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If you are not located in the United States, you'll -have to check the laws of the country where you are located before using -this ebook. - - - -Title: Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte I - -Author: Michele Amari - -Release Date: November 26, 2019 [EBook #60788] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DEI MUSULMANI DI *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This transcription -was produced from images generously made available by -Bayerische Staatsbibliothek / Bavarian State Library.) - - - - - - - STORIA - DEI - MUSULMANI - DI SICILIA - - - SCRITTA - - DA MICHELE AMARI. - - - VOLUME TERZO - Parte Prima. - - - - FIRENZE. - SUCCESSORI LE MONNIER. - 1868. - - - - - Proprietà letteraria. - - - - -AVVERTENZA. - - -Facendomi a pubblicare questo mio IIIº volume dieci anni dopo il IIº -e non presentandolo pur compiuto, debbo scolparmi di un ritardo che -parrebbe tanto meno perdonabile, quanto egli è noto che da lungo tempo -aveva io, in Parigi, raccolti i materiali tutti e abbozzata l’opera da -un capo all’altro. In fatti, uscito il Iº volume nel 1854, lo segui il -IIº nel 1858; e nello stesso anno erano già composte in caratteri da -stampa 54 pagine del presente volume. Ma ritornato in Italia per causa -de’ grandi avvenimenti del 1859, io non mi chiusi in uno scrittoio. -Qualche ufficio pubblico esercitato, qualche altro lavoro dato alla -luce, mi distoglieano sì fattamente dalla Storia dei Musulmani di -Sicilia, che ho potuto appena, un po’ nel 1862 e un po’ dal 1865 in -qua, scrivere il rimanente del quinto libro; il quale termina con -l’assetto della dominazione normanna, e compone questa prima parte -del IIIº volume. La seconda parte, ossia il sesto libro, toccherà -le vicende dei Musulmani che mano mano si dileguarono dall’isola. Ho -cagione di sperare che cotesta parte finale del volume e dell’opera sia -presto compiuta; sì ch’io possa nel corso dell’anno vegnente dar opera -alla traduzione de’ testi arabici, che stampai a Lipsia il 1857; i -quali sono la fonte principale di queste istorie. - -Nè sembri smentita la buona intenzione dal fatto che, dopo avere -differito per dieci anni, io non voglia or aspettare una diecina di -mesi per compiere il presente volume. Io ho richiesto l’editore di -pubblicarne la prima parte senza altro indugio, perchè in oggi i libri -invecchian presto: e già è uscito in Italia e oltremonti qualche lavoro -su periodi istorici confinanti da un lato o da un altro con quello -ch’io presi a trattare. Altri lavori so che si preparano. Ragion vuole -che le mie fatiche, quali che si fossero, non rimangano inutili ad -altrui; e che intanto ciascun s’abbia il merito delle idee proprie e -delle proprie ricerche. - -Non ostante il gran tratto che è corso dalla stampa alla pubblicazione -de’ primi capitoli, io non dovrò che aggiugnere o mutar qualche parola -nel testo o nelle note, a pagg. 25, 36, 55, 90; come si vedrà in -un’_errata_ alla fin del volume. Pochissimi altri luoghi sono stati già -corretti rifacendo le pagine, 4, 5, 9, quando si pubblicò nella _Nuova -Antologia_ del maggio 1866 uno squarcio del primo capitolo, ed uno del -sesto. - - _Firenze, aprile 1868._ - - M. AMARI. - - - - -LIBRO QUINTO. - - - - -CAPITOLO I. - - -A un tempo con le cause che rodeano al di dentro lo stato musulmano in -Sicilia, operarono le cause esteriori ond’ebbe la pinta. Oltre quella -universale reazione dei Cristiani occidentali contro i settatori di -Maometto, s’accese all’entrar dell’undecimo secolo un genio di libertà -nelle popolazioni indigene e oltramontane mescolate da parecchi -secoli nel nostro territorio e fatte il nuovo popolo italiano. Il -qual movimento, come sempre accade, mutò aspetto secondo gli ostacoli -locali: dove fece vendetta di assalti forastieri; dove aspirò alla -emancipazione da reggimento straniero; dove portò ad opere ed ordini -e in ultimo a forme di repubblica; sovente partecipò dell’uno e -dell’altro, e più spesse furono le nimistadi scambievoli dei cittadini. -Ma dalle guerre civili ne allontana per ora l’argomento nostro, e -ne conduce alle due serie di fatti che prelusero al conquisto della -Sicilia: cioè la guerra di Pisa e Genova contro i Musulmani, e la -cacciata dei Bizantini dall’Italia meridionale. - -I Pisani, fin dalla seconda metà del decimo secolo, compariscono nella -storia liberi in mare e sudditi in terra: qui reggeansi a nome del -marchese di Toscana e dell’imperatore germanico, sovrano feudale; lì il -commercio, necessariamente armato in mezzo ai Musulmani che solcavano -d’ogni parte il Mediterraneo, portò i cittadini ad autonomia, non che -non sospetta, gratissima ai signori della patria, i quali non avendo -forze navali, volentieri ne accattavano da loro. Certamente i privati -armatori si associarono; certamente deliberarono le imprese navali -e provvidero ai mezzi, nella stessa guisa che avean fatto quand’era -scopo principale il traffico; la preda si spartì come i guadagni; e la -compagnia, qual che ne fosse il nome e la forma in quei primi tempi, -diè nascimento al governo della repubblica. Aveano i Pisani combattuto -la fazione del novecensettanta contro i Musulmani di Sicilia[1] e -forse altre minori contro que’ d’Affrica e di Spagna, e avean già -patito le vicende di lor nuova industria del mille e quattro, quando -un’armata musulmana saccheggiò un quartiere della città.[2] Per farne -vendetta ed assicurare lor commercio, i Pisani metteano in mare il -navilio che sconfisse i Siciliani a Reggio; alla quale impresa molto -inopportunamente si è data sembianza di guerra religiosa, scrivendo -che il dotto monaco francese Gerberto, salito al trono pontificale col -nome di Silvestro secondo, bandì la crociata per liberare Gerusalemme, -e che i Pisani a tal invito corsero alle navi e tagliarono in pezzi i -primi Infedeli in cui s’imbattessero.[3] Il vero è che la potenza surta -allora nel Tirreno dovea venire alle prese coi Musulmani, come gli -antichi popoli che dettero nome a quel mare avean fatto coi Fenicii, -predecessori dei Musulmani in Sicilia, Affrica, Sardegna, Baleari -e Spagna. Uscì dai porti di Spagna il navilio che rinnovò del mille -undici l’assalto e il guasto sopra Pisa;[4] forse dagli stessi porti e -per le medesime genti che a capo di pochi anni occuparono la Sardegna, -infestaron Luni e soggiacquero alle forze unite di Pisa e Genova. - -Mentre in Spagna tre usurpatori si contendeano il califato, e i -governatori si prendean le province, trovossi a regger Denia un -Abu-l-Geisc[5] Mogêhid-ibn-Abd-Allah, cristiano d’origine,[6] liberto -della casa del celebre Almansor, indi soprannominato Amiri:[7] uomo -intraprendente, valoroso, educato alle lettere e alle scienze coraniche -in Cordova e mecenate dei dotti.[8] Appo il quale rifuggitosi da -Cordova, con molta mano di partigiani, un Abu-Abd-Allah Mo’aiti, -giurista chiarissimo per sapere e antica nobiltà, chè discendea -di schiatta collaterale agli Omeiadi, Mogêhid, non osando per anco -aspirare al principato, volle mettere su quel regolo di sua fattura; -gli prestò giuramento e rese onori da califo, di giumadi secondo del -quattrocentocinque (dicembre 1014); ed a capo di cinque mesi, allestita -l’armata, andò con Mo’aiti ad occupar le isole Baleari. Non guari dopo, -rimandato il finto principe a Denia, Mogêhid con un migliaio di cavalli -e centoventi navi tra picciole e grandi, fece prora per la Sardegna.[9] - -Ormai gli autori arabi chiariscon erroneo il moderno racconto della -dominazione musulmana in Sardegna e confermano i nostri antichi -ricordi, da’ quali si scorgea travagliata sì quell’isola con -depredazioni e guasti, ma non mai occupata innanzi il brevissimo regno -di Mogêhid. È verosimile, anzi direi certo, che i Sardi, abbandonati -dall’impero bizantino, dai re longobardi e dall’impero d’occidente, -fin dall’ottavo secolo si reggessero per loro giudici o re, chè -s’intitolavan l’uno e l’altro. Fiera gente, assecurata dalla povertà, -dal proprio valore e dai luoghi aspri e salvatici, scansò il giogo -dei Musulmani; i quali fatto fardello (710, 752, 813, 816, 817, 935) -dell’oro e argento, ma spaventati insieme dai frequenti naufragi e -dalla resistenza degli isolani nelle scorrerie minori, li lasciarono -tranquilli;[10] tenendoli uomini indomabili, avvezzi a star sempre con -le armi allato,[11] da buscarsi appo di loro più colpi che preda. Gli -annali musulmani ci narrano che dopo la strage fatta in Sardegna da -Abd-er-Rahmân-ibn-Habîb (752) gli abitatori si sottomessero a tributo; -onde per lungo tempo non furono molestati, anzi i Rûm ristorarono le -cose dell’isola.[12] Erronea parmi la fazione dei Musulmani di Spagna -a Cagliari nel mille ed uno, che si legge in un compendio di storia -pisana di tre secoli appresso.[13] - -Sbarcato Mogêhid in Sardegna, ruppe gli isolani con molta strage, di -rebi’ primo del quattrocentosei (18 ag. a 16 settem. 1015); uccise -Maloto lor condottiero e fece grandissimo numero di prigioni, donne -e fanciulli.[14] L’armata, com’e’ sembra, si mostrò, prima o dopo, su -la costiera tra Genova e Pisa, approdando a Luni, cui saccheggiò forse -e si ritrasse; ma bastò a provocare i Pisani già possenti in mare, e -i Genovesi, i quali prosperando nel commercio dovean anco adoperarsi -a cacciare il vicin nemico. Par si collegassero le due repubbliche -nell’umile sembianza di compagnie di mercatanti, premurose d’ubbidire -ai comandi del papa e dell’imperatore; e il papa ch’era Benedetto -ottavo, partigiano favorito d’Arrigo secondo e vago di por mano nelle -cose temporali, par s’arrogasse di promulgare la guerra, e di negoziare -con Moghêid. Nondimeno l’importanza dell’impresa stava tutta nelle -forze, interesse e volontà dei Pisani e dei Genovesi; i quali andati -a trovare il navilio musulmano in Sardegna, riportarono una prima -vittoria nello stesso anno mille e quindici.[15] Mogêhid si sfogava -con atroci supplizii sopra i Cristiani di Sardegna,[16] innasprito -forse dalla resistenza che facessero i Sardi qua e là per l’isola; -e sapendo i grossi armamenti che s’apparecchiavano in Terraferma, -diede opera a fabbricare una fortezza.[17] Intanto i suoi, scontenti -del poco acquisto, sbigottiti dal clima malsano e dai travagli della -guerra, mormoravano:[18] tardava alla più parte di tornare in patria, -dove li chiamavano tutte le passioni della guerra civile. Talchè, di -maggio millesedici, venuta grand’oste di Pisani e Genovesi, Mogêhid si -deliberò a sgombrare.[19] Combattuto dagli Italiani mentre s’imbarcava, -in su l’entrar di giugno,[20] fu sconfitto, e atrocemente straziati i -suoi da una tempesta, che ruppe molte navi, altre spinse a terra, ove i -naufraghi erano spacciati dai Cristiani.[21] Campò Mogêhid a Denia con -le reliquie dell’armata, lasciando prigioni un fratello e il proprio -figliuolo Alì che gli succedette nel principato:[22] altri scrive il -figliuolo e una moglie.[23] Con sì lieve fatica i nostri riebbero la -Sardegna.[24] - -E tosto voltarono le armi l’un contro l’altro: i Genovesi assalivano i -Pisani; i quali, avutone l’avvantaggio, li cacciarono dall’isola.[25] -Onde i mercatanti di Pisa cominciarono ad esercitare una clientela su -quei giudici, o regoli, bisognosi di lor danaro e di loro forze navali; -tennero fattorie; forse usurparono privilegi commerciali: nelle quali -brighe ebbero sempre a gareggiare coi mercatanti genovesi.[26] Nel -secolo ap- presso, quando le due città si reggeano a comune e Genova -adulta agguagliava la rivale, si contesero la Sardegna con le armi, con -le pratiche appo quei regoli ed a corte di Federigo Barbarossa,[27] e -poscia con falsare la storia, immaginandosi dai Pisani due concessioni -papali (1016 e 1049) e due novelli conquisti del mille diciannove -e mille quarantanove, sopra Mogêhid che alfine fosse caduto in lor -mani.[28] Da ricordi più genuini si ritrae che i Musulmani, dopo la -fuga di Mogêhid a Denia (1016), non assalirono mai più la Sardegna.[29] -Quei si tuffò tutto, scrive Ibn-el-Athîr, nelle guerre civili di -Spagna;[30] molestò la contea di Barcellona; fu costretto alla pace, -dicon anco a pagar tributo (1018), da una man di Normanni ausiliari -della contessa Ermenseda, nella minorità di Berengario,[31] e morì nel -millequarantaquattro.[32] Di certo, i corsali di Denia e delle Baleari -lungo tempo infestarono le parti occidentali del Mediterraneo, poichè -quel nome di Mugeto, supposto re d’Affrica, suonò terribile appo i -Cristiani; chiunque combatteva gli Infedeli spagnuoli o affricani, si -vantava d’aver preso o ammazzato il gran Saracino.[33] - -Tolte così le favole che son debole fondamento alla gloria dai -popoli, quella dei Pisani e Genovesi risplende nella liberazione -della Sardegna; nel primo esempio dato in Ponente di grosse -espedizioni contro i Musulmani; nell’acquistata signoria del bacino -occidentale del Mediterraneo. Venuti loro a noia li armamenti -navali di Moezz-ibn-Badîs,[34] i Pisani assaltarono l’Affrica il -milletrentaquattro, presero Bona:[35] strepitosa vittoria che suonò -oltremonti come trionfo della Cristianità sopra l’Islamismo, e probabil -è vi abbiano partecipato i Genovesi e qualche nave provenzale.[36] -Le due repubbliche italiane messero da parte lor odii quand’occorrea -domare il nemico comune: i Pisani uniti di nuovo ai Genovesi -schierarono dinanzi Mehdia (1087) quattrocento navi italiane; e prima -avean assalito soli Palermo (1062), poscia occuparono le Baleari -(1113-4); per tutto il duodecimo secolo i navilii d’Italia, terrore dei -Musulmani, apriron la via agli accordi commerciali e alla fondazione -delle fattorie nelle città marittime d’Affrica e di Levante. Quella -virtù cominciando ad operare, come si è notato, nei principii del -secolo undecimo, diè incentivo ed aiuto al conquisto della Sicilia. - -La rivoluzione di Puglia e Calabria contro i Bizantini fu capitanata e -confiscata da poche famiglie novelle in Cristianità. Verso il settimo -secolo, a’ primi albori della storia settentrionale, si scopre in -Danimarca, Norvegia e Svezia una gente la cui lingua al par che la -complessione dei corpi e gli ordini sociali attestavano l’origine -germanica; se non che, sendo lor toccato in sorte un paese inculto e -disabitato o quasi, non ebbero vassalli, e non trovando vitto in terra, -lo cercarono in sul mare con la pesca e la pirateria. Per tali cagioni -si mantenne tra essi l’uguaglianza civile perduta da’ lor fratelli nel -conquisto delle province romane. Serbaron anco l’antica religione. Si -reggeano in piccioli stati, sotto capi (_iarls_) di famiglie nobili -per valore, eletti nelle adunanze (_things_), nelle quali gli uomini -liberi, cioè tutti, deliberavano le pubbliche faccende. Ma nell’ottavo -secolo, i combattimenti e traffichi nel Baltico con altri Germani e con -genti finniche e slave avean già condotto gli Scandinavi a migliorare -lor costruzioni navali, lor armi, e le arti necessarie all’uno e -all’altro: allor fecero più grosse imprese al di fuori, e seguì in casa -l’accentramento sotto regoli (_kong_, _konung_ ec.); s’apparecchiò -quello dei piccioli nei maggiori reami, di Danimarca, Norvegia e -Svezia. I quali rivolgimenti, al par che le spesse carestie in un -paese presso che privo d’agricoltura, portavano all’emigrazione. Gli -uomini più audaci e procaccianti facean compagnia; sceglieano apposta -un capo sperimentato, re marittimo (_soekongar_) come il chiamavano; -varavano frotte di barche, e sì usciano a lor _wicking_, noi diremmo -pirateria, in cerca di bottino e di gloria: chè virtù si tenea presso -di loro l’astuzia e valor nel rubare. I morti per naufragio o di spada -sederanno in eterno allato d’Odin, nel Walhalla, a tracannare cervogia; -i reduci faranno mostra della preda, canteranno lor geste, bevendo a -cerchio nelle romorose brigate l’inverno. Orgoglio dunque, cupidigia, -necessità, costumi, rigoglio di corpi e d’animi, uso alle fatiche -del mare, non curanza della morte, moveano i Normanni (_Northmen_) o -Dani[37] a lontane espedizioni fuori il Baltico. - -Nelle quali desolarono (787-885) lungo la marina e le rive dei fiumi, -le isole britanniche, la Germania in su l’Oceano, i Paesi Bassi, e -la Francia; infestarono anco la Spagna: Hastings, lor terribile eroe, -pensando arricchirsi delle spoglie di Roma, s’imbattè in Luni (859), -la saccheggiò;[38] ed egli o altri assaltò anco Pisa (860). Con lor -lievi barche solean costeggiare, entrare nelle foci dei fiumi, risalire -per ventine o centinaia di miglia dentro terra; afforzarsi nelle isole -marittime o fluviali; smontati dar di piglio a quanti cavalli poteano, -e temerarii innoltrarsi nelle province, taglieggiando, depredando, -ardendo, ammazzando; più crudi nei monasteri, sapendoli più ricchi, -o per vanto di calpestare il nume rivale d’Odin. Da Londra e Dublino -ad Utrecht, Aquisgrana, Colonia, Coblentz, Treveri, Parigi, Tours, -Bordeaux, e Tolosa; ed a Lisbona, a Siviglia, ad Arles, a Valenza sul -Rodano, i Barbari addimesticati sentiron la mano dei Barbari freschi -della Scandinavia: i quali dopo la rapina presero come gli altri a -stanziare qua e là; conquistarono l’Inghilterra, e la perdettero; si -posero alla foce della Loira e ne furon cacciati; si posero in su la -Senna e v’allignarono.[39] - -Un secolo era corso dall’esaltazione di Carlomagno, e restava appena -a’ successori col titol di reame di Francia la regione che si stende -dalla Loira alla Mosa, toltane a ponente la Bretagna, quando vennero -a scemare il breve territorio gli Scandinavi che l’aveano già guasto, -e saccheggiata Parigi (846), arsi i sobborghi (857), e strettala -nuovamente d’assedio per dieci mesi (885-6). Avvenne nel medesimo -tempo che Aroldo dalla bella chioma (_Harald Haarfager_) soggiogasse -gli altri regoli di Norvegia, e facesse opera ad accentrare ed -assestare il novello reame; onde molti uomini impazienti del giogo -espatriarono o furon cacciati e incalzati per le isolette e pei -mari, dove ripigliavano l’antico mestiere di loro schiatta. Ragunati -in grande frotta, tentarono l’Inghilterra, tentarono la Fiandra, e -alfine s’imboccarono nella Senna; ebbero di queto Rouen;[40] ne fecero -pianta a guerra di conquisto; ruppero (898) un esercito francese che -li assalì; occuparono cittadi e castella. Nelle quali fazioni ebber -dapprima condottieri senza comando politico;[41] poi s’innalzò sopra -tutti per valore e civile prudenza Roll,[42] nobile corsaro norvegio, -bandito per atto di rapina in patria. E già s’erano costoro in sedici -anni assuefatti a vivere nelle nuove stanze coi vinti, quando i -popoli e clero di tutto il reame, vedendo non potere spezzar quel -flagello, costrinsero re Carlo il Semplice a stornarlo con la pace. -Trattò la pace il vescovo di Rouen, amico per necessità dei Normanni; -ed a Saint Clair sull’Epte (912) il re concedette a Roll e sua gente -il paese che occupavano:[43] quei gli prestò omaggio feudale, diè e -compì la promessa di farsi cristiano egli e’ suoi, e di sposare una -figlia naturale del re. Ebbe titol di conte; poi s’addimandò duca; e -il territorio, Normandia; il quale fu esteso da lui e dai successori, -tra le discordie dei grandi vassalli coi re, e tra le guerre civili -che portarono al trono i Capeti. I compagni d’arme di Roll, avuta -ciascun sua parte del territorio e divenuti signori dell’antica -popolazione, presero gusto alla vita di cavalieri francesi; mutarono -il culto d’Odin nel cristianesimo; l’uguaglianza del wicking in -gerarchia feudale; l’incerto frutto del saccheggio in perenne esercizio -d’abusi baroneschi; dimenticarono la patria che li avea cacciati; -ebbero figliuoli la più parte da donne del paese. E però alla seconda -generazione parlarono il linguaggio della Francia settentrionale, -fuorchè nelle parti di Bayeux e di Coutances, dove, per essere -sopravvenuti altri stuoli di Norvegia e Danimarca, si mantenne qualche -anno di più il paganesimo, la favella scandinava oltre un secolo, e -sempre un animo riottoso e contumace. Insieme con la religione e la -lingua, la Francia diè ai nuovi conquistatori fogge, usanze, un po’ -di cultura clericale, e tutti gli ordini della feudalità; se non che -i baroni serbarono liberi spiriti in loro soggezione al duca, senza -aggravar manco le infime classi. Il ducato fu più pericoloso vicino che -nessun altro gran feudo, alla corona di Francia; l’odio nazionale arse -per cinque o sei secoli tra gli abitatori dell’uno e dell’altro.[44] -Tanto più che i Normanni, sì agevolmente gallicizzati al di fuori, non -aveano perduta l’indole degli avi: insieme con gran valore, disciplina -e sagacità militare, mostrarono saviezza nelle cose di stato ed -economiche; ebbero sempre odorato fino del guadagno, mente astuta e man -lesta a carpirlo, ira pronta raffrenata sol dall’interesse, amplessi e -zuffe alternati fin tra fratelli, tra padri e figli nel partaggio degli -acquisti; e con ciò un genio avventuroso, procacciante, migratorio, -il quale all’entrar dell’undecimo secolo sfogò in pellegrinaggi al -sepolcro di Cristo, ma non chiuse gli occhi per istrada essendoci da -buscare. Qual cavaliere vivesse a disagio in casa, uscì a nuovo modo -di _wicking_ per terra, ai soldi d’altri stati; ed alla spicciolata -fecero maravigliose prove in Spagna e nell’impero bizantino; raccolti -e rinforzati d’altre genti, conquistarono l’Inghilterra e l’Italia -meridionale. - -Al par che il _wicking_ mutò forme in Normandia la _saga_ che il solea -celebrare,[45] della quale se fu tentata alcuna imitazione,[46] la -poesia popolare francese la soverchiò sì tosto, che alla battaglia -d’Hastings (1066) il menestrello di Guglielmo il Conquistatore -appiccava la zuffa recitando la canzone d’Orlando, francese di lingua -e d’argomento. Alla saga che andava in disuso con la favella e modi -del vivere degli Scandinavi, era succeduta la cronica cristiana, -da che Dudone di San Quintino, chierico piccardo, cominciò (994) a -richiesta del secondo conte di Normandia e compiè sotto il terzo, in -prosa latina tramezzata di versi, il racconto dei fasti di quel popolo -e dinastia, seguendo la tradizione orale di Rodolfo conte d’Ivry.[47] -Fu necessariamente la istoria di Dudone, pei tempi innanzi il trattato -d’Epte, mescolala di vero e di romanzo scandinavo, difettosa molto -in cronologia; pei tempi appresso, fu diario di corte con orpelli -di leggenda monastica e frasi di rettorica latina: e sotto gli altri -duchi, altri chierici la copiarono e continuarono chi in prosa latina, -chi in versi francesi, fino allo scorcio del duodecimo secolo.[48] -Ma i principi normanni surti in Italia in questo mezzo, vollero -auch’essi lor croniche ad imitazione della corte di Rouen, compilate -su i racconti dei guerrieri che aveano compiuto que’ gloriosi fatti e -riteneano le tradizioni de’ più antichi; onde raccontatori e scrittori -vi posero ornamenti di discorso a foggia or cavalleresca or claustrale: -e son queste le fonti principali di storia nel periodo che prendiamo a -trattare. - -Prima in ordine di tempo la Storia dei Normanni di Amato, campano -e monaco di Monte Cassino, scritta tra il millesettantotto e -l’ottantasei,[49] della quale corre per le mani degli eruditi da -trent’anni in qua un’antica versione francese, interpolata di -annotazioni e forse scorciata e infedele in qualche luogo.[50] -Documento preziosissimo contuttociò; poichè l’autore, italiano di -nascita e di studii, ossequioso a Roberto Guiscardo e Riccardo principe -di Capua, ma assai più devoto al monistero, è testimonio immediato -per la seconda metà dell’undecimo secolo; attinge per la prima metà -a doppia tradizione, cassinese e normanna; e, con monacale prudenza, -pur va dicendo il vero. La dedica all’abate Desiderio e l’andamento -tutto dell’opera, mostran che fu dono fatto dal Monastero ai due -principi protettori, per rimeritarli di loro larghezza con la fama. -Proprio scrittor di corte, Guglielmo detto Appulo, ai conforti di -Ruggiero duca di Puglia e di papa Urbano secondo, compose in su la fine -dell’undecimo secolo[51] una cronica in versi latini, che comincia -dalle prime imprese de’ Normanni in Italia e finisce alla morte di -Roberto Guiscardo: narrazione molto viva, diligente e verace, fuorchè -qualche episodio accattato dai classici, dalle favole scandinave e da’ -romanzi francesi;[52] e d’origine francese parmi l’autore.[53] Lo fu di -certo il monaco Goffredo Malaterra, il quale scrisse in prosa latina, -a riscontro di quei fasti di casa Guiscarda, le geste di Ruggier di -Sicilia, ritratte in parte dalla bocca del conte; e finisce, due anni -avanti la costui morte, il millenovantotto. Malaterra avea letto le -croniche di Normandia e qualche classico latino; avea meditato, egli -o il conte Ruggiero, sull’indole degli uomini e vicende degli stati; -onde da storico, anzi che cronista, tratta i primordii di casa di -Hauteville in Italia, i particolari della guerra siciliana; nè parmi -semplice quand’ei v’intreccia i miracoli dei Santi e delle spade -normanne, quando dissimula il numero degli ausiliarii ed esagera -quel dei nemici; quando salta a piè pari le imprese fallite o troppo -scellerate. Dei delitti privati di Roberto e di Ruggiero, furti, rapine -e agguati da masnadieri, truffe e violenze tra fratelli, il Malaterra -è largo raccontatore al par che Guglielmo di Puglia; non tanto per -libertà loro e grandezza d’animo dei principi, quanto per l’opinione -di quelle compagnie di ventura passata nelle corti, dove si tenean -vezzi guerrieri da vantarsene, e peccati veniali prodigalmente pagati -alla Chiesa.[54] Tolto dunque l’orpello mitico nelle prime imprese, un -po’ di reticenza o di esagerazione qua e là nelle altre, gli scritti -di Amato, Guglielmo e Malaterra ci trasmettono le tradizioni normanne -per tre vie dirette, paralelle e non comunicanti. Un buon compendio -che parmi anco palatino e torna al millecentoquarantasei, aggiugne -qualche particolare, secondo tradizioni che il tempo e gli interessi -andavano guastando.[55] Leone d’Ostia, compilando nei principii del -duodecimo secolo la storia generale di Monte Cassino, copia spesso -Amato e vi aggiugne altri fatti con doppia circospezione di monaco e -cardinale. Lupo Protospatario, autor della fine dell’undecimo, ci aiuta -da magro cronista, diligente e imparziale tra Greci e Normanni. Altri -contemporanei italiani e d’oltremonti, che citerò a’ luoghi opportuni, -raddrizzano talvolta le opinioni degli scrittori di parte normanna; -e così anche correggono qualche fatto per lo conquisto di Puglia i -Bizantini, e per quel di Sicilia i Musulmani: frettolosi gli uni e gli -altri e svogliati nel discorrere la caduta di lor dominazioni. - -I primi Normanni capitati di qua dalle Alpi il millediciassette per -le pratiche del principe di Salerno,[56] venturieri per bisogno, -cupidigia o persecuzioni nel paese natio,[57] trovarono in Italia una -gran voglia a scuotere il giogo degli imperatori d’Oriente. I quali, -essendo rimasti signori per la seconda fiata della Calabria e della -Puglia, le ressero a lor solito; lasciarono i Musulmani di Sicilia a -correre e taglieggiare quelle province, non frenati da buone armi nè -da prudenti accordi; e con ciò ripigliarono le antiche pretensioni -su i principati di Benevento, Capua e Salerno. Indi que’ signori -longobardi si voltavano ad ora ad ora agli imperatori d’Occidente; -e i popoli della Puglia, maturi a novità per le condizioni generali -dell’Italia, si sollevavano, chiamando in aiuto gli Infedeli di -Sicilia.[58] Dopo Smagardo, patriotta mal noto (997-1000), sorgea -Melo, nobil cittadino di Bari, di schiatta longobarda, del quale la -balba storia dell’undecimo secolo narra le sventure piuttosto che la -virtù, passando sotto silenzio come egli suscitasse o rinnovasse la -ribellione pugliese; come ordinasse tre guerre in dieci anni; come -traesse a cospirar seco i principi longobardi, l’imperatore d’Occidente -ed il papa:[59] Melo, il ribelle italiano, morto in Germania con -onori da principe; uomo di maravigliosa costanza, operosità, arte -politica e valore. Come città longobarda fatta capitale dei dominii -bizantini in Italia, Bari parteggiava in due fazioni,[60] onde la -ribellione dapprima vi trionfò; poi la parte greca rimbaldanzì pei -rinforzi di Costantinopoli, e fu ristorato il governo straniero (1011). -Melo rifuggito alle corti longobarde che l’aiutavano sottomano,[61] -s’abboccò a Capua co’ venturieri arrivati di Normandia, lor diè armi, -cavalli e stipendio (1017), levò altre genti ne’ territorii di Salerno -e Benevento,[62] e mosse con tutta l’oste contro i Greci. - -Ruppeli in tre o più scontri (1017-19), tornando ai Normanni i -primi onori del trionfo; ed era libera la Puglia, se non che novello -capitano, mandato di Costantinopoli, tagliò a pezzi l’esercito dei -ribelli sul funesto piano di Canne (ottobre 1019). Ritentò Melo la -fortuna, con altra schiera di Normanni sopraccorsa da Salerno, ove in -tre anni n’era venuto grande numero alla sfilata; e toccò la seconda -strage presso Melfi. Indi i principi longobardi a tentennare; Melo -a correr oltre le Alpi, chiedendo gli aiuti d’Arrigo imperatore, e, -mentre si apprestavano, morì. Dato, compagno di ribellione e fratello -della moglie, andò al supplizio (1021), venduto dal principe di Capua -e dall’abate di Monte Cassino. I popoli tornarono al giogo, resistendo -alcun capo qua e là con aiuti dei Musulmani di Sicilia. I cinquecento -Normanni che rimaneano de’ tremila passati in Italia, s’acconciarono -agli stipendii di Salerno e di Monte Cassino, divisi in sei compagnie, -due con l’abate e quattro col principe; qualche altro militò a Capua ed -a Napoli.[63] - -Non oscuri, non potenti, vissero per altri venti anni da soldati di -ventura. Crebbero di riputazione nelle risse tra i piccioli stati, -passando sovente dall’uno all’altro per avarizia ed arte di mantenerli -tutti vivi ed infermi. Secondo i guadagni crebbero un po’ di numero, -per gente di lor sangue che cercava fortuna oltre le Alpi e per uomini -facinorosi arruolati nella Lombardia propria ed Italia inferiore, i -quali prendeano i costumi ed apparavano la lingua dei Normanni. Sopra -ogni altro si avvantaggiò di coteste compagnie il principe di Salerno, -allargando suoi confini. Sopra ogni altro lor giovò il duca di Napoli, -il quale ripreso lo stato mercè una compagnia, donolle il territorio -ove fondarono Aversa (1029), e ’l condottiero Rainolfo funne chiamato -console e poi conte. Arrigo secondo e Corrado il Salico, calando in -questi tempi nei principati per mantenervi la precaria autorità dello -impero occidentale sopra quella del bizantino, guardaron d’occhio -benigno i Normanni come stranieri; e Corrado investì solennemente -Rainolfo della contea d’Aversa (1038), dandogli a mano il gonfalone -imperiale attaccato in cima a una lancia.[64] - -La compagnia normanna nella primitiva sua forma sembra squadron -di cavalli, da venticinque ad ottanta, condotto da un capitano -intraprenditore che assoldasse gli uomini e guadagnasse per sè, -ovvero da capitano eletto che amministrasse il peculio sociale, cioè -lo stipendio toccato in comune e il bottino. In battaglia par che le -compagnie dessero comando temporaneo ad un capitano a scelta di tutti, -per quel giorno colonnello, com’or diremmo, d’un reggimento.[65] Due -reggimenti o bande erano in Italia verso il milletrentotto; delle -quali la prima, di veterani e lor aderenti chiamati di Normandia, -stanziati ad Aversa, fatti possidenti e però meno avventurosi, s’andava -rassettando, a mo’ delle istituzioni patrie, sotto un colonnello -perpetuo o si chiami conte privilegiato dall’imperatore; ma più ritenea -del _wicking_ che non avesse preso del feudo. L’altra, vero _wicking_, -di giovani che tentavano la sorte, mescolati a più numero d’Italiani, -lasciò i soldi del principe di Salerno per seguire le insegne bizantine -in Sicilia. Eran circa cinquecento cavalli, condotti da un capitano -amministratore, il milanese Ardoino.[66] - -Il savio cavaliere lombardo, ripassato co’ suoi il Faro dopo l’insulto -di Maniace, gittò il dado a un gran disegno. La ribellione di -Puglia male spenta con Melo,[67] si ridestò per opera del figliuolo -Argiro, come prima le soldatesche bizantine sgomberavano il paese, -traendo alla guerra di Sicilia: ma fe’ testa ai ribelli la fazione -costantinopolitana, talchè Bari fu presa e ripresa; e infine Michele -Doceano, tornato di Sicilia, ricominciò i supplizii nella capitale -(nov. 1040). Argiro nondimeno rimase nella provincia, latitante o -in arme.[68] Ardoino, giunto in questo medesimo tempo, praticò coi -malcontenti; e non si fidando, come soldato ch’egli era, nelle forze -tumultuarie, nè in Bari aperta ai Bizantini dalle fazioni e dal mare, -divisò di piantar altra bandiera di rivoluzione a Melfi, addossato -all’Apennino allo sbocco della maggior valle onde si valicava agli -stati del Tirreno, nemici naturali di Costantinopoli; ma sopra tutti -fece assegnamento su i Normanni. Andò pertanto ad Aversa ad esporre -le condizioni delle cose; il fior degli eserciti greci avviluppato -in Sicilia, i popoli della Puglia pronti a ripigliare le armi: «E -perchè ti starai,» disse al conte Rainolfo, «contento a due spanne di -terreno, come il topo nella buca, quando puoi meco signoreggiare quei -ricchi campi, cacciandone le femine vestite da soldati che li hanno -in guardia?»[69] Ristretti i capi a consiglio, deliberano l’impresa; -stipolano federazione con Ardoino, e ch’egli s’abbia metà degli -acquisti. Aversa fornì trecento uomini sotto dodici capitani, che -allora e poi si addimandarono conti, uguali tra loro in grado e con -ugual diritto nel partaggio.[70] - -All’entrar del millequarantuno Ardoino una notte conduce chetamente -le compagnie a Melfi; si fa incontro ai cittadini che pigliavano -l’arme, ed «Ecco, lor grida, vi reco la libertà che sospiraste. Io -tengo parola: compite or la parte vostra ed accogliete come compagni -e fratelli cotesti amici miei, mandati proprio da Dio per togliervi -di servitù!»[71] Fermasi il patto che Melfi non abbia signor feudale; -reciprocamente si giura lega e amistà.[72] La dimane i Normanni corron -predando a Venosa; il secondo dì ad Ascoli, poi a Lavello e per tutta -la Puglia senza contrasto.[73] Tra le due bande e i Pugliesi che le -seguirono, sommavan già a tre migliaia d’uomini; settecento soli a -cavallo e pochi tra essi vestiti di corazza. - -A’ diciassette marzo, Doceano lor presentava la battaglia su le sponde -dell’Olivento sotto Melfi, con la legione Obsequiana dell’Asia Minore e -gli ausiliarii, russi: cinque o sei contr’uno ed assai meglio armati; -ma furono sconfitti.[74] I Greci toccarono la seconda rotta ancorchè -rinforzati di Traci e d’Italiani a Montemaggiore su l’Ofanto, del mese -di maggio; la terza, di settembre, a Montepeloso, dove i Normanni -non riconobbero al certo il comune legnaggio nei Varangi, schierati -contr’essi con genti greche e slave, sotto il catapano Boioanni. Si -bilanciò la fortuna delle armi nel quarantadue, ripassato in Italia il -fiero Maniace. Poi tornò per sempre ai Normanni.[75] - -Tra coteste guerre, le due bande d’Aversa e di Sicilia stanziavano a -Melfi, accomunate, com’ei sembra, e ridivise sotto dodici condottieri, -i quali si reggeano a repubblica, e ciascuno s’acconciò un palagio e -un quartiere nella città:[76] independenti l’un dall’altro e gelosi; -ma gareggiarono sempre di virtù sul campo. Col danaro, le armi e i -cavalli tolti ai nemici, e con promesse di maggiori acquisti, levaron -cavalieri e fanti italiani nei principati longobardi e nella Lombardia -propria;[77] incorporandoli, com’e’ parmi chiaro, in lor compagnie -anzichè formarne delle nuove. Ardoino disparve: morto nei primi -scontri, o messo da canto e sbeffeggiato s’ei volle comandare; rimaso -doge senza soldati dopo l’unione delle due bande.[78] Gli sostituirono -innanzi la battaglia di Montepeloso (1041) Atenolfo, fratello del -principe di Benevento, per guadagnar fede appo i popoli dei quali avean -bisogno;[79] ed a capo di pochi mesi dettero lo scambio ad Atenolfo per -le medesime cagioni, in persona di Argiro, il quale a quel precipizio -de’ Greci era stato gridato duca di Italia a Bari (febbraio 1042), -ed avea ripigliato virtuosamente le armi.[80] Argiro, capo della -rivoluzione, conveniva meno che ogni altro ai Normanni vogliosi non -di liberare la Puglia, ma di sottentrare agli antichi signori. Donde -all’assedio di Trani un condottiere per poco non l’uccise;[81] ed egli -a dirittura praticò con la corte bizantina di riformare lo stato in -Puglia;[82] tentò invano d’adescare i Normanni che uscissero d’Italia -per acquistar nuove palme e nuovi tesori ai soldi dell’impero in -Persia; e finì lor nemico mortale, duca di Puglia per doppia grazia -dei popoli e dell’impero d’Oriente, cospirando col papa e l’imperatore -tedesco allo sterminio dei Normanni.[83] - -Ma gli astuti condottieri che s’erano scissi quando lor entrò in -mezzo Argiro, ed alcuno era passato al principe di Salerno,[84] tosto -s’accorsero che nell’unione sola era da sperar salute e trionfo sugli -Italiani. Rifanno pertanto la lega normanna; le prepongono, con titolo -di conte di Puglia, Guglielmo Braccio di Ferro, primo tra loro per -riputazione nell’armi e numero di aderenti; si associano il conte -d’Aversa; e riconoscono signor feudale Guaimario principe di Salerno. -Celebrossi il nuovo patto a Melfi, di settembre millequarantatrè, fatto -insieme il partaggio della terra occupata per forza o per accordo, -talchè il conte d’Aversa e i dodici condottieri, Guglielmo al par degli -altri, ebbero ciascuno una grossa città, rimanendo Melfi in comune come -capitale.[85] Ordinamento misto tra feudale e federale, che presto -volse a pretta feudalità. I condottieri tennero da baroni, com’e’ -sembra, ereditarii, le città assegnate, levando tributi, sforzando gli -abitatori a servigi secondo le costumanze longobarde che trovavano nel -paese non cancellate dalla dominazione bizantina; ed anzi che smettere -gli abusi di quella, aggiunsero quanti ne ricordavano di casa loro in -Normandia.[86] Sembianza feudale anche ebbe l’omaggio al principe di -Salerno; credo senz’obbligo di servigio militare, nè altro. Il nuovo -conte di Puglia, elettivo, fu capitano a vita e magistrato federale, ma -ebbe dritto di creare o almen di proporre novelli baroni pei territorii -che mano mano s’acquistassero:[87] dimodochè il senato federale -s’empiva di creature sue, ed a capo di trent’anni il terzo conte -inghiottì e signor feudale e confederati, e regnò con titol di duca su -la più parte dell’Italia meridionale. - -La famiglia che si levò a tanta altezza veniva dal Cotentino, provincia -normanna più che nessun’altra di Normandia.[88] Quivi nei principii -dell’undecimo secolo tenne la picciola terra di Hauteville presso -Marigny nella diocesi di Coutances,[89] un Tancredi, gentiluomo di -nobiltà mezzana, di scarso avere, di gran forza e coraggio, non ignoto -a corte dei duchi di Normandia, ma non congiunto loro, come poi si -favoleggiò;[90] il quale fu padre di dodici robusti figliuoli, educati -secondo il secolo e paese, in cacce, armi, cavalli, pietà cristiana -e morale da rubatori di strada. Fatti guerrier di ventura, tre dei -maggiori, per nome Guglielmo, Drogone e Unfredo,[91] capitarono -dopo varie vicende in Italia; militarono a Capua, indi a Salerno, e -passarono con l’esercito di Maniace in Sicilia (1038); dove Guglielmo, -preposto a un drappello o compagnia che fosse,[92] meritò il nome -di Braccio di Ferro. Rifulse al paro la sua virtù nella guerra di -Puglia: co’ brividi della quartana addosso si gittava nella mischia -a Montepeloso (1041) e ristorava la battaglia: prode tra i prodi, -affabile e savio, spalleggiato da due fratelli conti anch’essi -o capitani di compagnie, chi potea contendergli il primato nella -repubblica militare di Melfi? Morto costui a capo di tre anni (1046), -fu rifatto conte di Puglia Drogone, ch’ebbe primo l’investitura dallo -imperatore Arrigo terzo (1047); e ucciso Drogone (1051), i Normanni gli -surrogarono l’altro fratello Unfredo, sotto il quale repressero un gran -tumulto di principi e popoli.[93] - -Tumulto legittimo nel popolo che avea cercato libertà e pativa oltraggi -novelli; tumulto suscitato anco dal papa e dagli imperatori d’Occidente -e d’Oriente per interesse proprio, sotto la solita specie di ben -pubblico, morale, giustizia, religione. I Normanni lor davano appicco. -E veramente se mancassero attestati precisi della costoro insolenza -e cupidità in Italia, si argomenterebbe dagli eventi contemporanei -d’Inghilterra, dove gli ospiti normanni di Eduardo primo fecer tanto -che provocarono i Sassoni alla ribellione.[94] Crederemo dunque agli -scrittori tedeschi, italiani e bizantini di quel tempo i soprusi che -narrano delle bande stanziate in Puglia, mescolate d’oltramontani e -Italiani, ai quali era sola patria il campo, sola virtù il disciplinato -valore.[95] I nuovi sudditi, spogliati dai conti e oltraggiati dalle -soldatesche, dettero ascolto ai tre potentati che inopinatamente -stendean loro la mano. Costantinopoli, per estremo rimedio, richiamava -gli esuli a Bari; facea duca d’Italia Argiro figliuol primogenito -della rivoluzione; prometteva alla Puglia l’età dell’oro. L’imperatore -germanico si apprestava a mandare soldati, sollecitato dal papa che in -quella stagione era come suo castaldo in Italia. Più che ad ogni altro -premea l’impresa alla corte di Roma, la quale sorgendo da due secoli -di vergogne, a’ consigli d’Ildebrando monaco e cardinale prendeva -a riformar i costumi del clero e le elezioni ecclesiastiche, per le -quali combattè Ildebrando papa: e con quelle nuove armi di castità e -libertà ritentava gli acquisti nell’Italia meridionale. Leone nono, -uom di religione e virtù private, condusse eserciti per liberare i -popoli, com’ei diceva, dalla tirannide: a difendere i poveri cospirò -coi due imperatori, con Argiro e coi Pugliesi tinti tuttavia del sangue -di Drogone, che fu pugnalato alle spalle alla soglia del tempio. E -tranquillava la coscienza con l’equivoco sacerdotale. «La morte d’alcun -Normanno io non bramo, nè d’alcun uomo,» scrivea Leone pochi anni -appresso a Costantino Monomaco, «ma voglio far pentire col terrore -umano chi non paventa il giudizio di Dio.»[96] - -Mentre i nemici si sfogavano senza unità di consiglio nè d’azione, i -Normanni si rassodarono, si estesero nelle Calabrie sopra i Greci;[97] -e vennero d’oltremonti i figliuoli di Tancredi per la seconda moglie -Fredesenda, primo tra essi Roberto Guiscardo (1047); al quale il -fratello Drogone non sapendo come provvedere, mandollo con un pugno -d’uomini ai confini di Calabria; fe’ racconciare un ridotto di legname -in cima a un monte; lo chiamò Rocca di San Martino; disse lì al giovane -di pigliar se potesse quanto scopriva con gli occhi; e volte le spalle -se ne tornò in Puglia.[98] Cominciò Roberto il conquisto della Calabria -da ladrone: rapire bestiame, saccheggiar ville, sequestrare le persone -che paghin riscatto, ardere i cólti a chi ricusa la taglia, ammazzare -cui difende la roba; tantochè un distretto si sobbarcava alla signoria -feudale e i masnadieri passavano a un altro. Nel pessimo tirocinio, -Roberto si fe’ gran capitano; si rimpannucciò con un matrimonio ed -un tradimento; assoldò gente e se ne attirò molta più con promessa di -bottino, con giustizia nel dividerlo, con quel suo sembiante marziale -e risoluto, con piglio da buon compagno, e riputazione di smisurato -coraggio, costanza, astuzia e profondità di consiglio. Un’oste di -Calabresi per tal modo seguiva le fortune di Roberto quando papa Leone -calò in arme a Civita sul Fortore, e i Normanni ragunarono tutte -loro forze per difendersi. Affamati, ributtata dal papa ogni lor -proposizione e preghiera, furono costretti a combattere (18 giugno -1053), capitanando Unfredo l’esercito e la prima schiera, Riccardo -conte d’Aversa la seconda, e Roberto la terza, tutta di Calabresi. Gli -Italiani del papa, senza capitano, fuggirono; i Tedeschi si fecero -tagliare a pezzi; gli Italiani delle compagnie e que’ di Roberto -trionfarono allato ai Normanni.[99] - -Lasciata da canto la supposta concessione feudale del papa in questo -tempo,[100] certo è che i vincitori il fecer prigione baciandogli -i piedi, e che Leone benedisse lor vivi e loro morti, lagrimò, fece -lunghe penitenze, dicon anche miracoli, e dopo dieci mesi tornò libero -a Roma, rannodate con Argiro e coi due imperatori sue trame contro i -Normanni;[101] ma la morte le troncò (1054) e prevenne anco Stefano -nono che parlava di ripigliare l’impresa (1058).[102] Unfredo intanto -usando la vittoria di Civita, soggiogava il rimanente della Puglia; -minacciava Bari e qualche altra città da non potersi espugnare di -leggieri; il Guiscardo ripigliava l’opera in Calabria;[103] e con -questo crescea la potenza di casa Hauteville, fatti conti Malgerio -in Capitanata e Guglielmo in Principato, e venuti altri fratelli e -aderenti.[104] Sperò Unfredo lasciare l’oficio in retaggio: in punto di -morte, chiamato a sè Roberto, lo istituì tutore del figliuolo minore; -raccomandò forse entrambi ai capi normanni; e quando ei spirò (1056) -il Guiscardo fu promosso a conte di Puglia.[105] Il quale fe’ sentir -la mano del masnadiere al pupillo ed ai compagni; represse duramente -con forza e frode quei che si ricordavano dell’uguaglianza; e divenne -di fatto signor feudale. Compose agevolmente una sembianza di dritto, -prendendo titol novello e investitura dalla corte di Roma. - -Già Ildebrando preludeva per bocca di Niccolò secondo alla guerra del -sacerdozio contro l’impero, ordinando libera la elezione dei pontefici -(1059); già l’idea guelfa lampeggiava nella mente del cardinale toscano -e del papa savojardo vissuto a Firenze: la corte di Roma, volendo -sciogliersi della soggezione ai Tedeschi, dovea farsi puntello delle -forze, quali che si fossero, che trovava in Italia. Niccolò dunque, -tenuto un concilio a Melfi sopra la disciplina ecclesiastica, vi -compì faccenda più grave: abboccatosi con Roberto scomunicato, lo -ribenedisse, l’investì della signoria di Puglia e Calabria, che le -tenesse, con titol di duca, in feudo della Chiesa romana, giurassele -fedeltà, le fornisse servigio militare al bisogno, e pagassele censo -annuale di dodici denari a jugero su i terreni tenuti da lui medesimo -o conceduti a’ Normanni fino a quel dì. Promise inoltre a Roberto -l’investitura della Sicilia.[106] La corte di Roma non aveva dunque -posseduto Puglia, Calabria nè Sicilia, in fatto nè in carta, se non -che nella falsa donazione di Costantino e nelle interpolazioni dei -diplomi di Lodovico il Pio, Otone terzo ed Arrigo secondo; ma avea -nel clero dell’Italia meridionale fautori e clienti; avea nel popolo -riputazione di liberatrice e santa, e spirava religioso terrore nei -feroci venturieri d’oltremonti. La sostanza dunque fu, che il gran -censore della simonia diè in soccio a Roberto que’ suoi partigiani e -un podere d’incerto padrone, per cavarne censo in buona moneta ogni -anno, servigio di buone spade occorrendo, più i guadagni contingenti -della sovranità feudale. Onesto o no tal baratto, la corte di Roma -prestava forze vere in Terraferma; all’incontro nel patto aleatorio -della Sicilia non mettea nulla del suo. Alla quale origine corrisposero -i successi, poichè, conquistata l’isola, niuno domandonne l’investitura -alla corte di Roma; anzi il papa risegnò parte dell’autorità -ecclesiastica al principe che procacciasse un po’ di credito a San -Pietro nell’isola bipartita tra Fozio e Maometto. Nello stesso modo che -a Roberto e per gli stessi motivi, Niccolò secondo largì l’investitura -d’Aversa al conte Riccardo; il quale poco appresso carpiva il -principato di Capua (1062). Così la dominazione normanna mettea radici, -rafforzata dalla parentela e comunanza d’interessi di Riccardo e -Roberto; dal matrimonio di costui (1058) con una sorella del principe -di Salerno, per la quale ripudiò con ippocriti cavilli Alverada, prima -cagione di sua grandezza; e infine dall’acquisto della Calabria che -Roberto e Ruggiero compirono nella state del millesessanta. - -Ruggiero, ultimo figlio di Tancredi, passò in Italia verso il -millecinquantasei, giovane di venticinque anni o in quel torno,[107] -grande, ben complesso, di bell’aspetto, facil parola, coraggio a tutta -prova, animo vago di lode, ambizioso per tanti esempii di sua casa e -nazione, turbolento, ma aperto e liberale, scevro dei vizii capitali -di Roberto, suo pari forse in guerra, savio nelle cose di stato, senza -quegli alti voli che sapea spiccare il Guiscardo. Il quale promosso a -conte di Puglia, ricominciata dopo breve spazio l’impresa di Calabria, -e fatta invano una punta infino a Reggio (1056), era tornato in Puglia, -quando gli parve di tentar con poche forze nuovo colpo, tra quelle -popolazioni spicciolate, discordi, disubbidienti all’impero bizantino: -verghette agevoli a spezzare, poichè lor nojava di stringersi in -fascio. Manda Ruggiero con sessanta cavalli (1057) sugli estremi -gioghi meridionali dell’Apennino; e quegli compie da maestro l’usata -fazione normanna, del piantarsi in un ridotto su le alture e dare il -guasto giù nei piani: talchè tutta la val di Saline presso il Capo -dell’Armi si sottomesse alla signoria feudale di Roberto. Con giovanil -probità, Ruggiero gli consegnava il danaro rubato: con sagacità lo -consigliava sopra un nuovo sforzo che s’apprestò contro Reggio; e -andativi entrambi, Ruggiero con audaci scorrerie provvide l’esercito di -vittuaglie; ma resistendo forte i cittadini e sopravvenuto l’inverno, -l’assedio fu sciolto. Allora nacque discordia tra i fratelli, -lagnandosi Ruggiero che Roberto per avarizia e invidia male assai -lo rimeritasse; ond’ei s’accostò all’altro fratello Guglielmo conte -di Principato, fatto anch’egli nimico di Roberto, al quale recarono -molestia con depredazioni e scaramucce; poi rappattumati, Ruggiero -tornava agli stipendii del duca con quaranta cavalli; e tosto non -vedendogli snocciolar moneta, se n’andava e ripigliava le scorrerie. -A Melfi, il giovane incapricciatosi dei cavalli di un vicino, li avea -rubati di notte con un di sua masnada per nome Blettiva, maestro di -furti; e di lì a poco saputo di certi mercatanti che viaggiavano da -Amalfi a Melfi, li appostò, spogliò e taglieggiò, e col danaro accrebbe -la compagnia fino a cento uomini. Ma entrato l’anno millecinquantotto -e straziata la Calabria dalle genti di Roberto, da una pestilenza e -da orribil fame, le popolazioni sottomesse alla signoria normanna si -levarono; trucidarono intere compagnie: onde Roberto si consigliava -di tramutar di Puglia in Calabria, dal campo nemico al suo proprio, -il lioncello ch’avea messo tal giubba in due anni. E gli interessi -raccendeano subitamente l’amore fraterno: Roberto concedeva a Ruggiero -la metà dei territorii acquistati e da acquistarsi nell’estrema -Calabria. Fermata la sede a Mileto, Ruggiero, del millecinquantanove, -soggiogò la più parte del paese; conciò male due vescovi, greci al -certo, che gli vennero incontro armati in Val di Saline; balzò in -Capitanata insieme con Roberto e fece cavar gli occhi a un altro -Normanno che s’era ribellato contro il fratello Goffredo; tornò con -Roberto in Calabria per far una scorreria fino a Reggio (1059) ed -apprestaronsi a maggior guerra. E in vero, del millesessanta, Roberto, -raccolto quasi un esercito e preso con seco Ruggiero, calò a Reggio -nel mese di luglio, e dopo molti combattimenti, nei quali il giovane -si segnalò come in tutta sua vita, i valorosi cittadini furon chiusi -dentro le mura, piantate le macchine a far la breccia; sì che Reggio -esausta s’arrese a patti, riconoscendo signore il duca. Il quale mentre -assestava la città, Ruggiero soggiogò le castella vicine, fuorchè -Squillaci; e anch’essa, dopo qualche mese, aprì le porte.[108] - -In venti anni così dalla ribellione d’Ardoino, le compagnie di Normanni -e Italiani s’erano impadronite della vasta provincia bizantina. -Salerno, che fu prima a chiamarle e sempre le favorì, divenuta era -difatto lor tributaria, e i principi imparentati per forza con casa -Hauteville. Non van contati i piccioli stati: Napoli mezza libera; -Benevento carpita dal papa; Monte Cassino badia o feudo, non si sapeva; -Amalfi presa e lasciata da Salerno. La casa di Aversa, congiunta per -matrimonii con gli Hauteville e coi principi di Salerno, stava per dar -di piglio al principato di Capua ed a Gaeta. Della dominazione lombarda -rimaneva a Salerno appena il nome che sparve tra non guari (1077). Con -ciò la compagnia, mutando ordini a poco a poco, da federazione ch’era -di venturieri trapassava a nobiltà territoriale, vassalla la maggior -parte di Roberto di Hauteville, la minore di Riccardo d’Aversa: e -le due novelle dinastie, riconosciuta la sovranità feudale, prima di -Salerno, poi degli imperatori germanici, le aveano disdette entrambe, -acconciandosi in quella del papa. Garbuglio di dritto pubblico, se -dritto si dovesse cercare in quel periodo, tra la fermentazione degli -elementi onde poi s’aggranellò un reame, non conquistato da un popolo -sopra un altro, non riformato per movimento nazionale, nè religioso, -nè sociale, ma per una rivoluzione mista di tutti que’ modi. I soldati -mercenarii che fecero trionfare dopo mezzo secolo la ribellione di -Melo, longobarda, latina ed aristocratica, usurparono la dominazione -coi suoi frutti sopra i Bizantini e sopra gli abitatori ad un paro. -Nella lunga e vana guerra, i venturieri furon costretti a mutar sovente -i patti tra loro stessi, con le popolazioni soggiogate o confederate -e coi principi vicini; e il duca di Puglia che s’innalzò tra quelle -vicende, non venne a capo d’allargarsi in Calabria e quindi in Sicilia, -senza la spada d’un altro condottiere; onde nacquero nuovi piati e -andirivieni, finchè Roberto Guiscardo, correndo ad altre ambizioni, -morì in Grecia (1085), e primeggiò in casa di Hauteville il conte -Ruggiero signor della Sicilia. Infino a quel dì non vi ebbe dritto -pubblico propiamente detto nell’Italia dal Garigliano a Trapani, se -non che patti temporanei, i quali ben si assomiglierebbero a quei del -_wicking_ sotto gli Hastings e i Roll. - -E come i compagni di Roll, così i Normanni d’Italia, in lor vita da -masnadieri mostrarono splendidamente le virtù che fondano gli stati. -Virtù di guerra, la quale s’apprese immantinenti agl’Italiani entrati -nelle compagnie; poichè non istà nella forza e nel coraggio, comuni -alla più parte degli uomini, ma negli ordini, nello esercizio, nella -fidanza singolare e collettiva dei combattenti, nell’onor militare, -nella tradizione delle vittorie. Prudenza civile adattata a quegli -umili principii: attirar sotto lor bandiere forti Italiani; accomunarli -d’interessi ai Normanni; trovare partigiani nelle città; vezzeggiare -ed arricchire il clero; divider opportunamente i furti; non sperperare -la parte propria, ma ammontarla col capitale comperando nuovi uomini -e nuove armi; tosare i sudditi senza lasciarli ignudi al tutto; -azzuffarsi tra loro al partaggio e fin venire alle armi, ma rifar -l’amistà e la fratellanza come se nulla fosse stato, quando i popoli si -sollevano incoraggiati da quella discordia. Tali erano i condottieri -normanni. Pieghevoli alle usanze del paese, fermatavi per sempre -la dimora, e pochi di numero, non sembravano reggimento straniero: -l’Italia meridionale godea sotto di loro la independenza e governo men -molesto, da non meritar odio e molto meno disprezzo. - - - - -CAPITOLO II. - - -Arrivati quegli avventurosi uomini a Reggio, non si potea far che non -agognassero al ben di Dio che si stendea sotto gli occhi loro di là -dallo Stretto. Roberto lo vagheggiava tanto che ne avea già accattata -dal papa la concessione eventuale;[109] Ruggiero, al dir del suo -storiografo, ardea della brama di guadagnarvi meriti spirituali e -temporali acquisti.[110] Nè si potea far che i Normanni non fossero -chiamati in Sicilia da Musulmani cui costrignesse cieco furor di parte, -da Cristiani levati a subita speranza del riscatto. Primi dovean essere -i Cristiani di Messina. Le sei miglia di mare che corrono tra le due -rive dello stretto, se contrastano il passaggio qualche dì, lo rendono -nel rimagnente dell’anno, agevole e comodo agli uomini, e sopratutto -alle merci; donde gli è avvenuto da tanti secoli che l’estrema Calabria -e i dintorni di Messina facciano come un sol paese per le relazioni -commerciali, i parentadi, i costumi, le usanze, fin le passioni -politiche degli abitatori: e n’abbiamo esempio nelle rivoluzioni -del milleottocentoquarantotto e del milledugentottantadue. Non fu -meno stretta al certo nel decimo secolo e prima metà dell’undecimo -la fratellanza delle due popolazioni cristiane, l’una soggiogata -e l’altra svaligiata ogni anno: gli stessi Musulmani, quand’e’ non -correano a Reggio con la spada in alto, venian pacifici mercatanti o -rifuggiti. Dopo le disposizioni degli animi, è da ricercare il numero. -A legger Malaterra si direbbe Messina abitata da soli Musulmani nel -millesessantuno; non facendosi parola di Cristiani di Sicilia pria -che i Normanni fossero giunti alla valle che si stende tra l’Etna e -la catena d’Apennino. Amato scrive più espresso che Roberto, entrato -in Messina, la rifornì di suoi cavalieri trovandola abbandonata.[111] -Ma ciò non va inteso in senso litterale, sendo inverosimile e direi -quasi assurdo supporre che i Musulmani avessero cacciato ogni cristiano -dalla città, il che mai non fecero nè in Sicilia nè altrove, nè -loro condizioni sociali ed economiche il comportavano. È da ritenere -pertanto che la popolazione di Messina fosse notabilmente diminuita fin -dal nono secolo,[112] sì che nel millesessantuno, sgombrata la piccola -colonia musulmana, la città si trovasse, per modo di dire, spopolata. -E con tale intendimento va esaminato il solo ricordo che abbiamo di -pratiche tenute dai Cristiani di Messina coi Normanni. - -In sul principio del decimottavo secolo, uscì alla luce nelle -Miscellanee del Baluzio,[113] e fu ristampata dal Muratori[114] e da -altri, una _Breve istoria della Liberazione di Messina_, lasciata tra -mille altri documenti manoscritti da Andrea Duchesne, con annotazione -che fosse copia d’antichissimo codice del Senato di Messina.[115] -Spartivasi la Sicilia, al dir di quella cronica, in cinque principati -che si stendessero lungo la costiera da Tindaro a Taormina, a Siracusa, -a Trapani, a Palermo ed a Patti; e li reggean cinque Mori, nimici -l’un dell’altro; dei quali il primo, Raxdis per nome, avea sede in -Messina, dove i Cristiani, in virtù di capitoli fermati al conquisto, -godeano più alto stato che in niuna altra città dell’isola; serbando -lor possessioni e culto e lo stemma della croce d’oro in campo rosso, -conceduto già da Arcadio imperatore in merito di gloriosa gesta de’ -Messinesi a Tessalonica. Ma sentendo aggravare ormai la mano degli -Infedeli e vedendo affranti gli altri Siciliani da servaggio assai più -duro, tre nobili uomini della città, Ansaldo di Patti, Niccolò Camulio -e Iacopo Saccano, bramosi di liberare la patria, a dì sei d’agosto -millesessanta, s’adunavano nell’isola di San Giacinto, come un tempo -si chiamò il Braccio del Salvatore. La conchiusione fu d’offrire la -Sicilia al conte Ruggiero e al duca Roberto che soggiornavano col -papa a Mileto. I congiurati fan parte molto cautamente nella città; -colgono il destro della festa in cui i Mori soleano chiudersi in -lor case per dodici giorni; s’imbarcano travestiti in un legnetto, -fingendo veleggiare per Trapani, ed approdano in Calabria. Sopraccorsi -a Mileto, scansano di negoziare col papa; apron gli animi sì a Ruggiero -esortandolo a venire in Sicilia; gli danno per arra il gonfalone -d’Arcadio. Ruggiero consultò dell’impresa col papa e con sei cardinali; -il papa, non perdendo mai di vista le cose di questo mondo, assentì, -a condizione che si dividessero i beni della Sicilia in tre parti, -la prima al clero, la seconda ai cavalieri, l’altra al principe. -Allora il conte giura i patti, e che sarà in arme a Messina a capo -d’una settimana. E al dì detto, cavalca con millesettecento uomini a -Palmi, indi a Reggio: alfine, affidate le navi al fratello Goffredo, -sbarcato ei con le genti a tre miglia da Messina, gli vengono visti -nell’isola di San Giacinto i cadaveri di dodici cristiani impiccati -dai Mori per indizio della congiura. Muove Ruggiero all’assalto; i -Cristiani di dentro piglian le armi, apron le porte, aiutano al macello -degli Infedeli; egli entrato in città chiama i congiurati, rende loro -il gonfalone vittorioso, ch’è riposto nella chiesa di San Niccolò; e -il conquisto cominciato per virtù de’ cittadini di Messina si compie -con la pattuita tripartizione delle terre. Così la cronica. Seguono -due diplomi, l’un di re Ruggiero del millecentoventinove, l’altro di -Guglielmo I del millecensessanta, nei quali leggonsi le larghe e vere -franchigie municipali di Messina, interpolate bensì di favole che -la fan capitale dell’isola sotto i Romani, i Greci e’ Saraceni.[116] -Talchè il lettore, dopo lungo giro nella storia dello undecimo secolo, -riesce in ultimo al gran campo di battaglia dove si travagliarono gli -eruditi siciliani dal decimoquinto al decimottavo, a furia di paradossi -e di falsi documenti. L’autore si vanta da sè medesimo contemporaneo; -ma lo tradiscono gli intenti, le idee e la latinità del secol -decimosesto.[117] - -E in vero torna ai primi quarant’anni del secolo seguente la copia più -antica che abbiamo, quella cioè del Duchesne. Risalendo addietro, si -rinviene in altre parole lo stesso racconto nella storia del Maurolico -messinese, il quale non ne cita l’origine, nè par vi presti piena -fede;[118] ed una ventina d’anni avanti Maurolico, si legge breve cenno -della congiura nella storia del Fazzello, il quale par si riferisca -a tradizione orale.[119] Dalla forma volgendoci alla sostanza e -mettendo da canto la tripartizione legale dei beni, il soggiorno del -papa a Mileto, il gonfalone d’Arcadio e il rimanente della macchina -municipale, troviamo due fatti genuini, tolti da altre fonti che il -Malaterra e l’Anonimo, e però inediti infino al tempo di Maurolico: -cioè che un Goffredo fratel di Ruggiero, capitanasse le navi nella -impresa di Messina,[120] e che la Sicilia Musulmana fosse allor tenuta -da parecchi regoli discordi e nemici.[121] Parmi si scopra a cotesti -segni una primitiva e verace tradizione messinese, accresciuta e -guasta dal duodecimo secolo in giù, a misura che crescea l’importanza -ed ambizione della città; distesa in latino forse dal Maurolico -stesso senza intento di frode; e in ultimo rabberciata da non so qual -falsario, che interpolò anche il diploma del millecentoventinove, e -si provò a ingannare il Duchesne. Della tradizione primitiva parmi -si debba accettare i nomi dei tre congiurati o capi d’una congiura di -pochi Messinesi, il viaggio loro a Mileto e le pratiche con Ruggiero; -le quali sono taciute dai cronisti normanni, perchè i padroni le -dimenticavano volentieri. E poteano dimenticarle, perchè non se ne vide -effetto pubblico e flagrante come quello d’Ibn-Thimna. I Cristiani -Messinesi vegliavano di certo sul nemico, svelavano le condizioni e -andamenti di quello, ci rischiavan la vita non men che si fa con le -armi alla mano; ma non arrivarono giammai a prendere le armi. E forse -avvenne una o due volte che lo promettessero e non lo compissero, -poichè le prime fazioni di guerra contro Messina sembrano fondate in su -l’aspettativa di movimento qual che ei fosse dentro la città. - -Sia per pratica di tal fatta, sia per esplorare soltanto il terreno -e tastare gli animi, s’arrischiavano i Normanni ad una correria nel -settembre del millesessanta,[122] poco appresso l’occupazione di -Reggio. Non uso a metter tempo in mezzo,[123] Ruggiero togliea seco da -dugento cavalli;[124] traghettato il Faro, entrava nel porto di Messina -discosto alquanto dalle mura in quella età. I Musulmani, all’insulto di -sì picciol drappello, uscirono in furia. Il conte volendo combattere -lungi dalle mura e far disordinare il nemico, s’infinse di fuggire a -briglia sciolta: tornò d’un tratto alla carica, sbaragliò la schiera -sparsa, la inseguì fino alle porte, uccidendo i più tardi; e presi i -cavalli, armi, robe che lasciavano per via, rimbarcatosi prestamente, -tornò a Reggio.[125] Indi mosse con Roberto alla volta di Puglia -ove il duca avea da compier l’usurpazione sopra i capi Normanni e le -città non sottomesse.[126] E pur tra cosifatte brighe i due fratelli -pensavano di portare la guerra in Sicilia alla nuova stagione; quando -Ibn-Thimna affrettolli all’impresa; il quale perduta parte dello stato -ch’aveva usurpato, spinto da timore, sete di vendetta ed inestinguibile -ambizione, saputi i gloriosi fatti de’ Normanni, fors’anco le pratiche -loro coi Cristiani di Sicilia, corse da Catania a chiamarli in aiuto -contro i suoi nemici musulmani. Abboccatosi a Mileto con Ruggiero, -e quindi a Reggio con lui e con Roberto che vennevi a posta,[127] -Ibn-Thimna lor profferiva il partaggio dell’isola.[128] A che -obiettando i Normanni non avere tante forze da combattere le possenti -milizie musulmane della Sicilia, replicava esser quelle divise e -discordi, avervi lui moltissimi partigiani,[129] rimanergli soldati e -castella ubbidienti: tantochè i Normanni acconsentivano, egli giurava -la lega,[130] e dava un figliuolo in ostaggio a Roberto. Ruggiero -s’apprestava allora ad andare in persona con sue genti d’arme; Roberto -forniva i pochi cavalieri e i marinai ch’ei potè avere a Reggio, su i -quali ponea Goffredo Ridelle, sperimentato uomo di guerra; e tornato -prestamente in Puglia, chiamativi a consiglio suoi condottieri, -n’ebbe altre forze,[131] in guisa che s’accozzò uno stuolo di cinque -centinaia d’uomini[132] capitanati da Goffredo Ridelle e da Ruggiero, -accompagnati da Ibn-Thimna come quegli che conosceva i luoghi e vi -tenea pratiche e più se ne vantava.[133] - -Negli ultimi di febbraio del millesessantuno, a vespro, sbarcarono i -Normanni in su la lingua del Faro, presso i laghi.[134] Preser la via -di Rametta; di che addatisi i Musulmani di Messina, uscì un drappello -a far la scoperta. Cavalcando dunque Ruggiero la notte su per que’ -monti, vide, all’incerto chiaror della luna, appressarsi un Musulmano: -sguainata la spada, senza tor lancia e scudo che gli recava dietro il -valletto, spronò contro il nemico, gli diè d’un rovescio alla cintola, -che lo tagliò netto in due pezzi, scrive il Malaterra con vezzo da -romanzo. L’ucciso era fratello d’Ibn-Meklati già signor di Catania. -Sbrigatisi da costoro, ma scoperti e perduta indi l’occasione d’un -colpo di mano, scorsero predando bestiame nei territorii di Rametta e -Milazzo, e al nuovo dì riduceansi a lor navi; cominciavano a imbarcare -la preda, quando levossi un vento che li ritenne. A Messina intanto, -ch’è presso a nove miglia, si notò la ritirata; si armarono cavalli -e fanti, corsero al Faro per assalire i Normanni mentre fossero chi -in terra chi in nave disordinati. Li trovarono al contrario stretti a -schiera, preparati sì bene al combattimento che Ruggiero avea mandato -Serlone, figliuol del fratello del medesimo nome, a girar di fianco -con una torma di cavalli. Colti tra due schiere, i Musulmani furono -rotti con molta uccisione: e i Normanni a incalzarli fino alla città, -e s’apprestavan anco a darle assalto, quando trovaron le mura difese -perfin dalle donne,[135] e uscì nuova gente con le fiaccole in mano a -combatterli. A lor volta i vincitori erano circondati, ricacciati nelle -alpestri coste dei monti ai quali s’appoggia la città. Raggiornando se -ne strigarono con un impeto che lor aprì la via della pianura;[136] -scesero al Braccio del Salvatore, senz’altra speranza ormai che -d’imbarcarsi per Reggio. La tempesta infuriava. Per tre dì rimasero -su quella lingua di terra,[137] intirizziti dal freddo; aspettandosi -che i Musulmani ingrossati di tutte le milizie dell’isola venissero -a gittarli in mare; confortandosi con far voti al Cielo che se li -cavasse di briga darebbero il bottino per riedificare una chiesa di -Santo Andronico a Reggio.[138] Abbonacciato, come avviene sempre, il -mare, scannavano i buoi predati, non volendo provarsi al tragetto con -tali impedimenti; poi caricarono il carname ai conforti di Goffredo -Ridelle che vergognava di tornare a casa e agli amici con le mani -vote. Messisi, com’e’ pare, i Musulmani a inseguir loro barche, gli -abitatori di Reggio ch’erano Cristiani e Saraceni, dice Amato, e -di Saraceni si deve intendere i mercatanti e rifuggiti, per mostrar -fede a Roberto novello signore della città, armarono navi, uscirono -contro quei di Messina; dopo molto trar di saette, se ne tornarono -con la peggio, uccisi nove uomini cristiani e presa una lor nave dal -nemico.[139] Ibn-Thimna in questo mezzo s’era rifuggito ed afforzato -in Catania.[140] Fallì dunque l’impresa fondata, come il mostrano i -narrati fatti e que’ che narreremo, in su le pratiche d’Ibn-Thimna -in Rametta e di Ruggiero in Messina; e compresero i Normanni che a -rincorare lor partigiani infedeli o battezzati, fosse uopo di maggiori -forze, e sopratutto navali.[141] - -Roberto nei mesi di marzo e aprile convocava di nuovo i condottieri -con belle parole di vendicare la offesa di Dio, sterminare i Pagani -della Sicilia, liberare i diletti fratelli in Cristo, e v’aggiunse più -efficaci argomenti, doni e concessioni.[142] Accozzati per tal modo -da mille cavalieri e mille fanti,[143] venne di Puglia in Calabria -nei primi di maggio; postosi a un luogo presso la Catona, il quale -s’addimandava Santa Maria del Faro,[144] ov’adunò barche da traghettare -le genti; ma avea pochi legni da battaglia, tra dromoni e galee, -troppo deboli a fronte dell’armata musulmana.[145] Nella quale si -noveravano ventitrè tra corvette e dromoni ed uno o parecchi navigli -grossi che chiamavan gatti, forniti di macchine da guerra;[146] chè -Ibn-Hawwasci[147] risapendo i preparamenti di Roberto e sollecitandolo -ansiosamente quei di Messina, aveavi mandato da Palermo l’armata, -oltre ottocento cavalieri e vettovaglia.[148] La vera difesa era -l’armata. Poche milizie oltre quelle venute di Palermo potea fornire -la colonia di Messina picciolissima e minore al certo della popolazione -cristiana.[149] Rimasti dubbiosi alquanto di tentare il passaggio,[150] -contro tal navilio, Roberto e Ruggiero montati su due velocissime -galee, s’avvicinavano a Messina per esplorare: avvistati dai Musulmani -e inseguiti, si dileguarono fuggendo dopo avere sopravveduta appieno -la costiera;[151] e tornati al campo fermavano coi più esperti uomini -di guerra, di portare un finto assalto di fianco. Adunarono l’oste; -ogni uomo solennemente si confessò e comunicò; i due fratelli fecer -voto di menar vita più che mai religiosa ed esemplare se arrivassero -al conquisto della Sicilia; con gran fervore s’implorò l’aiuto -divino.[152] Ruggiero andava alla fazione a malgrado di Roberto, -il quale volle ritenerlo, dicono i cronisti, per fraterno amore, e -alfine gli die’ dugentosettant’uomini in luogo di cencinquanta ch’ei -n’avea tolti dapprima. Su tredici legni passarono a Reggio: indi la -notte quetamente traghettato lo Stretto e sbarcati, s’appiattarono in -un luogo detto le Calcare, a sei miglia per mezzogiorno da Messina, -ove poi surse la Badia di Santa Maria di Roccamadore e la terra di -Tremestieri;[153] e Ruggiero rimandò le barche per troncare ogni -speranza di ritirata, scrive con trito concetto il Malaterra; il vero è -che lì svelavan l’agguato, e tornando in Calabria gli poteano riportare -nuove forze. All’alba Ruggiero montato co’ suoi a cavallo s’avviava -a Messina, quand’ecco un kâid che andava, come poi si riseppe, a -pigliare il comando della città, con iscorta di trenta uomini d’arme e -un convoglio di muli carichi di danaro. Svaligiati ed uccisi costoro, -i Normanni avvistano lor proprie barche reduci da Reggio, le quali -misero a terra altri censettanta cavalieri. Fu un abbracciarsi a -vicenda un augurarsi certa la vittoria: e spronarono baldanzosi inver -Messina.[154] - -Ed ebberla senza combattere. Dalle navi, dalle mura, i difensori aveano -scorto l’estranie armadure e i muli tolti al kaid; onde tennero già -passato tutto l’esercito normanno, vana ormai la guardia del navilio -in cui più s’affidavano e perduto ogni cosa;[155] tanto più che i -Cristiani della città per pochi e disarmati ch’e’ fossero poteano -levarsi al punto dell’assalto.[156] Percossi di subito terrore, i -Musulmani d’ogni ordine, sesso ed età si danno a fuggire chi quà chi -là, in barca, per la spiaggia, pei monti, per la selva, dice Amato; -i Normanni sopravvenuti non hanno che ad uccidere i sezzai, spartirsi -le donne, i bambini, gli schiavi, la roba.[157] Tra gli altri correa -su per l’erta un gentiluomo traendo seco l’unica sorella sua, bella -giovinetta, gracile, educata tra gli agi nelle stanze della madre. -I Cristiani incalzavano. Le mancava la lena; la paura allacciava le -gambe: e il fratello a sorreggerla, a scongiurarla con lagrime che -facesse animo. Ma rifinita stramazzò a terra e’ nemici eran presso: -il guerriero anzi che lasciarla all’ignominia, alla schiavitù, -all’apostasia, di propria mano la uccise.[158] Il creder vana ogni -difesa facea cader le braccia ai più forti. Anco l’armata salpò non -guari dopo, tornandosi a Palermo, perchè non osava riassaltare i nemici -in città, nè rimanere in mezzo alle due rive tenute da quelli.[159] -Ruggiero mandato aveva intanto al fratello le chiavi di Messina, -invitandolo a prendere possessione della città.[160] E il duca ragunava -in fretta quanti marinai e quanti legni piccoli e grandi si trovassero -a Reggio;[161] chiamati alle armi cavalieri e fanti, rendea grazie a -Dio della vittoria con gran fervore e dimostrazione d’umiltà cristiana. -Comandò poi d’entrare in nave. Corservi tutti con furiosa impazienza -di gioia, sì che il vassallo non si ritenne dal passar dinanzi al suo -signore, il signore non aspettò che lo seguissero i vassalli. Il mare -sorridea lieto e tranquillo; nè tardarono a sbarcare in Messina.[162] - -Roberto diede opera incontanente ad assicurare la chiave della Sicilia, -sì agevolmente cadutagli in mano; onde sopravveduto il porto, le mura, -le fortezze, le case, munì Messina di nuove difese, ordinovvi presidio -di suoi cavalieri.[163] A capo d’otto dì, fatta la rassegna dei mille -cavalli e mille fanti ch’avea seco, mosse con Ruggiero e Ibn-Thimna -per la medesima via battuta da quelli pochi mesi innanzi. Precorreano -sparsi i cavalleggieri predando; a volta a volta si raccoglieano, -aspettavano i fanti e ripigliavano la marcia. Giunti alla formidabile -fortezza di Rametta, lor uscì incontro il kâid a chiedere accordo: -narrano i cronisti che in umil atto offrisse presenti, promettesse di -obbedir a Roberto come a suo signore e giurasselo sul sacro libro di -sua setta.[164] Forse ei non fece che disdire l’autorità d’Ibn-Hawwasci -e sottomettersi a Ibn-Thimna col quale pur avesse tenuto pratiche. -Viltà o incostanza, l’esempio di Rametta incoraggiò Roberto a tirare -innanzi per la costa dei monti che corrono lungo il Tirreno. Posò la -prima giornata a Tripi,[165] la seconda a Frazzanò;[166] poi volgendo -a mezzogiorno, valicati i gioghi, scese alla pianura di Maniace e -piantovvi le tende. Quivi accorreano i Cristiani abitatori dei contorni -con vettovaglie e presenti, scusandosi coi signori Musulmani che il -facessero per salvar la vita e la roba da quei predoni. Roberto e -Ruggiero raccolti benignamente i Cristiani, lor dettero sicurtà;[167] e -dopo alquanti dì ripresero il cammino giù per la valle del Simeto, che -par segnasse il confine tra gli stati d’Ibn-Thimna e d’Ibn-Hawwasci. - -Primo intoppo lor fece la rocca di Centorbi, celebre nelle antiche -istorie; le cui alte mura e profondi fossi fortemente eran difese -da arcieri e frombolieri; nè vollero ostinarvisi gli assedianti, -portando la fama che Ibn-Hawwasci lor venisse alle spalle con gran -gente. Passato il Simeto, trovate sgombre Paternò ed Emmelesio, grosse -terre al dir d’Amato,[168] dalle quali e da ogni altro luogo dei -dintorni i Musulmani si dileguavano e struggeansi come cera al fuoco, -stette l’esercito a campo ben otto dì nella pianura di Paternò,[169] -capitanato, continua il cronista, da Roberto e da Ibn-Thimna:[170] -ond’è chiaro che non picciola parte fossero Musulmani; e ciò ne aiuta -a comprendere i fatti. Ritraendo poi dagli esploratori d’Ibn-Thimna non -essere nè vicino nè apparecchiato Ibn-Hawwasci, l’esercito, traghettato -di nuovo il Simeto, espugnava con molta uccisione le grotte di San -Felice, s’innoltrava infino ai mulini posti sotto Castrogiovanni in -riva al Dittaino, dove piantava il campo.[171] - -S’erano tra coteste fazioni raccolti intorno Castrogiovanni i -Musulmani che sgombravano dalle assaltate province, i quali aveano -ingrossato l’esercito d’Ibn-Hawwasci, sì che la tradizione normanna -lo fece sommare, tra Siciliani ed Affricani, a quindicimila cavalli -e centomila fanti; e lor attelò a fronte, per maggior ornamento della -leggenda, settecento cavalieri soli, tralasciando gli uomini d’arme, i -pedoni, e quel ch’è più, le genti d’Ibn-Thimna.[172] A capo di pochi -dì Ibn-Hawwasci veniva ad assalire i Normanni con l’esercito diviso -in tre schiere. Roberto l’aspettò ordinatosi in due, vanguardia e -battaglia; diè la prima a Ruggiero, capitanò l’altra egli stesso; -arringò tutta l’oste: Non temessero di venire alle mani con tanta -moltitudine, quando il Redentore avea detto: Se hai fede quanta n’entra -in un grano di senapa e comandi alla montagna, la si muoverà:[173] -la montagna che avean dinanzi non esser di pietra no, ma di brutture, -d’eresia, d’iniquità; soffiasservi sopra invocando lo Spirito santo e -si dissiperebbe, sendo Iddio con loro; si confessassero delle peccata, -ricevessero il corpo e il sangue di Cristo, impugnasser bene le lance -e le spade, e non dubitassero della vittoria. Compiuti i sacri riti, -rimontano a cavallo, s’alza il gonfalone, ogni guerriero fa il segno -della croce e sprona innanzi; e ributtano i nemici; li scompigliano, li -inseguono ammazzando infino ai ripari; e accalcandosi i fuggenti alle -porte, molti son fatti prigioni in su l’orlo del fosso: i vincitori -tornano addietro lasciando per tutta la campagna orrendi segni di -strage. Le cronache v’intessono loro prodigi, l’una dice non ucciso -nè ferito nella battaglia nessun cristiano, un’altra pochissimi, e dei -Musulmani caduti diecimila: le quali frasi se non fossero da romanzo, -farebbero tornare a Ibn-Thimna ed a’ suoi l’onor principale della -giornata. Il vero è che la disciplina delle bande normanne e italiane, -il coraggio, la sapienza dei capi, le forti armadure, gli animi -infiammati di religione, d’onor militare e di cupidigia, ragguagliavano -e sorpassavano l’avvantaggio del numero ch’aveano i Musulmani, -ragunaticci senza fiducia nè consiglio. La preda fu tanta che qual -cristiano avesse perduto un cavallo in battaglia ne guadagnò dieci -nel partaggio. I prigionieri fatti schiavi si contarono con l’altro -bestiame.[174] - -Non essendo ormai impresa che non paresse da tentare contro così -fatti nemici, Roberto si diè a strignere la città. Il dì appresso la -vittoria si poneano i Normanni in sul lago di Pergusa a mezzogiorno -di Castrogiovanni, donde è men aspra la salita; al secondo -giorno tramutarono il campo a Calascibetta, discosta due miglia a -settentrione, dove fu diviso il bottino; indi scesero al piano detto -delle Fontane,[175] rizzaron castella da quattro parti della città per -chiudere tutti i passi; dettero il guasto alle messi ed agli alberi -fruttiferi.[176] In una delle quali scorrerie Ruggiero con trecento -giovani si spinse presso Girgenti, ardendo e depredando la campagna, -e riportonne ricchissima preda che diè a dividere a Roberto.[177] -Mentre il presidio di Castrogiovanni teneva il fermo contro ogni -offesa, veniano al campo i kâid di parecchie rocche minori con danaro -e presenti chiedendo la tregua, e Roberto l’accordava.[178] In ultimo -giunsero i messaggi di Palermo con sontuosi doni, vesti lavorate a -modo di Spagna, tele di lino, vasellame d’oro e d’argento, muli con -selle ornate d’oro e ricchi morsi; e secondo costumanza saracena, -scrive Amato, recaron anco in un sacco ottantamila tarì.[179] Ci si -narra che Roberto “con sottil trovato”[180] inviasse in Palermo, sotto -specie di render grazie del dono, un esploratore; un diacono Pietro, -che intendeva e parlava l’arabico, ma per comando del duca s’infinse -d’ignorarlo affinchè non si guardassero di lui. Il quale andato alla -capitale musulmana, l’emir tutto lieto d’essersi fatto amico Roberto, -l’accolse onorevolmente, rimandollo con presenti, e quegli avea sì ben -guardato e udito che riportò parergli la città decaduta e sbigottita, -proprio un corpo senz’anima.[181] - -Il blocco di Castrogiovanni si travagliava da un mese[182] e due -n’erano scorsi dallo sbarco a Messina,[183] quando Roberto si deliberò -alla ritirata, di mezzo luglio.[184] Onde non può credersi al Malaterra -che ne fosse cagione l’inverno imminente. Poche le genti e scornate -al certo in battaglia e per malattie, raccolte le taglie e il bottino, -Castrogiovanni inespugnabile, che altro restava ai Normanni se non che -tornarsi in Terraferma, tener la via aperta a nuovo passaggio, nutrire -la discordia per mezzo d’Ibn-Thimna e ordinar le popolazioni cristiane -sì che li aiutassero almen di danari? Le popolazioni cristiane del -Valdemone mostratesi un po’ ai Normanni nel campo di Maniace, trassero -tanto più sotto Castrogiovanni ovvero nella ritirata, chiedendo al -duca liberassele dal giogo, offrendogli danari e vettovaglie, dice il -cronista, in tributo:[185] e qui par vero perchè non si può far che -Roberto negli accordi con Ibn-Thimna non abbia stipulato almeno la -cessione di una provincia. Sostò dunque a mezza via su la costiera -settentrionale; bandì mercato com’era uopo a chi volesse vendere o -barattare tanta preda di bestiame; di che molto si rallegrarono i -guerrieri e s’invogliarono a soggiornare nel luogo circondato di -popolazioni Cristiane. Quivi a tre miglia dal mare in territorio -fertile e ameno, presso le antiche rovine di Alunzio o Calacta, chè -ancor ne disputano gli eruditi,[186] Roberto fabbricò o ristorò in -sito fortissimo un castello al quale pose nome di San Marco, come la -fortezza ond’avea principiato il conquisto delle Calabrie, sperando che -il buon augurio e la protezione del santo evangelista gli portassero -pari fortuna in Sicilia. Lasciovvi presidio sotto un Guglielmo de Male; -e continuato il viaggio, fece venir la moglie in Messina,[187] rafforzò -meglio la città d’uomini e vettovaglie; indi tornossi in Puglia e -Ruggiero a Mileto in Calabria. Ibn-Thimna era ito intanto in Catania -per continuare la infestagione sopra i nemici che gli rimanevano in -Sicilia,[188] ch’è a dire gli abitatori delle odierne province di -Caltanissetta e Girgenti. Le province di Catania e Siracusa ubbidivano -a lui;[189] quella di Messina, che a gran pezza risponde al Val Demone, -stava sotto la protezione dei Normanni, i quali a bella posta avean -munito il castel di San Marco.[190] Le province di Palermo e Trapani -avean fatto l’accordo, forse un patto di federazione con l’emir di -Catania. In tali condizioni lasciava la Sicilia Roberto, capitano degli -ausiliari cristiani d’Ibn-Thimna. Vedremo per brev’ora sottentrargli -il fratello Ruggiero, e poi farsi vero capitano dei conquistatori -cristiani della Sicilia; e Roberto venir com’ausiliare in due sole -fazioni di sì lunga guerra. - - - - -CAPITOLO III. - - -La sconfitta d’Ibn-Hawwasci sotto Castrogiovanni portò in Palermo -un mutamento di stato analogo a quello che avea seguita, nel mille -quaranta, la rotta d’Abd-Allah-ibn-Moezz.[191] Narravaci Amato -l’ambasceria dei Palermitani, la tregua ch’egli chiama sommissione, -stipulata con Roberto dalla capitale e da altre città e castella, e -l’occupazione del Valdemone. E Ibn-el-Athîr scrive come il signore -di Castrogiovanni, vinto dai Franchi, riparasse nella fortezza; come -quelli cavalcando per l’isola s’impadronissero di varii luoghi; come -non pochi sapienti e patriotti musulmani si rifuggissero in Affrica -appo Moezz-ibn-Badîs, per chiedergli aiuti, esponendo la misera -condizione di lor popolo, straziato dalla discordia e dalle armi -straniere. Messe insieme le due tradizioni appare dunque l’usata -vicenda delle guerre civili: l’opinione pubblica dannò i vinti; i -partigiani loro nella capitale fuggirono o furono scacciati; nè è -maraviglia che l’oratore di Roberto vi trovasse tanto scompiglio e -squallore, nè che la parte dei nobili, amica d’Ibn-Thimna, mandasse -a rallegrarsi coi Normanni, forse a trattare accordo per dar tutti -insieme la pinta a Ibn-Hawwasci. Nè scarseggiano tra i Musulmani -dell’undecimo e duodecimo secolo cotesti esempi di lega coi Cristiani; -chè oltre i raccontati fatti d’Akhal e d’Ibn-Thimna stesso in Sicilia, -ne son piene le istorie della Spagna. Con men biasimo gli usciti -di Palermo si rivolgeano adesso a Moezz-ibn-Badîs, sollecitandolo a -portare le armi in Sicilia. - -La dinastia zîrita, sopraffatta come dicemmo dagli Arabi d’oltre -Nilo, avea perduta la terra, non il mare; le rimaneano nella munita -penisola di Mehdia il navilio, un forte nodo di schiavi stanziali, e -denaro da reggere alla guerra: quegli Arabi medesimi, rapaci e fieri -quanto le belve, tornavano al par di esse inetti a durevole sforzo -comune, inferiori alla virtù dell’ingegno che sapesse adoperarli -agli intenti suoi. Fin dai primi impeti della irruzione, avea Moezz -guadagnati alcuni capi di tribù con doni e parentadi, sposando ad essi -le proprie figliuole; onde quei l’aiutarono alla ritirata da Kairewân -a Mehdia, nel millecinquantasette. A capo di pochi anni, distrutto -ogni industria agraria e cittadinesca nell’Affrica propria, fuorchè le -cittadi marittime, consunto il bottino, quelle masnade, non sapendo -altro mestiere, furono costrette a mendicare stipendio alle porte -di Bugia, Tunis, Mehdia, Sfax, Kabes: fortezze inespugnabili, poi -ch’essi non poteano chiudere il mare e ridurle per fame. Le quali città -dettero ascolto ai barbarici condottieri, avendo a lor volta bisogno -della terra pei commerci e sendo spinte l’una contro l’altra da quella -forza dissolvente della società musulmana, che abbiam notata in tutto -il corso di queste istorie. In Bugia un ramo di zîriti, ribelle al -ceppo della famiglia, agognava ad usurpar tutto lo stato; nelle altre -città le fazioni o i governatori faceano opera a sciogliersi dalla -ubbidienza; e da Mehdia il principe si sforzava a ripigliare l’autorità -dove potesse. Le tribù masnadiere si messero dunque a combattere per -l’uno o per l’altro, talvolta tra loro stesse; mescolaronsi nella -briga i Berberi della campagna e le popolazioni delle città marittime: -Arabi del primo conquisto, Berberi e avanzi d’altri antichi abitatori. -La quale tenzone da pigmei, tanto più rabbiosa, durò ottant’anni, -accompagnata dalla desolazione e dalla fame, ed aprì la via ai -conquisti dei Normanni siciliani (1148) e degli Almohadi (1160). - -Onde Moezz impotente contro i ribelli della costiera e tanto più -contro gli Arabi, anzichè consumare le forze che gli rimaneano in vane -imprese contro province perdute, volle tentare la fortuna in Sicilia -con l’aiuto degli stessi nemici ch’egli avea in casa.[192] Allestì -le navi, le fece salpare l’inverno del millesessantuno. Arrivate alla -Pantelleria, una tempesta le disperse; ne affondò la più parte,[193] e -sgomentando i nemici d’Ibn-Thimna delusi nella speranza dell’aiuto, diè -incentivo, com’e’ sembra, a nuova impresa di Ruggiero. - -Il quale, nel dicembre, ripassato il Faro con dugencinquanta cavalieri, -tagliava l’isola per lo mezzo, spingendosi fino a Girgenti, quasi -fossevi aspettato; depredava il paese e tornava ratto addietro. Le -popolazioni cristiane gli veniano incontro liete e disposte a dargli -favore senza affidarsi troppo: ma quei di Traina, gente greca, -l’accoglieano in città con grande allegrezza ed ossequio, tanto che -ordinò la terra come ei volle, dice lo storiografo del conte[194] e -l’Anonimo che Traina si sottomesse al suo dominio; ma scrivea questi -ottant’anni dopo. Parrebbe piuttosto che i Troinesi, liberi di fatto -dalla signoria musulmana, aspirando a ripigliare l’ordinamento di -municipio tributario[195] avessero data ospitalità al fortunato -avventuriere cristiano, ascoltati i suoi consigli militari e, se si -voglia, appiccata una pratica di confederazione, come la chiamarono e -stipularono allora i Normanni con alcune città di Calabria, cioè che il -condottiero s’obbligava a difendere il comune, e questo a riconoscerlo -console e pagargli stipendio. E la condotta non sarebbe divenuta -signoria feudale a Traina che dopo la guerra dell’anno seguente, così -come accadde in quel torno a Geraci ed altri luoghi in Calabria, quando -il console afforzò un castello dentro la terra, mutò lo stipendio in -tributo, aggravandolo di soprusi feudali, e gli abitatori o piegarono -il collo, o resistettero e furono soggiogati a pretto vassallaggio. -Veramente non ci si narra che Ruggiero ponesse questa prima volta -presidio in Traina. Passovvi le feste di Natale; poi, per avviso -venutogli di Calabria, frettolosamente partissi.[196] - -Era giunta in Calabria una donzella che schiudeva in terra il paradiso -all’ambizioso giovane di trent’anni: Giuditta, figliuola del conte di -Evreux, discendente dei duchi di Normandia. Par che Ruggiero, pochi -anni innanzi, uscendo dal tetto paterno senz’altro retaggio che il -cuore e la spada, si fosse invaghito della giovinetta reclusa nel -Monastero di Saint-Evrault, e che dopo parecchi anni, il fratello -materno di lei, Roberto di Grantemesnil, priore de’ Benedettini a -Saint-Evrault, indi a Santa Eufemia in Calabria, avesse trattato il -matrimonio della Giuditta con Ruggiero, ormai capitano di molta fama, -signore di Mileto e sperava di più. La fidanzata venne con la sorella -Emma, lasciando entrambe il chiostro, si dice anco il velo, per trovare -mariti normanni in Italia. Sposatala a San Martino in Val di Saline, -Ruggiero celebrava solennemente le nozze a Mileto, dissimulando sua -povertà con sfarzo di vesti e di cavalli e strepito di stromenti -musicali. Le dolcezze dell’amore non gli fecero scordare gli sperati -acquisti. A capo di pochi giorni, racchetata la sposa che piangeva e -volea ritenerlo, sopraccorse in Sicilia dove Ibn-Thimna lavorava per -lui credendo far per sè stesso.[197] - -Data la posta al musulmano che venissegli incontro da Catania, sbarcò -a Messina con quanti uomini d’arme potè accozzare, e tentando nuova -regione cavalcarono insieme alla volta di Petralia,[198] terra abitata -da cristiani e musulmani. I quali, consultato insieme nell’imminente -pericolo, e mossi forse gli uni dalla riputazione di Ruggiero e gli -altri dalle pratiche d’Ibn-Thimna, deliberarono di rendere il castello -e prestare obbedienza al conte. Munita la fortezza di cavalieri e -di mercenarii, egli si volse a Traina, afforzolla in simil guisa, e -tornossi in Calabria ad abbracciare la sposa ed attaccare briga col -fratello.[199] - -Ibn-Thimna proseguì l’opera in Sicilia con ridurre altre terre e -infestare i contadi di quelle che ricusassero.[200] L’odiavano i -Musulmani, ma più il temeano: quest’uomo che tra le prime guerre -civili per poco non rinnalzò il trono dei Kelbiti; questi che rovinato -al gioco d’una battaglia s’è venduto l’anima e pur s’è vendicato; il -signore del Val di Noto, il compagno degli invincibili cavalieri di là -dal mare, ai quali stendono le braccia i nostri vassalli, ed essi nel -cuor dell’isola ci sfidano dalle castella di Traina e di Petralia! Però -approdarono sovente le pratiche del traditore. Il quale movea contro -Entella, fortissima rocca a ponente di Corleone,[201] quand’ebbe un -messaggio di Nichel, così Malaterra scrive il nome,[202] uom potente -in que’ paesi, stretto d’antichi legami ad Ibn-Thimna, quando ubbidiva -a costui la Sicilia. Pretendea Nichel disposti i notabili d’Entella a -trattare la resa: venisse a parlamento a tal luogo, presso la rocca. -Fidandosi nell’amica fortuna, Ibn-Thimna v’andò con poca mano d’armati, -e trovò i terrazzani; quand’ecco uccisogli il cavallo d’un colpo di -lancia; ei casca a terra, gli saltano addosso e l’ammazzano; così -com’avvenne due secoli innanzi ad Eufemio, traditor della Sicilia -cristiana. Il qual gastigo percosse di spavento i partigiani dei -Normanni, e tanto rivoltò le cose, che i presidii di Petralia e di -Traina si ritirarono a Messina, dove in fretta s’apprestarono alla -difesa. È da riferire la morte d’Ibn-Thimna ai primi di marzo del mille -sessantadue.[203] - -Caso tanto più grave, quanto Ruggiero stava per venire alle mani con -Roberto. Il giovane, imbaldanzito per lo parentado, cominciò a lagnarsi -altamente: aveano fatto insieme il conquisto di Calabria, pattuito -a Scalea il partaggio del paese metà e metà, e il duca lo differiva -da due anni; sopportò egli finchè fu scapolo, or si vergognava di -far vivere poveramente sposa di sangue principesco; era tempo che il -duca gli tenesse parola. Tai querele moveva a Roberto, sollecitava i -nobili normanni a rincalzarle; e il fratello s’induriva tanto più al -niego. Alfine Ruggiero s’accomiatò da lui forte crucciato, corse al suo -castello, ragunovvi armati e denunziò la guerra se tra quaranta dì non -gli fosse resa ragione.[204] Il duca mosse incontanente sopra Mileto -nella primavera del sessantadue. Si combattè senza furore; e l’assedio -andava in lungo per la imperfetta arte del tempo e soprattutto dei -Normanni alle espugnazioni, quando sforzolli ad accordo un episodio -che ricordava loro non potersi sfogare in guerre civili se voleano -soggiogare l’Italia meridionale. Aveano già i terrazzani di Gerace -in Calabria giurata fedeltà a Roberto, senza consegnargli la città; -e perch’egli studiavasi a por loro il freno in bocca fabbricando un -castello, aveano innanzi l’ossidione di Mileto trattato di darsi a -Ruggiero; il quale eludendo le poste del duca uscì una notte con cento -cavalli e gittossi in Gerace, per trarne gente, com’e’ pare, e piombar -sopra l’oste che minacciavalo in casa. Roberto, lasciata guardia nei -due ridotti con che stringea Mileto, sopraccorre co’ suoi a Gerace; -pria d’impacciarsi in un secondo assedio tenta sue arti: travestito -entra nella città, va difilato a trovare un suo partigiano, per nome -Basilio. E sedea a mensa con esso e la moglie, allorchè un famigliare -lo riconosce; il popolo si leva a romore, trae alla casa, fa in pezzi -l’ospite, impala la donna; già Roberto è minacciato da cento ferri, -i cittadini più savii non bastano a rattenerli. L’animo suo e la -pronta parola lo camparono da morte. Disse con impavida faccia agli -infelloniti che pagherebbero caro il suo sangue; che i guerrieri suoi -proprii e quelli di Ruggiero correrebbero insieme a spiantar la città; -all’incontro se lasciasserlo andar via, concederebbe loro quanto -fossero per domandare. Titubanti lo menarono in carcere. Ma Ruggiero -che non si trovava quel dì in Gerace, torna a precipizio chiamato dai -cavalieri del fratello; fa venire i notabili fuor le mura; prega e -minaccia affinchè gli consegnino il Guiscardo per vendicarsi con le -proprie sue mani: “mi giuraste fedeltà, lor dice, ubbiditemi in questo -o saprò sforzarvi; pendon ormai dai miei cenni le genti di Roberto, -stanche del reo signore; se di presente nol portate qui legato, ecco -io comincio a far tagliar le viti e gli ulivi.” Condussero Roberto, -fattogli pria giurare che mai non edificherebbe castello in Gerace. I -due fratelli s’abbracciarono, scrive Malaterra, come Giuseppe Giusto -e Beniamino, piangendo di tenerezza tutti i guerrieri normanni. Ma -Roberto, asciugate le lagrime, accomiatatosi da Ruggiero, trovò altre -magagne; ci volle il biasimo universale de’ suoi, e il principio -di nuove ostilità perch’ei venisse in Val di Crati a stipolare il -partaggio della Calabria, abboccandosi col fratello sul ponte che -indi si chiamò Guiscardo. Dopo l’accordo, Ruggiero levava tributo su -i novelli dominii per fornire i suoi d’armi, vestimenta e cavalli. -Aggravò la mano su Gerace; dove andato con l’oste, si metteva ad -innalzare un castello fuor le mura; ed ai cittadini che allegavano la -fede data da Roberto, rispondeva: “Egli giurò, non io:” e sforzavali a -grossa taglia.[205] - -Armati per tal modo trecento cavalieri nell’agosto o il settembre,[206] -ripassava Ruggiero in Sicilia, menando seco la moglie, paurosa delle -fatiche e rischi ai quali andava incontro, e non se li aspettava -pur sì gravi. All’entrar dello stuolo in Traina, i cittadini fecero -buon viso, assai tepidamente. Lor increbbero tosto quegli ospiti -alloggiati per le case, pronti a far vezzi a loro mogli e figliuole. -Con ciò Ruggiero afforzava sempre più la città e andava osteggiando -le vicine castella dei Musulmani. Sentendosi dunque nuovo giogo sul -collo, i cittadini un dì ch’egli era uscito col grosso delle genti a -depredare i dintorni di Nicosia, piglian le armi a stigazione d’un -Plotino, dei primi del paese; assalgono il poco presidio; non però -sì improvvisi che i Normanni non si accorgessero del movimento e non -si preparassero; talchè infino a notte ributtarono il nemico. Questo -allora, aspettandosi addosso Ruggiero, s’afforzava alla sua volta con -serragli e fosso nella mezza città opposta alla collina che teneano i -Normanni[207] ov’era il palagio del console, scrive una cronica,[208] -dando argomento a supporre che così fatto titolo avesse preso Ruggiero -in Traina, e nota, quasi a ricordare l’indipendenza del Municipio -greco, che sorgesse dall’altra parte la torre della città. Ruggiero, -chiamato per messaggi, sopravveniva in fretta; si metteva a combattere -i sollevati: e intanto risaputo il fatto nelle vicinanze ch’abitavano i -Musulmani, trassero alla città da cinquemila armati, proffersero aiuto -a’ Greci e fu accettato. Ormai, circondati d’ogni banda, i Normanni -pativan la fame; non potendo uscir grossi a predare senza grave -pericolo dei rimagnenti, nè mandar piccole gualdane senza la certezza -di vederle fatte a pezzi. Si stenuavano in vigilie, guardie, continue -avvisaglie e brevi ma disperate sortite, in una delle quali poco mancò -non fosse spacciato lo stesso Ruggiero. Perchè vedendo balenare i suoi, -spinse innanzi il cavallo, gli fu morto; si trovò avviluppato in un -nodo di nemici che sel portavan di peso; se non che gli venne fatto di -trarre la spada, la girò a cerchio, si fe’ larga piazza, restò solo; -e sì fermo cuore serbò, che tolta la sella del destriero, lento e -minaccioso ritraevasi. - -Nondimeno s’aggravavano ogni dì più che l’altro le strettezze degli -assediati; pativa il nobile al par del mercenario; la Giuditta -stessa talvolta fu costretta a ingannar la fame bevendo acqua pura -e lagrimando; a lei ed allo sposo non rimase che un sol mantello di -che si copriano a vicenda, qual fosse più intirizzito. Contuttociò -i guerrieri normanni resisteano risoluti, dissimulavano con lieto -aspetto e motteggi. Aprì loro scampo inaspettato l’abbondanza in che -viveano i nemici, provveduti a gara dalle altre città e spensierati -per troppa fidanza; i quali nel rigore del verno, su quelle vette alte -mille e cento metri sul livello del mare, stavano a mala guardia, e -sovente si riscaldavan col vino. Di che addatisi i Normanni, finsero -smetter anch’essi le scolte; ma più attenti spiarono il nemico. Una -notte vistolo spreparato, Ruggiero fa impeto con tutti i suoi alla -barrata; mena al taglio della spada gli ubriachi assonnati; occupa -l’altra mezza città e la torre, e chi fu preso, chi fuggì; i Musulmani -accampati nei dintorni non stettero ad aspettare. Impiccato allora per -la gola Plotino, altri morti con altri supplizii, i vincitori trovavano -gran copia di frumento, olio, vino e d’ogni cosa abbisognevole: con -le fortificazioni e col terrore si assicuravano nella domata città. -Ruggiero andò solo in Terraferma a rifornirsi dei cavalli perduti -nell’assedio: lasciò in Traina la sposa, che a dura scuola avea -appreso a far le veci di capitano; la quale mantenne la disciplina -nel presidio, girando i ripari ogni dì, vegliando su le guardie, -confortando tutti con benigne parole e promesse, e rammentando i -pericoli corsi insieme e che aleggiavano lì intorno; guai a chi li -credesse dileguati.[209] - -Tardo, al solito, e fugace balenò pure in questo tempo tra i Musulmani -di Sicilia un raggio che mostrava la via della salvezza: accordarsi -tra loro e con gli Zîriti d’Affrica; ubbidire a questi, anzichè -piegare il collo al giogo cristiano. Morto Moezz l’ultimo d’agosto -del sessantadue, il figliuolo Temîm che gli succedette, usò con -migliore fortuna gli Arabi d’oltre Nilo, i quali per le condizioni -già dette[210] porgeano orecchio ogni dì più che l’altro a’ principi -Zîriti. Veggiam nel primo anno del suo regno, gli Arabi e le milizie di -Temîm ridurre Sfax e Susa e rompere in sanguinosa battaglia l’esercito -di Bugia, accozzato di Berberi delle tribù di Senhagia e Zenata ed -Arabi della tribù di Helâl.[211] È da supporre dunque che paresse -in quel tempo mirabile consiglio nella corte di Mehdia ripigliare -l’impresa di Sicilia, la quale prometteva a un tratto il merito della -guerra sacra, l’acquisto dell’isola e l’allontanamento degli Arabi: di -questi valorosi che aveano vinto, un contro dieci, gli eserciti Zîriti, -guastato il paese e dato mano ai ribelli. Dai susseguenti fatti si vede -che i Musulmani di Sicilia, rincorati dall’uccisione d’Ibn-Thimna, -dalle divisioni de’ cristiani e dalla apparente ristorazione della -potenza zîrida, ne implorassero in questo tempo od accettassero -l’aiuto. Il quale invero, con tutte le novelle vittorie dei Normanni, -arrestò i conquistatori per molti anni; nè tornò vano se non che per -le discordie ripullulate nell’infelice terra, quando gli Affricani -combattuti dal signor di Castrogiovanni e dalla turbolenta aristocrazia -di Palermo, furono costretti a partirsi. - -Lo stesso anno mille sessantatrè sbarcarono in Sicilia i feroci -ausiliarii di Temîm, ritraendosi dagli annali musulmani ch’egli -facesse l’impresa dopo la morte del padre, e dalle croniche cristiane -che Ruggiero reduce di Calabria si trovasse a fronte novella milizia -venuta dall’Arabia e dell’Affrica per dar di piglio nella roba altrui, -col pretesto di recar aiuto ai Siciliani; nella quale tradizione -ognuno vede di quali Arabi dicessero i Normanni.[212] Mandava Temîm -un esercito ed un’armata sotto il comando di due suoi figliuoli, Aiûb -ed Alì; de’ quali il primo venne col grosso delle genti in Palermo, il -secondo a Girgenti:[213] e par che l’uno col favor della cittadinanza -della capitale e delle terre che ubbidivano a quella, da Mazara -infino a Cefalù o Tusa, reggesse il paese a nome del padre; l’altro -com’ausiliare d’Ibn-Hawwasci, tenesse presidio in Girgenti;[214] ed -una schiera andò a rinforzare Castrogiovanni. Ma Ruggiero, tornato di -Puglia e di Calabria, com’ape industre, scrive il Malaterra, onusto -d’ogni cosa bisognevole ai suoi, s’affrettò a dispensar loro cavalli -ed armi; e fatti riposare i cavalli alquanti dì, mosse alla volta di -Castrogiovanni, bramoso di provarsi coi cinquecento Arabi ed Africani -giuntivi di fresco. Sostò a due miglia dalla città; con l’usato -stratagemma e l’usato capitano di vanguardia Serlone, spiccò innanzi -trenta militi, o vogliam dire un centinaio di cavalli, che provocassero -il nemico; ed egli s’appiattò in una valle boscosa col resto delle -genti. Scoperto il drappello di Serlone dall’alto di lor bastite, i -Musulmani calavano grossi alla zuffa, incalzavano con tal furia che -due soli cavalieri normanni pervennero salvi infino all’agguato, e gli -altri, presi o scavalcati, mancavano, quando Ruggiero proruppe come -leone ferito: dopo aspra battaglia sgarò i Musulmani, inseguilli più -d’un miglio e tornossi a Traina; facendo tal giubbilo di quel po’ di -preda e della sanguinosa vittoria contro forze uguali, da mostrarci -quanto i Musulmani fossero imbaldanziti per lo nuovo aiuto e sgomentati -i Cristiani. - -Usando la riputazione della vittoria, Ruggiero cavalcava audacemente -per l’isola, spintosi presso le sorgenti dell’Imera settentrionale -a Caltavuturo, poscia per la valle dell’Imera meridionale fin sotto -Castrogiovanni, donde i Musulmani non arrischiaronsi ad uscirgli -incontro; e infine corse a Butera, in vista del mare affricano. -D’ogni luogo riportò ricca preda; da Butera gran tratta d’armenti e -di prigioni. Passando per la valle del Simeto, fermossi ad Anattor, e -dopo breve giornata a San Felice,[215] e si ridusse a Traina; perduti -molti cavalli per la rapidità della arrisicata correria, il calor -della stagione e la penuria d’acqua. Il che mostra esser già l’anno -innoltrato almeno al maggio, e rimanda indietro all’aprile o al marzo -il combattimento di Castrogiovanni testè raccontato.[216] - -Intanto l’oste zîrita, unita alle milizie musulmane del paese,[217] -movea di Palermo[218] sopra Traina, per calpestare gli Infedeli in -lor nido. Trentamila cavalli e ventimila fanti, al dir di Malaterra -(cioè del conte Ruggiero) veniano addosso a centotrentasei militi, -che tornano a quattro o cinquecento combattenti: ma si scemi pur -di molto il numero de’ Musulmani, e s’aggiunga alla contraria parte -qualche frotta dei cristiani di Sicilia ch’è da supporre accorsa ai -combattimenti,[219] comparirà tuttavia prodigioso il valore normanno, e -credibil solo alla generazione che ha vista l’impresa di Garibaldi in -Sicilia. Valicando gli aspri contrafforti che spiccansi a mezzogiorno -degli Appennini Siculi, l’oste musulmana era giunta alla giogaia di -Capizzi,[220] paralella alla quale corre quella di Traina e la valle -di mezzo è solcata dal fiumicello di Cerami che prende il nome da un -castello fabbricato sovr’alte rupi su la sponda sinistra, ch’è a dire -nel pendio occidentale di Traina, a sei miglia a ponente maestro di -questa città. Entrava, il giugno del mille sessantatrè.[221] Ruggiero, -avuta spia del nemico, deliberassi ad affrontarlo pria che venisse -ad affamar lui in Traina: ond’uscito col piccolo stuolo normanno, -si apprestò a contendere il passaggio della valle; e i Musulmani -schieraronsi sul ciglione opposto. Pur non osando nè questi nè quello -calar giù per lo primo, caduto il giorno, si tornarono gli uni agli -alloggiamenti dietro il monte di Capizzi e l’altro a Traina. Le -quali mosse ripeteano entrambi il secondo e il terzo dì. Al quarto, i -Musulmani vennero a porre il campo su i gioghi dove soleano presentar -la battaglia. Addandosi di tal disposizione alla zuffa, i Normanni -si confessano della peccata, chieggono l’assoluzione a’ sacerdoti, e -muovono verso il nemico. - -Ma saputo dagli esploratori che quello volgesse contro Cerami, allor -soggetta o confederata di Ruggiero, e rinforzata di piccolo presidio -normanno,[222] il conte vi manda Serlone con trenta lance, per -difendere la fortezza tanto ch’ei giunga sopra gli assalitori con le -cento che gli rimaneano. E Serlone entrò in Cerami pria del nemico, e -quando questo s’appresentava,[223] senz’aspettare il conte, disserrate -le porte, caricò con trentasei lance tutta la cavalleria musulmana, -o, come e’ sembra, la sola vanguardia; sbaragliolla al primo scontro, -la inseguì con molta uccisione; e trascorrendo fino al campo, fattovi -un po’ di preda, si ridusse a Cerami ov’era sopravvenuto Ruggiero. -Ristretti allora i capi a consiglio, avvisando altri di appiccare -la battaglia lì lì, altri ch’e’ non fosse da sforzare la fortuna con -prove troppo temerarie, Orsello di Baliol diè su la voce ai prudenti, -disse aspramente a Ruggiero non seguirebbe mai più sua bandiera, se -di presente non si combattesse: dalle quali parole confortato anzi il -conte, proruppe anch’egli in rampogne contro i dubbiosi; e messo il -partito, si trovò che nessuno avea paura. Intanto s’erano rattestati -i Musulmani in lor campo; ingrossati di nuova gente, comparvero più -formidabili che prima, ordinati in due corpi e pronti alla zuffa. In -due schiere spartironsi anco i Normanni, capitanata l’una da Serlone, -Orsello e Arisgoto di Pozzuoli, l’altra dal conte. Al punto dello -scontro, la prima schiera nemica, schivando la vanguardia normanna, -giravale di fianco, spronava ad un colle e sperava occuparlo pria -che vi giugnesse Ruggiero; il che le venne fallito. Orsello nell’una -torma, Ruggiero nell’altra, inebriavano in questo i Normanni con -sublimi parole di religione e d’onore; tanto che si tuffarono in quella -moltitudine non più vista; disparvero tra le onde della cavalleria -musulmana. Chi diè loro la vittoria? Racconta il Malaterra che un -cavaliere possente e bello della persona, montato su destrier bianco, -vestito di bianca armadura, armato d’una lancia con pennoncello bianco -e croce vermiglia, entrasse il primo a rompere e stracciare lo stuolo -musulmano là dov’era più fitto. Il cronista dice che raffigurarono -proprio San Giorgio; sì che i Normanni piangendo di tenerezza lo -seguirono nella mischia; lo smarrirono; e già avean vinto. Ma tanto -spesso torna tal visione nelle guerre de’ Crociati, da parere fior di -rettorica del cronista, anzichè allucinazione de’ combattenti. Al conte -Ruggiero anco fu attribuito il favor celeste d’un pennoncello crociato -che gli ornasse la lancia, dov’egli nè altro mortale non l’aveva -attaccato. Più certamente il ferro della sua lancia squarciò una -corazza di stupenda fattura[224] sul petto del kâid di Palermo,[225] -capitano dell’oste o della schiera, uom fortissimo il quale galoppando -innanzi a’ suoi minacciava e imprecava a’ Normanni. Il valore, la -disciplina, l’unita e ferma volontà, la viva fede, trionfarono dopo -lunghissima tenzone sopra la moltitudine ragunaticcia d’Arabi prodi -ma ladroni, schiavi africani, nobili siciliani sospettosi, plebe -feroce nei tumulti e inetta nel campo. Diradossi la calca d’intorno -ai Cristiani: come nubi squarciate dal vento, come stormo d’augelli -se vi piombi il falcone, scrive Malaterra, si sbaragliò la cavalleria -musulmana, lasciando quindicimila morti; ventimila rincalza l’Anonimo. -I vincitori passavan la notte nel campo nemico riposandosi per le -tende, si spartivano la preda; ma al nuovo dì, messisi a dar la caccia -ai ventimila pedoni che s’erano riparati tra le rupi, fecero macello; e -la più parte imprigionati mandarono a vendere in Calabria ed in Puglia, -che fu il maggior lucro della vittoria. Così i cronisti, accumulando -le inverosimiglianze in guisa da far credere ch’e’ favoleggino o -dimentichino in que’ fatti le popolazioni cristiane di Sicilia; e per -colmo della metafora ci narrano che Ruggiero tornasse in Troina per -fuggire il puzzo dei cadaveri.[226] Quinci ei mandava a papa Alessandro -secondo un Meledio per ragguagliarlo della vittoria e presentargli -quattro cameli. I quali il papa ricambiò con indulgenza plenaria -al conte, ed a chiunque avesse combattuto o fosse per combattere in -avvenire i Pagani di Sicilia; ed aggiunse una bandiera sotto la quale -più sicuramente si compisse la santa gesta. Malaterra, nel raccontar -questo fatto, si studia a dargli significato di mera pietà, senz’ombra -d’omaggio feudale nel dono dei cameli, nè d’investitura in quello del -gonfalone.[227] - -Poco appresso la battaglia s’offriano a Ruggiero importuni ausiliarii -ad una impresa sopra Palermo. I Pisani conducendo frequenti commerci -nella città, ebbero a risentirsi d’alcuna ingiuria;[228] e maggior -colpa dei Musulmani di Sicilia fu che andavano le cose loro in rovina -e fors’anco che Roberto Guiscardo, nella irrequieta attività della sua -mente, avea pensato di usare contro la Sicilia le forze navali di Pisa, -ed appiccata a questo effetto una pratica che poi si dileguò.