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III, parte I - -Author: Michele Amari - -Release Date: November 26, 2019 [EBook #60788] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DEI MUSULMANI DI *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This transcription -was produced from images generously made available by -Bayerische Staatsbibliothek / Bavarian State Library.) - - - - - - - STORIA - DEI - MUSULMANI - DI SICILIA - - - SCRITTA - - DA MICHELE AMARI. - - - VOLUME TERZO - Parte Prima. - - - - FIRENZE. - SUCCESSORI LE MONNIER. - 1868. - - - - - Proprietà letteraria. - - - - -AVVERTENZA. - - -Facendomi a pubblicare questo mio IIIº volume dieci anni dopo il IIº -e non presentandolo pur compiuto, debbo scolparmi di un ritardo che -parrebbe tanto meno perdonabile, quanto egli è noto che da lungo tempo -aveva io, in Parigi, raccolti i materiali tutti e abbozzata l’opera da -un capo all’altro. In fatti, uscito il Iº volume nel 1854, lo segui il -IIº nel 1858; e nello stesso anno erano già composte in caratteri da -stampa 54 pagine del presente volume. Ma ritornato in Italia per causa -de’ grandi avvenimenti del 1859, io non mi chiusi in uno scrittoio. -Qualche ufficio pubblico esercitato, qualche altro lavoro dato alla -luce, mi distoglieano sì fattamente dalla Storia dei Musulmani di -Sicilia, che ho potuto appena, un po’ nel 1862 e un po’ dal 1865 in -qua, scrivere il rimanente del quinto libro; il quale termina con -l’assetto della dominazione normanna, e compone questa prima parte -del IIIº volume. La seconda parte, ossia il sesto libro, toccherà -le vicende dei Musulmani che mano mano si dileguarono dall’isola. Ho -cagione di sperare che cotesta parte finale del volume e dell’opera sia -presto compiuta; sì ch’io possa nel corso dell’anno vegnente dar opera -alla traduzione de’ testi arabici, che stampai a Lipsia il 1857; i -quali sono la fonte principale di queste istorie. - -Nè sembri smentita la buona intenzione dal fatto che, dopo avere -differito per dieci anni, io non voglia or aspettare una diecina di -mesi per compiere il presente volume. Io ho richiesto l’editore di -pubblicarne la prima parte senza altro indugio, perchè in oggi i libri -invecchian presto: e già è uscito in Italia e oltremonti qualche lavoro -su periodi istorici confinanti da un lato o da un altro con quello -ch’io presi a trattare. Altri lavori so che si preparano. Ragion vuole -che le mie fatiche, quali che si fossero, non rimangano inutili ad -altrui; e che intanto ciascun s’abbia il merito delle idee proprie e -delle proprie ricerche. - -Non ostante il gran tratto che è corso dalla stampa alla pubblicazione -de’ primi capitoli, io non dovrò che aggiugnere o mutar qualche parola -nel testo o nelle note, a pagg. 25, 36, 55, 90; come si vedrà in -un’_errata_ alla fin del volume. Pochissimi altri luoghi sono stati già -corretti rifacendo le pagine, 4, 5, 9, quando si pubblicò nella _Nuova -Antologia_ del maggio 1866 uno squarcio del primo capitolo, ed uno del -sesto. - - _Firenze, aprile 1868._ - - M. AMARI. - - - - -LIBRO QUINTO. - - - - -CAPITOLO I. - - -A un tempo con le cause che rodeano al di dentro lo stato musulmano in -Sicilia, operarono le cause esteriori ond’ebbe la pinta. Oltre quella -universale reazione dei Cristiani occidentali contro i settatori di -Maometto, s’accese all’entrar dell’undecimo secolo un genio di libertà -nelle popolazioni indigene e oltramontane mescolate da parecchi -secoli nel nostro territorio e fatte il nuovo popolo italiano. Il -qual movimento, come sempre accade, mutò aspetto secondo gli ostacoli -locali: dove fece vendetta di assalti forastieri; dove aspirò alla -emancipazione da reggimento straniero; dove portò ad opere ed ordini -e in ultimo a forme di repubblica; sovente partecipò dell’uno e -dell’altro, e più spesse furono le nimistadi scambievoli dei cittadini. -Ma dalle guerre civili ne allontana per ora l’argomento nostro, e -ne conduce alle due serie di fatti che prelusero al conquisto della -Sicilia: cioè la guerra di Pisa e Genova contro i Musulmani, e la -cacciata dei Bizantini dall’Italia meridionale. - -I Pisani, fin dalla seconda metà del decimo secolo, compariscono nella -storia liberi in mare e sudditi in terra: qui reggeansi a nome del -marchese di Toscana e dell’imperatore germanico, sovrano feudale; lì il -commercio, necessariamente armato in mezzo ai Musulmani che solcavano -d’ogni parte il Mediterraneo, portò i cittadini ad autonomia, non che -non sospetta, gratissima ai signori della patria, i quali non avendo -forze navali, volentieri ne accattavano da loro. Certamente i privati -armatori si associarono; certamente deliberarono le imprese navali -e provvidero ai mezzi, nella stessa guisa che avean fatto quand’era -scopo principale il traffico; la preda si spartì come i guadagni; e la -compagnia, qual che ne fosse il nome e la forma in quei primi tempi, -diè nascimento al governo della repubblica. Aveano i Pisani combattuto -la fazione del novecensettanta contro i Musulmani di Sicilia[1] e -forse altre minori contro que’ d’Affrica e di Spagna, e avean già -patito le vicende di lor nuova industria del mille e quattro, quando -un’armata musulmana saccheggiò un quartiere della città.[2] Per farne -vendetta ed assicurare lor commercio, i Pisani metteano in mare il -navilio che sconfisse i Siciliani a Reggio; alla quale impresa molto -inopportunamente si è data sembianza di guerra religiosa, scrivendo -che il dotto monaco francese Gerberto, salito al trono pontificale col -nome di Silvestro secondo, bandì la crociata per liberare Gerusalemme, -e che i Pisani a tal invito corsero alle navi e tagliarono in pezzi i -primi Infedeli in cui s’imbattessero.[3] Il vero è che la potenza surta -allora nel Tirreno dovea venire alle prese coi Musulmani, come gli -antichi popoli che dettero nome a quel mare avean fatto coi Fenicii, -predecessori dei Musulmani in Sicilia, Affrica, Sardegna, Baleari -e Spagna. Uscì dai porti di Spagna il navilio che rinnovò del mille -undici l’assalto e il guasto sopra Pisa;[4] forse dagli stessi porti e -per le medesime genti che a capo di pochi anni occuparono la Sardegna, -infestaron Luni e soggiacquero alle forze unite di Pisa e Genova. - -Mentre in Spagna tre usurpatori si contendeano il califato, e i -governatori si prendean le province, trovossi a regger Denia un -Abu-l-Geisc[5] Mogêhid-ibn-Abd-Allah, cristiano d’origine,[6] liberto -della casa del celebre Almansor, indi soprannominato Amiri:[7] uomo -intraprendente, valoroso, educato alle lettere e alle scienze coraniche -in Cordova e mecenate dei dotti.[8] Appo il quale rifuggitosi da -Cordova, con molta mano di partigiani, un Abu-Abd-Allah Mo’aiti, -giurista chiarissimo per sapere e antica nobiltà, chè discendea -di schiatta collaterale agli Omeiadi, Mogêhid, non osando per anco -aspirare al principato, volle mettere su quel regolo di sua fattura; -gli prestò giuramento e rese onori da califo, di giumadi secondo del -quattrocentocinque (dicembre 1014); ed a capo di cinque mesi, allestita -l’armata, andò con Mo’aiti ad occupar le isole Baleari. Non guari dopo, -rimandato il finto principe a Denia, Mogêhid con un migliaio di cavalli -e centoventi navi tra picciole e grandi, fece prora per la Sardegna.[9] - -Ormai gli autori arabi chiariscon erroneo il moderno racconto della -dominazione musulmana in Sardegna e confermano i nostri antichi -ricordi, da’ quali si scorgea travagliata sì quell’isola con -depredazioni e guasti, ma non mai occupata innanzi il brevissimo regno -di Mogêhid. È verosimile, anzi direi certo, che i Sardi, abbandonati -dall’impero bizantino, dai re longobardi e dall’impero d’occidente, -fin dall’ottavo secolo si reggessero per loro giudici o re, chè -s’intitolavan l’uno e l’altro. Fiera gente, assecurata dalla povertà, -dal proprio valore e dai luoghi aspri e salvatici, scansò il giogo -dei Musulmani; i quali fatto fardello (710, 752, 813, 816, 817, 935) -dell’oro e argento, ma spaventati insieme dai frequenti naufragi e -dalla resistenza degli isolani nelle scorrerie minori, li lasciarono -tranquilli;[10] tenendoli uomini indomabili, avvezzi a star sempre con -le armi allato,[11] da buscarsi appo di loro più colpi che preda. Gli -annali musulmani ci narrano che dopo la strage fatta in Sardegna da -Abd-er-Rahmân-ibn-Habîb (752) gli abitatori si sottomessero a tributo; -onde per lungo tempo non furono molestati, anzi i Rûm ristorarono le -cose dell’isola.[12] Erronea parmi la fazione dei Musulmani di Spagna -a Cagliari nel mille ed uno, che si legge in un compendio di storia -pisana di tre secoli appresso.[13] - -Sbarcato Mogêhid in Sardegna, ruppe gli isolani con molta strage, di -rebi’ primo del quattrocentosei (18 ag. a 16 settem. 1015); uccise -Maloto lor condottiero e fece grandissimo numero di prigioni, donne -e fanciulli.[14] L’armata, com’e’ sembra, si mostrò, prima o dopo, su -la costiera tra Genova e Pisa, approdando a Luni, cui saccheggiò forse -e si ritrasse; ma bastò a provocare i Pisani già possenti in mare, e -i Genovesi, i quali prosperando nel commercio dovean anco adoperarsi -a cacciare il vicin nemico. Par si collegassero le due repubbliche -nell’umile sembianza di compagnie di mercatanti, premurose d’ubbidire -ai comandi del papa e dell’imperatore; e il papa ch’era Benedetto -ottavo, partigiano favorito d’Arrigo secondo e vago di por mano nelle -cose temporali, par s’arrogasse di promulgare la guerra, e di negoziare -con Moghêid. Nondimeno l’importanza dell’impresa stava tutta nelle -forze, interesse e volontà dei Pisani e dei Genovesi; i quali andati -a trovare il navilio musulmano in Sardegna, riportarono una prima -vittoria nello stesso anno mille e quindici.[15] Mogêhid si sfogava -con atroci supplizii sopra i Cristiani di Sardegna,[16] innasprito -forse dalla resistenza che facessero i Sardi qua e là per l’isola; -e sapendo i grossi armamenti che s’apparecchiavano in Terraferma, -diede opera a fabbricare una fortezza.[17] Intanto i suoi, scontenti -del poco acquisto, sbigottiti dal clima malsano e dai travagli della -guerra, mormoravano:[18] tardava alla più parte di tornare in patria, -dove li chiamavano tutte le passioni della guerra civile. Talchè, di -maggio millesedici, venuta grand’oste di Pisani e Genovesi, Mogêhid si -deliberò a sgombrare.[19] Combattuto dagli Italiani mentre s’imbarcava, -in su l’entrar di giugno,[20] fu sconfitto, e atrocemente straziati i -suoi da una tempesta, che ruppe molte navi, altre spinse a terra, ove i -naufraghi erano spacciati dai Cristiani.[21] Campò Mogêhid a Denia con -le reliquie dell’armata, lasciando prigioni un fratello e il proprio -figliuolo Alì che gli succedette nel principato:[22] altri scrive il -figliuolo e una moglie.[23] Con sì lieve fatica i nostri riebbero la -Sardegna.[24] - -E tosto voltarono le armi l’un contro l’altro: i Genovesi assalivano i -Pisani; i quali, avutone l’avvantaggio, li cacciarono dall’isola.[25] -Onde i mercatanti di Pisa cominciarono ad esercitare una clientela su -quei giudici, o regoli, bisognosi di lor danaro e di loro forze navali; -tennero fattorie; forse usurparono privilegi commerciali: nelle quali -brighe ebbero sempre a gareggiare coi mercatanti genovesi.[26] Nel -secolo ap- presso, quando le due città si reggeano a comune e Genova -adulta agguagliava la rivale, si contesero la Sardegna con le armi, con -le pratiche appo quei regoli ed a corte di Federigo Barbarossa,[27] e -poscia con falsare la storia, immaginandosi dai Pisani due concessioni -papali (1016 e 1049) e due novelli conquisti del mille diciannove -e mille quarantanove, sopra Mogêhid che alfine fosse caduto in lor -mani.[28] Da ricordi più genuini si ritrae che i Musulmani, dopo la -fuga di Mogêhid a Denia (1016), non assalirono mai più la Sardegna.[29] -Quei si tuffò tutto, scrive Ibn-el-Athîr, nelle guerre civili di -Spagna;[30] molestò la contea di Barcellona; fu costretto alla pace, -dicon anco a pagar tributo (1018), da una man di Normanni ausiliari -della contessa Ermenseda, nella minorità di Berengario,[31] e morì nel -millequarantaquattro.[32] Di certo, i corsali di Denia e delle Baleari -lungo tempo infestarono le parti occidentali del Mediterraneo, poichè -quel nome di Mugeto, supposto re d’Affrica, suonò terribile appo i -Cristiani; chiunque combatteva gli Infedeli spagnuoli o affricani, si -vantava d’aver preso o ammazzato il gran Saracino.[33] - -Tolte così le favole che son debole fondamento alla gloria dai -popoli, quella dei Pisani e Genovesi risplende nella liberazione -della Sardegna; nel primo esempio dato in Ponente di grosse -espedizioni contro i Musulmani; nell’acquistata signoria del bacino -occidentale del Mediterraneo. Venuti loro a noia li armamenti -navali di Moezz-ibn-Badîs,[34] i Pisani assaltarono l’Affrica il -milletrentaquattro, presero Bona:[35] strepitosa vittoria che suonò -oltremonti come trionfo della Cristianità sopra l’Islamismo, e probabil -è vi abbiano partecipato i Genovesi e qualche nave provenzale.[36] -Le due repubbliche italiane messero da parte lor odii quand’occorrea -domare il nemico comune: i Pisani uniti di nuovo ai Genovesi -schierarono dinanzi Mehdia (1087) quattrocento navi italiane; e prima -avean assalito soli Palermo (1062), poscia occuparono le Baleari -(1113-4); per tutto il duodecimo secolo i navilii d’Italia, terrore dei -Musulmani, apriron la via agli accordi commerciali e alla fondazione -delle fattorie nelle città marittime d’Affrica e di Levante. Quella -virtù cominciando ad operare, come si è notato, nei principii del -secolo undecimo, diè incentivo ed aiuto al conquisto della Sicilia. - -La rivoluzione di Puglia e Calabria contro i Bizantini fu capitanata e -confiscata da poche famiglie novelle in Cristianità. Verso il settimo -secolo, a’ primi albori della storia settentrionale, si scopre in -Danimarca, Norvegia e Svezia una gente la cui lingua al par che la -complessione dei corpi e gli ordini sociali attestavano l’origine -germanica; se non che, sendo lor toccato in sorte un paese inculto e -disabitato o quasi, non ebbero vassalli, e non trovando vitto in terra, -lo cercarono in sul mare con la pesca e la pirateria. Per tali cagioni -si mantenne tra essi l’uguaglianza civile perduta da’ lor fratelli nel -conquisto delle province romane. Serbaron anco l’antica religione. Si -reggeano in piccioli stati, sotto capi (_iarls_) di famiglie nobili -per valore, eletti nelle adunanze (_things_), nelle quali gli uomini -liberi, cioè tutti, deliberavano le pubbliche faccende. Ma nell’ottavo -secolo, i combattimenti e traffichi nel Baltico con altri Germani e con -genti finniche e slave avean già condotto gli Scandinavi a migliorare -lor costruzioni navali, lor armi, e le arti necessarie all’uno e -all’altro: allor fecero più grosse imprese al di fuori, e seguì in casa -l’accentramento sotto regoli (_kong_, _konung_ ec.); s’apparecchiò -quello dei piccioli nei maggiori reami, di Danimarca, Norvegia e -Svezia. I quali rivolgimenti, al par che le spesse carestie in un -paese presso che privo d’agricoltura, portavano all’emigrazione. Gli -uomini più audaci e procaccianti facean compagnia; sceglieano apposta -un capo sperimentato, re marittimo (_soekongar_) come il chiamavano; -varavano frotte di barche, e sì usciano a lor _wicking_, noi diremmo -pirateria, in cerca di bottino e di gloria: chè virtù si tenea presso -di loro l’astuzia e valor nel rubare. I morti per naufragio o di spada -sederanno in eterno allato d’Odin, nel Walhalla, a tracannare cervogia; -i reduci faranno mostra della preda, canteranno lor geste, bevendo a -cerchio nelle romorose brigate l’inverno. Orgoglio dunque, cupidigia, -necessità, costumi, rigoglio di corpi e d’animi, uso alle fatiche -del mare, non curanza della morte, moveano i Normanni (_Northmen_) o -Dani[37] a lontane espedizioni fuori il Baltico. - -Nelle quali desolarono (787-885) lungo la marina e le rive dei fiumi, -le isole britanniche, la Germania in su l’Oceano, i Paesi Bassi, e -la Francia; infestarono anco la Spagna: Hastings, lor terribile eroe, -pensando arricchirsi delle spoglie di Roma, s’imbattè in Luni (859), -la saccheggiò;[38] ed egli o altri assaltò anco Pisa (860). Con lor -lievi barche solean costeggiare, entrare nelle foci dei fiumi, risalire -per ventine o centinaia di miglia dentro terra; afforzarsi nelle isole -marittime o fluviali; smontati dar di piglio a quanti cavalli poteano, -e temerarii innoltrarsi nelle province, taglieggiando, depredando, -ardendo, ammazzando; più crudi nei monasteri, sapendoli più ricchi, -o per vanto di calpestare il nume rivale d’Odin. Da Londra e Dublino -ad Utrecht, Aquisgrana, Colonia, Coblentz, Treveri, Parigi, Tours, -Bordeaux, e Tolosa; ed a Lisbona, a Siviglia, ad Arles, a Valenza sul -Rodano, i Barbari addimesticati sentiron la mano dei Barbari freschi -della Scandinavia: i quali dopo la rapina presero come gli altri a -stanziare qua e là; conquistarono l’Inghilterra, e la perdettero; si -posero alla foce della Loira e ne furon cacciati; si posero in su la -Senna e v’allignarono.[39] - -Un secolo era corso dall’esaltazione di Carlomagno, e restava appena -a’ successori col titol di reame di Francia la regione che si stende -dalla Loira alla Mosa, toltane a ponente la Bretagna, quando vennero -a scemare il breve territorio gli Scandinavi che l’aveano già guasto, -e saccheggiata Parigi (846), arsi i sobborghi (857), e strettala -nuovamente d’assedio per dieci mesi (885-6). Avvenne nel medesimo -tempo che Aroldo dalla bella chioma (_Harald Haarfager_) soggiogasse -gli altri regoli di Norvegia, e facesse opera ad accentrare ed -assestare il novello reame; onde molti uomini impazienti del giogo -espatriarono o furon cacciati e incalzati per le isolette e pei -mari, dove ripigliavano l’antico mestiere di loro schiatta. Ragunati -in grande frotta, tentarono l’Inghilterra, tentarono la Fiandra, e -alfine s’imboccarono nella Senna; ebbero di queto Rouen;[40] ne fecero -pianta a guerra di conquisto; ruppero (898) un esercito francese che -li assalì; occuparono cittadi e castella. Nelle quali fazioni ebber -dapprima condottieri senza comando politico;[41] poi s’innalzò sopra -tutti per valore e civile prudenza Roll,[42] nobile corsaro norvegio, -bandito per atto di rapina in patria. E già s’erano costoro in sedici -anni assuefatti a vivere nelle nuove stanze coi vinti, quando i -popoli e clero di tutto il reame, vedendo non potere spezzar quel -flagello, costrinsero re Carlo il Semplice a stornarlo con la pace. -Trattò la pace il vescovo di Rouen, amico per necessità dei Normanni; -ed a Saint Clair sull’Epte (912) il re concedette a Roll e sua gente -il paese che occupavano:[43] quei gli prestò omaggio feudale, diè e -compì la promessa di farsi cristiano egli e’ suoi, e di sposare una -figlia naturale del re. Ebbe titol di conte; poi s’addimandò duca; e -il territorio, Normandia; il quale fu esteso da lui e dai successori, -tra le discordie dei grandi vassalli coi re, e tra le guerre civili -che portarono al trono i Capeti. I compagni d’arme di Roll, avuta -ciascun sua parte del territorio e divenuti signori dell’antica -popolazione, presero gusto alla vita di cavalieri francesi; mutarono -il culto d’Odin nel cristianesimo; l’uguaglianza del wicking in -gerarchia feudale; l’incerto frutto del saccheggio in perenne esercizio -d’abusi baroneschi; dimenticarono la patria che li avea cacciati; -ebbero figliuoli la più parte da donne del paese. E però alla seconda -generazione parlarono il linguaggio della Francia settentrionale, -fuorchè nelle parti di Bayeux e di Coutances, dove, per essere -sopravvenuti altri stuoli di Norvegia e Danimarca, si mantenne qualche -anno di più il paganesimo, la favella scandinava oltre un secolo, e -sempre un animo riottoso e contumace. Insieme con la religione e la -lingua, la Francia diè ai nuovi conquistatori fogge, usanze, un po’ -di cultura clericale, e tutti gli ordini della feudalità; se non che -i baroni serbarono liberi spiriti in loro soggezione al duca, senza -aggravar manco le infime classi. Il ducato fu più pericoloso vicino che -nessun altro gran feudo, alla corona di Francia; l’odio nazionale arse -per cinque o sei secoli tra gli abitatori dell’uno e dell’altro.[44] -Tanto più che i Normanni, sì agevolmente gallicizzati al di fuori, non -aveano perduta l’indole degli avi: insieme con gran valore, disciplina -e sagacità militare, mostrarono saviezza nelle cose di stato ed -economiche; ebbero sempre odorato fino del guadagno, mente astuta e man -lesta a carpirlo, ira pronta raffrenata sol dall’interesse, amplessi e -zuffe alternati fin tra fratelli, tra padri e figli nel partaggio degli -acquisti; e con ciò un genio avventuroso, procacciante, migratorio, -il quale all’entrar dell’undecimo secolo sfogò in pellegrinaggi al -sepolcro di Cristo, ma non chiuse gli occhi per istrada essendoci da -buscare. Qual cavaliere vivesse a disagio in casa, uscì a nuovo modo -di _wicking_ per terra, ai soldi d’altri stati; ed alla spicciolata -fecero maravigliose prove in Spagna e nell’impero bizantino; raccolti -e rinforzati d’altre genti, conquistarono l’Inghilterra e l’Italia -meridionale. - -Al par che il _wicking_ mutò forme in Normandia la _saga_ che il solea -celebrare,[45] della quale se fu tentata alcuna imitazione,[46] la -poesia popolare francese la soverchiò sì tosto, che alla battaglia -d’Hastings (1066) il menestrello di Guglielmo il Conquistatore -appiccava la zuffa recitando la canzone d’Orlando, francese di lingua -e d’argomento. Alla saga che andava in disuso con la favella e modi -del vivere degli Scandinavi, era succeduta la cronica cristiana, -da che Dudone di San Quintino, chierico piccardo, cominciò (994) a -richiesta del secondo conte di Normandia e compiè sotto il terzo, in -prosa latina tramezzata di versi, il racconto dei fasti di quel popolo -e dinastia, seguendo la tradizione orale di Rodolfo conte d’Ivry.[47] -Fu necessariamente la istoria di Dudone, pei tempi innanzi il trattato -d’Epte, mescolala di vero e di romanzo scandinavo, difettosa molto -in cronologia; pei tempi appresso, fu diario di corte con orpelli -di leggenda monastica e frasi di rettorica latina: e sotto gli altri -duchi, altri chierici la copiarono e continuarono chi in prosa latina, -chi in versi francesi, fino allo scorcio del duodecimo secolo.[48] -Ma i principi normanni surti in Italia in questo mezzo, vollero -auch’essi lor croniche ad imitazione della corte di Rouen, compilate -su i racconti dei guerrieri che aveano compiuto que’ gloriosi fatti e -riteneano le tradizioni de’ più antichi; onde raccontatori e scrittori -vi posero ornamenti di discorso a foggia or cavalleresca or claustrale: -e son queste le fonti principali di storia nel periodo che prendiamo a -trattare. - -Prima in ordine di tempo la Storia dei Normanni di Amato, campano -e monaco di Monte Cassino, scritta tra il millesettantotto e -l’ottantasei,[49] della quale corre per le mani degli eruditi da -trent’anni in qua un’antica versione francese, interpolata di -annotazioni e forse scorciata e infedele in qualche luogo.[50] -Documento preziosissimo contuttociò; poichè l’autore, italiano di -nascita e di studii, ossequioso a Roberto Guiscardo e Riccardo principe -di Capua, ma assai più devoto al monistero, è testimonio immediato -per la seconda metà dell’undecimo secolo; attinge per la prima metà -a doppia tradizione, cassinese e normanna; e, con monacale prudenza, -pur va dicendo il vero. La dedica all’abate Desiderio e l’andamento -tutto dell’opera, mostran che fu dono fatto dal Monastero ai due -principi protettori, per rimeritarli di loro larghezza con la fama. -Proprio scrittor di corte, Guglielmo detto Appulo, ai conforti di -Ruggiero duca di Puglia e di papa Urbano secondo, compose in su la fine -dell’undecimo secolo[51] una cronica in versi latini, che comincia -dalle prime imprese de’ Normanni in Italia e finisce alla morte di -Roberto Guiscardo: narrazione molto viva, diligente e verace, fuorchè -qualche episodio accattato dai classici, dalle favole scandinave e da’ -romanzi francesi;[52] e d’origine francese parmi l’autore.[53] Lo fu di -certo il monaco Goffredo Malaterra, il quale scrisse in prosa latina, -a riscontro di quei fasti di casa Guiscarda, le geste di Ruggier di -Sicilia, ritratte in parte dalla bocca del conte; e finisce, due anni -avanti la costui morte, il millenovantotto. Malaterra avea letto le -croniche di Normandia e qualche classico latino; avea meditato, egli -o il conte Ruggiero, sull’indole degli uomini e vicende degli stati; -onde da storico, anzi che cronista, tratta i primordii di casa di -Hauteville in Italia, i particolari della guerra siciliana; nè parmi -semplice quand’ei v’intreccia i miracoli dei Santi e delle spade -normanne, quando dissimula il numero degli ausiliarii ed esagera -quel dei nemici; quando salta a piè pari le imprese fallite o troppo -scellerate. Dei delitti privati di Roberto e di Ruggiero, furti, rapine -e agguati da masnadieri, truffe e violenze tra fratelli, il Malaterra -è largo raccontatore al par che Guglielmo di Puglia; non tanto per -libertà loro e grandezza d’animo dei principi, quanto per l’opinione -di quelle compagnie di ventura passata nelle corti, dove si tenean -vezzi guerrieri da vantarsene, e peccati veniali prodigalmente pagati -alla Chiesa.[54] Tolto dunque l’orpello mitico nelle prime imprese, un -po’ di reticenza o di esagerazione qua e là nelle altre, gli scritti -di Amato, Guglielmo e Malaterra ci trasmettono le tradizioni normanne -per tre vie dirette, paralelle e non comunicanti. Un buon compendio -che parmi anco palatino e torna al millecentoquarantasei, aggiugne -qualche particolare, secondo tradizioni che il tempo e gli interessi -andavano guastando.[55] Leone d’Ostia, compilando nei principii del -duodecimo secolo la storia generale di Monte Cassino, copia spesso -Amato e vi aggiugne altri fatti con doppia circospezione di monaco e -cardinale. Lupo Protospatario, autor della fine dell’undecimo, ci aiuta -da magro cronista, diligente e imparziale tra Greci e Normanni. Altri -contemporanei italiani e d’oltremonti, che citerò a’ luoghi opportuni, -raddrizzano talvolta le opinioni degli scrittori di parte normanna; -e così anche correggono qualche fatto per lo conquisto di Puglia i -Bizantini, e per quel di Sicilia i Musulmani: frettolosi gli uni e gli -altri e svogliati nel discorrere la caduta di lor dominazioni. - -I primi Normanni capitati di qua dalle Alpi il millediciassette per -le pratiche del principe di Salerno,[56] venturieri per bisogno, -cupidigia o persecuzioni nel paese natio,[57] trovarono in Italia una -gran voglia a scuotere il giogo degli imperatori d’Oriente. I quali, -essendo rimasti signori per la seconda fiata della Calabria e della -Puglia, le ressero a lor solito; lasciarono i Musulmani di Sicilia a -correre e taglieggiare quelle province, non frenati da buone armi nè -da prudenti accordi; e con ciò ripigliarono le antiche pretensioni -su i principati di Benevento, Capua e Salerno. Indi que’ signori -longobardi si voltavano ad ora ad ora agli imperatori d’Occidente; -e i popoli della Puglia, maturi a novità per le condizioni generali -dell’Italia, si sollevavano, chiamando in aiuto gli Infedeli di -Sicilia.[58] Dopo Smagardo, patriotta mal noto (997-1000), sorgea -Melo, nobil cittadino di Bari, di schiatta longobarda, del quale la -balba storia dell’undecimo secolo narra le sventure piuttosto che la -virtù, passando sotto silenzio come egli suscitasse o rinnovasse la -ribellione pugliese; come ordinasse tre guerre in dieci anni; come -traesse a cospirar seco i principi longobardi, l’imperatore d’Occidente -ed il papa:[59] Melo, il ribelle italiano, morto in Germania con -onori da principe; uomo di maravigliosa costanza, operosità, arte -politica e valore. Come città longobarda fatta capitale dei dominii -bizantini in Italia, Bari parteggiava in due fazioni,[60] onde la -ribellione dapprima vi trionfò; poi la parte greca rimbaldanzì pei -rinforzi di Costantinopoli, e fu ristorato il governo straniero (1011). -Melo rifuggito alle corti longobarde che l’aiutavano sottomano,[61] -s’abboccò a Capua co’ venturieri arrivati di Normandia, lor diè armi, -cavalli e stipendio (1017), levò altre genti ne’ territorii di Salerno -e Benevento,[62] e mosse con tutta l’oste contro i Greci. - -Ruppeli in tre o più scontri (1017-19), tornando ai Normanni i -primi onori del trionfo; ed era libera la Puglia, se non che novello -capitano, mandato di Costantinopoli, tagliò a pezzi l’esercito dei -ribelli sul funesto piano di Canne (ottobre 1019). Ritentò Melo la -fortuna, con altra schiera di Normanni sopraccorsa da Salerno, ove in -tre anni n’era venuto grande numero alla sfilata; e toccò la seconda -strage presso Melfi. Indi i principi longobardi a tentennare; Melo -a correr oltre le Alpi, chiedendo gli aiuti d’Arrigo imperatore, e, -mentre si apprestavano, morì. Dato, compagno di ribellione e fratello -della moglie, andò al supplizio (1021), venduto dal principe di Capua -e dall’abate di Monte Cassino. I popoli tornarono al giogo, resistendo -alcun capo qua e là con aiuti dei Musulmani di Sicilia. I cinquecento -Normanni che rimaneano de’ tremila passati in Italia, s’acconciarono -agli stipendii di Salerno e di Monte Cassino, divisi in sei compagnie, -due con l’abate e quattro col principe; qualche altro militò a Capua ed -a Napoli.[63] - -Non oscuri, non potenti, vissero per altri venti anni da soldati di -ventura. Crebbero di riputazione nelle risse tra i piccioli stati, -passando sovente dall’uno all’altro per avarizia ed arte di mantenerli -tutti vivi ed infermi. Secondo i guadagni crebbero un po’ di numero, -per gente di lor sangue che cercava fortuna oltre le Alpi e per uomini -facinorosi arruolati nella Lombardia propria ed Italia inferiore, i -quali prendeano i costumi ed apparavano la lingua dei Normanni. Sopra -ogni altro si avvantaggiò di coteste compagnie il principe di Salerno, -allargando suoi confini. Sopra ogni altro lor giovò il duca di Napoli, -il quale ripreso lo stato mercè una compagnia, donolle il territorio -ove fondarono Aversa (1029), e ’l condottiero Rainolfo funne chiamato -console e poi conte. Arrigo secondo e Corrado il Salico, calando in -questi tempi nei principati per mantenervi la precaria autorità dello -impero occidentale sopra quella del bizantino, guardaron d’occhio -benigno i Normanni come stranieri; e Corrado investì solennemente -Rainolfo della contea d’Aversa (1038), dandogli a mano il gonfalone -imperiale attaccato in cima a una lancia.[64] - -La compagnia normanna nella primitiva sua forma sembra squadron -di cavalli, da venticinque ad ottanta, condotto da un capitano -intraprenditore che assoldasse gli uomini e guadagnasse per sè, -ovvero da capitano eletto che amministrasse il peculio sociale, cioè -lo stipendio toccato in comune e il bottino. In battaglia par che le -compagnie dessero comando temporaneo ad un capitano a scelta di tutti, -per quel giorno colonnello, com’or diremmo, d’un reggimento.[65] Due -reggimenti o bande erano in Italia verso il milletrentotto; delle -quali la prima, di veterani e lor aderenti chiamati di Normandia, -stanziati ad Aversa, fatti possidenti e però meno avventurosi, s’andava -rassettando, a mo’ delle istituzioni patrie, sotto un colonnello -perpetuo o si chiami conte privilegiato dall’imperatore; ma più ritenea -del _wicking_ che non avesse preso del feudo. L’altra, vero _wicking_, -di giovani che tentavano la sorte, mescolati a più numero d’Italiani, -lasciò i soldi del principe di Salerno per seguire le insegne bizantine -in Sicilia. Eran circa cinquecento cavalli, condotti da un capitano -amministratore, il milanese Ardoino.[66] - -Il savio cavaliere lombardo, ripassato co’ suoi il Faro dopo l’insulto -di Maniace, gittò il dado a un gran disegno. La ribellione di -Puglia male spenta con Melo,[67] si ridestò per opera del figliuolo -Argiro, come prima le soldatesche bizantine sgomberavano il paese, -traendo alla guerra di Sicilia: ma fe’ testa ai ribelli la fazione -costantinopolitana, talchè Bari fu presa e ripresa; e infine Michele -Doceano, tornato di Sicilia, ricominciò i supplizii nella capitale -(nov. 1040). Argiro nondimeno rimase nella provincia, latitante o -in arme.[68] Ardoino, giunto in questo medesimo tempo, praticò coi -malcontenti; e non si fidando, come soldato ch’egli era, nelle forze -tumultuarie, nè in Bari aperta ai Bizantini dalle fazioni e dal mare, -divisò di piantar altra bandiera di rivoluzione a Melfi, addossato -all’Apennino allo sbocco della maggior valle onde si valicava agli -stati del Tirreno, nemici naturali di Costantinopoli; ma sopra tutti -fece assegnamento su i Normanni. Andò pertanto ad Aversa ad esporre -le condizioni delle cose; il fior degli eserciti greci avviluppato -in Sicilia, i popoli della Puglia pronti a ripigliare le armi: «E -perchè ti starai,» disse al conte Rainolfo, «contento a due spanne di -terreno, come il topo nella buca, quando puoi meco signoreggiare quei -ricchi campi, cacciandone le femine vestite da soldati che li hanno -in guardia?»[69] Ristretti i capi a consiglio, deliberano l’impresa; -stipolano federazione con Ardoino, e ch’egli s’abbia metà degli -acquisti. Aversa fornì trecento uomini sotto dodici capitani, che -allora e poi si addimandarono conti, uguali tra loro in grado e con -ugual diritto nel partaggio.[70] - -All’entrar del millequarantuno Ardoino una notte conduce chetamente -le compagnie a Melfi; si fa incontro ai cittadini che pigliavano -l’arme, ed «Ecco, lor grida, vi reco la libertà che sospiraste. Io -tengo parola: compite or la parte vostra ed accogliete come compagni -e fratelli cotesti amici miei, mandati proprio da Dio per togliervi -di servitù!»[71] Fermasi il patto che Melfi non abbia signor feudale; -reciprocamente si giura lega e amistà.[72] La dimane i Normanni corron -predando a Venosa; il secondo dì ad Ascoli, poi a Lavello e per tutta -la Puglia senza contrasto.[73] Tra le due bande e i Pugliesi che le -seguirono, sommavan già a tre migliaia d’uomini; settecento soli a -cavallo e pochi tra essi vestiti di corazza. - -A’ diciassette marzo, Doceano lor presentava la battaglia su le sponde -dell’Olivento sotto Melfi, con la legione Obsequiana dell’Asia Minore e -gli ausiliarii, russi: cinque o sei contr’uno ed assai meglio armati; -ma furono sconfitti.[74] I Greci toccarono la seconda rotta ancorchè -rinforzati di Traci e d’Italiani a Montemaggiore su l’Ofanto, del mese -di maggio; la terza, di settembre, a Montepeloso, dove i Normanni -non riconobbero al certo il comune legnaggio nei Varangi, schierati -contr’essi con genti greche e slave, sotto il catapano Boioanni. Si -bilanciò la fortuna delle armi nel quarantadue, ripassato in Italia il -fiero Maniace. Poi tornò per sempre ai Normanni.[75] - -Tra coteste guerre, le due bande d’Aversa e di Sicilia stanziavano a -Melfi, accomunate, com’ei sembra, e ridivise sotto dodici condottieri, -i quali si reggeano a repubblica, e ciascuno s’acconciò un palagio e -un quartiere nella città:[76] independenti l’un dall’altro e gelosi; -ma gareggiarono sempre di virtù sul campo. Col danaro, le armi e i -cavalli tolti ai nemici, e con promesse di maggiori acquisti, levaron -cavalieri e fanti italiani nei principati longobardi e nella Lombardia -propria;[77] incorporandoli, com’e’ parmi chiaro, in lor compagnie -anzichè formarne delle nuove. Ardoino disparve: morto nei primi -scontri, o messo da canto e sbeffeggiato s’ei volle comandare; rimaso -doge senza soldati dopo l’unione delle due bande.[78] Gli sostituirono -innanzi la battaglia di Montepeloso (1041) Atenolfo, fratello del -principe di Benevento, per guadagnar fede appo i popoli dei quali avean -bisogno;[79] ed a capo di pochi mesi dettero lo scambio ad Atenolfo per -le medesime cagioni, in persona di Argiro, il quale a quel precipizio -de’ Greci era stato gridato duca di Italia a Bari (febbraio 1042), -ed avea ripigliato virtuosamente le armi.[80] Argiro, capo della -rivoluzione, conveniva meno che ogni altro ai Normanni vogliosi non -di liberare la Puglia, ma di sottentrare agli antichi signori. Donde -all’assedio di Trani un condottiere per poco non l’uccise;[81] ed egli -a dirittura praticò con la corte bizantina di riformare lo stato in -Puglia;[82] tentò invano d’adescare i Normanni che uscissero d’Italia -per acquistar nuove palme e nuovi tesori ai soldi dell’impero in -Persia; e finì lor nemico mortale, duca di Puglia per doppia grazia -dei popoli e dell’impero d’Oriente, cospirando col papa e l’imperatore -tedesco allo sterminio dei Normanni.[83] - -Ma gli astuti condottieri che s’erano scissi quando lor entrò in -mezzo Argiro, ed alcuno era passato al principe di Salerno,[84] tosto -s’accorsero che nell’unione sola era da sperar salute e trionfo sugli -Italiani. Rifanno pertanto la lega normanna; le prepongono, con titolo -di conte di Puglia, Guglielmo Braccio di Ferro, primo tra loro per -riputazione nell’armi e numero di aderenti; si associano il conte -d’Aversa; e riconoscono signor feudale Guaimario principe di Salerno. -Celebrossi il nuovo patto a Melfi, di settembre millequarantatrè, fatto -insieme il partaggio della terra occupata per forza o per accordo, -talchè il conte d’Aversa e i dodici condottieri, Guglielmo al par degli -altri, ebbero ciascuno una grossa città, rimanendo Melfi in comune come -capitale.[85] Ordinamento misto tra feudale e federale, che presto -volse a pretta feudalità. I condottieri tennero da baroni, com’e’ -sembra, ereditarii, le città assegnate, levando tributi, sforzando gli -abitatori a servigi secondo le costumanze longobarde che trovavano nel -paese non cancellate dalla dominazione bizantina; ed anzi che smettere -gli abusi di quella, aggiunsero quanti ne ricordavano di casa loro in -Normandia.[86] Sembianza feudale anche ebbe l’omaggio al principe di -Salerno; credo senz’obbligo di servigio militare, nè altro. Il nuovo -conte di Puglia, elettivo, fu capitano a vita e magistrato federale, ma -ebbe dritto di creare o almen di proporre novelli baroni pei territorii -che mano mano s’acquistassero:[87] dimodochè il senato federale -s’empiva di creature sue, ed a capo di trent’anni il terzo conte -inghiottì e signor feudale e confederati, e regnò con titol di duca su -la più parte dell’Italia meridionale. - -La famiglia che si levò a tanta altezza veniva dal Cotentino, provincia -normanna più che nessun’altra di Normandia.[88] Quivi nei principii -dell’undecimo secolo tenne la picciola terra di Hauteville presso -Marigny nella diocesi di Coutances,[89] un Tancredi, gentiluomo di -nobiltà mezzana, di scarso avere, di gran forza e coraggio, non ignoto -a corte dei duchi di Normandia, ma non congiunto loro, come poi si -favoleggiò;[90] il quale fu padre di dodici robusti figliuoli, educati -secondo il secolo e paese, in cacce, armi, cavalli, pietà cristiana -e morale da rubatori di strada. Fatti guerrier di ventura, tre dei -maggiori, per nome Guglielmo, Drogone e Unfredo,[91] capitarono -dopo varie vicende in Italia; militarono a Capua, indi a Salerno, e -passarono con l’esercito di Maniace in Sicilia (1038); dove Guglielmo, -preposto a un drappello o compagnia che fosse,[92] meritò il nome -di Braccio di Ferro. Rifulse al paro la sua virtù nella guerra di -Puglia: co’ brividi della quartana addosso si gittava nella mischia -a Montepeloso (1041) e ristorava la battaglia: prode tra i prodi, -affabile e savio, spalleggiato da due fratelli conti anch’essi -o capitani di compagnie, chi potea contendergli il primato nella -repubblica militare di Melfi? Morto costui a capo di tre anni (1046), -fu rifatto conte di Puglia Drogone, ch’ebbe primo l’investitura dallo -imperatore Arrigo terzo (1047); e ucciso Drogone (1051), i Normanni gli -surrogarono l’altro fratello Unfredo, sotto il quale repressero un gran -tumulto di principi e popoli.[93] - -Tumulto legittimo nel popolo che avea cercato libertà e pativa oltraggi -novelli; tumulto suscitato anco dal papa e dagli imperatori d’Occidente -e d’Oriente per interesse proprio, sotto la solita specie di ben -pubblico, morale, giustizia, religione. I Normanni lor davano appicco. -E veramente se mancassero attestati precisi della costoro insolenza -e cupidità in Italia, si argomenterebbe dagli eventi contemporanei -d’Inghilterra, dove gli ospiti normanni di Eduardo primo fecer tanto -che provocarono i Sassoni alla ribellione.[94] Crederemo dunque agli -scrittori tedeschi, italiani e bizantini di quel tempo i soprusi che -narrano delle bande stanziate in Puglia, mescolate d’oltramontani e -Italiani, ai quali era sola patria il campo, sola virtù il disciplinato -valore.[95] I nuovi sudditi, spogliati dai conti e oltraggiati dalle -soldatesche, dettero ascolto ai tre potentati che inopinatamente -stendean loro la mano. Costantinopoli, per estremo rimedio, richiamava -gli esuli a Bari; facea duca d’Italia Argiro figliuol primogenito -della rivoluzione; prometteva alla Puglia l’età dell’oro. L’imperatore -germanico si apprestava a mandare soldati, sollecitato dal papa che in -quella stagione era come suo castaldo in Italia. Più che ad ogni altro -premea l’impresa alla corte di Roma, la quale sorgendo da due secoli -di vergogne, a’ consigli d’Ildebrando monaco e cardinale prendeva -a riformar i costumi del clero e le elezioni ecclesiastiche, per le -quali combattè Ildebrando papa: e con quelle nuove armi di castità e -libertà ritentava gli acquisti nell’Italia meridionale. Leone nono, -uom di religione e virtù private, condusse eserciti per liberare i -popoli, com’ei diceva, dalla tirannide: a difendere i poveri cospirò -coi due imperatori, con Argiro e coi Pugliesi tinti tuttavia del sangue -di Drogone, che fu pugnalato alle spalle alla soglia del tempio. E -tranquillava la coscienza con l’equivoco sacerdotale. «La morte d’alcun -Normanno io non bramo, nè d’alcun uomo,» scrivea Leone pochi anni -appresso a Costantino Monomaco, «ma voglio far pentire col terrore -umano chi non paventa il giudizio di Dio.»[96] - -Mentre i nemici si sfogavano senza unità di consiglio nè d’azione, i -Normanni si rassodarono, si estesero nelle Calabrie sopra i Greci;[97] -e vennero d’oltremonti i figliuoli di Tancredi per la seconda moglie -Fredesenda, primo tra essi Roberto Guiscardo (1047); al quale il -fratello Drogone non sapendo come provvedere, mandollo con un pugno -d’uomini ai confini di Calabria; fe’ racconciare un ridotto di legname -in cima a un monte; lo chiamò Rocca di San Martino; disse lì al giovane -di pigliar se potesse quanto scopriva con gli occhi; e volte le spalle -se ne tornò in Puglia.[98] Cominciò Roberto il conquisto della Calabria -da ladrone: rapire bestiame, saccheggiar ville, sequestrare le persone -che paghin riscatto, ardere i cólti a chi ricusa la taglia, ammazzare -cui difende la roba; tantochè un distretto si sobbarcava alla signoria -feudale e i masnadieri passavano a un altro. Nel pessimo tirocinio, -Roberto si fe’ gran capitano; si rimpannucciò con un matrimonio ed -un tradimento; assoldò gente e se ne attirò molta più con promessa di -bottino, con giustizia nel dividerlo, con quel suo sembiante marziale -e risoluto, con piglio da buon compagno, e riputazione di smisurato -coraggio, costanza, astuzia e profondità di consiglio. Un’oste di -Calabresi per tal modo seguiva le fortune di Roberto quando papa Leone -calò in arme a Civita sul Fortore, e i Normanni ragunarono tutte -loro forze per difendersi. Affamati, ributtata dal papa ogni lor -proposizione e preghiera, furono costretti a combattere (18 giugno -1053), capitanando Unfredo l’esercito e la prima schiera, Riccardo -conte d’Aversa la seconda, e Roberto la terza, tutta di Calabresi. Gli -Italiani del papa, senza capitano, fuggirono; i Tedeschi si fecero -tagliare a pezzi; gli Italiani delle compagnie e que’ di Roberto -trionfarono allato ai Normanni.[99] - -Lasciata da canto la supposta concessione feudale del papa in questo -tempo,[100] certo è che i vincitori il fecer prigione baciandogli -i piedi, e che Leone benedisse lor vivi e loro morti, lagrimò, fece -lunghe penitenze, dicon anche miracoli, e dopo dieci mesi tornò libero -a Roma, rannodate con Argiro e coi due imperatori sue trame contro i -Normanni;[101] ma la morte le troncò (1054) e prevenne anco Stefano -nono che parlava di ripigliare l’impresa (1058).[102] Unfredo intanto -usando la vittoria di Civita, soggiogava il rimanente della Puglia; -minacciava Bari e qualche altra città da non potersi espugnare di -leggieri; il Guiscardo ripigliava l’opera in Calabria;[103] e con -questo crescea la potenza di casa Hauteville, fatti conti Malgerio -in Capitanata e Guglielmo in Principato, e venuti altri fratelli e -aderenti.[104] Sperò Unfredo lasciare l’oficio in retaggio: in punto di -morte, chiamato a sè Roberto, lo istituì tutore del figliuolo minore; -raccomandò forse entrambi ai capi normanni; e quando ei spirò (1056) -il Guiscardo fu promosso a conte di Puglia.[105] Il quale fe’ sentir -la mano del masnadiere al pupillo ed ai compagni; represse duramente -con forza e frode quei che si ricordavano dell’uguaglianza; e divenne -di fatto signor feudale. Compose agevolmente una sembianza di dritto, -prendendo titol novello e investitura dalla corte di Roma. - -Già Ildebrando preludeva per bocca di Niccolò secondo alla guerra del -sacerdozio contro l’impero, ordinando libera la elezione dei pontefici -(1059); già l’idea guelfa lampeggiava nella mente del cardinale toscano -e del papa savojardo vissuto a Firenze: la corte di Roma, volendo -sciogliersi della soggezione ai Tedeschi, dovea farsi puntello delle -forze, quali che si fossero, che trovava in Italia. Niccolò dunque, -tenuto un concilio a Melfi sopra la disciplina ecclesiastica, vi -compì faccenda più grave: abboccatosi con Roberto scomunicato, lo -ribenedisse, l’investì della signoria di Puglia e Calabria, che le -tenesse, con titol di duca, in feudo della Chiesa romana, giurassele -fedeltà, le fornisse servigio militare al bisogno, e pagassele censo -annuale di dodici denari a jugero su i terreni tenuti da lui medesimo -o conceduti a’ Normanni fino a quel dì. Promise inoltre a Roberto -l’investitura della Sicilia.[106] La corte di Roma non aveva dunque -posseduto Puglia, Calabria nè Sicilia, in fatto nè in carta, se non -che nella falsa donazione di Costantino e nelle interpolazioni dei -diplomi di Lodovico il Pio, Otone terzo ed Arrigo secondo; ma avea -nel clero dell’Italia meridionale fautori e clienti; avea nel popolo -riputazione di liberatrice e santa, e spirava religioso terrore nei -feroci venturieri d’oltremonti. La sostanza dunque fu, che il gran -censore della simonia diè in soccio a Roberto que’ suoi partigiani e -un podere d’incerto padrone, per cavarne censo in buona moneta ogni -anno, servigio di buone spade occorrendo, più i guadagni contingenti -della sovranità feudale. Onesto o no tal baratto, la corte di Roma -prestava forze vere in Terraferma; all’incontro nel patto aleatorio -della Sicilia non mettea nulla del suo. Alla quale origine corrisposero -i successi, poichè, conquistata l’isola, niuno domandonne l’investitura -alla corte di Roma; anzi il papa risegnò parte dell’autorità -ecclesiastica al principe che procacciasse un po’ di credito a San -Pietro nell’isola bipartita tra Fozio e Maometto. Nello stesso modo che -a Roberto e per gli stessi motivi, Niccolò secondo largì l’investitura -d’Aversa al conte Riccardo; il quale poco appresso carpiva il -principato di Capua (1062). Così la dominazione normanna mettea radici, -rafforzata dalla parentela e comunanza d’interessi di Riccardo e -Roberto; dal matrimonio di costui (1058) con una sorella del principe -di Salerno, per la quale ripudiò con ippocriti cavilli Alverada, prima -cagione di sua grandezza; e infine dall’acquisto della Calabria che -Roberto e Ruggiero compirono nella state del millesessanta. - -Ruggiero, ultimo figlio di Tancredi, passò in Italia verso il -millecinquantasei, giovane di venticinque anni o in quel torno,[107] -grande, ben complesso, di bell’aspetto, facil parola, coraggio a tutta -prova, animo vago di lode, ambizioso per tanti esempii di sua casa e -nazione, turbolento, ma aperto e liberale, scevro dei vizii capitali -di Roberto, suo pari forse in guerra, savio nelle cose di stato, senza -quegli alti voli che sapea spiccare il Guiscardo. Il quale promosso a -conte di Puglia, ricominciata dopo breve spazio l’impresa di Calabria, -e fatta invano una punta infino a Reggio (1056), era tornato in Puglia, -quando gli parve di tentar con poche forze nuovo colpo, tra quelle -popolazioni spicciolate, discordi, disubbidienti all’impero bizantino: -verghette agevoli a spezzare, poichè lor nojava di stringersi in -fascio. Manda Ruggiero con sessanta cavalli (1057) sugli estremi -gioghi meridionali dell’Apennino; e quegli compie da maestro l’usata -fazione normanna, del piantarsi in un ridotto su le alture e dare il -guasto giù nei piani: talchè tutta la val di Saline presso il Capo -dell’Armi si sottomesse alla signoria feudale di Roberto. Con giovanil -probità, Ruggiero gli consegnava il danaro rubato: con sagacità lo -consigliava sopra un nuovo sforzo che s’apprestò contro Reggio; e -andativi entrambi, Ruggiero con audaci scorrerie provvide l’esercito di -vittuaglie; ma resistendo forte i cittadini e sopravvenuto l’inverno, -l’assedio fu sciolto. Allora nacque discordia tra i fratelli, -lagnandosi Ruggiero che Roberto per avarizia e invidia male assai -lo rimeritasse; ond’ei s’accostò all’altro fratello Guglielmo conte -di Principato, fatto anch’egli nimico di Roberto, al quale recarono -molestia con depredazioni e scaramucce; poi rappattumati, Ruggiero -tornava agli stipendii del duca con quaranta cavalli; e tosto non -vedendogli snocciolar moneta, se n’andava e ripigliava le scorrerie. -A Melfi, il giovane incapricciatosi dei cavalli di un vicino, li avea -rubati di notte con un di sua masnada per nome Blettiva, maestro di -furti; e di lì a poco saputo di certi mercatanti che viaggiavano da -Amalfi a Melfi, li appostò, spogliò e taglieggiò, e col danaro accrebbe -la compagnia fino a cento uomini. Ma entrato l’anno millecinquantotto -e straziata la Calabria dalle genti di Roberto, da una pestilenza e -da orribil fame, le popolazioni sottomesse alla signoria normanna si -levarono; trucidarono intere compagnie: onde Roberto si consigliava -di tramutar di Puglia in Calabria, dal campo nemico al suo proprio, -il lioncello ch’avea messo tal giubba in due anni. E gli interessi -raccendeano subitamente l’amore fraterno: Roberto concedeva a Ruggiero -la metà dei territorii acquistati e da acquistarsi nell’estrema -Calabria. Fermata la sede a Mileto, Ruggiero, del millecinquantanove, -soggiogò la più parte del paese; conciò male due vescovi, greci al -certo, che gli vennero incontro armati in Val di Saline; balzò in -Capitanata insieme con Roberto e fece cavar gli occhi a un altro -Normanno che s’era ribellato contro il fratello Goffredo; tornò con -Roberto in Calabria per far una scorreria fino a Reggio (1059) ed -apprestaronsi a maggior guerra. E in vero, del millesessanta, Roberto, -raccolto quasi un esercito e preso con seco Ruggiero, calò a Reggio -nel mese di luglio, e dopo molti combattimenti, nei quali il giovane -si segnalò come in tutta sua vita, i valorosi cittadini furon chiusi -dentro le mura, piantate le macchine a far la breccia; sì che Reggio -esausta s’arrese a patti, riconoscendo signore il duca. Il quale mentre -assestava la città, Ruggiero soggiogò le castella vicine, fuorchè -Squillaci; e anch’essa, dopo qualche mese, aprì le porte.[108] - -In venti anni così dalla ribellione d’Ardoino, le compagnie di Normanni -e Italiani s’erano impadronite della vasta provincia bizantina. -Salerno, che fu prima a chiamarle e sempre le favorì, divenuta era -difatto lor tributaria, e i principi imparentati per forza con casa -Hauteville. Non van contati i piccioli stati: Napoli mezza libera; -Benevento carpita dal papa; Monte Cassino badia o feudo, non si sapeva; -Amalfi presa e lasciata da Salerno. La casa di Aversa, congiunta per -matrimonii con gli Hauteville e coi principi di Salerno, stava per dar -di piglio al principato di Capua ed a Gaeta. Della dominazione lombarda -rimaneva a Salerno appena il nome che sparve tra non guari (1077). Con -ciò la compagnia, mutando ordini a poco a poco, da federazione ch’era -di venturieri trapassava a nobiltà territoriale, vassalla la maggior -parte di Roberto di Hauteville, la minore di Riccardo d’Aversa: e -le due novelle dinastie, riconosciuta la sovranità feudale, prima di -Salerno, poi degli imperatori germanici, le aveano disdette entrambe, -acconciandosi in quella del papa. Garbuglio di dritto pubblico, se -dritto si dovesse cercare in quel periodo, tra la fermentazione degli -elementi onde poi s’aggranellò un reame, non conquistato da un popolo -sopra un altro, non riformato per movimento nazionale, nè religioso, -nè sociale, ma per una rivoluzione mista di tutti que’ modi. I soldati -mercenarii che fecero trionfare dopo mezzo secolo la ribellione di -Melo, longobarda, latina ed aristocratica, usurparono la dominazione -coi suoi frutti sopra i Bizantini e sopra gli abitatori ad un paro. -Nella lunga e vana guerra, i venturieri furon costretti a mutar sovente -i patti tra loro stessi, con le popolazioni soggiogate o confederate -e coi principi vicini; e il duca di Puglia che s’innalzò tra quelle -vicende, non venne a capo d’allargarsi in Calabria e quindi in Sicilia, -senza la spada d’un altro condottiere; onde nacquero nuovi piati e -andirivieni, finchè Roberto Guiscardo, correndo ad altre ambizioni, -morì in Grecia (1085), e primeggiò in casa di Hauteville il conte -Ruggiero signor della Sicilia. Infino a quel dì non vi ebbe dritto -pubblico propiamente detto nell’Italia dal Garigliano a Trapani, se -non che patti temporanei, i quali ben si assomiglierebbero a quei del -_wicking_ sotto gli Hastings e i Roll. - -E come i compagni di Roll, così i Normanni d’Italia, in lor vita da -masnadieri mostrarono splendidamente le virtù che fondano gli stati. -Virtù di guerra, la quale s’apprese immantinenti agl’Italiani entrati -nelle compagnie; poichè non istà nella forza e nel coraggio, comuni -alla più parte degli uomini, ma negli ordini, nello esercizio, nella -fidanza singolare e collettiva dei combattenti, nell’onor militare, -nella tradizione delle vittorie. Prudenza civile adattata a quegli -umili principii: attirar sotto lor bandiere forti Italiani; accomunarli -d’interessi ai Normanni; trovare partigiani nelle città; vezzeggiare -ed arricchire il clero; divider opportunamente i furti; non sperperare -la parte propria, ma ammontarla col capitale comperando nuovi uomini -e nuove armi; tosare i sudditi senza lasciarli ignudi al tutto; -azzuffarsi tra loro al partaggio e fin venire alle armi, ma rifar -l’amistà e la fratellanza come se nulla fosse stato, quando i popoli si -sollevano incoraggiati da quella discordia. Tali erano i condottieri -normanni. Pieghevoli alle usanze del paese, fermatavi per sempre -la dimora, e pochi di numero, non sembravano reggimento straniero: -l’Italia meridionale godea sotto di loro la independenza e governo men -molesto, da non meritar odio e molto meno disprezzo. - - - - -CAPITOLO II. - - -Arrivati quegli avventurosi uomini a Reggio, non si potea far che non -agognassero al ben di Dio che si stendea sotto gli occhi loro di là -dallo Stretto. Roberto lo vagheggiava tanto che ne avea già accattata -dal papa la concessione eventuale;[109] Ruggiero, al dir del suo -storiografo, ardea della brama di guadagnarvi meriti spirituali e -temporali acquisti.[110] Nè si potea far che i Normanni non fossero -chiamati in Sicilia da Musulmani cui costrignesse cieco furor di parte, -da Cristiani levati a subita speranza del riscatto. Primi dovean essere -i Cristiani di Messina. Le sei miglia di mare che corrono tra le due -rive dello stretto, se contrastano il passaggio qualche dì, lo rendono -nel rimagnente dell’anno, agevole e comodo agli uomini, e sopratutto -alle merci; donde gli è avvenuto da tanti secoli che l’estrema Calabria -e i dintorni di Messina facciano come un sol paese per le relazioni -commerciali, i parentadi, i costumi, le usanze, fin le passioni -politiche degli abitatori: e n’abbiamo esempio nelle rivoluzioni -del milleottocentoquarantotto e del milledugentottantadue. Non fu -meno stretta al certo nel decimo secolo e prima metà dell’undecimo -la fratellanza delle due popolazioni cristiane, l’una soggiogata -e l’altra svaligiata ogni anno: gli stessi Musulmani, quand’e’ non -correano a Reggio con la spada in alto, venian pacifici mercatanti o -rifuggiti. Dopo le disposizioni degli animi, è da ricercare il numero. -A legger Malaterra si direbbe Messina abitata da soli Musulmani nel -millesessantuno; non facendosi parola di Cristiani di Sicilia pria -che i Normanni fossero giunti alla valle che si stende tra l’Etna e -la catena d’Apennino. Amato scrive più espresso che Roberto, entrato -in Messina, la rifornì di suoi cavalieri trovandola abbandonata.[111] -Ma ciò non va inteso in senso litterale, sendo inverosimile e direi -quasi assurdo supporre che i Musulmani avessero cacciato ogni cristiano -dalla città, il che mai non fecero nè in Sicilia nè altrove, nè -loro condizioni sociali ed economiche il comportavano. È da ritenere -pertanto che la popolazione di Messina fosse notabilmente diminuita fin -dal nono secolo,[112] sì che nel millesessantuno, sgombrata la piccola -colonia musulmana, la città si trovasse, per modo di dire, spopolata. -E con tale intendimento va esaminato il solo ricordo che abbiamo di -pratiche tenute dai Cristiani di Messina coi Normanni. - -In sul principio del decimottavo secolo, uscì alla luce nelle -Miscellanee del Baluzio,[113] e fu ristampata dal Muratori[114] e da -altri, una _Breve istoria della Liberazione di Messina_, lasciata tra -mille altri documenti manoscritti da Andrea Duchesne, con annotazione -che fosse copia d’antichissimo codice del Senato di Messina.[115] -Spartivasi la Sicilia, al dir di quella cronica, in cinque principati -che si stendessero lungo la costiera da Tindaro a Taormina, a Siracusa, -a Trapani, a Palermo ed a Patti; e li reggean cinque Mori, nimici -l’un dell’altro; dei quali il primo, Raxdis per nome, avea sede in -Messina, dove i Cristiani, in virtù di capitoli fermati al conquisto, -godeano più alto stato che in niuna altra città dell’isola; serbando -lor possessioni e culto e lo stemma della croce d’oro in campo rosso, -conceduto già da Arcadio imperatore in merito di gloriosa gesta de’ -Messinesi a Tessalonica. Ma sentendo aggravare ormai la mano degli -Infedeli e vedendo affranti gli altri Siciliani da servaggio assai più -duro, tre nobili uomini della città, Ansaldo di Patti, Niccolò Camulio -e Iacopo Saccano, bramosi di liberare la patria, a dì sei d’agosto -millesessanta, s’adunavano nell’isola di San Giacinto, come un tempo -si chiamò il Braccio del Salvatore. La conchiusione fu d’offrire la -Sicilia al conte Ruggiero e al duca Roberto che soggiornavano col -papa a Mileto. I congiurati fan parte molto cautamente nella città; -colgono il destro della festa in cui i Mori soleano chiudersi in -lor case per dodici giorni; s’imbarcano travestiti in un legnetto, -fingendo veleggiare per Trapani, ed approdano in Calabria. Sopraccorsi -a Mileto, scansano di negoziare col papa; apron gli animi sì a Ruggiero -esortandolo a venire in Sicilia; gli danno per arra il gonfalone -d’Arcadio. Ruggiero consultò dell’impresa col papa e con sei cardinali; -il papa, non perdendo mai di vista le cose di questo mondo, assentì, -a condizione che si dividessero i beni della Sicilia in tre parti, -la prima al clero, la seconda ai cavalieri, l’altra al principe. -Allora il conte giura i patti, e che sarà in arme a Messina a capo -d’una settimana. E al dì detto, cavalca con millesettecento uomini a -Palmi, indi a Reggio: alfine, affidate le navi al fratello Goffredo, -sbarcato ei con le genti a tre miglia da Messina, gli vengono visti -nell’isola di San Giacinto i cadaveri di dodici cristiani impiccati -dai Mori per indizio della congiura. Muove Ruggiero all’assalto; i -Cristiani di dentro piglian le armi, apron le porte, aiutano al macello -degli Infedeli; egli entrato in città chiama i congiurati, rende loro -il gonfalone vittorioso, ch’è riposto nella chiesa di San Niccolò; e -il conquisto cominciato per virtù de’ cittadini di Messina si compie -con la pattuita tripartizione delle terre. Così la cronica. Seguono -due diplomi, l’un di re Ruggiero del millecentoventinove, l’altro di -Guglielmo I del millecensessanta, nei quali leggonsi le larghe e vere -franchigie municipali di Messina, interpolate bensì di favole che -la fan capitale dell’isola sotto i Romani, i Greci e’ Saraceni.[116] -Talchè il lettore, dopo lungo giro nella storia dello undecimo secolo, -riesce in ultimo al gran campo di battaglia dove si travagliarono gli -eruditi siciliani dal decimoquinto al decimottavo, a furia di paradossi -e di falsi documenti. L’autore si vanta da sè medesimo contemporaneo; -ma lo tradiscono gli intenti, le idee e la latinità del secol -decimosesto.[117] - -E in vero torna ai primi quarant’anni del secolo seguente la copia più -antica che abbiamo, quella cioè del Duchesne. Risalendo addietro, si -rinviene in altre parole lo stesso racconto nella storia del Maurolico -messinese, il quale non ne cita l’origine, nè par vi presti piena -fede;[118] ed una ventina d’anni avanti Maurolico, si legge breve cenno -della congiura nella storia del Fazzello, il quale par si riferisca -a tradizione orale.[119] Dalla forma volgendoci alla sostanza e -mettendo da canto la tripartizione legale dei beni, il soggiorno del -papa a Mileto, il gonfalone d’Arcadio e il rimanente della macchina -municipale, troviamo due fatti genuini, tolti da altre fonti che il -Malaterra e l’Anonimo, e però inediti infino al tempo di Maurolico: -cioè che un Goffredo fratel di Ruggiero, capitanasse le navi nella -impresa di Messina,[120] e che la Sicilia Musulmana fosse allor tenuta -da parecchi regoli discordi e nemici.[121] Parmi si scopra a cotesti -segni una primitiva e verace tradizione messinese, accresciuta e -guasta dal duodecimo secolo in giù, a misura che crescea l’importanza -ed ambizione della città; distesa in latino forse dal Maurolico -stesso senza intento di frode; e in ultimo rabberciata da non so qual -falsario, che interpolò anche il diploma del millecentoventinove, e -si provò a ingannare il Duchesne. Della tradizione primitiva parmi -si debba accettare i nomi dei tre congiurati o capi d’una congiura di -pochi Messinesi, il viaggio loro a Mileto e le pratiche con Ruggiero; -le quali sono taciute dai cronisti normanni, perchè i padroni le -dimenticavano volentieri. E poteano dimenticarle, perchè non se ne vide -effetto pubblico e flagrante come quello d’Ibn-Thimna. I Cristiani -Messinesi vegliavano di certo sul nemico, svelavano le condizioni e -andamenti di quello, ci rischiavan la vita non men che si fa con le -armi alla mano; ma non arrivarono giammai a prendere le armi. E forse -avvenne una o due volte che lo promettessero e non lo compissero, -poichè le prime fazioni di guerra contro Messina sembrano fondate in su -l’aspettativa di movimento qual che ei fosse dentro la città. - -Sia per pratica di tal fatta, sia per esplorare soltanto il terreno -e tastare gli animi, s’arrischiavano i Normanni ad una correria nel -settembre del millesessanta,[122] poco appresso l’occupazione di -Reggio. Non uso a metter tempo in mezzo,[123] Ruggiero togliea seco da -dugento cavalli;[124] traghettato il Faro, entrava nel porto di Messina -discosto alquanto dalle mura in quella età. I Musulmani, all’insulto di -sì picciol drappello, uscirono in furia. Il conte volendo combattere -lungi dalle mura e far disordinare il nemico, s’infinse di fuggire a -briglia sciolta: tornò d’un tratto alla carica, sbaragliò la schiera -sparsa, la inseguì fino alle porte, uccidendo i più tardi; e presi i -cavalli, armi, robe che lasciavano per via, rimbarcatosi prestamente, -tornò a Reggio.[125] Indi mosse con Roberto alla volta di Puglia -ove il duca avea da compier l’usurpazione sopra i capi Normanni e le -città non sottomesse.[126] E pur tra cosifatte brighe i due fratelli -pensavano di portare la guerra in Sicilia alla nuova stagione; quando -Ibn-Thimna affrettolli all’impresa; il quale perduta parte dello stato -ch’aveva usurpato, spinto da timore, sete di vendetta ed inestinguibile -ambizione, saputi i gloriosi fatti de’ Normanni, fors’anco le pratiche -loro coi Cristiani di Sicilia, corse da Catania a chiamarli in aiuto -contro i suoi nemici musulmani. Abboccatosi a Mileto con Ruggiero, -e quindi a Reggio con lui e con Roberto che vennevi a posta,[127] -Ibn-Thimna lor profferiva il partaggio dell’isola.[128] A che -obiettando i Normanni non avere tante forze da combattere le possenti -milizie musulmane della Sicilia, replicava esser quelle divise e -discordi, avervi lui moltissimi partigiani,[129] rimanergli soldati e -castella ubbidienti: tantochè i Normanni acconsentivano, egli giurava -la lega,[130] e dava un figliuolo in ostaggio a Roberto. Ruggiero -s’apprestava allora ad andare in persona con sue genti d’arme; Roberto -forniva i pochi cavalieri e i marinai ch’ei potè avere a Reggio, su i -quali ponea Goffredo Ridelle, sperimentato uomo di guerra; e tornato -prestamente in Puglia, chiamativi a consiglio suoi condottieri, -n’ebbe altre forze,[131] in guisa che s’accozzò uno stuolo di cinque -centinaia d’uomini[132] capitanati da Goffredo Ridelle e da Ruggiero, -accompagnati da Ibn-Thimna come quegli che conosceva i luoghi e vi -tenea pratiche e più se ne vantava.[133] - -Negli ultimi di febbraio del millesessantuno, a vespro, sbarcarono i -Normanni in su la lingua del Faro, presso i laghi.[134] Preser la via -di Rametta; di che addatisi i Musulmani di Messina, uscì un drappello -a far la scoperta. Cavalcando dunque Ruggiero la notte su per que’ -monti, vide, all’incerto chiaror della luna, appressarsi un Musulmano: -sguainata la spada, senza tor lancia e scudo che gli recava dietro il -valletto, spronò contro il nemico, gli diè d’un rovescio alla cintola, -che lo tagliò netto in due pezzi, scrive il Malaterra con vezzo da -romanzo. L’ucciso era fratello d’Ibn-Meklati già signor di Catania. -Sbrigatisi da costoro, ma scoperti e perduta indi l’occasione d’un -colpo di mano, scorsero predando bestiame nei territorii di Rametta e -Milazzo, e al nuovo dì riduceansi a lor navi; cominciavano a imbarcare -la preda, quando levossi un vento che li ritenne. A Messina intanto, -ch’è presso a nove miglia, si notò la ritirata; si armarono cavalli -e fanti, corsero al Faro per assalire i Normanni mentre fossero chi -in terra chi in nave disordinati. Li trovarono al contrario stretti a -schiera, preparati sì bene al combattimento che Ruggiero avea mandato -Serlone, figliuol del fratello del medesimo nome, a girar di fianco -con una torma di cavalli. Colti tra due schiere, i Musulmani furono -rotti con molta uccisione: e i Normanni a incalzarli fino alla città, -e s’apprestavan anco a darle assalto, quando trovaron le mura difese -perfin dalle donne,[135] e uscì nuova gente con le fiaccole in mano a -combatterli. A lor volta i vincitori erano circondati, ricacciati nelle -alpestri coste dei monti ai quali s’appoggia la città. Raggiornando se -ne strigarono con un impeto che lor aprì la via della pianura;[136] -scesero al Braccio del Salvatore, senz’altra speranza ormai che -d’imbarcarsi per Reggio. La tempesta infuriava. Per tre dì rimasero -su quella lingua di terra,[137] intirizziti dal freddo; aspettandosi -che i Musulmani ingrossati di tutte le milizie dell’isola venissero -a gittarli in mare; confortandosi con far voti al Cielo che se li -cavasse di briga darebbero il bottino per riedificare una chiesa di -Santo Andronico a Reggio.[138] Abbonacciato, come avviene sempre, il -mare, scannavano i buoi predati, non volendo provarsi al tragetto con -tali impedimenti; poi caricarono il carname ai conforti di Goffredo -Ridelle che vergognava di tornare a casa e agli amici con le mani -vote. Messisi, com’e’ pare, i Musulmani a inseguir loro barche, gli -abitatori di Reggio ch’erano Cristiani e Saraceni, dice Amato, e -di Saraceni si deve intendere i mercatanti e rifuggiti, per mostrar -fede a Roberto novello signore della città, armarono navi, uscirono -contro quei di Messina; dopo molto trar di saette, se ne tornarono -con la peggio, uccisi nove uomini cristiani e presa una lor nave dal -nemico.[139] Ibn-Thimna in questo mezzo s’era rifuggito ed afforzato -in Catania.[140] Fallì dunque l’impresa fondata, come il mostrano i -narrati fatti e que’ che narreremo, in su le pratiche d’Ibn-Thimna -in Rametta e di Ruggiero in Messina; e compresero i Normanni che a -rincorare lor partigiani infedeli o battezzati, fosse uopo di maggiori -forze, e sopratutto navali.[141] - -Roberto nei mesi di marzo e aprile convocava di nuovo i condottieri -con belle parole di vendicare la offesa di Dio, sterminare i Pagani -della Sicilia, liberare i diletti fratelli in Cristo, e v’aggiunse più -efficaci argomenti, doni e concessioni.[142] Accozzati per tal modo -da mille cavalieri e mille fanti,[143] venne di Puglia in Calabria -nei primi di maggio; postosi a un luogo presso la Catona, il quale -s’addimandava Santa Maria del Faro,[144] ov’adunò barche da traghettare -le genti; ma avea pochi legni da battaglia, tra dromoni e galee, -troppo deboli a fronte dell’armata musulmana.[145] Nella quale si -noveravano ventitrè tra corvette e dromoni ed uno o parecchi navigli -grossi che chiamavan gatti, forniti di macchine da guerra;[146] chè -Ibn-Hawwasci[147] risapendo i preparamenti di Roberto e sollecitandolo -ansiosamente quei di Messina, aveavi mandato da Palermo l’armata, -oltre ottocento cavalieri e vettovaglia.[148] La vera difesa era -l’armata. Poche milizie oltre quelle venute di Palermo potea fornire -la colonia di Messina picciolissima e minore al certo della popolazione -cristiana.[149] Rimasti dubbiosi alquanto di tentare il passaggio,[150] -contro tal navilio, Roberto e Ruggiero montati su due velocissime -galee, s’avvicinavano a Messina per esplorare: avvistati dai Musulmani -e inseguiti, si dileguarono fuggendo dopo avere sopravveduta appieno -la costiera;[151] e tornati al campo fermavano coi più esperti uomini -di guerra, di portare un finto assalto di fianco. Adunarono l’oste; -ogni uomo solennemente si confessò e comunicò; i due fratelli fecer -voto di menar vita più che mai religiosa ed esemplare se arrivassero -al conquisto della Sicilia; con gran fervore s’implorò l’aiuto -divino.[152] Ruggiero andava alla fazione a malgrado di Roberto, -il quale volle ritenerlo, dicono i cronisti, per fraterno amore, e -alfine gli die’ dugentosettant’uomini in luogo di cencinquanta ch’ei -n’avea tolti dapprima. Su tredici legni passarono a Reggio: indi la -notte quetamente traghettato lo Stretto e sbarcati, s’appiattarono in -un luogo detto le Calcare, a sei miglia per mezzogiorno da Messina, -ove poi surse la Badia di Santa Maria di Roccamadore e la terra di -Tremestieri;[153] e Ruggiero rimandò le barche per troncare ogni -speranza di ritirata, scrive con trito concetto il Malaterra; il vero è -che lì svelavan l’agguato, e tornando in Calabria gli poteano riportare -nuove forze. All’alba Ruggiero montato co’ suoi a cavallo s’avviava -a Messina, quand’ecco un kâid che andava, come poi si riseppe, a -pigliare il comando della città, con iscorta di trenta uomini d’arme e -un convoglio di muli carichi di danaro. Svaligiati ed uccisi costoro, -i Normanni avvistano lor proprie barche reduci da Reggio, le quali -misero a terra altri censettanta cavalieri. Fu un abbracciarsi a -vicenda un augurarsi certa la vittoria: e spronarono baldanzosi inver -Messina.[154] - -Ed ebberla senza combattere. Dalle navi, dalle mura, i difensori aveano -scorto l’estranie armadure e i muli tolti al kaid; onde tennero già -passato tutto l’esercito normanno, vana ormai la guardia del navilio -in cui più s’affidavano e perduto ogni cosa;[155] tanto più che i -Cristiani della città per pochi e disarmati ch’e’ fossero poteano -levarsi al punto dell’assalto.[156] Percossi di subito terrore, i -Musulmani d’ogni ordine, sesso ed età si danno a fuggire chi quà chi -là, in barca, per la spiaggia, pei monti, per la selva, dice Amato; -i Normanni sopravvenuti non hanno che ad uccidere i sezzai, spartirsi -le donne, i bambini, gli schiavi, la roba.[157] Tra gli altri correa -su per l’erta un gentiluomo traendo seco l’unica sorella sua, bella -giovinetta, gracile, educata tra gli agi nelle stanze della madre. -I Cristiani incalzavano. Le mancava la lena; la paura allacciava le -gambe: e il fratello a sorreggerla, a scongiurarla con lagrime che -facesse animo. Ma rifinita stramazzò a terra e’ nemici eran presso: -il guerriero anzi che lasciarla all’ignominia, alla schiavitù, -all’apostasia, di propria mano la uccise.[158] Il creder vana ogni -difesa facea cader le braccia ai più forti. Anco l’armata salpò non -guari dopo, tornandosi a Palermo, perchè non osava riassaltare i nemici -in città, nè rimanere in mezzo alle due rive tenute da quelli.[159] -Ruggiero mandato aveva intanto al fratello le chiavi di Messina, -invitandolo a prendere possessione della città.[160] E il duca ragunava -in fretta quanti marinai e quanti legni piccoli e grandi si trovassero -a Reggio;[161] chiamati alle armi cavalieri e fanti, rendea grazie a -Dio della vittoria con gran fervore e dimostrazione d’umiltà cristiana. -Comandò poi d’entrare in nave. Corservi tutti con furiosa impazienza -di gioia, sì che il vassallo non si ritenne dal passar dinanzi al suo -signore, il signore non aspettò che lo seguissero i vassalli. Il mare -sorridea lieto e tranquillo; nè tardarono a sbarcare in Messina.[162] - -Roberto diede opera incontanente ad assicurare la chiave della Sicilia, -sì agevolmente cadutagli in mano; onde sopravveduto il porto, le mura, -le fortezze, le case, munì Messina di nuove difese, ordinovvi presidio -di suoi cavalieri.[163] A capo d’otto dì, fatta la rassegna dei mille -cavalli e mille fanti ch’avea seco, mosse con Ruggiero e Ibn-Thimna -per la medesima via battuta da quelli pochi mesi innanzi. Precorreano -sparsi i cavalleggieri predando; a volta a volta si raccoglieano, -aspettavano i fanti e ripigliavano la marcia. Giunti alla formidabile -fortezza di Rametta, lor uscì incontro il kâid a chiedere accordo: -narrano i cronisti che in umil atto offrisse presenti, promettesse di -obbedir a Roberto come a suo signore e giurasselo sul sacro libro di -sua setta.[164] Forse ei non fece che disdire l’autorità d’Ibn-Hawwasci -e sottomettersi a Ibn-Thimna col quale pur avesse tenuto pratiche. -Viltà o incostanza, l’esempio di Rametta incoraggiò Roberto a tirare -innanzi per la costa dei monti che corrono lungo il Tirreno. Posò la -prima giornata a Tripi,[165] la seconda a Frazzanò;[166] poi volgendo -a mezzogiorno, valicati i gioghi, scese alla pianura di Maniace e -piantovvi le tende. Quivi accorreano i Cristiani abitatori dei contorni -con vettovaglie e presenti, scusandosi coi signori Musulmani che il -facessero per salvar la vita e la roba da quei predoni. Roberto e -Ruggiero raccolti benignamente i Cristiani, lor dettero sicurtà;[167] e -dopo alquanti dì ripresero il cammino giù per la valle del Simeto, che -par segnasse il confine tra gli stati d’Ibn-Thimna e d’Ibn-Hawwasci. - -Primo intoppo lor fece la rocca di Centorbi, celebre nelle antiche -istorie; le cui alte mura e profondi fossi fortemente eran difese -da arcieri e frombolieri; nè vollero ostinarvisi gli assedianti, -portando la fama che Ibn-Hawwasci lor venisse alle spalle con gran -gente. Passato il Simeto, trovate sgombre Paternò ed Emmelesio, grosse -terre al dir d’Amato,[168] dalle quali e da ogni altro luogo dei -dintorni i Musulmani si dileguavano e struggeansi come cera al fuoco, -stette l’esercito a campo ben otto dì nella pianura di Paternò,[169] -capitanato, continua il cronista, da Roberto e da Ibn-Thimna:[170] -ond’è chiaro che non picciola parte fossero Musulmani; e ciò ne aiuta -a comprendere i fatti. Ritraendo poi dagli esploratori d’Ibn-Thimna non -essere nè vicino nè apparecchiato Ibn-Hawwasci, l’esercito, traghettato -di nuovo il Simeto, espugnava con molta uccisione le grotte di San -Felice, s’innoltrava infino ai mulini posti sotto Castrogiovanni in -riva al Dittaino, dove piantava il campo.[171] - -S’erano tra coteste fazioni raccolti intorno Castrogiovanni i -Musulmani che sgombravano dalle assaltate province, i quali aveano -ingrossato l’esercito d’Ibn-Hawwasci, sì che la tradizione normanna -lo fece sommare, tra Siciliani ed Affricani, a quindicimila cavalli -e centomila fanti; e lor attelò a fronte, per maggior ornamento della -leggenda, settecento cavalieri soli, tralasciando gli uomini d’arme, i -pedoni, e quel ch’è più, le genti d’Ibn-Thimna.[172] A capo di pochi -dì Ibn-Hawwasci veniva ad assalire i Normanni con l’esercito diviso -in tre schiere. Roberto l’aspettò ordinatosi in due, vanguardia e -battaglia; diè la prima a Ruggiero, capitanò l’altra egli stesso; -arringò tutta l’oste: Non temessero di venire alle mani con tanta -moltitudine, quando il Redentore avea detto: Se hai fede quanta n’entra -in un grano di senapa e comandi alla montagna, la si muoverà:[173] -la montagna che avean dinanzi non esser di pietra no, ma di brutture, -d’eresia, d’iniquità; soffiasservi sopra invocando lo Spirito santo e -si dissiperebbe, sendo Iddio con loro; si confessassero delle peccata, -ricevessero il corpo e il sangue di Cristo, impugnasser bene le lance -e le spade, e non dubitassero della vittoria. Compiuti i sacri riti, -rimontano a cavallo, s’alza il gonfalone, ogni guerriero fa il segno -della croce e sprona innanzi; e ributtano i nemici; li scompigliano, li -inseguono ammazzando infino ai ripari; e accalcandosi i fuggenti alle -porte, molti son fatti prigioni in su l’orlo del fosso: i vincitori -tornano addietro lasciando per tutta la campagna orrendi segni di -strage. Le cronache v’intessono loro prodigi, l’una dice non ucciso -nè ferito nella battaglia nessun cristiano, un’altra pochissimi, e dei -Musulmani caduti diecimila: le quali frasi se non fossero da romanzo, -farebbero tornare a Ibn-Thimna ed a’ suoi l’onor principale della -giornata. Il vero è che la disciplina delle bande normanne e italiane, -il coraggio, la sapienza dei capi, le forti armadure, gli animi -infiammati di religione, d’onor militare e di cupidigia, ragguagliavano -e sorpassavano l’avvantaggio del numero ch’aveano i Musulmani, -ragunaticci senza fiducia nè consiglio. La preda fu tanta che qual -cristiano avesse perduto un cavallo in battaglia ne guadagnò dieci -nel partaggio. I prigionieri fatti schiavi si contarono con l’altro -bestiame.[174] - -Non essendo ormai impresa che non paresse da tentare contro così -fatti nemici, Roberto si diè a strignere la città. Il dì appresso la -vittoria si poneano i Normanni in sul lago di Pergusa a mezzogiorno -di Castrogiovanni, donde è men aspra la salita; al secondo -giorno tramutarono il campo a Calascibetta, discosta due miglia a -settentrione, dove fu diviso il bottino; indi scesero al piano detto -delle Fontane,[175] rizzaron castella da quattro parti della città per -chiudere tutti i passi; dettero il guasto alle messi ed agli alberi -fruttiferi.[176] In una delle quali scorrerie Ruggiero con trecento -giovani si spinse presso Girgenti, ardendo e depredando la campagna, -e riportonne ricchissima preda che diè a dividere a Roberto.[177] -Mentre il presidio di Castrogiovanni teneva il fermo contro ogni -offesa, veniano al campo i kâid di parecchie rocche minori con danaro -e presenti chiedendo la tregua, e Roberto l’accordava.[178] In ultimo -giunsero i messaggi di Palermo con sontuosi doni, vesti lavorate a -modo di Spagna, tele di lino, vasellame d’oro e d’argento, muli con -selle ornate d’oro e ricchi morsi; e secondo costumanza saracena, -scrive Amato, recaron anco in un sacco ottantamila tarì.[179] Ci si -narra che Roberto “con sottil trovato”[180] inviasse in Palermo, sotto -specie di render grazie del dono, un esploratore; un diacono Pietro, -che intendeva e parlava l’arabico, ma per comando del duca s’infinse -d’ignorarlo affinchè non si guardassero di lui. Il quale andato alla -capitale musulmana, l’emir tutto lieto d’essersi fatto amico Roberto, -l’accolse onorevolmente, rimandollo con presenti, e quegli avea sì ben -guardato e udito che riportò parergli la città decaduta e sbigottita, -proprio un corpo senz’anima.[181] - -Il blocco di Castrogiovanni si travagliava da un mese[182] e due -n’erano scorsi dallo sbarco a Messina,[183] quando Roberto si deliberò -alla ritirata, di mezzo luglio.[184] Onde non può credersi al Malaterra -che ne fosse cagione l’inverno imminente. Poche le genti e scornate -al certo in battaglia e per malattie, raccolte le taglie e il bottino, -Castrogiovanni inespugnabile, che altro restava ai Normanni se non che -tornarsi in Terraferma, tener la via aperta a nuovo passaggio, nutrire -la discordia per mezzo d’Ibn-Thimna e ordinar le popolazioni cristiane -sì che li aiutassero almen di danari? Le popolazioni cristiane del -Valdemone mostratesi un po’ ai Normanni nel campo di Maniace, trassero -tanto più sotto Castrogiovanni ovvero nella ritirata, chiedendo al -duca liberassele dal giogo, offrendogli danari e vettovaglie, dice il -cronista, in tributo:[185] e qui par vero perchè non si può far che -Roberto negli accordi con Ibn-Thimna non abbia stipulato almeno la -cessione di una provincia. Sostò dunque a mezza via su la costiera -settentrionale; bandì mercato com’era uopo a chi volesse vendere o -barattare tanta preda di bestiame; di che molto si rallegrarono i -guerrieri e s’invogliarono a soggiornare nel luogo circondato di -popolazioni Cristiane. Quivi a tre miglia dal mare in territorio -fertile e ameno, presso le antiche rovine di Alunzio o Calacta, chè -ancor ne disputano gli eruditi,[186] Roberto fabbricò o ristorò in -sito fortissimo un castello al quale pose nome di San Marco, come la -fortezza ond’avea principiato il conquisto delle Calabrie, sperando che -il buon augurio e la protezione del santo evangelista gli portassero -pari fortuna in Sicilia. Lasciovvi presidio sotto un Guglielmo de Male; -e continuato il viaggio, fece venir la moglie in Messina,[187] rafforzò -meglio la città d’uomini e vettovaglie; indi tornossi in Puglia e -Ruggiero a Mileto in Calabria. Ibn-Thimna era ito intanto in Catania -per continuare la infestagione sopra i nemici che gli rimanevano in -Sicilia,[188] ch’è a dire gli abitatori delle odierne province di -Caltanissetta e Girgenti. Le province di Catania e Siracusa ubbidivano -a lui;[189] quella di Messina, che a gran pezza risponde al Val Demone, -stava sotto la protezione dei Normanni, i quali a bella posta avean -munito il castel di San Marco.[190] Le province di Palermo e Trapani -avean fatto l’accordo, forse un patto di federazione con l’emir di -Catania. In tali condizioni lasciava la Sicilia Roberto, capitano degli -ausiliari cristiani d’Ibn-Thimna. Vedremo per brev’ora sottentrargli -il fratello Ruggiero, e poi farsi vero capitano dei conquistatori -cristiani della Sicilia; e Roberto venir com’ausiliare in due sole -fazioni di sì lunga guerra. - - - - -CAPITOLO III. - - -La sconfitta d’Ibn-Hawwasci sotto Castrogiovanni portò in Palermo -un mutamento di stato analogo a quello che avea seguita, nel mille -quaranta, la rotta d’Abd-Allah-ibn-Moezz.[191] Narravaci Amato -l’ambasceria dei Palermitani, la tregua ch’egli chiama sommissione, -stipulata con Roberto dalla capitale e da altre città e castella, e -l’occupazione del Valdemone. E Ibn-el-Athîr scrive come il signore -di Castrogiovanni, vinto dai Franchi, riparasse nella fortezza; come -quelli cavalcando per l’isola s’impadronissero di varii luoghi; come -non pochi sapienti e patriotti musulmani si rifuggissero in Affrica -appo Moezz-ibn-Badîs, per chiedergli aiuti, esponendo la misera -condizione di lor popolo, straziato dalla discordia e dalle armi -straniere. Messe insieme le due tradizioni appare dunque l’usata -vicenda delle guerre civili: l’opinione pubblica dannò i vinti; i -partigiani loro nella capitale fuggirono o furono scacciati; nè è -maraviglia che l’oratore di Roberto vi trovasse tanto scompiglio e -squallore, nè che la parte dei nobili, amica d’Ibn-Thimna, mandasse -a rallegrarsi coi Normanni, forse a trattare accordo per dar tutti -insieme la pinta a Ibn-Hawwasci. Nè scarseggiano tra i Musulmani -dell’undecimo e duodecimo secolo cotesti esempi di lega coi Cristiani; -chè oltre i raccontati fatti d’Akhal e d’Ibn-Thimna stesso in Sicilia, -ne son piene le istorie della Spagna. Con men biasimo gli usciti -di Palermo si rivolgeano adesso a Moezz-ibn-Badîs, sollecitandolo a -portare le armi in Sicilia. - -La dinastia zîrita, sopraffatta come dicemmo dagli Arabi d’oltre -Nilo, avea perduta la terra, non il mare; le rimaneano nella munita -penisola di Mehdia il navilio, un forte nodo di schiavi stanziali, e -denaro da reggere alla guerra: quegli Arabi medesimi, rapaci e fieri -quanto le belve, tornavano al par di esse inetti a durevole sforzo -comune, inferiori alla virtù dell’ingegno che sapesse adoperarli -agli intenti suoi. Fin dai primi impeti della irruzione, avea Moezz -guadagnati alcuni capi di tribù con doni e parentadi, sposando ad essi -le proprie figliuole; onde quei l’aiutarono alla ritirata da Kairewân -a Mehdia, nel millecinquantasette. A capo di pochi anni, distrutto -ogni industria agraria e cittadinesca nell’Affrica propria, fuorchè le -cittadi marittime, consunto il bottino, quelle masnade, non sapendo -altro mestiere, furono costrette a mendicare stipendio alle porte -di Bugia, Tunis, Mehdia, Sfax, Kabes: fortezze inespugnabili, poi -ch’essi non poteano chiudere il mare e ridurle per fame. Le quali città -dettero ascolto ai barbarici condottieri, avendo a lor volta bisogno -della terra pei commerci e sendo spinte l’una contro l’altra da quella -forza dissolvente della società musulmana, che abbiam notata in tutto -il corso di queste istorie. In Bugia un ramo di zîriti, ribelle al -ceppo della famiglia, agognava ad usurpar tutto lo stato; nelle altre -città le fazioni o i governatori faceano opera a sciogliersi dalla -ubbidienza; e da Mehdia il principe si sforzava a ripigliare l’autorità -dove potesse. Le tribù masnadiere si messero dunque a combattere per -l’uno o per l’altro, talvolta tra loro stesse; mescolaronsi nella -briga i Berberi della campagna e le popolazioni delle città marittime: -Arabi del primo conquisto, Berberi e avanzi d’altri antichi abitatori. -La quale tenzone da pigmei, tanto più rabbiosa, durò ottant’anni, -accompagnata dalla desolazione e dalla fame, ed aprì la via ai -conquisti dei Normanni siciliani (1148) e degli Almohadi (1160). - -Onde Moezz impotente contro i ribelli della costiera e tanto più -contro gli Arabi, anzichè consumare le forze che gli rimaneano in vane -imprese contro province perdute, volle tentare la fortuna in Sicilia -con l’aiuto degli stessi nemici ch’egli avea in casa.[192] Allestì -le navi, le fece salpare l’inverno del millesessantuno. Arrivate alla -Pantelleria, una tempesta le disperse; ne affondò la più parte,[193] e -sgomentando i nemici d’Ibn-Thimna delusi nella speranza dell’aiuto, diè -incentivo, com’e’ sembra, a nuova impresa di Ruggiero. - -Il quale, nel dicembre, ripassato il Faro con dugencinquanta cavalieri, -tagliava l’isola per lo mezzo, spingendosi fino a Girgenti, quasi -fossevi aspettato; depredava il paese e tornava ratto addietro. Le -popolazioni cristiane gli veniano incontro liete e disposte a dargli -favore senza affidarsi troppo: ma quei di Traina, gente greca, -l’accoglieano in città con grande allegrezza ed ossequio, tanto che -ordinò la terra come ei volle, dice lo storiografo del conte[194] e -l’Anonimo che Traina si sottomesse al suo dominio; ma scrivea questi -ottant’anni dopo. Parrebbe piuttosto che i Troinesi, liberi di fatto -dalla signoria musulmana, aspirando a ripigliare l’ordinamento di -municipio tributario[195] avessero data ospitalità al fortunato -avventuriere cristiano, ascoltati i suoi consigli militari e, se si -voglia, appiccata una pratica di confederazione, come la chiamarono e -stipularono allora i Normanni con alcune città di Calabria, cioè che il -condottiero s’obbligava a difendere il comune, e questo a riconoscerlo -console e pagargli stipendio. E la condotta non sarebbe divenuta -signoria feudale a Traina che dopo la guerra dell’anno seguente, così -come accadde in quel torno a Geraci ed altri luoghi in Calabria, quando -il console afforzò un castello dentro la terra, mutò lo stipendio in -tributo, aggravandolo di soprusi feudali, e gli abitatori o piegarono -il collo, o resistettero e furono soggiogati a pretto vassallaggio. -Veramente non ci si narra che Ruggiero ponesse questa prima volta -presidio in Traina. Passovvi le feste di Natale; poi, per avviso -venutogli di Calabria, frettolosamente partissi.