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-Project Gutenberg's Contemplazione della morte, by Gabriele D'Annunzio
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
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-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
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-
-Title: Contemplazione della morte
-
-Author: Gabriele D'Annunzio
-
-Release Date: June 17, 2020 [EBook #62417]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK CONTEMPLAZIONE DELLA MORTE ***
-
-
-
-
-Produced by Barbara Magni, elisa and the Distributed
-Proofreading team at DP-test Italia,
-http://dp-test.dm.unipi.it (This file was produced from
-images generously made available by The Internet Archive)
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- GABRIELE D'ANNUNZIO
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-
- CONTEMPLAZIONE
- DELLA MORTE
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- FRATELLI TREVES EDITORI
- MILANO • MCMXII
-
- _Seconda Edizione_ (4.º a 7.º migliaio).
-
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- _Proprietà letteraria.
- Riservati tutti i diritti._
-
- Copyright by Fratelli Treves, 1912.
-
- Tip. Treves.
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-MESSAGGIO.
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-_A MARIO PELOSINI DI PISA._
-
-_Mio giovine amico, per quella foglia di lauro che mi coglieste su
-la fresca tomba di Barga pensando al mio lontano dolore, io vi mando
-questo libello dalla Landa oceanica dove tante volte a sera il mio
-ricordo e il mio desiderio cercarono una simiglianza del paese di
-sabbia e di ragia disteso lungo il mar pisano._
-
-_Ben so come profondamente nel vostro petto fedele voi custodiate la
-luce dell'ora in cui per la prima volta, sconosciuto e atteso, varcaste
-la soglia della casa ch'io m'ebbi un tempo alla foce dell'Arno tra i
-ginepri arsicci e le baglie marine. Eravate quasi fanciullo, _generosus
-puer_, ebro di poesia, tremante di riconoscenza e d'amore; e la divina
-virtù dell'entusiasmo ardeva in voi così candidamente ch'io mi credetti
-riveder me stesso giovinetto nell'atto di accostarmi a un puro spirito,
-ora esulato dalla terra, che molto amai e molto ascoltai. La casa era
-tanto prossima al frangente che dalla finestra non si vedeva se non il
-flutto, come da un'alta prora. E mi piacque che intorno a quel nostro
-primo dialogo non paresse stagnare la quiete domestica ma spirare quasi
-la libertà d'una navigazione avventurosa. _Anchoras praecide_. Credo
-che tal fosse il mio primo insegnamento. E ci accomiatammo, secondo il
-costume di coloro che non si riposano su alcuna certezza o promessa,
-come se non dovessimo rivederci più mai._
-
-_Di lontano, non ebbi da voi se non sobrie testimonianze d'un amore
-sempre più forte e d'una fede sempre più tenace. Cosicché, pensando al
-prato sublime che sta tra il Camposanto e il Battistero o alla funebre
-spiaggia tra il Serchio e l'Arno, posso senza discordanza pensare a voi
-prediletto tra i pochissimi che sanno amarmi come solo voglio essere
-amato._
-
-_Ecco che riprendo in queste pagine una contemplazione già iniziata
-nella solitudine di quel Gombo ove vidi in una sera di luglio approdare
-il corpo naufrago del Poeta che s'elesse Antigone e vegliai la salma
-colcata a fianco della vergine regia, tra l'uno e l'altra sorgendo il
-fiore «inespugnabile» nomato pancrazio._
-
- _Poi che non val la possa_
- _della Vita a comprendere tanta_
- _bellezza, ecco la Morte_
- _che braccia più vaste possiede_
- _e silenzii più intenti_
- _e rapidità più sicura;_
- _ecco la Morte, e l'Arte_
- _che è la sua sorella eternale..._
-
-_Ma, di qua d'Arno, nella selva spessa che va sino al Calambrone, in
-un meriggio dello stesso luglio, portai il pensiero della fine su i
-miei piedi nudi come una fiera porta la sua fame o la sua vigilanza.
-Il demone del rischio mi aveva detto: «Va e gioisci. Beviti le musiche
-degli uccelli e dei vènti, abbàgliati delle luci, inèbriati degli
-odori. Una vipera ti ucciderà». Andai, e cercai la mia vipera. Portavo
-leggeri sandali di sparto legati ai malleoli con corregge sottili.
-Tanto era l'attesa che, quando mi sentii mordere la prima volta, non
-potei trattenere il grido. E farmi pallido in quell'aria affocata mi
-pareva una sorta di voluttà eroica. Guardai. Non era se non la puntura
-d'una spina: il sangue gocciolava, e tutte le vene del piede erano
-gonfie per lo sforzo del camminare nella sabbia ardente come la brace
-o su gli aghi arroventati come gli schisti del Deserto. «Non ancóra,»
-E seguitai, senza guardare a terra, entrando sempre nel più folto. E
-a ogni puntura dicevo: «Ecco». E non era se non un aculeo più acerbo.
-E ogni goccia di sangue mi pareva più preziosa. E tutti i miei sensi
-divenivano soprannaturali, perché creavano una natura più potente e più
-bella. Vedevo fumare dai cespugli l'aroma, la vita del pino brillare di
-sotto la scaglia come la porpora nel murice, l'esiguo triangolo chiaro
-nella coccola del ginepro significare il mistero d'un dio verde il cui
-baleno era la lucertola guizzante. E seguitai, seguitai, sanguinando,
-ma senza trovare la mia vipera. Se i miei piedi erano gonfii e dolenti,
-il mio capo era perspicuo e lieve come nel santo digiuno._
-
-_Un'allegoria è nascosta in ogni figura del mondo; e giova, secondo
-la sentenza di san Gregorio, «lo intendimento delle allegorie ridurre
-ad esercizio di moralitade». Sotto il più alto fervore, sotto la più
-profonda conturbazione del mio spirito la mia ferinità persiste,
-o giovine amico. E voi comprenderete perché, tornando dall'aver
-contemplato in ginocchio la beatitudine del Cristiano sul letto
-candido, io abbia palpato in ginocchio le mammelle numerose della Diana
-Efesia sotto la specie brutale._
-
-_Or qual bellezza doveva essere in quel Santo, se pareva che la morte
-le convenisse!_
-
-_Bisogna credere che sempre e in ogni luogo lo spirito dell'uomo
-sia l'iddio verace dell'uomo e che le imagini mitiche o incarnate
-della divinità non sieno se non i modi che conducono a riconoscere
-sol quello: sol quello _che non si può nominare e a cui non si può
-disobbedire_. Gran tempo io diffidai del Galileo come d'un nemico,
-per una provvidenza che nel nemico pone la salute del forte. Pur non
-temendo il «dio senza muscoli», non m'avvenne di guardarlo negli occhi.
-Nella prima giornata di questo Quatriduo si narra come il sùbito pianto
-del vecchio me lo facesse presente. Ora a volte Egli se ne va davanti
-me, cammina sopra queste acque come sopra il mar di Tiberiade. Ieri si
-presentò su la riva e mi disse: «Getta la rete». E quel giovine dalla
-sindone che ora è il mio compagno, del quale si parla nella terza
-giornata di questo Quatriduo, si precipitò nel mare «perciocché egli
-era nudo, _erat enim nudus_». Questi sarà il mio mediatore affinché il
-Figlio dell'Uomo mi conduca a riconoscere compiutamente il mio intimo
-Signore. Così, dopo aver cantato tutti gli iddii, canterò il mio dio
-verace. E vi manderò il libro di Taigete come lo spirital fratello del
-libro di Alcione composto là dove non era altra croce se non quella
-degli staggi sospesa su la fiumana in un miracol d'oro. Ed è grazia
-della sorte che questo novo canto s'alzi dall'estremo Occidente ove
-«per cento milia perigli» era giunto l'ardore dell'Ulisse dantesco.
-E il dio voglia che, di continuo tendendo l'orecchio, riesca io a
-cogliere il ritmo della grande onda occidentale per mescolare con esso
-la mia anima italica._
-
-_Ma qual è il Redentore che voi aspettate, che aspettano i vostri
-eguali? Forse un nuovo sentimento sacro riempie freschi occhi che
-non conosco, che non vedrò mai. Talvolta, se ascolto, mi par d'udire
-pensieri ascendere come l'argento e il cristallo di quel vasto coro
-infantile che saliva dallo Stadio nella Città subalpina. Qualcuno
-scrolla e sfonda porte lontane; e par mi giunga lo strepito indistinto.
-Qualcuno reca in sé tutta una stirpe occulta e bramosa, che chiede di
-nascere. E chi sale contro a me, dall'altro declivio del secolo, in
-silenzio? Colui che io ho annunziato?_
-
-_Ieri, su l'Atlantico, una imaginazione mi venne dal ripensare che in
-Tespia il simulacro di Amore era un sasso greggio. Anche ripensavo a
-quegli zòani primitivi che aveano le gambe congiunte l'una all'altra
-e congiunte le braccia lungo i fianchi sino alle cosce. E consideravo
-la potenza commossa dell'artefice che primo disgiunse le gambe del dio
-rude e primo atteggiò al gesto le braccia. Per ciò guardo e interrogo
-le mani dei giovani pensosi, se sien capaci di tagliare il sasso
-greggio di Tespia. Taluno ha l'aria di aver dormito in un tempio e di
-non voler parlare. E la sua faccia par piena di segni e di segreti come
-la palma della mano._
-
-_Ma non sempre indarno io ho masticata la foglia del lauro, come gli
-indovini, pur temendo gli indovinamenti del mio cuore._
-
-_E vengono verso me fantasmi che non si generano dai miei sogni._
-
-E che può mai essere per me il rinascere, se «io nacqui ogni mattina»?
-Ora la cosa non è più tra me e l'alba._
-
-_E ora so che il dio verace è quello a cui non si può disobbedire,
-quello contro cui non si può commettere peccato. E quello io debbo
-trovare e conoscere._
-
-_E la qualità della mia fede è tale che, quando apro il volume della
-Comedia, io credo aver Dante visitato in carne e in ispirito i tre
-regni._
-
-_E io, il quale volli un tempo essere un Maestro, ora so come nulla di
-ciò che è veramente vivo e divino possa essere insegnato._
-
-_E io, che più d'una volta respinsi l'ingiuria, ora comprendo la
-parola del Crisostomo: «che niuno non può essere offeso, se non da sé
-medesimo»._
-
-_E io ricevo ora la forza di tutti i miei errori vinti e di tutti i
-miei mali superati, come quel cavaliere del romanzo carolingio, il
-quale ereditava il potere di quanti uomini e mostri abbattesse la sua
-lancia._
-
-_E so che gli occhi lontani di quelli che piansero e piangono su i miei
-errori e su i miei mali non possono essere né puri né profondi._
-
-_E chi prende e soppesa taluna delle mie opere, consideri una delle
-tante mie parole che il tumulto impedì d'intendere: «I figli miei
-concetti nell'ebrezza — _come delitti sacri alla dimane_....»_
-
-_E chi mi ama sappia che di ogni mia dimora distrutta io ho sempre
-potuto serbare la pietra che porta inciso l'enigma della mia libertà:
-«_Chi 'l tenerà legato?_»_
-
-_E chi mi segue sappia che perfino nella mia nave piena di sozii
-l'istinto implacabile della liberazione mi spinse più d'una volta a
-gittarmi solo in mare come il poeta di Metimna ma senza ricorrere al
-delfino salvatore._
-
-_E non vorrò mai esser prigioniero, neppure della gloria._
-
-_E non vorrò mai riconoscere i miei limiti._
-
-_E non vacillerò mai dinanzi alla necessità del mio spirito e alla
-cicuta._
-
-_E non farò mai sosta alle incrociate delle mie vie._
-
-_E serberò fresca la vena inestinguibile del mio riso pur nella
-peggiore tristezza._
-
-_E dico che l'elemento del mio dio è il futuro._
-
-_E dico che ciò ch'io non sono, domani altri sarà per mia virtù._
-
-_O giovine amico, ciascuno di questi pensieri non è se non il tema d'un
-inno e non può esser condotto a compimento se non dal ritmo eroico. E
-credo avere accresciuto il numero delle mie corde dopo questi funerali,
-come il costruttore di città, avendo imparato la melodia dei Lidii
-nelle esequie fatte a Tantalo da essi Lidii, aggiunse tre corde alle
-quattro della lira._
-
-_Ma pur saprei soffiare su ciascuno come il fanciullo su la lanugine
-del cardo argentino, per astringermi di considerare nella mia memoria
-quel poco di sole che impallidiva su quel poco di paglia davanti alla
-porta del mio malato e quel poco di vetro rotto che vi luceva come
-lacrime o rugiada._
-
- _Il silenzio era un inno senza voce._
-
-_Tale potrebbe essere allora il mio silenzio. Ma quegli che sale contro
-a me, dall'altro declivio, quando m'incontrerà e gitterà il suo grido?_
-
-_O mio giovine amico, talvolta la giovinezza mi chiama dalle viscere
-della Città come la sirena dall'abisso; e accorro, ansioso, alla
-mia maraviglia e alla mia perdizione. Amo cercare nel traffico e
-nell'ignominia della via gli occhi dell'Ignoto, gli occhi fissi che
-mi sfidano, gli occhi obliqui che mi sfuggono, sotto il rombo senza
-pensiero. Ho su la lingua la cenere dei miei sogni, e la mastico per
-non esserne strozzato._
-
-_La penultima sera d'aprile ebbi nella via un compagno ventenne: un
-volto imberbe modellato dal pollice ferreo del Destino come quello
-del Beethoven; un cuore chiuso in cui forse sonavano le quattro note
-spaventose della Sinfonia Quinta. Andavamo a paro, oppressi da uno di
-quei cieli d'uragano bassi e rossastri, sotto i quali Parigi sembra
-schiumare e fumigare come un bulicame enorme. La carta dei giornali,
-ond'era invasa tutta la città, pareva elettrica come quando esce
-tesa dai cilindri della cartiera nei giorni secchi scoppiettando di
-scintille. Il bandito famoso era morto laggiù, nella casa diroccata e
-arsa, dopo l'assedio feroce e ridevole, gittando l'ingiuria suprema
-fuor del suo capo forato da dodici palle. E, mentre era celebrato
-nei fogli l'eroismo degli assediatori coperto di materassi, l'atroce
-parola plebea pareva fosse per rimaner sospesa su l'immensa adunazione
-dei tetti sicuri, fino al crollo totale. Tutto lo spazio era pieno di
-violenta morte, di bellezza torbida, e di non so che travagli, e di non
-so che presagi, come se il Futuro si chinasse dalla nuvola ferrugigna
-a soffiarci sul viso il suo polline ben più potente che il vivo solfo
-della Landa pinosa. E ci pareva d'entrare in ogni via come il soldato
-entra nella trincea, ed ogni via ci pareva chiusa come i vicoli ciechi,
-e ci pareva di sfondarla con la volontà senza gesto. E un branco di
-bagasce, contro un muro infetto dalla lebbrosìa degli affissi, ci
-guatò di sotto ai grandi cappelli piumati, con qualcosa di selvaggio
-negli occhi pesti e nelle labbra dipinte, simili a menadi sfatte di un
-Dioniso tavernaio. E più in là, dietro una vetrina piena di dolciumi
-stantii e di sciroppi inaciditi, scorgemmo la Parca Atropo. E più in
-là, dentro una meschina bottega d'oriolaio, intravedemmo un Saturno
-barbato e scerpellato che mangiava un lungo rocchio di salsiccia
-figliale, tra orologi morti e decomposti._
-
-_Come il mio compagno povero abitava nel sobborgo, per aspettare l'ora
-del treno entrammo in un piccolo Caffè; e ci sedemmo l'uno accanto
-all'altro davanti a una lastra di marmo su cui la traccia lasciata da
-una sottocoppa sporca disegnava il circolo dell'eternità. E il luogo
-ignobile s'empì del nostro tumulto inespresso, come una conca è piena
-di rombo oceanico che solo un orecchio aderente ode. E, quando il
-tavoleggiante accese sul nostro capo il becco del gas, vidi la bocca
-del mio compagno simile alla bocca dei mutoli che vogliono parlare;
-e forse era piena della parola nuova, o forse soltanto di saliva
-angosciosa. E guardai anche quel chiarore su le sue mani pallide,
-pensando al sasso di Tespia. E non mai ebbi così grande il sentimento
-d'un dio ignoto che divorasse un'anima gonfia._
-
-_«Bisogna che ci separiamo e che poi ci ritroviamo». Tornai indietro
-solo, verso la febbre notturna; e alzavo di tratto in tratto gli occhi
-al volto indistinto che dalla nuvola si chinava verso me come quelle
-strigi gotiche dalle gronde delle cattedrali. E, passando per una via
-angusta, di colpo la bertuccia d'un merciaiuolo ambulante mi saltò
-su le spalle. E tutto il lastrico sonò di risa e di motti plebei. E
-l'ingiuria lugubre dell'uomo dal capo forato era sospesa nel crepuscolo
-pregno d'una forza senza nome. Ma il mio compagno ventenne, traballando
-laggiù nel treno tardo, udiva forse Amfione preludiare sopra un mucchio
-di calcinacci._
-
-_Ora bisogna che anche noi ci separiamo e poi ci ritroviamo, mio
-giovine amico._
-
-_Addio._
-
- Dalle Lande, maggio 1912.
-
- _G. d'A._
-
-
-
-
- ALLA MEMORIA
-
- DI
-
- GIOVANNI PASCOLI
-
- E DI
-
- ADOLPHE BERMOND.
-
-
-
-
-VII APRILE MCMXII
-
-
-Anche una volta il mondo par diminuito di valore. Quando un grande
-poeta volge la fronte verso l'Eternità, la mano pia che gli chiude gli
-occhi sembra suggellare sotto le esangui palpebre la più luminosa parte
-della bellezza terrena. Penso che Maria dolce sorella, la tessitrice
-dalle mani d'oro, a cui Giovanni chiamato dai suoi morti chiedeva un
-giorno in una tenue ode divina il «funebre panno», abbia compiuto pur
-quell'officio, ella che è virile in pietà come Caterina da Siena. E chi
-allora fu di lei più certo che nel cari occhi abbuiati dalla pressura
-scompariva anche l'allegrezza dell'aprile presente?
-
- Fantasma tu giungi,
- tu parti mistero.
- Venisti, o di lungi?
- ché lega già il pero,
- fiorisce il cotogno
- là giù.
