna Antonina, quantunque scapiti da quella di -Trajano per la distribuzione dei gruppi e per l'esecuzione -delle figure, mal compensate da alcuni concetti -felici, com'è la Fama che, scrivendo le geste sopra uno -scudo, separa le guerre germaniche dalle marcomanne. -Per imitazione si eseguirono statue di stile greco antico, -altre di granito rosso all'egiziana: ma che si sapesse -disegnare egregiamente bastano a provarlo le due statue -di Antinoo, oltre quella del Belvedere, cui forse a torto -il costui nome si attribuisce. Piene di vita e nobiltà sono -le teste nelle monete de' Giulj e de' Flavj, e ingegnosi -e ben eseguiti i rovesci. -</p> - -<p> -Dopo quel momentaneo lustro ricaddero le belle arti. -Gli Antonini le neglessero per la filosofia: però il Pio -dispose a Lanuvio una villa, della cui splendidezza ci -dà saggio una chiave d'argento per l'acqua dei bagni, -pesante quaranta libbre. Alessandro Severo s'ingegnò -di rifiorire le arti, cinse di statue il fôro Trajano, eresse -molte fabbriche e le terme, dipingeva egli stesso, e -inventò l'intarsiare marmi di vario genere<a class="tag" id="tag367" href="#note367">[367]</a>. -</p> - -<p> -Degli archi trionfali, genere ignoto ai Greci, il primo -fu eretto a onore di Fabio, vincitore degli Allobrogi e -degli Arverni, 139 anni avanti Cristo: dappoi per vittorie, -per benefizj, per adulazione si moltiplicarono; -quali ad una sola apertura, come quel di Tito a Roma, -e di Trajano ad Ancona; quali a due o a tre, come -quelli di Costantino e di Settimio Severo. Mirabile semplicità -mostra quello di Susa per Augusto; e forse n'è -contemporaneo quel di Pola, probabilmente funebre. -Altri ne sono sparsi per Italia<a class="tag" id="tag368" href="#note368">[368]</a>. I bassorilievi del -Settizonio di Settimio Severo sono mal condotti, sebbene -<span class="pagenum" id="Page_409">[409]</span> -lodevolissima la sua statua di bronzo, ora nel -palazzo Barberini. -</p> - -<p> -I ritratti romani, dapprima a foggia di erme colla -sola testa, dappoi talvolta sono busti armati con corazze -a trofei, vittorie, leoni, quali il Lucio Vero del Vaticano -e uno della villa Albani; talaltra togati, come il Claudio -nel braccio nuovo del Vaticano, l'Augusto negli Uffizj -di Firenze, il Genio d'Augusto nella rotonda del Vaticano, -e il Caligola della villa Borghese, han la toga sul -capo. Ve n'ha a cavallo; ve n'ha in trono, come la -statua di Cervetri e il Tiberio del museo Chiaramonti; -ve n'ha di foggiati da eroi e semidei, nudi e stanti, -come il bellissimo Pompeo del palazzo Spada, al cui -piede vuolsi fosse trafitto Cesare, il Marco Agrippa dei -Grimani a Venezia. Al dechino delle arti prevalsero i -busti colle spalle e parte del torace, alcuno anche colla -mano e qualche panneggiamento, e finiti in linea circolare. -Peccano di gonfiezza, massime quelli delle imperatrici: -han barba e capelli inanellati col trapano, e -alcuna volta con marmo di vario colore, come anche -le vesti, e con occhi riportati, ed accessorj studiati con -affettazione, mentre l'espressione del viso casca nel triviale. -Eppure i ritratti sono quel che di meglio ci tramandò -la scoltura romana, conservando l'individualità. -</p> - -<p> -Le stesse medaglie, che al principio di quest'età erano -migliori delle greche, riduconsi rozze e grossolane: pure -ne restano di bellissime, massime di Gallieno e di -<span class="pagenum" id="Page_410">[410]</span> -Postumo, e un medaglione di Triboniano Gallo. Avendo -sott'occhio tanti eccellenti modelli, poteva quando a -quando taluno porre studio in quelli per modo d'emularli; -fatto isolato, e che nella storia dell'arte convien -distinguere bene dal vero progresso. -</p> - -<p> -Insomma se la Grecia nocque a Roma per la filosofia -e pei costumi, giovò per le arti. Mentre la scoltura -romana è pesante, fredda, secca, copiaronsi con felicità -gli originali greci; e v'ha chi crede che i capolavori -tramandatici dall'antichità, salvo i modernamente scoperti, -sieno copie eseguite a Roma, e che colla perfezione -dell'originale vi si senta l'inferiorità del copista. -Non conservavasi nè la grandezza a Fidia, nè la grazia -a Prassitele, quali apparvero nella Venere di Milo o -nei marmi del Partenone: nell'Apollo del Belvedere fu -cancellata la realtà, scomparvero i muscoli, mentre -insigne è il concetto: la Venere Capitolina da certe -configurazioni si conosce modellata sopra una romana, -ma avendo presente l'opera d'un greco. Che se fra noi -ammiransi tanto le opere romane, chiunque viaggiò la -Grecia e l'Asia Minore sa come scapitino a paragone -delle indigene. -</p> - -<p> -All'intento governativo de' Romani meglio si confacevano -le opere di genio civile, e massime intorno alle -acque. Già 115 anni avanti Cristo, Emilio Scauro asciugava -le paludi del Po con canali tra Parma e Piacenza; -vaste operazioni si intrapresero per sanare le Pontine, -e Augusto vi scavò un canale parallelo alla via Appia; -a tacere i lavori fuor d'Italia, sotto Tiberio si divisò di -voltare nella Chiana l'Arno, che prima affluiva nel -Tevere e cagionava piene: ma fa meraviglia come i -Romani non provvedessero a incanalare questo fiume, -che spesso allagava la loro capitale, e fin dodici volte -nell'anno 22. Nerone cominciò un cavo arditissimo, -che per censessanta miglia dal lago d'Averno doveasi -<span class="pagenum" id="Page_411">[411]</span> -congiungere da un lato col lago Lucrino e il golfo di -Baja, dall'altro con Roma per le paludi Pontine<a class="tag" id="tag369" href="#note369">[369]</a>. -Cesare tentò, Claudio compì lo scolo del lago Fùcino -nel Liri per l'emissario più grandioso d'Europa, per -5600 metri fra montagne calcari, sostenuto con muri -ed archi, e dove lavorarono trentamila persone, nè -sapevasi tenere la drittura altrimenti che coll'aprire -spiragli in cima. -</p> - -<p> -Roma piantava sopra un labirinto di fogne, onde -urbs pensilis la chiamava Plinio; mentre file immense -di archi reggeano le doccie che da molte miglia lontano -guidavano l'acqua, e che ancora colle loro ruine -interrompono pittorescamente la spopolata campagna -romana. Il primo acquedotto, fatto a studio di Appio -Claudio il 311 avanti Cristo, portava l'acqua da otto -miglia lontano: per quarantatremila passi, sorretto da -settecentodue archi, la portava quel di Cajo Dentato, -di quarant'anni posteriore: poi Marcio Re condusse da -Subiaco, per sessantunmila passi, l'acqua Marcia, alla -quale si congiunsero poi la Tepula e la Giulia. Frontino, -che al tempo di Trajano descrisse gli acquedotti, conta -che per 13,594 tubi distribuivano 1,320,600 metri -cubici d'acqua ogni ventiquattr'ore. L'acqua Vergine, -dovuta ad Agrippa, venendo sopra settecento archi fuor -di terra, con quattrocento colonne marmoree e trecento -statue, alimentava centrenta cisterne<a class="tag" id="tag370" href="#note370">[370]</a>. Era uno -sfoggio eccedente di forza, quasi l'acqua non dovesse -<span class="pagenum" id="Page_412">[412]</span> -giungere ai trionfanti che sopra archi trionfali; nè a -torto Frontino anteponeva queste opere alle piramidi -egiziane. Di simili restano vestigia in altre città dell'impero; -e delle più insigni era l'acqua Claudia, che -per cinquanta miglia, dal Principato Ulteriore provvedeva -molte città e Napoli, e finiva alla Piscina Mirabile -presso il capo Miseno, gran serbatojo per le navi. -</p> - -<p> -Più di ottocento bagni contava Roma sotto gli Antonini, -di cui erano principali quelli d'Emilio, Cesare, -Mecenate, Livia, Sallustio, Agrippina. Plinio rammenta -Sergio Orata contemporaneo di Grasso, che inventò -d'introdur nelle camere acqua calda, per modo che -evaporando scaldasse. Di Ninfei, grandi cupole con -zampilli, erano sparse le rive dei laghi d'Albano, di -Nemi, Lucrino, Fùcino. -</p> - -<p> -Talmente estese erano le terme, che Ammiano Marcellino -le paragona a provincie (<i>in modum provinciarum -extructa lavacra</i>); ed occupano ancora grandissimo -spazio quelle di Caracalla, alimentate dall'acqua -Marcia che passa sull'arco di Druso. Oltre i bagni, -servivano ad esercizj ginnastici, giuochi, accademie, -altre riunioni: le ornavano preziosi capidarte, e vi -furono trovati l'Ercole di Glicone, la Flora, il toro -Farnese, il torso di Belvedere, il musaico del Laterano, -e quantità di vasi e d'altre preziosità. La colonna che -sta in piazza Santa Trinità a Firenze, è una delle otto -che sorreggeano la sala di mezzo. Più vaste erano le -terme di Diocleziano, con portici e sale capacissime, di -cui una copre cinquantanove metri per ventiquattro, e -luoghi di divertimento ed un museo. Il Panteon formava -solo un membro delle terme d'Agrippa; e i rabeschi -di Rafaello nelle loggie Vaticane imitano quelli -delle terme. Baja ed altre vicinanze di Napoli offrivano -terme naturali; e bellissimo avanzo n'è il Truglio, rotonda -di venti metri di diametro interno, a volta elittica. -<span class="pagenum" id="Page_413">[413]</span> -</p> - -<p> -Mediante gli archi furono agevolati anche i ponti, -che talvolta erano decorati di statue e d'archi trionfali: -ed otto ne avea la sola Roma<a class="tag" id="tag371" href="#note371">[371]</a>. Poco capaci erano -i porti, destinati a navi ben più piccole delle nostre; -ma fari, canali, bacini, cantieri, cale, piscine formavano -un complesso di edifizj maestoso. Cesare propose, -Claudio eseguì un porto alla foce del Tevere, cui Trajano -aggiunse un bacino esagono di ducensessanta -metri il lato, cinto di colonnette di marmo numerate, -per attaccarvi le navi. Attribuiscono ad Augusto il porto -di Miseno, e quello di Ravenna con magnifico faro. -Quel che chiamano ponte di Caligola, sono avanzi del -molo a traforo che dovea proteggere l'antico porto di -Pozzuoli. -</p> - -<p> -All'unità, cui Roma aspirava, d'importanza suprema -riusciva il costruire strade; e alcune avanzano tuttora -ad attestare quanto meritassero l'antica rinomanza -(pag. 573). Partendo dal <i>miliario aureo</i>, collocato -in mezzo al fôro Romano, si spiegavano queste fin alle -colonne d'Ercole, all'Eufrate e al Nilo, vincendo difficoltà -d'ogni sorta, spropriando i possessori, colmando -valli, accavalciando fiumi, spianando alture, forando -montagne, perchè questa gran catena connettesse alla -metropoli le provincie. Cinque metri eran larghe le -maggiori: per fondo gettavansi frantumi di pietre, -<span class="pagenum" id="Page_414">[414]</span> -legati con calce e pozzolana; poi un miscuglio di calcina, -creta e terra, e talvolta anche di ghiaja e calcistruzzo; -indi ciottoli o pietre poligone informi, e nelle -città cubi regolari: a Pompej ed Ercolano sono di lava, -connessi con calce e pozzolana, e le vie sono tirate a -filo e con marciapiedi. -</p> - -<p> -Magnifiche erano in Roma la Sacra e la Trionfale: -la prima, cominciando ad oriente del fôro Romano, -dal Coliseo radeva il tempio d'Antonino e Faustina, e -per gli archi di Costantino, di Tito e di Settimio Severo -saliva al Campidoglio. Entravano dall'altra i vincitori -lungo i campi del Vaticano e del Gianicolo; poi dal -ponte e dalla Trionfale venivano alla via Retta, al Campo -Marzio, al teatro di Pompeo, al circo di Flaminio, ai -teatri d'Ottavia e di Marcello, e al circo Massimo; -piegando quindi sulla via Appia, pel Coliseo uscivano -sulla via Sacra, donde al Campidoglio. Le statue rapite -alle nazioni vinte, quelle dei re trionfati, de' grandi -uomini e degli Dei contornavano que' magnifici cammini. -Gl'imperatori crebbero le strade per portare gli -ordini e gli eserciti alle estremità dell'impero; e quarantotto -ne contava la sola Italia, nove la Sicilia, sei la -Sardegna, una la Corsica. -</p> - -<p> -L'ispezione delle strade spettava ai censori, che spesso -vi diedero il proprio nome; dappoi ai tribuni della plebe; -più tardi a curatori speciali: le spese erano decretate -dal senato, o da individui che ne traessero vantaggio, -o volessero gratificarsi il popolo. Cajo Gracco avea -fatto collocare pietre miliari, indicanti la distanza da -Roma o dai punti principali; e lungh'esse situavansi -pure i sepolcri, in vista, anziché sotterranei come quei -de' prischi Italioti. V'erano anche <i>cauponæ</i> e <i>tabernæ</i>, -ma forse ad uso soltanto della poveraglia: del resto -quando Orazio peregrinò a Brindisi, nella città di Mamurra -gli prestarono Murena la casa, Capitone i cuochi; -<span class="pagenum" id="Page_415">[415]</span> -prima d'arrivare al ponte di Campania, pernottò in una -villa, dove i provveditori imperiali lo fornirono di legna -e sale, secondo il loro dovere; in un'altra villa presso -Trivico fu affumicato da fascine verdi, e deluso da una -fanciulla<a class="tag" id="tag372" href="#note372">[372]</a>. -</p> - -<p> -Alle città in generale davasi la forma dell'accampamento, -cioè un parallelogrammo, per lo più di un -quadrato e mezzo, tagliato pel lungo e pel traverso da -una o due strade; e tali possono riscontrarsi i primitivi -piani di Como, Piacenza, Parma, Pavia, Aosta, -Torino; Verona forma un quadrato. -</p> - -<p> -L'unione di case private, disgiunte dalle vicine, costituiva -un'isola; il complesso di alquante isole, un vico; -e molti vichi, una regione. Solo i gran ricchi potevano -abitare un'isola intera, massime da che il crescente lusso -delle fabbriche incarì i terreni. Molti dunque appigionavano -le case; e Marziale abitava a un terzo piano<a class="tag" id="tag373" href="#note373">[373]</a>; -Silla, non ancora famoso, pagava lire seicento l'anno -di pigione: ma Cicerone parla fin di tremila sesterzj o -seimila lire per un appartamento. -</p> - -<p> -Nelle case de' Romani, modificate tra l'antica italiana -e la greca, erano due parti distinte; una per uso particolare -del padrone, una pel pubblico. Il vestibolo -oblungo (<i>protyrum</i>) menava dalla strada in un cortile -interno (<i>cavedium</i>), scoperchiato nel mezzo. Le acque -piovane erano raccolte sul tetto sporgente, e per lo -spazio scoperto (<i>compluvium</i>) cadevano in un bacino -rettangolare (<i>impluvium</i>), spesso decorato d'una fontana. -A destra e a manca del cavedio disponevansi -le camere: di fronte, una sala aperta verso la corte -<span class="pagenum" id="Page_416">[416]</span> -(<i>tablinum</i>) conteneva gli archivj e i ritratti di famiglia, -e il padrone vi riceveva i clienti, che aspettavano il -suo arrivo passeggiando nel cortile o seduti in salotti -(<i>alæ</i>): corridoj (<i>fauces</i>) mettevano all'interno della -casa. Parte principale erano gli atrj, ignoti ai Greci; e -distinguevansi in <i>toscani</i> quando i tetti fossero sostenuti -solo da travi murate; <i>tetrastili</i> quando avessero -quattro colonne poste sotto ai punti d'intersezione delle -travi; <i>corintj</i> quando le colonne fossero di più; <i>displuviata</i> -quando il tetto pioveva all'infuori; <i>testudinata</i> -se affatto coperti. -</p> - -<p> -Il limitare della porta guardavasi con rispetto superstizioso; -guaj l'inciamparvi! vi si scriveano parole di -felice augurio, o teneansi pappagalli e gazze che le -ripetessero. Sovra la porta collocavansi ornati e segni -del mestiero che vi si esercitava, od iscrizioni. Gli usci -talvolta faceansi di marmo o di bronzo, e con bottoni, -mascheroni ed altri capricci; in occasione di nozze o -di solennità ornavansi di ghirlande e festoni; gli amanti -vi sospendeano fiori; i cipressi indicavano la morte. -Eccetto quelle dei tribuni, stavano chiuse, nè vi s'entrava -senza bussare: nelle case ricche tenevasi il portiere, -incatenato come i nostri cani. Oltre la principale, -s'avea qualche porta di dietro (<i>postìca</i>), che riusciva -negli <i>angiporta</i> o vicoli. Di rado si trovano scale, e -queste di pietra o di legno come oggi, fissate nel muro -e per lo più buje; onde la frequente frase d'ascondersi -<i>in scalis</i>, o <i>in scalarum tenebris</i><a class="tag" id="tag374" href="#note374">[374]</a>. -</p> - -<p> -La casa in generale non avea finestre o pochissime, -e queste piccole ed alte; talora chiuse con pietre speculari, -o con vetri molto grossi e non trasparenti<a class="tag" id="tag375" href="#note375">[375]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_417">[417]</span> -</p> - -<p> -Le parti interne comunicavano tutte fra sè mediante il -cortile, da cui le camere riceveano luce per mezzo delle -porte: le camere spesso non erano divise che da traversi -o da cortine. Nella biblioteca poneansi le effigie -degli autori, d'oro, argento, bronzo, cera<a class="tag" id="tag376" href="#note376">[376]</a>. -</p> - -<p> -Da principio il fuoco ardeva nell'atrio, ove e cocevasi -e mangiavasi, e attorno a quello si raccoglievano -i numerosi schiavi; dappoi nell'atrio si tenne un foculo -o braciere, dove mettere incensi ai lari<a class="tag" id="tag377" href="#note377">[377]</a>: talvolta -riscaldavansi le camere con tubi chiusi nelle pareti o -sotto al pavimento. Per cercare il fresco e meriggiare -si aveano appartamenti sotterranei, che ne' palazzi erano -estesi, con molti corridoj e pitture a fresco e fregi a -stucco, i quali da ciò appunto trassero il nome di -<i>grotteschi.</i> -</p> - -<p> -Ornavansi i palazzi con giardini. Di grandiosissimi -n'ebbe Mecenate; e forse a quei di Lucullo presso -Napoli servivano la Piscina Mirabile di Miseno, e la -nuova grotta, riaperta or fa poch'anni nel promontorio -di Coroglio, lunga più di mille metri, alta e larga meglio -che quella di Posilipo. L'arte industriavasi a procurarvi -ombre, variare l'esposizione, intrecciare labirinti, -<span class="pagenum" id="Page_418">[418]</span> -distribuir acque, e nel ridurre le piante e i cespugli, -massime di càrpino e di bosso, in figure d'animali o -di lettere (<i>ars topiaria</i>); della quale invenzione si attribuiva -il merito a Cajo Matio cavalier romano, famigliare -d'Augusto. Altre volte i giardini erano pènsili, e Seneca -inveiva retoricamente contro questo dover gli alberi -cacciare le radici ove a stento avrebbero innalzate le -chiome<a class="tag" id="tag378" href="#note378">[378]</a>. -</p> - -<p> -Ai giardini aggiungevansi un viale d'alberi ove -passeggiare discorrendo (<i>gestatio</i>), e l'ippodromo per -le corse a cavallo. Nè ignoti erano i tepidarj, dove -correnti d'acqua calda mantenevano una temperatura -tale che, a malgrado del verno, vi facessero i gigli bianchi -e rossi, le viole tusculane, le vigne, i poponi e gli -alberi da frutto. Coltivavansi pure delle piante bulbose, -il croco, il narciso, il giacinto, le iridi. A taluno erano -unite uccelliere, e Alessandro Severo n'ebbe una che -conteneva ventimila piccioni, oltre fagiani, pernici, altra -selvaggina. Entro piscine conservavansi pesci vivi, con -ingenti spese. -</p> - -<p> -Non dimentichiamo che a nessun palazzo mancava -l'ergastolo, destinato a chiudere gladiatori, atleti, schiavi. -I primi, come ben nudriti, così è a credere fossero anche -ben alloggiati; ma gli schiavi si cacciavano la sera in -tane sotterranee, senza distinzione di sessi. Altri ergastoli, -come indica il nome, servivano pei lavori forzati, -e in città n'avea di molti; e talora i passeggieri venivano -côlti, e gittati a lavorare in quelle tane, senza che -più se ne sapesse. -</p> - -<p> -Le minori vie metteano sopra le strade grandi, le -sole mantenute a pubbliche spese, e che legalmente -doveano farsi larghe non più di otto piedi romani, che -<span class="pagenum" id="Page_419">[419]</span> -sono due metri e mezzo, e costeggiate da marciapiedi -rialzati, da due in quattro piedi; ben necessarj ove -l'angustia appena permetteva il cambio de' carri, e dove -piovendo correva il rigagno. Sulla strada s'aprivano le -botteghe, e spesso in una tutte quelle d'un esercizio, -come a Roma nel fôro i banchieri; nel Vico Tusco e nel -Velàbro i conciatori, profumieri, droghieri, mercanti -di stoffe; nella via Sacra i venditori di minuterie domestiche, -di ossetti d'avorio, di tavolette da scrivere, -di stipi di legno prezioso, dadi e tavole da giocare. Nel -175 avanti Cristo i censori Fulvio Flacco e Postumio -Albino fecero selciare di pietroni le vie interne di Roma, -di ghiaja le esterne, e con margini rialzati<a class="tag" id="tag379" href="#note379">[379]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_420">[420]</span> -</p> - -<p> -La primitiva Roma occupava sul colle Palanzio appena -un miglio quadrato, colle porte Rumena, Capena, -Magonia. Numa Pompilio estese quel recinto, inchiudendovi -il colle Capitolino e la parte più prossima del -Quirinale, e aggiungendo la porta Carmentale, detta -Scellerata dacchè ne uscirono i trecentosei Fabj. Tullo -Ostilio cinse anche il Celio per istanziarvi i vinti Albani; -poi Anco Marzio collocò i Latini sull'Aventino, murandolo. -Tarquinio Prisco asciugò il Velàbro, palude nell'avvallamento -tra il Palatino, l'Aventino e il Campidoglio; -e meditava una nuova cerchia di mura, che fu -poi compita da Servio Tullio, aggregando il resto del -Quirinale, e i colli Viminale ed Esquilino, sicchè vi -furono compresi sette colli; mentre il Gianicolo ergevasi -di là dal Tevere a guisa di cittadella. -</p> - -<p> -La mura, invasa anch'essa dalle abitazioni, serpeggiava -sul ciglio dei colli: cominciando sulla sinistra del -Tevere al fôro Olitorio presso il teatro di Marcello, e -seguendo il lato settentrionale della rôcca Capitolina, -scendeva al sepolcro di Cajo Bibulo, quindi per la valle -che separa il Campidoglio dal Quirinale saliva in vetta -di questo verso le Quattro Fontane, donde secondava -il colle lungo il circo di Flora, piegando poi incontro -alla moderna porta Salaria. Quindi cominciava l'aggere -<span class="pagenum" id="Page_421">[421]</span> -su cui fondata era la mura, e continuava per l'altura -sovrastante ai colli Quirinale, Viminale ed Esquilino fin -all'arco di Gallieno, ove esso argine terminava. Allora, -sceso l'Esquilino, la mura rimontava sul Celio presso -al Laterano; indi per la sommità meridionale del colle, -dove ora sta Santo Stefano Rotondo, scendeva a valle -tra il Celio e l'Aventino; coronati i quali, tornava a -raggiungere il fiume là dov'erano e sono tuttora le -conserve del sale. Di là dal Tevere le mura staccavansi -dal fiume in due linee rette per congiungersi colla cittadella -gianicolese di Anco Marzio. Vi attribuiscono il -giro di otto miglia, o precisamente 12,500 metri<a class="tag" id="tag380" href="#note380">[380]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_422">[422]</span> -</p> - -<p> -Ventitre o ventiquattro porte le aprivano: la Flumentana -presso il fiume; la Trionfale, donde entravano -i vincitori pigliando la via Sacra verso il Campidoglio; -la Carmentale; la Rumena alle falde del Campidoglio; -una di nome incerto, sull'altura occidentale del Quirinale; -un'altra sul colle medesimo presso il palazzo pontifizio; -la Salutare in vetta ad esso colle, ove ora le -Quattro Fontane; una presso gli orti Sallustiani; la -Collina, da cui partivano le vie Salaria e Nomentana, -e fuor della quale stava il Campo Scellerato; la Viminale -nella villa Negroni; l'Esquilina presso l'arco di -Gallieno, donde moveano le vie Prenestina, Labicana, -Tiburtina; la Mezia, poco discosta; la Querquetulana -sulla via Labicana presso i Santi Pietro e Marcellino; -la Celimontana presso San Giovanni in Laterano; la -Ferentina sul Celio presso Santo Stefano Rotondo, donde -si usciva al bosco della dea Ferentina, oggi Marino, -convegno dell'assemblea dei popoli del Lazio; la Capena, -da cui partivano le grandi strade Appia e Latina, aprivasi -nella gola fra il Celio e l'Aventino, ed era il corso -vespertino degli eleganti; la Nevia, al crocicchio delle -vie Aventina e di Santa Balbina, menava ai boschi Nevj, -ricovero de' malfattori; la Radusculana sotto la chiesa -di San Saba, alla falda meridionale dell'Aventino; la -Lavernale sull'Aventino; la Mavale accanto al bastione -di Paolo III; la Minucia sulla sommità dell'Aventino; la -Trigemina, ove è l'arco della Salaria, così detta perchè -avea tre fornici. Quelle del lato occidentale sono incerte. -</p> - -<p> -Dentro e fuori restava uno spazio sacro, detto <i>pomerium</i>, -che non potevasi nè edificare nè coltivare. Silla -<span class="pagenum" id="Page_423">[423]</span> -e Cesare estesero il pomerio, ma non dilatarono la -mura. -</p> - -<p> -Augusto partì l'antico recinto di Servio Tullio in -quattordici regioni, che erano: <span class="smcap lowercase">I</span>ª al mezzodì la Capena, -ove il tempio dell'Onore, quello di Marte Estramurano, -le terme di Severo e di Comodo; <span class="smcap lowercase">II</span>ª la Celimontana sul -monte Celio, ove la casa de' Laterani, la Mica Aurea -fondata da Domiziano, le scuole de' gladiatori, e il piccolo -campo Marzio; <span class="smcap lowercase">III</span>ª la Moneta nella valle fra il -Celio, il Palatino e l'Esquilino, dove le terme di Trajano -e di Tito, la Casa Aurea di Nerone, le grandi vie Suburra -e Carina, il Colosseo; <span class="smcap lowercase">IV</span>ª la Sacra fra l'Esquilino, il -Palatino e il Quirinale, dove i tempj della Pace, di -Roma, d'Antonino e Faustina, il colosso di Nerone, gli -archi trionfali di Tito e di Costantino, la via Scellerata, -la Sandalaria abitata da' libraj, la Sacra dove Orazio -solea passeggiare meditando e invanendo<a class="tag" id="tag381" href="#note381">[381]</a>; <span class="smcap lowercase">V</span>ª le -Esquilie chiudeano parte dell'Esquilino e il Viminale, -coi monumenti del <i>Castrum prætorianum</i>, la casa e i -giardini di Mecenate, l'arco di Gallieno, il <i>vivario</i> delle -belve per l'anfiteatro; <span class="smcap lowercase">VI</span>ª l'Alta Semita sul Quirinale -abbracciava le terme di Diocleziano e di Costantino, i -tempj di Quirino, del Sole, di Flora, della Salute, i -giardini di Lucullo, di Sallustio, d'altri; <span class="smcap lowercase">VII</span>ª la Lata, fra -il Quirinale e il Campo Marzio, aveva il fôro Suario, il -portico di Costantino ed altri monumenti; l'<span class="smcap lowercase">VIII</span>ª regione -era il fôro Romano fra il Capitolino, il Palatino e il -Tevere, e suoi monumenti il Miliario Aureo, il Comizio, -la curia Ostilia, il tempio di Castore, la basilica Porzia, -la colonna Mevia, il tempio di Vesta, i nuovi rostri, il -tempio di Saturno, il Campidoglio, la cittadella, i fôri -di Cesare, d'Augusto, di Trajano, ecc.; <span class="smcap lowercase">IX</span>ª il circo -Flaminio nella parte più settentrionale, col mausoleo -<span class="pagenum" id="Page_424">[424]</span> -d'Augusto, il Panteon, il teatro di Balbo, l'anfiteatro di -Statilio Tauro, il teatro di Marcello, la curia di Pompeo, -la Villa pubblica, dove faceasi il censo e si riceveano -gli ambasciatori stranieri; <span class="smcap lowercase">X</span>ª la Palatina col palazzo -imperiale; <span class="smcap lowercase">XI</span>ª il circo Massimo fra il Palatino e l'Aventino; -<span class="smcap lowercase">XII</span>ª la Piscina pubblica fra l'Aventino e il Celio; -<span class="smcap lowercase">XIII</span>ª l'Aventino, ove faceasi la rivista degli armati -(<i>armilustrium</i>); infine il Transtevere, ove i giardini -di Nerone, la Mole Adriana, le terme d'Aureliano. Siffatta -divisione durò fino ad oggi. -</p> - -<p> -Cresciuta Roma di magnificenza e d'estensione sotto -gl'imperatori, Aureliano la cinse di nuove mura laterizie, -quali in molti luoghi si vedono tuttora, all'uopo -principalmente d'inchiudervi i nobilissimi edifizj circostanti -al campo di Marte. Staccandosi dalla sinistra del -fiume presso porta Flaminia, la nuova mura ambiva -verso oriente il Pincio, poi il Quirinale, il Viminale, -l'Esquilino, il Celio, l'Aventino, e allargandosi per abbracciare -monte Testaccio, toccava il fiume; di là dal -quale tornava molto più in fuori dell'odierna porta -Portense, donde salendo il fianco meridionale del Gianicolo, -fiedeva alla porta San Pancrazio, per scendere -alla Settimiana. Non fu quindi più la città de' sette, ma -dei dieci colli: il Vaticano fu ricinto soltanto da papa -Leone IV, formando la città Leonina. -</p> - -<p> -Nella nuova cerchia Roma ebbe da quindici miglia -di giro, con trentasette porte, che mettevano ad altrettanti -sobborghi, e da cui partivano trentuna strade -militari. In quel ricinto contavansi ventotto biblioteche, -otto ponti, otto campi, dieci terme, venti acque, diciotto -vie, due campidogli, due circhi, due anfiteatri, tre -teatri, tre ludi, cinque naumachie, quindici ninfei, due -colossi, due colonne cocliti, sei obelischi, ventidue -grandi cavalli, sette Dei d'oro e settantaquattro d'avorio, -trentasette archi di marmo, quattrocenventitre vichi, -<span class="pagenum" id="Page_425">[425]</span> -quattrocenventidue palazzi (<i>ædes</i>), mille settecentonovanta -case maggiori, quarantaseimila seicentodue -isole, col qual nome, se pure la cifra non fu letta in -fallo, non potrebbero intendersi che le case minori; -ducentonovanta granaj, ottocentocinquantasei bagni, -mille trecencinquantadue pozzi, ducencinquantaquattro -forni, quarantasei lupanari, quattrocento cloache, cenquarantaquattro -latrine. -</p> - -<p> -Dei diciassette fôri o piazze, quattordici servivano -per mercati diversi (<i>venalia</i>), gli altri per gli affari -(<i>civilia et judiciaria</i>). Il più antico era il Romano, ove -si teneano le arringhe sulla tribuna ornata dei rostri -tolti alle navi cartaginesi. Il fôro di Cesare, presso -campo Vaccino, costò un milione di sesterzj. Augusto -nel suo fece il tempio di Marte Vendicatore, intorniato -di doppia galleria, colle statue de' re latini da un lato, -de' re romani dall'altro. Domiziano cominciò quello di -Nerva, dove poi Alessandro Severo pose colossi degli -imperatori e colonne di bronzo. -</p> - -<p> -Alla vita pubblica d'allora s'addicevano i portici, -formati di colonne che sostengono un soppalco, disposte -a più schiere; talvolta erano indipendenti da qualunque -altro edifizio; da poi si chiusero con ricinti, e presero -nome di basiliche. La prima basilica pubblica si edificò -sotto la censura di Porcio Catone il 569 di Roma, onde -fu detta Porcia; e tanto piacque che in vent'anni se ne -costruirono tre nuove, vicino al fôro, poi altre altrove, -e anche per tutta Italia. Servivano ad usi pubblici, come -di borsa e di tribunale, a tal uopo finendo in un semicircolo -o abside, dove collocavasi il pretore sulla sedia -curule, circondato dai numerosi giudici e dagli avvocati. -Dieci n'aveva in Roma, la Giulia, la Vestilia, la Nettunia, -la Matidia, la Marciana, la Vascolaria, la Floscellaria, -quelle di Paolo e di Costantino, e di tutte più famosa la -Ulpia, opera di Trajano, che abbiamo pur dianzi descritta. -<span class="pagenum" id="Page_426">[426]</span> -</p> - -<p> -Noi ci badammo su questi particolari perchè, oltre -essere la metropoli del mondo, Roma serviva di modello -anche alle altre città dell'impero; sebbene non sia -dimostrato quel che taluni asseriscono, che in ciascuna -vi avesse e fôro e teatro e circo e ginnasio e bagno e -campidoglio, colle forme e coi nomi medesimi della -capitale. -</p> - -<p> -E più ne sapremmo se degli scrittori d'arte ci fosse -restato altro che il solo Marco Vitruvio Pollione. Di -patria e di casa ignoto, e probabilmente schiavo greco, -se argomentiamo dal suo scrivere cattivo e ingombro -di grecismi, da Augusto fu adoperato alle macchine -militari: ma de' fatti suoi nulla si saprebbe se egli -stesso non avesse scritto. Più maestro che artista, più -ingegnere che architetto egli si mostra, nè di gran -valentìa dà saggio la basilica in Fano, unica che si -ricordi da lui architettata. -</p> - -<p> -Molti avendo scritto d'architettura ma confusamente, -egli pensò ridurre in corpo compiuto quella scienza, e -ciascuna parte in singoli libri. E secondo si esprime -ne' preamboli, nel primo spiega i doveri dell'architetto -e le cognizioni a lui necessarie; nel secondo i materiali; -nel terzo la disposizione de' tempj coi varj ordini, e la -distribuzione delle parti; nel quarto tratta specialmente -dell'ordine jonico e del corintio; nel quinto reca la -disposizione degli edifizj pubblici; nel sesto delle case -private; nel settimo degli intonachi onde abbellire ed -assodare gli edifizj; nell'ottavo del trovare e condur -l'acqua; nel nono di differenti processi pratici e di cose -utili alla vita, come il peso specifico, la costruzione -delle meridiane, i rapporti del diametro col circolo, -del lato colla diagonale del quadrato; il decimo discorre -delle macchine sì per fabbrica, come per elevar l'acqua -e per la guerra. -</p> - -<p> -Ma il <i>Trattato d'architettura</i> qual oggi l'abbiamo, -<span class="pagenum" id="Page_427">[427]</span> -è probabilmente una compilazione, poco diversa da -quella di Plinio, fatta da qualcuno mal pratico, e che -non avea visto co' proprj occhi i monumenti di Grecia. -Nell'esecuzione spesso confonde i soggetti, ed è peccato -che le figure che accompagnavano il testo siano perdute<a class="tag" id="tag382" href="#note382">[382]</a>. -Scarso di critica e filosofia, di stile vulgare, -arido e spesso oscuro anche per minutezza di particolari, -a tacere i guasti venutigli dagli amanuensi, va -consultato con grande cautela, e confrontato cogli edifizj -ancora riconoscibili: ma se sarebbe servilità il prostrarsi -a' suoi precetti, è certo che, oltre le squisite -notizie, di ottimi egli ne desume dall'osservazione. -Sopratutto raccomanda all'architetto lealtà e disinteresse; -ed egli medesimo si fa amare per la candida -intenzione con cui scrive. -</p> - -<p> -Turpilio, cavaliere della Venezia ai tempi di Plinio, -è il solo nobile romano che coltivasse la pittura, la -quale da Plinio stesso è definita arte morente<a class="tag" id="tag383" href="#note383">[383]</a>, -benché ad alcuni egli sia cortese d'encomj; come ad -Amulio per una Minerva, la quale guardava l'osservatore -dovunque si mettesse<a class="tag" id="tag384" href="#note384">[384]</a>; meschina lode! Quinto -Pedio, d'illustre famiglia, era muto, e perciò l'oratore -Messala s'accordò con Augusto di fargli imparar la -pittura; e riusciva bene se morte non l'avesse rapito. -</p> - -<p> -Primeggiava tra i colori il cinabro, che Plinio pretende -fatto col sangue di un drago schiacciato da un -elefante morente, in modo che i due sangui si mescolassero<a class="tag" id="tag385" href="#note385">[385]</a>; -e probabilmente era succo d'una palma. -<span class="pagenum" id="Page_428">[428]</span> -</p> - -<p> -Il minio era stato scoperto quattro secoli avanti Cristo -nelle cave d'argento d'Efeso: e per carezza e nobiltà -gareggiava con esso il purpurissimo, composto col -liquore estratto dai murici che pescavansi in riva al -Mediterraneo. Sul golfo di Napoli manipolavansi minerali -indigeni e importati per uso di colori, quali l'azzurro -denominato fritta di Pozzuolo, e la porpora. -</p> - -<p> -Si dipingeva per lo più sul legno; talvolta sulle -pareti. Per animali e fiori e dove occorresse maggior -illusione, usavasi l'encausto; cioè (se pure fra tante -discrepanze possiamo prometterci lume di vero) con -ferro caldo tracciavansi i contorni sopra tavolette di -avorio, o stendeasi la cera colorata sopra il legno o -l'argilla, ovvero con un pennello intinto in cera e pece -si dipingevano tavole. La pittura a fresco non pare -fosse conosciuta, male colla calce fresca accoppiandosi -le lacche, il bianco di piombo, il minio, l'orpimento, -colori consueti degli antichi. -</p> - -<p> -Composizioni storiche ricorrono frequenti negli archi -e sulle medaglie, ma rare ne' dipinti; e di tanti che -n'ha il museo Borbonico, soli Sofonisba e Massinissa, -e la Carità Greca tengono alla storia. Le scene di vita -domestica e civile sono sempre accompagnate da esseri -simbolici, come Amore, la Vittoria, Minerva. Altre volte -figuravansi sacrifizj, o processioni sacre, o giuochi -ginnastici, e spesso oscenità. -</p> - -<p> -Il marmo di Luni, che oggi diciamo di Carrara, è -un calcare bianco, leggermente cristallino, senza fossili, -del periodo secondario del calcare giurassico: se non -per durezza, per candore supera i più belli d'Egitto -e di Grecia, non eccettuato il marmo pario, a detta -di Plinio, che lo asserisce scoperto poco prima, e fu -adoperato a tutte le opere grandiose, ove prima usavansi -il gabinio, l'albano, il tiburtino. -</p> - -<p> -Il porfido, così detto dal suo colore di fuoco (πυρ), è -<span class="pagenum" id="Page_429">[429]</span> -d'un rosso bruno mischiato, constando di silice combinata -coll'allumina e la potassa, e molto ferro ossidato, -e cristalli di quarzo. Non si sapea donde gli antichi lo -traessero; ma gl'inglesi Burton e Wilkinson nel 1823 -ne scopersero le cave in Egitto, a circa venticinque -miglia dal mar Rosso all'altezza di Licopoli (<i>Syouth</i>), -non lungi dal porto di Myoshormos, in montagne chiamate -<i>Porphirites</i> da Tolomeo, ed oggi <i>Gebel Dokhan</i>, -cioè del fumo di tabacco. Il nome di porfido fu poi -esteso ad altre pietre di simile impasto e durezza, e di -colore diverso. Del rosso, tanto difficile a scalpellare, -fecero poco o punto uso gli Egiziani nè i Greci: i -Romani ne presero passione al tempo di Claudio, e -sotto Costantino moltissimo se ne lavorava, probabilmente -per mano di condannati; e non che colonne, -statue, urne, riuscirono a trame anche oggetti fini e -galanterie. -</p> - -<p> -Plinio e Vitruvio deplorano il lusso de' marmi, ornandosi -gli appartamenti con porfido, serpentino, agate, -diaspri d'ogni qualità, e rilevandone lo splendore con -macchie artifiziali, e coprendo le pareti di encausto; -di modo che non rimaneva campo alla pittura. -</p> - -<p> -Nelle gemme i Romani imitarono i Greci, ne adottarono -i soggetti, o se li desunsero dai fasti patrj, vi -diedero espressione allegorica. Forse ad artisti greci -vanno attribuite quelle del tempo imperiale, che sono -i più insigni vanti delle gliptoteche: tal è quella del -gabinetto di Vienna, rappresentante la famiglia di Augusto; -tale quella del gabinetto di Parigi, rappresentante -Tiberio da dio colla parentela sua; e la sardonica -del re d'Olanda, che offre il trionfo di Claudio in sembianza -di Giove; e la tazza del museo Borbonico. Anelli, -sigilli, coppe attestano la finitezza della gliptica in quei -tempi. -</p> - -<p> -Le arti belle però anch'esse vengono a confermarci -<span class="pagenum" id="Page_430">[430]</span> -la diffusa immoralità. Cessato ogni pudore nella società, -ogni scrupolo cessava nell'arte convertita in mestiero, -nè ad altro ispirantesi che al gusto dei committenti; i -tempj erano adorni di lubrici atteggiamenti, i vasi delle -mense foggiavansi in figure disoneste, e ciascuna stanza -maritale doveva ornarsi d'un dipinto osceno. Ovidio -ogni tratto rammenta le tavolette impudiche; Orazio dicono -ne tenesse tappezzata tutta la camera; a Properzio -stesso facea scandalo il trovarne dappertutto<a class="tag" id="tag386" href="#note386">[386]</a>. -</p> - -<p> -Di capi d'arte abbondava la Sicilia, e lungamente si -disputò se vi fossero venuti di Grecia, o colà stesso lavorati; -e poichè le architetture sono più antiche delle -greche, e vanno ornate di preziosi bassorilievi e di -cariatidi, è ragionevole presumere che anche le altre -opere fossero eseguite da Siciliani, o almeno da Greci -stabiliti in quell'isola. -<span class="pagenum" id="Page_431">[431]</span> -</p> - -<p> -Di statuette d'argilla una dovizia dissotterrarono a -Catania, a Gela, a Camarina, a Tindaro, ad Acre, a -Centuripa, relative le più al culto di Cerere e della dea -Madre. Il Giove palliato, rinvenuto a Sòlunto, collo -scettro nella sinistra, coi calzari ornati di foglie di -quercia, e con due chimere che ne sostentano il trono; -la Venere, uscita dalle campagne di Siracusa, premente -col piede sinistro la conchiglia e il delfino, appartengono -all'arte più squisita; la Venere Callipiga vince la -Medicea. Aggiungi due Ercoli dalle ruine di Catania, il -Giove Olimpico di Girgenti, i busti di Saturno, di Trittolemo, -di Minerva. -</p> - -<p> -Quante statue metalliche possedesse la Sicilia, il provano -le espilazioni dei Cartaginesi, di Marcello, di Verre, -e più tardi degli imperatori romani e bisantini. Pausania -ricorda un Ercole in lotta coll'Amazone equestre, consacrato -in Messina da Evagora di Zancle; e come, -essendo naufragati trentacinque giovinetti col maestro -e col sonatore di piva, che i Messenj spedivano a Reggio -per una solennità, in memoria furono poste altrettante -statue di bronzo. Quattro arieti dello stesso metallo -diceansi congegnati da Archimede in guisa, che il vento -faceva uscirne una specie di belato, che indicava da -qual plaga esso vento spirasse: da Siracusa furono -trasportati nella reggia di Palermo, ma per quanto si -studiasse, mai non si trovò una disposizione che riproducesse -quel fenomeno, sinchè ne' furori del 1848 -furono spezzati. -</p> - -<p> -Vi abbondavano pure bassorilievi e sarcofagi, molti -de' quali ornano oggi le chiese, benchè portino scene -bacchiche o mitologiche<a class="tag" id="tag387" href="#note387">[387]</a>. Pietre intagliate si trovano -<span class="pagenum" id="Page_432">[432]</span> -spesso, e specialmente a Centuripa; e l'essere alcune -solo preparate per l'intaglio o non finite, ne conferma -quella scuola di gliptica, asserita da Eliano di Cirene. -Lo stile di queste apparterrebbe all'età imperiale; segno -della durata di tale artifizio: alcune portano le sembianze -di Cicerone, di Ovidio, di Comodo in veste -d'Ercole<a class="tag" id="tag388" href="#note388">[388]</a>. -</p> - -<p> -Ricchissima di marmi e di pietre fine è la Sicilia; di -berilli i contorni di Castel Gratterio, di alabastri le falde -del monte di Calatrasi e la terra di Gibellina, di coralline -e cotognine ed altre mischie l'Erta, di agate molti -paesi, e principalmente le sponde dell'Acate donde trassero -il nome, e le vicinanze di Alicata. Un'agata siciliana, -delle cui macchie erasi tratto partito per disegnarvi -Apollo e le Muse, fu legata in oro da re Pirro -e tenuta in gran pregio. Diaspri variegati offrono i -monti di Giuliana e le vicinanze di Palermo; diaspro -tenero Trapani; Troina massi di porfido, de' quali vennero -cavati i sepolcri dei re normanni e svevi. -</p> - -<p> -Un'altra dovizia artistica insieme e letteraria ci offre -l'impero romano, vogliam dire le iscrizioni e le medaglie, -fonte di preziose cognizioni storiche e civili; tanto -che i maggiori eruditi v'attesero, nè avvi forse città, -di cui i numismi e le epigrafi non abbiano avuto un -illustratore particolare. -</p> - -<p> -Le iscrizioni d'Italia alcune sono nelle lingue prische, -alcune in greco, le più in latino. Delle italiche tocchiamo -nel parlare de' primordj della nostra civiltà (V. Appendice -II); e ad esse si riduce quanto ci arrivò di scritto -intorno a quella. Le greche più antiche stanno sopra -vasi; e sopra uno grossolano, trovato a Centorbi in -Sicilia, si ha una scrittura a bustrofedon, cioè andando -da sinistra a destra poi da destra a sinistra come fa -<span class="pagenum" id="Page_433">[433]</span> -il bue arando, creduta anteriore fin all'iscrizione Sigea<a class="tag" id="tag389" href="#note389">[389]</a>. -De' tempi successivi ne abbondano i paesi -della Magna Grecia e della Sicilia. Qualcheduna è bilingue, -come nel monumento greco-latino di Eraclea -ne' Lucani, ove si fa memoria che, rivendicatosi un -fondo appartenente al dio Bacco, gli agrimensori posero -i termini, e lo divisero in quattro porzioni, rilasciate a -vita a quattro privati, che rendessero un canone annuo, -aggiunto l'obbligo di piantar viti, ulivi, fabbricare -capanne e stalle. Le greche tengono del dialetto dorico -ne' paesi colonizzati dai Corintj, quali Siracusa, Camarina, -Gela, Agrigento, Megara, Selinunte; e dello jonico -in quelli derivanti dalla Calcide, come Nasso, Zancle, -Gallipoli, Eubea, Mile, Leontini. Queste sono assai meno, -pur bastanti a provare che ciascun paese scriveva come -parlava; tanto più che a Taormina se ne leggono d'ambo -i dialetti, perchè la città d'origine calcidica ricevette -poi colonie siracusane. Non così può dirsi delle romane, -che, in qualunque paese siano, non si discernono per -lingua; attesochè i cittadini, sparsi per ogni lido, teneansi -a norme uffiziali per ogni atto, e così per la -lingua. Nell'espressione seguono le vicende de' tempi, -incondite le prime, poi sempre più eleganti, infine irte -di neologismi e barbarismi, e che tutte insieme presentano -una portentosa ricchezza, perocchè il campo dell'epigrafia -latina estendesi quanto l'antico impero, cioè -dall'Africa sin alla Bretagna, e dall'Oceano sino al -lembo dell'India. -</p> - -<p> -Infinite occasioni si presentavano da voler eternare -con epigrafi; consacrazioni e invocazioni di divinità, -voti, processioni, dediche o sacrifizj, are, sacerdoti, -magistrati civili o militari, dignità conferite, applausi, -vittorie in guerra o ne' giuochi, trionfi, benemerenze di -<span class="pagenum" id="Page_434">[434]</span> -parenti o di benefattori, ricordi mortuarj. Ai monumenti -si poneva un'iscrizione, che, oltre commemorativa, -era encomiastica o storica: le più vanno semplici, -perfino nell'adulazione: talvolta le funerarie sono -anche affettuose. Vi si univano figure rappresentanti -l'arte del defunto, come il deschetto e le scarpe sulla -lapide di un calzolajo a Milano; e una fabbrica di pane -nel monumento di Euriface fornajo, scoperto a Roma -il 1838 fra le porte Prenestina e Labicana. -</p> - -<p> -Quanto lume dalle iscrizioni potesse trarsi per la -storia lo videro già il Petrarca e Cola Rienzi; poi rinato -il genio dell'erudizione nel secolo xv, se ne trascrissero -d'ogni parte in collettanee particolari, o si radunarono -gli apografi stessi. Nacquero così i musei, poco usati -dagli antichi, pei quali l'arte rimaneva intimamente -collegata alla vita, per modo che i capolavori si trovano -ne' palazzi, nelle terme, nelle basiliche, nelle ville, principalmente -nei tempj, dove <i>mistagogi</i>, noi diremmo -ciceroni, mostravano le rarità e narravano le tradizioni -relative a quelle. Nel portico di Ottavia eransi adunate -molte statue: ne' circhi si ornava la spina con statue, -obelischi, vasi tolti in diversi luoghi; e ad un museo -poteva somigliarsi la villa d'Adriano a Tivoli. Neppur -allora mancavano ciarlatanerie ed imposture: Plinio -ricorda che a Roma furono portate da Joppe le ossa -dell'orca marina a cui rimase esposta Andromeda, e il -sasso dov'erano infisse le catene con cui essa fu legata; -Procopio descrive la nave con cui Enea approdò in -Italia, quale conservavasi a Roma. -</p> - -<p> -Per iscrizioni il museo più ricco è il Capitolino: ma -non v'è quasi città che non ne possieda alcuno; e ne -fecero la descrizione Scipione Maffei per Verona, il -Rivautella per Torino, il Guasco pel Capitolino, il Gori -per la Toscana, il Malvasia per Bologna, Olivieri per -Pesaro, Morisani per Reggio, Bianchi per Cremona, -<span class="pagenum" id="Page_435">[435]</span> -Noris per Pisa, Labus per Mantova e Brescia, Boldetti -e Lupi per le epigrafi cristiane, e così altri, e più insigne -di tutti Ennio Quirino Visconti. A Palermo fin dal 1580 -decretava il senato di affiggere al suo palazzo le epigrafi -che si trovassero, meglio disposte poi nell'interno -cortile, e illustrate dal Torremuzza; a Catania fece -altrettanto il principe di Biscari: altri a Messina, Siracusa, -Agrigento. Il quale Torremuzza, dopo altri, diede <i>Siciliæ -et objacentium insularum veterum inscriptionum -nova collectio</i>, 1784. Infine vennero il Muratori col <i>Tesoro</i> -delle iscrizioni, l'Orelli a Zurigo colla raccolta di oltre -cinquemila bene scelte e ben lette, e Carlo Zell con un -manuale (Eidelberga 1850) utilissimo perchè di piccola -mole; ed ora a Berlino sono radunate e classificate tutte -le antiche, colle tante che vengono in luce ogni giorno. -</p> - -<p> -Nelle monete, non considerandole qui che dal solo -aspetto artistico, oltre la materia, sono a notarsi la -grandezza o modulo, il tipo, l'iscrizione. Qualche moneta -triangolare, rettangola, romboidale offrono i popoli -dell'Italia centrale; alcuna ovale è forse dovuta a -negligenza del fonditore; le più sono rotonde; nella -Magna Grecia non ne mancano di concave, a guisa di -coppe; quelle di Siracusa tirano allo sferico. L'ordinaria -materia sono l'oro, l'argento, il rame o il bronzo. Le -più antiche di Sicilia sono d'argento, seguono quelle di -rame, ultime le auree, appartenenti le più a Siracusa, -altre a Gela, Agrigento, Taormina; alcune d'oro a -Palermo portano lo stemma punico: Dionigi ne fece di -stagno<a class="tag" id="tag390" href="#note390">[390]</a>. Alcune sono di bronzo e piombo rivestite -poi di foglia d'oro o d'argento (<i>bracteatæ</i>): alcune son -liscie tutte, salvo un piccolo tipo stampato nel centro: -altre con orlo di metallo più fino <i>contorniatæ</i>. I medaglioni -<span class="pagenum" id="Page_436">[436]</span> -forse non batteansi che per onoranza o per -fregiare qualche divinità o per ricompensa in guerra, -benché, passata l'occasione, entrassero anch'esse in -commercio. I tre sovrintendenti alla zecca in Roma -erano intitolati <span class="smcap lowercase">AAAFF</span>, cioè <i>auro, argento, ære fundendo -feriundo</i>, dai tre metalli che s'adopravano, e dai -due processi di fondere il metallo in una forma vuota -portante le due impronte, o di fondere soltanto la botella, -per improntarla stringendola fra due morsi d'una -tenaglia, o battendola con un punzone. -</p> - -<p> -Prima ancora delle iscrizioni, sulle monete ponevasi -un tipo od emblema, che poi si conservò sempre sul -rovescio, sanzionato dalla pubblica autorità; fosse l'effigie -del principe, o la figura simbolica della città, o lo -stemma di questa, molte volte parlante, cioè figurante -un oggetto, il cui nome somigliasse a quello della città. -Le tre gambe disposte a triangolo significano la Sicilia, -il petroselino per Selinunte, il granchio (ἄκραγας) per -Agrigento, un gomito (ἅγχων) per Ancona, un muso di -leone per Leontini, la luna per Populonia (<i>popluna</i>), un -toro per Turio, per Camarina il <i>chamærops humilis</i>, cioè -la piccola palma. Nel tipo s'incontrano spesso Vittorie -alate in commemorazione d'una battaglia o d'un giuoco -vinto; talora l'effigie del fiume vicino, come l'Aretusa -pe' Siracusani, l'Ippari per Camarina, l'Amenano per -Catania; ovvero del dio o dell'eroe titolare, come Ercole -per Crotone, o di qualche cittadino illustre, come -Timoleone pei Siracusani; sulle monete della Magna -Grecia frequenta il bove colla testa umana, quanto i -rostri sulle prime romane. -</p> - -<p> -Fra le allegorie in queste la più frequente è la -Vittoria, poi la Salute, o la Pietà, o Roma cogli -attributi di Minerva. Nel chinare della repubblica -crescono i tipi storici, talchè colle monete possono -accompagnarsi gli eventi e poetici e positivi; e non -<span class="pagenum" id="Page_437">[437]</span> -esprimendo capricci d'individui, ma idee nazionali, vi -s'indaga la storia de' costumi e delle opinioni, viepiù -preziosi degli altri monumenti perchè non soffersero -mutilazioni nè restauri. Spesso vi sono aggiunti altri -tipi, variatissimi e a capriccio, principalmente nelle -monete delle famiglie: e da settantamila ne conoscono -i numismatici. Le spintrie ostentano le lascivie di Tiberio -a Capri. -</p> - -<p> -Sotto i consoli, ed anche imperante Augusto, i triumviri -monetarj poteano scolpire i proprj nomi sulle monete, -che perciò diconsi di famiglia; e ne' tipi di queste -compajono spesso figure allusive al nome loro, Pan pei -Pansa, un vitello pei Vitellj, un martello per Malleolo, -le muse per Musa, un fiore per Aquilejo Floro, un -Giove cornuto pei Cornificj. Delle città alcune continuarono -a porre il nome e il tipo proprio sulle monete, -anche dopo sottoposte a Roma. Sotto gl'imperatori non -s'improntò più che l'effigie di questi; ma sul rovescio -vedesi sc, il che fece credere che la monetazione fosse -spettanza del senato. Bensì gl'imperatori vi posero anche -l'effigie delle sorelle, delle mogli, delle figliuole loro, e -di parenti naturali o adottivi. -</p> - -<p> -Al basso della medaglia, cioè nell'esergo, viene indicato -il luogo ove furono battute; roma e romano si ha -in moltissime anche forestiere, che forse faceansi a -Roma; poi nel Basso Impero <span class="smcap lowercase">COMO</span> o <span class="smcap lowercase">COMOB</span>, che probabilmente -significa <span class="smcap lowercase">CO</span><i>stantinopoli</i> <span class="smcap lowercase">M</span><i>oneta</i> <span class="smcap lowercase">OB</span><i>signata</i>. -</p> - -<p> -La Sicilia è uno dei primi paesi di cui abbiansi monete, -come se ne hanno le più belle e la maggior varietà, -ogni città adoprandovi tipi distinti, secondo il genio -municipale dei Greci. Le antichissime sono di Messina, -e alcune anteriori al 560 avanti Cristo, e forse fino del -620. Filippo Paruta segretario del senato di Palermo -diede pel primo in luce il medagliere siciliano nel 1612; -ma la descrizione che dovea seguirvi, andò perduta. -<span class="pagenum" id="Page_438">[438]</span> -Alle imperfezioni di quello supplirono Leonardo Agostini, -Marco Meyer, Sigeberto Hauercamp, il principe -di Torremuzza, infine Federico Munter<a class="tag" id="tag391" href="#note391">[391]</a>. Della sola -Siracusa il Torremuzza pubblicò trentasei monete d'oro, -censessantatre d'argento, cenquarantanove di bronzo; -e un buon terzo se ne aggiunsero dipoi. -</p> - -<p> -Le prische monete italiche sono i nummi librali o -<i>æs grave</i>, rotonde, a lente, con rilievo d'ambo i lati, e -che indicavano e il peso e il valore d'un asse. Sono -speciali dell'Italia, ma vi mancano segni per discernere -a qual città appartengano, e i tipi rappresentano un -cavallo, un delfino, una lira, un elefante, una troja, una -testa di Giunone o di Cerere o dei Dioscuri, Romolo -e Remo colla lupa, una Vittoria sulla quadriga, o simili. -Quando Roma battè o piuttosto fece battere nella Campania -denaro proprio, vi adoperò il tipo nazionale del -Giano bifronte e la prora di nave. Plinio vorrebbe che -<span class="pagenum" id="Page_439">[439]</span> -solo nel 485 si battessero monete d'argento: il che -vuol forse significare che quell'anno se ne ponessero le -fabbriche. Fin a Pompeo Magno ben poco oro fu coniato. -</p> - -<p> -Gli avanzi di belle arti, guasti come sono dal tempo -e dai casi, e disgiunti da quelle minute particolarità il -cui accordo cresce significazione all'insieme, eran ben -lontani dal porgere adequata idea di ciò che allora -fossero le arti, la ricchezza, l'edilizia, e dal rivelare gli -usi della vita pubblica e privata, imperfettamente dinotati -dagli scrittori, che, come in cosa nota, s'accontentano -di allusioni. Per compiere l'istruzione, città intere -uscirono dal sepolcro. Il Vesuvio, che in tempi anteriori -ad ogni memoria avea vomitato fiamme, tacque -per secoli, finchè, imperante Tito, rinnovò le sue eruzioni, -colle quali più non cessò di minacciare i deliziosi -contorni di Napoli. In quella prima rovina, fra altre -borgate e ville, rimasero sepolte Ercolano e Pompej. -<span class="pagenum" id="Page_440">[440]</span> -</p> - -<p> -Ancor più che le lave e i lapilli, sedici secoli n'aveano -cancellata la memoria, quando Emanuele di Lorena -principe di Elbeuf, nel 1713, udito che un del paese -avea tratto alcuni marmi da un pozzo, comprò il diritto -di farvi scavi. Il pozzo dava appunto sopra il teatro di -Ercolano, e ne cavò un Ercole, una Cleopatra, e sette -altre statue, che spedite subito in Francia, destarono la -meraviglia. Continuando, ebbe finissimi marmi d'Africa, -poi scoperse un tempio rotondo con ventiquattro colonne -e altrettante statue in giro. Carlo III di Napoli -ricomprò da esso principe quello spazzo, e sterrando -acquistò la certezza d'avere scoperta una città. Ma su -questa venti metri di lava eransi induriti, e sopra edificate -Portici e Resina, che sarebbonsi dovute demolire -co' regj loro palazzi. Forza fu dunque limitarsi a parziali -escavazioni, e da ciascuna di esse trarre quel che -si poteva, indi colmare di nuovo i vuoti per non iscalzare -le città. -</p> - -<p> -Anticaglie d'ogni genere uscirono così; affreschi, -quadri, vasi, bassorilievi, fregi, rabeschi, le statue -equestri dei consoli Nonio e Balbo, bronzi, tripodi, -lampade, pàtere, candelabri, altari, istrumenti di musica -e di chirurgia, che formarono una ricchezza non rara -ma unica del museo Borbonico. Molti estesi edifizj si -riconobbero, tempj, un teatro, il fôro: tra il resto una -bella casa di campagna, con giardino che stendeasi fin -al mare, abbellito d'una peschiera che terminava in -semicircolo alle due estremità; attorno ad essa scompartimenti -come d'ajuole; e tutto circondato da colonne -di mattone intonacate di gesso, su cui appoggiavano -travi, infisse nel muro di cinta, formando così attorno -allo stagno una pergola, sotto cui erano divisioni or -triangolari ora a semicircolo, per lavare e per bagnarsi. -Fra le colonne sorgeano busti di marmo e statue muliebri -di bronzo, alcune grandi al vero, della fusione -<span class="pagenum" id="Page_441">[441]</span> -più perfetta: un canaletto d'acqua lambiva il muro di -cinta. Annessa era la camera dove si trovarono i -famosi rotoli di papiro, che svolti con ingegnosissima -lentezza, ci regalano tratto tratto qualche novità, ma -nulla finora d'importante; e ciò ch'è notevole, un -solo è in latino, frammento d'un poema sulla guerra -di Azio. Le sei danzatrici, il Fauno dormente, il Mercurio, -sei busti creduti de' Tolomei, altri di Platone, -Archita, Saffo, Democrito, Scipione Africano, Silla, -Lepido, Cajo e Lucio Cesare, Augusto, Livia, Claudio -Marcello, Agrippina minore, Caligola, Seneca, due -incogniti, due daini, varie figurine, l'Omero, l'Aristide -ch'è delle migliori statue antiche, due busti di Bacco -indiano, il preteso Silla, il Satiro colla capra, tutti di -marmo, si trovarono in questo giardino, che pure -apparteneva ad un filosofo privato. La Pallade, scoperta -ad Ercolano stesso e dell'età di Fidia, va ben -innanzi ai marmi eginetici; antichissima è pure l'Artemisia, -che l'esser fatta di marmo di Carrara ci lascia -supporre eseguita in Italia<a class="tag" id="tag392" href="#note392">[392]</a>. -</p> - -<p> -In quel medesimo torno di tempo, l'aratro d'un villano -urtò contro una statua di bronzo, e questa diede -spia dell'altra città di Pompej<a class="tag" id="tag393" href="#note393">[393]</a>. Lapilli e ceneri la -<span class="pagenum" id="Page_442">[442]</span> -ricoprono, talchè poco a poco ella potrà ritornarsi -intiera alla luce: per non nuocere a tanti fini lavori -e perchè nulla vada perduto, lenti procedono gli scavi, -ma è già scoperta la regione principale, con due teatri, -un tempio d'Iside, uno d'Esculapio, uno greco, una -porta della mura colla via delle tombe, il fôro, la -basilica; in breve spazio raffittiti edifizj, che oggi basterebbero -ad una grande città. All'altra estremità è -l'anfiteatro; e mura pelasgiche la circondano. -</p> - -<p> -Le case si somigliano per distribuzione e ornamenti; -a uno o due piani; camerette di appena tre in quattro -metri, alte da cinque a sei, malagiate di comunicazioni -e disimpegni, con poche finestre, simili a feritoje, -eccetto quelle che danno sul giardino, e che forse erano -serbate alle donne. I cortiletti sono cinti da portici, -anche nelle abitazioni di minore importanza, onde godervi -il rezzo. Negli appartamenti non usavasi legname -alle costruzioni, eccettochè per le imposte alle finestre -e alle porte; pavimenti a musaico; soffitta e pareti con -medaglioni di stucco, e con pitture e musaici, rappresentanti -vivande, libri, utensili, mobili, storie, secondo -il genio e l'arte del padrone. Quella del poeta tragico, -sullo spazio di quindici metri in largo e del doppio in -lungo, è divisa in diciannove membri, compreso l'atrio: -il musaico alla soglia rappresenta un mastino alla catena -coll'iscrizione <i>cave canem</i>. Dal corridojo passi nell'atrio, -cortile scoperto, adorno ai quattro lati di pitture, tratte -dall'Iliade o allusive ad arte drammatica: all'intorno -camere pe' forestieri, anch'esse a dipinti, spesso osceni: -rimpetto all'ingresso il tablino, o sala di ricevimento, -porta la figura d'un poeta tragico che declama a due -astanti, mentre sul pavimento a musaico è figurata la -<span class="pagenum" id="Page_443">[443]</span> -prova d'un'opera; esecuzione squisitissima. Vi succede -il peristilio o seconda corte aperta, in cui un giardinetto -cinto da portico di sette colonne doriche, esso pure -dipinto. Al fondo sta il larario o cappella domestica, -con un graziosissimo Fauno di bronzo; a manca un -gabinetto di riposo, con Diana, Narciso al fonte e Amore -che pesca; un'altra cameretta è a paesi e marine, e sul -muro principale sta dipinta una schiera di libri, che il -tragico forse non possedeva se non col desiderio. In -faccia trovate l'esedra, o sala di conversazione, decorata -di ballerine, di frutti e d'animali, con Leda, Arianna -abbandonata, il sacrifizio d'Ifigenia: da canto la cucinetta -con tutti gli attrezzi dipinti, oltre i reali, comunica -col triclinio anch'esso pitturato: di sopra era il gineceo. -</p> - -<p> -Direste che quelle case jeri appena sieno state deserte. -Nel tempio d'Iside hai disposti gli utensili delle cerimonie; -gli scheletri dei sacerdoti, sorpresi tra quelle, -ancor portavano gli abiti pontificali; i carboni stanno -sull'altare; e candelabri, lampade, patere per le libazioni, -lettisternj per la dea, purificatoj ornati a stucco, -e un capace vaso di bronzo colle ceneri dell'ultimo -olocausto, miste al grasso delle vittime. Ancora l'insegna -invita al fondaco del mercante; leggendo alla soglia la -voce salve, credi udirla dal padrone, cui il motto ben -augurato non preservò; là pozzi in mezzo alla via, qua -cloache sboccanti al mare; sull'angolo d'un crocicchio -una spezieria coll'insegna del serpe che morde un pomo; -altrove un altare coll'aquila di Giove, esposti in vendita; -l'uffizio d'un pubblico pesatore; gli spacci di bevande -calde, corrispondenti ai nostri caffè; altrove una casa -di bordello, indicata da priapi e dal motto <span class="smcap lowercase">HIC FELICITAS</span>, -che rivela una filosofia gaudente<a class="tag" id="tag394" href="#note394">[394]</a>. I pani hanno il -marchio del fornajo; alcuni non cotti ancora, altri già -<span class="pagenum" id="Page_444">[444]</span> -rotti; nel pistrino hai macine singolari; nella madia -preparata la farina col lievito; nel forno una torta entro -la sua tegghia; altrove, fave, noci, olio, vino in fiaschi -col nome dei consoli e che non doveva esser bevuto; -biche di grano, il quale piantato spigò dopo mille settecento -anni di sonno vitale. Entri negli appartamenti -delle signore? eccoti scarpe<a class="tag" id="tag395" href="#note395">[395]</a>, spilli, aghi, ditali, -forbici, gomitoli, rocche, oricanni di balsami, e gli -arnesi onde anche oggi si accresce o ripara la bellezza, -e monete forate che recavansi al collo; in altre parti, -dadi da giocare, palle e balocchi da fanciulli. Ma in -tante abitazioni, non carta, non libri. -</p> - -<p> -S'una casa, poco lungi dalla porta, leggesi in rosso -il nome di Sallustio, lo storico che qui appunto aveva -una villa: colà l'<i>album</i> ove si affiggevano i decreti -de' magistrati, gli annunzj di vendite, aste e simili: -dentro era un portento di quadri, marmi rosei, musaici, -anfore, vasi d'immenso prezzo. La via del sobborgo, -spaziosa e allineata, fiancheggiano case di campagna, -tombe, sedili di pietra, ove gli abitanti venivano sulla -sera fra i sepolcri degli amici e dei parenti per respirare -il fresco e osservare i viandanti. Nel sobborgo -sorgea la villetta, di cui tanto Cicerone si compiaceva; -e là presso quella del liberto Diomede, benissimo -conservata, colla porta aprentesi sopra un verone e -<span class="pagenum" id="Page_445">[445]</span> -fiancheggiata da due colonne; cortile quadrato, cinto da -portici a colonne, sotto cui si aprivano gli appartamenti. -</p> - -<p> -Non v'è abitare, ove non si trovino pitture. Queste -sono opera di quadratarj o imbianchini, ma probabilmente -riproducono tavole famose; e certamente l'Ercole -fanciullo e il sacrifizio d'Ifigenia sono desunti da quelli -di Zeusi, come dalla scuola corintia proviene l'Achille -in Sciro. Le pitture di Pompej restano quasi gli unici -monumenti per giudicare dell'arte pittorica presso i -Greci, ma ristrette in cento anni quanto all'esecuzione, -mentre pei soggetti recano fin ai tempi alessandrini, e -sempre con pose tranquille, figure non aggruppate, -fondo d'un sol colore, e poche linee prospettiche. Anche -qualche capolavoro doveva esser copiato a musaico; -e quello che serviva di pavimento a un triclinio, e che -figura la battaglia fra Alessandro Magno e Dario, è il -pezzo più insigne che l'antichità ci tramandasse<a class="tag" id="tag396" href="#note396">[396]</a>. -</p> - -<p> -Nè minor fasto spiegavasi nelle tombe<a class="tag" id="tag397" href="#note397">[397]</a>. In -quella eretta da Tuche vivente pei liberti e le liberte -sue, sotto al ritratto di essa vedi l'iscrizione e un bassorilievo, -portante da una faccia la famiglia, dall'altra -l'effigie de' magistrati municipali; accanto sta scolpita -una barca, simbolo del passaggio; e daccosto è il -triclinio pei pasti funerei<a class="tag" id="tag398" href="#note398">[398]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_446">[446]</span> -</p> - -<p> -Se tale era una città di provincia, si argomenti qual -dovette essere la metropoli. Pure ammirando la magnificenza -e il gusto, abbiam molto a congratularci delle -<span class="pagenum" id="Page_447">[447]</span> -maggiori comodità odierne. Gabinetti di meraviglioso -lavoro mancavano di luce, ed era bujo quello a Roma -da cui uscì il gruppo del Laocoonte: gl'illuminavano -<span class="pagenum" id="Page_448">[448]</span> -lampade di elegantissime forme, ma dove neppur si era -introdotta la corrente doppia, talchè affumicavano le -volte. Se stupende strade erano destinate a trasportare -e trasmettere le contribuzioni agli eserciti, mancavasi -però di quelle tante, che oggi mettono in comunicazione -ogni minimo villaggio. Le vie di Roma furono sempre -anguste e montuose<a class="tag" id="tag399" href="#note399">[399]</a>; quelle interne di Pompej sono -strette, allagate dalla pioggia, senza fogne. Indarno poi -vi cercheresti uno spedale, un albergo de' poveri; e la -plebaglia doveva essere confinata in catapecchie, che -non resistettero al tempo, e disgiunte dalle abitazioni -civili. Le camere stesse de' ricchi sono bugigattoli senza -<span class="pagenum" id="Page_449">[449]</span> -aria nè luce, nè bellezza di specchi e di finestre: i -ginecei delle donne somigliano a prigioni. Eleganti i -sedili e i letti ma duri; senza molle nè cinghie i carri, -del resto ben rari, come lo prova l'angustia delle -strade: ivi non lampioni per la notte, non pompe da -aspirar l'acqua, non difese contro la pioggia e i fulmini, -non tovagliuoli nè forchette a tavola, neppur bottoni o -occhielli al vestito; non carte geografiche o bussola i -viaggiatori, non colori a olio i pittori. Che diremo dell'infima -classe priva di quelle innumerevoli comodità -oggimai a nessuno negate, libri, quadri, oriuoli, vesti -di seta, camini, acquajuoli, zuccaro e caffè, stoviglie -ben verniciate, biancheria che dispensi dalla frequenza -de' bagni, e macchine che scusino le più dure fatiche, -e libertà di spendere come si voglia il denaro acquistato -con libero lavoro? -</p> - -<p> -Ammiriamo dunque, ma non invidiamo il passato, -e figuriamoci che l'età dell'oro, se pur è sperabile, sta -davanti a noi, non dietro, per quanto sia vero che per -arrivare al desiderato avvenire conviene afforzarsi nella -scuola del passato. -</p> - -<p class="pad2 center large"> -FINE DEL TOMO TERZO -</p> - -<div class="somm"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_451">[451]</span> -</p> - -<h2><a id="indice" href="#indfront"> -INDICE</a></h2> - -<table class="indice" summary=""> - <tr> - <td class="cap"><span class="smcap">Capitolo</span></td> <td> </td> <td><i>pag.</i></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">XXXI.</td> <td>Il secolo d'oro della letteratura latina</td> <td class="pag"><a href="#cap31">1</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">XXXII.</td> <td>Tiberio</td> <td class="pag"><a href="#cap32">79</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">XXXIII.</td> <td>Un imperatore pazzo, uno imbecille, uno artista</td> <td class="pag"><a href="#cap33">92</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">XXXIV.</td> <td>Prosperità materiale e depravazione morale. Lo stoicismo</td> <td class="pag"><a href="#cap34">118</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">XXXV.</td> <td>La redenzione</td> <td class="pag"><a href="#cap35">183</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">XXXVI.</td> <td>Galba. — Otone. — Vitellio</td> <td class="pag"><a href="#cap36">207</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">XXXVII.</td> <td>I Flavj</td> <td class="pag"><a href="#cap37">217</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">XXXVIII.</td> <td>Imperatori stoici</td> <td class="pag"><a href="#cap38">235</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">XXXIX.</td> <td>Gli Antonini</td> <td class="pag"><a href="#cap39">252</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">XL.</td> <td>Economia pubblica e privata sotto gli Antonini</td> <td class="pag"><a href="#cap40">272</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">XLI.</td> <td>Coltura de' Romani. Età d'argento della loro letteratura</td> <td class="pag"><a href="#cap41">304</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">XLII.</td> <td>Belle arti. Edilizia</td> <td class="pag"><a href="#cap42">392</a></td> - </tr> -</table> - -<hr /> -</div> - -<div class="footnotes"> - -<h2> -NOTE: -</h2> - -<div class="footnote" id="note1"> -<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>. </span>Orazio, Ep. <span class="smcap lowercase">II</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note2"> -<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Græcia capta, ferum victorem cepit, et artes</i></p> -<p class="i01"><i>Intulit agresti Latio</i>...</p> -<p class="i01"><i>Serus enim græcis admovit acumina chartis.</i></p> -<p class="i15"> Ep. <span class="smcap lowercase">II</span>. 1.</p> -</div></div> - -<p> -(*) Mommsen vorrebbe che i versi fescennini e le atellane -fossero detti non dalle distrutte città di Fescennio e Atella, ma -dal porsi in queste città la scena delle commedie, affine di satirizzare -senza incorrere le gravi pene comminate a chi ingiuriasse -un cittadino romano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note3"> -<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>. </span>Lib. <span class="smcap lowercase">VII</span>, cap. 2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note4"> -<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>. </span>Plauto nel prologo del <i>Trinummo</i> dice: <i>Plautus vortit barbare</i>; -e <i>barbarica lex</i> chiama la romana nei <i>Captivi</i>; e <i>Barbaria</i> -l'Italia nel <i>Penulo</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note5"> -<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>. </span><i>Vates</i> da <i>fari</i>, come Fauni; ed è comune alle genti il -chiamare sè parlanti, e muti gli stranieri.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note6"> -<p><span class="label"><a href="#tag6">6</a>. </span><span class="smcap">Orazio</span>, Ep. <span class="smcap lowercase">II</span>. 1; <span class="smcap">Tacito</span>, <i>Ann.</i>, <span class="smcap lowercase">XIV</span>. 21.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note7"> -<p><span class="label"><a href="#tag7">7</a>. </span>Singolarmente un Rintone da Taranto, modello di Lucilio, -e inventore d'una non sappiamo quale specie di commedia -(<span class="smcap">Lydus</span>, <i>De magistratibus rom.</i>, <span class="smcap lowercase">I</span>. 41). Forse era quella che a -Roma dicevasi <i>Rintonica</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note8"> -<p><span class="label"><a href="#tag8">8</a>. </span>Ciò risulta da Diomede, <span class="smcap lowercase">III</span>. 488, nella collezione di -Putsch.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note9"> -<p><span class="label"><a href="#tag9">9</a>. </span>Munck, <i>De atellanis fabulis</i>, pag. 52, crede Strabone s'ingannasse -sull'<i>osce loqui</i>, volendo questo dire non che si servissero -della lingua osca, ma che parlavano <i>oscamente</i>, cioè rusticamente.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note10"> -<p><span class="label"><a href="#tag10">10</a>. </span>Martino Hertz, in una memoria stampata a Berlino il -1854, sostiene che deva dirsi Tito Maccio Plauto, nè altrimenti -pensano l'editore di Plauto Ritschl e Lachmann; così trovando -in un palinsesto. Non pare abbiano ragione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note11"> -<p><span class="label"><a href="#tag11">11</a>. </span>Per esempio: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Obsequium amicos, veritas odium parit.</i></p> -<p class="i01"><i>Amantium iræ amoris integratio est.</i></p> -<p class="i01"><i>Homo sum; humani nihil a me alienum puto.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note12"> -<p><span class="label"><a href="#tag12">12</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Atque ideo hoc argumentum græcissat, tamen</i></p> -<p class="i01"><i>Non atticissat, verum at sicilissat.</i></p> -<p class="i10"> Prologo dei <i>Menæchmi</i>.</p> -</div></div> - -<p> -Anche Cicerone (<i>Divin. in Verrem</i>) rinfacciava a Cecilio, suo -competitore, d'avere imparato le greche lettere non in Atene ma -al Lilibeo, le latine non a Roma ma in Sicilia. Ciò proveniva -dall'usarsi nell'isola e il latino e il greco, il che guastava entrambe -le lingue; e forse più il commercio co' Cartaginesi. -</p> - -<p> -Nel vol. <span class="smcap lowercase">III</span> delle <i>Memorie sulla Sicilia</i> è inserita una dissertazione -di Giuseppe Crispi «intorno al dialetto parlato e scritto -in Sicilia quando fu abitata dai Greci», corredata di esempj -che scendono fino alla dominazione normanna, cioè al sottentrare -dell'italiano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note13"> -<p><span class="label"><a href="#tag13">13</a>. </span>Anche Terenzio alcuni pretendono sia scritto in prosa; -tante sono le licenze a cui bisogna ricorrere per ridurlo a versi -giambi trimetri, cioè di sei piedi, nei quali la sola regola che -<i>quasi sempre</i> egli osserva è di finire con un giambo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note14"> -<p><span class="label"><a href="#tag14">14</a>. </span>Lo snodarsi ordinario degli intrecci col ricomparire d'un -personaggio creduto morto, o col far riconoscere un padre o un -figlio, trovava giustificazione fra gli antichi dall'abitudine di -esporre i bambini e ridurre schiavi i prigioni di guerra, dalle -frequenti rapine de' corsari, e dalle scarse comunicazioni fra' -paesi. Quanto agli a parte e alla doppia azione, restavano -meno sconci per la vastità dei teatri, e perchè la scena per lo -più rappresentava una piazza, cui molte strade metteano capo. -</p> - -<p> -Di Terenzio cantava Cesare: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Tu quoque, tu in summis, o dimidiate Menander,</i></p> -<p class="i01"><i>Poneris, et merito, puri sermonis amator;</i></p> -<p class="i01"><i>Lenibus atque utinam scriptis adjuncta foret vis,</i></p> -<p class="i01"><i>Comica ut æquato virtus polleret honore</i></p> -<p class="i01"><i>Cum Græcis, neque in hac despectus parte jaceres!</i></p> -<p class="i01"><i>Unum hoc maceror, et doleo tibi deesse, Terenti.</i></p> -</div></div> - -<p> -Sebbene la frase <i>vis comica</i> sia divenuta vulgata, inclino a credere -che il terzo e quarto verso vadano punteggiati come ho -fatto, unendo il <i>comica</i> a <i>virtus</i>. Vedasi tom. <span class="smcap lowercase">I</span>, pag. 364.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note15"> -<p><span class="label"><a href="#tag15">15</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Quod si personis iisdem uti aliis non licet,</i></p> -<p class="i01"><i>Qui magis licet currentes servos scribere,</i></p> -<p class="i01"><i>Bonas matronas facere, meretrices malas,</i></p> -<p class="i01"><i>Parasitum edacem, gloriosum militem,</i></p> -<p class="i01"><i>Puerum supponi, falli per servum senem,</i></p> -<p class="i01"><i>Amare, odisse, suspicari? Denique</i></p> -<p class="i01"><i>Nullum est jam dictum quod non dictum sit prius.</i></p> -<p class="i12"> Prologo dell'<i>Eunuco</i>.</p> -</div></div> - -<p> -Ecco l'intreccio di tutte le commedie. -</p> - -<p> -Sui comici latini porta questo giudizio Vulcazio Sedigito, -vivente sotto gl'imperatori: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Multos incertos certare hanc rem vidimus</i></p> -<p class="i01"><i>Palmam poetæ comico cui deferant.</i></p> -<p class="i01"><i>Eum, meo judicio, errorem dissolvam tibi,</i></p> -<p class="i01"><i>Ut, contra si quis sentiat, nihil sentiat.</i></p> -<p class="i01"><i>Cæcilio palmam Statio do comico:</i></p> -<p class="i01"><i>Plautus secundus facile exsuperat ceteros:</i></p> -<p class="i01"><i>Dein Nævius qui fervet, pretio in tertio est:</i></p> -<p class="i01"><i>Si erit quod quarto detur, dabitur Licinio:</i></p> -<p class="i01"><i>Attilium post Licinium facio insequi;</i></p> -<p class="i01"><i>In sexto sequitur hos loco Terentius:</i></p> -<p class="i01"><i>Turpilius septimum, Trabea octavum obtinet:</i></p> -<p class="i01"><i>Nono loco esse facile facio Luscium;</i></p> -<p class="i01"><i>Decimum addo causa antiquitatis Ennium.</i></p> -<p class="i09"> Presso <span class="smcap">A. Gellio</span>, <span class="smcap lowercase">XV</span>. 24.</p> -</div></div> - -<p> -Sembra non abbia voluto indicare che gli autori di commedie -<i>palliatæ</i>, e perciò lasciasse daccanto persino Afranio, illustre -nelle <i>togatæ</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note16"> -<p><span class="label"><a href="#tag16">16</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Poeta, cum primum animum ad scribendum appulit,</i></p> -<p class="i01"><i>Id sibi negotii credidit solum dari</i></p> -<p class="i01"><i>Populo ut placerent quas fecisset fabulas.</i></p> -<p class="i11"> <span class="smcap">Terenzio</span>, prologo dell'<i>Andria</i>.</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i01">... <i>Eum esse quæstum in animum induxi maxumum,</i></p> -<p class="i01"><i>Quam maxume servire vestris commodis.</i></p> -<p class="i11"> Prologo dell'<i>Eautontimorumenos</i>.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note17"> -<p><span class="label"><a href="#tag17">17</a>. </span>Perchè Roma non ebbe tragedie? Tale questione è magistralmente -trattata da Nisard, <i>Etudes sur les mœurs et les poètes -de la décadence</i>, a proposito di Seneca. — Lance (<i>Vindiciæ romanæ -tragediæ</i>. Lipsia 1822) raccolse ben quaranta tragici romani. — Vedi -pure <i>Tragicorum romanorum reliquiæ: recensuit -Otto Ribbeck</i>. Lipsia 1852.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note18"> -<p><span class="label"><a href="#tag18">18</a>. </span><i>Si quis populo occentassit, carmenve condisti, quod infamiam -faxit flagitiumve alteri, fuste ferito.</i> Cicerone, <i>De republica</i>, -dice: — Le XII Tavole avendo statuita la morte per -pochissimi fatti, tra questi stimarono non doverne andar esente -colui che avesse detto villanie, e composto versi in altrui infamia -e vitupero. E ottimamente, perchè il viver nostro dev'essere sottoposto -alle sentenze de' magistrati ed alle dispute legittime, -non al capriccio de' poeti; nè dobbiamo udir villanie se non a -patto che ci sia lecito il rispondere e difenderci in giudizio». -Elegantissimamente Orazio soggiunge nella già più volte citata -<i>Epistola</i> <span class="smcap lowercase">II</span>. 1: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Libertasque recurrentes accepta per annos</i></p> -<p class="i01"><i>Lusit amabiliter, donec jam sævus apertam</i></p> -<p class="i01"><i>In rabiem verti cœpit jocus, et per honestas</i></p> -<p class="i01"><i>Ire domos impune minax. Doluere cruento</i></p> -<p class="i01"><i>Dente lacessiti: fuit intactis quoque cura</i></p> -<p class="i01"><i>Conditione super communi: quin etiam lex</i></p> -<p class="i01"><i>Pœnaque lata, malo quæ nollet carmine quemquam</i></p> -<p class="i01"><i>Describi. Vertere modum, formuline fustis</i></p> -<p class="i01"><i>Ad bene dicendum, delectandumque redacti.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note19"> -<p><span class="label"><a href="#tag19">19</a>. </span>Quando Cicerone fu richiamato in patria, Esopo tragico, -recitando il <i>Telamone</i> di Azzio e cambiando poche parole, fece -applauso a lui con questi motti: <i>Quid enim? Qui rempublicam -certo animo adjuverit, statuerit, steterit cum Argivis... re dubia -nec dubitarit vitam offerre, nec capiti pepercerit... summum animum -summo in bello... summo ingenio præditum... O pater!... -hæc omnia vidi inflammari... O ingratifici Argivi, inanes -Graji, immemores beneficii!... Exulare sinitis, sinitis pelli, pulsum -patinimi etc.</i> -</p> - -<p> -Nei giuochi Apollinari, avendo Difilo recitato questi versi, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Nostra miseria tu es magnus</i>...</p> -<p class="i01"><i>Tandem virtutem istam veniet tempus cum graviter gemes</i>...</p> -<p class="i01"><i>Si neque leges, neque mores cogunt</i>...,</p> -</div></div> - -<p> -il popolo volle vedervi un'allusione a Pompeo, e costrinse l'attore -a replicarli migliaja di volte; <i>millies coactus est dicere</i>. -<span class="smcap">Cicerone</span>, <i>ad Attico</i>, <span class="smcap lowercase">II</span>. 19. -</p> - -<p> -Sotto Nerone, un attore dovendo pronunziare, <i>Addio, padre -mio; addio, madre mia</i>, accompagnò il primo coll'atto del bere, -il secondo coll'atto del nuotare, per alludere al genere di -morte dei genitori di Nerone. Poi in un'atellana proferendo, -<i>L'Orco vi tira pei piedi</i> (<i>Orcus vobis ducit pedes</i>), voltavasi verso -i senatori.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note20"> -<p><span class="label"><a href="#tag20">20</a>. </span>Erano Britanni quei che abbassavano, noi diremmo alzavano -gli scenarj: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Vel scena ut versis discedat frondibus, utque</i></p> -<p class="i01"><i>Purpurea intexti tollant aulæa Britanni.</i></p> -<p class="i08"> <span class="smcap">Virgilio</span>, <i>Georg.</i>, <span class="smcap lowercase">III</span>. 24.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note21"> -<p><span class="label"><a href="#tag21">21</a>. </span>Della critica di Acilio un bel saggio ci conservò A Gellio, -intendendo mostrarcene la <i>simplicissima suavitas et rei et orationis</i> -(<span class="smcap lowercase">XI</span>. 14): <i>Eundem Romulum dicunt ad cœnam vocatum, ibi -non multum bibisse, quia postridie negotium haberet. Ei dicunt: — Romule, -si istud omnes homines faciant, vinum vilius sit». -Is respondit: — Immo vero carum, si quantum quisque volet, -bibat; nam ego bibi quantum volui</i>». C'è bene da disgradare le -<i>cronicacce di frati</i>, contro cui se la piglia Carlo Botta.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note22"> -<p><span class="label"><a href="#tag22">22</a>. </span>Εἰ γὰρ, ἧς πάντες εὐχόμεθα τοῖς Θεοῖς τυχεῖν, καὶ πᾶν ὑπομένομεν -ἱμείροντες αὺτῆς μετασκεῖν, καὶ μόνον τοῦτο τῶν νομιζομένων ἀγαθῶν -ἀναμφισβήτητόν ἐστι παρ’ ἀνθρώποις (λέγω δὴ τὴν εἰρήνην) κ. τ. λ.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note23"> -<p><span class="label"><a href="#tag23">23</a>. </span>Ὅτι σφόδρα οἱ ̔Ρωμαῖοι φιλοτιμοῦνται δικαίους ἐνίστασθαι τοὺς -πολέμους. <i>Framm.</i> <span class="smcap lowercase">XXXII</span>. 4. 5.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note24"> -<p><span class="label"><a href="#tag24">24</a>. </span>Anche Eumachio di Napoli avea descritto le geste di -Annibale. Celidonio Errante ha un discorso sui difetti della primitiva -storia siciliana, derivati dall'esserci giunta solo per frammenti; -e suggeriva di supplirvi in qualche modo col radunare -que' frammenti. Cominciò egli stesso l'opera nella <i>Biblioteca -greco-sicula</i> (Palermo 1847), ove discorre di varj storici, quali -Antioco, Temistogene, Filisto, Dicearco ed altri.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note25"> -<p><span class="label"><a href="#tag25">25</a>. </span><i>Libros tuos conserva, et noli desperare eos me meos facere -posse; quod si assequero, supero Crassum divitiis, atque omnium -vicos et prato contemno.</i> Ad Attico, <span class="smcap lowercase">I</span>. 4. — <i>Bibliothecam tuam -cave cuiquam despondeas, quamvis acrem amatorem inveneris: -nam omnes vindemiolas eo reservo, ut illud subsidium senectuti -parem.</i> Ivi, 10. E spesso ritocca la corda.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note26"> -<p><span class="label"><a href="#tag26">26</a>. </span><i>De latinis (libris) quo me vertam nescio; ita mendose et -scribuntur et veneunt.