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If you are not located in the United States, you'll -have to check the laws of the country where you are located before using -this ebook. - - - -Title: Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle - -Author: Felice Cavallotti - -Release Date: June 12, 2020 [EBook #62384] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK ALCIBIADE *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the -Distributed Proofreading team at DP-test Italia, -http://dp-test.dm.unipi.it (This file was produced from -images generously made available by The Internet Archive) - - - - - - - ALCIBIADE, - LA CRITICA E IL SECOLO DI PERICLE - - - LETTERA - - DI - FELICE CAVALLOTTI - - A - YORICK FIGLIO DI YORICK - - - - MILANO - TIPOGRAFIA FRATELLI RECHIEDEI - 1874 - - - - - =Caro Yorick figlio di Yorick,= - - -Difendono i ministri i loro spropositi, difendono i filosofi le loro -utopie, difendono le mamme i loro mostricini, possono ben difendere gli -artisti i loro lavori, fossero anche aborti delle Muse. - -E poiché sono venuto nella idea di rispondere alle critiche da varie -parti piovute sul mio povero _Alcibiade_; e bisognava pur trovare -qualcuno a cui parlare per tutti — come a suocera veneranda, perchè -le nuore pudiche della critica intendano, — ho pensato che quest'uno -potevate benissimo essere voi. - -Ciò per parecchie ragioni: delle quali salto subito subito, di piè -pari, la prima — perchè dovrei discorrere della bacchetta di direttore -che voi tenete da tempo con diritto incontestabile nell'orchestra, -un po' scordata, della critica giornalistica italiana. Ora qui da -un lato sdrucciolerei ne' complimenti, e in fatto di complimenti, -io mi dichiaro confratello degli orsi delle caverne di Berna e del -_Pessimista_ dell'_Arte Drammatica_ di Milano; dall'altro forse nelle -scortesie, e nel lodare il direttore non vorrei offendere i violini di -spalla. - -Un'altra ragione riguarda me. — E questa lasciatemela pigliar dalla -lunga. - -La vita dell'arte, come quella della politica, non è stata per me tutta -rose. In politica ho avuto addosso i _nemici di partito_; in arte — oh -in arte, assai di peggio: ho avuto addosso i _critici imparziali_. Voi -non immaginate che spaventosa parola sia questa per i poveri autori. -In arte, si sa, è valuta intesa, non ci sono, non ci possono essere -partiti, nè simpatie od antipatie partigiane: la legge di Solone -che voleva i cittadini partigiani per forza, pena l'infamia, nella -repubblica delle lettere, si sa, non ha corso; qui, non si parla, non -si scrive, non si giudica che per semplice, solo, purissimo _amore -dell'arte_. L'amore dell'arte ha messo al mondo in un solo parto i genj -abortiti, gli autori fischiati — e i _critici severi ma imparziali_. -E poichè l'amore, per legge di natura, quanto più è contrastato ed -infelice, tanto più ne' contrasti s'accende e s'inasprisce, così -questo amor divino dell'arte rende terribili coloro a cui l'arte -ha negato le sue carezze. Con una abnegazione feroce, resa tale dal -loro _amor disperato_ — essi servono le caste Pimplee da cui furono -messi alla porta. Appollajati lì sull'uscio che non possono varcare, -se ne sono costituiti i portinaj e ne vietano agli altri o ne fanno -pagar caro l'ingresso. Ributtati dalle vergini divine, si son fatti -custodi inesorabili del loro onore. Controllano i doni, le primizie, le -vivande, le offerte votive — drammi o commedie, romanzi o poemi — che -ad esse vengono recate; non lasciano passare le indegne o nocive alla -salute; i temerarj offerenti castigano; e siccome l'amoroso zelo li fa -rigorosi, così nocive od indegne trovano quasi tutte; e giù botte da -orbi ai _fedeli_ che portano la roba, mentre, frattanto, alle divine -fanciulle per troppo amore non lasciano arrivare in tavola più niente -— e le poverette rischiano di morir di inedia — come Sancio Panza -governatore, quando il medico sorvegliava la sua mensa. - -Scherzi a parte, e fuori di metafora, oggi la critica si trova in -Italia, fatte le debite ed onorande eccezioni, anzichè no a mal -partito. Un certo numero di persone che non hanno potuto terminar bene -i loro studj non sono riuscite nei tentativi dell'arte, o non sanno -rassegnarsi all'ingiustizia di madre natura che fu loro nell'ingegno -matrigna, si sono messe, in mancanza di meglio, a far della critica. -Ufficio il più difficile e il più facile, secondo la maniera di -pigliarlo: per costoro — il più facile. Non portando nell'esercizio di -questo ufficio nessun chiaro concetto sulla missione dell'arte e sui -suoi varj ideali, nessun criterio estetico determinato, nessun corredo -di cognizioni sode e nessuna sapienza d'analisi, essi vi portano in -compenso un'altra dote, che essi hanno convenuto di chiamare — la -_imparzialità_. Infatti, essi sono imparziali in questo senso che tutte -le scuole per loro sono uguali: tutti gli ideali si valgono: per loro -è indifferente sia l'una piuttosto che l'altra: non si tratta di dar -già all'arte questo o quell'altro indirizzo, di misurare alla stregua -di questo o di quel criterio artistico il valore di un'opera d'arte: -ne importa giusto assai a loro dell'opera d'arte! A loro importa di -far sapere che essi ne hanno fatto la critica. Il loro _giudizio -critico_, è questa per essi la _vera opera d'arte_, ed essi si -figurano già e pregustano, scrivendo, la impressione che essa farà sul -pubblico. L'autore è scomparso: chi ne sa più nulla della sua fatica -e de' suoi studj? il problema è mostrare che qualunque siano l'autore -e la sua opera e i suoi studj, il critico ne sa _sempre_ di più: e -tanto più se ne sa naturalmente quanto più si trova da correggere -e da ridire: correggere e biasimare bisogna dunque e ad ogni costo: -e la _severità_ è di prammatica. Non si può essere indulgenti senza -derogare e confondersi col volgo — o comparir parziali. — «_La tal -cosa è sbagliata, la tale altra assurda; questa va male, quest'altra -così così;_» eh? com'è presto detto! e il lettore che nel suo grosso -criterio prima trovava la cosa passabile e credeva l'autore dovesse -averci studiato sopra chi sa quanto, or pensa già con ammirazione -a quel che ne sarebbe uscito se, invece di quell'asino di autore, -quella tal cosa l'avesse scritta quella cima del critico. I meriti -dell'artista senza i suoi sudori: fare il critico a questi patti -dev'essere una specie di voluttà. - -Questa professione non va esente certo anch'essa da' suoi rischi: -viene il giorno che il pubblico, anche col suo grosso criterio, ride -del critico o che il critico si trova per davvero imbrogliato a dare -il giudizio su quel tal lavoro, che sfugge affatto al suo ordine di -cognizioni. Ci sono però anche le risorse. Si aspetta che un critico -— _di quegli altri_ — voi per esempio — abbia aperto bocca e detta -la sua: e allora, senza darsene l'aria, a tempo e luogo, sul motivo -dato si eseguiscono le variazioni. Ciò non obbliga, beninteso, a saper -la ragione delle cose che avete detto voi o a trarne i giudizj che -ne avete tratto voi: anzi, il bello è pigliar della vostra critica -quel tanto che basta per orientarsi, e poi concludere all'opposto. -Io conosco dei critici che mettono sempre diligentemente da parte, -in serbo, le appendici critiche di Yorick e dei critici francesi più -in voga, per presentarle all'occasione ricucinate da loro: e i quali -sarebbero maledettamente impacciati se dovessero spiegare la tale o -tal altra cosa, la tale o tal altra parola, che hanno copiata a occhi -chiusi, senza saperne il perchè. Ma in compenso, se vedeste, con che -severità e con che sussiego ne fanno all'autore, come fosse roba loro, -la girata! - -Un'altra risorsa per questi critici è l'apparizione di un lavoro -storico — o in cui c'entri per qualche verso la storia. Oh un dramma -storico! è la loro festa. Quel giorno essi salgono di cento gradini -nella scala della riputazione e si pigliano più autorità che non ne -abbian presa in cento critiche di altri lavori. Perchè in altri bisogna -discorrere poco o tanto di concetti artistici, di forme artistiche, di -poesia, di psicologia, di morale, e che so io: tutte cose che legano -i denti: e che permettono al lettore profano di essere di un parer -diverso: ma qui! qui è un altro affare. Qui si piglia una Enciclopedia -o un trattato di storia: e in due tratti di penna l'autore è spacciato. -Qui si tratta di cognizioni serie, positive, su cui non ci possono -essere dispareri. Come si fa, quando l'autore si è occupato di quel -tal fatto o di quel tal personaggio storico, e il critico vi sentenzia -con tutta la gravità che quel tal fatto è accaduto all'opposto, che -il tipo di quel personaggio è sbagliato, che quella tal circostanza -storica importantissima è stata ignorata, che il colore storico locale -è falsato, e lì una bella citazione di tre o quattro o cinque nomi -di autori in fila — come si fa, dico, a non trovare che il lavoro è -un aborto che non regge alla discussione e a non ammirare il critico -sapiente che ha saputo farne giustizia! «— Oh! hai letto la critica -di X intorno al lavoro di Y? — Certo! Come te lo concia per le feste -quell'Y! — E lì non si scherza! il critico si vede che è uno che sa il -fatto suo! — Se lo sa! Pensare che volevano farlo passare per un buon -lavoro! — Già! già! si vede ora che roba è. Ma neh che talento quell'X! -che erudizione! come sa scrivere! come sa la storia! — E come gli prova -a quel povero diavolo tutti i suoi spropositi citandogli gli autori -sulle dita! — E come conosce a menadito Aristofile, Plutone, Tucilide e -tutti quegli altri! Scommetto che l'autore non li aveva neppure letti! -— Ah questi sì sono critici coi fiocchi!...» — E segue il resto delle -litanie. - -Ma se il povero autore strapazzato fosse lì in un angolo e provasse -a quei signori che il critico conosce Platone, Aristofane, Tucidide e -tutte quelle altre brave persone a un di presso come le conoscono loro -— che non ha mai visto dei loro libri pure il cartone — e che tutta la -scienza è stata improvvisata lì per lì dalla sera alla mattina sopra -un articolo della Enciclopedia, quei signori giurerebbero che l'autore -parla per dispetto. Eppure da molti, da troppi la critica non si fa che -così. - -Allato a questa categoria, ve n'ha, di critici, un'altra più -coscienziosa, ma per gli autori non meno molesta. Sono ottime persone -— talora qualche diligente professore, il più spesso dei bravi giovani -che han riportato il premio nelle scuole — e che _effettivamente sanno_ -qualche cosa: ma che hanno (certo con maggior diritto degli altri) il -bisogno irresistibile di farlo sapere e di mettere in mostra tutto -quello che sanno. Anche questi d'arte s'occupano poco: per loro il -lavoro d'arte non è che un eccellente mezzo per isfoderare la loro -dottrina, smerciare la loro mercanzia e metter fuori tutto il bagaglio -delle loro cognizioni. Anche quando questa mania non si scompagna da -una certa benevolenza, la noia per gli autori non è minore. Perchè essi -rimproverano l'autore che nello sviluppo di quel tal periodo storico -ha dimenticato i tali personaggi; che i tali altri li ha rappresentati -incompletamente; che nell'orditura di quella tal scena ha trascurato -di valersi di quelle date circostanze storiche, di quelle date teorie -filosofiche, di quelle date risultanze della critica storica e via via. -Essi sanno benissimo probabilmente per i primi che se l'autore avesse -fatto entrare nel suo dramma tutta quella roba, ne sarebbe risultato -uno zibaldone impossibile, una mole indigesta da far dormire un morto -in piedi: essi lo sanno, ma non importa — non si tratta di farcela -entrare quella roba, che, tanto, il lavoro è già fatto — si tratta di -far sapere che essi sapevano in proposito tutto quel mondo di belle -cose e che l'autore ha avuto il torto di non pensarci. - -Ci è poi ancora una classe di Aristarchi, anch'essi a loro modo -coscienziosi. Questi hanno in arte degli ideali fatti, delle teorie -fatte: e condannano irremissibilmente _a priori_ tutto quello che -esce o si allontana da quegli ideali e da quelle teorie. Per costoro, -la libertà dell'arte non esiste; l'arte non è ammissibile, non è -concepibile che sotto date forme: fuor di là, tutti aborti. Questi la -confina nel mondo puramente fantastico; quest'altro in quello della -realtà presente, pura e nuda. L'uno pretende l'osservanza rigorosa -delle regole aristoteliche; l'altro, che è in progresso, le sopprime, -ma per aver il diritto di sostituirvene dell'altre altrettanto rigorose -ed altrettanto anguste. - -Conosco un mio amico, ingegno egregio e critico acuto,[1] il quale in -buona fede si crede rivoluzionario in arte, perchè pretende che ella -debba essere nient'altro che la fotografia di quello che esiste in -natura, e _come_ vi esiste; e che i suoi uomini non debbano portare che -il _frac_ e le sue donne non debbano vestire che colle mode dell'ultimo -figurino. Fantasia, poesia, idealizzazione del vero, evocazione d'altre -età, tutte robe scolastiche da far dormire: prosa da conversazione -ha da essere, e un po' di spirito di osservazione, per riprodurre, -_tal quale_, quel che succede ogni dì, e un po' di raziocinio per -coordinarlo; un problema sociale od economico da risolvere, o un -adulterio pudico da legittimare. Shakespeare, o Byron, o Victor Hugo! -Che arte stramba è questa vostra che cava da mondi impossibili Falstaff -e Jago, Sardanapalo e Ruy Blas! Persone vere, a modo nostro, vogliamo, -e vestite dei nostri panni e facciano quello che facciam noi, e parlino -come parlano i cristiani: stramberie di cervelli malati le vostre e non -arte: l'arte è là — nella _camera oscura_. - -Andate dunque a presentare a questi critici un lavoro di un genere che -non sia quel ch'essi ammettono! Andate dunque a dir loro che sono essi -i retrogradi, essi che dell'arte non accettano che una forma sola, che -pretendono misurarle avaramente il tempo e lo spazio; provatevi a dir -loro che _tutti i tempi_ e _tutti i luoghi_ sono dominio dell'arte, -perchè tutti ponno essere dominio del _vero_; che il classicismo era -_falso_, come il loro realismo è _falso_, perchè entrambi pretendono -di imporre indistintamente al vero che è _universale_ le idee e il -linguaggio di un solo paese[2] e di una sola età; che una sola forma -l'arte respinge, ed è il brutto; che è ufficio dell'artista scovrir -del vero le armonie più intime, afferrarne i rapporti più segreti -e lontani, riunirne le linee _sparse_ qua e là nella natura, farle -rivivere in creazioni che la sola riproduzione meccanica del vero in -natura non dà; che l'osservazione fredda e sola a ciò non basta, se la -fiamma santa dell'ideale non la scalda; che sotto tutte le forme l'arte -vuol essere _creazione_, cioè _poesia_: che non è lecito proscrivere -Michelangelo e i suoi arcangeli in nome di Clerici e de' suoi gatti, — -e quei critici _rivoluzionarj_ vi rideranno per compassione sul muso! - -E tutti questi ancora sono brava gente. _Uomini serii_ dell'arte, -_Brid'oison_ della critica, _Marchesi Colombi_ dell'erudizione, le loro -sentenze sono perniciose, ma le loro intenzioni sono innocenti. - -Or dove lascio le eccellenti persone, che si servono della critica come -di un emolliente per la espettorazione del catarro e di tutti i cattivi -umori dello stomaco? Esser rosi di dentro dalla bile dell'impotenza, -dal tarlo della vanità; cercare ogni dì in fondo all'anima una -scintilla di estro, e non trovarvi che una goccia di fiele; ogni -dì frugare nella mente per trovare una imagine, una idea, pescarvi -un'insolenza o una banalità; e allora, non potendo far dell'arte, -ricattarsene col far della politica; non potendo servire alla -riputazione propria, aver bisogno di pigliarsela coll'altrui, servendo -ai rancori dell'alto ed alle invidie del basso; sempre rodersi, -sempre odiare, odiare come in politica si odia: e dopo tutto questo, -trovarsi d'aver dinnanzi un lavoro d'arte, una penna, un po' di carta, -un dizionario e un calamajo, — ah, per Dio, negatemi che allora non -diventi uno sfogo salutare, non diventi una cura igienica la critica! -Quando il critico ha ridotto in pezzi il lavoro d'arte, ha dimostrato -che è un aborto od un plagio, coperto di irrisione l'autore e le sue -fatiche, — egli tira il respiro più libero: egli si sente il cuore più -leggiero, e le tempie più fresche. Ciò fa bene alla salute. - -E ciò permette degli sfoghi che non mancano neppure del loro lato -estetico. Si può fingere la santa indignazione di Giovenale e darsi -l'aria di menar lo staffile — quello di S. Ambrogio magari — per -cacciare i profani dal tempio! si può incominciar l'opera deplorando -il compito ingrato: — una speranza di più andata perduta per l'arte, -l'amarezza di doverla registrare, perchè la verità va innanzi a tutto, -e di esporsi alla taccia di partigiani, per aver avuto il coraggio di -dir forte quello che gli altri non dicono che a bassa voce: — allora -ogni staffilata all'autore diventa un atto di abnegazione del critico -— a ogni brandello del lavoro, ch'ei strappa, è il suo cuor che ne -piange, e che ne sanguina. È il console Bruto che decapita suo figlio. -Santo, divino amore dell'arte, tu solo puoi ispirare questi sublimi -eroismi, perchè fortemente colpisce, chi fortemente ama! - - * - * * - -Ebbene da tre anni che il caso mi buttò nell'arena dell'arte, ho avuto -anch'io che fare, come tutti i miei colleghi, con questi Minossi della -critica, resi feroci dall'imparzialità, dalla giustizia e dall'amore. -Di che sarebbe ingenuità o incomportabile superbia il lamentarmi: -perchè a me, degli ultimi venuti nell'arringo e non certo ai primi -posti, non ispetta lagnarmi di quel ch'è toccato anco a' maestri, -che vi siedono da un pezzo prima di me e innanzi a me. Ma qualche -circostanza antecedente della mia vita, affatto estranea all'arte, ha -fatto che parecchi di quei signori si dedicassero a me con voluttà -speciale; e che ai miei poveri pargoletti ne toccassero speciali -tenerezze. - -Però fu una grata e perfino strana sorpresa per me, nel tempo che -più mi si prodigavano quelle carezze caritatevoli, il trovare un bel -mattino, proprio nelle file de' miei avversarj politici, lì sulle rive -dell'Arno, un critico che acconsentiva a giudicarmi come artista, senza -chieder prima l'ispezione delle mie fedine nè politiche, nè criminali -(molto sporche, tra parentesi, molto sporche)[3]; un critico pieno di -erudizione, di quella vera, ma senza saccenteria; pieno di dottrina, di -quella soda, ma senza pedanteria; che mi criticava senza mordermi, mi -consigliava senza annojarmi, e — fenomeno raro pei tempi — le critiche -erano scritte in italiano così puro che pareva di Crusca, e i consigli -avevano tanto senso comune che pareva perfino — ed era difatti — -buon senso. Quel critico — era un moderato, e reclamava per l'arte la -santa libertà: mi parlava de' suoi ideali con convinzione, mi dava il -benvenuto nel suo tempio con cortesia. — Yorick, figlio di Yorick, quel -critico eravate voi. - -Son passati da allora quasi tre anni; ma dovendo indirizzare la -presente a qualcuno, ho amato di ricordarmene. - - * - * * - -E adesso soltanto ve ne ricordate? E per questo mi scrivete le vostre -frottole? - -— Oh, non adesso e non per questo solo. Quando il mio _Alcibiade_ -venne ad esporre la coda del suo cane in riva all'Arno, per consultar -sul da farsene, io mi occupai naturalmente di sapere che cosa il -severo Yorick, figlio di Yorick, ne pensava: e quando seppi che egli, -quantunque _moderato_, approvava il taglio della coda, ho detto fra di -me: _sono salvo!_ ho ripiegato diligentemente in quattro l'appendice -della _Nazione_ e me la son messa in tasca come un talismano contro i -malefizj dei don Basilii. - -Ma ahimè! l'appendice aveva anch'essa una coda, un pezzettino di -quell'altra tagliata via: e nella coda tutta bianca c'era un piccolo -punto nero ed io non lo avevo visto: e il punto nero era nientemeno -(cerchiamo una frase originale) era la nuvola foriera della tempesta. - -Voi avevate detto tra di voi: Per il mio amico Alcibiade e per -l'operazione del taglio, vada: ma tra amici qualche scherzo di buon -genere è permesso; e se Alcibiade ne ha fatto uno simile al suo cane, -io posso ben farne un altro a lui. Per aver della dottrina — non -è necessario rinunziare a far dello spirito: e qui è il caso d'una -facezia che farà ridere tutta la platea. Alcibiade, democratico e il -suo compare Cavallotti strapazzano i _repubblicani_ dell'Atene antica: -io, _monarchico_ dell'Atene moderna, li difenderò. E la _Nazione_ -sarà l'asta che impugnerò, paladino della repubblica, contro il poeta -anticesareo, e tutta Italia saprà che il rappresentante di Corteolona -è stato richiamato al rispetto verso l'_A. R. U._ e le altre lettere -repubblicane dell'alfabeto, da Celestino Bianchi che è commendatore, e -da me, che sono Yorick. - -«Ah che burla! ah che burla!» L'avete detto — e lo avete fatto — come -potevate farlo voi. La difesa vostra dei poveri nepoti di Milziade e -di Temistocle, indegnamente calunniati da un loro correligionario, -è un modello del genere: giammai una tesi intrapresa per burletta -fu sostenuta con più spirito e con più erudizione: l'illusione di -quelle splendide pagine è così affascinante, così completa, che quasi -io stesso, dimenticando per un momento i miei libri e le mie idee, -finivo per restarci preso sul serio e giunto a quella solenne patetica -apostrofe: — _Ateniesi d'Italia rendete omaggio alla repubblica -caduta!_ — portai involontariamente una mano all'occhio perchè mi -pareva di sentirvi spuntare una lagrima di pentimento. Se la lagrima -non c'era, egli è che le mie glandule lacrimali sono molto resistenti. - -Ma intanto quella burla doveva avere delle conseguenze per me. Perchè -voi non pensaste all'autorità delle vostre parole. Quello che voi -avete scritto per ischerzo, gli altri in buona fede lo hanno copiato -sul serio. Da che s'è saputo che Yorick, mi aveva accusato del delitto -di offesa repubblica (constato che, prima di voi, _nessuno_ in cento -critici ci aveva mai pensato neppure per sogno), l'accusa ha fatto -il giro — e non c'è stato più critico che si rispettasse il quale -non si credesse in dovere di ripeterla. Ma l'originalità dell'idea e -l'erudizione della forma se n'erano andate: e del frizzo di buon genere -riuscito bene non restava più che uno sproposito copiato male. - -«Per questa volta, grida l'uno, tocca ai monarchici mostrarsi più -repubblicani del rappresentante di Corteolona[4]. - -«Quella repubblica ateniese, grida l'altro, non merita lo scudiscio dai -lacerti avvelenati. Il deputato di Corteolona avrebbe dovuto, in vista -della repubblica avvenire, usar un po' più di cortesia verso una delle -più grandi repubbliche del passato[5].» - -«Il popolo d'Atene,[6] ribatte il terzo, era forte, gagliardo, pieno -d'amore per la patria: e il signor Cavallotti lo ha calunniato; ha -falsato la storia e ha fatto offesa alla giustizia.» E tira via. - -Tutto questo si stampa e si grida sul serio in coro, da quella vostra -facezia in poi: ah, voi certo non pensavate, scrivendola, che m'avreste -buttato sulle braccia tutto questo stormo di pappagalli. - - * - * * - -Ora che l'accusa (vorrei dire la calunnia) è formulata, bisogna -bene che io me ne difenda. E per difendermene, niente di meglio che -rimontare alla origine e rispondere a quello che l'ha messa in giro. - -Mi difendo, per rispetto a me, e a' miei principj; mi difendo per -rispetto alla verità storica — la quale anch'essa è una dama che merita -di essere rispettata. - -Poichè avverto qui — una volta per tutte — e prego i maligni a -tenerselo per detto — che non è già del merito artistico dello -_Alcibiade_ che si tratta in queste pagine mie. Quello lo abbandono -intero al pubblico ed ai critici di tutte le specie e di tutte le -categorie: io per il primo so benissimo d'avere scritto tutt'altro che -un capolavoro; anzi spesse volte mi arrabbio contro di me, pensando -alle tante e belle cose che vi avrei voluto mettere e che non ho -saputo o potuto; perchè qui la ragion del dramma, lì la ragion poetica, -altrove la ragione storica me lo impedivano, e alla scarsezza del mio -ingegno non era dato di armonizzare e combinare insieme tutti quei -criterj diversi. - -Sul valore intrinseco dell'_Alcibiade_, ripeto, non solo intendo -nel senso più ampio la libertà de' giudizj del critico, competente -o incompetente, benevolo o malevolo — ma rinunzio alla parola per -difendermi. - -Io non ho a difendermi se non dalle critiche che toccano la mia -coscienza d'artista — e un po' anche d'uomo politico. Questo è il -mio diritto, e il critico egregio dell'_Opinione_ ha la bontà di -riconoscerlo. Mi si accusa di aver falsata la storia: chiedo licenza -di interrogarla. Si interpretano a rovescio i miei intendimenti: chiedo -licenza di spiegarli. - - * - * * - -Perchè di intendimenti, nello scrivere l'_Alcibiade_ — e nelle -proporzioni in cui l'ho scritto — io ne ho avuto parecchi. E vada per -il signor Roberto Stuart che mi rimprovera di non averne avuto nessuno. -Non li avrò raggiunti: d'accordo: chi troppo vuole, nulla stringe: -colpa mia. A me basta far sapere quali erano. - -Primo: Un intento _drammatico_ (non ne dispiaccia a coloro che si -sbizzarrirono intorno a quel mio titolo di scene e vi vollero scorgere -— troppo benevoli — una scusa e una attenuante per me). Scrivere un -dramma — proprio, un dramma — in cui fossero — compatibilmente colle -forze mie — i requisiti per ciò richiesti — _azione_, _passione_, -_caratteri_ — e sopratutto verità. E in questo, caro Yorick, vi -ringrazio d'aver indovinato il mio pensiero[7]. Perchè se non avessi -avuto intenzione di scrivere un lavoro _drammatico_, avrei cominciato -col non dare il lavoro alle scene. Soltanto, è una mia idea, e di -qualcun altro, che ciò che chiamasi il _dramma_ possa svolgersi tanto -in un ordine di fatti del mondo esterno, quanto nel fondo dell'anima -d'un uomo. È una mia idea che dramma voglia dire _contrasto di -passioni_, e che questo contrasto, questa lotta possa succedere tanto -_fra_ più individui, quanto _in_ un individuo solo: anzi tanto più -violento, quanto più angusto il campo. In un caso l'azione drammatica -risulta da un intreccio di fatti materiali e di persone, che esige, -perchè l'_urto_ delle passioni e dei caratteri abbia a scaturirne, -una tal quale unità materiale esterna, rispetto al tempo e al luogo: -nel secondo caso, l'azione drammatica risulta da un intreccio di fatti -psicologici molteplici e contrarii dai quali appunto sviluppasi l'urto -in causa dell'unità del personaggio. - -In un caso il rapporto di necessità è fra gli avvenimenti; nell'altro -è fra le passioni del personaggio e le fasi della sua vita. Unità -materiale l'una, unità psicologica l'altra, unità drammatiche entrambe. -Tocca all'artista il fare che questa seconda unità sia poi veramente -tale; che cioè non consista soltanto nella identità del personaggio -(non ci è sugo nè costrutto nè senso drammatico a divider per -scene la vita di un personaggio sia pure insigne, al solo scopo di -rappresentarne la vita) ma che le fasi scelte della sua vita abbiano -la loro _ragione_ e il loro _nesso_ in quelle date passioni, da cui -risulti l'armonia del concetto drammatico e l'unità del contrasto. - -Questo ebbi di mira scrivendo l'_Alcibiade_, e scegliendo per ciò a -preferenza il tipo di un uomo che fu appunto la sintesi più mirabile -di quanti contrasti si sia mai divertita ad accumulare in un solo -individuo la natura. S'io abbia raggiunto quel mio intento, ripeto -che non so, anzi son lontano dall'affermare; soltanto so, che, di -quelle mie idee sul dramma e su modi varj di intenderne l'unità, -potrei appellarmi ai grandi maestri dell'arte. Chi cerca il _rapporto -di necessità_ fra le scene del _Coriolano_? Chi lo cerca fra le scene -del _Sardanapalo_? Eppure in pochi capolavori l'unità drammatica è -più potente. Nel _Nerone_ del mio ottimo amico Cossa quale rapporto -di _causalità_ materiale, quale nesso necessario di avvenimenti, quale -ragione risultante dall'intreccio della commedia, perchè al primo atto -debba succedere la scena della taverna, e poi nel palazzo la scena -coll'astrologo, e poi quella del triclinio, e poi quella nella Suburra? -Quale ragione, se tutte quelle scene stanno da sè, affatto indipendenti -una dall'altra? oh bella, la ragione che il mio amico Cossa voleva far -scaturire il dramma dal carattere del protagonista e chiese il nesso -armonico fra le scene all'armonia tra le fasi del carattere. Lo chiese -— e l'ottenne nel modo splendido che si sa. E non mi si venga a dire -che ivi l'azione è sempre in Roma e gli atti non son separati che da -ore o da giorni: una volta _tolto_ il _rapporto di necessità_ fra un -avvenimento e l'altro — che la distanza che li separa sia di ore o di -anni, di un chilometro o di mille, al dramma che ne fa? Il distacco è -lo stesso e la questione in faccia all'arte è la stessa. - -Ma perchè dunque chiamar _scene_ il lavoro? L'ho chiamato _scene_ -perchè in esso l'intento drammatico era il primo, ma non il solo; -perchè ve n'era qualcun altro a cui quel titolo s'attagliava; perchè -non m'immaginavo che i pedanti si sarebbero fatti un'arma contro di me -di quella parola e ne avrebbero cavate delle critiche, a cui, se io non -l'avessi posta, non avrebbero pensato; e perchè in fine — oh bella! — -mi è piaciuto di chiamarlo così. E sfido a provarmi che questa non sia -una ragione che taglia la testa al toro. - -Ma i caratteri? e i personaggi? di questi, se permettete, parleremo -poi: e vengo alla _seconda_ ragione del lavoro. - - * - * * - -Una ragione storica, critica e filologica: offrire agli studiosi una -pittura, dei quadri, delle scene della vita greca del secol d'oro, -colta nella sua fase forse più caratteristica e culminante: in quel -periodo cioè di transizione — della guerra peloponnesiaca — che -conservava ancora il _riflesso_ delle grandi memorie antiche e di tutti -gli splendori del secolo di Pericle e aveva già in sè sviluppati tutti -i germi di corruzione, tutti i fenomeni politici che provocarono la -caduta della repubblica d'Atene. Presentar quella vita studiata nel -linguaggio, nelle idee, nelle leggi, nei costumi — nel linguaggio, -sopratutto: giovandomi delle fonti classiche antiche e dei lavori -critici più recenti. Ho detto sopratutto nel linguaggio: perchè in -questo almeno mi pareva di poter tentare, colle mie povere forze, -qualche cosa di utile e di non tentato ancora. - -La letteratura moderna, specialmente straniera, ha rievocato e ha -ricostruito, in opere romantiche, la vita greca dell'antica età. Per -non parlar dei viaggi di _Anacarsi_ del buon Barthelemy e dei viaggi -di _Antenore_, i romanzi greci di Wieland nel secolo scorso, e nel -nostro il _Caricle_ (_Bilder des griechischen Privatlebens_) di Becker -e il _Pericle e Aspasia_ di Laudor hanno contribuito a popolarizzare, -fra le classi meno dedite agli studj eruditi, i costumi, le leggi e le -dottrine della Grecia del secol d'oro. - -Ma il linguaggio vivo — che è pur lo specchio del genio di quel -popolo e della fisionomia di quell'epoca — sfuggiva naturalmente -per la massima parte a questo lavoro di ricostruzione. Il linguaggio -vivo sfugge alla forma del racconto, non può altrimenti ritrarsi e -popolarizzarsi che per la forma viva del dialogo — la forma drammatica. -D'altra parte, non era certo a ritrarre quel linguaggio che servivano -i drammi e le tragedie greche del secolo scorso e più addietro — non -aventi di greco altro che il nome — e le traduzioni che usavansi fare -dei comici, dei tragici e degli altri autori greci, sopratutto de' -prosatori: dove il traduttore si faceva un obbligo di coscienza di -tradurre a senso, ossia interpretare la parola greca, la frase greca -con un ribobolo o un proverbio di stampo tutto moderno; e credeva -aver raggiunto il _non plus ultra_ della bravura quando era riuscito -a travestir completamente il povero greco all'ultima moda, tanto che -fosse bravo chi capisse che quello era un greco che parlava. Più tardi, -è vero, all'estero e in Italia, si cominciò a tradurre i classici -con più coscienza dell'arte e più rispetto all'autore: le licenze -dell'abbate Cesarotti, per quanto figlie d'ingegno ardito, cominciarono -a passare per quel che erano, per delle irriverenze belle e buone. -E quando si ha nome Omero e Demostene si può pretendere a un poco -di creanza. — Il buon Gozzi, ingegno greco, dava il buon esempio e -traduceva squisitamente Luciano. Più tardi sorgeva Foscolo: più tardi -doveva nascere Leopardi. Ma già dai principj del secolo Francesco -Negri e il Lamberti regalavano all'Italia traduzioni mirabili di greca -fedeltà ed eleganza: in attesa che Felice Bellotti le desse il teatro -de' tragici. Oggi nell'_Aristofane_ del Cappellina, nel _Luciano_ di -Settembrini, nel _Tucidide_ di Peyron, nel _Demostene_ dell'Anelli e -dell'egregio mio collega Mariotti (più elegante ed efficace il primo, -più fedele il secondo, attici entrambi) possiede l'Italia traduzioni -insigni che rendono la fisionomia degli scrittori e onorano gli -studj e la letteratura. Ruggero Bonghi andò alquanto più in là e gli -scrupoli della fedeltà lo portarono all'esagerazione. Egli dimenticò -che la forma del traduttore dev'essere greca, senza cessare di essere -italiana. Le sue traduzioni platoniche rispettano perfino nella -giacitura delle parole le membrature più minute del periodo di Platone, -ma rompono le ossa qualche volta alla grammatica del Fornaciari. E il -buon gusto insieme molte volte se ne va: egli è che il traduttore che -traduce un artista dev'essere artista anche lui. Con tutto questo la -fedeltà resta un merito notevole delle traduzioni bonghiane, reso più -notevole dalla erudizione ampia che le accompagna. Ma le versioni del -Negri e del Settembrini e del Mariotti e del Bonghi forse ancora non -servono a famigliarizzare il gusto italiano colle forme della prosa -ellenica: voi sapete, Yorick, meglio di me quanti sono che leggano -e conoscano in Italia ai dì nostri Demostene e Luciano, Platone ed -Alcifrone: e voi siete troppo virtuoso e pudico (migliore certo in -questo della fama) per consigliare ai giovanetti di aspirare il profumo -delle eleganze greche nel profumatissimo Aristofane del Cappellina. - -Pensai che l'arte scenica è fra tutti i fattori della coltura il più -popolare e il più efficace: e che poteva per avventura tornare non -inutile affatto un modesto tentativo inteso a ritrarre colle forme -popolari del dramma una parte essenziale della greca antichità: perchè -il linguaggio di un popolo è il prodotto della sua indole, delle sue -tendenze, del suo genio artistico, delle sue idee — e la verità del -linguaggio è necessaria a far vivere i fantasmi dell'età lontana nel -mondo della realtà. Lo pensai, perchè senza credermi un pedante, senza -correr dietro alla retorica del classicume, e con tutto il rispetto -possibile agli scrittori della scuola realista, sono intimamente -convinto che l'ostracismo bandito all'arte greca dai moderni innovatori -non ha nulla di serio; perchè credo che la lingua nostra e le -tradizioni dell'arte e del genio nostro ci rendano pur debitori di -qualche cosa a quei poveri nonni di Atene, e che se l'influenza degli -studj classici, senza riportarci agli sproloqui dell'Arcadia, si verrà -armonizzando colle nuove forme dell'idioma create dai nuovi bisogni -e dalle nuove idee, — la purezza della lingua, l'eleganza, e il buon -gusto ci guadagneranno un tanto. - -Naturalmente, accennando a questo mio tentativo, accenno al lavoro -nella forma prima in cui lo scrissi, in cui vedrà fra poco la luce -per le stampe. Nella riduzione pel teatro, attuare il tentativo era -impossibile fuor che in parte. Molto dovetti concedere alla ragione -drammatica: gran numero di locuzioni greche soppressi: altre modificai -per l'intelligenza delle scene: serbai della forma prima solo quel -tanto che significasse l'intento letterario del lavoro. S'io abbia -avuto torto di propormelo, o se io l'abbia in parte raggiunto, il -lettor cortese del dramma stampato giudicherà. - - * - * * - -_Terzo_ intento del lavoro: un intento morale. Di questo non si -scandalizzeranno almeno coloro i quali opinano che il teatro dev'essere -un pulpito e che ogni lavoro drammatico deve avere la sua brava -tesi morale da risolvere. Senza ambire il vanto di moralista nè di -predicatore, per una volta tanto la mia tesi ce l'ho messa anch'io. -Intendiamoci: siccome io non la penso come quei signori, alla tesi già -non sagrificai lo sviluppo dell'azione; e mi guardai bene dal processo -dimostrativo; ma da che mi si affacciò — e un concetto morale scaturiva -spontaneo dallo argomento — no 'l trascurai: anche perchè dava al -dramma un altro carattere di unità. - -E il concetto è accennato nella comparsa appositamente fuggitiva (quasi -staccata dal resto della scena) del misantropo Timone nel 2.º atto, che -si lega alla catastrofe del dramma. - -Mentre Alcibiade inganna il popolo ed empie Atene delle sue -dissolutezze, Timone lo maledice e preconizza in lui il flagello -della città. Alla fine, Alcibiade il dissoluto rotto a ogni vizio, il -demagogo intrigante, ambizioso, e corruttor della plebe, Alcibiade, -fatto migliore dalla sventura e dall'amore[8], riscatta le colpe della -vita coll'opere generose, coi propositi generosi degli ultimi giorni, -con una morte da eroe. Egli è che non bisogna disperar mai della natura -dell'uomo, la più corrotta e pervertita, finchè essa sia aperta alla -voce di un affetto, e in lei vibri la corda — sia pure una sola — di un -solo nobile istinto. - -E intorno ad Alcibiade, due altri esseri smentiscono Timone. Là in -mezzo alle brutture che deturpano e trarranno a rovina la gloriosa -città di Milziade, il misantropo disperato impreca l'umanità malvagia; -alla fine, Alcibiade proscritto sogna il misantropo riconciliato -coll'umanità[9], perchè la virtù non è scomparsa dalla terra: e delle -due classi della società più disprezzate, sono i due esseri che soli -restan fedeli al proscritto nella sua sventura. I nepoti di Temistocle -e di Aristide condannano a morte i capitani vittoriosi delle Arginuse, -pagano Alcibiade d'ingratitudine nera; una _etèra_ e un _parassito_ si -sagrificano per lui. È la fede nell'umanità, attraverso i suoi delitti -e le sue sventure, opposta al misantropismo e alla disperazione de' -suoi destini. - - * - * * - -Eccomi infine ad un ultimo intento dell'_Alcibiade_ mio: e questo si -racchiude in una considerazione _storica e politica_, — che Socrate -accenna fino dal principio del dramma. - -_La repubblica più grande e gloriosa della Grecia antica rovinò, quando -le virtù repubblicane — che l'avevano fatta gloriosa e grande — se ne -andarono._ - -È il concetto che si affaccia spontaneo a chi appena scorre dello -sguardo la storia del periodo in cui l'_Alcibiade_ si svolge. - -E qui, eccomi a voi, caro Yorick, eccomi da lei, signor marchese -D'Arcais — paladini egregi della repubblica contro di me: contro di me -repubblicano, che appunto per ciò, da un pezzo ho dato alla grandezza -d'Atene la mia ammirazione e ho negato agli Ateniesi della decadenza le -mie simpatie. Artista, faccio a Pericle di cappello e vado in estasi -davanti al suo secolo: uomo politico, gli voglio male. Non amo la -repubblica di Eucrate, di Cleone e di Iperbolo, uscita dal grembo della -corruzione sapiente di Pericle, come non amo la repubblica francese del -1848, uscita dal grembo della corruzione borghese della monarchia di -luglio. L'una prepara i Trenta e la tirannide macedone; l'altra prepara -il secondo Impero. È esatto peraltro il dire che il secondo Impero fu -già esso medesimo la immagine più completa e più fedele del regime del -flgliuol di Zantippo. - -Sì, è vero, caro Yorick, verissimo, signor marchese, senza che Ella me -lo insegni: non solo Atene grandeggiò nella Grecia, ma se mai grandezza -antica fu meritata e fu vera ed ebbe spiegazione nella storia, ella è -questa di Atene. Sentinella avanzata della Grecia e dell'Europa verso -l'Asia, là in faccia all'Egeo, la natura, il mare, il tepido cielo -le avean segnato i destini. Era impossibile che un popolo immaginoso, -poeta, cresciuto nel mondo fantastico e splendido della sua mitologia, -dotato di tutta la vivacità, la svegliatezza arguta e l'attività -irrequieta, febbrile della razza jonica — costretto a dimorare su un -terreno sterile, angusto, montuoso, insufficiente alla vita, quasi -sull'alto di uno scoglio: e di là, sotto il raggio ardente de' suoi -soli, al chiarore delle sue notti tepide e serene, vedendo a sè dinanzi -il mare — il mare che lo invitava e gli apriva le braccia immense, -misteriose — era impossibile che quel popolo non corresse entusiasta -all'invito. Al mare! al mare! Ivi sarà la culla della prosperità, della -grandezza d'Atene, e della sua forte democrazia. - -Poichè il commercio e le ricchezze dal commercio derivanti altereranno -man mano col tempo le condizioni economiche rispettive delle classi -antiche; sopprimeranno le distinzioni fra di esse e promuoveranno -l'uguaglianza nei diritti; poi le triremi, una volta che saran divenute -il nucleo della città, reclameranno esse sole i quattro quinti dei -cittadini e si riempiranno di popolani, consapevoli di essere la forza -di Atene. - -«_Per la dominazione del mare_, attesterà Isocrate poi, _i nostri -padri furono necessariamente costretti a calare all'odierna forma di -democrazia»[10]._ - -«_I poveri ed il popolo_ — scriverà Senofonte — _sono in Atene -giustamente da più dei nobili e dei ricchi. E per questo motivo: che -il popolo è quello che spinge le navi e procaccia potenza alla città. -Poichè i piloti, i comiti, i capi di cinquanta, i sopraintendenti alla -prora, i costruttori di navi sono quelli che acquistano potenza allo -stato assai più che non i cittadini, i nobili, e gli ottimati_»[11]. - -E la democrazia, ordinata dalla sapienza delle leggi di Solone, di -Clistene, e di Aristide, fa grande difatti Atene al tempo delle guerre -mediche. Poichè tutto, tutto, cospira allora a questa sua grandezza. - -L'antagonismo di Sparta non è ancor nato e Salamina oscura ogni vanto. -Le navi hanno salvato la Grecia e quelle navi sono la maggior parte -ateniesi. Un spirito magnanimo di emulazione, di disinteresse, di -amore alla gran patria greca anima i compatrioti di Temistocle; e -mentre a Maratona li fa combattere da soli, e a Salamina li fa accettar -volonterosi, benchè maggiori di numero, il comando di Sparta, e a -Platea li move a cedere il posto d'onore ai Tegeati, — concilia loro -l'ammirazione e le simpatie di tutta la Grecia. - -Una costituzione squisitamente studiata sull'indole stessa del popolo, -ne sviluppa i lati migliori, ne corregge i cattivi, ne stimola il -valore, ne tempera mirabilmente le private e politiche virtù. - -Ed era bello il dirsi in quei giorni cittadino ateniese: nome che era -lo spavento della Media, l'orgoglio della Grecia: titolo d'onore ambito -— e indarno — dai re. - -Abolita la nobiltà ereditaria, fondata sulla rendita la divisione delle -quattro classi, la dignità del cittadino s'era rialzata e rafforzata -nel sentimento dell'uguaglianza: il cittadino trovava nel merito -individuale, nel censo, e quindi nel lavoro che lo creava, la via per -giungere agli alti gradi: l'esercizio dei pubblici uffizj, esteso da -Aristide anco all'ultima classe, rappresentava ad un tempo per lui -l'adempimento di un dovere, e l'uso di un diritto che era il più ambito -compenso a sè medesimo. - -Non pagato nelle assemblee, non pagato nei tribunali, il cittadino -ritrovava pura e completa nel suo disinteresse la coscienza della -sua sovranità: e questa ispirava gli alti, magnanimi propositi: e -l'emulazione nobile, severa, per il pubblico bene governava le libere -adunanze. - -Indi più profondo il sentimento del dovere: indi più grande l'idea -della patria. In essa era tutto, per essa tutto: e caro al cittadino lo -ecclissarsi innanzi a lei. L'ambizione individuale non pensava a cercar -le vie della tirannide. Ai valorosi e benemeriti compenso sufficiente -una modesta iscrizione sulle Erme[12], e l'essere da uguali in virtù -tenuti degni di primeggiar fra loro[13]. E niuno sdegnava tal gloria: -niuno diceva: _a Salamina Temistocle, a Maratona Milziade pugnò: ma -bensì là gli Ateniesi: qui la repubblica_[14]. - -E in quella modestia ispirata dal senso dell'uguaglianza e del dovere -ritempravasi la repubblicana austerità. «_Le case di que' prodi da -noi tutti venerati sì modeste apparivano e sì temperate a popolare -uguaglianza, che se alcuno di voi oggi vedesse quelle di Temistocle, -di Cimone, di Aristide, di Milziade e di molti altri magnanimi, non le -discernerebbe dalle vicine_»[15]. - -E ritempravasi nella emulazione, più fecondo e magnanimo, il -disinteresse: allora Aristide disponendo di tutti i tributi neppur -d'una dramma crebbe gli averi e morto dovette fargli le esequie la -repubblica[16]: allora il popolo, consigliato da Temistocle, rinunziava -volonteroso alle distribuzioni dell'argento del Laurion, assegnato -ai men ricchi cittadini: e con quell'obolo spontaneo del povero si -costruivano le navi che dovean salvare la Grecia[17]. - -Tenuta la corruttela delitto esecrando in tanta gara di disinteresse -e di virtù, la legge puniva di morte e di infamia i corruttori per -danaro del popolo e dei giudici; e i corrotti insieme; e non parea pena -soverchia[18]: chè la austerità del costume e la pubblica coscienza la -sanzionavano. - -«_Vi aveva allora, Ateniesi, ne' petti nostri quello ch'ora mancò, -quello che trionfò dell'opulenza persiana, che serbò libera la Grecia -e in terra, in mare indomabile. Allora chi vendeasi ai tiranni, ai -corruttori della Grecia, tutti l'esecravano: la corruttela era orribil -misfatto: atrocissimo il castigo: taceano le brighe e la pietà. E non -della opportunità, non della greca concordia, non dell'odio ai barbari -e ai tiranni niun oratore, niun duce facea mercato_»[19]. - -Indi la virtù fatta scala agli onori e al governo della cosa -pubblica: poichè a capo di questa stavano gli oratori che dirigeano le -discussioni e i voti nelle popolari assemblee: e il nobile diritto di -dar consigli alla città non bastava a conferirlo il talento — ma sì la -vita irreprensibile. Indi sindacata la condotta privata degli oratori; -espulsi dalla bigoncia coloro dei quali le private virtù non dessero -garanzia delle pubbliche; i prodighi, gli scioperati, i trascurati -verso i genitori, i tardi e i riluttanti a pigliar l'armi e i segnati -di viltà nelle battaglie; gl'impudichi, i notati di turpi vizi, i -dediti all'orgie e alle voluttà[20]: perchè giustamente stimavasi -indegno di consigliare il popolo, chi i consigli non accompagnasse -colla austerità degli esempj. - -Poi che l'esercizio della sovranità non era ancor fatto impiego venale, -e di esso non si campava, e ancor non era la bazza dei tre oboli nè -del dicastico nè dell'_ecclesiastico_, — tanto più onorato e rispettato -il lavoro: salite in dignità le arti, i mestieri[21] (attento, sig. Z -della _Livornese_, che in proposito ne ha dette di grosse); invigilarsi -dagli Areopagiti di che arte ognun campasse onestamente la vita; punito -l'ozio, la questua: notato d'infamia il recidivo[22]. - -Santo e rispettato il lavoro, santo e rispettato il vincolo della -famiglia: l'unione degli sposi fatta qualcosa più che semplice affar -di interesse o accoppiamento di sessi; rafforzati coi doveri dei -figli verso i genitori, i doveri de' genitori verso i figli; punito, -secondo i casi, di morte, d'infamia, di altre pene, severissime sempre, -l'adulterio — consumato o tentato, adulteri e adultere ad una — e delle -pene medesime il concubinato[23]; e di morte i lenoni[24]. - -Forte, virile la educazione. «_Nel buon tempo antico, quando fiorivano -gli antichi costumi_ — scrive Aristofane — _i giovanetti affrontavano -il verno senza mantello, benchè la neve venisse giù come farina; non -mangiavano come oggi delicate vivande, non posavano in atteggiamenti -svenevoli; la loro musica era maschia e marziale, i loro costumi -decorosi e casti. Così furono educati gli uomini che pugnarono a -Maratona._»[25] - -E il regno delle _etére_ non era ancora sorto. La corruzione -ingentilita non aveva ancor pensato a far bella la prostituzione -del nome santo dell'amicizia e a decorare del dolce nome d'_amiche_ -(ἐταίρα, _compagna_, _buona amica_) le alunne impudiche della Venere -Volgare[26]. Demostene non iscriveva ancora: _Abbiamo le etere per -il piacere dell'animo, le donne legittime per la procreazione della -prole_[27]. Ristretta a poche schiave comperate all'uopo (πόρναι) e -confinate rigorosamente ne' bordelli, la prostituzione ancora non -rappresentava che un'istituzione di pubblica igiene[28], sotto la -vigilanza dello stato. Il pubblico dispregio manteneva un cordone -sanitario di isolamento intorno a quelle case, intese a prevenire -il concubinato e a preservare dalla corruzione e dall'adulterio -le famiglie. Siamo ancora lontani dal tempo che donne affrancate e -libere eleggeranno spontanee la condizione lucrosa di _cortigiane_, -usurperanno per proprio conto tutto il posto delle mogli, e rotti i -vincoli delle famiglie faranno delle proprie case il luogo elegante di -convegno del fiore della città. - -E non era ancora il tempo dei _parassiti_, nel senso novissimo -ed ignobile della parola. Essi ancora non erano che i venerandi -_commensali_ dei sacerdoti; eletti fra gli ottimi dei cittadini e -soprintendenti alla scelta e alla percezione del frumento sacro[29] e -dell'altre primizie offerte agli Dei. — La gola e l'infingardaggine non -avevano ancora messa al mondo, sotto quel nome, un'altra generazione -di commensali; in una città che obbligava i poveri all'onesto lavoro, -non c'era ancor posto per quella casta di poveri scioperati e viziosi, -che doveva più tardi divenire l'elemento caratteristico di una corrotta -società. - -E non era ancora il tempo dei sofisti. Le _sapienti_ sottigliezze -idealistiche della scuola eleatica e della megarica e dell'altre -scuole non avean ancora sviluppato il funesto contagio della -filosofia _eristica_; colla sua falange di ignoranti e ciarlataneschi -cavillatori. Le ciancie vuote di senso non avevano ancora preso il -posto dei fatti virili. - -Questi — e non prolungo gli esempj — i costumi, le leggi, gli uomini. I -fatti — si chiamavano Maratona e Artemisio; Salamina e Platea; Micale e -Menfi. - -In meno di otto lustri dalla cacciata dei Pisistratidi il piccolo -popolo di montanari, di coloni e di pescatori, dimenticato là in un -angolo di terra, sugli scogli di Sunio — è divenuto il primo fra gli -stati della Grecia, è divenuto Atene la libera, la forte, la _pingue_, -la gloriosa, i cui soldati portano la libertà fra i Greci dell'Asia -e le cui triremi scorrono da padrone il mare, dal Ponte Eusino -all'Egitto. - -Atene raccoglie il frutto della sua grandezza morale e la lega degli -stati greci congregata in Delo, nel santuario della stirpe Jonica, -conferisce ad Atene, col patto di Bisanzio, l'egemonia (477 a. E. V.). -Ella fa giurare ai collegati i patti dell'alleanza fraterna e della -guerra ad oltranza contro lo straniero; e duce della lega, depositaria -del giuramento, per bocca d'Aristide, impreca con riti solenni agli -spergiuri[30]. - - * - * * - -Ma già da quel momento comincia a verificarsi un fenomeno frequente -nella storia degli stati. La prosperità genera l'insolenza. Atene la -liberatrice dei Greci non tarderà a trovar troppo scarsa la gloria del -primato morale e materiale, e a sentire il bisogno di signoreggiare la -Grecia con ben altro impero[31]. - -Che Sparta dovesse cominciare a rammaricarsi della nuova potenza di -Atene e del primato perduto, era ovvio; che la superba oligarchia -dorica si dovesse adombrare di questo imponente allargarsi della jonica -democrazia, era naturale; ma che Atene si affrettasse a legittimare -le gelosie della sua emula, e a fornir pretesto a' suoi reclami, è -altrettanto incontrastabile. - -Già ella si vien preparando astutamente le vie del dominio, prolungando -ad arte contro il Persiano la guerra che non ha più ragione di essere; -ad arte stancando gli alleati, costretti a seguirvela, fin ch'essi -non prescelgano esonerarsi, con tributo in denaro, dalla sovvenzione -pattuita di uomini e di armi[32]. E intanto che Atene concentra -in sè tutte le forze militari, gli imbelli alleati si van man mano -convertendo in tributarj. - -Undici anni appena sono scorsi, e Nasso, stanca di una lega la quale -più non serve oramai che alle viste particolari di Atene, domanda -d'uscirne: essa crede che l'alleanza sia libera come nel giorno in cui -v'è entrata. Atene non tarda a disingannarla. Assedia Nasso e la riduce -in servitù[33]. Sciro, Caristo, Samo, gli altri alleati che seguono -Nasso nelle sue velleità, non tardano a seguirla nella sua sorte. - -Però Atene non aveva aspettato fino allora a far chiari i suoi -intendimenti. Già il suo primo atto come egemone era stato un atto di -prepotenza diretto a togliere alla lega, ch'essa divisava di opprimere, -il primo mezzo dell'indipendenza: il danaro; in attesa di toglierle le -armi. - -Pochi anni dopo il patto federale, a dispetto dei giuramenti giurati -e col pretesto di mettere il tesoro della lega al sicuro dai Persiani, -essa lo trasporta da Delo nell'acropoli ateniese[34], ove non tarda a -confonderlo col tesoro cittadino, e a servirsene, come di cosa propria, -per i bisogni della città. Più tardi, ad aumentar viemaggiormente le -sue risorse e le sue ricchezze e a convertire il primato in assoluta -signoria, essa graverà di nuovi tributi le città alleate insorte e -ricostrette all'obbedienza, si impadronirà delle loro navi, distribuirà -fra coloni ateniesi le terre dei vinti, ridotti da proprietarj alla -condizione di fittabili, obbligherà i nativi delle città fatte suddite -a recarsi per le loro cause civili e criminali in Atene, — nuova bazza -e cospicua di introiti e di guadagni per il suo erario e per i suoi -giudici cittadini[35]. - -Autore e consigliatore di quel primo passo al dominio che fu il -trasporto del tesoro degli alleati in Atene — un vero furto — era stato -un oratore giovane e già insigne: Pericle, figliuolo a Zantippo. Era il -medesimo che ai danni di Atene stessa già macchinavane un altro: — il -furto delle sue libertà. - - * - * * - -Ingegno vasto ed acuto, accortamente ambizioso, studiatore profondo -di uomini e di cose, Pericle conosceva il suo popolo e il suo tempo. -L'ambizione smisurata ed il talento degno dell'ambizione, lo chiamavano -in alto; la riflessione e l'esperienza glie ne spianavano la via. Al -primo giungere agli affari, trovò, egli, di stirpe nobile, la parte -aristocratica stretta intorno a Cimone, del quale era vano emular la -gloria dell'armi: la democrazia, potente di numero per il cresciuto -navilio, per i politici ordinamenti. Comprese che la democrazia -soltanto poteva essergli sgabello a salire. - -Solone, Clistene, Aristide, avean dato molto al popolo, per renderlo -sovrano di sè stesso: bisognava dargli di più, per renderlo soggetto. -Le virtù antiche, il disinteresse antico avevano fatta e mantenuta -libera Atene dai Pisistratidi in poi; bisognava intaccare quelle virtù -alla radice, per intaccar l'albero della libertà. E la libertà era la -seconda vita d'Atene; perchè Atene si acconciasse a perderla, bisognava -darle in compenso qualcosa d'altro che ne tenesse il posto. - -Bisogna rendere al popolo — e ad usura — in beni e godimenti materiali, -ciò che gli si toglie di beni morali. Bisogna che il corpo stia bene, -perchè l'anima si contenti di poco. Antica massima del despotismo -sapiente — in tutte le età. - -Cimone, figliuol di Milziade — insigne per le virtù, per la gloria -dell'imprese, per l'appoggio della fazione aristocratica fatta -autorevole dalla maestà dell'areopago — Cimone sbarra a Pericle la -via del primato e del dominio. A Cimone, alla sua fazione, bisognerà -contrapporre il basso popolo e cattivarselo nell'assemblea. - -Ma Cimone, ricco, era beneviso al popolo per la sua generosità: lui -del proprio imbandir cene ai poveri, fornirli di vesti, sovvenirli -di danaro: lui togliere da' suoi campi le siepi perchè il coglierne i -frutti fosse libero ad ognuno[36]. Pericle, men ricco e più taccagno, -pensa di superarlo, con minore spesa; e introduce — a gran festa della -plebe — la mercede dei _tre oboli_ per l'intervento alle assemblee -(μισθὸς ἐχχλεσιαστιχὸς). Cimone non dà al popolo che delle elemosine -incerte. Pericle gli dà degli stipendi fissi. Cimone gli apre la -propria borsa, che a lungo andare s'asciuga; Pericle, più furbo, gli -spalanca le casse dello stato. Il popolo naturalmente non esita nella -scelta; e Cimone è sbandito coll'ostracismo. Tucidide lo seguirà. - -Così l'esercizio di un grande dovere e del diritto più nobile del -cittadino diventa un impiego; e la _sovranità popolare_ è fatta venale. - -Ma i cinquecento del senato son scelti anch'essi tra il popolo: è il -senato che propone i decreti, dirige le adunanze; bisogna ingraziarsi, -per salire, anco il senato. Pericle paga anche i senatori e assegna -loro la mercede di una dramma per ogni seduta. - -Però il partito aristocratico è ancor potente nei tribunali: domina -nell'areopago, magistrato supremo, correttor de' costumi. Anco -ne' tribunali bisognerà contrapporgli ed ingraziarsi la plebe. Le -attribuzioni dell'areopago saran mutilate e deferite ai giudici -popolani (_eliasti_); e questi saran portati a seimila, e giudicheran -tutte, quasi, le cause civili e criminali; ogni Corte di giustizia -dell'Eliea avrà aspetto di una vera assemblea politica e giudicherà -colle passioni di quella[37]. Perchè la somiglianza sia più completa, -Pericle paga anche gli Eliasti: e assegna ai giudici cittadini la -mercede di un obolo per ogni seduta in giudizio, di una dramma ai -senatori (μισθὸς δικαστικὸς)[38]. E perchè i giudizî e gli oboli -fiocchino, tutte le cause dei cittadini dell'altre città — alleate di -nome — già suddite di fatto — sono avocate ai tribunali d'Atene. - -Così l'esercizio di un altro officio augusto della sovranità diventa un -altro impiego: l'avidità degli oboli distacca i cittadini dal lavoro, -e genera la manìa dei giudizii; e la _giustizia_ è fatta anch'essa -venale. - -Ma gli aristocratici disciplinati da Tucidide[39] resistono, e sono -ancora per l'ambizione di Pericle una minaccia; poi, quest'amore della -vita pubblica, alimentato nel popolo dalle paghe, può degenerare col -tempo in pericolo. Quando le franchigie e gli uffici della sovranità -popolare son adoprati a stromento di dominio, bisogna che il popolo -non se ne pigli se non quel tanto che può giovare a chi li adopra. -Il troppo discorrere nel foro, l'applicazione troppo intensa agli -uffici publici, agli affari publici, a lungo andare, alla tirannide -non giovano; il popolo bisogna divagarlo. Pericle ci penserà. Si -aumenteranno le feste, si bandiranno in teatro nuovi spettacoli; -e siccome a teatro l'ingresso è stato fin allora gratuito, ma i -ricchi aristocratici pagan due oboli per sedersi e il popolo sovrano -che non paga sta in piedi, Pericle riparerà l'ingiustizia e farà -pagare sull'erario publico due oboli ai popolani per recarsi a -teatro (θεωρικὸν). Ma il teatro non sempre è aperto tutte le feste: -e nell'altre i ricchi la scialano in sagrifizi e banchetti tra di -loro: perchè il popolo non resti a bocca asciutta, Pericle a spese -dell'erario darà lauti banchetti anche al popolo e gli farà pagare -dallo Stato i due oboli anche in tutte l'altre feste[40]. Le feste -in Atene son molte, il doppio che negli altri Stati: i popolani -sono a migliaia: e la mercede festiva, che svilupperà nel popolo le -abitudini dell'ozio e del vizio, peserà sull'erario per grosse cifre di -talenti[41]. Verrà il giorno che Platone chiamerà la democrazia d'Atene -convertita in _teatrocrazia_[42]; che Plutarco farà il conto _aver gli -Ateniesi nelle Bacche, nelle Fenisse, negli Edipi, nelle Antigoni, -nelle disgrazie di Medea, speso assai più che non nelle guerre -sostenute per la libertà contro i barbari_[43]. - -Ma non anticipiamo gli eventi: e sentiamo per ora il giudizio di -Plutarco, gran lodatore di Pericle, su quelle sue mercedi: - -«Distribuendo denari per gli spettacoli e per le giudicature, e -dispensando altre mancie, premj e donazioni, Pericle corruppe la -moltitudine, dell'opera della quale servivasi contro il senato -dell'Areopago....: onde essendo il popolo stesso malavezzato, _divenne -per tali istituzioni scialaquatore e dissoluto, di sobrio ch'egli era e -avvezzo a procacciarsi il sostentamento co' proprj lavori._»[44] - - * - * * - -In tanto scialaquo di paghe che aveano rotta l'antica austerità, e -fatto merce di ogni diritto, un solo servizio pubblico restava ancora -gratuito: la milizia. Dai tempi più antichi il diritto di difendere -la patria coll'armi era stato tenuto il primo e il più santo dei -doveri del cittadino ateniese: e dalla gara in adempierlo ripeteva -Atene le sue glorie. Servivano i cittadini delle quattro classi a -proprie spese, fornivan del proprio, secondo il vario censo, quelli -la trireme, quegli altri il cavallo, questi altri le armi. Ma ormai -anco il servizio dell'armi doveva per forza seguir la sorte degli -altri. I facili e lauti guadagni delle nuove mercedi han presto -sviluppate le abitudini della mollezza, dell'ozio, del viver dolce: -come costringere, ad affrontare — e a proprie spese — la vita aspra -dei campi e delle triremi, e i rischi delle battaglie, dei cittadini -ormai avvezzi a scialarla metà dell'anno nelle feste, spossati dai -divertimenti, abituati a pigliar danaro d'ogni parte e come niente, -stando beatamente seduti a chiacchierare in teatro, nel foro, nella -eliéa? Come costringerveli? Buon Dio! sarebbe stato il modo più sicuro -per farsi mandar da quella gente a benedire e per perdere il frutto di -tutte le mercedi spese a guadagnarsela. Poi, che che bisogno d'armi? -Il barbaro è vinto per sempre: e Atene primeggia fra i Greci. Pure -un esercito ci vuole per conservar la signoria: ci vuole per tener a -segno gli alleati indocili che cominciano a trovar l'alleanza d'Atene -troppo pesante ed incomoda. E Pericle ha bisogno di armi per le sue -vaste mire sulla Grecia: e la forza maggiore di Atene è nelle navi, e -il contingente navale è dato quasi tutto dalla plebe, che bisogna aver -devota ad ogni costo. Quindi Pericle, cassato il severo obbligo antico, -retribuirà di stipendio anco il servizio militare: e per contentare il -popolo e allettarlo, fisserà la paga per ogni soldato o marinajo ad una -dramma il giorno, il doppio cioè della mercede dei giudizj e del foro. -Questo naturalmente non basterà per ridestare l'emulazione militare di -Salamina: ma darà in mano a Pericle un altro elemento di popolarità e -di forza, e svilupperà più tardi la piaga, già aperta, dei mercenarj. - - * - * * - -Così Pericle, già padrone dei voti nel foro, nei giudizj, già divenuto -l'idolo del popolo, si vien spazzando davanti gli ultimi ostacoli -dell'avverso partito: il capo di esso, Tucidide, colpito anch'egli -di ostracismo, segue Cimone nell'esilio e Pericle rimane solo, senza -emuli: Pericle, per cui la signoria di Atene non era nulla, se non -significava in pari tempo la signoria di tutta la Grecia. - -Naturalmente, tutto quello scialaquo di mercedi ha dissanguato le -casse: l'erario di Atene non vi basta più. Pericle vi supplisce, come -abbiam visto, col tesoro degli alleati, e fa complice il popolo, per -cui lo spende, nella propria prepotenza; in attesa di averlo complice -in altre prepotenze e in altre ingiustizie. Gli alleati protestano, -e Pericle persuade il popolo a non farne conto; si ribellano, e -Pericle li vince coll'armi, li multa in tributi, ne confisca le navi, -ne confisca le terre, impone loro condizioni di servitù. La iniqua -ripartizione delle terre dei Greci vinti, fra i coloni ateniesi, -diventa un nuovo titolo di Pericle in faccia alla democrazia d'Atene. -Il giogo imposto agli antichi alleati diventa un nuovo titolo della sua -grandezza. Atene, fatta pingue delle spoglie conquistate ai Greci dei -quali avea giurato difendere contro il barbaro gli averi e la libertà, -Atene seguirà Pericle più docilmente e gli obbedirà più mansueta. Si -obbedisce più volontieri quando si comanda a qualcuno. - -Il tributo delle città federate — ormai tributarie — da 460 è portato -a 600 talenti: e aumenterà ancora: finchè ai tempi della guerra del -Peloponneso toccherà le cifra dei 1200 (sei milioni e mezzo).[45] - -L'aumento della marina ha vinto la concorrenza commerciale di Egina, -di Megara, di Samo, di Corinto, e dato ad Atene anche il monopolio del -commercio nell'Jonio e nell'Egeo. All'argento del Laurion si è aggiunto -l'oro di Taso. La città di Cecrope gavazza nell'oro e Pericle pensa al -modo di spenderlo. Atene «_la incoronata di viole_»[46] avrà un'altra -corona più superba di statue, di palazzi e di monumenti. - -La ricchezza diventata opulenza ha rammorbidito le tempre, ingentilito -e rammollito il costume, moltiplicati i bisogni. Le gioje pure della -famiglia più non bastano a un popolo di gaudenti, annojato del lavoro. -Bellezze famose convengono in Atene e i ricchi ateniesi corrono lor -dietro. Il regno delle etère comincia e quello delle donne oneste se ne -va. Pericle dà il buon esempio, ripudiando la moglie per una cortigiana -di Mileto: e la casa di Pericle e di Aspasia, la gentile etèra fornita -di tutti i doni delle Muse, diventa ad un tempo il luogo di convegno -della società equivoca femminile e del fiore della società maschile -di Atene. Là convengono le bellissime etère a dividere colla milesia -l'impero della bellezza, della grazia e dello spirito: là convengono -i più distinti Ateniesi a ricrearsi dalle brighe della vita pubblica e -dalle noje del matrimonio. Le arti, le lettere, le scienze eleggon la -sede in quelle adunanze geniali: e gli artisti, i poeti, i filosofi, -vi accorrono. Si chiamano Sofocle ed Euripide, si chiamano Fidia, -Mnesicle, Polignoto, si chiamano Anassagora: si chiamano Socrate. Il -genio greco irraggia da quel centro sulla città, tutto investendo, -anco il vizio, delle più splendide forme. La vita di una _coquette_ è -la vita di Atene: e Pericle adorna, indora, abbellisce Atene come una -_coquette_[47]. Mentre nelle Panatenee e nelle Dionisiache si recitano -la _Fedra_ e l'_Edipo_, si ascolta la storia di Erodoto, Mnesicle -innalza i Propilei, Ittino e Callicrate il Partenone, Corebo il tempio -di Eleusi, Fidia modella il _Giove_ e la _Minerva_, Polignoto e Zeusi -dipingono i Portici. Il Greco e il barbaro accorrono d'ogni parte ad -Atene ad ammirare i nuovi miracoli dell'arte, e il popolo ateniese, -uscendo dall'assemblea ove è stato a sentir gli oratori commensali di -Pericle, recandosi allo Pnice e ai dicasteri a guadagnarvi i tre oboli -largiti da Pericle, andando a teatro a papparsi i due oboli, dono della -larghezza di Pericle, — s'arresta con orgoglio, nominando Pericle, -innanzi ai colossali monumenti, che ricorderanno la grandezza della sua -patria alle età più lontane, ma diventeranno anche le pietre sepolcrali -della sua libertà. - -Egli deve troppo a Pericle per non lasciarsene governare e condurre -a suo talento; a un uomo che ha fatto Atene così ricca, così grande, -così bella, si può bene fidare ad occhi chiusi anche il deposito delle -franchigie che l'han fatta libera e virtuosa. - -E Pericle governa per 40 anni la democratica Atene con tanta pienezza -d'autorità quanta a pochi sovrani assoluti sia stata concessa mai. - -Sentiamo Plutarco: «Distrutta ogni fazione contraria, ei trasferì tutto -in sè medesimo il dominio d'Atene: _tutto dipendeva da lui quanto -dipendeva prima dagli Ateniesi_, i tributi, le spedizioni militari, -le triremi, l'isole, il mare: _egli solo_ avea autorità e potenza -grande dinanzi ai Greci, dinanzi ai barbari. Però non era già più -quel desso di prima; non cedea più così facilmente alla moltitudine: -ma tirando la briglia a quel troppo rilassato popolare governo, lo -fece aristocratico, anzi pur quale è quello che dipende da un solo -re.... Chiamavano i comici nuovi Pisistratidi i famigliari suoi, a -dinotar l'eccesso del suo potere, troppo gravoso e sproporzionato -a governo democratico. Teleclide poi dice che gli Ateniesi posero -in di lui mano i tributi della città e le città medesime, sicchè -potesse altre legarne, altre disciorne a suo talento, e l'autorità -di alzar mura, di atterrar le inalzate: e insomma _le convenzioni, -la pace, le forze, le ricchezze, la felicità loro. Nè questo già in -circostanze che così richiedessero_, nè solo nel breve tempo che era -in vigore l'amministrazione sua: ma primeggiò per lo spazio di ben -quarant'anni.... e dopo l'ostracismo di Tucidide per ben quindici -anni: _avendo ristretta in sè medesimo e renduta una sola l'autorità e -possanza ch'era divisa in annue magistrature_.»