[229] I -mercatanti pisani allestivano lor navi pronte al pari al commercio -e alla guerra: popol d’ogni ordine, com’attesta una iscrizione di -quell’epoca, grandi, mezzani ed infimi entrarono nell’armata.[230] -Fatto vela per la Sicilia, sursero in un porto della costiera -settentrionale[231] donde spacciaron oratori in Traina per invitare -Ruggiero che cooperasse coi suoi cavalli. Rispose aspettasserlo un -poco, dovendo dar sesto a certe sue faccende; ma que’ mercatanti, -prosegue sprezzante il cronista, non sapendo come va fatta la guerra, -non usi a sciupare il tempo senza guadagno, amarono meglio andar -soli in Palermo. Il venti settembre del mille sessantatrè, i Pisani, -assalito il porto, spezzata la catena che lo chiudea, preservi con -sanguinoso combattimento sei navi cariche di merci;[232] e ributtati, -com’ei sembra, dal porto, metteano a terra cavalli e fanti presso -la foce dell’Oreto, respingeano i cittadini usciti a combattere; -piantavan le tende in su la riva e scorreano a depredare le deliziose -ville suburbane.[233] Arse poi cinque delle navi che avean predate, -riportarono l’altra a Pisa, con tanto tesoro, che bastò a cominciare -la fabbrica del Duomo, dove una iscrizione contemporanea attesta -l’arrisicata fazione.[234] - -Ruggiero intanto, volendo sostare nel sollìone e ristorare sua gente -menomata dalla vittoria di Cerami,[235] pensò di andare in Puglia, -vettovagliata prima Traina. A questo effetto spingeasi con rara audacia -nella valle dell’Imera settentrionale, correva il primo dì a Collesano, -l’altro a Brucato,[236] il terzo infino a Cefalù: tornato a casa -con abbondantissima preda, munì il castello, vi lasciò la moglie e i -compagni, ai quali raccomandò di far buona guardia come se avessero -sempre il nemico alle porte, non dilungandosi dalla città per niuna -occasione propizia. Ito quindi in Terraferma a consultare con Roberto, -n’ebbe cento militi non sappiamo a che patto, ai quali aggiunse cento -de’ suoi: al rinfrescare della stagione, ritornato in Sicilia, irruppe -nelle parti di Girgenti. Parve allora agli Arabi ed agli Affricani di -vendicare la rotta di Cerami: un’eletta di settecento lor cavalli uscì -cheta di Girgenti per appostar i Normanni al ritorno; si pose sopra -un burrone in fondo al quale correa la strada. Frettoloso e guardingo -cavalcava Ruggiero col grosso de’ suoi, mandate innanzi le some del -bottino con una scorta d’armati; la quale come giunse all’agguato, -assalita da forze superiori, sopraffatta dall’alto coi sassi, presa -di subita paura voltò le spalle, perdè qualche uomo ed anelante si -rifuggì ad una balza ch’era inaccessibile fuorchè da un viottolo -aspro e stretto. Al romore accorreva Ruggiero a spron battuto con -l’altra schiera; gridava a que’ della scorta venissero a ristorare la -battaglia, ma gli fu forza di salire egli stesso, chiamar ciascuno per -nome, rinfacciare ch’ei non riconosceva i vincitori di quello stesso -nemico tanto maggior di numero a Cerami. Rattestatili a stento, caricò, -ruppe i Musulmani, ritolse la preda e si ritrasse a Traina; piangendo -sì la morte di Gualtiero di Semoul, il più valoroso giovane della -schiera, il quale fu trafitto spingendosi primo alla riscossa.[237] -Un Malaterra musulmano racconterebbe, credo, altrimenti questa dubbia -fazione, e più altre ne aggiungerebbe favorevoli ai suoi, le quali -è forza supporre nello autunno, e sino allo scorcio dell’inverno, -allorchè il Malaterra normanno ci rappresenta Roberto Guiscardo -costernato dalle nuove che giugneano di Sicilia, risoluto a partecipare -ne’ pericoli come avea fatto negli acquisti; ond’ei venne in aiuto -a Ruggiero che i Saraceni travagliavano e strigneano con frequenti -assalti.[238] - - - - -CAPITOLO IV. - - -Nella primavera dunque del millesessantaquattro Roberto adunò -l’esercito in Puglia e in Calabria; al quale andato incontro Ruggiero a -Cosenza, passarono insieme il Faro con cinquecento militi, non contando -gli altri cavalli nè i fanti;[239] e tirarono dritto a Palermo, senza -che i Musulmani osassero tagliar loro la strada. Posero il campo presso -la città, in un colle infestato da tarantole,[240] il cui morso diceano -cagionasse gravi e sconci sintomi nervosi e fin anco minacciasse la -vita.[241] E sembran fole; poichè quell’insetto in oggi non nuoce; ed a -supporre che particolari condizioni l’abbiano armato di veleno in altri -tempi e luoghi non ci basta l’autorità delle cronache oltramontane, -le quali sempre lo fanno ausiliare degli Infedeli contro i guerrieri -cristiani del Settentrione, sempre l’accagionano d’una pia impresa -fallita.[242] Gittando su l’infausto luogo il nome di Monte delle -Tarantole, che del resto non vi allignò,[243] tramutavansi i Normanni -in migliori alloggiamenti; dai quali per ben tre mesi osteggiavano la -città, ma n’erano sì gagliardamente ributtati, che sciolsero l’assedio -senz’altro pro che di saccheggiare le campagne. In vece di rifar la -strada verso levante, spingeansi per ben ottanta miglia a mezzogiorno; -dove espugnavano Bugamo, castello o forse grossa terra a sei miglia da -Girgenti,[244] e spianavano le case, e fatti schiavi gli abitatori, il -duca Roberto, mandolli a popolare Scribla in Calabria, da lui poc’anzi -desolata; cioè a coltivare come servi suoi i terreni dai quali avea -cacciati gli antichi possessori. Solo fatto d’arme in questa impresa -del sessantaquattro, ci racconta il Malaterra che passando i Normanni -coi prigioni di Bugamo presso Girgenti, que’ cittadini uscirono -alla riscossa, e furono respinti e inseguiti fino a lor mura.[245] -Intanto Amato attesta che Roberto vedendo non poter espugnare Palermo -senza forze navali, si volse ad acquistare altre città marittime in -Terraferma, ond’accozzarvi legni e marinai.[246] Il vero è che il duca -non ristorò la fortuna delle armi cristiane in Sicilia. Il senno nè il -valore non era venuto meno ai Normanni. Chi dunque diè l’avvantaggio -all’islam tra il mille sessantatrè e il sessantotto, tra la battaglia -di Cerami e il combattimento di Misilmeri? - -Pochi cenni delle istorie musulmane, limitati su per giù allo stesso -spazio di tempo senza date più precise, ci fan pure intendere la -cagione, se li riscontriamo con le condizioni conosciute d’altronde. -Tengasi a mente che delle tre grandi province o valli della Sicilia, -come furon dette, distinte per la natura de’ luoghi non meno che pei -mutamenti sociali ed etnologici che portò il conquisto musulmano, -apparteneva a’ Normanni, con piccolo divario di confini, il val Demone; -il Val di Noto a’ Musulmani confederati loro; il Val di Mazara a’ -Musulmani nemici, divisi in due Stati: di settentrione e mezzogiorno. -Secondo l’odierna circoscrizione, diremo che sgombra da’ signori -musulmani la provincia di Messina, ubbidiano quelle di Catania e di -Siracusa ai successori d’Ibn-Thimna o regoli d’altra schiatta venuti -su dopo la sua morte, e che si riducea la guerra nelle province di -Palermo, Trapani, Caltanissetta e Girgenti; delle quali le due prime -par ubbidissero alla repubblica di Palermo, le seconde a Ibn-Hawwasci. -E già narrammo come l’una e l’altro, sentendosi l’acqua alla gola, -accettavano il soccorso di Temîm; e come i costui figliuoli Aiûb ed -Alì si poneano nelle città più importanti di ciascuno Stato: Palermo -e Girgenti. Accordandosi l’ambizione di casa Zirita con la salute dei -Musulmani di Sicilia e coll’onore dell’islam, ebbero gran seguito i -due principi; alla cui riputazione non potea detrarre la battaglia -di Cerami, più avventurata al certo pe’ Normanni che esiziale a’ -Musulmani, nella quale d’altronde se avesse combattuto un figliuolo -di Temîm che di qua dal Mediterraneo potean chiamare re d’Affrica e -d’Arabia, i Normanni non l’avrebbero ignorato al certo, nè passato -sotto silenzio. Che Aiûb governasse prosperamente la guerra, i casi -della quale sono taciuti o dissimulati da’ cronisti normanni, e che gli -venisse fatto per brev’ora di recarsi in mano l’autorità in tutta la -Sicilia occidentale, si ritrae, s’io mal non m’appongo, dal seguente -racconto che Ibn-el-Athîr copiò, ovvero compendiò, dagli scritti -di autore più antico e poselo tra il quattrocencinquantatrè e il -quattrocensessantuno dell’egira (1061-1069). - -Ibn-Hawwasci, secondo que’ ricordi, inviava da Castrogiovanni ricchi -presenti ad Aiûb; volea fosse albergato nel suo proprio palazzo -di Girgenti e l’onorava con ogni maniera d’ossequio. Ma poco durò -l’amistade. Accorgendosi che i Girgentini ponessero troppo amore -nell’ospite, il signor di Castrogiovanni per lettere comandava di -cacciarlo: disubbidito, movea contro i Girgentini con l’oste. Ed essi -uscirono sotto le bandiere di Aiûb e s’appiccava la zuffa, quando -una freccia tirata, dicono, a caso, dirimea la lite uccidendo Ibn -Hawwasci: onde Aiûb era gridato signore da ambo i lati, com’e’ sembra, -del campo di battaglia. La discordia spenta per tal modo nel mezzodì, -si raccendea poscia in Palermo; dove i cittadini, mal soffrendo gli -schiavi stanziali di Temîm, vennero alle mani con quelli; e imperversò -tanto la guerra civile, che Aiûb, veduto non poterne venire a capo, -chiamava a sè il fratello Alì: montati su l’armata, ritornavano in -Affrica. Seguitaronli molti notabili musulmani dell’isola; seguitolli -la gente dell’armata siciliana; nè rimase chi potesse far testa -a Normanni. Se ne sbrigano così gli annali; saltano a piè pari -l’occupazione di Catania, l’espugnazione di Palermo, e toccano appena -la resa di Girgenti e di Castrogiovanni, cioè l’ultimo compimento -del conquisto normanno.[247] Cercando di porre qualche data nello -spazio che abbiamo percorso, riferiremmo l’andata di Aiûb in Girgenti -all’anno sessantaquattro, quando la ritirata dell’esercito normanno -da Palermo esaltò di certo il nome di Aiûb e lo scempio di Bugamo fece -desiderare in que’ luoghi l’eroe musulmano della stagione. Sembra anco -che i Normanni allor fossero corsi a mezzogiorno all’odor della guerra -civile e per trame di fazioni che portarono alla chiamata di Aiûb. -Questi poi sembra partito di Sicilia dopo l’infelice combattimento di -Misilmeri, nel quale ei forse non si trovò;[248] ma la parte avversa -gliene dovea pur gittare addosso la colpa. L’esilio, volontario o no, -de’ cittadini che il seguirono, prova che la parte siciliana trionfò -in Palermo, fors’anco in Girgenti, dove la morte d’Ibn-Hawwasci l’avea -fatta andar giù. Palermo continuò o tornò a reggersi per la _gema’_, -che fu poi costretta a rendere la città il millesettantadue. Lo Stato -di Castrogiovanni e Girgenti cadde sotto nuova signoria, della quale -diremo a suo luogo. - -La vecchia tattica di casa Hauteville mirabilmente s’era riscontrata -co’ tempi, lasciando consumare dassè quel rigoglio che una effimera -concordia avea dato a’ Musulmani nel millesessantaquattro. Roberto, -dopo l’assedio di Palermo, attese in Puglia a soggiogare municipii -italiani e condottieri normanni indocili al nuovo freno. Ruggiero -non si spiccò dal fratello mai più; anzi gli diè mano in Terraferma -quand’ei potè:[249] e in Sicilia si chiudea quasi nell’arme senza -assalire altrimenti, fidandosi pur nell’indole dei Musulmani che -presto avrebbero ripreso a lacerarsi tra loro. Nè ebbe ad aspettare -gran pezza. Del millesessantasei, si fa innanzi, ben coperto, per -un’altra quarantina di miglia; afforza di torri e bastioni Petralia, -che gli aprì lo sbocco alla valle dell’Imera settentrionale e però a -Termini ed a Palermo, e per più breve e facile cammino gli permise -le scorrerie sopra quel di Castrogiovanni e di Girgenti. Fitto nel -pensiero di conquistar la Sicilia, dice lo storiografo, Ruggiero non -avea posa, non sentiva più la fatica; d’ogni stagione il vedevi alla -testa de’ suoi, dì e notte a cavallo, senza risparmiare questi più che -quell’altro, scorrea per ogni luogo, sì rapido che i nemici lo credeano -presente da per tutto, e sempre, pur entro le città e le case loro, se -lo sentivano addosso. Col senno temperava la ferocità leonina che sortì -da natura; la fortuna giammai non l’abbandonò. Or allettando altrui -co’ guiderdoni, or minacciando con parole e stringendo con assalti e -guasti, si allargò a poco a poco intorno Petralia, tanto che assoggettò -gran parte dell’isola; all’uso, aggiugne il Malaterra, de’ figliuoli -di Tancredi, i quali cupidi d’acquisto non poteano sopportare ch’altri -possedesse terreno nè roba accanto a loro, nè avean pace finchè non li -rendessero tributarii o del tutto non li spogliassero.[250] - -A capo di tre anni, correndo il millesessantotto, sì aspra era divenuta -la molestia ai Musulmani di Palermo, che ragunati a consiglio, scrive -il Malaterra, deliberarono di tentare ad ogni costo la fortuna d’una -battaglia. Saputo che Ruggiero cavalcasse alla volta della città con -fortissimo stuolo, gli escono incontro a gran frotte; l’avvistano a -Misilmeri, terra a nove miglia per levante. Ancorchè non si aspettasse -tanta moltitudine, egli si preparò allo scontro fremendo di gioia. -Ordinò le genti in una schiera. Le arringò sorridendo: “La fortuna -amica sempre a’ Normanni condur loro tra’ piedi la preda tanto -desiderata, risparmiar loro la fatica di più lungo cammino; anzi -Iddio stesso porgea questo dono. Prendete, continuò, la roba degli -Infedeli, indegni di possederla: ce la partiremo apostolicamente tra -noi; ciascuno avrà quel che gli abbisogni. Nè temiate il numero de’ -nemici tante volte sconfitti. Che s’or ubbidiscono a novello capitano, -gli è pur della nazione, indole e religione loro. E sia mutato anco, il -nostro Dio non muta. Quando a voi non venga meno la fede nè la ferma -speranza, Ei vi concederà sempre vittoria.” Ruppero il nemico con -sì grande strage, che il cronista la viene significando coll’antica -metafora dell’esser mancato chi ritornasse a dar la notizia. -Spartironsi allegramente il bottino. E trovando le gabbie de’ colombi -messaggeri, loro attaccarono al collo schede intrise di sangue, sì che -in Palermo seppesi immediatamente la sconfitta.[251] - -Avea principiato Roberto in questo tempo l’assedio di Bari, grossa -città e ricca più che niun’altra dell’Italia meridionale, travagliata -da due parti, le quali per vie contrarie aspiravano a libertà: -chè l’una volea sottrarsi ad ogni patto alla dominazione bizantina -affidandosi perfino a Normanni; l’altra capitanata da Argiro, aborrendo -dal giogo feudale, ormai chiaro e manifesto, dei Normanni, amava -meglio ubbidir di nome a Costantinopoli. Questa parte prevalendo in -Bari, la tenea, sola in Italia, in fede dell’impero bizantino; e si -schermì tanto dalle arti di Roberto, ch’egli deliberossi a far aperta -violenza. Onde oppugnava la città con l’usato perseverante valore e con -mezzi più potenti che fin allora non avessero adoperati i Normanni: -macchine di varie maniere da batter le mura, e ridotti e ponti di -barche; soprattutto forze navali, fornite in parte dal conte Ruggiero. -Al quale par torni la gloria del fatto decisivo; poichè sendo la città -stretta da ogni banda e affamata e sopravvenendo un’armatetta bizantina -con genti e vittuaglie, le navi normanne che la scopriron di notte e -la intrapresero e distrusserla, ubbidivano a Ruggiero, come scrive -il Malaterra; nè monta che tacciano il suo nome Amato e Guglielmo -di Puglia, partigiani di case rivali. La città allora s’arrese a dì -sedici aprile del settantuno, dopo tre anni e parecchi mesi d’assedio. -Roberto usò umanamente co’ Baresi, rendendo loro i possessi occupati -nel territorio e fermando con la città patto di confederazione, il -che in vero significava porre un tributo. Poi dispensò armi a chi ne -volle, anco al presidio bizantino fatto prigione, e se li tirò dietro a -combattere in Sicilia con quante navi potè accozzare nel porto.[252] - -Perocchè la vittoria di Bari promettea quella di Palermo; provatisi -già felicemente i Normanni e lor sudditi italiani alle battaglie di -mare, alle ossidioni, e cresciute le forze militari di due fratelli -che ormai teneano il primato di lor gente in Italia. In vece delle -squadre di scorridori con che aveano combattuto in Sicilia, i Normanni -vi recavan ora un esercito ed un’armata. Oltre le genti assoldate,[253] -chiamò Roberto alla impresa i condottieri o conti ch’ei già tirava alla -condizione di grandi vassalli e i due confederati ch’ei si proponeva -d’ingoiare a suo comodo: Riccardo principe normanno di Capua[254] e -Guaimario principe longobardo di Salerno, fratello della moglie.[255] -Sembra che i principi abbiano fornita poca gente. De’ conti ricusò -audacemente Pietro di Trani.[256] Ciò non di meno Roberto a capo di tre -mesi era in punto; soggiornato il giugno e parte di luglio a Otranto, -fece tagliare una roccia per imbarcare più agevolmente i cavalli e -adunò le macchine, e le vittuaglie. Cinquantotto navi partivan indi -per Reggio, dove il duca s’avviò con altri cavalli e fanti. Gli ultimi -giorni di luglio o i primi d’agosto, passò il Faro con tutte le genti: -Normanni, Pugliesi Calabresi e il presidio bizantino di Bari.[257] - -Ruggiero che avea per tutta la state messe in punto anch’egli le sue -forze, non prima saputo il passaggio di Roberto, si trovò a Catania -in modo tanto sospetto, che il Malaterra, non osando narrarlo, nè -dir bugia tonda, ci lascia nelle mani il bandolo della magagna, -«Il duca, scrive egli, mandato innanzi il fratello in Sicilia, va -a lui in Catania, _fingendo_ di muovere contro Malta, quasi non si -fidasse d’assalire Palermo; e pur si reca a Palermo _confortato_ dal -fratello.» Ma come e perchè Ruggiero fosse corso a Catania, sede -dei Musulmani ausiliari suoi da tanti anni, e chi signoreggiasse -il paese dopo la uccisione d’Ibn-Thimna, lo tace qui e sempre lo -storiografo del Conte.[258] Amato, che non vivea a corte di lui, -dice che Ruggiero mosse contro Catania quando Roberto passava lo -stretto; che la città gli si arrese a capo di quattro dì; ch’egli fece -acconciare incontanente una chiesa intitolata a San Gregorio ed una -fortezza, nella quale lasciò quaranta uomini di presidio a reprimere -il mal volere de’ cittadini.[259] Donde noi possiamo scrivere ne’ -posti lasciati in bianco dai due frati cronisti e dir che Ruggiero, -usando gli antichi accordi con Ibn-Thimna, entrò da amico, forse con -picciolo stuolo in Catania, dando voce d’una impresa sopra Malta, e che -sopravvenuto Roberto con parte dell’armata, sempre per andar a Malta, -insignorironsi della città, dopo breve resistenza o nessuna. Fatto il -colpo, Roberto avvia l’esercito a Palermo per terra; egli, per fuggire -il caldo, segue in una galea, accompagnato da dieci gatti e quaranta -altre navi. Ruggiero, cammin facendo anch’egli alla volta di Palermo, -va a sopravvedere sue genti e sue cose a Traina. Ripigliato indi il -viaggio, non lungi da Palermo gli intervenne che precedendolo i suoi -famigliari per apprestar le vivande, una gualdana di dugento musulmani -rapirono ogni cosa ed uccisero la gente; ma furono non guari dopo -svaligiati e tagliati a pezzi dalla schiera del Conte.[260] - -Ci è occorso descrivere il sito di Palermo nel decimo secolo: nel -centro il Cassaro, o città vecchia, bagnata, da maestrale a levante, -dal porto che fendeasi in due lingue; la Khalesa, cittadella tra la -lingua orientale e il mare; i borghi intorno il Cassaro da ogni altra -banda.[261] I particolari dell’assedio che raccogliamo qua e là negli -scritti di Amato, di Malaterra, di Guglielmo e dell’Anonimo e che -tornan pure ad unico e chiaro disegno delle operazioni militari, non -mostrano mutata la topografia nella seconda metà del secolo undecimo; -se non che gli spaziosi borghi di libeccio, mezzodì e scirocco sembrano -decaduti da lungo tempo e abbandonati del tutto all’appressarsi del -nemico. Discosto circa un miglio a levante, al posto dove giugnea -in quel tempo[262] la sponda destra dell’Oreto e la spiaggia del -mare, sorgeva il castello, detto di Giovanni, dal nome forse d’alcun -musulmano (_Jahja_) di che i Normanni fecero San Giovanni[263] e -mutarono l’edifizio in ospedale; onde le odierne fabbriche sovrapposte -a ruderi di varie età si chiamano tuttavia San Giovanni dei Lebbrosi. -Il qual castello, evidentemente posto a difendere da gualdane nemiche -le ricche ville d’ambo i lati del fiume e gli approcci stessi della -città, era stato probabilmente edificato o afforzato durante la guerra -normanna; nè parmi inverosimile che alcun altro ne sorgesse in altri -siti dell’agro palermitano dove poi si notarono chiese, monasteri o -palagi de’ Normanni. Della popolazione palermitana in questo tempo -ignoriamo il numero al tutto; ma dobbiamo supporla menomata di molto, -fin dal decimo secolo, per le vicende politiche, massime le emigrazioni -del millesessantuno e del sessantotto.[264] Il numero degli assedianti -possiamo conghietturar solo dalla estensione del territorio sul quale -dominavano gli Hauteville in Terraferma, da’ soliti loro armamenti in -altre imprese contemporanee, dalla guardia che scortava Roberto entrato -di accordo nella città e dal numero delle sue navi notato dianzi. Un -otto o diecimila uomini, tra cavalli e fanti, parmi il maggiore sforzo -che i Normanni abbian potuto condurre sotto le mura di Palermo. - -Si avanzò primo Ruggiero dalla parte di levante per le falde de’ monti, -il dì appresso il raccontato scontro; occupò un sontuoso palagio e le -ville dei contorni; le saccheggiò; fece abbondante caccia di prigioni, -i quali nulla sapeano del nuovo gioco, quando si videro cinti da un -cerchio di cavalli e stretti e presi e venduti.[265] La vanguardia -apparecchiava per tal modo le stanze ai capi dell’oste: «Que’ dilettosi -giardini, scrive Amato, irrigati d’acque, ricchi di frutta; dove -albergarono con agi da principi, fino i cavalieri minori, proprio in -un paradiso terrestre.» Appresentatosi quindi al Castel Giovanni, -e uscitogli incontro il picciolo presidio,[266] uccidea quindici -cavalieri musulmani, ne prendea prigioni trenta, e, insignoritosi -del luogo, vi chiamava Roberto,[267] il quale indi sembra sbarcato lo -stesso dì. Il quartier generale, come or si direbbe, fu posto in quel -castello e ultimato il disegno di assedio. Rimasevi Roberto capitanando -i Pugliesi e i Calabresi dell’oste; Ruggiero con le sue genti stanziò, -com’e’ pare, dove or sorge la chiesa della Vittoria, a settecento metri -dalla odierna porta Nuova, su lo stradone che mena a Morreale.[268] -Talchè stando l’uno a ponente-libeccio l’altro a scirocco-levante e -comunicando insieme, investivano la città, per più d’un terzo del suo -perimetro, dal lato meridionale. A greco l’armata chiudeva il porto. -Le picciole forze navali che rimaneano a’ Palermitani[269] furonvi -ricacciate, perdendo un gatto ed una galea.[270] - -Del rimanente s’era la città apparecchiata bene alla difesa; onde i -Musulmani, stretti ch’e’ furono nelle mura, per frequenti sortite, con -varia fortuna sturbavano le opere degli assedianti,[271] con indefessa -vigilanza si guardavano, con valore e ostinazione combatteano.[272] I -particolari non ripeterò, perchè trovansi nella sola cronica ritmica -di Guglielmo: luoghi comuni che forse pareano corredo necessario delle -Muse. Pur non passerò sotto silenzio un episodio narrato dall’Anonimo -del duodecimo secolo: che lasciando spesso i Palermitani le porte della -città aperte, quasi sfida ad entrare, egli avvenne che un terribile -cavaliere musulmano tornando in città dopo avere uccisi parecchi -Normanni, sostasse sotto la porta rivolgendo pur la faccia a’ nemici, -quando un giovane guerriero, parente di casa Hauteville, adontato del -piglio minaccevole, spronò contro costui. E trapassollo fuor fuora con -la lancia. Ma richiusagli la porta dietro le spalle, senza stare un -attimo in forse, spinge innanzi il cavallo in carriera disperata tra -i Musulmani che il saettavano e gli davano addosso ed uscito illeso -da un’altra porta, giugne tra’ suoi mentre il piagnean morto.[273] -La quale avventura da Tavola Rotonda ci parrà meno inverosimile se -la supponghiamo seguita nella Khalesa, piccolo ricinto con quattro -porte che s’aprian tutte nel breve tratto dell’istmo.[274] Grandi -combattimenti non seguirono infino all’inverno, studiandosi invano i -nemici ad offendere la città.[275] Giugnean intanto aiuti d’Affrica, -di forze navali, com’e’ pare, e non molte.[276] Già i principi della -casa di Salerno, tediandosi d’una impresa che lor propria non era, -ritornavano in Terraferma, dove più lieto spettacolo che l’assedio di -Palermo offriva papa Alessandro, consacrando la nuova basilica di Monte -Cassino, il primo ottobre.[277] E Roberto impaziente chiedea rinforzi -in Terraferma; tra gli altri, al rivale principe Riccardo, il quale gli -promesse dugento lance capitanate dal figliuolo Giordano e sì avviolle, -ma le richiamò pria che passassero il Faro. Si disperava tanto della -vittoria, che Riccardo collegatosi con la famiglia de’ conti di Trani -e con altri antichi nemici di Roberto, osò assalire le costui terre in -Calabria ed in Puglia. Il Guiscardo non si spuntò per questo dal suo -proponimento,[278] sapendo bene che egli avrebbe trionfato di tutti in -Palermo. - -«In quel medesimo tempo (così Amato), era gran carestia nella città, -mancando le vittuaglie, che non si trovava da comperarne. Era altresì -grande pestilenza e mortalità, per cagione de’ cadaveri insepolti; -ingombra la città di feriti, d’infermi, d’uomini fiaccati dalla -fame, la debile mano dei quali più volentieri stendeasi a chiedere la -limosina che a combattere. E i maliziosi Normanni spezzavan del pane -e lasciavanlo a piè delle mura.[279] I Saraceni a venti ed a trenta -correano a prenderlo. E il secondo giorno que’ posero il pane un po’ -più lungi dalla terra e gli altri a correre, a darvi di piglio, ad -assicurarsi e più numero ne veniva. Il terzo dì poi i Normanni messero -l’esca più lungi, e quando i Pagani vennero fuori tutti, furon presi -e tenuti schiavi o venduti in lontani paesi.»[280] Così il cronista, -compiaciuto o indifferente, non so. Pur si commove al narrare come -mancato il vino nel campo di Roberto, ancorchè vi abbondassero carni -squisite, il duca e la moglie di acqua sola si dissetavano; il che, -aggiugne, non potea fare specie a Roberto il cui paese non produce del -vino; «ma considera, o lettore, la nobile sua donna, la quale, a casa -il padre Guaimario, principe di Salerno, solea bere com’acqua fresca -del vin chiaro e schietto!»[281] - -Rincorò i Normanni il successo d’un combattimento navale provocato -da’ Palermitani quand’ebbero gli aiuti d’Affrica, disperando tuttavia -di snidare il nemico da’ posti occupati nella pianura. Avvistosi de’ -preparamenti, Roberto apprestò anch’egli sue navi; nelle quali fece -tendere intorno intorno le tolde de’ teli di feltro rosso da parare i -sassi e le saette:[282] e quel colore potea tornar a mente a’ Normanni -le imprese dei padri loro, i quali l’aveano reso terribile in sul mare, -che la tradizione nazionale lo serba fin oggi nelle divise militari -d’Inghilterra e di Danimarca. Ancorchè si possa tenere più numeroso -il navilio normanno che il musulmano, par avesse disavvantaggio nella -struttura non adatta alla guerra. Era questo d’altronde, dopo il fatto -di Bari, il primo cimento navale dei dominatori normanni d’Italia; -nè la memoria era spenta di quelle armate che infin dal nono secolo -uscirono dal porto di Palermo a desolare le spiagge meridionali della -Penisola; nè non vedea Roberto che una sconfitta sul mare l’avrebbe -costretto a levare l’assedio per la seconda volta. Donde ai suoi -disse ch’era uopo vincere o morire: li fece confessar delle peccata e -solennemente prendere l’eucaristia. Confortate di tal cibo, continua -Guglielmo di Puglia, le fedeli turbe, Normanni, Calabresi, Baresi -ed Argivi entrano in nave; nè basta a spaventarli il suono degli -strumenti, il tonante grido di guerra de’ Musulmani. Si scontrano -le armate: resistono i Siciliani e gli Affricani, finchè sforzati da -un cenno divino, voltan le prore. Qual nave fu presa, qual sommersa; -la più parte si rifugge nel porto, chiudelo con la catena, e questa -spezzano i vincitori, e fan preda d’altri legni, a parecchi appiccan -fuoco.[283] Altro non dice il cronista; ond’e’ si vede che l’armata -normanna, superate le prime difese del porto, fu costretta a ritirarsi. - -Minacciati tuttavia i Musulmani da quest’altra banda,[284] scemati per -le spesse morti, affranti dalla fame, dalla pestilenza, dalle fatiche, -Roberto non differì l’assalto generale. Aveva egli fatte costruire -quattordici scale[285] congegnate con artifizio che parve mirabile -in quel tempo,[286] da innalzarsi a ragguaglio delle mura. Mandate -nottetempo sette delle scale a Ruggiero, va egli stesso a trovarlo; -concertano gli ordini dell’assalto, i segnali e ogni cosa.[287] Lo -sforzo più grave fu affidato a Ruggiero contro la fortezza principale, -cioè la città vecchia, da libeccio; onde passava a quella parte il -grosso dello esercito di Roberto. A greco dovea minacciare, e non -altro, il navilio. Roberto riserbossi uno stratagemma nel caso che -fallisse Ruggiero: un colpo di mano su la Khalesa ch’avea mura più -basse. - -Presso a compiersi i cinque mesi d’assedio, il primo o un de’ primi -giorni dell’anno millesettantadue, al far dell’alba,[288] il clamore -che si levò nel campo di Ruggiero facea correre precipitosamente -i Palermitani a quelle mura.[289] I fanti nemici s’avanzano ratti; -con frombole ed archi tiravano ai difensori in su i merli, quando -i cittadini, sortiti con grande impeto, spazzavano la turba nemica, -inseguivano a piè ed a cavallo i fuggenti. Caricò allora la cavalleria -normanna, ruppe a sua volta gli assediati, ricacciolli in città, -stringendoli sì gagliardamente sino alla porta, che già erano per -entrare insieme alla rinfusa. Allo estremo pericolo, i Musulmani -calan giù la saracinesca; serran fuori i loro fratelli, de’ quali i -Normanni, sotto gli occhi loro, tra il grido e il compianto, fecero un -macello.[290] E i Normanni a ripigliar l’assalto delle mura. Adducono -la prima scala; già tocca a’ merli: chi salirà? Si guardavano l’un -l’altro negli occhi. Un Archifredo subitamente fa il segno della croce -e si slancia su pei gradini; due guerrieri il seguono, saltano sul -muro, quand’ecco sfasciata e infranta la scala. Soli incontro a cento, -andati in pezzi gli scudi loro, gittaronsi giù dalle mura, e sani e -salvi rimasero, al dir di Amato. Gli altri ch’eran saliti per altre -scale furon anco respinti. Allenarono i Normanni, si ritrassero.[291] -Avvicinandosi già la sera, parea fallito l’assalto. - -Ma alle eloquenti parole di Roberto, dice Guglielmo di Puglia e le -mette in versi, ai conforti, crediam noi, di Ruggiero e secondo il -disegno già ordinato col duca, ritornarono pur i Normanni a piè delle -mura: e i cittadini traeano tutti al posto minacciato; sicuri di -buttar giù ne’ fossi un altra volta gli assalitori, non poneano mente -alla Khalesa dove quel dì non avea romoreggiato la battaglia. Quando -Roberto, a un segno dato da Ruggiero, chetamente con trecento[292] -uomini eletti arriva, tra gli alberi dei giardini, alla Khalesa. -Corrono in fretta con le scale ad un muro difeso da poca gente; -pria che venga aiuto dalla città vecchia, sbarattano i difensori, -saltan dentro, spezzano la porta; ond’entra Roberto col resto de’ -suoi.[293] La quale stava dietro l’odierno convento della Gancia, sur -una piazzetta cui è rimaso il titolo della Vittoria, al par che ad -una chiesa ove la tradizione addita, nel primo altare a destra, gli -avanzi della porta sforzata da Roberto ed un’immagine votiva.[294] Ma -accorrendo lì i cittadini quando si seppe entrato il nemico, seguì -disperata zuffa insino a notte; rimase tutto coperto di cadaveri -il suolo; rimaserne padroni i Normanni, rifuggendosi nella città -vecchia i Musulmani che camparono alla strage. I Normanni intanto -saccheggiavano le case, uccideano gli adulti, partivansi tra loro i -fanciulli per venderli schiavi.[295] La notte stessa il conte recò -rinforzi a Roberto, esposto nella Khalesa, con un pugno di gente, alla -vendetta degli abitatori non vinti della città vecchia.[296] Furon indi -messe guardie alle torri che fronteggiavano quelle mura superbe.[297] -Parea che nuova battaglia fosse da combattere la dimane, e forse da -ricominciare l’assedio. - -La discordia de’ Palermitani abbreviò le fatiche a’ nemici. Nella lunga -notte che questi passarono afforzandosi nelle mura della Khalesa, -le fazioni della città vecchia disputavan tra loro se fosse da -riprendere la battaglia. Vinse il partito avverso: la notte medesima -mandò a dir a’ Normanni che la città fosse pronta a sottomettersi -e dare ostaggi.[298] Ed aggiornando, due capitani che avean preso -il reggimento della città in luogo del consiglio municipale, si -appresentarono con altri notabili a Ruggiero per trattare i patti.[299] -Fermati i quali, Ruggiero entrava nella città vecchia; guardigno, -accompagnato da valorosi cavalieri, sopravvedeva i luoghi, mettea -guardie ne’ posti più opportuni e ritornava a Roberto. Il quale al -quarto dì, solennemente recossi al duomo, preceduto da mille cavalli, -accompagnato dalla moglie, dal fratello, da’ fratelli della moglie e -da altri baroni. Smontano alle soglie, umili, compunti, lagrimando di -tenerezza. Sgomberati i simboli musulmani,[300] forniti i riti della -nuova consecrazione, l’arcivescovo, il greco Nicodemo, che soleva -uficiare nella povera chiesa di Santa Ciriaca, celebrò la messa dinanzi -a’ vincitori nell’antica chiesa, divenuta _giâmi’_ dell’islam, rifatta -or cattedrale col titolo di Santa Maria: e dotolla Roberto di entrate -e di sacri arredi.[301] Alcuno buon cristiano, scrive il buon Amato, -vi udì la voce degli angioli che cantavano dolcissimi Osanna; e il -tempio talvolta apparve illuminato della luce di Dio, mille volte più -splendente che niun’altra del mondo. - -I patti della resa variamente si leggono presso gli storiografi dei -due rami sovrani di casa d’Hauteville. Guglielmo di Puglia verseggia -che i Palermitani s’arresero, salva la vita, e che Roberto non solo -l’accordò, ma anco promesse di non far loro alcun male ancorchè e’ -fossero Pagani, e mantenne la parola, nè cacciò alcuno dalla città. -Amato, robertista anch’egli, parla di resa a discrezione.[302] Il -Malaterra, al contrario, afferma stipulato il patto che nessuno fosse -sforzato a rinnegare la fede musulmana, nessuno aggravato con nuove -e ingiuste leggi.[303] Più preciso l’Anonimo, contemporaneo di re -Ruggiero, dice pattuite le medesime condizioni che si osservavano a’ -giorni suoi.[304] Delle quali se non abbiamo il testo, puossi tuttavia -tenere per fermo che, oltre la tolleranza religiosa, i Musulmani di -Palermo godessero la libertà e sicurezza delle persone, il mantenimento -delle proprietà, i giudizii tra loro secondo leggi musulmane e da’ -loro magistrati: nè egli è punto provato, nè probabile, che fossero -sottoposti alla gezia. Ma di ciò più largamente a suo luogo.[305] - -Ritornò per tal modo Palermo, dopo dugenquaranta anni, al nome -cristiano, assai più splendida, vasta, popolosa, ricca, civile, ma -bagnata di sangue e di lagrime; chè “il numero dei Saraceni che furono -uccisi e di quei che furono presi e furono venduti, dice Amato, passò -ogni esempio.” Poco appresso Palermo, si diede a Roberto spontaneamente -la città di Mazara, obbligandosi a pagare tributo.[306] - - - - -CAPITOLO V. - - -Impadronitisi della capitale musulmana, i Normanni che vedeano vinta, -ancorchè non finita, la guerra, posero mano immediatamente al partaggio -dell’isola. Roberto, intraprenditore principale dello armamento, -condottiero dell’oste, e signor feudale, qual si tenea, degli Stati -normanni di Terraferma, eccetto que’ di Capua ed Aversa, Roberto -si prese Palermo, si tenne Messina e il Val Demone. Ruggiero ebbe -dal Duca, assentendolo tutto l’esercito, gli altri paesi di Sicilia -acquistati o da acquistarsi; del quale territorio a lui rimanesse -una metà, e l’altra metà fosse suddivisa tra Serlone nipote di lui -e di Roberto, e Arisgoto di Pozzuoli, uomo di schiatta longobarda, -qual sembra al nome, imparentato con casa di Hauteville. Se le cose -rispondessero ai nomi in quel periodo di formazione dell’Italia -meridionale, si vedrebbe netto l’ordinamento politico della Sicilia: il -Duca di Puglia sovrano feudale, con due province serbate in demanio; -il conte di Sicilia, gran vassallo, con altre province in demanio; -e sotto di lui due principali suffeudatarii e poi tanti baroni -minori dipendenti da costoro e altri direttamente dal conte, altri -direttamente dal Duca. E tal al certo si proponea Roberto di costituire -lo Stato; ma la virtù e fortuna di Ruggiero e de’ suoi successori -guastarongli il disegno.[307] - -Orribil nuova afflisse in questo tempo i vincitori. Serlone era stato -ucciso a tradimento. Preposto, non sappiamo se durante l’assedio -di Palermo o dopo l’espugnazione, alle milizie feudali di Cerami, -per vegliare sul presidio di Castrogiovanni che rinforzato di aiuti -affricani non tentasse qualche mal colpo, Serlone tenea spie presso i -nemici; tra le altre un Ibrahim, de’ primi di Castrogiovanni, col quale -sì intimo ei s’era fatto da giurarsi fratelli, dice il Malaterra, con -bizzarro rito di tirarsi l’un l’altro per l’orecchio. La quale usanza -non troviamo appo i Musulmani. Una volta il fratello rapportatore -manda dei presenti al fratello capitano, con avviso che il tal dì -sette cavalieri arabi correrebbero il territorio di Cerami per boria di -andare a far preda in casa sua. E Serlone, ridendosene, non s’apprestò -altrimenti a chiamare le milizie feudali, anzi quel dì stesso uscì -a caccia ne’ boschi di Cerami; quand’ecco un gridare accorr’uomo per -lo contado, e i villani a fuggire dinanzi la gualdana annunziata da -Ibrahim. Serlone a ciò si fa recare l’armadura; con quel pugno di gente -ch’avea seco, sprona contro i ladroni a punirli di loro temerità. -Precipitando su la via di Castrogiovanni, i Musulmani lo conducono -all’agguato, ad otto miglia da Cerami, presso il confluente di due -fiumicelli che scendendo l’un da Nicosia, l’altro da Cerami si gittano -nel Simeto. Quivi l’aspettavano, secondo la tradizione normanna, -settecento cavalli e tremila fanti, che mi paion troppi. Circondarono -il drappello di Serlone, tagliandogli la strada del ritorno a Cerami. -E il magnanimo, vedendo cadere già molti de’ suoi e non dubbia la -morte, sprona a una rupe vicina, smonta, s’addossa alla roccia e -disperatamente mena le mani di fronte e da’ lati. Si chiamò poi la -Pietra di Serlone.[308] Cadde egli per cento ferite; perirono seco -tutti i suoi, fuorchè due lasciati per morti tra i cadaveri battezzati -e i circoncisi. A Serlone strapparono il cuor dal petto: corse anco -la voce tra i Normanni che que’ brutali, tagliato in pezzetti il cuor -dell’eroe, avesserli mangiati a gara per superstizione d’infonder il -suo valore ne’ vili petti loro. Mandarono poi in Affrica a Temîm la -testa di Serlone, la quale confitta a un palo fu condotta in giro per -le strade di Mehdia, con la grida “Ecco il gran campione de’ Normanni, -or ch’egli manca, agevol cosa fia il racquisto della Sicilia.” Nè è a -dir se cordoglio e furore destasse nell’esercito il caso di Serlone, -quando lo si riseppe in Palermo. Ruggiero pianse amaramente il fedele -e valorosissimo compagno delle sue vittorie. Roberto, che in vero non -perdeva quanto lui, nel ripigliò dicendo, star bene i lamenti alle -donne, agli uomini la vendetta.[309] Pur avendo altro da fare che porsi -per un anno o due all’assedio di Castrogiovanni tanto che gli cadessero -nelle mani gli uccisori del nipote, s’apparecchiò a ritornare in -Puglia, aggiustato ben bene il morso ai Musulmani di Palermo. - -Costruì o racconciò un castello alla bocca del porto: piccola -fortezza, della quale ritenne il nome, e credo anco il sito, quello che -s’addimandò fino al mille ottocento sessanta il Castellamare. Maggiore -assegnamento fece Roberto sur una cittadella edificata nell’alto della -terra, in quell’area ch’ora occupa il palagio reale aggiuntovi parte -delle due piazze attigue e tutto il quartier militare di San Giacomo. -Quivi era nel nono secolo il palagio degli emiri, e nel decimo il -_Ma’skar_, ossia stanza de soldati,[310] e par ne rimanessero in piè -molte fabbriche e forse un muro di cinta, che fu racconcio a modo -de’ vincitori: donde la nuova cittadella si addimandò volgarmente -_El-Halka_, ossia “La Cerchia” e, negli scrittori latini e greci del -tempo, è detta or Castello di sopra, or Palagio nuovo, e più spesso -Galea, Galga, Galcula, Chalces, Xalces, e in ultimo Alga: che sono -trascrizioni diverse del vocabolo arabico or ora notato. Il nome di -Palagio o di Castello si estendea, com’ognun vede, a tutto il ricinto: -un poligono ad angoli salienti e rientranti, lungo da cinquecento -metri e largo da trecento; il quale a poco a poco s’empì di palazzine, -portici, chiese e case di preti e cortigiani.[311] Ambo le castella -munì Roberto di pozzi e magazzini,[312] credo io fosse da grano per -caso d’assedio; da prevedere al certo in mezzo a sì grossa cittadinanza -musulmana, la quale non si potea tenere altrimenti che con la forza -immediata e continua.[313] Racconta Amato, che sopravvedendo Roberto un -dì i lavori della _Halka_, notò la chiesetta di Santa Maria, sparuta -e sudicia che pareva un forno, in mezzo a tanti splendidi palagi -de’Saraceni; ond’egli mettendo un sospiro, comandò fosse di presente -demolita e nobilmente riedificata di pietre quadrate e di marmi, senza -badare a spesa.[314] Par sia questa la chiesa di Santa Maria della -Grotta, che i ricordi ecclesiastici della Sicilia portano fondata da -Roberto Guiscardo, con un monastero basiliano e con beni nel territorio -di Mazara;[315] la stessa forse che si addimandò poi di Gerusalemme, -cui l’antica struttura e l’ornamento di mosaici non camparono dalla -distruzione a’ tempi del Fazello.[316] - -Provvedute le castella d’uomini, d’armi e di vittuaglie,[317] -Roberto lasciò a governare la città un suo cavaliere, con titol di -emiro, conveniente a città musulmana; liberò i prigioni bizantini di -Bari;[318] permesse al fratello di pigliare a’ suoi soldi le genti -dell’esercito che rimaner volessero a cercar ventura in Sicilia: -e furono assai poche, ancorchè Ruggiero donando e promettendo le -allettasse.[319] Pria di partire, il Guiscardo trovò modo di porre una -taglia che non avea pattuita: chiamati a sè i principali della città, -con faccia tosta lagnossi delle grandi spese sostenute nell’assedio, -de’ molti cavalli perduti e di tante altre molestie, ch’e’ durava -per causa de’ Palermitani; donde lor chiedea denari, e quei davano -danari e preziose robe. Cariconne le navi; imbarcò le sue genti e i -figliuoli de’ notabili della città presi in ostaggio, e andò via.[320] -Sappiamo ch’ei recasse a Troja di Puglia delle porte di ferro e delle -colonne co’ loro capitelli tolte in Palermo.[321] La stessa origine -accusano parecchi doni di Roberto, i quali in oggi parrebbero raccolta -d’antiquario o porzione da masnadiere, leggendosi appo Leon d’Ostia -che il Guiscardo una volta presentasse al Monastero di Monte Cassino -secento bizantini d’oro, duemila tarì affricani, tredici muli, tredici -saraceni e un gran tappeto; e poi altra moneta di schifati, bizantini, -tarì, michelati, soldi d’Amalfi, due cortine arabiche, e orcioli di -cristallo, pallii, mantelli; e, con minutaglie così fatte, diplomi -di concessione di terre e castella, delle decime su la pescagione in -Taranto e fin decime del lavoro di certi artigiani.[322] Delle quali -larghezze le più sostanziose segnano le epoche di negoziazioni condotte -dall’Abate di Monte Cassino con utile di Roberto; e quelle spoglie -orientali evidentemente venivano di Palermo. E ben puossi immaginare -qual immensa e bizzarra congerie di ricchezze portasse via l’oste di -Roberto, e con che gioia i frati cantassero le lodi del pio vincitore, -vero strumento della Provvidenza. - -L’occupazione di Palermo affrettò la catastrofe di quei grandi -feudatarii di Terraferma i quali, ricordando l’antica uguaglianza de’ -condottieri, non sapeano capacitarsi come un titolo di duca ed una -pergamena della cancelleria papale lor avesse dato un padrone e imposto -l’obbligo del servigio militare e della contribuzione ne’ casi feudali. -Roberto risolutamente affrontò i malcontenti, chiamando tutti i conti -in Melfi, l’antica metropoli feudale; dove i soddisfatti convennero -puntualmente a rallegrarsi secolui della vittoria. Ricusarono i tutori -del conte di Trani, che aveano anco negata lor milizia all’impresa. -Contro i quali mosse incontanente Roberto; prese, dopo breve assedio, -Trani ed altre città e terre. La resistenza, ch’ei chiamava ribellione, -rinacque poi più volte secondo i casi, le speranze o i dispetti. Gran -romore si destò quando il duca, maritando una sua figliuola ad Ugo -figlio del Marchese d’Este, richiese l’aiuto de’ vassalli per la dote, -secondo le usanze feudali (1077). Sursero anco (1077-9) i figli di -Unfredo, nipoti e pupilli di Roberto spogliati da lui. Ma Roberto venne -sempre a capo di que’ movimenti spicciolati e incomposti. - -Ebbe anco a travagliarsi contro la dinastia normanna di Capua, avendo -il principe Riccardo suscitati i suoi nemici mentr’egli assediava -Palermo; e fu sino alla morte di Riccardo e nel regno del figliuolo -Giordano, un alternare di ostilità, pratiche ed accordi, come tra -due astuti che si conoscono, due forti che s’hanno riguardo, e due -intraprenditori che fanno a metà purchè spoglino il terzo. Se non che -Roberto seppe guadagnare più che il rivale. Pagò lo scotto la dinastia -longobarda di Salerno. Perchè Gisulfo, cognato di Roberto, troppo -fidandosi nel principe di Capua e nel papa, si trovò ad un tratto -abbandonato e solo nel pericolo. Roberto si accordava con Riccardo, al -quale diè aiuti alla impresa di Napoli (1078), che tornò vana per la -virtù di quella repubblica. E in questo mezzo era scomparso l’antico -principato longobardo di Salerno (1077). Sotto specie di difendere i -dritti dell’umanità, il Guiscardo intercedeva appo Gisulfo a favore de’ -tiranneggiati Amalfitani; non ascoltato, andava all’assedio di Salerno -con grand’oste, dice Amato,[323] di Latini, Greci e Saraceni; dond’e’ -si vede che il vincitore di Palermo non tardò ad usare le armi de’ -novelli sudditi suoi. Ebbe Salerno dopo lungo assedio della città, poi -della rôcca; dove preso Gisulfo, gli diè l’eletta di risegnare tutto -lo Stato o andar a finir la vita prigione nella cittadella di Palermo: -ed a persuaderlo meglio già faceva apprestare i ceppi e la nave.[324] -Talchè il principe Gisulfo, deposta la corona e spogliato d’ogni cosa, -cercò asilo e lucro a corte di Gregorio settimo. - -Fin da’ primi giorni dell’esaltazione (1073), Ildebrando avea tenute -pratiche con Roberto, al quale ragion volea ch’egli si accostasse, -mentre stava per gittar il dado nella gran lite delle investiture. Pur -sia troppa alterezza e caparbietà del papa e ch’egli mal conoscesse -Roberto e le condizioni del tempo, sia che Roberto pretendesse troppo -anch’egli, andarono a voto le negoziazioni;[325] onde Gregorio, -scomunicato il duca (1074), era corso a suscitare contro di lui -Riccardo e lo sventurato Gisulfo; avea sollecitata anco la fida -contessa Matilde a mandare grosso esercito, che unito a que’ di Capua -e di Salerno schiantasse d’Italia la casa di Hauteville.[326] Lega più -bella a immaginare che a mettere in opera; su la quale se Ildebrando -fece assegnamento, e’ non vedea tanto lungi nelle cose politiche. -Passato dunque in Italia Arrigo IV, egli accadde che mentre il papa -superbamente oltraggiava l’imperatore a Canosa, Roberto accordatosi con -Riccardo, spogliò del tutto, com’accennammo, il principe di Salerno. E -quindi appiccò pratiche con Arrigo stesso; minacciò Benevento che si -tenea pel papa; mostrò a Gregorio in cento guise che delle cose del -mondo ne sapesse molto più di lui. Onde Gregorio, tornando da’ sogni -alla realità delle cose, venne ad abboccamento con Roberto (1080), -lo ribenedisse, accettò l’omaggio pei territorii del duca, gli diè -titolo di cavalier di San Pietro, dicon anco gli promettesse l’impero -d’Occidente. - -E favorillo alla occupazione dello impero Orientale, contro il quale -Roberto si volgea; non conoscendo ostacoli che col senno e col valore -non si potesser vincere. L’occupazione di Niceforo Botoniate avea -tramutato dal trono di Costantinopoli in un monistero l’imperatore -Michele Duca; si dicea mutilato il costui figliuolo Costantino, e la -giovane sposa di lui, figlia di Roberto, chiusa in prigione. Spacciò -egli dunque voler vendicare la figliuola e rimettere sul trono il -suocero. Usò opportunamente lo sdegno acceso tra i guerrieri normanni -alla prigionia della sua figliuola, che pareva onta nazionale; passò -in Grecia con un esercito ed un’armata. Battuto dalla tempesta (1081); -sconfitto in mare da’ Veneziani, tenne fermo tuttavia all’assedio di -Durazzo; sbaragliò il novello imperatore bizantino, Alessio Comneno, -che volle assalirlo nel suo campo; ed ebbe alfine Durazzo a tradimento -(1082). Lasciando allora il figliuolo Boemondo a condurre innanzi la -guerra in Grecia, ei tornò in Italia, dove i baroni levavano la testa; -e lo minacciava anco lo imperatore Arrigo, il quale aiutato di danari -dal bizantino, com’ora portava l’interesse comune, era entrato in Roma -(21 marzo 1084), s’era attirati o comperati molti potenti cittadini -e già assediava Ildebrando in Castel Sant’Angelo. Il papa, vistosi -abbandonato da’ cittadini e da parecchi cardinali, consumato l’oro e -l’argento delle chiese, chiamò allora in aiuto il novello cavalier di -San Pietro: e questi corse a gastigare l’imperatore d’Occidente, sì -com’avea testè fatto di quel d’Oriente sotto Durazzo. Ma Arrigo sgombrò -(maggio 1084) tre giorni innanzi l’arrivo dell’oste meridionale: -seimila cavalli e trentamila pedoni, tra Normanni, Pugliesi, Calabresi -e Saraceni di Sicilia, ansiosi tutti, direbbesi, di ristorar l’autorità -del papa nella metropoli del mondo cattolico. Italiani contro Italiani -e stranieri contro stranieri, veniano a lacerarsi tra le rovine -gloriose di Roma per una delle mille quistioni che generò il papato -e prima e allora e dopo; nè la civiltà del decimonono secolo v’ha -trovato rimedio per anco, nè lo troverà finchè non estirpi il germe -del male. I crociati cristiani e musulmani lasciarono in Roma vestigia -che compariscono tuttavia. Entrato Roberto senza sangue, ma non senza -fatica, surse un tumulto contro di lui; corsero i suoi all’armi; -Roberto gridò qui il fuoco, e il fuoco fu appiccato a Roma ed aiutato -dal vento consumò ogni cosa tra il Laterano e il Castello dove era -ristretto il papa. Le soldatesche, seguendo le fiamme, davano addosso -ai cittadini, ammazzavano, saccheggiavano, faceano violenza alle donne, -perfino nei monasteri (29 maggio). Sforzati i Romani con la spada e la -fiaccola di Roberto ad accordarsi col papa, ed uscito Gregorio settimo -dal castello, non osò questi rimanere nell’oltraggiata città: andossene -col suo liberatore normanno a Salerno,[327] dove a capo d’un anno morì -(maggio 1085). Gli tenne dietro Roberto; il quale dopo i fatti di Roma -ritornato era in Grecia con nuovo esercito e armata raccolta in Puglia, -Calabria e Sicilia;[328] avea riportata nelle acque di Corfù una -splendida vittoria navale contro le armate di Costantinopoli e Venezia, -e guerreggiava in Cefalonia, quando una febbre l’ammazzò (17 luglio -1085). Alla cui morte l’esercito e l’armata incontanente ritornavano -in Italia. Pericolò lo stesso suo Stato in Puglia e Calabria, avendo -Roberto lasciata la sovranità ducale al figliuolo Ruggiero, nato dalla -principessa salernitana Sichelgaita; perilchè Boemondo, suo primogenito -dalla prima moglie ipocritamente ripudiata, Boemondo prode quanto il -padre, ma senza cervello, disputò la successione a Ruggiero; e la casa -di Hauteville, forse la dominazione normanna in Italia avrebbe corso -gravi pericoli se non fosse stato per l’altro Ruggiero conte di Sicilia -e di Calabria, che si trovò primo della famiglia per armi, ricchezze e -reputazione.[329] - - - - -CAPITOLO VI. - - -Mentre Roberto allargava e assodava il dominio nell’Italia meridionale, -Ruggiero progredì a piccoli passi in Sicilia. Abbiam testè narrato -com’ei raggranellasse a stento nell’esercito del fratello pochi -venturieri o mercenarii; premendo ai più di ritornare in Terraferma, -per dar sesto ai loro possedimenti feudali e partecipare, da amici -o da avversarii, nelle brighe di Roberto. I dominii di Ruggiero in -Calabria, provincia bizantina non usa alla feudalità, poco aiuto fornir -poteano, d’uomini e di danaro. Que’ di Sicilia anco meno. All’entrar -del millesettantadue, la Sicilia si partiva in tre zone paralelle; -delle quali la prima, stendendosi da Messina a Palermo lungo il pendìo -settentrionale degli Appennini siculi, apparteneva a Roberto;[330] la -seconda, lungo il pendìo meridionale della stessa catena, ubbidiva -a Ruggiero; e la terza, uguale in superficie alle altre due messe -insieme, teneasi dai Musulmani; se nonchè Ruggiero vi occupava Catania -e Mazara, alle estremità di levante e di ponente, ed all’incontro gli -mancavano, ai due capi della propria sua zona, Taormina e Trapani, -validissime fortezze de’ Musulmani. Mal sicura dunque la provincia -di Ruggiero, per quegli estesi confini che richiedeano presidii in -ogni luogo; scarso il frutto che il signor ne potea cavare. Al che -s’aggiunga che, accomunate indissolubilmente le sorti de’ due fratelli, -era uopo talvolta a Ruggiero di combattere in Terraferma pel duca; sì -come gli avvenne nel millesettantasette, quando Roberto lo richiese -di assediare in Sanseverino il nipote Abelardo, fautore del Principe -di Salerno.[331] Le condizioni della Calabria costringeano altresì -Ruggiero a ritornarvi di frequente e dalle fazioni di Sicilia il -distoglieano.[332] - -La regione musulmana potea resistere lungamente. Vero egli è che -fin dal millesessantadue la divisione del principato avea tolto di -affrontare i Normanni con tutte le forze dell’isola; avea fatti trovare -al nemico dove ausiliarii e dove lieti spettatori delle sue vittorie: -e ben dice Ibn-Khaldûn[333] che gli occupatori di que’ piccioli Stati -caddero nel fallo di affrontar il conte l’un dopo l’altro; e ch’egli -aizzandoli in loro discordie, li soggiogò spicciolati e loro prese -la Sicilia a fortezza a fortezza. Pur la divisione, mentre fiaccava -irreparabilmente il corpo politico, infondea qua e là vigore morboso -nelle membra: ciascuno di quegli occupatori s’afforzò d’armi e di -castella, fidando in sè solo e in Allah. Al precipizio del suo vicino, -o sorrise o punto sbigottì. Nè sbigottirono all’occupazione di Palermo; -la quale avrebbe dato vinta la guerra a’ Normanni, se la Sicilia -avesse fatto unico Stato. Mazara sola si arrese con la capitale; le -altre città o principati (che incerto è il distinguere le dominazioni -surte e cadute in quel vortice di guerra nazionale e di guerra civile) -continuarono a difendersi, sì come avean fatto per l’addietro, senza -aiuti di Palermo. - -Anzi l’occupazione di Catania or destava dal decenne letargo i -Musulmani di Val di Noto, i quali, collegati con Ruggiero, aveano -serbate intere le forze; ed or ne fecero bella prova, condotti da un -Benarvet o Benavert.[334] Tacciono di costui gli annali arabi; tace -il maggior poeta arabo della Sicilia, Ibn-Hamdîs, il quale visse -appunto in quel tempo e ricordava pur sempre con orgoglio il valor de’ -cavalieri siracusani: ma forse privata nimistà lo rese ingiusto contro -l’ultimo eroe musulmano della Sicilia.[335] Talchè siam noi costretti -a spillare le geste di Benavert per entro un’artifiziosa cronaca -normanna, solo scritto contemporaneo che ci rimanga su quest’ultimo -periodo della guerra siciliana. Similmente è forza che noi togliamo -dalla medesima cronaca tutti gli altri fatti particolari. Il fatto -generale è che la zona musulmana si trovò tutta in arme; sparsa di -castella, donde i signori sfidavano i cavalli di Ruggiero e metteano -in punto gualdane da insidiare e depredare la regione tenuta da lui. -Ruggiero, capitano di poche squadre mal adatte ad assedii, suppliva al -numero col valore, la costanza, l’attività della mente e della persona; -le quali virtù, afferma lo storiografo di corte, crebbero a tanti -doppi, quand’egli pei nuovi patti fu certo d’affaticarsi oramai per sè -medesimo, senza obbligo di partire gli acquisti con Roberto.[336] - -Contuttociò volgea senz’altro evento il primo anno dall’occupazione -di Palermo. Del millesettantatrè sappiam solo che Ruggiero afforzasse -un castello a Mazara, per soggiogare gli abitatori di quelle pianure -e un altro a Paternò, per infestare le falde dell’Etna.[337] Del -millesettantaquattro ei munì di cavalieri, armi e vettovaglie la -rôcca di Calascibetta, di faccia a Castrogiovanni, a fin di battere sì -duramente il contado, che Castrogiovanni gli si arrendesse e cadessero -con quella fortezza le speranze dei Musulmani tutti dell’isola.[338] -Nè furono segnalati altrimenti i due anni appresso, che per due -prospere fazioni de’ Musulmani e per la prontezza e valore con che -Ruggiero seppe ripigliare l’avvantaggio in entrambe. Forse i Musulmani -di Sicilia, incalzati dalla avversa fortuna, s’erano in questo -tempo rivolti nuovamente agli aiuti d’Affrica, e casa Zirita li avea -nuovamente ascoltati; poichè di giugno settantaquattro, l’armata di -Temîm, girato intorno alla Sicilia, s’era improvvisamente gittata sopra -Nicotra di Calabria; fattivi prigioni e bottino, arsa la terra, resi -i prigioni per riscatto, s’era ridotta in Affrica. Ritornava ne’ mari -di Sicilia correndo il settantacinque; sbarcava le genti a Mazara, le -quali assediavano per otto dì il castello con manifesto proposito di -tenere la città, quando Ruggiero, chiamato per messaggi, v’accorse con -forte mano d’armati, entrò di notte nel castello, e al nuovo dì, fatta -una sortita, pugnò con gli Affricani nella piazza sotto il castello e -con molta strage li respinse al mare e molti ne fece prigioni.[339] - -Veggiamo dopo questa fazione travagliarsi più grossa la guerra d’ambo -le parti. Benavert, surto com’e’ sembra nella riscossa del Val di -Noto, comandava da Siracusa a tutta la provincia, ne raccogliea le -forze di terra e di mare,[340] e in guisa le adoperava da tenere in -rispetto lo stesso Ruggiero e meritar dallo storiografo normanno la -lode di astutissimo, audace, esperto capitano, maestro d’inganni e di -stratagemmi.[341] Il conte dalla sua parte aveva ordinato un nodo di -milizia stanziale, capitanato da Giordano, figliuol suo non legittimo, -bello ed aitante della persona, prode tra i prodi. Occorrendo adesso -a Ruggiero di ritornare a Mileto in Calabria, ei pose luogotenente in -Sicilia Ugo di Jersey, di nobilissima famiglia del Maine, marito d’una -sua figliuola e feudatario, com’ei pare, di Catania.[342] Al quale -raccomandò che, stando sempre su la difesa, per niuna provocazione non -uscisse a giornata contro Benavert. E quegli, bollente di gioventù e -di militare ambizione, non curando il divieto, volle provarsi: andato a -trovare in Traina Giordano che non era punto men ambizioso di lui, seco -il tirò con gli stanziali. Ma Benavert, risaputi cotai preparamenti, -guadagnò le mosse a’ due giovani normanni. Con forte stuolo andò a -porsi in un bosco presso Catania che chiamavano il Mortelleto; mandò -trenta cavalli a depredare insino alle mura della città, per trar -fuori Ugo di Jersey. Il quale opponendo, com’ei credea, stratagemma a -stratagemma, spinse contro i provocatori musulmani una vanguardia di -trenta cavalli ed egli, con Giordano e il grosso delle genti, seguiva -da lungi. Ma appostosi Benavert al disegno, lascia passar libera la -vanguardia normanna; e quando è giunta la schiera d’Ugo, le piomba -addosso. Il numero, allora, o la tattica de’ Musulmani riportò la -vittoria. Valorosamente combattendo Ugo fu morto, con la più parte de -suoi; Giordano si rifuggì a mala pena, con gli avanzi, in Catania; la -vanguardia, tagliata fuori, cercò asilo nella fortezza normanna di -Paternò. E Benavert recò a trionfo in Siracusa le prime spoglie de’ -Normanni. - -Ruggiero risaputo il caso, mosse alla volta di Sicilia per fare -strepitosa vendetta e assicurare i suoi che balenavano. Recate seco -sì grosse forze che Benavert non osò affrontarlo all’aperto, nella -state del millesettantasei, occupava dapprima una rôcca in sul monte -Judica, il quale chiude a ponente la ubertosa e vasta Piana di Catania; -demoliva la rôcca; mettea al taglio della spada tutti gli uomini; le -donne e i bambini mandava a vendere in Calabria. Correndo poi le parti -meridionali del Val di Noto, fece grandissima preda; bruciò le mèssi -già segate; cagionò sì orribile guasto, che l’anno appresso la Sicilia -fu desolata dalla fame,[343] aiutandola al certo i guasti che feano i -Musulmani nella provincia di Ruggiero, i quali, come di ragione, son -taciuti dal Malaterra. - -Non si ostinando pure a combattere Benavert nelle fortezze del Val -di Noto, Ruggiero l’anno appresso, che fu il millesettantasette, del -mese di maggio, assalì Trapani, a ponente della propria sua zona; -Trablas, come scrive il Malaterra, notando fedelmente la pronunzia -arabica che confondea l’antico nome di Drepanum con quello, più -ovvio, di Tripoli. Andò con forze tanto insolite, che li chiamarono -esercito e armata; armata della quale non allestì mai più bella il -grande Alessandro, sclama qui Malaterra, sfogando la gioia del nuovo -spettacolo in uno squarcio di versi. E così descrive il placido mare, -i zeffiri amici, le spiegate vele, il sorriso dell’auretta e della -fortuna, lo squillo delle trombe, il suono de’ liuti, il batter de’ -tamburi; e da un’altra mano la cavalleria che corre per monti e valli -capitanata da Ruggiero in persona, i mille pennoncelli delle lance, -il luccicare degli elmi e degli scudi intarsiati d’oro, il nitrito -de’ cavalli e l’eco che il ripercuote: orribil suono, orribile vista -da far tremare i Musulmani entro le mura di Trabla. Strinsero la -città per mare e per terra; piantaron gli alloggiamenti; ricacciarono -malconci dentro le mura i cittadini usciti a combattere: e contuttociò -l’assedio andava in lungo, quando un colpo di mano fece cader l’animo -a’ Trapanesi. Fuor la città, scrive il Malaterra, stendeasi in mare un -promontorio ricco di pascoli,[344] dove soleano menare il bestiame, -ridotto dalla campagna in città al principio dell’assedio. Di che -addandosi Giordano, senza dir nulla al padre, una sera con cento -soli combattenti si fece traghettare al promontorio; occultò la gente -tra li scogli, finchè la dimane aperte le porte della città e uscito -l’armento, ei salta dall’agguato, rapisce i buoi fin sotto le mura, -li fa cacciare alle sue barche; e sopraccorsi i cittadini in arme, -ferocemente li ributtò, ne fece strage, imbarcò la preda, e tornossene -al campo. Malaterra, o il conte, moltiplicando, all’usanza loro, per -quindici o per venti il numero de’ combattenti musulmani, ne fanno qui -uscire diecimila contro Giordano, quanti forse non ne capiva il luogo, -nè potean essere in Trapani. Il pericolo di nuovo assalto da quella -banda e le vittuaglie che venian meno dopo tal preda, fecero calare -i cittadini agli accordi: i quali par siano stati stipulati negli -stessi termini che già ottennero i Musulmani di Palermo; leggendosi -nella cronica che consegnarono il castello, riconobbero la signorìa -del conte, e si confederarono, secondo il solito; il che ben sappiamo -che significasse pagare tributo. Ruggiero acconciò le fortificazioni a -modo suo, lasciovvi presidio ben provveduto, e si messe a battere la -provincia, sparsa di forti rôcche ed ostinata a difendersi. In breve -tempo, i Normanni vi sottomessero ben dodici importanti castella. Le -quali il conte distribuì in feudo ai suoi condottieri, con le terre -dipendenti da ciascuno e licenziò l’esercito. Acquistò, non guari dopo, -Castronovo, forte e grossa terra; chiamatovi da una mano di servi che -s’erano ribellati al Signore musulmano, Beco, o forse Abu-Bekr, ed -afforzati in una rupe che sovrastava al castello. Dove sopraccorso -il conte da Vicari, con quanta gente potè raccogliere in fretta, i -sollevati fecero i patti con lui, tirarono su con funi i suoi soldati: -ed Abu-Bekr, vista inutile la resistenza, sgombrò; i terrazzani resero -il castello a Ruggiero. Questi immantinente emancipava que’ servi, e -largamente rimunerava un mugnaio, il quale, battuto dal crudel signore, -avea macchinata la rivolta per vendicarsi.[345] - -Crescea con gli acquisti la milizia feudale e la riputazione di -Ruggiero sì prestamente, che l’anno appresso l’esercito si vide partito -in quattro corpi, sotto Giordano, Otone, Arisgoto di Pozzuoli ed Elia -Cartomi; dei quali è verosimile che il primo conducesse oltre i proprii -vassalli gli stanziali del padre, Otone ed Arisgoto, italiani entrambi -come suonavano ormai que’ nomi, capitanassero gli uomini di Calabria -e di Sicilia, ed Elia i Musulmani sudditi de’ Normanni: sendo costui -musulmano e forse rinnegato, sicchè quei di Castrogiovanni, cui cadde -tra le mani a capo di pochi anni, lo misero a morte secondo lor legge, -e gli agiografi cristiani di Sicilia l’han fatto martire e beato.[346] -L’armata accompagnava l’esercito. Il conte, non più costretto dalla -pochezza delle forze a rubacchiare ed usare le occasioni, conducea la -guerra a disegno. In primavera dunque si pose all’assedio di Taormina; -la quale sorgendo su ripido monte, a cavaliere del mare, da prendersi -per fame anzi che per battaglia, chiuse egli il mare con l’armata; -circondò le radici del monte con ventidue torri collegate tra loro -per una cintura di palizzate e siepi.[347] E poco mancò ch’egli non -vi lasciasse la vita. Perocchè un giorno, andando in giro per la -circonvallazione con piccola scorta d’armati e inerpicandosi discosto -alquanto dai suoi per viottoli alpestri, una mano di Slavi, che -sembrano schiavi o mercenarii de’ Musulmani, gli saltarono addosso da -un mirteto dove s’erano ascosi. Più ratto di loro, un uom di Bretagna -per nome Evisando, si gittava di mezzo tra i nemici e il conte; li -rattenea nello stretto passo, dando e toccando colpi, tanto che, -sopraccorsa la scorta, rotolò gli assalitori giù per que’ dirupi; -mentre Evisando dalla fatica e dalle ferite spirava. Il conte onorò -di splendidi funerali e pie fondazioni la memoria di questo fedele, -immolatosi per lui. Ma stretto e assicurato in tal modo l’assedio, -Ruggiero con una eletta di fanti battea la costa settentrionale -dell’Etna e la valle che la divide dagli Appennini e soggiogava tutti -i Musulmani sparsi in que’ luoghi, infino a Traina. Ritornato allo -assedio, vide comparire quattordici corvette affricane[348] alle -quali mal avrebbe potuto resistere l’armata sua, scema di gente per -la guardia della circonvallazione. Donde inviato un messaggio agli -Affricani, gli risposero non venir con intendimenti ostili e veramente -poco appresso partironsi; il che darebbe a credere che Roberto per -avventura avesse stipulato accordo co’ principi Ziriti, per pratiche -de’ Pisani o degli Amalfitani e che Ruggiero fosse compreso nella -tregua, ovvero cogliesse or il destro di entrarvi anch’egli, come -di certo il fece a capo di pochi anni.[349] E intanto per l’assidua -vigilanza di Ruggiero e de’ capitani suoi fu chiusa Taormina sì -strettamente che, mancate le vittuaglie, la si arrese nell’agosto dopo -cinque mesi di assedio.[350] - -Posarono nel millesettantanove i Musulmani liberi della Sicilia -meridionale, mercè i lor fratelli soggiogati della provincia -palermitana, i quali attiravano sopra di sè le armi del Conte. A -ventidue miglia da Palermo e un miglio e poco più a levante del comune -di San Giuseppe li Mortilli, sorge scosceso monte, inaccessibile -fuorchè da una via aspra e tortuosa: luogo pressochè disabitato al -tempo nostro. Pure il nome topografico non dileguato, gli avanzi di -spaziose cisterne e di qualche edifizio, i vasi d’argilla e le monete -che sovente vi si ritrovano coltivando il suolo, mostrano quivi senza -alcun dubbio il sito dell’antica Jeta o Jato, desolata non da Goti -nè da Saraceni, ma dai monaci ai quali ne fe’ dono Guglielmo II, -con quaranta o più villaggi de’ contorni. Territorio fertilissimo di -circa cento miglia quadrate, abitato in oggi da diciassette o diciotto -mila anime[351] il quale per lo meno ne racchiudea da sessantamila, -leggendosi nel Malaterra che Giato avesse tredicimila famiglie.[352] -Forti nel numero e nella postura, que’ di Giato ricusarono il censo -e il servigio; nè Ruggiero li potè spuntar con preghiere, nè con -minacce. Raccolsero gli armenti nella spaziosa montagna, afforzaronla -di muro e di ridotti là dove parea accessibile, e con vigilanti -guardie si assicurarono; beffandosi della rabbia del conte Ruggiero. -All’esempio si mosse Cinisi, terra di origine arabica, come pare dal -nome, posta a venticinque miglia a ponente di Palermo; contro la quale -andò Ruggiero co’ vassalli di Calabria, lasciando que’ di Sicilia a -stringere Giato, o piuttosto ad infestarne il territorio da’ due lati -confinanti con Corleone e Partinico. Egli poi sopravvedeva or l’una or -l’altra oste e invano si affaticava, rifuggendo, per umanità, dignità -o avarizia, dall’ardere le mèssi. Ma infine gittossi a quel partito, -più degno di masnadiere che di capitano; e Giato e Cinisi calavano agli -accordi.[353] - -Ritardò le mosse militari, non gli acquisti, di Ruggiero in Sicilia, -l’impresa orientale di Roberto, cui par che il fratello desse -aiuti d’ogni maniera e rendesse importanti servigi, ond’ei n’ebbe -in merito la provincia del Valdemone. Perocchè del milleottantuno, -il Conte, fatti venire d’ogni banda, scrive il Malaterra, valenti -artefici,[354] con grandissima spesa murava dalle fondamenta le -fortificazioni di Messina: baluardi e torri di mirabile altezza; le -quali in breve tempo furono compiute, per la solerzia di Ruggiero -che aveavi preposti appositi officiali e instava spesso in persona a’ -lavori. Sappiamo inoltre che risguardando Messina come chiave della -Sicilia e importantissima tra le città ch’egli possedea, la munì di -forte e fedele presidio; la decorò di novella chiesa del titolo di -San Niccolò, edificata a bella posta, largamente dotata e messa sotto -la giurisdizione del vescovato che il Conte avea testè fondato in -Traina.[355] I quali fatti, e le parole con che li espone il cronista -di corte, dimostran Ruggiero in quel tempo signor di Messina, anzi -che luogotenente di Roberto. E tal sembra l’anno appresso in tutta -la provincia; ritraendosi che Giordano, nella tentata usurpazione -del mille ottantadue, togliesse al padre due terre di Valdemone, -Mistretta, cioè, e quel Castello di San Marco ch’era stata la prima -fortezza munita da Roberto in Sicilia. Certa dunque ci torna, ancorchè -non attestata da diplomi nè litteralmente affermata da scrittori, la -cessione o vendita che dir si voglia del Valdemone; alla quale non -è meraviglia che si venisse, quando Ruggiero tenea molti danari in -serbo,[356] Roberto all’incontro con grandi spese allestiva possente -armata e metteva in piè un esercito. E forse fu principale patto loro -l’armamento di Messina; premendo a Roberto di evitare il pericolo -che un navilio bizantino venisse ad occupare lo Stretto, mentr’egli -assaliva l’impero d’Oriente. - -Passato Roberto di là dall’Adriatico, e soggiornando sovente Ruggiero -in Puglia e in Calabria per aver cura delle faccende di lui, intervenne -lo stesso anno mille ottantuno, che Benavert s’insignorisse di Catania. -Il quale era divenuto molestissimo a’ Normanni tra cotesti loro -preparamenti alla guerra d’oltremare; ed a lui facean capo tutti i -Musulmani di Sicilia ribelli, come il Malaterra chiama coloro che la -patria e la religione tuttavia difendeano contro i guerrier di ventura -del Nort. Segue a dire il cronista che Benavert comperò con doni e -promesse un Bencimino[357] che reggea Catania per Ruggiero; il qual -nome per avventura sarebbe lo stesso di Ibn-Thimna e se ne potrebbe -inferire che alcun figliuolo o parente di lui servisse tuttavia i -Normanni. Una notte il traditore apriva la città a Benavert ed alle sue -genti: con rabbia ed onta de’ Cristiani, con esultanza de’ Musulmani, -si sparse per tutta l’isola essere tornata Catania in man del nemico. -Moveano alla riscossa, Giordano, Roberto di Sordavalle ed Elia Cartomi, -con centosessanta lance, che tornerebbero a settecento cavalli; ai -quali Benavert uscì incontro, continua il Malaterra, con ventimila -fanti e un forte nodo di cavalli: pose a destra i primi, stette ei -co’ secondi a sinistra un po’ addietro la linea; e con lieti auspicii -appiccò la battaglia, poichè avendo la cavalleria cristiana caricati -i fanti, non le venne fatto d’intaccarli al primo, nè al secondo, nè -al terzo assalto. Audacemente allora i Normanni si serrano addosso a’ -cavalli di Benavert, lasciandosi interi al fianco e al dosso i fanti -nemici: ed ostinata e sanguinosa la zuffa si travagliò co’ cavalli, -forse uguali e forse inferiori di numero, finchè i Musulmani, rotti, -fuggironsi alla città e Benavert stesso a mala pena v’entrò, inseguito -da Giordano fino alle porte. I fanti si sparpagliarono dopo la rotta -dei cavalli, fuggendo o correndo all’impazzata addosso ai vincitori, sì -che furono tagliati a pezzi. I Normanni posero l’assedio alla città; -nella quale sendo scarso il presidio e ingrossando già la popolazione -cristiana,[358] Benavert nottetempo se ne andò a Siracusa, dov’ei -condusse il traditore, Bencimino, e in vece de’ promessi premii, gli -diede la morte.[359] - -Contenti di questa vittoria i Normanni stettero sempre in su la difesa -infino al milleottantacinque, ordinati, credo, a contenere Benavert -que’ medesimi stanziali che aveano sì virtuosamente ripigliata Catania. -Ruggiero soggiornò in Terraferma, come richiedeano gli interessi -di Roberto e suoi; nè ebbe a venire in Sicilia che per reprimere, -del mille ottantadue, una rivolta del proprio figliuolo Giordano, -luogotenente nell’isola. Il quale par abbia voluto prendere le terre di -Valdemone per sè stesso, e cominciò occupando i castelli di Mistretta -e di San Marco, e tentando di por mano nel tesoro di Ruggiero, serbato -in Traina a guardia d’uomini fidatissimi, da non spuntarsi con promesse -nè con minacce. Indi fallì questo colpo; nè senza vergogna Giordano -si ritrasse dal mal sentiero ov’avea messo il piede. Perchè Ruggiero, -temendo che il figliuolo per disperazione non si gittasse a’ Musulmani, -dapprima s’infinse prenderle per baie giovanili, ed aprì le braccia a -quel valoroso; ma com’ei l’ebbe nelle sue forze con tutti i compagni e’ -famigliari, cominciò una stretta inquisizione, fe’ accecare dodici che -gli parvero gli istigatori del figlio, e rimandò poi libero Giordano, -disonorato nel supplizio de’ complici, atterrito dalla minaccia di -perdere il lume degli occhi per comando del proprio suo padre.[360] -Allenava così la guerra, dalla parte de’ Normanni, perchè il nerbo -delle loro forze pugnò in quel tempo con Roberto in Grecia; e dalla -parte de’ Musulmani, perchè forze d’animo non restavano ai soggiogati, -e i liberi par che al solito le spendessero in lor piccole gare. Che se -pronti egli avesse visti a pigliare le armi i correligionarii suoi di -Palermo, di Mazara o di Trapani; se disposti que’ di Castrogiovanni o -di Girgenti a seguirlo ne’ territorii occupati dal nemico, non avrebbe -il prode Benavert messe tutte le sue sorti al gioco d’una disperata -fazione in Calabria. - -Tentolla il milleottantacinque, quando la morte di Roberto Guiscardo -avea gittato tanto scompiglio nell’Italia meridionale, quando si -disputava la successione al ducato tra suoi figli Boemondo e Ruggiero, -quando il conte Ruggiero si adoperava in Terraferma all’esaltazione -del secondo tra’ nipoti, il quale glie ne die’ in merito la metà -delle terre di Calabria, riserbata già da Roberto. Benavert assaltò la -Calabria, come uom che a null’altro agogni fuorchè vendicarsi o morire. -Nell’agosto o nel settembre[361] approdò di notte[362] a Nicotra, vinto -pria, com’e’ parrebbe, un combattimento navale e poi uno di cavalleria -co’ Normanni:[363] distrusse quant’ei potè della città, rapinne quanto -ei seppe, menò cattivi uomini e donne. Ritornando, sbarcò presso -Reggio, dove saccheggiò le chiese di San Niccolò e di San Giorgio, -spezzando le immagini, contaminando i vasi sacri e gli arredi. Irruppe -alfine nel munistero di donne della Madre di Dio a Rocca d’Asino; -depredollo e le suore menò negli harem di Siracusa.[364] - -Inorridivano, bolliano di sdegno all’annunzio di tal sacrilegio le -milizie cristiane; soprattutti Ruggiero che sperava utilità dalla -vendetta e il destro di volgere a impresa nazionale e religiosa le armi -pronte in Puglia alla guerra civile. “Spirandogli il Cielo maggior -ira che l’usata, scrive il monaco Malaterra, ei surse a vendicare -l’ingiuria di Dio: cominciò il primo ottobre, fornì il venti maggio gli -appresti dell’armata. A piè scalzi allora, andò in giro per le chiese, -recitando litanie, mettendo sospiri e lamenti, dispensando larghe -limosine ai poverelli: si commise indi a’ perigli del mare e drizzò le -prore a Siracusa. “La mostra dell’armata, i riti di propiziazione da -infiammare le moltitudini seguirono, com’egli è evidente, a Messina. -Ruggiero, mandato Giordano co’ cavalli che l’aspettasse al Capo -di Santa Croce,[365] là dove fu poscia edificata Agosta, salpò con -l’armata; la qual senza remi nè vele (nota il Malaterra per dimostrare -il miracolo, ma dimentica le correnti del mare) prosperamente navigò, -sostando la prima notte a Taormina[366] la seconda a Lognina[367] -presso Catania e la terza al Capo di Santa Croce. Dove trovato Giordano -co’ cavalli e messa in punto ogni cosa, il conte mandò a riconoscere le -condizioni del nemico un Filippo di Gregorio[368] patrizio. Il quale, -in una barca montata da Siciliani, com’ei sembra, che al par di lui -intendeano l’arabico e parlavano speditamente, aggirossi nel porto -di Siracusa la notte, contò le navi di Benavert, le seppe disposte ad -affrontare senza dimora i Cristiani e ritornò a Ruggiero. Era giorno -di domenica. Il conte fa celebrare la messa in quel deserto lido, -confessare e comunicare la gente: la notte salpa per Siracusa e mandavi -la cavalleria. Il venticinque maggio mille ottantasei, combatterono -le due armate nel maggior porto, come quelle di Siracusa e d’Atene, -quindici secoli innanzi. Benavert vedendo troppo travagliati i suoi -dagli arcieri e sopratutto da’ balestrieri,[369] che li ferivano stando -fuor del tiro delle saette loro, comandò l’arrembaggio: dritto ei vogò -a dar d’urto alla nave di Ruggiero; spingendolo il demonio, scrive -Malaterra, per accorciargli la vita. Perchè trovato duro riscontro, -ferito gravemente di lanciotto per man d’un Lupino,[370] incalzato -con la spada alla mano dal Conte, cercò scampo in altra nave, spiccò -corto il salto, e annegò, tratto in fondo dalla grave armadura. -La più parte delle navi musulmane allor fu presa; e la città cinta -d’assedio, poichè Giordano, osservando questa volta rigorosamente il -divieto del padre, non tentò d’occuparla d’un colpo di mano, al primo -scompiglio gittatovi dal caso di Benavert. Dice l’Anonimo che Ruggiero, -fatto pescare il cadavere dell’emir, mandasselo a Temîm in Affrica. -Valorosamente poi si difesero i Musulmani di Siracusa dallo scorcio di -maggio fino all’ottobre; e invano speraron placare il conte, rimandando -liberi tutti i prigioni cristiani. Affaticati, scemati da’ tiri delle -macchine, li ridusse la fame. Una notte, la moglie e il figliuolo di -Benavert, coi notabili musulmani, si rifuggirono in Noto su due navi, -trapassando velocissimamente in mezzo all’armata nemica. La città -s’arrese a patti.[371] - -Il giusto orgoglio d’una impresa navale de’ nostri e la connessione -del subietto, mi conducono or a toccare l’espugnazione di Mehdia, -interrompendo il racconto della guerra siciliana. Scrive l’istoriografo -di Ruggiero che, stando questi all’assedio di Siracusa, i Pisani per -vendetta d’alcuna ingiuria, avessero osteggiata e occupata la capitale -di Temîm, fuorchè il castello; e che, non fidandosi di prender questo, -nè di tenere la città, avessero profferto lo splendido acquisto loro -al conte Ruggiero, il quale ricusò, per mantener fede a Temîm, cui -lo stringeva un accordo.[372] Lealtà necessaria, come ognun vede, a -chi tuttavia s’affaticava sotto le mura di Siracusa e gli rimaneano -a soggiogare nell’isola tante altre cittadi e province. Ma le genuine -memorie nostrali e musulmane scoprono vieppiù la fallacia del cronista -e provano che, se pur i Pisani richiesero il conte, fu sol di entrare -nella lega quando si apparecchiavano gli armamenti. - -Delle condizioni di casa zirita, delle fortificazioni di Mehdia, ci è -occorso dire più volte.[373] Il munitissimo porto era nido di pirati -che tutto infestavano il Mediterraneo, dalla Spagna alla Grecia, e -assalivano talvolta le costiere e rapivano gli uomini al par che -la roba, nè rispettavano al certo gli accordi che per avventura -fermò con gli Ziriti or questo or quello Stato italiano.[374] Colma -la misura, mossi i Pisani dalle querele di lor cittadini cattivi -degli Infedeli, proposero lega a Genova, domandarono aiuti a tutti -navigatori italiani e benedizioni al papa, che era allor lo scaltro -abate Desiderio, o vogliam dire Vittore III; il quale, travagliandosi -in dure strette, aiutò di quel che potea: conforti ed esortazioni. Con -gli stessi elementi, gli stessi modi e gli stessi intenti, ma assai -più larga e possente si rifacea così, dopo settant’anni, la lega che -oppresse Mogehid nel millequindici. Apparecchiate lungamente[375] -da Pisani, Genovesi, Amalfitani,[376] sommarono le navi italiane -a tre o quattrocento, gli uomini, comprese al certo le ciurme, a -trentamila;[377] e lor fu dato il ritrovo a Pantellaria. Dove i -Musulmani, provatisi indarno a resistere, mandarono avvisi a Temîm per -dispacci attaccati al collo delle colombe: ma l’annunzio del pericolo -nocque, più che non giovasse, nella città spreparata, nella corte -pusillanime e discorde. Mentre quivi i Musulmani si bisticciano tra -loro, il mare si ricopre delle italiane vele; i palischermi s’avanzano -a branchi; sbarcan lesti i nostri nel borgo di Zawila a mezzodì, e -nella penisola stessa di Mehdia a tramontana: per aspri combattimenti -occupano il borgo, occupano la città fuorchè il cassaro[378] ossia -palagio afforzato; bruciano l’armata musulmana entro il porto; appiccan -fuoco alle case; fan prigioni, saccheggiano e furiosamente stringono -il cassaro, dove s’era rifuggito Temîm. Era il sei agosto del mille -ottantasette. Ma assalito invano il castello per parecchi giorni, Temîm -chiedea la pace, a patto di sborsare trentamila, altri dice ottanta -e altri centomila, dînar d’oro,[379] liberare i prigioni cristiani, -smettere la pirateria contro Cristiani, e accordare franchigie doganali -ai Pisani ed ai Genovesi.[380] E i collegati, conseguito l’intento, -accettarono i patti, caricarono le navi d’oro, argento, pallii, arnesi -di bronzo, prigioni cristiani da liberare o da rivendere, schiavi -musulmani da recare al mercato, e ciascuno se ne andò in quella che -chiamava sua patria, a far mostra della preda, arricchire la chiesa più -favorita; e poi riarmare la nave, ed arrotar l’azza e la spada contro -un’altra città italiana. L’imbarbarita musa arabica dell’Affrica si -fece a descrivere le calamità di Mehdia, cominciando a dire del gran -numero de’ nostri, agguerriti e feroci, che assalirono improvvisamente -un pugno di cittadini, avvezzi a molle vita più che alle armi; ma -sventuratamente ci manca la più parte di questa lunga elegia. Intero -abbiamo lo scritto d’un italiano, il quale provandosi nei principj -del duodecimo secolo a cantare in una lingua ch’ei non parlava, le -geste di una nazione la quale non vedea per anco la sua stella polare, -dettò in versi latini un racconto preciso e fedele nella importanza -de’ fatti, ma lo vestì di goffe metafore da romanzo, facendo allestir -da’ cittadini di Pisa e di Genova mille navi in tre mesi, uccidere -in Mehdia centomila Arabi, liberare centomila Cristiani e simili -baie.[381] - -Il cauto normanno avea occupata Girgenti, mentre i marinai italiani -si apparecchiavano tuttavolta all’impresa di Mehdia. Sbrigatosi di -Benavert nell’ottantasei, radunava a dì primo aprile dell’ottantasette -le milizie feudali, volenterose e liete per la speranza d’acquisto; e -sì conduceale all’assedio di Girgenti. Ubbidiva allora Girgenti con -Castrogiovanni e con tutto il paese di mezzo, a un rampollo della -sacra schiatta di Alì, del ramo degli Edrisiti che aveano regnato un -tempo nell’Affrica occidentale, e della casa de’ Beni-Hamûd, la quale -tenne per poco il califato di Cordova (1015-1027) indi i principati -di Malaga e di Algeziras (1035-1057), ma cacciata dalla Spagna, -andò cercando fortuna qua e là. Par che un uomo di cotesta famiglia, -passato in Sicilia, non sappiamo appunto in qual anno, abbia preso lo -stato in quelle province, tra le guerre civili che si travagliarono -coi figli di Temîm; portato in alto non da propria virtù, ma dal nome -illustre e dalle pazze vicende dell’anarchia. Chamut il suo nome, qual -si legge nel Malaterra e ben risponde alla voce che a nostro modo si -trascrive Hamûd.[382] Il quale si rannicchiò tra sue rupi inaccesse -di Castrogiovanni, mentre la moglie e i figliuoli si trovavano in -Girgenti, e i Normanni circondavano la città, batteano le mura con lor -macchine; tanto che occuparonla a dì venticinque luglio del medesimo -anno. Ruggiero v’acconciò fortissimo un castello, munito di torri, -bastioni e fosso; lasciovvi buon presidio, e battendo la provincia, in -breve ne ridusse undici castella: Platani, Muxaro, Guastanella, Sutera, -Rahl, Bifara, Micolufa, Naro, Caltanissetta, Licata, Ravanusa; talchè -occupava tutto il paese dalla foce del fiume Platani a quella del Salso -ed a Caltanissetta, di che ei compose non guari dopo, con qualche -aggiunta, la Diocesi di Girgenti, ed or vi risponde tutta intera la -provincia di questo nome e parte della finitima di Caltanissetta. -La moglie ed i figliuoli dell’Hamudita caduti in suo potere, tenne -Ruggiero in sicura ed onorata custodia; pensando, così nota il -Malaterra, che più agevolmente avrebbe tirato quel principe agli -accordi, con serbare la sua famiglia illesa da tutt’oltraggio.[383] - -E veramente, Ibn-Hamûd si vedea chiuso d’ogni banda in Castrogiovanni; -occupata da’ Cristiani tutta l’isola, fuorchè Noto e Butera; potersi -differire, non evitar la caduta; nè egli ambiva il martirio, nè i -pericoli della guerra, nè pure i disagi di gloriosa povertà. Ruggiero -fattosi un giorno con cento lance presso la rôcca, lo invitava ad -abboccamento; egli scendea volentieri ed ascoltava senza raccapriccio i -giri di parole che conduceano a due proposte: rendere Castrogiovanni e -farsi cristiano. Dubbiò solo intorno il modo di compiere il tradimento -e l’apostasia, senza rischio di lasciarci la pelle: alfine, trovato -rimedio a questo, accomiatossi dal Conte, il quale se ne tornava tutto -lieto a Girgenti. Nè andò guari che il normanno con fortissimo stuolo -chetamente s’avviava alla volta di Castrogiovanni; nascondeasi in un -luogo appostato già col musulmano; e questi, fatti montar in sella suoi -cavalieri, traendosi dietro su i muli quanta altra gente potè, quasi -a tentare impresa di gran momento, uscì di Castrogiovanni, li menò -diritto all’agguato. E que’ fur tutti presi; egli accolto a braccia -aperte. Allor muovono i Cristiani alla volta della città; la quale -priva de’ difensori più forti, si arrende a patti, e Ruggiero vi pone -a suo modo castello e presidio. Ibn-Hamûd poi si battezzò, impetrato -da’ teologi del Conte di ritenere la moglie ch’era sua parente ne’ -gradi permessi dal Corano, vietati dalla disciplina cattolica. Ma non -tenendosi sicuro de’ Musulmani in Sicilia, nè volendo che Ruggiero pur -sospettasse di lui in caso di cospirazioni o tumulti, il cauto e vile -Ibn-Hamûd chiese di soggiornare in Terraferma; ebbe da Ruggiero certi -poderi presso Mileto e quivi lungamente visse vita irreprensibile, dice -lo storiografo normanno.[384] - -Ultima resistè con le armi la città di Butera; ultima s’arrese Noto. -Fortissima l’una di sito, fertilissima di territorio, prosperò sotto -la dominazione musulmana; incivilita al par che ricca, patria di un -elegante poeta, il quale nella prima metà del secolo seguente ornò la -corte di re Ruggiero in Palermo. Il conte Ruggiero movea con l’esercito -all’assedio di Butera in su l’entrar d’aprile del mille ottantanove; -la strignea da tutti i lati; apprestava le macchine a battere il -castello, quando ebbe avviso che papa Urbano secondo, venuto in Sicilia -a trattare secolui gravissimo negozio, sostava alla corte in Traina. -Donde Ruggiero, lasciata ai suoi capitani la cura della guerra, andava -ad abboccarsi col papa; e quando questi partì, gli offria ricchi doni. -Ritornato al campo sotto Butera, ebbela a patti; messe presidio nel -castello e mandò in Calabria i più potenti cittadini. Nel febbraio -del mille novantuno, stando egli a Mileto, veniano oratori di Noto a -profferire la sottomissione; la quale egli accettò, francando la città -di tributo per due anni e rimandò co’ legati il figliuolo Giordano, -che occupasse il castello. La moglie e il figliuolo di Benavert si -rifuggivano allora in Affrica.[385] - -Insignoritisi per tal modo i Normanni dell’isola tutta, Ruggiero -navigò lo stesso anno millenovantuno al conquisto di Malta, dalla -quale cominciar volle, scrive il biografo, a soggiogare novelle -province oltre il mare, per isfogar quella sua brama di acquisti e -quel bisogno ch’egli sentia di muoversi, affaticarsi, guerreggiare. -Mentre apparecchia la spedizione e chiamavi i suoi baroni, gli vien -detto che Mainieri di Acerenza, richiesto da lui d’un abboccamento, -avea risposto al messaggero: io nol rivedrò in viso che quando avrò -da fargli del male. Acceso d’ira a cotesta ingiuria, il conte ripassa -incontanente in Terraferma; Pietro di Mortain lo segue entro otto -dì con un esercito levato in Sicilia, pieno forse di Musulmani; col -quale Ruggiero muove in fretta contro Acerenza, la stringe di assedio, -sì che Mainieri scendea a chiedergli perdono, ed ei lo multava di -mille soldi d’oro. Pria di ritornare in Sicilia, diè il guasto al -territorio di Cosenza che avea disdetta la signorìa del favorito Duca -di Puglia. Poi comanda ch’entro quindici dì si adunino le genti e le -navi al Capo Scalambri[386] che difende da ponente il porto detto di -Longobardo, la Caucana di Tolomeo e di Procopio, donde Belisario era -passato al racquisto di Malta quattro secoli avanti di lui. Del mese -di luglio andovvi il Conte, vigoroso e verde, che non gli pesavano -i sessant’anni ed avea tolta testè la terza moglie. Pregandolo il -figliuolo Giordano che gli concedesse di capitanare l’oste, forte ei se -ne adirò; disse che essendo primo nel partaggio degli acquisti, primo -entrar voleva anco ne’ rischi e ne’ travagli; e comandò al figliuolo -che nell’assenza sua girasse la Sicilia con grosso stuolo, senza posare -mai in città murata o castello. Di che l’ambizioso giovane piangea di -rabbia. Ruggiero, fatto dar nelle trombe e negli strumenti di musica, -de’ quali par avesse composta una banda con valenti suonatori, fatto -salpare le ancore e scior le vele, approdò a Malta, al secondo giorno -di navigazione: prima tra tutte la sua nave, primo egli a sbarcare -co’ tredici cavalieri che soli avea seco: scaramucciando co’ Musulmani -aspettò l’arrivo delle altre navi, e con le genti dormì su la spiaggia. -La dimane, sparge i cavalli per la campagna; muove contro la città -col grosso dell’oste. Ma il _Kaid_ e gli abitatori non usi alle armi, -si affrettavano a venire a parlamento, si sforzavano a raggirarlo; nè -potendo vincerlo d’astuzia più che di forza, pattuivano di liberare -tutti i prigioni cristiani, consegnare armi, cavalli e tutt’arnesi di -guerra, pagare incontanente una grossa taglia e indi tributo annuale, -tenendo la città a nome del conte Ruggiero e prestandogli giuramento -di fedeltà. Ruppero in lagrime i guerrieri cristiani, quando i prigioni -sciolti da’ ceppi lor si fecero incontro, cantando il _Kirie eleison_, -recando in mano le croci, qual di legno, qual di canna, come ciascuno -avea potuto farsene; e gittavansi a’ piè di Ruggiero. Il quale li -scompartì tra tutte le navi quando salparono per tornare in Sicilia, -e temea non calassero al fondo per troppo peso; ma seguì il contrario -effetto, così il Malaterra, chè il nuovo carico le rendea tanto -leggiere da levarsi sul pelo delle acque un cubito più che all’andata. -Cammin facendo, senz’altri miracoli, sbarcarono al Gozzo; la -saccheggiarono, la assoggettarono al dominio di Ruggiero. Questi poi, -toccata la terra di Sicilia, adunava i prigioni cristiani di Malta, -loro accordava la libertà; offria terreni e strumenti di agricoltura -ed esenzione perpetua dalle tasse ed angherie e che lor edificherebbe -una città a bella posta, con nome di Villafranca, s’eglino rimanessero -in Sicilia. Ma amaron meglio di ritornare ciascuno a casa sua. Per -liberalità del conte, erano traghettati gratuitamente oltre il Faro; -sì che andarono spargendo per ogni luogo, il valore e la larghezza -del liberatore.[387] Con questo atto di carità coronava Ruggiero il -conquisto della Sicilia, compiuto a Malta in persona, com’egli in -persona lo avea cominciato a Messina, trent’anni innanzi. - - - - -CAPITOLO VII. - - -Il vincitore, quasi antico e natural principe, resse l’isola -tranquillamente ne’ dieci anni che seguirono, mentre pur la società -dall’imo al sommo si rimescolava; mutandosi la popolazione, le -proprietà, le condizioni civili, i costumi, le usanze, i magistrati -le leggi, la religione. Sola rivolta de’ soggiogati fu quella di -Pantalica: grossa città in quel tempo, fortissima per lo sito in una -roccia tutta stagliata, bagnata dall’Anapo, abitata in età remotissima -da un industre popolo, che incavò quasi un alveare di nicchie nella -parete liscia del masso.[388] I Musulmani di Pantalica nell’anno -millenovantatrè dell’èra volgare, tumultuavano, ebbri di gioia, -sentendo la morte del temuto signor feudale del luogo, Giordano, -figliuolo del Conte. Questi, ch’era sopraccorso a Siracusa all’annunzio -della malattia di Giordano e l’avea trovato estinto, celebrate appena -le esequie, mosse contro i ribelli con gli stanziali della sua guardia; -chiamò al servigio le milizie de’ baroni: superata la difficoltà de’ -luoghi e l’ostinazione dei difensori, impiccò per la gola i caporioni; -punì altri con varii tormenti; cavò la pazzia a questa città, -conchiude, brutalmente, il Malaterra. Narrando, con ciò, come alla -morte di Giordano i Cristiani che si trovavano in Siracusa avessero -pianto amaramente per desiderio del prode giovane, e compassione del -misero padre, e come i Musulmani del luogo non avessero saputo frenare -le lacrime, ei nota, maligno, che furono lagrime di convulsione, non -già d’amore.[389] - -Matto dunque chi resiste, perfido e vile chi si acconcia: così alla -corte normanna si ragionava. Il signore, operando più savio che non -parlassero i cortigiani, non si affidò al solo terrore. Vedea quella -generazione, decimata dalle guerre e dagli esilii, stanca de’ piccoli -tiranni, non chieder altro che riposo e giustizia. E l’uno e l’altro -ei le diè; e ne ottenne che i Musulmani, se non lo amarono, lo tennero -necessario a loro prosperità; l’ubbidirono, anzi lo secondarono, -procacciando insieme col proprio l’utile di lui. Dell’incivilimento -degli abitatori musulmani, latini e greci, ei raccolse una quantità di -forza, che s’era sterilmente consumata per l’addietro. Ei trasse danari -e soldati dai Musulmani più che dagli altri, perchè erano di gran -lunga più numerosi e più industri, più compatti in lor ordine sociale, -più ubbidienti al principe. Maneggiando tal forza, ei prevalse sugli -altri feudatarii normanni. Con la fama ch’egli avea ben meritata d’uom -di guerra e di Stato, savio, giusto, religioso, con la possanza della -mente e dell’animo suo, tenne il primato nell’Italia a mezzogiorno del -Tevere e contò tra i monarchi d’Europa.[390] - -A lui si volsero tutti gli sguardi alla morte di Roberto; quando -chi parteggiò per l’uno chi per l’altro figliuolo, ma ciascuno pensò -veramente ai fatti suoi proprii, e dimostrossi, dice il Malaterra, -la slealtà di molti Pugliesi.[391] Slealtà, nel costui linguaggio, -significava impazienza del giogo normanno, chè giogo egli stesso il -chiama; significava ricusare il tributo e il servigio che il duca, -all’uso normanno,[392] richiedea dalle città, le quali un tempo -elessero console il capo de’ condottieri; richiedea da’ condottieri -che chiamarono un compagno a capitanare tutte le forze in guerra.[393] -Il vero è che cittadini longobardi o calabresi, e baroni normanni e -italici, rivendicavano loro diritti usurpati da Roberto e usavano -la discordia de’ costui figliuoli: donde Ruggiero, novello duca, -dovea ad un tempo difendersi da Boemondo e domare le città e baroni -ricalcitranti, adoperando armi della stessa tempra che le loro, -inefficaci e mal fide.[394] Gli stese allor la mano il conte Ruggiero, -il quale avea promesso, dicono, a Roberto di mantener quell’ordine di -successione,[395] ed era partecipe dell’intento politico che lo dettò: -mostrare, com’io penso, alla Puglia un principe di schiatta longobarda -per via della madre, talchè i soggetti gli ubbidissero più volentieri, -gli estranii di Benevento e Capua lo desiderassero. Si notò, in -vero, la condiscendenza del novello duca verso i Longobardi.[396] -Intanto i fatti rivelano il disegno, forse l’accordo, fermato tra’ -due Ruggieri: che il Duca cedesse del tutto al Conte la Sicilia, le -Calabrie e fors’anco lo favorisse nell’acquisto d’altri territori -più settentrionali; e il Conte prestasse a lui le armi per costituire -un sol principato di lì al Garigliano e al Tronto. Combacia con tal -disegno il detto di Malaterra, che alla nascita di Simone (1093) -successore immediato del Conte, fu certo il futuro duca di Sicilia -e di Calabria, per l’assentimento del duca Ruggiero di Puglia.[397] -Dalle quali parole e’ sembra che siasi trattato, se pur non fermato -con carte, di costituire in Ducato i dominii del Conte; il qual disegno -verosimilmente tornò vano per difficoltà della corte papale. Per opera -del conte Ruggiero fu esaltato (1085) al trono ducale il nipote; il -quale gli diè per arra la metà delle castella di Calabria, riserbata -a Roberto nel primo partaggio.[398] Per opera sua Boemondo, a capo -di due anni, posò le armi con magro accordo; e furono oppressi i -baroni che alzavan la testa.[399] Ma cadute in Sicilia le ultime città -musulmane independenti, Ruggiero adoperò, senza tema di ferirsi da -sè medesimo, uno strumento di guerra ch’egli avea sperimentato molto -rispettivamente in Sicilia stessa,[400] e Roberto con men pericolo a -Roma; e che, in mano de’ suoi successori, battè per un secolo e mezzo -i paesi meridionali di Terraferma. Volendo il Duca ridurre la città di -Cosenza, il conte Ruggiero, del millenovantuno, conduce a campo sotto -quella città, insieme con le milizie feudali, parecchie migliaia di -Saraceni di Sicilia; dispone l’assedio a suo modo; e quando i Cosentini -voglion calare agli accordi, lui chiaman arbitro. In merito del quale -aiuto il Duca gli concedea mezza la città di Palermo. Egli, andatovi -immantinenti, afforzato un castello nella sua parte di città, seppe -sì bene ordinare l’amministrazione comune delle pubbliche entrate, o -con tal durezza fiscale aggravare i cittadini, che il Duca incominciò -a ritrarre dalla sua metà maggior frutto che pria non gli avesse reso -l’intero.[401] - -Molte altre migliaia di Musulmani veniano col Conte a Castrovillari, -insieme con cavalli e fanti cristiani, a soccorrere il duca Ruggiero -nella pericolosa ribellione di Guglielmo di Grantimesnil (1094): -Musulmani, leggiamo, di Sicilia e di Puglia;[402] ond’e’ sembra che -ne fossero stati tramutati in quella provincia, e allogati in alcun -feudo del conte, sia a dirittura dalla Sicilia, sia dopo una sosta in -Calabria.[403] Ventimila Saraceni, come è scritto in una cronica,[404] -seguivano il Conte all’assedio d’Amalfi (1096) dove chiamollo il Duca, -promettendogli una metà della terra se la espugnassero. Ma accadde una -grande sventura, dice il monaco Malaterra: sparsa voce nel campo che -papa Urbano avesse bandita la guerra de’ Luoghi Santi e che vi corresse -tutta l’Europa, quell’ambizioso di Boemondo, si fe’ attaccare una croce -su le vestimenta; la gioventù per vaghezza di cose nuove gli corse -dietro a gara; e lasciaron lì il Duca e il Conte, con sì poche forze -che furono costretti a levare l’assedio.[405] - -Crebbe tanto nel millenovantotto il numero dei Musulmani levati in -Sicilia, che lo storiografo afferma non aver il Conte mai capitanato -più grosso esercito. Quando furono posti gli alloggiamenti a San Marco -di Calabria, pareano innumerevoli le brune tende dei Saraceni;[406] -si vedean le colline coperte di lor buoi, pecore, capre, come se vi -pascolassero insieme le greggi di Laban e di Giacobbe. Capua avea -disdetta l’obbedienza al principe Riccardo, della casa normanna -d’Aversa; il quale, non potendo osteggiarla con le sue proprie forze, -avea chiesti aiuti al Duca, offrendogli omaggio feudale, e al Conte -promettendo di procacciargli, non so in che guisa, l’acquisto di -Napoli. Allettato dalla quale speranza, pregato caldamente dal Duca, -Ruggiero aveva assentito. Condotte le sue genti, quasi tribù nomadi, -in guisa che loro non mancasse mai pastura per le greggi, strinse Capua -con molta arte di guerra; costruì per uso degli assedianti un ponte di -legno sul Volturno; sopravvide ei medesimo assiduamente ogni fazione -di guerra; sì che la città alla fine sottometteasi.[407] Tanto cospicuo -egli apparve in quest’assedio, che la leggenda monastica gli riferì un -miracolo: fe’ calare un angelo sotto le sembianze di San Brunone, ad -avvertirlo in sogno che Sergio, condottiero di dugento soldati greci -del suo esercito, stesse per introdurre il nemico nel campo.[408] - -Del rimanente le memorie ecclesiastiche narrano del conte Ruggiero, -nella stessa impresa di Capua, un episodio per nulla edificante. -Sant’Anselmo arcivescovo di Canterbury, fuggendo l’ira di Guglielmo II -d’Inghilterra, venuto era in Italia per faccende non sappiam se della -Chiesa o del mondo; e invitato, dice il suo discepolo Eadmero, dal duca -di Puglia, soggiornava nel campo sotto Capua, quando capitovvi Urbano -secondo. Il dotto arcivescovo, gareggiando di riputazione col papa e -attirando a sè ogni maniera di gente devota o curiosa, non isdegnava -i visitatori Musulmani, li adescava anzi con suoi camangiari;[409] -e tanto con loro si addimesticò, che soleva andare a visitarli negli -alloggiamenti loro, appartati da quelli de’ Cristiani; e v’era accolto -con giubilo e benedizioni e i mansueti Infedeli non potendo tutti -appressarsi, gli si prosternavano da lungi; a loro usanza, scrive -Eadmero, baciavano le proprie mani accennando d’inviare i baci al santo -uomo. Insinuatosi per tal modo a discorsi più gravi, credette Anselmo -che parecchi avrebbero rinnegato l’islam, se non avessero temuta la -crudeltà del Conte, solito a punire severamente chi di loro si facesse -Cristiano. «Perchè il Conte così operasse, nol voglio indagare e se la -vegga egli con Dio» conchiude il frate inglese.[410] Nè potremmo noi -indagarlo, senza sapere appunto se l’arcivescovo abbia ben comprese -o fedelmente riferite le risposte, e se i Musulmani gli abbiano -parlato da senno. Il racconto di Eadmero prova pure che l’aristocrazia -ecclesiastica di quel tempo, sommessamente accusava il conte di troppa -tolleranza e nessuna disposizione a seguire i pregiudizii religiosi, -più tosto che l’utilità dello Stato. E che ben si apponessero, si -scorge da quel dispetto del Malaterra contro Boemondo e’ suoi seguaci -della Crociata. Non altrimenti pensavano i Musulmani, come si vede da -un singolare racconto d’Ibn-el-Athîr. - -Il quale, facendosi a dir della presa d’Antiochia, rintraccia, non -senza acume, i primordii delle Crociate nell’occupazione di Toledo -(1086) e altre città di Spagna pe’ Castigliani; nel conquisto -normanno della Sicilia; negli assalti degli Italiani su la costiera -d’Affrica.[411] La sintesi che il guidava nelle tenebre della storia -occidentale, col solo barlume del nome de’ Franchi e dell’impero, -lo porta indi a supporre che un Baldovino, re dei Franchi, vago di -conquisti, avesse invitato il conte Ruggiero a un’impresa in Affrica. -Ma consultando co’ suoi ottimati, e vedendoli plaudire ciecamente -a quel partito, Ruggiero con un atto molto laido e villano,[412] -rispose che il loro consiglio non valea più che tanto. «Tralascio la -molestia, ripigliò, tralascio la spesa del fornir a’ Franchi navi -da trasporto e un grosso di soldati; ma non riflettete voi che, se -tenessimo l’invito, saremmo sempre perdenti, anco vincendo? Vincendo, -ecco stanziati i Franchi in Affrica, ecco rapito da loro alla Sicilia -il commercio ch’essa vi fa: e per lo primo la ricca tratta de’ grani! -Non vincendo, ecco Temîm, che visto venire i Franchi dalla Sicilia e -quivi ritrarsi, ci chiama a ragione sleali, disdice il trattato: ed -ecco tronche le relazioni nostre con l’Affrica, le quali a noi giova -mantenere, finchè non possiamo mettere insieme tante forze da provarci -noi soli al conquisto!» Chiamato indi l’oratore di Baldovino, gli -rispondea Ruggiero non poter dare aiuto, sendo vincolato da trattati -con l’Affrica; che se i Franchi bramavano di mercar lode combattendo -contro i Musulmani, si volgessero più tosto alla liberazione dei -Luoghi Santi.[413] A prima vista quel cenno dei disegni su l’Affrica -e quel nome di Baldovino, darebbero sospetto di un anacronismo del -compilatore, che avesse scambiato il conte Ruggiero col re, e la prima -con la seconda crociata. Ma sendo gli scrittori musulmani molto bene -informati de’ costumi e imprese del re Ruggiero, più verosimile e’ mi -sembra il supposto che la tradizione tornasse veramente a’ tempi del -padre, e che i Musulmani contemporanei del re, senza fingere da capo a -fondo la ripugnanza del conte e l’energia plebea con che l’esprimea, -avesservi aggiunti i particolari ov’è detto dell’Affrica. Può darsi -anco che la tradizione musulmana abbia confusi due rifiuti simili -del vecchio conte: quello a’ Pisani ed a’ Genovesi che l’invitavano -all’impresa di Mehdia[414] e quello a tutta l’Europa quando gridò la -prima volta: Iddio lo vuole! - -Comunque giudicasse il volgo dell’undecimo secolo la indifferenza -religiosa di Ruggiero, il sacerdozio era disposto a perdonargli ogni -cosa. Reggeano ormai la Chiesa gli adetti di alcune scuole vescovili -di Francia e di Germania e sopratutto i monaci di pochi ordini -potentissimi per riputazione di santità e dottrina, e non meno per -ricchezze, parentele e séguito appo i grandi; com’era stato poc’anzi -il monastero di Monte Cassino, com’erano tuttavia, prevalendo il genio -ecclesiastico della Francia, quei di Fleury, del Bec e di Cluny: vivai -di papi, prelati, ministri di Stato; centri di maneggi politici, dove -la potenza mondana era il fine, la religione il mezzo, e la corte -di Roma il centro di gravità. Era nata cotesta scuola politica da un -secolo in circa, mentre i laici, nobili e plebei, deliravano tra vani -terrori, pasceansi di superstizioni; e i molti ignoranti del clero -accoppiavano la credulità all’impostura. Scuola di savii che voleano -usare l’altrui semplicità ad effetto grande e santo a prima vista: -far comandare l’intelletto alla forza; guidare con unità di consiglio, -nella via della Fede, della morale, del ben pubblico, quella società -feudale eterogenea e disgregata che fermentava per tutta Europa. -La quale scuola, trascinata dagli interessi, divenne setta; e, come -disarmata, adoperò necessariamente l’ambito e le astuzie; preferì gli -effetti alle teorie, accomodò la morale ai propri intenti, si insinuò -nelle corti, trattò matrimonii, intavolò negoziati politici, promosse -l’uno, rovinò l’altro, stese un paretaio da chiappare donazioni d’ogni -maniera: lo Stato della contessa Matilde, come il bottino di Roberto -Guiscardo. - -I precursori de’ Gesuiti, nell’undecimo secolo, non erano uomini da -accendersi d’intempestivo zelo contro Ruggiero, mentr’egli in Sicilia -rifabbricava chiese, fondava monasteri e vescovadi, arricchiva il -clero, lo adoperava nelle faccende civili; mentre in Terraferma ei -veramente ereditava la potenza di Roberto. Urbano II, rampollo di -Cluny, discepolo d’Ildebrando, salito alla cattedra di S. Pietro -(settembre 1087) tra le minacce d’Arrigo IV e d’un antipapa, si mostrò -osservantissimo verso il conte; ancorchè questi, com’e’ parmi, ambisse -più che il papa non voleva o non potea concedergli.[415] E prima Urbano -andava appo lui in Sicilia (1089) per trattare, scrive il Malaterra, -d’un accordo con la Chiesa Costantinopolitana;[416] ma piuttosto, credo -io, de’ riti della Chiesa greca di Sicilia e di Calabria e in generale -dell’ordinamento ecclesiastico nell’isola; o più che tutto questo, -degli interessi della corte romana in Terraferma.[417] Il silenzio -serbato dal cronista per parecchi anni su le cose della corte di Roma, -fa supporre che Ruggiero non si lasciò menare dal papa, finchè ei non -vide il destro di guadagnar potenza e splendore. Perchè il papa lo -sollecitò (1095) a dar una sua figliuola a Corrado, figlio d’Arrigo IV, -ribellatosi dal padre ed ajutato dalla Chiesa; il quale, per diffalta -di danari, mal reggeasi contro la parte imperiale in Italia. Ma il -cauto normanno, vedendo che si volea soprattutto la dote, non assentì -di leggieri: il persuasero bensì i suoi ottimati, massime Roberto -vescovo di Traina, il quale com’italiano, dice il Malaterra, ben sapea -le condizioni delle cose nell’Italia di sopra e quale assegnamento -far si potesse in Corrado.[418] E Roberto o sapea poco, o ingannò il -suo signore. Par che altri denari si sperassero dopo la dote: e forse -Ruggiero ne diè allora in sussidio alla corte pontificale, come poscia -nel 1100 quand’egli somministrava mille once d’oro a Pasquale II,[419] -poichè Urbano con ogni maniera di ossequio cercò quasi la grazia di -Ruggiero, non ostante l’avversione di lui alla Crociata. All’assedio -di Capua (1098) arrivò il papa a pregarlo non esponesse la sua vita, -tanto necessaria a Roma e all’Italia, perchè egli era il terrore de’ -tristi.[420] - -Ritornato il Conte dopo l’impresa di Capua a Salerno, Urbano l’andò a -trovare per trattare secolui gravi negozii, pria ch’e’ ripartisse alla -volta di Sicilia; e tanta premura ebbe di antivenire la sua visita, -ch’ei lasciò aspettare gli Arcivescovi apparecchiati col clero a -condurlo in processione alla chiesa di San Matteo. Il dì appresso egli -accordava alla corona di Sicilia il privilegio dell’Apostolica Legazia, -del quale diremo nel capitolo nono, trattando la costituzione dello -Stato. Vuolsi qui notar solamente che il papa avea nominato Legato in -Sicilia, senza saputa del Conte, quel Roberto vescovo di Traina, del -quale si è fatta parola poc’anzi: e che Ruggiero mal soffriva l’atto -della romana corte, fors’anco la persona di Roberto, e minacciava di -non accettarlo: onde il papa, per gratificare colui che con tanto zelo -avea servito alla fede cristiana, cassò la elezione e istituì Legato -perpetuo il Conte stesso e i suoi successori. Così il Malaterra.