</i> <span class="smcap">Cicerone</span>, <i>ad Quintum</i>, <span class="smcap lowercase">III</span>. 5.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note27"> -<p><span class="label"><a href="#tag27">27</a>. </span>Fuvvi bibliotecario Giulio Igino, che scrisse delle api e -degli alveari. Giulio Attico e Grecino trattarono della coltura -delle viti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note28"> -<p><span class="label"><a href="#tag28">28</a>. </span><i>Acad. Quæst.</i>, <span class="smcap lowercase">I</span>. 3: — Noi peregrini e quasi stranieri -nella città nostra, i tuoi libri condussero, per così dire, a casa, -talchè potessimo conoscere chi e dove fossimo. Tu l'età della -patria, tu la descrizione dei tempj, tu la ragione delle cose -sacre e dei sacerdoti, tu la disciplina domestica e la guerresca, -tu la sede dei paesi e dei luoghi, tu ci mostrasti delle cose tutte -umane e divine i nomi, i generi, gli uffizj, le cause, ecc.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note29"> -<p><span class="label"><a href="#tag29">29</a>. </span>Le etimologie di Varrone sono già derise da Quintiliano, -<i>Inst. orat.</i>, <span class="smcap lowercase">I</span>. 6: <i>Cui non post Varronem sit venia? qui</i> agrum, -<i>quod in eo</i> agatur <i>aliquid; et</i> graculos <i>quia gregatim volent, -dictos Ciceroni persuadere voluit; cum alterum ex græco sit manifestum -duci, alterum ex vocibus avium? Sed huic tanti fuit -vertere, ut merula, quæ sola volat, quasi mera volans, nominaretur.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note30"> -<p><span class="label"><a href="#tag30">30</a>. </span>Fra le sentenze di Varrone, alcune vengono opportune -anche oggi, specialmente a coloro che l'erudizione antepongono -a tutto. -</p> - -<p> -<i>Non tam laudabile est meminisse quam invenisse: hoc enim -alienum est, illud proprii muneris est.</i> -</p> - -<p> -<i>Elegantissimum est docendi genus exemplorum subditio.</i> -</p> - -<p> -<i>Amator veri non tam spectat qualiter dicitur, quam quid.</i> -</p> - -<p> -<i>Illum elige eruditorem, quem magis mireris in suis quam in -alienis.</i> -</p> - -<p> -<i>Non refert quis, sed quid dicat.</i> -</p> - -<p> -<i>Sunt quædam quæ eradenda essent ab animo scientis, quæ inserendi -veri locum occupant.</i> -</p> - -<p> -<i>Multum interest utrum rem ipsam, an libros inspicias. Libri -nonnisi scientiarum paupercula monimenta sunt; principia inquirendorum -continent, ut ab his negotiandi principia sumat -animus.</i> -</p> - -<p> -<i>Eo tantum studia intermittantur, ne obmittantur. Gaudent -varietate musæ, non otio.</i> -</p> - -<p> -<i>Nil magnificum docebit qui a se nil didicit. Falso magistri -nuncupantur auditorum narratores. Sic audiendi sunt ut qui -rumores recensent.</i> -</p> - -<p> -<i>Utile sed ingloriosum est ex illaborato in alienos succedere -labores.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note31"> -<p><span class="label"><a href="#tag31">31</a>. </span><i>Nat. hist.</i>, <span class="smcap lowercase">XXXV</span>. 2. — Raoul-Rochette li credeva miniati.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note32"> -<p><span class="label"><a href="#tag32">32</a>. </span><i>Nudi sunt, recti et venusti, omni ornatu orationis, tamquam -veste, detracto; sed dum voluit alios habere, parata unde -sumerent qui vellent scribere historiam, ineptis gratum fortasse -fecit qui volunt illa calamistris inurere; sanos quidem homines -a scribendo deterruit: nihil enim est in historia pura et illustri -brevitate dulcius.</i> <span class="smcap">Cicerone</span>, De orat., 75. — <i>Summus auctorum -divus Julius.</i> <span class="smcap">Tacito</span>. — <i>Tanta in eo vis est, id acumen, ea concitatio, -ut illum eodem animo dixisse quo bellavit appareat.</i> <span class="smcap">Quintiliano</span>, -Inst. orat., <span class="smcap lowercase">X</span>. 1. -</p> - -<p> -L'ottavo libro della <i>Guerra gallica</i> si ascrive comunemente a -un Irzio, che stese pure i commentarj sulle guerre d'Alessandria, -d'Africa e di Spagna.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note33"> -<p><span class="label"><a href="#tag33">33</a>. </span><span class="smcap">Svetonio</span>, in <i>Cesare</i>, 20, in <i>Augusto</i>, 36. — Le Clerc, -nella sua opera de' <i>Giornali fra i Romani</i> (Parigi 1838), non -solo intende provare ch'essi aveano effemeridi al modo nostro, -ma che, per mezzo di queste e degli Annali Pontifizj, può rendersi -alla storia de' primi tempi la certezza che la critica tende -a rapirle. Vedansi pure -</p> - -<p> -<span class="smcap">Lieberkuehn</span>, <i>Commentatio de actis Romanorum diurnis</i>. -Weimar 1840. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Schmidt</span>, <i>Zeitschrift für Geschichtswissenschaft</i>. Berlino 1844. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Huebner</span>, <i>De senatus populique romani actis</i>. Lipsia 1860. -</p> - -<p> -Eccone qualche esempio: -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -<span class="smcap lowercase">III</span>. <i>Kal. Aprileis</i>. -</p> - -<p> -<i>Fasces penes Æmilivm· lapidibvs plvit invejenti· -Postvmivs trib. pleb. viatorem misit ad eos quod is -eo die senatum nolvisset cogere· intercessione P. Decimii -trib. pleb. res est svblata· Q. Avfidivs mensarivs -tabernæ argentariæ ad scvtvm cimbricvm cvm magna -vi æris alieni cessit foro· retractus ex itinere -cavsam dixit apvd P. Fontejvm Balbvm præt. et -cvm liqvidum factum esset evm nvlla fecisse detrimenta -jvssus est in solidum æs totum dissolvere.</i> -</p> - -<p> -<span class="smcap lowercase">IV</span>. <i>Kal. Aprileis</i>. -</p> - -<p> -<i>Fasces penes Licinivm· fvlgvravit tonvit et qvercvs -tacta in svmma velia pavllvm a meridie· rixa -ad Janvm infimvm in cavpona et cavpo ad vrsum -galeatvm graviter savciatvs· C. Titinivs æd. pl. -mvlctavit lanios qvod carnem vendidissent popvlo -non inspectam· de pecunia mulctatitia cella -extrvcta ad tellvris lavernæ.</i> -</p> -</div> -</div> - -<div class="footnote" id="note34"> -<p><span class="label"><a href="#tag34">34</a>. </span><i>Candidissimus omnium magnorum ingeniorum æstimatur -Livius.</i> <span class="smcap">Seneca</span>. I suoi libri erano cinquantadue, arrivando da -Romolo fino alla morte di Druso nel 744. Ne restano trentacinque -non seguenti, cioè i primi dieci dalla fondazione di Roma -sino al 460; manca tutta la seconda decade; poi si ha dal libro -<span class="smcap lowercase">XXI</span> al <span class="smcap lowercase">XL</span>, cioè dal principio della seconda guerra punica fino -al 586: del restante i sommarj, che credonsi di Floro. -</p> - -<p> -Negli archivj segreti di Torino giacciono le carte scritte dall'infelice -Pietro Giannone, durante la sua prigionia. Fra queste -sono i <i>Discorsi storici e politici sopra gli Annali di Tito Livio</i>, -ch'e' fece a imitazione del Machiavelli, ma con intento diverso, -giacchè si proponeva, non solo di gratificarsi Carlo Emanuèle III, -al quale non v'ha lode ch'egli non prodighi, ma di mostrare il -suo rispetto per la santa sede, e «manifestare al mondo i miei -religiosi, sinceri e cattolici sentimenti, ne' quali vivo e persisto; -e.... a riguardo dell'eminenza e superiorità della Chiesa di -Roma sopra tutte le altre Chiese del mondo cattolico, non ho -io tralasciato le prove più forti ed efficaci... chè ben dovrebbe -essere studio e somma cura di tutti gl'italici ingegni bene stabilirla, -non essendo nella nostra Italia rimasto oggi pregio maggiore -e cotanto illustre ed insigne che questo... Onde, se mai -pe' miei precedenti scritti avess'io in ciò errato e dato occasione -ad altri di errare, è ben dovere che si ricredano ora nella sincera -dottrina... e se mai avesser seguito la vestigia di un -Pietro negante, giusto è che seguitino ora le pedate dello stesso -Pietro penitente...». -</p> - -<p> -È bene ricordarsi che scriveva «in solitudine, fra' deserti -monti delle Langhe, senza libri, senza amici e senz'ajuto, e fra -lo squallore e la tabe d'una misera ed angusta prigione» -(Discorso <span class="smcap lowercase">XIII</span>). Non è da aspettarsene gran senno critico, nè -estesa filologia; ma assume diversi punti, e per es. nel discorso <span class="smcap lowercase">III</span> -ragiona <i>della franchezza con la quale Livio scrisse delle cose appartenenti -alla religione romana, e non solo intorno al culto -degli Dei ed a' loro vantati miracoli, ma in tutt'i suoi rapporti -serbasse un'incorrotta sincerità di fedele storico e di profondo e -grave filosofo</i>. -</p> - -<p> -<i>Ab uno disce omnes.</i> Questa, come altre opere del Giannone, -venne in luce per cura dell'illustre professore Pasquale Mancini, -coi tipi dell'Unione tipografico-editrice torinese.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note35"> -<p><span class="label"><a href="#tag35">35</a>. </span><i>Pompej Trogi fragmenta, quarum alia in codicibus manuscriptis -bibliothecæ Ossolinianæ invenit, alia in operibus scriptorum -maxima parte polonorum jam vulgatis primum animadvertit</i>... -<i>Augustus Bielowski</i>. Leopoli 1853.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note36"> -<p><span class="label"><a href="#tag36">36</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">... <i>Ausus es unus Italorum</i></p> -<p class="i01"><i>Omne ævum tribus explicare chartis</i></p> -<p class="i01"><i>Doctis, Jupiter! et laboriosis.</i></p> -<p class="i12"> <span class="smcap">Catullo</span>.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note37"> -<p><span class="label"><a href="#tag37">37</a>. </span><i>Non ignorare debes, unum hoc genus latinarum literarum -adhuc non modo non respondere Græcis, sed omnino rude -atque inchoatum morte Ciceronis relictum. Ille enim fuit unus -qui potuerit et etiam debuerit historiam digna voce pronuntiare, -quippe qui oratoriam eloquentiam, rudem a majoribus acceptam, -perpoliverit, philosophiam ante eum incorruptam latina sua -conformaverit oratione. Ex quo dubito, interitu illius, utrum -respublica an historia magis doleat.</i> Framm. — Cicerone stesso -(<i>De leg.</i>, lib. <span class="smcap lowercase">I</span>) si fa dire da Attico: <i>Postulatur a te jamdiu, vel -flagitatur potius historia. Sic enim putant, te illam tractante, -effici posse ut in hoc etiam genere Græciæ nihil cedamus: atque, -ut audias quid ego ipse sentiam, non solum mihi videris eorum -studiis qui literis delectantur, sed etiam patriæ debere hoc munus, -ut ea, quæ per te salva est, per te eundem sit ornata. Abest enim -historia literis nostris... Potes autem tu profecto satisfacere in -ea, quippe quum sit opus, ut tibi quidem videri solet, unum hoc -oratorium maxime.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note38"> -<p><span class="label"><a href="#tag38">38</a>. </span><i>Quibusdam, et iis quidem non admodum indoctis, totum -hoc displicet philosophari.</i> <span class="smcap">Cicerone</span>, De finib., <span class="smcap lowercase">I</span>. 1. — <i>Vereor -ne quibusdam bonis viris philosophiæ nomen sit invisum.</i> De -off., <span class="smcap lowercase">II</span>. 1. — <i>Reliqui, etiamsi hæc non improbent, tamen earum -rerum disputationem principibus civitatis non ita decorum putant.</i> -Acad. Quæst., <span class="smcap lowercase">II</span>. 2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note39"> -<p><span class="label"><a href="#tag39">39</a>. </span><span class="smcap">Cicerone</span>, <i>De finib.</i>, <span class="smcap lowercase">IV</span>. 28 e 9; <i>Acad. Quæst.</i>, <span class="smcap lowercase">II</span>. 44.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note40"> -<p><span class="label"><a href="#tag40">40</a>. </span><span class="smcap">Cicerone</span>, <i>Topica. Quæst.</i> <span class="smcap lowercase">I</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note41"> -<p><span class="label"><a href="#tag41">41</a>. </span><i>Multi jam esse latini libri dicuntur, scripti inconsiderate -ab optimis illis quidem viris, sed non satis eruditis. Fieri autem -potest ut recte quis sentiat, sed id quod sentit, polite eloqui non -possit... Philosophiam multis locis inchoasti (o Varro) ad impellendum -satis, ad edocendum parum.</i> Lo stesso, <i>Acad.</i>, <span class="smcap lowercase">I</span>. -</p> - -<p> -Tra i filosofi latini non vogliamo preterire Corellia, lodata da -Cicerone come <i>mirifice studio philosophiæ flagrans</i>, e da lui -amata troppo, se crediamo a Dione, lib. <span class="smcap lowercase">XLVI</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note42"> -<p><span class="label"><a href="#tag42">42</a>. </span><i>Sic parati ut... nullum philosophiæ locum esse pateremur, -qui non latinis literis illustratus pateret.</i> De divin., <span class="smcap lowercase">II</span>. 2. Nel -proemio delle <i>Tusculane</i> professa dolergli che molte opere latine -siano scritte neglettamente da valenti uomini, e che molti -i quali pensano bene, non sappiano poi disporre elegantemente, -il che è un abusare del tempo e della parola. Negli <i>Uffizj</i> raccomanda -a suo figlio di leggere le sue filosofiche discussioni. — Quanto -al fondo pensa quel che ne vuoi: ma tal lettura non potrà -che darti uno stile più fluido e ricco. Umiltà a parte, io la cedo -a molti in fatto di scienza filosofica, ma per quel che sia d'oratore, -cioè la nettezza e l'eleganza dello stile, io consumai la -vita intorno a quest'abilità, onde non fo che usare un mio diritto -col reclamarne l'onore».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note43"> -<p><span class="label"><a href="#tag43">43</a>. </span>Ἀπόγραφα <i>sunt, minore labore fiunt; verba tantum affero, -quibus abundo.</i> Ad Attico, <span class="smcap lowercase">XII</span>. 52.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note44"> -<p><span class="label"><a href="#tag44">44</a>. </span>Platone quanto allo Stato non andava pensando a riforme, -non ad esaminare se il diritto sovrano stia in alto o in basso, e -come applicarlo; ma crede necessario educar l'uomo, e dargli -le virtù cardinali, che sono prudenza, fortezza, temperanza, giustizia. -Con queste, più non importa stillarsi a far regolamenti; -senza queste, i regolamenti saranno violati o elusi. — Fan da -ridere davvero i nostri politici che tornano ogni tratto sulle -loro ordinanze, persuasi di trovare un fine agli abusi, senza -accorgersi ch'è un tagliar le teste dell'idra». <i>De repub.</i>, lib. <span class="smcap lowercase">IV</span>. -Queste parole dell'insigne Greco dopa duemila anni non perdettero -l'opportunità.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note45"> -<p><span class="label"><a href="#tag45">45</a>. </span><i>Turbatricem omnium rerum Academiam... Si invaserit -in hæc, nimias edet ruinas, quam ego placare cupio, submovere -non audeo.</i> De leg., <span class="smcap lowercase">I</span>. 13.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note46"> -<p><span class="label"><a href="#tag46">46</a>. </span>La conchiusione del trattato sulla natura degli Dei è: <i>Ita -discessimus ut Vellejo Cottæ disputatio verior, mihi Balbi ad -veritatis similitudinem videretur esse propensior.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note47"> -<p><span class="label"><a href="#tag47">47</a>. </span><i>Tuscul.</i>, v. 7.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note48"> -<p><span class="label"><a href="#tag48">48</a>. </span><i>Natura propensi sumus ad diligendos homines, quod -fundamentum juris est.</i> De leg., <span class="smcap lowercase">I</span>. 13. — <i>Studiis officiisque -scientiæ præponenda, sunt officia justitiæ, quæ pertinent ad hominum -caritatem, qua nihil homini debet esse antiquius.</i> De -off., <span class="smcap lowercase">I</span>. 43. <i>Quid est melius aut quid præstantius bonitate et beneficentia?</i> -De nat. Deorum, <span class="smcap lowercase">I</span>. 43.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note49"> -<p><span class="label"><a href="#tag49">49</a>. </span><i>De off.</i>, <span class="smcap lowercase">II</span>. 18. 16.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note50"> -<p><span class="label"><a href="#tag50">50</a>. </span><i>Quum se non unius circumdatum mœnibus loci, sed civem -totius mundi quasi unius urbis agnoverit.</i> De leg., <span class="smcap lowercase">I</span>. 23. — <i>Qui -autem civium rationem dicunt habendam, externorum negant, ii -dirimunt communem humani generis societatem; qua sublata, -beneficentia, liberalitas, bonitas, justitia funditus tollantur.</i> De -off., <span class="smcap lowercase">III</span>. 6. -</p> - -<p> -<i>Est autem non modo ejus qui servis, qui mutis pecudibus -præsit, eorum quibus præsit, commodis utilitatique servire.</i> Ad -Quintum, <span class="smcap lowercase">I</span>. 1. 8; e più generosamente <i>De off.</i>, <span class="smcap lowercase">I</span>. 13: <i>Est infima -conditio et fortuna servorum: quibus non male præcipiunt qui -ita jubent uti ut mercenariis; operam exigendam, justa præbenda.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note51"> -<p><span class="label"><a href="#tag51">51</a>. </span><i>Bellum ita suscipiatur, ut nihil aliud nisi pax quæsita -videatur... Suscipienda sunt bella ob eam causam, ut sine injuria -in pace vivatur.</i> De off., e vedi <span class="smcap lowercase">I</span>, 23.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note52"> -<p><span class="label"><a href="#tag52">52</a>. </span><i>De repub.</i>, <span class="smcap lowercase">III</span>. — <i>De off</i>., <span class="smcap lowercase">II</span>. -</p> - -<p> -Vedi <span class="smcap">Facciolati</span>, <i>Vita Ciceronis litteraria</i>. 1760. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Hulsemann</span>, <i>De indole philosophica Ciceronis, ex ingenio -ipsius et aliis rationibus æstimanda</i>. 1799. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Gautier de Sibert</span>, <i>Examen de la philosophie de Cicéron</i>. -Memorie dell'Accademia d'Iscrizioni, tomi <span class="smcap lowercase">XLI. XLIII</span>. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Meiners</span>, <i>Oratio de philosophia Ciceronis, ejusque in universam -philosophiam meritis</i>. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Kuhner</span>, <i>M. T. Ciceronis in philosophiam ejusque partes -merita</i>. -</p> - -<p> -e tutti gli storici della filosofia. -</p> - -<p> -La prima edizione compita delle opere di Cicerone, ove fossero -compresi anche i frammenti scoperti dal Maj nel 1814-1822, -dal Niebuhr nel 1820, dal Peyron nel 1824, è quella di Le Clerc -in latino e francese 1821-25, 30 vol. in-8º; e 1823-27, 35 vol. -in-18º. Quella fatta dal Pomba nel 1823-34 è in 16 vol. in-8º. -Il meglio che l'erudizione abbia accertato intorno al grande -oratore, fu raccolto nell'<i>Onomasticum Tullianum, continens -M. T. Ciceronis vitam, historiam litterariam, indicem geograficum -historicum, indices legum et formularum, indicem græco-latinum, -fastos consulares. Curaverunt</i> <span class="smcap">Jo. Gasp. Orellius</span> <i>et</i> -<span class="smcap">Jo. Georg. Raiterus</span>, <i>professores turicenses</i>, 1837. È in corso -un'edizione compiuta delle opere di Cicerone a Lipsia per -Teubner, curata da Reinh. Klotz.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note53"> -<p><span class="label"><a href="#tag53">53</a>. </span>Sono ottocensessantaquattro lettere; più di novanta -scritte da altri. Quelle ad Attico precedono il consolato di Cicerone; -le altre vanno dal 692 sino a quattro mesi prima della -morte di lui. Alcune sono vergate coll'intenzione che andassero -attorno, e specialmente la lunga al fratello Quinto, dove espone -la propria amministrazione proconsolare nell'Asia Minore. È -noto che molte opere degli antichi perirono allorchè, incarendosi -pel chiuso Egitto la carta, si rase la primitiva scrittura -per sovrapporne una nuova. Si suol dare colpa ai frati di -quest'artifizio: eppure Cicerone convince che fino a' suoi tempi -si praticava: <i>Ut ad epistolas tuas redeam, cætera belle; nam -quod in palimpsesto, laudo equidem parcimoniam; sed miror -quid in illa chartula fuerit, quod delere malueris quam exscribere, -nisi forte tuas formulas; non enim puto te meas epistolas -delere, ut deponas tuas. An hoc significas nil fieri? frigere te? -ne chartam quidem tibi suppeditare?</i> Ad fam., <span class="smcap lowercase">VII.</span> 18. -</p> - -<p> -Ne trapela anche il nessun rispetto al secreto delle lettere, -e quanto poco si distinguessero i caratteri. Cicerone incarica -Attico di scrivere in vece sua: <i>Tu velim et Basilio, et quibus -præterea videbitur, conscribas nomine meo</i>. <span class="smcap lowercase">XI</span>. 5. <span class="smcap lowercase">XII</span>. 19. <i>Quod -literas, quibus putas opus esse curas dandas, facis commode</i>. <span class="smcap lowercase">XI</span>. 7; -e così 8, 12 e spesso. Talvolta accenna di scrivere di proprio -pugno, quasi il suo più grande amico non potesse riconoscerlo: -<i>Hoc manu mea</i>. <span class="smcap lowercase">XIII</span>. 28. Altrove dice allo stesso: — Ho creduto -riconoscere la mano d'Alessi nella tua lettera» (15. <span class="smcap lowercase">XV</span>); -e Alessi era il solito scrivano di Attico. Bruto dal campo di -Vercelli scrive a Cicerone: — Leggi le lettere che spedisco al -senato, e se ti pare, cambiavi pure». Ad fam., <span class="smcap lowercase">XI</span>. 19. Un capitano -che dà incombenza all'amico di alterare un dispaccio offiziale! -Cicerone stesso apre la lettera di Quinto fratello, credendo -trovarvi grandi arcani, e la fa avere ad Attico dicendogli: — Mandala -alla sua destinazione: è aperta, ma niente di male, -giacchè credo che Pomponia tua sorella abbia il suggello di -esso». -</p> - -<p> -Da ciò la grande importanza data al suggello, ancor più che -alla firma. In fatti la scrittura, oltre essere tanto somigliante -perchè unciale, poteva facilmente falsificarsi o sulle tavolette di -cera o sulla cartapecora. Pertanto succedeva spesso di fare -interi testamenti falsi, come appare nel codice Giustinianeo <i>De -lege Cornelia de falsis</i>, lib. <span class="smcap lowercase">XI</span>. tit. 22.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note54"> -<p><span class="label"><a href="#tag54">54</a>. </span>Detta così dal nome osco di un piatto d'ogni sorta -frutte, solito offrirsi a Cerere e Bacco. Da ciò <i>lex satura</i> una -legge che abbracciava diversi titoli; era vietato far votare il -popolo per <i>saturam</i>, cioè su diverse proposizioni a un tratto. -Diomede definisce: <i>Satira est carmen apud Romanos, nunc -quidem maledictum, et ad carpenda hominum vitia archææ comœdiæ -charactere compositum, quale scripserunt Lucilius, Horatius -et Persius; sed olim carmen, quod ex variis poematibus -constabat, satira dicebatur, quale scripserunt Pacuvius et -Ennius</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note55"> -<p><span class="label"><a href="#tag55">55</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i12"> ... <i>Arctis</i></p> -<p class="i01"><i>Religionum animos vinclis exsolvere pergo.</i></p> -<p class="i14"> Lib. <span class="smcap lowercase">IV</span>.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note56"> -<p><span class="label"><a href="#tag56">56</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Nec me animi fallit Grajorum obscura reperta</i></p> -<p class="i01"><i>Difficile illustrare latinis versibus esse,</i></p> -<p class="i01"><i>Multa novis verbis præsertim cum sit agendum</i></p> -<p class="i01"><i>Propter egestatem linguæ et rerum novitatem.</i></p> -<p class="i10"> ... <i>noctes vigilare serenas</i></p> -<p class="i01"><i>Quærentem dictis quibus et quo carmine demum</i></p> -<p class="i01"><i>Clara tuæ possim præpondere lumina menti,</i></p> -<p class="i01"><i>Res quibus occultas penitus convisere possis.</i></p> -<p class="i14"> Lib. <span class="smcap lowercase">I</span>.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note57"> -<p><span class="label"><a href="#tag57">57</a>. </span>Ne' primi versi trovi, <i>Quæ mare navigerum, quæ terras -frugiferentes</i>; e poco dopo, <i>Frondiferas domos avium</i>. Cicerone -scriveva a Quinto (<span class="smcap lowercase">II.</span> 11): <i>Lucretii poemata non sunt ita multis -luminibus ingenii, multæ tamen artis</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note58"> -<p><span class="label"><a href="#tag58">58</a>. </span><span class="smcap">Orazio</span>, <i>Ep.</i> <span class="smcap lowercase">I</span>. 4.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note59"> -<p><span class="label"><a href="#tag59">59</a>. </span>Si disputò assai della patria sua. Egli dice che l'Umbria -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Me genuit, terris fertilis uberibus;</i></p> -</div></div> - -<p> -e che se alcuno passa vicino a Mevania, osservi dove -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> <i>Lacus æstivis intepet umber aquis,</i></p> -<p class="i01"><i>Scandentisque arcis consurgit vertice murus,</i></p> -<p class="i02"> <i>Murus ab ingenio notior ille meo.</i></p> -</div></div> - -<p> -Nel lib. <span class="smcap lowercase">IV</span>. 1, canta -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Ut nostris tumefacta superbiat Umbria libris,</i></p> -<p class="i02"> <i>Umbria romani patria Callimachi.</i></p> -</div></div> - -<p> -Leandro Alberti da questo verso indusse che Callimaco fosse -romano, e vi fu chi copiò tal errore, mentre Properzio vuol -solo dirsi imitatore di Callimaco, del che si vanta pure nel -lib. <span class="smcap lowercase">III</span>. 1. e 8: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Callimachi Manes, et coii sacra Philetæ</i></p> -<p class="i02"> <i>In vestrum, quæso, me sinite ire nemus.</i></p> -<p class="i01"><i>Primus ego ingredior puro de fonte sacerdos</i></p> -<p class="i02"> <i>Itala per Grajos orgia forre choros.</i></p> -<p class="i01"><i>Inter Callimachi sat erit placuisse libellos,</i></p> -<p class="i02"> <i>Et cecinisse modis, dore poeta, tuis.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note60"> -<p><span class="label"><a href="#tag60">60</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Hujus erat Solymus prhygia comes unus ab Ida</i></p> -<p class="i02"> <i>A quo Sulmonis mœnia nomen habent.</i></p> -<p class="i13"> Fast., <span class="smcap lowercase">IV</span>. 78.</p> -</div></div> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Mantua Virgilio gaudet, Verona Catullo,</i></p> -<p class="i02"> <i>Pelignæ gentis gloria dicar ego.</i></p> -<p class="i13"> Amor., <span class="smcap lowercase">III</span>. 15.</p> -</div></div> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Seu genus excutias, equites ab origine prima</i></p> -<p class="i02"> <i>Usque per innumeros inveniemur avos.</i></p> -<p class="i13"> De Ponto, <span class="smcap lowercase">IV</span>. 8.</p> -</div></div> - -<p> -È schiavo de' pregiudizi di nascita quanto un nobile di -cent'anni fa: si vanta d'esser cavaliero senza aver mai portato -le armi: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Aspera militiæ juvenis certamina fugi,</i></p> -<p class="i02"> <i>Nec nisi lusura movimus arma manu;</i></p> -</div></div> - -<p> -e si lamenta che si osi preferirgli chi non divenne tale se non -per merito di valore: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Præfertur nobis sanguine factus eques</i></p> -<p class="i02"> <i>Fortunæ munere factus eques</i></p> -<p class="i02"> <i>Militiæ turbine factus eques.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note61"> -<p><span class="label"><a href="#tag61">61</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Non eadem ratio est sentire et demere morbos.</i></p> -<p class="i01"><i>Sæpe aliquod verbum cupiens mutare, relinquo,</i></p> -<p class="i02"> <i>Judicium vires destituuntque meum.</i></p> -<p class="i01"><i>Sæpe piget (quid enim dubitem tibi vera fateri?)</i></p> -<p class="i02"> <i>Corrigere, et longi ferre laboris onus...</i></p> -<p class="i01"><i>Corrigere at refert tanto magis ardua, quanto</i></p> -<p class="i02"> <i>Magnus Aristarcho major Homerus erat.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note62"> -<p><span class="label"><a href="#tag62">62</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Os homini sublime dedit, cœlumque tueri</i></p> -<p class="i01"><i>Jussit, et erectos ad sidera tollere vultus.</i></p> -<p class="i13"> Metam., <span class="smcap lowercase">I</span>. 85.</p> -</div></div> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i12"> <i>... Polumque</i></p> -<p class="i01"><i>Effugito australem, junctamque aquilonibus arcton.</i></p> -</div></div> - -<p> -Somiglianti ripetizioni incontransi ad ogni piè sospinto. Giove -va ad alloggiare presso Bauci e Filemone; il vecchio prepara -la mensa: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i05"> <i>Furca levat ille bicorni</i></p> -<p class="i01"><i>Sordida terga suis, nigro pendentia tigno;</i></p> -<p class="i01"><i>Servatoque diu resecat de tergore partem</i></p> -<p class="i01"><i>Exiguam, sectamque domat ferventibus undis.</i></p> -<p class="i05"> <i>..... Mensæ sed erat pes tertius impar;</i></p> -<p class="i01"><i>Testa parem facit: quæ postquam subdita, clivum</i></p> -<p class="i01"><i>Sustulit etc.</i></p> -<p class="i14"> Ivi, <span class="smcap lowercase">VIII</span>. 650.</p> -</div></div> - -<p> -Queste minuzie di scuola fiamminga disabbelliscono spesso -i suoi quadri migliori. Parlando del diluvio, canta: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Exspatiata ruunt per apertos flumina campos,</i></p> -<p class="i03"> ... <i>Pressæque labant sub gurgite turres;</i></p> -<p class="i01"><i>Omnia pontus erat, deerant quoque litora ponto.</i></p> -</div></div> - -<p> -Fin qui è bello; ma poi cala a particolarità oziose, e quindi -nocevoli: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Nat lupus inter oves, fulvos vehit unda leones;</i></p> -</div></div> - -<p> -quasi nell'universale sobbisso importi quel che facciano agnelli -o leoni.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note63"> -<p><span class="label"><a href="#tag63">63</a>. </span>Egli stesso si rimprovera di questo verso: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Tum didici getice sarmaticeque loqui.</i></p> -</div></div> - -<p> -Una volta nel verso non accomodandogli <i>mori</i>, disse: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Ad strepitum, mortemque timens, cupidusque moriri.</i></p> -</div></div> - -<p> -Altrove leggiamo: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Denique quisquis erat castris jugulatus achivis,</i></p> -<p class="i02"> <i>Frigidius glacie pectus amantis erat.</i></p> -</div></div> - -<p> -A chi appartiene il <i>quisquis</i>? -</p> - -<p> -Frequenti sono i giocherelli di parole: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>In precio precium nunc est...</i></p> -<p class="i01"><i>Cedere jussit aquam, jussa recessit aqua...</i></p> -<p class="i01"><i>Speque timor dubia, spesque timore cadit...</i></p> -<p class="i01"><i>Quæ bos ex homine est, ex bove facta dea...</i></p> -<p class="i01"><i>Semibovemque virum, semivirumque bovem.</i></p> -</div></div> - -<p> -E, me lo perdonino gli ammiratori, è un giocherello tutta la -sua descrizione del caos.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note64"> -<p><span class="label"><a href="#tag64">64</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Dummodo sic placeam, dum toto canar in orbe</i></p> -<p class="i02"> <i>Quod volet impugnent unus et alter opus.</i></p> -<p class="i14"> Rem. am., 363.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note65"> -<p><span class="label"><a href="#tag65">65</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Nec vitam, nec opes, nec jus mihi civis ademit,</i></p> -<p class="i02"> <i>Quæ merui vitio perdere cuncta meo.</i></p> -<p class="i14"> Trist., <span class="smcap lowercase">V</span>. 11.</p> -</div></div> - -<p> -Spira vera passione l'elegia dove descrive la sua partenza. In -un'altra canta: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Perdiderint cum me duo crimina, carmen et error,</i></p> -<p class="i02"> <i>Alterius facti culpa silenda mihi...</i></p> -<p class="i02"> <i>Vive tibi et longe nomina magna fuge.</i></p> -<p class="i01"><i>Hæc ego si monitor monitus prius ipse fuissem,</i></p> -<p class="i02"> <i>In qua debebam forsitan urbe forem...</i></p> -<p class="i01"><i>Inscia, quod crimen viderunt lumina plector,</i></p> -<p class="i02"> <i>Peccatumque oculos est habuisse meum...</i></p> -<p class="i01"><i>Cuique ego narrabam, secreti quidquid habebam,</i></p> -<p class="i02"> <i>Eccepto quod me perdidit unus erat...</i></p> -<p class="i01"><i>Cur aliquid vidi? cur noxia lumina feci?</i></p> -<p class="i02"> <i>Cur imprudenti cognita culpa mihi?</i></p> -<p class="i01"><i>Inscius Acteon vidit sine veste Dianam,</i></p> -<p class="i02"> <i>Præda fuit canibus non minus ille suis.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note66"> -<p><span class="label"><a href="#tag66">66</a>. </span>La professa dal bel principio: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i11"> <i>Di, cœptis...</i></p> -<p class="i01"><i>Aspirate meis, primaque ab origine mundi</i></p> -<p class="i01"><i>Ad mea perpetuum deducite tempora carmen.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note67"> -<p><span class="label"><a href="#tag67">67</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Quoniam occuparat alter ne primus forem,</i></p> -<p class="i01"><i>Ne solus esset studui, quod super fuit.</i></p> -<p class="i11"> Epil. del lib. <span class="smcap lowercase">II.</span></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note68"> -<p><span class="label"><a href="#tag68">68</a>. </span><i>Gressus delicatus et languidus</i> (lib. <span class="smcap lowercase">V</span>. f. 1): <i>filia formosa -et oculis venans viros</i> (lib. <span class="smcap lowercase">IV</span>. f. 5): <i>frivola insolentia</i> (lib. <span class="smcap lowercase">III</span>. f. 6): -<i>iratus impetus</i> (lib. 3. f. 2): <i>cornea domus</i> della tartaruga (lib. <span class="smcap lowercase">II</span>. -f. 6): <i>ignavus sanguis</i> dell'asino (lib. <span class="smcap lowercase">I</span>. f. 29): <i>generosus impetus</i> -del cinghiale (lib. <span class="smcap lowercase">I.</span> f. 29). -</p> - -<p> -Nella notissima favola della rana e il bue, in quanti varj -modi dice la cosa stessa! <i>Rugosam inflavit pellem</i> — <i>Intendit -cutem majori nisu</i> — <i>Dum vult validius inflare se se.</i> E nelle -conchiusioni morali: <i>Hoc illis dictum est</i> — <i>Hoc pertinere ad -illos vere dixerim</i> — <i>Hoc argumento se describi sentiat</i> — <i>Hoc -scriptum est tibi</i> — <i>Hoc illis narro</i> — <i>Hoc in se dictum debent -illi agnoscere...</i> -Possiamo credere fossero di pretta lingua certi modi che -sanno del latino ecclesiastico, come: <i>quem tenebat ore demisit -cibum</i> (lib. <span class="smcap lowercase">I</span>. f. 4): <i>hi quum cepissent cervam vasti corporis</i> -(lib. <span class="smcap lowercase">I</span>. f. 5): <i>rupto jacuit corpore</i> (lib. <span class="smcap lowercase">I</span>. f. 24): <i>quæ debetur pars -tuæ modestiæ, audacter tolle</i> (lib. <span class="smcap lowercase">II</span>. f. 1): <i>ante hos sex menses</i> -(lib. <span class="smcap lowercase">I</span>. f. 1): <i>invenit ubi accenderet</i> (lib. <span class="smcap lowercase">III</span>. f. 19): e l'abuso di -astratti come <i>sola improbitas abstulit totam prædam</i> (lib. <span class="smcap lowercase">I</span>. f. 5): -<i>tuta est hominum tenuitas</i> (lib. <span class="smcap lowercase">II</span> f. 7): <i>spes fefellit impudentem -audaciam</i> (lib. <span class="smcap lowercase">III</span>. f. 5). -</p> - -<p> -Alcuno crede suppositizio questo Fedro, di cui, eccetto Marziale, -nessun antico ricorda il nome; e che venne in luce soltanto -nel 1562, in occasione del sacco dato a un convento di -Germania: la prima edizione è del 1596. Ma nella Dacia fu -trovata un'iscrizione, contenente un verso delle favole di Fedro. -<span class="smcap">V. Mannert</span>, <i>Res Trajani ad Danub.</i>, pag. 78. Certo il testo fu -alterato e interpolato. Orelli ne diede la lezione migliore a Zurigo -nel 1831; poi anche di quelle nuove scoperte dal Janelli -e dal Maj, da cui è desunta la favola che diamo nel testo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note69"> -<p><span class="label"><a href="#tag69">69</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> <i>Duplici circumdatus æstu</i></p> -<p class="i01"><i>Carminis et rerum.</i></p> -</div></div> - -<p> -Egli ammette con precisione le popolazioni antipode: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i04"> <i>Terrarum forma rotunda.</i></p> -<p class="i01"><i>Hanc circum variæ gentes hominum atque ferarum</i></p> -<p class="i01"><i>Aeriæque colunt volucres. Pars ejus ad arctos</i></p> -<p class="i01"><i>Eminet: austrinis pars est habitabilis oris,</i></p> -<p class="i01"><i>Sub pedibusque jacet nostris, supraque videtur</i></p> -<p class="i01"><i>Ipsa sibi fallente solo declivia longa</i></p> -<p class="i01"><i>Et pariter surgente via, pariterque cadente.</i></p> -<p class="i01"><i>Hinc ubi ab occasu nostros sol aspicit ortus;</i></p> -<p class="i01"><i>Illic orta dies sopitas excitat urbes;</i></p> -<p class="i01"><i>Et cum luce refert operum vadimonia terris.</i></p> -<p class="i01"><i>Nos in nocte sumus, somnosque in membra locamus,</i></p> -<p class="i01"><i>Pontus utrosque suis distinguit et alligat undis...</i></p> -<p class="i01"><i>Altera pars orbis sub aquis jacet</i> invia nobis,</p> -<p class="i01"><i>Ignotæque hominum gentes, nec transita regna,</i></p> -<p class="i01"><i>Commune ex uno lumen ducentia sole,</i></p> -<p class="i01"><i>Diversasque umbras, lævaque cadentia signa,</i></p> -<p class="i01"><i>Et dextros ortus cælo spectantia verso.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note70"> -<p><span class="label"><a href="#tag70">70</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Quod mihi pareret legio romana tribuno.</i></p> -<p class="i12"> Sat., lib. <span class="smcap lowercase">I</span>. 4.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note71"> -<p><span class="label"><a href="#tag71">71</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i05"> <i>Inopemque paterni</i></p> -<p class="i01"><i>Et laris et fundi...</i></p> -<p class="i05"> <i>Paupertas impulit audax</i></p> -<p class="i01"><i>Ut versus facerem.</i></p> -<p class="i09"> Ep., lib. <span class="smcap lowercase">II</span>. 2.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note72"> -<p><span class="label"><a href="#tag72">72</a>. </span>Ep. <span class="smcap lowercase">XIV</span>. lib. <span class="smcap lowercase">I</span>. v. 3.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note73"> -<p><span class="label"><a href="#tag73">73</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Alme sol... possis nihil urbe Roma</i></p> -<p class="i09"> <i>Visere majus.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note74"> -<p><span class="label"><a href="#tag74">74</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Nullius addicti jurare in verba magistri.</i></p> -<p class="i02"> <i>Quo me cumque rapit tempestas, deferor hospes.</i></p> -<p class="i02"> <i>Nunc agilis fio et mergor civilibus undis,</i></p> -<p class="i02"> <i>Virtutis veræ custos rigidusque satelles;</i></p> -<p class="i02"> <i>Nunc in Aristippi furtim præcepta relabor,</i></p> -<p class="i02"> <i>Et mihi res, non me rebus submittere conor.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note75"> -<p><span class="label"><a href="#tag75">75</a>. </span>Negli Epodi è minore l'imitazione dal greco, com'è minore -l'arte e la varietà dei metri.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note76"> -<p><span class="label"><a href="#tag76">76</a>. </span>Vedete, per esempio, l'ode 14 del lib. <span class="smcap lowercase">III</span>. Cesare torna -vincitore dalla Spagna. — Esultate, o suore, o madri, o spose: -ormai io non temerò tumulti, dacchè Augusto regge il mondo. -Qua, ragazzo, porta corone e un fiasco dei tempi della guerra -marsica, se pur un sol fiasco potè sfuggire a Spartaco. Affretta, -Neera, ad annodarti i crini, e se il portinajo ti ritarda, parti. Il -crin bianco mi distoglie dalle risse: non così in pace mel recherei -se più giovane fossi». Altrettanto nell'ode <i>Nunc est bibendum.</i> -</p> - -<p> -Leggansi <span class="smcap">Passon</span>, <i>Horat. Flaccus Leben und Zeitalter.</i> Lipsia, -1833. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Buttmann</span>, <i>Ueber das Geschichtliche und die Anspielungen in -Horat.</i> Berlino, 1828. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Jacobs</span>, <i>Lectiones cenosinæ</i> (Lipsia 1831) intorno alla valutazione -morale del carattere e degli atti e delle poesie d'Orazio. -</p> - -<p> -E <span class="smcap">Schmid</span>, e <span class="smcap">Braunhard</span>, e tanti altri recentissimi che studiarono -questo poeta. -</p> - -<p> -Wieland avea tessuto su Orazio un romanzo. Döring, nelle -illustrazioni all'edizione di Lipsia 1824, lo volse a satira dei -contemporanei. Weichert, <i>Prolusiones de Q. H. Flacci epistolis</i>, -1826, e <i>Lectiones venusinæ</i>, 1832-33, sulla storia del poeta stesso -e dei coetanei, restituì veramente la storia della letteratura del -tempo d'Augusto. Hoffman Peerlkamp (Harlem 1834) pretese, -colla lunghissima famigliartà, avere acquistato un senso più -intimo del poeta, in modo da scernere ciò che vi fu interpolato; -e sopra 3845 versi, ne trovò 644, dei quali assolve Orazio per -incolparne i grammatici. Orelli, nell'edizione che ne fece a Zurigo -1837-38, dopo venticinque anni di lezioni, non attacca la -genuinità del poeta, nè s'accannisce co' predecessori: <i>Differt -autem nostra interpretatio a similibus, quæ nunc in scholis feruntur, -his potissimum nominibus; sæpius dijudicantur et variæ -lectiones et diversæ grammaticorum explicationes, sine ulla tamen -in quemquam insectatione aut contumelia: quin in hoc quoque -genere, tacitis plerumque adversariis, quæ veriora ubique viderentur, -argumentis additis exposui, ne traquillissima disputatio -acris rixæ cum hoc vel illo inimico contractæ, speciem unquam -præseferret; quo quidem cum aliis digladiandi et depugnandi -studio in hujusmodi scriptis studiosæ juventuti propositis nihil -profecto perversius reperiri potest.