[48] - - * - * * - -Furono è vero, quarant'anni di un'epoca splendida, unica nella storia; -e avete ragione, caro Yorick, di ricordarlo, la memoria di essa va -sfidando i secoli. - -Che importa che in quei quarant'anni di _minorità politica_ si vada -man mano alterando e perdendo nel popolo la dignità e l'abitudine del -vivere libero, la coscienza di sè stesso e della sua sovranità, sicchè, -quando alla morte di Pericle crederà di averla ripresa, si troverà -tornato bambino e inetto a valersene, e della libertà ricuperata non -troverà più in sè le virtù nè per usarla nè per mantenerla? - -Che importa che si vadan perdendo via via gli istituti, le leggi, i -costumi severi, lo spirito di abnegazione, gli slanci magnanimi, e -tutte le austere virtù repubblicane dei padri che avean dato ad Atene -le pagine più belle della sua storia? - -Che importa che Atene vada smarrendo la coscienza della sua grande -missione democratica e liberatrice, ond'era sorta un giorno, per libera -elezione dello affetto reverente dei popoli, al primato morale nella -Grecia? - -Che importa che in mezzo a tutti quei nuovi splendori si prepari -sordamente la corruzione morale e politica che crescerà rapida e -gigante dopo la morte di Pericle, quando la mano sapiente di lui, -che ne ha gittati i germi, non sarà più là per correggerne, e -infrenarne almeno lo sviluppo? Che quelle apparenze di prosperità -materiale debbano un giorno comparire al giusto Socrate niente più -di un'_enfiatura marciosa_, perchè in mezzo ad essa si sarà spento il -senso morale del popolo, divenuto _ingiusto ed intemperante_?[49] - -Che importa che tutti quelli splendori, tutte quelle magnificenze siano -il prodotto di una _tirannide odiosa_[50] sulle città greche, del loro -danaro e delle loro spoglie[51] assai più che non delle spoglie e del -danaro dei barbari? Che alle feste ed alle allegrezze di Atene faccian -lugubre contrasto le stragi e le catene servili di Nasso, di Samo, -della Eubea? Che quel fasto, quelle pompe, quei prodigi dell'arte siano -il prezzo delle lagrime, del sangue, e dell'_odio_ (notatela la parola, -caro Yorick, voi che mi parlate degli _amici_ di Atene) dell'_odio_, -dico, dei Greci! - -Che importa, che importa!! «La nostra tirannide ci ha fatti _odiosi_ -e _gravosi_, lo sappiamo; ma è massima antica che il forte tenga -il debole in riga: e ancora ci ringraziino se non li tiranneggiamo -di più.»[52] L'essere al presente esosi e gravi, dirà Pericle al -popolo, _è sorte inevitabile di quanti reputarono sè stessi degni di -signoreggiare altrui; ma chi per alti fini si attira odio, quegli -rettamente si consiglia. Imperocchè l'odio non contrasta a lungo; -laddove il subitaneo splendore e la fama avvenire rimane sempre mai -memoranda._»[53] - -E il popolo batte le mani, il popolo è contento. Atene serve ad un -uomo, ma comanda a molte città. È odiata, è corrotta, ma è splendida. -Venga pur l'odio! è dolce raccoglierlo all'ombra del Partenone. - - * - * * - -Vero è che in quella affettazione di sicurezza celavasi alcunchè di -forzato e Pericle in fondo non era così tranquillo sulle conseguenze -della sua politica come ostentava di esserlo. Nel bel cielo sereno di -quella prosperità viaggiano nuvolette annunziatrici di tempesta. Poche -repressioni parziali e brutali non bastano a rendere più spontanea la -soggezione della Grecia e a far accettare con maggior rassegnazione -l'arrogante tirannia dell'antica liberatrice. Atene lo sa e lo sente. -Ella comprende che le città greche non le stan più soggette che per -la _prepotenza dell'armi_[54] e confessa a sè medesima che il giorno -in cui quella prepotenza venisse meno, quelle se gli volterebbero -contro[55]: pericolo e minaccia permanenti. Gli odii da lei soffocati -colla forza perdurano latenti e van guadagnando sordamente intorno -a lei di estensione e di intensità. Atene pensa con inquietudine al -giorno che quel contagio propagandosi avrà stretto le città greche -in una tacita lega contro di lei: perchè colla stessa facilità delle -repressioni isolate, non le sarà dato estinguere l'incendio fatto -generale. - -Ma ciò che Atene sente, Sparta, la vigile, la gelosa, l'emula Sparta, -lo osserva. L'Olimpio Pericle è inquieto, perchè qualcuno lo sta -spiando; perchè sente istintivamente l'occhio di Sparta posato su di -lui: occhio in apparenza calmo, immobile, ma a cui nulla sfugge: che -studia la situazione e calcola il momento. Sparta d'uno sguardo ha -misurato i disegni di Atene, e le resistenze de' suoi sudditi. Quelle -resistenze abbisognano di una mano che le aiuti a prorompere, intanto -che sono ancor fresche e tenaci e Atene è costretta a difendersene: più -tardi, quando Atene avrà rassodato colla forza il suo dominio, elle -saranno rese impotenti a farsi vive. Più tardi, Atene, se è lasciata -fare, avrà realizzato il suo sogno d'impero assoluto su tutta quanta -la Grecia; e sarà tardi per opporsele; chè nella parte soggetta, ella -già vien spazzando un dopo l'altro gli ultimi avanzi delle greche -autonomie; e le triremi di Pericle van sempre più lontano; e una nuova -conquista non aspetta l'altra; e dopo aver soggiogata la Grecia jonica, -Atene già intende palesemente ad intaccar la Grecia dorica. Infatti -alleata con Argo ha già distrutto Micene; ha messo la mano su Megara; -si è impadronita d'Egina; vincitrice ad Enofiti è entrata in Tebe[56]; -ha battuto quei di Corinto e di Sicione[57]; ha preso Zante e Naupatto; -devastate le coste di Laconia; alleatisi gli Achei. È tempo per -Isparta, per la metropoli dorica, di muoversi — e provvedere ai casi -proprii. - -E certo era naturale che Sparta fosse gelosa di Atene; ma sarebbe stata -anche sciocca — e avrebbe smentito la sapienza del suo legislatore — -se non avesse approfittato delle occasioni che Atene le forniva per -ovviare al pericolo che si veniva realmente avvicinando. Le città -greche mordono impazienti il giogo di Atene; anelano a liberarsene, -come un tempo dai Persiani; e Sparta, oscurata da Atene nella propria -gloria, ferita nell'amor proprio, danneggiata nella propria potenza -fra i popoli dorici, minacciata nella propria indipendenza e libertà, — -Sparta sarebbe rimasta inoperosa, le braccia conserte, ad attendere che -l'emula finisse l'opera incominciata e già condotta sì innanzi? - -Era troppo pretendere dalla sua abnegazione. - -La guerra tra Corcira e Corinto e le mosse di Atene a Corcira e a -Potidea (dove Alcibiade comincierà la sua carriera) segnano a Sparta il -momento aspettato. Corinto ricorre a Sparta e Sparta non si fa pregare. -La scintilla è accesa e la guerra del Pelopponneso scoppia. - - * - * * - -Come, con che veste, con che titolo scende Sparta sul campo? - - «Dalla vetta de' suoi monti, spingendo lo sguardo oltre lo spesso - cerchio degli Iloti curvi sulla gleba, lo Spartano cercava ansioso - il tremulo orizzonte marino e pel ceruleo piano dell'Egeo indagava - fra i gruppi delle ridenti isolette il numero ognora più grande - degli _amici_ e degli alleati d'Atene... d'Atene la miscredente, - la scettica[58], che osava inalberare il vessillo della libertà, - fondare gli ordini dello Stato sul consenso dei cittadini.... - Bisognava trovare un pretesto per metter fine allo scandalo.... E - il pretesto fu subito trovato.... Atene _durò un pezzo a schermirsi - dalla necessità_ di impugnare le armi contro i vecchi commilitoni - delle vittorie sui barbari, ma _provocata in mille guise_[59], - _messa colle spalle_ al muro, obbligata a battersi o a perdere - inonoratamente la sua preminenza, scese finalmente in campo, e - cominciò la lotta tremenda che doveva finire così miseramente per - lei....»[60]. - -È bella, caro Yorick, è commovente, è poetica questa vostra narrazione -delle origini della guerra: ma ahimè! la storia, la nuda, la prosaica -storia, sciupa le tinte della vostra poesia e mi guasta maledettamente -il vostro racconto. - -Certo l'antipatia di razza entrava per qualcosa nelle origini della -guerra; v'entrava il contrasto degli ordinamenti politici; non tutto -era puro nelle intenzioni della gelosa Lacedemone e l'assegnamento -fatto sugli ajuti dello straniero basterebbe a provarlo[61]. Ma quante -dunque doveva averne fatte Atene, perchè allo scoppiar della guerra, -nell'opinione di tutta la Grecia, le intenzioni di Sparta apparissero -nobili, e la sua causa diventasse la giusta! - -Io interrogo la storia ed essa mi dice che Sparta iniziava la guerra -in nome dell'indipendenza dei popoli greci, in difesa delle greche -autonomie. - -Interrogo la storia e mi dice che Sparta prendea le armi nel momento -che l'ambizione di Pericle, deposta la maschera, camminava diritta -ed ardita a far serva _tutta_ la Grecia[62]; che Sparta prendea le -armi come protettrice della libertà greca, e accompagnata del libero -appoggio, dal plauso e dai voti de' suoi proprj alleati e delle stesse -città suddite di Atene. - -Questo schierarsi risoluto delle simpatie di tutta l'opinione nazionale -greca dal lato di Sparta è un fatto altrettanto incontrastabile -e riconosciuto dagli storici[63], quanto poco considerato finora, -secondo me, nel suo valore rispetto alle origini della guerra. Noi -vedremo più tardi nel corso di questa le città alleate di Sparta -rimanerle generalmente fedeli, anco nella contraria fortuna dell'armi; -e all'opposto le città tributarie di Atene ribellarsi e passare a -Sparta non appena un qualche rovescio degli Ateniesi o qualche altra -vicenda della guerra ne fornisca loro l'occasione[64]. Un giorno son -quei di Eritrea e di Chio, della _fedele_ Chio, che si rivoltano; un -altro giorno i Milesj; un altro i Rodii, gli Abideni, i Bizantini, gli -Eubei[65]. Questo fatto, caro Yorick, che influirà sull'esito finale -della guerra, assai più della defezion d'Alcibiade — da voi reputata -sola causa del disastro — questo fatto mi pare valga la pena di tenerne -conto, prima di dipingermi, come fate, la mistica, la feroce, la -despotica Sparta che esce dal chiuso del suo covile per uccidere in -Grecia la libertà. O come mai allora ella si trova aver tutta la Grecia -per complice? Alla libertà i Greci di quel tempo ci tenevano pure -qualche poco, e la loro opinione — nel giudicar da che parte stessero -o almeno prevalessero il diritto e la giustizia — _la loro opinione_ -di interessati e competenti in causa mi sembra debba pure pesar per -qualche cosa; magari, se lo permettete, qualche cosa più della vostra e -della mia. - - * - * * - -Se fosse qui il caso d'intercalare un confronto storico, (anche -per far la parte, caro Yorick, a ciò che havvi di vero nei giudizî -vostri) direi che la fisionomia della guerra del Peloponneso offre -una singolare analogia con quella della guerra di liberazione che sul -principio del nostro secolo finiva a Lipsia e a Waterloo. Napoleone I -rappresenta ben Pericle, come la Francia democratica serva dell'uno, -rappresenta la democratica Atene serva dell'altro: tutti e due han -dato, l'uno alla Francia, l'altro ad Atene, la gloria e il triste -vanto di tiranneggiar sugli altri, in compenso della perduta libertà. -Atene trascina per forza nella guerra le città alleate tributarie -Chio, Samo, Lesbo, ecc., come il primo impero vi trascina, legati -per forza alla fortuna delle sue bandiere, i soldati d'Italia e -della Confederazione del Reno. E contro Atene la colta, la gentile, -la democratica, si leva la rozza, l'aristocratica Sparta; contro la -Francia imperiale, la splendida erede degli Enciclopedisti dell'89, si -levano l'aristocratica Inghilterra, la Germania feudale e patriarcale, -la Russia semibarbara. Naturalmente la Santa Alleanza pensava e -mirava a qualche cosa d'altro, oltre la liberazione e la fratellanza -dei popoli iscritte nella sua bandiera; ma chi negasse che la guerra -del 1813 non fosse per la Germania una guerra di liberazione; che -non fosse splendido l'entusiasmo divampante dai palazzi ai tugurî -che suscitava come un solo uomo i popoli tedeschi contro l'invasore; -che non fosse giusta la causa santificata dagli inni e dal sangue -di Körner, costui negherebbe la storia. Il disastro di Sicilia e il -disastro di Russia annunziano alla Grecia serva di Atene, all'Europa -serva della Francia, l'ora propizia della libertà. I confederati -del Reno disertano le odiate bandiere sul campo di battaglia come i -confederati Joni disertano da Atene. Le defezioni e le cospirazioni -interne completano il quadro, e dentro Parigi come dentro Atene -preconizzano e affrettano la catastrofe: qua Francesi che preparano la -ristaurazione e cospirano con Wellington e con Blücher; là Ateniesi -che instaurano l'oligarchia e cospirano collo Spartano; qua le trame -di Marmont e di Fouché, là le trame di Pisandro e di Antifonte[66]: -tristi, ignobili spettacoli entrambi, ma frutti della spossatezza -generale, del bisogno di pace, della reazione dei tempi. E il giorno -che le due catastrofi succederanno, che sotto i colpi della coalizione -esterna e delle interne congiure cadranno i due imperi, alla distanza -di ventidue secoli i popoli manderanno lo stesso respiro più libero, -alzeranno lo stesso grido di soddisfazione e lo saluteranno egualmente -come un giorno foriero di libertà. Verranno poi gli storici al minuto, -abituati a veder le cose in piccolo, e, dimenticando le grandi leggi -della storia, attribuiranno a piccoli episodii le due grandi cadute; -qua al tradimento di Grouchy a Waterloo, là alla defezion di Alcibiade, -al tradimento dei capitani in Egospotamos. Intanto la storia, guardando -dall'alto, dirà che i due imperi caddero per legge fatale di eventi: -perchè l'opinione del tempo e la congiura dei popoli stavano contro di -loro. Vero è che i popoli saranno delusi nelle loro speranze, perchè -all'indomani della vittoria i vincitori avran dimenticate le loro -promesse: e la egemonia di Sparta, fatta tirannica, infierirà nella -Grecia dopo Egospotamos, come la reazione imperverserà sull'Europa dopo -Waterloo. Ma alla umiliazione della Francia sotto l'asta del Cosacco -come a quella di Atene sotto la verga dei Trenta, sopravviveranno -gli splendori del genio di entrambe; e le due grandi decadute, pure -espiando i loro errori, conserveranno il loro posto nella storia della -civiltà. - -Non è però ancora una ragione perchè la storia non sia severa e -imparziale anche con loro, e non constati in quei loro errori la vera -causa delle loro catastrofi. - - * - * * - -Voi mi parlate degli _amici_ di Atene! Ma allo scoppiar della guerra, -lo abbiam veduto, Atene non ne aveva di amici! Avea città suddite -che la seguivano per forza, e da cui sapevasi e da cui confessavasi -_odiata_. - -Mi parlate delle provocazioni di Sparta! Certo Sparta fu quella che -mandò prima le intimazioni[67]; ma ciò riguarda il principio materiale -della guerra[68]: e Atene non aveva aspettato fin allora per far capire -dove miravano le sue conquiste, e far sapere ai popoli dorici la sorte -che li aspettava. Ho già ricordato più sopra i suoi colpi di mano su -Megara, Corinto, Egina, Tebe, Sidone, Naupatto. Sparta trae la spada -dal fodero all'ultimo momento, quando il pericolo ai Dori sovrasta -imminente[69] e i suoi confederati già le rimproverano altamente gli -indugi[70]. - - * - * * - -Del resto a mostrar come Sparta rappresentasse realmente in quella -lotta la difesa delle autonomie greche, basta uno sguardo di confronto -alle due confederazioni avversarie. La jonica, come mostrai, non ha più -di confederazione che il nome, ad ironia: le città greche tributarie -si trovano in faccia ad Atene nello stato di _servitù_ (δουλεία) -come Nasso, o di _schiavitù_ (ἀνδραποδισμὸς) come Ejone, o come -Sciro: quelle che serve addirittura non sono, pur serbando le forme -democratiche, obbediscono a soprastanti ateniesi (ἐπίσκοποι, φύλακες), -dipendono da Atene pei tributi, per le leggi, pei giudizî, per le navi, -per tutto, la seguono nelle imprese militari, senza alcun diritto nè di -consiglio nè di voto. E Atene decreta la guerra senza pur degnarsi di -interpellarne i confederati. - -Nella confederazione dorica è tutto all'opposto. I confederati, dalla -egemone Sparta all'ultima città, conservano nella lega la loro piena -autonomia, si governano ognuno secondo le patrie leggi. Autonomi -i giudizi in ciascuna città; delle contese fra alleati decide non -l'egemone, ma l'oracolo di Delfo o una città qualunque scelta arbitra -dai contendenti. La pace, la guerra, gli altri interessi comuni, -trattati e decisi in comune assemblea, che la egemone convoca, ma la -cui convocazione può essere chiesta dalle città; e nell'assemblea, -parità di voto per ogni città confederata, dalla più grande alla più -piccola: obbligatorie le decisioni della maggioranza. Gli alleati non -pagano a Sparta nessun tributo: ma, a guerra votata, uno dei due re -di Sparta ha il comando supremo delle forze, e ciascun confederato -contribuisce il suo contingente stabilito di provvigioni, di denaro, -di soldati e di navi[71]. Naturalmente, in quella lega così stabilita -sul piede di un'_assoluta eguaglianza_, l'unione tra i confederati era -vieppiù cementata dalla spontaneità dell'adesione, dalla libertà del -voto, dalle affinità di sangue e dalla somiglianza delle istituzioni, -foggiate dal più al meno a repubblica aristocratica, secondo l'indole e -il genio delle razze doriche. - -Questa la _grande tirannia_ con cui Sparta si fa innanzi a nome dei -Greci, sullo scoppiar della guerra![72] E non vi si decide se non dopo -che l'assemblea delle città confederate a maggioranza di voti l'ha per -ben due volte decretata[73]; e incaricata di dar corso al decreto, -tenta prima se mai l'apparato delle forze basti a smuovere Atene -da' suoi disegni; reclama libera Potidea, libera Egina, revocato il -decreto contro i Dori di Megara. E poi che Pericle risponde con ripulse -superbe, qual'è l'_ultimatum_ della tirannica Sparta? - -«_Vogliono i Lacedemoni la pace: e si avrà, se lascerete che i Greci -vivano indipendenti, e si governino colle proprie leggi._»[74]. - -È onesto, è giusto; ma è precisamente quello che Atene non può -accordare e non accorderà. Perchè la sua nuova grandezza, le sue -ricchezze, il suo commercio, sono il frutto della sua tirannia, ed -essa ormai vive _necessariamente_ di questa; perchè gli _odj_ che -la tirannide le ha attirati, se appena la tirannide rallentasse, -scoppierebbero[75]; perchè rendere ai Greci la libertà significherebbe -per lei restar sola e decadere dal primato. - -La sua politica è netta, ed è logica; e le sue risposte sono degne -della sua politica. - -— Sì, è vero, il nostro imperio è tirannico; ma or che l'abbiamo, il -timore e l'utile ci prescrivono di tenercelo[76]. - -Sì, è vero, la nostra tirannide è odiata: ma è massima costante che il -forte detti la legge al debole[77]. - -Sì, è vero, abbiam tolto ai greci alleati il diritto di reggersi -colle leggi proprie; ma essi devono ringraziarci se _dal nostro grado -ci abbassiam fino a loro_, e se nei litigi facciam loro l'onore di -giudicarli colle leggi nostre![78] - -È vero, è verissimo, abbiam tolto loro la libertà; ma essi devono -_esserci riconoscenti se non li privammo di maggiori beni_.[79] - -Così risponde Pericle; rispondono a Sparta gli inviati di Atene; di -questa povera, innocente, virtuosa Atene, ingiustamente aggredita, -_provocata in mille guise, messa colle spalle al muro_, che ha -impietosite le viscere — pietose sempre — di Yorick! Risposte, nel -cinismo, incredibili, se uno storico ateniese e contemporaneo — il più -rispettato e il più autorevole degli storici antichi — non ce le avesse -conservate — e se le opere non avessero fatto fede delle parole! - -Son questi i nuovi principj, le nuove idee di fratellanza e di -patriottismo che la Atene di Pericle annunzia al mondo greco; questa -è la missione di libertà, di giustizia, di uguaglianza, che la -repubblicana Atene, l'antica liberatrice, inalbera e proclama innanzi -alla Grecia, cinquantasette anni dopo Maratona, quarantotto anni dopo -Salamina, quarantacinque anni dopo il patto fraterno giurato in Delo! - -Ah, la politica _materiale_ di Pericle ha già ben lavorate le coscienze -ateniesi, ha già ben trasformato i rigidi repubblicani! Il carattere -ateniese è ben mutato dal giorno che i padri, sul campo di Platea, -offrian di cedere al Tegeati il posto d'onore, niun'altra gara -chiedendo che di fortezza e di virtù![80] - -Una profonda rivoluzione morale evidentemente si è già compiuta -all'ombra dei magnifici monumenti del secol d'oro; e alla distanza -soltanto di mezzo secolo, un abisso separa due periodi della vita e -della storia della stessa città. Ma l'autore di quella rivoluzione non -arriverà in tempo a vederne tutte le conseguenze morali e materiali: -fortunato ancora, egli non vedrà che l'alba dei giorni tristi che la -sua mano ha preparato ad Atene, e morirà ancora in tempo per potersi -gloriare dei giorni di splendore che le ha procacciati. Egli morirà in -tempo per potersi illudere, dal letto di morte, sul giudizio e sulla -severità della storia; egli, il più grande certo e relativamente il -più onesto, fra quanti corruttori di popoli si sian mai fatti grandi, -sagrificando all'utile il giusto. Il ricordo delle sue glorie verrà -solo a visitarlo al capezzale: eppure forse sarà un rimorso e un -presentimento segreto, sarà un segreto bisogno di farsi perdonare -qualche cosa dai suoi concittadini e dai posteri, quello che morendo -lo spingerà a reclamare, per la memoria del suo nome, fra tante glorie, -una sola: - -«_Nessun Ateniese, per cagion mia, non si è mai vestito a bruno._» - -Parole sante. Ma la storia non le accetterà. Essa accorderà a Pericle -il suo posto nel Panteon: ma fra i colpevoli illustri. Perchè il -pervertimento lento, blando del senso morale, dell'anima di un popolo, -è colpa più triste delle violenze e degli eccessi della tirannide -brutale. Questi hanno già in sè ed affrettano da sè stessi il rimedio: -quello lascia più lungo e più funesto il suo solco nel tempo. Atene -sorge più balda, più forte dalla tirannide sanguinaria di Ippia: ma il -veleno lento di Pericle la consegnerà morta al Macedone. Da Tarquinio -v'è appello a Bruto: ma dalla corruzione del magno Cesare, si va -diritto a Comodo e a Caracalla. - -Nel nostro secolo, che ha visto difendere tutte le tesi, si doveva -veder difesa — che dico? malamente copiata in trono — anche la politica -di Pericle. Grote, il principe degli storici della Grecia, andrà ancora -un passo innanzi, e secondando lo spirito ardito di critica innovatrice -che ha invaso le regioni della storia, intraprenderà la difesa anche -dei demagoghi successori di Pericle, e prenderà sotto il suo sapiente -patrocinio Cleone il conciapelli e i suoi illustri colleghi. Ma la -morale resta una sola sotto tutte le forme politiche, e formula le -sue condanne, anche dopo tutte le scoperte della critica sapiente ed -erudita[81]. - - * - * * - -_Malamente copiata in trono_ — ho detto dianzi: e certo sarebbe uno -studio interessante quello di chi, senza fermarsi a Cesare, nè ad -Augusto, nè a Leone X, nè a Cosimo o Lorenzo de' Medici, nè a Luigi -XIV, cercasse i punti di confronto tra il figliuolo di Zantippo e il -suo infelice imitatore morto in esilio a Chislehurst. Entrambi arrivano -al potere puntellandosi sulla democrazia. Entrambi si accattano -popolarità, ostentando zelo per il benessere delle classi inferiori, -e facendo al bisogno del socialismo di falsa lega. L'uno spazza via -l'opposizione cogli ostracismi, l'altro cogli esilii e le deportazioni. -E l'uno e l'altro fanno il popolo rassegnato alla perdita delle sue -franchigie, adescandolo coi vantaggi materiali, e paralizzando le -virtuose resistenze col contagio della venalità. L'uno mette a prezzo -tutti gli uffici della sovranità popolare; l'altro apre mercato di -impieghi, dallo stallo del senatore e del consigliere di Cassazione -all'ultimo dei sostituti Procuratori. Là senatori a una dramma il -giorno, qui senatori a trentamila lire l'anno. Là un'assemblea venale, -qui un Corpo legislativo cortigiano. Là eliasti venali, qui giudici -compiacenti e servili. - -E all'uno e all'altro abbisogna il lustro dell'armi. Quello assolda -per la prima volta la milizia, e colla lue dei mercenari corrompe -nell'esercito le tradizioni pure ed eroiche del patriottismo; questo -satolla l'esercito di favori, di paghe e ne dissocia gli interessi e -gli affetti dagli affetti e dagli interessi del paese. - -Intanto l'uno si vanta che, se dipende da lui solo, _i suoi -concittadini ponno far conto di vivere sempre immortali_[82]. L'altro -rimette la formula a nuovo e annunzia che l'impero è la pace. - -Ciò non impedisce naturalmente agli Ateniesi di morire nelle spedizioni -lontane del Chersoneso e del Ponto Eusino, a Samo, a Tanagra, a Sidone, -nell'Eubea; e quanto alla pace dell'impero, essa pianta i suoi ulivi -in Crimea e in Africa, nel Messico e in Cocincina, a Gravellotte ed a -Sedan. - -Ma per giungere al primato materiale anco un po' di prestigio morale, -di influenza morale sui popoli non guasta. Qualche bella iniziativa -pacifica od umanitaria, a tempo e luogo, è tanta polvere eccellente -nell'occhio dei popoli. _Per alzar l'animo del popolo a pensieri -più grandi_,[83] (intanto che lavora a farne la libertà un po' più -piccola) Pericle invita ad un _congresso_ in _Atene_ _tutti gli Stati -greci dell'Europa e dell'Asia_, tutte le città grandi e piccole, per -consultare in comune sui sagrifici agli Dei, sulle cose del mare, sui -modi di provvedere alla sicurezza della navigazione, del commercio, -alla conservazione della pace. Ventidue secoli dopo, il Napoleonide -trova l'idea ancora ottima; e siccome anch'egli ha bisogno di dare alla -Francia qualche soddisfazione morale in cambio delle tante di cui l'ha -privata, così anch'egli bandisce il suo bravo _congresso_, e invita i -Potentati _a Parigi_ per discutere sui mezzi di assicurare ai popoli -la pace e la prosperità. E come in _illo tempore_ gli staterelli più -piccoli tra i Greci — i piccini sono sempre di buona pasta — così fan -ressa ad accettare i sovranelli europei; ma Sparta capisce il latino — -anzi il greco — di Pericle e gli manda sul più bello il suo congresso -in fumo; la Prussia capisce il francese delle Tuileries e manda l'altro -congresso a farsi benedire. - -Dai fiaschi morali però c'è sempre ricorso alle rivincite. Pericle -si consola del fiasco del suo congresso, colla guerra sacra — la -spedizione a Delfo — e il Napoleonide del fiasco del suo, con un'altra -guerra sacra — il secondo intervento a Roma. Pericle va contro Delfo -in odio di Sparta,[84] perchè questa ha la strana idea di pretendere -che Delfo, la città santa, appartenga ai Delfiesi; Napoleone va contro -Roma in odio di Bismark, perchè sospetta la sua zampa dietro quella -di Garibaldi, e trova assurda la pretesa che Roma, la città santa, -appartenga ai Romani. - -È vero che la pietosa Eugenia di Montijo soffia nel fuoco; la mano -gentile di una donna dirige nelle Tuileries il mestolo della politica e -spinge il compiacente marito a sperimentare sui volontarj le meraviglie -dei nuovi Chassepot. Era probabilmente per non invidiar nulla ad -Aspasia, l'antica e gentile mestatrice politica, consigliatrice -dell'olimpico marito; ad Aspasia, _per le cui istanze e per compiacere -alla quale_[85] Pericle anch'egli si risolve alla iniqua spedizione -contro Samo, e va a sperimentare su quei poveri isolani che difendono -la loro libertà, le nuove macchine guerresche di Artemone «_la novità -delle quali recava perfino meraviglia a lui stesso_»[86]! - -Inique meraviglie; esperimenti infami: d'accordo. Ma intanto, di -impresa in impresa, la gloria delle armi sorride al genio del figlio di -Zantippo e alla fortuna del suo coronato imitatore. Atene e la Francia -servono ad un uomo; ma il loro orgoglio nazionale è soddisfatto. Al -di fuori la gloria delle armi e il primato fra i popoli le compensano -entrambe della perduta libertà. Al di dentro, la prostrazione morale -dei caratteri è nascosta sotto uno strato di prosperità materiale. I -due despotismi camminano entrambi per le stesse vie; spargono entrambi -sui loro passi il vizio colle sue magnificenze, perchè sia semenza di -servi. Chiamano complici entrambi dell'opera le Muse, perchè la loro -presenza dissimuli la scomparsa della gran Dea che se n'è andata. Atene -e Parigi, divenute belle, magnifiche, grandiose, vedono rifiorir l'era -degli artisti e dei letterati, delle _lorettes_ e delle _cocottes_. -La casa di Pericle e di Aspasia ha per succursali l'Academia e i tempj -di _Venere etéra_; i ricevimenti delle Tuileries completano le sedute -dell'Istituto e i balli di Mabille. Si assiste alla efflorescenza delle -menti e alla depravazione dei costumi; le arti sono in rialzo e le -coscienze sono in ribasso. - -E in mezzo a tutto ciò, ad Atene come a Parigi, una irrequietudine -vaga, incessante, prodotto di una quantità di cattivi umori che la -tirannide ha fomentato, di cattivi istinti che essa ha accarezzato; -un senso indefinito, profondo di malessere, il senso della mancanza -di qualche cosa, che lascia il popolo insoddisfatto, che sveglia -incessantemente in lui desiderî, rancori, memorie, passioni, a cui -bisognerà pur trovare uno sfogo, perchè non diventino un pericolo. -Atene, malcontenta fra i suoi splendori, guata il Peloponneso; la -Francia, malata in mezzo alla sua opulenza, adocchia il Reno. Antipatie -di razza, ad arte fomentate, aizzano le funeste cupidigie; e le due -tirannidi, felici di aver trovato al di fuori questo potente diversivo -ai pericoli di dentro, slanciano i due popoli a cuor leggiero sulla -via delle grandi catastrofi e delle grandi espiazioni. E nel secolo V -avanti l'Era volgare come nel secolo XIX il mondo assiste egualmente -all'identico spettacolo di un popolo elegante, spiritoso, ciarliero, -leggiero, vivacissimo; banditore un giorno di libertà agli altri, -incapace a serbarla per sè; democratico di principj, arrogante di -fatti; rappresentante di una civiltà splendida, raffinata, ma corrotta, -snervante, dissolutrice della famiglia e del senso morale; di questo -popolo che si scaglia ad un duello tremendo contro una stirpe ruvida, -tarda, riflessiva, austera, fatta gagliarda dalla ferrea disciplina, -dalla severità del costume, dal culto religioso della patria e della -famiglia; più che sobria di parole, lenta, ponderata al risolvere, -tenacissima all'opere. E perchè il riscontro sia più completo, tutte -e due le volte è la nazione democratica che provoca alla lotta colla -prepotenza; ed è il popolo cresciuto nella tradizione autoritaria che -prende l'armi a difesa della sua indipendenza minacciata. L'urto è -terribile e le vicende dei due conflitti son diverse, ma l'esito finale -è il medesimo; perchè è forse scritto nelle leggi segrete della storia -che agli stessi errori dei popoli presiedano gli stessi castighi. Il -calcolo la vince sulla leggerezza; la disciplina sull'avventataggine, -la scienza militare sulla presunzione, Lisandro su Tideo. — La -ignoranza superba dei generali d'Atene in Egospotamo dà l'esercito -ateniese, quasi senza colpo ferire, tutto quanto prigione in mano di -Lisandro, e l'incapacità vanitosa dei marescialli consegna a Moltke -gli eserciti della Francia. Lisandro entra ad Atene e Moltke a Parigi. -La grandezza politica dell'Atene di Pericle finisce nella umiliazione -di Lampsaco, la potenza del secondo impero nel fango di Sedan; e i due -popoli espiano ben duramente la complicità morale coi loro padroni, -nella provocazione della lotta spaventosa. - -Atene, tornata libera e datasi ai demagoghi dopo la morte di Pericle, -avea continuato nondimeno la guerra, come la continuò la Francia -tornata repubblicana dopo caduto Napoleone III. Ma gli uomini erano -scomparsi, e le conseguenze della loro opera restavano; ed erano queste -— appunto queste — che rendevano ai due popoli non iscongiurabile il -destino. - - * - * * - -Però Atene fu assai più tarda a subirlo, e potè lottare contro di -esso per ben trent'anni: e perchè potentissima la sua marina, e perchè -troppo diverse le circostanze e i metodi di guerra; e perchè in tempo -la sovvenne il genio militare di Alcibiade: e perchè infine lo stato di -Atene, quando Pericle morì, era ancora lungi dall'essere così fracido -come lo stato della Francia alla caduta di Napoleone III. I germi, -i fattori della dissoluzione sociale e morale che doveano portar lo -stato alla rovina, Pericle pur troppo ve li avea deposti già tutti -e alimentati da un pezzo: ma, come dissi più addietro, essi avean -trovato lui, vivente, un correttivo nella sua moderazione, nel suo -genio, nella sua stessa onestà relativa: era alla morte di lui che -essi dovevano trovare il loro pieno e tristo sviluppo, invadere senza -ritegno e corrodere dalle radici tutto quanto l'organismo politico e -sociale dello Stato. Ciò dovette esigere qualche tempo: ma i risultati -dovettero esserne ugualmente ben terribili, perchè nè la marina -potentissima, nè il genio di Alcibiade non bastassero più neppur essi -a scongiurarli, e Atene dovesse un bel giorno cader in mano del suo -nemico come una pera fracida distaccata del ramo. - -E alla morte di Pericle che troviamo la demagogia ateniese, come un -pupillo malamente educato ed uscito in mal punto di tutela, impaziente -di rifarsi dei suoi quarant'anni di inazione perduti; tanto più avida -di far valere, per dritto o per traverso, la sua sovranità, quanto più -priva per il lungo disuso e per la indecorosa abdicazione di tanti -anni, delle virtù necessarie al suo esercizio; provvista di tutti i -mezzi, di tutti gli incentivi di corruzione che Pericle le ha posto -in mano, senza saperli, come lui, indirizzare a qualche altezza di -fini politici;[87] prorompente sfrenata e vanagloriosa dappertutto, -spargente dappertutto il contagio dei vizi che la _sapienza_ di Pericle -le ha inoculati, ma già abbastanza lontana, per distanza di tempo, -dalle grandi tradizioni del principio del secolo, perchè il riflesso ne -arrivi come un rimprovero sino a lei, e le imponga almeno il pudore del -rispetto per la memoria delle antiche virtù. - -È in quest'epoca che si svolge il mio dramma — e le leggi austere e i -costumi virtuosi dell'epoca solonica quanto sono già lontani, quanto -sono lontani da lei! - -E l'epoca di cui abbiamo le informazioni in Aristofane, in Tucidide, -in Platone, in Senofonte, in Isocrate, e nelle lettere di Alcifrone e -nei _Caratteri_ di Teofrasto: di cui possiamo chieder conto allo stesso -Demostene; perchè sebbene ei sia vissuto nel secolo dopo, _il periodo -morale e storico è uno solo_ e medesimo: le piaghe morali che danno -Atene in mano al Macedone sono le stesse che l'han data in mano di -Sparta: e son già tutta roba ereditata dai contemporanei di Socrate i -bei progressi del costume fulminati dall'eloquenza del Peanese[88]. - -Le Assemblee del popolo — ormai cessate negli ultimi tempi di Pericle -(da che egli non avendone omai più bisogno, avea trovato più comodo -di farne senza) — richiamano di nuovo il popolo in folla, colla -raddoppiata avidità de' tre oboli. — Ma la nuova tèmpra del costume -ha reso già troppo incomode e viete le prescrizioni di Solone, che -pretendeano escludere dal foro gl'indegni, gli oziosi, i rotti ai vizi, -e sottoporre a sindacato la moralità degli oratori. Tanto varrebbe -spopolar le adunanze. Anzi, al contrario, da che i vizi hanno invaso -tutto, i peggiori, i più corrotti son quelli naturalmente che più -gridano, più si danno attorno, più spadroneggiano nell'Assemblea. Una -moltitudine _pigra, cianciatrice, avara, ingorda di salarj_[89], venuta -su nell'ozio e nelle tristi abitudini dell'ozio[90], ascolta oratori, -senza onestà e senza meriti, rotti a ogni bruttura, a ogni mercato[91], -ladri dell'erario[92], corrotti e corruttori, dediti alle ambizioni -più basse e all'adulazione più servile[93]. Siam lontani dal tempo che -la legge puniva i venali, i ladri, i corruttori, d'infamia e di morte: -oggi gli oratori in voga, i capi del popolo, i beniamini dell'Assemblea -si chiamano Cleone che ruba a man salva i talenti dell'erario, e -Iperbolo le cui laidezze arriveranno a disonorar l'ostracismo. Oggi non -si tratta più per gli oratori di dar giusti e sapienti consigli per il -bene della città; si tratta di salire in alto, mendicando suffragi per -le piazze[94] e raggirando il popolo colle arti de' sofisti; perchè ora -sono i sofisti — eviratori di menti e di caratteri — che da Pericle -in poi tengono il campo, e il nuovo gusto del popolo vuol oratori -usciti dalle loro scuole. Egli non vuol più che bei giuochi di parole e -adulazioni ben condite. Non va più allo Pnice per sentirsi rampognare -o far la predica da un Aristide o da un Cimone: ma per essere -_spettatore di discorsi_[95] che siano bene declamati e gesticolati, -o di buffonerie che lo tengano di buon umore: e ride e batte le mani -al ciarlatano Cleone che entra già ubbriaco all'assemblea, avvisando -il popolo ch'egli non ha tempo di parlar d'affari, e che differirà la -seduta a un altro giorno perchè ha invitato degli amici a pranzo. - -La lotta di influenza tra gli oratori ridotta gara di smancerie: a chi -più basso, adula il popolo, lo liscia di più.[96] Il resto lo fa il -danaro. La corruzione regola i voti, crea le improvvise fortune. - -«Ora tutto come in mercato sta a prezzo ed è scambiato da passioni -che già appestarono la Grecia: avara sete di mancie: riso a chi -la confessa: perdono al convinto: e tutte l'altre necessità di -corruzione.»[97] - -«Una volta i convinti di corruzione eran dannati nel capo; ora vengono -eletti generali.»[98] - -Una volta s'ammiravano le case modeste di Temistocle e di Cimone: ora -i poveri, venuti da jeri agli affari, andar in cocchio a tiro due;[99] -«alzar case più sontuose e superbe de' pubblici edificj, comprar sì -vaste distese di terreno, che _neppur sognando l'avrebbero potuto -sperare_.»[100] - -E non il foro soltanto ma i tribunali or sono teatro a' mercati. I -cittadini a frotte abbandonano le officine, i ginnasj, per correre -all'Eliea, poi che la mancia del _dicastico_ è stata portata da -un obolo a tre:[101] addio sane ed oneste abitudini del lavoro; -la manìa dei giudizj moltiplica i processi, le condanne: la plebe, -invasa dalla epidemia litigiosa, è tutta una vasta _confraternita -di triobolisti_[102]. La vita del cittadino è un perpetuo conflitto -legale: non passa dì, tranne le feste, ch'ei non sia occupato d'affari -legali, o come giudice, come parte, o come procuratore, o come -testimone[103]. Non vede, non pensa, non parla che di processi; «di -notte non dorme e se chiude gli occhi un pocolino, la sua mente vola -intorno alla clessidra dei giudizj; nel sonno sogna aver in mano il -ciottolo dei voti, e scrive sulle porte: _Bello è il bossolo dei voti_. -Se il gallo canta in sulla sera, grida che si è lasciato corrompere -per isvegliarlo, e ha preso danaro dagli accusati. Dopo cena, corre al -tribunale; sul far del giorno corre al tribunale, ci dorme appoggiato a -una colonna, e tira dormendo lunghe righe in segno di condanna; in tal -modo vaneggia e ha sempre la mente rivolta a quel suo giudicare[104]. - -E la manìa dei giudizj sviluppa naturalmente la manìa delle accuse: -fioccano le false denunzie, pullula d'ogni parte — nuova piaga del -senso morale — la ignobile genìa dei sicofanti. Un triste, incessante, -sospettarsi a vicenda: e più sospettar di coloro che più si tengono -appartati dal contagio de' costumi; già si mormora di Socrate perchè -s'astiene da' giudizi e dal foro[105]. Se altre accuse mancano affatto, -ci son quelle di irreligione o di cospirazione, che non mancan mai. - -«L'accusa di _cospirar_ per la tirannide è fatta più comune della -carne salata. Se alcuno compera triglie e lascia le sardelle, tosto -grida colui che lì presso vende le sardelle: _sembra che costui di -tali viveri provvedendosi, abbia in animo di farsi tiranno._ Se alcuno -poi chiede un porro per condire le acciughe, l'erbivendola, guatandolo -coll'occhio del porco, gli dice: _dimmi un po': tu chiedi il porro: -vuoi forse farti tiranno?_»[106] - -E quel che avanza di tempo ai giudizj e alle condanne, le feste e gli -spettacoli se lo portan via. Il _diobolo_ di Pericle fa furore, e il -popolo è sempre più puntuale nell'esigerlo. Altro che i tempi in cui -rinunziava ai danari del Laurion per provveder di navi la città! Ora -in un giorno delle Dionisiache, in ecatombi di buoi per un banchetto -popolare, l'Erario spende l'importo di intere spedizioni navali[107]; -or fra poco si bandirà pena di morte contro chi _tenterà di stornare -per le spese militari i denari delle feste_[108]; ora fra poco -sentiremo Demostene prorompere indignato: _Voi popolo invilito, fiacco, -spiantato, derelitto, più non siete che schiavi: e tanto sol che vi -snocciolino il denaro degli spettacoli o vi ingoffino di un pezzo di -bue ne fate gran festa; così incatenandovi nella patria stessa, vi -ammansano ad abbiettezza e servitù_: chè non sorge a grandi e generosi -sentimenti chi infiacchisce in vili cure, e dai costumi del vivere non -van disformi i pensieri.[109] - -Infatti, tra quelli ozj, tra quelle baldorie, la fortezza de' padri -se n'è andata. La legge, sopraffatta dall'ignavia del costume, non -colpisce più come un tempo dei rigori estremi — chè troppi dovrebbe -colpirne — i renitenti, i disertori, i codardi, che nelle battaglie -fuggirono, abbandonarono l'armi e le schiere[110]. Già sotto Pericle, -come accennai, la paga di una dramma a mala pena bastava ad allettare -i cittadini poveri all'armi; dopo Pericle, diminuita di due oboli, per -sopperire agli scialaqui e ai vuoti dell'erario, e ridotta a quattro -oboli soli, non basta più. In fuor di quelli che non han proprio altro -modo di procacciarsi il vitto[111], la ripugnanza alla milizia si va -ogni dì facendo più estesa; invano le liste di leva dei cittadini sono -affisse alle statue degli eroi; è di forestieri, di mercenarj traci, -tessali, cretesi ed acarnani che bisogna riempir per forza i vuoti -delle falangi e delle triremi[112]. - -Nè già i ricchi fan fronte al contagio: chè come i poveri ricusano il -servizio, ed essi ricusano il denaro delle triremi[113]: alla guerra -poi non amano andarci, perchè troppe mollezze li adescano nelle case, -e in campo rifuggono dal trovarsi colla ciurmaglia de' mercenarj. -Frattanto illanguidirsi ogni spirito di emulazion militare; ogni -gara di valore; più frequenti in battaglia gli esempj di codardia, -non puniti tutt'al più che da qualche motteggio de' comici[114]; -moltiplicarsi invece in ragione inversa, e prodigarsi a piene mani, -e immeritati, gli onori, le ricompense serbate in antico solo a' -fortissimi; d'altrettanto scaderne lo allettamento ed il pregio; -incapaci ed indegni salire spesso a' primi gradi dell'armi[115]; indi -affievolirsi la disciplina, la fiducia, e tutte le virtù che in campo -fanno valente il soldato, e le armate salde e poderose. - -E intorno intorno a questo quadro di costumi publici, la brutta cornice -de' costumi privati: una licenza, una oscenità di modi, di linguaggio, -di usanze, così laidamente sfacciata, che Aristofane per flagellarla è -costretto a far uso di altrettanta sfacciataggine[116]; rotti i vincoli -della famiglia; i giovani _spendere tutto il dì per le bische e per -le case di suonatrici di flauto_[117]; l'adulterio, il concubinato, -sottratti ai rigori delle leggi antiche, liberamente, publicamente -ostentati; comune usanza de' mariti il publico trescar colle etere; -e queste — bandite da Sparta — qui cresciute di numero, di fasto, di -importanza, occupare sole il posto serbato alla donna nella società; le -mogli — laggiù a Sparta così influenti e rispettate — qui fatte arredi -di casa, appartate da ogni vita sociale, confinate in fondo a' ginecei, -a lavorar di conocchia e di cucina, e là nelle lascivie riscattarsi -della perduta libertà[118]; lenoni, buffoni, barattieri, sofisti, -parassiti, — non più ministri di riti sacri, ma scrocconi di mense -profane — invadere i trivii, le piazze, le case, rallegrar l'orgie de' -voluttuosi _Calocágati_, spargere fra il popolo la scioperataggine -e le dissolutezze delle classi più ricche, spargere fra i ricchi la -trivialità e le sconcezze della plebe. - -Questa l'epoca. I fatti, le stragi di Melo e di Scione; il bando -di Alcibiade; la condanna dei capitani delle Arginuse; la condanna -di Socrate. La conclusione — per il momento Egospotamo: più tardi -Cheronea. - - * - * * - -E poichè l'epoca era tale, e tutte le eleganze fiorite della vostra -prosa, caro Yorick, non valgono a cambiarla — io, repubblicano, amante -della mia fede e credente nel suo avvenire, non auguro alla repubblica -del mio paese nè di alcun altro i _progressi morali_ di quel periodo -della repubblica ateniese. - -Sono stato ingiusto io dunque, nel mio dramma, verso Atene? bugiardo in -faccia alla storia? - -Ma come crederlo, quando voi per il primo siete costretto a darmi -ragione e ridotto a non poter sostenere la vostra tesi altrimenti che -con curiosi anacronismi, con una strana confusione di tempi e di date, -che nessuno storico vi può menar buona, e che ancora non capisco come -al vostro acume storico possa essere sfuggita? - -Come crederlo, quando voi stesso, per dar le prove della vostra -affermazione, siete costretto a risalire ad un periodo che non ha -nulla, _nulla_ di comune col periodo del dramma mio; e le vostre prove -me le andate pescando in un'epoca la cui grandezza morale e le cui -virtù formano appunto il rimprovero più eloquente alla ignavia dei -tempi che il mio dramma dipinge? - -Io attacco i costumi dell'età di Alcibiade: e voi, per difenderli, che -cosa mi rispondete? Ah, sentiamovi un po', che val la pena: - - «Il popolo ateniese non era poi quella peste che il signor - Cavallotti ci dipinge.... Quale splendida epopea nel gran movimento - nazionale che _respinse l'invasione di Dario!_ Che meravigliosa - costanza di propositi, che slancio ardente di patriottismo nella - cacciata di Serse, _proprio allora_ (proprio davvero? adagio - Yorick!) che Atene _teneva in Grecia il primato_ delle armi, delle - lettere, delle arti!... Come si battevano bene i demagoghi ateniesi - e quante volte la salute della Grecia fu dovuta alle sanguinose - vittorie di quella democrazia turbolenta e ciarliera!... Lo - dicano gli eroi di Artemisio, celebrati nei versi di Pindaro quali - fondatori della greca libertà; lo dicano i guerrieri di Salamina - e di Platea, trionfatori della possanza persiana, dopo che le - sorti della Grecia erano cadute con Leonida e co' suoi Trecento - nella funesta stretta delle gole tessaliche! _Un pover'uomo - che non sappia tutte queste bellissime cose_ deve tornarsene a - casa singolarmente turbato nell'anima dalla lezione di storia - sceneggiata dal sig. Cavallotti.» - -Ebbene, un pover'uomo _che le sappia_ tutte queste bellissime cose, -dirà che tutto questo è magnificamente scritto, ma non è serio, perchè -tutto questo si chiama cambiar le carte in mano! Ma chi ve li attacca -— che Dio vi benedica! — i vostri eroi di Artemisio, di Platea e di -Salamina? Non ho io speso fin qui tante pagine (il mio amico carissimo, -l'editore Rechiedei, che sa il suo Cornelio a memoria, mi assicura anzi -che sono fin troppe) non ho io speso tante pagine ad esaltarli! Certo, -all'epoca che essi cacciavano Serse, Atene non teneva proprio un bel -niente di tutto quel che voi dite; nè il primato dell'armi, nè quello -delle lettere e dell'arti[119]; ma fu per loro virtù che Atene in poco -tempo potè alzarsi al colmo della sua grandezza, e ci voleva l'ignavia -dei degeneri nepoti per precipitamela! - -Ora dunque, se è di quest'epoca che mi parlate, aspettate prima -ch'io abbia scritto un _Temistocle_, od un _Aristide_, non già un -_Alcibiade_. Se è di quest'epoca e di quegli uomini che mi parlate, -non solo io cavo loro di cappello insiem con voi, ma prego voi per -il primo a rispettarli un po' di più. Perchè tutte le concessioni -che andate facendo al mio dramma, per quella brava gente, diventano -tante calunnie; non era, no, non era nè venale, come voi dite, nè -_inchinevole alla gozzoviglia e ai brutali piaceri del senso_, quel -popolo che fabbricava le sue navi coll'obolo volontario dei poveri, e -le cui leggi — _modellate_, come voi dite benissimo, sui _costumi_ — -punivano di pene severissime i turpi vizj e facevano santi il lavoro e -i vincoli della famiglia![120]. E non era no all'epoca di Salamina che -Atene vedea tra le sue mura la _ignobile vendita degli impieghi e delle -dignità elettive al miglior offerente_[121] e vi sfido a citarmene, -nelle fonti storiche, un esempio solo! - -Ma se non è quella l'epoca del dramma mio, oh allora per carità, caro -Yorick, tralasciamo di sfondar le porte aperte! Lasciamo alle scuole di -retorica i pregiudizî che per lungo tempo non permisero — come ben dice -il Cappellina — di vedere dei popoli liberi dell'antichità che il lato -grande ed eroico. - -Non rivanghiamo le storielle solite sulla rivoluzione francese! -Non venite a parlarmi della clemenza dell'Atene di Alcibiade e -successori[122]; perchè la strage dei Mitilenesi[123] e gli abitanti -di Melo e di Scione passati a fil di spada son là per ismentirvi![124] -Non mi parlate dell'assenza delle esecuzioni capitali; perchè i -supplizj per il processo delle Erme, e la condanna a morte dei dieci -generali colpevoli d'aver vinto in battaglia il nemico, e i supplizj -della rivoluzione dei Quattrocento, e la cicuta di Prodico, e quella -di Socrate, e quella più tardi di Focione vi potrebbero guastar -le citazioni! Non venite a vantarmi la moralità dei magistrati e -degli oratori _vigilata dall'Areopago_[125], perchè già da un pezzo -questo sindacato, prescritto dalla legge solonica, l'Areopago non lo -esercitava più[126]: da un pezzo Pericle avea messo freno all'autorità -e alla vigilanza di quell'incomodo sorvegliatore[127] e ormai da un -pezzo Atene vedea gli onori della bigoncia e delle cariche dischiusi a' -libertini, ai truffatori dell'erario e ai ciarlatani! - -È dunque solo lo spirito militare e patriottico che nell'Atene di quei -tempi vorreste darmi per vivo? - - «Quando nella funesta spedizione di Sicilia Atene ebbe perduto il - fior de' suoi guerrieri e l'eletta de' suoi marinaj, pochi mesi - bastarono ai cittadini della grande repubblica per armare nuove - triremi, per radunare nuovi eserciti! Gli eleganti Ateniesi, i - molli, i cialtroni, gli effeminati, gli oziosi, corsero tutti - a impugnare la spada e a curvare il dorso sul remo, e questa - forza d'animo nel momento della sventura era l'espressione del - patriottismo di un popolo intero.» - -Così canta Yorick. Ma così non canta la storia. Dalla storia frattanto -a ogni buon conto imparo che all'epoca della spedizion di Sicilia lo -spirito militare era già così svanito, che per quella impresa, la quale -era pur tanto popolare e solleticava tanto le speranze ateniesi, si -dovettero adescare i cittadini al servizio alzando di nuovo il soldo -militare ad una dramma; e ancora quell'aumento non allettò a mala -pena che i proletarj; e di 5100 opliti che Atene potè riunire per -quell'impresa a gran fatica, soli 1500 erano _opliti di catalogo_, -cioè delle prime tre classi, iscritti sui ruoli; il resto si dovette -comporre di proletarj dell'ultima classe e di mercenarj, come di -mercenarj si dovettero in massa riempire le milizie leggiere, e le -ciurme delle triremi.[128] - -Questo innanzi il disastro di Sicilia: e dopo il disastro? Ah, dopo, -poi — state attento, caro Yorick, è l'illustre storico grecista -italiano Amedeo Peyron, che parla citando — _terminata la spedizione -di Sicilia, talmente crebbe la tepidezza degli Ateniesi per le armi_, -che Isocrate così scriveva: «Noi, mentre vogliamo dominare sopra tutti, -_ricusiam di militare, abbiamo eserciti mercenarj_, composti di uomini -esuli, disertori, malfattori, oltraggiatori de' nostri figliuoli, che -abbandonano noi, se altri li paghi di più. Noi che difettiamo del vitto -quotidiano prendemmo ad alimentare codesti forestieri.» — Ed altrove: -«_Noi talmente trascuriam le cose attinenti alla guerra, che non -andiamo alle rassegne se non pagati._»[129]. - -_Questo_ era, caro Yorick, lo zelo, era questo il patriottismo degli -Ateniesi dopo la catastrofe di Siracusa. Non erano no i _molli, -gli effeminati, gli oziosi_ Cecròpidi che dopo il disastro vestiron -l'armi o andarono, come voi dite, a curvarsi sul remo; erano le nuove -leve di mercenarj della Tessaglia, della Acarnania, che formavano i -nuovi eserciti, le nuove flotte; eran forestieri di Caria, di Tracia -e di Creta, i soldati a cui Atene confidava tra quei rovesci la sua -salvezza! - - * - * * - -Certo, non tutto, non proprio tutto nella città era abjezione. -Quegli stessi eserciti di forestieri assoldati, quelle flotte di -mercenarj improvvisate, lo furono con una prontezza di consigli e di -provvedimenti, con una larghezza di contributi che fece onore alla -città. Vi ebbero Ateniesi molti che in quei frangenti udirono la voce -della patria in pericolo ed accorsero a combattere per lei. - -Certo, anche questo periodo di prostrazione, di dissoluzione morale, -appare qua e là solcato, ad istanti, ad intervalli, da fuggevoli -lampi delle antiche virtù: a dati giorni, a date ore, questo popolo -che degenera ritrova in sè ancora qualcosa della tempra antica, -per prendere a tempo una decisione patriottica nell'assemblea, per -afferrare a volo una vittoria sul mare, per rialzarsi con isforzi -d'animo tra i rovesci della fortuna. - -E chi non sa che il genio, la natura di nessun popolo non si -ecclissano, non possono ecclissarsi interamente a sè medesimi in un -giorno solo? Non v'ha nella storia nessuna epoca così corrotta che -qualche raggio di virtù ancora non vi brilli, che qualche coraggiosa e -generosa protesta non vi si faccia sentire: a maggior ragione in Atene, -dove ogni pietra quasi, ogni lembo di suolo o di marina rammentava -esempli fortissimi, tradizioni magnanime, dove passeggiavano ancora -sotto i portici, gloriosi di canizie e di cicatrici, gli avanzi dei -vecchi che avevano combattuto in Salamina. - -Noi assisteremo anche più tardi, alla vigilia della conquista macedone, -quando quelle memorie saranno ancor più lontane, a qualcuno di questi -sussulti del gigante antico: ma saranno sussulti galvanici, sforzi -spasmodici di una vitalità che reca la morte nel seno. Vedremo ancora -splendide figure, quasi meteore luminose attraversare il tempo; udremo -fra le brutture dell'età tuonare la indignazione virtuosa di Demostene, -come un dì calma e mesta sorridere la ironia santa di Socrate. Ma esse -appunto varranno a _stimmatizzarle, non a redimerle_; sarà il _buon -genio_ dell'Eliade antica, della gran madre degli _eroi_, che prima di -spirare tra l'ignavia dei nepoti, vorrà svincolare dalla catastrofe la -propria responsabilità e il proprio nome — e rimetterà per mano di quei -giusti — suoi esecutori testamentarj — la sua protesta alla storia. - - * - * * - -E questa protesta, come la storia l'ha raccolta, così tentai -consegnarla nel dramma. Queste ultime voci mandate come un rimprovero -da una generazione virtuosa che muore a una generazione corrotta che -sorge, m'era parso che il poeta potesse e dovesse raccoglierle; m'eran -parse interessanti per la morale della storia e per il contrasto della -scena. - -Giacchè non è poi niente vero che sian tutti fior di mariuoli quelli -che parlano e si muovono nel dramma mio; non è niente vero che della -faccia dell'epoca io non abbia guardato che un _lato solo_ — il lato -più brutto ed ignobile[130]. S'io non erro, sono due le correnti morali -che da capo a fondo traversano il dramma, e _intorno_ ad Alcibiade -e _dentro di lui_. Se io non erro, Socrate, che rinfaccia le virtù -del tempo passato, Timone che impreca i vizj del presente, Lamaco ed -Eufemo, i soldati valorosi e leali; Timandra, la cortigiana che alla -voce del dovere e della virtù presta le lusinghe divine dell'amore, -appartengono a una corrente morale diversa, da quella in cui si -muovono Tessalo e Cleonimo, e Diocare ed Aminia; e al basso fra il -popolo Cimòto, il parassita di buon cuore, segna il punto di contatto -fra le due correnti; in alto, fra i patrizî, Alcibiade segna la -sintesi delle due età. Infatto, nessuna figura personificò mai nella -storia più al vivo, e con più spiccati colori, i contrasti, le lotte -intime d'un periodo di transizione; l'influenza di Alcibiade tra i -suoi contemporanei fu straordinaria, perchè egli era il prodotto più -naturale, _più vero e più completo_, della sua epoca. Alcibiade è la -risultante degli splendori di Pericle, delle glorie eroiche d'Artemisio -e Maratona, della corruzione di Cleone e di Iperbolo. È egli la -personificazione delle virtù che se ne vanno, e dei vizj che arrivano; -è egli stesso il _demos_ d'Atene, del quadro di Parrasio[131]; egli il -popolo ateniese colle qualità che lo han fatto grande e con quelle che -lo tirano a rovina. Nel fondo della sua anima, come dintorno a lui, le -due epoche si incontrano; e il rimprovero severo di Socrate lo disputa -alle lascivie d'una cortigiana; il sarcasmo di Timone lo rimorde tra -gli intrighi del foro; Cleonimo, il vigliacco lo insidia, e Làmaco -il valoroso lo difende. La faccia di Alcibiade è metà rivolta verso i -crepuscoli di uno splendido giorno che tramonta, metà verso l'ombre che -sopraggiungono. Socrate scomparirà dalla scena, perchè è alla notte -che spetta la vittoria; lui scomparso, la resistenza morale, da lui -rappresentata nella forma più intransigente, più elevata e più pura, -continuerà ancora, ma dovrà cercarsi più al basso altri rappresentanti -quali il tempo lo consente, battere alla porta delle caste che la -corruzione del tempo ha fatto sorgere. - -Questo concetto storico (che almeno nel dramma completo si sviluppa -di più), questo contrasto d'idee e di colori, di ombre e di luce, la -povera tavolozza del poeta non sarà bastata a ritrarlo: d'accordo: -ma al poeta non par troppo il domandare che almeno si piglino le sue -intenzioni per quel che furono, pigliando la storia per quella che è; -che non si tiri il collo a questa, per dare lo scambio a quelle; e dove -egli vuol fare dell'arte a modo suo, non gli si faccia fare, per forza, -della politica a modo degli altri. Se politica ci è nell'_Alcibiade_, -adagio un po' — caro Yorick e compagni — a sciuparmela: che non l'ho -fatta per voi. O che strani, che cocenti amori son questi, signori -monarchici d'Italia, che vi pigliano ad un tratto per la repubblica -d'Atene? Certo, il vedervi divenuti così fieri repubblicani in causa -mia, mi commove nelle viscere, mi insuperbisce e mi consola; che -affè non vi sapevo così rossi di dentro, e richiamerò sopra il fatto -l'attenzione del Ministero. Ma siate prudenti! Volete si dica che la -repubblica per poter piacere a voi, bisogna prima che il vizio l'abbia -ben bene imputridita? Volete si dica che per rendervela accettabile, -per conciliarvi subito con lei, bisogna prima ch'ella mandi le virtù -repubblicane a dormire; che ella metta in carcere Socrate, come -Mazzini; che paghi a misura di carbone i vincitori delle Arginuse, come -il vincitore di Milazzo; che dia in fatto di corruzione tutto quello -che può dare una monarchia? - -Quanto a me, non credo proprio che la repubblica possa farmi il viso -arcigno, se nei torti del suo passato raccolgo qualche insegnamento del -suo avvenire[132]. - - * - * * - -E con questo, (permettete Yorick, ho bisogno di dir due parole, a -questo signore, qui, dalla barba lunga, che ci ascolta) con questo, -gentilissimo signor marchese d'Arcais, mi trovo aver risposto -abbondantemente, se non erro, anche alle prime e capitali delle sue -censure. Censure ch'Ella ha copiato — ormai, via, lo confessi qui a sei -occhi, che il nasconderlo è inutile, dal bravo Yorick qui presente[133] -— le ha copiate nella gran fretta, senza controllarle; e quindi, -naturalmente, ha detto delle.... _facezie_: delle quali non le faccio -torto: ma bensì della _fretta_ che gliele ha fatte dire. Con tutto il -possibile rispetto per lei, Ella mi ammetterà, signor marchese, che -quando un autore — sia pur mediocre — ha investigato, se non altro, con -pazienza e cura un'epoca storica così complessa come quella d'Atene — e -presenta al pubblico il frutto, sia pur povero, di indagini parecchie -e di studj coscienziosi — _non è serio_ (noti bene la parola signor -marchese), _non è serio, dopo poche ore_ dalla recita, uscir fuori come -ha fatto lei, con dodici colonne di roba stampata, a sentenziare lì -per lì sul valore _storico_ dell'opera, e sul complesso dei problemi -storici che l'opera solleva: a meno di posseder già sulla materia -degli studj estesi e delle cognizioni che evidentemente — senza farle -torto (Ella s'intende a fondo di musica, mi dicono, e non ha obbligo -di intendersi anche di storia greca) senza farle torto, a lei mancano, -a cominciar dagli elementi. — Dio mi guardi dal credere, calcolando -il tempo materiale che a me di solito occorre per raccoglier le idee -(ma io sono molto lento, sa!) che tutto quell'ammasso di roba stampata -nell'_Opinione_, _poche ore_ appena dopo finita la prima recita del -dramma, che tutta quella roba fosse scritta già prima: ma se invece di -buttar giù tante pagine di manoscritto con tanta furia, a rischio di -storpiarsi qualche dito, Ella si fosse preso almeno un giorno di tempo -— e avesse prima almeno data un'occhiata, non dirò alle fonti storiche, -ma a qualche buon compendio di storia greca per le scuole — lo Smith -per esempio — ella avrebbe potuto forse risparmiarsi qualcheduno dei -granchi ch'Ella ha preso. Poichè Ella vede bene — tutto quanto il -giudizio, che in mano di Yorick (l'erudizione e il brio nascondono -molte cose — non è riuscito Yorick a farsi passare anche per botanico?) -in mano di Yorick poteva parere un paradosso ingegnoso, ora in mano -sua, non è proprio più che un granchio solo. - -Ella mi parla della grandezza dell'antica Grecia, e di Atene (grandezza -di cui più addietro le ho anche spiegato le ragioni), e non s'accorge -che la mi confonde insieme due o tre epoche fra di loro; poichè non è -l'epoca della grandezza, ma della decadenza politica e morale quella -in cui vive Alcibiade e in cui il mio dramma si svolge. Non siamo -all'indomani delle grandi vittorie, siamo alla vigilia delle grandi -catastrofi. Ella mi afferma che col mio dramma quella grandezza d'Atene -non si spiegherebbe più: anzi, a chi conosce la storia, resta spiegata -benissimo; poichè essa se ne va coll'andarsene delle virtù che l'han -prodotta; poichè — Dio buono! — non è già la _grandezza_, ma è la -_caduta di Atene ch'io spiego!_ - -Ella mi afferma che la _civiltà greca_ bisogna cercarla _altrove che -nei parassiti, nelle cortigiane, nei vaniloqui dei politicastri_. -Sicuramente! la civiltà greca (che razza di confusioni la mi fa mai!) -ha dato qualche cosa di assai meglio, e più in su glie n'ho mostrato -anche il come; ma all'epoca di cui le parlo, se appena Ella vorrà farvi -qualche studio sopra, vedrà che appunto i _parassiti_, le _cortigiane_, -i _politicastri_ — v'aggiunga pure, se crede, i sofisti[134], i -mercenari, gli eliasti venali e tutto il rimanente — sono prodotti -_caratteristici_ di quella civiltà; ed è precisamente perchè i prodotti -son diventati questi, che i vincitori ed i liberi di un secolo innanzi, -diventeranno i vinti ed i servi del secolo dopo. E se non vuol credere -a me, creda agli scrittori del tempo; e per pigliarne uno solo, creda -al pittoresco Alcifrone, il qual volendo descrivere i costumi di quella -età, non parla che di etère e di parassiti, di sofisti e di barattieri! - -Le figure del dramma non son però queste sole. Ella afferma che -io dell'epoca non ho riprodotto che un lato solo, il più ignobile; -eppure il lato più nobile, come mostrai, gli ruba almeno la metà dei -personaggi e del posto; glie ne ruba, per ragioni d'arte, assai più di -quello che la storia non concederebbe! - -Ella afferma che la corruttela del costume forma il lato _meno -importante_ della età che io descrivo. Eppure è precisamente il -contrario che è vero! È il nuovo ambiente morale di Atene che prepara e -matura le sue catastrofi. - -Perchè giammai le grandi crisi dei popoli avvennero isolate e senza -causa, per capricci del caso; un popolo grande jeri, non muore oggi, lì -per lì, di morte fortuita, per una battaglia perduta, per una tegola -cascata sulla testa. Ma all'epoca d'Alcibiade il guasto morale aveva -invaso tutto, e la virtù era divenuta l'eccezione. Se quell'epoca -invece corrispondesse alla idea falsa che il signor marchese se n'è -formato — allora sì _le catastrofi di Atene e della Grecia non si -spiegherebbero_, e la storia conterebbe un enigma di più. - - * - * * - -A cert'altre delle sue censure (sulla questione del titolo di _scene_ -mi pare d'essermi spiegato già) permetterà, signor marchese, ch'io -passi sopra. Ella vede bene, noi siamo un po' lontani dall'intenderci. -Ella parte da un concetto dell'epoca sbagliato e vorrebbe che io -adattassi il mio dramma alle sue idee storiche sbagliate. Ella -mi richiama al rispetto della verità storica e vorrebbe che per -accontentarla io commettessi degli anacronismi. Ma per contentar lei, -dovrei disgustare gli intelligenti e i grecisti, come per esempio il -chiarissimo cav. A. Franchetti dell'_Antologia Italiana_ e il signor -Garofalo dell'_Unità Nazionale_, che pur criticandomi in parecchie -cose, mi dichiarano, se non altro, fedele alla storia[135]. Or Ella -certo è troppo discreto per volere ch'io esiti tra l'autorità dei -competenti in materia e la sua. - -Ella mi invita a una discussione seria: ma è il _discutere con lei_ che -è già un affar troppo serio. I suoi giudizi sono di quelli dai quali -un povero autore non sa come difendersi, per il semplice motivo che -sfuggono alla discussione. - -Quand'Ella dice «_uno scambio di madrigali non basta a richiamare alla -mente tutta la greca poesia_» cosa vuole mai ch'io le risponda? Eh mio -Dio, sicuro che non basta; ma la «_greca poesia_» da Omero in giù, -messa in volumi, mi occupa una libreria: ed io credevo di avercene -già messa, per saggio, più del bisogno, tanto più che altrove Ella -mi accusa di non _saper fare che declamazioni_! come si fa dunque a -contentarla! - -Quand'Ella dice che _poche parole di Socrate_ non bastano a riprodurre -tutta la greca filosofia, cosa vuole che io le risponda? Certamente -che la _greca filosofia_ di chiacchiere ne ha fatto assai di più; ma -a mettere nell'_Alcibiade_ tutti i dialoghi di Platone tradotti da -Ruggiero Bonghi, c'era pericolo che il pubblico mi tirasse le panche -sulla scena. - -E poi, chi le dice che Socrate sia lì per quello, e ch'io abbia voluto -riprodurre nell'_Alcibiade_ tutti i sistemi filosofici della Grecia -antica? Sarei stato matto da legare se a questo scopo e a questi lumi -di luna mi fossi messo a scrivere un dramma! Questo suo giudizio è -tanto serio quanto quell'altro che io abbia preteso di _giudicare -col furto di una torta tutta quanta la legislazion di Licurgo_! Ma le -pare! Queste pretese io le lascio a lei, che in due tratti di penna — -e con quegli studj che lei possiede — lì sui due piedi mi sa risolvere -i problemi più complicati della storia! Io mi ero contentato, vede, -trovandomi a Sparta, di buttar là qualche schizzo comico di leggi e di -usanze spartane; certo non tutte, perchè un dramma non è un bollettino -di leggi ed è molto strana — in bocca a lei che rimprovera il mio -dramma di non essere abbastanza _teatrale_! — la pretesa ch'io avessi -a farne anche un trattato enciclopedico di poesia, di filosofia, e di -legislazione! Ma che poi delle usanze di Sparta io non abbia accennato -che una _sola_, la legge famosa sul furto, quest'è una semplice sua -_bugia_ — signor marchese — e niente più: di leggi e di tratti del -costume spartano, per dare un'idea dello ambiente, io ne avrò accennate -— vede — almeno una _trentina_: naturalmente, se Ella avesse qualche -cognizione della materia, li avrebbe subito a volo riconosciuti: ma -non è ancora una ragione per isputar sentenze così a tondo su cose che -si ignorano: e poi la scena di Cinesia (che ella trova _triviale_ e il -Fanfulla trova _mirabile_: oh diversità dei giudizi umani! facciamo il -male in mezzo e mettiamo che non sia nè l'uno nè l'altro) la scena di -Cinesia non è che una parte di quel quadro di costumi: e l'eforo Endio -e il soldato Brasida ci entrano pure per qualche cosa![136] - -Perchè, signor marchese, — se lo lasci dire — ciò che urta i nervi -singolarmente nelle sue critiche è il tòno. _Errare humanum est_, -e tutti possono benissimo commettere degli errori giudicando di un -lavoro d'arte, come io certo nello scriverne, e sarebbe strano che -l'infallibilità fosse privilegio dei critici: ma non tutti buttan là i -loro errori con quel sussiego con cui li butta lei. — Non tutti si dan -l'aria, come lei, di buttar fuori degli oracoli. Dove meno Ella ne sa, -e più Ella ingrossa la voce. Pur dovrebbe conoscere l'adagio: _ne sutor -ultra crepidam_. Veda, per es., perfino quella storiella de' baffi! -Ella non si contenta di dire, sia dritta o storta, la sua; ma impone -addirittura al signor Emanuel di tagliarseli i baffi (povero Emanuel -che ci tien tanto) — e perchè mai? Perchè io, marchese D'Arcais, -1.º e solo — «=posso assicurarlo= _che Alcibiade non li portava_!» -_Posso assicurarlo!