[421] -Urbano nella bolla di concessione, ricorda con somiglianti parole, -la grazia divina avere accordato trionfi ed onori alla saviezza di -Ruggiero; il suo valore aver ampliata la santa Chiesa sopra i Saraceni; -e la sua virtù essersi mostrata in molte guise devota all’apostolica -sede. Pur non è chi non vegga come quel singolare privilegio fosse -dovuto non meno ai meriti religiosi del conte, che alla sua potenza -politica, al bisogno che avea il papa di lui, e al saldo proponimento -con che seppe serbar interi i diritti del principato, o meglio -direbbesi della società laica, ch’egli avea appresi da Cristiani di -Calabria e di Sicilia seguaci della Chiesa greca; e poi li sostenne col -coraggio di una religione virile, di un sano intelletto, liberatosi di -molte ubbie settentrionali nei quarant’anni ch’egli avea praticato co’ -Musulmani, co’ Bizantini e co’ gesuiti di quella età. - -Su l’apice della fortuna, la morte il colse a dì ventidue giugno -del millecentuno, nel settantesim’anno dell’età sua;[422] felice -anco in questo, ch’ei vedeva assicurata la successione del dominio -a’ suoi proprii figliuoli. Molte figliuole ebbe Ruggiero, maritate -altre a feudatarii altre a principi: Busilla a Coloman re d’Ungheria -(1097);[423] Costanza a Corrado re d’Italia figliuolo d’imperatore -(1093);[424] Matilde a Raimondo conte di Tolosa e di Provenza -(1080);[425] Emma a Roberto conte, di Clermont, dopo che l’avea chiesta -Filippo I di Francia per cupidigia della dote.[426] Ma dei maschi -legittimi par che il solo Goffredo vivesse nel milleottantanove, -quando, perduta la seconda moglie Eremberga, il conte sposava Adelasia; -dava a una costei sorella Giordano, all’altra promettea Goffredo, -fanciullo e infermiccio, tal che ebbe ad entrare piuttosto in un -chiostro.[427] La morte di Giordano pertanto metteva in forse la -successione, allorchè Adelaide partorì (1093) Simone[428] e quindi -(1095) Ruggiero.[429] Trapassava così il vecchio conte con la speranza -di lasciare alla sua schiatta la Sicilia e la Calabria costituite -in ducato; nè presagiva egli al certo che, a capo di trent’anni, vi -sarebbe aggiunto il retaggio di Roberto Guiscardo, quel della casa -d’Aversa, la repubblica di Napoli, la costiera d’Affrica e una corona -reale. - -Or diremo particolarmente di quest’Adelaide, il governo della quale e -la sua gente stanziata in Sicilia rassodarono l’opera del fondatore. -Secondo il Malaterra, ell’era figliuola d’un fratello di Bonifazio, -famosissimo marchese degli Italiani.[430] Con le medesime parole -è designata in certi versacci latini attribuiti al contemporaneo -frate Maraldo;[431] l’Anonimo, contemporaneo del re Ruggiero, la -chiama Adele marchesa, nata nelle parti di Lombardia del nobilissimo -sangue di Carlomagno, educata con singolar cura e informata a nobili -costumi;[432] e Odorico Vitale, della età stessa dello Anonimo, la -dice Adele, figliuola di Bonifazio ligure.[433] Donde il Pirro e il -Muratori tennero verosimile che quel Bonifazio fosse il supposto -marchese di Monferrato di tal nome:[434] e, s’e’ non toccarono -il segno, se ne scostarono di poco, perocchè liguri e lombardi si -chiamarono allora indistintamente gli abitatori di quella provincia. -Veramente le vicende del Monferrato dal mezzo del duodecimo secolo in -su, duravano oscurissime infino a questi dì nostri e favolose in parte -le genealogie.[435] Rischiarò il campo, or son pochi anni, Giulio de -Conti di San Quintino, mettendo da canto le moderne tradizioni locali -e affidandosi a’ soli diplomi;[436] se non che la critica troppo -meticolosa lo condusse al grave errore di far due famiglie diverse di -una che compariva in carte diverse con nomi e condizioni pressocchè -identiche. Ma è giudicato oramai cotesto errore. E due uomini -eruditissimi nelle storie italiane del Medio evo, il nostro Cornelio -De’ Simoni, dico, e Teodoro Wüstenfeld da Gottinga, hanno ricostruite -felicemente le serie dinastiche e il diritto pubblico di quel paese, -fondando l’edifizio su dotte e savie supposizioni, là dove mancano gli -attestati positivi e seguendo il metodo che adoperò il Muratori per -illustrare la Marca contigua, la quale racchiudea Genova, Tortona e -Milano. I lavori pubblicati dal De Simoni, e le lettere scrittemi dal -Wüstenfeld forniscono le seguenti notizie su la famiglia dell’Adelaide -madre di re Ruggiero.[437] - -Misurando una ventina di miglia su la riviera di Ponente in guisa -che Savona si ritrovi nel mezzo, e prendendo sulla sponda dritta del -Po quel tratto che dal confluente del Tanaro risalisce fino a Verrua -sopra Casal Monferrato, avremmo i due lati minori del trapezio, che -al tempo di Otone primo, costituì una delle Marche d’Italia.[438] -Reggeala Aleramo, conte e poi marchese, uom di legge salica; talchè -potremmo supporlo di nazione franca e trovar qui l’origine della -tradizione che in Sicilia il vantò nipote di Carlomagno. I discendenti -di Aleramo, usurpata, com’accadeva allora in tutta Europa, la proprietà -dell’ufficio di marchese, lo esercitarono in comune per parecchie -generazioni: e da ciò, mi par nato per avventura, l’uso che nelle -province settentrionali d’Italia si dia per urbanità il titolo della -famiglia a tutti i figliuoli; mentre ne’ paesi meridionali, sì come -oltremonti lo si riserba al primogenito. E veramente nei giudizii -e negli atti di dominio di quella Marca anteriori al millecento, -intervengono insieme parecchi marchesi: poi, nel duodecimo secolo, -si veggono divisi e suddivisi i territorii tra’ varii rami del ceppo -aleramico e chiamati finalmente marchesati, ancorchè ormai tornassero -a mere contee, le quali talvolta non oltrepassarono l’ordinario -territorio giurisdizionale d’un visconte. Così nacquero i marchesati -del Vasto, Incisa, Busca, del Carreto, del Bosco, Ponzone, Monferrato, -Occimiano, Albenga, Ceva, Clavesana, Cortemiglia, Loreto. - -Già a mezzo dell’undecimo secolo, separate le due parti estreme -della Marca, veggiam tre fratelli, Otone, Manfredo e Anselmo, giurare -insieme e con uguale titolo, un patto con Savona; la quale tendendo -al reggimento municipale, svincolavasi come potea da’ Signori. Ma -succeduto ad Otone il figliuolo Bonifazio detto del Vasto, e morti -innanzi il 1079 Anselmo e Manfredo,[439] fratelli o figliuoli di Otone, -Bonifazio accrebbe il territorio a scapito della Marca occidentale -che abbracciava Torino, Asti ed altri luoghi. Disputando l’eredità di -Adelaide di Susa a Corrado figliuolo di Arrigo IV, a Umberto di Savoja -e al conte di Mombeliard, Bonifazio fu segno all’ira di Gregorio VII; -parteggiò sempre per gli imperatori contro i papi; guerreggiò con -cittadi che s’emancipavano; e imprigionato una volta, osteggiato dal -proprio figliuolo per nome anch’egli Bonifazio, marchese d’Incisa, -arrivò pure a scompartire un vasto dominio agli altri figliuoli. Non è -meraviglia dunque che Malaterra il vanti famosissimo marchese d’Italia. -Nè torna inverosimile la nobile educazione data, secondo l’Anonimo, -all’Adelaide, figliuola orfana di Manfredo. Un fratello di Adelaide per -nome Arrigo, ricordato ne’ diplomi siciliani al par che nei piemontesi, -ebbe poscia alto stato in Sicilia; e forse altri rampolli di Casa -aleramica eran venuti quivi a combattere sotto le insegne de’ Normanni: -di certo molti nobili uomini della Marca aleramica vi tennero feudi, -siccome più largamente sarà detto nei capitoli che seguono. - - - - -CAPITOLO VIII. - - -Convien ora esporre le condizioni politiche e sociali che i Musulmani -sortirono nel conquisto e con essi i precedenti e novelli abitatori -dell’isola; alla quale investigazione spianò la strada il maestro -del Diritto pubblico siciliano, il sagace e dotto Rosario Gregorio, -nella «Introduzione» e nei primi libri delle “Considerazioni.” Dal -suo tempo in qua le fonti di quel tratto di storia non sono cresciute -gran fatto. Mancano tuttavia le antiche leggi, da qualche incerto -brano all’infuori. Tace tuttavia la cronica della corte e del campo, -da Malaterra all’abate di Telese; cioè tra la morte del conquistatore -e la gioventù del secondo Ruggiero: pressochè un quarto di secolo, che -racchiude la reggenza della contessa Adelaide e forse l’assetto delle -nuove colonie. Pur si raccatta qualche cenno nei ricordi d’altre età -o d’altri paesi; e un po’ di luce si prende dai diplomi pubblicati o -inediti. In grazia poi degli strumenti di critica storica, perfezionati -nel corso di questo secolo, si cava miglior costrutto da’ materiali: -talchè per tutti i versi dobbiamo a’ nostri tempi di potere più -dirittamente giudicare e più liberamente scrivere, che non osasse -il cauto prelato siciliano sotto i Borboni di Napoli, aizzati dalla -rivoluzione francese. Or non sembri prosunzione se noi ci proviamo a -correggere qualche parte del disegno che il Gregorio delineò, son or -sessant’anni. - -Il quale avendo lavorato principalmente su’ diplomi, e sendo noi -costretti a far lo stesso, premettiamo alcune avvertenze intorno la -diplomatica siciliana dell’undecimo e duodecimo secolo. In primo luogo -è da eliminare un documento accolto alcuni anni addietro nell’Archivio -di Napoli e presentato il 1845 al congresso degli Scienziati -d’Italia: niente meno che un editto del vecchio conte Ruggiero, -dato il quattrocensettantaquattro dell’egira (1081), promulgato in -pien _divano_ a Messina, per notificare ai presenti ed ai posteri -la istituzione dei sette grandi uficii della Corona siciliana e il -ceremoniale di corte. Il tempo, il luogo e il titolo dell’adunanza, -la natura stessa e i termini dello statuto, ripugnan tanto ai fatti -fondamentali della storia siciliana, da potersi rigettare quella -scrittura senza pure guardarla. Per lo contrario, ad occhi pratici -basterebbe guardarla senza badare al contenuto; scorgendosi una -rozza mano moderna che si prova per la prima volta a imitare la -scrittura arabica, o piuttosto una confusione di caratteri cufici, -neskhi e affricani, or da carteggio plebeo, or da stile numismatico o -monumentale; e un terzo forse de’ vocaboli, contraffatti a ghirigori; -e ne’ luoghi leggibili tanti errori d’ortografia, di grammatica o di -lingua, quante parole. Ai quali segni e allo stile e tendenza dello -scritto, ben si riconosce la fattura dell’ignorante e temerario abate -Vella, del quale facemmo parola nel primo volume.[440] - -Ancorchè non occorrano di tali brutture nelle carte siciliane -pubblicate innanzi o dopo il Gregorio, egli è da usare con precauzione -tutte quelle scritte originalmente in arabico o in greco; sendo -la più parte pieni di errori i testi, e sbagliate o stranamente -scontorte le versioni. Il qual vizio notai già particolarmente pei -diplomi arabici.[441] Poco minor guasto hanno patito i greci, presi a -deciferare da ellenisti digiuni della erudizione storica della Sicilia, -come il Lascari, ovvero da eruditi siciliani, come il Pasqualino ed -altri, i quali non sapeano per bene la lingua, nè la paleografia -greca de’ bassi tempi: e il peggio è che perdutesi molte delle -pergamene, altro non ci avanza che le infelici traduzioni stampate -dal Pirro, dal Mongitore e da alcun altro. Nè sfugge del tutto a -tal biasimo, il diligentissimo Tardia;[442] nè quanti han dato alla -luce alla spicciolata de’ diplomi greci nella prima metà del secolo -che corre.[443] Con migliori auspicii Giuseppe Spata da Palermo n’ha -pubblicati in questi ultimi tempi una sessantina.[444] Ed è ormai -da sperare la collezione compiuta delle carte greche e arabiche -dell’Archivio regio di Palermo, forse di tutte quelle dell’isola; -poichè il professor Salvatore Cusa va preparando il lavoro, e il -Ministero della pubblica istruzione ha promesso di sovvenire alle spese -della stampa. Userò io intanto le copie dei diplomi arabici serbati -in Palermo, le quali debbo alla cortesia del Cusa; e le bastano già a -mostrare il recente progresso degli studii orientali in Italia.[445] -Oltre i materiali testè citati, v’ha qualche altro diploma greco del -principato normanno di Sicilia e di Calabria nell’ampia ed accurata -raccolta napoletana, data non è guari dal Trinchera.[446] Quanto ai -diplomi latini dell’epoca stessa, pochi ne sono venuti alla luce dopo -i tempi del Gregorio[447] e gran numero dorme tuttavia negli archivi -pubblici o ecclesiastici dell’isola: del che mi duole, ma non temo sia -per tonarne gran danno, poichè le memorie latine de’ principi normanni -furono sempre studio prediletto in Sicilia e il Gregorio adoperò molto -le inedite. - -Allo scorcio dell’undecimo secolo rimaneano al certo nell’isola, -non piccola parte della popolazione, gli antichi abitatori italici -ed ellenici[448] ai quali par che accenni il Malaterra con le -denominazioni di _cristiani_ e _cristiani greci_;[449] e meglio li -distingue l’Amato con quelle di _cristiani_ e _cattolici_, che hanno -appo lui significato contrario all’odierno, designando la prima -i popoli italici e oltramontani seguaci della Chiesa romana, e il -vocabolo _cattolici_ i Greci di lingua o di setta.[450] La scarsezza, -in vero, dei ricordi, la somiglianza de’ nomi proprii tra i Bizantini -e i Siciliani e tra questi e gli abitatori di Terraferma infino al -Garigliano, la promiscuità di soggiorno delle genti diverse nelle -medesime città e talvolta negli stessi villaggi, rendono difficile -a confermare con altre prove la durata di quelle due schiatte; la -quale sarebbe sempre da supporre, quand’anche non l’attestassero i -cronisti. Pur si ritrovano indizii dell’origine, ne’ nomi di quelle -poche centinaia di villani di Aci, Catania, Cefalù e di qualche terra -in provincia di Palermo, de’ quali ci avanzano, per caso rarissimo, -le platee, ossiano ruoli, distesi allo scorcio dell’undecimo secolo -e nella prima metà del duodecimo. Quivi tra i molti Mohammed, Alì, -Abd-Allah e altri nomi musulmani; tra i Basilii, Teodori, Nicola-ibn -Leo, Nicola Nomothetis e simili di forma greca, occorrono de’ nomi -più comuni in Italia: Pietri, Filippi, Gennari e de’ casali di conio -latino, Campalla, Donas o Donus, Bambace, Diosallo, Subula, Lancias, -Pitittu,[451] Zotico e Zotica,[452] Currucani,[453] Mesciti, Notari, -Luce, La Luce e un Pietro Saputi. Cotesti servi della gleba non erano -venuti di certo dalla Terraferma co’ vincitori. Notisi inoltre che il -nome patronimico, latino o greco, è accompagnato spesso da nome proprio -arabico: Jéisc-ibn-Gelasia, Ahmed-ibn-Roma, o Romea, Jûsuf-ibn-Caru, -Jusuf-ibn-Gennaro, Omar-ibn-Crisobolli, Mohammed-Gebasili, -’Isa-ibn-Giorgir, Abd-er-Rahman-ibn-Francu, Hosein-ibn-Sentir; e -veggiam perfino de’ soprannomi, Alì-ibn Fartutto, Ali Strambo, Mohammed -Pacione. Dond’e’ si argomenta che parecchi villani musulmani fossero -d’origine greca e italica. La mescolanza delle schiatte comparisce anco -da’ nomi di cittadini e villani in altri luoghi.[454] - -Sappiam ora come si debba intendere l’affermazione d’Ugone Falcando -che i villani di Sicilia fosser tutti Greci o Saraceni.[455] Corso un -secolo dalla età dell’Amato e del Malaterra, s’era dileguata, parmi, la -distinzione degli indigeni in cristiani e cattolici, ossiano italici e -greci. Dileguata per lo scarso numero de’ primi e perchè l’ignoranza, -i pregiudizi e l’orgoglio della dominazione portavano gli abitatori -novelli, oltramontani e italiani di Terraferma, a chiamar tutti insieme -Greci gli antichi abitatori che non fossero musulmani. E scarseggiavano -gli indigeni d’origine italica, perchè la più parte, fatti musulmani, -come già notammo,[456] contavano tra’ Saraceni. L’è verosimile poi -che, tra i due segni apparenti della nazionalità greca, il rito cioè -e la lingua, la comune degli uomini s’appigliasse piuttosto al rito; -donde si perdonava la lingua d’Omero a’ Greci uniti alla Chiesa di -Roma, quei per esempio delle regioni dove il conte Ruggiero fondò i -suoi monasteri basiliani: e lasciavasi l’ingrato nome di Greci a’ soli -scismatici, e però ai contadini, i Pagani del linguaggio cristiano, -che furono sempre sì tardi a seguire i mutamenti religiosi delle città. -L’error popolare del duodecimo secolo ingenerò un altro errore appo gli -eruditi, quando rinacquero in Europa gli studii storici, senza che si -potesse approfondire per anco l’etnologia: nel qual tempo coincise appo -i dotti italiani che l’amor patrio vaneggiasse in speculazioni puerili. -Non è maraviglia se allora gli scrittori dell’isola si compiacquer -tanto nel supposto d’una nazione siciliana, ben diversa da que’ Greci -i quali era vezzo comune di vilipendere: nazione ortodossa, numerosa, -civile, e cara a’ suoi liberatori, o, secondo altri, meri ausiliari, -i Normanni.[457] Cadde con gli altri nell’errore il Gregorio; il -quale, dando significato legale alle frasi ascetiche o rettoriche -dell’undecimo secolo, e confondendo Roberto Guiscardo e il conte -Ruggiero col pio Buglione dell’epopea, scrisse: avere i conquistatori -accordata libertà civile e franchige a’ Cristiani siciliani.[458] Ma di -ciò tratteremo più largamente a suo luogo. - -I diplomi che ci avanzano, millesima parte di que’ distrutti, -rischiarano pur la distribuzione geografica delle schiatte, non -solamente co’ nomi proprii, ma sì col mero fatto della lingua e -delle note cronologiche; rispondendo l’una e le altre alla nazione -preponderante nel luogo: il latino e l’èra volgare appo le genti -italiane ovvero oltramontane; il greco e l’èra costantinopolitana per -le greche; l’arabico e l’egira pei Musulmani. Confermano le scritture -per tal modo la frequenza dei Greci nel Val Demone o meglio diremmo su -la costiera orientale e di tramontana infino a Cefalù[459] e mostrano -che se ne trovasse un po’ per ogni luogo[460] e che nel corso del -duodecimo secolo ingrossassero anco in Palermo, rifatta capitale.[461] - -Brevemente dirò delle genti semitiche. Gli Ebrei, pochi e spregiati -da’ seguaci delle due religioni che si fondavano in su i loro libri -sacri, non comparvero nelle vicende del conquisto, nè della dominazione -normanna; lasciarono bensì in Sicilia, dall’undecimo al decimo quinto -secolo, molti ricordi dell’operosità loro industriale e commerciale, -dello zelo scientifico e della furberia che spesso lo deturpò.[462] I -Musulmani, tra i quali sono da noverare alcuni orientali di schiatte -ariane,[463] i Berberi[464] e perfino degli indigeni di Sicilia, -come ricordammo or ora, erano sparsi per la più parte dell’isola. I -ricordi storici e diplomatici, che troppo lungo sarebbe a citar qui, li -mostrano frequentissimi in Val di Mazara, numerosi abbastanza in Val -di Noto, radi in Val Demone,[465] e si sa che nella seconda metà del -secolo XII furono cacciati con la forza dalle regioni interne della -Sicilia. Non mi proverò adesso a suddividere le varie generazioni -dei Musulmani nelle regioni dell’isola, perchè manca ogni attestato -di scrittori, e i nomi proprii corrono per lo più senza soprannome -etnico; oltrechè non ce ne avanzano che poche centinaia, spigolate in -una trentina di carte arabiche, tra atti privati e platee di villani, -e coteste carte si riferiscono a quattro soli territorii. Ci basterà -di ritrovare tuttavia in que’ luoghi la mescolanza di schiatte, che -notammo sotto la dominazione musulmana.[466] - -Tra i cittadini di Palermo, possidenti e testimonii in atti pubblici, -ci occorrono Arabi delle tribù del Jemen: Azd, Kinda, Lakhm, Ma’âfir, -e di Medina, e dell’Hadhramaut; Arabi delle tribù modharite: Kais, -Koreisc, Temîm; e Berberi delle tribù di Howara, Lewata, Zegawa,[467] -Zenata; non contando alcuni nomi etnici dubbii.[468] Una iscrizione -sepolcrale del millesettantaquattro, ricorda inoltre un oriundo del -Kairewân.[469] De’ nomi proprii, come Badîs e Tarakût, e gli etnici -di Kotama e Howara, attestano che gente berbera vivesse in Cefalù; -se non che i due primi sono villani nel contado, insieme con de’ -Giodsami del Jemen, Barrani di Bokhara o d’Ispahan, Sciami di Siria, -Burgi o Bergi forse di Spagna, Begiawi, ossia di Bugia e Righi, anco -d’Affrica.[470] Oltre a quelli veggiamo in Cefalù musulmani del paese -stesso: Corleone, Sciacca, Termini e Trapani. De’ pochissimi nomi che -si possano determinare tra’ pochi che abbiamo de’ villani in Corleone, -tornerebbero Ibn-Abi-Ifren e un Lewati alla schiatta berbera, Dsimari -al Jemen, Barrani a Bokhara come innanzi dicemmo; e un Melfi potrebbe -essere italiano della città di quel nome o anco di Amalfi: inoltre vi -ha de’ Siciliani di Girgenti e di Giato. - -Ma tra i numerosi villani del vescovo di Catania in quella città e -in Aci, i nomi da potersi riconoscere, che in vero non son molti, -darebbero il vantaggio alle schiatte affricane. Iften e Iknizi -mi sembrano nomi proprii di Berberi; e tali di certo tre famiglie -soprannominate _Barbari_ e gli oriundi delle note tribù berbere di -Bargawata, Meklata, Nefzawa, Mesrata, Agisa, Urdin e Werru;[471] ed -affricani, ancorchè non sappiamo di quale schiatta, gli oriundi delle -città di Barca, Bona, Tunis, Susa, Msila, Melila, Solûk, del Sâhel, -ossia costiera, e dell’isoletta di Aragigun.[472] Tra gli schiavi -è un Malati, oriundo com’e’ pare di Melitene. Sei nomi di schiatte -arabiche scorgonsi nei villani, Mesudi, Hegiazi, Gafiki, ch’è ramo -della tribù di Azd, e quei della tribù di Kais nominata di sopra e -di Zogba testè passata d’Egitto in Affrica e una donna coreiscita -ed una egiziana. Legiati si riferisce a una terra in Siria; Ainuni -a villaggio presso Gerusalemme; Turungi al Taberistan, e Kirmani ad -altra notissima provincia d’Asia. Un casato Castellani e un Fakri -sembra vengano di Spagna, come di certo un Andalusi. Nabili, che -ve n’ha parecchie famiglie, rimane di origine dubbia tra la Napoli -italiana e quella d’Affrica. Nè mancano i siciliani: Medini e Sikilli -che significano entrambi di Palermo, e di Aci e Catania stesse, di -Cammarata, Sementara, Burkad, Ragusa, Sant’Anastasia, Tawi, Trapani, -Mismar,[473] Malta; un Bekkari che par si riferisca a Vicari[474] e un -Sid-es-Sarkusi, schiavo. Il bel marmo sepolcrale del museo di Malta -fa fede che nel duodecimo secolo stanziasse in quell’isola un’agiata -famiglia, venuta com’e’ pare da Susa in Affrica e discendente della -tribù modharita di Hodseil.[475] Son questi gli scarsi dati etnologici -che m’è venuto fatto di mettere insieme, dopo molte ricerche. - -Delle nuove schiatte, occorrono primi i Normanni. Questi in Sicilia -allo scorcio dell’undecimo secolo, non erano gente venuta in frotte a -stanziare nel paese occupato, come due secoli addietro il _wicking_ -di Roll in Normandia; non esercito ordinato che simmetricamente -s’adagiasse in casa de’ vinti, come pochi anni innanzi i seguaci di -Guglielmo in Inghilterra; fattovi re il duca, duchi i feudatarii e -così via innalzandosi ciascun altro. Anzi il conquisto dell’isola -britannica, contemporaneo alla guerra che si travagliava giù a -duemila miglia verso mezzogiorno, escluderebbe il supposto d’una -grossa emigrazione dalla Normandia e da altre province della Francia -settentrionale in Sicilia, se a noi fosse uopo ricorrere alle -verosimiglianze, e non sapessimo appunto che le compagnie normanne -di Puglia componeansi in parte di venturieri raccolti per tutta la -penisola italiana[476] e che il conte Ruggiero, il quale n’avea del -suo qualche drappello, racimolò a stento, dopo l’espugnazione di -Palermo qualch’altro poco di gente nell’esercito di Roberto.[477] Le -costui guerre civili, quella di Grecia e la discordia ch’ei lasciò per -testamento ai figliuoli, riteneano poscia nelle province meridionali -della Terraferma gli oltramontani quivi stanziati e vi attiravano i -venturieri che tuttavia venissero alla sfilata di là dalle Alpi; finchè -il vortice delle Crociate non li trasportò tutti in Levante. - -Alle quali presunzioni rispondono i fatti. I ricordi storici d’ogni -maniera non accennano ad emigrazioni francesi nell’Italia meridionale -dopo il millesessanta, se non che di spicciolati, chierici e monaci -piuttosto che guerrieri. I nomi francesi poi che veggiamo nei diplomi -e nelle croniche di Sicilia sono di coloro che occupavano i più alti -gradi della società: feudatarii, prelati e officiali pubblici;[478] ed -erano, se non i soli, gran parte degli uomini di cotesto linguaggio -dimoranti in Sicilia. Di popolazioni propriamente dette d’una città, -d’un villaggio o pur d’un quartiere, non rimane alcuna notizia in -carte, monumenti nè tradizioni municipali; non ne rimane vestigia ne’ -nomi topografici.[479] Che se più profonde si è creduto scoprirne nel -dialetto siciliano, i vocaboli e le forme che si supponeano francesi -vanno attribuiti la più parte alle popolazioni dell’Italia di sopra; e -in ogni modo non arrivano al segno che toccherebbero, se la influenza -delle case dominanti fosse stata rincalzata da un grosso di popolazione -del medesimo linguaggio. A ciò si aggiunga che le famiglie francesi -spariscono da’ ricordi della Sicilia con l’ultimo principe normanno -che vi regnò. Nè l’è maraviglia, quand’esse veggonsi appena sotto il -forte governo del secondo Ruggiero e poco sotto i successori. Che se -allora alcun barone di quelle schiatte entra nelle brighe politiche, -pure il favor della corte e il poter dello Stato, è disputato sempre -tra italiani, musulmani, e qualche prelato oltramontano; ed egli avvien -sempre che costoro si rimangano senza amici nel paese. Quello Stefano -de’ conti di Perche, che fu chiamato dalla regina per governare lo -Stato nella fanciullezza di Guglielmo secondo, non trovò in Sicilia -altri fautori che i Lombardi, de’ quali innanzi diremo. Due egregi -ospiti della Sicilia nel duodecimo secolo, scrittori entrambi, chierici -e francesi, il Falcando, cioè, che tanto amava il paese, e Pietro -di Blois, che lo ingiuriò com’avventuriere deluso, non fanno motto -di abitatori francesi dell’isola, nè d’antico baronaggio normanno; -e il primo, in particolare, toccando i tumulti surti in Messina per -cagione di Stefano, non ricorda altri francesi che i costui seguaci -venuti di fresco e nota come i Latini della città stigassero contro -quegli stranieri i Greci, che è a dire il grosso della popolazione -messinese.[480] Accenna in vero, il Falcando, al parlar francese nella -corte di Palermo; ma l’attestato suo non esclude l’uso di altre lingue, -sia il greco, l’arabico o l’italiano; nè porta punto che il francese -fosse parlato nella città e nelle province.[481] Cade così la prova -principale che allegava il Gregorio nella favorita sua tesi delle -origini normanne.[482] Nè regge meglio quella della liturgia gallicana -seguita nelle chiese di Sicilia, perchè la proverebbe sol quello che da -nessuno si nega, cioè che il conte Ruggiero e molti suoi baroni fossero -normanni e conducessero sacerdoti francesi per dir la messa all’usanza -di casa loro.[483] - -Gli è bene replicarlo: alla fine dell’undecimo secolo stanziavano in -Sicilia parecchi feudatari e suffeudatari e parecchi prelati e frati, -nati nella Francia settentrionale. Nella seconda metà del secolo -duodecimo la corte assoldava compagnie di mercenarii oltramontani, -verisimilmente francesi.[484] Non pochi chierici e frati venivan anco, -mandati dalle sètte fratesche di Francia a far parte per la Chiesa -romana e fortuna per sè medesimi nella corte di Palermo; a disputare il -favor de’ principi, il reggimento dello Stato, i vescovadi, le abbadie -e gli uffici pubblici a Italiani, Bizantini e Musulmani. Abbiam noi -notata[485] la tendenza di coteste sètte e la forza, ch’era mezzo il -raggiro, mezzo la dottrina di che s’avvantaggiavano que’ frati, sì -come il guercio nella terra de’ ciechi. Del rimanente, surse tra loro -qualche uomo erudito che promosse, secondo i tempi, l’incivilimento -della nuova nazione: e francese fu il cronista del conte Ruggiero, -francese lo storico de’ due Guglielmi; talchè la Sicilia e l’Italia -tutta debbono render merito alla schiatta scandinava ed alle altre -della Francia settentrionale, per l’opera prestata nell’epoca normanna -con l’ingegno non meno che con la spada. Ma popolazioni francesi -propriamente dette non ebbe la Sicilia; le famiglie spicciolate -s’estinsero entro un secolo, gli ecclesiastici in una generazione. - -Basterebbe il fatto della lingua che fiorì in Sicilia in su lo scorcio -del duodecimo secolo a provare la venuta di grosse colonie dalla -Terraferma; poichè le antichissime popolazioni italiche dell’isola, -dopo cinque secoli di dominazione bizantina e musulmana, nè avrebbero -potuto parlare idioma sì vicino a que’ dell’Italia di mezzo, nè -imporlo agli altri abitatori di favella greca e arabica. Molti indizii -confermano tal supposto; ancorchè il biografo del conte Ruggiero -dissimuli la partecipazione della schiatta italiana nel conquisto -dell’isola, sì com’ei tace l’opera d’Ardoino nella sollevazione contro -i Bizantini, e gli aiuti d’Ibn-Thimna al principio della guerra di -Sicilia. Gli scrittori arabi espressamente affermano che Ruggiero -fece stanziare nell’isola, insieme co’ Musulmani, i Franchi e i Rûm; -che qui vuol dir chiaramente Francesi e Italiani.[486] Aggiungansi -parecchie denominazioni etniche di luoghi: la torre Pisana e il -vico degli Amalfitani in Palermo;[487] la rua de’ Fiorentini in -Messina,[488] dove anco occorre un Console di Amalfitani,[489] il -poder del Genovese (_Rab’ el Genuwi_, Cultura Januensis) in provincia -di Palermo,[490] il quartiere de’ Cosentini a Lentini,[491] e i nomi -di una trentina di comuni in Sicilia che si riscontrano con identici -o simili in Terraferma;[492] dal qual confronto abbiamo esclusi, come -troppo ovvii a tutte genti latine, i nomi di santi cristiani e le -denominazioni composte con le voci casale, castello, castro, massa, -monte, rocca, serra, torre, valle e simili; ed esclusi anco, per la -difficoltà che avvi finora a ricercarli, i nomi di campagne, poderi, -spiagge, acque. Ora si aggiungano i nomi etnici delle persone. Tra -cinque canonici di Girgenti notati in un diploma del 1127, troviam un -romano, un policastrino, un lucchese, un bresciano e un francese, oltre -un genovese ed un di Bisignano, soscritti tra’ testimoni.[493] In un -diploma dato il 1094 di Messina o di Patti, veggiamo tra’ testimonii, -con pochi nomi francesi e alcuno greco o arabico, Ildebrandus -lombardus, Rogerius de Torceto Acquinus, Ugo de Putheolis, Gualterius -de Canna; oltre i casati di Maledocto, Ruffo, Strato, Minoartino, -Astari, Bonelli, Marchisi.[494] Un altro diploma del 1095 presenta -tra’ testimonii, con qualche nome francese o dubbio, que’ di Arrigo -fratello di Adelaide, Odone Bono marchese, Roberto Borello Aquino, -Riccardo Bonnella, e Ruggiero Bonello.[495] L’onorato nome d’Alfieri -si legge tra’ notabili della terra di San Marco, in un diploma del -1136.[496] Uno della Chiesa di Patti, dato il 1133, risguardante la -composizione d’una lite surta tra i cittadini e il vescovo, ha tra’ -testimonii un genovese, un parmigiano, un di Potenza e parecchi uomini -di Patti, con nomi tutti di conio italico; e quel ch’è più, un atto -inseritovi, che torna allo scorcio dell’undecimo secolo, attesta -che il vescovo Ambrogio avesse allor bandita concessione di beni a -qualunque uomo di linguaggio latino che venisse ad abitare il paese: -il quale linguaggio latino che cosa significhi lo spiega il medesimo -diploma del 1133, aggiugnendo che quello statuto d’Ambrogio era stato -poc’anzi «esposto in volgare» ai cittadini che sostenean la lite.[497] -Del resto non abbiamo, nè sperar possiamo, ragguagli particolareggiati -su le immigrazioni spicciolate dalla Terraferma in questa o quella -città dell’isola; ancorchè le si debbano supporre numerose, e più -dall’Italia di sopra che dalla inferiore. Il reggimento feudale che i -Normanni istituiron quivi in alcune province e in altre rinnovarono, -impediva le emigrazioni da terra a terra, non che oltre il mare.[498] -Nell’Italia di sopra, al contrario, la feudalità si disfaceva appunto -in quel tempo, senza che fossero per anco assettati i Comuni: donde -i membri infermi dell’uno e dell’altro ordine sociale, agitati -da mille rivolgimenti di indole identica e di apparenze diverse, -volentieri tentavano la fortuna in paesi nuovi, e senza ostacolo vi si -trasferivano. - -Da ciò le grosse colonie che si addimandarono lombarde, su le -quali non ci mancano buone testimonianze storiche. Ognun sa il vago -significato ch’ebbe un tempo la denominazione di Lombardia, che gli -stranieri estesero talvolta a tutta la penisola.[499] Ma perchè molti -eruditi, e tra quelli il Gregorio, han supposto i Lombardi di Sicilia -venuti dall’Italia meridionale non men che dalle sponde del Pò, debbo -ricordare che tal confusione non fecero gli scrittori nostrali, -nè gli stranieri, de’ tempi normanni. Pietro Diacono scrive delle -moltitudini di Lombardi e Longobardi che seguirono Pier l’Eremita[500] -e il dottissimo arcivescovo di Tessalonica narra le avanìe che avean -patite Pisani, Genovesi, Toscani, Longobardi e Lombardi, da Andronico -Comneno.[501] Longobardi si chiamavano que’ dell’Italia meridionale, -dove i Bizantini, ripigliata parte de’ Ducati, n’avean fatto un -_tema_, detto Longobardia.[502] E così il Falcando pone i Longobardi e -i Lombardi come genti affatto diverse; gli uni abitatori di province -continentali, gli altri della Sicilia.[503] Il primo ricordo che ci -rimanga di coteste colonie, oltre i nomi testè riferiti di Ildebrando -e Ruggiero di Torceto da Acqui, (1094), torna alla metà del duodecimo -secolo: preciso e importantissimo documento, per lo quale re Ruggiero -dichiarava appartenere ai Lombardi di Santa Lucia le stesse franchige -de’ Lombardi di Randazzo.[504] Da’ cronisti ritraggiamo poi che -gli uomini di Butera, Piazza ed altre città di Lombardi, mossi da -un Ruggiero Schiavo, nobil uomo del quale or si dirà, pigliavano -le armi contro re Guglielmo primo e contro i Saraceni; che il re -distrusse Piazza, e ruppe i Lombardi; e che, rifuggitosi lo Schiavo in -Butera, Guglielmo ebbe alfine (1161) la città, pattuito che i ribelli -Lombardi e il loro condottiere andassero via di Sicilia.[505] A capo -di alcuni anni, ripiglia il Falcando, agitati sempre da congiure e -sedizioni, sospettavasi a corte essere rimasi molti traditori, ricchi -e possenti, nelle città lombarde. Poi morto il re (1166) e promosso -Stefano di Rotrou de’ conti di Perche a gran cancelliere, i Lombardi -più caldamente che tutt’altre popolazioni di Sicilia parteggiarono -per lui; e ingrossando la tempesta (1168) gli uomini di “Randazzo, -Vicari, Capizzi, Nicosia, Maniaci ed altri Lombardi” gli proffersero un -esercito di ventimila combattenti.[506] Il Fazzello aggiugne al novero -delle colonie lombarde di questa età, Aidone e San Fratello:[507] -e le contrade che s’addimandavano Lombardia in San Filippo d’Argirò -e in Castrogiovanni, dànno argomento a supporre che parte almeno di -quelle città, fosse stata occupata dalla medesima gente.[508] Altre -popolazioni vennero dall’Italia di sopra in Corleone e Scopello, ne’ -principii del secolo decimoterzo[509] e ben si potrebbe supporre, -con un dotto tedesco, che i medesimi luoghi fossero stati una volta -occupati dalle colonie lombarde del duodecimo secolo.[510] Checchè -ne sia, nel decimoterzo segnalossi quella schiatta in Sicilia per -altissimi spiriti. Nicosia tra le prime gridava la repubblica dopo -Palermo, Patti e Caltagirone, alla morte di re Corrado (1254); Piazza, -Aidone e Castrogiovanni erano le ultime a deporre le armi in quel -movimento.[511] Nel Vespro Siciliano i Lombardi di Corleone, scrive -Saba Malaspina, seguirono primi la rivoluzione di Palermo.[512] E sì -omogenee duravano quelle colonie, che tra i capi dei circoli nati ne’ -primi impeti del Vespro, noi troviamo un Simone di Calatafimi, eletto -capitan di popolo ne’ monti dei Lombardi.[513] - -Vuolsi qui ricordare ciò che è detto in su la fine del capitolo -precedente su la Marca aleramica e la nobil gente quinci venuta in -Sicilia.[514] Non è ch’io pensi con alcuni scrittori, aver Arrigo e i -suoi compatriotti seguita in Sicilia (1089) l’Adelaide, ultima moglie -di Ruggiero; parendomi più verosimile, al contrario, che i parentadi -del conte e de’ due suoi figli fossero stati consigliati dalla -riputazione della casa Aleramica nell’esercito di Ruggiero; una parte -del quale noi veggiamo capitanata (1078) da un Otone o Oddone,[515] -nome frequente nell’Italia di sopra e in ispecie nella famiglia di -que’ marchesi.[516] Arrigo sposò poi una figliuola del conte; ei tenne -le vaste contee di Butera e Paternò,[517] promosse la esaltazione del -secondo Ruggiero alla dignità regia:[518] e potentissimo fu in Sicilia -e nel Napoletano il conte Simone suo figliuolo;[519] il cui figlio -illegittimo Ruggiero Schiavo si fe’ caporione dei Lombardi ribellati -contro Guglielmo primo, sì come abbiamo accennato poc’anzi.[520] Da -ciò ben puossi argomentare che cotesto ramo della casa aleramica abbia -condotti in Sicilia molti suoi partigiani. Tra i nobili Siciliani del -secolo decimoterzo occorrono anco gli Incisa, casato aleramide, per lo -quale noteremo, a rafforzare l’indizio della parentela, che gli stessi -nomi cristiani occorrono nel ramo piemontese e nel siciliano:[521] e -par che un terzo ne sia fiorito anco in Puglia.[522] - -Alle testimonianze scritte su coteste origini risponde la pertinace e -viva testimonianza del linguaggio, notata già dal Fazello; il quale -non ne richiese altra, e ben s’appose, per annoverare tra le città -lombarde Aidone e Sanfratello.[523] Dieci anni or sono lo zelante -signor Lionardo Vigo d’Acireale discorse di quei Lombardi, nella -prefazione alla sua raccolta di “Canti popolari siciliani,”[524] e -pubblicò alcune poesie e pochi vocaboli del dialetto loro. Ma in oggi -i felici avvenimenti politici che stringono i legami e moltiplicano i -commerci di tutti i popoli italiani, e i progrediti studii linguistici -in Europa, ci danno abilità a cavare conseguenze assai più precise. -Un dotto professore di sanscrito, nato nelle province piemontesi, ha -notata la stretta parentela del dialetto monferrino con que’ di Piazza, -Nicosia, Sanfratello e Aidone, nei quali comuni di Sicilia al dire -del Vigo è ristretto oggi il parlare lombardo.[525] È da sperare che -perfezionati vieppiù i metodi della linguistica, promosso lo studio -de’ dialetti in Italia, esaminati in più larghe proporzioni i nomi -proprii e topografici, e pubblicata, con ciò, maggior copia di antichi -documenti, si arrivi a determinare esattamente i tempi e i luoghi della -emigrazione di cui trattiamo; i quali rimarranno vaghi per ora, cioè: -gli ultimi venticinque anni dell’undecimo secolo e i primi venticinque -del duodecimo; la Marca aleramica dalla quale moveano a mano a mano -le colonie, e le regioni interiori della metà orientale dell’isola, -dove, qua e là, venivano a stanziare, dileguandosi innanzi a loro le -popolazioni de’ Greci e de’ Musulmani. - -Primaria città di quelle regioni, anzi di tutta la montagna in Sicilia, -Caltagirone, non fu mai noverata tra le colonie lombarde, non ne -parla il dialetto, non ne dimostrò gli umori nel duodecimo secolo; -eppure l’origine sua non sembra molto diversa. Su la quale mancano -testimonianze di diplomi; nè possiamo aspettarcene dal Malaterra, nè -dagli altri cronisti. Volgendoci pertanto alle prove indirette, occorre -in primo luogo il patrimonio territoriale di Caltagirone, il quale -avanza di gran lunga, sì per la ricchezza[526] e sì per l’antichità, -que’ delle più grosse e potenti città dell’isola, risalendo per lo -meno alla prima metà del duodecimo secolo.[527] Or coteste condizioni -designano un municipio nato nel conquisto o ne’ primordii del nuovo -stato. E veramente la terza città dell’isola, per quantità di possessi -stabili, contando Caltagirone ed escludendo Palermo e Messina, è -Nicosia, città lombarda già nominata. E se altre colonie lombarde han -pochi beni di tal sorta, agevolmente si ritrova la cagione: alcune -feudali fin dal principio; Piazza distrutta da Guglielmo I; e poi le -usurpazioni dei baroni al decimoquarto secolo, la continua vicenda -di concessioni e riscatti sotto la dominazione spagnuola; i sùbiti -guadagni o le perdite che ha portati il caso nella abolizione della -feudalità e in fine le dilapidazioni di tutti i tempi.[528] Ma Palermo, -Messina, Catania e la più parte delle altre grosse terre antiche, o non -ebbero municipio in que’ primi tempi per le cagioni che a luogo proprio -discorreremo, o serbarono scarsissimo patrimonio, prese da Ruggiero per -battaglia o per avari accordi; se non che con l’andar del tempo, nato o -ristorato il municipio, acquistò terreni per donazioni e coltivò que’ -già lasciati ad usi comuni. Pertanto riman poco dubbio in qual tempo -sorgesse Caltagirone. Ignoriamo solo la gente e il modo: se colonia di -soldati ausiliari o di uomini spicciolati, allettati dalle franchigie. - -Al primo dei quali supposti porterebbe l’antica tradizione locale che -vuol fondata Caltagirone, verso il mille, da Genovesi sbarcati con -l’armata a Camerina, arrischiatisi dentro terra; dove si mantennero, -dedicarono una chiesa a san Giorgio, rizzarono l’insegna della madre -patria; e i loro nepoti aprivan poi le porte al conte Ruggiero,[529] e -i figliuoli di quelli occupavano, regnando il figlio del conquistatore, -l’inespugnabile rôcca di Judica.[530] Da’ quali racconti stralciando -l’anno mille, l’armata di Camerina e le altre inverosimiglianze, -si potrebbe ammettere che uomini di Savona, città principale della -Marca aleramica nell’undecimo secolo, insieme con altri abitatori -della riviera di Ponente (chè spesso chiamavansi tutti Genovesi e -da Genova apprendeano a riscattarsi dai feudatarii) fossero venuti a -militare sotto il Conte, poco appresso la espugnazione di Palermo e -nelle guerre di Benavert; e che, stanziati in Caltagirone, cresciuti -a mano a mano per nuovi coloni delle province natìe e per savia -amministrazione della cosa pubblica, dato avessero in Sicilia un de’ -primi esempi di libertà e prosperità municipale; e poi, venuti in -voga gli stemmi e in fama i Genovesi, avessero levata la croce rossa -in campo bianco, al par di Genova, studiando a vantarsi oriundi da -quella. In vero il doppio nome che dà Edrisi (1154) a questo paese, -_Hisn-el-Genûn_ e _Kala’t-el-Khinzâria_, ossia «Castello de’ Genii» e -“Rocca della Cinghialeria,”[531] torna bene al caso di novella colonia -venuta a porsi in luogo già abitato; e la si direbbe recente assai, -vedendola per lo primo nella descrizione della diocesi di Siracusa -data il mille censessantanove, quand’ella manca nella descrizione del -millenovanta.[532] L’origine dopo il novanta converrebbe piuttosto a -colonia industriale che militare, ma non ismentirebbe punto la mossa -dalle vicinanze di Genova. - -Son queste le notizie ch’io ho potuto mettere insieme su i mutamenti -di popolazione cagionati dal conquisto. Si tenga a mente la rarità dei -diplomi degli archivii regii e municipali della Sicilia, anteriori al -decimo quarto secolo; e che i documenti genealogici delle famiglie -siciliane non sono nè copiosi nè ordinati, da poter aiutare le -presenti nostre ricerche. Dobbiam noi dunque contentarci di lontane -conghietture su le colonie mosse dalle regioni centrali e meridionali -della penisola. E in primo luogo che le città marittime dell’isola poco -frequenti di popolo, sì com’erano allora Messina e Patti, o scarse -di popolazioni cristiane, come Palermo, Cefalù, Catania, Girgenti, -Mazara, Trapani, si rifornirono, nel corso del duodecimo secolo, di -uomini delle città marittime di Terraferma. Oltre Genova e le sue -riviere, delle quali si è detto, ne vennero al certo da Pisa, Amalfi, -Salerno, Bari ed altri porti dell’Adriatico. Alle medesime regioni son -da riferire altre colonie che sembra siano passate a un tratto, come -le lombarde, non già alla spicciolata e in lungo tempo; ed abbiano -fatto stanza in luoghi abbandonati e desolati, non ingrossate città -che fiorivano. Tali credo io gli abitatori di Mistretta e Caccamo, -feudi della famiglia Bonello,[533] la quale comparisce in alto stato -ne’ più antichi documenti normanni;[534] e fu potentissima alla -metà del duodecimo secolo. Mistretta, la cui bella e forte schiatta -primeggia tuttavia in Sicilia per ardita saviezza di condotte agrarie, -va noverata tra le città più ricche di beni patrimoniali.[535] Caccamo -rivendicò, ai tempi di Guglielmo il Buono, le franchige de’ Siciliani, -contro novelli feudatarii francesi. Matteo Bonello, giovane di gran -cuore, accarezzato da Majone per le parentele e il seguito ch’egli -avea in Calabria, eroe popolare de’ Cristiani di Palermo, levò ne’ -suoi feudi gente che potea dirsi un esercito, e trattò coi sollevati -Lombardi dell’isola, ch’egli poi abbandonò, irresoluto e leggiero; -non sapendo usar nemmeno l’omicidio di Majone e lasciandosi pigliar -come un fanciullo dai partigiani del re.[536] Dal nome dunque e da’ -fatti, i Bonelli sembrano commilitoni di Ruggiero, non francesi però, -nè lombardi, nè greci: e direbbersi piuttosto siciliani di schiatta -italica, o calabresi. Ma nessun indizio abbiamo che uomini siciliani -appartenessero al baronaggio; nè par cosa verosimile, poichè quegli -antichi abitatori, ancorchè più numerosi che tutte le nuove schiatte, -non poteano ne’ primi tempi levarsi a importanza politica, se non -che in Messina o altre città del Valdemone. All’incontro sappiam che -la popolazione cristiana di Palermo s’accrebbe di quella delle città -marittime di Calabria e di Puglia:[537] e però a quelle province si -dovrebbe riferire l’origine de’ Bonelli ed anco de’ loro vassalli di -Mistretta e Caccamo. - - - - -CAPITOLO IX. - - -La condizione legale de’ vinti, non essendo descritta precisamente in -croniche o leggi, si dee raccapezzare da’ cenni che ne facciano le une -o le altre, e sopratutto dai diplomi: dond’è alquanto oscura questa -parte fondamentale del diritto pubblico siciliano ne’ tempi normanni. - -E in primo luogo non fu ignota, sì come pensava il Gregorio,[538] -la schiavitù. Il Malaterra e l’Amato ci narrano di prigioni che -i Normanni mandavano a vendere in Terraferma;[539] anzi si ritrae -che fosse questo de’ più belli e spediti guadagni de’ combattenti. -Le Costituzioni inoltre del regno e le Assise dei re di Sicilia, -mantengono espressamente la schiavitù.[540] Nè manca la cosa nè il nome -nei diplomi, quando la platea arabo-greca degli uomini della chiesa -di Catania, distesa nel 1094, dopo i villani, e pria de’ Giudei, dà i -nomi di ventitrè Musulmani, _’abîd_, che vuol dire in arabico schiavi, -e propriamente schiavi negri.[541] Un diploma greco del secondo conte -Ruggiero, dato il 1109, rinnovando le donazioni del padre in favor -del monastero di san Barbaro di Demenna, gli assegna come schiavo (εὶς -δουλίαν) un Leone figlio di Malacrino, co’ suoi discendenti.[542] Per -un altro del febbraio 1134, del quale non abbiamo che la traduzione -latina, lo stesso principe, già coronato re, concedendo largamente -al monastero del Salvatore di Messina de’ poderi con pascoli, alberi -e villani, tra agareni e cristiani, gli donava inoltre gran copia -di animali e dieci servi.[543] Il testamento del prete Scholaro, -vissuto alla fine dell’undecimo e principio dei duodecimo secolo, -fa menzione di schiavi e schiave ch’egli aveva comperati con la loro -progenie.[544] Si potrebbero anche addurre, se fossero scevri d’ogni -sospetto, due diplomi del 1098 e 1102 relativi alla Calabria, pei -quali il conquistatore della Sicilia, concedeva a san Brunone ed al -suo monastero presso Stilo, centoventi _linee di servi e villani_, -avanzo d’un drappello di Greci traditori, ai quali ei perdonò la -vita in grazia del sant’uomo.[545] Alla esaltazione di Guglielmo il -Buono, la regina reggente emancipava molti schiavi.[546] Un diploma -arabico del duodecimo secolo prova anco che le usanze commerciali -permettessero all’uomo di vendersi schiavo; poichè, stipolando parecchi -marinai musulmani di trasportare da Cefalù a Messina della moneta -d’oro d’un sire Guglielmo, e dando ogni altro la sicurtà sui proprii -beni, un pellegrino Othman che nulla possedea, vendè sè stesso al -banchiere, a patto di riscattarsi con la consegna della moneta.[547] -Non vedendosi, contuttociò, frequenti gli schiavi nel XII secolo, -viene alla mente di ognuno il supposto che i Musulmani presi nella -guerra, scompartiti come l’altro bottino e venduti dai più, tenuti -schiavi dai grandi possessori, fossero stati messi da tutti a lavorare -il suolo.[548] Occorrono difatti, nei diplomi siciliani dell’XI e XII -secolo, donazioni di villani senza terreno: sopra tutti è notevole -un diploma del 1094 il quale rassomiglia alle odierne soscrizioni di -beneficenza, poichè, fondato il novello Monastero di Patti, mentre il -conte Ruggiero e i feudatarii maggiori lo dotavano di castella, terre -e villani a centinaia, molti baroni o militi gli donavano chi uno -chi due, chi parecchi villani sparsi in varie terre della Sicilia; e -Guglielmo Malo Spatario aggiugnea perfino un giudeo.[549] Or cotesti -uomini raccolti da tanti luoghi diversi per coltivare i poderi del -vescovo, hanno sembianza di schiavi, anzichè servi della gleba. -Similmente occorre un atto di vendita di quattro villani nelle campagne -di Palermo per dugento tarì e un cavallo.[550] Il nome di villani -sembra dato in cotesti casi per eufemismo cristiano e perchè realmente -quegli infelici prestavano ne’ campi gli stessi servigi che i villani, -ancorch’ei fossero di condizione diversa. Si legge espressamente -nelle Costituzioni che dei villani altri fosse tenuto per cagion di -persona, altri per cagion di roba; onde questi si potea svincolar -dal signore lasciandogli quanto tenesse di lui, quegli non poteva in -alcun modo.[551] Ognun vede che questa ultima, se la non era perfetta -schiavitù al tempo delle Costituzioni, era stata una volta. E l’era -divenuta servitù della gleba senza legge, senz’atto del padrone, senza -merito di alcuno, per mera necessità delle cose. - -Que’ che comunemente nell’Europa feudale si diceano servi della gleba, -sono denominati _villani_ nei diplomi latini della Sicilia[552] e -di parecchi luoghi di Puglia e di Calabria dall’undecimo secolo in -giù.[553] Al quale vocabolo nelle carte greche di Sicilia risponde -ordinariamente ῶαροίκοι[554] e nelle arabiche _Ahl-el-Gerâid_, ovvero -_Rigiâl-el-Gerâid_:[555] come noi diremmo _gente_, ovvero _uomini -de’ ruoli_; e l’è vera traduzione arabica di _adscriptitii_ e di -ὲναῶόγραφοι. Talvolta è sostituita l’appellazione generica di _uomini_, -(homines, ἄνθρωποι, _rigiâl_) che nel medio evo significava ogni -maniera di vassalli.[556] Quando avvenìa che tra quelli non fosse alcun -cristiano, si usava l’erronea appellazione etnica di agareni.[557] -Nei diplomi greci occorre poi la voce latina villani trascritta -senz’altro[558] e in uno di Calabria anco σιγιλλάτοι, cioè inscritti -ne’ sigilli, ossia diplomi.[559] Negli arabici è adoperata con lo -stesso significato una voce che han creduta _harsc_ o _kharsc_, e che -io leggerei più tosto _harithîn_, ossia agricoltori.[560] - -Parmi poi che la medesima classe e non altra sia designata con la voce -_rustici_, in due diplomi latini del 1086 e 1114: il che è sì evidente -nel primo, che gli stessi uomini chiamati in principio rustici si -dicono in sul fine villani.[561] Non altrimenti suonava quella voce nel -rimanente dell’Europa feudale.[562] Nelle Costituzioni, la voce rustici -denota genericamente i villani, gli angarii, gli ascrittizi, i servi -della gleba ed altre classi vili, come allor si pensava:[563] nè questa -voce significò mai una classe superiore a’ villani e inferiore ai -borghesi, come suppone il Gregorio, seguendo fallaci induzioni.[564] Nè -meglio ei s’appose quando considerò gli _angarii_ come classe inferiore -ai villani: che sarebbe stata cosa contraria alle consuetudini generali -della feudalità:[565] nè v’ha alcun motivo di supporla anomalia del -dritto pubblico siciliano.[566] - -La diversità, profonda in diritto, forse lieve in fatto e citata per -incidenza nelle Costituzioni, onde si distingueano i villani obbligati -per ragion della persona da que’ tenuti per cagion della roba, non è -determinata da apposite denominazioni, fuorchè nei diplomi arabici o -greco-arabici di Sicilia: pochissimi diplomi, perchè l’ignoranza, la -trascuraggine e i furori civili ne distrussero la più parte. I diplomi -latini, scritti per comodo de’ vincitori, guerrieri o preti, notano -il numero de’ villani, i confini dei poderi e nulla più: perch’erano -compendii delle concessioni, cautele di concessionarii, non curanti -delle minuzie amministrative e legali, quando l’istinto della feudalità -li portava a sciogliere ogni dubbio con la violenza. All’incontro, -i diplomi greci ed arabici su le concessioni di persone o poderi, -tornano ad estratti dei registri pubblici. Non poteva essere altrimenti -per gli arabici, e l’è molto verosimile pei greci; perocchè l’idioma -greco si parlava o intendea dalla più parte della popolazione al tempo -del conquisto musulmano; e poscia i Musulmani non aveano al certo -distrutti i catasti nè gli altri atti della pubblica amministrazione -bizantina, scritti in greco; nè questo linguaggio era caduto in disuso -allo scorcio dell’undecimo secolo, quando moltissimi Siciliani doveano -parlarlo, o intenderlo, e i preti o i notai doveano averlo studiato -bene o male.[567] Gli atti dunque arabici o greci, corretti col -riscontro continuo de’ vassalli interessati, conteneano la guarentigia -de’ diritti delle persone e robe loro. Nè l’è da maravigliare che si -trovi in quelli soltanto un’appellazione di classe ignota nelle fonti -latine. - -Cioè gli uomini del _Maks_, s’io ben leggo questa voce, in luogo di -_M..l..s_, nei diplomi arabici del 1150, 1154, 1169 e 1183; l’ultimo -de’ quali dà indizii che bastano a determinare la condizione. -Richiamati alle terre dal demanio, come sempre si faceva, ancorchè -con pochissimo frutto, gli uomini che se ne fossero allontanati -per rifuggirsi nelle terre del monastero di Morreale, Guglielmo -II, per quel diploma, rilasciò a’ frati gli uomini di _Maks_ e -que’ delle _Mehallet_, de’ quali tratteremo tantosto; ma ritenne -rigorosamente i _rigiâl-el-gerâid_, ossia villani, quasi parte -integrale della proprietà. Son diversi pertanto que’ del _Maks_, -dagli _uomini delle platee_, ossia villani; perchè questi vengono -eccettuati dalla concessione, e quelli vi sono compresi. Diversi -anco per la denominazione loro attribuita in greco: ἐξώγραφοι, -come noi diremmo “que’ fuori scritto;” il cui significato torna più -evidente per l’opposizione al noto vocabolo ἐναῶόγραφοι “trascritti,” -_adscriptitii_, cioè, i _villani_, i veri servi della gleba.[568] -_Maks_ ha in arabico lo stesso vago significato che appo noi taglia -o balzello; vuol dir tassa illegale e vessatoria;[569] talchè “gente -di _Maks_” tornerebbe litteralmente al _taillables_ del linguaggio -feudale francese; e parmi espressione appropriata a designare gli -uomini passibili di balzelli, ancorchè non inscritti nelle fatali -carte che li rendeano, essi e la progenie loro, materia di proprietà. -Tornano dunque ai villani tenuti al signore per cagion di roba, come -dicono le Costituzioni, ed alla classe superiore dei _ceorls_ sassoni -in Inghilterra. Il diploma del 1169 pone allo stesso grado degli -uomini di _Maks_ i _Ghorebâ_, che suona “stranieri;” e rispondono ai -commendati, raccomandati, affidati, ospiti, che solea il feudatario -ricettare, anzi adescare, nel proprio territorio per coltivarlo: uomini -liberi, o supposti tali perchè era loro venuto fatto di sottrarsi alle -persecuzioni del signore, i quali lavoravano per aver tetto e pane, -o godeano i frutti delle terre pagando il signore con danari, derrate -o giornate di lavoro in altri poderi.[570] Nè egli è inverosimile che -molti musulmani, ed anco cristiani, fossero nella medesima condizione -con origine diversa, per esempio gli artigiani delle piccole terre, non -fatti schiavi, nè dichiarati borghesi. - -Il vincolo indissolubile dei villani tenuti per ragion personale, -dimostravasi co’ ruoli, o _platee_, come chiamaronle, nelle quali -scriveansi i nomi degli uomini conceduti dal principe, per lo più -con lor poderi e beni mobili:[571] chè sendo nuova la signoria e -nuovo l’ordinamento sociale, nuovi furon anco tutti i titoli di -possedimento feudale. Par che la descrizione generale dei villani sia -stata compiuta insieme col conquisto, e rilasciata nel millenovantatrè -a ciascun signore la _platea_ de’ suoi: e che cotesti ruoli si -correggessero in ogni nuova concessione, sostituendo ai morti le -vedove che rappresentavano la famiglia e aggiugnendo i novelli -ammogliati che ne costituivano delle altre.[572] I principi normanni -rispettarono scrupolosamente questa maniera di possesso; poichè -nelle nuove concessioni di villani appartenenti al demanio si ponea -sempre la clausola che s’intendessero esclusi gli uomini iscritti -nelle platee precedenti de’ feudatarii.[573] Illustra mirabilmente -il diritto e il fatto, l’or citato diploma arabico di Guglielmo II a -favor del monastero di Morreale. Come si scorge da questa e da cento -altre carte del XII secolo, siciliane, calabresi e pugliesi, e come -abbiam noi testè notato, i signori studiavansi a tenere i vassalli -a dritto ed a torto, e quelli si rifuggivano quando il poteano, in -altre terre.[574] È da supporre che i signori, abusando il potere, -sovente ritenessero de’ villani non soggetti a vincolo personale; e -che i soggetti pur tentassero di sciogliersi, quando la buona fortuna, -massime la proprietà acquistata fuori il territorio del signore, lor -dessero i mezzi di rivendicare in giudizio la libertà, o venire a -componimento.[575] - -Qualunque si fosse il vincolo, personale o reale, i rustici o villani -di Sicilia ebbero persona legale[576] e libera proprietà fuor delle -terre ch’e’ tenessero dal signore:[577] i quali due diritti li -rendeano di gran lunga superiori a’ servi della gleba di molti altri -paesi. Inoltre soddisfacean essi a pesi e servigi determinati; la -quale certezza veniva dal recente conquisto normanno e da’ diligenti -ordini amministrativi de’ musulmani: ed anco rendea la condizione di -quell’infima classe d’uomini assai migliore che nei paesi occupati -dai barbari del settentrione; dove la remota origine della servitù -della gleba, confuse i limiti d’ogni dritto e dovere, e il feudatario -li allargò a sua posta. E sta bene quanto scrisse il Gregorio su -le contribuzioni e i servigi dovuti da’ villani;[578] se non che si -ritrae da’ diplomi che talvolta e’ non fossero obbligati a servigio -personale di sorta, bensì a tributi di danaro e derrate, in tempi e -in quantità fisse.[579] Questa anzi mi sembra la condizione primitiva -delle concessioni; e la si riscontra con l’autorevole testimonianza -d’Ibn-Giobair, viaggiatore spagnuolo, il quale percorrendo la -Sicilia settentrionale nell’inverno del millecentottantaquattro -e ottantacinque, investigò con sollecitudine l’essere de’ suoi -correligionarii. «Sendo ormai piena, scrive costui, la Sicilia di -adoratori delle croci, i Musulmani dimorano insieme con essi nelle -proprie possessioni e ville. I Cristiani dapprima li trattaron bene per -fruire di lor opera e industria e posero sovr’essi un tributo che si -paga in due stagioni dell’anno: nel qual modo si cacciaron di mezzo tra -i Musulmani e la ricchezza, su la terra che lor venne tra i piè.... I -cittadini musulmani, dice egli altrove, frequentissimi soggiornano in -Palermo, in lor proprii quartieri, con lor moschee e mercati, e un cadi -giudice di lor liti: ed avvene anco in altre città, oltre le campagne -e i villaggi. Ma que’ di Palermo, la più parte, sdegnano i fratelli -caduti nella_ dsimma_ degli Infedeli.» Cotesta voce ch’Ibn-Giobair -replica in altro luogo accennando in generale ai Musulmani di -Sicilia,[580] significa vassallaggio, quello propriamente de’ -Cristiani e Giudei sottoposti alla _gezia_ ne’ paesi musulmani.[581] -Ed appunto _gezia_ si chiama il tributo di danaro dovuto da un -villano musulmano nel diploma arabico del 1177 che ho citato poc’anzi -e _canone_ il tributo di grani.[582] Che se potesse argomentarsi la -ragione generale di cotesti tributi dai soli due documenti nei quali -n’è espressa la quantità, la si direbbe diversa secondo i luoghi; -poichè dal diploma del 1095 torna a venti tarì, o _robái_, e da -quello del 1177 a dieci.[583] Nè parlo io del tributo di frumento -e d’orzo, il quale dovea necessariamente variare secondo la qualità -ed estensione dei poderi. Il lavoro obbligatorio non è prescritto o -almeno non è particolareggiato nelle carte più antiche, in alcuna delle -quali i villani o uomini sono donati “per servire” o donati insieme -con lor poderi, nè altro si aggiugne.[584] Parmi verosimile che i -novelli signori, portando seco in Sicilia le usanze della feudalità -continentale, abbiano talvolta, per necessità o condiscendenza, -commutato in giorni di lavoro tutto il tributo di danaro e grano o -parte di esso, e talvolta aggiunto per abuso l’obbligo del lavoro, -l’_angaria_ come la si chiamava, e i munuscoli di vivande.[585] - -Occorre nel solo diploma dianzi citato del 1183[586] l’appellazione di -_Ahl-el-Mehallêt_, ossia «gente dei villaggi;” i quali entrano nella -donazione a favor del monastero di Morreale, insieme con gli uomini -di _Maks_; e da ciò si scorge ch’essi non fossero tenuti da vincolo -personale. Il significato del nome risponde, non meno che la libera -condizione, a’ Βουργισίοι e _burgenses_ dei diplomi greci e latini; -poichè _mehalla_, singolare di _mehallêt_, suona borgo o villaggio. -Nè rechi maraviglia quella donazione di uomini liberi, nè quella -iscrizione dei nomi loro in un ruolo; quando noi veggiamo accordato -al vescovo di Cefalù il dominio di alcuni borghesi;[587] dichiarato -per sentenza che alcuni borghesi appartenessero ad un feudatario di -Calabria;[588] e pagato dai borghesi di Sinagra in Sicilia tributo -annuale e compensi di lavoro obbligato.[589] Poichè i feudatari -cavavano entrate dirette da questa classe di vassalli, ben s’intende -ch’e’ ne volessero i ruoli. Si leggano nell’opera del Gregorio le -condizioni de’ borghesi,[590] con l’avvertenza che tal nome si dava -tanto agli abitatori delle città quanto a que’ delle piccole terre, i -quali il Gregorio chiama rustici erroneamente.[591] - -Più grave menda del pubblicista siciliano fu il supporre legittime -esazioni gli aggravi che i feudatarii faceano sopportare ai borghesi -dal mezzo del duodecimo secolo in giù, e il farsi beffe del Falcando -che ricordava fedelmente i diritti vantati da quelli, quando alcuni -francesi, venuti a corte di Guglielmo II verso il 1169, si provarono -ad usurpazioni. Narrato come il francese Giovanni di Lavardino -pretendesse, all’uso del suo paese, la metà d’ogni entrata dai -terrazzani di Caccamo, «costoro, prosegue lo storico, allegando la -libertà de’ cittadini e borghesi di Sicilia, sosteneano non dovere -tributi nè balzelli di sorta, ma occasionalmente, quando il signore -si travagliasse in gran bisogno, l’offerta volontaria di quella somma -che loro paresse: perocchè in Sicilia, dicean essi, nessuno soggiace -a tributi e prestazioni annuali, fuorchè i Saraceni e i Greci, sendo i -soli ai quali si adatti il nome di villani.» Poco appresso, come que’ -richiami furono spregiati dal gran cancelliere, così dice il Falcando, -che i costui nemici suscitarono l’odio pubblico, opponendogli il -disegno di assoggettare tutti i popoli di Sicilia a tributi e balzelli, -all’uso della Francia che non ha liberi cittadini.»[592] Io non so in -vero come il Gregorio non siasi accorto delle successive usurpazioni -de’ feudatarii laici ed ecclesiastici a danno dei borghesi, nè com’egli -venga dimenticando gli antichi esempii di franchige[593] per fare -assegnamento su i moderni di soprusi.[594] - -L’attestato positivo del Falcando, a fronte di qualche fatto contrario -cavato dai diplomi, porterebbe anco alla conghiettura che la condizione -dei borghesi non fosse stata la medesima in tutti i luoghi: la quale -diversità si dovrebbe supporre d’altronde, perchè in varii modi furono -occupate le terre, e varie schiatte v’ebbero stanza. E tra questo e le -usurpazioni de’ feudatari le quali necessariamente succedeano in ragion -diretta dalla forza loro e inversa dallo spirito e numero dei borghesi, -ognun comprende la disuguaglianza delle condizioni che per avventura -si fosse accumulata nella seconda metà del duodecimo secolo. Al certo -i borghesi lombardi mantennero loro immunità meglio che i greci e i -musulmani; que’ della città meglio che que’ delle terre; e meglio che -tutti, i Musulmani di Palermo, infino alla morte del re Guglielmo il -Buono. - -Su le condizioni degli abitatori delle città può seguirsi la -esposizione del Gregorio, il quale accenna alle proprietà allodiali -loro, alla diversa legge sotto la quale vissero secondo loro origine, -e largamente descrive i pesi loro imposti, le gabelle, cioè, che -poi si chiamarono antiche, su la consumazione di alcune derrate, su -la produzione di altre, su i pedaggi e su l’uso di alcuni diritti -dominicali; la tassa detta di marineria e i servigi personali, come -la milizia in terra e in mare, gli alberghi militari, l’opera nelle -pubbliche costruzioni: a che si aggiugneano le multe di giustizia -e le collette ne’ quattro casi feudali, se pur erano fissate ne’ -primi tempi del conquisto.[595] Bel quadro, lavorato a mosaico di -frammenti siciliani e talvolta stranieri, ben aggiustati alle linee del -disegno; ma v’ha sbaglio, com’io notava poc’anzi,[596] nell’atto di -giustizia alla carlona che il Gregorio attribuisce ai conquistatori; -cioè che abbiano sottoposti alla _gezia_ tutti i Musulmani,[597] e -liberati da quella tutti i Cristiani. Del primo assunto ei dà due -sole prove: che i Normanni riscoteano la _gezia_ sopra i Giudei, e -che l’imperator Federigo il milledugentrentanove la fe’ pagare a due -musulmani di Lucera. Ma appunto perchè abbiam ricordi della _gezia_ -su i Giudei[598] e non su i Musulmani, dovea il Gregorio dubitare del -proprio concetto. Non andava poi misurata la condizione dei Musulmani -di Sicilia del duodecimo secolo, numerosi, liberi, ricchi e potenti, -su quella d’un pugno di ribelli vinti, deportati a Lucera nel secolo -tredicesimo. E quanto alla _gezia_ de’ Cristiani, il Gregorio non si -accorge che la fosse durata sotto il nome di _dono_ o qualsivoglia -altro, a carico de’ villani, ch’erano in gran parte Greci, ossia -discendenti delle popolazioni greche e italiche ond’era popolata la -Sicilia nel nono secolo;[599] e che camparono da quella gravezza, se -pur tutti camparono, i borghesi. Il vero è che la _gezia_ col suo -odioso nome rimase addosso a’ soli Giudei, aborriti dai Cristiani, -per lo meno, quant’erano da’ Musulmani. Ebbero i villani l’aggravio -senza l’ingiuria. I borghesi di molte terre o di tutte, e di certo -que’ di Palermo e delle città grosse, pagarono sotto forma per lo -più di gabelle. E veramente il contemporaneo musulmano che prestò le -parole ad Ibn-el-Athîr, compendia gli effetti del conquisto in questa -sentenza: che Ruggiero fece stanziare in Sicilia i Rûm e i Franchi -insieme co’ Musulmani e che a nissuno lasciò bagno, nè canova, nè -molino, nè forno.[600] E pur la maraviglia e la querimonia si rimangono -a quelle complicate esazioni della feudalità, sì strane agli occhi dei -Musulmani civili; nè l’autore tocca quell’enormità maggiore di tutte -che sarebbe stata la gezia posta su i Credenti! Non voglio allegar -qui uno scrittore della corte del re Ruggiero, il geografo Edrisi, -il quale, come suol dirsi, prova troppo, scrivendo che il Conte, -insignoritosi di tutta l’isola e fermatovi il seggio dell’impero suo, -bandì giustizia ai popoli, concesse a ciascuno lo esercizio della -propria credenza e legge, e diede piena sicurtà alle persone, robe, -famiglie e discendenti.[601] Ma se Edrisi, non risguardando come uomini -nè fratelli in Islam i servi della gleba, volle dir de’ soli cittadini -coi quali egli usava nella capitale (1154), stan bene le sue parole, e -le sono confermate poco appresso (1184) da Ibn-Giobair.[602] Non parmi -inopportuno di aggiugnere alle ricordate conclusioni del Gregorio, -che le carte ritrovate dopo lui, risguardanti passaggi di proprietà, -provin tutte esserne stato esercitato liberissimamente il diritto -da’ Musulmani di Palermo, uomini e donne, sotto l’impero della legge -musulmana e la giurisdizione del cadì.[603] Al ragguaglio de’ Musulmani -compariscono i borghesi delle antiche schiatte cristiane, liberi -possessori di proprietà allodiali.[604] - -La cittadinanza greca di Sicilia alla fine dell’undecimo secolo può -personificarsi nel prete Scholaro del quale ci avanza il testamento: -uomo, tra tutti i Siciliani, graditissimo al conquistatore per -importanti servigi nell’azienda pubblica e nella famiglia. Di casato -Graffeo, nacque costui o dimorò in Messina, dove possedette, insieme -co’ suoi fratelli, de’ beni urbani e n’ebbe anco dei dotali; fu -cappellano del palazzo del Conte a Reggio ed accrebbe a dismisura -il patrimonio, comperando stabili, animali, villani e schiavi nei -territorii di Messina, Palermo, Castrogiovanni, Traina, Maniace, -Castello e di là dello Stretto a Reggio, Massa, Seminara, Nicotera, -Briatico, Gerace, Cosenza e Rossano: in fine il conte Ruggiero volendo -“rimeritarlo con piccol dono delle sue immense ed onestissime fatiche” -per diploma del 1099 concedeva a lui “ed ai suoi successori sino alla -fine del mondo” i territorii di Fragalà e di Ferla. Divisi i beni -paterni co’ fratelli, e scompartita poscia tra i proprii figliuoli -gran parte del suo avere, egli usò il rimanente a fondare non lungi da -Messina un monastero; largamente dotollo di edifizii, poderi, arredi -sacri comperati in Grecia, bellissime dipinture rifulgenti d’oro e -trecento codici greci; e vi si fè monaco, prendendo il nome di Saba. -Il suo testamento dato dal millecenquattordici, dal quale ricaviamo -cotesti particolari, mostra ch’ei non fosse allora pervenuto ad estrema -vecchiezza, poichè vivea tuttavia il padre suo. Un fratello avea -fondato un altro cenobio e vi s’era chiuso. Sperava Saba che alcuno de’ -suoi figliuoli seguisse l’esempio; poichè per fondazione lasciò a loro -ed a qual dei congiunti e successori il volesse, il grado di abate, -ch’egli, senza tanta umiltà cristiana, ritenne in sua vita.[605] - -Non pochi oltramontani venuti coi guerrieri di casa d’Hauteville -vissero a quel tempo ne’ chiostri di Calabria, donde salirono ad alte -dignità ecclesiastiche e civili; e pur nessun uomo di quelle schiatte, -nè delle italiche, affaticatosi nella guerra e nei governi, finì la sua -vita negli ozii del chiostro. Perchè dunque entrava quest’ubbia nella -famiglia Graffeo, partigiana del conte, data agli affari mondani ed a’ -grossi guadagni dei faccendieri che seguirono l’esercito conquistatore? -Era, s’io mal non m’appongo, quella fiaccona che il cristianesimo portò -nella gente greca in tutte le regioni e per tutto il corso del medio -evo; la perfezione monastica sostituita alla virtù cittadina, e in ogni -cosa preferito il martirio al combattimento. Il ricchissimo Graffeo, -si sentia da meno d’ogni piccolo feudatario francese o lombardo; si -vedea messo da canto dopo la morte del suo signore; nè trovava altra -via aperta alla fama ed all’autorità, che di farsi, co’ suoi propri -danari, dignitario della Chiesa. Lo stesso genio di lui comparisce -nell’universale de’ borghesi greci di Sicilia: alieni dalla milizia -ancorchè, di certo, non tremassero loro le braccia quando pigliavano -le armi; solerti e astuti ne’ privati guadagni, e tiepidi nelle cose -pubbliche. - -La ripugnanza dalla vita militare, in quell’età e in quel principato -surto di fresco dalla guerra, fu cagione che i Greci di Sicilia -rimanessero inferiori agli Oltramontani, agli Italiani di Terraferma e -agli stessi Musulmani in una parte dell’ordine sociale, essenzialissima -nel medio evo. Nessun di loro si vede investito di feudi; nessuno -primeggia nella nobiltà del paese, ancorchè molti esercitassero uficii -pubblici fin da’ primi tempi del conquisto normanno. Così nelle carte -del tempo leggiam nomi di Greci _strateghi_ o _vicecomiti_ ch’erano -uficiali dello Stato, di _arconti_ e _geronti,_ denominazioni d’ufici -municipali di che discorreremo nel capitol che segue, dove direm -anco del vocabolo arconte, attribuito, come titol d’onore, ai grandi -uficiali della corte normanna. Se esso mai dinotò in Sicilia, oltre -il magistrato, una particolare classe sociale, parmi sia stata quella -dei possessori nel territorio, ossia la nobiltà municipale, sedente -per antichissima usanza nel consiglio; onde la stessa parola indicava -il ceto e l’uficio. Gran divario correa dunque tra questi gentiluomini -terrazzani e i cavalieri dell’Italia o della Francia. - -Ma tra i Musulmani, oltre gli _sceikh_, notabili municipali, gli -_hâkim_ e i _cadi_, giudici e gli _’âmil_ uficiali del governo, si vede -fin dal principio della dominazione normanna e scomparisce a mezzo il -decimoterzo secolo, insieme con la schiatta araba e berbera, il titolo -di _kâid_; il quale, mi par che risponda talvolta a grado di nobiltà. -_Kâid_ significa propriamente “condottiero;” e come per ragione -d’etimologia, così anco per forza dell’uso, porta ordinariamente -autorità minore dell’_emir_ ch’è “comandante.” Abbiamo notato altrove -le parole di due croniche, secondo la prima delle quali il califfo -fatemita Kâim, a reprimere una ribellione (975) mandava in Sicilia -“un esercito e parecchi _kâid_;” e secondo l’altra il segretario di -Stato d’un emir kelbita rovinò (1019) il suo signore aggravando il -paese e maltrattando i _kâid_ e gli sceikhi.[606] Esempio alquanto -diverso abbiamo allo scorcio del decimo secolo, quand’era chiamato -_kâid_ quel Giawher, liberto siciliano che conquistò a’ Fatemiti tanta -parte dell’Affrica occidentale e dell’Egitto.[607] Nel decimoterzo e -decimoquarto ebbero il medesimo titolo, i condottieri di mercenarii -cristiani in Tunis.[608] Nelle traduzioni spagnuole di atti arabici -del decimoquarto secolo occorre un alcade della dogana nell’Affrica -settentrionale.[609] Ognun poi sa come lo stesso vocabolo in Ispagna -significò castellano e, in ultimo, capo dell’autorità municipale. - -Accostandoci vie più al caso nostro, è da ricordare come i regoli -surti in Sicilia dopo la dinastia kelbita, non altrimenti negli annali -arabici s’intitolassero che _kâid_;[610] ed anco Amato e il Malaterra -chiamano _cayt_ e _arcadius_, i varii capitani e castellani dell’isola -e infine i due condottieri palermitani che trattarono la resa della -capitale.[611] Di lì a venti anni compariscono dei _kâid_ a capo lista -dei vassalli del vescovo di Catania in Aci ed in Catania stessa:[612] -e gli è da presumere che le medesime persone o i padri, avessero -portato quel titolo fin dal principio della guerra; leggendosi che -il Conte concedette al vescovo la città e i cittadini musulmani come -stavano prima del conquisto, con diritto di richiamare le persone o -i discendenti di coloro che, presa allor la fuga, aveano riparato in -altri luoghi dell’isola.[613] Leggiamo in data del 1123 il nome di un -kâid che il feudatario di Pitirrana avea mandato in Palermo per sue -faccende;[614] in data del 1132, di tre kâid i quali, con molti altri -Musulmani e Cristiani, assistettero alla descrizione dei confini de’ -poderi donati dal re Ruggiero al vescovo di Cefalù.[615] Ma dati da -questo Ruggiero nuovi ordini al governo del reame, e cresciuta sotto -i due Guglielmi la riputazione de’ cortigiani musulmani, spesseggiano -nelle croniche latine e ne’ diplomi arabi, greci e latini, i _kâid_, -καΐτοι e _gaiti_ o _cayti_, or citati o soscritti come testimonii in -atti pubblici, or esercenti pubblici ufici ed or celebri nei raggiri -della corte. In cotesti scritti la voce _kâid_, talvolta evidentemente -vuol dire condottieri di pretoriani;[616] più spesso torna a mero -titolo di onorificenza dato ad oficiali della corte;[617] ma in molti -altri casi a noi sembra denominazione d’un ordine sociale. Che i -titoli militari degenerino facilmente in nobiliari, ognun lo sa dalla -voce _dux_ e da tante altre che occorrono in tutti i paesi e in tutti -i tempi. Similmente sembra grado di nobiltà, la qualità di _kâid_, -data dal Falcando ad Abu-l-Kasim-ibn-Hammûd e al suo rivale Sedictus -(Siddik?) ai tempi di Guglielmo il Buono[618] perocchè quello stesso -Ibn-Hammûd, ricchissimo uomo della schiatta di Alì, è chiamato _kâid_ -dal contemporaneo Ibn-Giobair, e detto “il primo _za’îm_ e signore -dell’isola, un di que’ nobili ne’ quali la signoria scende ereditaria -in linea di primogenitura.”[619] Potremmo noverar nella medesima -classe tutti i gaiti che compariscono senza livrea di corte nella -seconda metà del duodecimo secolo; i quali se pur vogliano supporsi -condottieri di milizie, nol furono di pretoriani, vedendosi sparsi -per tutta l’isola[620] e tornerebbero quindi a capitani ereditarii, -ossia a nobili; quando gli ordini delle tribù arabiche e gli usi del -_giund_ concordavano in questo coi costumi feudali dell’Europa, che il -capo della famiglia vera o fittizia, conducesse in guerra le proprie -genti. Nè altri esser poteano che _kâid_ nobili, i cinque regoli -saraceni surti in arme ne’ monti del val di Mazara, dopo la morte di -Guglielmo il Buono.[621] Certo egli è che avendo Roberto Guiscardo, -e poi il conte Ruggiero, adoperate grosse schiere di musulmani -siciliani, coteste milizie doveano obbedire a capitani di lor gente; -e che i capitani, se pur non erano nobili di nascita, lo diveniano di -fatto, secondo le idee del medio evo e un po’ di tutti i tempi. Io -penso che i _kâid_ in Sicilia ragunassero le milizie musulmane a un -di presso come i baroni le feudali e costituissero nella prima metà -del duodecimo secolo una vera nobiltà. Rimase questa in piè sino alla -morte di Guglielmo II, ancorchè il numero delle milizie musulmane -negli eserciti regii scemasse di molto e si amassero meglio i Musulmani -stanziali de’ quali si è fatta parola, capitanati da _kâid_ cristiani -o convertiti in apparenza.[622] Ma or col pretesto di capitanare una -compagnia pretoriana ed or senza alcuno, i paggi della corte, eunuchi -la più parte addetti al servigio delle persone reali o ad ufici -pubblici, presero a poco a poco quel titolo di nobiltà.[623] Il quale -nello scompiglio politico ed amministrativo che precedette al regno -di Federigo, divenne, com’e’ parmi, titolo d’un uficio d’azienda, -quella forse di beni demaniali, nella città e territorio di Palermo, -tenuta prima da un de’ paggi di corte. Uficio d’azienda fu certo nella -prima metà del secolo decimoterzo.[624] Ma proprio ne’ primi anni -(1206) papa Innocenzo III avea scritto “al cadi _con tutti i gaiti_ di -Entella, Platani, Giato, Celso ed a tutti gli altri gaiti e Saraceni -di Sicilia” augurando loro “di comprendere ed amare la verità ch’è Dio -stesso;” lodandoli della fede serbata a Federigo re loro ed esortandoli -a perseverare in quella.[625] Erano dunque i gaiti di quel tempo capi -politici e militari nel bel centro del Val di Mazara. - -Se bastin le cose qui dette a dimostrare che dopo il conquisto normanno -non mancò un ordine di nobili tra i Musulmani di Sicilia, si ammirerà -la felice intuizione che condusse il Gregorio a concluder lo stesso, -ancorchè le due prove ch’ei ne allegava non reggessero punto nè poco. -Perocch’egli, seguendo alcune incerte parole del Malaterra, suppose -feudatario del conte Ruggiero lo sciagurato Ibn-Thimna che fu alleato -di lui e di Roberto Guiscardo; e accettando un anacronismo di Leone -Affricano, suppose lasciato dal Conte il dominio d’un castello, al -musulmano da lui chiamato Esseriph, rinomato scrittore di geografia; -il quale non è altri che Edrisi, e visse nelle generazioni seguenti, -poichè egli presentava il suo libro al re Ruggiero, ottant’anni -appresso l’entrata del Conte in Palermo![626] - -Dei fatti rassegnati in questo e nel capitolo precedente si ritrova -la causa nelle vicende del conquisto. Il quale, messe da canto le -operazioni spicciolate e la caduta delle ultime fortezze, va diviso -in quattro periodi: cacciata dei Musulmani dalla punta settentrionale -del Valdemone (1061); occupazione della zona settentrionale del Val -di Mazara (1072); guerra di Benavert (1073-86) e sottomissione del Val -di Noto (1086-9). Or nei primi due periodi e nell’ultimo fu sì rapido -il trionfo, che il grosso della popolazione rimase là dov’era: nel -Valdemone i Greci e altri antichi abitatori, e nelle altre province -nominate, gli antichi abitatori cristiani o rinnegati e i Musulmani di -sangue arabico o berbero. È da notar pure questo divario che nel primo -periodo i vincitori lasciarono appena qualche debole presidio; ma nel -secondo e nel quarto, sendo assai più numerosi e dividendo gli acquisti -tra loro, stanziarono nel paese: e però il Valdemone estremo ebbe meno -stranieri che il rimanente dell’isola. Ma combattuto a lungo il terzo -periodo; nel quale variò la fortuna più che nol confessi il Malaterra, -e furono costretti i Normanni, a cercare nuovi ausiliari, ch’egli -dissimula invano. In questo tempo parmi seguissero le maggiori perdite -de’ vincitori, il condottiero de’ quali, alla fine dell’impresa, -confessava essergli stato ucciso tanto numero di cavalieri che Dio solo -e i Santi il sapeano.[627] In questo tempo veggiamo afforzata, come -base di operazioni a sinistra della frontiera normanna, Paternò, il -cui nome occorre nell’Italia di sopra, e la città, dopo la morte del -conte Ruggiero, divenne feudo di Arrigo de’ marchesi Aleramidi.[628] -Gli indizii su l’origine di Caltagirone, le prove su le popolazioni di -Piazza, Nicosia ed altre città delle catene di monti che girano intorno -all’Etna da tramontana a ponente, ci portano a credere cacciata o -sterminata nel terzo periodo del conquisto gran parte dell’antica gente -cristiana o musulmana di quella regione, e sottentrate a quella colonie -di Terraferma, le quali poi crebbero per emigrazioni spicciolate, -incominciando dagli ultimi anni del conte Ruggiero e continuando per -tutta la reggenza di Adelaide e forse nei primi anni di governo del -figliuolo che poi fu re. Il quale supposto si conferma riscontrando -i nomi delle città principali della diocesi di Catania secondo il -diploma del Conte, dato il 1091, con que’ che si leggono ne’ paragrafi -di Edrisi (1154) risguardanti la stessa regione; poichè mancano tra -i primi Piazza, San Filippo d’Argirò, Aidone, colonie lombarde; le -quali città al certo non sarebbero state messe da canto, se verso la -fine della guerra le fossero state così grosse e importanti come le si -veggono nel XII secolo.[629] E l’è appunto il caso di Caltagirone che -notammo dianzi.[630] - -Gli annali del conquisto ci conducono anco a supposti non privi di -fondamento su l’origine delle condizioni personali. Abbiam noi narrato -come le città principali s’arrendessero a patti, Catania, Palermo, -Mazara, Trapani, Taormina, Siracusa, Castrogiovanni, Butera, Noto, -Malta; fuorchè Messina dove i Musulmani furono sterminati applaudendo -tutta la città; Traina pria confederata, poi soggiogata; Girgenti -espugnata quando giovava ai vincitori la magnanimità. Che se veggiamo -Catania data in feudo al vescovo e gli abitatori musulmani scritti nel -ruolo de’ villani, incominciando da due kâid, è da ricordare che la fu -ripresa per battaglia dopo che avea chiamato Benavert. Del rimanente -non è verosimile che tutte le altre città musulmane ottenuti avessero -i medesimi patti ch’ebbe Palermo potendo tuttavia difendersi: forse -furono patti comuni, la libertà religiosa e il possesso de’ beni -privati; variarono bensì le condizioni de’ tributi e alcuni ordini -pubblici. Il vincitore non era uomo da innovare senza perchè: ond’è da -supporre in generale ch’ei mantenesse le consuetudini e, tra le altre, -la nobiltà tra i Musulmani, come, tra i Greci, la uguaglianza sotto il -potere assoluto. - -Al contrario delle città, le terre aperte e i villaggi cadeano senza -difesa in man del vincitore, quand’egli movea contro la capitale della -provincia o poco appresso la riduzione di quella; nè era luogo a patti -che per qualche importante castello. L’esempio di Bugamo ci mostra -che in tali casi i condottieri normanni trattassero i prigioni come -schiavi:[631] e quella necessaria conseguenza ch’era l’appropriazione -de’ beni, si scorge da cento diplomi; tra i quali notevolissimo è un -giudizio del millecentoventitrè, attestando il passaggio di proprietà -di un mulino che due musulmani aveano comperato pria del conquisto -e che indi appartenne al feudatario, signor loro.[632] I prigioni -poi non venduti, rimaneano servi della gleba; non esclusi al certo i -Cristiani che vivessero da coloni o da schiavi, poichè li veggiamo -scritti al par che i Musulmani nelle platee de’ villani. Cotesta -popolazione rurale presa insieme col suolo, evidentemente è la classe -di villani tenuta al signore per cagion di persona. I tenuti per -cagion della roba sembrano abitatori de’ luoghi che s’arrendeano a -patti, o uomini avventizii ricettati poscia nelle terre del signore. -Il diritto di proprietà di che godeano i villani su i beni acquistati -con la propria industria, soddisfatto che avessero a’ servigi debiti -al signore, parmi consuetudine risultante dalle leggi musulmane sopra -gli schiavi. In fine il grado di _kâid_ serbato ad alcuni nobili, -procedè manifestamente da patti stipulati nella resa delle castella, -o da necessità più forte che i patti; cioè che volendo menare in -guerra le genti, era forza anco di mantenere i capi ai quali solean -esse ubbidire. E forse l’era ordine da non potersi smettere nè anco -in pace, se volessi far vivere in sicurtà i popoli vicini, cristiani o -musulmani, e guarentire efficacemente le persone e la roba. - - - - -CAPITOLO X. - - -All’origine della monarchia siciliana s’affaccia la quistione se -i conti di Sicilia fossero stati vassalli dei duchi di Puglia. Le -testimonianze si contraddicono. Il monaco inglese Eadmer, contemporaneo -del conte Ruggiero, lo chiama _uom_ del duca di Puglia; il Malaterra, -suo famigliare, dice concedutagli la Sicilia in feudo da Roberto -Guiscardo; Leone d’Ostia e Romualdo Salernitano, autori più moderni, -scrissero le medesime cose.[633] Roberto poi e il figlio Ruggiero, -in alcuni diplomi s’intitolarono duchi di Puglia, o d’Italia, di -Calabria e di Sicilia[634] e il conte Ruggiero disse talvolta Roberto -suo signore.[635] All’incontro, la storia tutta dei tempi fa fede che -il conte, nè i figliuoli giammai non prestarono omaggio nè servizio -ai duchi di Puglia;[636] e v’ha dei diplomi ne’ quali il conte non -chiama Roberto altrimenti che fratello; nè il costui figliuolo Ruggiero -altrimenti che duca di Puglia e di Calabria.[637] Il Gregorio accettò -quasi la soggezione;[638] il Palmieri negolla con ira;[639] degli altri -scrittori taccio per brevità. Ma non può spiegare la contraddizione -dei documenti, chi si ostini ad immaginare un Roberto Guiscardo, pio, -felice, augusto, seduto sul trono degli avi, tra baroni ossequiosi, e -inteso tranquillamente a reggere lo Stato con quelle che poco appresso -furono chiamate le Assise di Gerusalemme. - -Da’ cenni che noi abbiam fatti qua e là in questo quinto libro, -l’eroe comparisce in ben altra sembianza infino al milleottanta.[640] -I baroni normanni, un tempo condottieri, lo teneano lor pari; le -città lor soldato di ventura, cui per forza pagar dovessero una -taglia: i papi stessi che gli avean dato animo con la ricognizione -feudale e col titolo di duca, il più spesso tiravano a scacciarlo -d’Italia. Il fratello Ruggiero, tenendo dapprima da lui il solo feudo -di Mileto, cavalcò tra le sue masnade, capitano di ventura con una -compagnia propria; ma nata una briga tra’ fratelli per guiderdoni non -soddisfatti, vennero alle armi; Ruggiero passò al servizio di feudatari -ostili, o fece patti con città ricalcitranti: alfine stipularono un -partaggio di entrate in Calabria: piuttosto assegnamento fisso di -stipendio, che vera concessione feudale. In Terraferma dunque occorrono -tra due fratelli patti mutabili e temporanei; diversi secondo le forze -che l’uno o l’altro contribuiva in ciascuna impresa. - -Lo stesso apparisce in Sicilia, dove alla prima passata, Roberto, -non concede terreno a Ruggiero; e questi, ritornato co’ suoi uomini -d’arme, fa patto co’ trainesi e acquista parecchie castella senza -partecipazione di Roberto.[641] La seconda impresa d’entrambi fallì. -Nella terza seguì una vera concessione feudale com’abbiam detto;[642] -ma a capo di pochi anni, apprestandosi la guerra di Grecia, mutavansi -gli accordi del settantadue; poichè il conte signoreggiò allora -Messina e tutto il Valdemone.[643] La morte di Roberto, le necessità -del figliuolo Ruggiero e la potenza e fama dello zio, fruttarono -a questo l’altra metà della Calabria: cioè a dire che si rifece il -patto per la seconda volta in quattordici anni; e sappiamo anco che si -trattò di dare al conte Ruggiero il titolo di duca, ossia cancellare -solennemente la dipendenza feudale che di fatto era ita.[644] Di fatto -e anco di dritto, se risguardisi che Urbano II, sovrano feudale del -duca di Puglia, nella famosa bolla del millenovantotto non fa menzione -di costui, nè vanta signoria di sorta sul conte Ruggiero, nè su la -Sicilia. La corte di Salerno ricordava, ciò non ostante, la concessione -del settantadue, tanto più volentieri quanto erano scambiate le sorti -de’ due rami di casa Hauteville: indi l’opinione di Eadmero e di -Romualdo e i titoli de’ diplomi. Che se i cancellieri del conte nello -stesso tempo ricordavano o trasandavano la dipendenza feudale dal -fratello, ciò prova che la fosse rimasa nelle formole e ormai non ci -si badasse. In ogni modo, non si può ammettere nel diritto pubblico -siciliano una sovranità surta e scomparsa entro pochi anni, mentre -l’edifizio de’ principati normanni non era nè compiuto nè assodato, ma -lo si innalzava, demoliva e rifaceva ogni dì. - -Chiarito questo e lasciato da canto il dubbio di qualsivoglia nesso -feudale con Roma,[645] che mai ne fu detto da senno infino alla prima -metà del XIII secolo, si vedrà illimitata in teoria la potestà del -conte Ruggiero in Sicilia. E la fu larghissima in fatto, ancorchè -la Sicilia e la Calabria abbiano avuto in que’ primi tempi, come -tutti gli stati feudali, loro parlamenti, così appunto chiamati, di -ottimati laici ed ecclesiastici. Il Gregorio ha allegato in esempio «i -principi, conti, baroni ed altri uomini di nota» convocati in Salerno, -i quali decretavano la corona reale, al secondo Ruggiero (1129) «e -i dignitarii, potenti ed onorandi uomini indi chiamati in Palermo -(1130) da tutte le province e terre per assistere alla incoronazione; -i quali tutti, insieme co’ popolani grandi e piccoli, messo il partito -ed esaminatolo, concordi l’approvavano:[646]» ma cotesto ha sembianza -di plebiscito meglio che di parlamento; e la nuova dominazione surse -in condizioni politiche e sociali molto diverse da quelle tra le -quali regnava il primo conte. È allegato nella medesima opera, più -vicino al tempo e più opportuno, un Parlamento tenuto in Messina il -1113 dalla reggente contessa Adelaide, per faccende del vescovado di -Squillaci; pur la sembra solenne cerimonia, più tosto che politica -adunanza.[647] A cotesto esempio possiamo aggiugnere i privilegi -della Chiesa di Palermo confermati il 1112 dalla contessa e dal suo -figliuolo Ruggiero «ormai cavaliere e conte», sedenti nelle aule -del castello della città, con l’arcivescovo Gualtiero e molti altri -chierici, baroni e cavalieri.[648] Chiamato il 1130 nel parlagio[649] -della medesima reggia palermitana l’arcivescovo della città con molti -altri vescovi e baroni, fermavasi la divisione delle decime di Termini -tra l’arcivescovo e l’abate di Lipari.[650] Ma, quel che tronca ogni -dubbio, un documento citato in altro luogo dal Gregorio e dimenticato -poi nel trattare de’ parlamenti, prova che pretendendosi da’ vescovi -le decime ecclesiastiche sulle entrate tutte dell’isola e negandole i -Terrieri, come sono appellati genericamente i feudatarii nelle carte -latine, greche ed arabiche de’ Normanni di Sicilia, il primo conte -Ruggiero convocò gli uni e gli altri in Mazara e definì la contesa in -questo modo: ch’ei medesimo pagasse la decima a’ vescovi su i beni -proprii; che i Terrieri pagasserne due terzi, usando dassè l’altra -terza parte al servigio delle cappelle di lor castelli; e che del -rimanente e’ fossero giudicati dai sinodi per loro colpe spirituali -e ne pagassero ammenda a tenor delle consuetudini vescovili.[651] -Ancorchè promulgata come decisione del principe, cotesta legge mi par -delle più gravi che mai fosse stata deliberata in Parlamento moderno -d’Europa: e prova gli ordini costituzionali della Sicilia fin dal primo -principio della monarchia. - -Per distinguersi da’ conti di Terraferma, padroni di minore territorio -e soggetti al duca di Puglia, Ruggiero prese talvolta il titolo -di Gran Conte.[652] Ma i suoi successori immediati più volentieri -s’intitolarono consoli; la quale classica denominazione venne in tanta -voga a corte di Palermo entrando il duodecimo secolo, che cancellieri e -cronisti, non solamente la usavano nel presente, ma anco riportavanla -allo stesso conquistatore.[653] Per vero le tradizioni del consolato -non s’erano mai dileguate nel mondo: e specialmente nell’Italia -meridionale, i reggitori di Napoli, Gaeta, Amalfi, emancipati dal -governo bizantino, s’erano chiamati duchi e consoli;[654] e console -Rainolfo conte d’Aversa, che fu il primo feudatario normanno in -Italia.[655] Dopo mezzo secolo, quando già quel titolo a Pisa, Genova, -Asti, San Remo e senza dubbio in altre città italiane, designava capi -politici costituiti senza volontà d’imperatori nè di papi, assunserlo -i principi della Sicilia, che aveano a noia di chiamarsi conti, ma non -osavano prendere alcun altro dei titoli consueti nell’ordine feudale, -o lo sdegnavano. Non succedean essi in Sicilia ai _basilei_ bizantini -ed ai califi fatemiti, gli uni e gli altri principi independenti e -pontefici, per arrota? Ma non andò guari che, allargato il dominio, e’ -smessero le appellazioni di conti e di consoli, per chiamarsi re. - -Passando alle altre parti dell’ordinamento politico, seguiamo l’ordine -de’ tempi con dir la prima cosa de’ municipii, poichè parte erano in -piè innanzi il conquisto. Contuttociò il Gregorio li vide e non vide -ne’ tempi normanni; e conchiuse che allora «ebbero le popolazioni -siciliane quasi una forma di corpo municipale.[656]» Sapea pure il -Gregorio che, nella prima metà del duodecimo secolo, Caltagirone -possedette vasti fondi e comperonne dallo Stato;[657] che Nicosia, -colonia lombarda, tenne la terra di Migeti; che ambo le città fornivano -all’armata grande numero di marinai, e legname da costruzione;[658] che -altre colonie lombarde furono soggette agli stessi pesi, contrassegno -di proprietà.[659] Vedeasi in ciò la persona legale del comune. Vedeasi -agli atti, perfino nelle terre feudali: gli uomini di Patti muover lite -contro il vescovo; i lor procuratori accettare una transazione;[660] -quei di Cefalù proporre ordinariamente al vescovo feudatario tre -persone per la scelta del bajulo.[661] Il Gregorio dunque si avviluppò -in quel suo giro di parole, un poco per paura dell’assurdo e tirannico -governo de’ Borboni in Sicilia, un poco per non aver bene studiata -la materia e soprattutto perch’ei rabbrividiva a quel nome di comune, -quasi ne fosse stata unica forma la repubblica italiana del medio evo, -o quella di Francia che suonava sì tremenda nell’età sua. - -Avendo toccato dei municipii, sì degli antichi abitatori cristiani -e sì dei musulmani,[662] ne ricercheremo noi le vestigie durante la -guerra e sotto la dominazione normanna. Avvertiamo intanto, a proposito -dei municipii cristiani, avanzo dal tempo bizantino, che nella stessa -Grecia gli ordini municipali rimasero o rinacquero, non ostante la -dichiarazione di Leone il Sapiente, della quale s’è detto a suo luogo; -che, dopo quella, le leggi bizantine riconobbero nelle città e nelle -campagne alcune corporazioni di mestiere e associazioni d’interessi, le -quali, se non abbracciavano l’universale de’ cittadini, aveano forme -più democratiche dell’antico municipio e gittavan le basi del nuovo; -e che al tempo della dominazione latina e poi della turca, vennero su -nella Terraferma al par che nelle isole della Grecia, veri magistrati -o rappresentanti municipali, di nomi diversi secondo i luoghi, -_proesti, demogeronti, arconti, epitropi_, i quali ufizi per certo non -erano stati stampati di fresco nel XIII o nel XV secolo.[663] Nelle -province bizantine della Terraferma d’Italia, le frequenti mutazioni -di signoria avean dato occasione alle maggiori città di costituirsi in -corpi politici, come si ritrae dagli esempii di Bari e di Salerno che -cita lo stesso Gregorio[664] e dagli accordi che altre città fermavano -coi capitani normanni:[665] e perfin si legge in un diploma greco -dell’undecimo secolo, che villani dimoranti nelle terre d’un Monastero -e d’un feudatario, pagassero tributo personale al comune di Geraci -in Calabria.[666] La quale tendenza generale della schiatta greca, -non solamente non trovò ostacoli in Sicilia, ma fu promossa dalla -dominazione musulmana. Le città, sciolte da’ fastidii degli ufiziali -bizantini e costrette a far dassè sotto il giogo degli Infedeli, -aveano dovuto rinforzare lor ordini municipali nel IX e X secolo, -per provvedere all’amministrazione della giustizia, soddisfare a lor -obblighi verso i nuovi signori e difendersi civilmente dai soprusi. - -Che se il nome delle città torna raro ed incerto nelle memorie della -guerra, non ne maraviglierà chi conosca la tiepidezza de’ Greci in quel -grande avvenimento e il laconismo delle croniche normanne quand’esse -non raccontino il valore e la pietà de’ protagonisti. Pertanto abbiam -due soli ricordi: che que’ di Traina fermarono patti con Ruggiero e, -quando sollevaronsi e l’assediarono nel suo palagio, aveano, al par -delle città di Calabria, una torre afforzata in altra parte della -terra; e che in Petralia i Cristiani e i Musulmani, tenuto consiglio, -deliberavano di darsi al condottiero normanno.[667] Ma cotesti atti -possono riferirsi tanto a magistrati costituiti, quanto al popolo che -nei casi estremi ripigli l’esercizio di tutti i suoi diritti. Le carte -delle generazioni seguenti ci danno assai più precise notizie sugli -ufizii municipali. - -Il sonante vocabolo _Arcon_ comparisce in que’ diplomi, com’abbiam -noi detto nel capitolo precedente, con due significati diversi, de’ -quali il primo tornava genericamente a signore, e lo s’attribuì in -particolare a’ grandi ufiziali dello Stato, a un dipresso come or si -fa dell’eccellenza.[668] L’altro significato specificava un ufizio. -Basilio Tricari, arconte di Demenna, è noverato (1090) tra i testimoni -d’una donazione del conte Ruggiero a favore di quel monastero di San -Filippo.[669] Gli arconti di Galati, convocati dal feudatario (1116) -assistono all’atto per lo quale ei donava un villano al monastero di -Mueli.[670] Lo stratego di Demenna aduna (1136) i capi de’ monasteri, -i sacerdoti e gli arconti della terra di San Marco per appurare un -titolo di proprietà.[671] Mezzo secolo appresso (1182) son chiamati -da’ giudici regii a somigliante effetto in San Marco, insieme -co’ Buoni uomini e con gli Anziani, gli arconti di Naso, Fitalia, -Mirto, San Marco ed un arconte di Traina.[672] Que’ di Capizzi, -insieme con gli Anziani han carico (1168) di descrivere i limiti di -un piccol podere che la regina vuol donare ad una chiesa.[673] In -Oppido di Calabria, dove i Buoni uomini e gli Anziani aveano già -(1138) assistito gli ufiziali dello Stato a determinare i diritti -del feudatario, nata quistione il 1188 per alcuni poderi, era decisa -dal Gran giudice di Calabria secondo l’avviso degli arconti.[674] -Eran questi dunque assessori o giurati in cause civili. Nell’impero -bizantino il vocabolo arconte avea seguito cammino diverso, e pur -non troppo discosto. Serbando l’antica significazione di magistrato -giudiziale, prese in particolare quella di presidente d’un tribunale -e talvolta di governatore di provincia; poichè questo presedeva ai -giudizii: e indi l’_arcontia_ comparisce tra le divisioni territoriali. -Da un altra mano il mal vezzo dei titoli e la ripugnanza a tutta -aristocrazia ereditaria, portarono la corte bizantina a chiamare -arconti gli uomini cospicui per merito, ricchezza, o favore: anco il -clero appellò _arcontichia_ il corpo de’ suoi dignitarii; e, venuta la -feudalità con le genti occidentali, s’appiccicò quella denominazione -ai baroni. Si ritrae infine ch’essa era rimasa come occulta, chi -sa per quanti secoli, nei corpi municipali; poichè squarciato il -velo dell’amministrazione bizantina, nel conquisto de’ Latini e poi -de’ Turchi, si veggono venire alla luce, insieme con le istituzioni -comunali, gli arconti e le altre denominazioni che ci accadde citare -poc’anzi; le quali in luoghi diversi denotavano ufizii identici o molto -somiglianti.[675] A cotesti ufizi municipali, s’io mal non mi appongo, -fu dato in alcune terre il titolo di arconti, per cagion di quella -parte del podere giudiziale che tennero i municipii dell’antichità -e la trasmisero a que’ del medio evo. L’ufizio municipale poi, -sendo ereditario tra’ possessori, come nella curia romana, potea -divenire qua e là nelle province, denominazione volgare d’un ceto di -gentiluomini; denominazione non legale, che pur insinuossi nell’aula -di Costantinopoli. In Sicilia, come ognun vede, venne alla luce nel -XII secolo l’ufizio municipale, e possiam anco dire l’appellazione -di classe; la grande magistratura d’arconte non esistè; ma, tra gli -altri orpelli che i principi normanni tolsero in prestito dalla corte -bizantina, foggiarono questo titolo di arconti pei grandi ufiziali -dello Stato, a suggestione, com’egli è manifesto, de’ valentuomini -stranieri di schiatta greca, i quali nella prima metà del duodecimo -secolo collaborarono col secondo Ruggiero all’assetto del reame. - -L’ufizio di giurati nelle cause di confini e di proprietà rurali si -vede anco esercitato in Sicilia dagli _Anziani_ (Γέροντες), or soli, -come (1142) a Traina, Cerami, San Filippo d’Argirò[676] e, quel ch’è -più, nominati a mo’ di corporazione, come (1123) a Ciminna;[677] -or insieme coi Buoni uomini, come (1095) a Rametta,[678] (1182) a -San Marco, Naso, Fitalia, Mirto,[679] e (1183) a Centorbi[680] ed -occorre anco il caso (1138) in Oppido di Calabria;[681] or insieme -con gli arconti come (1168) a Capizzi.[682] Quand’egli avvenia che -soggiornassero Cristiani e Musulmani nella medesima terra o in quelle -attorno un podere di cui fossero contesi i confini, si chiamavano gli -anziani degli uni e degli altri, col titolo comune di _sceikh_ ovvero -di _geronti_, secondo la lingua del diploma. Così (1134) a Giattini e -Mertu[683] e poscia (1172) a Misilmeri[684] e poco appresso (1183) a -Vicari, Petralia, Caltavuturo, Polizzi, Ciminna, Cammarata, Cuscasin -Michiken, Casba, Cassaro, Gurfa, Iali.[685] I geronti e il maestro -de’ borghesi di Traina, i geronti, cristiani e musulmani di Gagliano, -i geronti e gli uomini, (che di certo significa i «Buoni uomini») di -Centorbi, eran chiamati (1142) al par che quelli di Castrogiovanni e di -Adernò, cristiani e musulmani, a definire insieme con un protonotaro -delegato dal re i confini di Regalbuto, pei quali disputava il -feudatario di Argira contro il vescovo di Messina.[686] Per un altro -diploma (1149) gli sceikh musulmani e cristiani di Giato avean carico -di assister lo stratego a designare su i luoghi una quantità di terreno -donato dal re su i beni demaniali.[687] In parecchi atti pubblici, -greci, inoltre, del XII e XIII secolo, si veggono de’ testimonii -soscritti col medesimo titolo nelle terre di Mistretta, Naso, Mirto e -nuovamente in San Marco e in Centorbi.[688] - -Erano convocati dai giudici del re i _Buoni uomini_ (Καλοὶ ἀνδρώποι), -di San Marco (1109), que’ di Traina, Gagliano e Milga (1154) e insieme -con gli Anziani, i Buoni uomini di Naso, Fitalia, Mirto e San Marco -(1182) e infine, que’ di Centorbi (1183) per determinare i confini di -territorii sui quali si contendea.[689] I Buoni uomini, di Ἀχάρων, -ch’io credo torni ad Alcara di Val Demone, chiamati dal vescovo di -Messina, lor signore, per far testimonianza sul diritto di proprietà -di certi pascoli tenuti da un monastero (1125), rispondeano aver essi -medesimi conceduto quel fondo al monastero, in grazia di alcuni loro -concittadini che vollero farsi frati.[690] Ottant’anni dopo, que’ di -Nicosia, insieme con due commissarii del re «e con tutto il popolo» -disponeano della chiesa del Salvatore, fondata un tempo dallo stesso -municipio.[691] Nel primo caso tornano dunque i Buoni uomini ad -assessori, o giurati: quello ufizio appunto che lor veggiamo esercitare -nel IX o X secolo, secondo la _Lex romana_ del manoscritto di Udine, la -quale li mostra allo stesso tempo rappresentanti di comuni in giudizio -ed esercenti altri atti d’amministrazione.[692] Nel caso d’Alcara e -di Nicosia evidentemente rappresentan essi il comune, come il nostro -odierno Consiglio municipale. Tali appunto i _Boni homines_ di Savona, -secondo i diplomi latini del 1056, 1062, 1080, 1125 pubblicati dal -San Quintino.[693] Nè l’è maraviglia di trovar lo stesso nome ed -ufizio in Sicilia, quando tanta parte delle nuove colonie venne dalla -Marca aleramica; e d’altronde quella appellazione durava qua e là -in tutta Italia, per esempio al principio dell’undecimo secolo in -Benevento;[694] e lungo tempo appresso ricomparve nella repubblica -fiorentina. - -Pongo in ultimo, tra gli ufiziali dei comuni cristiani, i _Maestri -de’ borghesi_, che il Gregorio notava in Collesano (1141) e in Traina -(1142) e prendeane animo a confessare le «quasi forme» di municipio, -aggiugnendo, senza prova nè indizio altro che il nome, che «il maestro -dei borghesi intimava e dirigea come capo» il consiglio comunale.[695] -Senza riandar l’antico significato militare del vocabolo _Magister_, -nè il militare e civile che prese passando nell’impero bizantino, lo -veggiamo noi nell’Europa, centrale e occidentale, per tutto il medio -evo, rispondere a prefetto, o preposto ad una classe di impiegati o -di cittadini,[696] e ci occorre in Messina nel duodecimo secolo il -maestro degli Amalfitani;[697] ma non troviamo esempio da mostrare, -certo nè verosimile, che _Magister_ tanto valesse allora nel linguaggio -legale di Sicilia, quanto _Major_ e che quest’ultima voce denotasse -lo stesso ufizio in Sicilia che nella Francia settentrionale e -nell’Inghilterra.[698] All’incontro, il solo documento dal quale -intender si possa la natura dell’ufizio, lo mostra pari in grado agli -anziani[699] e ci conduce a supporlo capo elettivo d’un consorzio di -coloni i quali, stanziando in mezzo a popolo diverso di condizioni o -di origine, avessero interessi lor proprii da curare; come le scholae -del Medio evo, le corporazioni d’arti di tutti i tempi e, nei primi -principii loro, le _compagne_ di Genova e d’altre città italiane. Un -piccol numero di borghesi italiani, ovvero oltramontani, stanziati in -Collesano, feudo degli Avenel,[700] avrebbe potuto richiedere questa -maniera di consolato, com’or si direbbe: e lo stesso valga per Traina, -prima possessione del conte Ruggiero, nella quale si veggono alla metà -del XII secolo abitatori greci, italici e francesi.[701] - -Di simili consorzii legalmente riconosciuti ci danno esempio le -_università_, come allor chiamavansi, degli Israeliti in Sicilia. -Senza argomentare dalle loro istituzioni congeneri in altri paesi, -abbiamo del XV secolo i Capitoli concessi da re Alfonso alle università -dei Giudei del regno di Sicilia;[702] abbiamo del secolo XIV memorie -del loro Proto, de’ loro anziani e delle loro università in Mazara -e in Messina:[703] e le medesime istituzioni risalgono senza dubbio -al duodecimo secolo, quando il vescovo di Cefalù, possessore della -Chiesa di Santa Lucia in Siracusa, concedeva in enfiteusi alla _gemâ’_ -de’ Giudei in quella città un pezzo di terreno per ampliare lor -cimitero.[704] - -La voce _gemâ’_ usata in quello scritto arabico per designare la -corporazione de’ Giudei di Siracusa, prova che così anco fossero -chiamate in Sicilia le università de’ Musulmani, le quali, per lo -grande numero e il soggiorno separato, tornavano spesso a veri comuni. -Gli è impossibile d’altronde immaginare il soggiorno di sì grosse -popolazioni musulmane senza i loro magistrati municipali: e, se ciò non -bastasse, noi potremmo allegare gli _antique_, ossia sceikh, de’ quali -fa menzione Amato nella resa di Palermo;[705] gli accordi di Mazara e -di tutte le altre città che sembrano fermati dalla _gemâ’_ di ciascuna; -e, sotto il principato normanno, gli sceikh di Giattini, Misilmeri, -Giato, Vicari e d’altre terre, chiamati geronti in greco, e incaricati -come gli arconti, gli Anziani e i Buoni uomini, di determinare i -confini delle possessioni rurali.[706] - -Veramente e’ mi par di vedere sotto quelle denominazioni, che variano -secondo le genti, unico uficio di rappresentanti dei municipii; salvo -il divario che nascea, nell’ordinamento e ne’ limiti dell’autorità, -dalle condizioni e consuetudini locali di ciascuna terra, di ciascuna -gente e di ciascun consorzio; perocchè trattando del Medio evo erra -sempre chi suppone uniformità. Anzi mi farebbe maraviglia a veder sì -frequente quel titolo di anziani col medesimo significato in greco e -in arabico, se l’autorità de’ padri di famiglia, e però dei vecchi, -non occorresse nelle forme primitive d’ogni umano consorzio; e se non -potessimo supporre con verosimiglianza che le municipalità cristiane -di Sicilia si fossero spontaneamente riformate nel IX o X secolo, -ad esempio delle musulmane, per provvedere ai bisogni prodotti nella -società loro dalla nuova dominazione.