[196] - -Era giunta in Calabria una donzella che schiudeva in terra il paradiso -all’ambizioso giovane di trent’anni: Giuditta, figliuola del conte di -Evreux, discendente dei duchi di Normandia. Par che Ruggiero, pochi -anni innanzi, uscendo dal tetto paterno senz’altro retaggio che il -cuore e la spada, si fosse invaghito della giovinetta reclusa nel -Monastero di Saint-Evrault, e che dopo parecchi anni, il fratello -materno di lei, Roberto di Grantemesnil, priore de’ Benedettini a -Saint-Evrault, indi a Santa Eufemia in Calabria, avesse trattato il -matrimonio della Giuditta con Ruggiero, ormai capitano di molta fama, -signore di Mileto e sperava di più. La fidanzata venne con la sorella -Emma, lasciando entrambe il chiostro, si dice anco il velo, per trovare -mariti normanni in Italia. Sposatala a San Martino in Val di Saline, -Ruggiero celebrava solennemente le nozze a Mileto, dissimulando sua -povertà con sfarzo di vesti e di cavalli e strepito di stromenti -musicali. Le dolcezze dell’amore non gli fecero scordare gli sperati -acquisti. A capo di pochi giorni, racchetata la sposa che piangeva e -volea ritenerlo, sopraccorse in Sicilia dove Ibn-Thimna lavorava per -lui credendo far per sè stesso.[197] - -Data la posta al musulmano che venissegli incontro da Catania, sbarcò -a Messina con quanti uomini d’arme potè accozzare, e tentando nuova -regione cavalcarono insieme alla volta di Petralia,[198] terra abitata -da cristiani e musulmani. I quali, consultato insieme nell’imminente -pericolo, e mossi forse gli uni dalla riputazione di Ruggiero e gli -altri dalle pratiche d’Ibn-Thimna, deliberarono di rendere il castello -e prestare obbedienza al conte. Munita la fortezza di cavalieri e -di mercenarii, egli si volse a Traina, afforzolla in simil guisa, e -tornossi in Calabria ad abbracciare la sposa ed attaccare briga col -fratello.[199] - -Ibn-Thimna proseguì l’opera in Sicilia con ridurre altre terre e -infestare i contadi di quelle che ricusassero.[200] L’odiavano i -Musulmani, ma più il temeano: quest’uomo che tra le prime guerre -civili per poco non rinnalzò il trono dei Kelbiti; questi che rovinato -al gioco d’una battaglia s’è venduto l’anima e pur s’è vendicato; il -signore del Val di Noto, il compagno degli invincibili cavalieri di là -dal mare, ai quali stendono le braccia i nostri vassalli, ed essi nel -cuor dell’isola ci sfidano dalle castella di Traina e di Petralia! Però -approdarono sovente le pratiche del traditore. Il quale movea contro -Entella, fortissima rocca a ponente di Corleone,[201] quand’ebbe un -messaggio di Nichel, così Malaterra scrive il nome,[202] uom potente -in que’ paesi, stretto d’antichi legami ad Ibn-Thimna, quando ubbidiva -a costui la Sicilia. Pretendea Nichel disposti i notabili d’Entella a -trattare la resa: venisse a parlamento a tal luogo, presso la rocca. -Fidandosi nell’amica fortuna, Ibn-Thimna v’andò con poca mano d’armati, -e trovò i terrazzani; quand’ecco uccisogli il cavallo d’un colpo di -lancia; ei casca a terra, gli saltano addosso e l’ammazzano; così -com’avvenne due secoli innanzi ad Eufemio, traditor della Sicilia -cristiana. Il qual gastigo percosse di spavento i partigiani dei -Normanni, e tanto rivoltò le cose, che i presidii di Petralia e di -Traina si ritirarono a Messina, dove in fretta s’apprestarono alla -difesa. È da riferire la morte d’Ibn-Thimna ai primi di marzo del mille -sessantadue.[203] - -Caso tanto più grave, quanto Ruggiero stava per venire alle mani con -Roberto. Il giovane, imbaldanzito per lo parentado, cominciò a lagnarsi -altamente: aveano fatto insieme il conquisto di Calabria, pattuito -a Scalea il partaggio del paese metà e metà, e il duca lo differiva -da due anni; sopportò egli finchè fu scapolo, or si vergognava di -far vivere poveramente sposa di sangue principesco; era tempo che il -duca gli tenesse parola. Tai querele moveva a Roberto, sollecitava i -nobili normanni a rincalzarle; e il fratello s’induriva tanto più al -niego. Alfine Ruggiero s’accomiatò da lui forte crucciato, corse al suo -castello, ragunovvi armati e denunziò la guerra se tra quaranta dì non -gli fosse resa ragione.[204] Il duca mosse incontanente sopra Mileto -nella primavera del sessantadue. Si combattè senza furore; e l’assedio -andava in lungo per la imperfetta arte del tempo e soprattutto dei -Normanni alle espugnazioni, quando sforzolli ad accordo un episodio -che ricordava loro non potersi sfogare in guerre civili se voleano -soggiogare l’Italia meridionale. Aveano già i terrazzani di Gerace -in Calabria giurata fedeltà a Roberto, senza consegnargli la città; -e perch’egli studiavasi a por loro il freno in bocca fabbricando un -castello, aveano innanzi l’ossidione di Mileto trattato di darsi a -Ruggiero; il quale eludendo le poste del duca uscì una notte con cento -cavalli e gittossi in Gerace, per trarne gente, com’e’ pare, e piombar -sopra l’oste che minacciavalo in casa. Roberto, lasciata guardia nei -due ridotti con che stringea Mileto, sopraccorre co’ suoi a Gerace; -pria d’impacciarsi in un secondo assedio tenta sue arti: travestito -entra nella città, va difilato a trovare un suo partigiano, per nome -Basilio. E sedea a mensa con esso e la moglie, allorchè un famigliare -lo riconosce; il popolo si leva a romore, trae alla casa, fa in pezzi -l’ospite, impala la donna; già Roberto è minacciato da cento ferri, -i cittadini più savii non bastano a rattenerli. L’animo suo e la -pronta parola lo camparono da morte. Disse con impavida faccia agli -infelloniti che pagherebbero caro il suo sangue; che i guerrieri suoi -proprii e quelli di Ruggiero correrebbero insieme a spiantar la città; -all’incontro se lasciasserlo andar via, concederebbe loro quanto -fossero per domandare. Titubanti lo menarono in carcere. Ma Ruggiero -che non si trovava quel dì in Gerace, torna a precipizio chiamato dai -cavalieri del fratello; fa venire i notabili fuor le mura; prega e -minaccia affinchè gli consegnino il Guiscardo per vendicarsi con le -proprie sue mani: “mi giuraste fedeltà, lor dice, ubbiditemi in questo -o saprò sforzarvi; pendon ormai dai miei cenni le genti di Roberto, -stanche del reo signore; se di presente nol portate qui legato, ecco -io comincio a far tagliar le viti e gli ulivi.” Condussero Roberto, -fattogli pria giurare che mai non edificherebbe castello in Gerace. I -due fratelli s’abbracciarono, scrive Malaterra, come Giuseppe Giusto -e Beniamino, piangendo di tenerezza tutti i guerrieri normanni. Ma -Roberto, asciugate le lagrime, accomiatatosi da Ruggiero, trovò altre -magagne; ci volle il biasimo universale de’ suoi, e il principio -di nuove ostilità perch’ei venisse in Val di Crati a stipolare il -partaggio della Calabria, abboccandosi col fratello sul ponte che -indi si chiamò Guiscardo. Dopo l’accordo, Ruggiero levava tributo su -i novelli dominii per fornire i suoi d’armi, vestimenta e cavalli. -Aggravò la mano su Gerace; dove andato con l’oste, si metteva ad -innalzare un castello fuor le mura; ed ai cittadini che allegavano la -fede data da Roberto, rispondeva: “Egli giurò, non io:” e sforzavali a -grossa taglia.[205] - -Armati per tal modo trecento cavalieri nell’agosto o il settembre,[206] -ripassava Ruggiero in Sicilia, menando seco la moglie, paurosa delle -fatiche e rischi ai quali andava incontro, e non se li aspettava -pur sì gravi. All’entrar dello stuolo in Traina, i cittadini fecero -buon viso, assai tepidamente. Lor increbbero tosto quegli ospiti -alloggiati per le case, pronti a far vezzi a loro mogli e figliuole. -Con ciò Ruggiero afforzava sempre più la città e andava osteggiando -le vicine castella dei Musulmani. Sentendosi dunque nuovo giogo sul -collo, i cittadini un dì ch’egli era uscito col grosso delle genti a -depredare i dintorni di Nicosia, piglian le armi a stigazione d’un -Plotino, dei primi del paese; assalgono il poco presidio; non però -sì improvvisi che i Normanni non si accorgessero del movimento e non -si preparassero; talchè infino a notte ributtarono il nemico. Questo -allora, aspettandosi addosso Ruggiero, s’afforzava alla sua volta con -serragli e fosso nella mezza città opposta alla collina che teneano i -Normanni[207] ov’era il palagio del console, scrive una cronica,[208] -dando argomento a supporre che così fatto titolo avesse preso Ruggiero -in Traina, e nota, quasi a ricordare l’indipendenza del Municipio -greco, che sorgesse dall’altra parte la torre della città. Ruggiero, -chiamato per messaggi, sopravveniva in fretta; si metteva a combattere -i sollevati: e intanto risaputo il fatto nelle vicinanze ch’abitavano i -Musulmani, trassero alla città da cinquemila armati, proffersero aiuto -a’ Greci e fu accettato. Ormai, circondati d’ogni banda, i Normanni -pativan la fame; non potendo uscir grossi a predare senza grave -pericolo dei rimagnenti, nè mandar piccole gualdane senza la certezza -di vederle fatte a pezzi. Si stenuavano in vigilie, guardie, continue -avvisaglie e brevi ma disperate sortite, in una delle quali poco mancò -non fosse spacciato lo stesso Ruggiero. Perchè vedendo balenare i suoi, -spinse innanzi il cavallo, gli fu morto; si trovò avviluppato in un -nodo di nemici che sel portavan di peso; se non che gli venne fatto di -trarre la spada, la girò a cerchio, si fe’ larga piazza, restò solo; -e sì fermo cuore serbò, che tolta la sella del destriero, lento e -minaccioso ritraevasi. - -Nondimeno s’aggravavano ogni dì più che l’altro le strettezze degli -assediati; pativa il nobile al par del mercenario; la Giuditta -stessa talvolta fu costretta a ingannar la fame bevendo acqua pura -e lagrimando; a lei ed allo sposo non rimase che un sol mantello di -che si copriano a vicenda, qual fosse più intirizzito. Contuttociò -i guerrieri normanni resisteano risoluti, dissimulavano con lieto -aspetto e motteggi. Aprì loro scampo inaspettato l’abbondanza in che -viveano i nemici, provveduti a gara dalle altre città e spensierati -per troppa fidanza; i quali nel rigore del verno, su quelle vette alte -mille e cento metri sul livello del mare, stavano a mala guardia, e -sovente si riscaldavan col vino. Di che addatisi i Normanni, finsero -smetter anch’essi le scolte; ma più attenti spiarono il nemico. Una -notte vistolo spreparato, Ruggiero fa impeto con tutti i suoi alla -barrata; mena al taglio della spada gli ubriachi assonnati; occupa -l’altra mezza città e la torre, e chi fu preso, chi fuggì; i Musulmani -accampati nei dintorni non stettero ad aspettare. Impiccato allora per -la gola Plotino, altri morti con altri supplizii, i vincitori trovavano -gran copia di frumento, olio, vino e d’ogni cosa abbisognevole: con -le fortificazioni e col terrore si assicuravano nella domata città. -Ruggiero andò solo in Terraferma a rifornirsi dei cavalli perduti -nell’assedio: lasciò in Traina la sposa, che a dura scuola avea -appreso a far le veci di capitano; la quale mantenne la disciplina -nel presidio, girando i ripari ogni dì, vegliando su le guardie, -confortando tutti con benigne parole e promesse, e rammentando i -pericoli corsi insieme e che aleggiavano lì intorno; guai a chi li -credesse dileguati.[209] - -Tardo, al solito, e fugace balenò pure in questo tempo tra i Musulmani -di Sicilia un raggio che mostrava la via della salvezza: accordarsi -tra loro e con gli Zîriti d’Affrica; ubbidire a questi, anzichè -piegare il collo al giogo cristiano. Morto Moezz l’ultimo d’agosto -del sessantadue, il figliuolo Temîm che gli succedette, usò con -migliore fortuna gli Arabi d’oltre Nilo, i quali per le condizioni -già dette[210] porgeano orecchio ogni dì più che l’altro a’ principi -Zîriti. Veggiam nel primo anno del suo regno, gli Arabi e le milizie di -Temîm ridurre Sfax e Susa e rompere in sanguinosa battaglia l’esercito -di Bugia, accozzato di Berberi delle tribù di Senhagia e Zenata ed -Arabi della tribù di Helâl.[211] È da supporre dunque che paresse -in quel tempo mirabile consiglio nella corte di Mehdia ripigliare -l’impresa di Sicilia, la quale prometteva a un tratto il merito della -guerra sacra, l’acquisto dell’isola e l’allontanamento degli Arabi: di -questi valorosi che aveano vinto, un contro dieci, gli eserciti Zîriti, -guastato il paese e dato mano ai ribelli. Dai susseguenti fatti si vede -che i Musulmani di Sicilia, rincorati dall’uccisione d’Ibn-Thimna, -dalle divisioni de’ cristiani e dalla apparente ristorazione della -potenza zîrida, ne implorassero in questo tempo od accettassero -l’aiuto. Il quale invero, con tutte le novelle vittorie dei Normanni, -arrestò i conquistatori per molti anni; nè tornò vano se non che per -le discordie ripullulate nell’infelice terra, quando gli Affricani -combattuti dal signor di Castrogiovanni e dalla turbolenta aristocrazia -di Palermo, furono costretti a partirsi. - -Lo stesso anno mille sessantatrè sbarcarono in Sicilia i feroci -ausiliarii di Temîm, ritraendosi dagli annali musulmani ch’egli -facesse l’impresa dopo la morte del padre, e dalle croniche cristiane -che Ruggiero reduce di Calabria si trovasse a fronte novella milizia -venuta dall’Arabia e dell’Affrica per dar di piglio nella roba altrui, -col pretesto di recar aiuto ai Siciliani; nella quale tradizione -ognuno vede di quali Arabi dicessero i Normanni.[212] Mandava Temîm -un esercito ed un’armata sotto il comando di due suoi figliuoli, Aiûb -ed Alì; de’ quali il primo venne col grosso delle genti in Palermo, il -secondo a Girgenti:[213] e par che l’uno col favor della cittadinanza -della capitale e delle terre che ubbidivano a quella, da Mazara -infino a Cefalù o Tusa, reggesse il paese a nome del padre; l’altro -com’ausiliare d’Ibn-Hawwasci, tenesse presidio in Girgenti;[214] ed -una schiera andò a rinforzare Castrogiovanni. Ma Ruggiero, tornato di -Puglia e di Calabria, com’ape industre, scrive il Malaterra, onusto -d’ogni cosa bisognevole ai suoi, s’affrettò a dispensar loro cavalli -ed armi; e fatti riposare i cavalli alquanti dì, mosse alla volta di -Castrogiovanni, bramoso di provarsi coi cinquecento Arabi ed Africani -giuntivi di fresco. Sostò a due miglia dalla città; con l’usato -stratagemma e l’usato capitano di vanguardia Serlone, spiccò innanzi -trenta militi, o vogliam dire un centinaio di cavalli, che provocassero -il nemico; ed egli s’appiattò in una valle boscosa col resto delle -genti. Scoperto il drappello di Serlone dall’alto di lor bastite, i -Musulmani calavano grossi alla zuffa, incalzavano con tal furia che -due soli cavalieri normanni pervennero salvi infino all’agguato, e gli -altri, presi o scavalcati, mancavano, quando Ruggiero proruppe come -leone ferito: dopo aspra battaglia sgarò i Musulmani, inseguilli più -d’un miglio e tornossi a Traina; facendo tal giubbilo di quel po’ di -preda e della sanguinosa vittoria contro forze uguali, da mostrarci -quanto i Musulmani fossero imbaldanziti per lo nuovo aiuto e sgomentati -i Cristiani. - -Usando la riputazione della vittoria, Ruggiero cavalcava audacemente -per l’isola, spintosi presso le sorgenti dell’Imera settentrionale -a Caltavuturo, poscia per la valle dell’Imera meridionale fin sotto -Castrogiovanni, donde i Musulmani non arrischiaronsi ad uscirgli -incontro; e infine corse a Butera, in vista del mare affricano. -D’ogni luogo riportò ricca preda; da Butera gran tratta d’armenti e -di prigioni. Passando per la valle del Simeto, fermossi ad Anattor, e -dopo breve giornata a San Felice,[215] e si ridusse a Traina; perduti -molti cavalli per la rapidità della arrisicata correria, il calor -della stagione e la penuria d’acqua. Il che mostra esser già l’anno -innoltrato almeno al maggio, e rimanda indietro all’aprile o al marzo -il combattimento di Castrogiovanni testè raccontato.[216] - -Intanto l’oste zîrita, unita alle milizie musulmane del paese,[217] -movea di Palermo[218] sopra Traina, per calpestare gli Infedeli in -lor nido. Trentamila cavalli e ventimila fanti, al dir di Malaterra -(cioè del conte Ruggiero) veniano addosso a centotrentasei militi, -che tornano a quattro o cinquecento combattenti: ma si scemi pur -di molto il numero de’ Musulmani, e s’aggiunga alla contraria parte -qualche frotta dei cristiani di Sicilia ch’è da supporre accorsa ai -combattimenti,[219] comparirà tuttavia prodigioso il valore normanno, e -credibil solo alla generazione che ha vista l’impresa di Garibaldi in -Sicilia. Valicando gli aspri contrafforti che spiccansi a mezzogiorno -degli Appennini Siculi, l’oste musulmana era giunta alla giogaia di -Capizzi,[220] paralella alla quale corre quella di Traina e la valle -di mezzo è solcata dal fiumicello di Cerami che prende il nome da un -castello fabbricato sovr’alte rupi su la sponda sinistra, ch’è a dire -nel pendio occidentale di Traina, a sei miglia a ponente maestro di -questa città. Entrava, il giugno del mille sessantatrè.[221] Ruggiero, -avuta spia del nemico, deliberassi ad affrontarlo pria che venisse -ad affamar lui in Traina: ond’uscito col piccolo stuolo normanno, -si apprestò a contendere il passaggio della valle; e i Musulmani -schieraronsi sul ciglione opposto. Pur non osando nè questi nè quello -calar giù per lo primo, caduto il giorno, si tornarono gli uni agli -alloggiamenti dietro il monte di Capizzi e l’altro a Traina. Le -quali mosse ripeteano entrambi il secondo e il terzo dì. Al quarto, i -Musulmani vennero a porre il campo su i gioghi dove soleano presentar -la battaglia. Addandosi di tal disposizione alla zuffa, i Normanni -si confessano della peccata, chieggono l’assoluzione a’ sacerdoti, e -muovono verso il nemico. - -Ma saputo dagli esploratori che quello volgesse contro Cerami, allor -soggetta o confederata di Ruggiero, e rinforzata di piccolo presidio -normanno,[222] il conte vi manda Serlone con trenta lance, per -difendere la fortezza tanto ch’ei giunga sopra gli assalitori con le -cento che gli rimaneano. E Serlone entrò in Cerami pria del nemico, e -quando questo s’appresentava,[223] senz’aspettare il conte, disserrate -le porte, caricò con trentasei lance tutta la cavalleria musulmana, -o, come e’ sembra, la sola vanguardia; sbaragliolla al primo scontro, -la inseguì con molta uccisione; e trascorrendo fino al campo, fattovi -un po’ di preda, si ridusse a Cerami ov’era sopravvenuto Ruggiero. -Ristretti allora i capi a consiglio, avvisando altri di appiccare -la battaglia lì lì, altri ch’e’ non fosse da sforzare la fortuna con -prove troppo temerarie, Orsello di Baliol diè su la voce ai prudenti, -disse aspramente a Ruggiero non seguirebbe mai più sua bandiera, se -di presente non si combattesse: dalle quali parole confortato anzi il -conte, proruppe anch’egli in rampogne contro i dubbiosi; e messo il -partito, si trovò che nessuno avea paura. Intanto s’erano rattestati -i Musulmani in lor campo; ingrossati di nuova gente, comparvero più -formidabili che prima, ordinati in due corpi e pronti alla zuffa. In -due schiere spartironsi anco i Normanni, capitanata l’una da Serlone, -Orsello e Arisgoto di Pozzuoli, l’altra dal conte. Al punto dello -scontro, la prima schiera nemica, schivando la vanguardia normanna, -giravale di fianco, spronava ad un colle e sperava occuparlo pria -che vi giugnesse Ruggiero; il che le venne fallito. Orsello nell’una -torma, Ruggiero nell’altra, inebriavano in questo i Normanni con -sublimi parole di religione e d’onore; tanto che si tuffarono in quella -moltitudine non più vista; disparvero tra le onde della cavalleria -musulmana. Chi diè loro la vittoria? Racconta il Malaterra che un -cavaliere possente e bello della persona, montato su destrier bianco, -vestito di bianca armadura, armato d’una lancia con pennoncello bianco -e croce vermiglia, entrasse il primo a rompere e stracciare lo stuolo -musulmano là dov’era più fitto. Il cronista dice che raffigurarono -proprio San Giorgio; sì che i Normanni piangendo di tenerezza lo -seguirono nella mischia; lo smarrirono; e già avean vinto. Ma tanto -spesso torna tal visione nelle guerre de’ Crociati, da parere fior di -rettorica del cronista, anzichè allucinazione de’ combattenti. Al conte -Ruggiero anco fu attribuito il favor celeste d’un pennoncello crociato -che gli ornasse la lancia, dov’egli nè altro mortale non l’aveva -attaccato. Più certamente il ferro della sua lancia squarciò una -corazza di stupenda fattura[224] sul petto del kâid di Palermo,[225] -capitano dell’oste o della schiera, uom fortissimo il quale galoppando -innanzi a’ suoi minacciava e imprecava a’ Normanni. Il valore, la -disciplina, l’unita e ferma volontà, la viva fede, trionfarono dopo -lunghissima tenzone sopra la moltitudine ragunaticcia d’Arabi prodi -ma ladroni, schiavi africani, nobili siciliani sospettosi, plebe -feroce nei tumulti e inetta nel campo. Diradossi la calca d’intorno -ai Cristiani: come nubi squarciate dal vento, come stormo d’augelli -se vi piombi il falcone, scrive Malaterra, si sbaragliò la cavalleria -musulmana, lasciando quindicimila morti; ventimila rincalza l’Anonimo. -I vincitori passavan la notte nel campo nemico riposandosi per le -tende, si spartivano la preda; ma al nuovo dì, messisi a dar la caccia -ai ventimila pedoni che s’erano riparati tra le rupi, fecero macello; e -la più parte imprigionati mandarono a vendere in Calabria ed in Puglia, -che fu il maggior lucro della vittoria. Così i cronisti, accumulando -le inverosimiglianze in guisa da far credere ch’e’ favoleggino o -dimentichino in que’ fatti le popolazioni cristiane di Sicilia; e per -colmo della metafora ci narrano che Ruggiero tornasse in Troina per -fuggire il puzzo dei cadaveri.[226] Quinci ei mandava a papa Alessandro -secondo un Meledio per ragguagliarlo della vittoria e presentargli -quattro cameli. I quali il papa ricambiò con indulgenza plenaria -al conte, ed a chiunque avesse combattuto o fosse per combattere in -avvenire i Pagani di Sicilia; ed aggiunse una bandiera sotto la quale -più sicuramente si compisse la santa gesta. Malaterra, nel raccontar -questo fatto, si studia a dargli significato di mera pietà, senz’ombra -d’omaggio feudale nel dono dei cameli, nè d’investitura in quello del -gonfalone.[227] - -Poco appresso la battaglia s’offriano a Ruggiero importuni ausiliarii -ad una impresa sopra Palermo. I Pisani conducendo frequenti commerci -nella città, ebbero a risentirsi d’alcuna ingiuria;[228] e maggior -colpa dei Musulmani di Sicilia fu che andavano le cose loro in rovina -e fors’anco che Roberto Guiscardo, nella irrequieta attività della sua -mente, avea pensato di usare contro la Sicilia le forze navali di Pisa, -ed appiccata a questo effetto una pratica che poi si dileguò.[229] I -mercatanti pisani allestivano lor navi pronte al pari al commercio -e alla guerra: popol d’ogni ordine, com’attesta una iscrizione di -quell’epoca, grandi, mezzani ed infimi entrarono nell’armata.[230] -Fatto vela per la Sicilia, sursero in un porto della costiera -settentrionale[231] donde spacciaron oratori in Traina per invitare -Ruggiero che cooperasse coi suoi cavalli. Rispose aspettasserlo un -poco, dovendo dar sesto a certe sue faccende; ma que’ mercatanti, -prosegue sprezzante il cronista, non sapendo come va fatta la guerra, -non usi a sciupare il tempo senza guadagno, amarono meglio andar -soli in Palermo. Il venti settembre del mille sessantatrè, i Pisani, -assalito il porto, spezzata la catena che lo chiudea, preservi con -sanguinoso combattimento sei navi cariche di merci;[232] e ributtati, -com’ei sembra, dal porto, metteano a terra cavalli e fanti presso -la foce dell’Oreto, respingeano i cittadini usciti a combattere; -piantavan le tende in su la riva e scorreano a depredare le deliziose -ville suburbane.[233] Arse poi cinque delle navi che avean predate, -riportarono l’altra a Pisa, con tanto tesoro, che bastò a cominciare -la fabbrica del Duomo, dove una iscrizione contemporanea attesta -l’arrisicata fazione.[234] - -Ruggiero intanto, volendo sostare nel sollìone e ristorare sua gente -menomata dalla vittoria di Cerami,[235] pensò di andare in Puglia, -vettovagliata prima Traina. A questo effetto spingeasi con rara audacia -nella valle dell’Imera settentrionale, correva il primo dì a Collesano, -l’altro a Brucato,[236] il terzo infino a Cefalù: tornato a casa -con abbondantissima preda, munì il castello, vi lasciò la moglie e i -compagni, ai quali raccomandò di far buona guardia come se avessero -sempre il nemico alle porte, non dilungandosi dalla città per niuna -occasione propizia. Ito quindi in Terraferma a consultare con Roberto, -n’ebbe cento militi non sappiamo a che patto, ai quali aggiunse cento -de’ suoi: al rinfrescare della stagione, ritornato in Sicilia, irruppe -nelle parti di Girgenti. Parve allora agli Arabi ed agli Affricani di -vendicare la rotta di Cerami: un’eletta di settecento lor cavalli uscì -cheta di Girgenti per appostar i Normanni al ritorno; si pose sopra -un burrone in fondo al quale correa la strada. Frettoloso e guardingo -cavalcava Ruggiero col grosso de’ suoi, mandate innanzi le some del -bottino con una scorta d’armati; la quale come giunse all’agguato, -assalita da forze superiori, sopraffatta dall’alto coi sassi, presa -di subita paura voltò le spalle, perdè qualche uomo ed anelante si -rifuggì ad una balza ch’era inaccessibile fuorchè da un viottolo -aspro e stretto. Al romore accorreva Ruggiero a spron battuto con -l’altra schiera; gridava a que’ della scorta venissero a ristorare la -battaglia, ma gli fu forza di salire egli stesso, chiamar ciascuno per -nome, rinfacciare ch’ei non riconosceva i vincitori di quello stesso -nemico tanto maggior di numero a Cerami. Rattestatili a stento, caricò, -ruppe i Musulmani, ritolse la preda e si ritrasse a Traina; piangendo -sì la morte di Gualtiero di Semoul, il più valoroso giovane della -schiera, il quale fu trafitto spingendosi primo alla riscossa.[237] -Un Malaterra musulmano racconterebbe, credo, altrimenti questa dubbia -fazione, e più altre ne aggiungerebbe favorevoli ai suoi, le quali -è forza supporre nello autunno, e sino allo scorcio dell’inverno, -allorchè il Malaterra normanno ci rappresenta Roberto Guiscardo -costernato dalle nuove che giugneano di Sicilia, risoluto a partecipare -ne’ pericoli come avea fatto negli acquisti; ond’ei venne in aiuto -a Ruggiero che i Saraceni travagliavano e strigneano con frequenti -assalti.[238] - - - - -CAPITOLO IV. - - -Nella primavera dunque del millesessantaquattro Roberto adunò -l’esercito in Puglia e in Calabria; al quale andato incontro Ruggiero a -Cosenza, passarono insieme il Faro con cinquecento militi, non contando -gli altri cavalli nè i fanti;[239] e tirarono dritto a Palermo, senza -che i Musulmani osassero tagliar loro la strada. Posero il campo presso -la città, in un colle infestato da tarantole,[240] il cui morso diceano -cagionasse gravi e sconci sintomi nervosi e fin anco minacciasse la -vita.[241] E sembran fole; poichè quell’insetto in oggi non nuoce; ed a -supporre che particolari condizioni l’abbiano armato di veleno in altri -tempi e luoghi non ci basta l’autorità delle cronache oltramontane, -le quali sempre lo fanno ausiliare degli Infedeli contro i guerrieri -cristiani del Settentrione, sempre l’accagionano d’una pia impresa -fallita.[242] Gittando su l’infausto luogo il nome di Monte delle -Tarantole, che del resto non vi allignò,[243] tramutavansi i Normanni -in migliori alloggiamenti; dai quali per ben tre mesi osteggiavano la -città, ma n’erano sì gagliardamente ributtati, che sciolsero l’assedio -senz’altro pro che di saccheggiare le campagne. In vece di rifar la -strada verso levante, spingeansi per ben ottanta miglia a mezzogiorno; -dove espugnavano Bugamo, castello o forse grossa terra a sei miglia da -Girgenti,[244] e spianavano le case, e fatti schiavi gli abitatori, il -duca Roberto, mandolli a popolare Scribla in Calabria, da lui poc’anzi -desolata; cioè a coltivare come servi suoi i terreni dai quali avea -cacciati gli antichi possessori. Solo fatto d’arme in questa impresa -del sessantaquattro, ci racconta il Malaterra che passando i Normanni -coi prigioni di Bugamo presso Girgenti, que’ cittadini uscirono -alla riscossa, e furono respinti e inseguiti fino a lor mura.[245] -Intanto Amato attesta che Roberto vedendo non poter espugnare Palermo -senza forze navali, si volse ad acquistare altre città marittime in -Terraferma, ond’accozzarvi legni e marinai.[246] Il vero è che il duca -non ristorò la fortuna delle armi cristiane in Sicilia. Il senno nè il -valore non era venuto meno ai Normanni. Chi dunque diè l’avvantaggio -all’islam tra il mille sessantatrè e il sessantotto, tra la battaglia -di Cerami e il combattimento di Misilmeri? - -Pochi cenni delle istorie musulmane, limitati su per giù allo stesso -spazio di tempo senza date più precise, ci fan pure intendere la -cagione, se li riscontriamo con le condizioni conosciute d’altronde. -Tengasi a mente che delle tre grandi province o valli della Sicilia, -come furon dette, distinte per la natura de’ luoghi non meno che pei -mutamenti sociali ed etnologici che portò il conquisto musulmano, -apparteneva a’ Normanni, con piccolo divario di confini, il val Demone; -il Val di Noto a’ Musulmani confederati loro; il Val di Mazara a’ -Musulmani nemici, divisi in due Stati: di settentrione e mezzogiorno. -Secondo l’odierna circoscrizione, diremo che sgombra da’ signori -musulmani la provincia di Messina, ubbidiano quelle di Catania e di -Siracusa ai successori d’Ibn-Thimna o regoli d’altra schiatta venuti -su dopo la sua morte, e che si riducea la guerra nelle province di -Palermo, Trapani, Caltanissetta e Girgenti; delle quali le due prime -par ubbidissero alla repubblica di Palermo, le seconde a Ibn-Hawwasci. -E già narrammo come l’una e l’altro, sentendosi l’acqua alla gola, -accettavano il soccorso di Temîm; e come i costui figliuoli Aiûb ed -Alì si poneano nelle città più importanti di ciascuno Stato: Palermo -e Girgenti. Accordandosi l’ambizione di casa Zirita con la salute dei -Musulmani di Sicilia e coll’onore dell’islam, ebbero gran seguito i -due principi; alla cui riputazione non potea detrarre la battaglia -di Cerami, più avventurata al certo pe’ Normanni che esiziale a’ -Musulmani, nella quale d’altronde se avesse combattuto un figliuolo -di Temîm che di qua dal Mediterraneo potean chiamare re d’Affrica e -d’Arabia, i Normanni non l’avrebbero ignorato al certo, nè passato -sotto silenzio. Che Aiûb governasse prosperamente la guerra, i casi -della quale sono taciuti o dissimulati da’ cronisti normanni, e che gli -venisse fatto per brev’ora di recarsi in mano l’autorità in tutta la -Sicilia occidentale, si ritrae, s’io mal non m’appongo, dal seguente -racconto che Ibn-el-Athîr copiò, ovvero compendiò, dagli scritti -di autore più antico e poselo tra il quattrocencinquantatrè e il -quattrocensessantuno dell’egira (1061-1069). - -Ibn-Hawwasci, secondo que’ ricordi, inviava da Castrogiovanni ricchi -presenti ad Aiûb; volea fosse albergato nel suo proprio palazzo -di Girgenti e l’onorava con ogni maniera d’ossequio. Ma poco durò -l’amistade. Accorgendosi che i Girgentini ponessero troppo amore -nell’ospite, il signor di Castrogiovanni per lettere comandava di -cacciarlo: disubbidito, movea contro i Girgentini con l’oste. Ed essi -uscirono sotto le bandiere di Aiûb e s’appiccava la zuffa, quando -una freccia tirata, dicono, a caso, dirimea la lite uccidendo Ibn -Hawwasci: onde Aiûb era gridato signore da ambo i lati, com’e’ sembra, -del campo di battaglia. La discordia spenta per tal modo nel mezzodì, -si raccendea poscia in Palermo; dove i cittadini, mal soffrendo gli -schiavi stanziali di Temîm, vennero alle mani con quelli; e imperversò -tanto la guerra civile, che Aiûb, veduto non poterne venire a capo, -chiamava a sè il fratello Alì: montati su l’armata, ritornavano in -Affrica. Seguitaronli molti notabili musulmani dell’isola; seguitolli -la gente dell’armata siciliana; nè rimase chi potesse far testa -a Normanni. Se ne sbrigano così gli annali; saltano a piè pari -l’occupazione di Catania, l’espugnazione di Palermo, e toccano appena -la resa di Girgenti e di Castrogiovanni, cioè l’ultimo compimento -del conquisto normanno.[247] Cercando di porre qualche data nello -spazio che abbiamo percorso, riferiremmo l’andata di Aiûb in Girgenti -all’anno sessantaquattro, quando la ritirata dell’esercito normanno -da Palermo esaltò di certo il nome di Aiûb e lo scempio di Bugamo fece -desiderare in que’ luoghi l’eroe musulmano della stagione. Sembra anco -che i Normanni allor fossero corsi a mezzogiorno all’odor della guerra -civile e per trame di fazioni che portarono alla chiamata di Aiûb. -Questi poi sembra partito di Sicilia dopo l’infelice combattimento di -Misilmeri, nel quale ei forse non si trovò;[248] ma la parte avversa -gliene dovea pur gittare addosso la colpa. L’esilio, volontario o no, -de’ cittadini che il seguirono, prova che la parte siciliana trionfò -in Palermo, fors’anco in Girgenti, dove la morte d’Ibn-Hawwasci l’avea -fatta andar giù. Palermo continuò o tornò a reggersi per la _gema’_, -che fu poi costretta a rendere la città il millesettantadue. Lo Stato -di Castrogiovanni e Girgenti cadde sotto nuova signoria, della quale -diremo a suo luogo. - -La vecchia tattica di casa Hauteville mirabilmente s’era riscontrata -co’ tempi, lasciando consumare dassè quel rigoglio che una effimera -concordia avea dato a’ Musulmani nel millesessantaquattro. Roberto, -dopo l’assedio di Palermo, attese in Puglia a soggiogare municipii -italiani e condottieri normanni indocili al nuovo freno. Ruggiero -non si spiccò dal fratello mai più; anzi gli diè mano in Terraferma -quand’ei potè:[249] e in Sicilia si chiudea quasi nell’arme senza -assalire altrimenti, fidandosi pur nell’indole dei Musulmani che -presto avrebbero ripreso a lacerarsi tra loro. Nè ebbe ad aspettare -gran pezza. Del millesessantasei, si fa innanzi, ben coperto, per -un’altra quarantina di miglia; afforza di torri e bastioni Petralia, -che gli aprì lo sbocco alla valle dell’Imera settentrionale e però a -Termini ed a Palermo, e per più breve e facile cammino gli permise -le scorrerie sopra quel di Castrogiovanni e di Girgenti. Fitto nel -pensiero di conquistar la Sicilia, dice lo storiografo, Ruggiero non -avea posa, non sentiva più la fatica; d’ogni stagione il vedevi alla -testa de’ suoi, dì e notte a cavallo, senza risparmiare questi più che -quell’altro, scorrea per ogni luogo, sì rapido che i nemici lo credeano -presente da per tutto, e sempre, pur entro le città e le case loro, se -lo sentivano addosso. Col senno temperava la ferocità leonina che sortì -da natura; la fortuna giammai non l’abbandonò. Or allettando altrui -co’ guiderdoni, or minacciando con parole e stringendo con assalti e -guasti, si allargò a poco a poco intorno Petralia, tanto che assoggettò -gran parte dell’isola; all’uso, aggiugne il Malaterra, de’ figliuoli -di Tancredi, i quali cupidi d’acquisto non poteano sopportare ch’altri -possedesse terreno nè roba accanto a loro, nè avean pace finchè non li -rendessero tributarii o del tutto non li spogliassero.[250] - -A capo di tre anni, correndo il millesessantotto, sì aspra era divenuta -la molestia ai Musulmani di Palermo, che ragunati a consiglio, scrive -il Malaterra, deliberarono di tentare ad ogni costo la fortuna d’una -battaglia. Saputo che Ruggiero cavalcasse alla volta della città con -fortissimo stuolo, gli escono incontro a gran frotte; l’avvistano a -Misilmeri, terra a nove miglia per levante. Ancorchè non si aspettasse -tanta moltitudine, egli si preparò allo scontro fremendo di gioia. -Ordinò le genti in una schiera. Le arringò sorridendo: “La fortuna -amica sempre a’ Normanni condur loro tra’ piedi la preda tanto -desiderata, risparmiar loro la fatica di più lungo cammino; anzi -Iddio stesso porgea questo dono. Prendete, continuò, la roba degli -Infedeli, indegni di possederla: ce la partiremo apostolicamente tra -noi; ciascuno avrà quel che gli abbisogni. Nè temiate il numero de’ -nemici tante volte sconfitti. Che s’or ubbidiscono a novello capitano, -gli è pur della nazione, indole e religione loro. E sia mutato anco, il -nostro Dio non muta. Quando a voi non venga meno la fede nè la ferma -speranza, Ei vi concederà sempre vittoria.” Ruppero il nemico con -sì grande strage, che il cronista la viene significando coll’antica -metafora dell’esser mancato chi ritornasse a dar la notizia. -Spartironsi allegramente il bottino. E trovando le gabbie de’ colombi -messaggeri, loro attaccarono al collo schede intrise di sangue, sì che -in Palermo seppesi immediatamente la sconfitta.[251] - -Avea principiato Roberto in questo tempo l’assedio di Bari, grossa -città e ricca più che niun’altra dell’Italia meridionale, travagliata -da due parti, le quali per vie contrarie aspiravano a libertà: -chè l’una volea sottrarsi ad ogni patto alla dominazione bizantina -affidandosi perfino a Normanni; l’altra capitanata da Argiro, aborrendo -dal giogo feudale, ormai chiaro e manifesto, dei Normanni, amava -meglio ubbidir di nome a Costantinopoli. Questa parte prevalendo in -Bari, la tenea, sola in Italia, in fede dell’impero bizantino; e si -schermì tanto dalle arti di Roberto, ch’egli deliberossi a far aperta -violenza. Onde oppugnava la città con l’usato perseverante valore e con -mezzi più potenti che fin allora non avessero adoperati i Normanni: -macchine di varie maniere da batter le mura, e ridotti e ponti di -barche; soprattutto forze navali, fornite in parte dal conte Ruggiero. -Al quale par torni la gloria del fatto decisivo; poichè sendo la città -stretta da ogni banda e affamata e sopravvenendo un’armatetta bizantina -con genti e vittuaglie, le navi normanne che la scopriron di notte e -la intrapresero e distrusserla, ubbidivano a Ruggiero, come scrive -il Malaterra; nè monta che tacciano il suo nome Amato e Guglielmo -di Puglia, partigiani di case rivali. La città allora s’arrese a dì -sedici aprile del settantuno, dopo tre anni e parecchi mesi d’assedio. -Roberto usò umanamente co’ Baresi, rendendo loro i possessi occupati -nel territorio e fermando con la città patto di confederazione, il -che in vero significava porre un tributo. Poi dispensò armi a chi ne -volle, anco al presidio bizantino fatto prigione, e se li tirò dietro a -combattere in Sicilia con quante navi potè accozzare nel porto.[252] - -Perocchè la vittoria di Bari promettea quella di Palermo; provatisi -già felicemente i Normanni e lor sudditi italiani alle battaglie di -mare, alle ossidioni, e cresciute le forze militari di due fratelli -che ormai teneano il primato di lor gente in Italia. In vece delle -squadre di scorridori con che aveano combattuto in Sicilia, i Normanni -vi recavan ora un esercito ed un’armata. Oltre le genti assoldate,[253] -chiamò Roberto alla impresa i condottieri o conti ch’ei già tirava alla -condizione di grandi vassalli e i due confederati ch’ei si proponeva -d’ingoiare a suo comodo: Riccardo principe normanno di Capua[254] e -Guaimario principe longobardo di Salerno, fratello della moglie.[255] -Sembra che i principi abbiano fornita poca gente. De’ conti ricusò -audacemente Pietro di Trani.[256] Ciò non di meno Roberto a capo di tre -mesi era in punto; soggiornato il giugno e parte di luglio a Otranto, -fece tagliare una roccia per imbarcare più agevolmente i cavalli e -adunò le macchine, e le vittuaglie. Cinquantotto navi partivan indi -per Reggio, dove il duca s’avviò con altri cavalli e fanti. Gli ultimi -giorni di luglio o i primi d’agosto, passò il Faro con tutte le genti: -Normanni, Pugliesi Calabresi e il presidio bizantino di Bari.[257] - -Ruggiero che avea per tutta la state messe in punto anch’egli le sue -forze, non prima saputo il passaggio di Roberto, si trovò a Catania -in modo tanto sospetto, che il Malaterra, non osando narrarlo, nè -dir bugia tonda, ci lascia nelle mani il bandolo della magagna, -«Il duca, scrive egli, mandato innanzi il fratello in Sicilia, va -a lui in Catania, _fingendo_ di muovere contro Malta, quasi non si -fidasse d’assalire Palermo; e pur si reca a Palermo _confortato_ dal -fratello.» Ma come e perchè Ruggiero fosse corso a Catania, sede -dei Musulmani ausiliari suoi da tanti anni, e chi signoreggiasse -il paese dopo la uccisione d’Ibn-Thimna, lo tace qui e sempre lo -storiografo del Conte.[258] Amato, che non vivea a corte di lui, -dice che Ruggiero mosse contro Catania quando Roberto passava lo -stretto; che la città gli si arrese a capo di quattro dì; ch’egli fece -acconciare incontanente una chiesa intitolata a San Gregorio ed una -fortezza, nella quale lasciò quaranta uomini di presidio a reprimere -il mal volere de’ cittadini.[259] Donde noi possiamo scrivere ne’ -posti lasciati in bianco dai due frati cronisti e dir che Ruggiero, -usando gli antichi accordi con Ibn-Thimna, entrò da amico, forse con -picciolo stuolo in Catania, dando voce d’una impresa sopra Malta, e che -sopravvenuto Roberto con parte dell’armata, sempre per andar a Malta, -insignorironsi della città, dopo breve resistenza o nessuna. Fatto il -colpo, Roberto avvia l’esercito a Palermo per terra; egli, per fuggire -il caldo, segue in una galea, accompagnato da dieci gatti e quaranta -altre navi. Ruggiero, cammin facendo anch’egli alla volta di Palermo, -va a sopravvedere sue genti e sue cose a Traina. Ripigliato indi il -viaggio, non lungi da Palermo gli intervenne che precedendolo i suoi -famigliari per apprestar le vivande, una gualdana di dugento musulmani -rapirono ogni cosa ed uccisero la gente; ma furono non guari dopo -svaligiati e tagliati a pezzi dalla schiera del Conte.[260] - -Ci è occorso descrivere il sito di Palermo nel decimo secolo: nel -centro il Cassaro, o città vecchia, bagnata, da maestrale a levante, -dal porto che fendeasi in due lingue; la Khalesa, cittadella tra la -lingua orientale e il mare; i borghi intorno il Cassaro da ogni altra -banda.[261] I particolari dell’assedio che raccogliamo qua e là negli -scritti di Amato, di Malaterra, di Guglielmo e dell’Anonimo e che -tornan pure ad unico e chiaro disegno delle operazioni militari, non -mostrano mutata la topografia nella seconda metà del secolo undecimo; -se non che gli spaziosi borghi di libeccio, mezzodì e scirocco sembrano -decaduti da lungo tempo e abbandonati del tutto all’appressarsi del -nemico. Discosto circa un miglio a levante, al posto dove giugnea -in quel tempo[262] la sponda destra dell’Oreto e la spiaggia del -mare, sorgeva il castello, detto di Giovanni, dal nome forse d’alcun -musulmano (_Jahja_) di che i Normanni fecero San Giovanni[263] e -mutarono l’edifizio in ospedale; onde le odierne fabbriche sovrapposte -a ruderi di varie età si chiamano tuttavia San Giovanni dei Lebbrosi. -Il qual castello, evidentemente posto a difendere da gualdane nemiche -le ricche ville d’ambo i lati del fiume e gli approcci stessi della -città, era stato probabilmente edificato o afforzato durante la guerra -normanna; nè parmi inverosimile che alcun altro ne sorgesse in altri -siti dell’agro palermitano dove poi si notarono chiese, monasteri o -palagi de’ Normanni. Della popolazione palermitana in questo tempo -ignoriamo il numero al tutto; ma dobbiamo supporla menomata di molto, -fin dal decimo secolo, per le vicende politiche, massime le emigrazioni -del millesessantuno e del sessantotto.[264] Il numero degli assedianti -possiamo conghietturar solo dalla estensione del territorio sul quale -dominavano gli Hauteville in Terraferma, da’ soliti loro armamenti in -altre imprese contemporanee, dalla guardia che scortava Roberto entrato -di accordo nella città e dal numero delle sue navi notato dianzi. Un -otto o diecimila uomini, tra cavalli e fanti, parmi il maggiore sforzo -che i Normanni abbian potuto condurre sotto le mura di Palermo. - -Si avanzò primo Ruggiero dalla parte di levante per le falde de’ monti, -il dì appresso il raccontato scontro; occupò un sontuoso palagio e le -ville dei contorni; le saccheggiò; fece abbondante caccia di prigioni, -i quali nulla sapeano del nuovo gioco, quando si videro cinti da un -cerchio di cavalli e stretti e presi e venduti.[265] La vanguardia -apparecchiava per tal modo le stanze ai capi dell’oste: «Que’ dilettosi -giardini, scrive Amato, irrigati d’acque, ricchi di frutta; dove -albergarono con agi da principi, fino i cavalieri minori, proprio in -un paradiso terrestre.» Appresentatosi quindi al Castel Giovanni, -e uscitogli incontro il picciolo presidio,[266] uccidea quindici -cavalieri musulmani, ne prendea prigioni trenta, e, insignoritosi -del luogo, vi chiamava Roberto,[267] il quale indi sembra sbarcato lo -stesso dì. Il quartier generale, come or si direbbe, fu posto in quel -castello e ultimato il disegno di assedio. Rimasevi Roberto capitanando -i Pugliesi e i Calabresi dell’oste; Ruggiero con le sue genti stanziò, -com’e’ pare, dove or sorge la chiesa della Vittoria, a settecento metri -dalla odierna porta Nuova, su lo stradone che mena a Morreale.[268] -Talchè stando l’uno a ponente-libeccio l’altro a scirocco-levante e -comunicando insieme, investivano la città, per più d’un terzo del suo -perimetro, dal lato meridionale. A greco l’armata chiudeva il porto. -Le picciole forze navali che rimaneano a’ Palermitani[269] furonvi -ricacciate, perdendo un gatto ed una galea.[270] - -Del rimanente s’era la città apparecchiata bene alla difesa; onde i -Musulmani, stretti ch’e’ furono nelle mura, per frequenti sortite, con -varia fortuna sturbavano le opere degli assedianti,[271] con indefessa -vigilanza si guardavano, con valore e ostinazione combatteano.[272] I -particolari non ripeterò, perchè trovansi nella sola cronica ritmica -di Guglielmo: luoghi comuni che forse pareano corredo necessario delle -Muse. Pur non passerò sotto silenzio un episodio narrato dall’Anonimo -del duodecimo secolo: che lasciando spesso i Palermitani le porte della -città aperte, quasi sfida ad entrare, egli avvenne che un terribile -cavaliere musulmano tornando in città dopo avere uccisi parecchi -Normanni, sostasse sotto la porta rivolgendo pur la faccia a’ nemici, -quando un giovane guerriero, parente di casa Hauteville, adontato del -piglio minaccevole, spronò contro costui. E trapassollo fuor fuora con -la lancia. Ma richiusagli la porta dietro le spalle, senza stare un -attimo in forse, spinge innanzi il cavallo in carriera disperata tra -i Musulmani che il saettavano e gli davano addosso ed uscito illeso -da un’altra porta, giugne tra’ suoi mentre il piagnean morto.[273] -La quale avventura da Tavola Rotonda ci parrà meno inverosimile se -la supponghiamo seguita nella Khalesa, piccolo ricinto con quattro -porte che s’aprian tutte nel breve tratto dell’istmo.[274] Grandi -combattimenti non seguirono infino all’inverno, studiandosi invano i -nemici ad offendere la città.[275] Giugnean intanto aiuti d’Affrica, -di forze navali, com’e’ pare, e non molte.[276] Già i principi della -casa di Salerno, tediandosi d’una impresa che lor propria non era, -ritornavano in Terraferma, dove più lieto spettacolo che l’assedio di -Palermo offriva papa Alessandro, consacrando la nuova basilica di Monte -Cassino, il primo ottobre.[277] E Roberto impaziente chiedea rinforzi -in Terraferma; tra gli altri, al rivale principe Riccardo, il quale gli -promesse dugento lance capitanate dal figliuolo Giordano e sì avviolle, -ma le richiamò pria che passassero il Faro. Si disperava tanto della -vittoria, che Riccardo collegatosi con la famiglia de’ conti di Trani -e con altri antichi nemici di Roberto, osò assalire le costui terre in -Calabria ed in Puglia. Il Guiscardo non si spuntò per questo dal suo -proponimento,[278] sapendo bene che egli avrebbe trionfato di tutti in -Palermo. - -«In quel medesimo tempo (così Amato), era gran carestia nella città, -mancando le vittuaglie, che non si trovava da comperarne. Era altresì -grande pestilenza e mortalità, per cagione de’ cadaveri insepolti; -ingombra la città di feriti, d’infermi, d’uomini fiaccati dalla -fame, la debile mano dei quali più volentieri stendeasi a chiedere la -limosina che a combattere. E i maliziosi Normanni spezzavan del pane -e lasciavanlo a piè delle mura.[279] I Saraceni a venti ed a trenta -correano a prenderlo. E il secondo giorno que’ posero il pane un po’ -più lungi dalla terra e gli altri a correre, a darvi di piglio, ad -assicurarsi e più numero ne veniva. Il terzo dì poi i Normanni messero -l’esca più lungi, e quando i Pagani vennero fuori tutti, furon presi -e tenuti schiavi o venduti in lontani paesi.»[280] Così il cronista, -compiaciuto o indifferente, non so. Pur si commove al narrare come -mancato il vino nel campo di Roberto, ancorchè vi abbondassero carni -squisite, il duca e la moglie di acqua sola si dissetavano; il che, -aggiugne, non potea fare specie a Roberto il cui paese non produce del -vino; «ma considera, o lettore, la nobile sua donna, la quale, a casa -il padre Guaimario, principe di Salerno, solea bere com’acqua fresca -del vin chiaro e schietto!»[281] - -Rincorò i Normanni il successo d’un combattimento navale provocato -da’ Palermitani quand’ebbero gli aiuti d’Affrica, disperando tuttavia -di snidare il nemico da’ posti occupati nella pianura. Avvistosi de’ -preparamenti, Roberto apprestò anch’egli sue navi; nelle quali fece -tendere intorno intorno le tolde de’ teli di feltro rosso da parare i -sassi e le saette:[282] e quel colore potea tornar a mente a’ Normanni -le imprese dei padri loro, i quali l’aveano reso terribile in sul mare, -che la tradizione nazionale lo serba fin oggi nelle divise militari -d’Inghilterra e di Danimarca. Ancorchè si possa tenere più numeroso -il navilio normanno che il musulmano, par avesse disavvantaggio nella -struttura non adatta alla guerra. Era questo d’altronde, dopo il fatto -di Bari, il primo cimento navale dei dominatori normanni d’Italia; -nè la memoria era spenta di quelle armate che infin dal nono secolo -uscirono dal porto di Palermo a desolare le spiagge meridionali della -Penisola; nè non vedea Roberto che una sconfitta sul mare l’avrebbe -costretto a levare l’assedio per la seconda volta. Donde ai suoi -disse ch’era uopo vincere o morire: li fece confessar delle peccata e -solennemente prendere l’eucaristia. Confortate di tal cibo, continua -Guglielmo di Puglia, le fedeli turbe, Normanni, Calabresi, Baresi -ed Argivi entrano in nave; nè basta a spaventarli il suono degli -strumenti, il tonante grido di guerra de’ Musulmani. Si scontrano -le armate: resistono i Siciliani e gli Affricani, finchè sforzati da -un cenno divino, voltan le prore. Qual nave fu presa, qual sommersa; -la più parte si rifugge nel porto, chiudelo con la catena, e questa -spezzano i vincitori, e fan preda d’altri legni, a parecchi appiccan -fuoco.[283] Altro non dice il cronista; ond’e’ si vede che l’armata -normanna, superate le prime difese del porto, fu costretta a ritirarsi. - -Minacciati tuttavia i Musulmani da quest’altra banda,[284] scemati per -le spesse morti, affranti dalla fame, dalla pestilenza, dalle fatiche, -Roberto non differì l’assalto generale. Aveva egli fatte costruire -quattordici scale[285] congegnate con artifizio che parve mirabile -in quel tempo,[286] da innalzarsi a ragguaglio delle mura. Mandate -nottetempo sette delle scale a Ruggiero, va egli stesso a trovarlo; -concertano gli ordini dell’assalto, i segnali e ogni cosa.[287] Lo -sforzo più grave fu affidato a Ruggiero contro la fortezza principale, -cioè la città vecchia, da libeccio; onde passava a quella parte il -grosso dello esercito di Roberto. A greco dovea minacciare, e non -altro, il navilio. Roberto riserbossi uno stratagemma nel caso che -fallisse Ruggiero: un colpo di mano su la Khalesa ch’avea mura più -basse. - -Presso a compiersi i cinque mesi d’assedio, il primo o un de’ primi -giorni dell’anno millesettantadue, al far dell’alba,[288] il clamore -che si levò nel campo di Ruggiero facea correre precipitosamente -i Palermitani a quelle mura.[289] I fanti nemici s’avanzano ratti; -con frombole ed archi tiravano ai difensori in su i merli, quando -i cittadini, sortiti con grande impeto, spazzavano la turba nemica, -inseguivano a piè ed a cavallo i fuggenti. Caricò allora la cavalleria -normanna, ruppe a sua volta gli assediati, ricacciolli in città, -stringendoli sì gagliardamente sino alla porta, che già erano per -entrare insieme alla rinfusa. Allo estremo pericolo, i Musulmani -calan giù la saracinesca; serran fuori i loro fratelli, de’ quali i -Normanni, sotto gli occhi loro, tra il grido e il compianto, fecero un -macello.[290] E i Normanni a ripigliar l’assalto delle mura. Adducono -la prima scala; già tocca a’ merli: chi salirà? Si guardavano l’un -l’altro negli occhi. Un Archifredo subitamente fa il segno della croce -e si slancia su pei gradini; due guerrieri il seguono, saltano sul -muro, quand’ecco sfasciata e infranta la scala. Soli incontro a cento, -andati in pezzi gli scudi loro, gittaronsi giù dalle mura, e sani e -salvi rimasero, al dir di Amato. Gli altri ch’eran saliti per altre -scale furon anco respinti. Allenarono i Normanni, si ritrassero.[291] -Avvicinandosi già la sera, parea fallito l’assalto. - -Ma alle eloquenti parole di Roberto, dice Guglielmo di Puglia e le -mette in versi, ai conforti, crediam noi, di Ruggiero e secondo il -disegno già ordinato col duca, ritornarono pur i Normanni a piè delle -mura: e i cittadini traeano tutti al posto minacciato; sicuri di -buttar giù ne’ fossi un altra volta gli assalitori, non poneano mente -alla Khalesa dove quel dì non avea romoreggiato la battaglia. Quando -Roberto, a un segno dato da Ruggiero, chetamente con trecento[292] -uomini eletti arriva, tra gli alberi dei giardini, alla Khalesa. -Corrono in fretta con le scale ad un muro difeso da poca gente; -pria che venga aiuto dalla città vecchia, sbarattano i difensori, -saltan dentro, spezzano la porta; ond’entra Roberto col resto de’ -suoi.[293] La quale stava dietro l’odierno convento della Gancia, sur -una piazzetta cui è rimaso il titolo della Vittoria, al par che ad -una chiesa ove la tradizione addita, nel primo altare a destra, gli -avanzi della porta sforzata da Roberto ed un’immagine votiva.[294] Ma -accorrendo lì i cittadini quando si seppe entrato il nemico, seguì -disperata zuffa insino a notte; rimase tutto coperto di cadaveri -il suolo; rimaserne padroni i Normanni, rifuggendosi nella città -vecchia i Musulmani che camparono alla strage. I Normanni intanto -saccheggiavano le case, uccideano gli adulti, partivansi tra loro i -fanciulli per venderli schiavi.[295] La notte stessa il conte recò -rinforzi a Roberto, esposto nella Khalesa, con un pugno di gente, alla -vendetta degli abitatori non vinti della città vecchia.[296] Furon indi -messe guardie alle torri che fronteggiavano quelle mura superbe.[297] -Parea che nuova battaglia fosse da combattere la dimane, e forse da -ricominciare l’assedio. - -La discordia de’ Palermitani abbreviò le fatiche a’ nemici. Nella lunga -notte che questi passarono afforzandosi nelle mura della Khalesa, -le fazioni della città vecchia disputavan tra loro se fosse da -riprendere la battaglia. Vinse il partito avverso: la notte medesima -mandò a dir a’ Normanni che la città fosse pronta a sottomettersi -e dare ostaggi.[298] Ed aggiornando, due capitani che avean preso -il reggimento della città in luogo del consiglio municipale, si -appresentarono con altri notabili a Ruggiero per trattare i patti.[299] -Fermati i quali, Ruggiero entrava nella città vecchia; guardigno, -accompagnato da valorosi cavalieri, sopravvedeva i luoghi, mettea -guardie ne’ posti più opportuni e ritornava a Roberto. Il quale al -quarto dì, solennemente recossi al duomo, preceduto da mille cavalli, -accompagnato dalla moglie, dal fratello, da’ fratelli della moglie e -da altri baroni. Smontano alle soglie, umili, compunti, lagrimando di -tenerezza. Sgomberati i simboli musulmani,[300] forniti i riti della -nuova consecrazione, l’arcivescovo, il greco Nicodemo, che soleva -uficiare nella povera chiesa di Santa Ciriaca, celebrò la messa dinanzi -a’ vincitori nell’antica chiesa, divenuta _giâmi’_ dell’islam, rifatta -or cattedrale col titolo di Santa Maria: e dotolla Roberto di entrate -e di sacri arredi.[301] Alcuno buon cristiano, scrive il buon Amato, -vi udì la voce degli angioli che cantavano dolcissimi Osanna; e il -tempio talvolta apparve illuminato della luce di Dio, mille volte più -splendente che niun’altra del mondo. - -I patti della resa variamente si leggono presso gli storiografi dei -due rami sovrani di casa d’Hauteville. Guglielmo di Puglia verseggia -che i Palermitani s’arresero, salva la vita, e che Roberto non solo -l’accordò, ma anco promesse di non far loro alcun male ancorchè e’ -fossero Pagani, e mantenne la parola, nè cacciò alcuno dalla città. -Amato, robertista anch’egli, parla di resa a discrezione.[302] Il -Malaterra, al contrario, afferma stipulato il patto che nessuno fosse -sforzato a rinnegare la fede musulmana, nessuno aggravato con nuove -e ingiuste leggi.[303] Più preciso l’Anonimo, contemporaneo di re -Ruggiero, dice pattuite le medesime condizioni che si osservavano a’ -giorni suoi.[304] Delle quali se non abbiamo il testo, puossi tuttavia -tenere per fermo che, oltre la tolleranza religiosa, i Musulmani di -Palermo godessero la libertà e sicurezza delle persone, il mantenimento -delle proprietà, i giudizii tra loro secondo leggi musulmane e da’ -loro magistrati: nè egli è punto provato, nè probabile, che fossero -sottoposti alla gezia. Ma di ciò più largamente a suo luogo.[305] - -Ritornò per tal modo Palermo, dopo dugenquaranta anni, al nome -cristiano, assai più splendida, vasta, popolosa, ricca, civile, ma -bagnata di sangue e di lagrime; chè “il numero dei Saraceni che furono -uccisi e di quei che furono presi e furono venduti, dice Amato, passò -ogni esempio.” Poco appresso Palermo, si diede a Roberto spontaneamente -la città di Mazara, obbligandosi a pagare tributo.[306] - - - - -CAPITOLO V. - - -Impadronitisi della capitale musulmana, i Normanni che vedeano vinta, -ancorchè non finita, la guerra, posero mano immediatamente al partaggio -dell’isola. Roberto, intraprenditore principale dello armamento, -condottiero dell’oste, e signor feudale, qual si tenea, degli Stati -normanni di Terraferma, eccetto que’ di Capua ed Aversa, Roberto -si prese Palermo, si tenne Messina e il Val Demone. Ruggiero ebbe -dal Duca, assentendolo tutto l’esercito, gli altri paesi di Sicilia -acquistati o da acquistarsi; del quale territorio a lui rimanesse -una metà, e l’altra metà fosse suddivisa tra Serlone nipote di lui -e di Roberto, e Arisgoto di Pozzuoli, uomo di schiatta longobarda, -qual sembra al nome, imparentato con casa di Hauteville. Se le cose -rispondessero ai nomi in quel periodo di formazione dell’Italia -meridionale, si vedrebbe netto l’ordinamento politico della Sicilia: il -Duca di Puglia sovrano feudale, con due province serbate in demanio; -il conte di Sicilia, gran vassallo, con altre province in demanio; -e sotto di lui due principali suffeudatarii e poi tanti baroni -minori dipendenti da costoro e altri direttamente dal conte, altri -direttamente dal Duca. E tal al certo si proponea Roberto di costituire -lo Stato; ma la virtù e fortuna di Ruggiero e de’ suoi successori -guastarongli il disegno.[307] - -Orribil nuova afflisse in questo tempo i vincitori. Serlone era stato -ucciso a tradimento. Preposto, non sappiamo se durante l’assedio -di Palermo o dopo l’espugnazione, alle milizie feudali di Cerami, -per vegliare sul presidio di Castrogiovanni che rinforzato di aiuti -affricani non tentasse qualche mal colpo, Serlone tenea spie presso i -nemici; tra le altre un Ibrahim, de’ primi di Castrogiovanni, col quale -sì intimo ei s’era fatto da giurarsi fratelli, dice il Malaterra, con -bizzarro rito di tirarsi l’un l’altro per l’orecchio. La quale usanza -non troviamo appo i Musulmani. Una volta il fratello rapportatore -manda dei presenti al fratello capitano, con avviso che il tal dì -sette cavalieri arabi correrebbero il territorio di Cerami per boria di -andare a far preda in casa sua. E Serlone, ridendosene, non s’apprestò -altrimenti a chiamare le milizie feudali, anzi quel dì stesso uscì -a caccia ne’ boschi di Cerami; quand’ecco un gridare accorr’uomo per -lo contado, e i villani a fuggire dinanzi la gualdana annunziata da -Ibrahim. Serlone a ciò si fa recare l’armadura; con quel pugno di gente -ch’avea seco, sprona contro i ladroni a punirli di loro temerità. -Precipitando su la via di Castrogiovanni, i Musulmani lo conducono -all’agguato, ad otto miglia da Cerami, presso il confluente di due -fiumicelli che scendendo l’un da Nicosia, l’altro da Cerami si gittano -nel Simeto. Quivi l’aspettavano, secondo la tradizione normanna, -settecento cavalli e tremila fanti, che mi paion troppi. Circondarono -il drappello di Serlone, tagliandogli la strada del ritorno a Cerami. -E il magnanimo, vedendo cadere già molti de’ suoi e non dubbia la -morte, sprona a una rupe vicina, smonta, s’addossa alla roccia e -disperatamente mena le mani di fronte e da’ lati. Si chiamò poi la -Pietra di Serlone.[308] Cadde egli per cento ferite; perirono seco -tutti i suoi, fuorchè due lasciati per morti tra i cadaveri battezzati -e i circoncisi. A Serlone strapparono il cuor dal petto: corse anco -la voce tra i Normanni che que’ brutali, tagliato in pezzetti il cuor -dell’eroe, avesserli mangiati a gara per superstizione d’infonder il -suo valore ne’ vili petti loro. Mandarono poi in Affrica a Temîm la -testa di Serlone, la quale confitta a un palo fu condotta in giro per -le strade di Mehdia, con la grida “Ecco il gran campione de’ Normanni, -or ch’egli manca, agevol cosa fia il racquisto della Sicilia.” Nè è a -dir se cordoglio e furore destasse nell’esercito il caso di Serlone, -quando lo si riseppe in Palermo. Ruggiero pianse amaramente il fedele -e valorosissimo compagno delle sue vittorie. Roberto, che in vero non -perdeva quanto lui, nel ripigliò dicendo, star bene i lamenti alle -donne, agli uomini la vendetta.[309] Pur avendo altro da fare che porsi -per un anno o due all’assedio di Castrogiovanni tanto che gli cadessero -nelle mani gli uccisori del nipote, s’apparecchiò a ritornare in -Puglia, aggiustato ben bene il morso ai Musulmani di Palermo. - -Costruì o racconciò un castello alla bocca del porto: piccola -fortezza, della quale ritenne il nome, e credo anco il sito, quello che -s’addimandò fino al mille ottocento sessanta il Castellamare. Maggiore -assegnamento fece Roberto sur una cittadella edificata nell’alto della -terra, in quell’area ch’ora occupa il palagio reale aggiuntovi parte -delle due piazze attigue e tutto il quartier militare di San Giacomo. -Quivi era nel nono secolo il palagio degli emiri, e nel decimo il -_Ma’skar_, ossia stanza de soldati,[310] e par ne rimanessero in piè -molte fabbriche e forse un muro di cinta, che fu racconcio a modo -de’ vincitori: donde la nuova cittadella si addimandò volgarmente -_El-Halka_, ossia “La Cerchia” e, negli scrittori latini e greci del -tempo, è detta or Castello di sopra, or Palagio nuovo, e più spesso -Galea, Galga, Galcula, Chalces, Xalces, e in ultimo Alga: che sono -trascrizioni diverse del vocabolo arabico or ora notato. Il nome di -Palagio o di Castello si estendea, com’ognun vede, a tutto il ricinto: -un poligono ad angoli salienti e rientranti, lungo da cinquecento -metri e largo da trecento; il quale a poco a poco s’empì di palazzine, -portici, chiese e case di preti e cortigiani.[311] Ambo le castella -munì Roberto di pozzi e magazzini,[312] credo io fosse da grano per -caso d’assedio; da prevedere al certo in mezzo a sì grossa cittadinanza -musulmana, la quale non si potea tenere altrimenti che con la forza -immediata e continua.[313] Racconta Amato, che sopravvedendo Roberto un -dì i lavori della _Halka_, notò la chiesetta di Santa Maria, sparuta -e sudicia che pareva un forno, in mezzo a tanti splendidi palagi -de’Saraceni; ond’egli mettendo un sospiro, comandò fosse di presente -demolita e nobilmente riedificata di pietre quadrate e di marmi, senza -badare a spesa.[314] Par sia questa la chiesa di Santa Maria della -Grotta, che i ricordi ecclesiastici della Sicilia portano fondata da -Roberto Guiscardo, con un monastero basiliano e con beni nel territorio -di Mazara;[315] la stessa forse che si addimandò poi di Gerusalemme, -cui l’antica struttura e l’ornamento di mosaici non camparono dalla -distruzione a’ tempi del Fazello.[316] - -Provvedute le castella d’uomini, d’armi e di vittuaglie,[317] -Roberto lasciò a governare la città un suo cavaliere, con titol di -emiro, conveniente a città musulmana; liberò i prigioni bizantini di -Bari;[318] permesse al fratello di pigliare a’ suoi soldi le genti -dell’esercito che rimaner volessero a cercar ventura in Sicilia: -e furono assai poche, ancorchè Ruggiero donando e promettendo le -allettasse.[319] Pria di partire, il Guiscardo trovò modo di porre una -taglia che non avea pattuita: chiamati a sè i principali della città, -con faccia tosta lagnossi delle grandi spese sostenute nell’assedio, -de’ molti cavalli perduti e di tante altre molestie, ch’e’ durava -per causa de’ Palermitani; donde lor chiedea denari, e quei davano -danari e preziose robe. Cariconne le navi; imbarcò le sue genti e i -figliuoli de’ notabili della città presi in ostaggio, e andò via.[320] -Sappiamo ch’ei recasse a Troja di Puglia delle porte di ferro e delle -colonne co’ loro capitelli tolte in Palermo.[321] La stessa origine -accusano parecchi doni di Roberto, i quali in oggi parrebbero raccolta -d’antiquario o porzione da masnadiere, leggendosi appo Leon d’Ostia -che il Guiscardo una volta presentasse al Monastero di Monte Cassino -secento bizantini d’oro, duemila tarì affricani, tredici muli, tredici -saraceni e un gran tappeto; e poi altra moneta di schifati, bizantini, -tarì, michelati, soldi d’Amalfi, due cortine arabiche, e orcioli di -cristallo, pallii, mantelli; e, con minutaglie così fatte, diplomi -di concessione di terre e castella, delle decime su la pescagione in -Taranto e fin decime del lavoro di certi artigiani.[322] Delle quali -larghezze le più sostanziose segnano le epoche di negoziazioni condotte -dall’Abate di Monte Cassino con utile di Roberto; e quelle spoglie -orientali evidentemente venivano di Palermo. E ben puossi immaginare -qual immensa e bizzarra congerie di ricchezze portasse via l’oste di -Roberto, e con che gioia i frati cantassero le lodi del pio vincitore, -vero strumento della Provvidenza. - -L’occupazione di Palermo affrettò la catastrofe di quei grandi -feudatarii di Terraferma i quali, ricordando l’antica uguaglianza de’ -condottieri, non sapeano capacitarsi come un titolo di duca ed una -pergamena della cancelleria papale lor avesse dato un padrone e imposto -l’obbligo del servigio militare e della contribuzione ne’ casi feudali. -Roberto risolutamente affrontò i malcontenti, chiamando tutti i conti -in Melfi, l’antica metropoli feudale; dove i soddisfatti convennero -puntualmente a rallegrarsi secolui della vittoria. Ricusarono i tutori -del conte di Trani, che aveano anco negata lor milizia all’impresa. -Contro i quali mosse incontanente Roberto; prese, dopo breve assedio, -Trani ed altre città e terre. La resistenza, ch’ei chiamava ribellione, -rinacque poi più volte secondo i casi, le speranze o i dispetti. Gran -romore si destò quando il duca, maritando una sua figliuola ad Ugo -figlio del Marchese d’Este, richiese l’aiuto de’ vassalli per la dote, -secondo le usanze feudali (1077). Sursero anco (1077-9) i figli di -Unfredo, nipoti e pupilli di Roberto spogliati da lui. Ma Roberto venne -sempre a capo di que’ movimenti spicciolati e incomposti. - -Ebbe anco a travagliarsi contro la dinastia normanna di Capua, avendo -il principe Riccardo suscitati i suoi nemici mentr’egli assediava -Palermo; e fu sino alla morte di Riccardo e nel regno del figliuolo -Giordano, un alternare di ostilità, pratiche ed accordi, come tra -due astuti che si conoscono, due forti che s’hanno riguardo, e due -intraprenditori che fanno a metà purchè spoglino il terzo. Se non che -Roberto seppe guadagnare più che il rivale. Pagò lo scotto la dinastia -longobarda di Salerno. Perchè Gisulfo, cognato di Roberto, troppo -fidandosi nel principe di Capua e nel papa, si trovò ad un tratto -abbandonato e solo nel pericolo. Roberto si accordava con Riccardo, al -quale diè aiuti alla impresa di Napoli (1078), che tornò vana per la -virtù di quella repubblica. E in questo mezzo era scomparso l’antico -principato longobardo di Salerno (1077). Sotto specie di difendere i -dritti dell’umanità, il Guiscardo intercedeva appo Gisulfo a favore de’ -tiranneggiati Amalfitani; non ascoltato, andava all’assedio di Salerno -con grand’oste, dice Amato,[323] di Latini, Greci e Saraceni; dond’e’ -si vede che il vincitore di Palermo non tardò ad usare le armi de’ -novelli sudditi suoi. Ebbe Salerno dopo lungo assedio della città, poi -della rôcca; dove preso Gisulfo, gli diè l’eletta di risegnare tutto -lo Stato o andar a finir la vita prigione nella cittadella di Palermo: -ed a persuaderlo meglio già faceva apprestare i ceppi e la nave.[324] -Talchè il principe Gisulfo, deposta la corona e spogliato d’ogni cosa, -cercò asilo e lucro a corte di Gregorio settimo. - -Fin da’ primi giorni dell’esaltazione (1073), Ildebrando avea tenute -pratiche con Roberto, al quale ragion volea ch’egli si accostasse, -mentre stava per gittar il dado nella gran lite delle investiture. Pur -sia troppa alterezza e caparbietà del papa e ch’egli mal conoscesse -Roberto e le condizioni del tempo, sia che Roberto pretendesse troppo -anch’egli, andarono a voto le negoziazioni;[325] onde Gregorio, -scomunicato il duca (1074), era corso a suscitare contro di lui -Riccardo e lo sventurato Gisulfo; avea sollecitata anco la fida -contessa Matilde a mandare grosso esercito, che unito a que’ di Capua -e di Salerno schiantasse d’Italia la casa di Hauteville.[326] Lega più -bella a immaginare che a mettere in opera; su la quale se Ildebrando -fece assegnamento, e’ non vedea tanto lungi nelle cose politiche. -Passato dunque in Italia Arrigo IV, egli accadde che mentre il papa -superbamente oltraggiava l’imperatore a Canosa, Roberto accordatosi con -Riccardo, spogliò del tutto, com’accennammo, il principe di Salerno. E -quindi appiccò pratiche con Arrigo stesso; minacciò Benevento che si -tenea pel papa; mostrò a Gregorio in cento guise che delle cose del -mondo ne sapesse molto più di lui. Onde Gregorio, tornando da’ sogni -alla realità delle cose, venne ad abboccamento con Roberto (1080), -lo ribenedisse, accettò l’omaggio pei territorii del duca, gli diè -titolo di cavalier di San Pietro, dicon anco gli promettesse l’impero -d’Occidente. - -E favorillo alla occupazione dello impero Orientale, contro il quale -Roberto si volgea; non conoscendo ostacoli che col senno e col valore -non si potesser vincere. L’occupazione di Niceforo Botoniate avea -tramutato dal trono di Costantinopoli in un monistero l’imperatore -Michele Duca; si dicea mutilato il costui figliuolo Costantino, e la -giovane sposa di lui, figlia di Roberto, chiusa in prigione. Spacciò -egli dunque voler vendicare la figliuola e rimettere sul trono il -suocero. Usò opportunamente lo sdegno acceso tra i guerrieri normanni -alla prigionia della sua figliuola, che pareva onta nazionale; passò -in Grecia con un esercito ed un’armata. Battuto dalla tempesta (1081); -sconfitto in mare da’ Veneziani, tenne fermo tuttavia all’assedio di -Durazzo; sbaragliò il novello imperatore bizantino, Alessio Comneno, -che volle assalirlo nel suo campo; ed ebbe alfine Durazzo a tradimento -(1082). Lasciando allora il figliuolo Boemondo a condurre innanzi la -guerra in Grecia, ei tornò in Italia, dove i baroni levavano la testa; -e lo minacciava anco lo imperatore Arrigo, il quale aiutato di danari -dal bizantino, com’ora portava l’interesse comune, era entrato in Roma -(21 marzo 1084), s’era attirati o comperati molti potenti cittadini -e già assediava Ildebrando in Castel Sant’Angelo. Il papa, vistosi -abbandonato da’ cittadini e da parecchi cardinali, consumato l’oro e -l’argento delle chiese, chiamò allora in aiuto il novello cavalier di -San Pietro: e questi corse a gastigare l’imperatore d’Occidente, sì -com’avea testè fatto di quel d’Oriente sotto Durazzo. Ma Arrigo sgombrò -(maggio 1084) tre giorni innanzi l’arrivo dell’oste meridionale: -seimila cavalli e trentamila pedoni, tra Normanni, Pugliesi, Calabresi -e Saraceni di Sicilia, ansiosi tutti, direbbesi, di ristorar l’autorità -del papa nella metropoli del mondo cattolico. Italiani contro Italiani -e stranieri contro stranieri, veniano a lacerarsi tra le rovine -gloriose di Roma per una delle mille quistioni che generò il papato -e prima e allora e dopo; nè la civiltà del decimonono secolo v’ha -trovato rimedio per anco, nè lo troverà finchè non estirpi il germe -del male. I crociati cristiani e musulmani lasciarono in Roma vestigia -che compariscono tuttavia. Entrato Roberto senza sangue, ma non senza -fatica, surse un tumulto contro di lui; corsero i suoi all’armi; -Roberto gridò qui il fuoco, e il fuoco fu appiccato a Roma ed aiutato -dal vento consumò ogni cosa tra il Laterano e il Castello dove era -ristretto il papa. Le soldatesche, seguendo le fiamme, davano addosso -ai cittadini, ammazzavano, saccheggiavano, faceano violenza alle donne, -perfino nei monasteri (29 maggio). Sforzati i Romani con la spada e la -fiaccola di Roberto ad accordarsi col papa, ed uscito Gregorio settimo -dal castello, non osò questi rimanere nell’oltraggiata città: andossene -col suo liberatore normanno a Salerno,[327] dove a capo d’un anno morì -(maggio 1085). Gli tenne dietro Roberto; il quale dopo i fatti di Roma -ritornato era in Grecia con nuovo esercito e armata raccolta in Puglia, -Calabria e Sicilia;[328] avea riportata nelle acque di Corfù una -splendida vittoria navale contro le armate di Costantinopoli e Venezia, -e guerreggiava in Cefalonia, quando una febbre l’ammazzò (17 luglio -1085). Alla cui morte l’esercito e l’armata incontanente ritornavano -in Italia. Pericolò lo stesso suo Stato in Puglia e Calabria, avendo -Roberto lasciata la sovranità ducale al figliuolo Ruggiero, nato dalla -principessa salernitana Sichelgaita; perilchè Boemondo, suo primogenito -dalla prima moglie ipocritamente ripudiata, Boemondo prode quanto il -padre, ma senza cervello, disputò la successione a Ruggiero; e la casa -di Hauteville, forse la dominazione normanna in Italia avrebbe corso -gravi pericoli se non fosse stato per l’altro Ruggiero conte di Sicilia -e di Calabria, che si trovò primo della famiglia per armi, ricchezze e -reputazione.[329] - - - - -CAPITOLO VI. - - -Mentre Roberto allargava e assodava il dominio nell’Italia meridionale, -Ruggiero progredì a piccoli passi in Sicilia. Abbiam testè narrato -com’ei raggranellasse a stento nell’esercito del fratello pochi -venturieri o mercenarii; premendo ai più di ritornare in Terraferma, -per dar sesto ai loro possedimenti feudali e partecipare, da amici -o da avversarii, nelle brighe di Roberto. I dominii di Ruggiero in -Calabria, provincia bizantina non usa alla feudalità, poco aiuto fornir -poteano, d’uomini e di danaro. Que’ di Sicilia anco meno. All’entrar -del millesettantadue, la Sicilia si partiva in tre zone paralelle; -delle quali la prima, stendendosi da Messina a Palermo lungo il pendìo -settentrionale degli Appennini siculi, apparteneva a Roberto;[330] la -seconda, lungo il pendìo meridionale della stessa catena, ubbidiva -a Ruggiero; e la terza, uguale in superficie alle altre due messe -insieme, teneasi dai Musulmani; se nonchè Ruggiero vi occupava Catania -e Mazara, alle estremità di levante e di ponente, ed all’incontro gli -mancavano, ai due capi della propria sua zona, Taormina e Trapani, -validissime fortezze de’ Musulmani. Mal sicura dunque la provincia -di Ruggiero, per quegli estesi confini che richiedeano presidii in -ogni luogo; scarso il frutto che il signor ne potea cavare. Al che -s’aggiunga che, accomunate indissolubilmente le sorti de’ due fratelli, -era uopo talvolta a Ruggiero di combattere in Terraferma pel duca; sì -come gli avvenne nel millesettantasette, quando Roberto lo richiese -di assediare in Sanseverino il nipote Abelardo, fautore del Principe -di Salerno.[331] Le condizioni della Calabria costringeano altresì -Ruggiero a ritornarvi di frequente e dalle fazioni di Sicilia il -distoglieano.[332] - -La regione musulmana potea resistere lungamente. Vero egli è che -fin dal millesessantadue la divisione del principato avea tolto di -affrontare i Normanni con tutte le forze dell’isola; avea fatti trovare -al nemico dove ausiliarii e dove lieti spettatori delle sue vittorie: -e ben dice Ibn-Khaldûn[333] che gli occupatori di que’ piccioli Stati -caddero nel fallo di affrontar il conte l’un dopo l’altro; e ch’egli -aizzandoli in loro discordie, li soggiogò spicciolati e loro prese -la Sicilia a fortezza a fortezza. Pur la divisione, mentre fiaccava -irreparabilmente il corpo politico, infondea qua e là vigore morboso -nelle membra: ciascuno di quegli occupatori s’afforzò d’armi e di -castella, fidando in sè solo e in Allah. Al precipizio del suo vicino, -o sorrise o punto sbigottì. Nè sbigottirono all’occupazione di Palermo; -la quale avrebbe dato vinta la guerra a’ Normanni, se la Sicilia -avesse fatto unico Stato. Mazara sola si arrese con la capitale; le -altre città o principati (che incerto è il distinguere le dominazioni -surte e cadute in quel vortice di guerra nazionale e di guerra civile) -continuarono a difendersi, sì come avean fatto per l’addietro, senza -aiuti di Palermo. - -Anzi l’occupazione di Catania or destava dal decenne letargo i -Musulmani di Val di Noto, i quali, collegati con Ruggiero, aveano -serbate intere le forze; ed or ne fecero bella prova, condotti da un -Benarvet o Benavert.[334] Tacciono di costui gli annali arabi; tace -il maggior poeta arabo della Sicilia, Ibn-Hamdîs, il quale visse -appunto in quel tempo e ricordava pur sempre con orgoglio il valor de’ -cavalieri siracusani: ma forse privata nimistà lo rese ingiusto contro -l’ultimo eroe musulmano della Sicilia.[335] Talchè siam noi costretti -a spillare le geste di Benavert per entro un’artifiziosa cronaca -normanna, solo scritto contemporaneo che ci rimanga su quest’ultimo -periodo della guerra siciliana. Similmente è forza che noi togliamo -dalla medesima cronaca tutti gli altri fatti particolari. Il fatto -generale è che la zona musulmana si trovò tutta in arme; sparsa di -castella, donde i signori sfidavano i cavalli di Ruggiero e metteano -in punto gualdane da insidiare e depredare la regione tenuta da lui. -Ruggiero, capitano di poche squadre mal adatte ad assedii, suppliva al -numero col valore, la costanza, l’attività della mente e della persona; -le quali virtù, afferma lo storiografo di corte, crebbero a tanti -doppi, quand’egli pei nuovi patti fu certo d’affaticarsi oramai per sè -medesimo, senza obbligo di partire gli acquisti con Roberto.[336] - -Contuttociò volgea senz’altro evento il primo anno dall’occupazione -di Palermo. Del millesettantatrè sappiam solo che Ruggiero afforzasse -un castello a Mazara, per soggiogare gli abitatori di quelle pianure -e un altro a Paternò, per infestare le falde dell’Etna.[337] Del -millesettantaquattro ei munì di cavalieri, armi e vettovaglie la -rôcca di Calascibetta, di faccia a Castrogiovanni, a fin di battere sì -duramente il contado, che Castrogiovanni gli si arrendesse e cadessero -con quella fortezza le speranze dei Musulmani tutti dell’isola.[338] -Nè furono segnalati altrimenti i due anni appresso, che per due -prospere fazioni de’ Musulmani e per la prontezza e valore con che -Ruggiero seppe ripigliare l’avvantaggio in entrambe. Forse i Musulmani -di Sicilia, incalzati dalla avversa fortuna, s’erano in questo -tempo rivolti nuovamente agli aiuti d’Affrica, e casa Zirita li avea -nuovamente ascoltati; poichè di giugno settantaquattro, l’armata di -Temîm, girato intorno alla Sicilia, s’era improvvisamente gittata sopra -Nicotra di Calabria; fattivi prigioni e bottino, arsa la terra, resi -i prigioni per riscatto, s’era ridotta in Affrica. Ritornava ne’ mari -di Sicilia correndo il settantacinque; sbarcava le genti a Mazara, le -quali assediavano per otto dì il castello con manifesto proposito di -tenere la città, quando Ruggiero, chiamato per messaggi, v’accorse con -forte mano d’armati, entrò di notte nel castello, e al nuovo dì, fatta -una sortita, pugnò con gli Affricani nella piazza sotto il castello e -con molta strage li respinse al mare e molti ne fece prigioni.[339] - -Veggiamo dopo questa fazione travagliarsi più grossa la guerra d’ambo -le parti. Benavert, surto com’e’ sembra nella riscossa del Val di -Noto, comandava da Siracusa a tutta la provincia, ne raccogliea le -forze di terra e di mare,[340] e in guisa le adoperava da tenere in -rispetto lo stesso Ruggiero e meritar dallo storiografo normanno la -lode di astutissimo, audace, esperto capitano, maestro d’inganni e di -stratagemmi.[341] Il conte dalla sua parte aveva ordinato un nodo di -milizia stanziale, capitanato da Giordano, figliuol suo non legittimo, -bello ed aitante della persona, prode tra i prodi. Occorrendo adesso -a Ruggiero di ritornare a Mileto in Calabria, ei pose luogotenente in -Sicilia Ugo di Jersey, di nobilissima famiglia del Maine, marito d’una -sua figliuola e feudatario, com’ei pare, di Catania.[342] Al quale -raccomandò che, stando sempre su la difesa, per niuna provocazione non -uscisse a giornata contro Benavert. E quegli, bollente di gioventù e -di militare ambizione, non curando il divieto, volle provarsi: andato a -trovare in Traina Giordano che non era punto men ambizioso di lui, seco -il tirò con gli stanziali. Ma Benavert, risaputi cotai preparamenti, -guadagnò le mosse a’ due giovani normanni. Con forte stuolo andò a -porsi in un bosco presso Catania che chiamavano il Mortelleto; mandò -trenta cavalli a depredare insino alle mura della città, per trar -fuori Ugo di Jersey. Il quale opponendo, com’ei credea, stratagemma a -stratagemma, spinse contro i provocatori musulmani una vanguardia di -trenta cavalli ed egli, con Giordano e il grosso delle genti, seguiva -da lungi. Ma appostosi Benavert al disegno, lascia passar libera la -vanguardia normanna; e quando è giunta la schiera d’Ugo, le piomba -addosso. Il numero, allora, o la tattica de’ Musulmani riportò la -vittoria. Valorosamente combattendo Ugo fu morto, con la più parte de -suoi; Giordano si rifuggì a mala pena, con gli avanzi, in Catania; la -vanguardia, tagliata fuori, cercò asilo nella fortezza normanna di -Paternò. E Benavert recò a trionfo in Siracusa le prime spoglie de’ -Normanni. - -Ruggiero risaputo il caso, mosse alla volta di Sicilia per fare -strepitosa vendetta e assicurare i suoi che balenavano. Recate seco -sì grosse forze che Benavert non osò affrontarlo all’aperto, nella -state del millesettantasei, occupava dapprima una rôcca in sul monte -Judica, il quale chiude a ponente la ubertosa e vasta Piana di Catania; -demoliva la rôcca; mettea al taglio della spada tutti gli uomini; le -donne e i bambini mandava a vendere in Calabria. Correndo poi le parti -meridionali del Val di Noto, fece grandissima preda; bruciò le mèssi -già segate; cagionò sì orribile guasto, che l’anno appresso la Sicilia -fu desolata dalla fame,[343] aiutandola al certo i guasti che feano i -Musulmani nella provincia di Ruggiero, i quali, come di ragione, son -taciuti dal Malaterra. - -Non si ostinando pure a combattere Benavert nelle fortezze del Val -di Noto, Ruggiero l’anno appresso, che fu il millesettantasette, del -mese di maggio, assalì Trapani, a ponente della propria sua zona; -Trablas, come scrive il Malaterra, notando fedelmente la pronunzia -arabica che confondea l’antico nome di Drepanum con quello, più -ovvio, di Tripoli. Andò con forze tanto insolite, che li chiamarono -esercito e armata; armata della quale non allestì mai più bella il -grande Alessandro, sclama qui Malaterra, sfogando la gioia del nuovo -spettacolo in uno squarcio di versi. E così descrive il placido mare, -i zeffiri amici, le spiegate vele, il sorriso dell’auretta e della -fortuna, lo squillo delle trombe, il suono de’ liuti, il batter de’ -tamburi; e da un’altra mano la cavalleria che corre per monti e valli -capitanata da Ruggiero in persona, i mille pennoncelli delle lance, -il luccicare degli elmi e degli scudi intarsiati d’oro, il nitrito -de’ cavalli e l’eco che il ripercuote: orribil suono, orribile vista -da far tremare i Musulmani entro le mura di Trabla. Strinsero la -città per mare e per terra; piantaron gli alloggiamenti; ricacciarono -malconci dentro le mura i cittadini usciti a combattere: e contuttociò -l’assedio andava in lungo, quando un colpo di mano fece cader l’animo -a’ Trapanesi. Fuor la città, scrive il Malaterra, stendeasi in mare un -promontorio ricco di pascoli,[344] dove soleano menare il bestiame, -ridotto dalla campagna in città al principio dell’assedio. Di che -addandosi Giordano, senza dir nulla al padre, una sera con cento -soli combattenti si fece traghettare al promontorio; occultò la gente -tra li scogli, finchè la dimane aperte le porte della città e uscito -l’armento, ei salta dall’agguato, rapisce i buoi fin sotto le mura, -li fa cacciare alle sue barche; e sopraccorsi i cittadini in arme, -ferocemente li ributtò, ne fece strage, imbarcò la preda, e tornossene -al campo. Malaterra, o il conte, moltiplicando, all’usanza loro, per -quindici o per venti il numero de’ combattenti musulmani, ne fanno qui -uscire diecimila contro Giordano, quanti forse non ne capiva il luogo, -nè potean essere in Trapani. Il pericolo di nuovo assalto da quella -banda e le vittuaglie che venian meno dopo tal preda, fecero calare -i cittadini agli accordi: i quali par siano stati stipulati negli -stessi termini che già ottennero i Musulmani di Palermo; leggendosi -nella cronica che consegnarono il castello, riconobbero la signorìa -del conte, e si confederarono, secondo il solito; il che ben sappiamo -che significasse pagare tributo. Ruggiero acconciò le fortificazioni a -modo suo, lasciovvi presidio ben provveduto, e si messe a battere la -provincia, sparsa di forti rôcche ed ostinata a difendersi. In breve -tempo, i Normanni vi sottomessero ben dodici importanti castella. Le -quali il conte distribuì in feudo ai suoi condottieri, con le terre -dipendenti da ciascuno e licenziò l’esercito. Acquistò, non guari dopo, -Castronovo, forte e grossa terra; chiamatovi da una mano di servi che -s’erano ribellati al Signore musulmano, Beco, o forse Abu-Bekr, ed -afforzati in una rupe che sovrastava al castello. Dove sopraccorso -il conte da Vicari, con quanta gente potè raccogliere in fretta, i -sollevati fecero i patti con lui, tirarono su con funi i suoi soldati: -ed Abu-Bekr, vista inutile la resistenza, sgombrò; i terrazzani resero -il castello a Ruggiero. Questi immantinente emancipava que’ servi, e -largamente rimunerava un mugnaio, il quale, battuto dal crudel signore, -avea macchinata la rivolta per vendicarsi.[345] - -Crescea con gli acquisti la milizia feudale e la riputazione di -Ruggiero sì prestamente, che l’anno appresso l’esercito si vide partito -in quattro corpi, sotto Giordano, Otone, Arisgoto di Pozzuoli ed Elia -Cartomi; dei quali è verosimile che il primo conducesse oltre i proprii -vassalli gli stanziali del padre, Otone ed Arisgoto, italiani entrambi -come suonavano ormai que’ nomi, capitanassero gli uomini di Calabria -e di Sicilia, ed Elia i Musulmani sudditi de’ Normanni: sendo costui -musulmano e forse rinnegato, sicchè quei di Castrogiovanni, cui cadde -tra le mani a capo di pochi anni, lo misero a morte secondo lor legge, -e gli agiografi cristiani di Sicilia l’han fatto martire e beato.[346] -L’armata accompagnava l’esercito. Il conte, non più costretto dalla -pochezza delle forze a rubacchiare ed usare le occasioni, conducea la -guerra a disegno. In primavera dunque si pose all’assedio di Taormina; -la quale sorgendo su ripido monte, a cavaliere del mare, da prendersi -per fame anzi che per battaglia, chiuse egli il mare con l’armata; -circondò le radici del monte con ventidue torri collegate tra loro -per una cintura di palizzate e siepi.