_ E perchè Emanuel non si crede ancora abbastanza -_assicurato_ e se li tiene, Ella monta in collera e accusa il signor -Emanuel di mancarle d'obbedienza e di rispetto! Ma perchè mo' invece -di sciupar tempo e fiato in tante _assicurazioni_, non la si piglia in -mano un volume del Winkelmann o dell'Ennio Quirino Visconti, o non la -va — Ella che parla di far la barba ai moderni — non la va in qualche -museo ad istruirsi prima sul modo con cui se la facevano gli antichi? -perchè essendo Ella in tanta intimità con Alcibiade, non è andata -_almeno una volta_ a fargli visita al Campidoglio e al Vaticano? Come!? -Ella impone ad Emanuel in nome di Alcibiade di _radersi i baffi_ e non -si informa prima se il suo amico Alcibiade ne è contento? Ella abita da -un pezzo in Roma, discorre di cose d'arte, e non visita nè il museo del -Vaticano, nè quello del Campidoglio, e ignora che in quest'ultimo ci è -un marmo antico di Alcibiade, e nel primo ce ne sono _tre_ — tutti co' -baffi![137] Ma sa che è grossa — e basta per far perdere la voglia di -credere alle sue _assicurazioni_! mi dirà che non sapeva che quei marmi -fossero Alcibiadi, perchè non c'era sotto il nome, e quello che lo ha, -lo ha scritto in greco, ed ella non è obbligata a capirlo: ma allora -non si discorre di cose greche! - -Ed è Ella che giudica del grado maggiore o minore della erudizione mia! - -Ecco perchè, signor marchese, più sopra dicevo che discutere con lei -è un guajo serio. Ella afferma, trincia, sentenzia con un tono di -autorità, con una sicurezza che sconcerta: e, a non volerle mancare -di rispetto, non si sa da che parte pigliarla. O dovrei occuparmi a -ribattere la sua caritatevole insinuazione, che la buona fortuna fin -qui arrisa all'_Alcibiade_ è dovuta a _ragioni estranee all'arte_, cioè -alla _claque_ de' miei amici politici? O dovrei spiegarle — a lei che -mi onora di giudizi così serii e così pii — spiegarle perchè ho riso -tanto di quell'altra sua notizia faceta, colla quale informa da sè i -suoi lettori, come e qualmente Ella è un critico _imparziale_, che non -fa in arte della politica di partito? _Excusatio non petita_, ecc. - -Ma queste son cose che si.... ammirano e non si commentano. — Passiamo -oltre, passiamo oltre. - - * - * * - -Poichè la via lunga ne sospinge — ed ho ancora a difendere da parecchi -capi d'accusa il mio povero protagonista. Il quale in vita sua ha -viaggiato molto: ma si è trovato che nel mio dramma non ha viaggiato -abbastanza. Uno si lamentò per non averlo visto ad Atene, nel ritorno; -un altro voleva vederlo anche a Samo: un altro anche a Sardi, alla -corte di Farnabazo, e così via, in questa o quest'altra circostanza -omessa della sua vita. - -Rispondo: il carattere di Alcibiade è così complesso, presenta un -tal numero di lati, che a volerli ritrarre, almeno _tutti i più -essenziali_, — nei limiti di un dramma e della _ragion drammatica_ — -bisognava procedere con _economia_. — Perciò, _scegliere_ tra le fasi -della vita dell'uomo; seguir sì dal principio alla fine le passioni -dominanti e costanti, ma nel loro mutar delle forme per certi tratti -del carattere contentarsi di un incidente solo, di una scena sola; -evitar le fasi, le scene in cui si ripetesse su per giù lo stesso -lato morale; affinchè dalla varietà degradante nelle tinte principali, -uscisse più vivo il contrasto, più completa la fisionomia. - -Nel caso concreto, il quadro del ritorno ad Atene, era stato -fatto[138]; ma dovendo pur sopprimerne per la scena qualcuno, ho -soppresso questo: Alcibiade il glorioso, il beniamino del popolo e -maneggiatore delle sue passioni, è già comparso nell'atto secondo. - -A Samo poi non l'ho seguito; perchè Alcibiade, il patriota generoso che -pensa a salvare, a dispetto degli ingrati e dei malvagi, la sua città, -lo ritroveremo più tardi in faccia ai capitani in Egospotamo. - -È vero che questo mi tirerà addosso un altro guajo. Un critico sapiente -di un foglio milanese, e il signor Roberto Stuart del _Daily News_, -si scandalizzeranno di veder un Alcibiade che prega[139]. Neh, che -scandalo! Questi signori critici si son fatti degli eroi a modo loro -— tutti d'un pezzo, come nella tragedia antica — e con un orgoglio di -fabbrica loro speciale. Uno poi di quei signori avendo sentito dire -per combinazione[140], che c'era stato al mondo un certo signor _Ajace -Oileo_ così fiero e superbo, ch'era morto sfidando gli Dei, voleva -ch'io facessi fuori del mio Alcibiade un altro Ajace. Ma Alcibiade era -un eroe più _umano_. Il suo orgoglio era altissimo — ma non orgoglio -zotico, brutale: orgoglio d'un uomo rotto ai casi della vita, che -ha la forza di adattarsi agli eventi per lottare contro di loro, che -ha l'anima capace di alti sentimenti e aperta alle grandi passioni. -La superbia insomma di tutti i grandi uomini della storia, buoni -e cattivi, sia che si lascin battere, come il superbo Temistocle, -pensando alla salute della patria, sia che _servano_ come il Corso -fatale _pensando al regno_. Ed è perciò forse che Shakespeare — il -quale del cuore umano ne sapeva un po' più di quei critici e di me -insieme — costrinse alla preghiera fin Coriolano, che fu un uomo di una -superbia ben più feroce e più intrattabile dell'Ateniese. - -Che cosa vuol dir mai non pensarla allo stesso modo! Quei signori -critici trovano che un Alcibiade che _prega_ è un Alcibiade -_rimpicciolito_: ed io invece gli faccio dire da Timandra: _Prega -Alcibiade, e sarai più grande!_ Quei signori — basati sulle loro -_profonde_ ricerche — accusano me di aver _alterato_ con quelle -preghiere il carattere di Alcibiade; ed io — basato sui miei studi -incompleti — affermo che questa accusa è la prova più _palmare_ che -quei signori non solo mancano di criterio drammatico, ma non sanno nè -dove il carattere di Alcibiade stia di casa, nè _chi_ egli sia stato. — -E il bello è che uno di quei signori critici, con una _intuizione così -acuta_ dei grandi caratteri storici, aveva avuto la faccia franca di -mettersi a compilare un libro sui caratteri: per fortuna l'han fermato -sul principio. - -Nel fatto concreto poi, non solo la scena ha un fondamento storico -— prego quei critici che, vedo, non lo sanno, a legger Plutarco[141] -ed informarsene — ma a me era parso (spiego il mio concetto soltanto -— e potrà ben darsi che la povertà delle mie forze lo abbia tradito) -che lì fosse uno dei lati _essenziali_ del carattere di Alcibiade, -senza il quale la sua figura sarebbe rimasta addirittura affatto -incompleta, e quindi non vera. — Migliorato dall'amore e dalla sventura -il fondo dell'uomo[142], anco il suo orgoglio ha migliorato le forme; -è una nuova faccia di questo suo orgoglio che si palesa; è un'altra -grandezza morale — a lui nuova — che amaramente lo tenta. Alcibiade -prega, ma, com'egli ha cura di rammentarlo ai duci, solo =perchè= _è -per Atene ch'egli prega_; perchè sente che questo motivo è il solo -che gli dà ancora nella sua sventura una _superiorità morale_ sui -duci competitori; perchè Timandra è là, testimone affettuosa della -sua eroica abnegazione. — Lo sforzo ch'egli fa sopra sè medesimo, è -esso stesso l'elemento drammatico della scena; che se, tornate vane le -preghiere, la fierezza antica d'Alcibiade rompe le barriere e prorompe, -egli è che — per le nature che non son di santi — tutte le prove morali -hanno i loro limiti. - -Ora, tornando a quella tal ragione dell'economia che dicevo, è -verissimo che il mio protagonista non l'ho neppur seguito — come altri -volevano — in Persia, tra le effeminatezze del fasto asiatico. Egli è -che l'Alcibiade effeminato, dedito al lusso, al fasto e alle mollezze, -era già apparso ad Atene; e se il figliuol di Clinia in Persia, per -tornare quel d'una volta non dovette far molta fatica, — in teatro, il -ritoccar le stesse corde avrebbe potuto produrre molta noia. - -E sempre per la stessa ragione — e per un'altra ancora — visto che -la coscienza del mio protagonista era già non troppo pulita — l'ho -alleggerita della distrazione commessa a Sparta colla moglie del re -Agide, la bella Timea. Di che, grande scalpore del signor Garofalo -nell'_Unità Nazionale_ e del signor Z. nella _Gazzetta Livornese_. -L'uno, il pudico signor Z., in nome della _moralità_, che mi accusa di -aver offeso coi discorsi di Cinesia, voleva ch'io mostrassi «_un'altra -donna accesa di amorosa passione_» e Alcibiade occupato a soffiar la -moglie a quel povero diavolo di re: l'altro, il dottissimo signor -Garofalo mi assicura che per i contrasti e per il dramma quella -seduzioncella proprio ci voleva, come le stacchette di garofano nel -ragù. Ebbene, di _donne accese di amorosa passione_ per quella buona -lana del figliuolo di Clinia, io credeva di averne già mostrato un -numero sufficiente in Aspasia, in Eufrosine, in Glicera ed in Timandra; -e del talento del mio uomo nel condur l'acqua delle donne al suo -mulino, avendo egli già dato qualche saggio, non mi pareva necessario -di fargli ritentar la prova, a meno di rubar a Ovidio il mestiere -e di ridurre tutto il dramma ad un trattato teorico e pratico sulla -materia. Invece a Sparta c'era qualche _altro lato_ del suo carattere -_non ancora sviluppato_ e che secondo me meritava di esserlo: e siccome -appunto pensavo a fare un _dramma_ e non delle _scene sconnesse_ — così -mi premeva continuar l'azione di Timandra — e dopo aver visto Alcibiade -scherzante cogli amori da burla, metterlo alle prese, nelle lotte della -vita, con un amor vero. - -Sono contenti quei signori? Se no, me ne rincresce tanto: ma l'autore -drammatico, quando mette un grand'uomo in iscena, ha qualche cos'altro -a fare che non pigliar le situazioni della sua vita e metterle in fila -una dietro l'altra: scimunitaggini queste dei critici da un soldo -la dozzina. L'autor drammatico alla storia non può sagrificare il -_dramma_; ed Ella in ispecie, signor Garofalo, che di storia ne sa — la -storia me la insegni pure — ma il dramma me lo lasci fare a modo mio. — -Veda: tutti mi rimproverano di aver fatto il dramma troppo lungo: lor -signori sono i primi a farmene un torto: e poi se dovessi dar retta a -loro, e aggiungere tutto quel che loro vogliono, dieci volumi in quarto -non basterebbero. — Questo si chiama metter gli autori in croce, e -prova che il criticare è una cosa, e il fare è un'altra. - - * - * * - -Ma e allora, se ci tenevi tanto a evitar le ripetizioni, perchè quella -scena dell'atto sesto che riproduce in parte la situazione del quarto? -Perchè è una fase nuova e diversa del tipo di Alcibiade che volevo -porre in luce e la cui diversità non poteva balzar fuori che dal -confronto e dall'_analogia_ delle situazioni. Nel quarto atto Alcibiade -a cui le calunnie e l'ingratitudine sbarrano il sentiero della gloria, -_si vendica_; nel sesto, Alcibiade, in cui il bisogno della gloria è -soddisfatto, attaccato dalla calunnia e dall'ingratitudine, _perdona_. - - «_Alcib_..... No, per i Numi! gli oboli della paga ai giudici che - devono sentenziar di Alcibiade, non son coniati ancora. - - _Timandra_ (_inquieta_, _supplichevole_) Alcibiade, ricordati di - Catania! - - _Alcib_. Oh rassicurati! La ingratitudine e la invidia mi ritrovano - oggi ben più forte di allora. Allora era la fama che mi rubavano; - oggi è di questa che mi fanno una colpa. Allora mi toglievano - un nome: oggi non possono togliermi più che il comando.... o la - vita anche: perchè oggi, se anche morissi, ricorderebbe il mondo - che c'è stato un Alcibiade. Tu vedi che mi basta — e non ho più - bisogno di una colpa per vendicarmi.» - - * - * * - -E non bastan le accuse. Gran cosa l'amor della storia! Per amore della -storia un critico veneto, avendo letto che Alcibiade mangiava l'_erre_ -e incespicava nel parlare, mi biasimò di non aver fatto Alcibiade anche -balbuziente! E per amor della storia, invece, un altro critico, quel -della _Stampa_, si lamentò che io non avessi snodato abbastanza al -mio eroe lo scilinguagnolo! Perchè l'eloquenza politica di Alcibiade -— secondo lui — non l'ho che abbozzata appena nel secondo atto: egli -voleva invece dei bei discorsi alla Pasquale Stanislao Mancini: ma -se l'aggiusti dunque con Cicerone che afferma caratteristica della -eloquenza politica di Alcibiade la brevità concettosa spinta quasi -fino all'oscurità[143]; se l'aggiusti col signor D'Arcais il quale mi -rimprovera di averne, di discorsi, fatti troppi! Oh, la storia di quel -tale che conduceva l'asino al mercato! - - * - * * - -Cimoto, il buon Cimoto, ha diviso col suo padrone anche la sorte dei -giudizj: a cominciar dal critico egregio del _Diritto_, che ha trovato -da ridir sul suo mestiere. Il critico del _Diritto_ voleva trovar nel -_parassito_ l'antica professione di questo nome[144]. Ma come già da -un pezzo il vocabolo avesse mutato fortuna — e ai tempi di Alcibiade -significasse un'altra casta — progenitrice rispettabile de' parassiti -de' nostri dì — il critico egregio potrà chiarirsene leggendo il libro -VI di Ateneo. - -Eccogli intanto, se vuole, la metamorfosi spiegata da un parassita in -persona, in una commedia di Diodoro da Sinope: - - «La mia professione è sempre stata gloriosa ed onesta. La nostra - città che rende grandi onori ad Ercole, fa sagrificj in tutti i - borghi, dando a questo Dio dei parassiti, scelti fra i primissimi - della città, per queste cerimonie sacre. In seguito di tempo, - alcuni cittadini agiati, volendo imitare ciò che facevasi per - Ercole, si impegnarono a prendere un numero di parassiti per - mantenerli; ma non scelsero già persone veramente ammodo: presero - invece adulatori sempre pronti a colmarli di elogi: di modo che se - il padrone loro rutta sul naso dopo aver mangiato del rafano o del - pesce stantìo, essi lo complimentano per le rose e le violette con - cui ha pranzato. O p....... egli vicino all'uno all'altro? quegli - gira il naso fiutando qua e là, e domanda: Dove prendi tu questo - profumo squisito? — È così che i parassiti hanno fatto di ciò che - era onesto e rispettato una professione ignobile qual è oggi.»[145] - -E' all'inclita categoria di questi parassiti del nuovo stampo che -appartiene il _Filippo_ del _Simposio_ Senofonteo: e su questo prodotto -caratteristico della corruzione ateniese dallo scorcio del V secolo -in giù, chi brami saperne più in là delle storielle di Ateneo, può -divertirsi colle _Lettere_ di Alcifrone e con parecchi degli scritti -del Samosatense. - - * - * * - -Ma ammessa la patente del suo mestiere, il povero Cimoto non è ancora -fuor de' guaj. L'essere diventato da mariuolo un galantuomo non pare, -per i tempi che corrono, una cosa lecita ed onesta. In ogni modo, il -signor D'Arcais dell'_Opinione_ e il signor Stuart del _Daily News_, -e un altro critico o due, non la intendono: peccato che, in fuor di -loro, critici e publici l'hanno intesa tutti: e non è parsa strana -a nessuno. — Infatti è impossibile che un vero birbante diventi mai -arnese da Paradiso: com'è vero che un'indole non cattiva nel fondo, ma -solo corrotta dall'ambiente e dalle circostanze della vita, può sperar -sempre di aspirare un dì o l'altro al premio Monthyon. Il qual assioma -morale non l'ho già scoperto io: credo l'abbia scritto il marchese di -Lapalisse sopra i boccali di Montelupo. - - «Ma questa conversione doveva essere in qualche modo _preparata_ - da uno studio psicologico che il Cavallotti non ha fatto, e che, - _siamo giusti, non poteva fare, senza darci un dramma anzichè delle - scene_.» - -Ebbene io affermo, signor marchese, che l'idea di Cimoto di far la -fine del quarto di agnello — idea che nè a lei nè a me (per conto -mio) verrebbe in mente — è così stramba, così curiosa, che se la -_conversione_ di Cimoto non fosse stata — come lei dice — _preparata_, -avrebbe fatto scoppiar dalle risa _qualunque pubblico_ di questo mondo. -Perchè certe _sgrammaticature_ psicologiche nessun pubblico le passa -— laddove un critico, sia pur lei o il signor Stuart, può benissimo -avere sbagliato, senza accorgersene, i suoi studj di psicologia. Che se -nessun pubblico ride dell'arrosto dell'ultimo atto — bisogna che una -ragione ci sia. Una ragione potrebbe esser questa, che il pubblico ha -già assistito da un pezzo al risvegliarsi progressivo della coscienza -morale in Cimoto: questa coscienza è già viva, sebben latente, sin -dal primo atto, quando Cimoto confessa a sè medesimo con rimorso la -disonestà dell'azione commessa: traluce nel secondo, nel terzo e nel -quarto, quando Cimoto attacca i nemici di Alcibiade, e si affeziona -a lui e lo segue; è venuta crescendo, ed è vivissima nel quinto, dove -il parassita si rammarica e si impietosisce sulle disgrazie di Atene, -ama davvero il suo padrone e pur lo rimprovera del suo tradimento, -gli rinfaccia i caduti per colpa sua, lo richiama al sentimento del -suo dovere, accorre giojoso ad associarsi alla vittoria riportata -dallo affetto di Timandra. E questa coscienza è già fatta abnegazione -affettuosa e virtù di sagrifizio nell'atto sesto, quando Cimoto, -accortosi della disgrazia di Alcibiade che sta per fuggire, si affaccia -a domandargli di dividere la sorte con lui nello esilio e nella -sventura. Sicchè la progressione[146], nel settimo, non lascia ormai -più posto che al sagrifizio, senza di che essa sarebbe stata affatto -inutile; e il parassita vi reclama come titolo al sagrifizio quello che -fu il suo titolo di disonore. Così l'avevano intesa tutti i publici e -quasi tutti i critici[147]; così l'aveva intesa l'autore, quando tentò -di rappresentare in quel carattere la influenza rigeneratrice che sulle -piccole nature esercita il contatto delle grandi. Ma per avvertir la -progressione, bisognava nientemeno che star a sentire il dramma: e, -_siamo giusti_, il signor D'Arcais non aveva tempo di starlo a sentire, -dovendo scrivere le dodici colonne dell'appendice del giorno dopo. - - * - * * - -Socrate fu più fortunato di Cimoto: anzi gli han preso a voler tanto -bene, che certuni gli han fatto un carico di parlar troppo poco e di -scomparir troppo presto. È vero che nel dramma completo Socrate fa -un'altra breve apparizione: prego però quei signori a riflettere che se -avessi voluto farlo parlare di più, allora avrei scritto un _Socrate_ -e non un =Alcibiade=. Perchè a me la figura del grande filosofo era -parsa una di quelle che, dove entrano, hanno diritto a pigliarsi per sè -sole tutto il posto che trovano: e se questo non si può o non si vuol -fare, allora le esigenze del protagonismo insegnano a non mostrarle -che disegnate di _profilo_, nello sfondo, quasi appartate dal resto -dell'azione, perchè non restino impicciolite dal frammischiarsi a -questa, come figure secondarie, e di lontano conservino nella mente -dello spettatore la grandezza ideale dei contorni. E questo m'ero messo -in mente, volta che della figura di Socrate, in un quadro drammatico di -Alcibiade e della sua età, non si potea far a meno: e al grande maestro -bisognava pur fare la sua parte nelle lotte morali del carattere -di Alcibiade, e premea chiarir da principio la posizione delle -etére[148] rispetto al mondo intellettuale di Atene. Certo, se è libero -all'artista di non isbozzare che un profilo, s'intende però sempre -che il profilo ha l'obbligo di essere fedele al vero: che quello di -Socrate il fosse, la maggior parte de' critici me ne avea dato lusinga -fin qui: toccava a quel profondo filosofo che è il signor Stuart il -disingannarmi! - -— Ecco, io avevo detto fra me; bisognerà che m'ingegni di far parlare -Socrate colle sue idee e col suo metodo divenuto proverbiale; accennerò -di volo il lato _poetico_ e il lato _pratico_ della sua dottrina, -secondo la tradizione de' maggiori fra' suoi discepoli; e quanto al -primo, qual poema più bello del _Fedro_? e quanto all'ultimo, poichè -non posso occuparmene che _nei riguardi del dramma_, e il dramma -è _Alcibiade_ — quale imagine più vera, più bella, più completa -dell'azione morale del gran maestro sul suo vizioso discepolo, di -quella che Platone ci presenta nel _Primo Alcibiade_ e nel _Convito_? -Quale sintesi più fina di questa parte nobile, moralizzante della -filosofia socratica, di quel breve dialogo nel III dei _Memorabili_ di -Senofonte, che riproduce l'identico concetto del _Primo Alcibiade_ e -mostra Socrate intento a reprimere la baldanza prosuntuosa di Carmide? -Piglierò l'idea cardinale di que' dialoghi, me ne servirò per l'azione -del dramma, ossia per la spedizione di Sicilia; accomoderò ai limiti -e alle esigenze della scena le lungaggini del dialogare socratico, pur -conservandone la fisionomia; presenterò così in iscorcio i rapporti fra -Alcibiade e il suo maestro; e in bocca al grande vecchio, là in mezzo -allo ambiente depravato che lo circonda, farò suonare la santa sdegnosa -protesta della virtù. — - -Non l'avessi fatto! Ecco il sapiente sig. Stuart — che dei dialoghi -platonici non ha neppure la nozione più lontana — il quale mi incolpa -di non aver fatto entrare nel carattere di Socrate i suoi rapporti con -Platone, col vecchio Critone, coll'ambizioso Crizio (voleva dir Crizia) -e la condanna a morte e la cicuta — e perfino (ah questa poi non -l'avrei mai indovinata) le sue relazioni col «matto Apollodoro» e collo -«scettico Pirro» (voleva dire Pirrone), il quale, poveretto,.... ebbe -la disgrazia di nascere un po' troppo tardi dopo che Socrate era già -morto, per poterlo conoscere! - -Ecco qua un altro critico che conta nel dialogo di Socrate i punti -interrogativi e mi dice che quello non è il suo metodo, perchè non -l'ho scritto come un catechismo, tutto a domande e risposte! Ma se -quel critico volesse ascoltar meglio, s'accorgerebbe che il dialogo -procede precisamente tutto per interrogazioni, fino a che Socrate non -ha costretto l'avversario a scoprirsi; e se non tutte le interrogazioni -finiscono _materialmente_ col punto interrogativo, egli è che l'indole -del dialogo socratico consiste in ben altro; e molte domande son fatte -nella forma _suggestiva_, caratteristica della socratica ironia. - -Ma ecco appunto qui il peggio; Socrate, proseguendo quella forma -ironica, finge di dar ragione alle risposte del suo discepolo, per -meglio ridurlo nelle strette, ed attaccarlo poi. Ebbene, capita un -critico che mi piglia quella finzione sul serio, e mi biasima di aver -fatto che Socrate «_finisca col ceder così debolmente accettando ad -occhi chiusi i progetti ambiziosi del suo discepolo!_» — Ma se ve -lo dico io, caro Yorick, che è meglio fare il lustrascarpe che non -l'autore drammatico! - - * - * * - -Ed anche Glicera — (ah pallido, romantico Yorick, che Glicera stupenda, -se vedeste, la signora Giulia Zoppetti!) anche alla povera Glicera è -toccata la sua. Ma vi pare? Una _etera_, una _grisette_ di quei tempi, -essere così ingenua, così sentimentale, così virtuosa, così ignorante -di certe cose che dovrebbero sapere fin le donne oneste, e farsi menare -a quel modo per il naso! Un critico di Trieste[149] non l'ha voluta -mandar giù. - -Eppure mi facevan credere gli storici e i comici che di queste ingenue -allieve Aspasia ne crescesse e ne istruisse parecchie in casa sua: -eppure doveva essere tanto carina quella ragazza ricordata in Antifane: - - «Avea costui per vicina una giovane cittadina: appena la vide che - la fece sua amante: cosa tanto più facile ch'ella non aveva nè - tutori nè parenti: era una ragazza dalle inclinazioni più virtuose, - oneste, d'aurei costumi: insomma quel che può dirsi veramente una - _meretrice_ (ἑταίρα), diversa da altre che disonorano un nome così - bello.»[150] - -Ed era una _grisette_ di buoni costumi e niente più scaltra della mia -Glicera la bellissima Pizia di Aristeneto: - - «Benchè ella sia etera di condizione, pure conserva la nativa - ingenua semplicità e l'indole irreprensibile e i costumi assai - migliori della di lei condizione: nulla tanto mi fece innamorare di - lei quanto la sua innocenza!»[151] - -E non era un portento di astuzia femminile neppur la piccola etera -Filemazio che a' suoi galanti scriveva: - - «Voi credete di facilmente ingannarmi, perchè sono una fanciulla - senza alcuna esperienza di amore, non ancora iniziata ai misteri di - Venere; e potermi accalappiare più facilmente che non possa il lupo - una agnellina dormente.»[152] - -È persuaso quell'egregio critico che c'erano a que' tempi delle _etere_ -anche più ingenue di qualche ragazza da collegio dei nostri giorni? - -Me ne appello a voi Yorick, ed invoco in appoggio, sulla materia, la -vostra sapiente autorità. - - * - * * - -Glicera mi richiama a Timandra. Imitazione di _Atte_![153] Nego. Il -mio amico Cossa, nel suo impareggiabile _Nerone_, ha pensato, per le -sue buone ragioni, ad una cosa, ed io ho pensato ad un'altra: perchè -la diversità dei protagonisti riflette una luce diversa sui loro amori. -La passione di _Atte_ è essenzialmente una passione fisica: perchè, se -nol fosse, una donna che sente e pensa come Atte non potrebbe amar un -uomo che pensa e sente come Nerone. La passione di Timandra si scalda -ad altre fiamme che a quelle sole della Venere sensuale. L'amor di Atte -e di Nerone è quello di due nature _opposte_, che non hanno niente di -comune, nessuna corda unisona, nessun punto di contatto fra loro, unite -da una specie di fatalità che è più forte di loro: quello di Timandra -e di Alcibiade è l'incontro di due anime sorelle, che han molte corde -comuni, che si sentono affini nella energia della tempra e nello -istinto del piacere, nello amore del bello e della gloria; di due anime -fatte per intendersi, naturalmente chiamate una verso l'altra, e che -perciò, al loro primo incontrarsi nella vita, subito si ravvisano e si -riconoscono. È il riconoscimento istantaneo delle anime, descritto da -Socrate nell'Atto Primo. Atte _si impone_ a Nerone, dal quale la separa -un'abisso morale, colla ferrea energia che all'altro manca; gli parla -un linguaggio che l'altro non può, non deve intendere; e Nerone subisce -riluttante il suo fascino[154]; — Timandra _si insinua_ in un carattere -che è energico quanto il suo; tocca una dopo l'altra in lui delle corde -di cui ella conosce e l'altro sente, suo malgrado, l'efficacia; e anche -quando ella investe Alcibiade più irruente e più severa, l'armonia -segreta di quelle due anime non cessa un istante solo. Degli attacchi -di Atte, Nerone, sempre conseguente a sè, si annoja o si impaurisce; -dinanzi agli attacchi di Timandra, Alcibiade quando va in collera si -giustifica, e quando non vuol rispondere si commuove. - - * - * * - -Ma io ho un bel ricorrere a Socrate; quella teoria del _riconoscimento_ -subitaneo delle anime, o, per così dire, degli innamoramenti _a colpo -di sole_, i critici posati e flemmatici non me l'accettan per buona: e -fra le categorie della specie non me la ammettono. - - «L'amore di Timandra ad Alcibiade è posticcio: non ha causa - apparente nel dramma: viene non si sa da dove, nasce lì per lì, non - si sa come»[155]. - -Nego. E ho spiegato or dianzi perchè nego. Mostrare al critico poi, -nella ragione psicologica dei due caratteri e nella ragione intima -del dramma, la causa di quell'amore dov'è; e il perchè quell'amore, -a differenza degli altri, l'ho fatto nascere a quel modo, e il _come_ -di quella fiamma che s'accende istantanea al primo contatto delle due -nature — mi porterebbe a discutere col critico sopra le leggi del cuore -umano, per sentirmi rispondere che egli non le intende a modo mio. -Questione di gusti! risparmio la fatica e me ne appello a Stendhal e -alla sua _Fisiologia dell'amore_. E se Stendhal non basta — oh allora -poi — me ne appello alle donne. - - * - * * - -Un altro critico egregio piglia la cosa in altro modo. «_O non era -assai più naturale dare a Timandra nel primo quadro la parte commessa -a Glicera, e farla poi ricomparire nel terzo a ricevere il premio del -suo affetto gentile?_» E subito un terzo: _Sicuro! Sicuro! Glicera e -Timandra non son che un duplicato_[156]. - -Sicuro un bel niente! Perchè sono due tipi affatto diversi, messi lì -appunto a porre in luce due faccie diverse dell'anima del protagonista. -Perchè la innocente e ingenua Glicera, _quale mi occorreva_ nel -primo atto, non era mai la donna che potesse esercitare la menoma -influenza sul carattere di Alcibiade, a meno di cessar di essere -un carattere _vero_, e di diventare il solito _angiolo del bene_, -rubando il mestiere alla _Alice_ del _Roberto il Diavolo_; viceversa -poi, la donna capace di esercitare un fascino e un dominio sull'animo -del _Don Giovanni_ ateniese, _non poteva_ mai essere la vittima -delle sue gherminelle dell'atto primo. Perchè infine, quel fascino, -quell'influenza, è il risultato di una armonia morale fra Timandra -ed Alcibiade, che appunto manca tra i caratteri di Alcibiade e di -Glicera; di un'armonia che permette a Timandra di leggere subito nel -fondo dell'anima dello eroe, di indovinarvi i più nascosti pensieri e -impadronirvisi delle più segrete emozioni, mentre la povera Glicera -ne sa tanto del suo seduttore, da restar presa lì subito, come un -pesciolino all'amo, al sentimentalismo delle sue bugie. - - * - * * - -Ora se permettete, Yorick — intanto che il signor marchese D'Arcais -è andato a prendermi i volumi della _greca filosofia_ da incastrar -nell'_Alcibiade_ — per ingannare il tempo finirò qui col signor Roberto -Stuart il discorso più sopra incominciato. - -E non la si inquieti, signor Stuart, che sarò corto. Già veramente sul -suo _erudito_ opuscolo intorno al mio _Alcibiade_[157] io potrei porre -una piccola question _pregiudiziale_. - -Ella _opina_ che la _censura deve aver mutilato in gran parte_ il mio -dramma; lo opina perchè l'_Alcibiade_ secondo lei «=doveva= _essere -un mezzo per isvelare delle opinioni politiche_» e perchè le _tirate_ -che ci si _poteano_ far sopra non essendovi, è _impossibile_ — proprio -_impossibile_ — _che la loro assenza non sia effetto delle forbici -governative_; e dal momento che le _mie idee personali_ la censura _me -le aveva soppresse_, non c'era più ragione di pubblicare il lavoro, ed -anzi era meglio non farlo, perchè prova soltanto che gli _adulatori del -popolo (ch'a son peui mi) sono i primi a conoscere i loro polli_, — e -via via dicendo con tante altre amenità di questo stampo. - -Ebbene, signor Stuart, ciò ch'ella _opina_ è un'opinione storta, perchè -la censura nel mio dramma non ci ha messo becco, e il solo taglio che -vi si trovi è quel tale della coda che lei sa. Ma io invece _opino_ -e sostengo e mantengo, che quando in una critica d'arte _si opinano_ -di queste cose; quando si ha tanta _intuizione_ nello interpretar gli -intenti di un autore, e intorno al dramma storico si possiedono di -quelle idee, e non si capisce nè il come nè il perchè io non abbia -scelto l'occasione dell'_Alcibiade_ per fare il mio manifesto ai miei -elettori di Corteolona e Belgiojoso; quando in una critica artistica si -dicono queste sorti di banalità, — coll'aggiunta di tutte quell'altre -sul collare dell'_Annunziata_, e sugli zuavi pontificj e sui preti del -Vaticano, ecc.[158] — fior di roba greca come si vede — si può essere -senz'altro ad occhi chiusi rifiutati come giudici in cose d'arte, -perchè ciò dimostra, non dirò l'incompetenza, ma la più completa -(non se n'abbia male, sa!), la più fenomenale assenza del _criterio -artistico_. E quando son queste le idee nuove ed elevate e profonde -ch'Ella reca nel campo dell'arte, ah, per Dio, io posso ben consolarmi -ch'Ella non abbia trovato nel mio dramma _nè un solo pensiero nuovo -nè un solo concetto ardito_: vorrei ben vedercelo io quel concetto che -_a lei_ potesse parer bello o parer nuovo, per conciarlo subito colle -forbici come si deve! - -Ma ha Ella fatto almeno una critica storica? da quell'erudito inglese -che Ella è, scorgendo che il mio dramma non è riuscito per mancanza di -studî — (già noi Italiani siam molto indietro su queste cose) — Ella -ha la bontà di venire in soccorso alla mia ignoranza e di indicarmi -le fonti dalle quali avrei potuto ricavare qualche maggior lume per -l'opera mia! - -Ella _mi informa_ che avrei potuto raccogliere le notizie dalla storia -di Tucidide, dalle commedie di Aristofane, dai dialoghi di Platone, -_dalla memorabilia_ — sic — (_I Memorabili_, vuol dire?) di Senofonte, -dal _Pericle ed Aspasia di Laudor_ e dal _Caricle the Beker_[159]. - -Ed è qui tutto? Ahimè, signor Stuart, pur troppo mi son digeriti — -lo sa il mio stomaco — alcune altre dozzine di volumi ancora; e pur -troppo, se la sua erudizione non va niente più in là di quei volumi, -ho paura che Ella non abbia che una cognizione _molto_ incompleta del -mondo greco. Ma viceversa poi ho un terribile sospetto.... che quei -pochi libri che Ella mi indica, Ella..... non li abbia letti neppur -quelli! - -Ne vuole una _prova_? - -Apro il suo opuscolo e ne piglio a caso una pagina; e la trovo tanto -_bella_, tanto _saporita_, che la riferisco per paura di guastarla, e -perchè è una pagina che, l'assicuro io, _farà epoca_ nel mondo erudito. - -È di Tucidide — uno di quei della sua lista — che Ella parla. Attenti -tutti! - - «Noi abbiamo troppo l'abitudine di contemplare la storia a traverso - lenti moderne. _La spedizione di Sicilia_, _per esempio_, fu un - grand'affare per Atene. Ma il genere comune dei combattimenti, - per il numero dei combattenti e per i _risultati ottenuti_, erano - _molto al disotto_ di quelli annunciatici da 18 mesi a questa parte - nella lotta dei carlisti. - - «Imaginarsi una cronaca non interrotta che ci narrasse come il - sindaco e le truppe di Albano avessero marciato contro il sindaco - e le truppe di Frascati: che una lotta importante fosse sorta e - che _quattro_ abitanti di Albano fossero rimasti feriti ed _uno_ - prigioniero. - - «Un combattimento più importante gli succede. Le truppe di Tivoli - si combattono con quelle di Subiaco, quei di Subiaco _lasciano un - uomo_ sul campo. - - «_E di questo genere, senza troppo esagerare, sono i combattimenti - narrati da Tucidide._» - -Ma, o... eruditissimo signor Stuart, a chi crede Ella di venire a -contare in Italia queste fandonie? - -Il primo venuto che abbia letto Tucidide più in là del cartone le -sa dire che quasi _tutti_ i combattimenti di Tucidide eguagliano -per numero di morti (se si tratta solo di una ventina di morti e un -centinaio di feriti, Tucidide non li tratta che da scaramuccie) i -grossi combattimenti dei tempi nostri, e parecchi presentano tali cifre -di rimasti sul campo, quali appena le danno le nostre battaglie! - -Perchè veda, Tucidide (lasci un po' adesso che la informi io) — il -quale è l'autore di una _Storia della guerra del Peloponneso_ in otto -libri, ed è con Senofonte il più esatto e scrupoloso degli storici -greci — Tucidide di solito non conta che i _morti_, e quando li conta; -e lascia a lei la cura di istituire _poi in proporzione_ (ch'è in media -generale quella del triplo) il calcolo dei feriti. - -Apra dunque Tucidide e veda per es. che al combattimento di Potidea -(I. 63) i Potideali perdono _300 morti_, e gli Ateniesi _150_, totale -450 di _soli_ morti, senza contare i feriti; che a quello di Spartolo -in Epitracia (II. 79), gli Ateniesi sconfitti dai Calcidesi, perdono -430 morti oltre tutti i capitani; e i feriti Ateniesi e le perdite dei -Calcidesi son da aggiungersi al conto; che a quello di Egitio (III. -98) contro gli Etoli, dei soli Ateniesi sconfitti restan morti sul -campo _centoventi opliti_ — e lo stesso Procle uno dei capitani — senza -contare i loro alleati _dei quali molti morirono_ — e che dovettero -essere assai di più! - -Alle battaglie navali sulle coste dell'Acarnania, (II. 84, 92), i -Peloponnesj sconfitti da Formione perdono nella prima dodici navi, -nella seconda sei con tutti gli equipaggi,[160] su cui gli Ateniesi -fanno man bassa. - -A Milazzo in Sicilia (all'epoca delle prime spedizioni) in una -scaramuccia gli Ateniesi attaccano due coorti di Messeni (III. 90) e ne -fanno _strage_. - -Al combattimento di Olpe (III. 107 e seg.), i Peloponnesj ed -Ambracioti, sconfitti dagli Ateniesi di Demostene, perdono _300_ morti; -senza contar la strage successiva degli Ambracioti, che assaliti nelle -gole di Idomene lasciano oltre _un migliaio_ di morti! (III. 113). - -Alla battaglia di Delio (ch'ella, signor Smith mi confonde con Delo!) -_ventimila Beoti_ comandati da Pagonda combattono contro gli ottomila -Ateniesi di Ippocrate; vi restan _morti_ dei Beoti =cinquecento=; degli -sconfitti Ateniesi _mille_ fra cui il capitano Ippocrate, _oltre ad una -quantità di fanti leggieri e di saccardi_ (IV. 101) dei quali il numero -dovette _uguagliar per lo meno_ quello degli opliti: e ancora i feriti, -come sempre, non entrano nel conto! - -Alla battaglia di Novara non ne son morti tanti! - -Al combattimento di Anfipoli _che fu_, scrive Tucidide, _non -un'ordinata battaglia, ma un semplice scontro improvviso_, (V. 11) gli -Ateniesi sconfitti lasciano _seicento morti_, compresovi il comandante -Cleone; i Lacedemoni vincitori, sette morti, compresovi il fortissimo -Brasida. - -Alla battaglia di Mantinea (V. 74), degli Ateniesi _muojono duecento_, -compresi i due capitani; dei loro confederati _novecento_; dei -Lacedemoni vincitori _trecento_. Totale _millequattrocento morti_ — -senza il resto! - -Il numero circa, se non erro, dei morti nostri alla battaglia di San -Martino! - -Nella fazione di Mileto, gli Argivi, sconfitti dai Milesj, perdono essi -soli _trecento_ morti (VIII. 25) - -Al combattimento navale di Eretria (VIII. 95) gli Ateniesi perdono -_ventidue_ navi, sui cui equipaggi i Lacedemoni fanno man bassa. - -Alla battaglia navale di Abido (VIII. 106) gli Ateniesi vincitori -perdono quindici navi; i Peloponnesi sconfitti oltre a venti. - - * - * * - -Quanto poi a quella _spedizion di Sicilia_, — che Ella chiama -compassionandola un _grand'affare per que' tempi_, ma non sarebbe, -secondo lei, ai tempi nostri, che una bazzecola da ragazzi — oh, -vediamola un po' questa bazzecola! Atene si contenta di spedire -in Sicilia, da principio — con Alcibiade, Nicia e Lamaco — 136 -navi rappresentanti un effettivo di 38500 uomini (tra cui 5100 -opliti), a cui tengon dietro di rinforzo — oltre 500 tra arcieri e -cavalieri sbarcati a Catania — le 73 navi della seconda spedizione -di Demostene ed Eurimedonte con un effettivo di 25000 uomini. Totale -delle forze mandate da Atene a quell'impresa, _duecentonove_ navi e -_sessantaquattromila_ uomini! - -A Lissa, tra le forze italiane e le austriache insieme, non credo che -sommassero a quella cifra. - -E i fatti d'arme? alla fazione dell'Olimpiéo i _morti_ dei Siracusani -son 260, degli Ateniesi 50; all'altra di Epipole, ove muor Lamaco, il -numero di morti non è precisato, ma dovettero esser ancor di più; alla -prima battaglia navale nel porto i Siracusani sconfitti perdono 11 -navi, gli Ateniesi 3; nelle altre battaglie navali nel gran porto, gli -Ateniesi perdono una volta (VII. 41) sette navi (_degli uomini_ «_quali -fatti prigioni e quali uccisi_»), un'altra volta (VII. 53) _diciotto_ -«_delle quali furono uccisi tutti gli uomini_»; il resto dei legni, in -fuori di una sessantina, lo perdono nell'ultima funesta battaglia (VII. -72), a cui seguono la ritirata disastrosa, gli ultimi sforzi disperati -dell'esercito, la resa dei seimila di Demostene, la strage al varco -dell'Asinaro e infine la resa di Nicia. - -A 24 mila uomini, tra morti, feriti e dispersi, sommavan già le perdite -degli Ateniesi innanzi l'ultima battaglia nel porto; altri 40 mila ne -costò la catastrofe, dei quali 7 mila soltanto furono fatti prigioni. - -Un totale (non contando i prigionieri) di circa 50 mila perduti in una -guerra di poco più d'un anno! - -E quella sanguinosa del 1859 non costò alla Francia che 18 mila uomini, -al Piemonte 6600, all'Austria 38 mila! - -Queste sono le fazioni di Tucidide, scoperte dal signor Stuart, dove i -terrazzani di Subiaco o di Boffalora col sindaco alla testa, ammazzano -un uomo in battaglia a quei di Frascati o di Abbiategrasso! - - * - * * - -E così si studia Tucidide da' concittadini di Grote! meglio non lo si -studia — perchè già, signor Stuart gentilissimo di qui non s'esce — è -evidente come la luce del sole, quando splende a mezzogiorno, che Ella -Tucidide _non lo ha letto_. Ed è lei che mi raccomanda di leggerlo!!!! - -E non avendo letto Tucidide, via, la sia franca, ella ne sa un po' -troppo poco per dar giudizj critici di storia su di un dramma che -tratta di Alcibiade e della guerra del Peloponneso. Per prender sul -serio la sua autorità non ci voleva che il signor marchese D'Arcais, -che di storia e letteratura greca ne sa ancora meno di lei! - -Avesse almeno letto quegli altri dei quali m'ha raccomandato la lettura! - -Ma permetterà che io vada adagio nel crederlo. — Prima di tutto, dopo -quel primo saggio; poi perchè mi regala, in poche pagine, certi altri -granchii e certe storpiature di parole, che sulla sua erudizione danno -molto da pensare. Ed è chiaro, molto chiaro, che non si tratta già di -errori di stampa; perchè una certa pratica di cose di stampa, veda, -io la ho; e se la sintassi e la lingua del suo opuscolo non son molto -corrette, il testo però, quale Ella lo ha scritto, appare evidentemente -correttissimo, e di quelle parole ch'Ella poteva sapere, senza sudar -troppe camicie, non ce n'è sbagliata neppur una. - -Ella mi cambia in _Leochitide_, il re spartano Leotichide (Leotychides -o Leutychides) che soppiantò Demarato nel regno. - -Ella mi cambia in _Pontidea_ il nome della città di Potidea, nella -Calcidica, dove ebbe luogo la battaglia, e dove Alcibiade fece le prime -sue armi. - -Ella mi confonde _Delo_, l'isola dell'Egeo ov'era la sede e il -santuario della Confederazione Ionica e dove non ci furon battaglie, -col borgo di _Delio_ situato tra l'Attica e la Beozia, a due marcie -da Atene, dove fu data la battaglia così funesta agli Ateniesi, e dove -Alcibiade protesse infatti la vita di Socrate, come narra Platone nel -_Lachete_. - -Ella mi tramuta in _Farnambazo_ il satrapo persiano _Farnabazo_ — e mi -inventa un _Crizio_ al posto di _Crizia_ il discepolo di Socrate che fu -più tardi uno dei trenta tiranni. - -Ella mi scrive che i Greci a Salamina intuonarono il gran _Peama_: -voleva dire probabilmente il _peana_ o _peane_ (παιὰν) come chiamavasi -il cantico militare che i Greci, particolarmente i Dori, intuonavano in -battaglia prima di lanciarsi all'attacco. - -Ella mi cambia in _Eudio_ il nome dell'eforo _Endio_ col quale -Alcibiade aveva rapporti di prossenìa. - -E per compiere il _bouquet_ con qualche fiore degno di lei, Ella ha -la bontà di informarmi che Socrate sedusse — oh sentiamo un po' chi -sedusse: «l'ambizioso Crizio, lo scapestrato Aristippo, lo _scettico -Pirro_ e il matto _Apollodoro_»!! - -Vada per Crizia e per Aristippo: benchè se volessi appena guardarla -pel sottile, per uno che mi biasima di aver ignorato di Socrate tante -cose, mi pare che quella scelta bizzarramente erudita di quei due nomi -soli tradisca già una nozione di Socrate un poco incerta e confusa; -e che per uno il quale, a mostrar di saperne, ama andar tanto nei -particolari, _e di quei pochi che sa non se ne lascia scappar neppur -uno_, si sarebbe potuto e dovuto mostrar di saperne un po' di più. Come -mai il signor Stuart, il quale crede di dover indicarmi le persone che -subirono la influenza personale di Socrate, e trova perciò necessario -di occuparsi «dello _scettico Pirro e del matto Apollodoro_» — mi -dimentica nientemeno che Senofonte ed Antistene, il fondatore della -scuola Cinica; ed Euclide, il fondator della Megarica, che, per sentir -Socrate, sfidava il bando severissimo di Atene contro i Megaresi, e -veniva da Megara in Atene la sera, travestito da donna, rifacendo alla -mattina le dodici miglia di strada; ed Eschine di cui Socrate diceva -ch'era il solo che _avesse appreso ad onorarlo_ — Μόνος ἡμὰς οἶδε τιμᾷν -— e Simone, e Fedone, e Simmia e Cebete, i fedeli consolatori degli -ultimi istanti del filosofo, e Liside, e Lamprocle e Teeteto e Glaucone -fatti da Socrate migliori? Che diamine! Insegnarmi chi fu Socrate e -togliere tutti questi scolari al maestro di Platone e di Critone! - -Ma il signor Stuart m'insegna invece che egli ammaestrò lo _scettico -Pirro_ e il _matto Apollodoro_! - -Quanto ad Apollodoro, supposto che il signor Stuart non voglia parlare -nè del comico della nuova commedia che fiorì ai tempi di Menandro, -nè del grammatico discepolo di Aristarco che fiorì verso il primo -secolo innanzi l'Era volgare, nè del pittor celebre che fu maestro -di Zeusi e visse sì ai tempi di Socrate, ma non è affatto ricordato -per rapporti con lui, a chi ha inteso d'alludere il signor Stuart? Al -filosofo epicureo ricordato da Cicerone e Diogene Laerzio? Ma Epicuro -che fu il suo maestro fiorì dopo Alessandro il grande, e il soprannome -che Diogene appiccica a questo Apollodoro è quello di _illustre_, -ἐλλόγιμος e non di _matto_. allo scultore ricordato da Plinio che fu -detto difatti l'_insensato_ perchè spezzava le sue statue di cui non -era contento mai? Ma neppur di questo si ricorda che Socrate abbia -avuto che fare con lui. Ah, ora ci sono! Il signor Stuart vorrà parlare -dell'Apollodoro falerèo, ricordato di passaggio insiem con altri nel -_Fedone_ e nell'_Apologia_, come uno degli assistenti in lagrime -alla morte di Socrate e dei mallevadori per lui nel suo processo; -soprannominato appunto il _matto_, μανικὸς, da Platone nel _Convito_, -viceversa poi soprannominato il _molle_, μαλακὸς, da Senofonte nella -lettera a Santippe. Ma di questo Apollodoro, in fuor del nome e dei -soprannomi, non si sa altro; nè nella storia nè nella filosofia del -suo tempo è alcuna traccia o memoria di lui; egli non è introdotto che -come una comparsa in quelle due o tre scarse menzioni dei dialoghi -socratici, fra i tanti seguaci affettuosi del grande maestro! E il -signor Stuart, che del dramma socratico mi dimentica le più grandi -figure — mi va a pigliare le comparse! e me le cita _per antonomasia_, -con quella prosopopea affatto priva di discernimento che è tutta -propria degli _indotti_, quando vogliono spacciarla da eruditi! - -E lo scettico Pirro! Ahimè, allo _scettico Pirro_ (se il signor Stuart -conoscesse questo signore almen di nome, lo chiamerebbe _Pirrone_, -Πύῤῥων — in quella stessa guisa che scrive Platone, Critone, ecc., che -son in greco desinenze identiche), allo scettico _Pirrone_ l'eliense, -discepolo di Anassarco, il buon Socrate non ebbe mai il piacere di -dare nè il buon giorno nè la buona notte, per la semplice ragione che -Pirrone, come dissi già, aspettò a nascere quando Socrate moriva, anzi -se non erro, dopo che era già morto! In ogni modo gli storici lo fanno -fiorire verso il 370 — e quindi trentun anni circa dopo la morte di -Socrate. - -Da qualunque lato dunque la si pigli la dotta citazione del signor -Stuart, ell'è un'altra amenità da mettere nel mazzo dell'altre, e la -quale dimostra che delle faccende di Socrate egli è tutt'altro che al -chiaro. - -Eppure, il signor Stuart, perchè io non ho messo nel ritratto di -Socrate nè il suo signor Pirro nè il suo signor Apollodoro — e perchè -ho fatto discorrer Socrate sull'amore — il signor Stuart ignora certo -dialogo di Platone che si intitola il Fedro — il signor Stuart mi -accuserà che Socrate nel mio dramma è — al pari di Alcibiade — _neppure -un'ombra deforme del vero!_ - - * - * * - -Il che — diamine! — suppone che l'_idea vera_ del carattere -d'Alcibiade, il signor Stuart, benchè ignori Tucidide, la possieda lui! - -E per darmela, l'idea _vera_, l'idea _giusta_, il signor Stuart, prima -di tutto — naturalmente — mi insegna che un Alcibiade che si abbassa a -pregare, col suo orgoglio, è _assurdo_; poi mi informa che l'orgoglio -di Alcibiade, se fosse vissuto ai nostri dì, sarebbe stato quello di -aspirare «_al posto di prefetto o al gran collare dell'Annunziata!_» -Alcibiade, a cui la gloria di Pericle era troppo poca, a cui eran poche -la Grecia e l'Europa, Alcibiade che avria preferito non vivere anzichè -rinunziare ad essere padrone anche dell'Asia e a spargere il suo nome e -la sua potenza per tutto il genere umano[161] — Alcibiade al posto del -prefetto Torre, con al collo la decorazione di Lanza e di Minghetti! - -Vi basta? Ebbene, se non basta, il signor Stuart, completa il ritratto -morale di Alcibiade, e ne trova l'imagine in.... «_Mazzini!_» Povero -Mazzini! Se fosse al mondo a sentirlo! - -Ciò dimostra a luce di sole che il signor Stuart ha capito -perfettamente _chi_ era Alcibiade, e che l'arte ci guadagnerebbe un -tanto ad avere, invece del mio «_neppur ombra deforme del vero_» un -ritratto artistico di Alcibiade al vero e al naturale, uscito dalle -mani del signor Stuart! - -Via dunque, dottissimo figlio della dotta Albione, non la si -faccia pregare, la ce lo dia questo ritratto di Alcibiade; non dica -modestamente, come dice nel suo opuscolo, che per farlo le manca «_la -pazienza_»; un po' di pazienza, diamine! quando non manca che questa, -volendo la si trova; la trovi, la trovi, per amor dell'arte, che col -mio sgorbio — ombra deforme del vero — ho profanato! - - * - * * - -Ora, tornando a noi, diteglielo un po' caro Yorick, diteglielo voi al -signor Stuart, che il trovarsi _distante_, com'ei dice, _un abisso, -quanto a politica, dall'onorevole Cavallotti_, può essere una ragione -che spieghi alcune cose; ma non le spiega e non le scusa tutte: — e -che le rabbiuzze di partito non le si accettano in arte per passaporto -di corbellerie. Quelle del signor Stuart son tali che mi avrebbero -dato diritto a dispensarmi dal rispondere, se non fosse parso mancar -di riguardo a uno straniero, e se la sua critica, mandata in luce -con pomposa solennità, non avesse prodotto uno scherzo d'ottica -curioso. _Fanfulla_, che pure in arte sa il suo conto e di corbellerie -sull'_Alcibiade_ non ne ha scritte, piglia in mano il fascicoletto -elegante, stampato in Roma coi tipi dell'_Italie_, lo scorre a volo, -ci vede a ogni pagina una filza di nomi greci di bellissimo effetto, -e così giudicandolo ad occhio e croce, senza guardar tanto più in là, -si affretta ad annunziare: _Il signor Roberto M. Stuart ha pubblicato -un saggio critico, nel quale, dopo avere minutamente sfogliato e -compulsato uno per uno tutti gli autori antichi e moderni, conclude per -la condanna del lavoro del deputato di Corteolona._ - -E subito gli altri giornali a ripetere in coro: _Il signor Stuart, nel -suo saggio critico, dopo avere minutamente sfogliato e compulsato uno -per uno...._ ecc. ecc. (Segue come sopra). - -Cosa vogliono mai dir le frasi fatte! - -E il signor Roberto M. Stuart, serio serio come un figlio di Albione, a -pigliarsi quei complimenti in buona fede! - - * - * * - -Però gli spropositi del signor Stuart — e qui sono d'accordo col -_Fanfulla_ — se non altro son tutti suoi: un altro, il signor Z. della -ufficiale _Gazzetta Livornese_, se li fabbrica con minor fatica. - -La lunga severa appendice del foglio ufficiale livornese è ricalcata -da capo a fondo, giudizio per giudizio, periodo per periodo, frase -per frase, su quella del signor Garofalo nell'_Unità Nazionale_: che -sugo poi ci sia a far della critica a questo modo non so: ma il signor -Z., prevedendo appunto l'obiezione, ci ha incastrato qua e là qualche -coserella di suo: e dove incastra sbaglia; e dove sbaglia mi rincresce, -perchè mi dicono che il signor Z. sia _professore_, ed io penso -naturalmente ai suoi scolari. - -Il signor professore Z. — là dove incastra — mi _informa_ che la -mia scena dei costumi di Sparta è un _anacronismo_: perchè «_quelle -antiche costituzioni, quelle antiche costumanze essendo anteriori di -quattro secoli a quell'epoca erano già tolte dall'uso._» Davvero? -Allora io _informerò_ il signor professore Z. che quelle antiche -costituzioni, quelle antiche costumanze ci vengono confermate dal -coetaneo e condiscepolo di Alcibiade, Senofonte; che Senofonte è fra -tutti gli scrittori greci il più autorevole nelle cose attinenti agli -Spartani[162] fra i quali lungamente visse e coi quali lungamente -militò; e quelle leggi ed usanze egli le registra siccome ancora -esistenti ed in vigore a Sparta al tempo suo, nella _Repubblica di -Lacedemone_, ch'è uno degli opuscoli della sua vecchiaia, scritto in -conseguenza molti anni dopo che Alcibiade stesso era già morto! - -Cito questa ragione, che taglia la testa al toro, per farla spiccia; -che se poi volessi essere severo, allora con rincrescimento dovrei -trovare sconveniente e _fenomenale_ che un critico _professore_ ignori -come la costituzione di Licurgo era appunto nel suo più bel fiore ai -tempi e di Alcibiade e di Platone, il quale, dopo studiatala sul vivo, -la tolse a modello ne' suoi libri politici della _Repubblica_ e delle -_Leggi_; che un critico professore ignori la testimonianza di tutti gli -scrittori sulla fenomenale durata delle leggi di Licurgo, delle quali -Tucidide e Lisia parlano siccome in pienissimo vigore al loro tempo, -già dopo finita la guerra del Peloponneso[163]; delle quali Plutarco -ricorda come traversassero intatte ed inalterate lo spazio di _oltre -cinque secoli_[164] da Licurgo (800 circa av. l'E. V.) in giù; anzi di -_sette secoli_, sino all'anno 190 avanti l'E. V., secondo Livio[165] -e secondo Cicerone[166]; anzi di _otto secoli_, se si vuol dar retta -a Macchiavelli: «_Licurgo ordinò in modo le sue leggi a Sparta, che -dando le parti sue ai re, agli ottimati, ed al popolo, fece uno stato -che durò più che ottocento anni con somma laude sua e quiete di quella -città_»[167]. — Ma fermiamoci ai cinque secoli abbondanti di Plutarco, -che son la cifra giusta, e ce n'è d'avanzo. — - -E ancora, se volessi esser severo, noterei che quello sproposito -del signor professore lo denota affatto digiuno di studj di critica -storica; poichè se è logico e naturale che l'autore drammatico faccia -attribuire da uno Spartano le leggi di Sparta a Licurgo, viceversa è -strano che un _professore_ ignori come le così dette _leggi di Licurgo_ -non fossero in ultima analisi che le antiche costumanze di tutti i -popoli dorici, assai più antiche di Licurgo stesso, delle quali egli — -od altri per lui — non fece verosimilmente che ravvivar l'osservanza, -riportandole al tipo primitivo, che se n'era conservato più che altrove -fedele in Creta; che Licurgo non è in fondo se non la personificazione -— alquanto mitica — (come lo attesta il culto tributatogli in Isparta) -di usanze e di leggi che non potevano già essere l'opera improvvisa ed -isolata di un uomo, ma bensì il portato del genio, dell'indole, del -carattere della stirpe, e perciò nate può dirsi insiem con lei, fra -i dirupi delle sedi native, a piè dell'Olimpo; che una costituzione -infatti, la quale toccava le corde più intime della natura umana, e -regolava a suo modo i più importanti e gelosi fra i diritti naturali -dell'uomo, non avrebbe potuto durar rispettata, nonchè cinque secoli, -neppure cinque anni, da tutto un popolo, se non fosse stata ingenita -alla sua natura stessa, già fatta per così dire carne e sangue con lui -e confondentesi colle sue origini;[168] il che spiega appunto come e -perchè quelle leggi abbiano potuto durar tanto, e come, per istabilirne -così cervelloticamente come fa il prof. Z. la data del principio e -quella della fine, quelle leggi bisogna non averle affatto affatto nè -studiate nè capite. - - * - * * - -Altra scoperta del signor critico professor Z. che, speriamo almeno, -non sia professore di storia greca. - - «Ad Atene i plebei erano possidenti e chi non possedeva poteva - essere commerciante, agricoltore, artigiano, ma non perveniva - giammai alla cittadinanza, al godimento dei diritti politici.» - -Ohibò! ohibò! Ad Atene, giusta la costituzione solonica, la quarta -classe dei _cittadini_ abbracciava appunto i plebei _proletarj_ (θῆτες, -_capite censi_) che o non possedevano che al disotto di 150 dramme di -rendita annua, _o non possedevano un bel niente_ — e si guadagnavan la -vita _col lavoro_. Ed essi _godevano dei diritti politici_ (sicuro, -signor Z.) comuni alla loro classe e alle altre tre, esercitando il -loro ufficio di cittadini, sia come popolo sovrano nell'assemblea, sia -come eliasti ne' tribunali[169]. - -Meglio ancora. Perfino gli schiavi e i _meteci_, anche non possedendo, -potevano passare nella classe dei cittadini per benemerenze verso la -repubblica o i loro padroni, servigi in campo o sulle triremi, ecc., -ecc. - -Via, sentiamone un'altra — sempre del signor Z: - - «Ad Atene erano schiavi tutti quelli che esercitavano le arti - manuali. La repubblica non permetteva il lavoro: non riconosceva - per cittadini quelli che erano obbligati a corrompere il corpo - esercitando un mestiere. Chi faceva da governatore, da giudice e - da soldato, chi costituiva la democrazia e la repubblica non era la - moltitudine che lavorava.» - -Ecco: era precisamente e semplicemente tutto il rovescio. - -Ad Atene le leggi soloniche punivano l'ozio, e, lungi dal proibire -il lavoro, lo _imponevano_ ai cittadini per obbligo; e un _mestiere_ -bisognava averlo; di Solone[170], scrive Plutarco ch'egli _ai mestieri -aggiunse dignità_ (ταῖς τέχναις ἀξίωμα περιέθηκε) e gli Areopagiti -vigilavano perchè i cittadini poveri si guadagnassero tutti la vita con -qualche _arte manuale_. - -E appunto perchè i cittadini poveri, dovendo attendere a bottega al -mestiere di cui campavano, non potevano frequentare abbastanza il -foro, e i ricchi quindi, nemici a Pericle, vi restavano in maggioranza, -Pericle ci rimediò chiamando i poveri coi tre oboli: ai quali un po' -per volta essi pigliarono tanto gusto, che ai tempi di Alcibiade il -più degli artigiani piantavano lì la mattina il loro lavoro e i loro -arnesi, per andar a far da giudice nei tribunali. Ecco perchè, signor -Z., nel secondo atto del mio dramma, la vede correre al foro cittadini -falegnami, mercanti e calzolai. Ed eccole come _la moltitudine che -lavorava_ — ma, per quegli oboli benedetti, trascurava il suo lavoro, -— _governava proprio essa la repubblica_; laonde il buon Senofonte -introduce Socrate a lamentarsi perchè a' suoi tempi il foro (attento -signor Z.) appunto riboccava _di lavoratori, di calzolai, di fabbri, di -agricoltori, di mercanti_ e simili[171]: e Platone anch'egli, sempre -per bocca di Socrate, enumerando i cittadini che dan consigli nella -Assemblea sulla amministrazione della città, nomina «_architetti, -fabbri-ferraj, calzolaj, mercanti, nocchieri ecc._»[172]. - -Ed Ella mi scrive che il foro era vietato agli artigiani! come si fa, -ai nostri giorni, con tanti studj e tanti progressi della critica -storica sull'antichità, a parlare ancora di storia greca a questo -modo![173] - - * - * * - -Quanto agli altri giudizi del signor Z., per quanto severi, Dio mi -guardi dal pigliarmela con lui. - -Il signor Garofalo scrive[174], da quel buon monarchico ch'egli è, che -«_il popolo corrotto di Atene è il popolo di tutti i tempi e di tutti -i luoghi in una repubblica democratica_» — e il signor professor Z. -mi ripete[175], che «_infine quel popolo così corrotto è il popolo di -tutti i tempi, di tutti i luoghi, quando la democrazia impera, quando -la repubblica governa._» - -Il signor Garofalo scrive che Timandra è fredda «_perchè manca nel -suo carattere la causa di tanto amore e ciò che non ha causa non -commuove_» — e il signor Z. mi ripete, che «_in Timandra manca ciò che -più importa, la causa dell'amore e un amore che non è definito non può -commuovere._» - -Il signor Garofalo scrive: «_Alcibiade così felicemente delineato -nei primi atti, dopo non è più il medesimo: l'autore lo abbandona: -e diventa monotono, malinconico, irresoluto, non pensa più a donne -e piaceri_» — e il signor Z. saviamente osserva: «_Alcibiade è ben -delineato nei primi atti: ma dopo diventa monotono, malinconico, -irresoluto, non pensa più alle donne, i piaceri non lo esaltano più._» - -Il signor Garofalo mi avverte che «_il vero Alcibiade non si attristò, -non si ammalinconì giammai_» — (oh, bella! questa poi, ammesso che -Alcibiade fosse un uomo, non la sapevo!) — e il signor Z. egregiamente -ribadisce: «_L'Alcibiade della storia non si contristò, non si afflisse -giammai._» - -Riassumendo, il signor Garofalo sentenzia, che «_alcune parti -dell'Alcibiade sono bellissime e perfette, ma l'opera tutta -insieme è sbagliata_» — e il signor Z. sapientemente conclude, che -«_nell'Alcibiade vi sono scene perfettamente riuscite, ma l'insieme del -lavoro è sbagliato._» - -Evidentemente io sarei troppo ingiusto se volessi male pe' suoi giudizi -al signor Z... poichè non è la buona volontà che gli manca, ed è chiaro -che egli avrebbe cantato un'altr'aria, se il signor Garofalo avesse -suonato un'altra musica. - - * - * * - -E ho citato questo caso non per farne un torto speciale al signor Z., -ma solo per mettere in luce un altro lato della critica italiana ai -nostri giorni. È rincrescevole a dirsi, ma è un fatto che i due terzi -delle critiche che compaiono in Italia su pei giornali, quando non sono -scritte colla sapienza storica del marchese D'Arcais, si scrivono colla -originalità critica del signor Z. - - * - * * - -Quanto al signor Garofalo è certo che di storia egli ne sa, ciò che mi -consola: anzi ci tiene a saperne fin troppo, ciò che mi disturba. - -Per esempio egli mi avvisa e mi ammonisce «_che il mio Zamolchi colle -sue feste religiose non è mai giunto fino al Chersoneso, perch'egli è -il mitico legislatore dei Geti, e non dei Traci._» - -Che Zamolchi avesse culto fra i Geti, verissimo: però noti il signor -Garofalo che Tucidide chiama Sitalce figlio di Tere _re dei Traci_ e -sotto questo nome comprende tanto i Traci propriamente detti, di qua -del monte Emo e del Rodope, quanto i Geti di là dell'Emo: e che tra -gli uni e gli altri, e i Triballi, e i Dii e i varj popoli traci in -generale era affinità quasi completa di carattere e di costumanze e di -riti[176]: e per questo Giovanni Boemo Aubano, che raccolse le usanze -dei popoli antichi, nomina Zamolchi _legislatore dei Traci_, ricorda il -culto dei Traci per lui, e descrive come usanza di tutti i _Traci_[177] -il famoso invio del messo sulla punta dell'aste, col celerissimo per -l'altro mondo. - -Che se poi il libro di Boemo Aubano il signor Garofalo non lo ha letto, -un grecista suo pari dovrebbe però aver letto almeno Luciano: anzi -avrebbe l'obbligo strettissimo di saperlo a memoria: ora nel mio caso -è Luciano in persona che avvisa ed ammonisce il signor Garofalo come -il Dio Zamolchi sia proprio _precisamente e particolarmente il Dio -dei Traci_ — e non d'altri![178] E l'autorità del signor Garofalo sarà -grande quanto si vuole, ma quella di Luciano lo sarà sempre un po' di -più. - -È contento, signor Garofalo? Oh bravo — non la mi secchi altro. - - * - * * - -Perchè non la finirei proprio più, se dovessi aggiustarmela con tutti i -critici. - -Uno del Veneto, non mi ricordo più quale, mi ammonì che la mia Glicera -è troppo più ingenua e troppo meno spiritosa che nol fosse l'amante di -Menandro. Ma l'amante gentile del gentile poeta, che vive ancor bella -delle grazie antiche nelle pagine d'Alcifrone, ed in quelle di Wieland, -non poteva essere la Glicera mia, perchè Alcibiade visse un secolo -prima di Menandro. - -Un altro, triestino, mi rimproverò di non aver messo Pindaro nel -dramma. Ma non potevo metterlo, perchè Alcibiade visse un secolo dopo -di Pindaro! - -Un altro, veneziano, scrive che gli Ateniesi tenevano le adunanze -del popolo nel Partenone. Ma il Partenone era il tempio di Minerva -sull'Acropoli, e le adunanze del popolo si tenevano invece nel Teatro -di Bacco o nello _Pnice_! - -Un altro, ferrarese,[179] parlando della mia Aspasia, la chiama la -_famosa reggitrice del Cinosarge_. Ma il Cinosarge era un ginnasio -fuori la porta Diomea, consacrato ad Ercole e riserbato ai poveri, ai -figli dei liberti e ai bastardelli: e la splendida moglie di Pericle -non ci avea che fare. Anzi — a rendere il granchio più ameno — invece -dalla poetica e poco virtuosa società della Milesia e delle sue vaghe -alunne, ci bazzicava proprio in quel luogo della gente virtuosissima, -che facea scappar la poesia lontano mille miglia: nientemeno che -Antistene, l'austero filosofo, che nel Cinosarge aperse la scuola de' -suoi cinici, le cui sucide persone sapevano ben d'altri profumi che non -delle essenze e degli unguenti delle elegantissime etere. - -Poi lo stesso critico scrive che Socrate «è quello che a _Delio salvò -la vita ad Alcibiade_.» La cosa è all'opposto. Fu Alcibiade che a Delio -la salvava a Socrate. - -Poi nota sapientemente che il grammatico del terzo atto è Aristarco: -se fosse, lo avrei chiamato col suo nome. Potrà darsi che sia della -famiglia; ma in ogni caso è un dei nonni: perchè Aristarco non venne al -mondo che quasi tre secoli dopo! - -Poi nota.... - - * - * * - -Noti quel che vuole, è tempo che mi fermi. Perchè questa lettera -comincia ad esser lunga, minaccia già di passare il peso di tariffa dei -20 centesimi, e non vorrei, caro Yorick, farvi pagare la sopratassa: -e per quello che intendevo di provare, credo di averne detto quanto -basta. - -Certo una cosa non riuscirò a provar mai: che il mio dramma sia -un capolavoro, o giù di lì. Pur troppo ce ne vuole. E il papà -dell'_Alcibiade_ è il primo a non trovarsi, in fondo, del tutto -contento del suo figliolo. Parecchie altre idee su questo lavoro -mi frullavano pel capo, allorchè, orditone il disegno, mi posi a -scriverlo, cominciando dall'ultimo quadro; e alle quali, giunto -alla fine del lavoro, al primo quadro, mi trovai di non aver potuto -dar corpo. Il piano _geometrico_ preventivo del lavoro, e la cura, -probabilmente eccessiva in opera d'arte, di certe corrispondenze -simmetriche deve averci prodotto dei guasti. S'intende poi che le -mie stortatine di collo alla storia o alla cronologia, qua e là, di -soppiatto, col pretesto dell'arte, me le son permesse, e il bello è -che sono _precisamente quelle_ di cui i critici sapienti non si sono -accorti. - -Potrebbe anche darsi che quei critici medesimi che presi uno per -uno han detto delle corbellerie storico-critiche, presi poi tutti in -blocco, avessero ragione nell'insieme: _censores mali viri, censura -autem bona bestia_. E infine se mi mettessi a farla io, la critica -all'_Alcibiade_ e a rivedergli le buccie, avrei da scriverne per una -lettera assai più lunga di questa: ma non son così matto nè così -ingenuo per farlo, visto che son tante le anime pie che sarebbero -pronte a prendermi in parola. - -Una cosa però credo di aver provato: che la critica in Italia, -fatte le debite ed onorande eccezioni[180], è ancora per la maggior -parte un po' lontana da quel grado di serietà e di competenza che -le è necessaria per adempiere la sua missione. Deficienza di studi, -incoerenza, confusione od assenza di criterj artistici; mancanza di -idee nette sullo indirizzo dell'arte, sull'ufficio del critico; culto -pedantesco delle frasi fatte, delle idee fatte, dei pregiudizi fatti; -preoccupazione grande di mostrare quel che vale il critico e pochissima -di cercare quel che val l'autore; precipitazione, leggerezza, -superficialità molta nei giudizi, prosunzione molta nelle forme — -queste ed altre, per non parlare dei moventi meno nobili, sono le cause -che tengono la critica fra noi ad un livello ben inferiore a quello di -altri paesi. - -Eppure — parlo qui come artista in un interesse generale — bisogna -che tutto questo cambii, se vogliamo davvero che l'arte progredisca. -La vita della critica è troppo indissolubilmente legata a quella -dell'arte: ed oggi che il teatro italiano, per parlar di questo solo, -àuspici Ferrari e Cossa e Marenco e Torelli e Castelnuovo e tanti -altri, accenna ad un progresso serio e incontestabile, è necessario -assolutamente che la critica si decida a far lo stesso. È impossibile -che l'uno cammini, e l'altra rimanga indietro stazionaria: perchè guai -per la critica, se l'arte comincia ad abituarsi all'idea di poter -camminare senza di lei. Guai alla critica, a questo _trainard_, se -l'arte, strada facendo, sul più bello si voltasse indietro per farsi -dare il braccio da lei, e non trovandosi più al fianco la compagna, -s'accorgesse che è già da un pezzo ch'ella cammina da sè. Ella -finirebbe per ricordarsi che Omero scriveva l'_Iliade_ ed Aristarco non -era nato ancora. - -Quel giorno la missione della critica sarebbe finita e non sarebbe, -no, l'arte che ci avrebbe guadagnato. Perchè se è vero che la critica -per il genio non esiste e non ha mai esistito, se è vero che egli ha -sempre fatto e farà sempre senza di lei, a modo suo, di genj in arte -non ne sorgono ogni anno, in ogni paese, a ogni canto di via: da Omero -ad Eschilo, da Eschilo a Dante, da Dante a Shakespeare, quattro nomi in -ventiquattro secoli. - -Il secolo nostro non ne ha visti che due: Byron e Victor Hugo. - -Ma poche gigantesche apparizioni, isolate nel tempo e nello spazio, -non sono l'arte esse sole: dell'arte quelli sono i grandi legislatori, -in nome della natura umana della quale hanno ascoltato le voci più -ignorate e profonde, in nome della _verità_ che si è loro palesata sul -Sinai, nelle sue linee più segrete. Le loro leggi, le loro tradizioni, -forme divine dello eterno ideale, la critica le ha raccolte; se ne è -fatta depositaria, custode: e bene sta. Ella si è assunto l'obbligo di -rammentarle costantemente a coloro che alla ricerca di quello ideale si -vanno affannando, con desiderio intenso, ma fatto amaro e periglioso -dalla scarsezza delle forze. Perchè anche costoro, a mente calma, le -conoscono quelle leggi, al par di lei; ma la tensione della mente, la -fatica del viaggio, la trepidanza del non riuscire, soventi loro le fan -perdere di vista. Corrono, corrono innanzi, e tra l'ansia e la fretta, -non vedono le lapidi miliarie lasciate dai grandi maestri sulla via, -e non s'accorgono che tardi d'aver sbagliato strada. Essa, la critica, -appunto perchè non è assorta nè distratta dalla fatica affannosa della -ricerca, dalla tensione dello sforzo creativo, dalla trepidanza del -rischio, essa ha la mente più tranquilla e più serena per vedere i -pericoli del viaggio, accorgersi dei sassi e dei fossati della strada, -avvertire l'artista quando sbaglia direzione e fuorvia. Essa può -gridargli: «Ferma! di lì si va a casa della _Femme de Claude_! Guarda i -segnavia: lì è scritto _Sardanapalo_: qui _Cesare_: e lì _Amleto_: per -di lì è passato Shakespeare: di là Byron: e il Conte Ricciardi per di -qui.» - -A questo patto, in questo modo, amica, consigliera, compagna fedele -dell'arte, la critica può aiutarla, sorreggerla, serbarla al culto -delle grandi tradizioni, preservarla dalle corse sfrenate, salvarla -dalle grandi cadute. - -Ma bisogna che la critica faccia questo: se non vuol diventare inutile -e dannosa. E per farlo, bisogna che il critico studj quanto l'artista: -che le facoltà riflessive dell'uno lavorino anch'elle quanto le facoltà -imaginative dell'altro. - -Le leggi dell'arte, sola stregua del giudizio critico, non si imparano, -la finezza del senso critico non si improvvisa nè in un giorno nè in -due: e _fin dove_ le ricerche dell'arte vanno, bisogna che la critica -abbia _tanto di studj_ da potervela seguire. - -Altrimenti succederà quel che ho detto: che l'arte andrà innanzi da -sè, a proprio rischio e pericolo. — Per poco che la critica continui -di questo passo a lavorare da sè al proprio discredito, a mettere -ogni dì in luce la propria insufficienza, a far ridere delle proprie -corbellerie, — noi assisteremo nell'arte ad un fatto del quale vediamo -prodursi già i sintomi: la insurrezione degli autori contro la critica. -Il brillante ingegno di Ferdinando Martini dimostrava, dì sono, la tesi -discutibile che il teatro non ha migliorato nessuno; qualcheduno potrà -essere tentato di affrontare un'altra tesi più facile, e di chiedere -quali sono gli autori, che la critica, da alcuni anni a questa parte, -fatta com'è ora, ha migliorato. Sarebbe più facile dimostrare i danni -ch'ella ha prodotti, arrogandosi (salvo sempre le eccezioni onorande) -funzioni che non le spettano, e non rendendosi conto della gravità -de' suoi doveri. Perchè una censura leggiera, ingiusta, assurda, o può -uccidere da' primi passi, coll'amarezza dello sconforto, una vocazione; -o se l'artista vi ha già fatto il callo, può produrre nel suo animo — -_poetæ irritabile genus_ — una reazione dannosa: e dal ridere oggi di -uno sproposito, all'abituarsi a ridere domani di un biasimo giusto, il -passo è breve. - -Una volta cacciata, a furia di corbellerie critiche, in testa -all'autore l'idea, che, dando ai critici ascolto, egli non farà nulla -di buono, e dirà degli spropositi da far rabbrividire, egli si metterà -in guardia contro que' signori; l'amor proprio naturale non domanderà -di meglio che di secondarlo in quella sua disposizione; ed egli finirà -per involgere tutta la critica in un giudizio solo, e non farà più -distinzione tra le censure ridicole e le assennate, per riserbarsi il -diritto di infischiarsi egualmente di tutte. Il danno verrà poi: chè -il suo esempio troverà subito imitatori in tutti i poveri di spirito, -i quali non chiedon di meglio che d'essere convinti del proprio genio -e della propria infallibilità: ed ogni più infelice scrittorello si -terrà autorizzato a vilipendere ogni censura più equa: e la rivolta -cominciata dalle coscienze artistiche contro la prosunzione, finirà -nella rivolta della prosunzione contro il senso comune. - -Se non è a questo che si vuol venire, pensiamoci: e dopo aver detto in -Italia a noi medesimi anni sono: _facciamo il teatro_, — io domando se -non sia tempo di aggiungere: _facciamo la critica_. - -Lo domando a voi, caro Yorick, che avete autorità di rispondermi: e se -le mie parole avessero soltanto efficacia di richiamar l'attenzione su -questo che parmi un problema ormai grave per l'avvenire dell'arte, non -sarà stata inutile del tutto la mia fatica. - - * - * * - -Quanto a' miei moderni fratelli di fede, ai quali ve n'andaste oratore -sì facondo, a sporgere contro di me la querela dei fratelli del tempo -antico, — non io certo m'aspettavo siffatto ambasciatore: poichè ci -siete, compite l'opera e portate loro la mia risposta. - -È proprio delle cause che non hanno un _domani_, riporre ogni risorsa -negli errori e nelle colpe degli avversarj. Matteo Visconti, profugo, -aspetta in Verona che _gli errori dei Torriani siano maggiori dei -suoi_. Le cause che hanno un avvenire hanno anche un compito più -alto innanzi a sè: pensare a meritarselo. Triste, infeconda pausa, -sarebbe quella imposta, per poco, dagli eventi alle speranze della -democrazia, se questa non ne approfittasse per raccogliersi in sè, e -domandare a sè medesima le cagioni che tante volte han reso vane le sue -vittorie. Nè ella mostrerebbe fiducia alcuna dei proprj destini, nè -ella meriterebbe le vittorie materiali che l'aspettano un giorno, se -non affermasse fin d'ora sui proprj nemici questa grande superiorità -morale: del confessare a sè stessa i proprj errori. Domandiamo il -perchè di tanti disinganni; il perchè la democrazia tante volte sia -stata fatta zimbello di coloro ch'essa aveva innalzato sugli scudi. -Domandiamci s'ella ha sempre risposto alle grandi voci solitarie, -che la chiamavano sulla via del dovere; se molti santi appelli non -siano caduti inascoltati tra l'infiacchimento morale delle tempre e -l'indifferentismo utilitario dell'età. - -Chiediamoci s'ella abbia sempre vegliato alla severità del costume -e della disciplina sotto le onorate bandiere; s'ella non abbia mai -prestato troppo facile orecchio ai troppo facili adulatori, annoiata -de' suoi vecchi austeri brontoloni; s'ella sia stata sempre rigorosa -nel chiedere a coloro a cui accordava l'onore di parlare in di lei -nome, il santo connubio voluto dal greco legislatore antico tra le -private e le pubbliche virtù. Di quante diserzioni, di quante apostasie -publiche — preparate dall'ozio o dai facili costumi privati — ella si -sia a torto meravigliata; di quante intestine discordie sue, di quante -ingiuste accuse a' suoi migliori, ella abbia reso più forti i suoi -nemici; di quanta parte di pregiudizî, di prevenzioni ingiuste contro -di lei, ella stessa abbia fornito involontaria e inconsapevole le -cause. Quante propizie occasioni, per pigrizia per conflitti fraterni, -ella si sia lasciato sfuggire; quanta parte della forza apparente de' -suoi avversarj sia il frutto di improvvide colpevoli abdicazioni alla -sua propria influenza ed ai diritti suoi. Cerchiamo al passato ed al -presente le lezioni del futuro: e perchè la Spagna, addormentatasi alla -rivoluzione di settembre nelle braccia di pochi ambiziosi, camuffati -da repubblicani, oggi si risveglia nelle braccia del Carlismo: e perchè -in Francia la democrazia sopraffatta da un ambiente morale pervertito, -ammalata nell'organismo sociale, sconta sì caramente la pena di essersi -data tanti anni in balìa di un Pericle rimodernato. - -E se mai l'arte ci riconduce nelle regioni lontane della storia, -non abbiam paura di chiedere alla storia come cadde la prima e più -illustre delle repubbliche ch'ella ricordi: non sagrifichiamo all'arte -la verità: perchè anco l'arte la chiamano repubblica e la verità è -repubblicana. - - * - * * - -Addio Yorick. - - _Milano 13-25 Luglio 1874._ - - FELICE CAVALLOTTI. - - - - -NOTE: - - -[1] Che sia il _Pessimista_? - -[2] E come son curiosi certi critici realisti quando si arrabbiano e -danno dell'asino al pubblico italiano, perchè non sempre apprezza e non -sempre intende sui teatri nostri le pitture di certi fatti e fenomeni -sociali della società parigina, rispondenti a un'ideale dell'arte così -vasto da non poter essere inteso fuor della cerchia di Parigi! - -[3] Rivolgersi per informazioni in Milano a S. E. il procurator -generale Robecchi, e in Roma a S. E. il ministro Vigliani, lettore -assiduo delle mie _Poesie_ e autore della nuova teoria dei _subjettivi_ -o degli _objettivi_. - -[4] _Opinione_ 22 giugno. - -[5] _Popolo Romano_ 21 giugno. - -[6] _Gazzetta Livornese_ (ufficiale) del 15 giugno. - -[7] «Le _Scene greche_ sono un dramma bell'e buono.» Yorick, appendice -sull'_Alcibiade_ nella _Nazione_. - -«Che parlano alcuni di scene che non forman dramma! queste scene -sono la vita colle sue lotte, e vita e lotte son dramma.» C. Romussi, -appendice sull'_Alcibiade_ nel _Secolo_. - -[8] Ch'io non abbia avuto gran torto di fare Alcibiade migliore -in fondo che non sia di moda nella opinione volgare il ritenerlo; -che parecchie delle sue colpe fossero colpe più del tempo e delle -circostanze, che non dell'indole; che l'amore della città nativa -potesse alla fine in lui più delle vicende e dell'ingiustizia degli -uomini lo attestano tre delle pagine più belle della sua vita — Atene -salvata a Samo — la gita al campo di Egospotamos — e l'ultima in Persia -ove morì; lo attestano, per tacer di Plutarco, le pagine di Platone -e quelle di Tucidide, lo storico più severo, più coscienzioso e più -imparziale dell'antichità. - -[9] _Alc._ «... E la turba e le voci via via confusamente si dileguavan -lontano, finchè non mi parve più udirne che una sola: ed era la voce -di Timone il misantropo che seduto alla riva, raspando la terra, — -guardavami fisso come quel giorno che incontratomi per via mi maledì. -Ma la sua voce non era più imprecazione: il suo aspetto non era più -d'uom che odia: il suo sguardo parea sguardo d'amore. _Timone_, io -venivo gridandogli, _ringrazia gli Dei che smentirono i tuoi auguri! -Il giovinastro che preconizzasti flagello d'Atene n'è divenuto il -salvatore! Timone riconciliati cogli uomini! la virtù e l'espiazione -esistono ancora sulla terra, — e la legge della terra è amore._ — Ed io -correa verso lui le braccia aperte.... ma Timone già era scomparso.... -il suo volto s'era mutato nel tuo....» ecc. _Alcibiade_, Quadro ultimo, -scena 2.