</i> Un giojello tipografico e filologico -è l'edizione che Ambrogio Didot fece nel 1855, colla vita -scrittane da Noël des Vergers. -</p> - -<p> -Non si potrebbe desiderare lavoro più completo e più nojoso -di quello che fece Walckenaer, <i>De la vie et des poésies d'Horace.</i> -Parigi 1840. Egli dice: <i>Dans les ouvrages de ce poète ressortent -sous de vives couleurs la grandeur et la gloire, les ridicules et les -vices de ce siècle mémorabile</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note77"> -<p><span class="label"><a href="#tag77">77</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Vilius argentum est auro, virtutibus aurum...</i></p> -<p class="i01"><i>O cives, cives, quærenda pecunia primum est,</i></p> -<p class="i01"><i>Virtus post nummos.</i></p> -<p class="i13"> <i>Omnis enim res,</i></p> -<p class="i01"><i>Virtus, fama, decus, divina humanaque pulchris</i></p> -<p class="i01"><i>Divitiis parent, quas qui costruxerit, ille</i></p> -<p class="i01"><i>Clarus erit, justus, fortis, sapiens etiam et rex,</i></p> -<p class="i01"><i>Et quidquid volet...</i></p> -<p class="i01"><i>Et genus, et virtus, nisi cum re, vilior alga est.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note78"> -<p><span class="label"><a href="#tag78">78</a>. </span>Vedi nel Cap. <span class="smcap lowercase">XLI</span>. — Assai prima delle recenti controversie -intorno al dare o no in mano ai giovani i classici, erasi -disputato sulle lubricità di Orazio e degli altri poeti; e singolarmente -vollero difenderli König, <i>De satira Romanorum</i>, e -Barth nella prefazione a Properzio. Jani, nell'edizione di Orazio -scagiona i costumi di questo dicendo: <i>Si cogitemus quam prorsus -honestus et a vitii crimine liber fuerit amor peregrinarum et libertinarum; -quam parum, certe ante legem Juliam latam, ipse -puerorum amor sceleris habuerit; denique, quam multæ et notiones -et loquendi formæ eo tempore dignitatem et honestatem -habuerint, quas postea politior usus, ut fit, respuit, et inter illiberales -retulit: hæc si cogitemus, jam multum ex illo Horatii -vituperio perire sentiamus. Loca et carmina Horatii, quæ nos -hodie offendunt, eo tempore non ita offendebant; licet, quod nos -hodie in verbis castiores sumus ac delicatiores, non sequatur, ut -ideo et mores hodierni castiores sint. Accedit, quod dare possumus, -Horatium, hominem hilarem et suavem, præsertim in illa sæculi -sui indole, ab amore non immunem fuisse, ejus philosophiam -morum hac parte laxiorem fuisse, eum arsisse subinde libertina -aliqua aut peregrina puella; neque tamen ideo desinet esse is vir -magnus, bonus et honestus. Nam numquam amavit matronas -aut ingenuas, numquam, quod præclare Lessingius docuit, pueros -amavit, et sic leges romanas illasque naturæ numquam violavit; -potius graviter subinde in adulteria, proprie dieta incestosque -amores invehitur. Carmina etiam illius amatoria haud dubie -sæpe lusus poetici, ad hilaritatem facti, sæpe e græco expressa -sunt.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note79"> -<p><span class="label"><a href="#tag79">79</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i03"> <i>Clament periisse pudorem</i></p> -<p class="i01"><i>Cuncti pene patres...</i></p> -<p class="i01"><i>Vel quia turpe putant... quæ</i></p> -<p class="i01"><i>Imberbes didicere, senes perdenda fateri.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note80"> -<p><span class="label"><a href="#tag80">80</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i13"> ... <i>Usus,</i></p> -<p class="i01"><i>Quem penes arbitrium est et jus et norma loquendi.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note81"> -<p><span class="label"><a href="#tag81">81</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Qui redit ad fastos, et virtutem æstimat annis,</i></p> -<p class="i01"><i>Miraturque nihil, nisi quod Libitina sacrarit.</i></p> -<p class="i01">... <i>Si tam Graiis novitas invisa fuisset</i></p> -<p class="i01"><i>Quam nobis, quid nunc esset vetus?</i>...</p> -<p class="i01"><i>Jam saliare carmen qui laudat,</i></p> -<p class="i01"><i>Ingeniis non ille favet, plauditque sepultis,</i></p> -<p class="i01"><i>Nostra sed impugnat, nos nostraque lividus odit.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note82"> -<p><span class="label"><a href="#tag82">82</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i03"> <i>Tua, Cæsar, ætas</i></p> -<p class="i01"><i>Fruges et agris retulit uberes.</i></p> -<p class="i01"><i>Non his juventus orta parentibus</i></p> -<p class="i01"><i>Infecit æquor sanguine punico:</i></p> -<p class="i01"><i>Sed rusticorum mascula militum</i></p> -<p class="i01"><i>Proles, sabellis docta ligonibus</i></p> -<p class="i01"><i>Versare glebas.</i></p> -<p class="i11"> <span class="smcap">Orazio</span>.</p> -</div></div> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Hanc olim veteres vitam coluere Sabini,</i></p> -<p class="i01"><i>Hanc Remus et frater: sic fortis Etruria crevit.</i></p> -<p class="i14"> <span class="smcap">Virg</span>.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note83"> -<p><span class="label"><a href="#tag83">83</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Si non ingentem foribus domus alta superbis</i></p> -<p class="i01"><i>Mane salutantum totis vomit ædibus undam:</i></p> -<p class="i01"><i>Nec varios inhiant pulcra testudine postes,</i></p> -<p class="i01"><i>Inlusasque auro vestes...</i></p> -<p class="i01"><i>Illum non populi fasces, non purpura regum</i></p> -<p class="i01"><i>Flexit...</i></p> -<p class="i14"> <i>nec ferrea jura</i></p> -<p class="i01"><i>Insanumque forum, aut populi tabularla vidit...</i></p> -<p class="i01"><i>Hic stupet attonitus rostris; hunc plausus hiantem</i></p> -<p class="i01"><i>Per cuneos geminatus enim plebisque patrumque</i></p> -<p class="i01"><i>Corripuit. Gaudent perfusi sanguine fratrum,</i></p> -<p class="i01"><i>Exilioque domos et dulcia lumina mutant.</i></p> -</div></div> - -<p> -E vedi tutta la stupenda chiusura delle Georgiche.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note84"> -<p><span class="label"><a href="#tag84">84</a>. </span>Egli stesso invoca le <i>musæ sicelides</i>, e attribuisce ai Siracusani -l'invenzione delle pastorali: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Prima syracusio dignata est ludere versu</i></p> -<p class="i01"><i>Nostra nec erubuit silvas habitare Camena,</i></p> -</div></div> - -<p> -alludendo a Dafni, il quale, secondo Diodoro (lib. <span class="smcap lowercase">IV</span>. c. 16), creò -questo genere di poesia quale a' giorni suoi durava ancora in -Sicilia; e a Teocrito, a Mosco, a Stesicoro. Cesare Scaligero -(<i>Poetices liber</i> <span class="smcap lowercase">V</span>, <i>qui et criticus</i>), coll'erudizione d'un critico e -l'ostinazione d'un pedante, rivela i furti commessi da Virgilio -sopra Omero, Pindaro, Apollodoro ed altri, ma dimostrando -uno per uno ch'esso li superò tutti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note85"> -<p><span class="label"><a href="#tag85">85</a>. </span>Ennio rammenta altri cantori: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i12"> <i>Scripsere alii rem</i></p> -<p class="i01"><i>Versibu' quos olim Fauni vatesque canebant</i>.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note86"> -<p><span class="label"><a href="#tag86">86</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i06"> <i>Quis aut Eurysthea durum,</i></p> -<p class="i01"><i>Aut inlaudati nescit Busiridis aras?</i></p> -<p class="i01"><i>Cui non dictus Hylas puer, et Latonia Delos,</i></p> -<p class="i01"><i>Hippodameque, humeroque Pelops insignis eburno,</i></p> -<p class="i01"><i>Acer equis?</i></p> -<p class="i08"> <span class="smcap">Virgilio</span>, Georg., <span class="smcap lowercase">III</span>. 4.</p> -</div></div> - -<p> -Anche Properzio gl'incensava e derideva: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Dum tibi cadmeæ ducuntur, Pontice, Thebæ</i></p> -<p class="i02"> <i>Armaque fraternæ tristia militiæ,</i></p> -<p class="i01"><i>Atque (ita sim felix) primo contendis Homero...</i></p> -<p class="i01"><i>Me laudent doctæ solum placuisse puellæ...</i></p> -<p class="i01"><i>Tu cave nostra tuo contemnas carmina fastu:</i></p> -<p class="i02"> <i>Sæpe venit magno fœnere tardus amor.</i></p> -<p class="i14"> Eleg. <span class="smcap lowercase">I</span>. 7.</p> -</div></div> - -<p> -Che gli argomenti mitologici fossero comuni nelle epopee, lo -raccogliamo da quel di Ovidio ove dice: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Quum Thebæ, quum Troja forent, quum Cæsaris acta,</i></p> -<p class="i02"> <i>Ingenium movit sola Corinna meum;</i></p> -</div></div> - -<p> -e più dalla famosa ode di Orazio <i>Scriberis Vario fortis</i>, ove, -invitato a cantar le glorie di Agrippa, risponde che meglio capace -n'è Vario, aquila della poesia meonia: — Io, debole poeta, -non varrei a trattare tali soggetti, nè l'implacabil ira del Pelìde, -nè i lunghi errori di Ulisse, o i delitti della casa di Pelope... -Chi parlerà degnamente di Marte colla lorica d'acciajo, di Merione -annerito dalla polvere di Troja, del figlio di Tideo che -l'ajuto di Pallade eleva a paro degli Dei?»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note87"> -<p><span class="label"><a href="#tag87">87</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Sacra diesque canam et cognomina prisca locorum.</i></p> -<p class="i14"> Eleg., <span class="smcap lowercase">IV</span>. 1.</p> -</div></div> - -<p> -Di tale poema sono forse brani molte parti del suo quarto libro, -come il concetto ne spira nell'elegia a Roma, dove canta: — Quanto -vedi, o straniero, della massima Roma, prima del Frigio -Enea era colle erboso; dove sorgono i palazzi sacri al navale -Febo, riposarono i profughi bovi d'Evandro; questi tempj d'oro -crebbero per numi di creta; il padre Tarpeo tonava dalla nuda -rupe, e dai nostri armenti era frequentato il Tevere; il corno -pastorale convocava i prischi Quiriti, e cento di loro in un prato -assisi formavano il senato. Nè sul cavo teatro pendevano veli -sinuosi; nè di solenne croco olezzavano i paschi; nè s'ebbe cura -di cercare straniere deità quando la turba tremava intenta ai -sacri riti».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note88"> -<p><span class="label"><a href="#tag88">88</a>. </span>Tutte le favole di Virgilio sulla venuta di Enea si trovano -in Dionigi d'Alicarnasso. Ora questi non diè fuori l'opera -sua che otto o sette anni av. C., e Virgilio era morto da dieci -anni. Virgilio dunque tolse le sue favole da altre fonti; ma fa -meraviglia che Dionigi non citi l'<i>Eneide</i>. Era il disprezzo dei -Greci per tutto ciò che era romano? era un'altra delle ignoranze -de' lavori precedenti che spesso si trovano negli antichi? -Quegli stessi che parrebbero concepimenti di Virgilio, sono reminiscenze. -Nevio, nel poema sulla guerra punica, avea già -raccontato la venuta di Enea in Italia e seguitone il viaggio coi -casi medesimi narrati da Virgilio, come la procella concitata da -Giunone, e le querele di Venere a Giove, e le speranze onde la -consola; anzi probabilmente quel poeta condusse Enea a Cartagine, -come certo inventò il personaggio di Anna sorella di -Didone. La pietà di Enea che salva il padre e i penati si legge -in Varrone, dove è soggiunto che l'astro di Venere più non disparve -dagli occhi dei Trojani, finchè non afferrarono al lido -indicato dall'oracolo di Dodona. Lunghi passi sono tradotti da -Apollonio Rodio: Stesicoro gli offrì quella soluzione del dramma -iliaco: se crediamo ad uno degli interlocutori dei <i>Saturnali</i> di -Macrobio, il secondo dell'Eneide è tolto di pianta da Pisandro -epico greco; e la <i>Crestomatia</i> di Proclo c'insegna che l'invenzione -del cavallo di legno è dovuta ad Aratino e a Lesene.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note89"> -<p><span class="label"><a href="#tag89">89</a>. </span>Perciò molte infedeltà di costume possono notarsi in -Virgilio. Enea e Didone vanno a caccia di cervi in Africa, -dove pur sono monti coperti d'abeti (lib. <span class="smcap lowercase">IV</span>): al principio del <span class="smcap lowercase">V</span>, -Enea col vento aquilone vien d'Africa in Italia: Plinio dice -<i>iliacis temporibus nec thure supplicabatur</i> e in Virgilio troviamo -gl'incensi, v. 745: vi troviamo guerrieri a cavallo e trombe, -inusati in Omero: così le triremi (<i>terno consurgunt ordine remi</i>, -v. 120), mentre Tucidide le fa introdotte assai più tardi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note90"> -<p><span class="label"><a href="#tag90">90</a>. </span>Per sentire la differenza de' sentimenti verso le donne -nei moderni e negli antichi, basta osservare come Virgilio non -faccia da Enea tener conto alcuno degli spasimi di Didone, -anzi da questi egli passi a mostrare l'indifferenza dell'eroe -con un fatto, ove sembra ch'egli manchi a quella rettitudine -di senso e di gusto che pur gli abbondava. Nel <span class="smcap lowercase">IV</span> libro Enea -tenta fuggire di soppiatto, ma scopertolo, Didone il prega per -quanto han di sacro l'amor loro, il cielo, la terra; infine -sviene; le damigelle la trasportano sul letto, e il <i>pio</i> Enea -torna alla flotta: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>At pius Eneas, quamquam lenire dolentem</i></p> -<p class="i01"><i>Solando cupit...</i></p> -<p class="i01"><i>Jussa tamen divûm exsequitur, classemque revisit.</i></p> -</div></div> - -<p> -Il <i>pius</i> qui non direbbesi una celia atroce? Anna va a scongiurarlo: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i13"> <i>Miserrima fletus</i></p> -<p class="i01"><i>Fertque, refertque soror: sed nullis ille movetur</i></p> -<p class="i01"><i>Fletibus, aut voces ullas tractabilis audit.</i></p> -<p class="i01"><i>Fata obstant</i>, placidasque <i>viri deus obruit aures.</i></p> -</div></div> - -<p> -Che più? mentre Didone si dispera e prepara ad uccidersi, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Æneas, celsa in puppi, jam certus eundi,</i></p> -<p class="i01">Carpebat somnos.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note91"> -<p><span class="label"><a href="#tag91">91</a>. </span><i>Est ingens ei cum tragœdiarum scriptoribus familiaritas.</i> -<span class="smcap">Macrobio</span>, <i>Saturn.</i>, v. 18. E lo chiama <i>vir tam anxie doctus</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note92"> -<p><span class="label"><a href="#tag92">92</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Malo me Galatea petit, lasciva puella,</i></p> -<p class="i01"><i>Et fugit ad salices, et se cupit ante videri.</i></p> -<p class="i01"><i> — Incipe, parve puer, risu cognoscere matrem.</i></p> -<p class="i01"><i> — Cum canerem reges et prælia, Cynthius aurem</i></p> -<p class="i01"><i>Vellit, et admonuit: Pastorem, Tityre, pingues</i></p> -<p class="i01"><i>Pascere oportet oves, deductum dicere carmen.</i></p> -<p class="i01"><i> — Jam fragiles poteram a terra contingere ramos.</i></p> -<p class="i01"><i> — Insere, Daphni, piros: carpent tua poma nepotes.</i></p> -<p class="i03"> <i> — Tenerisque meos incidere amores</i></p> -<p class="i01"><i>Arboribus; crescent illæ, crescetis amores.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note93"> -<p><span class="label"><a href="#tag93">93</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Fortunate senex! hic, inter flumina nota</i></p> -<p class="i01"><i>Et fontes sacros, frigus captabis opacum.</i></p> -<p class="i01"><i> — Tantum inter densas, umbrosa cacumina, fagos</i></p> -<p class="i01"><i>Assidue veniebat: ibi hæc incondita solus</i></p> -<p class="i01"><i>Montibus et sylvis studio jactabat inani.</i></p> -<p class="i01"><i> — Hic gelidi fontes, hic mollia prata, Lycoris,</i></p> -<p class="i01"><i>Hic nemus, hic ipso tecum consumerer ævo.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note94"> -<p><span class="label"><a href="#tag94">94</a>. </span>Gli autori antichi della vita di Virgilio fanno ascendere -le sue ricchezze a dieci milioni di sesterzj, cioè due milioni -de' nostri. Senza credere così appunto, sappiamo però -che veramente il poeta lasciossi trarricchire. Giovenale vi allude -nella <i>Satira</i> <span class="smcap lowercase">VII</span>. 69; Orazio ne dà lode ad Augusto, <i>Ep</i>., -lib. <span class="smcap lowercase">II.</span> 1: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>At neque dedecorant tua de se judicia, atque</i></p> -<p class="i01"><i>Munera, quæ, multa dantis cum laude, tulerunt</i></p> -<p class="i01"><i>Dilecti tibi Virgilius, Variusque poetæ.</i></p> -</div></div> - -<p> -Un poeta di poco posteriore, i cui versi sono posti fra gli -<i>Analecta</i> di Virgilio, canta i meriti di Mecenate in un panegirico -a Pisone, ove, tra le altre cose, si legge: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Ipse per ausonias æneia carmina gentes</i></p> -<p class="i01"><i>Qui sonat, ingenti qui nomine pulsat Olympum,</i></p> -<p class="i01"><i>Mæoniumque senem romano provocat ore,</i></p> -<p class="i01"><i>Forsitan illius memoris latuisset in umbra</i></p> -<p class="i01"><i>Quod canit, et sterili tantum cantasset avena</i></p> -<p class="i01"><i>Ignotus populis, si Mæcenate careret.</i></p> -<p class="i01"><i>Qui tamen haud uni patefecit limina vati,</i></p> -<p class="i01"><i>Nec sua Virgilio permisit numina soli.</i></p> -<p class="i01"><i>Mæcenas tragico quatientem pulpita gestu</i></p> -<p class="i01"><i>Erexit Varium, Mæcenas alta</i> Thoantis</p> -<p class="i01"><i>Eruit, et populis ostendit nomina Grais.</i></p> -<p class="i01"><i>Carmina romanis etiam resonantia chordis,</i></p> -<p class="i01"><i>Ausoniamque chelym gracilis patefecit Horati.</i></p> -<p class="i01"><i>O decus, et toto merito venerabilis ævo</i></p> -<p class="i01"><i>Pierii tutela chori, quo præside tuti</i></p> -<p class="i01"><i>Non unquam vates inopi timuere senectæ.</i></p> -</div></div> - -<p> -Invece di <i>Thoantis</i> leggerei <i>Thyestis</i>, titolo della tragedia di -Vario, che, secondo Quintiliano, <i>cuilibet Græcorum comparari -potest</i>. Inst. orat., <span class="smcap lowercase">X.</span> 1.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note95"> -<p><span class="label"><a href="#tag95">95</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Tu canis umbrosi subter pineta Galesi</i></p> -<p class="i02"> <i>Thyrsin, et attritis Daphnin arundinibus.</i></p> -<p class="i09"> <span class="smcap">Properzio</span>, <span class="smcap lowercase">II.</span> 34.</p> -</div></div> - -<p> -Ciò prova che colà scrisse le Bucoliche. Quanto alle Georgiche, -egli stesso nel lib. iv. 125, canta: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Namque sub æbaliæ memini me turribus arcis</i></p> -<p class="i01"><i>Qua niger humectat flaventia culta Galesus etc.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note96"> -<p><span class="label"><a href="#tag96">96</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Cedite, romani scriptores, cedite graii:</i></p> -<p class="i02"> <i>Nescio quid majus nascitur Iliade.</i></p> -<p class="i10"> <span class="smcap">Properzio, ii.</span> ult.</p> -</div></div> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Tityrus et segetes Æneiaque arma legentur,</i></p> -<p class="i02"> <i>Roma Triumphati dum caput orbis erit.</i></p> -<p class="i07"> <span class="smcap">Ovidio</span>, Am., <span class="smcap lowercase">I</span>. 15.</p> -</div></div> - -<p> -Vedi <span class="smcap">Donato</span>, <i>Vita Virgilii</i>, § 5.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note97"> -<p><span class="label"><a href="#tag97">97</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i07"> <i>Nec tu divinam Æneida tenta,</i></p> -<p class="i01"><i>Sed longe sequere, et vestigia semper adora.</i></p> -<p class="i07"> <span class="smcap">Stazio</span>, Theb., <span class="smcap lowercase">XII</span>. 816.</p> -</div></div> - -<p> -La versione di Annibal Caro è degna d'un poeta; e i tanti -che dappoi vollero emularlo, la dimostrarono a ragionamenti -difettosa, alla prova inarrivabile. Gli antichi attribuiscono a -Virgilio un poemetto sulla zanzara; ma il <i>Culex</i> che va tra le -opere sue, è di cattivo impasto ne' versi, di niun gusto negli -episodj, e affatto indegno di lui.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note98"> -<p><span class="label"><a href="#tag98">98</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i08"> <i>Vos exemplaria græca</i></p> -<p class="i01"><i>Nocturna versate manu, versate diurna...</i></p> -<p class="i03"> <i>Apis Mutinæ more modoque.</i></p> -<p class="i14"> <span class="smcap">Orazio</span>.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note99"> -<p><span class="label"><a href="#tag99">99</a>. </span>Non solo Virgilio ed Orazio, ma Ovidio, e persino Fedro, -si tengono sicuri di una fama non più peritura. Fedro, nel -prologo del lib. <span class="smcap lowercase">III</span>, dice: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>... Si leges, lætabor; sin autem minus,</i></p> -<p class="i01"><i>Habebunt certe, quo se oblectent posteri...</i></p> -<p class="i01"><i>Ergo hinc abesto, livor; ne frustra gemas,</i></p> -<p class="i01"><i>Quoniam solemnis mihi debetur gloria.</i></p> -</div></div> - -<p> -E nell'epilogo del lib. <span class="smcap lowercase">IV</span>: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Particulo, chartis nomen victurum meis,</i></p> -<p class="i01"><i>Latinis dum manebit pretium literis.</i></p> -</div></div> - -<p> -Ed Ovidio nelle Metamorfosi, <span class="smcap lowercase">XV</span> in fine: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Jamque opus exegi, quod nec Jovis ira, nec ignes,</i></p> -<p class="i01"><i>Nec poterit ferrum, nec edax abolere vetustas...</i></p> -<p class="i01"><i>Parte tamen meliore mei super alta perennis</i></p> -<p class="i01"><i>Astra ferar, nomenque erit indelebile nostrum,</i></p> -<p class="i01"><i>Quaque patet domitis romana potentia terris</i></p> -<p class="i01"><i>Ore legar populi; perque omnia sæcula fama,</i></p> -<p class="i01"><i>Si quid habent veri vatum præsagia, vivam.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note100"> -<p><span class="label"><a href="#tag100">100</a>. </span>Di Mecenate ci conservò Isidoro alcuni versi diretti ad -Orazio: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Lugent, o mea vita, te smaragdus,</i></p> -<p class="i01"><i>Beryllus quoque, Flacce; nec nitentes</i></p> -<p class="i01"><i>Nuper candida margarita, quæro,</i></p> -<p class="i01"><i>Nec quos thynica lima perpolivit</i></p> -<p class="i01"><i>Anellos; nec jaspios lapillos.</i></p> -</div></div> - -<p> -E questi altri Svetonio: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Ni te visceribus meis, Horati,</i></p> -<p class="i01"><i>Jam plus diligo, tu tuum sodalem</i></p> -<p class="i01"><i>Ninnio videas strigosiorem.</i></p> -</div></div> - -<p> -Macrobio dà un viglietto, ove Augusto derideva Mecenate contraffacendone -lo stile: <i>Idem Augustus, quia Mæcenatem suum -noverat esse stylo remisso, molli et dissoluto, talem se in epistolis, -quas ad eum scribebat, sæpius exhibebat, et contra castigationem -loquendi, quam alias ille scribendo servabat, in epistola ad Mæcenatem -familiari, plura in jocos effusa subtexuit: — Vale, mel -gentium, melcule, ebur ex Etruria, laser aretinum, adamas supernus, -tiberinum margaritum, Cilniorum smaragde, jaspi figulorum, -berylle Porsenæ,</i> ἴνα συντέμω πάντα, μάλαγμα <i>mœcharum</i>». -Saturn., <span class="smcap lowercase">II</span>. 4. -</p> - -<p> -Di Pollione ci tramandò Seneca un passo nelle <i>Suasor</i>., 7, -ch'egli dice il più eloquente delle sue storie, e noi lo riferiamo -sì per saggio filosofico, sì perchè ritrae Marco Tullio senza -l'astio che imputano a Pollione: <i>Hujus ergo viri, tot tantisque -operibus mansuris in omne ævum, prædicare de ingenio atque -industria supervacuum est. Natura autem pariter atque fortuna -obsecuta est. Ei quidem facies decora ad senectutem, -prosperaque permansit valetudo; tum pax diutina, cujus instructus -erat artibus, contigit; namque a prisca severitate judicis -exacti maximorum noxiorum multitudo provenit, quos -obstrictos patrocinio, incolumes plerosque habebat. Jam felicissima -consulatus ei sors petendi et gerendi magna munera, -deûm consilio, industriaque. Utinam moderatius secundas res, -et fortius adversas ferre potuisset! namque utraque cum venerat -ei, mutari eas non posse rebatur. Inde sunt invidiæ -tempestates coortæ graves in eum, certiorque inimicis adgrediendi -fiducia: majori enim simultates appetebat animo, quam -gerebat. Sed quando mortalium nulla virtus perfecta contigit, -qua major pars vitæ atque ingenti stetit, ea judicandum de -homine est. Atque ego ne miserandi quidem exitus eum fuisse -judicarem, nisi ipse tam miseram mortem putasset</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note101"> -<p><span class="label"><a href="#tag101">101</a>. </span><i>Cassium Severum primum affirmant flexisse ab illa, -vetere atque directa dicendi via: non infirmitate ingenii nec -inscitia literarum transtulisse se ad illud dicendi genus contendo, -sed judicio et intellectu. Vidit namque cum conditione -temporum, diversitate artium, formam quoque ac speciem orationis -esse mutandam.</i> De oratoribus, c. 19.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note102"> -<p><span class="label"><a href="#tag102">102</a>. </span>Nelle Pandette (lib. <span class="smcap lowercase">I</span>. tit. 4. fr. 1) leggesi: <i>Quod principi -placuit, legis habet vigorem; utpote cum Lege Regia, quæ de -Imperio ejus lata est, populus ei et in eum omne suum imperium -et potestatem conferat</i>. Parve tanto esagerato questo passo, che -lo supposero falso: ma qui <i>omnem potestatem</i> non vuol dire -che il popolo trasferisse nell'imperatore <i>tutto il suo potere</i>, -ma che l'imperatore tiene dal popolo <i>tutto il potere che ha</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note103"> -<p><span class="label"><a href="#tag103">103</a>. </span><i>Miserum populum romanum, qui sub tam lentis maxillis -erit.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note104"> -<p><span class="label"><a href="#tag104">104</a>. </span><span class="smcap">Tacito</span>, <span class="smcap">Ann</span>., <span class="smcap lowercase">II</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note105"> -<p><span class="label"><a href="#tag105">105</a>. </span>Svetonio nè tampoco l'accenna, Vellejo appena, chiamandolo -<i>comitiorum ordinatio</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note106"> -<p><span class="label"><a href="#tag106">106</a>. </span><i>More majorum</i>. <span class="smcap">Tacito</span>, <i>Ann</i>., <span class="smcap lowercase">III</span>. 66; <span class="smcap lowercase">IV</span>. 4.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note107"> -<p><span class="label"><a href="#tag107">107</a>. </span><i>Quo magis socordiam eorum irridere libet, qui præsenti -potentia credunt extingui posse etiam sequentis ævi memoriam. -Nam contra, punitis ingeniis, gliscit auctoritas; neque aliud -externi reges aut qui eadem sævitia usi sunt, nisi dedecus sibi, -atque illis gloriam peperere</i>. Ann. <span class="smcap lowercase">IV.</span> 35.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note108"> -<p><span class="label"><a href="#tag108">108</a>. </span><span class="smcap">Dione, lvii</span>; <span class="smcap">Plinio, xxxvi.</span> 26.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note109"> -<p><span class="label"><a href="#tag109">109</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Turba Remi sequitur fortunam ut semper, et odit</i></p> -<p class="i01"><i>Damnatos. Idem populus si Nurtia Tusco</i></p> -<p class="i01"><i>Favisset, si oppressa foret secura senectus</i></p> -<p class="i01"><i>Principis, hac ipsa Sejanum diceret hora</i></p> -<p class="i01"><i>Augustum.</i></p> -<p class="i13"> <span class="smcap">Giovenale, x</span>, 73.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note110"> -<p><span class="label"><a href="#tag110">110</a>. </span><i>Sidus et popum et puppum alumnum</i>. <span class="smcap">Svetonio</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note111"> -<p><span class="label"><a href="#tag111">111</a>. </span><i>Ut ipse dicebat</i> ἀξιοθριάμβευτον. <span class="smcap">Svetonio</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note112"> -<p><span class="label"><a href="#tag112">112</a>. </span><i>Memento omnia mihi et in omnes licere</i>. <span class="smcap">Svetonio</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note113"> -<p><span class="label"><a href="#tag113">113</a>. </span><i>Meditatus est edictum, quo veniam daret flatum crepitumque -ventris in cœna emittendi, cum periclitatum quemdam -præ pudore ex continentia reperisset</i>. Ivi. — Chi nel <i>Trimalcione</i> -di Petronio crede adombrato Claudio, può addurre in -prova questo decreto, corrispondente alle parole che ivi dice -quel goffo danaroso: <i>Si quis vestrum voluerit sua re sua causa -facere, non est quod illum pudeat; nemo vestrum solide natus -est. Ego nullum puto tam magnum tormentum esse quam continere: -hoc solum vetare ne Jovis potest.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note114"> -<p><span class="label"><a href="#tag114">114</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Ostenditque tuum, generose Britannice, ventrem;</i></p> -<p class="i01"><i>Et defessa viris, nondum satiata recessit.</i></p> -<p class="i13"> <span class="smcap">Giovenale</span>.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note115"> -<p><span class="label"><a href="#tag115">115</a>. </span>Voglia qualche chimico esaminare se fossero possibili -questi veleni, inavvertiti eppur subitanei, quando s'ignoravano -le preparazioni moderne. Egli si ricordi che Svetonio dice che -sul rogo di Germanico si trovò il cuore di lui ben conservato, -perchè si sa che il cuore degli avvelenati è incombustibile.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note116"> -<p><span class="label"><a href="#tag116">116</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Qui sedet</i>...</p> -<p class="i01"><i>Planipedes audit Fabios, ridere potest qui</i></p> -<p class="i01"><i>Mamercorum alapas.</i></p> -<p class="i07"> <span class="smcap">Giovenale</span>, <span class="smcap lowercase">VI</span>. 189.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note117"> -<p><span class="label"><a href="#tag117">117</a>. </span><span class="smcap">Tacito</span>, <i>Ann</i>., <span class="smcap lowercase">XIV</span>. 14 e seg.; <span class="smcap lowercase">XV</span>. 32; <span class="smcap">Svetonio</span>, in <i>Nerone</i>, -11 e 12; <span class="smcap">Seneca</span>, <i>Ep</i>. 100.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note118"> -<p><span class="label"><a href="#tag118">118</a>. </span><i>Ut non modo causas eventusque rerum, qui plerumque -fortuiti sunt, sed ratio etiam, causæque noscantur</i>. Hist., <span class="smcap lowercase">I</span>. 4.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note119"> -<p><span class="label"><a href="#tag119">119</a>. </span><i>Nam populi imperium juxta libertatem, paucorum dominatio -regiæ libidini propior est</i>. Ann., <span class="smcap lowercase">V</span>. 42.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note120"> -<p><span class="label"><a href="#tag120">120</a>. </span><i>Liceatque, inter abruptam contumaciam et deforme obsequium, -pergere iter ambitione ac periculo vacuum</i>. Ann., <span class="smcap lowercase">IV</span>. 20.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note121"> -<p><span class="label"><a href="#tag121">121</a>. </span><span class="smcap">Tacito</span>, Ann., <span class="smcap lowercase">II</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note122"> -<p><span class="label"><a href="#tag122">122</a>. </span><i>Diu inter instrumenta regni habita</i>. <span class="smcap">Tacito</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note123"> -<p><span class="label"><a href="#tag123">123</a>. </span><span class="smcap">Seneca</span>, ep. 47. — <i>Intelliges non pauciores servorum ira -cecidisse, quam regum</i>. Ep. 4.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note124"> -<p><span class="label"><a href="#tag124">124</a>. </span>Il parricida, secondo le leggi dei re, gettavasi al mare -chiuso in un sacco di cuojo, con un gatto, una serpe, una -scimia. Quando Nerone ebbe uccisa sua madre, si vedeano -sospesi dei sacchi alle effigie di lui.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note125"> -<p><span class="label"><a href="#tag125">125</a>. </span><span class="smcap">Plinio</span>, <span class="smcap lowercase">XXXIII</span>. 12; <span class="smcap">Cicerone</span>, <i>De orat</i>., <span class="smcap lowercase">III</span>. 12. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Me legit omnis ibi</i> (a Vienna) <i>senior, juvenisque, puerque,</i></p> -<p class="i02"> <i>Et coram tetrico casta puella viro.</i></p> -<p class="i14"> <span class="smcap">Marziale</span>, <span class="smcap lowercase">VII</span>. 88.</p> -</div></div> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Tu quoque nequitias nostri lususque libelli,</i></p> -<p class="i02"> <i>Uda puella leges, sis patavina licet.</i></p> -<p class="i14"> Lo stesso, <span class="smcap lowercase">XI</span>. 16.</p> -</div></div> - -<p> -<i>Pervigilium</i> o <i>Vigiliæ</i> dicevano certe solennità notturne, che, -divenute occasione d'eccessi, la legge restrinse a poche, e ne -escluse gli uomini e le nobili. Di rado menzionate sotto la -Repubblica, frequentano sotto l'Impero; e probabilmente al -tempo d'Augusto fu introdotta la vigilia di Venere, nella quale, -per tre notti consecutive d'aprile, le fanciulle menavano cori, -poi dopo un banchetto s'intrecciavano danze fra la gioventù -(<span class="smcap">Ovidio</span>, <i>Fast</i>., <span class="smcap lowercase">IV</span>. 133). Più tardi questa memoria del natale -di Quirino celebravasi in un'isola del Tevere deliziosissima, -dove, osservati dal prefetto o da un console, i cittadini facevano -sotto le tende una lieta festa. A cantarsi in questa era probabilmente -destinato il <i>Pervigilium Veneris</i>, poemetto ove essa -dea è venerata siccome madre dell'universo, e protettrice dell'Impero.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note126"> -<p><span class="label"><a href="#tag126">126</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Nec satis incestis temerari vocibus aures,</i></p> -<p class="i02"> <i>Adsuescunt oculi multa pudenda pati.</i></p> -<p class="i01"><i>Luminibus tuis</i> (Auguste)...</p> -<p class="i02"> <i>Scenica vidisti lentus adulteria</i>.</p> -<p class="i06"> <span class="smcap">Ovidio</span>, <i>Trist.</i>, <span class="smcap lowercase">II</span>. 500.</p> -</div></div> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Junctam Pasiphaen dictæo, credite, tauro</i></p> -<p class="i02"> <i>Vidimus: accepit fabula prisca fidem.</i></p> -<p class="i08"> <span class="smcap">Marziale</span>, <i>Spect</i>., <span class="smcap lowercase">V</span>.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note127"> -<p><span class="label"><a href="#tag127">127</a>. </span>Vedi <span class="smcap">Hugo</span>, <i>Storia del diritto romano</i>, §§ 295. 296. — <span class="smcap">Eineccio</span>, -<i>Antiq. Romanarum jurisprudentiam illustrantium -syntagma</i>, lib. 1. tit. 25. — <span class="smcap">Dione</span>, <span class="smcap lowercase">LIV</span>. 53. — <span class="smcap">Tacito</span>, <i>Ann</i>., <span class="smcap lowercase">III</span>. -25 e 28.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note128"> -<p><span class="label"><a href="#tag128">128</a>. </span>Espressione di Marziale, lib. <span class="smcap lowercase">IV</span>. ep. 7: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Julia lex populis ex quo, Faustine, renata est,</i></p> -<p class="i02"> <i>Atque intrare domos jussa pudicitia est,</i></p> -<p class="i01"><i>Aut minus, aut certe non plus tricesima lux est,</i></p> -<p class="i02"> <i>Et nubit decimo jam Thelesina viro.</i></p> -<p class="i01"><i>Quæ nubit toties, non nubit: adultera lege est.</i></p> -<p class="i02"> <i>Offendor mœcha simpliciore minus.</i></p> -</div></div> - -<p> -Se qui v'è esagerazione, abbiamo in Giovenale, <span class="smcap lowercase">VI</span>. 20: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i07"> <i>Sic fiunt octo mariti</i></p> -<p class="i01"><i>Quinque per autumnos.</i></p> -</div></div> - -<p> -E san Girolamo vide in Roma un marito che sepelliva la ventesimaprima -moglie, la quale avea sepolto ventidue mariti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note129"> -<p><span class="label"><a href="#tag129">129</a>. </span><i>Vix præsenti custodia manere illæsa conjugia</i>. <span class="smcap">Tacito</span>, -<i>Ann</i>., <span class="smcap lowercase">III</span>. 34.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note130"> -<p><span class="label"><a href="#tag130">130</a>. </span><span class="smcap">Giovenale</span>, <i>Sat</i>., <span class="smcap lowercase">VI</span>. 366; <span class="smcap">Tacito</span>, <i>Ann</i>., <span class="smcap lowercase">XV</span>. 32, 37, -e <span class="smcap lowercase">XII</span>. 33, 85.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note131"> -<p><span class="label"><a href="#tag131">131</a>. </span><span class="smcap">Svetonio</span>, in <i>Tiberio</i>, 35; <span class="smcap">Tacito</span>, <i>Ann</i>., <span class="smcap lowercase">II</span>. 85.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note132"> -<p><span class="label"><a href="#tag132">132</a>. </span>Il generale Armandi, nella <i>Histoire militaire des éléphants</i> -(Parigi 1843) sostiene che, al tempo d'Ottaviano, in -vicinanza di Roma v'avea serragli di moltissimi elefanti per uso -dell'anfiteatro e del circo. -</p> - -<p> -Plinio dice, parlando dei leoni (lib. <span class="smcap lowercase">VIII</span>. c. 16): — Impresa -pericolosa era una volta il prendere i leoni, e per riuscirvi si -scavavano delle fosse. Imperando Claudio, il caso insegnò un -mezzo più semplice, e quasi indegno d'un animale così feroce: -un pastore della Getulia (nell'Africa settentrionale) attutava il -furore dell'animale gettandovi sopra un panno. Questo maraviglioso -spettacolo si trasportò tantosto nei pubblici giuochi, e -appena credevasi a' proprii occhi, mirando un animale tanto -feroce cadere di subito in un torpore assoluto, col più leggiero -drappo che gli fosse gittato in capo, e lasciarsi legare senza opporre -difesa: perocchè la sua forza consiste tutta negli occhi. -Perciò fa meno maraviglia l'udire che Lisimaco, rinchiuso con -un leone per ordine d'Alessandro, abbia potuto strozzarlo». Se -si dubita di un fatto avvenuto sotto gli occhi del popolo romano, -del quale Plinio aveva spesso potuto essere testimonio, si avrà -interesse a conoscere che questo mezzo è ancora in uso nell'India, -e con esso arditi cerretani arrestano il furore dei leoni. -</p> - -<p> -Il capitano Williams, autore d'un <i>Giornale delle caccie durante -un soggiorno nell'India</i> (<i>Bibliothèque universelle</i> di Ginevra, -1820, aprile, p. 387), descrivendo la caccia d'una jena, -narra che i due Indiani adoperati a ciò portavano solo una -stanga di ferro aguzzata, della lunghezza di un piede, un mazzo -di corde, e uno squarcio di stoffa di cotone «destinato probabilmente -(ei dice) a coprire la testa dell'animale per impedirgli -la vista». -</p> - -<p> -Nemesiano (<i>Cynegeticon</i>, p. 303 e seg.) descrisse una specie -di caccia men pericolosa, ma non meno straordinaria, e che -produce la stessa maraviglia: Bisogna tra gli altri stromenti -di caccia provvedersi d'una tela, che possa avvolgere i -grandi boschi, e rinserrare nei loro chiusi gli animali, spaventati -alla vista delle penne che vi saranno attaccate; perchè -queste penne, siccome baleni, fanno stordire gli orsi, i cignali -più grossi, i cervi veloci, le volpi, i lupi audaci, e gl'impedisce -di rompere quell'ostacolo sì lieve. Datevi dunque la cura di -tingere queste penne a diversi colori, di mischiarle alle bianche, -e dar molta estensione a tale varietà di colori, che inspirano -tanto spavento agli animali selvaggi....; preferite il color -rosso». -</p> - -<p> -Marziale, <i>De spect</i>., <span class="smcap lowercase">XI</span>, parla d'un orso che nel circo romano -fu impigliato nel vischio, come noi facciamo cogli uccellini. -</p> - -<p> -Mongez, nei <i>Mém. de l'Académie</i>, vol. <span class="smcap lowercase">X</span>, 1833, annoverò e -descrisse tutte le belve condotte a combattere nel circo fra il -502 di Roma e la morte dell'imperatore Onorio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note133"> -<p><span class="label"><a href="#tag133">133</a>. </span><span class="smcap">Svetonio</span>, in <i>Nerone</i>, 11.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note134"> -<p><span class="label"><a href="#tag134">134</a>. </span><i>De spectaculis</i>, passim: e <span class="smcap">Tertulliano</span>, c. 15.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note135"> -<p><span class="label"><a href="#tag135">135</a>. </span><span class="smcap">Seneca</span>, ep. 114; <i>De provid</i>., <span class="smcap lowercase">III</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note136"> -<p><span class="label"><a href="#tag136">136</a>. </span><span class="smcap">Seneca</span>, ep. 86.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note137"> -<p><span class="label"><a href="#tag137">137</a>. </span><span class="smcap">Plinio</span>, <i>Nat. hist</i>., <span class="smcap lowercase">IX</span>. 58.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note138"> -<p><span class="label"><a href="#tag138">138</a>. </span><span class="smcap">Paucton</span>, <i>Métrologie</i>, cap. <span class="smcap lowercase">XI</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note139"> -<p><span class="label"><a href="#tag139">139</a>. </span>Lib. <span class="smcap lowercase">XVIII</span>. cap. 6.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note140"> -<p><span class="label"><a href="#tag140">140</a>. </span>In <i>Aureliano</i>, cap. <span class="smcap lowercase">X</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note141"> -<p><span class="label"><a href="#tag141">141</a>. </span><i>De beneficiis</i>, <span class="smcap lowercase">VII</span>. 