[347] E poco mancò ch’egli non -vi lasciasse la vita. Perocchè un giorno, andando in giro per la -circonvallazione con piccola scorta d’armati e inerpicandosi discosto -alquanto dai suoi per viottoli alpestri, una mano di Slavi, che -sembrano schiavi o mercenarii de’ Musulmani, gli saltarono addosso da -un mirteto dove s’erano ascosi. Più ratto di loro, un uom di Bretagna -per nome Evisando, si gittava di mezzo tra i nemici e il conte; li -rattenea nello stretto passo, dando e toccando colpi, tanto che, -sopraccorsa la scorta, rotolò gli assalitori giù per que’ dirupi; -mentre Evisando dalla fatica e dalle ferite spirava. Il conte onorò -di splendidi funerali e pie fondazioni la memoria di questo fedele, -immolatosi per lui. Ma stretto e assicurato in tal modo l’assedio, -Ruggiero con una eletta di fanti battea la costa settentrionale -dell’Etna e la valle che la divide dagli Appennini e soggiogava tutti -i Musulmani sparsi in que’ luoghi, infino a Traina. Ritornato allo -assedio, vide comparire quattordici corvette affricane[348] alle -quali mal avrebbe potuto resistere l’armata sua, scema di gente per -la guardia della circonvallazione. Donde inviato un messaggio agli -Affricani, gli risposero non venir con intendimenti ostili e veramente -poco appresso partironsi; il che darebbe a credere che Roberto per -avventura avesse stipulato accordo co’ principi Ziriti, per pratiche -de’ Pisani o degli Amalfitani e che Ruggiero fosse compreso nella -tregua, ovvero cogliesse or il destro di entrarvi anch’egli, come -di certo il fece a capo di pochi anni.[349] E intanto per l’assidua -vigilanza di Ruggiero e de’ capitani suoi fu chiusa Taormina sì -strettamente che, mancate le vittuaglie, la si arrese nell’agosto dopo -cinque mesi di assedio.[350] - -Posarono nel millesettantanove i Musulmani liberi della Sicilia -meridionale, mercè i lor fratelli soggiogati della provincia -palermitana, i quali attiravano sopra di sè le armi del Conte. A -ventidue miglia da Palermo e un miglio e poco più a levante del comune -di San Giuseppe li Mortilli, sorge scosceso monte, inaccessibile -fuorchè da una via aspra e tortuosa: luogo pressochè disabitato al -tempo nostro. Pure il nome topografico non dileguato, gli avanzi di -spaziose cisterne e di qualche edifizio, i vasi d’argilla e le monete -che sovente vi si ritrovano coltivando il suolo, mostrano quivi senza -alcun dubbio il sito dell’antica Jeta o Jato, desolata non da Goti -nè da Saraceni, ma dai monaci ai quali ne fe’ dono Guglielmo II, -con quaranta o più villaggi de’ contorni. Territorio fertilissimo di -circa cento miglia quadrate, abitato in oggi da diciassette o diciotto -mila anime[351] il quale per lo meno ne racchiudea da sessantamila, -leggendosi nel Malaterra che Giato avesse tredicimila famiglie.[352] -Forti nel numero e nella postura, que’ di Giato ricusarono il censo -e il servigio; nè Ruggiero li potè spuntar con preghiere, nè con -minacce. Raccolsero gli armenti nella spaziosa montagna, afforzaronla -di muro e di ridotti là dove parea accessibile, e con vigilanti -guardie si assicurarono; beffandosi della rabbia del conte Ruggiero. -All’esempio si mosse Cinisi, terra di origine arabica, come pare dal -nome, posta a venticinque miglia a ponente di Palermo; contro la quale -andò Ruggiero co’ vassalli di Calabria, lasciando que’ di Sicilia a -stringere Giato, o piuttosto ad infestarne il territorio da’ due lati -confinanti con Corleone e Partinico. Egli poi sopravvedeva or l’una or -l’altra oste e invano si affaticava, rifuggendo, per umanità, dignità -o avarizia, dall’ardere le mèssi. Ma infine gittossi a quel partito, -più degno di masnadiere che di capitano; e Giato e Cinisi calavano agli -accordi.[353] - -Ritardò le mosse militari, non gli acquisti, di Ruggiero in Sicilia, -l’impresa orientale di Roberto, cui par che il fratello desse -aiuti d’ogni maniera e rendesse importanti servigi, ond’ei n’ebbe -in merito la provincia del Valdemone. Perocchè del milleottantuno, -il Conte, fatti venire d’ogni banda, scrive il Malaterra, valenti -artefici,[354] con grandissima spesa murava dalle fondamenta le -fortificazioni di Messina: baluardi e torri di mirabile altezza; le -quali in breve tempo furono compiute, per la solerzia di Ruggiero -che aveavi preposti appositi officiali e instava spesso in persona a’ -lavori. Sappiamo inoltre che risguardando Messina come chiave della -Sicilia e importantissima tra le città ch’egli possedea, la munì di -forte e fedele presidio; la decorò di novella chiesa del titolo di -San Niccolò, edificata a bella posta, largamente dotata e messa sotto -la giurisdizione del vescovato che il Conte avea testè fondato in -Traina.[355] I quali fatti, e le parole con che li espone il cronista -di corte, dimostran Ruggiero in quel tempo signor di Messina, anzi -che luogotenente di Roberto. E tal sembra l’anno appresso in tutta -la provincia; ritraendosi che Giordano, nella tentata usurpazione -del mille ottantadue, togliesse al padre due terre di Valdemone, -Mistretta, cioè, e quel Castello di San Marco ch’era stata la prima -fortezza munita da Roberto in Sicilia. Certa dunque ci torna, ancorchè -non attestata da diplomi nè litteralmente affermata da scrittori, la -cessione o vendita che dir si voglia del Valdemone; alla quale non -è meraviglia che si venisse, quando Ruggiero tenea molti danari in -serbo,[356] Roberto all’incontro con grandi spese allestiva possente -armata e metteva in piè un esercito. E forse fu principale patto loro -l’armamento di Messina; premendo a Roberto di evitare il pericolo -che un navilio bizantino venisse ad occupare lo Stretto, mentr’egli -assaliva l’impero d’Oriente. - -Passato Roberto di là dall’Adriatico, e soggiornando sovente Ruggiero -in Puglia e in Calabria per aver cura delle faccende di lui, intervenne -lo stesso anno mille ottantuno, che Benavert s’insignorisse di Catania. -Il quale era divenuto molestissimo a’ Normanni tra cotesti loro -preparamenti alla guerra d’oltremare; ed a lui facean capo tutti i -Musulmani di Sicilia ribelli, come il Malaterra chiama coloro che la -patria e la religione tuttavia difendeano contro i guerrier di ventura -del Nort. Segue a dire il cronista che Benavert comperò con doni e -promesse un Bencimino[357] che reggea Catania per Ruggiero; il qual -nome per avventura sarebbe lo stesso di Ibn-Thimna e se ne potrebbe -inferire che alcun figliuolo o parente di lui servisse tuttavia i -Normanni. Una notte il traditore apriva la città a Benavert ed alle sue -genti: con rabbia ed onta de’ Cristiani, con esultanza de’ Musulmani, -si sparse per tutta l’isola essere tornata Catania in man del nemico. -Moveano alla riscossa, Giordano, Roberto di Sordavalle ed Elia Cartomi, -con centosessanta lance, che tornerebbero a settecento cavalli; ai -quali Benavert uscì incontro, continua il Malaterra, con ventimila -fanti e un forte nodo di cavalli: pose a destra i primi, stette ei -co’ secondi a sinistra un po’ addietro la linea; e con lieti auspicii -appiccò la battaglia, poichè avendo la cavalleria cristiana caricati -i fanti, non le venne fatto d’intaccarli al primo, nè al secondo, nè -al terzo assalto. Audacemente allora i Normanni si serrano addosso a’ -cavalli di Benavert, lasciandosi interi al fianco e al dosso i fanti -nemici: ed ostinata e sanguinosa la zuffa si travagliò co’ cavalli, -forse uguali e forse inferiori di numero, finchè i Musulmani, rotti, -fuggironsi alla città e Benavert stesso a mala pena v’entrò, inseguito -da Giordano fino alle porte. I fanti si sparpagliarono dopo la rotta -dei cavalli, fuggendo o correndo all’impazzata addosso ai vincitori, sì -che furono tagliati a pezzi. I Normanni posero l’assedio alla città; -nella quale sendo scarso il presidio e ingrossando già la popolazione -cristiana,[358] Benavert nottetempo se ne andò a Siracusa, dov’ei -condusse il traditore, Bencimino, e in vece de’ promessi premii, gli -diede la morte.[359] - -Contenti di questa vittoria i Normanni stettero sempre in su la difesa -infino al milleottantacinque, ordinati, credo, a contenere Benavert -que’ medesimi stanziali che aveano sì virtuosamente ripigliata Catania. -Ruggiero soggiornò in Terraferma, come richiedeano gli interessi -di Roberto e suoi; nè ebbe a venire in Sicilia che per reprimere, -del mille ottantadue, una rivolta del proprio figliuolo Giordano, -luogotenente nell’isola. Il quale par abbia voluto prendere le terre di -Valdemone per sè stesso, e cominciò occupando i castelli di Mistretta -e di San Marco, e tentando di por mano nel tesoro di Ruggiero, serbato -in Traina a guardia d’uomini fidatissimi, da non spuntarsi con promesse -nè con minacce. Indi fallì questo colpo; nè senza vergogna Giordano -si ritrasse dal mal sentiero ov’avea messo il piede. Perchè Ruggiero, -temendo che il figliuolo per disperazione non si gittasse a’ Musulmani, -dapprima s’infinse prenderle per baie giovanili, ed aprì le braccia a -quel valoroso; ma com’ei l’ebbe nelle sue forze con tutti i compagni e’ -famigliari, cominciò una stretta inquisizione, fe’ accecare dodici che -gli parvero gli istigatori del figlio, e rimandò poi libero Giordano, -disonorato nel supplizio de’ complici, atterrito dalla minaccia di -perdere il lume degli occhi per comando del proprio suo padre.[360] -Allenava così la guerra, dalla parte de’ Normanni, perchè il nerbo -delle loro forze pugnò in quel tempo con Roberto in Grecia; e dalla -parte de’ Musulmani, perchè forze d’animo non restavano ai soggiogati, -e i liberi par che al solito le spendessero in lor piccole gare. Che se -pronti egli avesse visti a pigliare le armi i correligionarii suoi di -Palermo, di Mazara o di Trapani; se disposti que’ di Castrogiovanni o -di Girgenti a seguirlo ne’ territorii occupati dal nemico, non avrebbe -il prode Benavert messe tutte le sue sorti al gioco d’una disperata -fazione in Calabria. - -Tentolla il milleottantacinque, quando la morte di Roberto Guiscardo -avea gittato tanto scompiglio nell’Italia meridionale, quando si -disputava la successione al ducato tra suoi figli Boemondo e Ruggiero, -quando il conte Ruggiero si adoperava in Terraferma all’esaltazione -del secondo tra’ nipoti, il quale glie ne die’ in merito la metà -delle terre di Calabria, riserbata già da Roberto. Benavert assaltò la -Calabria, come uom che a null’altro agogni fuorchè vendicarsi o morire. -Nell’agosto o nel settembre[361] approdò di notte[362] a Nicotra, vinto -pria, com’e’ parrebbe, un combattimento navale e poi uno di cavalleria -co’ Normanni:[363] distrusse quant’ei potè della città, rapinne quanto -ei seppe, menò cattivi uomini e donne. Ritornando, sbarcò presso -Reggio, dove saccheggiò le chiese di San Niccolò e di San Giorgio, -spezzando le immagini, contaminando i vasi sacri e gli arredi. Irruppe -alfine nel munistero di donne della Madre di Dio a Rocca d’Asino; -depredollo e le suore menò negli harem di Siracusa.[364] - -Inorridivano, bolliano di sdegno all’annunzio di tal sacrilegio le -milizie cristiane; soprattutti Ruggiero che sperava utilità dalla -vendetta e il destro di volgere a impresa nazionale e religiosa le armi -pronte in Puglia alla guerra civile. “Spirandogli il Cielo maggior -ira che l’usata, scrive il monaco Malaterra, ei surse a vendicare -l’ingiuria di Dio: cominciò il primo ottobre, fornì il venti maggio gli -appresti dell’armata. A piè scalzi allora, andò in giro per le chiese, -recitando litanie, mettendo sospiri e lamenti, dispensando larghe -limosine ai poverelli: si commise indi a’ perigli del mare e drizzò le -prore a Siracusa. “La mostra dell’armata, i riti di propiziazione da -infiammare le moltitudini seguirono, com’egli è evidente, a Messina. -Ruggiero, mandato Giordano co’ cavalli che l’aspettasse al Capo -di Santa Croce,[365] là dove fu poscia edificata Agosta, salpò con -l’armata; la qual senza remi nè vele (nota il Malaterra per dimostrare -il miracolo, ma dimentica le correnti del mare) prosperamente navigò, -sostando la prima notte a Taormina[366] la seconda a Lognina[367] -presso Catania e la terza al Capo di Santa Croce. Dove trovato Giordano -co’ cavalli e messa in punto ogni cosa, il conte mandò a riconoscere le -condizioni del nemico un Filippo di Gregorio[368] patrizio. Il quale, -in una barca montata da Siciliani, com’ei sembra, che al par di lui -intendeano l’arabico e parlavano speditamente, aggirossi nel porto -di Siracusa la notte, contò le navi di Benavert, le seppe disposte ad -affrontare senza dimora i Cristiani e ritornò a Ruggiero. Era giorno -di domenica. Il conte fa celebrare la messa in quel deserto lido, -confessare e comunicare la gente: la notte salpa per Siracusa e mandavi -la cavalleria. Il venticinque maggio mille ottantasei, combatterono -le due armate nel maggior porto, come quelle di Siracusa e d’Atene, -quindici secoli innanzi. Benavert vedendo troppo travagliati i suoi -dagli arcieri e sopratutto da’ balestrieri,[369] che li ferivano stando -fuor del tiro delle saette loro, comandò l’arrembaggio: dritto ei vogò -a dar d’urto alla nave di Ruggiero; spingendolo il demonio, scrive -Malaterra, per accorciargli la vita. Perchè trovato duro riscontro, -ferito gravemente di lanciotto per man d’un Lupino,[370] incalzato -con la spada alla mano dal Conte, cercò scampo in altra nave, spiccò -corto il salto, e annegò, tratto in fondo dalla grave armadura. -La più parte delle navi musulmane allor fu presa; e la città cinta -d’assedio, poichè Giordano, osservando questa volta rigorosamente il -divieto del padre, non tentò d’occuparla d’un colpo di mano, al primo -scompiglio gittatovi dal caso di Benavert. Dice l’Anonimo che Ruggiero, -fatto pescare il cadavere dell’emir, mandasselo a Temîm in Affrica. -Valorosamente poi si difesero i Musulmani di Siracusa dallo scorcio di -maggio fino all’ottobre; e invano speraron placare il conte, rimandando -liberi tutti i prigioni cristiani. Affaticati, scemati da’ tiri delle -macchine, li ridusse la fame. Una notte, la moglie e il figliuolo di -Benavert, coi notabili musulmani, si rifuggirono in Noto su due navi, -trapassando velocissimamente in mezzo all’armata nemica. La città -s’arrese a patti.[371] - -Il giusto orgoglio d’una impresa navale de’ nostri e la connessione -del subietto, mi conducono or a toccare l’espugnazione di Mehdia, -interrompendo il racconto della guerra siciliana. Scrive l’istoriografo -di Ruggiero che, stando questi all’assedio di Siracusa, i Pisani per -vendetta d’alcuna ingiuria, avessero osteggiata e occupata la capitale -di Temîm, fuorchè il castello; e che, non fidandosi di prender questo, -nè di tenere la città, avessero profferto lo splendido acquisto loro -al conte Ruggiero, il quale ricusò, per mantener fede a Temîm, cui -lo stringeva un accordo.[372] Lealtà necessaria, come ognun vede, a -chi tuttavia s’affaticava sotto le mura di Siracusa e gli rimaneano -a soggiogare nell’isola tante altre cittadi e province. Ma le genuine -memorie nostrali e musulmane scoprono vieppiù la fallacia del cronista -e provano che, se pur i Pisani richiesero il conte, fu sol di entrare -nella lega quando si apparecchiavano gli armamenti. - -Delle condizioni di casa zirita, delle fortificazioni di Mehdia, ci è -occorso dire più volte.[373] Il munitissimo porto era nido di pirati -che tutto infestavano il Mediterraneo, dalla Spagna alla Grecia, e -assalivano talvolta le costiere e rapivano gli uomini al par che -la roba, nè rispettavano al certo gli accordi che per avventura -fermò con gli Ziriti or questo or quello Stato italiano.[374] Colma -la misura, mossi i Pisani dalle querele di lor cittadini cattivi -degli Infedeli, proposero lega a Genova, domandarono aiuti a tutti -navigatori italiani e benedizioni al papa, che era allor lo scaltro -abate Desiderio, o vogliam dire Vittore III; il quale, travagliandosi -in dure strette, aiutò di quel che potea: conforti ed esortazioni. Con -gli stessi elementi, gli stessi modi e gli stessi intenti, ma assai -più larga e possente si rifacea così, dopo settant’anni, la lega che -oppresse Mogehid nel millequindici. Apparecchiate lungamente[375] -da Pisani, Genovesi, Amalfitani,[376] sommarono le navi italiane -a tre o quattrocento, gli uomini, comprese al certo le ciurme, a -trentamila;[377] e lor fu dato il ritrovo a Pantellaria. Dove i -Musulmani, provatisi indarno a resistere, mandarono avvisi a Temîm per -dispacci attaccati al collo delle colombe: ma l’annunzio del pericolo -nocque, più che non giovasse, nella città spreparata, nella corte -pusillanime e discorde. Mentre quivi i Musulmani si bisticciano tra -loro, il mare si ricopre delle italiane vele; i palischermi s’avanzano -a branchi; sbarcan lesti i nostri nel borgo di Zawila a mezzodì, e -nella penisola stessa di Mehdia a tramontana: per aspri combattimenti -occupano il borgo, occupano la città fuorchè il cassaro[378] ossia -palagio afforzato; bruciano l’armata musulmana entro il porto; appiccan -fuoco alle case; fan prigioni, saccheggiano e furiosamente stringono -il cassaro, dove s’era rifuggito Temîm. Era il sei agosto del mille -ottantasette. Ma assalito invano il castello per parecchi giorni, Temîm -chiedea la pace, a patto di sborsare trentamila, altri dice ottanta -e altri centomila, dînar d’oro,[379] liberare i prigioni cristiani, -smettere la pirateria contro Cristiani, e accordare franchigie doganali -ai Pisani ed ai Genovesi.[380] E i collegati, conseguito l’intento, -accettarono i patti, caricarono le navi d’oro, argento, pallii, arnesi -di bronzo, prigioni cristiani da liberare o da rivendere, schiavi -musulmani da recare al mercato, e ciascuno se ne andò in quella che -chiamava sua patria, a far mostra della preda, arricchire la chiesa più -favorita; e poi riarmare la nave, ed arrotar l’azza e la spada contro -un’altra città italiana. L’imbarbarita musa arabica dell’Affrica si -fece a descrivere le calamità di Mehdia, cominciando a dire del gran -numero de’ nostri, agguerriti e feroci, che assalirono improvvisamente -un pugno di cittadini, avvezzi a molle vita più che alle armi; ma -sventuratamente ci manca la più parte di questa lunga elegia. Intero -abbiamo lo scritto d’un italiano, il quale provandosi nei principj -del duodecimo secolo a cantare in una lingua ch’ei non parlava, le -geste di una nazione la quale non vedea per anco la sua stella polare, -dettò in versi latini un racconto preciso e fedele nella importanza -de’ fatti, ma lo vestì di goffe metafore da romanzo, facendo allestir -da’ cittadini di Pisa e di Genova mille navi in tre mesi, uccidere -in Mehdia centomila Arabi, liberare centomila Cristiani e simili -baie.[381] - -Il cauto normanno avea occupata Girgenti, mentre i marinai italiani -si apparecchiavano tuttavolta all’impresa di Mehdia. Sbrigatosi di -Benavert nell’ottantasei, radunava a dì primo aprile dell’ottantasette -le milizie feudali, volenterose e liete per la speranza d’acquisto; e -sì conduceale all’assedio di Girgenti. Ubbidiva allora Girgenti con -Castrogiovanni e con tutto il paese di mezzo, a un rampollo della -sacra schiatta di Alì, del ramo degli Edrisiti che aveano regnato un -tempo nell’Affrica occidentale, e della casa de’ Beni-Hamûd, la quale -tenne per poco il califato di Cordova (1015-1027) indi i principati -di Malaga e di Algeziras (1035-1057), ma cacciata dalla Spagna, -andò cercando fortuna qua e là. Par che un uomo di cotesta famiglia, -passato in Sicilia, non sappiamo appunto in qual anno, abbia preso lo -stato in quelle province, tra le guerre civili che si travagliarono -coi figli di Temîm; portato in alto non da propria virtù, ma dal nome -illustre e dalle pazze vicende dell’anarchia. Chamut il suo nome, qual -si legge nel Malaterra e ben risponde alla voce che a nostro modo si -trascrive Hamûd.[382] Il quale si rannicchiò tra sue rupi inaccesse -di Castrogiovanni, mentre la moglie e i figliuoli si trovavano in -Girgenti, e i Normanni circondavano la città, batteano le mura con lor -macchine; tanto che occuparonla a dì venticinque luglio del medesimo -anno. Ruggiero v’acconciò fortissimo un castello, munito di torri, -bastioni e fosso; lasciovvi buon presidio, e battendo la provincia, in -breve ne ridusse undici castella: Platani, Muxaro, Guastanella, Sutera, -Rahl, Bifara, Micolufa, Naro, Caltanissetta, Licata, Ravanusa; talchè -occupava tutto il paese dalla foce del fiume Platani a quella del Salso -ed a Caltanissetta, di che ei compose non guari dopo, con qualche -aggiunta, la Diocesi di Girgenti, ed or vi risponde tutta intera la -provincia di questo nome e parte della finitima di Caltanissetta. -La moglie ed i figliuoli dell’Hamudita caduti in suo potere, tenne -Ruggiero in sicura ed onorata custodia; pensando, così nota il -Malaterra, che più agevolmente avrebbe tirato quel principe agli -accordi, con serbare la sua famiglia illesa da tutt’oltraggio.[383] - -E veramente, Ibn-Hamûd si vedea chiuso d’ogni banda in Castrogiovanni; -occupata da’ Cristiani tutta l’isola, fuorchè Noto e Butera; potersi -differire, non evitar la caduta; nè egli ambiva il martirio, nè i -pericoli della guerra, nè pure i disagi di gloriosa povertà. Ruggiero -fattosi un giorno con cento lance presso la rôcca, lo invitava ad -abboccamento; egli scendea volentieri ed ascoltava senza raccapriccio i -giri di parole che conduceano a due proposte: rendere Castrogiovanni e -farsi cristiano. Dubbiò solo intorno il modo di compiere il tradimento -e l’apostasia, senza rischio di lasciarci la pelle: alfine, trovato -rimedio a questo, accomiatossi dal Conte, il quale se ne tornava tutto -lieto a Girgenti. Nè andò guari che il normanno con fortissimo stuolo -chetamente s’avviava alla volta di Castrogiovanni; nascondeasi in un -luogo appostato già col musulmano; e questi, fatti montar in sella suoi -cavalieri, traendosi dietro su i muli quanta altra gente potè, quasi -a tentare impresa di gran momento, uscì di Castrogiovanni, li menò -diritto all’agguato. E que’ fur tutti presi; egli accolto a braccia -aperte. Allor muovono i Cristiani alla volta della città; la quale -priva de’ difensori più forti, si arrende a patti, e Ruggiero vi pone -a suo modo castello e presidio. Ibn-Hamûd poi si battezzò, impetrato -da’ teologi del Conte di ritenere la moglie ch’era sua parente ne’ -gradi permessi dal Corano, vietati dalla disciplina cattolica. Ma non -tenendosi sicuro de’ Musulmani in Sicilia, nè volendo che Ruggiero pur -sospettasse di lui in caso di cospirazioni o tumulti, il cauto e vile -Ibn-Hamûd chiese di soggiornare in Terraferma; ebbe da Ruggiero certi -poderi presso Mileto e quivi lungamente visse vita irreprensibile, dice -lo storiografo normanno.[384] - -Ultima resistè con le armi la città di Butera; ultima s’arrese Noto. -Fortissima l’una di sito, fertilissima di territorio, prosperò sotto -la dominazione musulmana; incivilita al par che ricca, patria di un -elegante poeta, il quale nella prima metà del secolo seguente ornò la -corte di re Ruggiero in Palermo. Il conte Ruggiero movea con l’esercito -all’assedio di Butera in su l’entrar d’aprile del mille ottantanove; -la strignea da tutti i lati; apprestava le macchine a battere il -castello, quando ebbe avviso che papa Urbano secondo, venuto in Sicilia -a trattare secolui gravissimo negozio, sostava alla corte in Traina. -Donde Ruggiero, lasciata ai suoi capitani la cura della guerra, andava -ad abboccarsi col papa; e quando questi partì, gli offria ricchi doni. -Ritornato al campo sotto Butera, ebbela a patti; messe presidio nel -castello e mandò in Calabria i più potenti cittadini. Nel febbraio -del mille novantuno, stando egli a Mileto, veniano oratori di Noto a -profferire la sottomissione; la quale egli accettò, francando la città -di tributo per due anni e rimandò co’ legati il figliuolo Giordano, -che occupasse il castello. La moglie e il figliuolo di Benavert si -rifuggivano allora in Affrica.[385] - -Insignoritisi per tal modo i Normanni dell’isola tutta, Ruggiero -navigò lo stesso anno millenovantuno al conquisto di Malta, dalla -quale cominciar volle, scrive il biografo, a soggiogare novelle -province oltre il mare, per isfogar quella sua brama di acquisti e -quel bisogno ch’egli sentia di muoversi, affaticarsi, guerreggiare. -Mentre apparecchia la spedizione e chiamavi i suoi baroni, gli vien -detto che Mainieri di Acerenza, richiesto da lui d’un abboccamento, -avea risposto al messaggero: io nol rivedrò in viso che quando avrò -da fargli del male. Acceso d’ira a cotesta ingiuria, il conte ripassa -incontanente in Terraferma; Pietro di Mortain lo segue entro otto -dì con un esercito levato in Sicilia, pieno forse di Musulmani; col -quale Ruggiero muove in fretta contro Acerenza, la stringe di assedio, -sì che Mainieri scendea a chiedergli perdono, ed ei lo multava di -mille soldi d’oro. Pria di ritornare in Sicilia, diè il guasto al -territorio di Cosenza che avea disdetta la signorìa del favorito Duca -di Puglia. Poi comanda ch’entro quindici dì si adunino le genti e le -navi al Capo Scalambri[386] che difende da ponente il porto detto di -Longobardo, la Caucana di Tolomeo e di Procopio, donde Belisario era -passato al racquisto di Malta quattro secoli avanti di lui. Del mese -di luglio andovvi il Conte, vigoroso e verde, che non gli pesavano -i sessant’anni ed avea tolta testè la terza moglie. Pregandolo il -figliuolo Giordano che gli concedesse di capitanare l’oste, forte ei se -ne adirò; disse che essendo primo nel partaggio degli acquisti, primo -entrar voleva anco ne’ rischi e ne’ travagli; e comandò al figliuolo -che nell’assenza sua girasse la Sicilia con grosso stuolo, senza posare -mai in città murata o castello. Di che l’ambizioso giovane piangea di -rabbia. Ruggiero, fatto dar nelle trombe e negli strumenti di musica, -de’ quali par avesse composta una banda con valenti suonatori, fatto -salpare le ancore e scior le vele, approdò a Malta, al secondo giorno -di navigazione: prima tra tutte la sua nave, primo egli a sbarcare -co’ tredici cavalieri che soli avea seco: scaramucciando co’ Musulmani -aspettò l’arrivo delle altre navi, e con le genti dormì su la spiaggia. -La dimane, sparge i cavalli per la campagna; muove contro la città -col grosso dell’oste. Ma il _Kaid_ e gli abitatori non usi alle armi, -si affrettavano a venire a parlamento, si sforzavano a raggirarlo; nè -potendo vincerlo d’astuzia più che di forza, pattuivano di liberare -tutti i prigioni cristiani, consegnare armi, cavalli e tutt’arnesi di -guerra, pagare incontanente una grossa taglia e indi tributo annuale, -tenendo la città a nome del conte Ruggiero e prestandogli giuramento -di fedeltà. Ruppero in lagrime i guerrieri cristiani, quando i prigioni -sciolti da’ ceppi lor si fecero incontro, cantando il _Kirie eleison_, -recando in mano le croci, qual di legno, qual di canna, come ciascuno -avea potuto farsene; e gittavansi a’ piè di Ruggiero. Il quale li -scompartì tra tutte le navi quando salparono per tornare in Sicilia, -e temea non calassero al fondo per troppo peso; ma seguì il contrario -effetto, così il Malaterra, chè il nuovo carico le rendea tanto -leggiere da levarsi sul pelo delle acque un cubito più che all’andata. -Cammin facendo, senz’altri miracoli, sbarcarono al Gozzo; la -saccheggiarono, la assoggettarono al dominio di Ruggiero. Questi poi, -toccata la terra di Sicilia, adunava i prigioni cristiani di Malta, -loro accordava la libertà; offria terreni e strumenti di agricoltura -ed esenzione perpetua dalle tasse ed angherie e che lor edificherebbe -una città a bella posta, con nome di Villafranca, s’eglino rimanessero -in Sicilia. Ma amaron meglio di ritornare ciascuno a casa sua. Per -liberalità del conte, erano traghettati gratuitamente oltre il Faro; -sì che andarono spargendo per ogni luogo, il valore e la larghezza -del liberatore.[387] Con questo atto di carità coronava Ruggiero il -conquisto della Sicilia, compiuto a Malta in persona, com’egli in -persona lo avea cominciato a Messina, trent’anni innanzi. - - - - -CAPITOLO VII. - - -Il vincitore, quasi antico e natural principe, resse l’isola -tranquillamente ne’ dieci anni che seguirono, mentre pur la società -dall’imo al sommo si rimescolava; mutandosi la popolazione, le -proprietà, le condizioni civili, i costumi, le usanze, i magistrati -le leggi, la religione. Sola rivolta de’ soggiogati fu quella di -Pantalica: grossa città in quel tempo, fortissima per lo sito in una -roccia tutta stagliata, bagnata dall’Anapo, abitata in età remotissima -da un industre popolo, che incavò quasi un alveare di nicchie nella -parete liscia del masso.[388] I Musulmani di Pantalica nell’anno -millenovantatrè dell’èra volgare, tumultuavano, ebbri di gioia, -sentendo la morte del temuto signor feudale del luogo, Giordano, -figliuolo del Conte. Questi, ch’era sopraccorso a Siracusa all’annunzio -della malattia di Giordano e l’avea trovato estinto, celebrate appena -le esequie, mosse contro i ribelli con gli stanziali della sua guardia; -chiamò al servigio le milizie de’ baroni: superata la difficoltà de’ -luoghi e l’ostinazione dei difensori, impiccò per la gola i caporioni; -punì altri con varii tormenti; cavò la pazzia a questa città, -conchiude, brutalmente, il Malaterra. Narrando, con ciò, come alla -morte di Giordano i Cristiani che si trovavano in Siracusa avessero -pianto amaramente per desiderio del prode giovane, e compassione del -misero padre, e come i Musulmani del luogo non avessero saputo frenare -le lacrime, ei nota, maligno, che furono lagrime di convulsione, non -già d’amore.[389] - -Matto dunque chi resiste, perfido e vile chi si acconcia: così alla -corte normanna si ragionava. Il signore, operando più savio che non -parlassero i cortigiani, non si affidò al solo terrore. Vedea quella -generazione, decimata dalle guerre e dagli esilii, stanca de’ piccoli -tiranni, non chieder altro che riposo e giustizia. E l’uno e l’altro -ei le diè; e ne ottenne che i Musulmani, se non lo amarono, lo tennero -necessario a loro prosperità; l’ubbidirono, anzi lo secondarono, -procacciando insieme col proprio l’utile di lui. Dell’incivilimento -degli abitatori musulmani, latini e greci, ei raccolse una quantità di -forza, che s’era sterilmente consumata per l’addietro. Ei trasse danari -e soldati dai Musulmani più che dagli altri, perchè erano di gran -lunga più numerosi e più industri, più compatti in lor ordine sociale, -più ubbidienti al principe. Maneggiando tal forza, ei prevalse sugli -altri feudatarii normanni. Con la fama ch’egli avea ben meritata d’uom -di guerra e di Stato, savio, giusto, religioso, con la possanza della -mente e dell’animo suo, tenne il primato nell’Italia a mezzogiorno del -Tevere e contò tra i monarchi d’Europa.[390] - -A lui si volsero tutti gli sguardi alla morte di Roberto; quando -chi parteggiò per l’uno chi per l’altro figliuolo, ma ciascuno pensò -veramente ai fatti suoi proprii, e dimostrossi, dice il Malaterra, -la slealtà di molti Pugliesi.[391] Slealtà, nel costui linguaggio, -significava impazienza del giogo normanno, chè giogo egli stesso il -chiama; significava ricusare il tributo e il servigio che il duca, -all’uso normanno,[392] richiedea dalle città, le quali un tempo -elessero console il capo de’ condottieri; richiedea da’ condottieri -che chiamarono un compagno a capitanare tutte le forze in guerra.[393] -Il vero è che cittadini longobardi o calabresi, e baroni normanni e -italici, rivendicavano loro diritti usurpati da Roberto e usavano -la discordia de’ costui figliuoli: donde Ruggiero, novello duca, -dovea ad un tempo difendersi da Boemondo e domare le città e baroni -ricalcitranti, adoperando armi della stessa tempra che le loro, -inefficaci e mal fide.[394] Gli stese allor la mano il conte Ruggiero, -il quale avea promesso, dicono, a Roberto di mantener quell’ordine di -successione,[395] ed era partecipe dell’intento politico che lo dettò: -mostrare, com’io penso, alla Puglia un principe di schiatta longobarda -per via della madre, talchè i soggetti gli ubbidissero più volentieri, -gli estranii di Benevento e Capua lo desiderassero. Si notò, in -vero, la condiscendenza del novello duca verso i Longobardi.[396] -Intanto i fatti rivelano il disegno, forse l’accordo, fermato tra’ -due Ruggieri: che il Duca cedesse del tutto al Conte la Sicilia, le -Calabrie e fors’anco lo favorisse nell’acquisto d’altri territori -più settentrionali; e il Conte prestasse a lui le armi per costituire -un sol principato di lì al Garigliano e al Tronto. Combacia con tal -disegno il detto di Malaterra, che alla nascita di Simone (1093) -successore immediato del Conte, fu certo il futuro duca di Sicilia -e di Calabria, per l’assentimento del duca Ruggiero di Puglia.[397] -Dalle quali parole e’ sembra che siasi trattato, se pur non fermato -con carte, di costituire in Ducato i dominii del Conte; il qual disegno -verosimilmente tornò vano per difficoltà della corte papale. Per opera -del conte Ruggiero fu esaltato (1085) al trono ducale il nipote; il -quale gli diè per arra la metà delle castella di Calabria, riserbata -a Roberto nel primo partaggio.[398] Per opera sua Boemondo, a capo -di due anni, posò le armi con magro accordo; e furono oppressi i -baroni che alzavan la testa.[399] Ma cadute in Sicilia le ultime città -musulmane independenti, Ruggiero adoperò, senza tema di ferirsi da -sè medesimo, uno strumento di guerra ch’egli avea sperimentato molto -rispettivamente in Sicilia stessa,[400] e Roberto con men pericolo a -Roma; e che, in mano de’ suoi successori, battè per un secolo e mezzo -i paesi meridionali di Terraferma. Volendo il Duca ridurre la città di -Cosenza, il conte Ruggiero, del millenovantuno, conduce a campo sotto -quella città, insieme con le milizie feudali, parecchie migliaia di -Saraceni di Sicilia; dispone l’assedio a suo modo; e quando i Cosentini -voglion calare agli accordi, lui chiaman arbitro. In merito del quale -aiuto il Duca gli concedea mezza la città di Palermo. Egli, andatovi -immantinenti, afforzato un castello nella sua parte di città, seppe -sì bene ordinare l’amministrazione comune delle pubbliche entrate, o -con tal durezza fiscale aggravare i cittadini, che il Duca incominciò -a ritrarre dalla sua metà maggior frutto che pria non gli avesse reso -l’intero.[401] - -Molte altre migliaia di Musulmani veniano col Conte a Castrovillari, -insieme con cavalli e fanti cristiani, a soccorrere il duca Ruggiero -nella pericolosa ribellione di Guglielmo di Grantimesnil (1094): -Musulmani, leggiamo, di Sicilia e di Puglia;[402] ond’e’ sembra che -ne fossero stati tramutati in quella provincia, e allogati in alcun -feudo del conte, sia a dirittura dalla Sicilia, sia dopo una sosta in -Calabria.[403] Ventimila Saraceni, come è scritto in una cronica,[404] -seguivano il Conte all’assedio d’Amalfi (1096) dove chiamollo il Duca, -promettendogli una metà della terra se la espugnassero. Ma accadde una -grande sventura, dice il monaco Malaterra: sparsa voce nel campo che -papa Urbano avesse bandita la guerra de’ Luoghi Santi e che vi corresse -tutta l’Europa, quell’ambizioso di Boemondo, si fe’ attaccare una croce -su le vestimenta; la gioventù per vaghezza di cose nuove gli corse -dietro a gara; e lasciaron lì il Duca e il Conte, con sì poche forze -che furono costretti a levare l’assedio.[405] - -Crebbe tanto nel millenovantotto il numero dei Musulmani levati in -Sicilia, che lo storiografo afferma non aver il Conte mai capitanato -più grosso esercito. Quando furono posti gli alloggiamenti a San Marco -di Calabria, pareano innumerevoli le brune tende dei Saraceni;[406] -si vedean le colline coperte di lor buoi, pecore, capre, come se vi -pascolassero insieme le greggi di Laban e di Giacobbe. Capua avea -disdetta l’obbedienza al principe Riccardo, della casa normanna -d’Aversa; il quale, non potendo osteggiarla con le sue proprie forze, -avea chiesti aiuti al Duca, offrendogli omaggio feudale, e al Conte -promettendo di procacciargli, non so in che guisa, l’acquisto di -Napoli. Allettato dalla quale speranza, pregato caldamente dal Duca, -Ruggiero aveva assentito. Condotte le sue genti, quasi tribù nomadi, -in guisa che loro non mancasse mai pastura per le greggi, strinse Capua -con molta arte di guerra; costruì per uso degli assedianti un ponte di -legno sul Volturno; sopravvide ei medesimo assiduamente ogni fazione -di guerra; sì che la città alla fine sottometteasi.[407] Tanto cospicuo -egli apparve in quest’assedio, che la leggenda monastica gli riferì un -miracolo: fe’ calare un angelo sotto le sembianze di San Brunone, ad -avvertirlo in sogno che Sergio, condottiero di dugento soldati greci -del suo esercito, stesse per introdurre il nemico nel campo.[408] - -Del rimanente le memorie ecclesiastiche narrano del conte Ruggiero, -nella stessa impresa di Capua, un episodio per nulla edificante. -Sant’Anselmo arcivescovo di Canterbury, fuggendo l’ira di Guglielmo II -d’Inghilterra, venuto era in Italia per faccende non sappiam se della -Chiesa o del mondo; e invitato, dice il suo discepolo Eadmero, dal duca -di Puglia, soggiornava nel campo sotto Capua, quando capitovvi Urbano -secondo. Il dotto arcivescovo, gareggiando di riputazione col papa e -attirando a sè ogni maniera di gente devota o curiosa, non isdegnava -i visitatori Musulmani, li adescava anzi con suoi camangiari;[409] -e tanto con loro si addimesticò, che soleva andare a visitarli negli -alloggiamenti loro, appartati da quelli de’ Cristiani; e v’era accolto -con giubilo e benedizioni e i mansueti Infedeli non potendo tutti -appressarsi, gli si prosternavano da lungi; a loro usanza, scrive -Eadmero, baciavano le proprie mani accennando d’inviare i baci al santo -uomo. Insinuatosi per tal modo a discorsi più gravi, credette Anselmo -che parecchi avrebbero rinnegato l’islam, se non avessero temuta la -crudeltà del Conte, solito a punire severamente chi di loro si facesse -Cristiano. «Perchè il Conte così operasse, nol voglio indagare e se la -vegga egli con Dio» conchiude il frate inglese.[410] Nè potremmo noi -indagarlo, senza sapere appunto se l’arcivescovo abbia ben comprese -o fedelmente riferite le risposte, e se i Musulmani gli abbiano -parlato da senno. Il racconto di Eadmero prova pure che l’aristocrazia -ecclesiastica di quel tempo, sommessamente accusava il conte di troppa -tolleranza e nessuna disposizione a seguire i pregiudizii religiosi, -più tosto che l’utilità dello Stato. E che ben si apponessero, si -scorge da quel dispetto del Malaterra contro Boemondo e’ suoi seguaci -della Crociata. Non altrimenti pensavano i Musulmani, come si vede da -un singolare racconto d’Ibn-el-Athîr. - -Il quale, facendosi a dir della presa d’Antiochia, rintraccia, non -senza acume, i primordii delle Crociate nell’occupazione di Toledo -(1086) e altre città di Spagna pe’ Castigliani; nel conquisto -normanno della Sicilia; negli assalti degli Italiani su la costiera -d’Affrica.[411] La sintesi che il guidava nelle tenebre della storia -occidentale, col solo barlume del nome de’ Franchi e dell’impero, -lo porta indi a supporre che un Baldovino, re dei Franchi, vago di -conquisti, avesse invitato il conte Ruggiero a un’impresa in Affrica. -Ma consultando co’ suoi ottimati, e vedendoli plaudire ciecamente -a quel partito, Ruggiero con un atto molto laido e villano,[412] -rispose che il loro consiglio non valea più che tanto. «Tralascio la -molestia, ripigliò, tralascio la spesa del fornir a’ Franchi navi -da trasporto e un grosso di soldati; ma non riflettete voi che, se -tenessimo l’invito, saremmo sempre perdenti, anco vincendo? Vincendo, -ecco stanziati i Franchi in Affrica, ecco rapito da loro alla Sicilia -il commercio ch’essa vi fa: e per lo primo la ricca tratta de’ grani! -Non vincendo, ecco Temîm, che visto venire i Franchi dalla Sicilia e -quivi ritrarsi, ci chiama a ragione sleali, disdice il trattato: ed -ecco tronche le relazioni nostre con l’Affrica, le quali a noi giova -mantenere, finchè non possiamo mettere insieme tante forze da provarci -noi soli al conquisto!» Chiamato indi l’oratore di Baldovino, gli -rispondea Ruggiero non poter dare aiuto, sendo vincolato da trattati -con l’Affrica; che se i Franchi bramavano di mercar lode combattendo -contro i Musulmani, si volgessero più tosto alla liberazione dei -Luoghi Santi.[413] A prima vista quel cenno dei disegni su l’Affrica -e quel nome di Baldovino, darebbero sospetto di un anacronismo del -compilatore, che avesse scambiato il conte Ruggiero col re, e la prima -con la seconda crociata. Ma sendo gli scrittori musulmani molto bene -informati de’ costumi e imprese del re Ruggiero, più verosimile e’ mi -sembra il supposto che la tradizione tornasse veramente a’ tempi del -padre, e che i Musulmani contemporanei del re, senza fingere da capo a -fondo la ripugnanza del conte e l’energia plebea con che l’esprimea, -avesservi aggiunti i particolari ov’è detto dell’Affrica. Può darsi -anco che la tradizione musulmana abbia confusi due rifiuti simili -del vecchio conte: quello a’ Pisani ed a’ Genovesi che l’invitavano -all’impresa di Mehdia[414] e quello a tutta l’Europa quando gridò la -prima volta: Iddio lo vuole! - -Comunque giudicasse il volgo dell’undecimo secolo la indifferenza -religiosa di Ruggiero, il sacerdozio era disposto a perdonargli ogni -cosa. Reggeano ormai la Chiesa gli adetti di alcune scuole vescovili -di Francia e di Germania e sopratutto i monaci di pochi ordini -potentissimi per riputazione di santità e dottrina, e non meno per -ricchezze, parentele e séguito appo i grandi; com’era stato poc’anzi -il monastero di Monte Cassino, com’erano tuttavia, prevalendo il genio -ecclesiastico della Francia, quei di Fleury, del Bec e di Cluny: vivai -di papi, prelati, ministri di Stato; centri di maneggi politici, dove -la potenza mondana era il fine, la religione il mezzo, e la corte -di Roma il centro di gravità. Era nata cotesta scuola politica da un -secolo in circa, mentre i laici, nobili e plebei, deliravano tra vani -terrori, pasceansi di superstizioni; e i molti ignoranti del clero -accoppiavano la credulità all’impostura. Scuola di savii che voleano -usare l’altrui semplicità ad effetto grande e santo a prima vista: -far comandare l’intelletto alla forza; guidare con unità di consiglio, -nella via della Fede, della morale, del ben pubblico, quella società -feudale eterogenea e disgregata che fermentava per tutta Europa. -La quale scuola, trascinata dagli interessi, divenne setta; e, come -disarmata, adoperò necessariamente l’ambito e le astuzie; preferì gli -effetti alle teorie, accomodò la morale ai propri intenti, si insinuò -nelle corti, trattò matrimonii, intavolò negoziati politici, promosse -l’uno, rovinò l’altro, stese un paretaio da chiappare donazioni d’ogni -maniera: lo Stato della contessa Matilde, come il bottino di Roberto -Guiscardo. - -I precursori de’ Gesuiti, nell’undecimo secolo, non erano uomini da -accendersi d’intempestivo zelo contro Ruggiero, mentr’egli in Sicilia -rifabbricava chiese, fondava monasteri e vescovadi, arricchiva il -clero, lo adoperava nelle faccende civili; mentre in Terraferma ei -veramente ereditava la potenza di Roberto. Urbano II, rampollo di -Cluny, discepolo d’Ildebrando, salito alla cattedra di S. Pietro -(settembre 1087) tra le minacce d’Arrigo IV e d’un antipapa, si mostrò -osservantissimo verso il conte; ancorchè questi, com’e’ parmi, ambisse -più che il papa non voleva o non potea concedergli.[415] E prima Urbano -andava appo lui in Sicilia (1089) per trattare, scrive il Malaterra, -d’un accordo con la Chiesa Costantinopolitana;[416] ma piuttosto, credo -io, de’ riti della Chiesa greca di Sicilia e di Calabria e in generale -dell’ordinamento ecclesiastico nell’isola; o più che tutto questo, -degli interessi della corte romana in Terraferma.[417] Il silenzio -serbato dal cronista per parecchi anni su le cose della corte di Roma, -fa supporre che Ruggiero non si lasciò menare dal papa, finchè ei non -vide il destro di guadagnar potenza e splendore. Perchè il papa lo -sollecitò (1095) a dar una sua figliuola a Corrado, figlio d’Arrigo IV, -ribellatosi dal padre ed ajutato dalla Chiesa; il quale, per diffalta -di danari, mal reggeasi contro la parte imperiale in Italia. Ma il -cauto normanno, vedendo che si volea soprattutto la dote, non assentì -di leggieri: il persuasero bensì i suoi ottimati, massime Roberto -vescovo di Traina, il quale com’italiano, dice il Malaterra, ben sapea -le condizioni delle cose nell’Italia di sopra e quale assegnamento -far si potesse in Corrado.[418] E Roberto o sapea poco, o ingannò il -suo signore. Par che altri denari si sperassero dopo la dote: e forse -Ruggiero ne diè allora in sussidio alla corte pontificale, come poscia -nel 1100 quand’egli somministrava mille once d’oro a Pasquale II,[419] -poichè Urbano con ogni maniera di ossequio cercò quasi la grazia di -Ruggiero, non ostante l’avversione di lui alla Crociata. All’assedio -di Capua (1098) arrivò il papa a pregarlo non esponesse la sua vita, -tanto necessaria a Roma e all’Italia, perchè egli era il terrore de’ -tristi.[420] - -Ritornato il Conte dopo l’impresa di Capua a Salerno, Urbano l’andò a -trovare per trattare secolui gravi negozii, pria ch’e’ ripartisse alla -volta di Sicilia; e tanta premura ebbe di antivenire la sua visita, -ch’ei lasciò aspettare gli Arcivescovi apparecchiati col clero a -condurlo in processione alla chiesa di San Matteo. Il dì appresso egli -accordava alla corona di Sicilia il privilegio dell’Apostolica Legazia, -del quale diremo nel capitolo nono, trattando la costituzione dello -Stato. Vuolsi qui notar solamente che il papa avea nominato Legato in -Sicilia, senza saputa del Conte, quel Roberto vescovo di Traina, del -quale si è fatta parola poc’anzi: e che Ruggiero mal soffriva l’atto -della romana corte, fors’anco la persona di Roberto, e minacciava di -non accettarlo: onde il papa, per gratificare colui che con tanto zelo -avea servito alla fede cristiana, cassò la elezione e istituì Legato -perpetuo il Conte stesso e i suoi successori. Così il Malaterra.[421] -Urbano nella bolla di concessione, ricorda con somiglianti parole, -la grazia divina avere accordato trionfi ed onori alla saviezza di -Ruggiero; il suo valore aver ampliata la santa Chiesa sopra i Saraceni; -e la sua virtù essersi mostrata in molte guise devota all’apostolica -sede. Pur non è chi non vegga come quel singolare privilegio fosse -dovuto non meno ai meriti religiosi del conte, che alla sua potenza -politica, al bisogno che avea il papa di lui, e al saldo proponimento -con che seppe serbar interi i diritti del principato, o meglio -direbbesi della società laica, ch’egli avea appresi da Cristiani di -Calabria e di Sicilia seguaci della Chiesa greca; e poi li sostenne col -coraggio di una religione virile, di un sano intelletto, liberatosi di -molte ubbie settentrionali nei quarant’anni ch’egli avea praticato co’ -Musulmani, co’ Bizantini e co’ gesuiti di quella età. - -Su l’apice della fortuna, la morte il colse a dì ventidue giugno -del millecentuno, nel settantesim’anno dell’età sua;[422] felice -anco in questo, ch’ei vedeva assicurata la successione del dominio -a’ suoi proprii figliuoli. Molte figliuole ebbe Ruggiero, maritate -altre a feudatarii altre a principi: Busilla a Coloman re d’Ungheria -(1097);[423] Costanza a Corrado re d’Italia figliuolo d’imperatore -(1093);[424] Matilde a Raimondo conte di Tolosa e di Provenza -(1080);[425] Emma a Roberto conte, di Clermont, dopo che l’avea chiesta -Filippo I di Francia per cupidigia della dote.[426] Ma dei maschi -legittimi par che il solo Goffredo vivesse nel milleottantanove, -quando, perduta la seconda moglie Eremberga, il conte sposava Adelasia; -dava a una costei sorella Giordano, all’altra promettea Goffredo, -fanciullo e infermiccio, tal che ebbe ad entrare piuttosto in un -chiostro.[427] La morte di Giordano pertanto metteva in forse la -successione, allorchè Adelaide partorì (1093) Simone[428] e quindi -(1095) Ruggiero.[429] Trapassava così il vecchio conte con la speranza -di lasciare alla sua schiatta la Sicilia e la Calabria costituite -in ducato; nè presagiva egli al certo che, a capo di trent’anni, vi -sarebbe aggiunto il retaggio di Roberto Guiscardo, quel della casa -d’Aversa, la repubblica di Napoli, la costiera d’Affrica e una corona -reale. - -Or diremo particolarmente di quest’Adelaide, il governo della quale e -la sua gente stanziata in Sicilia rassodarono l’opera del fondatore. -Secondo il Malaterra, ell’era figliuola d’un fratello di Bonifazio, -famosissimo marchese degli Italiani.[430] Con le medesime parole -è designata in certi versacci latini attribuiti al contemporaneo -frate Maraldo;[431] l’Anonimo, contemporaneo del re Ruggiero, la -chiama Adele marchesa, nata nelle parti di Lombardia del nobilissimo -sangue di Carlomagno, educata con singolar cura e informata a nobili -costumi;[432] e Odorico Vitale, della età stessa dello Anonimo, la -dice Adele, figliuola di Bonifazio ligure.[433] Donde il Pirro e il -Muratori tennero verosimile che quel Bonifazio fosse il supposto -marchese di Monferrato di tal nome:[434] e, s’e’ non toccarono -il segno, se ne scostarono di poco, perocchè liguri e lombardi si -chiamarono allora indistintamente gli abitatori di quella provincia. -Veramente le vicende del Monferrato dal mezzo del duodecimo secolo in -su, duravano oscurissime infino a questi dì nostri e favolose in parte -le genealogie.[435] Rischiarò il campo, or son pochi anni, Giulio de -Conti di San Quintino, mettendo da canto le moderne tradizioni locali -e affidandosi a’ soli diplomi;[436] se non che la critica troppo -meticolosa lo condusse al grave errore di far due famiglie diverse di -una che compariva in carte diverse con nomi e condizioni pressocchè -identiche. Ma è giudicato oramai cotesto errore. E due uomini -eruditissimi nelle storie italiane del Medio evo, il nostro Cornelio -De’ Simoni, dico, e Teodoro Wüstenfeld da Gottinga, hanno ricostruite -felicemente le serie dinastiche e il diritto pubblico di quel paese, -fondando l’edifizio su dotte e savie supposizioni, là dove mancano gli -attestati positivi e seguendo il metodo che adoperò il Muratori per -illustrare la Marca contigua, la quale racchiudea Genova, Tortona e -Milano. I lavori pubblicati dal De Simoni, e le lettere scrittemi dal -Wüstenfeld forniscono le seguenti notizie su la famiglia dell’Adelaide -madre di re Ruggiero.[437] - -Misurando una ventina di miglia su la riviera di Ponente in guisa -che Savona si ritrovi nel mezzo, e prendendo sulla sponda dritta del -Po quel tratto che dal confluente del Tanaro risalisce fino a Verrua -sopra Casal Monferrato, avremmo i due lati minori del trapezio, che -al tempo di Otone primo, costituì una delle Marche d’Italia.[438] -Reggeala Aleramo, conte e poi marchese, uom di legge salica; talchè -potremmo supporlo di nazione franca e trovar qui l’origine della -tradizione che in Sicilia il vantò nipote di Carlomagno. I discendenti -di Aleramo, usurpata, com’accadeva allora in tutta Europa, la proprietà -dell’ufficio di marchese, lo esercitarono in comune per parecchie -generazioni: e da ciò, mi par nato per avventura, l’uso che nelle -province settentrionali d’Italia si dia per urbanità il titolo della -famiglia a tutti i figliuoli; mentre ne’ paesi meridionali, sì come -oltremonti lo si riserba al primogenito. E veramente nei giudizii -e negli atti di dominio di quella Marca anteriori al millecento, -intervengono insieme parecchi marchesi: poi, nel duodecimo secolo, -si veggono divisi e suddivisi i territorii tra’ varii rami del ceppo -aleramico e chiamati finalmente marchesati, ancorchè ormai tornassero -a mere contee, le quali talvolta non oltrepassarono l’ordinario -territorio giurisdizionale d’un visconte. Così nacquero i marchesati -del Vasto, Incisa, Busca, del Carreto, del Bosco, Ponzone, Monferrato, -Occimiano, Albenga, Ceva, Clavesana, Cortemiglia, Loreto. - -Già a mezzo dell’undecimo secolo, separate le due parti estreme -della Marca, veggiam tre fratelli, Otone, Manfredo e Anselmo, giurare -insieme e con uguale titolo, un patto con Savona; la quale tendendo -al reggimento municipale, svincolavasi come potea da’ Signori. Ma -succeduto ad Otone il figliuolo Bonifazio detto del Vasto, e morti -innanzi il 1079 Anselmo e Manfredo,[439] fratelli o figliuoli di Otone, -Bonifazio accrebbe il territorio a scapito della Marca occidentale -che abbracciava Torino, Asti ed altri luoghi. Disputando l’eredità di -Adelaide di Susa a Corrado figliuolo di Arrigo IV, a Umberto di Savoja -e al conte di Mombeliard, Bonifazio fu segno all’ira di Gregorio VII; -parteggiò sempre per gli imperatori contro i papi; guerreggiò con -cittadi che s’emancipavano; e imprigionato una volta, osteggiato dal -proprio figliuolo per nome anch’egli Bonifazio, marchese d’Incisa, -arrivò pure a scompartire un vasto dominio agli altri figliuoli. Non è -meraviglia dunque che Malaterra il vanti famosissimo marchese d’Italia. -Nè torna inverosimile la nobile educazione data, secondo l’Anonimo, -all’Adelaide, figliuola orfana di Manfredo. Un fratello di Adelaide per -nome Arrigo, ricordato ne’ diplomi siciliani al par che nei piemontesi, -ebbe poscia alto stato in Sicilia; e forse altri rampolli di Casa -aleramica eran venuti quivi a combattere sotto le insegne de’ Normanni: -di certo molti nobili uomini della Marca aleramica vi tennero feudi, -siccome più largamente sarà detto nei capitoli che seguono. - - - - -CAPITOLO VIII. - - -Convien ora esporre le condizioni politiche e sociali che i Musulmani -sortirono nel conquisto e con essi i precedenti e novelli abitatori -dell’isola; alla quale investigazione spianò la strada il maestro -del Diritto pubblico siciliano, il sagace e dotto Rosario Gregorio, -nella «Introduzione» e nei primi libri delle “Considerazioni.” Dal -suo tempo in qua le fonti di quel tratto di storia non sono cresciute -gran fatto. Mancano tuttavia le antiche leggi, da qualche incerto -brano all’infuori. Tace tuttavia la cronica della corte e del campo, -da Malaterra all’abate di Telese; cioè tra la morte del conquistatore -e la gioventù del secondo Ruggiero: pressochè un quarto di secolo, che -racchiude la reggenza della contessa Adelaide e forse l’assetto delle -nuove colonie. Pur si raccatta qualche cenno nei ricordi d’altre età -o d’altri paesi; e un po’ di luce si prende dai diplomi pubblicati o -inediti. In grazia poi degli strumenti di critica storica, perfezionati -nel corso di questo secolo, si cava miglior costrutto da’ materiali: -talchè per tutti i versi dobbiamo a’ nostri tempi di potere più -dirittamente giudicare e più liberamente scrivere, che non osasse -il cauto prelato siciliano sotto i Borboni di Napoli, aizzati dalla -rivoluzione francese. Or non sembri prosunzione se noi ci proviamo a -correggere qualche parte del disegno che il Gregorio delineò, son or -sessant’anni. - -Il quale avendo lavorato principalmente su’ diplomi, e sendo noi -costretti a far lo stesso, premettiamo alcune avvertenze intorno la -diplomatica siciliana dell’undecimo e duodecimo secolo. In primo luogo -è da eliminare un documento accolto alcuni anni addietro nell’Archivio -di Napoli e presentato il 1845 al congresso degli Scienziati -d’Italia: niente meno che un editto del vecchio conte Ruggiero, -dato il quattrocensettantaquattro dell’egira (1081), promulgato in -pien _divano_ a Messina, per notificare ai presenti ed ai posteri -la istituzione dei sette grandi uficii della Corona siciliana e il -ceremoniale di corte. Il tempo, il luogo e il titolo dell’adunanza, -la natura stessa e i termini dello statuto, ripugnan tanto ai fatti -fondamentali della storia siciliana, da potersi rigettare quella -scrittura senza pure guardarla. Per lo contrario, ad occhi pratici -basterebbe guardarla senza badare al contenuto; scorgendosi una -rozza mano moderna che si prova per la prima volta a imitare la -scrittura arabica, o piuttosto una confusione di caratteri cufici, -neskhi e affricani, or da carteggio plebeo, or da stile numismatico o -monumentale; e un terzo forse de’ vocaboli, contraffatti a ghirigori; -e ne’ luoghi leggibili tanti errori d’ortografia, di grammatica o di -lingua, quante parole. Ai quali segni e allo stile e tendenza dello -scritto, ben si riconosce la fattura dell’ignorante e temerario abate -Vella, del quale facemmo parola nel primo volume.[440] - -Ancorchè non occorrano di tali brutture nelle carte siciliane -pubblicate innanzi o dopo il Gregorio, egli è da usare con precauzione -tutte quelle scritte originalmente in arabico o in greco; sendo -la più parte pieni di errori i testi, e sbagliate o stranamente -scontorte le versioni. Il qual vizio notai già particolarmente pei -diplomi arabici.[441] Poco minor guasto hanno patito i greci, presi a -deciferare da ellenisti digiuni della erudizione storica della Sicilia, -come il Lascari, ovvero da eruditi siciliani, come il Pasqualino ed -altri, i quali non sapeano per bene la lingua, nè la paleografia -greca de’ bassi tempi: e il peggio è che perdutesi molte delle -pergamene, altro non ci avanza che le infelici traduzioni stampate -dal Pirro, dal Mongitore e da alcun altro. Nè sfugge del tutto a -tal biasimo, il diligentissimo Tardia;[442] nè quanti han dato alla -luce alla spicciolata de’ diplomi greci nella prima metà del secolo -che corre.[443] Con migliori auspicii Giuseppe Spata da Palermo n’ha -pubblicati in questi ultimi tempi una sessantina.[444] Ed è ormai -da sperare la collezione compiuta delle carte greche e arabiche -dell’Archivio regio di Palermo, forse di tutte quelle dell’isola; -poichè il professor Salvatore Cusa va preparando il lavoro, e il -Ministero della pubblica istruzione ha promesso di sovvenire alle spese -della stampa. Userò io intanto le copie dei diplomi arabici serbati -in Palermo, le quali debbo alla cortesia del Cusa; e le bastano già a -mostrare il recente progresso degli studii orientali in Italia.[445] -Oltre i materiali testè citati, v’ha qualche altro diploma greco del -principato normanno di Sicilia e di Calabria nell’ampia ed accurata -raccolta napoletana, data non è guari dal Trinchera.[446] Quanto ai -diplomi latini dell’epoca stessa, pochi ne sono venuti alla luce dopo -i tempi del Gregorio[447] e gran numero dorme tuttavia negli archivi -pubblici o ecclesiastici dell’isola: del che mi duole, ma non temo sia -per tonarne gran danno, poichè le memorie latine de’ principi normanni -furono sempre studio prediletto in Sicilia e il Gregorio adoperò molto -le inedite. - -Allo scorcio dell’undecimo secolo rimaneano al certo nell’isola, -non piccola parte della popolazione, gli antichi abitatori italici -ed ellenici[448] ai quali par che accenni il Malaterra con le -denominazioni di _cristiani_ e _cristiani greci_;[449] e meglio li -distingue l’Amato con quelle di _cristiani_ e _cattolici_, che hanno -appo lui significato contrario all’odierno, designando la prima -i popoli italici e oltramontani seguaci della Chiesa romana, e il -vocabolo _cattolici_ i Greci di lingua o di setta.[450] La scarsezza, -in vero, dei ricordi, la somiglianza de’ nomi proprii tra i Bizantini -e i Siciliani e tra questi e gli abitatori di Terraferma infino al -Garigliano, la promiscuità di soggiorno delle genti diverse nelle -medesime città e talvolta negli stessi villaggi, rendono difficile -a confermare con altre prove la durata di quelle due schiatte; la -quale sarebbe sempre da supporre, quand’anche non l’attestassero i -cronisti. Pur si ritrovano indizii dell’origine, ne’ nomi di quelle -poche centinaia di villani di Aci, Catania, Cefalù e di qualche terra -in provincia di Palermo, de’ quali ci avanzano, per caso rarissimo, -le platee, ossiano ruoli, distesi allo scorcio dell’undecimo secolo -e nella prima metà del duodecimo. Quivi tra i molti Mohammed, Alì, -Abd-Allah e altri nomi musulmani; tra i Basilii, Teodori, Nicola-ibn -Leo, Nicola Nomothetis e simili di forma greca, occorrono de’ nomi -più comuni in Italia: Pietri, Filippi, Gennari e de’ casali di conio -latino, Campalla, Donas o Donus, Bambace, Diosallo, Subula, Lancias, -Pitittu,[451] Zotico e Zotica,[452] Currucani,[453] Mesciti, Notari, -Luce, La Luce e un Pietro Saputi. Cotesti servi della gleba non erano -venuti di certo dalla Terraferma co’ vincitori. Notisi inoltre che il -nome patronimico, latino o greco, è accompagnato spesso da nome proprio -arabico: Jéisc-ibn-Gelasia, Ahmed-ibn-Roma, o Romea, Jûsuf-ibn-Caru, -Jusuf-ibn-Gennaro, Omar-ibn-Crisobolli, Mohammed-Gebasili, -’Isa-ibn-Giorgir, Abd-er-Rahman-ibn-Francu, Hosein-ibn-Sentir; e -veggiam perfino de’ soprannomi, Alì-ibn Fartutto, Ali Strambo, Mohammed -Pacione. Dond’e’ si argomenta che parecchi villani musulmani fossero -d’origine greca e italica. La mescolanza delle schiatte comparisce anco -da’ nomi di cittadini e villani in altri luoghi.[454] - -Sappiam ora come si debba intendere l’affermazione d’Ugone Falcando -che i villani di Sicilia fosser tutti Greci o Saraceni.[455] Corso un -secolo dalla età dell’Amato e del Malaterra, s’era dileguata, parmi, la -distinzione degli indigeni in cristiani e cattolici, ossiano italici e -greci. Dileguata per lo scarso numero de’ primi e perchè l’ignoranza, -i pregiudizi e l’orgoglio della dominazione portavano gli abitatori -novelli, oltramontani e italiani di Terraferma, a chiamar tutti insieme -Greci gli antichi abitatori che non fossero musulmani. E scarseggiavano -gli indigeni d’origine italica, perchè la più parte, fatti musulmani, -come già notammo,[456] contavano tra’ Saraceni. L’è verosimile poi -che, tra i due segni apparenti della nazionalità greca, il rito cioè -e la lingua, la comune degli uomini s’appigliasse piuttosto al rito; -donde si perdonava la lingua d’Omero a’ Greci uniti alla Chiesa di -Roma, quei per esempio delle regioni dove il conte Ruggiero fondò i -suoi monasteri basiliani: e lasciavasi l’ingrato nome di Greci a’ soli -scismatici, e però ai contadini, i Pagani del linguaggio cristiano, -che furono sempre sì tardi a seguire i mutamenti religiosi delle città. -L’error popolare del duodecimo secolo ingenerò un altro errore appo gli -eruditi, quando rinacquero in Europa gli studii storici, senza che si -potesse approfondire per anco l’etnologia: nel qual tempo coincise appo -i dotti italiani che l’amor patrio vaneggiasse in speculazioni puerili. -Non è maraviglia se allora gli scrittori dell’isola si compiacquer -tanto nel supposto d’una nazione siciliana, ben diversa da que’ Greci -i quali era vezzo comune di vilipendere: nazione ortodossa, numerosa, -civile, e cara a’ suoi liberatori, o, secondo altri, meri ausiliari, -i Normanni.[457] Cadde con gli altri nell’errore il Gregorio; il -quale, dando significato legale alle frasi ascetiche o rettoriche -dell’undecimo secolo, e confondendo Roberto Guiscardo e il conte -Ruggiero col pio Buglione dell’epopea, scrisse: avere i conquistatori -accordata libertà civile e franchige a’ Cristiani siciliani.[458] Ma di -ciò tratteremo più largamente a suo luogo. - -I diplomi che ci avanzano, millesima parte di que’ distrutti, -rischiarano pur la distribuzione geografica delle schiatte, non -solamente co’ nomi proprii, ma sì col mero fatto della lingua e -delle note cronologiche; rispondendo l’una e le altre alla nazione -preponderante nel luogo: il latino e l’èra volgare appo le genti -italiane ovvero oltramontane; il greco e l’èra costantinopolitana per -le greche; l’arabico e l’egira pei Musulmani. Confermano le scritture -per tal modo la frequenza dei Greci nel Val Demone o meglio diremmo su -la costiera orientale e di tramontana infino a Cefalù[459] e mostrano -che se ne trovasse un po’ per ogni luogo[460] e che nel corso del -duodecimo secolo ingrossassero anco in Palermo, rifatta capitale.[461] - -Brevemente dirò delle genti semitiche. Gli Ebrei, pochi e spregiati -da’ seguaci delle due religioni che si fondavano in su i loro libri -sacri, non comparvero nelle vicende del conquisto, nè della dominazione -normanna; lasciarono bensì in Sicilia, dall’undecimo al decimo quinto -secolo, molti ricordi dell’operosità loro industriale e commerciale, -dello zelo scientifico e della furberia che spesso lo deturpò.[462] I -Musulmani, tra i quali sono da noverare alcuni orientali di schiatte -ariane,[463] i Berberi[464] e perfino degli indigeni di Sicilia, -come ricordammo or ora, erano sparsi per la più parte dell’isola. I -ricordi storici e diplomatici, che troppo lungo sarebbe a citar qui, li -mostrano frequentissimi in Val di Mazara, numerosi abbastanza in Val -di Noto, radi in Val Demone,[465] e si sa che nella seconda metà del -secolo XII furono cacciati con la forza dalle regioni interne della -Sicilia. Non mi proverò adesso a suddividere le varie generazioni -dei Musulmani nelle regioni dell’isola, perchè manca ogni attestato -di scrittori, e i nomi proprii corrono per lo più senza soprannome -etnico; oltrechè non ce ne avanzano che poche centinaia, spigolate in -una trentina di carte arabiche, tra atti privati e platee di villani, -e coteste carte si riferiscono a quattro soli territorii. Ci basterà -di ritrovare tuttavia in que’ luoghi la mescolanza di schiatte, che -notammo sotto la dominazione musulmana.[466] - -Tra i cittadini di Palermo, possidenti e testimonii in atti pubblici, -ci occorrono Arabi delle tribù del Jemen: Azd, Kinda, Lakhm, Ma’âfir, -e di Medina, e dell’Hadhramaut; Arabi delle tribù modharite: Kais, -Koreisc, Temîm; e Berberi delle tribù di Howara, Lewata, Zegawa,[467] -Zenata; non contando alcuni nomi etnici dubbii.[468] Una iscrizione -sepolcrale del millesettantaquattro, ricorda inoltre un oriundo del -Kairewân.[469] De’ nomi proprii, come Badîs e Tarakût, e gli etnici -di Kotama e Howara, attestano che gente berbera vivesse in Cefalù; -se non che i due primi sono villani nel contado, insieme con de’ -Giodsami del Jemen, Barrani di Bokhara o d’Ispahan, Sciami di Siria, -Burgi o Bergi forse di Spagna, Begiawi, ossia di Bugia e Righi, anco -d’Affrica.[470] Oltre a quelli veggiamo in Cefalù musulmani del paese -stesso: Corleone, Sciacca, Termini e Trapani. De’ pochissimi nomi che -si possano determinare tra’ pochi che abbiamo de’ villani in Corleone, -tornerebbero Ibn-Abi-Ifren e un Lewati alla schiatta berbera, Dsimari -al Jemen, Barrani a Bokhara come innanzi dicemmo; e un Melfi potrebbe -essere italiano della città di quel nome o anco di Amalfi: inoltre vi -ha de’ Siciliani di Girgenti e di Giato. - -Ma tra i numerosi villani del vescovo di Catania in quella città e -in Aci, i nomi da potersi riconoscere, che in vero non son molti, -darebbero il vantaggio alle schiatte affricane. Iften e Iknizi -mi sembrano nomi proprii di Berberi; e tali di certo tre famiglie -soprannominate _Barbari_ e gli oriundi delle note tribù berbere di -Bargawata, Meklata, Nefzawa, Mesrata, Agisa, Urdin e Werru;[471] ed -affricani, ancorchè non sappiamo di quale schiatta, gli oriundi delle -città di Barca, Bona, Tunis, Susa, Msila, Melila, Solûk, del Sâhel, -ossia costiera, e dell’isoletta di Aragigun.[472] Tra gli schiavi -è un Malati, oriundo com’e’ pare di Melitene. Sei nomi di schiatte -arabiche scorgonsi nei villani, Mesudi, Hegiazi, Gafiki, ch’è ramo -della tribù di Azd, e quei della tribù di Kais nominata di sopra e -di Zogba testè passata d’Egitto in Affrica e una donna coreiscita -ed una egiziana. Legiati si riferisce a una terra in Siria; Ainuni -a villaggio presso Gerusalemme; Turungi al Taberistan, e Kirmani ad -altra notissima provincia d’Asia. Un casato Castellani e un Fakri -sembra vengano di Spagna, come di certo un Andalusi. Nabili, che -ve n’ha parecchie famiglie, rimane di origine dubbia tra la Napoli -italiana e quella d’Affrica. Nè mancano i siciliani: Medini e Sikilli -che significano entrambi di Palermo, e di Aci e Catania stesse, di -Cammarata, Sementara, Burkad, Ragusa, Sant’Anastasia, Tawi, Trapani, -Mismar,[473] Malta; un Bekkari che par si riferisca a Vicari[474] e un -Sid-es-Sarkusi, schiavo. Il bel marmo sepolcrale del museo di Malta -fa fede che nel duodecimo secolo stanziasse in quell’isola un’agiata -famiglia, venuta com’e’ pare da Susa in Affrica e discendente della -tribù modharita di Hodseil.[475] Son questi gli scarsi dati etnologici -che m’è venuto fatto di mettere insieme, dopo molte ricerche. - -Delle nuove schiatte, occorrono primi i Normanni. Questi in Sicilia -allo scorcio dell’undecimo secolo, non erano gente venuta in frotte a -stanziare nel paese occupato, come due secoli addietro il _wicking_ -di Roll in Normandia; non esercito ordinato che simmetricamente -s’adagiasse in casa de’ vinti, come pochi anni innanzi i seguaci di -Guglielmo in Inghilterra; fattovi re il duca, duchi i feudatarii e -così via innalzandosi ciascun altro. Anzi il conquisto dell’isola -britannica, contemporaneo alla guerra che si travagliava giù a -duemila miglia verso mezzogiorno, escluderebbe il supposto d’una -grossa emigrazione dalla Normandia e da altre province della Francia -settentrionale in Sicilia, se a noi fosse uopo ricorrere alle -verosimiglianze, e non sapessimo appunto che le compagnie normanne -di Puglia componeansi in parte di venturieri raccolti per tutta la -penisola italiana[476] e che il conte Ruggiero, il quale n’avea del -suo qualche drappello, racimolò a stento, dopo l’espugnazione di -Palermo qualch’altro poco di gente nell’esercito di Roberto.[477] Le -costui guerre civili, quella di Grecia e la discordia ch’ei lasciò per -testamento ai figliuoli, riteneano poscia nelle province meridionali -della Terraferma gli oltramontani quivi stanziati e vi attiravano i -venturieri che tuttavia venissero alla sfilata di là dalle Alpi; finchè -il vortice delle Crociate non li trasportò tutti in Levante. - -Alle quali presunzioni rispondono i fatti. I ricordi storici d’ogni -maniera non accennano ad emigrazioni francesi nell’Italia meridionale -dopo il millesessanta, se non che di spicciolati, chierici e monaci -piuttosto che guerrieri. I nomi francesi poi che veggiamo nei diplomi -e nelle croniche di Sicilia sono di coloro che occupavano i più alti -gradi della società: feudatarii, prelati e officiali pubblici;[478] ed -erano, se non i soli, gran parte degli uomini di cotesto linguaggio -dimoranti in Sicilia. Di popolazioni propriamente dette d’una città, -d’un villaggio o pur d’un quartiere, non rimane alcuna notizia in -carte, monumenti nè tradizioni municipali; non ne rimane vestigia ne’ -nomi topografici.[479] Che se più profonde si è creduto scoprirne nel -dialetto siciliano, i vocaboli e le forme che si supponeano francesi -vanno attribuiti la più parte alle popolazioni dell’Italia di sopra; e -in ogni modo non arrivano al segno che toccherebbero, se la influenza -delle case dominanti fosse stata rincalzata da un grosso di popolazione -del medesimo linguaggio. A ciò si aggiunga che le famiglie francesi -spariscono da’ ricordi della Sicilia con l’ultimo principe normanno -che vi regnò. Nè l’è maraviglia, quand’esse veggonsi appena sotto il -forte governo del secondo Ruggiero e poco sotto i successori. Che se -allora alcun barone di quelle schiatte entra nelle brighe politiche, -pure il favor della corte e il poter dello Stato, è disputato sempre -tra italiani, musulmani, e qualche prelato oltramontano; ed egli avvien -sempre che costoro si rimangano senza amici nel paese. Quello Stefano -de’ conti di Perche, che fu chiamato dalla regina per governare lo -Stato nella fanciullezza di Guglielmo secondo, non trovò in Sicilia -altri fautori che i Lombardi, de’ quali innanzi diremo. Due egregi -ospiti della Sicilia nel duodecimo secolo, scrittori entrambi, chierici -e francesi, il Falcando, cioè, che tanto amava il paese, e Pietro -di Blois, che lo ingiuriò com’avventuriere deluso, non fanno motto -di abitatori francesi dell’isola, nè d’antico baronaggio normanno; -e il primo, in particolare, toccando i tumulti surti in Messina per -cagione di Stefano, non ricorda altri francesi che i costui seguaci -venuti di fresco e nota come i Latini della città stigassero contro -quegli stranieri i Greci, che è a dire il grosso della popolazione -messinese.[480] Accenna in vero, il Falcando, al parlar francese nella -corte di Palermo; ma l’attestato suo non esclude l’uso di altre lingue, -sia il greco, l’arabico o l’italiano; nè porta punto che il francese -fosse parlato nella città e nelle province.[481] Cade così la prova -principale che allegava il Gregorio nella favorita sua tesi delle -origini normanne.[482] Nè regge meglio quella della liturgia gallicana -seguita nelle chiese di Sicilia, perchè la proverebbe sol quello che da -nessuno si nega, cioè che il conte Ruggiero e molti suoi baroni fossero -normanni e conducessero sacerdoti francesi per dir la messa all’usanza -di casa loro.[483] - -Gli è bene replicarlo: alla fine dell’undecimo secolo stanziavano in -Sicilia parecchi feudatari e suffeudatari e parecchi prelati e frati, -nati nella Francia settentrionale. Nella seconda metà del secolo -duodecimo la corte assoldava compagnie di mercenarii oltramontani, -verisimilmente francesi.[484] Non pochi chierici e frati venivan anco, -mandati dalle sètte fratesche di Francia a far parte per la Chiesa -romana e fortuna per sè medesimi nella corte di Palermo; a disputare il -favor de’ principi, il reggimento dello Stato, i vescovadi, le abbadie -e gli uffici pubblici a Italiani, Bizantini e Musulmani. Abbiam noi -notata[485] la tendenza di coteste sètte e la forza, ch’era mezzo il -raggiro, mezzo la dottrina di che s’avvantaggiavano que’ frati, sì -come il guercio nella terra de’ ciechi. Del rimanente, surse tra loro -qualche uomo erudito che promosse, secondo i tempi, l’incivilimento -della nuova nazione: e francese fu il cronista del conte Ruggiero, -francese lo storico de’ due Guglielmi; talchè la Sicilia e l’Italia -tutta debbono render merito alla schiatta scandinava ed alle altre -della Francia settentrionale, per l’opera prestata nell’epoca normanna -con l’ingegno non meno che con la spada. Ma popolazioni francesi -propriamente dette non ebbe la Sicilia; le famiglie spicciolate -s’estinsero entro un secolo, gli ecclesiastici in una generazione. - -Basterebbe il fatto della lingua che fiorì in Sicilia in su lo scorcio -del duodecimo secolo a provare la venuta di grosse colonie dalla -Terraferma; poichè le antichissime popolazioni italiche dell’isola, -dopo cinque secoli di dominazione bizantina e musulmana, nè avrebbero -potuto parlare idioma sì vicino a que’ dell’Italia di mezzo, nè -imporlo agli altri abitatori di favella greca e arabica. Molti indizii -confermano tal supposto; ancorchè il biografo del conte Ruggiero -dissimuli la partecipazione della schiatta italiana nel conquisto -dell’isola, sì com’ei tace l’opera d’Ardoino nella sollevazione contro -i Bizantini, e gli aiuti d’Ibn-Thimna al principio della guerra di -Sicilia. Gli scrittori arabi espressamente affermano che Ruggiero -fece stanziare nell’isola, insieme co’ Musulmani, i Franchi e i Rûm; -che qui vuol dir chiaramente Francesi e Italiani.[486] Aggiungansi -parecchie denominazioni etniche di luoghi: la torre Pisana e il -vico degli Amalfitani in Palermo;[487] la rua de’ Fiorentini in -Messina,[488] dove anco occorre un Console di Amalfitani,[489] il -poder del Genovese (_Rab’ el Genuwi_, Cultura Januensis) in provincia -di Palermo,[490] il quartiere de’ Cosentini a Lentini,[491] e i nomi -di una trentina di comuni in Sicilia che si riscontrano con identici -o simili in Terraferma;[492] dal qual confronto abbiamo esclusi, come -troppo ovvii a tutte genti latine, i nomi di santi cristiani e le -denominazioni composte con le voci casale, castello, castro, massa, -monte, rocca, serra, torre, valle e simili; ed esclusi anco, per la -difficoltà che avvi finora a ricercarli, i nomi di campagne, poderi, -spiagge, acque. Ora si aggiungano i nomi etnici delle persone. Tra -cinque canonici di Girgenti notati in un diploma del 1127, troviam un -romano, un policastrino, un lucchese, un bresciano e un francese, oltre -un genovese ed un di Bisignano, soscritti tra’ testimoni.[493] In un -diploma dato il 1094 di Messina o di Patti, veggiamo tra’ testimonii, -con pochi nomi francesi e alcuno greco o arabico, Ildebrandus -lombardus, Rogerius de Torceto Acquinus, Ugo de Putheolis, Gualterius -de Canna; oltre i casati di Maledocto, Ruffo, Strato, Minoartino, -Astari, Bonelli, Marchisi.[494] Un altro diploma del 1095 presenta -tra’ testimonii, con qualche nome francese o dubbio, que’ di Arrigo -fratello di Adelaide, Odone Bono marchese, Roberto Borello Aquino, -Riccardo Bonnella, e Ruggiero Bonello.[495] L’onorato nome d’Alfieri -si legge tra’ notabili della terra di San Marco, in un diploma del -1136.[496] Uno della Chiesa di Patti, dato il 1133, risguardante la -composizione d’una lite surta tra i cittadini e il vescovo, ha tra’ -testimonii un genovese, un parmigiano, un di Potenza e parecchi uomini -di Patti, con nomi tutti di conio italico; e quel ch’è più, un atto -inseritovi, che torna allo scorcio dell’undecimo secolo, attesta -che il vescovo Ambrogio avesse allor bandita concessione di beni a -qualunque uomo di linguaggio latino che venisse ad abitare il paese: -il quale linguaggio latino che cosa significhi lo spiega il medesimo -diploma del 1133, aggiugnendo che quello statuto d’Ambrogio era stato -poc’anzi «esposto in volgare» ai cittadini che sostenean la lite.[497] -Del resto non abbiamo, nè sperar possiamo, ragguagli particolareggiati -su le immigrazioni spicciolate dalla Terraferma in questa o quella -città dell’isola; ancorchè le si debbano supporre numerose, e più -dall’Italia di sopra che dalla inferiore. Il reggimento feudale che i -Normanni istituiron quivi in alcune province e in altre rinnovarono, -impediva le emigrazioni da terra a terra, non che oltre il mare.[498] -Nell’Italia di sopra, al contrario, la feudalità si disfaceva appunto -in quel tempo, senza che fossero per anco assettati i Comuni: donde -i membri infermi dell’uno e dell’altro ordine sociale, agitati -da mille rivolgimenti di indole identica e di apparenze diverse, -volentieri tentavano la fortuna in paesi nuovi, e senza ostacolo vi si -trasferivano. - -Da ciò le grosse colonie che si addimandarono lombarde, su le -quali non ci mancano buone testimonianze storiche. Ognun sa il vago -significato ch’ebbe un tempo la denominazione di Lombardia, che gli -stranieri estesero talvolta a tutta la penisola.[499] Ma perchè molti -eruditi, e tra quelli il Gregorio, han supposto i Lombardi di Sicilia -venuti dall’Italia meridionale non men che dalle sponde del Pò, debbo -ricordare che tal confusione non fecero gli scrittori nostrali, -nè gli stranieri, de’ tempi normanni. Pietro Diacono scrive delle -moltitudini di Lombardi e Longobardi che seguirono Pier l’Eremita[500] -e il dottissimo arcivescovo di Tessalonica narra le avanìe che avean -patite Pisani, Genovesi, Toscani, Longobardi e Lombardi, da Andronico -Comneno.[501] Longobardi si chiamavano que’ dell’Italia meridionale, -dove i Bizantini, ripigliata parte de’ Ducati, n’avean fatto un -_tema_, detto Longobardia.[502] E così il Falcando pone i Longobardi e -i Lombardi come genti affatto diverse; gli uni abitatori di province -continentali, gli altri della Sicilia.[503] Il primo ricordo che ci -rimanga di coteste colonie, oltre i nomi testè riferiti di Ildebrando -e Ruggiero di Torceto da Acqui, (1094), torna alla metà del duodecimo -secolo: preciso e importantissimo documento, per lo quale re Ruggiero -dichiarava appartenere ai Lombardi di Santa Lucia le stesse franchige -de’ Lombardi di Randazzo.[504] Da’ cronisti ritraggiamo poi che -gli uomini di Butera, Piazza ed altre città di Lombardi, mossi da -un Ruggiero Schiavo, nobil uomo del quale or si dirà, pigliavano -le armi contro re Guglielmo primo e contro i Saraceni; che il re -distrusse Piazza, e ruppe i Lombardi; e che, rifuggitosi lo Schiavo in -Butera, Guglielmo ebbe alfine (1161) la città, pattuito che i ribelli -Lombardi e il loro condottiere andassero via di Sicilia.[505] A capo -di alcuni anni, ripiglia il Falcando, agitati sempre da congiure e -sedizioni, sospettavasi a corte essere rimasi molti traditori, ricchi -e possenti, nelle città lombarde. Poi morto il re (1166) e promosso -Stefano di Rotrou de’ conti di Perche a gran cancelliere, i Lombardi -più caldamente che tutt’altre popolazioni di Sicilia parteggiarono -per lui; e ingrossando la tempesta (1168) gli uomini di “Randazzo, -Vicari, Capizzi, Nicosia, Maniaci ed altri Lombardi” gli proffersero un -esercito di ventimila combattenti.[506] Il Fazzello aggiugne al novero -delle colonie lombarde di questa età, Aidone e San Fratello:[507] -e le contrade che s’addimandavano Lombardia in San Filippo d’Argirò -e in Castrogiovanni, dànno argomento a supporre che parte almeno di -quelle città, fosse stata occupata dalla medesima gente.[508] Altre -popolazioni vennero dall’Italia di sopra in Corleone e Scopello, ne’ -principii del secolo decimoterzo[509] e ben si potrebbe supporre, -con un dotto tedesco, che i medesimi luoghi fossero stati una volta -occupati dalle colonie lombarde del duodecimo secolo.[510] Checchè -ne sia, nel decimoterzo segnalossi quella schiatta in Sicilia per -altissimi spiriti. Nicosia tra le prime gridava la repubblica dopo -Palermo, Patti e Caltagirone, alla morte di re Corrado (1254); Piazza, -Aidone e Castrogiovanni erano le ultime a deporre le armi in quel -movimento.[511] Nel Vespro Siciliano i Lombardi di Corleone, scrive -Saba Malaspina, seguirono primi la rivoluzione di Palermo.[512] E sì -omogenee duravano quelle colonie, che tra i capi dei circoli nati ne’ -primi impeti del Vespro, noi troviamo un Simone di Calatafimi, eletto -capitan di popolo ne’ monti dei Lombardi.[513] - -Vuolsi qui ricordare ciò che è detto in su la fine del capitolo -precedente su la Marca aleramica e la nobil gente quinci venuta in -Sicilia.[514] Non è ch’io pensi con alcuni scrittori, aver Arrigo e i -suoi compatriotti seguita in Sicilia (1089) l’Adelaide, ultima moglie -di Ruggiero; parendomi più verosimile, al contrario, che i parentadi -del conte e de’ due suoi figli fossero stati consigliati dalla -riputazione della casa Aleramica nell’esercito di Ruggiero; una parte -del quale noi veggiamo capitanata (1078) da un Otone o Oddone,[515] -nome frequente nell’Italia di sopra e in ispecie nella famiglia di -que’ marchesi.[516] Arrigo sposò poi una figliuola del conte; ei tenne -le vaste contee di Butera e Paternò,[517] promosse la esaltazione del -secondo Ruggiero alla dignità regia:[518] e potentissimo fu in Sicilia -e nel Napoletano il conte Simone suo figliuolo;[519] il cui figlio -illegittimo Ruggiero Schiavo si fe’ caporione dei Lombardi ribellati -contro Guglielmo primo, sì come abbiamo accennato poc’anzi.[520] Da -ciò ben puossi argomentare che cotesto ramo della casa aleramica abbia -condotti in Sicilia molti suoi partigiani. Tra i nobili Siciliani del -secolo decimoterzo occorrono anco gli Incisa, casato aleramide, per lo -quale noteremo, a rafforzare l’indizio della parentela, che gli stessi -nomi cristiani occorrono nel ramo piemontese e nel siciliano:[521] e -par che un terzo ne sia fiorito anco in Puglia.[522] - -Alle testimonianze scritte su coteste origini risponde la pertinace e -viva testimonianza del linguaggio, notata già dal Fazello; il quale -non ne richiese altra, e ben s’appose, per annoverare tra le città -lombarde Aidone e Sanfratello.[523] Dieci anni or sono lo zelante -signor Lionardo Vigo d’Acireale discorse di quei Lombardi, nella -prefazione alla sua raccolta di “Canti popolari siciliani,”[524] e -pubblicò alcune poesie e pochi vocaboli del dialetto loro. Ma in oggi -i felici avvenimenti politici che stringono i legami e moltiplicano i -commerci di tutti i popoli italiani, e i progrediti studii linguistici -in Europa, ci danno abilità a cavare conseguenze assai più precise. -Un dotto professore di sanscrito, nato nelle province piemontesi, ha -notata la stretta parentela del dialetto monferrino con que’ di Piazza, -Nicosia, Sanfratello e Aidone, nei quali comuni di Sicilia al dire -del Vigo è ristretto oggi il parlare lombardo.[525] È da sperare che -perfezionati vieppiù i metodi della linguistica, promosso lo studio -de’ dialetti in Italia, esaminati in più larghe proporzioni i nomi -proprii e topografici, e pubblicata, con ciò, maggior copia di antichi -documenti, si arrivi a determinare esattamente i tempi e i luoghi della -emigrazione di cui trattiamo; i quali rimarranno vaghi per ora, cioè: -gli ultimi venticinque anni dell’undecimo secolo e i primi venticinque -del duodecimo; la Marca aleramica dalla quale moveano a mano a mano -le colonie, e le regioni interiori della metà orientale dell’isola, -dove, qua e là, venivano a stanziare, dileguandosi innanzi a loro le -popolazioni de’ Greci e de’ Musulmani. - -Primaria città di quelle regioni, anzi di tutta la montagna in Sicilia, -Caltagirone, non fu mai noverata tra le colonie lombarde, non ne -parla il dialetto, non ne dimostrò gli umori nel duodecimo secolo; -eppure l’origine sua non sembra molto diversa. Su la quale mancano -testimonianze di diplomi; nè possiamo aspettarcene dal Malaterra, nè -dagli altri cronisti. Volgendoci pertanto alle prove indirette, occorre -in primo luogo il patrimonio territoriale di Caltagirone, il quale -avanza di gran lunga, sì per la ricchezza[526] e sì per l’antichità, -que’ delle più grosse e potenti città dell’isola, risalendo per lo -meno alla prima metà del duodecimo secolo.[527] Or coteste condizioni -designano un municipio nato nel conquisto o ne’ primordii del nuovo -stato. E veramente la terza città dell’isola, per quantità di possessi -stabili, contando Caltagirone ed escludendo Palermo e Messina, è -Nicosia, città lombarda già nominata. E se altre colonie lombarde han -pochi beni di tal sorta, agevolmente si ritrova la cagione: alcune -feudali fin dal principio; Piazza distrutta da Guglielmo I; e poi le -usurpazioni dei baroni al decimoquarto secolo, la continua vicenda -di concessioni e riscatti sotto la dominazione spagnuola; i sùbiti -guadagni o le perdite che ha portati il caso nella abolizione della -feudalità e in fine le dilapidazioni di tutti i tempi.[528] Ma Palermo, -Messina, Catania e la più parte delle altre grosse terre antiche, o non -ebbero municipio in que’ primi tempi per le cagioni che a luogo proprio -discorreremo, o serbarono scarsissimo patrimonio, prese da Ruggiero per -battaglia o per avari accordi; se non che con l’andar del tempo, nato o -ristorato il municipio, acquistò terreni per donazioni e coltivò que’ -già lasciati ad usi comuni. Pertanto riman poco dubbio in qual tempo -sorgesse Caltagirone. Ignoriamo solo la gente e il modo: se colonia di -soldati ausiliari o di uomini spicciolati, allettati dalle franchigie. - -Al primo dei quali supposti porterebbe l’antica tradizione locale che -vuol fondata Caltagirone, verso il mille, da Genovesi sbarcati con -l’armata a Camerina, arrischiatisi dentro terra; dove si mantennero, -dedicarono una chiesa a san Giorgio, rizzarono l’insegna della madre -patria; e i loro nepoti aprivan poi le porte al conte Ruggiero,[529] e -i figliuoli di quelli occupavano, regnando il figlio del conquistatore, -l’inespugnabile rôcca di Judica.[530] Da’ quali racconti stralciando -l’anno mille, l’armata di Camerina e le altre inverosimiglianze, -si potrebbe ammettere che uomini di Savona, città principale della -Marca aleramica nell’undecimo secolo, insieme con altri abitatori -della riviera di Ponente (chè spesso chiamavansi tutti Genovesi e -da Genova apprendeano a riscattarsi dai feudatarii) fossero venuti a -militare sotto il Conte, poco appresso la espugnazione di Palermo e -nelle guerre di Benavert; e che, stanziati in Caltagirone, cresciuti -a mano a mano per nuovi coloni delle province natìe e per savia -amministrazione della cosa pubblica, dato avessero in Sicilia un de’ -primi esempi di libertà e prosperità municipale; e poi, venuti in -voga gli stemmi e in fama i Genovesi, avessero levata la croce rossa -in campo bianco, al par di Genova, studiando a vantarsi oriundi da -quella. In vero il doppio nome che dà Edrisi (1154) a questo paese, -_Hisn-el-Genûn_ e _Kala’t-el-Khinzâria_, ossia «Castello de’ Genii» e -“Rocca della Cinghialeria,”[531] torna bene al caso di novella colonia -venuta a porsi in luogo già abitato; e la si direbbe recente assai, -vedendola per lo primo nella descrizione della diocesi di Siracusa -data il mille censessantanove, quand’ella manca nella descrizione del -millenovanta.[532] L’origine dopo il novanta converrebbe piuttosto a -colonia industriale che militare, ma non ismentirebbe punto la mossa -dalle vicinanze di Genova. - -Son queste le notizie ch’io ho potuto mettere insieme su i mutamenti -di popolazione cagionati dal conquisto. Si tenga a mente la rarità dei -diplomi degli archivii regii e municipali della Sicilia, anteriori al -decimo quarto secolo; e che i documenti genealogici delle famiglie -siciliane non sono nè copiosi nè ordinati, da poter aiutare le -presenti nostre ricerche. Dobbiam noi dunque contentarci di lontane -conghietture su le colonie mosse dalle regioni centrali e meridionali -della penisola. E in primo luogo che le città marittime dell’isola poco -frequenti di popolo, sì com’erano allora Messina e Patti, o scarse -di popolazioni cristiane, come Palermo, Cefalù, Catania, Girgenti, -Mazara, Trapani, si rifornirono, nel corso del duodecimo secolo, di -uomini delle città marittime di Terraferma. Oltre Genova e le sue -riviere, delle quali si è detto, ne vennero al certo da Pisa, Amalfi, -Salerno, Bari ed altri porti dell’Adriatico. Alle medesime regioni son -da riferire altre colonie che sembra siano passate a un tratto, come -le lombarde, non già alla spicciolata e in lungo tempo; ed abbiano -fatto stanza in luoghi abbandonati e desolati, non ingrossate città -che fiorivano. Tali credo io gli abitatori di Mistretta e Caccamo, -feudi della famiglia Bonello,[533] la quale comparisce in alto stato -ne’ più antichi documenti normanni;[534] e fu potentissima alla -metà del duodecimo secolo. Mistretta, la cui bella e forte schiatta -primeggia tuttavia in Sicilia per ardita saviezza di condotte agrarie, -va noverata tra le città più ricche di beni patrimoniali.