-
-Se imagino i suoi occhi nell'ultima ora e se imagino le rondini
-all'Osservanza «quelle dal petto rosso e quelle dal petto bianco»
-traversanti pel vano della finestra nel cielo di Pasqua, mi torna alla
-memoria una sua parola d'or quindici anni, in cui — non so perché —
-parvemi veder riflesso il baleno del balestruccio come in un marmo
-nero levigato. Parlava egli alle volatrici nella favella francescana,
-e diceva: «Vorrei avere tutto il dì, mentre sto curvo sui libri, negli
-occhi intenti ad altro, la vertigine d'ombra del vostro volo!» Oggi
-riodo gli stridi delle sue compagne sotto le grondaie lontane, e vedo
-in que' suoi occhi _intenti ad altro_ la vertigine d'ombra. Quella
-parola ch'egli credeva dire per la sua vita, egli la diceva per la
-sua morte; e io non sapevo che, fra tante di cui sono immemore, mi
-fosse penetrata così a dentro e si fosse accresciuta di questa funebre
-bellezza.
-
-Ieri un caso volgare e ammirabile mi diede il modo di assistere
-continuamente col pensiero il mio amico nella sua agonia. E più tardi,
-per una rispondenza misteriosa, potetti ascoltare la musica infinita
-che la sera faceva intorno al suo silenzio.
-
-Lo credevo quasi guarito, o almeno fuor d'ogni pericolo. Notizie
-recenti mi assicuravano ch'egli fosse per tornare alle sue consuetudini
-cotidiane e per riprendere il lavoro disegnato. Venerdì notte, cedendo
-alla svogliatezza primaverile, lasciai a mezzo la mia pagina; e mi misi
-a sfogliare qualche libro di figure. Mi venne fatto di scorrere la
-raccolta delle acqueforti pascoliane di Vico Viganò. Per confrontare
-il ritratto inciso del poeta con una imagine d'esattezza fotografica,
-cercai il volume illustrato dell'_Inno a Roma_ credendo che ci fosse.
-La memoria m'ingannava: non c'era. Ma mi soffermai su l'impronta
-dell'ascia sepolcrale romana; e rilessi i bellissimi esametri.
-
- _Ascia, teque eadem magnae devovit in oris_
- _omnibus Italiae, dein toto condidit orbe..._
-
-Anche una volta l'evocatore delle auguste forze scomparse aboliva
-nel mio spirito l'errore del tempo. Riconoscevo a quel dilatato
-respiro del mio sogno uno dei più alti suoi doni; perché certe sue
-evocazioni dell'antico si avvicinano ai limiti della magia. Qualcosa di
-magico è nella potenza repentina onde un grande poeta s'impadronisce
-dell'anima nostra. A un tratto l'immensa notte oceanica s'empiva de'
-suoi fantasmi. Il numero del suo verso si prolungava in una lontananza
-solenne, fin là dove la parola dell'inno vedico pareva la sua stessa
-eco ripercossa dall'invisibile confino. «Ciò ch'io ti prendo, o Terra,
-racquisterai presto. Possa io, o pura, non ferire alcuna tua parte
-vitale, non il cuor tuo».
-
- _Roma sed exsistens e sulco pura cruento_
- _sacravit Terrae Matri, qua laeserat et qua_
- _esset per gentes omnes laesura, bipennem._
-
-La notte era tranquilla ma non serena, con istelle forse infauste,
-prese in avvolgimenti di veli e di crini. L'acqua dell'insenata non
-aveva quasi respiro, ma di là dalle dune e dalle selve l'Oceano senza
-sonno faceva il suo rombo. Nondimeno questa quiete comunicava con quel
-tumulto, e la sabbia di quella riva tormentosa era simile alla sabbia
-di questa che si taceva. Così talvolta, nella più agitata angoscia, un
-meandro profondo della nostra coscienza rimane in pace. E dove dunque
-era per approdare l'Ulisse dell'_Ultimo viaggio?_ su questa o su quella
-riva?
-
-Ora mi chiedo con turbamento perché di tratto in tratto il mio spirito
-interrompesse il suo fantasiare per cercar di rinvenire in sé l'aspetto
-mortale del poeta. Non mi pareva di ritrovarlo nell'acquaforte
-dell'artista lombardo, né sapevo dove cercarne un'imagine precisa. E,
-se chiudevo gli occhi e mi sforzavo di ricomporne le linee sul fondo
-buio, il volto indistinto si dissolveva in bagliori. Allora mi ricordai
-d'avergli detto un giorno: «Se tu avessi il viso tutto raso e se tu non
-sorridessi, somiglieresti a Piero de' Medici com'è scolpito da Mino».
-Ma in verità egli non s'era mai lasciato guardare da me fisamente.
-
-La nostra amicizia soffriva d'una strana timidezza che non potemmo
-mai vincere perché i nostri incontri furono sempre troppo brevi. Era
-un'amicizia «di terra lontana» come l'amore di Gianfré Rudel, e per ciò
-forse la più delicata e la più gentile che sia stata mai tra emuli. Si
-alimentava di messaggi e di piccoli doni. Da prima egli temeva che la
-sua rusticità e la sua parsimonia mi dispiacessero, come io temevo che
-gli increscesse la mia diretta discendenza dalla brigata spendereccia.
-Egli forse pensava che qualcosa di vero ci dovesse pur essere in fondo
-alle dicerie della cialtronaglia. Un giorno lo colpì la schiettezza del
-mio riso dinanzi a certe sue esitazioni; e allora gli parve di potermi
-offrire l'ospitalità nella sua casa di Castelvecchio, poiché l'acqua
-il pane e le frutta erano il mio regime consueto di «operaio della
-parola». Ma la sorte volle ch'io non conoscessi il sapore del pane
-intriso rimenato e foggiato a crocette, secondo l'usanza di Romagna,
-dalle mani di Giovanni e di Maria. Spesso, alla buona stagione, eravamo
-vicini; e vedevamo entrambi, al levarci, la Pania e il Monte forato.
-Ma non avemmo agio né forse voglia di visitarci, perché ci sembrava
-pur sempre che qualcosa delle nostre persone facesse ingombro alla
-familiarità dei nostri spiriti. Di Boccadarno io gli mandai un di
-que' coltelli ingegnosi che hanno nel manico tutti gli arnesi del
-giardiniere, dalle cesoie al potaiolo. Di Versilia gli mandai un'ode
-curvata in ghirlanda con l'arte mia più leggera.
-
-
-Ma come c'incontrammo la prima volta? A Roma, per insidia. Già ci
-amavamo da tempo; e avevamo scambiato molti messaggi affettuosi e
-quelle lodi acute, d'artiere ad artiere, che s'inseriscono alla cima
-dello spirito e fanno dimenticare la grossezza dei solenni tangheri
-i quali oggi in Italia giudicano di poesia. Trovandosi in Roma, egli
-certo desiderava di vedermi; ma, nel momento di porre ad effetto il suo
-proposito, la timidezza lo arrestava; né i nostri amici riescivano a
-persuaderlo, né io riescivo a scovarlo in alcun luogo. Allora Adolfo
-de Bosis, il principe del silenzio, il nobilissimo signore di quel
-_Convito_ che fu «presame d'amistade» fra i pochi deliberati d'opporsi
-alla nuova barbarie ond'era minacciata la terra latina, ricorse a un
-grazioso stratagemma. Me lo condusse di buon'ora, all'improvviso, nella
-mia casa, dandogli ad intendere che lo conducesse a veder una statua
-di Calliope ritrovata nel limo del Tevere la sera innanzi, divinamente
-levigata da secoli d'acqua. Io era in giorni di splendida miseria,
-abitando nell'antica selleria dei Borghese, tra Ripetta e il Palazzo,
-tra il fiume torbo e quel «gran clavicembalo d'argento» celebrato
-in un sonetto dell'adolescenza. La vuota selleria principesca era di
-così smisurata grandezza che rammentava la sala padovana del Palazzo
-della Ragione, se bene mancasse non giustamente in su l'ingresso la
-pietra del vitupèro «lapis vituperii et cessionis bonorum». In tanta
-vastità io non avevo se non un letto senza fusto, un pianoforte a
-coda, una panca da tenebre, il gesso del Torso di Belvedere, e la
-gioia del respirar grandemente. Come Adolfo spinse alla soglia il poeta
-delle _Myricae_ e mi chiamò al soccorso, balzai mezzo vestito. E due
-confusioni si abbracciarono senza guardarsi. L'ingannatore rideva nel
-vederci così vergognosi mentre tuttavia ci tenevamo per mano. Poi ci
-sedemmo su la panca, felici, senza far molte parole, nessuno di noi
-temendo il silenzio che è sì soave quando il cuore si colma. Eravamo
-sani e resistenti entrambi, sentivamo la nostra purità nel divino
-amore della poesia, preparati alla disciplina e alla solitudine. L'uno
-promettendo di superar l'altro, eravamo certi di non iscoprir mai su
-i nostri volti «il livido color della petraia». Una potenza oscura
-si accumulava nelle nostre profondità: egli doveva ancóra comporre
-i _Poemi conviviali_ e io dovevo ancóra cantare le _Laudi_. O bel
-mattino in sul principio della state, quando Roma ha gli occhi chiari
-di Minerva che nutre a sua simiglianza i pensieri degli uomini! Entrava
-il sole pe' cancelli delle finestre, e il romore del ponte frequente,
-che pareva l'antico «assiduo murmure» del Tevere. Ma il fiume sacro non
-aveva parlato ancóra a traverso il bronzo dell'inno, non aveva ancor
-chiamato l'anima dei forti gridando:
-
- _Heus, rostro navis qui terram scinditis unco,_
- _quam detraxistis navi iam reddite proram_
- _atque in me longos infindite vomere sulcos_
- _usque ad coeruleum, iuvenes, maris aequor, et ultra._
- _Est operae!_
-
-La grandiosità del Torso erculeo bastava a riempiere le mie mura;
-perché era quel terribile frammento titanico presso cui Michelangelo
-decrepito e quasi cieco si faceva condurre per palparlo. (Or potevan
-dunque le sue mani toccare un marmo senza riscolpirlo intero?) Avevamo
-dinanzi ai nostri occhi un esemplare sovrano e quasi direi il cànone
-eroico; ma ignoravo quale di noi due ne fosse tócco più a dentro. Se
-avessimo potuto saperlo, forse avremmo conosciuto la nostra misura.
-Come gli guardai le mani, delle quali sono sempre curioso, egli
-le ritrasse con un atto quasi fanciullesco. Io volevo osservare le
-dita che avevano foggiato l'odicina per le due sorelle e i madrigali
-dell'_Ultima passeggiata_. Allora sorridendo gli ripetei i primi versi
-del _Contrasto_:
-
- Io prendo un po' di silice e di quarzo:
- lo fondo; aspiro; e soffio poi di lena:
- ve' la fiala, come un dì di marzo,
- azzurra e grigia, torbida e serena!
-
-Con quelle stesse mani che aveva nascoste, egli fece un gesto di
-disdegno potente. Sentii quanto vi fosse di virile in colui che passava
-tra le umili mirici per salire verso la rupe scabra. E poi parlammo
-d'Odisseo e della predizione di Tiresia.
-
-Questo fu il nostro primo incontro. E l'ultimo fu nella sua casa
-bolognese dell'Osservanza, qualche settimana prima della mia partenza
-per l'ultima avventura: triste commiato di chi era per farsi fuoruscito
-a chi restava legato dalla catena scolastica.
-
-Tutto il giorno m'ero lasciato condurre dalla mia malinconia nei luoghi
-ove ella più potesse gravarmi. M'ero indugiato su la piazza solitaria
-che la tomba di Rolandino fa pensosa, e quella dei Foscherari, degna
-d'un cantore, sotto i suoi archetti verdi, alzata sopra le sue
-colonne simili al coro delle Muse nel numero. Ed ero entrato nel
-tempio domenicano di rosso mattone: tra il sepolcro bianconero di
-Taddeo Pepoli e il monumento di Re Enzio avevo sentito soffiare su me
-l'ambascia dell'Olifante senza più suono.
-
- Va, ma non giunge. È un brusìo d'ombre vane
- ch'ode Re Enzio, quale in foglie secche
- notturna fa la pioggia e il vento.
-
-E m'ero poi smarrito nel sacro laberinto di San Stefano, nella Basilica
-delle sette chiese. Misteri ed imagini per ogni dove, e il colore
-del fumo e il colore del grumo. Sanguigno e fumoso il chiostro, e
-sopravi l'ombra della torre quadrata, e nell'ombra il pozzo tra le
-due colonne, la carrucola di legno consunta, che non stride più; e fra
-gli interstizii dell'ammattonato l'erba umile, e intorno intorno, ai
-davanzali delle finestre alte, i vasi di basilico. E poi nell'altro
-cortile, fra il cotto, la grande tazza di pietra, il fonte senz'acqua
-ove nessuno si battezza più; e il tabernacolo d'oro luccicante
-a traverso i vetri appannati; e nel vano della finestra, su una
-colonnetta, il Gallo che canta; e, da presso, il Vescovo colcato nel
-marmo sepolcrale, che il canto non risveglia più; e, dietro l'altare
-irto di candelabri ferrei, le rudi arche di granito che l'ascia
-mistica tagliò nel sangue pietrificato dei Martiri; e la luce che passa
-nell'abside per gli alabastri fulvi come quel miele amaro di cui si
-nutriva il Battezzatore.
-
-Perché oggi, della Città ove per fato si spengono i nostri grandi
-poeti, non vedo se non quella piazza mortuaria e quel laberinto
-cristiano? In quella piazza vuol ripassare il mio dolore seguendo il
-feretro del mio fratello, e nel più profondo dei sette luoghi, nel
-settimo, nella Confessione sotterranea, vuole accompagnarlo e deporlo.
-Bologna non ha oggi per me se non quella faccia misteriosa, se non
-quella bocca piena di freddo alito e di sublime silenzio.
-
-Chi potrà dire quando e dove sien nate le figure che a un tratto
-sorgono dalla parte spessa e opaca di noi e ci appariscono turbandoci?
-Gli eventi più ricchi accadono in noi assai prima che l'anima se
-n'accorga. E, quando noi cominciamo ad aprire gli occhi sul visibile,
-già eravamo da tempo aderenti all'invisibile. Oggi mi sembra che
-quel pellegrinaggio meditativo non fosse veramente una preparazione
-spirituale alla visita ch'io era per fare ma fosse già la visita, e
-che nessuna delle parole ch'io dissi poi valesse quelle che andando io
-diceva al mio compagno senza carne.
-
-Ma, quando mi ritrovai nella strada, pensai a quella creatura divina
-che sempre m'era parso dovesse stargli nella casa a conforto, sola
-quella, con la sua lampada e co' suoi libri. Qualora le Città nobili
-usassero far doni ai poeti, che mai avrebbe potuto donare Bologna
-all'estremo Omeride se non la testa dell'Athena Lemnia? Sembra escita
-da certe visioni tumultuose dei _Poemi conviviali_, sembra una duratura
-bellezza provata dalla strage e dall'incendio, un frammento dissepolto
-di sotto alle rovine d'un antico assedio. Ha il viso e il collo
-chiazzati di ferrugigno, come ingrommati di sangue vetustissimo; e
-sotto il collo, nello sterno e nella clavicola, è come infoscata dal
-fuoco che appiccarono al tempio i saccheggiatori corazzati di bronzo.
-
-E troppo tardi mi ricordai d'avergliene promessa l'impronta. Sapevo che
-n'era stato tratto il gesso, ma per notizia vaga; e i custodi del Museo
-civico non seppero darmi alcun ragguaglio. Tuttavia, non potendo per
-allora portargli l'imagine, quanto di me gli diedi con la meditazione
-ch'io feci dinanzi al cippo, nella grande sala deserta, ove come la sua
-poesia quella forma sovrana era sola tra ruderi e cocci mediocri.
-
-Salii dunque all'Osservanza con qualche fiore. Ero così pieno di
-pensieri che non ritrovo nella memoria l'aspetto delle cose, perché le
-guardai con occhio disattento. Non entravo in una casa ma in un'anima
-che pareva volersi fare per me ancor più bella. Se la vita non mi
-avesse dato altro che quell'alta ora di amicizia, pur la stimerei
-generosa e mi direi contento d'aver vissuto in mezzo agli uomini. Della
-nostra timidezza non si mostrò se non un'ombra, sul principio, quando,
-guardandolo io, egli mosse il capo in non so qual modo sfuggente e
-batté le palpebre come per cancellare la lesione crudele degli anni e
-spandere sul suo volto appesito gli spiriti alacri dell'amore. Volevo
-dirgli: «Non ti peritare, fratello. Vedi quanto anch'io sono leso. Ma
-oggi la carne miserabile non c'ingombra; e io qui respiro la più pura
-essenza della tua poesia. Tu hai l'aspetto della tua forza immortale;
-e non è fatto dalle tue labbra il sorriso della tua tristezza. Siediti
-ancóra accanto a me, come quella volta su la panca da tenebre. Siamo
-due pazienti artieri. Quanto abbiamo travagliato e quanto sopportato,
-da quel mattino di Roma! Non tentò taluno di far verghe de' miei
-allori per batterti, flagelli de' tuoi lauri per flagellarmi? Ma chi
-prevarrà contro la nostra pazienza e contro la nostra fede? Bastava
-che di tratto in tratto, di sopra allo schiamazzo, ci dessimo la voce.
-Ora siediti. Non t'ho mai amato come oggi. Faccio una breve sosta; e
-poi riprendo il mio cammino, lasciando dietro di me tutti i miei beni
-vani».
-
-Mi sedetti su la sua sedia, dinanzi alla sua tavola. Le sue carte, le
-sue penne, i suoi inchiostri erano là. Tutto era semplice ed usuale,
-come in una qualunque stanza di chi abbia un cómpito modesto. Ma un
-sentore di sapienza pareva impregnare ogni oggetto, e le mura e il
-soffitto e il pavimento, come se la qualità stessa di quel cervello
-maschio si fosse appresa al luogo del lavoro. Non so in che modo
-significar tal mistero. Un'aria singolare è nella fucina, anche quando
-non rugge il fuoco; perché gli arnesi, gli ordegni, tutti gli strumenti
-fabrili, anche non maneggiati, quivi esprimono con la loro forma la lor
-destinazione e quasi direi suggeriscono la potenza a cui serviranno.