10.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note142"> -<p><span class="label"><a href="#tag142">142</a>. </span><span class="smcap">Svetonio</span>. — Dione dice tremilatrecento milioni.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note143"> -<p><span class="label"><a href="#tag143">143</a>. </span><span class="smcap">Lampridio</span>, nella Vita di esso, <span class="smcap lowercase">XIX</span>. 24.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note144"> -<p><span class="label"><a href="#tag144">144</a>. </span><span class="smcap">Plinio</span>, lib. <span class="smcap lowercase">XIII</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note145"> -<p><span class="label"><a href="#tag145">145</a>. </span><i>Digitus medius excipitur: cæteri omnes onerantur, atque -etiam privatim articulis.</i> <span class="smcap">Plinio</span>, <span class="smcap lowercase">XXXVIII</span>. E <span class="smcap">Marziale</span>, v. 11: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Sardonicas, smaragdos, adamantos, jaspidas uno</i></p> -<p class="i02"> <i>Portat in articulo.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note146"> -<p><span class="label"><a href="#tag146">146</a>. </span>Vedi la nota 13ª al Cap. <span class="smcap lowercase">XXVIII</span>. — Di che materia erano -questi vasi, così pregiati agli antichi? Mercatore e Baronio dissero -di bengioino; Paulmier di Grentemesnil, d'argilla impastata -con mirra; Cardano, Scaligero, Mercuriale, di porcellana; Belon, -di conchiglia; Guibert, di onice; altri d'altro. Le Blond, nelle -<i>Memorie dell'Accademia d'Iscrizioni</i>, vol. <span class="smcap lowercase">XLIII</span>, mostra che nessuno -si appose, ed esorta a far nuove richerche, che non vennero -ommesse. Haüy volle provare fossero di spato-fluore. -</p> - -<p> -Vedansi: <span class="smcap">Corsi</span>, <i>Dei vasi murrini</i>. 1830. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Thiersch</span>, <i>Ueber die Vasa Murrina</i>. 1835. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Costa de Macedo</span>, <i>Mem. sobre os vasos murrhinos</i>. Lisbona, -1842.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note147"> -<p><span class="label"><a href="#tag147">147</a>. </span><i>Margaritas, quæ contra triplum aurum obrizum, atque -id quidem in India effossum, veneunt</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note148"> -<p><span class="label"><a href="#tag148">148</a>. </span><span class="smcap">Dione Cassio, xliii. lix.</span></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note149"> -<p><span class="label"><a href="#tag149">149</a>. </span><span class="smcap">Plinio, viii.</span> 48.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note150"> -<p><span class="label"><a href="#tag150">150</a>. </span><i>Taxatio in deliciis tanta, ut hominis quamvis parva -effigies vivorum hominum, vigentiumque pretia superet</i>. <span class="smcap">Plinio, -xlvii</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note151"> -<p><span class="label"><a href="#tag151">151</a>. </span>Lo stesso, <span class="smcap lowercase">VII</span>. 39.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note152"> -<p><span class="label"><a href="#tag152">152</a>. </span><span class="smcap">Marziale</span>, <span class="smcap lowercase">X</span>. 31.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note153"> -<p><span class="label"><a href="#tag153">153</a>. </span>Tre Apicj son citati; uno durante la repubblica, questo -contemporaneo di Seneca, e un altro al tempo di Trajano. Il -secondo è il più celebre, molti intingoli conservarono il suo -nome, e fu scritto sotto il nome suo un trattato di cucina, <i>De -re culinaria</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note154"> -<p><span class="label"><a href="#tag154">154</a>. </span><span class="smcap">Marziale</span>, <span class="smcap lowercase">XII</span>. 3. — I pasti dati dagli imperatori al popolo -col nome di <i>congiarium</i>, valsero, -</p> - -<table class="gener" summary=""> - <tr> - <td class="center">sotto</td> <td>Augusto, da 30 a 47 nummi</td> <td class="center">L.</td> <td class="num">9 » </td> - </tr> - <tr> - <td class="center">—</td> <td>Tiberio, 300 nummi</td> <td class="center">»</td> <td class="num">67 50</td> - </tr> - <tr> - <td class="center">—</td> <td>Caligola, 6 dramme</td> <td class="center">»</td> <td class="num">60 » </td> - </tr> - <tr> - <td class="center">—</td> <td>Nerone, 400 nummi</td> <td class="center">»</td> <td class="num">78 » </td> - </tr> - <tr> - <td class="center">—</td> <td>Antonino, 8 aurei</td> <td class="center">»</td> <td class="num">115 » </td> - </tr> - <tr> - <td class="center">—</td> <td>Comodo, 725 denari</td> <td class="center">»</td> <td class="num">347 50</td> - </tr> - <tr> - <td class="center">—</td> <td>Severo, 10 aurei</td> <td class="center">»</td> <td class="num">144 50</td> - </tr> -</table> - -<p> -Il pasto dato da Severo costò 38,750,000 lire; vale a dire che -i convitati erano ducensettantamila. Vedi <span class="smcap">Moreau de Jonnes</span>, -<i>Statistique des peuples de l'antiquité</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note155"> -<p><span class="label"><a href="#tag155">155</a>. </span><span class="smcap">Seneca</span>, ep. 18. 100.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note156"> -<p><span class="label"><a href="#tag156">156</a>. </span>Seneca, ep. 122.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note157"> -<p><span class="label"><a href="#tag157">157</a>. </span><i>Fastidio est lumen gratuitum</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note158"> -<p><span class="label"><a href="#tag158">158</a>. </span><span class="smcap">Seneca</span>, ep. 122.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note159"> -<p><span class="label"><a href="#tag159">159</a>. </span>Era segno di molle e scostumata vita.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note160"> -<p><span class="label"><a href="#tag160">160</a>. </span><i>Cave canem</i> è scritto su alcune soglie delle case di Pompej, -ove spesso un cane è effigiato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note161"> -<p><span class="label"><a href="#tag161">161</a>. </span>Solennità era ai Romani il primo radere della barba, e -questa dedicavasi ad Apollo e conservavasi sollecitamente.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note162"> -<p><span class="label"><a href="#tag162">162</a>. </span>Il posto d'onore era quel di mezzo fra i tre che distendevansi -sul medesimo lettuccio. I letti erano disposti a ferro di -cavallo attorno alle sale, dette perciò <i>triclinia</i>. In ogni letto -stavano tre, ciascuno colle gambe dietro al dorso dell'altro, e -appoggiato ad un cuscino, disposti nel seguente modo: -</p> - -<table class="gener" summary=""> - <tr> - <td>3</td> <td>6 5 4</td> <td>7</td> - </tr> - <tr> - <td>1</td> <td> </td> <td>8</td> - </tr> - <tr> - <td>2</td> <td> </td> <td>9</td> - </tr> -</table> - -<p> -All'1 era il padrone di casa; al 2 la donna o un parente; al -3 un ospite privilegiato; il 4 era posto d'onore o consolare, -considerato tale forse perchè più libero ad uscire, più accessibile -a chi venisse a parlare, e più comodo per istendere la mano -destra senza impacciar nessuno. Negli altri posti sedeano altri -convitati, e sempre consideravasi d'onore quel che non avea -nessuno di sopra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note163"> -<p><span class="label"><a href="#tag163">163</a>. </span>Che l'ovo di pavone fosse carissimo cibo ai Romani, se -ne lamenta Macrobio, <i>Saturn</i>., <span class="smcap lowercase">III</span>. 15: <i>Ecce res non miranda -solum, sed pudenda, ut ova pavonum quinis denariis veneant</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note164"> -<p><span class="label"><a href="#tag164">164</a>. </span>Console Lucio Opimio Nepote, il 633 di Roma, la stagione -corse tanto asciutta che i frutti furono squisitissimi e il vino -prelibato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note165"> -<p><span class="label"><a href="#tag165">165</a>. </span>È noto che agli schiavi liberati imponevasi il berretto; -onde questo divenne simbolo della libertà.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note166"> -<p><span class="label"><a href="#tag166">166</a>. </span>Tutti e tre nomi di lieto augurio, tratti dal guadagno e -dalla felicità; cosuccie, cui i grandi Romani prestavano grande -attenzione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note167"> -<p><span class="label"><a href="#tag167">167</a>. </span><span class="smcap">Tertulliano</span>, <i>De anima</i>, 30; <span class="smcap">Plinio</span>, <span class="smcap lowercase">XXVII</span>. 1. Vedansi -pure Strabone e principalmente il retore Aristide nell'<i>Orazione -della città di Roma</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note168"> -<p><span class="label"><a href="#tag168">168</a>. </span>Πηλὸν αῖματι πεφυρμένον.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note169"> -<p><span class="label"><a href="#tag169">169</a>. </span><i>Nobilis obsequii gloria relicta est</i>. <span class="smcap">Tacito</span>, Ann., <span class="smcap lowercase">IV</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note170"> -<p><span class="label"><a href="#tag170">170</a>. </span>Lib. 49, tit. xv. leg. 5. § 2. ff. <i>De captivis</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note171"> -<p><span class="label"><a href="#tag171">171</a>. </span><i>Semper autem addebat; Vincat utilitas.</i> <span class="smcap">Cicerone</span>, <i>De -off.</i>, <span class="smcap lowercase">III</span>. 22.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note172"> -<p><span class="label"><a href="#tag172">172</a>. </span><i>Ann</i>., <span class="smcap lowercase">II</span>. 16; <span class="smcap lowercase">I.</span> 51; <span class="smcap lowercase">II:</span> 21. <i>Maneat, quæso, duretque gentibus, -si non amor nostri, at certe odium sui; quando, urgentibus -imperii fatis, nihil jam præstare fortuna majus potest, quam -hostium discordiam</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note173"> -<p><span class="label"><a href="#tag173">173</a>. </span><i>Terrarum dea gentiumque Roma</i>. <span class="smcap">Marziale</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note174"> -<p><span class="label"><a href="#tag174">174</a>. </span><i>Leges, rem surdam, inexorabilem.</i> Livio, <span class="smcap lowercase">II</span>. 3.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note175"> -<p><span class="label"><a href="#tag175">175</a>. </span><span class="smcap">Arriano</span>, Ep. <span class="smcap lowercase">I</span>. 4.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note176"> -<p><span class="label"><a href="#tag176">176</a>. </span><i>Miseratio est vitium pusillanimi, ad speciem alienorum -malorum succidentis; itaque pessimo cuique familiarissima est.</i> -<span class="smcap">Seneca</span>, De clem., i. 5. — <i>Misericordia est ægritudo animi; -ægritudo autem in sapientem virum non cadit.</i> Ivi. — <i>Est -aliquid, quo sapiens antecedat Deum; ille naturæ beneficio non -timet, suo sapiens.</i> Ep. 53.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note177"> -<p><span class="label"><a href="#tag177">177</a>. </span><i>Quæris quid me maxime ex his, quæ de te audio, delectet? -Quod nihil audio; quod plerique ex his quos interrogo, nesciunt -quid agas</i>. Ep. 32.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note178"> -<p><span class="label"><a href="#tag178">178</a>. </span><i>De clem.</i>, <span class="smcap lowercase">II</span>. 2; I. 1. Aveva egli conosciuto il malvezzo -del suo tempo e d'altri, scrivendo altrove: — Siamo venuti a tal -demenza che credasi maligno chi adula parcamente... Crispo -Passieno diceva spesso, che noi all'adulazione opponiamo, non -chiudiamo la porta, e la opponiamo al modo che si fa all'amica, -la quale se la spinge è grata, più grata se la trapassa». <i>Quæst. -nat.</i>, <span class="smcap lowercase">III</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note179"> -<p><span class="label"><a href="#tag179">179</a>. </span><i>De ira</i>, <span class="smcap lowercase">III</span>. 36; Ep. 24. — Giusto Lipsio cernì dalle -opere di Seneca tutti i passi ove loda se stesso, e ne formò un -modello d'ogni eroismo. Diderot fece l'apologia del carattere -morale di Seneca, per bizzarria di paradosso. Opere, vol. <span class="smcap lowercase">VIII</span>, -<i>Essai sur le règne de Claude et de Néron</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note180"> -<p><span class="label"><a href="#tag180">180</a>. </span><i>Nihil cogor, nihil patior invitus, sed assentior; eo quidem -magis, quod scio omnia certa et in æternum dicta lege decurrere. -Fata nos ducunt, et quantum cuique restat, prima nascentium -hora disposuit Causa pendet ex causa; privata ac publica longus -ordo rerum trahit. Ideo fortiter omne ferendum est, quid -gaudeas, quid fleas; et quamvis magna videatur varietate singulorum -vita distingui, summa in unum venit: accepimus peritura -perituri</i>. De provid.; Ad Marciam consolatio; Ad Helviam consolatio; -De constantia sapientis; De clementia, ecc.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note181"> -<p><span class="label"><a href="#tag181">181</a>. </span><i>Nec magis in ipsa</i> (<i>morte</i>) <i>quidquam esse molestiæ, quam -posi ipsam</i>. Ep. 30. — <i>Mors est non esse... Hoc erit post me -quod ante fuit.</i> Ep. 54. E nella <i>Consolatoria</i> a Polibio: <i>Cogita -illa quæ nobis inferos faciunt terribiles, fabulam esse; nullas -imminere mortuis tenebras, nec flumina flagrantia igne, nec oblivionis -amnem, nec tribunalia. Luserunt ista poetæ, et vanis nos -agitavere terroribus</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note182"> -<p><span class="label"><a href="#tag182">182</a>. </span><span class="smcap">Seneca</span>, ep. 77. 47. 23. Cousin appone agli Stoici dell'Impero -d'aver guasto, esagerato, impicciolito lo stoicismo. Tennemann -appena concede ad essi un posto nella storia della filosofia. -Hegel (<i>Vorlesungen über die Gesch. des Philosop.</i>, t. II. p. 387) -dice che i costoro lavori non meritano in una storia della filosofia -maggior menzione che i sermoni de' nostri preti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note183"> -<p><span class="label"><a href="#tag183">183</a>. </span>I giureconsulti posteriori a Tiberio cassavano i testamenti -e traevano al fisco la sostanza di chi si uccidesse quando -accusato e colpevole; ma non di chi il facesse per noja, per intolleranza -delle malattie, per vergogna de' suoi debiti. <span class="smcap">Ulpiano</span> -e <span class="smcap">Paolo</span>, <i>Dig</i>. <span class="smcap lowercase">XLIX</span>, tit. 14; <span class="smcap lowercase">LXXVIII</span>, tit. 3.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note184"> -<p><span class="label"><a href="#tag184">184</a>. </span>Celso stupiva vi potesse essere una legge e un dogma -comune a tutte le nazioni, e Cappadoci e Cretesi potessero -adorare lo stesso Dio de' Giudei. <span class="smcap">Origene</span> <i>contra Celsum</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note185"> -<p><span class="label"><a href="#tag185">185</a>. </span><span class="smcap">Prudenzio</span>, <i>ad Symmacum</i>, <span class="smcap lowercase">II</span>. 458.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note186"> -<p><span class="label"><a href="#tag186">186</a>. </span><i>Ann.</i> <span class="smcap lowercase">IV</span>. 37. 38.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note187"> -<p><span class="label"><a href="#tag187">187</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> <i>Nec satis est homines, obligat ille Deos.</i></p> -<p class="i01"><i>Templorum positor, templorum sancte repostor</i></p> -<p class="i02"> <i>Sit superis, opto, mutua cura tui.</i></p> -<p class="i13"> Fast. <span class="smcap lowercase">II</span>. 61.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note188"> -<p><span class="label"><a href="#tag188">188</a>. </span><i>Nemo cœlum cœlum putat, nemo Jovem pili facit</i>. -<span class="smcap">Petronio</span>, Satyr., c. 44. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Esse aliquos manes et subterranea regna</i></p> -<p class="i01"><i>Nec pueri credunt, nisi qui nondum ære lavantur.</i></p> -<p class="i10"> <span class="smcap">Giovenale</span>, <span class="smcap lowercase">II</span>. 149.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note189"> -<p><span class="label"><a href="#tag189">189</a>. </span>In <i>Agricola</i>, 46.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note190"> -<p><span class="label"><a href="#tag190">190</a>. </span>Lo stesso, <i>Ann.</i>, <span class="smcap lowercase">III</span>. 60.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note191"> -<p><span class="label"><a href="#tag191">191</a>. </span><span class="smcap">Giovenale</span>, <i>Satyr</i>. 6; <span class="smcap">Tertulliano</span>, <i>Apolog</i>. 9; <span class="smcap">Seneca</span>, -<i>De vita beata</i>, 27.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note192"> -<p><span class="label"><a href="#tag192">192</a>. </span>Che nei misteri Eleusini si insegnasse più fisica che teologia -ce lo dice <span class="smcap">Cicerone</span>, <i>De nat. Deorum</i>, <span class="smcap lowercase">I</span>. 43: <i>Rerum natura -magis cognoscitur quam Deorum</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note193"> -<p><span class="label"><a href="#tag193">193</a>. </span>Ovidio dice nei <i>Fasti</i>, <span class="smcap lowercase">VI</span>. 766: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Sint tibi Flaminius, Trasimenaque litora testes</i></p> -<p class="i02"> <i>Per volucres æquos multa monere Deos;</i></p> -</div></div> - -<p> -e nella ep. <span class="smcap lowercase">I</span>. del lib. <span class="smcap lowercase">II</span>. <i>ex Ponto</i>, esorta la moglie a scegliere -un giorno fausto per presentare ad Augusto una petizione in -suo favore.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note194"> -<p><span class="label"><a href="#tag194">194</a>. </span>Vedi principalmente i libri <span class="smcap lowercase">XXIV, XXV, XXVI, XXX, XXXII, -XXXVIII</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note195"> -<p><span class="label"><a href="#tag195">195</a>. </span><i>Striges, ut ait Verrius, Græci</i> στρίγας <i>appellant, a quo -maleficis mulieribus nomen inditum est; quas volaticas etiam -vocant</i>. <span class="smcap">Festo</span>. — <span class="smcap">E. Plinio</span>: <i>Fabulosum arbitror de strigibus, -ubera eas infantium labris immulgere</i>; e altrove: <i>Post sepulturam -visorum quoque exempla sunt</i>. — <span class="smcap">Apulejo</span>, Metam. 5: -<i>Scelestarum strigarum nequitia</i>. — <span class="smcap">Petronio</span>, Fragm. 63: <i>Cum -puerum mater misella piangeret, subito strigæ cœperunt... jam -strigæ puerum involaverunt, et supposuerunt stramenticium</i>. -</p> - -<p> -Lucano (lib. <span class="smcap lowercase">VI</span>) descrive i patti col diavolo e le stregherie, -come potrebbe fare un cinquecentista: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Quis labor hic superis cantus herbasque sequendi</i></p> -<p class="i01"><i>Spernendique timor? Cujus commercia pacti</i></p> -<p class="i01"><i>Obstrictos habuere Deos?</i></p> -<p class="i09"> <i>An habent hæc carmina certum</i></p> -<p class="i01"><i>Imperiosa Deum, qui mundum cogere quidquid</i></p> -<p class="i01"><i>Cogitur ipse potest?</i></p> -</div></div> - -<p> -E Sereno Samonico (cap. 59): -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Præterea si forte premit strix atra puellos,</i></p> -<p class="i01"><i>Virosa immulgens exertis ubera labris,</i></p> -<p class="i01"><i>Allia præcepit Titini sententia necti.</i></p> -</div></div> - -<p> -I due versi conservatici da Festo come preservativi, sono -scorrettissimi; Dachery gli emenda così: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Στρίγγ’ ἀποπέμπειν νυκτίνομαν, στρίγγα τ’ἀλαὸν,</p> -<p class="i01">Ορνιν ἀνώνυμον, ὼκυπόρους ἐπὶ νῆας ἐλαύνειν.</p> -</div></div> - -<p> -— <i>La strige rimovi notte-mangiante; la sucida strige, uccello -ferale, fuga nelle veloci navi</i>. -</p> - -<p> -I passi di antichi, attestanti le magiche arti, sono prodotti da -<span class="smcap">Delrio</span>, <i>Disquisitiones magicæ</i>, lib. <span class="smcap lowercase">II</span>. qu. 9, e <i>passim</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note196"> -<p><span class="label"><a href="#tag196">196</a>. </span><span class="smcap">Orazio</span>, <i>Epodi</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note197"> -<p><span class="label"><a href="#tag197">197</a>. </span><span class="smcap">Svetonio</span>, in <i>Tiberio</i>, 63. 14. 79; <span class="smcap">Plinio, xvi</span>. 30; -<span class="smcap lowercase">XXVIII.</span> 2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note198"> -<p><span class="label"><a href="#tag198">198</a>. </span><i>Mihi hæc ac talia audienti, in incerto judicium est fatone -res mortalium et necessitate immutabili, an sorte volvantur.</i> -Ann., <span class="smcap lowercase">VI</span>. 22. — <i>Mihi, quanto plura recentium seu veterum revolvo, -tanto magis ludibria rerum mortalium cunctis in negotiis -observantur</i>. Ivi, <span class="smcap lowercase">III</span>. 18.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note199"> -<p><span class="label"><a href="#tag199">199</a>. </span><i>Ad Galatas</i>, <span class="smcap lowercase">III</span>. 28; <i>ad Colossenses</i>, <span class="smcap lowercase">III</span>. 11.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note200"> -<p><span class="label"><a href="#tag200">200</a>. </span><i>Longe clarissima urbium Orientis, non Judeæ modo.</i> -<span class="smcap">Plinio</span>, Nat. Hist., <span class="smcap lowercase">V</span>. 14.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note201"> -<p><span class="label"><a href="#tag201">201</a>. </span>È la definizione famosa di sant'Agostino: <i>Virtus est bona -qualitas mentis... qua nullus male utitur</i>. E altrove: <i>Ille pie -et juste vivit, qui rerum integer est æstimator, in neutram partem -declinando</i>. E de lib. arb.: <i>Voluntas aversa ab incommutabili -bono et conversa ad proprium, peccat</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note202"> -<p><span class="label"><a href="#tag202">202</a>. </span>La venuta di san Pietro in Italia è uno de' punti della -storia ecclesiastica più impugnati dagli eterodossi, perchè molti -farebbero dipendere da quella l'istituzione apostolica della santa -sede in Roma, ma vien dimostrata da argomenti irrepugnabili. -Nell'anno 42, da noi segnato, comincerebbero i venticinque anni -che il <i>Cronico</i> di Eusebio assegna al pontificato di san Pietro.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note203"> -<p><span class="label"><a href="#tag203">203</a>. </span><i>Atti apostolici</i>, <span class="smcap lowercase">XVIII</span>. 15.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note204"> -<p><span class="label"><a href="#tag204">204</a>. </span><i>Mansit biennio... et suscipiebat omnes, qui ingrediebantur -ad eum, prædicans regnum Dei, et docens quæ sunt de domino -Jesu Christo, cum omni fiducia, sine prohibitione.</i> Ivi, <span class="smcap lowercase">XXVIII</span>, -30 e 31.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note205"> -<p><span class="label"><a href="#tag205">205</a>. </span>Parla sempre Tacito, <i>Ann</i>., <span class="smcap lowercase">XV</span>. 44.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note206"> -<p><span class="label"><a href="#tag206">206</a>. </span>— Quel che alle donne, è comandato anche agli uomini. -Le leggi di Cristo non somigliano a quelle degli imperatori; -non la stessa cosa insegnano san Paolo e Papiniano. Le leggi -permettono ogni impudicizia agli uomini in donne libere; nei -Cristiani, se il marito può ripudiar la donna per adulterio, anche -essa lui pel delitto stesso. In condizioni eguali, eguale è l'obbligazione». -<span class="smcap">S. Girolamo</span> a <i>Fabiola</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note207"> -<p><span class="label"><a href="#tag207">207</a>. </span><i>Sap</i>., <span class="smcap lowercase">XIV</span>. 22 e seg. <i>Ad Galatas</i>, <span class="smcap lowercase">V</span>. 19 e seg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note208"> -<p><span class="label"><a href="#tag208">208</a>. </span><i>Si vos manseritis in sermone meo, vere discipuli mei eritis; -et cognoscetis veritatem, et veritas <span class="upright">liberabit</span> vos</i>. <span class="smcap">S. Giov., -viii</span>, 31 e 32.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note209"> -<p><span class="label"><a href="#tag209">209</a>. </span>— L'uomo ha diritto di comandare alle bestie, ma Dio -solo di comandare all'uomo». <span class="smcap">S. Gregorio Magno</span>, lib. <span class="smcap lowercase">XXI</span>, <i>in -Job.</i>, c. 15.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note210"> -<p><span class="label"><a href="#tag210">210</a>. </span><i>Regimen tyrannicum non est justum, quia non ordinatur -ad bonum commune, sed ad bonum privatum regentis... Et ideo -perturbatio hujus regiminis non habet rationem seditionis, nisi -forte quando sic inordinate perturbatur tyranni regimen, quod -multitudo subjecta majus detrimentum patitur ex perturbatione -consequenti, quam ex tyranni regimine</i>. <span class="smcap">San Tommaso</span>, Summa -theol. 2ª 2<sup>æ</sup> quaest. 42ª art. 2º ad 3<sup>um</sup>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note211"> -<p><span class="label"><a href="#tag211">211</a>. </span><i>Evulgato imperii arcano, principem alibi quam Romæ -fieri</i>. <span class="smcap">Tacito</span>, Hist., i. 4.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note212"> -<p><span class="label"><a href="#tag212">212</a>. </span>A Canneto o più verisimilmente a Calvatone nel Cremonese, -alla biforcazione d'una strada romana, a due giornate -da Verona. Quivi le cronache paesane collocherebbero la città -di Vegra (forma vulgare del nome di Bedriaco, o Bebriaco), -distrutta dagli Unni; e vi si scoprono continuamente ruderi -antichi, e nel 1855 un busto di bronzo dell'imperatore Antonino, -e due statuette di marmo pario.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note213"> -<p><span class="label"><a href="#tag213">213</a>. </span><span class="smcap">Tacito</span>, <i>Hist</i>., lib. <span class="smcap lowercase">IV</span>. 74. 75.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note214"> -<p><span class="label"><a href="#tag214">214</a>. </span>Nel censimento sotto Vespasiano si asserisce che trovaronsi -nella Gallia Cispadana cinquantaquattro persone di cento -anni, cinquantasette di centodieci, due di centoventicinque, -quattro di centrentacinque, quattro di centrentasette, tre di -cenquaranta: a Parma ve n'avea tre di centoventi, due di centotrenta; -a Faenza una donna di centrentadue; a Rimini uno di -cencinquanta, nominato Marco Aponio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note215"> -<p><span class="label"><a href="#tag215">215</a>. </span>Stazio e Marziale. Ecco alcune delle costoro adulazioni: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Invia sarmaticis domini lorica sagittis</i></p> -<p class="i02"> <i>Et Martis getico tergore fida magis...</i></p> -<p class="i01"><i>Felix sorte tua, sacrum tui tangere pectus</i></p> -<p class="i02"> <i>Fas erit, et nostri mente calere Dei!...</i></p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Redde deum votis poscentibus: invidet hosti</i></p> -<p class="i02"> <i>Roma suo, veniat laurea multa licet.</i></p> -<p class="i01"><i>Terrarum dominum propius videt ille; tuoque</i></p> -<p class="i02"> <i>Terretur vultu barbarus, et fruitur...</i></p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Hiberna quamvis Arctos, et rudis Peuce</i></p> -<p class="i01"><i>Et nugularum pulsibus calens Ister,</i></p> -<p class="i01"><i>Fractusque cornu jam ter improbo Rhenus,</i></p> -<p class="i01"><i>Teneat domantem regna perfidæ gentis,</i></p> -<p class="i01"><i>Tu, summi mundi rector, et parens orbis</i></p> -<p class="i01"><i>Abesse nostris non tamen potes votis...</i></p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Nunc ilares, si quando mihi, nunc ludite, Musæ:</i></p> -<p class="i02"> <i>Victor ab Odrysio redditur orbe deus...</i></p> -</div></div> - -<p> -Altrove Giano, vedendo passar Domiziano, lagnasi di non -avere abbastanza occhi e visi per mirarlo (<span class="smcap">Marziale</span>, lib. <span class="smcap lowercase">VIII</span>. 2). -Tardi pure ad alzarsi la stella del mattino, chè, se Cesare -compare, il popolo non s'accorgerà della mancanza (Ivi, 21). — Oh -poeti!</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note216"> -<p><span class="label"><a href="#tag216">216</a>. </span><span class="smcap">Plinio</span>, <i>Paneg</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note217"> -<p><span class="label"><a href="#tag217">217</a>. </span>A ciò va attribuito il suo valersi sempre di Sura nello -scriver lettere, anzichè ad inerzia, come fa Giuliano nei <i>Cesari</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note218"> -<p><span class="label"><a href="#tag218">218</a>. </span>Sono famose le tavole alimentari, trovate nel 1747 fra -le mine di Velleja alle falde dell'Appennino di Piacenza. Contenevano -il decreto con cui Trajano donava ai Vellejati e a' loro -vicini 1,116,000 sesterzj, assicurati su fondi stabili del valore -complessivo di 27,407,792, e fruttanti il cinque per cento. Così -la rendita di 55,800 sesterzj era destinata ad alimentare 300 -fanciulli, cioè 263 maschi, 35 femmine di legittima nascita, più -uno spurio o una spuria; attribuendo 16 sesterzj il mese a -ogni maschio, 12 a ogni femmina, e 12 agli illegittimi. I fondi -obbligati valeano almeno il decuplo dell'ipoteca. Gli alimenti -cominciavano a darsi dopo i tre anni, a quanto pare, e fin ai -diciotto pei maschi, ai quattordici per le fanciulle. Non si educavano -già in case comuni, ma rimanevano a custodia dei proprj -genitori. Del frumento allora si compravano cinque moggia e -un quinto con sedici sesterzj; onde il fanciullo riceveva per -centosei libbre di frumento al mese. Un dono simile apparve da -altra tavola scoperta nel 1832 a Campolattaro, presso Benevento, -in favore de' Liguri Bebiani. Iscrizioni varie, e passi -di scrittori e del Codice provarono che siffatta liberalità venne -usata da altri imperatori. Su di che vedasi <span class="smcap">Ernesto Desjardins</span>, -<i>De Tabulis alimentariis disputatio historica</i>. Parigi 1854.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note219"> -<p><span class="label"><a href="#tag219">219</a>. </span><i>Jam hoc pulchrum et antiquum, senatum nocte dirimi, -triduo vocari, triduo contineri</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note220"> -<p><span class="label"><a href="#tag220">220</a>. </span>Quel di Dione, fatto da Sifilino. Neppure accenno gl'informi -frammenti di Aurelio Vittore e d'Eutropio. Il panegirico è -di Plinio Cecilio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note221"> -<p><span class="label"><a href="#tag221">221</a>. </span><span class="smcap">Eutropio, viii</span>. 5. Più tardi corse un'opinione bizzarra; -che papa Gregorio Magno avesse a preghiere ottenuto la liberazione -di Trajano dall'inferno, ove stava da quattro secoli. Il -primo a scriverla, ch'io sappia, fu Giovanni di Salisbury (<i>Polycr.</i> -<span class="smcap lowercase">V</span>. 8): <i>Virtutes ejus legitur commendasse ss. papa Gregorius, et -fusis pro eo lacrymis, inferorum compescuisse incendia... donec -ei revelatione nuntiatum sit, Trajanum a pœnis inferni liberatum, -sub ea tamen conditione, ne ulterius pro aliquo infideli Deum -sollicitare præsumeret</i>. San Tommaso si vale di questa tradizione, -e Dante (<i>Purg.</i>, <span class="smcap lowercase">X</span>. 73) accenna -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i09"> l'alta gloria</p> -<p class="i01">Del roman prence, lo cui gran valore</p> -<p class="i01">Mosse Gregorio alla sua gran vittoria.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note222"> -<p><span class="label"><a href="#tag222">222</a>. </span><span class="smcap">Sparziano</span>, in <i>Adriano</i>, negli <i>Scriptor. Hist. Augustæ.</i> -Ciò praticavasi già con Omero, poi in questi tempi con Virgilio. -Narra Giulio Capitolino, che, interrogando Clodio Albino a -questo modo l'<i>Eneide</i>, gli occorse quel del libro <span class="smcap lowercase">VI</span>: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Hic rem romanam, magno turbante tumultu,</i></p> -<p class="i01"><i>Sistet equus, sternet Pœnos, Gallumque rebellem.</i></p> -</div></div> - -<p> -Alessandro Severo al modo stesso trovò: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Te manet imperium cœli, terræque, marisque;</i></p> -</div></div> - -<p> -e pensando applicarsi alle arti liberali, ebbe questa risposta: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Excudent alii spirantia mollius æra...</i></p> -<p class="i01"><i>Tu regere imperio populos, Romane, memento.</i></p> -</div></div> - -<p> -Vedi <span class="smcap">Lampridio</span> in <i>Alex. Severo</i>. Non cadde questa superstizione -col paganesimo. Sant'Agostino (<i>Ep</i>. 55 <i>ad Januar</i>.) la -nota e la condanna; e così il concilio d'Agda col nome di <i>sorti -dei Santi</i>: e Gregorio di Tours (<i>Hist. Franc.</i>, <span class="smcap lowercase">IV</span>. 6) scrive: -<i>Positis clerici tribus libris super altare, idest Prophetiæ, Apostoli -atque Evangeliorum, oraverunt ad Dominum ut Christiano -quid eveniret ostenderet. Aperto igitur omnium Prophetarum -libro, reperiunt: — Auferam maceriam ejus</i>». E nel lib. <span class="smcap lowercase">V</span>. 49: -<i>Mœstus turbatusque ingressus oratorium, davidici carminis -sumo librum, in quo ita repertum est: — Eduxit eos in spe, et -non timuerunt</i>».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note223"> -<p><span class="label"><a href="#tag223">223</a>. </span>Nel 1664 a Upsal si stampò un <i>Trattato dell'arte della -guerra</i>, presumendo fosse quel di Adriano, pubblicato dal console -Maurizio, ma è composizione d'assai posteriore. È pure -suppositizio il dialogo suo con Epitteto, pubblicato dal Froben -nel 1551, ove propone varj quesiti che il migliore filosofo del -suo secolo scioglie, e in cui, tra massime false, ridicole e triviali, -ne occorrono di eccellenti. — Che cosa è la pace? Una libertà -tranquilla. — Che cosa la libertà? Innocenza e virtù».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note224"> -<p><span class="label"><a href="#tag224">224</a>. </span><span class="smcap">Sparziano</span> nella vita di lui.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note225"> -<p><span class="label"><a href="#tag225">225</a>. </span>Pure costui non ischivò l'odio di Adriano, onde diceva: — Mi -maraviglio di tre cose: che, nato Gallo, io parli greco; -che essendo eunuco, io sia chiamato giudice d'adulterj; che -odiato dall'imperatore, io viva».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note226"> -<p><span class="label"><a href="#tag226">226</a>. </span>Τοσοῦτον δὲ δύνανται οἴ ἄρχοντης πρὸς τῆς ἀληθείας δόξαν τιμῶντες, -ὄσον καὶ λησταὶ ἐν ἐρημεία. <span class="smcap lowercase">I</span>. 12.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note227"> -<p><span class="label"><a href="#tag227">227</a>. </span><span class="smcap">Lampridio</span> in <i>Alex. Severo</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note228"> -<p><span class="label"><a href="#tag228">228</a>. </span>Originariamente costui chiamavasi Catilio Severo. D'illustre -famiglia romana, fu educato sotto gli occhi di Lucio -Annio Aurelio Vero, suo avo materno, che lo adottò e nominò -Marco Elio Aurelio Vero.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note229"> -<p><span class="label"><a href="#tag229">229</a>. </span>Vedi <span class="smcap">Eusebio</span>, <span class="smcap lowercase">IV</span>. 13. 16. Capitolino diresse a Diocleziano -una vita di lui, ma confusa. I libri di Dione Cassio ad esso -relativi si desiderano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note230"> -<p><span class="label"><a href="#tag230">230</a>. </span>Fra le altre cose gli diceva: <i>Nonnunquam ego te coram -paucissimis ac familiarissimis meis gravioribus verbis absentem -insectatus sum... cum tristior quam par erat in cœtu -hominum progrederer, vel cum in theatro tu libros, vel in convivio -lectitabas; nec ego, dum tu theatris, nec dum conviviis, -abstinebam. Tum igitur ego te durum et intempestivum hominem, -odiosum etiam nonnunquam, ira percitus, appellabam.</i> -Lib. <span class="smcap lowercase">VI</span>. 12.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note231"> -<p><span class="label"><a href="#tag231">231</a>. </span>Servano per saggio tre viglietti, che, come i passi superiori, -scegliamo da <span class="smcap">M. Cornelii Frontonis et M. Aurelii -imperatoris epistolæ... Fragmenta Frontonis et scripta -grammatica</span>; curante <span class="smcap">A. Majo</span>. Roma 1823. — <i>Magistro meo. -Ego dies istos tales transegi. Soror dolore muliebrium partium -ita correpta est repente, ut faciem horrendam viderim; -mater autem mea in ea trepidatione imprudens angulo parietis -costam inflixit; eo ictu graviter et se et nos adfecit. Ipse, cum -cubitum irem, scorpionem in lecto offendi; occupavi tamen -eum occidere priusquam supra accubarem. Tu si rectius vales, -est solacium. Mater jam levior est, deis volentibus. Vale, mi -optime, dulcissime magister. Domina mea te salutat.</i> -</p> - -<p> -Frontone risponde: <i>Domino meo. Modo mihi Victorinus indicat -dominam tuam magis valuisse quam heri. Gratia leviora -omnia nuntiabat. Ego te idcirco non vidi, quod ex gravedine -sum imbecillus. Cras tamen mane domum ad te veniam. Eadem, -si tempestivum erit, etiam dominam visitabo.</i> -</p> - -<p> -Marc'Aurelio replica: <i>Magistro meo. Caluit et hodie Faustina; -et quidem id ego magis hodie videor deprehendisse. Sed, -Deis juvantibus, æquiorem animum mihi facit ipsa, quod se -tam obtemperanter nobis accommodat. Tu, si potuisses, scilicet venisses. -Quod jam potes et quod venturum promittis, delector, mi -magister. Vale, mi jucundissime magister.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note232"> -<p><span class="label"><a href="#tag232">232</a>. </span>Frontone fa un elogio affatto retorico di Lucio Vero, -attribuendo tutta a merito di lui la riforma delle indisciplinatissime -truppe di Siria: e lo paragona a Trajano, dandogliene -sempre la preferenza. <i>Principia historiæ</i>. Si hanno pure le -lettere che Vero gli dirigeva, raccomandandogli di esaltare le -sue imprese e la gravezza del pericolo, e la nullità degli altri -capitani, ecc. E il buon maestro, abbagliato dalle cortesie d'uno -scolaro imperiale, non rifina di ammirarne le azioni, ma soprattutto -la portentosa eloquenza spiegata negli ordini del giorno e -nei bullettini inviati al senato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note233"> -<p><span class="label"><a href="#tag233">233</a>. </span>Dione dice, οὐκ ἀθεεὶ: e νίκῆ παράδοξος εὐτυχήθη, μᾶλλον δέ -παρὰ θεοῦ ἐδωρήθη. E Claudiano: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Laus ibi nulla ducum...</i></p> -<p class="i01"><i>Tum, contenta polo, mortalis nescia teli</i></p> -<p class="i01"><i>Pugna fuit.</i></p> -<p class="i07"> De <span class="smcap lowercase">VI</span> consulatu Honorii, v. 340.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note234"> -<p><span class="label"><a href="#tag234">234</a>. </span><span class="smcap">Filostrato</span>, <i>Vite dei Sofisti</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note235"> -<p><span class="label"><a href="#tag235">235</a>. </span>Εἰς έαυτὸν, libri dodici.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note236"> -<p><span class="label"><a href="#tag236">236</a>. </span>Ch'egli però si dilettasse in questi studj, continua prova -ne danno le sue lettere a Frontone, scoperto dal Maj. In una -gli dice: <i>Mitte mihi aliquid, quod tibi disertissimum videatur, -quod legam, vel tuum, vel Catonis, vel Ciceronis, aut Sallustii, -aut Gracchi, aut poetæ alicujus,</i> χρήζω γὰρ ἀναπαύλης, <i>et maxime -hoc genus; quae me lectio extollat et diffundat</i> ἐκ τῶν κατειληφυιῶν -φροντιδίων. <i>Etiam si qua Lucretii aut Ennii excerpta habes,</i> -εὔφωνα καὶ ... φρα, <i>et sicubi</i> ὴθους, ἐμφὰσεις. -</p> - -<p> -Il cardinale Barberini tradusse gli scritti di Marc'Aurelio, -dedicandone la traduzione all'anima propria «per renderla più -rossa che la sua porpora allo spettacolo delle virtù di questo -Gentile».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note237"> -<p><span class="label"><a href="#tag237">237</a>. </span><i>Regiones ultra fines imperii dubiæ libertatis</i>. <span class="smcap">Seneca</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note238"> -<p><span class="label"><a href="#tag238">238</a>. </span>Cicerone (<i>pro Roscio</i>, 7) parla di cinquantasei miglia -fatte in dieci ore di notte con legni di posta, cisiis. Cesare faceva -cento miglia in un giorno: <span class="smcap">Svetonio</span>, 57. Plinio (<i>Nat. hist.</i>, -<span class="smcap lowercase">VII</span>. 20) numera sette giornate di navigazione da Ostia alle Colonne -d'Ercole; dieci ad Alessandria.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note239"> -<p><span class="label"><a href="#tag239">239</a>. </span>Vedi <span class="smcap">Cicerone</span>, <i>Pro domo sua</i>, 28. Floro, nella prefazione, -dice che la storia di Roma non è quella d'un popolo, ma del -genere umano. Cicerone loda Pompeo che le sue imprese non -hanno altri limiti che quelli del sole. Livio (<span class="smcap lowercase">XXXVIII</span>. 45, 54) fa -dire agli ambasciadori in senato, che ormai Roma non ha a -combattere mortali, ma a tutelare l'uman genere, e, come gli -Dei, vigilare al suo riposo. Ovidio canta ne' <i>Fasti</i>, <span class="smcap lowercase">II</span>. 684: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Romanæ spatium est urbis et orbis idem.</i></p> -</div></div> - -<p> -L'autore dei versi inseriti nel <i>Satyricon</i> di Petronio, cap. 119: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Orbem jam totum victor Romanus habebat</i></p> -<p class="i01"><i>Qua mare, qua tellus, qua sidus currit utrumque.