[535] Caccamo -rivendicò, ai tempi di Guglielmo il Buono, le franchige de’ Siciliani, -contro novelli feudatarii francesi. Matteo Bonello, giovane di gran -cuore, accarezzato da Majone per le parentele e il seguito ch’egli -avea in Calabria, eroe popolare de’ Cristiani di Palermo, levò ne’ -suoi feudi gente che potea dirsi un esercito, e trattò coi sollevati -Lombardi dell’isola, ch’egli poi abbandonò, irresoluto e leggiero; -non sapendo usar nemmeno l’omicidio di Majone e lasciandosi pigliar -come un fanciullo dai partigiani del re.[536] Dal nome dunque e da’ -fatti, i Bonelli sembrano commilitoni di Ruggiero, non francesi però, -nè lombardi, nè greci: e direbbersi piuttosto siciliani di schiatta -italica, o calabresi. Ma nessun indizio abbiamo che uomini siciliani -appartenessero al baronaggio; nè par cosa verosimile, poichè quegli -antichi abitatori, ancorchè più numerosi che tutte le nuove schiatte, -non poteano ne’ primi tempi levarsi a importanza politica, se non -che in Messina o altre città del Valdemone. All’incontro sappiam che -la popolazione cristiana di Palermo s’accrebbe di quella delle città -marittime di Calabria e di Puglia:[537] e però a quelle province si -dovrebbe riferire l’origine de’ Bonelli ed anco de’ loro vassalli di -Mistretta e Caccamo. - - - - -CAPITOLO IX. - - -La condizione legale de’ vinti, non essendo descritta precisamente in -croniche o leggi, si dee raccapezzare da’ cenni che ne facciano le une -o le altre, e sopratutto dai diplomi: dond’è alquanto oscura questa -parte fondamentale del diritto pubblico siciliano ne’ tempi normanni. - -E in primo luogo non fu ignota, sì come pensava il Gregorio,[538] -la schiavitù. Il Malaterra e l’Amato ci narrano di prigioni che -i Normanni mandavano a vendere in Terraferma;[539] anzi si ritrae -che fosse questo de’ più belli e spediti guadagni de’ combattenti. -Le Costituzioni inoltre del regno e le Assise dei re di Sicilia, -mantengono espressamente la schiavitù.[540] Nè manca la cosa nè il nome -nei diplomi, quando la platea arabo-greca degli uomini della chiesa -di Catania, distesa nel 1094, dopo i villani, e pria de’ Giudei, dà i -nomi di ventitrè Musulmani, _’abîd_, che vuol dire in arabico schiavi, -e propriamente schiavi negri.[541] Un diploma greco del secondo conte -Ruggiero, dato il 1109, rinnovando le donazioni del padre in favor -del monastero di san Barbaro di Demenna, gli assegna come schiavo (εὶς -δουλίαν) un Leone figlio di Malacrino, co’ suoi discendenti.[542] Per -un altro del febbraio 1134, del quale non abbiamo che la traduzione -latina, lo stesso principe, già coronato re, concedendo largamente -al monastero del Salvatore di Messina de’ poderi con pascoli, alberi -e villani, tra agareni e cristiani, gli donava inoltre gran copia -di animali e dieci servi.[543] Il testamento del prete Scholaro, -vissuto alla fine dell’undecimo e principio dei duodecimo secolo, -fa menzione di schiavi e schiave ch’egli aveva comperati con la loro -progenie.[544] Si potrebbero anche addurre, se fossero scevri d’ogni -sospetto, due diplomi del 1098 e 1102 relativi alla Calabria, pei -quali il conquistatore della Sicilia, concedeva a san Brunone ed al -suo monastero presso Stilo, centoventi _linee di servi e villani_, -avanzo d’un drappello di Greci traditori, ai quali ei perdonò la -vita in grazia del sant’uomo.[545] Alla esaltazione di Guglielmo il -Buono, la regina reggente emancipava molti schiavi.[546] Un diploma -arabico del duodecimo secolo prova anco che le usanze commerciali -permettessero all’uomo di vendersi schiavo; poichè, stipolando parecchi -marinai musulmani di trasportare da Cefalù a Messina della moneta -d’oro d’un sire Guglielmo, e dando ogni altro la sicurtà sui proprii -beni, un pellegrino Othman che nulla possedea, vendè sè stesso al -banchiere, a patto di riscattarsi con la consegna della moneta.[547] -Non vedendosi, contuttociò, frequenti gli schiavi nel XII secolo, -viene alla mente di ognuno il supposto che i Musulmani presi nella -guerra, scompartiti come l’altro bottino e venduti dai più, tenuti -schiavi dai grandi possessori, fossero stati messi da tutti a lavorare -il suolo.[548] Occorrono difatti, nei diplomi siciliani dell’XI e XII -secolo, donazioni di villani senza terreno: sopra tutti è notevole -un diploma del 1094 il quale rassomiglia alle odierne soscrizioni di -beneficenza, poichè, fondato il novello Monastero di Patti, mentre il -conte Ruggiero e i feudatarii maggiori lo dotavano di castella, terre -e villani a centinaia, molti baroni o militi gli donavano chi uno -chi due, chi parecchi villani sparsi in varie terre della Sicilia; e -Guglielmo Malo Spatario aggiugnea perfino un giudeo.[549] Or cotesti -uomini raccolti da tanti luoghi diversi per coltivare i poderi del -vescovo, hanno sembianza di schiavi, anzichè servi della gleba. -Similmente occorre un atto di vendita di quattro villani nelle campagne -di Palermo per dugento tarì e un cavallo.[550] Il nome di villani -sembra dato in cotesti casi per eufemismo cristiano e perchè realmente -quegli infelici prestavano ne’ campi gli stessi servigi che i villani, -ancorch’ei fossero di condizione diversa. Si legge espressamente -nelle Costituzioni che dei villani altri fosse tenuto per cagion di -persona, altri per cagion di roba; onde questi si potea svincolar -dal signore lasciandogli quanto tenesse di lui, quegli non poteva in -alcun modo.[551] Ognun vede che questa ultima, se la non era perfetta -schiavitù al tempo delle Costituzioni, era stata una volta. E l’era -divenuta servitù della gleba senza legge, senz’atto del padrone, senza -merito di alcuno, per mera necessità delle cose. - -Que’ che comunemente nell’Europa feudale si diceano servi della gleba, -sono denominati _villani_ nei diplomi latini della Sicilia[552] e -di parecchi luoghi di Puglia e di Calabria dall’undecimo secolo in -giù.[553] Al quale vocabolo nelle carte greche di Sicilia risponde -ordinariamente ῶαροίκοι[554] e nelle arabiche _Ahl-el-Gerâid_, ovvero -_Rigiâl-el-Gerâid_:[555] come noi diremmo _gente_, ovvero _uomini -de’ ruoli_; e l’è vera traduzione arabica di _adscriptitii_ e di -ὲναῶόγραφοι. Talvolta è sostituita l’appellazione generica di _uomini_, -(homines, ἄνθρωποι, _rigiâl_) che nel medio evo significava ogni -maniera di vassalli.[556] Quando avvenìa che tra quelli non fosse alcun -cristiano, si usava l’erronea appellazione etnica di agareni.[557] -Nei diplomi greci occorre poi la voce latina villani trascritta -senz’altro[558] e in uno di Calabria anco σιγιλλάτοι, cioè inscritti -ne’ sigilli, ossia diplomi.[559] Negli arabici è adoperata con lo -stesso significato una voce che han creduta _harsc_ o _kharsc_, e che -io leggerei più tosto _harithîn_, ossia agricoltori.[560] - -Parmi poi che la medesima classe e non altra sia designata con la voce -_rustici_, in due diplomi latini del 1086 e 1114: il che è sì evidente -nel primo, che gli stessi uomini chiamati in principio rustici si -dicono in sul fine villani.[561] Non altrimenti suonava quella voce nel -rimanente dell’Europa feudale.[562] Nelle Costituzioni, la voce rustici -denota genericamente i villani, gli angarii, gli ascrittizi, i servi -della gleba ed altre classi vili, come allor si pensava:[563] nè questa -voce significò mai una classe superiore a’ villani e inferiore ai -borghesi, come suppone il Gregorio, seguendo fallaci induzioni.[564] Nè -meglio ei s’appose quando considerò gli _angarii_ come classe inferiore -ai villani: che sarebbe stata cosa contraria alle consuetudini generali -della feudalità:[565] nè v’ha alcun motivo di supporla anomalia del -dritto pubblico siciliano.[566] - -La diversità, profonda in diritto, forse lieve in fatto e citata per -incidenza nelle Costituzioni, onde si distingueano i villani obbligati -per ragion della persona da que’ tenuti per cagion della roba, non è -determinata da apposite denominazioni, fuorchè nei diplomi arabici o -greco-arabici di Sicilia: pochissimi diplomi, perchè l’ignoranza, la -trascuraggine e i furori civili ne distrussero la più parte. I diplomi -latini, scritti per comodo de’ vincitori, guerrieri o preti, notano -il numero de’ villani, i confini dei poderi e nulla più: perch’erano -compendii delle concessioni, cautele di concessionarii, non curanti -delle minuzie amministrative e legali, quando l’istinto della feudalità -li portava a sciogliere ogni dubbio con la violenza. All’incontro, -i diplomi greci ed arabici su le concessioni di persone o poderi, -tornano ad estratti dei registri pubblici. Non poteva essere altrimenti -per gli arabici, e l’è molto verosimile pei greci; perocchè l’idioma -greco si parlava o intendea dalla più parte della popolazione al tempo -del conquisto musulmano; e poscia i Musulmani non aveano al certo -distrutti i catasti nè gli altri atti della pubblica amministrazione -bizantina, scritti in greco; nè questo linguaggio era caduto in disuso -allo scorcio dell’undecimo secolo, quando moltissimi Siciliani doveano -parlarlo, o intenderlo, e i preti o i notai doveano averlo studiato -bene o male.[567] Gli atti dunque arabici o greci, corretti col -riscontro continuo de’ vassalli interessati, conteneano la guarentigia -de’ diritti delle persone e robe loro. Nè l’è da maravigliare che si -trovi in quelli soltanto un’appellazione di classe ignota nelle fonti -latine. - -Cioè gli uomini del _Maks_, s’io ben leggo questa voce, in luogo di -_M..l..s_, nei diplomi arabici del 1150, 1154, 1169 e 1183; l’ultimo -de’ quali dà indizii che bastano a determinare la condizione. -Richiamati alle terre dal demanio, come sempre si faceva, ancorchè -con pochissimo frutto, gli uomini che se ne fossero allontanati -per rifuggirsi nelle terre del monastero di Morreale, Guglielmo -II, per quel diploma, rilasciò a’ frati gli uomini di _Maks_ e -que’ delle _Mehallet_, de’ quali tratteremo tantosto; ma ritenne -rigorosamente i _rigiâl-el-gerâid_, ossia villani, quasi parte -integrale della proprietà. Son diversi pertanto que’ del _Maks_, -dagli _uomini delle platee_, ossia villani; perchè questi vengono -eccettuati dalla concessione, e quelli vi sono compresi. Diversi -anco per la denominazione loro attribuita in greco: ἐξώγραφοι, -come noi diremmo “que’ fuori scritto;” il cui significato torna più -evidente per l’opposizione al noto vocabolo ἐναῶόγραφοι “trascritti,” -_adscriptitii_, cioè, i _villani_, i veri servi della gleba.[568] -_Maks_ ha in arabico lo stesso vago significato che appo noi taglia -o balzello; vuol dir tassa illegale e vessatoria;[569] talchè “gente -di _Maks_” tornerebbe litteralmente al _taillables_ del linguaggio -feudale francese; e parmi espressione appropriata a designare gli -uomini passibili di balzelli, ancorchè non inscritti nelle fatali -carte che li rendeano, essi e la progenie loro, materia di proprietà. -Tornano dunque ai villani tenuti al signore per cagion di roba, come -dicono le Costituzioni, ed alla classe superiore dei _ceorls_ sassoni -in Inghilterra. Il diploma del 1169 pone allo stesso grado degli -uomini di _Maks_ i _Ghorebâ_, che suona “stranieri;” e rispondono ai -commendati, raccomandati, affidati, ospiti, che solea il feudatario -ricettare, anzi adescare, nel proprio territorio per coltivarlo: uomini -liberi, o supposti tali perchè era loro venuto fatto di sottrarsi alle -persecuzioni del signore, i quali lavoravano per aver tetto e pane, -o godeano i frutti delle terre pagando il signore con danari, derrate -o giornate di lavoro in altri poderi.[570] Nè egli è inverosimile che -molti musulmani, ed anco cristiani, fossero nella medesima condizione -con origine diversa, per esempio gli artigiani delle piccole terre, non -fatti schiavi, nè dichiarati borghesi. - -Il vincolo indissolubile dei villani tenuti per ragion personale, -dimostravasi co’ ruoli, o _platee_, come chiamaronle, nelle quali -scriveansi i nomi degli uomini conceduti dal principe, per lo più -con lor poderi e beni mobili:[571] chè sendo nuova la signoria e -nuovo l’ordinamento sociale, nuovi furon anco tutti i titoli di -possedimento feudale. Par che la descrizione generale dei villani sia -stata compiuta insieme col conquisto, e rilasciata nel millenovantatrè -a ciascun signore la _platea_ de’ suoi: e che cotesti ruoli si -correggessero in ogni nuova concessione, sostituendo ai morti le -vedove che rappresentavano la famiglia e aggiugnendo i novelli -ammogliati che ne costituivano delle altre.[572] I principi normanni -rispettarono scrupolosamente questa maniera di possesso; poichè -nelle nuove concessioni di villani appartenenti al demanio si ponea -sempre la clausola che s’intendessero esclusi gli uomini iscritti -nelle platee precedenti de’ feudatarii.[573] Illustra mirabilmente -il diritto e il fatto, l’or citato diploma arabico di Guglielmo II a -favor del monastero di Morreale. Come si scorge da questa e da cento -altre carte del XII secolo, siciliane, calabresi e pugliesi, e come -abbiam noi testè notato, i signori studiavansi a tenere i vassalli -a dritto ed a torto, e quelli si rifuggivano quando il poteano, in -altre terre.[574] È da supporre che i signori, abusando il potere, -sovente ritenessero de’ villani non soggetti a vincolo personale; e -che i soggetti pur tentassero di sciogliersi, quando la buona fortuna, -massime la proprietà acquistata fuori il territorio del signore, lor -dessero i mezzi di rivendicare in giudizio la libertà, o venire a -componimento.[575] - -Qualunque si fosse il vincolo, personale o reale, i rustici o villani -di Sicilia ebbero persona legale[576] e libera proprietà fuor delle -terre ch’e’ tenessero dal signore:[577] i quali due diritti li -rendeano di gran lunga superiori a’ servi della gleba di molti altri -paesi. Inoltre soddisfacean essi a pesi e servigi determinati; la -quale certezza veniva dal recente conquisto normanno e da’ diligenti -ordini amministrativi de’ musulmani: ed anco rendea la condizione di -quell’infima classe d’uomini assai migliore che nei paesi occupati -dai barbari del settentrione; dove la remota origine della servitù -della gleba, confuse i limiti d’ogni dritto e dovere, e il feudatario -li allargò a sua posta. E sta bene quanto scrisse il Gregorio su -le contribuzioni e i servigi dovuti da’ villani;[578] se non che si -ritrae da’ diplomi che talvolta e’ non fossero obbligati a servigio -personale di sorta, bensì a tributi di danaro e derrate, in tempi e -in quantità fisse.[579] Questa anzi mi sembra la condizione primitiva -delle concessioni; e la si riscontra con l’autorevole testimonianza -d’Ibn-Giobair, viaggiatore spagnuolo, il quale percorrendo la -Sicilia settentrionale nell’inverno del millecentottantaquattro -e ottantacinque, investigò con sollecitudine l’essere de’ suoi -correligionarii. «Sendo ormai piena, scrive costui, la Sicilia di -adoratori delle croci, i Musulmani dimorano insieme con essi nelle -proprie possessioni e ville. I Cristiani dapprima li trattaron bene per -fruire di lor opera e industria e posero sovr’essi un tributo che si -paga in due stagioni dell’anno: nel qual modo si cacciaron di mezzo tra -i Musulmani e la ricchezza, su la terra che lor venne tra i piè.... I -cittadini musulmani, dice egli altrove, frequentissimi soggiornano in -Palermo, in lor proprii quartieri, con lor moschee e mercati, e un cadi -giudice di lor liti: ed avvene anco in altre città, oltre le campagne -e i villaggi. Ma que’ di Palermo, la più parte, sdegnano i fratelli -caduti nella_ dsimma_ degli Infedeli.» Cotesta voce ch’Ibn-Giobair -replica in altro luogo accennando in generale ai Musulmani di -Sicilia,[580] significa vassallaggio, quello propriamente de’ -Cristiani e Giudei sottoposti alla _gezia_ ne’ paesi musulmani.[581] -Ed appunto _gezia_ si chiama il tributo di danaro dovuto da un -villano musulmano nel diploma arabico del 1177 che ho citato poc’anzi -e _canone_ il tributo di grani.[582] Che se potesse argomentarsi la -ragione generale di cotesti tributi dai soli due documenti nei quali -n’è espressa la quantità, la si direbbe diversa secondo i luoghi; -poichè dal diploma del 1095 torna a venti tarì, o _robái_, e da -quello del 1177 a dieci.[583] Nè parlo io del tributo di frumento -e d’orzo, il quale dovea necessariamente variare secondo la qualità -ed estensione dei poderi. Il lavoro obbligatorio non è prescritto o -almeno non è particolareggiato nelle carte più antiche, in alcuna delle -quali i villani o uomini sono donati “per servire” o donati insieme -con lor poderi, nè altro si aggiugne.[584] Parmi verosimile che i -novelli signori, portando seco in Sicilia le usanze della feudalità -continentale, abbiano talvolta, per necessità o condiscendenza, -commutato in giorni di lavoro tutto il tributo di danaro e grano o -parte di esso, e talvolta aggiunto per abuso l’obbligo del lavoro, -l’_angaria_ come la si chiamava, e i munuscoli di vivande.[585] - -Occorre nel solo diploma dianzi citato del 1183[586] l’appellazione di -_Ahl-el-Mehallêt_, ossia «gente dei villaggi;” i quali entrano nella -donazione a favor del monastero di Morreale, insieme con gli uomini -di _Maks_; e da ciò si scorge ch’essi non fossero tenuti da vincolo -personale. Il significato del nome risponde, non meno che la libera -condizione, a’ Βουργισίοι e _burgenses_ dei diplomi greci e latini; -poichè _mehalla_, singolare di _mehallêt_, suona borgo o villaggio. -Nè rechi maraviglia quella donazione di uomini liberi, nè quella -iscrizione dei nomi loro in un ruolo; quando noi veggiamo accordato -al vescovo di Cefalù il dominio di alcuni borghesi;[587] dichiarato -per sentenza che alcuni borghesi appartenessero ad un feudatario di -Calabria;[588] e pagato dai borghesi di Sinagra in Sicilia tributo -annuale e compensi di lavoro obbligato.[589] Poichè i feudatari -cavavano entrate dirette da questa classe di vassalli, ben s’intende -ch’e’ ne volessero i ruoli. Si leggano nell’opera del Gregorio le -condizioni de’ borghesi,[590] con l’avvertenza che tal nome si dava -tanto agli abitatori delle città quanto a que’ delle piccole terre, i -quali il Gregorio chiama rustici erroneamente.[591] - -Più grave menda del pubblicista siciliano fu il supporre legittime -esazioni gli aggravi che i feudatarii faceano sopportare ai borghesi -dal mezzo del duodecimo secolo in giù, e il farsi beffe del Falcando -che ricordava fedelmente i diritti vantati da quelli, quando alcuni -francesi, venuti a corte di Guglielmo II verso il 1169, si provarono -ad usurpazioni. Narrato come il francese Giovanni di Lavardino -pretendesse, all’uso del suo paese, la metà d’ogni entrata dai -terrazzani di Caccamo, «costoro, prosegue lo storico, allegando la -libertà de’ cittadini e borghesi di Sicilia, sosteneano non dovere -tributi nè balzelli di sorta, ma occasionalmente, quando il signore -si travagliasse in gran bisogno, l’offerta volontaria di quella somma -che loro paresse: perocchè in Sicilia, dicean essi, nessuno soggiace -a tributi e prestazioni annuali, fuorchè i Saraceni e i Greci, sendo i -soli ai quali si adatti il nome di villani.» Poco appresso, come que’ -richiami furono spregiati dal gran cancelliere, così dice il Falcando, -che i costui nemici suscitarono l’odio pubblico, opponendogli il -disegno di assoggettare tutti i popoli di Sicilia a tributi e balzelli, -all’uso della Francia che non ha liberi cittadini.»[592] Io non so in -vero come il Gregorio non siasi accorto delle successive usurpazioni -de’ feudatarii laici ed ecclesiastici a danno dei borghesi, nè com’egli -venga dimenticando gli antichi esempii di franchige[593] per fare -assegnamento su i moderni di soprusi.[594] - -L’attestato positivo del Falcando, a fronte di qualche fatto contrario -cavato dai diplomi, porterebbe anco alla conghiettura che la condizione -dei borghesi non fosse stata la medesima in tutti i luoghi: la quale -diversità si dovrebbe supporre d’altronde, perchè in varii modi furono -occupate le terre, e varie schiatte v’ebbero stanza. E tra questo e le -usurpazioni de’ feudatari le quali necessariamente succedeano in ragion -diretta dalla forza loro e inversa dallo spirito e numero dei borghesi, -ognun comprende la disuguaglianza delle condizioni che per avventura -si fosse accumulata nella seconda metà del duodecimo secolo. Al certo -i borghesi lombardi mantennero loro immunità meglio che i greci e i -musulmani; que’ della città meglio che que’ delle terre; e meglio che -tutti, i Musulmani di Palermo, infino alla morte del re Guglielmo il -Buono. - -Su le condizioni degli abitatori delle città può seguirsi la -esposizione del Gregorio, il quale accenna alle proprietà allodiali -loro, alla diversa legge sotto la quale vissero secondo loro origine, -e largamente descrive i pesi loro imposti, le gabelle, cioè, che -poi si chiamarono antiche, su la consumazione di alcune derrate, su -la produzione di altre, su i pedaggi e su l’uso di alcuni diritti -dominicali; la tassa detta di marineria e i servigi personali, come -la milizia in terra e in mare, gli alberghi militari, l’opera nelle -pubbliche costruzioni: a che si aggiugneano le multe di giustizia -e le collette ne’ quattro casi feudali, se pur erano fissate ne’ -primi tempi del conquisto.[595] Bel quadro, lavorato a mosaico di -frammenti siciliani e talvolta stranieri, ben aggiustati alle linee del -disegno; ma v’ha sbaglio, com’io notava poc’anzi,[596] nell’atto di -giustizia alla carlona che il Gregorio attribuisce ai conquistatori; -cioè che abbiano sottoposti alla _gezia_ tutti i Musulmani,[597] e -liberati da quella tutti i Cristiani. Del primo assunto ei dà due -sole prove: che i Normanni riscoteano la _gezia_ sopra i Giudei, e -che l’imperator Federigo il milledugentrentanove la fe’ pagare a due -musulmani di Lucera. Ma appunto perchè abbiam ricordi della _gezia_ -su i Giudei[598] e non su i Musulmani, dovea il Gregorio dubitare del -proprio concetto. Non andava poi misurata la condizione dei Musulmani -di Sicilia del duodecimo secolo, numerosi, liberi, ricchi e potenti, -su quella d’un pugno di ribelli vinti, deportati a Lucera nel secolo -tredicesimo. E quanto alla _gezia_ de’ Cristiani, il Gregorio non si -accorge che la fosse durata sotto il nome di _dono_ o qualsivoglia -altro, a carico de’ villani, ch’erano in gran parte Greci, ossia -discendenti delle popolazioni greche e italiche ond’era popolata la -Sicilia nel nono secolo;[599] e che camparono da quella gravezza, se -pur tutti camparono, i borghesi. Il vero è che la _gezia_ col suo -odioso nome rimase addosso a’ soli Giudei, aborriti dai Cristiani, -per lo meno, quant’erano da’ Musulmani. Ebbero i villani l’aggravio -senza l’ingiuria. I borghesi di molte terre o di tutte, e di certo -que’ di Palermo e delle città grosse, pagarono sotto forma per lo -più di gabelle. E veramente il contemporaneo musulmano che prestò le -parole ad Ibn-el-Athîr, compendia gli effetti del conquisto in questa -sentenza: che Ruggiero fece stanziare in Sicilia i Rûm e i Franchi -insieme co’ Musulmani e che a nissuno lasciò bagno, nè canova, nè -molino, nè forno.[600] E pur la maraviglia e la querimonia si rimangono -a quelle complicate esazioni della feudalità, sì strane agli occhi dei -Musulmani civili; nè l’autore tocca quell’enormità maggiore di tutte -che sarebbe stata la gezia posta su i Credenti! Non voglio allegar -qui uno scrittore della corte del re Ruggiero, il geografo Edrisi, -il quale, come suol dirsi, prova troppo, scrivendo che il Conte, -insignoritosi di tutta l’isola e fermatovi il seggio dell’impero suo, -bandì giustizia ai popoli, concesse a ciascuno lo esercizio della -propria credenza e legge, e diede piena sicurtà alle persone, robe, -famiglie e discendenti.[601] Ma se Edrisi, non risguardando come uomini -nè fratelli in Islam i servi della gleba, volle dir de’ soli cittadini -coi quali egli usava nella capitale (1154), stan bene le sue parole, e -le sono confermate poco appresso (1184) da Ibn-Giobair.[602] Non parmi -inopportuno di aggiugnere alle ricordate conclusioni del Gregorio, -che le carte ritrovate dopo lui, risguardanti passaggi di proprietà, -provin tutte esserne stato esercitato liberissimamente il diritto -da’ Musulmani di Palermo, uomini e donne, sotto l’impero della legge -musulmana e la giurisdizione del cadì.[603] Al ragguaglio de’ Musulmani -compariscono i borghesi delle antiche schiatte cristiane, liberi -possessori di proprietà allodiali.[604] - -La cittadinanza greca di Sicilia alla fine dell’undecimo secolo può -personificarsi nel prete Scholaro del quale ci avanza il testamento: -uomo, tra tutti i Siciliani, graditissimo al conquistatore per -importanti servigi nell’azienda pubblica e nella famiglia. Di casato -Graffeo, nacque costui o dimorò in Messina, dove possedette, insieme -co’ suoi fratelli, de’ beni urbani e n’ebbe anco dei dotali; fu -cappellano del palazzo del Conte a Reggio ed accrebbe a dismisura -il patrimonio, comperando stabili, animali, villani e schiavi nei -territorii di Messina, Palermo, Castrogiovanni, Traina, Maniace, -Castello e di là dello Stretto a Reggio, Massa, Seminara, Nicotera, -Briatico, Gerace, Cosenza e Rossano: in fine il conte Ruggiero volendo -“rimeritarlo con piccol dono delle sue immense ed onestissime fatiche” -per diploma del 1099 concedeva a lui “ed ai suoi successori sino alla -fine del mondo” i territorii di Fragalà e di Ferla. Divisi i beni -paterni co’ fratelli, e scompartita poscia tra i proprii figliuoli -gran parte del suo avere, egli usò il rimanente a fondare non lungi da -Messina un monastero; largamente dotollo di edifizii, poderi, arredi -sacri comperati in Grecia, bellissime dipinture rifulgenti d’oro e -trecento codici greci; e vi si fè monaco, prendendo il nome di Saba. -Il suo testamento dato dal millecenquattordici, dal quale ricaviamo -cotesti particolari, mostra ch’ei non fosse allora pervenuto ad estrema -vecchiezza, poichè vivea tuttavia il padre suo. Un fratello avea -fondato un altro cenobio e vi s’era chiuso. Sperava Saba che alcuno de’ -suoi figliuoli seguisse l’esempio; poichè per fondazione lasciò a loro -ed a qual dei congiunti e successori il volesse, il grado di abate, -ch’egli, senza tanta umiltà cristiana, ritenne in sua vita.[605] - -Non pochi oltramontani venuti coi guerrieri di casa d’Hauteville -vissero a quel tempo ne’ chiostri di Calabria, donde salirono ad alte -dignità ecclesiastiche e civili; e pur nessun uomo di quelle schiatte, -nè delle italiche, affaticatosi nella guerra e nei governi, finì la sua -vita negli ozii del chiostro. Perchè dunque entrava quest’ubbia nella -famiglia Graffeo, partigiana del conte, data agli affari mondani ed a’ -grossi guadagni dei faccendieri che seguirono l’esercito conquistatore? -Era, s’io mal non m’appongo, quella fiaccona che il cristianesimo portò -nella gente greca in tutte le regioni e per tutto il corso del medio -evo; la perfezione monastica sostituita alla virtù cittadina, e in ogni -cosa preferito il martirio al combattimento. Il ricchissimo Graffeo, -si sentia da meno d’ogni piccolo feudatario francese o lombardo; si -vedea messo da canto dopo la morte del suo signore; nè trovava altra -via aperta alla fama ed all’autorità, che di farsi, co’ suoi propri -danari, dignitario della Chiesa. Lo stesso genio di lui comparisce -nell’universale de’ borghesi greci di Sicilia: alieni dalla milizia -ancorchè, di certo, non tremassero loro le braccia quando pigliavano -le armi; solerti e astuti ne’ privati guadagni, e tiepidi nelle cose -pubbliche. - -La ripugnanza dalla vita militare, in quell’età e in quel principato -surto di fresco dalla guerra, fu cagione che i Greci di Sicilia -rimanessero inferiori agli Oltramontani, agli Italiani di Terraferma e -agli stessi Musulmani in una parte dell’ordine sociale, essenzialissima -nel medio evo. Nessun di loro si vede investito di feudi; nessuno -primeggia nella nobiltà del paese, ancorchè molti esercitassero uficii -pubblici fin da’ primi tempi del conquisto normanno. Così nelle carte -del tempo leggiam nomi di Greci _strateghi_ o _vicecomiti_ ch’erano -uficiali dello Stato, di _arconti_ e _geronti,_ denominazioni d’ufici -municipali di che discorreremo nel capitol che segue, dove direm -anco del vocabolo arconte, attribuito, come titol d’onore, ai grandi -uficiali della corte normanna. Se esso mai dinotò in Sicilia, oltre -il magistrato, una particolare classe sociale, parmi sia stata quella -dei possessori nel territorio, ossia la nobiltà municipale, sedente -per antichissima usanza nel consiglio; onde la stessa parola indicava -il ceto e l’uficio. Gran divario correa dunque tra questi gentiluomini -terrazzani e i cavalieri dell’Italia o della Francia. - -Ma tra i Musulmani, oltre gli _sceikh_, notabili municipali, gli -_hâkim_ e i _cadi_, giudici e gli _’âmil_ uficiali del governo, si vede -fin dal principio della dominazione normanna e scomparisce a mezzo il -decimoterzo secolo, insieme con la schiatta araba e berbera, il titolo -di _kâid_; il quale, mi par che risponda talvolta a grado di nobiltà. -_Kâid_ significa propriamente “condottiero;” e come per ragione -d’etimologia, così anco per forza dell’uso, porta ordinariamente -autorità minore dell’_emir_ ch’è “comandante.” Abbiamo notato altrove -le parole di due croniche, secondo la prima delle quali il califfo -fatemita Kâim, a reprimere una ribellione (975) mandava in Sicilia -“un esercito e parecchi _kâid_;” e secondo l’altra il segretario di -Stato d’un emir kelbita rovinò (1019) il suo signore aggravando il -paese e maltrattando i _kâid_ e gli sceikhi.[606] Esempio alquanto -diverso abbiamo allo scorcio del decimo secolo, quand’era chiamato -_kâid_ quel Giawher, liberto siciliano che conquistò a’ Fatemiti tanta -parte dell’Affrica occidentale e dell’Egitto.[607] Nel decimoterzo e -decimoquarto ebbero il medesimo titolo, i condottieri di mercenarii -cristiani in Tunis.[608] Nelle traduzioni spagnuole di atti arabici -del decimoquarto secolo occorre un alcade della dogana nell’Affrica -settentrionale.[609] Ognun poi sa come lo stesso vocabolo in Ispagna -significò castellano e, in ultimo, capo dell’autorità municipale. - -Accostandoci vie più al caso nostro, è da ricordare come i regoli -surti in Sicilia dopo la dinastia kelbita, non altrimenti negli annali -arabici s’intitolassero che _kâid_;[610] ed anco Amato e il Malaterra -chiamano _cayt_ e _arcadius_, i varii capitani e castellani dell’isola -e infine i due condottieri palermitani che trattarono la resa della -capitale.[611] Di lì a venti anni compariscono dei _kâid_ a capo lista -dei vassalli del vescovo di Catania in Aci ed in Catania stessa:[612] -e gli è da presumere che le medesime persone o i padri, avessero -portato quel titolo fin dal principio della guerra; leggendosi che -il Conte concedette al vescovo la città e i cittadini musulmani come -stavano prima del conquisto, con diritto di richiamare le persone o -i discendenti di coloro che, presa allor la fuga, aveano riparato in -altri luoghi dell’isola.[613] Leggiamo in data del 1123 il nome di un -kâid che il feudatario di Pitirrana avea mandato in Palermo per sue -faccende;[614] in data del 1132, di tre kâid i quali, con molti altri -Musulmani e Cristiani, assistettero alla descrizione dei confini de’ -poderi donati dal re Ruggiero al vescovo di Cefalù.[615] Ma dati da -questo Ruggiero nuovi ordini al governo del reame, e cresciuta sotto -i due Guglielmi la riputazione de’ cortigiani musulmani, spesseggiano -nelle croniche latine e ne’ diplomi arabi, greci e latini, i _kâid_, -καΐτοι e _gaiti_ o _cayti_, or citati o soscritti come testimonii in -atti pubblici, or esercenti pubblici ufici ed or celebri nei raggiri -della corte. In cotesti scritti la voce _kâid_, talvolta evidentemente -vuol dire condottieri di pretoriani;[616] più spesso torna a mero -titolo di onorificenza dato ad oficiali della corte;[617] ma in molti -altri casi a noi sembra denominazione d’un ordine sociale. Che i -titoli militari degenerino facilmente in nobiliari, ognun lo sa dalla -voce _dux_ e da tante altre che occorrono in tutti i paesi e in tutti -i tempi. Similmente sembra grado di nobiltà, la qualità di _kâid_, -data dal Falcando ad Abu-l-Kasim-ibn-Hammûd e al suo rivale Sedictus -(Siddik?) ai tempi di Guglielmo il Buono[618] perocchè quello stesso -Ibn-Hammûd, ricchissimo uomo della schiatta di Alì, è chiamato _kâid_ -dal contemporaneo Ibn-Giobair, e detto “il primo _za’îm_ e signore -dell’isola, un di que’ nobili ne’ quali la signoria scende ereditaria -in linea di primogenitura.”[619] Potremmo noverar nella medesima -classe tutti i gaiti che compariscono senza livrea di corte nella -seconda metà del duodecimo secolo; i quali se pur vogliano supporsi -condottieri di milizie, nol furono di pretoriani, vedendosi sparsi -per tutta l’isola[620] e tornerebbero quindi a capitani ereditarii, -ossia a nobili; quando gli ordini delle tribù arabiche e gli usi del -_giund_ concordavano in questo coi costumi feudali dell’Europa, che il -capo della famiglia vera o fittizia, conducesse in guerra le proprie -genti. Nè altri esser poteano che _kâid_ nobili, i cinque regoli -saraceni surti in arme ne’ monti del val di Mazara, dopo la morte di -Guglielmo il Buono.[621] Certo egli è che avendo Roberto Guiscardo, -e poi il conte Ruggiero, adoperate grosse schiere di musulmani -siciliani, coteste milizie doveano obbedire a capitani di lor gente; -e che i capitani, se pur non erano nobili di nascita, lo diveniano di -fatto, secondo le idee del medio evo e un po’ di tutti i tempi. Io -penso che i _kâid_ in Sicilia ragunassero le milizie musulmane a un -di presso come i baroni le feudali e costituissero nella prima metà -del duodecimo secolo una vera nobiltà. Rimase questa in piè sino alla -morte di Guglielmo II, ancorchè il numero delle milizie musulmane -negli eserciti regii scemasse di molto e si amassero meglio i Musulmani -stanziali de’ quali si è fatta parola, capitanati da _kâid_ cristiani -o convertiti in apparenza.[622] Ma or col pretesto di capitanare una -compagnia pretoriana ed or senza alcuno, i paggi della corte, eunuchi -la più parte addetti al servigio delle persone reali o ad ufici -pubblici, presero a poco a poco quel titolo di nobiltà.[623] Il quale -nello scompiglio politico ed amministrativo che precedette al regno -di Federigo, divenne, com’e’ parmi, titolo d’un uficio d’azienda, -quella forse di beni demaniali, nella città e territorio di Palermo, -tenuta prima da un de’ paggi di corte. Uficio d’azienda fu certo nella -prima metà del secolo decimoterzo.[624] Ma proprio ne’ primi anni -(1206) papa Innocenzo III avea scritto “al cadi _con tutti i gaiti_ di -Entella, Platani, Giato, Celso ed a tutti gli altri gaiti e Saraceni -di Sicilia” augurando loro “di comprendere ed amare la verità ch’è Dio -stesso;” lodandoli della fede serbata a Federigo re loro ed esortandoli -a perseverare in quella.[625] Erano dunque i gaiti di quel tempo capi -politici e militari nel bel centro del Val di Mazara. - -Se bastin le cose qui dette a dimostrare che dopo il conquisto normanno -non mancò un ordine di nobili tra i Musulmani di Sicilia, si ammirerà -la felice intuizione che condusse il Gregorio a concluder lo stesso, -ancorchè le due prove ch’ei ne allegava non reggessero punto nè poco. -Perocch’egli, seguendo alcune incerte parole del Malaterra, suppose -feudatario del conte Ruggiero lo sciagurato Ibn-Thimna che fu alleato -di lui e di Roberto Guiscardo; e accettando un anacronismo di Leone -Affricano, suppose lasciato dal Conte il dominio d’un castello, al -musulmano da lui chiamato Esseriph, rinomato scrittore di geografia; -il quale non è altri che Edrisi, e visse nelle generazioni seguenti, -poichè egli presentava il suo libro al re Ruggiero, ottant’anni -appresso l’entrata del Conte in Palermo![626] - -Dei fatti rassegnati in questo e nel capitolo precedente si ritrova -la causa nelle vicende del conquisto. Il quale, messe da canto le -operazioni spicciolate e la caduta delle ultime fortezze, va diviso -in quattro periodi: cacciata dei Musulmani dalla punta settentrionale -del Valdemone (1061); occupazione della zona settentrionale del Val -di Mazara (1072); guerra di Benavert (1073-86) e sottomissione del Val -di Noto (1086-9). Or nei primi due periodi e nell’ultimo fu sì rapido -il trionfo, che il grosso della popolazione rimase là dov’era: nel -Valdemone i Greci e altri antichi abitatori, e nelle altre province -nominate, gli antichi abitatori cristiani o rinnegati e i Musulmani di -sangue arabico o berbero. È da notar pure questo divario che nel primo -periodo i vincitori lasciarono appena qualche debole presidio; ma nel -secondo e nel quarto, sendo assai più numerosi e dividendo gli acquisti -tra loro, stanziarono nel paese: e però il Valdemone estremo ebbe meno -stranieri che il rimanente dell’isola. Ma combattuto a lungo il terzo -periodo; nel quale variò la fortuna più che nol confessi il Malaterra, -e furono costretti i Normanni, a cercare nuovi ausiliari, ch’egli -dissimula invano. In questo tempo parmi seguissero le maggiori perdite -de’ vincitori, il condottiero de’ quali, alla fine dell’impresa, -confessava essergli stato ucciso tanto numero di cavalieri che Dio solo -e i Santi il sapeano.[627] In questo tempo veggiamo afforzata, come -base di operazioni a sinistra della frontiera normanna, Paternò, il -cui nome occorre nell’Italia di sopra, e la città, dopo la morte del -conte Ruggiero, divenne feudo di Arrigo de’ marchesi Aleramidi.[628] -Gli indizii su l’origine di Caltagirone, le prove su le popolazioni di -Piazza, Nicosia ed altre città delle catene di monti che girano intorno -all’Etna da tramontana a ponente, ci portano a credere cacciata o -sterminata nel terzo periodo del conquisto gran parte dell’antica gente -cristiana o musulmana di quella regione, e sottentrate a quella colonie -di Terraferma, le quali poi crebbero per emigrazioni spicciolate, -incominciando dagli ultimi anni del conte Ruggiero e continuando per -tutta la reggenza di Adelaide e forse nei primi anni di governo del -figliuolo che poi fu re. Il quale supposto si conferma riscontrando -i nomi delle città principali della diocesi di Catania secondo il -diploma del Conte, dato il 1091, con que’ che si leggono ne’ paragrafi -di Edrisi (1154) risguardanti la stessa regione; poichè mancano tra -i primi Piazza, San Filippo d’Argirò, Aidone, colonie lombarde; le -quali città al certo non sarebbero state messe da canto, se verso la -fine della guerra le fossero state così grosse e importanti come le si -veggono nel XII secolo.[629] E l’è appunto il caso di Caltagirone che -notammo dianzi.[630] - -Gli annali del conquisto ci conducono anco a supposti non privi di -fondamento su l’origine delle condizioni personali. Abbiam noi narrato -come le città principali s’arrendessero a patti, Catania, Palermo, -Mazara, Trapani, Taormina, Siracusa, Castrogiovanni, Butera, Noto, -Malta; fuorchè Messina dove i Musulmani furono sterminati applaudendo -tutta la città; Traina pria confederata, poi soggiogata; Girgenti -espugnata quando giovava ai vincitori la magnanimità. Che se veggiamo -Catania data in feudo al vescovo e gli abitatori musulmani scritti nel -ruolo de’ villani, incominciando da due kâid, è da ricordare che la fu -ripresa per battaglia dopo che avea chiamato Benavert. Del rimanente -non è verosimile che tutte le altre città musulmane ottenuti avessero -i medesimi patti ch’ebbe Palermo potendo tuttavia difendersi: forse -furono patti comuni, la libertà religiosa e il possesso de’ beni -privati; variarono bensì le condizioni de’ tributi e alcuni ordini -pubblici. Il vincitore non era uomo da innovare senza perchè: ond’è da -supporre in generale ch’ei mantenesse le consuetudini e, tra le altre, -la nobiltà tra i Musulmani, come, tra i Greci, la uguaglianza sotto il -potere assoluto. - -Al contrario delle città, le terre aperte e i villaggi cadeano senza -difesa in man del vincitore, quand’egli movea contro la capitale della -provincia o poco appresso la riduzione di quella; nè era luogo a patti -che per qualche importante castello. L’esempio di Bugamo ci mostra -che in tali casi i condottieri normanni trattassero i prigioni come -schiavi:[631] e quella necessaria conseguenza ch’era l’appropriazione -de’ beni, si scorge da cento diplomi; tra i quali notevolissimo è un -giudizio del millecentoventitrè, attestando il passaggio di proprietà -di un mulino che due musulmani aveano comperato pria del conquisto -e che indi appartenne al feudatario, signor loro.[632] I prigioni -poi non venduti, rimaneano servi della gleba; non esclusi al certo i -Cristiani che vivessero da coloni o da schiavi, poichè li veggiamo -scritti al par che i Musulmani nelle platee de’ villani. Cotesta -popolazione rurale presa insieme col suolo, evidentemente è la classe -di villani tenuta al signore per cagion di persona. I tenuti per -cagion della roba sembrano abitatori de’ luoghi che s’arrendeano a -patti, o uomini avventizii ricettati poscia nelle terre del signore. -Il diritto di proprietà di che godeano i villani su i beni acquistati -con la propria industria, soddisfatto che avessero a’ servigi debiti -al signore, parmi consuetudine risultante dalle leggi musulmane sopra -gli schiavi. In fine il grado di _kâid_ serbato ad alcuni nobili, -procedè manifestamente da patti stipulati nella resa delle castella, -o da necessità più forte che i patti; cioè che volendo menare in -guerra le genti, era forza anco di mantenere i capi ai quali solean -esse ubbidire. E forse l’era ordine da non potersi smettere nè anco -in pace, se volessi far vivere in sicurtà i popoli vicini, cristiani o -musulmani, e guarentire efficacemente le persone e la roba. - - - - -CAPITOLO X. - - -All’origine della monarchia siciliana s’affaccia la quistione se -i conti di Sicilia fossero stati vassalli dei duchi di Puglia. Le -testimonianze si contraddicono. Il monaco inglese Eadmer, contemporaneo -del conte Ruggiero, lo chiama _uom_ del duca di Puglia; il Malaterra, -suo famigliare, dice concedutagli la Sicilia in feudo da Roberto -Guiscardo; Leone d’Ostia e Romualdo Salernitano, autori più moderni, -scrissero le medesime cose.[633] Roberto poi e il figlio Ruggiero, -in alcuni diplomi s’intitolarono duchi di Puglia, o d’Italia, di -Calabria e di Sicilia[634] e il conte Ruggiero disse talvolta Roberto -suo signore.[635] All’incontro, la storia tutta dei tempi fa fede che -il conte, nè i figliuoli giammai non prestarono omaggio nè servizio -ai duchi di Puglia;[636] e v’ha dei diplomi ne’ quali il conte non -chiama Roberto altrimenti che fratello; nè il costui figliuolo Ruggiero -altrimenti che duca di Puglia e di Calabria.[637] Il Gregorio accettò -quasi la soggezione;[638] il Palmieri negolla con ira;[639] degli altri -scrittori taccio per brevità. Ma non può spiegare la contraddizione -dei documenti, chi si ostini ad immaginare un Roberto Guiscardo, pio, -felice, augusto, seduto sul trono degli avi, tra baroni ossequiosi, e -inteso tranquillamente a reggere lo Stato con quelle che poco appresso -furono chiamate le Assise di Gerusalemme. - -Da’ cenni che noi abbiam fatti qua e là in questo quinto libro, -l’eroe comparisce in ben altra sembianza infino al milleottanta.[640] -I baroni normanni, un tempo condottieri, lo teneano lor pari; le -città lor soldato di ventura, cui per forza pagar dovessero una -taglia: i papi stessi che gli avean dato animo con la ricognizione -feudale e col titolo di duca, il più spesso tiravano a scacciarlo -d’Italia. Il fratello Ruggiero, tenendo dapprima da lui il solo feudo -di Mileto, cavalcò tra le sue masnade, capitano di ventura con una -compagnia propria; ma nata una briga tra’ fratelli per guiderdoni non -soddisfatti, vennero alle armi; Ruggiero passò al servizio di feudatari -ostili, o fece patti con città ricalcitranti: alfine stipularono un -partaggio di entrate in Calabria: piuttosto assegnamento fisso di -stipendio, che vera concessione feudale. In Terraferma dunque occorrono -tra due fratelli patti mutabili e temporanei; diversi secondo le forze -che l’uno o l’altro contribuiva in ciascuna impresa. - -Lo stesso apparisce in Sicilia, dove alla prima passata, Roberto, -non concede terreno a Ruggiero; e questi, ritornato co’ suoi uomini -d’arme, fa patto co’ trainesi e acquista parecchie castella senza -partecipazione di Roberto.[641] La seconda impresa d’entrambi fallì. -Nella terza seguì una vera concessione feudale com’abbiam detto;[642] -ma a capo di pochi anni, apprestandosi la guerra di Grecia, mutavansi -gli accordi del settantadue; poichè il conte signoreggiò allora -Messina e tutto il Valdemone.[643] La morte di Roberto, le necessità -del figliuolo Ruggiero e la potenza e fama dello zio, fruttarono -a questo l’altra metà della Calabria: cioè a dire che si rifece il -patto per la seconda volta in quattordici anni; e sappiamo anco che si -trattò di dare al conte Ruggiero il titolo di duca, ossia cancellare -solennemente la dipendenza feudale che di fatto era ita.[644] Di fatto -e anco di dritto, se risguardisi che Urbano II, sovrano feudale del -duca di Puglia, nella famosa bolla del millenovantotto non fa menzione -di costui, nè vanta signoria di sorta sul conte Ruggiero, nè su la -Sicilia. La corte di Salerno ricordava, ciò non ostante, la concessione -del settantadue, tanto più volentieri quanto erano scambiate le sorti -de’ due rami di casa Hauteville: indi l’opinione di Eadmero e di -Romualdo e i titoli de’ diplomi. Che se i cancellieri del conte nello -stesso tempo ricordavano o trasandavano la dipendenza feudale dal -fratello, ciò prova che la fosse rimasa nelle formole e ormai non ci -si badasse. In ogni modo, non si può ammettere nel diritto pubblico -siciliano una sovranità surta e scomparsa entro pochi anni, mentre -l’edifizio de’ principati normanni non era nè compiuto nè assodato, ma -lo si innalzava, demoliva e rifaceva ogni dì. - -Chiarito questo e lasciato da canto il dubbio di qualsivoglia nesso -feudale con Roma,[645] che mai ne fu detto da senno infino alla prima -metà del XIII secolo, si vedrà illimitata in teoria la potestà del -conte Ruggiero in Sicilia. E la fu larghissima in fatto, ancorchè -la Sicilia e la Calabria abbiano avuto in que’ primi tempi, come -tutti gli stati feudali, loro parlamenti, così appunto chiamati, di -ottimati laici ed ecclesiastici. Il Gregorio ha allegato in esempio «i -principi, conti, baroni ed altri uomini di nota» convocati in Salerno, -i quali decretavano la corona reale, al secondo Ruggiero (1129) «e -i dignitarii, potenti ed onorandi uomini indi chiamati in Palermo -(1130) da tutte le province e terre per assistere alla incoronazione; -i quali tutti, insieme co’ popolani grandi e piccoli, messo il partito -ed esaminatolo, concordi l’approvavano:[646]» ma cotesto ha sembianza -di plebiscito meglio che di parlamento; e la nuova dominazione surse -in condizioni politiche e sociali molto diverse da quelle tra le -quali regnava il primo conte. È allegato nella medesima opera, più -vicino al tempo e più opportuno, un Parlamento tenuto in Messina il -1113 dalla reggente contessa Adelaide, per faccende del vescovado di -Squillaci; pur la sembra solenne cerimonia, più tosto che politica -adunanza.[647] A cotesto esempio possiamo aggiugnere i privilegi -della Chiesa di Palermo confermati il 1112 dalla contessa e dal suo -figliuolo Ruggiero «ormai cavaliere e conte», sedenti nelle aule -del castello della città, con l’arcivescovo Gualtiero e molti altri -chierici, baroni e cavalieri.[648] Chiamato il 1130 nel parlagio[649] -della medesima reggia palermitana l’arcivescovo della città con molti -altri vescovi e baroni, fermavasi la divisione delle decime di Termini -tra l’arcivescovo e l’abate di Lipari.[650] Ma, quel che tronca ogni -dubbio, un documento citato in altro luogo dal Gregorio e dimenticato -poi nel trattare de’ parlamenti, prova che pretendendosi da’ vescovi -le decime ecclesiastiche sulle entrate tutte dell’isola e negandole i -Terrieri, come sono appellati genericamente i feudatarii nelle carte -latine, greche ed arabiche de’ Normanni di Sicilia, il primo conte -Ruggiero convocò gli uni e gli altri in Mazara e definì la contesa in -questo modo: ch’ei medesimo pagasse la decima a’ vescovi su i beni -proprii; che i Terrieri pagasserne due terzi, usando dassè l’altra -terza parte al servigio delle cappelle di lor castelli; e che del -rimanente e’ fossero giudicati dai sinodi per loro colpe spirituali -e ne pagassero ammenda a tenor delle consuetudini vescovili.[651] -Ancorchè promulgata come decisione del principe, cotesta legge mi par -delle più gravi che mai fosse stata deliberata in Parlamento moderno -d’Europa: e prova gli ordini costituzionali della Sicilia fin dal primo -principio della monarchia. - -Per distinguersi da’ conti di Terraferma, padroni di minore territorio -e soggetti al duca di Puglia, Ruggiero prese talvolta il titolo -di Gran Conte.[652] Ma i suoi successori immediati più volentieri -s’intitolarono consoli; la quale classica denominazione venne in tanta -voga a corte di Palermo entrando il duodecimo secolo, che cancellieri e -cronisti, non solamente la usavano nel presente, ma anco riportavanla -allo stesso conquistatore.[653] Per vero le tradizioni del consolato -non s’erano mai dileguate nel mondo: e specialmente nell’Italia -meridionale, i reggitori di Napoli, Gaeta, Amalfi, emancipati dal -governo bizantino, s’erano chiamati duchi e consoli;[654] e console -Rainolfo conte d’Aversa, che fu il primo feudatario normanno in -Italia.[655] Dopo mezzo secolo, quando già quel titolo a Pisa, Genova, -Asti, San Remo e senza dubbio in altre città italiane, designava capi -politici costituiti senza volontà d’imperatori nè di papi, assunserlo -i principi della Sicilia, che aveano a noia di chiamarsi conti, ma non -osavano prendere alcun altro dei titoli consueti nell’ordine feudale, -o lo sdegnavano. Non succedean essi in Sicilia ai _basilei_ bizantini -ed ai califi fatemiti, gli uni e gli altri principi independenti e -pontefici, per arrota? Ma non andò guari che, allargato il dominio, e’ -smessero le appellazioni di conti e di consoli, per chiamarsi re. - -Passando alle altre parti dell’ordinamento politico, seguiamo l’ordine -de’ tempi con dir la prima cosa de’ municipii, poichè parte erano in -piè innanzi il conquisto. Contuttociò il Gregorio li vide e non vide -ne’ tempi normanni; e conchiuse che allora «ebbero le popolazioni -siciliane quasi una forma di corpo municipale.[656]» Sapea pure il -Gregorio che, nella prima metà del duodecimo secolo, Caltagirone -possedette vasti fondi e comperonne dallo Stato;[657] che Nicosia, -colonia lombarda, tenne la terra di Migeti; che ambo le città fornivano -all’armata grande numero di marinai, e legname da costruzione;[658] che -altre colonie lombarde furono soggette agli stessi pesi, contrassegno -di proprietà.[659] Vedeasi in ciò la persona legale del comune. Vedeasi -agli atti, perfino nelle terre feudali: gli uomini di Patti muover lite -contro il vescovo; i lor procuratori accettare una transazione;[660] -quei di Cefalù proporre ordinariamente al vescovo feudatario tre -persone per la scelta del bajulo.[661] Il Gregorio dunque si avviluppò -in quel suo giro di parole, un poco per paura dell’assurdo e tirannico -governo de’ Borboni in Sicilia, un poco per non aver bene studiata -la materia e soprattutto perch’ei rabbrividiva a quel nome di comune, -quasi ne fosse stata unica forma la repubblica italiana del medio evo, -o quella di Francia che suonava sì tremenda nell’età sua. - -Avendo toccato dei municipii, sì degli antichi abitatori cristiani -e sì dei musulmani,[662] ne ricercheremo noi le vestigie durante la -guerra e sotto la dominazione normanna. Avvertiamo intanto, a proposito -dei municipii cristiani, avanzo dal tempo bizantino, che nella stessa -Grecia gli ordini municipali rimasero o rinacquero, non ostante la -dichiarazione di Leone il Sapiente, della quale s’è detto a suo luogo; -che, dopo quella, le leggi bizantine riconobbero nelle città e nelle -campagne alcune corporazioni di mestiere e associazioni d’interessi, le -quali, se non abbracciavano l’universale de’ cittadini, aveano forme -più democratiche dell’antico municipio e gittavan le basi del nuovo; -e che al tempo della dominazione latina e poi della turca, vennero su -nella Terraferma al par che nelle isole della Grecia, veri magistrati -o rappresentanti municipali, di nomi diversi secondo i luoghi, -_proesti, demogeronti, arconti, epitropi_, i quali ufizi per certo non -erano stati stampati di fresco nel XIII o nel XV secolo.[663] Nelle -province bizantine della Terraferma d’Italia, le frequenti mutazioni -di signoria avean dato occasione alle maggiori città di costituirsi in -corpi politici, come si ritrae dagli esempii di Bari e di Salerno che -cita lo stesso Gregorio[664] e dagli accordi che altre città fermavano -coi capitani normanni:[665] e perfin si legge in un diploma greco -dell’undecimo secolo, che villani dimoranti nelle terre d’un Monastero -e d’un feudatario, pagassero tributo personale al comune di Geraci -in Calabria.[666] La quale tendenza generale della schiatta greca, -non solamente non trovò ostacoli in Sicilia, ma fu promossa dalla -dominazione musulmana. Le città, sciolte da’ fastidii degli ufiziali -bizantini e costrette a far dassè sotto il giogo degli Infedeli, -aveano dovuto rinforzare lor ordini municipali nel IX e X secolo, -per provvedere all’amministrazione della giustizia, soddisfare a lor -obblighi verso i nuovi signori e difendersi civilmente dai soprusi. - -Che se il nome delle città torna raro ed incerto nelle memorie della -guerra, non ne maraviglierà chi conosca la tiepidezza de’ Greci in quel -grande avvenimento e il laconismo delle croniche normanne quand’esse -non raccontino il valore e la pietà de’ protagonisti. Pertanto abbiam -due soli ricordi: che que’ di Traina fermarono patti con Ruggiero e, -quando sollevaronsi e l’assediarono nel suo palagio, aveano, al par -delle città di Calabria, una torre afforzata in altra parte della -terra; e che in Petralia i Cristiani e i Musulmani, tenuto consiglio, -deliberavano di darsi al condottiero normanno.[667] Ma cotesti atti -possono riferirsi tanto a magistrati costituiti, quanto al popolo che -nei casi estremi ripigli l’esercizio di tutti i suoi diritti. Le carte -delle generazioni seguenti ci danno assai più precise notizie sugli -ufizii municipali. - -Il sonante vocabolo _Arcon_ comparisce in que’ diplomi, com’abbiam -noi detto nel capitolo precedente, con due significati diversi, de’ -quali il primo tornava genericamente a signore, e lo s’attribuì in -particolare a’ grandi ufiziali dello Stato, a un dipresso come or si -fa dell’eccellenza.[668] L’altro significato specificava un ufizio. -Basilio Tricari, arconte di Demenna, è noverato (1090) tra i testimoni -d’una donazione del conte Ruggiero a favore di quel monastero di San -Filippo.[669] Gli arconti di Galati, convocati dal feudatario (1116) -assistono all’atto per lo quale ei donava un villano al monastero di -Mueli.[670] Lo stratego di Demenna aduna (1136) i capi de’ monasteri, -i sacerdoti e gli arconti della terra di San Marco per appurare un -titolo di proprietà.[671] Mezzo secolo appresso (1182) son chiamati -da’ giudici regii a somigliante effetto in San Marco, insieme -co’ Buoni uomini e con gli Anziani, gli arconti di Naso, Fitalia, -Mirto, San Marco ed un arconte di Traina.[672] Que’ di Capizzi, -insieme con gli Anziani han carico (1168) di descrivere i limiti di -un piccol podere che la regina vuol donare ad una chiesa.[673] In -Oppido di Calabria, dove i Buoni uomini e gli Anziani aveano già -(1138) assistito gli ufiziali dello Stato a determinare i diritti -del feudatario, nata quistione il 1188 per alcuni poderi, era decisa -dal Gran giudice di Calabria secondo l’avviso degli arconti.[674] -Eran questi dunque assessori o giurati in cause civili. Nell’impero -bizantino il vocabolo arconte avea seguito cammino diverso, e pur -non troppo discosto. Serbando l’antica significazione di magistrato -giudiziale, prese in particolare quella di presidente d’un tribunale -e talvolta di governatore di provincia; poichè questo presedeva ai -giudizii: e indi l’_arcontia_ comparisce tra le divisioni territoriali. -Da un altra mano il mal vezzo dei titoli e la ripugnanza a tutta -aristocrazia ereditaria, portarono la corte bizantina a chiamare -arconti gli uomini cospicui per merito, ricchezza, o favore: anco il -clero appellò _arcontichia_ il corpo de’ suoi dignitarii; e, venuta la -feudalità con le genti occidentali, s’appiccicò quella denominazione -ai baroni. Si ritrae infine ch’essa era rimasa come occulta, chi -sa per quanti secoli, nei corpi municipali; poichè squarciato il -velo dell’amministrazione bizantina, nel conquisto de’ Latini e poi -de’ Turchi, si veggono venire alla luce, insieme con le istituzioni -comunali, gli arconti e le altre denominazioni che ci accadde citare -poc’anzi; le quali in luoghi diversi denotavano ufizii identici o molto -somiglianti.[675] A cotesti ufizi municipali, s’io mal non mi appongo, -fu dato in alcune terre il titolo di arconti, per cagion di quella -parte del podere giudiziale che tennero i municipii dell’antichità -e la trasmisero a que’ del medio evo. L’ufizio municipale poi, -sendo ereditario tra’ possessori, come nella curia romana, potea -divenire qua e là nelle province, denominazione volgare d’un ceto di -gentiluomini; denominazione non legale, che pur insinuossi nell’aula -di Costantinopoli. In Sicilia, come ognun vede, venne alla luce nel -XII secolo l’ufizio municipale, e possiam anco dire l’appellazione -di classe; la grande magistratura d’arconte non esistè; ma, tra gli -altri orpelli che i principi normanni tolsero in prestito dalla corte -bizantina, foggiarono questo titolo di arconti pei grandi ufiziali -dello Stato, a suggestione, com’egli è manifesto, de’ valentuomini -stranieri di schiatta greca, i quali nella prima metà del duodecimo -secolo collaborarono col secondo Ruggiero all’assetto del reame. - -L’ufizio di giurati nelle cause di confini e di proprietà rurali si -vede anco esercitato in Sicilia dagli _Anziani_ (Γέροντες), or soli, -come (1142) a Traina, Cerami, San Filippo d’Argirò[676] e, quel ch’è -più, nominati a mo’ di corporazione, come (1123) a Ciminna;[677] -or insieme coi Buoni uomini, come (1095) a Rametta,[678] (1182) a -San Marco, Naso, Fitalia, Mirto,[679] e (1183) a Centorbi[680] ed -occorre anco il caso (1138) in Oppido di Calabria;[681] or insieme -con gli arconti come (1168) a Capizzi.[682] Quand’egli avvenia che -soggiornassero Cristiani e Musulmani nella medesima terra o in quelle -attorno un podere di cui fossero contesi i confini, si chiamavano gli -anziani degli uni e degli altri, col titolo comune di _sceikh_ ovvero -di _geronti_, secondo la lingua del diploma. Così (1134) a Giattini e -Mertu[683] e poscia (1172) a Misilmeri[684] e poco appresso (1183) a -Vicari, Petralia, Caltavuturo, Polizzi, Ciminna, Cammarata, Cuscasin -Michiken, Casba, Cassaro, Gurfa, Iali.[685] I geronti e il maestro -de’ borghesi di Traina, i geronti, cristiani e musulmani di Gagliano, -i geronti e gli uomini, (che di certo significa i «Buoni uomini») di -Centorbi, eran chiamati (1142) al par che quelli di Castrogiovanni e di -Adernò, cristiani e musulmani, a definire insieme con un protonotaro -delegato dal re i confini di Regalbuto, pei quali disputava il -feudatario di Argira contro il vescovo di Messina.[686] Per un altro -diploma (1149) gli sceikh musulmani e cristiani di Giato avean carico -di assister lo stratego a designare su i luoghi una quantità di terreno -donato dal re su i beni demaniali.[687] In parecchi atti pubblici, -greci, inoltre, del XII e XIII secolo, si veggono de’ testimonii -soscritti col medesimo titolo nelle terre di Mistretta, Naso, Mirto e -nuovamente in San Marco e in Centorbi.[688] - -Erano convocati dai giudici del re i _Buoni uomini_ (Καλοὶ ἀνδρώποι), -di San Marco (1109), que’ di Traina, Gagliano e Milga (1154) e insieme -con gli Anziani, i Buoni uomini di Naso, Fitalia, Mirto e San Marco -(1182) e infine, que’ di Centorbi (1183) per determinare i confini di -territorii sui quali si contendea.[689] I Buoni uomini, di Ἀχάρων, -ch’io credo torni ad Alcara di Val Demone, chiamati dal vescovo di -Messina, lor signore, per far testimonianza sul diritto di proprietà -di certi pascoli tenuti da un monastero (1125), rispondeano aver essi -medesimi conceduto quel fondo al monastero, in grazia di alcuni loro -concittadini che vollero farsi frati.[690] Ottant’anni dopo, que’ di -Nicosia, insieme con due commissarii del re «e con tutto il popolo» -disponeano della chiesa del Salvatore, fondata un tempo dallo stesso -municipio.[691] Nel primo caso tornano dunque i Buoni uomini ad -assessori, o giurati: quello ufizio appunto che lor veggiamo esercitare -nel IX o X secolo, secondo la _Lex romana_ del manoscritto di Udine, la -quale li mostra allo stesso tempo rappresentanti di comuni in giudizio -ed esercenti altri atti d’amministrazione.[692] Nel caso d’Alcara e -di Nicosia evidentemente rappresentan essi il comune, come il nostro -odierno Consiglio municipale. Tali appunto i _Boni homines_ di Savona, -secondo i diplomi latini del 1056, 1062, 1080, 1125 pubblicati dal -San Quintino.[693] Nè l’è maraviglia di trovar lo stesso nome ed -ufizio in Sicilia, quando tanta parte delle nuove colonie venne dalla -Marca aleramica; e d’altronde quella appellazione durava qua e là -in tutta Italia, per esempio al principio dell’undecimo secolo in -Benevento;[694] e lungo tempo appresso ricomparve nella repubblica -fiorentina. - -Pongo in ultimo, tra gli ufiziali dei comuni cristiani, i _Maestri -de’ borghesi_, che il Gregorio notava in Collesano (1141) e in Traina -(1142) e prendeane animo a confessare le «quasi forme» di municipio, -aggiugnendo, senza prova nè indizio altro che il nome, che «il maestro -dei borghesi intimava e dirigea come capo» il consiglio comunale.[695] -Senza riandar l’antico significato militare del vocabolo _Magister_, -nè il militare e civile che prese passando nell’impero bizantino, lo -veggiamo noi nell’Europa, centrale e occidentale, per tutto il medio -evo, rispondere a prefetto, o preposto ad una classe di impiegati o -di cittadini,[696] e ci occorre in Messina nel duodecimo secolo il -maestro degli Amalfitani;[697] ma non troviamo esempio da mostrare, -certo nè verosimile, che _Magister_ tanto valesse allora nel linguaggio -legale di Sicilia, quanto _Major_ e che quest’ultima voce denotasse -lo stesso ufizio in Sicilia che nella Francia settentrionale e -nell’Inghilterra.[698] All’incontro, il solo documento dal quale -intender si possa la natura dell’ufizio, lo mostra pari in grado agli -anziani[699] e ci conduce a supporlo capo elettivo d’un consorzio di -coloni i quali, stanziando in mezzo a popolo diverso di condizioni o -di origine, avessero interessi lor proprii da curare; come le scholae -del Medio evo, le corporazioni d’arti di tutti i tempi e, nei primi -principii loro, le _compagne_ di Genova e d’altre città italiane. Un -piccol numero di borghesi italiani, ovvero oltramontani, stanziati in -Collesano, feudo degli Avenel,[700] avrebbe potuto richiedere questa -maniera di consolato, com’or si direbbe: e lo stesso valga per Traina, -prima possessione del conte Ruggiero, nella quale si veggono alla metà -del XII secolo abitatori greci, italici e francesi.[701] - -Di simili consorzii legalmente riconosciuti ci danno esempio le -_università_, come allor chiamavansi, degli Israeliti in Sicilia. -Senza argomentare dalle loro istituzioni congeneri in altri paesi, -abbiamo del XV secolo i Capitoli concessi da re Alfonso alle università -dei Giudei del regno di Sicilia;[702] abbiamo del secolo XIV memorie -del loro Proto, de’ loro anziani e delle loro università in Mazara -e in Messina:[703] e le medesime istituzioni risalgono senza dubbio -al duodecimo secolo, quando il vescovo di Cefalù, possessore della -Chiesa di Santa Lucia in Siracusa, concedeva in enfiteusi alla _gemâ’_ -de’ Giudei in quella città un pezzo di terreno per ampliare lor -cimitero.[704] - -La voce _gemâ’_ usata in quello scritto arabico per designare la -corporazione de’ Giudei di Siracusa, prova che così anco fossero -chiamate in Sicilia le università de’ Musulmani, le quali, per lo -grande numero e il soggiorno separato, tornavano spesso a veri comuni. -Gli è impossibile d’altronde immaginare il soggiorno di sì grosse -popolazioni musulmane senza i loro magistrati municipali: e, se ciò non -bastasse, noi potremmo allegare gli _antique_, ossia sceikh, de’ quali -fa menzione Amato nella resa di Palermo;[705] gli accordi di Mazara e -di tutte le altre città che sembrano fermati dalla _gemâ’_ di ciascuna; -e, sotto il principato normanno, gli sceikh di Giattini, Misilmeri, -Giato, Vicari e d’altre terre, chiamati geronti in greco, e incaricati -come gli arconti, gli Anziani e i Buoni uomini, di determinare i -confini delle possessioni rurali.[706] - -Veramente e’ mi par di vedere sotto quelle denominazioni, che variano -secondo le genti, unico uficio di rappresentanti dei municipii; salvo -il divario che nascea, nell’ordinamento e ne’ limiti dell’autorità, -dalle condizioni e consuetudini locali di ciascuna terra, di ciascuna -gente e di ciascun consorzio; perocchè trattando del Medio evo erra -sempre chi suppone uniformità. Anzi mi farebbe maraviglia a veder sì -frequente quel titolo di anziani col medesimo significato in greco e -in arabico, se l’autorità de’ padri di famiglia, e però dei vecchi, -non occorresse nelle forme primitive d’ogni umano consorzio; e se non -potessimo supporre con verosimiglianza che le municipalità cristiane -di Sicilia si fossero spontaneamente riformate nel IX o X secolo, -ad esempio delle musulmane, per provvedere ai bisogni prodotti nella -società loro dalla nuova dominazione.[707] E’ non occorre dimostrare -che gli sceikh appartennero ai Musulmani; i geronti e gli arconti a’ -Greci e credo io, agli altri antichi abitatori; e i Buoni uomini alle -nuove colonie italiche. Evidente anco parmi che ciascuna gente ritenne -o portò seco la propria forma di municipio; poichè il principato -normanno non potea distruggere, nè fondare, nè pur modificare -profondamente istituzioni di tal fatta. Gli arconti, come ho detto, -sembrano in Sicilia anziani che ritenessero quel titolo, per antica -consuetudine, come possessori; non altrimenti che i kaid, nobili -e condottieri, entravano nelle faccende municipali come ogni altro -notabile; ma nè i primi nè i secondi io tengo ufiziali esecutivi, -come sarebbero podestà, sindaci, giurati, giunte municipali. Nè tali -mi sembrano i maestri de’ borghesi, meri capi di consorzii minori. -Necessario fatto egli era poi, e l’attestano i diplomi, che nelle -terre abitate insieme da due o più genti diverse, ciascuna avesse i -suoi proprii rappresentanti, come abbiamo visto a San Marco, Capizzi, -Giattini e in molti altri luoghi. - -Ho detto rappresentanti dei comuni per usar locuzione moderna ed -esprimere un fatto simile nato da diritto diverso; poichè non è da -supporre elezione popolare nè regia, in cotesti corpi municipali -composti di uomini privilegiati in virtù di antichissime consuetudini, -gli uni delle città italiche o elleniche, gli altri della tribù nomade -e de’ primi tempi dell’islam: possidenti, capi di alcune arti, scribi, -chierici cristiani, giuristi musulmani ed altri notabili. I quali in -che modi e tempi si ragunassero, e se nominassero delegati appositi -per ciascun negozio, lo ignoriamo; nè abbiamo vestigie di magistrati -incaricati ordinariamente del potere esecutivo del Municipio. Pure -il diploma inedito di Nicosia che abbiam dato poc’anzi, solo e tardo -com’esso è, gitta molta luce su l’ordinamento municipale de’ tempi -normanni; dovendo supporsi che le costituzioni delle colonie lombarde -fossero le più larghe dell’isola e che le tornassero al principio del -duodecimo secolo, non già alla fanciullezza di Federigo secondo, nè -al breve regno d’Arrigo. Or il diritto di proprietà è esercitato in -quell’atto «da due commissari regii, da’ Buoni uomini e dal popolo» e -tra i Buoni uomini sono soscritti due giudici giurati e due bajuli. -Compariscono dunque due ordini di rappresentanti municipali, il -Consiglio grande, cioè, dov’era chiamato tutto il popolo a suon di -campana, come si usò in Sicilia fin sotto la dominazione spagnuola; -e i Buoni uomini che par componessero un Consiglio ristretto, nel -quale intervenivano i bajuli, oficiali amministrativi e giudici -regii, istituiti da re Ruggiero in luogo de’ vicecomiti e strateghi -dei primi tempi normanni: risulta poi evidente che la presidenza -del gran Consiglio era affidata ad appositi delegati del principe. -Possiamo dunque supporre con fondamento che tutti i corpi municipali -fossero stati convocati e preseduti da commissarii regii, per generale -provvedimento promulgato fin dai principii della dominazione normanna; -poichè sembra impossibile che Ruggiero avesse ristrette con tal -freno le colonie lombarde e lasciate senza alcuno le terre greche o -musulmane; e d’altronde si è visto,[708] senza eccezione chiamare -dal feudatario i Buoni uomini di Alcara, e dai commissarii regii -que’ di Nicosia, terra demaniale, per esercitare atti di dominio; e -similmente da giudici regii o altri ufiziali gli sceikhi, anziani, -arconti o Buoni uomini di tante altre terre, per far le veci di -giurati in cause civili. Il consiglio generale poi, aperto a tutto -il popolo, cioè a tutti i borghesi, sembra privilegio delle colonie -lombarde; nè può ammettersi nelle altre città, se nol provino nuovi -documenti. E i due giudici giurati di Nicosia soscritti nel diploma -del 1204, sembrano veramente ufiziali esecutivi del municipio, come -que’ di Messina, soscritti in una carta del 1172; ma non si potrà su -questo solo indizio determinar la giurisdizione loro.[709] Nè potrassi -definire precisamente quella degli stessi municipii; la quale se la -ci torna oscura in oggi, fu dubbia e mutabile e diversa nell’undecimo -e duodecimo secolo, e sol ritraggiamo la personalità del municipio, -la magistratura affidata a’ suoi rappresentanti e che fors’anco erano -richiesti que’ notabili di cooperare nell’azienda dello Stato.[710] - -L’istituzione de’ municipii è provata anco dalle franchige, le quali -non furono mai disgiunte dall’ordinamento della società chiamata a -goderle. Che il principe e i feudatarii, costretti a rifornire la -Sicilia di coloni cristiani, li avessero invitati con ogni maniera di -concessioni, si ritrae da testimonianze concordi. Ruggiero, liberati -i prigioni di Malta, profferia di fabbricar loro a proprie spese un -villaggio, là dove lor paresse; di fornire i capitali fissi bisognevoli -a loro industrie e di francare la terra perpetuamente da gravezze -ed angarie.[711] Similmente era accordato ai borghesi di Catania, -Patti e Cefalù,[712] lo esercizio di diritti promiscui nelle terre -del signore, la immunità da certe gravezze e impedimenti feudali, la -guarentigia della libertà personale e, nella prima di quelle città, che -Latini, Greci, Saraceni ed Ebrei fossero giudicati ciascuno secondo sua -legge. Abbiamo noi accennato alle immunità delle colonie lombarde di -Randazzo e di Santa Lucia:[713] i diritti e le buone consuetudini di -Caltagirone, attestati da un diploma di Arrigo VI, tornavano parimenti -ai tempi di re Ruggiero[714] e son da supporre le une e le altre -più antiche. Inoltre, dovendosi tener generale il bisogno di colonie -cristiane, possiam noi dire che quasi tutta la Sicilia ottenne, in -breve e di queto, franchigie municipali non dissimili da quelle che -tante popolazioni italiane e straniere, nella stessa età, strapparon di -mano ai feudatarii con ostinati sforzi e sanguinosi. - -Or è da spiegare perchè il municipio non si vegga distintamente, pria -dello scorcio del duodecimo secolo, nelle primarie città dell’isola, -le quali pur godettero larghissime franchige personali e reali fin da’ -primi anni della dominazione normanna.[715] Il difetto non va apposto -a casi fortuiti che avessero distrutto ogni avanzo di loro carte nei -frequenti disastri della diplomatica siciliana: ma più plausibile -supposto e’ sembra che nessuna di quelle città abbia avuto municipio -di momento in que’ primi tempi. Lasciate da canto Siracusa e Catania, -soggette a feudatarii, diremo sol di Palermo e di Messina, tenute -sempre in demanio e importanti sette secoli addietro, così come le son -oggi. - -Palermo che agguagliava o vincea per frequenza di abitatori ogni -altra città d’Italia, racchiudea forse, verso il 1150, una diecina -di _università_, come allor si chiamavano: Musulmani, Greci, Ebrei, -Lombardi, Amalfitani, Genovesi, Baresi ed antichi abitatori cristiani; -e i Musulmani e qualche altra gente suddivisi, com’egli è verosimile, -per quartieri, Cassaro, Khalesa, Halka, Schiavoni:[716] tra i quali -corpi e’ non è possibile d’immaginare alcuna comunanza di vita -municipale. Fu mestieri che si dissipassero i Musulmani, e che la -lingua, i costumi e le violenze dei feudatari e poi de’ Tedeschi, -accomunassero i cittadini cristiani, cioè che volgesse più d’un secolo, -per mettere insieme quel grosso di borghesia, il cui municipio prevalse -su tutte le università minori e rappresentò la cittadinanza della -capitale che proteggea Federigo lo Svevo nella sua fanciullezza. Chi -ricordava allora la _gemâ’_ musulmana o l’israelita, o i magistrati de -piccoli consorzi cristiani, e chi ne serbava gli archivi? - -Sembrano diverse a prima vista le condizioni di Messina, la città -cristiana, la testa di ponte, direbbe un militare, per la quale i -conquistatori soleano sboccare contro i Musulmani dell’isola. Ma -secondo la testimonianza d’Amato, rincalzata da fatti anteriori, -Messina, al primo assalto dei Normanni, era quasi vota d’abitatori -battezzati.[717] Nè al certo valsero a ripopolarla in breve tratto le -poche centinaia di uomini che vi facea passare di quando in quando -il conte Ruggiero; nè gli stuoli più grossi che recovvi tre fiate -Roberto Guiscardo. Greci di Sicilia e di Calabria vi si raccolsero, -com’e’ pare, a poco a poco, e genti italiche di varii paesi, finchè -il tramestìo delle Crociate e le guerre marittime de’ Normanni non -riempirono di navi il porto e non accelerarono la ristorazione della -terra.[718] La diversità delle genti che l’abitavano, attestata -dagli scrittori del duodecimo secolo,[719] portò necessariamente -molti consorzii e ritardò, sì come in Palermo, la formazione del vero -municipio. - -Le conghietture alle quali io sono stato troppo spesso necessitato, -provano la scarsezza de’ documenti e il poco zelo che s’è messo fin qui -a rintracciarli. Or v’ha cagione di sperare che il generale movimento -degli studii storici conduca gli eruditi ad approfondire la istituzione -delle municipalità siciliane. Ce ne danno arra i lavori di Isidoro La -Lumìa e di Ottone Hartwig, l’un de’ quali nella Storia di Guglielmo il -Buono e l’altro nell’Introduzione alle consuetudini municipali della -Sicilia, hanno toccato con dottrina, ancorchè di passaggio, questo -grave argomento. - -Della feudalità non tratteremo a lungo, sendo stati gli ordini di -quella descritti largamente dal Gregorio,[720] e qualche minuzia che -questi lasciò addietro, spigolata con diligenza dal professore Diego -Orlando.[721] La somma è che, istituita per lo primo allo scorcio -dell’undecimo secolo, da un conquistatore che sapea comandare a’ suoi -seguaci, la feudalità siciliana nacque ubbidiente e moderata; che -il principe trasferì a ciascun barone, tanto o quanto determinati, -que’ ch’egli credea suoi diritti su le cose e sulle persone; ch’e’ -riserbossi il più delle volte la suprema giurisdizione criminale, e -mantenne rigorosamente le regalie. Non men che il diritto costituito, -raffrenava i baroni un contrappeso materiale: i molti beni ritenuti -in demanio, i molti allodii lasciati agli antichi abitatori ed a’ -Musulmani, e forse un po’ più tardi i fondi conceduti a’ municipii col -peso del servigio navale, e fin dal principio l’accorta distribuzione -de’ feudi. - -Da’ pochi ricordi che abbiamo di questo gran fatto sociale, si ritrae -che seguì negli ultimi tempi della guerra. Tra fortuna ed arte, il -conte eliminò i grandi feudi divisati da Roberto;[722] cominciò poi -concedendo piccole terre (1077); e quando il fratello fu morto, il -nipote avvinto a lui da obblighi e speranze, e abbattuta l’ultima -insegna musulmana in Sicilia (1091), allora «chiamati i suoi cavalieri -e reso lor grazie, scrive il Malaterra, li rimeritò delle fatiche, -qual con terreni e vasti possessi e qual con altri premii.»[723] In -quell’anno sembra in vero seguìta la gran lotteria feudale della -Sicilia. Le platee de’ villani della Chiesa di Catania portan la -clausola di tenere come cancellati quelli che fossero stati scritti -per avventura nelle platee de’ baroni del millenovantatrè,[724] ch’è -a dire due anni dopo l’epoca notata dal Malaterra; i quali due anni in -vero non sembrano troppi per ispedire i diplomi con le descrizioni dei -territorii e i ruoli de vassalli. - -La breve lista che può accozzarsi dei feudatarii alla fine -dell’undecimo secolo, basta a mostrare il fine politico al quale -mirava il conte Ruggiero. Sappiam noi tenuto da un nobil uomo il val -di Milazzo, vasto territorio ch’è da credere conceduto ai tempi di -Roberto; sappiam tenute anco da nobili San Filippo d’Argirò, Geraci, -Castronovo, Caccamo, Brucato, Carini, Partinico, piccole terre; tenute -da principi del sangue o stretti congiunti della dinastia, Siracusa, -Noto, Ragusa, Butera, Paternò,[725] Sciacca, grosse città[726] e da -vescovi o prelati molte città e terre: e di certo i feudi ecclesiastici -e i principeschi, messi insieme co’ paesi demaniali, presero tal parte -dell’isola che passava di gran lunga il cumulo di tutti gli altri -feudi. Da’ nomi topografici si argomenta anco che il conte abbia date -ai piccoli condottieri le terre minori della Sicilia settentrionale, -occupata infino al mille ottanta o in quel torno, ed oltre a ciò grande -numero di piccoli poderi sparsi per tutta l’isola,[727] e ch’egli -abbia serbati alla propria casa, alle Chiese e al demanio i più vasti -e ricchi paesi conquistati nell’ultimo decennio, nelle regioni del -centro, di mezzodì e di levante; tra i quali la contea di Butera, -conceduta al marchese Arrigo perch’egli era fratello d’Adelaide, -se pure il conte non isposò la principessa aleramica perch’ella era -sorella di Arrigo. La poca importanza dei feudi privati a riscontro -degli altri, collima co’ ricordi del Malaterra intorno gli stanziali -tenuti dal conte e i guiderdoni di beni mobili; sendo evidente che il -capitano supremo dovette rimeritare con feudi, non già i mercenarii, -ma i condottieri che lo seguirono col patto aleatorio di partire -all’apostolica, com’egli avea promesso innanzi il combattimento di -Misilmeri,[728] il bottino e gli acquisti stabili. Quanto fossero -pericolosi que’ cavalieri intraprenditori, l’avea fatto sperimentare ei -medesimo a Roberto; l’avean provato entrambi in Puglia e in Calabria, -per tutta la loro vita. - -Le concessioni alle Chiese mi conducono a trattare il capolavoro che -fu di piantare in Sicilia, a comodo e sostegno del principato, quella -pericolosa macchina del sacerdozio cattolico. Quanto fosse disposto -il conte Ruggiero ad anteporre gl’interessi politici alla pietà, lo -sappiamo noi molto particolarmente[729] e ch’egli e Roberto e i loro -predecessori, giocando co’ papi, fossero soliti a guadagnare più che -a perdere. Vissuto per mezzo secolo in sì alto stato in Calabria o in -Sicilia, e necessitato poscia a consultare i savii del paese intorno -la ristorazione del cristianesimo nell’isola, Ruggiero non potè -ignorare le dottrine canoniche di Costantinopoli, le quali attribuivano -al principe una suprema giurisdizione su la Chiesa e l’autorità -d’istituire sedi vescovili, nominare, tramutare e deporre vescovi, -metropolitani e patriarchi.[730] Intanto la lite delle investiture -che ferveva in Ponente, ammonìa Ruggiero del pericolo che corresse -ogni principe in grembo della Chiesa latina. La sua casa stessa avea -testè provata la nimistà d’Ildebrando. Evidentissimo, ciò non ostante, -scorgeasi il bisogno di instaurare fortemente in Sicilia una Chiesa -che convertisse i Musulmani al cristianesimo,[731] i Greci alla -credenza latina, e assicurasse l’esercizio del patrio culto ai coloni -di Terraferma, agli Oltramontani, ed ai Siciliani di schiatta italica: -se no, un rivolgimento di fortuna avrebbe potuto di leggieri rendere -l’isola agli antichi signori d’Affrica o di Costantinopoli. Scansò -Ruggiero l’uno e l’altro pericolo, prendendo il partito d’istituire -una Chiesa cattolica apostolica e romana, dipendente da Roma il meno, -e dal principe il più che si potesse. Ne venne egli a capo, perchè -la ristaurazione ecclesiastica premea al papa non meno di lui, e -pur dipendea da lui solo che aveva in mano i tesori da spendere in -fabbriche e arredi e sì le entrate da dotare le chiese, i monasteri e -i vescovadi. Par ch’egli abbia tentata la prova come prima Ildebrando -accostossi a casa Hauteville; ritraendosi che il conte fondò nel 1081 -il vescovato di Traina ed elesse il vescovo, non atteso alcun legato, -nè chiesta licenza di sorta al papa, e che questi brontolando, ma -senza rabbia, promise di consacrare l’eletto.[732] Morto Gregorio VII, -venuto Urbano II a Traina e compiuto il conquisto, Ruggiero non tardò -a fondare le altre sedi: assegnò i limiti alle diocesi ed elesse i -vescovi, con decreti nei quali ei parla come chi eserciti diritto suo -proprio; e cita per mero rispetto filiale gli accordi fatti verbalmente -col papa, il quale poi sempre consacrò gli eletti.[733] Eccettuato -l’arcivescovo di Palermo, anteriore al conquisto, la cui diocesi pur -sembra determinata dal conte Ruggiero, tutte le altre sedi debbono -a lui la fondazione: Traina il 1081, com’abbiam detto, trasferita a -Messina il 1096; Catania il 1091; Siracusa, Girgenti e Mazara il 1093, -alle quali fu aggiunto il 1094 il monastero di Patti, dandosi all’Abate -dignità e funzioni vescovili;[734] oltrechè il conte, per licenza del -papa e, com’ei dice una volta, ad esempio del papa, sciolse parecchi -monasteri dalla giurisdizione de’ vescovi.[735] Spicca vie più il -diritto inaugurato da Ruggiero nell’esempio contrario di Lipari; la -quale sendo stata abbandonata da’ Musulmani, e avendovi certi frati -fondato un monastero e raccolti de’ coloni, papa Urbano die’ all’abate -la giurisdizione vescovile, vantandosi padrone di quell’isoletta in -virtù della falsa donazione di Costantino.[736] Ma anco in questo -caso Ruggiero seppe stender la mano sopra l’Abate, con donargli Patti -e non poche altre possessioni.[737] In vero ei messe un tesoro per -comperare le regalie ecclesiastiche bizantine, le quali esercitò, -com’abbiam detto, nella fondazione de’ vescovadi; anzi trascorse oltre -a quelle, fattasi anco dar dal papa l’autorità di scomunicare in certi -casi.[738] Ruggiero vivea sicuro» della parola del papa, che tutto gli -aveva assentito senza scrivere un rigo, quando Urbano, con apostolica -ingenuità, mandava a fascio ogni cosa, nominando un legato appo di -lui. Ma egli nol soffrì. Dopo la vittoria di Capua, si fece rendere, -quasi a forza, una parte di que’ privilegi, nella notissima bolla del -millenovantotto, quando Urbano avea da sperar molto e da temer qualcosa -da lui. - -Lo storiografo del conte, il quale narra quello scandalo schiettamente -anzi che no,[739] riferisce pur tutta a pietà cristiana la fondazione -de’ vescovati. «Impadronitosi, egli dice, della Sicilia intera, fuorchè -Butera e Noto, Ruggiero non volle mostrarsi ingrato a Dio: cominciò -a vivere devoto, ad amare i giudizii giusti, seguire il diritto, -abbracciare la verità, frequentare le chiese, assistere al canto degli -inni sacri, soddisfare al clero le decime d’ogni entrata sua, consolar -le vedove, gli orfanelli e gli afflitti. Ei racconcia i templi per -tutta l’isola; in molti luoghi dà del suo, perchè sieno edificati più -presto. Innalza in Girgenti una Cattedra con infule pontificali; per -suoi chirografi la dota a perpetuità di terreni, decime e varie altre -entrate che bastino a mantenere il pontefice e il clero; fornitala -largamente, oltre a ciò, di ornamenti e arredi sacri: alla quale chiesa -ei prepone ed ordina vescovo un certo Gerlando, di nazione allobrogo, -uomo, come si dice, di molta carità e nelle ecclesiastiche discipline -erudito.»[740] Era dunque del Delfinato, o savojardo, questo vescovo, -del quale il Malaterra non volle affermare le virtù, come il facea -pe’ francesi: Stefano da Rouen nominato a Mazara, Ruggiero provenzale -a Siracusa, e un bretone Ansgerio, come si ritrae da’ documenti, a -Catania. Il quale sendo abate di Sant’Eufemia in Calabria e ricusando -di abbandonare i monaci, ed essi lui, Ruggiero trovò modo di vincerlo. -«Gli concede perpetuamente, ripiglia il Malaterra, la città di Catania -e sue dipendenze. Egli, trovando inculta la Chiesa, come quella che -di fresco era stata strappata di gola al popolo infedele, la prima -cosa die’ mano ai lavori di Marta, tanto che in breve provvide la -Chiesa di quanto le abbisognasse; e poi, alternando con gli studii di -Marta que’ di Maria, adunò non piccolo stuolo di monaci e, come buon -pastore, con la parola e con l’esempio, li sottomise al giogo di regola -rigorosa.»[741] - -Marta, in vero, meglio che Maria inaugurò la Chiesa siciliana; meglio -che la vita contemplativa, l’opera civile: la propaganda cattolica, -necessario stromento di governo nelle condizioni della Sicilia, -musulmana più che mezza, e bizantina quasi tutto il resto; l’invito a -coloni di Terraferma; il contrappeso alla feudalità laica. Ancorchè -allo scorcio dell’undecimo secolo il periodo vescovile fosse quasi -finito nell’Italia di sopra, par sia giovata la consuetudine di quella -autorità ad attirare coloni ne’ feudi ecclesiastici della Sicilia -con promessa di franchige, com’abbiamo notato dicendo di Catania e di -Patti. E che la prova non fosse fallita, lo dimostra la concessione -di Cefalù al vescovo, fatta il 1145 da re Ruggiero, insieme con una -vera carta di franchige municipali. Ma il vescovo di Catania, l’abate -di Patti, l’arcivescovo di Messina e gli altri vescovi e gli abati -di monasteri liberi da giurisdizione vescovile, possedendo feudi -da ragguagliarsi ai baroni e taluno a’ primarii del regno,[742] e -dipendendo per molti rispetti dal re e per nessuno dall’aristocrazia -militare, aggiugnean forza al principato di Ruggiero. Il quale, -dovendo affidar loro sì vitali interessi dello Stato, chiamò alle -sedi vescovili i suoi fidati, li fece entrare ne’ Consigli dello -Stato[743]: ne’ quali rimasero pur troppo fino alla continua minorità -di Guglielmo II. Le sette diocesi coincidono a un dipresso con le -divisioni politiche nate tra i Musulmani verso la metà dell’undecimo -secolo;[744] e le tornano esattamente per numero e con poco divario per -circoscrizione, alle province odierne dell’isola: dove il numero de’ -vescovi è ormai triplicato per la vanità di alcuni municipii e la cieca -devozione de’ Borboni di Napoli, i quali procacciarono la istituzione -di otto sedi novelle in ventotto anni.[745] Ma tornando addietro -all’XI secolo, è da notare come la diocesi di Palermo fu di gran -lunga più piccola che ogni altra: un trapezio da Corleone a Vicari, -foce del fiume Torto e Capo di Gallo. E ciò si comprende, poichè -Palermo ubbidiva al duca di Puglia quando il conte Ruggiero costituì -le finitime diocesi di Traina, Mazarae Girgenti.[746] Fors’anco non -si stendea più oltre la giurisdizione politica della città innanzi il -conquisto. - -Su la circoscrizione territoriale dell’isola abbiam detto altrove -ritrarsi sotto la dinastia fatemita l’ordinamento dell’isola in -_iklîm_, i quali sembrano distretti militari.[747] Or si ritrovano -gli iklîm sotto i Normanni. Non ne cerchiam noi la prova ne’ passi -d’Edrisi dove si fa menzione di parecchi iklîm della Sicilia; perocchè -il geografo di re Ruggiero usa quel vocabolo genericamente; anzi, -amando i giuochi di parole come ogni altro scrittore arabico de’ suoi -tempi, loda l’ampiezza o la feracità dei territorii con dare talvolta -allo stesso luogo le appellazioni di _’aml_ e di _iklîm_.[748] Ma -quest’ultima voce occorre appunto in qualche diploma del XII secolo, -estratto dai registri degli ufizi pubblici, che risalivano a’ principii -della dominazione normanna.[749] Inoltre gli è da sapere che in quelle -quattro circoscrizioni diocesane del conte Ruggiero nelle quali si -leggono i nomi de luoghi,[750] scarsissimo n’è il numero al confronto -di quello che dà Edrisi a capo di mezzo secolo, avvertendo pure ch’ei -ricordi le città e terre principali e lasci addietro quelle di minor -conto.