-Nello studio d'uno scultore fecondo la quantità della creta, le
-armature, i modelli, le forme cave, gli abbozzi coperti dai teli molli,
-le cere da sbavare, i bronzi da rinettare, gli scarpelli, le lime,
-i bossoli, gli odori stessi delle materie plastiche rappresentano
-lo sforzo del creatore. Ebbene, qualcosa di simile mi pareva fosse
-presente in quella piccola stanza tranquilla e ordinata, ove certo le
-mani di Maria avevan dato pace alle pagine scorse: qualcosa che oserei
-chiamare la presenza del dèmone tecnico.
-
-In nessun laboratorio d'uomo di lettere m'era avvenuto di sentire la
-maestria quasi come un potere senza limiti. Penso che nessun artefice
-moderno abbia posseduto l'arte sua come Giovanni Pascoli la possedeva.
-La sua esperienza era infinita, la sua destrezza era infallibile,
-ogni sua invenzione era un profondo ritrovamento. Nessuno meglio di
-lui sapeva e dimostrava come l'arte non sia se non una magìa pratica.
-«Insegnami qualche segreto» gli dissi a voce bassa. E volevo soltanto
-farlo sorridere; ma, in verità, un'ombra di superstizione era sul mio
-sentimento.
-
-Egli prese un'altra sedia e venne a sedermisi accanto, dinanzi
-alla tavola. Parlammo di qualche recente opera. Le sue mani, quando
-soppesavano i volumi, erano una tremenda bilancia. Dal vigore di certi
-suoi giudizii ebbi la riprova che il suo spirito era tuttora immune
-da qualunque debolezza. La sua stima era severa come la sua arte.
-Mescolando egli un che d'amaro al suo discorso, io gli dissi: «Se
-hai tempo, va alla Pinacoteca e cerca d'una tela del Francia, dove
-un Santo Stefano porta sopra un suo libro tre pietre, in segno della
-lapidazione. Metti tre pietre sopra ogni tuo nuovo libro e datti pace».
-Egli rispose col suo riso arguto: «Ma quello stolto dello struzzolo
-m'ingolla il libro e le pietre».
-
-Non più sembrava timido; anzi indovinavo in lui non so che tenerezza
-protettrice e il desiderio contenuto di chiedermi ch'io gli parlassi
-de' miei guai. Io era bene il suo fratello minore, ed egli pareva
-cercasse il modo di sopportare il mio carico. Mi ricordo d'una bella
-parola antica ch'egli mi ripetette con una maravigliosa nobiltà:
-«Acciocché tu più cose possa, più ne sostieni». Questa parola oggi la
-scrivo sul muro della casa straniera, e considero d'averla ricevuta da
-lui per testamento.
-
-Poi fece l'atto d'alzarsi, mi prese per mano e mi disse: «Vieni ora a
-vedere la cameretta che ho per te, quando tu la voglia». Un candore
-infantile ardeva in lui; e il primo verso del sonetto di Francesco
-Petrarca mi sonava nella memoria. Era una piccola stanza chiara, quasi
-una cella di minorita, con un di que' letticciuoli che persuadono
-a serbare una sola attitudine per tutta la durata del sonno. Come
-rispondendo alla domanda sommessa che gli avevo fatta dinanzi alla sua
-tavola prodigiosa, mi mormorò in un orecchio: «Quando sarai qui, allora
-sì che t'insegnerò un segreto». Lietamente gli dissi: «Non potrò venire
-se prima non abbia uccisi tutti quei mostri che sai. Mi bisogna ancora
-andare alla guerra». Ahimè, era egli in pace? Non lo travagliava di
-continuo la stessa abondanza del suo amore?
-
-Si volse per passare nello stretto andito, mostrandomi le spalle. Si
-creò nell'aria uno di quegli attimi di silenzio che serrano il capo di
-un uomo come in un masso di ghiaccio diafano. E guardai la persona del
-mio amico con occhi divenuti straordinariamente lucidi; e la pietà mi
-strinse, che ha talvolta il pugno sì crudele. Pareva egli portasse alle
-spalle tutto il peso della sua tristezza, tutta l'oppressione delle sue
-miserie. La fronte augusta s'era celata, e non si vedeva contro il muro
-biancastro se non l'ingombro corporale vestito di panni che il lungo
-uso aveva fatto quasi dolenti, non rimaneva là se non la soma greve ove
-s'intossica la vita che non è se non il levame della morte.
-
-Volle accompagnarmi fin su la strada, se bene io m'opponessi. La sua
-salute era già minacciata, già dubbioso era il suo passo. Cadeva su noi
-una di quelle sere emiliane, umide e cinericce, che sembrano generarsi
-laggiù, tra la foce del Reno e la bocca del Po di Goro, nella grande
-palude salmastra. Soffiava su noi un vento ambiguo, che pareva dolce e
-poi a un tratto ci dava il brivido con una folata fredda. La vettura
-m'attendeva poco discosto, coperta e nera, con i due cavalli che mal
-reggevano la lor fatica su le gambe arcate. Non parlavamo più. C'era
-intorno a noi una specie di silenzio soffice.
-
- E c'era appena, qua e là, lo strano
- vocìo di gridi piccoli e selvaggi...
-
-Ma udivamo anche le nostre péste «né vicine né lontane.» L'uno chiamò
-il nome dell'altro nell'addio. Ci abbracciammo. Come sul viale il vento
-rinforzava ed egli pareva infreddolito dentro il bavero, gli dissi:
-«Va, va, rientra. Non restar qui». Si voltò per andare; e i cavalli
-avevan messo le radici, tanto stentarono a muoversi. Sicché ebbi tempo
-di seguirlo con lo sguardo e con l'angoscia fino alla porta. Ed ecco,
-lo stesso silenzio repentino della umile stanza mi serrò il capo nello
-stesso ghiaccio trasparente. E, come egli fu alla soglia, si voltò
-ancóra e levò il braccio verso me a risalutarmi. Da quel fagotto di
-panni stracchi s'alzò il braccio possente che su per l'erta aveva
-brandito la «piccozza d'acciar ceruleo».
-
-Una voce d'eroe, quella voce omerica ch'egli aveva tradotto con sì rude
-efficacia, mi scoppiò dentro e franse il gelo.
-
- Datosi un colpo nel petto, al suo cuore drizzò la parola:
- — Cuore, sopporta! ben altro tu hai sopportato più cane!
-
-E non per me, ma per lui. Vedevo, come quel braccio levato, sorgere
-dall'intimo di quell'uomo casalingo e cauteloso la costanza d'una virtù
-virile, la durezza d'una vita fatta di disciplina, di coraggio e di
-dominato dolore. Il suo orgoglio s'era formato a poco a poco nel fondo
-della sua solitudine come il diamante nell'oscurità della terra. «Da
-me, da solo, solo con l'anima...» Egli s'era fatto degno d'incontrarsi
-con Achille e con Elena, e di parlare su la tomba terribile di Dante.
-
-Ancóra non so come sia trapassato; ma voglio esser certo che, s'egli
-talvolta nella vita pianse in disparte, non si velò di lacrime nel
-fisare la morte. Forse escì dalla sua bocca qualche bella e semplice
-parola, prima che la lingua gli si annodasse dietro i denti e che lo
-spirito gli si sciogliesse nel gran ritmo.
-
-Aveva già dato tutto il meglio di sé, o serbava nel cavo della mano
-ancóra qualche ferace semenza? Che importa? Certo, mille e mille
-ancóra speravano in lui. Agguagliandosi alla linea dell'orizzonte,
-egli avrebbe potuto dire verso i suoi fedeli: «Io vi mostro la morte
-compitrice, la morte che per i vivi diviene incitazione e promissione.»
-E costoro nell'acciaio della sua ascia sepolcrale potrebbero veder
-riflesse le stelle dell'Orsa.
-
-
-
-
-XI APRILE MCMXII
-
-
-Non so se nella vertigine d'ombra, quando tutto ritorna per poi
-dileguarsi, io gli sia apparito. Sembra che le cose obliate e gli
-esseri più lontani e gli eventi più remoti e perfino i frantumi dei
-non interpretati sogni abbiano grazia nell'agonia dell'uomo. Se questo
-è vero, forse il fiore della mia amicizia ondeggiò nel suo crepuscolo
-come quel tenue ramo ch'io colsi e curvai per lui tra l'Alpe e il
-Mare, o forse come quel salso giglio della solitudine che pensando ad
-Antigone io mandai alla sua sorella immacolata.
-
-Un'accelerazione della sorte volle ch'io l'assistessi con lo spirito
-nelle sue ultime ore fino al suo transito. La notte del venerdì,
-m'ero beato della sua poesia e l'avevo imaginato convalescente. La
-mattina ch'è innanzi al Resurresso, mentre mi disponevo all'opera, ebbi
-d'improvviso l'annunzio funebre. Qualcuno, dalla patria, mi chiedeva
-una parola per la morte del poeta! E il poeta non era spirato ancóra,
-anzi aveva ancóra da superare un lungo patimento. Ma l'inopportuno, pur
-violando la gentilezza umana, secondava una congiuntura misteriosa a
-cui debbo una delle più profonde ore di mia vita. Credetti il transito
-avvenuto la sera del Venerdì Santo e già deposta la salma sul letto
-mortuario. E dove poteva Maria aver alzato quel letto se non nella
-stanza delle vigilie, nell'angusta fucina del grande artiere, tra le
-mura riarse dalla vampa del cervello maschio? Ero certo di questo; e
-per tutta la mattina il mio pensiero non cessò un attimo dall'insistere
-nel luogo lontano che cercavo di ricostruire con lo sforzo della
-memoria. E a poco a poco la mia coscienza entrò in quello stato che
-precede il canto.
-
-Ora avevo nella Landa un altro amico sospeso da più settimane tra la
-vita e la morte, condannato irremissibilmente. Era il mio ospite, lo
-straniero affabile da cui ebbi la casa tranquilla su la duna, dove
-abito da due anni.
-
-Non ricordo se Gioviano Pontano nel suo capitolo _De tolerando exilio_
-e Pietro Alcionio nella sua giudiziosa dissertazione impressa dal
-Mencken in _Analecta de calamitate litteratorum_ pongano tra le delizie
-del fuoruscito volontario o involontario il delicato sapore dell'amistà
-contratta oltremonte ed oltremare. Ma certo l'aroma della résina verso
-sera e la fragranza delle ginestre sotto vento a levata di sole non mi
-ricrearono mai quanto certi brevi colloquii con quel mirabile vecchio
-che sarebbe stato carissimo al cantore di Paolo Uccello, s'ei l'avesse
-conosciuto.
-
-Si chiamava Adolphe Bermond, nato su la Garonna, nella città vinosa
-ch'ebbe per sindaco il gran savio Michel de Montaigne reduce da Roma e
-per consigliere quel candido e invitto Etienne de la Boëtie imitatore
-del Petrarca e traduttore dell'Ariosto. Aveva quasi ottant'anni; e,
-quando lo conobbi la prima volta, mi parve d'averlo già veduto tra le
-diecimila creature scolpite o dipinte nella cattedrale di Chartres.
-Aveva nel volto la tenuità la spiritualità e non so qual trasparenza
-luminosa, che lo assimigliavano alle imagini delle vetriere e delle
-porte sante.
-
-Venne in un pomeriggio di gennaio, a marea bassa, quando la spiaggia
-è liscia e sparsa d'incerte figure e scritture nericce al modo di
-quelle lapidi terragne cancellate dai piedi e dalle ginocchia dei
-fedeli. Scendeva dalla Cappella di Nostra Donna dell'Imbocco e aveva
-seco il libro del cristiano, legato di cuoio bruno, che anch'esso era
-liscio e lustro d'assiduità come il dosso d'un messale. Entrò nella
-stanza con un passo alacre e lieve, ché la grande età non l'aveva punto
-aggravato; e sùbito sentii ch'egli entrava anche nel mio gradimento.
-Tutto il suo viso era illuminato d'una fresca ingenuità che pareva
-mutasse le grinze da tristi solchi senili in vivaci segni espressivi,
-immuni dalla vecchiezza come le rughe delle arene, delle conchiglie,
-delle selci. I suoi occhi erano più chiari di quel cielo invernale, più
-pallidi dell'acqua intorno al banco di sabbia scoperto; e il sorriso
-vi pullulava di continuo dall'intimo. La sua voce era ancor bella,
-misurata da giuste cadenze; e la consuetudine delle preghiere senza
-suono faceva sì che le parole sembrassero disegnate dalle labbra prima
-d'esser proferite.
-
-Come s'accostò alla mia tavola, scorse spiegata su le carte l'imagine
-intiera della Santa Sindone. Come volse gli occhi in giro, vide le
-pareti interamente coperte delle più diverse imagini di San Sebastiano,
-sul leggìo d'un armònio la _Matthäus-Passion_ del Bach, sul marmo del
-camino i gessi delle quindici statuette di piagnoni appartenenti al
-sepolcro del duca Jean de Berry, su l'assito alcuni frammenti della
-grande Rosa di Reims, in un angolo una delle Virtù che Michel Colombe
-scolpì per la tomba di Francesco II duca di Bretagna. Non dimenticherò
-mai il leggero tremito del suo mento e quel misto di stupefazione e
-di gratulazione, che dava alla sua vecchiaia non so che fervore di
-giovinezza. Una fiammata allegra di pino e di pigne favellava su gli
-alari, con lo scroscio e il friggìo della résina.
-
-Componevo nella lingua cara a Ser Brunetto il _Mistero di San
-Sebastiano_, ed avevo già compiuta la scena tra il Santo e gli Schiavi
-sotto la volta magica ove brillano i sette fuochi planetari, quando gli
-infelici e gli infermi domandano che il novo dio si manifesti per segni
-nel Confessore.
-
- _Esclaves, esclaves, oui, coeurs_
- _épaissis!_
-
-Il vecchio si chinò esitante su le pagine tormentate. V'eran quasi,
-in verità, le tracce d'una lotta sanguinosa, tanto l'inchiostro rosso
-delle didascalie e le cancellature violente e gli emistichii più volte
-riscritti e i margini tempestati di richiami facevano ardua ed aspra la
-carta. «Anche l'arte, come la vita, è una milizia» egli disse «e chi dà
-più di sangue riceve più di grazia.»
-
-Quella parola sùbito mi toccò, tanto la rendeva religiosa l'accento.
-Allora gli parlai della mia opera, con un ardore che lo sbigottiva
-e lo rapiva. In quel servitore di Dio, a cui la carne pesava così
-poco, ritrovavo non so che affinità con la disciplina ascetica
-a cui m'ero costretto per giorni e per notti. Anch'egli era una
-sostanza infinitamente vibrante, un amore attivo e indefesso. La sua
-comprensione era pronta come il gesto della mano che riceve e serra
-quel che le è offerto. Talvolta, nella pausa, mi pareva di veder
-discendere il mio pensiero in lui come un anello gettato in un'acqua
-limpida, sino al fondo, e quetarsi.
-
-Sincero e puro, non dubitò della mia sincerità e della mia purità.
-Cattolico ferventissimo, dedito a tutte le pratiche della divozione,
-non fu turbato da alcuna inquietudine, non fu punto da alcuno scrupolo.
-Mi sentiva ardere, e questo gli bastava. Non sapeva imaginare un poeta
-senza dio, né un dio diverso dal suo. Chi mai restava solo con me
-nelle mie notti? Certo egli credeva che fosse in me lo spirito medesimo
-ond'era nata quella figurina della Rosa di Reims, che chinandosi aveva
-raccolta e teneva ora fra le sue dita magre.
-
-Mi pregò di leggergli una scena del Mistero. Volli leggergli quella
-ch'era ancor calda del travaglio e non ancor distaccata dalle mie
-viscere.
-
- _A toi, nous venons tous à toi,_
- _Seigneur!_
-
-Gli schiavi accorrevano verso il guaritore. La lamentazione si
-prolungava per gli anditi tortuosi. Gli infermi apparivano, portati
-a braccia dai parenti, agitati, illuminati di speranza. Gridavano
-i loro mali, le loro piaghe, le loro angosce. Chiedevano d'essere
-sanati, d'essere liberati. Chiamavano a testimonianza quelli di loro
-che nascondevano nelle pieghe del saio i rotoli delle Scritture,
-perché quelli conoscevano i miracoli operati dal dio novello. Ed
-ecco, tutte le guarigioni erano noverate, l'una dopo l'altra: il
-lebbroso era mondo, il paralitico camminava, il cieco vedeva, il
-lunatico e l'ossesso avevano pace, l'idropico era alleviato delle
-sue acque, il figlio della vedova di Naim sorgeva dalla sua bara.
-Ma un dei leggitori di rotoli ripensava il miracolo più profondo,
-ripensava il cadavere quatriduano, e gridava: «Ti sovvenga di Lazaro!»
-E l'incredulità di Didimo era addotta. Didimo voleva vedere le ossa
-disgiunte ricongiungersi e favellare. Il Cristo gli aveva risposto: «Le
-ossa disgiunte io te le mostrerò ricongiunte. Vieni a Betania, Didimo,
-vieni con me. Gli occhi di Lazaro vuotati della putredine, io te li
-mostrerò pieni di visione. Vieni con me, Didimo. Le labbra imputridite
-su i denti di Lazaro, le vedrai muovere, le udirai favellare. Vieni
-a Betania, Didimo, se vuoi vedere e udire, vieni con me.» Queste
-testimonianze adducevano gli schiavi, per volere il segno. E allora
-Sebastiano balzava a ghermire con mano terribile l'anima dei miseri.
-Egli medesimo evocava il Risuscitato, sembrava con la sua voce far
-presente il miracolo nell'ombra calda di aneliti. Come il pargolo
-nelle fasce, il cadavere era avvolto nelle bende. «Lazaro vieni fuori!»
-Primo, fuor della pietra, sorgeva il ginocchio...
-
- _Le genou surgit le premier._
-
-M'interruppi, perché avevo sentito il vecchio sussultare e levarsi.
-Egli era in piedi davanti a me, sconvolto, senza colore, affannoso.
-Era l'uomo di fede, il servo di Dio, lo spettatore ideale a cui si
-manifestava il mio poema con le virtù della musica e dell'apparizione.
-Ebro, imaginai dietro di lui una moltitudine che gli somigliasse. E non
-volli dargli tregua. Anche la mia parola fu come il tizzo che incendia
-la stoppia quando rinforza il vento.