[707] E’ non occorre dimostrare -che gli sceikh appartennero ai Musulmani; i geronti e gli arconti a’ -Greci e credo io, agli altri antichi abitatori; e i Buoni uomini alle -nuove colonie italiche. Evidente anco parmi che ciascuna gente ritenne -o portò seco la propria forma di municipio; poichè il principato -normanno non potea distruggere, nè fondare, nè pur modificare -profondamente istituzioni di tal fatta. Gli arconti, come ho detto, -sembrano in Sicilia anziani che ritenessero quel titolo, per antica -consuetudine, come possessori; non altrimenti che i kaid, nobili -e condottieri, entravano nelle faccende municipali come ogni altro -notabile; ma nè i primi nè i secondi io tengo ufiziali esecutivi, -come sarebbero podestà, sindaci, giurati, giunte municipali. Nè tali -mi sembrano i maestri de’ borghesi, meri capi di consorzii minori. -Necessario fatto egli era poi, e l’attestano i diplomi, che nelle -terre abitate insieme da due o più genti diverse, ciascuna avesse i -suoi proprii rappresentanti, come abbiamo visto a San Marco, Capizzi, -Giattini e in molti altri luoghi. - -Ho detto rappresentanti dei comuni per usar locuzione moderna ed -esprimere un fatto simile nato da diritto diverso; poichè non è da -supporre elezione popolare nè regia, in cotesti corpi municipali -composti di uomini privilegiati in virtù di antichissime consuetudini, -gli uni delle città italiche o elleniche, gli altri della tribù nomade -e de’ primi tempi dell’islam: possidenti, capi di alcune arti, scribi, -chierici cristiani, giuristi musulmani ed altri notabili. I quali in -che modi e tempi si ragunassero, e se nominassero delegati appositi -per ciascun negozio, lo ignoriamo; nè abbiamo vestigie di magistrati -incaricati ordinariamente del potere esecutivo del Municipio. Pure -il diploma inedito di Nicosia che abbiam dato poc’anzi, solo e tardo -com’esso è, gitta molta luce su l’ordinamento municipale de’ tempi -normanni; dovendo supporsi che le costituzioni delle colonie lombarde -fossero le più larghe dell’isola e che le tornassero al principio del -duodecimo secolo, non già alla fanciullezza di Federigo secondo, nè -al breve regno d’Arrigo. Or il diritto di proprietà è esercitato in -quell’atto «da due commissari regii, da’ Buoni uomini e dal popolo» e -tra i Buoni uomini sono soscritti due giudici giurati e due bajuli. -Compariscono dunque due ordini di rappresentanti municipali, il -Consiglio grande, cioè, dov’era chiamato tutto il popolo a suon di -campana, come si usò in Sicilia fin sotto la dominazione spagnuola; -e i Buoni uomini che par componessero un Consiglio ristretto, nel -quale intervenivano i bajuli, oficiali amministrativi e giudici -regii, istituiti da re Ruggiero in luogo de’ vicecomiti e strateghi -dei primi tempi normanni: risulta poi evidente che la presidenza -del gran Consiglio era affidata ad appositi delegati del principe. -Possiamo dunque supporre con fondamento che tutti i corpi municipali -fossero stati convocati e preseduti da commissarii regii, per generale -provvedimento promulgato fin dai principii della dominazione normanna; -poichè sembra impossibile che Ruggiero avesse ristrette con tal -freno le colonie lombarde e lasciate senza alcuno le terre greche o -musulmane; e d’altronde si è visto,[708] senza eccezione chiamare -dal feudatario i Buoni uomini di Alcara, e dai commissarii regii -que’ di Nicosia, terra demaniale, per esercitare atti di dominio; e -similmente da giudici regii o altri ufiziali gli sceikhi, anziani, -arconti o Buoni uomini di tante altre terre, per far le veci di -giurati in cause civili. Il consiglio generale poi, aperto a tutto -il popolo, cioè a tutti i borghesi, sembra privilegio delle colonie -lombarde; nè può ammettersi nelle altre città, se nol provino nuovi -documenti. E i due giudici giurati di Nicosia soscritti nel diploma -del 1204, sembrano veramente ufiziali esecutivi del municipio, come -que’ di Messina, soscritti in una carta del 1172; ma non si potrà su -questo solo indizio determinar la giurisdizione loro.[709] Nè potrassi -definire precisamente quella degli stessi municipii; la quale se la -ci torna oscura in oggi, fu dubbia e mutabile e diversa nell’undecimo -e duodecimo secolo, e sol ritraggiamo la personalità del municipio, -la magistratura affidata a’ suoi rappresentanti e che fors’anco erano -richiesti que’ notabili di cooperare nell’azienda dello Stato.[710] - -L’istituzione de’ municipii è provata anco dalle franchige, le quali -non furono mai disgiunte dall’ordinamento della società chiamata a -goderle. Che il principe e i feudatarii, costretti a rifornire la -Sicilia di coloni cristiani, li avessero invitati con ogni maniera di -concessioni, si ritrae da testimonianze concordi. Ruggiero, liberati -i prigioni di Malta, profferia di fabbricar loro a proprie spese un -villaggio, là dove lor paresse; di fornire i capitali fissi bisognevoli -a loro industrie e di francare la terra perpetuamente da gravezze -ed angarie.[711] Similmente era accordato ai borghesi di Catania, -Patti e Cefalù,[712] lo esercizio di diritti promiscui nelle terre -del signore, la immunità da certe gravezze e impedimenti feudali, la -guarentigia della libertà personale e, nella prima di quelle città, che -Latini, Greci, Saraceni ed Ebrei fossero giudicati ciascuno secondo sua -legge. Abbiamo noi accennato alle immunità delle colonie lombarde di -Randazzo e di Santa Lucia:[713] i diritti e le buone consuetudini di -Caltagirone, attestati da un diploma di Arrigo VI, tornavano parimenti -ai tempi di re Ruggiero[714] e son da supporre le une e le altre -più antiche. Inoltre, dovendosi tener generale il bisogno di colonie -cristiane, possiam noi dire che quasi tutta la Sicilia ottenne, in -breve e di queto, franchigie municipali non dissimili da quelle che -tante popolazioni italiane e straniere, nella stessa età, strapparon di -mano ai feudatarii con ostinati sforzi e sanguinosi. - -Or è da spiegare perchè il municipio non si vegga distintamente, pria -dello scorcio del duodecimo secolo, nelle primarie città dell’isola, -le quali pur godettero larghissime franchige personali e reali fin da’ -primi anni della dominazione normanna.[715] Il difetto non va apposto -a casi fortuiti che avessero distrutto ogni avanzo di loro carte nei -frequenti disastri della diplomatica siciliana: ma più plausibile -supposto e’ sembra che nessuna di quelle città abbia avuto municipio -di momento in que’ primi tempi. Lasciate da canto Siracusa e Catania, -soggette a feudatarii, diremo sol di Palermo e di Messina, tenute -sempre in demanio e importanti sette secoli addietro, così come le son -oggi. - -Palermo che agguagliava o vincea per frequenza di abitatori ogni -altra città d’Italia, racchiudea forse, verso il 1150, una diecina -di _università_, come allor si chiamavano: Musulmani, Greci, Ebrei, -Lombardi, Amalfitani, Genovesi, Baresi ed antichi abitatori cristiani; -e i Musulmani e qualche altra gente suddivisi, com’egli è verosimile, -per quartieri, Cassaro, Khalesa, Halka, Schiavoni:[716] tra i quali -corpi e’ non è possibile d’immaginare alcuna comunanza di vita -municipale. Fu mestieri che si dissipassero i Musulmani, e che la -lingua, i costumi e le violenze dei feudatari e poi de’ Tedeschi, -accomunassero i cittadini cristiani, cioè che volgesse più d’un secolo, -per mettere insieme quel grosso di borghesia, il cui municipio prevalse -su tutte le università minori e rappresentò la cittadinanza della -capitale che proteggea Federigo lo Svevo nella sua fanciullezza. Chi -ricordava allora la _gemâ’_ musulmana o l’israelita, o i magistrati de -piccoli consorzi cristiani, e chi ne serbava gli archivi? - -Sembrano diverse a prima vista le condizioni di Messina, la città -cristiana, la testa di ponte, direbbe un militare, per la quale i -conquistatori soleano sboccare contro i Musulmani dell’isola. Ma -secondo la testimonianza d’Amato, rincalzata da fatti anteriori, -Messina, al primo assalto dei Normanni, era quasi vota d’abitatori -battezzati.[717] Nè al certo valsero a ripopolarla in breve tratto le -poche centinaia di uomini che vi facea passare di quando in quando -il conte Ruggiero; nè gli stuoli più grossi che recovvi tre fiate -Roberto Guiscardo. Greci di Sicilia e di Calabria vi si raccolsero, -com’e’ pare, a poco a poco, e genti italiche di varii paesi, finchè -il tramestìo delle Crociate e le guerre marittime de’ Normanni non -riempirono di navi il porto e non accelerarono la ristorazione della -terra.[718] La diversità delle genti che l’abitavano, attestata -dagli scrittori del duodecimo secolo,[719] portò necessariamente -molti consorzii e ritardò, sì come in Palermo, la formazione del vero -municipio. - -Le conghietture alle quali io sono stato troppo spesso necessitato, -provano la scarsezza de’ documenti e il poco zelo che s’è messo fin qui -a rintracciarli. Or v’ha cagione di sperare che il generale movimento -degli studii storici conduca gli eruditi ad approfondire la istituzione -delle municipalità siciliane. Ce ne danno arra i lavori di Isidoro La -Lumìa e di Ottone Hartwig, l’un de’ quali nella Storia di Guglielmo il -Buono e l’altro nell’Introduzione alle consuetudini municipali della -Sicilia, hanno toccato con dottrina, ancorchè di passaggio, questo -grave argomento. - -Della feudalità non tratteremo a lungo, sendo stati gli ordini di -quella descritti largamente dal Gregorio,[720] e qualche minuzia che -questi lasciò addietro, spigolata con diligenza dal professore Diego -Orlando.[721] La somma è che, istituita per lo primo allo scorcio -dell’undecimo secolo, da un conquistatore che sapea comandare a’ suoi -seguaci, la feudalità siciliana nacque ubbidiente e moderata; che -il principe trasferì a ciascun barone, tanto o quanto determinati, -que’ ch’egli credea suoi diritti su le cose e sulle persone; ch’e’ -riserbossi il più delle volte la suprema giurisdizione criminale, e -mantenne rigorosamente le regalie. Non men che il diritto costituito, -raffrenava i baroni un contrappeso materiale: i molti beni ritenuti -in demanio, i molti allodii lasciati agli antichi abitatori ed a’ -Musulmani, e forse un po’ più tardi i fondi conceduti a’ municipii col -peso del servigio navale, e fin dal principio l’accorta distribuzione -de’ feudi. - -Da’ pochi ricordi che abbiamo di questo gran fatto sociale, si ritrae -che seguì negli ultimi tempi della guerra. Tra fortuna ed arte, il -conte eliminò i grandi feudi divisati da Roberto;[722] cominciò poi -concedendo piccole terre (1077); e quando il fratello fu morto, il -nipote avvinto a lui da obblighi e speranze, e abbattuta l’ultima -insegna musulmana in Sicilia (1091), allora «chiamati i suoi cavalieri -e reso lor grazie, scrive il Malaterra, li rimeritò delle fatiche, -qual con terreni e vasti possessi e qual con altri premii.»[723] In -quell’anno sembra in vero seguìta la gran lotteria feudale della -Sicilia. Le platee de’ villani della Chiesa di Catania portan la -clausola di tenere come cancellati quelli che fossero stati scritti -per avventura nelle platee de’ baroni del millenovantatrè,[724] ch’è -a dire due anni dopo l’epoca notata dal Malaterra; i quali due anni in -vero non sembrano troppi per ispedire i diplomi con le descrizioni dei -territorii e i ruoli de vassalli. - -La breve lista che può accozzarsi dei feudatarii alla fine -dell’undecimo secolo, basta a mostrare il fine politico al quale -mirava il conte Ruggiero. Sappiam noi tenuto da un nobil uomo il val -di Milazzo, vasto territorio ch’è da credere conceduto ai tempi di -Roberto; sappiam tenute anco da nobili San Filippo d’Argirò, Geraci, -Castronovo, Caccamo, Brucato, Carini, Partinico, piccole terre; tenute -da principi del sangue o stretti congiunti della dinastia, Siracusa, -Noto, Ragusa, Butera, Paternò,[725] Sciacca, grosse città[726] e da -vescovi o prelati molte città e terre: e di certo i feudi ecclesiastici -e i principeschi, messi insieme co’ paesi demaniali, presero tal parte -dell’isola che passava di gran lunga il cumulo di tutti gli altri -feudi. Da’ nomi topografici si argomenta anco che il conte abbia date -ai piccoli condottieri le terre minori della Sicilia settentrionale, -occupata infino al mille ottanta o in quel torno, ed oltre a ciò grande -numero di piccoli poderi sparsi per tutta l’isola,[727] e ch’egli -abbia serbati alla propria casa, alle Chiese e al demanio i più vasti -e ricchi paesi conquistati nell’ultimo decennio, nelle regioni del -centro, di mezzodì e di levante; tra i quali la contea di Butera, -conceduta al marchese Arrigo perch’egli era fratello d’Adelaide, -se pure il conte non isposò la principessa aleramica perch’ella era -sorella di Arrigo. La poca importanza dei feudi privati a riscontro -degli altri, collima co’ ricordi del Malaterra intorno gli stanziali -tenuti dal conte e i guiderdoni di beni mobili; sendo evidente che il -capitano supremo dovette rimeritare con feudi, non già i mercenarii, -ma i condottieri che lo seguirono col patto aleatorio di partire -all’apostolica, com’egli avea promesso innanzi il combattimento di -Misilmeri,[728] il bottino e gli acquisti stabili. Quanto fossero -pericolosi que’ cavalieri intraprenditori, l’avea fatto sperimentare ei -medesimo a Roberto; l’avean provato entrambi in Puglia e in Calabria, -per tutta la loro vita. - -Le concessioni alle Chiese mi conducono a trattare il capolavoro che -fu di piantare in Sicilia, a comodo e sostegno del principato, quella -pericolosa macchina del sacerdozio cattolico. Quanto fosse disposto -il conte Ruggiero ad anteporre gl’interessi politici alla pietà, lo -sappiamo noi molto particolarmente[729] e ch’egli e Roberto e i loro -predecessori, giocando co’ papi, fossero soliti a guadagnare più che -a perdere. Vissuto per mezzo secolo in sì alto stato in Calabria o in -Sicilia, e necessitato poscia a consultare i savii del paese intorno -la ristorazione del cristianesimo nell’isola, Ruggiero non potè -ignorare le dottrine canoniche di Costantinopoli, le quali attribuivano -al principe una suprema giurisdizione su la Chiesa e l’autorità -d’istituire sedi vescovili, nominare, tramutare e deporre vescovi, -metropolitani e patriarchi.[730] Intanto la lite delle investiture -che ferveva in Ponente, ammonìa Ruggiero del pericolo che corresse -ogni principe in grembo della Chiesa latina. La sua casa stessa avea -testè provata la nimistà d’Ildebrando. Evidentissimo, ciò non ostante, -scorgeasi il bisogno di instaurare fortemente in Sicilia una Chiesa -che convertisse i Musulmani al cristianesimo,[731] i Greci alla -credenza latina, e assicurasse l’esercizio del patrio culto ai coloni -di Terraferma, agli Oltramontani, ed ai Siciliani di schiatta italica: -se no, un rivolgimento di fortuna avrebbe potuto di leggieri rendere -l’isola agli antichi signori d’Affrica o di Costantinopoli. Scansò -Ruggiero l’uno e l’altro pericolo, prendendo il partito d’istituire -una Chiesa cattolica apostolica e romana, dipendente da Roma il meno, -e dal principe il più che si potesse. Ne venne egli a capo, perchè -la ristaurazione ecclesiastica premea al papa non meno di lui, e -pur dipendea da lui solo che aveva in mano i tesori da spendere in -fabbriche e arredi e sì le entrate da dotare le chiese, i monasteri e -i vescovadi. Par ch’egli abbia tentata la prova come prima Ildebrando -accostossi a casa Hauteville; ritraendosi che il conte fondò nel 1081 -il vescovato di Traina ed elesse il vescovo, non atteso alcun legato, -nè chiesta licenza di sorta al papa, e che questi brontolando, ma -senza rabbia, promise di consacrare l’eletto.[732] Morto Gregorio VII, -venuto Urbano II a Traina e compiuto il conquisto, Ruggiero non tardò -a fondare le altre sedi: assegnò i limiti alle diocesi ed elesse i -vescovi, con decreti nei quali ei parla come chi eserciti diritto suo -proprio; e cita per mero rispetto filiale gli accordi fatti verbalmente -col papa, il quale poi sempre consacrò gli eletti.[733] Eccettuato -l’arcivescovo di Palermo, anteriore al conquisto, la cui diocesi pur -sembra determinata dal conte Ruggiero, tutte le altre sedi debbono -a lui la fondazione: Traina il 1081, com’abbiam detto, trasferita a -Messina il 1096; Catania il 1091; Siracusa, Girgenti e Mazara il 1093, -alle quali fu aggiunto il 1094 il monastero di Patti, dandosi all’Abate -dignità e funzioni vescovili;[734] oltrechè il conte, per licenza del -papa e, com’ei dice una volta, ad esempio del papa, sciolse parecchi -monasteri dalla giurisdizione de’ vescovi.[735] Spicca vie più il -diritto inaugurato da Ruggiero nell’esempio contrario di Lipari; la -quale sendo stata abbandonata da’ Musulmani, e avendovi certi frati -fondato un monastero e raccolti de’ coloni, papa Urbano die’ all’abate -la giurisdizione vescovile, vantandosi padrone di quell’isoletta in -virtù della falsa donazione di Costantino.[736] Ma anco in questo -caso Ruggiero seppe stender la mano sopra l’Abate, con donargli Patti -e non poche altre possessioni.[737] In vero ei messe un tesoro per -comperare le regalie ecclesiastiche bizantine, le quali esercitò, -com’abbiam detto, nella fondazione de’ vescovadi; anzi trascorse oltre -a quelle, fattasi anco dar dal papa l’autorità di scomunicare in certi -casi.[738] Ruggiero vivea sicuro» della parola del papa, che tutto gli -aveva assentito senza scrivere un rigo, quando Urbano, con apostolica -ingenuità, mandava a fascio ogni cosa, nominando un legato appo di -lui. Ma egli nol soffrì. Dopo la vittoria di Capua, si fece rendere, -quasi a forza, una parte di que’ privilegi, nella notissima bolla del -millenovantotto, quando Urbano avea da sperar molto e da temer qualcosa -da lui. - -Lo storiografo del conte, il quale narra quello scandalo schiettamente -anzi che no,[739] riferisce pur tutta a pietà cristiana la fondazione -de’ vescovati. «Impadronitosi, egli dice, della Sicilia intera, fuorchè -Butera e Noto, Ruggiero non volle mostrarsi ingrato a Dio: cominciò -a vivere devoto, ad amare i giudizii giusti, seguire il diritto, -abbracciare la verità, frequentare le chiese, assistere al canto degli -inni sacri, soddisfare al clero le decime d’ogni entrata sua, consolar -le vedove, gli orfanelli e gli afflitti. Ei racconcia i templi per -tutta l’isola; in molti luoghi dà del suo, perchè sieno edificati più -presto. Innalza in Girgenti una Cattedra con infule pontificali; per -suoi chirografi la dota a perpetuità di terreni, decime e varie altre -entrate che bastino a mantenere il pontefice e il clero; fornitala -largamente, oltre a ciò, di ornamenti e arredi sacri: alla quale chiesa -ei prepone ed ordina vescovo un certo Gerlando, di nazione allobrogo, -uomo, come si dice, di molta carità e nelle ecclesiastiche discipline -erudito.»[740] Era dunque del Delfinato, o savojardo, questo vescovo, -del quale il Malaterra non volle affermare le virtù, come il facea -pe’ francesi: Stefano da Rouen nominato a Mazara, Ruggiero provenzale -a Siracusa, e un bretone Ansgerio, come si ritrae da’ documenti, a -Catania. Il quale sendo abate di Sant’Eufemia in Calabria e ricusando -di abbandonare i monaci, ed essi lui, Ruggiero trovò modo di vincerlo. -«Gli concede perpetuamente, ripiglia il Malaterra, la città di Catania -e sue dipendenze. Egli, trovando inculta la Chiesa, come quella che -di fresco era stata strappata di gola al popolo infedele, la prima -cosa die’ mano ai lavori di Marta, tanto che in breve provvide la -Chiesa di quanto le abbisognasse; e poi, alternando con gli studii di -Marta que’ di Maria, adunò non piccolo stuolo di monaci e, come buon -pastore, con la parola e con l’esempio, li sottomise al giogo di regola -rigorosa.»[741] - -Marta, in vero, meglio che Maria inaugurò la Chiesa siciliana; meglio -che la vita contemplativa, l’opera civile: la propaganda cattolica, -necessario stromento di governo nelle condizioni della Sicilia, -musulmana più che mezza, e bizantina quasi tutto il resto; l’invito a -coloni di Terraferma; il contrappeso alla feudalità laica. Ancorchè -allo scorcio dell’undecimo secolo il periodo vescovile fosse quasi -finito nell’Italia di sopra, par sia giovata la consuetudine di quella -autorità ad attirare coloni ne’ feudi ecclesiastici della Sicilia -con promessa di franchige, com’abbiamo notato dicendo di Catania e di -Patti. E che la prova non fosse fallita, lo dimostra la concessione -di Cefalù al vescovo, fatta il 1145 da re Ruggiero, insieme con una -vera carta di franchige municipali. Ma il vescovo di Catania, l’abate -di Patti, l’arcivescovo di Messina e gli altri vescovi e gli abati -di monasteri liberi da giurisdizione vescovile, possedendo feudi -da ragguagliarsi ai baroni e taluno a’ primarii del regno,[742] e -dipendendo per molti rispetti dal re e per nessuno dall’aristocrazia -militare, aggiugnean forza al principato di Ruggiero. Il quale, -dovendo affidar loro sì vitali interessi dello Stato, chiamò alle -sedi vescovili i suoi fidati, li fece entrare ne’ Consigli dello -Stato[743]: ne’ quali rimasero pur troppo fino alla continua minorità -di Guglielmo II. Le sette diocesi coincidono a un dipresso con le -divisioni politiche nate tra i Musulmani verso la metà dell’undecimo -secolo;[744] e le tornano esattamente per numero e con poco divario per -circoscrizione, alle province odierne dell’isola: dove il numero de’ -vescovi è ormai triplicato per la vanità di alcuni municipii e la cieca -devozione de’ Borboni di Napoli, i quali procacciarono la istituzione -di otto sedi novelle in ventotto anni.[745] Ma tornando addietro -all’XI secolo, è da notare come la diocesi di Palermo fu di gran -lunga più piccola che ogni altra: un trapezio da Corleone a Vicari, -foce del fiume Torto e Capo di Gallo. E ciò si comprende, poichè -Palermo ubbidiva al duca di Puglia quando il conte Ruggiero costituì -le finitime diocesi di Traina, Mazarae Girgenti.[746] Fors’anco non -si stendea più oltre la giurisdizione politica della città innanzi il -conquisto. - -Su la circoscrizione territoriale dell’isola abbiam detto altrove -ritrarsi sotto la dinastia fatemita l’ordinamento dell’isola in -_iklîm_, i quali sembrano distretti militari.[747] Or si ritrovano -gli iklîm sotto i Normanni. Non ne cerchiam noi la prova ne’ passi -d’Edrisi dove si fa menzione di parecchi iklîm della Sicilia; perocchè -il geografo di re Ruggiero usa quel vocabolo genericamente; anzi, -amando i giuochi di parole come ogni altro scrittore arabico de’ suoi -tempi, loda l’ampiezza o la feracità dei territorii con dare talvolta -allo stesso luogo le appellazioni di _’aml_ e di _iklîm_.[748] Ma -quest’ultima voce occorre appunto in qualche diploma del XII secolo, -estratto dai registri degli ufizi pubblici, che risalivano a’ principii -della dominazione normanna.[749] Inoltre gli è da sapere che in quelle -quattro circoscrizioni diocesane del conte Ruggiero nelle quali si -leggono i nomi de luoghi,[750] scarsissimo n’è il numero al confronto -di quello che dà Edrisi a capo di mezzo secolo, avvertendo pure ch’ei -ricordi le città e terre principali e lasci addietro quelle di minor -conto.[751] E per vero i diplomi ci ragguagliano di moltissimi villaggi -taciuti dal geografo; talchè in qualche tratto di paese il numero -cavato dai diplomi sta a quello di Edrisi, come il numero di Edrisi a -quello della circoscrizione ecclesiastica. Il divario poi che corre tra -questa e la descrizione geografica or or citata, nasce in alcuni casi -dalla fondazione di nuove colonie; ma il più delle volte evidentemente -vien da ciò, che la cancelleria del Conte notava nelle diocesi i soli -capoluoghi, invece delle terre sottoposte alla giurisdizione politica -e militare di ciascuno, ch’era, a creder mio, l’iklîm. Così nella -vasta diocesi di Catania, descritta il 1091, si notano solamente Aci, -Paternò, Adernò, Sant’Anastasia, Centorbi e Castrogiovanni, ciascuna -delle quali è assegnata «con tutte le appartenenze sue:» e si vede -che le appartenenze di Castrogiovanni stendeansi da una parte sino ai -confini di Traina e dall’altra sino al fiume Salso;[752] ond’eranvi -comprese Caltanissetta e Pietraperzia, taciute qui, ma nominate ben -da Edrisi, con questa particolarità ch’egli attribuisce a ciascuna -parecchi iklîm. Darò anco in esempio la diocesi di Palermo, alla quale -il primo attestato di circoscrizione (1122) attribuisce soltanto -Palermo, Misilmeri, Corleone, Vicari e Termini;[753] ma al dire -d’Edrisi erano cospicue nella medesima regione Trabia, Cefalà, Marineo, -Godrano, Margana, Menzil Iusuf, Caccamo, Brucato, Raia, Prizzi, -Pitirrana e Abragia, terre anteriori, la più parte, al conquisto;[754] -e, una trentina d’anni dopo Edrisi, i diplomi ci mostrano nell’iklîm -di Corleone quattro villaggi,[755] e tra Palermo e Termini Ibn-Giobair -vide il bel paesello di Kasr Sa’d,[756] le carte fanno ricordo di -Ain-Liel[757] e di Rahl Esscia’rani.[758] Così anco nella diocesi di -Mazara il diploma del conte Ruggiero ha dieci nomi[759] e sedici la -geografia d’Edrisi. Si ritrae da’ diplomi inoltre che il territorio -della città di Mazara prendea quasi tutto l’odierno circondario di -tal nome e metà di quello d’Alcamo.[760] Vasto territorio anco sembra -il val di Milazzo tenuto in feudo da Goffredo Borello ne’ primi tempi -del conquisto.[761] Il conte Ruggiero ritenne dunque, chè altrimenti -far non potea, gli iklîm de’ Musulmani, chiamandoli «appartenenze» del -capoluogo;[762] i quali territorii, per la estensione loro, variavano -tra il «mandamento» e il «circondario» della presente circoscrizione -dell’Italia. Erano _contadi_, talvolta sì vasti, che alcuno, come -Adernò, Paterno o Siracusa, divenne _contea_. - -Pur se alcuni iklîm in Sicilia, come in altri paesi musulmani, -eccedeano le proporzioni ordinarie, non si veggono a’ tempi del conte -Ruggiero grandi circoscrizioni civili o militari che ne comprendessero -tanti da potersi chiamare province. Se Edrisi dice che Sciacca era -divenuta la città primaria[763] degli iklîm d’intorno, in luogo di -Caltabellotta la cui popolazione s’era quasi tutta tramutata in quella -città marittima, questo sembra fatto economico non amministrativo: -d’altronde torna alla metà del XII secolo. Sola eccezione mi pare il -Val Demone, citato qual nome di regione da due scrittori cristiani -contemporanei al conquisto,[764] e come tale anco usato nella geografia -di Edrisi[765] e in molti diplomi della fine dell’undecimo e prima metà -del duodecimo secolo;[766] ancorchè per noi s’ignori se allo scorcio -dell’undecimo, rispondesse all’antico nome un vero compartimento -amministrativo. Io nol credo, perchè ne’ ricordi del conquistatore non -rimane vestigio di altra autorità provinciale che i vescovi; perchè un -ordinamento provinciale non è verosimile in quella prima applicazione -della feudalità, dove i magistrati provinciali sarebbero stati i Conti; -e perchè le province non avrebbero potuto differire, per numero nè per -confini, dagli Stati musulmani distrutti. Pertanto rimanderei ai tempi -di re Ruggiero la tripartizione in valli, o piuttosto la ristorazione -di tal ordinamento, che si potrebbe riferire, sì come ho già detto, ai -Musulmani.[767] - -E tanto meno verosimile sarebbe un ordinamento di province sotto il -primo Ruggiero, quanto risulta dalle croniche e da’ documenti ch’egli -non ebbe mai capitale propriamente detta. Povero venturiere, si fece -il primo nido in Mileto che sola possedea; levato a maggiori speranze -in Sicilia, ne usurpò un altro in Traina; ma divenuto principe e -potentato, alternò sempre tra Mileto e Traina quel che potrebbe -chiamarsi il soggiorno suo, poche settimane, cioè, ch’ei posava in -casa, correndo da impresa ad impresa, tra il Lilibeo e il Garigliano. -Ei volle essere sepolto in Mileto;[768] fece comporre le ossa del -figliuolo Giordano in Traina;[769] e quivi tenea il tesoro, quivi per -qualche tempo la famiglia, ritraendosi che una sua figliuola, andando -sposa in Ungheria, entrò in nave a Termini e quindi a Palermo, donde -fece vela per la Dalmazia.[770] - -La triplice origine degli abitatori della Sicilia portò seco tre -denominazioni di magistrati, che a nome del principe reggessero -le terre demaniali e del barone le feudali; rendessero ragione e -riscuotessero le entrate. E veramente occorrono in moltissime carte del -tempo i nomi di strateghi e vicecomiti; e due diplomi arabici del 1149 -e 1154 danno entrambi il doppio titolo di _’Amil_ e _Stratego_ di Giato -ad un Abu Taib, il quale, insieme con gli sceikh cristiani e musulmani -di Partinico, N»zh»r»d, Desisa e di Giato medesima, designava il sito e -i confini di un terreno conceduto dal demanio regio.[771] Similmente in -un atto notarile greco del 1156, appartenente a un comune dell’attuale -provincia di Palermo, è citato un kâid Hosein, stratego.[772] Parve -al Gregorio, se non certa, verosimil cosa che gli strateghi avessero -avuta autorità maggiore e giurisdizione territoriale più vasta che i -vicecomiti e che i primi fossero stati magistrati criminali, i secondi -civili e d’azienda.[773] Ma novelli documenti e que’ medesimi dati -alla luce infino al secol passato, dimostrano la competenza civile e -amministrativa degli strateghi.[774] Che se veggonsi ad un tempo nello -stesso luogo lo stratego e il vicecomite, come a Stilo di Calabria -e in Siracusa,[775] ciò non prova esclusivamente la differenza del -grado; ma il doppio uficio ben adattasi a terra abitata da due genti -diverse, sì come in Palermo sedeva il cadì e il magistrato cristiano, -e in Giato lo stesso uomo era _’âmil_ e stratego. Il fondamento -del diritto pubblico della Sicilia in quel tempo, cioè che ciascuna -gente fosse giudicata secondo sua legge, richiedea che a ciascuna si -desse il proprio magistrato; e la primitiva semplicità ed economia -dell’amministrazione portava che il giudice fosse incaricato di ogni -altra faccenda del principe o del barone. Lo stratego, governatore di -provincia nel IX secolo, era rimaso, com’io penso, supremo magistrato -politico quando, caduta la dominazione bizantina, ciascuna città -independente, tributaria o anche soggetta a’ Musulmani, si resse -più o meno largamente da se medesima: e ciò non solo in Sicilia, ma -avvenir dovea in varii luoghi della Calabria. Era dunque naturale -che il conte normanno lasciasse il medesimo titolo al governatore -ch’ei mandava nelle città greche e chiamasse vicecomite quello delle -nuove colonie, come solean dirlo in casa loro.[776] Per la medesima -ragione veggiamo l’_’âmil_ nelle terre musulmane; se non ch’egli era -privo di autorità giudiziaria, appartenendo questa ai _cadi_ e agli -_hâkim_.[777] Come portava lor civiltà superiore, ebbero i Musulmani, -oltre gli appositi magistrati, anco leggi, se non buone, almen certe e -coordinate da sottile giurisprudenza; mentre il codice dell’umanità, -la legge romana, facea capo qua e là nelle consuetudini delle città -cristiane, traendo seco qualche innovazione bizantina e lottando contro -le barbariche usanze dei Longobardi e de’ Franchi.[778] Per vizio -comune alle legislazioni europee, riserbossi il principe gli appelli -nelle cause civili, facendole decidere da ottimati delegati a volta -a volta. Ritenne egli inoltre i giudizii capitali nella più parte de’ -feudi.[779] - -Or toccheremo delle entrate pubbliche nei primi tempi normanni; -nella quale ricerca e’ convien adoprare con maggior cautela, e quasi -con diffidenza, i ricordi dell’ultima metà del XII secolo; sendo, i -fatti in materia di azienda, assai più mutabili che quelli discorsi -fin qui, verbigrazia le condizioni sociali o i municipii, e mancando -pertanto quella presunzione d’un’origine più antica, che sovente ci -ha confortati a riferire a’ principii della dinastia gli ordini che -si ritraeano in su la fine. Intraprendiamo ricerca di fatti ch’ebbero -grande conseguenza nella storia dell’Italia meridionale, perocchè il -conte Ruggiero negli ultimi venticinque anni dell’undecimo secolo, -salì a tanta potenza mercè l’oro, non meno che il ferro. Quella -ricchezza ond’ei fu rinomato in tutta Cristianità, non potea venir dal -solo bottino; non dal frutto de’ possessi demaniali, necessariamente -scarso tra le fazioni di guerra e lo sconvolgimento sociale. E pur -allora veggiamo il conte stipendiare grosse schiere di stanziali, -largire doti regie a tante figliuole, porgere sussidii ai papi e, -quel ch’era più grave, aiutar di danari il fratello nell’impresa di -Grecia; e poi innalzare per ogni luogo chiese e monasteri. Donde venian -cotesti tesori? E’ si direbbe che il conte avesse appresa l’alchimia -dagli Arabi, o scoperto dassè il gran segreto: quel medesimo con che -raddoppiossi d’un tratto il reddito della città di Palermo, come prima -ei vi messe le mani. - -La savia amministrazione, fondamento del gran segreto, sembra retaggio -de’ tempi musulmani, ben usato dal vincitore. Avendo sotto gli occhi -i ruderi, noi possiamo ricomporre in parte quell’antico edifizio. E -prima scorgiamo un censimento universale di beni demaniali e feudali, -chè gli uni e gli altri furono in origine la stessa cosa, possessi, -cioè, dello Stato, de’ quali altri si concedeano in feudo, altri -ricadeano al fisco e questo ne riconcedeva o ritenea. Provan cotesto -censimento le _platee_ de’ villani appartenenti a ciascun feudatario -dell’isola, promulgate in Mazara, come già notammo, il 1093, che è a -dir due anni dopo il compimento del conquisto;[780] poichè tanto valea -concedere i villani, quanto la terra assegnata a ciascun di loro, detta -_rab’_ ne’ documenti arabici, e _cultura_ ne’ latini.[781] Nè mancano, -nell’undecimo secolo, le vestigie di un’antecedente descrizione -de’ territorii; sapendosi essere stato il casale di Regalbuto -concesso il 1090 alla chiesa di Messina «con tutto il suo contado ed -appartenenze, secondo le antiche circoscrizioni de’ Saraceni.»[782] -Più precise notizie ci danno di cosiffatta descrizione le carte del -duodecimo secolo, dalle quali si scorge che quel censimento, s’ei non -raffigurava, come i nostri d’oggidì, una selva di righi e colonnini -terminati col reddito di ciascun podere in lire e centesimi, che son -pur cifre d’approssimazione e talvolta direbbonsi d’allontanamento, -racchiudea, sì, la descrizione sommaria de’ confini noti a tutti in -ciascun contado, la misura della superficie, il numero e i nomi de’ -villani, e, alla grossa, la qualità del suolo.[783] - -Le medesime carte ci fanno conoscere il titolo dell’ufizio che serbava -cotesto censimento; ed era, in arabico, _Diwân-el-Tahkîk-el-Ma’mûr_, -ossia «Ufizio di riscontro della tesoreria,» se non ci inganna -l’analogia con gli ordinamenti dell’azienda pubblica, posti in Egitto -da que’ medesimi califi Fatemiti che furon legislatori dell’azienda -in Sicilia:[784] il quale ufizio in latino barbaro fu detto _Dohana -de Secretis_[785] per la medesima ragione che altrove fece chiamare -segretarii gli scrittori del carteggio ufiziale. L’origine musulmana è -provata dalla denominazione dell’ufizio e da quella de suoi strumenti, -i _defetarii_, de’ quali fa menzione il Falcando, e se n’ha riscontro -ne’ documenti; ma si è molto disputato su quel ch’e’ contenessero -e donde venisse quella voce.[786] _Defêtir_ è plurale arabico di -_difter_, e questo, mera trascrizione di διφθέρα «pelle» e «codice di -cartapecora:»[787] un di que’ vocaboli che gli Arabi necessariamente -tolsero in prestito da’ Greci, sia in Levante o sia in Sicilia, e -andandosene dall’isola, ce li riconsegnarono storpiati a loro modo. I -defetarii erano dunque i libri, i registri, degli ufizii d’azienda. -Ancorchè non mi sia occorsa altra appellazione speciale che del -_difter-el-hodûd_, ossia «registro de’ confini,»[788] egli è verosimile -che ve ne fossero stati di varie maniere, come appunto soleano averli -i Musulmani, e che in una serie di que’ registri fossero pur notati -i diritti dello Stato su ciascuna classe di abitatori in ogni terra; -i quali diritti si riscuoteano dal Fisco quando la terra era ritenuta -in demanio e si trasferivano ai baroni quando la si concedea. Possiam -anco supporre con fondamento che non mancassero i catasti de’ beni -allodiali.[789] L’ordinamento de’ catasti risultante dalle carte del -XII secolo fu ristorato forse e perfezionato ai tempi di re Ruggiero; -ma questi di certo non imitollo dal “Doomsday book” di Guglielmo il -Conquistatore, come si è immaginato:[790] l’ebbe in retaggio dal primo -Conte, dal governo musulmano e fors’anco dal bizantino. - -Par che il Conte abbia rivendicati al demanio tutti i possessi e i -diritti usurpati da lunghissimo tempo; leggendosi nella concessione -feudale della città di Catania (1092), esser data quella al vescovo -«con tutte le sue appartenenze, possessioni ed entrate,.... sì come -la teneano i Saraceni quando i Normanni passarono la prima volta in -Sicilia»[791] e dati anco «i Saraceni che dimoravano in Catania a quel -tempo, e i figliuoli dei Saraceni di Catania stessa e di Aci, nati in -altre parti della Sicilia, dove i genitori si fossero rifuggiti per -timore de’ Normanni.» L’interpretazione più ovvia di coteste parole -farebbe risalire la rivendicazione a trent’anni innanzi (1061); se non -che mal si comprende qual principio di gius pubblico o quale utilità -avrebbe potuto suggerir termine così fatto al conquistatore. Avea -forse Ibn-Thimna prestato omaggio feudale a Ruggiero o a Roberto il -sessantuno? Ovvero si pattuì quel termine nella dedizione di Catania -ai Normanni? Il primo supposto parmi privo di fondamento; l’altro -gratuito affatto e credo più plausibile un terzo: cioè che la passata -alla quale si alludea, fosse quella della compagnia normanna che seguì -la bandiera di Maniace il milletrentotto. Allora, occupata da Cristiani -tutta la Sicilia orientale, moltissime famiglie emigrarono senza dubbio -nelle regioni occidentali. A capo di due anni, lacerata la Sicilia -dall’anarchia e surti i regoli, erano stati di certo occupati da questo -e da quello i beneficii militari, parte principalissima dell’entrata -pubblica e pomo della discordia nell’isola, come in tutt’altro Stato -musulmano. Gli è verosimile dunque che il vincitore, potendolo fare con -buon diritto, abbia messa la scure alla radice, in luogo di tollerare -le concessioni de’ regoli ch’egli avea combattuti e vinti ad uno ad -uno. Nè era da temere maggior odio per lo spogliamento degli ingiusti -occupanti dopo cinquant’anni che dopo trenta; e molto minore difficoltà -si sarebbe incontrata a scoprire i poderi notati nei registri dei diwân -kelbiti della capitale, che a rintracciare la condizione del patrimonio -militare al principio della guerra in ciascun centro di governo: -Palermo, Castrogiovanni, Girgenti, Siracusa e Catania. D’altronde la -rivendicazione si può con fondamento supporre estesa a tutta l’isola, -perocchè la non toccava al certo le proprietà, ne’ luoghi dove per -accordo o necessità rispettolle il vincitore. - -De’ possedimenti demaniali fruiva il Conte, come ciascun feudatario -de’ suoi proprii, riscotendo da’ villani ed altri coloni il tributo in -danari e grani, e il servigio d’opere manuali; e da’ borghesi delle -terre e città le gabelle, tasse o guadagni di vendita privativa: dei -quali pesi abbiam toccato nel trattar le condizioni del popolo e ci -siamo riferiti al Gregorio.[792] E conviene rimanerci alle generalità; -perchè le prove che dà il Gregorio non bastano in tutti i particolari. -Egli argomentò il sistema de’ primi tempi normanni dalle liste di -que’ che alla metà del XIII secolo si chiamavano diritti antichi, per -opposizione ai nuovi ordinati da Federigo imperatore; ma non possiamo -non supporre che grandissime innovazioni fossero seguite nella prima -metà del XII secolo. Si affidò inoltre il Gregorio alla descrizione -dei detti pesi per Andrea da Isernia, senza considerare che questo -dotto giureconsulto del XIII secolo avesse lavorato su le memorie del -Napoletano al par che della Sicilia. In fine ei fece assegnamento su -certi documenti del XIII secolo, ne’ quali si noveravano le entrate -pubbliche soggette a decima ecclesiastica; ma non s’accorse che il -clero per lo meno esagerava i proprii diritti.[793] Occorrono quindi -novelli studii su i documenti, stampati o no, per appurare ciascun capo -di entrata pubblica ne’ tempi di cui si ragiona. Ma tutto insieme si -vede il fatto che dovea nascere, l’innesto della ragione feudale su la -fiscalità musulmana: da una parte, nuovi diritti dominicali e angherie -feudali; dall’altra alcune maniere di testatico, e da entrambe, -gabelle di consumo e di produzione. Sappiamo, per testimonianze di -contemporanei, recata in Sicilia da’ Normanni la privativa de’ bagni, -de’ molini, de’ forni e delle canove.[794] I diritti di erbatico, -legnatico e simili, nacquero dalla nuova forma della proprietà; i -proventi giudiziali, dal potere politico attribuito a proprietarii -privati. Continuò la capitazione su i Giudei, trovato musulmano. -Scendeano da tempo più antico, modificate da’ Musulmani ed accresciute -al certo da’ Normanni, le gabelle alla entrata o uscita delle merci, le -tasse su i movimenti delle navi mercantesche, i diritti su le industrie -e i mestieri. Dalle denominazioni si può talvolta conghietturare -l’origine; per esempio, la _cabella bucherie_ sembra normanna tanto -certamente, quanto il diritto di rahaba e quello di _cangemia_ -musulmani.[795] Non è poi da dimenticare che coteste gravezze variavano -forse da terra a terra in quantità e in qualità e che, se in teoria le -appartenean tutte al principe, sì come i terreni non allodiali, pure -ei non ne fruiva se non che ne’ paesi del demanio, ma nelle città e -terre concedute le andavano a beneficio dei feudatarii. Il supposto -del Gregorio che, per lo meno, quelli che or diciam diritti doganali si -riscuotessero dal principe per ogni luogo[796] non mi pare avvalorato -da alcun fatto, nè consentaneo al diritto pubblico de’ tempi. - -Tributo generale bensì, la colletta, si poneva anco su i feudatarii -ne’ noti quattro casi feudali; della quale ancorchè non abbiam ricordi -al tempo del primo conte, la si dee supporre, quando e’ si ritrae -che Roberto Guiscardo levolla in Terraferma e in Palermo[797] e poi -i re normanni in tutta la Sicilia.[798] Generale anco il diritto di -marineria, col quale si manteneva il navilio; se non che, com’e pare, -i municipii vi contribuivano, più che i feudatarii, e ciò in compenso -del servigio militare.[799] Ed ancorchè non risulti da alcun documento -di quella età, credo fermamente sia da aggiugnere alle sopradette e -da tener principalissima entrata del conte Ruggiero, come la fu de’ -successori, la tratta de’ grani. Sappiam noi dagli annali musulmani le -spaventevoli carestie che patì l’Affrica propria in quella età,[800] -sendo permanente la causa principale: gli Arabi ladroni d’Egitto i -quali desolarono tutta la campagna e corserla in guisa da impedirvi per -tanti secoli ogni maniera di coltivazione.[801] Sappiamo dal raccontato -aneddoto del conte Ruggiero quanto assegnamento facesse il governo -di Sicilia in sul traffico de’ grani con l’Affrica; il qual fatto non -rimarrebbe men vero, se il racconto si riferisse alla prima metà del -XII secolo, anzichè alla seconda dell’XI.[802] E veramente la reciproca -pazienza degli Ziriti e della casa di Hauteville a mantenere la pace -negli ultimi diciotto anni della sanguinosa lotta che il cristianesimo -combatteva contro l’islamismo in Sicilia,[803] non si potrebbe credere, -quand’anco si supponesse in ambo le parti inalterabile saviezza e -freddo giudizio degli interessi politici; ma la parrà naturale e -necessaria, supponendo che il conte Ruggiero mandasse a vendere i grani -dell’azienda in Mehdia, in Tunis e nelle altre città della costiera, -sì come fece il figliuolo Ruggiero quindici o venti anni dopo la morte -di lui: e questo commercio di grani aprì la via alle imprese del re -sopra l’Affrica, e rese per due secoli i principi di Tunis tributarii a -que’ di Sicilia, come si dirà nel libro seguente. Con ciò la tratta de’ -grani comparisce fin dalla prima metà del XIII secolo ricchissimo capo -d’entrata del tesoro siciliano e se ne scorge vestigia al principio del -XII.[804] Tutte le ragioni conducono al supposto che il conte Ruggiero -l’abbia istituita o forse continuata in ciascuna città marittima della -Sicilia, come prima egli se ne insignorisse: ed è verosimile ch’ei -v’abbia fatto doppio guadagno; cioè levare grossa contribuzione in -denaro o in genere all’uscita de’ grani altrui, e intanto, aumentato -così il prezzo della merce, mandar a vendere in altri paesi i grani -ch’ei possedea, raccolti da’ canoni in derrata ne’ suoi proprii demanii -o ritratti dalla medesima tassa d’uscita. Ammessa questa sorgente, non -farà maraviglia l’inesauribile ricchezza del conquistatore. - -Dopo i tributi verrebbero i servigi, ch’erano sì gran parte de’ -pubblici pesi negli stati feudali; e possono dividersi in servigi di -pace e di guerra. Dei primi, cioè le giornate di lavoro ne’ campi, -i trasporti, l’opera manuale nelle edificazioni e simili fatiche, -abbiam già toccato; nè occorre altro aggiugnere, sendo simili coteste -obbligazioni nelle terre demaniali e nelle feudali.[805] Il servigio -militare di terra era prestato da’ baroni in Sicilia al par che in -ogni altro stato feudale, come si legge nel Gregorio.[806] Notiamo -tuttavia che i feudi ecclesiastici non andarono esenti per generalità -dal servigio militare, sì com’ei dice; ma alcuni ne furono eccettuati -e similmente alcune città. Inoltre i fatti narrati da noi provano come -il Conte chiamasse talvolta alla guerra i Musulmani di Sicilia;[807] -il quale esempio fu seguìto dai re suoi discendenti e dalla dinastia -sveva. Verosimile egli è che i Musulmani facesser oste capitanati -dai loro kâid,[808] nutriti a spese del principe durante l’impresa -e gratificati col bottino. È da ricordare infine che il Conte ebbe -schiere di stanziali stipendiati, e che i suoi successori ne tenner -anco di Cristiani e di Musulmani. - -Del navilio siciliano allo scorcio dell’undecimo secolo non avanza -alcuna memoria. Si potrebbe anzi supporre, se non distrutto, -decaduto di molto; ritraendosi che verso il millesessantotto la gente -dell’armata, per cagion delle guerre civili, riparò in Affrica,[809] -e che le forze navali operaron poco nella difesa di Palermo il -1071, ancorchè quello fosse stato sempre il gran porto militare de’ -Musulmani di Sicilia.[810] Ciò nondimeno, s’egli è vero che a metter -su un navilio di guerra si richiegga tempo e spesa e grandissima cura, -convien che il conte Ruggiero abbia adoperato a ristorare il navilio -siciliano i buoni elementi del pugliese e del calabrese già messi -alla prova negli assedii di Bari e di Palermo e usati da Roberto nella -guerra di Grecia; e ch’ei gli abbia felicemente innestati con que’ del -navilio musulmano. Perchè i Normanni di Sicilia rivaleggiaron in sul -mare con le repubbliche marittime nella prima metà del XII secolo; -e, fin dal 1113, l’Adelaide, vedova del Conte, andando in Ascalona -per rimaritarsi a Baldovino re di Gerusalemme, era scortata da nove -legni da guerra siciliani, due de’ quali portavano cinquecento uomini -ciascuno; e gli altri rifulgean d’oro, argento, porpora, e i guerrieri -di preziose vestimenta e ricche armadure, senza contare i tesori -profusi nella galea dell’Adelaide, nè una schiera di arcieri saraceni -splendidamente vestiti, ch’ella recava in dono allo sposo.[811] La -mole de’ legni e il lusso, provano che la Sicilia avea già di nuovo -un’armata possente. - -Della quale noi possiamo figurarci la costituzione, rannodando le -notizie che n’abbiamo ne’ tempi appresso, con quelle che si ritraggono -ne’ tempi innanzi, del navilio bizantino e de’ musulmani.[812] Or -del primo sappiam noi ch’era di due maniere, il regio cioè e il -provinciale, ch’è a dire fornito e armato a carico delle città di certe -province. Così leggiamo nella Tattica dell’imperatore Leone.[813] Il -tumulto di Rossano al quale noi accennammo, dimostra qual fastidio -recasse ai popoli così fatto armamento:[814] e n’abbiamo anco -riscontro da Ibn-Haukal, il noto viaggiatore del X secolo, il quale, -descrivendo i paesi marittimi dell’Asia minore e le varie maniere di -legni da guerra che vi armava l’impero bizantino, dice che la spesa -era levata su i villaggi vicini al mare «a tanto per fumajolo, ossia -tanto per casa.»[815] Ma come i Musulmani, venuti in sul Mediterraneo, -necessariamente messer su forze navali, e necessariamente usarono -gli ordini e gli uomini che le avevano mantenute appo i popoli -vinti,[816] così veggiamo nelle armate loro i legni mandati dalle -varie città. Un antico scrittore citato da Makrizi, ci narra che in -Egitto, al tempo dei califi fatemiti, la più parte del navilio era -fornita da’ governatori delle province e pagati gli stipendi dal “diwân -dell’armamento navale” insieme con quelli de legni regii; e che inoltre -ciascuna provincia avea la sua armatetta.[817] Sappiamo da Ibn-Khaldûn -che il navilio de’ califi omeiadi di Spagna, il quale arrivò talvolta -a dugento legni, era raccolto da tutti i porti del reame, ciascun de’ -quali forniva i suoi.[818] Ora in Sicilia ricomparisce una sembianza -di cotesto ordinamento, insieme con l’armata che soggiogò la costiera -d’Affrica e infestò le isole della Grecia (1123-54): la _marineria_ -dovuta dalle popolazioni lombarde;[819] i dugencinquanta marinai -che dovea fornire il Municipio di Caltagirone; i dugento novantasei -richiesti a quel di Nicosia, che giace tra i monti come quell’altra -città; i venti marinai dovuti dal vescovo di Patti.[820] Le galee -delle varie città si veggono combattere contro il navilio angioino -allo scorcio del decimoterzo secolo.[821] Quanta parte poi prendessero -durante il duodecimo i Musulmani nelle armate di Sicilia, si vedrà nel -libro seguente. - -E quivi sarà discorso di que’ fatti d’incivilimento che riferir si -potrebbero al tempo del primo conte, ancorch’e’ compariscano nei -regni de’ suoi successori. Breve e sanguinoso, il periodo che abbiamo -studiato in questo libro non lasciò campo alle arti della pace; non -permesse di ricordar quelle che, per necessità dell’umana natura e -della convivenza sociale, si esercitavano pure in mezzo alle stragi e -alla distruzione. Pertanto abbiamo raccolti nel libro precedente[822] -que’ bricioli di storia letteraria de’ Musulmani che riferir si -poteano al tempo della guerra. Della storia letteraria de’ Cristiani -di Sicilia altre reliquie non abbiamo che i codici, le immagini e le -minuterìe del Prete Scholaro.[823] Le chiese e i monasteri che Roberto -e Ruggiero edificarono, in luogo de’ sontuosi palagi distrutti, sono -state consumate dal tempo, come i loro diplomi in carta bombicina che -fu mestieri di rinnovare entro mezzo secolo; o, se qualche pietra -n’avanza, la non si riconosce tra le costruzioni eleganti di re -Ruggiero e de’ Guglielmi. Ma abbiam citati a lor luogo i ricordi che ne -fanno i cronisti o i documenti. - -Ci è occorso altresì di rammentare le opere di fortificazione, che -a’ vincitori premeano al men quanto gli edifizii ecclesiastici: la -cittadella e il castel di Roberto in Palermo,[824] i baluardi di -Ruggiero in Messina,[825] e quelli che si affrettò a costruire San -Gerlando con le pietre de’ tempii agrigentini.[826] Edrisi fa un cenno -della ristorazione di Marsala, mostrando non ignorare che la fosse -surta su le rovine di Lilibeo e attestandoci una seconda distruzione -seguìta nella guerra de’ Normanni o poco innanzi. «_Marsa Alì_, egli -scrive, antica, anzi primitiva città, delle più notabili della Sicilia, -era abbandonata, che ne rimaneano appena le vestigie, quando il conte -Ruggiero primo la ripopolò e cinsela di mura. Indi la s’è riempita di -case, mercati e magazzini.»[827] - -Oltre le fortificazioni, sono da attribuire a’ primi tempi normanni -alcune strade militari. Tale al certo fu quella ch’è chiamata «lo -Stradale[828] francese di Castronovo» in un diploma di Ruggiero, dato -del 1096, secondo il quale i confini assegnati dal Conte alla diocesi -di Messina risalgono lungo il Fiume Torto insino alla sorgente, e -indi ripiegano sul detto stradale e di là al Monte di San Pietro -e continuano verso Levante.[829] Par sia questa la medesima strada -che da Palermo, com’attesta un diploma del 1132, menava a Vicari, -Castronovo e Petralia;[830] continuava alla volta di Traina, dove -la versione d’un diploma greco del 1094 ricorda una “via regia;” e -forse, valicati i monti a Sant’Elia d’Ambola,[831] ripigliava essa -il corso lungo la costiera settentrionale, poichè il medesimo nome -di “via regia” ricomparisce il 1143 presso Patti,[832] e molto prima -presso Milazzo.[833] Il predicato di basilica, chè così dicea senza -dubbio il testo, dato a cotesta strada nel diploma del 1094, la fa -supporre bizantina: e sarebbe per avventura quella che tennero i -Normanni addentrandosi nel cuor dell’isola e ch’essi prolungarono -o racconciarono dopo Petralia o Castronovo, per farsene linea -d’operazione sopra Palermo. Si potrebbe riferire anco ai tempi del -primo conte l’altra via detta precisamente militare, in un diploma -della Chiesa di Monreale del 1182, la quale par sia corsa ne’ dintorni -della Ficuzza, tra Palermo e Corleone;[834] ma non si ritrae se -mettesse capo nella via di Castronovo, che ne sarebbe stata discosta in -linea retta una ventina di miglia a scirocco. Può solo argomentarsi che -la qualità, o almeno l’origine di questa via militare, differisse da -quella delle grandi vie del commercio interno, che menavano da Palermo -a Mazara, da Palermo a Sciacca, ed altre nominate vie pubbliche o -stradali nel medesimo diploma della Chiesa di Monreale,[835] le quali -erano forse aperte molto tempo innanzi la guerra normanna. - -Diciamo in ultimo della sola manifattura che ci possiamo aspettare -dal novello principato, dopo le chiese e le opere militari. Si -rinvengono in tutti i musei d’Europa tante monete battute dai re -normanni di Sicilia ed anco dagli svevi, con leggende arabiche e -formole musulmane, che si è supposto con fondamento essere incominciato -così fatto conio ne’ primi anni della dominazione. Il Tychsen, che -dissodò la numismatica orientale e inciampò sovente in quel novello -terreno, pubblicò, sul disegno mandatogli di Sicilia, una moneta d’oro -attribuita da lui a Roberto Guiscardo, da altri all’abate Vella; nella -quale, se i caratteri non son mutati del tutto dopo tre o quattro -copie del disegno, leggesi in sul diritto il nome di re Tancredi, e -però torna alla coda anzichè alla testa della serie normanna.[836] -L’Adler poi die’ fuori alcuni quartigli, o diciamo _roba’i_, o tarì -d’oro, nei quali è chiarissimo il nome di Ruggiero e in alcuni il -titolo di re; ma in altri parve all’Adler di veder la voce _emîr_, -talchè potea cadere dubbio se al padre appartenessero ovvero al -figliuolo, com’egli suppone dal tipo.[837] Seguillo il Castiglioni, -aggiugnendo alla lezione di _emir_ quella di _Sicilia_[838] e tiraronsi -dietro, riluttante, il Marsden.[839] Altra via batteva il principe di -San Giorgio Spinelli quando, avute alle mani in Napoli ricchissime -collezioni, compilò un’opera di gran mole, corredata di tavole e in -molte parti degna di lode. Quel gentiluomo napoletano, molto erudito ma -conoscitor mediocrissimo dell’arabico, riferì al gran Conte diciassette -tarì d’oro che pesano un grammo o poco meno ed hanno da una faccia il -simbolo musulmano, dall’altra il nome di Ruggiero, preceduto, come -crede l’autore, dal titolo or di conte or di duca, e su i margini -qualche residuo di leggenda, dove lo Spinelli rintracciava date di -tempo e di luogo.[840] Coteste monete ha accettate il Mortillaro, -con alcune correzioni che non risguardano il nome del principe.[841] -Mi rincresce che il lavoro tutto dello Spinelli non dia guarentigia -di quella erudizione e di quella sicurezza d’occhio in fatto di -numismatica musulmana, che ci potrebbero indurre a prestar fede alla -lezione di codeste diciassette monete; duolmi altresì non poter fare -assegnamento su le figure incise, le quali, sia difetto delle monete -fruste o sia del disegno, bastano talvolta a conoscere erronea la -lezione dello Spinelli, ma non aiutano punto a rifarla. Si aggiunga -che, a giudicar dalle tavole, il titolo di _duca_ letto dallo Spinelli -in una moneta[842] somiglia perfettamente al vocabolo che in altra egli -trascrive _conte_; e che, ammettendo il primo, si tornerebbe a Ruggiero -duca di Puglia che fu signore pria di tutta la città di Palermo e poi -della metà. Or a noi non piace andar così a tentoni. Aspetteremo che -le collezioni le quali servirono allo Spinelli, cioè la sua propria e -quelle di Fusco, Tafuri, Santangelo e Capialbi siano riviste da occhi -più esperti; sì che le monete del XII secolo si scemano da quelle che -per avventura avesse battute il primo conte. E in questo mezzo rimarrà -in sospeso la piccola lite, se i roba’i siciliani fossero stati coniati -senza interruzione da’ tempi dei califi fatemiti[843] a quelli di -re Ruggiero e dei successori; e intanto rimarranno al primo conte di -Sicilia le sole monete di rame con effigie e lettere latine, che a lui -sogliono attribuirsi.[844] - - - - -SOMMARIO DELLE MATERIE CONTENUTE NEL TERZO VOLUME. - - -LIBRO QUINTO. - - Capitolo I. - - an. - 970-1011. Cagioni esteriori della caduta della - dominazione musulmana in Sicilia. Movimento - nazionale nella Terraferma italiana. Imprese - navali dei Pisani contro i - Musulmani Pag. 1 - 1015. Mogêhid usurpatore di Denia 4 - » La Sardegna infestata precedentemente 5 - » Mogêhid a Luni e in Sardegna 7 - 1016. È sconfitto e ricacciato in Spagna 9 - » Contese de’ Pisani co’ Genovesi 10 - 1016-1114. Altre fazioni contro i Musulmani 13 - » I Normanni 14 - » Loro tradizioni 20 - 1078-1086. Croniche de’ Normanni d’Italia. Amato 21 - » Guglielmo di Puglia 22 - » Malaterra 23 - » Leone d’Ostia e Lupo 24 - » I Normanni a Salerno 25 - 1017-1021. Melo 26 - » Compagnia Normanna 29 - 1040-1041. Argiro e Ardoino 30 - » Battaglia dell’Olivento ed altre vicende 33 - 1043. Nuovo ordinamento della Compagnia 37 - » La casa di Hauteville 38 - 1051. Rivolta contro i Normanni 40 - 1055-1058. Roberto Guiscardo 42 - 1059. Ruggiero. Espugnazione di Reggio 49 - » Condizioni della Compagnia Normanna 52 - - Capitolo II. - - 1060. Disposizioni de’ Cristiani messinesi 55 - » Supposta congiura 56 - » Correria sopra Messina 61 - » Ibn-Thimna 62 - 1061. Nuova fazione 63 - » Presa Messina 66 - » Rametta 70 - » Tripi, Frazzanò, Maniace, Centorbi 71 - » Paternò, Emmelesio, Sanfelice; battaglia di - Castrogiovanni 72 - » Scorreria a Girgenti. Tregua con Palermo 75 - » Ritirata 76 - » Castel di San Marco. Dominazioni diverse nelle - province 78 - - Capitolo III. - - » Rivolgimento in Palermo 79 - » Condizioni degli Ziriti 80 - » Aiuti di Mo’ezz 81 - » Scorreria di Ruggiero sopra Girgenti 82 - » Patti co’ Trainesi 83 - 1062. Ruggiero sposa Giuditta di Evreux 84 - » Correrie in Sicilia. Morte d’Ibn-Thimna 85 - » Brighe di Ruggiero con Roberto 87 - » Rivolta di Traina 89 - » Vittoria di Ruggiero 91 - 1063. Nuova spedizione affricana 92 - » Scorrerie di Ruggiero 94 - » Battaglia di Cerami 96 - » Fazione de’ Pisani in Palermo 101 - » Fazioni de’ Normanni a Collesano, Brucato, Cefalù. - Combattimento presso Girgenti 105 - - Capitolo IV. - - 1064. Vano assedio di Palermo 106 - » Bugamo presa: scontro presso Girgenti 107 - 1064-1068. Aiûb ed Ali, figliuoli di Temim, occupano la - Sicilia occidentale 108 - » Guerra civile; partenza degli Affricani ed - emigrazione 110 - 1066. Ruggiero a Petralia 111 - 1068. Battaglia di Misilmeri 113 - 1068-1071. Assedio di Bari 114 - » Armamento contro Palermo 115 - » Presa Catania 116 - » Assedio di Palermo 118 - » Assalti 124 - 1072. Resa della città 130 - » E di Mazara 133 - - Capitolo V. - - » Distribuzione de’ conquisti ivi - » Morte di Serlone 134 - » Roberto ordina il governo in Palermo 136 - 1072-1085. Ritorna in Terraferma. Suoi doni alla Badia di - Montecassino 139 - » Contrasta co’ suoi baroni 141 - 1072-1085. E co’ principi di Salerno e Capua 142 - » Roberto e Gregorio VII 143 - » Imprese di Grecia e di Roma 144 - » Morte di Roberto 146 - - Capitolo VI. - - 1072. Condizioni de’ Normanni in Sicilia 147 - » E dei Musulmani 148 - » Benavert 149 - 1073-1075. Progressi lenti di Ruggiero 150 - » Vittoria di Benavert 151 - 1076. Ruggiero dà il guasto al Val di Noto 153 - 1077. Prende Trapani ed altri paesi 154 - 1078. E Taormina 156 - 1079. Rivolta di Cinisi e Giato 159 - 1081. Ruggiero padrone di Messina 161 - » Catania presa da Benavert e racquistata 162 - 1082. Rivolta di Giordano 163 - 1085. Scorreria di Benavert in Calabria 164 - 1086. Ruggiero prende Siracusa 165 - 1087. Impresa navale degli Italiani sopra Mehdia 168 - » Ruggiero occupa Girgenti e la provincia 172 - » Ibn Hammûd gli dà Castrogiovanni 173 - 1089-1091. Prese Butera e Noto. Urbano II a Traina 176 - » Conquisto di Malta 177 - - Capitolo VII. - - 1093. Morte di Giordano e rivolta di - Pantalica 180 - 1085-1093. Cresciuta potenza del conte Ruggiero 181 - » Aiuta il nuovo duca di Puglia, il quale gli - concede metà di Palermo 182 - 1091-1094. Imprese di Cosenza e Castrovillari 184 - 1096. Assedio di Amalfi. La prima Crociata 185 - 1098. Ruggiero assedia Capua co’ Musulmani 186 - » E impedisce la loro conversione 187 - » Aneddoto attribuitogli da Ibn-el-Athîr 188 - » Scuola di monaci statisti 190 - » Relazioni del conte con Urbano II 191 - » Privilegio dell’Apostolica legazione 193 - 1101. Morte del conte 194 - » Famiglia della contessa Adelaide 196 - » La Marca aleramica 198 - » Bonifazio del Vasto 199 - - Capitolo VIII. - - » Condizioni dell’isola dopo il conquisto 200 - » Diplomatica siciliana dell’XI e XII secolo. - Falsa pergamena arabica dell’archivio di - Napoli 201 - 1101. Diplomi arabici e greci 202 - » Diplomi latini 204 - » Varie schiatte. Antichi abitatori 206 - » Distribuzione geografica delle nuove schiatte 207 - » Ebrei 209 - » Tribù arabe e berbere 210 - » Normanni e altri Francesi 213 - » Colonie della Terraferma italiana 218 - » Lombardi 222 - » Baroni aleramidi 225 - » Dialetto de’ Lombardi di Sicilia 227 - » Caltagirone 228 - » Origini di altre città 231 - » Della famiglia Bonello 232 - - Capitolo IX. - - » Condizioni de’ vinti. Schiavi 233 - » Villani 237 - » Sinonimo di Rustici 238 - » Due maniere di villani 242 - » Domini di Maks 243 - » Platee 245 - » Doveri e diritti de’ villani 246 - » Borghesi 250 - » Non soggetti alla _gezia_ 253 - » Borghesi delle antiche schiatte 256 - » Prete Scholaro 257 - » I Greci non hanno titoli di nobiltà 259 - » Musulmani. _Kaid_, titolo di nobiltà, - d’Ufficio o meramente onorifico 260 - » Origine di tutte queste condizioni 267 - - Capitolo X. - - » Se il conte di Sicilia sia stato vassallo del - duca di Puglia 271 - » Costituzione politica 274 - » Ruggiero prende il titolo di Gran Conte e poi - di Console 277 - » Istituzioni municipali messe in forse dal - Gregorio 278 - » Memorie delle municipalità cristiane nella - guerra normanna 280 - » E sotto il principato. Arconti 281 - » Anziani 284 - » Buoni Uomini 286 - » Maestri de’ Borghesi 289 - » Municipalità diverse nella stessa città. - Anche de’ Giudei. _Gema’_ 291 - » Forma generale de’ comuni siciliani 292 - » Franchige 296 - » Municipii di Palermo e di Messina 297 - » Ricerche da farsi. Feudalità 299 - » Feudi ecclesiastici 301 - » Autorità di Ruggiero nella gerarchia 302 - » Legazia apostolica 306 - » Rifatte le diocesi dal principe ivi - » Circoscrizione territoriale politica. - _Iklîm_ 309 - » Ufiziali del principe. _’Amil_, Stratego - e Vicecomite 315 - » Magistrati giudiziali 318 - » Entrate pubbliche 319 - » Platee 320 - » _Diwâni_ 322 - » _Defetarii_ 324 - » Rivendicazione de’ beni demaniali 326 - » Dazii e gabelle 327 - » Colletta; diritto di marineria; tratta de’ grani 331 - » Servigio militare e navale 333 - » Costituzione dell’armata 335 - » Avanzi d’incivilimento. Chiese e fortezze 338 - » Strade militari 339 - » Monete del conte Ruggiero 342 - - - - -Correzioni ed Aggiunte. - - - Pag. lin. - - 12 3 n. 5. della stessa dello stesso volume - opera - 25 » n. 1. volume volume. Contuttociò si vegga - il De Meo, nell'_Apparato - cronologico agli Annali del - regno di Napoli_, Napoli, - 1785, pag. 385, segg. ed una - nota posta ne' _Regii - Neapolitani archivii - Monumenta_, vol. IV, pag. - VI, nella quale è citato un - diploma del 1008. - - 36 7 n. 2. potessero potessero. Si riscontri presso - Trinchera, _Syllabus graecorum - membranarum_, etc., Napoli, - 1865, pag. 53, un diploma del - 1054, nel quale Argiro - s'intitola: _Magister Vestis - et dux Italiae, Calabriae, - Siciliae, Paphlagoniae_, - etc. - - 48 27 n. al principio alla fine - - 56 11 e del del milledugentottantadue e del - milledugentottantadue milleottocensessanta. - - 63 4 n. 5. aprile. Malaterra aprile. Edrîsi, nella - descrizione della Sicilia, - _Bibl. arabo-sicula_, - testo pag. 26, fa cominciare - il conquisto nel 463 - dell'egira, cioè dal 26 gennaio - 1061 al 15 gennaio 1062. - Malaterra - - 75 5 discosta discosto - - 102 8 n. 2. dell'autore del traduttore - - » 10 » 1603 1063 - - 133 2 tributo. tributo annuale. - - 136 25 s'addimandò fino s'addimanda ancora - al 1860 - - 169 1 n. 1. vol. II, p. 139, vol. II, pag. 139, 355, segg. - 367 e 547 - - » 2 » vol. III, p. 80, vol. III, pag. 80, 81, 158. - 81 - - 173 9-10 n. figliuolo o nipote o bisnipote - nipote - - 181 4 » 612. 618. - - 206 8 Pacione. Dond'e' Pacione, Mohammed-Ibn-Coco. - Dond'e' - - 219 3 Lentini e i nomi Lentini e Ragusa, e i nomi - - » 2 n. 3. secolo. secolo. Per Ragusa si vegga - Amico, _Dizionario - topografico_, sotto quel - nome. - - 220 12 n. Firenze. Firenze alle radici di Monte - Morello ed un'altra presso - Bagno a Ripoli. V'ha anco un - _Paterno_ in provincia - di Roma, presso Albano - - 305 5 1093, alle quali 1093 e Malta nello stesso - tempo, com'e' pare, alle quali - - - - -NOTE: - - -[1] Si vegga il Libro IV, cap. VI, pag. 311, del vol. II. - -[2] _Chronicon Pisanum_, presso Muratori, _Rerum Italicarum -Scriptores_, tomo VI, p. 101, e _Breviarium pisanæ historiæ_ a p. 167; -e Marangone, nell’_Archivio Storico Italiano_, tomo VI, parte II, pag. -4, tutti nell’anno pisano 1005. Il _Breviarium_, compilato alla fine -del XIII secolo, aggiugne che i Saraceni avevano minacciato Roma, fatto -poco probabile, finto com’io credo per vantare i meriti dei Pisani appo -la corte papale e rincalzare la supposta concessione della Sardegna. -I compilatori pisani più moderni mano mano confusero la narrazione, -ponendo questo assalto lo stesso anno della battaglia di Reggio, e -proprio nell’assenza dell’armata; poi la scena si ravvivò con Mogêhid -(Musetto), con la Chinzica eroina, con le esortazioni del Papa, le -arringhe dei consoli pisani, i quali furono supposti con date, nomi e -cognomi ec. Si veggano cotesti romanzi nel Sardo, _Cronaca Pisana_; -e nel Roncioni, _Storie Pisane_, nell’_Archivio Storico Italiano_, -tomo VI, parte II, pag. 76, e parte I, pag. 49, 51, e si riscontri il -Muratori, _Annali d’Italia_, 1005, il quale con sana critica rigetta -tutti quegli episodii. Quanto all’origine arabica del nome _Chinzica_, -supposta dal Muratori, mi accordo col Wenrich che la mette in forse. -_Rerum ab Arabibus_ ec., lib. I, cap. XIII, § 115. In ogni modo quella -voce non ha che fare coll’avvenimento del 1004, poichè le carte pisane -innanzi il mille fanno menzione d’un quartiere di tal nome. Si vegga -l’avvertenza dei dotti editori del Roncioni, op. cit., pag. 63, nota 1. - -[3] Quel che si sa della battaglia di Reggio è stato riferito da -noi nel Libro IV, cap. VII, pag. 341, del vol. II. La supposizione -della pia gesta dei Pisani è nata in questo modo. I Benedettini -della congregazione di Saint Maur pubblicarono tra le epistole di -Gerberto (_Recueil des Historiens des Gaules_, tomo X, pag. 426, nº. -CVII) una del 999, indirizzata non si sa a chi e molto oscura, nella -quale il Papa, lamentando Gerusalemme profanata dai Pagani, esorta lo -sconosciuto cristiano: «Enitere ergo, miles Christi, esto signifer et -compugnator, et quod armis nequis, consilii et opum auxilio subveni;» -nelle quali parole in vero si trova l’idea immatura d’una crociata e la -domanda di oblazioni per la santa impresa. I dotti editori aggiungono -in nota che i Pisani subito si messero in mare e andarono a combattere. -Si cita per questo, Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, III, -400, ma in fondo non si trova altra fonte che un moderno panegirico -municipale dei più avventati, voglio dir le lunghissime note di -Costantino Gaietani alle vite dei papi di Pandolfo Pisano, pubblicate -a Roma il 1638, e ristampate dal Muratori nel detto volume. Torniamo -dunque al Tronci e peggio, e si spezza il legame tra l’epistola di -Gerberto del 999 e la battaglia di Reggio del 1005, si dilegua la -crociata, e resta ai Pisani la industria, la civil prudenza, e la virtù -di guerra navale. - -[4] _Chronicon Pisanum_; e Marangone, II. cc., anno 1012. - -[5] Ne’ Mss. d’Ibn-el-Athîr si legge erroneamente Abu-Hosein, per uno -scambio di lettere e punti diacritici molto facile ad avvenire nelle -copie. Abu-l-Geisc (Padre dell’esercito) significa il soldato per -antonomasia. - -[6] Rumi. Così il chiama Marrekosci, _The history of the Almohades_, -testo arabico, pag. 52. Può significare schiavo greco o italiano, e, in -Spagna, uom delle schiatte sottomesse dai Musulmani. - -[7] Almansor si chiamava Ibn-abi-Amir. - -[8] Dhobbi, Ms. della Soc. Asiat. di Parigi e Ibn-Bassâm, Ms. della -Bibl. di Gotha, entrambi all’articolo _Mogêhid_. Debbo questi estratti -alla cortesia, l’uno del Prof. Dozy di Leyda, e l’altro del Dottor -Weil di Heidelberg. Ibn-el-Athîr dice che Mogêhid e il figliuolo Alì, -suo successore, furono entrambi «uomini di dottrina, amicissimi e -benefici verso i dotti, cui ricercavano nei paesi vicini e lontani.» -Marrekosci fa le stesse lodi del solo figlio. La voce ch’essi usano -(_’ilm_) è in generale, scienza, ma più specialmente il diritto con -sue vaste ramificazioni. Dell’articolo di Dhobbi ho data una versione -italiana nella _Nuova Antologia_ di Firenze, maggio 1866, vol. II, p. -61. Si vegga anco Ibn-Khaldûn, _Prolegomeni_, testo arabico, Parte II, -nelle _Notices et Extraits_, tomo XVIII, p. 389, e Makkari, _Analectes -de l’histoire de l’Espagne_, testo arabico stampato a Leyda, Vol. I, -p. 280, 523, 524 e vol. II, 117, 129, 415, 433, 511, 526, dove sono -narrati alcuni aneddoti, della generosità di Mogêhid verso illustri -filologi. - -[9] Ibn-el-Athir, ediz. Tornberg, tomo IX, p. 205, anno 407, nel cenno -su i piccioli Stati che nacquero in Spagna. Ho data la traduzione -italiana nella _Nuova Antologia_ di Firenze, vol. II, p. 60, -maggio 1866. Uno squarcio del testo si legge nella mia _Biblioteca -Arabo-Sicula_, pag. 271. Questo Capitolo con poche varianti è -trascritto da Nowairi, Ms. di Parigi, A. F., 647, fog. 108 recto; il -quale chiama Mo’aiti Abu-Mohammed-Abd-Allah. Quanto ai principii della -signoria di Mogêhid a Denia, seguo piuttosto il racconto verosimile -dell’annalista musulmano, che quello del Conde, _Dominacion de los -Arabes en España_, cap. CIX, il quale del nome proprio Mogêhid, fece -un titolo _Mogêhid-ed-din_ “Guerrier della Fede:” ma ciò non si adatta -alle usanze di Spagna in quel tempo. Marrekosci, loc. cit., dà appena -il nome e pochissimi cenni di Mogêhid. Egli attribuisce al costui -figlio Alì, successore suo nel principato di Denia e Majorca, il titolo -di _Mowaffek_ “Favorito (da Dio)” che Ibn-el-Athîr, Dhobbi, Nowairi e -Conde danno a Mogêhid stesso, e ch’egli forse prese quando restò solo -signore, dopo la morte di Mo’aiti. - -[10] Si vegga il Libro I, cap. VII, e X, nel vol. I, pag. 170, 175, 227 -e il Libro III, cap. VIII, vol. II, pag. 180. Le scorrerie dell’816, -e 817, si ritraggono da Ibn-el-Athîr nella _Bibl. Arabo-Sicula_, pag. -221, 228, del testo. Entrambe mossero d’Affrica. Nella prima non pochi -Musulmani, dopo aver fatto preda, si perdettero per fortuna di mare. -Quegli andati alla seconda impresa «or vinsero, or furono vinti, e se -ne tornarono.» - -[11] Così leggiamo in Edrisi, autore del XII secolo, nella _Biblioteca -Arabo-Sicula_, testo, pag. 20 e 21, e presso Di Gregorio, _Rerum -Arabic_., p. 112. Il passo relativo ai Sardi, ch’è mutilato nella -_Geographia Nubiensis_, seguita dal Di Gregorio, corre così: «Gli -abitatori della Sardegna sono di origine Rûm-Afarika, berberizzati, -nemici di ogni altro ramo della schiatta dei Rûm: uomini prodi e di -saldo proponimento che non lascian mai l’armi.» L’appellazione Rûm, -nota ai nostri lettori, qui significa evidentemente gente italiana. -Gli Afarika erano le popolazioni cristiane dell’Affrica, di schiatta -fenicia, come accennammo nel Libro I, cap. V, tomo I, pag. 105. -Berberizzati non può qui significar altro che misti coi Berberi; e -ci ricorda i notissimi _Barbaricini_ dei tempi di San Gregorio in -Sardegna. - -[12] Ibn-el-Athîr sotto l’anno 92 (710-11) raccoglie la storia di -tutte le scorrerie dei Musulmani in Sardegna, in unico capitolo, -del quale io ho pubblicato il testo nella _Biblioteca Arabo-Sicula_. -Quivi si legge a pag. 217 «L’anno 135 (752-3) osteggiò quest’isola -Abd-er-Rahmân-ibn-Habib-ibn-abi-’Obeida-el-Fihri, il quale vi fe’ -grande strage. Ma poi fermò pace con gli abitatori, a patto che -pagassero la gezia; la quale fu riscossa e durò. Nè altri dopo -Abd-er-Rahmân molestò quest’isola; talchè i Rûm ristorarono le cose di -quella.» Accennato poi alla scorreria del 935 e in ultimo all’impresa -di Mogêhid del 1016, avverte in fine: «nè fu mai più combattuta -la Sardegna (dai Musulmani) dopo questo tempo.» In questo capitolo -Ibn-el-Athîr dimentica le fazioni dell’816 e 817 ch’ei narra altrove -come si è accennato. La menzione che si fa dei Giudici di Sardegna -nell’865 (veggasi Muratori, _Dissertat. Antiq. Ital. medii ævi_, II, -p. 1077, Diss. XXXII) si attaglia, come dicemmo, alla testimonianza -d’Ibn-el-Athîr. Si vegga anco Manno, _Storia di Sardegna_, lib. VII, -pag. 333 e seg. dell’ediz. di Capolago, 1840, vol. I, e Wenrich, _Rerum -ab Arabibus_ etc., lib. I, cap. XIII, § 112, 113. Questi due diligenti -compilatori avrebbero smesso ogni dubbio, leggendo il citato capitolo -d’Ibn-el-Athîr. - -[13] _Breviarum_, ec., presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, -tomo VI, pag. 167, anno pisano 1002. Marangone nè l’altra cronica non -ne fanno menzione, e la data mal si accorda con quella, sì precisa, -degli autori arabi. - -[14] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr nei citati due capitoli del 92, e del -407, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pag. 218, e 271; Ibn-Khaldûn, -_Prolegomeni_, testo, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pag. 461, e -nelle _Notices et Extraits des MSS_., tomo XVII, parte I, pag. 36; -Makkari, _Mohammedan Dynasties in Spain_, versione inglese del prof. -Gayangos, tomo II, pag. 258; Conde, l. c. - -[15] Si riscontrino: Ditmar, _Chronicon_, lib. VII, cap. 31, presso -Pertz; Scriptores, tomo III, pag. 830; Marangone, nell’_Archivio -Storico Italiano_, tomo VI, parte II, pag. 4; _Chronicon Pisanum_ e -_Breviarium_ presso Muratori, R. I. S., tomo VI, pag. 107, 167, sotto -l’anno pisano 1016; e il poema di Lorenzo Vernese, presso Muratori, -stesso volume, pag. 124, dove si accenna che Mugeto l’anno innanzi -la sconfitta finale (cioè 1016, del conto comune) s’era dato alla -fuga vedendo venire l’armata pisana. Le croniche pisane laconicamente -portano che i Pisani e Genovesi, fatta guerra in Sardegna con Mugeto, -il vinsero. Ditmar vescovo di Mersebourg, morto il 1018, scrisse in fin -della sua cronica in luogo che risponde al 1016, come i Saraceni venuti -con l’armata in Longobardia occupavano «Lunam civitatem;» cacciatone il -vescovo s’impadronivano delle case e mogli de’ terrazzani; come papa -Benedetto chiamava alle armi i rettori e difensori della Chiesa; come -il grande navilio ch’egli adunò stringeva i Saraceni nel porto. Il re -allor fugge in barchetta; i suoi assaliti da’ Cristiani, per tre dì -hanno l’avvantaggio; poi sono rotti e passati a fil di spade; presa -la regina e troncatole il capo, il papa vuol per sè la di lei corona -d’oro gemmato, e manda all’imperatore mille libbre d’oro per parte del -bottino. Ma il re saraceno facea dono al papa d’un sacco di castagne -minacciando di tornare con altrettanti uomini; Benedetto gli rimandava -il sacco pieno di miglio aggiungendo: tanti uomini e più troverai -vestiti di corazze per accoglierti. E il cronista, come scandalezzato -di così fatta risposta, conchiude: Iddio giudica gli uomini; e noi -preghiamolo che allontani tal flagello da quel paese, e gli accordi la -pace. - -Or ognun vede che si tratti d’unico fatto, di cui Ditmar scrisse -le novelle che correano in Germania, cioè l’insulto degli Infedeli -sopra una città imperiale, e la vendetta che n’avean presa i sudditi -dell’imperatore; e i cronisti pisani notarono quel che loro premea, -cioè la vittoria del navilio italiano. E però il primo ristringe -il fatto a Luni; i secondi lo pongono in Sardegna; ai quali dobbiam -credere come meglio informati, ancorchè non contemporanei. Tanto più -che Ditmar, con quella fuga del re, prigionia della moglie, e data -del 1016, ci mostra aver confuso le fazioni di questo e del 1015, -come or or si vedrà nei racconto della fuga secondo gli autori arabi. -Da un’altra mano non si può supporre che Ditmar abbia sbagliato il -nome della città e provincia assalita. Dunque i Musulmani al tempo -dell’impresa di Sardegna fecero una scorreria a Luni, prima o dopo -la vittoria sopra Malôt, credo piuttosto prima che dopo; i Pisani e -Genovesi gli diedero una rotta navale nello stesso anno 1015 e un’altra -nella state del 1016. - -[16] Marangone e le altre Croniche Pisane, dicono «homines Sardos vivos -in cruce murare.» Lo spiega Lorenzo Vernese, narrando che Mogêhid, nel -fabbricare una sua fortezza, adoperava i Sardi da manovali, e poi li -facea seppellir vivi dentro le mura. - -[17] Marangone e _Croniche Pisane_. Dhobbi nella biografia citata -di sopra dice che Mogêhid “occupò la maggior parte della Sardegna ed -espugnò le fortezze.” - -[18] Dhobbi, Conde. - -[19] Conde e le _Croniche Pisane_. - -[20] La data si ritrae da Ibn-el-Athîr, che nota Mogêhid _scacciato_ -dalla Sardegna in su la fine del quattrocentosei (8 giugno 1016). -Lo stesso autore in altro luogo lo dice _combattuto e sconfitto_. Le -croniche Pisane accennan solo alla fuga, ma Lorenzo Vernese afferma: -«Rex fugisse (_fugæ sese_?) datur, multis jam marte peremptis; Barbarus -abscessit, capto cum coniuge nato» - -[21] Dhobbi, loc. cit. e Conde, il quale lo copia inesattamente. - -[22] Ibn-el-Athîr. - -[23] Lorenzo Vernese, il quale aggiunge un lungo racconto sul riscatto -del figliuolo. - -[24] Si riscontrino i due citati capitoli d’Ibn-el-Athîr, anni 92 e -407, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pag. 218 e 271; Dhobbi, l. c. -il quale narra alcuni particolari della sconfitta con le parole di un -testimonio oculare; Nowairi, _Storia di Spagna_, l. c.; Ibn-Khaldûn, -loc. cit., il quale dice che i Cristiani «ripigliarono _immantinenti_ -la Sardegna;» Conde, _Dominacion_ ec., parte II, cap. 110; Marangone -nell’_Archivio Storico_, vol. cit., p. 4; e il _Chronicon Pisanum_, e -il _Breviarium_ ec. presso Muratori, _Rerum Ital_., tomo VI, pag. 107 e -167, sotto l’anno pisano 1017. Lorenzo Vernese, autore del XII secolo, -nel poema su la impresa di Majorca del 1114, presso Muratori, _Rer. -Ital_. S. VI, 124, racconta in versi la guerra di Sardegna come l’avea -intesa da’ vecchi della sua città, e s’accorda bene con gli annalisti -arabi. «Mugelus rex Baleæ et Dianæ» (Denia e le Baleari; gli altri -Pisani, anche Marangone, lo suppongono Africano) occupa la Sardegna. -Vengono i Pisani con l’armata ed egli fugge (probabilmente nelle parti -occidentali dell’isola). Torna l’anno appresso nel regno Calaritano con -suoi Mori e fabbrica una fortezza. Incrudelisce nei Cristiani. Assalito -dalle armi di Pisa, fugge di nuovo lasciando prigioni il figlio e la -moglie; e i principi dell’isola rimangon sudditi dei Pisani. - -[25] Marangone,_ Chronicon Pisanum_, e _Breviarium_ ec., ll. cc. - -[26] A tal concetto mi portano i pochi fatti che abbiamo della _Storia -di Sardegna_ nell’XI e XII secolo, i quali si leggono nel Manno, op. -cit., lib. VII. Lorenzo Vernese nel luogo citato del suo poema scrive: - - _Erepti Sardi jugulis, tutique fuerunt;_ - _Indeque tota manent Pisanis subdita regno._ - _Sardiniæ: docuere senet quæcumque retexo;_ - _Quæsitis Sardis, non hæc tibi vera negabunt._ - -Le quali parole, con le testimonianze non richieste che allega -il poeta, mostrano che nella prima metà del XII secolo i Pisani -non pretendeano per anco la piena signoria della Sardegna, ma un -protettorato con gli abusi che ne seguitano. D’altronde non si -comprenderebbe in qual altro modo avrebbero potuto signoreggiare in -Sardegna i nobili e mercatanti che non governavano per anco Pisa. -E si veggono molto più antichi della fuga di Mogêhid, i giudici che -Benvenuto da Imola, presso Muratori, _Antiq. Ital. Medii Ævi_, tomo -I, p. 1089, secondo le idee del XIV secolo, supponeva istituiti dai -Pisani. La concessione dell’isola per Benedetto VIII è invenzione del -XIII secolo, quando la corte di Roma avea dato lo scandalo di infeudare -a questo ed a quello la Sicilia e la Sardegna stessa; nè alcuno ha -prodotto mai il testo di quel privilegio; nè lo si allegò mai nelle -contese fra i Genovesi e i Pisani presso Federigo Barbarossa, le quali -si leggono distintamente nella continuazione di Caffari, anno 1164, -presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo VI, p. 294, 295. - -È da avvertire che il Saint Marc, _Abrégé chronologique de l’histoire -d’Italie_, anni 1017 e 1021, tenendo per guida il Muratori, nega la -concessione papale e la dominazione pisana, senza particolareggiare gli -argomenti. - -Il Manno (tomo I, p. 381, dell’edizione di Capolago) non osa troncare -la difficoltà nè rigettare apertamente la narrazione riferita dal -Gaietani nelle annotazioni alle vite dei Papi (Muratori, _Rerum -Italicarum Scriptores_, tomo III, p. 401); il quale, nel 1638, -affermava averla tolto da Lorenzo Bonincontro da San Miniato che -scrisse, dice egli, _più di dugent’anni addietro_. Bonincontro o -Gaietani, dava con nomi e cognomi, la divisione della Sardegna tra -Pisani, Genovesi e _Spagnuoli_ dopo la sconfitta e prigionia di -Musetto. Basterebbe la menzione delli Spagnuoli, per dimostrarla -fattura del XV secolo. - -[27] Caffari, _Annales Januenses_; e continuazione presso Muratori, -_Rerum Italicarum Scriptores_, tomo VI, anni 1162 e 1164; Marangone -nell’_Archivio Storico Italiano_, tomo VI, Parte II, p. 38, anno 1165. -Su le guerre tra quelle due città si vegga Marangone, op. cit., p. -8 e segg., fin dal 1119 (1118). Si vegga anche il Manno, _Storia di -Sardegna_, lib. VII. - -[28] Cotesta falsa tradizione nacque nel XIII secolo, trovandosi nel -_Breviarium_ ec., presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo -VI, p. 167, anni 1017, 1020, 1050, non già nelle due croniche del XII -secolo, cioè l’anonima del Muratori e quella di Marangone. I Genovesi -a lor volta nella lite del 1164 affermavano audacemente dinanzi il -Barbarossa che i lor maggiori avessero preso il Muzaito e il vescovo di -Genova lo avesse mandato all’imperatore. - -[29] Ibn-el-Athîr, capitolo dell’anno 92, nella _Biblioteca -Arabo-Sicula_, testo, p. 218. Ibn-Khaldûn riferisce altre scorrerie -degli Ziriti d’Affrica nel regno di Iehia-ibn-Temîm (1108 a 1116), -_Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 482, e _Histoire des Berbères_, -versione di M. de Slane, tomo II, p. 25. - -[30] Ibn-el-Athîr, ediz. Tornberg, tomo IX, p. 205, anno 407. - -[31] Ademari Cabanensis _Chr._, nel _Rec. des Hist. des Gaules_, X, 156. - -[32] Gayangos, _The Moham. dynasties in Spain_, tomo II, p. LXXXVIII. -Dozy, _Hist. des Musulmans d’Espagne_, tomo IV, p. 290, 304, Cf. p. 21 -della stessa opera e Dozy medesimo, _Recherches_, 2ª ediz. I, 245. - -[33] Così nell’impresa del 1035 che si ritrae da Rodolfo Glabro e che -or si narrerà. Si è veduto che i Genovesi nel 1164 davano lo stesso -vanto ai lor maggiori. Le supposte imprese del 1019 e 1049 nella -compilazione pisana del XIII secolo provano che durasse la terribile -leggenda di Mogêhid. È da notare che, all’infuori del poeta Lorenzo -Vernese, tutti supponeano Mugeto re d’Affrica. Quest’errore è durato -fino al Manno. Il Wernich, _Rerum ab Arabibus in Italia_ ec., lib. -I, cap. XIII, § 113 a 119, rattoppa col supposto che Mogêhid fosse -il principale dei regoli musulmani di Sardegna e che avesse chiesto -aiuti in Affrica. Del resto ei segue la tradizione pisana; se non -che riconosce l’identità del fatto di Luni e della prima vittoria dei -Pisani e Genovesi. - -[34] Si vegga il Libro IV, cap. VIII, pag. 364 del vol. II. - -[35] Marangone, nell’_Archivio Storico Italiano_, vol. cit., p. 5, -anno pisano 1035; _Chronicon Pisanum_, stesso anno, presso Muratori, -_Rerum Italicarum Scriptores_, tomo VI, p. 108. Il _Breviarium_, nello -stesso volume del Muratori, p. 167, finge la occupazione di Cartagine -e le corone dei due re, di Bona e Cartagine, mandate in dono dai Pisani -all’imperatore. - -[36] Rodolfo Glabro, _Historiarum_, lib. I, cap. VII, nel _Recueil -des Historiens des Gaules_ ec., tomo X, p. 52, narra che i Saraceni -d’Affrica perseguitavano i Cristiani per terra e per mare; che entrambi -si accordarono di combattere giuste battaglie; che i Cristiani vinsero -con grande strage, dicendosi anche ucciso il principe saraceno Motget; -e che ragunate le preziose armadure nemiche del prezzo di parecchi -_talenti d’argento_, le dettero per voto a Odilone abate di Cluny, -il quale investì il valsente in arredi sacri e limosine. Rodolfo era -contemporaneo e famigliare degli abati di Cluny; ma testa bislacca e -gran contatore di favole. L’offerta votiva al monastero mi fece pensare -dapprima a un’impresa di Provenzali, ma fattone parola al savio autore -delle _Invasions des Sarrazins en France_, mi ha convinto che questa -fazione, di certo navale, non potè compiersi se non che da armate -italiane. Però suppongo il voto di qualche ausiliare provenzale ed una -delle solite esagerazioni di Rodolfo Glabro. Si tratta probabilmente -dell’assalto di Bona, e vi risponde la data, poichè Rodolfo non -osservando l’ordine cronologico, pone questo fatto tra la morte di -Roberto duca di Normandia (22 luglio 1035) e la ecclissi solare del -29 giugno 1033. Nelle _Invasions des Sarrazins en France_, p. 221, il -dotto autore, M. Reinaud, accettò che Mogêhid fosse il condottiero -dell’armata vinta; ma so ch’egli sarà per considerare il fatto -altrimenti sulla nuova edizione che apparecchia. - -[37] Par che la prima denominazione indicasse particolarmente gli -uomini di Norvegia, e la seconda quei di Danimarca. Ma spesso si -confondeano gli uni con gli altri. Come ognun sa, in Francia si -chiamarono Normanni, e in Inghilterra Dani, tutti gli occupatori -scandinavi. - -[38] Questa impresa intessuta di moltissime favole si legge in Dudone -di Saint Quentin, _De Moribus Normannorum_, cap. I, presso Duchesne, -_Historiæ Normannorum Scriptores_, p. 64, 65; Guglielmo di Jumièges, -_Historia Normandiæ_, lib. I, cap. X, XI, ib., p. 220, 221; Benoit, -_Chroniques des ducs de Normandie_, in versi francesi, tomo I, p. 47 -a 69; Wace, _Roman du Rou_, versi 472 a 732. Si vegga anche Muratori, -_Antiquitates Ital. Medii Ævi_, tomo I, p. 25, e si riscontri la -critica del fatto in Depping, _Histoire des Expéditions maritimes des -Normands_, edizione del 1843, p. 140, segg. - -[39] Non occorrendo citazioni distinte dei luoghi d’opere moderne dai -quali ho cavati i primordii dei Normanni, indicherò quelle che mi sono -riuscite più utili. Nel sentimento storico ho avuto a sicura guida la -_Conquête de l’Angleterre par les Normands_, di Augustin Thierry, alla -cui memoria debbo d’altronde amore, riverenza e gratitudine. Le minuzie -dei fatti sono fornite in abbondanza dalla citata opera di Depping; -e molte critiche avvertenze si rinvengono in Lappenberg, _A history -of England under the Norman kings_, versione inglese con aggiunte del -traduttore Benjamin Thorpe. Importanti e novelli fatti su la società -primitiva degli Scandinavi si ritraggono dalla prefazione di Samuele -Laing alla _Heimskringla_ di Snorro Sturleson, versione inglese. - -[40] Gli storici francesi pongono vagamente la data tra l’896 e -l’898, non trovandola precisa nei cronisti, e dovendo tenere questa -occupazione come diversa da quella che i cronisti riferiscono al -17 novembre 876, cioè avanti l’assedio di Parigi. Si riscontrino le -opere citate di Depping, lib. III, cap. III; di Thierry, lib. II; e di -Lappenberg, versione inglese, p. 7, segg. I cronisti normanni in prosa -e in versi confusero le tradizioni, volendo dare a Roll, nello assedio -di Parigi e nella prima occupazione di Rouen, la parte principale che -di certo non v’ebbe. - -[41] Al messaggero di Carlo il Semplice, che innanzi la battaglia -dell’898 domandava il capo loro, i Normanni risposero: «Non n’abbiamo; -siam tutti eguali». - -[42] _Hrôlfr_, con le mutazioni eufoniche di Rolf, Roll, Rou. - -[43] Rispondeva, secondo Depping, all’odierno dipartimento della Bassa -Senna e parte di quello dell’Eure. - -[44] Wace, _Roman du Rou_, passim. I Francesi vendicavansi con un -_calembourg_, più antico al certo del XII secolo quando visse l’autore: -_Francheis dient ke Normandie Ço est la gent de North mendie_, versi -119, 120. - -[45] Si vegga il Libro IV della presente Storia, cap. X, p. 580 del -secondo volume. - -[46] Wace, op. cit., verso 2108, accenna le tradizioni ritmiche, le -quali in sua fanciullezza avea inteso cantare a’ giullari (_jugléors_, -oggi _jongleurs_). - -[47] _Dudonis super Congregationem Sancti Quintini decani, De Moribus -Normannorum_, presso Duchesne, _Historiæ Normannorum Scriptores_, p. -56 a 59. Si vegga la critica di Lappenberg, _A history of England under -the Norman Kings_, versione del Thorpe, p. XX. - -[48] Guglielmo di Jumièges (_Wilelmus Gemmeticensis_), detto _Calculus_ -(1137); Odorico Vitalis (1141); Wace di Jersey, _Roman du Rou_ (1184), -e molti altri che si veggano in Lappenberg, op. cit., p. XXI a XXVIII. - -[49] _L’Ystoire de li Normant et la Chronique de Robert Viscard par -Aimé moine du Mont-Cassin_, pubblicata da M. Champollion-Figeac, Paris, -1835. L’editore con molta sagacità ha provato irrefragabilmente il -nome e nazionalità dell’autore e la data dell’opera. _Prolégomènes_, -p. XXXIII, segg. M. Gauttier d’Arc aveva usato fino dal 1830 un MS. -imperfetto di Amato nella _Histoire des Conquêtes des Normands en -Italie_ ec. - -[50] Le interpolazioni che non cadono in dubbio furon messe tra -parentesi dal dotto editore. Se ne può supporre delle altre, come -parmi; ed anche qua e là qualche taglio, per esempio nell’infelice -fine di Dato, lib. I, cap. XXV. Nella Cronica di Roberto Guiscardo, -della quale abbiamo il testo latino, il traduttore frantende alcune -frasi, fin dai primi righi, dove leggendo d’una dama _nec minus facie -quam vitæ integritate formosa_, squadernò: _belle de face et de touts -membres entière_. Similmente parmi che nella battaglia di Canne del -1019 Amato abbia messo il nome del luogo, là dove il traduttore scrive: -_et sont veues les lances estroites come les canes sont en lo lieu où -il croissent_. - -[51] Urbano secondo, francese, fu papa dal 1088 al 1099; Ruggiero, -figlio di Roberto Guiscardo, regnò in Puglia dal 1085 al 1111. - -[52] L’incontro fortuito di Melo e dei Normanni al Monte Gargano mi -pare episodio classico posto a capo del poema. I fendenti di Roberto -Guiscardo alla battaglia di Civitella, vengono a dirittura dalla Tavola -Rotonda. Lo stratagemma di Roberto, infintosi morto e messosi nella -bara per occupare un castello in Calabria del quale non si dà il nome, -è copia della fazione di Hastings a Luni, favola scandinava ripetuta -da Dadone di San Quintino alla fine del X secolo (presso Duchesne, -op. cit., p. 64, 65) e replicata nella saga di Aroldo il Severo, come -accennammo nel Libro IV, cap. X, p. 385, 386 del secondo volume. - -[53] Tiraboschi, _Storia della Letteratura Italiana_, lib. IV, cap. -III, § 8, si voltò con gran collera contro i Benedettini di Saint-Maur, -i quali nella _Histoire Littéraire de la France_, tomo VIII, p. 488, -ci rapivano questo Guglielmo di Puglia. Il signor Ruggiero Wilmans, -tedesco, fa opera a rendercelo per varie ragioni accennate nella -prefazione alla detta cronaca presso Pertz, _Scriptores_, tomo IX, p. -239, e più largamente discorse nell’_Archivio Storico di Pertz_, tomo -X, p. 93, segg. Contuttociò Guglielmo, al nome ed alla parzialità sua -contro i Longobardi, i Greci e gli abitatori della Puglia, mi sembra -chierico venuto di Francia o nato in Italia in casa francese. Quel che -parrebbe in bocca sua biasimo de’ Normanni, si trova a tanti doppii nel -francese Malaterra, e suonava lode a usanza loro. - -[54] Il Malaterra, lib. I, cap. XXV, nota che in Calabria una volta il -conte Ruggiero con quaranta suoi fedeli masnadieri _plurimum penuriarum -passus est, sed latrocinio armigerorum suorum in multis sustentabatur; -quod quidem ad ejus ignominiam non dicimus, sed ipso ita præcipiente, -adhuc viliora et reprehensibiliora de ipso scripturi sumus, ut pluribus -patescat quam laboriose et cum quanta angustia a profunda paupertate -ad summum culmen divitiarum vel honoris attingerit_. In fondo dunque il -vecchio conte Ruggiero se ne vantava. - -[55] Questa è la cronica che il Caruso pubblicò nella _Bibliotheca -Sicula_, p. 827, segg., col titolo di _Anonymi Historia Sicula_; indi -il Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo VIII, p. 740, segg., -col titolo di _Anonymi Vaticani Historia Sicula_. La versione in antico -francese che se ne trovava nello stesso MS. di Amato, è stata data alla -luce da M. Champollion, op. cit., col titolo di _Chronique de Robert -Viscard_. Non si può affatto assentire al dotto editor francese che -l’autore sia Amato stesso. Se ne dee togliere in vero, come notava -M. Champollion, tutta la parte che corre dal 1101 al 1283. Ma ciò -che precede è compilazione scritta verso il 1146, come lo mostran le -parole (presso Caruso, p. 856) _Huic successit ille hominum maximus.... -Rogerius.... rex Siciliæ, Tripolis Africæ_.... le cui lodi l’autore, -com’ei dice, non osava intraprendere. La continuazione comincia -immediatamente dopo questo passo con le parole: _Post mortem comitis -Rogerii, prout confitetur in chronica, successit Rogerius_ ec. - -Pongo la data del 1146, poichè vi si accenna il conquisto di Tripoli, -non quel di Mehdia e di tutta la costiera che seguì il 1149. -La diversità degli autori ch’io sostengo, è provata anche dalla -incompatibilità di alcuni racconti, per esempio la diserzione di -Ardoino, il tempo in cui Guglielmo Braccio di Ferro ebbe il comando di -tutta la banda a Melfi ec. - -[56] Si vegga il Libro IV, cap. VII, p. 343, segg., del secondo volume. - -[57] Tale Gilberto Drengot, o Buatère, coi fratelli Rainolfo, Rodolfo, -Anquetil ed Ormondo, su i quali si veggano: Amato, op. cit., lib. I, -cap. XX; Rodolfo Glabro, _Historiarum_, lib. III, cap. I, nel _Recueil -des Historiens de la Gaule_, tomo X, p. 25; e Guglielmo di Jumièges, -lib. VII, cap. 30, presso Duchesne, _Historiæ Normannorum Scriptores_, -p. 284. Gilberto aveva ucciso un Guglielmo Repostel che si vantava -d’avergli sedotta una figliuola. I nomi son dati diversamente dai tre -cronisti. Debbo avvertire che Amato qui dice regnante il duca Roberto -di Normandia, onde il fatto andrebbe posposto al decennio 1026-35. Ma è -da supporre sbagliato il nome anzichè il tempo. - -[58] Si vegga il Libro IV, cap. VII, p. 340 e 342 del secondo volume. - -[59] Secondo il biografo di Arrigo II, _Acta Sanctorum_, 14 luglio, -p. 760, l’imperatore elesse Melo duca di Puglia, il quale morì a -Bamberg. Lupo Protospatario, anno 1020, fa ricordo di Melo col titolo -di duca di Puglia, che probabilmente gli era stato dato dai popoli o -da’ suoi partigiani in Italia. Il monaco Ademaro della nobile casa di -Chabanois, nella cronaca terminata verso il 1029, scrive che al tempo -di Riccardo II duca di Normandia un Rodolfo con molti altri Normanni -andavano armati a Roma, e, connivente papa Benedetto, assaltavano e -guastavan la Puglia, vincean tre battaglie; poi sconfitti dai Russi e -altri soldati dell’impero bizantino, molti n’erano condotti prigioni a -Costantinopoli; e che per tre anni i Bizantini, per rancore o sospetto -de’ Normanni, vietarono ai pellegrini occidentali il passaggio di -Gerusalemme, senza dubbio per l’Italia meridionale. Nel _Recueil -des Historiens des Gaules_, ec., tomo X, p. 156, Rodolfo Glabro, che -scrisse verso il 1044, narra le prime imprese dei Normanni in Italia -in questo modo: che il guerriero Rodolfo perseguitato da Riccardo -di Normandia, andava a Roma; si appresentava a papa Benedetto; era -confortato da lui a combattere i Greci nell’Italia meridionale; -cominciava gli assalti; era rinforzato di innumerevoli Normanni -vegnenti alla spicciolata con piacere del conte Riccardo; guadagnava -due battaglie; ma dopo la terza, vedendo scemati i suoi, andava a -chiedere aiuti all’imperatore ch’indi passò in Italia (1022). Dunque -in Francia, una ventina d’anni dopo, si attribuiva al papa l’origine -di questa guerra. Si vegga la storia di Glabro, lib. III, cap. I, -nel _Recueil des Historiens des Gaules_ ec., tomo X, p. 25, 26. Il -guerriero Rodolfo è un de’ fratelli di Gilberto, di cui dicono Amato e -Leone d’Ostia. - -[60] I cronisti non dicono espressamente di due fazioni a Bari, se non -che nella guerra del 1051 e nell’assedio del 1071, quando l’occuparono -i Normanni. Ma i casi di Melo, seguito dai Baresi, poi abbandonato, -costretto a fuggire, e la moglie e il figliuolo di lui mandati dai -cittadini a Costantinopoli, mostrano incominciate fin dal principio del -secolo quelle fazioni che pur erano inevitabili. La plebe doveva essere -amica dei Bizantini, e i nobili nemici. - -[61] Amato, lib. I, cap. XX, e Leone d’Ostia che lo copia, lib. II, -cap. 37, dicono con molta brevità che i Normanni, invitati già a venire -in Italia dal principe di Salerno, incontraron Melo a Capua, e che -_les coses necessaires de mengier el de boire lor furent données, de li -seignor et bone gent de Ytalie_. Il velo è molto trasparente. Guglielmo -di Puglia, sia per render omaggio alle Muse, sia perchè la corte di -Guiscardo dopo la iniqua occupazione di Salerno non amava a sentirsi -ripetere che i principi di Salerno avessero chiamato i primi Normanni, -esordisce dall’incontro fortuito dei pellegrini al santuario di Monte -Gargano con uno straniero vestito di strane fogge, il quale scopre sè -esser Melo, e agevolmente li persuade a far venire lor compatriotti -ai suoi stipendii. Questo par di tutto punto un episodio poetico, -contrario alla tradizione di Amato. - -[62] Leon d’Ostia, lib. II, cap. 37. - -[63] Si riscontrino: Amato, lib. I, cap. XXI, segg.; Guglielmo -di Puglia, lib. I; Lupo Protospatario, anni 1017 a 1019; _Annales -Beneventani_, 1017, presso Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 178; Leone -d’Ostia, lib,. II, cap. 37, 38. I cronisti non si accordano sul numero -delle battaglie vinte dai Normanni, e Amato solo narra la seconda -sconfitta. Il traduttore di Amato, non comprendendo bene il testo, nel -cap. XXII, suppone che tremila Normanni fossero venuti di Salerno dopo -la battaglia di Canne; ma parmi inverosimile, e da correggersi come ho -fatto. - -[64] Si riscontrino: Amato, lib. I, cap. XXIV, segg., e lib. II, cap. -I a VII; Guglielmo di Puglia, lib. I; Lupo Protospatario, anno 1021, -segg. Il Malaterra, tacendo le imprese dei Normanni prima della venuta -di Guglielmo di Hauteville, spiega pur molto precisamente nel lib. I, -cap. VI, l’indole delle compagnie normanne innanzi il 1040. - -[65] Dopo la battaglia di Canne (1019) scrive Amato: _Et de li Normant -non remainstrent se non cinc cent et vj grant home de li Normant -remainstrent, de liquel ij remainstrent avec Athenulfe_ ec., lib. -I, cap. XXII. L’Imperatore Arrigo I, nel 1022, avea lasciato in un -castello dei nipoti di Melo ventiquattro cavalieri normanni capitanati -da un Trostaino. Amato, lib. I, cap. XXIX e XXXII. Nel 1040 i 300 -Normanni venuti d’Aversa in aiuto d’Ardoino, ubbidivano come innanzi -diremo a dodici condottieri uguali tra loro. Dunque nel primo caso una -compagnia somma ad 80 cavalli, e nei due secondi a 25. - -[66] Libro IV, cap. X, p. 380 e 389, segg., del secondo volume. - -[67] Si ricordino le fazioni di Rayca accennate da noi nel Libro IV, -cap. VII, p. 345 del secondo volume. - -[68] Si veggano gli _Annali di Bari_, e Lupo Protospatario, anni 1039, -1040 e 1041, in Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 56, 57. - -[69] _Et vous i habitez comme la sorice qui est en lo pertus.... que -sachiez que je vous menerai à homes feminines, c’est à homes comme -fames, liquel demorent en moult riche et espaciouse terre._ Amato, lib. -II, cap. XVII, p. 43. - - _Cum terra sit utilitatis,_ - _Fœmineis Græcis cur permittatur haberi?