[751] E per vero i diplomi ci ragguagliano di moltissimi villaggi -taciuti dal geografo; talchè in qualche tratto di paese il numero -cavato dai diplomi sta a quello di Edrisi, come il numero di Edrisi a -quello della circoscrizione ecclesiastica. Il divario poi che corre tra -questa e la descrizione geografica or or citata, nasce in alcuni casi -dalla fondazione di nuove colonie; ma il più delle volte evidentemente -vien da ciò, che la cancelleria del Conte notava nelle diocesi i soli -capoluoghi, invece delle terre sottoposte alla giurisdizione politica -e militare di ciascuno, ch’era, a creder mio, l’iklîm. Così nella -vasta diocesi di Catania, descritta il 1091, si notano solamente Aci, -Paternò, Adernò, Sant’Anastasia, Centorbi e Castrogiovanni, ciascuna -delle quali è assegnata «con tutte le appartenenze sue:» e si vede -che le appartenenze di Castrogiovanni stendeansi da una parte sino ai -confini di Traina e dall’altra sino al fiume Salso;[752] ond’eranvi -comprese Caltanissetta e Pietraperzia, taciute qui, ma nominate ben -da Edrisi, con questa particolarità ch’egli attribuisce a ciascuna -parecchi iklîm. Darò anco in esempio la diocesi di Palermo, alla quale -il primo attestato di circoscrizione (1122) attribuisce soltanto -Palermo, Misilmeri, Corleone, Vicari e Termini;[753] ma al dire -d’Edrisi erano cospicue nella medesima regione Trabia, Cefalà, Marineo, -Godrano, Margana, Menzil Iusuf, Caccamo, Brucato, Raia, Prizzi, -Pitirrana e Abragia, terre anteriori, la più parte, al conquisto;[754] -e, una trentina d’anni dopo Edrisi, i diplomi ci mostrano nell’iklîm -di Corleone quattro villaggi,[755] e tra Palermo e Termini Ibn-Giobair -vide il bel paesello di Kasr Sa’d,[756] le carte fanno ricordo di -Ain-Liel[757] e di Rahl Esscia’rani.[758] Così anco nella diocesi di -Mazara il diploma del conte Ruggiero ha dieci nomi[759] e sedici la -geografia d’Edrisi. Si ritrae da’ diplomi inoltre che il territorio -della città di Mazara prendea quasi tutto l’odierno circondario di -tal nome e metà di quello d’Alcamo.[760] Vasto territorio anco sembra -il val di Milazzo tenuto in feudo da Goffredo Borello ne’ primi tempi -del conquisto.[761] Il conte Ruggiero ritenne dunque, chè altrimenti -far non potea, gli iklîm de’ Musulmani, chiamandoli «appartenenze» del -capoluogo;[762] i quali territorii, per la estensione loro, variavano -tra il «mandamento» e il «circondario» della presente circoscrizione -dell’Italia. Erano _contadi_, talvolta sì vasti, che alcuno, come -Adernò, Paterno o Siracusa, divenne _contea_. - -Pur se alcuni iklîm in Sicilia, come in altri paesi musulmani, -eccedeano le proporzioni ordinarie, non si veggono a’ tempi del conte -Ruggiero grandi circoscrizioni civili o militari che ne comprendessero -tanti da potersi chiamare province. Se Edrisi dice che Sciacca era -divenuta la città primaria[763] degli iklîm d’intorno, in luogo di -Caltabellotta la cui popolazione s’era quasi tutta tramutata in quella -città marittima, questo sembra fatto economico non amministrativo: -d’altronde torna alla metà del XII secolo. Sola eccezione mi pare il -Val Demone, citato qual nome di regione da due scrittori cristiani -contemporanei al conquisto,[764] e come tale anco usato nella geografia -di Edrisi[765] e in molti diplomi della fine dell’undecimo e prima metà -del duodecimo secolo;[766] ancorchè per noi s’ignori se allo scorcio -dell’undecimo, rispondesse all’antico nome un vero compartimento -amministrativo. Io nol credo, perchè ne’ ricordi del conquistatore non -rimane vestigio di altra autorità provinciale che i vescovi; perchè un -ordinamento provinciale non è verosimile in quella prima applicazione -della feudalità, dove i magistrati provinciali sarebbero stati i Conti; -e perchè le province non avrebbero potuto differire, per numero nè per -confini, dagli Stati musulmani distrutti. Pertanto rimanderei ai tempi -di re Ruggiero la tripartizione in valli, o piuttosto la ristorazione -di tal ordinamento, che si potrebbe riferire, sì come ho già detto, ai -Musulmani.[767] - -E tanto meno verosimile sarebbe un ordinamento di province sotto il -primo Ruggiero, quanto risulta dalle croniche e da’ documenti ch’egli -non ebbe mai capitale propriamente detta. Povero venturiere, si fece -il primo nido in Mileto che sola possedea; levato a maggiori speranze -in Sicilia, ne usurpò un altro in Traina; ma divenuto principe e -potentato, alternò sempre tra Mileto e Traina quel che potrebbe -chiamarsi il soggiorno suo, poche settimane, cioè, ch’ei posava in -casa, correndo da impresa ad impresa, tra il Lilibeo e il Garigliano. -Ei volle essere sepolto in Mileto;[768] fece comporre le ossa del -figliuolo Giordano in Traina;[769] e quivi tenea il tesoro, quivi per -qualche tempo la famiglia, ritraendosi che una sua figliuola, andando -sposa in Ungheria, entrò in nave a Termini e quindi a Palermo, donde -fece vela per la Dalmazia.[770] - -La triplice origine degli abitatori della Sicilia portò seco tre -denominazioni di magistrati, che a nome del principe reggessero -le terre demaniali e del barone le feudali; rendessero ragione e -riscuotessero le entrate. E veramente occorrono in moltissime carte del -tempo i nomi di strateghi e vicecomiti; e due diplomi arabici del 1149 -e 1154 danno entrambi il doppio titolo di _’Amil_ e _Stratego_ di Giato -ad un Abu Taib, il quale, insieme con gli sceikh cristiani e musulmani -di Partinico, N»zh»r»d, Desisa e di Giato medesima, designava il sito e -i confini di un terreno conceduto dal demanio regio.[771] Similmente in -un atto notarile greco del 1156, appartenente a un comune dell’attuale -provincia di Palermo, è citato un kâid Hosein, stratego.[772] Parve -al Gregorio, se non certa, verosimil cosa che gli strateghi avessero -avuta autorità maggiore e giurisdizione territoriale più vasta che i -vicecomiti e che i primi fossero stati magistrati criminali, i secondi -civili e d’azienda.[773] Ma novelli documenti e que’ medesimi dati -alla luce infino al secol passato, dimostrano la competenza civile e -amministrativa degli strateghi.[774] Che se veggonsi ad un tempo nello -stesso luogo lo stratego e il vicecomite, come a Stilo di Calabria -e in Siracusa,[775] ciò non prova esclusivamente la differenza del -grado; ma il doppio uficio ben adattasi a terra abitata da due genti -diverse, sì come in Palermo sedeva il cadì e il magistrato cristiano, -e in Giato lo stesso uomo era _’âmil_ e stratego. Il fondamento -del diritto pubblico della Sicilia in quel tempo, cioè che ciascuna -gente fosse giudicata secondo sua legge, richiedea che a ciascuna si -desse il proprio magistrato; e la primitiva semplicità ed economia -dell’amministrazione portava che il giudice fosse incaricato di ogni -altra faccenda del principe o del barone. Lo stratego, governatore di -provincia nel IX secolo, era rimaso, com’io penso, supremo magistrato -politico quando, caduta la dominazione bizantina, ciascuna città -independente, tributaria o anche soggetta a’ Musulmani, si resse -più o meno largamente da se medesima: e ciò non solo in Sicilia, ma -avvenir dovea in varii luoghi della Calabria. Era dunque naturale -che il conte normanno lasciasse il medesimo titolo al governatore -ch’ei mandava nelle città greche e chiamasse vicecomite quello delle -nuove colonie, come solean dirlo in casa loro.[776] Per la medesima -ragione veggiamo l’_’âmil_ nelle terre musulmane; se non ch’egli era -privo di autorità giudiziaria, appartenendo questa ai _cadi_ e agli -_hâkim_.[777] Come portava lor civiltà superiore, ebbero i Musulmani, -oltre gli appositi magistrati, anco leggi, se non buone, almen certe e -coordinate da sottile giurisprudenza; mentre il codice dell’umanità, -la legge romana, facea capo qua e là nelle consuetudini delle città -cristiane, traendo seco qualche innovazione bizantina e lottando contro -le barbariche usanze dei Longobardi e de’ Franchi.[778] Per vizio -comune alle legislazioni europee, riserbossi il principe gli appelli -nelle cause civili, facendole decidere da ottimati delegati a volta -a volta. Ritenne egli inoltre i giudizii capitali nella più parte de’ -feudi.[779] - -Or toccheremo delle entrate pubbliche nei primi tempi normanni; -nella quale ricerca e’ convien adoprare con maggior cautela, e quasi -con diffidenza, i ricordi dell’ultima metà del XII secolo; sendo, i -fatti in materia di azienda, assai più mutabili che quelli discorsi -fin qui, verbigrazia le condizioni sociali o i municipii, e mancando -pertanto quella presunzione d’un’origine più antica, che sovente ci -ha confortati a riferire a’ principii della dinastia gli ordini che -si ritraeano in su la fine. Intraprendiamo ricerca di fatti ch’ebbero -grande conseguenza nella storia dell’Italia meridionale, perocchè il -conte Ruggiero negli ultimi venticinque anni dell’undecimo secolo, -salì a tanta potenza mercè l’oro, non meno che il ferro. Quella -ricchezza ond’ei fu rinomato in tutta Cristianità, non potea venir dal -solo bottino; non dal frutto de’ possessi demaniali, necessariamente -scarso tra le fazioni di guerra e lo sconvolgimento sociale. E pur -allora veggiamo il conte stipendiare grosse schiere di stanziali, -largire doti regie a tante figliuole, porgere sussidii ai papi e, -quel ch’era più grave, aiutar di danari il fratello nell’impresa di -Grecia; e poi innalzare per ogni luogo chiese e monasteri. Donde venian -cotesti tesori? E’ si direbbe che il conte avesse appresa l’alchimia -dagli Arabi, o scoperto dassè il gran segreto: quel medesimo con che -raddoppiossi d’un tratto il reddito della città di Palermo, come prima -ei vi messe le mani. - -La savia amministrazione, fondamento del gran segreto, sembra retaggio -de’ tempi musulmani, ben usato dal vincitore. Avendo sotto gli occhi -i ruderi, noi possiamo ricomporre in parte quell’antico edifizio. E -prima scorgiamo un censimento universale di beni demaniali e feudali, -chè gli uni e gli altri furono in origine la stessa cosa, possessi, -cioè, dello Stato, de’ quali altri si concedeano in feudo, altri -ricadeano al fisco e questo ne riconcedeva o ritenea. Provan cotesto -censimento le _platee_ de’ villani appartenenti a ciascun feudatario -dell’isola, promulgate in Mazara, come già notammo, il 1093, che è a -dir due anni dopo il compimento del conquisto;[780] poichè tanto valea -concedere i villani, quanto la terra assegnata a ciascun di loro, detta -_rab’_ ne’ documenti arabici, e _cultura_ ne’ latini.[781] Nè mancano, -nell’undecimo secolo, le vestigie di un’antecedente descrizione -de’ territorii; sapendosi essere stato il casale di Regalbuto -concesso il 1090 alla chiesa di Messina «con tutto il suo contado ed -appartenenze, secondo le antiche circoscrizioni de’ Saraceni.»[782] -Più precise notizie ci danno di cosiffatta descrizione le carte del -duodecimo secolo, dalle quali si scorge che quel censimento, s’ei non -raffigurava, come i nostri d’oggidì, una selva di righi e colonnini -terminati col reddito di ciascun podere in lire e centesimi, che son -pur cifre d’approssimazione e talvolta direbbonsi d’allontanamento, -racchiudea, sì, la descrizione sommaria de’ confini noti a tutti in -ciascun contado, la misura della superficie, il numero e i nomi de’ -villani, e, alla grossa, la qualità del suolo.[783] - -Le medesime carte ci fanno conoscere il titolo dell’ufizio che serbava -cotesto censimento; ed era, in arabico, _Diwân-el-Tahkîk-el-Ma’mûr_, -ossia «Ufizio di riscontro della tesoreria,» se non ci inganna -l’analogia con gli ordinamenti dell’azienda pubblica, posti in Egitto -da que’ medesimi califi Fatemiti che furon legislatori dell’azienda -in Sicilia:[784] il quale ufizio in latino barbaro fu detto _Dohana -de Secretis_[785] per la medesima ragione che altrove fece chiamare -segretarii gli scrittori del carteggio ufiziale. L’origine musulmana è -provata dalla denominazione dell’ufizio e da quella de suoi strumenti, -i _defetarii_, de’ quali fa menzione il Falcando, e se n’ha riscontro -ne’ documenti; ma si è molto disputato su quel ch’e’ contenessero -e donde venisse quella voce.[786] _Defêtir_ è plurale arabico di -_difter_, e questo, mera trascrizione di διφθέρα «pelle» e «codice di -cartapecora:»[787] un di que’ vocaboli che gli Arabi necessariamente -tolsero in prestito da’ Greci, sia in Levante o sia in Sicilia, e -andandosene dall’isola, ce li riconsegnarono storpiati a loro modo. I -defetarii erano dunque i libri, i registri, degli ufizii d’azienda. -Ancorchè non mi sia occorsa altra appellazione speciale che del -_difter-el-hodûd_, ossia «registro de’ confini,»[788] egli è verosimile -che ve ne fossero stati di varie maniere, come appunto soleano averli -i Musulmani, e che in una serie di que’ registri fossero pur notati -i diritti dello Stato su ciascuna classe di abitatori in ogni terra; -i quali diritti si riscuoteano dal Fisco quando la terra era ritenuta -in demanio e si trasferivano ai baroni quando la si concedea. Possiam -anco supporre con fondamento che non mancassero i catasti de’ beni -allodiali.[789] L’ordinamento de’ catasti risultante dalle carte del -XII secolo fu ristorato forse e perfezionato ai tempi di re Ruggiero; -ma questi di certo non imitollo dal “Doomsday book” di Guglielmo il -Conquistatore, come si è immaginato:[790] l’ebbe in retaggio dal primo -Conte, dal governo musulmano e fors’anco dal bizantino. - -Par che il Conte abbia rivendicati al demanio tutti i possessi e i -diritti usurpati da lunghissimo tempo; leggendosi nella concessione -feudale della città di Catania (1092), esser data quella al vescovo -«con tutte le sue appartenenze, possessioni ed entrate,.... sì come -la teneano i Saraceni quando i Normanni passarono la prima volta in -Sicilia»[791] e dati anco «i Saraceni che dimoravano in Catania a quel -tempo, e i figliuoli dei Saraceni di Catania stessa e di Aci, nati in -altre parti della Sicilia, dove i genitori si fossero rifuggiti per -timore de’ Normanni.» L’interpretazione più ovvia di coteste parole -farebbe risalire la rivendicazione a trent’anni innanzi (1061); se non -che mal si comprende qual principio di gius pubblico o quale utilità -avrebbe potuto suggerir termine così fatto al conquistatore. Avea -forse Ibn-Thimna prestato omaggio feudale a Ruggiero o a Roberto il -sessantuno? Ovvero si pattuì quel termine nella dedizione di Catania -ai Normanni? Il primo supposto parmi privo di fondamento; l’altro -gratuito affatto e credo più plausibile un terzo: cioè che la passata -alla quale si alludea, fosse quella della compagnia normanna che seguì -la bandiera di Maniace il milletrentotto. Allora, occupata da Cristiani -tutta la Sicilia orientale, moltissime famiglie emigrarono senza dubbio -nelle regioni occidentali. A capo di due anni, lacerata la Sicilia -dall’anarchia e surti i regoli, erano stati di certo occupati da questo -e da quello i beneficii militari, parte principalissima dell’entrata -pubblica e pomo della discordia nell’isola, come in tutt’altro Stato -musulmano. Gli è verosimile dunque che il vincitore, potendolo fare con -buon diritto, abbia messa la scure alla radice, in luogo di tollerare -le concessioni de’ regoli ch’egli avea combattuti e vinti ad uno ad -uno. Nè era da temere maggior odio per lo spogliamento degli ingiusti -occupanti dopo cinquant’anni che dopo trenta; e molto minore difficoltà -si sarebbe incontrata a scoprire i poderi notati nei registri dei diwân -kelbiti della capitale, che a rintracciare la condizione del patrimonio -militare al principio della guerra in ciascun centro di governo: -Palermo, Castrogiovanni, Girgenti, Siracusa e Catania. D’altronde la -rivendicazione si può con fondamento supporre estesa a tutta l’isola, -perocchè la non toccava al certo le proprietà, ne’ luoghi dove per -accordo o necessità rispettolle il vincitore. - -De’ possedimenti demaniali fruiva il Conte, come ciascun feudatario -de’ suoi proprii, riscotendo da’ villani ed altri coloni il tributo in -danari e grani, e il servigio d’opere manuali; e da’ borghesi delle -terre e città le gabelle, tasse o guadagni di vendita privativa: dei -quali pesi abbiam toccato nel trattar le condizioni del popolo e ci -siamo riferiti al Gregorio.[792] E conviene rimanerci alle generalità; -perchè le prove che dà il Gregorio non bastano in tutti i particolari. -Egli argomentò il sistema de’ primi tempi normanni dalle liste di -que’ che alla metà del XIII secolo si chiamavano diritti antichi, per -opposizione ai nuovi ordinati da Federigo imperatore; ma non possiamo -non supporre che grandissime innovazioni fossero seguite nella prima -metà del XII secolo. Si affidò inoltre il Gregorio alla descrizione -dei detti pesi per Andrea da Isernia, senza considerare che questo -dotto giureconsulto del XIII secolo avesse lavorato su le memorie del -Napoletano al par che della Sicilia. In fine ei fece assegnamento su -certi documenti del XIII secolo, ne’ quali si noveravano le entrate -pubbliche soggette a decima ecclesiastica; ma non s’accorse che il -clero per lo meno esagerava i proprii diritti.[793] Occorrono quindi -novelli studii su i documenti, stampati o no, per appurare ciascun capo -di entrata pubblica ne’ tempi di cui si ragiona. Ma tutto insieme si -vede il fatto che dovea nascere, l’innesto della ragione feudale su la -fiscalità musulmana: da una parte, nuovi diritti dominicali e angherie -feudali; dall’altra alcune maniere di testatico, e da entrambe, -gabelle di consumo e di produzione. Sappiamo, per testimonianze di -contemporanei, recata in Sicilia da’ Normanni la privativa de’ bagni, -de’ molini, de’ forni e delle canove.[794] I diritti di erbatico, -legnatico e simili, nacquero dalla nuova forma della proprietà; i -proventi giudiziali, dal potere politico attribuito a proprietarii -privati. Continuò la capitazione su i Giudei, trovato musulmano. -Scendeano da tempo più antico, modificate da’ Musulmani ed accresciute -al certo da’ Normanni, le gabelle alla entrata o uscita delle merci, le -tasse su i movimenti delle navi mercantesche, i diritti su le industrie -e i mestieri. Dalle denominazioni si può talvolta conghietturare -l’origine; per esempio, la _cabella bucherie_ sembra normanna tanto -certamente, quanto il diritto di rahaba e quello di _cangemia_ -musulmani.[795] Non è poi da dimenticare che coteste gravezze variavano -forse da terra a terra in quantità e in qualità e che, se in teoria le -appartenean tutte al principe, sì come i terreni non allodiali, pure -ei non ne fruiva se non che ne’ paesi del demanio, ma nelle città e -terre concedute le andavano a beneficio dei feudatarii. Il supposto -del Gregorio che, per lo meno, quelli che or diciam diritti doganali si -riscuotessero dal principe per ogni luogo[796] non mi pare avvalorato -da alcun fatto, nè consentaneo al diritto pubblico de’ tempi. - -Tributo generale bensì, la colletta, si poneva anco su i feudatarii -ne’ noti quattro casi feudali; della quale ancorchè non abbiam ricordi -al tempo del primo conte, la si dee supporre, quando e’ si ritrae -che Roberto Guiscardo levolla in Terraferma e in Palermo[797] e poi -i re normanni in tutta la Sicilia.[798] Generale anco il diritto di -marineria, col quale si manteneva il navilio; se non che, com’e pare, -i municipii vi contribuivano, più che i feudatarii, e ciò in compenso -del servigio militare.[799] Ed ancorchè non risulti da alcun documento -di quella età, credo fermamente sia da aggiugnere alle sopradette e -da tener principalissima entrata del conte Ruggiero, come la fu de’ -successori, la tratta de’ grani. Sappiam noi dagli annali musulmani le -spaventevoli carestie che patì l’Affrica propria in quella età,[800] -sendo permanente la causa principale: gli Arabi ladroni d’Egitto i -quali desolarono tutta la campagna e corserla in guisa da impedirvi per -tanti secoli ogni maniera di coltivazione.[801] Sappiamo dal raccontato -aneddoto del conte Ruggiero quanto assegnamento facesse il governo -di Sicilia in sul traffico de’ grani con l’Affrica; il qual fatto non -rimarrebbe men vero, se il racconto si riferisse alla prima metà del -XII secolo, anzichè alla seconda dell’XI.[802] E veramente la reciproca -pazienza degli Ziriti e della casa di Hauteville a mantenere la pace -negli ultimi diciotto anni della sanguinosa lotta che il cristianesimo -combatteva contro l’islamismo in Sicilia,[803] non si potrebbe credere, -quand’anco si supponesse in ambo le parti inalterabile saviezza e -freddo giudizio degli interessi politici; ma la parrà naturale e -necessaria, supponendo che il conte Ruggiero mandasse a vendere i grani -dell’azienda in Mehdia, in Tunis e nelle altre città della costiera, -sì come fece il figliuolo Ruggiero quindici o venti anni dopo la morte -di lui: e questo commercio di grani aprì la via alle imprese del re -sopra l’Affrica, e rese per due secoli i principi di Tunis tributarii a -que’ di Sicilia, come si dirà nel libro seguente. Con ciò la tratta de’ -grani comparisce fin dalla prima metà del XIII secolo ricchissimo capo -d’entrata del tesoro siciliano e se ne scorge vestigia al principio del -XII.[804] Tutte le ragioni conducono al supposto che il conte Ruggiero -l’abbia istituita o forse continuata in ciascuna città marittima della -Sicilia, come prima egli se ne insignorisse: ed è verosimile ch’ei -v’abbia fatto doppio guadagno; cioè levare grossa contribuzione in -denaro o in genere all’uscita de’ grani altrui, e intanto, aumentato -così il prezzo della merce, mandar a vendere in altri paesi i grani -ch’ei possedea, raccolti da’ canoni in derrata ne’ suoi proprii demanii -o ritratti dalla medesima tassa d’uscita. Ammessa questa sorgente, non -farà maraviglia l’inesauribile ricchezza del conquistatore. - -Dopo i tributi verrebbero i servigi, ch’erano sì gran parte de’ -pubblici pesi negli stati feudali; e possono dividersi in servigi di -pace e di guerra. Dei primi, cioè le giornate di lavoro ne’ campi, -i trasporti, l’opera manuale nelle edificazioni e simili fatiche, -abbiam già toccato; nè occorre altro aggiugnere, sendo simili coteste -obbligazioni nelle terre demaniali e nelle feudali.[805] Il servigio -militare di terra era prestato da’ baroni in Sicilia al par che in -ogni altro stato feudale, come si legge nel Gregorio.[806] Notiamo -tuttavia che i feudi ecclesiastici non andarono esenti per generalità -dal servigio militare, sì com’ei dice; ma alcuni ne furono eccettuati -e similmente alcune città. Inoltre i fatti narrati da noi provano come -il Conte chiamasse talvolta alla guerra i Musulmani di Sicilia;[807] -il quale esempio fu seguìto dai re suoi discendenti e dalla dinastia -sveva. Verosimile egli è che i Musulmani facesser oste capitanati -dai loro kâid,[808] nutriti a spese del principe durante l’impresa -e gratificati col bottino. È da ricordare infine che il Conte ebbe -schiere di stanziali stipendiati, e che i suoi successori ne tenner -anco di Cristiani e di Musulmani. - -Del navilio siciliano allo scorcio dell’undecimo secolo non avanza -alcuna memoria. Si potrebbe anzi supporre, se non distrutto, -decaduto di molto; ritraendosi che verso il millesessantotto la gente -dell’armata, per cagion delle guerre civili, riparò in Affrica,[809] -e che le forze navali operaron poco nella difesa di Palermo il -1071, ancorchè quello fosse stato sempre il gran porto militare de’ -Musulmani di Sicilia.[810] Ciò nondimeno, s’egli è vero che a metter -su un navilio di guerra si richiegga tempo e spesa e grandissima cura, -convien che il conte Ruggiero abbia adoperato a ristorare il navilio -siciliano i buoni elementi del pugliese e del calabrese già messi -alla prova negli assedii di Bari e di Palermo e usati da Roberto nella -guerra di Grecia; e ch’ei gli abbia felicemente innestati con que’ del -navilio musulmano. Perchè i Normanni di Sicilia rivaleggiaron in sul -mare con le repubbliche marittime nella prima metà del XII secolo; -e, fin dal 1113, l’Adelaide, vedova del Conte, andando in Ascalona -per rimaritarsi a Baldovino re di Gerusalemme, era scortata da nove -legni da guerra siciliani, due de’ quali portavano cinquecento uomini -ciascuno; e gli altri rifulgean d’oro, argento, porpora, e i guerrieri -di preziose vestimenta e ricche armadure, senza contare i tesori -profusi nella galea dell’Adelaide, nè una schiera di arcieri saraceni -splendidamente vestiti, ch’ella recava in dono allo sposo.[811] La -mole de’ legni e il lusso, provano che la Sicilia avea già di nuovo -un’armata possente. - -Della quale noi possiamo figurarci la costituzione, rannodando le -notizie che n’abbiamo ne’ tempi appresso, con quelle che si ritraggono -ne’ tempi innanzi, del navilio bizantino e de’ musulmani.[812] Or -del primo sappiam noi ch’era di due maniere, il regio cioè e il -provinciale, ch’è a dire fornito e armato a carico delle città di certe -province. Così leggiamo nella Tattica dell’imperatore Leone.[813] Il -tumulto di Rossano al quale noi accennammo, dimostra qual fastidio -recasse ai popoli così fatto armamento:[814] e n’abbiamo anco -riscontro da Ibn-Haukal, il noto viaggiatore del X secolo, il quale, -descrivendo i paesi marittimi dell’Asia minore e le varie maniere di -legni da guerra che vi armava l’impero bizantino, dice che la spesa -era levata su i villaggi vicini al mare «a tanto per fumajolo, ossia -tanto per casa.»[815] Ma come i Musulmani, venuti in sul Mediterraneo, -necessariamente messer su forze navali, e necessariamente usarono -gli ordini e gli uomini che le avevano mantenute appo i popoli -vinti,[816] così veggiamo nelle armate loro i legni mandati dalle -varie città. Un antico scrittore citato da Makrizi, ci narra che in -Egitto, al tempo dei califi fatemiti, la più parte del navilio era -fornita da’ governatori delle province e pagati gli stipendi dal “diwân -dell’armamento navale” insieme con quelli de legni regii; e che inoltre -ciascuna provincia avea la sua armatetta.[817] Sappiamo da Ibn-Khaldûn -che il navilio de’ califi omeiadi di Spagna, il quale arrivò talvolta -a dugento legni, era raccolto da tutti i porti del reame, ciascun de’ -quali forniva i suoi.[818] Ora in Sicilia ricomparisce una sembianza -di cotesto ordinamento, insieme con l’armata che soggiogò la costiera -d’Affrica e infestò le isole della Grecia (1123-54): la _marineria_ -dovuta dalle popolazioni lombarde;[819] i dugencinquanta marinai -che dovea fornire il Municipio di Caltagirone; i dugento novantasei -richiesti a quel di Nicosia, che giace tra i monti come quell’altra -città; i venti marinai dovuti dal vescovo di Patti.[820] Le galee -delle varie città si veggono combattere contro il navilio angioino -allo scorcio del decimoterzo secolo.[821] Quanta parte poi prendessero -durante il duodecimo i Musulmani nelle armate di Sicilia, si vedrà nel -libro seguente. - -E quivi sarà discorso di que’ fatti d’incivilimento che riferir si -potrebbero al tempo del primo conte, ancorch’e’ compariscano nei -regni de’ suoi successori. Breve e sanguinoso, il periodo che abbiamo -studiato in questo libro non lasciò campo alle arti della pace; non -permesse di ricordar quelle che, per necessità dell’umana natura e -della convivenza sociale, si esercitavano pure in mezzo alle stragi e -alla distruzione. Pertanto abbiamo raccolti nel libro precedente[822] -que’ bricioli di storia letteraria de’ Musulmani che riferir si -poteano al tempo della guerra. Della storia letteraria de’ Cristiani -di Sicilia altre reliquie non abbiamo che i codici, le immagini e le -minuterìe del Prete Scholaro.[823] Le chiese e i monasteri che Roberto -e Ruggiero edificarono, in luogo de’ sontuosi palagi distrutti, sono -state consumate dal tempo, come i loro diplomi in carta bombicina che -fu mestieri di rinnovare entro mezzo secolo; o, se qualche pietra -n’avanza, la non si riconosce tra le costruzioni eleganti di re -Ruggiero e de’ Guglielmi. Ma abbiam citati a lor luogo i ricordi che ne -fanno i cronisti o i documenti. - -Ci è occorso altresì di rammentare le opere di fortificazione, che -a’ vincitori premeano al men quanto gli edifizii ecclesiastici: la -cittadella e il castel di Roberto in Palermo,[824] i baluardi di -Ruggiero in Messina,[825] e quelli che si affrettò a costruire San -Gerlando con le pietre de’ tempii agrigentini.[826] Edrisi fa un cenno -della ristorazione di Marsala, mostrando non ignorare che la fosse -surta su le rovine di Lilibeo e attestandoci una seconda distruzione -seguìta nella guerra de’ Normanni o poco innanzi. «_Marsa Alì_, egli -scrive, antica, anzi primitiva città, delle più notabili della Sicilia, -era abbandonata, che ne rimaneano appena le vestigie, quando il conte -Ruggiero primo la ripopolò e cinsela di mura. Indi la s’è riempita di -case, mercati e magazzini.»[827] - -Oltre le fortificazioni, sono da attribuire a’ primi tempi normanni -alcune strade militari. Tale al certo fu quella ch’è chiamata «lo -Stradale[828] francese di Castronovo» in un diploma di Ruggiero, dato -del 1096, secondo il quale i confini assegnati dal Conte alla diocesi -di Messina risalgono lungo il Fiume Torto insino alla sorgente, e -indi ripiegano sul detto stradale e di là al Monte di San Pietro -e continuano verso Levante.[829] Par sia questa la medesima strada -che da Palermo, com’attesta un diploma del 1132, menava a Vicari, -Castronovo e Petralia;[830] continuava alla volta di Traina, dove -la versione d’un diploma greco del 1094 ricorda una “via regia;” e -forse, valicati i monti a Sant’Elia d’Ambola,[831] ripigliava essa -il corso lungo la costiera settentrionale, poichè il medesimo nome -di “via regia” ricomparisce il 1143 presso Patti,[832] e molto prima -presso Milazzo.[833] Il predicato di basilica, chè così dicea senza -dubbio il testo, dato a cotesta strada nel diploma del 1094, la fa -supporre bizantina: e sarebbe per avventura quella che tennero i -Normanni addentrandosi nel cuor dell’isola e ch’essi prolungarono -o racconciarono dopo Petralia o Castronovo, per farsene linea -d’operazione sopra Palermo. Si potrebbe riferire anco ai tempi del -primo conte l’altra via detta precisamente militare, in un diploma -della Chiesa di Monreale del 1182, la quale par sia corsa ne’ dintorni -della Ficuzza, tra Palermo e Corleone;[834] ma non si ritrae se -mettesse capo nella via di Castronovo, che ne sarebbe stata discosta in -linea retta una ventina di miglia a scirocco. Può solo argomentarsi che -la qualità, o almeno l’origine di questa via militare, differisse da -quella delle grandi vie del commercio interno, che menavano da Palermo -a Mazara, da Palermo a Sciacca, ed altre nominate vie pubbliche o -stradali nel medesimo diploma della Chiesa di Monreale,[835] le quali -erano forse aperte molto tempo innanzi la guerra normanna. - -Diciamo in ultimo della sola manifattura che ci possiamo aspettare -dal novello principato, dopo le chiese e le opere militari. Si -rinvengono in tutti i musei d’Europa tante monete battute dai re -normanni di Sicilia ed anco dagli svevi, con leggende arabiche e -formole musulmane, che si è supposto con fondamento essere incominciato -così fatto conio ne’ primi anni della dominazione. Il Tychsen, che -dissodò la numismatica orientale e inciampò sovente in quel novello -terreno, pubblicò, sul disegno mandatogli di Sicilia, una moneta d’oro -attribuita da lui a Roberto Guiscardo, da altri all’abate Vella; nella -quale, se i caratteri non son mutati del tutto dopo tre o quattro -copie del disegno, leggesi in sul diritto il nome di re Tancredi, e -però torna alla coda anzichè alla testa della serie normanna.[836] -L’Adler poi die’ fuori alcuni quartigli, o diciamo _roba’i_, o tarì -d’oro, nei quali è chiarissimo il nome di Ruggiero e in alcuni il -titolo di re; ma in altri parve all’Adler di veder la voce _emîr_, -talchè potea cadere dubbio se al padre appartenessero ovvero al -figliuolo, com’egli suppone dal tipo.[837] Seguillo il Castiglioni, -aggiugnendo alla lezione di _emir_ quella di _Sicilia_[838] e tiraronsi -dietro, riluttante, il Marsden.[839] Altra via batteva il principe di -San Giorgio Spinelli quando, avute alle mani in Napoli ricchissime -collezioni, compilò un’opera di gran mole, corredata di tavole e in -molte parti degna di lode. Quel gentiluomo napoletano, molto erudito ma -conoscitor mediocrissimo dell’arabico, riferì al gran Conte diciassette -tarì d’oro che pesano un grammo o poco meno ed hanno da una faccia il -simbolo musulmano, dall’altra il nome di Ruggiero, preceduto, come -crede l’autore, dal titolo or di conte or di duca, e su i margini -qualche residuo di leggenda, dove lo Spinelli rintracciava date di -tempo e di luogo.[840] Coteste monete ha accettate il Mortillaro, -con alcune correzioni che non risguardano il nome del principe.[841] -Mi rincresce che il lavoro tutto dello Spinelli non dia guarentigia -di quella erudizione e di quella sicurezza d’occhio in fatto di -numismatica musulmana, che ci potrebbero indurre a prestar fede alla -lezione di codeste diciassette monete; duolmi altresì non poter fare -assegnamento su le figure incise, le quali, sia difetto delle monete -fruste o sia del disegno, bastano talvolta a conoscere erronea la -lezione dello Spinelli, ma non aiutano punto a rifarla. Si aggiunga -che, a giudicar dalle tavole, il titolo di _duca_ letto dallo Spinelli -in una moneta[842] somiglia perfettamente al vocabolo che in altra egli -trascrive _conte_; e che, ammettendo il primo, si tornerebbe a Ruggiero -duca di Puglia che fu signore pria di tutta la città di Palermo e poi -della metà. Or a noi non piace andar così a tentoni. Aspetteremo che -le collezioni le quali servirono allo Spinelli, cioè la sua propria e -quelle di Fusco, Tafuri, Santangelo e Capialbi siano riviste da occhi -più esperti; sì che le monete del XII secolo si scemano da quelle che -per avventura avesse battute il primo conte. E in questo mezzo rimarrà -in sospeso la piccola lite, se i roba’i siciliani fossero stati coniati -senza interruzione da’ tempi dei califi fatemiti[843] a quelli di -re Ruggiero e dei successori; e intanto rimarranno al primo conte di -Sicilia le sole monete di rame con effigie e lettere latine, che a lui -sogliono attribuirsi.[844] - - - - -SOMMARIO DELLE MATERIE CONTENUTE NEL TERZO VOLUME. - - -LIBRO QUINTO. - - Capitolo I. - - an. - 970-1011. Cagioni esteriori della caduta della - dominazione musulmana in Sicilia. Movimento - nazionale nella Terraferma italiana. Imprese - navali dei Pisani contro i - Musulmani Pag. 1 - 1015. Mogêhid usurpatore di Denia 4 - » La Sardegna infestata precedentemente 5 - » Mogêhid a Luni e in Sardegna 7 - 1016. È sconfitto e ricacciato in Spagna 9 - » Contese de’ Pisani co’ Genovesi 10 - 1016-1114. Altre fazioni contro i Musulmani 13 - » I Normanni 14 - » Loro tradizioni 20 - 1078-1086. Croniche de’ Normanni d’Italia. Amato 21 - » Guglielmo di Puglia 22 - » Malaterra 23 - » Leone d’Ostia e Lupo 24 - » I Normanni a Salerno 25 - 1017-1021. Melo 26 - » Compagnia Normanna 29 - 1040-1041. Argiro e Ardoino 30 - » Battaglia dell’Olivento ed altre vicende 33 - 1043. Nuovo ordinamento della Compagnia 37 - » La casa di Hauteville 38 - 1051. Rivolta contro i Normanni 40 - 1055-1058. Roberto Guiscardo 42 - 1059. Ruggiero. Espugnazione di Reggio 49 - » Condizioni della Compagnia Normanna 52 - - Capitolo II. - - 1060. Disposizioni de’ Cristiani messinesi 55 - » Supposta congiura 56 - » Correria sopra Messina 61 - » Ibn-Thimna 62 - 1061. Nuova fazione 63 - » Presa Messina 66 - » Rametta 70 - » Tripi, Frazzanò, Maniace, Centorbi 71 - » Paternò, Emmelesio, Sanfelice; battaglia di - Castrogiovanni 72 - » Scorreria a Girgenti. Tregua con Palermo 75 - » Ritirata 76 - » Castel di San Marco. Dominazioni diverse nelle - province 78 - - Capitolo III. - - » Rivolgimento in Palermo 79 - » Condizioni degli Ziriti 80 - » Aiuti di Mo’ezz 81 - » Scorreria di Ruggiero sopra Girgenti 82 - » Patti co’ Trainesi 83 - 1062. Ruggiero sposa Giuditta di Evreux 84 - » Correrie in Sicilia. Morte d’Ibn-Thimna 85 - » Brighe di Ruggiero con Roberto 87 - » Rivolta di Traina 89 - » Vittoria di Ruggiero 91 - 1063. Nuova spedizione affricana 92 - » Scorrerie di Ruggiero 94 - » Battaglia di Cerami 96 - » Fazione de’ Pisani in Palermo 101 - » Fazioni de’ Normanni a Collesano, Brucato, Cefalù. - Combattimento presso Girgenti 105 - - Capitolo IV. - - 1064. Vano assedio di Palermo 106 - » Bugamo presa: scontro presso Girgenti 107 - 1064-1068. Aiûb ed Ali, figliuoli di Temim, occupano la - Sicilia occidentale 108 - » Guerra civile; partenza degli Affricani ed - emigrazione 110 - 1066. Ruggiero a Petralia 111 - 1068. Battaglia di Misilmeri 113 - 1068-1071. Assedio di Bari 114 - » Armamento contro Palermo 115 - » Presa Catania 116 - » Assedio di Palermo 118 - » Assalti 124 - 1072. Resa della città 130 - » E di Mazara 133 - - Capitolo V. - - » Distribuzione de’ conquisti ivi - » Morte di Serlone 134 - » Roberto ordina il governo in Palermo 136 - 1072-1085. Ritorna in Terraferma. Suoi doni alla Badia di - Montecassino 139 - » Contrasta co’ suoi baroni 141 - 1072-1085. E co’ principi di Salerno e Capua 142 - » Roberto e Gregorio VII 143 - » Imprese di Grecia e di Roma 144 - » Morte di Roberto 146 - - Capitolo VI. - - 1072. Condizioni de’ Normanni in Sicilia 147 - » E dei Musulmani 148 - » Benavert 149 - 1073-1075. Progressi lenti di Ruggiero 150 - » Vittoria di Benavert 151 - 1076. Ruggiero dà il guasto al Val di Noto 153 - 1077. Prende Trapani ed altri paesi 154 - 1078. E Taormina 156 - 1079. Rivolta di Cinisi e Giato 159 - 1081. Ruggiero padrone di Messina 161 - » Catania presa da Benavert e racquistata 162 - 1082. Rivolta di Giordano 163 - 1085. Scorreria di Benavert in Calabria 164 - 1086. Ruggiero prende Siracusa 165 - 1087. Impresa navale degli Italiani sopra Mehdia 168 - » Ruggiero occupa Girgenti e la provincia 172 - » Ibn Hammûd gli dà Castrogiovanni 173 - 1089-1091. Prese Butera e Noto. Urbano II a Traina 176 - » Conquisto di Malta 177 - - Capitolo VII. - - 1093. Morte di Giordano e rivolta di - Pantalica 180 - 1085-1093. Cresciuta potenza del conte Ruggiero 181 - » Aiuta il nuovo duca di Puglia, il quale gli - concede metà di Palermo 182 - 1091-1094. Imprese di Cosenza e Castrovillari 184 - 1096. Assedio di Amalfi. La prima Crociata 185 - 1098. Ruggiero assedia Capua co’ Musulmani 186 - » E impedisce la loro conversione 187 - » Aneddoto attribuitogli da Ibn-el-Athîr 188 - » Scuola di monaci statisti 190 - » Relazioni del conte con Urbano II 191 - » Privilegio dell’Apostolica legazione 193 - 1101. Morte del conte 194 - » Famiglia della contessa Adelaide 196 - » La Marca aleramica 198 - » Bonifazio del Vasto 199 - - Capitolo VIII. - - » Condizioni dell’isola dopo il conquisto 200 - » Diplomatica siciliana dell’XI e XII secolo. - Falsa pergamena arabica dell’archivio di - Napoli 201 - 1101. Diplomi arabici e greci 202 - » Diplomi latini 204 - » Varie schiatte. Antichi abitatori 206 - » Distribuzione geografica delle nuove schiatte 207 - » Ebrei 209 - » Tribù arabe e berbere 210 - » Normanni e altri Francesi 213 - » Colonie della Terraferma italiana 218 - » Lombardi 222 - » Baroni aleramidi 225 - » Dialetto de’ Lombardi di Sicilia 227 - » Caltagirone 228 - » Origini di altre città 231 - » Della famiglia Bonello 232 - - Capitolo IX. - - » Condizioni de’ vinti. Schiavi 233 - » Villani 237 - » Sinonimo di Rustici 238 - » Due maniere di villani 242 - » Domini di Maks 243 - » Platee 245 - » Doveri e diritti de’ villani 246 - » Borghesi 250 - » Non soggetti alla _gezia_ 253 - » Borghesi delle antiche schiatte 256 - » Prete Scholaro 257 - » I Greci non hanno titoli di nobiltà 259 - » Musulmani. _Kaid_, titolo di nobiltà, - d’Ufficio o meramente onorifico 260 - » Origine di tutte queste condizioni 267 - - Capitolo X. - - » Se il conte di Sicilia sia stato vassallo del - duca di Puglia 271 - » Costituzione politica 274 - » Ruggiero prende il titolo di Gran Conte e poi - di Console 277 - » Istituzioni municipali messe in forse dal - Gregorio 278 - » Memorie delle municipalità cristiane nella - guerra normanna 280 - » E sotto il principato. Arconti 281 - » Anziani 284 - » Buoni Uomini 286 - » Maestri de’ Borghesi 289 - » Municipalità diverse nella stessa città. - Anche de’ Giudei. _Gema’_ 291 - » Forma generale de’ comuni siciliani 292 - » Franchige 296 - » Municipii di Palermo e di Messina 297 - » Ricerche da farsi. Feudalità 299 - » Feudi ecclesiastici 301 - » Autorità di Ruggiero nella gerarchia 302 - » Legazia apostolica 306 - » Rifatte le diocesi dal principe ivi - » Circoscrizione territoriale politica. - _Iklîm_ 309 - » Ufiziali del principe. _’Amil_, Stratego - e Vicecomite 315 - » Magistrati giudiziali 318 - » Entrate pubbliche 319 - » Platee 320 - » _Diwâni_ 322 - » _Defetarii_ 324 - » Rivendicazione de’ beni demaniali 326 - » Dazii e gabelle 327 - » Colletta; diritto di marineria; tratta de’ grani 331 - » Servigio militare e navale 333 - » Costituzione dell’armata 335 - » Avanzi d’incivilimento. Chiese e fortezze 338 - » Strade militari 339 - » Monete del conte Ruggiero 342 - - - - -Correzioni ed Aggiunte. - - - Pag. lin. - - 12 3 n. 5. della stessa dello stesso volume - opera - 25 » n. 1. volume volume. Contuttociò si vegga - il De Meo, nell'_Apparato - cronologico agli Annali del - regno di Napoli_, Napoli, - 1785, pag. 385, segg. ed una - nota posta ne' _Regii - Neapolitani archivii - Monumenta_, vol. IV, pag. - VI, nella quale è citato un - diploma del 1008. - - 36 7 n. 2. potessero potessero. Si riscontri presso - Trinchera, _Syllabus graecorum - membranarum_, etc., Napoli, - 1865, pag. 53, un diploma del - 1054, nel quale Argiro - s'intitola: _Magister Vestis - et dux Italiae, Calabriae, - Siciliae, Paphlagoniae_, - etc. - - 48 27 n. al principio alla fine - - 56 11 e del del milledugentottantadue e del - milledugentottantadue milleottocensessanta. - - 63 4 n. 5. aprile. Malaterra aprile. Edrîsi, nella - descrizione della Sicilia, - _Bibl. arabo-sicula_, - testo pag. 26, fa cominciare - il conquisto nel 463 - dell'egira, cioè dal 26 gennaio - 1061 al 15 gennaio 1062. - Malaterra - - 75 5 discosta discosto - - 102 8 n. 2. dell'autore del traduttore - - » 10 » 1603 1063 - - 133 2 tributo. tributo annuale. - - 136 25 s'addimandò fino s'addimanda ancora - al 1860 - - 169 1 n. 1. vol. II, p. 139, vol. II, pag. 139, 355, segg. - 367 e 547 - - » 2 » vol. III, p. 80, vol. III, pag. 80, 81, 158. - 81 - - 173 9-10 n. figliuolo o nipote o bisnipote - nipote - - 181 4 » 612. 618. - - 206 8 Pacione. Dond'e' Pacione, Mohammed-Ibn-Coco. - Dond'e' - - 219 3 Lentini e i nomi Lentini e Ragusa, e i nomi - - » 2 n. 3. secolo. secolo. Per Ragusa si vegga - Amico, _Dizionario - topografico_, sotto quel - nome. - - 220 12 n. Firenze. Firenze alle radici di Monte - Morello ed un'altra presso - Bagno a Ripoli. V'ha anco un - _Paterno_ in provincia - di Roma, presso Albano - - 305 5 1093, alle quali 1093 e Malta nello stesso - tempo, com'e' pare, alle quali - - - - -NOTE: - - -[1] Si vegga il Libro IV, cap. VI, pag. 311, del vol. II. - -[2] _Chronicon Pisanum_, presso Muratori, _Rerum Italicarum -Scriptores_, tomo VI, p. 101, e _Breviarium pisanæ historiæ_ a p. 167; -e Marangone, nell’_Archivio Storico Italiano_, tomo VI, parte II, pag. -4, tutti nell’anno pisano 1005. Il _Breviarium_, compilato alla fine -del XIII secolo, aggiugne che i Saraceni avevano minacciato Roma, fatto -poco probabile, finto com’io credo per vantare i meriti dei Pisani appo -la corte papale e rincalzare la supposta concessione della Sardegna. -I compilatori pisani più moderni mano mano confusero la narrazione, -ponendo questo assalto lo stesso anno della battaglia di Reggio, e -proprio nell’assenza dell’armata; poi la scena si ravvivò con Mogêhid -(Musetto), con la Chinzica eroina, con le esortazioni del Papa, le -arringhe dei consoli pisani, i quali furono supposti con date, nomi e -cognomi ec. Si veggano cotesti romanzi nel Sardo, _Cronaca Pisana_; -e nel Roncioni, _Storie Pisane_, nell’_Archivio Storico Italiano_, -tomo VI, parte II, pag. 76, e parte I, pag. 49, 51, e si riscontri il -Muratori, _Annali d’Italia_, 1005, il quale con sana critica rigetta -tutti quegli episodii. Quanto all’origine arabica del nome _Chinzica_, -supposta dal Muratori, mi accordo col Wenrich che la mette in forse. -_Rerum ab Arabibus_ ec., lib. I, cap. XIII, § 115. In ogni modo quella -voce non ha che fare coll’avvenimento del 1004, poichè le carte pisane -innanzi il mille fanno menzione d’un quartiere di tal nome. Si vegga -l’avvertenza dei dotti editori del Roncioni, op. cit., pag. 63, nota 1. - -[3] Quel che si sa della battaglia di Reggio è stato riferito da -noi nel Libro IV, cap. VII, pag. 341, del vol. II. La supposizione -della pia gesta dei Pisani è nata in questo modo. I Benedettini -della congregazione di Saint Maur pubblicarono tra le epistole di -Gerberto (_Recueil des Historiens des Gaules_, tomo X, pag. 426, nº. -CVII) una del 999, indirizzata non si sa a chi e molto oscura, nella -quale il Papa, lamentando Gerusalemme profanata dai Pagani, esorta lo -sconosciuto cristiano: «Enitere ergo, miles Christi, esto signifer et -compugnator, et quod armis nequis, consilii et opum auxilio subveni;» -nelle quali parole in vero si trova l’idea immatura d’una crociata e la -domanda di oblazioni per la santa impresa. I dotti editori aggiungono -in nota che i Pisani subito si messero in mare e andarono a combattere. -Si cita per questo, Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, III, -400, ma in fondo non si trova altra fonte che un moderno panegirico -municipale dei più avventati, voglio dir le lunghissime note di -Costantino Gaietani alle vite dei papi di Pandolfo Pisano, pubblicate -a Roma il 1638, e ristampate dal Muratori nel detto volume. Torniamo -dunque al Tronci e peggio, e si spezza il legame tra l’epistola di -Gerberto del 999 e la battaglia di Reggio del 1005, si dilegua la -crociata, e resta ai Pisani la industria, la civil prudenza, e la virtù -di guerra navale. - -[4] _Chronicon Pisanum_; e Marangone, II. cc., anno 1012. - -[5] Ne’ Mss. d’Ibn-el-Athîr si legge erroneamente Abu-Hosein, per uno -scambio di lettere e punti diacritici molto facile ad avvenire nelle -copie. Abu-l-Geisc (Padre dell’esercito) significa il soldato per -antonomasia. - -[6] Rumi. Così il chiama Marrekosci, _The history of the Almohades_, -testo arabico, pag. 52. Può significare schiavo greco o italiano, e, in -Spagna, uom delle schiatte sottomesse dai Musulmani. - -[7] Almansor si chiamava Ibn-abi-Amir. - -[8] Dhobbi, Ms. della Soc. Asiat. di Parigi e Ibn-Bassâm, Ms. della -Bibl. di Gotha, entrambi all’articolo _Mogêhid_. Debbo questi estratti -alla cortesia, l’uno del Prof. Dozy di Leyda, e l’altro del Dottor -Weil di Heidelberg. Ibn-el-Athîr dice che Mogêhid e il figliuolo Alì, -suo successore, furono entrambi «uomini di dottrina, amicissimi e -benefici verso i dotti, cui ricercavano nei paesi vicini e lontani.» -Marrekosci fa le stesse lodi del solo figlio. La voce ch’essi usano -(_’ilm_) è in generale, scienza, ma più specialmente il diritto con -sue vaste ramificazioni. Dell’articolo di Dhobbi ho data una versione -italiana nella _Nuova Antologia_ di Firenze, maggio 1866, vol. II, p. -61. Si vegga anco Ibn-Khaldûn, _Prolegomeni_, testo arabico, Parte II, -nelle _Notices et Extraits_, tomo XVIII, p. 389, e Makkari, _Analectes -de l’histoire de l’Espagne_, testo arabico stampato a Leyda, Vol. I, -p. 280, 523, 524 e vol. II, 117, 129, 415, 433, 511, 526, dove sono -narrati alcuni aneddoti, della generosità di Mogêhid verso illustri -filologi. - -[9] Ibn-el-Athir, ediz. Tornberg, tomo IX, p. 205, anno 407, nel cenno -su i piccioli Stati che nacquero in Spagna. Ho data la traduzione -italiana nella _Nuova Antologia_ di Firenze, vol. II, p. 60, -maggio 1866. Uno squarcio del testo si legge nella mia _Biblioteca -Arabo-Sicula_, pag. 271. Questo Capitolo con poche varianti è -trascritto da Nowairi, Ms. di Parigi, A. F., 647, fog. 108 recto; il -quale chiama Mo’aiti Abu-Mohammed-Abd-Allah. Quanto ai principii della -signoria di Mogêhid a Denia, seguo piuttosto il racconto verosimile -dell’annalista musulmano, che quello del Conde, _Dominacion de los -Arabes en España_, cap. CIX, il quale del nome proprio Mogêhid, fece -un titolo _Mogêhid-ed-din_ “Guerrier della Fede:” ma ciò non si adatta -alle usanze di Spagna in quel tempo. Marrekosci, loc. cit., dà appena -il nome e pochissimi cenni di Mogêhid. Egli attribuisce al costui -figlio Alì, successore suo nel principato di Denia e Majorca, il titolo -di _Mowaffek_ “Favorito (da Dio)” che Ibn-el-Athîr, Dhobbi, Nowairi e -Conde danno a Mogêhid stesso, e ch’egli forse prese quando restò solo -signore, dopo la morte di Mo’aiti. - -[10] Si vegga il Libro I, cap. VII, e X, nel vol. I, pag. 170, 175, 227 -e il Libro III, cap. VIII, vol. II, pag. 180. Le scorrerie dell’816, -e 817, si ritraggono da Ibn-el-Athîr nella _Bibl. Arabo-Sicula_, pag. -221, 228, del testo. Entrambe mossero d’Affrica. Nella prima non pochi -Musulmani, dopo aver fatto preda, si perdettero per fortuna di mare. -Quegli andati alla seconda impresa «or vinsero, or furono vinti, e se -ne tornarono.» - -[11] Così leggiamo in Edrisi, autore del XII secolo, nella _Biblioteca -Arabo-Sicula_, testo, pag. 20 e 21, e presso Di Gregorio, _Rerum -Arabic_., p. 112. Il passo relativo ai Sardi, ch’è mutilato nella -_Geographia Nubiensis_, seguita dal Di Gregorio, corre così: «Gli -abitatori della Sardegna sono di origine Rûm-Afarika, berberizzati, -nemici di ogni altro ramo della schiatta dei Rûm: uomini prodi e di -saldo proponimento che non lascian mai l’armi.» L’appellazione Rûm, -nota ai nostri lettori, qui significa evidentemente gente italiana. -Gli Afarika erano le popolazioni cristiane dell’Affrica, di schiatta -fenicia, come accennammo nel Libro I, cap. V, tomo I, pag. 105. -Berberizzati non può qui significar altro che misti coi Berberi; e -ci ricorda i notissimi _Barbaricini_ dei tempi di San Gregorio in -Sardegna. - -[12] Ibn-el-Athîr sotto l’anno 92 (710-11) raccoglie la storia di -tutte le scorrerie dei Musulmani in Sardegna, in unico capitolo, -del quale io ho pubblicato il testo nella _Biblioteca Arabo-Sicula_. -Quivi si legge a pag. 217 «L’anno 135 (752-3) osteggiò quest’isola -Abd-er-Rahmân-ibn-Habib-ibn-abi-’Obeida-el-Fihri, il quale vi fe’ -grande strage. Ma poi fermò pace con gli abitatori, a patto che -pagassero la gezia; la quale fu riscossa e durò. Nè altri dopo -Abd-er-Rahmân molestò quest’isola; talchè i Rûm ristorarono le cose di -quella.» Accennato poi alla scorreria del 935 e in ultimo all’impresa -di Mogêhid del 1016, avverte in fine: «nè fu mai più combattuta -la Sardegna (dai Musulmani) dopo questo tempo.» In questo capitolo -Ibn-el-Athîr dimentica le fazioni dell’816 e 817 ch’ei narra altrove -come si è accennato. La menzione che si fa dei Giudici di Sardegna -nell’865 (veggasi Muratori, _Dissertat. Antiq. Ital. medii ævi_, II, -p. 1077, Diss. XXXII) si attaglia, come dicemmo, alla testimonianza -d’Ibn-el-Athîr. Si vegga anco Manno, _Storia di Sardegna_, lib. VII, -pag. 333 e seg. dell’ediz. di Capolago, 1840, vol. I, e Wenrich, _Rerum -ab Arabibus_ etc., lib. I, cap. XIII, § 112, 113. Questi due diligenti -compilatori avrebbero smesso ogni dubbio, leggendo il citato capitolo -d’Ibn-el-Athîr. - -[13] _Breviarum_, ec., presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, -tomo VI, pag. 167, anno pisano 1002. Marangone nè l’altra cronica non -ne fanno menzione, e la data mal si accorda con quella, sì precisa, -degli autori arabi. - -[14] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr nei citati due capitoli del 92, e del -407, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pag. 218, e 271; Ibn-Khaldûn, -_Prolegomeni_, testo, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pag. 461, e -nelle _Notices et Extraits des MSS_., tomo XVII, parte I, pag. 36; -Makkari, _Mohammedan Dynasties in Spain_, versione inglese del prof. -Gayangos, tomo II, pag. 258; Conde, l. c. - -[15] Si riscontrino: Ditmar, _Chronicon_, lib. VII, cap. 31, presso -Pertz; Scriptores, tomo III, pag. 830; Marangone, nell’_Archivio -Storico Italiano_, tomo VI, parte II, pag. 4; _Chronicon Pisanum_ e -_Breviarium_ presso Muratori, R. I. S., tomo VI, pag. 107, 167, sotto -l’anno pisano 1016; e il poema di Lorenzo Vernese, presso Muratori, -stesso volume, pag. 124, dove si accenna che Mugeto l’anno innanzi -la sconfitta finale (cioè 1016, del conto comune) s’era dato alla -fuga vedendo venire l’armata pisana. Le croniche pisane laconicamente -portano che i Pisani e Genovesi, fatta guerra in Sardegna con Mugeto, -il vinsero. Ditmar vescovo di Mersebourg, morto il 1018, scrisse in fin -della sua cronica in luogo che risponde al 1016, come i Saraceni venuti -con l’armata in Longobardia occupavano «Lunam civitatem;» cacciatone il -vescovo s’impadronivano delle case e mogli de’ terrazzani; come papa -Benedetto chiamava alle armi i rettori e difensori della Chiesa; come -il grande navilio ch’egli adunò stringeva i Saraceni nel porto. Il re -allor fugge in barchetta; i suoi assaliti da’ Cristiani, per tre dì -hanno l’avvantaggio; poi sono rotti e passati a fil di spade; presa -la regina e troncatole il capo, il papa vuol per sè la di lei corona -d’oro gemmato, e manda all’imperatore mille libbre d’oro per parte del -bottino. Ma il re saraceno facea dono al papa d’un sacco di castagne -minacciando di tornare con altrettanti uomini; Benedetto gli rimandava -il sacco pieno di miglio aggiungendo: tanti uomini e più troverai -vestiti di corazze per accoglierti. E il cronista, come scandalezzato -di così fatta risposta, conchiude: Iddio giudica gli uomini; e noi -preghiamolo che allontani tal flagello da quel paese, e gli accordi la -pace. - -Or ognun vede che si tratti d’unico fatto, di cui Ditmar scrisse -le novelle che correano in Germania, cioè l’insulto degli Infedeli -sopra una città imperiale, e la vendetta che n’avean presa i sudditi -dell’imperatore; e i cronisti pisani notarono quel che loro premea, -cioè la vittoria del navilio italiano. E però il primo ristringe -il fatto a Luni; i secondi lo pongono in Sardegna; ai quali dobbiam -credere come meglio informati, ancorchè non contemporanei. Tanto più -che Ditmar, con quella fuga del re, prigionia della moglie, e data -del 1016, ci mostra aver confuso le fazioni di questo e del 1015, -come or or si vedrà nei racconto della fuga secondo gli autori arabi. -Da un’altra mano non si può supporre che Ditmar abbia sbagliato il -nome della città e provincia assalita. Dunque i Musulmani al tempo -dell’impresa di Sardegna fecero una scorreria a Luni, prima o dopo -la vittoria sopra Malôt, credo piuttosto prima che dopo; i Pisani e -Genovesi gli diedero una rotta navale nello stesso anno 1015 e un’altra -nella state del 1016. - -[16] Marangone e le altre Croniche Pisane, dicono «homines Sardos vivos -in cruce murare.» Lo spiega Lorenzo Vernese, narrando che Mogêhid, nel -fabbricare una sua fortezza, adoperava i Sardi da manovali, e poi li -facea seppellir vivi dentro le mura. - -[17] Marangone e _Croniche Pisane_. Dhobbi nella biografia citata -di sopra dice che Mogêhid “occupò la maggior parte della Sardegna ed -espugnò le fortezze.” - -[18] Dhobbi, Conde. - -[19] Conde e le _Croniche Pisane_. - -[20] La data si ritrae da Ibn-el-Athîr, che nota Mogêhid _scacciato_ -dalla Sardegna in su la fine del quattrocentosei (8 giugno 1016). -Lo stesso autore in altro luogo lo dice _combattuto e sconfitto_. Le -croniche Pisane accennan solo alla fuga, ma Lorenzo Vernese afferma: -«Rex fugisse (_fugæ sese_?) datur, multis jam marte peremptis; Barbarus -abscessit, capto cum coniuge nato» - -[21] Dhobbi, loc. cit. e Conde, il quale lo copia inesattamente. - -[22] Ibn-el-Athîr. - -[23] Lorenzo Vernese, il quale aggiunge un lungo racconto sul riscatto -del figliuolo. - -[24] Si riscontrino i due citati capitoli d’Ibn-el-Athîr, anni 92 e -407, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pag. 218 e 271; Dhobbi, l. c. -il quale narra alcuni particolari della sconfitta con le parole di un -testimonio oculare; Nowairi, _Storia di Spagna_, l. c.; Ibn-Khaldûn, -loc. cit., il quale dice che i Cristiani «ripigliarono _immantinenti_ -la Sardegna;» Conde, _Dominacion_ ec., parte II, cap. 110; Marangone -nell’_Archivio Storico_, vol. cit., p. 4; e il _Chronicon Pisanum_, e -il _Breviarium_ ec. presso Muratori, _Rerum Ital_., tomo VI, pag. 107 e -167, sotto l’anno pisano 1017. Lorenzo Vernese, autore del XII secolo, -nel poema su la impresa di Majorca del 1114, presso Muratori, _Rer. -Ital_. S. VI, 124, racconta in versi la guerra di Sardegna come l’avea -intesa da’ vecchi della sua città, e s’accorda bene con gli annalisti -arabi. «Mugelus rex Baleæ et Dianæ» (Denia e le Baleari; gli altri -Pisani, anche Marangone, lo suppongono Africano) occupa la Sardegna. -Vengono i Pisani con l’armata ed egli fugge (probabilmente nelle parti -occidentali dell’isola). Torna l’anno appresso nel regno Calaritano con -suoi Mori e fabbrica una fortezza. Incrudelisce nei Cristiani. Assalito -dalle armi di Pisa, fugge di nuovo lasciando prigioni il figlio e la -moglie; e i principi dell’isola rimangon sudditi dei Pisani. - -[25] Marangone,_ Chronicon Pisanum_, e _Breviarium_ ec., ll. cc. - -[26] A tal concetto mi portano i pochi fatti che abbiamo della _Storia -di Sardegna_ nell’XI e XII secolo, i quali si leggono nel Manno, op. -cit., lib. VII. Lorenzo Vernese nel luogo citato del suo poema scrive: - - _Erepti Sardi jugulis, tutique fuerunt;_ - _Indeque tota manent Pisanis subdita regno._ - _Sardiniæ: docuere senet quæcumque retexo;_ - _Quæsitis Sardis, non hæc tibi vera negabunt._ - -Le quali parole, con le testimonianze non richieste che allega -il poeta, mostrano che nella prima metà del XII secolo i Pisani -non pretendeano per anco la piena signoria della Sardegna, ma un -protettorato con gli abusi che ne seguitano. D’altronde non si -comprenderebbe in qual altro modo avrebbero potuto signoreggiare in -Sardegna i nobili e mercatanti che non governavano per anco Pisa. -E si veggono molto più antichi della fuga di Mogêhid, i giudici che -Benvenuto da Imola, presso Muratori, _Antiq. Ital. Medii Ævi_, tomo -I, p. 1089, secondo le idee del XIV secolo, supponeva istituiti dai -Pisani. La concessione dell’isola per Benedetto VIII è invenzione del -XIII secolo, quando la corte di Roma avea dato lo scandalo di infeudare -a questo ed a quello la Sicilia e la Sardegna stessa; nè alcuno ha -prodotto mai il testo di quel privilegio; nè lo si allegò mai nelle -contese fra i Genovesi e i Pisani presso Federigo Barbarossa, le quali -si leggono distintamente nella continuazione di Caffari, anno 1164, -presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo VI, p. 294, 295. - -È da avvertire che il Saint Marc, _Abrégé chronologique de l’histoire -d’Italie_, anni 1017 e 1021, tenendo per guida il Muratori, nega la -concessione papale e la dominazione pisana, senza particolareggiare gli -argomenti. - -Il Manno (tomo I, p. 381, dell’edizione di Capolago) non osa troncare -la difficoltà nè rigettare apertamente la narrazione riferita dal -Gaietani nelle annotazioni alle vite dei Papi (Muratori, _Rerum -Italicarum Scriptores_, tomo III, p. 401); il quale, nel 1638, -affermava averla tolto da Lorenzo Bonincontro da San Miniato che -scrisse, dice egli, _più di dugent’anni addietro_. Bonincontro o -Gaietani, dava con nomi e cognomi, la divisione della Sardegna tra -Pisani, Genovesi e _Spagnuoli_ dopo la sconfitta e prigionia di -Musetto. Basterebbe la menzione delli Spagnuoli, per dimostrarla -fattura del XV secolo. - -[27] Caffari, _Annales Januenses_; e continuazione presso Muratori, -_Rerum Italicarum Scriptores_, tomo VI, anni 1162 e 1164; Marangone -nell’_Archivio Storico Italiano_, tomo VI, Parte II, p. 38, anno 1165. -Su le guerre tra quelle due città si vegga Marangone, op. cit., p. -8 e segg., fin dal 1119 (1118). Si vegga anche il Manno, _Storia di -Sardegna_, lib. VII. - -[28] Cotesta falsa tradizione nacque nel XIII secolo, trovandosi nel -_Breviarium_ ec., presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo -VI, p. 167, anni 1017, 1020, 1050, non già nelle due croniche del XII -secolo, cioè l’anonima del Muratori e quella di Marangone. I Genovesi -a lor volta nella lite del 1164 affermavano audacemente dinanzi il -Barbarossa che i lor maggiori avessero preso il Muzaito e il vescovo di -Genova lo avesse mandato all’imperatore. - -[29] Ibn-el-Athîr, capitolo dell’anno 92, nella _Biblioteca -Arabo-Sicula_, testo, p. 218. Ibn-Khaldûn riferisce altre scorrerie -degli Ziriti d’Affrica nel regno di Iehia-ibn-Temîm (1108 a 1116), -_Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 482, e _Histoire des Berbères_, -versione di M. de Slane, tomo II, p. 25. - -[30] Ibn-el-Athîr, ediz. Tornberg, tomo IX, p. 205, anno 407. - -[31] Ademari Cabanensis _Chr._, nel _Rec. des Hist. des Gaules_, X, 156. - -[32] Gayangos, _The Moham. dynasties in Spain_, tomo II, p. LXXXVIII. -Dozy, _Hist. des Musulmans d’Espagne_, tomo IV, p. 290, 304, Cf. p. 21 -della stessa opera e Dozy medesimo, _Recherches_, 2ª ediz. I, 245. - -[33] Così nell’impresa del 1035 che si ritrae da Rodolfo Glabro e che -or si narrerà. Si è veduto che i Genovesi nel 1164 davano lo stesso -vanto ai lor maggiori. Le supposte imprese del 1019 e 1049 nella -compilazione pisana del XIII secolo provano che durasse la terribile -leggenda di Mogêhid. È da notare che, all’infuori del poeta Lorenzo -Vernese, tutti supponeano Mugeto re d’Affrica. Quest’errore è durato -fino al Manno. Il Wernich, _Rerum ab Arabibus in Italia_ ec., lib. -I, cap. XIII, § 113 a 119, rattoppa col supposto che Mogêhid fosse -il principale dei regoli musulmani di Sardegna e che avesse chiesto -aiuti in Affrica. Del resto ei segue la tradizione pisana; se non -che riconosce l’identità del fatto di Luni e della prima vittoria dei -Pisani e Genovesi. - -[34] Si vegga il Libro IV, cap. VIII, pag. 364 del vol. II. - -[35] Marangone, nell’_Archivio Storico Italiano_, vol. cit., p. 5, -anno pisano 1035; _Chronicon Pisanum_, stesso anno, presso Muratori, -_Rerum Italicarum Scriptores_, tomo VI, p. 108. Il _Breviarium_, nello -stesso volume del Muratori, p. 167, finge la occupazione di Cartagine -e le corone dei due re, di Bona e Cartagine, mandate in dono dai Pisani -all’imperatore. - -[36] Rodolfo Glabro, _Historiarum_, lib. I, cap. VII, nel _Recueil -des Historiens des Gaules_ ec., tomo X, p. 52, narra che i Saraceni -d’Affrica perseguitavano i Cristiani per terra e per mare; che entrambi -si accordarono di combattere giuste battaglie; che i Cristiani vinsero -con grande strage, dicendosi anche ucciso il principe saraceno Motget; -e che ragunate le preziose armadure nemiche del prezzo di parecchi -_talenti d’argento_, le dettero per voto a Odilone abate di Cluny, -il quale investì il valsente in arredi sacri e limosine. Rodolfo era -contemporaneo e famigliare degli abati di Cluny; ma testa bislacca e -gran contatore di favole. L’offerta votiva al monastero mi fece pensare -dapprima a un’impresa di Provenzali, ma fattone parola al savio autore -delle _Invasions des Sarrazins en France_, mi ha convinto che questa -fazione, di certo navale, non potè compiersi se non che da armate -italiane. Però suppongo il voto di qualche ausiliare provenzale ed una -delle solite esagerazioni di Rodolfo Glabro. Si tratta probabilmente -dell’assalto di Bona, e vi risponde la data, poichè Rodolfo non -osservando l’ordine cronologico, pone questo fatto tra la morte di -Roberto duca di Normandia (22 luglio 1035) e la ecclissi solare del -29 giugno 1033. Nelle _Invasions des Sarrazins en France_, p. 221, il -dotto autore, M. Reinaud, accettò che Mogêhid fosse il condottiero -dell’armata vinta; ma so ch’egli sarà per considerare il fatto -altrimenti sulla nuova edizione che apparecchia. - -[37] Par che la prima denominazione indicasse particolarmente gli -uomini di Norvegia, e la seconda quei di Danimarca. Ma spesso si -confondeano gli uni con gli altri. Come ognun sa, in Francia si -chiamarono Normanni, e in Inghilterra Dani, tutti gli occupatori -scandinavi. - -[38] Questa impresa intessuta di moltissime favole si legge in Dudone -di Saint Quentin, _De Moribus Normannorum_, cap. I, presso Duchesne, -_Historiæ Normannorum Scriptores_, p. 64, 65; Guglielmo di Jumièges, -_Historia Normandiæ_, lib. I, cap. X, XI, ib., p. 220, 221; Benoit, -_Chroniques des ducs de Normandie_, in versi francesi, tomo I, p. 47 -a 69; Wace, _Roman du Rou_, versi 472 a 732. Si vegga anche Muratori, -_Antiquitates Ital. Medii Ævi_, tomo I, p. 25, e si riscontri la -critica del fatto in Depping, _Histoire des Expéditions maritimes des -Normands_, edizione del 1843, p. 140, segg. - -[39] Non occorrendo citazioni distinte dei luoghi d’opere moderne dai -quali ho cavati i primordii dei Normanni, indicherò quelle che mi sono -riuscite più utili. Nel sentimento storico ho avuto a sicura guida la -_Conquête de l’Angleterre par les Normands_, di Augustin Thierry, alla -cui memoria debbo d’altronde amore, riverenza e gratitudine. Le minuzie -dei fatti sono fornite in abbondanza dalla citata opera di Depping; -e molte critiche avvertenze si rinvengono in Lappenberg, _A history -of England under the Norman kings_, versione inglese con aggiunte del -traduttore Benjamin Thorpe. Importanti e novelli fatti su la società -primitiva degli Scandinavi si ritraggono dalla prefazione di Samuele -Laing alla _Heimskringla_ di Snorro Sturleson, versione inglese. - -[40] Gli storici francesi pongono vagamente la data tra l’896 e -l’898, non trovandola precisa nei cronisti, e dovendo tenere questa -occupazione come diversa da quella che i cronisti riferiscono al -17 novembre 876, cioè avanti l’assedio di Parigi. Si riscontrino le -opere citate di Depping, lib. III, cap. III; di Thierry, lib. II; e di -Lappenberg, versione inglese, p. 7, segg. I cronisti normanni in prosa -e in versi confusero le tradizioni, volendo dare a Roll, nello assedio -di Parigi e nella prima occupazione di Rouen, la parte principale che -di certo non v’ebbe. - -[41] Al messaggero di Carlo il Semplice, che innanzi la battaglia -dell’898 domandava il capo loro, i Normanni risposero: «Non n’abbiamo; -siam tutti eguali». - -[42] _Hrôlfr_, con le mutazioni eufoniche di Rolf, Roll, Rou. - -[43] Rispondeva, secondo Depping, all’odierno dipartimento della Bassa -Senna e parte di quello dell’Eure. - -[44] Wace, _Roman du Rou_, passim. I Francesi vendicavansi con un -_calembourg_, più antico al certo del XII secolo quando visse l’autore: -_Francheis dient ke Normandie Ço est la gent de North mendie_, versi -119, 120. - -[45] Si vegga il Libro IV della presente Storia, cap. X, p. 580 del -secondo volume. - -[46] Wace, op. cit., verso 2108, accenna le tradizioni ritmiche, le -quali in sua fanciullezza avea inteso cantare a’ giullari (_jugléors_, -oggi _jongleurs_). - -[47] _Dudonis super Congregationem Sancti Quintini decani, De Moribus -Normannorum_, presso Duchesne, _Historiæ Normannorum Scriptores_, p. -56 a 59. Si vegga la critica di Lappenberg, _A history of England under -the Norman Kings_, versione del Thorpe, p. XX. - -[48] Guglielmo di Jumièges (_Wilelmus Gemmeticensis_), detto _Calculus_ -(1137); Odorico Vitalis (1141); Wace di Jersey, _Roman du Rou_ (1184), -e molti altri che si veggano in Lappenberg, op. cit., p. XXI a XXVIII. - -[49] _L’Ystoire de li Normant et la Chronique de Robert Viscard par -Aimé moine du Mont-Cassin_, pubblicata da M. Champollion-Figeac, Paris, -1835. L’editore con molta sagacità ha provato irrefragabilmente il -nome e nazionalità dell’autore e la data dell’opera. _Prolégomènes_, -p. XXXIII, segg. M. Gauttier d’Arc aveva usato fino dal 1830 un MS. -imperfetto di Amato nella _Histoire des Conquêtes des Normands en -Italie_ ec. - -[50] Le interpolazioni che non cadono in dubbio furon messe tra -parentesi dal dotto editore. Se ne può supporre delle altre, come -parmi; ed anche qua e là qualche taglio, per esempio nell’infelice -fine di Dato, lib. I, cap. XXV. Nella Cronica di Roberto Guiscardo, -della quale abbiamo il testo latino, il traduttore frantende alcune -frasi, fin dai primi righi, dove leggendo d’una dama _nec minus facie -quam vitæ integritate formosa_, squadernò: _belle de face et de touts -membres entière_. Similmente parmi che nella battaglia di Canne del -1019 Amato abbia messo il nome del luogo, là dove il traduttore scrive: -_et sont veues les lances estroites come les canes sont en lo lieu où -il croissent_. - -[51] Urbano secondo, francese, fu papa dal 1088 al 1099; Ruggiero, -figlio di Roberto Guiscardo, regnò in Puglia dal 1085 al 1111. - -[52] L’incontro fortuito di Melo e dei Normanni al Monte Gargano mi -pare episodio classico posto a capo del poema. I fendenti di Roberto -Guiscardo alla battaglia di Civitella, vengono a dirittura dalla Tavola -Rotonda. Lo stratagemma di Roberto, infintosi morto e messosi nella -bara per occupare un castello in Calabria del quale non si dà il nome, -è copia della fazione di Hastings a Luni, favola scandinava ripetuta -da Dadone di San Quintino alla fine del X secolo (presso Duchesne, -op. cit., p. 64, 65) e replicata nella saga di Aroldo il Severo, come -accennammo nel Libro IV, cap. X, p. 385, 386 del secondo volume. - -[53] Tiraboschi, _Storia della Letteratura Italiana_, lib. IV, cap. -III, § 8, si voltò con gran collera contro i Benedettini di Saint-Maur, -i quali nella _Histoire Littéraire de la France_, tomo VIII, p. 488, -ci rapivano questo Guglielmo di Puglia. Il signor Ruggiero Wilmans, -tedesco, fa opera a rendercelo per varie ragioni accennate nella -prefazione alla detta cronaca presso Pertz, _Scriptores_, tomo IX, p. -239, e più largamente discorse nell’_Archivio Storico di Pertz_, tomo -X, p. 93, segg. Contuttociò Guglielmo, al nome ed alla parzialità sua -contro i Longobardi, i Greci e gli abitatori della Puglia, mi sembra -chierico venuto di Francia o nato in Italia in casa francese. Quel che -parrebbe in bocca sua biasimo de’ Normanni, si trova a tanti doppii nel -francese Malaterra, e suonava lode a usanza loro. - -[54] Il Malaterra, lib. I, cap. XXV, nota che in Calabria una volta il -conte Ruggiero con quaranta suoi fedeli masnadieri _plurimum penuriarum -passus est, sed latrocinio armigerorum suorum in multis sustentabatur; -quod quidem ad ejus ignominiam non dicimus, sed ipso ita præcipiente, -adhuc viliora et reprehensibiliora de ipso scripturi sumus, ut pluribus -patescat quam laboriose et cum quanta angustia a profunda paupertate -ad summum culmen divitiarum vel honoris attingerit_. In fondo dunque il -vecchio conte Ruggiero se ne vantava. - -[55] Questa è la cronica che il Caruso pubblicò nella _Bibliotheca -Sicula_, p. 827, segg., col titolo di _Anonymi Historia Sicula_; indi -il Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo VIII, p. 740, segg., -col titolo di _Anonymi Vaticani Historia Sicula_. La versione in antico -francese che se ne trovava nello stesso MS. di Amato, è stata data alla -luce da M. Champollion, op. cit., col titolo di _Chronique de Robert -Viscard_. Non si può affatto assentire al dotto editor francese che -l’autore sia Amato stesso. Se ne dee togliere in vero, come notava -M. Champollion, tutta la parte che corre dal 1101 al 1283. Ma ciò -che precede è compilazione scritta verso il 1146, come lo mostran le -parole (presso Caruso, p. 856) _Huic successit ille hominum maximus.... -Rogerius.... rex Siciliæ, Tripolis Africæ_.... le cui lodi l’autore, -com’ei dice, non osava intraprendere. La continuazione comincia -immediatamente dopo questo passo con le parole: _Post mortem comitis -Rogerii, prout confitetur in chronica, successit Rogerius_ ec. - -Pongo la data del 1146, poichè vi si accenna il conquisto di Tripoli, -non quel di Mehdia e di tutta la costiera che seguì il 1149. -La diversità degli autori ch’io sostengo, è provata anche dalla -incompatibilità di alcuni racconti, per esempio la diserzione di -Ardoino, il tempo in cui Guglielmo Braccio di Ferro ebbe il comando di -tutta la banda a Melfi ec. - -[56] Si vegga il Libro IV, cap. VII, p. 343, segg., del secondo volume. - -[57] Tale Gilberto Drengot, o Buatère, coi fratelli Rainolfo, Rodolfo, -Anquetil ed Ormondo, su i quali si veggano: Amato, op. cit., lib. I, -cap. XX; Rodolfo Glabro, _Historiarum_, lib. III, cap. I, nel _Recueil -des Historiens de la Gaule_, tomo X, p. 25; e Guglielmo di Jumièges, -lib. VII, cap. 30, presso Duchesne, _Historiæ Normannorum Scriptores_, -p. 284. Gilberto aveva ucciso un Guglielmo Repostel che si vantava -d’avergli sedotta una figliuola. I nomi son dati diversamente dai tre -cronisti. Debbo avvertire che Amato qui dice regnante il duca Roberto -di Normandia, onde il fatto andrebbe posposto al decennio 1026-35. Ma è -da supporre sbagliato il nome anzichè il tempo. - -[58] Si vegga il Libro IV, cap. VII, p. 340 e 342 del secondo volume. - -[59] Secondo il biografo di Arrigo II, _Acta Sanctorum_, 14 luglio, -p. 760, l’imperatore elesse Melo duca di Puglia, il quale morì a -Bamberg. Lupo Protospatario, anno 1020, fa ricordo di Melo col titolo -di duca di Puglia, che probabilmente gli era stato dato dai popoli o -da’ suoi partigiani in Italia. Il monaco Ademaro della nobile casa di -Chabanois, nella cronaca terminata verso il 1029, scrive che al tempo -di Riccardo II duca di Normandia un Rodolfo con molti altri Normanni -andavano armati a Roma, e, connivente papa Benedetto, assaltavano e -guastavan la Puglia, vincean tre battaglie; poi sconfitti dai Russi e -altri soldati dell’impero bizantino, molti n’erano condotti prigioni a -Costantinopoli; e che per tre anni i Bizantini, per rancore o sospetto -de’ Normanni, vietarono ai pellegrini occidentali il passaggio di -Gerusalemme, senza dubbio per l’Italia meridionale. Nel _Recueil -des Historiens des Gaules_, ec., tomo X, p. 156, Rodolfo Glabro, che -scrisse verso il 1044, narra le prime imprese dei Normanni in Italia -in questo modo: che il guerriero Rodolfo perseguitato da Riccardo -di Normandia, andava a Roma; si appresentava a papa Benedetto; era -confortato da lui a combattere i Greci nell’Italia meridionale; -cominciava gli assalti; era rinforzato di innumerevoli Normanni -vegnenti alla spicciolata con piacere del conte Riccardo; guadagnava -due battaglie; ma dopo la terza, vedendo scemati i suoi, andava a -chiedere aiuti all’imperatore ch’indi passò in Italia (1022). Dunque -in Francia, una ventina d’anni dopo, si attribuiva al papa l’origine -di questa guerra. Si vegga la storia di Glabro, lib. III, cap. I, -nel _Recueil des Historiens des Gaules_ ec., tomo X, p. 25, 26. Il -guerriero Rodolfo è un de’ fratelli di Gilberto, di cui dicono Amato e -Leone d’Ostia. - -[60] I cronisti non dicono espressamente di due fazioni a Bari, se non -che nella guerra del 1051 e nell’assedio del 1071, quando l’occuparono -i Normanni. Ma i casi di Melo, seguito dai Baresi, poi abbandonato, -costretto a fuggire, e la moglie e il figliuolo di lui mandati dai -cittadini a Costantinopoli, mostrano incominciate fin dal principio del -secolo quelle fazioni che pur erano inevitabili. La plebe doveva essere -amica dei Bizantini, e i nobili nemici. - -[61] Amato, lib. I, cap. XX, e Leone d’Ostia che lo copia, lib. II, -cap. 37, dicono con molta brevità che i Normanni, invitati già a venire -in Italia dal principe di Salerno, incontraron Melo a Capua, e che -_les coses necessaires de mengier el de boire lor furent données, de li -seignor et bone gent de Ytalie_. Il velo è molto trasparente. Guglielmo -di Puglia, sia per render omaggio alle Muse, sia perchè la corte di -Guiscardo dopo la iniqua occupazione di Salerno non amava a sentirsi -ripetere che i principi di Salerno avessero chiamato i primi Normanni, -esordisce dall’incontro fortuito dei pellegrini al santuario di Monte -Gargano con uno straniero vestito di strane fogge, il quale scopre sè -esser Melo, e agevolmente li persuade a far venire lor compatriotti -ai suoi stipendii. Questo par di tutto punto un episodio poetico, -contrario alla tradizione di Amato. - -[62] Leon d’Ostia, lib. II, cap. 37. - -[63] Si riscontrino: Amato, lib. I, cap. XXI, segg.; Guglielmo -di Puglia, lib. I; Lupo Protospatario, anni 1017 a 1019; _Annales -Beneventani_, 1017, presso Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 178; Leone -d’Ostia, lib,. II, cap. 37, 38. I cronisti non si accordano sul numero -delle battaglie vinte dai Normanni, e Amato solo narra la seconda -sconfitta. Il traduttore di Amato, non comprendendo bene il testo, nel -cap. XXII, suppone che tremila Normanni fossero venuti di Salerno dopo -la battaglia di Canne; ma parmi inverosimile, e da correggersi come ho -fatto. - -[64] Si riscontrino: Amato, lib. I, cap. XXIV, segg., e lib. II, cap. -I a VII; Guglielmo di Puglia, lib. I; Lupo Protospatario, anno 1021, -segg. Il Malaterra, tacendo le imprese dei Normanni prima della venuta -di Guglielmo di Hauteville, spiega pur molto precisamente nel lib. I, -cap. VI, l’indole delle compagnie normanne innanzi il 1040. - -[65] Dopo la battaglia di Canne (1019) scrive Amato: _Et de li Normant -non remainstrent se non cinc cent et vj grant home de li Normant -remainstrent, de liquel ij remainstrent avec Athenulfe_ ec., lib. -I, cap. XXII. L’Imperatore Arrigo I, nel 1022, avea lasciato in un -castello dei nipoti di Melo ventiquattro cavalieri normanni capitanati -da un Trostaino. Amato, lib. I, cap. XXIX e XXXII. Nel 1040 i 300 -Normanni venuti d’Aversa in aiuto d’Ardoino, ubbidivano come innanzi -diremo a dodici condottieri uguali tra loro. Dunque nel primo caso una -compagnia somma ad 80 cavalli, e nei due secondi a 25. - -[66] Libro IV, cap. X, p. 380 e 389, segg., del secondo volume. - -[67] Si ricordino le fazioni di Rayca accennate da noi nel Libro IV, -cap. VII, p. 345 del secondo volume. - -[68] Si veggano gli _Annali di Bari_, e Lupo Protospatario, anni 1039, -1040 e 1041, in Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 56, 57. - -[69] _Et vous i habitez comme la sorice qui est en lo pertus.... que -sachiez que je vous menerai à homes feminines, c’est à homes comme -fames, liquel demorent en moult riche et espaciouse terre._ Amato, lib. -II, cap. XVII, p. 43. - - _Cum terra sit utilitatis,_ - _Fœmineis Græcis cur permittatur haberi?