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If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: Contemplazione della morte - -Author: Gabriele D'Annunzio - -Release Date: June 17, 2020 [EBook #62417] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK CONTEMPLAZIONE DELLA MORTE *** - - - - -Produced by Barbara Magni, elisa and the Distributed -Proofreading team at DP-test Italia, -http://dp-test.dm.unipi.it (This file was produced from -images generously made available by The Internet Archive) - - - - - - - GABRIELE D'ANNUNZIO - - - CONTEMPLAZIONE - DELLA MORTE - - - - FRATELLI TREVES EDITORI - MILANO • MCMXII - - _Seconda Edizione_ (4.º a 7.º migliaio). - - - - - _Proprietà letteraria. - Riservati tutti i diritti._ - - Copyright by Fratelli Treves, 1912. - - Tip. Treves. - - - - -MESSAGGIO. - - -_A MARIO PELOSINI DI PISA._ - -_Mio giovine amico, per quella foglia di lauro che mi coglieste su -la fresca tomba di Barga pensando al mio lontano dolore, io vi mando -questo libello dalla Landa oceanica dove tante volte a sera il mio -ricordo e il mio desiderio cercarono una simiglianza del paese di -sabbia e di ragia disteso lungo il mar pisano._ - -_Ben so come profondamente nel vostro petto fedele voi custodiate la -luce dell'ora in cui per la prima volta, sconosciuto e atteso, varcaste -la soglia della casa ch'io m'ebbi un tempo alla foce dell'Arno tra i -ginepri arsicci e le baglie marine. Eravate quasi fanciullo, _generosus -puer_, ebro di poesia, tremante di riconoscenza e d'amore; e la divina -virtù dell'entusiasmo ardeva in voi così candidamente ch'io mi credetti -riveder me stesso giovinetto nell'atto di accostarmi a un puro spirito, -ora esulato dalla terra, che molto amai e molto ascoltai. La casa era -tanto prossima al frangente che dalla finestra non si vedeva se non il -flutto, come da un'alta prora. E mi piacque che intorno a quel nostro -primo dialogo non paresse stagnare la quiete domestica ma spirare quasi -la libertà d'una navigazione avventurosa. _Anchoras praecide_. Credo -che tal fosse il mio primo insegnamento. E ci accomiatammo, secondo il -costume di coloro che non si riposano su alcuna certezza o promessa, -come se non dovessimo rivederci più mai._ - -_Di lontano, non ebbi da voi se non sobrie testimonianze d'un amore -sempre più forte e d'una fede sempre più tenace. Cosicché, pensando al -prato sublime che sta tra il Camposanto e il Battistero o alla funebre -spiaggia tra il Serchio e l'Arno, posso senza discordanza pensare a voi -prediletto tra i pochissimi che sanno amarmi come solo voglio essere -amato._ - -_Ecco che riprendo in queste pagine una contemplazione già iniziata -nella solitudine di quel Gombo ove vidi in una sera di luglio approdare -il corpo naufrago del Poeta che s'elesse Antigone e vegliai la salma -colcata a fianco della vergine regia, tra l'uno e l'altra sorgendo il -fiore «inespugnabile» nomato pancrazio._ - - _Poi che non val la possa_ - _della Vita a comprendere tanta_ - _bellezza, ecco la Morte_ - _che braccia più vaste possiede_ - _e silenzii più intenti_ - _e rapidità più sicura;_ - _ecco la Morte, e l'Arte_ - _che è la sua sorella eternale..._ - -_Ma, di qua d'Arno, nella selva spessa che va sino al Calambrone, in -un meriggio dello stesso luglio, portai il pensiero della fine su i -miei piedi nudi come una fiera porta la sua fame o la sua vigilanza. -Il demone del rischio mi aveva detto: «Va e gioisci. Beviti le musiche -degli uccelli e dei vènti, abbàgliati delle luci, inèbriati degli -odori. Una vipera ti ucciderà». Andai, e cercai la mia vipera. Portavo -leggeri sandali di sparto legati ai malleoli con corregge sottili. -Tanto era l'attesa che, quando mi sentii mordere la prima volta, non -potei trattenere il grido. E farmi pallido in quell'aria affocata mi -pareva una sorta di voluttà eroica. Guardai. Non era se non la puntura -d'una spina: il sangue gocciolava, e tutte le vene del piede erano -gonfie per lo sforzo del camminare nella sabbia ardente come la brace -o su gli aghi arroventati come gli schisti del Deserto. «Non ancóra,» -E seguitai, senza guardare a terra, entrando sempre nel più folto. E -a ogni puntura dicevo: «Ecco». E non era se non un aculeo più acerbo. -E ogni goccia di sangue mi pareva più preziosa. E tutti i miei sensi -divenivano soprannaturali, perché creavano una natura più potente e più -bella. Vedevo fumare dai cespugli l'aroma, la vita del pino brillare di -sotto la scaglia come la porpora nel murice, l'esiguo triangolo chiaro -nella coccola del ginepro significare il mistero d'un dio verde il cui -baleno era la lucertola guizzante. E seguitai, seguitai, sanguinando, -ma senza trovare la mia vipera. Se i miei piedi erano gonfii e dolenti, -il mio capo era perspicuo e lieve come nel santo digiuno._ - -_Un'allegoria è nascosta in ogni figura del mondo; e giova, secondo -la sentenza di san Gregorio, «lo intendimento delle allegorie ridurre -ad esercizio di moralitade». Sotto il più alto fervore, sotto la più -profonda conturbazione del mio spirito la mia ferinità persiste, -o giovine amico. E voi comprenderete perché, tornando dall'aver -contemplato in ginocchio la beatitudine del Cristiano sul letto -candido, io abbia palpato in ginocchio le mammelle numerose della Diana -Efesia sotto la specie brutale._ - -_Or qual bellezza doveva essere in quel Santo, se pareva che la morte -le convenisse!_ - -_Bisogna credere che sempre e in ogni luogo lo spirito dell'uomo -sia l'iddio verace dell'uomo e che le imagini mitiche o incarnate -della divinità non sieno se non i modi che conducono a riconoscere -sol quello: sol quello _che non si può nominare e a cui non si può -disobbedire_. Gran tempo io diffidai del Galileo come d'un nemico, -per una provvidenza che nel nemico pone la salute del forte. Pur non -temendo il «dio senza muscoli», non m'avvenne di guardarlo negli occhi. -Nella prima giornata di questo Quatriduo si narra come il sùbito pianto -del vecchio me lo facesse presente. Ora a volte Egli se ne va davanti -me, cammina sopra queste acque come sopra il mar di Tiberiade. Ieri si -presentò su la riva e mi disse: «Getta la rete». E quel giovine dalla -sindone che ora è il mio compagno, del quale si parla nella terza -giornata di questo Quatriduo, si precipitò nel mare «perciocché egli -era nudo, _erat enim nudus_». Questi sarà il mio mediatore affinché il -Figlio dell'Uomo mi conduca a riconoscere compiutamente il mio intimo -Signore. Così, dopo aver cantato tutti gli iddii, canterò il mio dio -verace. E vi manderò il libro di Taigete come lo spirital fratello del -libro di Alcione composto là dove non era altra croce se non quella -degli staggi sospesa su la fiumana in un miracol d'oro. Ed è grazia -della sorte che questo novo canto s'alzi dall'estremo Occidente ove -«per cento milia perigli» era giunto l'ardore dell'Ulisse dantesco. -E il dio voglia che, di continuo tendendo l'orecchio, riesca io a -cogliere il ritmo della grande onda occidentale per mescolare con esso -la mia anima italica._ - -_Ma qual è il Redentore che voi aspettate, che aspettano i vostri -eguali? Forse un nuovo sentimento sacro riempie freschi occhi che -non conosco, che non vedrò mai. Talvolta, se ascolto, mi par d'udire -pensieri ascendere come l'argento e il cristallo di quel vasto coro -infantile che saliva dallo Stadio nella Città subalpina. Qualcuno -scrolla e sfonda porte lontane; e par mi giunga lo strepito indistinto. -Qualcuno reca in sé tutta una stirpe occulta e bramosa, che chiede di -nascere. E chi sale contro a me, dall'altro declivio del secolo, in -silenzio? Colui che io ho annunziato?_ - -_Ieri, su l'Atlantico, una imaginazione mi venne dal ripensare che in -Tespia il simulacro di Amore era un sasso greggio. Anche ripensavo a -quegli zòani primitivi che aveano le gambe congiunte l'una all'altra -e congiunte le braccia lungo i fianchi sino alle cosce. E consideravo -la potenza commossa dell'artefice che primo disgiunse le gambe del dio -rude e primo atteggiò al gesto le braccia. Per ciò guardo e interrogo -le mani dei giovani pensosi, se sien capaci di tagliare il sasso -greggio di Tespia. Taluno ha l'aria di aver dormito in un tempio e di -non voler parlare. E la sua faccia par piena di segni e di segreti come -la palma della mano._ - -_Ma non sempre indarno io ho masticata la foglia del lauro, come gli -indovini, pur temendo gli indovinamenti del mio cuore._ - -_E vengono verso me fantasmi che non si generano dai miei sogni._ - -E che può mai essere per me il rinascere, se «io nacqui ogni mattina»? -Ora la cosa non è più tra me e l'alba._ - -_E ora so che il dio verace è quello a cui non si può disobbedire, -quello contro cui non si può commettere peccato. E quello io debbo -trovare e conoscere._ - -_E la qualità della mia fede è tale che, quando apro il volume della -Comedia, io credo aver Dante visitato in carne e in ispirito i tre -regni._ - -_E io, il quale volli un tempo essere un Maestro, ora so come nulla di -ciò che è veramente vivo e divino possa essere insegnato._ - -_E io, che più d'una volta respinsi l'ingiuria, ora comprendo la -parola del Crisostomo: «che niuno non può essere offeso, se non da sé -medesimo»._ - -_E io ricevo ora la forza di tutti i miei errori vinti e di tutti i -miei mali superati, come quel cavaliere del romanzo carolingio, il -quale ereditava il potere di quanti uomini e mostri abbattesse la sua -lancia._ - -_E so che gli occhi lontani di quelli che piansero e piangono su i miei -errori e su i miei mali non possono essere né puri né profondi._ - -_E chi prende e soppesa taluna delle mie opere, consideri una delle -tante mie parole che il tumulto impedì d'intendere: «I figli miei -concetti nell'ebrezza — _come delitti sacri alla dimane_....»_ - -_E chi mi ama sappia che di ogni mia dimora distrutta io ho sempre -potuto serbare la pietra che porta inciso l'enigma della mia libertà: -«_Chi 'l tenerà legato?_»_ - -_E chi mi segue sappia che perfino nella mia nave piena di sozii -l'istinto implacabile della liberazione mi spinse più d'una volta a -gittarmi solo in mare come il poeta di Metimna ma senza ricorrere al -delfino salvatore._ - -_E non vorrò mai esser prigioniero, neppure della gloria._ - -_E non vorrò mai riconoscere i miei limiti._ - -_E non vacillerò mai dinanzi alla necessità del mio spirito e alla -cicuta._ - -_E non farò mai sosta alle incrociate delle mie vie._ - -_E serberò fresca la vena inestinguibile del mio riso pur nella -peggiore tristezza._ - -_E dico che l'elemento del mio dio è il futuro._ - -_E dico che ciò ch'io non sono, domani altri sarà per mia virtù._ - -_O giovine amico, ciascuno di questi pensieri non è se non il tema d'un -inno e non può esser condotto a compimento se non dal ritmo eroico. E -credo avere accresciuto il numero delle mie corde dopo questi funerali, -come il costruttore di città, avendo imparato la melodia dei Lidii -nelle esequie fatte a Tantalo da essi Lidii, aggiunse tre corde alle -quattro della lira._ - -_Ma pur saprei soffiare su ciascuno come il fanciullo su la lanugine -del cardo argentino, per astringermi di considerare nella mia memoria -quel poco di sole che impallidiva su quel poco di paglia davanti alla -porta del mio malato e quel poco di vetro rotto che vi luceva come -lacrime o rugiada._ - - _Il silenzio era un inno senza voce._ - -_Tale potrebbe essere allora il mio silenzio. Ma quegli che sale contro -a me, dall'altro declivio, quando m'incontrerà e gitterà il suo grido?_ - -_O mio giovine amico, talvolta la giovinezza mi chiama dalle viscere -della Città come la sirena dall'abisso; e accorro, ansioso, alla -mia maraviglia e alla mia perdizione. Amo cercare nel traffico e -nell'ignominia della via gli occhi dell'Ignoto, gli occhi fissi che -mi sfidano, gli occhi obliqui che mi sfuggono, sotto il rombo senza -pensiero. Ho su la lingua la cenere dei miei sogni, e la mastico per -non esserne strozzato._ - -_La penultima sera d'aprile ebbi nella via un compagno ventenne: un -volto imberbe modellato dal pollice ferreo del Destino come quello -del Beethoven; un cuore chiuso in cui forse sonavano le quattro note -spaventose della Sinfonia Quinta. Andavamo a paro, oppressi da uno di -quei cieli d'uragano bassi e rossastri, sotto i quali Parigi sembra -schiumare e fumigare come un bulicame enorme. La carta dei giornali, -ond'era invasa tutta la città, pareva elettrica come quando esce -tesa dai cilindri della cartiera nei giorni secchi scoppiettando di -scintille. Il bandito famoso era morto laggiù, nella casa diroccata e -arsa, dopo l'assedio feroce e ridevole, gittando l'ingiuria suprema -fuor del suo capo forato da dodici palle. E, mentre era celebrato -nei fogli l'eroismo degli assediatori coperto di materassi, l'atroce -parola plebea pareva fosse per rimaner sospesa su l'immensa adunazione -dei tetti sicuri, fino al crollo totale. Tutto lo spazio era pieno di -violenta morte, di bellezza torbida, e di non so che travagli, e di non -so che presagi, come se il Futuro si chinasse dalla nuvola ferrugigna -a soffiarci sul viso il suo polline ben più potente che il vivo solfo -della Landa pinosa. E ci pareva d'entrare in ogni via come il soldato -entra nella trincea, ed ogni via ci pareva chiusa come i vicoli ciechi, -e ci pareva di sfondarla con la volontà senza gesto. E un branco di -bagasce, contro un muro infetto dalla lebbrosìa degli affissi, ci -guatò di sotto ai grandi cappelli piumati, con qualcosa di selvaggio -negli occhi pesti e nelle labbra dipinte, simili a menadi sfatte di un -Dioniso tavernaio. E più in là, dietro una vetrina piena di dolciumi -stantii e di sciroppi inaciditi, scorgemmo la Parca Atropo. E più in -là, dentro una meschina bottega d'oriolaio, intravedemmo un Saturno -barbato e scerpellato che mangiava un lungo rocchio di salsiccia -figliale, tra orologi morti e decomposti._ - -_Come il mio compagno povero abitava nel sobborgo, per aspettare l'ora -del treno entrammo in un piccolo Caffè; e ci sedemmo l'uno accanto -all'altro davanti a una lastra di marmo su cui la traccia lasciata da -una sottocoppa sporca disegnava il circolo dell'eternità. E il luogo -ignobile s'empì del nostro tumulto inespresso, come una conca è piena -di rombo oceanico che solo un orecchio aderente ode. E, quando il -tavoleggiante accese sul nostro capo il becco del gas, vidi la bocca -del mio compagno simile alla bocca dei mutoli che vogliono parlare; -e forse era piena della parola nuova, o forse soltanto di saliva -angosciosa. E guardai anche quel chiarore su le sue mani pallide, -pensando al sasso di Tespia. E non mai ebbi così grande il sentimento -d'un dio ignoto che divorasse un'anima gonfia._ - -_«Bisogna che ci separiamo e che poi ci ritroviamo». Tornai indietro -solo, verso la febbre notturna; e alzavo di tratto in tratto gli occhi -al volto indistinto che dalla nuvola si chinava verso me come quelle -strigi gotiche dalle gronde delle cattedrali. E, passando per una via -angusta, di colpo la bertuccia d'un merciaiuolo ambulante mi saltò -su le spalle. E tutto il lastrico sonò di risa e di motti plebei. E -l'ingiuria lugubre dell'uomo dal capo forato era sospesa nel crepuscolo -pregno d'una forza senza nome. Ma il mio compagno ventenne, traballando -laggiù nel treno tardo, udiva forse Amfione preludiare sopra un mucchio -di calcinacci._ - -_Ora bisogna che anche noi ci separiamo e poi ci ritroviamo, mio -giovine amico._ - -_Addio._ - - Dalle Lande, maggio 1912. - - _G. d'A._ - - - - - ALLA MEMORIA - - DI - - GIOVANNI PASCOLI - - E DI - - ADOLPHE BERMOND. - - - - -VII APRILE MCMXII - - -Anche una volta il mondo par diminuito di valore. Quando un grande -poeta volge la fronte verso l'Eternità, la mano pia che gli chiude gli -occhi sembra suggellare sotto le esangui palpebre la più luminosa parte -della bellezza terrena. Penso che Maria dolce sorella, la tessitrice -dalle mani d'oro, a cui Giovanni chiamato dai suoi morti chiedeva un -giorno in una tenue ode divina il «funebre panno», abbia compiuto pur -quell'officio, ella che è virile in pietà come Caterina da Siena. E chi -allora fu di lei più certo che nel cari occhi abbuiati dalla pressura -scompariva anche l'allegrezza dell'aprile presente? - - Fantasma tu giungi, - tu parti mistero. - Venisti, o di lungi? - ché lega già il pero, - fiorisce il cotogno - là giù. - -Se imagino i suoi occhi nell'ultima ora e se imagino le rondini -all'Osservanza «quelle dal petto rosso e quelle dal petto