_ - Guglielmo di Puglia, lib. I. - -[70] Amato: _Et estut li conte_ (il conte) _xij pare à liquel_ ec. -Cap. XVIII, p. 43. Guglielmo di Puglia... _comitatus nomen honoris Quo -donantur erat_. - -[71] Amato, lib. II, cap. XIX, p. 44. - -[72] _Et quant il oïrent ensi parler Arduyne, se consentirent à lui -et font sacrement de fidelité de chascune part de paiz_ se la terre -non avoit autre seignor que ou à cui face tribut se clame tributaire. -_Et en ceste regne se clame terre de demainne et se a autre seignorie -se clame colonie come sont en ceste regne la terre qui a autre -seignorie. Et sanz lo roy estoit seignor Arduyne et en celle part se -clament colone._ Amato, lib. II, cap. XIX, p. 44, 45. Il passo che ho -notato in caratteri tondi è guasto al certo, e ciò che segue è nota -interpolata dal traduttore, spiegando a suo modo il diritto pubblico -napoletano del XIII secolo; poichè Amato non potea scrivere nell’XI le -voci regno e re. Leone d’Ostia tralascia questo importantissimo fatto, -e però non possiamo ristabilire il testo d’Amato. Ma il significato -necessariamente è che i Melfitani non ubbidissero a feudatario e non -prestassero servigi feudali, nè pagassero tributo se non che allo -stato: il che dopo il conquisto normanno si chiamò in Sicilia e in -Puglia: stare in demanio. - -[73] Gli avvenimenti che ristringo in questo paragrafo, dal ritorno -di Ardoino in terraferma sino all’occupazione di Melfi, son tratti -da Amato, lib. II, cap. XIV, segg.; Guglielmo di Puglia, lib. I, -_Aversam subito venit Hardoinus_; Malaterra, lib. I, cap. VIII; Leone -d’Ostia, lib. II, cap. LXVI; Cedreno, tomo II, p. 545 della edizione -di Bonn; Annali (ossia anonimo) di Bari e Lupo Protospatario, anni -1040, 1041. Oltre le discrepanze di minor momento, se ne scorge una che -occorre di notare. Amato, seguendolo Leone d’Ostia, dice che Ardoino -dopo l’ingiuria di Maniace rimase al servigio bizantino, suscitò -occultamente i Pugliesi, e andò ad Aversa pretestando un viaggio di -devozione a Roma. Guglielmo di Puglia lo fa insultare e rivoltare a -Reggio, e correr di lì dritto ad Aversa. Malaterra, con poco divario, -reca l’ingiuria in Sicilia, l’aperta ribellione appena ripassato il -Faro, e non parla punto degli aiuti d’Aversa. Nelle due tradizioni -dunque, la prima d’Amato e Leone, la seconda di Guglielmo e Malaterra, -si dà essenzialmente diverso il modo e tempo dell’ammutinamento di -Ardoino con la banda normanna. Or covaron essi l’onta parecchi giorni, -o parecchi mesi? Chiarironsi disertori nel novembre 1040 in Calabria, -ovvero nei principii del 1041 a Melfi? Guglielmo di Puglia fin dà il -numero di cinquanta soldati uccisi dai Normanni alla schiera bizantina -mandata a inseguirli, quando lasciarono il campo a Reggio. Amato, -all’incontro, particolareggia la dissimulazione di Ardoino: com’ei -corruppe Doceano con molt’oro; come fu preposto al governo di parecchie -terre in Puglia; come incominciò ad accarezzare e convitare i maggiori -cittadini, a compiangere gli aggravii della dominazione greca, a -promettere che farebbe opera a liberarli; come infine tolse commiato, -sotto specie d’andare alle perdonanze a Roma, e andò ad Aversa. - -Or dovendosi necessariamente tacciare di bugia l’una o l’altra -tradizione, ammettendo anche la sincerità di chi la scrivea, le -condizioni dei due cronisti e l’indole di loro opere accusano -Guglielmo, anzi che Amato. Del Malaterra non parlo, il quale in questo -periodo ripeteva un romanzo di casa Hauteville, tacea gli aiuti di -Aversa, facea capitano dei Normanni Guglielmo Braccio di Ferro, che -lo fu tre anni dopo. Quella fuga inoltre con le armi alla mano dal -centro della Sicilia secondo Malaterra, e da Reggio secondo Guglielmo -di Puglia, infino a Melfi, è molto men credibile che la prolungata -simulazione dei Normanni e che il favor di Doceano ad Ardoino, non -disertore ma guerriero ingiuriato ingiustamente da Maniace. Infine il -fatto riferito da Lupo e dagli _Annali Baresi_, che Doceano tornava di -Sicilia di novembre 1040 per domare i sollevati di Puglia, dà luogo al -supposto che i Normanni passassero con le forze di Doceano e fossero -da lui posti a presidio in qualche terra non lontana da Melfi. Qual -maraviglia che a capo di cinquanta o sessant’anni questo cambiamento di -guarnigione, com’or diremmo, si raffazzonò nelle brigate dei principi e -nobili normanni alla foggia che ci rappresentano Guglielmo di Puglia, e -Malaterra, esagerando il valore ed attenuando la perfidia della passata -generazione? - -Pertanto mi appiglio alla tradizione d’Amato e cancello quel che -scrissi in contrario nel Libro IV, cap. X, p. 389 del secondo volume, -seguendo Guglielmo e Malaterra e tutti gli istorici moderni che loro -credettero, i quali non aveano sotto gli occhi Amato. Che se altri -mi tacci di leggerezza per questo, mi spiacerà meno del ricusar -testimonianza al vero una volta ch’io ne sia convinto. - -[74] Gli _Annali di Bari_ col privilegio del «si dice» fanno -montare i Greci a 18,000 e portano poco più di 2000 i Normanni; Lupo -Protospatario li dice 3000. Senza esitare accetto cotesti numeri -anzichè quelli dei due cronisti normanni, cioè Guglielmo di Puglia -che dà 700 cavalli e 500 fanti, e Malaterra che dice tondo 500 militi -da una parte e 60,000 Greci dall’altra. Al par che nelle guerre di -Sicilia, convien dividere per sei la cifra dell’esercito nemico, e -moltiplicare per sei quella del Normanno, quando si legga il Malaterra. - -Quanto alla data, la più parte degli storici, annalisti, compilatori -ed eruditi editori, non esclusi il Muratori e il De Meo, han messo -l’occupazione di Melfi e la prima battaglia nel 1040. Il riscontro con -fatti vicini e di data certa nella storia bizantina, ci mostra che -si debba seguire piuttosto gli _Annali di Bari_ e il Protospatario, -i quali scrivono 1041. Leone d’Ostia ne fa anche espresso attestato, -dicendo occupata Melfi anno _Dominicæ Nativitatis MLXI, quo videlicet -anno dies paschalis Sabbati ipso die festivitatis Sancti Benedicti_ (21 -marzo) _venit_: e in vero la Pasqua cadde il 22 marzo nel 1041, non già -nel 1040. Il _Chronicon Breve Northmannicum_, presso Muratori, _Rerum -Italicarum Scriptores_, tomo V, p. 871, porta anche nel 1041 la prima -occupazione della Puglia pei Normanni _capitanati da Ardoino_, e in -marzo e maggio 1042 (dalla Incarnazione, ossia 1041 del conto comune) -le due prime vittorie sopra i Greci. - -[75] Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXI, segg.; Guglielmo di -Puglia, lib. I, _Audito reditu Michælis_, sino alla fine del Libro; -Malaterra, cap. IX, X; Lupo Protospatario, ed _Annali di Bari_, -anni 1041, 1042; Leone d’Ostia, lib. II, cap. LXVI. L’ordine degli -avvenimenti è uguale in tutti; le date si trovan solo in Lupo e -negli _Annali di Bari_. Contandosi da Lupo gli anni dell’èra volgare, -talvolta al modo salernitano dal 25 dicembre (Vedi Pertz, _Scriptores_, -tomo V, p. 51), ma più sovente col periodo costantinopolitano, cioè -dal 1º settembre dell’anno precedente, il settembre 1042 risponde al -nostro settembre 1041, e così fino a decembre. Che in questa epoca -Lupo segua tal cronologia lo provano le esaltazioni degli imperatori -di Costantinopoli, le quali noi possiamo riscontrare con le date di -Cedreno e degli altri Bizantini. - -[76] - - _Pro numero comitum bit sex statuere plateas,_ - _Atque domus comitum totidem fabricantur in urbe._ - Guglielmo di Puglia, Lib. I. - -[77] Cedreno dice espressamente: Italiani delle province tra il Po e -le Alpi; Amato: _Et li Normant d’autre part non cessoient de querre li -confin de principal pour home fort et soffisant de combatre_ ec. Lib. -II, cap. XXIII, p. 50. - -[78] Amato, ricordata l’occupazione di Melfi nel lib. II, cap. XIX, -narra nel cap. XXX il partaggio dei conquisti al conte d’Aversa -e dodici altri capi normanni dei quali dà i nomi ed i territorii -assegnati a ciascuno, aggiugnendo: _et_ (à) _Arduyne secont lo -sacrement donnerent sa part c’est la moitié de toutes choses si come -fa la covenance_; il qual fatto torna al 1043. Leone d’Ostia copia -Amato nel lib. II, cap. 67, con le parole: _Arduino autem juxta quod -sibi juraverant parte sua contradita_. I nomi dei dodici oltre il conte -d’Aversa son tutti normanni. I territorii assegnati son quasi tutte -città vescovili in un triangolo curvilineo dal Gargano a Frigento e di -lì a Monopoli, nel quale spazio rimane in vero un’altra metà di luoghi -importanti da potersi supporre assegnati ad Ardoino se si conoscesse -che i Normanni li aveano occupati in quel tempo. - -Ma l’illustre capo non è nominato da nessun altro cronista dopo il -patto di Melfi; non da Amato nè da Leone dopo quel partaggio, nè alcuno -dice che gli altri territorii di Puglia, caduti poi tutti in potere dei -Normanni, fossero stati tolti sia ad Ardoino sia a feudatarii italiani -della sua compagnia. Il modo più plausibile di spiegar cotesto silenzio -mi par di supporre la immatura morte di Ardoino e la incorporazione de’ -suoi nelle compagnie normanne. Guglielmo Braccio di Ferro che veniva -di Sicilia con Ardoino, è il primo dei dodici nominati nel partaggio, e -nello stesso anno fu creato conte di Puglia, come or si vedrà. - -[79] Guglielmo di Puglia, Lib. I, appone questa scelta d’uno straniero -a corruzione e invidia dei Normanni: _Sed quia terrigenis, terreni -semper honores, Invidiam pariunt_ ec.; ma Amato, italiano ancorchè -monaco, dice: _Et à ce qu’il donassent ferme cuer à li colone de la -terre lo prince de Bonivent_ ec. - -[80] Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXVII; Guglielmo di Puglia, -lib. I, _Nam reliqui Galli_ ec.; Lupo Protospatario anno 1042. Secondo -Guglielmo, vi fu un principio di divisione tra i Normanni dopo la -deposizione di Atenolfo, volendo alcuni ubbidire a Guaimario principe -di Salerno, ed altri ad Argiro. Ei narra la esaltazione di Argiro -in Bari, richiesto dal popolo, ricusante questa dignità innanzi i -primarii cittadini che avea convocati nella chiesa di Sant’Apollinare, -sforzato dal comun voto ed eletto principe. Sembra che il poeta voglia -descrivere in qual modo fosse stato fatto duca di Puglia il cittadino -al quale i Normanni aggiunsero l’autorità di capo o protettore di lor -banda. Ad una elezione simultanea e comune dei Baresi e dei Normanni, -ci sarebbero gravi difficoltà. - -Lupo scrive: _et mense februarii factus est Argyrus Barensis princeps -et dux Italiæ_; ma non dice da chi. Il certo è che Bari in questo tempo -era ribelle, nè tornò all’ubbidienza dei Greci se non che il 1043. - -[81] Amato, lib. II, cap. XXVII. Secondo il Protospatario questo -assedio cominciò in agosto 1042, e durò un mese. - -[82] Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXVII, XXVIII; Guglielmo -di Puglia in fine del primo e in principio del secondo libro; Leone -d’Ostia, lib. II, cap. 66; Lupo Protospatario, anni 1042, 1043 e 1046, -nell’ultimo dei quali si nota che Argiro andò a Costantinopoli e quella -corte richiamò a Bari tutti gli esuli. Non potendo dunque strappare -la Puglia ai Normanni con la forza, gli imperatori d’Oriente cedeano -ai voti dei popoli, salvo ad aggravar di nuovo la mano quando lo -potessero. - -[83] Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXVII, segg.; Guglielmo di -Puglia, lib. II dal principio; Lupo Protospatario, anni 1042 a 1053; -Leone d’Ostia, lib. II, cap. 66. - -[84] Guglielmo di Puglia, lib. I: _Multa per hoc tempus sibi -promittente Salerni_, e segg. - -[85] Amato, lib. II, cap. XXVIII a XXX; Leone d’Ostia, lib. II, -cap. 66. Le tredici città assegnate, in Capitanata, Terra di Bari e -Principato ulteriore, son oggi tutte vescovili, e metà l’era anche -avanti l’XI secolo. Si ricordi ciò che avvertii su questo partaggio -nella nota 2, p. 34. - -[86] Così dovea seguire necessariamente, ancorchè poche vestigia -rimangano di quel primo abbozzo della feudalità normanna. Di certo si -vede che nei principii alcune terre furono soggiogate per forza o per -accordi; altre, quasi confederate, ritennero governo municipale pagando -soltanto un tributo o contribuzione federale, che forse rimase in -comune per supplire al mantenimento dell’esercito. In fatti Guglielmo -di Puglia, supponendo bene o male un partaggio avanti la occupazione di -Melfi, scrive, lib. I: - - ...... _undique terras_ - _Divisere sibi ni sors inimica repugnet._ - _Singula proponunt loca quæ contingere sorte_ - _Cuique duci debent et quæque tributa locorum._ - -Amato accenna in questo modo, lib. II, cap. XXVII, gli acquisti dei -Normanni sotto la condotta di Argiro, cioè nel 1042: _et toutes les -cités d’eluec entor constreigneient qui estoient al lo commandement -et à la rayson et statute que estoient; ensi alcun voluntairement se -soumettoient et alcun de force et alcun paioient tribut de denaviers -chascun an_. - -[87] Così le concessioni del conte Unfredo a’ fratelli germani Roberto, -Maugerio e Guglielmo, e infine di Roberto a Ruggiero. - -[88] Si vegga qui sopra, p. 18. - -[89] Il luogo è determinato da Gauttier d’Arc, _Histoire des conquêtes -des Normands en Italie_ ec., Paris 1830, lib. I, cap. IV, p. 64, segg. - -[90] Su le condizioni di Tancredi di Hauteville si riscontrino: -Malaterra, lib. I, cap. IV e XL: _Cronica di Roberto Guiscardo_, -traduzione francese, lib. I, cap. I, p. 263; e testo latino presso -Caruso, p. 829; _Cronica di San Massenzio_, detta _Chronicon -Malleacense_, nel _Recueil des Historiens des Gaules_ etc., tomo XI, p. -644; Guglielmo di Malmesbury, lib. III, nella stessa raccolta, tomo IX, -p. 187; Odorico Vitale, lib. V, presso Duchesne, _Historiæ Normannorum -Scriptores_, p. 584. - -La cronica di San Massenzio dice la famiglia poco nota e povera; -Guglielmo di Malmesbury, _Mediocri parentela ortus_ ec. Il Malaterra -e la cronica di Roberto Guiscardo rincalzano la nobiltà di Tancredi: -_præclari admodum generis — genere nobilis_. - -La parentela coi duchi di Normandia, affermata per lo primo da sbadati -compilatori del XIII e XIV secolo, non è ammessa ormai da alcun -critico. Si vegga un’apposita dissertazione di E. F. Mooyer stampata -a Minden nel 1830 in-4, secondo la quale il supposto si riduce a due -fila debolissime, 1º che il padre di Tancredi fosse stato un dei figli -di Riccardo I, dei quali non si conoscono i nomi; 2º ovvero che Muriel -figliuola bastarda di esso Riccardo fosse la Moriella prima moglie -di Tancredi. Questa opinione par che corresse a corte di Palermo nel -1140, perchè la cronica di Roberto Guiscardo scrive _uxor nobilissima -Muriella nomine_. - -Inaspettatamente ci verrebbe un lume dagli autori arabi, se potessimo -fidarci a loro scrittura ed erudizione. Ibn-Kaldûn in due luoghi della -storia (_Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 484 e 497) dà il nome -del primo conte di Sicilia, Rogiar-ibn-Tankred-ibn-Khaira, o secondo -alcuni MSS. ibn-H»w»h, che par nome di donna e indicherebbe che la casa -di Hauteville vantasse la nobiltà della madre di Tancredi. Supponendo -maschile tal nome, com’anche si può, si leggerebbe Hugo, o anche Geir -(chè la prima lettera mutando il punto diacritico suona _kh_, _h_, -ovvero _g_), e sarebbero nomi usati in Norvegia e in Francia. Debbo -questa conghiettura all’erudito orientalista norvegio signor Broch; il -quale crede suscettivo quel vocabolo della terza lezione Haby (o forse -_Habwu_) che rappresenterebbe, con errore facile a supporre, il nome -del feudo Hauteville. - -[91] Wilhelm, Drogo, Humfried, e secondo la pronunzia francese -Guillaume, Dreux, Humfroy. - -[92] Amato, Malaterra e Leone d’Ostia, lo dicono condottiero della -compagnia; ma parmi errore volontario dei principi di casa Hauteville. -Si vegga a questo proposito il Libro IV, cap. X della presente opera, -volume secondo, p. 380, nota 3, e 389, nota 1. - -[93] Si riscontrino Amato, Guglielmo di Puglia e gli altri -contemporanei citati di sopra. M. Gauttier d’Arc, op. cit., lib. I, -cap. V, p. 141, sostiene che Drogone ebbe da Arrigo III titol di duca; -ma il passo ch’egli allega di Ermanno Contratto è dubbio, e il diploma -a nome di Drogone per lo meno è erroneo, come dato il 1053. Drogone era -stato pugnalato in agosto 1051. - -[94] Si veggano le autorità citate da Augustin Thierry, _Hist. de la -Conquéte d’Angleterre_, lib. III, anni 1048 a 1065. - -[95] Si riscontri Ermanno Contratto presso Pertz, _Scriptores_, tomo -V, p. 132: _Indigentes bello premere, injustum dominatum invadere, -hæredibus legitimis castella, prædia, villas, domus, uxores etiam -quibus libuit vi auferre, res ecclesiasticas diripere_ ec. Arnolfo, -_Gesta episcoporum Mediolan._, presso Pertz, _Scriptores_, tomo X, -p. 10, 11, similmente dice i Normanni a poco a poco ingrossati in -Puglia, divenuti più crudeli dei Greci e più feroci dei Saraceni. Anche -ad Amato scappa di bocca qualche lagnanza quando si tratta di Monte -Cassino, lib. II, cap. XLI. E lo stesso Guglielmo di Puglia, accennando -alle pratiche con papa Leone, accerta che Argiro _Veris commiscens -fallacia mittit_ ec. Tralascio tante altre testimonianze, perchè -superflue, ovvero sospette, come per esempio quella d’Anna Comnena. - -Ferrari nostro, nella _Histoire des Révolutions d’Italie_, tomo I, p. -344, segg., crede calunniati i Normanni dall’umor di reazione unitaria -che allor si scatenò contro la rivoluzione federale dei vescovi. -Ancorchè io non osi, senza più lungo studio, negar nè accettare le -nuove spiegazioni della storia patria che vien proponendo quell’alto -ingegno, parmi pure di prestar fede alle precise affermazioni dei -cronisti, che d’altronde si accordano con lo esempio di tutti i -conquistatori o dominatori stranieri. Il fatto dei soprusi e quel della -reazione non sono per altro incompatibili; e certo è che i Normanni, -se servirono una rivoluzione italiana, la voltarono ad utile e comodo -proprio. - -[96] Epistola di Leone IX a Costantino Monomaco, presso Labbe, -_Concilia_, tomo IX, p. 983. Il papa dice a chiare note voler -recuperare il patrimonio della Chiesa romana, voler porre accordo tra -i due imperatori che son le due braccia della Chiesa ec. Non occorrono -citazioni per gli altri fatti che sono notissimi, e dei miei giudizii -può giudicare il lettore senza altre autorità. Ho tolto il pretesto -della difesa dei poveri da Amato, il quale, lib. III, cap. XVI, XVII, -tra le rimostranze di Leone IX ai Normanni, scrive: _Et quant cil de -Bonivent oïrent tant de perfetion et de sanctitè de lo pape, chacerent -lo prince et soumistrent soi à la fidelitè soe, eaux et la citè_. Come -ognun sa, Leone avea già scroccata Benevento al devoto Arrigo II, in -cambio dei diritti su la Chiesa di Bamberg. - -[97] _Chronicon Breve Northmannicum_, presso Muratori, _Rerum -Italicarum Scriptores_, tomo V, p. 278, anni 1045 a 1052. - -[98] Amato, lib. II, cap. XLV; e III, cap. VII. Si confronti con gli -altri cronisti ch’è inutile citare partitamente. Secondo Malaterra il -castello fu quel di Scrible in Val di Crati. - -[99] Si confrontino: Amato, lib. III; Guglielmo di Puglia, lib. II; -Lupo Protospatario, anno 1053; Malaterra, lib. I, cap. XII a XV; -Leone d’Ostia, lib. II, cap. 84; Ermanno Contratto presso Pertz, -_Scriptores_, tomo V, p. 132. - -[100] Nè Amato, nè Guglielmo di Puglia, nè Leone d’Ostia, nè alcun -altro cronista narrano questa concessione, fuorchè il Malaterra -nel quale leggiamo: _Quorum (Normannorum) legitimam benevolentiam -Apostolicus gratanter suscipiens, de offensis indulgentiam et -benedictionem contulit et omnem terram quam pervaserant et quam -ulterius versus Calabriam et Siciliam lucrari possent, de Sancto Petro -hæreditati feudo sibi et hæredibus suis possidendam concessit, circa -annos_ 1052. È anacronismo col 1059, e sbaglio di nome di Leone IX con -Niccolò II; o il conte Ruggiero, autor vero della tradizione, sapendo -dai fratelli le proposizioni che fecero allora i Normanni e qualche -vaga promessa del papa prigione, le costruiva dopo mezzo secolo, a -disegno o per incerta memoria, in espresso atto d’investitura. Si -avverta che Amato, lib. III, cap. XXXVI, fa menzione della profferta -dei Normanni avanti la battaglia di ricevere l’investitura e pagar -censo: come avrebbe dunque passato sotto silenzio che il papa prigione -l’assentiva? Non fo caso qui della _Cronica di Roberto Guiscardo_, ch’è -opera della metà del XII secolo. E mi par che la epistola di Leone -IX che citerò nella nota seguente distrugga al tutto il racconto di -Malaterra. - -[101] Epistola di Leone IX a Costantino Monomaco presso Labbe, -_Concilia_, tomo IX, p. 981, segg. Ancorchè non vi sia data, si dee -porre tra il 18 giugno 1053 e il 19 aprile 1054, giorno della morte del -papa; perchè la battaglia di Civita vi è indicata in modo non equivoco; -nè si può ammettere l’opinione del Saint-Marc, _Abrégé chronologique_, -tomo III, Parte I, p. 170, segg., che riferisce questo scritto al 1051, -supponendo gratuitamente un’altra zuffa dei Normanni con soldatesche -del papa. Tronca ogni dubbio Wiberto arcidiacono di Toul, il quale -nell’agiografia di Leone IX, lib. II, cap. VI, presso i Bollandisti, -19 aprile, tomo II di quel mese, p. 663, inserisce uno squarcio della -stessa epistola per narrare, com’egli dice, con le propie parole -del papa, lo scontro di _Civitatula_. Aggiugne del suo i fatti che -conosciamo dopo la battaglia: l’andata a Benevento e indi a Roma, fino -alla morte di Leone. Amato, lib. III, cap. XXXIX, scrive: _Et o la -favor de li Normant torna à Rome à li X mois puis que avoit esté la -bataille_. - -[102] Amato, lib. III, cap. XLVI e XLVII. Stefano IX esaltato il 2 -agosto 1057, morì il 29 marzo 1058. Amato narra ch’egli avea gettato le -mani sul tesoro di Monte Cassino, per far guerra ai Normanni. - -[103] Guglielmo di Puglia, lib. II; Malaterra, lib. I, cap. XV. Da un -altro canto Amato, lib. III, cap. XLII, segg., racconta le molestie -che recavano nel principato di Salerno Unfredo, il fratello Guglielmo e -Riccardo d’Aversa. - -[104] Malaterra, l. c. Amato, che in questo periodo tocca più -brevemente le cose di Puglia, accenna verso il 1054 la venuta di -Malgerio, Goffredo, Guglielmo e Ruggiero fratelli del conte Unfredo. -Questo Guglielmo era figliuolo di Tancredi per la seconda moglie -Fredesenda. - -[105] I contemporanei riferiscon questo fatto a pezzi; ciascuno il suo. -Amato, lib. IV, cap. II, scrive che alla morte d’Unfredo: _Robert son -frere rechut l’onor de la conté et la cure de estre conte_. Guglielmo -di Puglia, lib. II, accenna l’oficio lasciato a Roberto come tutore del -figliuolo coi versi: _Rector terrarum sit eo moriente_ ec. Malaterra -non parla di tutela, ma precisamente dice, lib. I, cap. XVIII, che -Roberto _susceptusque a patria primatibus, omnium dominus et comes in -loco fratris efficitur_. - -[106] I due fatti della mutazione del titolo di conte in duca e -dell’omaggio feudale a Roma si cavano da queste autorità: - -Amato, lib. IV, cap. III, narrata la occupazione di Reggio, continua: -_Et pour ce Robert sailli en plus grand estat qu’il non se clame plus -conte, més se clamoit duc._ Non fa motto del concilio di Melfi nè -dell’investitura. - -Malaterra che attribuì, come dicemmo, p. 43 in nota, la concessione -feudale a Leone IX in favor di Unfredo, non tocca nè punto nè poco -l’abboccamento di Melfi, ma nel lib. I, cap. XXXV, dopo la occupazione -di Reggio il 1060, aggiugne: _Igitur Robertus Guiscardus, accepta -urbe, diuturni sui desiderii compos effectus, cum triumphali gloria dux -efficitur._ - -Lupo Protospatario confonde i due fatti nel 1056 scrivendo: _Et Unfredo -obiit et Robertus frater ejus factus est dux_; sul qual passo notava -l’erudito Camillo Pellegrino che anche Drogone e Unfredo s’erano -intitolati in lor diplomi or _comes_ or _dux_. - -La _Cronica di Roberto Wiscardo_ (_Anonimo_ del Caruso e _Anonimo -Vaticano_ del Muratori) tace i patti di Melfi e l’assunzione al ducato, -riferendosi come Malaterra alla concessione di Leone IX che limita e -particolareggia così: _Discrete ac subtiliter utilitati Sanctæ Ecclesiæ -prævidens, totam Apuliam atque Calabriam a finibus Guarnerii usque -ad Farum comiti Humfredo et suis successoribus, nequaquam coactus in -aliquo sed sola spontanea voluntate et suorum consilio Cardinalium, -regendas semperque possidendas permisit_. Si confronti la traduzione -francese nello stesso volume di Amato, pag. 275, 276. - -Guglielmo di Puglia, lib. II, narrato il Concilio di Melfi, ripiglia: - - _Finita Synodo, multorum Papa rogatu_ - _Robertum donat Nicolaus honore ducali._ - _Hic comitum solus concesso jure ducatus_ - _Est Papa factus jurando jure fidelis;_ - _Unde sibi Calaber concessus et Appulus omnis_ - _Est, locus et Latio, patriæ dominatio gentis._ - -La Cronica breve normanna presso Muratori, _Rerum Italicarum -Scriptores_, tomo V, p. 278 (V) ha sotto il 1059: - -_Robertus Comes Apuliæ factus est Dux Apuliæ, Calabriæ et Siciliæ a -papa Nicolao in civitate Melphis, et fecit ei homintum de omni terra._ - -Leone d’Ostia, lib. III, cap. 15 (ovvero 16), scostandosi questa -volta da Amato, scrive: _Eisdem quoque diebus et Richardo principatum -capuanum et Robberto ducatum Apuliæ, Calabriæ atque Siciliæ (Nicolaus -II) confirmavit cum sacramento; et fidelitate Romanæ Ecclesiæ ab -eis primo recepta, nec non investitione census totius terræ ipsorum, -singulis videlicet annis per singula boum paria denarios duodecim._ -Poscia torna alla tradizione di Amato e alla presa di Reggio, -conchiudendo che Roberto _ex tunc cæpit dux appellari_. Dunque abbiamo -quattro diverse tradizioni: - - 1ª Investitura di Leone IX ad Unfredo il 1053. La sostengono il - cronista e il compilatore di parte siciliana. Il primo con oscurità - studiata aggiugne le terre che si acquistassero _alla volta_ di - Calabria e di Sicilia. Il secondo, cinquant’anni dopo Malaterra, - vi cancella la Sicilia e muta la concessione feudale in mera - donazione. - - 2ª Investitura di Niccolò II a Roberto per la Puglia e Calabria, - con titol di duca. Dal solo Guglielmo di Puglia, amico delle due - dinastie normanne d’Aversa e di Puglia. - - 3ª Lo stesso aggiuntavi la Sicilia. In Leone d’Ostia e nel - _Chronicon Breve_, entrambi dei principii del XII secolo. Leone era - cardinale. - - 4ª Silenzio su l’investitura nei due contemporanei, Amato e - Protospatario, i quali non ignorano il preso titolo di duca. - -Dal silenzio degli uni e dalla discrepanza degli altri è da argomentare -che la investitura non fosse stata mai promulgata nel paese. E -veramente era tal atto d’usurpazione della potestà imperiale, tal -preparamento di guerra contro l’impero, da occultarsi con ogni -studio. Ma dell’atto non v’ha luogo a dubitare. Di tutti i ricordi -che ne abbiamo, quel che più par s’avvicini al tenor dell’originale -è l’obbligazione scritta di Roberto, copiata non sappiam quando nel -_Liber censuum_ della corte di Roma, pubblicata dal Baronio, _Annales -ecclesiastici_, 1059, § 70, e data il 1059 stesso. - -_Ego Robertus Dei gratia et Sancti Petri Dux Apuliæ et Calabriæ et -utroque subveniente futurus Siciliæ, ad confirmationem traditionis -et ad recognitionem fidelitatis, de omni terra quam ego proprie sub -dominio meo teneo et quam adhuc ulli Ultramuntanorum unquam concessi -ut teneat, promitto me annualiter pro unoquoque jugo boum pensionem -scilicet duodecim denarios papiensis monetæ persoluturum Beato Petro_ -ec. - -Quest’atto, tenuto forse segreto per molti anni, mi par genuino, e -limita, come ognun vede, a poche terre in Puglia e in Calabria il -novello tributo da pagarsi al papa. - -Di più se ne scorge la natura della concessione della Sicilia, cioè di -atto non compiuto, anzi di mera promessa. Guglielmo di Puglia tacque -la promessa appunto perchè il signor della più parte della Sicilia, -che non era mica Roberto ma Ruggiero, avea schivato l’investitura. -Leone d’Ostia affermò la concessione della Sicilia e la ragguagliò a -quella di Puglia e Calabria, perchè era cardinale e scrivea dopo quel -terribile pontificato d’Ildebrando. Malaterra ne uscì con l’equivoco: -_alla volta di Calabria e di Sicilia_, e con l’anacronismo del 1033. -Del resto l’assentimento dei successori di Roberto, la ricusa dei -successori di Ruggiero e i termini della _Cronica di Roberto Wiscardo_, -compilazione storica della corte di re Ruggiero, provano la diversità -del dritto riconosciuto al principio dell’undecimo secolo, di che -riparleremo a suo luogo. - -Quanto alla mutazione del titolo di Roberto, si è notato che i -predecessori chiamaronsi talvolta duchi; prendendo, come ben riflette -il Pellegrino, il titolo che la corte bizantina avea dato ad Argiro, -luogotenente nella provincia ormai occupata dai Normanni. Forse -Drogone e Unfredo bramavan così distinguersi dai conti subordinati al -capo della federazione. In ogni modo è provato dalle testimonianze di -Amato, Malaterra, Guglielmo di Puglia e Leone d’Ostia, che Roberto -prese definitivamente il novello titolo all’occupazione di Cariati -o di Reggio, cioè il 1059 o 1060; e in ogni modo dopo la concessione -di Niccolò II. Ciò non esclude ch’egli richiedesse l’assentimento dei -conti normanni, come suppongono a ragione gli storici napoletani e come -si legge nell’Anonimo (_Recueil des Historiens des Gaules_ ec., tomo X, -p. 210); ma ormai chi gli potea ricusare il suffragio? - -[107] Ruggiero alla sua morte (1101) avea 70 anni, al dir del Fazello -che non cita autorità. V’hanno tradizioni diverse, delle quali tratterò -a suo luogo. - -[108] Malaterra, lib. I, cap. XIX, segg. Per la investitura del conte -di Aversa si riscontri Leone d’Ostia, lib. III, cap. 15, (16). Per gli -altri fatti i medesimi cronisti, Amato e Guglielmo di Puglia _passim._ - -[109] Si vegga il Capitolo precedente, p. 46. - -[110] Malaterra, lib. II, cap. I. - -[111] _Et que la cité estoit vacante des homes liquel i habitoient -avant, il (Robèrt) la forni de ses cavaliers._ Amato, lib. V, cap. XIX. - -[112] Si vegga sopra il Libro II, cap. X, p. 426 del 1º volume, e -si ricordino le guerre di Manuele Foca e di Maniace e la difesa di -Catacalone. - -[113] Tomo VI, p. 174, Parigi 1715. L’editore non dice altro su -l’origine della cronica, se non d’esser tolta dai Mss. del Duchesne. -Or si può domandare perchè il Baluzio non citò il codice di Messina; -e perchè il Duchesne non avea prima stampata la cronica nella -raccolta degli scrittori di cose Normanne? Sembra che l’uno e l’altro -dubitassero della antichità di quel documento. - -[114] _Rerum Italic. Script._ tomo VI, p. 614. Il Muratori nel -breve avvertimento che pone innanzi a questo scritto, lo giudica -contemporaneo «_multam enim vetustatem sapit_.» Ma parmi che i sospetti -debbano cominciare dalla lingua e dallo stile. - -[115] Ms. della Bibl. Imp. di Parigi segnato: _Baluze, armoire 2, -paquet 5_, nº 2, al fog. 428, segg. Tutto il volume son copie di -mano del Duchesne. Questi sotto il titolo della cronica notò: «_Ex -codice Ms. perantiquo Bibliothecæ Senatus Messanensis, summa fide -transcripta_». Ma egli, non essendo mai stato in Messina, avea copiato -di certo sopra una copia, senza vedere il vantato testo antichissimo. - -[116] Di Gregorio, nella Introduzione al dritto pubblico Siciliano -toccando le consuetudini delle città, sagacemente notava essere il -diploma del 1129, _sospetto, ma non tutto_. Della cronica ei tratta -nelle _Considerazioni su la Storia di Sicilia_, lib. I, cap. II, e nota -47, e ben si appone che la copia pubblicata dal Baluzio fosse venuta da -Messina. Se non che sbaglia il tempo. Sendo la copia di mano d’Andrea -Duchesne che morì il 1640; non potea trovarsi, come suppone il Di -Gregorio, tra i Mss. recati a Parigi dagli esuli Messinesi del 1675. - -[117] Tra le idee moderne è da notarsi la diffidenza contro il papa -che non era nata in Sicilia nell’XI secolo, ma fioriva pienamente dal -XIII in poi. Nel linguaggio s’incontra la classica denominazione di -città Mamertina e quella di Mori adoprata genericamente per dinotare i -Musulmani. - -[118] _Rerum Sicanicarum compendium_, lib. III. Quel grande ingegno, -in suo stile breve ed un po’ frettoloso, fornito il racconto ripiglia -«Alibi lego» ec. e dà senza citar nome d’autore, il racconto -del Malaterra. Non dice qual de’ due gli sembri il vero o il più -verosimile. - -[119] _De rebus Siculis_, Deca II, lib. VII, cap. I. Il Fazello, ch’era -pure stato in Messina ed avea frugato quelle Biblioteche, si riferisce -a tradizione orale (_ducta per manus fama_) pei nomi dei congiurati. -Non accenna l’origine della narrazione, e la intreccia, senza -citazioni, con quella di Malaterra. - -[120] Questo fatto si trova per lo primo nella _Ystoire de li Normant_ -pubblicata il 1835, se non che M. Gauttier d’Arc l’avea accennata fin -dal 1830 nella sua compilazione, p. 219. Si avverta intanto che Amato -parla qui e altrove (p. 148, 153, 159, 194) di un Goffredo Ridelle o -Rindelle, mentre M. Gauttier d’Arc, l. c., seguito da M. Champollion -(p. 342, nota) suppon che si tratti di un Goffredo fratello di Roberto -e soprannominato Ridelle. Ma questa identità dei due Goffredi sembra -supposta senza fondamento. Il Malaterra, lib. I, cap. IV, e quel -ch’è più Amato stesso p. 94, dicono di Goffredo fratel di Ruggiero, -senza far cenno del soprannome; e il Goffredo Rindelle quante -fiate comparisce nella storia d’Amato, sembra piuttosto condottiero -fidatissimo, che fratello di Roberto, il quale diffidava sopratutto dei -fratelli. - -[121] Il Malaterra non fa menzione che di due regoli. La divisione -della Sicilia musulmana in quattro stati si seppe per lo primo dagli -estratti di Nowairi pubblicati il 1790; e di tre stati si facea -menzione negli estratti di Abulfeda e Scehab-ed-din-Omari, noti in -Sicilia per opera di D’Amico nei principii del XVII secolo, cioè una -cinquantina d’anni dopo la pubblicazione della Storia di Maurolico. -Pertanto i cinque regoli mori e i confini che loro assegna la cronica -si debbono riferire a tradizione genuina in fondo, corrotta nei -particolari. Nulla si oppone a ciò che un _Raxdis_ (Rascid) fosse stato -governatore di Messina. - -[122] Roberto andò all’assedio di Reggio quando si cominciava la mèsse, -e se ne tornò a svernare in Puglia con Ruggiero dopo la scorreria in -Sicilia. Malaterra, lib. I cap. XXXV; e lib. II, cap. II. Contando -circa due mesi per l’assedio di Reggio si viene al settembre. La _Breve -istoria_, facendo cominciar la congiura il 6 agosto, ci conduce alla -stessa data. - -[123] «_Hæc secum animo revolvens, eorum ad quæ animum intendebat, non -tardus executor_,» scrive il Malaterra. La quale fretta si riscontra -bene con la promessa di venire a Messina entro una settimana, che -leggiamo nella _Breve istoria_. Questa, come ognun vede, confonde -in uno solo i tre assalti di Ruggiero; il che è naturalissimo in una -tradizione orale. - -[124] Sessanta _militi_, scrive il Malaterra. Il numero si dee -moltiplicare almeno per tre; poichè ogni _cavaliere_, nel medio evo -avea seco ordinariamente due o più uomini armati e montati a cavallo. - -[125] Conf. Malaterra, lib. II, cap. I, e Anonimo, versione francese -(_Chronique de Robert Viscart_), lib. I, cap. XIII, e testo presso il -Caruso, _Bibliotheca Sicula_ p. 837. - -[126] Malaterra, lib. II, cap. II, il quale, per mancanza di ragguagli -precisi o per dissimulazione, parla vagamente di _faccende_ che dovesse -compiere il duca in Puglia durante l’inverno 1060-1061. Noi le sappiamo -da Amato, lib. IV, cap. III, e lib. V, cap. IV, VI, VII, ed anche un -po’ da Guglielmo di Puglia, lib. II, «_Morti tradendum_ ec.» Preso -da Roberto il titolo di duca, e cominciato a mutare l’autorità di -capo federale in signor feudale, cospirarono contr’esso Balalardo suo -nipote, Gazolin de la Blace, Ami figlio d’un Gualtiero, e un Goffredo, -sovvenuti di danari dall’imperatore bizantino, al quale prometteano -rendere il paese. Roberto tornato da Reggio li oppresse con le armi; -indi assediò ed ebbe a patti Troia, municipio bizantino. Amato pone -appunto dopo la resa di Troia la pratica del duca con Ibn-Thimna. - -[127] I cronisti arabi che citammo nel Libro IV, cap. XV, p. 552 del -2º volume affermano avere Ibn-Thimna condotta la pratica con Ruggiero -a Mileto, nè parlan d’altri; Amato lib. V, cap. VIII, dice col solo -Roberto a Reggio; Malaterra, lib. II, cap. III, IV, nella stessa città -col solo Ruggiero. Parmi evidente che v’ebbero almeno due abboccamenti: -Roberto non venne a Reggio che per ultimare la cosa con Ibn-Thimna; ma -questi s’era rivolto dapprima a Ruggiero, il quale non soggiornava per -certo a Reggio, città del fratello, tra il quale e lui i sospetti non -posavano giammai. D’altronde il nome di Mileto dato dai soli Arabi è di -moltissimo peso, accennando il fatto più notevole di lor tradizione, -sì notevole che diè origine ad un errore retrospettivo che facea -Mileto capitale del re franco Baldovino, conquistatore dell’Italia -meridionale, cioè Otone II. Si vegga il Libro IV, cap. VI di questa -istoria, vol. 2º, p. 328, nota 1. E Mileto appunto è nominata nella -_Breve istoria della liberazione di Messina_ che citammo poc’anzi. - -[128] Tutta l’isola, dicono gli annalisti arabi. - -[129] Annalisti arabi citati dianzi. - -[130] Anonimo. - -[131] Amato, lib. V, cap. VIII, IX, X, il quale fa supporre capitano -di tutte le genti Goffredo Ridelle, ma lascia trasparire il comando -indipendente di Ruggiero. Malaterra dà l’impresa come ordinata e -capitanata dal solo Ruggiero. - -[132] Censessanta militi, dice Malaterra, il solo che dia il numero. Al -solito è da contare tre armati o più per ciascun milite. - -[133] Amato. - -[134] L’ultima settimana di carnovale del 1060, scrive il Malaterra, -contando l’anno dal 25 marzo all’uso di Firenze, Puglia e Sicilia. -Però torna al 1061 del conto comune ed agli ultimi di febbraio, sendo -occorsa la Pasqua a’ 15 aprile. Malaterra chiama il luogo _Praroli e -Tre Laghi_, e aggiugne che v’erano le tegolaie. Similmente l’Anonimo -dice tre Laghi. È senza dubbio la punta del Faro, ond’errava il -Fazzello supponendo lo sbarco a Furno o Furnari tra Tindaro e Milazzo, -perchè gli parea di trovare la versione del nome topografico nel -_clibana tegularum_ del Malaterra. - -[135] Malaterra. - -[136] Amato. - -[137] Amato e Malaterra. - -[138] Malaterra. - -[139] Amato. - -[140] _Anonymi Chronicon Siculum._ - -[141] La narrazione si cava da Amato, lib. V, cap. X; Malaterra, lib. -II, cap. IV, V, VI, e _Anonymi Chronicon Siculum_, lib. I, cap. XIII, -presso Caruso, op. cit., p. 837, e nella traduzione francese, p. 279. -Come si vede dalle note precedenti, i particolari differiscono nei due -primi cronisti, e scarseggiano nel terzo, ma non sono contraddittorii. - -[142] Amato. - -[143] Amato. Il Malaterra dice vagamente: «_cum maximo exercitu_.» - -[144] Amato. Secondo il Malaterra il campo sarebbe stato a Reggio. - -[145] Malaterra scrive _Germundos et galeas_. La prima di queste voci, -che che ne disputi il Ducange, par lezione erronea di _Dermudos_ che è -alla sua volta corruzione di _Dromone_. - -[146] Amato dà il numero, Malaterra le dominazioni «Cattos, Golafros -et Dormundos;» se non che il primo aggiugne «lo artifice liquel se -clamoit _Gath_.» La voce _Gatto_ con lo stesso significato di nave, -si trova anche nella _Chronica Varia Pisana_, presso Muratori, _Rerum -Italic._, tomo VI, p. 112, e in Caffari, _Annales Genuenses_ presso -Muratori _Rerum Ital._ tomo VI, p. 254. Forse quella nota appellazione -dell’ordegno di guerra passò alla nave che lo portava: parendomi -meno naturale l’etimologia dall’arabico _Kula’a_, nome generico, nel -significato che noi diamo a «legni» o «vele.» La voce _Golafros_, che -altrove si legge (V. Ducange) _Golabros_ e _Golabos_, e nella _Chronica -Varia Pisana_ presso Muratori, _Rerum Italic._, VI, 112. _Garabi_, -è l’arabico nome di legno _Ghorâb_ (corvo), donde la nostra voce -«Corvetta.» - -[147] Malaterra lo chiama _Belcamuer_, ch’è una delle tante lezioni -in che i Mss. guastano il nome d’Ibn-Hawwasci; l’Amato scrive invece -_Sausane_, e sembra corruzione di Simsam-ed-dawla. Forse i raccontatori -normanni dai quali egli attinse i fatti, confondeano il capo dei -Musulmani di Sicilia al 1061, con l’ultimo principe Kelbita di cui -abbiam detto nel Libro IV, capitolo XII, p. 419 segg. del 2º volume, -sembrando inverosimile che Ibn-Hawwasci avesse preso appunto il -medesimo titolo. - -[148] Amato. - -[149] Si vegga il Libro IV, capitolo X, XI, p. 393, 396, del 2º volume. - -[150] Malaterra. - -[151] Amato. - -[152] Malaterra. - -[153] Il nome di Calcare si legge in Amato; un Ms. di Malaterra dice -_Trium Monasterium_. E Tremestieri è corruzione di tal voce; Edrisi nel -cenno su questo luogo ha «tre Chiese». - -[154] Amato. - -[155] Conf. Amato e Malaterra. - -[156] Di questo non fanno parola i cronisti normanni: si veggano qui -sopra le pag. 56 a 60. - -[157] Amato. - -[158] Malaterra. - -[159] Conf. Amato e Malaterra. - -[160] Malaterra dice mandate le chiavi; Amato, che significarono a -Roberto la vittoria _que de Dieu avoient reçue par Goffrède Ridelle, et -lui prierent qu’il vinst prendre la cité_. Il cronista scordava aver -detto poco innanzi che la schiera passata in Sicilia fosse capitanata -da Ruggiero, senza far motto di Goffredo Ridelle, il quale al più -potrebbe supporsi condottiere dei 170 cavalieri che venner dopo. -Coteste discrepanze mostrano la gelosia che s’era accesa verso la fine -dell’XI secolo tra i Normanni di Puglia e di Sicilia, dei quali i primi -metteano da canto a tutta possa Ruggiero, e i secondi Roberto. - -[161] _Diverse manière de navie et de mariniers.... et particulierement -devissent aler les nez._ - -[162] Amato. La presa di Messina è narrata da Amato, libro V, capitolo -XII a XVIII; e Malaterra, libro II, capitolo VIII a XII; ne fan cenno -Leone d’Ostia, libro III, capitolo XVI, e XLV, e l’Anonimo, presso -Caruso p. 837, e traduzione francese, libro I, capitolo XIV. - -[163] Conf. Amato, libro V, capitolo XIX, e Malaterra, libro II, -capitolo XIII. Il primo scrive qui le parole che Roberto trovò Messina -vota di abitatori, le quali, com’abbiam detto, si debbono prendere in -senso figurato, se pur è fedele la traduzione. Malaterra afferma che i -due fratelli lasciassero in città la cavalleria, il che deve intendersi -di parte, non del tutto. - -[164] Conf. Amato, libro V, capitolo XX; Malaterra l. c., tra i -quali è il solito divario che il primo riferisce la dedizione al solo -Roberto, il secondo ad ambo i fratelli. La tradizione d’Amato è la -più verosimile in questi principii della guerra siciliana. D’altronde -non è provato da cosifatte testimonianze che i Musulmani di Rametta -prestassero omaggio feudale. Non poteva esser altro che un accordo -temporaneo e propriamente l’_amân_. Leone d’Ostia, libro III, capitolo -XLV, dice fatta tributaria Rametta. - -[165] _Scabatripolis_ nel Malaterra. Scaba o Scava, voce della bassa -latinità che suona fosso, è premessa evidentemente al nome di Trabilis -che si legge in due diplomi latini del 1134 e 1408. Edrisi ha, per -trasposizione dei punti diacritici nel testo arabico, B-r-b-l-s e -Bub-l-s che va corretto T-r-b-l-s e risponde esattamente all’odierno -comune di Tripi. Dall’itinerario del detto geografo, _Biblioteca -Arabo-Sicula_ p. 66, si vede che da Rametta a Monteforte correva (alla -metà del XII secolo) una strada di 4 e da Monteforte a Tripi di 20 -miglia. Amato tralascia questa prima stazione. - -[166] _Fraxinetum_ in Malaterra, _Lo False_ in Amato; l’uno e l’altro -si riconoscono agevolmente nel _Fraynit_ d’un diploma del 1188, -Frazzanò, come or si chiama; dal qual comune muove un sentiero che -riesce a Maniace. Edrisi nota la strada da Tripi a Montalbano, e -Galati, terra vicinissima a Frazzanò. La traduzione d’Amato confonde -Lo False con la pianura di Maniace, che indica chiaramente senza -nominarla: _a lo piè de lo grant mount et menachant moult de Gilbert_ -(corr. Gibel). - -[167] Conf. Amato, libro V, capit. XXI; e Malaterra libro II, capit. -XIV. I Cristiani di Val-Demone scrive Malaterra; più correttamente -Amato quei _qui estoient là entor_, e parla dei Cristiani di _tutto_ il -Val-Demone quando i vincitori tornarono dall’assedio di Castrogiovanni -a San Marco e Messina. - -[168] Amato, lib. V, capitolo XXI e XXII. Malaterra, lib. II capitolo -XV. Emmelesio, di cui si ignora il sito nè se ne trova cenno in altro -scrittore cristiano o musulmano, è nominata da Amato. - -[169] Malaterra, libro II, capitolo XVI. - -[170] Amato, lib. V, capitolo XXII. - -[171] Malaterra, libro II, capitolo XVI, _Guedeta_, dice il cronista, e -aggiugne che significhi _flumen paludis_. Il nome arabico _Wadi-el-tin_ -il quale si trova scritto _Lo dictaino_ in un privilegio del conte -Ruggiero, dato il 1004 presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1011, -precisamente suona: _il fiume del Fango_. S’ignora il sito di queste -grotte di San Felice, le quali potrebbero per avventura esser le -«Quaranta Grotte» espugnate dai Musulmani nell’841, le quali sembran -parimenti vicine a Castrogiovanni, abitate e difendevoli. Si vegga il -nostro Libro II, capitolo V, pag. 310 del 1º volume. - -[172] Malaterra, libro II, capitolo XVII, si contenta di dare ai -Normanni 700 uomini, ed ai nemici 13,000; e l’Anonimo presso Caruso -p. 838 e nella traduzione francese, libro I, capitolo XIV, copia tali -cifre aggiugnendo che nell’una come nell’altra si comprendessero i -fanti. Amato, libro V, capitolo XXIII, copiato da Leone d’Ostia, libro -III, capitolo XLV, scocca l’iperbole dei 13,000 cavalli e 100,000 -fanti Musulmani; ma lascia a Roberto i 1000 cavalli e 1000 fanti -ch’avea rassegnati in Messina. È notevole che Ibn-Khaldûn, traduzione -francese di M. Des Vergers, p. 183, trascrivendo quasi da Ibn-el-Athir -il brevissimo cenno di questa battaglia, vi aggiugne che Ruggiero -avesse 700 uomini: e potrebbe essere appunto la tradizione normanna, -intesa in Palermo nel XII secolo da Ibn-Sceddâd, la cui compilazione ci -manca. Per altro non sembra inverosimile che le mille lance noverate -da Roberto a Messina, fossero ridotte dinanzi Castrogiovanni a 700, -per malattie, morti e presidii, lasciati di certo per assicurare la -ritirata sopra cento e più miglia da Castrogiovanni a Paternò, Maniace, -Frazzanò e Messina. I 700 poi potrebbero essere i soli militi senza -contarvi gli uomini d’arme di ciascuno. In ultimo la critica ci conduce -a rigettare con le altre fole le schiere _affricane_ dell’esercito. -L’Affrica propria a quel tempo si travagliava nella irruzione degli -Arabi d’oltre Nilo. E forse i narratori cristiani riportavano indietro -al 1061, gli aiuti dei principi Ziriti del 1063, o contavano come -«aiuti d’Affrica» qualche drappello di schiavi negri, di Berberi ec. al -servigio dei Musulmani di Sicilia. - -[173] S. Matteo, XVII. 20. - -[174] Conf. Amato, libro V, capitolo XXIII; Malaterra, libro II, -capitolo XVII; Anonimo presso Caruso p. 838 e nella traduzione -francese, libro I, capitolo XIV, Leone d’Ostia, libro III, capitolo -XLV, Fra Corrado presso Caruso, tomo I, p. 47. Ibn-al-Athir nella -_Biblioteca Arabo Sicula_ p. 276; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum -Arabicarum_, p. 25; Ibn-Khaldûn, traduzione di M. de Vergers, p. 183. I -quali annalisti arabi fan cenno appena della sconfitta. - -[175] Conf. Malaterra e l’Anonimo, l. c. - -[176] Amato, l. c. - -[177] Conf. Malaterra e l’Anonimo, l. c. - -[178] _O les bras ploies et la teste enclinée de toutes pars venent li -Cayte et aportent domps et ferment pais avec lo duc et se soumetent à -lui et lor cités._ Amato, l. c. Questo fatto che non si legge punto in -Malaterra, va ridotto ai termini di tregue chieste per una stagione -ed accordate a prezzo. A creder pienamente il cronista, la Sicilia -si sarebbe arresa a Roberto, nè allor si comprenderebbe perch’egli -se ne tornasse in Calabria lasciando presidio appena a San Marco ed a -Messina. - -[179] _C’est paille copertez à ovre d’Espaigne_ ec. Forse ricamati. -In ogni modo mi sembra doversi intendere piuttosto lavorali a modo -spagnuolo, che fabbricati proprio in Ispagna. La voce tarin indica al -certo non il dirhem arabo, ma i tarì d’oro dei quali abbiamo fatto -parola nel Libro IV, capitolo XIII, p. 439, del 2º volume; onde la -somma tornerebbe a più di 300,000 lire italiane. - -[180] _Et lo duc pensa une grant soutillesce_. - -[181] Amato, libro V, capitolo XXIV, dicendo mandato il messaggio dallo -_amirail de Palerme_. Secondo lo stesso autore, libro V, capitolo VIII, -il ribelle che cacciò Ibn-Thimna di Palermo e se ne fece emiro, avea -nome Belcho (Ibn-Hawwasci). Poi al capitolo XIII, chiama l’emir di -Palermo, in maggio 1061, Sausane. Balchaot (Ibn-Hawwasci) ricomparisce -alla testa dell’esercito a Castrogiovanni nel capitolo XXIII, e -nel XXIV l’emir di Palermo non ha nome. Da un’altra mano Malaterra, -com’abbiamo notato alla p. 66, dà emir di Palermo, in maggio 1061, -Belcamuer, cioè lo stesso Ibn-Hawwasci. - -[182] Malaterra, l. c. - -[183] Amato, libro V, capitolo XXIII, narrato il principio dell’assedio -di Castrogiovanni continua: «_Et puis dui mois le victorious duc -s’en torna a Messine._» E in vero dallo sbarco alla battaglia sotto -Castrogiovanni era corso un mese incirca, come si argomenta dalla -narrazione del Malaterra. - -[184] Malaterra, l. c. Si ricordi che l’esercito si adunò su lo Stretto -_nei primi di maggio_. Messina fu presa verso la metà dello stesso -mese. - -[185] Amato, libro V, capitolo XXV. È da notare che Malaterra fa -menzione soltanto de’ Cristiani venuti al campo di Maniace; e Amato nel -capitolo XXI accenna il medesimo fatto parlando dei soli Cristiani de’ -contorni e della sicurtà lor conceduta da Roberto, poi nel capitolo XXV -dice venuti al duca sotto Castrogiovanni, ovvero nella ritirata di lì a -San Marco, quei del _Val de Manne.... por estre aidié de lo duc et que -desirroient de non estre subjette a li païen lui firent tribut de or et -habondance de cose de vivre._ - -[186] Si veggano Fazzello, Cluverio, Amico _Dizionario topografico_ ec. -Sono state trovate a San Marco iscrizioni latine di Alunzio. Edrisi -nella Bibl. Arabo-Sic., testo p. 32, e presso di Gregorio _Rerum -Arabicarum_, p. 115, fa cenno delle antichità che si notavano in San -Marco e ci descrive la importanza della città, centro d’industria -agricola e navale. - -[187] Amato, libro V, capitolo XXV. Ancorchè il cronista narri la -fondazione del castel di San Marco dopo avere accennato nel capitolo -XXIII il ritorno di Roberto a Messina, replica pure questo ritorno nel -capitolo XXV, nè può rimaner dubbio che lo esercito si fosse fermato -a San Marco durante la ritirata. Si conf. l’Anonimo presso Caruso, p. -838, e la traduzione francese, libro I, capitolo XIV, e Leone d’Ostia, -libro III, capitolo XLV. - -[188] Conf. Malaterra, libro II, capitolo XVIII; e Anonimo, l. c. - -[189] «Mandato Bettumeno, _in sua fidelitate_, a Catania, che gli -apparteneva ec.» scrive Malaterra, l. c. Con Catania andava di certo -Siracusa, antico stato d’Ibn-Thimna, e i distretti. - -[190] Amato, libro V, capitolo XXV, lo dice espressamente. Sembra mero -patto di difesa da una parte e tributo dall’altra; patto fors’anco -temporaneo senza indole nè forma di omaggio feudale. - -[191] Veggasi il Libro IV, capitolo XII, p. 419, del 2º volume. - -[192] Si vegga il nostro Lib. IV, cap. XV, p. 547, 548, del 2º volume. -I fatti qui accennati si ritraggono da Ibn-el-Athir, testo, anni -442, 448, 453, 455, 457, tomo IX e X, della edizione di Tornberg; -_Baiân-el-Moghrib_, testo, tomo I, p. 308 a 312; Nowairi, _Storia -d’Affrica_, MS. arabo di Parigi, ancien fonds 702, fol. 39, verso a 42 -verso; Tigiani, _Rehela_, traduzione di M. Alph. Rousseau, nel _Journal -Asiatique_ d’agosto 1852, p. 109, febbraio 1853, p. 185 segg. - -[193] Ecco le parole d’Ibn-el-Athir, _Biblioteca Arabo-Sicula_, -testo, p. 276, copiate con poco divario da Abulfeda, anno 484, -Nowairi e Ibn-Abi-Dinâr, op. cit., p. 414, 447, 534. «Assediato in -Castrogiovanni, Ibn-Hawwasci uscì a combattere; ma rotto dai Franchi -si ritrasse nella fortezza: quelli cavalcarono per la Sicilia e -s’impadronirono di molti luoghi. Allora lasciavan l’isola non pochi -dotti e onesti uomini. Alcuni dei quali andarono appo Moezz-ibn-Badis -esponendogli la condizione del paese, le discordie del popolo -musulmano, il territorio in parte occupato dai Franchi; onde Moezz -allestita una grossa armata e imbarcati fanti e munizioni, la fece -salpare ch’era d’inverno. Alla Pantellaria, surta una tempesta, -la più parte annegò; pochissimi si salvarono; la perdita del -quale navilio indebolì molto Moezz, e rincorò gli Arabi sì che gli -tolsero l’Affrica.» Sendo morto Moezz il 24 sciàban 454 (_Bayan el -Maghrib_, tomo I, p. 308) ossia il 31 agosto 1062, la spedizione va -posta nell’inverno precedente, cioè pochi mesi dopo la battaglia di -Castrogiovanni della quale sappiamo la data dagli scrittori cristiani, -sì che possiamo così correggere i musulmani citati di sopra a p. -74, i quali la pongono nel 444 (1053). Gli autori arabi, per effetto -dell’anacronismo loro di otto anni, noverano questo naufragio tra le -cause del facile conquisto degli Arabi d’oltre Nilo sopra l’Affrica, il -quale era compiuto innanzi il 1061, come s’è notato in altro luogo. - -[194] _Cristiani vero provinciarum, sibi cum maxima lætitia occurrentes -in multis obsecuti sunt._ Malaterra. La designazione geografica è vaga -quanto la misura dell’obbedienza, e l’una e l’altra torna al concetto -ch’io esprimo nel testo. Si tenga anco a mente che _provincia_ nella -latinità del medio evo spesso ha il mero significato di _campagna_ o -_contado_. - -[195] Veggasi il lib. III, cap. III. e lib. V, cap. XI, vol. II, pag. -255 e 397. - -[196] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XVIII, e l’Anonimo presso -Caruso, _Bibliotheca Sicula_, p. 838 e lib. I, cap. XV, della versione -francese. Ho tolto dal primo il numero dei militi di Ruggiero. Il testo -latino dell’anonimo ha 50, e la versione francese 200. - -Il Fazzello, deca I, lib. X, cap. 1, scrive che il contado di Traina -fosse popolato di cristiani, tenendo la città i Saraceni; che Ruggiero -si fosse consigliato coi primi ed avesse ai conforti loro espugnata la -città e fondata nei dintorni la badia di Sant’Elia, la quale addimandò -d’_Eubulo_ dal buon consiglio che gli venne in quel luogo. Ei cita -in principio un privilegio greco del conte, senza indicarne la data; -ma evidentemente gli è quello del 6602 (1094 dell’èra volgare) di -cui Rocco Pirro, pag. 1011, dà una pessima versione latina, nella -quale il nome è scritto _De Ambula_, nè si fa allusione a consiglio -di sorta de’ Cristiani, nè a voto del conte, anzi questi non esercita -altra liberalità che di concedere al Logoteta Giovanni il terreno per -fondare un monastero. La citazione dunque del Fazzello va ristretta -al fatto del contado abitato da cristiani, ed in questi limiti bene -sta, occorrendo nomi greci e latini tra i villani donati dal conte al -monastero. Il rimanente della tradizione non ha documento che il provi, -nè se ne scorge vestigio nelle cronache. Donde sembra che il Fazzello -l’abbia supposto dalla significazione ch’egli credea trovar nel nome -d’Ambola, Embula, Eboli, e secondo lui Eubulo, e dal sapere vicine -alcune popolazioni musulmane, come si vedrà nel seguito di questo -capitolo. L’espressa testimonianza del Malaterra non permette così -fatto supposto. - -Nè ha origine contemporanea la favola (Pirro l. c.; De Ciocchis, -_Sacrae Regiae Visitationis_, tom. II, p 642) che il Profeta Elia, -comparso a Ruggiero, con una spada in mano, lo confortasse all’impresa. - -[197] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XIX, XX, il quale dà alla sposa il -nome di Delicia; e l’Anonimo, l. c., che la chiama Iucta (Iudicta). I -fatti anteriori all’arrivo di costei in Calabria si ricavano da Odorico -Vitale e Guglielmo di Gembloux, citati da M. Gaultier d’Arc. _Histoire -des Conquétes des Normands en Italie_ ec., p. 228 segg. L’autore a p. -236 in nota, sostiene che la donzella uscendo del chiostro, mutò nome -in Eremberga, supposta da altri seconda moglie di Ruggiero. Si vegga -anche un estratto del trattato di Ducange su le famiglie normanne, in -appendice all’_Ystoire de li Normant_, p. 354. - -[198] In oggi due comuni distanti un miglio l’un dall’altro si -addomandano Petralia Soprana, e Petralia Sottana. Secondo il D’Amico, -_Dizionario Topografico_, questo è più recente; ma Edrisi dà una sola -Petralia con la qualità di _Hisn_, ossia fortezza in pianura. - -[199] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XX; ed Anonimo, l. c. - -[200] Malaterra, lib. II, cap. XX e XXII. - -[201] _Antulium_ presso Malaterra, con la variante _Antelium_ e -_Antileon_ nell’Anonimo; la cronaca di fra Corrado, presso Caruso, -_Bibliotheca Sicula_, tom. I, p. 47, ha: «Antellæ quod castrum erat in -Sicilia juxta Corleonum.» Però non è dubbia la identità con Entella, il -cui nome si trova in altri ricordi da me citati nella _Carte comparée -de la Sicile_ ec., index topographique. Il Fazzello, deca I., lib. -I, cap. 6, dà un cenno topografico su l’antica città e sul castello, -dove si difesero ostinatamente gli ultimi Musulmani di Sicilia contro -Federigo imperatore. Un dotto amico mio che visitava questo castello -nel 1858, mi ha gentilmente comunicate le note e la pianta ch’egli -abbozzò, dalle quali si vede la maravigliosa fortezza del sito, la -estensione della città antica, provveduta di cisterne e fosse da grano, -e la postura di quello che a ragione si crede il castello saracenico; -gli avanzi del quale al par che quelli della città, scompariscono a -poco a poco, rubati per adoperarli da materiali di costruzione ne’ -paesi all’intorno. Il sito, a cavaliere del fiume Belici sinistro, è -notato nella mia carta comparata. - -[202] _Nikl_, o _Nicl_, che sarebbero soprannomi (stivale vecchio, -ovvero ceppo, ritorta, guerriero valoroso), o _Nakhli_ nome etnico. - -[203] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXII; Anonimo presso Caruso, -_Bibl. Sic._, tomo II, p. 839 e nella traduzione francese lib. I, cap. -XV; ed Epistola di fra Corrado, l. c. Il Malaterra narra l’uccisione -d’Ibn-Thimna tra la dichiarazione di guerra di Ruggiero a Roberto e -l’assedio di Mileto che seguì, al suo dire, al principio (25 marzo) -dell’anno 1062. Con queste scorte ho fissata a un di presso la data. - -[204] Malaterra, lib. II, cap. XXI; Anonimo presso Caruso, _Bibl. -Sicula_, tomo II, p. 838, 839, e lib. I, cap. XV della versione -francese. - -[205] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXIII a XXVIII; Anonimo presso -Caruso, _Bibl. Sic._, tom. II, p. 839 ad 841; e nella versione -francese, lib. I, cap. XV, XVI. L’Anonimo suppone, con manifesto -errore, l’imprigionamento di Roberto in Geraci di Sicilia; ed è questa -tra le prove che la compilazione fu scritta nel secolo appresso e -nell’isola. - -[206] Malaterra. Forse si deve intendere di militi, o diremmo lance, ed -accrescere il numero de’ cavalli a mille in circa. La data si ritrae -da ciò che Ruggiero liberavasi da’ suoi nemici in Traina, nel cuor -dell’inverno, dopo quattro mesi d’assedio. Vanno dedotte inoltre due o -più settimane corse dall’arrivo al principio della sollevazione. - -[207] Malaterra. - -[208] L’Anonimo, il quale ancorchè compilasse da ottant’anni dopo il -fatto, par abbia attinto ad altre memorie oltre quelle di Malaterra, e -potea per avventura conoscere il titolo preso da Ruggiero in quei primi -tempi del conquisto. - -[209] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXIX e XXXI; Anonimo presso -Caruso, _Bibl. Sic._, tomo II, p. 841; e nella traduz. francese, lib. -I, cap. XVI. Il nome di Plotino è scritto Glotino nel testo latino -dell’Anonimo, e Porino o Polarino in quel di Malaterra. È da avvertire -che, secondo il Malaterra, i Trainesi bevvero tanto in quel freddissimo -inverno perchè la state soleano patire intollerabili calori per la -vicinanza dell’Etna(!!) donde _balnearum æstuationibus æstuari assueti_ -etc. Mi par chiaro qui il significato di “avvezzi ad un caldo da -stufa,” e che queste parole non attestino l’uso dei bagni a Traina nel -1062, ma piuttosto in Palermo verso la fine del secolo, quando scrivea -Malaterra. La testimonianza di questo scrittore che le campagne di -Traina fossero abitate anco da Musulmani, si conferma per un diploma -del 1085 presso Di Chiara, _Opuscoli_ ec., Palermo, 1855, in-8, pag. -167. I nomi dei villani conceduti alla Chiesa di Traina nei dintorni -della città son tutti musulmani. - -[210] Si vegga qui sopra la pag. 80. - -[211] La morte di Moezz è recata nel 453 da Ibn-el-Athir, testo, -anno 484, nella _Biblioteca arabo-sicula_, p. 277, e dal Nowairi, -op. cit. fol. 40 recto. Ibn-es-Scerf, citato nel _Baiân_, p. 308, la -riferisce al 453, ma Abu-s-Salt, ibid., porta la data del 24 sciaban -454; e Tigiani, l. c., conferma l’anno, al pari che Ibn-Abbâr, -nell’_Hollet-es-Siarâ_, MS. della Società Asiatica di Parigi, fol. 108 -verso. Mi attengo a questi tre ultimi scrittori, come autorevoli sopra -ogni altro nelle cose dell’Affrica. - -La condizione di Tamîm al principio del regno è così definita da -Tigiani, MS. di Parigi, sup. 911 bis, fol. 135 recto, e trad. di M^r -Rousseau: «E gli Arabi gli tolsero ogni cosa, non rimanendogli se non -che il perimetro delle mura di Mehdia. Ma talvolta, confederandosi con -alcuna tribù d’Arabi, trovò modo d’uscire in campo contro cui veniva ad -assalirlo, e di assediare alcuna delle città ribellatesi da lui.» - -[212] «_Comperto quod Arabici et Africani, qui Arabia et Africa, -quasi auxilium laturi Siciliensibus, causa lucrandi advenerant_ etc.» -Malaterra. Gli Affricani son forse quegli schiavi ziriti dei quali fa -menzione Ibn-el-Athîr. - -[213] Ibn-el-Athîr, anno 484, testo, nella Biblioteca arabo-sicula, p. -277; e Nowairi, op. cit., p. 447, e presso Di Gregorio, p. 26. Entrambi -recano il fatto, senz’altra data, dopo la esaltazione di Tamîm, e -seguono a raccontare, con la transizione d’un _indi_, il passaggio -d’Aiûb a Girgenti ed altri gravi successi infino al 461 (1068-69). -L’_indi_ mi par che qui valga dopo tre o quattro anni. Si avverta che -il nome Aiûb è la forma arabica di Giobbe. - -[214] Questi particolari si traggono dal seguito della storia. Credo -venuta prima la schiera di Castrogiovanni per induzione della parola -con che Malaterra incomincia il cap. XXXIII del lib. II. I limiti -che ho immaginati alla regione in cui comandò Aiûb, sono da un canto -lo stato di Girgenti tenuto da Ibn-Hawwasci, dall’altro il castel di -San Marco che suppongo in man dei Normanni. A qual principe musulmano -ubbidisse la parte dell’isola tra Licata e Taormina, non si può -argomentare da alcun dato certo nè dubbio. - -[215] Le fonti latine non danno alcun nome che si possa ridurre ad -Anattor; e la variante di Malaterra, Avator, è da escludersi come -quella che riporterebbe a Caltavuturo, terra troppo lontana. Ma la -Geografia d’Edrisi nota, senza vocali, un _A. n. t. r. N. s. t. ri_ -sul Simeto, a mezzogiorno di Adernò. Come il sito accennato qui dal -cronista giace poco lungi da San Felice, ove si narra che la gualdana -riposò per avere perduti assai cavalli; e come noi troviamo nella -impresa del 1061, San Felice vicina a quel tratto del Simeto (veggasi -qui innanzi la pag. 72), così è probabilissima l’identità de’ due -luoghi citati da Malaterra e da Edrisi. - -[216] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXII, e l’Anonimo presso Caruso, -_Bibl. sicula_, tomo II, pag. 811, e nella traduzione francese, lib. I, -cap. XVII. - -Il Malaterra racconta questi fatti prima di notare, com’ei suole, -il principio del nuovo anno, che, secondo il suo conto, correa -dal 25 marzo. L’avvenimento più importante, cioè l’avvisaglia di -Castrogiovanni, si dovrebbe dunque porre innanzi il 25 marzo 1063, -ma le altre circostanze ci sforzano a differire la correría di -Caltavuturo e Butera allo scorcio della primavera, quando in Sicilia -si patisce talvolta il gran caldo e la siccità notati da Malaterra. Da -un’altra mano gli avvenimenti che seguono non permettono di supporre -cotesta scorrería in giugno o luglio. Non è superfluo avvertire che il -Malaterra dà soltanto i nomi delle città e castella, e che son aggiunte -da me le indicazioni del corso dei fiumi che i Normanni manifestamente -seguirono. - -[217] «_Africani ergo et Arabici cum Siciliensibus plurimo exercitu -congregati ut bellum comiti inferant_ etc.» — _Sicilienses_ non può -significare altro che Musulmani di Sicilia. Così anche nei cap. XVII e -XXXIII dello stesso lib. II del Malaterra. Non accadde mai in alcuno -Stato musulmano che si armassero gli _dsimmi_. Va errato dunque il -Palmieri, _Somma della Storia di Sicilia_, cap. XVIII, nel supporre, su -la dubbia interpretazione d’una variante del Malaterra, che i Cristiani -di Sicilia facessero parte dell’oste musulmana a Cerami. - -[218] Si argomenta 1º dagli annali arabi che portano andato l’esercito -in Palermo; e 2º dalla morte del kaid di Palermo nella giornata di -Cerami. - -[219] Tal supposto, molto probabile a priori, è rinforzato dal fatto -che il bottino fu mandato al papa per un Meledio, di nome greco e però -calabrese o siciliano. D’altronde è da considerare che i Musulmani -non si sarebbero trattenuti per tre giorni in ordine di battaglia su -l’altura opposta a Traina, se non avessero viste forze maggiori di -quelle che la cronica normanna attribuisce al conte Ruggero. - -[220] Ho posto il nome del paese il quale non si trova in Malaterra. - -[221] Questa data non si legge nelle cronache. La deduco da quella -precedente scorreria a Butera determinata approssimativamente nella -nota 1 a pag. 96 e dalla impresa de’ Pisani in Palermo che seguì poco -appresso. - -[222] Serlone v’entrò con 30 militi e n’uscì con 36. Del resto -Malaterra non parla nè punto nè poco degli abitatori di Cerami. - -[223] Anonimo. - -[224] «_Et splendenti clamucio, quo pro lorica utimur (utuntur?) -armatum... et clamucium quo indutus erat nullis armis poterat violari, -nisi ab imo in superius impingendo, inter duo ferrea quæ per juncturas -cumcatenata sunt, ingenio potius quam vi vitiaretur_.» Così Malaterra, -il quale par che avesse avuta sotto gli occhi l’armatura conservata -forse dal conte Ruggiero. Il Ducange, Glossario, citando questo passo, -suppone il vocabolo corruzione di _Camicium, chemise de maille_. E in -vero la descrizione mostra un giaco di maglia orientale col petto e il -dorso coperti di laminette a mo’ di squame, come se ne vede ne’ nostri -musei. - -[225] _Arcadius_. Di certo Kâid non Kâdi, come s’è supposto. - -[226] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXII; e l’Anonimo presso Caruso, -_Bibliotheca Sicula_, tomo II, pag. 841-843 e nella traduz. francese, -lib. I, cap. XVIII; e l’_Epistola di Frà Corrado_, presso Caruso, op. -cit., tomo I, p. 48. - -L’Anonimo ebbe sotto gli occhi di certo il Malaterra ed altre memorie; -poichè riferisce alcuni particolari diversi. Il più importante è -che Ruggiero avesse mandato Serlone a Cerami due giorni innanzi la -grande battaglia; che il dimani dell’arrivo, Serlone fosse uscito a -combattere; che Ruggiero fosse ito a trovarlo la sera col grosso della -gente e che tutti insieme si fossero avanzati contro il nemico il dì -seguente, verso le sette. Il racconto di Malaterra, al contrario, fa -supporre avvenuti tutti i combattimenti in un sol giorno. - -Forse questa battaglia fu ricordata da alcun cronista musulmano, -i cui scritti non sono pervenuti infino a noi, poichè Soiutl nella -biografia di Mohammed-ibn-Ali-ibn-Hasan-ibn-Abi-l-Berr (_Biblioteca -Arabo-Sicula_, testo, cap. LXXVI, p. 672) riferisce il conquisto -cristiano della Sicilia al 455 dell’egira (1063), la quale data non si -trova negli altri ricordi musulmani. - -[227] Malaterra, l. c. «_Comes, Deo et S. Petro cujus patrocinio -tantam victoriam se adeptum recognoscebat, de collato sibi beneficio -non ingratum existens, in testimonium victoriæ suæ, per quendam -suorum...... Apostolicus vero, plus de victoria..... mandat: -vexillumque a Romana sede, Apostolica auctoritate consignatum; quo -prœmio, de Beati Petri fisi præsidio, tutius in Saracenos debellaturi -insurgerent_.» - -Questo è lo stendardo che il Giannone, lib. X, cap. II, dice mandato -da Alessandro II al conte Ruggiero mentre accingeasi all’impresa di -Sicilia. L’illustre storico napoletano, il quale cita qui il Baronio, -anno 1066, n. 2, non si guardò questa volta dalle insidie del cardinale -annalista. - -[228] Malaterra. - -[229] Argomento cotesta pratica dal confuso ed erroneo cenno che ne fa -Amato, _Ystoire de li Normant_, lib. V, cap. XXVIII: Roberto, durante -l’assedio di Bari (1068-1071), affinchè i Saraceni non potessero -munirsi e provvedersi, domandò l’aiuto dei Pisani, i quali apprestate -lor navi e compagnie di cavalieri e balestrieri, vennero dritto alla -città, spezzarono la catena del porto, e messero a terra parte di loro -forze: dopo la vittoria del duca in Puglia ebber da lui grandissimi -doni, e se ne tornarono a Pisa. Ognun vede che il racconto di Amato, -per vizio di copista o dell’autore, non regge. Si tratta al certo -di Palermo, non di Bari dov’erano Greci e non Musulmani; e del fatto -del 1063, non della espugnazione di Palermo del 1072, nella quale non -compariscono i Pisani. Da ciò argomento una pratica di Roberto nel 1063 -rimasta senza effetto, e scontraffatta nella traduzione francese che -noi abbiamo. Non posso supporre che l’autore, vivente e adulto in quel -tempo, abbia commesso un anacronismo di dieci anni e scambiato il nome -della città; nè che i Pisani fossero venuti una seconda volta a spezzar -le catene del porto di Palermo, senza che ne facciano parola i loro -annali. - -[230] Iscrizione del Duomo di Pisa nell’_Archivio Storico Italiano_, -tom. VI. Parte II pag. 5. - -[231] _In portu vallis Deminæ_, scrive Malaterra. Per antonomasia -significherebbe Messina, ma il cronista suol sempre indicare quella -famosa città col suo nome, nè è da supporre abbia usata in questo -luogo solo una perifrasi. Secondo Edrisi, i porti del Valdemone su -la costiera settentrionale erano cominciando di ponente: Caronia in -sul confine di quella provincia, Oliveri e Milazzo; e in mezzo a’ due -primi si ricorda la spiaggia di San Marco ove si costruivano navi. Nei -novant’anni che corsero dal 1063 alla compilazione di Edrisi, non si -scavarono di certo novelli porti, e forse non ne fu distrutto alcuno. -Dunque dobbiamo ristringerci ai quattro nominati. - -[232] Iscrizione del Duomo di Pisa. - -[233] Iscrizione stessa, la quale accenna vagamente alla preda nelle -campagne. Noi sappiamo da Ibn-Haukal che lungo l’Oreto giaceano gli -orti di delizia dei Palermitani. - -[234] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXIV; Marangone, anno MLXIII, -nell’_Archivio Storico italiano_, tomo VI, par. II, p. 5, 6; e la -_Chronica varia_ Pisana nel Muratori, _Rerum Italic. Script._, tomo -VI, p. 167. La data precisa che dobbiamo al Marangone, è il giorno di -Sant’Agapito, ossia il 20 settembre; ma stando all’ordine cronologico -del Malaterra, risalirebbe agli ultimi di giugno o primi di luglio, -poich’ei riferisce il fatto innanzi le scorrerie di Collesano, Brucato -e Cefalù che seguirono, al dir suo, nei principii della state. Credo -meriti maggior fede il Marangone, e sia da supporre qui men rigorosa -la successione di fatti notata dal cronista normanno. Notisi che -la iscrizione del duomo di Pisa porta qui l’anno comune in vece del -pisano: _Anno quo Christus de Virgine natus, ab illo Transierant Mille -etc_. - -[235] Malaterra tace questa precipua cagione che apparisce dai fatti. - -[236] Vecchio castello presso la spiaggia da Termini a Cefalù; nella -prima metà del XII secolo era terra assai ricca e fortificata, come si -scorge da Edrisi e da parecchi diplomi. - -[237] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXIV e XXXV; e l’Anonimo presso -Caruso, _Bibl. Sicula_, tomo II, p. 843; e nella versione francese, -lib. I, cap. XIX. Il testo di Malaterra ha il nome di Gualtiero de -Simula (var. de Simila) l’Anonimo de Cullejo (var. de Simelio) e la -versione da Similico. - -[238] Lib. II, Cap. XXXVI. - -[239] Malaterra, l. c. Senza ciò sarebbe falso il _plurimo exercitu_ -che leggiamo pochi righi innanzi il _quingentis tantummodo militibus_. -Si vede sempre più chiaramente che per milite sia da intendere un -cavaliere seguito da due o parecchi uomini d’arme. - -[240] _Tarentula, lycosa tarentula, aranea tarentula_ ec., abitatrice -de’ luoghi aridi e inculti nella Spagna, Francia meridionale, Puglia -ec., e vuolsi abbia preso il nome dalla città di Taranto e datolo alla -danza _tarantella_. - -[241] “Taranta quidem vermis est araneæ speciem habens, sed aculeum -veneni feræ punctionis, omnesque quos punxerit multa venefica -ventositate replet, in tantumque angustiatur ut ipsam ventositatem -quæ per anum inhoneste crepitando emergit, nullo modo restinguere -prævaleant et nisi clibanica vel alia quævis ferventior æstuatio citius -adhibita fuerit, vitæ periculum incurrere dicuntur.” Malaterra, l. c. -Secondo i cronisti delle Crociate il morso portava grande enfiagione e -dolori; nè si potea curare se non col fuoco, con la triaca, o, secondo -Alberto d’Aix, commettendo un certo peccato. - -[242] Si vegga la ritirata dell’imperatore Lodovico, andato nell’867 -contro il Sultano di Bari (Lib. II, cap. VIII, p. 377 del Iº volume.) - -Alberto d’Aix, Gauthier e Vinisauf, citati da Michaud, Histoire des -Croisades, tomo I, p. 297 della ediz. del 1825, raccontano somiglianti -disastri de’ Crociati a Beirut, Sidone e Tiro nel 1099. - -[243] Non rimane oggi, nè si trova in alcun diploma. Il buon Di Blasi, -_Storia di Sicilia_, libro VII, cap. 8, si sforza a difendere l’onor -dell’agro palermitano da questa grave accusa; e il Palmieri, _Somma -della Storia di Sicilia_, tomo II, p. 44 e 324, si fa beffe del -Malaterra, non senza collera. - -[244] Bugamo presso il Malaterra, Burgamo nella Epistola di fra -Corrado, il quale aggiugne che a’ suoi tempi, cioè allo scorcio del -XIII secolo, questa terra lontana sei miglia da Girgenti, si chiamasse -Buagimo e appartenesse in feudo alla famiglia Montaperto. È in que’ -dintorni l’odierno comune di Montaperto. Il soprannome d’uomo che -passò al castello, sembra _Abu-’l-Giami’, Abu-’l-Gema’_, ovvero -_Abu-el-’Agemi_. - -[245] Malaterra, lib. II, cap. XXXVI, presso Caruso, _Bibl. Sic_., p. -195, Epistola di Fra Corrado nell’op. cit. p. 48. Si riscontri Lupo -Protospatario, an. 1065, ediz. di Pertz, il quale dice che Roberto -uccise molti Saraceni e riportò statichi di Palermo. Così i Normanni -doveano raccontare il fatto ritornando in Puglia. - -[246] Libro V, cap. XXVI, p. 150. Nel cap. XXVIII dello stesso lib., p. -164, è da leggere Palermo in vece di Bar, la quale lezione è confermata -dal sommario dell’indice che non risponde al testo. Si vegga anco Bar, -posta in luogo di Palermo, a p. 293. - -_Et quant lo duc sapientissime vit la disposition et lo siege de -Palerme et que des terres voisines estoit aportee la marchandite, et -se alcuns negassent la grace par terre, lui seroit aportee par mer, -apareilla soi a prendre altre cite a ce que assemblast autre multitude -de navie pour restreindre Palerme.... premerement asseia Otrante_ etc. - -Roberto non s’era avvicinato a Palermo nel 1061 quand’ei venne la prima -volta in Sicilia. Il passo che citiamo non si può riferire dunque che -al suo ritorno in Calabria dopo l’assedio del 1064, come lo conferma la -occupazione d’Otranto che segue immediata. Manca almeno un capitolo tra -il XXV e il XXVI, il che non farà meraviglia a niuno che abbia letta -attentamente questa traduzione francese di Amato. - -[247] Ibn-el-Alhir sotto l’anno 481, nella _Bibl. ar. sic._, testo, p. -278; Nowairi, op. cit. p. 448, e presso il Di Gregorio, _Rerum. Arab._, -p. 26. - -[248] Il Malaterra porta l’anno di questo combattimento, e Ibn-el-Athir -quello del ritorno d’Aiûb in Affrica, i quali coincidono in cinque mesi -(31 ottobre 1068 principio del 461 dell’egira, a 24 marzo 1069 fine -dell’an. 1068 dell’incarnazione). Sembra dunque che Aiûb fosse tuttavia -in Sicilia e forse in Palermo al tempo del combattimento, e che a -lui abbia fatta allusione il conte Ruggiero con le parole riferite -dal Malaterra: _Si ducem mutaverunt, ejusdem nationis, qualitatis et -religionis est cujus et cæteri sunt._ - -Sembra da coteste parole che il nuovo duce non fosse stato vinto per -anco da’ Normanni, il che ben s’adatterebbe ad Aiûb. Se poi non si -vanta la sconfitta del re d’Affrica e d’Arabia, può spiegarsi in questo -modo che Aiûb, quantunque emir de’ Palermitani in quel tempo, non si -fosse trovato alla testa della gente che uscì a combattere. - -[249] Malaterra, lib. II, cap. XXXVII e XXXIX. - -[250] Malaterra, lib. II, cap. XXXVIII, XLI, XLIII. - -[251] Cf. Malaterra, lib. II, cap. XLI e XLII presso Caruso, _Bibl. -Sic._, p 197, L’Anonimo, presso Caruso, op. cit., p. 843, e nella -traduzione francese, lib. I, cap. XX, p. 291, pone questa battaglia -dopo lo scontro del 1063 che abbiamo riferito a p. 104. Manca forse -qualche squarcio in cui si trattasse anco dell’assedio di Palermo del -1064. - -Il Malaterra descrive con evidente meraviglia il modo che si teneva a -mandare dispacci pe’ colombi. Chi voglia saperne più largamente, potrà -consultare La Colombe Messagère di Michele Sabbâg, tradotto da S. de -Sacy, Paris, 1805, in 8º; Reinaud, Extraits des auteurs arabes etc., -relatifs aux Croisades, p. 150, Quatrémère, Hist. des Sultans Mamlouks; -par Makrizi, tomo II, parte II, p. 115 e segg. - -[252] Cf. Amato, lib. V, cap. XXVII, p. 159 a 164; Malaterra, lib. -II, cap. 40, 43, presso Caruso, _Bibl. Sic._, tomo I, p. 198, 199; -Guglielmo di Puglia, libro II e III, presso Caruso, op. cit., 112, p. -117, 118; Anonimo, presso Caruso, op. cit., p. 844, 845, e traduzione -francese, lib. I. cap. XXII, p. 224; Lupo Protospatario, anni 1069, -1071; Romualdo Salernitano, anno 1070; _Cronica Amalfitana_, presso -Muratori _Antiq. Ital._, tomo I, p. 213. - -Seguo per la data del principiato assedio e della resa, Amato, la -cui testimonianza conferma le correzioni cronologiche del Muratori, -_Annali_. - -[253] Non ne parlano qui i cronisti, ma si vede che Ruggiero ne prese -a’suoi stipendii dopo la occupazione di Palermo. - -[254] Amato, lib. VI, cap. XIII; lib. VII, cap. I e II. - -[255] Amato, lib. VI, cap. XVI e XIX, parla dei _principi_ che -accompagnavano Roberto al cominciare dell’assedio e che, espugnata la -città, egli andò alla Chiesa _avec la moiller et ses frere et avec lo -frere de la moiller et avec ses princes_. Si tratta dunque de’ principi -di Salerno; nè è possibile che andando in persona non avessero condotte -soldatesche di sorta. - -[256] Guglielmo di Puglia, lib. III, presso Caruso, _Bibl. Sic._; p. -122. Amato, lib. VII, cap. II. - -[257] Cf. Malaterra, Amato e Leone d’Ostia ne’ luoghi indicati qui -appresso. - -[258] Malaterra, lib. II, cap. XLV, p. 200. - -[259] Amato, lib. VI, cap. XIV, pag. 178. Cf. Leone d’Ostia, lib. III, -cap. XVI e XLV. - -[260] Amato, lib. VI, cap. XV, pag. 178. - -[261] Si vegga il vol. II, p. 68, 157, 189, 296 e segg. - -[262] La foce d’Oreto ne’ principii del XII secolo s’apriva -più discosto che in oggi dalla città, come il mostra il ponte -dell’Ammiraglio, il quale rimane a levante dell’alveo attuale del -fiume. - -Il mare poi senza dubbio s’è ritirato in questo punto, come nell’antico -porto (la Cala). - -[263] «_Castel Iehan mes maintenant se clame lo chaste Saint Iehan -etc._» Questo torna senza alcun dubbio all’Ospizio de’ Lebbrosi, poi -manicomio ed ora opificio di cuoia. La tradizione ricordava fino al -XIV secolo, (Veggasi _Anonymi Chronicon Siculum_, presso Di Gregorio, -_Rerum aragonensium_, tomo II, p. 124) che Roberto vi avesse fatto -stanza durante l’assedio. Ne fa parola anco il Fazello, Deca Iª, lib. -VIII, cap. I, allegando un diploma del 1209; ma questo è in vero -del febbraio 1219 ed attesta soltanto quel che non è mai caduto in -dubbio, cioè essere stato fondato l’ospizio da’ principi normanni della -Sicilia. Si vegga presso Mongitore, _Mans. S. Trin. Mon. hist._, p. 21, -e nella _Historia Diplomatica Friderici II_, tomo I, p. 590. - -[264] Si veggano i Cap. III, e IV, di questo libro pagine 70, 110, del -volume. - -[265] _Et quant li Sarrazin issoient virent novelle chevalerie et li -Normant les orent atornoies et let prisrent et vendirent pour vils -prison._ - -[266] _Et clama li Sarrazin a combatre._ - -[267] Amato. Il palagio occupato alla prima giunta, par quello che nel -XII secolo Ibn-Giobair chiama Kasr-Gia’far e gli scrittori cristiani -Favara, di che ho fatta parola nel lib. IV, cap. VII, vol. II, p. -350. Fu villa di delizia del re Ruggiero, come innanzi era stata -probabilmente degli emiri di Palermo; sia che parte degli edifizii loro -fosse stata conservata da’ Normanni, o tutto rinnovato. - -[268] Una chiesetta diroccata il 1598 quando si fabbricò in quel sito -il noviziato de’ Minimi di San Francesco di Paola, si chiamava della -Vittoria e vi si leggea questa iscrizione: «Roberto Panormi duce et -Siciliæ Rogerio Comite imperantibus, Panormitani cives ob Victoriam -habitam, hanc ædem B. Mariæ sub Victoriæ nomine sacrarunt. An. Dom. -1071.» (Inveges, _Pal. nob. Er._, 7, an. 1071, nº 9; Mongitore, -_Palermo Divoto di M. V._, lib. I, cap. V; Giardina, _Le antiche porte -di Palermo_, (Palermo, 1732) p. 11, 12). - -La iscrizione data il 1071 è falsa senza alcun dubbio, come lo -provano la latinità, le formole e il titolo di _Panormitani Cives_, -che allor sarebbero stati i Musulmani. Pure questa iscrizione attesta -infallibilmente un’antica tradizione, che non v’ha ragione di mettere -in forse. Errarono poi gli eruditi Palermitani ponendo all’assedio da -quel lato Roberto piuttosto che Ruggiero. Il titolo della Vittoria -rimase alla Chiesa e al Convento de’ Paolotti, il quale fu occupato -per lunghissimo tempo da uno o due squadroni di cavalleria, ed or v’ha -stanza l’artiglieria. - -È da ricordare che al tempo d’Ibn-Haukal (veggasi il nostro Libro IV, -pag. 297, del II vol.) sorgea da quella parte il _Me’sker_, ricinto -fortificato senza dubbio, che i Normanni appena entrati in Palermo, -mutarono in cittadella, come sarà detto largamente alle pag. 137-138 -di questo terzo volume. Si dee dunque supporre che il ricinto stesse -tuttavia in piedi al tempo dell’assedio. Ma in qual modo allor fosse -separato dalla città vecchia, e se compreso nell’àmbito delle sue mura, -non si ritrae: e però non possiamo determinare se durante l’assedio il -tenessero i Musulmani ovvero i Normanni. De’ quali due supposti credo -più verosimile il primo, e che lo alloggiamento del conte Ruggiero -fosse posto appunto rimpetto il _Ma’skar_, alla distanza di sei o -settecento metri; poichè il _Ma’skar_ par si stendesse fino all’odierno -sito di Porta nuova o un po’ più alto. - -[269] Si vegga qui innanzi la p. 110. - -[270] Amato, il quale narra ciò al bel principio dell’assedio, -senza poi far parola della battaglia navale dinanzi il porto, che fu -combattuta alla fine. Non credo si possa riferire a questa la presura -delle due sole navi che cita il cronista. - -[271] Guglielmo di Puglia e l’Anonimo. - -[272] Malaterra. - -[273] Anonimo, testo latino e traduzione francese in parte. - -[274] Si vegga il vol. II, p. 304. - -[275] Malaterra. - -[276] Di questi aiuti tace il Malaterra. Guglielmo ne parla -precisamente innanzi la battaglia del porto. Amato ne fa menzione -dopo la resa della città (Lib VII, cap. I, p. 103), quando ripiglia a -raccontare le ostilità del principe Riccardo in Terraferma... _venoient -sur la cite de Palermo li Arabi et li Barbare et faisoient empediment a -la victoriose bataille de lo duc Robert et pource il requist et chercha -l’ajutoire de lo prince Richart etc._ - -[277] Muratori, Annali, 1071. - -[278] Amato, l. c. - -[279] Il traduttore francese saltò senza dubbio la voce _mura_. - -[280] Amato, lib. VI, cap. XVII, p. 179. - -[281] Id. id., cap. XVIII, p. 180. - -[282] Guglielmo di Puglia. - -[283] Guglielmo di Puglia. - -[284] Nessuno de’ cronisti ha notata la importanza di questa -diversione; Guglielmo, il solo d’altronde che narri il combattimento -navale, ripiglia _Dat validas animo ducis hæc victoria vires_, e dice -dell’assalto dalla parte di terra, senza notare nè far supporre il -tempo scorso tra l’uno e l’altro. Il Malaterra fa menzione appena del -navilio normanno, dicendo che si trovava dal lato di Roberto il giorno -dell’assalto. - -Ne conchiudo che la vittoria navale non fu piena nè splendida, ma -utilissima, come quella che obbligava i Musulmani a difendersi anco nel -porto, cioè, a dividere in tre le scarse loro forze, invece di opporle -in due sole parti a Ruggiero ed a Roberto. - -[285] Amato. - -[286] Malaterra, _Machinamentis itaque et scalis ad trascendendos muros -artificiosissime compaginatis_. Gli è vero che la più parte si ruppe -o non servì all’opera. La grande altezza del muro richiedea si desse -larga base a coteste scale e però le doveano essere montate su ruote. - -[287] Amato. - -[288] Amato dice _en la nativite de Jshu Christ_ (Cap. XXII) e _en -l’aurore de jor_ (Cap. XVIII); l’Anonimo Barese, il 10 _gennaio_, e -Romualdo Salernitano, _di gennaio_. Si noti la festa celebrata nella -chiesetta della Vittoria alla Kalsa il 2 gennaio, della quale diremo or -ora. - -[289] Malaterra. - -[290] Guglielmo. - -[291] Amato. - -[292] Malaterra. - -[293] Amato, Cf. Guglielmo, Malaterra e l’Anonimo. La più parte dei -compilatori siciliani ha fatto entrare nella Khalesa Ruggiero. - -[294] Non fa mestieri notare che questa chiesa della Vittoria sia -diversa da quella fuor la Porta Nuova di cui si è detto di sopra. -Giace propriamente in un vicolo “chiamato oggi della Salvezza” il quale -aprendosi tra la Chiesa della Gancia e il monastero della Pietà, mette -capo al bastione dello Spasimo. - -Le prime memorie in cui sia scritta la tradizione di questa Porta -della Vittoria, tornano alla fine del XV secolo: dalle quali si scorge -ch’eravi dipinta una Madonna molto celebre tra i devoti della città; -che si ottenne dal governo il permesso di fabbricarvi una chiesa; che -questa fu murata nel 1489; e che nel 1497, l’arcivescovo di Palermo, -assentendegli il Senato della città, decretò di celebrarvi una festa -annuale il 2 gennaio. Nel XVI secolo poi vi fu messa la seguente -iscrizione latina, ch’è riferita del Giardina (_Le Porte di Palermo_, -Palermo 1732, pag. 11) e che or si vede dipinta sur un’asse dopo il -secondo altare a destra: - -“Porta hæc, in quam Rogerius invictissimus Siciliæ comes irrumpens, -aditura exercitui christiano ad urbem hanc Panormum ab iniqua -Saracenorum servitute emancipandam patefecit, victoria cognomento ab eo -devictorum hostium summo cum honore ob insignem reportatam victoriam, -Deiparæ Virginis cultu victoris ejusdem principi ardenti ac pio -desiderio consecrata est, quintilio mense dom. incarnationis MLXXI.” - -Altra iscrizione poi attesta una novella ristorazione delle fabbriche -seguita il 1701. Oggidì si veggono: 1º Gli avanzi d’una porta nel -posto che ho indicato; 2º Una Madonna col Bambino e una bandiera, -immagine ritoccata o ridipinta, il cui stile par non possa riferirsi -all’XI secolo. Cotesta dipintura rappresenta senza dubbio la favola -raccontata del P. Ottavio Gaetani, cioè che la Madonna comparve lassù -a Ruggiero con la bandiera in mano, chiamandolo ad entrare in città. -Quanto all’iscrizione di cui ho dato il tenore e ch’è opera di Antonio -Veneziano, ognun vede che renda la tradizione qual correa presso -gli eruditi nel XVI secolo; poichè vi è nominato Ruggiero in luogo -di Roberto e messa la data di luglio 1071 in vece di gennaio 1072. -Rimondata de’ miracoli e delle invenzioni degli eruditi, la tradizione -torna al mero fatto che i Normanni entrarono da quella porta: e ciò -sta benissimo col racconto de’ cronisti contemporanei. Quando poi vi -fosse dipinta per la prima volta l’immagine della Madonna, e se fossevi -stata fabbricata una cappella nell’XI secolo o nel XII, o dopo, non mi -preme ora investigarlo, nè sarebbe agevol cosa. Si vegga il Giardina -l. c; Mongitore, _Palermo Devoto di Maria Vergine_, I, 31 segg., 250 -segg.; Inveges, _Palermo Nobile_, 1071; Di Marzo Ferro, _Guida di -Palermo_, 1858, pag. 360-361. Debbo le notizie locali e il confronto -del Mongitore, al dotto giovane, il professore Antonio Salinas, ch’io -ne richiesi, non essendomi accaduto mai d’entrare in questa chiesetta -della Vittoria. - -[295] Amato. - -[296] Anonimo. - -[297] Amato. _Et lo duc, a ceus qui sont remez liquel habitent en la -cite a liquet avoit donne mort de li parent et fame_ il fist garder -les tors. _Mes pource que Palerme estoit faite plus grant qu elle -non fu commende premerement dont de celle part estoit plus forte dont -premerement avoit este commencie la cite se clamoit la antique Palerme. -Il commencerent contre celle antique Palerme contrester cil de la cite. -Et puiz quant la bataille penserent que il devoient faire et en celle -nuit se esmurent o tout li ostage et manderent certains messages liquel -doient dire coment la terre s’est rendue._ - -Le parole che ho lasciate in carattere tondo sono al certo sbagliate -nella traduzione. Anzi nel primo periodo è saltato evidentemente -qualche brano del testo latino, il quale dovea dire che Roberto -aspettandosi l’assalto di coloro ec., fece guardar bene dai suoi le -torri della Khalesa. - -La voce “contre” va corretta di certo, _entre_, senza che il periodo -non darebbe significato. Que’ della città (antica) non poteano -contendere con la città antica. - -[298] Si vegga la nota precedente con la correzione che ho fatta alla -voce “contre.” - -[299] Amato. _Et puis quant il fut jor dui Cayte alerent devant loquel -avoient l’ofice laquelle avoient li antique avec autres gentilhome -liquel prierent lo conte_ ec. - -Credo non si possa interpretare altrimenti di quel che io ho fatto. -Gli _antique_ sono senza alcun dubbio gli _sceikh_, i componenti la -_gemâ’_, di che ho fatto parola nel Lib. IV, cap. XII, vol. II, p. 426, -ossia i magistrati della repubblica. I due Kâid, ossia capitani, aveano -dunque preso l’oficio della _gemâ’_, ch’era, nel presente caso, il -governo politico. Il magistrato avea risegnato l’uficio, forse la notte -stessa, forse con la spada alla gola, forse con spargimento di sangue. -I due Kâid eran proprio i capi Palleschi dell’assedio di Firenze. - -[300] Amato, _o grand reverance plorant_. - -[301] Cf. Amato, Guglielmo, Malaterra e l’Anonimo. Si vegga il lib. IV, -cap. V di quest’opera, vol. II, p. 301. Il nome di Nicodemo è aggiunto -con buona autorità dal Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 53 e segg. - -[302] _Que sans nulle autre condition ne convenance doie recevoir la -cite a son commendement_. - -[303] Lib. II, cap. XLV. - -[304] Presso Caruso, _Bibl. Sic._, p. 846, e traduz. franc, lib. I, -cap. XXII, p. 295, _sur certene loy et covenances qui encore sont -gardees_. Qui i dotti editori hanno aggiunto tra parentesi _janvier_ -1072, epoca della resa. Va corretto, anno 1146, quando fu scritta -quella parte di cronica com’io ho provato qui innanzi. Cap. I, p. 24. - -[305] L’espugnazione di Palermo si ritrae da: - -Amato, lib. VI, cap. XII a XXII. - -Malaterra, lib. II, cap. XLIII, XLIV, XLV. - -Guglielmo di Puglia, lib. III. - -Anonimo presso Caruso, op. cit., e la traduzione francese, ll. cc. - -Leone d’Ostia, lib. III, cap. XVI, e XLV. - -Lupo Protospatario e Anonimo Barese, 1072, presso Pertz, dov’è la -necessaria correzione _januarii_ in luogo di _junii_. - -Cronica della Cava, anni 1070, 1072. - -Cronica Amalfitana, presso Muratori, _Antiq. Ital._, tomo I, p. 213. - -Romualdo Salernitano, anni 1070 e 1073. - -Cron. di Santa Sofia di Benevento, presso Muratori, _Antiq. Ital._, -tomo I, p. 259. - -Fra Corrado presso Caruso, _Bibl. Sic._, p. 48. - -Per la data, ho seguìta col Muratori (Annali, 1072), la testimonianza -dell’Anonimo barese, la quale si accorda con quella di Amato, che -l’assedio cominciasse in agosto e durasse cinque mesi. Il Malaterra -attribuisce la stessa data all’assedio e pone la resa nel 1071, poichè -egli cominciava il nuovo anno a’ dì 25 marzo. - -Il Fazello, Deca IIª, lib. VII, cap. I, contro le testimonianze -contemporanee, senza allegare nè anco una tradizione, dice aperta la -città da’ prigionieri cristiani. È proprio il caso della occupazione di -Tunis successa a’ suoi tempi. D’altronde avendo fatta consegnar Messina -da’ Cristiani, il Fazello non seppe negare un onore somigliante alla -città di Palermo. - -[306] Amato, lib. VI, cap. XXI, p. 182. Ibn-Khaldûn pone l’anno 464, -(28 settembre 1071-15 settembre 1072), come fine della dominazione -musulmana in Sicilia, notandovi la dedizione di Mazara, ed erroneamente -quella di Trapani, _Bibl. Arabo-Sicula_, testo, cap. L, § 19, p. 497, -498. - -[307] _Dux eam_ (Palermo) _in suam proprietatem retinens et vallem -Deminæ, cæteramque omnem Siciliam adquisitam et suo adjutorio, -ut promittebat, nec falso, adquirendam, fratri de se habendam -concessit...... Nam et medietas totius Siciliæ, ex consensu Ducis et -Comitis, suæ sorti_ (di Serlone) _Arisgotique de Poteolis inter se -dividenda cesserat, eo quod hic consanguineus eorum erat, uterque autem -consilio et armis probissimi viri erant_. — Malaterra, lib. II, cap. -XLV, XLVI. - -Dopo questo attestato d’un partigiano sì caldo del conte Ruggiero, -d’un vero storiografo di corte (_Quoniam ex ædicto principis tempus -scribendi imminet._ Lib. III, preambolo), non occorre esaminare quello -di Amato, lib. VI, cap. XXI, il quale, seguìto da Leone d’Ostia, lib. -II, cap. XVI, dice ritenuta da Roberto la sola metà di Palermo e del -Valdemone e ceduto il rimanente dell’isola a Ruggiero. In ciò è un -anacronismo dal 1072 al 1091, quando Ruggiero duca di Puglia cedette -una metà di Palermo a Ruggiero di Sicilia suo zio. Contuttociò non ho -esitato di scrivere su la testimonianza del solo Amato l’assentimento -dell’esercito alla concessione in favor di Ruggiero. _Et lo comanda que -vieingue tout lo excercit et loa lo excercit qu’il lo devisse doner a -lo frere. Et adont lo duc donna a son frere_ ec. - -[308] Il sito, non indicato precisamente dai cronisti, è senza -alcun dubbio quello che Edrisi chiama _Hagiar-Serlu_, “la Pietra di -Serlone,”_ Bibl. Arabo-Sicula_, testo p. 60, e presso Di Gregorio, -_Rerum Arabic._, p. 122. Io l’ho notato nella carta comparata della -Sicilia. - -Il Fazello, Deca Iª, lib. X, cap. I, e Deca IIª lib. VII, cap. I, -sbaglia il sito e dà due forme diverse del nome di quella rupe a’ suoi -tempi. - -[309] Malaterra, lib. II, cap. XLVI; Anonimo presso Caruso, _Bibl. -Sic._ p. 846, e nella traduzione francese, lib. I, cap. XXIII. - -[310] Si vegga il lib. III, cap. IX, e il lib. IV, cap. V, di -quest’opera, Vol. II, p. 180 e 297. - -[311] Degli scrittori contemporanei, Amato, ossia il suo traduttore -francese, dice una _forte roche_, Malaterra, _castellum_, Guglielmo di -Puglia e l’Anonimo della metà del XII secolo, _castrum_. - -Il Falcando, verso la fine dello stesso secolo, chiamava cotesta -cittadella _Palatium novum_, descrivendone il muro, _mira ex quadris -lapidibus diligentia, miro labore constructum, exterius quidem_ -spaciosis _murorum anfractibus circumclusum etc._ (presso Caruso, -_Bibl. Sic._, p. 406), e altrove nomina una porta _Galculæ_, e dice -serrate tutte le porte _Galculæ_, trattando senza il menomo dubbio -della medesima cittadella (op. cit. p. 432 e 441). - -L’altro Anonimo Siciliano (Muratori, _Rer. Ital._, tomo X, e Di -Gregorio, _Rerum Aragon._, tomo II), narrando nel cap. IV, secondo -le guaste tradizioni del XIV secolo, il conquisto di Palermo e la -edificazione della cittadella, aggiugne _qui locus dicitur hodie Galea_ -(corr. _Galca_) _in quo nunc est palatium_. Il Pirro infine, (_Sicilia -Sacra_, p. 293), citando un diploma del XII secolo ov’è nominata la -porta _Xalces_, aggiugne che ai tempi suoi, cioè nella prima metà del -XVII secolo, la regione dov’era stata innalzata la _Porta Nuova_ si -chiamava _Xalces_ o _Alga_. - -Nè mancano i diplomi. Uno dell’Arcivescovo di Palermo dato il -1132,(_Tabularium regiae ac imperialis capellæ etc_. Panormi, 1835, -p. 7), chiama questo luogo _castellum superius panormitanum_; e il -dotto editore, con la scorta del Fazello e dei diplomi, accenna il -perimetro che movendo a mezzodì dal convento di San Giovanni degli -Eremiti, passava a ponente per un giardino dove surse una chiesa -di Sant’Andrea, indi a tramontana pel luogo detto il Papireto, ed a -levante per la piazza del Palagio Reale il quale rimanea chiuso nel -mezzo. Un contratto del 1167 (op. cit., p. 24) riguarda una casa _quae -est intus Chalca_; un altro del 1258 (op cit., p. 68) concerne altro -stabile _situm in Galcam Panormi prope palacium Caseri_; e fino al 1309 -(op. cit., p. 94) sappiamo d’altra casa _sita in Galca Panormi in ruga_ -(rue, strada) _Sanctæ Mariæ Magdalenæ de Galca_. Così anche un diploma -greco del 6662 (1153) presso Morso, _Palermo antico_, p. 334, dice -della Porta Γάλκας ed il transunto siciliano a p. 342, della “porta di -Xalcas”. - -Senza il menomo dubbio, ancorchè manchi ogni documento arabico, il nome -era _El-Halka_, trascritto nel modo che ciascun credea più conforme -alla pronunzia; il quale vocabolo, passando per bocche non arabiche, -perdè a poco a poco la prima lettera aspirata e si ridusse in ultimo -ad Alga. Il Fazello, Deca Iª, lib. VIII, cap. I, ritrasse dalle antiche -carte il sito, il nome, e fin anco il significato ch’ei dà esattamente, -ancorchè trascriva a suo modo Yhalca ed applichi erroneamente questo -medesimo nome alla Khalsa o Khalesa. Il Cascini e quindi il Morso, -_Palermo antico_, p. 228, 230, con errore diverso, fecero derivare -Chalca ec. dallo aggettivo arabico che significa _alto_. - -[312] Guglielmo di Puglia e Amato. - -[313] Verso il 1832 rispianandosi il suolo della Piazza del palazzo -reale, furono scoperte tre o quattro fosse da grano spaziose molto e -profonde, costruite in forma d’una pera. - -[314] Lib. VI, cap. XXIII. — Ecco ora le autorità contemporanee -risguardanti la costruzione dei due fortilizii dell’_Halka_ e del mare. - -Guglielmo di Puglia, lib. III. - - _Munia castrorum fecit robusta parari,_ - _Tuta quibus contra Siculos sua turba maneret,_ - _Addidit et puteos, alimentaque commoda castris._ - _Obsidibus sumptis aliquot, castris due paratis._ - -Malaterra, lib. II. cap. XLV. Amato, lib. VI, cap, XXIII; Anonimo _Duo -fortissima castra, alterum juxta mare, alterum in loco qui dicitur -Galea_ (corr. Galca), presso Caruso, _Bibl. Sic._, p. 846. e nella -traduzione francese, lib. I, cap. XXII. Amato e il Malaterra dicono -d’una sola fortezza, senza dubbio l’_Halka_ che era la più importante. - -[315] Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 69 e 1369. - -Nel primo de’ citati luoghi il Pirro fa menzione anco della chiesa -di San Pietro e Paolo accanto il Castellamare di Palermo, fabbricata -per ordine di Roberto e compiuta il 6589 (1081) come l’attestava una -iscrizione greca. Ecco dunque le due cappelle destinate a’ presidii -delle due fortezze. - -La citata concessione di beni nel territorio di Mazara fu fatta senza -dubbio avanti il partaggio definitivo dell’isola, nella quale Mazara -toccò al conte Ruggiero. - -[316] Fazello, Deca Iª, lib. VIII, cap. I, e Deca IIª, lib. VII, cap. I. - -La Cronaca Amalfitana, presso Muratori, _Antiq. ital._, tomo I, p. -214, e Romualdo Salernitano, anno 1076, dicono finita in quel torno da -Roberto la chiesa di Santa Maria Vergine in Palermo. - -[317] Amato, Malaterra, Guglielmo di Puglia, ll. cc. - -[318] Guglielmo di Puglia, lib. III. - - _Reginam remeat Robertus victor ad urbem;_ - _Nominis ejusdem quodam remanente Panormi_ - _Milite, qui Siculis datur Amiratus haberi._ - -La voce _amiratus_ qui non sembra posta per cattivo scherzo; perchè -stanziata in Palermo la Corte normanna, il primo ministro e capitan -generale ebbe appunto questo titolo come diremo a suo luogo. - -[319] Malaterra, lib. III, cap. I. - -[320] Amato, lib. VI, cap. XXIII, p. 184. Cf. Guglielmo di Puglia, lib. -III. - -[321] _Chronic. Amalph._, presso Muratori, _Antiq. Ital._, tomo I, p. -213. Romualdo Salernitano, anno 1071. - -[322] Leone d’Ostia, lib. III, cap. LIII. Si confronti Amato, lib. -VIII, cap. XXXV. - -[323] Lib. VIII, cap. XIII. - -[324] Questo fatto è riferito da Amato, lib. VIII, cap. XXIX. - -[325] Le prime pratiche di Gregorio VII con Roberto si ritraggono da -Amato, lib. VII, cap. IX; ancorchè il cronista, che ben potea saperlo, -non dica il soggetto delle negoziazioni e le supponga spezzate per -una quistione di cerimonia, il che non è niente verosimile. Il papa, -dice Amato, andato a Benevento volea che Roberto venisse a trattare in -città; il duca amava meglio discorrere all’aria aperta nel suo campo. -Amato segna con molta precisione la data, dicendo che all’esaltazione -d’Ildebrando, trovandosi Roberto gravemente infermo a Bari, si era -sparsa in Roma la sua morte, onde il papa avea mandato a condolersene -con la moglie e poi a rallegrarsi con lui della salute ricuperata e che -indi si cominciò a negoziare (Libro VII, cap. VII, VIII). - -[326] Amato, lib. VII, cap. X, XII, XIII. - -[327] Si confronti particolarmente con le altre autorità contemporanee -Landolfo, _Histor. Mediol_., edizione di Pertz. — _Scriptor_., tomo -VIII, p. 100. - -[328] Questo particolare è riferito da Malaterra, lib. III, cap. XXXIX. - -[329] I fatti riportati senza speciale citazione dopo il ritorno di -Roberto dalla Sicilia in Terraferma, si ritraggono da Malaterra, lib. -III, Guglielmo di Puglia, lib. III, IV, V, Anonimo, presso Caruso, -_Bibl. Sic_., p. 846 e segg. Amato non arriva che alla morte di -Riccardo principe di Capua. Si confronti per la Cronologia, Muratori, -_Annali_, dal 1072 al 1085, e Gibbon, _Decline and Fall_, cap. LVI. - -[330] Credo se ne debba eccettuare quel tratto di costiera che da -Caronìa, confine occidentale del Valdemone, si stende al fiume detto -di San Leonardo o di Termini che veggiamo confine orientale del -territorio palermitano nel 1093. Perocchè i cronisti ci narrano che -Roberto ritenne per sè il Valdemone e Palermo; nè egli è verosimile -che Ruggiero abbia ceduto il territorio di Cefalù, e di tutta quella -regione la quale, non appartenente al Val Demone nè a Palermo, egli -avea corsa per molti anni, irrompendo nella costiera settentrionale per -la valle dell’Imera. - -[331] Malaterra, lib. III, cap. IV, V. - -[332] Malaterra, lib. III, cap. X. - -[333] Nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 497. - -[334] Il Reiske, _Annali di Abulfeda_, tom. III, nota 260, credè -trovare in questa corrotta lezione delle cronache cristiane il nome -d’Ibn-el-Wardi; nel che l’ha seguito il Wenrich. Ma la correzione non -mi pare niente certa. - -[335] Si vegga il lib. IV, cap. XIV, pag. 526, 527 del secondo volume. - -[336] Malaterra, lib. III, cap. I. - -[337] Malaterra, lib. III, cap. I, scrive _ad infestandam Catanam_. -Ritraendosi ch’egli avesse occupata Catania il 1071 e che la si tenesse -per lui il 1076, parmi si debba intendere l’infestagione del contado. - -[338] Malaterra, lib. III, cap. VII. - -[339] Malaterra, lib. III, cap. VIII, IX. Si confronti l’Anonimo, -presso Caruso, _Bibl. Sic._, pag. 847; Fra Corrado, anno 1075; Lupo -Protospatario, 1076, il quale dice preso a Mazara il nipote del re -di Affrica con 150 navi: ma cotesta tradizione ripugna a quella più -autorevole del Malaterra. - -[340] Si vegga qui appresso la fazione marittima del 1085 sopra Nicotra. - -[341] Malaterra, lib. III, cap. X, e XXX. - -[342] Malaterra lo chiama _Hugo de Gircaea praeclari generis a -Cenomanensi provincia_; l’Anonimo _Hugo de Brachia_, presso Caruso, -Bibl. Sic. p. 847 e la trad. francese, pag. 298, _Hugue de Brechie_, -e lo dice genero del Conte. Si confronti Ducange, _Les familles -normandes_, nella edizione di Amato, per Champollion, pag. 357. Le -parole dell’Anonimo _quem dominum Cathaniae praefecerat_, fan supporre -Ugo feudatario di Catania. - -[343] Malaterra, lib. III, cap. X; Anonimo presso Caruso, Bibl. Sic., -pag. 848; Fra Corrado, anno 1076. - -Una tradizione locale, confrontata con una scrittura del XVI secolo, -la quale non sappiamo se sia fondata esclusivamente sulla medesima -tradizione, porterebbe a credere distrutta la fortezza di Judica -o Zotica, dal popolo di Caltagirone, colonia genovese che avesse -prestate sue forze al conte Ruggiero. Tratterò a suo luogo della -probabile origine genovese di Caltagirone. La tradizione, in vero, e -la citata scrittura del secolo XVI la quale è trascritta nel Ms. dei -privilegii della città di Caltagirone, fog. 602, a 609, col titolo di -_Chronica Pheudorum Hamopetri_, dicono occupata Judica dagli uomini -di Caltagirone al tempo di re Ruggiero, dal quale s’erano ribellati -que’ Musulmani; onde il re, non sapendo altrimenti domarli, promise il -territorio a chi espugnasse la rôcca. I Caltagironesi vi riuscirono -per tradimento di una loro concittadina, tenuta a forza dal signor -musulmano; la quale ordinò coi propri fratelli di aprire una notte -le porte del castello; talchè andativi gli armati di Caltagirone, -entrarono, distrussero ogni cosa e s’ebbero dal re il territorio. -Questo fatto, sotto il regno di Ruggiero il re, non può ammettersi; -tanto più che il feudo di Judica e quello di Fatanasino che v’era -congiunto, compariscono in un diploma del 1160, venduti dal fisco regio -al Comune, non già donati. Più verosimile sarebbe che i Caltagironesi, -per pratica della donna, avessero occupato il castello com’ausiliarii -del Conte Ruggiero nel 1076, e che la tradizione avesse poi confuso il -conte e il re dello stesso nome, e guasta la data al par che il titolo -d’acquisto del territorio. Ma non registrerò al certo un fatto storico -sopra simili supposti. Certo egli è che alla metà del XII secolo la -rôcca era distrutta; poichè Edrisi non ne fa parola, mentr’egli pur -nota il mensil, o diremmo noi villaggio, di Judica. Della fortezza -rimasero spaziose cisterne e pochi ruderi; e l’asprezza del monte -mostra il sito inespugnabile. Su queste condizioni topografiche e su -le tradizioni, si vegga Amico, _Dizionario topografico della Sicilia_, -articolo _Judica_: e Aprile, _Cronologia Universale della Sicilia_, -pag. 64 segg., 91 seg. Ne fa cenno anche il Fazello, Deca I, lib. X, -cap. II, trattando di Caltagirone. - -[344] _Ab hac eadem urbe strictior sinus terrae ab utroque latere mari -urguente, longius in mare porrigitur, pascuis uberrimis abundans_. -Convien che il sito della città sia mutato alquanto, o piuttosto -modificati gli anfratti della spiaggia, per alcuna delle note cagioni. - -[345] Malaterra, lib. III, cap. XI, XII; Anonimo, presso Caruso, Bibl. -Sic., pag. 848. - -[346] _Elias Cartomensis_ (variante _Crotomensis_) presso il Malaterra, -lib. III, cap. XVIII e XXX. Il nome cristiano fu dato al battesimo, se -pur quello che leggiamo ne’ cronisti, non è alterazione di Alì, Eliâs, -o Eliseo. L’altro nome, etnico o patronimico, non si può stabilire con -certezza su la trascrizione latina. Cartami significherebbe oriundo -di Cartama di Spagna, vedi _Merâsid-el-Ittila’_, tom. II, pag. 399, -400. Si potrebbe anco leggere secondo il _Lob-el-Lobâb_, pag. 205. -_Kardami_, e _Kirtimi_ o _Kortomi_ (venditore di Zafferanone), o -finalmente si potrebbe supporre un’alterazione più grave e ridurre il -nome etnico a _Kotami_, ossia berbero della tribù di Kotama, ch’ebbe -tanta parte nella fondazione della dinastia Fatemita e lasciò tante -radici in Sicilia, come abbiamo accennato nel libro III, cap. I, V, VI, -pag. 35 segg. 122, 157. etc. del II volume. - -[347] _Sepibus et siropibus claudens_, Malaterra. _Stropus_ non si -trova con questo significato nel Dizionario di Ducange, ma bene il -derivato _Strupatura_ e _Stropatura_. - -[348] _Golafros_ nel Malaterra. Si vegga il Capitolo II di questo libro -pag. 66, nota 5. - -Debbo avvertire che nella edizione del Malaterra va corretta _Temîm_: -la parola _Tunicii_, sì in questo luogo e sì nel lib. IV, cap. 3. Tunis -non divenne capitale dell’_Africa propria_ se non che dopo la caduta -della dinastia zirita e dopo il conquisto del paese per gli Almohadi, -nella seconda metà del XII secolo. Egli è evidente che un copista o -forse il primo editore del Malaterra, ignorando questo nome di _Temîm_, -principe zirita, credè buona lezione _Tunisii_ che tanto somiglia a -quell’altra nella scrittura. Se prova occorresse di questo, si potrebbe -vedere il lib. IV, cap. 3 del Malaterra nella edizione del Caruso, -dove è notata due volte la variante _Thumin_ che si avvicina alla vera -lezione e pur gli eruditi del XVI, XVII e XVIII secolo, la messero da -parte come erronea, perchè lo Stato di Temîm si era fatto pur troppo -celebre in Europa dal XIII secolo in poi, sotto il nome di Regno di -Tunis. - -[349] Si noti che Roberto, chiamato dagli Amalfitani, assediava Salerno -in questo tempo; che i Pisani ebbero talvolta pratiche con Roberto; -come racconta Amato, lib. V. cap. XXVIII, pag. 164, e che Ruggiero, -chiamato il 1086 da’ Pisani e da’ Genovesi all’impresa di Mehdia, -ricusò, allegando i patti ch’egli avea con gli Ziriti. - -[350] Malaterra, lib. III, cap. XV a XVIII; Anonimo, presso Caruso. -_Bibl. Sic._, pag. 853, il quale chiama il liberatore di Ruggiero, -Casaldus con la variante _Ansadus, Anraldus, e Cansaldus_ e nella -traduzione francese, pagina 310, _Ansalarde_. - -[351] I diplomi di concessione e la carta topografica dei poderi che -ha data, ancorchè poco esattamente, Don Michele del Giudice (Lella) -in appendice alla _Descrizione del Real tempio ec. di Morreale_, -Palermo, 1702, in fol., ci abilitano a misurare sopra una buona carta -il territorio continuo conceduto intorno a Giato; senza contare gli -altri beni che la sciocca pietà di Guglielmo II largì in molti altri -luoghi. Il detto territorio, posto la più parte in provincia di -Palermo, torna a un triangolo curvilineo il cui vertice settentrionale -sia posto a Giardinello, l’orientale tocchi i boschi di Ficuzza, ed -un lato, inarcandosi verso mezzogiorno, venga a formare l’angolo di -ponente, non lungi da Alcamo in provincia di Trapani. Or in quest’area -sono adesso tre soli comuni: Piana de’ Greci, 7270, San Giuseppe li -Mortilli, 6412, Camporeale, 3157. Le cagioni di questo gravissimo fatto -dello spopolamento della Sicilia dall’XI al XVI secolo, toccate nella -_Notice_ che accompagna la mia _Carte Comparée de la Sicile_, Paris, -1859, saranno da noi trattate nel VI libro. - -[352] _Jacenses_ (l. Jatenses) _natura montis quo habitabant, -numerosa multitudine suorum fisi, erant enim usque ad tredecim -millia familiarum_. È probabile che in questo numero sia compresa la -popolazione di molti villaggi tra quelli accennati poc’anzi nel testo. -E però ho detto doversi ragionare gli abitatori di tutto il territorio -per lo meno a 60,000. - -[353] Malaterra, lib. III, cap. 20, 21, dove si legge: _Statutum -servitium et censum persolvere renuntiant._ Malaterra non dice da -chi fosse stata determinata la quantità del servigio e la somma del -censo. Il nome _Jacenses_ va corretto _Jatenses_. Un altro che va letto -senza alcun dubbio Corleone, è stampato _Cortitum_ con la variante -_Cornilium_. - -[354] _Undecumque terrarum artificiosis cæmentariis conductis_. - -[355] Malaterra, lib. III, cap. XXXII. - -[356] Malaterra, lib. III, cap. XXXVI dice de’ tesori del conte -Ruggiero guardati strettamente a Troina del 1082. - -[357] Il testo ha la variante Betchumne. Si veggano le strane lezioni -del nome d’Ibn-Thimna nel lib. IV di questa istoria, cap. XV, pag. -552 del vol. II. La somiglianza della _t_ con la _c_ ne’ Mss. latini -del XII e XIII secolo mi farebbe leggere volentieri Bentimino, ossia -Ibn-Thimna. - -[358] Il vescovado di Catania fu ristorato il 1091. - -[359] Malaterra, lib. III. cap. XXX; Anonimo, presso Caruso, _Bibl. -Sic._, pag. 853, 854 e traduzione francese pag. 310, 311, dove Roberto -di Sordavalle è detto _de Quinteval_. - -[360] Malaterra, lib. III, cap. XXXVI. - -[361] Notisi che il Conte Ruggiero cominciò il primo ottobre ad -allestire l’armata che dovea vendicare questo atroce insulto. È da -supporre ch’ei battesse il ferro mentre gli era caldo. - -[362] Così il solo Anonimo. - -[363] Si vegga lo squarcio di una _Kasida_ d’Ibn-Hamdts, che ho -riportato nel lib. IV, cap. XIV a pag. 532 del II volume. Quivi il -poeta, contemporaneo e siracusano, si vanta de’ “nemici della fede -percossi ne’ loro focolari, delle navi piene di leoni e lancianti -nafta, che vengono a saccheggiare le città de’ Barbari, de’ guerrieri -dalle luccicanti maglie di ferro, i quali se ne tornan con l’armadure -squarciate dalle sciabole musulmane ec.” Cotesti particolari si -adattano a capello alla fazione di cui trattiamo; nè alcun’altra ne -ritroviamo negli annali del tempo, alla quale convengano. - -[364] Malaterra, lib. IV, cap. 2. - -[365] _Resesalix_ nel Malaterra per errore al certo de’ Mss. dove si -dovea trovare la trascrizione del nome Arabico _Ras-es-saliba_, ossia -Capo della Crocifissa, che leggiamo in Edrisi. - -[366] _Turonem_. Edrisi nella _Bibl. Arabo-Sicula_, testo, pag. 34, fa -menzione del monte _Tur_ o _Taur_ a Taormina, celebre per le divozioni -che vi si praticavano e pei miracoli. - -[367] Il porto di Lognina è designato in Edrisi con lo stesso nome. - -[368] Malaterra. Variante: di Giorgio. - -[369] La superiorità de’ balestrieri cristiani è notata dal solo -Anonimo. - -[370] Così il Malaterra. L’Anonimo dà al Conte l’onore di aver ferito -l’emiro. - -[371] Conf. Malaterra, lib. IV, cap. I, II; Anonimo, presso Caruso, -_Bibl. Sic._, pag. 854, 855; Lupo Protospatario, anno 1088; Romualdo -Salernitano, anno 1088, il quale dice che gli assediati per la fame -arrivarono a mangiare i bambini. Ancorchè questi due cronisti pongano -la dedizione di Siracusa nel 1088 e il Malaterra nel 1085, non è dubbia -la data dell’ottobre 1086, poichè il Malaterra dice incominciati gli -appresti del navilio cristiano nell’ottobre 1085, l’assedio nel maggio -seguente e finito nell’ottobre. Una nota ms. contemporanea, citata dal -Pagi, Annali di Baronio 1087, N. II, porta questo anno la occupazione -di Siracusa per Ruggiero e il guasto d’Africa (Mehdia) pei Pisani. E -ciò ben torna contando l’anno dal settembre all’agosto. - -[372] Malaterra, lib. IV. cap. III. - -Il primo errore, volontario o no, di questo autore o di chi gli dettava -lo scritto, sta nella cronologia. Posto l’assedio di Siracusa nel 1086, -i Pisani non gli poteano offrir allora la città di Mehdia, la quale fu -presa nel 1087. Si trattava dunque della lega e de’ preparamenti alla -spedizione. - -[373] Veggansi i libri III, cap. VI; IV, cap. IX; V, cap. III, vol. II, -p. 139-367; vol. III, pag. 80, 81. - -[374] Si vegga la Introduzione ai Diplomi Arabi dell’Archivio -fiorentino § XVI, pag. XXVI - -[375] Ibn-el-Athir dice per quattro anni; Guido per tre mesi. Mi -accosto anzi al primo che al secondo. - -[376] Oltre i Pisani e i Genovesi, Guido cita un _Pantaleo Amalfitanus, -inter Graecos, Sipantus_. Gli Arabi dicono Pisani, Genovesi e tutti gli -altri _Rûm_ ossia, qui, Italiani. - -[377] Così tutti gli scrittori arabi. - -[378] Guido. - -[379] A un di presso 435,000, ovvero 1,160,000 o infine 1,450,000 di -lire nostre. La prima cifra si legge in Ibn-el-Athir, la seconda in -Nowairi e la terza in Ibn Khaldûn. E questa è la più verosimile, posto -il poco valore dell’oro nell’Affrica propria nell’XI secolo, di che -ho toccato nel lib. IV, cap. VIII, pag. 362 del Vol. II, ed anco nella -Introduzione ai Diplomi arabi dell’Archivio fiorentino, § XII, pag. XVI -e seguenti. Guido dice vagamente “prezzo infinito d’oro e di argento.” - -[380] Questi due altri patti si leggono nel solo poema di Guido e -mi sembrano verosimili. Non così l’ultimo che egli aggiugne, cioè di -tenere come suoi signori i Pisani e i Genovesi, di riconoscere l’alto -dominio del Papa e pagargli tributo annuale. - -[381] Marangone, nell’_Archivio storico italiano_, tom. VI. parte II, -pag. 6; _Chronica Pisana_, presso Muratori _Rerum Italic_., tom. VI, -pag. 109 e 168; Caffaro, nello stesso vol. del Muratori, pag. 253: -Anno 1088, _In exercitu Africæ; Chronic. Mon. S. Sophiae Beneventi_, -presso Muratori, _Antiq. Ital_., tom. I, pag. 259; _Chronica Fussenavæ_ -Anno 1087, presso Muratori, _Rer. Ital_., tom. VII; Poesia latina -di Guido, nel _Bulletin de l’Académie de Bruxelles_, tom. X, parte -I. pag. 524 segg. ripubblicata da M. Du Méril, _Poesies populaires -latines de Moyen-âge_, Paris, 1847, in-8, pag. 239 segg.; _Chronica_ -di Leone d’Ostia, continuata da Pietro Diacono, Lib. III, cap. 71, -presso Muratori, _Rer. Ital._ tom. IV, la quale dà tutto il merito -dell’impresa al papa e vi fa perire centomila Saraceni; Bernoldi, -_Cronic_., presso Pertz, _Script_., tom. V, pag. 447. Si vegga un’altra -autorità contemporanea citata dal Pagi, _Annali del Baronio_, anno -1087, N. II (§ VIII del Baronio.) - -_El-Bayân-el-Moghrib_, testo arabico, edizione Dozy, tom I, pag. -309, 310; Ibn-el-Athir, anno 481.,ediz. Tornberg, tom. X, pag. 109, -110; Nowairi, nella _Bibl. Arabo-Sicula_, testo, pag. 434; Tigiani, -nella Bibl. Arabo-Sicula, testo, pag. 390, 391 e traduzione francese -di M. Rousseau nel _Journal Asiatique_ di febbrajo 1853, pag. 72, -leggendosi per manifesto errore del Ms. il riscatto di 1000 dinar; -Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, traduzione di M. De Slane, -tom. II, pag. 24,; infine Ibn-Abi-Dinâr (El Kaireuani) testo, nella -_Bibl. Arabo-Sicula_, pag. 530 e traduzione francese, pag. 146, dove i -traduttori han letto Veneziani in luogo di Pisani. Secondo Ibn-el-Athir -e Nowairi fu pattuita la restituzione dei prigioni Musulmani. Tigiani -dice positivamente il contrario. I versi che ci rimangono dell’elegia -arabica sono stati tradotti nella _Nuova Antologia_ di Firenze, vol. -II, fasc. V, pag. 62, maggio 1866. - -La data esatta, che si legge nel _Bayân_, e ch’è seguita da Tigiani e -da Ibn-Khaldûn, torna al 480 dell’egira (8 aprile 1087-26 marzo 1088). -La conferma la ecclisse solare del 1 agosto 1087; poichè Abu-s-Salt, -citato dal Tigiani, dice seguìto il caso di Mehdia immediatamente dopo -la ecclisse totale del sole nella costellazione del Lione, sotto la -quale erano state gittate le fondamenta di quella città. Ibn-el-Athîr, -Nowairi e Ibn-Abi-Dinâr riferiscono il fatto al 481. Marangone dà il -giorno di San Sisto del 1088 (1087 dell’anno comune), e la cronica di -Santa Sofia il 1089. Ricordisi che, se si dovesse credere al Malaterra, -sarebbe stata presa Mehdia il 1086. - -Su la citata poesia latina è da notare la esattezza de’ nomi geografici -e di molti fatti che si ritraggono da fonti musulmane. Per esempio -veggiamo _Madia_ (Mehdia) mirabile e vasto porto e _Sibilia_ (Zawila) -città attigua a quella; _Pantalorea_ (Pantellaria) _Timimus_ (Temîm) -gli _Arrabites_ (Arabi) nemici di Temîm, _macris equis insidentes, -corporibus ductiles_ ec. In generale si può dire che, tagliando un paio -di zeri nelle cifre numerali, la narrazione corra esattissima. - -Si riscontri il Muratori, _Annali_, 1088, il quale, non avendo alle -mani le memorie arabiche, nè il poema di Guido, cammina con troppo -sospetto; suppone esagerata troppo la importanza del fatto; si adombra -di quella espugnazione contemporanea di due città, Almadia e Siviglia -(El-Mehdia e Zawila) la seconda delle quali gli pare la nota città di -Spagna; e conchiude erroneamente “che lo sforzo de’ Pisani fu contro -Tunisi.” A cotesto sbaglio lo condusse per avventura la lezione del -Malaterra: _urbem regiam regis Tunicii_, dove, senza dubbio, è da -leggere _regis Temimi_, sì come ho notato in questo medesimo capitolo -pag. 158, nota 1. - -[382] L’_ha_, sesta lettera dell’alfabeto arabico, fu resa per lo -più, sino ad uno o due secoli addietro, con le lettere latine _ch_; -e il _dal_, ottava lettera, più spesso con una _t_ che con una _d_. -L’Anonimo ha _Hamus_. - -Sapendosi dalla storia che _Chamut_, fatto cristiano con tutta -la famiglia, rimase sotto il dominio del conquistatore, possiamo -ben identificare il casato con quello del Ruggiero _Hamutus_, già -proprietario di certi beni che Federico II concedea nel 1216 alla -chiesa di Palermo (Diploma presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 142) e -dell’Ibu-Hamûd, ricchissimo signore che Ibn-Giobair vide in Sicilia nel -1185. Questo nobil uomo poteva esser figliuolo o nipote del regolo di -Castrogiovanni. Sapendosi ch’ei portasse il soprannome d’Abul-I-Kâsim, -sembra anco il _Bulcassimus_, celebre per brighe alla corte di Palermo, -ne’ primordii del regno di Guglielmo il Buono; l’Abu-I-Kâsim al quale -Ibn-Kalakis intitolava il suo _Ez-Zahr-el-Basim_; e l’Ibn-Abi-I-Kâsim, -al quale Ibn-Zafer, venuto in Palermo, dedicava, una diecina di anni -innanzi, l’_Asalib-el-Gaiah_, il _Mosanni_, il _Dorer-el-Ghorer_, e -la seconda edizione del _Solwân-el-Motha’_, sì come io ho notato nella -Introduzione al _Solwân_ (Firenze, 1851) pag. XXIV a XXVII. Si avverta -che il nome di Kâsim e il soprannome di Abu-I-Kâsim tornano assai -frequenti tra i Beni-Hamûd. Le genealogie di costoro si rinvengono -nel Ms. di Parigi, intitolato _Ansâb-el-Arab_, Supplem. Arabe, -467, fog. 90, verso, e in quello della stessa Biblioteca intitolato -_’Omdet-et-Talib_, Ancien Fonds, 636 fog. 93, verso e segg. nelle -quali opere non si fa parola dei Beni-Hamûd di Sicilia. Della casa -spagnuola di questo nome dicono tutte le istorie di Spagna e d’Affrica -dell’XI secolo; per esempio _Marrekosci_, testo, pag. 30 segg., 43 -segg.; il _Bayân_, tom. I, pag. 308; Ibn-Khaldûn, _Storia de’ Berberi_, -traduzione francese, tom. II, p. 152 segg.; Dozy, _Histoire des -Musulmans d’Espagne_, tom. III, p. 316 segg. e passim, tom. IV, p. 13 e -segg. - -Non merita alcuna fede il libro di Nicasio di Burgio, conte palatino -XXIII, intitolato _La Discendenza di Achmet_, ec. Trapani 1786, -in-fol., nel quale si sostiene che la famiglia Burgio discenda da -questo Hamudita. - -[383] Malaterra, lib. IV, cap. 5; Anonimo, presso Caruso, _Bibl. Sic._, -pag. 855; Fra Corrado, op. cit., pag. 48. - -Il Malaterra pone questo fatto nel 1086; ma al certo sbaglia d’un -anno, com’è manifesto dalla correzione che abbiam fatta alla sua -testimonianza su la espugnazione di Siracusa e di Mehdia, qui -innanzi pag. 168 e 172, in nota. Ibn-el-Athir, Abulfeda, Nowairi, -Ibn-Abi-Dinâr, nella _Bibl. Arabo-Sicula_, pag. 278, 414, 448, 534 -portan la data del 481 (1088-89). - -I nomi delle castella prese nella provincia di Girgenti, sono tolti dal -Malaterra, correggendo alcun evidente errore del testo. Rimane dubbio -il suo _Racel_, che ho trascritto sicuramente _Rahl_ (stazione), ma -vi manca il nome che dee seguire per determinare quella appellazione -generica, il qual nome io non saprei indovinare tra i moltissimi -Rahl di quella provincia. Credo avere ben letto _Ravanusa_ il Remise, -(variante Remunisse) del testo, poichè Micolufa sorgea presso Ravanusa. -Del resto Simone da Lentini, autore del XIV secolo, il quale copiò -Malaterra, nel suo libro “_La conquista di Sicilia_” recentemente -uscito alla luce (Collezione d’opere inedite o rare, Bologna, 1865, -in-8) dà otto soli nomi degli undici, dicendo non avere ritrovati -gli altri ne’ testi; ed un Ms. della stessa opera, appartenente -alla _Bibliothèque de l’Arsenal_ in Parigi (Ital. N. 68) ne dà -sette soltanto: Platani, Musan, Guastanella, Catalanixetta, Bosolbi, -Mocofe, Cyaxo “e li altri, aggiugne, non so chi si fussiru e nun si -canuxirianu, ec.” - -Intorno i nomi che non si trovano nella lista odierna de’ Comuni di -Sicilia, si vegga il _Dizionario Topografico_ del D’Amico e l’Indice -che io ho messo in fine della _Carte comparée de la