_ - Guglielmo di Puglia, lib. I. - -[70] Amato: _Et estut li conte_ (il conte) _xij pare à liquel_ ec. -Cap. XVIII, p. 43. Guglielmo di Puglia... _comitatus nomen honoris Quo -donantur erat_. - -[71] Amato, lib. II, cap. XIX, p. 44. - -[72] _Et quant il oïrent ensi parler Arduyne, se consentirent à lui -et font sacrement de fidelité de chascune part de paiz_ se la terre -non avoit autre seignor que ou à cui face tribut se clame tributaire. -_Et en ceste regne se clame terre de demainne et se a autre seignorie -se clame colonie come sont en ceste regne la terre qui a autre -seignorie. Et sanz lo roy estoit seignor Arduyne et en celle part se -clament colone._ Amato, lib. II, cap. XIX, p. 44, 45. Il passo che ho -notato in caratteri tondi è guasto al certo, e ciò che segue è nota -interpolata dal traduttore, spiegando a suo modo il diritto pubblico -napoletano del XIII secolo; poichè Amato non potea scrivere nell’XI le -voci regno e re. Leone d’Ostia tralascia questo importantissimo fatto, -e però non possiamo ristabilire il testo d’Amato. Ma il significato -necessariamente è che i Melfitani non ubbidissero a feudatario e non -prestassero servigi feudali, nè pagassero tributo se non che allo -stato: il che dopo il conquisto normanno si chiamò in Sicilia e in -Puglia: stare in demanio. - -[73] Gli avvenimenti che ristringo in questo paragrafo, dal ritorno -di Ardoino in terraferma sino all’occupazione di Melfi, son tratti -da Amato, lib. II, cap. XIV, segg.; Guglielmo di Puglia, lib. I, -_Aversam subito venit Hardoinus_; Malaterra, lib. I, cap. VIII; Leone -d’Ostia, lib. II, cap. LXVI; Cedreno, tomo II, p. 545 della edizione -di Bonn; Annali (ossia anonimo) di Bari e Lupo Protospatario, anni -1040, 1041. Oltre le discrepanze di minor momento, se ne scorge una che -occorre di notare. Amato, seguendolo Leone d’Ostia, dice che Ardoino -dopo l’ingiuria di Maniace rimase al servigio bizantino, suscitò -occultamente i Pugliesi, e andò ad Aversa pretestando un viaggio di -devozione a Roma. Guglielmo di Puglia lo fa insultare e rivoltare a -Reggio, e correr di lì dritto ad Aversa. Malaterra, con poco divario, -reca l’ingiuria in Sicilia, l’aperta ribellione appena ripassato il -Faro, e non parla punto degli aiuti d’Aversa. Nelle due tradizioni -dunque, la prima d’Amato e Leone, la seconda di Guglielmo e Malaterra, -si dà essenzialmente diverso il modo e tempo dell’ammutinamento di -Ardoino con la banda normanna. Or covaron essi l’onta parecchi giorni, -o parecchi mesi? Chiarironsi disertori nel novembre 1040 in Calabria, -ovvero nei principii del 1041 a Melfi? Guglielmo di Puglia fin dà il -numero di cinquanta soldati uccisi dai Normanni alla schiera bizantina -mandata a inseguirli, quando lasciarono il campo a Reggio. Amato, -all’incontro, particolareggia la dissimulazione di Ardoino: com’ei -corruppe Doceano con molt’oro; come fu preposto al governo di parecchie -terre in Puglia; come incominciò ad accarezzare e convitare i maggiori -cittadini, a compiangere gli aggravii della dominazione greca, a -promettere che farebbe opera a liberarli; come infine tolse commiato, -sotto specie d’andare alle perdonanze a Roma, e andò ad Aversa. - -Or dovendosi necessariamente tacciare di bugia l’una o l’altra -tradizione, ammettendo anche la sincerità di chi la scrivea, le -condizioni dei due cronisti e l’indole di loro opere accusano -Guglielmo, anzi che Amato. Del Malaterra non parlo, il quale in questo -periodo ripeteva un romanzo di casa Hauteville, tacea gli aiuti di -Aversa, facea capitano dei Normanni Guglielmo Braccio di Ferro, che -lo fu tre anni dopo. Quella fuga inoltre con le armi alla mano dal -centro della Sicilia secondo Malaterra, e da Reggio secondo Guglielmo -di Puglia, infino a Melfi, è molto men credibile che la prolungata -simulazione dei Normanni e che il favor di Doceano ad Ardoino, non -disertore ma guerriero ingiuriato ingiustamente da Maniace. Infine il -fatto riferito da Lupo e dagli _Annali Baresi_, che Doceano tornava di -Sicilia di novembre 1040 per domare i sollevati di Puglia, dà luogo al -supposto che i Normanni passassero con le forze di Doceano e fossero -da lui posti a presidio in qualche terra non lontana da Melfi. Qual -maraviglia che a capo di cinquanta o sessant’anni questo cambiamento di -guarnigione, com’or diremmo, si raffazzonò nelle brigate dei principi e -nobili normanni alla foggia che ci rappresentano Guglielmo di Puglia, e -Malaterra, esagerando il valore ed attenuando la perfidia della passata -generazione? - -Pertanto mi appiglio alla tradizione d’Amato e cancello quel che -scrissi in contrario nel Libro IV, cap. X, p. 389 del secondo volume, -seguendo Guglielmo e Malaterra e tutti gli istorici moderni che loro -credettero, i quali non aveano sotto gli occhi Amato. Che se altri -mi tacci di leggerezza per questo, mi spiacerà meno del ricusar -testimonianza al vero una volta ch’io ne sia convinto. - -[74] Gli _Annali di Bari_ col privilegio del «si dice» fanno -montare i Greci a 18,000 e portano poco più di 2000 i Normanni; Lupo -Protospatario li dice 3000. Senza esitare accetto cotesti numeri -anzichè quelli dei due cronisti normanni, cioè Guglielmo di Puglia -che dà 700 cavalli e 500 fanti, e Malaterra che dice tondo 500 militi -da una parte e 60,000 Greci dall’altra. Al par che nelle guerre di -Sicilia, convien dividere per sei la cifra dell’esercito nemico, e -moltiplicare per sei quella del Normanno, quando si legga il Malaterra. - -Quanto alla data, la più parte degli storici, annalisti, compilatori -ed eruditi editori, non esclusi il Muratori e il De Meo, han messo -l’occupazione di Melfi e la prima battaglia nel 1040. Il riscontro con -fatti vicini e di data certa nella storia bizantina, ci mostra che -si debba seguire piuttosto gli _Annali di Bari_ e il Protospatario, -i quali scrivono 1041. Leone d’Ostia ne fa anche espresso attestato, -dicendo occupata Melfi anno _Dominicæ Nativitatis MLXI, quo videlicet -anno dies paschalis Sabbati ipso die festivitatis Sancti Benedicti_ (21 -marzo) _venit_: e in vero la Pasqua cadde il 22 marzo nel 1041, non già -nel 1040. Il _Chronicon Breve Northmannicum_, presso Muratori, _Rerum -Italicarum Scriptores_, tomo V, p. 871, porta anche nel 1041 la prima -occupazione della Puglia pei Normanni _capitanati da Ardoino_, e in -marzo e maggio 1042 (dalla Incarnazione, ossia 1041 del conto comune) -le due prime vittorie sopra i Greci. - -[75] Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXI, segg.; Guglielmo di -Puglia, lib. I, _Audito reditu Michælis_, sino alla fine del Libro; -Malaterra, cap. IX, X; Lupo Protospatario, ed _Annali di Bari_, -anni 1041, 1042; Leone d’Ostia, lib. II, cap. LXVI. L’ordine degli -avvenimenti è uguale in tutti; le date si trovan solo in Lupo e -negli _Annali di Bari_. Contandosi da Lupo gli anni dell’èra volgare, -talvolta al modo salernitano dal 25 dicembre (Vedi Pertz, _Scriptores_, -tomo V, p. 51), ma più sovente col periodo costantinopolitano, cioè -dal 1º settembre dell’anno precedente, il settembre 1042 risponde al -nostro settembre 1041, e così fino a decembre. Che in questa epoca -Lupo segua tal cronologia lo provano le esaltazioni degli imperatori -di Costantinopoli, le quali noi possiamo riscontrare con le date di -Cedreno e degli altri Bizantini. - -[76] - - _Pro numero comitum bit sex statuere plateas,_ - _Atque domus comitum totidem fabricantur in urbe._ - Guglielmo di Puglia, Lib. I. - -[77] Cedreno dice espressamente: Italiani delle province tra il Po e -le Alpi; Amato: _Et li Normant d’autre part non cessoient de querre li -confin de principal pour home fort et soffisant de combatre_ ec. Lib. -II, cap. XXIII, p. 50. - -[78] Amato, ricordata l’occupazione di Melfi nel lib. II, cap. XIX, -narra nel cap. XXX il partaggio dei conquisti al conte d’Aversa -e dodici altri capi normanni dei quali dà i nomi ed i territorii -assegnati a ciascuno, aggiugnendo: _et_ (à) _Arduyne secont lo -sacrement donnerent sa part c’est la moitié de toutes choses si come -fa la covenance_; il qual fatto torna al 1043. Leone d’Ostia copia -Amato nel lib. II, cap. 67, con le parole: _Arduino autem juxta quod -sibi juraverant parte sua contradita_. I nomi dei dodici oltre il conte -d’Aversa son tutti normanni. I territorii assegnati son quasi tutte -città vescovili in un triangolo curvilineo dal Gargano a Frigento e di -lì a Monopoli, nel quale spazio rimane in vero un’altra metà di luoghi -importanti da potersi supporre assegnati ad Ardoino se si conoscesse -che i Normanni li aveano occupati in quel tempo. - -Ma l’illustre capo non è nominato da nessun altro cronista dopo il -patto di Melfi; non da Amato nè da Leone dopo quel partaggio, nè alcuno -dice che gli altri territorii di Puglia, caduti poi tutti in potere dei -Normanni, fossero stati tolti sia ad Ardoino sia a feudatarii italiani -della sua compagnia. Il modo più plausibile di spiegar cotesto silenzio -mi par di supporre la immatura morte di Ardoino e la incorporazione de’ -suoi nelle compagnie normanne. Guglielmo Braccio di Ferro che veniva -di Sicilia con Ardoino, è il primo dei dodici nominati nel partaggio, e -nello stesso anno fu creato conte di Puglia, come or si vedrà. - -[79] Guglielmo di Puglia, Lib. I, appone questa scelta d’uno straniero -a corruzione e invidia dei Normanni: _Sed quia terrigenis, terreni -semper honores, Invidiam pariunt_ ec.; ma Amato, italiano ancorchè -monaco, dice: _Et à ce qu’il donassent ferme cuer à li colone de la -terre lo prince de Bonivent_ ec. - -[80] Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXVII; Guglielmo di Puglia, -lib. I, _Nam reliqui Galli_ ec.; Lupo Protospatario anno 1042. Secondo -Guglielmo, vi fu un principio di divisione tra i Normanni dopo la -deposizione di Atenolfo, volendo alcuni ubbidire a Guaimario principe -di Salerno, ed altri ad Argiro. Ei narra la esaltazione di Argiro -in Bari, richiesto dal popolo, ricusante questa dignità innanzi i -primarii cittadini che avea convocati nella chiesa di Sant’Apollinare, -sforzato dal comun voto ed eletto principe. Sembra che il poeta voglia -descrivere in qual modo fosse stato fatto duca di Puglia il cittadino -al quale i Normanni aggiunsero l’autorità di capo o protettore di lor -banda. Ad una elezione simultanea e comune dei Baresi e dei Normanni, -ci sarebbero gravi difficoltà. - -Lupo scrive: _et mense februarii factus est Argyrus Barensis princeps -et dux Italiæ_; ma non dice da chi. Il certo è che Bari in questo tempo -era ribelle, nè tornò all’ubbidienza dei Greci se non che il 1043. - -[81] Amato, lib. II, cap. XXVII. Secondo il Protospatario questo -assedio cominciò in agosto 1042, e durò un mese. - -[82] Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXVII, XXVIII; Guglielmo -di Puglia in fine del primo e in principio del secondo libro; Leone -d’Ostia, lib. II, cap. 66; Lupo Protospatario, anni 1042, 1043 e 1046, -nell’ultimo dei quali si nota che Argiro andò a Costantinopoli e quella -corte richiamò a Bari tutti gli esuli. Non potendo dunque strappare -la Puglia ai Normanni con la forza, gli imperatori d’Oriente cedeano -ai voti dei popoli, salvo ad aggravar di nuovo la mano quando lo -potessero. - -[83] Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXVII, segg.; Guglielmo di -Puglia, lib. II dal principio; Lupo Protospatario, anni 1042 a 1053; -Leone d’Ostia, lib. II, cap. 66. - -[84] Guglielmo di Puglia, lib. I: _Multa per hoc tempus sibi -promittente Salerni_, e segg. - -[85] Amato, lib. II, cap. XXVIII a XXX; Leone d’Ostia, lib. II, -cap. 66. Le tredici città assegnate, in Capitanata, Terra di Bari e -Principato ulteriore, son oggi tutte vescovili, e metà l’era anche -avanti l’XI secolo. Si ricordi ciò che avvertii su questo partaggio -nella nota 2, p. 34. - -[86] Così dovea seguire necessariamente, ancorchè poche vestigia -rimangano di quel primo abbozzo della feudalità normanna. Di certo si -vede che nei principii alcune terre furono soggiogate per forza o per -accordi; altre, quasi confederate, ritennero governo municipale pagando -soltanto un tributo o contribuzione federale, che forse rimase in -comune per supplire al mantenimento dell’esercito. In fatti Guglielmo -di Puglia, supponendo bene o male un partaggio avanti la occupazione di -Melfi, scrive, lib. I: - - ...... _undique terras_ - _Divisere sibi ni sors inimica repugnet._ - _Singula proponunt loca quæ contingere sorte_ - _Cuique duci debent et quæque tributa locorum._ - -Amato accenna in questo modo, lib. II, cap. XXVII, gli acquisti dei -Normanni sotto la condotta di Argiro, cioè nel 1042: _et toutes les -cités d’eluec entor constreigneient qui estoient al lo commandement -et à la rayson et statute que estoient; ensi alcun voluntairement se -soumettoient et alcun de force et alcun paioient tribut de denaviers -chascun an_. - -[87] Così le concessioni del conte Unfredo a’ fratelli germani Roberto, -Maugerio e Guglielmo, e infine di Roberto a Ruggiero. - -[88] Si vegga qui sopra, p. 18. - -[89] Il luogo è determinato da Gauttier d’Arc, _Histoire des conquêtes -des Normands en Italie_ ec., Paris 1830, lib. I, cap. IV, p. 64, segg. - -[90] Su le condizioni di Tancredi di Hauteville si riscontrino: -Malaterra, lib. I, cap. IV e XL: _Cronica di Roberto Guiscardo_, -traduzione francese, lib. I, cap. I, p. 263; e testo latino presso -Caruso, p. 829; _Cronica di San Massenzio_, detta _Chronicon -Malleacense_, nel _Recueil des Historiens des Gaules_ etc., tomo XI, p. -644; Guglielmo di Malmesbury, lib. III, nella stessa raccolta, tomo IX, -p. 187; Odorico Vitale, lib. V, presso Duchesne, _Historiæ Normannorum -Scriptores_, p. 584. - -La cronica di San Massenzio dice la famiglia poco nota e povera; -Guglielmo di Malmesbury, _Mediocri parentela ortus_ ec. Il Malaterra -e la cronica di Roberto Guiscardo rincalzano la nobiltà di Tancredi: -_præclari admodum generis — genere nobilis_. - -La parentela coi duchi di Normandia, affermata per lo primo da sbadati -compilatori del XIII e XIV secolo, non è ammessa ormai da alcun -critico. Si vegga un’apposita dissertazione di E. F. Mooyer stampata -a Minden nel 1830 in-4, secondo la quale il supposto si riduce a due -fila debolissime, 1º che il padre di Tancredi fosse stato un dei figli -di Riccardo I, dei quali non si conoscono i nomi; 2º ovvero che Muriel -figliuola bastarda di esso Riccardo fosse la Moriella prima moglie -di Tancredi. Questa opinione par che corresse a corte di Palermo nel -1140, perchè la cronica di Roberto Guiscardo scrive _uxor nobilissima -Muriella nomine_. - -Inaspettatamente ci verrebbe un lume dagli autori arabi, se potessimo -fidarci a loro scrittura ed erudizione. Ibn-Kaldûn in due luoghi della -storia (_Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 484 e 497) dà il nome -del primo conte di Sicilia, Rogiar-ibn-Tankred-ibn-Khaira, o secondo -alcuni MSS. ibn-H»w»h, che par nome di donna e indicherebbe che la casa -di Hauteville vantasse la nobiltà della madre di Tancredi. Supponendo -maschile tal nome, com’anche si può, si leggerebbe Hugo, o anche Geir -(chè la prima lettera mutando il punto diacritico suona _kh_, _h_, -ovvero _g_), e sarebbero nomi usati in Norvegia e in Francia. Debbo -questa conghiettura all’erudito orientalista norvegio signor Broch; il -quale crede suscettivo quel vocabolo della terza lezione Haby (o forse -_Habwu_) che rappresenterebbe, con errore facile a supporre, il nome -del feudo Hauteville. - -[91] Wilhelm, Drogo, Humfried, e secondo la pronunzia francese -Guillaume, Dreux, Humfroy. - -[92] Amato, Malaterra e Leone d’Ostia, lo dicono condottiero della -compagnia; ma parmi errore volontario dei principi di casa Hauteville. -Si vegga a questo proposito il Libro IV, cap. X della presente opera, -volume secondo, p. 380, nota 3, e 389, nota 1. - -[93] Si riscontrino Amato, Guglielmo di Puglia e gli altri -contemporanei citati di sopra. M. Gauttier d’Arc, op. cit., lib. I, -cap. V, p. 141, sostiene che Drogone ebbe da Arrigo III titol di duca; -ma il passo ch’egli allega di Ermanno Contratto è dubbio, e il diploma -a nome di Drogone per lo meno è erroneo, come dato il 1053. Drogone era -stato pugnalato in agosto 1051. - -[94] Si veggano le autorità citate da Augustin Thierry, _Hist. de la -Conquéte d’Angleterre_, lib. III, anni 1048 a 1065. - -[95] Si riscontri Ermanno Contratto presso Pertz, _Scriptores_, tomo -V, p. 132: _Indigentes bello premere, injustum dominatum invadere, -hæredibus legitimis castella, prædia, villas, domus, uxores etiam -quibus libuit vi auferre, res ecclesiasticas diripere_ ec. Arnolfo, -_Gesta episcoporum Mediolan._, presso Pertz, _Scriptores_, tomo X, -p. 10, 11, similmente dice i Normanni a poco a poco ingrossati in -Puglia, divenuti più crudeli dei Greci e più feroci dei Saraceni. Anche -ad Amato scappa di bocca qualche lagnanza quando si tratta di Monte -Cassino, lib. II, cap. XLI. E lo stesso Guglielmo di Puglia, accennando -alle pratiche con papa Leone, accerta che Argiro _Veris commiscens -fallacia mittit_ ec. Tralascio tante altre testimonianze, perchè -superflue, ovvero sospette, come per esempio quella d’Anna Comnena. - -Ferrari nostro, nella _Histoire des Révolutions d’Italie_, tomo I, p. -344, segg., crede calunniati i Normanni dall’umor di reazione unitaria -che allor si scatenò contro la rivoluzione federale dei vescovi. -Ancorchè io non osi, senza più lungo studio, negar nè accettare le -nuove spiegazioni della storia patria che vien proponendo quell’alto -ingegno, parmi pure di prestar fede alle precise affermazioni dei -cronisti, che d’altronde si accordano con lo esempio di tutti i -conquistatori o dominatori stranieri. Il fatto dei soprusi e quel della -reazione non sono per altro incompatibili; e certo è che i Normanni, -se servirono una rivoluzione italiana, la voltarono ad utile e comodo -proprio. - -[96] Epistola di Leone IX a Costantino Monomaco, presso Labbe, -_Concilia_, tomo IX, p. 983. Il papa dice a chiare note voler -recuperare il patrimonio della Chiesa romana, voler porre accordo tra -i due imperatori che son le due braccia della Chiesa ec. Non occorrono -citazioni per gli altri fatti che sono notissimi, e dei miei giudizii -può giudicare il lettore senza altre autorità. Ho tolto il pretesto -della difesa dei poveri da Amato, il quale, lib. III, cap. XVI, XVII, -tra le rimostranze di Leone IX ai Normanni, scrive: _Et quant cil de -Bonivent oïrent tant de perfetion et de sanctitè de lo pape, chacerent -lo prince et soumistrent soi à la fidelitè soe, eaux et la citè_. Come -ognun sa, Leone avea già scroccata Benevento al devoto Arrigo II, in -cambio dei diritti su la Chiesa di Bamberg. - -[97] _Chronicon Breve Northmannicum_, presso Muratori, _Rerum -Italicarum Scriptores_, tomo V, p. 278, anni 1045 a 1052. - -[98] Amato, lib. II, cap. XLV; e III, cap. VII. Si confronti con gli -altri cronisti ch’è inutile citare partitamente. Secondo Malaterra il -castello fu quel di Scrible in Val di Crati. - -[99] Si confrontino: Amato, lib. III; Guglielmo di Puglia, lib. II; -Lupo Protospatario, anno 1053; Malaterra, lib. I, cap. XII a XV; -Leone d’Ostia, lib. II, cap. 84; Ermanno Contratto presso Pertz, -_Scriptores_, tomo V, p. 132. - -[100] Nè Amato, nè Guglielmo di Puglia, nè Leone d’Ostia, nè alcun -altro cronista narrano questa concessione, fuorchè il Malaterra -nel quale leggiamo: _Quorum (Normannorum) legitimam benevolentiam -Apostolicus gratanter suscipiens, de offensis indulgentiam et -benedictionem contulit et omnem terram quam pervaserant et quam -ulterius versus Calabriam et Siciliam lucrari possent, de Sancto Petro -hæreditati feudo sibi et hæredibus suis possidendam concessit, circa -annos_ 1052. È anacronismo col 1059, e sbaglio di nome di Leone IX con -Niccolò II; o il conte Ruggiero, autor vero della tradizione, sapendo -dai fratelli le proposizioni che fecero allora i Normanni e qualche -vaga promessa del papa prigione, le costruiva dopo mezzo secolo, a -disegno o per incerta memoria, in espresso atto d’investitura. Si -avverta che Amato, lib. III, cap. XXXVI, fa menzione della profferta -dei Normanni avanti la battaglia di ricevere l’investitura e pagar -censo: come avrebbe dunque passato sotto silenzio che il papa prigione -l’assentiva? Non fo caso qui della _Cronica di Roberto Guiscardo_, ch’è -opera della metà del XII secolo. E mi par che la epistola di Leone -IX che citerò nella nota seguente distrugga al tutto il racconto di -Malaterra. - -[101] Epistola di Leone IX a Costantino Monomaco presso Labbe, -_Concilia_, tomo IX, p. 981, segg. Ancorchè non vi sia data, si dee -porre tra il 18 giugno 1053 e il 19 aprile 1054, giorno della morte del -papa; perchè la battaglia di Civita vi è indicata in modo non equivoco; -nè si può ammettere l’opinione del Saint-Marc, _Abrégé chronologique_, -tomo III, Parte I, p. 170, segg., che riferisce questo scritto al 1051, -supponendo gratuitamente un’altra zuffa dei Normanni con soldatesche -del papa. Tronca ogni dubbio Wiberto arcidiacono di Toul, il quale -nell’agiografia di Leone IX, lib. II, cap. VI, presso i Bollandisti, -19 aprile, tomo II di quel mese, p. 663, inserisce uno squarcio della -stessa epistola per narrare, com’egli dice, con le propie parole -del papa, lo scontro di _Civitatula_. Aggiugne del suo i fatti che -conosciamo dopo la battaglia: l’andata a Benevento e indi a Roma, fino -alla morte di Leone. Amato, lib. III, cap. XXXIX, scrive: _Et o la -favor de li Normant torna à Rome à li X mois puis que avoit esté la -bataille_. - -[102] Amato, lib. III, cap. XLVI e XLVII. Stefano IX esaltato il 2 -agosto 1057, morì il 29 marzo 1058. Amato narra ch’egli avea gettato le -mani sul tesoro di Monte Cassino, per far guerra ai Normanni. - -[103] Guglielmo di Puglia, lib. II; Malaterra, lib. I, cap. XV. Da un -altro canto Amato, lib. III, cap. XLII, segg., racconta le molestie -che recavano nel principato di Salerno Unfredo, il fratello Guglielmo e -Riccardo d’Aversa. - -[104] Malaterra, l. c. Amato, che in questo periodo tocca più -brevemente le cose di Puglia, accenna verso il 1054 la venuta di -Malgerio, Goffredo, Guglielmo e Ruggiero fratelli del conte Unfredo. -Questo Guglielmo era figliuolo di Tancredi per la seconda moglie -Fredesenda. - -[105] I contemporanei riferiscon questo fatto a pezzi; ciascuno il suo. -Amato, lib. IV, cap. II, scrive che alla morte d’Unfredo: _Robert son -frere rechut l’onor de la conté et la cure de estre conte_. Guglielmo -di Puglia, lib. II, accenna l’oficio lasciato a Roberto come tutore del -figliuolo coi versi: _Rector terrarum sit eo moriente_ ec. Malaterra -non parla di tutela, ma precisamente dice, lib. I, cap. XVIII, che -Roberto _susceptusque a patria primatibus, omnium dominus et comes in -loco fratris efficitur_. - -[106] I due fatti della mutazione del titolo di conte in duca e -dell’omaggio feudale a Roma si cavano da queste autorità: - -Amato, lib. IV, cap. III, narrata la occupazione di Reggio, continua: -_Et pour ce Robert sailli en plus grand estat qu’il non se clame plus -conte, més se clamoit duc._ Non fa motto del concilio di Melfi nè -dell’investitura. - -Malaterra che attribuì, come dicemmo, p. 43 in nota, la concessione -feudale a Leone IX in favor di Unfredo, non tocca nè punto nè poco -l’abboccamento di Melfi, ma nel lib. I, cap. XXXV, dopo la occupazione -di Reggio il 1060, aggiugne: _Igitur Robertus Guiscardus, accepta -urbe, diuturni sui desiderii compos effectus, cum triumphali gloria dux -efficitur._ - -Lupo Protospatario confonde i due fatti nel 1056 scrivendo: _Et Unfredo -obiit et Robertus frater ejus factus est dux_; sul qual passo notava -l’erudito Camillo Pellegrino che anche Drogone e Unfredo s’erano -intitolati in lor diplomi or _comes_ or _dux_. - -La _Cronica di Roberto Wiscardo_ (_Anonimo_ del Caruso e _Anonimo -Vaticano_ del Muratori) tace i patti di Melfi e l’assunzione al ducato, -riferendosi come Malaterra alla concessione di Leone IX che limita e -particolareggia così: _Discrete ac subtiliter utilitati Sanctæ Ecclesiæ -prævidens, totam Apuliam atque Calabriam a finibus Guarnerii usque -ad Farum comiti Humfredo et suis successoribus, nequaquam coactus in -aliquo sed sola spontanea voluntate et suorum consilio Cardinalium, -regendas semperque possidendas permisit_. Si confronti la traduzione -francese nello stesso volume di Amato, pag. 275, 276. - -Guglielmo di Puglia, lib. II, narrato il Concilio di Melfi, ripiglia: - - _Finita Synodo, multorum Papa rogatu_ - _Robertum donat Nicolaus honore ducali._ - _Hic comitum solus concesso jure ducatus_ - _Est Papa factus jurando jure fidelis;_ - _Unde sibi Calaber concessus et Appulus omnis_ - _Est, locus et Latio, patriæ dominatio gentis._ - -La Cronica breve normanna presso Muratori, _Rerum Italicarum -Scriptores_, tomo V, p. 278 (V) ha sotto il 1059: - -_Robertus Comes Apuliæ factus est Dux Apuliæ, Calabriæ et Siciliæ a -papa Nicolao in civitate Melphis, et fecit ei homintum de omni terra._ - -Leone d’Ostia, lib. III, cap. 15 (ovvero 16), scostandosi questa -volta da Amato, scrive: _Eisdem quoque diebus et Richardo principatum -capuanum et Robberto ducatum Apuliæ, Calabriæ atque Siciliæ (Nicolaus -II) confirmavit cum sacramento; et fidelitate Romanæ Ecclesiæ ab -eis primo recepta, nec non investitione census totius terræ ipsorum, -singulis videlicet annis per singula boum paria denarios duodecim._ -Poscia torna alla tradizione di Amato e alla presa di Reggio, -conchiudendo che Roberto _ex tunc cæpit dux appellari_. Dunque abbiamo -quattro diverse tradizioni: - - 1ª Investitura di Leone IX ad Unfredo il 1053. La sostengono il - cronista e il compilatore di parte siciliana. Il primo con oscurità - studiata aggiugne le terre che si acquistassero _alla volta_ di - Calabria e di Sicilia. Il secondo, cinquant’anni dopo Malaterra, - vi cancella la Sicilia e muta la concessione feudale in mera - donazione. - - 2ª Investitura di Niccolò II a Roberto per la Puglia e Calabria, - con titol di duca. Dal solo Guglielmo di Puglia, amico delle due - dinastie normanne d’Aversa e di Puglia. - - 3ª Lo stesso aggiuntavi la Sicilia. In Leone d’Ostia e nel - _Chronicon Breve_, entrambi dei principii del XII secolo. Leone era - cardinale. - - 4ª Silenzio su l’investitura nei due contemporanei, Amato e - Protospatario, i quali non ignorano il preso titolo di duca. - -Dal silenzio degli uni e dalla discrepanza degli altri è da argomentare -che la investitura non fosse stata mai promulgata nel paese. E -veramente era tal atto d’usurpazione della potestà imperiale, tal -preparamento di guerra contro l’impero, da occultarsi con ogni -studio. Ma dell’atto non v’ha luogo a dubitare. Di tutti i ricordi -che ne abbiamo, quel che più par s’avvicini al tenor dell’originale -è l’obbligazione scritta di Roberto, copiata non sappiam quando nel -_Liber censuum_ della corte di Roma, pubblicata dal Baronio, _Annales -ecclesiastici_, 1059, § 70, e data il 1059 stesso. - -_Ego Robertus Dei gratia et Sancti Petri Dux Apuliæ et Calabriæ et -utroque subveniente futurus Siciliæ, ad confirmationem traditionis -et ad recognitionem fidelitatis, de omni terra quam ego proprie sub -dominio meo teneo et quam adhuc ulli Ultramuntanorum unquam concessi -ut teneat, promitto me annualiter pro unoquoque jugo boum pensionem -scilicet duodecim denarios papiensis monetæ persoluturum Beato Petro_ -ec. - -Quest’atto, tenuto forse segreto per molti anni, mi par genuino, e -limita, come ognun vede, a poche terre in Puglia e in Calabria il -novello tributo da pagarsi al papa. - -Di più se ne scorge la natura della concessione della Sicilia, cioè di -atto non compiuto, anzi di mera promessa. Guglielmo di Puglia tacque -la promessa appunto perchè il signor della più parte della Sicilia, -che non era mica Roberto ma Ruggiero, avea schivato l’investitura. -Leone d’Ostia affermò la concessione della Sicilia e la ragguagliò a -quella di Puglia e Calabria, perchè era cardinale e scrivea dopo quel -terribile pontificato d’Ildebrando. Malaterra ne uscì con l’equivoco: -_alla volta di Calabria e di Sicilia_, e con l’anacronismo del 1033. -Del resto l’assentimento dei successori di Roberto, la ricusa dei -successori di Ruggiero e i termini della _Cronica di Roberto Wiscardo_, -compilazione storica della corte di re Ruggiero, provano la diversità -del dritto riconosciuto al principio dell’undecimo secolo, di che -riparleremo a suo luogo. - -Quanto alla mutazione del titolo di Roberto, si è notato che i -predecessori chiamaronsi talvolta duchi; prendendo, come ben riflette -il Pellegrino, il titolo che la corte bizantina avea dato ad Argiro, -luogotenente nella provincia ormai occupata dai Normanni. Forse -Drogone e Unfredo bramavan così distinguersi dai conti subordinati al -capo della federazione. In ogni modo è provato dalle testimonianze di -Amato, Malaterra, Guglielmo di Puglia e Leone d’Ostia, che Roberto -prese definitivamente il novello titolo all’occupazione di Cariati -o di Reggio, cioè il 1059 o 1060; e in ogni modo dopo la concessione -di Niccolò II. Ciò non esclude ch’egli richiedesse l’assentimento dei -conti normanni, come suppongono a ragione gli storici napoletani e come -si legge nell’Anonimo (_Recueil des Historiens des Gaules_ ec., tomo X, -p. 210); ma ormai chi gli potea ricusare il suffragio? - -[107] Ruggiero alla sua morte (1101) avea 70 anni, al dir del Fazello -che non cita autorità. V’hanno tradizioni diverse, delle quali tratterò -a suo luogo. - -[108] Malaterra, lib. I, cap. XIX, segg. Per la investitura del conte -di Aversa si riscontri Leone d’Ostia, lib. III, cap. 15, (16). Per gli -altri fatti i medesimi cronisti, Amato e Guglielmo di Puglia _passim._ - -[109] Si vegga il Capitolo precedente, p. 46. - -[110] Malaterra, lib. II, cap. I. - -[111] _Et que la cité estoit vacante des homes liquel i habitoient -avant, il (Robèrt) la forni de ses cavaliers._ Amato, lib. V, cap. XIX. - -[112] Si vegga sopra il Libro II, cap. X, p. 426 del 1º volume, e -si ricordino le guerre di Manuele Foca e di Maniace e la difesa di -Catacalone. - -[113] Tomo VI, p. 174, Parigi 1715. L’editore non dice altro su -l’origine della cronica, se non d’esser tolta dai Mss. del Duchesne. -Or si può domandare perchè il Baluzio non citò il codice di Messina; -e perchè il Duchesne non avea prima stampata la cronica nella -raccolta degli scrittori di cose Normanne? Sembra che l’uno e l’altro -dubitassero della antichità di quel documento. - -[114] _Rerum Italic. Script._ tomo VI, p. 614. Il Muratori nel -breve avvertimento che pone innanzi a questo scritto, lo giudica -contemporaneo «_multam enim vetustatem sapit_.» Ma parmi che i sospetti -debbano cominciare dalla lingua e dallo stile. - -[115] Ms. della Bibl. Imp. di Parigi segnato: _Baluze, armoire 2, -paquet 5_, nº 2, al fog. 428, segg. Tutto il volume son copie di -mano del Duchesne. Questi sotto il titolo della cronica notò: «_Ex -codice Ms. perantiquo Bibliothecæ Senatus Messanensis, summa fide -transcripta_». Ma egli, non essendo mai stato in Messina, avea copiato -di certo sopra una copia, senza vedere il vantato testo antichissimo. - -[116] Di Gregorio, nella Introduzione al dritto pubblico Siciliano -toccando le consuetudini delle città, sagacemente notava essere il -diploma del 1129, _sospetto, ma non tutto_. Della cronica ei tratta -nelle _Considerazioni su la Storia di Sicilia_, lib. I, cap. II, e nota -47, e ben si appone che la copia pubblicata dal Baluzio fosse venuta da -Messina. Se non che sbaglia il tempo. Sendo la copia di mano d’Andrea -Duchesne che morì il 1640; non potea trovarsi, come suppone il Di -Gregorio, tra i Mss. recati a Parigi dagli esuli Messinesi del 1675. - -[117] Tra le idee moderne è da notarsi la diffidenza contro il papa -che non era nata in Sicilia nell’XI secolo, ma fioriva pienamente dal -XIII in poi. Nel linguaggio s’incontra la classica denominazione di -città Mamertina e quella di Mori adoprata genericamente per dinotare i -Musulmani. - -[118] _Rerum Sicanicarum compendium_, lib. III. Quel grande ingegno, -in suo stile breve ed un po’ frettoloso, fornito il racconto ripiglia -«Alibi lego» ec. e dà senza citar nome d’autore, il racconto -del Malaterra. Non dice qual de’ due gli sembri il vero o il più -verosimile. - -[119] _De rebus Siculis_, Deca II, lib. VII, cap. I. Il Fazello, ch’era -pure stato in Messina ed avea frugato quelle Biblioteche, si riferisce -a tradizione orale (_ducta per manus fama_) pei nomi dei congiurati. -Non accenna l’origine della narrazione, e la intreccia, senza -citazioni, con quella di Malaterra. - -[120] Questo fatto si trova per lo primo nella _Ystoire de li Normant_ -pubblicata il 1835, se non che M. Gauttier d’Arc l’avea accennata fin -dal 1830 nella sua compilazione, p. 219. Si avverta intanto che Amato -parla qui e altrove (p. 148, 153, 159, 194) di un Goffredo Ridelle o -Rindelle, mentre M. Gauttier d’Arc, l. c., seguito da M. Champollion -(p. 342, nota) suppon che si tratti di un Goffredo fratello di Roberto -e soprannominato Ridelle. Ma questa identità dei due Goffredi sembra -supposta senza fondamento. Il Malaterra, lib. I, cap. IV, e quel -ch’è più Amato stesso p. 94, dicono di Goffredo fratel di Ruggiero, -senza far cenno del soprannome; e il Goffredo Rindelle quante -fiate comparisce nella storia d’Amato, sembra piuttosto condottiero -fidatissimo, che fratello di Roberto, il quale diffidava sopratutto dei -fratelli. - -[121] Il Malaterra non fa menzione che di due regoli. La divisione -della Sicilia musulmana in quattro stati si seppe per lo primo dagli -estratti di Nowairi pubblicati il 1790; e di tre stati si facea -menzione negli estratti di Abulfeda e Scehab-ed-din-Omari, noti in -Sicilia per opera di D’Amico nei principii del XVII secolo, cioè una -cinquantina d’anni dopo la pubblicazione della Storia di Maurolico. -Pertanto i cinque regoli mori e i confini che loro assegna la cronica -si debbono riferire a tradizione genuina in fondo, corrotta nei -particolari. Nulla si oppone a ciò che un _Raxdis_ (Rascid) fosse stato -governatore di Messina. - -[122] Roberto andò all’assedio di Reggio quando si cominciava la mèsse, -e se ne tornò a svernare in Puglia con Ruggiero dopo la scorreria in -Sicilia. Malaterra, lib. I cap. XXXV; e lib. II, cap. II. Contando -circa due mesi per l’assedio di Reggio si viene al settembre. La _Breve -istoria_, facendo cominciar la congiura il 6 agosto, ci conduce alla -stessa data. - -[123] «_Hæc secum animo revolvens, eorum ad quæ animum intendebat, non -tardus executor_,» scrive il Malaterra. La quale fretta si riscontra -bene con la promessa di venire a Messina entro una settimana, che -leggiamo nella _Breve istoria_. Questa, come ognun vede, confonde -in uno solo i tre assalti di Ruggiero; il che è naturalissimo in una -tradizione orale. - -[124] Sessanta _militi_, scrive il Malaterra. Il numero si dee -moltiplicare almeno per tre; poichè ogni _cavaliere_, nel medio evo -avea seco ordinariamente due o più uomini armati e montati a cavallo. - -[125] Conf. Malaterra, lib. II, cap. I, e Anonimo, versione francese -(_Chronique de Robert Viscart_), lib. I, cap. XIII, e testo presso il -Caruso, _Bibliotheca Sicula_ p. 837. - -[126] Malaterra, lib. II, cap. II, il quale, per mancanza di ragguagli -precisi o per dissimulazione, parla vagamente di _faccende_ che dovesse -compiere il duca in Puglia durante l’inverno 1060-1061. Noi le sappiamo -da Amato, lib. IV, cap. III, e lib. V, cap. IV, VI, VII, ed anche un -po’ da Guglielmo di Puglia, lib. II, «_Morti tradendum_ ec.» Preso -da Roberto il titolo di duca, e cominciato a mutare l’autorità di -capo federale in signor feudale, cospirarono contr’esso Balalardo suo -nipote, Gazolin de la Blace, Ami figlio d’un Gualtiero, e un Goffredo, -sovvenuti di danari dall’imperatore bizantino, al quale prometteano -rendere il paese. Roberto tornato da Reggio li oppresse con le armi; -indi assediò ed ebbe a patti Troia, municipio bizantino. Amato pone -appunto dopo la resa di Troia la pratica del duca con Ibn-Thimna. - -[127] I cronisti arabi che citammo nel Libro IV, cap. XV, p. 552 del -2º volume affermano avere Ibn-Thimna condotta la pratica con Ruggiero -a Mileto, nè parlan d’altri; Amato lib. V, cap. VIII, dice col solo -Roberto a Reggio; Malaterra, lib. II, cap. III, IV, nella stessa città -col solo Ruggiero. Parmi evidente che v’ebbero almeno due abboccamenti: -Roberto non venne a Reggio che per ultimare la cosa con Ibn-Thimna; ma -questi s’era rivolto dapprima a Ruggiero, il quale non soggiornava per -certo a Reggio, città del fratello, tra il quale e lui i sospetti non -posavano giammai. D’altronde il nome di Mileto dato dai soli Arabi è di -moltissimo peso, accennando il fatto più notevole di lor tradizione, -sì notevole che diè origine ad un errore retrospettivo che facea -Mileto capitale del re franco Baldovino, conquistatore dell’Italia -meridionale, cioè Otone II. Si vegga il Libro IV, cap. VI di questa -istoria, vol. 2º, p. 328, nota 1. E Mileto appunto è nominata nella -_Breve istoria della liberazione di Messina_ che citammo poc’anzi. - -[128] Tutta l’isola, dicono gli annalisti arabi. - -[129] Annalisti arabi citati dianzi. - -[130] Anonimo. - -[131] Amato, lib. V, cap. VIII, IX, X, il quale fa supporre capitano -di tutte le genti Goffredo Ridelle, ma lascia trasparire il comando -indipendente di Ruggiero. Malaterra dà l’impresa come ordinata e -capitanata dal solo Ruggiero. - -[132] Censessanta militi, dice Malaterra, il solo che dia il numero. Al -solito è da contare tre armati o più per ciascun milite. - -[133] Amato. - -[134] L’ultima settimana di carnovale del 1060, scrive il Malaterra, -contando l’anno dal 25 marzo all’uso di Firenze, Puglia e Sicilia. -Però torna al 1061 del conto comune ed agli ultimi di febbraio, sendo -occorsa la Pasqua a’ 15 aprile. Malaterra chiama il luogo _Praroli e -Tre Laghi_, e aggiugne che v’erano le tegolaie. Similmente l’Anonimo -dice tre Laghi. È senza dubbio la punta del Faro, ond’errava il -Fazzello supponendo lo sbarco a Furno o Furnari tra Tindaro e Milazzo, -perchè gli parea di trovare la versione del nome topografico nel -_clibana tegularum_ del Malaterra. - -[135] Malaterra. - -[136] Amato. - -[137] Amato e Malaterra. - -[138] Malaterra. - -[139] Amato. - -[140] _Anonymi Chronicon Siculum._ - -[141] La narrazione si cava da Amato, lib. V, cap. X; Malaterra, lib. -II, cap. IV, V, VI, e _Anonymi Chronicon Siculum_, lib. I, cap. XIII, -presso Caruso, op. cit., p. 837, e nella traduzione francese, p. 279. -Come si vede dalle note precedenti, i particolari differiscono nei due -primi cronisti, e scarseggiano nel terzo, ma non sono contraddittorii. - -[142] Amato. - -[143] Amato. Il Malaterra dice vagamente: «_cum maximo exercitu_.» - -[144] Amato. Secondo il Malaterra il campo sarebbe stato a Reggio. - -[145] Malaterra scrive _Germundos et galeas_. La prima di queste voci, -che che ne disputi il Ducange, par lezione erronea di _Dermudos_ che è -alla sua volta corruzione di _Dromone_. - -[146] Amato dà il numero, Malaterra le dominazioni «Cattos, Golafros -et Dormundos;» se non che il primo aggiugne «lo artifice liquel se -clamoit _Gath_.» La voce _Gatto_ con lo stesso significato di nave, -si trova anche nella _Chronica Varia Pisana_, presso Muratori, _Rerum -Italic._, tomo VI, p. 112, e in Caffari, _Annales Genuenses_ presso -Muratori _Rerum Ital._ tomo VI, p. 254. Forse quella nota appellazione -dell’ordegno di guerra passò alla nave che lo portava: parendomi -meno naturale l’etimologia dall’arabico _Kula’a_, nome generico, nel -significato che noi diamo a «legni» o «vele.» La voce _Golafros_, che -altrove si legge (V. Ducange) _Golabros_ e _Golabos_, e nella _Chronica -Varia Pisana_ presso Muratori, _Rerum Italic._, VI, 112. _Garabi_, -è l’arabico nome di legno _Ghorâb_ (corvo), donde la nostra voce -«Corvetta.» - -[147] Malaterra lo chiama _Belcamuer_, ch’è una delle tante lezioni -in che i Mss. guastano il nome d’Ibn-Hawwasci; l’Amato scrive invece -_Sausane_, e sembra corruzione di Simsam-ed-dawla. Forse i raccontatori -normanni dai quali egli attinse i fatti, confondeano il capo dei -Musulmani di Sicilia al 1061, con l’ultimo principe Kelbita di cui -abbiam detto nel Libro IV, capitolo XII, p. 419 segg. del 2º volume, -sembrando inverosimile che Ibn-Hawwasci avesse preso appunto il -medesimo titolo. - -[148] Amato. - -[149] Si vegga il Libro IV, capitolo X, XI, p. 393, 396, del 2º volume. - -[150] Malaterra. - -[151] Amato. - -[152] Malaterra. - -[153] Il nome di Calcare si legge in Amato; un Ms. di Malaterra dice -_Trium Monasterium_. E Tremestieri è corruzione di tal voce; Edrisi nel -cenno su questo luogo ha «tre Chiese». - -[154] Amato. - -[155] Conf. Amato e Malaterra. - -[156] Di questo non fanno parola i cronisti normanni: si veggano qui -sopra le pag. 56 a 60. - -[157] Amato. - -[158] Malaterra. - -[159] Conf. Amato e Malaterra. - -[160] Malaterra dice mandate le chiavi; Amato, che significarono a -Roberto la vittoria _que de Dieu avoient reçue par Goffrède Ridelle, et -lui prierent qu’il vinst prendre la cité_. Il cronista scordava aver -detto poco innanzi che la schiera passata in Sicilia fosse capitanata -da Ruggiero, senza far motto di Goffredo Ridelle, il quale al più -potrebbe supporsi condottiere dei 170 cavalieri che venner dopo. -Coteste discrepanze mostrano la gelosia che s’era accesa verso la fine -dell’XI secolo tra i Normanni di Puglia e di Sicilia, dei quali i primi -metteano da canto a tutta possa Ruggiero, e i secondi Roberto. - -[161] _Diverse manière de navie et de mariniers.... et particulierement -devissent aler les nez._ - -[162] Amato. La presa di Messina è narrata da Amato, libro V, capitolo -XII a XVIII; e Malaterra, libro II, capitolo VIII a XII; ne fan cenno -Leone d’Ostia, libro III, capitolo XVI, e XLV, e l’Anonimo, presso -Caruso p. 837, e traduzione francese, libro I, capitolo XIV. - -[163] Conf. Amato, libro V, capitolo XIX, e Malaterra, libro II, -capitolo XIII. Il primo scrive qui le parole che Roberto trovò Messina -vota di abitatori, le quali, com’abbiam detto, si debbono prendere in -senso figurato, se pur è fedele la traduzione. Malaterra afferma che i -due fratelli lasciassero in città la cavalleria, il che deve intendersi -di parte, non del tutto. - -[164] Conf. Amato, libro V, capitolo XX; Malaterra l. c., tra i -quali è il solito divario che il primo riferisce la dedizione al solo -Roberto, il secondo ad ambo i fratelli. La tradizione d’Amato è la -più verosimile in questi principii della guerra siciliana. D’altronde -non è provato da cosifatte testimonianze che i Musulmani di Rametta -prestassero omaggio feudale. Non poteva esser altro che un accordo -temporaneo e propriamente l’_amân_. Leone d’Ostia, libro III, capitolo -XLV, dice fatta tributaria Rametta. - -[165] _Scabatripolis_ nel Malaterra. Scaba o Scava, voce della bassa -latinità che suona fosso, è premessa evidentemente al nome di Trabilis -che si legge in due diplomi latini del 1134 e 1408. Edrisi ha, per -trasposizione dei punti diacritici nel testo arabico, B-r-b-l-s e -Bub-l-s che va corretto T-r-b-l-s e risponde esattamente all’odierno -comune di Tripi. Dall’itinerario del detto geografo, _Biblioteca -Arabo-Sicula_ p. 66, si vede che da Rametta a Monteforte correva (alla -metà del XII secolo) una strada di 4 e da Monteforte a Tripi di 20 -miglia. Amato tralascia questa prima stazione. - -[166] _Fraxinetum_ in Malaterra, _Lo False_ in Amato; l’uno e l’altro -si riconoscono agevolmente nel _Fraynit_ d’un diploma del 1188, -Frazzanò, come or si chiama; dal qual comune muove un sentiero che -riesce a Maniace. Edrisi nota la strada da Tripi a Montalbano, e -Galati, terra vicinissima a Frazzanò. La traduzione d’Amato confonde -Lo False con la pianura di Maniace, che indica chiaramente senza -nominarla: _a lo piè de lo grant mount et menachant moult de Gilbert_ -(corr. Gibel). - -[167] Conf. Amato, libro V, capit. XXI; e Malaterra libro II, capit. -XIV. I Cristiani di Val-Demone scrive Malaterra; più correttamente -Amato quei _qui estoient là entor_, e parla dei Cristiani di _tutto_ il -Val-Demone quando i vincitori tornarono dall’assedio di Castrogiovanni -a San Marco e Messina. - -[168] Amato, lib. V, capitolo XXI e XXII. Malaterra, lib. II capitolo -XV. Emmelesio, di cui si ignora il sito nè se ne trova cenno in altro -scrittore cristiano o musulmano, è nominata da Amato. - -[169] Malaterra, libro II, capitolo XVI. - -[170] Amato, lib. V, capitolo XXII. - -[171] Malaterra, libro II, capitolo XVI, _Guedeta_, dice il cronista, e -aggiugne che significhi _flumen paludis_. Il nome arabico _Wadi-el-tin_ -il quale si trova scritto _Lo dictaino_ in un privilegio del conte -Ruggiero, dato il 1004 presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1011, -precisamente suona: _il fiume del Fango_. S’ignora il sito di queste -grotte di San Felice, le quali potrebbero per avventura esser le -«Quaranta Grotte» espugnate dai Musulmani nell’841, le quali sembran -parimenti vicine a Castrogiovanni, abitate e difendevoli. Si vegga il -nostro Libro II, capitolo V, pag. 310 del 1º volume. - -[172] Malaterra, libro II, capitolo XVII, si contenta di dare ai -Normanni 700 uomini, ed ai nemici 13,000; e l’Anonimo presso Caruso -p. 838 e nella traduzione francese, libro I, capitolo XIV, copia tali -cifre aggiugnendo che nell’una come nell’altra si comprendessero i -fanti. Amato, libro V, capitolo XXIII, copiato da Leone d’Ostia, libro -III, capitolo XLV, scocca l’iperbole dei 13,000 cavalli e 100,000 -fanti Musulmani; ma lascia a Roberto i 1000 cavalli e 1000 fanti -ch’avea rassegnati in Messina. È notevole che Ibn-Khaldûn, traduzione -francese di M. Des Vergers, p. 183, trascrivendo quasi da Ibn-el-Athir -il brevissimo cenno di questa battaglia, vi aggiugne che Ruggiero -avesse 700 uomini: e potrebbe essere appunto la tradizione normanna, -intesa in Palermo nel XII secolo da Ibn-Sceddâd, la cui compilazione ci -manca. Per altro non sembra inverosimile che le mille lance noverate -da Roberto a Messina, fossero ridotte dinanzi Castrogiovanni a 700, -per malattie, morti e presidii, lasciati di certo per assicurare la -ritirata sopra cento e più miglia da Castrogiovanni a Paternò, Maniace, -Frazzanò e Messina. I 700 poi potrebbero essere i soli militi senza -contarvi gli uomini d’arme di ciascuno. In ultimo la critica ci conduce -a rigettare con le altre fole le schiere _affricane_ dell’esercito. -L’Affrica propria a quel tempo si travagliava nella irruzione degli -Arabi d’oltre Nilo. E forse i narratori cristiani riportavano indietro -al 1061, gli aiuti dei principi Ziriti del 1063, o contavano come -«aiuti d’Affrica» qualche drappello di schiavi negri, di Berberi ec. al -servigio dei Musulmani di Sicilia. - -[173] S. Matteo, XVII. 20. - -[174] Conf. Amato, libro V, capitolo XXIII; Malaterra, libro II, -capitolo XVII; Anonimo presso Caruso p. 838 e nella traduzione -francese, libro I, capitolo XIV, Leone d’Ostia, libro III, capitolo -XLV, Fra Corrado presso Caruso, tomo I, p. 47. Ibn-al-Athir nella -_Biblioteca Arabo Sicula_ p. 276; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum -Arabicarum_, p. 25; Ibn-Khaldûn, traduzione di M. de Vergers, p. 183. I -quali annalisti arabi fan cenno appena della sconfitta. - -[175] Conf. Malaterra e l’Anonimo, l. c. - -[176] Amato, l. c. - -[177] Conf. Malaterra e l’Anonimo, l. c. - -[178] _O les bras ploies et la teste enclinée de toutes pars venent li -Cayte et aportent domps et ferment pais avec lo duc et se soumetent à -lui et lor cités._ Amato, l. c. Questo fatto che non si legge punto in -Malaterra, va ridotto ai termini di tregue chieste per una stagione -ed accordate a prezzo. A creder pienamente il cronista, la Sicilia -si sarebbe arresa a Roberto, nè allor si comprenderebbe perch’egli -se ne tornasse in Calabria lasciando presidio appena a San Marco ed a -Messina. - -[179] _C’est paille copertez à ovre d’Espaigne_ ec. Forse ricamati. -In ogni modo mi sembra doversi intendere piuttosto lavorali a modo -spagnuolo, che fabbricati proprio in Ispagna. La voce tarin indica al -certo non il dirhem arabo, ma i tarì d’oro dei quali abbiamo fatto -parola nel Libro IV, capitolo XIII, p. 439, del 2º volume; onde la -somma tornerebbe a più di 300,000 lire italiane. - -[180] _Et lo duc pensa une grant soutillesce_. - -[181] Amato, libro V, capitolo XXIV, dicendo mandato il messaggio dallo -_amirail de Palerme_. Secondo lo stesso autore, libro V, capitolo VIII, -il ribelle che cacciò Ibn-Thimna di Palermo e se ne fece emiro, avea -nome Belcho (Ibn-Hawwasci). Poi al capitolo XIII, chiama l’emir di -Palermo, in maggio 1061, Sausane. Balchaot (Ibn-Hawwasci) ricomparisce -alla testa dell’esercito a Castrogiovanni nel capitolo XXIII, e -nel XXIV l’emir di Palermo non ha nome. Da un’altra mano Malaterra, -com’abbiamo notato alla p. 66, dà emir di Palermo, in maggio 1061, -Belcamuer, cioè lo stesso Ibn-Hawwasci. - -[182] Malaterra, l. c. - -[183] Amato, libro V, capitolo XXIII, narrato il principio dell’assedio -di Castrogiovanni continua: «_Et puis dui mois le victorious duc -s’en torna a Messine._» E in vero dallo sbarco alla battaglia sotto -Castrogiovanni era corso un mese incirca, come si argomenta dalla -narrazione del Malaterra. - -[184] Malaterra, l. c. Si ricordi che l’esercito si adunò su lo Stretto -_nei primi di maggio_. Messina fu presa verso la metà dello stesso -mese. - -[185] Amato, libro V, capitolo XXV. È da notare che Malaterra fa -menzione soltanto de’ Cristiani venuti al campo di Maniace; e Amato nel -capitolo XXI accenna il medesimo fatto parlando dei soli Cristiani de’ -contorni e della sicurtà lor conceduta da Roberto, poi nel capitolo XXV -dice venuti al duca sotto Castrogiovanni, ovvero nella ritirata di lì a -San Marco, quei del _Val de Manne.... por estre aidié de lo duc et que -desirroient de non estre subjette a li païen lui firent tribut de or et -habondance de cose de vivre._ - -[186] Si veggano Fazzello, Cluverio, Amico _Dizionario topografico_ ec. -Sono state trovate a San Marco iscrizioni latine di Alunzio. Edrisi -nella Bibl. Arabo-Sic., testo p. 32, e presso di Gregorio _Rerum -Arabicarum_, p. 115, fa cenno delle antichità che si notavano in San -Marco e ci descrive la importanza della città, centro d’industria -agricola e navale. - -[187] Amato, libro V, capitolo XXV. Ancorchè il cronista narri la -fondazione del castel di San Marco dopo avere accennato nel capitolo -XXIII il ritorno di Roberto a Messina, replica pure questo ritorno nel -capitolo XXV, nè può rimaner dubbio che lo esercito si fosse fermato -a San Marco durante la ritirata. Si conf. l’Anonimo presso Caruso, p. -838, e la traduzione francese, libro I, capitolo XIV, e Leone d’Ostia, -libro III, capitolo XLV. - -[188] Conf. Malaterra, libro II, capitolo XVIII; e Anonimo, l. c. - -[189] «Mandato Bettumeno, _in sua fidelitate_, a Catania, che gli -apparteneva ec.» scrive Malaterra, l. c. Con Catania andava di certo -Siracusa, antico stato d’Ibn-Thimna, e i distretti. - -[190] Amato, libro V, capitolo XXV, lo dice espressamente. Sembra mero -patto di difesa da una parte e tributo dall’altra; patto fors’anco -temporaneo senza indole nè forma di omaggio feudale. - -[191] Veggasi il Libro IV, capitolo XII, p. 419, del 2º volume. - -[192] Si vegga il nostro Lib. IV, cap. XV, p. 547, 548, del 2º volume. -I fatti qui accennati si ritraggono da Ibn-el-Athir, testo, anni -442, 448, 453, 455, 457, tomo IX e X, della edizione di Tornberg; -_Baiân-el-Moghrib_, testo, tomo I, p. 308 a 312; Nowairi, _Storia -d’Affrica_, MS. arabo di Parigi, ancien fonds 702, fol. 39, verso a 42 -verso; Tigiani, _Rehela_, traduzione di M. Alph. Rousseau, nel _Journal -Asiatique_ d’agosto 1852, p. 109, febbraio 1853, p. 185 segg. - -[193] Ecco le parole d’Ibn-el-Athir, _Biblioteca Arabo-Sicula_, -testo, p. 276, copiate con poco divario da Abulfeda, anno 484, -Nowairi e Ibn-Abi-Dinâr, op. cit., p. 414, 447, 534. «Assediato in -Castrogiovanni, Ibn-Hawwasci uscì a combattere; ma rotto dai Franchi -si ritrasse nella fortezza: quelli cavalcarono per la Sicilia e -s’impadronirono di molti luoghi. Allora lasciavan l’isola non pochi -dotti e onesti uomini. Alcuni dei quali andarono appo Moezz-ibn-Badis -esponendogli la condizione del paese, le discordie del popolo -musulmano, il territorio in parte occupato dai Franchi; onde Moezz -allestita una grossa armata e imbarcati fanti e munizioni, la fece -salpare ch’era d’inverno. Alla Pantellaria, surta una tempesta, -la più parte annegò; pochissimi si salvarono; la perdita del -quale navilio indebolì molto Moezz, e rincorò gli Arabi sì che gli -tolsero l’Affrica.» Sendo morto Moezz il 24 sciàban 454 (_Bayan el -Maghrib_, tomo I, p. 308) ossia il 31 agosto 1062, la spedizione va -posta nell’inverno precedente, cioè pochi mesi dopo la battaglia di -Castrogiovanni della quale sappiamo la data dagli scrittori cristiani, -sì che possiamo così correggere i musulmani citati di sopra a p. -74, i quali la pongono nel 444 (1053). Gli autori arabi, per effetto -dell’anacronismo loro di otto anni, noverano questo naufragio tra le -cause del facile conquisto degli Arabi d’oltre Nilo sopra l’Affrica, il -quale era compiuto innanzi il 1061, come s’è notato in altro luogo. - -[194] _Cristiani vero provinciarum, sibi cum maxima lætitia occurrentes -in multis obsecuti sunt._ Malaterra. La designazione geografica è vaga -quanto la misura dell’obbedienza, e l’una e l’altra torna al concetto -ch’io esprimo nel testo. Si tenga anco a mente che _provincia_ nella -latinità del medio evo spesso ha il mero significato di _campagna_ o -_contado_. - -[195] Veggasi il lib. III, cap. III. e lib. V, cap. XI, vol. II, pag. -255 e 397. - -[196] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XVIII, e l’Anonimo presso -Caruso, _Bibliotheca Sicula_, p. 838 e lib. I, cap. XV, della versione -francese. Ho tolto dal primo il numero dei militi di Ruggiero. Il testo -latino dell’anonimo ha 50, e la versione francese 200. - -Il Fazzello, deca I, lib. X, cap. 1, scrive che il contado di Traina -fosse popolato di cristiani, tenendo la città i Saraceni; che Ruggiero -si fosse consigliato coi primi ed avesse ai conforti loro espugnata la -città e fondata nei dintorni la badia di Sant’Elia, la quale addimandò -d’_Eubulo_ dal buon consiglio che gli venne in quel luogo. Ei cita -in principio un privilegio greco del conte, senza indicarne la data; -ma evidentemente gli è quello del 6602 (1094 dell’èra volgare) di -cui Rocco Pirro, pag. 1011, dà una pessima versione latina, nella -quale il nome è scritto _De Ambula_, nè si fa allusione a consiglio -di sorta de’ Cristiani, nè a voto del conte, anzi questi non esercita -altra liberalità che di concedere al Logoteta Giovanni il terreno per -fondare un monastero. La citazione dunque del Fazzello va ristretta -al fatto del contado abitato da cristiani, ed in questi limiti bene -sta, occorrendo nomi greci e latini tra i villani donati dal conte al -monastero. Il rimanente della tradizione non ha documento che il provi, -nè se ne scorge vestigio nelle cronache. Donde sembra che il Fazzello -l’abbia supposto dalla significazione ch’egli credea trovar nel nome -d’Ambola, Embula, Eboli, e secondo lui Eubulo, e dal sapere vicine -alcune popolazioni musulmane, come si vedrà nel seguito di questo -capitolo. L’espressa testimonianza del Malaterra non permette così -fatto supposto. - -Nè ha origine contemporanea la favola (Pirro l. c.; De Ciocchis, -_Sacrae Regiae Visitationis_, tom. II, p 642) che il Profeta Elia, -comparso a Ruggiero, con una spada in mano, lo confortasse all’impresa. - -[197] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XIX, XX, il quale dà alla sposa il -nome di Delicia; e l’Anonimo, l. c., che la chiama Iucta (Iudicta). I -fatti anteriori all’arrivo di costei in Calabria si ricavano da Odorico -Vitale e Guglielmo di Gembloux, citati da M. Gaultier d’Arc. _Histoire -des Conquétes des Normands en Italie_ ec., p. 228 segg. L’autore a p. -236 in nota, sostiene che la donzella uscendo del chiostro, mutò nome -in Eremberga, supposta da altri seconda moglie di Ruggiero. Si vegga -anche un estratto del trattato di Ducange su le famiglie normanne, in -appendice all’_Ystoire de li Normant_, p. 354. - -[198] In oggi due comuni distanti un miglio l’un dall’altro si -addomandano Petralia Soprana, e Petralia Sottana. Secondo il D’Amico, -_Dizionario Topografico_, questo è più recente; ma Edrisi dà una sola -Petralia con la qualità di _Hisn_, ossia fortezza in pianura. - -[199] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XX; ed Anonimo, l. c. - -[200] Malaterra, lib. II, cap. XX e XXII. - -[201] _Antulium_ presso Malaterra, con la variante _Antelium_ e -_Antileon_ nell’Anonimo; la cronaca di fra Corrado, presso Caruso, -_Bibliotheca Sicula_, tom. I, p. 47, ha: «Antellæ quod castrum erat in -Sicilia juxta Corleonum.» Però non è dubbia la identità con Entella, il -cui nome si trova in altri ricordi da me citati nella _Carte comparée -de la Sicile_ ec., index topographique. Il Fazzello, deca I., lib. -I, cap. 6, dà un cenno topografico su l’antica città e sul castello, -dove si difesero ostinatamente gli ultimi Musulmani di Sicilia contro -Federigo imperatore. Un dotto amico mio che visitava questo castello -nel 1858, mi ha gentilmente comunicate le note e la pianta ch’egli -abbozzò, dalle quali si vede la maravigliosa fortezza del sito, la -estensione della città antica, provveduta di cisterne e fosse da grano, -e la postura di quello che a ragione si crede il castello saracenico; -gli avanzi del quale al par che quelli della città, scompariscono a -poco a poco, rubati per adoperarli da materiali di costruzione ne’ -paesi all’intorno. Il sito, a cavaliere del fiume Belici sinistro, è -notato nella mia carta comparata. - -[202] _Nikl_, o _Nicl_, che sarebbero soprannomi (stivale vecchio, -ovvero ceppo, ritorta, guerriero valoroso), o _Nakhli_ nome etnico. - -[203] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXII; Anonimo presso Caruso, -_Bibl. Sic._, tomo II, p. 839 e nella traduzione francese lib. I, cap. -XV; ed Epistola di fra Corrado, l. c. Il Malaterra narra l’uccisione -d’Ibn-Thimna tra la dichiarazione di guerra di Ruggiero a Roberto e -l’assedio di Mileto che seguì, al suo dire, al principio (25 marzo) -dell’anno 1062. Con queste scorte ho fissata a un di presso la data. - -[204] Malaterra, lib. II, cap. XXI; Anonimo presso Caruso, _Bibl. -Sicula_, tomo II, p. 838, 839, e lib. I, cap. XV della versione -francese. - -[205] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXIII a XXVIII; Anonimo presso -Caruso, _Bibl. Sic._, tom. II, p. 839 ad 841; e nella versione -francese, lib. I, cap. XV, XVI. L’Anonimo suppone, con manifesto -errore, l’imprigionamento di Roberto in Geraci di Sicilia; ed è questa -tra le prove che la compilazione fu scritta nel secolo appresso e -nell’isola. - -[206] Malaterra. Forse si deve intendere di militi, o diremmo lance, ed -accrescere il numero de’ cavalli a mille in circa. La data si ritrae -da ciò che Ruggiero liberavasi da’ suoi nemici in Traina, nel cuor -dell’inverno, dopo quattro mesi d’assedio. Vanno dedotte inoltre due o -più settimane corse dall’arrivo al principio della sollevazione. - -[207] Malaterra. - -[208] L’Anonimo, il quale ancorchè compilasse da ottant’anni dopo il -fatto, par abbia attinto ad altre memorie oltre quelle di Malaterra, e -potea per avventura conoscere il titolo preso da Ruggiero in quei primi -tempi del conquisto. - -[209] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXIX e XXXI; Anonimo presso -Caruso, _Bibl. Sic._, tomo II, p. 841; e nella traduz. francese, lib. -I, cap. XVI. Il nome di Plotino è scritto Glotino nel testo latino -dell’Anonimo, e Porino o Polarino in quel di Malaterra. È da avvertire -che, secondo il Malaterra, i Trainesi bevvero tanto in quel freddissimo -inverno perchè la state soleano patire intollerabili calori per la -vicinanza dell’Etna(!!) donde _balnearum æstuationibus æstuari assueti_ -etc. Mi par chiaro qui il significato di “avvezzi ad un caldo da -stufa,” e che queste parole non attestino l’uso dei bagni a Traina nel -1062, ma piuttosto in Palermo verso la fine del secolo, quando scrivea -Malaterra. La testimonianza di questo scrittore che le campagne di -Traina fossero abitate anco da Musulmani, si conferma per un diploma -del 1085 presso Di Chiara, _Opuscoli_ ec., Palermo, 1855, in-8, pag. -167. I nomi dei villani conceduti alla Chiesa di Traina nei dintorni -della città son tutti musulmani. - -[210] Si vegga qui sopra la pag. 80. - -[211] La morte di Moezz è recata nel 453 da Ibn-el-Athir, testo, -anno 484, nella _Biblioteca arabo-sicula_, p. 277, e dal Nowairi, -op. cit. fol. 40 recto. Ibn-es-Scerf, citato nel _Baiân_, p. 308, la -riferisce al 453, ma Abu-s-Salt, ibid., porta la data del 24 sciaban -454; e Tigiani, l. c., conferma l’anno, al pari che Ibn-Abbâr, -nell’_Hollet-es-Siarâ_, MS. della Società Asiatica di Parigi, fol. 108 -verso. Mi attengo a questi tre ultimi scrittori, come autorevoli sopra -ogni altro nelle cose dell’Affrica. - -La condizione di Tamîm al principio del regno è così definita da -Tigiani, MS. di Parigi, sup. 911 bis, fol. 135 recto, e trad. di M^r -Rousseau: «E gli Arabi gli tolsero ogni cosa, non rimanendogli se non -che il perimetro delle mura di Mehdia. Ma talvolta, confederandosi con -alcuna tribù d’Arabi, trovò modo d’uscire in campo contro cui veniva ad -assalirlo, e di assediare alcuna delle città ribellatesi da lui.» - -[212] «_Comperto quod Arabici et Africani, qui Arabia et Africa, -quasi auxilium laturi Siciliensibus, causa lucrandi advenerant_ etc.» -Malaterra. Gli Affricani son forse quegli schiavi ziriti dei quali fa -menzione Ibn-el-Athîr. - -[213] Ibn-el-Athîr, anno 484, testo, nella Biblioteca arabo-sicula, p. -277; e Nowairi, op. cit., p. 447, e presso Di Gregorio, p. 26. Entrambi -recano il fatto, senz’altra data, dopo la esaltazione di Tamîm, e -seguono a raccontare, con la transizione d’un _indi_, il passaggio -d’Aiûb a Girgenti ed altri gravi successi infino al 461 (1068-69). -L’_indi_ mi par che qui valga dopo tre o quattro anni. Si avverta che -il nome Aiûb è la forma arabica di Giobbe. - -[214] Questi particolari si traggono dal seguito della storia. Credo -venuta prima la schiera di Castrogiovanni per induzione della parola -con che Malaterra incomincia il cap. XXXIII del lib. II. I limiti -che ho immaginati alla regione in cui comandò Aiûb, sono da un canto -lo stato di Girgenti tenuto da Ibn-Hawwasci, dall’altro il castel di -San Marco che suppongo in man dei Normanni. A qual principe musulmano -ubbidisse la parte dell’isola tra Licata e Taormina, non si può -argomentare da alcun dato certo nè dubbio. - -[215] Le fonti latine non danno alcun nome che si possa ridurre ad -Anattor; e la variante di Malaterra, Avator, è da escludersi come -quella che riporterebbe a Caltavuturo, terra troppo lontana. Ma la -Geografia d’Edrisi nota, senza vocali, un _A. n. t. r. N. s. t. ri_ -sul Simeto, a mezzogiorno di Adernò. Come il sito accennato qui dal -cronista giace poco lungi da San Felice, ove si narra che la gualdana -riposò per avere perduti assai cavalli; e come noi troviamo nella -impresa del 1061, San Felice vicina a quel tratto del Simeto (veggasi -qui innanzi la pag. 72), così è probabilissima l’identità de’ due -luoghi citati da Malaterra e da Edrisi. - -[216] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXII, e l’Anonimo presso Caruso, -_Bibl. sicula_, tomo II, pag. 811, e nella traduzione francese, lib. I, -cap. XVII. - -Il Malaterra racconta questi fatti prima di notare, com’ei suole, -il principio del nuovo anno, che, secondo il suo conto, correa -dal 25 marzo. L’avvenimento più importante, cioè l’avvisaglia di -Castrogiovanni, si dovrebbe dunque porre innanzi il 25 marzo 1063, -ma le altre circostanze ci sforzano a differire la correría di -Caltavuturo e Butera allo scorcio della primavera, quando in Sicilia -si patisce talvolta il gran caldo e la siccità notati da Malaterra. Da -un’altra mano gli avvenimenti che seguono non permettono di supporre -cotesta scorrería in giugno o luglio. Non è superfluo avvertire che il -Malaterra dà soltanto i nomi delle città e castella, e che son aggiunte -da me le indicazioni del corso dei fiumi che i Normanni manifestamente -seguirono. - -[217] «_Africani ergo et Arabici cum Siciliensibus plurimo exercitu -congregati ut bellum comiti inferant_ etc.» — _Sicilienses_ non può -significare altro che Musulmani di Sicilia. Così anche nei cap. XVII e -XXXIII dello stesso lib. II del Malaterra. Non accadde mai in alcuno -Stato musulmano che si armassero gli _dsimmi_. Va errato dunque il -Palmieri, _Somma della Storia di Sicilia_, cap. XVIII, nel supporre, su -la dubbia interpretazione d’una variante del Malaterra, che i Cristiani -di Sicilia facessero parte dell’oste musulmana a Cerami. - -[218] Si argomenta 1º dagli annali arabi che portano andato l’esercito -in Palermo; e 2º dalla morte del kaid di Palermo nella giornata di -Cerami. - -[219] Tal supposto, molto probabile a priori, è rinforzato dal fatto -che il bottino fu mandato al papa per un Meledio, di nome greco e però -calabrese o siciliano. D’altronde è da considerare che i Musulmani -non si sarebbero trattenuti per tre giorni in ordine di battaglia su -l’altura opposta a Traina, se non avessero viste forze maggiori di -quelle che la cronica normanna attribuisce al conte Ruggero. - -[220] Ho posto il nome del paese il quale non si trova in Malaterra. - -[221] Questa data non si legge nelle cronache. La deduco da quella -precedente scorreria a Butera determinata approssimativamente nella -nota 1 a pag. 96 e dalla impresa de’ Pisani in Palermo che seguì poco -appresso. - -[222] Serlone v’entrò con 30 militi e n’uscì con 36. Del resto -Malaterra non parla nè punto nè poco degli abitatori di Cerami. - -[223] Anonimo. - -[224] «_Et splendenti clamucio, quo pro lorica utimur (utuntur?) -armatum... et clamucium quo indutus erat nullis armis poterat violari, -nisi ab imo in superius impingendo, inter duo ferrea quæ per juncturas -cumcatenata sunt, ingenio potius quam vi vitiaretur_.» Così Malaterra, -il quale par che avesse avuta sotto gli occhi l’armatura conservata -forse dal conte Ruggiero. Il Ducange, Glossario, citando questo passo, -suppone il vocabolo corruzione di _Camicium, chemise de maille_. E in -vero la descrizione mostra un giaco di maglia orientale col petto e il -dorso coperti di laminette a mo’ di squame, come se ne vede ne’ nostri -musei. - -[225] _Arcadius_. Di certo Kâid non Kâdi, come s’è supposto. - -[226] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXII; e l’Anonimo presso Caruso, -_Bibliotheca Sicula_, tomo II, pag. 841-843 e nella traduz. francese, -lib. I, cap. XVIII; e l’_Epistola di Frà Corrado_, presso Caruso, op. -cit., tomo I, p. 48. - -L’Anonimo ebbe sotto gli occhi di certo il Malaterra ed altre memorie; -poichè riferisce alcuni particolari diversi. Il più importante è -che Ruggiero avesse mandato Serlone a Cerami due giorni innanzi la -grande battaglia; che il dimani dell’arrivo, Serlone fosse uscito a -combattere; che Ruggiero fosse ito a trovarlo la sera col grosso della -gente e che tutti insieme si fossero avanzati contro il nemico il dì -seguente, verso le sette. Il racconto di Malaterra, al contrario, fa -supporre avvenuti tutti i combattimenti in un sol giorno. - -Forse questa battaglia fu ricordata da alcun cronista musulmano, -i cui scritti non sono pervenuti infino a noi, poichè Soiutl nella -biografia di Mohammed-ibn-Ali-ibn-Hasan-ibn-Abi-l-Berr (_Biblioteca -Arabo-Sicula_, testo, cap. LXXVI, p. 672) riferisce il conquisto -cristiano della Sicilia al 455 dell’egira (1063), la quale data non si -trova negli altri ricordi musulmani. - -[227] Malaterra, l. c. «_Comes, Deo et S. Petro cujus patrocinio -tantam victoriam se adeptum recognoscebat, de collato sibi beneficio -non ingratum existens, in testimonium victoriæ suæ, per quendam -suorum...... Apostolicus vero, plus de victoria..... mandat: -vexillumque a Romana sede, Apostolica auctoritate consignatum; quo -prœmio, de Beati Petri fisi præsidio, tutius in Saracenos debellaturi -insurgerent_.» - -Questo è lo stendardo che il Giannone, lib. X, cap. II, dice mandato -da Alessandro II al conte Ruggiero mentre accingeasi all’impresa di -Sicilia. L’illustre storico napoletano, il quale cita qui il Baronio, -anno 1066, n. 2, non si guardò questa volta dalle insidie del cardinale -annalista. - -[228] Malaterra. - -[229] Argomento cotesta pratica dal confuso ed erroneo cenno che ne fa -Amato, _Ystoire de li Normant_, lib. V, cap. XXVIII: Roberto, durante -l’assedio di Bari (1068-1071), affinchè i Saraceni non potessero -munirsi e provvedersi, domandò l’aiuto dei Pisani, i quali apprestate -lor navi e compagnie di cavalieri e balestrieri, vennero dritto alla -città, spezzarono la catena del porto, e messero a terra parte di loro -forze: dopo la vittoria del duca in Puglia ebber da lui grandissimi -doni, e se ne tornarono a Pisa. Ognun vede che il racconto di Amato, -per vizio di copista o dell’autore, non regge. Si tratta al certo -di Palermo, non di Bari dov’erano Greci e non Musulmani; e del fatto -del 1063, non della espugnazione di Palermo del 1072, nella quale non -compariscono i Pisani. Da ciò argomento una pratica di Roberto nel 1063 -rimasta senza effetto, e scontraffatta nella traduzione francese che -noi abbiamo. Non posso supporre che l’autore, vivente e adulto in quel -tempo, abbia commesso un anacronismo di dieci anni e scambiato il nome -della città; nè che i Pisani fossero venuti una seconda volta a spezzar -le catene del porto di Palermo, senza che ne facciano parola i loro -annali. - -[230] Iscrizione del Duomo di Pisa nell’_Archivio Storico Italiano_, -tom. VI. Parte II pag. 5. - -[231] _In portu vallis Deminæ_, scrive Malaterra. Per antonomasia -significherebbe Messina, ma il cronista suol sempre indicare quella -famosa città col suo nome, nè è da supporre abbia usata in questo -luogo solo una perifrasi. Secondo Edrisi, i porti del Valdemone su -la costiera settentrionale erano cominciando di ponente: Caronia in -sul confine di quella provincia, Oliveri e Milazzo; e in mezzo a’ due -primi si ricorda la spiaggia di San Marco ove si costruivano navi. Nei -novant’anni che corsero dal 1063 alla compilazione di Edrisi, non si -scavarono di certo novelli porti, e forse non ne fu distrutto alcuno. -Dunque dobbiamo ristringerci ai quattro nominati. - -[232] Iscrizione del Duomo di Pisa. - -[233] Iscrizione stessa, la quale accenna vagamente alla preda nelle -campagne. Noi sappiamo da Ibn-Haukal che lungo l’Oreto giaceano gli -orti di delizia dei Palermitani. - -[234] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXIV; Marangone, anno MLXIII, -nell’_Archivio Storico italiano_, tomo VI, par. II, p. 5, 6; e la -_Chronica varia_ Pisana nel Muratori, _Rerum Italic. Script._, tomo -VI, p. 167. La data precisa che dobbiamo al Marangone, è il giorno di -Sant’Agapito, ossia il 20 settembre; ma stando all’ordine cronologico -del Malaterra, risalirebbe agli ultimi di giugno o primi di luglio, -poich’ei riferisce il fatto innanzi le scorrerie di Collesano, Brucato -e Cefalù che seguirono, al dir suo, nei principii della state. Credo -meriti maggior fede il Marangone, e sia da supporre qui men rigorosa -la successione di fatti notata dal cronista normanno. Notisi che -la iscrizione del duomo di Pisa porta qui l’anno comune in vece del -pisano: _Anno quo Christus de Virgine natus, ab illo Transierant Mille -etc_. - -[235] Malaterra tace questa precipua cagione che apparisce dai fatti. - -[236] Vecchio castello presso la spiaggia da Termini a Cefalù; nella -prima metà del XII secolo era terra assai ricca e fortificata, come si -scorge da Edrisi e da parecchi diplomi. - -[237] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXIV e XXXV; e l’Anonimo presso -Caruso, _Bibl. Sicula_, tomo II, p. 843; e nella versione francese, -lib. I, cap. XIX. Il testo di Malaterra ha il nome di Gualtiero de -Simula (var. de Simila) l’Anonimo de Cullejo (var. de Simelio) e la -versione da Similico. - -[238] Lib. II, Cap. XXXVI. - -[239] Malaterra, l. c. Senza ciò sarebbe falso il _plurimo exercitu_ -che leggiamo pochi righi innanzi il _quingentis tantummodo militibus_. -Si vede sempre più chiaramente che per milite sia da intendere un -cavaliere seguito da due o parecchi uomini d’arme. - -[240] _Tarentula, lycosa tarentula, aranea tarentula_ ec., abitatrice -de’ luoghi aridi e inculti nella Spagna, Francia meridionale, Puglia -ec., e vuolsi abbia preso il nome dalla città di Taranto e datolo alla -danza _tarantella_. - -[241] “Taranta quidem vermis est araneæ speciem habens, sed aculeum -veneni feræ punctionis, omnesque quos punxerit multa venefica -ventositate replet, in tantumque angustiatur ut ipsam ventositatem -quæ per anum inhoneste crepitando emergit, nullo modo restinguere -prævaleant et nisi clibanica vel alia quævis ferventior æstuatio citius -adhibita fuerit, vitæ periculum incurrere dicuntur.” Malaterra, l. c. -Secondo i cronisti delle Crociate il morso portava grande enfiagione e -dolori; nè si potea curare se non col fuoco, con la triaca, o, secondo -Alberto d’Aix, commettendo un certo peccato. - -[242] Si vegga la ritirata dell’imperatore Lodovico, andato nell’867 -contro il Sultano di Bari (Lib. II, cap. VIII, p. 377 del Iº volume.) - -Alberto d’Aix, Gauthier e Vinisauf, citati da Michaud, Histoire des -Croisades, tomo I, p. 297 della ediz. del 1825, raccontano somiglianti -disastri de’ Crociati a Beirut, Sidone e Tiro nel 1099. - -[243] Non rimane oggi, nè si trova in alcun diploma. Il buon Di Blasi, -_Storia di Sicilia_, libro VII, cap. 8, si sforza a difendere l’onor -dell’agro palermitano da questa grave accusa; e il Palmieri, _Somma -della Storia di Sicilia_, tomo II, p. 44 e 324, si fa beffe del -Malaterra, non senza collera. - -[244] Bugamo presso il Malaterra, Burgamo nella Epistola di fra -Corrado, il quale aggiugne che a’ suoi tempi, cioè allo scorcio del -XIII secolo, questa terra lontana sei miglia da Girgenti, si chiamasse -Buagimo e appartenesse in feudo alla famiglia Montaperto. È in que’ -dintorni l’odierno comune di Montaperto. Il soprannome d’uomo che -passò al castello, sembra _Abu-’l-Giami’, Abu-’l-Gema’_, ovvero -_Abu-el-’Agemi_. - -[245] Malaterra, lib. II, cap. XXXVI, presso Caruso, _Bibl. Sic_., p. -195, Epistola di Fra Corrado nell’op. cit. p. 48. Si riscontri Lupo -Protospatario, an. 1065, ediz. di Pertz, il quale dice che Roberto -uccise molti Saraceni e riportò statichi di Palermo. Così i Normanni -doveano raccontare il fatto ritornando in Puglia. - -[246] Libro V, cap. XXVI, p. 150. Nel cap. XXVIII dello stesso lib., p. -164, è da leggere Palermo in vece di Bar, la quale lezione è confermata -dal sommario dell’indice che non risponde al testo. Si vegga anco Bar, -posta in luogo di Palermo, a p. 293. - -_Et quant lo duc sapientissime vit la disposition et lo siege de -Palerme et que des terres voisines estoit aportee la marchandite, et -se alcuns negassent la grace par terre, lui seroit aportee par mer, -apareilla soi a prendre altre cite a ce que assemblast autre multitude -de navie pour restreindre Palerme.... premerement asseia Otrante_ etc. - -Roberto non s’era avvicinato a Palermo nel 1061 quand’ei venne la prima -volta in Sicilia. Il passo che citiamo non si può riferire dunque che -al suo ritorno in Calabria dopo l’assedio del 1064, come lo conferma la -occupazione d’Otranto che segue immediata. Manca almeno un capitolo tra -il XXV e il XXVI, il che non farà meraviglia a niuno che abbia letta -attentamente questa traduzione francese di Amato. - -[247] Ibn-el-Alhir sotto l’anno 481, nella _Bibl. ar. sic._, testo, p. -278; Nowairi, op. cit. p. 448, e presso il Di Gregorio, _Rerum. Arab._, -p. 26. - -[248] Il Malaterra porta l’anno di questo combattimento, e Ibn-el-Athir -quello del ritorno d’Aiûb in Affrica, i quali coincidono in cinque mesi -(31 ottobre 1068 principio del 461 dell’egira, a 24 marzo 1069 fine -dell’an. 1068 dell’incarnazione). Sembra dunque che Aiûb fosse tuttavia -in Sicilia e forse in Palermo al tempo del combattimento, e che a -lui abbia fatta allusione il conte Ruggiero con le parole riferite -dal Malaterra: _Si ducem mutaverunt, ejusdem nationis, qualitatis et -religionis est cujus et cæteri sunt._ - -Sembra da coteste parole che il nuovo duce non fosse stato vinto per -anco da’ Normanni, il che ben s’adatterebbe ad Aiûb. Se poi non si -vanta la sconfitta del re d’Affrica e d’Arabia, può spiegarsi in questo -modo che Aiûb, quantunque emir de’ Palermitani in quel tempo, non si -fosse trovato alla testa della gente che uscì a combattere. - -[249] Malaterra, lib. II, cap. XXXVII e XXXIX. - -[250] Malaterra, lib. II, cap. XXXVIII, XLI, XLIII. - -[251] Cf. Malaterra, lib. II, cap. XLI e XLII presso Caruso, _Bibl. -Sic._, p 197, L’Anonimo, presso Caruso, op. cit., p. 843, e nella -traduzione francese, lib. I, cap. XX, p. 291, pone questa battaglia -dopo lo scontro del 1063 che abbiamo riferito a p. 104. Manca forse -qualche squarcio in cui si trattasse anco dell’assedio di Palermo del -1064. - -Il Malaterra descrive con evidente meraviglia il modo che si teneva a -mandare dispacci pe’ colombi. Chi voglia saperne più largamente, potrà -consultare La Colombe Messagère di Michele Sabbâg, tradotto da S. de -Sacy, Paris, 1805, in 8º; Reinaud, Extraits des auteurs arabes etc., -relatifs aux Croisades, p. 150, Quatrémère, Hist. des Sultans Mamlouks; -par Makrizi, tomo II, parte II, p. 115 e segg. - -[252] Cf. Amato, lib. V, cap. XXVII, p. 159 a 164; Malaterra, lib. -II, cap. 40, 43, presso Caruso, _Bibl. Sic._, tomo I, p. 198, 199; -Guglielmo di Puglia, libro II e III, presso Caruso, op. cit., 112, p. -117, 118; Anonimo, presso Caruso, op. cit., p. 844, 845, e traduzione -francese, lib. I. cap. XXII, p. 224; Lupo Protospatario, anni 1069, -1071; Romualdo Salernitano, anno 1070; _Cronica Amalfitana_, presso -Muratori _Antiq. Ital._, tomo I, p. 213. - -Seguo per la data del principiato assedio e della resa, Amato, la -cui testimonianza conferma le correzioni cronologiche del Muratori, -_Annali_. - -[253] Non ne parlano qui i cronisti, ma si vede che Ruggiero ne prese -a’suoi stipendii dopo la occupazione di Palermo. - -[254] Amato, lib. VI, cap. XIII; lib. VII, cap. I e II. - -[255] Amato, lib. VI, cap. XVI e XIX, parla dei _principi_ che -accompagnavano Roberto al cominciare dell’assedio e che, espugnata la -città, egli andò alla Chiesa _avec la moiller et ses frere et avec lo -frere de la moiller et avec ses princes_. Si tratta dunque de’ principi -di Salerno; nè è possibile che andando in persona non avessero condotte -soldatesche di sorta. - -[256] Guglielmo di Puglia, lib. III, presso Caruso, _Bibl. Sic._; p. -122. Amato, lib. VII, cap. II. - -[257] Cf. Malaterra, Amato e Leone d’Ostia ne’ luoghi indicati qui -appresso. - -[258] Malaterra, lib. II, cap. XLV, p. 200. - -[259] Amato, lib. VI, cap. XIV, pag. 178. Cf. Leone d’Ostia, lib. III, -cap. XVI e XLV. - -[260] Amato, lib. VI, cap. XV, pag. 178. - -[261] Si vegga il vol. II, p. 68, 157, 189, 296 e segg. - -[262] La foce d’Oreto ne’ principii del XII secolo s’apriva -più discosto che in oggi dalla città, come il mostra il ponte -dell’Ammiraglio, il quale rimane a levante dell’alveo attuale del -fiume. - -Il mare poi senza dubbio s’è ritirato in questo punto, come nell’antico -porto (la Cala). - -[263] «_Castel Iehan mes maintenant se clame lo chaste Saint Iehan -etc._» Questo torna senza alcun dubbio all’Ospizio de’ Lebbrosi, poi -manicomio ed ora opificio di cuoia. La tradizione ricordava fino al -XIV secolo, (Veggasi _Anonymi Chronicon Siculum_, presso Di Gregorio, -_Rerum aragonensium_, tomo II, p. 124) che Roberto vi avesse fatto -stanza durante l’assedio. Ne fa parola anco il Fazello, Deca Iª, lib. -VIII, cap. I, allegando un diploma del 1209; ma questo è in vero -del febbraio 1219 ed attesta soltanto quel che non è mai caduto in -dubbio, cioè essere stato fondato l’ospizio da’ principi normanni della -Sicilia. Si vegga presso Mongitore, _Mans. S. Trin. Mon. hist._, p. 21, -e nella _Historia Diplomatica Friderici II_, tomo I, p. 590. - -[264] Si veggano i Cap. III, e IV, di questo libro pagine 70, 110, del -volume. - -[265] _Et quant li Sarrazin issoient virent novelle chevalerie et li -Normant les orent atornoies et let prisrent et vendirent pour vils -prison._ - -[266] _Et clama li Sarrazin a combatre._ - -[267] Amato. Il palagio occupato alla prima giunta, par quello che nel -XII secolo Ibn-Giobair chiama Kasr-Gia’far e gli scrittori cristiani -Favara, di che ho fatta parola nel lib. IV, cap. VII, vol. II, p. -350. Fu villa di delizia del re Ruggiero, come innanzi era stata -probabilmente degli emiri di Palermo; sia che parte degli edifizii loro -fosse stata conservata da’ Normanni, o tutto rinnovato. - -[268] Una chiesetta diroccata il 1598 quando si fabbricò in quel sito -il noviziato de’ Minimi di San Francesco di Paola, si chiamava della -Vittoria e vi si leggea questa iscrizione: «Roberto Panormi duce et -Siciliæ Rogerio Comite imperantibus, Panormitani cives ob Victoriam -habitam, hanc ædem B. Mariæ sub Victoriæ nomine sacrarunt. An. Dom. -1071.» (Inveges, _Pal. nob. Er._, 7, an. 1071, nº 9; Mongitore, -_Palermo Divoto di M. V._, lib. I, cap. V; Giardina, _Le antiche porte -di Palermo_, (Palermo, 1732) p. 11, 12). - -La iscrizione data il 1071 è falsa senza alcun dubbio, come lo -provano la latinità, le formole e il titolo di _Panormitani Cives_, -che allor sarebbero stati i Musulmani. Pure questa iscrizione attesta -infallibilmente un’antica tradizione, che non v’ha ragione di mettere -in forse. Errarono poi gli eruditi Palermitani ponendo all’assedio da -quel lato Roberto piuttosto che Ruggiero. Il titolo della Vittoria -rimase alla Chiesa e al Convento de’ Paolotti, il quale fu occupato -per lunghissimo tempo da uno o due squadroni di cavalleria, ed or v’ha -stanza l’artiglieria. - -È da ricordare che al tempo d’Ibn-Haukal (veggasi il nostro Libro IV, -pag. 297, del II vol.) sorgea da quella parte il _Me’sker_, ricinto -fortificato senza dubbio, che i Normanni appena entrati in Palermo, -mutarono in cittadella, come sarà detto largamente alle pag. 137-138 -di questo terzo volume. Si dee dunque supporre che il ricinto stesse -tuttavia in piedi al tempo dell’assedio. Ma in qual modo allor fosse -separato dalla città vecchia, e se compreso nell’àmbito delle sue mura, -non si ritrae: e però non possiamo determinare se durante l’assedio il -tenessero i Musulmani ovvero i Normanni. De’ quali due supposti credo -più verosimile il primo, e che lo alloggiamento del conte Ruggiero -fosse posto appunto rimpetto il _Ma’skar_, alla distanza di sei o -settecento metri; poichè il _Ma’skar_ par si stendesse fino all’odierno -sito di Porta nuova o un po’ più alto. - -[269] Si vegga qui innanzi la p. 110. - -[270] Amato, il quale narra ciò al bel principio dell’assedio, -senza poi far parola della battaglia navale dinanzi il porto, che fu -combattuta alla fine. Non credo si possa riferire a questa la presura -delle due sole navi che cita il cronista. - -[271] Guglielmo di Puglia e l’Anonimo. - -[272] Malaterra. - -[273] Anonimo, testo latino e traduzione francese in parte. - -[274] Si vegga il vol. II, p. 304. - -[275] Malaterra. - -[276] Di questi aiuti tace il Malaterra. Guglielmo ne parla -precisamente innanzi la battaglia del porto. Amato ne fa menzione -dopo la resa della città (Lib VII, cap. I, p. 103), quando ripiglia a -raccontare le ostilità del principe Riccardo in Terraferma... _venoient -sur la cite de Palermo li Arabi et li Barbare et faisoient empediment a -la victoriose bataille de lo duc Robert et pource il requist et chercha -l’ajutoire de lo prince Richart etc._ - -[277] Muratori, Annali, 1071. - -[278] Amato, l. c. - -[279] Il traduttore francese saltò senza dubbio la voce _mura_. - -[280] Amato, lib. VI, cap. XVII, p. 179. - -[281] Id. id., cap. XVIII, p. 180. - -[282] Guglielmo di Puglia. - -[283] Guglielmo di Puglia. - -[284] Nessuno de’ cronisti ha notata la importanza di questa -diversione; Guglielmo, il solo d’altronde che narri il combattimento -navale, ripiglia _Dat validas animo ducis hæc victoria vires_, e dice -dell’assalto dalla parte di terra, senza notare nè far supporre il -tempo scorso tra l’uno e l’altro. Il Malaterra fa menzione appena del -navilio normanno, dicendo che si trovava dal lato di Roberto il giorno -dell’assalto. - -Ne conchiudo che la vittoria navale non fu piena nè splendida, ma -utilissima, come quella che obbligava i Musulmani a difendersi anco nel -porto, cioè, a dividere in tre le scarse loro forze, invece di opporle -in due sole parti a Ruggiero ed a Roberto. - -[285] Amato. - -[286] Malaterra, _Machinamentis itaque et scalis ad trascendendos muros -artificiosissime compaginatis_. Gli è vero che la più parte si ruppe -o non servì all’opera. La grande altezza del muro richiedea si desse -larga base a coteste scale e però le doveano essere montate su ruote. - -[287] Amato. - -[288] Amato dice _en la nativite de Jshu Christ_ (Cap. XXII) e _en -l’aurore de jor_ (Cap. XVIII); l’Anonimo Barese, il 10 _gennaio_, e -Romualdo Salernitano, _di gennaio_. Si noti la festa celebrata nella -chiesetta della Vittoria alla Kalsa il 2 gennaio, della quale diremo or -ora. - -[289] Malaterra. - -[290] Guglielmo. - -[291] Amato. - -[292] Malaterra. - -[293] Amato, Cf. Guglielmo, Malaterra e l’Anonimo. La più parte dei -compilatori siciliani ha fatto entrare nella Khalesa Ruggiero. - -[294] Non fa mestieri notare che questa chiesa della Vittoria sia -diversa da quella fuor la Porta Nuova di cui si è detto di sopra. -Giace propriamente in un vicolo “chiamato oggi della Salvezza” il quale -aprendosi tra la Chiesa della Gancia e il monastero della Pietà, mette -capo al bastione dello Spasimo. - -Le prime memorie in cui sia scritta la tradizione di questa Porta -della Vittoria, tornano alla fine del XV secolo: dalle quali si scorge -ch’eravi dipinta una Madonna molto celebre tra i devoti della città; -che si ottenne dal governo il permesso di fabbricarvi una chiesa; che -questa fu murata nel 1489; e che nel 1497, l’arcivescovo di Palermo, -assentendegli il Senato della città, decretò di celebrarvi una festa -annuale il 2 gennaio. Nel XVI secolo poi vi fu messa la seguente -iscrizione latina, ch’è riferita del Giardina (_Le Porte di Palermo_, -Palermo 1732, pag. 11) e che or si vede dipinta sur un’asse dopo il -secondo altare a destra: - -“Porta hæc, in quam Rogerius invictissimus Siciliæ comes irrumpens, -aditura exercitui christiano ad urbem hanc Panormum ab iniqua -Saracenorum servitute emancipandam patefecit, victoria cognomento ab eo -devictorum hostium summo cum honore ob insignem reportatam victoriam, -Deiparæ Virginis cultu victoris ejusdem principi ardenti ac pio -desiderio consecrata est, quintilio mense dom. incarnationis MLXXI.” - -Altra iscrizione poi attesta una novella ristorazione delle fabbriche -seguita il 1701. Oggidì si veggono: 1º Gli avanzi d’una porta nel -posto che ho indicato; 2º Una Madonna col Bambino e una bandiera, -immagine ritoccata o ridipinta, il cui stile par non possa riferirsi -all’XI secolo. Cotesta dipintura rappresenta senza dubbio la favola -raccontata del P. Ottavio Gaetani, cioè che la Madonna comparve lassù -a Ruggiero con la bandiera in mano, chiamandolo ad entrare in città. -Quanto all’iscrizione di cui ho dato il tenore e ch’è opera di Antonio -Veneziano, ognun vede che renda la tradizione qual correa presso -gli eruditi nel XVI secolo; poichè vi è nominato Ruggiero in luogo -di Roberto e messa la data di luglio 1071 in vece di gennaio 1072. -Rimondata de’ miracoli e delle invenzioni degli eruditi, la tradizione -torna al mero fatto che i Normanni entrarono da quella porta: e ciò -sta benissimo col racconto de’ cronisti contemporanei. Quando poi vi -fosse dipinta per la prima volta l’immagine della Madonna, e se fossevi -stata fabbricata una cappella nell’XI secolo o nel XII, o dopo, non mi -preme ora investigarlo, nè sarebbe agevol cosa. Si vegga il Giardina -l. c; Mongitore, _Palermo Devoto di Maria Vergine_, I, 31 segg., 250 -segg.; Inveges, _Palermo Nobile_, 1071; Di Marzo Ferro, _Guida di -Palermo_, 1858, pag. 360-361. Debbo le notizie locali e il confronto -del Mongitore, al dotto giovane, il professore Antonio Salinas, ch’io -ne richiesi, non essendomi accaduto mai d’entrare in questa chiesetta -della Vittoria. - -[295] Amato. - -[296] Anonimo. - -[297] Amato. _Et lo duc, a ceus qui sont remez liquel habitent en la -cite a liquet avoit donne mort de li parent et fame_ il fist garder -les tors. _Mes pource que Palerme estoit faite plus grant qu elle -non fu commende premerement dont de celle part estoit plus forte dont -premerement avoit este commencie la cite se clamoit la antique Palerme. -Il commencerent contre celle antique Palerme contrester cil de la cite. -Et puiz quant la bataille penserent que il devoient faire et en celle -nuit se esmurent o tout li ostage et manderent certains messages liquel -doient dire coment la terre s’est rendue._ - -Le parole che ho lasciate in carattere tondo sono al certo sbagliate -nella traduzione. Anzi nel primo periodo è saltato evidentemente -qualche brano del testo latino, il quale dovea dire che Roberto -aspettandosi l’assalto di coloro ec., fece guardar bene dai suoi le -torri della Khalesa. - -La voce “contre” va corretta di certo, _entre_, senza che il periodo -non darebbe significato. Que’ della città (antica) non poteano -contendere con la città antica. - -[298] Si vegga la nota precedente con la correzione che ho fatta alla -voce “contre.” - -[299] Amato. _Et puis quant il fut jor dui Cayte alerent devant loquel -avoient l’ofice laquelle avoient li antique avec autres gentilhome -liquel prierent lo conte_ ec. - -Credo non si possa interpretare altrimenti di quel che io ho fatto. -Gli _antique_ sono senza alcun dubbio gli _sceikh_, i componenti la -_gemâ’_, di che ho fatto parola nel Lib. IV, cap. XII, vol. II, p. 426, -ossia i magistrati della repubblica. I due Kâid, ossia capitani, aveano -dunque preso l’oficio della _gemâ’_, ch’era, nel presente caso, il -governo politico. Il magistrato avea risegnato l’uficio, forse la notte -stessa, forse con la spada alla gola, forse con spargimento di sangue. -I due Kâid eran proprio i capi Palleschi dell’assedio di Firenze. - -[300] Amato, _o grand reverance plorant_. - -[301] Cf. Amato, Guglielmo, Malaterra e l’Anonimo. Si vegga il lib. IV, -cap. V di quest’opera, vol. II, p. 301. Il nome di Nicodemo è aggiunto -con buona autorità dal Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 53 e segg. - -[302] _Que sans nulle autre condition ne convenance doie recevoir la -cite a son commendement_. - -[303] Lib. II, cap. XLV. - -[304] Presso Caruso, _Bibl. Sic._, p. 846, e traduz. franc, lib. I, -cap. XXII, p. 295, _sur certene loy et covenances qui encore sont -gardees_. Qui i dotti editori hanno aggiunto tra parentesi _janvier_ -1072, epoca della resa. Va corretto, anno 1146, quando fu scritta -quella parte di cronica com’io ho provato qui innanzi. Cap. I, p. 24. - -[305] L’espugnazione di Palermo si ritrae da: - -Amato, lib. VI, cap. XII a XXII. - -Malaterra, lib. II, cap. XLIII, XLIV, XLV. - -Guglielmo di Puglia, lib. III. - -Anonimo presso Caruso, op. cit., e la traduzione francese, ll. cc. - -Leone d’Ostia, lib. III, cap. XVI, e XLV. - -Lupo Protospatario e Anonimo Barese, 1072, presso Pertz, dov’è la -necessaria correzione _januarii_ in luogo di _junii_. - -Cronica della Cava, anni 1070, 1072. - -Cronica Amalfitana, presso Muratori, _Antiq. Ital._, tomo I, p. 213. - -Romualdo Salernitano, anni 1070 e 1073. - -Cron. di Santa Sofia di Benevento, presso Muratori, _Antiq. Ital._, -tomo I, p. 259. - -Fra Corrado presso Caruso, _Bibl. Sic._, p. 48. - -Per la data, ho seguìta col Muratori (Annali, 1072), la testimonianza -dell’Anonimo barese, la quale si accorda con quella di Amato, che -l’assedio cominciasse in agosto e durasse cinque mesi. Il Malaterra -attribuisce la stessa data all’assedio e pone la resa nel 1071, poichè -egli cominciava il nuovo anno a’ dì 25 marzo. - -Il Fazello, Deca IIª, lib. VII, cap. I, contro le testimonianze -contemporanee, senza allegare nè anco una tradizione, dice aperta la -città da’ prigionieri cristiani. È proprio il caso della occupazione di -Tunis successa a’ suoi tempi. D’altronde avendo fatta consegnar Messina -da’ Cristiani, il Fazello non seppe negare un onore somigliante alla -città di Palermo. - -[306] Amato, lib. VI, cap. XXI, p. 182. Ibn-Khaldûn pone l’anno 464, -(28 settembre 1071-15 settembre 1072), come fine della dominazione -musulmana in Sicilia, notandovi la dedizione di Mazara, ed erroneamente -quella di Trapani, _Bibl. Arabo-Sicula_, testo, cap. L, § 19, p. 497, -498. - -[307] _Dux eam_ (Palermo) _in suam proprietatem retinens et vallem -Deminæ, cæteramque omnem Siciliam adquisitam et suo adjutorio, -ut promittebat, nec falso, adquirendam, fratri de se habendam -concessit...... Nam et medietas totius Siciliæ, ex consensu Ducis et -Comitis, suæ sorti_ (di Serlone) _Arisgotique de Poteolis inter se -dividenda cesserat, eo quod hic consanguineus eorum erat, uterque autem -consilio et armis probissimi viri erant_. — Malaterra, lib. II, cap. -XLV, XLVI. - -Dopo questo attestato d’un partigiano sì caldo del conte Ruggiero, -d’un vero storiografo di corte (_Quoniam ex ædicto principis tempus -scribendi imminet._ Lib. III, preambolo), non occorre esaminare quello -di Amato, lib. VI, cap. XXI, il quale, seguìto da Leone d’Ostia, lib. -II, cap. XVI, dice ritenuta da Roberto la sola metà di Palermo e del -Valdemone e ceduto il rimanente dell’isola a Ruggiero. In ciò è un -anacronismo dal 1072 al 1091, quando Ruggiero duca di Puglia cedette -una metà di Palermo a Ruggiero di Sicilia suo zio. Contuttociò non ho -esitato di scrivere su la testimonianza del solo Amato l’assentimento -dell’esercito alla concessione in favor di Ruggiero. _Et lo comanda que -vieingue tout lo excercit et loa lo excercit qu’il lo devisse doner a -lo frere. Et adont lo duc donna a son frere_ ec. - -[308] Il sito, non indicato precisamente dai cronisti, è senza -alcun dubbio quello che Edrisi chiama _Hagiar-Serlu_, “la Pietra di -Serlone,”_ Bibl. Arabo-Sicula_, testo p. 60, e presso Di Gregorio, -_Rerum Arabic._, p. 122. Io l’ho notato nella carta comparata della -Sicilia. - -Il Fazello, Deca Iª, lib. X, cap. I, e Deca IIª lib. VII, cap. I, -sbaglia il sito e dà due forme diverse del nome di quella rupe a’ suoi -tempi. - -[309] Malaterra, lib. II, cap. XLVI; Anonimo presso Caruso, _Bibl. -Sic._ p. 846, e nella traduzione francese, lib. I, cap. XXIII. - -[310] Si vegga il lib. III, cap. IX, e il lib. IV, cap. V, di -quest’opera, Vol. II, p. 180 e 297. - -[311] Degli scrittori contemporanei, Amato, ossia il suo traduttore -francese, dice una _forte roche_, Malaterra, _castellum_, Guglielmo di -Puglia e l’Anonimo della metà del XII secolo, _castrum_. - -Il Falcando, verso la fine dello stesso secolo, chiamava cotesta -cittadella _Palatium novum_, descrivendone il muro, _mira ex quadris -lapidibus diligentia, miro labore constructum, exterius quidem_ -spaciosis _murorum anfractibus circumclusum etc._ (presso Caruso, -_Bibl. Sic._, p. 406), e altrove nomina una porta _Galculæ_, e dice -serrate tutte le porte _Galculæ_, trattando senza il menomo dubbio -della medesima cittadella (op. cit. p. 432 e 441). - -L’altro Anonimo Siciliano (Muratori, _Rer. Ital._, tomo X, e Di -Gregorio, _Rerum Aragon._, tomo II), narrando nel cap. IV, secondo -le guaste tradizioni del XIV secolo, il conquisto di Palermo e la -edificazione della cittadella, aggiugne _qui locus dicitur hodie Galea_ -(corr. _Galca_) _in quo nunc est palatium_. Il Pirro infine, (_Sicilia -Sacra_, p. 293), citando un diploma del XII secolo ov’è nominata la -porta _Xalces_, aggiugne che ai tempi suoi, cioè nella prima metà del -XVII secolo, la regione dov’era stata innalzata la _Porta Nuova_ si -chiamava _Xalces_ o _Alga_. - -Nè mancano i diplomi. Uno dell’Arcivescovo di Palermo dato il -1132,(_Tabularium regiae ac imperialis capellæ etc_. Panormi, 1835, -p. 7), chiama questo luogo _castellum superius panormitanum_; e il -dotto editore, con la scorta del Fazello e dei diplomi, accenna il -perimetro che movendo a mezzodì dal convento di San Giovanni degli -Eremiti, passava a ponente per un giardino dove surse una chiesa -di Sant’Andrea, indi a tramontana pel luogo detto il Papireto, ed a -levante per la piazza del Palagio Reale il quale rimanea chiuso nel -mezzo. Un contratto del 1167 (op. cit., p. 24) riguarda una casa _quae -est intus Chalca_; un altro del 1258 (op cit., p. 68) concerne altro -stabile _situm in Galcam Panormi prope palacium Caseri_; e fino al 1309 -(op. cit., p. 94) sappiamo d’altra casa _sita in Galca Panormi in ruga_ -(rue, strada) _Sanctæ Mariæ Magdalenæ de Galca_. Così anche un diploma -greco del 6662 (1153) presso Morso, _Palermo antico_, p. 334, dice -della Porta Γάλκας ed il transunto siciliano a p. 342, della “porta di -Xalcas”. - -Senza il menomo dubbio, ancorchè manchi ogni documento arabico, il nome -era _El-Halka_, trascritto nel modo che ciascun credea più conforme -alla pronunzia; il quale vocabolo, passando per bocche non arabiche, -perdè a poco a poco la prima lettera aspirata e si ridusse in ultimo -ad Alga. Il Fazello, Deca Iª, lib. VIII, cap. I, ritrasse dalle antiche -carte il sito, il nome, e fin anco il significato ch’ei dà esattamente, -ancorchè trascriva a suo modo Yhalca ed applichi erroneamente questo -medesimo nome alla Khalsa o Khalesa. Il Cascini e quindi il Morso, -_Palermo antico_, p. 228, 230, con errore diverso, fecero derivare -Chalca ec. dallo aggettivo arabico che significa _alto_. - -[312] Guglielmo di Puglia e Amato. - -[313] Verso il 1832 rispianandosi il suolo della Piazza del palazzo -reale, furono scoperte tre o quattro fosse da grano spaziose molto e -profonde, costruite in forma d’una pera. - -[314] Lib. VI, cap. XXIII. — Ecco ora le autorità contemporanee -risguardanti la costruzione dei due fortilizii dell’_Halka_ e del mare. - -Guglielmo di Puglia, lib. III. - - _Munia castrorum fecit robusta parari,_ - _Tuta quibus contra Siculos sua turba maneret,_ - _Addidit et puteos, alimentaque commoda castris._ - _Obsidibus sumptis aliquot, castris due paratis._ - -Malaterra, lib. II. cap. XLV. Amato, lib. VI, cap, XXIII; Anonimo _Duo -fortissima castra, alterum juxta mare, alterum in loco qui dicitur -Galea_ (corr. Galca), presso Caruso, _Bibl. Sic._, p. 846. e nella -traduzione francese, lib. I, cap. XXII. Amato e il Malaterra dicono -d’una sola fortezza, senza dubbio l’_Halka_ che era la più importante. - -[315] Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 69 e 1369. - -Nel primo de’ citati luoghi il Pirro fa menzione anco della chiesa -di San Pietro e Paolo accanto il Castellamare di Palermo, fabbricata -per ordine di Roberto e compiuta il 6589 (1081) come l’attestava una -iscrizione greca. Ecco dunque le due cappelle destinate a’ presidii -delle due fortezze. - -La citata concessione di beni nel territorio di Mazara fu fatta senza -dubbio avanti il partaggio definitivo dell’isola, nella quale Mazara -toccò al conte Ruggiero. - -[316] Fazello, Deca Iª, lib. VIII, cap. I, e Deca IIª, lib. VII, cap. I. - -La Cronaca Amalfitana, presso Muratori, _Antiq. ital._, tomo I, p. -214, e Romualdo Salernitano, anno 1076, dicono finita in quel torno da -Roberto la chiesa di Santa Maria Vergine in Palermo. - -[317] Amato, Malaterra, Guglielmo di Puglia, ll. cc. - -[318] Guglielmo di Puglia, lib. III. - - _Reginam remeat Robertus victor ad urbem;_ - _Nominis ejusdem quodam remanente Panormi_ - _Milite, qui Siculis datur Amiratus haberi._ - -La voce _amiratus_ qui non sembra