bianco» -traversanti pel vano della finestra nel cielo di Pasqua, mi torna alla -memoria una sua parola d'or quindici anni, in cui — non so perché — -parvemi veder riflesso il baleno del balestruccio come in un marmo -nero levigato. Parlava egli alle volatrici nella favella francescana, -e diceva: «Vorrei avere tutto il dì, mentre sto curvo sui libri, negli -occhi intenti ad altro, la vertigine d'ombra del vostro volo!» Oggi -riodo gli stridi delle sue compagne sotto le grondaie lontane, e vedo -in que' suoi occhi _intenti ad altro_ la vertigine d'ombra. Quella -parola ch'egli credeva dire per la sua vita, egli la diceva per la -sua morte; e io non sapevo che, fra tante di cui sono immemore, mi -fosse penetrata così a dentro e si fosse accresciuta di questa funebre -bellezza. - -Ieri un caso volgare e ammirabile mi diede il modo di assistere -continuamente col pensiero il mio amico nella sua agonia. E più tardi, -per una rispondenza misteriosa, potetti ascoltare la musica infinita -che la sera faceva intorno al suo silenzio. - -Lo credevo quasi guarito, o almeno fuor d'ogni pericolo. Notizie -recenti mi assicuravano ch'egli fosse per tornare alle sue consuetudini -cotidiane e per riprendere il lavoro disegnato. Venerdì notte, cedendo -alla svogliatezza primaverile, lasciai a mezzo la mia pagina; e mi misi -a sfogliare qualche libro di figure. Mi venne fatto di scorrere la -raccolta delle acqueforti pascoliane di Vico Viganò. Per confrontare -il ritratto inciso del poeta con una imagine d'esattezza fotografica, -cercai il volume illustrato dell'_Inno a Roma_ credendo che ci fosse. -La memoria m'ingannava: non c'era. Ma mi soffermai su l'impronta -dell'ascia sepolcrale romana; e rilessi i bellissimi esametri. - - _Ascia, teque eadem magnae devovit in oris_ - _omnibus Italiae, dein toto condidit orbe..._ - -Anche una volta l'evocatore delle auguste forze scomparse aboliva -nel mio spirito l'errore del tempo. Riconoscevo a quel dilatato -respiro del mio sogno uno dei più alti suoi doni; perché certe sue -evocazioni dell'antico si avvicinano ai limiti della magia. Qualcosa di -magico è nella potenza repentina onde un grande poeta s'impadronisce -dell'anima nostra. A un tratto l'immensa notte oceanica s'empiva de' -suoi fantasmi. Il numero del suo verso si prolungava in una lontananza -solenne, fin là dove la parola dell'inno vedico pareva la sua stessa -eco ripercossa dall'invisibile confino. «Ciò ch'io ti prendo, o Terra, -racquisterai presto. Possa io, o pura, non ferire alcuna tua parte -vitale, non il cuor tuo». - - _Roma sed exsistens e sulco pura cruento_ - _sacravit Terrae Matri, qua laeserat et qua_ - _esset per gentes omnes laesura, bipennem._ - -La notte era tranquilla ma non serena, con istelle forse infauste, -prese in avvolgimenti di veli e di crini. L'acqua dell'insenata non -aveva quasi respiro, ma di là dalle dune e dalle selve l'Oceano senza -sonno faceva il suo rombo. Nondimeno questa quiete comunicava con quel -tumulto, e la sabbia di quella riva tormentosa era simile alla sabbia -di questa che si taceva. Così talvolta, nella più agitata angoscia, un -meandro profondo della nostra coscienza rimane in pace. E dove dunque -era per approdare l'Ulisse dell'_Ultimo viaggio?_ su questa o su quella -riva? - -Ora mi chiedo con turbamento perché di tratto in tratto il mio spirito -interrompesse il suo fantasiare per cercar di rinvenire in sé l'aspetto -mortale del poeta. Non mi pareva di ritrovarlo nell'acquaforte -dell'artista lombardo, né sapevo dove cercarne un'imagine precisa. E, -se chiudevo gli occhi e mi sforzavo di ricomporne le linee sul fondo -buio, il volto indistinto si dissolveva in bagliori. Allora mi ricordai -d'avergli detto un giorno: «Se tu avessi il viso tutto raso e se tu non -sorridessi, somiglieresti a Piero de' Medici com'è scolpito da Mino». -Ma in verità egli non s'era mai lasciato guardare da me fisamente. - -La nostra amicizia soffriva d'una strana timidezza che non potemmo -mai vincere perché i nostri incontri furono sempre troppo brevi. Era -un'amicizia «di terra lontana» come l'amore di Gianfré Rudel, e per ciò -forse la più delicata e la più gentile che sia stata mai tra emuli. Si -alimentava di messaggi e di piccoli doni. Da prima egli temeva che la -sua rusticità e la sua parsimonia mi dispiacessero, come io temevo che -gli increscesse la mia diretta discendenza dalla brigata spendereccia. -Egli forse pensava che qualcosa di vero ci dovesse pur essere in fondo -alle dicerie della cialtronaglia. Un giorno lo colpì la schiettezza del -mio riso dinanzi a certe sue esitazioni; e allora gli parve di potermi -offrire l'ospitalità nella sua casa di Castelvecchio, poiché l'acqua -il pane e le frutta erano il mio regime consueto di «operaio della -parola». Ma la sorte volle ch'io non conoscessi il sapore del pane -intriso rimenato e foggiato a crocette, secondo l'usanza di Romagna, -dalle mani di Giovanni e di Maria. Spesso, alla buona stagione, eravamo -vicini; e vedevamo entrambi, al levarci, la Pania e il Monte forato. -Ma non avemmo agio né forse voglia di visitarci, perché ci sembrava -pur sempre che qualcosa delle nostre persone facesse ingombro alla -familiarità dei nostri spiriti. Di Boccadarno io gli mandai un di -que' coltelli ingegnosi che hanno nel manico tutti gli arnesi del -giardiniere, dalle cesoie al potaiolo. Di Versilia gli mandai un'ode -curvata in ghirlanda con l'arte mia più leggera. - - -Ma come c'incontrammo la prima volta? A Roma, per insidia. Già ci -amavamo da tempo; e avevamo scambiato molti messaggi affettuosi e -quelle lodi acute, d'artiere ad artiere, che s'inseriscono alla cima -dello spirito e fanno dimenticare la grossezza dei solenni tangheri -i quali oggi in Italia giudicano di poesia. Trovandosi in Roma, egli -certo desiderava di vedermi; ma, nel momento di porre ad effetto il suo -proposito, la timidezza lo arrestava; né i nostri amici riescivano a -persuaderlo, né io riescivo a scovarlo in alcun luogo. Allora Adolfo -de Bosis, il principe del silenzio, il nobilissimo signore di quel -_Convito_ che fu «presame d'amistade» fra i pochi deliberati d'opporsi -alla nuova barbarie ond'era minacciata la terra latina, ricorse a un -grazioso stratagemma. Me lo condusse di buon'ora, all'improvviso, nella -mia casa, dandogli ad intendere che lo conducesse a veder una statua -di Calliope ritrovata nel limo del Tevere la sera innanzi, divinamente -levigata da secoli d'acqua. Io era in giorni di splendida miseria, -abitando nell'antica selleria dei Borghese, tra Ripetta e il Palazzo, -tra il fiume torbo e quel «gran clavicembalo d'argento» celebrato -in un sonetto dell'adolescenza. La vuota selleria principesca era di -così smisurata grandezza che rammentava la sala padovana del Palazzo -della Ragione, se bene mancasse non giustamente in su l'ingresso la -pietra del vitupèro «lapis vituperii et cessionis bonorum». In tanta -vastità io non avevo se non un letto senza fusto, un pianoforte a -coda, una panca da tenebre, il gesso del Torso di Belvedere, e la -gioia del respirar grandemente. Come Adolfo spinse alla soglia il poeta -delle _Myricae_ e mi chiamò al soccorso, balzai mezzo vestito. E due -confusioni si abbracciarono senza guardarsi. L'ingannatore rideva nel -vederci così vergognosi mentre tuttavia ci tenevamo per mano. Poi ci -sedemmo su la panca, felici, senza far molte parole, nessuno di noi -temendo il silenzio che è sì soave quando il cuore si colma. Eravamo -sani e resistenti entrambi, sentivamo la nostra purità nel divino -amore della poesia, preparati alla disciplina e alla solitudine. L'uno -promettendo di superar l'altro, eravamo certi di non iscoprir mai su -i nostri volti «il livido color della petraia». Una potenza oscura -si accumulava nelle nostre profondità: egli doveva ancóra comporre -i _Poemi conviviali_ e io dovevo ancóra cantare le _Laudi_. O bel -mattino in sul principio della state, quando Roma ha gli occhi chiari -di Minerva che nutre a sua simiglianza i pensieri degli uomini! Entrava -il sole pe' cancelli delle finestre, e il romore del ponte frequente, -che pareva l'antico «assiduo murmure» del Tevere. Ma il fiume sacro non -aveva parlato ancóra a traverso il bronzo dell'inno, non aveva ancor -chiamato l'anima dei forti gridando: - - _Heus, rostro navis qui terram scinditis unco,_ - _quam detraxistis navi iam reddite proram_ - _atque in me longos infindite vomere sulcos_ - _usque ad coeruleum, iuvenes, maris aequor, et ultra._ - _Est operae!_ - -La grandiosità del Torso erculeo bastava a riempiere le mie mura; -perché era quel terribile frammento titanico presso cui Michelangelo -decrepito e quasi cieco si faceva condurre per palparlo. (Or potevan -dunque le sue mani toccare un marmo senza riscolpirlo intero?) Avevamo -dinanzi ai nostri occhi un esemplare sovrano e quasi direi il cànone -eroico; ma ignoravo quale di noi due ne fosse tócco più a dentro. Se -avessimo potuto saperlo, forse avremmo conosciuto la nostra misura. -Come gli guardai le mani, delle quali sono sempre curioso, egli -le ritrasse con un atto quasi fanciullesco. Io volevo osservare le -dita che avevano foggiato l'odicina per le due sorelle e i madrigali -dell'_Ultima passeggiata_. Allora sorridendo gli ripetei i primi versi -del _Contrasto_: - - Io prendo un po' di silice e di quarzo: - lo fondo; aspiro; e soffio poi di lena: - ve' la fiala, come un dì di marzo, - azzurra e grigia, torbida e serena! - -Con quelle stesse mani che aveva nascoste, egli fece un gesto di -disdegno potente. Sentii quanto vi fosse di virile in colui che passava -tra le umili mirici per salire verso la rupe scabra. E poi parlammo -d'Odisseo e della predizione di Tiresia. - -Questo fu il nostro primo incontro. E l'ultimo fu nella sua casa -bolognese dell'Osservanza, qualche settimana prima della mia partenza -per l'ultima avventura: triste commiato di chi era per farsi fuoruscito -a chi restava legato dalla catena scolastica. - -Tutto il giorno m'ero lasciato condurre dalla mia malinconia nei luoghi -ove ella più potesse gravarmi. M'ero indugiato su la piazza solitaria -che la tomba di Rolandino fa pensosa, e quella dei Foscherari, degna -d'un cantore, sotto i suoi archetti verdi, alzata sopra le sue -colonne simili al coro delle Muse nel numero. Ed ero entrato nel -tempio domenicano di rosso mattone: tra il sepolcro bianconero di -Taddeo Pepoli e il monumento di Re Enzio avevo sentito soffiare su me -l'ambascia dell'Olifante senza più suono. - - Va, ma non giunge. È un brusìo d'ombre vane - ch'ode Re Enzio, quale in foglie secche - notturna fa la pioggia e il vento. - -E m'ero poi smarrito nel sacro laberinto di San Stefano, nella Basilica -delle sette chiese. Misteri ed imagini per ogni dove, e il colore -del fumo e il colore del grumo. Sanguigno e fumoso il chiostro, e -sopravi l'ombra della torre quadrata, e nell'ombra il pozzo tra le -due colonne, la carrucola di legno consunta, che non stride più; e fra -gli interstizii dell'ammattonato l'erba umile, e intorno intorno, ai -davanzali delle finestre alte, i vasi di basilico. E poi nell'altro -cortile, fra il cotto, la grande tazza di pietra, il fonte senz'acqua -ove nessuno si battezza più; e il tabernacolo d'oro luccicante -a traverso i vetri appannati; e nel vano della finestra, su una -colonnetta, il Gallo che canta; e, da presso, il Vescovo colcato nel -marmo sepolcrale, che il canto non risveglia più; e, dietro l'altare -irto di candelabri ferrei, le rudi arche di granito che l'ascia -mistica tagliò nel sangue pietrificato dei Martiri; e la luce che passa -nell'abside per gli alabastri fulvi come quel miele amaro di cui si -nutriva il Battezzatore. - -Perché oggi, della Città ove per fato si spengono i nostri grandi -poeti, non vedo se non quella piazza mortuaria e quel laberinto -cristiano? In quella piazza vuol ripassare il mio dolore seguendo il -feretro del mio fratello, e nel più profondo dei sette luoghi, nel -settimo, nella Confessione sotterranea, vuole accompagnarlo e deporlo. -Bologna non ha oggi per me se non quella faccia misteriosa, se non -quella bocca piena di freddo alito e di sublime silenzio. - -Chi potrà dire quando e dove sien nate le figure che a un tratto -sorgono dalla parte spessa e opaca di noi e ci appariscono turbandoci? -Gli eventi più ricchi accadono in noi assai prima che l'anima se -n'accorga. E, quando noi cominciamo ad aprire gli occhi sul visibile, -già eravamo da tempo aderenti all'invisibile. Oggi mi sembra che -quel pellegrinaggio meditativo non fosse veramente una preparazione -spirituale alla visita ch'io era per fare ma fosse già la visita, e -che nessuna delle parole ch'io dissi poi valesse quelle che andando io -diceva al mio compagno senza carne. - -Ma, quando mi ritrovai nella strada, pensai a quella creatura divina -che sempre m'era parso dovesse stargli nella casa a conforto, sola -quella, con la sua lampada e co' suoi libri. Qualora le Città nobili -usassero far doni ai poeti, che mai avrebbe potuto donare Bologna -all'estremo Omeride se non la testa dell'Athena Lemnia? Sembra escita -da certe visioni tumultuose dei _Poemi conviviali_, sembra una duratura -bellezza provata dalla strage e dall'incendio, un frammento dissepolto -di sotto alle rovine d'un antico assedio. Ha il viso e il collo -chiazzati di ferrugigno, come ingrommati di sangue vetustissimo; e -sotto il collo, nello sterno e nella clavicola, è come infoscata dal -fuoco che appiccarono al tempio i saccheggiatori corazzati di bronzo. - -E troppo tardi mi ricordai d'avergliene promessa l'impronta. Sapevo che -n'era stato tratto il gesso, ma per notizia vaga; e i custodi del Museo -civico non seppero darmi alcun ragguaglio. Tuttavia, non potendo per -allora portargli l'imagine, quanto di me gli diedi con la meditazione -ch'io feci dinanzi al cippo, nella grande sala deserta, ove come la sua -poesia quella forma sovrana era sola tra ruderi e cocci mediocri. - -Salii dunque all'Osservanza con qualche fiore. Ero così pieno di -pensieri che non ritrovo nella memoria l'aspetto delle cose, perché le -guardai con occhio disattento. Non entravo in una casa ma in un'anima -che pareva volersi fare per me ancor più bella. Se la vita non mi -avesse dato altro che quell'alta ora di amicizia, pur la stimerei -generosa e mi direi contento d'aver vissuto in mezzo agli uomini. Della -nostra timidezza non si mostrò se non un'ombra, sul principio, quando, -guardandolo io, egli mosse il capo in non so qual modo sfuggente e -batté le palpebre come per cancellare la lesione crudele degli anni e -spandere sul suo volto appesito gli spiriti alacri dell'amore. Volevo -dirgli: «Non ti peritare, fratello. Vedi quanto anch'io sono leso. Ma -oggi la carne miserabile non c'ingombra; e io qui respiro la più pura -essenza della tua poesia. Tu hai l'aspetto della tua forza immortale; -e non è fatto dalle tue labbra il sorriso della tua tristezza. Siediti -ancóra accanto a me, come quella volta su la panca da tenebre. Siamo -due pazienti artieri. Quanto abbiamo travagliato e quanto sopportato, -da quel mattino di Roma! Non tentò taluno di far verghe de' miei -allori per batterti, flagelli de' tuoi lauri per flagellarmi? Ma chi -prevarrà contro la nostra pazienza e contro la nostra fede? Bastava -che di tratto in tratto, di sopra allo schiamazzo, ci dessimo la voce. -Ora siediti. Non t'ho mai amato come oggi. Faccio una breve sosta; e -poi riprendo il mio cammino, lasciando dietro di me tutti i miei beni -vani». - -Mi sedetti su la sua sedia, dinanzi alla sua tavola. Le sue carte, le -sue penne, i suoi inchiostri erano là. Tutto era semplice ed usuale, -come in una qualunque stanza di chi abbia un cómpito modesto. Ma un -sentore di sapienza pareva impregnare ogni oggetto, e le mura e il -soffitto e il pavimento, come se la qualità stessa di quel cervello -maschio si fosse appresa al luogo del lavoro. Non so in che modo -significar tal mistero. Un'aria singolare è nella fucina, anche quando -non rugge il fuoco; perché gli arnesi, gli ordegni, tutti gli strumenti -fabrili, anche non maneggiati, quivi esprimono con la loro forma la lor -destinazione e quasi direi suggeriscono la potenza a cui serviranno. -Nello studio d'uno scultore fecondo la quantità della creta, le -armature, i modelli, le forme cave, gli abbozzi coperti dai teli molli, -le cere da sbavare, i bronzi da rinettare, gli scarpelli, le lime, -i bossoli, gli odori stessi delle materie plastiche rappresentano -lo