ª - -[10] Isocrate, _Panaten._ 44. - -[11] Senofonte, _Repub. Aten._ I. - -[12] Demostene, _Adv. Leptinem_. - -[13] Demost. _Contr. Aristocrat._ - -[14] Demost. _Contr. Aristocr._ — _Syntax_. - -[15] Demost. _Syntax_. - -[16] Demost. _Contr. Aristocr._ - -[17] Plutarco in _Temistocle_. - -[18] Isocr. _De pace_. — Demost. _Contr. Mid._ — id., _Adv. Leptinem_. -Meursius, _Them. Att._ I. 8. - -[19] Demost. _Philipp._ III. - -[20] Eschine, _Contr. Timarco_ — _Din. contr. Demostene_. — Demost. -_Contr. Androz._ — Siriano, _Comm. in Hermog._ — Diog. Laerz. _Solone_ -I. - -[21] Plutarco, in _Solone_. - -[22] Diog. Laert. _Solone_. — Plutarco, _Solone_. — Polluce, lib. VIII. -6. — Demost. «_in Eubulid._» — Meurs. _Them Att._ II. 18. - -[23] Plutarco, _Solone_. — Ermogene, _Part. Stat._ — Siriano, -_Comment._ — Demostene, _C. Neera_. — Marco Vittorino in _Cicer. -Rhet._ lib. II. — Lisia, _Sull'uccisione di Eratostene_. — Curio -Fortunaziano, _Rhet. Schol._ lib. I. — Massimo Tirio, _Dissert._ II. — -Sopater, _Divis. Quaest._ — Meursius, _Them. Att._ I. 4. 5. Era tra la -pena agli adulteri anco la ραφανίδωσις, _la pena del rafano_. — (Vedi -Alcifr. _Lett._ III. 62). Ma la spiegazione di questa è un po'.... dirò -così.... delicata: caro Yorick la lascio a voi. - -[24] Eschin. _C. Timarc._ - -[25] Aristof. _Nubi_. - -[26] Vedi Ateneo, _Deipnos_. XIII. 571. - -[27] Demost. _C. Neera_. - -[28] «O Solone, tu fosti veramente il benefattore del genere umano: -perchè tu per il primo pensasti a una cosa assai vantaggiosa al popolo -e alla pubblica salute. Tu considerasti la nostra città piena di -giovani dal temperamento bollente e che sarebbero quindi trascorsi ad -eccessi punibili. Perciò tu comperasti delle donne e le hai poste in -luoghi ove provviste di quanto è a lor necessario, divengono comuni -a quanti le bramano. Eccole nude; perchè non ti ingannino, ispeziona -ben tutto. La porta è aperta: paga un obolo ed entra: qui non si farà -la ritrosa. Qua subito, se vuoi, e nel modo che vuoi.» — Filemone ne' -_Delfi_ in Ateneo XIII, 569. - -[29] Οἱ δ' ἐπὶ τῆν τοῦ ἱεροῦ σὶτου ἐκλογὴν αἱρούμενοι — Aten. VI. 235. -— Ed era scritto nella legge del re: «Il re avrà cura che si creino -i magistrati: e dalle varie borgate sian scelti a norma delle leggi, -i parassiti: i quali dai magazzeni di grano della rispettiva classe -e tribù scelgano ciascuno un sestiere di orzo, affinchè gli Ateniesi -se ne cibino secondo il patrio rito.» E altrove: «Che il sacerdote -coi parassiti faccia i sacrificj d'ogni mese. Chi rifiuterà d'essere -parassito sarà tradotto ai tribunali.» E altrove, sotto le offerte -votive a Pallene: «I magistrati e i parassiti, cinto il capo di corona -d'oro offersero questi doni.» — Aten., l. c. — Polluce VI. 7. — Meurs. -_Them. Att._ II. 35. - -Vede l'egregio critico del _Diritto_ che la origine della parola la -so anch'io al par di lui. Soltanto, egli non sa che ai tempi del mio -dramma la parola significava un'altra cosa. - -[30] Plutarc. _Arist._ 24. 25. — Tucidid. VI. 76. - -[31] Plutarc. _Arist._ 25. - -[32] Tucidid. I. 99. — Plutarc. _Cimone_ 11. - -[33] Tucidid. I. 98 (anno 466 a. E. V.). - -[34] Plutarc. _Arist._ 25. — Diod. Sic XII. 38. 40. — Giustino, -_Histor._ III. 6. — Andocide, _Della Pace._ — La contribuzione federale -annua che gli alleati portavano in Delo era di 460 talenti (circa 2 -milioni e mezzo di franchi). E al tempo che il tesoro fu trasportato in -Atene, la somma accumulata doveva già ammontare a 2000 talenti (da 11 -milioni di franchi): somma per i tempi cospicua. - -[35] Tucidid. I, 19. 114. III, 3. 50. — Plutarco in _Pericle_. — -Peyron, _Egemonia_. - -[36] Plutarco in _Cimone_ e in _Pericle_. - -[37] Fenomeno caratteristico di tutte le tirannidi e di tutti i -governi moralmente viziati, dalle età più antiche ai nostri dì, è la -intrusione della politica nelle sfere della giustizia. E i dicasteri -popolani della Eliea funzionanti al tempo di Pericle erano appunto -vere assemblee politiche: poichè quello che gli eliasti prestavano, -nell'assumere le loro funzioni di giudici, era un effettivo _giuramento -politico_, come lo attesta la formula che ce ne fu conservata da -Demostene, — _C. Timocr._ - -[38] Aristot. _Polit._ II. 9 3. — Aristof. _Nubi_, v. 861. - -[39] Plutarc. in _Pericle_. - -[40] Schol. in _Demost._ Olint. I. — Plutarco, in _Pericle_. — Peyron. -_La politica e l'amministrazione di Pericle_. - -[41] Senofonte, Rep. Athen. III. 8. - -[42] Platone, _Gorgia_. - -[43] Plutarco, _Guerra o pace_. 5. - -[44] Plutarco, in _Pericle_, 9. - -[45] Boeckh, _Echon. polit. des Athen._ III. 19. - -[46] Aristofane, _Acarnesi_. - -[47] ὥσπερ ἀλαζόνα γυναῖκα. — Plutarco in _Pericle_, 12. - -[48] Plutarco, in Pericle, _passim_. — Cfr. Tucidide, II. 65. - -[49] Socrate nel _Gorgia_ di Platone: «_Tu invitato a nominare abili -politici citasti Cimone e Pericle, perchè apprestarono agli Ateniesi -quanto bramar potessero le loro cupidigie, e renderono, come suol -dirsi, grande la città. Ma non t'avvedi che la grandezza della città -procurata da tali politici riuscì ad essere un'enfiatura marciosa, -imperocchè empierono la città di porti, di cantieri, di mura, di -tributi, senta curarsi della temperanza e della giustizia?_» - -[50] Tale la chiamavano i Greci; (Tucid. I. 122, 124) tale la -confessavano ingenuamente e senza tanti complimenti gli stessi -Ateniesi, Pericle per il primo. «_Sappiam benissimo_ — dichiaravan -gli inviati Ateniesi a Sparta — _di esserci fatti odiosi e gravosi ai -nostri confederati: ma è massima vecchia che il potente tenga il debole -in riga._ (Tucid. I. 76). _Il nostro imperio_, dice schietto Pericle -agli Ateniesi, _ci ha fatto al presente esosi e gravi: ma non possiam -più rinunciarvi, senza esporci al pericolo degli odi che esso ci -attirò. Il nostro imperio è omai come una tirannide: ma se l'occuparlo -è ingiustizia, il rinunziarvi è pericolosissimo._» Tucid. II. 63, 64. -E lo stesso demagogo Cleone: «_Il vostro imperio sui confederati, -o Ateniesi, è una tirannide: voi comandate a gente ritrosa, che -vi ubbidisce, per la prepotenza delle vostre forze, non già per -affezione._» Tucid. III. 37. - -E Isocrate nell'_Areopagitica_ si lamenta a più riprese dell'_odio_ in -cui Atene è venuta a tutti i Greci. - -[51] Nei mille talenti che ai tempi di Pericle formavano l'entrata -complessiva di Atene, le entrate esterne (cioè il tributo imposto ai -confederati greci) figuravano per 600 talenti; e soltanto per gli altri -400 le entrate interne della città. Più tardi, ai tempi di Alcibiade, -nell'anno decimo della guerra del Peloponneso, quando le entrate -complessive delle città furono di 2000 talenti (11 milioni di franchi -circa) il tributo dei confederati ci entrava per 1200. — Tucidid. II. -13. — Plutarco, _Aristide_, 24. — Eschin. _De falsa legat._ — Aristof. -_Vespe_, v. 657 — Boeckh, Echon. _Polit. des Athen._ III. 19. - -[52] Tucid. I. 76. 77. - -[53] Tucidid. II. 64. - -[54] Tucidid. III. 37. - -[55] Tucid. I. 75; II. 63; III. 37. - -[56] 456 a. l'E. V. - -[57] 454 a. l'E. V. - -[58] Che processava Eschilo, condannava Diagora, bandirà più tardi -Alcibiade per aver violato e profanato i misteri; che condannava -Protagora per aver dubitato degli Iddii, processava Anassagora per -averne negato l'esistenza, farà bere a Prodico la cicuta per aver loro -mancato di rispetto: e più tardi per lo stesso motivo farà a Socrate lo -stesso scherzo. - -[59] Povera innocentina! - -[60] Appendice di Yorick sull'_Alcibiade_, nella _Nazione_, 26 aprile -1874. - -[61] Discorso del re Archidamo, Tucid. I. 82. - -[62] Ambizione che non muore con Pericle, ma che ancora ad Alcibiade -sorriderà. Tucid. VI. 91. - -[63] «Generalmente gli animi assai più propendevano per Lacedemone, -siccome quelli che promettevano di liberare la Grecia; epperò tutti e -privati e città procacciavano a poter loro di sovvenirli col consiglio -e coll'opera, cotanta era l'_indegnazione_ contro agli Ateniesi; _chi -voleva sottrarsi alla loro signoria, e chi temeva di soggiacervi_. Con -tal animo e con tali preparativi si movevano alla guerra.» Tucid. II. -8. - -[64] Vedi in Tucid. VIII. 2. le disposizioni e le speranze degli -alleati di Atene alla notizia del disastro degli Ateniesi in Sicilia. - -[65] Tucid. VIII. 14. 17. 44. 62. 80. 95. - -[66] Tucidid. VIII. 90. - -[67] Plutarco in _Pericle_, 45. 46. — Tucidid. I. 126. 139. - -[68] Far dipendere la guerra dalle intimazioni spartane per il decreto -di Megara, sarebbe come dire che fu, non il Piemonte nè il popolo -italiano, ma bensì l'Austria che _volle_ la guerra del 59, perchè fu -essa che, allorquando la guerra divenne inevitabile mandò per la prima -a Torino, alla vigilia dello scoppio, l'intimazione del disarmo. - -[69] Tucidid. I. 118. - -[70] Tucidid. I. 69-71. - -[71] Tucidid. I. 23. 40. 119. 125. 141; II. 10; III. 16, V. 17. 30. 77. -79. - -[72] Dico allo _scoppiar della guerra_, perchè è verissimo che, a -guerra vinta e finita, l'orgoglio della vittoria porterà anche Sparta -a mutar di costume: e in mano di Lisandro e più tardi di Agesilao, la -egemonia lacedemone finirà col diventare assoluta e tirannica al par di -quella d'Atene. - -[73] Tucidid. I. 87. 119. 125. — Fu tenuta l'assemblea definitiva -nell'autunno del 432. - -[74] Tucidid. I. 139. 140. - -[75] Tucidid. II. 63. - -[76] Tucid. I. 76. - -[77] Tucid. I. 75. 76. 77. - -[78] Tucid. I. 77. - -[79] Tucid. I. 77. - -[80] Conciso, esatto e caratteristico è il giudizio che intorno -ai principj della guerra peloponnesiaca reca l'insigne storico -repubblicano Anelli, nella _Prefazione_ a Demostene: «Gli Ateniesi che -da virtù si levarono in sublime, non seppero poi, per mancanza di sì -valido sostegno, mantenere nè modestia, nè moderazione; anzi abusando -il potare ad eccessi di comando, a tirannide di leggi e tributi sugli -alleati e sui soggetti, destarono a poco a poco sdegni, riluttanze, -lamenti, guai, vendette, passioni tutte scoppiate alla fine, nella -guerra peloponnesiaca, che sovvertì Atene e riempì la Grecia di lutto, -di corruzione, di avvilimento e dispotismo. Così questa guerra _non -agitata da spirito di libertà e generosa difesa_, divenne macello di -cittadini, carnificina di fratelli, mercato di servitù, trasse Atene a -bassezza e ad obbedienza dell'emula Sparta.» - -L'Anelli è repubblicano, modello di scrittore onesto e di storico -austero: e mi corsero alla mente le sue parole, quando intesi Yorick -rivendicare ad Atene in quella iniqua guerra «_tutte le simpatie delle -anime generose, delle menti elette, e de' cuori temprati all'affetto -pel vero e pel giusto._» - -[81] Un nuovo storico, ammiratore di Pericle, il signor Henry Houssaye, -autore di una storia recentissima di _Alcibiade e della repubblica -ateniese_, (Paris, Didier, 1874) abbastanza esatta nei fatti, ma -piuttosto superficiale nello spirito di indagine e nello studio delle -cause, — dopo aver difeso la massima parte degli atti di Pericle e -della sua politica e riferite le ultime parole di Pericle morente, -è tuttavia costretto a concludere: «En parlant ainsi, l'agonisant -ne cherchait-il pas à étouffer ses remords d'avoir pris Athènes des -mains de Cimon et d'Aristide puissante et prospère, et de la laisser, -malgré l'éclat éphémère qu'il avait fait rayonner sur elle, avec des -possessions menacées, un territoire envahi, les habitants décimés par -la guerre et la peste? A cet instant suprême, Périclès ne regretta-t-il -pas douloureusement d'avoir entraîné les Athéniens à cette guerre, -qui allait peut-être tourner à la chute de la cité, à la division -des forces de la Hellade, et au futur asservissement de toute la race -grecque?» - -Il signor Houssaye dimentica e non vede il più; dimentica che -Pericle lasciava dietro di sè qualcosa di peggio. Aveva raccolto -Atene virtuosa, di spiriti gagliardi e generosi, disinteressata, -patriottica, e la lasciava avviata a gran passi sulla via dell'egoismo, -dell'ingiustizia, dell'effeminatezza e della corruzione. - -[82] Plutarco, in Pericle. - -[83] Plutarco, in _Pericle_. - -[84] Tucid. I. 112. - -[85] Plutarco, in _Pericle_. - -[86] Plutarco, in _Pericle_. - -[87] Su questo proposito l'illustre Müller: «Die Demokratie (in Athen) -blühte, so lange grosse Männer durch eine imposante Persönlichkeit -sie zu lenken verstanden; sie sank, als, _durch schmählichen Lohn -angelockt_, der gierige und müssige Pöbel sich überall' vordrängte.» K. -O. Müller, _Die Dorier_ III. 1. - -[88] Ai dì nostri, non potendo distruggere questo fatto della -testimonianza concorde di tutti gli scrittori antichi contro Atene, -si è trovato il modo di disfarsene, mettendoli tutti a fascio in -quarantena, sotto l'accusa di _aristocratici_ e di _partigiani_. E -lo spediente ha sedotto anche Yorick. Il vero è, che, quando s'è ben -fatta tutta la parte imaginabile alle licenze e alle esagerazioni -della commedia, ai voli dell'eloquenza e allo spirito di partito di -alcuni degli scrittori — ne resta ancora _assai più del bisogno_ per -poter cavare un criterio storico _giusto ed esatto_ da quella unanimità -schiacciante di deposizioni — da Aristofane a Tucidide, da Platone a -Senofonte — fatta più grave dalla onestà degli uni, dalla gravità e -dall'autorità degli altri — e quel ch'è più, dalla concordanza dei -fatti storici. Quando _tutta_ l'antichità, con tutte le sue voci -più autorevoli, depone contro la _moralità politica_ dell'Atene di -Pericle e successori, e ne dà le ragioni, il farne l'apologia è -un po' difficile. Sopra Aristofane e i comici in particolare, la -cui testimonianza è la più attaccata di tutte, sono notevoli le -considerazioni dal Cappellina: - -«Certo i comici, egli dice, per l'indole stessa dell'arte che -professano, sono proclivi all'esagerazione; ma è pur vero che -l'attualità de' fatti di cui parlavano e l'importanza de' personaggi -che ponevano sulla scena, erano un gran freno che loro impediva -di travisare il vero soverchiamente, onde sotto la caricatura e -l'esagerazione resta un fondo di verità e una base reale: tanto più che -molti de' comici, e specialmente Aristofane, apparteneano alla classe -de' liberali conservatori, meno degli altri proclivi agli eccessi, ed -avevano un giusto concetto della grandezza dell'arte, nè avrebbero -mai voluto deturparla colla calunnia e la palese ingiustizia. Il -che tanto più si deve credere, quando le asserzioni del poeta, come -avviene delle più importanti di Aristofane, hanno una _sicura conferma_ -nell'autorità di altri gravissimi scrittori, intesi non alle finzioni -della filosofia, ma alla severità della storia, della politica e delle -filosofiche discipline.» — Cappellina, _Prefaz. ad Aristofane_. - -[89] Platone, _Gorgia_. — Isocr. _Areop._ — Tucid. III. 38. - -[90] Plutarco, _Pericle_ 9, 11. - -[91] Demost. _Filipp._ III. - -[92] Aristof. _Cavalieri_, _Acarnesi_, _Vespe_, ecc. ecc. - -[93] Demost. _Cose del Chersoneso._ — Aristof. _Cavalieri_. - -[94] Demost. _Distribuzione del danaro_. - -[95] Tucidid. III. 38. - -[96] «_I vostri oratori vi inebbriano di tante lodi che ne' parlamenti -vi gustano solo le adulazioni e la repubblica lasciate alle sue -estreme miserie._» Demost. _Cose del Cherson._ — Ma già assai prima di -Demostene, Aristofane avea scritto la mordacissima pittoresca scena -delle adulazioni al vecchio _Demo_ tra il cuojajo e il salsicciajo -nella commedia i _Cavalieri_. Cfr. la parabasi degli _Acarnesi_. - -[97] Demost. _Filipp._ III. — Cfr Isocr. _Areopag._ - -[98] Isocrate, _Della pace_. - -[99] Aristof. Tesmof., _Caval._ - -[100] Demost. _Distribuzione del denaro_. - -[101] Schömann, _De Comitiis Atheniensium_. - -[102] φράτορας τριβόλου, Aristof. _Vespe_. - -[103] Wieland, _Aristippo_. I. 6. — Aristofane nella _Pace_ dice agli -Ateniesi: «_Null'altro fate che risolver liti._» — E «_città piena di -liti e di accuse_» è chiamata Atene da Isocrate, nell'_Areopagitica_. — -In Luciano, Menippo riconosce dal cielo gli Ateniesi perchè occupati a -giudicare, ὁ Ἀθηναῖος ἐδικάζετο. Luc. _Icaromenippo_. - -[104] È il comico ritratto del vecchio eliasta Fitocleone nelle Vespe -di Aristofane. - -[105] Platone, _Apologia_. - -[106] Aristof. _Vespe_. - -[107] Demost. _Filipp._ I. — Isocr. _Areopag._ - -[108] Ulpiano, in Demost. _Olint._ I. - -[109] Demost. _Olint._ III. - -[110] Aristotile, _Ethic. Nicom._ V. 1. Marcellino, Siriano, Sopatro, -in _Hermog._ — Problem. Rhetor. XL. — Meursius. _Them-Att._ I. 9. - -[111] Isocr. _Panatenaico_. - -[112] Isocrate, _Sociale_, 16 — _Areopag._ 38. - -[113] Aristof. _Rane_. - -[114] Vedi in Aristof. nelle _Nubi_, nei _Cavalieri_, nella _Pace_, -ecc., i frequenti frizzi contro Cleonimo, che fuggì in battaglia, -gettando lo scudo. - -[115] Nella guerra del Peloponneso, se ne togli il genio militare -di prim'ordine di Alcibiade, e qualche abile capitano come Nicia, -Demostene, Frinico — l'inferiorità assoluta degli altri duci Ateniesi -nella condotta della guerra, di fronte alla valentia dei generali -Spartani come Lisandro, Brasida, Archidamo, Agide, Gilippo, Assioco, -Mindaro, Callicratida, ecc., rivelossi evidente. - -[116] Paolo Ferrari, nella sua splendida risposta a Ferdinando Martini, -_Sulla morale in teatro_. — _Rivista Italiana_ di Milano (fascicolo di -luglio). - -[117] Isocr. _Areopag._ - -[118] Aristof. _Tesmoforie_. — In fatto, la donna di famiglia -non compare quasi affatto nel quadro che gli scrittori antichi ci -presentano dell'Atene di questa età. Platone, Senofonte, Alcifrone, i -comici non ci parlano di donne che non siano cortigiane. In Aristofane -quando non sono cortigiane in iscena, son donne che delle cortigiane -usurpano i modi, il parlare, le scostumate licenze. - -[119] Gli anacronismi, caro Yorick, son come le ciliege: uno tira -l'altro. Al tempo della battaglia di Salamina badate che il primato -era di Sparta, e appunto per questo fu Sparta che a Salamina comandò: -gli Ateniesi non diventano egemoni che 3 anni dopo, pel trattato di -Bisanzio. Quanto al primato delle lettere e delle arti, anche questo, -fu _solo parecchi anni dopo_, sotto Pericle, che Atene lo conquistò. -— Nei tempi precedenti, il genio jonico non si era manifestato che -tra le colonie dell'Asia, ed ivi, dopo le splendide epopee del ciclo -omerico, era venuto quasi spegnendosi, come esaurito dalla sua stessa -precoce fecondità; nè prima d'allora, nè poi, fino a Pericle, sul suolo -della madre patria, produsse nulla che potesse reggere il confronto -colle mirabili creazioni del genio eolico e dorico. _Eolii_ Esiodo, -Terpandro, Arione, Saffo, Corinna, Erinna, Alceo; Dorici Alcmano, -Stesicoro, Teognide, Pindaro; _Jonici_, è vero, Anacreonte, Archiloco, -Simonide, ma di Teo, e di Paro e di Ceo. Ed è a Sparta fra i Dori -che Archiloco fiorisce; è a Sparta che fioriscono Taleta, Ferecide, -Anassimandro: Tirteo stesso, il solo nome che Atene potesse rivendicare -in quella età, appartiene anch'esso ai Dori; perchè sebbene ateniese -(lo Hölbe ed il prof. Lami si permettono di negare anche questo) tra i -Dori visse, e in dialetto dorico poetò. Egualmente nell'architettura, -gli stati dorici di Sicione, di Egina, di Corinto, contendono agli -jonici il vanto. E precisamente _fino alle guerre persiane_, come -osservano bene il Müller e il Bulwer, non è già Atene, ma la ruvida -Sparta che occupa per fama il _primato_ fra i Greci, come cultrice -delle arti, e degli studj severi e geniali: ed è Sparta il punto -di convegno dei poeti più illustri, dei musici e dei filosofi di -quell'età. — Il genio d'Atene frattanto raccoglievasi in sè stesso, -aspettando la sua ora. - -[120] Meursius, _Themis att._, l. c. - -[121] Appendice citata di Yorick. - -[122] «_La democrazia d'Atene_, così calunniata e vilipesa, seppe -combattere Sparta e il gran re, senza scannare nelle prigioni le -fanciulle e i vecchi sospetti d'_incivismo_, e senza opporre al terrore -dell'invasione straniera il terrore della mannaja patriottica.» Yorick, -appendice citata. - -[123] Vinti quei di Mitilene, gli Ateniesi per consiglio di Cleone, -decisero di passarli tutti a fil di spada come poi fecero dei Melii. -Persuasi poi da Eucrate, contromandarono l'ordine e si contentarono di -accoppare tutti quelli ch'eran stati mandati prigioni in Atene «_poco -più di mille_!» — Tucid. II. 50. — E questo passò nella storia come -esempio proverbiale di clemenza! - -[124] Tucid. V. 32. 116. - -[125] «L'areopago, vigile custode delle leggi e difensore della -costituzione dello Stato, teneva gli occhi aperti sulla condotta -pubblica e privata di chi metteva le mani nelle faccende del paese.» -Yorick, appendice citata. - -[126] Isocrate lo attesta categoricamente; vedi l'_Areopagitica_. - -[127] Plutarco in _Pericle_. - -[128] Tucid. VI. 43. - -[129] Peyron, _Polit. e amministr. di Pericle_, 9. — Isocr. _Sociale_. -16. _Areopag._ 38. - -[130] Appendice del signor D'Arcais nell'_Opinione_ del 23 giugno. - -[131] «_Pinxit — Parrhasius — et Demon Atheniensium argumento quoque -ingenioso; volebat namque varium, iracundum, injustum, incostantem, -eundem exorabilem, clementem, misericordem excelsum, gloriosum, -humilem, ferocem, fugacem, et omnia pariter ostendere_» — Plinio. -_Hist. Nat._ lib. XXXV. c. 10. - -[132] Nelle parole di Socrate nell'atto primo, intese a preparare le -scene dell'atto secondo, cercai riassumere appunto questo concetto -storico del dramma: - - «_Socr._ Guarda alla repubblica cadente, da che le virtù della - repubblica se ne andarono! Guarda le discordie de' cittadini, le - leggi scadute da che Pericle governò; i rotti e molli costumi - che generano l'ignavia nelle tende e sulle navi; l'ingordigia - de' salarj, le industrie rovinate dalle ciancie del foro e - della Eliea, dai mercenarj e dalle feste; le campagne desolate - dall'asta Spartana. Tu che agogni ad essere eroe, comincia - ad essere cittadino! Tu che vuoi vincere il mondo, comincia a - vincere te stesso.» - -[133] Ecco il _corpo del reato_ sorpreso indosso al signor marchese, -cioè il suo giudizio critico copiato dall'appendice di Yorick: - -«Yorick a Firenze ha _dimostrato_ che il signor Cavallotti -nell'_Alcibiade_ aveva calunniato la repubblica. E tale è veramente -l'impressione che si riceve da questo lavoro, il quale pare a prima -giunta una sfuriata del Cavallotti contro i suoi amici politici -dell'antica Grecia. Per questa volta spetta ai giornali monarchici il -mostrarsi più repubblicani dell'onor. deputato di Corteolona. E invero -nè la grandezza dell'antica Grecia si _spiegherebbe, nè in ispecie -quella di Atene_, e il potente impulso da esse recato alla civiltà di -que' tempi, se le _scene greche_ di cui fummo spettatori fossero lo -specchio fedele di quella società che a traverso i secoli risplende -ancora di tanta luce. _Bisogna cercare la società greca altrove che nei -parassiti nelle cortigiane, e nei vaniloqui dei politicastri._ Questo -valga a _dimostrare_ (!) che il signor Cavallotti, il quale aveva un -vastissimo soggetto per le mani, non ne ha visto e riprodotto che un -aspetto solo, e _il meno importante_.» - -Tanti periodi — tante.... facezie storiche! - -[134] Nel dramma completo per le stampe, vi sono anche questi. - -[135] Così, per es. il signor Garofalo nell'appendice dell'_Unità -Nazionale_ 3 giugno 1874: «L'imagine ridente di Atene che il -chiarissimo _Yorick_ si è formata (e che — aggiungo io — il chiarissimo -D'Arcais ha copiata) è combattuta dai fatti, consacrati in quelle -storie a cui egli nega una piena fede. — In quanto a storia sono col -Cavallotti e credo che la sua descrizione della società ateniese sia -giusta e vera. Facendo un dramma storico egli ha seguito la storia, e -di essa ha nudrita la sua imaginazione. E chi abbia letto Tucidide o -Senofonte non dirà ch'egli abbia caricato le tinte, mostrandoci gli -intrighi delle elezioni, la facilità della seduzione collo sfoggio -dello spirito, dell'ingegno e anche della bizzarria, la corruzione dei -parassiti, ecc.» - -[136] Per dare una semplice idea della _serietà critica_ del signor -marchese, cito un saggio delle sue parole: - -«Il signor Cavallotti col furto di una torta fa la critica delle -istituzioni di un popolo. Allo stesso modo che gli Ateniesi del signor -Cavallotti non ci spiegherebbero la grandezza d'Atene, così pure i -suoi Spartani torrebbero fede alla fortuna di Sparta. A questi giudizi -leggieri ed ingiusti è pur forza contrapporre una protesta.» - -Chi legge queste parole senza conoscere il dramma, non potendo supporre -che il signor D'Arcais lavori di fantasia, crederà che io abbia messo -in iscena una quantità di Spartani tutti ladri e furfanti. Ebbene -di Spartani nell'atto di Sparta non ce ne sono che _tre_ soli: e di -questi tre, _due_ sono appunto introdotti a rappresentare la virtù -del carattere spartano, e a _dar ragione della fortuna di Sparta_: -l'eforo Endio nella austerità dell'amor proprio nazionale e nel senso -severo del retto che gli fa disprezzare il tradimento di Alcibiade; il -soldato Brasida nella semplicità dell'eroismo disinteressato, nel culto -magnanimo del dovere, nello affetto alla patria e alla famiglia: tutti -e due nella sobrietà laconica delle parole annunziante la fortezza -dell'opere. - -E il signor marchese D'Arcais protesta in nome di Sparta, accusandomi -di calunnia e parla — lui!!! — di _leggerezza_ e _ingiustizia_ di -giudizj!! - -[137] Dei tre marmi d'Alcibiade nel Vaticano — che son tra le -pochissime effigie a noi pervenute del grande Ateniese — uno, (corr. -Chiaramonti, N. 44) è stato riprodotto dall'Houssaye nella sua -_Histoire d'Alcibiade_; l'altro, (Sala delle Muse, N. 510) dall'Ennio -Quirino Visconti (_Icon. Gr._ I. tav. XVI. 1 e 2.) Il primo rappresenta -Alcibiade giovane sui 25 anni; ha barba appena nascente e baffi; -l'altro, che fu scavato sul monte Celio, è Alcibiade adulto; il profilo -è meno bello, la barba corta, arricciata, e i baffi più grossi. Il -Visconti lo ritiene una copia del busto che l'imperatore Adriano fece -porre a Melissa in Frigia sulla tomba di Alcibiade. Il terzo marmo, -ch'è una statua intera, e il busto del Campidoglio somigliano agli -altri due. - -L'Ennio Quirino Visconti reca alla tav. XVI n.º 3, un'altra testa di -Alcibiade, copiata da una pietra antica del gabinetto di Fulvio Orsino, -riprodotta da Faber: è Alcibiade giovane e bello: baffi staccati dalla -barba nascente, cappelli arricciati. — Una sesta effigie infine si -trova nel Museo di Napoli: è Alcibiade adulto; baffi e barba cresciuta: -e questa almeno avrebbe dovuto conoscerla quel sapiente critico -napoletano di un foglio milanese, che anche lui si era fitto in mente -di voler far radere i baffi ad Alcibiade! - -[138] Giovanni Emanuel, — splendida natura di artista, a cui l'autore -dell'_Alcibiade_ deve assai — ha rappresentato anche questo quadro al -Corea di Roma. - -[139] Non parlo dell'Alcibiade che s'inginocchia, perchè questa è una -fantasia dei critici sullodati, alla quale l'autore non ha mai pensato. - -[140] Dico questo perchè la citazione mi par sospetta, e avverto a -ogni buon conto il critico del _Corriere di Milano_ — il quale non par -forte nè in grammatica greca, nè in nomi greci — che il suo eroe non -si chiamava _Ajace Oileo_, in quella guisa che Achille non si chiamava -_Achille Peleo_: Oileo era il nome del padre: e il figlio Ajace di -Oileo ossia Oiliade, (Ὀιλιάδης) anche lui, come il Peliade Achille, di -gamba buona: Ὀιλῆος ταχὺς Αἴας. — A pedante, pedante e mezzo. - -[141] In _Lisandro_ e in _Alcibiade_. Cfr. Cornelio Nipote. - -[142] Vedi la nota a pag. 22. - -[143] «_Subtiles_, _acuti_, _breves_» chiama Cicerone, come oratori, -Pericle, Alcibiade, e Tucidide, per distinguerne la eloquenza da quella -più copiosa e prolissa di Crizia, Teramene e Lisia; _De Orat._ II. 22. -Altrove egli pone insieme Alcibiade con Crizia e Teramene, e chiama -questi tre «_crebri sententiis, compressione rerum breves et ob eam -caussam interdum subobscuri_.» Cic. _Brutus_, 7. - -[144] Vedi sopra la nota a pag. 31. - -[145] Athen. _D. ipnos._ VI. 239 d. - -[146] Che nel dramma completo si sviluppa e procede per un numero anche -maggiore di gradazioni. - -[147] Taluno fra essi, come il critico egregio del giornale ufficiale -la _Provincia_ di Pisa, notò per lo appunto una per una tutte le -gradazioni successive del carattere di Cimoto. - -[148] _Etére_ e non _eterie_, come veggo che da moltissimi, anche -de' miei critici, erroneamente si scrive: poichè ἑταίρα è il nome -greco equivalente di _amica_. L'eteria (ἑταιρία, ἑταιρεία), avverto i -critici, vuol dire invece tutt'altra cosa, e puzza di politica: poichè -con questo nome si chiamavano ad Atene quelle che noi oggi chiamiamo — -Domine ajutami — .... le _consorterie_. - -[149] _Corriere di Trieste_, marzo 1874. - -[150] Antifane, presso Aten. XIII. 572. - -[151] Aristen. _Lett._ I. 12. - -[152] Aristen. _Lett._ I. 14. - -[153] _Gazzetta_ ufficiale _Ferrarese_ e _Corriere di Milano_. - -[154] - - «Tu Atte mi sei - in ogni giorno più odïosa.... - ..... Ma non farne grave conto. - Benchè odiosa eserciti dominio - Sulla mia volontà.» - Cossa, _Nerone_, Atto II. - -[155] _Unità Nazionale_ di Napoli. - -[156] _Gazzetta Ufficiale di Sassari_, appendice del signor Delogu. — -_Arte e Scienza_ di Roma, del mio amico Tito Zanardelli. - -[157] A _proposito dell'Alcibiade_ di F. Cavallotti, saggio critico di -Roberto M. Stuart, corrispondente da Roma del _Daily-News_. Pubblicato -in Roma coi tipi dell'_Italie_. Lire una. - -[158] Vedi il succitato opuscolo, pag. 15-pag. 18. - -[159] O perchè mo, a differenza degli altri, proprio soltanto per il -Becker, che è un tedesco, la mi mette il genitivo in inglese! Per far -credere forse che i _Bilder des Griechischen Privatlebens von W. A. -Becker_ colle appendici di Hermann, siano opera di un inglese? O perchè -avendone solo sentito parlare, senza averlo letto, Ella stessa lo crede -davvero un libro inglese? - -[160] Una trireme — ch'era la nave da guerra greca — di solito contava, -giusta i computi del Boeckh, _duecento_ uomini: e cioè 10 soldati di -fanteria di marina (ἐπιβάται), 40 soldati di fanteria greve (opliti): -gli altri 150 fra i rematori dei tre ordini (traniti, zigiti, talamj) e -marinai e ufficiali addetti al servizio della nave. - -[161] Καὶ εἰ αὖ σοι εἴποι ὃ αὐτὸς οὗτος θεὸς, ὅτι Αὐτοῦ σε δεῖ -δυναστεύειν ἐν τῇ Εὐρώπῃ, διαβῆναι δ' εἰς τὴν Ἀσίαν οὐκ ἐξέσται σοι, -οὐδ' ἐπιθέσθαι τοῖς ἐκεῖ πράγμασιν — οὐκ ἂν αὖ μοι δοκεῖς ἐθέλειν οὐδ' -ἐπὶ τούτοις μόνοις ζῆν, εἰ μὴ ἐμπλήσεις τοῦ σοῦ ὀνόματος καὶ τῆς σῆς -δυνάμεως πάντας ἀνθρώπους. — Platone. Primo Alcib. II. - -[162] Anche il dottissimo Müller, per il quale la _Repubblica di -Lacedemone_ forma, autorità, chiama Senofonte «_der beste Kenner -dorischer Sitten_». — Dorier, II. 291. - -[163] «_Al fine di questa guerra_ (del Peloponneso) _Lacedemone conta -un po' più di quattrocento anni dacchè_ =si regge= _cogli stessi ordini -politici_» Tucid. I. 18. — Tucidide scriveva queste linee dopo il suo -ritorno dall'esilio in Atene, epoca in cui pubblicò la prima parte -della sua storia, e cioè intorno al 403 av. l'E. V., circa un dieci -anni dopo l'epoca assegnata alla mia scena di Sparta! — Cfr. Lisia, -_Olimpico_, 7. - -[164] Plutarco, _Licurgo_, 4. - -[165] Liv. 33. 34. - -[166] Cic. _Pro Flacco_, 26. - -[167] Macchiavelli, _Discorsi_ I. 2. - -[168] «_Sparta's Gesetzordnung als die wahrhaft Dorische angesehen, -und deren Ursprung mit dem des Volkes überhaupt für identisch gehalten -wurde_». — C. O. Müller, _Dorier_, II. 11. Perciò Ellanico, il più -antico degli scrittori delle cose di Sparta, potè attribuire, senza -anacronismo, ai primissimi due re di Sparta, del tempo del ritorno -degli Eraclidi (80 anni dopo l'assedio di Troja) _tutte quante_ le -leggi che furono poi note sotto il nome di leggi di Licurgo, vissuto -secoli dopo. Questo punto critico storico fu del resto diffusamente -trattato col solito acume dal Müller nella sua classica opera, e -in parte adombrato dal Peyron, nella monografia sulla _Politica di -Licurgo_. - -[169] Vedi Plutarco, _Solone_. — Senof. _Repub. Ateniese_. — E le opere -speciali di Hüllmann, e di Schömann sulla Costituzione di Atene. - -[170] Vedi Plutarco e Diogene Laerzio in _Solone_. - -[171] Senof. _Memorab._ III. 7. - -[172] Plat., _Protagora_, X. - -[173] Il signor professore Z. ha confuso evidentemente — confusione -inesplicabile in un professore — i costumi jonici con quelli dorici, -e le leggi ateniesi con quelle spartane. È a Sparta difatti che per -la necessità dell'organizzazione militare, su cui poggiava l'esistenza -stessa della repubblica, troviamo — all'opposto di Atene — vietate ai -cittadini le arti meccaniche: «_tutto quel ch'era d'arte meccanica -volevano i Lacedemoni si esercitasse non per le mani de' cittadini, -ma de' servi_» Plutarco, Apoft. Lac. — Però il signor Z., se non -aveva letto nè Senofonte nè Platone, avrebbe almeno dovuto conoscere -quell'episodio narrato da Plutarco che caratterizza così nettamente -la diversità delle due legislazioni ateniese e spartana a questo -riguardo. Essendosi un Lacedemone (certo Eronda) trovato ad Atene in -un giorno di seduta dell'Eliea, ed avendo sentito che un cittadino -perchè non esercitava nessun mestiere nè arte manuale e viveva in -_ozio_, era stato dai giudici condannato (intende signor Z.?), e se ne -ritornava dalla condanna tutto addolorato, mesti anche gli amici che lo -accompagnavano — egli pregò gli astanti che gli mostrassero quest'uomo -«_ch'era stato condannato per aver vissuto nobilmente da uomo libero._» -— Plutarco, in _Licurgo_ e negli _Apoftemmi_. — E son molti anche nei -tempi nostri che intendono a questo modo la libertà! - -[174] App. dell'_Unità Nazionale_, 3 giugno 1874. - -[175] App. dell'ufficiale _Gazzetta Livornese_, 15 giugno 1874. - -[176] Habent autem (Thraces) multa nomina singularum regionum singula, -moribus tamen ac opinionibus consimilibus imbuti, praeter Getas et -Trausos et qui supra Crestonas incolunt. — J. Boemus Aubanus, _Mores, -leges omnium gentium_, lib. III. - -[177] J. Boem. Aub. _Ibid._ - -[178] «Bene, o Timocle, mi fai ricordare delle diverse credenze dei -popoli; v'è una confusione grande ed ogni gente ha sua credenza e -culto. Gli Sciti adorano la Scimitarra, i _Traci Zamolchi, un fuggitivo -di Samo che si riparò fra di essi_, i Frigi la luna, gli Etiopi il -giorno, gli Assirj una colomba, ecc.» — Luciano, _Giove tragedo_. - -[179] R. Ghirlanda, nella _Scena_ di Venezia e nella ufficiale -_Gazzetta Ferrarese_. - -[180] A proposito di eccezioni, per quel che personalmente mi concerne, -mancherei a un debito di giustizia se non ricordassi tra coloro che -scrissero con dottrina e competenza di studj e acume artistico sul -dramma mio, con più o meno severità o con più o meno indulgenza,: il -cav. Augusto Franchetti dell'_Antologia Italiana_, l'avv. Forlani, -direttore della _Gazzetta di Trieste_ e autore di un bel lavoro sulla -_Legislazione attica_, Felice Uda nella _Lombardia_, Carlo Romussi -nel _Secolo_, Carlo Angelini nell'_Indicatore_ di Livorno, il signor -Augusto Boccardi nell'_Arte_ di Trieste, il prof. Lazzarini nella -_Provincia_ di Udine e qualch'altro egregio di cui mi sfugge con -dispiacere il nome. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of Alcibiade, la critica e il secolo di -Pericle, by Felice Cavallotti - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK ALCIBIADE *** - -***** This file should be named 62384-0.txt or 62384-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/2/3/8/62384/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the -Distributed Proofreading team at DP-test Italia, -http://dp-test.dm.unipi.it (This file was produced from -images generously made available by The Internet Archive) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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You may copy it, give it away or re-use it under the terms -of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at -www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll -have to check the laws of the country where you are located before using -this ebook. - - - -Title: Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle - -Author: Felice Cavallotti - -Release Date: June 12, 2020 [EBook #62384] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK ALCIBIADE *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the -Distributed Proofreading team at DP-test Italia, -http://dp-test.dm.unipi.it (This file was produced from -images generously made available by The Internet Archive) - - - - - - -</pre> - - -<div class="booktitle"> -<h1> -ALCIBIADE,<br /> -LA CRITICA E IL SECOLO DI PERICLE -</h1> -</div> - -<hr class="silver" /> - -<div class="titlepage"> -<p class="main-t"> -ALCIBIADE, -<span class="smaller">LA CRITICA E IL SECOLO DI PERICLE</span> -</p> - -<hr class="tiny" /> - -<p> -LETTERA -</p> - -<p class="pad1 x-small"> -DI -</p> - -<p class="pad1 x-large"> -FELICE CAVALLOTTI -</p> - -<p class="pad1 x-small"> -A -</p> - -<p class="pad1"> -YORICK FIGLIO DI YORICK -</p> - -<p class="pad4"> -<span class="g large">MILANO</span><br /> -<span class="small">TIPOGRAFIA FRATELLI RECHIEDEI</span><br /> -1874 -</p> -</div> - -<hr class="silver" /> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span> -</p> - -<h2 class="hidden"> -Caro Yorick figlio di Yorick -</h2> - -<p class="indl large"> -<b>Caro Yorick figlio di Yorick,</b> -</p> -</div> - -<p class="pad2"> -Difendono i ministri i loro spropositi, difendono i -filosofi le loro utopie, difendono le mamme i loro mostricini, -possono ben difendere gli artisti i loro lavori, -fossero anche aborti delle Muse. -</p> - -<p> -E poiché sono venuto nella idea di rispondere alle -critiche da varie parti piovute sul mio povero <i>Alcibiade</i>; -e bisognava pur trovare qualcuno a cui parlare -per tutti — come a suocera veneranda, perchè le nuore -pudiche della critica intendano, — ho pensato che -quest'uno potevate benissimo essere voi. -</p> - -<p> -Ciò per parecchie ragioni: delle quali salto subito -subito, di piè pari, la prima — perchè dovrei discorrere -della bacchetta di direttore che voi tenete da -tempo con diritto incontestabile nell'orchestra, un po' -scordata, della critica giornalistica italiana. Ora qui -da un lato sdrucciolerei ne' complimenti, e in fatto -di complimenti, io mi dichiaro confratello degli orsi -delle caverne di Berna e del <i>Pessimista</i> dell'<i>Arte Drammatica</i> -di Milano; dall'altro forse nelle scortesie, e -nel lodare il direttore non vorrei offendere i violini -di spalla. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span> -</p> - -<p> -Un'altra ragione riguarda me. — E questa lasciatemela -pigliar dalla lunga. -</p> - -<p> -La vita dell'arte, come quella della politica, non è -stata per me tutta rose. In politica ho avuto addosso -i <i>nemici di partito</i>; in arte — oh in arte, assai di peggio: -ho avuto addosso i <i>critici imparziali</i>. Voi non -immaginate che spaventosa parola sia questa per i -poveri autori. In arte, si sa, è valuta intesa, non ci -sono, non ci possono essere partiti, nè simpatie od -antipatie partigiane: la legge di Solone che voleva i -cittadini partigiani per forza, pena l'infamia, nella repubblica -delle lettere, si sa, non ha corso; qui, non -si parla, non si scrive, non si giudica che per semplice, -solo, purissimo <i>amore dell'arte</i>. L'amore dell'arte -ha messo al mondo in un solo parto i genj abortiti, -gli autori fischiati — e i <i>critici severi ma imparziali</i>. -E poichè l'amore, per legge di natura, quanto più è -contrastato ed infelice, tanto più ne' contrasti s'accende -e s'inasprisce, così questo amor divino dell'arte rende -terribili coloro a cui l'arte ha negato le sue carezze. Con -una abnegazione feroce, resa tale dal loro <i>amor disperato</i> -— essi servono le caste Pimplee da cui furono messi -alla porta. Appollajati lì sull'uscio che non possono -varcare, se ne sono costituiti i portinaj e ne vietano -agli altri o ne fanno pagar caro l'ingresso. Ributtati -dalle vergini divine, si son fatti custodi inesorabili -del loro onore. Controllano i doni, le primizie, le vivande, -le offerte votive — drammi o commedie, romanzi -o poemi — che ad esse vengono recate; non lasciano -passare le indegne o nocive alla salute; i temerarj -offerenti castigano; e siccome l'amoroso zelo li fa rigorosi, -così nocive od indegne trovano quasi tutte; e -giù botte da orbi ai <i>fedeli</i> che portano la roba, mentre, -frattanto, alle divine fanciulle per troppo amore -non lasciano arrivare in tavola più niente — e le -poverette rischiano di morir di inedia — come Sancio -Panza governatore, quando il medico sorvegliava la -sua mensa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span> -</p> - -<p> -Scherzi a parte, e fuori di metafora, oggi la critica -si trova in Italia, fatte le debite ed onorande eccezioni, -anzichè no a mal partito. Un certo numero di -persone che non hanno potuto terminar bene i loro -studj non sono riuscite nei tentativi dell'arte, o non -sanno rassegnarsi all'ingiustizia di madre natura che -fu loro nell'ingegno matrigna, si sono messe, in mancanza -di meglio, a far della critica. Ufficio il più difficile -e il più facile, secondo la maniera di pigliarlo: -per costoro — il più facile. Non portando nell'esercizio -di questo ufficio nessun chiaro concetto sulla missione -dell'arte e sui suoi varj ideali, nessun criterio estetico -determinato, nessun corredo di cognizioni sode e nessuna -sapienza d'analisi, essi vi portano in compenso -un'altra dote, che essi hanno convenuto di chiamare -— la <i>imparzialità</i>. Infatti, essi sono imparziali in questo -senso che tutte le scuole per loro sono uguali: -tutti gli ideali si valgono: per loro è indifferente sia -l'una piuttosto che l'altra: non si tratta di dar già -all'arte questo o quell'altro indirizzo, di misurare alla -stregua di questo o di quel criterio artistico il valore -di un'opera d'arte: ne importa giusto assai a loro dell'opera -d'arte! A loro importa di far sapere che essi -ne hanno fatto la critica. Il loro <i>giudizio critico</i>, è -questa per essi la <i>vera opera d'arte</i>, ed essi si figurano -già e pregustano, scrivendo, la impressione che essa farà -sul pubblico. L'autore è scomparso: chi ne sa più -nulla della sua fatica e de' suoi studj? il problema è -mostrare che qualunque siano l'autore e la sua opera -e i suoi studj, il critico ne sa <i>sempre</i> di più: e tanto -più se ne sa naturalmente quanto più si trova da correggere -e da ridire: correggere e biasimare bisogna -dunque e ad ogni costo: e la <i>severità</i> è di prammatica. -Non si può essere indulgenti senza derogare e confondersi -col volgo — o comparir parziali. — «<i>La tal -cosa è sbagliata, la tale altra assurda; questa va male, -quest'altra così così;</i>» eh? com'è presto detto! e il -<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span> -lettore che nel suo grosso criterio prima trovava la -cosa passabile e credeva l'autore dovesse averci studiato -sopra chi sa quanto, or pensa già con ammirazione -a quel che ne sarebbe uscito se, invece di quell'asino -di autore, quella tal cosa l'avesse scritta quella -cima del critico. I meriti dell'artista senza i suoi sudori: -fare il critico a questi patti dev'essere una specie -di voluttà. -</p> - -<p> -Questa professione non va esente certo anch'essa -da' suoi rischi: viene il giorno che il pubblico, anche -col suo grosso criterio, ride del critico o che il critico -si trova per davvero imbrogliato a dare il giudizio su -quel tal lavoro, che sfugge affatto al suo ordine di -cognizioni. Ci sono però anche le risorse. Si aspetta -che un critico — <i>di quegli altri</i> — voi per esempio — -abbia aperto bocca e detta la sua: e allora, senza -darsene l'aria, a tempo e luogo, sul motivo dato si eseguiscono -le variazioni. Ciò non obbliga, beninteso, a saper -la ragione delle cose che avete detto voi o a trarne -i giudizj che ne avete tratto voi: anzi, il bello è pigliar -della vostra critica quel tanto che basta per orientarsi, -e poi concludere all'opposto. Io conosco dei critici -che mettono sempre diligentemente da parte, in -serbo, le appendici critiche di Yorick e dei critici francesi -più in voga, per presentarle all'occasione ricucinate -da loro: e i quali sarebbero maledettamente impacciati -se dovessero spiegare la tale o tal altra cosa, la -tale o tal altra parola, che hanno copiata a occhi -chiusi, senza saperne il perchè. Ma in compenso, se vedeste, -con che severità e con che sussiego ne fanno -all'autore, come fosse roba loro, la girata! -</p> - -<p> -Un'altra risorsa per questi critici è l'apparizione di -un lavoro storico — o in cui c'entri per qualche verso -la storia. Oh un dramma storico! è la loro festa. Quel -giorno essi salgono di cento gradini nella scala della -riputazione e si pigliano più autorità che non ne abbian -presa in cento critiche di altri lavori. Perchè in -<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> -altri bisogna discorrere poco o tanto di concetti artistici, -di forme artistiche, di poesia, di psicologia, di -morale, e che so io: tutte cose che legano i denti: e -che permettono al lettore profano di essere di un parer -diverso: ma qui! qui è un altro affare. Qui si piglia -una Enciclopedia o un trattato di storia: e in due -tratti di penna l'autore è spacciato. Qui si tratta di -cognizioni serie, positive, su cui non ci possono essere -dispareri. Come si fa, quando l'autore si è occupato di -quel tal fatto o di quel tal personaggio storico, e il -critico vi sentenzia con tutta la gravità che quel tal -fatto è accaduto all'opposto, che il tipo di quel personaggio -è sbagliato, che quella tal circostanza storica -importantissima è stata ignorata, che il colore storico -locale è falsato, e lì una bella citazione di tre o -quattro o cinque nomi di autori in fila — come si fa, -dico, a non trovare che il lavoro è un aborto che non -regge alla discussione e a non ammirare il critico sapiente -che ha saputo farne giustizia! «— Oh! hai letto -la critica di X intorno al lavoro di Y? — Certo! Come -te lo concia per le feste quell'Y! — E lì non si scherza! -il critico si vede che è uno che sa il fatto suo! — -Se lo sa! Pensare che volevano farlo passare per un -buon lavoro! — Già! già! si vede ora che roba è. -Ma neh che talento quell'X! che erudizione! come sa -scrivere! come sa la storia! — E come gli prova a -quel povero diavolo tutti i suoi spropositi citandogli -gli autori sulle dita! — E come conosce a menadito -Aristofile, Plutone, Tucilide e tutti quegli altri! Scommetto -che l'autore non li aveva neppure letti! — Ah -questi sì sono critici coi fiocchi!...» — E segue il resto -delle litanie. -</p> - -<p> -Ma se il povero autore strapazzato fosse lì in un -angolo e provasse a quei signori che il critico conosce -Platone, Aristofane, Tucidide e tutte quelle altre -brave persone a un di presso come le conoscono loro -— che non ha mai visto dei loro libri pure il cartone -<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> -— e che tutta la scienza è stata improvvisata lì per -lì dalla sera alla mattina sopra un articolo della Enciclopedia, -quei signori giurerebbero che l'autore parla -per dispetto. Eppure da molti, da troppi la critica -non si fa che così. -</p> - -<p> -Allato a questa categoria, ve n'ha, di critici, un'altra -più coscienziosa, ma per gli autori non meno molesta. -Sono ottime persone — talora qualche diligente professore, -il più spesso dei bravi giovani che han riportato -il premio nelle scuole — e che <i>effettivamente -sanno</i> qualche cosa: ma che hanno (certo con maggior -diritto degli altri) il bisogno irresistibile di farlo -sapere e di mettere in mostra tutto quello che sanno. -Anche questi d'arte s'occupano poco: per loro il lavoro -d'arte non è che un eccellente mezzo per isfoderare -la loro dottrina, smerciare la loro mercanzia -e metter fuori tutto il bagaglio delle loro cognizioni. -Anche quando questa mania non si scompagna da una -certa benevolenza, la noia per gli autori non è minore. -Perchè essi rimproverano l'autore che nello sviluppo -di quel tal periodo storico ha dimenticato i tali personaggi; -che i tali altri li ha rappresentati incompletamente; -che nell'orditura di quella tal scena ha trascurato -di valersi di quelle date circostanze storiche, -di quelle date teorie filosofiche, di quelle date risultanze -della critica storica e via via. Essi sanno benissimo -probabilmente per i primi che se l'autore -avesse fatto entrare nel suo dramma tutta quella roba, -ne sarebbe risultato uno zibaldone impossibile, una -mole indigesta da far dormire un morto in piedi: essi -lo sanno, ma non importa — non si tratta di farcela -entrare quella roba, che, tanto, il lavoro è già fatto — -si tratta di far sapere che essi sapevano in proposito -tutto quel mondo di belle cose e che l'autore ha avuto -il torto di non pensarci. -</p> - -<p> -Ci è poi ancora una classe di Aristarchi, anch'essi -a loro modo coscienziosi. Questi hanno in arte degli -<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> -ideali fatti, delle teorie fatte: e condannano irremissibilmente -<i>a priori</i> tutto quello che esce o si allontana -da quegli ideali e da quelle teorie. Per costoro, -la libertà dell'arte non esiste; l'arte non è ammissibile, -non è concepibile che sotto date forme: fuor di -là, tutti aborti. Questi la confina nel mondo puramente -fantastico; quest'altro in quello della realtà presente, -pura e nuda. L'uno pretende l'osservanza rigorosa -delle regole aristoteliche; l'altro, che è in progresso, -le sopprime, ma per aver il diritto di sostituirvene -dell'altre altrettanto rigorose ed altrettanto anguste. -</p> - -<p> -Conosco un mio amico, ingegno egregio e critico -acuto,<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a> il quale in buona fede si crede rivoluzionario in -arte, perchè pretende che ella debba essere nient'altro -che la fotografia di quello che esiste in natura, e -<i>come</i> vi esiste; e che i suoi uomini non debbano portare -che il <i>frac</i> e le sue donne non debbano vestire che -colle mode dell'ultimo figurino. Fantasia, poesia, idealizzazione -del vero, evocazione d'altre età, tutte robe -scolastiche da far dormire: prosa da conversazione ha -da essere, e un po' di spirito di osservazione, per riprodurre, -<i>tal quale</i>, quel che succede ogni dì, e un po' -di raziocinio per coordinarlo; un problema sociale od -economico da risolvere, o un adulterio pudico da legittimare. -Shakespeare, o Byron, o Victor Hugo! Che -arte stramba è questa vostra che cava da mondi impossibili -Falstaff e Jago, Sardanapalo e Ruy Blas! Persone -vere, a modo nostro, vogliamo, e vestite dei -nostri panni e facciano quello che facciam noi, e parlino -come parlano i cristiani: stramberie di cervelli -malati le vostre e non arte: l'arte è là — nella <i>camera -oscura</i>. -</p> - -<p> -Andate dunque a presentare a questi critici un lavoro -di un genere che non sia quel ch'essi ammettono! -Andate dunque a dir loro che sono essi i retrogradi, -<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> -essi che dell'arte non accettano che una forma -sola, che pretendono misurarle avaramente il tempo -e lo spazio; provatevi a dir loro che <i>tutti i tempi</i> e -<i>tutti i luoghi</i> sono dominio dell'arte, perchè tutti ponno -essere dominio del <i>vero</i>; che il classicismo era <i>falso</i>, -come il loro realismo è <i>falso</i>, perchè entrambi pretendono -di imporre indistintamente al vero che è <i>universale</i> -le idee e il linguaggio di un solo paese<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a> -e di una sola età; che una sola forma l'arte respinge, -ed è il brutto; che è ufficio dell'artista scovrir del -vero le armonie più intime, afferrarne i rapporti più -segreti e lontani, riunirne le linee <i>sparse</i> qua e là nella -natura, farle rivivere in creazioni che la sola riproduzione -meccanica del vero in natura non dà; che -l'osservazione fredda e sola a ciò non basta, se la -fiamma santa dell'ideale non la scalda; che sotto tutte -le forme l'arte vuol essere <i>creazione</i>, cioè <i>poesia</i>: che -non è lecito proscrivere Michelangelo e i suoi arcangeli -in nome di Clerici e de' suoi gatti, — e quei critici -<i>rivoluzionarj</i> vi rideranno per compassione sul -muso! -</p> - -<p> -E tutti questi ancora sono brava gente. <i>Uomini serii</i> -dell'arte, <i>Brid'oison</i> della critica, <i>Marchesi Colombi</i> dell'erudizione, -le loro sentenze sono perniciose, ma le -loro intenzioni sono innocenti. -</p> - -<p> -Or dove lascio le eccellenti persone, che si servono -della critica come di un emolliente per la espettorazione -del catarro e di tutti i cattivi umori dello stomaco? -Esser rosi di dentro dalla bile dell'impotenza, -dal tarlo della vanità; cercare ogni dì in fondo all'anima -una scintilla di estro, e non trovarvi che una -<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> -goccia di fiele; ogni dì frugare nella mente per trovare -una imagine, una idea, pescarvi un'insolenza o -una banalità; e allora, non potendo far dell'arte, ricattarsene -col far della politica; non potendo servire -alla riputazione propria, aver bisogno di pigliarsela -coll'altrui, servendo ai rancori dell'alto ed alle invidie -del basso; sempre rodersi, sempre odiare, odiare come -in politica si odia: e dopo tutto questo, trovarsi d'aver -dinnanzi un lavoro d'arte, una penna, un po' di -carta, un dizionario e un calamajo, — ah, per Dio, -negatemi che allora non diventi uno sfogo salutare, -non diventi una cura igienica la critica! Quando il -critico ha ridotto in pezzi il lavoro d'arte, ha dimostrato -che è un aborto od un plagio, coperto di irrisione -l'autore e le sue fatiche, — egli tira il respiro -più libero: egli si sente il cuore più leggiero, e le -tempie più fresche. Ciò fa bene alla salute. -</p> - -<p> -E ciò permette degli sfoghi che non mancano neppure -del loro lato estetico. Si può fingere la santa -indignazione di Giovenale e darsi l'aria di menar lo -staffile — quello di S. Ambrogio magari — per cacciare -i profani dal tempio! si può incominciar l'opera -deplorando il compito ingrato: — una speranza di più -andata perduta per l'arte, l'amarezza di doverla registrare, -perchè la verità va innanzi a tutto, e di -esporsi alla taccia di partigiani, per aver avuto il coraggio -di dir forte quello che gli altri non dicono che a -bassa voce: — allora ogni staffilata all'autore diventa -un atto di abnegazione del critico — a ogni brandello -del lavoro, ch'ei strappa, è il suo cuor che ne piange, -e che ne sanguina. È il console Bruto che decapita -suo figlio. Santo, divino amore dell'arte, tu solo puoi -ispirare questi sublimi eroismi, perchè fortemente -colpisce, chi fortemente ama! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Ebbene da tre anni che il caso mi buttò nell'arena -dell'arte, ho avuto anch'io che fare, come tutti i -miei colleghi, con questi Minossi della critica, resi feroci -dall'imparzialità, dalla giustizia e dall'amore. Di -che sarebbe ingenuità o incomportabile superbia il lamentarmi: -perchè a me, degli ultimi venuti nell'arringo -e non certo ai primi posti, non ispetta lagnarmi -di quel ch'è toccato anco a' maestri, che vi siedono da -un pezzo prima di me e innanzi a me. Ma qualche -circostanza antecedente della mia vita, affatto estranea -all'arte, ha fatto che parecchi di quei signori si dedicassero -a me con voluttà speciale; e che ai miei poveri -pargoletti ne toccassero speciali tenerezze. -</p> - -<p> -Però fu una grata e perfino strana sorpresa per me, -nel tempo che più mi si prodigavano quelle carezze -caritatevoli, il trovare un bel mattino, proprio nelle file -de' miei avversarj politici, lì sulle rive dell'Arno, un -critico che acconsentiva a giudicarmi come artista, -senza chieder prima l'ispezione delle mie fedine nè politiche, -nè criminali (molto sporche, tra parentesi, molto -sporche)<a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a>; un critico pieno di erudizione, di quella -vera, ma senza saccenteria; pieno di dottrina, di quella -soda, ma senza pedanteria; che mi criticava senza mordermi, -mi consigliava senza annojarmi, e — fenomeno -raro pei tempi — le critiche erano scritte in italiano -così puro che pareva di Crusca, e i consigli avevano -tanto senso comune che pareva perfino — ed era difatti -— buon senso. Quel critico — era un moderato, -e reclamava per l'arte la santa libertà: mi parlava -<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> -de' suoi ideali con convinzione, mi dava il benvenuto -nel suo tempio con cortesia. — Yorick, figlio di Yorick, -quel critico eravate voi. -</p> - -<p> -Son passati da allora quasi tre anni; ma dovendo -indirizzare la presente a qualcuno, ho amato di ricordarmene. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -E adesso soltanto ve ne ricordate? E per questo mi -scrivete le vostre frottole? -</p> - -<p> -— Oh, non adesso e non per questo solo. Quando il -mio <i>Alcibiade</i> venne ad esporre la coda del suo cane -in riva all'Arno, per consultar sul da farsene, io mi -occupai naturalmente di sapere che cosa il severo Yorick, -figlio di Yorick, ne pensava: e quando seppi che -egli, quantunque <i>moderato</i>, approvava il taglio della -coda, ho detto fra di me: <i>sono salvo!</i> ho ripiegato diligentemente -in quattro l'appendice della <i>Nazione</i> e me -la son messa in tasca come un talismano contro i malefizj -dei don Basilii. -</p> - -<p> -Ma ahimè! l'appendice aveva anch'essa una coda, un -pezzettino di quell'altra tagliata via: e nella coda tutta -bianca c'era un piccolo punto nero ed io non lo avevo -visto: e il punto nero era nientemeno (cerchiamo una -frase originale) era la nuvola foriera della tempesta. -</p> - -<p> -Voi avevate detto tra di voi: Per il mio amico -Alcibiade e per l'operazione del taglio, vada: ma tra -amici qualche scherzo di buon genere è permesso; e -se Alcibiade ne ha fatto uno simile al suo cane, io -posso ben farne un altro a lui. Per aver della dottrina -— non è necessario rinunziare a far dello spirito: e -qui è il caso d'una facezia che farà ridere tutta la -platea. Alcibiade, democratico e il suo compare Cavallotti -strapazzano i <i>repubblicani</i> dell'Atene antica: -io, <i>monarchico</i> dell'Atene moderna, li difenderò. E la -<i>Nazione</i> sarà l'asta che impugnerò, paladino della repubblica, -contro il poeta anticesareo, e tutta Italia saprà -<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> -che il rappresentante di Corteolona è stato richiamato -al rispetto verso l'<i>A. R. U.</i> e le altre lettere -repubblicane dell'alfabeto, da Celestino Bianchi che è -commendatore, e da me, che sono Yorick. -</p> - -<p> -«Ah che burla! ah che burla!» L'avete detto — -e lo avete fatto — come potevate farlo voi. La difesa -vostra dei poveri nepoti di Milziade e di Temistocle, -indegnamente calunniati da un loro correligionario, è -un modello del genere: giammai una tesi intrapresa -per burletta fu sostenuta con più spirito e con più erudizione: -l'illusione di quelle splendide pagine è così -affascinante, così completa, che quasi io stesso, dimenticando -per un momento i miei libri e le mie idee, -finivo per restarci preso sul serio e giunto a quella -solenne patetica apostrofe: — <i>Ateniesi d'Italia rendete -omaggio alla repubblica caduta!