-
-Ora gli schiavi chiedevano di vedere almeno l'effigie. «Poiché tu
-hai abbattuto tutti gli iddii di sangue e di fango, alza dinanzi a
-noi l'effigie del dio novo, che possiamo conoscerlo, che possiamo
-adorarlo!» Sapevano essi ch'Egli soleva apparire ai discepoli. Non
-era Egli apparso al Confessore? «Il suo volto è celato, il suo corpo è
-velato.» Un'angoscia mortale serrava il petto di Sebastiano, illividiva
-le sue labbra, fiaccava le sue giunture. Implacabili erano i súpplici,
-inappagate le pupille della carne loro. Eglino volevano la presenza del
-dio novo. «Non ha più corpo; sangue più non ha. Ha dato il suo corpo
-e il suo sangue per le creature.» Ma i segreti leggitori dei rotoli
-sapevano che col suo corpo e col suo sangue era apparso ai discepoli,
-sapevano ch'Egli aveva lor mostro le mani e il costato, e ch'essi
-avevan veduto le lividure, e che Didimo aveva posto il dito entro la
-piaga, e che dopo Egli aveva rotto il pane e mangiatolo, aveva anche
-mangiato un pezzo di pesce abbrustolito. «Come potresti amarlo di tanto
-amore? Come potresti chiudere gli occhi, essere così smorto e in tutte
-le vene tremare di tanto amore, se tu non avessi mai conosciuta la sua
-faccia? Tu tremi.» Flutto vermiglio non mai sgorgò da gola recisa né
-onda di lacrime da dolor colmo, come allora dal petto santo scoppiava
-l'angoscia. «Tremo perché su l'anima mia porto peso d'obbrobrio. L'han
-percosso coi pugni, l'hanno schiaffeggiato, gli hanno sputato addosso.
-La sua faccia è contraffatta. Gli sputi e il sangue gli colano per
-le gote. Tutti i denti gli tentennano nella bocca enfia. E le sue
-palpebre, e i suoi occhi, ahimè!»
-
-Credo che in quel punto la voce mi si spegnesse, perché mi si serrava
-la gola. E allora un sentimento mai provato mi scrollò le radici
-dell'essere, perché a un tratto udii il suono d'un pianto umano che
-non avevo udito mai, tra quelle quattro mura deserte e lontanissime da
-ogni rumor del secolo udii il profondo singhiozzo del «consumato Amore»
-che cantò Jacopone, scorsi le medesime lacrime che avevano rigato il
-viso di Francesco in ginocchio dinanzi al Crocifisso di San Damiano o
-errante intorno alle mura della Porziuncola.
-
- O secca anima mia,
- che non puoi lacrimare!
-
-Non mi mossi. Poteva quel pianto essere consolato o interrotto? E quale
-parola poteva esser detta, che valesse in dolcezza una sola di quelle
-lacrime? E, in verità, qual cosa avrei potuto trovare dentro di me più
-bella di quella «nuditate d'amore» che mi si mostrava all'improvviso in
-un vecchio già inchinato verso la tomba? E come potrei ora significare
-la qualità di quel pianto «pieno di consolanza?» Il Beato ha espressa
-la legge dell'ineffabile.
-
- Quello ch'è non si può dire,
- puossi dir quel che non è.
-
-E un rammarico simile al rimorso m'assale, mentre ne scrivo. E avrei
-serbato il dono nel mio segreto, se il mio amico elevato dalla sua
-santa morte alla condizione di mistero glorioso non mi sorridesse oggi
-a traverso quella visiera di cristallo. Ma potrà comprendere soltanto
-colui che fra mille canti sa distinguere la melodia nata dal cuore
-della Terra e tra le parole dei Vangeli la parola che per vero esci
-dalle labbra di Gesù e resta in eterno piena del suo soffio vivente.
-Fino a quell'ora io aveva udito gli uomini piangere in un altro modo,
-e li avevo veduti confinati e fissi nel luogo delle loro lacrime come
-il ferito giace nella pozza del suo sangue, e me medesimo dalla pietà
-ristretto e quasi prigione di miseria. Il pianto di quel cristiano
-pareva sonare su la malinconia del mondo; e il Volto illividito dalle
-gotate, lordo di sputi e di sangue, pareva impresso nel pallido cielo
-come nel pannolino della Veronica ma per me in non so che maniera
-indefinita e futura. E, quando uscimmo, il silenzio dell'immensa Landa,
-con le sue miriadi di tronchi dissanguati dal ferro del resiniere, con
-le innumerevoli sue piaghe di continuo rinfrescate e allargate, con
-il perpetuo suo gemito aulente, era come il silenzio d'una moltitudine
-dolorosa che non si lagna perché accetta il suo cómpito e la sua pena.
-E io compresi quella parola d'avvenire, che dice come la natura sia
-per trasformarsi a poco a poco in cerchio spirituale e il tutto sia per
-sublimarsi in anima.
-
-Chi anche ha parlato di «membra mistiche dell'uomo»? In qualche ora
-sembra che noi non riconosciamo taluno degli atti più consueti della
-nostra vita corporale. Come camminavamo, l'uno a fianco dell'altro, sul
-sordo sentiero coperto dagli aghi dei pini? Non v'era divario tra il
-passo del vecchio e il mio, perché il nostro passo non era delle nostre
-ossa, dei nostri muscoli, dei nostri tendini. Se bene andassimo davanti
-a noi, io aveva in me il sentimento di volgere indietro quel che più
-di me ferveva, come la face trasportata rovescia la cima della sua
-fiamma. Gli occhi del mio amico erano appena rasciutti; e il luogo, ove
-il «consumato Amore» aveva pianto, e l'evento avverato erano già come
-avvolti in un velo di memoria, i cui lembi ondeggiavano verso la mia
-più fresca infanzia. La commozione ancor mi teneva tutto, la realtà non
-soltanto era recente ma presente ancóra; e pure una parte di me faceva
-uno sforzo ansioso per ricordarsi di non so che altro, per raffigurarsi
-non so che cosa di più profondo e di più dolce. Ma può l'attesa avere
-la figura della rimembranza?
-
-Non parlavamo. Di tratto in tratto io lo guardavo con l'angolo
-dell'occhio; e mi stupivo che un viso di tanta vecchiaia, lavato dalle
-lacrime, mi rammentasse per la sua espressione certi episodii patetici
-della fanciullezza: uno tra gli altri. Un giorno avevo fatto piangere
-la mia cara sorella Anna, per un capriccio crudele; e poi l'avevo
-racconsolata, sbigottito, perché ella era tanto sensibile che quando le
-accadeva di piangere, anche per una cosa lieve, pareva l'avesse colpita
-una sciagura irreparabile ed ella fosse per stemprarsi nel suo dolore.
-Vedendomi così pentito e afflitto, ella si sforzava di raffrenare il
-singulto e di rasciugarsi le guance. E mi ricordo che io la presi per
-mano e la condussi per una rèdola, tra due campi di lino; e avevamo con
-noi il nostro cane paziente ch'era stato la causa del litigio. E di
-tratto in tratto io la sogguardavo; ed ella, per non farmi più pena,
-cercava di vincere il singulto ostinato che le scrollava il piccolo
-petto, o, come per togliergli l'acredine, lo preveniva con un sorriso
-che si rompeva sùbito. E allora mostrava d'esser contenta di tutto quel
-cilestro del lino, come s'io gliel'avessi donato; e pareva che non io
-volessi rientrare nella sua grazia ma sì volesse ella farsi perdonare.
-E v'era nella sua attitudine tanta tenerezza e gentilezza che non potei
-più sostenerla, e mi feci tutto lacrimoso anch'io, con suo sgomento.
-
-Non so perché, questo ricordo mi rifiorì dal cuore mentre camminavo
-a fianco del vecchio. E mi pareva di andare errando senza mèta per un
-paese che io non conoscessi; ma egli sapeva la sua via. Ci ritrovammo
-a piè della duna ove sorge la Cappella, e salimmo, tra i giovani pini,
-sino al limitare. Egli non disse alcuna parola per invitarmi a entrare
-nel suo rifugio. Mi tese la mano, e mi diede la sua amicizia come nella
-Domenica delle Palme si dà il rametto d'ulivo su la porta della chiesa
-azzurra d'incenso. Portando meco la cosa preziosa, discesi la china, mi
-dilungai per la Landa.
-
-Era prossima l'ora del vespro, ma l'aria pareva non rattenere della
-luce se non le particelle d'argento. Di là dalla selva non scorgevo
-i lidi, ma ricevevo la quiete della bassa marea; che è come quando la
-febbre decade nel polso cui vien sottratta qualche oncia di sangue. Non
-avevo mai sentito vivere gli alberi di tanta doglia. Taluno aveva un
-sol taglio nel piede; altri l'aveva sino a mezzo il tronco scaglioso;
-altri portava una ferita viva accanto a una rammarginata; altri era
-svenato a morte, con solchi che incavavano l'intero fusto simili alle
-scanalature nella colonna dorica. E il succo vitale stillava e colava
-per tutto: i vaselli d'argilla n'erano colmi. Qualche resiniere ancóra
-s'attardava a rinfrescare una piaga; e s'udiva risonare il ferro nel
-vivo, senza lagno. Ciascun albero aveva il suo martirio, quasi che in
-ciascuno abitasse uno spirito avido di soffrire e di sanguinare come
-l'eroe divino da me eletto.
-
-E in quella sera feci l'invenzione del Lauro ferito. Il corpo di
-Sebastiano si distaccava lasciando tutte le frecce nel tronco del lauro
-d'Apollo. Le asticciuole scomparivano nella carne miracolosa come
-un vanire di raggi. «Rivivrai, rivivrai! Ritornerai!» gridavano gli
-Adoniasti.
-
-D'allora innanzi il mio novello amico mi visitò sovente. Come io faceva
-di notte giorno, egli soleva venire su la fine del pomeriggio, quando
-ero per accendere il mio fuoco. Mi ricordava il principio dell'inno di
-Sant'Ambrogio _Ad completorium_:
-
- _Te lucis ante terminum..._
-
-Entrava in punta di piedi, parlando a voce bassa, come nell'oratorio.
-Temeva di turbare il silenzio e di smuovere le cose invisibili che si
-nutrivano d'esso. Restava seduto per breve tempo dinanzi al camino; e
-io vedevo dalla mia tavola la sua testa d'antico Donatore inginocchiato
-nell'angolo d'una pala d'altare inclinarsi di sotto alle statuette
-dei Piagnoni funerarii. Egli pareva essere per me il messaggero e
-l'interprete di quell'età da cui avevo raccolta una forma d'arte
-caduta in dissuetudine per rinnovellarla. Ma forse egli era assai
-più antico, e aveva partecipato a quel pellegrinaggio che si partì da
-Bordeaux nell'anno 333 seguendo l'_Itinerarium Hierosolymitanum_, come
-io gli dicevo per motteggio. Però nelle sue «stationes» e «mutationes»
-a traverso i secoli egli doveva essersi attardato più lungamente in
-quella immobile serenità che splende nella _Passione_ di Bourges come
-nelle metope arcaiche d'un tempio greco. Egli ne portava tuttavia
-l'illuminazione su la sua fronte.
-
-E, se è vero che tutte le cose certe sono vive e tutte le incerte
-sono morte, la sua meravigliosa certezza lo poneva di là dalla vita
-come una creatura compiuta e immutabile. M'appariva dal suo discorso
-ch'egli considerava la storia del mondo come la rappresentano le
-cattedrali della terra di Francia. A simiglianza dei maestri marmorai
-e vetrai, egli credeva che, dopo l'avvento di Gesù, non avesse il
-mondo avuto altri grandi uomini, se non i confessori i dottori e
-i martiri. Nel suo spirito come nel santuario, i conquistatori e i
-vincitori avevano il luogo più basso. Così nelle vetriere essi sono
-genuflessi ai piedi dei Santi, piccoli come fantolini, gracili come i
-fili d'erba nelle commessure dei gradini sacri. Persisteva in lui la
-coscienza di quegli che compose lo _Speculum historicum_ facendo la
-minor parte agli imperatori e ai re, la massima agli abati, ai monaci,
-ai pastori, ai mendicanti. Per lui, come per il domenicano protetto
-da San Luigi, i più alti fatti non erano i trattati le incoronazioni
-e le battaglie ma la translazione d'una reliquia, la fondazione d'un
-monastero, la guarigione d'un ossesso, la beatificazione d'un eremita.
-La tremenda lotta moderna, combattuta con i congegni più perigliosi
-e con le volontà più crudeli, aveva per lui la medesima importanza
-ch'ebbe per Vincent de Beauvais la grande giornata di Bouvines, posta
-modestamente tra l'istoria di Santa Maria d'Oignies e l'istoria di
-San Francesco poverello. Simile a quei pellegrini che traversavano
-gli eserciti nemici avendo per solo salvacondotto in sul cappello
-il piombo effigiato di San Michele del Periglio o di Sant'Egidio di
-Linguadoca, egli passava immune a traverso il secolo d'acciaio. Anche
-dinanzi ai traffici della sua città operosa e danaiosa egli doveva aver
-di continuo negli occhi quella parete del Camposanto di Pisa ove un
-nostro pittore — che fu, quanto lui, divoto di San Domenico — dipinse
-la Tebaide degli anacoreti come un mondo verace in un mondo fallace. E
-la Via lattea certo era pur sempre per lui il cammino di San Iacopo, e
-i bagliori in cima agli alberi delle navi erano i fuochi di Sant'Elmo;
-e San Medardo era ancóra il signore dell'utile pioggia.
-
-E nulla d'angusto, nulla di meschino s'accompagnava in lui a questa
-ingenua fede. La sua indulgenza era grande come la sua disciplina.
-Egli era venuto verso me con abondanza di cuore non certo attratto da
-odor di santità ma solo dal pregio di un'anima sempre vigile; perché
-una povera serva gli aveva detto che io consumavo nelle mie notti
-più olio d'oliva che non ne bisognasse alla lampada perpetua della
-Cappella. E la finezza della sua mente corrispondeva alla delicatezza
-del suo cuore. Un nobile ritegno governava ogni suo atto e ogni sua
-parola, quando egli era per appressarsi all'intima vita dell'amico. Non
-prodigava i consigli, anzi non ne dava quasi mai; ma la sua semplice
-presenza era un soccorso coperto.
-
-Vidi un giorno su la collina di Francavilla, in un sentiero selvaggio
-che conduceva al Convento ove col mio grande e puro Francesco Paolo
-Michetti mi credo aver vissuto i miei giorni migliori, vidi un giorno
-a maraviglia per una proda il tronco tagliato d'un vecchio alloro
-rimettere un gran numero di germogli che al lor nascere avevan l'aria
-di sprizzare dal legno come faville verdi. Ogni volta che passavo, il
-tronco pareva cangiare tutte quelle cimette vive in lingue loquaci per
-dirmi: «Non disperare, non disperare». Non altrimenti risfavillava di
-sempre fresca speranza il mio amico. Egli conosceva la sentenza e la
-vignetta dell'_Ars moriendi_. «Havvi un sol fallo grave al mondo: il
-fallo di chi dispera. Ben più colpevole fu Giuda in disperare che il
-Giudeo in crocifiggere Gesù.» E, quando andava a visitare i poveri, gli
-infermi, i prigionieri e ogni sorta di peccatori in angustia, soleva
-dire che quattro Santi l'accompagnavano: San Pietro il qual rinnegò
-tre volte il suo Maestro; Maria Maddalena a cui tanto pesò la sua carne
-impura; il persecutore San Paolo che Iddio convertì con la folgore; il
-buon ladrone che non si pentì se non nelle braccia della croce infame.
-
-Come taluno dei nostri Beati italiani, egli conciliava in sé quei
-doni che appartengono alla vita contemplativa con quei doni che
-appartengono alla vita attiva «poiché tutti procedono da uno spirito
-stesso». Per lunghi anni nella sua città natale egli governò le
-corporazioni cattoliche più operose, ed esercitò la carità con tal
-larghezza da meritare il soprannome d'Elemosinario. «Dispersit, dedit
-pauperibus.» Donò grandemente, e senza contare, e sempre di nascosto.
-Non so s'egli abbia mai ricoverato nel suo letto un mendicante, come
-quel Blaise Pascal del quale ignorò sempre i tormenti le vertigini e
-le febbri; ma più volte, come un servo umile e pronto, rigovernò la
-casa de' suoi poveri e de' suoi malati. Quegli che aveva tanta luce
-su la sua fronte, amava aver tanta ombra su le sue mani! Per lui non
-era detto già: «Nesciat sinistra tua quid faciat dextera tua», ma era
-detto: «Non sappia la tua destra quel che la tua destra dà». Quando la
-segreta elemosina ebbe di molto assottigliato il suo patrimonio, lo
-punse carità dei figli, ch'ebbe numerosi e ben nati. Divise tra loro
-il rimanente, avendo altrove conquistato una indivisibile signoria;
-e si ritrasse nella Landa ad abitare seco. Che cosa debba fare colui
-che seco abita, egli lo sapeva dall'Antico ma meglio dalla sua stessa
-aspirazione. «Secum purgatur, orat, legit, et meditatur.»
-
-Divotissimo era di San Domenico; e sotto il vocabolo del sublime amico
-di San Francesco è posto il tetto ch'egli mi concesse. Per umiltà egli
-volle andare ad abitare nell'antica infermeria dei Padri Domenicani,
-che aveva ricomperata a causa d'amore. È una bruna casipola di legno,
-tra l'ombra della Cappella e l'ombra della pineta. In quella scelse la
-stanza più modesta, sapendo che «la cella di continuo abitata diventa
-dolce». Quando la Landa rombava come l'Oceano, allo sforzo del vento,
-egli credeva essere sopra un vascelletto in punto di salpare per
-l'ultimo viaggio. Ma quando l'oro primaverile colava sul balcone giù
-dal minuto crivello dei pini e gli uccelli facevano il lor concerto,
-quella era la casa lieve ch'io m'avevo sognata più d'una volta, era «la
-casa in sul ramo», lieve, sonora, pronta.
-
-Aveva quivi trasportato un piccolo organo da mantici, perché amava
-la musica sacra e sonava con grazia qualche mottetto. Come quel soave
-domenicano Enrico Suso, egli si piaceva di chiamarsi «il servitore»;
-e, come lui, doveva certo ogni mattina, svegliandosi all'ora della
-Salutazione angelica, udire entro di sé una voce cantare nel modo
-minore le parole: «Maria, la Stella del Mare, ecco, si leva».