sforzo del creatore. Ebbene, qualcosa di simile mi pareva fosse -presente in quella piccola stanza tranquilla e ordinata, ove certo le -mani di Maria avevan dato pace alle pagine scorse: qualcosa che oserei -chiamare la presenza del dèmone tecnico. - -In nessun laboratorio d'uomo di lettere m'era avvenuto di sentire la -maestria quasi come un potere senza limiti. Penso che nessun artefice -moderno abbia posseduto l'arte sua come Giovanni Pascoli la possedeva. -La sua esperienza era infinita, la sua destrezza era infallibile, -ogni sua invenzione era un profondo ritrovamento. Nessuno meglio di -lui sapeva e dimostrava come l'arte non sia se non una magìa pratica. -«Insegnami qualche segreto» gli dissi a voce bassa. E volevo soltanto -farlo sorridere; ma, in verità, un'ombra di superstizione era sul mio -sentimento. - -Egli prese un'altra sedia e venne a sedermisi accanto, dinanzi -alla tavola. Parlammo di qualche recente opera. Le sue mani, quando -soppesavano i volumi, erano una tremenda bilancia. Dal vigore di certi -suoi giudizii ebbi la riprova che il suo spirito era tuttora immune -da qualunque debolezza. La sua stima era severa come la sua arte. -Mescolando egli un che d'amaro al suo discorso, io gli dissi: «Se -hai tempo, va alla Pinacoteca e cerca d'una tela del Francia, dove -un Santo Stefano porta sopra un suo libro tre pietre, in segno della -lapidazione. Metti tre pietre sopra ogni tuo nuovo libro e datti pace». -Egli rispose col suo riso arguto: «Ma quello stolto dello struzzolo -m'ingolla il libro e le pietre». - -Non più sembrava timido; anzi indovinavo in lui non so che tenerezza -protettrice e il desiderio contenuto di chiedermi ch'io gli parlassi -de' miei guai. Io era bene il suo fratello minore, ed egli pareva -cercasse il modo di sopportare il mio carico. Mi ricordo d'una bella -parola antica ch'egli mi ripetette con una maravigliosa nobiltà: -«Acciocché tu più cose possa, più ne sostieni». Questa parola oggi la -scrivo sul muro della casa straniera, e considero d'averla ricevuta da -lui per testamento. - -Poi fece l'atto d'alzarsi, mi prese per mano e mi disse: «Vieni ora a -vedere la cameretta che ho per te, quando tu la voglia». Un candore -infantile ardeva in lui; e il primo verso del sonetto di Francesco -Petrarca mi sonava nella memoria. Era una piccola stanza chiara, quasi -una cella di minorita, con un di que' letticciuoli che persuadono -a serbare una sola attitudine per tutta la durata del sonno. Come -rispondendo alla domanda sommessa che gli avevo fatta dinanzi alla sua -tavola prodigiosa, mi mormorò in un orecchio: «Quando sarai qui, allora -sì che t'insegnerò un segreto». Lietamente gli dissi: «Non potrò venire -se prima non abbia uccisi tutti quei mostri che sai. Mi bisogna ancora -andare alla guerra». Ahimè, era egli in pace? Non lo travagliava di -continuo la stessa abondanza del suo amore? - -Si volse per passare nello stretto andito, mostrandomi le spalle. Si -creò nell'aria uno di quegli attimi di silenzio che serrano il capo di -un uomo come in un masso di ghiaccio diafano. E guardai la persona del -mio amico con occhi divenuti straordinariamente lucidi; e la pietà mi -strinse, che ha talvolta il pugno sì crudele. Pareva egli portasse alle -spalle tutto il peso della sua tristezza, tutta l'oppressione delle sue -miserie. La fronte augusta s'era celata, e non si vedeva contro il muro -biancastro se non l'ingombro corporale vestito di panni che il lungo -uso aveva fatto quasi dolenti, non rimaneva là se non la soma greve ove -s'intossica la vita che non è se non il levame della morte. - -Volle accompagnarmi fin su la strada, se bene io m'opponessi. La sua -salute era già minacciata, già dubbioso era il suo passo. Cadeva su noi -una di quelle sere emiliane, umide e cinericce, che sembrano generarsi -laggiù, tra la foce del Reno e la bocca del Po di Goro, nella grande -palude salmastra. Soffiava su noi un vento ambiguo, che pareva dolce e -poi a un tratto ci dava il brivido con una folata fredda. La vettura -m'attendeva poco discosto, coperta e nera, con i due cavalli che mal -reggevano la lor fatica su le gambe arcate. Non parlavamo più. C'era -intorno a noi una specie di silenzio soffice. - - E c'era appena, qua e là, lo strano - vocìo di gridi piccoli e selvaggi... - -Ma udivamo anche le nostre péste «né vicine né lontane.» L'uno chiamò -il nome dell'altro nell'addio. Ci abbracciammo. Come sul viale il vento -rinforzava ed egli pareva infreddolito dentro il bavero, gli dissi: -«Va, va, rientra. Non restar qui». Si voltò per andare; e i cavalli -avevan messo le radici, tanto stentarono a muoversi. Sicché ebbi tempo -di seguirlo con lo sguardo e con l'angoscia fino alla porta. Ed ecco, -lo stesso silenzio repentino della umile stanza mi serrò il capo nello -stesso ghiaccio trasparente. E, come egli fu alla soglia, si voltò -ancóra e levò il braccio verso me a risalutarmi. Da quel fagotto di -panni stracchi s'alzò il braccio possente che su per l'erta aveva -brandito la «piccozza d'acciar ceruleo». - -Una voce d'eroe, quella voce omerica ch'egli aveva tradotto con sì rude -efficacia, mi scoppiò dentro e franse il gelo. - - Datosi un colpo nel petto, al suo cuore drizzò la parola: - — Cuore, sopporta! ben altro tu hai sopportato più cane! - -E non per me, ma per lui. Vedevo, come quel braccio levato, sorgere -dall'intimo di quell'uomo casalingo e cauteloso la costanza d'una virtù -virile, la durezza d'una vita fatta di disciplina, di coraggio e di -dominato dolore. Il suo orgoglio s'era formato a poco a poco nel fondo -della sua solitudine come il diamante nell'oscurità della terra. «Da -me, da solo, solo con l'anima...» Egli s'era fatto degno d'incontrarsi -con Achille e con Elena, e di parlare su la tomba terribile di Dante. - -Ancóra non so come sia trapassato; ma voglio esser certo che, s'egli -talvolta nella vita pianse in disparte, non si velò di lacrime nel -fisare la morte. Forse escì dalla sua bocca qualche bella e semplice -parola, prima che la lingua gli si annodasse dietro i denti e che lo -spirito gli si sciogliesse nel gran ritmo. - -Aveva già dato tutto il meglio di sé, o serbava nel cavo della mano -ancóra qualche ferace semenza? Che importa? Certo, mille e mille -ancóra speravano in lui. Agguagliandosi alla linea dell'orizzonte, -egli avrebbe potuto dire verso i suoi fedeli: «Io vi mostro la morte -compitrice, la morte che per i vivi diviene incitazione e promissione.» -E costoro nell'acciaio della sua ascia sepolcrale potrebbero veder -riflesse le stelle dell'Orsa. - - - - -XI APRILE MCMXII - - -Non so se nella vertigine d'ombra, quando tutto ritorna per poi -dileguarsi, io gli sia apparito. Sembra che le cose obliate e gli -esseri più lontani e gli eventi più remoti e perfino i frantumi dei -non interpretati sogni abbiano grazia nell'agonia dell'uomo. Se questo -è vero, forse il fiore della mia amicizia ondeggiò nel suo crepuscolo -come quel tenue ramo ch'io colsi e curvai per lui tra l'Alpe e il -Mare, o forse come quel salso giglio della solitudine che pensando ad -Antigone io mandai alla sua sorella immacolata. - -Un'accelerazione della sorte volle ch'io l'assistessi con lo spirito -nelle sue ultime ore fino al suo transito. La notte del venerdì, -m'ero beato della sua poesia e l'avevo imaginato convalescente. La -mattina ch'è innanzi al Resurresso, mentre mi disponevo all'opera, ebbi -d'improvviso l'annunzio funebre. Qualcuno, dalla patria, mi chiedeva -una parola per la morte del poeta! E il poeta non era spirato ancóra, -anzi aveva ancóra da superare un lungo patimento. Ma l'inopportuno, pur -violando la gentilezza umana, secondava una congiuntura misteriosa a -cui debbo una delle più profonde ore di mia vita. Credetti il transito -avvenuto la sera del Venerdì Santo e già deposta la salma sul letto -mortuario. E dove poteva Maria aver alzato quel letto se non nella -stanza delle vigilie, nell'angusta fucina del grande artiere, tra le -mura riarse dalla vampa del cervello maschio? Ero certo di questo; e -per tutta la mattina il mio pensiero non cessò un attimo dall'insistere -nel luogo lontano che cercavo di ricostruire con lo sforzo della -memoria. E a poco a poco la mia coscienza entrò in quello stato che -precede il canto. - -Ora avevo nella Landa un altro amico sospeso da più settimane tra la -vita e la morte, condannato irremissibilmente. Era il mio ospite, lo -straniero affabile da cui ebbi la casa tranquilla su la duna, dove -abito da due anni. - -Non ricordo se Gioviano Pontano nel suo capitolo _De tolerando exilio_ -e Pietro Alcionio nella sua giudiziosa dissertazione impressa dal -Mencken in _Analecta de calamitate litteratorum_ pongano tra le delizie -del fuoruscito volontario o involontario il delicato sapore dell'amistà -contratta oltremonte ed oltremare. Ma certo l'aroma della résina verso -sera e la fragranza delle ginestre sotto vento a levata di sole non mi -ricrearono mai quanto certi brevi colloquii con quel mirabile vecchio -che sarebbe stato carissimo al cantore di Paolo Uccello, s'ei l'avesse -conosciuto. - -Si chiamava Adolphe Bermond, nato su la Garonna, nella città vinosa -ch'ebbe per sindaco il gran savio Michel de Montaigne reduce da Roma e -per consigliere quel candido e invitto Etienne de la Boëtie imitatore -del Petrarca e traduttore dell'Ariosto. Aveva quasi ottant'anni; e, -quando lo conobbi la prima volta, mi parve d'averlo già veduto tra le -diecimila creature scolpite o dipinte nella cattedrale di Chartres. -Aveva nel volto la tenuità la spiritualità e non so qual trasparenza -luminosa, che lo assimigliavano alle imagini delle vetriere e delle -porte sante. - -Venne in un pomeriggio di gennaio, a marea bassa, quando la spiaggia -è liscia e sparsa d'incerte figure e scritture nericce al modo di -quelle lapidi terragne cancellate dai piedi e dalle ginocchia dei -fedeli. Scendeva dalla Cappella di Nostra Donna dell'Imbocco e aveva -seco il libro del cristiano, legato di cuoio bruno, che anch'esso era -liscio e lustro d'assiduità come il dosso d'un messale. Entrò nella -stanza con un passo alacre e lieve, ché la grande età non l'aveva punto -aggravato; e sùbito sentii ch'egli entrava anche nel mio gradimento. -Tutto il suo viso era illuminato d'una fresca ingenuità che pareva -mutasse le grinze da tristi solchi senili in vivaci segni espressivi, -immuni dalla vecchiezza come le rughe delle arene, delle conchiglie, -delle selci. I suoi occhi erano più chiari di quel cielo invernale, più -pallidi dell'acqua intorno al banco di sabbia scoperto; e il sorriso -vi pullulava di continuo dall'intimo. La sua voce era ancor bella, -misurata da giuste cadenze; e la consuetudine delle preghiere senza -suono faceva sì che le parole sembrassero disegnate dalle labbra prima -d'esser proferite. - -Come s'accostò alla mia tavola, scorse spiegata su le carte l'imagine -intiera della Santa Sindone. Come volse gli occhi in giro, vide le -pareti interamente coperte delle più diverse imagini di San Sebastiano, -sul leggìo d'un armònio la _Matthäus-Passion_ del Bach, sul marmo del -camino i gessi delle quindici statuette di piagnoni appartenenti al -sepolcro del duca Jean de Berry, su l'assito alcuni frammenti della -grande Rosa di Reims, in un angolo una delle Virtù che Michel Colombe -scolpì per la tomba di Francesco II duca di Bretagna. Non dimenticherò -mai il leggero tremito del suo mento e quel misto di stupefazione e -di gratulazione, che dava alla sua vecchiaia non so che fervore di -giovinezza. Una fiammata allegra di pino e di pigne favellava su gli -alari, con lo scroscio e il friggìo della résina. - -Componevo nella lingua cara a Ser Brunetto il _Mistero di San -Sebastiano_, ed avevo già compiuta la scena tra il Santo e gli Schiavi -sotto la volta magica ove brillano i sette fuochi planetari, quando gli -infelici e gli infermi domandano che il novo dio si manifesti per segni -nel Confessore. - - _Esclaves, esclaves, oui, coeurs_ - _épaissis!_ - -Il vecchio si chinò esitante su le pagine tormentate. V'eran quasi, -in verità, le tracce d'una lotta sanguinosa, tanto l'inchiostro rosso -delle didascalie e le cancellature violente e gli emistichii più volte -riscritti e i margini tempestati di richiami facevano ardua ed aspra la -carta. «Anche l'arte, come la vita, è una milizia» egli disse «e chi dà -più di sangue riceve più di grazia.» - -Quella parola sùbito mi toccò, tanto la rendeva religiosa l'accento. -Allora gli parlai della mia opera, con un ardore che lo sbigottiva -e lo rapiva. In quel servitore di Dio, a cui la carne pesava così -poco, ritrovavo non so che affinità con la disciplina ascetica -a cui m'ero costretto per giorni e per notti. Anch'egli era una -sostanza infinitamente vibrante, un amore attivo e indefesso. La sua -comprensione era pronta come il gesto della mano che riceve e serra -quel che le è offerto. Talvolta, nella pausa, mi pareva di veder -discendere il mio pensiero in lui come un anello gettato in un'acqua -limpida, sino al fondo, e quetarsi. - -Sincero e puro, non dubitò della mia sincerità e della mia purità. -Cattolico ferventissimo, dedito a tutte le pratiche della divozione, -non fu turbato da alcuna inquietudine, non fu punto da alcuno scrupolo. -Mi sentiva ardere, e questo gli bastava. Non sapeva imaginare un poeta -senza dio, né un dio diverso dal suo. Chi mai restava solo con me -nelle mie notti? Certo egli credeva che fosse in me lo spirito medesimo -ond'era nata quella figurina della Rosa di Reims, che chinandosi aveva -raccolta e teneva ora fra le sue dita magre. - -Mi pregò di leggergli una scena del Mistero. Volli leggergli quella -ch'era ancor calda del travaglio e non ancor distaccata dalle mie -viscere. - - _A toi, nous venons tous à toi,_ - _Seigneur!_ - -Gli schiavi accorrevano verso il guaritore. La lamentazione si -prolungava per gli anditi tortuosi. Gli infermi apparivano, portati -a braccia dai parenti, agitati, illuminati di speranza. Gridavano -i loro mali, le loro piaghe, le loro angosce. Chiedevano d'essere -sanati, d'essere liberati. Chiamavano a testimonianza quelli di loro -che nascondevano nelle pieghe del saio i rotoli delle Scritture, -perché quelli conoscevano i miracoli operati dal dio novello. Ed -ecco, tutte le guarigioni erano noverate, l'una dopo l'altra: il -lebbroso era mondo, il paralitico camminava, il cieco vedeva, il -lunatico e l'ossesso avevano pace, l'idropico era alleviato delle -sue acque, il figlio della vedova di Naim sorgeva dalla sua bara. -Ma un dei leggitori di rotoli ripensava il miracolo più profondo, -ripensava il cadavere quatriduano, e gridava: «Ti sovvenga di Lazaro!» -E l'incredulità di Didimo era addotta. Didimo voleva vedere le ossa -disgiunte ricongiungersi e favellare. Il Cristo gli aveva risposto: «Le -ossa disgiunte io te le mostrerò ricongiunte. Vieni a Betania, Didimo, -vieni con me. Gli occhi di Lazaro vuotati della putredine, io te li -mostrerò pieni di visione. Vieni con me, Didimo. Le labbra imputridite -su i denti di Lazaro, le vedrai muovere, le udirai favellare. Vieni -a Betania, Didimo, se vuoi vedere e udire, vieni con me.» Queste -testimonianze adducevano gli schiavi, per volere il segno. E allora -Sebastiano balzava a ghermire con mano terribile l'anima dei miseri. -Egli medesimo evocava il Risuscitato, sembrava con la sua voce far -presente il miracolo nell'ombra calda di aneliti. Come il pargolo -nelle fasce, il cadavere era avvolto nelle bende. «Lazaro vieni fuori!» -Primo, fuor della pietra, sorgeva il ginocchio... - - _Le genou surgit le premier._ - -M'interruppi, perché avevo sentito il vecchio sussultare e levarsi. -Egli era in piedi davanti a me, sconvolto, senza colore, affannoso. -Era l'uomo di fede, il servo di Dio, lo spettatore ideale a cui si -manifestava il mio poema con le virtù della musica e dell'apparizione. -Ebro, imaginai dietro di lui una moltitudine che gli somigliasse. E non -volli dargli tregua. Anche la mia parola fu come il tizzo che incendia -la stoppia quando rinforza il vento. - -Ora gli schiavi chiedevano di vedere almeno l'effigie. «Poiché tu -hai abbattuto tutti gli iddii di sangue e di fango, alza dinanzi a -noi l'effigie del dio novo, che possiamo conoscerlo, che possiamo -adorarlo!» Sapevano essi ch'Egli soleva apparire ai discepoli. Non -era Egli apparso al Confessore? «Il suo volto è celato, il suo corpo è -velato.» Un'angoscia mortale serrava il petto di Sebastiano, illividiva -le sue labbra, fiaccava le