</i> — portai involontariamente -una mano all'occhio perchè mi pareva di sentirvi -spuntare una lagrima di pentimento. Se la lagrima non -c'era, egli è che le mie glandule lacrimali sono molto -resistenti. -</p> - -<p> -Ma intanto quella burla doveva avere delle conseguenze -per me. Perchè voi non pensaste all'autorità -delle vostre parole. Quello che voi avete scritto per -ischerzo, gli altri in buona fede lo hanno copiato sul -serio. Da che s'è saputo che Yorick, mi aveva accusato -del delitto di offesa repubblica (constato che, prima -di voi, <i>nessuno</i> in cento critici ci aveva mai pensato -neppure per sogno), l'accusa ha fatto il giro — e non -c'è stato più critico che si rispettasse il quale non si -credesse in dovere di ripeterla. Ma l'originalità dell'idea -e l'erudizione della forma se n'erano andate: -e del frizzo di buon genere riuscito bene non restava -più che uno sproposito copiato male. -</p> - -<p> -«Per questa volta, grida l'uno, tocca ai monarchici -mostrarsi più repubblicani del rappresentante di Corteolona<a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> -</p> - -<p> -«Quella repubblica ateniese, grida l'altro, non merita -lo scudiscio dai lacerti avvelenati. Il deputato di -Corteolona avrebbe dovuto, in vista della repubblica -avvenire, usar un po' più di cortesia verso una delle -più grandi repubbliche del passato<a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a>.» -</p> - -<p> -«Il popolo d'Atene,<a class="tag" id="tag6" href="#note6">[6]</a> ribatte il terzo, era forte, -gagliardo, pieno d'amore per la patria: e il signor Cavallotti -lo ha calunniato; ha falsato la storia e ha -fatto offesa alla giustizia.» E tira via. -</p> - -<p> -Tutto questo si stampa e si grida sul serio in coro, -da quella vostra facezia in poi: ah, voi certo non -pensavate, scrivendola, che m'avreste buttato sulle -braccia tutto questo stormo di pappagalli. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Ora che l'accusa (vorrei dire la calunnia) è formulata, -bisogna bene che io me ne difenda. E per difendermene, -niente di meglio che rimontare alla origine -e rispondere a quello che l'ha messa in giro. -</p> - -<p> -Mi difendo, per rispetto a me, e a' miei principj; -mi difendo per rispetto alla verità storica — la quale -anch'essa è una dama che merita di essere rispettata. -</p> - -<p> -Poichè avverto qui — una volta per tutte — e prego -i maligni a tenerselo per detto — che non è già del -merito artistico dello <i>Alcibiade</i> che si tratta in queste -pagine mie. Quello lo abbandono intero al pubblico ed -ai critici di tutte le specie e di tutte le categorie: io -per il primo so benissimo d'avere scritto tutt'altro che -un capolavoro; anzi spesse volte mi arrabbio contro -di me, pensando alle tante e belle cose che vi avrei -voluto mettere e che non ho saputo o potuto; perchè -qui la ragion del dramma, lì la ragion poetica, altrove -la ragione storica me lo impedivano, e alla scarsezza -<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> -del mio ingegno non era dato di armonizzare e -combinare insieme tutti quei criterj diversi. -</p> - -<p> -Sul valore intrinseco dell'<i>Alcibiade</i>, ripeto, non -solo intendo nel senso più ampio la libertà de' giudizj -del critico, competente o incompetente, benevolo o -malevolo — ma rinunzio alla parola per difendermi. -</p> - -<p> -Io non ho a difendermi se non dalle critiche che -toccano la mia coscienza d'artista — e un po' anche -d'uomo politico. Questo è il mio diritto, e il critico -egregio dell'<i>Opinione</i> ha la bontà di riconoscerlo. Mi -si accusa di aver falsata la storia: chiedo licenza -di interrogarla. Si interpretano a rovescio i miei intendimenti: -chiedo licenza di spiegarli. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Perchè di intendimenti, nello scrivere l'<i>Alcibiade</i> — -e nelle proporzioni in cui l'ho scritto — io ne ho -avuto parecchi. E vada per il signor Roberto Stuart -che mi rimprovera di non averne avuto nessuno. Non -li avrò raggiunti: d'accordo: chi troppo vuole, nulla -stringe: colpa mia. A me basta far sapere quali erano. -</p> - -<p> -Primo: Un intento <i>drammatico</i> (non ne dispiaccia -a coloro che si sbizzarrirono intorno a quel mio titolo -di scene e vi vollero scorgere — troppo benevoli — -una scusa e una attenuante per me). Scrivere un -dramma — proprio, un dramma — in cui fossero — -compatibilmente colle forze mie — i requisiti per ciò -richiesti — <i>azione</i>, <i>passione</i>, <i>caratteri</i> — e sopratutto -verità. E in questo, caro Yorick, vi ringrazio d'aver -indovinato il mio pensiero<a class="tag" id="tag7" href="#note7">[7]</a>. Perchè se non avessi -<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> -avuto intenzione di scrivere un lavoro <i>drammatico</i>, -avrei cominciato col non dare il lavoro alle scene. -Soltanto, è una mia idea, e di qualcun altro, che -ciò che chiamasi il <i>dramma</i> possa svolgersi tanto in -un ordine di fatti del mondo esterno, quanto nel -fondo dell'anima d'un uomo. È una mia idea che -dramma voglia dire <i>contrasto di passioni</i>, e che questo -contrasto, questa lotta possa succedere tanto <i>fra</i> più -individui, quanto <i>in</i> un individuo solo: anzi tanto più -violento, quanto più angusto il campo. In un caso -l'azione drammatica risulta da un intreccio di fatti -materiali e di persone, che esige, perchè l'<i>urto</i> delle -passioni e dei caratteri abbia a scaturirne, una tal -quale unità materiale esterna, rispetto al tempo e -al luogo: nel secondo caso, l'azione drammatica risulta -da un intreccio di fatti psicologici molteplici e -contrarii dai quali appunto sviluppasi l'urto in causa -dell'unità del personaggio. -</p> - -<p> -In un caso il rapporto di necessità è fra gli avvenimenti; -nell'altro è fra le passioni del personaggio e -le fasi della sua vita. Unità materiale l'una, unità psicologica -l'altra, unità drammatiche entrambe. Tocca -all'artista il fare che questa seconda unità sia poi veramente -tale; che cioè non consista soltanto nella identità -del personaggio (non ci è sugo nè costrutto nè -senso drammatico a divider per scene la vita di un -personaggio sia pure insigne, al solo scopo di rappresentarne -la vita) ma che le fasi scelte della sua vita -abbiano la loro <i>ragione</i> e il loro <i>nesso</i> in quelle date -passioni, da cui risulti l'armonia del concetto drammatico -e l'unità del contrasto. -</p> - -<p> -Questo ebbi di mira scrivendo l'<i>Alcibiade</i>, e scegliendo -per ciò a preferenza il tipo di un uomo che -fu appunto la sintesi più mirabile di quanti contrasti -si sia mai divertita ad accumulare in un solo individuo -la natura. S'io abbia raggiunto quel mio intento, -ripeto che non so, anzi son lontano dall'affermare; -<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> -soltanto so, che, di quelle mie idee sul dramma e su -modi varj di intenderne l'unità, potrei appellarmi ai -grandi maestri dell'arte. Chi cerca il <i>rapporto di necessità</i> -fra le scene del <i>Coriolano</i>? Chi lo cerca fra le -scene del <i>Sardanapalo</i>? Eppure in pochi capolavori -l'unità drammatica è più potente. Nel <i>Nerone</i> del mio -ottimo amico Cossa quale rapporto di <i>causalità</i> materiale, -quale nesso necessario di avvenimenti, quale ragione -risultante dall'intreccio della commedia, perchè -al primo atto debba succedere la scena della taverna, -e poi nel palazzo la scena coll'astrologo, e poi quella -del triclinio, e poi quella nella Suburra? Quale ragione, -se tutte quelle scene stanno da sè, affatto indipendenti -una dall'altra? oh bella, la ragione che il -mio amico Cossa voleva far scaturire il dramma dal -carattere del protagonista e chiese il nesso armonico fra -le scene all'armonia tra le fasi del carattere. Lo chiese -— e l'ottenne nel modo splendido che si sa. E non mi -si venga a dire che ivi l'azione è sempre in Roma e -gli atti non son separati che da ore o da giorni: una -volta <i>tolto</i> il <i>rapporto di necessità</i> fra un avvenimento -e l'altro — che la distanza che li separa sia di ore o di -anni, di un chilometro o di mille, al dramma che ne -fa? Il distacco è lo stesso e la questione in faccia all'arte -è la stessa. -</p> - -<p> -Ma perchè dunque chiamar <i>scene</i> il lavoro? L'ho -chiamato <i>scene</i> perchè in esso l'intento drammatico -era il primo, ma non il solo; perchè ve n'era qualcun -altro a cui quel titolo s'attagliava; perchè non m'immaginavo -che i pedanti si sarebbero fatti un'arma -contro di me di quella parola e ne avrebbero cavate -delle critiche, a cui, se io non l'avessi posta, non avrebbero -pensato; e perchè in fine — oh bella! — mi è -piaciuto di chiamarlo così. E sfido a provarmi che -questa non sia una ragione che taglia la testa al toro. -</p> - -<p> -Ma i caratteri? e i personaggi? di questi, se permettete, -parleremo poi: e vengo alla <i>seconda</i> ragione -del lavoro. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Una ragione storica, critica e filologica: offrire agli -studiosi una pittura, dei quadri, delle scene della -vita greca del secol d'oro, colta nella sua fase forse -più caratteristica e culminante: in quel periodo cioè -di transizione — della guerra peloponnesiaca — che -conservava ancora il <i>riflesso</i> delle grandi memorie antiche -e di tutti gli splendori del secolo di Pericle e -aveva già in sè sviluppati tutti i germi di corruzione, -tutti i fenomeni politici che provocarono la caduta -della repubblica d'Atene. Presentar quella vita studiata -nel linguaggio, nelle idee, nelle leggi, nei costumi — -nel linguaggio, sopratutto: giovandomi delle fonti classiche -antiche e dei lavori critici più recenti. Ho detto -sopratutto nel linguaggio: perchè in questo almeno mi -pareva di poter tentare, colle mie povere forze, qualche -cosa di utile e di non tentato ancora. -</p> - -<p> -La letteratura moderna, specialmente straniera, ha -rievocato e ha ricostruito, in opere romantiche, la -vita greca dell'antica età. Per non parlar dei viaggi di -<i>Anacarsi</i> del buon Barthelemy e dei viaggi di <i>Antenore</i>, -i romanzi greci di Wieland nel secolo scorso, e -nel nostro il <i>Caricle</i> (<i>Bilder des griechischen Privatlebens</i>) -di Becker e il <i>Pericle e Aspasia</i> di Laudor hanno -contribuito a popolarizzare, fra le classi meno dedite agli -studj eruditi, i costumi, le leggi e le dottrine della -Grecia del secol d'oro. -</p> - -<p> -Ma il linguaggio vivo — che è pur lo specchio del -genio di quel popolo e della fisionomia di quell'epoca -— sfuggiva naturalmente per la massima parte -a questo lavoro di ricostruzione. Il linguaggio vivo -sfugge alla forma del racconto, non può altrimenti ritrarsi -e popolarizzarsi che per la forma viva del dialogo -— la forma drammatica. D'altra parte, non era -certo a ritrarre quel linguaggio che servivano i drammi -<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span> -e le tragedie greche del secolo scorso e più addietro -— non aventi di greco altro che il nome — e le traduzioni -che usavansi fare dei comici, dei tragici e degli -altri autori greci, sopratutto de' prosatori: dove il traduttore -si faceva un obbligo di coscienza di tradurre a -senso, ossia interpretare la parola greca, la frase greca -con un ribobolo o un proverbio di stampo tutto moderno; -e credeva aver raggiunto il <i>non plus ultra</i> della bravura -quando era riuscito a travestir completamente il -povero greco all'ultima moda, tanto che fosse bravo -chi capisse che quello era un greco che parlava. Più -tardi, è vero, all'estero e in Italia, si cominciò a tradurre -i classici con più coscienza dell'arte e più rispetto -all'autore: le licenze dell'abbate Cesarotti, per -quanto figlie d'ingegno ardito, cominciarono a passare -per quel che erano, per delle irriverenze belle e buone. -E quando si ha nome Omero e Demostene si può pretendere -a un poco di creanza. — Il buon Gozzi, ingegno -greco, dava il buon esempio e traduceva squisitamente -Luciano. Più tardi sorgeva Foscolo: più tardi -doveva nascere Leopardi. Ma già dai principj del secolo -Francesco Negri e il Lamberti regalavano all'Italia traduzioni -mirabili di greca fedeltà ed eleganza: in attesa -che Felice Bellotti le desse il teatro de' tragici. Oggi nell'<i>Aristofane</i> -del Cappellina, nel <i>Luciano</i> di Settembrini, -nel <i>Tucidide</i> di Peyron, nel <i>Demostene</i> dell'Anelli e -dell'egregio mio collega Mariotti (più elegante ed -efficace il primo, più fedele il secondo, attici entrambi) -possiede l'Italia traduzioni insigni che rendono la -fisionomia degli scrittori e onorano gli studj e la letteratura. -Ruggero Bonghi andò alquanto più in là e -gli scrupoli della fedeltà lo portarono all'esagerazione. -Egli dimenticò che la forma del traduttore dev'essere -greca, senza cessare di essere italiana. Le sue traduzioni -platoniche rispettano perfino nella giacitura delle -parole le membrature più minute del periodo di Platone, -ma rompono le ossa qualche volta alla grammatica -<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span> -del Fornaciari. E il buon gusto insieme molte -volte se ne va: egli è che il traduttore che traduce -un artista dev'essere artista anche lui. Con tutto -questo la fedeltà resta un merito notevole delle traduzioni -bonghiane, reso più notevole dalla erudizione -ampia che le accompagna. Ma le versioni del Negri e -del Settembrini e del Mariotti e del Bonghi forse ancora -non servono a famigliarizzare il gusto italiano -colle forme della prosa ellenica: voi sapete, Yorick, -meglio di me quanti sono che leggano e conoscano -in Italia ai dì nostri Demostene e Luciano, Platone -ed Alcifrone: e voi siete troppo virtuoso e pudico (migliore -certo in questo della fama) per consigliare ai -giovanetti di aspirare il profumo delle eleganze greche -nel profumatissimo Aristofane del Cappellina. -</p> - -<p> -Pensai che l'arte scenica è fra tutti i fattori della -coltura il più popolare e il più efficace: e che poteva -per avventura tornare non inutile affatto un modesto -tentativo inteso a ritrarre colle forme popolari del -dramma una parte essenziale della greca antichità: -perchè il linguaggio di un popolo è il prodotto della sua -indole, delle sue tendenze, del suo genio artistico, -delle sue idee — e la verità del linguaggio è necessaria -a far vivere i fantasmi dell'età lontana nel mondo -della realtà. Lo pensai, perchè senza credermi un pedante, -senza correr dietro alla retorica del classicume, -e con tutto il rispetto possibile agli scrittori della -scuola realista, sono intimamente convinto che l'ostracismo -bandito all'arte greca dai moderni innovatori -non ha nulla di serio; perchè credo che la lingua -nostra e le tradizioni dell'arte e del genio nostro ci -rendano pur debitori di qualche cosa a quei poveri -nonni di Atene, e che se l'influenza degli studj classici, -senza riportarci agli sproloqui dell'Arcadia, si -verrà armonizzando colle nuove forme dell'idioma -create dai nuovi bisogni e dalle nuove idee, — la -purezza della lingua, l'eleganza, e il buon gusto ci -guadagneranno un tanto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> -</p> - -<p> -Naturalmente, accennando a questo mio tentativo, -accenno al lavoro nella forma prima in cui lo scrissi, -in cui vedrà fra poco la luce per le stampe. Nella riduzione -pel teatro, attuare il tentativo era impossibile -fuor che in parte. Molto dovetti concedere alla ragione -drammatica: gran numero di locuzioni greche soppressi: -altre modificai per l'intelligenza delle scene: -serbai della forma prima solo quel tanto che significasse -l'intento letterario del lavoro. S'io abbia avuto -torto di propormelo, o se io l'abbia in parte raggiunto, -il lettor cortese del dramma stampato giudicherà. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -<i>Terzo</i> intento del lavoro: un intento morale. Di -questo non si scandalizzeranno almeno coloro i quali -opinano che il teatro dev'essere un pulpito e che ogni -lavoro drammatico deve avere la sua brava tesi morale -da risolvere. Senza ambire il vanto di moralista -nè di predicatore, per una volta tanto la mia tesi ce -l'ho messa anch'io. Intendiamoci: siccome io non la -penso come quei signori, alla tesi già non sagrificai -lo sviluppo dell'azione; e mi guardai bene dal processo -dimostrativo; ma da che mi si affacciò — e un -concetto morale scaturiva spontaneo dallo argomento — -no 'l trascurai: anche perchè dava al dramma un altro -carattere di unità. -</p> - -<p> -E il concetto è accennato nella comparsa appositamente -fuggitiva (quasi staccata dal resto della scena) -del misantropo Timone nel 2.º atto, che si lega alla -catastrofe del dramma. -</p> - -<p> -Mentre Alcibiade inganna il popolo ed empie Atene -delle sue dissolutezze, Timone lo maledice e preconizza -in lui il flagello della città. Alla fine, Alcibiade il dissoluto -rotto a ogni vizio, il demagogo intrigante, ambizioso, -e corruttor della plebe, Alcibiade, fatto migliore -dalla sventura e dall'amore<a class="tag" id="tag8" href="#note8">[8]</a>, riscatta le colpe della vita -<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> -coll'opere generose, coi propositi generosi degli ultimi -giorni, con una morte da eroe. Egli è che non bisogna -disperar mai della natura dell'uomo, la più corrotta -e pervertita, finchè essa sia aperta alla voce di un affetto, -e in lei vibri la corda — sia pure una sola — -di un solo nobile istinto. -</p> - -<p> -E intorno ad Alcibiade, due altri esseri smentiscono -Timone. Là in mezzo alle brutture che deturpano e -trarranno a rovina la gloriosa città di Milziade, il misantropo -disperato impreca l'umanità malvagia; alla -fine, Alcibiade proscritto sogna il misantropo riconciliato -coll'umanità<a class="tag" id="tag9" href="#note9">[9]</a>, perchè la virtù non è scomparsa -dalla terra: e delle due classi della società più disprezzate, -sono i due esseri che soli restan fedeli al -proscritto nella sua sventura. I nepoti di Temistocle -e di Aristide condannano a morte i capitani vittoriosi -delle Arginuse, pagano Alcibiade d'ingratitudine nera; -una <i>etèra</i> e un <i>parassito</i> si sagrificano per lui. È la -<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> -fede nell'umanità, attraverso i suoi delitti e le sue -sventure, opposta al misantropismo e alla disperazione -de' suoi destini. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Eccomi infine ad un ultimo intento dell'<i>Alcibiade</i> -mio: e questo si racchiude in una considerazione <i>storica -e politica</i>, — che Socrate accenna fino dal principio -del dramma. -</p> - -<p> -<i>La repubblica più grande e gloriosa della Grecia -antica rovinò, quando le virtù repubblicane — che l'avevano -fatta gloriosa e grande — se ne andarono.</i> -</p> - -<p> -È il concetto che si affaccia spontaneo a chi appena -scorre dello sguardo la storia del periodo in cui l'<i>Alcibiade</i> -si svolge. -</p> - -<p> -E qui, eccomi a voi, caro Yorick, eccomi da lei, signor -marchese D'Arcais — paladini egregi della repubblica -contro di me: contro di me repubblicano, che -appunto per ciò, da un pezzo ho dato alla grandezza -d'Atene la mia ammirazione e ho negato agli Ateniesi -della decadenza le mie simpatie. Artista, faccio a Pericle -di cappello e vado in estasi davanti al suo secolo: -uomo politico, gli voglio male. Non amo la repubblica -di Eucrate, di Cleone e di Iperbolo, uscita -dal grembo della corruzione sapiente di Pericle, come -non amo la repubblica francese del 1848, uscita dal -grembo della corruzione borghese della monarchia di -luglio. L'una prepara i Trenta e la tirannide macedone; -l'altra prepara il secondo Impero. È esatto -peraltro il dire che il secondo Impero fu già esso -medesimo la immagine più completa e più fedele del -regime del flgliuol di Zantippo. -</p> - -<p> -Sì, è vero, caro Yorick, verissimo, signor marchese, -senza che Ella me lo insegni: non solo Atene grandeggiò -nella Grecia, ma se mai grandezza antica fu -meritata e fu vera ed ebbe spiegazione nella storia, -<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> -ella è questa di Atene. Sentinella avanzata della Grecia -e dell'Europa verso l'Asia, là in faccia all'Egeo, la -natura, il mare, il tepido cielo le avean segnato -i destini. Era impossibile che un popolo immaginoso, -poeta, cresciuto nel mondo fantastico e splendido della -sua mitologia, dotato di tutta la vivacità, la svegliatezza -arguta e l'attività irrequieta, febbrile della razza -jonica — costretto a dimorare su un terreno sterile, -angusto, montuoso, insufficiente alla vita, quasi sull'alto -di uno scoglio: e di là, sotto il raggio ardente de' suoi -soli, al chiarore delle sue notti tepide e serene, vedendo -a sè dinanzi il mare — il mare che lo invitava -e gli apriva le braccia immense, misteriose — era -impossibile che quel popolo non corresse entusiasta -all'invito. Al mare! al mare! Ivi sarà la culla della -prosperità, della grandezza d'Atene, e della sua forte -democrazia. -</p> - -<p> -Poichè il commercio e le ricchezze dal commercio -derivanti altereranno man mano col tempo le condizioni -economiche rispettive delle classi antiche; sopprimeranno -le distinzioni fra di esse e promuoveranno -l'uguaglianza nei diritti; poi le triremi, una volta che -saran divenute il nucleo della città, reclameranno -esse sole i quattro quinti dei cittadini e si riempiranno -di popolani, consapevoli di essere la forza di -Atene. -</p> - -<p> -«<i>Per la dominazione del mare</i>, attesterà Isocrate -poi, <i>i nostri padri furono necessariamente costretti a -calare all'odierna forma di democrazia»<a class="tag" id="tag10" href="#note10">[10]</a>.</i> -</p> - -<p> -«<i>I poveri ed il popolo</i> — scriverà Senofonte — <i>sono -in Atene giustamente da più dei nobili e dei ricchi. E -per questo motivo: che il popolo è quello che spinge le -navi e procaccia potenza alla città. Poichè i piloti, i -comiti, i capi di cinquanta, i sopraintendenti alla prora, -i costruttori di navi sono quelli che acquistano potenza -<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> -allo stato assai più che non i cittadini, i nobili, e gli -ottimati</i>»<a class="tag" id="tag11" href="#note11">[11]</a>. -</p> - -<p> -E la democrazia, ordinata dalla sapienza delle leggi -di Solone, di Clistene, e di Aristide, fa grande difatti -Atene al tempo delle guerre mediche. Poichè tutto, -tutto, cospira allora a questa sua grandezza. -</p> - -<p> -L'antagonismo di Sparta non è ancor nato e Salamina -oscura ogni vanto. Le navi hanno salvato la -Grecia e quelle navi sono la maggior parte ateniesi. -Un spirito magnanimo di emulazione, di disinteresse, -di amore alla gran patria greca anima i compatrioti -di Temistocle; e mentre a Maratona li fa combattere -da soli, e a Salamina li fa accettar volonterosi, benchè -maggiori di numero, il comando di Sparta, e a Platea -li move a cedere il posto d'onore ai Tegeati, — concilia -loro l'ammirazione e le simpatie di tutta la -Grecia. -</p> - -<p> -Una costituzione squisitamente studiata sull'indole -stessa del popolo, ne sviluppa i lati migliori, ne corregge -i cattivi, ne stimola il valore, ne tempera mirabilmente -le private e politiche virtù. -</p> - -<p> -Ed era bello il dirsi in quei giorni cittadino ateniese: -nome che era lo spavento della Media, l'orgoglio -della Grecia: titolo d'onore ambito — e indarno — -dai re. -</p> - -<p> -Abolita la nobiltà ereditaria, fondata sulla rendita -la divisione delle quattro classi, la dignità del cittadino -s'era rialzata e rafforzata nel sentimento dell'uguaglianza: -il cittadino trovava nel merito individuale, -nel censo, e quindi nel lavoro che lo creava, -la via per giungere agli alti gradi: l'esercizio dei pubblici -uffizj, esteso da Aristide anco all'ultima classe, -rappresentava ad un tempo per lui l'adempimento di -un dovere, e l'uso di un diritto che era il più ambito -compenso a sè medesimo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> -</p> - -<p> -Non pagato nelle assemblee, non pagato nei tribunali, -il cittadino ritrovava pura e completa nel suo -disinteresse la coscienza della sua sovranità: e questa -ispirava gli alti, magnanimi propositi: e l'emulazione -nobile, severa, per il pubblico bene governava le libere -adunanze. -</p> - -<p> -Indi più profondo il sentimento del dovere: indi -più grande l'idea della patria. In essa era tutto, per -essa tutto: e caro al cittadino lo ecclissarsi innanzi -a lei. L'ambizione individuale non pensava a cercar -le vie della tirannide. Ai valorosi e benemeriti compenso -sufficiente una modesta iscrizione sulle Erme<a class="tag" id="tag12" href="#note12">[12]</a>, -e l'essere da uguali in virtù tenuti degni di primeggiar -fra loro<a class="tag" id="tag13" href="#note13">[13]</a>. E niuno sdegnava tal gloria: niuno diceva: -<i>a Salamina Temistocle, a Maratona Milziade -pugnò: ma bensì là gli Ateniesi: qui la repubblica</i><a class="tag" id="tag14" href="#note14">[14]</a>. -</p> - -<p> -E in quella modestia ispirata dal senso dell'uguaglianza -e del dovere ritempravasi la repubblicana -austerità. «<i>Le case di que' prodi da noi tutti venerati -sì modeste apparivano e sì temperate a popolare uguaglianza, -che se alcuno di voi oggi vedesse quelle di Temistocle, -di Cimone, di Aristide, di Milziade e di molti -altri magnanimi, non le discernerebbe dalle vicine</i>»<a class="tag" id="tag15" href="#note15">[15]</a>. -</p> - -<p> -E ritempravasi nella emulazione, più fecondo e magnanimo, -il disinteresse: allora Aristide disponendo di -tutti i tributi neppur d'una dramma crebbe gli averi -e morto dovette fargli le esequie la repubblica<a class="tag" id="tag16" href="#note16">[16]</a>: -allora il popolo, consigliato da Temistocle, rinunziava -volonteroso alle distribuzioni dell'argento del Laurion, -assegnato ai men ricchi cittadini: e con quell'obolo -spontaneo del povero si costruivano le navi che dovean -salvare la Grecia<a class="tag" id="tag17" href="#note17">[17]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> -</p> - -<p> -Tenuta la corruttela delitto esecrando in tanta gara -di disinteresse e di virtù, la legge puniva di morte e -di infamia i corruttori per danaro del popolo e dei -giudici; e i corrotti insieme; e non parea pena soverchia<a class="tag" id="tag18" href="#note18">[18]</a>: -chè la austerità del costume e la pubblica -coscienza la sanzionavano. -</p> - -<p> -«<i>Vi aveva allora, Ateniesi, ne' petti nostri quello ch'ora -mancò, quello che trionfò dell'opulenza persiana, che serbò -libera la Grecia e in terra, in mare indomabile. Allora -chi vendeasi ai tiranni, ai corruttori della Grecia, tutti -l'esecravano: la corruttela era orribil misfatto: atrocissimo -il castigo: taceano le brighe e la pietà. E non della -opportunità, non della greca concordia, non dell'odio ai -barbari e ai tiranni niun oratore, niun duce facea mercato</i>»<a class="tag" id="tag19" href="#note19">[19]</a>. -</p> - -<p> -Indi la virtù fatta scala agli onori e al governo -della cosa pubblica: poichè a capo di questa stavano -gli oratori che dirigeano le discussioni e i voti nelle -popolari assemblee: e il nobile diritto di dar consigli -alla città non bastava a conferirlo il talento — ma -sì la vita irreprensibile. Indi sindacata la condotta -privata degli oratori; espulsi dalla bigoncia coloro -dei quali le private virtù non dessero garanzia delle -pubbliche; i prodighi, gli scioperati, i trascurati verso -i genitori, i tardi e i riluttanti a pigliar l'armi e -i segnati di viltà nelle battaglie; gl'impudichi, i notati -di turpi vizi, i dediti all'orgie e alle voluttà<a class="tag" id="tag20" href="#note20">[20]</a>: -perchè giustamente stimavasi indegno di consigliare il -popolo, chi i consigli non accompagnasse colla austerità -degli esempj. -</p> - -<p> -Poi che l'esercizio della sovranità non era ancor -<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> -fatto impiego venale, e di esso non si campava, e ancor -non era la bazza dei tre oboli nè del dicastico nè -dell'<i>ecclesiastico</i>, — tanto più onorato e rispettato il -lavoro: salite in dignità le arti, i mestieri<a class="tag" id="tag21" href="#note21">[21]</a> (attento, -sig. Z della <i>Livornese</i>, che in proposito ne ha -dette di grosse); invigilarsi dagli Areopagiti di che -arte ognun campasse onestamente la vita; punito l'ozio, -la questua: notato d'infamia il recidivo<a class="tag" id="tag22" href="#note22">[22]</a>. -</p> - -<p> -Santo e rispettato il lavoro, santo e rispettato il -vincolo della famiglia: l'unione degli sposi fatta qualcosa -più che semplice affar di interesse o accoppiamento -di sessi; rafforzati coi doveri dei figli verso i -genitori, i doveri de' genitori verso i figli; punito, secondo -i casi, di morte, d'infamia, di altre pene, severissime -sempre, l'adulterio — consumato o tentato, -adulteri e adultere ad una — e delle pene medesime -il concubinato<a class="tag" id="tag23" href="#note23">[23]</a>; e di morte i lenoni<a class="tag" id="tag24" href="#note24">[24]</a>. -</p> - -<p> -Forte, virile la educazione. «<i>Nel buon tempo antico, -quando fiorivano gli antichi costumi</i> — scrive Aristofane -— <i>i giovanetti affrontavano il verno senza mantello, -benchè la neve venisse giù come farina; non mangiavano -come oggi delicate vivande, non posavano in -atteggiamenti svenevoli; la loro musica era maschia e -marziale, i loro costumi decorosi e casti. Così furono -educati gli uomini che pugnarono a Maratona.</i>»<a class="tag" id="tag25" href="#note25">[25]</a> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span> -</p> - -<p> -E il regno delle <i>etére</i> non era ancora sorto. La corruzione -ingentilita non aveva ancor pensato a far -bella la prostituzione del nome santo dell'amicizia e -a decorare del dolce nome d'<i>amiche</i> (ἐταίρα, <i>compagna</i>, -<i>buona amica</i>) le alunne impudiche della Venere Volgare<a class="tag" id="tag26" href="#note26">[26]</a>. -Demostene non iscriveva ancora: <i>Abbiamo -le etere per il piacere dell'animo, le donne legittime per -la procreazione della prole</i><a class="tag" id="tag27" href="#note27">[27]</a>. Ristretta a poche schiave -comperate all'uopo (πόρναι) e confinate rigorosamente -ne' bordelli, la prostituzione ancora non rappresentava -che un'istituzione di pubblica igiene<a class="tag" id="tag28" href="#note28">[28]</a>, sotto la vigilanza -dello stato. Il pubblico dispregio manteneva -un cordone sanitario di isolamento intorno a quelle -case, intese a prevenire il concubinato e a preservare -dalla corruzione e dall'adulterio le famiglie. Siamo -ancora lontani dal tempo che donne affrancate e libere -eleggeranno spontanee la condizione lucrosa di -<i>cortigiane</i>, usurperanno per proprio conto tutto il posto -delle mogli, e rotti i vincoli delle famiglie faranno -delle proprie case il luogo elegante di convegno del -fiore della città. -</p> - -<p> -E non era ancora il tempo dei <i>parassiti</i>, nel senso -novissimo ed ignobile della parola. Essi ancora non -erano che i venerandi <i>commensali</i> dei sacerdoti; eletti -fra gli ottimi dei cittadini e soprintendenti alla scelta -<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> -e alla percezione del frumento sacro<a class="tag" id="tag29" href="#note29">[29]</a> e dell'altre -primizie offerte agli Dei. — La gola e l'infingardaggine -non avevano ancora messa al mondo, sotto quel nome, -un'altra generazione di commensali; in una città che -obbligava i poveri all'onesto lavoro, non c'era ancor -posto per quella casta di poveri scioperati e viziosi, -che doveva più tardi divenire l'elemento caratteristico -di una corrotta società. -</p> - -<p> -E non era ancora il tempo dei sofisti. Le <i>sapienti</i> -sottigliezze idealistiche della scuola eleatica e della -megarica e dell'altre scuole non avean ancora sviluppato -il funesto contagio della filosofia <i>eristica</i>; colla -sua falange di ignoranti e ciarlataneschi cavillatori. -Le ciancie vuote di senso non avevano ancora preso -il posto dei fatti virili. -</p> - -<p> -Questi — e non prolungo gli esempj — i costumi, -le leggi, gli uomini. I fatti — si chiamavano Maratona -e Artemisio; Salamina e Platea; Micale e Menfi. -</p> - -<p> -In meno di otto lustri dalla cacciata dei Pisistratidi -il piccolo popolo di montanari, di coloni e di pescatori, -dimenticato là in un angolo di terra, sugli scogli -di Sunio — è divenuto il primo fra gli stati della Grecia, -è divenuto Atene la libera, la forte, la <i>pingue</i>, la -gloriosa, i cui soldati portano la libertà fra i Greci -<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span> -dell'Asia e le cui triremi scorrono da padrone il mare, -dal Ponte Eusino all'Egitto. -</p> - -<p> -Atene raccoglie il frutto della sua grandezza morale -e la lega degli stati greci congregata in Delo, nel santuario -della stirpe Jonica, conferisce ad Atene, col -patto di Bisanzio, l'egemonia (477 a. E. V.). Ella fa -giurare ai collegati i patti dell'alleanza fraterna e della -guerra ad oltranza contro lo straniero; e duce della -lega, depositaria del giuramento, per bocca d'Aristide, -impreca con riti solenni agli spergiuri<a class="tag" id="tag30" href="#note30">[30]</a>. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Ma già da quel momento comincia a verificarsi un -fenomeno frequente nella storia degli stati. La prosperità -genera l'insolenza. Atene la liberatrice dei -Greci non tarderà a trovar troppo scarsa la gloria del -primato morale e materiale, e a sentire il bisogno di -signoreggiare la Grecia con ben altro impero<a class="tag" id="tag31" href="#note31">[31]</a>. -</p> - -<p> -Che Sparta dovesse cominciare a rammaricarsi della -nuova potenza di Atene e del primato perduto, era -ovvio; che la superba oligarchia dorica si dovesse -adombrare di questo imponente allargarsi della jonica -democrazia, era naturale; ma che Atene si affrettasse -a legittimare le gelosie della sua emula, e a fornir -pretesto a' suoi reclami, è altrettanto incontrastabile. -</p> - -<p> -Già ella si vien preparando astutamente le vie del -dominio, prolungando ad arte contro il Persiano la -guerra che non ha più ragione di essere; ad arte stancando -gli alleati, costretti a seguirvela, fin ch'essi non -prescelgano esonerarsi, con tributo in denaro, dalla -sovvenzione pattuita di uomini e di armi<a class="tag" id="tag32" href="#note32">[32]</a>. E intanto -che Atene concentra in sè tutte le forze militari, -<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> -gli imbelli alleati si van man mano convertendo in tributarj. -</p> - -<p> -Undici anni appena sono scorsi, e Nasso, stanca di -una lega la quale più non serve oramai che alle viste -particolari di Atene, domanda d'uscirne: essa crede -che l'alleanza sia libera come nel giorno in cui v'è -entrata. Atene non tarda a disingannarla. Assedia -Nasso e la riduce in servitù<a class="tag" id="tag33" href="#note33">[33]</a>. Sciro, Caristo, Samo, -gli altri alleati che seguono Nasso nelle sue velleità, -non tardano a seguirla nella sua sorte. -</p> - -<p> -Però Atene non aveva aspettato fino allora a far -chiari i suoi intendimenti. Già il suo primo atto come -egemone era stato un atto di prepotenza diretto a togliere -alla lega, ch'essa divisava di opprimere, il primo -mezzo dell'indipendenza: il danaro; in attesa di toglierle -le armi. -</p> - -<p> -Pochi anni dopo il patto federale, a dispetto dei giuramenti -giurati e col pretesto di mettere il tesoro della -lega al sicuro dai Persiani, essa lo trasporta da Delo -nell'acropoli ateniese<a class="tag" id="tag34" href="#note34">[34]</a>, ove non tarda a confonderlo -col tesoro cittadino, e a servirsene, come di cosa propria, -per i bisogni della città. Più tardi, ad aumentar -viemaggiormente le sue risorse e le sue ricchezze e a -convertire il primato in assoluta signoria, essa graverà -di nuovi tributi le città alleate insorte e ricostrette all'obbedienza, -si impadronirà delle loro navi, distribuirà -fra coloni ateniesi le terre dei vinti, ridotti da -proprietarj alla condizione di fittabili, obbligherà i nativi -delle città fatte suddite a recarsi per le loro cause -civili e criminali in Atene, — nuova bazza e cospicua -<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span> -di introiti e di guadagni per il suo erario e per i suoi -giudici cittadini<a class="tag" id="tag35" href="#note35">[35]</a>. -</p> - -<p> -Autore e consigliatore di quel primo passo al dominio -che fu il trasporto del tesoro degli alleati in -Atene — un vero furto — era stato un oratore giovane -e già insigne: Pericle, figliuolo a Zantippo. Era -il medesimo che ai danni di Atene stessa già macchinavane -un altro: — il furto delle sue libertà. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Ingegno vasto ed acuto, accortamente ambizioso, -studiatore profondo di uomini e di cose, Pericle conosceva -il suo popolo e il suo tempo. L'ambizione -smisurata ed il talento degno dell'ambizione, lo chiamavano -in alto; la riflessione e l'esperienza glie ne -spianavano la via. Al primo giungere agli affari, trovò, -egli, di stirpe nobile, la parte aristocratica stretta intorno -a Cimone, del quale era vano emular la gloria -dell'armi: la democrazia, potente di numero per il -cresciuto navilio, per i politici ordinamenti. Comprese -che la democrazia soltanto poteva essergli sgabello a -salire. -</p> - -<p> -Solone, Clistene, Aristide, avean dato molto al popolo, -per renderlo sovrano di sè stesso: bisognava -dargli di più, per renderlo soggetto. Le virtù antiche, -il disinteresse antico avevano fatta e mantenuta libera -Atene dai Pisistratidi in poi; bisognava intaccare -quelle virtù alla radice, per intaccar l'albero della -libertà. E la libertà era la seconda vita d'Atene; perchè -Atene si acconciasse a perderla, bisognava darle -in compenso qualcosa d'altro che ne tenesse il posto. -</p> - -<p> -Bisogna rendere al popolo — e ad usura — in beni -e godimenti materiali, ciò che gli si toglie di beni morali. -<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> -Bisogna che il corpo stia bene, perchè l'anima si -contenti di poco. Antica massima del despotismo sapiente -— in tutte le età. -</p> - -<p> -Cimone, figliuol di Milziade — insigne per le virtù, -per la gloria dell'imprese, per l'appoggio della fazione -aristocratica fatta autorevole dalla maestà dell'areopago -— Cimone sbarra a Pericle la via del primato -e del dominio. A Cimone, alla sua fazione, bisognerà -contrapporre il basso popolo e cattivarselo nell'assemblea. -</p> - -<p> -Ma Cimone, ricco, era beneviso al popolo per la sua -generosità: lui del proprio imbandir cene ai poveri, -fornirli di vesti, sovvenirli di danaro: lui togliere -da' suoi campi le siepi perchè il coglierne i frutti -fosse libero ad ognuno<a class="tag" id="tag36" href="#note36">[36]</a>. Pericle, men ricco e più -taccagno, pensa di superarlo, con minore spesa; e -introduce — a gran festa della plebe — la mercede -dei <i>tre oboli</i> per l'intervento alle assemblee (μισθὸς ἐχχλεσιαστιχὸς). -Cimone non dà al popolo che delle elemosine -incerte. Pericle gli dà degli stipendi fissi. Cimone -gli apre la propria borsa, che a lungo andare -s'asciuga; Pericle, più furbo, gli spalanca le casse dello -stato. Il popolo naturalmente non esita nella scelta; -e Cimone è sbandito coll'ostracismo. Tucidide lo seguirà. -</p> - -<p> -Così l'esercizio di un grande dovere e del diritto più -nobile del cittadino diventa un impiego; e la <i>sovranità -popolare</i> è fatta venale. -</p> - -<p> -Ma i cinquecento del senato son scelti anch'essi tra -il popolo: è il senato che propone i decreti, dirige -le adunanze; bisogna ingraziarsi, per salire, anco il -senato. Pericle paga anche i senatori e assegna loro -la mercede di una dramma per ogni seduta. -</p> - -<p> -Però il partito aristocratico è ancor potente nei -tribunali: domina nell'areopago, magistrato supremo, -<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> -correttor de' costumi. Anco ne' tribunali bisognerà contrapporgli -ed ingraziarsi la plebe. Le attribuzioni dell'areopago -saran mutilate e deferite ai giudici popolani -(<i>eliasti</i>); e questi saran portati a seimila, e giudicheran -tutte, quasi, le cause civili e criminali; ogni Corte -di giustizia dell'Eliea avrà aspetto di una vera assemblea -politica e giudicherà colle passioni di quella<a class="tag" id="tag37" href="#note37">[37]</a>. -Perchè la somiglianza sia più completa, Pericle paga -anche gli Eliasti: e assegna ai giudici cittadini la mercede -di un obolo per ogni seduta in giudizio, di una -dramma ai senatori (μισθὸς δικαστικὸς)<a class="tag" id="tag38" href="#note38">[38]</a>. E perchè i -giudizî e gli oboli fiocchino, tutte le cause dei cittadini -dell'altre città — alleate di nome — già suddite -di fatto — sono avocate ai tribunali d'Atene. -</p> - -<p> -Così l'esercizio di un altro officio augusto della sovranità -diventa un altro impiego: l'avidità degli oboli -distacca i cittadini dal lavoro, e genera la manìa dei -giudizii; e la <i>giustizia</i> è fatta anch'essa venale. -</p> - -<p> -Ma gli aristocratici disciplinati da Tucidide<a class="tag" id="tag39" href="#note39">[39]</a> resistono, -e sono ancora per l'ambizione di Pericle una -minaccia; poi, quest'amore della vita pubblica, alimentato -nel popolo dalle paghe, può degenerare col tempo -in pericolo. Quando le franchigie e gli uffici della sovranità -popolare son adoprati a stromento di dominio, -bisogna che il popolo non se ne pigli se non quel tanto -che può giovare a chi li adopra. Il troppo discorrere -nel foro, l'applicazione troppo intensa agli uffici publici, -agli affari publici, a lungo andare, alla tirannide -<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> -non giovano; il popolo bisogna divagarlo. Pericle -ci penserà. Si aumenteranno le feste, si bandiranno -in teatro nuovi spettacoli; e siccome a teatro l'ingresso -è stato fin allora gratuito, ma i ricchi aristocratici -pagan due oboli per sedersi e il popolo sovrano -che non paga sta in piedi, Pericle riparerà l'ingiustizia -e farà pagare sull'erario publico due oboli ai popolani -per recarsi a teatro (θεωρικὸν). Ma il teatro non -sempre è aperto tutte le feste: e nell'altre i ricchi la -scialano in sagrifizi e banchetti tra di loro: perchè il -popolo non resti a bocca asciutta, Pericle a spese dell'erario -darà lauti banchetti anche al popolo e gli farà -pagare dallo Stato i due oboli anche in tutte l'altre -feste<a class="tag" id="tag40" href="#note40">[40]</a>. Le feste in Atene son molte, il doppio che -negli altri Stati: i popolani sono a migliaia: e la mercede -festiva, che svilupperà nel popolo le abitudini -dell'ozio e del vizio, peserà sull'erario per grosse cifre -di talenti<a class="tag" id="tag41" href="#note41">[41]</a>. Verrà il giorno che Platone chiamerà la -democrazia d'Atene convertita in <i>teatrocrazia</i><a class="tag" id="tag42" href="#note42">[42]</a>; che -Plutarco farà il conto <i>aver gli Ateniesi nelle Bacche, -nelle Fenisse, negli Edipi, nelle Antigoni, nelle disgrazie -di Medea, speso assai più che non nelle guerre sostenute -per la libertà contro i barbari</i><a class="tag" id="tag43" href="#note43">[43]</a>. -</p> - -<p> -Ma non anticipiamo gli eventi: e sentiamo per ora -il giudizio di Plutarco, gran lodatore di Pericle, su -quelle sue mercedi: -</p> - -<p> -«Distribuendo denari per gli spettacoli e per le giudicature, -e dispensando altre mancie, premj e donazioni, -Pericle corruppe la moltitudine, dell'opera della quale -servivasi contro il senato dell'Areopago....: onde essendo -il popolo stesso malavezzato, <i>divenne per tali istituzioni -<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> -scialaquatore e dissoluto, di sobrio ch'egli era e -avvezzo a procacciarsi il sostentamento co' proprj lavori.</i>»<a class="tag" id="tag44" href="#note44">[44]</a> -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -In tanto scialaquo di paghe che aveano rotta l'antica -austerità, e fatto merce di ogni diritto, un solo -servizio pubblico restava ancora gratuito: la milizia. -Dai tempi più antichi il diritto di difendere la patria -coll'armi era stato tenuto il primo e il più santo dei -doveri del cittadino ateniese: e dalla gara in adempierlo -ripeteva Atene le sue glorie. Servivano i cittadini -delle quattro classi a proprie spese, fornivan del -proprio, secondo il vario censo, quelli la trireme, quegli -altri il cavallo, questi altri le armi. Ma ormai anco il -servizio dell'armi doveva per forza seguir la sorte degli -altri. I facili e lauti guadagni delle nuove mercedi han -presto sviluppate le abitudini della mollezza, dell'ozio, -del viver dolce: come costringere, ad affrontare — e a -proprie spese — la vita aspra dei campi e delle triremi, -e i rischi delle battaglie, dei cittadini ormai avvezzi a -scialarla metà dell'anno nelle feste, spossati dai divertimenti, -abituati a pigliar danaro d'ogni parte e come -niente, stando beatamente seduti a chiacchierare in -teatro, nel foro, nella eliéa? Come costringerveli? -Buon Dio! sarebbe stato il modo più sicuro per farsi -mandar da quella gente a benedire e per perdere il frutto -di tutte le mercedi spese a guadagnarsela. Poi, che -che bisogno d'armi? Il barbaro è vinto per sempre: e -Atene primeggia fra i Greci. Pure un esercito ci vuole -per conservar la signoria: ci vuole per tener a segno -gli alleati indocili che cominciano a trovar l'alleanza -d'Atene troppo pesante ed incomoda. E Pericle ha bisogno -di armi per le sue vaste mire sulla Grecia: e la -<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> -forza maggiore di Atene è nelle navi, e il contingente -navale è dato quasi tutto dalla plebe, che bisogna aver -devota ad ogni costo. Quindi Pericle, cassato il severo -obbligo antico, retribuirà di stipendio anco il servizio -militare: e per contentare il popolo e allettarlo, fisserà -la paga per ogni soldato o marinajo ad una dramma -il giorno, il doppio cioè della mercede dei giudizj -e del foro. Questo naturalmente non basterà per ridestare -l'emulazione militare di Salamina: ma darà in -mano a Pericle un altro elemento di popolarità e di -forza, e svilupperà più tardi la piaga, già aperta, dei -mercenarj. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Così Pericle, già padrone dei voti nel foro, nei -giudizj, già divenuto l'idolo del popolo, si vien spazzando -davanti gli ultimi ostacoli dell'avverso partito: -il capo di esso, Tucidide, colpito anch'egli di ostracismo, -segue Cimone nell'esilio e Pericle rimane solo, senza -emuli: Pericle, per cui la signoria di Atene non era -nulla, se non significava in pari tempo la signoria di -tutta la Grecia. -</p> - -<p> -Naturalmente, tutto quello scialaquo di mercedi ha -dissanguato le casse: l'erario di Atene non vi basta -più. Pericle vi supplisce, come abbiam visto, col tesoro -degli alleati, e fa complice il popolo, per cui lo spende, -nella propria prepotenza; in attesa di averlo complice -in altre prepotenze e in altre ingiustizie. Gli alleati -protestano, e Pericle persuade il popolo a non farne -conto; si ribellano, e Pericle li vince coll'armi, li multa -in tributi, ne confisca le navi, ne confisca le terre, impone -loro condizioni di servitù. La iniqua ripartizione -delle terre dei Greci vinti, fra i coloni ateniesi, diventa -un nuovo titolo di Pericle in faccia alla democrazia -d'Atene. Il giogo imposto agli antichi alleati -diventa un nuovo titolo della sua grandezza. Atene, -<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span> -fatta pingue delle spoglie conquistate ai Greci dei quali -avea giurato difendere contro il barbaro gli averi e la -libertà, Atene seguirà Pericle più docilmente e gli obbedirà -più mansueta. Si obbedisce più volontieri quando -si comanda a qualcuno. -</p> - -<p> -Il tributo delle città federate — ormai tributarie — -da 460 è portato a 600 talenti: e aumenterà ancora: -finchè ai tempi della guerra del Peloponneso toccherà -le cifra dei 1200 (sei milioni e mezzo).<a class="tag" id="tag45" href="#note45">[45]</a> -</p> - -<p> -L'aumento della marina ha vinto la concorrenza -commerciale di Egina, di Megara, di Samo, di Corinto, -e dato ad Atene anche il monopolio del commercio -nell'Jonio e nell'Egeo. All'argento del Laurion si è -aggiunto l'oro di Taso. La città di Cecrope gavazza -nell'oro e Pericle pensa al modo di spenderlo. Atene -«<i>la incoronata di viole</i>»<a class="tag" id="tag46" href="#note46">[46]</a> avrà un'altra corona più -superba di statue, di palazzi e di monumenti. -</p> - -<p> -La ricchezza diventata opulenza ha rammorbidito le -tempre, ingentilito e rammollito il costume, moltiplicati -i bisogni. Le gioje pure della famiglia più non -bastano a un popolo di gaudenti, annojato del lavoro. -Bellezze famose convengono in Atene e i ricchi ateniesi -corrono lor dietro. Il regno delle etère comincia -e quello delle donne oneste se ne va. Pericle dà il buon -esempio, ripudiando la moglie per una cortigiana di -Mileto: e la casa di Pericle e di Aspasia, la gentile -etèra fornita di tutti i doni delle Muse, diventa ad un -tempo il luogo di convegno della società equivoca femminile -e del fiore della società maschile di Atene. Là -convengono le bellissime etère a dividere colla milesia -l'impero della bellezza, della grazia e dello spirito: là -convengono i più distinti Ateniesi a ricrearsi dalle brighe -della vita pubblica e dalle noje del matrimonio. Le -<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> -arti, le lettere, le scienze eleggon la sede in quelle adunanze -geniali: e gli artisti, i poeti, i filosofi, vi accorrono. -Si chiamano Sofocle ed Euripide, si chiamano Fidia, -Mnesicle, Polignoto, si chiamano Anassagora: si chiamano -Socrate. Il genio greco irraggia da quel centro -sulla città, tutto investendo, anco il vizio, delle più -splendide forme. La vita di una <i>coquette</i> è la vita di -Atene: e Pericle adorna, indora, abbellisce Atene come -una <i>coquette</i><a class="tag" id="tag47" href="#note47">[47]</a>. Mentre nelle Panatenee e nelle Dionisiache -si recitano la <i>Fedra</i> e l'<i>Edipo</i>, si ascolta la -storia di Erodoto, Mnesicle innalza i Propilei, Ittino -e Callicrate il Partenone, Corebo il tempio di Eleusi, -Fidia modella il <i>Giove</i> e la <i>Minerva</i>, Polignoto e Zeusi -dipingono i Portici. Il Greco e il barbaro accorrono -d'ogni parte ad Atene ad ammirare i nuovi miracoli -dell'arte, e il popolo ateniese, uscendo dall'assemblea -ove è stato a sentir gli oratori commensali di Pericle, -recandosi allo Pnice e ai dicasteri a guadagnarvi i tre -oboli largiti da Pericle, andando a teatro a papparsi i -due oboli, dono della larghezza di Pericle, — s'arresta -con orgoglio, nominando Pericle, innanzi ai colossali -monumenti, che ricorderanno la grandezza della sua -patria alle età più lontane, ma diventeranno anche le -pietre sepolcrali della sua libertà. -</p> - -<p> -Egli deve troppo a Pericle per non lasciarsene governare -e condurre a suo talento; a un uomo che ha -fatto Atene così ricca, così grande, così bella, si può -bene fidare ad occhi chiusi anche il deposito delle -franchigie che l'han fatta libera e virtuosa. -</p> - -<p> -E Pericle governa per 40 anni la democratica Atene -con tanta pienezza d'autorità quanta a pochi sovrani -assoluti sia stata concessa mai. -</p> - -<p> -Sentiamo Plutarco: «Distrutta ogni fazione contraria, -ei trasferì tutto in sè medesimo il dominio -<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span> -d'Atene: <i>tutto dipendeva da lui quanto dipendeva -prima dagli Ateniesi</i>, i tributi, le spedizioni militari, -le triremi, l'isole, il mare: <i>egli solo</i> avea autorità e -potenza grande dinanzi ai Greci, dinanzi ai barbari. -Però non era già più quel desso di prima; non cedea -più così facilmente alla moltitudine: ma tirando -la briglia a quel troppo rilassato popolare governo, -lo fece aristocratico, anzi pur quale è quello che -dipende da un solo re.... Chiamavano i comici -nuovi Pisistratidi i famigliari suoi, a dinotar l'eccesso -del suo potere, troppo gravoso e sproporzionato -a governo democratico. Teleclide poi dice che -gli Ateniesi posero in di lui mano i tributi della -città e le città medesime, sicchè potesse altre legarne, -altre disciorne a suo talento, e l'autorità di alzar -mura, di atterrar le inalzate: e insomma <i>le convenzioni, -la pace, le forze, le ricchezze, la felicità loro. -Nè questo già in circostanze che così richiedessero</i>, nè -solo nel breve tempo che era in vigore l'amministrazione -sua: ma primeggiò per lo spazio di ben quarant'anni.... -e dopo l'ostracismo di Tucidide per -ben quindici anni: <i>avendo ristretta in sè medesimo e -renduta una sola l'autorità e possanza ch'era divisa -in annue magistrature</i>.»<a class="tag" id="tag48" href="#note48">[48]</a> -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Furono è vero, quarant'anni di un'epoca splendida, -unica nella storia; e avete ragione, caro Yorick, di -ricordarlo, la memoria di essa va sfidando i secoli. -</p> - -<p> -Che importa che in quei quarant'anni di <i>minorità -politica</i> si vada man mano alterando e perdendo nel -popolo la dignità e l'abitudine del vivere libero, la -coscienza di sè stesso e della sua sovranità, sicchè, -<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> -quando alla morte di Pericle crederà di averla ripresa, -si troverà tornato bambino e inetto a valersene, e della -libertà ricuperata non troverà più in sè le virtù nè per -usarla nè per mantenerla? -</p> - -<p> -Che importa che si vadan perdendo via via gli istituti, -le leggi, i costumi severi, lo spirito di abnegazione, -gli slanci magnanimi, e tutte le austere virtù -repubblicane dei padri che avean dato ad Atene le pagine -più belle della sua storia? -</p> - -<p> -Che importa che Atene vada smarrendo la coscienza -della sua grande missione democratica e liberatrice, -ond'era sorta un giorno, per libera elezione dello affetto -reverente dei popoli, al primato morale nella -Grecia? -</p> - -<p> -Che importa che in mezzo a tutti quei nuovi splendori -si prepari sordamente la corruzione morale e politica -che crescerà rapida e gigante dopo la morte di -Pericle, quando la mano sapiente di lui, che ne ha gittati -i germi, non sarà più là per correggerne, e infrenarne -almeno lo sviluppo? Che quelle apparenze -di prosperità materiale debbano un giorno comparire -al giusto Socrate niente più di un'<i>enfiatura marciosa</i>, -perchè in mezzo ad essa si sarà spento il senso -morale del popolo, divenuto <i>ingiusto ed intemperante</i>?<a class="tag" id="tag49" href="#note49">[49]</a> -</p> - -<p> -Che importa che tutti quelli splendori, tutte quelle -magnificenze siano il prodotto di una <i>tirannide odiosa</i><a class="tag" id="tag50" href="#note50">[50]</a> -<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> -sulle città greche, del loro danaro e delle loro spoglie<a class="tag" id="tag51" href="#note51">[51]</a> -assai più che non delle spoglie e del danaro -dei barbari? Che alle feste ed alle allegrezze di Atene -faccian lugubre contrasto le stragi e le catene servili -di Nasso, di Samo, della Eubea? Che quel fasto, quelle -pompe, quei prodigi dell'arte siano il prezzo delle lagrime, -del sangue, e dell'<i>odio</i> (notatela la parola, caro -Yorick, voi che mi parlate degli <i>amici</i> di Atene) dell'<i>odio</i>, -dico, dei Greci! -</p> - -<p> -Che importa, che importa!! «La nostra tirannide -ci ha fatti <i>odiosi</i> e <i>gravosi</i>, lo sappiamo; ma è massima -antica che il forte tenga il debole in riga: e ancora -ci ringraziino se non li tiranneggiamo di più.»<a class="tag" id="tag52" href="#note52">[52]</a> -L'essere al presente esosi e gravi, dirà Pericle al popolo, -<i>è sorte inevitabile di quanti reputarono sè stessi -degni di signoreggiare altrui; ma chi per alti fini si -attira odio, quegli rettamente si consiglia. Imperocchè -<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> -l'odio non contrasta a lungo; laddove il subitaneo splendore -e la fama avvenire rimane sempre mai memoranda.</i>»<a class="tag" id="tag53" href="#note53">[53]</a> -</p> - -<p> -E il popolo batte le mani, il popolo è contento. Atene -serve ad un uomo, ma comanda a molte città. È odiata, -è corrotta, ma è splendida. Venga pur l'odio! è dolce -raccoglierlo all'ombra del Partenone. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Vero è che in quella affettazione di sicurezza celavasi -alcunchè di forzato e Pericle in fondo non era così -tranquillo sulle conseguenze della sua politica come -ostentava di esserlo. Nel bel cielo sereno di quella prosperità -viaggiano nuvolette annunziatrici di tempesta. -Poche repressioni parziali e brutali non bastano a rendere -più spontanea la soggezione della Grecia e a far -accettare con maggior rassegnazione l'arrogante tirannia -dell'antica liberatrice. Atene lo sa e lo sente. -Ella comprende che le città greche non le stan più soggette -che per la <i>prepotenza dell'armi</i><a class="tag" id="tag54" href="#note54">[54]</a> e confessa a sè -medesima che il giorno in cui quella prepotenza venisse -meno, quelle se gli volterebbero contro<a class="tag" id="tag55" href="#note55">[55]</a>: pericolo e -minaccia permanenti. Gli odii da lei soffocati colla forza -perdurano latenti e van guadagnando sordamente intorno -a lei di estensione e di intensità. Atene pensa con inquietudine -al giorno che quel contagio propagandosi -avrà stretto le città greche in una tacita lega contro -di lei: perchè colla stessa facilità delle repressioni -isolate, non le sarà dato estinguere l'incendio fatto -generale. -</p> - -<p> -Ma ciò che Atene sente, Sparta, la vigile, la gelosa, -<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> -l'emula Sparta, lo osserva. L'Olimpio Pericle è inquieto, -perchè qualcuno lo sta spiando; perchè sente istintivamente -l'occhio di Sparta posato su di lui: occhio in -apparenza calmo, immobile, ma a cui nulla sfugge: -che studia la situazione e calcola il momento. Sparta -d'uno sguardo ha misurato i disegni di Atene, e le -resistenze de' suoi sudditi. Quelle resistenze abbisognano -di una mano che le aiuti a prorompere, intanto -che sono ancor fresche e tenaci e Atene è costretta -a difendersene: più tardi, quando Atene avrà -rassodato colla forza il suo dominio, elle saranno -rese impotenti a farsi vive. Più tardi, Atene, se -è lasciata fare, avrà realizzato il suo sogno d'impero -assoluto su tutta quanta la Grecia; e sarà tardi per -opporsele; chè nella parte soggetta, ella già vien spazzando -un dopo l'altro gli ultimi avanzi delle greche -autonomie; e le triremi di Pericle van sempre più lontano; -e una nuova conquista non aspetta l'altra; e dopo -aver soggiogata la Grecia jonica, Atene già intende -palesemente ad intaccar la Grecia dorica. Infatti alleata -con Argo ha già distrutto Micene; ha messo la -mano su Megara; si è impadronita d'Egina; vincitrice -ad Enofiti è entrata in Tebe<a class="tag" id="tag56" href="#note56">[56]</a>; ha battuto quei di -Corinto e di Sicione<a class="tag" id="tag57" href="#note57">[57]</a>; ha preso Zante e Naupatto; -devastate le coste di Laconia; alleatisi gli Achei. È -tempo per Isparta, per la metropoli dorica, di muoversi -— e provvedere ai casi proprii. -</p> - -<p> -E certo era naturale che Sparta fosse gelosa di Atene; -ma sarebbe stata anche sciocca — e avrebbe smentito -la sapienza del suo legislatore — se non avesse approfittato -delle occasioni che Atene le forniva per ovviare -al pericolo che si veniva realmente avvicinando. -Le città greche mordono impazienti il giogo di Atene; -anelano a liberarsene, come un tempo dai Persiani; -<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> -e Sparta, oscurata da Atene nella propria gloria, ferita -nell'amor proprio, danneggiata nella propria potenza -fra i popoli dorici, minacciata nella propria indipendenza -e libertà, — Sparta sarebbe rimasta inoperosa, -le braccia conserte, ad attendere che l'emula -finisse l'opera incominciata e già condotta sì innanzi? -</p> - -<p> -Era troppo pretendere dalla sua abnegazione. -</p> - -<p> -La guerra tra Corcira e Corinto e le mosse di Atene -a Corcira e a Potidea (dove Alcibiade comincierà la -sua carriera) segnano a Sparta il momento aspettato. -Corinto ricorre a Sparta e Sparta non si fa pregare. -La scintilla è accesa e la guerra del Pelopponneso -scoppia. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Come, con che veste, con che titolo scende Sparta -sul campo? -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -«Dalla vetta de' suoi monti, spingendo lo sguardo oltre lo -spesso cerchio degli Iloti curvi sulla gleba, lo Spartano cercava -ansioso il tremulo orizzonte marino e pel ceruleo piano -dell'Egeo indagava fra i gruppi delle ridenti isolette il numero -ognora più grande degli <i>amici</i> e degli alleati d'Atene... d'Atene -la miscredente, la scettica<a class="tag" id="tag58" href="#note58">[58]</a>, che osava inalberare il vessillo -della libertà, fondare gli ordini dello Stato sul consenso -dei cittadini.... Bisognava trovare un pretesto per metter fine -allo scandalo.... E il pretesto fu subito trovato.... Atene -<i>durò un pezzo a schermirsi dalla necessità</i> di impugnare le -armi contro i vecchi commilitoni delle vittorie sui barbari, ma -<i>provocata in mille guise</i><a class="tag" id="tag59" href="#note59">[59]</a>, <i>messa colle spalle</i> al muro, obbligata -<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> -a battersi o a perdere inonoratamente la sua preminenza, -scese finalmente in campo, e cominciò la lotta tremenda -che doveva finire così miseramente per lei....»<a class="tag" id="tag60" href="#note60">[60]</a>. -</p> -</div> - -<p> -È bella, caro Yorick, è commovente, è poetica questa -vostra narrazione delle origini della guerra: ma -ahimè! la storia, la nuda, la prosaica storia, sciupa -le tinte della vostra poesia e mi guasta maledettamente -il vostro racconto. -</p> - -<p> -Certo l'antipatia di razza entrava per qualcosa nelle -origini della guerra; v'entrava il contrasto degli ordinamenti -politici; non tutto era puro nelle intenzioni -della gelosa Lacedemone e l'assegnamento fatto -sugli ajuti dello straniero basterebbe a provarlo<a class="tag" id="tag61" href="#note61">[61]</a>. -Ma quante dunque doveva averne fatte Atene, perchè -allo scoppiar della guerra, nell'opinione di tutta la -Grecia, le intenzioni di Sparta apparissero nobili, e -la sua causa diventasse la giusta! -</p> - -<p> -Io interrogo la storia ed essa mi dice che Sparta -iniziava la guerra in nome dell'indipendenza dei popoli -greci, in difesa delle greche autonomie. -</p> - -<p> -Interrogo la storia e mi dice che Sparta prendea le -armi nel momento che l'ambizione di Pericle, deposta -la maschera, camminava diritta ed ardita a far serva -<i>tutta</i> la Grecia<a class="tag" id="tag62" href="#note62">[62]</a>; che Sparta prendea le armi come -protettrice della libertà greca, e accompagnata del -libero appoggio, dal plauso e dai voti de' suoi proprj -alleati e delle stesse città suddite di Atene. -</p> - -<p> -Questo schierarsi risoluto delle simpatie di tutta -l'opinione nazionale greca dal lato di Sparta è un -fatto altrettanto incontrastabile e riconosciuto dagli -<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> -storici<a class="tag" id="tag63" href="#note63">[63]</a>, quanto poco considerato finora, secondo me, -nel suo valore rispetto alle origini della guerra. Noi -vedremo più tardi nel corso di questa le città alleate -di Sparta rimanerle generalmente fedeli, anco nella -contraria fortuna dell'armi; e all'opposto le città -tributarie di Atene ribellarsi e passare a Sparta non -appena un qualche rovescio degli Ateniesi o qualche -altra vicenda della guerra ne fornisca loro l'occasione<a class="tag" id="tag64" href="#note64">[64]</a>. -Un giorno son quei di Eritrea e di Chio, della -<i>fedele</i> Chio, che si rivoltano; un altro giorno i Milesj; -un altro i Rodii, gli Abideni, i Bizantini, gli Eubei<a class="tag" id="tag65" href="#note65">[65]</a>. -Questo fatto, caro Yorick, che influirà sull'esito -finale della guerra, assai più della defezion d'Alcibiade -— da voi reputata sola causa del disastro — questo -fatto mi pare valga la pena di tenerne conto, prima -di dipingermi, come fate, la mistica, la feroce, la despotica -Sparta che esce dal chiuso del suo covile per -uccidere in Grecia la libertà. O come mai allora ella -si trova aver tutta la Grecia per complice? Alla libertà -i Greci di quel tempo ci tenevano pure qualche -poco, e la loro opinione — nel giudicar da che parte -stessero o almeno prevalessero il diritto e la giustizia -— <i>la loro opinione</i> di interessati e competenti in causa -mi sembra debba pure pesar per qualche cosa; magari, -se lo permettete, qualche cosa più della vostra -e della mia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Se fosse qui il caso d'intercalare un confronto storico, -(anche per far la parte, caro Yorick, a ciò che -havvi di vero nei giudizî vostri) direi che la fisionomia -della guerra del Peloponneso offre una singolare analogia -con quella della guerra di liberazione che sul -principio del nostro secolo finiva a Lipsia e a Waterloo. -Napoleone I rappresenta ben Pericle, come la -Francia democratica serva dell'uno, rappresenta la -democratica Atene serva dell'altro: tutti e due han -dato, l'uno alla Francia, l'altro ad Atene, la gloria -e il triste vanto di tiranneggiar sugli altri, in compenso -della perduta libertà. Atene trascina per forza -nella guerra le città alleate tributarie Chio, Samo, -Lesbo, ecc., come il primo impero vi trascina, legati -per forza alla fortuna delle sue bandiere, i soldati -d'Italia e della Confederazione del Reno. E contro -Atene la colta, la gentile, la democratica, si leva la -rozza, l'aristocratica Sparta; contro la Francia imperiale, -la splendida erede degli Enciclopedisti dell'89, -si levano l'aristocratica Inghilterra, la Germania feudale -e patriarcale, la Russia semibarbara. Naturalmente la -Santa Alleanza pensava e mirava a qualche cosa d'altro, -oltre la liberazione e la fratellanza dei popoli -iscritte nella sua bandiera; ma chi negasse che la -guerra del 1813 non fosse per la Germania una guerra -di liberazione; che non fosse splendido l'entusiasmo -divampante dai palazzi ai tugurî che suscitava come -un solo uomo i popoli tedeschi contro l'invasore; che -non fosse giusta la causa santificata dagli inni e dal -sangue di Körner, costui negherebbe la storia. Il disastro -di Sicilia e il disastro di Russia annunziano -alla Grecia serva di Atene, all'Europa serva della Francia, -l'ora propizia della libertà. I confederati del Reno -disertano le odiate bandiere sul campo di battaglia come -<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> -i confederati Joni disertano da Atene. Le defezioni e le -cospirazioni interne completano il quadro, e dentro Parigi -come dentro Atene preconizzano e affrettano la catastrofe: -qua Francesi che preparano la ristaurazione -e cospirano con Wellington e con Blücher; là Ateniesi -che instaurano l'oligarchia e cospirano collo -Spartano; qua le trame di Marmont e di Fouché, là -le trame di Pisandro e di Antifonte<a class="tag" id="tag66" href="#note66">[66]</a>: tristi, ignobili -spettacoli entrambi, ma frutti della spossatezza generale, -del bisogno di pace, della reazione dei tempi. E il giorno -che le due catastrofi succederanno, che sotto i colpi -della coalizione esterna e delle interne congiure cadranno -i due imperi, alla distanza di ventidue secoli -i popoli manderanno lo stesso respiro più libero, alzeranno -lo stesso grido di soddisfazione e lo saluteranno -egualmente come un giorno foriero di libertà. Verranno -poi gli storici al minuto, abituati a veder le -cose in piccolo, e, dimenticando le grandi leggi della -storia, attribuiranno a piccoli episodii le due grandi -cadute; qua al tradimento di Grouchy a Waterloo, là -alla defezion di Alcibiade, al tradimento dei capitani -in Egospotamos. Intanto la storia, guardando dall'alto, -dirà che i due imperi caddero per legge fatale di eventi: -perchè l'opinione del tempo e la congiura dei popoli -stavano contro di loro. Vero è che i popoli saranno -delusi nelle loro speranze, perchè all'indomani della -vittoria i vincitori avran dimenticate le loro promesse: -e la egemonia di Sparta, fatta tirannica, infierirà nella -Grecia dopo Egospotamos, come la reazione imperverserà -sull'Europa dopo Waterloo. Ma alla umiliazione -della Francia sotto l'asta del Cosacco come a quella di -Atene sotto la verga dei Trenta, sopravviveranno gli -splendori del genio di entrambe; e le due grandi decadute, -pure espiando i loro errori, conserveranno il -loro posto nella storia della civiltà. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span> -</p> - -<p> -Non è però ancora una ragione perchè la storia non -sia severa e imparziale anche con loro, e non constati -in quei loro errori la vera causa delle loro catastrofi. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Voi mi parlate degli <i>amici</i> di Atene! Ma allo scoppiar -della guerra, lo abbiam veduto, Atene non ne aveva -di amici! Avea città suddite che la seguivano per forza, -e da cui sapevasi e da cui confessavasi <i>odiata</i>. -</p> - -<p> -Mi parlate delle provocazioni di Sparta! Certo Sparta -fu quella che mandò prima le intimazioni<a class="tag" id="tag67" href="#note67">[67]</a>; ma ciò -riguarda il principio materiale della guerra<a class="tag" id="tag68" href="#note68">[68]</a>: e Atene -non aveva aspettato fin allora per far capire dove miravano -le sue conquiste, e far sapere ai popoli dorici -la sorte che li aspettava. Ho già ricordato più sopra -i suoi colpi di mano su Megara, Corinto, Egina, Tebe, -Sidone, Naupatto. Sparta trae la spada dal fodero all'ultimo -momento, quando il pericolo ai Dori sovrasta -imminente<a class="tag" id="tag69" href="#note69">[69]</a> e i suoi confederati già le rimproverano -altamente gli indugi<a class="tag" id="tag70" href="#note70">[70]</a>. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Del resto a mostrar come Sparta rappresentasse -realmente in quella lotta la difesa delle autonomie -greche, basta uno sguardo di confronto alle due confederazioni -avversarie. La jonica, come mostrai, non -<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> -ha più di confederazione che il nome, ad ironia: le -città greche tributarie si trovano in faccia ad Atene -nello stato di <i>servitù</i> (δουλεία) come Nasso, o di <i>schiavitù</i> -(ἀνδραποδισμὸς) come Ejone, o come Sciro: quelle -che serve addirittura non sono, pur serbando le forme -democratiche, obbediscono a soprastanti ateniesi (ἐπίσκοποι, -φύλακες), dipendono da Atene pei tributi, per le -leggi, pei giudizî, per le navi, per tutto, la seguono -nelle imprese militari, senza alcun diritto nè di consiglio -nè di voto. E Atene decreta la guerra senza pur -degnarsi di interpellarne i confederati. -</p> - -<p> -Nella confederazione dorica è tutto all'opposto. I -confederati, dalla egemone Sparta all'ultima città, conservano -nella lega la loro piena autonomia, si governano -ognuno secondo le patrie leggi. Autonomi i giudizi in -ciascuna città; delle contese fra alleati decide non -l'egemone, ma l'oracolo di Delfo o una città qualunque -scelta arbitra dai contendenti. La pace, la -guerra, gli altri interessi comuni, trattati e decisi in -comune assemblea, che la egemone convoca, ma la cui -convocazione può essere chiesta dalle città; e nell'assemblea, -parità di voto per ogni città confederata, dalla -più grande alla più piccola: obbligatorie le decisioni -della maggioranza. Gli alleati non pagano a Sparta nessun -tributo: ma, a guerra votata, uno dei due re di Sparta -ha il comando supremo delle forze, e ciascun confederato -contribuisce il suo contingente stabilito di provvigioni, -di denaro, di soldati e di navi<a class="tag" id="tag71" href="#note71">[71]</a>. Naturalmente, in -quella lega così stabilita sul piede di un'<i>assoluta -eguaglianza</i>, l'unione tra i confederati era vieppiù cementata -dalla spontaneità dell'adesione, dalla libertà -del voto, dalle affinità di sangue e dalla somiglianza -delle istituzioni, foggiate dal più al meno a repubblica -aristocratica, secondo l'indole e il genio delle -razze doriche. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> -</p> - -<p> -Questa la <i>grande tirannia</i> con cui Sparta si fa innanzi -a nome dei Greci, sullo scoppiar della guerra!<a class="tag" id="tag72" href="#note72">[72]</a> -E non vi si decide se non dopo che l'assemblea delle -città confederate a maggioranza di voti l'ha per ben -due volte decretata<a class="tag" id="tag73" href="#note73">[73]</a>; e incaricata di dar corso al -decreto, tenta prima se mai l'apparato delle forze basti -a smuovere Atene da' suoi disegni; reclama libera Potidea, -libera Egina, revocato il decreto contro i Dori -di Megara. E poi che Pericle risponde con ripulse superbe, -qual'è l'<i>ultimatum</i> della tirannica Sparta? -</p> - -<p> -«<i>Vogliono i Lacedemoni la pace: e si avrà, se lascerete -che i Greci vivano indipendenti, e si governino -colle proprie leggi.</i>»<a class="tag" id="tag74" href="#note74">[74]</a>. -</p> - -<p> -È onesto, è giusto; ma è precisamente quello che -Atene non può accordare e non accorderà. Perchè la -sua nuova grandezza, le sue ricchezze, il suo commercio, -sono il frutto della sua tirannia, ed essa ormai -vive <i>necessariamente</i> di questa; perchè gli <i>odj</i> che -la tirannide le ha attirati, se appena la tirannide rallentasse, -scoppierebbero<a class="tag" id="tag75" href="#note75">[75]</a>; perchè rendere ai Greci -la libertà significherebbe per lei restar sola e decadere -dal primato. -</p> - -<p> -La sua politica è netta, ed è logica; e le sue risposte -sono degne della sua politica. -</p> - -<p> -— Sì, è vero, il nostro imperio è tirannico; ma or -che l'abbiamo, il timore e l'utile ci prescrivono di -tenercelo<a class="tag" id="tag76" href="#note76">[76]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> -</p> - -<p> -Sì, è vero, la nostra tirannide è odiata: ma è massima -costante che il forte detti la legge al debole<a class="tag" id="tag77" href="#note77">[77]</a>. -</p> - -<p> -Sì, è vero, abbiam tolto ai greci alleati il diritto di -reggersi colle leggi proprie; ma essi devono ringraziarci -se <i>dal nostro grado ci abbassiam fino a loro</i>, e -se nei litigi facciam loro l'onore di giudicarli colle -leggi nostre!<a class="tag" id="tag78" href="#note78">[78]</a> -</p> - -<p> -È vero, è verissimo, abbiam tolto loro la libertà; -ma essi devono <i>esserci riconoscenti se non li privammo -di maggiori beni</i>.<a class="tag" id="tag79" href="#note79">[79]</a> -</p> - -<p> -Così risponde Pericle; rispondono a Sparta gli inviati -di Atene; di questa povera, innocente, virtuosa -Atene, ingiustamente aggredita, <i>provocata in mille guise, -messa colle spalle al muro</i>, che ha impietosite le viscere -— pietose sempre — di Yorick! Risposte, nel -cinismo, incredibili, se uno storico ateniese e contemporaneo -— il più rispettato e il più autorevole degli -storici antichi — non ce le avesse conservate — e se -le opere non avessero fatto fede delle parole! -</p> - -<p> -Son questi i nuovi principj, le nuove idee di fratellanza -e di patriottismo che la Atene di Pericle annunzia -al mondo greco; questa è la missione di libertà, -di giustizia, di uguaglianza, che la repubblicana -Atene, l'antica liberatrice, inalbera e proclama innanzi -alla Grecia, cinquantasette anni dopo Maratona, quarantotto -anni dopo Salamina, quarantacinque anni -dopo il patto fraterno giurato in Delo! -</p> - -<p> -Ah, la politica <i>materiale</i> di Pericle ha già ben lavorate -le coscienze ateniesi, ha già ben trasformato i -rigidi repubblicani! Il carattere ateniese è ben mutato -dal giorno che i padri, sul campo di Platea, offrian -di cedere al Tegeati il posto d'onore, niun'altra gara -chiedendo che di fortezza e di virtù!<a class="tag" id="tag80" href="#note80">[80]</a> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> -</p> - -<p> -Una profonda rivoluzione morale evidentemente si è -già compiuta all'ombra dei magnifici monumenti del secol -d'oro; e alla distanza soltanto di mezzo secolo, un -abisso separa due periodi della vita e della storia della -stessa città. Ma l'autore di quella rivoluzione non arriverà -in tempo a vederne tutte le conseguenze morali -e materiali: fortunato ancora, egli non vedrà che l'alba -dei giorni tristi che la sua mano ha preparato ad Atene, -e morirà ancora in tempo per potersi gloriare dei giorni -di splendore che le ha procacciati. Egli morirà in tempo -per potersi illudere, dal letto di morte, sul giudizio e -sulla severità della storia; egli, il più grande certo e -relativamente il più onesto, fra quanti corruttori di -popoli si sian mai fatti grandi, sagrificando all'utile -il giusto. Il ricordo delle sue glorie verrà solo a visitarlo -al capezzale: eppure forse sarà un rimorso e -un presentimento segreto, sarà un segreto bisogno di -farsi perdonare qualche cosa dai suoi concittadini e -dai posteri, quello che morendo lo spingerà a reclamare, -per la memoria del suo nome, fra tante glorie, -una sola: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> -</p> - -<p> -«<i>Nessun Ateniese, per cagion mia, non si è mai vestito -a bruno.</i>» -</p> - -<p> -Parole sante. Ma la storia non le accetterà. Essa -accorderà a Pericle il suo posto nel Panteon: ma fra -i colpevoli illustri. Perchè il pervertimento lento, blando -del senso morale, dell'anima di un popolo, è colpa più -triste delle violenze e degli eccessi della tirannide brutale. -Questi hanno già in sè ed affrettano da sè stessi -il rimedio: quello lascia più lungo e più funesto il -suo solco nel tempo. Atene sorge più balda, più forte -dalla tirannide sanguinaria di Ippia: ma il veleno -lento di Pericle la consegnerà morta al Macedone. Da -Tarquinio v'è appello a Bruto: ma dalla corruzione -del magno Cesare, si va diritto a Comodo e a Caracalla. -</p> - -<p> -Nel nostro secolo, che ha visto difendere tutte le -tesi, si doveva veder difesa — che dico? malamente -copiata in trono — anche la politica di Pericle. Grote, -il principe degli storici della Grecia, andrà ancora un -passo innanzi, e secondando lo spirito ardito di critica -innovatrice che ha invaso le regioni della storia, -intraprenderà la difesa anche dei demagoghi successori -di Pericle, e prenderà sotto il suo sapiente patrocinio -Cleone il conciapelli e i suoi illustri colleghi. -Ma la morale resta una sola sotto tutte le forme politiche, -e formula le sue condanne, anche dopo tutte -le scoperte della critica sapiente ed erudita<a class="tag" id="tag81" href="#note81">[81]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -<i>Malamente copiata in trono</i> — ho detto dianzi: e -certo sarebbe uno studio interessante quello di chi, -senza fermarsi a Cesare, nè ad Augusto, nè a Leone X, -nè a Cosimo o Lorenzo de' Medici, nè a Luigi XIV, -cercasse i punti di confronto tra il figliuolo di Zantippo -e il suo infelice imitatore morto in esilio a Chislehurst. -Entrambi arrivano al potere puntellandosi sulla -democrazia. Entrambi si accattano popolarità, ostentando -zelo per il benessere delle classi inferiori, e -facendo al bisogno del socialismo di falsa lega. L'uno -spazza via l'opposizione cogli ostracismi, l'altro cogli -esilii e le deportazioni. E l'uno e l'altro fanno il popolo -rassegnato alla perdita delle sue franchigie, adescandolo -coi vantaggi materiali, e paralizzando le virtuose -resistenze col contagio della venalità. L'uno mette a -prezzo tutti gli uffici della sovranità popolare; l'altro -apre mercato di impieghi, dallo stallo del senatore e -del consigliere di Cassazione all'ultimo dei sostituti -Procuratori. Là senatori a una dramma il giorno, qui -senatori a trentamila lire l'anno. Là un'assemblea -venale, qui un Corpo legislativo cortigiano. Là eliasti -venali, qui giudici compiacenti e servili. -</p> - -<p> -E all'uno e all'altro abbisogna il lustro dell'armi. -Quello assolda per la prima volta la milizia, e colla -<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> -lue dei mercenari corrompe nell'esercito le tradizioni -pure ed eroiche del patriottismo; questo satolla l'esercito -di favori, di paghe e ne dissocia gli interessi -e gli affetti dagli affetti e dagli interessi del paese. -</p> - -<p> -Intanto l'uno si vanta che, se dipende da lui solo, -<i>i suoi concittadini ponno far conto di vivere sempre immortali</i><a class="tag" id="tag82" href="#note82">[82]</a>. -L'altro rimette la formula a nuovo e annunzia -che l'impero è la pace. -</p> - -<p> -Ciò non impedisce naturalmente agli Ateniesi di -morire nelle spedizioni lontane del Chersoneso e del -Ponto Eusino, a Samo, a Tanagra, a Sidone, nell'Eubea; -e quanto alla pace dell'impero, essa pianta i suoi -ulivi in Crimea e in Africa, nel Messico e in Cocincina, -a Gravellotte ed a Sedan. -</p> - -<p> -Ma per giungere al primato materiale anco un po' -di prestigio morale, di influenza morale sui popoli non -guasta. Qualche bella iniziativa pacifica od umanitaria, -a tempo e luogo, è tanta polvere eccellente nell'occhio -dei popoli. <i>Per alzar l'animo del popolo a pensieri più -grandi</i>,<a class="tag" id="tag83" href="#note83">[83]</a> (intanto che lavora a farne la libertà un po' -più piccola) Pericle invita ad un <i>congresso</i> in <i>Atene</i> -<i>tutti gli Stati greci dell'Europa e dell'Asia</i>, tutte le città -grandi e piccole, per consultare in comune sui sagrifici -agli Dei, sulle cose del mare, sui modi di provvedere -alla sicurezza della navigazione, del commercio, alla -conservazione della pace. Ventidue secoli dopo, il Napoleonide -trova l'idea ancora ottima; e siccome anch'egli -ha bisogno di dare alla Francia qualche soddisfazione -morale in cambio delle tante di cui l'ha -privata, così anch'egli bandisce il suo bravo <i>congresso</i>, -e invita i Potentati <i>a Parigi</i> per discutere sui mezzi -di assicurare ai popoli la pace e la prosperità. E come -in <i>illo tempore</i> gli staterelli più piccoli tra i Greci — -i piccini sono sempre di buona pasta — così fan ressa -<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> -ad accettare i sovranelli europei; ma Sparta capisce -il latino — anzi il greco — di Pericle e gli manda -sul più bello il suo congresso in fumo; la Prussia -capisce il francese delle Tuileries e manda l'altro -congresso a farsi benedire. -</p> - -<p> -Dai fiaschi morali però c'è sempre ricorso alle rivincite. -Pericle si consola del fiasco del suo congresso, -colla guerra sacra — la spedizione a Delfo — e il -Napoleonide del fiasco del suo, con un'altra guerra -sacra — il secondo intervento a Roma. Pericle va contro -Delfo in odio di Sparta,<a class="tag" id="tag84" href="#note84">[84]</a> perchè questa ha la -strana idea di pretendere che Delfo, la città santa, -appartenga ai Delfiesi; Napoleone va contro Roma in -odio di Bismark, perchè sospetta la sua zampa dietro -quella di Garibaldi, e trova assurda la pretesa che -Roma, la città santa, appartenga ai Romani. -</p> - -<p> -È vero che la pietosa Eugenia di Montijo soffia nel -fuoco; la mano gentile di una donna dirige nelle Tuileries -il mestolo della politica e spinge il compiacente -marito a sperimentare sui volontarj le meraviglie dei -nuovi Chassepot. Era probabilmente per non invidiar -nulla ad Aspasia, l'antica e gentile mestatrice politica, -consigliatrice dell'olimpico marito; ad Aspasia, -<i>per le cui istanze e per compiacere alla quale</i><a class="tag" id="tag85" href="#note85">[85]</a> Pericle -anch'egli si risolve alla iniqua spedizione contro -Samo, e va a sperimentare su quei poveri isolani che -difendono la loro libertà, le nuove macchine guerresche -di Artemone «<i>la novità delle quali recava perfino -meraviglia a lui stesso</i>»<a class="tag" id="tag86" href="#note86">[86]</a>! -</p> - -<p> -Inique meraviglie; esperimenti infami: d'accordo. -Ma intanto, di impresa in impresa, la gloria delle armi -sorride al genio del figlio di Zantippo e alla fortuna -del suo coronato imitatore. Atene e la Francia -<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> -servono ad un uomo; ma il loro orgoglio nazionale -è soddisfatto. Al di fuori la gloria delle armi e il -primato fra i popoli le compensano entrambe della -perduta libertà. Al di dentro, la prostrazione morale -dei caratteri è nascosta sotto uno strato di prosperità -materiale. I due despotismi camminano entrambi -per le stesse vie; spargono entrambi sui loro passi -il vizio colle sue magnificenze, perchè sia semenza -di servi. Chiamano complici entrambi dell'opera le -Muse, perchè la loro presenza dissimuli la scomparsa -della gran Dea che se n'è andata. Atene e Parigi, divenute -belle, magnifiche, grandiose, vedono rifiorir -l'era degli artisti e dei letterati, delle <i>lorettes</i> e delle -<i>cocottes</i>. La casa di Pericle e di Aspasia ha per succursali -l'Academia e i tempj di <i>Venere etéra</i>; i ricevimenti -delle Tuileries completano le sedute dell'Istituto -e i balli di Mabille. Si assiste alla efflorescenza -delle menti e alla depravazione dei costumi; le arti -sono in rialzo e le coscienze sono in ribasso. -</p> - -<p> -E in mezzo a tutto ciò, ad Atene come a Parigi, -una irrequietudine vaga, incessante, prodotto di una -quantità di cattivi umori che la tirannide ha fomentato, -di cattivi istinti che essa ha accarezzato; un -senso indefinito, profondo di malessere, il senso della -mancanza di qualche cosa, che lascia il popolo insoddisfatto, -che sveglia incessantemente in lui desiderî, -rancori, memorie, passioni, a cui bisognerà pur trovare -uno sfogo, perchè non diventino un pericolo. -Atene, malcontenta fra i suoi splendori, guata il Peloponneso; -la Francia, malata in mezzo alla sua opulenza, -adocchia il Reno. Antipatie di razza, ad arte -fomentate, aizzano le funeste cupidigie; e le due tirannidi, -felici di aver trovato al di fuori questo potente -diversivo ai pericoli di dentro, slanciano i due popoli -a cuor leggiero sulla via delle grandi catastrofi e delle -grandi espiazioni. E nel secolo V avanti l'Era volgare -come nel secolo XIX il mondo assiste egualmente all'identico -<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> -spettacolo di un popolo elegante, spiritoso, -ciarliero, leggiero, vivacissimo; banditore un giorno -di libertà agli altri, incapace a serbarla per sè; democratico -di principj, arrogante di fatti; rappresentante -di una civiltà splendida, raffinata, ma corrotta, -snervante, dissolutrice della famiglia e del senso morale; -di questo popolo che si scaglia ad un duello -tremendo contro una stirpe ruvida, tarda, riflessiva, -austera, fatta gagliarda dalla ferrea disciplina, dalla severità -del costume, dal culto religioso della patria e -della famiglia; più che sobria di parole, lenta, ponderata -al risolvere, tenacissima all'opere. E perchè il -riscontro sia più completo, tutte e due le volte è la -nazione democratica che provoca alla lotta colla prepotenza; -ed è il popolo cresciuto nella tradizione autoritaria -che prende l'armi a difesa della sua indipendenza -minacciata. L'urto è terribile e le vicende -dei due conflitti son diverse, ma l'esito finale è il -medesimo; perchè è forse scritto nelle leggi segrete -della storia che agli stessi errori dei popoli presiedano -gli stessi castighi. Il calcolo la vince sulla leggerezza; -la disciplina sull'avventataggine, la scienza -militare sulla presunzione, Lisandro su Tideo. — La -ignoranza superba dei generali d'Atene in Egospotamo -dà l'esercito ateniese, quasi senza colpo ferire, tutto -quanto prigione in mano di Lisandro, e l'incapacità -vanitosa dei marescialli consegna a Moltke gli eserciti -della Francia. Lisandro entra ad Atene e Moltke -a Parigi. La grandezza politica dell'Atene di Pericle -finisce nella umiliazione di Lampsaco, la potenza del -secondo impero nel fango di Sedan; e i due popoli -espiano ben duramente la complicità morale coi loro -padroni, nella provocazione della lotta spaventosa. -</p> - -<p> -Atene, tornata libera e datasi ai demagoghi dopo la -morte di Pericle, avea continuato nondimeno la guerra, -come la continuò la Francia tornata repubblicana dopo -caduto Napoleone III. Ma gli uomini erano scomparsi, -<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> -e le conseguenze della loro opera restavano; ed erano -queste — appunto queste — che rendevano ai due popoli -non iscongiurabile il destino. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Però Atene fu assai più tarda a subirlo, e potè -lottare contro di esso per ben trent'anni: e perchè -potentissima la sua marina, e perchè troppo diverse -le circostanze e i metodi di guerra; e perchè in -tempo la sovvenne il genio militare di Alcibiade: e -perchè infine lo stato di Atene, quando Pericle morì, -era ancora lungi dall'essere così fracido come lo stato -della Francia alla caduta di Napoleone III. I germi, -i fattori della dissoluzione sociale e morale che doveano -portar lo stato alla rovina, Pericle pur troppo ve -li avea deposti già tutti e alimentati da un pezzo: ma, -come dissi più addietro, essi avean trovato lui, vivente, -un correttivo nella sua moderazione, nel suo genio, -nella sua stessa onestà relativa: era alla morte di lui -che essi dovevano trovare il loro pieno e tristo sviluppo, -invadere senza ritegno e corrodere dalle radici -tutto quanto l'organismo politico e sociale dello Stato. -Ciò dovette esigere qualche tempo: ma i risultati dovettero -esserne ugualmente ben terribili, perchè nè la -marina potentissima, nè il genio di Alcibiade non -bastassero più neppur essi a scongiurarli, e Atene -dovesse un bel giorno cader in mano del suo nemico -come una pera fracida distaccata del ramo. -</p> - -<p> -E alla morte di Pericle che troviamo la demagogia -ateniese, come un pupillo malamente educato ed uscito -in mal punto di tutela, impaziente di rifarsi dei suoi -quarant'anni di inazione perduti; tanto più avida di -far valere, per dritto o per traverso, la sua sovranità, -quanto più priva per il lungo disuso e per la indecorosa -abdicazione di tanti anni, delle virtù necessarie -al suo esercizio; provvista di tutti i mezzi, di tutti -<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> -gli incentivi di corruzione che Pericle le ha posto -in mano, senza saperli, come lui, indirizzare a qualche -altezza di fini politici;<a class="tag" id="tag87" href="#note87">[87]</a> prorompente sfrenata e -vanagloriosa dappertutto, spargente dappertutto il contagio -dei vizi che la <i>sapienza</i> di Pericle le ha inoculati, -ma già abbastanza lontana, per distanza di tempo, -dalle grandi tradizioni del principio del secolo, perchè -il riflesso ne arrivi come un rimprovero sino a -lei, e le imponga almeno il pudore del rispetto per -la memoria delle antiche virtù. -</p> - -<p> -È in quest'epoca che si svolge il mio dramma — e -le leggi austere e i costumi virtuosi dell'epoca solonica -quanto sono già lontani, quanto sono lontani -da lei! -</p> - -<p> -E l'epoca di cui abbiamo le informazioni in Aristofane, -in Tucidide, in Platone, in Senofonte, in Isocrate, -e nelle lettere di Alcifrone e nei <i>Caratteri</i> di Teofrasto: -di cui possiamo chieder conto allo stesso Demostene; -perchè sebbene ei sia vissuto nel secolo dopo, <i>il periodo -morale e storico è uno solo</i> e medesimo: le piaghe morali -che danno Atene in mano al Macedone sono le -stesse che l'han data in mano di Sparta: e son già -tutta roba ereditata dai contemporanei di Socrate i -bei progressi del costume fulminati dall'eloquenza del -Peanese<a class="tag" id="tag88" href="#note88">[88]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> -</p> - -<p> -Le Assemblee del popolo — ormai cessate negli ultimi -tempi di Pericle (da che egli non avendone omai -più bisogno, avea trovato più comodo di farne senza) -— richiamano di nuovo il popolo in folla, colla raddoppiata -avidità de' tre oboli. — Ma la nuova tèmpra -del costume ha reso già troppo incomode e viete le -prescrizioni di Solone, che pretendeano escludere dal -foro gl'indegni, gli oziosi, i rotti ai vizi, e sottoporre -a sindacato la moralità degli oratori. Tanto varrebbe -spopolar le adunanze. Anzi, al contrario, da che i -vizi hanno invaso tutto, i peggiori, i più corrotti -son quelli naturalmente che più gridano, più si danno -attorno, più spadroneggiano nell'Assemblea. Una moltitudine -<i>pigra, cianciatrice, avara, ingorda di salarj</i><a class="tag" id="tag89" href="#note89">[89]</a>, -venuta su nell'ozio e nelle tristi abitudini dell'ozio<a class="tag" id="tag90" href="#note90">[90]</a>, -<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> -ascolta oratori, senza onestà e senza meriti, rotti a -ogni bruttura, a ogni mercato<a class="tag" id="tag91" href="#note91">[91]</a>, ladri dell'erario<a class="tag" id="tag92" href="#note92">[92]</a>, -corrotti e corruttori, dediti alle ambizioni più basse -e all'adulazione più servile<a class="tag" id="tag93" href="#note93">[93]</a>. Siam lontani dal tempo -che la legge puniva i venali, i ladri, i corruttori, d'infamia -e di morte: oggi gli oratori in voga, i capi del -popolo, i beniamini dell'Assemblea si chiamano Cleone -che ruba a man salva i talenti dell'erario, e Iperbolo -le cui laidezze arriveranno a disonorar l'ostracismo. -Oggi non si tratta più per gli oratori di dar giusti e -sapienti consigli per il bene della città; si tratta di -salire in alto, mendicando suffragi per le piazze<a class="tag" id="tag94" href="#note94">[94]</a> -e raggirando il popolo colle arti de' sofisti; perchè -ora sono i sofisti — eviratori di menti e di caratteri — -che da Pericle in poi tengono il campo, e il nuovo -gusto del popolo vuol oratori usciti dalle loro scuole. -Egli non vuol più che bei giuochi di parole e adulazioni -ben condite. Non va più allo Pnice per sentirsi -rampognare o far la predica da un Aristide o da -un Cimone: ma per essere <i>spettatore di discorsi</i><a class="tag" id="tag95" href="#note95">[95]</a> -che siano bene declamati e gesticolati, o di buffonerie -che lo tengano di buon umore: e ride e batte le mani -al ciarlatano Cleone che entra già ubbriaco all'assemblea, -avvisando il popolo ch'egli non ha tempo di -parlar d'affari, e che differirà la seduta a un altro -giorno perchè ha invitato degli amici a pranzo. -</p> - -<p> -La lotta di influenza tra gli oratori ridotta gara di -smancerie: a chi più basso, adula il popolo, lo liscia -di più.<a class="tag" id="tag96" href="#note96">[96]</a> Il resto lo fa il danaro. La corruzione regola -i voti, crea le improvvise fortune. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> -</p> - -<p> -«Ora tutto come in mercato sta a prezzo ed è scambiato -da passioni che già appestarono la Grecia: avara -sete di mancie: riso a chi la confessa: perdono al convinto: -e tutte l'altre necessità di corruzione.»<a class="tag" id="tag97" href="#note97">[97]</a> -</p> - -<p> -«Una volta i convinti di corruzione eran dannati -nel capo; ora vengono eletti generali.»<a class="tag" id="tag98" href="#note98">[98]</a> -</p> - -<p> -Una volta s'ammiravano le case modeste di Temistocle -e di Cimone: ora i poveri, venuti da jeri -agli affari, andar in cocchio a tiro due;<a class="tag" id="tag99" href="#note99">[99]</a> «alzar -case più sontuose e superbe de' pubblici edificj, comprar -sì vaste distese di terreno, che <i>neppur sognando -l'avrebbero potuto sperare</i>.»<a class="tag" id="tag100" href="#note100">[100]</a> -</p> - -<p> -E non il foro soltanto ma i tribunali or sono teatro -a' mercati. I cittadini a frotte abbandonano le officine, -i ginnasj, per correre all'Eliea, poi che la mancia -del <i>dicastico</i> è stata portata da un obolo a tre:<a class="tag" id="tag101" href="#note101">[101]</a> -addio sane ed oneste abitudini del lavoro; la manìa -dei giudizj moltiplica i processi, le condanne: la plebe, -invasa dalla epidemia litigiosa, è tutta una vasta <i>confraternita -di triobolisti</i><a class="tag" id="tag102" href="#note102">[102]</a>. La vita del cittadino è un -perpetuo conflitto legale: non passa dì, tranne le feste, -ch'ei non sia occupato d'affari legali, o come giudice, -come parte, o come procuratore, o come testimone<a class="tag" id="tag103" href="#note103">[103]</a>. -Non vede, non pensa, non parla che di -<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> -processi; «di notte non dorme e se chiude gli occhi -un pocolino, la sua mente vola intorno alla clessidra -dei giudizj; nel sonno sogna aver in mano il ciottolo -dei voti, e scrive sulle porte: <i>Bello è il bossolo dei -voti</i>. Se il gallo canta in sulla sera, grida che si è -lasciato corrompere per isvegliarlo, e ha preso danaro -dagli accusati. Dopo cena, corre al tribunale; sul far -del giorno corre al tribunale, ci dorme appoggiato a -una colonna, e tira dormendo lunghe righe in segno -di condanna; in tal modo vaneggia e ha sempre la -mente rivolta a quel suo giudicare<a class="tag" id="tag104" href="#note104">[104]</a>. -</p> - -<p> -E la manìa dei giudizj sviluppa naturalmente la -manìa delle accuse: fioccano le false denunzie, pullula -d'ogni parte — nuova piaga del senso morale — la -ignobile genìa dei sicofanti. Un triste, incessante, sospettarsi -a vicenda: e più sospettar di coloro che più -si tengono appartati dal contagio de' costumi; già si -mormora di Socrate perchè s'astiene da' giudizi e dal -foro<a class="tag" id="tag105" href="#note105">[105]</a>. Se altre accuse mancano affatto, ci son quelle -di irreligione o di cospirazione, che non mancan mai. -</p> - -<p> -«L'accusa di <i>cospirar</i> per la tirannide è fatta più -comune della carne salata. Se alcuno compera triglie -e lascia le sardelle, tosto grida colui che lì presso -vende le sardelle: <i>sembra che costui di tali viveri provvedendosi, -abbia in animo di farsi tiranno.</i> Se alcuno -poi chiede un porro per condire le acciughe, l'erbivendola, -guatandolo coll'occhio del porco, gli dice: -<i>dimmi un po': tu chiedi il porro: vuoi forse farti tiranno?</i>»<a class="tag" id="tag106" href="#note106">[106]</a> -</p> - -<p> -E quel che avanza di tempo ai giudizj e alle condanne, -le feste e gli spettacoli se lo portan via. Il -<i>diobolo</i> di Pericle fa furore, e il popolo è sempre più -puntuale nell'esigerlo. Altro che i tempi in cui rinunziava -<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> -ai danari del Laurion per provveder di navi la -città! Ora in un giorno delle Dionisiache, in ecatombi -di buoi per un banchetto popolare, l'Erario spende -l'importo di intere spedizioni navali<a class="tag" id="tag107" href="#note107">[107]</a>; or fra poco -si bandirà pena di morte contro chi <i>tenterà di stornare -per le spese militari i denari delle feste</i><a class="tag" id="tag108" href="#note108">[108]</a>; ora -fra poco sentiremo Demostene prorompere indignato: -<i>Voi popolo invilito, fiacco, spiantato, derelitto, più non -siete che schiavi: e tanto sol che vi snocciolino il denaro -degli spettacoli o vi ingoffino di un pezzo di bue ne fate -gran festa; così incatenandovi nella patria stessa, vi -ammansano ad abbiettezza e servitù</i>: chè non sorge a -grandi e generosi sentimenti chi infiacchisce in vili -cure, e dai costumi del vivere non van disformi i pensieri.<a class="tag" id="tag109" href="#note109">[109]</a> -</p> - -<p> -Infatti, tra quelli ozj, tra quelle baldorie, la fortezza -de' padri se n'è andata. La legge, sopraffatta dall'ignavia -del costume, non colpisce più come un tempo dei rigori -estremi — chè troppi dovrebbe colpirne — i renitenti, -i disertori, i codardi, che nelle battaglie fuggirono, -abbandonarono l'armi e le schiere<a class="tag" id="tag110" href="#note110">[110]</a>. Già -sotto Pericle, come accennai, la paga di una dramma -a mala pena bastava ad allettare i cittadini poveri -all'armi; dopo Pericle, diminuita di due oboli, per sopperire -agli scialaqui e ai vuoti dell'erario, e ridotta -a quattro oboli soli, non basta più. In fuor di quelli -che non han proprio altro modo di procacciarsi il -vitto<a class="tag" id="tag111" href="#note111">[111]</a>, la ripugnanza alla milizia si va ogni dì facendo -più estesa; invano le liste di leva dei cittadini -sono affisse alle statue degli eroi; è di forestieri, di -mercenarj traci, tessali, cretesi ed acarnani che bisogna -<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> -riempir per forza i vuoti delle falangi e delle -triremi<a class="tag" id="tag112" href="#note112">[112]</a>. -</p> - -<p> -Nè già i ricchi fan fronte al contagio: chè come i -poveri ricusano il servizio, ed essi ricusano il denaro -delle triremi<a class="tag" id="tag113" href="#note113">[113]</a>: alla guerra poi non amano -andarci, perchè troppe mollezze li adescano nelle case, -e in campo rifuggono dal trovarsi colla ciurmaglia de' -mercenarj. Frattanto illanguidirsi ogni spirito di emulazion -militare; ogni gara di valore; più frequenti in -battaglia gli esempj di codardia, non puniti tutt'al -più che da qualche motteggio de' comici<a class="tag" id="tag114" href="#note114">[114]</a>; moltiplicarsi -invece in ragione inversa, e prodigarsi a piene -mani, e immeritati, gli onori, le ricompense serbate in -antico solo a' fortissimi; d'altrettanto scaderne lo allettamento -ed il pregio; incapaci ed indegni salire -spesso a' primi gradi dell'armi<a class="tag" id="tag115" href="#note115">[115]</a>; indi affievolirsi la -disciplina, la fiducia, e tutte le virtù che in campo -fanno valente il soldato, e le armate salde e poderose. -</p> - -<p> -E intorno intorno a questo quadro di costumi publici, -la brutta cornice de' costumi privati: una licenza, -una oscenità di modi, di linguaggio, di usanze, -così laidamente sfacciata, che Aristofane per flagellarla -è costretto a far uso di altrettanta sfacciataggine<a class="tag" id="tag116" href="#note116">[116]</a>; -rotti i vincoli della famiglia; i giovani <i>spendere tutto -<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> -il dì per le bische e per le case di suonatrici di flauto</i><a class="tag" id="tag117" href="#note117">[117]</a>; -l'adulterio, il concubinato, sottratti ai rigori delle -leggi antiche, liberamente, publicamente ostentati; -comune usanza de' mariti il publico trescar colle etere; -e queste — bandite da Sparta — qui cresciute di numero, -di fasto, di importanza, occupare sole il posto -serbato alla donna nella società; le mogli — laggiù a -Sparta così influenti e rispettate — qui fatte arredi -di casa, appartate da ogni vita sociale, confinate in -fondo a' ginecei, a lavorar di conocchia e di cucina, -e là nelle lascivie riscattarsi della perduta libertà<a class="tag" id="tag118" href="#note118">[118]</a>; -lenoni, buffoni, barattieri, sofisti, parassiti, — non più -ministri di riti sacri, ma scrocconi di mense profane -— invadere i trivii, le piazze, le case, rallegrar l'orgie -de' voluttuosi <i>Calocágati</i>, spargere fra il popolo la scioperataggine -e le dissolutezze delle classi più ricche, -spargere fra i ricchi la trivialità e le sconcezze della -plebe. -</p> - -<p> -Questa l'epoca. I fatti, le stragi di Melo e di Scione; -il bando di Alcibiade; la condanna dei capitani delle -Arginuse; la condanna di Socrate. La conclusione — -per il momento Egospotamo: più tardi Cheronea. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -E poichè l'epoca era tale, e tutte le eleganze fiorite -della vostra prosa, caro Yorick, non valgono a -cambiarla — io, repubblicano, amante della mia fede -e credente nel suo avvenire, non auguro alla repubblica -<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span> -del mio paese nè di alcun altro i <i>progressi -morali</i> di quel periodo della repubblica ateniese. -</p> - -<p> -Sono stato ingiusto io dunque, nel mio dramma, -verso Atene? bugiardo in faccia alla storia? -</p> - -<p> -Ma come crederlo, quando voi per il primo siete costretto -a darmi ragione e ridotto a non poter sostenere -la vostra tesi altrimenti che con curiosi anacronismi, -con una strana confusione di tempi e di date, -che nessuno storico vi può menar buona, e che ancora -non capisco come al vostro acume storico possa -essere sfuggita? -</p> - -<p> -Come crederlo, quando voi stesso, per dar le prove -della vostra affermazione, siete costretto a risalire ad -un periodo che non ha nulla, <i>nulla</i> di comune col periodo -del dramma mio; e le vostre prove me le andate -pescando in un'epoca la cui grandezza morale e -le cui virtù formano appunto il rimprovero più eloquente -alla ignavia dei tempi che il mio dramma dipinge? -</p> - -<p> -Io attacco i costumi dell'età di Alcibiade: e voi, per -difenderli, che cosa mi rispondete? Ah, sentiamovi un -po', che val la pena: -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -«Il popolo ateniese non era poi quella peste che il signor -Cavallotti ci dipinge.... Quale splendida epopea nel gran -movimento nazionale che <i>respinse l'invasione di Dario!</i> Che -meravigliosa costanza di propositi, che slancio ardente di patriottismo -nella cacciata di Serse, <i>proprio allora</i> (proprio davvero? -adagio Yorick!) che Atene <i>teneva in Grecia il primato</i> -delle armi, delle lettere, delle arti!... Come si battevano bene -i demagoghi ateniesi e quante volte la salute della Grecia fu -dovuta alle sanguinose vittorie di quella democrazia turbolenta e -ciarliera!... Lo dicano gli eroi di Artemisio, celebrati nei -versi di Pindaro quali fondatori della greca libertà; lo dicano -i guerrieri di Salamina e di Platea, trionfatori della possanza -persiana, dopo che le sorti della Grecia erano cadute con Leonida -e co' suoi Trecento nella funesta stretta delle gole tessaliche! -<i>Un pover'uomo che non sappia tutte queste bellissime -cose</i> deve tornarsene a casa singolarmente turbato nell'anima -dalla lezione di storia sceneggiata dal sig. Cavallotti.» -</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span> -</p> - -<p> -Ebbene, un pover'uomo <i>che le sappia</i> tutte queste -bellissime cose, dirà che tutto questo è magnificamente -scritto, ma non è serio, perchè tutto questo si chiama -cambiar le carte in mano! Ma chi ve li attacca — che -Dio vi benedica! — i vostri eroi di Artemisio, di -Platea e di Salamina? Non ho io speso fin qui tante -pagine (il mio amico carissimo, l'editore Rechiedei, -che sa il suo Cornelio a memoria, mi assicura anzi -che sono fin troppe) non ho io speso tante pagine ad -esaltarli! Certo, all'epoca che essi cacciavano Serse, -Atene non teneva proprio un bel niente di tutto quel -che voi dite; nè il primato dell'armi, nè quello delle -lettere e dell'arti<a class="tag" id="tag119" href="#note119">[119]</a>; ma fu per loro virtù che Atene -in poco tempo potè alzarsi al colmo della sua grandezza, -<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> -e ci voleva l'ignavia dei degeneri nepoti per -precipitamela! -</p> - -<p> -Ora dunque, se è di quest'epoca che mi parlate, -aspettate prima ch'io abbia scritto un <i>Temistocle</i>, od -un <i>Aristide</i>, non già un <i>Alcibiade</i>. Se è di quest'epoca -e di quegli uomini che mi parlate, non solo io cavo -loro di cappello insiem con voi, ma prego voi per il -primo a rispettarli un po' di più. Perchè tutte le concessioni -che andate facendo al mio dramma, per quella -brava gente, diventano tante calunnie; non era, no, -non era nè venale, come voi dite, nè <i>inchinevole alla -gozzoviglia e ai brutali piaceri del senso</i>, quel popolo -che fabbricava le sue navi coll'obolo volontario dei -poveri, e le cui leggi — <i>modellate</i>, come voi dite benissimo, -sui <i>costumi</i> — punivano di pene severissime -i turpi vizj e facevano santi il lavoro e i vincoli della -famiglia!<a class="tag" id="tag120" href="#note120">[120]</a>. E non era no all'epoca di Salamina che -Atene vedea tra le sue mura la <i>ignobile vendita degli -impieghi e delle dignità elettive al miglior offerente</i><a class="tag" id="tag121" href="#note121">[121]</a> -e vi sfido a citarmene, nelle fonti storiche, un esempio -solo! -</p> - -<p> -Ma se non è quella l'epoca del dramma mio, oh -allora per carità, caro Yorick, tralasciamo di sfondar -le porte aperte! Lasciamo alle scuole di retorica i -pregiudizî che per lungo tempo non permisero — come -ben dice il Cappellina — di vedere dei popoli liberi -dell'antichità che il lato grande ed eroico. -</p> - -<p> -Non rivanghiamo le storielle solite sulla rivoluzione -francese! Non venite a parlarmi della clemenza -dell'Atene di Alcibiade e successori<a class="tag" id="tag122" href="#note122">[122]</a>; perchè la -<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> -strage dei Mitilenesi<a class="tag" id="tag123" href="#note123">[123]</a> e gli abitanti di Melo e di -Scione passati a fil di spada son là per ismentirvi!<a class="tag" id="tag124" href="#note124">[124]</a> -Non mi parlate dell'assenza delle esecuzioni capitali; -perchè i supplizj per il processo delle Erme, e la condanna -a morte dei dieci generali colpevoli d'aver vinto -in battaglia il nemico, e i supplizj della rivoluzione -dei Quattrocento, e la cicuta di Prodico, e quella di -Socrate, e quella più tardi di Focione vi potrebbero -guastar le citazioni! Non venite a vantarmi la moralità -dei magistrati e degli oratori <i>vigilata dall'Areopago</i><a class="tag" id="tag125" href="#note125">[125]</a>, -perchè già da un pezzo questo sindacato, prescritto -dalla legge solonica, l'Areopago non lo esercitava -più<a class="tag" id="tag126" href="#note126">[126]</a>: da un pezzo Pericle avea messo freno -all'autorità e alla vigilanza di quell'incomodo sorvegliatore<a class="tag" id="tag127" href="#note127">[127]</a> -e ormai da un pezzo Atene vedea gli onori -della bigoncia e delle cariche dischiusi a' libertini, ai -truffatori dell'erario e ai ciarlatani! -</p> - -<p> -È dunque solo lo spirito militare e patriottico che -nell'Atene di quei tempi vorreste darmi per vivo? -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -«Quando nella funesta spedizione di Sicilia Atene ebbe -perduto il fior de' suoi guerrieri e l'eletta de' suoi marinaj, -pochi mesi bastarono ai cittadini della grande repubblica per -armare nuove triremi, per radunare nuovi eserciti! Gli eleganti -Ateniesi, i molli, i cialtroni, gli effeminati, gli oziosi, corsero -<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> -tutti a impugnare la spada e a curvare il dorso sul remo, e -questa forza d'animo nel momento della sventura era l'espressione -del patriottismo di un popolo intero.» -</p> -</div> - -<p> -Così canta Yorick. Ma così non canta la storia. Dalla -storia frattanto a ogni buon conto imparo che all'epoca -della spedizion di Sicilia lo spirito militare era -già così svanito, che per quella impresa, la quale era -pur tanto popolare e solleticava tanto le speranze ateniesi, -si dovettero adescare i cittadini al servizio alzando -di nuovo il soldo militare ad una dramma; e -ancora quell'aumento non allettò a mala pena che i -proletarj; e di 5100 opliti che Atene potè riunire per -quell'impresa a gran fatica, soli 1500 erano <i>opliti di -catalogo</i>, cioè delle prime tre classi, iscritti sui ruoli; -il resto si dovette comporre di proletarj dell'ultima -classe e di mercenarj, come di mercenarj si dovettero -in massa riempire le milizie leggiere, e le ciurme delle -triremi.<a class="tag" id="tag128" href="#note128">[128]</a> -</p> - -<p> -Questo innanzi il disastro di Sicilia: e dopo il disastro? -Ah, dopo, poi — state attento, caro Yorick, è -l'illustre storico grecista italiano Amedeo Peyron, che -parla citando — <i>terminata la spedizione di Sicilia, talmente -crebbe la tepidezza degli Ateniesi per le armi</i>, che -Isocrate così scriveva: «Noi, mentre vogliamo dominare -sopra tutti, <i>ricusiam di militare, abbiamo eserciti -mercenarj</i>, composti di uomini esuli, disertori, malfattori, -oltraggiatori de' nostri figliuoli, che abbandonano -noi, se altri li paghi di più. Noi che difettiamo del -vitto quotidiano prendemmo ad alimentare codesti forestieri.» -— Ed altrove: «<i>Noi talmente trascuriam le -cose attinenti alla guerra, che non andiamo alle rassegne -se non pagati.</i>»<a class="tag" id="tag129" href="#note129">[129]</a>. -</p> - -<p> -<i>Questo</i> era, caro Yorick, lo zelo, era questo il patriottismo -<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> -degli Ateniesi dopo la catastrofe di Siracusa. -Non erano no i <i>molli, gli effeminati, gli oziosi</i> Cecròpidi -che dopo il disastro vestiron l'armi o andarono, come -voi dite, a curvarsi sul remo; erano le nuove leve di -mercenarj della Tessaglia, della Acarnania, che formavano -i nuovi eserciti, le nuove flotte; eran forestieri -di Caria, di Tracia e di Creta, i soldati a cui -Atene confidava tra quei rovesci la sua salvezza! -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Certo, non tutto, non proprio tutto nella città era -abjezione. Quegli stessi eserciti di forestieri assoldati, -quelle flotte di mercenarj improvvisate, lo furono con -una prontezza di consigli e di provvedimenti, con una -larghezza di contributi che fece onore alla città. Vi ebbero -Ateniesi molti che in quei frangenti udirono la -voce della patria in pericolo ed accorsero a combattere -per lei. -</p> - -<p> -Certo, anche questo periodo di prostrazione, di dissoluzione -morale, appare qua e là solcato, ad istanti, -ad intervalli, da fuggevoli lampi delle antiche virtù: a -dati giorni, a date ore, questo popolo che degenera ritrova -in sè ancora qualcosa della tempra antica, per -prendere a tempo una decisione patriottica nell'assemblea, -per afferrare a volo una vittoria sul mare, -per rialzarsi con isforzi d'animo tra i rovesci della -fortuna. -</p> - -<p> -E chi non sa che il genio, la natura di nessun popolo -non si ecclissano, non possono ecclissarsi interamente -a sè medesimi in un giorno solo? Non v'ha -nella storia nessuna epoca così corrotta che qualche -raggio di virtù ancora non vi brilli, che qualche coraggiosa -e generosa protesta non vi si faccia sentire: -a maggior ragione in Atene, dove ogni pietra quasi, -ogni lembo di suolo o di marina rammentava esempli -fortissimi, tradizioni magnanime, dove passeggiavano -<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> -ancora sotto i portici, gloriosi di canizie e di cicatrici, -gli avanzi dei vecchi che avevano combattuto in Salamina. -</p> - -<p> -Noi assisteremo anche più tardi, alla vigilia della conquista -macedone, quando quelle memorie saranno ancor -più lontane, a qualcuno di questi sussulti del gigante -antico: ma saranno sussulti galvanici, sforzi spasmodici -di una vitalità che reca la morte nel seno. Vedremo -ancora splendide figure, quasi meteore luminose -attraversare il tempo; udremo fra le brutture dell'età -tuonare la indignazione virtuosa di Demostene, come -un dì calma e mesta sorridere la ironia santa di -Socrate. Ma esse appunto varranno a <i>stimmatizzarle, -non a redimerle</i>; sarà il <i>buon genio</i> dell'Eliade antica, -della gran madre degli <i>eroi</i>, che prima di spirare tra -l'ignavia dei nepoti, vorrà svincolare dalla catastrofe -la propria responsabilità e il proprio nome — e rimetterà -per mano di quei giusti — suoi esecutori testamentarj -— la sua protesta alla storia. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -E questa protesta, come la storia l'ha raccolta, così -tentai consegnarla nel dramma. Queste ultime voci -mandate come un rimprovero da una generazione virtuosa -che muore a una generazione corrotta che sorge, -m'era parso che il poeta potesse e dovesse raccoglierle; -m'eran parse interessanti per la morale della storia -e per il contrasto della scena. -</p> - -<p> -Giacchè non è poi niente vero che sian tutti fior di -mariuoli quelli che parlano e si muovono nel dramma -mio; non è niente vero che della faccia dell'epoca io -non abbia guardato che un <i>lato solo</i> — il lato più -brutto ed ignobile<a class="tag" id="tag130" href="#note130">[130]</a>. S'io non erro, sono due le -<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> -correnti morali che da capo a fondo traversano il -dramma, e <i>intorno</i> ad Alcibiade e <i>dentro di lui</i>. Se -io non erro, Socrate, che rinfaccia le virtù del tempo -passato, Timone che impreca i vizj del presente, Lamaco -ed Eufemo, i soldati valorosi e leali; Timandra, -la cortigiana che alla voce del dovere e della virtù -presta le lusinghe divine dell'amore, appartengono a -una corrente morale diversa, da quella in cui si muovono -Tessalo e Cleonimo, e Diocare ed Aminia; e al -basso fra il popolo Cimòto, il parassita di buon cuore, -segna il punto di contatto fra le due correnti; in alto, -fra i patrizî, Alcibiade segna la sintesi delle due età. -Infatto, nessuna figura personificò mai nella storia più -al vivo, e con più spiccati colori, i contrasti, le lotte -intime d'un periodo di transizione; l'influenza di Alcibiade -tra i suoi contemporanei fu straordinaria, perchè -egli era il prodotto più naturale, <i>più vero e più -completo</i>, della sua epoca. Alcibiade è la risultante degli -splendori di Pericle, delle glorie eroiche d'Artemisio -e Maratona, della corruzione di Cleone e di Iperbolo. -È egli la personificazione delle virtù che se ne vanno, -e dei vizj che arrivano; è egli stesso il <i>demos</i> d'Atene, -del quadro di Parrasio<a class="tag" id="tag131" href="#note131">[131]</a>; egli il popolo ateniese -colle qualità che lo han fatto grande e con quelle -che lo tirano a rovina. Nel fondo della sua anima, -come dintorno a lui, le due epoche si incontrano; e il -rimprovero severo di Socrate lo disputa alle lascivie -d'una cortigiana; il sarcasmo di Timone lo rimorde -tra gli intrighi del foro; Cleonimo, il vigliacco lo insidia, -e Làmaco il valoroso lo difende. La faccia di -Alcibiade è metà rivolta verso i crepuscoli di uno -splendido giorno che tramonta, metà verso l'ombre -<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> -che sopraggiungono. Socrate scomparirà dalla scena, -perchè è alla notte che spetta la vittoria; lui scomparso, -la resistenza morale, da lui rappresentata nella -forma più intransigente, più elevata e più pura, continuerà -ancora, ma dovrà cercarsi più al basso altri -rappresentanti quali il tempo lo consente, battere alla -porta delle caste che la corruzione del tempo ha fatto -sorgere. -</p> - -<p> -Questo concetto storico (che almeno nel dramma -completo si sviluppa di più), questo contrasto d'idee e -di colori, di ombre e di luce, la povera tavolozza del -poeta non sarà bastata a ritrarlo: d'accordo: ma al -poeta non par troppo il domandare che almeno si piglino -le sue intenzioni per quel che furono, pigliando -la storia per quella che è; che non si tiri il collo a -questa, per dare lo scambio a quelle; e dove egli vuol -fare dell'arte a modo suo, non gli si faccia fare, per -forza, della politica a modo degli altri. Se politica ci -è nell'<i>Alcibiade</i>, adagio un po' — caro Yorick e compagni -— a sciuparmela: che non l'ho fatta per voi. O -che strani, che cocenti amori son questi, signori monarchici -d'Italia, che vi pigliano ad un tratto per la repubblica -d'Atene? Certo, il vedervi divenuti così fieri -repubblicani in causa mia, mi commove nelle viscere, -mi insuperbisce e mi consola; che affè non vi sapevo -così rossi di dentro, e richiamerò sopra il fatto l'attenzione -del Ministero. Ma siate prudenti! Volete si -dica che la repubblica per poter piacere a voi, bisogna -prima che il vizio l'abbia ben bene imputridita? Volete -si dica che per rendervela accettabile, per conciliarvi -subito con lei, bisogna prima ch'ella mandi le -virtù repubblicane a dormire; che ella metta in carcere -Socrate, come Mazzini; che paghi a misura di -carbone i vincitori delle Arginuse, come il vincitore di -Milazzo; che dia in fatto di corruzione tutto quello -che può dare una monarchia? -</p> - -<p> -Quanto a me, non credo proprio che la repubblica -<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> -possa farmi il viso arcigno, se nei torti del suo passato -raccolgo qualche insegnamento del suo avvenire<a class="tag" id="tag132" href="#note132">[132]</a>. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -E con questo, (permettete Yorick, ho bisogno di dir -due parole, a questo signore, qui, dalla barba lunga, -che ci ascolta) con questo, gentilissimo signor marchese -d'Arcais, mi trovo aver risposto abbondantemente, -se non erro, anche alle prime e capitali delle -sue censure. Censure ch'Ella ha copiato — ormai, via, -lo confessi qui a sei occhi, che il nasconderlo è inutile, -dal bravo Yorick qui presente<a class="tag" id="tag133" href="#note133">[133]</a> — le ha copiate -<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> -nella gran fretta, senza controllarle; e quindi, naturalmente, -ha detto delle.... <i>facezie</i>: delle quali non le -faccio torto: ma bensì della <i>fretta</i> che gliele ha fatte dire. -Con tutto il possibile rispetto per lei, Ella mi ammetterà, -signor marchese, che quando un autore — sia pur -mediocre — ha investigato, se non altro, con pazienza e -cura un'epoca storica così complessa come quella d'Atene -— e presenta al pubblico il frutto, sia pur povero, -di indagini parecchie e di studj coscienziosi — <i>non -è serio</i> (noti bene la parola signor marchese), <i>non è serio, -dopo poche ore</i> dalla recita, uscir fuori come ha fatto -lei, con dodici colonne di roba stampata, a sentenziare -lì per lì sul valore <i>storico</i> dell'opera, e sul complesso -dei problemi storici che l'opera solleva: a meno di -posseder già sulla materia degli studj estesi e delle cognizioni -che evidentemente — senza farle torto (Ella -s'intende a fondo di musica, mi dicono, e non ha obbligo -di intendersi anche di storia greca) senza farle torto, -a lei mancano, a cominciar dagli elementi. — Dio mi -guardi dal credere, calcolando il tempo materiale che -a me di solito occorre per raccoglier le idee (ma io -sono molto lento, sa!) che tutto quell'ammasso di -roba stampata nell'<i>Opinione</i>, <i>poche ore</i> appena dopo finita -la prima recita del dramma, che tutta quella roba -fosse scritta già prima: ma se invece di buttar giù -tante pagine di manoscritto con tanta furia, a rischio -di storpiarsi qualche dito, Ella si fosse preso almeno -un giorno di tempo — e avesse prima almeno data -un'occhiata, non dirò alle fonti storiche, ma a qualche -buon compendio di storia greca per le scuole — lo -Smith per esempio — ella avrebbe potuto forse risparmiarsi -qualcheduno dei granchi ch'Ella ha preso. Poichè -<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> -Ella vede bene — tutto quanto il giudizio, che in -mano di Yorick (l'erudizione e il brio nascondono molte -cose — non è riuscito Yorick a farsi passare anche -per botanico?) in mano di Yorick poteva parere un -paradosso ingegnoso, ora in mano sua, non è proprio -più che un granchio solo. -</p> - -<p> -Ella mi parla della grandezza dell'antica Grecia, e -di Atene (grandezza di cui più addietro le ho anche -spiegato le ragioni), e non s'accorge che la mi confonde -insieme due o tre epoche fra di loro; poichè -non è l'epoca della grandezza, ma della decadenza politica -e morale quella in cui vive Alcibiade e in cui il -mio dramma si svolge. Non siamo all'indomani delle -grandi vittorie, siamo alla vigilia delle grandi catastrofi. -Ella mi afferma che col mio dramma quella -grandezza d'Atene non si spiegherebbe più: anzi, a -chi conosce la storia, resta spiegata benissimo; poichè -essa se ne va coll'andarsene delle virtù che l'han prodotta; -poichè — Dio buono! — non è già la <i>grandezza</i>, -ma è la <i>caduta di Atene ch'io spiego!</i> -</p> - -<p> -Ella mi afferma che la <i>civiltà greca</i> bisogna cercarla -<i>altrove che nei parassiti, nelle cortigiane, nei vaniloqui -dei politicastri</i>. Sicuramente! la civiltà greca (che razza -di confusioni la mi fa mai!) ha dato qualche cosa di -assai meglio, e più in su glie n'ho mostrato anche il -come; ma all'epoca di cui le parlo, se appena Ella -vorrà farvi qualche studio sopra, vedrà che appunto -i <i>parassiti</i>, le <i>cortigiane</i>, i <i>politicastri</i> — v'aggiunga -pure, se crede, i sofisti<a class="tag" id="tag134" href="#note134">[134]</a>, i mercenari, gli eliasti -venali e tutto il rimanente — sono prodotti <i>caratteristici</i> -di quella civiltà; ed è precisamente perchè i -prodotti son diventati questi, che i vincitori ed i liberi -di un secolo innanzi, diventeranno i vinti ed i servi -del secolo dopo. E se non vuol credere a me, creda -agli scrittori del tempo; e per pigliarne uno solo, -<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> -creda al pittoresco Alcifrone, il qual volendo descrivere -i costumi di quella età, non parla che di etère e di parassiti, -di sofisti e di barattieri! -</p> - -<p> -Le figure del dramma non son però queste sole. Ella -afferma che io dell'epoca non ho riprodotto che un lato -solo, il più ignobile; eppure il lato più nobile, come -mostrai, gli ruba almeno la metà dei personaggi e del -posto; glie ne ruba, per ragioni d'arte, assai più di -quello che la storia non concederebbe! -</p> - -<p> -Ella afferma che la corruttela del costume forma il -lato <i>meno importante</i> della età che io descrivo. Eppure -è precisamente il contrario che è vero! È il nuovo -ambiente morale di Atene che prepara e matura le sue -catastrofi. -</p> - -<p> -Perchè giammai le grandi crisi dei popoli avvennero -isolate e senza causa, per capricci del caso; un popolo -grande jeri, non muore oggi, lì per lì, di morte fortuita, -per una battaglia perduta, per una tegola cascata -sulla testa. Ma all'epoca d'Alcibiade il guasto -morale aveva invaso tutto, e la virtù era divenuta -l'eccezione. Se quell'epoca invece corrispondesse alla -idea falsa che il signor marchese se n'è formato — -allora sì <i>le catastrofi di Atene e della Grecia non si -spiegherebbero</i>, e la storia conterebbe un enigma di più. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -A cert'altre delle sue censure (sulla questione del -titolo di <i>scene</i> mi pare d'essermi spiegato già) permetterà, -signor marchese, ch'io passi sopra. Ella vede -bene, noi siamo un po' lontani dall'intenderci. Ella -parte da un concetto dell'epoca sbagliato e vorrebbe -che io adattassi il mio dramma alle sue idee storiche -sbagliate. Ella mi richiama al rispetto della verità -storica e vorrebbe che per accontentarla io commettessi -degli anacronismi. Ma per contentar lei, dovrei -disgustare gli intelligenti e i grecisti, come per esempio -<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> -il chiarissimo cav. A. Franchetti dell'<i>Antologia Italiana</i> -e il signor Garofalo dell'<i>Unità Nazionale</i>, che pur criticandomi -in parecchie cose, mi dichiarano, se non altro, -fedele alla storia<a class="tag" id="tag135" href="#note135">[135]</a>. Or Ella certo è troppo discreto -per volere ch'io esiti tra l'autorità dei competenti in -materia e la sua. -</p> - -<p> -Ella mi invita a una discussione seria: ma è il <i>discutere -con lei</i> che è già un affar troppo serio. I suoi -giudizi sono di quelli dai quali un povero autore non -sa come difendersi, per il semplice motivo che sfuggono -alla discussione. -</p> - -<p> -Quand'Ella dice «<i>uno scambio di madrigali non basta -a richiamare alla mente tutta la greca poesia</i>» cosa -vuole mai ch'io le risponda? Eh mio Dio, sicuro che -non basta; ma la «<i>greca poesia</i>» da Omero in giù, -messa in volumi, mi occupa una libreria: ed io credevo -di avercene già messa, per saggio, più del bisogno, -tanto più che altrove Ella mi accusa di non <i>saper -fare che declamazioni</i>! come si fa dunque a contentarla! -</p> - -<p> -Quand'Ella dice che <i>poche parole di Socrate</i> non bastano -a riprodurre tutta la greca filosofia, cosa vuole -che io le risponda? Certamente che la <i>greca filosofia</i> -di chiacchiere ne ha fatto assai di più; ma a mettere -nell'<i>Alcibiade</i> tutti i dialoghi di Platone tradotti da Ruggiero -Bonghi, c'era pericolo che il pubblico mi tirasse -le panche sulla scena. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span> -</p> - -<p> -E poi, chi le dice che Socrate sia lì per quello, e -ch'io abbia voluto riprodurre nell'<i>Alcibiade</i> tutti i sistemi -filosofici della Grecia antica? Sarei stato matto -da legare se a questo scopo e a questi lumi di luna -mi fossi messo a scrivere un dramma! Questo suo giudizio -è tanto serio quanto quell'altro che io abbia preteso -di <i>giudicare col furto di una torta tutta quanta la -legislazion di Licurgo</i>! Ma le pare! Queste pretese io -le lascio a lei, che in due tratti di penna — e con -quegli studj che lei possiede — lì sui due piedi mi sa -risolvere i problemi più complicati della storia! Io -mi ero contentato, vede, trovandomi a Sparta, di buttar -là qualche schizzo comico di leggi e di usanze -spartane; certo non tutte, perchè un dramma non è -un bollettino di leggi ed è molto strana — in bocca -a lei che rimprovera il mio dramma di non essere abbastanza -<i>teatrale</i>! — la pretesa ch'io avessi a farne -anche un trattato enciclopedico di poesia, di filosofia, -e di legislazione! Ma che poi delle usanze di Sparta -io non abbia accennato che una <i>sola</i>, la legge famosa -sul furto, quest'è una semplice sua <i>bugia</i> — signor -marchese — e niente più: di leggi e di tratti del costume -spartano, per dare un'idea dello ambiente, io -ne avrò accennate — vede — almeno una <i>trentina</i>: -naturalmente, se Ella avesse qualche cognizione della -materia, li avrebbe subito a volo riconosciuti: ma non -è ancora una ragione per isputar sentenze così a tondo -su cose che si ignorano: e poi la scena di Cinesia -(che ella trova <i>triviale</i> e il Fanfulla trova <i>mirabile</i>: -oh diversità dei giudizi umani! facciamo il male in -mezzo e mettiamo che non sia nè l'uno nè l'altro) la -scena di Cinesia non è che una parte di quel quadro -di costumi: e l'eforo Endio e il soldato Brasida ci -entrano pure per qualche cosa!<a class="tag" id="tag136" href="#note136">[136]</a> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> -</p> - -<p> -Perchè, signor marchese, — se lo lasci dire — ciò -che urta i nervi singolarmente nelle sue critiche è il -tòno. <i>Errare humanum est</i>, e tutti possono benissimo -commettere degli errori giudicando di un lavoro d'arte, -come io certo nello scriverne, e sarebbe strano che -l'infallibilità fosse privilegio dei critici: ma non tutti -buttan là i loro errori con quel sussiego con cui li -butta lei. — Non tutti si dan l'aria, come lei, di buttar -fuori degli oracoli. Dove meno Ella ne sa, e più -Ella ingrossa la voce. Pur dovrebbe conoscere l'adagio: -<i>ne sutor ultra crepidam</i>. Veda, per es., perfino quella -storiella de' baffi! Ella non si contenta di dire, sia -dritta o storta, la sua; ma impone addirittura al signor -Emanuel di tagliarseli i baffi (povero Emanuel -che ci tien tanto) — e perchè mai? Perchè io, marchese -D'Arcais, 1.º e solo — «<b>posso assicurarlo</b> -<i>che Alcibiade non li portava</i>!» <i>Posso assicurarlo!</i> E perchè -Emanuel non si crede ancora abbastanza <i>assicurato</i> -e se li tiene, Ella monta in collera e accusa il -signor Emanuel di mancarle d'obbedienza e di rispetto! -<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> -Ma perchè mo' invece di sciupar tempo e fiato in tante -<i>assicurazioni</i>, non la si piglia in mano un volume del -Winkelmann o dell'Ennio Quirino Visconti, o non la -va — Ella che parla di far la barba ai moderni — non -la va in qualche museo ad istruirsi prima sul modo -con cui se la facevano gli antichi? perchè essendo -Ella in tanta intimità con Alcibiade, non è andata -<i>almeno una volta</i> a fargli visita al Campidoglio e al -Vaticano? Come!? Ella impone ad Emanuel in nome -di Alcibiade di <i>radersi i baffi</i> e non si informa prima -se il suo amico Alcibiade ne è contento? Ella abita -da un pezzo in Roma, discorre di cose d'arte, e non -visita nè il museo del Vaticano, nè quello del Campidoglio, -e ignora che in quest'ultimo ci è un marmo -antico di Alcibiade, e nel primo ce ne sono <i>tre</i> — tutti -co' baffi!<a class="tag" id="tag137" href="#note137">[137]</a> Ma sa che è grossa — e basta per far perdere -la voglia di credere alle sue <i>assicurazioni</i>! mi -dirà che non sapeva che quei marmi fossero Alcibiadi, -perchè non c'era sotto il nome, e quello che lo ha, lo -ha scritto in greco, ed ella non è obbligata a capirlo: -ma allora non si discorre di cose greche! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> -</p> - -<p> -Ed è Ella che giudica del grado maggiore o minore -della erudizione mia! -</p> - -<p> -Ecco perchè, signor marchese, più sopra dicevo che -discutere con lei è un guajo serio. Ella afferma, trincia, -sentenzia con un tono di autorità, con una sicurezza -che sconcerta: e, a non volerle mancare di rispetto, -non si sa da che parte pigliarla. O dovrei occuparmi -a ribattere la sua caritatevole insinuazione, -che la buona fortuna fin qui arrisa all'<i>Alcibiade</i> è dovuta -a <i>ragioni estranee all'arte</i>, cioè alla <i>claque</i> de' -miei amici politici? O dovrei spiegarle — a lei che mi -onora di giudizi così serii e così pii — spiegarle perchè -ho riso tanto di quell'altra sua notizia faceta, colla -quale informa da sè i suoi lettori, come e qualmente -Ella è un critico <i>imparziale</i>, che non fa in arte della -politica di partito? <i>Excusatio non petita</i>, ecc. -</p> - -<p> -Ma queste son cose che si.... ammirano e non si -commentano. — Passiamo oltre, passiamo oltre. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Poichè la via lunga ne sospinge — ed ho ancora a -difendere da parecchi capi d'accusa il mio povero protagonista. -Il quale in vita sua ha viaggiato molto: ma -si è trovato che nel mio dramma non ha viaggiato -abbastanza. Uno si lamentò per non averlo visto ad -Atene, nel ritorno; un altro voleva vederlo anche a -Samo: un altro anche a Sardi, alla corte di Farnabazo, -e così via, in questa o quest'altra circostanza omessa -della sua vita. -</p> - -<p> -Rispondo: il carattere di Alcibiade è così complesso, -presenta un tal numero di lati, che a volerli ritrarre, -almeno <i>tutti i più essenziali</i>, — nei limiti di un dramma -e della <i>ragion drammatica</i> — bisognava procedere con -<i>economia</i>. — Perciò, <i>scegliere</i> tra le fasi della vita -dell'uomo; seguir sì dal principio alla fine le passioni -dominanti e costanti, ma nel loro mutar delle forme -<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> -per certi tratti del carattere contentarsi di un incidente -solo, di una scena sola; evitar le fasi, le scene -in cui si ripetesse su per giù lo stesso lato morale; -affinchè dalla varietà degradante nelle tinte principali, -uscisse più vivo il contrasto, più completa la fisionomia. -</p> - -<p> -Nel caso concreto, il quadro del ritorno ad Atene, era -stato fatto<a class="tag" id="tag138" href="#note138">[138]</a>; ma dovendo pur sopprimerne per la scena -qualcuno, ho soppresso questo: Alcibiade il glorioso, -il beniamino del popolo e maneggiatore delle sue passioni, -è già comparso nell'atto secondo. -</p> - -<p> -A Samo poi non l'ho seguito; perchè Alcibiade, il patriota -generoso che pensa a salvare, a dispetto degli -ingrati e dei malvagi, la sua città, lo ritroveremo più -tardi in faccia ai capitani in Egospotamo. -</p> - -<p> -È vero che questo mi tirerà addosso un altro guajo. -Un critico sapiente di un foglio milanese, e il signor -Roberto Stuart del <i>Daily News</i>, si scandalizzeranno di -veder un Alcibiade che prega<a class="tag" id="tag139" href="#note139">[139]</a>. Neh, che scandalo! -Questi signori critici si son fatti degli eroi a modo -loro — tutti d'un pezzo, come nella tragedia antica — -e con un orgoglio di fabbrica loro speciale. Uno poi -di quei signori avendo sentito dire per combinazione<a class="tag" id="tag140" href="#note140">[140]</a>, -che c'era stato al mondo un certo signor -<i>Ajace Oileo</i> così fiero e superbo, ch'era morto sfidando -gli Dei, voleva ch'io facessi fuori del mio Alcibiade -un altro Ajace. Ma Alcibiade era un eroe più <i>umano</i>. -Il suo orgoglio era altissimo — ma non orgoglio zotico, -<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> -brutale: orgoglio d'un uomo rotto ai casi della vita, -che ha la forza di adattarsi agli eventi per lottare -contro di loro, che ha l'anima capace di alti sentimenti -e aperta alle grandi passioni. La superbia insomma -di tutti i grandi uomini della storia, buoni e -cattivi, sia che si lascin battere, come il superbo Temistocle, -pensando alla salute della patria, sia che -<i>servano</i> come il Corso fatale <i>pensando al regno</i>. Ed è -perciò forse che Shakespeare — il quale del cuore -umano ne sapeva un po' più di quei critici e di me -insieme — costrinse alla preghiera fin Coriolano, che -fu un uomo di una superbia ben più feroce e più intrattabile -dell'Ateniese. -</p> - -<p> -Che cosa vuol dir mai non pensarla allo stesso -modo! Quei signori critici trovano che un Alcibiade -che <i>prega</i> è un Alcibiade <i>rimpicciolito</i>: ed io invece -gli faccio dire da Timandra: <i>Prega Alcibiade, e sarai -più grande!