</i></p> -</div></div> - -<p> -E Plinio, <span class="smcap lowercase">XXVII</span>. 1: <i>Una cunctarum gentium in toto orbe patria</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note240"> -<p><span class="label"><a href="#tag240">240</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Quæ tam seposita est, quæ gens tam barbara, Cæsar,</i></p> -<p class="i02"> <i>Ex qua spectator non sit in urbe tua?</i></p> -<p class="i01"><i>Venit ab orphæo cultor rhodopeius Hæmo,</i></p> -<p class="i02"> <i>Venit et epoto Sarmata pastus equo;</i></p> -<p class="i01"><i>Et qui prima bibit deprensi flumina Nili,</i></p> -<p class="i02"> <i>Et quem supremæ Tethyos unda ferit.</i></p> -<p class="i01"><i>Festinavit Arabs, festinavere Sabæi,</i></p> -<p class="i02"> <i>Et Cilices nimbis hic maduere suis.</i></p> -<p class="i01"><i>Crinibus in nodum tortis venere Sicambri,</i></p> -<p class="i02"> <i>Atque aliter tortis crinibus Æthiopes.</i></p> -<p class="i01"><i>Vox diversa sonat: populorum est vox tamen una,</i></p> -<p class="i02"> <i>Quum verus patria diceris esse pater.</i></p> -<p class="i11"> <span class="smcap">Marziale</span>, Spectac. <span class="smcap lowercase">III</span>.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note241"> -<p><span class="label"><a href="#tag241">241</a>. </span>Gajo lo dice espresso: <i>Constitutio principis est, quod imperator -decreto vel edicto vel epistola constituit; nec unquam -dubitatum est, quin id legis vicem obtineat, cum ipse imperator -per legem imperium accipiat</i>. Inst. i. 2, § 6. -</p> - -<p> -Ecco il senatoconsulto fatto all'elezione di Vespasiano: -</p> - -<p> -— Siagli in arbitrio conchiudere trattati con chi vorrà, -come fu in arbitrio d'Augusto, Tiberio e Claudio. -</p> - -<p> -«Di radunare il senato, fare e far fare proposizioni, far -rendere senatoconsulti per voti individuali o per divisione. -</p> - -<p> -«Ogniqualvolta sarà raccolto per volontà, permissione od -ordine di lui o in sua presenza, tutti gli atti del senato abbiano -forza, e siano osservati come fosse stato raccolto per legge. -</p> - -<p> -«Ogniqualvolta i candidati di qualche magistratura, potere, -comando, carica siano raccomandati da lui al senato o al -popolo romano, e ch'egli avrà dato o promesso il suo appoggio, -in tutti i comizj abbiasi singolare riguardo a tal candidatura. -</p> - -<p> -«Siagli permesso, quando lo creda utile alla repubblica, -estendere i limiti del pomerio (cioè del recinto della città), -come fu permesso a Claudio. -</p> - -<p> -«Abbia diritto e pien potere di fare quanto crederà conveniente -all'interesse della repubblica, alla maestà delle cose -divine ed umane, al bene pubblico o particolare, come l'ebbero -Augusto, Tiberio e Claudio. -</p> - -<p> -«Di tutte le leggi e i plebisciti, da cui fu scritto rimanessero -dispensati Augusto, Tiberio e Claudio, sia pur dispensato -Vespasiano. Tutto quello che Augusto, Tiberio e Claudio fecero -per una legge qualunque, possa farlo Vespasiano. -</p> - -<p> -«Tutto ciò che, prima di questa legge, fu fatto, eseguito, -decretato, comandato dall'imperatore Vespasiano o da altra -qualsiasi persona per ordine e mandato di lui, sia reputato legale, -e rimanga rato, come fosse fatto per ordine del popolo. -</p> - -<p> -«<i>Sanzione</i>. Se qualcuno, in virtù della presente legge, -contravvenne o contravvenga poi alle leggi, plebisciti o senatoconsulti, -facendo ciò ch'essi vietano, od ommettendo ciò che -ordinano, non sia tenuto in colpa, nè obbligato a veruna riparazione -verso il popolo romano. Verun'azione non sia intentata, -verun giudizio reso a tal proposito, e nessun magistrato soffra -che un cittadino sia citato avanti a lui per questa ragione».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note242"> -<p><span class="label"><a href="#tag242">242</a>. </span><i>Princeps legibus solutus est</i>. D. <span class="smcap lowercase">I</span>. 3. fr. 31.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note243"> -<p><span class="label"><a href="#tag243">243</a>. </span>Molti esempj ne adduce il Labus ne' <i>Marmi Bresciani</i>. — Nel -1851 a Salpensa e a Malaga in Ispagna furono, su due -tavole di bronzo, scoperte leggi municipali date da Domiziano -imperatore, che Mommsen illustrò negli <i>Atti della Società sassone -delle scienze</i>. Lipsia 1855. In esse viene comunicato alle -suddette città il diritto del Lazio, con formole che probabilmente -sono identiche a quelle usate per tutte le città donate -di simile privilegio; sicchè da dette tavole è illustrato lo <i>jus -Latii</i>, quanto dalle tavole di Velleja e da quelle di Eraclea la -legge comunale. Ivi troviam dato il nome di <i>municipj</i> a siffatte -città, che in conseguenza ebbero magistrati proprj, quasi indipendenti -dal preside della provincia; il popolo v'era distribuito -per curie all'uopo di rendere i suffragi; que' municipj godevano -<i>manus, potestas, mancipium</i>, proprj de' cittadini romani. -</p> - -<p> -Nel 1872 furono trovate le tavole di <i>Julia Genetiva Urbanorum</i>, -cioè di Ossuna, nella Spagna ulteriore, date il 710 di -Roma, edite poi da Hübner e Mommsen.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note244"> -<p><span class="label"><a href="#tag244">244</a>. </span>Dalla dittatura di Fabio fin a Cesare, la paga del soldato -fu di tre assi il giorno (circa 27 centesimi); Cesare la raddoppiò -portandola a diciotto denari il mese (lire 14.72); Augusto -la conservò tale; Domiziano la crebbe a venticinque denari -il mese (lire 27.47). La gratificazione ai pretoriani concessa -da Augusto fu di ventimila sesterzj (lire 4035.40) dopo sedici -anni, e pei legionarj di dodicimila (lire 2421.24) dopo -venti anni: per tali paghe egli istituì un tesoro, di cui fece -il primo fondo con denari proprj.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note245"> -<p><span class="label"><a href="#tag245">245</a>. </span><span class="smcap">Svetonio</span>, in <i>Aug</i>., 102, 128.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note246"> -<p><span class="label"><a href="#tag246">246</a>. </span>Così <span class="smcap">Svetonio</span>, in <i>Vesp</i>. 17. Alcuni leggono quarantamila -milioni di sesterzj, che sarebber ottomila milioni di lire: -questo è troppo, ma sarebbe troppo poco la cifra da noi data -se s'intendesse di solo contante, senza le contribuzioni in natura -e i servigi personali. -</p> - -<p> -Il trattato di Hegewisch <i>sulle finanze romane</i> mantiene più -che non prometta. Sono diversissime le valutazioni degli autori -intorno alle rendite dell'impero: Giusto Lipsio le porterebbe -a cinquecento milioni di scudi d'oro; Gibbon a venti milioni di -sterline, cioè cinquecento milioni di franchi; gli autori inglesi -della <i>Storia universale</i> a novecensessanta milioni. -</p> - -<p> -Chi voglia istituire paragoni coi moderni, non dimentichi che -ora la maggior somma è assorbita dal debito pubblico, ignoto -agli antichi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note247"> -<p><span class="label"><a href="#tag247">247</a>. </span><i>Ut maxima civitas minimæ domus diligentia contineretur</i>. -<span class="smcap">Floro</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note248"> -<p><span class="label"><a href="#tag248">248</a>. </span><span class="smcap">Plinio</span>, <i>Nat. hist.</i>, <span class="smcap lowercase">VI</span>. 23; <span class="smcap lowercase">XII</span>. 18.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note249"> -<p><span class="label"><a href="#tag249">249</a>. </span>Lo pretende Dureau de la Malle, <i>Économie politique -des Romains</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note250"> -<p><span class="label"><a href="#tag250">250</a>. </span></p> - -<table class="gener" summary=""> - <tr> - <td colspan="2" class="center"><i>Spese per coltivare sette campi a viti</i>.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td>Per comprar uno schiavo che da solo basti</td> <td class="center">sesterzj</td> <td class="num">8,000</td> - </tr> - <tr> - <td>Compra dei sette campi</td> <td class="center">»</td> <td class="num">7,000</td> - </tr> - <tr> - <td>Pali e altre spese occorrenti</td> <td class="center">»</td> <td class="num">14,000</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td class="nospace padtop">In tutto sesterzj</td> <td class="num btop padtop">29,000</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td>Interessi di questi al sei per cento nei due anni che la terra non produce, e che il denaro resta infruttuoso</td> <td class="center">»</td> <td class="num">3,480</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td class="nospace padtop">Totale, sesterzj</td> <td class="num btop padtop">32,480</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center"><i>Rendita di sette campi</i>.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td>Ogni anno</td> <td class="center">sesterzj</td> <td class="num">6,300</td> - </tr> - <tr> - <td>oltre un diecimila marze che ciascun campo rendeva l'anno, e che vendevansi tremila sesterzj.</td> - </tr> -</table> -</div> - -<div class="footnote" id="note251"> -<p><span class="label"><a href="#tag251">251</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> <i>Tondet et innumeros gallica Parma greges.</i></p> -<p class="i01"><i>Velleribus primis Apulia, Parma secundis</i></p> -<p class="i02"> <i>Nobilis, Altinum tertia laudet ovis.</i></p> -<p class="i13"> <span class="smcap">Marziale</span>.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note252"> -<p><span class="label"><a href="#tag252">252</a>. </span>Aureliano scriveva al prefetto dell'annona di tener satolla -la plebe; <i>neque enim populo romano saturo quicquam -potest esse lætius</i>. <span class="smcap">Vopisco</span>, in <i>Vita</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note253"> -<p><span class="label"><a href="#tag253">253</a>. </span>È probabilmente del 303. Fu trovato da William Sherard -a Stratonicea di Caria nel 1709, poi pubblicato in miglior -modo da Bankes, Londra 1826, ove la tariffa occupa ben quindici -facciate in-8ª. Sono quattrocentrentatre articoli di merci o -di manifatture tassati; ma restano molte lacune. Moreau de -Jonnès ne dedusse questa tabella, ragguagliata alle monete e -misure d'oggi: -</p> - -<table class="gener" summary=""> - <tr> - <td colspan="2" class="center"><i>Prezzi del lavoro</i>.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td>Al bracciante per giornata 25 denari</td> <td class="center">ll.</td> <td class="num">5. 62</td> - </tr> - <tr> - <td>Al muratore</td> <td class="center">»</td> <td class="num">11. 25</td> - </tr> - <tr> - <td>Al manovale che rimesta la calcina</td> <td class="center">»</td> <td class="num">11. 25</td> - </tr> - <tr> - <td>Al marmorino che fa i musaici</td> <td class="center">»</td> <td class="num">13. 50</td> - </tr> - <tr> - <td>Al sarto, per fattura d'un abito</td> <td class="center">»</td> <td class="num">11. 25</td> - </tr> - <tr> - <td>Per fattura di calcei, scarpe de' patrizj</td> <td class="center">»</td> <td class="num">33. 75</td> - </tr> - <tr> - <td><span class="spaced4">di</span> <i>caligæ</i>, scarpe di artigiani</td> <td class="center">»</td> <td class="num">27. —</td> - </tr> - <tr> - <td><span class="spaced8">di</span> soldati e senatori</td> <td class="center">»</td> <td class="num">22. 50</td> - </tr> - <tr> - <td><span class="spaced8">di</span> donna</td> <td class="center">»</td> <td class="num">13. 50</td> - </tr> - <tr> - <td><span class="spaced4">di</span> <i>campagi</i>, sandali militari</td> <td class="center">»</td> <td class="num">16. 87</td> - </tr> - <tr> - <td>Al barbiere, per uomo</td> <td class="center">»</td> <td class="num">— 45</td> - </tr> - <tr> - <td>Al veterinario, per tosare gli animali e tagliar le unghie</td> <td class="center">»</td> <td class="num">1. 35</td> - </tr> - <tr> - <td>Al maestro architetto, e per ogni ragazzo al mese</td> <td class="center">»</td> <td class="num">22. 50</td> - </tr> - <tr> - <td>All'avvocato, per un'istanza ai tribunali</td> <td class="center">»</td> <td class="num">— 25</td> - </tr> - <tr> - <td>Per una causa</td> <td class="center">»</td> <td class="num">225. —</td> - </tr> -</table> - -<table class="gener" summary=""> - <tr> - <td colspan="3" class="center"><i>Prezzo dei vini</i>.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td>Il Piceno, Tiburtino, Sabino, Amineano, Sorrentino, Setino, Falerno, ogni litro</td> <td class="center balign">ll.</td> <td class="num">13. 50</td> - </tr> - <tr> - <td>Vino vecchio di prima qualità</td> <td class="center">»</td> <td class="num">10. 90</td> - </tr> - <tr> - <td>Vino rustico</td> <td class="center">»</td> <td class="num">3. 60</td> - </tr> - <tr> - <td>Birra (camum)</td> <td class="center">»</td> <td class="num">1. 80</td> - </tr> - <tr> - <td>Vino fatturato d'Asia (caranium mœonium)</td> <td class="center">»</td> <td class="num">13. 50</td> - </tr> - <tr> - <td>Vino d'orzo d'Attica</td> <td class="center">»</td> <td class="num">10. 90</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3" class="center"><i>Carne alla libbra di Francia.</i></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td>Carne di manzo</td> <td class="center balign">ll.</td> <td class="num">2. 40</td> - </tr> - <tr> - <td>Carne d'agnello, capretto, porco</td> <td class="center">»</td> <td class="num">3. 60</td> - </tr> - <tr> - <td>Il lardo migliore</td> <td class="center">»</td> <td class="num">4. 80</td> - </tr> - <tr> - <td>I migliori presciutti di Vestfalia, della Cerdagna, o del paese dei Marsi</td> <td class="center">»</td> <td class="num">4. 80</td> - </tr> - <tr> - <td>Grasso di porco fresco</td> <td class="center">»</td> <td class="num">3. 60</td> - </tr> - <tr> - <td>Fegato di porco ingrassato con fichi (<i>ficatum</i>)</td> <td class="center">»</td> <td class="num">4. 80</td> - </tr> - <tr> - <td>Zampe di porco, ognuna</td> <td class="center">»</td> <td class="num">— 90</td> - </tr> - <tr> - <td>Salame di porco fresco (<i>isicium</i>) del peso di un'oncia</td> <td class="center">»</td> <td class="num">— 40</td> - </tr> - <tr> - <td>Salame di bue fresco (<i>isicia</i>)</td> <td class="center">»</td> <td class="num">3. 37</td> - </tr> - <tr> - <td>Salame di porco fumicato e condito (<i>lucanicæ</i>)</td> <td class="center">»</td> <td class="num">3. 60</td> - </tr> - <tr> - <td>Salame di bue fumicato</td> <td class="center">»</td> <td class="num">3. 37</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3" class="center"><i>Selvaggina, prezzo medio per capo.</i></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td>Un pavone maschio ingrassato</td> <td class="center balign">ll.</td> <td class="num">56. 25</td> - </tr> - <tr> - <td>Un pavone femmina ingrassata</td> <td class="center">»</td> <td class="num">45. —</td> - </tr> - <tr> - <td>Un pavone selvatico maschio</td> <td class="center">»</td> <td class="num">28. 12</td> - </tr> - <tr> - <td>Un pavone femmina</td> <td class="center">»</td> <td class="num">22. 50</td> - </tr> - <tr> - <td>Un'oca grassa</td> <td class="center">»</td> <td class="num">45. —</td> - </tr> - <tr> - <td>Un'oca non ingrassata</td> <td class="center">»</td> <td class="num">22. 50</td> - </tr> - <tr> - <td>Un pollo</td> <td class="center">»</td> <td class="num">13. 50</td> - </tr> - <tr> - <td>Una pernice</td> <td class="center">»</td> <td class="num">6. 75</td> - </tr> - <tr> - <td>Un lepre</td> <td class="center">»</td> <td class="num">33. 75</td> - </tr> - <tr> - <td>Un coniglio</td> <td class="center">»</td> <td class="num">9. —</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3" class="center"><i>Pesce.</i></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td>Pesce di mare di prima qualità</td> <td class="center balign">ll.</td> <td class="num">5. 40</td> - </tr> - <tr> - <td>Pesce di fiume id.</td> <td class="center">»</td> <td class="num">2. 70</td> - </tr> - <tr> - <td>Pesce salato</td> <td class="center">»</td> <td class="num">1. 35</td> - </tr> - <tr> - <td>Ostriche al cento</td> <td class="center">»</td> <td class="num">22. 50</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3" class="center"><i>Civaje.</i></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td>Lattuche delle migliori, ogni cinque</td> <td class="center balign">ll.</td> <td class="num">— 90</td> - </tr> - <tr> - <td>Cavoli de' migliori, l'uno</td> <td class="center">»</td> <td class="num">— 90</td> - </tr> - <tr> - <td>Cavolifiori de' migliori, ogni cinque</td> <td class="center">»</td> <td class="num">— 99</td> - </tr> - <tr> - <td>Barbabietole delle migliori, ogni cinque</td> <td class="center">»</td> <td class="num">— 90</td> - </tr> - <tr> - <td>Ramolacci i più grossi</td> <td class="center">»</td> <td class="num">— 90</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3" class="center"><i>Altri comestibili.</i></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td>Miele ottimo, al litro</td> <td class="center balign">ll.</td> <td class="num">18. —</td> - </tr> - <tr> - <td>Olio di prima qualità</td> <td class="center">»</td> <td class="num">18. —</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Liquamen</i>, stimolante per l'appetito</td> <td class="center">»</td> <td class="num">2. —</td> - </tr> -</table> - -<p> -Iscrizione di tanta importanza per gli economisti come per -gli antiquarj, venne molto discussa, e se ne trassero conchiusioni -ben diverse da quelle di Moreau de Jonnès. Nell'originale -i prezzi sono determinati colla sigla *, che significa denaro, -ma deve significare il denario <i>æreus</i> di rame, moneta -nuova battuta da Diocleziano, che valea la ventiquattresima -parte del pezzo d'argento fino, vale a dire centotredici milligrammi, -che oggi sarebbero due centesimi e mezzo. È da -ricordare che Lattanzio (<i>De morte persecutorum</i>, c. 7) dichiara -che quella tariffa era eccessivamente bassa, e perciò cessossi -dal vendere, onde nacque carestia; e, dopo puniti molti di -morte, fu duopo lasciarla cadere nell'oblio. Le valutazioni -dunque date da Moreau de Jonnès ripugnano alla storia, non -men che al fatto, il quale porta che i prezzi delle giornate -son presso a poco sempre eguali, pareggiandosi a quel che è -necessario per vivere. -</p> - -<p> -È peccato che le cifre del valor del grano, dell'orzo, della -segala siano perdute; ma abbiamo il -</p> - -<table class="gener" summary=""> - <tr> - <td>Miglio pisto</td> <td>al moggio</td> <td class="center balign">L.</td> <td class="num">2 50</td> - </tr> - <tr> - <td>Intero</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td> <td class="num">1 25</td> - </tr> - <tr> - <td>Panico</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td> <td class="num">1 25</td> - </tr> - <tr> - <td>Spelta mondata</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td> <td class="num">2 50</td> - </tr> - <tr> - <td>Fave non rotte</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td> <td class="num">1 50</td> - </tr> - <tr> - <td>Lenti</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td> <td class="num">2 50</td> - </tr> - <tr> - <td>Piselli</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td> <td class="num">1 50</td> - </tr> - <tr> - <td>Ceci</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td> <td class="num">2 50</td> - </tr> - <tr> - <td>Avena</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td> <td class="num">0 75</td> - </tr> - <tr> - <td>Lupino crudo</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td> <td class="num">1 50</td> - </tr> - <tr> - <td>Fagiuoli secchi</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td> <td class="num">2 50</td> - </tr> -</table> - -<p> -Così 13 litri di sale sono a L. 2.50; la libbra di carne suina 0.30; -di manzo, di cara e montone 0.20; di lardo 0.40; di prosciutto -0.50; di agnello e capretto 0.30; di porcello 0.40; la sugna -0.05; il burro 0.40; mezzo litro d'olio 0.30; del sopraffino 1; -le ulive 0.10; i vini d'Italia da 20 a 30 denari, cioè dai 50 ai -75 centesimi; la birra da 5 a 10 centesimi. -</p> - -<p> -Quanto alle giornate, quella del contadino sarebbe di L. 0.65; -di muratore, falegname, fornaciajo di calce, fabbro, panattiere -1.25; marmorajo, terrazziere di musaico 1.50; asinajo, -camellajo, bardotto (<i>bardonarius</i>), pastore centesimi 50 col -vitto; mulattiere, porta acqua, curator di condotti con vitto e -per l'intera giornata centesimi 65. Al pedagogo, al maestro di -leggere e scrivere 1.25; 1.90 al maestro di calcolo e stenografia; -5 al grammatico greco; 2.50 al maestro architetto; al garzone -del bagno centesimi 5; per le scarpe da mulattiere e paesano -senza chiodi ogni pajo 3, da soldati 2.50, da patrizj 3.75, da -donna 1.50; il legno di quercia per una misura di quattordici -sopra sessantotto cubiti 6.25; di frassino per quattordici cubiti -sopra quarantotto dita, 5. -</p> - -<p> -I calcoli e i ragionamenti di Dureau de la Malle tendono a -stabilire che il ragguaglio fra i metalli preziosi e il prezzo medio -del grano, delle giornate, del soldo militare, era, sotto l'impero -romano, a un bel circa quello della Francia odierna.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note254"> -<p><span class="label"><a href="#tag254">254</a>. </span>Digesto, tit. <i>De publicanis et vectigalibus</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note255"> -<p><span class="label"><a href="#tag255">255</a>. </span><i>Minima computatione, millies centena millia sestertium -annis omnibus India et Seres, peninsulaque illa (Arabia) imperio -nostro adimunt; tanto nobis deliciæ et fœminæ constant.</i> -Nat. hist., <span class="smcap lowercase">XII</span>. 41.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note256"> -<p><span class="label"><a href="#tag256">256</a>. </span>— Io mostrerò nella prima epoca, che i Romani, poveri -soldati, non ebbero nè genio nè cognizione di commercio; nella -seconda, che i Romani, grandi e potenti colla guerra, trascurarono -per orgoglio il commercio, e non pensarono che ad arricchirsi -colle spoglie di tutte le nazioni; nella terza, che i Romani, -schiavi e voluttuosi, con un commercio passivo e rovinoso, caddero -nella povertà e nella barbarie. <span class="smcap">Mengotti</span>, <i>Del commercio -de' Romani</i>; memoria premiata dall'Istituto di Francia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note257"> -<p><span class="label"><a href="#tag257">257</a>. </span>Ma i poeti non sapevano immaginare a quella spedizione -altro scopo che di conquiste. Vedasi Orazio; e così Properzio, -<span class="smcap lowercase">III</span>. 4: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Arma Deus Cæsar dites meditatur ad Indos,</i></p> -<p class="i02"> <i>Et freta gemmiferi findere classe maris.</i></p> -<p class="i01"><i>Magna viæ merces; parat ultima terra triumphos;</i></p> -<p class="i02"> <i>Tigris et Euphrates sub tua jura fluent.</i></p> -<p class="i01"><i>Seres et ausoniis venient provincia virgis...</i></p> -<p class="i01"><i>Ite agite; expertæ bello date lintea proræ.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note258"> -<p><span class="label"><a href="#tag258">258</a>. </span><span class="smcap">Orosio, vii</span>. 16.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note259"> -<p><span class="label"><a href="#tag259">259</a>. </span>Tacito lo rammenta più volte, e così Filostrato, <span class="smcap lowercase">IV</span>. 12, -<span class="smcap lowercase">V</span>. 1; Plinio Cecilio, <i>Epist</i>. <span class="smcap lowercase">III</span>. 11; Origene, <i>contra Celsum,</i> <span class="smcap lowercase">III</span>. -66; san Giustino, <i>Apolog</i>. <span class="smcap lowercase">II</span>. 8. — Vedi <span class="smcap">Burigny</span>, <i>Mémoires de -l'Académie des Inscriptions</i>, tom. <span class="smcap lowercase">XXXI</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note260"> -<p><span class="label"><a href="#tag260">260</a>. </span>La prima edizione certa di Plinio fu fatta da Giovanni di -Spira in Venezia il 1469: fino al 1480 se n'erano fatte sei ristampe, -ma tutte scorrette in modo, che Erasmo diceva, chi -pigliasse a restituire Plinio, si torrebbe sulle braccia tanta briga, -quanta chi prende una nave o una moglie. Le edizioni di Plinio -finiscono alla parola <i>Hispania quacumque ambitur mari</i>. Nel -1831, in un manoscritto di Bamberga, Luigi De Jan professore -a Schweinfurt trovò la fine dell'opera, che dà un quadro comparativo -della storia naturale nei paesi posti sotto zone diverse, -loda l'Europa meridionale e specialmente la Spagna, «ove la -dolcezza di un clima temperato dovette, giusta il dogma dei -primi Pitagorici, ajutar di buon'ora la stirpe umana a spogliare -la rozzezza selvaggia». A Gotha nel 1855 si fece un'edizione -sopra un codice che dà il titolo vero dell'opera: <span class="smcap">Caji Plinii Secundi</span> -<i>naturæ historiarum</i>, lib. <span class="smcap lowercase">XI. XII. XIII. XIV. XV</span>, <i>fragmenta -edidit e codice rescripto sæculi quarti D.r <span class="upright">Fridegarius -Mone</span></i>. -</p> - -<p> -Pel paragone che facciamo qui sotto, potrebbero contrapporsi -il gonfio elogio che di Plinio fece Buffon nel secolo passato, -e il severo giudizio che nel nostro ne portò Isidoro Geoffroy -Saint-Hilaire (<i>Essai de Zoologie générale</i>, par. <span class="smcap lowercase">I. I.</span> 5) dicendo: — Passare -da Aristotele a Plinio è un ricadere da tutta l'altezza -che separa l'invenzione e il genio dalla compilazione fiorita e -dal discorso spiritoso... Plinio è un mero compilatore, forse più -elegante, ma altrettanto meno scrupoloso... Aristotele quattro -secoli prima avea ridotte al giusto valore queste inezie vulgari».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note261"> -<p><span class="label"><a href="#tag261">261</a>. </span><i>Nat. hist.</i>, <span class="smcap lowercase">III</span>. 7; <span class="smcap lowercase">VIII</span>. 55; <span class="smcap lowercase">II.</span> 7.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note262"> -<p><span class="label"><a href="#tag262">262</a>. </span><i>Nat. hist</i>., <span class="smcap lowercase">VII</span>. 2. 3. 6. 46; <span class="smcap lowercase">VIII</span>. 66. 67; <span class="smcap lowercase">XXVIII</span>. 2. 3. 4; -<span class="smcap lowercase">V</span>. 30.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note263"> -<p><span class="label"><a href="#tag263">263</a>. </span><i>Terra solida et globosa undique in sese nutibus suis conglobata. — Omnes -ejus partes medium capescentes nituntur -æqualiter</i>. De nat. Deorum, <span class="smcap lowercase">II</span>. 39 e 45.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note264"> -<p><span class="label"><a href="#tag264">264</a>. </span><span class="smcap lowercase">II</span>. 5 e 1.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note265"> -<p><span class="label"><a href="#tag265">265</a>. </span><span class="smcap lowercase">XXXIII</span>. 1. 3. 4. 13. <span class="smcap lowercase">XIX</span>. 1. 4.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note266"> -<p><span class="label"><a href="#tag266">266</a>. </span><span class="smcap lowercase">VII.</span> 1. 7; <span class="smcap lowercase">II.</span> 13. 1.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note267"> -<p><span class="label"><a href="#tag267">267</a>. </span><span class="smcap lowercase">XXX</span>. 4; <span class="smcap lowercase">III</span>. 6. 2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note268"> -<p><span class="label"><a href="#tag268">268</a>. </span>I classici riboccano d'inesattezze geografiche. Cicerone, -nel <i>Sogno di Scipione</i>, mostrossi ben addietro di quel che già si -conosceva. Orazio dà per estremi della terra la Bretagna e il -Tanai. Virgilio fa scorrere il Nilo per l'India (<i>Georg</i>., <span class="smcap lowercase">IV</span>. 293; -e vedi pure Lucano, <span class="smcap lowercase">X</span>. 292). La Bretagna fu appuntino descritta -da Giulio Cesare; eppure Tacito dice che Agricola scoperse -ch'era isola, le dà la forma d'uno scudo o di un'ascia, e -soggiunge che all'oriente ha la Germania, a mezzodì la Gallia, -ad occidente la Spagna, a mezza strada incontrando l'Irlanda. -Per Plinio la Scandinavia è un'isola, e comunque raccoglitore -appassionato, sembra ch'e' non abbia conosciuto Strabone, osservatore -tanto più arguto di lui. Tolomeo è inesattissimo nella -geografia dell'Italia; colpa sua o degli scrivani: nel solo breve -tratto riferibile all'alta Italia, pone fra i Cenomani Bergamo, -Mantova, Trento, Verona, appartenenti agli Euganei, ai Levi, -ai Reti, ai Veneti; fa nascere il Po presso il lago di Como; la -Dora presso il lago Penino, poi piegare verso quel di Garda; -dopo le foci del Po colloca quelle dell'Atriano (il Tartaro?), dimenticando -l'Adige; pone come città mediterranee nei Carni -Aquileja e Concordia, e nei Veneti Altino e Adria che erano -a mare; a occidente della Venezia colloca i Becuni, nome ignoto, -che forse accenna i Camuni o i Breuni, genti ad ogni modo di -poca importanza, ecc. Floro dà Capua per città marittima, e fa -due monti diversi il Massico ed il Falerno. Plinio critica Dicearco -d'aver detto che il più alto dei monti sia il Pelio di mille -ducencinquanta passi, mentre «non s'ignora che alcune cime -delle Alpi si elevano fin a cinquantamila passi».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note269"> -<p><span class="label"><a href="#tag269">269</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>... Disco, qua parte fluat vincendus Araxes,</i></p> -<p class="i02"> <i>Quot sine aqua Parthus millia currat eques.</i></p> -<p class="i01"><i>Cogor et e tabula pictos ediscere mundos;</i></p> -<p class="i02"> <i>Qualis et hæc docti sit positura Dei;</i></p> -<p class="i01"><i>Quæ tellus sit lenta gelu, quæ putris ab æstu;</i></p> -<p class="i02"> <i>Ventus in Italiam qui bene vela ferat.</i></p> -<p class="i12"> <span class="smcap">Properzio, iv.</span> 3.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note270"> -<p><span class="label"><a href="#tag270">270</a>. </span><span class="smcap">Varrone</span>, <i>De re rustica</i>, lib. <span class="smcap lowercase">I</span>. c. 2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note271"> -<p><span class="label"><a href="#tag271">271</a>. </span><span class="smcap">Plinio</span>, <i>Nat. hist</i>., <span class="smcap lowercase">III.</span> 3. 14.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note272"> -<p><span class="label"><a href="#tag272">272</a>. </span>Invece di fare questa superficie = <span class="above"><i>a</i></span>⁄<span class="below">4</span> √3 (se si chiami -<i>a</i> il lato), Columella la suppose = <span class="above">13<i>a</i></span>⁄<span class="below">30</span>; il che dà √3 = <span class="above">26</span>⁄<span class="below">15</span>, -ossia √675 = 26. Vedi lib. <span class="smcap lowercase">V</span>. c. 2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note273"> -<p><span class="label"><a href="#tag273">273</a>. </span><span class="smcap">Plinio</span>, <i>Epist</i>. <span class="smcap lowercase">IX.</span> 61.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note274"> -<p><span class="label"><a href="#tag274">274</a>. </span>Che scriveva a suo figlio, <i>jurarunt inter se Barbaros -necare omnes medicina. Et hoc ipsum mercede faciunt, ut fides -iis sit, et facile disperdant. Nos quoque dictitant Barbaros, et -spurcius nos quam alios Opicos appellatione fœdant. Interdixi -de medicis.</i> Ap. <span class="smcap">Plinio</span>, <span class="smcap lowercase">XXIX</span>. 1.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note275"> -<p><span class="label"><a href="#tag275">275</a>. </span><span class="smcap">Bianconi</span>, <i>Lettere Celsiane</i>, 1779. Brillanti e false.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note276"> -<p><span class="label"><a href="#tag276">276</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Inscribas chartæ quod dicitur Abracadabra</i></p> -<p class="i01"><i>Sæpius; et subter repetas, sed detrahe summæ;</i></p> -<p class="i01"><i>Et magis atque magis desint elementa figuræ</i></p> -<p class="i01"><i>Singula quæ semper rapias et cætera figes,</i></p> -<p class="i01"><i>Donec in angustum redigatur litera conum.</i></p> -<p class="i01"><i>His lino nexis collum redimire memento.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note277"> -<p><span class="label"><a href="#tag277">277</a>. </span><span class="smcap lowercase">PLINIO</span>, <i>Nat. hist.</i>, <span class="smcap lowercase">XXVI</span>. 1; <span class="smcap lowercase">XXIX</span>. 1. — A Vicenza una -iscrizione ricorda un oculista: <span class="smcap lowercase">Q. CLODIVS</span> o. <span class="smcap lowercase">LIBERTVS NIGER -MEDICVS OCVLARIVS SIBI ET Q. CLODIO Q. L. SALVIO PATRONO</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note278"> -<p><span class="label"><a href="#tag278">278</a>. </span><i>Est eloquentia una quædam de summis virtutibus</i>. <span class="smcap">Cicerone</span>, -De oratore.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note279"> -<p><span class="label"><a href="#tag279">279</a>. </span><i>Jucunda senibus, dulcis secretorum comes</i>. <span class="smcap">Quintiliano</span>, -Instit. orat. lib. i. 4. Egli raccomanda assai la grammatica, la quale -insegna il modo di scrivere e parlare corretto, secondo la <i>ragione</i>, -l'<i>antichità</i>, l'<i>autorità</i> e l'<i>uso</i>. Da lui attingiamo queste particolarità -sull'educazione, e dal dialogo <i>De corrupta eloquentia</i>, -attribuito da chi a Quintiliano, da chi a Tacito, da nessuno con -bastanti ragioni. L'unico riscontro forse che militi per quest'ultimo, -è un certo fare a lui proprio, per esempio quel vezzo di -sinonimia <i>nova et recentia jura, vetera et antiqua nomina, incensus -ac flagrans animus</i>, ecc. ricorre in esso dialogo, ove -troviamo <i>memoria ac recordatione, veteres ac senes, vetera ac -antiqua, nova et recentia, conjungere et copulare</i>; ma è piuttosto -moda del tempo che dell'autore.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note280"> -<p><span class="label"><a href="#tag280">280</a>. </span>Quintiliano (<i>Instit. orat</i>., <span class="smcap lowercase">XII</span>) dice: <i>Si ipsa vox fuerit -surda, rudis, immanis, rigida, vana, præpinguis, aut tenuis, -inanis, acerba, pusilla, mollis, effeminata... Ornata est pronuntiatio, -cui suffragatur vox facilis, magna, beata, flexibilis, firma, -dulcis, durabilis, clara, pura, secans, aerea, et auribus sedens.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note281"> -<p><span class="label"><a href="#tag281">281</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Et nos ergo manum ferulæ subduximus, et nos</i></p> -<p class="i01"><i>Consilium dedimus Sullæ, privatus ut altum</i></p> -<p class="i01"><i>Dormiret,</i></p> -</div></div> - -<p> -dice Giovenale, <i>Sat</i>. <span class="smcap lowercase">I</span>. 15; e non parrà vero che altrettanto -abbiam fatto noi nelle scuole del secolo <span class="smcap lowercase">XIX</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note282"> -<p><span class="label"><a href="#tag282">282</a>. </span>Le abbiamo dedotte dalle <i>Deliberazioni</i> e dalle <i>Controversie -</i>di Seneca, e parte da Luciano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note283"> -<p><span class="label"><a href="#tag283">283</a>. </span><i>Satyricon</i>, cap. <span class="smcap lowercase">I</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note284"> -<p><span class="label"><a href="#tag284">284</a>. </span><i>Instit. orat</i>., <span class="smcap lowercase">X</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note285"> -<p><span class="label"><a href="#tag285">285</a>. </span><i>Si antiquum sermonem nostro comparamus, pæne jam -quicquid loquimur figura est</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note286"> -<p><span class="label"><a href="#tag286">286</a>. </span><i>Plerumque nudæ illæ artes, nimia subtilitatis affectatione -frangunt atque concidunt quicquid est in oratione generosius, -et omnem succum ingenii bibunt, et ossa detegunt, quæ ut -esse et astringi nervis suis debent, sic corpore operienda sunt.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note287"> -<p><span class="label"><a href="#tag287">287</a>. </span><i>Quibus componendis paullo plus quam biennium, tot alioqui -negotiis districtus, impendi; quod tempus, non tam stylo, -quam inquisitioni instituti operis prope infiniti, et legendis auctoribus -qui sunt innumerabiles, datum est... Usus deinde Horatii -consilio, qui in Arte Poetica suadet ne præcipitetur editio, -nonumque prematur in annum, dabam iis otium, ut refrigerato -inventionis amore, diligentius repetitos tamquam lector perpenderem.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note288"> -<p><span class="label"><a href="#tag288">288</a>. </span>Non pajono sue quelle che ora ne portano il nome.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note289"> -<p><span class="label"><a href="#tag289">289</a>. </span>Abbastanza aveva di che gemere un cuor paterno, buono -come quello di Quintiliano; eppure egli non sa dimenticarsi gli -artifizj di scrittore, se non altro per rinnegarli (<i>non sum ambitiosus -in malis, nec augere lacrymarum causas valeo</i>); esce in -vane querimonie colla fortuna, e dopo aver detto così affettuosamente: — Questo -fanciullo era tutto carezze per me, mi -preferiva alle nutrici sue, alla nonna che assisteva alla sua -educazione, a quanto piace a quell'età», vi respinge la lacrima -dagli occhi col soggiungere che questo era un lacciuolo -tesogli dal destino per viepiù martoriarlo, e colle esagerate -proteste di non voler più a lungo soffrire la vita. <i>Illud vero -insidiantis, quo me validius cruciaret, fortunæ fuit, ut ille mihi -blandissimus, me suis nutricibus, me aviæ educanti, me omnibus -qui sollicitare illas ætates solent, anteferret. Tuos-ne ego, o meæ -spes inanes, labentes oculos, tuum fugientem spiritum vidi? -Tuum corpus frigidum exsangue complexus, animam recipere, -auramque, communem haurire amplius potui? dignus his cruciatibus, -quos fero, dignus his cogitationibus. Te-ne consulari -nuper adoptione ad omnium spes honorum patris admotum; te -avunculo prætori generum destinatum; te omnium spe atticæ -eloquentiæ candidatum, superstes parens tantum ad pœnas, -amisi! Et, si non cupido lucis, certe patientia vindicet te reliqua -mea ætate; nam frustra mala omnia ad fortunæ crimen relegamus: -nemo nisi sua culpa diu dolet</i>... Introd. ad. lib. <span class="smcap lowercase">VI</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note290"> -<p><span class="label"><a href="#tag290">290</a>. </span>Eumenio lo dice <i>eloquentiæ romanæ non secundum, sed -alterum decus.</i> Vedi indietro, pag. 255.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note291"> -<p><span class="label"><a href="#tag291">291</a>. </span>Essendogli morto un nipotino, scrive a Marc'Aurelio una -lunga lettera di sfogo, che è tra le scoperte dal Maj. <i>Me consolatur -ætas mea, prope jam edita et morti proxima. Quæ cum -aderit, si noctis, si lucis id tempus erit, cœlum quidem consalutabo -discedens, et quæ mihi conscius sum protestabor. Nihil -in longo vitæ meæ spatio a me admissum, quod dedecori aut -probro aut flagitio foret; nullum in ætate agunda avarum, nullum -perfidum facinus meum exstitisse; contraque multa liberaliter, -multa amice, multa fideliter, multa constanter, sæpe etiam -cum periculo capitis consulta. Cum fratre optimo concordissime -vixi; quem patris vestri bonitate summos honores adeptum -gaudeo, vestra vero amicitia satis quietum et multum securum -video. Honores quos ipse adeptus sum, nunquam improbis rationibus -concupivi. Animo potius quam corpori juvando operam -dedi. Studia dottrinæ rei familiari meæ prætuli. Pauperem me, -quam ope cujusquam adjutum, postremo egere me quam poscere -malui. Sumtu nunquam prodigo fui, quæstui interdum necessario. -Verum dixi sedulo, verum audivi libenter. Potius duxi -negligi quam blandiri, tacere quam fingere, infrequens amicus -esse, quam frequens adsentator. Pauca petii, non pauca merui. -Quod cuique potui, pro copia commodavi. Merentibus promptius, -immerentibus audacius opem tuli. Neque me parum gratus quispiam -repertus segniorem effecit ad beneficia quæcumque possem -prompte impertienda. Neque ego unquam ingratis offensior fui.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note292"> -<p><span class="label"><a href="#tag292">292</a>. </span>Esprime tal suo pensiero massimamente nel giudicar -Cicerone. <i>Eum ego arbitror usquequaque verbis pulcherrimis -elocutum, et ante omnes alios oratores ad ea quæ ostentare -vellet, ornanda, magnificum fuisse. Verum is mihi videtur a -quærendis scrupulosius verbis abfuisse, vel magnitudine animi, -vel fuga laboris, vel fiducia, non quærenti etiam sibi, quæ vix -aliis quærentibus subvenirent, præsto adfutura. Itaque videor, -ut qui ejus scripta omnia studiosissime lectitaverim, cetera -eum genera verborum copiosissime uberrimeque tractasse, verba -propria, translata, simplicia, composita, et quæ in ejus scriptis -amœna; quam tamen in omnibus ejus orationibus paucissima -admodum reperias insperata atque inopinata verba, quæ nonnisi -cum studio atque cura, atque vigilia, atque veterum -carminum memoria indagatum. Insperatum autem atque inopinatum -verbum appello, quod præter spem atque opinionem audientium -aut legentium promitur; ita ut si subtrahas, atque -eum qui legat quærere ipsum jubeas, aut nullum, aut non ita ad -significandum adcommodatum verbum aliud reperiat.</i> -</p> - -<p> -Opponiamo a questa dottrina Cicerone stesso, il quale diceva -nell'<i>Oratore</i>: <i>Rerum copia verborum copiam gignit</i>; e altrove: -<i>Res atque sententiæ vi sua verba parient, quæ semper satis ornata -mihi quidem videri solent, si ejusmodi sunt ut ea res ipsa -peperisse videatur.