sue giunture. Implacabili erano i súpplici, -inappagate le pupille della carne loro. Eglino volevano la presenza del -dio novo. «Non ha più corpo; sangue più non ha. Ha dato il suo corpo -e il suo sangue per le creature.» Ma i segreti leggitori dei rotoli -sapevano che col suo corpo e col suo sangue era apparso ai discepoli, -sapevano ch'Egli aveva lor mostro le mani e il costato, e ch'essi -avevan veduto le lividure, e che Didimo aveva posto il dito entro la -piaga, e che dopo Egli aveva rotto il pane e mangiatolo, aveva anche -mangiato un pezzo di pesce abbrustolito. «Come potresti amarlo di tanto -amore? Come potresti chiudere gli occhi, essere così smorto e in tutte -le vene tremare di tanto amore, se tu non avessi mai conosciuta la sua -faccia? Tu tremi.» Flutto vermiglio non mai sgorgò da gola recisa né -onda di lacrime da dolor colmo, come allora dal petto santo scoppiava -l'angoscia. «Tremo perché su l'anima mia porto peso d'obbrobrio. L'han -percosso coi pugni, l'hanno schiaffeggiato, gli hanno sputato addosso. -La sua faccia è contraffatta. Gli sputi e il sangue gli colano per -le gote. Tutti i denti gli tentennano nella bocca enfia. E le sue -palpebre, e i suoi occhi, ahimè!» - -Credo che in quel punto la voce mi si spegnesse, perché mi si serrava -la gola. E allora un sentimento mai provato mi scrollò le radici -dell'essere, perché a un tratto udii il suono d'un pianto umano che -non avevo udito mai, tra quelle quattro mura deserte e lontanissime da -ogni rumor del secolo udii il profondo singhiozzo del «consumato Amore» -che cantò Jacopone, scorsi le medesime lacrime che avevano rigato il -viso di Francesco in ginocchio dinanzi al Crocifisso di San Damiano o -errante intorno alle mura della Porziuncola. - - O secca anima mia, - che non puoi lacrimare! - -Non mi mossi. Poteva quel pianto essere consolato o interrotto? E quale -parola poteva esser detta, che valesse in dolcezza una sola di quelle -lacrime? E, in verità, qual cosa avrei potuto trovare dentro di me più -bella di quella «nuditate d'amore» che mi si mostrava all'improvviso in -un vecchio già inchinato verso la tomba? E come potrei ora significare -la qualità di quel pianto «pieno di consolanza?» Il Beato ha espressa -la legge dell'ineffabile. - - Quello ch'è non si può dire, - puossi dir quel che non è. - -E un rammarico simile al rimorso m'assale, mentre ne scrivo. E avrei -serbato il dono nel mio segreto, se il mio amico elevato dalla sua -santa morte alla condizione di mistero glorioso non mi sorridesse oggi -a traverso quella visiera di cristallo. Ma potrà comprendere soltanto -colui che fra mille canti sa distinguere la melodia nata dal cuore -della Terra e tra le parole dei Vangeli la parola che per vero esci -dalle labbra di Gesù e resta in eterno piena del suo soffio vivente. -Fino a quell'ora io aveva udito gli uomini piangere in un altro modo, -e li avevo veduti confinati e fissi nel luogo delle loro lacrime come -il ferito giace nella pozza del suo sangue, e me medesimo dalla pietà -ristretto e quasi prigione di miseria. Il pianto di quel cristiano -pareva sonare su la malinconia del mondo; e il Volto illividito dalle -gotate, lordo di sputi e di sangue, pareva impresso nel pallido cielo -come nel pannolino della Veronica ma per me in non so che maniera -indefinita e futura. E, quando uscimmo, il silenzio dell'immensa Landa, -con le sue miriadi di tronchi dissanguati dal ferro del resiniere, con -le innumerevoli sue piaghe di continuo rinfrescate e allargate, con -il perpetuo suo gemito aulente, era come il silenzio d'una moltitudine -dolorosa che non si lagna perché accetta il suo cómpito e la sua pena. -E io compresi quella parola d'avvenire, che dice come la natura sia -per trasformarsi a poco a poco in cerchio spirituale e il tutto sia per -sublimarsi in anima. - -Chi anche ha parlato di «membra mistiche dell'uomo»? In qualche ora -sembra che noi non riconosciamo taluno degli atti più consueti della -nostra vita corporale. Come camminavamo, l'uno a fianco dell'altro, sul -sordo sentiero coperto dagli aghi dei pini? Non v'era divario tra il -passo del vecchio e il mio, perché il nostro passo non era delle nostre -ossa, dei nostri muscoli, dei nostri tendini. Se bene andassimo davanti -a noi, io aveva in me il sentimento di volgere indietro quel che più -di me ferveva, come la face trasportata rovescia la cima della sua -fiamma. Gli occhi del mio amico erano appena rasciutti; e il luogo, ove -il «consumato Amore» aveva pianto, e l'evento avverato erano già come -avvolti in un velo di memoria, i cui lembi ondeggiavano verso la mia -più fresca infanzia. La commozione ancor mi teneva tutto, la realtà non -soltanto era recente ma presente ancóra; e pure una parte di me faceva -uno sforzo ansioso per ricordarsi di non so che altro, per raffigurarsi -non so che cosa di più profondo e di più dolce. Ma può l'attesa avere -la figura della rimembranza? - -Non parlavamo. Di tratto in tratto io lo guardavo con l'angolo -dell'occhio; e mi stupivo che un viso di tanta vecchiaia, lavato dalle -lacrime, mi rammentasse per la sua espressione certi episodii patetici -della fanciullezza: uno tra gli altri. Un giorno avevo fatto piangere -la mia cara sorella Anna, per un capriccio crudele; e poi l'avevo -racconsolata, sbigottito, perché ella era tanto sensibile che quando le -accadeva di piangere, anche per una cosa lieve, pareva l'avesse colpita -una sciagura irreparabile ed ella fosse per stemprarsi nel suo dolore. -Vedendomi così pentito e afflitto, ella si sforzava di raffrenare il -singulto e di rasciugarsi le guance. E mi ricordo che io la presi per -mano e la condussi per una rèdola, tra due campi di lino; e avevamo con -noi il nostro cane paziente ch'era stato la causa del litigio. E di -tratto in tratto io la sogguardavo; ed ella, per non farmi più pena, -cercava di vincere il singulto ostinato che le scrollava il piccolo -petto, o, come per togliergli l'acredine, lo preveniva con un sorriso -che si rompeva sùbito. E allora mostrava d'esser contenta di tutto quel -cilestro del lino, come s'io gliel'avessi donato; e pareva che non io -volessi rientrare nella sua grazia ma sì volesse ella farsi perdonare. -E v'era nella sua attitudine tanta tenerezza e gentilezza che non potei -più sostenerla, e mi feci tutto lacrimoso anch'io, con suo sgomento. - -Non so perché, questo ricordo mi rifiorì dal cuore mentre camminavo -a fianco del vecchio. E mi pareva di andare errando senza mèta per un -paese che io non conoscessi; ma egli sapeva la sua via. Ci ritrovammo -a piè della duna ove sorge la Cappella, e salimmo, tra i giovani pini, -sino al limitare. Egli non disse alcuna parola per invitarmi a entrare -nel suo rifugio. Mi tese la mano, e mi diede la sua amicizia come nella -Domenica delle Palme si dà il rametto d'ulivo su la porta della chiesa -azzurra d'incenso. Portando meco la cosa preziosa, discesi la china, mi -dilungai per la Landa. - -Era prossima l'ora del vespro, ma l'aria pareva non rattenere della -luce se non le particelle d'argento. Di là dalla selva non scorgevo -i lidi, ma ricevevo la quiete della bassa marea; che è come quando la -febbre decade nel polso cui vien sottratta qualche oncia di sangue. Non -avevo mai sentito vivere gli alberi di tanta doglia. Taluno aveva un -sol taglio nel piede; altri l'aveva sino a mezzo il tronco scaglioso; -altri portava una ferita viva accanto a una rammarginata; altri era -svenato a morte, con solchi che incavavano l'intero fusto simili alle -scanalature nella colonna dorica. E il succo vitale stillava e colava -per tutto: i vaselli d'argilla n'erano colmi. Qualche resiniere ancóra -s'attardava a rinfrescare una piaga; e s'udiva risonare il ferro nel -vivo, senza lagno. Ciascun albero aveva il suo martirio, quasi che in -ciascuno abitasse uno spirito avido di soffrire e di sanguinare come -l'eroe divino da me eletto. - -E in quella sera feci l'invenzione del Lauro ferito. Il corpo di -Sebastiano si distaccava lasciando tutte le frecce nel tronco del lauro -d'Apollo. Le asticciuole scomparivano nella carne miracolosa come -un vanire di raggi. «Rivivrai, rivivrai! Ritornerai!» gridavano gli -Adoniasti. - -D'allora innanzi il mio novello amico mi visitò sovente. Come io faceva -di notte giorno, egli soleva venire su la fine del pomeriggio, quando -ero per accendere il mio fuoco. Mi ricordava il principio dell'inno di -Sant'Ambrogio _Ad completorium_: - - _Te lucis ante terminum..._ - -Entrava in punta di piedi, parlando a voce bassa, come nell'oratorio. -Temeva di turbare il silenzio e di smuovere le cose invisibili che si -nutrivano d'esso. Restava seduto per breve tempo dinanzi al camino; e -io vedevo dalla mia tavola la sua testa d'antico Donatore inginocchiato -nell'angolo d'una pala d'altare inclinarsi di sotto alle statuette -dei Piagnoni funerarii. Egli pareva essere per me il messaggero e -l'interprete di quell'età da cui avevo raccolta una forma d'arte -caduta in dissuetudine per rinnovellarla. Ma forse egli era assai -più antico, e aveva partecipato a quel pellegrinaggio che si partì da -Bordeaux nell'anno 333 seguendo l'_Itinerarium Hierosolymitanum_, come -io gli dicevo per motteggio. Però nelle sue «stationes» e «mutationes» -a traverso i secoli egli doveva essersi attardato più lungamente in -quella immobile serenità che splende nella _Passione_ di Bourges come -nelle metope arcaiche d'un tempio greco. Egli ne portava tuttavia -l'illuminazione su la sua fronte. - -E, se è vero che tutte le cose certe sono vive e tutte le incerte -sono morte, la sua meravigliosa certezza lo poneva di là dalla vita -come una creatura compiuta e immutabile. M'appariva dal suo discorso -ch'egli considerava la storia del mondo come la rappresentano le -cattedrali della terra di Francia. A simiglianza dei maestri marmorai -e vetrai, egli credeva che, dopo l'avvento di Gesù, non avesse il -mondo avuto altri grandi uomini, se non i confessori i dottori e -i martiri. Nel suo spirito come nel santuario, i conquistatori e i -vincitori avevano il luogo più basso. Così nelle vetriere essi sono -genuflessi ai piedi dei Santi, piccoli come fantolini, gracili come i -fili d'erba nelle commessure dei gradini sacri. Persisteva in lui la -coscienza di quegli che compose lo _Speculum historicum_ facendo la -minor parte agli imperatori e ai re, la massima agli abati, ai monaci, -ai pastori, ai mendicanti. Per lui, come per il domenicano protetto -da San Luigi, i più alti fatti non erano i trattati le incoronazioni -e le battaglie ma la translazione d'una reliquia, la fondazione d'un -monastero, la guarigione d'un ossesso, la beatificazione d'un eremita. -La tremenda lotta moderna, combattuta con i congegni più perigliosi -e con le volontà più crudeli, aveva per lui la medesima importanza -ch'ebbe per Vincent de Beauvais la grande giornata di Bouvines, posta -modestamente tra l'istoria di Santa Maria d'Oignies e l'istoria di -San Francesco poverello. Simile a quei pellegrini che traversavano -gli eserciti nemici avendo per solo salvacondotto in sul cappello -il piombo effigiato di San Michele del Periglio o di Sant'Egidio di -Linguadoca, egli passava immune a traverso il secolo d'acciaio. Anche -dinanzi ai traffici della sua città operosa e danaiosa egli doveva aver -di continuo negli occhi quella parete del Camposanto di Pisa ove un -nostro pittore — che fu, quanto lui, divoto di San Domenico — dipinse -la Tebaide degli anacoreti come un mondo verace in un mondo fallace. E -la Via lattea certo era pur sempre per lui il cammino di San Iacopo, e -i bagliori in cima agli alberi delle navi erano i fuochi di Sant'Elmo; -e San Medardo era ancóra il signore dell'utile pioggia. - -E nulla d'angusto, nulla di meschino s'accompagnava in lui a questa -ingenua fede. La sua indulgenza era grande come la sua disciplina. -Egli era venuto verso me con abondanza di cuore non certo attratto da -odor di santità ma solo dal pregio di un'anima sempre vigile; perché -una povera serva gli aveva detto che io consumavo nelle mie notti -più olio d'oliva che non ne bisognasse alla lampada perpetua della -Cappella. E la finezza della sua mente corrispondeva alla delicatezza -del suo cuore. Un nobile ritegno governava ogni suo atto e ogni sua -parola, quando egli era per appressarsi all'intima vita dell'amico. Non -prodigava i consigli, anzi non ne dava quasi mai; ma la sua semplice -presenza era un soccorso coperto. - -Vidi un giorno su la collina di Francavilla, in un sentiero selvaggio -che conduceva al Convento ove col mio grande e puro Francesco Paolo -Michetti mi credo aver vissuto i miei giorni migliori, vidi un giorno -a maraviglia per una proda il tronco tagliato d'un vecchio alloro -rimettere un gran numero di germogli che al lor nascere avevan l'aria -di sprizzare dal legno come faville verdi. Ogni volta che passavo, il -tronco pareva cangiare tutte quelle cimette vive in lingue loquaci per -dirmi: «Non disperare, non disperare». Non altrimenti risfavillava di -sempre fresca speranza il mio amico. Egli conosceva la sentenza e la -vignetta dell'_Ars moriendi_. «Havvi un sol fallo grave al mondo: il -fallo di chi dispera. Ben più colpevole fu Giuda in disperare che il -Giudeo in crocifiggere Gesù.» E, quando andava a visitare i poveri, gli -infermi, i prigionieri e ogni sorta di peccatori in angustia, soleva -dire che quattro Santi l'accompagnavano: San Pietro il qual rinnegò -tre volte il suo Maestro; Maria Maddalena a cui tanto pesò la sua carne -impura; il persecutore San Paolo che Iddio convertì con la folgore; il -buon ladrone che non si pentì se non nelle braccia della croce infame. - -Come taluno dei nostri Beati italiani, egli conciliava in sé quei -doni che appartengono alla vita contemplativa con quei doni che -appartengono alla vita attiva «poiché tutti procedono da uno spirito -stesso». Per lunghi anni nella sua città natale egli governò le -corporazioni cattoliche più operose, ed esercitò la carità con tal -larghezza da meritare il soprannome d'Elemosinario. «Dispersit, dedit -pauperibus.» Donò grandemente, e senza contare, e sempre di nascosto. -Non so s'egli abbia mai ricoverato nel suo letto un mendicante, come -quel Blaise Pascal del quale ignorò sempre i tormenti le vertigini e -le febbri; ma più volte, come un servo umile e pronto, rigovernò la -casa de' suoi poveri e de' suoi malati. Quegli che aveva tanta luce -su la sua fronte, amava aver tanta ombra su le sue mani! Per lui non -era detto già: «Nesciat sinistra tua quid faciat dextera tua», ma era -detto: «Non sappia la tua destra quel che la tua destra dà». Quando la -segreta elemosina ebbe di molto assottigliato il suo patrimonio, lo -punse carità dei figli, ch'ebbe numerosi e ben nati. Divise tra loro -il rimanente, avendo altrove conquistato una indivisibile signoria; -e si ritrasse nella Landa ad abitare seco. Che cosa debba fare colui -che seco abita, egli lo sapeva dall'Antico ma meglio dalla sua stessa -aspirazione. «Secum purgatur, orat, legit, et meditatur.» - -Divotissimo era di San Domenico; e sotto il vocabolo del sublime amico -di San Francesco è posto il tetto ch'egli mi concesse. Per umiltà egli -volle andare ad abitare nell'antica infermeria dei Padri Domenicani, -che aveva ricomperata a causa d'amore. È una bruna casipola di legno, -tra l'ombra della Cappella e l'ombra della pineta. In quella scelse la -stanza più modesta, sapendo che «la cella di continuo abitata diventa -dolce». Quando la Landa rombava come l'Oceano, allo sforzo del vento, -egli credeva essere sopra un vascelletto in punto di salpare per -l'ultimo viaggio. Ma quando l'oro primaverile colava sul balcone giù -dal minuto crivello dei pini e gli uccelli facevano il lor concerto, -quella era la casa lieve ch'io m'avevo sognata più d'una volta, era «la -casa in sul ramo», lieve, sonora, pronta. - -Aveva quivi trasportato un piccolo organo da mantici, perché amava -la musica sacra e sonava con grazia qualche mottetto. Come quel soave -domenicano Enrico Suso, egli si piaceva di chiamarsi «il servitore»; -e, come lui, doveva certo ogni mattina, svegliandosi all'ora della -Salutazione angelica, udire entro di sé una voce cantare nel modo -minore le parole: «Maria, la Stella del Mare, ecco, si leva». - -Un giorno, entrando, lo trovai assopito davanti alle due tastiere; e -trattenni il piede e il respiro per non isvegliarlo, tanta beatitudine -mi apparì nel suo volto. Ripensai a quel ch'egli m'aveva