Sicile, Notice_. - -[384] Malaterra, lib. IV, cap. 6; Anonimo, presso Caruso, Bibl. -Sic., p. 855. Secondo Fra Corrado, op. cit., pag. 48, Castrogiovanni -e Girgenti furono occupate nello stesso anno. Ma ciò non è detto -precisamente da Malaterra; nè citato l’anno dell’avvenimento, il quale, -secondo la serie dei fatti narrati dallo stesso cronista, tornerebbe -al 1087, ovvero ai primi mesi del 1088. Gli Arabi pongono la resa di -Castrogiovanni nel 484, tre anni dopo quella di Girgenti (1088-89) e le -fanno cedere entrambe agli orrori della fame: Ibn-el-Athir, Abulfeda, -Nowairi e Ibn-Abi-Dinar, nella _Bibl. Arabo-Sicula_, testo, p. 278, -414, 448, 534. - -A Sciacca si crede, o almeno si credeva un tempo di possedere proprio -il fonte battesimale nel quale fu reso cristiano il degenere nipote -d’Alì. Si vegga una Memoria di Vincenzo Venuti, con corredo di diplomi -che puzzano di falso, negli _Opuscoli di Autori siciliani_, Tom. VII, -pag. 16. (Palermo, 1762). - -[385] Malaterra lib. IV, cap. XII, XIII, XV; Anonimo presso Caruso, -_Bibl. Sicula_, p. 855; Fra Corrado, op. cit., p. 48. Per la venuta -di Urbano II in Sicilia e l’assedio di Butera, seguo la cronologia del -Pagi, Annali di Baronio, 1089, § IX. Gli annalisti Musulmani, citati di -sopra, differiscono dai cristiani; tacendo di Noto e Butera e ponendo -ultima città occupata Castrogiovanni, ma concordano nel designare -il 484 (22 febbraio 1091 a 11 febbrajo 1092) come l’anno in cui fu -compiuto il conquisto normanno. - -[386] _Resacrambam_, Malaterra. - -[387] Malaterra, lib. IV, cap. XVI. Il tempo che durò la guerra di -conquisto è confermato da Edrisi, il quale lo dice appunto trent’anni, -contando dal 453 (26 genn. 1061 a 14 genn. 1062). Testo nella -_Biblioteca Arabo-Sicula_, pag. 26. - -[388] Di questo sito han trattato Fazello, Deca 1, lib. 4, cap. -I; Amico, _Dizionario topografico_, traduzione italiana, tom. II, -Appendice, alla voce Pantalica; Massa, _Sicilia in prospettiva_, -tom. II, pag. 126; Ferrara, _Guida di Sicilia_, pag. 151; Bourquelot, -_Voyage en Sicile_, Paris, 1848, pag. 491 segg. - -L’importanza di Pantalica nel 1093 si scorge dal diploma trascritto -dal Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 618, dove il nome è scritto Pantegra, -mentre si legge Pantargo in altro diploma del 1151, op. cit. p. 993; -e l’Edrisi, testo, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pag. 56, 57 lo dà -Bentarga. Ei chiama l’Anapo _Nahr-Bentargha_, ossia fiume di Pantalica. - -[389] Malaterra, lib. IV, cap. XVIII; Cf. _Anonymi Chronicon Siculum_, -presso il Caruso, pag. 856 e nella traduzione francese, p. 312. -Ancorchè il testo del Malaterra porti questi fatti nel 1092, mi è parso -di seguire più tosto la data notata dal Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. -XI e 612, secondo una inscrizione sepolcrale oggi, a quanto e’ pare, -perduta. - -[390] Oltre che questo risulta chiaramente dai fatti, sel sapeano -ben Ruggiero e i suoi contemporanei. «Comes ergo totius progeniei -suæ sustentator, citra Romam versus Siciliam, sicuti maria ab undique -cingunt, abundantia rerum et industria callentis, sapientis consilii -præcellebat; unde et omnes sua negotia ad ipsum conferebant.» Malaterra -lib. IV, cap. XXVI Cf. cap. XVII, XX ec. - -[391] Lib. III, cap. XLI. - -[392] Così espressamente nel lib. IV, cap. XXIV, trattando di quella -ch’ei chiama ribellione d’Amalfi, del 1096. - -[393] Si veggano i cap. I e V del presente libro, pag. 31, 37 segg. e -141 del volume. - -[394] «Maxime quia Apuli, expeditionibus aliquo annorum curriculo -desueti, corpus nullis plagis et diutinis laboribus fatigando, -quin recreando sibi potius indulgere, quam expeditionibus iterum -assuescendo, insudare nitebantur.» Malaterra lib. IV, cap. XXVI. - -[395] Malaterra, lib. III, cap. XLI. - -[396] Malaterra, lib. IV, cap. XXIV. - -[397] /P «Simon fonte, pictus fronte inunctione chrismatis, Heredatur: -solidatur Dux futurus Siculus: Calabrenses suos enses sibi optant -adjici: Pater totum implet votum: Dux concessit fieri.» Malaterra, lib. -IV, cap. XIX. P/ - - -[398] Malaterra, lib. III, cap. XLI. Sul primo partaggio si vegga il -cap. I del presente libro, pag. 51 del volume. - -[399] Malaterra, lib. IV, cap. IX segg. - -[400] Si vegga il capitolo VI, pag. 156, dove si dice delle soldatesche -capitanate da Elia Cartomi, le quali sembrano di certo musulmane. - -[401] Malaterra, lib. IV, cap. XVII. - -[402] Malaterra, lib. IV, cap. XXII. - -[403] Si veggano i cap. IV e VI del presente libro, pag. 107, 176 del -volume. - -[404] Lupo Protospatario, anno 1096; _Annales Cavenses_, sotto lo -stesso anno, presso Pertz, _Scriptores_, tom. III, pag. 190; Pietro -Diacono, lib. IV, cap. XII; Romualdo Salernitano anno 1096. Alcuni -compilatori hanno notato che, se i Musulmani fossero stati 20,000, si -sarebbe continuato l’assedio. All’incontro è da considerare che il -Conte e gli altri capitani cristiani non amavan di certo a rimanere -in balìa de’ Musulmani, appunto in quella spaventevole eruzione di -passioni religiose. - -[405] Malaterra, lib. IV, cap. XXIV. Si confronti Guiberto Abate, -_Historia Hierosolim.,_ lib. III, cap. I. - -[406] Mi par che il Malaterra, col suo _tentoria bitumine palliata_, -alluda soltanto al colore; siccome in un altro luogo (lib. III, cap. -XIX), descrivendo la costruzione della Chiesa di Traina, ei dice: -_Parietes depinguntur diverso bitumine_. Pure potrebbe significar tende -di tele incatramate, poichè la voce _bitumen_ si adoperava nella bassa -latinità per designare ogni sorta di materia resinosa. Veggasi Ducange -alla voce _bituminare_. Quanto al verbo _palliare_, credo che qui sia -usato nel senso di colorare, non di addogare, dipingere a forma di -pali, o strisce. - -[407] Malaterra, lib. IV, cap. XXVI a XXVIII. - -[408] Vita di San Brunone, negli _Acta Sanctorum_, ottobre, tomo -III, pag. 662 segg., 719 segg. e il diploma del conte Ruggiero, dato -il 1098; su l’autenticità del quale ho molti dubbii, non ostante i -lunghissimi comenti degli eruditi editori. Cotesto diploma e parecchi -altri relativi al Monastero di San Brunone si leggono ne’ _Regii -Neapolitani Archivii Monumenta_, vol. V, n^i 450, 466, 477, segg. 494, -segg. 510; pag. 129, 171, 203, 204, 205, 208, 245, 246, 249, 278. - -[409] «Et sumptis ab Anselmo corporalibus cibis, gratiosi -revertebantur.» - -[410] Eadmeri, _Vita S. Anselmi_, estratto, presso Caruso, _Bibliotheca -Sicula_, pag. 974, 975. - -[411] «E (i Franchi) infestarono qua e là l’Affrica (propria) -occupandone qualche luogo, che poi perdettero.» Mi par che queste -parole accennino chiaramente ai fatti di Bona e Mehdia da noi testè -raccontati (cap. I e VI, pag. 13 e 168, del presente volume) e forse ad -altri che ignoriamo. - -[412] Letteralmente sarebbe in latino: _Femure sublato, pepedit crepito -magno._ - -[413] Ibn-el-Athîri _Chronicon_, testo, anno 491 (1097-8), ediz. -Tornberg, tomo X, pag. 185 segg. e nella mia _Biblioteca Arabo Sicula_, -testo, pag. 278, 279. È da notare che lo stesso nome di Barduil -(Baldovino) è dato dagli annali musulmani all’imperatore Ottone II -(Veggasi il nostro lib. IV, cap. VII, pag. 328 del secondo volume). -Sembrerebbe che, sotto uno dei primi Baldovini di Gerusalemme, fosse -passata dai Cristiani a’ Musulmani qualche falsa tradizione su l’impero -de’ Franchi, pervenuto in linea retta da Carlomagno alla casa di -Bouillon. - -[414] Si vegga il Capitolo precedente, pag. 168 di questo volume. - -[415] Si noti che il Conte, conducendo i suoi Saraceni all’assedio -di Capua, era corso fino a Benevento, alla quale città avea messa una -taglia. Malaterra, lib. IV, cap. XXVI. - -[416] Si vegga il Capitolo precedente, pag. 176. - -[417] Ruggiero assediava Butera, come si è notato al luogo citato, -nell’aprile del 1089. Il papa venne a trovarlo nella stessa primavera -o nella state; e poi nel settembre fu celebrato il Concilio di -Melfi, dove si proclamò la tregua di Dio, e il duca Ruggiero ebbe -l’investitura dal papa. - -[418] Malaterra, lib. IV, cap. XXIII, il quale dice del vescovo di -Traina: _nam Italus erat et illorum partium gnarus_. Questa espressa -testimonianza porta a correggere i luoghi di Pirro del Fazello e -di tutti i compilatori, che credono fatto vescovo di Traina, e poi -di Messina, Roberto di Grantemesnil fratello della prima moglie di -Ruggiero, ch’era abate di Sant’Eufemia in Calabria fin dal 1062. - -[419] Pandolfo Pisano presso Muratori _Rerum Italic. Script._, tom. -III. parte I, p. 353. - -[420] Malaterra, lib. IV, cap. XXVII. - -[421] Op. cit., lib. IV, cap. XXIX. - -[422] Lupo Protospatario e Romualdo Salernitano, entrambi sotto l’anno -1101. Il giorno è determinato dal registro mortuario cassinese, presso -Caruso, _Biblioth. Sicula_, pag. 523. Lasciando da canto gli altri -scrittori Arabi che vagamente dicono morto Ruggiero avanti il 494, -ci basti ricordare Edrisi e Ibn-Khaldûn, i quali pongono la morte -del conte precisamente in quell’anno, cioè dal 6 novembre 1100 al 26 -ottobre 1101. Si veggano i due testi nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, -pag. 26, 485 e 498, e la versione del secondo per M. de Vergers, pag. -183. - -[423] Malaterra, lib. IV, cap. XXV. - -[424] Si vegga qui innanzi, pag. 192. - -[425] Malaterra, lib. III, cap. XXII. - -[426] Id., lib. IV, cap. VIII. - -[427] Id., lib. IV, cap. XIV, Cf. _Anon. Chron. Sic._, presso Caruso, -_Bibl. Sic._, pag. 856, e nella traduzione francese, p. 312. Su la -figliuolanza del Conte Ruggiero, si vegga il Pirro, _Chronologia Regum -Siciliæ_, pag. X segg., e Ducange, _Familles Normandes_, in Appendice -ad Amato, pag. 354 segg. Il Pirro nel detto capitolo, pag. XI, novera -anco tra i figliuoli del conte Ruggiero un Malgerio, il cui nome -si cava da’ Diplomi della sua raccolta ed anco è soscritto in altri -dell’Archivio di Napoli, due de’ quali dati il 1094 uno il 1098, uno -il 1102 ed uno il 1096 pubblicati nel _Regii Neapolitani Archivii -Monumenta_, vol. V, pag. 205, 208, 249, 278 e vol. VI, pag. 164. Il -diploma del 1098 è stato pubblicato anco dai Bollandisti (Vita di San -Brunone, ottobre, tomo III, pag. 662 segg.). Credo illegittimo questo -Malgerio, perchè il Malaterra tace di lui, non essendo sforzalo dagli -avvenimenti a nominarlo, e non pensandosi, forse, a lui in corte quando -si trattava della successione. - -[428] Malaterra, lib. IV, cap. XIX. - -[429] Sapendosi con esattezza il giorno della morte dei re Ruggiero a -dì 26 febbrajo 1154 e ch’egli avesse allora 58 anni, 2 mesi e 5 giorni, -la sua nascita torna al 22 dicembre 1093. Su questa data si sono fatte -molte controversie da chi voleva a forza far nascere il bambino dopo -l’assedio di Capua, per le parole del Malaterra: _ibi se impregnavit -Comitissa Adelasia de comite Rogerio_. Ma non si è riflettuto che -questo Ruggiero è appunto il padre! I Bollandisti non avean dunque -bisogno di supporre un’interpolazione del testo di Malaterra, per -provar seguìto l’assedio di Capua il 1098, come il fanno nella vita di -San Brunone, tom. III di ottobre, pag. 655 segg. - -[430] Malaterra, lib. IV, cap. XIV. - -[431] /P Marchionis, Militonis, Bonifacii itali, Neptis ornat, quod -exornat Uxor Adelasia Brutiorum Siculorum Comitem Rogerium etc. P/ - -Questi versi latini di metro italiano, attribuiti a Maraldo, monaco di -Calabria contemporaneo del primo conte Ruggiero, celebrano la nascita -del costui figliuolo per nome anco Ruggiero e il battesimo datogli -da San Brunone. Li pubblicò per lo primo il Bulini, nel Prospetto -della Storia de’ Certosini, come ritraggo dagli _Acta Santorum_, -mese d’ottobre, vol. III, pag. 656 segg. dove i dotti editori li -ristamparono a proposito di San Brunone. Ma l’appellazione classica -di Bruzii data a’ Calabresi odora di erudizione troppo più moderna. -Inoltre i primi quattro versetti sembrano copiati dalla prosa del -Malaterra che dinanzi citammo. Perciò non mi fido troppo all’attestato -di frate Maraldo. - -[432] _Anonymi hist. sicula_, presso Caruso, _Bibl. Sicula_, pag. 856, -e nella traduzione francese, pag. 312. - -[433] _Historia Ecclesiastica_, lib. XIII, presso Duchesne, _Histor. -Norman. Scrip._, pag 897. - -[434] Pirro, _Chronologia Regum Siciliæ_, pag. XII e XIII; Muratori -_Annali d’Italia_, an. 1090. - -[435] Fin anco gli Autori dell’_Art de verifier les Dates_ (ediz. del -1777 vol. III, pag. 630), e il diligentissimo Saint-Marc (_Abregé -de l’Histoire d’Italie_, tom. II, pag. 1039) danno un Bonifazio I, -Marchese di Monferrato dal 1060 al 1100. - -[436] _Osservazioni critiche sopra alcuni particolari delle Storie del -Piemonte e della Liguria_, tra le _Memorie della Reale Accademia delle -Scienze di Torino_, Serie seconda, tomi XIII, XIV, XV. - -[437] De’ Simoni, negli _Atti della Società ligure di Storia Patria_, -vol. I, pag. 141, 142, 647, 648; e il medesimo, _Lettera a M. Amari_, -nella _Nuova Antologia_, vol. III, pag. 193 segg. Firenze, settembre -1866. - -[438] Si veggano più precisamente i confini, nella _Nuova Antologia_, -l. c. - -[439] Breve di Gregorio VII, del 3 novembre 1079, da Labbe, _Concilia_, -presso San Quintino, op. cit. _Memorie dell’Accademia di Torino_, tom. -XIII, p. 53. - -[440] _Introduzione_, pag. X a XIII. Tra gli altri errori familiari -all’impostore maltese replicati in questa pergamena, è la lettera _aín_ -aggiunta nel nome di Messina. Ecco intanto la storia del diploma. - -L’Archivio di Napoli comperò questa ed altre pergamene da privati -nel 1844, com’io ritraggo dall’erudito signor Giuseppe Del Giudice. -Il professore Lettieri che sapea benino la grammatica arabica ma -non avea tanta pratica della lingua e molto meno della paleografia, -credè tener nelle mani un gioiello; onde, tutto lieto, lo presentò al -Congresso, come si scorge dagli _Atti della settima adunanza degli -Scienziati italiani_, Napoli, 1846, pag. 641. Quivi si legge che -l’accademico signor De Ritis mise in forse l’autenticità del Diploma -e che disputatone un poco, si passò ad altri argomenti e sollazzi. -Il Congresso non s’era adunato di certo per giudicare cartapecore -arabiche, nè trattar di cose letterarie. Mi sia lecito aggiugnere che, -vivendo io allora in Parigi, informato della scoperta, dichiarai _a -priori_ falso cotesto documento; e che dopo il 1849, procacciatomi -per favore del dottissimo Duca di Laynes, il _fac-simile_, che n’era -stato inciso in rame, mi confermai nel giudizio e confermollo anco -il mio maestro M. Reinaud. Morto intanto il Lettieri mentr’egli si -apparecchiava a pubblicare la traduzione e il comento, rimasene il -manoscritto ai suoi eredi; ma il diploma fu messo in mostra con una -bella cornice nella sala dell’Archivio di Napoli, il cui Direttore, -principe di Belmonte, nell’opera intitolata _Legislazione positiva -degli Archivii del Regno_, Napoli, 1855, pag. 86, lo noverava tra “i -più curiosi dell’Archivio” quantunque avvertisse “bisogna andar cauti -e vedere se sia autentico.” Il fatto è che la cornice e il diploma -sono rimasti per tanti anni e rimangono forse anch’oggi, esposti -all’ammirazione del colto pubblico. - -[441] Si vegga l’_Introduzione_, nel volume I della presente opera, -pag. XXXIII, XXXIV. - -[442] Su i diplomi di Sicilia venuti in luce innanzi il XIX secolo, -si vegga il Gregorio, _Introduzione al Diritto pubblico siciliano_, -pag. 33 segg.; 87 segg. della prima edizione, e in varii luoghi delle -_Considerazioni_. Anco il Gregorio diffidò delle versioni de’ diplomi -greci, come si scorge dalle Considerazioni, lib. I, cap. vj, nota 12. - -[443] Si rinvengono, insieme con documenti d’altro idioma, nelle -seguenti opere: - -Morso (Salvatore), _Palermo antico_, 2ª ediz. Palermo, 1827, in-8. - -Buscemi (Niccolò), nella _Biblioteca Sacra per la Sicilia_, ossia -_Giornale Lett. Scient. Ecclesiastico_, Tom. I, II. Palermo, 1832, -1834. - -Martorana (Carmelo), _Risposta_ al Buscemi, nel _Giornale di Scienze e -Lettere per la Sicilia_, Palermo, 1834, in-8. - -Garofalo (Luigi), _Tabularium Capellæ Collegiata in r. panormitano -palatio_, Panormi, 1835, in foglio. - -Mortillaro (Vincenzo), _Catalogo de’ Diplomi.... della Cattedrale di -Palermo_. Palermo, 1842, in-8. - -» _Elenco cronologico delle antiche pergamene della Magione_ Palermo, -1859, in-4. - -» _Opere_, tomo IV. Palermo, 1848. - -[444] Spata (Giuseppe), _Le Pergamene greche esistenti nel grande -Archivio di Palermo, tradotte ed illustrate_, Palermo, 1861, in-8 -(uscito il 1865). - -» _Sul cimelio diplomatico del Duomo di Monreale_, Palermo, 1865, in-12. - -[445] Avverto che per brevità saranno da me citati senz’altra -qualificazione che di inediti, tutti i diplomi arabici di Sicilia de’ -quali mi ha cortesemente mandate copie il Prof. Cusa. - -[446] Trinchera, _Syllabus membranarum_, etc. Napoli, 1865, in-4. - -[447] Ve n’ha alquanti nelle collezioni poc’anzi citate, a pag 203, -nota 2. - -Inoltre si vegga il Di Chiara, _Opuscoli editi, inediti e rari sul -Diritto pubblico eccl. della Sicilia_, Palermo, 1855, in-8. - -[448] Si vegga i nostri libri III, cap. xj, e IV, cap. xj, pag. 216, -217, 396 a 399 e 414 del vol. II. - -[449] Malaterra, lib. IV, cap. xviij, xx, xxix. - -[450] _L’Ystoire de li Normant_, lib. V, cap. xij, xxj, xxv; lib. VI, -cap. xix. Si noti anco il titolo di _Cristianissimo_ ch’ei dà a Roberto -Guiscardo, nel lib. V, cap. xxv. - -[451] Forma siciliana della voce _appetito_. - -[452] Non è da confondere questo vocabolo col derivativo dalla terra di -Giudica (Judica) che alcuni scrissero Zotica. - -[453] Corre il cane. Sicil. - -[454] Si veggano i diplomi citati qui appresso a pag. 208 per San -Marco, Rametta, Librizzi, San Filippo di Fragalà. - -[455] Presso Caruso, _Bibl. Sicula_, pag. 475. - -[456] Lib. IV, cap. xj, a pag. 399 del secondo volume. - -[457] Così gli ignoti autori della _Breve istoria della liberatione -di Messina_, di cui abbiamo già detto nel lib. V, cap. II, pag. 56 di -questo volume; il Fazzello con la sua fola de’ prigioni che aprirono -la porta di Palermo, e tutti quanti. Il Martorana, _Notizie, ec._, lib -II, cap. ij, pag. 43, accortosi di cotesto errore, corse ad un altro, -supponendo spento il Cristianesimo in Sicilia: del che abbiamo trattato -nel libro IV, cap. xj, pag. 414 del vol. II. - -[458] _Considerazioni_, vol. I, Prefazione, pag. xx segg. lib. I, cap. -ij, pag. 43-44. - -[459] Non occorre citare le molte carte greche di MESSINA, nè le poche -che si conoscono di TRAINA, quando abbiamo tante testimonianze dirette -su quelle popolazioni. Ne fan fede per le altre i diplomi seguenti: - -RAMETTA, 1096, traduzione dal greco, presso Gregorio, _Considerazioni_, -tomo I, pag. xxvj delle note; ch’è sentenza con giudici e testimonii -greci e alcuno forse latino: Giovanni Melo, Pietro Ricato, Niccolò -Tisita, ec. - -SAN MARCO, 1110, testo greco, edito dal Buscemi nella _Biblioteca -Sacra_, Palermo, 1832, vol. I, pag. 375 segg. donazione al Monastero di -San Barbaro. La traduzione latina, con la data del 1097, fu pubblicata -dal Martorana, nella sua _Risposta_ al Buscemi, pag. 48, estratto dal -_Giornale di Scienze e Lettere per la Sicilia_ del 1831. Cf. Spata, -_Pergamene_, pag. 215. - -LIBRIZZI, 1117, traduzione dal greco, presso Gregorio, -_Considerazioni_, lib. I, pag. lvj, lvij delle note, con nomi di frati, -di Lipari e di Patti, alcuno dei quali francese e un Filippo arabo, -monaco. V’ha dei nomi di notabili del paese, manifestamente greci e -alcuno italico: come Niccolò di Filippo, Niceta Gallo, Niccolò Gala, -Filippo Manca, Giovanni Gaitane, Andrea Police. - -Monastero di San Filippo di Fragalà presso il Comune di MIRTO, -molti diplomi greci dati dal 1090 al 1145, pei quali furono donati -a questo celebre monastero greco di Sicilia de’ villani, tra i cui -nomi patronimici notansi; _Bruno_, _Corte_, _Niccolò Faber_, _Claudus -Stephanus_, _Galatano de Flavanu_, Teodoro _Accomodato_, ec. presso -Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1027, 102; ignorandosi pure se que’ -vocaboli di Faber e Claudus fossero stati tradotti dal greco o si -trovassero trascritti nel testo. - -Ἀχάρων (ALCARA LI FUSI?) 1118 (?) greco, pubblicato non felicemente dal -Buscemi, op. cit., pag. 365. Cf. Spata, op. cit., pag. 291. - -CEFALÙ, 1131, traduzione latina dal greco, presso il Pirro, op. cit., -pag. 799; e platea greco-arabica dei villani, citata poc’anzi a pag. -205. - -SIRACUSA, 1104, diploma latino, nel quale si fa espressa menzione del -clero greco e clero latino, presso Pirro, op. cit., pag. 619. - -ACI e CATANIA, 1095, 1144, platee de’ villani arabo-greche, -nell’Archivio della Cattedrale di Catania. Si vegga inoltre per Catania -la carta di franchigia del 1168, presso Gregorio, _Considerazioni_, -lib. I, cap. IV, nota 21, nella quale si legge: _Latini, Græci, Judæi -et Saraceni unusquisque juxta suam legem judicetur_. - -[460] Per esempio in VICARI, 1098, diploma greco in favore d’un -monastero, al quale furono donati de’ villani di varii paesi, con -nomi musulmani, greci e fors’anco italici: Niccolò figlio di Vitale, -Basilio, Sabato, Goffredo, Ziero ec. Traduzione latina presso il Pirro, -op. cit., pag. 295. Notinsi anco i nomi greci tramezzati a italiani e -francesi di Vicari e Cammarata nel diploma del 1175, presso Gregorio, -_De supputandis_, ec., pag. 55, ripubblicato da Spata, _Pergamene_, -pag. 451 segg. - -[461] Ricordisi l’arcivescovo greco che trovarono i Normanni entrando -in Palermo. Quivi era nel 1138 un protopapa greco, secondo il diploma -pubblicato nel _Tabulario_ della Cappella Palatina a pag. 8. La stessa -raccolta racchiude molte altre carte greche dal 1141 sino a tutto -il secolo XIII. Lo stesso attestano non poche iscrizioni bilingui e -trilingui. - -[462] Di Giovanni, _Ebraismo in Sicilia_, passim; Gregorio, -_Considerazioni_, lib. I, cap. j, pag. 7, 15; Zunz, _Zur Geschichte und -Literatur_, Berlino, 1845, vol. I, pag. 487. Ognun sa che nel viaggio, -vero o finto, di Beniamino da Tudela, compilato in ogni modo con ottime -notizie verso il 1170, sono annoverati 200 giudei in Messina e 1500 -in Palermo: traduzione inglese di Asher, Londra, 1840, pag. 159 segg. -Si vegga intorno questo viaggio il Lelewel, _Géographie du moyen-âge_, -tomo IV, pag. 37 segg. - -Nella platea di Catania data del 1144, dopo gli schiavi, leggonsi i -nomi di 25 famiglie di Giudei. Ve n’era anco (1120?) in Siracusa. - -[463] Lib. III, cap. I, pag. 32 segg. del secondo volume. - -[464] Cap. citato, pag. 35 segg. dello stesso volume. - -[465] Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. j, pag. 5 segg. 10, 17. - -In Girgenti la popolazione musulmana vincea tanto di numero la -cristiana, che San Gerlando, il 1096, fece fabbricare un immenso -castello a rifugio de’ suoi frati, e che il vescovo Gualtiero, il -1141, edificò novelle fortificazioni; usando per tre anni, come cava di -pietre, i monumenti Agrigentini. Ch’ei non riposi in pace! Cronichetta -de’ Vescovi di Girgenti, presso il Gregorio, op. cit., lib. I, cap. I, -nota 14. - -Si ricordino anco le varie narrazioni d’Ibn-Giobaîr, _Journal -Asiatique_ di dicembre 1845 e gennaio 1846, ed _Archivio Storico -Italiano_, vol. IV, Appendice, N. 16, dove si dice delle popolazioni -musulmane di tutti i villaggi tra Palermo e Trapani, della gelosia con -che i Cristiani guardavano la ròcca di Monte San Giuliano, ec. - -[466] Libro III, cap. I, pag. 32, segg. del 2º volume. I nomi etnici -che seguono son cavati dai diplomi e riscontrati col _Lobb-el-Lobâb_, -con Ibn-Kaisarani, Dsehebi, il _Merasid-el-Ittilâ_ e le altre opere che -citerò ne’ singoli casi. - -[467] La copia del diploma ha Zagari, che non torna a nome etnico -noto. Ritenendo la grande somiglianza della _r_ col _w_ nella scrittura -affricana, leggo _Zegawi_; su la qual voce si vegga De Slane, traduz. -francese d’Ibn-Khaldoun, _Berbères_, tomo IV, pag. 31. - -[468] Hamdi, o Giamadi; Halbasi, o Giolaisi, ec. dove mancano le vocali -e le trascrizioni greche. Altri non trovo affatto, come Arkhi, Baruki, -Betresen (_pitrusinu_? ossia prezzemolo) ec. - -[469] Inedita dell’Università di Palermo. -Abu-Tâhir-Abd-er-Rahman-ibn-Abd-Allah-ibn-Zeidun-el-karawi. - -[470] Righa è nome di tribù berbera e anco di luoghi in Affrica, De -Slane, op. cit., tom. I, pag. 294. Si avverta che le stesse lettere, -mutativi i punti diacritici, porterebbero _Reba’i_, che torna alla -tribù arabica di Rebi’a, una di quelle che occuparono l’Affrica nell’XI -secolo, venendo dall’Egitto: (De Slane, op. cit., tom. I, pag. 32); -oppure a quella di Reb’a, ramo di Azd. (Ibn-Kaisarani, _Homonyma_, -Leyda, 1865, pag. 194.) - -[471] Su questi ultimi tre nomi si vegga De Slane, op. cit., tomo I, -pag. 171, 282 e 285, e tomo III, 273, 279. Del resto, Verro potrebbe -esser nome latino. - -[472] Il testo arabico avrebbe Argiâknû, e la trascrizione greca dà -ερτζυκνου. Aragigun è isoletta alla foce della Muluia, secondo Edrisi, -_Description de l’Afrique et de l’Espagne_, Leyda, 1866, pag. 206 della -traduzione. - -[473] Mismar si chiamava la Penisola di Magnisi, tra Siracusa e Agosta. -La trascrizione greca di questo nome, che portavano due famiglie di -villani d’Aci, dà μεσίμερη. Se il copista greco avesse presa una _w_ -per una _r_, sbaglio assai frequente nei manoscritti affricani, sarebbe -questo il notissimo casato de’ _Ma-es-samâ_ «Acqua del Cielo.» - -[474] Quantunque Edrisi scriva il nome di Vicari _Biku_, la voce -Bekkara potea rappresentare questa o altra terra di Sicilia. Si vegga -il nostro lib. II, cap. X, pag. 418 del primo volume, nota 3. - -[475] Questa iscrizione, edita dapprima nelle _Mines de l’Orient_, tomo -I, fu ripubblicata, sopra l’originale, da M. De Fresnel, nel _Journal -Asiatique_ di dicembre 1847, con una buona traduzione inglese di Farâs -Schidiâk. La data è del 569 (1174), il nome della sepolta, Maimuna -figlia di Hasan, figlio di Alì Hodseilita. Se non che dopo questo -nome, la versione portava «an attendant _of Ibn-es-Soosee_.» Parendomi -strana per più rispetti cotesta qualificazione, io domandai da Parigi -al mio compagno di esilio Francesco Crispi, allora in Malta, un lucido -di quelle parole e avutolo in dicembre 1853, non tardai a leggervi -«soprannominato Ibn-es-Susi.» - -[476] Si vegga il lib. V, cap. I, pag. 27, 28, 30, 34 di questo volume. - -[477] Lib. V, cap. V, pag. 140 di questo volume. - -[478] Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. I, note 25, 26 ec. È -inutile citare i diplomi antichi che contengono nomi francesi. Noterò -in vece che in uno del 1175, pubblicato dal Gregorio, _De supputandis_, -ec., pag. 52 e segg., indi da Spata, _Pergamene_, ec., pag. 451 segg., -traduzione latina del XIII secolo dall’arabico e dal greco, si leggono -i nomi di Sir Bonom de Custasin, Sir Ricalinus de Calatabutur ec. In un -diploma arabico inedito della Chiesa di Cefalù, serbato nell’Archivio -di Palermo, si legge il nome di un Sir Gulielm, banchiere o non so che -in Cefalù. Par che i francesi, nobili o no, nel XII secolo amassero in -Sicilia di fregiarsi col titolo di _Sire_. - -[479] Esaminati diligentemente i nomi di tutti i comuni attuali e de’ -villaggi abbandonati, che sono pur molti, i quali io già pubblicava -nel 1859 con la _Carte Comparée de la Sicile_, ne occorre pochi, di -pochissima importanza e origine dubbia: _Castelnormando_ si chiamava -nel XVII secolo, al dire dell’Amico, _Dizionario topografico_, -l’attuale Comune di Valledolmo, ma non ve n’ha notizie anteriori; -_Ciambra_ un villaggio presso Monreale; _Merhela Gulielm_ (la stazione -di Guglielmo) un luogo presso Monreale, che parrebbe stazione di caccia -d’uno dei re di quel nome. Tralascio _Francavilla_, comune, e Monpileri -villaggio distrutto su l’Etna, poichè Pila, Piliere sono nella nostra -favella, come nella francese. Metto anco da canto i nomi composti -con la voce _burg_,i quali possono riferirsi tanto al francese quanto -all’italiano e all’arabico. - -[480] Presso Caruso, _Bibl. Sicula_, pag. 477. - -[481] Falcando presso Caruso, _Bibl. Sicula_, pag. 466. Lo sciocco -Arrigo de’ principi di Navarra, fratello della Regina, era stigato -da’ cortigiani a prender la somma degli affari in luogo di Stefano -de’ conti di Perche. E schivando il peso superiore alle sue forze, -allegava tra le altre cose: _francorum se linguam ignorare, que maxime -necessaria esset in_ CURIA. Si trattava dunque, non del paese, ma -della corte; dove il principe fanciullo, bisnipote del conte Ruggiero, -e discepolo di Pietro di Blois, parlava com’e’ pare il francese; e -i cortigiani italiani ed arabi si adattavano. Si ricordi con ciò -l’attestato di Ibn-Giobair, che lo stesso Guglielmo II parlasse -l’arabico. Infine è da notare che delle lingue usate nella corte -poliglotta di Palermo, la men difficile al Navarrese doveva esser -quella della Francia. - -[482] _Considerazioni_, lib. I, cap. I, nota 27. - -[483] Cap. cit., nota 28. - -[484] _Strenuos bello milites Longobardos_ (del Napoletano) _ac -Transmontanos.... sibi largitionibus alliciens_, dice il Falcando del -ministro Majone, presso Caruso, _Bibl. Sicula_, pag. 419. Poi ve n’ebbe -degli Spagnuoli, op. cit., pag. 439 e sempre de’ Musulmani. - -[485] In questo medesimo libro, cap. VII, pag. 191 del volume. - -Sappiamo da Pietro di Blois (_Epistolæ_, nº 66), che dopo la morte di -Guglielmo il Malo, l’Arcivescovo di Rouen mandò alla corte di Palermo -trentasette giovani francesi dotti o di nobil sangue. Si veggano le -epistole di San Tommaso di Canterbury e dell’abate di Cluni alla regina -reggente in Sicilia e al ministro di lei Riccardo Palmer, nel cui -epitaffio mi pare compendiata la biografia degli avventurieri di cui -trattiamo: - - _Anglia me genuit, instruxit Gallia, fovit_ - _Trinacris._ - -[486] Ibn-el-Athir, testo nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pag. -278, Novairi nella stessa opera, pag. 448, e presso Gregorio, _Rerum -Arabicarum_, pag. 26. - -[487] Ugo Falcando presso Caruso, _Bibl. Sicula_, pag. 406-407. - -[488] Diploma del 1193, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1288. -La voce _rua_ o _ruga_ di certo non prova l’origine francese della -popolazione. Oltrechè Messina era essenzialmente greca, leggiamo quella -voce in un diploma del Barbarossa, il quale prometteva ai Genovesi -_rugam unam cum ecclesia, balneo, fundico et furno_ in ogni città che -lo impero fosse per acquistare nel regno di Sicilia. _Liber Jurium -Reipub. Genuensis_, tomo I, pag. 207, diploma del giugno 1162. - -[489] _Ravellus magister Amalphitanorum Messane_, è soscritto in un -diploma greco del 6680 (1172), traduzione latina presso Gregorio, -_Considerazioni_, lib. II, cap. II, nota 32. - -[490] Diploma arabico del Monastero di Monreale dato il 1182, e -traduzione latina presso Del Giudice, _Descrizione del Tempio.... di -Morreale_, pag. 12, in fine della divisa di Summini. - -[491] Michele da Piazza, presso Gregorio, _Biblioteca Aragonese_, tomo -II, pag. 77. La quale notizia si riferisce al XIV secolo. - -[492] - - _Acquaviva_ (Caltanissetta). _Acquaviva_ (Molise [due] Terra di - Bari, Ascoli). - _Altavilla_ (Palermo). _Altavilla_ (Principato Ulteriore, - id. Citeriore, Alessandria, - Monferrato). - _Bivona_ (Girgenti). _Bibbona_ (Pisa). - _Vicari_ (Palermo). _Biccari_ (Capitanata). - _Briga_ [S. Stefano di] _Briga_ (Novara, Cuneo). - (Messina). - _Brolo_ (Messina). _Brolpasino_ (Cremona). Si ricordi - anco _Broglio_. - _Burgio_ (Girgenti). _Borgio_ (Genova). - _Cammarata_ (Girgenti). _Camerata_ (Bergamo, Ancona). - _Caronia_ (Messina). _Corona_ (Bergamo). - _Castania_ (Messina). _Castana_ (Pavia); _Castano_ - (Milano). - _Chiaramonte_ (Siracusa). _Chiaramonti_ (Sassari); - _Chiaromonte_ (Basilicata). - _Cinisi_ (Palermo). _Cinisello_ (Milano). - _Corleone_, anticamente _Coreglia_ (Lucca, Genova); - Coriglione, (Palermo). _Corigliano_ (Calabria, - Otranto). - _Gagliano_ (Catania). _Gagliano_ (Abruzzo, Otranto). - _Geraci_ (Palermo). _Gerace_ (Calabria). - _Gravina_ (Catania). _Gravina_ (Bari). - _Gualtieri_ (Messina). _Gualtieri_ (Reggio d’Emilia). - _Mirabella_ (Catania). _Mirabella_ (Principato); - _Mirabello_ (Cremona, Pavia, - Alessandria, Monferrato, Milano, - Molise). - _Motta_ [due] (Messina, _Motta_ (Calabria Ulteriore 1ª e - Catania). 2ª, Cremona, Novara [due], - Capitanata, Pavia, Milano) [due]. - _Novara_ (Messina). _Novara_ (Novara) [Piemonte]. - _Palazzolo_ (Noto). _Palazzolo_ (Terra di Lavoro, - Milano, Brescia, Novara); - _Palazzuolo_ (Firenze). - _Paternò_ (Catania). _Paterno_ (Principato, Calabria, - Ancona). _Paderna_ (Alessandria). - _Padernello_ (Brescia). _Paderno_ - (Como, Cremona, Brescia, Milano). - _Paterno_, villa e chiesa presso - Firenze. - _Pettineo_ (Messina). _Pettinengo_ (Novara). - _Piazza_ (Caltanissetta). _Piazza_ (Massa e Carrara, Bergamo, - Como). _Piazzatorre_ (Bergamo). - _Piazzo_ (Torino, Bergamo [due]). - _Piazzolo_ (Bergamo). - _Sala_ [Paruta] (Trapani). _Sala_ (Como, Parma, Novara, - _Sala_ [di Partinico] Bologna, Alessandria [due], - (Palermo). _Sala_, antico Como, Principato). - casale presso Sciacca. - _Sambuca_ (Girgenti). _Sambuco_ (Firenze, Cuneo). - _Sambughetto_ (Novara). - _Saponara_ (Messina). _Saponara_ (Basilicata). - _Scaletta_ (Messina). _Scaletta_ (Cuneo). - _Scopello_ [Tonnara di]. _Scopello_ e _Scopa_ (Novara). - -[493] Presso Gregorio, _Considerazioni_. lib. I, cap. III, nota -46. Il Francese è di _Limeuil_, nel Dipartimento della Dordogne -(_Limoliensis_). Ho detto bresciano un Herbertus Braosensis -(_Bressensis_?). - -[494] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 771, 772. Tolceto era villa -nel territorio dell’attuale comune di Nè, in provincia di Genova, come -si vede dagli _Atti della Società Ligure di Storia patria_, vol. II, -parte II, pag. 769. V’ha anco tra’ testimonii un Roberto di Sardevalle -(o Surdavalle come si legge nel Malaterra, libro III, cap. XXX), -il qual nome potrebbe tornare a Sordivolo in provincia di Novara. -Guglielmo de Surdavalle è soscritto in un diploma del 1090, presso -Spata, _Pergamene_, pag. 248. - -[495] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 76. - -[496] Presso Spata, _Pergamene_, pag. 266. - -[497] Presso Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. V, nota 3, pag. -LI, LII. - -[498] I diplomi siciliani e napoletani del XII secolo e le Costituzioni -di Federigo imperatore, provvedono severamente affinchè non solo i -servi della gleba e i villani, ma anco i borghesi, non si partano dalla -terra del signore. - -[499] _Merûsid-el-Ittila’_, testo, all’articolo _Ankabord_. Ma Edrisi, -_Géographie_, trad, di Jaubert, vol. II, pag. 118, 120, 261, 262, -ristringe i limiti dalla parte di mezzogiorno; e Abulfeda conosce già -le divisioni politiche dell’Italia, _Géographie_, trad. di M. Reinaud, -pag. 36, 37 ec. - -[500] Presso Muratori, _Rer. Ital. Script_., tom. IV, pag. 498. - -[501] Eustathii Metropolitae Thessalonicensis, _De Capta Tessalonica_, -edizione di Bonn, pag. 415. Eustazio scrive λαμῶαρδικοί e λογγιθάρδοι. - -[502] Pietro Diacono, presso Muratori, _Rerum, Italicarum Scriptores,_ -tom. IV, 518. Si vegga poi Costantino Porfirogenito, _De Themathibus_, -p. 1462, e Muratori, _Annali d’Italia_, anno 1008. - -[503] Presso Caruso, _Bibl. Sic_., de’ primi a p. 419, 444, 450, e -de’ secondi a’ luoghi citati qui appresso. Si vegga anco Romualdo -Salernitano, presso Caruso, op. cit., pag. 868. - -[504] Presso Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. IV, nota 25. Il -Gregorio non porta la data; ma la non può essere posteriore al 1153. - -[505] Falcando e Romualdo Salernitano, presso Caruso, op. cit., pag. -440, 442, 443, 868. - -[506] Falcando, presso Caruso, op. cit., p. 448, 462, 480, 481. - -[507] Deca I, libro I, cap. VI, e libro X, cap. I e II, per Aidone; -e per San Fratello, Deca I, libro IX, cap. IV, dove si legge _et -Longobardorum, ut ex incolarum idiomate colligitur, oppidum_. E ciò -conferma l’Amico, nel _Dizionario topografico_. - -[508] Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 582, 588. - -[509] Diploma dell’imperator Federigo, dato di Cremona il 20 febbraio -1248, (_Historia Diplomatica Friderici II_, tom. VI, p. 695) dal quale -si vede che Corleone era stata conceduta molto innanzi a’ lombardi -Oddone e Bonifacio de Camerano, e Scopello anche prima di Corleone. - -[510] Questa opinione del dottissimo Tedoro Wüstenfeld, è sostenuta -dal fatto che il nome di _Scopello_, non arabico al certo nè greco, -si trova nella provincia di Novara in Piemonte e comparisce in Sicilia -allo scorcio dell’XI secolo. - -[511] Ho citate le sorgenti nella mia _Storia del Vespro Siciliano_, -cap. II, edizione del 1866, vol. I. p. 18, 22. - -[512] Continuazione di Saba Malaspina, presso Gregorio, _Biblioteca -Aragonese_, tomo II, pag. 356. - -[513] Op. cit., p. 358. - -[514] Pag. 196 segg. - -[515] Veggasi il cap. VI di questo Libro, p. 156 del volume. - -[516] Si vegga l’albero genealogico pubblicato dal De’ Simoni, -nella _Nuova Antologia_ di Firenze, settembre 1866. Un Oddone Bono, -_marchese_, è segnato tra’ testimoni nel citato diploma del 1095, -presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 76; e Bono, marchese, feudatario -nelle vicinanze di Corleone, è nominato nello stesso diploma. -Probabilmente un Oddone de’ marchesi di casa aleramica, soprannominato -il Buono. - -[517] Si scorge da’ diplomi del 1094, 1114 e 1136, presso Pirro, -_Sicilia Sacra_, p. 75. 1177 e 1156, e del 1113, presso Gregorio, -_Considerazioni_, libro I, cap. V, nota 20. - -[518] Alessandro Abate di Telese, Libro II e III, presso Caruso, _Bibl. -Sic._, p. 266, 293. - -[519] Alessandro Abate di Telese, loc. cit. Falcando, presso Caruso, -op. cit., p. 413, 417, 418. Si vegga anche un diploma di questo conte -Simone, dato il 1147, nel quale sono testimonii due di Piazza, presso -Lünig, _Cod. Ital. Dipl_., tomo II, pag. 1639. - -[520] Pagina 223. - -[521] Bonifazio d’Incisa, cugino carnale di Arrigo e di Adelaide -contessa di Sicilia, come si scorge dall’albero aleramide pubblicato -dal De’ Simoni, _Nuova Antologia_, settembre 1866; e Arrigo d’Incisa -nominato il 1186, presso Moriondi, _Monumenta Aquensia_, vol. II, p. -348. Arrigo d’Incisa combattente nella battaglia di Ponza, secondo -Speciale citato da me nel _Vespro Siciliano_, cap. XVIII, tomo II, p. -160 dell’edizione 1866. Giovanni ed Aloisio d’Incisa, feudatarii al -principio del XIV secolo, presso Gregorio, _Biblioteca Aragonese_, tomo -II, pag. 468; e Simone d’Incisa nominato in documenti del 1309, 1317, -1319, nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 97, 103, -109, 113. - -[522] Un diploma del 1157, presso De Meo, _Annali del Regno di Napoli_, -sotto quell’anno, è dato da “_Albertus, Dei et Regis gratia Comes de -Gravina, filius et heres Bonifacii, marchionis_“. Debbo al dottissimo -Teodoro Wüstenfeld, lodato di sopra, questa ed altre citazioni fatte -sugli Aleramidi e molte altre che tralascio, come non necessarie al mio -argomento. - -[523] Si confronti ciò ch’egli dice di Nicosia e di Aidone e San -Fratello ne’ luoghi citati di sopra. - -[524] Catania 1857, in 8º. Si vegga la Prefazione, p. 47 e seg., e i -canti di San Fratello e Piazza, p. 332 seg. - -[525] Lettera indirizzatami dal professore Angelo De Gubernatis, -pubblicata nel _Politecnico_ di Milano, giugno 1867, pag. 609, segg. - -[526] Secondo i quadri delle entrate e spese de’ Comuni italiani -nel 1858, pubblicati il 1863 nella Rivista dei Comuni, Caltagirone -possedea, tra fitti di terre e canoni, con una popolazione di - - 24,417 anime, L. 313,558 - Palermo 194,463 » » 236,215 - Messina 103,324 » » 95,609 - Catania 68,810 » » 38,523 - -Notisi esser compresi in cotesti patrimonii i beni urbani, che -sono molto maggiori nelle grandi città che nelle piccole, e che non -risalgono di certo all’XI e XII secolo. - -[527] Un diploma di Guglielmo I, dato il 1 maggio 1160, attesta che i -fedeli uomini di Calatagerun avessero comperate dal re Ruggiero e da -Guglielmo stesso, le terre dette di Fatanasino e di Iudica per 40,000 -tarì di Sicilia, Pergamena del Municipio di Caltagirone, della quale -io ho una copia. È citato anco ne’ ricordi municipali un diploma del 1 -settembre 1143, il quale, da quanto ne so, or è perduto. - -[528] Secondo i quadri ch’io ho testè citati, vien dopo Caltagirone e -Palermo, la città di Mistretta, con una popolazione di 10,638, ed un -patrimonio territoriale di L. 102,926, e immediatamente dopo Messina, -occorre Nicosia, popolazione 14,731, e patrimonio L. 89,783. - -[529] Fazzello, Deca I, libro X, cap. 2; Amico, _Dizionario topografico -della Sicilia_, alla voce Caltagirone; Aprile, _Cronologia universale -della Sicilia_ p. 64 seg., 91 seg. A rincalzare la tradizione, era -citato un diploma che non si ritrova, e una lapide del campanile di San -Giorgio, che più non esiste. - -[530] Si vegga il cap. VI di questo libro, p. 153 del volume, nota 1. -Debbo le notizie locali, le copie e fac-simile del diploma del 1160, -e d’un altro del 1201 e quella della _Cronica di Camopetro_, al signor -avv. La Rosa di Caltagirone, che mandolle nel 1847 in Parigi al barone -Friddani, il quale le avea richieste per me. - -[531] Testo, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 55, e presso Gregorio, -_Rerum Arabicarum_, p. 120. - -Una montagna che sta di faccia a Caltagirone a tre o quattro miglia, -si chiama tuttora _Cansaria_ e l’è nominata Ganzaria, Chanzaria, e -Cancheria, ne’ diplomi dal XIII al XV secolo. Lo scambio di _Hisn_ -in _Kala’t_ non fa specie. La seconda parte del nome topografico, -_gerun_, come la si legge nel diploma del 1160, senza la declinazione -latina, esclude com’e’ parmi l’etimologia di _girone_ o altro vocabolo -nostrale, e porta piuttosto a credere che i coloni italiani venuti a -porsi presso la Kala’t-el-Khinzarla, abbiano mantenuto il nome arabico -di qualche antico castello, ritrovo de’ _ginn_ (demonii) mutando la _n_ -in _r_. Può darsi anco che gli Arabi a lor volta, avessero trasformato -in quel vocabolo qualche derivato di Gela, come Gelonum (castrum). Gela -sorgea, com’e’ pare, a poche miglia di distanza. - -[532] Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 618 e 622, dove è stampato: _Ecclesias -Calatageronis et quae sunt in territorio ejusdem cum pertinentiis -suis._ - -[533] L’Inveges, nella _Carthago Sicula_, non ne dà notizie degne di -fede. - -[534] Si veggano i diplomi del 1094 e 1095, citati poc’anzi a p. 221. - -[535] Si vegga la nota a p. 220. - -[536] Falcando, presso Caruso, _Bibl. Sicula_, p. 423 seg. infino a 442. - -[537] Falcando, op. cit., p. 415, dice de’ Baresi frequenti in Palermo. - -[538] _Considerazioni_, libro II, cap. vij, p. 165. Il professor Diego -Orlando nell’opera intitolata _Il Feudalismo in Sicilia_, Palermo, -1847, in-8, cap. XIV, nota 43, pag. 282, ha dimostrato questo errore -del Gregorio con alcune delle autorità ch’io verrò citando. - -[539] Si veggano in questo stesso libro i cap. II, III, VI, p. 69, -74, 95, 100, 153, del presente volume, e soprattutto le narrazioni di -Amato, citate nel nostro, cap. IV, pag. 119, 120, 121, 129, 132. - -[540] Una legge attribuita a Guglielmo, Libro III, titolo xxxiv -(_Historia Diplomatica Friderici II_, tomo IV, p. 142), prescrive che -gli schiavi (_servos et ancillas_) fuggitivi fossero resi ai padroni -loro o consegnati al bajulo; e un’altra di Federigo, libro III, titolo -xxxvj, p. 143, li chiama _mancipia_, spiegando più particolarmente -il detto provvedimento. Per una legge delle _Assisae_, nello stesso -volume, p. 227, è vietato tra le altre cose che alcun giudeo o pagano -(cioè musulmano), comperi _servum christianum_, o lo tenga sotto -qualsivoglia pretesto. Si veggano anche i _Fragmenta juris siculi_, -pubblicati dal Merkel, _Commentatio_, Halis, 1856, pag. 18, 20, 34. - -[541] Diploma inedito della Chiesa di Catania. - -[542] Il testo greco di questo diploma, serbato oggi nello Archivio -regio di Palermo, è stato pubblicato dal sig. Spata, _Pergamene_, p. -215 seg. - -[543] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 976 e 1008. - -[544] Diploma del 1114, presso Pirro, op. cit., p. 1004. - -[545] _Regii Neapolitani Archivii Monumenta_, volume V, nº 497 e 510, -p. 249, 278, i quali si leggono anco nella vita di S. Brunone, Acta -Sanctorum, tomo III di ottobre, come abbiamo accennato nel cap. VII del -presente libro, p. 487, nota 2 di questo volume. - -Gli editori laici di Napoli non mettono in forse l’autenticità di -cotesti diplomi; gli ecclesiastici di Anversa la sostengono con gran -calore; ed io non avendo sotto gli occhi quelle scritture, non posso, -così senz’altro esame, dichiararle false. Pure ho gravi sospetti. -Il fatto principale è un sogno miracoloso, raccontato con troppi -particolari; e lo scioglimento del nodo, una larghissima donazione al -monastero di San Brunone. Oltre a ciò il primo di cotesti diplomi dà il -titolo del conte Ruggiero con formole insolite, e il secondo è dato di -giugno, Xª indizione 1102, in Mileto “nella camera dove giaceva infermo -il conte,” quando si sa ch’egli era morto il 22 giugno IX indizione -1101. Quella stessa qualità mista di _servi_ e _villani_, della quale -non si conosce altro esempio, accresce i dubbii. - -In ogni modo, i diplomi se non falsi, sono di certo anomali, scritti da -cappellani del conte fuor dagli usi cancellereschi e non fanno grande -autorità in una quistione di Dritto pubblico. - -[546] Falcando, presso Caruso, _Bibl. Sic._, pag. 458. - -[547] Diploma arabico, inedito e senza data, della Chiesa di Cefalù. -Facendovisi menzione dei _dinâr_ di Abd-el-Mumen e dei _roba’i_ ducali -di Sicilia, par che torni alla metà del XII secolo. - -[548] Si vegga il cap. IV di questo libro, p. 107, del volume, intorno -i prigioni di Bugamo. - -[549] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 771. - -[550] Morso, _Palermo Antico_, documento nº VI, p. 344, diploma della -prima metà del XII secolo. - -[551] _Constitutiones Regni_ ec., libro III, titolo ij, iij, p. 162, -163, e più esplicitamente nelle _Assisae_, stesso volume, p. 232, -_Rescriptum pro Clericis_. Era vietato in generale ai vescovi di -ordinare sacerdoti de’ _villani_, senza permesso dei Signore; ma si -spiegava così, che il divieto fosse assoluto (tolto il caso di estremo -bisogno) pei villani obbligati a servire, _intuitu personæ, ut sunt -adscriptitii et servi glebæ et alii hujusmodi_, ma che i vincolati -_respectu tenimentorum vel aliquorum beneficiorum_, poteano rinunziare -a que’ beni e farsi chierici. - -[552] Diplomi presso Pirro, _Sicilia Sacra_: del 1091, p. 521, del -1093, p. 695, del 1094, p. 771, del 1134, p. 976, oltre quelli citati -di sopra e moltissimi altri. In uno del 1083, a p. 1016, si legge -_villicos_. - -[553] Diplomi, ne’ _Regii Neapolitani Archivii Monumenta_, tomo V: del -1087, p. 117; del 1092, p. 140; del 1126, p. 521 ec. - -[554] Diplomi greci dell’archivio di Palermo, pubblicati dal sig. -Spata, _Pergamene_, ec.: del 1101, p. 192; del 1112, p. 234; del -1116, p. 242; del 1136, p. 265; diploma del 1143, nel Tabulario -della Cappella Palatina di Palermo, p. 14; e un altro arabo-greco del -Monistero di Morreale, inedito, dato il 1151. La stessa voce occorre -in parecchi diplomi greci del Napoletano, pubblicati dal Trinchera, -_Syllabus_, ec. del 1130, a p. 139; del 1154, a p. 199, del 1165, a p. -219, risguardanti alcuni monasteri di Calabria. - -[555] Diplomi arabi inediti del 1145 (Chiesa di Morreale); 1177? -(Chiesa della Magione in Palermo); 1178 e 1183 (Chiesa di Morreale). - -[556] Diplomi greci, presso Spata, _Pergamene_, ec., del 1099, -rinnovato il 1114, p. 237; del 1101, p. 192; del 1116, p. 242; del -1123, p. 409. Occorre anco lo stesso nome generico in un diploma -greco del 1098, pubblicato dal Buscemi, nella _Biblioteca Sacra_, vol. -I, Palermo, 1832, in 8º, p. 212, la cui traduzione latina si ha dal -Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 293; e nel diploma arabo-greco del 1151, -citato nella pag. prec., nota 4. E similmente nei diplomi greci del -Napoletano, per esempio uno del 1145, presso Trinchera, _Syllabus_, p. -182, ed un altro dello stesso XII secolo, op. cit., p. 557. Non occorre -citare i diplomi latini. - -[557] Diploma greco-arabico inedito, del 1095, appartenente alla Chiesa -di Catania, nel quale il ruolo dell’_Ahl-Liagi_ (gente di Aci), è -tradotto Πλάτια τῶν αγαρηνῶν τοῦ Γιάκιου (Ruolo degli agareni di Aci); -ed un altro anche greco-arabico della medesima data, appartenente alla -Chiesa di Palermo e contenente una donazione di uomini, buoi e terre, -fattale dal conte Ruggiero, dove al vocabolo αγαρήνοι risponde anco -l’arabico _rigiâl_, ed in una spedizione latina, presso Pirro, _Sicilia -Sacra_, p. 76, il vocabolo _villani_. Il nome _agareni_ occorre in -molti diplomi latini. - -[558] Si veggano le rubriche de’ diplomi del 1143 e 1149, presso -Mortillaro, _Tabulario della Cattedrale di Palermo_, p. 23 e 30. -Occorre tal voce sovente nei diplomi greci del Napoletano, pubblicati -dal Trinchera, _Syllabus_: del 1136, p. 155 (relativo alla Sicilia); -del 1145, p. 182, con la variante υελλάνοι; del 1188, p. 297 idem; -ed un altro senza data, ma del XII secolo anch’esso, con lo errore -υιλλάνη. Veggasi anche Ducange, _Glossario greco_, il quale alla voce -Βελλάνος cita un diploma del conte Ruggiero. - -[559] Presso Trinchera, _Syllabus_, p. 557, nº XVI dell’appendice. - -[560] Diplomi arabici del 1150 e 1154, appartenenti alla cattedrale di -Palermo, dei quali ho avuta copia dal professor Cusa, e il secondo fu -pubblicato mediocremente dal Gregorio, _De Supputandis_, ec., p. 34 -seg. e dal Caruso, nella _Biblioteca Sacra_, vol. II, Palermo, 1834, -p. 46. Diploma arabico del 1169, appartenente alla stessa cattedrale -di Palermo, del quale ho copia per cortesia del lodato prof. Cusa. In -quest’ultima copia veggo la lezione _Kh.. r.. sc_ in luogo di _H.. -r.. sc_ (lettere 7, 10, 13, in luogo delle 6, 10, 13, dell’alfabeto -arabico). Non par verosimile che fosse stata adoperata una traduzione -della voce _rusticus_ (_heresc_ significherebbe ruvidezza). Chi voglia -vedere le conghietture del Gregorio e del Tychsen su questa e su la -voce _mils_ o _mels_ del medesimo diploma, legga la nota a alla pag. 36 -del _De supputandis_. - -[561] Diploma latino del duca Ruggiero figlio di Roberto, dato di -agosto 1086, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 74, 75; Diploma del -vescovo di Catania, dato di settembre 1114, il quale rilasciava al -monastero di Santa Maria in Josaphat di Paternò la decima sopra i -_rustici Saraceni_, donati a quello dal conte Arrigo. - -[562] Ducange, _Gloss. lat._: Rustici, Coloni, Glebæ adscriptitii ec., -Rustis. - -[563] Secondo la Costituzione, libro III, titolo 60, era vietato di -far giudice o notaio _qui vilis conditionis sit, villanus aut angarius -forsitan, filii clericorum spurii, aut modo quolibet naturales_. - -[564] _Considerazioni_, libro II, cap. vij, p. 168. Più evidentemente -dimostrasi il significato generico della voce _rustico_ nelle Assise -del regno di Sicilia, pubblicate dal Merkel, Halis, 1856; dove a pag. -17, titolo III, si raccomanda a tutti i signori di usare umanamente -co’ loro soggetti: _cives, burgenses, rusticos, sive cujuscumque -professionis homines_; e non si fa motto di villani, angarii ec. -Contro il suo solito, il Gregorio non cita alcun diploma in questa -delicata investigazione; contentandosi di porre in nota parecchi luoghi -delle Costituzioni, dove occorrono i vocaboli _rustico_ e _villano_, -nei quali luoghi ei credette ritrovare «le classi tutte in cui fu -distribuita la nazione siciliana e quale differenza tra esse passasse». -(_Considerazioni_, vol. II, p. 70. Nota 8 del cap. vij.) - -Ma le Costituzioni, in primo luogo, promulgate in Melfi il 1231, non -furono dettate esclusivamente per la Sicilia. Sendo comuni a tutte le -province che ubbidivano a Federigo nell’Italia meridionale, ricordano -varie denominazioni di classi inferiori che usavansi qua e là in luoghi -usciti, qualche secolo o due secoli innanzi, da dominazioni molto -diverse. - -In secondo luogo, le Costituzioni non sono mica un codice sistematico e -compiuto, nel quale tutti i diritti si trovino esposti in bell’ordine; -ma bensì una raccolta di alcune leggi; confusa raccolta di leggi, di -principi diversi, e tempi diversi dello stesso principe. Non vi sì può -dunque supporre _a priori_, nè in fatto vi si nota, una tale precisione -di linguaggio che le stesse cose sieno sempre designate con gli stessi -vocaboli. - -Or questo appunto presuppose il Gregorio, quand’ei conchiuse che in -Sicilia i rustici fossero diversi dai villani; perchè gli uni erano -nominati nelle leggi, libro I, titoli x, xxxiij; II, titolo iij; III, -titolo xiiij e gli altri nelle leggi lib. II, xxxij; III, titoli ij, -vj. Nè egli considerò che il titolo xxxij del libro II rassegnava per -vero ogni classe di persone; onde se vi mancano i _rustici_, son da -tenere designati dalle altre classi che vi si leggono, cioè _angarii_ e -_villani_; o, per dir meglio, che _rustici_ significasse genericamente -i villani, gli ascrittizii e i servi della gleba, più particolarmente -nominati nei titoli ij e iij dello stesso lib. II. In vero non poteano -essere trascurati i villani nella legge contro l’asportazione delle -armi, lib. I, titolo x; nè i rustici trascurati nel novero delle classi -ammesse alle testimonianze contro baroni, ovvero escluse, lib. II, -titolo xxxij; oppure dimenticati nella legge che ammettea i villani -alla successione ne’ beni tenuti in demanio, lib. II, titolo x. - -Nè regge l’altro ragionamento dell’illustre pubblicista siciliano, -che i rustici fossero diversi da’ villani, perchè le costituzioni -stabilivano una _composizione_, come diceasi nelle leggi barbariche, -per gli uni e non per gli altri: onde gli tornava che i villani non -avessero persona, giuridicamente parlando. Perocchè _composizione_ -era il prezzo del sangue, maggiore secondo il grado, e favoriva quindi -gli uomini in ragion diretta della altezza del grado loro; ma di ciò -non tratta alcuna delle Costituzioni di Federigo. Queste al contrario -ammettono la gradazione delle persone per aggravare la pena secondo -l’altezza: onde il borghese dovea pagare più che il rustico, il milite -più che il borghese, il barone che il milite, e il conte che il barone. -La ragione stessa è seguita nel fissare la taglia per la cattura -dei fuorusciti; dove sono nominati i rustici e non i villani: nè può -presumersi che il legislatore abbia voluto assicurare l’impunità a’ -banditi servi della gleba, sopprimendo la taglia per loro. - -Io non so poi dove il Gregorio abbia letto che le testimonianze de’ -villani fossero ammesse contro rustici e borghesi. La costituzione -ch’egli cita non ne fa menzione, nè allude a questo; nè alcun’aura io -ne trovo che prevegga il caso; ond’è probabile sia corso qualche errore -di stampa, sia nel testo del Gregorio, sia nella nota. - -Finalmente è da considerare che il Gregorio stesso, ponendo i -rustici in condizione diversa dai villani, non era ben certo in che -differissero dai borghesi; e, per dir pure qualcosa, proponeva il -supposto che il medesimo ordine sociale si chiamasse dei borghesi nelle -città e de’ rustici nelle campagne. Distinzione al tutto arbitraria; -la quale in ogni modo non proverebbe la esistenza d’una classe di mezzo -tra i borghesi e i villani. - -Il professor Diego Orlando, fin dal 1847, dimostrava l’errore del -Gregorio col mero confronto delle Costituzioni, nell’opera intitolata -_Il Feudalismo in Sicilia_, Palermo, in-8, cap. XIV, nota 32, pag. 275. - -Non tacerò che in due diplomi dello Archivio di Napoli, la voce -_rustico_ sembra perfetto sinonimo di _borghese_. Si leggono entrambi -nel quinto volume dei _Regii Neapolitani Archivii monumenta_, (Napoli, -1857) sotto i numeri 477 e 494, pag. 203 e 245. Nel primo de’ quali, -dato del 1091, si vieta di molestare il monastero di San Brunone presso -Stilo, a chiunque, stratigoto o vicecomite, _rusticus aut miles, servus -aut liber_: e nell’altro dato il 1098, accennando a certi richiami -dei _Veterani Squillacenses_ relativamente ai limiti del territorio -conceduto a San Brunone, si conchiude che vedendo, _rusticorum causam -contra fratres nil juris obtinere_, è data la decisione a favor del -monastero. Ma questo solo esempio non varrebbe contro il ritratto -delle Costituzioni. Quand’anco non cadessero su i primi documenti del -monastero di San Brunone que’ gravi dubbi che abbiamo notati di sopra, -si potrebbe supporre idiotismo locale quel significato della voce -rustici, ovvero neologismo del cappellano del conte Ruggiero, uomo -probabilmente straniero, che scrisse i diplomi, se autentici; o del -monaco, anch’egli straniero, che li fabbricò dopo, se falsi. - -[565] Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. vij, pag. 167. Si -veggano in Ducange, _Glossar. lat._, le voci Angaralis, Angarea, -Angariae, Angariales, Angariarius, Angarii. - -[566] Gli Angarii citati nelle _Costituzioni_, lib. II, titolo xxxij; -III, x, ix; sono ragguagliati a’ villani. Ne’ diplomi napoletani si -dice di angaria dovuta da villani (Trinchera, _Syllabus_, pag. 300, -334, 558, 559, dipl. 1188, 1198.) E nei siciliani si veggon chiese -e monasteri liberati da prestazioni ed angarie (Spata, _Pergamene -greche_, dipl. 1117, pag. 247; dipl. 1171, pag. 273, 275); ma non -comparisce in Sicilia alcuna classe denominata _angarii_. - -[567] Si vegga il lib. IV, cap. xj, pag. 398, 399 del secondo volume. - -[568] Dei tre primi diplomi ho le copie mandatemi dal prof. Cusa; ed -uno fu pubblicato, in parte e male, dal Gregorio, _De supputandis_, -ec., pag. 34. Il quarto è stato stampato da M. Des Vergers, con -traduzione francese e comento, nel _Journal Asiatique_, ottobre 1845, -pag. 313 segg.; ed io ne detti una versione nell’_Archivio Storico -Italiano_, tomo IV, appendice, pag. 49 segg. L’eruditissimo editore -sbagliò supponendo _ascrittizii_ gli uomini di cui si tratta; e -sbagliai anch’io seguendolo in questa interpretazione e nella lezione -_Mils_ in luogo di _Maks._ - -[569] Oltre la spiegazione che troviamo nel _Kamûs_, tradotta in -parte nel Dizionario di Freytag, il significato della voce _Maks_ si -scorge nei seguenti testi arabi: _The Travels of Ibn-Jubair_, ediz. -Wright, pag. 52, 53, 66; _Ibn-el-Athiri, Chronicon_, ediz. Tornberg, -tomo XII, anno 604, pag. 183; _Annales Regum Mauritaniæ_, ediz. -Tornberg, pag. 88; Makrizi, _Mewâ’is_, ediz. di Bulâk, tomo II, pag. -121; Abu-l-Mehâsin, _Annales_, ediz. _Juynboll_, tomo II, pag. 286. Si -vegga anche Sacy, _Memoires sur le droit de proprieté en Egypte_, nelle -_Mémoires de l’Académie des Inscriptions_, tomo V, pag. 64; lo stesso, -_Chrèstomathie Arabe_, 2ª ediz., tomo I, pag. 172; tomo II, pag. 60, -84, 168; e Quatremère, _Sultans Mamlouks_, di Makrizi, tomo II, parte -ij, pag. 97. In cotesti passi _Maks_ talvolta significa contribuzioni -indirette. - -[570] Si veggano quelle diverse voci nel Ducange,_ Gloss. latino_. -Molti esempii forniscono di questa classe di uomini, i diplomi latini e -greci del Napoletano; quelli, per esempio, degli anni 932, 975, 1054, -1080, 1082, 1096, nei _Regii Neapolitani Archivii Monumenta_, tomo -I, pag. 63, 239; tomo V, pag. 8, 97, 114, 165; e presso Trinchera, -_Syllabus_, diplomi del 1097, 1145, 11... pag. 81, 182 segg. 559, _et -passim_. Gli stessi provvedimenti delle Costituzioni che richiamavano -i fuggitivi dalle terre del demanio, e il citato diploma di Morreale -del 1183, confermano la frequentissima fuga dei villani che andavano a -stanziare, da commendati, in altri luoghi. - -[571] Sono sì frequenti coteste concessioni de’ villani co’ beni loro, -che non occorrerebbe quasi di citarne i testi. Per accennarne alcuno, -noterò i diplomi greci del 1098, da Buscemi, nella _Biblioteca Sacra_, -vol. I, Palermo, 1832, pag. 212; del 1101, 1112 e 1146, presso Spata, -_Pergamene_, ec. pag. 192, 234, 242; del 1143, nel _Tabulario_ della -cappella Palatina di Palermo, pag. 14; del 1136, presso Trinchera, -_Syllabus_, pag. 155; la traduzione latina d’un diploma greco del -1096, presso Pirro,_ Sicilia Sacra_, pag. 382, per lo quale il conte -Ruggiero donava, con molti altri beni, al novello vescovo di Messina: -_in Oliverio villanos centum et terras et tenimenta quæ ibi habitantes -prius tenebant_. - -[572] Diploma arabico-greco, inedito, del 20 febbraio 1095, -appartenente alla chiesa di Catania, il quale contiene la platea dei -villani di Aci. Si vegga anche in Trinchera, _Syllabus_, pag. 182, -segg. il diploma, che contiene la dotazione del vescovado di Squillaci. -Il conte Ruggiero concedea al vescovo tra le altre cose, di ricettare -ne’ suoi poderi de’ villani estranei “purchè non fossero ne’ privilegi -di lui, nè de’ suoi baroni.” - -[573] Diploma del 1095, due del 1144 e due del 1145; tutti arabo-greci -appartenenti alle chiese di Catania e di Morreale e all’Archivio regio -di Palermo, citati di sopra. - -[574] Si vegga la pagina 244, e si confronti il tit. III, lib. vij, -delle Costituzioni ec. - -[575] Il Gregorio pubblicò, _Considerazioni_, lib. II, cap. vij, nota -4, l’atto di riconoscimento di un villano di Collesano in data del -1279, scritto in latino. Uno simile ed assai più importante, scritto -in arabico e com’io credo nel 1177 (v’ha l’_’alama_ di Guglielmo il -Buono e il riscontro del mese di Rebi 1º con agosto, perciò un de’ -tre anni 1177-8-9) si conserva nel reale Archivio di Palermo. I figli -di Musa Santagat, da Menzil Jusuf (Mezzojuso) confessano sè essere -_uomini di Gerâid_ dell’abate Tabat, e promettono di star sempre nella -obbedienza della chiesa; e l’Abate loro perdona, pone sopr’essi la -_gezia_ di trenta _rob’ai_ all’anno e il canone di 20 _Modd_ di grano -e 10 di orzo. Essi infine pregano l’Abate di permettere che soggiornino -dovunque loro aggradi. - -[576] Abbiamo dimostrato poco fa, pag. 239, che si debba anco intendere -de’ villani ciò che il Gregorio dice de’ rustici. - -[577] _Costituzioni_, lib. III, tit. X. Cf Gregorio, _Considerazioni_, -lib. II, cap. vij, pag. 167. - -[578] _Considerazioni_, lib. II, cap. vj, pag. 140, 141, 142, e cap. -vij, pag. 166-167. - -[579] Un diploma del conte Ruggiero, dato, com’e’ pare, del 12 febbraio -1095, e scritto in greco, se non che i nomi degli uomini (_rigiâi_) -sono in arabico, concedeva alla chiesa di Palermo settantacinque -_agareni,_ undici buoi, e dei poderi ne’ territori di Giato, Corleone -e Limona; dovendo gli Agareni pagare alla chiesa, per_ doma_, in -inverno 750 tarì e altrettanti in agosto, con 150, _mudd_ di frumento -e 150 d’orzo. Ogni villano così dava in ogni anno 20 tarì, due salme -di frumento e due d’orzo e nulla più. Si avverta che la spedizione -latina del medesimo diploma presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 76, -non contiene i particolari delle prestazioni. Una pessima traduzione -latina del testo greco, si legge presso il Mongitore, _Bullae_, ec. -_Panormitanæ Ecclesiæ_, pag. 13, opera del gesuita Giustiniani da -Scio, il quale, tra le altre cose, tradusse _laudemium_ la frase λογοῦ -δόματος. Pieno anco di errori il testo pubblicato dal Mortillaro, nel -_Tabulario della cattedrale di Palermo_, pag. 8 segg. - -Non cito qui il diploma del 1093, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. -695, per il quale furono conceduti al vescovo di Girgenti 400 villani -col casale, _Cathal. in quo frumenta_, etc., poichè il testo iui par sì -corrotto da non potervi far assegnamento; nè ha chiarita quella dubbia -lezione il Gaglio, negli _Opuscoli di Autori siciliani_, tom. IX. - -La voce δόμα occorre anco in un diploma greco di Sicilia del 1192, -presso Spata, _Pergamene_, pag. 306, e in tre diplomi greci della -estrema Calabria del 1188, 1198 e 11.., presso Trinchera, _Syllabus_, -pag. 300, 334 e 557, col significato di tributo principale, diverso -dalle angarie e dagli altri pesi che sopportavano i villani: tributo -personale, senza dubbio, poichè talvolta si pagava ad altro signore -che quello del luogo ove attualmente soggiornasse il villano. Il sig. -Spata ha tradotto vagamente _esazione_, e il sig. Trinchera, con troppa -precisione, _jus hospitii_. Ma quella voce nel greco dei bassi tempi -valea _dono_; come si scorge da’ luoghi del Nuovo Testamento, delle -Basiliche e di altri scritti del medio evo, citati nel_ Thesaurus_, -edizione Hase, Parigi, 1833, tomo I, col. 1642. Non sarebbe stato vezzo -nuovo di chiamar così un’odiosa imposizione. - -[580] _The Travels of Ibn-Jubair_, testo edito dal Wright, pag. 328, -336, 344. Il testo di questo squarcio si vegga anco nel _Journal -Asiatique_, dicembre 1845, p. 509, 520, 531; la versione francese -ivi a p. 538 e in gennaio 1846 pag. 81, 202, e la versione italiana -nell’_Archivio Storico Italiano_, vol IV, Appendice nº 16, pag. 34, 40, -46. - -[581] Si vegga il lib. II, cap. 12, pag. 475 del 1º volume. - -[582] Qui innanzi a pag. 246, nota 3, e il diploma del 1095 a pag. 247, -nota 3. - -[583] In questo atto del 1177 i tre villani venuti a riconoscere -l’autorità del signore, sono tassati di trenta _roba’i_ in ciascun anno -solare, per _gezie_, 20 _modd_ di frumento e 10 d’orzo. - -La moneta d’oro detta in arabico _roba’i_ e in greco e latino _tarì_, -pesava poco più di un grammo, donde tornava in valor di metallo a tre -franchi e mezzo in circa. Si vegga il lib. III, cap. xiij, pag. 457 a -460 del secondo volume. - -[584] Veggansi tutti i diplomi latini e greci, nel Pirro _Sicilia -Sacra_; Spata, _Pergamene,_ ec. e gli inediti che è occorso di citare -nel presente capitolo. - -[585] Nel diploma greco del 1188, presso Trinchera, _Syllabus_, p. 300, -i pesi de’ villani sono specificati: δόματα καὶ ᾶγγαρὶας καὶ καννίσκια, -_doni_ (ossia il tributo) _angarie e regalucci_; e lo stesso notasi con -poco divario nei diplomi del 1198 e 11..., pag. 334, 557. - -[586] Si vegga qui innanzi pag. 213. - -[587] Diploma del 1150, di Lucia di Cammarata, presso Pirro, _Sicilia -Sacra_, pag. 801. - -[588] Diploma del 1188, presso Trinchera, _Syllabus_, pag. 297. - -[589] Diploma del 1262, presso Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, -cap. vj, nota 19. - -[590] _Considerazioni_, lib. II, cap. vj, pag. 135 segg.; cap. vij, -pag. 169. - -[591] Si vegga su la significazione del vocabolo _rustici_ la pag. 239 -del presente capitolo. - -Borghesi eran detti i cittadini di Palermo, (Gregorio, -_Considerazioni_, lib. II, cap. vij, nota 10) di Morreale, (Gregorio, -op. cit., lib. I, cap. iv, nota 19) del casale di Sinagra, (Gregorio, -op. cit., lib. II, cap. vj, note 18, 19) di Siracusa, (Diploma del -1172, presso Spata, _Pergamene_, pag. 442) del territorio di Santa -Maria in Cammarata, (Diploma del 1150 presso Pirro, _Sicilia Sacra_, -pag. 801) e di Oppido in Calabria (Diploma del 1188 presso Trinchera, -_Syllabus_, pag. 297). - -[592] Presso Caruso, _Bibl. Sic._, pag. 475. - -[593] Re Ruggiero vietava a’ bajuli di molestare gli abitatori Lombardi -di Santa Lucia che avessero pagato il diritto di marineria, di esigere -da loro angarie, ajutorii e fin anco l’erbatico per le loro greggi; e -prescrivea fossero liberi come i Lombardi di Randazzo: presso Gregorio, -_Considerazioni_, lib. I, cap. iv, nota 25. Nello stesso capitolo -quarto sono particolareggiati gli antichi diritti del fisco, e non si -trova alcuna tassa diretta su i borghesi se non la _gezia_ ai Giudei. -Nel cap. v, nota 4, è pubblicata una sentenza di magistrati del 1113 -sugli abusi che commetteva il vescovo feudatario contro gli abitatori -di Patti. - -[594] _Considerazioni_, lib. II, cap. vj, vij, e in particolare la nota -19 del cap. vj, ch’è squarcio d’un diploma del 1262. - -[595] _Considerazioni_, lib. I, cap. ij, iij, iv e v. - -[596] Cap. VIII di questo libro, pag. 207 del volume. - -[597] _Considerazioni_, lib. I, cap. iv, pag. 77. Quivi nella nota 22 -il Gregorio allega una sua propria nota al Novairi, nella quale spiega -che cosa fosse la gezia presso i Musulmani, e cita poi alcuni diplomi -di Sicilia su la gezia che pagavano i Giudei, ed un luogo del registro -di Federigo II imperatore, relativo a due musulmani di Lucera. E nulla -più! - -[598] Si veggano nelle _Considerazioni_, lib. I, cap. iv, note 18, 19, -20, 21, le citazioni su i _diritti antichi_, nelle quali occorre la -_sisia_ de’ Giudei e non mai dei Musulmani. - -[599] Si riscontrino le _Considerazioni_, lib. I, cap. ij, pag. 44, e -la nota 45 che non prova nulla. La voce gezia occorre una sola volta -ne’ diplomi che io conosca relativi alla condizione delle persone, -latini, greci e arabi: appunto nel diploma arabico ch’io credo del -1177, citato dianzi pag. 216 nota 3, per lo quale tre musulmani si -riconosceano villani di un abate e questi loro imponea canone e gezia. -I greci portano l’appellazione di σόμα, appunto come pei villani -cristiani di Terraferma (pag. 250, nota 1). È degno di molta attenzione -un diploma latino del Conte dato il 1091, presso Pirro, _Sicilia -Sacra_, pag. 521, per lo quale Ruggiero rammenta aver già donato al -Monastero di Sant’Agata di Catania varii poderi e animali e quattro -villani co’ loro figliuoli nella città di Messina, due de’ quali -cristiani e due saraceni. Se pur non occorressero tanti nomi cristiani -nelle platee di villani che ci rimangono, basterebbe questo sol diploma -a mostrare che i Normanni non liberarono mica i loro correligionari -dalla servitù della gleba. - -[600] Ibn-el-Athîr, Annali, testo nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pag. -278. È replicato questo luogo dal Nowairi, op. cit., pag. 448 e presso -Gregorio, _Rerum Arabicarum_, pag. 26. - -[601] _Geografia_, squarcio su la Sicilia, nella _Biblioteca -Arabo-Sicula_, testo, pag. 26. - -[602] Si vegga qui sopra a pag. 248. - -[603] Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. I, nota 11 e i seguenti -diplomi, dei quali gli arabici inediti son citati secondo le copie che -me ne ha mandate il professor Cusa. - -XII secolo. Omar-ibn-Hosein-et-Tamimi vende un pezzo di terra al -monastero di Bardhali (?). Diploma arabico dell’Archivio di Palermo, -inedito. - -1132. Permuta di acque tra Abd-er-Rahman-el-Lewati ed Hosein-ibn-Ali-el -— Kindi, squarcio arabico, presso Gregorio, _De supputandis_, p. 44. - -1137. Ibn-Baruki vende una casa all’Arcivescovo di Messina. Diploma -arabico della Cappella Palatina di Palermo, inedito. - -1157. Il Gaito Abd-el-Malek vende degli stabili al vescovo di Girgenti. -Diploma latino, Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 698. - -1161. Abu-Bekr e Ahmed, conciatori di pelli, e altri vendono una casa -in Palermo al prete Raoul. Diploma arabico dell’Archivio di Palermo, -inedito. - -1164. Sittelkiul, figlia del Kaid-Se’ûd e un figliuolo di lei, vendono -alla figliuola d’un Giovanni Romeo una casa nel sobborgo di Palermo. -Diploma greco, presso Trinchera, _Syllabus_, ec., pag. 218. - -1176. Othman-ibn-Jusuf-el-Howari vende al prete Pietro ec. una casa in -Palermo. Diploma arabico dell’Archivio di Palermo, inedito. - -1180. Abu-l-Abbas-Ahmed-et-Tamimi e l’Haggi-Abu-l-Fadhl vendono un -podere nel territorio di Palermo all’Arcivescovo Gualtiero Offamilio. -Diploma arabico della Cattedrale di Palermo, inedito. - -1183. Mes’ud-Koresci e un suo figlio vendono una casa in Palermo alla -dama Margherita. Diploma arabico dell’Archivio di Palermo, inedito. - -1190. Zeinab-bent-Abd-Allah-Ansari vende a Niccolò Askar una casa in -Palermo. Diploma arabico della Cattedrale di Palermo. Gregorio, _De -supputandis_, pag. 40. - -1192. Hosein e Meimun suo figlio vendono al monastero del Cancelliere -una loro casa in Palermo. Diploma greco, presso Trinchera, _Syllabus_, -ec., pag. 315. - -1193. Ibrahim-ibn-Mohammed-Koresci vende al cristiano Giulio una casa -in Castrogiovanni. Diploma arabico dell’Archivio di Palermo, inedito. - -1196. Costanza figliuola di Abu-l-Fadhl vende de’ beni urbani. Diploma -greco, presso Morso, _Palermo Antico_, pag. 368. - -[604] Oltre i diplomi, lo provano le _Consuetudini di Palermo_, citate -dal Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. I, nota 11. - -[605] Le notizie che do sul prete Scholaro son cavate dalle traduzioni -latine di tre diplomi greci del 1099, 1114, e 1128 (o 1130) pubblicate -dal Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1003 segg., e da’ comenti del Pirro; -il quale argomenta il nome di famiglia da quello che porta in due -altri diplomi del 1162 e 1184, Ula figlia del figliuolo primogenito -del fondatore (op. cit., pag. 1009). Mi par che Scholaro non si debba -tenere col Pirro nome proprio, ma soprannome tolto dalle σχόλαι, -ossia guardie del corpo degli imperatori bizantini, nelle quali -avesse incominciata la sua avventurosa vita il futuro abate Saba. Le -traduzioni, come opera del celebre Costantino Lascari, meritano fiducia -in questi diplomi, perchè non vi occorrono quelle parole tecniche di -gius pubblico Siciliano che il dotto ellenico mal conoscea. Qualche -difficoltà che occorre, come il titolo di re dato a Ruggiero II, il -1114 e il 1128 (pag. 1005), potrebbe nascere da errori sulla copia -della versione, della quale il Pirro ebbe alle mani parecchi esemplari -diversi l’un dall’altro. - -Il diploma del primo conte Ruggiero attesta così i meriti del Prete -Scholaro: _Igitur, quoniam et tu prædictus Scholarius perfectam erga -nos habuisti et optimam intentionem, promptitudinem et conscientiam; -fidelissimus existens in omnibus rebus nostris, et summa exercens -ministeria, et servitia nobis, restituere tibi voluimus parva munera -pro tuis maximis et honestissimis ministeriis ac servitiis: pro quibus -donamus,_ ec. - -[606] Si vegga il lib. III, cap. ix, e lib. IV, cap. viij, pag. 187, -nota 3, e pag. 353 nota 1, del 2º volume. I luoghi d’Ibn-el-Athîr e del -Nowairi quivi citati si trovano nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pag. -284 e 437. - -[607] Si vegga il lib. IV, cap. iv, pag,. 282 segg. del 2º volume. -Giawher è detto il kâid da Makrizi, _Mewâ’iz_, ediz. di Bulâk, tomo II, -pag. 273, e nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pag. 669. - -[608] Erano la più parte Spagnuoli e vi occorre anco de’ Genovesi e de’ -Veneziani. _Presentibus archaido Lodovico Alvares, archaido Andreuccio -Cibo, conestabilibus stipendiariorum christianorum_ ec., leggesi -nella traduzione contemporanea del trattato di commercio stipulato -tra Pisa e Tunis il 1353, ch’io ho pubblicata nei _Diplomi Arabi -dell’Archivio fiorentino_, pag. 308. Si vegga anco la Prefazione mia a -quella raccolta, pag. xxij e xliv e nota 7 della pag. 175. Occorre il -nome dell’Alcayt-Ferrau-Iove in un diploma del 1315, presso Capmany, -_Memorias historicas.... de Barcelona_, Docum. XXXI, pag. 62. - -[609] Diploma catalano del 1313, presso Capmany, _Memorias historicas_, -ec. tomo IV, Docum. XXVI, art. 6, e Dipl. del 1323, Docum. XLII, art. -5, e 16. - -[610] Lib. IV, cap. xij, pag. 420, 421 del 2º volume. - -[611] Lib. V, cap. ij, iij, iv, pag. 68, 70, 75, 99, 130 del presente -volume. Notisi che Amato, nel luogo citato da me alla pag. 75, con -molta precisione chiama _amirail_ il capo del governo musulmano in -Palermo, mentre egli ha dato a’ condottieri e castellani il titolo di -_cayt_. - -[612] Platee greco-arabiche de’ vassalli del vescovo in Catania e in -Aci, delle quali la seconda data del 1095 e la prima, rinnovata molti -anni appresso, va riferita senza dubbio allo stesso tempo. - -[613] Diploma latino del 9 dicembre 1092 presso Pirro, _Sicilia Sacra_, -pag. 522, 523. - -[614] Diploma greco del 1123, presso Spata, _Pergamene_, ec., pag. 410. - -[615] Diploma greco-latino del 1132, presso Spata, op. cit., pag. 426. - -[616] Diploma arabo-greco del 1172, nel _Tabulario_, ec. della -Cappella Palatina di Palermo, pag. 30 e seg. Quivi tra i testimonii -della delimitazione di un podere, sono nominati Giovanni figlio dello -ammiraglio Giorgio, Niccolò Logoteta, Abu Tâib e Mukhlûf, detti nel -testo greco οι καΐτοι τῶν τοξότων e nella parafrasi arabica _kaix -degli Arcieri_ ed un γέρον καΐτος Chapzis (leggesi Hamza), il quale -nell’arabico è detto _sceikh_ e _kâid_ senz’altro. Nel testo greco -inoltre è data la qualità di kaid a un Niccolò che nell’arabico è detto -_Farrâse_ (gli editori lesser male Carasc) che significa propriamente -cameriere, colui che bada a’ tappeti, ai letti, ec. - -Così questo diploma cita dei _kâid_ delle tre classi poste da noi, cioè -i primi quattro condottieri, il quinto nobile, e il sesto cameriere di -corte. - -Ritornando alla prima classe, si rammenti che Ibn-Giobair fa menzione -di una schiera di schiavi negri musulmani, i quali servivano -Guglielmo II sotto un kâid della stessa lor gente: nel _Journal -Asiatique,_ dicembre 1815, pag, 509, e traduzione francese pag. 540; e -nell’_Archivio Storico Italiano_ Appendice al vol. IV, pag. 33. - -[617] _Kâid_ Barûn, direttore, diremmo noi, del Demanio; diploma -dell’aprile 1150, mal pubblicato dal Caruso nella _Biblioteca Sacra_, -ec. Palermo, 1834, pag. 28, del quale ho miglior copia per cortesia -del professore Cusa. Pare sia lo stesso paggio (_fatâ_) Barun, il cui -nome si legge in un frammento d’iscrizione monumentale nella casa -del Municipio di Termini. Imâd-Eddin, nella _Kharida_ (_Biblioteca -Arabo-Sicula_, testo, pag. 581,) novera tra i poeti siciliani un -Giâfar-ibn-Barûn. - -_Gaitus Ricon_ (?)_ domini regis Magister Camerarius et familiaris, e -Gaytus Maranus, domini regis magister et familiaris,_ soscritti in un -diploma del 1167, nel _Tabulario_ della Cappella Palatina di Palermo, -pag. 25. - -Καΐτος Βονλκατάχ, uno degli Arconti della corte, diploma greco del -1168, presso Spata, op. cit., pag. 440. - -_Caitus Riccardus_, capo dei Segreti, diploma di origine greca, dato -il 1169, traduzione latina, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1017, e -il medesimo in un diploma greco del 1183, presso Spata, op. cit., pag. -291. - -_Gaitus Martinus,_ già morto, camerario del re. Diploma latino del -1172, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 454. - -_Gaytus Johannes_, camerario del re. Diploma latino-arabico del 1187, -nel _Tabulario_ della Cappella Palatina di Palermo, pag. 37, 38. Quivi -è citato nel lesto latino il _Gaytus Riccardus_ di cui si è detto -poc’anzi, e lo si vede soscritto in arabico tra i testimonii col titolo -di _Kâid_. Al contrario il _Gaytus_ Giovanni è pria nominato e poi -sottoscritto nel testo arabico _Fatâ_, cioè paggio della corte e _Fatâ_ -anco un Ammâr testimonio. Il Morso, il quale trascrisse e tradusse -cotesto diploma, lesse erroneamente in luogo di _Fatâ_ la voce _Kata_ -che non significa nulla, e identificò questa con Gaytus, cioè _Kâid._ - -[618] Presso Caruso, _Bibl. Sicula_, pag. 463. - -[619] Testo nel _Journal Asiatique_, dicembre 1845, pag. 552, e nella -edizione di Wright, pag. 315; traduzione francese nel detto _Journal_, -gennaio 1846, pag. 203; e traduzione italiana nell’_Archivio Storico -italiano_, vol. IV, Appendice nº 16, pag. 46. - -Lo stesso autore, edizione del Wright, pag. 146, denota con la voce -_Za’im_ il capo d’una tribù araba ch’ei vide cavalcare allato a -Self-el-islam, fratello di Saladino, quando quegli entrava solennemente -alla Mecca. Il _Kamûs_ le dà lo stesso significato di capo d’una gente -e signore; colui che ha dritto di parlare a nome della gente o se -ne fa mallevadore. Mawerdi, scrittore di Baghdad al X secolo, chiama -_Zâim_ il capo supremo d’un esercito, testo, edizione Enger, pag. 67; -e Makrizi, narrando la morte del Sultano mamluko Khalil che seguì allo -scorcio del XIII secolo, gli mette in bocca le parole ch’ei non si -tenesse principe, ma solo _Za’im_ dell’esercito: _Histoire des Sultans -Mamlouks_, traduzione di Quatrémère, tomo II, parte I, pag. 153. Si -vegga anche il _Lobb-el-Lobâb_, pag. 108, 109 del Supplemento. Da ciò -si ritrae come, non ostante i significati particolari presi in varie -circostanze, questo vocabolo torni sempre a capo elettivo o ereditario, -e di fatto si avvicini di molto al barone del medio evo cristiano. - -[620] _Gaytus Micheret de Jatino_, testimonio in un diploma latino del -1133 presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 774. - -_Gaitus Abdi Malach_, venditor di un podere al Vescovo di Girgenti tra -il 1157 e il 1171, presso Pirro; op. cit., pag. 698. - -_Gaitus Maimon_ e καϊτ ἀυδερραχμεν, de’ Saraceni di Siracusa; _Gaitus -Hamar_, e _Gaitus Brahim_ di que’ del vicino casale di Aguglia, -testimonii in un diploma greco latino del 1172, presso Spata, -_Pergamene_, ec., pag. 414. - -_Gaytus Ramun_ di Michiken.... _Gaytus Humur_ dello stesso luogo, -_Gaytus Aly-el-Bonifati_ di Gurfa.... _Gaytus Abdelguaiti_, id... -_Gaytus Aly Petruliti_ di Yhale.... _Gaytus Husein_ di Cassaro (in -val di Mazara) testiinonii con altri molti, in un atto greco-arabico -del 1175, del quale una traduzione latina del XIII secolo si legge -presso Gregorio, _De supputandis_, etc., pag. 52 segg., e presso Spata, -_Pergamene_, pag. 453. Alcun di costoro è intitolato anche Sceikh, come -il Kâid Hamza, di cui nel diploma del 1172 citato qui innanzi, pag. 262 -nota 3. - -[621] Riccardo da San Germano, _Chronicon_, presso Caruso, _Bibl. -Sicula_, pag. 547, anno 1190. - -[622] Si veggano i nomi di quattro kaid di Arcieri nel Diploma del -1172, citato di sopra e l’attestato d’Ibn-Giobair. - -[623] Si veggano i molti Gayti citati dal Falcando presso Caruso, -_Bibl. Sicula_, passim, e gli altri nomi cavati da’ diplomi che abbiam -tutti citati a pag. 263. Leggiamo un _Arabicus miles,_ soscritto da -testimone in un diploma latino dei 1151 presso Pirro, _Sicilia Sacra_, -pag. 933. Probabilmente precedea l’iniziale del nome che non si potè -leggere o fu saltata nella stampa. Il testimonio parmi un _kâid_ che -traduceva il suo titolo di nobiltà nel linguaggio latino del tempo. - -[624] Diplomi dell’imperatore Federigo, dati il 16 dicembre 1239, 12 -marzo e 15 aprile 1240, nella _Historia diplomatica Friderici II_, tomo -V, pag. 596, 820, 902. Diploma del 1274, nel _Tabularium_ ec. della -Cappella Palatina di Palermo, pag. 82, segg. - -Da questi si scorge che il _gaito_ di Palermo fosse l’amministratore -diretto dei beni demaniali nella città e territorio di Palermo, sotto -l’autorità del Segreto della Provincia. Il diploma del 1274 mostra che -quell’uficio non durò oltre il regno di Manfredi e ch’era annuale e -forse dato in appalto. - -[625] _Innocentii III Epistolæ_, Libro IX, ep. 158, edizione di Parigi -1791, in-fol. nei _Diplomata Chartæ_, etc. di Brequigny, Part. II, -tomo I. Archadio et universis Gaietanis, etc. Si corregga Jati il nome -topografico Jaci. - -[626] _Considerazioni_, lib. I, cap. I, pag. 6, nota 40. Lo squarcio -di Leone Affricano che indusse in errore il Gregorio, è dato da lui -medesimo in nota, nel _Rerum Arabicarum_, pag. 238. Si vegga ciò che -noi abbiam detto di quell’erudito musulmano nel lib. I, cap. X, pag. -236 del 1º volume. - -[627] Diploma latino del 1091; presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. -521.... _et ego cum exercitibus militum meorum fortiter laboravi.... -patiundo diversa pericula in terra et in mari et immensam famem et -nimiam sitim ad invicem: numerus autem illorum meorum militum qui -in acquisitione terre Sicilie mortui sunt, soli Deo et Sanctis ejus -cognitus est; mihi vero, cum omnibus aliis hominibus incognitus_. - -[628] Si vegga un Diploma del 1114, presso Pirro, _Sic. Sacra_, pag. -1177. - -[629] Il diploma si legge nel Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 520. Diremo -nel capitolo seguente la ragione per la quale le terre di minor conto -mancano nelle prime circoscrizioni delle Diocesi. Non facciamo il -medesimo confronto per Randazzo, nè per le altre colonie lombarde della -diocesi di Messina, perchè ci è sospetto d’interpolazione il primo -documento, dato il 1082, che il Pirro pubblicò, op. cit., pag. 495, -sopra una copia del XVI secolo. - -[630] Cap. VIII, pag. 231 di questo volume. - -[631] Si vegga il cap. IV di questo libro, pag. 107 del presente vol. - -[632] Diploma greco, presso Spata, _Pergamene_, pag. 409 segg. - -Ha sbagliato il signore Spata supponendo _mariti_ entrambi della -Moriella, normanna, come si argomenta dal nome, e signora del villaggio -di Pitirrana, i due musulmani _vassalli_ di lei, che avean già -posseduto il molino. La voce ἄνθρωπος nel medio evo ebbe anche questo -significato, e qui l’è evidente. - -[633] Malaterra, libro II, cap. xlv; Leone d’Ostia, libro III, -cap. xvj, presso Caruso, _Bibl. Sicula_, pag. 201, 280. I luoghi -di Eadmero e di Romualdo Salernitano sono trascritti dal Gregorio, -_Considerazioni_, libro I, cap. vij, note 16, 17. Non può allegarsi -l’Amato nè pro nè contro, poichè il traduttore francese, accennando -(libro VI, cap. xxj, pag. 182), al fatto stesso narrato dal Malaterra, -dice che Roberto: _donna... toute la Sycille_, senza definire -altrimenti la natura della concessione. - -[634] Diplomi del 1082, 1091 e 1099, il primo dei quali ne’ _Regii -Neapolitani Archivii Monumenta_, tomo V, pag. 97, e gli altri due -presso Trinchera, _Syllabus graecarum membranarum_, etc., pag. 68, -85; diploma del 1094, citato dal Gregorio, _Considerazioni_, libro I, -cap. vij, nota 19; diplomi di Roberto e del suo successore, dati il -1079, 1083, 1084, 1092, e suggelli di piombo, presso Buchon, _Nouvelles -Recherches sur la principauté française de Morée_, volume II, parte I. -Paris, 1843, pag. 360, 361. - -[635] Diplomi del 1081 e 1094, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1016 -e 771. - -[636] Si vegga il Gregorio, _Considerazioni_, libro I, cap. vij, pag. -151. - -[637] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 770, 842. Diplomi del 1091 e -del 1093. - -[638] Gregorio, loc. cit. - -[639] _Somma della Storia di Sicilia_, cap. XIX, pag. 84, segg. del -vol. II. - -[640] Si vegga questo libro V, cap. j, iij, v, vij, pag. 28 segg., 43, -a 54, 87 ad 89, 141 segg. 182, 183. - -[641] Si vegga il cap. ij, di questo libro, pag. 77 segg., e il cap. -iij, pag. 82 segg., 94 segg. - -Roberto die’ soltanto 100 uomini d’arme nel 1068. Veggasi la p. 104. - -[642] Cap. v, pag. 133. - -[643] Cap. vj, pag. 161. - -[644] Cap. viij, pag. 183, 184 segg. - -[645] Si vegga a questo proposito il Gregorio, _Considerazioni_, libro -I, cap. vij, pag. 142. - -[646] Op. cit., libro I, cap. vij, citando nelle note 17 e 18, il -contemporaneo Abate di Telese. - -[647] Loc. cit., nota 16, da un diploma. - -[648] Diploma, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 80, 81. - -[649] In _Prolocutorio panormitani palatii_. A fin di evitare la voce -parlatorio, che mal suonerebbe, mi è parso di usare quella antica -dizione fiorentina. - -[650] Diploma presso Pirro, op. cit., pag. 84, 85. In questa carta -l’arcivescovo Pietro, papalino de’ suoi tempi, non curando il -plebiscito, chiama tuttavia duca il re Ruggiero. - -[651] Diploma senza data, presso Pirro, op. cit., pag. 696, citato dal -Gregorio, libro I, cap. vj, nota 7. Quivi la parola _etiam_ (partem) -va corretta _tertiam_; come risulta d’altronde da un diploma del 1142, -presso Pirro, op. cit., pag. 698, nel quale re Ruggiero confermava il -provvedimento del padre. - -[652] Diploma del 1093, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1016, che -mi sembra traduzione dal greco. - -[653] Diploma del 1105, ed un altro senza data da riferirsi anco -ai primi principii del XII secolo, citato in uno del 1133, presso -Gregorio, _Considerazioni_, libro I, nota 30 al cap. ij, e nota 4 al -cap. v. Squarcio di un diploma del 1108, e citazioni di altri, presso -Pirro, _Sicilia Sacra, Chronologia_, pag. xiii. - -I primi conti di Terraferma e il primo Ruggiero di Sicilia son -intitolati sovente consoli nell’Anonimo, contemporaneo di re Ruggiero, -presso Caruso, _Bibliotheca Sicula_, pag. 834, 836, 843, 844, 854, 855, -856, e nella traduzione francese, edizione di Champollion, pag. 276, -277, 290, 312. - -[654] Oltre i molti e notissimi attestati degli scrittori ch’e’ sarebbe -superfluo a citare, veggansi i diplomi del 1028, 965 e 1036, ne’ _Regii -Neapolitani Archivii Monumenta_, tomo IV, pag. 206, e tomo VI, p. 147, -150, ec. e le monete, presso San Giorgio Spinelli, _Monete Cufiche_, -pag. 4, 140, 145, 146, 248. - -[655] Guglielmo di Puglia, libro I. - - _........ Gallorum exercitus urbem_ - _Condidit Aversam, Rannulfo consule tutus_ - -[656] _Considerazioni_, libro II, cap. vij, pag. 174 segg. - -[657] Si riscontri il cap. viij del presente libro, pag. 228. - -[658] Presso Gregorio, _Considerazioni_, libro II, cap. iv, nota 15. - -[659] Op. cit., libro I, cap. iv, nota 23. - -[660] Op. cit., libro I, cap. v, nota 3. - -[661] Op. cit., libro II, cap. vij, nota 23. - -[662] Libro I, cap. ix, e libro II, cap. xij, pag. 208 segg. e 472 -segg. del Iº vol., libro III, cap. i e iij, e libro IV, cap. xj, pag. -10 segg., 397 segg. del 2º volume. - -[663] Questo argomento è trattato, con molta critica ed autorità di -citazioni, dal Mortreuil, _Histoire du Droit byzantin_, Paris, 1843-6, -volume III, pagg. 49, 75 ad 82. - -[664] _Considerazioni_, libro II, cap. vij, nota 21. - -[665] Si veggano i fatti di varie città dell’Italia Meridionale, -ricordati nel presente libro, cap. i e ij, pagg. 31, 37, 38, 51, 52, 87 -a 89. - -[666] Diploma senza data, da riferirsi all’XI secolo, presso Trinchera, -Syllabus, Appendice, pag. 557. I detti uomini pagavano εὶς τὸ πλεμικόν. - -[667] Si vegga il cap. ij di questo nostro libro, pag. 82, 85, 90 del -volume. - -[668] Diplomi greci del 1094, 1105, 1136, 1182, 1168, 1171, 1217, 1225, -presso Spata, _Pergamene_, pagg. 180, 188, 203, 266, 293, 437, 274, -309 e 312, 327 e 330; e diploma greco del 1140 nel _Tabularium_ della -Cappella Palatina di Palermo, pag. 28, col transunto arabico, nel quale -cotesti Arconti della Corte son detti vizir, ch’era il nome arabico -dell’ufizio. All’incontro è adoperato il mero titolo in tre diplomi -arabici di Sicilia inediti del 1144 e 1145, poichè quivi il vocabolo -ἄρχον è esattamente trascritto, non tradotto e, come voce straniera, -prende al plurale la forma arâkinah, secondo le regole grammaticali. -Non cito gli altri diplomi greci, ne’ quali l’emir degli emiri, primo -ministro dei re di Sicilia, è intitolato Arconte degli Arconti. - -[669] Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 247. Il Lascari in -una traduzione latina quivi stampata a pag. 253, traduce lo stesso -vocabolo dominus. - -[670] Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 244. - -[671] Diploma greco, op. cit., pag. 266. - -[672] Diploma greco, op. cit., pag. 286, 288. - -[673] Diploma greco, op. cit., pag. 438, 439. Nello stesso atto, pag. -437, sono nominati gli Arconti del Segreto, cioè i Direttori di Finanza -della Corte. - -[674] Diploma citato del 1188, presso Trinchera, Syllabus, pag. 297. - -[675] Il _Thesaurus_ di Henri Etienne, ediz. di Hase, etc. dà alla voce -Ἄρχων i soli significati antichi; ma spiega Ἀρχοντία, etc., prefettura -del basso impero. Il Glossario greco del Ducange cita invece il -significato più moderno, cioè nobili e baroni ed anco l’Arconte degli -Arconti di Costantino Porfirogenito. Ma le compilazioni di dritto alle -quali si riferisce il Mortreuil, _Histoire du Droit byzantin_, vol. -II, pag. 375 e 421, e vol. III, pag. 95, mostrano mantenuto nel X, XI -e XII secolo il significato di supremo magistrato giudiziale. Nella -stessa opera, vol. III, pag. 68, veggo che i corpi de’ dignitarii della -Chiesa si chiamassero anco Ἀρχοντικία, e le citazioni delle pagg. 81-82 -provano dato quel titolo ad alcun ufizio municipale. - -[676] Traduzione d’un diploma greco, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, -pag. 300. Vi si leggon anco i senes Noti e i senes Rosati; ma questi -nomi topografici sembrano sbagliati, perchè Noto giace in altra regione -e Rosato non si ritrova in altre carte. - -[677] Γέρουσία. Diploma greco, presso Spata, _Pergamene_, pag. 410. - -[678] Traduzione latina d’un diploma greco di novembre 1104, presso -Gregorio, _Considerazioni_, libro I, cap. iij, nota 10. Quivi si fa -cenno di sacerdoti, _simul considentibus_, con gli Anziani e poi di -testimonianza di molti Buoni uomini. Ma il testo forse metteva questi -insieme con gli Anziani e la traduzione, che il Gregorio confessa -inesatta, alterò il senso. - -[679] Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 285 segg. - -[680] Idem, ibid., pag. 293 segg. - -[681] Diploma greco del 1138, inserito in uno del 1188, presso -Trinchera, _Syllabus_, pag. 297. I Buoni uomini e gli Anziani doveano -determinare tutte le appartenenze d’un feudo recentemente conceduto: -boschi, vigne, ec., fino a’ villani ed a’ borghesi. - -[682] Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 438. - -[683] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 774. Invece di Catinae, si -dee legger quivi Jatinae, della qual terra si tratta e non di Catania. -Gli Anziani in questo diploma, scritto originariamente in latino, -sono detti majores natu, traduzione literale di sceikh. L’altra terra -nominata è Mertu, villaggio or distrutto in provincia di Palermo. - -[684] Diploma greco-arabico, nel _Tabularium_ della Cappella Palatina -di Palermo, pag. 29. - -[685] Traduzione latina del XIII secolo, dal greco e dallo arabico, -pubblicata dal Gregorio, _De Supputandis_, pag. 34 e segg. e meglio -dallo Spata, _Pergamene_, pag. 451 seg. È da notare che la traduzione -dall’arabico ha il solo vocabolo _senes_ che risponde a sceikh; -ma nella traduzione dal greco si legge _senes de regimine terrarum -adiacentium_. Dond’ei sembra che la voce γέροντες fosse seguita da -qualche altra che la specificava o che il traduttore avesse aggiunto -_de regimine_, per mostrare che si trattasse di Anziani e non di -vecchi. - -[686] Diploma greco del distrutto archivio Capitolare di Messina. Una -copia procacciatane dal canonico Schiavo, serbasi nella Biblioteca -comunale di Palermo, Q. q. H. 4, fog. 321; dalla quale il Tardia e il -Morso trasser quelle che si ritrovano nella stessa Biblioteca, Q. q. -F. 143 e Q. q. E. 172, fog. 427. Avvene di più una traduzione latina, -Q. q. G. 12, fog. 55. 56. E questa è la stessa, di cui die’ un pezzo -il Gregorio, a proposito de’ maestri de’ borghesi, come or or diremo. -Avvertasi che il Ms. è citato dal Gregorio con l’antico posto, Q. q. H. -15. Debbo la copia greca e latina di questi diplomi al dotto mio amico -Isidoro La Lumia. - -[687] Diploma arabico della cattedrale di Palermo e nuova spedizione -del medesimo nel 1154, mai pubblicati dal Gregorio e poi dal professor -Caruso nella _Biblioteca Sacra_, Palermo, 1834, vol. II, pag. 46 segg. - -[688] Diplomi del 1122, 1217, 1223, 1224 e 1225. presso Spata, op. -cit., pag. 256, 313, 314, 315, 317, 322, 323, 329, 330. - -[689] Il primo è diploma greco, presso Spata, _Pergamene_, pag. 216; -il secondo, squarcio di traduzione latina d’un diploma greco, presso -Gregorio, _Considerazioni_, libro II, cap. II, nota 25; e gli ultimi -due diplomi greci, presso Spata, op. cit., pag. 286, 293 segg. I nomi -proprii mi sembrano mescolati greci e italici. - -[690] Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 261, ed a pag. 263, -un transunto latino contemporaneo dove si legge la traduzione litterale -_Boni homines_. Ancorchè l’editore non abbia avuta sotto gli occhi la -pergamena originale, pure l’atto è da tenersi autentico, pei motivi -ch’egli discorre nelle annotazioni. Ed ancorchè il testo greco sembri -guasto in qualche luogo, pur non è in quello che ci importa; cioè -dove i Buoni uomini dicono chiaramente: Noi abbiamo conceduti i beni. -E _noi_ significa il comune piuttosto che le persone, poichè erano -trascorsi necessariamente moltissimi anni dalla concessione. De’ nomi -proprii di cotesti Buoni uomini, laici o chierici, la più parte mi -sembrano greci o latini e due soli oltramontani. - -[691] Diploma d’ottobre 1204, del quale v’ha copia tra i Mss. della -Biblioteca comunale di Palermo, Q. q. G. 12. fog 114, citato per la -prima volta dal La Lumia, per provare la esistenza de’ giurati in quel -tempo, quando il Gregorio li trovava per la prima volta dal 1222 al -1231. Si vegga l’opera di quel mio dotto amico, _Storia della Sicilia -sotto Guglielmo il Buono_, Firenze, 1867, in 12º, pag. 200. Avuta copia -di questo documento dallo stesso La Lumia, mi par di pubblicarlo, come -quel che rivela la forma del municipio lombardo di Sicilia ai tempi -normanni, ai quali va riferita manifestamente la istituzione. - -_In nomine Dei Eterni Salvatoris omnium, Jesu Christi, Amen. Anno -felicis suæ Incarnationis Millesimo Ducentesimo quarto, mense octobris -Nonæ Indictionis. — Quoniam acceptum est illi per quem salus venit -in mundum, et interest opera civitatis haud minimum judicare, fundare -Ecclesias, et fundatas pia sollicitudine promovere; inde est quod Nos -Rogerius de Drusiana et Joseph de Ytalia, de regio mandato instituimus -una cum cæteris Bonis hominibus, et universo populo Nicosino; cum in -honore et titulo Salvatoris fundassemus Ecclesiam in montem appellatam -Sancti Salvatoris in terra Nicosini, ut in eadem Ecclesia acceptum Deo -et sollemnius serviatur quantum vestra interest, et licet laicis de -Ecclesiis ordinare, eamdem Ecclesiam ad jurisdictionem transferimus -Sanctæ Ecclesiæ Latinensis cum omnibus possessionibus, et cæteris -bonis, quae ipsa hodie habet, et in futurum est, Deo propitio, -habitura. Salvo jure Sanctæ Messanensis Ecclesiæ cui ipsa tenetur -persolvere tarenum annuum pro incenso._ - -_Ad hujus autem nostræ concessionis memoriam, et robur in perpetuum -valiturum, per manus Magistri Johannis Rocté (?) presens scripta est -pagina et subscriptarum personarum testimonio roborata. Anno, mense -et Indictione præscriptis. Regnante Domino nostro serenissimo Rege -Frederico, anno (Dei gratia) octavo._ - - ✠ _Ego Rogerius De Drusiana hoc concedo._ - ✠ _Ego Joseph de mandato regio Institucionem hanc confirmo._ - ✠ _Ego Robertus de Castello Bajulus hoc confirmo._ - ✠ _Ego Adam de Capicio hoc confirmo._ - ✠ _Ego Rogerius de la Nore Judex Juratus hoc confirmo._ - ✠ _Ego Nicolaus Maracava Judex Juratus hoc concedo._ - ✠ _Ego Robaldus Novus Bajulus eamdem confirmo._ - ✠ _Ego Robertus de Falco concedo._ - ✠ _Ego Nicolaus Botayctor concedo._ - ✠ _Ego Vivianus de Trohina concedo._ - ✠ _Ego Bartolomeus de Ansruna concedo._ - ✠ _Ego Guillelmus Ruffus concedo._ - ✠ _Ego Baribavayra Tuscus concedo._ - ✠ _Ego Alvarus concedo._ - ✠ _Ego Vitalis de Pistona concedo._ - ✠ _Ego Brunus fornator concedo._ - -_Ex scripturis existentibus in Archivio Sanctissimæ Collegiata -Capitularis Insignis Matris Ecclesia Sancti Patris Nicolai, Præcipui et -Principalis Patroni hujus Urbis Nicosiæ, extracta est præsens copia — -Collatione salva._ - -_Notarius Dominus Petrus Franciscus Paulus de Gugliotta Archivarius._ - -[692] Si veggano gli articoli di cotesta antica compilazione di -diritto, citati da Hegel, _Storia della Costituzione de’ Municipii -italiani_, Appendice pag. 419 segg. della traduzione italiana. - -[693] Nelle _Memorie della R. Accademia delle Scienze in Torino_, 2ª -serie vol. XIII, pagg. 32, 50, 57, 99. - -[694] Ducange, Glossario latino, ultima edizione, alla voce _Boni -homines_. - -[695] _Considerazioni_, lib. II, cap. vij, pag. 182, 183. - -[696] Ducange, Glossario latino alla voce _Magister_, e Glossario -greco, alla voce Μαγίστερ. Nella lunghissima lista, che prende sedici -colonne dell’ultima edizione del glossario latino, una sola fiata -questo vocabolo pare scambiato con _major_ nei _magistri communiae_ o -_magistri civium_; ma l’esempio è posteriore al XII secolo. - -[697] Si vegga la citazione che abbiamo fatta in questo medesimo libro -cap. viij, pag. 219. - -[698] Oltre il supposto del Gregorio, così pensa anco l’Hartwig, -_Codex Juris municipalis Siciliae_, Parte I, Cassel, 1865, pagg. 40, -41. Al ragionamento del dotto giureconsulto alemanno io oppongo che i -_majores civium_ di Messina nel XII secolo e que’ di Palermo in tempo -indeterminato, ch’egli cita, i quali tornano secondo me al XIV secolo, -significano evidentemente i rappresentanti del municipio, Buoni uomini, -Anziani, o comunque si chiamassero nelle due città primarie dell’isola, -non già i capi del mnnicipio, sindaci o giurati. Perciò gli ufizi non -sono meno diversi l’un dall’altro che i significati de’ due titoli. - -[699] De’ due documenti citati dal Gregorio, de’ quali ho avuta testè -la copia per favore del dotto mio amico Isidoro La Lumia, quel di -Collesano non offre se non che una soscrizione in mezzo a molte altre -di testimonii, dalla quale si può argomentare solamente che il maestro -di borghesi fosse ammesso nelle grandi solennità a corte del feudatario -di Collesano. L’altro è la sentenza della quale abbiamo fatta menzione -testè a pag. 285. Da cotesto atto si ritrae che Ruggiero, _maestro -della Borghesia di Traina_, e Meles _figlio del maestro dei Borghesi_, -erano stati chiamati come assessori in un giudizio di confini, con -molti altri anziani di quella città ed anziani e Buoni uomini di -altre terre vicine. Ma questo Ruggiero è nominato dopo tre persone, -il Cantore cioè del Capitolo, un Canonico ed un Roberto Galabeta. Non -sembra egli dunque il capo del municipio. Il figlio è soscritto dopo -altre sei persone. - -[700] Nel diploma dianzi citato è soscritto, dopo Adelicia nipote di re -Ruggiero, il figliuolo di lei Adamo Avenel. - -[701] Nel diploma del 1142 citato dianzi, abbiamo i seguenti nomi degli -Anziani di Traina, ch’io divido secondo che mi sembra la loro nazione: -_francesi_ signor Josfré (Jeoffroi) cantore (della cattedrale), signor -Renò (Reinault?) canonico; _italici_ Guglielmo Maleditto, Giovanni -Longobardo, il monaco Filadelfo Oca; _greci_ Roberto Galabeta, Riccardo -Gambro, Giovanni Catrobarba, Notaio Leone Cutzaniti, Meles, figlio del -maestro de’ Borghesi e altri. I francesi, come si vede anco da altri -diplomi, richiedeano sempre il titolo di _sieur_, κύριος. Il maestro -della borghesia avea per nome Ruggiero. - -[702] Dati del 1421 e pubblicati da Orlando, _Un Codice di Leggi e -Diplomi Siciliani_, Palermo, 1857, in-8, pag. 139 segg. - -[703] Diplomi del 1340 e 1392, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pagg. -410, 849. - -[704] Diploma inedito del Regio Archivio di Palermo, dato il 1140, -scritto in lingua arabica con caratteri ebraici. - -[705] Si vegga il passo di questo scrittore, nel presente nostro libro -V, cap. iv, pag. 130 del volume. - -[706] Si veggano le citazioni qui sopra a pag. 284 a 286. - -[707] Quantunque cotesta mi sembri l’origine più probabile de’ geronti -di Sicilia, non debbo tacere che i _Boni homines_ della Terraferma -italiana fossero anco detti nel medio evo _Seniores civitatis_. Veggasi -la _Lex_ romana del manoscritto di Udine citata poc’anzi a pag. 288, -nota 1. Ma quella voce di origine romana non occorre sovente nella -schiatta greca, se non che nella Sicilia del Medio evo. - -[708] Qui sopra a pag. 286, 287. - -[709] A buon diritto il La Lumia, _Storia della Sicilia sotto Guglielmo -il Buono_, pag. 200, ha notati questi giurati di Nicosia del 1204, come -ufiziali proprii del municipio. Ma parmi ch’egli erri ammettendo un -«Capo municipale» di Centuripe su la fede della versione d’un diploma -greco del 1183, presso Spata, _Pergamene_, pag. 293, dove ἐξουσιαστῆς è -reso podestà. Potestà etimologicamente sta bene, ma non ha che fare col -magistrato delle repubbliche italiane così chiamato, e probabilmente -non accenna ad altro che al bajulo. - -Il citato diploma del 1172 si legge presso il Gregorio, -_Considerazioni_, lib. II, cap. ij, nota 32. - -[710] Diploma del 1168, citato di sopra, presso Spata, _Pergamene_, -pag. 438, 439. - -[711] Malaterra, lib. IV, cap. xvj. - -[712] Diploma latino del 1168, presso Gregorio, _Considerazioni_, lib. -I, cap. iv, nota 4; diploma latino del 1133, op. cit., lib. I, cap. -v, nota 4; diploma latino del 1145 presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. -800. - -[713] Si vegga il capitolo precedente, pag. 223, nota 5. - -[714] Diploma del 1197, presso Aprile, _Cronologia universale della -Sicilia_, pag. 109. A pag. 111 è un diploma analogo di Federigo, dato -il 1210. - -[715] Su i privilegi e consuetudini di Palermo e Messina, mi riferisco -ai citati lavori del La Lumia, pag. 199, segg. e dell’Hartwig, op. cit. -Di que’ di Catania abbiam fatta menzione poc’anzi. - -[716] Ho detto de’ quartieri di Palermo nel cap. iv del presente libro, -pag. 118 del volume, e in altri luoghi quivi citati. Si vegga anco -per l’Halka il cap. v, pag. 137. Il quartiere detto ne’ diplomi latini -Seralcadi, risponde a quello chiamato degli Schiavoni nel X secolo. - -[717] Si vegga il cap. I, del presente libro, pag. 55, 56. La poca -popolazione spiega il detto dell’Anonimo presso Caruso, _Bibl. Sic._, -pag. 837, che Roberto, presa la città, _ordinolla_ a suo piacimento; -se pur quel verbo non si riferisce al sistema di difesa, più che al -governo civile. - -[718] Ciò ha notato con molta sagacità l’Hartwig, _Codex Juris munic. -Siciliæ_, pag. 14, e certissima io tengo la importanza della città -verso la metà del XII secolo; non così al 1060, come par che supponga -il signor Hartwig. Non occorre aggiugnere ch’io consento appieno con -lui sul valore dei diplomi messinesi del XII secolo. - -[719] Falcando, presso Caruso, _Bibliotheca Sicula_, pag. 404, 405, -458, 469 e 477. - -[720] _Considerazioni_, lib. I, cap. ij, v, vj. - -[721] _Il Feudalismo in Sicilia_, Palermo, 1847, in-8. - -[722] Non si può attribuire che a Roberto capitano del l’esercito, il -disegno di che fa parola il Malaterra dopo la occupazione di Palermo, -cioè dividere tra Serlone e Arisgoto di Pozzuoli metà della Sicilia, o -metà di quel ch’era dato a Ruggiero. - -[723] Lib. IV, cap. XV, presso Caruso, _Bibl. Sic._, pag. 235. - -[724] Diploma arabo-greco, inedito, della Chiesa di Catania, dato il -1095. - -[725] Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. ij, pag. 20, 21; e -confrontisi il diploma del 1094, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. -771. Si avverta che la Contea di Paternò fu conceduta al marchese -Arrigo sotto la reggenza di Adelaide sua sorella. - -[726] Si legga il diploma, presso Fazzello, _Historia Sicula_, Deca I, -lib. vj cap. 5. - -[727] Questo ultimo fatto è stato osservato sagacemente dal Gregorio, -_Considerazioni_, lib. I. cap. ij, pag. 23. - -[728] _Utamur ea_ (praeda) _dividentes Apostolico more, prout cuique -opus est_. Così lo fa parlare il Malaterra, lib. II, cap. xlij, presso -Caruso, _Bibl. Sic._, pag. 197. - -[729] Si vegga il cap. vij del presente libro, pag. 187, e 192. - -[730] Mortreuil, _Histoire du Droit byzantin_, vol. I, pag. 297, vol. -III, pagg. 58, 59. - -[731] Il fatto ricordato da noi nel cap. vij di questo libro, pag. 187, -188, se pur lo s’abbia a credere, va ristretto alla conversione de’ -Musulmani dell’esercito, o degli schiavi. Non occorre dimostrare la -utilità di convertire al cristianesimo l’universale della popolazione -musulmana, massime delle grandi città. E Ruggiero di certo lo -comprendea. - -[732] Si confronti l’epistola 24 del libro IX, di Gregorio VII, con le -parole del Malaterra e con le date dei diplomi relativi alla Chiesa di -Traina, riferiti dal Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 495. Si vegga anche -Dichiara, _Opuscoli_, Palermo, 1855, in-8, pag. 134 segg. - -[733] _Proposui in Tragina construere episcopatum... tradidimus tibi -gubernationem ejusdem episcopatus... Monasteria quoque habebis sub -potestate. — Urbanus secundus mihi, ore suo sanctissimo et venerando, -præcepit, nipote pater spiritualis... ecclesias ædificavi jussu summi -Pontificis et Episcopos ibidem collocavi, ipso laudante et concedente -et ipsos Episcopos consecrante. — Ecclesias ordinavi.... cui in -Parochiam assigno quidquid infra fines subscriptos continetur. — -Stephanus, cui in parochiam assigno_ e altre simili parole leggonsi nei -diplomi del Conte, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 382, 520, 695, -842. Urbano II stesso, nella bolla per la quale conferma il vescovo -di Siracusa, op. cit., pag. 618, dice del conte Ruggiero: _Syracusanam -itaque ecclesiam novissime restaurans.... Pontificem Syracusanæ elegit -ecclesiæ.... a prodicto Rogerio concessa sunt infra hos terminos -adjacentia_, etc. Si riscontri del resto il Gregorio, _Considerazioni_, -lib. I, cap. vij. - -[734] Si vegga il Pirro, _Sicilia Sacra_, nella notizia di ciascun -vescovato. - -[735] Diploma del 1090, pel monastero di San Filippo di Fragalà; del -1092 per quel di Santa Maria di Mili; del 1093 per que’ di San Michele -Arcangelo di Traina, di Sant’Angelo di Brolo e di San Pietro e Paolo -d’Itala; del 1098 per quel di Santa Maria di Vicari, ec. presso Pirro, -op. cit., pag. 1027, 1025, 1021, 1016, 1034, 294, ec. - -[736] Bolla del 1091, presso Pirro, op. cit., pag. 952, data di Mileto -e però, com’e’ sembra, scritta d’accordo con Ruggiero. - -[737] Diploma del conte Ruggiero, dato il 1094, op. cit., pag. 771, -772. L’abate di Lipari e di Patti ebbe poi titolo di vescovo il 1131. - -[738] Nel diploma di Ruggiero a favor del monastero d’Itala, citato -poc’anzi, si legge che coloro che contravvenissero agli ordinamenti -da lui dati per questo monistero, _auctoritate apostolica nobis -tributa, sint et esse debeant anathemisati, jussu et prætextu Domini -Summi Pontificis Urbani et omnium successorum Patrum_. E ciò oltre la -sanzione dell’anatema che si solea porre nelle donazioni a chiese, la -quale si legge in fine del medesimo diploma: che chiunque violasse la -donazione _sit et esse debeat maledictus a consubstantiali Trinitate_, -ec. Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1035. - -[739] Malaterra, lib. IV, cap. xxix, presso Caruso, _Bibl. Sicula_, p. -247. - -[740] Malaterra, lib. IV, cap. vij, op. cit., pag. 231. - -[741] Malaterra, l. c. - -[742] Per abbreviare, mi riferisco al Gregorio, _Considerazioni_, -lib. I, cap. ij, nota 13 e 15, su le concessioni feudali ch’ebbero i -prelati. - -[743] Gregorio, op. cit., lib. I, cap. vj, pag. 130. - -[744] Gli stati di Ibn-Menkut, Ibn-Hawasci, Ibn-Meklati e della -repubblica di Palermo, e quello d’Ibn-Thimna, surto più tardi, -rispondono, su per giù, alle diocesi di Mazara, Girgenti, Catania, -Palermo e Siracusa. Il Val Demone che die’ le diocesi di Messina e di -Patti, era distinto d’altronde per la popolazione cristiana. Si vegga -il nostro libro IV, cap. xij e xv, pag. 420 e 549 del 2º volume. - -[745] Le prime sei furono Palermo, Messina, Catania, Siracusa, -Girgenti, Mazara, già nominate, 7. Patti e Lipari vescovo (1131) 8. -Archimandrita di Messina, 9. Cefalù (1145), 10. Morreale (1182), 11. -Lipari sola (1399), 12. Nicosia (1816), 13. Caltagirone (1816), 14. -Piazza (1817), 15. Noto (1844), 16. Trapani (1844), 17. Caltanissetta -(1844), 18. Vescovo di rito greco in Palermo: senza contare il vescovo -di Malta (1089), nè la giurisdizione eccezionale dell’Abate di Santa -Lucia, nè la sede d’Acireale, decretata il 1844 e poi non istituita. - -[746] Sendo stato quel di Palermo il solo vescovo che rimase in Sicilia -poco innanzi il conquisto normanno, il conte Ruggiero fissò la diocesi -per esclusione, descrivendo, tra il 1082 e il 1093, le tre che la -circondavano. E però il primo atto che contenga la lista delle terre -della diocesi palermitana scende fino al 1122. - -[747] Lib. IV, cap. iv, pag. 274 segg. del 2º volume. - -[748] Edrisi, testo, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pagg. 32, 36, -37, 39, 40, 41, 42, 44, 50, 52, 55. Lo stesso autore parla degli iklîm -nella descrizione d’altri paesi, per esempio dell’Affrica e della -Spagna, come può vedersi nella traduzione francese de’ sigg. Dozy e De -Goeje, a’ luoghi citati nel loro glossario sotto la voce iklîm. - -_’Aml_, è governo, anche nel significato di territorio assegnato al -governatore _’Amil_. - -[749] Un diploma arabico della Chiesa di Palermo, dato il 1149, presso -Gregorio, _De Supputandis_, pag. 34, cita l’iklîm di Giato. Uno greco -arabico, inedito, del Monastero di Morreale, dato di maggio 1151, cita -que’ di Corleone e Sciacca; un altro, anche inedito e greco-arabico -della cattedrale di Palermo, dato del 1169, cita quel di Termini. - -[750] Sono le diocesi di Palermo, Mazara, Siracusa e Catania, presso -Pirro, _Sicilia Sacra_, pagg. 82, 842, 618 e 520. Di quella di -Girgenti, op. cit., pag. 695, abbiam solo i confini. Lasciamo addietro -quella di Cefalù perchè la torna al XII secolo. E quella di Messina, -op. cit., pag. 583, per sospetto che il testo sia stato alterato, come -tanti altri diplomi messinesi. - -[751] Testo, nella _Bibl. Arabo-Sicula_, pag. 27. - -[752] Diploma del 1091, presso Pirro, op. cit., pag. 520. - -[753] Bolla di Callisto II, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 82. - -[754] Si confronti Edrisi con questi nomi e si vegga la _Carte Comparée -de la Sicile_, etc., ch’io pubblicai a Parigi, insieme con M. Dufour, -il 1859. - -[755] Diploma del Monastero di Morreale, arabico latino, dato il 15 -maggio 1182. La versione latina contemporanea si vegga presso del -Giudice, _Descrizione del real Tempio ec. di Morreale_, appendice, pag. -8 segg. Lo stesso documento pone 42 tra villaggi e ville nel territorio -di Giato, che appartenne alla diocesi di Mazara e poi a quella di -Morreale. - -[756] _Journal Asiatique_ di gennaio 1840, pag. 73, e nell’_Archivio -Storico italiano_, Appendice N. 46 (1847), pag. 30. - -[757] Diploma arabico inedito della Cattedrale di Palermo, dato il -1169, citato nella _Biblioteca Sacra per la Sicilia_, vol. II, Palermo, -1834, pag. 45. - -[758] Diplomi greco-arabici del 1143 e 1172, nel Tabulario della -Cappella Palatina di Palermo, pag. 13, 28. - -[759] Diploma del 1093 presso Pirro, op. cit., pag. 842. - -[760] Si vegga la citazione nel nostro lib. IV, vol. 2º, pag. 277, nota -3. Mutati in oggi i nomi ufiziali, chiamo circondario quel che nel 1858 -dissi distretto. - -[761] Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. ij, pag. 23 e nota 14, -nella quale la citazione del Pirro si corregga: pag. 771. - -[762] Si veggano le concessioni di Regalbuto e di Catania, a pag. 321, -nota 2, e a pag. 326, nota 2. - -[763] Literalmente _Omm_, ossia «madre», testo nella _Bibl. -Arabo-sicula_, pag. 39, 40. L’autore parla del gran traffico che -faceasi a Sciacca e dell’abbandono di Caltabellotta, ove non rimanea -che il presidio del castello. - -[764] Amato e Malaterra, citati nel cap. ij di questo lib. V, pag. 74 e -77. - -[765] Op. cit., pag. 32. Quivi si dice esser Caronia il principio -dell’iklîm di Demona. Non si tratta dunque di territorio di una città, -come ne’ luoghi da noi citati poc’anzi, a pag. 310, nota 2. - -[766] Son citati nel nostro lib. II, cap. xij, pagg. 469, 470 del Iº -volume, che uscì alla luce il 1854. Or abbiamo i testi greci pubblicati -dallo Spata, _Pergamene_, pag. 163 a 344, ne’ quali i due Monasteri di -San Filippo e di San Barbaro son chiamati Τῶν δεμέννων, ἐν δεμέννοις e -più spesso δεμέννων senz’altro e una volta (pag. 274) δαιμέννων, e il -territorio di cotesti demenni è detto in un diploma del 1101 (pag. 191) -χώρα, in uno del 1117 (pag. 245) διακρατήσις (equivalente d’iklîm in un -diploma greco del 1151 presso Spata, _Cimelio diplomatico di Morreale_, -pag. 60, del cui testo arabico io ho una copia) e finalmente, ne’ -diplomi del 1182 e 1192 (pagg. 292, e 305) diviene Βαθεία, cieca -traduzione di _vallis_ che già prevalea nel latinismo volgare del -paese. - -Si noti che il Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. ij, non potè -provare con certezza in qual tempo il vocabolo _valle_ fosse divenuto -denominazione amministrativa. D’altronde alcuna delle citazioni ch’ei -fa nella nota 24 di quel capitolo, non tornano; e quelle fondate in sul -Pirro han poco valore quando si riferiscono a traduzioni dal greco. - -[767] Si vegga il nostro lib. II, cap. xij, pag. 465 segg. del 1º -volume. - -Il Malaterra, lib. II, cap. x, presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 208, -fa menzione della provincia di Noto, durante la guerra del Conte e in -particolare verso il 1076. Ma oltrechè questo fatto non implicherebbe -che il Conte, insignoritosi dell’isola, avesse mantenuta quella -provincia, la narrazione porta più tosto a credere che si trattasse -del territorio della città, o forse del distretto o iklîm. Si vegga il -cap. vj del presente nostro libro, pag. 153, del volume, dove abbiamo -nominato il Val di Noto per indicare il luogo, non per attribuire -all’XI secolo questa denominazione di geografia politica. - -[768] _Anonymi historia sicula_, presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 856. - -[769] Malaterra, lib. IV, cap. xviij. - -[770] Malaterra, lib. IV, cap. xxv. Il testo porta che del 1079 la -principessa, accompagnata da un vescovo e da parecchi altri cortigiani, -con una scorta di 500 lance, andò a Termini; ch’ella proseguì il -viaggio per mare _usque Pannoniam_; e che indi, apparecchiatele navi e -date le vele a’ venti, arrivò, per prospero viaggio, al porto d’Alba -(_Alba maris, Blandona, Biograd_, _Zara vecchia_) appartenente al -re d’Ungheria. Senza dubbio quell’_«usque Pannoniam»_ è erroneo e -va corretto _usque Panormum_, come si legge in una variante data dal -Caruso, pag. 344 (Muratori, V, 599). Noi possiamo riconoscere in parte -la strada che tenne il cortèo fino a Termini, e conchiudere che movea -da Traina. I documenti che citeremo qui innanzi, pag. 340, nota 3, ci -mostrano che nel 1094 una «strada regia» passava per Traina; che nel -1096 una «strada francese» dalla sorgente del fiume Torto, ossia da’ -dintorni di Vicari, andava a Levante, cioè verso Traina; e che nel 1132 -una strada correa da Palermo a Vicari, Castronovo, Petralia. Senza -dubbio il corteo della sposa battè quello stradale militare. Perchè -poi fosse ito a Termini piuttosto che a Palermo, si può ben ritrovare, -senza il supposto che la strada del 1132 non fosse aperta il 1097. -Palermo appartenne tutta a’ Duchi di Puglia, fino al 1091; quando ne -fu ceduta una metà al conte Ruggiero. Or egli è verosimile, per non -dir necessario, che, tra parenti così sospettosi, e non senza ragione, -i patti della cessione vietassero l’entrata di nuove forze militari -dell’uno o dell’altro nel territorio comune: e forza considerevolissima -erano 300 militi, ossia circa 1000 cavalli. Sembra dunque che la scorta -abbia lasciata la principessa alla frontiera del territorio proprio -del Conte, ch’era Termini, e ch’ella, accompagnata da’ grandi della -Corte, sia andata per mare nel gran porto di Palermo, dove si allestì -l’armatetta che poi la recò nell’Adriatico. - -[771] Diplomi arabici della Cattedrale di Palermo, il primo de’ quali -fu citato e il secondo pubblicato dal Gregorio, _De Supputandis_, -pag. 34, a 39. Tra gli altri errori, il Gregorio prese per nome -proprio la trascrizione arabica della voce Stratego. Un po’ meno -infelicemente, il professore Caruso ristampò l’uno e pubblicò l’altro -nella _Biblioteca Sacra_, Tomo II, Palermo, 1834, pag. 46, segg., -55, segg. Io ne ho avute, per cortesia del professor Cusa, due buone -copie cavate dall’originale. Alla fine del primo, in luogo dell’_era -barbara_, che suppose il Gregorio e il Caruso copiò, va letto: «_con -la data di marzo_». Questo Abu-Taib, figliuolo, come dicono i diplomi, -dello sceikh Stefano, sembra di famiglia musulmana convertita e forse -di quelle indigene che, dopo avere abbracciato I’islam, ritornarono -al cristianesimo. Ei mi pare identico con l’Eugenio detto il Bello -(Τοῦ καλοῦ e l’è traduzione letterale di Abu-Taib) segreto della -corte, secondo un diploma del 1183, presso Spata, _Pergamene_, pag. -293; lo stesso che nella traduzione latina d’un diploma greco, presso -Gregorio, _De Supputandis_, pag. 54 segg. e presso Spata, op. cit., -pag. 452 segg. è detto Eugenio de Cales. La voce Biccari, a pag. 57 -del Gregorio, e Biccaib, a pag. 454 dello Spata, va corretta _Bittaib_, -ch’è il nome Abu-Taib, pronunziato volgarmente e messo al genitivo. Ho -scritte le lettere N-zh-r-d come le veggo nelle copie, e le suppongo -nome topografico, non casato sì come parve al Gregorio e al Caruso. Ma -non trovo riscontro ne’ nomi topografici di quel contorno de’ quali -sappiamo pur molti. La forma de’ caratteri, mutati i punti, mi fa -pensare a Battelari, il quale luogo si vegga nella mia _Carte Comparée -de la Sicile_, pag. 29. - -[772] Presso Spata, _Pergamene_, pag. 434. Il nome del comune manca; ma -il diploma appartenea al vescovato di Cefalù. - -[773] _Considerazioni_, lib. I, cap. iij. - -[774] Il Gregorio stesso, dopo avere sostenuto nel lib. I, la esclusiva -competenza criminale, pubblicava nel lib. II, cap. ij, nota 32, la -traduzione d’un diploma greco del 1172, dal quale risulta che in -quell’anno medesimo e al tempo dell’arcivescovo Roberto (1090-1108), -lo stratego di Messina esercitava giurisdizione civile. Si vegga -d’altronde su la competenza di quel magistrato, l’Hartwig, _Codex juris -municipalis Siciliæ_, Parte I, pag. 32 segg. - -Inoltre lo stratego di Demenna esercitava giurisdizione civile, secondo -un diploma greco del 1136, presso Spata, _Pergamene_, pag. 265; e -così anco lo stratego di Centorbi, secondo un diploma del 1183. op. -cit., pag. 293. Operano gli strateghi come agenti del Demanio regio in -Giattini (così va letto, non Catinae, e sparisce indi lo stratego di -Catania supposto dal Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. iij, nota -6) secondo un diploma latino del 1133, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, -pag. 774; e in Siracusa secondo un diploma greco-latino del 1172, -presso Spata, _Pergamene_, pag. 443, 444. - -[775] Gregorio, op. cit., lib. I, cap. iij, nota 20. Nel Diploma -del 1172, citato poc’anzi, è nominato, oltre lo stratego, anche il -vicecomite di Siracusa. - -[776] Intorno i vicecomiti in Italia si vegga Hegel, _Storia de’ -Municipi italiani_, versione italiana, pagg. 128, 441, 473. - -[777] Ibn-Giobair, nel _Journal Asiatique_, genn. 1846, pag. 80, e -nell’_Archivio Storico Italiano_, Appendice, nº 16. pag. 32, dice -del cadì di Palermo che giudicava le liti tra i Musulmani, sotto -Guglielmo II. Il nome dell’uficio comparisce in un diploma greco, del -1143, presso Morso, _Palermo antico_, pag. 306; la giurisdizione poi -nelle seguenti carte: 1123, greca, presso Spata, _Pergamene_, pag. -410; 1137, arabica inedita della Cappella palatina di Palermo; 1161, -arabica inedita della Commenda della Magione di Palermo, oggi nel regio -Archivio; 1202 latina, presso Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. -vij, nota 7. - -Si avverta che la prima e l’ultima mostrano funzioni di giudice e le -due altre quel che noi chiamiamo pubblico ministero, a tutela delle -donne e de’ minori. Molti altri contratti di vendita sono stipulati, -come di ragione, dinanzi testimonii, senza intervento del cadi. - -Il cadi di Lucera, dopo la deportazione dei Musulmani di Sicilia in -Terraferma, è citato in un diploma dell’imperator Federigo, dato il -25 dicembre 1239, nella edizione Carcani, pag. 30, e nell’_Historia -Diplomatica Friderici II_, tomo V, pag. 627-628. - -Ibn Giobair, op. cit., pag. 87, e traduzione italiana, pag. 35, -dice dello _Hakim_ di Trapani, innanzi il quale era stata attestata -l’apparizione della nuova luna, per determinare legalmente i giorni -del digiuno di ramadhan. Il titolo di Hakim dato al primo magistrato di -Malta, viene evidentemente da’ tempi musulmani, passando pei normanni. - -[778] Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. iij; Hartwig, _Codex -Juris municipalis Siciliæ_, Parte I. - -[779] Gregorio, _Considerazioni_. lib. I, v e vj. - -[780] Si vegga il capitolo precedente, pag. 245, nota 2. In fin del -ruolo di Aci, quivi citato, ch’è dato di Messina il 6603 (1095) si -dice che tutte le platee del paese del Conte e di quelli de’ suoi -_terrieri_, erano state scrìtte in Mazara il 6601; e quindi si ordina -che se alcuno degli Agareni notato nel presente ruolo si trovasse in -quegli altri, ei fosse immediatamente reso dal vescovo di Catania a chi -di dritto. Lo stesso si scorge dal preambolo di un ruolo arabo-greco -dei villani di Catania, dato il 1144. - -[781] La voce _rab’_, al plurale _ribâ’_ fu studiata da Mr. De -Sacy e, con buone autorità, tradotta _casa_, nella _Rélation de -l’Egypte par Abdallatif_, pag. 303, nota. Ma in cotesto significato -la sembra idiotismo dell’Egitto. Il significato di _podere_, che ha -evidentemente questa voce ne’ diplomi di Sicilia e nella geografia di -Edrisi, ritrovasi anco in Azraki, _Storia della Mecca_, e l’è tolto -probabilmente da scritture de’ primi tempi dell’islamismo. Senza citare -tutti i diplomi arabici della Sicilia ne’ quali occorre questa voce, -ricorderò quelli del 1149 e 1154, il primo de’ quali presso Gregorio, -_De Supputandis_, pag. 34, e l’altro nella Biblioteca Sacra per la -Sicilia, tom. II, pag. 46. Nelle traduzioni ufiziali di Sicilia del -XII secolo, _rab’_ è reso in latino _cultura_, _terræ laboratoriæ_, -al collettivo, e _terræ_ senz’altro (diploma del 1182, testo arabico -inedito; la traduzione latina pubblicata da Del Giudice, _Descrizione -del real tempio_, ec. in una delle appendici, nella quale i luoghi -ch’io cito si ritrovano a pagg. 10, 12 e 18) e altrove in greco -τετραμέρως, che pare scambio con la voce _rub’_ «quarta parte» derivata -dalla stessa radice (diploma del 1172, greco-arabo, nel Tabulario della -Cappella palatina di Palermo, pag. 29, 30). - -La voce _cultura_, determinata dalle parole _ad duo paria bovium_, -si legge anco in un diploma latino del 1094, presso Pirro, _Sicilia -Sacra_, pag. 521. E risponde senza dubbio al _rab’_, il quale, come si -scorge da’ citati diplomi del 1149 e 1154, si misurava a _zeug_, cioè -paia di buoi, _paricla_, come scriveano latinamente nel medio evo: -quella stessa misura di superficie della quale ci è occorso di trattare -nel lib. I, cap. vj, e lib. IV, cap. viij, pag. 153 del 1º volume e -352, del 2º. - -[782] Diploma presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 384, dove si legge: -_cum omni lenimento et pertinentiis suis, secundum anticas divisiones -Saracenorum_. - -[783] Si veggano i diplomi arabici del 1149, 1174, 1172, e sopratutto -quello del 1182, citati nelle note precedenti. - -[784] Cotesto titolo ai trova ne’ diplomi arabici del 1149 e 1154, -citati poc’anzi nella pag. 316, nota 1; in uno greco arabico del 1172, -pubblicato nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 30, -31; in uno arabico del 1182, inedito che apparteneva al Monastero de’ -Benedettini di Morreale, ec. - -Mettendo da parte la traduzione del Gregorio: «Duana veracis conservata -a Deo» (_De Supputandis_, pag. 35) e quella del XIII. secolo «Doana -Veritatis» (presso Gregorio, op. cit., pag. 57) la quale servì di -guida all’illustre pubblicista e mediocrissimo arabizzante siciliano, -noi diremo della versione «Bureau de vérification du domaine.» data -da M. Noël Des Vergers (_Journal Asiatique_ di ottobre 1845, p. -340) trascrivendo un brano del detto diploma del 1149 per comento -a quello del 1182, ch’egli pubblicava. L’autorità di questo erudito -francese, di cui abbiamo deplorata non è guari la morte, è di molto -peso, perch’egli sapea per benino l’arabico; e molto meglio di lui e -di noi tutti lo sa M. Caussin De Perceval, ch’egli consultò in quel -suo studio sul diploma arabico di Morreale del 1182. Evidentemente -que’ due dotti uomini dettero all’aggettivo passivo _Ma’mûr_ il -significato del sostantivo _côlto_, come appunto l’ha preso questa -voce in italiano; e, trattandosi evidentemente di beni demaniali, lo -tradussero _domaine_. Quanto all’articolo del sostantivo _tahkik_ essi -lo considerarono «appositivo», come dicono i grammatici. E così la -traduzione starebbe benissimo: «Uficio della verificazione de’ côlti» -o meglio «dell’appuramento degli Stabili,» perocchè la voce _ma’mûr_ -può applicarsi a qualsivoglia terreno reso profittevole dall’industria -dell’uomo, con lavori agrarii o fabbriche. - -Se non che i ragguagli dell’amministrazione pubblica d’Egitto nel medio -evo, i quali m’è occorso di studiare, conducono a interpretazione -diversa. E primo, nella Storia de’ Patriarchi d’Alessandria, opera -del XIII secolo, Ms. arabico di Parigi, Ancien fonds 140, è citato, -a pag. 400, il _Diwan-el-Khazânat-el-Ma’mûrah_, ossia “ufizio de’ -forzieri,” _ma’murah_, e, pag. 407, il _Beit-el-Mâl-el-Ma’mûr_, -ossia il Tesoro (col significato di cassa dello Stato) _ma’mur_; nei -quali due casi quest’ultima voce, messa, sia al mascolino, sia, come -plurale irregolare, al femminino, è evidentemente aggettivo passivo, -come noi diremmo “ben fornito, pieno:” e si diceva a mo’ di formola -parlando delle entrate pubbliche, nel pio supposto che le fossero -sempre abbondanti, ovvero a mo’ d’invocazione ad Allah che sempre le -accrescesse. Lo stesso Ms. de’ Patriarchi d’Alessandria, a pag. 224, -dice del _Diwân-et-Tahkîk_ senz’altro predicato e senza spiegar che -maniera d’ufizio e’ fosse. Ma ben lo sappiamo da Makrizi, il quale nel -_Kitâb-el-Mewâ’iz_ (Descrizione dell’Egitto) testo arabico di Bulak, -1270 (1853) vol. I, dando ragguaglio de’ varii ufizi istituiti da’ -califi fatemiti, dice, pag. 401 che il “carico del _Diwan-et-Tahkîk_ -era di tenere il riscontro a tutti gli altri diwani.” _Tahkîk_, dunque, -va tradotto verificazione o riscontro; e _ma’mûr_ torna a “regio, -pubblico” e nulla più. Quell’ufizio in Palermo era la Tesoreria reale, -la _Controleria_, come si disse un tempo con voce francese, e teneva in -compendio, o forse in duplicato, i registri che noi conosciamo di tutti -i beni pubblici, feudali o demaniali che fossero, e senza dubbio quelli -di ogni altra entrata e di tutte le spese, de’ quali non ci è pervenuto -alcun ragguaglio. - -Avvertasi che nel citato diploma di Morreale del 1182, (_Journal -Asiatique_ d’ottobre 1845, pag. 318) il medesimo ufizio è detto -brevemente _Ed-Diwan-el-Ma’mûr_ ossia “l’ufizio ricco, pieno,” -e però il regio Tesoro. Lo stesso si nota nel diploma del 1172, -presso Gregorio, _De Supputandis_, pag. 56, e in un ruolo di villani -arabo-greco e inedito della Chiesa di Catania, soscritto da re -Ruggiero, del quale ho copia. In un diploma arabico inedito dell’opera -della Magione di Palermo, dato il 1161, la cittadella dell’Halka in -Palermo stessa è detta _Kasr Ma’mur_; e in un trattato di pace di -Kelaûn col re di Sicilia, nella mia _Biblioteca Arabo-sicula_, pag. -349, gli ufizi delle gabelle del Sultano son chiamati _Diwan Ma’mûr_. - -[785] Si leggano presso Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. -iv, note 4, 5, 6 e 7 gli antichi esempii di questo titolo latino -ai quali si aggiunga _Doana Secretie_, secondo il diploma del 1172, -nel _De Supputandis_, pag. 56, il qual nome talvolta si compendiava, -per antonomasia, nella sola voce _doana, dogana_, ec. Non occorre -poi notare che questo vocabolo, usato con significato ristretto in -Europa, sia prettamente l’arabico o meglio persiano _diwân_. Mentre in -Sicilia lo si applicava, arabicamente, a tutto ufizio pubblico, gli -Italiani di Terraferma lo ristrinsero a ciò che oggi diciamo dogana, -perchè l’ufizio delle gabelle d’entrata delle merci era il solo, o -il principale, col quale praticassero i nostri mercatanti negli Stati -musulmani del Mediterraneo. - -[786] Si riscontri il Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. iv. -nota 33, il quale non si accorse dell’origine greca, e pur si rise de’ -suoi predecessori. Inoltre, ragionando esclusivamente su l’episodio -del notaio Matteo, egli negò che i _difter_ della corte siciliana -contenessero i catasti; la qual cosa era provata ad evidenza dalle -autorità ch’egli avea citate nella nota 4 del medesimo capitolo. - -[787] _Thesaurus_ di Errico Etienne, edizione Hase, alla voce διφθέρα. - -[788] Nel diploma arabico del 544 (1449-50) in favore del Monistero -di Santa Maria de Gurguro, oggi detto della Grazia, presso Palermo, -si legge che i confini di certi poderetti assegnati a’ villani della -detta Chiesa da un delegato del governo, erano stati registrati nel -_difter-el-hodûd_ del Diwan di Riscontro della Tesoreria. Questo -diploma, citato dal Gregorio _De Supputandis_, pag. 38, nota a, fu poi -pubblicato dal professor Caruso nella _Biblioteca Sacra_, vol. II, pag. -58. Un diploma del 1169, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1017, nel -quale fu trascritto il _sigillo_ (diploma) del conte Ruggiero a favor -del Monastero di San Michele Arcangelo in Traina, aggiugne: _Solam -enim divisionem prædictam casalis Busceniæ in fine sigilli denotatam, -quoniam totaliter literæ deletæ erant et non poterant clare legi, -transcripsit ex quinternis magni secreti in quo (sic) continentur -confines Siciliæ, ut certe habeas in futurum_, etc. Prova anco il mio -assunto il diploma di Morreale del 1182, del quale il testo è inedito, -e la versione latina, contemporanea ed ufiziale, fu pubblicata da Del -Giudice. Questa ha in fine: _Has autem divisas predictas a deptariis -nostris de saracenico in latinum transferri precipimus_; mentre nel -testo arabico si legge essere stato trascritto il diploma dai _difter_ -del _Diwan-et-Tahkik-el-Ma’mûr_. Si noti che un diploma arabo-greco -del 1151, del quale la parte arabica è inedita e la greca è stata -pubblicata dallo Spata, _Cimelio del Monastero di Morreale_, Palermo, -1865, in-12, pag. 59, segg. si contengono al paro i nomi de’ villani e -i confini del podere. Similmente in un altro diploma arabico inedito -di Morreale dato il 1178, per lo quale furon donati alla Chiesa -di Morreale de’ poderi in Corleone e Calatrasi, il re ordinava al -_Diwan-et-Tahkik-el-Ma’mûr_ di cavare dai _difter_ del diwano e dalle -antiche _giarâid_ (platee o ruoli) la descrizione de’ poderi e i nomi -de’ villani. - -[789] Un diploma arabico della Chiesa di Palermo fa supporre che i -beni allodiali fossero anch’essi registrati nel catasto dello Ufizio di -Riscontro della Tesoreria. Niccolò Askar, famiglio del _Kasr-el-Ma’mûr_ -(la cittadella regia, l’Halka) di Palermo comperava una casa di -proprietà di Zeinab figlia di Abd-Allah-el-Ansari, posta nel Cassaro -antico della città, presso la Bab-es-Sudân (Porta de’ Negri). Metto -io da parte, perchè dubito delle lezioni del testo arabico, il -nome del magistrato e il titolo del diwan che aveano autorizzata -cotesta vendita, accertati che il danaro servisse a quella donna per -riscattarsi dalle mani di certi stranieri Rûm che l’avean presa (se -fossero stati i Lombardi?). E venendo al presente nostro argomento, -noto che il passaggio di proprietà fu registrato nei _difter_ del -_Diwan-el-Ma’mûr_, come si legge in piè del diploma. L’atto di vendita -è dato «il 7 settembre, corrispondente al mese arabico di scia’ban del -587» (1191) e la registrazione nell’uficio di riscontro del tesoro, il -10 ottobre (così io leggo) della IXª indizione. - -Ognun vede che _Ma’mûr_, ne’ due luoghi citati, torna a _regio_ -precisamente, come abbiam detto poc’anzi, pag. 322. nota 2. Di questo -diploma la più parte fu pubblicata, con molti errori, dal Gregorio, _De -Supputandis_, pag. 40. seg. Ne ho avuta dal Prof. Cusa una buona copia, -cavata dal testo originale. - -Debbo intanto avvertire che gli atti più antichi di vendita, de’ -quali abbiamo il testo arabico, non sembrano registrati all’ufizio di -riscontro. Era dunque innovazione degli ultimi anni di Guglielmo II, -ovvero formalità che solea trascurarsi, quando l’atto non capitava, -come questo, nelle mani del pubblico ministero? - -In ogni modo i _defetir-el-hodûd_, ossia _quinterni magni Secreti_, -sembrano veri catasti dove fossero descritti i confini di ciascun -podere, non già que’ del solo territorio di ciascun paese o _iklîm_. - -[790] Con tal supposto il Gregorio comincia il citato cap. iv del lib. -II, delle _Considerazioni_. - -[791] Diploma presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 522. Notisi che -questo diploma è scritto originalmente in latino, onde il termine che -occorre due volte, quando _Northmanni primum transierunt in Siciliam_, -non può venir da errore di traduzione. - -[792] Si vegga questo medesimo libro, cap. viij, pag. 247 segg., 253 -segg. del presente volume. - -[793] Si vegga il Gregorio, _Considerazioni_, lib. 1, cap. iv, e -particolarmente la nota 21. Ma gli squarci di carte siciliane del XII, -XIII e XIV secolo quivi trascritti, fanno sospettare qualche errore -di copia. Ed errore o bugia dee sospettarsi nel diploma del 1274, -dove descrivendo le decime _solite_ a riscuotersi dalla cattedrale di -Palermo su le _gabelle antiche_ del fisco, si la salire la _decima_ a -ventidue tarì d’oro e grani due sopra ogni cento tarì entrati nelle -casse regie. Sarebbe stata una bella decima: poco men che la quarta -parte! - -[794] Si vegga il capitolo precedente, pag. 255 nota 1. Mi par bene -di spiegare qui perchè io renda con l’italiano “canova” il vocabolo -arabico _dokkân_. - -Che questo abbia avuto ed abbia tuttavia in Egitto ed Oriente il -significato generico di bottega, si vede da’ dizionarii arabi, non -esclusi que’ sì moderni di Bochtor e di Lane, nè i dizionarietti -italiani ed arabici stampati a Bulâk. Si vede anco dagli autori che -cita il Sacy (_Chréstomathie arabe_, tomo I, pag. 252, e traduzione di -Abdallatif, pag. 303); dai proverbii arabi moderni (Freytag, I, 141); -da Lane stesso (_Modern Egyptians_, cap. XIV) il quale dà perfino un -disegno di _dokkân_ del Cairo: e la torna sempre a stanza terrena dove -si vendano commestibili e altre merci. Fu chiamato anche così lo studio -de’ notai musulmani, secondo un luogo d’Ibn-Khaldûn, trascritto in nota -da Sacy (_Chréstom_., tom. I, pag. 39, 41). - -Contuttociò, nel caso nostro quella voce va tradotta “canova;” non -parendo possibile che il conte Ruggiero e i suoi feudatarii abbian -preso il monopolio di tutte le merci. Si deve intendere, a creder mio, -delle grasce soltanto, e forse di quelle che si vendessero a minuto. - -La nostra voce “canova” potrebbe per avventura venir dall’arabico -e tornare ad _hanût_, ch’è dato come sinonimo di _dokkân_, ma si -dice particolarmente delle botteghe dove si vende il vino. Secondo i -lessicografi (Lane, Dizionario, vol. I, pag. 661, 1ª colonna) quella -voce suonava in origine _hânuwa_. Or gli Italiani doveano pronunziarla -“canova”, come _kammâl_, “camálo” e _harrâka_, carácca. - -[795] Lasciando da canto la lista de’ _diritti antichi_ secondo Andrea -da Isernia, che si legge nella nota 18, del capitolo or citato delle -Considerazioni, ed anco i diritti rilasciati e i soprusi vietati dal -vescovo di Catania a favore di que’ cittadini nel 1168, come si legge -in principio della nota 21, faremo qualche osservazione su i diritti -antichi di Palermo, Messina, Girgenti, Sciacca e Licata, citati in -diplomi del 1274, 1270, 1266, 1280, 1309. - -Primi son ricordati in Palermo i diritti di Rahadina e di Rahaba; e le -sembran voci arabiche, l’una delle quali alterata nella trascrizione -(_rahâin_ plurale vuol dir pegni) e l’altra significa piazza (Makrizi, -_Mewd’is_, testo arabico tom. II, pag. 47, segg. nomina una cinquantina -di luoghi del Cairo e Cairo vecchio così chiamati). Seguon le dogane -della carne, del pesce, ec., che ognuno intende; la tintoria; il -dazio de’ vasai, de’ sellai, della seta, del filetto del cotone, -dell’orpello, la catena del porto; la tassa del fumo (così chiamavasi -nel Basso impero una tassa personale scompartita per case, fuochi, come -si disse poi in Sicilia) i bagni di Giawher, della Guidda e i mulini di -Kalbi, Malfiteri, del Cadi, ec. - -In Messina non troviamo altre denominazioni arabiche se non che la -gabella del cafiso dell’olio (nota misura di Sicilia ed è il _cafiz_ -degli Arabi) e la gabella _itriarum seu tinctorum_; dove leggerei ac in -luogo di seu, poichè _itria_ in arabico vuol dire vermicelli o simili -paste e in Sicilia dura la espressione di vermicelli _di tria_. V’ha -inoltre la _gesia_ de’ Giudei e alcuna delle denominazioni non arabiche -notate in Palermo. - -In Girgenti poi e nelle altre due città della stessa provincia -nominate di sopra, oltre la _gesia_ de’ Giudei e alcune altre tasse già -accennate in Palermo e in Messina, scorgiamo quella su lo zucchero, sul -sale e sul ferro e quella della _cangemia_. Di cotesta voce non credo -sia stata rintracciata l’origine; nè potrebbesi, senza aver visti i -nomi arabici trascritti in greco nelle platee de’ villani di Sicilia. -In quelle mi è occorso il vocabolo _Haggiâm_ “colui che mette le -coppette e che esercita la bassa chirurgia” (secondo gli usi di Sicilia -salassatore e barbiere;) il quale, trascritto esattamente χαγγέμη, ma -pronunziato alla greca _cangemi_, è casato frequente in Palermo; dove -rimanevano al principio di questo secolo alcuni farmacisti di tal nome -e ve n’ha tuttavia. La gabella della Cangemia in Girgenti e Sciacca -sembra dunque un dazio su i salassatori; la quale classe poteva essere -numerosa poichè nel medio evo si facea molto uso delle coppette per -cavar sangue. - -S’abbia il detto fin qui come un saggio delle ricerche che si -potrebbero fare sul sistema daziario ed anco su le industrie e i fatti -economici in generale della Sicilia nell’XI e XII secolo: lievissimo -saggio poichè l’è fondato principalmente su i pochi brani che die’ il -Gregorio, dove d’altronde è dubbia la lezione di molte parole. - -Non debbo tacere che il sig. Lodovico Bianchini trattò anche questo -argomento nella sua _Storia Economico-civile_ di Sicilia, Palermo, -1841, in-8, parte III, cap. i; ma egli non aggiunse gran cosa a ciò che -si sapea dal Gregorio. - -[796] _Considerazioni_, lib. I, cap. iv. Il Gregorio crede eccezioni -quelle di Catania e di Patti, ch’ei cita nelle note 11 e 12; ma sembra -appunto il contrario. - -[797] Si vegga ciò che ne abbiamo raccontato in questo libro V, cap. v, -pag. 140, 141, del presente volume. - -[798] Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. v. - -[799] Op. cit., lib. II, cap. iv. - -[800] Tra le altre una nel 1098, alla quale accenna Ibn-el-Athîr, an. -491, testo, edizione del Tornberg, tomo X, pag. 191. - -[801] Si vegga il nostro libro IV, cap. xv, pag. 548, del 2º volume, e -il lib. V, cap. iii, pag. 80, di questo volume. - -[802] Si vegga qui sopra il cap. vij, pag. 188, 189. - -[803] Si veggano i fatti narrati nel cap. vj, di questo lib. V, p. -158, 168. L’ultimo fatto d’armi tra Ruggiero e gli Ziriti era stato -combattuto il 1075, come si legge nello stesso cap. vj, pag. 451. - -[804] Si ritrae che montava alla _terza_ parte del grano esportato -e che l’imperator Federigo la ridusse alla quinta. Diploma citato -dal Gregorio, _Considerazioni_, lib. III, cap. vj, nota 31. Per un -diploma greco del 1117, il secondo conte Ruggiero, tra le altre cose, -accordò al console genovese in Messina la franchigia della estrazione -delle merci infino a 60 tari. Traduzione latina presso Gregorio, -_Considerazioni_, lib. II, cap. ix, nota 3. Questo, se non altro, -prova l’uso dei dazii di esportazione e può riferirsi con molta -verosimiglianza a quel su i grani. - -[805] Se n’è detto nel cap. ix di questo libro, pag. 247. Si riscontri -il Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. v. - -[806] Considerazioni, lib. I, cap. ij. - -[807] In questo lib. V, cap. vij, pag. 184, segg. - -[808] Cap. ix, pag. 263, 265 di questo volume. - -[809] Lib. V, cap. iv, pag. 110 e 111, di questo volume. - -[810] Lib. V, cap. iv, pag. 124 del volume. - -[811] Alberto d’Aix, _Historia Hierosolymitana_, lib. XIII, cap. xiij, -presso Caruso, _Bibliotheca Sicula_, pag. 921. - -[812] Il Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. iv, vede -l’imitazione dall’inglese anco nella costituzione dell’armata siciliana -del XII secolo. - -[813] _Leonis Tactica_, cap. XIX. Si vegga anche la traduzione francese -di Maizeroi, Paris, 1778, pag. 146. Occorrono cotesti navilii de’ varii -temi, ossia province, in molti fatti delle istorie bizantine ch’e’ -sarebbe lungo a citare. - -[814] Lib. IV, cap. vj, pag. 313, del 2º volume. - -[815] Ms. arabico di Parigi, _Supplément arabe_, 885, fog. 94 verso. -Ho reso “villaggi” la voce dhia’ che significa propriamente: “podere -demaniale, beneficio militare” (Si vegga il nostro lib. III, cap. j, -pag. 22, del 2º volume). Ma la tassa sopra ogni _fumo_, così il testo, -ossia casa, conduce al significato che do io. Abbiam testè fatta -menzione della gabella detta del fumo in Sicilia nel XII secolo. Si -vegga Ducange, _Glossario latino_, alla voce _fumagium_ e simili, il -_Glossario greco_ alla voce καπνικὸν, e il Cedreno, edizione di Bonn, -tomo II, pag. 831. - -[816] Ibn-Khaldoun, _Prolégomènes_, traduzione francese del baron De -Slane, parte II, pag. 39. - -[817] Makrizi, _Kitâb-el-Mewâ’iz_, (Descrizione dell’Egitto) testo -arabico, tomo I, pagg. 482 e 483. - -[818] Ancorchè io risguardi M. De Slane come mio maestro in arabico, -non posso accettare la traduzione ch’egli dà di questo passo, -_Prolégomènes_, parte II, pag. 40. «Elle se composait de navires qu’on -faisait venir de tous les royaumes où l’on construisait des bâtiments. -Chaque navire était sous les ordres d’un marin portant le titre de -_caïd_, qui s’occupait uniquement de ce qui concernait l’armement, les -combattants et la guerre; un autre officier, appelé le _raïs_, faisait -marcher le vaisseau, etc.» - -Secondo il testo arabico, edizione di Parigi, parte II, pag. 35, e -di Rulâk, pag. 123, io tradurrei. “L’armata (spagnuola) era raccolta -da tutto il reame. Di ciascun paese dato alla navigazione veniva -un’armatetta, capitanata da un _kâid_, uomo di mare che badava alle -cose della guerra, alle armi ed ai combattenti e da un _rais_ (pilota) -che avea cura della navigazione, ec.” - -La differenza tra le due versioni è che io intendo “province” della -Spagna la voce che M. de Slane rende “royaumes” e che alla voce _ostûl_ -(στόλος) do il significato ordinario di armatetta, quando M. de Slane -la traduce «navire». E veramente, la voce _Mamlaka_, il cui plurale è -usato qui dallo autore, significa “reame” ed anco “parte d’un reame:” -e in ogni modo, al tempo d’Ibn-Khaldûn, erano ben ridivenute reami -quelle che furono mere province sotto gli Omeiadi. D’altronde non si -comprenderebbe come il califo di Spagna armasse i suoi legni «in tutti -i reami» del Mediterraneo e dell’Oceano, che erano tutti nemici; nè -com’egli accozzasse un’armata di dugento vele, prendendo «una nave» -da ciascun paese della Spagna dato alla navigazione. Aggiungo che -Ibn-Khaldûn, in moltissimi luoghi delle sue opere, dà alla voce _ostul_ -il significato ordinario di “armata” e non di “una nave.” Così negli -stessi Prolegomeni, parte II, pag. 37, del testo di Parigi e in altri -squarci del medesimo autore, raccolti da me nella _Bibl. Arabo-Sicula_, -pag. 486, 487, 488 ec. - -[819] Si vegga qui sopra a pag. 278, note 2 e 3, e il cap. viij, a -pag. 223, nota 5. Nel diploma per l’Archimandrita di Messina, dato il -1130, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 973, prima colonna, leggiamo -di un podere conceduto all’Archimandrita, _cum terris, preeminentiis -et datium marinariorum qui cum eo habitant_. L’è traduzione dal -greco, nella quale non veggo se si tratti del dazio pe’ marinai dovuto -dagli abitatori, o del dazio su i marinai che soggiornavano in quel -territorio. Un diploma del 1197, op. cit., p. 1289 fa supporre il primo -caso anzi che il secondo. - -[820] Diplomi presso il Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. iv, -nota 15. - -[821] Si veggano i cap. X e XIII della mia _Guerra del vespro -Siciliano_, dove sono ricordate nella battaglia del golfo di Napoli del -1287, le galee di Milazzo, Lipari, Trapani, Siracusa, Catania, Agosta, -Taormina, Cefalù, Eraclea, Licata, Sciacca. - -[822] Cap. xiij, pag. 428, segg. del 2º volume. - -[823] Si vegga il cap. ix, del presente libro, pag. 257. - -[824] Cap. v di questo medesimo libro, pagg. 136 a 139 del volume. - -[825] Cap. vi, pag. 161. - -[826] Cap. viij, pag. 210. - -[827] Testo, nella _Biblioteca Arabo-sicula_, pag. 41. Rendo con la -voce _primitivo_ il vocabolo _Azali_, che significa propriamente «senza -principio, eterno quanto al principio, ec.» ciò che parlando de’ popoli -noi diciamo impropriamente «aborigene.» - -[828] Mi si permetta questo vocabolo, che non è nella Crusca, ma -nell’uso generale d’oggi, ed evita una anfibologia. - -[829] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 383. Quivi leggiamo _ad -magnam viam francigenam Castrinovi_. Probabilmente l’è traduzione dal -greco, portando l’anno costantinopolitano e leggendovisi la espressione -_Papæ veteris Romæ_, che sa di bizantino. Tuttavia la lingua e lo stile -la fanno supporre versione molto antica. - -[830] Un diploma greco-latino del 1132, presso Spata, _Pergamene_, -pag. 424, fa menzione di una strada che dal podere di Mutata (ignoro -il sito) conduceva a Petralia, Castronovo, Vicari e Palermo. Ancorchè -nel latino si legga soltanto _via_, e manchi in questo passo il testo -greco, mi sembra che si tratti del medesimo stradale francese. - -[831] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1012. - -[832] Diploma presso Pirro, op. cit., pag. 773. - -[833] Diploma del 6594 (1086) XIIª indizione, pubblicato dal Sig. -Piaggia, _Nuovi studii su la città di Milazzo_, Palermo 1866, in-8 -grande, pag. 68, nota 6. Goffredo Burrello, feudatario di Milazzo, -descrivendo in questo diploma i limiti del podere detto Bucello nel -territorio di quella città, li fa correre _usque ad viam quae vadit a -Sancto Philippo in villam Milatii, deinde constringendo per viam viam -ad aliam frangigenam quae conjungitur prope mare ante villam Milatii, -deinde revertetur per eamdem viam frangigenam usque ad mare, etc._ Non -debbo tacere che questo documento, copiato dai Mss. della Biblioteca -comunale di Palermo, e voltato già dal greco, come apparisce dall’èra -costantinopolitana, fu alterato senza dubbio, sia nell’originale, sia -nella traduzione. E veramente, oltrechè la XII indizione non torna -nel 1086, noi troviamo il titolo di “Chiese messinese e trainese” e -del “primo vescovo di esse Roberto”; ed egli è evidente che coteste -parole non furono scritte nel detto anno, poichè allora non si potea -dir che del Vescovato di Traina; sendo notissimo che il tramutamento -della sede e la giunta di Chiesa messinese nella denominazione della -diocesi, seguirono nel 1091. Ciò nondimeno non v’ha ragione di supporre -inventata da qualche erudito del XVII o XVIII secolo la denominazione -di _via francese_; e però io accetto questa testimonianza di un fatto -materiale, la quale risalisce in qualunque modo al XII secolo. - -[834] Diploma arabico-latino del 15, maggio 1182, di cui la parte -latina fu pubblicata da Del Giudice, _Descrizione del Tempio di -Morreale_, Appendice, pag. 8 segg. e il testo arabico è inedito. Il -luogo ch’io cito si trova a p. 11, della _Descrizione_, in fin della -divisa di Bufurera, dove si legge _viam exercitus_, e ciò risponde -perfettamente al testo arabico: _tarik-el-’askar_. - -[835] Del Giudice, op. cit., pag. 16, 19, 21, ec. Il diploma latino -qui ha _via pubblica_, e l’arabico _mehaggia_ e talvolta anche _tarik_, -come sopra nella «Strada dell’esercito.» - -[836] Tychsen, _Introductio in rem nummariam_, ec., pag. 146. Lo -Spinelli, _Monete Cufiche battute da Principi longobardi, normanni e -svevi_, Napoli, 1844, in-4, pag. 16 e 232, suppone, che il disegno di -questa moneta fosse stato inventato dall’Abate Vella. Il Mortillaro, -che avea ben riconosciuto (_Opere_, tomo III, pag. 339), appartener la -moneta a re Tancredi, lo dimentica adesso (_Medagliere arabo-siculo_, -pag. 35) per seguire il supposto dello Spinelli. E pure nel disegno -che questi dà, Tavola II, nº 1 (io non ho sotto gli occhi quello di -Tychsen) si legge benissimo _el-Malik-Tan-rid_. - -[837] Adler, _Museum Cuficum Borgianum_, pag. 80, seg. n^i lxiv a lxxv. - -[838] _Monete Cufiche_, pag. 329, 330, nº cclxxix. - -[839] _The Oriental coins_, tomo I, pag. 299, 300. nº cccviij. - -[840] _Monete Cufiche_, ec., in-4, pag. 16 a 19, n^i lxv a lxxij, lxxv, -dcxlix a dclvij. - -[841] Il _Medagliere Arabo-Siculo della Biblioteca Comunale di Palermo, -coordinato e illustrato dal Marchese Vincenzo Mortillaro_, Palermo -1861, in-8, pag. 36-39. Io non so perchè il Mortillaro, pag. 36, nº -1, identifichi col nº lxvj, dello Spinelli la moneta che diè Adler, -op. cit., al nº lxix; e, pentendosi d’averla già attribuita a re -Ruggiero (Mortillaro, _Opere_, tomo III, pag. 405) accetti adesso la -lezione dello Spinelli, che la rimanda al primo conte. Da quanto si può -giudicare sopra disegni grossolani, Adler non lesse tutto, Mortillaro -supplì male, e la lezione _K*m*t_, sostituita da Spinelli, non si -raccapezza nella figura (tavola II, nº 2). Men dubbio mi sembra in -questa e nelle seguenti, il nome di Ruggiero; ma questo conviene al -figliuolo, come al padre, ed anche al Duca di Puglia dello stesso nome. - -[842] N. lxxij, pag. 19, tavola II, nº 23, il quale si confronti col -24, ed anche col 4 ec. - -[843] Si vegga il nostro Libro IV, cap. xiij, pagg. 456-8, del 2º -volume. - -[844] Paruta, presso il Burmanno, _Thesaurus Antiquitatum Siciliae_, -ec. tomo VII, pag. 1223, e tomo VIII, tavola clxxxvj. Credo che i n^i -3 e 4, di quella tavola, i quali hanno da una faccia il T in luogo del -cavaliero armato, appartengano al secondo conte Ruggiero. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. Sia il Sommario sia -le Correzioni e Aggiunte relativi alla Parte Prima, raggruppati in -originale al termine della Parte Seconda, sono stati riportati a fine -libro. - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of Storia dei musulmani di Sicilia, vol. -III, parte I, by Michele Amari - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DEI MUSULMANI DI *** - -***** This file should be named 60788-0.txt or 60788-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/0/7/8/60788/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This transcription -was produced from images generously made available by -Bayerische Staatsbibliothek / Bavarian State Library.) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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III parte I, di Michele Amari - </title> - <link rel="coverpage" href="images/cover.jpg" /> - <style type="text/css"> -body {margin-left: 10%; margin-right: 10%;} - -p {margin-top: .5em; margin-bottom: 0em; line-height: 1.2; text-align: justify;} -.blockquote {margin: 1em 5%; font-size: 95%;} -p.indl {text-align: left; margin-left: 5%;} -p.indr {text-align: right; margin-right: 5%;} -.center {text-align: center; text-indent: 0;} -.title {text-align: center; font-size: 110%; margin-top: 1em; margin-bottom: 1em;} - -div.booktitle {page-break-before: always; padding: 3em;} -div.titlepage {text-align: center; margin: 0 5%; padding: 2em 0; page-break-before: always; page-break-after: always;} -div.titlepage p {text-align: inherit;} -div.verso {text-align: center; padding-top: 2em; font-size: 95%; margin: 0 10%;} -div.verso p {text-align: inherit;} -div.somm {page-break-before: always; padding-top: 3em;} -div.chapter {page-break-before: always; padding-top: 3em;} -div.chapter h2 {page-break-before: avoid;} - -h1,h2 {text-align: center; font-style: normal; -font-weight: normal; line-height: 1.5;} -h1 {font-size: 150%;} -h2 {font-size: 140%; margin-top: 1em; margin-bottom: 2em; page-break-before: avoid;} - -span.smaller {display: block; font-size: 70%; margin: .5em 5%; line-height: 1.2em;} - -hr {width: 70%; margin-top: 1em; margin-bottom: 1em; margin-left: 15%; margin-right: 15%; clear: both;} -hr.mid {width: 50%; margin-left: 25%; margin-right: 25%;} -hr.silver {width: 90%; margin-left: 5%; margin-right: 5%; border-top: none; border-right: none; border-bottom: thin solid silver; border-left: none;} -@media handheld { -hr.silver {display: none;} -} - -a.tag {vertical-align: .3em; font-size: .8em; font-style: normal; font-weight: normal; text-decoration: none; padding-left: .1em; line-height: 0em; white-space: nowrap;} -div.footnotes {page-break-before: always; font-size: 90%; padding-top: 3em;} -.footnotes h2 {margin-bottom: 2em; font-size: 115%;} -div.footnote {margin-left: 2.5em; margin-right: 2em;} -div.footnote>:first-child {margin-top: 1em;} -div.footnote .label {display: inline-block; width: 0em; text-indent: -2.5em; text-align: right;} - -.pagenum {position: absolute; right: 2%; font-style: normal; font-weight: normal; text-decoration: none; font-size: 65%; text-align: right; color: #999999; background-color: #ffffff; clear: left;} - -.pad4 {margin-top: 4em;} -.pad2 {margin-top: 2em;} - -.x-small {font-size: 70%;} -.small {font-size: 85%;} -.large {font-size: 115%;} -.x-large {font-size: 130%;} -.main-t {font-size: 200%;} -.smcap {font-variant: small-caps;} -.lowercase {text-transform: lowercase;} - -ul {list-style-type: none; line-height: 1.2em; margin: 0.5em auto;} -sup {vertical-align: .3em;} - -table {margin: auto; border-collapse: collapse;} -.indice {width: 80%; line-height: 1em; margin-top: 1em; font-size: 95%;} -.indice td {vertical-align: top; padding-left: 1.5em; text-indent: -1em;} -.indice td.cap {text-align: center; vertical-align: top; white-space: nowrap;} -.indice td.pag {text-align: right; vertical-align: bottom; white-space: nowrap;} - -.corr {width: 80%; line-height: 1em; margin-top: 1em; font-size: 95%;} -.corr td {vertical-align: top; padding-right: 0.5em;} -.corr td.num {vertical-align: top; text-align: right; white-space: nowrap; padding-right: 0.5em;} -.cn {text-align: center;} - -.data {line-height: 1em; margin-top: 0.5em; font-size: 95%;} -.data td {padding: 0.1em 0.5em;} -.data td.num {text-align: right; vertical-align: bottom; white-space: nowrap;} - -.tnote {background-color: #f7f1e3; color: #000; padding: 1em 1em 2em 1em; - margin: 3em 10%; font-family: sans-serif; font-size: 90%; page-break-before: always;} -.tntitle {text-align: center; text-indent: 0; padding: 1em; font-size: 120%; margin-bottom: 1em;} -.tnote p {padding: 0 1em;} -.covernote {visibility: hidden; display: none;} -@media handheld { - .covernote {visibility: visible; display: block;} -} - -.poem {text-align: left; font-size: 95%; margin: 1em 10%;} -.stanza {margin: 1em auto;} -.poem p.i01 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: -3em;} -.poem p.i02 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: -2em;} -.poem p.i05 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: 1em;} -.poem p.i10 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: 6em;} - - </style> - </head> -<body> - - -<pre> - -The Project Gutenberg EBook of Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, -parte I, by Michele Amari - -This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and -most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions -whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms -of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at -www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll -have to check the laws of the country where you are located before using -this ebook. - - - -Title: Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte I - -Author: Michele Amari - -Release Date: November 26, 2019 [EBook #60788] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DEI MUSULMANI DI *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This transcription -was produced from images generously made available by -Bayerische Staatsbibliothek / Bavarian State Library.) - - - - - - -</pre> - - -<div class="booktitle"> -<h1> -STORIA<br /> -DEI MUSULMANI<br /> -DI SICILIA. -<span class="smaller">Volume Terzo — Parte Prima</span> -</h1> -</div> - -<hr class="silver" /> - -<div class="titlepage"> -<p class="main-t"> -<span class="small">STORIA</span><br /> -<span class="x-small">DEI</span><br /> -MUSULMANI<br /> -<span class="small">DI SICILIA</span> -</p> - -<p class="pad2"> -<span class="small">SCRITTA</span><br /> -<span class="large">DA MICHELE AMARI.</span> -</p> - -<p class="pad2"> -VOLUME TERZO<br /> -Parte Prima. -</p> - -<p class="pad4"> -FIRENZE.<br /> -<span class="small">SUCCESSORI LE MONNIER.</span><br /> -—<br /> -<span class="small">1868.</span> -</p> -</div> - -<div class="verso"> -<hr class="mid" /> -<p> -Proprietà letteraria. -</p> -<hr class="mid" /> -</div> - -<div class="somm"> -<hr /> -<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p> -<hr /> -</div> - -<div class="chapter"> -<h2>AVVERTENZA.</h2> -</div> - -<p> -Facendomi a pubblicare questo mio IIIº volume -dieci anni dopo il IIº e non presentandolo -pur compiuto, debbo scolparmi di un ritardo che -parrebbe tanto meno perdonabile, quanto egli è -noto che da lungo tempo aveva io, in Parigi, raccolti -i materiali tutti e abbozzata l’opera da un -capo all’altro. In fatti, uscito il Iº volume nel 1854, -lo segui il IIº nel 1858; e nello stesso anno erano -già composte in caratteri da stampa 54 pagine del -presente volume. Ma ritornato in Italia per causa -de’ grandi avvenimenti del 1859, io non mi chiusi -in uno scrittoio. Qualche ufficio pubblico esercitato, -qualche altro lavoro dato alla luce, mi distoglieano -sì fattamente dalla Storia dei Musulmani di Sicilia, -che ho potuto appena, un po’ nel 1862 e un -po’ dal 1865 in qua, scrivere il rimanente del -quinto libro; il quale termina con l’assetto della -dominazione normanna, e compone questa prima -parte del IIIº volume. La seconda parte, ossia il -sesto libro, toccherà le vicende dei Musulmani -che mano mano si dileguarono dall’isola. Ho cagione -di sperare che cotesta parte finale del volume -e dell’opera sia presto compiuta; sì ch’io -possa nel corso dell’anno vegnente dar opera alla -traduzione de’ testi arabici, che stampai a Lipsia -il 1857; i quali sono la fonte principale di queste -istorie. -</p> - -<p> -Nè sembri smentita la buona intenzione dal -fatto che, dopo avere differito per dieci anni, io non -voglia or aspettare una diecina di mesi per compiere -il presente volume. Io ho richiesto l’editore -di pubblicarne la prima parte senza altro indugio, -perchè in oggi i libri invecchian presto: e -già è uscito in Italia e oltremonti qualche lavoro -su periodi istorici confinanti da un lato o da -un altro con quello ch’io presi a trattare. Altri lavori -so che si preparano. Ragion vuole che le mie -fatiche, quali che si fossero, non rimangano inutili -ad altrui; e che intanto ciascun s’abbia il merito -delle idee proprie e delle proprie ricerche. -</p> - -<p> -Non ostante il gran tratto che è corso dalla -stampa alla pubblicazione de’ primi capitoli, io non -dovrò che aggiugnere o mutar qualche parola nel -testo o nelle note, a pagg. 25, 36, 55, 90; come si -vedrà in un’<i>errata</i> alla fin del volume. Pochissimi -altri luoghi sono stati già corretti rifacendo -le pagine, 4, 5, 9, quando si pubblicò nella <i>Nuova -Antologia</i> del maggio 1866 uno squarcio del -primo capitolo, ed uno del sesto. -</p> - -<p class="indl"> -<i>Firenze, aprile 1868.</i> -</p> - -<p class="indr"> -<span class="smcap">M. Amari.</span> -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span> -</p> - -<h2>LIBRO QUINTO.</h2> - -<h2 id="cap1">CAPITOLO I.</h2> -</div> - -<p> -A un tempo con le cause che rodeano al di dentro -lo stato musulmano in Sicilia, operarono le cause -esteriori ond’ebbe la pinta. Oltre quella universale -reazione dei Cristiani occidentali contro i settatori di -Maometto, s’accese all’entrar dell’undecimo secolo -un genio di libertà nelle popolazioni indigene e oltramontane -mescolate da parecchi secoli nel nostro territorio -e fatte il nuovo popolo italiano. Il qual movimento, -come sempre accade, mutò aspetto secondo -gli ostacoli locali: dove fece vendetta di assalti forastieri; -dove aspirò alla emancipazione da reggimento -straniero; dove portò ad opere ed ordini e in ultimo -a forme di repubblica; sovente partecipò dell’uno e -dell’altro, e più spesse furono le nimistadi scambievoli -dei cittadini. Ma dalle guerre civili ne allontana -per ora l’argomento nostro, e ne conduce alle -due serie di fatti che prelusero al conquisto della -Sicilia: cioè la guerra di Pisa e Genova contro i -Musulmani, e la cacciata dei Bizantini dall’Italia meridionale. -</p> - -<p> -I Pisani, fin dalla seconda metà del decimo secolo, -compariscono nella storia liberi in mare e sudditi -<span class="pagenum" id="Page_2">[2]</span> -in terra: qui reggeansi a nome del marchese di -Toscana e dell’imperatore germanico, sovrano feudale; -lì il commercio, necessariamente armato in mezzo -ai Musulmani che solcavano d’ogni parte il Mediterraneo, -portò i cittadini ad autonomia, non che non -sospetta, gratissima ai signori della patria, i quali non -avendo forze navali, volentieri ne accattavano da loro. -Certamente i privati armatori si associarono; certamente -deliberarono le imprese navali e provvidero ai -mezzi, nella stessa guisa che avean fatto quand’era -scopo principale il traffico; la preda si spartì come i -guadagni; e la compagnia, qual che ne fosse il nome -e la forma in quei primi tempi, diè nascimento al governo -della repubblica. Aveano i Pisani combattuto -la fazione del novecensettanta contro i Musulmani di -Sicilia<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a> e forse altre minori contro que’ d’Affrica e di -Spagna, e avean già patito le vicende di lor nuova -industria del mille e quattro, quando un’armata musulmana -saccheggiò un quartiere della città.<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a> Per farne -<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span> -vendetta ed assicurare lor commercio, i Pisani metteano -in mare il navilio che sconfisse i Siciliani a -Reggio; alla quale impresa molto inopportunamente -si è data sembianza di guerra religiosa, scrivendo che -il dotto monaco francese Gerberto, salito al trono pontificale -col nome di Silvestro secondo, bandì la crociata -per liberare Gerusalemme, e che i Pisani a tal -invito corsero alle navi e tagliarono in pezzi i primi -Infedeli in cui s’imbattessero.<a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a> Il vero è che la potenza -surta allora nel Tirreno dovea venire alle prese coi -Musulmani, come gli antichi popoli che dettero nome a -quel mare avean fatto coi Fenicii, predecessori dei -Musulmani in Sicilia, Affrica, Sardegna, Baleari e -Spagna. Uscì dai porti di Spagna il navilio che rinnovò -<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span> -del mille undici l’assalto e il guasto sopra Pisa;<a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a> -forse dagli stessi porti e per le medesime genti che -a capo di pochi anni occuparono la Sardegna, infestaron -Luni e soggiacquero alle forze unite di Pisa -e Genova. -</p> - -<p> -Mentre in Spagna tre usurpatori si contendeano -il califato, e i governatori si prendean le province, trovossi -a regger Denia un Abu-l-Geisc<a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a> Mogêhid-ibn-Abd-Allah, -cristiano d’origine,<a class="tag" id="tag6" href="#note6">[6]</a> liberto della casa -del celebre Almansor, indi soprannominato Amiri:<a class="tag" id="tag7" href="#note7">[7]</a> -uomo intraprendente, valoroso, educato alle lettere e -alle scienze coraniche in Cordova e mecenate dei -dotti.<a class="tag" id="tag8" href="#note8">[8]</a> Appo il quale rifuggitosi da Cordova, con molta -mano di partigiani, un Abu-Abd-Allah Mo’aiti, giurista -chiarissimo per sapere e antica nobiltà, chè discendea -<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span> -di schiatta collaterale agli Omeiadi, Mogêhid, non -osando per anco aspirare al principato, volle mettere -su quel regolo di sua fattura; gli prestò giuramento -e rese onori da califo, di giumadi secondo del quattrocentocinque -(dicembre 1014); ed a capo di cinque -mesi, allestita l’armata, andò con Mo’aiti ad occupar le -isole Baleari. Non guari dopo, rimandato il finto principe -a Denia, Mogêhid con un migliaio di cavalli e -centoventi navi tra picciole e grandi, fece prora per -la Sardegna.<a class="tag" id="tag9" href="#note9">[9]</a> -</p> - -<p> -Ormai gli autori arabi chiariscon erroneo il moderno -racconto della dominazione musulmana in Sardegna -e confermano i nostri antichi ricordi, da’ quali -si scorgea travagliata sì quell’isola con depredazioni -e guasti, ma non mai occupata innanzi il brevissimo -regno di Mogêhid. È verosimile, anzi direi certo, che -i Sardi, abbandonati dall’impero bizantino, dai re -longobardi e dall’impero d’occidente, fin dall’ottavo -secolo si reggessero per loro giudici o re, chè s’intitolavan -l’uno e l’altro. Fiera gente, assecurata dalla -<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span> -povertà, dal proprio valore e dai luoghi aspri e salvatici, -scansò il giogo dei Musulmani; i quali fatto -fardello (710, 752, 813, 816, 817, 935) dell’oro e -argento, ma spaventati insieme dai frequenti naufragi -e dalla resistenza degli isolani nelle scorrerie -minori, li lasciarono tranquilli;<a class="tag" id="tag10" href="#note10">[10]</a> tenendoli uomini indomabili, -avvezzi a star sempre con le armi allato,<a class="tag" id="tag11" href="#note11">[11]</a> -da buscarsi appo di loro più colpi che preda. Gli annali -musulmani ci narrano che dopo la strage fatta -in Sardegna da Abd-er-Rahmân-ibn-Habîb (752) -gli abitatori si sottomessero a tributo; onde per -lungo tempo non furono molestati, anzi i Rûm ristorarono -le cose dell’isola.<a class="tag" id="tag12" href="#note12">[12]</a> Erronea parmi la fazione -<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> -dei Musulmani di Spagna a Cagliari nel mille ed uno, -che si legge in un compendio di storia pisana di tre -secoli appresso.<a class="tag" id="tag13" href="#note13">[13]</a> -</p> - -<p> -Sbarcato Mogêhid in Sardegna, ruppe gli isolani -con molta strage, di rebi’ primo del quattrocentosei -(18 ag. a 16 settem. 1015); uccise Maloto lor condottiero -e fece grandissimo numero di prigioni, donne -e fanciulli.<a class="tag" id="tag14" href="#note14">[14]</a> L’armata, com’e’ sembra, si mostrò, prima -o dopo, su la costiera tra Genova e Pisa, approdando a -Luni, cui saccheggiò forse e si ritrasse; ma bastò a -provocare i Pisani già possenti in mare, e i Genovesi, -i quali prosperando nel commercio dovean anco -adoperarsi a cacciare il vicin nemico. Par si collegassero -le due repubbliche nell’umile sembianza di -compagnie di mercatanti, premurose d’ubbidire ai comandi -del papa e dell’imperatore; e il papa ch’era -Benedetto ottavo, partigiano favorito d’Arrigo secondo -e vago di por mano nelle cose temporali, par -<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> -s’arrogasse di promulgare la guerra, e di negoziare -con Moghêid. Nondimeno l’importanza dell’impresa -stava tutta nelle forze, interesse e volontà dei Pisani -e dei Genovesi; i quali andati a trovare il navilio musulmano -in Sardegna, riportarono una prima vittoria nello -stesso anno mille e quindici.<a class="tag" id="tag15" href="#note15">[15]</a> Mogêhid si sfogava con -<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> -atroci supplizii sopra i Cristiani di Sardegna,<a class="tag" id="tag16" href="#note16">[16]</a> innasprito -forse dalla resistenza che facessero i Sardi qua -e là per l’isola; e sapendo i grossi armamenti che -s’apparecchiavano in Terraferma, diede opera a fabbricare -una fortezza.<a class="tag" id="tag17" href="#note17">[17]</a> Intanto i suoi, scontenti del -poco acquisto, sbigottiti dal clima malsano e dai travagli -della guerra, mormoravano:<a class="tag" id="tag18" href="#note18">[18]</a> tardava alla più -parte di tornare in patria, dove li chiamavano tutte le -passioni della guerra civile. Talchè, di maggio millesedici, -venuta grand’oste di Pisani e Genovesi, Mogêhid -si deliberò a sgombrare.<a class="tag" id="tag19" href="#note19">[19]</a> Combattuto dagli Italiani -mentre s’imbarcava, in su l’entrar di giugno,<a class="tag" id="tag20" href="#note20">[20]</a> -fu sconfitto, e atrocemente straziati i suoi da una -tempesta, che ruppe molte navi, altre spinse a terra, -ove i naufraghi erano spacciati dai Cristiani.<a class="tag" id="tag21" href="#note21">[21]</a> Campò -Mogêhid a Denia con le reliquie dell’armata, lasciando -prigioni un fratello e il proprio figliuolo Alì che gli -<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> -succedette nel principato:<a class="tag" id="tag22" href="#note22">[22]</a> altri scrive il figliuolo e -una moglie.<a class="tag" id="tag23" href="#note23">[23]</a> Con sì lieve fatica i nostri riebbero la -Sardegna.<a class="tag" id="tag24" href="#note24">[24]</a> -</p> - -<p> -E tosto voltarono le armi l’un contro l’altro: i -Genovesi assalivano i Pisani; i quali, avutone l’avvantaggio, -li cacciarono dall’isola.<a class="tag" id="tag25" href="#note25">[25]</a> Onde i mercatanti -di Pisa cominciarono ad esercitare una clientela su -quei giudici, o regoli, bisognosi di lor danaro e di loro -forze navali; tennero fattorie; forse usurparono privilegi -commerciali: nelle quali brighe ebbero sempre -a gareggiare coi mercatanti genovesi.<a class="tag" id="tag26" href="#note26">[26]</a> Nel secolo ap- -<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> -presso, quando le due città si reggeano a comune e -Genova adulta agguagliava la rivale, si contesero -la Sardegna con le armi, con le pratiche appo quei -regoli ed a corte di Federigo Barbarossa,<a class="tag" id="tag27" href="#note27">[27]</a> e poscia -con falsare la storia, immaginandosi dai Pisani due -concessioni papali (1016 e 1049) e due novelli conquisti -del mille diciannove e mille quarantanove, sopra -<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> -Mogêhid che alfine fosse caduto in lor mani.<a class="tag" id="tag28" href="#note28">[28]</a> Da -ricordi più genuini si ritrae che i Musulmani, dopo -la fuga di Mogêhid a Denia (1016), non assalirono mai -più la Sardegna.<a class="tag" id="tag29" href="#note29">[29]</a> Quei si tuffò tutto, scrive Ibn-el-Athîr, -nelle guerre civili di Spagna;<a class="tag" id="tag30" href="#note30">[30]</a> molestò la contea -di Barcellona; fu costretto alla pace, dicon anco -a pagar tributo (1018), da una man di Normanni -ausiliari della contessa Ermenseda, nella minorità di -Berengario,<a class="tag" id="tag31" href="#note31">[31]</a> e morì nel millequarantaquattro.<a class="tag" id="tag32" href="#note32">[32]</a> Di -certo, i corsali di Denia e delle Baleari lungo tempo -infestarono le parti occidentali del Mediterraneo, poichè -quel nome di Mugeto, supposto re d’Affrica, suonò -terribile appo i Cristiani; chiunque combatteva gli -Infedeli spagnuoli o affricani, si vantava d’aver preso -o ammazzato il gran Saracino.<a class="tag" id="tag33" href="#note33">[33]</a> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> -</p> - -<p> -Tolte così le favole che son debole fondamento -alla gloria dai popoli, quella dei Pisani e Genovesi -risplende nella liberazione della Sardegna; nel primo -esempio dato in Ponente di grosse espedizioni contro -i Musulmani; nell’acquistata signoria del bacino occidentale -del Mediterraneo. Venuti loro a noia li -armamenti navali di Moezz-ibn-Badîs,<a class="tag" id="tag34" href="#note34">[34]</a> i Pisani assaltarono -l’Affrica il milletrentaquattro, presero Bona:<a class="tag" id="tag35" href="#note35">[35]</a> -strepitosa vittoria che suonò oltremonti come trionfo -della Cristianità sopra l’Islamismo, e probabil è vi -abbiano partecipato i Genovesi e qualche nave provenzale.<a class="tag" id="tag36" href="#note36">[36]</a> -Le due repubbliche italiane messero da -<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> -parte lor odii quand’occorrea domare il nemico -comune: i Pisani uniti di nuovo ai Genovesi schierarono -dinanzi Mehdia (1087) quattrocento navi italiane; -e prima avean assalito soli Palermo (1062), -poscia occuparono le Baleari (1113-4); per tutto il duodecimo -secolo i navilii d’Italia, terrore dei Musulmani, -apriron la via agli accordi commerciali e alla -fondazione delle fattorie nelle città marittime d’Affrica -e di Levante. Quella virtù cominciando ad operare, -come si è notato, nei principii del secolo undecimo, -diè incentivo ed aiuto al conquisto della Sicilia. -</p> - -<p> -La rivoluzione di Puglia e Calabria contro i Bizantini -fu capitanata e confiscata da poche famiglie -novelle in Cristianità. Verso il settimo secolo, a’ primi -albori della storia settentrionale, si scopre in Danimarca, -Norvegia e Svezia una gente la cui lingua al -par che la complessione dei corpi e gli ordini sociali -attestavano l’origine germanica; se non che, -sendo lor toccato in sorte un paese inculto e disabitato -o quasi, non ebbero vassalli, e non trovando vitto -in terra, lo cercarono in sul mare con la pesca e la -pirateria. Per tali cagioni si mantenne tra essi l’uguaglianza -civile perduta da’ lor fratelli nel conquisto delle -province romane. Serbaron anco l’antica religione. Si -reggeano in piccioli stati, sotto capi (<i>iarls</i>) di famiglie nobili -per valore, eletti nelle adunanze (<i>things</i>), nelle quali -gli uomini liberi, cioè tutti, deliberavano le pubbliche -<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> -faccende. Ma nell’ottavo secolo, i combattimenti e traffichi -nel Baltico con altri Germani e con genti finniche e -slave avean già condotto gli Scandinavi a migliorare -lor costruzioni navali, lor armi, e le arti necessarie -all’uno e all’altro: allor fecero più grosse imprese al -di fuori, e seguì in casa l’accentramento sotto regoli -(<i>kong</i>, <i>konung</i> ec.); s’apparecchiò quello dei piccioli -nei maggiori reami, di Danimarca, Norvegia e -Svezia. I quali rivolgimenti, al par che le spesse carestie -in un paese presso che privo d’agricoltura, portavano -all’emigrazione. Gli uomini più audaci e procaccianti -facean compagnia; sceglieano apposta un -capo sperimentato, re marittimo (<i>soekongar</i>) come il -chiamavano; varavano frotte di barche, e sì usciano -a lor <i>wicking</i>, noi diremmo pirateria, in cerca di -bottino e di gloria: chè virtù si tenea presso di loro -l’astuzia e valor nel rubare. I morti per naufragio o -di spada sederanno in eterno allato d’Odin, nel Walhalla, -a tracannare cervogia; i reduci faranno mostra -della preda, canteranno lor geste, bevendo a cerchio -nelle romorose brigate l’inverno. Orgoglio dunque, -cupidigia, necessità, costumi, rigoglio di corpi e -d’animi, uso alle fatiche del mare, non curanza della -morte, moveano i Normanni (<i>Northmen</i>) o Dani<a class="tag" id="tag37" href="#note37">[37]</a> a -lontane espedizioni fuori il Baltico. -</p> - -<p> -Nelle quali desolarono (787-885) lungo la marina -e le rive dei fiumi, le isole britanniche, la Germania -<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> -in su l’Oceano, i Paesi Bassi, e la Francia; infestarono -anco la Spagna: Hastings, lor terribile eroe, pensando -arricchirsi delle spoglie di Roma, s’imbattè in -Luni (859), la saccheggiò;<a class="tag" id="tag38" href="#note38">[38]</a> ed egli o altri assaltò anco -Pisa (860). Con lor lievi barche solean costeggiare, -entrare nelle foci dei fiumi, risalire per ventine o centinaia -di miglia dentro terra; afforzarsi nelle isole marittime -o fluviali; smontati dar di piglio a quanti cavalli -poteano, e temerarii innoltrarsi nelle province, taglieggiando, -depredando, ardendo, ammazzando; più -crudi nei monasteri, sapendoli più ricchi, o per vanto -di calpestare il nume rivale d’Odin. Da Londra e -Dublino ad Utrecht, Aquisgrana, Colonia, Coblentz, -Treveri, Parigi, Tours, Bordeaux, e Tolosa; ed a Lisbona, -a Siviglia, ad Arles, a Valenza sul Rodano, i -Barbari addimesticati sentiron la mano dei Barbari freschi -della Scandinavia: i quali dopo la rapina presero -come gli altri a stanziare qua e là; conquistarono l’Inghilterra, -e la perdettero; si posero alla foce della Loira -e ne furon cacciati; si posero in su la Senna e v’allignarono.<a class="tag" id="tag39" href="#note39">[39]</a> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> -</p> - -<p> -Un secolo era corso dall’esaltazione di Carlomagno, -e restava appena a’ successori col titol di -reame di Francia la regione che si stende dalla Loira -alla Mosa, toltane a ponente la Bretagna, quando vennero -a scemare il breve territorio gli Scandinavi che -l’aveano già guasto, e saccheggiata Parigi (846), arsi -i sobborghi (857), e strettala nuovamente d’assedio -per dieci mesi (885-6). Avvenne nel medesimo tempo -che Aroldo dalla bella chioma (<i>Harald Haarfager</i>) soggiogasse -gli altri regoli di Norvegia, e facesse opera -ad accentrare ed assestare il novello reame; onde -molti uomini impazienti del giogo espatriarono o furon -cacciati e incalzati per le isolette e pei mari, -dove ripigliavano l’antico mestiere di loro schiatta. -Ragunati in grande frotta, tentarono l’Inghilterra, tentarono -la Fiandra, e alfine s’imboccarono nella Senna; -ebbero di queto Rouen;<a class="tag" id="tag40" href="#note40">[40]</a> ne fecero pianta a -guerra di conquisto; ruppero (898) un esercito francese -che li assalì; occuparono cittadi e castella. Nelle -quali fazioni ebber dapprima condottieri senza comando -<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> -politico;<a class="tag" id="tag41" href="#note41">[41]</a> poi s’innalzò sopra tutti per valore -e civile prudenza Roll,<a class="tag" id="tag42" href="#note42">[42]</a> nobile corsaro norvegio, bandito -per atto di rapina in patria. E già s’erano costoro -in sedici anni assuefatti a vivere nelle nuove stanze -coi vinti, quando i popoli e clero di tutto il reame, -vedendo non potere spezzar quel flagello, costrinsero -re Carlo il Semplice a stornarlo con la pace. Trattò -la pace il vescovo di Rouen, amico per necessità dei -Normanni; ed a Saint Clair sull’Epte (912) il re concedette -a Roll e sua gente il paese che occupavano:<a class="tag" id="tag43" href="#note43">[43]</a> -quei gli prestò omaggio feudale, diè e compì la promessa -di farsi cristiano egli e’ suoi, e di sposare una -figlia naturale del re. Ebbe titol di conte; poi s’addimandò -duca; e il territorio, Normandia; il quale fu esteso -da lui e dai successori, tra le discordie dei grandi -vassalli coi re, e tra le guerre civili che portarono al -trono i Capeti. I compagni d’arme di Roll, avuta ciascun -sua parte del territorio e divenuti signori dell’antica -popolazione, presero gusto alla vita di -cavalieri francesi; mutarono il culto d’Odin nel cristianesimo; -l’uguaglianza del wicking in gerarchia -feudale; l’incerto frutto del saccheggio in perenne -esercizio d’abusi baroneschi; dimenticarono la patria -che li avea cacciati; ebbero figliuoli la più parte da -donne del paese. E però alla seconda generazione parlarono -il linguaggio della Francia settentrionale, fuorchè -<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> -nelle parti di Bayeux e di Coutances, dove, per essere -sopravvenuti altri stuoli di Norvegia e Danimarca, -si mantenne qualche anno di più il paganesimo, -la favella scandinava oltre un secolo, e sempre un -animo riottoso e contumace. Insieme con la religione -e la lingua, la Francia diè ai nuovi conquistatori -fogge, usanze, un po’ di cultura clericale, e tutti gli -ordini della feudalità; se non che i baroni serbarono liberi -spiriti in loro soggezione al duca, senza aggravar -manco le infime classi. Il ducato fu più pericoloso vicino -che nessun altro gran feudo, alla corona di Francia; -l’odio nazionale arse per cinque o sei secoli -tra gli abitatori dell’uno e dell’altro.<a class="tag" id="tag44" href="#note44">[44]</a> Tanto più -che i Normanni, sì agevolmente gallicizzati al di fuori, -non aveano perduta l’indole degli avi: insieme -con gran valore, disciplina e sagacità militare, mostrarono -saviezza nelle cose di stato ed economiche; -ebbero sempre odorato fino del guadagno, mente -astuta e man lesta a carpirlo, ira pronta raffrenata -sol dall’interesse, amplessi e zuffe alternati fin -tra fratelli, tra padri e figli nel partaggio degli -acquisti; e con ciò un genio avventuroso, procacciante, -migratorio, il quale all’entrar dell’undecimo -secolo sfogò in pellegrinaggi al sepolcro di Cristo, -ma non chiuse gli occhi per istrada essendoci da -buscare. Qual cavaliere vivesse a disagio in casa, -uscì a nuovo modo di <i>wicking</i> per terra, ai soldi -d’altri stati; ed alla spicciolata fecero maravigliose -<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span> -prove in Spagna e nell’impero bizantino; raccolti -e rinforzati d’altre genti, conquistarono l’Inghilterra -e l’Italia meridionale. -</p> - -<p> -Al par che il <i>wicking</i> mutò forme in Normandia -la <i>saga</i> che il solea celebrare,<a class="tag" id="tag45" href="#note45">[45]</a> della quale se fu -tentata alcuna imitazione,<a class="tag" id="tag46" href="#note46">[46]</a> la poesia popolare francese -la soverchiò sì tosto, che alla battaglia -d’Hastings (1066) il menestrello di Guglielmo il Conquistatore -appiccava la zuffa recitando la canzone -d’Orlando, francese di lingua e d’argomento. Alla -saga che andava in disuso con la favella e modi del -vivere degli Scandinavi, era succeduta la cronica -cristiana, da che Dudone di San Quintino, chierico -piccardo, cominciò (994) a richiesta del secondo conte -di Normandia e compiè sotto il terzo, in prosa latina -tramezzata di versi, il racconto dei fasti di quel -popolo e dinastia, seguendo la tradizione orale di -Rodolfo conte d’Ivry.<a class="tag" id="tag47" href="#note47">[47]</a> Fu necessariamente la istoria -di Dudone, pei tempi innanzi il trattato d’Epte, -mescolala di vero e di romanzo scandinavo, difettosa -molto in cronologia; pei tempi appresso, fu diario -di corte con orpelli di leggenda monastica e frasi di -rettorica latina: e sotto gli altri duchi, altri chierici la -copiarono e continuarono chi in prosa latina, chi in -<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span> -versi francesi, fino allo scorcio del duodecimo secolo.<a class="tag" id="tag48" href="#note48">[48]</a> -Ma i principi normanni surti in Italia in questo -mezzo, vollero auch’essi lor croniche ad imitazione -della corte di Rouen, compilate su i racconti dei guerrieri -che aveano compiuto que’ gloriosi fatti e riteneano -le tradizioni de’ più antichi; onde raccontatori -e scrittori vi posero ornamenti di discorso a foggia -or cavalleresca or claustrale: e son queste le fonti -principali di storia nel periodo che prendiamo a trattare. -</p> - -<p> -Prima in ordine di tempo la Storia dei Normanni -di Amato, campano e monaco di Monte -Cassino, scritta tra il millesettantotto e l’ottantasei,<a class="tag" id="tag49" href="#note49">[49]</a> -della quale corre per le mani degli eruditi da trent’anni -in qua un’antica versione francese, interpolata -di annotazioni e forse scorciata e infedele in qualche -luogo.<a class="tag" id="tag50" href="#note50">[50]</a> Documento preziosissimo contuttociò; poichè -<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> -l’autore, italiano di nascita e di studii, ossequioso a -Roberto Guiscardo e Riccardo principe di Capua, ma -assai più devoto al monistero, è testimonio immediato -per la seconda metà dell’undecimo secolo; attinge -per la prima metà a doppia tradizione, cassinese e -normanna; e, con monacale prudenza, pur va dicendo -il vero. La dedica all’abate Desiderio e l’andamento -tutto dell’opera, mostran che fu dono fatto dal -Monastero ai due principi protettori, per rimeritarli -di loro larghezza con la fama. Proprio scrittor di -corte, Guglielmo detto Appulo, ai conforti di Ruggiero -duca di Puglia e di papa Urbano secondo, compose -in su la fine dell’undecimo secolo<a class="tag" id="tag51" href="#note51">[51]</a> una cronica -in versi latini, che comincia dalle prime imprese -de’ Normanni in Italia e finisce alla morte di Roberto -Guiscardo: narrazione molto viva, diligente e verace, -fuorchè qualche episodio accattato dai classici, -dalle favole scandinave e da’ romanzi francesi;<a class="tag" id="tag52" href="#note52">[52]</a> e -d’origine francese parmi l’autore.<a class="tag" id="tag53" href="#note53">[53]</a> Lo fu di certo il -<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> -monaco Goffredo Malaterra, il quale scrisse in prosa -latina, a riscontro di quei fasti di casa Guiscarda, -le geste di Ruggier di Sicilia, ritratte in parte dalla -bocca del conte; e finisce, due anni avanti la costui -morte, il millenovantotto. Malaterra avea letto le -croniche di Normandia e qualche classico latino; -avea meditato, egli o il conte Ruggiero, sull’indole -degli uomini e vicende degli stati; onde da storico, -anzi che cronista, tratta i primordii di casa di Hauteville -in Italia, i particolari della guerra siciliana; -nè parmi semplice quand’ei v’intreccia i miracoli dei -Santi e delle spade normanne, quando dissimula il -numero degli ausiliarii ed esagera quel dei nemici; -quando salta a piè pari le imprese fallite o troppo -scellerate. Dei delitti privati di Roberto e di Ruggiero, -furti, rapine e agguati da masnadieri, truffe e violenze -tra fratelli, il Malaterra è largo raccontatore al -par che Guglielmo di Puglia; non tanto per libertà -loro e grandezza d’animo dei principi, quanto per -l’opinione di quelle compagnie di ventura passata -nelle corti, dove si tenean vezzi guerrieri da vantarsene, -e peccati veniali prodigalmente pagati alla -Chiesa.<a class="tag" id="tag54" href="#note54">[54]</a> Tolto dunque l’orpello mitico nelle prime -<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> -imprese, un po’ di reticenza o di esagerazione qua e -là nelle altre, gli scritti di Amato, Guglielmo e Malaterra -ci trasmettono le tradizioni normanne per -tre vie dirette, paralelle e non comunicanti. Un buon -compendio che parmi anco palatino e torna al millecentoquarantasei, -aggiugne qualche particolare, secondo -tradizioni che il tempo e gli interessi andavano -guastando.<a class="tag" id="tag55" href="#note55">[55]</a> Leone d’Ostia, compilando nei principii del -duodecimo secolo la storia generale di Monte Cassino, -copia spesso Amato e vi aggiugne altri fatti con doppia -circospezione di monaco e cardinale. Lupo Protospatario, -autor della fine dell’undecimo, ci aiuta da magro -cronista, diligente e imparziale tra Greci e Normanni. -Altri contemporanei italiani e d’oltremonti, che -citerò a’ luoghi opportuni, raddrizzano talvolta le opinioni -degli scrittori di parte normanna; e così anche -<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> -correggono qualche fatto per lo conquisto di Puglia -i Bizantini, e per quel di Sicilia i Musulmani: frettolosi -gli uni e gli altri e svogliati nel discorrere la caduta -di lor dominazioni. -</p> - -<p> -I primi Normanni capitati di qua dalle Alpi il -millediciassette per le pratiche del principe di Salerno,<a class="tag" id="tag56" href="#note56">[56]</a> -venturieri per bisogno, cupidigia o persecuzioni nel -paese natio,<a class="tag" id="tag57" href="#note57">[57]</a> trovarono in Italia una gran voglia a scuotere -il giogo degli imperatori d’Oriente. I quali, essendo -rimasti signori per la seconda fiata della Calabria e -della Puglia, le ressero a lor solito; lasciarono i Musulmani -di Sicilia a correre e taglieggiare quelle province, -non frenati da buone armi nè da prudenti accordi; -e con ciò ripigliarono le antiche pretensioni su i -principati di Benevento, Capua e Salerno. Indi que’ signori -longobardi si voltavano ad ora ad ora agli imperatori -d’Occidente; e i popoli della Puglia, maturi -a novità per le condizioni generali dell’Italia, si sollevavano, -chiamando in aiuto gli Infedeli di Sicilia.<a class="tag" id="tag58" href="#note58">[58]</a> -Dopo Smagardo, patriotta mal noto (997-1000), sorgea -Melo, nobil cittadino di Bari, di schiatta longobarda, -del quale la balba storia dell’undecimo secolo narra le -<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> -sventure piuttosto che la virtù, passando sotto silenzio -come egli suscitasse o rinnovasse la ribellione pugliese; -come ordinasse tre guerre in dieci anni; come -traesse a cospirar seco i principi longobardi, l’imperatore -d’Occidente ed il papa:<a class="tag" id="tag59" href="#note59">[59]</a> Melo, il ribelle italiano, -morto in Germania con onori da principe; uomo di -maravigliosa costanza, operosità, arte politica e valore. -Come città longobarda fatta capitale dei dominii -bizantini in Italia, Bari parteggiava in due fazioni,<a class="tag" id="tag60" href="#note60">[60]</a> -<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> -onde la ribellione dapprima vi trionfò; poi la parte -greca rimbaldanzì pei rinforzi di Costantinopoli, -e fu ristorato il governo straniero (1011). Melo -rifuggito alle corti longobarde che l’aiutavano sottomano,<a class="tag" id="tag61" href="#note61">[61]</a> -s’abboccò a Capua co’ venturieri arrivati -di Normandia, lor diè armi, cavalli e stipendio (1017), -levò altre genti ne’ territorii di Salerno e Benevento,<a class="tag" id="tag62" href="#note62">[62]</a> -e mosse con tutta l’oste contro i Greci. -</p> - -<p> -Ruppeli in tre o più scontri (1017-19), tornando -ai Normanni i primi onori del trionfo; ed era libera -la Puglia, se non che novello capitano, mandato di -Costantinopoli, tagliò a pezzi l’esercito dei ribelli -sul funesto piano di Canne (ottobre 1019). Ritentò -Melo la fortuna, con altra schiera di Normanni -sopraccorsa da Salerno, ove in tre anni n’era venuto -grande numero alla sfilata; e toccò la seconda strage -presso Melfi. Indi i principi longobardi a tentennare; -Melo a correr oltre le Alpi, chiedendo gli aiuti d’Arrigo -imperatore, e, mentre si apprestavano, morì. Dato, -compagno di ribellione e fratello della moglie, andò -al supplizio (1021), venduto dal principe di Capua e -dall’abate di Monte Cassino. I popoli tornarono al -<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> -giogo, resistendo alcun capo qua e là con aiuti dei -Musulmani di Sicilia. I cinquecento Normanni che rimaneano -de’ tremila passati in Italia, s’acconciarono -agli stipendii di Salerno e di Monte Cassino, divisi in -sei compagnie, due con l’abate e quattro col principe; -qualche altro militò a Capua ed a Napoli.<a class="tag" id="tag63" href="#note63">[63]</a> -</p> - -<p> -Non oscuri, non potenti, vissero per altri venti -anni da soldati di ventura. Crebbero di riputazione -nelle risse tra i piccioli stati, passando sovente dall’uno -all’altro per avarizia ed arte di mantenerli tutti vivi -ed infermi. Secondo i guadagni crebbero un po’ di numero, -per gente di lor sangue che cercava fortuna oltre -le Alpi e per uomini facinorosi arruolati nella Lombardia -propria ed Italia inferiore, i quali prendeano -i costumi ed apparavano la lingua dei Normanni. -Sopra ogni altro si avvantaggiò di coteste compagnie -il principe di Salerno, allargando suoi confini. Sopra -ogni altro lor giovò il duca di Napoli, il quale ripreso -lo stato mercè una compagnia, donolle il territorio -ove fondarono Aversa (1029), e ’l condottiero -Rainolfo funne chiamato console e poi conte. Arrigo -secondo e Corrado il Salico, calando in questi tempi -nei principati per mantenervi la precaria autorità dello -impero occidentale sopra quella del bizantino, guardaron -d’occhio benigno i Normanni come stranieri; -<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> -e Corrado investì solennemente Rainolfo della contea -d’Aversa (1038), dandogli a mano il gonfalone -imperiale attaccato in cima a una lancia.<a class="tag" id="tag64" href="#note64">[64]</a> -</p> - -<p> -La compagnia normanna nella primitiva sua -forma sembra squadron di cavalli, da venticinque -ad ottanta, condotto da un capitano intraprenditore -che assoldasse gli uomini e guadagnasse per -sè, ovvero da capitano eletto che amministrasse -il peculio sociale, cioè lo stipendio toccato in comune -e il bottino. In battaglia par che le compagnie -dessero comando temporaneo ad un capitano a scelta -di tutti, per quel giorno colonnello, com’or diremmo, -d’un reggimento.<a class="tag" id="tag65" href="#note65">[65]</a> Due reggimenti o bande erano -in Italia verso il milletrentotto; delle quali la prima, -di veterani e lor aderenti chiamati di Normandia, stanziati -ad Aversa, fatti possidenti e però meno avventurosi, -s’andava rassettando, a mo’ delle istituzioni -patrie, sotto un colonnello perpetuo o si chiami conte -privilegiato dall’imperatore; ma più ritenea del <i>wicking</i> -che non avesse preso del feudo. L’altra, vero <i>wicking</i>, -di giovani che tentavano la sorte, mescolati a più -<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span> -numero d’Italiani, lasciò i soldi del principe di Salerno -per seguire le insegne bizantine in Sicilia. Eran -circa cinquecento cavalli, condotti da un capitano -amministratore, il milanese Ardoino.<a class="tag" id="tag66" href="#note66">[66]</a> -</p> - -<p> -Il savio cavaliere lombardo, ripassato co’ suoi il -Faro dopo l’insulto di Maniace, gittò il dado a un -gran disegno. La ribellione di Puglia male spenta con -Melo,<a class="tag" id="tag67" href="#note67">[67]</a> si ridestò per opera del figliuolo Argiro, come -prima le soldatesche bizantine sgomberavano il paese, -traendo alla guerra di Sicilia: ma fe’ testa ai ribelli -la fazione costantinopolitana, talchè Bari fu presa e -ripresa; e infine Michele Doceano, tornato di Sicilia, -ricominciò i supplizii nella capitale (nov. 1040). Argiro -nondimeno rimase nella provincia, latitante o in -arme.<a class="tag" id="tag68" href="#note68">[68]</a> Ardoino, giunto in questo medesimo tempo, -praticò coi malcontenti; e non si fidando, come soldato -ch’egli era, nelle forze tumultuarie, nè in Bari -aperta ai Bizantini dalle fazioni e dal mare, divisò di -piantar altra bandiera di rivoluzione a Melfi, addossato -all’Apennino allo sbocco della maggior valle onde -si valicava agli stati del Tirreno, nemici naturali di -Costantinopoli; ma sopra tutti fece assegnamento su -i Normanni. Andò pertanto ad Aversa ad esporre -le condizioni delle cose; il fior degli eserciti greci -avviluppato in Sicilia, i popoli della Puglia pronti a -ripigliare le armi: «E perchè ti starai,» disse al conte -Rainolfo, «contento a due spanne di terreno, come il -<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> -topo nella buca, quando puoi meco signoreggiare quei -ricchi campi, cacciandone le femine vestite da soldati -che li hanno in guardia?»<a class="tag" id="tag69" href="#note69">[69]</a> Ristretti i capi a consiglio, -deliberano l’impresa; stipolano federazione con Ardoino, -e ch’egli s’abbia metà degli acquisti. Aversa -fornì trecento uomini sotto dodici capitani, che allora -e poi si addimandarono conti, uguali tra loro in grado -e con ugual diritto nel partaggio.<a class="tag" id="tag70" href="#note70">[70]</a> -</p> - -<p> -All’entrar del millequarantuno Ardoino una notte -conduce chetamente le compagnie a Melfi; si fa incontro -ai cittadini che pigliavano l’arme, ed «Ecco, -lor grida, vi reco la libertà che sospiraste. Io tengo -parola: compite or la parte vostra ed accogliete -come compagni e fratelli cotesti amici miei, mandati -proprio da Dio per togliervi di servitù!»<a class="tag" id="tag71" href="#note71">[71]</a> -Fermasi il patto che Melfi non abbia signor feudale; -reciprocamente si giura lega e amistà.<a class="tag" id="tag72" href="#note72">[72]</a> La dimane -<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span> -i Normanni corron predando a Venosa; il secondo -dì ad Ascoli, poi a Lavello e per tutta la Puglia senza -contrasto.<a class="tag" id="tag73" href="#note73">[73]</a> Tra le due bande e i Pugliesi che le seguirono, -<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> -sommavan già a tre migliaia d’uomini; settecento -soli a cavallo e pochi tra essi vestiti di corazza. -</p> - -<p> -A’ diciassette marzo, Doceano lor presentava la -battaglia su le sponde dell’Olivento sotto Melfi, con -la legione Obsequiana dell’Asia Minore e gli ausiliarii, -russi: cinque o sei contr’uno ed assai meglio armati; -ma furono sconfitti.<a class="tag" id="tag74" href="#note74">[74]</a> I Greci toccarono la -seconda rotta ancorchè rinforzati di Traci e d’Italiani -<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span> -a Montemaggiore su l’Ofanto, del mese di maggio; -la terza, di settembre, a Montepeloso, dove i -Normanni non riconobbero al certo il comune legnaggio -nei Varangi, schierati contr’essi con genti greche -e slave, sotto il catapano Boioanni. Si bilanciò -la fortuna delle armi nel quarantadue, ripassato in -Italia il fiero Maniace. Poi tornò per sempre ai Normanni.<a class="tag" id="tag75" href="#note75">[75]</a> -</p> - -<p> -Tra coteste guerre, le due bande d’Aversa e -di Sicilia stanziavano a Melfi, accomunate, com’ei -sembra, e ridivise sotto dodici condottieri, i quali si -reggeano a repubblica, e ciascuno s’acconciò un palagio -e un quartiere nella città:<a class="tag" id="tag76" href="#note76">[76]</a> independenti l’un -dall’altro e gelosi; ma gareggiarono sempre di virtù -sul campo. Col danaro, le armi e i cavalli tolti ai -nemici, e con promesse di maggiori acquisti, levaron -cavalieri e fanti italiani nei principati longobardi e -nella Lombardia propria;<a class="tag" id="tag77" href="#note77">[77]</a> incorporandoli, com’e’ parmi -<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> -chiaro, in lor compagnie anzichè formarne delle nuove. -Ardoino disparve: morto nei primi scontri, o -messo da canto e sbeffeggiato s’ei volle comandare; -rimaso doge senza soldati dopo l’unione delle due -bande.<a class="tag" id="tag78" href="#note78">[78]</a> Gli sostituirono innanzi la battaglia di Montepeloso -(1041) Atenolfo, fratello del principe di Benevento, -per guadagnar fede appo i popoli dei quali -avean bisogno;<a class="tag" id="tag79" href="#note79">[79]</a> ed a capo di pochi mesi dettero lo -scambio ad Atenolfo per le medesime cagioni, in -persona di Argiro, il quale a quel precipizio de’ Greci -era stato gridato duca di Italia a Bari (febbraio 1042), -ed avea ripigliato virtuosamente le armi.<a class="tag" id="tag80" href="#note80">[80]</a> Argiro, -<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> -capo della rivoluzione, conveniva meno che ogni -altro ai Normanni vogliosi non di liberare la Puglia, -ma di sottentrare agli antichi signori. Donde all’assedio -di Trani un condottiere per poco non l’uccise;<a class="tag" id="tag81" href="#note81">[81]</a> -ed egli a dirittura praticò con la corte bizantina di -riformare lo stato in Puglia;<a class="tag" id="tag82" href="#note82">[82]</a> tentò invano d’adescare -i Normanni che uscissero d’Italia per acquistar -nuove palme e nuovi tesori ai soldi dell’impero in -Persia; e finì lor nemico mortale, duca di Puglia -per doppia grazia dei popoli e dell’impero d’Oriente, -cospirando col papa e l’imperatore tedesco allo sterminio -dei Normanni.<a class="tag" id="tag83" href="#note83">[83]</a> -</p> - -<p> -Ma gli astuti condottieri che s’erano scissi -quando lor entrò in mezzo Argiro, ed alcuno era -<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> -passato al principe di Salerno,<a class="tag" id="tag84" href="#note84">[84]</a> tosto s’accorsero -che nell’unione sola era da sperar salute -e trionfo sugli Italiani. Rifanno pertanto la lega -normanna; le prepongono, con titolo di conte di Puglia, -Guglielmo Braccio di Ferro, primo tra loro per -riputazione nell’armi e numero di aderenti; si associano -il conte d’Aversa; e riconoscono signor feudale -Guaimario principe di Salerno. Celebrossi il nuovo -patto a Melfi, di settembre millequarantatrè, fatto insieme -il partaggio della terra occupata per forza o -per accordo, talchè il conte d’Aversa e i dodici condottieri, -Guglielmo al par degli altri, ebbero ciascuno -una grossa città, rimanendo Melfi in comune come -capitale.<a class="tag" id="tag85" href="#note85">[85]</a> Ordinamento misto tra feudale e federale, -che presto volse a pretta feudalità. I condottieri tennero -da baroni, com’e’ sembra, ereditarii, le città -assegnate, levando tributi, sforzando gli abitatori -a servigi secondo le costumanze longobarde -che trovavano nel paese non cancellate dalla -dominazione bizantina; ed anzi che smettere gli -abusi di quella, aggiunsero quanti ne ricordavano di -casa loro in Normandia.<a class="tag" id="tag86" href="#note86">[86]</a> Sembianza feudale anche -<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> -ebbe l’omaggio al principe di Salerno; credo -senz’obbligo di servigio militare, nè altro. Il nuovo -conte di Puglia, elettivo, fu capitano a vita e magistrato -federale, ma ebbe dritto di creare o almen di -proporre novelli baroni pei territorii che mano mano -s’acquistassero:<a class="tag" id="tag87" href="#note87">[87]</a> dimodochè il senato federale -s’empiva di creature sue, ed a capo di trent’anni -il terzo conte inghiottì e signor feudale e confederati, -e regnò con titol di duca su la più parte dell’Italia -meridionale. -</p> - -<p> -La famiglia che si levò a tanta altezza veniva -dal Cotentino, provincia normanna più che nessun’altra -di Normandia.<a class="tag" id="tag88" href="#note88">[88]</a> Quivi nei principii dell’undecimo -secolo tenne la picciola terra di Hauteville -presso Marigny nella diocesi di Coutances,<a class="tag" id="tag89" href="#note89">[89]</a> un Tancredi, -gentiluomo di nobiltà mezzana, di scarso -avere, di gran forza e coraggio, non ignoto a corte -dei duchi di Normandia, ma non congiunto loro, -come poi si favoleggiò;<a class="tag" id="tag90" href="#note90">[90]</a> il quale fu padre di dodici -<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> -robusti figliuoli, educati secondo il secolo e paese, -in cacce, armi, cavalli, pietà cristiana e morale da rubatori -di strada. Fatti guerrier di ventura, tre dei maggiori, -per nome Guglielmo, Drogone e Unfredo,<a class="tag" id="tag91" href="#note91">[91]</a> capitarono -dopo varie vicende in Italia; militarono a -Capua, indi a Salerno, e passarono con l’esercito di -Maniace in Sicilia (1038); dove Guglielmo, preposto a -un drappello o compagnia che fosse,<a class="tag" id="tag92" href="#note92">[92]</a> meritò il nome di -<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span> -Braccio di Ferro. Rifulse al paro la sua virtù nella -guerra di Puglia: co’ brividi della quartana addosso -si gittava nella mischia a Montepeloso (1041) e ristorava -la battaglia: prode tra i prodi, affabile e savio, -spalleggiato da due fratelli conti anch’essi o capitani -di compagnie, chi potea contendergli il primato nella -repubblica militare di Melfi? Morto costui a capo di -tre anni (1046), fu rifatto conte di Puglia Drogone, -ch’ebbe primo l’investitura dallo imperatore Arrigo -terzo (1047); e ucciso Drogone (1051), i Normanni -gli surrogarono l’altro fratello Unfredo, sotto il quale -repressero un gran tumulto di principi e popoli.<a class="tag" id="tag93" href="#note93">[93]</a> -</p> - -<p> -Tumulto legittimo nel popolo che avea cercato -libertà e pativa oltraggi novelli; tumulto suscitato anco -dal papa e dagli imperatori d’Occidente e d’Oriente per -interesse proprio, sotto la solita specie di ben pubblico, -morale, giustizia, religione. I Normanni lor davano -appicco. E veramente se mancassero attestati -precisi della costoro insolenza e cupidità in Italia, si -argomenterebbe dagli eventi contemporanei d’Inghilterra, -dove gli ospiti normanni di Eduardo primo fecer -tanto che provocarono i Sassoni alla ribellione.<a class="tag" id="tag94" href="#note94">[94]</a> -Crederemo dunque agli scrittori tedeschi, italiani e -<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> -bizantini di quel tempo i soprusi che narrano delle bande -stanziate in Puglia, mescolate d’oltramontani e Italiani, -ai quali era sola patria il campo, sola virtù il disciplinato -valore.<a class="tag" id="tag95" href="#note95">[95]</a> I nuovi sudditi, spogliati dai conti e oltraggiati -dalle soldatesche, dettero ascolto ai tre potentati -che inopinatamente stendean loro la mano. Costantinopoli, -per estremo rimedio, richiamava gli esuli -a Bari; facea duca d’Italia Argiro figliuol primogenito -della rivoluzione; prometteva alla Puglia l’età dell’oro. -L’imperatore germanico si apprestava a mandare -soldati, sollecitato dal papa che in quella stagione -era come suo castaldo in Italia. Più che ad ogni altro -premea l’impresa alla corte di Roma, la quale sorgendo -da due secoli di vergogne, a’ consigli d’Ildebrando -monaco e cardinale prendeva a riformar i -costumi del clero e le elezioni ecclesiastiche, per le -<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span> -quali combattè Ildebrando papa: e con quelle nuove -armi di castità e libertà ritentava gli acquisti nell’Italia -meridionale. Leone nono, uom di religione e -virtù private, condusse eserciti per liberare i popoli, -com’ei diceva, dalla tirannide: a difendere i poveri -cospirò coi due imperatori, con Argiro e coi Pugliesi -tinti tuttavia del sangue di Drogone, che fu pugnalato -alle spalle alla soglia del tempio. E tranquillava -la coscienza con l’equivoco sacerdotale. «La morte -d’alcun Normanno io non bramo, nè d’alcun -uomo,» scrivea Leone pochi anni appresso a Costantino -Monomaco, «ma voglio far pentire col terrore -umano chi non paventa il giudizio di Dio.»<a class="tag" id="tag96" href="#note96">[96]</a> -</p> - -<p> -Mentre i nemici si sfogavano senza unità di consiglio -nè d’azione, i Normanni si rassodarono, si -estesero nelle Calabrie sopra i Greci;<a class="tag" id="tag97" href="#note97">[97]</a> e vennero d’oltremonti -i figliuoli di Tancredi per la seconda moglie -Fredesenda, primo tra essi Roberto Guiscardo (1047); -al quale il fratello Drogone non sapendo come provvedere, -mandollo con un pugno d’uomini ai confini di Calabria; -fe’ racconciare un ridotto di legname in cima a un -<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> -monte; lo chiamò Rocca di San Martino; disse lì al giovane -di pigliar se potesse quanto scopriva con gli occhi; -e volte le spalle se ne tornò in Puglia.<a class="tag" id="tag98" href="#note98">[98]</a> Cominciò -Roberto il conquisto della Calabria da ladrone: rapire -bestiame, saccheggiar ville, sequestrare le persone -che paghin riscatto, ardere i cólti a chi ricusa la taglia, -ammazzare cui difende la roba; tantochè un -distretto si sobbarcava alla signoria feudale e i masnadieri -passavano a un altro. Nel pessimo tirocinio, -Roberto si fe’ gran capitano; si rimpannucciò con un -matrimonio ed un tradimento; assoldò gente e se ne -attirò molta più con promessa di bottino, con giustizia -nel dividerlo, con quel suo sembiante marziale e risoluto, -con piglio da buon compagno, e riputazione di smisurato -coraggio, costanza, astuzia e profondità di -consiglio. Un’oste di Calabresi per tal modo seguiva -le fortune di Roberto quando papa Leone calò in -arme a Civita sul Fortore, e i Normanni ragunarono -tutte loro forze per difendersi. Affamati, ributtata -dal papa ogni lor proposizione e preghiera, furono -costretti a combattere (18 giugno 1053), capitanando -Unfredo l’esercito e la prima schiera, Riccardo conte -d’Aversa la seconda, e Roberto la terza, tutta di -Calabresi. Gli Italiani del papa, senza capitano, fuggirono; -i Tedeschi si fecero tagliare a pezzi; gli -Italiani delle compagnie e que’ di Roberto trionfarono -allato ai Normanni.<a class="tag" id="tag99" href="#note99">[99]</a> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> -</p> - -<p> -Lasciata da canto la supposta concessione feudale -del papa in questo tempo,<a class="tag" id="tag100" href="#note100">[100]</a> certo è che i vincitori -il fecer prigione baciandogli i piedi, e che Leone benedisse -lor vivi e loro morti, lagrimò, fece lunghe penitenze, -dicon anche miracoli, e dopo dieci mesi tornò -libero a Roma, rannodate con Argiro e coi due -imperatori sue trame contro i Normanni;<a class="tag" id="tag101" href="#note101">[101]</a> ma la morte -<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> -le troncò (1054) e prevenne anco Stefano nono che -parlava di ripigliare l’impresa (1058).<a class="tag" id="tag102" href="#note102">[102]</a> Unfredo intanto -usando la vittoria di Civita, soggiogava il rimanente -della Puglia; minacciava Bari e qualche altra città da -non potersi espugnare di leggieri; il Guiscardo ripigliava -l’opera in Calabria;<a class="tag" id="tag103" href="#note103">[103]</a> e con questo crescea -la potenza di casa Hauteville, fatti conti Malgerio -in Capitanata e Guglielmo in Principato, e venuti altri -fratelli e aderenti.<a class="tag" id="tag104" href="#note104">[104]</a> Sperò Unfredo lasciare l’oficio -in retaggio: in punto di morte, chiamato a sè Roberto, -lo istituì tutore del figliuolo minore; raccomandò -forse entrambi ai capi normanni; e quando ei spirò -(1056) il Guiscardo fu promosso a conte di Puglia.<a class="tag" id="tag105" href="#note105">[105]</a> -Il quale fe’ sentir la mano del masnadiere al pupillo -ed ai compagni; represse duramente con forza -e frode quei che si ricordavano dell’uguaglianza; e -divenne di fatto signor feudale. Compose agevolmente -una sembianza di dritto, prendendo titol novello -e investitura dalla corte di Roma. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> -</p> - -<p> -Già Ildebrando preludeva per bocca di Niccolò -secondo alla guerra del sacerdozio contro l’impero, -ordinando libera la elezione dei pontefici (1059); -già l’idea guelfa lampeggiava nella mente del cardinale -toscano e del papa savojardo vissuto a Firenze: -la corte di Roma, volendo sciogliersi della soggezione -ai Tedeschi, dovea farsi puntello delle forze, -quali che si fossero, che trovava in Italia. Niccolò -dunque, tenuto un concilio a Melfi sopra la disciplina -ecclesiastica, vi compì faccenda più grave: abboccatosi -con Roberto scomunicato, lo ribenedisse, l’investì -della signoria di Puglia e Calabria, che le tenesse, -con titol di duca, in feudo della Chiesa romana, giurassele -fedeltà, le fornisse servigio militare al bisogno, e -pagassele censo annuale di dodici denari a jugero su -i terreni tenuti da lui medesimo o conceduti a’ Normanni -fino a quel dì. Promise inoltre a Roberto -l’investitura della Sicilia.<a class="tag" id="tag106" href="#note106">[106]</a> La corte di Roma non -<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> -aveva dunque posseduto Puglia, Calabria nè Sicilia, -in fatto nè in carta, se non che nella falsa -donazione di Costantino e nelle interpolazioni dei diplomi -di Lodovico il Pio, Otone terzo ed Arrigo -<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> -secondo; ma avea nel clero dell’Italia meridionale -fautori e clienti; avea nel popolo riputazione di liberatrice -e santa, e spirava religioso terrore nei feroci -venturieri d’oltremonti. La sostanza dunque fu, che il -<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> -gran censore della simonia diè in soccio a Roberto -que’ suoi partigiani e un podere d’incerto padrone, -per cavarne censo in buona moneta ogni anno, servigio -di buone spade occorrendo, più i guadagni contingenti -della sovranità feudale. Onesto o no tal baratto, -la corte di Roma prestava forze vere in Terraferma; all’incontro -nel patto aleatorio della Sicilia non mettea -nulla del suo. Alla quale origine corrisposero i successi, -poichè, conquistata l’isola, niuno domandonne l’investitura -alla corte di Roma; anzi il papa risegnò parte -dell’autorità ecclesiastica al principe che procacciasse -un po’ di credito a San Pietro nell’isola bipartita -tra Fozio e Maometto. Nello stesso modo che -a Roberto e per gli stessi motivi, Niccolò secondo -largì l’investitura d’Aversa al conte Riccardo; il -quale poco appresso carpiva il principato di Capua -(1062). Così la dominazione normanna mettea radici, -rafforzata dalla parentela e comunanza d’interessi di -Riccardo e Roberto; dal matrimonio di costui (1058) -con una sorella del principe di Salerno, per la quale -ripudiò con ippocriti cavilli Alverada, prima cagione -di sua grandezza; e infine dall’acquisto della Calabria -che Roberto e Ruggiero compirono nella state -del millesessanta. -</p> - -<p> -Ruggiero, ultimo figlio di Tancredi, passò in Italia -verso il millecinquantasei, giovane di venticinque anni -o in quel torno,<a class="tag" id="tag107" href="#note107">[107]</a> grande, ben complesso, di bell’aspetto, -facil parola, coraggio a tutta prova, animo vago di -<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> -lode, ambizioso per tanti esempii di sua casa e nazione, -turbolento, ma aperto e liberale, scevro dei -vizii capitali di Roberto, suo pari forse in guerra, savio -nelle cose di stato, senza quegli alti voli che sapea -spiccare il Guiscardo. Il quale promosso a conte di -Puglia, ricominciata dopo breve spazio l’impresa di Calabria, -e fatta invano una punta infino a Reggio (1056), -era tornato in Puglia, quando gli parve di tentar con -poche forze nuovo colpo, tra quelle popolazioni spicciolate, -discordi, disubbidienti all’impero bizantino: verghette -agevoli a spezzare, poichè lor nojava di stringersi -in fascio. Manda Ruggiero con sessanta cavalli -(1057) sugli estremi gioghi meridionali dell’Apennino; -e quegli compie da maestro l’usata fazione normanna, -del piantarsi in un ridotto su le alture e dare -il guasto giù nei piani: talchè tutta la val di Saline -presso il Capo dell’Armi si sottomesse alla signoria -feudale di Roberto. Con giovanil probità, Ruggiero -gli consegnava il danaro rubato: con sagacità -lo consigliava sopra un nuovo sforzo che s’apprestò -contro Reggio; e andativi entrambi, Ruggiero con -audaci scorrerie provvide l’esercito di vittuaglie; -ma resistendo forte i cittadini e sopravvenuto l’inverno, -l’assedio fu sciolto. Allora nacque discordia -tra i fratelli, lagnandosi Ruggiero che Roberto per -avarizia e invidia male assai lo rimeritasse; ond’ei -s’accostò all’altro fratello Guglielmo conte di Principato, -fatto anch’egli nimico di Roberto, al quale -recarono molestia con depredazioni e scaramucce; -poi rappattumati, Ruggiero tornava agli stipendii -del duca con quaranta cavalli; e tosto non vedendogli -<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> -snocciolar moneta, se n’andava e ripigliava le -scorrerie. A Melfi, il giovane incapricciatosi dei cavalli -di un vicino, li avea rubati di notte con -un di sua masnada per nome Blettiva, maestro di -furti; e di lì a poco saputo di certi mercatanti -che viaggiavano da Amalfi a Melfi, li appostò, -spogliò e taglieggiò, e col danaro accrebbe la -compagnia fino a cento uomini. Ma entrato l’anno -millecinquantotto e straziata la Calabria dalle genti -di Roberto, da una pestilenza e da orribil fame, -le popolazioni sottomesse alla signoria normanna si -levarono; trucidarono intere compagnie: onde Roberto -si consigliava di tramutar di Puglia in Calabria, -dal campo nemico al suo proprio, il lioncello ch’avea -messo tal giubba in due anni. E gli interessi raccendeano -subitamente l’amore fraterno: Roberto concedeva -a Ruggiero la metà dei territorii acquistati e da -acquistarsi nell’estrema Calabria. Fermata la sede a -Mileto, Ruggiero, del millecinquantanove, soggiogò -la più parte del paese; conciò male due vescovi, -greci al certo, che gli vennero incontro armati in -Val di Saline; balzò in Capitanata insieme con Roberto -e fece cavar gli occhi a un altro Normanno che -s’era ribellato contro il fratello Goffredo; tornò con -Roberto in Calabria per far una scorreria fino a Reggio -(1059) ed apprestaronsi a maggior guerra. E in -vero, del millesessanta, Roberto, raccolto quasi un -esercito e preso con seco Ruggiero, calò a Reggio -nel mese di luglio, e dopo molti combattimenti, nei -quali il giovane si segnalò come in tutta sua vita, i -valorosi cittadini furon chiusi dentro le mura, piantate -<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span> -le macchine a far la breccia; sì che Reggio -esausta s’arrese a patti, riconoscendo signore il duca. -Il quale mentre assestava la città, Ruggiero soggiogò -le castella vicine, fuorchè Squillaci; e anch’essa, -dopo qualche mese, aprì le porte.<a class="tag" id="tag108" href="#note108">[108]</a> -</p> - -<p> -In venti anni così dalla ribellione d’Ardoino, le -compagnie di Normanni e Italiani s’erano impadronite -della vasta provincia bizantina. Salerno, che -fu prima a chiamarle e sempre le favorì, divenuta -era difatto lor tributaria, e i principi imparentati per -forza con casa Hauteville. Non van contati i piccioli -stati: Napoli mezza libera; Benevento carpita dal papa; -Monte Cassino badia o feudo, non si sapeva; Amalfi -presa e lasciata da Salerno. La casa di Aversa, congiunta -per matrimonii con gli Hauteville e coi principi -di Salerno, stava per dar di piglio al principato di -Capua ed a Gaeta. Della dominazione lombarda rimaneva -a Salerno appena il nome che sparve tra non -guari (1077). Con ciò la compagnia, mutando ordini -a poco a poco, da federazione ch’era di venturieri -trapassava a nobiltà territoriale, vassalla la maggior -parte di Roberto di Hauteville, la minore di Riccardo -d’Aversa: e le due novelle dinastie, riconosciuta la -sovranità feudale, prima di Salerno, poi degli imperatori -germanici, le aveano disdette entrambe, acconciandosi -in quella del papa. Garbuglio di dritto pubblico, se -dritto si dovesse cercare in quel periodo, tra la fermentazione -degli elementi onde poi s’aggranellò un -reame, non conquistato da un popolo sopra un altro, -<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> -non riformato per movimento nazionale, nè religioso, -nè sociale, ma per una rivoluzione mista di tutti -que’ modi. I soldati mercenarii che fecero trionfare -dopo mezzo secolo la ribellione di Melo, longobarda, -latina ed aristocratica, usurparono la dominazione coi -suoi frutti sopra i Bizantini e sopra gli abitatori ad un -paro. Nella lunga e vana guerra, i venturieri furon costretti -a mutar sovente i patti tra loro stessi, con le -popolazioni soggiogate o confederate e coi principi -vicini; e il duca di Puglia che s’innalzò tra quelle -vicende, non venne a capo d’allargarsi in Calabria e -quindi in Sicilia, senza la spada d’un altro condottiere; -onde nacquero nuovi piati e andirivieni, finchè -Roberto Guiscardo, correndo ad altre ambizioni, morì -in Grecia (1085), e primeggiò in casa di Hauteville il -conte Ruggiero signor della Sicilia. Infino a quel dì -non vi ebbe dritto pubblico propiamente detto nell’Italia -dal Garigliano a Trapani, se non che patti -temporanei, i quali ben si assomiglierebbero a quei -del <i>wicking</i> sotto gli Hastings e i Roll. -</p> - -<p> -E come i compagni di Roll, così i Normanni -d’Italia, in lor vita da masnadieri mostrarono splendidamente -le virtù che fondano gli stati. Virtù di guerra, -la quale s’apprese immantinenti agl’Italiani entrati -nelle compagnie; poichè non istà nella forza e nel -coraggio, comuni alla più parte degli uomini, ma negli -ordini, nello esercizio, nella fidanza singolare e collettiva -dei combattenti, nell’onor militare, nella tradizione -delle vittorie. Prudenza civile adattata a quegli -umili principii: attirar sotto lor bandiere forti Italiani; -accomunarli d’interessi ai Normanni; trovare -<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> -partigiani nelle città; vezzeggiare ed arricchire il -clero; divider opportunamente i furti; non sperperare -la parte propria, ma ammontarla col capitale comperando -nuovi uomini e nuove armi; tosare i sudditi -senza lasciarli ignudi al tutto; azzuffarsi tra loro al -partaggio e fin venire alle armi, ma rifar l’amistà e -la fratellanza come se nulla fosse stato, quando i -popoli si sollevano incoraggiati da quella discordia. -Tali erano i condottieri normanni. Pieghevoli alle -usanze del paese, fermatavi per sempre la dimora, -e pochi di numero, non sembravano reggimento -straniero: l’Italia meridionale godea sotto di loro la -independenza e governo men molesto, da non meritar -odio e molto meno disprezzo. -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="cap2">CAPITOLO II.