-
-Un giorno, entrando, lo trovai assopito davanti alle due tastiere; e
-trattenni il piede e il respiro per non isvegliarlo, tanta beatitudine
-mi apparì nel suo volto. Ripensai a quel ch'egli m'aveva narrato del
-giovine Suso. Forse anch'egli sognava d'essere nel mezzo del concerto
-celeste a cantare il Magnificat; e la Vergine gli veniva incontro e,
-per segno d'aver gradito un'offerta di rose, gli comandava di cantare
-il versetto: «O vernalis rosula!»
-
-Fin dalla sua prima visita, fin dall'ora di quel pianto repentino
-che rimase in fondo alla nostra amicizia come non so che misteriosa
-freschezza, credo ch'egli sperasse di volgermi all'esercizio della
-preghiera secondo il suo rito. Ma non mai, neppure per un attimo,
-assunse aspetto e tono di convertitore. Aveva un suo modo gentilissimo
-di farmi sentire che v'era fra noi un bel segreto, del quale non
-conveniva ragionare. Talvolta, se qualche mia parola giusta lo
-toccasse, mi guardava intento, sospeso, con uno sguardo singolare in
-cui pareva quasi direi trasposta l'attenzione d'un'orecchia inclinata,
-fattosi somigliante a tale che abbia udito un suono rivelatore e ne
-segua le onde per ansia di riconoscerlo. Talvolta anche, in certe
-pause, mi dava imagine di un uomo che, stando in una contrada al
-principio della primavera quando i succhi cominciano a muovere, si
-ponga in ascolto per desiderio di cogliere la melodia indistinta della
-linfa che in breve trasfigurerà ogni creatura abbarbicata alla terra.
-Così la sua illusione spiava in me l'opera interiore della Grazia.
-
- Lo raggio della grazia in che s'accende
- verace amore, e che poi cresce amando...
-
-Gli parlavo di Dante; e mi commoveva la sete ch'egli aveva di quella
-gran fonte. Un giorno gli raccontai come io avessi contemplata nella
-cattedrale di Amiens la Speranza scolpita in quel modo che il Poeta la
-canta nel _Paradiso_ quando Beatrice nell'ottavo cielo gli mostra il
-barone
-
- per cui laggiù si visita Galizia,
-
-e San Iacopo lo esorta: «Di' quel che ell'è». Dante e l'ignoto
-marmorario avevano fedelmente tradotto, l'uno nella terza rima, l'altro
-nella materia dura, la diffinizione che della Speranza dà nel Libro
-delle sentenze un teologo di Francia, Pierre Lombard vescovo di Parigi.
-«Spes est certa expectatio futurae beatitudinis....»
-
- «Spene» diss'io «è uno attender certo
- della gloria futura...»
-
-Il mio amico restò lungamente pensoso di quella rispondenza fra
-la cattedrale di pietra e la cattedrale di parole, l'una sorta
-nella sua terra e l'altra nella mia. Pareva che io gli avessi più
-avvicinato Dante e gli avessi scoperto nell'ardua mole gotica un punto
-misteriosamente sensibile in cui potessero i nostri spiriti convergere
-e comunicare. Alla fine del nostro colloquio (il vento occidentale
-squassava tutta la Landa e l'immenso fragore dell'Oceano faceva sembrar
-fragili tutte le cose) egli mi posò le mani su l'uno e su l'altro
-òmero, mi guardò con la sua anima nuda emersa a fiore del suo viso
-diafano, e mi chiese: «Quando? Quando?» Era in me quella malinconia
-potente in cui il cuore batte più robusto e più celere. Gli dissi,
-con dolcezza figliale: «Io sono nato per vedere, per ricordarmi e per
-presentire». Poi soggiunsi: «E forse attenderò me stesso fino alla
-morte».
-
-Rimanemmo qualche tempo senza visitarci, perché io ricominciai a
-vegliare la notte e a dormire il giorno. Egli sapeva che la mia lampada
-era accesa e che avevo in serbo molto olio nel mio orcio. «Lo sposo
-dell'anima suole a mezza notte venire. Guarda che a dormire non ti
-truovi.»
-
-Una sera dello scorso febbraio, dopo compiuto l'anno dall'ora del
-pianto e del legame, uno de' suoi figli mi giunse, inatteso; e mi
-disse: «Mio padre vuole vedervi. Non ha che qualche settimana o qualche
-giorno di vita. Esauditelo».
-
-
-
-
-XV APRILE MCMXII
-
-
-Quando entrai nella piccola infermeria domenicana, al primo sguardo
-conobbi che l'uomo da bene aveva già abbracciata la nostra suora morte
-corporale e se la teneva ben sensata contro il suo petto. Primamente,
-non veduto, lo vidi in uno specchio. Una donna, dolce e severa, che
-poteva essere Sant'Anna col suo mazzo di chiavi appeso al fianco,
-m'aveva condotto sul verone di legno ove s'affacciava la camera
-dell'infermo; e s'era ritratta, per lasciarmi solo con lui, per non
-farsi testimone inopportuna del nostro turbamento. Nell'appressarmi
-alla soglia, scorsi su la parete lo specchio e dentrovi, dentro quella
-specie d'orrore inaccessibile e rischiarato, il vecchio che stava
-seduto, intentissimo, tenendo ambe le mani premute su l'atroce ospite
-carnale che gli rodeva la bocca dello stomaco. Mi soffermai, con
-uno spaventoso tremito nel cuore, perché veramente dentro quel vano
-la morte era _visibile_ come nelle Danze macabre, e tutta l'imagine
-veramente era _di là dal velo_. Egli alzò le ciglia e sussultò
-abbandonando le mani su le ginocchia, perché mi scoperse anch'egli
-nella spera e mi vide venire a lui non dalla vita diurna, non dall'aria
-e dalla luce, ma dal fondo di quel pallido sepolcro. E, com'entrai,
-mi parve non di varcare una soglia comune ma di superare un limite
-tremendo.
-
-Non conosco, nella storia della santità, una preparazione al transito
-più bella di questa. San Francesco, pur conversando con la sua suora
-infermitade, lasciò che i medici tentassero di combatterla. Riconobbe
-d'aver sempre trattato troppo duramente il suo corpo e mostrò di
-pentirsene. «Giubila, frate corpo, e dammi perdonanza; che or mi
-conviene satisfare a' tuoi disii.» I dottori pontificii, a Fonte
-Colombo, gli cavarono sangue, lo vessicarono e cauterizzarono. Col
-ferro rovente gli affocarono le tempie, mentr'egli pregava «frate focu»
-che soffrire non lo facesse oltre sopportazione. Ad Assisi, nella casa
-del Vescovo, di continuo lo curava il medico aretino. Di tratto in
-tratto era preso da qualche strana voglia e mandava in cerca i suoi
-frati che talvolta, come nella notte del prezzemolo, s'impazientivano.
-Alla Porziuncola Giacomina Settesoli gli apprestò quella vivanduzza
-romana prediletta, quel camangiare di mandorle, che durante la malattia
-aveva spesso desiderato. Dopo, sentendo prossima la fine, si fece
-spogliare d'ogni vestimento e colcare su la terra ignudo.
-
-Il mio amico dedusse quest'ultimo esempio fin dal principio, non
-pel suo corpo ma per l'anima sua. Spogliato di tutto egli era come
-mi pareva non potesse mai uomo spogliarsi. E non gli restava se non
-quella «nuditate d'Amore» oltre la quale, in paragone di purezza,
-v'é soltanto la prima luce del mattino. Vidi presso di lui il volume
-della _Imitazione_ chiuso. È certo quello il trattato del totale
-spogliamento: riduce in un pugno di polvere la sostanza in cui
-l'uomo più si compiace, e senza pietà separa l'uomo da ogni diletta
-cosa che non sia il compiuto amore. Egli non aveva più nulla da
-apprendere in quel libro: perciò era desso quivi chiuso, e senza
-segnali. Ed egli l'aveva tanto praticato e meditato non soltanto come
-il libro dell'eternità, ma come quello ch'era nato dalla disciplina
-della sua stirpe «sotto l'ogiva di Francia», vera «conoscenza e
-virtute d'Occidente.» Né gli restava alcun dubbio intorno a tale
-origine; talché una volta ch'egli vide il mio esemplare col nome di
-Tommaso Kempis, scosse il capo. Soleva dire, non senza finezza, che
-l'_Imitazione_ franceseggia in latino. Vi riconosceva trasposti i modi
-e le cadenze della prosa Francesca, e talvolta la levità d'un orecchio
-che aveva ascoltato la voce dell'allodola paesana.
-
-Nelle lunghe settimane di patimento, dal giorno in cui l'insonne
-cancro incominciò a morderlo per finirlo, sino all'ora in cui perse la
-parola terrena per un altro linguaggio, non dimandò d'essere medicato
-né alleviato, non volle intercessore tra l'infermità e la carne, non
-chiese che le sofferenze gli fossero attutite ma soltanto che con
-esse gli fosse accresciuta la forza di sostenerle. «Courage, courage,
-mon âme!» diceva nello spasimo. «Encore un peu, mon Dieu! Faites-moi
-souffrir encore un peu, mais donnez-moi la force de supporter la
-souffrance.» Quando il morso diveniva meno atroce, egli si faceva gaio
-e arguto; non soltanto sorrideva ma anche rideva d'un riso schietto.
-Come dalla città i suoi molti figliuoli e i suoi nipoti numerosissimi
-e i famigliari suoi devoti venivano a visitarlo, ciascuno adduceva,
-per giustificare la visita insolita, un pretesto più o men verisimile,
-credendosi di illuderlo. Egli ben sapeva che quelle erano visite di
-funebre commiato; e un giorno ch'io ero là, tra quegli affettuosi
-dissimulatori, l'udii motteggiare con sì vivace grazia che veramente le
-più celebri delle parole stoiche mi sembrarono cosa ruvida e grossa.
-Una notte di marzo la figliuola maggiore, ch'era venuta a trattenersi
-nella casa per assisterlo, dal suo letto udì nella camera del padre un
-gran ridere. Attonita e un poco sbigottita, si levò e andò a origliare.
-L'ottimo abate Eugène de Vivié, rettore della parrocchia, consolatore
-intrepido, aveva voluto vegliar l'infermo nel martirio notturno.
-Aiutandolo egli a sollevarsi dal guanciale per l'orribile rigurgito
-che lo travagliava, una inattesa facezia del sofferente aveva suscitata
-quella ilarità concorde. Ripensai quel rimbrotto di Frate Elia, quando
-San Francesco giaceva al Vescovado in custodia e voleva che Frate
-Agnolo e Frate Leone gli cantassero ogni ora le laudi di nostra suora
-morte per rallegrarsi nel Signore. «Hacci la scolta alla porta; e niuno
-vorrà credere esser tu un santo uomo, udendo del continovo cantare e
-sonare nella tua cella.»
-
-Finché la volontà potè comandare le membra affievolite, si trascinò
-ogni mattina alla Cappella per ricevere il pane eucaristico; del quale
-solo sembrava nutrirsi, non prendendo nella giornata se non qualche
-sorso di latte o il succo di qualche frutto. Súbito dopo la comunione,
-si ritraeva, non avendo più la forza di assistere alla messa. L'ultima
-volta ch'egli varcò la soglia santa, non ebbe neppure la lena per
-appressarsi alla mensa di Cristo. Sfinito, fu costretto di sedersi; e
-il prete scese dall'altare e andò a portargli l'ostia vivente. Come
-da quel punto nessuno sforzo di volontà più valse, si comunicò per
-viatico, sino al Venerdì Santo.
-
-Comprendemmo qual fosse la sua segreta e inebriante speranza quando
-ripeteva: «Encore un peu, mon Dieu! Faites-moi souffrir encore un peu!»
-Egli sperava di poter vivere sino alla Settimana di Passione, sperava
-di poter congiungere la sua agonia e la sua morte all'agonia e alla
-morte del Salvatore. Fu esaudito.
-
-Il giorno che ricevette il sacramento della Estrema Unzione, mandò per
-me. Egli aveva preso ad amarmi più che s'io gli fossi stato figliuolo
-unico. I suoi prossimi si stupivano nel vederlo tanto illuminarsi
-quando gli apparivo. I suoi occhi si volgevano a me interrogandomi,
-così pallidi che parevano aver perduto quel poco di cilestro a forza
-di fisare chi sa qual bianchezza abbagliante. Sempre i famigliari, se
-erano presenti, escivano l'un dopo l'altro perché rimanessimo soli. Per
-non affaticarlo, non lo lasciavo parlare né gli parlavo con le labbra.
-Stando al suo fianco, seduto, in silenzio, non mi peritavo di guardarlo
-intentamente, tanto m'attraeva la bellezza del suo mistero. Lo sentivo
-morire e vivere. Il suo viso nella macie era come un teschio palese,
-ricoperto d'un tenue velo di fuoco bianco. Non so dov'egli fosse per
-trapassare e per ricominciare; ma è certo che, tacendo, simile a un
-tessitore in sogno, tesseva con la sua morte una vita che non era come
-la mia vita. La mia vita, che è la mia passione e il mio orrore, la mia
-vita, che mi rapisce e mi ripugna, si moltiplicava con un'abondanza
-vorticosa come quando ascolto tra la folla le sinfonie dei grandi
-maestri. L'amore il dolore e la morte rimescolavano l'oceano della mia
-musica con braccia titaniche indistinguibili. Talvolta il morituro
-prendeva il mio polso e lo teneva nella sua mano sul sostegno della
-seggiola. Allora soffrivo d'avere tuttavia tanto sangue, e così rapido.
-Mi ritornava il senso del mio corpo, accompagnato da un'angoscia che
-doveva essere simile allo sforzo vano del generare, quando ne stilla un
-sudore quasi di tramortimento. E non m'ero mai sentito tanto potente e
-tanto miserabile.
-
-«Amico», gli parlavo in silenzio «ho avuto molte primavere travagliate,
-ma non una come questa. So quel che mi significa la dimanda dei vostri
-occhi buoni, ma non so che rispondere. Le parole che talvolta mi
-salgono alle labbra, non oso proferirle; anzi oppongo al loro impeto i
-denti serrati, perché temo di perdermi e di non potermi più ritrovare.
-Nondimeno mai, da che vivo, non ebbi un istinto e un bisogno di
-mutazione tanto profondi e agitati. Un giorno, ahimè, molto lontano,
-nel Camposanto di Pisa, che sembra illuminato dal crepuscolo di quella
-luce verso cui siete vòlto, meditai su me medesimo
-
- tra i due neri
- cipressi nati dal seno
- della morte;
-
-e mi parve che, se avessi dovuto cominciare la mia vita nuova,
-avrei scelto per luogo del cominciamento quel divino chiostro alzato
-dall'arte della mia razza non tanto per serbare la terra del Calvario
-quanto per contenere tra i quattro portici una larva dell'albore
-immobile ch'era intorno alla Croce.
-
- Forse avverrà che quivi un giorno io rechi
- il mio spirito, fuor della tempesta,
- a mutar d'ale.
-
-E da quel giorno un'alta creatura «eletta da me, per me perduta», a
-lunghi intervalli, a traverso le vicende e le lontananze, mi manda il
-messaggio di quelle tre parole: «Mutar d'ale». Il mio presentimento
-è dunque divenuto un comandamento di ferro e di diamante? è divenuto
-alfine la raggiante e lacerante necessità? E la sorte mi mandò fuor
-della mia terra, verso questo paese occidentale di sabbia e di sete,
-che non è se non un deserto imboschito, perché la vecchia spoglia mi
-fosse tratta dalla mano d'un vecchio morente «in verità di santità»?
-Come la spogliazione dei beni vani fu agevole e quasi senza ombra di
-rammarico! Si vide che la magnificenza del mio vivere non era nei miei
-velluti e nei miei cavalli. Un branco di scimmie calpestò e distrusse
-non senza tardità quel che forse, o prima o poi, avrei distrutto io
-medesimo in un'ora, per far largo intorno al mio pensiero impaziente.
-Mi parve che il modo mi offendesse, e m'accorsi che non ero offeso
-in alcun modo. Avendo perduto qualche bel legno tarlato, qualche bel
-vetro incrinato, qualche bel ferro arrugginito, entrai nel possesso
-di questa più bella verità: esser necessario bruciare o smantellare i
-vecchi tetti, sotto i quali abitammo in carne o in ispirito. Soltanto
-mi furono tolti il giubilo e l'orgoglio della volontaria arsione.
-
-Or, quando c'incontrammo, io non aveva se non gli strumenti del mio
-lavoro, la mia lampada fornita, e una vecchia serva che nel servire
-era più nobile dell'antica regina dal piè d'oca. Ahi, non questo era
-l'essenziale. «Dopo aver tutto ottenuto per ingegno, per amore o per
-violenza, bisogna che tu ceda tutto, che tu ti annienti.» Ma che cosa
-è _tutto_ per me? e quale la condizione dell'annientamento? So che,
-per farmi nuovo, io non debbo obbedire a una parola già detta ma a
-una parola non ancor detta. So che la povertà e l'amore della povertà
-non hanno alcuna efficacia spirituale nella conquista ch'io son per
-intraprendere. Ma il Cristo ha veramente detto tutte le sue parole?