narrato del -giovine Suso. Forse anch'egli sognava d'essere nel mezzo del concerto -celeste a cantare il Magnificat; e la Vergine gli veniva incontro e, -per segno d'aver gradito un'offerta di rose, gli comandava di cantare -il versetto: «O vernalis rosula!» - -Fin dalla sua prima visita, fin dall'ora di quel pianto repentino -che rimase in fondo alla nostra amicizia come non so che misteriosa -freschezza, credo ch'egli sperasse di volgermi all'esercizio della -preghiera secondo il suo rito. Ma non mai, neppure per un attimo, -assunse aspetto e tono di convertitore. Aveva un suo modo gentilissimo -di farmi sentire che v'era fra noi un bel segreto, del quale non -conveniva ragionare. Talvolta, se qualche mia parola giusta lo -toccasse, mi guardava intento, sospeso, con uno sguardo singolare in -cui pareva quasi direi trasposta l'attenzione d'un'orecchia inclinata, -fattosi somigliante a tale che abbia udito un suono rivelatore e ne -segua le onde per ansia di riconoscerlo. Talvolta anche, in certe -pause, mi dava imagine di un uomo che, stando in una contrada al -principio della primavera quando i succhi cominciano a muovere, si -ponga in ascolto per desiderio di cogliere la melodia indistinta della -linfa che in breve trasfigurerà ogni creatura abbarbicata alla terra. -Così la sua illusione spiava in me l'opera interiore della Grazia. - - Lo raggio della grazia in che s'accende - verace amore, e che poi cresce amando... - -Gli parlavo di Dante; e mi commoveva la sete ch'egli aveva di quella -gran fonte. Un giorno gli raccontai come io avessi contemplata nella -cattedrale di Amiens la Speranza scolpita in quel modo che il Poeta la -canta nel _Paradiso_ quando Beatrice nell'ottavo cielo gli mostra il -barone - - per cui laggiù si visita Galizia, - -e San Iacopo lo esorta: «Di' quel che ell'è». Dante e l'ignoto -marmorario avevano fedelmente tradotto, l'uno nella terza rima, l'altro -nella materia dura, la diffinizione che della Speranza dà nel Libro -delle sentenze un teologo di Francia, Pierre Lombard vescovo di Parigi. -«Spes est certa expectatio futurae beatitudinis....» - - «Spene» diss'io «è uno attender certo - della gloria futura...» - -Il mio amico restò lungamente pensoso di quella rispondenza fra -la cattedrale di pietra e la cattedrale di parole, l'una sorta -nella sua terra e l'altra nella mia. Pareva che io gli avessi più -avvicinato Dante e gli avessi scoperto nell'ardua mole gotica un punto -misteriosamente sensibile in cui potessero i nostri spiriti convergere -e comunicare. Alla fine del nostro colloquio (il vento occidentale -squassava tutta la Landa e l'immenso fragore dell'Oceano faceva sembrar -fragili tutte le cose) egli mi posò le mani su l'uno e su l'altro -òmero, mi guardò con la sua anima nuda emersa a fiore del suo viso -diafano, e mi chiese: «Quando? Quando?» Era in me quella malinconia -potente in cui il cuore batte più robusto e più celere. Gli dissi, -con dolcezza figliale: «Io sono nato per vedere, per ricordarmi e per -presentire». Poi soggiunsi: «E forse attenderò me stesso fino alla -morte». - -Rimanemmo qualche tempo senza visitarci, perché io ricominciai a -vegliare la notte e a dormire il giorno. Egli sapeva che la mia lampada -era accesa e che avevo in serbo molto olio nel mio orcio. «Lo sposo -dell'anima suole a mezza notte venire. Guarda che a dormire non ti -truovi.» - -Una sera dello scorso febbraio, dopo compiuto l'anno dall'ora del -pianto e del legame, uno de' suoi figli mi giunse, inatteso; e mi -disse: «Mio padre vuole vedervi. Non ha che qualche settimana o qualche -giorno di vita. Esauditelo». - - - - -XV APRILE MCMXII - - -Quando entrai nella piccola infermeria domenicana, al primo sguardo -conobbi che l'uomo da bene aveva già abbracciata la nostra suora morte -corporale e se la teneva ben sensata contro il suo petto. Primamente, -non veduto, lo vidi in uno specchio. Una donna, dolce e severa, che -poteva essere Sant'Anna col suo mazzo di chiavi appeso al fianco, -m'aveva condotto sul verone di legno ove s'affacciava la camera -dell'infermo; e s'era ritratta, per lasciarmi solo con lui, per non -farsi testimone inopportuna del nostro turbamento. Nell'appressarmi -alla soglia, scorsi su la parete lo specchio e dentrovi, dentro quella -specie d'orrore inaccessibile e rischiarato, il vecchio che stava -seduto, intentissimo, tenendo ambe le mani premute su l'atroce ospite -carnale che gli rodeva la bocca dello stomaco. Mi soffermai, con -uno spaventoso tremito nel cuore, perché veramente dentro quel vano -la morte era _visibile_ come nelle Danze macabre, e tutta l'imagine -veramente era _di là dal velo_. Egli alzò le ciglia e sussultò -abbandonando le mani su le ginocchia, perché mi scoperse anch'egli -nella spera e mi vide venire a lui non dalla vita diurna, non dall'aria -e dalla luce, ma dal fondo di quel pallido sepolcro. E, com'entrai, -mi parve non di varcare una soglia comune ma di superare un limite -tremendo. - -Non conosco, nella storia della santità, una preparazione al transito -più bella di questa. San Francesco, pur conversando con la sua suora -infermitade, lasciò che i medici tentassero di combatterla. Riconobbe -d'aver sempre trattato troppo duramente il suo corpo e mostrò di -pentirsene. «Giubila, frate corpo, e dammi perdonanza; che or mi -conviene satisfare a' tuoi disii.» I dottori pontificii, a Fonte -Colombo, gli cavarono sangue, lo vessicarono e cauterizzarono. Col -ferro rovente gli affocarono le tempie, mentr'egli pregava «frate focu» -che soffrire non lo facesse oltre sopportazione. Ad Assisi, nella casa -del Vescovo, di continuo lo curava il medico aretino. Di tratto in -tratto era preso da qualche strana voglia e mandava in cerca i suoi -frati che talvolta, come nella notte del prezzemolo, s'impazientivano. -Alla Porziuncola Giacomina Settesoli gli apprestò quella vivanduzza -romana prediletta, quel camangiare di mandorle, che durante la malattia -aveva spesso desiderato. Dopo, sentendo prossima la fine, si fece -spogliare d'ogni vestimento e colcare su la terra ignudo. - -Il mio amico dedusse quest'ultimo esempio fin dal principio, non -pel suo corpo ma per l'anima sua. Spogliato di tutto egli era come -mi pareva non potesse mai uomo spogliarsi. E non gli restava se non -quella «nuditate d'Amore» oltre la quale, in paragone di purezza, -v'é soltanto la prima luce del mattino. Vidi presso di lui il volume -della _Imitazione_ chiuso. È certo quello il trattato del totale -spogliamento: riduce in un pugno di polvere la sostanza in cui -l'uomo più si compiace, e senza pietà separa l'uomo da ogni diletta -cosa che non sia il compiuto amore. Egli non aveva più nulla da -apprendere in quel libro: perciò era desso quivi chiuso, e senza -segnali. Ed egli l'aveva tanto praticato e meditato non soltanto come -il libro dell'eternità, ma come quello ch'era nato dalla disciplina -della sua stirpe «sotto l'ogiva di Francia», vera «conoscenza e -virtute d'Occidente.» Né gli restava alcun dubbio intorno a tale -origine; talché una volta ch'egli vide il mio esemplare col nome di -Tommaso Kempis, scosse il capo. Soleva dire, non senza finezza, che -l'_Imitazione_ franceseggia in latino. Vi riconosceva trasposti i modi -e le cadenze della prosa Francesca, e talvolta la levità d'un orecchio -che aveva ascoltato la voce dell'allodola paesana. - -Nelle lunghe settimane di patimento, dal giorno in cui l'insonne -cancro incominciò a morderlo per finirlo, sino all'ora in cui perse la -parola terrena per un altro linguaggio, non dimandò d'essere medicato -né alleviato, non volle intercessore tra l'infermità e la carne, non -chiese che le sofferenze gli fossero attutite ma soltanto che con -esse gli fosse accresciuta la forza di sostenerle. «Courage, courage, -mon âme!» diceva nello spasimo. «Encore un peu, mon Dieu! Faites-moi -souffrir encore un peu, mais donnez-moi la force de supporter la -souffrance.» Quando il morso diveniva meno atroce, egli si faceva gaio -e arguto; non soltanto sorrideva ma anche rideva d'un riso schietto. -Come dalla città i suoi molti figliuoli e i suoi nipoti numerosissimi -e i famigliari suoi devoti venivano a visitarlo, ciascuno adduceva, -per giustificare la visita insolita, un pretesto più o men verisimile, -credendosi di illuderlo. Egli ben sapeva che quelle erano visite di -funebre commiato; e un giorno ch'io ero là, tra quegli affettuosi -dissimulatori, l'udii motteggiare con sì vivace grazia che veramente le -più celebri delle parole stoiche mi sembrarono cosa ruvida e grossa. -Una notte di marzo la figliuola maggiore, ch'era venuta a trattenersi -nella casa per assisterlo, dal suo letto udì nella camera del padre un -gran ridere. Attonita e un poco sbigottita, si levò e andò a origliare. -L'ottimo abate Eugène de Vivié, rettore della parrocchia, consolatore -intrepido, aveva voluto vegliar l'infermo nel martirio notturno. -Aiutandolo egli a sollevarsi dal guanciale per l'orribile rigurgito -che lo travagliava, una inattesa facezia del sofferente aveva suscitata -quella ilarità concorde. Ripensai quel rimbrotto di Frate Elia, quando -San Francesco giaceva al Vescovado in custodia e voleva che Frate -Agnolo e Frate Leone gli cantassero ogni ora le laudi di nostra suora -morte per rallegrarsi nel Signore. «Hacci la scolta alla porta; e niuno -vorrà credere esser tu un santo uomo, udendo del continovo cantare e -sonare nella tua cella.» - -Finché la volontà potè comandare le membra affievolite, si trascinò -ogni mattina alla Cappella per ricevere il pane eucaristico; del quale -solo sembrava nutrirsi, non prendendo nella giornata se non qualche -sorso di latte o il succo di qualche frutto. Súbito dopo la comunione, -si ritraeva, non avendo più la forza di assistere alla messa. L'ultima -volta ch'egli varcò la soglia santa, non ebbe neppure la lena per -appressarsi alla mensa di Cristo. Sfinito, fu costretto di sedersi; e -il prete scese dall'altare e andò a portargli l'ostia vivente. Come -da quel punto nessuno sforzo di volontà più valse, si comunicò per -viatico, sino al Venerdì Santo. - -Comprendemmo qual fosse la sua segreta e inebriante speranza quando -ripeteva: «Encore un peu, mon Dieu! Faites-moi souffrir encore un peu!» -Egli sperava di poter vivere sino alla Settimana di Passione, sperava -di poter congiungere la sua agonia e la sua morte all'agonia e alla -morte del Salvatore. Fu esaudito. - -Il giorno che ricevette il sacramento della Estrema Unzione, mandò per -me. Egli aveva preso ad amarmi più che s'io gli fossi stato figliuolo -unico. I suoi prossimi si stupivano nel vederlo tanto illuminarsi -quando gli apparivo. I suoi occhi si volgevano a me interrogandomi, -così pallidi che parevano aver perduto quel poco di cilestro a forza -di fisare chi sa qual bianchezza abbagliante. Sempre i famigliari, se -erano presenti, escivano l'un dopo l'altro perché rimanessimo soli. Per -non affaticarlo, non lo lasciavo parlare né gli parlavo con le labbra. -Stando al suo fianco, seduto, in silenzio, non mi peritavo di guardarlo -intentamente, tanto m'attraeva la bellezza del suo mistero. Lo sentivo -morire e vivere. Il suo viso nella macie era come un teschio palese, -ricoperto d'un tenue velo di fuoco bianco. Non so dov'egli fosse per -trapassare e per ricominciare; ma è certo che, tacendo, simile a un -tessitore in sogno, tesseva con la sua morte una vita che non era come -la mia vita. La mia vita, che è la mia passione e il mio orrore, la mia -vita, che mi rapisce e mi ripugna, si moltiplicava con un'abondanza -vorticosa come quando ascolto tra la folla le sinfonie dei grandi -maestri. L'amore il dolore e la morte rimescolavano l'oceano della mia -musica con braccia titaniche indistinguibili. Talvolta il morituro -prendeva il mio polso e lo teneva nella sua mano sul sostegno della -seggiola. Allora soffrivo d'avere tuttavia tanto sangue, e così rapido. -Mi ritornava il senso del mio corpo, accompagnato da un'angoscia che -doveva essere simile allo sforzo vano del generare, quando ne stilla un -sudore quasi di tramortimento. E non m'ero mai sentito tanto potente e -tanto miserabile. - -«Amico», gli parlavo in silenzio «ho avuto molte primavere travagliate, -ma non una come questa. So quel che mi significa la dimanda dei vostri -occhi buoni, ma non so che rispondere. Le parole che talvolta mi -salgono alle labbra, non oso proferirle; anzi oppongo al loro impeto i -denti serrati, perché temo di perdermi e di non potermi più ritrovare. -Nondimeno mai, da che vivo, non ebbi un istinto e un bisogno di -mutazione tanto profondi e agitati. Un giorno, ahimè, molto lontano, -nel Camposanto di Pisa, che sembra illuminato dal crepuscolo di quella -luce verso cui siete vòlto, meditai su me medesimo - - tra i due neri - cipressi nati dal seno - della morte; - -e mi parve che, se avessi dovuto cominciare la mia vita nuova, -avrei scelto per luogo del cominciamento quel divino chiostro alzato -dall'arte della mia razza non tanto per serbare la terra del Calvario -quanto per contenere tra i quattro portici una larva dell'albore -immobile ch'era intorno alla Croce. - - Forse avverrà che quivi un giorno io rechi - il mio spirito, fuor della tempesta, - a mutar d'ale. - -E da quel giorno un'alta creatura «eletta da me, per me perduta», a -lunghi intervalli, a traverso le vicende e le lontananze, mi manda il -messaggio di quelle tre parole: «Mutar d'ale». Il mio presentimento -è dunque divenuto un comandamento di ferro e di diamante? è divenuto -alfine la raggiante e lacerante necessità? E la sorte mi mandò fuor -della mia terra, verso questo paese occidentale di sabbia e di sete, -che non è se non un deserto imboschito, perché la vecchia spoglia mi -fosse tratta dalla mano d'un vecchio morente «in verità di santità»? -Come la spogliazione dei beni vani fu agevole e quasi senza ombra di -rammarico! Si vide che la magnificenza del mio vivere non era nei miei -velluti e nei miei cavalli. Un branco di scimmie calpestò e distrusse -non senza tardità quel che forse, o prima o poi, avrei distrutto io -medesimo in un'ora, per far largo intorno al mio pensiero impaziente. -Mi parve che il modo mi offendesse, e m'accorsi che non ero offeso -in alcun modo. Avendo perduto qualche bel legno tarlato, qualche bel -vetro incrinato, qualche bel ferro arrugginito, entrai nel possesso -di questa più bella verità: esser necessario bruciare o smantellare i -vecchi tetti, sotto i quali abitammo in carne o in ispirito. Soltanto -mi furono tolti il giubilo e l'orgoglio della volontaria arsione. - -Or, quando c'incontrammo, io non aveva se non gli strumenti del mio -lavoro, la mia lampada fornita, e una vecchia serva che nel servire -era più nobile dell'antica regina dal piè d'oca. Ahi, non questo era -l'essenziale. «Dopo aver tutto ottenuto per ingegno, per amore o per -violenza, bisogna che tu ceda tutto, che tu ti annienti.» Ma che cosa -è _tutto_ per me? e quale la condizione dell'annientamento? So che, -per farmi nuovo, io non debbo obbedire a una parola già detta ma a -una parola non ancor detta. So che la povertà e l'amore della povertà -non hanno alcuna efficacia spirituale nella conquista ch'io son per -intraprendere. Ma il Cristo ha veramente detto tutte le sue parole? - -Mai Gesù mi fu più vicino, e mai n'ebbi un senso tanto tragico. In un -libro disegnato or è quindici anni, sacro e sacrilego, io imaginavo -che il «bellissimo nemico» discendendo dal Golgota dopo il supplizio -entrasse nella casa della Veronica e quivi s'intrattenesse con la pia -donna a parlare misteriosamente del Re crocifisso mentre nell'ombra la -Faccia divina e dolorosa splendeva di sudore e di sangue nel sudario -spiegato. Dal giorno del vostro pianto, agli interni miei colloquii col -mio nascosto nemico assiste nell'ombra il sudario della Veronica. Ora -sento continua sopra il mondo la presenza del sacrifizio di Cristo; -e sento per ciò in confuso la mia voce e le mie azioni diversamente -ripercuotersi, come quando taluno con gli occhi bendati entra sotto -una ignota cupola sonora. Ma chi troverà il luogo dell'eco perfetta -e l'accento giusto per la grande ripercussione? Da Ferrara, in un -giorno di novembre, mi mossi per cercare un'eco famosa. Camminai -per un viale di platani, lungo un argine verde e molle tutto sparso -di foglie lionate. Avevo in me l'inquietudine della divinazione; e -di tratto in tratto, credendomi di riconoscere il punto, gettavo un -richiamo; e ogni richiamo rimaneva senza risposta; e