posta per cattivo scherzo; perchè -stanziata in Palermo la Corte normanna, il primo ministro e capitan -generale ebbe appunto questo titolo come diremo a suo luogo. - -[319] Malaterra, lib. III, cap. I. - -[320] Amato, lib. VI, cap. XXIII, p. 184. Cf. Guglielmo di Puglia, lib. -III. - -[321] _Chronic. Amalph._, presso Muratori, _Antiq. Ital._, tomo I, p. -213. Romualdo Salernitano, anno 1071. - -[322] Leone d’Ostia, lib. III, cap. LIII. Si confronti Amato, lib. -VIII, cap. XXXV. - -[323] Lib. VIII, cap. XIII. - -[324] Questo fatto è riferito da Amato, lib. VIII, cap. XXIX. - -[325] Le prime pratiche di Gregorio VII con Roberto si ritraggono da -Amato, lib. VII, cap. IX; ancorchè il cronista, che ben potea saperlo, -non dica il soggetto delle negoziazioni e le supponga spezzate per -una quistione di cerimonia, il che non è niente verosimile. Il papa, -dice Amato, andato a Benevento volea che Roberto venisse a trattare in -città; il duca amava meglio discorrere all’aria aperta nel suo campo. -Amato segna con molta precisione la data, dicendo che all’esaltazione -d’Ildebrando, trovandosi Roberto gravemente infermo a Bari, si era -sparsa in Roma la sua morte, onde il papa avea mandato a condolersene -con la moglie e poi a rallegrarsi con lui della salute ricuperata e che -indi si cominciò a negoziare (Libro VII, cap. VII, VIII). - -[326] Amato, lib. VII, cap. X, XII, XIII. - -[327] Si confronti particolarmente con le altre autorità contemporanee -Landolfo, _Histor. Mediol_., edizione di Pertz. — _Scriptor_., tomo -VIII, p. 100. - -[328] Questo particolare è riferito da Malaterra, lib. III, cap. XXXIX. - -[329] I fatti riportati senza speciale citazione dopo il ritorno di -Roberto dalla Sicilia in Terraferma, si ritraggono da Malaterra, lib. -III, Guglielmo di Puglia, lib. III, IV, V, Anonimo, presso Caruso, -_Bibl. Sic_., p. 846 e segg. Amato non arriva che alla morte di -Riccardo principe di Capua. Si confronti per la Cronologia, Muratori, -_Annali_, dal 1072 al 1085, e Gibbon, _Decline and Fall_, cap. LVI. - -[330] Credo se ne debba eccettuare quel tratto di costiera che da -Caronìa, confine occidentale del Valdemone, si stende al fiume detto -di San Leonardo o di Termini che veggiamo confine orientale del -territorio palermitano nel 1093. Perocchè i cronisti ci narrano che -Roberto ritenne per sè il Valdemone e Palermo; nè egli è verosimile -che Ruggiero abbia ceduto il territorio di Cefalù, e di tutta quella -regione la quale, non appartenente al Val Demone nè a Palermo, egli -avea corsa per molti anni, irrompendo nella costiera settentrionale per -la valle dell’Imera. - -[331] Malaterra, lib. III, cap. IV, V. - -[332] Malaterra, lib. III, cap. X. - -[333] Nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 497. - -[334] Il Reiske, _Annali di Abulfeda_, tom. III, nota 260, credè -trovare in questa corrotta lezione delle cronache cristiane il nome -d’Ibn-el-Wardi; nel che l’ha seguito il Wenrich. Ma la correzione non -mi pare niente certa. - -[335] Si vegga il lib. IV, cap. XIV, pag. 526, 527 del secondo volume. - -[336] Malaterra, lib. III, cap. I. - -[337] Malaterra, lib. III, cap. I, scrive _ad infestandam Catanam_. -Ritraendosi ch’egli avesse occupata Catania il 1071 e che la si tenesse -per lui il 1076, parmi si debba intendere l’infestagione del contado. - -[338] Malaterra, lib. III, cap. VII. - -[339] Malaterra, lib. III, cap. VIII, IX. Si confronti l’Anonimo, -presso Caruso, _Bibl. Sic._, pag. 847; Fra Corrado, anno 1075; Lupo -Protospatario, 1076, il quale dice preso a Mazara il nipote del re -di Affrica con 150 navi: ma cotesta tradizione ripugna a quella più -autorevole del Malaterra. - -[340] Si vegga qui appresso la fazione marittima del 1085 sopra Nicotra. - -[341] Malaterra, lib. III, cap. X, e XXX. - -[342] Malaterra lo chiama _Hugo de Gircaea praeclari generis a -Cenomanensi provincia_; l’Anonimo _Hugo de Brachia_, presso Caruso, -Bibl. Sic. p. 847 e la trad. francese, pag. 298, _Hugue de Brechie_, -e lo dice genero del Conte. Si confronti Ducange, _Les familles -normandes_, nella edizione di Amato, per Champollion, pag. 357. Le -parole dell’Anonimo _quem dominum Cathaniae praefecerat_, fan supporre -Ugo feudatario di Catania. - -[343] Malaterra, lib. III, cap. X; Anonimo presso Caruso, Bibl. Sic., -pag. 848; Fra Corrado, anno 1076. - -Una tradizione locale, confrontata con una scrittura del XVI secolo, -la quale non sappiamo se sia fondata esclusivamente sulla medesima -tradizione, porterebbe a credere distrutta la fortezza di Judica -o Zotica, dal popolo di Caltagirone, colonia genovese che avesse -prestate sue forze al conte Ruggiero. Tratterò a suo luogo della -probabile origine genovese di Caltagirone. La tradizione, in vero, e -la citata scrittura del secolo XVI la quale è trascritta nel Ms. dei -privilegii della città di Caltagirone, fog. 602, a 609, col titolo di -_Chronica Pheudorum Hamopetri_, dicono occupata Judica dagli uomini -di Caltagirone al tempo di re Ruggiero, dal quale s’erano ribellati -que’ Musulmani; onde il re, non sapendo altrimenti domarli, promise il -territorio a chi espugnasse la rôcca. I Caltagironesi vi riuscirono -per tradimento di una loro concittadina, tenuta a forza dal signor -musulmano; la quale ordinò coi propri fratelli di aprire una notte -le porte del castello; talchè andativi gli armati di Caltagirone, -entrarono, distrussero ogni cosa e s’ebbero dal re il territorio. -Questo fatto, sotto il regno di Ruggiero il re, non può ammettersi; -tanto più che il feudo di Judica e quello di Fatanasino che v’era -congiunto, compariscono in un diploma del 1160, venduti dal fisco regio -al Comune, non già donati. Più verosimile sarebbe che i Caltagironesi, -per pratica della donna, avessero occupato il castello com’ausiliarii -del Conte Ruggiero nel 1076, e che la tradizione avesse poi confuso il -conte e il re dello stesso nome, e guasta la data al par che il titolo -d’acquisto del territorio. Ma non registrerò al certo un fatto storico -sopra simili supposti. Certo egli è che alla metà del XII secolo la -rôcca era distrutta; poichè Edrisi non ne fa parola, mentr’egli pur -nota il mensil, o diremmo noi villaggio, di Judica. Della fortezza -rimasero spaziose cisterne e pochi ruderi; e l’asprezza del monte -mostra il sito inespugnabile. Su queste condizioni topografiche e su -le tradizioni, si vegga Amico, _Dizionario topografico della Sicilia_, -articolo _Judica_: e Aprile, _Cronologia Universale della Sicilia_, -pag. 64 segg., 91 seg. Ne fa cenno anche il Fazello, Deca I, lib. X, -cap. II, trattando di Caltagirone. - -[344] _Ab hac eadem urbe strictior sinus terrae ab utroque latere mari -urguente, longius in mare porrigitur, pascuis uberrimis abundans_. -Convien che il sito della città sia mutato alquanto, o piuttosto -modificati gli anfratti della spiaggia, per alcuna delle note cagioni. - -[345] Malaterra, lib. III, cap. XI, XII; Anonimo, presso Caruso, Bibl. -Sic., pag. 848. - -[346] _Elias Cartomensis_ (variante _Crotomensis_) presso il Malaterra, -lib. III, cap. XVIII e XXX. Il nome cristiano fu dato al battesimo, se -pur quello che leggiamo ne’ cronisti, non è alterazione di Alì, Eliâs, -o Eliseo. L’altro nome, etnico o patronimico, non si può stabilire con -certezza su la trascrizione latina. Cartami significherebbe oriundo -di Cartama di Spagna, vedi _Merâsid-el-Ittila’_, tom. II, pag. 399, -400. Si potrebbe anco leggere secondo il _Lob-el-Lobâb_, pag. 205. -_Kardami_, e _Kirtimi_ o _Kortomi_ (venditore di Zafferanone), o -finalmente si potrebbe supporre un’alterazione più grave e ridurre il -nome etnico a _Kotami_, ossia berbero della tribù di Kotama, ch’ebbe -tanta parte nella fondazione della dinastia Fatemita e lasciò tante -radici in Sicilia, come abbiamo accennato nel libro III, cap. I, V, VI, -pag. 35 segg. 122, 157. etc. del II volume. - -[347] _Sepibus et siropibus claudens_, Malaterra. _Stropus_ non si -trova con questo significato nel Dizionario di Ducange, ma bene il -derivato _Strupatura_ e _Stropatura_. - -[348] _Golafros_ nel Malaterra. Si vegga il Capitolo II di questo libro -pag. 66, nota 5. - -Debbo avvertire che nella edizione del Malaterra va corretta _Temîm_: -la parola _Tunicii_, sì in questo luogo e sì nel lib. IV, cap. 3. Tunis -non divenne capitale dell’_Africa propria_ se non che dopo la caduta -della dinastia zirita e dopo il conquisto del paese per gli Almohadi, -nella seconda metà del XII secolo. Egli è evidente che un copista o -forse il primo editore del Malaterra, ignorando questo nome di _Temîm_, -principe zirita, credè buona lezione _Tunisii_ che tanto somiglia a -quell’altra nella scrittura. Se prova occorresse di questo, si potrebbe -vedere il lib. IV, cap. 3 del Malaterra nella edizione del Caruso, -dove è notata due volte la variante _Thumin_ che si avvicina alla vera -lezione e pur gli eruditi del XVI, XVII e XVIII secolo, la messero da -parte come erronea, perchè lo Stato di Temîm si era fatto pur troppo -celebre in Europa dal XIII secolo in poi, sotto il nome di Regno di -Tunis. - -[349] Si noti che Roberto, chiamato dagli Amalfitani, assediava Salerno -in questo tempo; che i Pisani ebbero talvolta pratiche con Roberto; -come racconta Amato, lib. V. cap. XXVIII, pag. 164, e che Ruggiero, -chiamato il 1086 da’ Pisani e da’ Genovesi all’impresa di Mehdia, -ricusò, allegando i patti ch’egli avea con gli Ziriti. - -[350] Malaterra, lib. III, cap. XV a XVIII; Anonimo, presso Caruso. -_Bibl. Sic._, pag. 853, il quale chiama il liberatore di Ruggiero, -Casaldus con la variante _Ansadus, Anraldus, e Cansaldus_ e nella -traduzione francese, pagina 310, _Ansalarde_. - -[351] I diplomi di concessione e la carta topografica dei poderi che -ha data, ancorchè poco esattamente, Don Michele del Giudice (Lella) -in appendice alla _Descrizione del Real tempio ec. di Morreale_, -Palermo, 1702, in fol., ci abilitano a misurare sopra una buona carta -il territorio continuo conceduto intorno a Giato; senza contare gli -altri beni che la sciocca pietà di Guglielmo II largì in molti altri -luoghi. Il detto territorio, posto la più parte in provincia di -Palermo, torna a un triangolo curvilineo il cui vertice settentrionale -sia posto a Giardinello, l’orientale tocchi i boschi di Ficuzza, ed -un lato, inarcandosi verso mezzogiorno, venga a formare l’angolo di -ponente, non lungi da Alcamo in provincia di Trapani. Or in quest’area -sono adesso tre soli comuni: Piana de’ Greci, 7270, San Giuseppe li -Mortilli, 6412, Camporeale, 3157. Le cagioni di questo gravissimo fatto -dello spopolamento della Sicilia dall’XI al XVI secolo, toccate nella -_Notice_ che accompagna la mia _Carte Comparée de la Sicile_, Paris, -1859, saranno da noi trattate nel VI libro. - -[352] _Jacenses_ (l. Jatenses) _natura montis quo habitabant, -numerosa multitudine suorum fisi, erant enim usque ad tredecim -millia familiarum_. È probabile che in questo numero sia compresa la -popolazione di molti villaggi tra quelli accennati poc’anzi nel testo. -E però ho detto doversi ragionare gli abitatori di tutto il territorio -per lo meno a 60,000. - -[353] Malaterra, lib. III, cap. 20, 21, dove si legge: _Statutum -servitium et censum persolvere renuntiant._ Malaterra non dice da -chi fosse stata determinata la quantità del servigio e la somma del -censo. Il nome _Jacenses_ va corretto _Jatenses_. Un altro che va letto -senza alcun dubbio Corleone, è stampato _Cortitum_ con la variante -_Cornilium_. - -[354] _Undecumque terrarum artificiosis cæmentariis conductis_. - -[355] Malaterra, lib. III, cap. XXXII. - -[356] Malaterra, lib. III, cap. XXXVI dice de’ tesori del conte -Ruggiero guardati strettamente a Troina del 1082. - -[357] Il testo ha la variante Betchumne. Si veggano le strane lezioni -del nome d’Ibn-Thimna nel lib. IV di questa istoria, cap. XV, pag. -552 del vol. II. La somiglianza della _t_ con la _c_ ne’ Mss. latini -del XII e XIII secolo mi farebbe leggere volentieri Bentimino, ossia -Ibn-Thimna. - -[358] Il vescovado di Catania fu ristorato il 1091. - -[359] Malaterra, lib. III. cap. XXX; Anonimo, presso Caruso, _Bibl. -Sic._, pag. 853, 854 e traduzione francese pag. 310, 311, dove Roberto -di Sordavalle è detto _de Quinteval_. - -[360] Malaterra, lib. III, cap. XXXVI. - -[361] Notisi che il Conte Ruggiero cominciò il primo ottobre ad -allestire l’armata che dovea vendicare questo atroce insulto. È da -supporre ch’ei battesse il ferro mentre gli era caldo. - -[362] Così il solo Anonimo. - -[363] Si vegga lo squarcio di una _Kasida_ d’Ibn-Hamdts, che ho -riportato nel lib. IV, cap. XIV a pag. 532 del II volume. Quivi il -poeta, contemporaneo e siracusano, si vanta de’ “nemici della fede -percossi ne’ loro focolari, delle navi piene di leoni e lancianti -nafta, che vengono a saccheggiare le città de’ Barbari, de’ guerrieri -dalle luccicanti maglie di ferro, i quali se ne tornan con l’armadure -squarciate dalle sciabole musulmane ec.” Cotesti particolari si -adattano a capello alla fazione di cui trattiamo; nè alcun’altra ne -ritroviamo negli annali del tempo, alla quale convengano. - -[364] Malaterra, lib. IV, cap. 2. - -[365] _Resesalix_ nel Malaterra per errore al certo de’ Mss. dove si -dovea trovare la trascrizione del nome Arabico _Ras-es-saliba_, ossia -Capo della Crocifissa, che leggiamo in Edrisi. - -[366] _Turonem_. Edrisi nella _Bibl. Arabo-Sicula_, testo, pag. 34, fa -menzione del monte _Tur_ o _Taur_ a Taormina, celebre per le divozioni -che vi si praticavano e pei miracoli. - -[367] Il porto di Lognina è designato in Edrisi con lo stesso nome. - -[368] Malaterra. Variante: di Giorgio. - -[369] La superiorità de’ balestrieri cristiani è notata dal solo -Anonimo. - -[370] Così il Malaterra. L’Anonimo dà al Conte l’onore di aver ferito -l’emiro. - -[371] Conf. Malaterra, lib. IV, cap. I, II; Anonimo, presso Caruso, -_Bibl. Sic._, pag. 854, 855; Lupo Protospatario, anno 1088; Romualdo -Salernitano, anno 1088, il quale dice che gli assediati per la fame -arrivarono a mangiare i bambini. Ancorchè questi due cronisti pongano -la dedizione di Siracusa nel 1088 e il Malaterra nel 1085, non è dubbia -la data dell’ottobre 1086, poichè il Malaterra dice incominciati gli -appresti del navilio cristiano nell’ottobre 1085, l’assedio nel maggio -seguente e finito nell’ottobre. Una nota ms. contemporanea, citata dal -Pagi, Annali di Baronio 1087, N. II, porta questo anno la occupazione -di Siracusa per Ruggiero e il guasto d’Africa (Mehdia) pei Pisani. E -ciò ben torna contando l’anno dal settembre all’agosto. - -[372] Malaterra, lib. IV. cap. III. - -Il primo errore, volontario o no, di questo autore o di chi gli dettava -lo scritto, sta nella cronologia. Posto l’assedio di Siracusa nel 1086, -i Pisani non gli poteano offrir allora la città di Mehdia, la quale fu -presa nel 1087. Si trattava dunque della lega e de’ preparamenti alla -spedizione. - -[373] Veggansi i libri III, cap. VI; IV, cap. IX; V, cap. III, vol. II, -p. 139-367; vol. III, pag. 80, 81. - -[374] Si vegga la Introduzione ai Diplomi Arabi dell’Archivio -fiorentino § XVI, pag. XXVI - -[375] Ibn-el-Athir dice per quattro anni; Guido per tre mesi. Mi -accosto anzi al primo che al secondo. - -[376] Oltre i Pisani e i Genovesi, Guido cita un _Pantaleo Amalfitanus, -inter Graecos, Sipantus_. Gli Arabi dicono Pisani, Genovesi e tutti gli -altri _Rûm_ ossia, qui, Italiani. - -[377] Così tutti gli scrittori arabi. - -[378] Guido. - -[379] A un di presso 435,000, ovvero 1,160,000 o infine 1,450,000 di -lire nostre. La prima cifra si legge in Ibn-el-Athir, la seconda in -Nowairi e la terza in Ibn Khaldûn. E questa è la più verosimile, posto -il poco valore dell’oro nell’Affrica propria nell’XI secolo, di che -ho toccato nel lib. IV, cap. VIII, pag. 362 del Vol. II, ed anco nella -Introduzione ai Diplomi arabi dell’Archivio fiorentino, § XII, pag. XVI -e seguenti. Guido dice vagamente “prezzo infinito d’oro e di argento.” - -[380] Questi due altri patti si leggono nel solo poema di Guido e -mi sembrano verosimili. Non così l’ultimo che egli aggiugne, cioè di -tenere come suoi signori i Pisani e i Genovesi, di riconoscere l’alto -dominio del Papa e pagargli tributo annuale. - -[381] Marangone, nell’_Archivio storico italiano_, tom. VI. parte II, -pag. 6; _Chronica Pisana_, presso Muratori _Rerum Italic_., tom. VI, -pag. 109 e 168; Caffaro, nello stesso vol. del Muratori, pag. 253: -Anno 1088, _In exercitu Africæ; Chronic. Mon. S. Sophiae Beneventi_, -presso Muratori, _Antiq. Ital_., tom. I, pag. 259; _Chronica Fussenavæ_ -Anno 1087, presso Muratori, _Rer. Ital_., tom. VII; Poesia latina -di Guido, nel _Bulletin de l’Académie de Bruxelles_, tom. X, parte -I. pag. 524 segg. ripubblicata da M. Du Méril, _Poesies populaires -latines de Moyen-âge_, Paris, 1847, in-8, pag. 239 segg.; _Chronica_ -di Leone d’Ostia, continuata da Pietro Diacono, Lib. III, cap. 71, -presso Muratori, _Rer. Ital._ tom. IV, la quale dà tutto il merito -dell’impresa al papa e vi fa perire centomila Saraceni; Bernoldi, -_Cronic_., presso Pertz, _Script_., tom. V, pag. 447. Si vegga un’altra -autorità contemporanea citata dal Pagi, _Annali del Baronio_, anno -1087, N. II (§ VIII del Baronio.) - -_El-Bayân-el-Moghrib_, testo arabico, edizione Dozy, tom I, pag. -309, 310; Ibn-el-Athir, anno 481.,ediz. Tornberg, tom. X, pag. 109, -110; Nowairi, nella _Bibl. Arabo-Sicula_, testo, pag. 434; Tigiani, -nella Bibl. Arabo-Sicula, testo, pag. 390, 391 e traduzione francese -di M. Rousseau nel _Journal Asiatique_ di febbrajo 1853, pag. 72, -leggendosi per manifesto errore del Ms. il riscatto di 1000 dinar; -Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, traduzione di M. De Slane, -tom. II, pag. 24,; infine Ibn-Abi-Dinâr (El Kaireuani) testo, nella -_Bibl. Arabo-Sicula_, pag. 530 e traduzione francese, pag. 146, dove i -traduttori han letto Veneziani in luogo di Pisani. Secondo Ibn-el-Athir -e Nowairi fu pattuita la restituzione dei prigioni Musulmani. Tigiani -dice positivamente il contrario. I versi che ci rimangono dell’elegia -arabica sono stati tradotti nella _Nuova Antologia_ di Firenze, vol. -II, fasc. V, pag. 62, maggio 1866. - -La data esatta, che si legge nel _Bayân_, e ch’è seguita da Tigiani e -da Ibn-Khaldûn, torna al 480 dell’egira (8 aprile 1087-26 marzo 1088). -La conferma la ecclisse solare del 1 agosto 1087; poichè Abu-s-Salt, -citato dal Tigiani, dice seguìto il caso di Mehdia immediatamente dopo -la ecclisse totale del sole nella costellazione del Lione, sotto la -quale erano state gittate le fondamenta di quella città. Ibn-el-Athîr, -Nowairi e Ibn-Abi-Dinâr riferiscono il fatto al 481. Marangone dà il -giorno di San Sisto del 1088 (1087 dell’anno comune), e la cronica di -Santa Sofia il 1089. Ricordisi che, se si dovesse credere al Malaterra, -sarebbe stata presa Mehdia il 1086. - -Su la citata poesia latina è da notare la esattezza de’ nomi geografici -e di molti fatti che si ritraggono da fonti musulmane. Per esempio -veggiamo _Madia_ (Mehdia) mirabile e vasto porto e _Sibilia_ (Zawila) -città attigua a quella; _Pantalorea_ (Pantellaria) _Timimus_ (Temîm) -gli _Arrabites_ (Arabi) nemici di Temîm, _macris equis insidentes, -corporibus ductiles_ ec. In generale si può dire che, tagliando un paio -di zeri nelle cifre numerali, la narrazione corra esattissima. - -Si riscontri il Muratori, _Annali_, 1088, il quale, non avendo alle -mani le memorie arabiche, nè il poema di Guido, cammina con troppo -sospetto; suppone esagerata troppo la importanza del fatto; si adombra -di quella espugnazione contemporanea di due città, Almadia e Siviglia -(El-Mehdia e Zawila) la seconda delle quali gli pare la nota città di -Spagna; e conchiude erroneamente “che lo sforzo de’ Pisani fu contro -Tunisi.” A cotesto sbaglio lo condusse per avventura la lezione del -Malaterra: _urbem regiam regis Tunicii_, dove, senza dubbio, è da -leggere _regis Temimi_, sì come ho notato in questo medesimo capitolo -pag. 158, nota 1. - -[382] L’_ha_, sesta lettera dell’alfabeto arabico, fu resa per lo -più, sino ad uno o due secoli addietro, con le lettere latine _ch_; -e il _dal_, ottava lettera, più spesso con una _t_ che con una _d_. -L’Anonimo ha _Hamus_. - -Sapendosi dalla storia che _Chamut_, fatto cristiano con tutta -la famiglia, rimase sotto il dominio del conquistatore, possiamo -ben identificare il casato con quello del Ruggiero _Hamutus_, già -proprietario di certi beni che Federico II concedea nel 1216 alla -chiesa di Palermo (Diploma presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 142) e -dell’Ibu-Hamûd, ricchissimo signore che Ibn-Giobair vide in Sicilia nel -1185. Questo nobil uomo poteva esser figliuolo o nipote del regolo di -Castrogiovanni. Sapendosi ch’ei portasse il soprannome d’Abul-I-Kâsim, -sembra anco il _Bulcassimus_, celebre per brighe alla corte di Palermo, -ne’ primordii del regno di Guglielmo il Buono; l’Abu-I-Kâsim al quale -Ibn-Kalakis intitolava il suo _Ez-Zahr-el-Basim_; e l’Ibn-Abi-I-Kâsim, -al quale Ibn-Zafer, venuto in Palermo, dedicava, una diecina di anni -innanzi, l’_Asalib-el-Gaiah_, il _Mosanni_, il _Dorer-el-Ghorer_, e -la seconda edizione del _Solwân-el-Motha’_, sì come io ho notato nella -Introduzione al _Solwân_ (Firenze, 1851) pag. XXIV a XXVII. Si avverta -che il nome di Kâsim e il soprannome di Abu-I-Kâsim tornano assai -frequenti tra i Beni-Hamûd. Le genealogie di costoro si rinvengono -nel Ms. di Parigi, intitolato _Ansâb-el-Arab_, Supplem. Arabe, -467, fog. 90, verso, e in quello della stessa Biblioteca intitolato -_’Omdet-et-Talib_, Ancien Fonds, 636 fog. 93, verso e segg. nelle -quali opere non si fa parola dei Beni-Hamûd di Sicilia. Della casa -spagnuola di questo nome dicono tutte le istorie di Spagna e d’Affrica -dell’XI secolo; per esempio _Marrekosci_, testo, pag. 30 segg., 43 -segg.; il _Bayân_, tom. I, pag. 308; Ibn-Khaldûn, _Storia de’ Berberi_, -traduzione francese, tom. II, p. 152 segg.; Dozy, _Histoire des -Musulmans d’Espagne_, tom. III, p. 316 segg. e passim, tom. IV, p. 13 e -segg. - -Non merita alcuna fede il libro di Nicasio di Burgio, conte palatino -XXIII, intitolato _La Discendenza di Achmet_, ec. Trapani 1786, -in-fol., nel quale si sostiene che la famiglia Burgio discenda da -questo Hamudita. - -[383] Malaterra, lib. IV, cap. 5; Anonimo, presso Caruso, _Bibl. Sic._, -pag. 855; Fra Corrado, op. cit., pag. 48. - -Il Malaterra pone questo fatto nel 1086; ma al certo sbaglia d’un -anno, com’è manifesto dalla correzione che abbiam fatta alla sua -testimonianza su la espugnazione di Siracusa e di Mehdia, qui -innanzi pag. 168 e 172, in nota. Ibn-el-Athir, Abulfeda, Nowairi, -Ibn-Abi-Dinâr, nella _Bibl. Arabo-Sicula_, pag. 278, 414, 448, 534 -portan la data del 481 (1088-89). - -I nomi delle castella prese nella provincia di Girgenti, sono tolti dal -Malaterra, correggendo alcun evidente errore del testo. Rimane dubbio -il suo _Racel_, che ho trascritto sicuramente _Rahl_ (stazione), ma -vi manca il nome che dee seguire per determinare quella appellazione -generica, il qual nome io non saprei indovinare tra i moltissimi -Rahl di quella provincia. Credo avere ben letto _Ravanusa_ il Remise, -(variante Remunisse) del testo, poichè Micolufa sorgea presso Ravanusa. -Del resto Simone da Lentini, autore del XIV secolo, il quale copiò -Malaterra, nel suo libro “_La conquista di Sicilia_” recentemente -uscito alla luce (Collezione d’opere inedite o rare, Bologna, 1865, -in-8) dà otto soli nomi degli undici, dicendo non avere ritrovati -gli altri ne’ testi; ed un Ms. della stessa opera, appartenente -alla _Bibliothèque de l’Arsenal_ in Parigi (Ital. N. 68) ne dà -sette soltanto: Platani, Musan, Guastanella, Catalanixetta, Bosolbi, -Mocofe, Cyaxo “e li altri, aggiugne, non so chi si fussiru e nun si -canuxirianu, ec.” - -Intorno i nomi che non si trovano nella lista odierna de’ Comuni di -Sicilia, si vegga il _Dizionario Topografico_ del D’Amico e l’Indice -che io ho messo in fine della _Carte comparée de la Sicile, Notice_. - -[384] Malaterra, lib. IV, cap. 6; Anonimo, presso Caruso, Bibl. -Sic., p. 855. Secondo Fra Corrado, op. cit., pag. 48, Castrogiovanni -e Girgenti furono occupate nello stesso anno. Ma ciò non è detto -precisamente da Malaterra; nè citato l’anno dell’avvenimento, il quale, -secondo la serie dei fatti narrati dallo stesso cronista, tornerebbe -al 1087, ovvero ai primi mesi del 1088. Gli Arabi pongono la resa di -Castrogiovanni nel 484, tre anni dopo quella di Girgenti (1088-89) e le -fanno cedere entrambe agli orrori della fame: Ibn-el-Athir, Abulfeda, -Nowairi e Ibn-Abi-Dinar, nella _Bibl. Arabo-Sicula_, testo, p. 278, -414, 448, 534. - -A Sciacca si crede, o almeno si credeva un tempo di possedere proprio -il fonte battesimale nel quale fu reso cristiano il degenere nipote -d’Alì. Si vegga una Memoria di Vincenzo Venuti, con corredo di diplomi -che puzzano di falso, negli _Opuscoli di Autori siciliani_, Tom. VII, -pag. 16. (Palermo, 1762). - -[385] Malaterra lib. IV, cap. XII, XIII, XV; Anonimo presso Caruso, -_Bibl. Sicula_, p. 855; Fra Corrado, op. cit., p. 48. Per la venuta -di Urbano II in Sicilia e l’assedio di Butera, seguo la cronologia del -Pagi, Annali di Baronio, 1089, § IX. Gli annalisti Musulmani, citati di -sopra, differiscono dai cristiani; tacendo di Noto e Butera e ponendo -ultima città occupata Castrogiovanni, ma concordano nel designare -il 484 (22 febbraio 1091 a 11 febbrajo 1092) come l’anno in cui fu -compiuto il conquisto normanno. - -[386] _Resacrambam_, Malaterra. - -[387] Malaterra, lib. IV, cap. XVI. Il tempo che durò la guerra di -conquisto è confermato da Edrisi, il quale lo dice appunto trent’anni, -contando dal 453 (26 genn. 1061 a 14 genn. 1062). Testo nella -_Biblioteca Arabo-Sicula_, pag. 26. - -[388] Di questo sito han trattato Fazello, Deca 1, lib. 4, cap. -I; Amico, _Dizionario topografico_, traduzione italiana, tom. II, -Appendice, alla voce Pantalica; Massa, _Sicilia in prospettiva_, -tom. II, pag. 126; Ferrara, _Guida di Sicilia_, pag. 151; Bourquelot, -_Voyage en Sicile_, Paris, 1848, pag. 491 segg. - -L’importanza di Pantalica nel 1093 si scorge dal diploma trascritto -dal Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 618, dove il nome è scritto Pantegra, -mentre si legge Pantargo in altro diploma del 1151, op. cit. p. 993; -e l’Edrisi, testo, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pag. 56, 57 lo dà -Bentarga. Ei chiama l’Anapo _Nahr-Bentargha_, ossia fiume di Pantalica. - -[389] Malaterra, lib. IV, cap. XVIII; Cf. _Anonymi Chronicon Siculum_, -presso il Caruso, pag. 856 e nella traduzione francese, p. 312. -Ancorchè il testo del Malaterra porti questi fatti nel 1092, mi è parso -di seguire più tosto la data notata dal Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. -XI e 612, secondo una inscrizione sepolcrale oggi, a quanto e’ pare, -perduta. - -[390] Oltre che questo risulta chiaramente dai fatti, sel sapeano -ben Ruggiero e i suoi contemporanei. «Comes ergo totius progeniei -suæ sustentator, citra Romam versus Siciliam, sicuti maria ab undique -cingunt, abundantia rerum et industria callentis, sapientis consilii -præcellebat; unde et omnes sua negotia ad ipsum conferebant.» Malaterra -lib. IV, cap. XXVI Cf. cap. XVII, XX ec. - -[391] Lib. III, cap. XLI. - -[392] Così espressamente nel lib. IV, cap. XXIV, trattando di quella -ch’ei chiama ribellione d’Amalfi, del 1096. - -[393] Si veggano i cap. I e V del presente libro, pag. 31, 37 segg. e -141 del volume. - -[394] «Maxime quia Apuli, expeditionibus aliquo annorum curriculo -desueti, corpus nullis plagis et diutinis laboribus fatigando, -quin recreando sibi potius indulgere, quam expeditionibus iterum -assuescendo, insudare nitebantur.» Malaterra lib. IV, cap. XXVI. - -[395] Malaterra, lib. III, cap. XLI. - -[396] Malaterra, lib. IV, cap. XXIV. - -[397] /P «Simon fonte, pictus fronte inunctione chrismatis, Heredatur: -solidatur Dux futurus Siculus: Calabrenses suos enses sibi optant -adjici: Pater totum implet votum: Dux concessit fieri.» Malaterra, lib. -IV, cap. XIX. P/ - - -[398] Malaterra, lib. III, cap. XLI. Sul primo partaggio si vegga il -cap. I del presente libro, pag. 51 del volume. - -[399] Malaterra, lib. IV, cap. IX segg. - -[400] Si vegga il capitolo VI, pag. 156, dove si dice delle soldatesche -capitanate da Elia Cartomi, le quali sembrano di certo musulmane. - -[401] Malaterra, lib. IV, cap. XVII. - -[402] Malaterra, lib. IV, cap. XXII. - -[403] Si veggano i cap. IV e VI del presente libro, pag. 107, 176 del -volume. - -[404] Lupo Protospatario, anno 1096; _Annales Cavenses_, sotto lo -stesso anno, presso Pertz, _Scriptores_, tom. III, pag. 190; Pietro -Diacono, lib. IV, cap. XII; Romualdo Salernitano anno 1096. Alcuni -compilatori hanno notato che, se i Musulmani fossero stati 20,000, si -sarebbe continuato l’assedio. All’incontro è da considerare che il -Conte e gli altri capitani cristiani non amavan di certo a rimanere -in balìa de’ Musulmani, appunto in quella spaventevole eruzione di -passioni religiose. - -[405] Malaterra, lib. IV, cap. XXIV. Si confronti Guiberto Abate, -_Historia Hierosolim.,_ lib. III, cap. I. - -[406] Mi par che il Malaterra, col suo _tentoria bitumine palliata_, -alluda soltanto al colore; siccome in un altro luogo (lib. III, cap. -XIX), descrivendo la costruzione della Chiesa di Traina, ei dice: -_Parietes depinguntur diverso bitumine_. Pure potrebbe significar tende -di tele incatramate, poichè la voce _bitumen_ si adoperava nella bassa -latinità per designare ogni sorta di materia resinosa. Veggasi Ducange -alla voce _bituminare_. Quanto al verbo _palliare_, credo che qui sia -usato nel senso di colorare, non di addogare, dipingere a forma di -pali, o strisce. - -[407] Malaterra, lib. IV, cap. XXVI a XXVIII. - -[408] Vita di San Brunone, negli _Acta Sanctorum_, ottobre, tomo -III, pag. 662 segg., 719 segg. e il diploma del conte Ruggiero, dato -il 1098; su l’autenticità del quale ho molti dubbii, non ostante i -lunghissimi comenti degli eruditi editori. Cotesto diploma e parecchi -altri relativi al Monastero di San Brunone si leggono ne’ _Regii -Neapolitani Archivii Monumenta_, vol. V, n^i 450, 466, 477, segg. 494, -segg. 510; pag. 129, 171, 203, 204, 205, 208, 245, 246, 249, 278. - -[409] «Et sumptis ab Anselmo corporalibus cibis, gratiosi -revertebantur.» - -[410] Eadmeri, _Vita S. Anselmi_, estratto, presso Caruso, _Bibliotheca -Sicula_, pag. 974, 975. - -[411] «E (i Franchi) infestarono qua e là l’Affrica (propria) -occupandone qualche luogo, che poi perdettero.» Mi par che queste -parole accennino chiaramente ai fatti di Bona e Mehdia da noi testè -raccontati (cap. I e VI, pag. 13 e 168, del presente volume) e forse ad -altri che ignoriamo. - -[412] Letteralmente sarebbe in latino: _Femure sublato, pepedit crepito -magno._ - -[413] Ibn-el-Athîri _Chronicon_, testo, anno 491 (1097-8), ediz. -Tornberg, tomo X, pag. 185 segg. e nella mia _Biblioteca Arabo Sicula_, -testo, pag. 278, 279. È da notare che lo stesso nome di Barduil -(Baldovino) è dato dagli annali musulmani all’imperatore Ottone II -(Veggasi il nostro lib. IV, cap. VII, pag. 328 del secondo volume). -Sembrerebbe che, sotto uno dei primi Baldovini di Gerusalemme, fosse -passata dai Cristiani a’ Musulmani qualche falsa tradizione su l’impero -de’ Franchi, pervenuto in linea retta da Carlomagno alla casa di -Bouillon. - -[414] Si vegga il Capitolo precedente, pag. 168 di questo volume. - -[415] Si noti che il Conte, conducendo i suoi Saraceni all’assedio -di Capua, era corso fino a Benevento, alla quale città avea messa una -taglia. Malaterra, lib. IV, cap. XXVI. - -[416] Si vegga il Capitolo precedente, pag. 176. - -[417] Ruggiero assediava Butera, come si è notato al luogo citato, -nell’aprile del 1089. Il papa venne a trovarlo nella stessa primavera -o nella state; e poi nel settembre fu celebrato il Concilio di -Melfi, dove si proclamò la tregua di Dio, e il duca Ruggiero ebbe -l’investitura dal papa. - -[418] Malaterra, lib. IV, cap. XXIII, il quale dice del vescovo di -Traina: _nam Italus erat et illorum partium gnarus_. Questa espressa -testimonianza porta a correggere i luoghi di Pirro del Fazello e -di tutti i compilatori, che credono fatto vescovo di Traina, e poi -di Messina, Roberto di Grantemesnil fratello della prima moglie di -Ruggiero, ch’era abate di Sant’Eufemia in Calabria fin dal 1062. - -[419] Pandolfo Pisano presso Muratori _Rerum Italic. Script._, tom. -III. parte I, p. 353. - -[420] Malaterra, lib. IV, cap. XXVII. - -[421] Op. cit., lib. IV, cap. XXIX. - -[422] Lupo Protospatario e Romualdo Salernitano, entrambi sotto l’anno -1101. Il giorno è determinato dal registro mortuario cassinese, presso -Caruso, _Biblioth. Sicula_, pag. 523. Lasciando da canto gli altri -scrittori Arabi che vagamente dicono morto Ruggiero avanti il 494, -ci basti ricordare Edrisi e Ibn-Khaldûn, i quali pongono la morte -del conte precisamente in quell’anno, cioè dal 6 novembre 1100 al 26 -ottobre 1101. Si veggano i due testi nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, -pag. 26, 485 e 498, e la versione del secondo per M. de Vergers, pag. -183. - -[423] Malaterra, lib. IV, cap. XXV. - -[424] Si vegga qui innanzi, pag. 192. - -[425] Malaterra, lib. III, cap. XXII. - -[426] Id., lib. IV, cap. VIII. - -[427] Id., lib. IV, cap. XIV, Cf. _Anon. Chron. Sic._, presso Caruso, -_Bibl. Sic._, pag. 856, e nella traduzione francese, p. 312. Su la -figliuolanza del Conte Ruggiero, si vegga il Pirro, _Chronologia Regum -Siciliæ_, pag. X segg., e Ducange, _Familles Normandes_, in Appendice -ad Amato, pag. 354 segg. Il Pirro nel detto capitolo, pag. XI, novera -anco tra i figliuoli del conte Ruggiero un Malgerio, il cui nome -si cava da’ Diplomi della sua raccolta ed anco è soscritto in altri -dell’Archivio di Napoli, due de’ quali dati il 1094 uno il 1098, uno -il 1102 ed uno il 1096 pubblicati nel _Regii Neapolitani Archivii -Monumenta_, vol. V, pag. 205, 208, 249, 278 e vol. VI, pag. 164. Il -diploma del 1098 è stato pubblicato anco dai Bollandisti (Vita di San -Brunone, ottobre, tomo III, pag. 662 segg.). Credo illegittimo questo -Malgerio, perchè il Malaterra tace di lui, non essendo sforzalo dagli -avvenimenti a nominarlo, e non pensandosi, forse, a lui in corte quando -si trattava della successione. - -[428] Malaterra, lib. IV, cap. XIX. - -[429] Sapendosi con esattezza il giorno della morte dei re Ruggiero a -dì 26 febbrajo 1154 e ch’egli avesse allora 58 anni, 2 mesi e 5 giorni, -la sua nascita torna al 22 dicembre 1093. Su questa data si sono fatte -molte controversie da chi voleva a forza far nascere il bambino dopo -l’assedio di Capua, per le parole del Malaterra: _ibi se impregnavit -Comitissa Adelasia de comite Rogerio_. Ma non si è riflettuto che -questo Ruggiero è appunto il padre! I Bollandisti non avean dunque -bisogno di supporre un’interpolazione del testo di Malaterra, per -provar seguìto l’assedio di Capua il 1098, come il fanno nella vita di -San Brunone, tom. III di ottobre, pag. 655 segg. - -[430] Malaterra, lib. IV, cap. XIV. - -[431] /P Marchionis, Militonis, Bonifacii itali, Neptis ornat, quod -exornat Uxor Adelasia Brutiorum Siculorum Comitem Rogerium etc. P/ - -Questi versi latini di metro italiano, attribuiti a Maraldo, monaco di -Calabria contemporaneo del primo conte Ruggiero, celebrano la nascita -del costui figliuolo per nome anco Ruggiero e il battesimo datogli -da San Brunone. Li pubblicò per lo primo il Bulini, nel Prospetto -della Storia de’ Certosini, come ritraggo dagli _Acta Santorum_, -mese d’ottobre, vol. III, pag. 656 segg. dove i dotti editori li -ristamparono a proposito di San Brunone. Ma l’appellazione classica -di Bruzii data a’ Calabresi odora di erudizione troppo più moderna. -Inoltre i primi quattro versetti sembrano copiati dalla prosa del -Malaterra che dinanzi citammo. Perciò non mi fido troppo all’attestato -di frate Maraldo. - -[432] _Anonymi hist. sicula_, presso Caruso, _Bibl. Sicula_, pag. 856, -e nella traduzione francese, pag. 312. - -[433] _Historia Ecclesiastica_, lib. XIII, presso Duchesne, _Histor. -Norman. Scrip._, pag 897. - -[434] Pirro, _Chronologia Regum Siciliæ_, pag. XII e XIII; Muratori -_Annali d’Italia_, an. 1090. - -[435] Fin anco gli Autori dell’_Art de verifier les Dates_ (ediz. del -1777 vol. III, pag. 630), e il diligentissimo Saint-Marc (_Abregé -de l’Histoire d’Italie_, tom. II, pag. 1039) danno un Bonifazio I, -Marchese di Monferrato dal 1060 al 1100. - -[436] _Osservazioni critiche sopra alcuni particolari delle Storie del -Piemonte e della Liguria_, tra le _Memorie della Reale Accademia delle -Scienze di Torino_, Serie seconda, tomi XIII, XIV, XV. - -[437] De’ Simoni, negli _Atti della Società ligure di Storia Patria_, -vol. I, pag. 141, 142, 647, 648; e il medesimo, _Lettera a M. Amari_, -nella _Nuova Antologia_, vol. III, pag. 193 segg. Firenze, settembre -1866. - -[438] Si veggano più precisamente i confini, nella _Nuova Antologia_, -l. c. - -[439] Breve di Gregorio VII, del 3 novembre 1079, da Labbe, _Concilia_, -presso San Quintino, op. cit. _Memorie dell’Accademia di Torino_, tom. -XIII, p. 53. - -[440] _Introduzione_, pag. X a XIII. Tra gli altri errori familiari -all’impostore maltese replicati in questa pergamena, è la lettera _aín_ -aggiunta nel nome di Messina. Ecco intanto la storia del diploma. - -L’Archivio di Napoli comperò questa ed altre pergamene da privati -nel 1844, com’io ritraggo dall’erudito signor Giuseppe Del Giudice. -Il professore Lettieri che sapea benino la grammatica arabica ma -non avea tanta pratica della lingua e molto meno della paleografia, -credè tener nelle mani un gioiello; onde, tutto lieto, lo presentò al -Congresso, come si scorge dagli _Atti della settima adunanza degli -Scienziati italiani_, Napoli, 1846, pag. 641. Quivi si legge che -l’accademico signor De Ritis mise in forse l’autenticità del Diploma -e che disputatone un poco, si passò ad altri argomenti e sollazzi. -Il Congresso non s’era adunato di certo per giudicare cartapecore -arabiche, nè trattar di cose letterarie. Mi sia lecito aggiugnere che, -vivendo io allora in Parigi, informato della scoperta, dichiarai _a -priori_ falso cotesto documento; e che dopo il 1849, procacciatomi -per favore del dottissimo Duca di Laynes, il _fac-simile_, che n’era -stato inciso in rame, mi confermai nel giudizio e confermollo anco -il mio maestro M. Reinaud. Morto intanto il Lettieri mentr’egli si -apparecchiava a pubblicare la traduzione e il comento, rimasene il -manoscritto ai suoi eredi; ma il diploma fu messo in mostra con una -bella cornice nella sala dell’Archivio di Napoli, il cui Direttore, -principe di Belmonte, nell’opera intitolata _Legislazione positiva -degli Archivii del Regno_, Napoli, 1855, pag. 86, lo noverava tra “i -più curiosi dell’Archivio” quantunque avvertisse “bisogna andar cauti -e vedere se sia autentico.” Il fatto è che la cornice e il diploma -sono rimasti per tanti anni e rimangono forse anch’oggi, esposti -all’ammirazione del colto pubblico. - -[441] Si vegga l’_Introduzione_, nel volume I della presente opera, -pag. XXXIII, XXXIV. - -[442] Su i diplomi di Sicilia venuti in luce innanzi il XIX secolo, -si vegga il Gregorio, _Introduzione al Diritto pubblico siciliano_, -pag. 33 segg.; 87 segg. della prima edizione, e in varii luoghi delle -_Considerazioni_. Anco il Gregorio diffidò delle versioni de’ diplomi -greci, come si scorge dalle Considerazioni, lib. I, cap. vj, nota 12. - -[443] Si rinvengono, insieme con documenti d’altro idioma, nelle -seguenti opere: - -Morso (Salvatore), _Palermo antico_, 2ª ediz. Palermo, 1827, in-8. - -Buscemi (Niccolò), nella _Biblioteca Sacra per la Sicilia_, ossia -_Giornale Lett. Scient. Ecclesiastico_, Tom. I, II. Palermo, 1832, -1834. - -Martorana (Carmelo), _Risposta_ al Buscemi, nel _Giornale di Scienze e -Lettere per la Sicilia_, Palermo, 1834, in-8. - -Garofalo (Luigi), _Tabularium Capellæ Collegiata in r. panormitano -palatio_, Panormi, 1835, in foglio. - -Mortillaro (Vincenzo), _Catalogo de’ Diplomi.... della Cattedrale di -Palermo_. Palermo, 1842, in-8. - -» _Elenco cronologico delle antiche pergamene della Magione_ Palermo, -1859, in-4. - -» _Opere_, tomo IV. Palermo, 1848. - -[444] Spata (Giuseppe), _Le Pergamene greche esistenti nel grande -Archivio di Palermo, tradotte ed illustrate_, Palermo, 1861, in-8 -(uscito il 1865). - -» _Sul cimelio diplomatico del Duomo di Monreale_, Palermo, 1865, in-12. - -[445] Avverto che per brevità saranno da me citati senz’altra -qualificazione che di inediti, tutti i diplomi arabici di Sicilia de’ -quali mi ha cortesemente mandate copie il Prof. Cusa. - -[446] Trinchera, _Syllabus membranarum_, etc. Napoli, 1865, in-4. - -[447] Ve n’ha alquanti nelle collezioni poc’anzi citate, a pag 203, -nota 2. - -Inoltre si vegga il Di Chiara, _Opuscoli editi, inediti e rari sul -Diritto pubblico eccl. della Sicilia_, Palermo, 1855, in-8. - -[448] Si vegga i nostri libri III, cap. xj, e IV, cap. xj, pag. 216, -217, 396 a 399 e 414 del vol. II. - -[449] Malaterra, lib. IV, cap. xviij, xx, xxix. - -[450] _L’Ystoire de li Normant_, lib. V, cap. xij, xxj, xxv; lib. VI, -cap. xix. Si noti anco il titolo di _Cristianissimo_ ch’ei dà a Roberto -Guiscardo, nel lib. V, cap. xxv. - -[451] Forma siciliana della voce _appetito_. - -[452] Non è da confondere questo vocabolo col derivativo dalla terra di -Giudica (Judica) che alcuni scrissero Zotica. - -[453] Corre il cane. Sicil. - -[454] Si veggano i diplomi citati qui appresso a pag. 208 per San -Marco, Rametta, Librizzi, San Filippo di Fragalà. - -[455] Presso Caruso, _Bibl. Sicula_, pag. 475. - -[456] Lib. IV, cap. xj, a pag. 399 del secondo volume. - -[457] Così gli ignoti autori della _Breve istoria della liberatione -di Messina_, di cui abbiamo già detto nel lib. V, cap. II, pag. 56 di -questo volume; il Fazzello con la sua fola de’ prigioni che aprirono -la porta di Palermo, e tutti quanti. Il Martorana, _Notizie, ec._, lib -II, cap. ij, pag. 43, accortosi di cotesto errore, corse ad un altro, -supponendo spento il Cristianesimo in Sicilia: del che abbiamo trattato -nel libro IV, cap. xj, pag. 414 del vol. II. - -[458] _Considerazioni_, vol. I, Prefazione, pag. xx segg. lib. I, cap. -ij, pag. 43-44. - -[459] Non occorre citare le molte carte greche di MESSINA, nè le poche -che si conoscono di TRAINA, quando abbiamo tante testimonianze dirette -su quelle popolazioni. Ne fan fede per le altre i diplomi seguenti: - -RAMETTA, 1096, traduzione dal greco, presso Gregorio, _Considerazioni_, -tomo I, pag. xxvj delle note; ch’è sentenza con giudici e testimonii -greci e alcuno forse latino: Giovanni Melo, Pietro Ricato, Niccolò -Tisita, ec. - -SAN MARCO, 1110, testo greco, edito dal Buscemi nella _Biblioteca -Sacra_, Palermo, 1832, vol. I, pag. 375 segg. donazione al Monastero di -San Barbaro. La traduzione latina, con la data del 1097, fu pubblicata -dal Martorana, nella sua _Risposta_ al Buscemi, pag. 48, estratto dal -_Giornale di Scienze e Lettere per la Sicilia_ del 1831. Cf. Spata, -_Pergamene_, pag. 215. - -LIBRIZZI, 1117, traduzione dal greco, presso Gregorio, -_Considerazioni_, lib. I, pag. lvj, lvij delle note, con nomi di frati, -di Lipari e di Patti, alcuno dei quali francese e un Filippo arabo, -monaco. V’ha dei nomi di notabili del paese, manifestamente greci e -alcuno italico: come Niccolò di Filippo, Niceta Gallo, Niccolò Gala, -Filippo Manca, Giovanni Gaitane, Andrea Police. - -Monastero di San Filippo di Fragalà presso il Comune di MIRTO, -molti diplomi greci dati dal 1090 al 1145, pei quali furono donati -a questo celebre monastero greco di Sicilia de’ villani, tra i cui -nomi patronimici notansi; _Bruno_, _Corte_, _Niccolò Faber_, _Claudus -Stephanus_, _Galatano de Flavanu_, Teodoro _Accomodato_, ec. presso -Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1027, 102; ignorandosi pure se que’ -vocaboli di Faber e Claudus fossero stati tradotti dal greco o si -trovassero trascritti nel testo. - -Ἀχάρων (ALCARA LI FUSI?) 1118 (?) greco, pubblicato non felicemente dal -Buscemi, op. cit., pag. 365. Cf. Spata, op. cit., pag. 291. - -CEFALÙ, 1131, traduzione latina dal greco, presso il Pirro, op. cit., -pag. 799; e platea greco-arabica dei villani, citata poc’anzi a pag. -205. - -SIRACUSA, 1104, diploma latino, nel quale si fa espressa menzione del -clero greco e clero latino, presso Pirro, op. cit., pag. 619. - -ACI e CATANIA, 1095, 1144, platee de’ villani arabo-greche, -nell’Archivio della Cattedrale di Catania. Si vegga inoltre per Catania -la carta di franchigia del 1168, presso Gregorio, _Considerazioni_, -lib. I, cap. IV, nota 21, nella quale si legge: _Latini, Græci, Judæi -et Saraceni unusquisque juxta suam legem judicetur_. - -[460] Per esempio in VICARI, 1098, diploma greco in favore d’un -monastero, al quale furono donati de’ villani di varii paesi, con -nomi musulmani, greci e fors’anco italici: Niccolò figlio di Vitale, -Basilio, Sabato, Goffredo, Ziero ec. Traduzione latina presso il Pirro, -op. cit., pag. 295. Notinsi anco i nomi greci tramezzati a italiani e -francesi di Vicari e Cammarata nel diploma del 1175, presso Gregorio, -_De supputandis_, ec., pag. 55, ripubblicato da Spata, _Pergamene_, -pag. 451 segg. - -[461] Ricordisi l’arcivescovo greco che trovarono i Normanni entrando -in Palermo. Quivi era nel 1138 un protopapa greco, secondo il diploma -pubblicato nel _Tabulario_ della Cappella Palatina a pag. 8. La stessa -raccolta racchiude molte altre carte greche dal 1141 sino a tutto -il secolo XIII. Lo stesso attestano non poche iscrizioni bilingui e -trilingui. - -[462] Di Giovanni, _Ebraismo in Sicilia_, passim; Gregorio, -_Considerazioni_, lib. I, cap. j, pag. 7, 15; Zunz, _Zur Geschichte und -Literatur_, Berlino, 1845, vol. I, pag. 487. Ognun sa che nel viaggio, -vero o finto, di Beniamino da Tudela, compilato in ogni modo con ottime -notizie verso il 1170, sono annoverati 200 giudei in Messina e 1500 -in Palermo: traduzione inglese di Asher, Londra, 1840, pag. 159 segg. -Si vegga intorno questo viaggio il Lelewel, _Géographie du moyen-âge_, -tomo IV, pag. 37 segg. - -Nella platea di Catania data del 1144, dopo gli schiavi, leggonsi i -nomi di 25 famiglie di Giudei. Ve n’era anco (1120?) in Siracusa. - -[463] Lib. III, cap. I, pag. 32 segg. del secondo volume. - -[464] Cap. citato, pag. 35 segg. dello stesso volume. - -[465] Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. j, pag. 5 segg. 10, 17. - -In Girgenti la popolazione musulmana vincea tanto di numero la -cristiana, che San Gerlando, il 1096, fece fabbricare un immenso -castello a rifugio de’ suoi frati, e che il vescovo Gualtiero, il -1141, edificò novelle fortificazioni; usando per tre anni, come cava di -pietre, i monumenti Agrigentini. Ch’ei non riposi in pace! Cronichetta -de’ Vescovi di Girgenti, presso il Gregorio, op. cit., lib. I, cap. I, -nota 14. - -Si ricordino anco le varie narrazioni d’Ibn-Giobaîr, _Journal -Asiatique_ di dicembre 1845 e gennaio 1846, ed _Archivio Storico -Italiano_, vol. IV, Appendice, N. 16, dove si dice delle popolazioni -musulmane di tutti i villaggi tra Palermo e Trapani, della gelosia con -che i Cristiani guardavano la ròcca di Monte San Giuliano, ec. - -[466] Libro III, cap. I, pag. 32, segg. del 2º volume. I nomi etnici -che seguono son cavati dai diplomi e riscontrati col _Lobb-el-Lobâb_, -con Ibn-Kaisarani, Dsehebi, il _Merasid-el-Ittilâ_ e le altre opere che -citerò ne’ singoli casi. - -[467] La copia del diploma ha Zagari, che non torna a nome etnico -noto. Ritenendo la grande somiglianza della _r_ col _w_ nella scrittura -affricana, leggo _Zegawi_; su la qual voce si vegga De Slane, traduz. -francese d’Ibn-Khaldoun, _Berbères_, tomo IV, pag. 31. - -[468] Hamdi, o Giamadi; Halbasi, o Giolaisi, ec. dove mancano le vocali -e le trascrizioni greche. Altri non trovo affatto, come Arkhi, Baruki, -Betresen (_pitrusinu_? ossia prezzemolo) ec. - -[469] Inedita dell’Università di Palermo. -Abu-Tâhir-Abd-er-Rahman-ibn-Abd-Allah-ibn-Zeidun-el-karawi. - -[470] Righa è nome di tribù berbera e anco di luoghi in Affrica, De -Slane, op. cit., tom. I, pag. 294. Si avverta che le stesse lettere, -mutativi i punti diacritici, porterebbero _Reba’i_, che torna alla -tribù arabica di Rebi’a, una di quelle che occuparono l’Affrica nell’XI -secolo, venendo dall’Egitto: (De Slane, op. cit., tom. I, pag. 32); -oppure a quella di Reb’a, ramo di Azd. (Ibn-Kaisarani, _Homonyma_, -Leyda, 1865, pag. 194.) - -[471] Su questi ultimi tre nomi si vegga De Slane, op. cit., tomo I, -pag. 171, 282 e 285, e tomo III, 273, 279. Del resto, Verro potrebbe -esser nome latino. - -[472] Il testo arabico avrebbe Argiâknû, e la trascrizione greca dà -ερτζυκνου. Aragigun è isoletta alla foce della Muluia, secondo Edrisi, -_Description de l’Afrique et de l’Espagne_, Leyda, 1866, pag. 206 della -traduzione. - -[473] Mismar si chiamava la Penisola di Magnisi, tra Siracusa e Agosta. -La trascrizione greca di questo nome, che portavano due famiglie di -villani d’Aci, dà μεσίμερη. Se il copista greco avesse presa una _w_ -per una _r_, sbaglio assai frequente nei manoscritti affricani, sarebbe -questo il notissimo casato de’ _Ma-es-samâ_ «Acqua del Cielo.» - -[474] Quantunque Edrisi scriva il nome di Vicari _Biku_, la voce -Bekkara potea rappresentare questa o altra terra di Sicilia. Si vegga -il nostro lib. II, cap. X, pag. 418 del primo volume, nota 3. - -[475] Questa iscrizione, edita dapprima nelle _Mines de l’Orient_, tomo -I, fu ripubblicata, sopra l’originale, da M. De Fresnel, nel _Journal -Asiatique_ di dicembre 1847, con una buona traduzione inglese di Farâs -Schidiâk. La data è del 569 (1174), il nome della sepolta, Maimuna -figlia di Hasan, figlio di Alì Hodseilita. Se non che dopo questo -nome, la versione portava «an attendant _of Ibn-es-Soosee_.» Parendomi -strana per più rispetti cotesta qualificazione, io domandai da Parigi -al mio compagno di esilio Francesco Crispi, allora in Malta, un lucido -di quelle parole e avutolo in dicembre 1853, non tardai a leggervi -«soprannominato Ibn-es-Susi.» - -[476] Si vegga il lib. V, cap. I, pag. 27, 28, 30, 34 di questo volume. - -[477] Lib. V, cap. V, pag. 140 di questo volume. - -[478] Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. I, note 25, 26 ec. È -inutile citare i diplomi antichi che contengono nomi francesi. Noterò -in vece che in uno del 1175, pubblicato dal Gregorio, _De supputandis_, -ec., pag. 52 e segg., indi da Spata, _Pergamene_, ec., pag. 451 segg., -traduzione latina del XIII secolo dall’arabico e dal greco, si leggono -i nomi di Sir Bonom de Custasin, Sir Ricalinus de Calatabutur ec. In un -diploma arabico inedito della Chiesa di Cefalù, serbato nell’Archivio -di Palermo, si legge il nome di un Sir Gulielm, banchiere o non so che -in Cefalù. Par che i francesi, nobili o no, nel XII secolo amassero in -Sicilia di fregiarsi col titolo di _Sire_. - -[479] Esaminati diligentemente i nomi di tutti i comuni attuali e de’ -villaggi abbandonati, che sono pur molti, i quali io già pubblicava -nel 1859 con la _Carte Comparée de la Sicile_, ne occorre pochi, di -pochissima importanza e origine dubbia: _Castelnormando_ si chiamava -nel XVII secolo, al dire dell’Amico, _Dizionario topografico_, -l’attuale Comune di Valledolmo, ma non ve n’ha notizie anteriori; -_Ciambra_ un villaggio presso Monreale; _Merhela Gulielm_ (la stazione -di Guglielmo) un luogo presso Monreale, che parrebbe stazione di caccia -d’uno dei re di quel nome. Tralascio _Francavilla_, comune, e Monpileri -villaggio distrutto su l’Etna, poichè Pila, Piliere sono nella nostra -favella, come nella francese. Metto anco da canto i nomi composti -con la voce _burg_,i quali possono riferirsi tanto al francese quanto -all’italiano e all’arabico. - -[480] Presso Caruso, _Bibl. Sicula_, pag. 477. - -[481] Falcando presso Caruso, _Bibl. Sicula_, pag. 466. Lo sciocco -Arrigo de’ principi di Navarra, fratello della Regina, era stigato -da’ cortigiani a prender la somma degli affari in luogo di Stefano -de’ conti di Perche. E schivando il peso superiore alle sue forze, -allegava tra le altre cose: _francorum se linguam ignorare, que maxime -necessaria esset in_ CURIA. Si trattava dunque, non del paese, ma -della corte; dove il principe fanciullo, bisnipote del conte Ruggiero, -e discepolo di Pietro di Blois, parlava com’e’ pare il francese; e -i cortigiani italiani ed arabi si adattavano. Si ricordi con ciò -l’attestato di Ibn-Giobair, che lo stesso Guglielmo II parlasse -l’arabico. Infine è da notare che delle lingue usate nella corte -poliglotta di Palermo, la men difficile al Navarrese doveva esser -quella della Francia. - -[482] _Considerazioni_, lib. I, cap. I, nota 27. - -[483] Cap. cit., nota 28. - -[484] _Strenuos bello milites Longobardos_ (del Napoletano) _ac -Transmontanos.... sibi largitionibus alliciens_, dice il Falcando del -ministro Majone, presso Caruso, _Bibl. Sicula_, pag. 419. Poi ve n’ebbe -degli Spagnuoli, op. cit., pag. 439 e sempre de’ Musulmani. - -[485] In questo medesimo libro, cap. VII, pag. 191 del volume. - -Sappiamo da Pietro di Blois (_Epistolæ_, nº 66), che dopo la morte di -Guglielmo il Malo, l’Arcivescovo di Rouen mandò alla corte di Palermo -trentasette giovani francesi dotti o di nobil sangue. Si veggano le -epistole di San Tommaso di Canterbury e dell’abate di Cluni alla regina -reggente in Sicilia e al ministro di lei Riccardo Palmer, nel cui -epitaffio mi pare compendiata la biografia degli avventurieri di cui -trattiamo: - - _Anglia me genuit, instruxit Gallia, fovit_ - _Trinacris._ - -[486] Ibn-el-Athir, testo nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pag. -278, Novairi nella stessa opera, pag. 448, e presso Gregorio, _Rerum -Arabicarum_, pag. 26. - -[487] Ugo Falcando presso Caruso, _Bibl. Sicula_, pag. 406-407. - -[488] Diploma del 1193, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1288. -La voce _rua_ o _ruga_ di certo non prova l’origine francese della -popolazione. Oltrechè Messina era essenzialmente greca, leggiamo quella -voce in un diploma del Barbarossa, il quale prometteva ai Genovesi -_rugam unam cum ecclesia, balneo, fundico et furno_ in ogni città che -lo impero fosse per acquistare nel regno di Sicilia. _Liber Jurium -Reipub. Genuensis_, tomo I, pag. 207, diploma del giugno 1162. - -[489] _Ravellus magister Amalphitanorum Messane_, è soscritto in un -diploma greco del 6680 (1172), traduzione latina presso Gregorio, -_Considerazioni_, lib. II, cap. II, nota 32. - -[490] Diploma arabico del Monastero di Monreale dato il 1182, e -traduzione latina presso Del Giudice, _Descrizione del Tempio.... di -Morreale_, pag. 12, in fine della divisa di Summini. - -[491] Michele da Piazza, presso Gregorio, _Biblioteca Aragonese_, tomo -II, pag. 77. La quale notizia si riferisce al XIV secolo. - -[492] - - _Acquaviva_ (Caltanissetta). _Acquaviva_ (Molise [due] Terra di - Bari, Ascoli). - _Altavilla_ (Palermo). _Altavilla_ (Principato Ulteriore, - id. Citeriore, Alessandria, - Monferrato). - _Bivona_ (Girgenti). _Bibbona_ (Pisa). - _Vicari_ (Palermo). _Biccari_ (Capitanata). - _Briga_ [S. Stefano di] _Briga_ (Novara, Cuneo). - (Messina). - _Brolo_ (Messina). _Brolpasino_ (Cremona). Si ricordi - anco _Broglio_. - _Burgio_ (Girgenti). _Borgio_ (Genova). - _Cammarata_ (Girgenti). _Camerata_ (Bergamo, Ancona). - _Caronia_ (Messina). _Corona_ (Bergamo). - _Castania_ (Messina). _Castana_ (Pavia); _Castano_ - (Milano). - _Chiaramonte_ (Siracusa). _Chiaramonti_ (Sassari); - _Chiaromonte_ (Basilicata). - _Cinisi_ (Palermo). _Cinisello_ (Milano). - _Corleone_, anticamente _Coreglia_ (Lucca, Genova); - Coriglione, (Palermo). _Corigliano_ (Calabria, - Otranto). - _Gagliano_ (Catania). _Gagliano_ (Abruzzo, Otranto). - _Geraci_ (Palermo). _Gerace_ (Calabria). - _Gravina_ (Catania). _Gravina_ (Bari). - _Gualtieri_ (Messina). _Gualtieri_ (Reggio d’Emilia). - _Mirabella_ (Catania). _Mirabella_ (Principato); - _Mirabello_ (Cremona, Pavia, - Alessandria, Monferrato, Milano, - Molise). - _Motta_ [due] (Messina, _Motta_ (Calabria Ulteriore 1ª e - Catania). 2ª, Cremona, Novara [due], - Capitanata, Pavia, Milano) [due]. - _Novara_ (Messina). _Novara_ (Novara) [Piemonte]. - _Palazzolo_ (Noto). _Palazzolo_ (Terra di Lavoro, - Milano, Brescia, Novara); - _Palazzuolo_ (Firenze). - _Paternò_ (Catania). _Paterno_ (Principato, Calabria, - Ancona). _Paderna_ (Alessandria). - _Padernello_ (Brescia). _Paderno_ - (Como, Cremona, Brescia, Milano). - _Paterno_, villa e chiesa presso - Firenze. - _Pettineo_ (Messina). _Pettinengo_ (Novara). - _Piazza_ (Caltanissetta). _Piazza_ (Massa e Carrara, Bergamo, - Como). _Piazzatorre_ (Bergamo). - _Piazzo_ (Torino, Bergamo [due]). - _Piazzolo_ (Bergamo). - _Sala_ [Paruta] (Trapani). _Sala_ (Como, Parma, Novara, - _Sala_ [di Partinico] Bologna, Alessandria [due], - (Palermo). _Sala_, antico Como, Principato). - casale presso Sciacca. - _Sambuca_ (Girgenti). _Sambuco_ (Firenze, Cuneo). - _Sambughetto_ (Novara). - _Saponara_ (Messina). _Saponara_ (Basilicata). - _Scaletta_ (Messina). _Scaletta_ (Cuneo). - _Scopello_ [Tonnara di]. _Scopello_ e _Scopa_ (Novara). - -[493] Presso Gregorio, _Considerazioni_. lib. I, cap. III, nota -46. Il Francese è di _Limeuil_, nel Dipartimento della Dordogne -(_Limoliensis_). Ho detto bresciano un Herbertus Braosensis -(_Bressensis_?). - -[494] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 771, 772. Tolceto era villa -nel territorio dell’attuale comune di Nè, in provincia di Genova, come -si vede dagli _Atti della Società Ligure di Storia patria_, vol. II, -parte II, pag. 769. V’ha anco tra’ testimonii un Roberto di Sardevalle -(o Surdavalle come si legge nel Malaterra, libro III, cap. XXX), -il qual nome potrebbe tornare a Sordivolo in provincia di Novara. -Guglielmo de Surdavalle è soscritto in un diploma del 1090, presso -Spata, _Pergamene_, pag. 248. - -[495] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 76. - -[496] Presso Spata, _Pergamene_, pag. 266. - -[497] Presso Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. V, nota 3, pag. -LI, LII. - -[498] I diplomi siciliani e napoletani del XII secolo e le Costituzioni -di Federigo imperatore, provvedono severamente affinchè non solo i -servi della gleba e i villani, ma anco i borghesi, non si partano dalla -terra del signore. - -[499] _Merûsid-el-Ittila’_, testo, all’articolo _Ankabord_. Ma Edrisi, -_Géographie_, trad, di Jaubert, vol. II, pag. 118, 120, 261, 262, -ristringe i limiti dalla parte di mezzogiorno; e Abulfeda conosce già -le divisioni politiche dell’Italia, _Géographie_, trad. di M. Reinaud, -pag. 36, 37 ec. - -[500] Presso Muratori, _Rer. Ital. Script_., tom. IV, pag. 498. - -[501] Eustathii Metropolitae Thessalonicensis, _De Capta Tessalonica_, -edizione di Bonn, pag. 415. Eustazio scrive λαμῶαρδικοί e λογγιθάρδοι. - -[502] Pietro Diacono, presso Muratori, _Rerum, Italicarum Scriptores,_ -tom. IV, 518. Si vegga poi Costantino Porfirogenito, _De Themathibus_, -p. 1462, e Muratori, _Annali d’Italia_, anno 1008. - -[503] Presso Caruso, _Bibl. Sic_., de’ primi a p. 419, 444, 450, e -de’ secondi a’ luoghi citati qui appresso. Si vegga anco Romualdo -Salernitano, presso Caruso, op. cit., pag. 868. - -[504] Presso Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. IV, nota 25. Il -Gregorio non porta la data; ma la non può essere posteriore al 1153. - -[505] Falcando e Romualdo Salernitano, presso Caruso, op. cit., pag. -440, 442, 443, 868. - -[506] Falcando, presso Caruso, op. cit., p. 448, 462, 480, 481. - -[507] Deca I, libro I, cap. VI, e libro X, cap. I e II, per Aidone; -e per San Fratello, Deca I, libro IX, cap. IV, dove si legge _et -Longobardorum, ut ex incolarum idiomate colligitur, oppidum_. E ciò -conferma l’Amico, nel _Dizionario topografico_. - -[508] Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 582, 588. - -[509] Diploma dell’imperator Federigo, dato di Cremona il 20 febbraio -1248, (_Historia Diplomatica Friderici II_, tom. VI, p. 695) dal quale -si vede che Corleone era stata conceduta molto innanzi a’ lombardi -Oddone e Bonifacio de Camerano, e Scopello anche prima di Corleone. - -[510] Questa opinione del dottissimo Tedoro Wüstenfeld, è sostenuta -dal fatto che il nome di _Scopello_, non arabico al certo nè greco, -si trova nella provincia di Novara in Piemonte e comparisce in Sicilia -allo scorcio dell’XI secolo. - -[511] Ho citate le sorgenti nella mia _Storia del Vespro Siciliano_, -cap. II, edizione del 1866, vol. I. p. 18, 22. - -[512] Continuazione di Saba Malaspina, presso Gregorio, _Biblioteca -Aragonese_, tomo II, pag. 356. - -[513] Op. cit., p. 358. - -[514] Pag. 196 segg. - -[515] Veggasi il cap. VI di questo Libro, p. 156 del volume. - -[516] Si vegga l’albero genealogico pubblicato dal De’ Simoni, -nella _Nuova Antologia_ di Firenze, settembre 1866. Un Oddone Bono, -_marchese_, è segnato tra’ testimoni nel citato diploma del 1095, -presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 76; e Bono, marchese, feudatario -nelle vicinanze di Corleone, è nominato nello stesso diploma. -Probabilmente un Oddone de’ marchesi di casa aleramica, soprannominato -il Buono. - -[517] Si scorge da’ diplomi del 1094, 1114 e 1136, presso Pirro, -_Sicilia Sacra_, p. 75. 1177 e 1156, e del 1113, presso Gregorio, -_Considerazioni_, libro I, cap. V, nota 20. - -[518] Alessandro Abate di Telese, Libro II e III, presso Caruso, _Bibl. -Sic._, p. 266, 293. - -[519] Alessandro Abate di Telese, loc. cit. Falcando, presso Caruso, -op. cit., p. 413, 417, 418. Si vegga anche un diploma di questo conte -Simone, dato il 1147, nel quale sono testimonii due di Piazza, presso -Lünig, _Cod. Ital. Dipl_., tomo II, pag. 1639. - -[520] Pagina 223. - -[521] Bonifazio d’Incisa, cugino carnale di Arrigo e di Adelaide -contessa di Sicilia, come si scorge dall’albero aleramide pubblicato -dal De’ Simoni, _Nuova Antologia_, settembre 1866; e Arrigo d’Incisa -nominato il 1186, presso Moriondi, _Monumenta Aquensia_, vol. II, p. -348. Arrigo d’Incisa combattente nella battaglia di Ponza, secondo -Speciale citato da me nel _Vespro Siciliano_, cap. XVIII, tomo II, p. -160 dell’edizione 1866. Giovanni ed Aloisio d’Incisa, feudatarii al -principio del XIV secolo, presso Gregorio, _Biblioteca Aragonese_, tomo -II, pag. 468; e Simone d’Incisa nominato in documenti del 1309, 1317, -1319, nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 97, 103, -109, 113. - -[522] Un diploma del 1157, presso De Meo, _Annali del Regno di Napoli_, -sotto quell’anno, è dato da “_Albertus, Dei et Regis gratia Comes de -Gravina, filius et heres Bonifacii, marchionis_“. Debbo al dottissimo -Teodoro Wüstenfeld, lodato di sopra, questa ed altre citazioni fatte -sugli Aleramidi e molte altre che tralascio, come non necessarie al mio -argomento. - -[523] Si confronti ciò ch’egli dice di Nicosia e di Aidone e San -Fratello ne’ luoghi citati di sopra. - -[524] Catania 1857, in 8º. Si vegga la Prefazione, p. 47 e seg., e i -canti di San Fratello e Piazza, p. 332 seg. - -[525] Lettera indirizzatami dal professore Angelo De Gubernatis, -pubblicata nel _Politecnico_ di Milano, giugno 1867, pag. 609, segg. - -[526] Secondo i quadri delle entrate e spese de’ Comuni italiani -nel 1858, pubblicati il 1863 nella Rivista dei Comuni, Caltagirone -possedea, tra fitti di terre e canoni, con una popolazione di - - 24,417 anime, L. 313,558 - Palermo 194,463 » » 236,215 - Messina 103,324 » » 95,609 - Catania 68,810 » » 38,523 - -Notisi esser compresi in cotesti patrimonii i beni urbani, che -sono molto maggiori nelle grandi città che nelle piccole, e che non -risalgono di certo all’XI e XII secolo. - -[527] Un diploma di Guglielmo I, dato il 1 maggio 1160, attesta che i -fedeli uomini di Calatagerun avessero comperate dal re Ruggiero e da -Guglielmo stesso, le terre dette di Fatanasino e di Iudica per 40,000 -tarì di Sicilia, Pergamena del Municipio di Caltagirone, della quale -io ho una copia. È citato anco ne’ ricordi municipali un diploma del 1 -settembre 1143, il quale, da quanto ne so, or è perduto. - -[528] Secondo i quadri ch’io ho testè citati, vien dopo Caltagirone e -Palermo, la città di Mistretta, con una popolazione di 10,638, ed un -patrimonio territoriale di L. 102,926, e immediatamente dopo Messina, -occorre Nicosia, popolazione 14,731, e patrimonio L. 89,783. - -[529] Fazzello, Deca I, libro X, cap. 2; Amico, _Dizionario topografico -della Sicilia_, alla voce Caltagirone; Aprile, _Cronologia universale -della Sicilia_ p. 64 seg., 91 seg. A rincalzare la tradizione, era -citato un diploma che non si ritrova, e una lapide del campanile di San -Giorgio, che più non esiste. - -[530] Si vegga il cap. VI di questo libro, p. 153 del volume, nota 1. -Debbo le notizie locali, le copie e fac-simile del diploma del 1160, -e d’un altro del 1201 e quella della _Cronica di Camopetro_, al signor -avv. La Rosa di Caltagirone, che mandolle nel 1847 in Parigi al barone -Friddani, il quale le avea richieste per me. - -[531] Testo, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 55, e presso Gregorio, -_Rerum Arabicarum_, p. 120. - -Una montagna che sta di faccia a Caltagirone a tre o quattro miglia, -si chiama tuttora _Cansaria_ e l’è nominata Ganzaria, Chanzaria, e -Cancheria, ne’ diplomi dal XIII al XV secolo. Lo scambio di _Hisn_ -in _Kala’t_ non fa specie. La seconda parte del nome topografico, -_gerun_, come la si legge nel diploma del 1160, senza la declinazione -latina, esclude com’e’ parmi l’etimologia di _girone_ o altro vocabolo -nostrale, e porta piuttosto a credere che i coloni italiani venuti a -porsi presso la Kala’t-el-Khinzarla, abbiano mantenuto il nome arabico -di qualche antico castello, ritrovo de’ _ginn_ (demonii) mutando la _n_ -in _r_. Può darsi anco che gli Arabi a lor volta, avessero trasformato -in quel vocabolo qualche derivato di Gela, come Gelonum (castrum). Gela -sorgea, com’e’ pare, a poche miglia di distanza. - -[532] Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 618 e 622, dove è stampato: _Ecclesias -Calatageronis et quae sunt in territorio ejusdem cum pertinentiis -suis._ - -[533] L’Inveges, nella _Carthago Sicula_, non ne dà notizie degne di -fede. - -[534] Si veggano i diplomi del 1094 e 1095, citati poc’anzi a p. 221. - -[535] Si vegga la nota a p. 220. - -[536] Falcando, presso Caruso, _Bibl. Sicula_, p. 423 seg. infino a 442. - -[537] Falcando, op. cit., p. 415, dice de’ Baresi frequenti in Palermo. - -[538] _Considerazioni_, libro II, cap. vij, p. 165. Il professor Diego -Orlando nell’opera intitolata _Il Feudalismo in Sicilia_, Palermo, -1847, in-8, cap. XIV, nota 43, pag. 282, ha dimostrato questo errore -del Gregorio con alcune delle autorità ch’io verrò citando. - -[539] Si veggano in questo stesso libro i cap. II, III, VI, p. 69, -74, 95, 100, 153, del presente volume, e soprattutto le narrazioni di -Amato, citate nel nostro, cap. IV, pag. 119, 120, 121, 129, 132. - -[540] Una legge attribuita a Guglielmo, Libro III, titolo xxxiv -(_Historia Diplomatica Friderici II_, tomo IV, p. 142), prescrive che -gli schiavi (_servos et ancillas_) fuggitivi fossero resi ai padroni -loro o consegnati al bajulo; e un’altra di Federigo, libro III, titolo -xxxvj, p. 143, li chiama _mancipia_, spiegando più particolarmente -il detto provvedimento. Per una legge delle _Assisae_, nello stesso -volume, p. 227, è vietato tra le altre cose che alcun giudeo o pagano -(cioè musulmano), comperi _servum christianum_, o lo tenga sotto -qualsivoglia pretesto. Si veggano anche i _Fragmenta juris siculi_, -pubblicati dal Merkel, _Commentatio_, Halis, 1856, pag. 18, 20, 34. - -[541] Diploma inedito della Chiesa di Catania. - -[542] Il testo greco di questo diploma, serbato oggi nello Archivio -regio di Palermo, è stato pubblicato dal sig. Spata, _Pergamene_, p. -215 seg. - -[543] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 976 e 1008. - -[544] Diploma del 1114, presso Pirro, op. cit., p. 1004. - -[545] _Regii Neapolitani Archivii Monumenta_, volume V, nº 497 e 510, -p. 249, 278, i quali si leggono anco nella vita di S. Brunone, Acta -Sanctorum, tomo III di ottobre, come abbiamo accennato nel cap. VII del -presente libro, p. 487, nota 2 di questo volume. - -Gli editori laici di Napoli non mettono in forse l’autenticità di -cotesti diplomi; gli ecclesiastici di Anversa la sostengono con gran -calore; ed io non avendo sotto gli occhi quelle scritture, non posso, -così senz’altro esame, dichiararle false. Pure ho gravi sospetti. -Il fatto principale è un sogno miracoloso, raccontato con troppi -particolari; e lo scioglimento del nodo, una larghissima donazione al -monastero di San Brunone. Oltre a ciò il primo di cotesti diplomi dà il -titolo del conte Ruggiero con formole insolite, e il secondo è dato di -giugno, Xª indizione 1102, in Mileto “nella camera dove giaceva infermo -il conte,” quando si sa ch’egli era morto il 22 giugno IX indizione -1101. Quella stessa qualità mista di _servi_ e _villani_, della quale -non si conosce altro esempio, accresce i dubbii. - -In ogni modo, i diplomi se non falsi, sono di certo anomali, scritti da -cappellani del conte fuor dagli usi cancellereschi e non fanno grande -autorità in una quistione di Dritto pubblico. - -[546] Falcando, presso Caruso, _Bibl. Sic._, pag. 458. - -[547] Diploma arabico, inedito e senza data, della Chiesa di Cefalù. -Facendovisi menzione dei _dinâr_ di Abd-el-Mumen e dei _roba’i_ ducali -di Sicilia, par che torni alla metà del XII secolo. - -[548] Si vegga il cap. IV di questo libro, p. 107, del volume, intorno -i prigioni di Bugamo. - -[549] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 771. - -[550] Morso, _Palermo Antico_, documento nº VI, p. 344, diploma della -prima metà del XII secolo. - -[551] _Constitutiones Regni_ ec., libro III, titolo ij, iij, p. 162, -163, e più esplicitamente nelle _Assisae_, stesso volume, p. 232, -_Rescriptum pro Clericis_. Era vietato in generale ai vescovi di -ordinare sacerdoti de’ _villani_, senza permesso dei Signore; ma si -spiegava così, che il divieto fosse assoluto (tolto il caso di estremo -bisogno) pei villani obbligati a servire, _intuitu personæ, ut sunt -adscriptitii et servi glebæ et alii hujusmodi_, ma che i vincolati -_respectu tenimentorum vel aliquorum beneficiorum_, poteano rinunziare -a que’ beni e farsi chierici. - -[552] Diplomi presso Pirro, _Sicilia Sacra_: del 1091, p. 521, del -1093, p. 695, del 1094, p. 771, del 1134, p. 976, oltre quelli citati -di sopra e moltissimi altri. In uno del 1083, a p. 1016, si legge -_villicos_. - -[553] Diplomi, ne’ _Regii Neapolitani Archivii Monumenta_, tomo V: del -1087, p. 117; del 1092, p. 140; del 1126, p. 521 ec. - -[554] Diplomi greci dell’archivio di Palermo, pubblicati dal sig. -Spata, _Pergamene_, ec.: del 1101, p. 192; del 1112, p. 234; del -1116, p. 242; del 1136, p. 265; diploma del 1143, nel Tabulario -della Cappella Palatina di Palermo, p. 14; e un altro arabo-greco del -Monistero di Morreale, inedito, dato il 1151. La stessa voce occorre -in parecchi diplomi greci del Napoletano, pubblicati dal Trinchera, -_Syllabus_, ec. del 1130, a p. 139; del 1154, a p. 199, del 1165, a p. -219, risguardanti alcuni monasteri di Calabria. - -[555] Diplomi arabi inediti del 1145 (Chiesa di Morreale); 1177? -(Chiesa della Magione in Palermo); 1178 e 1183 (Chiesa di Morreale). - -[556] Diplomi greci, presso Spata, _Pergamene_, ec., del 1099, -rinnovato il 1114, p. 237; del 1101, p. 192; del 1116, p. 242; del -1123, p. 409. Occorre anco lo stesso nome generico in un diploma -greco del 1098, pubblicato dal Buscemi, nella _Biblioteca Sacra_, vol. -I, Palermo, 1832, in 8º, p. 212, la cui traduzione latina si ha dal -Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 293; e nel diploma arabo-greco del 1151, -citato nella pag. prec., nota 4. E similmente nei diplomi greci del -Napoletano, per esempio uno del 1145, presso Trinchera, _Syllabus_, p. -182, ed un altro dello stesso XII secolo, op. cit., p. 557. Non occorre -citare i diplomi latini. - -[557] Diploma greco-arabico inedito, del 1095, appartenente alla Chiesa -di Catania, nel quale il ruolo dell’_Ahl-Liagi_ (gente di Aci), è -tradotto Πλάτια τῶν αγαρηνῶν τοῦ Γιάκιου (Ruolo degli agareni di Aci); -ed un altro anche greco-arabico della medesima data, appartenente alla -Chiesa di Palermo e contenente una donazione di uomini, buoi e terre, -fattale dal conte Ruggiero, dove al vocabolo αγαρήνοι risponde anco -l’arabico _rigiâl_, ed in una spedizione latina, presso Pirro, _Sicilia -Sacra_, p. 76, il vocabolo _villani_. Il nome _agareni_ occorre in -molti diplomi latini. - -[558] Si veggano le rubriche de’ diplomi del 1143 e 1149, presso -Mortillaro, _Tabulario della Cattedrale di Palermo_, p. 23 e 30. -Occorre tal voce sovente nei diplomi greci del Napoletano, pubblicati -dal Trinchera, _Syllabus_: del 1136, p. 155 (relativo alla Sicilia); -del 1145, p. 182, con la variante υελλάνοι; del 1188, p. 297 idem; -ed un altro senza data, ma del XII secolo anch’esso, con lo errore -υιλλάνη. Veggasi anche Ducange, _Glossario greco_, il quale alla voce -Βελλάνος cita un diploma del conte Ruggiero. - -[559] Presso Trinchera, _Syllabus_, p. 557, nº XVI dell’appendice. - -[560] Diplomi arabici del 1150 e 1154, appartenenti alla cattedrale di -Palermo, dei quali ho avuta copia dal professor Cusa, e il secondo fu -pubblicato mediocremente dal Gregorio, _De Supputandis_, ec., p. 34 -seg. e dal Caruso, nella _Biblioteca Sacra_, vol. II, Palermo, 1834, -p. 46. Diploma arabico del 1169, appartenente alla stessa cattedrale -di Palermo, del quale ho copia per cortesia del lodato prof. Cusa. In -quest’ultima copia veggo la lezione _Kh.. r.. sc_ in luogo di _H.. -r.. sc_ (lettere 7, 10, 13, in luogo delle 6, 10, 13, dell’alfabeto -arabico). Non par verosimile che fosse stata adoperata una traduzione -della voce _rusticus_ (_heresc_ significherebbe ruvidezza). Chi voglia -vedere le conghietture del Gregorio e del Tychsen su questa e su la -voce _mils_ o _mels_ del medesimo diploma, legga la nota a alla pag. 36 -del _De supputandis_. - -[561] Diploma latino del duca Ruggiero figlio di Roberto, dato di -agosto 1086, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 74, 75; Diploma del -vescovo di Catania, dato di settembre 1114, il quale rilasciava al -monastero di Santa Maria in Josaphat di Paternò la decima sopra i -_rustici Saraceni_, donati a quello dal conte Arrigo. - -[562] Ducange, _Gloss. lat._: Rustici, Coloni, Glebæ adscriptitii ec., -Rustis. - -[563] Secondo la Costituzione, libro III, titolo 60, era vietato di -far giudice o notaio _qui vilis conditionis sit, villanus aut angarius -forsitan, filii clericorum spurii, aut modo quolibet naturales_. - -[564] _Considerazioni_, libro II, cap. vij, p. 168. Più evidentemente -dimostrasi il significato generico della voce _rustico_ nelle Assise -del regno di Sicilia, pubblicate dal Merkel, Halis, 1856; dove a pag. -17, titolo III, si raccomanda a tutti i signori di usare umanamente -co’ loro soggetti: _cives, burgenses, rusticos, sive cujuscumque -professionis homines_; e non si fa motto di villani, angarii ec. -Contro il suo solito, il Gregorio non cita alcun diploma in questa -delicata investigazione; contentandosi di porre in nota parecchi luoghi -delle Costituzioni, dove occorrono i vocaboli _rustico_ e _villano_, -nei quali luoghi ei credette ritrovare «le classi tutte in cui fu -distribuita la nazione siciliana e quale differenza tra esse passasse». -(_Considerazioni_, vol. II, p. 70. Nota 8 del cap. vij.) - -Ma le Costituzioni, in primo luogo, promulgate in Melfi il 1231, non -furono dettate esclusivamente per la Sicilia. Sendo comuni a tutte le -province che ubbidivano a Federigo nell’Italia meridionale, ricordano -varie denominazioni di classi inferiori che usavansi qua e là in luoghi -usciti, qualche secolo o due secoli innanzi, da dominazioni molto -diverse. - -In secondo luogo, le Costituzioni non sono mica un codice sistematico e -compiuto, nel quale tutti i diritti si trovino esposti in bell’ordine; -ma bensì una raccolta di alcune leggi; confusa raccolta di leggi, di -principi diversi, e tempi diversi dello stesso principe. Non vi sì può -dunque supporre _a priori_, nè in fatto vi si nota, una tale precisione -di linguaggio che le stesse cose sieno sempre designate con gli stessi -vocaboli. - -Or questo appunto presuppose il Gregorio, quand’ei conchiuse che in -Sicilia i rustici fossero diversi dai villani; perchè gli uni erano -nominati nelle leggi, libro I, titoli x, xxxiij; II, titolo iij; III, -titolo xiiij e gli altri nelle leggi lib. II, xxxij; III, titoli ij, -vj. Nè egli considerò che il titolo xxxij del libro II rassegnava per -vero ogni classe di persone; onde se vi mancano i _rustici_, son da -tenere designati dalle altre classi che vi si leggono, cioè _angarii_ e -_villani_; o, per dir meglio, che _rustici_ significasse genericamente -i villani, gli ascrittizii e i servi della gleba, più particolarmente -nominati nei titoli ij e iij dello stesso lib. II. In vero non poteano -essere trascurati i villani nella legge contro l’asportazione delle -armi, lib. I, titolo x; nè i rustici trascurati nel novero delle classi -ammesse alle testimonianze contro baroni, ovvero escluse, lib. II, -titolo xxxij; oppure dimenticati nella legge che ammettea i villani -alla successione ne’ beni tenuti in demanio, lib. II, titolo x. - -Nè regge l’altro ragionamento dell’illustre pubblicista siciliano, -che i rustici fossero diversi da’ villani, perchè le costituzioni -stabilivano una _composizione_, come diceasi nelle leggi barbariche, -per gli uni e non per gli altri: onde gli tornava che i villani non -avessero persona, giuridicamente parlando. Perocchè _composizione_ -era il prezzo del sangue, maggiore secondo il grado, e favoriva quindi -gli uomini in ragion diretta della altezza del grado loro; ma di ciò -non tratta alcuna delle Costituzioni di Federigo. Queste al contrario -ammettono la gradazione delle persone per aggravare la pena secondo -l’altezza: onde il borghese dovea pagare più che il rustico, il milite -più che il borghese, il barone che il milite, e il conte che il barone. -La ragione stessa è seguita nel fissare la taglia per la cattura -dei fuorusciti; dove sono nominati i rustici e non i villani: nè può -presumersi che il legislatore abbia voluto assicurare l’impunità a’ -banditi servi della gleba, sopprimendo la taglia per loro. - -Io non so poi dove il Gregorio abbia letto che le testimonianze de’ -villani fossero ammesse contro rustici e borghesi. La costituzione -ch’egli cita non ne fa menzione, nè allude a questo; nè alcun’aura io -ne trovo che prevegga il caso; ond’è probabile sia corso qualche errore -di stampa, sia nel testo del Gregorio, sia nella nota. - -Finalmente è da considerare che il Gregorio stesso, ponendo i -rustici in condizione diversa dai villani, non era ben certo in che -differissero dai borghesi; e, per dir pure qualcosa, proponeva il -supposto che il medesimo ordine sociale si chiamasse dei borghesi nelle -città e de’ rustici nelle campagne. Distinzione al tutto arbitraria; -la quale in ogni modo non proverebbe la esistenza d’una classe di mezzo -tra i borghesi e i villani. - -Il professor Diego Orlando, fin dal 1847, dimostrava l’errore del -Gregorio col mero confronto delle Costituzioni, nell’opera intitolata -_Il Feudalismo in Sicilia_, Palermo, in-8, cap. XIV, nota 32, pag. 275. - -Non tacerò che in due diplomi dello Archivio di Napoli, la voce -_rustico_ sembra perfetto sinonimo di _borghese_. Si leggono entrambi -nel quinto volume dei _Regii Neapolitani Archivii monumenta_, (Napoli, -1857) sotto i numeri 477 e 494, pag. 203 e 245. Nel primo de’ quali, -dato del 1091, si vieta di molestare il monastero di San Brunone presso -Stilo, a chiunque, stratigoto o vicecomite, _rusticus aut miles, servus -aut liber_: e nell’altro dato il 1098, accennando a certi richiami -dei _Veterani Squillacenses_ relativamente ai limiti del territorio -conceduto a San Brunone, si conchiude che vedendo, _rusticorum causam -contra fratres nil juris obtinere_, è data la decisione a favor del -monastero. Ma questo solo esempio non varrebbe contro il ritratto -delle Costituzioni. Quand’anco non cadessero su i primi documenti del -monastero di San Brunone que’ gravi dubbi che abbiamo notati di sopra, -si potrebbe supporre idiotismo locale quel significato della voce -rustici, ovvero neologismo del cappellano del conte Ruggiero, uomo -probabilmente straniero, che scrisse i diplomi, se autentici; o del -monaco, anch’egli straniero, che li fabbricò dopo, se falsi. - -[565] Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. vij, pag. 167. Si -veggano in Ducange, _Glossar. lat._, le voci Angaralis, Angarea, -Angariae, Angariales, Angariarius, Angarii. - -[566] Gli Angarii citati nelle _Costituzioni_, lib. II, titolo xxxij; -III, x, ix; sono ragguagliati a’ villani. Ne’ diplomi napoletani si -dice di angaria dovuta da villani (Trinchera, _Syllabus_, pag. 300, -334, 558, 559, dipl. 1188, 1198.) E nei siciliani si veggon chiese -e monasteri liberati da prestazioni ed angarie (Spata, _Pergamene -greche_, dipl. 1117, pag. 247; dipl. 1171, pag. 273, 275); ma non -comparisce in Sicilia alcuna classe denominata _angarii_. - -[567] Si vegga il lib. IV, cap. xj, pag. 398, 399 del secondo volume. - -[568] Dei tre primi diplomi ho le copie mandatemi dal prof. Cusa; ed -uno fu pubblicato, in parte e male, dal Gregorio, _De supputandis_, -ec., pag. 34. Il quarto è stato stampato da M. Des Vergers, con -traduzione francese e comento, nel _Journal Asiatique_, ottobre 1845, -pag. 313 segg.; ed io ne detti una versione nell’_Archivio Storico -Italiano_, tomo IV, appendice, pag. 49 segg. L’eruditissimo editore -sbagliò supponendo _ascrittizii_ gli uomini di cui si tratta; e -sbagliai anch’io seguendolo in questa interpretazione e nella lezione -_Mils_ in luogo di _Maks._ - -[569] Oltre la spiegazione che troviamo nel _Kamûs_, tradotta in -parte nel Dizionario di Freytag, il significato della voce _Maks_ si -scorge nei seguenti testi arabi: _The Travels of Ibn-Jubair_, ediz. -Wright, pag. 52, 53, 66; _Ibn-el-Athiri, Chronicon_, ediz. Tornberg, -tomo XII, anno 604, pag. 183; _Annales Regum Mauritaniæ_, ediz. -Tornberg, pag. 88; Makrizi, _Mewâ’is_, ediz. di Bulâk, tomo II, pag. -121; Abu-l-Mehâsin, _Annales_, ediz. _Juynboll_, tomo II, pag. 286. Si -vegga anche Sacy, _Memoires sur le droit de proprieté en Egypte_, nelle -_Mémoires de l’Académie des Inscriptions_, tomo V, pag. 64; lo stesso, -_Chrèstomathie Arabe_, 2ª ediz., tomo I, pag. 172; tomo II, pag. 60, -84, 168; e Quatremère, _Sultans Mamlouks_, di Makrizi, tomo II, parte -ij, pag. 97. In cotesti passi _Maks_ talvolta significa contribuzioni -indirette. - -[570] Si veggano quelle diverse voci nel Ducange,_ Gloss. latino_. -Molti esempii forniscono di questa classe di uomini, i diplomi latini e -greci del Napoletano; quelli, per esempio, degli anni 932, 975, 1054, -1080, 1082, 1096, nei _Regii Neapolitani Archivii Monumenta_, tomo -I, pag. 63, 239; tomo V, pag. 8, 97, 114, 165; e presso Trinchera, -_Syllabus_, diplomi del 1097, 1145, 11... pag. 81, 182 segg. 559, _et -passim_. Gli stessi provvedimenti delle Costituzioni che richiamavano -i fuggitivi dalle terre del demanio, e il citato diploma di Morreale -del 1183, confermano la frequentissima fuga dei villani che andavano a -stanziare, da commendati, in altri luoghi. - -[571] Sono sì frequenti coteste concessioni de’ villani co’ beni loro, -che non occorrerebbe quasi di citarne i testi. Per accennarne alcuno, -noterò i diplomi greci del 1098, da Buscemi, nella _Biblioteca Sacra_, -vol. I, Palermo, 1832, pag. 212; del 1101, 1112 e 1146, presso Spata, -_Pergamene_, ec. pag. 192, 234, 242; del 1143, nel _Tabulario_ della -cappella Palatina di Palermo, pag. 14; del 1136, presso Trinchera, -_Syllabus_, pag. 155; la traduzione latina d’un diploma greco del -1096, presso Pirro,_ Sicilia Sacra_, pag. 382, per lo quale il conte -Ruggiero donava, con molti altri beni, al novello vescovo di Messina: -_in Oliverio villanos centum et terras et tenimenta quæ ibi habitantes -prius tenebant_. - -[572] Diploma arabico-greco, inedito, del 20 febbraio 1095, -appartenente alla chiesa di Catania, il quale contiene la platea dei -villani di Aci. Si vegga anche in Trinchera, _Syllabus_, pag. 182, -segg. il diploma, che contiene la dotazione del vescovado di Squillaci. -Il conte Ruggiero concedea al vescovo tra le altre cose, di ricettare -ne’ suoi poderi de’ villani estranei “purchè non fossero ne’ privilegi -di lui, nè de’ suoi baroni.” - -[573] Diploma del 1095, due del 1144 e due del 1145; tutti arabo-greci -appartenenti alle chiese di Catania e di Morreale e all’Archivio regio -di Palermo, citati di sopra. - -[574] Si vegga la pagina 244, e si confronti il tit. III, lib. vij, -delle Costituzioni ec. - -[575] Il Gregorio pubblicò, _Considerazioni_, lib. II, cap. vij, nota -4, l’atto di riconoscimento di un villano di Collesano in data del -1279, scritto in latino. Uno simile ed assai più importante, scritto -in arabico e com’io credo nel 1177 (v’ha l’_’alama_ di Guglielmo il -Buono e il riscontro del mese di Rebi 1º con agosto, perciò un de’ -tre anni 1177-8-9) si conserva nel reale Archivio di Palermo. I figli -di Musa Santagat, da Menzil Jusuf (Mezzojuso) confessano sè essere -_uomini di Gerâid_ dell’abate Tabat, e promettono di star sempre nella -obbedienza della chiesa; e l’Abate loro perdona, pone sopr’essi la -_gezia_ di trenta _rob’ai_ all’anno e il canone di 20 _Modd_ di grano -e 10 di orzo. Essi infine pregano l’Abate di permettere che soggiornino -dovunque loro aggradi. - -[576] Abbiamo dimostrato poco fa, pag. 239, che si debba anco intendere -de’ villani ciò che il Gregorio dice de’ rustici. - -[577] _Costituzioni_, lib. III, tit. X. Cf Gregorio, _Considerazioni_, -lib. II, cap. vij, pag. 167. - -[578] _Considerazioni_, lib. II, cap. vj, pag. 140, 141, 142, e cap. -vij, pag. 166-167. - -[579] Un diploma del conte Ruggiero, dato, com’e’ pare, del 12 febbraio -1095, e scritto in greco, se non che i nomi degli uomini (_rigiâi_) -sono in arabico, concedeva alla chiesa di Palermo settantacinque -_agareni,_ undici buoi, e dei poderi ne’ territori di Giato, Corleone -e Limona; dovendo gli Agareni pagare alla chiesa, per_ doma_, in -inverno 750 tarì e altrettanti in agosto, con 150, _mudd_ di frumento -e 150 d’orzo. Ogni villano così dava in ogni anno 20 tarì, due salme -di frumento e due d’orzo e nulla più. Si avverta che la spedizione -latina del medesimo diploma presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 76, -non contiene i particolari delle prestazioni. Una pessima traduzione -latina del testo greco, si legge presso il Mongitore, _Bullae_, ec. -_Panormitanæ Ecclesiæ_, pag. 13, opera del gesuita Giustiniani da -Scio, il quale, tra le altre cose, tradusse _laudemium_ la frase λογοῦ -δόματος. Pieno anco di errori il testo pubblicato dal Mortillaro, nel -_Tabulario della cattedrale di Palermo_, pag. 8 segg. - -Non cito qui il diploma del 1093, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. -695, per il quale furono conceduti al vescovo di Girgenti 400 villani -col casale, _Cathal. in quo frumenta_, etc., poichè il testo iui par sì -corrotto da non potervi far assegnamento; nè ha chiarita quella dubbia -lezione il Gaglio, negli _Opuscoli di Autori siciliani_, tom. IX. - -La voce δόμα occorre anco in un diploma greco di Sicilia del 1192, -presso Spata, _Pergamene_, pag. 306, e in tre diplomi greci della -estrema Calabria del 1188, 1198 e 11.., presso Trinchera, _Syllabus_, -pag. 300, 334 e 557, col significato di tributo principale, diverso -dalle angarie e dagli altri pesi che sopportavano i villani: tributo -personale, senza dubbio, poichè talvolta si pagava ad altro signore -che quello del luogo ove attualmente soggiornasse il villano. Il sig. -Spata ha tradotto vagamente _esazione_, e il sig. Trinchera, con troppa -precisione, _jus hospitii_. Ma quella voce nel greco dei bassi tempi -valea _dono_; come si scorge da’ luoghi del Nuovo Testamento, delle -Basiliche e di altri scritti del medio evo, citati nel_ Thesaurus_, -edizione Hase, Parigi, 1833, tomo I, col. 1642. Non sarebbe stato vezzo -nuovo di chiamar così un’odiosa imposizione. - -[580] _The Travels of Ibn-Jubair_, testo edito dal Wright, pag. 328, -336, 344. Il testo di questo squarcio si vegga anco nel _Journal -Asiatique_, dicembre 1845, p. 509, 520, 531; la versione francese -ivi a p. 538 e in gennaio 1846 pag. 81, 202, e la versione italiana -nell’_Archivio Storico Italiano_, vol IV, Appendice nº 16, pag. 34, 40, -46. - -[581] Si vegga il lib. II, cap. 12, pag. 475 del 1º volume. - -[582] Qui innanzi a pag. 246, nota 3, e il diploma del 1095 a pag. 247, -nota 3. - -[583] In questo atto del 1177 i tre villani venuti a riconoscere -l’autorità del signore, sono tassati di trenta _roba’i_ in ciascun anno -solare, per _gezie_, 20 _modd_ di frumento e 10 d’orzo. - -La moneta d’oro detta in arabico _roba’i_ e in greco e latino _tarì_, -pesava poco più di un grammo, donde tornava in valor di metallo a tre -franchi e mezzo in circa. Si vegga il lib. III, cap. xiij, pag. 457 a -460 del secondo volume. - -[584] Veggansi tutti i diplomi latini e greci, nel Pirro _Sicilia -Sacra_; Spata, _Pergamene,_ ec. e gli inediti che è occorso di citare -nel presente capitolo. - -[585] Nel diploma greco del 1188, presso Trinchera, _Syllabus_, p. 300, -i pesi de’ villani sono specificati: δόματα καὶ ᾶγγαρὶας καὶ καννίσκια, -_doni_ (ossia il tributo) _angarie e regalucci_; e lo stesso notasi con -poco divario nei diplomi del 1198 e 11..., pag. 334, 557. - -[586] Si vegga qui innanzi pag. 213. - -[587] Diploma del 1150, di Lucia di Cammarata, presso Pirro, _Sicilia -Sacra_, pag. 801. - -[588] Diploma del 1188, presso Trinchera, _Syllabus_, pag. 297. - -[589] Diploma del 1262, presso Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, -cap. vj, nota 19. - -[590] _Considerazioni_, lib. II, cap. vj, pag. 135 segg.; cap. vij, -pag. 169. - -[591] Si vegga su la significazione del vocabolo _rustici_ la pag. 239 -del presente capitolo. - -Borghesi eran detti i cittadini di Palermo, (Gregorio, -_Considerazioni_, lib. II, cap. vij, nota 10) di Morreale, (Gregorio, -op. cit., lib. I, cap. iv, nota 19) del casale di Sinagra, (Gregorio, -op. cit., lib. II, cap. vj, note 18, 19) di Siracusa, (Diploma del -1172, presso Spata, _Pergamene_, pag. 442) del territorio di Santa -Maria in Cammarata, (Diploma del 1150 presso Pirro, _Sicilia Sacra_, -pag. 801) e di Oppido in Calabria (Diploma del 1188 presso Trinchera, -_Syllabus_, pag. 297). - -[592] Presso Caruso, _Bibl. Sic._, pag. 475. - -[593] Re Ruggiero vietava a’ bajuli di molestare gli abitatori Lombardi -di Santa Lucia che avessero pagato il diritto di marineria, di esigere -da loro angarie, ajutorii e fin anco l’erbatico per le loro greggi; e -prescrivea fossero liberi come i Lombardi di Randazzo: presso Gregorio, -_Considerazioni_, lib. I, cap. iv, nota 25. Nello stesso capitolo -quarto sono particolareggiati gli antichi diritti del fisco, e non si -trova alcuna tassa diretta su i borghesi se non la _gezia_ ai Giudei. -Nel cap. v, nota 4, è pubblicata una sentenza di magistrati del 1113 -sugli abusi che commetteva il vescovo feudatario contro gli abitatori -di Patti. - -[594] _Considerazioni_, lib. II, cap. vj, vij, e in particolare la nota -19 del cap. vj, ch’è squarcio d’un diploma del 1262. - -[595] _Considerazioni_, lib. I, cap. ij, iij, iv e v. - -[596] Cap. VIII di questo libro, pag. 207 del volume. - -[597] _Considerazioni_, lib. I, cap. iv, pag. 77. Quivi nella nota 22 -il Gregorio allega una sua propria nota al Novairi, nella quale spiega -che cosa fosse la gezia presso i Musulmani, e cita poi alcuni diplomi -di Sicilia su la gezia che pagavano i Giudei, ed un luogo del registro -di Federigo II imperatore, relativo a due musulmani di Lucera. E nulla -più! - -[598] Si veggano nelle _Considerazioni_, lib. I, cap. iv, note 18, 19, -20, 21, le citazioni su i _diritti antichi_, nelle quali occorre la -_sisia_ de’ Giudei e non mai dei Musulmani. - -[599] Si riscontrino le _Considerazioni_, lib. I, cap. ij, pag. 44, e -la nota 45 che non prova nulla. La voce gezia occorre una sola volta -ne’ diplomi che io conosca relativi alla condizione delle persone, -latini, greci e arabi: appunto nel diploma arabico ch’io credo del -1177, citato dianzi pag. 216 nota 3, per lo quale tre musulmani si -riconosceano villani di un abate e questi loro imponea canone e gezia. -I greci portano l’appellazione di σόμα, appunto come pei villani -cristiani di Terraferma (pag. 250, nota 1). È degno di molta attenzione -un diploma latino del Conte dato il 1091, presso Pirro, _Sicilia -Sacra_, pag. 521, per lo quale Ruggiero rammenta aver già donato al -Monastero di Sant’Agata di Catania varii poderi e animali e quattro -villani co’ loro figliuoli nella città di Messina, due de’ quali -cristiani e due saraceni. Se pur non occorressero tanti nomi cristiani -nelle platee di villani che ci rimangono, basterebbe questo sol diploma -a mostrare che i Normanni non liberarono mica i loro correligionari -dalla servitù della gleba. - -[600] Ibn-el-Athîr, Annali, testo nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pag. -278. È replicato questo luogo dal Nowairi, op. cit., pag. 448 e presso -Gregorio, _Rerum Arabicarum_, pag. 26. - -[601] _Geografia_, squarcio su la Sicilia, nella _Biblioteca -Arabo-Sicula_, testo, pag. 26. - -[602] Si vegga qui sopra a pag. 248. - -[603] Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. I, nota 11 e i seguenti -diplomi, dei quali gli arabici inediti son citati secondo le copie che -me ne ha mandate il professor Cusa. - -XII secolo. Omar-ibn-Hosein-et-Tamimi vende un pezzo di terra al -monastero di Bardhali (?). Diploma arabico dell’Archivio di Palermo, -inedito. - -1132. Permuta di acque tra Abd-er-Rahman-el-Lewati ed Hosein-ibn-Ali-el -— Kindi, squarcio arabico, presso Gregorio, _De supputandis_, p. 44. - -1137. Ibn-Baruki vende una casa all’Arcivescovo di Messina. Diploma -arabico della Cappella Palatina di Palermo, inedito. - -1157. Il Gaito Abd-el-Malek vende degli stabili al vescovo di Girgenti. -Diploma latino, Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 698. - -1161. Abu-Bekr e Ahmed, conciatori di pelli, e altri vendono una casa -in Palermo al prete Raoul. Diploma arabico dell’Archivio di Palermo, -inedito. - -1164. Sittelkiul, figlia del Kaid-Se’ûd e un figliuolo di lei, vendono -alla figliuola d’un Giovanni Romeo una casa nel sobborgo di Palermo. -Diploma greco, presso Trinchera, _Syllabus_, ec., pag. 218. - -1176. Othman-ibn-Jusuf-el-Howari vende al prete Pietro ec. una casa in -Palermo. Diploma arabico dell’Archivio di Palermo, inedito. - -1180. Abu-l-Abbas-Ahmed-et-Tamimi e l’Haggi-Abu-l-Fadhl vendono un -podere nel territorio di Palermo all’Arcivescovo Gualtiero Offamilio. -Diploma arabico della Cattedrale di Palermo, inedito. - -1183. Mes’ud-Koresci e un suo figlio vendono una casa in Palermo alla -dama Margherita. Diploma arabico dell’Archivio di Palermo, inedito. - -1190. Zeinab-bent-Abd-Allah-Ansari vende a Niccolò Askar una casa in -Palermo. Diploma arabico della Cattedrale di Palermo. Gregorio, _De -supputandis_, pag. 40. - -1192. Hosein e Meimun suo figlio vendono al monastero del Cancelliere -una loro casa in Palermo. Diploma greco, presso Trinchera, _Syllabus_, -ec., pag. 315. - -1193. Ibrahim-ibn-Mohammed-Koresci vende al cristiano Giulio una casa -in Castrogiovanni. Diploma arabico dell’Archivio di Palermo, inedito. - -1196. Costanza figliuola di Abu-l-Fadhl vende de’ beni urbani. Diploma -greco, presso Morso, _Palermo Antico_, pag. 368. - -[604] Oltre i diplomi, lo provano le _Consuetudini di Palermo_, citate -dal Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. I, nota 11. - -[605] Le notizie che do sul prete Scholaro son cavate dalle traduzioni -latine di tre diplomi greci del 1099, 1114, e 1128 (o 1130) pubblicate -dal Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1003 segg., e da’ comenti del Pirro; -il quale argomenta il nome di famiglia da quello che porta in due -altri diplomi del 1162 e 1184, Ula figlia del figliuolo primogenito -del fondatore (op. cit., pag. 1009). Mi par che Scholaro non si debba -tenere col Pirro nome proprio, ma soprannome tolto dalle σχόλαι, -ossia guardie del corpo degli imperatori bizantini, nelle quali -avesse incominciata la sua avventurosa vita il futuro abate Saba. Le -traduzioni, come opera del celebre Costantino Lascari, meritano fiducia -in questi diplomi, perchè non vi occorrono quelle parole tecniche di -gius pubblico Siciliano che il dotto ellenico mal conoscea. Qualche -difficoltà che occorre, come il titolo di re dato a Ruggiero II, il -1114 e il 1128 (pag. 1005), potrebbe nascere da errori sulla copia -della versione, della quale il Pirro ebbe alle mani parecchi esemplari -diversi l’un dall’altro. - -Il diploma del primo conte Ruggiero attesta così i meriti del Prete -Scholaro: _Igitur, quoniam et tu prædictus Scholarius perfectam erga -nos habuisti et optimam intentionem, promptitudinem et conscientiam; -fidelissimus existens in omnibus rebus nostris, et summa exercens -ministeria, et servitia nobis, restituere tibi voluimus parva munera -pro tuis maximis et honestissimis ministeriis ac servitiis: pro quibus -donamus,_ ec. - -[606] Si vegga il lib. III, cap. ix, e lib. IV, cap. viij, pag. 187, -nota 3, e pag. 353 nota 1, del 2º volume. I luoghi d’Ibn-el-Athîr e del -Nowairi quivi citati si trovano nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pag. -284 e 437. - -[607] Si vegga il lib. IV, cap. iv, pag,. 