-
-Mai Gesù mi fu più vicino, e mai n'ebbi un senso tanto tragico. In un
-libro disegnato or è quindici anni, sacro e sacrilego, io imaginavo
-che il «bellissimo nemico» discendendo dal Golgota dopo il supplizio
-entrasse nella casa della Veronica e quivi s'intrattenesse con la pia
-donna a parlare misteriosamente del Re crocifisso mentre nell'ombra la
-Faccia divina e dolorosa splendeva di sudore e di sangue nel sudario
-spiegato. Dal giorno del vostro pianto, agli interni miei colloquii col
-mio nascosto nemico assiste nell'ombra il sudario della Veronica. Ora
-sento continua sopra il mondo la presenza del sacrifizio di Cristo;
-e sento per ciò in confuso la mia voce e le mie azioni diversamente
-ripercuotersi, come quando taluno con gli occhi bendati entra sotto
-una ignota cupola sonora. Ma chi troverà il luogo dell'eco perfetta
-e l'accento giusto per la grande ripercussione? Da Ferrara, in un
-giorno di novembre, mi mossi per cercare un'eco famosa. Camminai
-per un viale di platani, lungo un argine verde e molle tutto sparso
-di foglie lionate. Avevo in me l'inquietudine della divinazione; e
-di tratto in tratto, credendomi di riconoscere il punto, gettavo un
-richiamo; e ogni richiamo rimaneva senza risposta; e ogni volta più mi
-cresceva una sorta di tristezza fastidiosa e inutile, perché cercavo un
-che di divino e il grido era meccanico, la parola di prova era quasi
-risibile. Allora giunsi a un piccolo poggio verde che ha il nome di
-Montagnola; e quivi era a diporto una compagnia di giovani cappuccini,
-condotta da un frate barbuto, e le tonache dei novizii avevano lo
-stesso colore delle foglie sparse per l'erba. Mi rivolsi al frate
-per dimandargli novelle dell'eco; ed egli n'aveva una memoria vaga,
-come di cosa scomparsa. Solo sapeva di certo che laggiù un muro era
-crollato in una casa visitata dall'incendio. I novizii tonduti rimasero
-pensosi. La luce su la campagna infinita era come quella che passa a
-traverso gli alabastri. Vagai ancóra intorno al poggio e per gli argini
-chiamando, provando; e il tono della mia voce mi faceva soffrire,
-tanto era lontano da quello della mia anima ed estraneo al mistero
-che perseguivo. Nondimeno la qualità del mio scontento era nuova e
-mirabile. Tornai su le mie orme, pei viali molli d'acqua piovana. La
-pianura era senza fine come il cielo. Una campana sonava alla Certosa.
-Rividi sotto il poggio le foglie e le tonache fulve. M'appressai. I
-novizii erano assorti e taciturni; e qualcuno aveva in bocca qualche
-filo d'erba e, tenendo gli occhi bassi, mi pareva che sentisse con le
-palpebre la freschezza della sua anima. Io dissi: «Non c'è più! Forse
-è morta. Era la più bella del mondo». I novizii erano pieni d'ansia,
-e forse di miracolo; e mi pareva che inclinassero verso la terra un
-orecchio musicale. Ma il frate mi disse, placido: «A San Francesco
-ve n'è una sotto la cupola, che ripete Ave tre volte.» Certi ricordi
-chiedono di essere interpretati come le visioni; ma dov'è il mio
-interprete? E, se voi ora per me sollevaste il velo, che scoprireste se
-non la vostra certezza?
-
-Certo, da una limitazione può nascere la più vasta vita; e una
-mutilazione può moltiplicare la potenza, come sa il potatore. Certo,
-qualche parte di me dorme ancora un profondissimo sonno; e me la
-rivelano in certi mattini i sogni non interpretati. È necessario che
-io faccia luogo in me a ciò che sorgerà da quel risveglio. Ho talvolta
-il sentimento delle interne mie lontananze come l'ha di queste Lande
-lo svenatore di pini. Preparo l'arme acconcia perché anch'io, entrato
-nel folto, possa aprire nuove ferite onde sgorghi l'aroma e _possa
-mantenerle sempre aperte_. Tale è l'insegnamento della Landa.
-
-Ora a ciascun mio pensiero è aderente un altro pensiero, oscuro. Così
-nella cattedrale notturna le colonne sono illuminate da una sola banda,
-perché la lampada arde in una sola navata. Bisogna che io accenda
-all'altra banda un'altra lampada, ma senza spegnere la prima. Ho paura
-di spegnerla. Debbo vincere questa paura? E chi m'afferma che diverrò
-più forte? Se mi ritrovassi ottenebrato o diminuito?
-
-Lo so. Gli uomini non edificheranno nuovi templi per nuovi culti. Il
-prodigio unanime della cattedrale non si rinnoverà. Ma il dio medesimo,
-che l'ha rempiuta, può un giorno apparirvi con un aspetto per la
-seconda volta trasfigurato, affacciandosi alla grande Rosa nell'ora in
-cui dietro lei suole coricarsi l'astro come al confino d'una foresta.
-Simile alla foresta, la cattedrale d'Occidente può essere penetrata in
-tutte le sue fibre secolari dalla forza d'una primavera inaudita. Quale
-avvenire osservano i Profeti protesi dì e notte come vedette e scolte
-dai contrafforti del Duomo picardo ove riconoscemmo scolpita la Spene
-di Dante? La pietra commessa e alzata, come quella, al suono degli
-inni, ha in sé l'infinito del canto: non può contenere una fatalità
-compiuta e immota ma sì l'aspirazione a una bellezza di continuo
-perfettibile.
-
-Non vi fu, di là dal torrente di Chedron, nell'Orto degli Ulivi, un
-apostolo ignoto che si unì agli Undici per ricompire il numero, e non
-dormì né la prima né la seconda né la terza volta? Tra tutte le persone
-della tragedia di Cristo due m'attrassero sempre più d'ogni altra, le
-più misteriose: Lazaro di Betania tornato del buio e il giovine dalla
-sindone. Non avete mai pensato chi potesse mai essere quel giovine
-«amictus sindone super nudo», del quale parla il Vangelo di Marco? «E
-tutti, lasciatolo, se ne fuggirono. E un certo giovine lo seguitava,
-involto d'un panno lino sopra la carne ignuda, e i fanti lo presero.
-Ma egli, lasciato il panno, se ne fuggì da loro, ignudo». Chi era quel
-tredicesimo apostolo, che aveva preso il luogo di Giuda nell'ora dello
-spavento e della grande angoscia? Solo egli vide il sudore cadere a
-terra «simile a grumoli di sangue».
-
-Era minore di Giovanni figlio di Salome. Era vestito d'un vestimento
-leggero. Si fuggì ignudo «reiecta sindone, nudus profugit ab eis».
-Nulla più si seppe di lui nel mondo. Forse un giorno dirò una
-imaginazione che di lui mi giunse.»
-
-In tali erramenti divagava il mio spirito, per una specie di
-dormiveglia intimo ove le imagini più rilevate si avvicendavano con
-ombre fluttuanti e il ritmo precedeva i pensieri, come quando il
-sonatore cieco improvvisa su l'organo. E la perplessità si avvicendava
-con la paura. E smisurate masse d'anima erano smosse da taluna
-interrogazione appena distinta, come quando la forza d'un tema entra
-nella sinfonia. «Che avverrà di me se io mi rendo interamente al vostro
-Salvatore?» E poi tutto si abbandonava a una fuga dirotta, come quando
-s'ode rintronare il lastrico sotto la carica dei cavalieri.
-
- E gli uomini cadevano
- intorno a me guardandomi
- negli occhi, come in sogno
- quando uno solo è come moltitudine
- e un viso è come mille
- e il cor supino è pieno di memoria
- vertiginosa.
- Ciascun percosso
- parca gridarmi:
- Per chi m'uccidi?
- Ah, ben io so!
-
-Era la materia della mia arte, che si mescolava a quella della mia
-vita. Una voce della mia tragedia d'amore e di morte, dell'opera che
-componevo nelle mie notti, diveniva oscuramente la voce d'uno di quegli
-esseri incogniti da me contenuti.
-
- L'andito è nero
- per ove ci viene
- tastando con le mani,
- come il cieco mendico;
- ma posta ho in terra
- la lampada perché sotto la porta
- segni il segnale di luce. Or qualcuno
- è tra la lampada e la notte.
-
-Con l'anima mia foggiavo due corpi pieni di nero sangue, e vivevo tutto
-in loro, per comprendere il peccato; poiché è detto che non si possa
-veramente comprendere la bellezza del Cristo «senza comprendere il
-peccato». Ugo da Este e Parisina Malatesta m'erano due esploratori di
-tenebre.
-
- Col peso della carne del mio cuore
- pesava il mio peccato. E disse: «Io so.
- Ma che paventi?»
-
-Camminavamo verso il barlume di levante con la medesima ambascia. Anche
-per la nipote di Francesca l'attesa aveva il volto della rimembranza.
-
- Questa pena
- di sudore Ei sostenne,
- perché da noi
- si spiccasse la febbre del peccato...
- Dici che sogno? Non so quando io chiusi
- gli occhi, non so da qual mai lungo sonno
- io mi svegli; non so,
- non so di quale vita
- io viva, in verità. Tutto ritorna
- dal profondo. Commessa
- fu la mia colpa,
- patito il mio dolore,
- sofferto il mio spavento;
- sospesa fu la mia sciagura, inflitta
- la mia morte. Non sogno,
- o meschina, non sogno: mi rimemoro.
- Non vivo: di mia vita mi sovviene,
- mi sovviene di me come discesa
- nel mondo io sia pe' rami
- d'un nero sangue...
-
-D'un tratto, se bene la mano del morente avvolgesse il mio polso, se
-bene io ne sentissi il gelo nella mia midolla, un turbine mi separava
-da lui, un turbine sorto dall'assito di quella camera quieta. E
-bisognava che io mi levassi a seguitare una virtù che s'era partita da
-me e aveva superata la soglia. Erano ancóra su la tavola i fiori che
-avevo recati, e i frutti d'Italia. Erano le spesse arance siciliane,
-del cui solo succo omai si nutriva il mio amico, a stilla a stilla.
-«Non più ho bisogno dei vostri fiori e dei vostri frutti ma delle
-vostre preghiere». Allora discendevo nella Landa carica di polline
-sulfureo, lasciando dietro di me l'interlocutore silenzioso dei miei
-dialoghi affrontato col muro ove s'apriva il vano dello specchio
-inesorabile. E, come tutto in me era disposto al canto, facevo le mie
-preghiere.
-
-Adunque il giorno che ricevette il sacramento dell'Estrema Unzione,
-mi mandò a chiamare. Come indugiai un'ora, mandò di nuovo. Pareva
-ch'egli fosse in grande ansietà. Salendo su per la duna, mi soffermavo
-per contenere il battito e per guadagnare qualche istante. Intorno
-alla Cappella era l'odore di quelle lacrime di ragia che sovente
-sostituiscono l'incenso e il belzuino nei turiboli delle Lande. Quando
-fui sul verone di legno, incontrai nello specchio il suo sguardo
-d'attesa. Mi spiava nel fondo del cristallo lugubre ove egli voleva
-essere testimone continuo del suo perire. Non stava già nel suo letto
-ma tuttora seduto su la sua seggiola. La sua santità era cresciuta
-di lume. Non soltanto egli era stato unto del crisma ma aveva anche
-ricevuto per messaggio la benedizione del Pontefice di Roma. E una
-reliquia preziosissima era su la tavola, presso di lui.
-
-Soltanto allora seppi ch'egli possedeva nel suo oratorio una scheggia
-della vera Croce, e che da anni le aveva consacrato una lampada
-perpetua.
-
-Non osai di sedermi, se bene invitato. Qualcosa di lontano e
-d'inviolabile era in lui, quasi che il vetro d'un tabernacolo lo
-proteggesse. Ma, quando mi fisò, il più umano tremito scompose le linee
-del suo viso spiritale, così ch'io tutto mi contrassi come a ricevere
-una percossa.
-
-Egli ritrovò in sé il soffio bastante a formare la parola e il
-discorso, perché credeva di obbedire a un comandamento. Non poteva
-più tacere, non poteva più attenersi alla muta interrogazione dello
-sguardo e all'allusione timorosa. Già unto dell'olio santificato, stava
-per entrare con Dio in quel colloquio che non più consente di volgersi
-verso l'uomo. Egli non aveva se non quell'ora, sul limite del sepolcro,
-per indirizzare in via di salute l'anima confidatagli dalla divina
-providenza. Questo diceva il suo tremito.
-
-Rare volte le mie radici ebbero uno scrollo tanto doloroso. Egli parlò.
-Io volgevo le spalle alla luce, e l'ascoltavo inclinato. Dietro di me
-la Landa stormiva al vento di ponente, e io era come ciascun albero
-e come la moltitudine. Potrei ottenere dalla mia anima la confessione
-di ciò che per l'uomo è inconfessabile, ma non otterrò mai ch'ella mi
-ridica quel che udimmo quivi.
-
-Allora il pianto fu più forte della favella. Una creatura che pareva
-non aver più sangue, aveva ancor tante lacrime! Le mie mani erano
-tutte molli; e il rombo di una catastrofe terrestre non m'avrebbe
-dato lo sgomento che mi dava quel singhiozzo senile, lacerante come
-l'implorazione d'un fanciullo. Quel che v'è di più profondo in me
-pareva toccato, e pure conobbi una nuova oltranza; perché mi sentii
-baciar le mani!
-
-Così l'umiltà chiedeva l'umiltà, l'amore chiamava l'amore. Non so
-quale atto altrui, nella mia vita, abbia potuto pesare su me come
-pesò quello. Per lunghe ore fui oppresso da una sofferenza quasi
-corporale, come quando l'equilibrio della vita è sconvolto dal germe
-d'una malattia ignota, che somiglia al presentimento d'una sciagura
-senza nome. E talvolta era come un rimorso confuso; e talvolta era come
-un'atroce durezza che si formasse di tutta la mia sostanza fluida, a
-quel modo che una corrente si congela; e talvolta mi pareva che tutto
-me medesimo non fosse se non un impedimento enorme a me medesimo,
-insuperabile, contro cui non avessi potenza ma soltanto ira.
-
-La sera, sedato in parte il tumulto, accesi la lampada con l'animo
-di sottopormi alla disciplina consueta. Avevo bisogno delle mie mani
-per continuare la mia opera. Le posai su le carte, nel cerchio del
-chiarore, per considerarle. Un gran sussulto mi scosse, al ricordo
-recente. E mi parve, assai più che altre volte, vivessero d'una lor
-vita propria e quasi non mi appartenessero. Le sollevai e le guardai
-contro il lume: un poco tremavano, e tra le dita chiuse ardeva
-una linea rossa. N'ebbi pietà; poi n'ebbi orgoglio. Nel pollice,
-nell'indice e nel medio l'ultima fatica aveva approfondito il segno
-della penna. Pensai ai giovani pallidi e smarriti che me le avevano
-baciate d'improvviso, me repugnante, nell'ombra. Ma che cosa le mie
-mani _dovevano_ a quell'atto del morente immacolato? Forse riposarsi, e
-attendere il novel tempo.
-
-Non si riposarono. Lavorarono fino all'alba.
-
-E in quella notte Ugo disse:
-
- Non v'era in me più forza né coraggio
- né soffio. Avviluppato in una nube
- d'angoscia, profondato
- ero in un'onda amara
- e calda, con l'orrore
- della sorte premuto
- su tutto me. Parole
- udivo escite
- da non so qual potenza, nella notte
- senza vie. La salvezza e il perdimento
- eran senz'occhi entrambi.
- E tutto inevitabile
- era. E non combattevo
- se non per te
- anche una volta, se non pel mio vóto,
- non più nel sangue
- ma nelle lacrime.
-
-E disse Parisina:
-
- O mia vita, o mia morte,
- dove sei? dove siamo?
- Siamo nel luogo profondo, e la lampada
- dell'attesa arde in terra; e suggellata
- è la pietra su noi,
- cementata, afforzata
- con ispranghe di ferro...
-
-Ma di nuovo l'usignuolo cantò, con una melodia ancor più alta dopo la
-pausa. E l'amato implorava:
-
- O voce forte e pura nella notte
- senza vie, nel tremore
- spaventoso degli astri,
- oh dimmi la parola
- ch'è in me, dimmi la muta
- parola che si sforza
- di separarsi dal mio cuore, in vano,
- con sì crudel travaglio!
- Vivere, vivere, o morire? Dimmi!
- Morire o vivere?
-
-E Parisina allora disse:
-
- La notte ha la sua via.
-
-
-
-
-XXIV APRILE MCMXII
-
-
-È mezzogiorno. Un'oscurazione di catastrofe si stende su la terra. Ogni
-cosa ha un aspetto notturno, e sembra rivelar di sé quel che non fu
-mai veduto per innanzi. È una notte non illuminata dalla luna, né dalle
-stelle, né dal primo fiato dell'alba, ma da una lampada soprannaturale
-che spande un egual chiarore e non segna le ombre. Non so perché, penso
-a quel che provai una volta entrando nella camera buia di un dormente,
-con una lanterna cieca, per osservare il segreto del suo viso nel
-sonno.
-
-Vedo nelle cose quella stessa impronta di verità interiore, quello
-stesso segreto palesato. Non è, pel mio spirito, un giorno interrotto
-ma una notte scrutata a fondo. L'anima della terra è notturna, ma
-la luce del sole la nasconde più che non la nasconda la tenebra.
-Soltanto può rivelarla la divinazione dei poeti, che portano nel loro
-cuore un sole velato come quello d'oggi. È l'ora del meriggio, e non
-v'è luce e non v'è tenebra; ma le cose, a questo lume di miracolo,
-mostrano l'aspetto che debbono avere quando nessuno può guardarle né
-riconoscerle. Milioni d'uomini in quest'ora volgono gli occhi verso
-il cielo e per passatempo, a traverso il vetro affumato che simula Io
-smeraldo neroniano, spiano il contrasto del sole e della luna, il disco
-violetto che sormonta la raggiera d'oro, l'estrema falce solare che
-imita il novilunio. Ma il vero miracolo è in terra. Se io guardo gli
-uomini, li vedo smorti come i trapassati; e i loro corpi non gettano
-su la sabbia più ombra che non ne facciano i peccatori nella landa
-sabbiosa del Terzo Girone, laddove scorrono le lacrime che il Veglio
-goccia da tutte le fessure ond'è vulnerato. Così per questo silenzio,
-lungo la sorda riva, vedo venire la larva del Poeta che sa l'«asfòdelo
-prato» e «i freschi mai». E vorrei, come il suo Odisseo nella dimora
-del Buio, scavare nella sabbia una fossa ed empirla di sangue, sicché
-egli potesse come Tiresia abbeverarsi dello squallido sangue e dirmi
-«infallibili cose».
-
- Sol dopo ciò mi parlava il profeta incolpabile, e disse:
- — Tu mi ricerchi il ritorno di miele....
-
-Ma il meriggio dell'anima si trasmuta, a poco a poco perde di mistero
-e d'orrore, vanisce come un sogno divino che al risveglio s'impigli e
-si stempri nel torbidume dei nostri sensi. Il disco violetto trascorre,
-e l'astro diurno sembra riardere fumigando dall'uno all'altro corno.
-La tenzone del sole e della luna ha termine. Ancóra una volta la luce
-nasconde la vera faccia della terra, e la cieca vita fa ingombro alla
-morte perspicace.