</i> Quei signori — basati sulle loro <i>profonde</i> -ricerche — accusano me di aver <i>alterato</i> con -quelle preghiere il carattere di Alcibiade; ed io — basato -sui miei studi incompleti — affermo che questa -accusa è la prova più <i>palmare</i> che quei signori non -solo mancano di criterio drammatico, ma non sanno -nè dove il carattere di Alcibiade stia di casa, nè <i>chi</i> -egli sia stato. — E il bello è che uno di quei signori -critici, con una <i>intuizione così acuta</i> dei grandi caratteri -storici, aveva avuto la faccia franca di mettersi a compilare -un libro sui caratteri: per fortuna l'han fermato -sul principio. -</p> - -<p> -Nel fatto concreto poi, non solo la scena ha un fondamento -storico — prego quei critici che, vedo, non -lo sanno, a legger Plutarco<a class="tag" id="tag141" href="#note141">[141]</a> ed informarsene — ma -a me era parso (spiego il mio concetto soltanto — e -potrà ben darsi che la povertà delle mie forze lo abbia -tradito) che lì fosse uno dei lati <i>essenziali</i> del carattere -<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> -di Alcibiade, senza il quale la sua figura sarebbe -rimasta addirittura affatto incompleta, e quindi non -vera. — Migliorato dall'amore e dalla sventura il -fondo dell'uomo<a class="tag" id="tag142" href="#note142">[142]</a>, anco il suo orgoglio ha migliorato -le forme; è una nuova faccia di questo suo orgoglio -che si palesa; è un'altra grandezza morale — a -lui nuova — che amaramente lo tenta. Alcibiade prega, -ma, com'egli ha cura di rammentarlo ai duci, -solo <b>perchè</b> <i>è per Atene ch'egli prega</i>; perchè sente -che questo motivo è il solo che gli dà ancora nella -sua sventura una <i>superiorità morale</i> sui duci competitori; -perchè Timandra è là, testimone affettuosa -della sua eroica abnegazione. — Lo sforzo ch'egli fa -sopra sè medesimo, è esso stesso l'elemento drammatico -della scena; che se, tornate vane le preghiere, la -fierezza antica d'Alcibiade rompe le barriere e prorompe, -egli è che — per le nature che non son di -santi — tutte le prove morali hanno i loro limiti. -</p> - -<p> -Ora, tornando a quella tal ragione dell'economia che -dicevo, è verissimo che il mio protagonista non l'ho -neppur seguito — come altri volevano — in Persia, tra -le effeminatezze del fasto asiatico. Egli è che l'Alcibiade -effeminato, dedito al lusso, al fasto e alle mollezze, era -già apparso ad Atene; e se il figliuol di Clinia in Persia, -per tornare quel d'una volta non dovette far molta -fatica, — in teatro, il ritoccar le stesse corde avrebbe -potuto produrre molta noia. -</p> - -<p> -E sempre per la stessa ragione — e per un'altra ancora -— visto che la coscienza del mio protagonista -era già non troppo pulita — l'ho alleggerita della distrazione -commessa a Sparta colla moglie del re Agide, -la bella Timea. Di che, grande scalpore del signor Garofalo -nell'<i>Unità Nazionale</i> e del signor Z. nella <i>Gazzetta -Livornese</i>. L'uno, il pudico signor Z., in nome -<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> -della <i>moralità</i>, che mi accusa di aver offeso coi discorsi -di Cinesia, voleva ch'io mostrassi «<i>un'altra -donna accesa di amorosa passione</i>» e Alcibiade occupato -a soffiar la moglie a quel povero diavolo di re: -l'altro, il dottissimo signor Garofalo mi assicura che -per i contrasti e per il dramma quella seduzioncella -proprio ci voleva, come le stacchette di garofano nel -ragù. Ebbene, di <i>donne accese di amorosa passione</i> per -quella buona lana del figliuolo di Clinia, io credeva -di averne già mostrato un numero sufficiente in Aspasia, -in Eufrosine, in Glicera ed in Timandra; e del talento -del mio uomo nel condur l'acqua delle donne -al suo mulino, avendo egli già dato qualche saggio, -non mi pareva necessario di fargli ritentar la prova, -a meno di rubar a Ovidio il mestiere e di ridurre tutto -il dramma ad un trattato teorico e pratico sulla materia. -Invece a Sparta c'era qualche <i>altro lato</i> del suo -carattere <i>non ancora sviluppato</i> e che secondo me meritava -di esserlo: e siccome appunto pensavo a fare -un <i>dramma</i> e non delle <i>scene sconnesse</i> — così mi premeva -continuar l'azione di Timandra — e dopo aver -visto Alcibiade scherzante cogli amori da burla, metterlo -alle prese, nelle lotte della vita, con un amor vero. -</p> - -<p> -Sono contenti quei signori? Se no, me ne rincresce -tanto: ma l'autore drammatico, quando mette un grand'uomo -in iscena, ha qualche cos'altro a fare che non -pigliar le situazioni della sua vita e metterle in fila -una dietro l'altra: scimunitaggini queste dei critici da -un soldo la dozzina. L'autor drammatico alla storia -non può sagrificare il <i>dramma</i>; ed Ella in ispecie, signor -Garofalo, che di storia ne sa — la storia me la -insegni pure — ma il dramma me lo lasci fare a modo -mio. — Veda: tutti mi rimproverano di aver fatto il -dramma troppo lungo: lor signori sono i primi a farmene -un torto: e poi se dovessi dar retta a loro, e aggiungere -tutto quel che loro vogliono, dieci volumi in -quarto non basterebbero. — Questo si chiama metter -<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> -gli autori in croce, e prova che il criticare è una cosa, -e il fare è un'altra. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Ma e allora, se ci tenevi tanto a evitar le ripetizioni, -perchè quella scena dell'atto sesto che riproduce -in parte la situazione del quarto? Perchè -è una fase nuova e diversa del tipo di Alcibiade che -volevo porre in luce e la cui diversità non poteva -balzar fuori che dal confronto e dall'<i>analogia</i> delle -situazioni. Nel quarto atto Alcibiade a cui le calunnie -e l'ingratitudine sbarrano il sentiero della gloria, <i>si -vendica</i>; nel sesto, Alcibiade, in cui il bisogno della -gloria è soddisfatto, attaccato dalla calunnia e dall'ingratitudine, -<i>perdona</i>. -</p> - -<div class="blockdr"> -<p> -«<i>Alcib</i>..... No, per i Numi! gli oboli della paga ai giudici -che devono sentenziar di Alcibiade, non son coniati ancora. -</p> - -<p> -<i>Timandra</i> (<i>inquieta</i>, <i>supplichevole</i>) Alcibiade, ricordati di Catania! -</p> - -<p> -<i>Alcib</i>. Oh rassicurati! La ingratitudine e la invidia mi ritrovano -oggi ben più forte di allora. Allora era la fama che -mi rubavano; oggi è di questa che mi fanno una colpa. -Allora mi toglievano un nome: oggi non possono togliermi -più che il comando.... o la vita anche: perchè oggi, se anche -morissi, ricorderebbe il mondo che c'è stato un Alcibiade. -Tu vedi che mi basta — e non ho più bisogno di -una colpa per vendicarmi.» -</p> -</div> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -E non bastan le accuse. Gran cosa l'amor della storia! -Per amore della storia un critico veneto, avendo -letto che Alcibiade mangiava l'<i>erre</i> e incespicava nel -parlare, mi biasimò di non aver fatto Alcibiade anche -balbuziente! E per amor della storia, invece, un altro -critico, quel della <i>Stampa</i>, si lamentò che io non avessi -snodato abbastanza al mio eroe lo scilinguagnolo! Perchè -<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> -l'eloquenza politica di Alcibiade — secondo lui — -non l'ho che abbozzata appena nel secondo atto: egli -voleva invece dei bei discorsi alla Pasquale Stanislao -Mancini: ma se l'aggiusti dunque con Cicerone che -afferma caratteristica della eloquenza politica di Alcibiade -la brevità concettosa spinta quasi fino all'oscurità<a class="tag" id="tag143" href="#note143">[143]</a>; -se l'aggiusti col signor D'Arcais il quale -mi rimprovera di averne, di discorsi, fatti troppi! Oh, -la storia di quel tale che conduceva l'asino al mercato! -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Cimoto, il buon Cimoto, ha diviso col suo padrone -anche la sorte dei giudizj: a cominciar dal critico -egregio del <i>Diritto</i>, che ha trovato da ridir sul suo -mestiere. Il critico del <i>Diritto</i> voleva trovar nel <i>parassito</i> -l'antica professione di questo nome<a class="tag" id="tag144" href="#note144">[144]</a>. Ma -come già da un pezzo il vocabolo avesse mutato fortuna -— e ai tempi di Alcibiade significasse un'altra -casta — progenitrice rispettabile de' parassiti de' nostri -dì — il critico egregio potrà chiarirsene leggendo -il libro VI di Ateneo. -</p> - -<p> -Eccogli intanto, se vuole, la metamorfosi spiegata -da un parassita in persona, in una commedia di Diodoro -da Sinope: -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -«La mia professione è sempre stata gloriosa ed onesta. La -nostra città che rende grandi onori ad Ercole, fa sagrificj in -tutti i borghi, dando a questo Dio dei parassiti, scelti fra i -primissimi della città, per queste cerimonie sacre. In seguito -<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> -di tempo, alcuni cittadini agiati, volendo imitare ciò che facevasi -per Ercole, si impegnarono a prendere un numero di parassiti -per mantenerli; ma non scelsero già persone veramente -ammodo: presero invece adulatori sempre pronti a colmarli di -elogi: di modo che se il padrone loro rutta sul naso dopo aver -mangiato del rafano o del pesce stantìo, essi lo complimentano -per le rose e le violette con cui ha pranzato. O p....... egli vicino -all'uno all'altro? quegli gira il naso fiutando qua e là, -e domanda: Dove prendi tu questo profumo squisito? — È così -che i parassiti hanno fatto di ciò che era onesto e rispettato -una professione ignobile qual è oggi.»<a class="tag" id="tag145" href="#note145">[145]</a> -</p> -</div> - -<p> -E' all'inclita categoria di questi parassiti del nuovo -stampo che appartiene il <i>Filippo</i> del <i>Simposio</i> Senofonteo: -e su questo prodotto caratteristico della corruzione -ateniese dallo scorcio del V secolo in giù, chi brami -saperne più in là delle storielle di Ateneo, può divertirsi -colle <i>Lettere</i> di Alcifrone e con parecchi degli -scritti del Samosatense. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Ma ammessa la patente del suo mestiere, il povero -Cimoto non è ancora fuor de' guaj. L'essere diventato -da mariuolo un galantuomo non pare, per i tempi che -corrono, una cosa lecita ed onesta. In ogni modo, il -signor D'Arcais dell'<i>Opinione</i> e il signor Stuart del -<i>Daily News</i>, e un altro critico o due, non la intendono: -peccato che, in fuor di loro, critici e publici l'hanno -intesa tutti: e non è parsa strana a nessuno. — Infatti -è impossibile che un vero birbante diventi mai -arnese da Paradiso: com'è vero che un'indole non cattiva -nel fondo, ma solo corrotta dall'ambiente e dalle -circostanze della vita, può sperar sempre di aspirare -un dì o l'altro al premio Monthyon. Il qual assioma -<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> -morale non l'ho già scoperto io: credo l'abbia scritto -il marchese di Lapalisse sopra i boccali di Montelupo. -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -«Ma questa conversione doveva essere in qualche modo <i>preparata</i> -da uno studio psicologico che il Cavallotti non ha fatto, -e che, <i>siamo giusti, non poteva fare, senza darci un dramma -anzichè delle scene</i>.» -</p> -</div> - -<p> -Ebbene io affermo, signor marchese, che l'idea di -Cimoto di far la fine del quarto di agnello — idea che -nè a lei nè a me (per conto mio) verrebbe in mente -— è così stramba, così curiosa, che se la <i>conversione</i> -di Cimoto non fosse stata — come lei dice — <i>preparata</i>, -avrebbe fatto scoppiar dalle risa <i>qualunque pubblico</i> -di questo mondo. Perchè certe <i>sgrammaticature</i> -psicologiche nessun pubblico le passa — laddove un -critico, sia pur lei o il signor Stuart, può benissimo -avere sbagliato, senza accorgersene, i suoi studj di psicologia. -Che se nessun pubblico ride dell'arrosto dell'ultimo -atto — bisogna che una ragione ci sia. Una -ragione potrebbe esser questa, che il pubblico ha già -assistito da un pezzo al risvegliarsi progressivo della -coscienza morale in Cimoto: questa coscienza è già -viva, sebben latente, sin dal primo atto, quando Cimoto -confessa a sè medesimo con rimorso la disonestà dell'azione -commessa: traluce nel secondo, nel terzo e -nel quarto, quando Cimoto attacca i nemici di Alcibiade, -e si affeziona a lui e lo segue; è venuta crescendo, -ed è vivissima nel quinto, dove il parassita si -rammarica e si impietosisce sulle disgrazie di Atene, -ama davvero il suo padrone e pur lo rimprovera del -suo tradimento, gli rinfaccia i caduti per colpa sua, -lo richiama al sentimento del suo dovere, accorre giojoso -ad associarsi alla vittoria riportata dallo affetto -di Timandra. E questa coscienza è già fatta abnegazione -affettuosa e virtù di sagrifizio nell'atto sesto, -quando Cimoto, accortosi della disgrazia di Alcibiade -che sta per fuggire, si affaccia a domandargli di dividere -<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> -la sorte con lui nello esilio e nella sventura. Sicchè la -progressione<a class="tag" id="tag146" href="#note146">[146]</a>, nel settimo, non lascia ormai più posto -che al sagrifizio, senza di che essa sarebbe stata -affatto inutile; e il parassita vi reclama come titolo -al sagrifizio quello che fu il suo titolo di disonore. -Così l'avevano intesa tutti i publici e quasi tutti i -critici<a class="tag" id="tag147" href="#note147">[147]</a>; così l'aveva intesa l'autore, quando tentò -di rappresentare in quel carattere la influenza rigeneratrice -che sulle piccole nature esercita il contatto -delle grandi. Ma per avvertir la progressione, bisognava -nientemeno che star a sentire il dramma: e, -<i>siamo giusti</i>, il signor D'Arcais non aveva tempo di -starlo a sentire, dovendo scrivere le dodici colonne -dell'appendice del giorno dopo. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Socrate fu più fortunato di Cimoto: anzi gli han -preso a voler tanto bene, che certuni gli han fatto un -carico di parlar troppo poco e di scomparir troppo -presto. È vero che nel dramma completo Socrate fa -un'altra breve apparizione: prego però quei signori a -riflettere che se avessi voluto farlo parlare di più, allora -avrei scritto un <i>Socrate</i> e non un <b>Alcibiade</b>. Perchè -a me la figura del grande filosofo era parsa una di -quelle che, dove entrano, hanno diritto a pigliarsi per -sè sole tutto il posto che trovano: e se questo non si -può o non si vuol fare, allora le esigenze del protagonismo -insegnano a non mostrarle che disegnate di -<i>profilo</i>, nello sfondo, quasi appartate dal resto dell'azione, -perchè non restino impicciolite dal frammischiarsi -<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> -a questa, come figure secondarie, e di lontano -conservino nella mente dello spettatore la grandezza -ideale dei contorni. E questo m'ero messo in mente, -volta che della figura di Socrate, in un quadro drammatico -di Alcibiade e della sua età, non si potea far -a meno: e al grande maestro bisognava pur fare la sua -parte nelle lotte morali del carattere di Alcibiade, e -premea chiarir da principio la posizione delle etére<a class="tag" id="tag148" href="#note148">[148]</a> -rispetto al mondo intellettuale di Atene. Certo, se è -libero all'artista di non isbozzare che un profilo, s'intende -però sempre che il profilo ha l'obbligo di essere -fedele al vero: che quello di Socrate il fosse, la maggior -parte de' critici me ne avea dato lusinga fin qui: -toccava a quel profondo filosofo che è il signor Stuart -il disingannarmi! -</p> - -<p> -— Ecco, io avevo detto fra me; bisognerà che m'ingegni -di far parlare Socrate colle sue idee e col suo -metodo divenuto proverbiale; accennerò di volo il lato -<i>poetico</i> e il lato <i>pratico</i> della sua dottrina, secondo -la tradizione de' maggiori fra' suoi discepoli; e quanto -al primo, qual poema più bello del <i>Fedro</i>? e quanto -all'ultimo, poichè non posso occuparmene che <i>nei riguardi -del dramma</i>, e il dramma è <i>Alcibiade</i> — quale -imagine più vera, più bella, più completa dell'azione -morale del gran maestro sul suo vizioso discepolo, di -quella che Platone ci presenta nel <i>Primo Alcibiade</i> e nel -<i>Convito</i>? Quale sintesi più fina di questa parte nobile, -moralizzante della filosofia socratica, di quel breve -dialogo nel III dei <i>Memorabili</i> di Senofonte, che riproduce -l'identico concetto del <i>Primo Alcibiade</i> e mostra -<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> -Socrate intento a reprimere la baldanza prosuntuosa -di Carmide? Piglierò l'idea cardinale di -que' dialoghi, me ne servirò per l'azione del dramma, -ossia per la spedizione di Sicilia; accomoderò ai limiti -e alle esigenze della scena le lungaggini del dialogare -socratico, pur conservandone la fisionomia; -presenterò così in iscorcio i rapporti fra Alcibiade e -il suo maestro; e in bocca al grande vecchio, là in -mezzo allo ambiente depravato che lo circonda, farò -suonare la santa sdegnosa protesta della virtù. — -</p> - -<p> -Non l'avessi fatto! Ecco il sapiente sig. Stuart — che -dei dialoghi platonici non ha neppure la nozione più -lontana — il quale mi incolpa di non aver fatto entrare -nel carattere di Socrate i suoi rapporti con Platone, -col vecchio Critone, coll'ambizioso Crizio (voleva -dir Crizia) e la condanna a morte e la cicuta — -e perfino (ah questa poi non l'avrei mai indovinata) -le sue relazioni col «matto Apollodoro» e collo «scettico -Pirro» (voleva dire Pirrone), il quale, poveretto,.... -ebbe la disgrazia di nascere un po' troppo -tardi dopo che Socrate era già morto, per poterlo conoscere! -</p> - -<p> -Ecco qua un altro critico che conta nel dialogo di -Socrate i punti interrogativi e mi dice che quello non -è il suo metodo, perchè non l'ho scritto come un catechismo, -tutto a domande e risposte! Ma se quel -critico volesse ascoltar meglio, s'accorgerebbe che il -dialogo procede precisamente tutto per interrogazioni, -fino a che Socrate non ha costretto l'avversario a -scoprirsi; e se non tutte le interrogazioni finiscono -<i>materialmente</i> col punto interrogativo, egli è che l'indole -del dialogo socratico consiste in ben altro; e -molte domande son fatte nella forma <i>suggestiva</i>, caratteristica -della socratica ironia. -</p> - -<p> -Ma ecco appunto qui il peggio; Socrate, proseguendo -quella forma ironica, finge di dar ragione alle risposte -del suo discepolo, per meglio ridurlo nelle strette, -<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> -ed attaccarlo poi. Ebbene, capita un critico che mi -piglia quella finzione sul serio, e mi biasima di aver -fatto che Socrate «<i>finisca col ceder così debolmente -accettando ad occhi chiusi i progetti ambiziosi del suo -discepolo!</i>» — Ma se ve lo dico io, caro Yorick, che -è meglio fare il lustrascarpe che non l'autore drammatico! -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Ed anche Glicera — (ah pallido, romantico Yorick, -che Glicera stupenda, se vedeste, la signora Giulia -Zoppetti!) anche alla povera Glicera è toccata la sua. -Ma vi pare? Una <i>etera</i>, una <i>grisette</i> di quei tempi, essere -così ingenua, così sentimentale, così virtuosa, -così ignorante di certe cose che dovrebbero sapere fin -le donne oneste, e farsi menare a quel modo per il -naso! Un critico di Trieste<a class="tag" id="tag149" href="#note149">[149]</a> non l'ha voluta mandar -giù. -</p> - -<p> -Eppure mi facevan credere gli storici e i comici che -di queste ingenue allieve Aspasia ne crescesse e ne -istruisse parecchie in casa sua: eppure doveva essere -tanto carina quella ragazza ricordata in Antifane: -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -«Avea costui per vicina una giovane cittadina: appena la -vide che la fece sua amante: cosa tanto più facile ch'ella non -aveva nè tutori nè parenti: era una ragazza dalle inclinazioni -più virtuose, oneste, d'aurei costumi: insomma quel che può -dirsi veramente una <i>meretrice</i> (ἑταίρα), diversa da altre che -disonorano un nome così bello.»<a class="tag" id="tag150" href="#note150">[150]</a> -</p> -</div> - -<p> -Ed era una <i>grisette</i> di buoni costumi e niente più -scaltra della mia Glicera la bellissima Pizia di Aristeneto: -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -«Benchè ella sia etera di condizione, pure conserva la nativa -ingenua semplicità e l'indole irreprensibile e i costumi -<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> -assai migliori della di lei condizione: nulla tanto mi fece innamorare -di lei quanto la sua innocenza!»<a class="tag" id="tag151" href="#note151">[151]</a> -</p> -</div> - -<p> -E non era un portento di astuzia femminile neppur -la piccola etera Filemazio che a' suoi galanti scriveva: -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -«Voi credete di facilmente ingannarmi, perchè sono una -fanciulla senza alcuna esperienza di amore, non ancora iniziata -ai misteri di Venere; e potermi accalappiare più facilmente -che non possa il lupo una agnellina dormente.»<a class="tag" id="tag152" href="#note152">[152]</a> -</p> -</div> - -<p> -È persuaso quell'egregio critico che c'erano a que' -tempi delle <i>etere</i> anche più ingenue di qualche ragazza -da collegio dei nostri giorni? -</p> - -<p> -Me ne appello a voi Yorick, ed invoco in appoggio, -sulla materia, la vostra sapiente autorità. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Glicera mi richiama a Timandra. Imitazione di <i>Atte</i>!<a class="tag" id="tag153" href="#note153">[153]</a> -Nego. Il mio amico Cossa, nel suo impareggiabile -<i>Nerone</i>, ha pensato, per le sue buone ragioni, ad -una cosa, ed io ho pensato ad un'altra: perchè la diversità -dei protagonisti riflette una luce diversa sui loro -amori. La passione di <i>Atte</i> è essenzialmente una passione -fisica: perchè, se nol fosse, una donna che sente e -pensa come Atte non potrebbe amar un uomo che pensa -e sente come Nerone. La passione di Timandra si -scalda ad altre fiamme che a quelle sole della Venere -sensuale. L'amor di Atte e di Nerone è quello di due -nature <i>opposte</i>, che non hanno niente di comune, nessuna -corda unisona, nessun punto di contatto fra -loro, unite da una specie di fatalità che è più forte -di loro: quello di Timandra e di Alcibiade è l'incontro -di due anime sorelle, che han molte corde comuni, -che si sentono affini nella energia della tempra e nello -istinto del piacere, nello amore del bello e della gloria; -<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> -di due anime fatte per intendersi, naturalmente chiamate -una verso l'altra, e che perciò, al loro primo incontrarsi -nella vita, subito si ravvisano e si riconoscono. -È il riconoscimento istantaneo delle anime, -descritto da Socrate nell'Atto Primo. Atte <i>si impone</i> -a Nerone, dal quale la separa un'abisso morale, colla -ferrea energia che all'altro manca; gli parla un linguaggio -che l'altro non può, non deve intendere; e -Nerone subisce riluttante il suo fascino<a class="tag" id="tag154" href="#note154">[154]</a>; — Timandra -<i>si insinua</i> in un carattere che è energico -quanto il suo; tocca una dopo l'altra in lui delle -corde di cui ella conosce e l'altro sente, suo malgrado, -l'efficacia; e anche quando ella investe Alcibiade più -irruente e più severa, l'armonia segreta di quelle -due anime non cessa un istante solo. Degli attacchi -di Atte, Nerone, sempre conseguente a sè, si annoja o -si impaurisce; dinanzi agli attacchi di Timandra, Alcibiade -quando va in collera si giustifica, e quando -non vuol rispondere si commuove. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Ma io ho un bel ricorrere a Socrate; quella teoria -del <i>riconoscimento</i> subitaneo delle anime, o, per così dire, -degli innamoramenti <i>a colpo di sole</i>, i critici posati e -flemmatici non me l'accettan per buona: e fra le categorie -della specie non me la ammettono. -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -«L'amore di Timandra ad Alcibiade è posticcio: non ha -causa apparente nel dramma: viene non si sa da dove, nasce -lì per lì, non si sa come»<a class="tag" id="tag155" href="#note155">[155]</a>. -</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> -</p> - -<p> -Nego. E ho spiegato or dianzi perchè nego. Mostrare -al critico poi, nella ragione psicologica dei due caratteri -e nella ragione intima del dramma, la causa di -quell'amore dov'è; e il perchè quell'amore, a differenza -degli altri, l'ho fatto nascere a quel modo, e il <i>come</i> di -quella fiamma che s'accende istantanea al primo contatto -delle due nature — mi porterebbe a discutere -col critico sopra le leggi del cuore umano, per sentirmi -rispondere che egli non le intende a modo mio. Questione -di gusti! risparmio la fatica e me ne appello a -Stendhal e alla sua <i>Fisiologia dell'amore</i>. E se Stendhal -non basta — oh allora poi — me ne appello alle -donne. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Un altro critico egregio piglia la cosa in altro modo. -«<i>O non era assai più naturale dare a Timandra nel -primo quadro la parte commessa a Glicera, e farla poi -ricomparire nel terzo a ricevere il premio del suo affetto -gentile?</i>» E subito un terzo: <i>Sicuro! Sicuro! Glicera -e Timandra non son che un duplicato</i><a class="tag" id="tag156" href="#note156">[156]</a>. -</p> - -<p> -Sicuro un bel niente! Perchè sono due tipi affatto -diversi, messi lì appunto a porre in luce due faccie -diverse dell'anima del protagonista. Perchè la innocente -e ingenua Glicera, <i>quale mi occorreva</i> nel primo -atto, non era mai la donna che potesse esercitare la -menoma influenza sul carattere di Alcibiade, a meno -di cessar di essere un carattere <i>vero</i>, e di diventare il -solito <i>angiolo del bene</i>, rubando il mestiere alla <i>Alice</i> -del <i>Roberto il Diavolo</i>; viceversa poi, la donna capace -di esercitare un fascino e un dominio sull'animo del -<i>Don Giovanni</i> ateniese, <i>non poteva</i> mai essere la vittima -delle sue gherminelle dell'atto primo. Perchè infine, -quel fascino, quell'influenza, è il risultato di una -<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> -armonia morale fra Timandra ed Alcibiade, che appunto -manca tra i caratteri di Alcibiade e di Glicera; di -un'armonia che permette a Timandra di leggere subito -nel fondo dell'anima dello eroe, di indovinarvi i più nascosti -pensieri e impadronirvisi delle più segrete emozioni, -mentre la povera Glicera ne sa tanto del suo -seduttore, da restar presa lì subito, come un pesciolino -all'amo, al sentimentalismo delle sue bugie. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Ora se permettete, Yorick — intanto che il signor -marchese D'Arcais è andato a prendermi i volumi della -<i>greca filosofia</i> da incastrar nell'<i>Alcibiade</i> — per ingannare -il tempo finirò qui col signor Roberto Stuart -il discorso più sopra incominciato. -</p> - -<p> -E non la si inquieti, signor Stuart, che sarò corto. -Già veramente sul suo <i>erudito</i> opuscolo intorno al mio -<i>Alcibiade</i><a class="tag" id="tag157" href="#note157">[157]</a> io potrei porre una piccola question <i>pregiudiziale</i>. -</p> - -<p> -Ella <i>opina</i> che la <i>censura deve aver mutilato in gran -parte</i> il mio dramma; lo opina perchè l'<i>Alcibiade</i> secondo -lei «<b>doveva</b> <i>essere un mezzo per isvelare delle -opinioni politiche</i>» e perchè le <i>tirate</i> che ci si <i>poteano</i> far -sopra non essendovi, è <i>impossibile</i> — proprio <i>impossibile</i> -— <i>che la loro assenza non sia effetto delle forbici governative</i>; -e dal momento che le <i>mie idee personali</i> la -censura <i>me le aveva soppresse</i>, non c'era più ragione -di pubblicare il lavoro, ed anzi era meglio non farlo, -perchè prova soltanto che gli <i>adulatori del popolo (ch'a -son peui mi) sono i primi a conoscere i loro polli</i>, — e -via via dicendo con tante altre amenità di questo -stampo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> -</p> - -<p> -Ebbene, signor Stuart, ciò ch'ella <i>opina</i> è un'opinione -storta, perchè la censura nel mio dramma non -ci ha messo becco, e il solo taglio che vi si trovi è -quel tale della coda che lei sa. Ma io invece <i>opino</i> -e sostengo e mantengo, che quando in una critica -d'arte <i>si opinano</i> di queste cose; quando si ha tanta -<i>intuizione</i> nello interpretar gli intenti di un autore, e -intorno al dramma storico si possiedono di quelle idee, -e non si capisce nè il come nè il perchè io non abbia -scelto l'occasione dell'<i>Alcibiade</i> per fare il mio manifesto -ai miei elettori di Corteolona e Belgiojoso; quando -in una critica artistica si dicono queste sorti di banalità, -— coll'aggiunta di tutte quell'altre sul collare -dell'<i>Annunziata</i>, e sugli zuavi pontificj e sui preti del -Vaticano, ecc.<a class="tag" id="tag158" href="#note158">[158]</a> — fior di roba greca come si vede — si -può essere senz'altro ad occhi chiusi rifiutati come -giudici in cose d'arte, perchè ciò dimostra, non dirò -l'incompetenza, ma la più completa (non se n'abbia -male, sa!), la più fenomenale assenza del <i>criterio artistico</i>. -E quando son queste le idee nuove ed elevate -e profonde ch'Ella reca nel campo dell'arte, ah, per -Dio, io posso ben consolarmi ch'Ella non abbia trovato -nel mio dramma <i>nè un solo pensiero nuovo nè un solo -concetto ardito</i>: vorrei ben vedercelo io quel concetto -che <i>a lei</i> potesse parer bello o parer nuovo, per conciarlo -subito colle forbici come si deve! -</p> - -<p> -Ma ha Ella fatto almeno una critica storica? da -quell'erudito inglese che Ella è, scorgendo che il mio -dramma non è riuscito per mancanza di studî — (già -noi Italiani siam molto indietro su queste cose) — Ella -ha la bontà di venire in soccorso alla mia ignoranza -e di indicarmi le fonti dalle quali avrei potuto ricavare -qualche maggior lume per l'opera mia! -</p> - -<p> -Ella <i>mi informa</i> che avrei potuto raccogliere le notizie -dalla storia di Tucidide, dalle commedie di Aristofane, -<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> -dai dialoghi di Platone, <i>dalla memorabilia</i> — -sic — (<i>I Memorabili</i>, vuol dire?) di Senofonte, dal <i>Pericle -ed Aspasia di Laudor</i> e dal <i>Caricle the Beker</i><a class="tag" id="tag159" href="#note159">[159]</a>. -</p> - -<p> -Ed è qui tutto? Ahimè, signor Stuart, pur troppo -mi son digeriti — lo sa il mio stomaco — alcune altre -dozzine di volumi ancora; e pur troppo, se la sua -erudizione non va niente più in là di quei volumi, ho -paura che Ella non abbia che una cognizione <i>molto</i> -incompleta del mondo greco. Ma viceversa poi ho un -terribile sospetto.... che quei pochi libri che Ella mi -indica, Ella..... non li abbia letti neppur quelli! -</p> - -<p> -Ne vuole una <i>prova</i>? -</p> - -<p> -Apro il suo opuscolo e ne piglio a caso una pagina; -e la trovo tanto <i>bella</i>, tanto <i>saporita</i>, che la riferisco -per paura di guastarla, e perchè è una pagina che, l'assicuro -io, <i>farà epoca</i> nel mondo erudito. -</p> - -<p> -È di Tucidide — uno di quei della sua lista — che -Ella parla. Attenti tutti! -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -«Noi abbiamo troppo l'abitudine di contemplare la storia -a traverso lenti moderne. <i>La spedizione di Sicilia</i>, <i>per esempio</i>, -fu un grand'affare per Atene. Ma il genere comune dei combattimenti, -per il numero dei combattenti e per i <i>risultati ottenuti</i>, -erano <i>molto al disotto</i> di quelli annunciatici da 18 mesi -a questa parte nella lotta dei carlisti. -</p> - -<p> -«Imaginarsi una cronaca non interrotta che ci narrasse -come il sindaco e le truppe di Albano avessero marciato contro -il sindaco e le truppe di Frascati: che una lotta importante -fosse sorta e che <i>quattro</i> abitanti di Albano fossero rimasti -feriti ed <i>uno</i> prigioniero. -</p> - -<p> -«Un combattimento più importante gli succede. Le truppe -di Tivoli si combattono con quelle di Subiaco, quei di Subiaco -<i>lasciano un uomo</i> sul campo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> -</p> - -<p> -«<i>E di questo genere, senza troppo esagerare, sono i combattimenti -narrati da Tucidide.</i>» -</p> -</div> - -<p> -Ma, o... eruditissimo signor Stuart, a chi crede Ella -di venire a contare in Italia queste fandonie? -</p> - -<p> -Il primo venuto che abbia letto Tucidide più in là -del cartone le sa dire che quasi <i>tutti</i> i combattimenti -di Tucidide eguagliano per numero di morti (se si -tratta solo di una ventina di morti e un centinaio di -feriti, Tucidide non li tratta che da scaramuccie) i grossi -combattimenti dei tempi nostri, e parecchi presentano -tali cifre di rimasti sul campo, quali appena le danno -le nostre battaglie! -</p> - -<p> -Perchè veda, Tucidide (lasci un po' adesso che la informi -io) — il quale è l'autore di una <i>Storia della guerra -del Peloponneso</i> in otto libri, ed è con Senofonte il più -esatto e scrupoloso degli storici greci — Tucidide -di solito non conta che i <i>morti</i>, e quando li conta; -e lascia a lei la cura di istituire <i>poi in proporzione</i> (ch'è -in media generale quella del triplo) il calcolo dei feriti. -</p> - -<p> -Apra dunque Tucidide e veda per es. che al combattimento -di Potidea (I. 63) i Potideali perdono <i>300 morti</i>, e -gli Ateniesi <i>150</i>, totale 450 di <i>soli</i> morti, senza contare -i feriti; che a quello di Spartolo in Epitracia (II. 79), -gli Ateniesi sconfitti dai Calcidesi, perdono 430 morti -oltre tutti i capitani; e i feriti Ateniesi e le perdite -dei Calcidesi son da aggiungersi al conto; che a quello -di Egitio (III. 98) contro gli Etoli, dei soli Ateniesi -sconfitti restan morti sul campo <i>centoventi opliti</i> — e -lo stesso Procle uno dei capitani — senza contare i -loro alleati <i>dei quali molti morirono</i> — e che dovettero -essere assai di più! -</p> - -<p> -Alle battaglie navali sulle coste dell'Acarnania, (II. -84, 92), i Peloponnesj sconfitti da Formione perdono -nella prima dodici navi, nella seconda sei con tutti -gli equipaggi,<a class="tag" id="tag160" href="#note160">[160]</a> su cui gli Ateniesi fanno man bassa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> -</p> - -<p> -A Milazzo in Sicilia (all'epoca delle prime spedizioni) -in una scaramuccia gli Ateniesi attaccano due -coorti di Messeni (III. 90) e ne fanno <i>strage</i>. -</p> - -<p> -Al combattimento di Olpe (III. 107 e seg.), i Peloponnesj -ed Ambracioti, sconfitti dagli Ateniesi di Demostene, -perdono <i>300</i> morti; senza contar la strage -successiva degli Ambracioti, che assaliti nelle gole di -Idomene lasciano oltre <i>un migliaio</i> di morti! (III. 113). -</p> - -<p> -Alla battaglia di Delio (ch'ella, signor Smith mi confonde -con Delo!) <i>ventimila Beoti</i> comandati da Pagonda -combattono contro gli ottomila Ateniesi di Ippocrate; -vi restan <i>morti</i> dei Beoti <b>cinquecento</b>; degli sconfitti -Ateniesi <i>mille</i> fra cui il capitano Ippocrate, <i>oltre ad -una quantità di fanti leggieri e di saccardi</i> (IV. 101) dei -quali il numero dovette <i>uguagliar per lo meno</i> quello -degli opliti: e ancora i feriti, come sempre, non entrano -nel conto! -</p> - -<p> -Alla battaglia di Novara non ne son morti tanti! -</p> - -<p> -Al combattimento di Anfipoli <i>che fu</i>, scrive Tucidide, -<i>non un'ordinata battaglia, ma un semplice scontro improvviso</i>, -(V. 11) gli Ateniesi sconfitti lasciano <i>seicento -morti</i>, compresovi il comandante Cleone; i Lacedemoni -vincitori, sette morti, compresovi il fortissimo Brasida. -</p> - -<p> -Alla battaglia di Mantinea (V. 74), degli Ateniesi -<i>muojono duecento</i>, compresi i due capitani; dei loro -confederati <i>novecento</i>; dei Lacedemoni vincitori <i>trecento</i>. -Totale <i>millequattrocento morti</i> — senza il resto! -</p> - -<p> -Il numero circa, se non erro, dei morti nostri alla -battaglia di San Martino! -</p> - -<p> -Nella fazione di Mileto, gli Argivi, sconfitti dai Milesj, -perdono essi soli <i>trecento</i> morti (VIII. 25) -</p> - -<p> -Al combattimento navale di Eretria (VIII. 95) gli -<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> -Ateniesi perdono <i>ventidue</i> navi, sui cui equipaggi i Lacedemoni -fanno man bassa. -</p> - -<p> -Alla battaglia navale di Abido (VIII. 106) gli Ateniesi -vincitori perdono quindici navi; i Peloponnesi -sconfitti oltre a venti. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Quanto poi a quella <i>spedizion di Sicilia</i>, — che Ella -chiama compassionandola un <i>grand'affare per que' tempi</i>, -ma non sarebbe, secondo lei, ai tempi nostri, che una -bazzecola da ragazzi — oh, vediamola un po' questa -bazzecola! Atene si contenta di spedire in Sicilia, da -principio — con Alcibiade, Nicia e Lamaco — 136 navi -rappresentanti un effettivo di 38500 uomini (tra cui -5100 opliti), a cui tengon dietro di rinforzo — oltre -500 tra arcieri e cavalieri sbarcati a Catania — le -73 navi della seconda spedizione di Demostene ed Eurimedonte -con un effettivo di 25000 uomini. Totale delle -forze mandate da Atene a quell'impresa, <i>duecentonove</i> -navi e <i>sessantaquattromila</i> uomini! -</p> - -<p> -A Lissa, tra le forze italiane e le austriache insieme, -non credo che sommassero a quella cifra. -</p> - -<p> -E i fatti d'arme? alla fazione dell'Olimpiéo i <i>morti</i> -dei Siracusani son 260, degli Ateniesi 50; all'altra di -Epipole, ove muor Lamaco, il numero di morti non è -precisato, ma dovettero esser ancor di più; alla prima -battaglia navale nel porto i Siracusani sconfitti perdono -11 navi, gli Ateniesi 3; nelle altre battaglie navali -nel gran porto, gli Ateniesi perdono una volta -(VII. 41) sette navi (<i>degli uomini</i> «<i>quali fatti prigioni -e quali uccisi</i>»), un'altra volta (VII. 53) <i>diciotto</i> «<i>delle -quali furono uccisi tutti gli uomini</i>»; il resto dei legni, -in fuori di una sessantina, lo perdono nell'ultima funesta -battaglia (VII. 72), a cui seguono la ritirata disastrosa, -gli ultimi sforzi disperati dell'esercito, la resa -dei seimila di Demostene, la strage al varco dell'Asinaro -e infine la resa di Nicia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> -</p> - -<p> -A 24 mila uomini, tra morti, feriti e dispersi, sommavan -già le perdite degli Ateniesi innanzi l'ultima -battaglia nel porto; altri 40 mila ne costò la catastrofe, -dei quali 7 mila soltanto furono fatti prigioni. -</p> - -<p> -Un totale (non contando i prigionieri) di circa 50 -mila perduti in una guerra di poco più d'un anno! -</p> - -<p> -E quella sanguinosa del 1859 non costò alla Francia -che 18 mila uomini, al Piemonte 6600, all'Austria -38 mila! -</p> - -<p> -Queste sono le fazioni di Tucidide, scoperte dal signor -Stuart, dove i terrazzani di Subiaco o di Boffalora -col sindaco alla testa, ammazzano un uomo in battaglia -a quei di Frascati o di Abbiategrasso! -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -E così si studia Tucidide da' concittadini di Grote! -meglio non lo si studia — perchè già, signor Stuart -gentilissimo di qui non s'esce — è evidente come la -luce del sole, quando splende a mezzogiorno, che Ella -Tucidide <i>non lo ha letto</i>. Ed è lei che mi raccomanda -di leggerlo!!!! -</p> - -<p> -E non avendo letto Tucidide, via, la sia franca, ella -ne sa un po' troppo poco per dar giudizj critici di storia -su di un dramma che tratta di Alcibiade e della guerra -del Peloponneso. Per prender sul serio la sua autorità -non ci voleva che il signor marchese D'Arcais, che -di storia e letteratura greca ne sa ancora meno di lei! -</p> - -<p> -Avesse almeno letto quegli altri dei quali m'ha raccomandato -la lettura! -</p> - -<p> -Ma permetterà che io vada adagio nel crederlo. — -Prima di tutto, dopo quel primo saggio; poi perchè -mi regala, in poche pagine, certi altri granchii e certe -storpiature di parole, che sulla sua erudizione danno -molto da pensare. Ed è chiaro, molto chiaro, che non -si tratta già di errori di stampa; perchè una certa pratica -di cose di stampa, veda, io la ho; e se la sintassi -<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> -e la lingua del suo opuscolo non son molto corrette, -il testo però, quale Ella lo ha scritto, appare evidentemente -correttissimo, e di quelle parole ch'Ella poteva -sapere, senza sudar troppe camicie, non ce n'è sbagliata -neppur una. -</p> - -<p> -Ella mi cambia in <i>Leochitide</i>, il re spartano Leotichide -(Leotychides o Leutychides) che soppiantò Demarato -nel regno. -</p> - -<p> -Ella mi cambia in <i>Pontidea</i> il nome della città di -Potidea, nella Calcidica, dove ebbe luogo la battaglia, -e dove Alcibiade fece le prime sue armi. -</p> - -<p> -Ella mi confonde <i>Delo</i>, l'isola dell'Egeo ov'era la -sede e il santuario della Confederazione Ionica e dove -non ci furon battaglie, col borgo di <i>Delio</i> situato tra -l'Attica e la Beozia, a due marcie da Atene, dove fu -data la battaglia così funesta agli Ateniesi, e dove -Alcibiade protesse infatti la vita di Socrate, come narra -Platone nel <i>Lachete</i>. -</p> - -<p> -Ella mi tramuta in <i>Farnambazo</i> il satrapo persiano -<i>Farnabazo</i> — e mi inventa un <i>Crizio</i> al posto di <i>Crizia</i> -il discepolo di Socrate che fu più tardi uno dei trenta -tiranni. -</p> - -<p> -Ella mi scrive che i Greci a Salamina intuonarono -il gran <i>Peama</i>: voleva dire probabilmente il <i>peana</i> o -<i>peane</i> (παιὰν) come chiamavasi il cantico militare che -i Greci, particolarmente i Dori, intuonavano in battaglia -prima di lanciarsi all'attacco. -</p> - -<p> -Ella mi cambia in <i>Eudio</i> il nome dell'eforo <i>Endio</i> -col quale Alcibiade aveva rapporti di prossenìa. -</p> - -<p> -E per compiere il <i>bouquet</i> con qualche fiore degno -di lei, Ella ha la bontà di informarmi che Socrate sedusse -— oh sentiamo un po' chi sedusse: «l'ambizioso -Crizio, lo scapestrato Aristippo, lo <i>scettico Pirro</i> -e il matto <i>Apollodoro</i>»!! -</p> - -<p> -Vada per Crizia e per Aristippo: benchè se volessi -appena guardarla pel sottile, per uno che mi biasima -di aver ignorato di Socrate tante cose, mi pare che -<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> -quella scelta bizzarramente erudita di quei due nomi -soli tradisca già una nozione di Socrate un poco incerta -e confusa; e che per uno il quale, a mostrar di saperne, -ama andar tanto nei particolari, <i>e di quei pochi che -sa non se ne lascia scappar neppur uno</i>, si sarebbe -potuto e dovuto mostrar di saperne un po' di più. Come -mai il signor Stuart, il quale crede di dover indicarmi -le persone che subirono la influenza personale di Socrate, -e trova perciò necessario di occuparsi «dello -<i>scettico Pirro e del matto Apollodoro</i>» — mi dimentica -nientemeno che Senofonte ed Antistene, il fondatore -della scuola Cinica; ed Euclide, il fondator della Megarica, -che, per sentir Socrate, sfidava il bando severissimo -di Atene contro i Megaresi, e veniva da Megara -in Atene la sera, travestito da donna, rifacendo -alla mattina le dodici miglia di strada; ed Eschine di -cui Socrate diceva ch'era il solo che <i>avesse appreso -ad onorarlo</i> — Μόνος ἡμὰς οἶδε τιμᾷν — e Simone, e -Fedone, e Simmia e Cebete, i fedeli consolatori degli -ultimi istanti del filosofo, e Liside, e Lamprocle e Teeteto -e Glaucone fatti da Socrate migliori? Che diamine! -Insegnarmi chi fu Socrate e togliere tutti questi scolari -al maestro di Platone e di Critone! -</p> - -<p> -Ma il signor Stuart m'insegna invece che egli ammaestrò -lo <i>scettico Pirro</i> e il <i>matto Apollodoro</i>! -</p> - -<p> -Quanto ad Apollodoro, supposto che il signor -Stuart non voglia parlare nè del comico della nuova -commedia che fiorì ai tempi di Menandro, nè del grammatico -discepolo di Aristarco che fiorì verso il primo -secolo innanzi l'Era volgare, nè del pittor celebre che -fu maestro di Zeusi e visse sì ai tempi di Socrate, ma -non è affatto ricordato per rapporti con lui, a chi ha -inteso d'alludere il signor Stuart? Al filosofo epicureo -ricordato da Cicerone e Diogene Laerzio? Ma -Epicuro che fu il suo maestro fiorì dopo Alessandro -il grande, e il soprannome che Diogene appiccica a -questo Apollodoro è quello di <i>illustre</i>, ἐλλόγιμος e non -<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> -di <i>matto</i>. allo scultore ricordato da Plinio che fu -detto difatti l'<i>insensato</i> perchè spezzava le sue statue -di cui non era contento mai? Ma neppur di questo si -ricorda che Socrate abbia avuto che fare con lui. Ah, -ora ci sono! Il signor Stuart vorrà parlare dell'Apollodoro -falerèo, ricordato di passaggio insiem con altri -nel <i>Fedone</i> e nell'<i>Apologia</i>, come uno degli assistenti -in lagrime alla morte di Socrate e dei mallevadori -per lui nel suo processo; soprannominato appunto il -<i>matto</i>, μανικὸς, da Platone nel <i>Convito</i>, viceversa poi -soprannominato il <i>molle</i>, μαλακὸς, da Senofonte nella lettera -a Santippe. Ma di questo Apollodoro, in fuor del -nome e dei soprannomi, non si sa altro; nè nella storia -nè nella filosofia del suo tempo è alcuna traccia o memoria -di lui; egli non è introdotto che come una comparsa -in quelle due o tre scarse menzioni dei dialoghi socratici, -fra i tanti seguaci affettuosi del grande maestro! E il -signor Stuart, che del dramma socratico mi dimentica -le più grandi figure — mi va a pigliare le comparse! -e me le cita <i>per antonomasia</i>, con quella prosopopea -affatto priva di discernimento che è tutta propria degli -<i>indotti</i>, quando vogliono spacciarla da eruditi! -</p> - -<p> -E lo scettico Pirro! Ahimè, allo <i>scettico Pirro</i> (se -il signor Stuart conoscesse questo signore almen di -nome, lo chiamerebbe <i>Pirrone</i>, Πύῤῥων — in quella -stessa guisa che scrive Platone, Critone, ecc., che son -in greco desinenze identiche), allo scettico <i>Pirrone</i> l'eliense, -discepolo di Anassarco, il buon Socrate non ebbe -mai il piacere di dare nè il buon giorno nè la buona -notte, per la semplice ragione che Pirrone, come dissi -già, aspettò a nascere quando Socrate moriva, anzi se -non erro, dopo che era già morto! In ogni modo gli -storici lo fanno fiorire verso il 370 — e quindi trentun -anni circa dopo la morte di Socrate. -</p> - -<p> -Da qualunque lato dunque la si pigli la dotta citazione -del signor Stuart, ell'è un'altra amenità da mettere -nel mazzo dell'altre, e la quale dimostra che delle faccende -di Socrate egli è tutt'altro che al chiaro. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> -</p> - -<p> -Eppure, il signor Stuart, perchè io non ho messo nel -ritratto di Socrate nè il suo signor Pirro nè il suo -signor Apollodoro — e perchè ho fatto discorrer Socrate -sull'amore — il signor Stuart ignora certo dialogo di -Platone che si intitola il Fedro — il signor Stuart mi -accuserà che Socrate nel mio dramma è — al pari di -Alcibiade — <i>neppure un'ombra deforme del vero!</i> -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Il che — diamine! — suppone che l'<i>idea vera</i> del carattere -d'Alcibiade, il signor Stuart, benchè ignori Tucidide, -la possieda lui! -</p> - -<p> -E per darmela, l'idea <i>vera</i>, l'idea <i>giusta</i>, il signor -Stuart, prima di tutto — naturalmente — mi insegna -che un Alcibiade che si abbassa a pregare, col suo -orgoglio, è <i>assurdo</i>; poi mi informa che l'orgoglio di -Alcibiade, se fosse vissuto ai nostri dì, sarebbe stato -quello di aspirare «<i>al posto di prefetto o al gran collare -dell'Annunziata!</i>» Alcibiade, a cui la gloria di Pericle -era troppo poca, a cui eran poche la Grecia e l'Europa, -Alcibiade che avria preferito non vivere anzichè -rinunziare ad essere padrone anche dell'Asia e a spargere -il suo nome e la sua potenza per tutto il genere -umano<a class="tag" id="tag161" href="#note161">[161]</a> — Alcibiade al posto del prefetto Torre, -con al collo la decorazione di Lanza e di Minghetti! -</p> - -<p> -Vi basta? Ebbene, se non basta, il signor Stuart, completa -il ritratto morale di Alcibiade, e ne trova l'imagine -in.... «<i>Mazzini!</i>» Povero Mazzini! Se fosse al -mondo a sentirlo! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> -</p> - -<p> -Ciò dimostra a luce di sole che il signor Stuart ha -capito perfettamente <i>chi</i> era Alcibiade, e che l'arte -ci guadagnerebbe un tanto ad avere, invece del mio -«<i>neppur ombra deforme del vero</i>» un ritratto artistico -di Alcibiade al vero e al naturale, uscito dalle mani -del signor Stuart! -</p> - -<p> -Via dunque, dottissimo figlio della dotta Albione, -non la si faccia pregare, la ce lo dia questo ritratto -di Alcibiade; non dica modestamente, come dice nel -suo opuscolo, che per farlo le manca «<i>la pazienza</i>»; -un po' di pazienza, diamine! quando non manca che -questa, volendo la si trova; la trovi, la trovi, per -amor dell'arte, che col mio sgorbio — ombra deforme -del vero — ho profanato! -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Ora, tornando a noi, diteglielo un po' caro Yorick, -diteglielo voi al signor Stuart, che il trovarsi <i>distante</i>, -com'ei dice, <i>un abisso, quanto a politica, dall'onorevole -Cavallotti</i>, può essere una ragione che spieghi alcune -cose; ma non le spiega e non le scusa tutte: — e che -le rabbiuzze di partito non le si accettano in arte per -passaporto di corbellerie. Quelle del signor Stuart son -tali che mi avrebbero dato diritto a dispensarmi dal -rispondere, se non fosse parso mancar di riguardo a -uno straniero, e se la sua critica, mandata in luce -con pomposa solennità, non avesse prodotto uno scherzo -d'ottica curioso. <i>Fanfulla</i>, che pure in arte sa il suo -conto e di corbellerie sull'<i>Alcibiade</i> non ne ha scritte, -piglia in mano il fascicoletto elegante, stampato in -Roma coi tipi dell'<i>Italie</i>, lo scorre a volo, ci vede a -ogni pagina una filza di nomi greci di bellissimo effetto, -e così giudicandolo ad occhio e croce, senza guardar -tanto più in là, si affretta ad annunziare: <i>Il signor -Roberto M. Stuart ha pubblicato un saggio critico, -nel quale, dopo avere minutamente sfogliato e compulsato -<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> -uno per uno tutti gli autori antichi e moderni, conclude -per la condanna del lavoro del deputato di Corteolona.</i> -</p> - -<p> -E subito gli altri giornali a ripetere in coro: <i>Il signor -Stuart, nel suo saggio critico, dopo avere minutamente -sfogliato e compulsato uno per uno....</i> ecc. ecc. -(Segue come sopra). -</p> - -<p> -Cosa vogliono mai dir le frasi fatte! -</p> - -<p> -E il signor Roberto M. Stuart, serio serio come un -figlio di Albione, a pigliarsi quei complimenti in buona -fede! -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Però gli spropositi del signor Stuart — e qui sono -d'accordo col <i>Fanfulla</i> — se non altro son tutti suoi: -un altro, il signor Z. della ufficiale <i>Gazzetta Livornese</i>, -se li fabbrica con minor fatica. -</p> - -<p> -La lunga severa appendice del foglio ufficiale livornese -è ricalcata da capo a fondo, giudizio per giudizio, -periodo per periodo, frase per frase, su quella del signor -Garofalo nell'<i>Unità Nazionale</i>: che sugo poi ci sia a -far della critica a questo modo non so: ma il signor Z., -prevedendo appunto l'obiezione, ci ha incastrato qua -e là qualche coserella di suo: e dove incastra sbaglia; -e dove sbaglia mi rincresce, perchè mi dicono che il -signor Z. sia <i>professore</i>, ed io penso naturalmente ai -suoi scolari. -</p> - -<p> -Il signor professore Z. — là dove incastra — mi -<i>informa</i> che la mia scena dei costumi di Sparta è un -<i>anacronismo</i>: perchè «<i>quelle antiche costituzioni, quelle -antiche costumanze essendo anteriori di quattro secoli a -quell'epoca erano già tolte dall'uso.</i>» Davvero? Allora -io <i>informerò</i> il signor professore Z. che quelle antiche -costituzioni, quelle antiche costumanze ci vengono -confermate dal coetaneo e condiscepolo di Alcibiade, Senofonte; -che Senofonte è fra tutti gli scrittori greci il -più autorevole nelle cose attinenti agli Spartani<a class="tag" id="tag162" href="#note162">[162]</a> fra i -<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span> -quali lungamente visse e coi quali lungamente militò; e -quelle leggi ed usanze egli le registra siccome ancora -esistenti ed in vigore a Sparta al tempo suo, nella -<i>Repubblica di Lacedemone</i>, ch'è uno degli opuscoli della -sua vecchiaia, scritto in conseguenza molti anni dopo -che Alcibiade stesso era già morto! -</p> - -<p> -Cito questa ragione, che taglia la testa al toro, per -farla spiccia; che se poi volessi essere severo, allora -con rincrescimento dovrei trovare sconveniente e <i>fenomenale</i> -che un critico <i>professore</i> ignori come la costituzione -di Licurgo era appunto nel suo più bel fiore -ai tempi e di Alcibiade e di Platone, il quale, dopo -studiatala sul vivo, la tolse a modello ne' suoi libri -politici della <i>Repubblica</i> e delle <i>Leggi</i>; che un -critico professore ignori la testimonianza di tutti gli -scrittori sulla fenomenale durata delle leggi di Licurgo, -delle quali Tucidide e Lisia parlano siccome in pienissimo -vigore al loro tempo, già dopo finita la guerra -del Peloponneso<a class="tag" id="tag163" href="#note163">[163]</a>; delle quali Plutarco ricorda come -traversassero intatte ed inalterate lo spazio di <i>oltre -cinque secoli</i><a class="tag" id="tag164" href="#note164">[164]</a> da Licurgo (800 circa av. l'E. V.) in -giù; anzi di <i>sette secoli</i>, sino all'anno 190 avanti l'E. V., -secondo Livio<a class="tag" id="tag165" href="#note165">[165]</a> e secondo Cicerone<a class="tag" id="tag166" href="#note166">[166]</a>; anzi di <i>otto -secoli</i>, se si vuol dar retta a Macchiavelli: «<i>Licurgo -ordinò in modo le sue leggi a Sparta, che dando le parti -<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> -sue ai re, agli ottimati, ed al popolo, fece uno stato che -durò più che ottocento anni con somma laude sua e -quiete di quella città</i>»<a class="tag" id="tag167" href="#note167">[167]</a>. — Ma fermiamoci ai cinque -secoli abbondanti di Plutarco, che son la cifra giusta, -e ce n'è d'avanzo. — -</p> - -<p> -E ancora, se volessi esser severo, noterei che quello -sproposito del signor professore lo denota affatto digiuno -di studj di critica storica; poichè se è logico e -naturale che l'autore drammatico faccia attribuire da -uno Spartano le leggi di Sparta a Licurgo, viceversa -è strano che un <i>professore</i> ignori come le così dette -<i>leggi di Licurgo</i> non fossero in ultima analisi che le -antiche costumanze di tutti i popoli dorici, assai più -antiche di Licurgo stesso, delle quali egli — od altri per -lui — non fece verosimilmente che ravvivar l'osservanza, -riportandole al tipo primitivo, che se n'era conservato -più che altrove fedele in Creta; che Licurgo non -è in fondo se non la personificazione — alquanto mitica -— (come lo attesta il culto tributatogli in Isparta) di -usanze e di leggi che non potevano già essere l'opera -improvvisa ed isolata di un uomo, ma bensì il portato -del genio, dell'indole, del carattere della stirpe, e perciò -nate può dirsi insiem con lei, fra i dirupi delle -sedi native, a piè dell'Olimpo; che una costituzione -infatti, la quale toccava le corde più intime della natura -umana, e regolava a suo modo i più importanti e -gelosi fra i diritti naturali dell'uomo, non avrebbe potuto -durar rispettata, nonchè cinque secoli, neppure -cinque anni, da tutto un popolo, se non fosse stata -ingenita alla sua natura stessa, già fatta per così dire -carne e sangue con lui e confondentesi colle sue origini;<a class="tag" id="tag168" href="#note168">[168]</a> -il che spiega appunto come e perchè quelle -<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span> -leggi abbiano potuto durar tanto, e come, per istabilirne -così cervelloticamente come fa il prof. Z. la data -del principio e quella della fine, quelle leggi bisogna -non averle affatto affatto nè studiate nè capite. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Altra scoperta del signor critico professor Z. che, -speriamo almeno, non sia professore di storia greca. -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -«Ad Atene i plebei erano possidenti e chi non possedeva -poteva essere commerciante, agricoltore, artigiano, ma non -perveniva giammai alla cittadinanza, al godimento dei diritti -politici.» -</p> -</div> - -<p> -Ohibò! ohibò! Ad Atene, giusta la costituzione solonica, -la quarta classe dei <i>cittadini</i> abbracciava appunto -i plebei <i>proletarj</i> (θῆτες, <i>capite censi</i>) che o non -possedevano che al disotto di 150 dramme di rendita -annua, <i>o non possedevano un bel niente</i> — e si guadagnavan -la vita <i>col lavoro</i>. Ed essi <i>godevano dei diritti -politici</i> (sicuro, signor Z.) comuni alla loro classe e alle -altre tre, esercitando il loro ufficio di cittadini, sia -come popolo sovrano nell'assemblea, sia come eliasti -ne' tribunali<a class="tag" id="tag169" href="#note169">[169]</a>. -</p> - -<p> -Meglio ancora. Perfino gli schiavi e i <i>meteci</i>, anche -non possedendo, potevano passare nella classe dei cittadini -per benemerenze verso la repubblica o i loro -padroni, servigi in campo o sulle triremi, ecc., ecc. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> -</p> - -<p> -Via, sentiamone un'altra — sempre del signor Z: -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -«Ad Atene erano schiavi tutti quelli che esercitavano le arti -manuali. La repubblica non permetteva il lavoro: non riconosceva -per cittadini quelli che erano obbligati a corrompere il -corpo esercitando un mestiere. Chi faceva da governatore, da -giudice e da soldato, chi costituiva la democrazia e la repubblica -non era la moltitudine che lavorava.» -</p> -</div> - -<p> -Ecco: era precisamente e semplicemente tutto il rovescio. -</p> - -<p> -Ad Atene le leggi soloniche punivano l'ozio, e, lungi -dal proibire il lavoro, lo <i>imponevano</i> ai cittadini per -obbligo; e un <i>mestiere</i> bisognava averlo; di Solone<a class="tag" id="tag170" href="#note170">[170]</a>, -scrive Plutarco ch'egli <i>ai mestieri aggiunse dignità</i> -(ταῖς τέχναις ἀξίωμα περιέθηκε) e gli Areopagiti vigilavano -perchè i cittadini poveri si guadagnassero tutti -la vita con qualche <i>arte manuale</i>. -</p> - -<p> -E appunto perchè i cittadini poveri, dovendo attendere -a bottega al mestiere di cui campavano, non potevano -frequentare abbastanza il foro, e i ricchi quindi, -nemici a Pericle, vi restavano in maggioranza, Pericle -ci rimediò chiamando i poveri coi tre oboli: ai -quali un po' per volta essi pigliarono tanto gusto, che -ai tempi di Alcibiade il più degli artigiani piantavano -lì la mattina il loro lavoro e i loro arnesi, per andar -a far da giudice nei tribunali. Ecco perchè, signor Z., -nel secondo atto del mio dramma, la vede correre al -foro cittadini falegnami, mercanti e calzolai. Ed eccole -come <i>la moltitudine che lavorava</i> — ma, per quegli -oboli benedetti, trascurava il suo lavoro, — <i>governava -proprio essa la repubblica</i>; laonde il buon Senofonte -introduce Socrate a lamentarsi perchè a' suoi tempi il -foro (attento signor Z.) appunto riboccava <i>di lavoratori, -di calzolai, di fabbri, di agricoltori, di mercanti</i> e -<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> -simili<a class="tag" id="tag171" href="#note171">[171]</a>: e Platone anch'egli, sempre per bocca di -Socrate, enumerando i cittadini che dan consigli nella -Assemblea sulla amministrazione della città, nomina -«<i>architetti, fabbri-ferraj, calzolaj, mercanti, nocchieri -ecc.</i>»<a class="tag" id="tag172" href="#note172">[172]</a>. -</p> - -<p> -Ed Ella mi scrive che il foro era vietato agli artigiani! -come si fa, ai nostri giorni, con tanti studj -e tanti progressi della critica storica sull'antichità, a -parlare ancora di storia greca a questo modo!<a class="tag" id="tag173" href="#note173">[173]</a> -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Quanto agli altri giudizi del signor Z., per quanto -severi, Dio mi guardi dal pigliarmela con lui. -</p> - -<p> -Il signor Garofalo scrive<a class="tag" id="tag174" href="#note174">[174]</a>, da quel buon monarchico -ch'egli è, che «<i>il popolo corrotto di Atene è il -popolo di tutti i tempi e di tutti i luoghi in una repubblica -<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span> -democratica</i>» — e il signor professor Z. mi ripete<a class="tag" id="tag175" href="#note175">[175]</a>, -che «<i>infine quel popolo così corrotto è il popolo -di tutti i tempi, di tutti i luoghi, quando la democrazia -impera, quando la repubblica governa.</i>» -</p> - -<p> -Il signor Garofalo scrive che Timandra è fredda -«<i>perchè manca nel suo carattere la causa di tanto amore -e ciò che non ha causa non commuove</i>» — e il signor -Z. mi ripete, che «<i>in Timandra manca ciò che più importa, -la causa dell'amore e un amore che non è definito -non può commuovere.</i>» -</p> - -<p> -Il signor Garofalo scrive: «<i>Alcibiade così felicemente -delineato nei primi atti, dopo non è più il medesimo: -l'autore lo abbandona: e diventa monotono, malinconico, -irresoluto, non pensa più a donne e piaceri</i>» — e il signor -Z. saviamente osserva: «<i>Alcibiade è ben delineato -nei primi atti: ma dopo diventa monotono, malinconico, -irresoluto, non pensa più alle donne, i piaceri non lo -esaltano più.</i>» -</p> - -<p> -Il signor Garofalo mi avverte che «<i>il vero Alcibiade -non si attristò, non si ammalinconì giammai</i>» — (oh, -bella! questa poi, ammesso che Alcibiade fosse un uomo, -non la sapevo!) — e il signor Z. egregiamente ribadisce: -«<i>L'Alcibiade della storia non si contristò, non -si afflisse giammai.</i>» -</p> - -<p> -Riassumendo, il signor Garofalo sentenzia, che «<i>alcune -parti dell'Alcibiade sono bellissime e perfette, ma -l'opera tutta insieme è sbagliata</i>» — e il signor Z. sapientemente -conclude, che «<i>nell'Alcibiade vi sono scene -perfettamente riuscite, ma l'insieme del lavoro è sbagliato.</i>» -</p> - -<p> -Evidentemente io sarei troppo ingiusto se volessi -male pe' suoi giudizi al signor Z... poichè non è la -buona volontà che gli manca, ed è chiaro che egli -avrebbe cantato un'altr'aria, se il signor Garofalo -avesse suonato un'altra musica. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -E ho citato questo caso non per farne un torto speciale -al signor Z., ma solo per mettere in luce un altro -lato della critica italiana ai nostri giorni. È rincrescevole -a dirsi, ma è un fatto che i due terzi delle -critiche che compaiono in Italia su pei giornali, quando -non sono scritte colla sapienza storica del marchese -D'Arcais, si scrivono colla originalità critica del signor -Z. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Quanto al signor Garofalo è certo che di storia egli -ne sa, ciò che mi consola: anzi ci tiene a saperne fin -troppo, ciò che mi disturba. -</p> - -<p> -Per esempio egli mi avvisa e mi ammonisce «<i>che -il mio Zamolchi colle sue feste religiose non è mai giunto -fino al Chersoneso, perch'egli è il mitico legislatore dei -Geti, e non dei Traci.</i>» -</p> - -<p> -Che Zamolchi avesse culto fra i Geti, verissimo: -però noti il signor Garofalo che Tucidide chiama Sitalce -figlio di Tere <i>re dei Traci</i> e sotto questo nome -comprende tanto i Traci propriamente detti, di qua del -monte Emo e del Rodope, quanto i Geti di là dell'Emo: -e che tra gli uni e gli altri, e i Triballi, e i Dii e i -varj popoli traci in generale era affinità quasi completa -di carattere e di costumanze e di riti<a class="tag" id="tag176" href="#note176">[176]</a>: e per -questo Giovanni Boemo Aubano, che raccolse le usanze -dei popoli antichi, nomina Zamolchi <i>legislatore dei -Traci</i>, ricorda il culto dei Traci per lui, e descrive -<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> -come usanza di tutti i <i>Traci</i><a class="tag" id="tag177" href="#note177">[177]</a> il famoso invio del -messo sulla punta dell'aste, col celerissimo per l'altro -mondo. -</p> - -<p> -Che se poi il libro di Boemo Aubano il signor Garofalo -non lo ha letto, un grecista suo pari dovrebbe -però aver letto almeno Luciano: anzi avrebbe l'obbligo -strettissimo di saperlo a memoria: ora nel mio -caso è Luciano in persona che avvisa ed ammonisce -il signor Garofalo come il Dio Zamolchi sia proprio -<i>precisamente e particolarmente il Dio dei Traci</i> — e non -d'altri!<a class="tag" id="tag178" href="#note178">[178]</a> E l'autorità del signor Garofalo sarà grande -quanto si vuole, ma quella di Luciano lo sarà sempre -un po' di più. -</p> - -<p> -È contento, signor Garofalo? Oh bravo — non la -mi secchi altro. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Perchè non la finirei proprio più, se dovessi aggiustarmela -con tutti i critici. -</p> - -<p> -Uno del Veneto, non mi ricordo più quale, mi ammonì -che la mia Glicera è troppo più ingenua e troppo meno -spiritosa che nol fosse l'amante di Menandro. Ma l'amante -gentile del gentile poeta, che vive ancor bella -delle grazie antiche nelle pagine d'Alcifrone, ed in -quelle di Wieland, non poteva essere la Glicera mia, -perchè Alcibiade visse un secolo prima di Menandro. -</p> - -<p> -Un altro, triestino, mi rimproverò di non aver messo -Pindaro nel dramma. Ma non potevo metterlo, perchè -Alcibiade visse un secolo dopo di Pindaro! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> -</p> - -<p> -Un altro, veneziano, scrive che gli Ateniesi tenevano -le adunanze del popolo nel Partenone. Ma il Partenone -era il tempio di Minerva sull'Acropoli, e le -adunanze del popolo si tenevano invece nel Teatro -di Bacco o nello <i>Pnice</i>! -</p> - -<p> -Un altro, ferrarese,<a class="tag" id="tag179" href="#note179">[179]</a> parlando della mia Aspasia, -la chiama la <i>famosa reggitrice del Cinosarge</i>. Ma il -Cinosarge era un ginnasio fuori la porta Diomea, consacrato -ad Ercole e riserbato ai poveri, ai figli dei liberti -e ai bastardelli: e la splendida moglie di Pericle -non ci avea che fare. Anzi — a rendere il granchio -più ameno — invece dalla poetica e poco virtuosa società -della Milesia e delle sue vaghe alunne, ci bazzicava -proprio in quel luogo della gente virtuosissima, -che facea scappar la poesia lontano mille miglia: nientemeno -che Antistene, l'austero filosofo, che nel Cinosarge -aperse la scuola de' suoi cinici, le cui sucide persone -sapevano ben d'altri profumi che non delle essenze -e degli unguenti delle elegantissime etere. -</p> - -<p> -Poi lo stesso critico scrive che Socrate «è quello -che a <i>Delio salvò la vita ad Alcibiade</i>.» La cosa è all'opposto. -Fu Alcibiade che a Delio la salvava a Socrate. -</p> - -<p> -Poi nota sapientemente che il grammatico del terzo -atto è Aristarco: se fosse, lo avrei chiamato col suo -nome. Potrà darsi che sia della famiglia; ma in ogni -caso è un dei nonni: perchè Aristarco non venne al -mondo che quasi tre secoli dopo! -</p> - -<p> -Poi nota.... -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Noti quel che vuole, è tempo che mi fermi. Perchè -questa lettera comincia ad esser lunga, minaccia già -<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> -di passare il peso di tariffa dei 20 centesimi, e non -vorrei, caro Yorick, farvi pagare la sopratassa: e per -quello che intendevo di provare, credo di averne detto -quanto basta. -</p> - -<p> -Certo una cosa non riuscirò a provar mai: che il -mio dramma sia un capolavoro, o giù di lì. Pur troppo -ce ne vuole. E il papà dell'<i>Alcibiade</i> è il primo a non -trovarsi, in fondo, del tutto contento del suo figliolo. -Parecchie altre idee su questo lavoro mi frullavano pel -capo, allorchè, orditone il disegno, mi posi a scriverlo, -cominciando dall'ultimo quadro; e alle quali, giunto -alla fine del lavoro, al primo quadro, mi trovai di non -aver potuto dar corpo. Il piano <i>geometrico</i> preventivo -del lavoro, e la cura, probabilmente eccessiva in opera -d'arte, di certe corrispondenze simmetriche deve averci -prodotto dei guasti. S'intende poi che le mie stortatine -di collo alla storia o alla cronologia, qua e là, di -soppiatto, col pretesto dell'arte, me le son permesse, -e il bello è che sono <i>precisamente quelle</i> di cui i critici -sapienti non si sono accorti. -</p> - -<p> -Potrebbe anche darsi che quei critici medesimi che -presi uno per uno han detto delle corbellerie storico-critiche, -presi poi tutti in blocco, avessero ragione nell'insieme: -<i>censores mali viri, censura autem bona bestia</i>. -E infine se mi mettessi a farla io, la critica all'<i>Alcibiade</i> -e a rivedergli le buccie, avrei da scriverne per -una lettera assai più lunga di questa: ma non son -così matto nè così ingenuo per farlo, visto che son -tante le anime pie che sarebbero pronte a prendermi -in parola. -</p> - -<p> -Una cosa però credo di aver provato: che la critica -in Italia, fatte le debite ed onorande eccezioni<a class="tag" id="tag180" href="#note180">[180]</a>, è -<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> -ancora per la maggior parte un po' lontana da quel -grado di serietà e di competenza che le è necessaria -per adempiere la sua missione. Deficienza di studi, incoerenza, -confusione od assenza di criterj artistici; -mancanza di idee nette sullo indirizzo dell'arte, sull'ufficio -del critico; culto pedantesco delle frasi fatte, -delle idee fatte, dei pregiudizi fatti; preoccupazione -grande di mostrare quel che vale il critico e pochissima -di cercare quel che val l'autore; precipitazione, -leggerezza, superficialità molta nei giudizi, prosunzione -molta nelle forme — queste ed altre, per non parlare -dei moventi meno nobili, sono le cause che tengono -la critica fra noi ad un livello ben inferiore a quello -di altri paesi. -</p> - -<p> -Eppure — parlo qui come artista in un interesse -generale — bisogna che tutto questo cambii, se vogliamo -davvero che l'arte progredisca. La vita della -critica è troppo indissolubilmente legata a quella dell'arte: -ed oggi che il teatro italiano, per parlar di -questo solo, àuspici Ferrari e Cossa e Marenco e Torelli -e Castelnuovo e tanti altri, accenna ad un progresso -serio e incontestabile, è necessario assolutamente -che la critica si decida a far lo stesso. È impossibile -che l'uno cammini, e l'altra rimanga indietro -stazionaria: perchè guai per la critica, se l'arte comincia -ad abituarsi all'idea di poter camminare senza di -lei. Guai alla critica, a questo <i>trainard</i>, se l'arte, strada -facendo, sul più bello si voltasse indietro per farsi -dare il braccio da lei, e non trovandosi più al fianco -la compagna, s'accorgesse che è già da un pezzo ch'ella -<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> -cammina da sè. Ella finirebbe per ricordarsi che Omero -scriveva l'<i>Iliade</i> ed Aristarco non era nato ancora. -</p> - -<p> -Quel giorno la missione della critica sarebbe finita -e non sarebbe, no, l'arte che ci avrebbe guadagnato. -Perchè se è vero che la critica per il genio non esiste e -non ha mai esistito, se è vero che egli ha sempre fatto -e farà sempre senza di lei, a modo suo, di genj in -arte non ne sorgono ogni anno, in ogni paese, a ogni -canto di via: da Omero ad Eschilo, da Eschilo a Dante, -da Dante a Shakespeare, quattro nomi in ventiquattro -secoli. -</p> - -<p> -Il secolo nostro non ne ha visti che due: Byron e -Victor Hugo. -</p> - -<p> -Ma poche gigantesche apparizioni, isolate nel tempo -e nello spazio, non sono l'arte esse sole: dell'arte -quelli sono i grandi legislatori, in nome della natura -umana della quale hanno ascoltato le voci più ignorate -e profonde, in nome della <i>verità</i> che si è loro palesata -sul Sinai, nelle sue linee più segrete. Le loro -leggi, le loro tradizioni, forme divine dello eterno -ideale, la critica le ha raccolte; se ne è fatta depositaria, -custode: e bene sta. Ella si è assunto l'obbligo -di rammentarle costantemente a coloro che alla ricerca -di quello ideale si vanno affannando, con desiderio -intenso, ma fatto amaro e periglioso dalla scarsezza -delle forze. Perchè anche costoro, a mente calma, -le conoscono quelle leggi, al par di lei; ma la -tensione della mente, la fatica del viaggio, la trepidanza -del non riuscire, soventi loro le fan perdere -di vista. Corrono, corrono innanzi, e tra l'ansia e la -fretta, non vedono le lapidi miliarie lasciate dai grandi -maestri sulla via, e non s'accorgono che tardi d'aver -sbagliato strada. Essa, la critica, appunto perchè non -è assorta nè distratta dalla fatica affannosa della ricerca, -dalla tensione dello sforzo creativo, dalla trepidanza -del rischio, essa ha la mente più tranquilla -e più serena per vedere i pericoli del viaggio, accorgersi -<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> -dei sassi e dei fossati della strada, avvertire -l'artista quando sbaglia direzione e fuorvia. Essa può -gridargli: «Ferma! di lì si va a casa della <i>Femme -de Claude</i>! Guarda i segnavia: lì è scritto <i>Sardanapalo</i>: -qui <i>Cesare</i>: e lì <i>Amleto</i>: per di lì è passato -Shakespeare: di là Byron: e il Conte Ricciardi per -di qui.» -</p> - -<p> -A questo patto, in questo modo, amica, consigliera, -compagna fedele dell'arte, la critica può aiutarla, sorreggerla, -serbarla al culto delle grandi tradizioni, preservarla -dalle corse sfrenate, salvarla dalle grandi -cadute. -</p> - -<p> -Ma bisogna che la critica faccia questo: se non vuol -diventare inutile e dannosa. E per farlo, bisogna che -il critico studj quanto l'artista: che le facoltà riflessive -dell'uno lavorino anch'elle quanto le facoltà imaginative -dell'altro. -</p> - -<p> -Le leggi dell'arte, sola stregua del giudizio critico, -non si imparano, la finezza del senso critico non si improvvisa -nè in un giorno nè in due: e <i>fin dove</i> le -ricerche dell'arte vanno, bisogna che la critica abbia -<i>tanto di studj</i> da potervela seguire. -</p> - -<p> -Altrimenti succederà quel che ho detto: che l'arte -andrà innanzi da sè, a proprio rischio e pericolo. — -Per poco che la critica continui di questo passo a -lavorare da sè al proprio discredito, a mettere ogni dì -in luce la propria insufficienza, a far ridere delle proprie -corbellerie, — noi assisteremo nell'arte ad un fatto -del quale vediamo prodursi già i sintomi: la insurrezione -degli autori contro la critica. Il brillante ingegno -di Ferdinando Martini dimostrava, dì sono, la -tesi discutibile che il teatro non ha migliorato nessuno; -qualcheduno potrà essere tentato di affrontare -un'altra tesi più facile, e di chiedere quali sono gli -autori, che la critica, da alcuni anni a questa parte, -fatta com'è ora, ha migliorato. Sarebbe più facile dimostrare -i danni ch'ella ha prodotti, arrogandosi (salvo -<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> -sempre le eccezioni onorande) funzioni che non le spettano, -e non rendendosi conto della gravità de' suoi -doveri. Perchè una censura leggiera, ingiusta, assurda, -o può uccidere da' primi passi, coll'amarezza dello -sconforto, una vocazione; o se l'artista vi ha già fatto -il callo, può produrre nel suo animo — <i>poetæ irritabile -genus</i> — una reazione dannosa: e dal ridere oggi -di uno sproposito, all'abituarsi a ridere domani di -un biasimo giusto, il passo è breve. -</p> - -<p> -Una volta cacciata, a furia di corbellerie critiche, -in testa all'autore l'idea, che, dando ai critici ascolto, -egli non farà nulla di buono, e dirà degli spropositi -da far rabbrividire, egli si metterà in guardia contro -que' signori; l'amor proprio naturale non domanderà -di meglio che di secondarlo in quella sua disposizione; -ed egli finirà per involgere tutta la critica in un giudizio -solo, e non farà più distinzione tra le censure -ridicole e le assennate, per riserbarsi il diritto di infischiarsi -egualmente di tutte. Il danno verrà poi: chè -il suo esempio troverà subito imitatori in tutti i poveri -di spirito, i quali non chiedon di meglio che d'essere -convinti del proprio genio e della propria infallibilità: -ed ogni più infelice scrittorello si terrà autorizzato -a vilipendere ogni censura più equa: e la -rivolta cominciata dalle coscienze artistiche contro la -prosunzione, finirà nella rivolta della prosunzione -contro il senso comune. -</p> - -<p> -Se non è a questo che si vuol venire, pensiamoci: -e dopo aver detto in Italia a noi medesimi anni sono: -<i>facciamo il teatro</i>, — io domando se non sia tempo di -aggiungere: <i>facciamo la critica</i>. -</p> - -<p> -Lo domando a voi, caro Yorick, che avete autorità -di rispondermi: e se le mie parole avessero soltanto -efficacia di richiamar l'attenzione su questo che parmi -un problema ormai grave per l'avvenire dell'arte, non -sarà stata inutile del tutto la mia fatica. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Quanto a' miei moderni fratelli di fede, ai quali ve -n'andaste oratore sì facondo, a sporgere contro di me -la querela dei fratelli del tempo antico, — non io certo -m'aspettavo siffatto ambasciatore: poichè ci siete, compite -l'opera e portate loro la mia risposta. -</p> - -<p> -È proprio delle cause che non hanno un <i>domani</i>, -riporre ogni risorsa negli errori e nelle colpe degli -avversarj. Matteo Visconti, profugo, aspetta in Verona -che <i>gli errori dei Torriani siano maggiori dei suoi</i>. -Le cause che hanno un avvenire hanno anche un -compito più alto innanzi a sè: pensare a meritarselo. -Triste, infeconda pausa, sarebbe quella imposta, per -poco, dagli eventi alle speranze della democrazia, se -questa non ne approfittasse per raccogliersi in sè, e -domandare a sè medesima le cagioni che tante volte -han reso vane le sue vittorie. Nè ella mostrerebbe -fiducia alcuna dei proprj destini, nè ella meriterebbe -le vittorie materiali che l'aspettano un giorno, se non -affermasse fin d'ora sui proprj nemici questa grande -superiorità morale: del confessare a sè stessa i proprj -errori. Domandiamo il perchè di tanti disinganni; -il perchè la democrazia tante volte sia stata fatta zimbello -di coloro ch'essa aveva innalzato sugli scudi. -Domandiamci s'ella ha sempre risposto alle grandi -voci solitarie, che la chiamavano sulla via del dovere; -se molti santi appelli non siano caduti inascoltati -tra l'infiacchimento morale delle tempre e l'indifferentismo -utilitario dell'età. -</p> - -<p> -Chiediamoci s'ella abbia sempre vegliato alla severità -del costume e della disciplina sotto le onorate -bandiere; s'ella non abbia mai prestato troppo facile -orecchio ai troppo facili adulatori, annoiata de' suoi -vecchi austeri brontoloni; s'ella sia stata sempre rigorosa -nel chiedere a coloro a cui accordava l'onore -<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> -di parlare in di lei nome, il santo connubio voluto -dal greco legislatore antico tra le private e le pubbliche -virtù. Di quante diserzioni, di quante apostasie -publiche — preparate dall'ozio o dai facili costumi privati -— ella si sia a torto meravigliata; di quante intestine -discordie sue, di quante ingiuste accuse a' suoi -migliori, ella abbia reso più forti i suoi nemici; di -quanta parte di pregiudizî, di prevenzioni ingiuste -contro di lei, ella stessa abbia fornito involontaria e -inconsapevole le cause. Quante propizie occasioni, per -pigrizia per conflitti fraterni, ella si sia lasciato -sfuggire; quanta parte della forza apparente de' suoi -avversarj sia il frutto di improvvide colpevoli abdicazioni -alla sua propria influenza ed ai diritti suoi. -Cerchiamo al passato ed al presente le lezioni del -futuro: e perchè la Spagna, addormentatasi alla rivoluzione -di settembre nelle braccia di pochi ambiziosi, -camuffati da repubblicani, oggi si risveglia nelle braccia -del Carlismo: e perchè in Francia la democrazia sopraffatta -da un ambiente morale pervertito, ammalata -nell'organismo sociale, sconta sì caramente la pena -di essersi data tanti anni in balìa di un Pericle rimodernato. -</p> - -<p> -E se mai l'arte ci riconduce nelle regioni lontane -della storia, non abbiam paura di chiedere alla storia -come cadde la prima e più illustre delle repubbliche -ch'ella ricordi: non sagrifichiamo all'arte la verità: -perchè anco l'arte la chiamano repubblica e la verità -è repubblicana. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Addio Yorick. -</p> - -<p class="indl"> -<i>Milano 13-25 Luglio 1874.</i> -</p> - -<p class="indr"> -FELICE CAVALLOTTI. -</p> - -<div class="footnotes"> - -<h2> -NOTE: -</h2> - -<div class="footnote" id="note1"> -<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>. </span>Che sia il <i>Pessimista</i>?</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note2"> -<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>. </span>E come son curiosi certi critici realisti quando si arrabbiano e -danno dell'asino al pubblico italiano, perchè non sempre apprezza e -non sempre intende sui teatri nostri le pitture di certi fatti e fenomeni -sociali della società parigina, rispondenti a un'ideale dell'arte così -vasto da non poter essere inteso fuor della cerchia di Parigi!</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note3"> -<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>. </span>Rivolgersi per informazioni in Milano a S. E. il procurator generale -Robecchi, e in Roma a S. E. il ministro Vigliani, lettore assiduo -delle mie <i>Poesie</i> e autore della nuova teoria dei <i>subjettivi</i> o degli -<i>objettivi</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note4"> -<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>. </span><i>Opinione</i> 22 giugno.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note5"> -<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>. </span><i>Popolo Romano</i> 21 giugno.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note6"> -<p><span class="label"><a href="#tag6">6</a>. </span><i>Gazzetta Livornese</i> (ufficiale) del 15 giugno.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note7"> -<p><span class="label"><a href="#tag7">7</a>. </span>«Le <i>Scene greche</i> sono un dramma bell'e buono.» Yorick, -appendice sull'<i>Alcibiade</i> nella <i>Nazione</i>. -</p> - -<p> -«Che parlano alcuni di scene che non forman dramma! queste -scene sono la vita colle sue lotte, e vita e lotte son dramma.» C. Romussi, -appendice sull'<i>Alcibiade</i> nel <i>Secolo</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note8"> -<p><span class="label"><a href="#tag8">8</a>. </span>Ch'io non abbia avuto gran torto di fare Alcibiade migliore -in fondo che non sia di moda nella opinione volgare il ritenerlo; che -parecchie delle sue colpe fossero colpe più del tempo e delle circostanze, -che non dell'indole; che l'amore della città nativa potesse alla -fine in lui più delle vicende e dell'ingiustizia degli uomini lo attestano -tre delle pagine più belle della sua vita — Atene salvata a Samo — -la gita al campo di Egospotamos — e l'ultima in Persia ove morì; -lo attestano, per tacer di Plutarco, le pagine di Platone e quelle di -Tucidide, lo storico più severo, più coscienzioso e più imparziale -dell'antichità.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note9"> -<p><span class="label"><a href="#tag9">9</a>. </span><i>Alc.</i> «... E la turba e le voci via via confusamente si dileguavan -lontano, finchè non mi parve più udirne che una sola: ed -era la voce di Timone il misantropo che seduto alla riva, raspando la -terra, — guardavami fisso come quel giorno che incontratomi per via -mi maledì. Ma la sua voce non era più imprecazione: il suo aspetto -non era più d'uom che odia: il suo sguardo parea sguardo d'amore. -<i>Timone</i>, io venivo gridandogli, <i>ringrazia gli Dei che smentirono i -tuoi auguri! Il giovinastro che preconizzasti flagello d'Atene n'è divenuto -il salvatore! Timone riconciliati cogli uomini! la virtù e l'espiazione -esistono ancora sulla terra, — e la legge della terra è -amore.</i> — Ed io correa verso lui le braccia aperte.... ma Timone -già era scomparso.... il suo volto s'era mutato nel tuo....» ecc. -<i>Alcibiade</i>, Quadro ultimo, scena 2.ª</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note10"> -<p><span class="label"><a href="#tag10">10</a>. </span>Isocrate, <i>Panaten.</i> 44.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note11"> -<p><span class="label"><a href="#tag11">11</a>. </span>Senofonte, <i>Repub. Aten.</i> I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note12"> -<p><span class="label"><a href="#tag12">12</a>. </span>Demostene, <i>Adv. Leptinem</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note13"> -<p><span class="label"><a href="#tag13">13</a>. </span>Demost. <i>Contr. Aristocrat.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note14"> -<p><span class="label"><a href="#tag14">14</a>. </span>Demost. <i>Contr. Aristocr.</i> — <i>Syntax</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note15"> -<p><span class="label"><a href="#tag15">15</a>. </span>Demost. <i>Syntax</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note16"> -<p><span class="label"><a href="#tag16">16</a>. </span>Demost. <i>Contr. Aristocr.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note17"> -<p><span class="label"><a href="#tag17">17</a>. </span>Plutarco in <i>Temistocle</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note18"> -<p><span class="label"><a href="#tag18">18</a>. </span>Isocr. <i>De pace</i>. — Demost. <i>Contr. Mid.</i> — id., <i>Adv. Leptinem</i>. -Meursius, <i>Them. Att.</i> I. 8.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note19"> -<p><span class="label"><a href="#tag19">19</a>. </span>Demost. <i>Philipp.</i> III.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note20"> -<p><span class="label"><a href="#tag20">20</a>. </span>Eschine, <i>Contr. Timarco</i> — <i>Din. contr. Demostene</i>. — Demost. -<i>Contr. Androz.</i> — Siriano, <i>Comm. in Hermog.</i> — Diog. Laerz. -<i>Solone</i> I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note21"> -<p><span class="label"><a href="#tag21">21</a>. </span>Plutarco, in <i>Solone</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note22"> -<p><span class="label"><a href="#tag22">22</a>. </span>Diog. Laert. <i>Solone</i>. — Plutarco, <i>Solone</i>. — Polluce, lib. VIII. 6. -— Demost. «<i>in Eubulid.</i>» — Meurs. <i>Them Att.</i> II. 18.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note23"> -<p><span class="label"><a href="#tag23">23</a>. </span>Plutarco, <i>Solone</i>. — Ermogene, <i>Part. Stat.</i> — Siriano, <i>Comment.</i> -— Demostene, <i>C. Neera</i>. — Marco Vittorino in <i>Cicer. Rhet.</i> lib. II. — -Lisia, <i>Sull'uccisione di Eratostene</i>. — Curio Fortunaziano, <i>Rhet. Schol.</i> -lib. I. — Massimo Tirio, <i>Dissert.</i> II. — Sopater, <i>Divis. Quaest.</i> — -Meursius, <i>Them. Att.</i> I. 4. 5. Era tra la pena agli adulteri anco la -ραφανίδωσις, <i>la pena del rafano</i>. — (Vedi Alcifr. <i>Lett.</i> III. 62). Ma la -spiegazione di questa è un po'.... dirò così.... delicata: caro Yorick -la lascio a voi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note24"> -<p><span class="label"><a href="#tag24">24</a>. </span>Eschin. <i>C. Timarc.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note25"> -<p><span class="label"><a href="#tag25">25</a>. </span>Aristof. <i>Nubi</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note26"> -<p><span class="label"><a href="#tag26">26</a>. </span>Vedi Ateneo, <i>Deipnos</i>. XIII. 571.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note27"> -<p><span class="label"><a href="#tag27">27</a>. </span>Demost. <i>C. Neera</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note28"> -<p><span class="label"><a href="#tag28">28</a>. </span>«O Solone, tu fosti veramente il benefattore del genere umano: -perchè tu per il primo pensasti a una cosa assai vantaggiosa al popolo -e alla pubblica salute. Tu considerasti la nostra città piena di -giovani dal temperamento bollente e che sarebbero quindi trascorsi -ad eccessi punibili. Perciò tu comperasti delle donne e le hai poste -in luoghi ove provviste di quanto è a lor necessario, divengono comuni -a quanti le bramano. Eccole nude; perchè non ti ingannino, -ispeziona ben tutto. La porta è aperta: paga un obolo ed entra: qui -non si farà la ritrosa. Qua subito, se vuoi, e nel modo che vuoi.» — -Filemone ne' <i>Delfi</i> in Ateneo XIII, 569.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note29"> -<p><span class="label"><a href="#tag29">29</a>. </span>Οἱ δ' ἐπὶ τῆν τοῦ ἱεροῦ σὶτου ἐκλογὴν αἱρούμενοι — Aten. -VI. 235. — Ed era scritto nella legge del re: «Il re avrà cura che -si creino i magistrati: e dalle varie borgate sian scelti a norma delle -leggi, i parassiti: i quali dai magazzeni di grano della rispettiva classe -e tribù scelgano ciascuno un sestiere di orzo, affinchè gli Ateniesi se -ne cibino secondo il patrio rito.» E altrove: «Che il sacerdote coi -parassiti faccia i sacrificj d'ogni mese. Chi rifiuterà d'essere parassito -sarà tradotto ai tribunali.» E altrove, sotto le offerte votive a Pallene: -«I magistrati e i parassiti, cinto il capo di corona d'oro offersero -questi doni.» — Aten., l. c. — Polluce VI. 7. — Meurs. <i>Them. -Att.</i> II. 35. -</p> - -<p> -Vede l'egregio critico del <i>Diritto</i> che la origine della parola la so -anch'io al par di lui. Soltanto, egli non sa che ai tempi del mio dramma -la parola significava un'altra cosa.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note30"> -<p><span class="label"><a href="#tag30">30</a>. </span>Plutarc. <i>Arist.</i> 24. 25. — Tucidid. VI. 76.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note31"> -<p><span class="label"><a href="#tag31">31</a>. </span>Plutarc. <i>Arist.</i> 25.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note32"> -<p><span class="label"><a href="#tag32">32</a>. </span>Tucidid. I. 99. — Plutarc. <i>Cimone</i> 11.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note33"> -<p><span class="label"><a href="#tag33">33</a>. </span>Tucidid. I. 98 (anno 466 a. E. V.).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note34"> -<p><span class="label"><a href="#tag34">34</a>. </span>Plutarc. <i>Arist.</i> 25. — Diod. Sic XII. 38. 40. — Giustino, <i>Histor.</i> -III. 6. — Andocide, <i>Della Pace.</i> — La contribuzione federale annua -che gli alleati portavano in Delo era di 460 talenti (circa 2 milioni -e mezzo di franchi). E al tempo che il tesoro fu trasportato in -Atene, la somma accumulata doveva già ammontare a 2000 talenti (da -11 milioni di franchi): somma per i tempi cospicua.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note35"> -<p><span class="label"><a href="#tag35">35</a>. </span>Tucidid. I, 19. 114. III, 3. 50. — Plutarco in <i>Pericle</i>. — Peyron, -<i>Egemonia</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note36"> -<p><span class="label"><a href="#tag36">36</a>. </span>Plutarco in <i>Cimone</i> e in <i>Pericle</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note37"> -<p><span class="label"><a href="#tag37">37</a>. </span>Fenomeno caratteristico di tutte le tirannidi e di tutti i governi -moralmente viziati, dalle età più antiche ai nostri dì, è la intrusione -della politica nelle sfere della giustizia. E i dicasteri popolani della Eliea -funzionanti al tempo di Pericle erano appunto vere assemblee politiche: -poichè quello che gli eliasti prestavano, nell'assumere le loro -funzioni di giudici, era un effettivo <i>giuramento politico</i>, come lo attesta -la formula che ce ne fu conservata da Demostene, — <i>C. Timocr.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note38"> -<p><span class="label"><a href="#tag38">38</a>. </span>Aristot. <i>Polit.</i> II. 9 3. — Aristof. <i>Nubi</i>, v. 861.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note39"> -<p><span class="label"><a href="#tag39">39</a>. </span>Plutarc. in <i>Pericle</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note40"> -<p><span class="label"><a href="#tag40">40</a>. </span>Schol. in <i>Demost.</i> Olint. I. — Plutarco, in <i>Pericle</i>. — Peyron. -<i>La politica e l'amministrazione di Pericle</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note41"> -<p><span class="label"><a href="#tag41">41</a>. </span>Senofonte, Rep. Athen. III. 8.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note42"> -<p><span class="label"><a href="#tag42">42</a>. </span>Platone, <i>Gorgia</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note43"> -<p><span class="label"><a href="#tag43">43</a>. </span>Plutarco, <i>Guerra o pace</i>. 5.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note44"> -<p><span class="label"><a href="#tag44">44</a>. </span>Plutarco, in <i>Pericle</i>, 9.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note45"> -<p><span class="label"><a href="#tag45">45</a>. </span>Boeckh, <i>Echon. polit. des Athen.</i> III. 19.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note46"> -<p><span class="label"><a href="#tag46">46</a>. </span>Aristofane, <i>Acarnesi</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note47"> -<p><span class="label"><a href="#tag47">47</a>. </span>ὥσπερ ἀλαζόνα γυναῖκα. — Plutarco in <i>Pericle</i>, 12.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note48"> -<p><span class="label"><a href="#tag48">48</a>. </span>Plutarco, in Pericle, <i>passim</i>. — Cfr. Tucidide, II. 65.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note49"> -<p><span class="label"><a href="#tag49">49</a>. </span>Socrate nel <i>Gorgia</i> di Platone: «<i>Tu invitato a nominare abili -politici citasti Cimone e Pericle, perchè apprestarono agli Ateniesi -quanto bramar potessero le loro cupidigie, e renderono, come suol -dirsi, grande la città. Ma non t'avvedi che la grandezza della città -procurata da tali politici riuscì ad essere un'enfiatura marciosa, -imperocchè empierono la città di porti, di cantieri, di mura, di tributi, -senta curarsi della temperanza e della giustizia?</i>»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note50"> -<p><span class="label"><a href="#tag50">50</a>. </span>Tale la chiamavano i Greci; (Tucid. I. 122, 124) tale la confessavano -ingenuamente e senza tanti complimenti gli stessi Ateniesi, Pericle -per il primo. «<i>Sappiam benissimo</i> — dichiaravan gli inviati -Ateniesi a Sparta — <i>di esserci fatti odiosi e gravosi ai nostri confederati: -ma è massima vecchia che il potente tenga il debole in riga.</i> -(Tucid. I. 76). <i>Il nostro imperio</i>, dice schietto Pericle agli Ateniesi, -<i>ci ha fatto al presente esosi e gravi: ma non possiam più rinunciarvi, -senza esporci al pericolo degli odi che esso ci attirò. Il nostro -imperio è omai come una tirannide: ma se l'occuparlo è ingiustizia, -il rinunziarvi è pericolosissimo.</i>» Tucid. II. 63, 64. E lo stesso demagogo -Cleone: «<i>Il vostro imperio sui confederati, o Ateniesi, è una -tirannide: voi comandate a gente ritrosa, che vi ubbidisce, per la -prepotenza delle vostre forze, non già per affezione.</i>» Tucid. III. 37. -</p> - -<p> -E Isocrate nell'<i>Areopagitica</i> si lamenta a più riprese dell'<i>odio</i> in -cui Atene è venuta a tutti i Greci.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note51"> -<p><span class="label"><a href="#tag51">51</a>. </span>Nei mille talenti che ai tempi di Pericle formavano l'entrata -complessiva di Atene, le entrate esterne (cioè il tributo imposto ai -confederati greci) figuravano per 600 talenti; e soltanto per gli altri -400 le entrate interne della città. Più tardi, ai tempi di Alcibiade, -nell'anno decimo della guerra del Peloponneso, quando le entrate -complessive delle città furono di 2000 talenti (11 milioni di franchi -circa) il tributo dei confederati ci entrava per 1200. — Tucidid. II. 13. -— Plutarco, <i>Aristide</i>, 24. — Eschin. <i>De falsa legat.</i> — Aristof. <i>Vespe</i>, -v. 657 — Boeckh, Echon. <i>Polit. des Athen.</i> III. 19.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note52"> -<p><span class="label"><a href="#tag52">52</a>. </span>Tucid. I. 76. 77.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note53"> -<p><span class="label"><a href="#tag53">53</a>. </span>Tucidid. II. 64.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note54"> -<p><span class="label"><a href="#tag54">54</a>. </span>Tucidid. III. 37.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note55"> -<p><span class="label"><a href="#tag55">55</a>. </span>Tucid. I. 75; II. 63; III. 37.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note56"> -<p><span class="label"><a href="#tag56">56</a>. </span>456 a. l'E. V.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note57"> -<p><span class="label"><a href="#tag57">57</a>. </span>454 a. l'E. V.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note58"> -<p><span class="label"><a href="#tag58">58</a>. </span>Che processava Eschilo, condannava Diagora, bandirà più tardi -Alcibiade per aver violato e profanato i misteri; che condannava Protagora -per aver dubitato degli Iddii, processava Anassagora per averne -negato l'esistenza, farà bere a Prodico la cicuta per aver loro mancato -di rispetto: e più tardi per lo stesso motivo farà a Socrate lo -stesso scherzo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note59"> -<p><span class="label"><a href="#tag59">59</a>. </span>Povera innocentina!</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note60"> -<p><span class="label"><a href="#tag60">60</a>. </span>Appendice di Yorick sull'<i>Alcibiade</i>, nella <i>Nazione</i>, 26 aprile 1874.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note61"> -<p><span class="label"><a href="#tag61">61</a>. </span>Discorso del re Archidamo, Tucid. I. 82.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note62"> -<p><span class="label"><a href="#tag62">62</a>. </span>Ambizione che non muore con Pericle, ma che ancora ad Alcibiade -sorriderà. Tucid. VI. 91.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note63"> -<p><span class="label"><a href="#tag63">63</a>. </span>«Generalmente gli animi assai più propendevano per Lacedemone, -siccome quelli che promettevano di liberare la Grecia; epperò -tutti e privati e città procacciavano a poter loro di sovvenirli col consiglio -e coll'opera, cotanta era l'<i>indegnazione</i> contro agli Ateniesi; -<i>chi voleva sottrarsi alla loro signoria, e chi temeva di soggiacervi</i>. -Con tal animo e con tali preparativi si movevano alla guerra.» Tucid. -II. 8.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note64"> -<p><span class="label"><a href="#tag64">64</a>. </span>Vedi in Tucid. VIII. 2. le disposizioni e le speranze degli alleati -di Atene alla notizia del disastro degli Ateniesi in Sicilia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note65"> -<p><span class="label"><a href="#tag65">65</a>. </span>Tucid. VIII. 14. 17. 44. 62. 80. 95.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note66"> -<p><span class="label"><a href="#tag66">66</a>. </span>Tucidid. VIII. 90.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note67"> -<p><span class="label"><a href="#tag67">67</a>. </span>Plutarco in <i>Pericle</i>, 45. 46. — Tucidid. I. 126. 139.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note68"> -<p><span class="label"><a href="#tag68">68</a>. </span>Far dipendere la guerra dalle intimazioni spartane per il decreto -di Megara, sarebbe come dire che fu, non il Piemonte nè il popolo -italiano, ma bensì l'Austria che <i>volle</i> la guerra del 59, perchè fu essa -che, allorquando la guerra divenne inevitabile mandò per la prima a -Torino, alla vigilia dello scoppio, l'intimazione del disarmo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note69"> -<p><span class="label"><a href="#tag69">69</a>. </span>Tucidid. I. 118.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note70"> -<p><span class="label"><a href="#tag70">70</a>. </span>Tucidid. I. 69-71.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note71"> -<p><span class="label"><a href="#tag71">71</a>. </span>Tucidid. I. 23. 40. 119. 125. 141; II. 10; III. 16, V. 17. 30. 77. 79.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note72"> -<p><span class="label"><a href="#tag72">72</a>. </span>Dico allo <i>scoppiar della guerra</i>, perchè è verissimo che, a guerra -vinta e finita, l'orgoglio della vittoria porterà anche Sparta a mutar -di costume: e in mano di Lisandro e più tardi di Agesilao, la egemonia -lacedemone finirà col diventare assoluta e tirannica al par di -quella d'Atene.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note73"> -<p><span class="label"><a href="#tag73">73</a>. </span>Tucidid. I. 87. 119. 125. — Fu tenuta l'assemblea definitiva nell'autunno -del 432.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note74"> -<p><span class="label"><a href="#tag74">74</a>. </span>Tucidid. I. 139. 140.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note75"> -<p><span class="label"><a href="#tag75">75</a>. </span>Tucidid. II. 63.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note76"> -<p><span class="label"><a href="#tag76">76</a>. </span>Tucid. I. 76.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note77"> -<p><span class="label"><a href="#tag77">77</a>. </span>Tucid. I. 75. 76. 77.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note78"> -<p><span class="label"><a href="#tag78">78</a>. </span>Tucid. I. 77.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note79"> -<p><span class="label"><a href="#tag79">79</a>. </span>Tucid. I. 77.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note80"> -<p><span class="label"><a href="#tag80">80</a>. </span>Conciso, esatto e caratteristico è il giudizio che intorno ai principj della guerra peloponnesiaca reca l'insigne storico repubblicano -Anelli, nella <i>Prefazione</i> a Demostene: «Gli Ateniesi che da virtù si -levarono in sublime, non seppero poi, per mancanza di sì valido sostegno, -mantenere nè modestia, nè moderazione; anzi abusando il potare -ad eccessi di comando, a tirannide di leggi e tributi sugli alleati -e sui soggetti, destarono a poco a poco sdegni, riluttanze, lamenti, -guai, vendette, passioni tutte scoppiate alla fine, nella guerra peloponnesiaca, -che sovvertì Atene e riempì la Grecia di lutto, di corruzione, -di avvilimento e dispotismo. Così questa guerra <i>non agitata -da spirito di libertà e generosa difesa</i>, divenne macello di cittadini, -carnificina di fratelli, mercato di servitù, trasse Atene a bassezza e -ad obbedienza dell'emula Sparta.» -</p> - -<p> -L'Anelli è repubblicano, modello di scrittore onesto e di storico -austero: e mi corsero alla mente le sue parole, quando intesi Yorick -rivendicare ad Atene in quella iniqua guerra «<i>tutte le simpatie delle -anime generose, delle menti elette, e de' cuori temprati all'affetto pel -vero e pel giusto.</i>»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note81"> -<p><span class="label"><a href="#tag81">81</a>. </span>Un nuovo storico, ammiratore di Pericle, il signor Henry Houssaye, -autore di una storia recentissima di <i>Alcibiade e della repubblica -ateniese</i>, (Paris, Didier, 1874) abbastanza esatta nei fatti, ma piuttosto -superficiale nello spirito di indagine e nello studio delle cause, — dopo -aver difeso la massima parte degli atti di Pericle e della sua politica -e riferite le ultime parole di Pericle morente, è tuttavia costretto a -concludere: «En parlant ainsi, l'agonisant ne cherchait-il pas à étouffer -ses remords d'avoir pris Athènes des mains de Cimon et d'Aristide -puissante et prospère, et de la laisser, malgré l'éclat éphémère qu'il -avait fait rayonner sur elle, avec des possessions menacées, un territoire envahi, les habitants décimés par la guerre et la peste? A cet -instant suprême, Périclès ne regretta-t-il pas douloureusement d'avoir -entraîné les Athéniens à cette guerre, qui allait peut-être tourner à -la chute de la cité, à la division des forces de la Hellade, et au futur -asservissement de toute la race grecque?» -</p> - -<p> -Il signor Houssaye dimentica e non vede il più; dimentica che Pericle -lasciava dietro di sè qualcosa di peggio. Aveva raccolto Atene -virtuosa, di spiriti gagliardi e generosi, disinteressata, patriottica, e -la lasciava avviata a gran passi sulla via dell'egoismo, dell'ingiustizia, -dell'effeminatezza e della corruzione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note82"> -<p><span class="label"><a href="#tag82">82</a>. </span>Plutarco, in Pericle.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note83"> -<p><span class="label"><a href="#tag83">83</a>. </span>Plutarco, in <i>Pericle</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note84"> -<p><span class="label"><a href="#tag84">84</a>. </span>Tucid. I. 112.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note85"> -<p><span class="label"><a href="#tag85">85</a>. </span>Plutarco, in <i>Pericle</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note86"> -<p><span class="label"><a href="#tag86">86</a>. </span>Plutarco, in <i>Pericle</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note87"> -<p><span class="label"><a href="#tag87">87</a>. </span>Su questo proposito l'illustre Müller: «Die Demokratie (in Athen) -blühte, so lange grosse Männer durch eine imposante Persönlichkeit -sie zu lenken verstanden; sie sank, als, <i>durch schmählichen Lohn angelockt</i>, -der gierige und müssige Pöbel sich überall' vordrängte.» K. O. -Müller, <i>Die Dorier</i> III. 1.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note88"> -<p><span class="label"><a href="#tag88">88</a>. </span>Ai dì nostri, non potendo distruggere questo fatto della testimonianza -concorde di tutti gli scrittori antichi contro Atene, si è trovato -il modo di disfarsene, mettendoli tutti a fascio in quarantena, sotto -l'accusa di <i>aristocratici</i> e di <i>partigiani</i>. E lo spediente ha sedotto -anche Yorick. Il vero è, che, quando s'è ben fatta tutta la parte imaginabile -alle licenze e alle esagerazioni della commedia, ai voli dell'eloquenza -e allo spirito di partito di alcuni degli scrittori — ne resta -ancora <i>assai più del bisogno</i> per poter cavare un criterio storico <i>giusto ed esatto</i> da quella unanimità schiacciante di deposizioni — da -Aristofane a Tucidide, da Platone a Senofonte — fatta più grave dalla -onestà degli uni, dalla gravità e dall'autorità degli altri — e quel ch'è -più, dalla concordanza dei fatti storici. Quando <i>tutta</i> l'antichità, con -tutte le sue voci più autorevoli, depone contro la <i>moralità politica</i> -dell'Atene di Pericle e successori, e ne dà le ragioni, il farne l'apologia -è un po' difficile. Sopra Aristofane e i comici in particolare, la -cui testimonianza è la più attaccata di tutte, sono notevoli le considerazioni -dal Cappellina: -</p> - -<p> -«Certo i comici, egli dice, per l'indole stessa dell'arte che professano, -sono proclivi all'esagerazione; ma è pur vero che l'attualità de' fatti -di cui parlavano e l'importanza de' personaggi che ponevano sulla -scena, erano un gran freno che loro impediva di travisare il vero soverchiamente, -onde sotto la caricatura e l'esagerazione resta un fondo -di verità e una base reale: tanto più che molti de' comici, e specialmente -Aristofane, apparteneano alla classe de' liberali conservatori, -meno degli altri proclivi agli eccessi, ed avevano un giusto concetto -della grandezza dell'arte, nè avrebbero mai voluto deturparla colla -calunnia e la palese ingiustizia. Il che tanto più si deve credere, -quando le asserzioni del poeta, come avviene delle più importanti di -Aristofane, hanno una <i>sicura conferma</i> nell'autorità di altri gravissimi -scrittori, intesi non alle finzioni della filosofia, ma alla severità -della storia, della politica e delle filosofiche discipline.» — Cappellina, -<i>Prefaz. ad Aristofane</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note89"> -<p><span class="label"><a href="#tag89">89</a>. </span>Platone, <i>Gorgia</i>. — Isocr. <i>Areop.</i> — Tucid. III. 38.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note90"> -<p><span class="label"><a href="#tag90">90</a>. </span>Plutarco, <i>Pericle</i> 9, 11.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note91"> -<p><span class="label"><a href="#tag91">91</a>. </span>Demost. <i>Filipp.</i> III.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note92"> -<p><span class="label"><a href="#tag92">92</a>. </span>Aristof. <i>Cavalieri</i>, <i>Acarnesi</i>, <i>Vespe</i>, ecc. ecc.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note93"> -<p><span class="label"><a href="#tag93">93</a>. </span>Demost. <i>Cose del Chersoneso.</i> — Aristof. <i>Cavalieri</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note94"> -<p><span class="label"><a href="#tag94">94</a>. </span>Demost. <i>Distribuzione del danaro</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note95"> -<p><span class="label"><a href="#tag95">95</a>. </span>Tucidid. III. 38.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note96"> -<p><span class="label"><a href="#tag96">96</a>. </span>«<i>I vostri oratori vi inebbriano di tante lodi che ne' parlamenti -vi gustano solo le adulazioni e la repubblica lasciate alle sue estreme -miserie.</i>» Demost. <i>Cose del Cherson.</i> — Ma già assai prima di Demostene, -Aristofane avea scritto la mordacissima pittoresca scena delle -adulazioni al vecchio <i>Demo</i> tra il cuojajo e il salsicciajo nella commedia -i <i>Cavalieri</i>. Cfr. la parabasi degli <i>Acarnesi</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note97"> -<p><span class="label"><a href="#tag97">97</a>. </span>Demost. <i>Filipp.</i> III. — Cfr Isocr. <i>Areopag.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note98"> -<p><span class="label"><a href="#tag98">98</a>. </span>Isocrate, <i>Della pace</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note99"> -<p><span class="label"><a href="#tag99">99</a>. </span>Aristof. Tesmof., <i>Caval.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note100"> -<p><span class="label"><a href="#tag100">100</a>. </span>Demost. <i>Distribuzione del denaro</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note101"> -<p><span class="label"><a href="#tag101">101</a>. </span>Schömann, <i>De Comitiis Atheniensium</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note102"> -<p><span class="label"><a href="#tag102">102</a>. </span>φράτορας τριβόλου, Aristof. <i>Vespe</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note103"> -<p><span class="label"><a href="#tag103">103</a>. </span>Wieland, <i>Aristippo</i>. I. 6. — Aristofane nella <i>Pace</i> dice agli Ateniesi: -«<i>Null'altro fate che risolver liti.</i>» — E «<i>città piena di liti -e di accuse</i>» è chiamata Atene da Isocrate, nell'<i>Areopagitica</i>. — In -Luciano, Menippo riconosce dal cielo gli Ateniesi perchè occupati a -giudicare, ὁ Ἀθηναῖος ἐδικάζετο. Luc. <i>Icaromenippo</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note104"> -<p><span class="label"><a href="#tag104">104</a>. </span>È il comico ritratto del vecchio eliasta Fitocleone nelle Vespe -di Aristofane.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note105"> -<p><span class="label"><a href="#tag105">105</a>. </span>Platone, <i>Apologia</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note106"> -<p><span class="label"><a href="#tag106">106</a>. </span>Aristof. <i>Vespe</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note107"> -<p><span class="label"><a href="#tag107">107</a>. </span>Demost. <i>Filipp.</i> I. — Isocr. <i>Areopag.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note108"> -<p><span class="label"><a href="#tag108">108</a>. </span>Ulpiano, in Demost. <i>Olint.</i> I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note109"> -<p><span class="label"><a href="#tag109">109</a>. </span>Demost. <i>Olint.</i> III.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note110"> -<p><span class="label"><a href="#tag110">110</a>. </span>Aristotile, <i>Ethic. Nicom.</i> V. 1. Marcellino, Siriano, Sopatro, in -<i>Hermog.</i> — Problem. Rhetor. XL. — Meursius. <i>Them-Att.</i> I. 9.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note111"> -<p><span class="label"><a href="#tag111">111</a>. </span>Isocr. <i>Panatenaico</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note112"> -<p><span class="label"><a href="#tag112">112</a>. </span>Isocrate, <i>Sociale</i>, 16 — <i>Areopag.</i> 38.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note113"> -<p><span class="label"><a href="#tag113">113</a>. </span>Aristof. <i>Rane</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note114"> -<p><span class="label"><a href="#tag114">114</a>. </span>Vedi in Aristof. nelle <i>Nubi</i>, nei <i>Cavalieri</i>, nella <i>Pace</i>, ecc., i -frequenti frizzi contro Cleonimo, che fuggì in battaglia, gettando lo -scudo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note115"> -<p><span class="label"><a href="#tag115">115</a>. </span>Nella guerra del Peloponneso, se ne togli il genio militare di -prim'ordine di Alcibiade, e qualche abile capitano come Nicia, Demostene, -Frinico — l'inferiorità assoluta degli altri duci Ateniesi -nella condotta della guerra, di fronte alla valentia dei generali Spartani -come Lisandro, Brasida, Archidamo, Agide, Gilippo, Assioco, -Mindaro, Callicratida, ecc., rivelossi evidente.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note116"> -<p><span class="label"><a href="#tag116">116</a>. </span>Paolo Ferrari, nella sua splendida risposta a Ferdinando Martini, -<i>Sulla morale in teatro</i>. — <i>Rivista Italiana</i> di Milano (fascicolo -di luglio).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note117"> -<p><span class="label"><a href="#tag117">117</a>. </span>Isocr. <i>Areopag.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note118"> -<p><span class="label"><a href="#tag118">118</a>. </span>Aristof. <i>Tesmoforie</i>. — In fatto, la donna di famiglia non compare -quasi affatto nel quadro che gli scrittori antichi ci presentano -dell'Atene di questa età. Platone, Senofonte, Alcifrone, i comici -non ci parlano di donne che non siano cortigiane. In Aristofane -quando non sono cortigiane in iscena, son donne che delle cortigiane -usurpano i modi, il parlare, le scostumate licenze.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note119"> -<p><span class="label"><a href="#tag119">119</a>. </span>Gli anacronismi, caro Yorick, son come le ciliege: uno tira l'altro. -Al tempo della battaglia di Salamina badate che il primato era di -Sparta, e appunto per questo fu Sparta che a Salamina comandò: gli -Ateniesi non diventano egemoni che 3 anni dopo, pel trattato di Bisanzio. -Quanto al primato delle lettere e delle arti, anche questo, fu -<i>solo parecchi anni dopo</i>, sotto Pericle, che Atene lo conquistò. — -Nei tempi precedenti, il genio jonico non si era manifestato che -tra le colonie dell'Asia, ed ivi, dopo le splendide epopee del ciclo -omerico, era venuto quasi spegnendosi, come esaurito dalla sua stessa -precoce fecondità; nè prima d'allora, nè poi, fino a Pericle, sul suolo -della madre patria, produsse nulla che potesse reggere il confronto -colle mirabili creazioni del genio eolico e dorico. <i>Eolii</i> Esiodo, Terpandro, -Arione, Saffo, Corinna, Erinna, Alceo; Dorici Alcmano, Stesicoro, -Teognide, Pindaro; <i>Jonici</i>, è vero, Anacreonte, Archiloco, Simonide, -ma di Teo, e di Paro e di Ceo. Ed è a Sparta fra i Dori che -Archiloco fiorisce; è a Sparta che fioriscono Taleta, Ferecide, Anassimandro: -Tirteo stesso, il solo nome che Atene potesse rivendicare -in quella età, appartiene anch'esso ai Dori; perchè sebbene ateniese -(lo Hölbe ed il prof. Lami si permettono di negare anche questo) -tra i Dori visse, e in dialetto dorico poetò. Egualmente nell'architettura, -gli stati dorici di Sicione, di Egina, di Corinto, contendono agli -jonici il vanto. E precisamente <i>fino alle guerre persiane</i>, come osservano -bene il Müller e il Bulwer, non è già Atene, ma la ruvida -Sparta che occupa per fama il <i>primato</i> fra i Greci, come cultrice delle -arti, e degli studj severi e geniali: ed è Sparta il punto di convegno -dei poeti più illustri, dei musici e dei filosofi di quell'età. — Il genio -d'Atene frattanto raccoglievasi in sè stesso, aspettando la sua ora.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note120"> -<p><span class="label"><a href="#tag120">120</a>. </span>Meursius, <i>Themis att.</i>, l. c.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note121"> -<p><span class="label"><a href="#tag121">121</a>. </span>Appendice citata di Yorick.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note122"> -<p><span class="label"><a href="#tag122">122</a>. </span>«<i>La democrazia d'Atene</i>, così calunniata e vilipesa, seppe combattere -Sparta e il gran re, senza scannare nelle prigioni le fanciulle -e i vecchi sospetti d'<i>incivismo</i>, e senza opporre al terrore dell'invasione -straniera il terrore della mannaja patriottica.» Yorick, appendice -citata.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note123"> -<p><span class="label"><a href="#tag123">123</a>. </span>Vinti quei di Mitilene, gli Ateniesi per consiglio di Cleone, decisero -di passarli tutti a fil di spada come poi fecero dei Melii. Persuasi -poi da Eucrate, contromandarono l'ordine e si contentarono di -accoppare tutti quelli ch'eran stati mandati prigioni in Atene «<i>poco -più di mille</i>!» — Tucid. II. 50. — E questo passò nella storia come -esempio proverbiale di clemenza!</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note124"> -<p><span class="label"><a href="#tag124">124</a>. </span>Tucid. V. 32. 116.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note125"> -<p><span class="label"><a href="#tag125">125</a>. </span>«L'areopago, vigile custode delle leggi e difensore della costituzione -dello Stato, teneva gli occhi aperti sulla condotta pubblica e -privata di chi metteva le mani nelle faccende del paese.» Yorick, appendice -citata.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note126"> -<p><span class="label"><a href="#tag126">126</a>. </span>Isocrate lo attesta categoricamente; vedi l'<i>Areopagitica</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note127"> -<p><span class="label"><a href="#tag127">127</a>. </span>Plutarco in <i>Pericle</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note128"> -<p><span class="label"><a href="#tag128">128</a>. </span>Tucid. VI. 43.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note129"> -<p><span class="label"><a href="#tag129">129</a>. </span>Peyron, <i>Polit. e amministr. di Pericle</i>, 9. — Isocr. <i>Sociale</i>. 16. -<i>Areopag.</i> 38.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note130"> -<p><span class="label"><a href="#tag130">130</a>. </span>Appendice del signor D'Arcais nell'<i>Opinione</i> del 23 giugno.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note131"> -<p><span class="label"><a href="#tag131">131</a>. </span>«<i>Pinxit — Parrhasius — et Demon Atheniensium argumento quoque -ingenioso; volebat namque varium, iracundum, injustum, incostantem, -eundem exorabilem, clementem, misericordem excelsum, -gloriosum, humilem, ferocem, fugacem, et omnia pariter ostendere</i>» -— Plinio. <i>Hist. Nat.</i> lib. XXXV. c. 10.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note132"> -<p><span class="label"><a href="#tag132">132</a>. </span>Nelle parole di Socrate nell'atto primo, intese a preparare le -scene dell'atto secondo, cercai riassumere appunto questo concetto -storico del dramma: -</p> - -<div class="blockdr"> -<p> -«<i>Socr.</i> Guarda alla repubblica cadente, da che le virtù della repubblica -se ne andarono! Guarda le discordie de' cittadini, le leggi scadute -da che Pericle governò; i rotti e molli costumi che generano l'ignavia -nelle tende e sulle navi; l'ingordigia de' salarj, le industrie -rovinate dalle ciancie del foro e della Eliea, dai mercenarj e dalle -feste; le campagne desolate dall'asta Spartana. Tu che agogni ad -essere eroe, comincia ad essere cittadino! Tu che vuoi vincere il -mondo, comincia a vincere te stesso.» -</p> -</div> -</div> - -<div class="footnote" id="note133"> -<p><span class="label"><a href="#tag133">133</a>. </span>Ecco il <i>corpo del reato</i> sorpreso indosso al signor marchese, cioè -il suo giudizio critico copiato dall'appendice di Yorick: -</p> - -<p> -«Yorick a Firenze ha <i>dimostrato</i> che il signor Cavallotti nell'<i>Alcibiade</i> -aveva calunniato la repubblica. E tale è veramente l'impressione -che si riceve da questo lavoro, il quale pare a prima giunta -una sfuriata del Cavallotti contro i suoi amici politici dell'antica -Grecia. Per questa volta spetta ai giornali monarchici il mostrarsi -più repubblicani dell'onor. deputato di Corteolona. E invero nè la -grandezza dell'antica Grecia si <i>spiegherebbe, nè in ispecie quella di -Atene</i>, e il potente impulso da esse recato alla civiltà di que' tempi, -se le <i>scene greche</i> di cui fummo spettatori fossero lo specchio fedele -di quella società che a traverso i secoli risplende ancora di tanta -luce. <i>Bisogna cercare la società greca altrove che nei parassiti -nelle cortigiane, e nei vaniloqui dei politicastri.</i> Questo valga a <i>dimostrare</i> (!) che il signor Cavallotti, il quale aveva un vastissimo -soggetto per le mani, non ne ha visto e riprodotto che un aspetto -solo, e <i>il meno importante</i>.» -</p> - -<p> -Tanti periodi — tante.... facezie storiche!</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note134"> -<p><span class="label"><a href="#tag134">134</a>. </span>Nel dramma completo per le stampe, vi sono anche questi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note135"> -<p><span class="label"><a href="#tag135">135</a>. </span>Così, per es. il signor Garofalo nell'appendice dell'<i>Unità Nazionale</i> -3 giugno 1874: «L'imagine ridente di Atene che il chiarissimo -<i>Yorick</i> si è formata (e che — aggiungo io — il chiarissimo D'Arcais -ha copiata) è combattuta dai fatti, consacrati in quelle storie a -cui egli nega una piena fede. — In quanto a storia sono col Cavallotti -e credo che la sua descrizione della società ateniese sia giusta e -vera. Facendo un dramma storico egli ha seguito la storia, e di essa -ha nudrita la sua imaginazione. E chi abbia letto Tucidide o Senofonte -non dirà ch'egli abbia caricato le tinte, mostrandoci gli intrighi -delle elezioni, la facilità della seduzione collo sfoggio dello spirito, dell'ingegno -e anche della bizzarria, la corruzione dei parassiti, ecc.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note136"> -<p><span class="label"><a href="#tag136">136</a>. </span>Per dare una semplice idea della <i>serietà critica</i> del signor marchese, cito un saggio delle sue parole: -</p> - -<p> -«Il signor Cavallotti col furto di una torta fa la critica delle istituzioni -di un popolo. Allo stesso modo che gli Ateniesi del signor -Cavallotti non ci spiegherebbero la grandezza d'Atene, così pure i -suoi Spartani torrebbero fede alla fortuna di Sparta. A questi giudizi -leggieri ed ingiusti è pur forza contrapporre una protesta.» -</p> - -<p> -Chi legge queste parole senza conoscere il dramma, non potendo supporre -che il signor D'Arcais lavori di fantasia, crederà che io abbia messo -in iscena una quantità di Spartani tutti ladri e furfanti. Ebbene di -Spartani nell'atto di Sparta non ce ne sono che <i>tre</i> soli: e di questi -tre, <i>due</i> sono appunto introdotti a rappresentare la virtù del carattere -spartano, e a <i>dar ragione della fortuna di Sparta</i>: l'eforo Endio -nella austerità dell'amor proprio nazionale e nel senso severo del retto -che gli fa disprezzare il tradimento di Alcibiade; il soldato Brasida -nella semplicità dell'eroismo disinteressato, nel culto magnanimo del -dovere, nello affetto alla patria e alla famiglia: tutti e due nella sobrietà -laconica delle parole annunziante la fortezza dell'opere. -</p> - -<p> -E il signor marchese D'Arcais protesta in nome di Sparta, accusandomi -di calunnia e parla — lui!!! — di <i>leggerezza</i> e <i>ingiustizia</i> -di giudizj!!</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note137"> -<p><span class="label"><a href="#tag137">137</a>. </span>Dei tre marmi d'Alcibiade nel Vaticano — che son tra le pochissime -effigie a noi pervenute del grande Ateniese — uno, (corr. -Chiaramonti, N. 44) è stato riprodotto dall'Houssaye nella sua <i>Histoire -d'Alcibiade</i>; l'altro, (Sala delle Muse, N. 510) dall'Ennio Quirino Visconti -(<i>Icon. Gr.</i> I. tav. XVI. 1 e 2.) Il primo rappresenta Alcibiade -giovane sui 25 anni; ha barba appena nascente e baffi; l'altro, che fu -scavato sul monte Celio, è Alcibiade adulto; il profilo è meno bello, -la barba corta, arricciata, e i baffi più grossi. Il Visconti lo ritiene una -copia del busto che l'imperatore Adriano fece porre a Melissa in Frigia -sulla tomba di Alcibiade. Il terzo marmo, ch'è una statua intera, -e il busto del Campidoglio somigliano agli altri due. -</p> - -<p> -L'Ennio Quirino Visconti reca alla tav. XVI n.º 3, un'altra testa di -Alcibiade, copiata da una pietra antica del gabinetto di Fulvio Orsino, -riprodotta da Faber: è Alcibiade giovane e bello: baffi staccati dalla -barba nascente, cappelli arricciati. — Una sesta effigie infine si trova -nel Museo di Napoli: è Alcibiade adulto; baffi e barba cresciuta: e -questa almeno avrebbe dovuto conoscerla quel sapiente critico napoletano -di un foglio milanese, che anche lui si era fitto in mente di -voler far radere i baffi ad Alcibiade!</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note138"> -<p><span class="label"><a href="#tag138">138</a>. </span>Giovanni Emanuel, — splendida natura di artista, a cui l'autore -dell'<i>Alcibiade</i> deve assai — ha rappresentato anche questo quadro al -Corea di Roma.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note139"> -<p><span class="label"><a href="#tag139">139</a>. </span>Non parlo dell'Alcibiade che s'inginocchia, perchè questa è una -fantasia dei critici sullodati, alla quale l'autore non ha mai pensato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note140"> -<p><span class="label"><a href="#tag140">140</a>. </span>Dico questo perchè la citazione mi par sospetta, e avverto a -ogni buon conto il critico del <i>Corriere di Milano</i> — il quale non par -forte nè in grammatica greca, nè in nomi greci — che il suo eroe non -si chiamava <i>Ajace Oileo</i>, in quella guisa che Achille non si chiamava -<i>Achille Peleo</i>: Oileo era il nome del padre: e il figlio Ajace di Oileo -ossia Oiliade, (Ὀιλιάδης) anche lui, come il Peliade Achille, di gamba -buona: Ὀιλῆος ταχὺς Αἴας. — A pedante, pedante e mezzo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note141"> -<p><span class="label"><a href="#tag141">141</a>. </span>In <i>Lisandro</i> e in <i>Alcibiade</i>. Cfr. Cornelio Nipote.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note142"> -<p><span class="label"><a href="#tag142">142</a>. </span>Vedi la nota a pag. 22.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note143"> -<p><span class="label"><a href="#tag143">143</a>. </span>«<i>Subtiles</i>, <i>acuti</i>, <i>breves</i>» chiama Cicerone, come oratori, Pericle, -Alcibiade, e Tucidide, per distinguerne la eloquenza da quella più -copiosa e prolissa di Crizia, Teramene e Lisia; <i>De Orat.</i> II. 22. Altrove -egli pone insieme Alcibiade con Crizia e Teramene, e chiama -questi tre «<i>crebri sententiis, compressione rerum breves et ob eam -caussam interdum subobscuri</i>.» Cic. <i>Brutus</i>, 7.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note144"> -<p><span class="label"><a href="#tag144">144</a>. </span>Vedi sopra la nota a pag. 31.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note145"> -<p><span class="label"><a href="#tag145">145</a>. </span>Athen. <i>D. ipnos.</i> VI. 239 d.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note146"> -<p><span class="label"><a href="#tag146">146</a>. </span>Che nel dramma completo si sviluppa e procede per un numero -anche maggiore di gradazioni.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note147"> -<p><span class="label"><a href="#tag147">147</a>. </span>Taluno fra essi, come il critico egregio del giornale ufficiale la -<i>Provincia</i> di Pisa, notò per lo appunto una per una tutte le gradazioni -successive del carattere di Cimoto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note148"> -<p><span class="label"><a href="#tag148">148</a>. </span><i>Etére</i> e non <i>eterie</i>, come veggo che da moltissimi, anche de' miei -critici, erroneamente si scrive: poichè ἑταίρα è il nome greco equivalente -di <i>amica</i>. L'eteria (ἑταιρία, ἑταιρεία), avverto i critici, vuol -dire invece tutt'altra cosa, e puzza di politica: poichè con questo -nome si chiamavano ad Atene quelle che noi oggi chiamiamo — Domine -ajutami — .... le <i>consorterie</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note149"> -<p><span class="label"><a href="#tag149">149</a>. </span><i>Corriere di Trieste</i>, marzo 1874.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note150"> -<p><span class="label"><a href="#tag150">150</a>. </span>Antifane, presso Aten. XIII. 572.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note151"> -<p><span class="label"><a href="#tag151">151</a>. </span>Aristen. <i>Lett.</i> I. 12.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note152"> -<p><span class="label"><a href="#tag152">152</a>. </span>Aristen. <i>Lett.</i> I. 14.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note153"> -<p><span class="label"><a href="#tag153">153</a>. </span><i>Gazzetta</i> ufficiale <i>Ferrarese</i> e <i>Corriere di Milano</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note154"> -<p><span class="label"><a href="#tag154">154</a>. </span></p> - -<div class="poem"> -<p>«Tu Atte mi sei</p> -<p>in ogni giorno più odïosa....</p> -<p>..... Ma non farne grave conto.</p> -<p>Benchè odiosa eserciti dominio</p> -<p>Sulla mia volontà.»</p> -<p class="i4"> Cossa, <i>Nerone</i>, Atto II.</p> -</div> -</div> - -<div class="footnote" id="note155"> -<p><span class="label"><a href="#tag155">155</a>. </span><i>Unità Nazionale</i> di Napoli.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note156"> -<p><span class="label"><a href="#tag156">156</a>. </span><i>Gazzetta Ufficiale di Sassari</i>, appendice del signor Delogu. — -<i>Arte e Scienza</i> di Roma, del mio amico Tito Zanardelli.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note157"> -<p><span class="label"><a href="#tag157">157</a>. </span>A <i>proposito dell'Alcibiade</i> di F. Cavallotti, saggio critico di -Roberto M. Stuart, corrispondente da Roma del <i>Daily-News</i>. Pubblicato -in Roma coi tipi dell'<i>Italie</i>. Lire una.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note158"> -<p><span class="label"><a href="#tag158">158</a>. </span>Vedi il succitato opuscolo, pag. 15-pag. 18.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note159"> -<p><span class="label"><a href="#tag159">159</a>. </span>O perchè mo, a differenza degli altri, proprio soltanto per il -Becker, che è un tedesco, la mi mette il genitivo in inglese! Per far -credere forse che i <i>Bilder des Griechischen Privatlebens von W. A. Becker</i> -colle appendici di Hermann, siano opera di un inglese? O perchè -avendone solo sentito parlare, senza averlo letto, Ella stessa lo crede -davvero un libro inglese?</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note160"> -<p><span class="label"><a href="#tag160">160</a>. </span>Una trireme — ch'era la nave da guerra greca — di solito contava, giusta i computi del Boeckh, <i>duecento</i> uomini: e cioè 10 soldati -di fanteria di marina (ἐπιβάται), 40 soldati di fanteria greve (opliti): -gli altri 150 fra i rematori dei tre ordini (traniti, zigiti, talamj) e marinai -e ufficiali addetti al servizio della nave.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note161"> -<p><span class="label"><a href="#tag161">161</a>. </span>Καὶ εἰ αὖ σοι εἴποι ὃ αὐτὸς οὗτος θεὸς, ὅτι Αὐτοῦ σε δεῖ -δυναστεύειν ἐν τῇ Εὐρώπῃ, διαβῆναι δ' εἰς τὴν Ἀσίαν οὐκ ἐξέσται -σοι, οὐδ' ἐπιθέσθαι τοῖς ἐκεῖ πράγμασιν — οὐκ ἂν αὖ μοι δοκεῖς -ἐθέλειν οὐδ' ἐπὶ τούτοις μόνοις ζῆν, εἰ μὴ ἐμπλήσεις τοῦ σοῦ -ὀνόματος καὶ τῆς σῆς δυνάμεως πάντας ἀνθρώπους. — Platone. -Primo Alcib. II.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note162"> -<p><span class="label"><a href="#tag162">162</a>. </span>Anche il dottissimo Müller, per il quale la <i>Repubblica di Lacedemone</i> forma, autorità, chiama Senofonte «<i>der beste Kenner dorischer -Sitten</i>». — Dorier, II. 291.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note163"> -<p><span class="label"><a href="#tag163">163</a>. </span>«<i>Al fine di questa guerra</i> (del Peloponneso) <i>Lacedemone conta -un po' più di quattrocento anni dacchè</i> <b>si regge</b> <i>cogli stessi ordini -politici</i>» Tucid. I. 18. — Tucidide scriveva queste linee dopo il suo -ritorno dall'esilio in Atene, epoca in cui pubblicò la prima parte -della sua storia, e cioè intorno al 403 av. l'E. V., circa un dieci anni -dopo l'epoca assegnata alla mia scena di Sparta! — Cfr. Lisia, <i>Olimpico</i>, -7.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note164"> -<p><span class="label"><a href="#tag164">164</a>. </span>Plutarco, <i>Licurgo</i>, 4.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note165"> -<p><span class="label"><a href="#tag165">165</a>. </span>Liv. 33. 34.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note166"> -<p><span class="label"><a href="#tag166">166</a>. </span>Cic. <i>Pro Flacco</i>, 26.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note167"> -<p><span class="label"><a href="#tag167">167</a>. </span>Macchiavelli, <i>Discorsi</i> I. 2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note168"> -<p><span class="label"><a href="#tag168">168</a>. </span>«<i>Sparta's Gesetzordnung als die wahrhaft Dorische angesehen, -und deren Ursprung mit dem des Volkes überhaupt für identisch gehalten -wurde</i>». — C. O. Müller, <i>Dorier</i>, II. 11. Perciò Ellanico, il più -antico degli scrittori delle cose di Sparta, potè attribuire, senza anacronismo, -ai primissimi due re di Sparta, del tempo del ritorno -degli Eraclidi (80 anni dopo l'assedio di Troja) <i>tutte quante</i> le leggi -che furono poi note sotto il nome di leggi di Licurgo, vissuto secoli -dopo. Questo punto critico storico fu del resto diffusamente trattato -col solito acume dal Müller nella sua classica opera, e in parte adombrato -dal Peyron, nella monografia sulla <i>Politica di Licurgo</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note169"> -<p><span class="label"><a href="#tag169">169</a>. </span>Vedi Plutarco, <i>Solone</i>. — Senof. <i>Repub. Ateniese</i>. — E le opere -speciali di Hüllmann, e di Schömann sulla Costituzione di Atene.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note170"> -<p><span class="label"><a href="#tag170">170</a>. </span>Vedi Plutarco e Diogene Laerzio in <i>Solone</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note171"> -<p><span class="label"><a href="#tag171">171</a>. </span>Senof. <i>Memorab.</i> III. 7.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note172"> -<p><span class="label"><a href="#tag172">172</a>. </span>Plat., <i>Protagora</i>, X.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note173"> -<p><span class="label"><a href="#tag173">173</a>. </span>Il signor professore Z. ha confuso evidentemente — confusione -inesplicabile in un professore — i costumi jonici con quelli dorici, e le -leggi ateniesi con quelle spartane. È a Sparta difatti che per la necessità -dell'organizzazione militare, su cui poggiava l'esistenza stessa -della repubblica, troviamo — all'opposto di Atene — vietate ai cittadini -le arti meccaniche: «<i>tutto quel ch'era d'arte meccanica volevano -i Lacedemoni si esercitasse non per le mani de' cittadini, ma de' -servi</i>» Plutarco, Apoft. Lac. — Però il signor Z., se non aveva letto -nè Senofonte nè Platone, avrebbe almeno dovuto conoscere quell'episodio -narrato da Plutarco che caratterizza così nettamente la diversità -delle due legislazioni ateniese e spartana a questo riguardo. -Essendosi un Lacedemone (certo Eronda) trovato ad Atene in un -giorno di seduta dell'Eliea, ed avendo sentito che un cittadino perchè -non esercitava nessun mestiere nè arte manuale e viveva in <i>ozio</i>, era -stato dai giudici condannato (intende signor Z.?), e se ne ritornava dalla -condanna tutto addolorato, mesti anche gli amici che lo accompagnavano -— egli pregò gli astanti che gli mostrassero quest'uomo «<i>ch'era -stato condannato per aver vissuto nobilmente da uomo libero.</i>» — -Plutarco, in <i>Licurgo</i> e negli <i>Apoftemmi</i>. — E son molti anche nei -tempi nostri che intendono a questo modo la libertà!</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note174"> -<p><span class="label"><a href="#tag174">174</a>. </span>App. dell'<i>Unità Nazionale</i>, 3 giugno 1874.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note175"> -<p><span class="label"><a href="#tag175">175</a>. </span>App. dell'ufficiale <i>Gazzetta Livornese</i>, 15 giugno 1874.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note176"> -<p><span class="label"><a href="#tag176">176</a>. </span>Habent autem (Thraces) multa nomina singularum regionum singula, -moribus tamen ac opinionibus consimilibus imbuti, praeter Getas -et Trausos et qui supra Crestonas incolunt. — J. Boemus Aubanus, -<i>Mores, leges omnium gentium</i>, lib. III.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note177"> -<p><span class="label"><a href="#tag177">177</a>. </span>J. Boem. Aub. <i>Ibid.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note178"> -<p><span class="label"><a href="#tag178">178</a>. </span>«Bene, o Timocle, mi fai ricordare delle diverse credenze dei -popoli; v'è una confusione grande ed ogni gente ha sua credenza e -culto. Gli Sciti adorano la Scimitarra, i <i>Traci Zamolchi, un fuggitivo -di Samo che si riparò fra di essi</i>, i Frigi la luna, gli Etiopi il -giorno, gli Assirj una colomba, ecc.» — Luciano, <i>Giove tragedo</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note179"> -<p><span class="label"><a href="#tag179">179</a>. </span>R. Ghirlanda, nella <i>Scena</i> di Venezia e nella ufficiale <i>Gazzetta -Ferrarese</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note180"> -<p><span class="label"><a href="#tag180">180</a>. </span>A proposito di eccezioni, per quel che personalmente mi concerne, -mancherei a un debito di giustizia se non ricordassi tra coloro -che scrissero con dottrina e competenza di studj e acume artistico sul -dramma mio, con più o meno severità o con più o meno indulgenza,: il cav. Augusto Franchetti dell'<i>Antologia Italiana</i>, l'avv. Forlani, -direttore della <i>Gazzetta di Trieste</i> e autore di un bel lavoro sulla -<i>Legislazione attica</i>, Felice Uda nella <i>Lombardia</i>, Carlo Romussi nel -<i>Secolo</i>, Carlo Angelini nell'<i>Indicatore</i> di Livorno, il signor Augusto -Boccardi nell'<i>Arte</i> di Trieste, il prof. Lazzarini nella <i>Provincia</i> di Udine -e qualch'altro egregio di cui mi sfugge con dispiacere il nome.</p> -</div> -</div> - -<div class="tnote"> -<p class="tntitle"> -Nota del Trascrittore -</p> - -<p> -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici. -</p> - -<p class="covernote"> -Copertina elaborata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. -</p> -</div> - - - - - - - - -<pre> - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of Alcibiade, la critica e il secolo di -Pericle, by Felice Cavallotti - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK ALCIBIADE *** - -***** This file should be named 62384-h.htm or 62384-h.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/2/3/8/62384/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the -Distributed Proofreading team at DP-test Italia, -http://dp-test.dm.unipi.it (This file was produced from -images generously made available by The Internet Archive) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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Information about the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by -U.S. federal laws and your state's laws. - -The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the -mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its -volunteers and employees are scattered throughout numerous -locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt -Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to -date contact information can be found at the Foundation's web site and -official page at www.gutenberg.org/contact - -For additional contact information: - - Dr. Gregory B. Newby - Chief Executive and Director - gbnewby@pglaf.org - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide -spread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. 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