282 segg. del 2º volume. -Giawher è detto il kâid da Makrizi, _Mewâ’iz_, ediz. di Bulâk, tomo II, -pag. 273, e nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pag. 669. - -[608] Erano la più parte Spagnuoli e vi occorre anco de’ Genovesi e de’ -Veneziani. _Presentibus archaido Lodovico Alvares, archaido Andreuccio -Cibo, conestabilibus stipendiariorum christianorum_ ec., leggesi -nella traduzione contemporanea del trattato di commercio stipulato -tra Pisa e Tunis il 1353, ch’io ho pubblicata nei _Diplomi Arabi -dell’Archivio fiorentino_, pag. 308. Si vegga anco la Prefazione mia a -quella raccolta, pag. xxij e xliv e nota 7 della pag. 175. Occorre il -nome dell’Alcayt-Ferrau-Iove in un diploma del 1315, presso Capmany, -_Memorias historicas.... de Barcelona_, Docum. XXXI, pag. 62. - -[609] Diploma catalano del 1313, presso Capmany, _Memorias historicas_, -ec. tomo IV, Docum. XXVI, art. 6, e Dipl. del 1323, Docum. XLII, art. -5, e 16. - -[610] Lib. IV, cap. xij, pag. 420, 421 del 2º volume. - -[611] Lib. V, cap. ij, iij, iv, pag. 68, 70, 75, 99, 130 del presente -volume. Notisi che Amato, nel luogo citato da me alla pag. 75, con -molta precisione chiama _amirail_ il capo del governo musulmano in -Palermo, mentre egli ha dato a’ condottieri e castellani il titolo di -_cayt_. - -[612] Platee greco-arabiche de’ vassalli del vescovo in Catania e in -Aci, delle quali la seconda data del 1095 e la prima, rinnovata molti -anni appresso, va riferita senza dubbio allo stesso tempo. - -[613] Diploma latino del 9 dicembre 1092 presso Pirro, _Sicilia Sacra_, -pag. 522, 523. - -[614] Diploma greco del 1123, presso Spata, _Pergamene_, ec., pag. 410. - -[615] Diploma greco-latino del 1132, presso Spata, op. cit., pag. 426. - -[616] Diploma arabo-greco del 1172, nel _Tabulario_, ec. della -Cappella Palatina di Palermo, pag. 30 e seg. Quivi tra i testimonii -della delimitazione di un podere, sono nominati Giovanni figlio dello -ammiraglio Giorgio, Niccolò Logoteta, Abu Tâib e Mukhlûf, detti nel -testo greco οι καΐτοι τῶν τοξότων e nella parafrasi arabica _kaix -degli Arcieri_ ed un γέρον καΐτος Chapzis (leggesi Hamza), il quale -nell’arabico è detto _sceikh_ e _kâid_ senz’altro. Nel testo greco -inoltre è data la qualità di kaid a un Niccolò che nell’arabico è detto -_Farrâse_ (gli editori lesser male Carasc) che significa propriamente -cameriere, colui che bada a’ tappeti, ai letti, ec. - -Così questo diploma cita dei _kâid_ delle tre classi poste da noi, cioè -i primi quattro condottieri, il quinto nobile, e il sesto cameriere di -corte. - -Ritornando alla prima classe, si rammenti che Ibn-Giobair fa menzione -di una schiera di schiavi negri musulmani, i quali servivano -Guglielmo II sotto un kâid della stessa lor gente: nel _Journal -Asiatique,_ dicembre 1815, pag, 509, e traduzione francese pag. 540; e -nell’_Archivio Storico Italiano_ Appendice al vol. IV, pag. 33. - -[617] _Kâid_ Barûn, direttore, diremmo noi, del Demanio; diploma -dell’aprile 1150, mal pubblicato dal Caruso nella _Biblioteca Sacra_, -ec. Palermo, 1834, pag. 28, del quale ho miglior copia per cortesia -del professore Cusa. Pare sia lo stesso paggio (_fatâ_) Barun, il cui -nome si legge in un frammento d’iscrizione monumentale nella casa -del Municipio di Termini. Imâd-Eddin, nella _Kharida_ (_Biblioteca -Arabo-Sicula_, testo, pag. 581,) novera tra i poeti siciliani un -Giâfar-ibn-Barûn. - -_Gaitus Ricon_ (?)_ domini regis Magister Camerarius et familiaris, e -Gaytus Maranus, domini regis magister et familiaris,_ soscritti in un -diploma del 1167, nel _Tabulario_ della Cappella Palatina di Palermo, -pag. 25. - -Καΐτος Βονλκατάχ, uno degli Arconti della corte, diploma greco del -1168, presso Spata, op. cit., pag. 440. - -_Caitus Riccardus_, capo dei Segreti, diploma di origine greca, dato -il 1169, traduzione latina, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1017, e -il medesimo in un diploma greco del 1183, presso Spata, op. cit., pag. -291. - -_Gaitus Martinus,_ già morto, camerario del re. Diploma latino del -1172, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 454. - -_Gaytus Johannes_, camerario del re. Diploma latino-arabico del 1187, -nel _Tabulario_ della Cappella Palatina di Palermo, pag. 37, 38. Quivi -è citato nel lesto latino il _Gaytus Riccardus_ di cui si è detto -poc’anzi, e lo si vede soscritto in arabico tra i testimonii col titolo -di _Kâid_. Al contrario il _Gaytus_ Giovanni è pria nominato e poi -sottoscritto nel testo arabico _Fatâ_, cioè paggio della corte e _Fatâ_ -anco un Ammâr testimonio. Il Morso, il quale trascrisse e tradusse -cotesto diploma, lesse erroneamente in luogo di _Fatâ_ la voce _Kata_ -che non significa nulla, e identificò questa con Gaytus, cioè _Kâid._ - -[618] Presso Caruso, _Bibl. Sicula_, pag. 463. - -[619] Testo nel _Journal Asiatique_, dicembre 1845, pag. 552, e nella -edizione di Wright, pag. 315; traduzione francese nel detto _Journal_, -gennaio 1846, pag. 203; e traduzione italiana nell’_Archivio Storico -italiano_, vol. IV, Appendice nº 16, pag. 46. - -Lo stesso autore, edizione del Wright, pag. 146, denota con la voce -_Za’im_ il capo d’una tribù araba ch’ei vide cavalcare allato a -Self-el-islam, fratello di Saladino, quando quegli entrava solennemente -alla Mecca. Il _Kamûs_ le dà lo stesso significato di capo d’una gente -e signore; colui che ha dritto di parlare a nome della gente o se -ne fa mallevadore. Mawerdi, scrittore di Baghdad al X secolo, chiama -_Zâim_ il capo supremo d’un esercito, testo, edizione Enger, pag. 67; -e Makrizi, narrando la morte del Sultano mamluko Khalil che seguì allo -scorcio del XIII secolo, gli mette in bocca le parole ch’ei non si -tenesse principe, ma solo _Za’im_ dell’esercito: _Histoire des Sultans -Mamlouks_, traduzione di Quatrémère, tomo II, parte I, pag. 153. Si -vegga anche il _Lobb-el-Lobâb_, pag. 108, 109 del Supplemento. Da ciò -si ritrae come, non ostante i significati particolari presi in varie -circostanze, questo vocabolo torni sempre a capo elettivo o ereditario, -e di fatto si avvicini di molto al barone del medio evo cristiano. - -[620] _Gaytus Micheret de Jatino_, testimonio in un diploma latino del -1133 presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 774. - -_Gaitus Abdi Malach_, venditor di un podere al Vescovo di Girgenti tra -il 1157 e il 1171, presso Pirro; op. cit., pag. 698. - -_Gaitus Maimon_ e καϊτ ἀυδερραχμεν, de’ Saraceni di Siracusa; _Gaitus -Hamar_, e _Gaitus Brahim_ di que’ del vicino casale di Aguglia, -testimonii in un diploma greco latino del 1172, presso Spata, -_Pergamene_, ec., pag. 414. - -_Gaytus Ramun_ di Michiken.... _Gaytus Humur_ dello stesso luogo, -_Gaytus Aly-el-Bonifati_ di Gurfa.... _Gaytus Abdelguaiti_, id... -_Gaytus Aly Petruliti_ di Yhale.... _Gaytus Husein_ di Cassaro (in -val di Mazara) testiinonii con altri molti, in un atto greco-arabico -del 1175, del quale una traduzione latina del XIII secolo si legge -presso Gregorio, _De supputandis_, etc., pag. 52 segg., e presso Spata, -_Pergamene_, pag. 453. Alcun di costoro è intitolato anche Sceikh, come -il Kâid Hamza, di cui nel diploma del 1172 citato qui innanzi, pag. 262 -nota 3. - -[621] Riccardo da San Germano, _Chronicon_, presso Caruso, _Bibl. -Sicula_, pag. 547, anno 1190. - -[622] Si veggano i nomi di quattro kaid di Arcieri nel Diploma del -1172, citato di sopra e l’attestato d’Ibn-Giobair. - -[623] Si veggano i molti Gayti citati dal Falcando presso Caruso, -_Bibl. Sicula_, passim, e gli altri nomi cavati da’ diplomi che abbiam -tutti citati a pag. 263. Leggiamo un _Arabicus miles,_ soscritto da -testimone in un diploma latino dei 1151 presso Pirro, _Sicilia Sacra_, -pag. 933. Probabilmente precedea l’iniziale del nome che non si potè -leggere o fu saltata nella stampa. Il testimonio parmi un _kâid_ che -traduceva il suo titolo di nobiltà nel linguaggio latino del tempo. - -[624] Diplomi dell’imperatore Federigo, dati il 16 dicembre 1239, 12 -marzo e 15 aprile 1240, nella _Historia diplomatica Friderici II_, tomo -V, pag. 596, 820, 902. Diploma del 1274, nel _Tabularium_ ec. della -Cappella Palatina di Palermo, pag. 82, segg. - -Da questi si scorge che il _gaito_ di Palermo fosse l’amministratore -diretto dei beni demaniali nella città e territorio di Palermo, sotto -l’autorità del Segreto della Provincia. Il diploma del 1274 mostra che -quell’uficio non durò oltre il regno di Manfredi e ch’era annuale e -forse dato in appalto. - -[625] _Innocentii III Epistolæ_, Libro IX, ep. 158, edizione di Parigi -1791, in-fol. nei _Diplomata Chartæ_, etc. di Brequigny, Part. II, -tomo I. Archadio et universis Gaietanis, etc. Si corregga Jati il nome -topografico Jaci. - -[626] _Considerazioni_, lib. I, cap. I, pag. 6, nota 40. Lo squarcio -di Leone Affricano che indusse in errore il Gregorio, è dato da lui -medesimo in nota, nel _Rerum Arabicarum_, pag. 238. Si vegga ciò che -noi abbiam detto di quell’erudito musulmano nel lib. I, cap. X, pag. -236 del 1º volume. - -[627] Diploma latino del 1091; presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. -521.... _et ego cum exercitibus militum meorum fortiter laboravi.... -patiundo diversa pericula in terra et in mari et immensam famem et -nimiam sitim ad invicem: numerus autem illorum meorum militum qui -in acquisitione terre Sicilie mortui sunt, soli Deo et Sanctis ejus -cognitus est; mihi vero, cum omnibus aliis hominibus incognitus_. - -[628] Si vegga un Diploma del 1114, presso Pirro, _Sic. Sacra_, pag. -1177. - -[629] Il diploma si legge nel Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 520. Diremo -nel capitolo seguente la ragione per la quale le terre di minor conto -mancano nelle prime circoscrizioni delle Diocesi. Non facciamo il -medesimo confronto per Randazzo, nè per le altre colonie lombarde della -diocesi di Messina, perchè ci è sospetto d’interpolazione il primo -documento, dato il 1082, che il Pirro pubblicò, op. cit., pag. 495, -sopra una copia del XVI secolo. - -[630] Cap. VIII, pag. 231 di questo volume. - -[631] Si vegga il cap. IV di questo libro, pag. 107 del presente vol. - -[632] Diploma greco, presso Spata, _Pergamene_, pag. 409 segg. - -Ha sbagliato il signore Spata supponendo _mariti_ entrambi della -Moriella, normanna, come si argomenta dal nome, e signora del villaggio -di Pitirrana, i due musulmani _vassalli_ di lei, che avean già -posseduto il molino. La voce ἄνθρωπος nel medio evo ebbe anche questo -significato, e qui l’è evidente. - -[633] Malaterra, libro II, cap. xlv; Leone d’Ostia, libro III, -cap. xvj, presso Caruso, _Bibl. Sicula_, pag. 201, 280. I luoghi -di Eadmero e di Romualdo Salernitano sono trascritti dal Gregorio, -_Considerazioni_, libro I, cap. vij, note 16, 17. Non può allegarsi -l’Amato nè pro nè contro, poichè il traduttore francese, accennando -(libro VI, cap. xxj, pag. 182), al fatto stesso narrato dal Malaterra, -dice che Roberto: _donna... toute la Sycille_, senza definire -altrimenti la natura della concessione. - -[634] Diplomi del 1082, 1091 e 1099, il primo dei quali ne’ _Regii -Neapolitani Archivii Monumenta_, tomo V, pag. 97, e gli altri due -presso Trinchera, _Syllabus graecarum membranarum_, etc., pag. 68, -85; diploma del 1094, citato dal Gregorio, _Considerazioni_, libro I, -cap. vij, nota 19; diplomi di Roberto e del suo successore, dati il -1079, 1083, 1084, 1092, e suggelli di piombo, presso Buchon, _Nouvelles -Recherches sur la principauté française de Morée_, volume II, parte I. -Paris, 1843, pag. 360, 361. - -[635] Diplomi del 1081 e 1094, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1016 -e 771. - -[636] Si vegga il Gregorio, _Considerazioni_, libro I, cap. vij, pag. -151. - -[637] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 770, 842. Diplomi del 1091 e -del 1093. - -[638] Gregorio, loc. cit. - -[639] _Somma della Storia di Sicilia_, cap. XIX, pag. 84, segg. del -vol. II. - -[640] Si vegga questo libro V, cap. j, iij, v, vij, pag. 28 segg., 43, -a 54, 87 ad 89, 141 segg. 182, 183. - -[641] Si vegga il cap. ij, di questo libro, pag. 77 segg., e il cap. -iij, pag. 82 segg., 94 segg. - -Roberto die’ soltanto 100 uomini d’arme nel 1068. Veggasi la p. 104. - -[642] Cap. v, pag. 133. - -[643] Cap. vj, pag. 161. - -[644] Cap. viij, pag. 183, 184 segg. - -[645] Si vegga a questo proposito il Gregorio, _Considerazioni_, libro -I, cap. vij, pag. 142. - -[646] Op. cit., libro I, cap. vij, citando nelle note 17 e 18, il -contemporaneo Abate di Telese. - -[647] Loc. cit., nota 16, da un diploma. - -[648] Diploma, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 80, 81. - -[649] In _Prolocutorio panormitani palatii_. A fin di evitare la voce -parlatorio, che mal suonerebbe, mi è parso di usare quella antica -dizione fiorentina. - -[650] Diploma presso Pirro, op. cit., pag. 84, 85. In questa carta -l’arcivescovo Pietro, papalino de’ suoi tempi, non curando il -plebiscito, chiama tuttavia duca il re Ruggiero. - -[651] Diploma senza data, presso Pirro, op. cit., pag. 696, citato dal -Gregorio, libro I, cap. vj, nota 7. Quivi la parola _etiam_ (partem) -va corretta _tertiam_; come risulta d’altronde da un diploma del 1142, -presso Pirro, op. cit., pag. 698, nel quale re Ruggiero confermava il -provvedimento del padre. - -[652] Diploma del 1093, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1016, che -mi sembra traduzione dal greco. - -[653] Diploma del 1105, ed un altro senza data da riferirsi anco -ai primi principii del XII secolo, citato in uno del 1133, presso -Gregorio, _Considerazioni_, libro I, nota 30 al cap. ij, e nota 4 al -cap. v. Squarcio di un diploma del 1108, e citazioni di altri, presso -Pirro, _Sicilia Sacra, Chronologia_, pag. xiii. - -I primi conti di Terraferma e il primo Ruggiero di Sicilia son -intitolati sovente consoli nell’Anonimo, contemporaneo di re Ruggiero, -presso Caruso, _Bibliotheca Sicula_, pag. 834, 836, 843, 844, 854, 855, -856, e nella traduzione francese, edizione di Champollion, pag. 276, -277, 290, 312. - -[654] Oltre i molti e notissimi attestati degli scrittori ch’e’ sarebbe -superfluo a citare, veggansi i diplomi del 1028, 965 e 1036, ne’ _Regii -Neapolitani Archivii Monumenta_, tomo IV, pag. 206, e tomo VI, p. 147, -150, ec. e le monete, presso San Giorgio Spinelli, _Monete Cufiche_, -pag. 4, 140, 145, 146, 248. - -[655] Guglielmo di Puglia, libro I. - - _........ Gallorum exercitus urbem_ - _Condidit Aversam, Rannulfo consule tutus_ - -[656] _Considerazioni_, libro II, cap. vij, pag. 174 segg. - -[657] Si riscontri il cap. viij del presente libro, pag. 228. - -[658] Presso Gregorio, _Considerazioni_, libro II, cap. iv, nota 15. - -[659] Op. cit., libro I, cap. iv, nota 23. - -[660] Op. cit., libro I, cap. v, nota 3. - -[661] Op. cit., libro II, cap. vij, nota 23. - -[662] Libro I, cap. ix, e libro II, cap. xij, pag. 208 segg. e 472 -segg. del Iº vol., libro III, cap. i e iij, e libro IV, cap. xj, pag. -10 segg., 397 segg. del 2º volume. - -[663] Questo argomento è trattato, con molta critica ed autorità di -citazioni, dal Mortreuil, _Histoire du Droit byzantin_, Paris, 1843-6, -volume III, pagg. 49, 75 ad 82. - -[664] _Considerazioni_, libro II, cap. vij, nota 21. - -[665] Si veggano i fatti di varie città dell’Italia Meridionale, -ricordati nel presente libro, cap. i e ij, pagg. 31, 37, 38, 51, 52, 87 -a 89. - -[666] Diploma senza data, da riferirsi all’XI secolo, presso Trinchera, -Syllabus, Appendice, pag. 557. I detti uomini pagavano εὶς τὸ πλεμικόν. - -[667] Si vegga il cap. ij di questo nostro libro, pag. 82, 85, 90 del -volume. - -[668] Diplomi greci del 1094, 1105, 1136, 1182, 1168, 1171, 1217, 1225, -presso Spata, _Pergamene_, pagg. 180, 188, 203, 266, 293, 437, 274, -309 e 312, 327 e 330; e diploma greco del 1140 nel _Tabularium_ della -Cappella Palatina di Palermo, pag. 28, col transunto arabico, nel quale -cotesti Arconti della Corte son detti vizir, ch’era il nome arabico -dell’ufizio. All’incontro è adoperato il mero titolo in tre diplomi -arabici di Sicilia inediti del 1144 e 1145, poichè quivi il vocabolo -ἄρχον è esattamente trascritto, non tradotto e, come voce straniera, -prende al plurale la forma arâkinah, secondo le regole grammaticali. -Non cito gli altri diplomi greci, ne’ quali l’emir degli emiri, primo -ministro dei re di Sicilia, è intitolato Arconte degli Arconti. - -[669] Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 247. Il Lascari in -una traduzione latina quivi stampata a pag. 253, traduce lo stesso -vocabolo dominus. - -[670] Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 244. - -[671] Diploma greco, op. cit., pag. 266. - -[672] Diploma greco, op. cit., pag. 286, 288. - -[673] Diploma greco, op. cit., pag. 438, 439. Nello stesso atto, pag. -437, sono nominati gli Arconti del Segreto, cioè i Direttori di Finanza -della Corte. - -[674] Diploma citato del 1188, presso Trinchera, Syllabus, pag. 297. - -[675] Il _Thesaurus_ di Henri Etienne, ediz. di Hase, etc. dà alla voce -Ἄρχων i soli significati antichi; ma spiega Ἀρχοντία, etc., prefettura -del basso impero. Il Glossario greco del Ducange cita invece il -significato più moderno, cioè nobili e baroni ed anco l’Arconte degli -Arconti di Costantino Porfirogenito. Ma le compilazioni di dritto alle -quali si riferisce il Mortreuil, _Histoire du Droit byzantin_, vol. -II, pag. 375 e 421, e vol. III, pag. 95, mostrano mantenuto nel X, XI -e XII secolo il significato di supremo magistrato giudiziale. Nella -stessa opera, vol. III, pag. 68, veggo che i corpi de’ dignitarii della -Chiesa si chiamassero anco Ἀρχοντικία, e le citazioni delle pagg. 81-82 -provano dato quel titolo ad alcun ufizio municipale. - -[676] Traduzione d’un diploma greco, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, -pag. 300. Vi si leggon anco i senes Noti e i senes Rosati; ma questi -nomi topografici sembrano sbagliati, perchè Noto giace in altra regione -e Rosato non si ritrova in altre carte. - -[677] Γέρουσία. Diploma greco, presso Spata, _Pergamene_, pag. 410. - -[678] Traduzione latina d’un diploma greco di novembre 1104, presso -Gregorio, _Considerazioni_, libro I, cap. iij, nota 10. Quivi si fa -cenno di sacerdoti, _simul considentibus_, con gli Anziani e poi di -testimonianza di molti Buoni uomini. Ma il testo forse metteva questi -insieme con gli Anziani e la traduzione, che il Gregorio confessa -inesatta, alterò il senso. - -[679] Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 285 segg. - -[680] Idem, ibid., pag. 293 segg. - -[681] Diploma greco del 1138, inserito in uno del 1188, presso -Trinchera, _Syllabus_, pag. 297. I Buoni uomini e gli Anziani doveano -determinare tutte le appartenenze d’un feudo recentemente conceduto: -boschi, vigne, ec., fino a’ villani ed a’ borghesi. - -[682] Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 438. - -[683] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 774. Invece di Catinae, si -dee legger quivi Jatinae, della qual terra si tratta e non di Catania. -Gli Anziani in questo diploma, scritto originariamente in latino, -sono detti majores natu, traduzione literale di sceikh. L’altra terra -nominata è Mertu, villaggio or distrutto in provincia di Palermo. - -[684] Diploma greco-arabico, nel _Tabularium_ della Cappella Palatina -di Palermo, pag. 29. - -[685] Traduzione latina del XIII secolo, dal greco e dallo arabico, -pubblicata dal Gregorio, _De Supputandis_, pag. 34 e segg. e meglio -dallo Spata, _Pergamene_, pag. 451 seg. È da notare che la traduzione -dall’arabico ha il solo vocabolo _senes_ che risponde a sceikh; -ma nella traduzione dal greco si legge _senes de regimine terrarum -adiacentium_. Dond’ei sembra che la voce γέροντες fosse seguita da -qualche altra che la specificava o che il traduttore avesse aggiunto -_de regimine_, per mostrare che si trattasse di Anziani e non di -vecchi. - -[686] Diploma greco del distrutto archivio Capitolare di Messina. Una -copia procacciatane dal canonico Schiavo, serbasi nella Biblioteca -comunale di Palermo, Q. q. H. 4, fog. 321; dalla quale il Tardia e il -Morso trasser quelle che si ritrovano nella stessa Biblioteca, Q. q. -F. 143 e Q. q. E. 172, fog. 427. Avvene di più una traduzione latina, -Q. q. G. 12, fog. 55. 56. E questa è la stessa, di cui die’ un pezzo -il Gregorio, a proposito de’ maestri de’ borghesi, come or or diremo. -Avvertasi che il Ms. è citato dal Gregorio con l’antico posto, Q. q. H. -15. Debbo la copia greca e latina di questi diplomi al dotto mio amico -Isidoro La Lumia. - -[687] Diploma arabico della cattedrale di Palermo e nuova spedizione -del medesimo nel 1154, mai pubblicati dal Gregorio e poi dal professor -Caruso nella _Biblioteca Sacra_, Palermo, 1834, vol. II, pag. 46 segg. - -[688] Diplomi del 1122, 1217, 1223, 1224 e 1225. presso Spata, op. -cit., pag. 256, 313, 314, 315, 317, 322, 323, 329, 330. - -[689] Il primo è diploma greco, presso Spata, _Pergamene_, pag. 216; -il secondo, squarcio di traduzione latina d’un diploma greco, presso -Gregorio, _Considerazioni_, libro II, cap. II, nota 25; e gli ultimi -due diplomi greci, presso Spata, op. cit., pag. 286, 293 segg. I nomi -proprii mi sembrano mescolati greci e italici. - -[690] Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 261, ed a pag. 263, -un transunto latino contemporaneo dove si legge la traduzione litterale -_Boni homines_. Ancorchè l’editore non abbia avuta sotto gli occhi la -pergamena originale, pure l’atto è da tenersi autentico, pei motivi -ch’egli discorre nelle annotazioni. Ed ancorchè il testo greco sembri -guasto in qualche luogo, pur non è in quello che ci importa; cioè -dove i Buoni uomini dicono chiaramente: Noi abbiamo conceduti i beni. -E _noi_ significa il comune piuttosto che le persone, poichè erano -trascorsi necessariamente moltissimi anni dalla concessione. De’ nomi -proprii di cotesti Buoni uomini, laici o chierici, la più parte mi -sembrano greci o latini e due soli oltramontani. - -[691] Diploma d’ottobre 1204, del quale v’ha copia tra i Mss. della -Biblioteca comunale di Palermo, Q. q. G. 12. fog 114, citato per la -prima volta dal La Lumia, per provare la esistenza de’ giurati in quel -tempo, quando il Gregorio li trovava per la prima volta dal 1222 al -1231. Si vegga l’opera di quel mio dotto amico, _Storia della Sicilia -sotto Guglielmo il Buono_, Firenze, 1867, in 12º, pag. 200. Avuta copia -di questo documento dallo stesso La Lumia, mi par di pubblicarlo, come -quel che rivela la forma del municipio lombardo di Sicilia ai tempi -normanni, ai quali va riferita manifestamente la istituzione. - -_In nomine Dei Eterni Salvatoris omnium, Jesu Christi, Amen. Anno -felicis suæ Incarnationis Millesimo Ducentesimo quarto, mense octobris -Nonæ Indictionis. — Quoniam acceptum est illi per quem salus venit -in mundum, et interest opera civitatis haud minimum judicare, fundare -Ecclesias, et fundatas pia sollicitudine promovere; inde est quod Nos -Rogerius de Drusiana et Joseph de Ytalia, de regio mandato instituimus -una cum cæteris Bonis hominibus, et universo populo Nicosino; cum in -honore et titulo Salvatoris fundassemus Ecclesiam in montem appellatam -Sancti Salvatoris in terra Nicosini, ut in eadem Ecclesia acceptum Deo -et sollemnius serviatur quantum vestra interest, et licet laicis de -Ecclesiis ordinare, eamdem Ecclesiam ad jurisdictionem transferimus -Sanctæ Ecclesiæ Latinensis cum omnibus possessionibus, et cæteris -bonis, quae ipsa hodie habet, et in futurum est, Deo propitio, -habitura. Salvo jure Sanctæ Messanensis Ecclesiæ cui ipsa tenetur -persolvere tarenum annuum pro incenso._ - -_Ad hujus autem nostræ concessionis memoriam, et robur in perpetuum -valiturum, per manus Magistri Johannis Rocté (?) presens scripta est -pagina et subscriptarum personarum testimonio roborata. Anno, mense -et Indictione præscriptis. Regnante Domino nostro serenissimo Rege -Frederico, anno (Dei gratia) octavo._ - - ✠ _Ego Rogerius De Drusiana hoc concedo._ - ✠ _Ego Joseph de mandato regio Institucionem hanc confirmo._ - ✠ _Ego Robertus de Castello Bajulus hoc confirmo._ - ✠ _Ego Adam de Capicio hoc confirmo._ - ✠ _Ego Rogerius de la Nore Judex Juratus hoc confirmo._ - ✠ _Ego Nicolaus Maracava Judex Juratus hoc concedo._ - ✠ _Ego Robaldus Novus Bajulus eamdem confirmo._ - ✠ _Ego Robertus de Falco concedo._ - ✠ _Ego Nicolaus Botayctor concedo._ - ✠ _Ego Vivianus de Trohina concedo._ - ✠ _Ego Bartolomeus de Ansruna concedo._ - ✠ _Ego Guillelmus Ruffus concedo._ - ✠ _Ego Baribavayra Tuscus concedo._ - ✠ _Ego Alvarus concedo._ - ✠ _Ego Vitalis de Pistona concedo._ - ✠ _Ego Brunus fornator concedo._ - -_Ex scripturis existentibus in Archivio Sanctissimæ Collegiata -Capitularis Insignis Matris Ecclesia Sancti Patris Nicolai, Præcipui et -Principalis Patroni hujus Urbis Nicosiæ, extracta est præsens copia — -Collatione salva._ - -_Notarius Dominus Petrus Franciscus Paulus de Gugliotta Archivarius._ - -[692] Si veggano gli articoli di cotesta antica compilazione di -diritto, citati da Hegel, _Storia della Costituzione de’ Municipii -italiani_, Appendice pag. 419 segg. della traduzione italiana. - -[693] Nelle _Memorie della R. Accademia delle Scienze in Torino_, 2ª -serie vol. XIII, pagg. 32, 50, 57, 99. - -[694] Ducange, Glossario latino, ultima edizione, alla voce _Boni -homines_. - -[695] _Considerazioni_, lib. II, cap. vij, pag. 182, 183. - -[696] Ducange, Glossario latino alla voce _Magister_, e Glossario -greco, alla voce Μαγίστερ. Nella lunghissima lista, che prende sedici -colonne dell’ultima edizione del glossario latino, una sola fiata -questo vocabolo pare scambiato con _major_ nei _magistri communiae_ o -_magistri civium_; ma l’esempio è posteriore al XII secolo. - -[697] Si vegga la citazione che abbiamo fatta in questo medesimo libro -cap. viij, pag. 219. - -[698] Oltre il supposto del Gregorio, così pensa anco l’Hartwig, -_Codex Juris municipalis Siciliae_, Parte I, Cassel, 1865, pagg. 40, -41. Al ragionamento del dotto giureconsulto alemanno io oppongo che i -_majores civium_ di Messina nel XII secolo e que’ di Palermo in tempo -indeterminato, ch’egli cita, i quali tornano secondo me al XIV secolo, -significano evidentemente i rappresentanti del municipio, Buoni uomini, -Anziani, o comunque si chiamassero nelle due città primarie dell’isola, -non già i capi del mnnicipio, sindaci o giurati. Perciò gli ufizi non -sono meno diversi l’un dall’altro che i significati de’ due titoli. - -[699] De’ due documenti citati dal Gregorio, de’ quali ho avuta testè -la copia per favore del dotto mio amico Isidoro La Lumia, quel di -Collesano non offre se non che una soscrizione in mezzo a molte altre -di testimonii, dalla quale si può argomentare solamente che il maestro -di borghesi fosse ammesso nelle grandi solennità a corte del feudatario -di Collesano. L’altro è la sentenza della quale abbiamo fatta menzione -testè a pag. 285. Da cotesto atto si ritrae che Ruggiero, _maestro -della Borghesia di Traina_, e Meles _figlio del maestro dei Borghesi_, -erano stati chiamati come assessori in un giudizio di confini, con -molti altri anziani di quella città ed anziani e Buoni uomini di -altre terre vicine. Ma questo Ruggiero è nominato dopo tre persone, -il Cantore cioè del Capitolo, un Canonico ed un Roberto Galabeta. Non -sembra egli dunque il capo del municipio. Il figlio è soscritto dopo -altre sei persone. - -[700] Nel diploma dianzi citato è soscritto, dopo Adelicia nipote di re -Ruggiero, il figliuolo di lei Adamo Avenel. - -[701] Nel diploma del 1142 citato dianzi, abbiamo i seguenti nomi degli -Anziani di Traina, ch’io divido secondo che mi sembra la loro nazione: -_francesi_ signor Josfré (Jeoffroi) cantore (della cattedrale), signor -Renò (Reinault?) canonico; _italici_ Guglielmo Maleditto, Giovanni -Longobardo, il monaco Filadelfo Oca; _greci_ Roberto Galabeta, Riccardo -Gambro, Giovanni Catrobarba, Notaio Leone Cutzaniti, Meles, figlio del -maestro de’ Borghesi e altri. I francesi, come si vede anco da altri -diplomi, richiedeano sempre il titolo di _sieur_, κύριος. Il maestro -della borghesia avea per nome Ruggiero. - -[702] Dati del 1421 e pubblicati da Orlando, _Un Codice di Leggi e -Diplomi Siciliani_, Palermo, 1857, in-8, pag. 139 segg. - -[703] Diplomi del 1340 e 1392, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pagg. -410, 849. - -[704] Diploma inedito del Regio Archivio di Palermo, dato il 1140, -scritto in lingua arabica con caratteri ebraici. - -[705] Si vegga il passo di questo scrittore, nel presente nostro libro -V, cap. iv, pag. 130 del volume. - -[706] Si veggano le citazioni qui sopra a pag. 284 a 286. - -[707] Quantunque cotesta mi sembri l’origine più probabile de’ geronti -di Sicilia, non debbo tacere che i _Boni homines_ della Terraferma -italiana fossero anco detti nel medio evo _Seniores civitatis_. Veggasi -la _Lex_ romana del manoscritto di Udine citata poc’anzi a pag. 288, -nota 1. Ma quella voce di origine romana non occorre sovente nella -schiatta greca, se non che nella Sicilia del Medio evo. - -[708] Qui sopra a pag. 286, 287. - -[709] A buon diritto il La Lumia, _Storia della Sicilia sotto Guglielmo -il Buono_, pag. 200, ha notati questi giurati di Nicosia del 1204, come -ufiziali proprii del municipio. Ma parmi ch’egli erri ammettendo un -«Capo municipale» di Centuripe su la fede della versione d’un diploma -greco del 1183, presso Spata, _Pergamene_, pag. 293, dove ἐξουσιαστῆς è -reso podestà. Potestà etimologicamente sta bene, ma non ha che fare col -magistrato delle repubbliche italiane così chiamato, e probabilmente -non accenna ad altro che al bajulo. - -Il citato diploma del 1172 si legge presso il Gregorio, -_Considerazioni_, lib. II, cap. ij, nota 32. - -[710] Diploma del 1168, citato di sopra, presso Spata, _Pergamene_, -pag. 438, 439. - -[711] Malaterra, lib. IV, cap. xvj. - -[712] Diploma latino del 1168, presso Gregorio, _Considerazioni_, lib. -I, cap. iv, nota 4; diploma latino del 1133, op. cit., lib. I, cap. -v, nota 4; diploma latino del 1145 presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. -800. - -[713] Si vegga il capitolo precedente, pag. 223, nota 5. - -[714] Diploma del 1197, presso Aprile, _Cronologia universale della -Sicilia_, pag. 109. A pag. 111 è un diploma analogo di Federigo, dato -il 1210. - -[715] Su i privilegi e consuetudini di Palermo e Messina, mi riferisco -ai citati lavori del La Lumia, pag. 199, segg. e dell’Hartwig, op. cit. -Di que’ di Catania abbiam fatta menzione poc’anzi. - -[716] Ho detto de’ quartieri di Palermo nel cap. iv del presente libro, -pag. 118 del volume, e in altri luoghi quivi citati. Si vegga anco -per l’Halka il cap. v, pag. 137. Il quartiere detto ne’ diplomi latini -Seralcadi, risponde a quello chiamato degli Schiavoni nel X secolo. - -[717] Si vegga il cap. I, del presente libro, pag. 55, 56. La poca -popolazione spiega il detto dell’Anonimo presso Caruso, _Bibl. Sic._, -pag. 837, che Roberto, presa la città, _ordinolla_ a suo piacimento; -se pur quel verbo non si riferisce al sistema di difesa, più che al -governo civile. - -[718] Ciò ha notato con molta sagacità l’Hartwig, _Codex Juris munic. -Siciliæ_, pag. 14, e certissima io tengo la importanza della città -verso la metà del XII secolo; non così al 1060, come par che supponga -il signor Hartwig. Non occorre aggiugnere ch’io consento appieno con -lui sul valore dei diplomi messinesi del XII secolo. - -[719] Falcando, presso Caruso, _Bibliotheca Sicula_, pag. 404, 405, -458, 469 e 477. - -[720] _Considerazioni_, lib. I, cap. ij, v, vj. - -[721] _Il Feudalismo in Sicilia_, Palermo, 1847, in-8. - -[722] Non si può attribuire che a Roberto capitano del l’esercito, il -disegno di che fa parola il Malaterra dopo la occupazione di Palermo, -cioè dividere tra Serlone e Arisgoto di Pozzuoli metà della Sicilia, o -metà di quel ch’era dato a Ruggiero. - -[723] Lib. IV, cap. XV, presso Caruso, _Bibl. Sic._, pag. 235. - -[724] Diploma arabo-greco, inedito, della Chiesa di Catania, dato il -1095. - -[725] Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. ij, pag. 20, 21; e -confrontisi il diploma del 1094, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. -771. Si avverta che la Contea di Paternò fu conceduta al marchese -Arrigo sotto la reggenza di Adelaide sua sorella. - -[726] Si legga il diploma, presso Fazzello, _Historia Sicula_, Deca I, -lib. vj cap. 5. - -[727] Questo ultimo fatto è stato osservato sagacemente dal Gregorio, -_Considerazioni_, lib. I. cap. ij, pag. 23. - -[728] _Utamur ea_ (praeda) _dividentes Apostolico more, prout cuique -opus est_. Così lo fa parlare il Malaterra, lib. II, cap. xlij, presso -Caruso, _Bibl. Sic._, pag. 197. - -[729] Si vegga il cap. vij del presente libro, pag. 187, e 192. - -[730] Mortreuil, _Histoire du Droit byzantin_, vol. I, pag. 297, vol. -III, pagg. 58, 59. - -[731] Il fatto ricordato da noi nel cap. vij di questo libro, pag. 187, -188, se pur lo s’abbia a credere, va ristretto alla conversione de’ -Musulmani dell’esercito, o degli schiavi. Non occorre dimostrare la -utilità di convertire al cristianesimo l’universale della popolazione -musulmana, massime delle grandi città. E Ruggiero di certo lo -comprendea. - -[732] Si confronti l’epistola 24 del libro IX, di Gregorio VII, con le -parole del Malaterra e con le date dei diplomi relativi alla Chiesa di -Traina, riferiti dal Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 495. Si vegga anche -Dichiara, _Opuscoli_, Palermo, 1855, in-8, pag. 134 segg. - -[733] _Proposui in Tragina construere episcopatum... tradidimus tibi -gubernationem ejusdem episcopatus... Monasteria quoque habebis sub -potestate. — Urbanus secundus mihi, ore suo sanctissimo et venerando, -præcepit, nipote pater spiritualis... ecclesias ædificavi jussu summi -Pontificis et Episcopos ibidem collocavi, ipso laudante et concedente -et ipsos Episcopos consecrante. — Ecclesias ordinavi.... cui in -Parochiam assigno quidquid infra fines subscriptos continetur. — -Stephanus, cui in parochiam assigno_ e altre simili parole leggonsi nei -diplomi del Conte, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 382, 520, 695, -842. Urbano II stesso, nella bolla per la quale conferma il vescovo -di Siracusa, op. cit., pag. 618, dice del conte Ruggiero: _Syracusanam -itaque ecclesiam novissime restaurans.... Pontificem Syracusanæ elegit -ecclesiæ.... a prodicto Rogerio concessa sunt infra hos terminos -adjacentia_, etc. Si riscontri del resto il Gregorio, _Considerazioni_, -lib. I, cap. vij. - -[734] Si vegga il Pirro, _Sicilia Sacra_, nella notizia di ciascun -vescovato. - -[735] Diploma del 1090, pel monastero di San Filippo di Fragalà; del -1092 per quel di Santa Maria di Mili; del 1093 per que’ di San Michele -Arcangelo di Traina, di Sant’Angelo di Brolo e di San Pietro e Paolo -d’Itala; del 1098 per quel di Santa Maria di Vicari, ec. presso Pirro, -op. cit., pag. 1027, 1025, 1021, 1016, 1034, 294, ec. - -[736] Bolla del 1091, presso Pirro, op. cit., pag. 952, data di Mileto -e però, com’e’ sembra, scritta d’accordo con Ruggiero. - -[737] Diploma del conte Ruggiero, dato il 1094, op. cit., pag. 771, -772. L’abate di Lipari e di Patti ebbe poi titolo di vescovo il 1131. - -[738] Nel diploma di Ruggiero a favor del monastero d’Itala, citato -poc’anzi, si legge che coloro che contravvenissero agli ordinamenti -da lui dati per questo monistero, _auctoritate apostolica nobis -tributa, sint et esse debeant anathemisati, jussu et prætextu Domini -Summi Pontificis Urbani et omnium successorum Patrum_. E ciò oltre la -sanzione dell’anatema che si solea porre nelle donazioni a chiese, la -quale si legge in fine del medesimo diploma: che chiunque violasse la -donazione _sit et esse debeat maledictus a consubstantiali Trinitate_, -ec. Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1035. - -[739] Malaterra, lib. IV, cap. xxix, presso Caruso, _Bibl. Sicula_, p. -247. - -[740] Malaterra, lib. IV, cap. vij, op. cit., pag. 231. - -[741] Malaterra, l. c. - -[742] Per abbreviare, mi riferisco al Gregorio, _Considerazioni_, -lib. I, cap. ij, nota 13 e 15, su le concessioni feudali ch’ebbero i -prelati. - -[743] Gregorio, op. cit., lib. I, cap. vj, pag. 130. - -[744] Gli stati di Ibn-Menkut, Ibn-Hawasci, Ibn-Meklati e della -repubblica di Palermo, e quello d’Ibn-Thimna, surto più tardi, -rispondono, su per giù, alle diocesi di Mazara, Girgenti, Catania, -Palermo e Siracusa. Il Val Demone che die’ le diocesi di Messina e di -Patti, era distinto d’altronde per la popolazione cristiana. Si vegga -il nostro libro IV, cap. xij e xv, pag. 420 e 549 del 2º volume. - -[745] Le prime sei furono Palermo, Messina, Catania, Siracusa, -Girgenti, Mazara, già nominate, 7. Patti e Lipari vescovo (1131) 8. -Archimandrita di Messina, 9. Cefalù (1145), 10. Morreale (1182), 11. -Lipari sola (1399), 12. Nicosia (1816), 13. Caltagirone (1816), 14. -Piazza (1817), 15. Noto (1844), 16. Trapani (1844), 17. Caltanissetta -(1844), 18. Vescovo di rito greco in Palermo: senza contare il vescovo -di Malta (1089), nè la giurisdizione eccezionale dell’Abate di Santa -Lucia, nè la sede d’Acireale, decretata il 1844 e poi non istituita. - -[746] Sendo stato quel di Palermo il solo vescovo che rimase in Sicilia -poco innanzi il conquisto normanno, il conte Ruggiero fissò la diocesi -per esclusione, descrivendo, tra il 1082 e il 1093, le tre che la -circondavano. E però il primo atto che contenga la lista delle terre -della diocesi palermitana scende fino al 1122. - -[747] Lib. IV, cap. iv, pag. 274 segg. del 2º volume. - -[748] Edrisi, testo, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pagg. 32, 36, -37, 39, 40, 41, 42, 44, 50, 52, 55. Lo stesso autore parla degli iklîm -nella descrizione d’altri paesi, per esempio dell’Affrica e della -Spagna, come può vedersi nella traduzione francese de’ sigg. Dozy e De -Goeje, a’ luoghi citati nel loro glossario sotto la voce iklîm. - -_’Aml_, è governo, anche nel significato di territorio assegnato al -governatore _’Amil_. - -[749] Un diploma arabico della Chiesa di Palermo, dato il 1149, presso -Gregorio, _De Supputandis_, pag. 34, cita l’iklîm di Giato. Uno greco -arabico, inedito, del Monastero di Morreale, dato di maggio 1151, cita -que’ di Corleone e Sciacca; un altro, anche inedito e greco-arabico -della cattedrale di Palermo, dato del 1169, cita quel di Termini. - -[750] Sono le diocesi di Palermo, Mazara, Siracusa e Catania, presso -Pirro, _Sicilia Sacra_, pagg. 82, 842, 618 e 520. Di quella di -Girgenti, op. cit., pag. 695, abbiam solo i confini. Lasciamo addietro -quella di Cefalù perchè la torna al XII secolo. E quella di Messina, -op. cit., pag. 583, per sospetto che il testo sia stato alterato, come -tanti altri diplomi messinesi. - -[751] Testo, nella _Bibl. Arabo-Sicula_, pag. 27. - -[752] Diploma del 1091, presso Pirro, op. cit., pag. 520. - -[753] Bolla di Callisto II, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 82. - -[754] Si confronti Edrisi con questi nomi e si vegga la _Carte Comparée -de la Sicile_, etc., ch’io pubblicai a Parigi, insieme con M. Dufour, -il 1859. - -[755] Diploma del Monastero di Morreale, arabico latino, dato il 15 -maggio 1182. La versione latina contemporanea si vegga presso del -Giudice, _Descrizione del real Tempio ec. di Morreale_, appendice, pag. -8 segg. Lo stesso documento pone 42 tra villaggi e ville nel territorio -di Giato, che appartenne alla diocesi di Mazara e poi a quella di -Morreale. - -[756] _Journal Asiatique_ di gennaio 1840, pag. 73, e nell’_Archivio -Storico italiano_, Appendice N. 46 (1847), pag. 30. - -[757] Diploma arabico inedito della Cattedrale di Palermo, dato il -1169, citato nella _Biblioteca Sacra per la Sicilia_, vol. II, Palermo, -1834, pag. 45. - -[758] Diplomi greco-arabici del 1143 e 1172, nel Tabulario della -Cappella Palatina di Palermo, pag. 13, 28. - -[759] Diploma del 1093 presso Pirro, op. cit., pag. 842. - -[760] Si vegga la citazione nel nostro lib. IV, vol. 2º, pag. 277, nota -3. Mutati in oggi i nomi ufiziali, chiamo circondario quel che nel 1858 -dissi distretto. - -[761] Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. ij, pag. 23 e nota 14, -nella quale la citazione del Pirro si corregga: pag. 771. - -[762] Si veggano le concessioni di Regalbuto e di Catania, a pag. 321, -nota 2, e a pag. 326, nota 2. - -[763] Literalmente _Omm_, ossia «madre», testo nella _Bibl. -Arabo-sicula_, pag. 39, 40. L’autore parla del gran traffico che -faceasi a Sciacca e dell’abbandono di Caltabellotta, ove non rimanea -che il presidio del castello. - -[764] Amato e Malaterra, citati nel cap. ij di questo lib. V, pag. 74 e -77. - -[765] Op. cit., pag. 32. Quivi si dice esser Caronia il principio -dell’iklîm di Demona. Non si tratta dunque di territorio di una città, -come ne’ luoghi da noi citati poc’anzi, a pag. 310, nota 2. - -[766] Son citati nel nostro lib. II, cap. xij, pagg. 469, 470 del Iº -volume, che uscì alla luce il 1854. Or abbiamo i testi greci pubblicati -dallo Spata, _Pergamene_, pag. 163 a 344, ne’ quali i due Monasteri di -San Filippo e di San Barbaro son chiamati Τῶν δεμέννων, ἐν δεμέννοις e -più spesso δεμέννων senz’altro e una volta (pag. 274) δαιμέννων, e il -territorio di cotesti demenni è detto in un diploma del 1101 (pag. 191) -χώρα, in uno del 1117 (pag. 245) διακρατήσις (equivalente d’iklîm in un -diploma greco del 1151 presso Spata, _Cimelio diplomatico di Morreale_, -pag. 60, del cui testo arabico io ho una copia) e finalmente, ne’ -diplomi del 1182 e 1192 (pagg. 292, e 305) diviene Βαθεία, cieca -traduzione di _vallis_ che già prevalea nel latinismo volgare del -paese. - -Si noti che il Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. ij, non potè -provare con certezza in qual tempo il vocabolo _valle_ fosse divenuto -denominazione amministrativa. D’altronde alcuna delle citazioni ch’ei -fa nella nota 24 di quel capitolo, non tornano; e quelle fondate in sul -Pirro han poco valore quando si riferiscono a traduzioni dal greco. - -[767] Si vegga il nostro lib. II, cap. xij, pag. 465 segg. del 1º -volume. - -Il Malaterra, lib. II, cap. x, presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 208, -fa menzione della provincia di Noto, durante la guerra del Conte e in -particolare verso il 1076. Ma oltrechè questo fatto non implicherebbe -che il Conte, insignoritosi dell’isola, avesse mantenuta quella -provincia, la narrazione porta più tosto a credere che si trattasse -del territorio della città, o forse del distretto o iklîm. Si vegga il -cap. vj del presente nostro libro, pag. 153, del volume, dove abbiamo -nominato il Val di Noto per indicare il luogo, non per attribuire -all’XI secolo questa denominazione di geografia politica. - -[768] _Anonymi historia sicula_, presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 856. - -[769] Malaterra, lib. IV, cap. xviij. - -[770] Malaterra, lib. IV, cap. xxv. Il testo porta che del 1079 la -principessa, accompagnata da un vescovo e da parecchi altri cortigiani, -con una scorta di 500 lance, andò a Termini; ch’ella proseguì il -viaggio per mare _usque Pannoniam_; e che indi, apparecchiatele navi e -date le vele a’ venti, arrivò, per prospero viaggio, al porto d’Alba -(_Alba maris, Blandona, Biograd_, _Zara vecchia_) appartenente al -re d’Ungheria. Senza dubbio quell’_«usque Pannoniam»_ è erroneo e -va corretto _usque Panormum_, come si legge in una variante data dal -Caruso, pag. 344 (Muratori, V, 599). Noi possiamo riconoscere in parte -la strada che tenne il cortèo fino a Termini, e conchiudere che movea -da Traina. I documenti che citeremo qui innanzi, pag. 340, nota 3, ci -mostrano che nel 1094 una «strada regia» passava per Traina; che nel -1096 una «strada francese» dalla sorgente del fiume Torto, ossia da’ -dintorni di Vicari, andava a Levante, cioè verso Traina; e che nel 1132 -una strada correa da Palermo a Vicari, Castronovo, Petralia. Senza -dubbio il corteo della sposa battè quello stradale militare. Perchè -poi fosse ito a Termini piuttosto che a Palermo, si può ben ritrovare, -senza il supposto che la strada del 1132 non fosse aperta il 1097. -Palermo appartenne tutta a’ Duchi di Puglia, fino al 1091; quando ne -fu ceduta una metà al conte Ruggiero. Or egli è verosimile, per non -dir necessario, che, tra parenti così sospettosi, e non senza ragione, -i patti della cessione vietassero l’entrata di nuove forze militari -dell’uno o dell’altro nel territorio comune: e forza considerevolissima -erano 300 militi, ossia circa 1000 cavalli. Sembra dunque che la scorta -abbia lasciata la principessa alla frontiera del territorio proprio -del Conte, ch’era Termini, e ch’ella, accompagnata da’ grandi della -Corte, sia andata per mare nel gran porto di Palermo, dove si allestì -l’armatetta che poi la recò nell’Adriatico. - -[771] Diplomi arabici della Cattedrale di Palermo, il primo de’ quali -fu citato e il secondo pubblicato dal Gregorio, _De Supputandis_, -pag. 34, a 39. Tra gli altri errori, il Gregorio prese per nome -proprio la trascrizione arabica della voce Stratego. Un po’ meno -infelicemente, il professore Caruso ristampò l’uno e pubblicò l’altro -nella _Biblioteca Sacra_, Tomo II, Palermo, 1834, pag. 46, segg., -55, segg. Io ne ho avute, per cortesia del professor Cusa, due buone -copie cavate dall’originale. Alla fine del primo, in luogo dell’_era -barbara_, che suppose il Gregorio e il Caruso copiò, va letto: «_con -la data di marzo_». Questo Abu-Taib, figliuolo, come dicono i diplomi, -dello sceikh Stefano, sembra di famiglia musulmana convertita e forse -di quelle indigene che, dopo avere abbracciato I’islam, ritornarono -al cristianesimo. Ei mi pare identico con l’Eugenio detto il Bello -(Τοῦ καλοῦ e l’è traduzione letterale di Abu-Taib) segreto della -corte, secondo un diploma del 1183, presso Spata, _Pergamene_, pag. -293; lo stesso che nella traduzione latina d’un diploma greco, presso -Gregorio, _De Supputandis_, pag. 54 segg. e presso Spata, op. cit., -pag. 452 segg. è detto Eugenio de Cales. La voce Biccari, a pag. 57 -del Gregorio, e Biccaib, a pag. 454 dello Spata, va corretta _Bittaib_, -ch’è il nome Abu-Taib, pronunziato volgarmente e messo al genitivo. Ho -scritte le lettere N-zh-r-d come le veggo nelle copie, e le suppongo -nome topografico, non casato sì come parve al Gregorio e al Caruso. Ma -non trovo riscontro ne’ nomi topografici di quel contorno de’ quali -sappiamo pur molti. La forma de’ caratteri, mutati i punti, mi fa -pensare a Battelari, il quale luogo si vegga nella mia _Carte Comparée -de la Sicile_, pag. 29. - -[772] Presso Spata, _Pergamene_, pag. 434. Il nome del comune manca; ma -il diploma appartenea al vescovato di Cefalù. - -[773] _Considerazioni_, lib. I, cap. iij. - -[774] Il Gregorio stesso, dopo avere sostenuto nel lib. I, la esclusiva -competenza criminale, pubblicava nel lib. II, cap. ij, nota 32, la -traduzione d’un diploma greco del 1172, dal quale risulta che in -quell’anno medesimo e al tempo dell’arcivescovo Roberto (1090-1108), -lo stratego di Messina esercitava giurisdizione civile. Si vegga -d’altronde su la competenza di quel magistrato, l’Hartwig, _Codex juris -municipalis Siciliæ_, Parte I, pag. 32 segg. - -Inoltre lo stratego di Demenna esercitava giurisdizione civile, secondo -un diploma greco del 1136, presso Spata, _Pergamene_, pag. 265; e -così anco lo stratego di Centorbi, secondo un diploma del 1183. op. -cit., pag. 293. Operano gli strateghi come agenti del Demanio regio in -Giattini (così va letto, non Catinae, e sparisce indi lo stratego di -Catania supposto dal Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. iij, nota -6) secondo un diploma latino del 1133, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, -pag. 774; e in Siracusa secondo un diploma greco-latino del 1172, -presso Spata, _Pergamene_, pag. 443, 444. - -[775] Gregorio, op. cit., lib. I, cap. iij, nota 20. Nel Diploma -del 1172, citato poc’anzi, è nominato, oltre lo stratego, anche il -vicecomite di Siracusa. - -[776] Intorno i vicecomiti in Italia si vegga Hegel, _Storia de’ -Municipi italiani_, versione italiana, pagg. 128, 441, 473. - -[777] Ibn-Giobair, nel _Journal Asiatique_, genn. 1846, pag. 80, e -nell’_Archivio Storico Italiano_, Appendice, nº 16. pag. 32, dice -del cadì di Palermo che giudicava le liti tra i Musulmani, sotto -Guglielmo II. Il nome dell’uficio comparisce in un diploma greco, del -1143, presso Morso, _Palermo antico_, pag. 306; la giurisdizione poi -nelle seguenti carte: 1123, greca, presso Spata, _Pergamene_, pag. -410; 1137, arabica inedita della Cappella palatina di Palermo; 1161, -arabica inedita della Commenda della Magione di Palermo, oggi nel regio -Archivio; 1202 latina, presso Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. -vij, nota 7. - -Si avverta che la prima e l’ultima mostrano funzioni di giudice e le -due altre quel che noi chiamiamo pubblico ministero, a tutela delle -donne e de’ minori. Molti altri contratti di vendita sono stipulati, -come di ragione, dinanzi testimonii, senza intervento del cadi. - -Il cadi di Lucera, dopo la deportazione dei Musulmani di Sicilia in -Terraferma, è citato in un diploma dell’imperator Federigo, dato il -25 dicembre 1239, nella edizione Carcani, pag. 30, e nell’_Historia -Diplomatica Friderici II_, tomo V, pag. 627-628. - -Ibn Giobair, op. cit., pag. 87, e traduzione italiana, pag. 35, -dice dello _Hakim_ di Trapani, innanzi il quale era stata attestata -l’apparizione della nuova luna, per determinare legalmente i giorni -del digiuno di ramadhan. Il titolo di Hakim dato al primo magistrato di -Malta, viene evidentemente da’ tempi musulmani, passando pei normanni. - -[778] Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. iij; Hartwig, _Codex -Juris municipalis Siciliæ_, Parte I. - -[779] Gregorio, _Considerazioni_. lib. I, v e vj. - -[780] Si vegga il capitolo precedente, pag. 245, nota 2. In fin del -ruolo di Aci, quivi citato, ch’è dato di Messina il 6603 (1095) si -dice che tutte le platee del paese del Conte e di quelli de’ suoi -_terrieri_, erano state scrìtte in Mazara il 6601; e quindi si ordina -che se alcuno degli Agareni notato nel presente ruolo si trovasse in -quegli altri, ei fosse immediatamente reso dal vescovo di Catania a chi -di dritto. Lo stesso si scorge dal preambolo di un ruolo arabo-greco -dei villani di Catania, dato il 1144. - -[781] La voce _rab’_, al plurale _ribâ’_ fu studiata da Mr. De -Sacy e, con buone autorità, tradotta _casa_, nella _Rélation de -l’Egypte par Abdallatif_, pag. 303, nota. Ma in cotesto significato -la sembra idiotismo dell’Egitto. Il significato di _podere_, che ha -evidentemente questa voce ne’ diplomi di Sicilia e nella geografia di -Edrisi, ritrovasi anco in Azraki, _Storia della Mecca_, e l’è tolto -probabilmente da scritture de’ primi tempi dell’islamismo. Senza citare -tutti i diplomi arabici della Sicilia ne’ quali occorre questa voce, -ricorderò quelli del 1149 e 1154, il primo de’ quali presso Gregorio, -_De Supputandis_, pag. 34, e l’altro nella Biblioteca Sacra per la -Sicilia, tom. II, pag. 46. Nelle traduzioni ufiziali di Sicilia del -XII secolo, _rab’_ è reso in latino _cultura_, _terræ laboratoriæ_, -al collettivo, e _terræ_ senz’altro (diploma del 1182, testo arabico -inedito; la traduzione latina pubblicata da Del Giudice, _Descrizione -del real tempio_, ec. in una delle appendici, nella quale i luoghi -ch’io cito si ritrovano a pagg. 10, 12 e 18) e altrove in greco -τετραμέρως, che pare scambio con la voce _rub’_ «quarta parte» derivata -dalla stessa radice (diploma del 1172, greco-arabo, nel Tabulario della -Cappella palatina di Palermo, pag. 29, 30). - -La voce _cultura_, determinata dalle parole _ad duo paria bovium_, -si legge anco in un diploma latino del 1094, presso Pirro, _Sicilia -Sacra_, pag. 521. E risponde senza dubbio al _rab’_, il quale, come si -scorge da’ citati diplomi del 1149 e 1154, si misurava a _zeug_, cioè -paia di buoi, _paricla_, come scriveano latinamente nel medio evo: -quella stessa misura di superficie della quale ci è occorso di trattare -nel lib. I, cap. vj, e lib. IV, cap. viij, pag. 153 del 1º volume e -352, del 2º. - -[782] Diploma presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 384, dove si legge: -_cum omni lenimento et pertinentiis suis, secundum anticas divisiones -Saracenorum_. - -[783] Si veggano i diplomi arabici del 1149, 1174, 1172, e sopratutto -quello del 1182, citati nelle note precedenti. - -[784] Cotesto titolo ai trova ne’ diplomi arabici del 1149 e 1154, -citati poc’anzi nella pag. 316, nota 1; in uno greco arabico del 1172, -pubblicato nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 30, -31; in uno arabico del 1182, inedito che apparteneva al Monastero de’ -Benedettini di Morreale, ec. - -Mettendo da parte la traduzione del Gregorio: «Duana veracis conservata -a Deo» (_De Supputandis_, pag. 35) e quella del XIII. secolo «Doana -Veritatis» (presso Gregorio, op. cit., pag. 57) la quale servì di -guida all’illustre pubblicista e mediocrissimo arabizzante siciliano, -noi diremo della versione «Bureau de vérification du domaine.» data -da M. Noël Des Vergers (_Journal Asiatique_ di ottobre 1845, p. -340) trascrivendo un brano del detto diploma del 1149 per comento -a quello del 1182, ch’egli pubblicava. L’autorità di questo erudito -francese, di cui abbiamo deplorata non è guari la morte, è di molto -peso, perch’egli sapea per benino l’arabico; e molto meglio di lui e -di noi tutti lo sa M. Caussin De Perceval, ch’egli consultò in quel -suo studio sul diploma arabico di Morreale del 1182. Evidentemente -que’ due dotti uomini dettero all’aggettivo passivo _Ma’mûr_ il -significato del sostantivo _côlto_, come appunto l’ha preso questa -voce in italiano; e, trattandosi evidentemente di beni demaniali, lo -tradussero _domaine_. Quanto all’articolo del sostantivo _tahkik_ essi -lo considerarono «appositivo», come dicono i grammatici. E così la -traduzione starebbe benissimo: «Uficio della verificazione de’ côlti» -o meglio «dell’appuramento degli Stabili,» perocchè la voce _ma’mûr_ -può applicarsi a qualsivoglia terreno reso profittevole dall’industria -dell’uomo, con lavori agrarii o fabbriche. - -Se non che i ragguagli dell’amministrazione pubblica d’Egitto nel medio -evo, i quali m’è occorso di studiare, conducono a interpretazione -diversa. E primo, nella Storia de’ Patriarchi d’Alessandria, opera -del XIII secolo, Ms. arabico di Parigi, Ancien fonds 140, è citato, -a pag. 400, il _Diwan-el-Khazânat-el-Ma’mûrah_, ossia “ufizio de’ -forzieri,” _ma’murah_, e, pag. 407, il _Beit-el-Mâl-el-Ma’mûr_, -ossia il Tesoro (col significato di cassa dello Stato) _ma’mur_; nei -quali due casi quest’ultima voce, messa, sia al mascolino, sia, come -plurale irregolare, al femminino, è evidentemente aggettivo passivo, -come noi diremmo “ben fornito, pieno:” e si diceva a mo’ di formola -parlando delle entrate pubbliche, nel pio supposto che le fossero -sempre abbondanti, ovvero a mo’ d’invocazione ad Allah che sempre le -accrescesse. Lo stesso Ms. de’ Patriarchi d’Alessandria, a pag. 224, -dice del _Diwân-et-Tahkîk_ senz’altro predicato e senza spiegar che -maniera d’ufizio e’ fosse. Ma ben lo sappiamo da Makrizi, il quale nel -_Kitâb-el-Mewâ’iz_ (Descrizione dell’Egitto) testo arabico di Bulak, -1270 (1853) vol. I, dando ragguaglio de’ varii ufizi istituiti da’ -califi fatemiti, dice, pag. 401 che il “carico del _Diwan-et-Tahkîk_ -era di tenere il riscontro a tutti gli altri diwani.” _Tahkîk_, dunque, -va tradotto verificazione o riscontro; e _ma’mûr_ torna a “regio, -pubblico” e nulla più. Quell’ufizio in Palermo era la Tesoreria reale, -la _Controleria_, come si disse un tempo con voce francese, e teneva in -compendio, o forse in duplicato, i registri che noi conosciamo di tutti -i beni pubblici, feudali o demaniali che fossero, e senza dubbio quelli -di ogni altra entrata e di tutte le spese, de’ quali non ci è pervenuto -alcun ragguaglio. - -Avvertasi che nel citato diploma di Morreale del 1182, (_Journal -Asiatique_ d’ottobre 1845, pag. 318) il medesimo ufizio è detto -brevemente _Ed-Diwan-el-Ma’mûr_ ossia “l’ufizio ricco, pieno,” -e però il regio Tesoro. Lo stesso si nota nel diploma del 1172, -presso Gregorio, _De Supputandis_, pag. 56, e in un ruolo di villani -arabo-greco e inedito della Chiesa di Catania, soscritto da re -Ruggiero, del quale ho copia. In un diploma arabico inedito dell’opera -della Magione di Palermo, dato il 1161, la cittadella dell’Halka in -Palermo stessa è detta _Kasr Ma’mur_; e in un trattato di pace di -Kelaûn col re di Sicilia, nella mia _Biblioteca Arabo-sicula_, pag. -349, gli ufizi delle gabelle del Sultano son chiamati _Diwan Ma’mûr_. - -[785] Si leggano presso Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. -iv, note 4, 5, 6 e 7 gli antichi esempii di questo titolo latino -ai quali si aggiunga _Doana Secretie_, secondo il diploma del 1172, -nel _De Supputandis_, pag. 56, il qual nome talvolta si compendiava, -per antonomasia, nella sola voce _doana, dogana_, ec. Non occorre -poi notare che questo vocabolo, usato con significato ristretto in -Europa, sia prettamente l’arabico o meglio persiano _diwân_. Mentre in -Sicilia lo si applicava, arabicamente, a tutto ufizio pubblico, gli -Italiani di Terraferma lo ristrinsero a ciò che oggi diciamo dogana, -perchè l’ufizio delle gabelle d’entrata delle merci era il solo, o -il principale, col quale praticassero i nostri mercatanti negli Stati -musulmani del Mediterraneo. - -[786] Si riscontri il Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. iv. -nota 33, il quale non si accorse dell’origine greca, e pur si rise de’ -suoi predecessori. Inoltre, ragionando esclusivamente su l’episodio -del notaio Matteo, egli negò che i _difter_ della corte siciliana -contenessero i catasti; la qual cosa era provata ad evidenza dalle -autorità ch’egli avea citate nella nota 4 del medesimo capitolo. - -[787] _Thesaurus_ di Errico Etienne, edizione Hase, alla voce διφθέρα. - -[788] Nel diploma arabico del 544 (1449-50) in favore del Monistero -di Santa Maria de Gurguro, oggi detto della Grazia, presso Palermo, -si legge che i confini di certi poderetti assegnati a’ villani della -detta Chiesa da un delegato del governo, erano stati registrati nel -_difter-el-hodûd_ del Diwan di Riscontro della Tesoreria. Questo -diploma, citato dal Gregorio _De Supputandis_, pag. 38, nota a, fu poi -pubblicato dal professor Caruso nella _Biblioteca Sacra_, vol. II, pag. -58. Un diploma del 1169, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1017, nel -quale fu trascritto il _sigillo_ (diploma) del conte Ruggiero a favor -del Monastero di San Michele Arcangelo in Traina, aggiugne: _Solam -enim divisionem prædictam casalis Busceniæ in fine sigilli denotatam, -quoniam totaliter literæ deletæ erant et non poterant clare legi, -transcripsit ex quinternis magni secreti in quo (sic) continentur -confines Siciliæ, ut certe habeas in futurum_, etc. Prova anco il mio -assunto il diploma di Morreale del 1182, del quale il testo è inedito, -e la versione latina, contemporanea ed ufiziale, fu pubblicata da Del -Giudice. Questa ha in fine: _Has autem divisas predictas a deptariis -nostris de saracenico in latinum transferri precipimus_; mentre nel -testo arabico si legge essere stato trascritto il diploma dai _difter_ -del _Diwan-et-Tahkik-el-Ma’mûr_. Si noti che un diploma arabo-greco -del 1151, del quale la parte arabica è inedita e la greca è stata -pubblicata dallo Spata, _Cimelio del Monastero di Morreale_, Palermo, -1865, in-12, pag. 59, segg. si contengono al paro i nomi de’ villani e -i confini del podere. Similmente in un altro diploma arabico inedito -di Morreale dato il 1178, per lo quale furon donati alla Chiesa -di Morreale de’ poderi in Corleone e Calatrasi, il re ordinava al -_Diwan-et-Tahkik-el-Ma’mûr_ di cavare dai _difter_ del diwano e dalle -antiche _giarâid_ (platee o ruoli) la descrizione de’ poderi e i nomi -de’ villani. - -[789] Un diploma arabico della Chiesa di Palermo fa supporre che i -beni allodiali fossero anch’essi registrati nel catasto dello Ufizio di -Riscontro della Tesoreria. Niccolò Askar, famiglio del _Kasr-el-Ma’mûr_ -(la cittadella regia, l’Halka) di Palermo comperava una casa di -proprietà di Zeinab figlia di Abd-Allah-el-Ansari, posta nel Cassaro -antico della città, presso la Bab-es-Sudân (Porta de’ Negri). Metto -io da parte, perchè dubito delle lezioni del testo arabico, il -nome del magistrato e il titolo del diwan che aveano autorizzata -cotesta vendita, accertati che il danaro servisse a quella donna per -riscattarsi dalle mani di certi stranieri Rûm che l’avean presa (se -fossero stati i Lombardi?). E venendo al presente nostro argomento, -noto che il passaggio di proprietà fu registrato nei _difter_ del -_Diwan-el-Ma’mûr_, come si legge in piè del diploma. L’atto di vendita -è dato «il 7 settembre, corrispondente al mese arabico di scia’ban del -587» (1191) e la registrazione nell’uficio di riscontro del tesoro, il -10 ottobre (così io leggo) della IXª indizione. - -Ognun vede che _Ma’mûr_, ne’ due luoghi citati, torna a _regio_ -precisamente, come abbiam detto poc’anzi, pag. 322. nota 2. Di questo -diploma la più parte fu pubblicata, con molti errori, dal Gregorio, _De -Supputandis_, pag. 40. seg. Ne ho avuta dal Prof. Cusa una buona copia, -cavata dal testo originale. - -Debbo intanto avvertire che gli atti più antichi di vendita, de’ -quali abbiamo il testo arabico, non sembrano registrati all’ufizio di -riscontro. Era dunque innovazione degli ultimi anni di Guglielmo II, -ovvero formalità che solea trascurarsi, quando l’atto non capitava, -come questo, nelle mani del pubblico ministero? - -In ogni modo i _defetir-el-hodûd_, ossia _quinterni magni Secreti_, -sembrano veri catasti dove fossero descritti i confini di ciascun -podere, non già que’ del solo territorio di ciascun paese o _iklîm_. - -[790] Con tal supposto il Gregorio comincia il citato cap. iv del lib. -II, delle _Considerazioni_. - -[791] Diploma presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 522. Notisi che -questo diploma è scritto originalmente in latino, onde il termine che -occorre due volte, quando _Northmanni primum transierunt in Siciliam_, -non può venir da errore di traduzione. - -[792] Si vegga questo medesimo libro, cap. viij, pag. 247 segg., 253 -segg. del presente volume. - -[793] Si vegga il Gregorio, _Considerazioni_, lib. 1, cap. iv, e -particolarmente la nota 21. Ma gli squarci di carte siciliane del XII, -XIII e XIV secolo quivi trascritti, fanno sospettare qualche errore -di copia. Ed errore o bugia dee sospettarsi nel diploma del 1274, -dove descrivendo le decime _solite_ a riscuotersi dalla cattedrale di -Palermo su le _gabelle antiche_ del fisco, si la salire la _decima_ a -ventidue tarì d’oro e grani due sopra ogni cento tarì entrati nelle -casse regie. Sarebbe stata una bella decima: poco men che la quarta -parte! - -[794] Si vegga il capitolo precedente, pag. 255 nota 1. Mi par bene -di spiegare qui perchè io renda con l’italiano “canova” il vocabolo -arabico _dokkân_. - -Che questo abbia avuto ed abbia tuttavia in Egitto ed Oriente il -significato generico di bottega, si vede da’ dizionarii arabi, non -esclusi que’ sì moderni di Bochtor e di Lane, nè i dizionarietti -italiani ed arabici stampati a Bulâk. Si vede anco dagli autori che -cita il Sacy (_Chréstomathie arabe_, tomo I, pag. 252, e traduzione di -Abdallatif, pag. 303); dai proverbii arabi moderni (Freytag, I, 141); -da Lane stesso (_Modern Egyptians_, cap. XIV) il quale dà perfino un -disegno di _dokkân_ del Cairo: e la torna sempre a stanza terrena dove -si vendano commestibili e altre merci. Fu chiamato anche così lo studio -de’ notai musulmani, secondo un luogo d’Ibn-Khaldûn, trascritto in nota -da Sacy (_Chréstom_., tom. I, pag. 39, 41). - -Contuttociò, nel caso nostro quella voce va tradotta “canova;” non -parendo possibile che il conte Ruggiero e i suoi feudatarii abbian -preso il monopolio di tutte le merci. Si deve intendere, a creder mio, -delle grasce soltanto, e forse di quelle che si vendessero a minuto. - -La nostra voce “canova” potrebbe per avventura venir dall’arabico -e tornare ad _hanût_, ch’è dato come sinonimo di _dokkân_, ma si -dice particolarmente delle botteghe dove si vende il vino. Secondo i -lessicografi (Lane, Dizionario, vol. I, pag. 661, 1ª colonna) quella -voce suonava in origine _hânuwa_. Or gli Italiani doveano pronunziarla -“canova”, come _kammâl_, “camálo” e _harrâka_, carácca. - -[795] Lasciando da canto la lista de’ _diritti antichi_ secondo Andrea -da Isernia, che si legge nella nota 18, del capitolo or citato delle -Considerazioni, ed anco i diritti rilasciati e i soprusi vietati dal -vescovo di Catania a favore di que’ cittadini nel 1168, come si legge -in principio della nota 21, faremo qualche osservazione su i diritti -antichi di Palermo, Messina, Girgenti, Sciacca e Licata, citati in -diplomi del 1274, 1270, 1266, 1280, 1309. - -Primi son ricordati in Palermo i diritti di Rahadina e di Rahaba; e le -sembran voci arabiche, l’una delle quali alterata nella trascrizione -(_rahâin_ plurale vuol dir pegni) e l’altra significa piazza (Makrizi, -_Mewd’is_, testo arabico tom. II, pag. 47, segg. nomina una cinquantina -di luoghi del Cairo e Cairo vecchio così chiamati). Seguon le dogane -della carne, del pesce, ec., che ognuno intende; la tintoria; il -dazio de’ vasai, de’ sellai, della seta, del filetto del cotone, -dell’orpello, la catena del porto; la tassa del fumo (così chiamavasi -nel Basso impero una tassa personale scompartita per case, fuochi, come -si disse poi in Sicilia) i bagni di Giawher, della Guidda e i mulini di -Kalbi, Malfiteri, del Cadi, ec. - -In Messina non troviamo altre denominazioni arabiche se non che la -gabella del cafiso dell’olio (nota misura di Sicilia ed è il _cafiz_ -degli Arabi) e la gabella _itriarum seu tinctorum_; dove leggerei ac in -luogo di seu, poichè _itria_ in arabico vuol dire vermicelli o simili -paste e in Sicilia dura la espressione di vermicelli _di tria_. V’ha -inoltre la _gesia_ de’ Giudei e alcuna delle denominazioni non arabiche -notate in Palermo. - -In Girgenti poi e nelle altre due città della stessa provincia -nominate di sopra, oltre la _gesia_ de’ Giudei e alcune altre tasse già -accennate in Palermo e in Messina, scorgiamo quella su lo zucchero, sul -sale e sul ferro e quella della _cangemia_. Di cotesta voce non credo -sia stata rintracciata l’origine; nè potrebbesi, senza aver visti i -nomi arabici trascritti in greco nelle platee de’ villani di Sicilia. -In quelle mi è occorso il vocabolo _Haggiâm_ “colui che mette le -coppette e che esercita la bassa chirurgia” (secondo gli usi di Sicilia -salassatore e barbiere;) il quale, trascritto esattamente χαγγέμη, ma -pronunziato alla greca _cangemi_, è casato frequente in Palermo; dove -rimanevano al principio di questo secolo alcuni farmacisti di tal nome -e ve n’ha tuttavia. La gabella della Cangemia in Girgenti e Sciacca -sembra dunque un dazio su i salassatori; la quale classe poteva essere -numerosa poichè nel medio evo si facea molto uso delle coppette per -cavar sangue. - -S’abbia il detto fin qui come un saggio delle ricerche che si -potrebbero fare sul sistema daziario ed anco su le industrie e i fatti -economici in generale della Sicilia nell’XI e XII secolo: lievissimo -saggio poichè l’è fondato principalmente su i pochi brani che die’ il -Gregorio, dove d’altronde è dubbia la lezione di molte parole. - -Non debbo tacere che il sig. Lodovico Bianchini trattò anche questo -argomento nella sua _Storia Economico-civile_ di Sicilia, Palermo, -1841, in-8, parte III, cap. i; ma egli non aggiunse gran cosa a ciò che -si sapea dal Gregorio. - -[796] _Considerazioni_, lib. I, cap. iv. Il Gregorio crede eccezioni -quelle di Catania e di Patti, ch’ei cita nelle note 11 e 12; ma sembra -appunto il contrario. - -[797] Si vegga ciò che ne abbiamo raccontato in questo libro V, cap. v, -pag. 140, 141, del presente volume. - -[798] Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. v. - -[799] Op. cit., lib. II, cap. iv. - -[800] Tra le altre una nel 1098, alla quale accenna Ibn-el-Athîr, an. -491, testo, edizione del Tornberg, tomo X, pag. 191. - -[801] Si vegga il nostro libro IV, cap. xv, pag. 548, del 2º volume, e -il lib. V, cap. iii, pag. 80, di questo volume. - -[802] Si vegga qui sopra il cap. vij, pag. 188, 189. - -[803] Si veggano i fatti narrati nel cap. vj, di questo lib. V, p. -158, 168. L’ultimo fatto d’armi tra Ruggiero e gli Ziriti era stato -combattuto il 1075, come si legge nello stesso cap. vj, pag. 451. - -[804] Si ritrae che montava alla _terza_ parte del grano esportato -e che l’imperator Federigo la ridusse alla quinta. Diploma citato -dal Gregorio, _Considerazioni_, lib. III, cap. vj, nota 31. Per un -diploma greco del 1117, il secondo conte Ruggiero, tra le altre cose, -accordò al console genovese in Messina la franchigia della estrazione -delle merci infino a 60 tari. Traduzione latina presso Gregorio, -_Considerazioni_, lib. II, cap. ix, nota 3. Questo, se non altro, -prova l’uso dei dazii di esportazione e può riferirsi con molta -verosimiglianza a quel su i grani. - -[805] Se n’è detto nel cap. ix di questo libro, pag. 247. Si riscontri -il Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. v. - -[806] Considerazioni, lib. I, cap. ij. - -[807] In questo lib. V, cap. vij, pag. 184, segg. - -[808] Cap. ix, pag. 263, 265 di questo volume. - -[809] Lib. V, cap. iv, pag. 110 e 111, di questo volume. - -[810] Lib. V, cap. iv, pag. 124 del volume. - -[811] Alberto d’Aix, _Historia Hierosolymitana_, lib. XIII, cap. xiij, -presso Caruso, _Bibliotheca Sicula_, pag. 921. - -[812] Il Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. iv, vede -l’imitazione dall’inglese anco nella costituzione dell’armata siciliana -del XII secolo. - -[813] _Leonis Tactica_, cap. XIX. Si vegga anche la traduzione francese -di Maizeroi, Paris, 1778, pag. 146. Occorrono cotesti navilii de’ varii -temi, ossia province, in molti fatti delle istorie bizantine ch’e’ -sarebbe lungo a citare. - -[814] Lib. IV, cap. vj, pag. 313, del 2º volume. - -[815] Ms. arabico di Parigi, _Supplément arabe_, 885, fog. 94 verso. -Ho reso “villaggi” la voce dhia’ che significa propriamente: “podere -demaniale, beneficio militare” (Si vegga il nostro lib. III, cap. j, -pag. 22, del 2º volume). Ma la tassa sopra ogni _fumo_, così il testo, -ossia casa, conduce al significato che do io. Abbiam testè fatta -menzione della gabella detta del fumo in Sicilia nel XII secolo. Si -vegga Ducange, _Glossario latino_, alla voce _fumagium_ e simili, il -_Glossario greco_ alla voce καπνικὸν, e il Cedreno, edizione di Bonn, -tomo II, pag. 831. - -[816] Ibn-Khaldoun, _Prolégomènes_, traduzione francese del baron De -Slane, parte II, pag. 39. - -[817] Makrizi, _Kitâb-el-Mewâ’iz_, (Descrizione dell’Egitto) testo -arabico, tomo I, pagg. 482 e 483. - -[818] Ancorchè io risguardi M. De Slane come mio maestro in arabico, -non posso accettare la traduzione ch’egli dà di questo passo, -_Prolégomènes_, parte II, pag. 40. «Elle se composait de navires qu’on -faisait venir de tous les royaumes où l’on construisait des bâtiments. -Chaque navire était sous les ordres d’un marin portant le titre de -_caïd_, qui s’occupait uniquement de ce qui concernait l’armement, les -combattants et la guerre; un autre officier, appelé le _raïs_, faisait -marcher le vaisseau, etc.» - -Secondo il testo arabico, edizione di Parigi, parte II, pag. 35, e -di Rulâk, pag. 123, io tradurrei. “L’armata (spagnuola) era raccolta -da tutto il reame. Di ciascun paese dato alla navigazione veniva -un’armatetta, capitanata da un _kâid_, uomo di mare che badava alle -cose della guerra, alle armi ed ai combattenti e da un _rais_ (pilota) -che avea cura della navigazione, ec.” - -La differenza tra le due versioni è che io intendo “province” della -Spagna la voce che M. de Slane rende “royaumes” e che alla voce _ostûl_ -(στόλος) do il significato ordinario di armatetta, quando M. de Slane -la traduce «navire». E veramente, la voce _Mamlaka_, il cui plurale è -usato qui dallo autore, significa “reame” ed anco “parte d’un reame:” -e in ogni modo, al tempo d’Ibn-Khaldûn, erano ben ridivenute reami -quelle che furono mere province sotto gli Omeiadi. D’altronde non si -comprenderebbe come il califo di Spagna armasse i suoi legni «in tutti -i reami» del Mediterraneo e dell’Oceano, che erano tutti nemici; nè -com’egli accozzasse un’armata di dugento vele, prendendo «una nave» -da ciascun paese della Spagna dato alla navigazione. Aggiungo che -Ibn-Khaldûn, in moltissimi luoghi delle sue opere, dà alla voce _ostul_ -il significato ordinario di “armata” e non di “una nave.” Così negli -stessi Prolegomeni, parte II, pag. 37, del testo di Parigi e in altri -squarci del medesimo autore, raccolti da me nella _Bibl. Arabo-Sicula_, -pag. 486, 487, 488 ec. - -[819] Si vegga qui sopra a pag. 278, note 2 e 3, e il cap. viij, a -pag. 223, nota 5. Nel diploma per l’Archimandrita di Messina, dato il -1130, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 973, prima colonna, leggiamo -di un podere conceduto all’Archimandrita, _cum terris, preeminentiis -et datium marinariorum qui cum eo habitant_. L’è traduzione dal -greco, nella quale non veggo se si tratti del dazio pe’ marinai dovuto -dagli abitatori, o del dazio su i marinai che soggiornavano in quel -territorio. Un diploma del 1197, op. cit., p. 1289 fa supporre il primo -caso anzi che il secondo. - -[820] Diplomi presso il Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. iv, -nota 15. - -[821] Si veggano i cap. X e XIII della mia _Guerra del vespro -Siciliano_, dove sono ricordate nella battaglia del golfo di Napoli del -1287, le galee di Milazzo, Lipari, Trapani, Siracusa, Catania, Agosta, -Taormina, Cefalù, Eraclea, Licata, Sciacca. - -[822] Cap. xiij, pag. 428, segg. del 2º volume. - -[823] Si vegga il cap. ix, del presente libro, pag. 257. - -[824] Cap. v di questo medesimo libro, pagg. 136 a 139 del volume. - -[825] Cap. vi, pag. 161. - -[826] Cap. viij, pag. 210. - -[827] Testo, nella _Biblioteca Arabo-sicula_, pag. 41. Rendo con la -voce _primitivo_ il vocabolo _Azali_, che significa propriamente «senza -principio, eterno quanto al principio, ec.» ciò che parlando de’ popoli -noi diciamo impropriamente «aborigene.» - -[828] Mi si permetta questo vocabolo, che non è nella Crusca, ma -nell’uso generale d’oggi, ed evita una anfibologia. - -[829] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 383. Quivi leggiamo _ad -magnam viam francigenam Castrinovi_. Probabilmente l’è traduzione dal -greco, portando l’anno costantinopolitano e leggendovisi la espressione -_Papæ veteris Romæ_, che sa di bizantino. Tuttavia la lingua e lo stile -la fanno supporre versione molto antica. - -[830] Un diploma greco-latino del 1132, presso Spata, _Pergamene_, -pag. 424, fa menzione di una strada che dal podere di Mutata (ignoro -il sito) conduceva a Petralia, Castronovo, Vicari e Palermo. Ancorchè -nel latino si legga soltanto _via_, e manchi in questo passo il testo -greco, mi sembra che si tratti del medesimo stradale francese. - -[831] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1012. - -[832] Diploma presso Pirro, op. cit., pag. 773. - -[833] Diploma del 6594 (1086) XIIª indizione, pubblicato dal Sig. -Piaggia, _Nuovi studii su la città di Milazzo_, Palermo 1866, in-8 -grande, pag. 68, nota 6. Goffredo Burrello, feudatario di Milazzo, -descrivendo in questo diploma i limiti del podere detto Bucello nel -territorio di quella città, li fa correre _usque ad viam quae vadit a -Sancto Philippo in villam Milatii, deinde constringendo per viam viam -ad aliam frangigenam quae conjungitur prope mare ante villam Milatii, -deinde revertetur per eamdem viam frangigenam usque ad mare, etc._ Non -debbo tacere che questo documento, copiato dai Mss. della Biblioteca -comunale di Palermo, e voltato già dal greco, come apparisce dall’èra -costantinopolitana, fu alterato senza dubbio, sia nell’originale, sia -nella traduzione. E veramente, oltrechè la XII indizione non torna -nel 1086, noi troviamo il titolo di “Chiese messinese e trainese” e -del “primo vescovo di esse Roberto”; ed egli è evidente che coteste -parole non furono scritte nel detto anno, poichè allora non si potea -dir che del Vescovato di Traina; sendo notissimo che il tramutamento -della sede e la giunta di Chiesa messinese nella denominazione della -diocesi, seguirono nel 1091. Ciò nondimeno non v’ha ragione di supporre -inventata da qualche erudito del XVII o XVIII secolo la denominazione -di _via francese_; e però io accetto questa testimonianza di un fatto -materiale, la quale risalisce in qualunque modo al XII secolo. - -[834] Diploma arabico-latino del 15, maggio 1182, di cui la parte -latina fu pubblicata da Del Giudice, _Descrizione del Tempio di -Morreale_, Appendice, pag. 8 segg. e il testo arabico è inedito. Il -luogo ch’io cito si trova a p. 11, della _Descrizione_, in fin della -divisa di Bufurera, dove si legge _viam exercitus_, e ciò risponde -perfettamente al testo arabico: _tarik-el-’askar_. - -[835] Del Giudice, op. cit., pag. 16, 19, 21, ec. Il diploma latino -qui ha _via pubblica_, e l’arabico _mehaggia_ e talvolta anche _tarik_, -come sopra nella «Strada dell’esercito.» - -[836] Tychsen, _Introductio in rem nummariam_, ec., pag. 146. Lo -Spinelli, _Monete Cufiche battute da Principi longobardi, normanni e -svevi_, Napoli, 1844, in-4, pag. 16 e 232, suppone, che il disegno di -questa moneta fosse stato inventato dall’Abate Vella. Il Mortillaro, -che avea ben riconosciuto (_Opere_, tomo III, pag. 339), appartener la -moneta a re Tancredi, lo dimentica adesso (_Medagliere arabo-siculo_, -pag. 35) per seguire il supposto dello Spinelli. E pure nel disegno -che questi dà, Tavola II, nº 1 (io non ho sotto gli occhi quello di -Tychsen) si legge benissimo _el-Malik-Tan-rid_. - -[837] Adler, _Museum Cuficum Borgianum_, pag. 80, seg. n^i lxiv a lxxv. - -[838] _Monete Cufiche_, pag. 329, 330, nº cclxxix. - -[839] _The Oriental coins_, tomo I, pag. 299, 300. nº cccviij. - -[840] _Monete Cufiche_, ec., in-4, pag. 16 a 19, n^i lxv a lxxij, lxxv, -dcxlix a dclvij. - -[841] Il _Medagliere Arabo-Siculo della Biblioteca Comunale di Palermo, -coordinato e illustrato dal Marchese Vincenzo Mortillaro_, Palermo -1861, in-8, pag. 36-39. Io non so perchè il Mortillaro, pag. 36, nº -1, identifichi col nº lxvj, dello Spinelli la moneta che diè Adler, -op. cit., al nº lxix; e, pentendosi d’averla già attribuita a re -Ruggiero (Mortillaro, _Opere_, tomo III, pag. 405) accetti adesso la -lezione dello Spinelli, che la rimanda al primo conte. Da quanto si può -giudicare sopra disegni grossolani, Adler non lesse tutto, Mortillaro -supplì male, e la lezione _K*m*t_, sostituita da Spinelli, non si -raccapezza nella figura (tavola II, nº 2). Men dubbio mi sembra in -questa e nelle seguenti, il nome di Ruggiero; ma questo conviene al -figliuolo, come al padre, ed anche al Duca di Puglia dello stesso nome. - -[842] N. lxxij, pag. 19, tavola II, nº 23, il quale si confronti col -24, ed anche col 4 ec. - -[843] Si vegga il nostro Libro IV, cap. xiij, pagg. 456-8, del 2º -volume. - -[844] Paruta, presso il Burmanno, _Thesaurus Antiquitatum Siciliae_, -ec. tomo VII, pag. 1223, e tomo VIII, tavola clxxxvj. Credo che i n^i -3 e 4, di quella tavola, i quali hanno da una faccia il T in luogo del -cavaliero armato, appartengano al secondo conte Ruggiero. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. Sia il Sommario sia -le Correzioni e Aggiunte relativi alla Parte Prima, raggruppati in -originale al termine della Parte Seconda, sono stati riportati a fine -libro. - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of Storia dei musulmani di Sicilia, vol. -III, parte I, by Michele Amari - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DEI MUSULMANI DI *** - -***** This file should be named 60788-0.txt or 60788-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/0/7/8/60788/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This transcription -was produced from images generously made available by -Bayerische Staatsbibliothek / Bavarian State Library.) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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