-
-Da questa vicenda celeste apprendo come l'eclisse, nel mondo interiore,
-possa essere rivelazione piuttosto che oscurazione. La luce della
-nostra coscienza abituale non ci copre la nostra verità più profonda?
-Se alcuna forza fin allora estranea s'interponga, ecco che dentro a
-noi tutto si trasfigura e si manifesta. Il massimo degli eclissi è la
-follìa. E che grandi e inopinate mutazioni e visioni da lei nacquero!
-Ma vi sono anche meravigliosi eclissi prodotti da una certa specie
-di pensieri dominanti che offuscano la coscienza fallace. Il comune
-linguaggio però non ha modi per significarli.
-
-Forse, laggiù, un pescatore perduto su l'Atlantico ha visto nel
-prodigio meridiano splendere Espero.
-
-Un sentimento di lontananza è rimasto in me; che mi seconda
-mentre rivivo il giorno funebre. Mi sembra che l'istessa lampada
-soprannaturale illuminasse quel Sabato Santo, quasi ritornato fantasma
-di quell'eclisse
-
- che in ciel fue
- quando patì la suprema Possanza.
-
-Era uno di quei mattini oceanici in cui l'aria e l'acqua, luna
-nell'altra convertendosi a vicenda, sembrano formare un solo elemento
-inane. Grandi velarii pallidi sorgevano, si dilatavano, si laceravano,
-cadevano a brandelli, si rammendavano, si ritessevano senza fine. La
-Landa pareva sollevarli e respingerli col suo fiato affannoso, perché
-era travagliata dalla doglia della fecondità. A quando a quando, se
-spirava il ponente, i lembi e le volute s'imbiutavano di fovilla,
-s'ingiallivano del solfo arboreo. Talora una nuvola di polvere ferace
-rimaneva sospesa su le chiome dei pini. ondeggiava, dileguava per
-ispandersi altrove in piogge nuziali. Aerei entrambi, il pòlline e la
-cenere si mescolavano, come se il vento rapinasse i fiori e gli avelli.
-
-E colui che aveva contuso il pòlline e la cenere nell'émpito dei suoi
-più alti canti e divinamente comunicato all'una la virtù dell'altro,
-il poeta annunciatore e intercessore non anche era spirato in quel
-mattino, se bene io lo credessi e vedessi già composto nella sua finale
-santità. Ma, mentre erravo di duna in duna seguendo il mio dolore che
-pareva sopravvanzarmi, mi punse il cuore un'improvvisa sollecitudine
-dell'amico che ancora viveva lì presso; ed ebbi un desiderio
-ansiosissimo di rivederlo perfetto.
-
-Or il suo vóto non era adempiuto? Non aveva egli omai accompagnato
-il Redentore sino all'ultima stazione della _Via Crucis_? Passata
-era l'ora di nona, l'ora del grande grido; passato era l'antisabato;
-Giuseppe e. Nicodemo avevano tolto dal legno il corpo, póstolo nel
-monumento e rotolata all'apritura la pietra. Come poteva ancor durare
-l'agonia del seguace? fino al Resurresso? e oltre, forse?
-
-Dal giorno dell'Estrema Unzione non ero più stato a visitarlo.
-Perseverava in me il turbamento, e non so che terrore indefinito. La
-nostra amicizia terrena era chiusa tra quei due pianti, quasi terra
-compresa da due riviere nate d'una sola sorgente come il Letè e
-l'Eunoè.
-
- Da questa parte, con virtù discende
- che toglie altrui memoria del peccato;
- dall'altra, d'ogni ben fatto la rende.
-
-Ma, pur trovandomi in paese di sete e sitibondo, non m'attentavo
-di bere. Tuttavia rimanevo tra quei due confini senza trascendere
-né l'uno né l'altro (non per rientrare nella mia patria antica,
-non per avanzarmi verso la mia patria futura) quasi in una sosta di
-contemplazione e d'indagine. E quivi pensieri viventi, sin allora a me
-estranei o da me ignorati, mi divenivano familiari come i colombi che
-beccano il frumento nel cavo della mano. E talvolta il giovine dalla
-sindone era meco; il qual serbava in fondo agli occhi notturni una
-imagine del Maestro non veduta da alcuno. E mi lasciava egli scrutare
-il fondo de' suoi occhi, talvolta.
-
-Ricomparire dinanzi all'Unto di Dio, mentre gli stava ancóra in bocca
-il respiro carnale, mi pareva intempestivo; né avrei voluto di nuovo
-toccare la sua mano, assistere agli ultimi istanti, udire i suoi
-rantoli, farmi testimone della sua fine. Piuttosto che commettere un
-tal fallo, sopportavo il dubbio di sembrargli duro o richiuso. Ben so
-come ornai, di quel ch'egli soleva chiamare «il nostro bel segreto» nel
-tempo della reticenza, io non possa più parlare se non con me medesimo,
-e sotto la specie del canto misurato.
-
-Gli mandavo ogni sera i frutti italiani; ché qualche stilla di quel
-succo fu sino all'estremo l'unico suo ristoro. Ma pregavo la sua
-figliuola che non glie li mostrasse, non potendo ella recargli anche
-la preghiera sconosciuta che l'accompagnava. Seguivo col pensiero
-la fresca offerta che giungeva alla casa di legno verso l'ora della
-salutazione angelica. Credevo udire la campanella della porta, il passo
-di quella che andava ad aprire, le parole susurrate, e poi nell'ombra
-lo scroscio dell'arancia sugosa premuta nel bicchiere che riluceva. E
-quella imaginazione mi diveniva presenza quasi reale. Sentivo l'odore
-spandersi; vedevo biancheggiare il morente sul guanciale, e il chiarore
-della sera adunarsi nello specchio come negli stagni della Landa. E si
-generava in me non so che dolcezza accorata e melodiosa, da cui sgorgò
-una sera il canto alterno di Ugo e di Parisina presso il ceppo del
-supplizio, in fondo alla Torre del Leone.
-
-Diceva Parisina:
-
- Udito hai tu,
- udito hai tu sul muro
- della torre crosciare
- la piova? Tutto è fresco,
- tutto è mondato.
- Or mi ricreo
- come il fil d'erba.
- E so che nel ciel ride
- già la stella diana.
-
-E Ugo:
-
- Passato è un tempo,
- passato è un tempo,
- ch'io non posso più dire;
- e quel che innanzi avvenne
- e quel che dopo ancóra,
- io noi viddi, noi seppi.
- Forse or ti nasco;
- e la morte, ch'è sopra,
- par sì lontana.
-
-E l'amata:
-
- Ah tu non sai,
- non sai qual sia
- nella tua bocca
- la voce nova!
- La volta cupa
- ove risuona
- sembra il segreto
- antro d'un fonte.
-
-E l'amato:
-
- Vedi che occhi
- s'apron ne' miei?
- In me tu sali,
- cresci qual mare
- senza amarezza.
- Il flutto è in sommo.
- Non ho il tuo sguardo
- sotto la fronte?
-
-E la melodia sviluppandosi assumeva un che di vitreo e di verde, un che
-d'acqua e d'erba, a imagine di quel giovinetto che un mattino vidi in
-un sandalo falciare, con la falce mortuaria dal lungo manico, le piante
-acquatiche nel fossato fosco intorno al Castello di Ferrara.
-
- O mio fastello d'erbe,
- dove t'ho da posare?
-
-La nepote di Francesca rispondeva:
-
- Pesami accanto al ceppo.
- C'inginocchiammo
- due volte. Anco due volte
- bisogna, o bello
- e dolce amico,
- bisogna a noi due volte
- i ginocchi piegare.
- La prima nel peccato,
- la seconda nell'onta,
- la terza nella morte,
- la quarta nell'eternità...
-
-Quando, molto a notte, salivo alla mia stanza per coricarmi, strani
-brividi attraversavano la mia stanchezza inquieta, e i miei occhi
-sbarrati guardavano da per tutto; che m'attendevo una di quelle
-apparizioni che annunziano il transito delle persone care. E lo
-specchio era pieno d'orrore.
-
-Certo, non cessavo dall'aver paura della morte, se bene per giorni e
-giorni l'avessi veduta abitare un uomo e scavarlo di dentro. Ma sentivo
-che alfine ero per vincere pur quella paura, e per ottenere dal morente
-una tal vittoria. Declinava il meriggio, nei Sabato Santo, quando
-l'angelo neutro per i sentieri sordi della foresta mi condusse nei
-pressi della collina arenosa ove sorgeva la Cappella di Nostra Donna.
-Scopersi in alto, di tra i rami dei pini carichi di fiori nuovi e di
-pigne secche, l'infermeria domenicana col suo verone di legno e sul
-verone la finestra che dava adito alla camera del morente. Così, non
-veduto, rimasi all'agguato della morte.
-
-La casa era tacita; l'adito era vacuo come quelle aperture senza vetri
-e senza imposte, che sfondano all'infinito nelle case abbandonate di
-Assisi. Una donna passò cautamente, s'inclinò su la soglia, si fece il
-segno della croce, disparve nell'ombra. Un uomo ne uscì, s'incontrò
-con una fanciulla dai capelli sciolti, si mise l'indice su le labbra
-per ammutolirla, poi la trasse pel braccio nudo. Nessuno piangeva.
-I lineamenti umani erano come raffermati dalla necessità. L'aspetto
-della casa stessa era come Indurito. L'aria intorno vi pareva senza
-mutamento. Qualcosa come un cristallo spesso la separava dalla
-respirazione del borgo sparso per le sabbie, ov'era sonata l'ora del
-pasto comune.
-
-Stavo accosciato su le radici d'un pino. Giovanni era meco, o la
-parte migliore di me era divenuta simile a lui; perché tutte le
-cose fisse intorno, tutte le cose radicate, erano in me riunite
-da movimenti d'amore come nel ritmo della sua poesia. Le formiche
-salivano e discendevano per le vecchie cicatrici del fusto come per
-le lor vie maestre, in traffico, mentre taluna di loro galleggiava
-morta nel vasetto d'argilla colmo di résina e d'acqua piovana. Pei
-nuovi intagli la ragia colava bianchiccia come la cera che si strugge
-e goccia intorno ai torchietti dell'altare; ma qua e là vi brillavano
-lacrime limpide come acini di cristallo. E dove erano infissi i pezzi
-di bandone obliqui per condurre lo scolo, quivi la piaga pareva più
-dolente. E, se volgevo gli occhi alla cima, sentivo ch'essa non era
-toccata dal dolore ma era assorta in un pensiero d'altezza. _Redolet
-non dolet._
-
-Tutto si santificava in una luce di grazia, in una «bontà senza
-figura.» Il più tenero fiore di cinque petali era schiuso entro una
-povera scarpa accartocciata come una scorza. Un germoglio lanoso
-spuntava dal fóro di una latta arrugginita; e tra gli spigoli della
-lamiera storta brulicavano su per i fili della tela minuscoli ragni,
-gialli come granelli di pòlline. E il minuto pigolìo dei pulcini
-nascosti nel cespuglio era come se quel brulicame divenisse vocale.
-E da ogni più piccola voce si partiva un'onda senza fine confusa
-nell'immensa dissonanza del vento. E il vento era come il rammarico
-di ciò che non è più, era come l'ansia delle geniture non formate
-ancóra, carico di ricordi, gonfio di presagi, fatto d'anime lacere e
-d'ali vane. E forse andava, laggiù, a sfogliare il libro aperto sopra
-il leggìo di quercia, quel libro ch'era antico quando la quercia ancor
-«viveva nella sua selva sonora». E forse l'ascoltava, laggiù, il cieco
-che non sa donde venne, non sa dov'ei vada, né può cansar l'abisso che
-si sente ai piedi... «di fronte? a tergo?»
-
-Tanto era viva la presenza fraterna che mi volsi come se avessi
-udito il mio nome. E Giovanni di San Mauro era là, sotto un gran rovo
-intricato che soffocava una ginestra in fiore. Aveva la sua veste dei
-campi, la sua veste di contadino: il capo scoperto, il collo nudo.
-Sedeva sopra un ceppo tagliato. Col mento nella palma, mi guardava
-dentro il cuore; e, nella fissità, la sua guardatura aveva a destra
-una lieve loschezza come se quella fosse la pupilla sempre «intenta
-ad altro». Era tutto bianco, incanutito; e la fronte era veramente un
-luogo di luce per moltitudini, ma le ritrose dei capelli le davano un
-che di selvaggio in sommo, un che d'indocile su tanta umiltà. Le sue
-mani scarnendosi erano divenute belle. E il silenzio delle sue labbra
-era fatto di quelle profonde pause che ne' suoi poemi contengono il suo
-più umano amore o il suo più divino orrore.
-
-In quel punto scoccò, dalla torre della Cappella, l'ora seconda dopo
-mezzodì. Sul verone il vano dell'adito era come un gorgo d'ombra.
-N'escì una donna che non piangeva, ed entrò nella porta accanto,
-levando le braccia. E vennero alcune altre donne, alcuni uomini,
-una fanciulla, tre giovinetti; e nessuno piangeva. Ma tutta quella
-famiglia adunata sembrava assumere una forma atta a ricevere l'ignoto,
-a ritenere in sé il peso dell'esanime. Il morto entrava nei vivi; e,
-prima di trasformarsi in memoria, riviveva in loro con la sua canizie,
-con le sue rughe, con le sue spalle curve, con i suoi occhi pallidi,
-con la sua voce fievole, con le sue viscere ulcerate. Entrarono l'un
-dopo l'altro nel gorgo d'ombra; s'inginocchiarono, s'accalcarono
-intorno al letto, divennero una cosa compatta su cui il morto pesò come
-su una bara di carne e d'ossa. Tutte le voci della Landa non valevano
-contro il silenzio che serrava la carcassa di legname in quella guisa
-che i ghiacci polari serrano la chiglia della nave prigioniera. La
-casipola rossastra, dentro la sua siepe di biancospino e di giunco
-marino, covava il più chiuso mistero del mondo: il corpo dell'uomo
-santo, la spoglia inerte di colui che ha offerto l'anima a Dio e votato
-sé stesso alla vita eterna.
-
-Passai davanti alla porta, su pel sentiero di sabbia, senza arrestarmi.
-A ogni passo, mi pareva di perdere qualcosa di me, di lasciarmi
-sfuggire qualcosa di più fervido che il sangue, come se fossi premuto
-dal rigore di due ombre. A ciascun fianco avevo la morte, come
-chi cammina fra due compagni per favellare con l'uno e con l'altro
-alternativamente. Vedevo il cadavere nell'aspetto più spaventoso,
-quando non è ancóra immobile, quando non è ancóra in pace, quando il
-rito funebre lo manomette, lo costringe a simulare il gesto, movendolo,
-sollevandolo, nel purificarlo, nel vestirlo. Come giunsi al principio
-della mia viottola, a poca distanza dal cancello, mi riscoppiò nello
-spirito un lampo dell'allucinazione che mi aveva tormentato per tutto
-l'autunno. L'uomo era là, ma senza rilievo.
-
-Quando salii su la mia duna, la bassa marea aveva scoperto
-nell'insenata il lungo banco mediano, simile nella forma sottile a un
-ramo secco di palmizio. Era grande bonaccia, nell'aria e nell'acqua.
-I velarii continuavano a svolgersi e a dissolversi. A tratti il sole
-appariva tra lembo e lembo; e tutte le sabbie si schiarivano, con un
-che di molle come il colore interno della banana. Si velava: e tutte
-scurivano, si facevano brune come gli aghi aridi accumulati, come le
-fascine delle palafitte.
-
-Il corpo dell'annegato si riformò sul banco, intiero come quando
-l'avvistai la prima volta.
-
-Fu una mattina di settembre: un cielo candido, un mare quasi di latte.
-La marea discendeva. Ero seduto su la loggia. Guardando, scorsi sul
-banco non so che cosa solitaria e immobile, la cui tristezza mi gravò
-il cuore prima che la vista la riconoscesse. Era un cadavere deposto
-dalla corrente, era l'annegato del giorno innanzi: una povera cosa
-nuda, più misera d'un rottame, più squallida d'un mucchio d'alghe; ma
-ora pareva che tutti i lineamenti del paese e della marina, da levante
-a ponente, da borea a mezzodì, convergessero in quel punto di miseria.
-Scesi alla spiaggia, chiamai due rematori; e andammo con la barca
-fino alla secca, per ricondurre l'uomo. Stava bocconi, con la testa
-pendente in un cavo della sabbia, con le ginocchia profondate, con le
-calcagna in alto, con le mani conserte presso l'ombelico. Il sangue
-versato dalle orecchie e dalla bocca tingeva la poltiglia acquidosa, e
-la rena scorreva lenta nel cavo e si mescolava al sangue. Un'orecchia
-e i capelli intorno erano ingrommati; il braccio era scarnissimo,
-bianchiccio, debole come un braccio di femmina; le unghie e le falangi
-erano paonazze come quelle del tintore a zàffara; le gambe erano
-pallide sotto i peli bestiali, i piedi erano chiazzati d'azzurro.
-Lo guardavo con l'attenzione terribile dell'arte, come non l'avrebbe
-guardato neppure la sua madre; me lo stampavo dietro le pupille. Tenevo
-curvato su lui il mio ribrezzo angoscioso con le due branche della
-mia volontà. Una vespa ci ronzava intorno insistente, e la sabbia era
-lavorata come i bugni.
-
-I rematori gli presero i malleoli in un nodo scorsoio, e lo trassero
-in acqua con la gomenetta legata a poppa. Il sangue nero rimase nella
-poltiglia, e lo lavò la marea più tardi. Ricevetti per sempre nel
-cervello anche l'orrenda scìa. Poi i due, aiutati da un terzo, lo
-sollevarono all'approdo. Ciascuno lo teneva sotto l'ascella, e il terzo
-per i piedi cerulei. S'inarcava appena, essendo rigido; e la testa
-pendeva giù come nel cavo, col naso pieno di coagulo rossiccio.
-
-La sera me lo rividi ritto su la loggia, nell'ombra. Per gli occhi
-sbarrati dallo spavento m'entrò anche più a dentro. M'era sconosciuto;
-non sapevo nulla di lui, fuorché qualche notizia vaga del suo stato
-modesto, della sua vita volgare. E l'avevo compagno implacabile.