ogni volta più mi -cresceva una sorta di tristezza fastidiosa e inutile, perché cercavo un -che di divino e il grido era meccanico, la parola di prova era quasi -risibile. Allora giunsi a un piccolo poggio verde che ha il nome di -Montagnola; e quivi era a diporto una compagnia di giovani cappuccini, -condotta da un frate barbuto, e le tonache dei novizii avevano lo -stesso colore delle foglie sparse per l'erba. Mi rivolsi al frate -per dimandargli novelle dell'eco; ed egli n'aveva una memoria vaga, -come di cosa scomparsa. Solo sapeva di certo che laggiù un muro era -crollato in una casa visitata dall'incendio. I novizii tonduti rimasero -pensosi. La luce su la campagna infinita era come quella che passa a -traverso gli alabastri. Vagai ancóra intorno al poggio e per gli argini -chiamando, provando; e il tono della mia voce mi faceva soffrire, -tanto era lontano da quello della mia anima ed estraneo al mistero -che perseguivo. Nondimeno la qualità del mio scontento era nuova e -mirabile. Tornai su le mie orme, pei viali molli d'acqua piovana. La -pianura era senza fine come il cielo. Una campana sonava alla Certosa. -Rividi sotto il poggio le foglie e le tonache fulve. M'appressai. I -novizii erano assorti e taciturni; e qualcuno aveva in bocca qualche -filo d'erba e, tenendo gli occhi bassi, mi pareva che sentisse con le -palpebre la freschezza della sua anima. Io dissi: «Non c'è più! Forse -è morta. Era la più bella del mondo». I novizii erano pieni d'ansia, -e forse di miracolo; e mi pareva che inclinassero verso la terra un -orecchio musicale. Ma il frate mi disse, placido: «A San Francesco -ve n'è una sotto la cupola, che ripete Ave tre volte.» Certi ricordi -chiedono di essere interpretati come le visioni; ma dov'è il mio -interprete? E, se voi ora per me sollevaste il velo, che scoprireste se -non la vostra certezza? - -Certo, da una limitazione può nascere la più vasta vita; e una -mutilazione può moltiplicare la potenza, come sa il potatore. Certo, -qualche parte di me dorme ancora un profondissimo sonno; e me la -rivelano in certi mattini i sogni non interpretati. È necessario che -io faccia luogo in me a ciò che sorgerà da quel risveglio. Ho talvolta -il sentimento delle interne mie lontananze come l'ha di queste Lande -lo svenatore di pini. Preparo l'arme acconcia perché anch'io, entrato -nel folto, possa aprire nuove ferite onde sgorghi l'aroma e _possa -mantenerle sempre aperte_. Tale è l'insegnamento della Landa. - -Ora a ciascun mio pensiero è aderente un altro pensiero, oscuro. Così -nella cattedrale notturna le colonne sono illuminate da una sola banda, -perché la lampada arde in una sola navata. Bisogna che io accenda -all'altra banda un'altra lampada, ma senza spegnere la prima. Ho paura -di spegnerla. Debbo vincere questa paura? E chi m'afferma che diverrò -più forte? Se mi ritrovassi ottenebrato o diminuito? - -Lo so. Gli uomini non edificheranno nuovi templi per nuovi culti. Il -prodigio unanime della cattedrale non si rinnoverà. Ma il dio medesimo, -che l'ha rempiuta, può un giorno apparirvi con un aspetto per la -seconda volta trasfigurato, affacciandosi alla grande Rosa nell'ora in -cui dietro lei suole coricarsi l'astro come al confino d'una foresta. -Simile alla foresta, la cattedrale d'Occidente può essere penetrata in -tutte le sue fibre secolari dalla forza d'una primavera inaudita. Quale -avvenire osservano i Profeti protesi dì e notte come vedette e scolte -dai contrafforti del Duomo picardo ove riconoscemmo scolpita la Spene -di Dante? La pietra commessa e alzata, come quella, al suono degli -inni, ha in sé l'infinito del canto: non può contenere una fatalità -compiuta e immota ma sì l'aspirazione a una bellezza di continuo -perfettibile. - -Non vi fu, di là dal torrente di Chedron, nell'Orto degli Ulivi, un -apostolo ignoto che si unì agli Undici per ricompire il numero, e non -dormì né la prima né la seconda né la terza volta? Tra tutte le persone -della tragedia di Cristo due m'attrassero sempre più d'ogni altra, le -più misteriose: Lazaro di Betania tornato del buio e il giovine dalla -sindone. Non avete mai pensato chi potesse mai essere quel giovine -«amictus sindone super nudo», del quale parla il Vangelo di Marco? «E -tutti, lasciatolo, se ne fuggirono. E un certo giovine lo seguitava, -involto d'un panno lino sopra la carne ignuda, e i fanti lo presero. -Ma egli, lasciato il panno, se ne fuggì da loro, ignudo». Chi era quel -tredicesimo apostolo, che aveva preso il luogo di Giuda nell'ora dello -spavento e della grande angoscia? Solo egli vide il sudore cadere a -terra «simile a grumoli di sangue». - -Era minore di Giovanni figlio di Salome. Era vestito d'un vestimento -leggero. Si fuggì ignudo «reiecta sindone, nudus profugit ab eis». -Nulla più si seppe di lui nel mondo. Forse un giorno dirò una -imaginazione che di lui mi giunse.» - -In tali erramenti divagava il mio spirito, per una specie di -dormiveglia intimo ove le imagini più rilevate si avvicendavano con -ombre fluttuanti e il ritmo precedeva i pensieri, come quando il -sonatore cieco improvvisa su l'organo. E la perplessità si avvicendava -con la paura. E smisurate masse d'anima erano smosse da taluna -interrogazione appena distinta, come quando la forza d'un tema entra -nella sinfonia. «Che avverrà di me se io mi rendo interamente al vostro -Salvatore?» E poi tutto si abbandonava a una fuga dirotta, come quando -s'ode rintronare il lastrico sotto la carica dei cavalieri. - - E gli uomini cadevano - intorno a me guardandomi - negli occhi, come in sogno - quando uno solo è come moltitudine - e un viso è come mille - e il cor supino è pieno di memoria - vertiginosa. - Ciascun percosso - parca gridarmi: - Per chi m'uccidi? - Ah, ben io so! - -Era la materia della mia arte, che si mescolava a quella della mia -vita. Una voce della mia tragedia d'amore e di morte, dell'opera che -componevo nelle mie notti, diveniva oscuramente la voce d'uno di quegli -esseri incogniti da me contenuti. - - L'andito è nero - per ove ci viene - tastando con le mani, - come il cieco mendico; - ma posta ho in terra - la lampada perché sotto la porta - segni il segnale di luce. Or qualcuno - è tra la lampada e la notte. - -Con l'anima mia foggiavo due corpi pieni di nero sangue, e vivevo tutto -in loro, per comprendere il peccato; poiché è detto che non si possa -veramente comprendere la bellezza del Cristo «senza comprendere il -peccato». Ugo da Este e Parisina Malatesta m'erano due esploratori di -tenebre. - - Col peso della carne del mio cuore - pesava il mio peccato. E disse: «Io so. - Ma che paventi?» - -Camminavamo verso il barlume di levante con la medesima ambascia. Anche -per la nipote di Francesca l'attesa aveva il volto della rimembranza. - - Questa pena - di sudore Ei sostenne, - perché da noi - si spiccasse la febbre del peccato... - Dici che sogno? Non so quando io chiusi - gli occhi, non so da qual mai lungo sonno - io mi svegli; non so, - non so di quale vita - io viva, in verità. Tutto ritorna - dal profondo. Commessa - fu la mia colpa, - patito il mio dolore, - sofferto il mio spavento; - sospesa fu la mia sciagura, inflitta - la mia morte. Non sogno, - o meschina, non sogno: mi rimemoro. - Non vivo: di mia vita mi sovviene, - mi sovviene di me come discesa - nel mondo io sia pe' rami - d'un nero sangue... - -D'un tratto, se bene la mano del morente avvolgesse il mio polso, se -bene io ne sentissi il gelo nella mia midolla, un turbine mi separava -da lui, un turbine sorto dall'assito di quella camera quieta. E -bisognava che io mi levassi a seguitare una virtù che s'era partita da -me e aveva superata la soglia. Erano ancóra su la tavola i fiori che -avevo recati, e i frutti d'Italia. Erano le spesse arance siciliane, -del cui solo succo omai si nutriva il mio amico, a stilla a stilla. -«Non più ho bisogno dei vostri fiori e dei vostri frutti ma delle -vostre preghiere». Allora discendevo nella Landa carica di polline -sulfureo, lasciando dietro di me l'interlocutore silenzioso dei miei -dialoghi affrontato col muro ove s'apriva il vano dello specchio -inesorabile. E, come tutto in me era disposto al canto, facevo le mie -preghiere. - -Adunque il giorno che ricevette il sacramento dell'Estrema Unzione, -mi mandò a chiamare. Come indugiai un'ora, mandò di nuovo. Pareva -ch'egli fosse in grande ansietà. Salendo su per la duna, mi soffermavo -per contenere il battito e per guadagnare qualche istante. Intorno -alla Cappella era l'odore di quelle lacrime di ragia che sovente -sostituiscono l'incenso e il belzuino nei turiboli delle Lande. Quando -fui sul verone di legno, incontrai nello specchio il suo sguardo -d'attesa. Mi spiava nel fondo del cristallo lugubre ove egli voleva -essere testimone continuo del suo perire. Non stava già nel suo letto -ma tuttora seduto su la sua seggiola. La sua santità era cresciuta -di lume. Non soltanto egli era stato unto del crisma ma aveva anche -ricevuto per messaggio la benedizione del Pontefice di Roma. E una -reliquia preziosissima era su la tavola, presso di lui. - -Soltanto allora seppi ch'egli possedeva nel suo oratorio una scheggia -della vera Croce, e che da anni le aveva consacrato una lampada -perpetua. - -Non osai di sedermi, se bene invitato. Qualcosa di lontano e -d'inviolabile era in lui, quasi che il vetro d'un tabernacolo lo -proteggesse. Ma, quando mi fisò, il più umano tremito scompose le linee -del suo viso spiritale, così ch'io tutto mi contrassi come a ricevere -una percossa. - -Egli ritrovò in sé il soffio bastante a formare la parola e il -discorso, perché credeva di obbedire a un comandamento. Non poteva -più tacere, non poteva più attenersi alla muta interrogazione dello -sguardo e all'allusione timorosa. Già unto dell'olio santificato, stava -per entrare con Dio in quel colloquio che non più consente di volgersi -verso l'uomo. Egli non aveva se non quell'ora, sul limite del sepolcro, -per indirizzare in via di salute l'anima confidatagli dalla divina -providenza. Questo diceva il suo tremito. - -Rare volte le mie radici ebbero uno scrollo tanto doloroso. Egli parlò. -Io volgevo le spalle alla luce, e l'ascoltavo inclinato. Dietro di me -la Landa stormiva al vento di ponente, e io era come ciascun albero -e come la moltitudine. Potrei ottenere dalla mia anima la confessione -di ciò che per l'uomo è inconfessabile, ma non otterrò mai ch'ella mi -ridica quel che udimmo quivi. - -Allora il pianto fu più forte della favella. Una creatura che pareva -non aver più sangue, aveva ancor tante lacrime! Le mie mani erano -tutte molli; e il rombo di una catastrofe terrestre non m'avrebbe -dato lo sgomento che mi dava quel singhiozzo senile, lacerante come -l'implorazione d'un fanciullo. Quel che v'è di più profondo in me -pareva toccato, e pure conobbi una nuova oltranza; perché mi sentii -baciar le mani! - -Così l'umiltà chiedeva l'umiltà, l'amore chiamava l'amore. Non so -quale atto altrui, nella mia vita, abbia potuto pesare su me come -pesò quello. Per lunghe ore fui oppresso da una sofferenza quasi -corporale, come quando l'equilibrio della vita è sconvolto dal germe -d'una malattia ignota, che somiglia al presentimento d'una sciagura -senza nome. E talvolta era come un rimorso confuso; e talvolta era come -un'atroce durezza che si formasse di tutta la mia sostanza fluida, a -quel modo che una corrente si congela; e talvolta mi pareva che tutto -me medesimo non fosse se non un impedimento enorme a me medesimo, -insuperabile, contro cui non avessi potenza ma soltanto ira. - -La sera, sedato in parte il tumulto, accesi la lampada con l'animo -di sottopormi alla disciplina consueta. Avevo bisogno delle mie mani -per continuare la mia opera. Le posai su le carte, nel cerchio del -chiarore, per considerarle. Un gran sussulto mi scosse, al ricordo -recente. E mi parve, assai più che altre volte, vivessero d'una lor -vita propria e quasi non mi appartenessero. Le sollevai e le guardai -contro il lume: un poco tremavano, e tra le dita chiuse ardeva -una linea rossa. N'ebbi pietà; poi n'ebbi orgoglio. Nel pollice, -nell'indice e nel medio l'ultima fatica aveva approfondito il segno -della penna. Pensai ai giovani pallidi e smarriti che me le avevano -baciate d'improvviso, me repugnante, nell'ombra. Ma che cosa le mie -mani _dovevano_ a quell'atto del morente immacolato? Forse riposarsi, e -attendere il novel tempo. - -Non si riposarono. Lavorarono fino all'alba. - -E in quella notte Ugo disse: - - Non v'era in me più forza né coraggio - né soffio. Avviluppato in una nube - d'angoscia, profondato - ero in un'onda amara - e calda, con l'orrore - della sorte premuto - su tutto me. Parole - udivo escite - da non so qual potenza, nella notte - senza vie. La salvezza e il perdimento - eran senz'occhi entrambi. - E tutto inevitabile - era. E non combattevo - se non per te - anche una volta, se non pel mio vóto, - non più nel sangue - ma nelle lacrime. - -E disse Parisina: - - O mia vita, o mia morte, - dove sei? dove siamo? - Siamo nel luogo profondo, e la lampada - dell'attesa arde in terra; e suggellata - è la pietra su noi, - cementata, afforzata - con ispranghe di ferro... - -Ma di nuovo l'usignuolo cantò, con una melodia ancor più alta dopo la -pausa. E l'amato implorava: - - O voce forte e pura nella notte - senza vie, nel tremore - spaventoso degli astri, - oh dimmi la parola - ch'è in me, dimmi la muta - parola che si sforza - di separarsi dal mio cuore, in vano, - con sì crudel travaglio! - Vivere, vivere, o morire? Dimmi! - Morire o vivere? - -E Parisina allora disse: - - La notte ha la sua via. - - - - -XXIV APRILE MCMXII - - -È mezzogiorno. Un'oscurazione di catastrofe si stende su la terra. Ogni -cosa ha un aspetto notturno, e sembra rivelar di sé quel che non fu -mai veduto per innanzi. È una notte non illuminata dalla luna, né dalle -stelle, né dal primo fiato dell'alba, ma da una lampada soprannaturale -che spande un egual chiarore e non segna le ombre. Non so perché, penso -a quel che provai una volta entrando nella camera buia di un dormente, -con una lanterna cieca, per osservare il segreto del suo viso nel -sonno. - -Vedo nelle cose quella stessa impronta di verità interiore, quello -stesso segreto palesato. Non è, pel mio spirito, un giorno interrotto -ma una notte scrutata a fondo. L'anima della terra è notturna, ma -la luce del sole la nasconde più che non la nasconda la tenebra. -Soltanto può rivelarla la divinazione dei poeti, che portano nel loro -cuore un sole velato come quello d'oggi. È l'ora del meriggio, e non -v'è luce e non v'è tenebra; ma le cose, a questo lume di miracolo, -mostrano l'aspetto che debbono avere quando nessuno può guardarle né -riconoscerle. Milioni d'uomini in quest'ora volgono gli occhi verso -il cielo e per passatempo, a traverso il vetro affumato che simula Io -smeraldo neroniano, spiano il contrasto del sole e della luna, il disco -violetto che sormonta la raggiera d'oro, l'estrema falce solare che -imita il novilunio. Ma il vero miracolo è in terra. Se io guardo gli -uomini, li vedo smorti come i trapassati; e i loro corpi non gettano -su la sabbia più ombra che non ne facciano i peccatori nella landa -sabbiosa del Terzo Girone, laddove scorrono le lacrime che il Veglio -goccia da tutte le fessure ond'è vulnerato. Così per questo silenzio, -lungo la sorda riva, vedo venire la larva del Poeta che sa l'«asfòdelo -prato» e «i freschi mai». E vorrei, come il suo Odisseo nella dimora -del Buio, scavare nella sabbia una fossa ed empirla di sangue, sicché -egli potesse come Tiresia abbeverarsi dello squallido sangue e dirmi -«infallibili cose». - - Sol dopo ciò mi parlava il profeta incolpabile, e disse: - — Tu mi ricerchi il ritorno di miele.... - -Ma il meriggio dell'anima si trasmuta, a poco a poco perde di mistero -e d'orrore, vanisce come un sogno divino che al risveglio s'impigli e -si stempri nel torbidume dei nostri sensi. Il disco violetto trascorre, -e l'astro diurno sembra riardere fumigando dall'uno all'altro corno. -La tenzone del sole e della luna ha termine. Ancóra una volta la luce -nasconde la vera faccia della terra, e la cieca vita fa ingombro alla -morte perspicace. - -Da questa vicenda celeste apprendo come l'eclisse, nel mondo interiore, -possa essere rivelazione piuttosto che oscurazione. La luce della -nostra coscienza abituale non ci copre la nostra verità più profonda? -Se alcuna forza fin allora estranea s'interponga, ecco