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note293"> -<p><span class="label"><a href="#tag293">293</a>. </span><i>Te, domine</i> (scrive a Marc'Aurelio), <i>ita compares, ubi -quid in cætu hominum recitabis, ut scias auribus serviendum: -plane non ubique, nec omni modo... Ubique populus dominatur -et præpollet. Igitur ut populo gratum erit, ita facies atque -dices. Hic summa illa virtus oratoris atque ardua est, ut non -magno detrimento rectæ eloquentiæ auditores oblectet... Vobis -præterea, quibus purpura et cocho uti necessarium est, eodem -cultu nonnunquam oratio quoque amicienda est. Facies istud, -et temperabis et moderaberis optimo modo ac temperamento</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note294"> -<p><span class="label"><a href="#tag294">294</a>. </span><i>Ego hodie a septima in lectulo nonnihil legi: nam -εἰκώνας decem ferme expedivi</i>. Eppure Frontone avea fama di -secco e robusto, onde Macrobio (<i>Saturn</i>., v. 1) scrive: <i>Quatuor -sunt genera dicendi: copiosum, in quo Cicero dominatur; breve, -in quo Sallustius regnat</i> (e non Tacito?); <i>siccum, quod Frontoni -adscribitur; pingue et floridum, in quo Plinius Secundus quondam, -et nunc nullo veterum minor Symmachus luxuriatur</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note295"> -<p><span class="label"><a href="#tag295">295</a>. </span>La prima edizione, fatta in Bologna nel 1498, ne contiene -poche; le altre furono ritrovate in Francia dall'architetto -frà Giocondo, e da Aldo Manuzio pubblicate in Venezia il 1508.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note296"> -<p><span class="label"><a href="#tag296">296</a>. </span>Lib. <span class="smcap lowercase">VII</span>. 20.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note297"> -<p><span class="label"><a href="#tag297">297</a>. </span>Quest'Artemidoro, giunto in Atene, cerca qualche casa; -e gliene indicano una grande e bella eppur deserta, perchè -ogni mezzanotte vi si sentiva fracasso di catene, poi compariva -un vecchio, scarno, arruffato, coi ferri ai piedi e alle mani. Artemidoro, -spirito forte, compra la casa a poco prezzo, vi si -alloggia, mettesi a scrivere; ma a mezzanotte ecco lo spettro, -che gli fa segno col dito. Artemidoro gli accenna che aspetti, -ma l'altro raddoppia il fragore, sicchè il filosofo si alza, prende -la lucerna e segue il fantasma. Era l'ombra d'uno quivi trucidato, -che chiedeva le estreme esequie; fatte le quali, Artemidoro -godè tranquillamente la sua casa. -</p> - -<p> -Voi credevate simile storiella inventata dai frati nell'ignorante -medioevo; e potete leggerla in Plinio, <i>Epist</i>. <span class="smcap lowercase">VII</span>. 27.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note298"> -<p><span class="label"><a href="#tag298">298</a>. </span><i>Epist</i>. <span class="smcap lowercase">I</span>. 8.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note299"> -<p><span class="label"><a href="#tag299">299</a>. </span><i>Epist.</i> <span class="smcap lowercase">VII</span>. 30.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note300"> -<p><span class="label"><a href="#tag300">300</a>. </span>Sul lago di Como è ancora una fonte intermittente, alla -villa che appunto da ciò dicesi Pliniana; ma non ha il minimo -vestigio di antichità: mentre la Commedia vorrebbe collocarsi -a Lenno, la Tragedia a Bellagio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note301"> -<p><span class="label"><a href="#tag301">301</a>. </span>Altri suicidj sono menzionati con lode da Plinio. Il suo -tutore Aristone, sentendosi preso da febbre, disse a Plinio: — Sentite -il mio medico, io non sono insensibile alle preghiere -di mia moglie, alle lacrime di mia figlia, all'inquietudine dei -miei amici, ma non voglio patimenti inutili»; e Plinio gli promise -d'avvertirlo quando fosse opportuno uccidersi, ma fortunatamente -guarì. Rufo, fratello di Spurina, uomo d'alta ragione, -preso dalla gotta, disse a Plinio che aveva stabilito di lasciarsi -morire, nè preghiere di parenti o d'amici valsero a stornarlo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note302"> -<p><span class="label"><a href="#tag302">302</a>. </span>Quando si tratta di delineare qualunque sia edifizio degli -antichi, s'incontrano mille difficoltà. Forse venti diversi piani si -fecero della villa di Plinio, diversissimi tra loro. L'architetto -francese L. P. Hudebourt scrisse, nel 1838, <i>Le Laurentin, maison -de campagne de Pline le Jeune, restituée d'après la description -de Pline</i>; e può dar idea delle ville romane, per riscontro -al <i>Palais de Scaurus</i> (pag. 259, vol. <span class="smcap lowercase">II</span>).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note303"> -<p><span class="label"><a href="#tag303">303</a>. </span><i>Epist</i>. <span class="smcap lowercase">VI</span>. 17.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note304"> -<p><span class="label"><a href="#tag304">304</a>. </span><span class="smcap">Giovenale</span>, v. 82-93.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note305"> -<p><span class="label"><a href="#tag305">305</a>. </span><i>Epist</i>. <span class="smcap lowercase">VIII</span>. 21.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note306"> -<p><span class="label"><a href="#tag306">306</a>. </span><i>Epist</i>. <span class="smcap lowercase">I</span>. 13.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note307"> -<p><span class="label"><a href="#tag307">307</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Omnis in hoc gracili xeniorum turba libello</i></p> -<p class="i02"> <i>Constabit nummis quatuor emta tibi.</i></p> -<p class="i01"><i>Quatuor est nimium; poterit constare duobus,</i></p> -<p class="i02"> <i>Et faciet lucrum bibliopola Triphon.</i></p> -<p class="i01"><i>Hæc licet hospitibus pro munere disticha mittas,</i></p> -<p class="i02"> <i>Si tibi tam rarus quam mihi nummus erit.</i></p> -<p class="i09"> <span class="smcap">Marziale</span>, <span class="smcap lowercase">XIII</span>. 3.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note308"> -<p><span class="label"><a href="#tag308">308</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Ille tuis toties præstrinxit tempora sertis</i></p> -<p class="i01"><i>Cum stata laudato caneret quinquennia versu...</i></p> -<p class="i01"><i>Sit pronum vicisse domi. Quid achea mereri</i></p> -<p class="i01"><i>Præmia, nunc rami Plœbi, nunc germine Lernæ,</i></p> -<p class="i01"><i>Nunc Athamantæa protectum tempora pinu?</i></p> -</div></div> - -<p> -Così suo figlio (<i>Sylv.</i>, v. 3), che non dubita paragonarlo ad -Omero e a Virgilio. Adulava il padre come adulava i tiranni.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note309"> -<p><span class="label"><a href="#tag309">309</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i09"> <i>... Me fulmine in ipso</i></p> -<p class="i01"><i>Audivere patres; ego juxta busta profusis</i></p> -<p class="i01"><i>Matribus, atque piis cecini solatia natis.</i></p> -<p class="i13"> Sylv. <span class="smcap lowercase">II</span>. 1.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note310"> -<p><span class="label"><a href="#tag310">310</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Psittace, dux volucrum, domini facunda voluptas,</i></p> -<p class="i01"><i>Humanæ solers imitator, Psittace, linguæ,</i></p> -<p class="i01"><i>Quis tua tam subito præclusit murmura fato?</i></p> -<p class="i13"> Ivi, 4.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note311"> -<p><span class="label"><a href="#tag311">311</a>. </span><i>Sylv.</i> <span class="smcap lowercase">II</span>. 5. Per quel leone Marziale fece dieci epigrammi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note312"> -<p><span class="label"><a href="#tag312">312</a>. </span><span class="smcap">Plinio</span>, <i>Epist.</i> <span class="smcap lowercase">VI</span>. 17.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note313"> -<p><span class="label"><a href="#tag313">313</a>. </span>— Dianzi io pregava Giove a darmi poche migliaja di -lire, ed egli mi rispose: <i>Te le darà quegli che a me dà i tempj</i>. -Tempj diede egli a Giove, ma non a me le mille lire; eppure -avea letto la mia petizione così benigno, come quando concede -il diadema ai supplichevoli Geti, e va e torna per le vie del -Campidoglio. O Pallade, segretaria del tonante nostro, dimmi: -se egli negando ha tal volto, qual l'avrà nel concedere? — Così -io; ma Pallade rispose: <i>Stolto! credi tu negato ciò che non fu -concesso ancora? Epigr.</i> <span class="smcap lowercase">VI</span>. 10. -</p> - -<p> -E nel <span class="smcap lowercase">IV</span>. 92: — Se a cena m'invitassero contemporaneamente -Cesare e Giove, quand'anche le stelle fossero vicine, lontana la -reggia, risponderei ai Numi: <i>Cercate chi voglia essere convitato -dal tonante; me tiene in terra il Giove mio</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note314"> -<p><span class="label"><a href="#tag314">314</a>. </span>Lib. <span class="smcap lowercase">IV</span>. 4; <span class="smcap lowercase">VIII</span>. 39.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note315"> -<p><span class="label"><a href="#tag315">315</a>. </span>Vedi il libro <span class="smcap lowercase">XIII</span>, intitolato <i>Xenia</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note316"> -<p><span class="label"><a href="#tag316">316</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i09"> <i>Tu sub principe duro,</i></p> -<p class="i01"><i>Temporibusque malis, ausus es esse bonus.</i></p> -<p class="i13"> Lib. <span class="smcap lowercase">XII</span>. 6.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note317"> -<p><span class="label"><a href="#tag317">317</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Miratur scythicas virentis auri</i></p> -<p class="i01"><i>Flammas Jupiter, et stupet superbi</i></p> -<p class="i01"><i>Regis delicias, gravesque luxus.</i></p> -<p class="i13"> Ivi, 15.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note318"> -<p><span class="label"><a href="#tag318">318</a>. </span>Delle oscenità scusavasi cogli esempj: <i>Sic scribit Catullus, -sic Marsus, sic Pedo, sic Getulicus</i>. Pref. al lib. <span class="smcap lowercase">I</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note319"> -<p><span class="label"><a href="#tag319">319</a>. </span>Lib. <span class="smcap lowercase">X</span>. 47.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note320"> -<p><span class="label"><a href="#tag320">320</a>. </span><i>Sunt bona, sunt quædam mediocria, sunt mala plura</i>. -Lib. i. 16.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note321"> -<p><span class="label"><a href="#tag321">321</a>. </span>Per rimpatto, Andrea Navagero ogn'anno in determinato -giorno bruciava alcune copie di Marziale, olocausto al buon -gusto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note322"> -<p><span class="label"><a href="#tag322">322</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Cæsar in arma furens, nullas nisi sanguine fuso</i></p> -<p class="i01"><i>Gaudet habere vias.</i></p> -<p class="i13"> Lib. <span class="smcap lowercase">II</span>.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note323"> -<p><span class="label"><a href="#tag323">323</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Immergitque manus oculis...</i></p> -<p class="i07"> <i>... Et siccæ pallida rodit</i></p> -<p class="i01"><i>Excrementa manus; laqueum nodosque recentes</i></p> -<p class="i01"><i>Ore suo rumpit; pendentia corpora carpsit.</i></p> -<p class="i06"> <i>... Percussaque viscera nimbis</i></p> -<p class="i01"><i>Vulsit...</i></p> -<p class="i01"><i>Stillantis tabi saniem...</i></p> -<p class="i01"><i>Sustulit, et nervo morsus retinente pependit.</i></p> -<p class="i13"> Lib. <span class="smcap lowercase">VI</span>.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note324"> -<p><span class="label"><a href="#tag324">324</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Causa Diis victrix placuit, sed victa Catoni.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note325"> -<p><span class="label"><a href="#tag325">325</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i06"> <i>Sunt nobis nulla profecto</i></p> -<p class="i01"><i>Numina, cum cæco rapiantur sæcula casu.</i></p> -<p class="i01"><i>Mentimur regnare Jovem...</i></p> -<p class="i09"> <i>Mortalia nulli</i></p> -<p class="i01"><i>Sunt cura Deo.</i></p> -<p class="i13"> Lib. <span class="smcap lowercase">VII</span>.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note326"> -<p><span class="label"><a href="#tag326">326</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Mors utinam pavidos vitæ subducere nolles,</i></p> -<p class="i01"><i>Sed virtus te sola daret.</i></p> -<p class="i13"> Lib. <span class="smcap lowercase">IV</span>.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note327"> -<p><span class="label"><a href="#tag327">327</a>. </span>Parlando del guerriero resuscitato dalla maga Tessala: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Ah miser, extremum cui mortis munus iniquæ</i></p> -<p class="i01"><i>Eripitur, non posse mori!...</i></p> -<p class="i01"><i>Sit tanti vixisse iterum, nec verba, nec herbæ</i></p> -<p class="i01"><i>Audebunt longæ somnum tibi rumpere Lethes</i></p> -<p class="i01"><i>A me morte data.</i></p> -<p class="i13"> Lib. <span class="smcap lowercase">VI</span>.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note328"> -<p><span class="label"><a href="#tag328">328</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Nam si quid latiis fas est promittere musis</i></p> -<p class="i01"><i>Quantum smyrnæi durabunt vatis honores,</i></p> -<p class="i01"><i>Venturi me, teque legent</i> (Nerone): <i>Pharsalia nostra</i></p> -<p class="i01"><i>Vivet, et a nullo tenebris damnabitur ævo.</i></p> -<p class="i13"> Lib. <span class="smcap lowercase">IX</span>.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note329"> -<p><span class="label"><a href="#tag329">329</a>. </span>I primi libri dell'<i>Argonautica</i> furono trovati dal Poggio -fiorentino nel convento di San Gallo; gli altri dappoi. Giambattista -Pio ne fece un'edizione nel 1519, supplendo del suo -quel che manca del libro <span class="smcap lowercase">VIII</span>, e il <span class="smcap lowercase">IX</span> e <span class="smcap lowercase">X</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note330"> -<p><span class="label"><a href="#tag330">330</a>. </span>Il Petrarca tentò poi il soggetto medesimo nella sua -<i>Africa</i>, o persuaso che il poema di Silio fosse perduto, o, -come altri malignarono, credendo possederne egli l'unica copia. -L'accusa di plagio, datagli da Lefèbvre de Villebrune nel 1781, -fu confutata dal Baldelli, <i>Illustrazioni</i> ecc., pag. 199, e dal -Ginguené, note al vol. <span class="smcap lowercase">II</span> dell'<i>Histoire littéraire</i>. Durante il concilio -di Costanza, il Poggio scoperse il poema intero.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note331"> -<p><span class="label"><a href="#tag331">331</a>. </span>Dopo aver detto nel primo atto delle <i>Trojane</i>: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>... Felix Priamus</i></p> -<p class="i03"> <i>... nunc Elysii</i></p> -<p class="i01"><i>Nemoris tutis errat in umbris</i></p> -<p class="i01"><i>Interque pias felix animas</i></p> -<p class="i01"><i>Hectora quærit;</i></p> -</div></div> - -<p> -nel secondo soggiunge: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Post mortem nihil est, ipsaque mors nihil...</i></p> -<p class="i01"><i>Quæris quo jaceas post obitum loco?</i></p> -<p class="i01"><i>Quo non nata jacent.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note332"> -<p><span class="label"><a href="#tag332">332</a>. </span>In <i>Tieste</i>, Atreo imbandisce a questo i figli, e gli dice: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i04"> <i>Expedi amplexus pater;</i></p> -<p class="i01"><i>Venere, natos ecquid agnoscis tuos?</i></p> -</div></div> - -<p> -Tieste risponde: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Agnosco fratrem.</i></p> -</div></div> - -<p> -Medea tradita, esce al bel principio furibonda, e fra l'altre -cose esclama: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> <i>Parta jam, parta ultio est;</i></p> -<p class="i01"><i>Peperi;</i></p> -</div></div> - -<p> -e quando la nudrice la compiange perchè più nulla le sia rimasto, -non congiunti, non ricchezze, essa risponde: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Medea superest.</i></p> -</div></div> - -<p> -Nell'<i>Ippolito</i>, Teseo chiede a Fedra qual delitto creda dover -colla morte espiare; essa risponde: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Quod vivo.</i></p> -</div></div> - -<p> -Il coro di Corintj nella <i>Medea</i> parve profezia del grande ardimento -di Cristoforo Colombo, annunciato così da uno Spagnuolo -quattordici secoli prima che la Spagna lo ajutasse e -punisse: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Venient annis sæcula seris,</i></p> -<p class="i01"><i>Quibus oceanus vincula rerum</i></p> -<p class="i01"><i>Laxet, et ingens pateat tellus,</i></p> -<p class="i01"><i>Tethysque novos detegat orbes,</i></p> -<p class="i01"><i>Nec sit terris ultima Thule.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note333"> -<p><span class="label"><a href="#tag333">333</a>. </span>Nella <i>Satira</i> <span class="smcap lowercase">I</span> esclama: — Chi può tenersi dallo scrivere -satire all'aspetto d'una città iniqua? chi è tanto ferreo da -frenarsi allorchè incontra la nuova lettiga dell'avvocato Matone -riempiuta dalla pingue sua pancia? E che? tanti vizj non li -flagellerò io co' miei versi? Chi può dormire fra questi padri -che corrompono le nuore avare, fra sposi infami e adulteri -giovinetti? Se natura me lo niega, la collera detta i versi alla -meglio come li facciamo Cluvieno ed io». -</p> - -<p> -Ecco l'impeto patriotico sfumare in un frizzo personale. Nerone -matricida è un Oreste, ma peggior di quello perchè montò -sul teatro. Narrando di un Egiziano di Copto divorato da quelli -di Tèntira per diversità di numi, sta a dimostrarvi l'atrocità -del misfatto, perchè le serpi non mangiano serpi, e l'orso vive -sicuro coll'orso; e finisce col riflettere cosa n'avrebbe detto -Pitagora, il quale neppur tutti i legumi permetteva.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note334"> -<p><span class="label"><a href="#tag334">334</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Quidquid agunt homines, votum, timor, ira, voluptas,</i></p> -<p class="i01"><i>Gaudia, discursus, nostri est farrago libelli.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note335"> -<p><span class="label"><a href="#tag335">335</a>. </span>Certi precettori e certi verseggiatori d'oggi che cosa diranno -all'udire che Giovenale, sedici secoli fa, già trovava -assurdo l'uso della mitologia nei versi? -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Nota magis nulli domus est sua, quam mihi lucus</i></p> -<p class="i01"><i>Martis, et æoliis vicinum rupibus antrum</i></p> -<p class="i01"><i>Vulcani; quid agant venti, quas agat umbras</i></p> -<p class="i01"><i>Æacus etc.</i></p> -<p class="i13"> Sat. <span class="smcap lowercase">I</span>.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note336"> -<p><span class="label"><a href="#tag336">336</a>. </span>Vedi la Sat. <span class="smcap lowercase">XIII</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note337"> -<p><span class="label"><a href="#tag337">337</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i10"> <i>... Semita certa</i></p> -<p class="i01"><i>Tranquillæ per virtutem patet unica vitæ...</i></p> -<p class="i01"><i>Nesciat irasci, cupiat nihil, et potiores</i></p> -<p class="i01"><i>Herculis ærumnas credat, sævosque labores</i></p> -<p class="i01"><i>Et venere, et cœnis, et pluma Sardanapali.</i></p> -<p class="i13"> Sat. <span class="smcap lowercase">X</span>.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note338"> -<p><span class="label"><a href="#tag338">338</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i06"> <i>... Agmine facto,</i></p> -<p class="i01"><i>Debuerant olim tenues migrasse Quirites.</i></p> -<p class="i13"> Sat. <span class="smcap lowercase">III</span>.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note339"> -<p><span class="label"><a href="#tag339">339</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Messe tenus propria vive; et granaria, fas est,</i></p> -<p class="i01"><i>Emole. Quid metuas? occa, et seges altera in herba est.</i></p> -<p class="i13"> Sat. <span class="smcap lowercase">VI</span>.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note340"> -<p><span class="label"><a href="#tag340">340</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Nil tibi concessit ratio; digitum exsere; peccas;</i></p> -<p class="i01"><i>Et quid tam parvum est?</i></p> -<p class="i13"> Sat. <span class="smcap lowercase">V</span>.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note341"> -<p><span class="label"><a href="#tag341">341</a>. </span>Svetonio conservò un buon dato di queste satire. Allorchè -Cesare introduceva molti Galli in senato, cantavasi per -le vie: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Gallos Cæsar in triumphum ducit, idem in curiam;</i></p> -<p class="i01"><i>Galli bracas deposuerunt, latum clavum sumpserunt.</i></p> -</div></div> - -<p> -E quando faceva lui ogni cosa, togliendo la mano al collega -Bibulo: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Non Bibulo quidquam nuper, sed Cæsare factum est;</i></p> -<p class="i02"> <i>Nam Bibulo fieri consule nil memini.</i></p> -</div></div> - -<p> -Sotto le sue statue si lesse: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Brutus quia reges ejecit, consul primus factus est;</i></p> -<p class="i01"><i>Hic quia consules ejecit, rex postremo factus est.</i></p> -</div></div> - -<p> -Allorchè Augusto, nel tempo della proscrizione, ambiva i -vasi corintj, alla sua statua fu scritto: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Pater argentarius, ego corinthiarius.</p> -</div></div> - -<p> -E alludendo alla sua smania del giuocare: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Postquam bis classe victus naves perdidit,</i></p> -<p class="i01"><i>Aliquando ut vincat, ludit assidue aleam.</i></p> -</div></div> - -<p> -E quando Livia, dopo tre mesi di matrimonio, gli partorì -Druso: Τοῖς εὐτυχοὔσι καὶ τρίμενα παιδία, cioè: Ai fortunati nascono -sin i fanciulli di tre mesi. -</p> - -<p> -Quando egli imbandì quel banchetto di lasciva empietà: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Cum primum istorum conduxit mensa choragum</i></p> -<p class="i02"> <i>Sexque deos vidit Mallia, sexque deas:</i></p> -<p class="i01"><i>Impia dum Phœbi Cæsar mendacia ludit,</i></p> -<p class="i02"> <i>Dum nova Divorum cœnat adulteria:</i></p> -<p class="i01"><i>Omnia se a terris tunc numina declinarunt,</i></p> -<p class="i02"> <i>Fugit et auratos Jupiter ipse thoros.</i></p> -</div></div> - -<p> -Più violento fu questo contro Tiberio: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Asper et immitis, breviter vis omnia dicam?</i></p> -<p class="i02"> <i>Dispeream, si te mater amare potest.</i></p> -</div></div> - -<p> -E contro lo stesso: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Non es eques. Quare? non sunt tibi millia centum;</i></p> -<p class="i02"> <i>Omnia si quæras, et Rhodos exsilium est.</i></p> -<p class="i01"><i>Aura mutasti Saturni sæcula, Cæsar:</i></p> -<p class="i02"> <i>Incolumi nam te, ferrea semper erunt.</i></p> -<p class="i01"><i>Fastidit vinum, quia jam sitit iste cruorem:</i></p> -<p class="i02"> <i>Tam bibit hunc avide, quarti bibit ante merum.</i></p> -<p class="i01"><i>Adspice felicem sibi, non tibi, Romule, Sullam;</i></p> -<p class="i02"> <i>Et Marium, si vis, adspice, sed reducem;</i></p> -<p class="i01"><i>Nec non Antoni, civilia bella moventis,</i></p> -<p class="i02"> <i>Nec semel infectas adspice cæde manus.</i></p> -<p class="i01"><i>Et dic, Roma perit, regnabit sanguine multo</i></p> -<p class="i02"> <i>Ad regnum quisguis venit ab exilio.</i></p> -</div></div> - -<p> -Il matrimonio di Nerone ferivano i seguenti: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Νέρον, Ορέστης, Αλκμαίων, μητροκτονοι.</p> -<p class="i01">Νεονύμφον Νέρων, ἰδίαν μητέρ ἀπέκτεινεν.</p> -<p class="i01"><i>Quis negat Æneæ magna de stirpe Neronem?</i></p> -<p class="i02"> <i>Sustulit hic matrem, sustulit ille patrem.</i></p> -<p class="i01"><i>Dum tendit citharam noster, dum cornea Parthus,</i></p> -<p class="i02"> <i>Non erit Pæan, ille</i> ἐκατηβελέτης.</p> -</div></div> - -<p> -Sull'immensa fabbrica del Palazzo aureo: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Roma domus fiet; Vejos migrate Quirites,</i></p> -<p class="i02"> <i>Si non et Vejos occupat ista domus.</i></p> -</div></div> - -<p> -Nerone diede Poppea a Otone da custodire col titolo di sposo -e null'altro; e avendone quegli voluto usurpare i diritti, lo sbandì. -Allora fu scritto: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Cur Otho mentito sit, quæritis, exsul honore?</i></p> -<p class="i02"> <i>Uxoris mœchus cœperat esse suæ.</i></p> -</div></div> - -<p> -Non ho potuto consultare i <i>Versus ludicri in Romanorum -Cæsares priores olim compositi; collatos, recognitos, illustratos -edidit</i> <span class="smcap">G. H. Heinrichius</span>. Ala 1810.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note342"> -<p><span class="label"><a href="#tag342">342</a>. </span>Medaura era colonia romana; eppure Apulejo, figlio di -uno de' primi magistrati (duumviro), non intendeva parola di -latino quando venne a Roma: così il figliastro suo non parlava -che il punico, e intendeva un po' di greco in grazia -della madre tessala; <i>Loquitur nunquam nisi punice; et si -quid adhuc a matre græcisat: latine enim neque vult, neque -potest.</i> <i>Apolog.</i> Ciò smentisce chi crede il latino fosse comune -in tutte le colonie. Aggiungiamo che ad Apulejo l'imparare il -latino in Roma senza maestro parve fatica portentosa: <i>Quiritium -indigenum sermonem ærumnabili labore, nullo magistro præeunte, -aggressus excolui.</i> <i>Metam.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note343"> -<p><span class="label"><a href="#tag343">343</a>. </span><i>Sacris pluribus initiatus, profecto nosti sanctam silentii -fidem.</i> <i>Metam.</i> E nell'<i>Apolog.</i>: <i>Sacrorum pleraque initia in -Græcia participavi; eorum quædam, in signa et monumenta -tradita mihi a sacerdotibus, sedulo conservo... Ego multijuga -sacra, et plurimos ritus, et varias cæremonias, studio veri et -officio erga deos didici.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note344"> -<p><span class="label"><a href="#tag344">344</a>. </span><i>Mihi in incerto judicium est, fato ne res mortalium et -necessitate immutabili, an sorte volvantur.</i> Annal., <span class="smcap lowercase">VI</span>. 22.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note345"> -<p><span class="label"><a href="#tag345">345</a>. </span><i>Cunctas nationes et urbes populus, aut primores, aut -singuli regunt: delecta ex his et consociata reipublicæ forma -laudare facilius quam evenire; vel si evenit, haud diuturna esse -potest</i>. Annal., <span class="smcap lowercase">IV</span>. 53.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note346"> -<p><span class="label"><a href="#tag346">346</a>. </span><span class="smcap">Jacobs</span>, <i>Des Vell. Paterculus röm. Geschichte übersetz -von etc</i>. Lipsia 1793. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Morgenstern</span>, <i>De fide historica Vell. Paterculi, in primis de -adulatione ei objecta</i>. Ivi 1800.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note347"> -<p><span class="label"><a href="#tag347">347</a>. </span>In <i>Agricola</i>, 30 e 31.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note348"> -<p><span class="label"><a href="#tag348">348</a>. </span><i>De moribus Germanorum</i>, 33.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note349"> -<p><span class="label"><a href="#tag349">349</a>. </span><span class="smcap lowercase">I</span>. 12; <span class="smcap lowercase">II</span>. 15.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note350"> -<p><span class="label"><a href="#tag350">350</a>. </span>Credo interpolato quel capitoletto ne' manoscritti, e lo -stile l'annunzia posteriore.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note351"> -<p><span class="label"><a href="#tag351">351</a>. </span><i>Luna deficere cum aut terram subiret, aut sole premeretur</i>. -<span class="smcap lowercase">IV</span>. 10. Gli errori ne rilevò Le Clerc in calce alla sua -<i>Ars critica</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note352"> -<p><span class="label"><a href="#tag352">352</a>. </span><span class="smcap">Plinio</span>, <i>Nat. Hist</i>., <span class="smcap lowercase">XXVIII</span>. 2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note353"> -<p><span class="label"><a href="#tag353">353</a>. </span><i>Negli Scrittori della Storia Augusta -son comprese le vite di</i> -</p> - -<table class="gener" summary=""> - <tr> - <td>Adriano</td> <td class="center">per</td> <td>Elio Sparziano</td> - </tr> - <tr> - <td>Antonino Pio</td> <td class="center">»</td> <td>Giulio Capitolino</td> - </tr> - <tr> - <td>Elio Vero</td> <td class="center">»</td> <td>Sparziano</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td class="center">»</td> <td>Capitolino</td> - </tr> - <tr> - <td>Marc'Aurelio</td> <td class="center">»</td> <td>Capitolino</td> - </tr> - <tr> - <td>Avidio Cassio</td> <td class="center">»</td> <td class="nospace">Vulcazio Gallicano</td> - </tr> - <tr> - <td>Comodo</td> <td class="center">»</td> <td>Elio Lampridio</td> - </tr> - <tr> - <td>Pertinace</td> <td class="center">»</td> <td>Capitolino</td> - </tr> - <tr> - <td>Didio Giuliano, Settimio Severo, Pescennio Nigro</td> <td class="center">»</td> <td>Sparziano</td> - </tr> - <tr> - <td>Clodio Albino</td> <td class="center">»</td> <td>Capitolino</td> - </tr> - <tr> - <td>Caracalla e Geta</td> <td class="center">»</td> <td>Sparziano</td> - </tr> - <tr> - <td>Macrino</td> <td class="center">»</td> <td>Capitolino</td> - </tr> - <tr> - <td>Diadumeno, Elagabalo, Alessandro</td> <td class="center">»</td> <td>Lampridio</td> - </tr> - <tr> - <td>I due Massimini, i tre Gordiani, Massimo e Balbino</td> <td class="center">»</td> <td>Capitolino</td> - </tr> - <tr> - <td>I due Valeriani, i due Gallieni, i Trenta Tiranni, Claudio II</td> <td class="center">»</td> <td>Trebellio Pollione</td> - </tr> - <tr> - <td>Aureliano, Tacito, Floriano, Probo, Firmo, Saturnino, Proculo e Bonoso, Caro, Numeriano, Carino</td> <td class="center">»</td> <td>Flavio Vopisco</td> - </tr> -</table> -</div> - -<div class="footnote" id="note354"> -<p><span class="label"><a href="#tag354">354</a>. </span>«Chiamansi le Coefore, e sono di... di chi dunque? Ah sì! -dicevano di Policleto». <i>In Verrem, de signis</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note355"> -<p><span class="label"><a href="#tag355">355</a>. </span>— Statue, che potrebbero allettare non solo un intelligente -come Verre, ma fin ignoranti, come chiamano noi: un -Cupido di Prassitele; giacchè nell'indagine ho imparato anche -nomi d'artisti». <i>Ibi</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note356"> -<p><span class="label"><a href="#tag356">356</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Excudent alii spirantia mollius æra,</i></p> -<p class="i01"><i>Credo equidem vivos ducent de marmare vultus,</i></p> -<p class="i01"><i>Orabunt melius causas...</i></p> -</div></div> - -<p> -Il cortigiano d'Augusto dovea passare sotto silenzio Cicerone. -Veramente Orazio, <i>Ep.</i> <span class="smcap lowercase">I</span> 4, cantava: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i10"> <i>Pingimus, atque</i></p> -<p class="i01"><i>Psallimus, et luctamur Achivis doctius unctis;</i></p> -</div></div> - -<p> -ma è notevole questo appaiare il dipingere col sonare e lottare.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note357"> -<p><span class="label"><a href="#tag357">357</a>. </span>Il Panteon fu dedicato a Giove Ultore, e detto così -perchè alle due statue di Marte e Venere erano aggiunti gli -attributi di tutte le divinità. Guasto da incendj, fu restaurato -da Adriano, poi da Settimio Severo nel 202 di C.; e d'uno -di questi restauri probabilmente sono colpa le colonne che -dividono lo spazio interno, troppo esili a proporzione della -grave cupola. Nel 600 venne dedicato a santa Maria ed ai -Martiri. La copertura di bronzo della cupola fu tolta nel -medio evo; quella del portico da Urbano VIII per far fondere -la tribuna di S. Pietro in Vaticano dal Bernino, del quale pure -sono i due poveri campanili, che si vedono sul frontone postico.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note358"> -<p><span class="label"><a href="#tag358">358</a>. </span><span class="smcap">Cicerone</span> ad <i>Attico</i>, lib. <span class="smcap lowercase">I</span>. ep. 4. 6. 8. 9.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note359"> -<p><span class="label"><a href="#tag359">359</a>. </span><span class="smcap">Vitruvio</span>, <span class="smcap lowercase">II</span>. 8.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note360"> -<p><span class="label"><a href="#tag360">360</a>. </span><span class="smcap">Plinio</span>, <i>Nat. hist</i>., <span class="smcap lowercase">XXXV</span>. 4. 10. 11. 12.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note361"> -<p><span class="label"><a href="#tag361">361</a>. </span>San Pietro di Roma copre 20,000 metri quadrati; mentre -il più grande della Roma antica, cioè quel della Pace, ne copre -6240, 3182 il Panteon, 874 il Giove Tonante, 195 quel della -Fortuna Virile; e fuor di Roma, 1426 il tempio maggiore di -Pesto, 636 quel della Concordia ad Agrigento, 434 quel di Giove -a Pompej.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note362"> -<p><span class="label"><a href="#tag362">362</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i08"> <i>En quatuor aras;</i></p> -<p class="i01"><i>Ecce duas tibi, Daphni, duas altaria Phœbo</i>.</p> -</div></div> - -<p> -Su questo passo di Virgilio pretesero che gli altari si consacrassero -agli dei, a' semidei ed eroi le are; ma non sembra provato, nè -soddisfa la distinzione che ne fece Raoul-Rochette nei <i>Monuments -inédits d'antiquité figurée</i>, tav. <span class="smcap lowercase">XXVI</span>. 2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note363"> -<p><span class="label"><a href="#tag363">363</a>. </span>«Benchè inferiore in semplicità ed armonia all'architettura -greca (dice Hosking), la romana è evidentemente della -stessa famiglia, distinta per esecuzione più ardita, ed elaborata -profusione d'ornamenti. Il gusto delle due nazioni è espresso -dal dorico pel primo, dal corintio per l'altro: uno è modello di -semplice grandezza, perfetto nelle particolari convenienze, e -inapplicabile ad oggetto diverso; l'altro è men raffinato, ma -molto adorno; sfoggia nell'esterno la bellezza di cui manca -nell'interno; imperfetto in ciascuna combinazione, ma applicabile -ad ogni proposito. In Grecia come a Roma il maggiore -sfoggio d'architettura e colonne faceasi ne' tempj; ma i Romani -non aveano abitudine di costruirli peripteri, siccome i Greci. Da -alcune ruine pare che in qualche età fabbricassero tempj dipteri; -ma i più usitati erano i pseudo-dipteri, cioè colle colonne -affisse al muro, gli apteri e prostili: di amfi-prostili non abbiamo -esempj. Gran proiezione i Romani davano ai loro portici pel -maggior effetto. I tempj circolari non erano comuni ai Romani. -Insomma il tempio romano era distinto dal greco per aspetto -più grande, colonne più sottili, generalmente corintie, e costruzione -sopra un podio o basamento».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note364"> -<p><span class="label"><a href="#tag364">364</a>. </span><span class="smcap">Pausania, x</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note365"> -<p><span class="label"><a href="#tag365">365</a>. </span>Ecco il paragone d'alcuni di tali edifizj: -</p> - -<table class="gener" summary=""> - <tr> - <td> </td> <td> </td> <td><i>lunghezza</i></td> <td><i>larghezza</i></td> <td><i>spettatori</i></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td>Coliseo</td> <td class="center">metri</td> <td class="num">207</td> <td class="num">171</td> <td class="num">87,000</td> - </tr> - <tr> - <td>Anfiteatro di Caracalla</td> <td class="center">»</td> <td class="num">226</td> <td class="num">146</td> <td class="num">20,000</td> - </tr> - <tr> - <td>Anfiteatro di Marcello</td> <td class="center">»</td> <td class="num">132</td> <td class="num">132</td> <td class="num">30,000</td> - </tr> - <tr> - <td>Anfiteatro di Verona</td> <td class="center">»</td> <td class="num">154</td> <td class="num">122</td> <td class="num">23,000</td> - </tr> - <tr> - <td>Circo Massimo</td> <td class="center">»</td> <td class="num">660</td> <td class="num">190</td> <td class="num">254,000</td> - </tr> -</table> -</div> - -<div class="footnote" id="note366"> -<p><span class="label"><a href="#tag366">366</a>. </span>Non è vero che le figure crescano regolarmente di grandezza -nell'elevarsi. Il 1588 alla statua dell'imperatore fu surrogata -quella di san Pietro; due anni dipoi, Sisto V sterrò il -piedistallo; Napoleone fece demolire le umili costruzioni che ne -ingombravano il contorno, e i papi successivi restituirono la -grande piazza. Lo spagnuolo Ciacono nel 1616 scriveva che -ancora vedevansi i piedi della statua di Trajano, e che dagli -scavi fatti uscì la testa di bronzo, la quale conservavasi dal -cardinale Della Valle: or s'ignora che ne sia avvenuto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note367"> -<p><span class="label"><a href="#tag367">367</a>. </span><span class="smcap">Lampridio</span>, in <i>Alexandro</i>, 27. 28.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note368"> -<p><span class="label"><a href="#tag368">368</a>. </span><span class="smcap">Rossini</span>. <i>Degli archi trionfali onorarj e funebri degli antichi -Romani, sparsi per tutta Italia</i>. Roma 1736. -</p> - -<p> -Ecco un parallelo: -</p> - -<table class="gener" summary=""> - <tr> - <td> </td> <td> </td> <td><i>altezza</i></td> <td><i>larghezza</i></td> <td><i>grossezza</i></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td>Arco in Roma di Tito</td> <td class="center">metri</td> <td class="num">24</td> <td class="num">16</td> <td class="num">5</td> - </tr> - <tr> - <td>Arco in Roma di Costantino</td> <td class="center">»</td> <td class="num">25</td> <td class="num">22</td> <td class="num">7</td> - </tr> - <tr> - <td>Arco in Roma di Settimio Severo</td> <td class="center">»</td> <td class="num">24</td> <td class="num">21</td> <td class="num">7</td> - </tr> - <tr> - <td>Arco di Benevento</td> <td class="center">»</td> <td class="num">25</td> <td class="num">17</td> <td class="num">5</td> - </tr> - <tr> - <td>Arco d'Augusto a Rimini</td> <td class="center">»</td> <td class="num">16</td> <td class="num">16</td> <td class="num">9</td> - </tr> - <tr> - <td>Arco di Ancona</td> <td class="center">»</td> <td class="num">15</td> <td class="num">14</td> <td class="num">3</td> - </tr> -</table> - -<p> -A Roma v'erano pur quelli di Orazio Coclite, Camillo, Druso, -Tiberio, Gallieno.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note369"> -<p><span class="label"><a href="#tag369">369</a>. </span><i>Manentque vestigia irritæ spei</i>. <span class="smcap">Tacito</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note370"> -<p><span class="label"><a href="#tag370">370</a>. </span>Dureau de la Malle (<i>De la distribution, de la valeur et -de la législation des eaux dans l'ancienne Rome</i>. Parigi 1843) -calcola che i condotti che menavano acqua a Roma, tirassero -insieme 428,000 metri, di cui 32,000 sopra arcate: e sottraendone -la derivazione fraudolenta, portavano 11,075 pollici d'acqua, -di cui 4388 vendevansi ad usi privati. Rondelet sopra -Frontino, ragguagliò l'acqua venuta in Roma per gli acquedotti -a un fiume largo trenta piedi, profondo sei, e della velocità di -trenta pollici per secondo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note371"> -<p><span class="label"><a href="#tag371">371</a>. </span>Paragone dei ponti romani: -</p> - -<table class="gener" summary=""> - <tr> - <td> </td> <td> </td> <td><i>lungo</i></td> <td><i>largo</i></td> <td><i>costruito da</i></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td>Milvio</td> <td class="center">metri</td> <td class="num">126</td> <td class="num">9</td> <td>Silla</td> - </tr> - <tr> - <td>Senatorio o Rotto</td> <td class="center">»</td> <td class="num">25</td> <td class="num">13</td> <td>C. Scipione</td> - </tr> - <tr> - <td>Salaro sul Teverone</td> <td class="center">»</td> <td class="num">77</td> <td class="num">9</td> <td>Tarquinio</td> - </tr> - <tr> - <td>Sisto o del Gianicolo</td> <td class="center">»</td> <td class="num">70</td> <td class="num">—</td> - </tr> - <tr> - <td>Fabricio o de' Quattro capi</td> <td class="center">»</td> <td class="num">25</td> <td class="num">—</td> - </tr> - <tr> - <td>Cestio o Ferrato</td> <td class="center">»</td> <td class="num">50</td> <td class="num">—</td> <td>Valente</td> - </tr> - <tr> - <td>Elio o Sant'Angelo</td> <td class="center">»</td> <td class="num">113</td> <td class="num">15</td> <td>Adriano</td> - </tr> - <tr> - <td>Mammea presso Roma</td> <td class="center">»</td> <td class="num">60</td> <td class="num">9</td> <td>Antonino</td> - </tr> - <tr> - <td>Di Rimini sulla Marecchia</td> <td class="center">»</td> <td class="num">46</td> <td class="num">—</td> <td>Augusto</td> - </tr> - <tr> - <td>Sulla Narina fra Roma e Loreto</td> <td class="center">»</td> <td class="num">194</td> <td class="num">34</td> <td>Augusto</td> - </tr> -</table> -</div> - -<div class="footnote" id="note372"> -<p><span class="label"><a href="#tag372">372</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Muræna proibente domum, Capitone culinam...</i></p> -<p class="i01"><i>Proxima Campano ponti quæ villula tectum</i></p> -<p class="i01"><i>Præbuit; et parochi, quæ debent, ligna salemque.</i></p> -<p class="i13"> Sat. <span class="smcap lowercase">I, V.</span> 46.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note373"> -<p><span class="label"><a href="#tag373">373</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Scalis habito tribus sed altis.</i></p> -<p class="i11"> Epigr. <span class="smcap lowercase">V.</span> 22.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note374"> -<p><span class="label"><a href="#tag374">374</a>. </span><span class="smcap">Cicerone</span>, <i>pro Milone</i>, 15; <i>Philip.