-Calando il sole, cominciavo a temerlo. M'aspettava presso il cancello,
-quando rientravo. Nelle notti di lavoro, quando nella stanza attigua
-la candela s'era strutta, appariva nel rettangolo buio dell'uscio.
-Gli vedevo l'orecchia piena di grumi, la bocca e il naso carichi, il
-braccio scarno. E non m'era più possibile dormire dalla parte del mare.
-
-Poi fu meno assiduo, si mostrò a intervalli sempre più lunghi, si
-scolorò, divenne una larva fievole, si disperse. Ma il pensiero della
-morte restò in me gravato da quell'orrore.
-
-Ed ecco che riappariva, ecco che si rimetteva bocconi su la sabbia ad
-aspettare, come se io dovessi di nuovo imbarcarmi e andare a cercarlo!
-
-Sì, la paura corporale della morte era in me, come se l'uno e l'altro
-amico dipartendosi m'avessero curvato verso il sepolcro, verso la
-putredine l'ossame e la cenere. Le dita invisibili della malattia mi
-sfioravano la nuca, le reni, la gola, i precordii. Camminavo imaginando
-le gambe appesantite da un piombo subitaneo o invase da una sorda
-mollezza di bambagia. Vedevo chino su me il medico che ascolta e che
-palpa. Un soffio, un fremito, un qualche romore di condanna m'esciva
-del cuore; o da una molecola del cervello un offuscamento repentino si
-spandeva su tutto, come il nero che schizza dalla borsa della seppia e
-intorbida l'acqua.
-
-Dominai l'angoscia. Tuttavia le cose mi si manifestavano come se io le
-guardassi da non so che chiusa profondità. I suoni parevano impigliarsi
-nel silenzio come in una sostanza tenace: il gemito fioco d'una sirena
-all'imbocco, il rombo d'un'elica, il tonfo d'un remo, il richiamo d'un
-pescatore, il grido d'un uccello. E le attitudini disperate dei pini,
-davanti la mia loggia, in tanta inerzia dell'aria, mi toccavano per
-un sentimento simile a quello ch'esprimono i gruppi scolpiti della
-Deposizione, ove le Marie si piegano sul divino corpo investite da una
-ráffica di dolore. Lo sforzo iroso del vento aveva torto per anni i
-tronchi e i rami; e l'aspetto della tortura durava, mentre l'aria era
-immobile.
-
-Un fanciullo mi portò l'annunzio dall'infermeria domenicana. Uno dei
-figli mi scriveva come il padre gli avesse raccomandato di annunziare
-la sua fine a me prima che ad ogni altro e di comunicarmi che nel
-Venerdì Santo «all'ora di nona» m'aveva benedetto e poi non aveva più
-parlato in terra.
-
-Mi disposi di visitare il beato, declinando il sole. Non so che
-umida dolcezza s'era diffusa nel cielo: qualcosa di racconsolato e di
-fidente, che mi ricordava il volto del vecchio quando uscimmo insieme
-sul sentiero di paglia, la prima volta, dopo il pianto. I gradini
-della mia scala esterna erano polverosi di pòlline, ove il piede lasciò
-la traccia. Il medesimo solfo vivace ingialliva i margini del viale.
-I miei cuccioli di otto mesi, che l'uomo del canile conduceva su la
-spiaggia per l'esercizio del pomeriggio, mi corsero incontro facendomi
-festa a gara. Alzati su le zampe nervute, mi coprivano della loro vita
-pieghevole e trepidante. I loro denti erano più puri del gelsomino,
-e i loro occhi vai o grigi o lionati parevano scintillare alla cima
-della loro inquietudine. Una pena mi si svegliò nel cuore: pensai ai
-miei cuccioli di cinque giorni, dagli occhi ancóra suggellati. Erano
-nove; e, per non spossare la madre, bisognava risolversi alla scelta
-crudele, al sacrifizio dei meno belli e dei meno forti! Avevo fatto
-cercare da per tutto una nutrice, senza riuscire a trovarla. Entrai nel
-canile, col cuore ammollito da una pietà quasi feminea. La levriera,
-coricata sul fianco, teneva il muso nascosto tra le zampe incrociate,
-con la grazia del cigno che caccia il becco sotto l'ala. I suoi belli
-occhi d'un colore di dattero avevano una lucentezza quasi febrile, e un
-lieve affanno sollevava le sue costole disegnate come i madieri d'una
-carena. Cinque de' suoi piccoli poppavano, con un vigore già pugnace,
-pontando contro il seno materno le due zampette per ispremere la
-mammella, scotendo a tratti il capo per meglio trarre; e un'ondulazione
-di godimento correva dalla grinzolina della collottola alla punta
-della coda di sorcio, parendo quasi render palese il getto irrigante;
-e un fievole fiottìo accompagnava il poppare, un fiottìo lontano che
-faceva pensare a quello mattutino dei gabbiani sospeso su la bonaccia.
-Gli altri quattro, sazii, dormivano sul dorso come bimbi, mostrando il
-ventre roseo dove l'ombelico era appena chiuso, mostrando la pianta dei
-peducci lucida e tenera come certe fogliette appena nate, che sembrano
-di cera e di lanugine. A quando a quando sussultavano e gemevano come
-se già sognassero. Uno seguitava a poppare in aria, con la bocca molle
-modellata su la forma del capezzolo; e la lingua era concava come un
-petalo carnicino; e la gola palpitava come se tuttora la irrigasse il
-latte.
-
-Mai il primo fiore della vita animale m'era parso più miracoloso.
-La cagna aveva alzato il muso verso la mia carezza, poi s'era volta
-a leccare il poppante che succhiava l'ultima mammella già esausta
-premendola con un'insistenza irosa. Ella gli dava leggeri colpi per
-rivoltarlo sul ventre, ma il catellino tenace non lasciava la presa e
-metteva un suono di dispetto simile a un garrito spento. Era bianco
-pezzato di grigio; aveva una stella in fronte, un orecchio bruno e
-uno roseo, ancor nudo, suggellato come gli occhi, occluso da due o tre
-vescichette lustre. Lo conoscevo bene in tutti i suoi segni, come gli
-altri. E ora tutto mi pareva straordinario, divino come la diversità
-dei fiori, con quegli screzii del pelame, con quelle mischianze
-misteriose dei caratteri materni e paterni. Li avevo veduti escire
-a uno a uno, come piccole nuvole opaline, come sfere azzurrognole,
-come mondi informi: spettacolo nauseabondo e sublime. Avevo veduta la
-infaticabile tenerezza della madre nettarli a uno a uno dall'orrenda
-schiuma, troncare il cordone sanguinante, sospingerli ciechi e sordi
-verso la fonte tiepida della sua vita. Tutto m'era parso grande e
-augusto, portento d'amore e di sapienza; tutto ora mi pareva sacro.
-Come avrei potuto scegliere e condannare? Mi sentivo pronto a qualunque
-ufficio più umile e greve per salvare pur la men bella di quelle
-creature viventi.
-
-L'uomo del canile indovinò la mia pena e mi disse: «Aspettiamo ancóra
-qualche giorno. La nutrice si troverà. Me n'hanno promessa una, nella
-Landa».
-
-Mi mossi verso la Cappella di Nostra Donna. Il cuore mi oscillava tra
-la vita e la morte. Avevo preso meco un mazzo di rose che somigliavano
-quelle ch'io non vedo più, quelle di Toscana alternate coi giaggiuoli
-lungh'essi i muri graffiti dei poderi, a Castel Gherardo, o verso
-il Palagio del Sere, o lassù al Crocifisso Alto. Riudivo il versetto
-intonato da Enrico Suso: «O giovinetta rosa di primavera! _O vernalis
-rosula!»_
-
-Nessuno piangeva, nella casa domenicana. Un dolore composto e taciturno
-annobiliva tutta quella genitura discesa dall'uomo santo. Passai pel
-verone di legno, non scorsi rilucere lo specchio, misi il piede sul
-limitare, vidi qualcosa di bianco nascere, presso e lontano. Prima che
-le pupille scoprissero l'immobile forma, nel mio amore e nella mia
-reverenza due bare si congiunsero. L'umile uomo da bene e il poeta
-indimenticabile erano una sola morte. Ed erano un solo sorriso, una
-sola pace, una sola beatitudine.
-
-Non avevo mai veduto la morte vestita di quel divino pudore, se non in
-certe stele funerarie ad Atene, se non in certe pietre sepolcrali di
-questa terra di Francia, nelle quali il marmorario sembra precorrere
-il lavoro dell'Artefice eterno che al novissimo dì riscolpirà tutti
-i volti secondo la bellezza perfetta. Ogni lesione della vita pareva
-cancellata. Non l'anima soltanto, non soltanto l'anima di sacrificio
-e di preghiera, ma la carne di dolore e di colpa aveva ottenuto
-l'indulto. Tanto dunque una carne miserabile, vaso di dissolvimento,
-può divenir bella nelle prime ore della morte? Ero certo che anche nel
-volto del mio fratello, laggiù, su la collina d'Italia, risplendeva
-quella bellezza.
-
-Posai le rose su' suoi piedi congiunti sotto la coltre bianca. Mi
-chinai a baciarlo in fronte, e non ebbi terrore. Una voce sommessa mi
-chiese: «Non volete pregare per lui?» Mi fu offerto un inginocchiatoio
-leggero, che aveva la predella di paglia. M'inginocchiai. Altre
-creature erano in ginocchio e pregavano, senza susurro.
-
-Volgevo le spalle alla luce. La mia ombra cadeva sul letto funebre,
-stava su le ginocchia sparenti del cadavere, incrociata con quel
-corpo tanto sottile che non s'alzava dal piano più d'un bassissimo
-rilievo né sembrava pesare più della mia ombra. Quanti difficili nodi
-ho conosciuto, dai più robusti che fanno con i canapi i marinai a
-quelli che si piacque di disegnare l'ermetico Leonardo! Ma nessuno mai
-arcano come il groppo di quelle due mani esangui intorno al crocifisso
-d'ebano. Nessuno mi parve mai tanto durevole e indissolubile.
-L'osservavo di continuo, gli occhi miei affascinati fisandosi di
-continuo in quel punto; e non riescivo a comprendere come le dita
-fossero tra loro intessute, come quella cosa pallida e solinga fosse
-connessa.
-
-Il chiarore che tante volte avevo veduto nello specchio spaventoso,
-quel medesimo ora occupava la stanza. Mi volsi un poco a sinistra,
-e scorsi lo specchio coperto d'un lenzuolo bianco. Quali visioni
-insostenibili aveva serbato nel profondo?
-
-Da prima in me fu silenzio. L'umile uomo da bene e il sovrano cantore
-del bene erano una sola morte e una sola santità. Volgevo le spalle
-alla luce del giorno occidente, all'immensa Landa deserta. Era in me
-col silenzio un'attesa senz'angoscia. E a poco a poco uno spirito
-musicale entrava in me. Mi sovveniva della sera d'ottobre, della
-sera d'un altro sabato, d'un abituro presso un'altra Cappella, in
-mezzo a un'altra foresta. Mi sovveniva di Francesco alla Porziuncola
-e dell'ultimo cantico cantato nell'ombra, con la faccia rivolta al
-cielo, mentre i fratelli ascoltavano rattenendo il respiro. «_Voce
-mea ad Dominum clamavi._» Tutto il cielo, quando il Serafico si tacque
-alla soglia d'eternità, tutto il cielo della sera fu pieno d'un coro
-miracoloso di allodole.
-
-Ed ecco, dall'immensa Landa, una melodia sorse e si sparse, una melodia
-che forse già riempiva tutta l'ombra degli alberi piagati ma che non
-fu da me udita se non in quel punto. Di duna in duna, di selva in
-selva, di macchia in macchia, la Landa si fece tutta melodiosa, fino
-all'Oceano. Era un cantico d'ali, un inno di piume e di penne, quale
-non s'ebbe più vasto il Serafico, quale non si sognò così pieno Paulo
-di Dono. Era la sinfonia vesperale di tutta la primavera alata, per
-Giovanni di San Mauro, per l'interprete di ogni aerea voce.
-
-Saliva, saliva senza pause. E a poco a poco, di sotto al salmo silvano,
-si moveva una musica fatta di gridi e di strepiti conversi in note
-armoniose da non so qual virtù della lontananza e della poesia. Erano i
-suoi famigliari che avevano cullato i sogni agresti di Castelvecchio:
-risa di bimbi, favellìo di massaie, uggiolìo di cani, péste di
-cavalli, mugghi di mandre, stridore di carretti. E i galli chiamavano
-e rispondevano, dai chiusi di giunco marino e di bianco spino, come
-se il vespro si mutasse in alba, la quiete in risveglio. E le campane
-sonavano come «nei cilestri monti». E la sera varcava la soglia, simile
-a un grande arcangelo velato.
-
- Giova ciò solo che non muore...
-
-La cella era divenuta cupa come una cripta, ma il salmo della Landa la
-riempiva come il rombo dell'Oceano riempie la conca. Il letto bianco
-era divenuto simile a quelle arche d'argento che splendevano nella
-vecchia contea di Sciampagna; e sopra vi giaceva una statua supina.
-E non era l'effigie d'un morto ma d'un immortale: come le figure del
-secolo di fede, aveva gli occhi aperti perché non credeva se non nella
-Vita. Come nell'antifonario di Santa Barbara, era per levarsi e per
-dire con un'allegrezza imperiosa: «_Aperite mihi portas justiciæ.
-Ingredior in locum tabernaculi admirabilis usque ad domum Dei_». Non
-mostrava le tracce degli anni, i solchi senili; ma era ferma nella
-giovinezza del Risorto, nell'età che tutti gli uomini avranno quando
-saranno per risorgere come Lui. E non le stava sul capo la guglia
-trilobata che sovrasta ai Santi nei pilastri e nelle vetriere della
-cattedrale? E il duomo di Dio, la cattedrale unanime e innumerabile,
-non s'alzava di sopra a quella cripta nuda, con la sua selva di simboli
-e di misteri? E il sole gotico non s'era colcato dietro la grande Rosa?
-
-Il salmo non aveva fine. Tutto pareva salire, ancóra salire, sempre
-salire, nel rapimento di quel canto. Il ritmo della Resurrezione
-sollevava la terra. Io non sentivo più i miei ginocchi, né occupavo
-il mio luogo angusto con la mia persona; ma ero una forza ascendente
-e molteplice, una sostanza rinnovellata per alimentare la divinità
-futura. Cose ignote, esseri ignoti erano per nascere al suono della
-mia prossima voce. Non v'era più ombra né paura di morte in me; né pur
-v'era desiderio o speranza di pace. «Non voglio la pace. Voglio morire
-nella passione e nel combattimento. E voglio che la mia morte sia la
-mia più bella vittoria.» Avevo accesa una nuova lampada ma anche rifuso
-un più ricco olio nell'antica perché riardesse. Mi sentivo figlio di
-me, e le mie labbra non avevano appreso a proferire il nome del Padre
-nell'orazione.
-
-«Amici, è sempre sera e presto sarà notte.» Vedendo guizzare su la
-parete un lume improvviso, mi levai. Qualcuno stava per accendere un
-cero a pie dell'arca imaginaria. Mi levai, mi volsi, uscii. L'atto
-fu così rapido che nessuno mi seguì, tranne un giovinetto. Gli aditi
-erano bui. Non lo distinguevo. Quando mi sfiorò il braccio per passarmi
-innanzi, vidi brillare il bianco de' suoi occhi. Quando fummo sotto
-la tettoia, vidi la sua faccia dorata, le ciocche folte e nere de'
-suoi capelli. Lo sentii tremare mentre m'apriva la porta sul sentiero
-di sabbia. Allontanandomi, non udii il rumore del cardine dietro di
-me; e pensai ch'egli fosse rimasto sul limitare a guardarmi. Ma non
-mi voltai. Mi pareva che un viso nuovo mi fosse nato dal mio spirito.
-L'imagine rivelatrice del giovine dalla sindone mi toccò la cima del
-cuore.
-
-Discesi la duna. Il calcagno s'affondava senza sonare. La Landa ora
-taceva, in una nuvola di pòlline, piena di connubio. Il salmo vesperale
-era cessato. Una costellazione misteriosa si accendeva nel cielo
-violetto. Il tuono remoto dell'Oceano era come il vigore del silenzio.
-
- Giova ciò solo che non muore, e solo
- per noi non muore, ciò che muor con noi.
-
-Ero in quello stato di potenza che talvolta ci fa sentire come il
-vivere non sia se non un continuo creare. Passai presso un cespuglio
-fragrante nell'ombra, che mi divenne un sentimento meraviglioso. D'un
-tratto uno scoppio di passione canora trasmutò il silenzio in un'ansia
-intenta. Le stelle s'appressarono alle chiome dei pini feriti. Cantava
-l'usignuolo.
-
-Vidi brillare il Faro laggiù, su l'estrema lingua di sabbia. M'accorsi
-d'esser vicino alla mia duna. Camminai verso la casa, con l'anima
-rovesciata indietro a ricevere il canto. Un'ombra stava diritta presso
-il cancello, nel luogo medesimo ove soleva aspettarmi l'uomo livido.
-M'appressai con un passo più rapido, con gli occhi aguzzati.
-
-Era uno sconosciuto della Landa che mi conduceva la nutrice. Teneva a
-guinzaglio una cagna da caccia, che a quando a quando mandava fuori
-un lamentìo sommesso. E la voce della madre era così straziante che
-non udii più quella dell'usignuolo. «Dove ha lasciato i suoi piccoli?»
-chiesi allo sconosciuto. Il carnefice li aveva annegati in una tinozza
-d'acqua fredda, tutti: erano dodici! Mi curvai verso la disperata, posi
-un ginocchio a terra. Lo sprazzo rosso del Faro illuminò la sua bella
-testa falba dalle larghe orecchie di velluto, la sua faccia possente
-e pacata ove brillavano due occhi folli. E vedevo galleggiare nella
-tinozza i dodici piccoli cadaveri.
-
-Allora, inginocchiato su la sabbia, le palpai le mammelle ch'erano
-gonfie e calde tra i lunghi peli bianchi e bai. Il forte lezzo della
-maternità mal curata e della cuccia negletta mi rendeva più pesante il
-cuore. E lo sprazzo candido del Faro mi passò sul capo chino.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of Project Gutenberg's Contemplazione della morte, by Gabriele D'Annunzio
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK CONTEMPLAZIONE DELLA MORTE ***
-
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