che dentro a -noi tutto si trasfigura e si manifesta. Il massimo degli eclissi è la -follìa. E che grandi e inopinate mutazioni e visioni da lei nacquero! -Ma vi sono anche meravigliosi eclissi prodotti da una certa specie -di pensieri dominanti che offuscano la coscienza fallace. Il comune -linguaggio però non ha modi per significarli. - -Forse, laggiù, un pescatore perduto su l'Atlantico ha visto nel -prodigio meridiano splendere Espero. - -Un sentimento di lontananza è rimasto in me; che mi seconda -mentre rivivo il giorno funebre. Mi sembra che l'istessa lampada -soprannaturale illuminasse quel Sabato Santo, quasi ritornato fantasma -di quell'eclisse - - che in ciel fue - quando patì la suprema Possanza. - -Era uno di quei mattini oceanici in cui l'aria e l'acqua, luna -nell'altra convertendosi a vicenda, sembrano formare un solo elemento -inane. Grandi velarii pallidi sorgevano, si dilatavano, si laceravano, -cadevano a brandelli, si rammendavano, si ritessevano senza fine. La -Landa pareva sollevarli e respingerli col suo fiato affannoso, perché -era travagliata dalla doglia della fecondità. A quando a quando, se -spirava il ponente, i lembi e le volute s'imbiutavano di fovilla, -s'ingiallivano del solfo arboreo. Talora una nuvola di polvere ferace -rimaneva sospesa su le chiome dei pini. ondeggiava, dileguava per -ispandersi altrove in piogge nuziali. Aerei entrambi, il pòlline e la -cenere si mescolavano, come se il vento rapinasse i fiori e gli avelli. - -E colui che aveva contuso il pòlline e la cenere nell'émpito dei suoi -più alti canti e divinamente comunicato all'una la virtù dell'altro, -il poeta annunciatore e intercessore non anche era spirato in quel -mattino, se bene io lo credessi e vedessi già composto nella sua finale -santità. Ma, mentre erravo di duna in duna seguendo il mio dolore che -pareva sopravvanzarmi, mi punse il cuore un'improvvisa sollecitudine -dell'amico che ancora viveva lì presso; ed ebbi un desiderio -ansiosissimo di rivederlo perfetto. - -Or il suo vóto non era adempiuto? Non aveva egli omai accompagnato -il Redentore sino all'ultima stazione della _Via Crucis_? Passata -era l'ora di nona, l'ora del grande grido; passato era l'antisabato; -Giuseppe e. Nicodemo avevano tolto dal legno il corpo, póstolo nel -monumento e rotolata all'apritura la pietra. Come poteva ancor durare -l'agonia del seguace? fino al Resurresso? e oltre, forse? - -Dal giorno dell'Estrema Unzione non ero più stato a visitarlo. -Perseverava in me il turbamento, e non so che terrore indefinito. La -nostra amicizia terrena era chiusa tra quei due pianti, quasi terra -compresa da due riviere nate d'una sola sorgente come il Letè e -l'Eunoè. - - Da questa parte, con virtù discende - che toglie altrui memoria del peccato; - dall'altra, d'ogni ben fatto la rende. - -Ma, pur trovandomi in paese di sete e sitibondo, non m'attentavo -di bere. Tuttavia rimanevo tra quei due confini senza trascendere -né l'uno né l'altro (non per rientrare nella mia patria antica, -non per avanzarmi verso la mia patria futura) quasi in una sosta di -contemplazione e d'indagine. E quivi pensieri viventi, sin allora a me -estranei o da me ignorati, mi divenivano familiari come i colombi che -beccano il frumento nel cavo della mano. E talvolta il giovine dalla -sindone era meco; il qual serbava in fondo agli occhi notturni una -imagine del Maestro non veduta da alcuno. E mi lasciava egli scrutare -il fondo de' suoi occhi, talvolta. - -Ricomparire dinanzi all'Unto di Dio, mentre gli stava ancóra in bocca -il respiro carnale, mi pareva intempestivo; né avrei voluto di nuovo -toccare la sua mano, assistere agli ultimi istanti, udire i suoi -rantoli, farmi testimone della sua fine. Piuttosto che commettere un -tal fallo, sopportavo il dubbio di sembrargli duro o richiuso. Ben so -come ornai, di quel ch'egli soleva chiamare «il nostro bel segreto» nel -tempo della reticenza, io non possa più parlare se non con me medesimo, -e sotto la specie del canto misurato. - -Gli mandavo ogni sera i frutti italiani; ché qualche stilla di quel -succo fu sino all'estremo l'unico suo ristoro. Ma pregavo la sua -figliuola che non glie li mostrasse, non potendo ella recargli anche -la preghiera sconosciuta che l'accompagnava. Seguivo col pensiero -la fresca offerta che giungeva alla casa di legno verso l'ora della -salutazione angelica. Credevo udire la campanella della porta, il passo -di quella che andava ad aprire, le parole susurrate, e poi nell'ombra -lo scroscio dell'arancia sugosa premuta nel bicchiere che riluceva. E -quella imaginazione mi diveniva presenza quasi reale. Sentivo l'odore -spandersi; vedevo biancheggiare il morente sul guanciale, e il chiarore -della sera adunarsi nello specchio come negli stagni della Landa. E si -generava in me non so che dolcezza accorata e melodiosa, da cui sgorgò -una sera il canto alterno di Ugo e di Parisina presso il ceppo del -supplizio, in fondo alla Torre del Leone. - -Diceva Parisina: - - Udito hai tu, - udito hai tu sul muro - della torre crosciare - la piova? Tutto è fresco, - tutto è mondato. - Or mi ricreo - come il fil d'erba. - E so che nel ciel ride - già la stella diana. - -E Ugo: - - Passato è un tempo, - passato è un tempo, - ch'io non posso più dire; - e quel che innanzi avvenne - e quel che dopo ancóra, - io noi viddi, noi seppi. - Forse or ti nasco; - e la morte, ch'è sopra, - par sì lontana. - -E l'amata: - - Ah tu non sai, - non sai qual sia - nella tua bocca - la voce nova! - La volta cupa - ove risuona - sembra il segreto - antro d'un fonte. - -E l'amato: - - Vedi che occhi - s'apron ne' miei? - In me tu sali, - cresci qual mare - senza amarezza. - Il flutto è in sommo. - Non ho il tuo sguardo - sotto la fronte? - -E la melodia sviluppandosi assumeva un che di vitreo e di verde, un che -d'acqua e d'erba, a imagine di quel giovinetto che un mattino vidi in -un sandalo falciare, con la falce mortuaria dal lungo manico, le piante -acquatiche nel fossato fosco intorno al Castello di Ferrara. - - O mio fastello d'erbe, - dove t'ho da posare? - -La nepote di Francesca rispondeva: - - Pesami accanto al ceppo. - C'inginocchiammo - due volte. Anco due volte - bisogna, o bello - e dolce amico, - bisogna a noi due volte - i ginocchi piegare. - La prima nel peccato, - la seconda nell'onta, - la terza nella morte, - la quarta nell'eternità... - -Quando, molto a notte, salivo alla mia stanza per coricarmi, strani -brividi attraversavano la mia stanchezza inquieta, e i miei occhi -sbarrati guardavano da per tutto; che m'attendevo una di quelle -apparizioni che annunziano il transito delle persone care. E lo -specchio era pieno d'orrore. - -Certo, non cessavo dall'aver paura della morte, se bene per giorni e -giorni l'avessi veduta abitare un uomo e scavarlo di dentro. Ma sentivo -che alfine ero per vincere pur quella paura, e per ottenere dal morente -una tal vittoria. Declinava il meriggio, nei Sabato Santo, quando -l'angelo neutro per i sentieri sordi della foresta mi condusse nei -pressi della collina arenosa ove sorgeva la Cappella di Nostra Donna. -Scopersi in alto, di tra i rami dei pini carichi di fiori nuovi e di -pigne secche, l'infermeria domenicana col suo verone di legno e sul -verone la finestra che dava adito alla camera del morente. Così, non -veduto, rimasi all'agguato della morte. - -La casa era tacita; l'adito era vacuo come quelle aperture senza vetri -e senza imposte, che sfondano all'infinito nelle case abbandonate di -Assisi. Una donna passò cautamente, s'inclinò su la soglia, si fece il -segno della croce, disparve nell'ombra. Un uomo ne uscì, s'incontrò -con una fanciulla dai capelli sciolti, si mise l'indice su le labbra -per ammutolirla, poi la trasse pel braccio nudo. Nessuno piangeva. -I lineamenti umani erano come raffermati dalla necessità. L'aspetto -della casa stessa era come Indurito. L'aria intorno vi pareva senza -mutamento. Qualcosa come un cristallo spesso la separava dalla -respirazione del borgo sparso per le sabbie, ov'era sonata l'ora del -pasto comune. - -Stavo accosciato su le radici d'un pino. Giovanni era meco, o la -parte migliore di me era divenuta simile a lui; perché tutte le -cose fisse intorno, tutte le cose radicate, erano in me riunite -da movimenti d'amore come nel ritmo della sua poesia. Le formiche -salivano e discendevano per le vecchie cicatrici del fusto come per -le lor vie maestre, in traffico, mentre taluna di loro galleggiava -morta nel vasetto d'argilla colmo di résina e d'acqua piovana. Pei -nuovi intagli la ragia colava bianchiccia come la cera che si strugge -e goccia intorno ai torchietti dell'altare; ma qua e là vi brillavano -lacrime limpide come acini di cristallo. E dove erano infissi i pezzi -di bandone obliqui per condurre lo scolo, quivi la piaga pareva più -dolente. E, se volgevo gli occhi alla cima, sentivo ch'essa non era -toccata dal dolore ma era assorta in un pensiero d'altezza. _Redolet -non dolet._ - -Tutto si santificava in una luce di grazia, in una «bontà senza -figura.» Il più tenero fiore di cinque petali era schiuso entro una -povera scarpa accartocciata come una scorza. Un germoglio lanoso -spuntava dal fóro di una latta arrugginita; e tra gli spigoli della -lamiera storta brulicavano su per i fili della tela minuscoli ragni, -gialli come granelli di pòlline. E il minuto pigolìo dei pulcini -nascosti nel cespuglio era come se quel brulicame divenisse vocale. -E da ogni più piccola voce si partiva un'onda senza fine confusa -nell'immensa dissonanza del vento. E il vento era come il rammarico -di ciò che non è più, era come l'ansia delle geniture non formate -ancóra, carico di ricordi, gonfio di presagi, fatto d'anime lacere e -d'ali vane. E forse andava, laggiù, a sfogliare il libro aperto sopra -il leggìo di quercia, quel libro ch'era antico quando la quercia ancor -«viveva nella sua selva sonora». E forse l'ascoltava, laggiù, il cieco -che non sa donde venne, non sa dov'ei vada, né può cansar l'abisso che -si sente ai piedi... «di fronte? a tergo?» - -Tanto era viva la presenza fraterna che mi volsi come se avessi -udito il mio nome. E Giovanni di San Mauro era là, sotto un gran rovo -intricato che soffocava una ginestra in fiore. Aveva la sua veste dei -campi, la sua veste di contadino: il capo scoperto, il collo nudo. -Sedeva sopra un ceppo tagliato. Col mento nella palma, mi guardava -dentro il cuore; e, nella fissità, la sua guardatura aveva a destra -una lieve loschezza come se quella fosse la pupilla sempre «intenta -ad altro». Era tutto bianco, incanutito; e la fronte era veramente un -luogo di luce per moltitudini, ma le ritrose dei capelli le davano un -che di selvaggio in sommo, un che d'indocile su tanta umiltà. Le sue -mani scarnendosi erano divenute belle. E il silenzio delle sue labbra -era fatto di quelle profonde pause che ne' suoi poemi contengono il suo -più umano amore o il suo più divino orrore. - -In quel punto scoccò, dalla torre della Cappella, l'ora seconda dopo -mezzodì. Sul verone il vano dell'adito era come un gorgo d'ombra. -N'escì una donna che non piangeva, ed entrò nella porta accanto, -levando le braccia. E vennero alcune altre donne, alcuni uomini, -una fanciulla, tre giovinetti; e nessuno piangeva. Ma tutta quella -famiglia adunata sembrava assumere una forma atta a ricevere l'ignoto, -a ritenere in sé il peso dell'esanime. Il morto entrava nei vivi; e, -prima di trasformarsi in memoria, riviveva in loro con la sua canizie, -con le sue rughe, con le sue spalle curve, con i suoi occhi pallidi, -con la sua voce fievole, con le sue viscere ulcerate. Entrarono l'un -dopo l'altro nel gorgo d'ombra; s'inginocchiarono, s'accalcarono -intorno al letto, divennero una cosa compatta su cui il morto pesò come -su una bara di carne e d'ossa. Tutte le voci della Landa non valevano -contro il silenzio che serrava la carcassa di legname in quella guisa -che i ghiacci polari serrano la chiglia della nave prigioniera. La -casipola rossastra, dentro la sua siepe di biancospino e di giunco -marino, covava il più chiuso mistero del mondo: il corpo dell'uomo -santo, la spoglia inerte di colui che ha offerto l'anima a Dio e votato -sé stesso alla vita eterna. - -Passai davanti alla porta, su pel sentiero di sabbia, senza arrestarmi. -A ogni passo, mi pareva di perdere qualcosa di me, di lasciarmi -sfuggire qualcosa di più fervido che il sangue, come se fossi premuto -dal rigore di due ombre. A ciascun fianco avevo la morte, come -chi cammina fra due compagni per favellare con l'uno e con l'altro -alternativamente. Vedevo il cadavere nell'aspetto più spaventoso, -quando non è ancóra immobile, quando non è ancóra in pace, quando il -rito funebre lo manomette, lo costringe a simulare il gesto, movendolo, -sollevandolo, nel purificarlo, nel vestirlo. Come giunsi al principio -della mia viottola, a poca distanza dal cancello, mi riscoppiò nello -spirito un lampo dell'allucinazione che mi aveva tormentato per tutto -l'autunno. L'uomo era là, ma senza rilievo. - -Quando salii su la mia duna, la bassa marea aveva scoperto -nell'insenata il lungo banco mediano, simile nella forma sottile a un -ramo secco di palmizio. Era grande bonaccia, nell'aria e nell'acqua. -I velarii continuavano a svolgersi e a dissolversi. A tratti il sole -appariva tra lembo e lembo; e tutte le sabbie si schiarivano, con un -che di molle come il colore interno della banana. Si velava: e tutte -scurivano, si facevano brune come gli aghi aridi accumulati, come le -fascine delle palafitte. - -Il corpo dell'annegato si riformò sul banco, intiero come quando -l'avvistai la prima volta. - -Fu una mattina di settembre: un cielo candido, un mare quasi di latte. -La marea discendeva. Ero seduto su la loggia. Guardando, scorsi sul -banco non so che cosa solitaria e immobile, la cui tristezza mi gravò -il cuore prima che la vista la riconoscesse. Era un cadavere deposto -dalla corrente, era l'annegato del giorno innanzi: una povera cosa -nuda, più misera d'un rottame, più squallida d'un mucchio d'alghe; ma -ora pareva che tutti i lineamenti del paese e della marina, da levante -a ponente, da borea a mezzodì, convergessero in quel punto di miseria. -Scesi alla spiaggia, chiamai due rematori; e andammo con la barca -fino alla secca, per ricondurre l'uomo. Stava bocconi, con la testa -pendente in un cavo della sabbia, con le ginocchia profondate, con le -calcagna in alto, con le mani conserte presso l'ombelico. Il sangue -versato dalle orecchie e dalla bocca tingeva la poltiglia acquidosa, e -la rena scorreva lenta nel cavo e si mescolava al sangue. Un'orecchia -e i capelli intorno erano ingrommati; il braccio era scarnissimo, -bianchiccio, debole come un braccio di femmina; le unghie e le falangi -erano paonazze come quelle del tintore a zàffara; le gambe erano -pallide sotto i peli bestiali, i piedi erano chiazzati d'azzurro. -Lo guardavo con l'attenzione terribile dell'arte, come non l'avrebbe -guardato neppure la sua madre; me lo stampavo dietro le pupille. Tenevo -curvato su lui il mio ribrezzo angoscioso con le due branche della -mia volontà. Una vespa ci ronzava intorno insistente, e la sabbia era -lavorata come i bugni. - -I rematori gli presero i malleoli in un nodo scorsoio, e lo trassero -in acqua con la gomenetta legata a poppa. Il sangue nero rimase nella -poltiglia, e lo lavò la marea più tardi. Ricevetti per sempre nel -cervello anche l'orrenda scìa. Poi i due, aiutati da un terzo, lo -sollevarono all'approdo. Ciascuno lo teneva sotto l'ascella, e il terzo -per i piedi cerulei. S'inarcava appena, essendo rigido; e la testa -pendeva giù come nel cavo, col naso pieno di coagulo rossiccio. - -La sera me lo rividi ritto su la loggia, nell'ombra. Per gli occhi -sbarrati dallo spavento m'entrò anche più a dentro. M'era sconosciuto; -non sapevo nulla di lui, fuorché qualche notizia vaga del suo stato -modesto, della sua vita volgare. E l'avevo compagno implacabile. -Calando il sole, cominciavo a temerlo. M'aspettava presso il cancello, -quando rientravo. Nelle notti di lavoro, quando nella stanza attigua -la candela s'era strutta, appariva nel rettangolo buio dell'uscio. -Gli vedevo l'orecchia piena di grumi, la bocca e il naso carichi, il -braccio scarno. E non m'era più possibile dormire dalla parte del mare. - -Poi fu meno assiduo, si mostrò a intervalli sempre più lunghi, si -scolorò, divenne una larva fievole, si disperse. Ma il pensiero della -morte restò in me gravato da quell'orrore. - -Ed ecco che riappariva, ecco che si rimetteva bocconi su la sabbia ad -aspettare, come se io dovessi di nuovo imbarcarmi e andare a cercarlo! - -Sì, la paura corporale della morte era in me, come se l'uno e l'altro -amico dipartendosi m'avessero curvato verso il sepolcro, verso la -putredine l'ossame e la cenere. Le dita invisibili della malattia mi -sfioravano la nuca, le reni, la gola, i precordii. Camminavo imaginando -le gambe appesantite da un piombo subitaneo o invase da una sorda -mollezza di bambagia. Vedevo chino su me il medico che ascolta e che -palpa. Un soffio, un fremito, un qualche romore di condanna m'esciva -del cuore; o da una molecola del cervello un offuscamento repentino si -spandeva su tutto, come il nero che schizza dalla borsa della seppia e -intorbida l'acqua. - -Dominai l'angoscia. Tuttavia le cose mi si manifestavano come se io le -guardassi da non so che chiusa profondità. I suoni parevano impigliarsi -nel silenzio come in una sostanza tenace: il gemito fioco d'una sirena -all'imbocco, il rombo d'un'elica, il tonfo d'un remo, il richiamo d'un -pescatore, il grido d'un uccello. E le attitudini disperate dei pini, -davanti la mia loggia, in tanta inerzia dell'aria, mi toccavano per -un sentimento simile a quello ch'esprimono i gruppi scolpiti della -Deposizione, ove le Marie si piegano sul divino corpo investite da una -ráffica di dolore. Lo sforzo iroso del vento aveva torto per anni i -tronchi e i rami; e l'aspetto della tortura durava, mentre l'aria era -immobile. - -Un fanciullo mi portò l'annunzio dall'infermeria domenicana. Uno dei -figli mi scriveva come il padre gli avesse raccomandato di annunziare -la sua fine a me prima che ad ogni altro e di comunicarmi che nel -Venerdì Santo «all'ora di nona» m'aveva benedetto e poi non aveva più -parlato in terra. - -Mi disposi di visitare il beato, declinando il sole. Non so che -umida dolcezza s'era diffusa nel cielo: qualcosa di racconsolato e di -fidente, che mi ricordava il volto del vecchio quando uscimmo insieme -sul sentiero di paglia, la prima volta, dopo il pianto. I gradini -della mia scala esterna erano polverosi di pòlline, ove il piede lasciò -la traccia. Il medesimo solfo vivace ingialliva i margini del viale. -I miei cuccioli di otto mesi, che l'uomo del canile conduceva su la -spiaggia per l'esercizio del pomeriggio, mi corsero incontro facendomi -festa a gara. Alzati su le zampe nervute, mi coprivano della loro vita -pieghevole e trepidante. I loro denti erano più puri del gelsomino, -e i loro occhi vai o grigi o lionati parevano scintillare alla cima -della loro inquietudine. Una pena mi si svegliò nel cuore: pensai ai -miei cuccioli di cinque giorni, dagli occhi ancóra suggellati. Erano -nove; e, per non spossare la madre, bisognava risolversi alla scelta -crudele, al sacrifizio dei meno belli e dei meno forti! Avevo fatto -cercare da per tutto una nutrice, senza riuscire a trovarla. Entrai nel -canile, col cuore ammollito da una pietà quasi feminea. La levriera, -coricata sul fianco, teneva il muso nascosto tra le zampe incrociate, -con la grazia del cigno che caccia il becco sotto l'ala. I suoi belli -occhi d'un colore di dattero avevano una lucentezza quasi febrile, e un -lieve affanno sollevava le sue costole disegnate come i madieri d'una -carena. Cinque de' suoi piccoli poppavano, con un vigore già pugnace, -pontando contro il seno materno le due zampette per ispremere la -mammella, scotendo a tratti il capo per meglio trarre; e un'ondulazione -di godimento correva dalla grinzolina della collottola alla punta -della coda di sorcio, parendo quasi render palese il getto irrigante; -e un fievole fiottìo accompagnava il poppare, un fiottìo lontano che -faceva pensare a quello mattutino dei gabbiani sospeso su la bonaccia. -Gli altri quattro, sazii, dormivano sul dorso come bimbi, mostrando il -ventre roseo dove l'ombelico era appena chiuso, mostrando la pianta dei -peducci lucida e tenera come certe fogliette appena nate, che sembrano -di cera e di lanugine. A quando a quando sussultavano e gemevano come -se già sognassero. Uno seguitava a poppare in aria, con la bocca molle -modellata su la forma del capezzolo; e la lingua era concava come un -petalo carnicino; e la gola palpitava come se tuttora la irrigasse il -latte. - -Mai il primo fiore della vita animale m'era parso più miracoloso. -La cagna aveva alzato il muso verso la mia carezza, poi s'era volta -a leccare il poppante che succhiava l'ultima mammella già esausta -premendola con un'insistenza irosa. Ella gli dava leggeri colpi per -rivoltarlo sul ventre, ma il catellino tenace non lasciava la presa e -metteva un suono di dispetto simile a un garrito spento. Era bianco -pezzato di grigio; aveva una stella in fronte, un orecchio bruno e -uno roseo, ancor nudo, suggellato come gli occhi, occluso da due o tre -vescichette lustre. Lo conoscevo bene in tutti i suoi segni, come gli -altri. E ora tutto mi pareva straordinario, divino come la diversità -dei fiori, con quegli screzii del pelame, con quelle mischianze -misteriose dei caratteri materni e paterni. Li avevo veduti escire -a uno a uno, come piccole nuvole opaline, come sfere azzurrognole, -come mondi informi: spettacolo nauseabondo e sublime. Avevo veduta la -infaticabile tenerezza della madre nettarli a uno a uno dall'orrenda -schiuma, troncare il cordone sanguinante, sospingerli ciechi e sordi -verso la fonte tiepida della sua vita. Tutto m'era parso grande e -augusto, portento d'amore e di sapienza; tutto ora mi pareva sacro. -Come avrei potuto scegliere e condannare? Mi sentivo pronto a qualunque -ufficio più umile e greve per salvare pur la men bella di quelle -creature viventi. - -L'uomo del canile indovinò la mia pena e mi disse: «Aspettiamo ancóra -qualche giorno. La nutrice si troverà. Me n'hanno promessa una, nella -Landa». - -Mi mossi verso la Cappella di Nostra Donna. Il cuore mi oscillava tra -la vita e la morte. Avevo preso meco un mazzo di rose che somigliavano -quelle ch'io non vedo più, quelle di Toscana alternate coi giaggiuoli -lungh'essi i muri graffiti dei poderi, a Castel Gherardo, o verso -il Palagio del Sere, o lassù al Crocifisso Alto. Riudivo il versetto -intonato da Enrico Suso: «O giovinetta rosa di primavera! _O vernalis -rosula!»_ - -Nessuno piangeva, nella casa domenicana. Un dolore composto e taciturno -annobiliva tutta quella genitura discesa dall'uomo santo. Passai pel -verone di legno, non scorsi rilucere lo specchio, misi il piede sul -limitare, vidi qualcosa di bianco nascere, presso e lontano. Prima che -le pupille scoprissero l'immobile forma, nel mio amore e nella mia -reverenza due bare si congiunsero. L'umile uomo da bene e il poeta -indimenticabile erano una sola morte. Ed erano un solo sorriso, una -sola pace, una sola beatitudine. - -Non avevo mai veduto la morte vestita di quel divino pudore, se non in -certe stele funerarie ad Atene, se non in certe pietre sepolcrali di -questa terra di Francia, nelle quali il marmorario sembra precorrere -il lavoro dell'Artefice eterno che al novissimo dì riscolpirà tutti -i volti secondo la bellezza perfetta. Ogni lesione della vita pareva -cancellata. Non l'anima soltanto, non soltanto l'anima di sacrificio -e di preghiera, ma la carne di dolore e di colpa aveva ottenuto -l'indulto. Tanto dunque una carne miserabile, vaso di dissolvimento, -può divenir bella nelle prime ore della morte? Ero certo che anche nel -volto del mio fratello, laggiù, su la collina d'Italia, risplendeva -quella bellezza. - -Posai le rose su' suoi piedi congiunti sotto la coltre bianca. Mi -chinai a baciarlo in fronte, e non ebbi terrore. Una voce sommessa mi -chiese: «Non volete pregare per lui?» Mi fu offerto un inginocchiatoio -leggero, che aveva la predella di paglia. M'inginocchiai. Altre -creature erano in ginocchio e pregavano, senza susurro. - -Volgevo le spalle alla luce. La mia ombra cadeva sul letto funebre, -stava su le ginocchia sparenti del cadavere, incrociata con quel -corpo tanto sottile che non s'alzava dal piano più d'un bassissimo -rilievo né sembrava pesare più della mia ombra. Quanti difficili nodi -ho conosciuto, dai più robusti che fanno con i canapi i marinai a -quelli che si piacque di disegnare l'ermetico Leonardo! Ma nessuno mai -arcano come il groppo di quelle due mani esangui intorno al crocifisso -d'ebano. Nessuno mi parve mai tanto durevole e indissolubile. -L'osservavo di continuo, gli occhi miei affascinati fisandosi di -continuo in quel punto; e non riescivo a comprendere come le dita -fossero tra loro intessute, come quella cosa pallida e solinga fosse -connessa. - -Il chiarore che tante volte avevo veduto nello specchio spaventoso, -quel medesimo ora occupava la stanza. Mi volsi un poco a sinistra, -e scorsi lo specchio coperto d'un lenzuolo bianco. Quali visioni -insostenibili aveva serbato nel profondo? - -Da prima in me fu silenzio. L'umile uomo da bene e il sovrano cantore -del bene erano una sola morte e una sola santità. Volgevo le spalle -alla luce del giorno occidente, all'immensa Landa deserta. Era in me -col silenzio un'attesa senz'angoscia. E a poco a poco uno spirito -musicale entrava in me. Mi sovveniva della sera d'ottobre, della -sera d'un altro sabato, d'un abituro presso un'altra Cappella, in -mezzo a un'altra foresta. Mi sovveniva di Francesco alla Porziuncola -e dell'ultimo cantico cantato nell'ombra, con la faccia rivolta al -cielo, mentre i fratelli ascoltavano rattenendo il respiro. «_Voce -mea ad Dominum clamavi._» Tutto il cielo, quando il Serafico si tacque -alla soglia d'eternità, tutto il cielo della sera fu pieno d'un coro -miracoloso di allodole. - -Ed ecco, dall'immensa Landa, una melodia sorse e si sparse, una melodia -che forse già riempiva tutta l'ombra degli alberi piagati ma che non -fu da me udita se non in quel punto. Di duna in duna, di selva in -selva, di macchia in macchia, la Landa si fece tutta melodiosa, fino -all'Oceano. Era un cantico d'ali, un inno di piume e di penne, quale -non s'ebbe più vasto il Serafico, quale non si sognò così pieno Paulo -di Dono. Era la sinfonia vesperale di tutta la primavera alata, per -Giovanni di San Mauro, per l'interprete di ogni aerea voce. - -Saliva, saliva senza pause. E a poco a poco, di sotto al salmo silvano, -si moveva una musica fatta di gridi e di strepiti conversi in note -armoniose da non so qual virtù della lontananza e della poesia. Erano i -suoi famigliari che avevano cullato i sogni agresti di Castelvecchio: -risa di bimbi, favellìo di massaie, uggiolìo di cani, péste di -cavalli, mugghi di mandre, stridore di carretti. E i galli chiamavano -e rispondevano, dai chiusi di giunco marino e di bianco spino, come -se il vespro si mutasse in alba, la quiete in risveglio. E le campane -sonavano come «nei cilestri monti». E la sera varcava la soglia, simile -a un grande arcangelo velato. - - Giova ciò solo che non muore... - -La cella era divenuta cupa come una cripta, ma il salmo della Landa la -riempiva come il rombo dell'Oceano riempie la conca. Il letto bianco -era divenuto simile a quelle arche d'argento che splendevano nella -vecchia contea di Sciampagna; e sopra vi giaceva una statua supina. -E non era l'effigie d'un morto ma d'un immortale: come le figure del -secolo di fede, aveva gli occhi aperti perché non credeva se non nella -Vita. Come nell'antifonario di Santa Barbara, era per levarsi e per -dire con un'allegrezza imperiosa: «_Aperite mihi portas justiciæ. -Ingredior in locum tabernaculi admirabilis usque ad domum Dei_». Non -mostrava le tracce degli anni, i solchi senili; ma era ferma nella -giovinezza del Risorto, nell'età che tutti gli uomini avranno quando -saranno per risorgere come Lui. E non le stava sul capo la guglia -trilobata che sovrasta ai Santi nei pilastri e nelle vetriere della -cattedrale? E il duomo di Dio, la cattedrale unanime e innumerabile, -non s'alzava di sopra a quella cripta nuda, con la sua selva di simboli -e di misteri? E il sole gotico non s'era colcato dietro la grande Rosa? - -Il salmo non aveva fine. Tutto pareva salire, ancóra salire, sempre -salire, nel rapimento di quel canto. Il ritmo della Resurrezione -sollevava la terra. Io non sentivo più i miei ginocchi, né occupavo -il mio luogo angusto con la mia persona; ma ero una forza ascendente -e molteplice, una sostanza rinnovellata per alimentare la divinità -futura. Cose ignote, esseri ignoti erano per nascere al suono della -mia prossima voce. Non v'era più ombra né paura di morte in me; né pur -v'era desiderio o speranza di pace. «Non voglio la pace. Voglio morire -nella passione e nel combattimento. E voglio che la mia morte sia la -mia più bella vittoria.» Avevo accesa una nuova lampada ma anche rifuso -un più ricco olio nell'antica perché riardesse. Mi sentivo figlio di -me, e le mie labbra non avevano appreso a proferire il nome del Padre -nell'orazione. - -«Amici, è sempre sera e presto sarà notte.» Vedendo guizzare su la -parete un lume improvviso, mi levai. Qualcuno stava per accendere un -cero a pie dell'arca imaginaria. Mi levai, mi volsi, uscii. L'atto -fu così rapido che nessuno mi seguì, tranne un giovinetto. Gli aditi -erano bui. Non lo distinguevo. Quando mi sfiorò il braccio per passarmi -innanzi, vidi brillare il bianco de' suoi occhi. Quando fummo sotto -la tettoia, vidi la sua faccia dorata, le ciocche folte e nere de' -suoi capelli. Lo sentii tremare mentre m'apriva la porta sul sentiero -di sabbia. Allontanandomi, non udii il rumore del cardine dietro di -me; e pensai ch'egli fosse rimasto sul limitare a guardarmi. Ma non -mi voltai. Mi pareva che un viso nuovo mi fosse nato dal mio spirito. -L'imagine rivelatrice del giovine dalla sindone mi toccò la cima del -cuore. - -Discesi la duna. Il calcagno s'affondava senza sonare. La Landa ora -taceva, in una nuvola di pòlline, piena di connubio. Il salmo vesperale -era cessato. Una costellazione misteriosa si accendeva nel cielo -violetto. Il tuono remoto dell'Oceano era come il vigore del silenzio. - - Giova ciò solo che non muore, e solo - per noi non muore, ciò che muor con noi. - -Ero in quello stato di potenza che talvolta ci fa sentire come il -vivere non sia se non un continuo creare. Passai presso un cespuglio -fragrante nell'ombra, che mi divenne un sentimento meraviglioso. D'un -tratto uno scoppio di passione canora trasmutò il silenzio in un'ansia -intenta. Le stelle s'appressarono alle chiome dei pini feriti. Cantava -l'usignuolo. - -Vidi brillare il Faro laggiù, su l'estrema lingua di sabbia. M'accorsi -d'esser vicino alla mia duna. Camminai verso la casa, con l'anima -rovesciata indietro a ricevere il canto. Un'ombra stava diritta presso -il cancello, nel luogo medesimo ove soleva aspettarmi l'uomo livido. -M'appressai con un passo più rapido, con gli occhi aguzzati. - -Era uno sconosciuto della Landa che mi conduceva la nutrice. Teneva a -guinzaglio una cagna da caccia, che a quando a quando mandava fuori -un lamentìo sommesso. E la voce della madre era così straziante che -non udii più quella dell'usignuolo. «Dove ha lasciato i suoi piccoli?» -chiesi allo sconosciuto. Il carnefice li aveva annegati in una tinozza -d'acqua fredda, tutti: erano dodici! Mi curvai verso la disperata, posi -un ginocchio a terra. Lo sprazzo rosso del Faro illuminò la sua bella -testa falba dalle larghe orecchie di velluto, la sua faccia possente -e pacata ove brillavano due occhi folli. E vedevo galleggiare nella -tinozza i dodici piccoli cadaveri. - -Allora, inginocchiato su la sabbia, le palpai le mammelle ch'erano -gonfie e calde tra i lunghi peli bianchi e bai. Il forte lezzo della -maternità mal curata e della cuccia negletta mi rendeva più pesante il -cuore. E lo sprazzo candido del Faro mi passò sul capo chino. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of Project Gutenberg's Contemplazione della morte, by Gabriele D'Annunzio - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK CONTEMPLAZIONE DELLA MORTE *** - -***** This file should be named 62417-0.txt or 62417-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/2/4/1/62417/ - -Produced by Barbara Magni, elisa and the Distributed -Proofreading team at DP-test Italia, -http://dp-test.dm.unipi.it (This file was produced from -images generously made available by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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