</i> <span class="smcap lowercase">II</span>. 9. <span class="smcap">Orazio</span>, <i>Ep</i>. -<span class="smcap lowercase">II</span>. 2. 15.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note375"> -<p><span class="label"><a href="#tag375">375</a>. </span>Che si chiudessero con imposte doppie è chiaro da quel -di Ovidio, <i>Amor.</i>, <span class="smcap lowercase">I</span>. 3: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Pars adaperta fuit, pars altera clausa fenestræ.</i></p> -</div></div> - -<p> -Plinio parla d'una porta a vetri nella sua villa, la quale separava -e riuniva due camere.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note376"> -<p><span class="label"><a href="#tag376">376</a>. </span><i>Ex auro, argentove aut certe ex ære in bibliotheca dicantur -illi, quorum immortales animæ in iisdem locis loquuntur.</i> -<span class="smcap">Plinio</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note377"> -<p><span class="label"><a href="#tag377">377</a>. </span>Quanto ai camini, senza ricorrere al Manuzio nei Commenti -alle epistole di Cicerone, al Filandro sopra Vitruvio, <span class="smcap lowercase">VII</span>. -3, al Burmanno sopra Petronio, <i>Satyr</i>. 135, che lo negano, ed -al Ferrario, <i>Electorum</i> lib. <span class="smcap lowercase">I</span>. 1. 9, che lo asserisce, può vedersi -una dissertazione di Scipione Maffei nella raccolta d'opuscoli -del Calogerà, tom. <span class="smcap lowercase">XLVII</span>. p. 449, ove sostiene che gli antichi -non avevano camini al modo nostro. Pure in Aristofane (<i>Vespe</i>, -1. 2) è accennata una canna di camino, in cui poteva star nascosto -un uomo; Svetonio (in <i>Vitellio</i>) dice che, in un pasto -dato da questo imperatore, la sala bruciò per fuoco appigliatosi -al camino (<i>flagrante triclinio ex conceptu camini</i>).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note378"> -<p><span class="label"><a href="#tag378">378</a>. </span><i>Non vivunt contra naturam qui pomaria in summis turribus -ferunt? Quorum silvæ in tectis domorum ac fastigis nutant, -inde ortis radicibus quo improbe cacumina egissent?</i> Ep. 122.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note379"> -<p><span class="label"><a href="#tag379">379</a>. </span><i>Censores vias sternendas silice in urbe, glarea extra urbem -substruendas marginandasque, primi omnium locaverunt.</i> -<span class="smcap">Livio, xli</span>. 27. -</p> - -<p> -Sopra tavole di rame si trovarono leggi, che il Corradi e il -Mazzocchi credeano essere le Sempronie di Cajo Gracco, ma -ora si asseriscono agli ultimi tempi della Repubblica, e portano -regolamenti intorno alle strade: -</p> - -<p> -— Chi ha o avrà, sia in Roma o a un miglio in giro dal suo -abitato, una casa, davanti a cui passi la strada pubblica, dovrà -mantenere essa strada a requisizione dell'edile, cui spetta quel -quartiere. L'edile veglierà perchè ciascun proprietario mantenga -come deve la strada dinanzi la sua casa, sicchè l'acqua non -s'impozzi e non la renda incomoda. -</p> - -<p> -«Gli edili curuli e plebei dovranno, fra cinque giorni dopo -eletti, trarre a sorte le regioni della città, dove abbiano a -sorvegliare la riparazione e il selciato delle strade pubbliche a -Roma e ad un miglio in giro. -</p> - -<p> -«Se la via passi fra un tempio od un luogo pubblico qualunque -e una casa privata, l'edile farà conservare a spese dello -Stato metà di questa parte della via pubblica. -</p> - -<p> -«Se un proprietario non intertenga la strada avanti la sua -casa dopo l'intimazione dell'edile, questi l'affiderà ad un appaltatore: -ma dieci giorni prima l'annunzierà nel fôro, e ne farà -intimar l'avviso ad esso proprietario ed a' suoi procuratori; e -l'aggiudicazione si farà pubblicamente nel fôro, mediante il -questore urbano. -</p> - -<p> -«Esso proprietario o proprietarj saranno scritti come debitori -sui libri di finanza per una somma eguale all'aggiudicazione, e -all'intraprenditore verrà assegnato un credito esigibile di pien -diritto sui loro beni. -</p> - -<p> -«Se, fra trenta giorni dall'assegnazione notificata al proprietario, -esso non pagò l'imprenditore o non diede cauzione, dovrà -pagare metà di più. -</p> - -<p> -«Il proprietario che abbia davanti alla casa un marciapiede, -lo manterrà tutt'al lungo di essa in pietre connesse, intere, ben -piane, secondo ordinerà l'edile di quel quartiere». -</p> - -<p> -Le tavole trovate ad Eraclea nel golfo di Taranto il 1732 contengono -molti ordini sul mantenere sgombre le vie e proibiscono -i carri dall'alba fin a decima, salvo poche eccezioni. Inoltre si -obbligavano gli abitanti a conservar nette le vie scopando e anaffiando. -<span class="smcap">Naudet</span>, <i>Sur la police chez les Romains, Mém. de l'Institut</i>, -vol. <span class="smcap lowercase">IV</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note380"> -<p><span class="label"><a href="#tag380">380</a>. </span>Dionigi d'Alicarnasso (lib. <span class="smcap lowercase">IV</span>) dice difficile misurare il perimetro -di Roma sopra le mura, attesochè son poco facili a seguire -in grazia delle case che v'aderiscono da tutte parti. Secondo -Paolo (<i>Digest.</i>, lib. <span class="smcap lowercase">II</span>), <i>Roma</i> esprimeva tutto l'indeterminato -spazio dov'erano case, <i>urbs</i> il solo ricinto legale del pomerio, -come oggi Londra e la City. -</p> - -<p> -Di Roma abbiamo due descrizioni fatte sotto Valentiniano e -Valente, riferite da Grevio, <i>Thesaurus antiquitatum roman.</i>, -tom. <span class="smcap lowercase">III</span>; ed una a mezzo il <span class="smcap lowercase">V</span> secolo, in calce alla <i>Notitia dignitatum -utriusque imperii.</i> -</p> - -<p> -L'area della città occupava da cinque milioni di metri quadrati, -dopo l'ampliazione d'Aureliano; sicchè ogni casa teneva, -per un di mezzo, centoquattro metri quadrati. Ciò mostra quanto -erano piccole: eppure bisognerebbe mettere venticinque casigliani -per ciascuna se si volesse giungere a soli un milione -ducentomila abitanti; che è assai meno di quel che alcuni suppongono. -Londra ha la superficie di ventimila ottocento ettari, -con ducensessantamila fabbricati. -</p> - -<p> -Giusto Lipsio stimò da quattro in cinque milioni la popolazione -di Roma, e i successivi copiarono quest'indicazione. La -Malle, dal calcolo dello spazio in paragone colle città moderne, -non gliene dà più di cinquecentosessantamila. Si avverta però -che la mura d'Aureliano non dovea comprendere quello spazio -indeterminato che pur chiamavasi città: che con tanti schiavi -poteasi molto più affollare la popolazione, stivandoli anche sotto -ai tempj e ai pubblici edifizj; e che Augusto dovè proibire di -alzar le case più di sette piani. Sappiamo che il grano d'Africa -e dell'Egitto, destinato a pascer Roma, era in un anno sessanta -milioni di moggia al tempo d'Augusto; cioè il bastevole per -circa un milione d'abitanti. Forse tanti erano, contando metà -di cittadini e metà fra schiavi e avveniticci. Scemò poi, e Sparziano -(in <i>Settimio Severo</i>, <span class="smcap lowercase">VIII</span>. 23) riduce a settantacinquemila -moggia il consumo giornaliero di Roma, cioè il consumo annuo -in ventisette milioni ducensettantacinquemila; il che limita la -popolazione a cinquecentomila.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note381"> -<p><span class="label"><a href="#tag381">381</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Forte ibam via Sacra, sicut meus est mos,</i></p> -<p class="i01"><i>Nescio quid meditans nugarum, totus in illis.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note382"> -<p><span class="label"><a href="#tag382">382</a>. </span>La prima edizione fu fatta a Firenze il 1496, poi a Venezia -l'anno successivo. Dopo d'allora moltissime traduzioni e -commenti; e la più illustre è l'edizione in otto vol. in-4º a Udine -1825-30, con trecenventi tavole, commenti e dissertazioni dello -Stratico di Zara e del Polini.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note383"> -<p><span class="label"><a href="#tag383">383</a>. </span><i>Nat. hist.</i>, <span class="smcap lowercase">XXXV</span>. 5.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note384"> -<p><span class="label"><a href="#tag384">384</a>. </span><i>Spectantem aspectans quocumque aspiceret</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note385"> -<p><span class="label"><a href="#tag385">385</a>. </span><i>Nat. hist.</i>, <span class="smcap lowercase">XXXIII</span>. 38.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note386"> -<p><span class="label"><a href="#tag386">386</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Scilicet in domibus vestris, ut prisca virorum</i></p> -<p class="i02"> <i>Artifici fulgent corpora picta manu,</i></p> -<p class="i01"><i>Sic quæ concubitus varios Venerisque figuras</i></p> -<p class="i02"> <i>Exprimat, est aliquo parva tabella loco.</i></p> -<p class="i09"> <span class="smcap">Ovidio</span>, Trist., <span class="smcap lowercase">II</span>.</p> -</div></div> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Utque velis, Venerem jungunt per mille figuras,</i></p> -<p class="i02"> <i>Inveniat plures nulla tabella modos.</i></p> -<p class="i11"> Ars am., <span class="smcap lowercase">II</span>.</p> -</div></div> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Non istis olim variabant tecta figuris,</i></p> -<p class="i02"> <i>Tum paries nullo crimine pictus erat...</i></p> -<p class="i01"><i>Illa puellarum ingenuos corrupit ocellos,</i></p> -<p class="i02"> <i>Nequitiæque suæ noluit esse rudes etc.</i></p> -<p class="i13"> <span class="smcap">Properzio</span>.</p> -</div></div> - -<p> -<span class="smcap">Svetonio</span>, in <i>Horatio</i>: <i>Ad res venereas intemperantior traditur: -nam speculato cubiculo scorta dicitur habuisse disposita, -ut quocumque respexisset, ibi ei imago coitus referretur etc.</i> -</p> - -<p> -<span class="smcap">Clemente Alessandrino</span>, in <i>Protrep.</i>: Παρ’αὐτὰς επὶ τὰς -περιπλοκὰς ἀφορῶσιν εἰς τὴν Αφροδίτην ἐκείνην, τὴν γυμνὴν, τὴν ἐπὶ -συμπλοκῆ δεδεμένην, καὶ τῇ Λέδᾳ περιπετώμενον τὸν ὄρνιν τὸν ἐρωτικὸν... -Πανίσκοι τινὲς, καὶ γυμναὶ κόραι, καὶ σάτυροι μεθύοντες. -</p> - -<p> -Abbiamo a Napoli un gabinetto puramente di lavori d'arte -osceni, e n'è stampata la descrizione a Parigi, <i>Cabinet secret du -musée royal de Naples</i>, con sessanta tavole a colori che rappresentano -le pitture, i bronzi, le statue erotiche d'esso gabinetto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note387"> -<p><span class="label"><a href="#tag387">387</a>. </span>Nel duomo di Màzzara e in San Francesco di Messina -due col ratto di Proserpina; nella chiesa di Sclafani con Baccanti: -e più bello il fonte battesimale di Girgenti colla storia -di Ippolito.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note388"> -<p><span class="label"><a href="#tag388">388</a>. </span><span class="smcap">Ferrara</span>, <i>Storia di Sicilia</i>, tom. <span class="smcap lowercase">VIII</span>. p. 112.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note389"> -<p><span class="label"><a href="#tag389">389</a>. </span><span class="smcap">Crispi</span>, <i>Opusc. di letteratura e archeologia</i>, 1836.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note390"> -<p><span class="label"><a href="#tag390">390</a>. </span><span class="smcap">Aristotele</span>, <i>Econom</i>., lib. ii. 1. 2. Nel Digesto, lib. <span class="smcap lowercase">LII</span>. -tit. 10, è ordinato: <i>Ne quis nummos stagneos, plumbeos emere, -vendere dolo malo velit</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note391"> -<p><span class="label"><a href="#tag391">391</a>. </span><i>Auctarium Siciliæ numismaticæ</i>. Copenhagen 1816. -</p> - -<p> -Le città o repubbliche sicule, di cui si hanno medaglie, -sono: -</p> - -<p> -<i>Abacænum</i>, presso Tripi; <i>Abolla</i>, presso Avola; <i>Acræ</i>, -presso Palazzolo; <i>Adranum</i>, oggi Adernò; <i>Agrigentum</i>; <i>Agyra</i>; -<i>Alantium</i>, sul monte San Fratello; <i>Amestratum</i>, oggi Mistretta; -<i>Apollonia</i>, oggi Pollina; <i>Assorum</i>, oggi Asaro; <i>Atna</i>, o Inessa -presso Licodia. -</p> - -<p> -<i>Calcata</i>, oggi Caronia; <i>Camarina; Catania; Centuripa,</i> -oggi Centorbi; <i>Cephalædium</i>, oggi Cefalù. -</p> - -<p> -<i>Drepanum</i>, oggi Trapani. -</p> - -<p> -<i>Emporium</i>, oggi Castellamare; <i>Enna</i>, oggi Castrogiovanni; -<i>Entella; Erix</i>, oggi Monte San Giuliano. -</p> - -<p> -<i>Gela</i>? -</p> - -<p> -<i>Iccara</i>, presso Carini. -</p> - -<p> -<i>Leontinum</i>, oggi Lentini; <i>Lilibæum</i>. -</p> - -<p> -<i>Macella</i>, oggi Macellaro; <i>Megara</i>, oggi Augusta; <i>Menæ</i>, -oggi Mineo; <i>Messana</i>, già Zancle, oggi Messina; <i>Morguntium</i>, -nel golfo di Catania; <i>Motya</i>, nell'isola San Pantaleo. -</p> - -<p> -<i>Naxus</i>, al capo Schifò; <i>Neetum</i>, oggi Noto; <i>Nissa</i>, poi -Petilia. -</p> - -<p> -<i>Panormus</i>, oggi Palermo. -</p> - -<p> -<i>Segesta</i> o <i>Egesta</i>, sul monte Barbaro; <i>Selinus</i>, oggi Selinunte; -<i>Siracusæ</i>. -</p> - -<p> -<i>Talaria? Tauromenium</i>, oggi Taormina; <i>Thermæ; Tyndarium; -Thracia</i> o <i>Trinacio</i>, presso Potica. Possono aggiungersi -le vicine isole di <i>Melita</i>, Malta; <i>Gaulus</i>, Gozo; <i>Melingunis</i>, Lipari; -<i>Lopadusa</i>, Lampedusa; <i>Cosyra</i>, Pantellaria. -</p> - -<p> -Non sono però qui tutte le città siciliane; Vincenzo Natale, -ne' <i>Discorsi sulla storia antica della Sicilia</i> (Napoli 1843), ne -dà il catalogo ragionato, distinguendo le certamente sicane da -quelle che il sono probabilmente: le prime sarebbero Camico, -Inico, Onface; Crasto, Iccari, Eucarpia, Macara, Vessa; le altre, -Indara, Ippana, Macella, Schera, Jete, Triocala, Scirtea, Cabala, -Giorgio, Ambiche. Altre quaranta ne adduce, edificate dai Siculi, -e poi divenute greche; e di tutte cerca la geografia, i fondatori, -le vicende. In testa alle <i>Antichità di Sicilia</i> del duca di Serradifalco -sta un <i>Quadro comparativo dei nomi antichi e moderni</i> -delle città siciliane. Alla geografia di questo paese giovano immensamente -le otto carte di Alfonso Airoldi, che la rappresentano -nei tempi favolosi fin alle colonie greche e alla conquista -de' Romani, sotto di questi, sotto gl'imperatori, sotto i Saracini, -sotto i Normanni, sotto gli Aragonesi; e l'ultima le riepiloga -tutte, coi nomi che in ciascun'epoca portarono le città. -</p> - -<p> -Le monete della restante Italia si classificano così: Italia superiore, -Etruria, Umbria, Piceno, Vestini, Lazio, Agro Reatino, -Samnio, Frentani, Campania, Apulia, Calabria, Lucania, -Bruzj.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note392"> -<p><span class="label"><a href="#tag392">392</a>. </span>Delle statue antiche convien ricordarsi che molte sono -restaurate. A dir solo delle più celebri, nel Laocoonte, capolavoro, -che l'espressione esagerata del dolore colloca ai limiti ove -l'arte comincia a decadere, è moderno il braccio destro del -padre, e furono fatti dal Cornacchini l'antibraccio destro del -figlio maggiore e tutto il braccio destro del minore: nel toro -Farnese sono restauro la parte superiore di Dirce, le teste e le -gambe di Zeto e Anfione: Michelangelo rifece le gambe dell'Ercole -Farnese, che poi furono trovate: dell'Apollo di Belvedere -son moderne le mani: alla Tersicore del Vaticano si sovrappose -la testa di un'altra statua. Le statue di Ercolano e Pompej -hanno questo insigne vantaggio, di essere state immuni da -restauri.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note393"> -<p><span class="label"><a href="#tag393">393</a>. </span>Nel 1755, e gli scavi regolari cominciarono nel 1799. -Domenico Fontana, che nel 1592 guidò le acque del Sarno alla -Torre dell'Annunziata, dovette coi cunicoli incontrarsi ne' monumenti -di Pompej che attraversava: or come non nacque curiosità -di esplorarli?</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note394"> -<p><span class="label"><a href="#tag394">394</a>. </span>Forse non era che un simbolo e un motto di buon augurio, -che si ha pure nel musaico di Salisburgo, coll'aggiunta <i>Nihil -intret mali</i>: ma di un postribolo si ha a Pompej un'iscrizione, -ch'è bello tacere.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note395"> -<p><span class="label"><a href="#tag395">395</a>. </span>Le scarpe de' Romani somigliavano agli odierni coturni, -giungendo fin al polpaccio, sparati davanti, e chiusi da coreggie -o lacciuoli. Era vanto l'averli ben serrati; ma dallo sparo, -nelle persone eleganti, lasciavasi trasparire la calza, per lo -più bianca o rossa, e sostenuta da un legaccio. La suola talvolta -era rialzata da severo, che anche oggi trovasi opportuno a -tenere asciutto il piede. La moda variò la forma e il colore -del tomajo; le suole furono sin d'oro, ovvero ornate di gemme. -Aureliano riservò alle donne le scarpe rosse, che del resto erano -un distintivo degli imperatori.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note396"> -<p><span class="label"><a href="#tag396">396</a>. </span>È singolare un musaico, ultimamente scoperto in un -triclinio presso la porta Stabiana, di finitezza stupenda. Ha -nel mezzo un teschio, e attorno simboli delle vicende della -vita; un archipenzolo, un bastone, un'asta rovesciata da cui -pendono cenci, una farfalla con ali rosse screziate d'azzurro, -librata s'una ruota a sei raggi. Come vedemmo nel convito di -Trimalcione, rammentavasi la fugacità della vita, per eccitare -a goderne.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note397"> -<p><span class="label"><a href="#tag397">397</a>. </span>Ultimamente si scopersero tombe sannitiche, fra le -romane; anche con vasi e monete che attestano una civiltà -sviluppata prima del contatto coi Greci.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note398"> -<p><span class="label"><a href="#tag398">398</a>. </span>Delle tante opere relative agli scavi di Pompej il frutto -venne raccolto in quella di Fausto e Felice Niccolini: <i>Le case -e i monumenti di Pompej disegnati e descritti</i>. Ora il Fiorelli -ha dato maggior regola alle scoperte e più scienza all'interpretazione. -</p> - -<p> -Una particolarità bizzarrissima di Pompej sono le iscrizioni, -che graffivano sul muro ragazzi e soldati petulanti, o amanti, -o sollecitatori di voti. Un giovinetto scrisse: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Candida me docuit nigras odisse puellas;</i></p> -</div></div> - -<p> -e una donna, o fingendosi donna, vi soggiunse: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Oderis, et iteras non invitus;</i></p> -<p class="i01"><i>Scripsit Venus Fysica Pompejana.</i></p> -</div></div> - -<p> -Un amante posposto scriveva: <i>Alter amat, alter amatur, ego -fastidio</i>; e un arguto vi soggiungeva: <i>Qui fastidit, amat</i>. -</p> - -<p> -E molte ricorreano dichiarazioni amorose; per es.: <i>Auge -amat Arabienum; Methe Cominiæs atellana</i> (commediante) <i>amat -Chrestum corde. Sit utreisque Venus Pompejana propitia et -semper concordes vivant</i>. -</p> - -<p> -Spesso sono scherzi, come questa lettera: <i>Pyrrus c. Hejo -conlegæ sal. Moleste fero quod audivi te mortuum: itaque vale</i>. -Sul palazzo di giustizia uno scriveva: <i>Quot pretium legi?</i> -«Quanto si vende la giustizia?» -</p> - -<p> -Talune sono manifesti di spettacolo: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Hic venatio pugnabit</i></p> -<p class="i01"><span class="smcap lowercase">V</span> <i>kalandas septembris</i></p> -<p class="i01"><i>Et Felix ad ursos pugnabit.</i></p> -</div></div> - -<p> -Un venditore di zampetti assicura che, serviti che siano, i -convitati leccano la pentola ove furon cotti: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Ubi perna cocta est si convivæ apponitur</i></p> -<p class="i01"><i>Non gustat pernam, lingit ollam aut cacabum.</i></p> -</div></div> - -<p> -Ci sono affissi per trovare robe perdute, come questa: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Urna vinicia periit de taberna</i></p> -<p class="i01"><i>Si eam quis retulerit</i></p> -<p class="i01"><i>Dabuntur</i></p> -<p class="i01"><i>HS lxv: sei furem</i></p> -<p class="i01"><i>Quis abduxerit</i></p> -<p class="i01"><i>Dabit decumu</i>m (il doppio)</p> -<p class="i01"><i>Januarius</i></p> -<p class="i01"><i>Qui hic habitat.</i></p> -</div></div> - -<p> -Ci sono annunzj d'affitti o di vendite: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>In prædiis juliæ sp. felicis</i></p> -<p class="i01"><i>Locantur</i></p> -<p class="i01"><i>Balneum venerium et nongentum tabernæ</i></p> -<p class="i01"><i>Pergulæ</i></p> -<p class="i01"><i>Cænacula ex idibus aug. primis in idus</i></p> -<p class="i01"><i>Aug. sextas</i></p> -<p class="i01"><i>Annos continuos quinque</i></p> -<p class="i01"><i>s q d l e n c a</i></p> -<p class="i01"><i>Smettium verum ade.</i></p> -</div></div> - -<p> -Le quali ultime sigle devono forse leggersi: <i>Si quis dominun -loci ejus non cognoverit, ad...</i> Ma sono strane quelle novecento -botteghe in una sola città. Pergole chiamavansi i -terrazzi dove i venditori esponeano le loro merci: i cenacoli -equivalgono alle trattorie. -</p> - -<p> -Un ghiotto esclama: <i>Quæ gula quæcumque in vino nascitur;</i> -un altro: <i>Ad quem non cœno, barbarus ille mihi est.</i> Uno schiavo -liberato: <i>Labora, Aselle, quomodo ego laboravi, et proderit tibi;</i> -uno impreca: <i>Asellia tabescas;</i> un altro taccia di ladro: <i>Oppi -embolari</i> (facchino) <i>fur furuncule;</i> e con espressione più mercatina: -<i>Miccio cocio tu tuo patri cacanti confregisti peram.</i> -</p> - -<p> -Anche Cicerone (in <i>Verrem</i>, <span class="smcap lowercase">III</span>. 33) ci fa sapere che contro -l'amasia di Verre i Siciliani scriveano satire fin sopra le pareti -del tribunale e la testa del pretore: <i>De qua muliere versus plurimi -supra tribunal et supra prætoris caput scribebantur.</i> -</p> - -<p> -Quelle iscrizioni diedero modo di capirne altre, che prima non -intendevasi alludessero all'abitudine di graffire sui muri con un -aguto o con carbone o minio. Così a Forlimpopoli leggeasi: <span class="smcap lowercase">ITA -CANDIDATVS FIAT HONORATVS TVVS ET ITA GRATVM EDAT MVNVS -TVVS MVNERARIVS ET TV FELIX SCRIPTOR SI HOC NON SCRIPSERIS.</span> -<i>Il tuo candidato giunga agli onori, e ti dia in compenso un -combattimento, purchè tu non lo scriva qui;</i> cioè desiderava non -scrivesse su quella fabbrica il suo voto. E principalmente faceasi -tal preghiera sui sepolcri che, come esposti lungo la via, -erano prescelti per porvi le iscrizioni. -</p> - -<p class="center"> -<span class="smcap lowercase">PARCE OPVS HOC SCRIPTOR TITVLI QUOD LVCTIBVS VRGENT<br /> -SIC TVA PRÆTORES SEPE MANVS REFERAT</span> -</p> - -<p> -è la fine d'un epitafio di Mola di Gaeta, riferito da Mommsen -(<i>Inscriptiones regni neapoletani</i>): come quest'altra: <span class="smcap lowercase">INSCRIPTOR -ROGO TE VT TRANSEAS HOC MONVMENTVM AST... AN QVOIVS CANDIDATI -NOMEN IN HOC MONVMENTO INSCRIPTVM FVERIT REPVLSAM -FERAT NEQVE HONOREM VLLVM GERAT</span>. <i>Prego lo scribacchiante a -lasciar intatto questo monumento: il candidato, il cui nome vi -sarà scritto, possa esser rejetto nelle elezioni, e non giunga ad -onore alcuno.</i> -</p> - -<p> -Alle volte l'iscrizione è tale, che chi la legge imprechi a se stesso; -come la 1810 dell'Orelli: <span class="smcap lowercase">M. CAMVRIVS HORANVS H. M. H. N. S. SED -SI HOC MONVMENTO VLLIVS CANDIDATI NOMEN INSCRIPSERO NE VALEAM</span>. -<i>Mal mi capiti se a questo monumento iscriverò il nome di -qualche candidato;</i> mentre la 4751 dello stesso dice: <span class="smcap lowercase">ITA VALEAS -SCRIPTOR HOC MONVMENTVM PRÆTERI</span>. <i>Ben t'avvenga se non scarabocchi -questo monumento.</i> E dianzi presso Narni fu trovata questa: -<span class="smcap lowercase">ITA CANDIDATVS QVOD PETIT FIAT TVVS ET ITA PERENNES SCRIPTOR -OPVS HOC PRÆTERI HOC SI IMPETRO AT FELIX VIVAS BENE VALE</span>. -<i>Il tuo candidato divenga ciò che desidera, e tu abbi lunga -vita; ma non scrivere su questo monumento. Se mel concedi, -t'auguro salute e bene.</i> Vedi <i>Athenæum français</i>, agosto 1855. -</p> - -<p> -Pompej era città osca, e però gli annunzj e le indicazioni faceansi -spesso in quella lingua. Ciò ch'è più notevole, essendo -graffite le epigrafi da persone incolte, vi abbondano scorrezioni: -così nel programma di un grammatico, <i>Saturninus cum discentes -rogat;</i> versi di Virgilio, di Properzio, d'Ovidio (nessuno d'Orazio) -son riferiti con errori e varianti. E quegli sbagli molte volte -servono di riprova a quanto altrove assumemmo, cioè alla coesistenza -d'un parlar vulgare, e alla sua somiglianza col moderno -italiano. <i>Cosmus nequitiæ est magnissimæ</i>, esclama uno; un -altro: <i>O felice me;</i> un terzo: <i>Itidem quod tu factitas cotidie...</i> -</p> - -<p> -Dopo altri, più compiutamente ne trattarono <span class="smcap">Garrucci</span>, <i>Inscriptions -gravées au trait sur les murs de Pompej</i>; <span class="smcap">Fiorelli</span>, -<i>Monumenta epigraphica pompejana ad fidem archetyporum -expressa</i>. Napoli 1854, edizione di soli cento esemplari a spese -di Alberto Detken. E meglio <i>Inscriptiones parietariæ pompejanæ, -herculanenses, stabianæ etc. edidit</i> <span class="smcap">C. Zangemeister</span>, -Berlino 1871, nel <i>Corpus inscriptionum latinarum</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note399"> -<p><span class="label"><a href="#tag399">399</a>. </span><i>Roma in montibus posita et convallibus, cœnaculis sublata -et suspensa, non optimis viis, angustissimis semitis.</i> <span class="smcap">Cicerone</span>, -<i>in Rullum</i>, 33.</p> -</div> -</div> - -<div class="tnote"> -<p class="tntitle"> -Nota del Trascrittore -</p> - -<p> -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici. Il testo greco è stato trascritto tal quale, -senza alcuna correzione. -</p> - -<p class="covernote"> -Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. -</p> -</div> - - - - - - - - -<pre> - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of Storia degli Italiani, vol. 3 (di 15), by -Cesare Cantù - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DEGLI ITALIANI, VOL 3 *** - -***** This file should be named 63560-h.htm or 63560-h.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/3/5/6/63560/ - -Produced by Giovanni Fini, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part -of this license, apply to copying and distributing Project -Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm -concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark, -and may not be used if you charge for the eBooks, unless you receive -specific permission. If you do not charge anything for copies of this -eBook, complying with the rules is very easy. You may use this eBook -for nearly any purpose such as creation of derivative works, reports, -performances and research. They may be modified and printed and given -away--you may do practically ANYTHING in the United States with eBooks -not protected by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the -trademark license, especially commercial redistribution. - -START: FULL LICENSE - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full -Project Gutenberg-tm License available with this file or online at -www.gutenberg.org/license. - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project -Gutenberg-tm electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all -the terms of this agreement, you must cease using and return or -destroy all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your -possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a -Project Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound -by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the -person or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph -1.E.8. - -1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be -used on or associated in any way with an electronic work by people who -agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few -things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works -even without complying with the full terms of this agreement. See -paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project -Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this -agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm -electronic works. See paragraph 1.E below. - -1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the -Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection -of Project Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual -works in the collection are in the public domain in the United -States. If an individual work is unprotected by copyright law in the -United States and you are located in the United States, we do not -claim a right to prevent you from copying, distributing, performing, -displaying or creating derivative works based on the work as long as -all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope -that you will support the Project Gutenberg-tm mission of promoting -free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg-tm -works in compliance with the terms of this agreement for keeping the -Project Gutenberg-tm name associated with the work. You can easily -comply with the terms of this agreement by keeping this work in the -same format with its attached full Project Gutenberg-tm License when -you share it without charge with others. - -1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern -what you can do with this work. Copyright laws in most countries are -in a constant state of change. If you are outside the United States, -check the laws of your country in addition to the terms of this -agreement before downloading, copying, displaying, performing, -distributing or creating derivative works based on this work or any -other Project Gutenberg-tm work. The Foundation makes no -representations concerning the copyright status of any work in any -country outside the United States. - -1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg: - -1.E.1. The following sentence, with active links to, or other -immediate access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear -prominently whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work -on which the phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the -phrase "Project Gutenberg" is associated) is accessed, displayed, -performed, viewed, copied or distributed: - - This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and - most other parts of the world at no cost and with almost no - restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it - under the terms of the Project Gutenberg License included with this - eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the - United States, you'll have to check the laws of the country where you - are located before using this ebook. - -1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is -derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not -contain a notice indicating that it is posted with permission of the -copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in -the United States without paying any fees or charges. If you are -redistributing or providing access to a work with the phrase "Project -Gutenberg" associated with or appearing on the work, you must comply -either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or -obtain permission for the use of the work and the Project Gutenberg-tm -trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9. - -1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted -with the permission of the copyright holder, your use and distribution -must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any -additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms -will be linked to the Project Gutenberg-tm License for all works -posted with the permission of the copyright holder found at the -beginning of this work. - -1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm -License terms from this work, or any files containing a part of this -work or any other work associated with Project Gutenberg-tm. - -1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this -electronic work, or any part of this electronic work, without -prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with -active links or immediate access to the full terms of the Project -Gutenberg-tm License. - -1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary, -compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including -any word processing or hypertext form. However, if you provide access -to or distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format -other than "Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official -version posted on the official Project Gutenberg-tm web site -(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense -to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means -of obtaining a copy upon request, of the work in its original "Plain -Vanilla ASCII" or other form. Any alternate format must include the -full Project Gutenberg-tm License as specified in paragraph 1.E.1. - -1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying, -performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works -unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9. - -1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing -access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works -provided that - -* You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from - the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method - you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed - to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he has - agreed to donate royalties under this paragraph to the Project - Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid - within 60 days following each date on which you prepare (or are - legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty - payments should be clearly marked as such and sent to the Project - Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in - Section 4, "Information about donations to the Project Gutenberg - Literary Archive Foundation." - -* You provide a full refund of any money paid by a user who notifies - you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he - does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm - License. You must require such a user to return or destroy all - copies of the works possessed in a physical medium and discontinue - all use of and all access to other copies of Project Gutenberg-tm - works. - -* You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of - any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the - electronic work is discovered and reported to you within 90 days of - receipt of the work. - -* You comply with all other terms of this agreement for free - distribution of Project Gutenberg-tm works. - -1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project -Gutenberg-tm electronic work or group of works on different terms than -are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing -from both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and The -Project Gutenberg Trademark LLC, the owner of the Project Gutenberg-tm -trademark. Contact the Foundation as set forth in Section 3 below. - -1.F. - -1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable -effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread -works not protected by U.S. copyright law in creating the Project -Gutenberg-tm collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm -electronic works, and the medium on which they may be stored, may -contain "Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate -or corrupt data, transcription errors, a copyright or other -intellectual property infringement, a defective or damaged disk or -other medium, a computer virus, or computer codes that damage or -cannot be read by your equipment. - -1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right -of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project -Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project -Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all -liability to you for damages, costs and expenses, including legal -fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT -LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE -PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE -TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE -LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR -INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH -DAMAGE. - -1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a -defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can -receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a -written explanation to the person you received the work from. If you -received the work on a physical medium, you must return the medium -with your written explanation. The person or entity that provided you -with the defective work may elect to provide a replacement copy in -lieu of a refund. If you received the work electronically, the person -or entity providing it to you may choose to give you a second -opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If -the second copy is also defective, you may demand a refund in writing -without further opportunities to fix the problem. - -1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth -in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO -OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT -LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE. - -1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied -warranties or the exclusion or limitation of certain types of -damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement -violates the law of the state applicable to this agreement, the -agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or -limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or -unenforceability of any provision of this agreement shall not void the -remaining provisions. - -1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the -trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone -providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in -accordance with this agreement, and any volunteers associated with the -production, promotion and distribution of Project Gutenberg-tm -electronic works, harmless from all liability, costs and expenses, -including legal fees, that arise directly or indirectly from any of -the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this -or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or -additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any -Defect you cause. - -Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm - -Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of -electronic works in formats readable by the widest variety of -computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It -exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations -from people in all walks of life. - -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's -goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will -remain freely available for generations to come. In 2001, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure -and permanent future for Project Gutenberg-tm and future -generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see -Sections 3 and 4 and the Foundation information page at -www.gutenberg.org - - - -Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation - -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by -U.S. federal laws and your state's laws. - -The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the -mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its -volunteers and employees are scattered throughout numerous -locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt -Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to -date contact information can be found at the Foundation's web site and -official page at www.gutenberg.org/contact - -For additional contact information: - - Dr. Gregory B. Newby - Chief Executive and Director - gbnewby@pglaf.org - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide -spread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. Compliance requirements are not uniform and it takes a -considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up -with these requirements. We do not solicit donations in locations -where we have not received written confirmation of compliance. To SEND -DONATIONS or determine the status of compliance for any particular -state visit www.gutenberg.org/donate - -While we cannot and do not solicit contributions from states where we -have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition -against accepting unsolicited donations from donors in such states who -approach us with offers to donate. - -International donations are gratefully accepted, but we cannot make -any statements concerning tax treatment of donations received from -outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. - -Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation -methods and addresses. Donations are accepted in a number of other -ways including checks, online payments and credit card donations. To -donate, please visit: www.gutenberg.org/donate - -Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works. - -Professor Michael S. Hart was the originator of the Project -Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be -freely shared with anyone. For forty years, he produced and -distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of -volunteer support. - -Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed -editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in -the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not -necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper -edition. - -Most people start at our Web site which has the main PG search -facility: www.gutenberg.org - -This Web site includes information about Project Gutenberg-tm, -including how to make donations to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to -subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. - - - -</pre> - -</body> -</html> diff --git a/old/63560-h/images/cover.jpg b/old/63560-h/images/cover.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 83596c7..0000000 --- a/old/63560-h/images/cover.jpg +++ /dev/null |