</h2> -</div> - -<p> -Arrivati quegli avventurosi uomini a Reggio, -non si potea far che non agognassero al ben di Dio -che si stendea sotto gli occhi loro di là dallo Stretto. -Roberto lo vagheggiava tanto che ne avea già accattata -dal papa la concessione eventuale;<a class="tag" id="tag109" href="#note109">[109]</a> Ruggiero, al -dir del suo storiografo, ardea della brama di guadagnarvi -meriti spirituali e temporali acquisti.<a class="tag" id="tag110" href="#note110">[110]</a> Nè si -potea far che i Normanni non fossero chiamati in Sicilia -da Musulmani cui costrignesse cieco furor di -parte, da Cristiani levati a subita speranza del riscatto. -<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> -Primi dovean essere i Cristiani di Messina. Le sei miglia -di mare che corrono tra le due rive dello stretto, -se contrastano il passaggio qualche dì, lo rendono -nel rimagnente dell’anno, agevole e comodo agli uomini, -e sopratutto alle merci; donde gli è avvenuto -da tanti secoli che l’estrema Calabria e i dintorni di -Messina facciano come un sol paese per le relazioni -commerciali, i parentadi, i costumi, le usanze, fin -le passioni politiche degli abitatori: e n’abbiamo esempio -nelle rivoluzioni del milleottocentoquarantotto e -del milledugentottantadue. Non fu meno stretta al -certo nel decimo secolo e prima metà dell’undecimo -la fratellanza delle due popolazioni cristiane, l’una -soggiogata e l’altra svaligiata ogni anno: gli stessi Musulmani, -quand’e’ non correano a Reggio con la spada -in alto, venian pacifici mercatanti o rifuggiti. Dopo le -disposizioni degli animi, è da ricercare il numero. A -legger Malaterra si direbbe Messina abitata da soli -Musulmani nel millesessantuno; non facendosi parola -di Cristiani di Sicilia pria che i Normanni fossero giunti -alla valle che si stende tra l’Etna e la catena d’Apennino. -Amato scrive più espresso che Roberto, entrato -in Messina, la rifornì di suoi cavalieri trovandola abbandonata.<a class="tag" id="tag111" href="#note111">[111]</a> -Ma ciò non va inteso in senso litterale, -sendo inverosimile e direi quasi assurdo supporre che -i Musulmani avessero cacciato ogni cristiano dalla -città, il che mai non fecero nè in Sicilia nè altrove, -nè loro condizioni sociali ed economiche il comportavano. -È da ritenere pertanto che la popolazione di -<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> -Messina fosse notabilmente diminuita fin dal nono secolo,<a class="tag" id="tag112" href="#note112">[112]</a> -sì che nel millesessantuno, sgombrata la piccola -colonia musulmana, la città si trovasse, per modo -di dire, spopolata. E con tale intendimento va esaminato -il solo ricordo che abbiamo di pratiche tenute -dai Cristiani di Messina coi Normanni. -</p> - -<p> -In sul principio del decimottavo secolo, uscì alla -luce nelle Miscellanee del Baluzio,<a class="tag" id="tag113" href="#note113">[113]</a> e fu ristampata -dal Muratori<a class="tag" id="tag114" href="#note114">[114]</a> e da altri, una <i>Breve istoria della Liberazione -di Messina</i>, lasciata tra mille altri documenti -manoscritti da Andrea Duchesne, con annotazione che -fosse copia d’antichissimo codice del Senato di Messina.<a class="tag" id="tag115" href="#note115">[115]</a> -Spartivasi la Sicilia, al dir di quella cronica, in -cinque principati che si stendessero lungo la costiera -da Tindaro a Taormina, a Siracusa, a Trapani, a Palermo -ed a Patti; e li reggean cinque Mori, nimici -l’un dell’altro; dei quali il primo, Raxdis per nome, -avea sede in Messina, dove i Cristiani, in virtù di -<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> -capitoli fermati al conquisto, godeano più alto stato -che in niuna altra città dell’isola; serbando lor possessioni -e culto e lo stemma della croce d’oro in -campo rosso, conceduto già da Arcadio imperatore in -merito di gloriosa gesta de’ Messinesi a Tessalonica. -Ma sentendo aggravare ormai la mano degli Infedeli -e vedendo affranti gli altri Siciliani da servaggio assai -più duro, tre nobili uomini della città, Ansaldo di Patti, -Niccolò Camulio e Iacopo Saccano, bramosi di liberare -la patria, a dì sei d’agosto millesessanta, s’adunavano -nell’isola di San Giacinto, come un tempo si -chiamò il Braccio del Salvatore. La conchiusione fu -d’offrire la Sicilia al conte Ruggiero e al duca Roberto -che soggiornavano col papa a Mileto. I congiurati -fan parte molto cautamente nella città; colgono -il destro della festa in cui i Mori soleano chiudersi -in lor case per dodici giorni; s’imbarcano travestiti -in un legnetto, fingendo veleggiare per Trapani, ed approdano -in Calabria. Sopraccorsi a Mileto, scansano -di negoziare col papa; apron gli animi sì a Ruggiero -esortandolo a venire in Sicilia; gli danno per arra -il gonfalone d’Arcadio. Ruggiero consultò dell’impresa -col papa e con sei cardinali; il papa, non perdendo -mai di vista le cose di questo mondo, assentì, -a condizione che si dividessero i beni della Sicilia in -tre parti, la prima al clero, la seconda ai cavalieri, -l’altra al principe. Allora il conte giura i patti, e che -sarà in arme a Messina a capo d’una settimana. E al -dì detto, cavalca con millesettecento uomini a Palmi, -indi a Reggio: alfine, affidate le navi al fratello Goffredo, -sbarcato ei con le genti a tre miglia da Messina, -<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> -gli vengono visti nell’isola di San Giacinto i cadaveri -di dodici cristiani impiccati dai Mori per indizio -della congiura. Muove Ruggiero all’assalto; i Cristiani -di dentro piglian le armi, apron le porte, aiutano al -macello degli Infedeli; egli entrato in città chiama i -congiurati, rende loro il gonfalone vittorioso, ch’è riposto -nella chiesa di San Niccolò; e il conquisto cominciato -per virtù de’ cittadini di Messina si compie con -la pattuita tripartizione delle terre. Così la cronica. -Seguono due diplomi, l’un di re Ruggiero del millecentoventinove, -l’altro di Guglielmo I del millecensessanta, -nei quali leggonsi le larghe e vere franchigie -municipali di Messina, interpolate bensì di favole -che la fan capitale dell’isola sotto i Romani, i Greci -e’ Saraceni.<a class="tag" id="tag116" href="#note116">[116]</a> Talchè il lettore, dopo lungo giro nella -storia dello undecimo secolo, riesce in ultimo al gran -campo di battaglia dove si travagliarono gli eruditi -siciliani dal decimoquinto al decimottavo, a furia -di paradossi e di falsi documenti. L’autore si vanta -da sè medesimo contemporaneo; ma lo tradiscono gli -intenti, le idee e la latinità del secol decimosesto.<a class="tag" id="tag117" href="#note117">[117]</a> -</p> - -<p> -E in vero torna ai primi quarant’anni del secolo -<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> -seguente la copia più antica che abbiamo, quella cioè -del Duchesne. Risalendo addietro, si rinviene in altre -parole lo stesso racconto nella storia del Maurolico -messinese, il quale non ne cita l’origine, nè par vi -presti piena fede;<a class="tag" id="tag118" href="#note118">[118]</a> ed una ventina d’anni avanti Maurolico, -si legge breve cenno della congiura nella storia -del Fazzello, il quale par si riferisca a tradizione -orale.<a class="tag" id="tag119" href="#note119">[119]</a> Dalla forma volgendoci alla sostanza e mettendo -da canto la tripartizione legale dei beni, il soggiorno -del papa a Mileto, il gonfalone d’Arcadio e il -rimanente della macchina municipale, troviamo due -fatti genuini, tolti da altre fonti che il Malaterra e -l’Anonimo, e però inediti infino al tempo di Maurolico: -cioè che un Goffredo fratel di Ruggiero, capitanasse -le navi nella impresa di Messina,<a class="tag" id="tag120" href="#note120">[120]</a> e che la Sicilia Musulmana -fosse allor tenuta da parecchi regoli discordi -<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> -e nemici.<a class="tag" id="tag121" href="#note121">[121]</a> Parmi si scopra a cotesti segni una primitiva -e verace tradizione messinese, accresciuta e guasta -dal duodecimo secolo in giù, a misura che crescea -l’importanza ed ambizione della città; distesa in latino -forse dal Maurolico stesso senza intento di frode; -e in ultimo rabberciata da non so qual falsario, che -interpolò anche il diploma del millecentoventinove, -e si provò a ingannare il Duchesne. Della tradizione -primitiva parmi si debba accettare i nomi dei tre congiurati -o capi d’una congiura di pochi Messinesi, il -viaggio loro a Mileto e le pratiche con Ruggiero; le -quali sono taciute dai cronisti normanni, perchè i padroni -le dimenticavano volentieri. E poteano dimenticarle, -perchè non se ne vide effetto pubblico e flagrante -come quello d’Ibn-Thimna. I Cristiani Messinesi -vegliavano di certo sul nemico, svelavano le -condizioni e andamenti di quello, ci rischiavan la vita -non men che si fa con le armi alla mano; ma non -arrivarono giammai a prendere le armi. E forse avvenne -una o due volte che lo promettessero e non lo -compissero, poichè le prime fazioni di guerra contro -Messina sembrano fondate in su l’aspettativa di movimento -qual che ei fosse dentro la città. -</p> - -<p> -Sia per pratica di tal fatta, sia per esplorare soltanto -<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> -il terreno e tastare gli animi, s’arrischiavano i -Normanni ad una correria nel settembre del millesessanta,<a class="tag" id="tag122" href="#note122">[122]</a> -poco appresso l’occupazione di Reggio. Non -uso a metter tempo in mezzo,<a class="tag" id="tag123" href="#note123">[123]</a> Ruggiero togliea seco da -dugento cavalli;<a class="tag" id="tag124" href="#note124">[124]</a> traghettato il Faro, entrava nel porto -di Messina discosto alquanto dalle mura in quella -età. I Musulmani, all’insulto di sì picciol drappello, -uscirono in furia. Il conte volendo combattere lungi -dalle mura e far disordinare il nemico, s’infinse di -fuggire a briglia sciolta: tornò d’un tratto alla carica, -sbaragliò la schiera sparsa, la inseguì fino alle porte, -uccidendo i più tardi; e presi i cavalli, armi, robe -che lasciavano per via, rimbarcatosi prestamente, tornò -a Reggio.<a class="tag" id="tag125" href="#note125">[125]</a> Indi mosse con Roberto alla volta di -Puglia ove il duca avea da compier l’usurpazione sopra -i capi Normanni e le città non sottomesse.<a class="tag" id="tag126" href="#note126">[126]</a> E -<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> -pur tra cosifatte brighe i due fratelli pensavano di -portare la guerra in Sicilia alla nuova stagione; quando -Ibn-Thimna affrettolli all’impresa; il quale perduta -parte dello stato ch’aveva usurpato, spinto da timore, -sete di vendetta ed inestinguibile ambizione, saputi i -gloriosi fatti de’ Normanni, fors’anco le pratiche loro coi -Cristiani di Sicilia, corse da Catania a chiamarli in aiuto -contro i suoi nemici musulmani. Abboccatosi a Mileto -con Ruggiero, e quindi a Reggio con lui e con Roberto -che vennevi a posta,<a class="tag" id="tag127" href="#note127">[127]</a> Ibn-Thimna lor profferiva il partaggio -dell’isola.<a class="tag" id="tag128" href="#note128">[128]</a> A che obiettando i Normanni non -avere tante forze da combattere le possenti milizie -musulmane della Sicilia, replicava esser quelle divise -e discordi, avervi lui moltissimi partigiani,<a class="tag" id="tag129" href="#note129">[129]</a> rimanergli -soldati e castella ubbidienti: tantochè i Normanni -<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> -acconsentivano, egli giurava la lega,<a class="tag" id="tag130" href="#note130">[130]</a> e dava un -figliuolo in ostaggio a Roberto. Ruggiero s’apprestava -allora ad andare in persona con sue genti d’arme; Roberto -forniva i pochi cavalieri e i marinai ch’ei potè -avere a Reggio, su i quali ponea Goffredo Ridelle, sperimentato -uomo di guerra; e tornato prestamente in -Puglia, chiamativi a consiglio suoi condottieri, n’ebbe -altre forze,<a class="tag" id="tag131" href="#note131">[131]</a> in guisa che s’accozzò uno stuolo di -cinque centinaia d’uomini<a class="tag" id="tag132" href="#note132">[132]</a> capitanati da Goffredo Ridelle -e da Ruggiero, accompagnati da Ibn-Thimna -come quegli che conosceva i luoghi e vi tenea pratiche -e più se ne vantava.<a class="tag" id="tag133" href="#note133">[133]</a> -</p> - -<p> -Negli ultimi di febbraio del millesessantuno, a -vespro, sbarcarono i Normanni in su la lingua del -Faro, presso i laghi.<a class="tag" id="tag134" href="#note134">[134]</a> Preser la via di Rametta; di -che addatisi i Musulmani di Messina, uscì un drappello -a far la scoperta. Cavalcando dunque Ruggiero la -notte su per que’ monti, vide, all’incerto chiaror della -luna, appressarsi un Musulmano: sguainata la spada, -senza tor lancia e scudo che gli recava dietro il valletto, -<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> -spronò contro il nemico, gli diè d’un rovescio -alla cintola, che lo tagliò netto in due pezzi, scrive il -Malaterra con vezzo da romanzo. L’ucciso era fratello -d’Ibn-Meklati già signor di Catania. Sbrigatisi -da costoro, ma scoperti e perduta indi l’occasione d’un -colpo di mano, scorsero predando bestiame nei territorii -di Rametta e Milazzo, e al nuovo dì riduceansi -a lor navi; cominciavano a imbarcare la preda, quando -levossi un vento che li ritenne. A Messina intanto, -ch’è presso a nove miglia, si notò la ritirata; si armarono -cavalli e fanti, corsero al Faro per assalire i -Normanni mentre fossero chi in terra chi in nave disordinati. -Li trovarono al contrario stretti a schiera, -preparati sì bene al combattimento che Ruggiero avea -mandato Serlone, figliuol del fratello del medesimo -nome, a girar di fianco con una torma di cavalli. Colti -tra due schiere, i Musulmani furono rotti con molta -uccisione: e i Normanni a incalzarli fino alla città, -e s’apprestavan anco a darle assalto, quando trovaron -le mura difese perfin dalle donne,<a class="tag" id="tag135" href="#note135">[135]</a> e uscì nuova -gente con le fiaccole in mano a combatterli. A lor -volta i vincitori erano circondati, ricacciati nelle alpestri -coste dei monti ai quali s’appoggia la città. -Raggiornando se ne strigarono con un impeto che lor -aprì la via della pianura;<a class="tag" id="tag136" href="#note136">[136]</a> scesero al Braccio del Salvatore, -senz’altra speranza ormai che d’imbarcarsi -per Reggio. La tempesta infuriava. Per tre dì rimasero -su quella lingua di terra,<a class="tag" id="tag137" href="#note137">[137]</a> intirizziti dal freddo; aspettandosi -<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> -che i Musulmani ingrossati di tutte le milizie -dell’isola venissero a gittarli in mare; confortandosi -con far voti al Cielo che se li cavasse di briga darebbero -il bottino per riedificare una chiesa di Santo -Andronico a Reggio.<a class="tag" id="tag138" href="#note138">[138]</a> Abbonacciato, come avviene -sempre, il mare, scannavano i buoi predati, non volendo -provarsi al tragetto con tali impedimenti; poi -caricarono il carname ai conforti di Goffredo Ridelle -che vergognava di tornare a casa e agli amici con -le mani vote. Messisi, com’e’ pare, i Musulmani a inseguir -loro barche, gli abitatori di Reggio ch’erano -Cristiani e Saraceni, dice Amato, e di Saraceni si -deve intendere i mercatanti e rifuggiti, per mostrar -fede a Roberto novello signore della città, armarono -navi, uscirono contro quei di Messina; dopo molto -trar di saette, se ne tornarono con la peggio, uccisi -nove uomini cristiani e presa una lor nave dal nemico.<a class="tag" id="tag139" href="#note139">[139]</a> -Ibn-Thimna in questo mezzo s’era rifuggito ed -afforzato in Catania.<a class="tag" id="tag140" href="#note140">[140]</a> Fallì dunque l’impresa fondata, -come il mostrano i narrati fatti e que’ che narreremo, -in su le pratiche d’Ibn-Thimna in Rametta e di -Ruggiero in Messina; e compresero i Normanni che -a rincorare lor partigiani infedeli o battezzati, fosse -uopo di maggiori forze, e sopratutto navali.<a class="tag" id="tag141" href="#note141">[141]</a> -</p> - -<p> -Roberto nei mesi di marzo e aprile convocava -<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> -di nuovo i condottieri con belle parole di vendicare -la offesa di Dio, sterminare i Pagani della Sicilia, -liberare i diletti fratelli in Cristo, e v’aggiunse -più efficaci argomenti, doni e concessioni.<a class="tag" id="tag142" href="#note142">[142]</a> Accozzati -per tal modo da mille cavalieri e mille fanti,<a class="tag" id="tag143" href="#note143">[143]</a> venne -di Puglia in Calabria nei primi di maggio; postosi a -un luogo presso la Catona, il quale s’addimandava -Santa Maria del Faro,<a class="tag" id="tag144" href="#note144">[144]</a> ov’adunò barche da traghettare -le genti; ma avea pochi legni da battaglia, tra -dromoni e galee, troppo deboli a fronte dell’armata -musulmana.<a class="tag" id="tag145" href="#note145">[145]</a> Nella quale si noveravano ventitrè tra -corvette e dromoni ed uno o parecchi navigli grossi -che chiamavan gatti, forniti di macchine da guerra;<a class="tag" id="tag146" href="#note146">[146]</a> -chè Ibn-Hawwasci<a class="tag" id="tag147" href="#note147">[147]</a> risapendo i preparamenti di Roberto -<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> -e sollecitandolo ansiosamente quei di Messina, -aveavi mandato da Palermo l’armata, oltre ottocento -cavalieri e vettovaglia.<a class="tag" id="tag148" href="#note148">[148]</a> La vera difesa era l’armata. -Poche milizie oltre quelle venute di Palermo potea -fornire la colonia di Messina picciolissima e minore -al certo della popolazione cristiana.<a class="tag" id="tag149" href="#note149">[149]</a> Rimasti dubbiosi -alquanto di tentare il passaggio,<a class="tag" id="tag150" href="#note150">[150]</a> contro tal -navilio, Roberto e Ruggiero montati su due velocissime -galee, s’avvicinavano a Messina per esplorare: -avvistati dai Musulmani e inseguiti, si dileguarono -fuggendo dopo avere sopravveduta appieno la costiera;<a class="tag" id="tag151" href="#note151">[151]</a> -e tornati al campo fermavano coi più esperti uomini -di guerra, di portare un finto assalto di fianco. -Adunarono l’oste; ogni uomo solennemente si confessò -e comunicò; i due fratelli fecer voto di menar -vita più che mai religiosa ed esemplare se arrivassero -al conquisto della Sicilia; con gran fervore -s’implorò l’aiuto divino.<a class="tag" id="tag152" href="#note152">[152]</a> Ruggiero andava alla fazione -a malgrado di Roberto, il quale volle ritenerlo, -dicono i cronisti, per fraterno amore, e alfine gli die’ -dugentosettant’uomini in luogo di cencinquanta ch’ei -n’avea tolti dapprima. Su tredici legni passarono -a Reggio: indi la notte quetamente traghettato lo -Stretto e sbarcati, s’appiattarono in un luogo detto le -Calcare, a sei miglia per mezzogiorno da Messina, ove -poi surse la Badia di Santa Maria di Roccamadore e -<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> -la terra di Tremestieri;<a class="tag" id="tag153" href="#note153">[153]</a> e Ruggiero rimandò le barche -per troncare ogni speranza di ritirata, scrive con trito -concetto il Malaterra; il vero è che lì svelavan l’agguato, -e tornando in Calabria gli poteano riportare -nuove forze. All’alba Ruggiero montato co’ suoi a cavallo -s’avviava a Messina, quand’ecco un kâid che -andava, come poi si riseppe, a pigliare il comando della -città, con iscorta di trenta uomini d’arme e un convoglio -di muli carichi di danaro. Svaligiati ed uccisi -costoro, i Normanni avvistano lor proprie barche reduci -da Reggio, le quali misero a terra altri censettanta -cavalieri. Fu un abbracciarsi a vicenda un augurarsi -certa la vittoria: e spronarono baldanzosi inver Messina.<a class="tag" id="tag154" href="#note154">[154]</a> -</p> - -<p> -Ed ebberla senza combattere. Dalle navi, dalle -mura, i difensori aveano scorto l’estranie armadure -e i muli tolti al kaid; onde tennero già passato tutto -l’esercito normanno, vana ormai la guardia del navilio -in cui più s’affidavano e perduto ogni cosa;<a class="tag" id="tag155" href="#note155">[155]</a> -tanto più che i Cristiani della città per pochi e disarmati -ch’e’ fossero poteano levarsi al punto dell’assalto.<a class="tag" id="tag156" href="#note156">[156]</a> -Percossi di subito terrore, i Musulmani d’ogni -ordine, sesso ed età si danno a fuggire chi quà chi -là, in barca, per la spiaggia, pei monti, per la selva, -dice Amato; i Normanni sopravvenuti non hanno -che ad uccidere i sezzai, spartirsi le donne, i bambini, -<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> -gli schiavi, la roba.<a class="tag" id="tag157" href="#note157">[157]</a> Tra gli altri correa su -per l’erta un gentiluomo traendo seco l’unica sorella -sua, bella giovinetta, gracile, educata tra gli -agi nelle stanze della madre. I Cristiani incalzavano. -Le mancava la lena; la paura allacciava le gambe: -e il fratello a sorreggerla, a scongiurarla con lagrime -che facesse animo. Ma rifinita stramazzò a terra -e’ nemici eran presso: il guerriero anzi che lasciarla -all’ignominia, alla schiavitù, all’apostasia, di propria -mano la uccise.<a class="tag" id="tag158" href="#note158">[158]</a> Il creder vana ogni difesa facea cader -le braccia ai più forti. Anco l’armata salpò non -guari dopo, tornandosi a Palermo, perchè non osava -riassaltare i nemici in città, nè rimanere in mezzo -alle due rive tenute da quelli.<a class="tag" id="tag159" href="#note159">[159]</a> Ruggiero mandato -aveva intanto al fratello le chiavi di Messina, invitandolo -a prendere possessione della città.<a class="tag" id="tag160" href="#note160">[160]</a> E il -duca ragunava in fretta quanti marinai e quanti legni -piccoli e grandi si trovassero a Reggio;<a class="tag" id="tag161" href="#note161">[161]</a> chiamati -alle armi cavalieri e fanti, rendea grazie a Dio della -vittoria con gran fervore e dimostrazione d’umiltà -cristiana. Comandò poi d’entrare in nave. Corservi -<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> -tutti con furiosa impazienza di gioia, sì che il vassallo -non si ritenne dal passar dinanzi al suo signore, -il signore non aspettò che lo seguissero i vassalli. Il -mare sorridea lieto e tranquillo; nè tardarono a sbarcare -in Messina.<a class="tag" id="tag162" href="#note162">[162]</a> -</p> - -<p> -Roberto diede opera incontanente ad assicurare -la chiave della Sicilia, sì agevolmente cadutagli in -mano; onde sopravveduto il porto, le mura, le fortezze, -le case, munì Messina di nuove difese, ordinovvi -presidio di suoi cavalieri.<a class="tag" id="tag163" href="#note163">[163]</a> A capo d’otto dì, fatta -la rassegna dei mille cavalli e mille fanti ch’avea -seco, mosse con Ruggiero e Ibn-Thimna per la medesima -via battuta da quelli pochi mesi innanzi. Precorreano -sparsi i cavalleggieri predando; a volta a -volta si raccoglieano, aspettavano i fanti e ripigliavano -la marcia. Giunti alla formidabile fortezza di Rametta, -lor uscì incontro il kâid a chiedere accordo: -narrano i cronisti che in umil atto offrisse presenti, -promettesse di obbedir a Roberto come a suo signore -e giurasselo sul sacro libro di sua setta.<a class="tag" id="tag164" href="#note164">[164]</a> Forse ei -<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> -non fece che disdire l’autorità d’Ibn-Hawwasci e -sottomettersi a Ibn-Thimna col quale pur avesse -tenuto pratiche. Viltà o incostanza, l’esempio di Rametta -incoraggiò Roberto a tirare innanzi per la costa -dei monti che corrono lungo il Tirreno. Posò la -prima giornata a Tripi,<a class="tag" id="tag165" href="#note165">[165]</a> la seconda a Frazzanò;<a class="tag" id="tag166" href="#note166">[166]</a> poi -volgendo a mezzogiorno, valicati i gioghi, scese alla -pianura di Maniace e piantovvi le tende. Quivi accorreano -i Cristiani abitatori dei contorni con vettovaglie -e presenti, scusandosi coi signori Musulmani che il -facessero per salvar la vita e la roba da quei predoni. -Roberto e Ruggiero raccolti benignamente i Cristiani, -lor dettero sicurtà;<a class="tag" id="tag167" href="#note167">[167]</a> e dopo alquanti dì ripresero il -cammino giù per la valle del Simeto, che par segnasse -il confine tra gli stati d’Ibn-Thimna e d’Ibn-Hawwasci. -</p> - -<p> -Primo intoppo lor fece la rocca di Centorbi, celebre -nelle antiche istorie; le cui alte mura e profondi -fossi fortemente eran difese da arcieri e frombolieri; -<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span> -nè vollero ostinarvisi gli assedianti, portando la fama -che Ibn-Hawwasci lor venisse alle spalle con gran -gente. Passato il Simeto, trovate sgombre Paternò ed -Emmelesio, grosse terre al dir d’Amato,<a class="tag" id="tag168" href="#note168">[168]</a> dalle quali e -da ogni altro luogo dei dintorni i Musulmani si dileguavano -e struggeansi come cera al fuoco, stette -l’esercito a campo ben otto dì nella pianura di Paternò,<a class="tag" id="tag169" href="#note169">[169]</a> -capitanato, continua il cronista, da Roberto e -da Ibn-Thimna:<a class="tag" id="tag170" href="#note170">[170]</a> ond’è chiaro che non picciola parte -fossero Musulmani; e ciò ne aiuta a comprendere i -fatti. Ritraendo poi dagli esploratori d’Ibn-Thimna -non essere nè vicino nè apparecchiato Ibn-Hawwasci, -l’esercito, traghettato di nuovo il Simeto, espugnava -con molta uccisione le grotte di San Felice, s’innoltrava -infino ai mulini posti sotto Castrogiovanni in -riva al Dittaino, dove piantava il campo.<a class="tag" id="tag171" href="#note171">[171]</a> -</p> - -<p> -S’erano tra coteste fazioni raccolti intorno Castrogiovanni -i Musulmani che sgombravano dalle assaltate -province, i quali aveano ingrossato l’esercito -d’Ibn-Hawwasci, sì che la tradizione normanna lo -fece sommare, tra Siciliani ed Affricani, a quindicimila -cavalli e centomila fanti; e lor attelò a fronte, per -<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span> -maggior ornamento della leggenda, settecento cavalieri -soli, tralasciando gli uomini d’arme, i pedoni, e -quel ch’è più, le genti d’Ibn-Thimna.<a class="tag" id="tag172" href="#note172">[172]</a> A capo di pochi -dì Ibn-Hawwasci veniva ad assalire i Normanni -con l’esercito diviso in tre schiere. Roberto l’aspettò -ordinatosi in due, vanguardia e battaglia; diè la prima -a Ruggiero, capitanò l’altra egli stesso; arringò -tutta l’oste: Non temessero di venire alle mani con -tanta moltitudine, quando il Redentore avea detto: Se -hai fede quanta n’entra in un grano di senapa e comandi -alla montagna, la si muoverà:<a class="tag" id="tag173" href="#note173">[173]</a> la montagna che -avean dinanzi non esser di pietra no, ma di brutture, -d’eresia, d’iniquità; soffiasservi sopra invocando lo -Spirito santo e si dissiperebbe, sendo Iddio con loro; si -confessassero delle peccata, ricevessero il corpo e il -<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> -sangue di Cristo, impugnasser bene le lance e le -spade, e non dubitassero della vittoria. Compiuti i -sacri riti, rimontano a cavallo, s’alza il gonfalone, -ogni guerriero fa il segno della croce e sprona innanzi; -e ributtano i nemici; li scompigliano, li inseguono -ammazzando infino ai ripari; e accalcandosi -i fuggenti alle porte, molti son fatti prigioni in su -l’orlo del fosso: i vincitori tornano addietro lasciando -per tutta la campagna orrendi segni di strage. Le -cronache v’intessono loro prodigi, l’una dice non ucciso -nè ferito nella battaglia nessun cristiano, un’altra -pochissimi, e dei Musulmani caduti diecimila: le -quali frasi se non fossero da romanzo, farebbero tornare -a Ibn-Thimna ed a’ suoi l’onor principale della -giornata. Il vero è che la disciplina delle bande normanne -e italiane, il coraggio, la sapienza dei capi, -le forti armadure, gli animi infiammati di religione, -d’onor militare e di cupidigia, ragguagliavano e sorpassavano -l’avvantaggio del numero ch’aveano i -Musulmani, ragunaticci senza fiducia nè consiglio. La -preda fu tanta che qual cristiano avesse perduto un -cavallo in battaglia ne guadagnò dieci nel partaggio. -I prigionieri fatti schiavi si contarono con l’altro bestiame.<a class="tag" id="tag174" href="#note174">[174]</a> -</p> - -<p> -Non essendo ormai impresa che non paresse da -tentare contro così fatti nemici, Roberto si diè a strignere -<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> -la città. Il dì appresso la vittoria si poneano -i Normanni in sul lago di Pergusa a mezzogiorno -di Castrogiovanni, donde è men aspra la -salita; al secondo giorno tramutarono il campo a Calascibetta, -discosta due miglia a settentrione, dove -fu diviso il bottino; indi scesero al piano detto -delle Fontane,<a class="tag" id="tag175" href="#note175">[175]</a> rizzaron castella da quattro parti -della città per chiudere tutti i passi; dettero il -guasto alle messi ed agli alberi fruttiferi.<a class="tag" id="tag176" href="#note176">[176]</a> In una -delle quali scorrerie Ruggiero con trecento giovani -si spinse presso Girgenti, ardendo e depredando -la campagna, e riportonne ricchissima preda che diè -a dividere a Roberto.<a class="tag" id="tag177" href="#note177">[177]</a> Mentre il presidio di Castrogiovanni -teneva il fermo contro ogni offesa, veniano -al campo i kâid di parecchie rocche minori con danaro -e presenti chiedendo la tregua, e Roberto l’accordava.<a class="tag" id="tag178" href="#note178">[178]</a> -In ultimo giunsero i messaggi di Palermo -con sontuosi doni, vesti lavorate a modo di Spagna, -tele di lino, vasellame d’oro e d’argento, muli con -selle ornate d’oro e ricchi morsi; e secondo costumanza -saracena, scrive Amato, recaron anco in un -sacco ottantamila tarì.<a class="tag" id="tag179" href="#note179">[179]</a> Ci si narra che Roberto “con -<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> -sottil trovato”<a class="tag" id="tag180" href="#note180">[180]</a> inviasse in Palermo, sotto specie di -render grazie del dono, un esploratore; un diacono -Pietro, che intendeva e parlava l’arabico, ma per comando -del duca s’infinse d’ignorarlo affinchè non si -guardassero di lui. Il quale andato alla capitale -musulmana, l’emir tutto lieto d’essersi fatto amico -Roberto, l’accolse onorevolmente, rimandollo con -presenti, e quegli avea sì ben guardato e udito che -riportò parergli la città decaduta e sbigottita, proprio -un corpo senz’anima.<a class="tag" id="tag181" href="#note181">[181]</a> -</p> - -<p> -Il blocco di Castrogiovanni si travagliava da un -mese<a class="tag" id="tag182" href="#note182">[182]</a> e due n’erano scorsi dallo sbarco a Messina,<a class="tag" id="tag183" href="#note183">[183]</a> -quando Roberto si deliberò alla ritirata, di mezzo luglio.<a class="tag" id="tag184" href="#note184">[184]</a> -Onde non può credersi al Malaterra che ne -fosse cagione l’inverno imminente. Poche le genti -e scornate al certo in battaglia e per malattie, raccolte -<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> -le taglie e il bottino, Castrogiovanni inespugnabile, -che altro restava ai Normanni se non che -tornarsi in Terraferma, tener la via aperta a nuovo -passaggio, nutrire la discordia per mezzo d’Ibn-Thimna -e ordinar le popolazioni cristiane sì che li -aiutassero almen di danari? Le popolazioni cristiane -del Valdemone mostratesi un po’ ai Normanni nel campo -di Maniace, trassero tanto più sotto Castrogiovanni -ovvero nella ritirata, chiedendo al duca liberassele dal -giogo, offrendogli danari e vettovaglie, dice il cronista, -in tributo:<a class="tag" id="tag185" href="#note185">[185]</a> e qui par vero perchè non si può far che -Roberto negli accordi con Ibn-Thimna non abbia stipulato -almeno la cessione di una provincia. Sostò -dunque a mezza via su la costiera settentrionale; -bandì mercato com’era uopo a chi volesse vendere -o barattare tanta preda di bestiame; di che -molto si rallegrarono i guerrieri e s’invogliarono -a soggiornare nel luogo circondato di popolazioni -Cristiane. Quivi a tre miglia dal mare in territorio -fertile e ameno, presso le antiche rovine di Alunzio -o Calacta, chè ancor ne disputano gli eruditi,<a class="tag" id="tag186" href="#note186">[186]</a> -Roberto fabbricò o ristorò in sito fortissimo un -<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> -castello al quale pose nome di San Marco, come -la fortezza ond’avea principiato il conquisto delle -Calabrie, sperando che il buon augurio e la protezione -del santo evangelista gli portassero pari fortuna -in Sicilia. Lasciovvi presidio sotto un Guglielmo -de Male; e continuato il viaggio, fece venir -la moglie in Messina,<a class="tag" id="tag187" href="#note187">[187]</a> rafforzò meglio la città d’uomini -e vettovaglie; indi tornossi in Puglia e Ruggiero -a Mileto in Calabria. Ibn-Thimna era ito intanto -in Catania per continuare la infestagione sopra -i nemici che gli rimanevano in Sicilia,<a class="tag" id="tag188" href="#note188">[188]</a> ch’è a dire -gli abitatori delle odierne province di Caltanissetta e -Girgenti. Le province di Catania e Siracusa ubbidivano -a lui;<a class="tag" id="tag189" href="#note189">[189]</a> quella di Messina, che a gran pezza risponde -al Val Demone, stava sotto la protezione dei -Normanni, i quali a bella posta avean munito il castel -di San Marco.<a class="tag" id="tag190" href="#note190">[190]</a> Le province di Palermo e Trapani -avean fatto l’accordo, forse un patto di federazione con -l’emir di Catania. In tali condizioni lasciava la Sicilia -Roberto, capitano degli ausiliari cristiani d’Ibn-Thimna. -Vedremo per brev’ora sottentrargli il fratello -<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> -Ruggiero, e poi farsi vero capitano dei conquistatori -cristiani della Sicilia; e Roberto venir -com’ausiliare in due sole fazioni di sì lunga guerra. -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="cap3">CAPITOLO III.</h2> -</div> - -<p> -La sconfitta d’Ibn-Hawwasci sotto Castrogiovanni -portò in Palermo un mutamento di stato -analogo a quello che avea seguita, nel mille quaranta, -la rotta d’Abd-Allah-ibn-Moezz.<a class="tag" id="tag191" href="#note191">[191]</a> Narravaci -Amato l’ambasceria dei Palermitani, la tregua ch’egli -chiama sommissione, stipulata con Roberto dalla -capitale e da altre città e castella, e l’occupazione -del Valdemone. E Ibn-el-Athîr scrive come -il signore di Castrogiovanni, vinto dai Franchi, -riparasse nella fortezza; come quelli cavalcando per -l’isola s’impadronissero di varii luoghi; come non -pochi sapienti e patriotti musulmani si rifuggissero -in Affrica appo Moezz-ibn-Badîs, per chiedergli aiuti, -esponendo la misera condizione di lor popolo, straziato -dalla discordia e dalle armi straniere. Messe -insieme le due tradizioni appare dunque l’usata vicenda -delle guerre civili: l’opinione pubblica dannò -i vinti; i partigiani loro nella capitale fuggirono o -furono scacciati; nè è maraviglia che l’oratore di -Roberto vi trovasse tanto scompiglio e squallore, nè -che la parte dei nobili, amica d’Ibn-Thimna, mandasse -a rallegrarsi coi Normanni, forse a trattare accordo -<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> -per dar tutti insieme la pinta a Ibn-Hawwasci. Nè -scarseggiano tra i Musulmani dell’undecimo e duodecimo -secolo cotesti esempi di lega coi Cristiani; chè -oltre i raccontati fatti d’Akhal e d’Ibn-Thimna stesso -in Sicilia, ne son piene le istorie della Spagna. Con -men biasimo gli usciti di Palermo si rivolgeano adesso -a Moezz-ibn-Badîs, sollecitandolo a portare le armi in -Sicilia. -</p> - -<p> -La dinastia zîrita, sopraffatta come dicemmo -dagli Arabi d’oltre Nilo, avea perduta la terra, non -il mare; le rimaneano nella munita penisola di -Mehdia il navilio, un forte nodo di schiavi stanziali, -e denaro da reggere alla guerra: quegli Arabi medesimi, -rapaci e fieri quanto le belve, tornavano al par -di esse inetti a durevole sforzo comune, inferiori -alla virtù dell’ingegno che sapesse adoperarli agli intenti -suoi. Fin dai primi impeti della irruzione, avea -Moezz guadagnati alcuni capi di tribù con doni e parentadi, -sposando ad essi le proprie figliuole; onde -quei l’aiutarono alla ritirata da Kairewân a Mehdia, -nel millecinquantasette. A capo di pochi anni, distrutto -ogni industria agraria e cittadinesca nell’Affrica propria, -fuorchè le cittadi marittime, consunto il bottino, -quelle masnade, non sapendo altro mestiere, -furono costrette a mendicare stipendio alle porte di -Bugia, Tunis, Mehdia, Sfax, Kabes: fortezze inespugnabili, -poi ch’essi non poteano chiudere il mare e -ridurle per fame. Le quali città dettero ascolto ai barbarici -condottieri, avendo a lor volta bisogno della -terra pei commerci e sendo spinte l’una contro l’altra -da quella forza dissolvente della società musulmana, -<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> -che abbiam notata in tutto il corso di queste -istorie. In Bugia un ramo di zîriti, ribelle al ceppo -della famiglia, agognava ad usurpar tutto lo stato; -nelle altre città le fazioni o i governatori faceano opera -a sciogliersi dalla ubbidienza; e da Mehdia il principe -si sforzava a ripigliare l’autorità dove potesse. Le -tribù masnadiere si messero dunque a combattere -per l’uno o per l’altro, talvolta tra loro stesse; mescolaronsi -nella briga i Berberi della campagna e le -popolazioni delle città marittime: Arabi del primo conquisto, -Berberi e avanzi d’altri antichi abitatori. La -quale tenzone da pigmei, tanto più rabbiosa, durò ottant’anni, -accompagnata dalla desolazione e dalla -fame, ed aprì la via ai conquisti dei Normanni siciliani -(1148) e degli Almohadi (1160). -</p> - -<p> -Onde Moezz impotente contro i ribelli della costiera -e tanto più contro gli Arabi, anzichè consumare -le forze che gli rimaneano in vane imprese -contro province perdute, volle tentare la fortuna in -Sicilia con l’aiuto degli stessi nemici ch’egli avea -in casa.<a class="tag" id="tag192" href="#note192">[192]</a> Allestì le navi, le fece salpare l’inverno del -millesessantuno. Arrivate alla Pantelleria, una tempesta -le disperse; ne affondò la più parte,<a class="tag" id="tag193" href="#note193">[193]</a> e sgomentando -<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> -i nemici d’Ibn-Thimna delusi nella speranza -dell’aiuto, diè incentivo, com’e’ sembra, a -nuova impresa di Ruggiero. -</p> - -<p> -Il quale, nel dicembre, ripassato il Faro con dugencinquanta -cavalieri, tagliava l’isola per lo mezzo, -spingendosi fino a Girgenti, quasi fossevi aspettato; -depredava il paese e tornava ratto addietro. Le popolazioni -cristiane gli veniano incontro liete e disposte -a dargli favore senza affidarsi troppo: ma -quei di Traina, gente greca, l’accoglieano in città -con grande allegrezza ed ossequio, tanto che ordinò -la terra come ei volle, dice lo storiografo del -conte<a class="tag" id="tag194" href="#note194">[194]</a> e l’Anonimo che Traina si sottomesse al suo -dominio; ma scrivea questi ottant’anni dopo. Parrebbe -piuttosto che i Troinesi, liberi di fatto dalla signoria -musulmana, aspirando a ripigliare l’ordinamento -<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> -di municipio tributario<a class="tag" id="tag195" href="#note195">[195]</a> avessero data ospitalità -al fortunato avventuriere cristiano, ascoltati i -suoi consigli militari e, se si voglia, appiccata una -pratica di confederazione, come la chiamarono e -stipularono allora i Normanni con alcune città di -Calabria, cioè che il condottiero s’obbligava a difendere -il comune, e questo a riconoscerlo console -e pagargli stipendio. E la condotta non sarebbe divenuta -signoria feudale a Traina che dopo la guerra -dell’anno seguente, così come accadde in quel torno a -Geraci ed altri luoghi in Calabria, quando il console -afforzò un castello dentro la terra, mutò lo stipendio -in tributo, aggravandolo di soprusi feudali, e gli abitatori -o piegarono il collo, o resistettero e furono soggiogati -a pretto vassallaggio. Veramente non ci si -narra che Ruggiero ponesse questa prima volta presidio -in Traina. Passovvi le feste di Natale; poi, per -avviso venutogli di Calabria, frettolosamente partissi.<a class="tag" id="tag196" href="#note196">[196]</a> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> -</p> - -<p> -Era giunta in Calabria una donzella che schiudeva -in terra il paradiso all’ambizioso giovane di -trent’anni: Giuditta, figliuola del conte di Evreux, -discendente dei duchi di Normandia. Par che Ruggiero, -pochi anni innanzi, uscendo dal tetto paterno -senz’altro retaggio che il cuore e la spada, si fosse -invaghito della giovinetta reclusa nel Monastero di -Saint-Evrault, e che dopo parecchi anni, il fratello -materno di lei, Roberto di Grantemesnil, priore de’ Benedettini -a Saint-Evrault, indi a Santa Eufemia in Calabria, -avesse trattato il matrimonio della Giuditta con -Ruggiero, ormai capitano di molta fama, signore di Mileto -e sperava di più. La fidanzata venne con la sorella -Emma, lasciando entrambe il chiostro, si dice anco il -velo, per trovare mariti normanni in Italia. Sposatala -a San Martino in Val di Saline, Ruggiero celebrava solennemente -le nozze a Mileto, dissimulando sua povertà -con sfarzo di vesti e di cavalli e strepito di stromenti -musicali. Le dolcezze dell’amore non gli fecero scordare -gli sperati acquisti. A capo di pochi giorni, racchetata -la sposa che piangeva e volea ritenerlo, sopraccorse -in Sicilia dove Ibn-Thimna lavorava per -lui credendo far per sè stesso.<a class="tag" id="tag197" href="#note197">[197]</a> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> -</p> - -<p> -Data la posta al musulmano che venissegli incontro -da Catania, sbarcò a Messina con quanti uomini -d’arme potè accozzare, e tentando nuova regione -cavalcarono insieme alla volta di Petralia,<a class="tag" id="tag198" href="#note198">[198]</a> terra -abitata da cristiani e musulmani. I quali, consultato -insieme nell’imminente pericolo, e mossi forse gli uni -dalla riputazione di Ruggiero e gli altri dalle pratiche -d’Ibn-Thimna, deliberarono di rendere il castello e -prestare obbedienza al conte. Munita la fortezza di cavalieri -e di mercenarii, egli si volse a Traina, afforzolla -in simil guisa, e tornossi in Calabria ad abbracciare -la sposa ed attaccare briga col fratello.<a class="tag" id="tag199" href="#note199">[199]</a> -</p> - -<p> -Ibn-Thimna proseguì l’opera in Sicilia con ridurre -altre terre e infestare i contadi di quelle che -ricusassero.<a class="tag" id="tag200" href="#note200">[200]</a> L’odiavano i Musulmani, ma più il -temeano: quest’uomo che tra le prime guerre civili -per poco non rinnalzò il trono dei Kelbiti; questi -che rovinato al gioco d’una battaglia s’è venduto -l’anima e pur s’è vendicato; il signore del Val di -Noto, il compagno degli invincibili cavalieri di là dal -mare, ai quali stendono le braccia i nostri vassalli, -<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span> -ed essi nel cuor dell’isola ci sfidano dalle castella di -Traina e di Petralia! Però approdarono sovente le pratiche -del traditore. Il quale movea contro Entella, fortissima -rocca a ponente di Corleone,<a class="tag" id="tag201" href="#note201">[201]</a> quand’ebbe un -messaggio di Nichel, così Malaterra scrive il nome,<a class="tag" id="tag202" href="#note202">[202]</a> -uom potente in que’ paesi, stretto d’antichi legami ad -Ibn-Thimna, quando ubbidiva a costui la Sicilia. Pretendea -Nichel disposti i notabili d’Entella a trattare -la resa: venisse a parlamento a tal luogo, presso la -rocca. Fidandosi nell’amica fortuna, Ibn-Thimna v’andò -con poca mano d’armati, e trovò i terrazzani; quand’ecco -uccisogli il cavallo d’un colpo di lancia; ei casca -a terra, gli saltano addosso e l’ammazzano; così com’avvenne -due secoli innanzi ad Eufemio, traditor della -Sicilia cristiana. Il qual gastigo percosse di spavento -i partigiani dei Normanni, e tanto rivoltò le cose, che i -presidii di Petralia e di Traina si ritirarono a Messina, -dove in fretta s’apprestarono alla difesa. È da riferire -<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> -la morte d’Ibn-Thimna ai primi di marzo del mille -sessantadue.<a class="tag" id="tag203" href="#note203">[203]</a> -</p> - -<p> -Caso tanto più grave, quanto Ruggiero stava -per venire alle mani con Roberto. Il giovane, imbaldanzito -per lo parentado, cominciò a lagnarsi altamente: -aveano fatto insieme il conquisto di Calabria, -pattuito a Scalea il partaggio del paese metà e metà, -e il duca lo differiva da due anni; sopportò egli finchè -fu scapolo, or si vergognava di far vivere poveramente -sposa di sangue principesco; era tempo che -il duca gli tenesse parola. Tai querele moveva a Roberto, -sollecitava i nobili normanni a rincalzarle; e -il fratello s’induriva tanto più al niego. Alfine Ruggiero -s’accomiatò da lui forte crucciato, corse al suo -castello, ragunovvi armati e denunziò la guerra se -tra quaranta dì non gli fosse resa ragione.<a class="tag" id="tag204" href="#note204">[204]</a> Il duca -mosse incontanente sopra Mileto nella primavera del -sessantadue. Si combattè senza furore; e l’assedio -andava in lungo per la imperfetta arte del tempo e -soprattutto dei Normanni alle espugnazioni, quando -sforzolli ad accordo un episodio che ricordava loro -non potersi sfogare in guerre civili se voleano soggiogare -l’Italia meridionale. Aveano già i terrazzani -di Gerace in Calabria giurata fedeltà a Roberto, senza -consegnargli la città; e perch’egli studiavasi a por -<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> -loro il freno in bocca fabbricando un castello, aveano -innanzi l’ossidione di Mileto trattato di darsi a Ruggiero; -il quale eludendo le poste del duca uscì una -notte con cento cavalli e gittossi in Gerace, per trarne -gente, com’e’ pare, e piombar sopra l’oste che minacciavalo -in casa. Roberto, lasciata guardia nei due ridotti -con che stringea Mileto, sopraccorre co’ suoi -a Gerace; pria d’impacciarsi in un secondo assedio -tenta sue arti: travestito entra nella città, va difilato -a trovare un suo partigiano, per nome Basilio. E sedea -a mensa con esso e la moglie, allorchè un famigliare -lo riconosce; il popolo si leva a romore, trae -alla casa, fa in pezzi l’ospite, impala la donna; già -Roberto è minacciato da cento ferri, i cittadini più -savii non bastano a rattenerli. L’animo suo e la pronta -parola lo camparono da morte. Disse con impavida -faccia agli infelloniti che pagherebbero caro il suo sangue; -che i guerrieri suoi proprii e quelli di Ruggiero -correrebbero insieme a spiantar la città; all’incontro se -lasciasserlo andar via, concederebbe loro quanto fossero -per domandare. Titubanti lo menarono in carcere. -Ma Ruggiero che non si trovava quel dì in Gerace, -torna a precipizio chiamato dai cavalieri del fratello; -fa venire i notabili fuor le mura; prega e minaccia -affinchè gli consegnino il Guiscardo per vendicarsi -con le proprie sue mani: “mi giuraste fedeltà, lor dice, -ubbiditemi in questo o saprò sforzarvi; pendon ormai -dai miei cenni le genti di Roberto, stanche del reo signore; -se di presente nol portate qui legato, ecco io -comincio a far tagliar le viti e gli ulivi.” Condussero -Roberto, fattogli pria giurare che mai non edificherebbe -<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> -castello in Gerace. I due fratelli s’abbracciarono, -scrive Malaterra, come Giuseppe Giusto e Beniamino, -piangendo di tenerezza tutti i guerrieri normanni. Ma -Roberto, asciugate le lagrime, accomiatatosi da Ruggiero, -trovò altre magagne; ci volle il biasimo universale -de’ suoi, e il principio di nuove ostilità perch’ei -venisse in Val di Crati a stipolare il partaggio della -Calabria, abboccandosi col fratello sul ponte che indi -si chiamò Guiscardo. Dopo l’accordo, Ruggiero levava -tributo su i novelli dominii per fornire i suoi d’armi, -vestimenta e cavalli. Aggravò la mano su Gerace; dove -andato con l’oste, si metteva ad innalzare un castello -fuor le mura; ed ai cittadini che allegavano la fede data -da Roberto, rispondeva: “Egli giurò, non io:” e sforzavali -a grossa taglia.<a class="tag" id="tag205" href="#note205">[205]</a> -</p> - -<p> -Armati per tal modo trecento cavalieri nell’agosto -o il settembre,<a class="tag" id="tag206" href="#note206">[206]</a> ripassava Ruggiero in Sicilia, -menando seco la moglie, paurosa delle fatiche e rischi -ai quali andava incontro, e non se li aspettava -pur sì gravi. All’entrar dello stuolo in Traina, i cittadini -fecero buon viso, assai tepidamente. Lor increbbero -tosto quegli ospiti alloggiati per le case, pronti -a far vezzi a loro mogli e figliuole. Con ciò Ruggiero -<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> -afforzava sempre più la città e andava osteggiando le -vicine castella dei Musulmani. Sentendosi dunque -nuovo giogo sul collo, i cittadini un dì ch’egli era -uscito col grosso delle genti a depredare i dintorni -di Nicosia, piglian le armi a stigazione d’un -Plotino, dei primi del paese; assalgono il poco presidio; -non però sì improvvisi che i Normanni non si -accorgessero del movimento e non si preparassero; talchè -infino a notte ributtarono il nemico. Questo allora, -aspettandosi addosso Ruggiero, s’afforzava alla -sua volta con serragli e fosso nella mezza città opposta -alla collina che teneano i Normanni<a class="tag" id="tag207" href="#note207">[207]</a> ov’era -il palagio del console, scrive una cronica,<a class="tag" id="tag208" href="#note208">[208]</a> dando -argomento a supporre che così fatto titolo avesse -preso Ruggiero in Traina, e nota, quasi a ricordare -l’indipendenza del Municipio greco, che sorgesse dall’altra -parte la torre della città. Ruggiero, chiamato per -messaggi, sopravveniva in fretta; si metteva a combattere -i sollevati: e intanto risaputo il fatto nelle vicinanze -ch’abitavano i Musulmani, trassero alla città da -cinquemila armati, proffersero aiuto a’ Greci e fu accettato. -Ormai, circondati d’ogni banda, i Normanni pativan -la fame; non potendo uscir grossi a predare senza -grave pericolo dei rimagnenti, nè mandar piccole gualdane -senza la certezza di vederle fatte a pezzi. Si -stenuavano in vigilie, guardie, continue avvisaglie e -brevi ma disperate sortite, in una delle quali poco -<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> -mancò non fosse spacciato lo stesso Ruggiero. Perchè -vedendo balenare i suoi, spinse innanzi il cavallo, gli -fu morto; si trovò avviluppato in un nodo di nemici -che sel portavan di peso; se non che gli venne fatto -di trarre la spada, la girò a cerchio, si fe’ larga piazza, -restò solo; e sì fermo cuore serbò, che tolta la sella -del destriero, lento e minaccioso ritraevasi. -</p> - -<p> -Nondimeno s’aggravavano ogni dì più che l’altro -le strettezze degli assediati; pativa il nobile al par del -mercenario; la Giuditta stessa talvolta fu costretta a -ingannar la fame bevendo acqua pura e lagrimando; -a lei ed allo sposo non rimase che un sol mantello di -che si copriano a vicenda, qual fosse più intirizzito. -Contuttociò i guerrieri normanni resisteano risoluti, -dissimulavano con lieto aspetto e motteggi. Aprì loro -scampo inaspettato l’abbondanza in che viveano i nemici, -provveduti a gara dalle altre città e spensierati -per troppa fidanza; i quali nel rigore del verno, su -quelle vette alte mille e cento metri sul livello del mare, -stavano a mala guardia, e sovente si riscaldavan col -vino. Di che addatisi i Normanni, finsero smetter anch’essi -le scolte; ma più attenti spiarono il nemico. -Una notte vistolo spreparato, Ruggiero fa impeto con -tutti i suoi alla barrata; mena al taglio della spada -gli ubriachi assonnati; occupa l’altra mezza città e -la torre, e chi fu preso, chi fuggì; i Musulmani accampati -nei dintorni non stettero ad aspettare. Impiccato -allora per la gola Plotino, altri morti con altri -supplizii, i vincitori trovavano gran copia di frumento, -olio, vino e d’ogni cosa abbisognevole: con le -fortificazioni e col terrore si assicuravano nella domata -<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> -città. Ruggiero andò solo in Terraferma a rifornirsi -dei cavalli perduti nell’assedio: lasciò in Traina la -sposa, che a dura scuola avea appreso a far le -veci di capitano; la quale mantenne la disciplina nel -presidio, girando i ripari ogni dì, vegliando su le -guardie, confortando tutti con benigne parole e promesse, -e rammentando i pericoli corsi insieme e che -aleggiavano lì intorno; guai a chi li credesse dileguati.<a class="tag" id="tag209" href="#note209">[209]</a> -</p> - -<p> -Tardo, al solito, e fugace balenò pure in questo -tempo tra i Musulmani di Sicilia un raggio che mostrava -la via della salvezza: accordarsi tra loro e con -gli Zîriti d’Affrica; ubbidire a questi, anzichè piegare -il collo al giogo cristiano. Morto Moezz l’ultimo d’agosto -del sessantadue, il figliuolo Temîm che gli succedette, -usò con migliore fortuna gli Arabi d’oltre -Nilo, i quali per le condizioni già dette<a class="tag" id="tag210" href="#note210">[210]</a> porgeano -orecchio ogni dì più che l’altro a’ principi Zîriti. Veggiam -nel primo anno del suo regno, gli Arabi e le milizie -di Temîm ridurre Sfax e Susa e rompere in sanguinosa -battaglia l’esercito di Bugia, accozzato di -Berberi delle tribù di Senhagia e Zenata ed Arabi -<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> -della tribù di Helâl.<a class="tag" id="tag211" href="#note211">[211]</a> È da supporre dunque che paresse -in quel tempo mirabile consiglio nella corte di Mehdia -ripigliare l’impresa di Sicilia, la quale prometteva a -un tratto il merito della guerra sacra, l’acquisto dell’isola -e l’allontanamento degli Arabi: di questi valorosi -che aveano vinto, un contro dieci, gli eserciti -Zîriti, guastato il paese e dato mano ai ribelli. -Dai susseguenti fatti si vede che i Musulmani di Sicilia, -rincorati dall’uccisione d’Ibn-Thimna, dalle divisioni -de’ cristiani e dalla apparente ristorazione della -potenza zîrida, ne implorassero in questo tempo od -accettassero l’aiuto. Il quale invero, con tutte le novelle -vittorie dei Normanni, arrestò i conquistatori per -molti anni; nè tornò vano se non che per le discordie -ripullulate nell’infelice terra, quando gli Affricani combattuti -dal signor di Castrogiovanni e dalla turbolenta -aristocrazia di Palermo, furono costretti a partirsi. -</p> - -<p> -Lo stesso anno mille sessantatrè sbarcarono in -Sicilia i feroci ausiliarii di Temîm, ritraendosi dagli -annali musulmani ch’egli facesse l’impresa dopo la -morte del padre, e dalle croniche cristiane che Ruggiero -<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> -reduce di Calabria si trovasse a fronte novella -milizia venuta dall’Arabia e dell’Affrica per dar di -piglio nella roba altrui, col pretesto di recar aiuto ai -Siciliani; nella quale tradizione ognuno vede di quali -Arabi dicessero i Normanni.<a class="tag" id="tag212" href="#note212">[212]</a> Mandava Temîm un -esercito ed un’armata sotto il comando di due suoi -figliuoli, Aiûb ed Alì; de’ quali il primo venne col grosso -delle genti in Palermo, il secondo a Girgenti:<a class="tag" id="tag213" href="#note213">[213]</a> e par -che l’uno col favor della cittadinanza della capitale e -delle terre che ubbidivano a quella, da Mazara infino -a Cefalù o Tusa, reggesse il paese a nome del -padre; l’altro com’ausiliare d’Ibn-Hawwasci, tenesse -presidio in Girgenti;<a class="tag" id="tag214" href="#note214">[214]</a> ed una schiera andò a rinforzare -Castrogiovanni. Ma Ruggiero, tornato di Puglia -e di Calabria, com’ape industre, scrive il Malaterra, -onusto d’ogni cosa bisognevole ai suoi, s’affrettò a -dispensar loro cavalli ed armi; e fatti riposare i cavalli -alquanti dì, mosse alla volta di Castrogiovanni, -<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> -bramoso di provarsi coi cinquecento Arabi ed Africani -giuntivi di fresco. Sostò a due miglia dalla città; con -l’usato stratagemma e l’usato capitano di vanguardia -Serlone, spiccò innanzi trenta militi, o vogliam dire un -centinaio di cavalli, che provocassero il nemico; ed egli -s’appiattò in una valle boscosa col resto delle genti. -Scoperto il drappello di Serlone dall’alto di lor bastite, -i Musulmani calavano grossi alla zuffa, incalzavano -con tal furia che due soli cavalieri normanni -pervennero salvi infino all’agguato, e gli altri, -presi o scavalcati, mancavano, quando Ruggiero proruppe -come leone ferito: dopo aspra battaglia sgarò i -Musulmani, inseguilli più d’un miglio e tornossi a -Traina; facendo tal giubbilo di quel po’ di preda e della -sanguinosa vittoria contro forze uguali, da mostrarci -quanto i Musulmani fossero imbaldanziti per lo nuovo -aiuto e sgomentati i Cristiani. -</p> - -<p> -Usando la riputazione della vittoria, Ruggiero cavalcava -audacemente per l’isola, spintosi presso le -sorgenti dell’Imera settentrionale a Caltavuturo, poscia -per la valle dell’Imera meridionale fin sotto Castrogiovanni, -donde i Musulmani non arrischiaronsi -ad uscirgli incontro; e infine corse a Butera, in vista -del mare affricano. D’ogni luogo riportò ricca preda; -da Butera gran tratta d’armenti e di prigioni. Passando -per la valle del Simeto, fermossi ad Anattor, e -dopo breve giornata a San Felice,<a class="tag" id="tag215" href="#note215">[215]</a> e si ridusse a Traina; -<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> -perduti molti cavalli per la rapidità della arrisicata -correria, il calor della stagione e la penuria d’acqua. -Il che mostra esser già l’anno innoltrato almeno al -maggio, e rimanda indietro all’aprile o al marzo il -combattimento di Castrogiovanni testè raccontato.<a class="tag" id="tag216" href="#note216">[216]</a> -</p> - -<p> -Intanto l’oste zîrita, unita alle milizie musulmane -del paese,<a class="tag" id="tag217" href="#note217">[217]</a> movea di Palermo<a class="tag" id="tag218" href="#note218">[218]</a> sopra Traina, per calpestare -gli Infedeli in lor nido. Trentamila cavalli e ventimila -fanti, al dir di Malaterra (cioè del conte Ruggiero) -veniano addosso a centotrentasei militi, che tornano -a quattro o cinquecento combattenti: ma si scemi -<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> -pur di molto il numero de’ Musulmani, e s’aggiunga -alla contraria parte qualche frotta dei cristiani di Sicilia -ch’è da supporre accorsa ai combattimenti,<a class="tag" id="tag219" href="#note219">[219]</a> -comparirà tuttavia prodigioso il valore normanno, e credibil -solo alla generazione che ha vista l’impresa di -Garibaldi in Sicilia. Valicando gli aspri contrafforti che -spiccansi a mezzogiorno degli Appennini Siculi, l’oste -musulmana era giunta alla giogaia di Capizzi,<a class="tag" id="tag220" href="#note220">[220]</a> paralella -alla quale corre quella di Traina e la valle di -mezzo è solcata dal fiumicello di Cerami che prende -il nome da un castello fabbricato sovr’alte rupi su la -sponda sinistra, ch’è a dire nel pendio occidentale -di Traina, a sei miglia a ponente maestro di questa -città. Entrava, il giugno del mille sessantatrè.<a class="tag" id="tag221" href="#note221">[221]</a> Ruggiero, -avuta spia del nemico, deliberassi ad affrontarlo -pria che venisse ad affamar lui in Traina: -ond’uscito col piccolo stuolo normanno, si apprestò a -contendere il passaggio della valle; e i Musulmani -schieraronsi sul ciglione opposto. Pur non osando nè -questi nè quello calar giù per lo primo, caduto il giorno, -si tornarono gli uni agli alloggiamenti dietro il monte -di Capizzi e l’altro a Traina. Le quali mosse ripeteano -entrambi il secondo e il terzo dì. Al quarto, i Musulmani -<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> -vennero a porre il campo su i gioghi dove soleano -presentar la battaglia. Addandosi di tal disposizione -alla zuffa, i Normanni si confessano della -peccata, chieggono l’assoluzione a’ sacerdoti, e muovono -verso il nemico. -</p> - -<p> -Ma saputo dagli esploratori che quello volgesse -contro Cerami, allor soggetta o confederata di Ruggiero, -e rinforzata di piccolo presidio normanno,<a class="tag" id="tag222" href="#note222">[222]</a> il conte -vi manda Serlone con trenta lance, per difendere la -fortezza tanto ch’ei giunga sopra gli assalitori con le -cento che gli rimaneano. E Serlone entrò in Cerami -pria del nemico, e quando questo s’appresentava,<a class="tag" id="tag223" href="#note223">[223]</a> -senz’aspettare il conte, disserrate le porte, caricò con -trentasei lance tutta la cavalleria musulmana, o, come -e’ sembra, la sola vanguardia; sbaragliolla al primo -scontro, la inseguì con molta uccisione; e trascorrendo -fino al campo, fattovi un po’ di preda, si ridusse -a Cerami ov’era sopravvenuto Ruggiero. -Ristretti allora i capi a consiglio, avvisando altri -di appiccare la battaglia lì lì, altri ch’e’ non fosse da -sforzare la fortuna con prove troppo temerarie, Orsello -di Baliol diè su la voce ai prudenti, disse aspramente -a Ruggiero non seguirebbe mai più sua -bandiera, se di presente non si combattesse: -dalle quali parole confortato anzi il conte, proruppe -anch’egli in rampogne contro i dubbiosi; e messo -il partito, si trovò che nessuno avea paura. Intanto -s’erano rattestati i Musulmani in lor campo; -<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> -ingrossati di nuova gente, comparvero più formidabili -che prima, ordinati in due corpi e pronti -alla zuffa. In due schiere spartironsi anco i Normanni, -capitanata l’una da Serlone, Orsello e Arisgoto -di Pozzuoli, l’altra dal conte. Al punto dello scontro, -la prima schiera nemica, schivando la vanguardia -normanna, giravale di fianco, spronava ad un colle -e sperava occuparlo pria che vi giugnesse Ruggiero; -il che le venne fallito. Orsello nell’una torma, Ruggiero -nell’altra, inebriavano in questo i Normanni con -sublimi parole di religione e d’onore; tanto che si tuffarono -in quella moltitudine non più vista; disparvero -tra le onde della cavalleria musulmana. Chi diè loro -la vittoria? Racconta il Malaterra che un cavaliere possente -e bello della persona, montato su destrier bianco, -vestito di bianca armadura, armato d’una lancia -con pennoncello bianco e croce vermiglia, entrasse il -primo a rompere e stracciare lo stuolo musulmano là -dov’era più fitto. Il cronista dice che raffigurarono -proprio San Giorgio; sì che i Normanni piangendo di -tenerezza lo seguirono nella mischia; lo smarrirono; e -già avean vinto. Ma tanto spesso torna tal visione nelle -guerre de’ Crociati, da parere fior di rettorica del -cronista, anzichè allucinazione de’ combattenti. Al conte -Ruggiero anco fu attribuito il favor celeste d’un -pennoncello crociato che gli ornasse la lancia, dov’egli -nè altro mortale non l’aveva attaccato. Più certamente -il ferro della sua lancia squarciò una corazza -di stupenda fattura<a class="tag" id="tag224" href="#note224">[224]</a> sul petto del kâid di -<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> -Palermo,<a class="tag" id="tag225" href="#note225">[225]</a> capitano dell’oste o della schiera, uom fortissimo -il quale galoppando innanzi a’ suoi minacciava e imprecava -a’ Normanni. Il valore, la disciplina, l’unita e ferma -volontà, la viva fede, trionfarono dopo lunghissima -tenzone sopra la moltitudine ragunaticcia d’Arabi -prodi ma ladroni, schiavi africani, nobili siciliani sospettosi, -plebe feroce nei tumulti e inetta nel campo. -Diradossi la calca d’intorno ai Cristiani: come nubi -squarciate dal vento, come stormo d’augelli se vi -piombi il falcone, scrive Malaterra, si sbaragliò la -cavalleria musulmana, lasciando quindicimila morti; -ventimila rincalza l’Anonimo. I vincitori passavan -la notte nel campo nemico riposandosi per le tende, -si spartivano la preda; ma al nuovo dì, messisi -a dar la caccia ai ventimila pedoni che s’erano -riparati tra le rupi, fecero macello; e la più parte imprigionati -mandarono a vendere in Calabria ed in Puglia, -che fu il maggior lucro della vittoria. Così i cronisti, -accumulando le inverosimiglianze in guisa da far -credere ch’e’ favoleggino o dimentichino in que’ fatti -le popolazioni cristiane di Sicilia; e per colmo della -metafora ci narrano che Ruggiero tornasse in Troina -per fuggire il puzzo dei cadaveri.<a class="tag" id="tag226" href="#note226">[226]</a> Quinci ei mandava -<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> -a papa Alessandro secondo un Meledio per ragguagliarlo -della vittoria e presentargli quattro cameli. I -quali il papa ricambiò con indulgenza plenaria al conte, -ed a chiunque avesse combattuto o fosse per combattere -in avvenire i Pagani di Sicilia; ed aggiunse -una bandiera sotto la quale più sicuramente si compisse -la santa gesta. Malaterra, nel raccontar questo -fatto, si studia a dargli significato di mera pietà, senz’ombra -d’omaggio feudale nel dono dei cameli, nè -d’investitura in quello del gonfalone.<a class="tag" id="tag227" href="#note227">[227]</a> -</p> - -<p> -Poco appresso la battaglia s’offriano a Ruggiero -importuni ausiliarii ad una impresa sopra Palermo. I -Pisani conducendo frequenti commerci nella città, -<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> -ebbero a risentirsi d’alcuna ingiuria;<a class="tag" id="tag228" href="#note228">[228]</a> e maggior colpa -dei Musulmani di Sicilia fu che andavano le cose loro -in rovina e fors’anco che Roberto Guiscardo, nella irrequieta -attività della sua mente, avea pensato di usare -contro la Sicilia le forze navali di Pisa, ed appiccata -a questo effetto una pratica che poi si dileguò.<a class="tag" id="tag229" href="#note229">[229]</a> I mercatanti -pisani allestivano lor navi pronte al pari al commercio -e alla guerra: popol d’ogni ordine, com’attesta -una iscrizione di quell’epoca, grandi, mezzani ed infimi -entrarono nell’armata.<a class="tag" id="tag230" href="#note230">[230]</a> Fatto vela per la Sicilia, sursero -in un porto della costiera settentrionale<a class="tag" id="tag231" href="#note231">[231]</a> donde -<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> -spacciaron oratori in Traina per invitare Ruggiero che -cooperasse coi suoi cavalli. Rispose aspettasserlo un -poco, dovendo dar sesto a certe sue faccende; ma -que’ mercatanti, prosegue sprezzante il cronista, non -sapendo come va fatta la guerra, non usi a sciupare -il tempo senza guadagno, amarono meglio andar soli -in Palermo. Il venti settembre del mille sessantatrè, -i Pisani, assalito il porto, spezzata la catena che lo -chiudea, preservi con sanguinoso combattimento sei -navi cariche di merci;<a class="tag" id="tag232" href="#note232">[232]</a> e ributtati, com’ei sembra, dal -porto, metteano a terra cavalli e fanti presso la foce -dell’Oreto, respingeano i cittadini usciti a combattere; -piantavan le tende in su la riva e scorreano a depredare -le deliziose ville suburbane.<a class="tag" id="tag233" href="#note233">[233]</a> Arse poi cinque -delle navi che avean predate, riportarono l’altra a -Pisa, con tanto tesoro, che bastò a cominciare la fabbrica -del Duomo, dove una iscrizione contemporanea -attesta l’arrisicata fazione.<a class="tag" id="tag234" href="#note234">[234]</a> -</p> - -<p> -Ruggiero intanto, volendo sostare nel sollìone e -ristorare sua gente menomata dalla vittoria di -<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> -Cerami,<a class="tag" id="tag235" href="#note235">[235]</a> pensò di andare in Puglia, vettovagliata prima -Traina. A questo effetto spingeasi con rara audacia nella -valle dell’Imera settentrionale, correva il primo dì a -Collesano, l’altro a Brucato,<a class="tag" id="tag236" href="#note236">[236]</a> il terzo infino a Cefalù: -tornato a casa con abbondantissima preda, munì il castello, -vi lasciò la moglie e i compagni, ai quali raccomandò -di far buona guardia come se avessero sempre -il nemico alle porte, non dilungandosi dalla città per -niuna occasione propizia. Ito quindi in Terraferma -a consultare con Roberto, n’ebbe cento militi non -sappiamo a che patto, ai quali aggiunse cento de’ suoi: -al rinfrescare della stagione, ritornato in Sicilia, irruppe -nelle parti di Girgenti. Parve allora agli Arabi -ed agli Affricani di vendicare la rotta di Cerami: -un’eletta di settecento lor cavalli uscì cheta di Girgenti -per appostar i Normanni al ritorno; si pose sopra -un burrone in fondo al quale correa la strada. -Frettoloso e guardingo cavalcava Ruggiero col grosso -de’ suoi, mandate innanzi le some del bottino con -una scorta d’armati; la quale come giunse all’agguato, -assalita da forze superiori, sopraffatta dall’alto -coi sassi, presa di subita paura voltò le spalle, -perdè qualche uomo ed anelante si rifuggì ad una -balza ch’era inaccessibile fuorchè da un viottolo aspro -e stretto. Al romore accorreva Ruggiero a spron battuto -con l’altra schiera; gridava a que’ della scorta -venissero a ristorare la battaglia, ma gli fu forza -<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> -di salire egli stesso, chiamar ciascuno per nome, -rinfacciare ch’ei non riconosceva i vincitori di quello -stesso nemico tanto maggior di numero a Cerami. Rattestatili -a stento, caricò, ruppe i Musulmani, ritolse -la preda e si ritrasse a Traina; piangendo sì la morte -di Gualtiero di Semoul, il più valoroso giovane della -schiera, il quale fu trafitto spingendosi primo alla riscossa.<a class="tag" id="tag237" href="#note237">[237]</a> -Un Malaterra musulmano racconterebbe, credo, -altrimenti questa dubbia fazione, e più altre ne aggiungerebbe -favorevoli ai suoi, le quali è forza supporre -nello autunno, e sino allo scorcio dell’inverno, allorchè -il Malaterra normanno ci rappresenta Roberto Guiscardo -costernato dalle nuove che giugneano di -Sicilia, risoluto a partecipare ne’ pericoli come -avea fatto negli acquisti; ond’ei venne in aiuto a -Ruggiero che i Saraceni travagliavano e strigneano -con frequenti assalti.<a class="tag" id="tag238" href="#note238">[238]</a> -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> -</p> - -<h2 id="cap4">CAPITOLO IV.</h2> -</div> - -<p> -Nella primavera dunque del millesessantaquattro -Roberto adunò l’esercito in Puglia e in Calabria; al -quale andato incontro Ruggiero a Cosenza, passarono -insieme il Faro con cinquecento militi, non contando -gli altri cavalli nè i fanti;<a class="tag" id="tag239" href="#note239">[239]</a> e tirarono dritto a Palermo, -senza che i Musulmani osassero tagliar loro la strada. -Posero il campo presso la città, in un colle infestato -da tarantole,<a class="tag" id="tag240" href="#note240">[240]</a> il cui morso diceano cagionasse gravi -e sconci sintomi nervosi e fin anco minacciasse la -vita.<a class="tag" id="tag241" href="#note241">[241]</a> E sembran fole; poichè quell’insetto in oggi -non nuoce; ed a supporre che particolari condizioni -l’abbiano armato di veleno in altri tempi e luoghi -non ci basta l’autorità delle cronache oltramontane, -le quali sempre lo fanno ausiliare degli Infedeli -contro i guerrieri cristiani del Settentrione, -<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> -sempre l’accagionano d’una pia impresa fallita.<a class="tag" id="tag242" href="#note242">[242]</a> Gittando -su l’infausto luogo il nome di Monte delle Tarantole, -che del resto non vi allignò,<a class="tag" id="tag243" href="#note243">[243]</a> tramutavansi -i Normanni in migliori alloggiamenti; dai quali per -ben tre mesi osteggiavano la città, ma n’erano sì -gagliardamente ributtati, che sciolsero l’assedio senz’altro -pro che di saccheggiare le campagne. In -vece di rifar la strada verso levante, spingeansi per -ben ottanta miglia a mezzogiorno; dove espugnavano -Bugamo, castello o forse grossa terra a sei miglia -da Girgenti,<a class="tag" id="tag244" href="#note244">[244]</a> e spianavano le case, e fatti schiavi -gli abitatori, il duca Roberto, mandolli a popolare -Scribla in Calabria, da lui poc’anzi desolata; cioè a -coltivare come servi suoi i terreni dai quali avea -cacciati gli antichi possessori. Solo fatto d’arme in -questa impresa del sessantaquattro, ci racconta il -Malaterra che passando i Normanni coi prigioni di -Bugamo presso Girgenti, que’ cittadini uscirono alla -riscossa, e furono respinti e inseguiti fino a lor -mura.<a class="tag" id="tag245" href="#note245">[245]</a> Intanto Amato attesta che Roberto vedendo -<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> -non poter espugnare Palermo senza forze navali, si -volse ad acquistare altre città marittime in Terraferma, -ond’accozzarvi legni e marinai.<a class="tag" id="tag246" href="#note246">[246]</a> Il vero è che -il duca non ristorò la fortuna delle armi cristiane in -Sicilia. Il senno nè il valore non era venuto meno ai -Normanni. Chi dunque diè l’avvantaggio all’islam -tra il mille sessantatrè e il sessantotto, tra la battaglia -di Cerami e il combattimento di Misilmeri? -</p> - -<p> -Pochi cenni delle istorie musulmane, limitati su -per giù allo stesso spazio di tempo senza date più -precise, ci fan pure intendere la cagione, se li riscontriamo -con le condizioni conosciute d’altronde. -Tengasi a mente che delle tre grandi province o valli -della Sicilia, come furon dette, distinte per la natura -de’ luoghi non meno che pei mutamenti sociali -ed etnologici che portò il conquisto musulmano, apparteneva -a’ Normanni, con piccolo divario di confini, -<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> -il val Demone; il Val di Noto a’ Musulmani confederati -loro; il Val di Mazara a’ Musulmani nemici, divisi -in due Stati: di settentrione e mezzogiorno. Secondo -l’odierna circoscrizione, diremo che sgombra -da’ signori musulmani la provincia di Messina, ubbidiano -quelle di Catania e di Siracusa ai successori -d’Ibn-Thimna o regoli d’altra schiatta venuti su -dopo la sua morte, e che si riducea la guerra nelle -province di Palermo, Trapani, Caltanissetta e Girgenti; -delle quali le due prime par ubbidissero alla -repubblica di Palermo, le seconde a Ibn-Hawwasci. -E già narrammo come l’una e l’altro, sentendosi -l’acqua alla gola, accettavano il soccorso -di Temîm; e come i costui figliuoli Aiûb ed Alì si -poneano nelle città più importanti di ciascuno Stato: -Palermo e Girgenti. Accordandosi l’ambizione di casa -Zirita con la salute dei Musulmani di Sicilia e coll’onore -dell’islam, ebbero gran seguito i due principi; -alla cui riputazione non potea detrarre la battaglia -di Cerami, più avventurata al certo pe’ Normanni -che esiziale a’ Musulmani, nella quale d’altronde se -avesse combattuto un figliuolo di Temîm che di qua -dal Mediterraneo potean chiamare re d’Affrica e -d’Arabia, i Normanni non l’avrebbero ignorato al -certo, nè passato sotto silenzio. Che Aiûb governasse -prosperamente la guerra, i casi della quale sono taciuti -o dissimulati da’ cronisti normanni, e che gli -venisse fatto per brev’ora di recarsi in mano l’autorità -in tutta la Sicilia occidentale, si ritrae, s’io mal -non m’appongo, dal seguente racconto che Ibn-el-Athîr -copiò, ovvero compendiò, dagli scritti di autore -<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> -più antico e poselo tra il quattrocencinquantatrè e il -quattrocensessantuno dell’egira (1061-1069). -</p> - -<p> -Ibn-Hawwasci, secondo que’ ricordi, inviava da -Castrogiovanni ricchi presenti ad Aiûb; volea fosse -albergato nel suo proprio palazzo di Girgenti e l’onorava -con ogni maniera d’ossequio. Ma poco durò -l’amistade. Accorgendosi che i Girgentini ponessero -troppo amore nell’ospite, il signor di Castrogiovanni -per lettere comandava di cacciarlo: disubbidito, movea -contro i Girgentini con l’oste. Ed essi uscirono -sotto le bandiere di Aiûb e s’appiccava la zuffa, -quando una freccia tirata, dicono, a caso, dirimea la -lite uccidendo Ibn Hawwasci: onde Aiûb era gridato -signore da ambo i lati, com’e’ sembra, del -campo di battaglia. La discordia spenta per tal modo -nel mezzodì, si raccendea poscia in Palermo; dove i -cittadini, mal soffrendo gli schiavi stanziali di Temîm, -vennero alle mani con quelli; e imperversò tanto la -guerra civile, che Aiûb, veduto non poterne venire a -capo, chiamava a sè il fratello Alì: montati su l’armata, -ritornavano in Affrica. Seguitaronli molti notabili -musulmani dell’isola; seguitolli la gente dell’armata -siciliana; nè rimase chi potesse far testa a Normanni. -Se ne sbrigano così gli annali; saltano a piè -pari l’occupazione di Catania, l’espugnazione di Palermo, -e toccano appena la resa di Girgenti e di -Castrogiovanni, cioè l’ultimo compimento del conquisto -normanno.<a class="tag" id="tag247" href="#note247">[247]</a> Cercando di porre qualche data -nello spazio che abbiamo percorso, riferiremmo l’andata -<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> -di Aiûb in Girgenti all’anno sessantaquattro, -quando la ritirata dell’esercito normanno da Palermo -esaltò di certo il nome di Aiûb e lo scempio di -Bugamo fece desiderare in que’ luoghi l’eroe musulmano -della stagione. Sembra anco che i Normanni -allor fossero corsi a mezzogiorno all’odor della guerra -civile e per trame di fazioni che portarono alla chiamata -di Aiûb. Questi poi sembra partito di Sicilia dopo -l’infelice combattimento di Misilmeri, nel quale ei -forse non si trovò;<a class="tag" id="tag248" href="#note248">[248]</a> ma la parte avversa gliene dovea -pur gittare addosso la colpa. L’esilio, volontario -o no, de’ cittadini che il seguirono, prova che la parte -siciliana trionfò in Palermo, fors’anco in Girgenti, -dove la morte d’Ibn-Hawwasci l’avea fatta andar giù. -Palermo continuò o tornò a reggersi per la <i>gema’</i>, -che fu poi costretta a rendere la città il millesettantadue. -Lo Stato di Castrogiovanni e Girgenti cadde -sotto nuova signoria, della quale diremo a suo luogo. -</p> - -<p> -La vecchia tattica di casa Hauteville mirabilmente -s’era riscontrata co’ tempi, lasciando consumare -dassè quel rigoglio che una effimera concordia -<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> -avea dato a’ Musulmani nel millesessantaquattro. Roberto, -dopo l’assedio di Palermo, attese in Puglia a -soggiogare municipii italiani e condottieri normanni -indocili al nuovo freno. Ruggiero non si spiccò dal -fratello mai più; anzi gli diè mano in Terraferma -quand’ei potè:<a class="tag" id="tag249" href="#note249">[249]</a> e in Sicilia si chiudea quasi nell’arme -senza assalire altrimenti, fidandosi pur nell’indole -dei Musulmani che presto avrebbero ripreso a lacerarsi -tra loro. Nè ebbe ad aspettare gran pezza. Del -millesessantasei, si fa innanzi, ben coperto, per -un’altra quarantina di miglia; afforza di torri e bastioni -Petralia, che gli aprì lo sbocco alla valle dell’Imera -settentrionale e però a Termini ed a Palermo, -e per più breve e facile cammino gli permise le scorrerie -sopra quel di Castrogiovanni e di Girgenti. Fitto -nel pensiero di conquistar la Sicilia, dice lo storiografo, -Ruggiero non avea posa, non sentiva più la fatica; -d’ogni stagione il vedevi alla testa de’ suoi, dì e -notte a cavallo, senza risparmiare questi più che -quell’altro, scorrea per ogni luogo, sì rapido che i -nemici lo credeano presente da per tutto, e sempre, -pur entro le città e le case loro, se lo sentivano addosso. -Col senno temperava la ferocità leonina che -sortì da natura; la fortuna giammai non l’abbandonò. -Or allettando altrui co’ guiderdoni, or minacciando -con parole e stringendo con assalti e guasti, si allargò -a poco a poco intorno Petralia, tanto che assoggettò -gran parte dell’isola; all’uso, aggiugne il -Malaterra, de’ figliuoli di Tancredi, i quali cupidi -d’acquisto non poteano sopportare ch’altri possedesse -<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> -terreno nè roba accanto a loro, nè avean pace -finchè non li rendessero tributarii o del tutto non li -spogliassero.<a class="tag" id="tag250" href="#note250">[250]</a> -</p> - -<p> -A capo di tre anni, correndo il millesessantotto, -sì aspra era divenuta la molestia ai Musulmani di Palermo, -che ragunati a consiglio, scrive il Malaterra, -deliberarono di tentare ad ogni costo la fortuna d’una -battaglia. Saputo che Ruggiero cavalcasse alla volta -della città con fortissimo stuolo, gli escono incontro -a gran frotte; l’avvistano a Misilmeri, terra a nove -miglia per levante. Ancorchè non si aspettasse tanta -moltitudine, egli si preparò allo scontro fremendo di -gioia. Ordinò le genti in una schiera. Le arringò -sorridendo: “La fortuna amica sempre a’ Normanni -condur loro tra’ piedi la preda tanto desiderata, -risparmiar loro la fatica di più lungo cammino; anzi -Iddio stesso porgea questo dono. Prendete, continuò, -la roba degli Infedeli, indegni di possederla: ce la -partiremo apostolicamente tra noi; ciascuno avrà quel -che gli abbisogni. Nè temiate il numero de’ nemici tante -volte sconfitti. Che s’or ubbidiscono a novello capitano, -gli è pur della nazione, indole e religione loro. -E sia mutato anco, il nostro Dio non muta. Quando -a voi non venga meno la fede nè la ferma speranza, -Ei vi concederà sempre vittoria.” Ruppero il nemico -con sì grande strage, che il cronista la viene significando -coll’antica metafora dell’esser mancato chi -ritornasse a dar la notizia. Spartironsi allegramente -il bottino. E trovando le gabbie de’ colombi messaggeri, -loro attaccarono al collo schede intrise di sangue, -<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> -sì che in Palermo seppesi immediatamente la -sconfitta.<a class="tag" id="tag251" href="#note251">[251]</a> -</p> - -<p> -Avea principiato Roberto in questo tempo l’assedio -di Bari, grossa città e ricca più che niun’altra -dell’Italia meridionale, travagliata da due parti, -le quali per vie contrarie aspiravano a libertà: chè -l’una volea sottrarsi ad ogni patto alla dominazione -bizantina affidandosi perfino a Normanni; l’altra capitanata -da Argiro, aborrendo dal giogo feudale, -ormai chiaro e manifesto, dei Normanni, amava meglio -ubbidir di nome a Costantinopoli. Questa parte -prevalendo in Bari, la tenea, sola in Italia, in fede -dell’impero bizantino; e si schermì tanto dalle arti -di Roberto, ch’egli deliberossi a far aperta violenza. -Onde oppugnava la città con l’usato perseverante -valore e con mezzi più potenti che fin allora non -avessero adoperati i Normanni: macchine di varie -maniere da batter le mura, e ridotti e ponti di barche; -soprattutto forze navali, fornite in parte dal -conte Ruggiero. Al quale par torni la gloria del -fatto decisivo; poichè sendo la città stretta da ogni -banda e affamata e sopravvenendo un’armatetta bizantina -con genti e vittuaglie, le navi normanne che -<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> -la scopriron di notte e la intrapresero e distrusserla, -ubbidivano a Ruggiero, come scrive il Malaterra; nè -monta che tacciano il suo nome Amato e Guglielmo -di Puglia, partigiani di case rivali. La città allora -s’arrese a dì sedici aprile del settantuno, dopo tre -anni e parecchi mesi d’assedio. Roberto usò umanamente -co’ Baresi, rendendo loro i possessi occupati -nel territorio e fermando con la città patto di confederazione, -il che in vero significava porre un tributo. -Poi dispensò armi a chi ne volle, anco al presidio -bizantino fatto prigione, e se li tirò dietro a combattere -in Sicilia con quante navi potè accozzare -nel porto.<a class="tag" id="tag252" href="#note252">[252]</a> -</p> - -<p> -Perocchè la vittoria di Bari promettea quella di -Palermo; provatisi già felicemente i Normanni e lor -sudditi italiani alle battaglie di mare, alle ossidioni, -e cresciute le forze militari di due fratelli che ormai -teneano il primato di lor gente in Italia. In vece delle -squadre di scorridori con che aveano combattuto in -Sicilia, i Normanni vi recavan ora un esercito ed -un’armata. Oltre le genti assoldate,<a class="tag" id="tag253" href="#note253">[253]</a> chiamò Roberto -alla impresa i condottieri o conti ch’ei già tirava -alla condizione di grandi vassalli e i due confederati -<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> -ch’ei si proponeva d’ingoiare a suo comodo: -Riccardo principe normanno di Capua<a class="tag" id="tag254" href="#note254">[254]</a> e Guaimario -principe longobardo di Salerno, fratello della moglie.<a class="tag" id="tag255" href="#note255">[255]</a> -Sembra che i principi abbiano fornita poca -gente. De’ conti ricusò audacemente Pietro di Trani.<a class="tag" id="tag256" href="#note256">[256]</a> -Ciò non di meno Roberto a capo di tre mesi era in -punto; soggiornato il giugno e parte di luglio a -Otranto, fece tagliare una roccia per imbarcare più -agevolmente i cavalli e adunò le macchine, e le -vittuaglie. Cinquantotto navi partivan indi per Reggio, -dove il duca s’avviò con altri cavalli e fanti. Gli -ultimi giorni di luglio o i primi d’agosto, passò il Faro -con tutte le genti: Normanni, Pugliesi Calabresi e il -presidio bizantino di Bari.<a class="tag" id="tag257" href="#note257">[257]</a> -</p> - -<p> -Ruggiero che avea per tutta la state messe in -punto anch’egli le sue forze, non prima saputo il -passaggio di Roberto, si trovò a Catania in modo -tanto sospetto, che il Malaterra, non osando narrarlo, -nè dir bugia tonda, ci lascia nelle mani il bandolo -della magagna, «Il duca, scrive egli, mandato innanzi -il fratello in Sicilia, va a lui in Catania, <i>fingendo</i> -di muovere contro Malta, quasi non si fidasse -d’assalire Palermo; e pur si reca a Palermo <i>confortato</i> -dal fratello.» Ma come e perchè Ruggiero fosse -<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> -corso a Catania, sede dei Musulmani ausiliari suoi da -tanti anni, e chi signoreggiasse il paese dopo la uccisione -d’Ibn-Thimna, lo tace qui e sempre lo storiografo -del Conte.<a class="tag" id="tag258" href="#note258">[258]</a> Amato, che non vivea a corte di -lui, dice che Ruggiero mosse contro Catania quando -Roberto passava lo stretto; che la città gli si arrese -a capo di quattro dì; ch’egli fece acconciare incontanente -una chiesa intitolata a San Gregorio ed una -fortezza, nella quale lasciò quaranta uomini di presidio -a reprimere il mal volere de’ cittadini.<a class="tag" id="tag259" href="#note259">[259]</a> Donde -noi possiamo scrivere ne’ posti lasciati in bianco dai -due frati cronisti e dir che Ruggiero, usando gli antichi -accordi con Ibn-Thimna, entrò da amico, forse -con picciolo stuolo in Catania, dando voce d’una -impresa sopra Malta, e che sopravvenuto Roberto -con parte dell’armata, sempre per andar a Malta, -insignorironsi della città, dopo breve resistenza o nessuna. -Fatto il colpo, Roberto avvia l’esercito a Palermo -per terra; egli, per fuggire il caldo, segue in -una galea, accompagnato da dieci gatti e quaranta -altre navi. Ruggiero, cammin facendo anch’egli alla -volta di Palermo, va a sopravvedere sue genti e sue -cose a Traina. Ripigliato indi il viaggio, non lungi da -Palermo gli intervenne che precedendolo i suoi famigliari -per apprestar le vivande, una gualdana di dugento -musulmani rapirono ogni cosa ed uccisero la -gente; ma furono non guari dopo svaligiati e tagliati -a pezzi dalla schiera del Conte.<a class="tag" id="tag260" href="#note260">[260]</a> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span> -</p> - -<p> -Ci è occorso descrivere il sito di Palermo nel -decimo secolo: nel centro il Cassaro, o città vecchia, -bagnata, da maestrale a levante, dal porto che fendeasi -in due lingue; la Khalesa, cittadella tra la lingua -orientale e il mare; i borghi intorno il Cassaro -da ogni altra banda.<a class="tag" id="tag261" href="#note261">[261]</a> I particolari dell’assedio che -raccogliamo qua e là negli scritti di Amato, di Malaterra, -di Guglielmo e dell’Anonimo e che tornan -pure ad unico e chiaro disegno delle operazioni -militari, non mostrano mutata la topografia nella -seconda metà del secolo undecimo; se non che gli -spaziosi borghi di libeccio, mezzodì e scirocco sembrano -decaduti da lungo tempo e abbandonati del -tutto all’appressarsi del nemico. Discosto circa un -miglio a levante, al posto dove giugnea in quel tempo<a class="tag" id="tag262" href="#note262">[262]</a> -la sponda destra dell’Oreto e la spiaggia del mare, -sorgeva il castello, detto di Giovanni, dal nome -forse d’alcun musulmano (<i>Jahja</i>) di che i Normanni -fecero San Giovanni<a class="tag" id="tag263" href="#note263">[263]</a> e mutarono l’edifizio -<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> -in ospedale; onde le odierne fabbriche sovrapposte -a ruderi di varie età si chiamano tuttavia San -Giovanni dei Lebbrosi. Il qual castello, evidentemente -posto a difendere da gualdane nemiche le -ricche ville d’ambo i lati del fiume e gli approcci -stessi della città, era stato probabilmente edificato -o afforzato durante la guerra normanna; nè parmi -inverosimile che alcun altro ne sorgesse in altri siti -dell’agro palermitano dove poi si notarono chiese, -monasteri o palagi de’ Normanni. Della popolazione -palermitana in questo tempo ignoriamo il numero al -tutto; ma dobbiamo supporla menomata di molto, -fin dal decimo secolo, per le vicende politiche, massime -le emigrazioni del millesessantuno e del sessantotto.<a class="tag" id="tag264" href="#note264">[264]</a> -Il numero degli assedianti possiamo conghietturar -solo dalla estensione del territorio sul quale dominavano -gli Hauteville in Terraferma, da’ soliti loro -armamenti in altre imprese contemporanee, dalla -guardia che scortava Roberto entrato di accordo nella -città e dal numero delle sue navi notato dianzi. Un -otto o diecimila uomini, tra cavalli e fanti, parmi il -maggiore sforzo che i Normanni abbian potuto condurre -sotto le mura di Palermo. -</p> - -<p> -Si avanzò primo Ruggiero dalla parte di levante -per le falde de’ monti, il dì appresso il raccontato -scontro; occupò un sontuoso palagio e le ville -dei contorni; le saccheggiò; fece abbondante caccia -di prigioni, i quali nulla sapeano del nuovo gioco, -quando si videro cinti da un cerchio di cavalli e -<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span> -stretti e presi e venduti.<a class="tag" id="tag265" href="#note265">[265]</a> La vanguardia apparecchiava -per tal modo le stanze ai capi dell’oste: «Que’ dilettosi -giardini, scrive Amato, irrigati d’acque, ricchi di -frutta; dove albergarono con agi da principi, fino i -cavalieri minori, proprio in un paradiso terrestre.» -Appresentatosi quindi al Castel Giovanni, e uscitogli -incontro il picciolo presidio,<a class="tag" id="tag266" href="#note266">[266]</a> uccidea quindici cavalieri -musulmani, ne prendea prigioni trenta, e, insignoritosi -del luogo, vi chiamava Roberto,<a class="tag" id="tag267" href="#note267">[267]</a> il quale -indi sembra sbarcato lo stesso dì. Il quartier generale, -come or si direbbe, fu posto in quel castello -e ultimato il disegno di assedio. Rimasevi Roberto -capitanando i Pugliesi e i Calabresi dell’oste; Ruggiero -con le sue genti stanziò, com’e’ pare, dove or -sorge la chiesa della Vittoria, a settecento metri -dalla odierna porta Nuova, su lo stradone che mena -a Morreale.<a class="tag" id="tag268" href="#note268">[268]</a> Talchè stando l’uno a ponente-libeccio -<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> -l’altro a scirocco-levante e comunicando insieme, -investivano la città, per più d’un terzo del suo perimetro, -dal lato meridionale. A greco l’armata -chiudeva il porto. Le picciole forze navali che rimaneano -a’ Palermitani<a class="tag" id="tag269" href="#note269">[269]</a> furonvi ricacciate, perdendo -un gatto ed una galea.<a class="tag" id="tag270" href="#note270">[270]</a> -</p> - -<p> -Del rimanente s’era la città apparecchiata bene -alla difesa; onde i Musulmani, stretti ch’e’ furono -nelle mura, per frequenti sortite, con varia fortuna -sturbavano le opere degli assedianti,<a class="tag" id="tag271" href="#note271">[271]</a> con indefessa -vigilanza si guardavano, con valore e ostinazione -combatteano.<a class="tag" id="tag272" href="#note272">[272]</a> I particolari non ripeterò, perchè trovansi -nella sola cronica ritmica di Guglielmo: luoghi -<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> -comuni che forse pareano corredo necessario -delle Muse. Pur non passerò sotto silenzio un episodio -narrato dall’Anonimo del duodecimo secolo: -che lasciando spesso i Palermitani le porte della città -aperte, quasi sfida ad entrare, egli avvenne che un -terribile cavaliere musulmano tornando in città dopo -avere uccisi parecchi Normanni, sostasse sotto la -porta rivolgendo pur la faccia a’ nemici, quando un -giovane guerriero, parente di casa Hauteville, adontato -del piglio minaccevole, spronò contro costui. E -trapassollo fuor fuora con la lancia. Ma richiusagli -la porta dietro le spalle, senza stare un attimo in -forse, spinge innanzi il cavallo in carriera disperata -tra i Musulmani che il saettavano e gli davano -addosso ed uscito illeso da un’altra porta, giugne -tra’ suoi mentre il piagnean morto.<a class="tag" id="tag273" href="#note273">[273]</a> La quale avventura -da Tavola Rotonda ci parrà meno inverosimile -se la supponghiamo seguita nella Khalesa, -piccolo ricinto con quattro porte che s’aprian tutte -nel breve tratto dell’istmo.<a class="tag" id="tag274" href="#note274">[274]</a> Grandi combattimenti -non seguirono infino all’inverno, studiandosi invano -i nemici ad offendere la città.<a class="tag" id="tag275" href="#note275">[275]</a> Giugnean intanto aiuti -d’Affrica, di forze navali, com’e’ pare, e non molte.<a class="tag" id="tag276" href="#note276">[276]</a> -Già i principi della casa di Salerno, tediandosi d’una -<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span> -impresa che lor propria non era, ritornavano in Terraferma, -dove più lieto spettacolo che l’assedio di Palermo -offriva papa Alessandro, consacrando la nuova -basilica di Monte Cassino, il primo ottobre.<a class="tag" id="tag277" href="#note277">[277]</a> E Roberto -impaziente chiedea rinforzi in Terraferma; tra gli -altri, al rivale principe Riccardo, il quale gli promesse -dugento lance capitanate dal figliuolo Giordano e sì -avviolle, ma le richiamò pria che passassero il Faro. -Si disperava tanto della vittoria, che Riccardo collegatosi -con la famiglia de’ conti di Trani e con altri -antichi nemici di Roberto, osò assalire le costui terre -in Calabria ed in Puglia. Il Guiscardo non si spuntò -per questo dal suo proponimento,<a class="tag" id="tag278" href="#note278">[278]</a> sapendo bene che -egli avrebbe trionfato di tutti in Palermo. -</p> - -<p> -«In quel medesimo tempo (così Amato), era gran -carestia nella città, mancando le vittuaglie, che non -si trovava da comperarne. Era altresì grande pestilenza -e mortalità, per cagione de’ cadaveri insepolti; -ingombra la città di feriti, d’infermi, d’uomini -fiaccati dalla fame, la debile mano dei quali più volentieri -stendeasi a chiedere la limosina che a combattere. -E i maliziosi Normanni spezzavan del pane -e lasciavanlo a piè delle mura.<a class="tag" id="tag279" href="#note279">[279]</a> I Saraceni a venti -ed a trenta correano a prenderlo. E il secondo giorno -que’ posero il pane un po’ più lungi dalla terra e gli -altri a correre, a darvi di piglio, ad assicurarsi e più -numero ne veniva. Il terzo dì poi i Normanni messero -l’esca più lungi, e quando i Pagani vennero -<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> -fuori tutti, furon presi e tenuti schiavi o venduti in -lontani paesi.»<a class="tag" id="tag280" href="#note280">[280]</a> Così il cronista, compiaciuto o indifferente, -non so. Pur si commove al narrare come -mancato il vino nel campo di Roberto, ancorchè vi -abbondassero carni squisite, il duca e la moglie di -acqua sola si dissetavano; il che, aggiugne, non potea -fare specie a Roberto il cui paese non produce del -vino; «ma considera, o lettore, la nobile sua donna, -la quale, a casa il padre Guaimario, principe di Salerno, -solea bere com’acqua fresca del vin chiaro -e schietto!»<a class="tag" id="tag281" href="#note281">[281]</a> -</p> - -<p> -Rincorò i Normanni il successo d’un combattimento -navale provocato da’ Palermitani quand’ebbero -gli aiuti d’Affrica, disperando tuttavia di snidare il -nemico da’ posti occupati nella pianura. Avvistosi -de’ preparamenti, Roberto apprestò anch’egli sue -navi; nelle quali fece tendere intorno intorno le tolde -de’ teli di feltro rosso da parare i sassi e le saette:<a class="tag" id="tag282" href="#note282">[282]</a> e -quel colore potea tornar a mente a’ Normanni le imprese -dei padri loro, i quali l’aveano reso terribile in -sul mare, che la tradizione nazionale lo serba fin oggi -nelle divise militari d’Inghilterra e di Danimarca. -Ancorchè si possa tenere più numeroso il navilio -normanno che il musulmano, par avesse disavvantaggio -nella struttura non adatta alla guerra. Era -questo d’altronde, dopo il fatto di Bari, il primo cimento -navale dei dominatori normanni d’Italia; nè -la memoria era spenta di quelle armate che infin -<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> -dal nono secolo uscirono dal porto di Palermo a desolare -le spiagge meridionali della Penisola; nè non -vedea Roberto che una sconfitta sul mare l’avrebbe -costretto a levare l’assedio per la seconda volta. -Donde ai suoi disse ch’era uopo vincere o morire: -li fece confessar delle peccata e solennemente prendere -l’eucaristia. Confortate di tal cibo, continua Guglielmo -di Puglia, le fedeli turbe, Normanni, Calabresi, -Baresi ed Argivi entrano in nave; nè basta a -spaventarli il suono degli strumenti, il tonante grido -di guerra de’ Musulmani. Si scontrano le armate: resistono -i Siciliani e gli Affricani, finchè sforzati da -un cenno divino, voltan le prore. Qual nave fu presa, -qual sommersa; la più parte si rifugge nel porto, -chiudelo con la catena, e questa spezzano i vincitori, -e fan preda d’altri legni, a parecchi appiccan fuoco.<a class="tag" id="tag283" href="#note283">[283]</a> -Altro non dice il cronista; ond’e’ si vede che l’armata -normanna, superate le prime difese del porto, fu costretta -a ritirarsi. -</p> - -<p> -Minacciati tuttavia i Musulmani da quest’altra -banda,<a class="tag" id="tag284" href="#note284">[284]</a> scemati per le spesse morti, affranti dalla fame, -dalla pestilenza, dalle fatiche, Roberto non differì l’assalto -generale. Aveva egli fatte costruire quattordici -<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> -scale<a class="tag" id="tag285" href="#note285">[285]</a> congegnate con artifizio che parve mirabile in -quel tempo,<a class="tag" id="tag286" href="#note286">[286]</a> da innalzarsi a ragguaglio delle mura. -Mandate nottetempo sette delle scale a Ruggiero, va -egli stesso a trovarlo; concertano gli ordini dell’assalto, -i segnali e ogni cosa.<a class="tag" id="tag287" href="#note287">[287]</a> Lo sforzo più grave fu affidato -a Ruggiero contro la fortezza principale, cioè la -città vecchia, da libeccio; onde passava a quella -parte il grosso dello esercito di Roberto. A greco -dovea minacciare, e non altro, il navilio. Roberto riserbossi -uno stratagemma nel caso che fallisse Ruggiero: -un colpo di mano su la Khalesa ch’avea mura -più basse. -</p> - -<p> -Presso a compiersi i cinque mesi d’assedio, il -primo o un de’ primi giorni dell’anno millesettantadue, -al far dell’alba,<a class="tag" id="tag288" href="#note288">[288]</a> il clamore che si levò nel campo -di Ruggiero facea correre precipitosamente i Palermitani -a quelle mura.<a class="tag" id="tag289" href="#note289">[289]</a> I fanti nemici s’avanzano -ratti; con frombole ed archi tiravano ai difensori in -su i merli, quando i cittadini, sortiti con grande impeto, -spazzavano la turba nemica, inseguivano a piè -ed a cavallo i fuggenti. Caricò allora la cavalleria -normanna, ruppe a sua volta gli assediati, ricacciolli -in città, stringendoli sì gagliardamente sino alla porta, -<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> -che già erano per entrare insieme alla rinfusa. Allo -estremo pericolo, i Musulmani calan giù la saracinesca; -serran fuori i loro fratelli, de’ quali i Normanni, -sotto gli occhi loro, tra il grido e il compianto, fecero -un macello.<a class="tag" id="tag290" href="#note290">[290]</a> E i Normanni a ripigliar l’assalto delle -mura. Adducono la prima scala; già tocca a’ merli: -chi salirà? Si guardavano l’un l’altro negli occhi. -Un Archifredo subitamente fa il segno della croce e -si slancia su pei gradini; due guerrieri il seguono, -saltano sul muro, quand’ecco sfasciata e infranta la -scala. Soli incontro a cento, andati in pezzi gli scudi -loro, gittaronsi giù dalle mura, e sani e salvi rimasero, -al dir di Amato. Gli altri ch’eran saliti per altre -scale furon anco respinti. Allenarono i Normanni, -si ritrassero.<a class="tag" id="tag291" href="#note291">[291]</a> Avvicinandosi già la sera, -parea fallito l’assalto. -</p> - -<p> -Ma alle eloquenti parole di Roberto, dice Guglielmo -di Puglia e le mette in versi, ai conforti, -crediam noi, di Ruggiero e secondo il disegno già ordinato -col duca, ritornarono pur i Normanni a piè -delle mura: e i cittadini traeano tutti al posto minacciato; -sicuri di buttar giù ne’ fossi un altra volta -gli assalitori, non poneano mente alla Khalesa dove -quel dì non avea romoreggiato la battaglia. Quando -Roberto, a un segno dato da Ruggiero, chetamente -con trecento<a class="tag" id="tag292" href="#note292">[292]</a> uomini eletti arriva, tra gli alberi dei -giardini, alla Khalesa. Corrono in fretta con le scale -ad un muro difeso da poca gente; pria che venga aiuto -<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> -dalla città vecchia, sbarattano i difensori, saltan -dentro, spezzano la porta; ond’entra Roberto col -resto de’ suoi.<a class="tag" id="tag293" href="#note293">[293]</a> La quale stava dietro l’odierno -convento della Gancia, sur una piazzetta cui è rimaso -il titolo della Vittoria, al par che ad una chiesa -ove la tradizione addita, nel primo altare a destra, gli -avanzi della porta sforzata da Roberto ed un’immagine -votiva.<a class="tag" id="tag294" href="#note294">[294]</a> Ma accorrendo lì i cittadini quando si -<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> -seppe entrato il nemico, seguì disperata zuffa -insino a notte; rimase tutto coperto di cadaveri -il suolo; rimaserne padroni i Normanni, rifuggendosi -nella città vecchia i Musulmani che camparono -alla strage. I Normanni intanto saccheggiavano -le case, uccideano gli adulti, partivansi tra loro -i fanciulli per venderli schiavi.<a class="tag" id="tag295" href="#note295">[295]</a> La notte stessa il conte -recò rinforzi a Roberto, esposto nella Khalesa, con un -pugno di gente, alla vendetta degli abitatori non vinti -della città vecchia.<a class="tag" id="tag296" href="#note296">[296]</a> Furon indi messe guardie alle -torri che fronteggiavano quelle mura superbe.<a class="tag" id="tag297" href="#note297">[297]</a> Parea -che nuova battaglia fosse da combattere la dimane, -e forse da ricominciare l’assedio. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> -</p> - -<p> -La discordia de’ Palermitani abbreviò le fatiche -a’ nemici. Nella lunga notte che questi passarono afforzandosi -nelle mura della Khalesa, le fazioni della città -vecchia disputavan tra loro se fosse da riprendere la -battaglia. Vinse il partito avverso: la notte medesima -mandò a dir a’ Normanni che la città fosse pronta a -sottomettersi e dare ostaggi.<a class="tag" id="tag298" href="#note298">[298]</a> Ed aggiornando, due -capitani che avean preso il reggimento della città in -luogo del consiglio municipale, si appresentarono con -altri notabili a Ruggiero per trattare i patti.<a class="tag" id="tag299" href="#note299">[299]</a> Fermati i -quali, Ruggiero entrava nella città vecchia; guardigno, -accompagnato da valorosi cavalieri, sopravvedeva i -luoghi, mettea guardie ne’ posti più opportuni e ritornava -a Roberto. Il quale al quarto dì, solennemente -recossi al duomo, preceduto da mille cavalli, accompagnato -dalla moglie, dal fratello, da’ fratelli della moglie -e da altri baroni. Smontano alle soglie, umili, compunti, -lagrimando di tenerezza. Sgomberati i simboli -musulmani,<a class="tag" id="tag300" href="#note300">[300]</a> forniti i riti della nuova consecrazione, -l’arcivescovo, il greco Nicodemo, che soleva uficiare -nella povera chiesa di Santa Ciriaca, celebrò la messa -<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> -dinanzi a’ vincitori nell’antica chiesa, divenuta <i>giâmi’</i> -dell’islam, rifatta or cattedrale col titolo di Santa -Maria: e dotolla Roberto di entrate e di sacri arredi.<a class="tag" id="tag301" href="#note301">[301]</a> -Alcuno buon cristiano, scrive il buon Amato, vi udì -la voce degli angioli che cantavano dolcissimi Osanna; -e il tempio talvolta apparve illuminato della luce di -Dio, mille volte più splendente che niun’altra del -mondo. -</p> - -<p> -I patti della resa variamente si leggono presso -gli storiografi dei due rami sovrani di casa d’Hauteville. -Guglielmo di Puglia verseggia che i Palermitani -s’arresero, salva la vita, e che Roberto non solo -l’accordò, ma anco promesse di non far loro alcun -male ancorchè e’ fossero Pagani, e mantenne la parola, -nè cacciò alcuno dalla città. Amato, robertista -anch’egli, parla di resa a discrezione.<a class="tag" id="tag302" href="#note302">[302]</a> Il Malaterra, -al contrario, afferma stipulato il patto che nessuno -fosse sforzato a rinnegare la fede musulmana, nessuno -aggravato con nuove e ingiuste leggi.<a class="tag" id="tag303" href="#note303">[303]</a> Più preciso -l’Anonimo, contemporaneo di re Ruggiero, dice -pattuite le medesime condizioni che si osservavano -a’ giorni suoi.<a class="tag" id="tag304" href="#note304">[304]</a> Delle quali se non abbiamo il testo, -<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> -puossi tuttavia tenere per fermo che, oltre la tolleranza -religiosa, i Musulmani di Palermo godessero la -libertà e sicurezza delle persone, il mantenimento -delle proprietà, i giudizii tra loro secondo leggi musulmane -e da’ loro magistrati: nè egli è punto provato, -nè probabile, che fossero sottoposti alla gezia. -Ma di ciò più largamente a suo luogo.<a class="tag" id="tag305" href="#note305">[305]</a> -</p> - -<p> -Ritornò per tal modo Palermo, dopo dugenquaranta -anni, al nome cristiano, assai più splendida, -vasta, popolosa, ricca, civile, ma bagnata di sangue -e di lagrime; chè “il numero dei Saraceni che -furono uccisi e di quei che furono presi e furono venduti, -dice Amato, passò ogni esempio.” Poco appresso -<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> -Palermo, si diede a Roberto spontaneamente -la città di Mazara, obbligandosi a pagare tributo.<a class="tag" id="tag306" href="#note306">[306]</a> -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="cap5">CAPITOLO V.</h2> -</div> - -<p> -Impadronitisi della capitale musulmana, i Normanni -che vedeano vinta, ancorchè non finita, la -guerra, posero mano immediatamente al partaggio -dell’isola. Roberto, intraprenditore principale dello -armamento, condottiero dell’oste, e signor feudale, -qual si tenea, degli Stati normanni di Terraferma, -eccetto que’ di Capua ed Aversa, Roberto si prese -Palermo, si tenne Messina e il Val Demone. Ruggiero -ebbe dal Duca, assentendolo tutto l’esercito, -gli altri paesi di Sicilia acquistati o da acquistarsi; -del quale territorio a lui rimanesse una metà, e l’altra -metà fosse suddivisa tra Serlone nipote di lui e -di Roberto, e Arisgoto di Pozzuoli, uomo di schiatta -longobarda, qual sembra al nome, imparentato con -casa di Hauteville. Se le cose rispondessero ai nomi -in quel periodo di formazione dell’Italia meridionale, -si vedrebbe netto l’ordinamento politico della -Sicilia: il Duca di Puglia sovrano feudale, con due -<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span> -province serbate in demanio; il conte di Sicilia, gran -vassallo, con altre province in demanio; e sotto di -lui due principali suffeudatarii e poi tanti baroni minori -dipendenti da costoro e altri direttamente dal -conte, altri direttamente dal Duca. E tal al certo si -proponea Roberto di costituire lo Stato; ma la virtù -e fortuna di Ruggiero e de’ suoi successori guastarongli -il disegno.<a class="tag" id="tag307" href="#note307">[307]</a> -</p> - -<p> -Orribil nuova afflisse in questo tempo i vincitori. -Serlone era stato ucciso a tradimento. Preposto, -non sappiamo se durante l’assedio di Palermo -o dopo l’espugnazione, alle milizie feudali -di Cerami, per vegliare sul presidio di Castrogiovanni -che rinforzato di aiuti affricani non tentasse -qualche mal colpo, Serlone tenea spie presso i nemici; -tra le altre un Ibrahim, de’ primi di Castrogiovanni, -col quale sì intimo ei s’era fatto da giurarsi -fratelli, dice il Malaterra, con bizzarro rito di -<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> -tirarsi l’un l’altro per l’orecchio. La quale usanza -non troviamo appo i Musulmani. Una volta il fratello -rapportatore manda dei presenti al fratello capitano, -con avviso che il tal dì sette cavalieri arabi correrebbero -il territorio di Cerami per boria di andare a -far preda in casa sua. E Serlone, ridendosene, non -s’apprestò altrimenti a chiamare le milizie feudali, -anzi quel dì stesso uscì a caccia ne’ boschi di Cerami; -quand’ecco un gridare accorr’uomo per lo contado, -e i villani a fuggire dinanzi la gualdana annunziata -da Ibrahim. Serlone a ciò si fa recare l’armadura; -con quel pugno di gente ch’avea seco, sprona contro -i ladroni a punirli di loro temerità. Precipitando su -la via di Castrogiovanni, i Musulmani lo conducono -all’agguato, ad otto miglia da Cerami, presso il -confluente di due fiumicelli che scendendo l’un da -Nicosia, l’altro da Cerami si gittano nel Simeto. Quivi -l’aspettavano, secondo la tradizione normanna, settecento -cavalli e tremila fanti, che mi paion troppi. -Circondarono il drappello di Serlone, tagliandogli la -strada del ritorno a Cerami. E il magnanimo, vedendo -cadere già molti de’ suoi e non dubbia la morte, -sprona a una rupe vicina, smonta, s’addossa alla -roccia e disperatamente mena le mani di fronte e -da’ lati. Si chiamò poi la Pietra di Serlone.<a class="tag" id="tag308" href="#note308">[308]</a> Cadde -egli per cento ferite; perirono seco tutti i suoi, fuorchè -<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span> -due lasciati per morti tra i cadaveri battezzati -e i circoncisi. A Serlone strapparono il cuor dal petto: -corse anco la voce tra i Normanni che que’ brutali, -tagliato in pezzetti il cuor dell’eroe, avesserli mangiati -a gara per superstizione d’infonder il suo valore -ne’ vili petti loro. Mandarono poi in Affrica a -Temîm la testa di Serlone, la quale confitta a un -palo fu condotta in giro per le strade di Mehdia, -con la grida “Ecco il gran campione de’ Normanni, -or ch’egli manca, agevol cosa fia il racquisto della -Sicilia.” Nè è a dir se cordoglio e furore destasse -nell’esercito il caso di Serlone, quando lo si riseppe -in Palermo. Ruggiero pianse amaramente il -fedele e valorosissimo compagno delle sue vittorie. -Roberto, che in vero non perdeva quanto lui, nel ripigliò -dicendo, star bene i lamenti alle donne, agli -uomini la vendetta.<a class="tag" id="tag309" href="#note309">[309]</a> Pur avendo altro da fare che -porsi per un anno o due all’assedio di Castrogiovanni -tanto che gli cadessero nelle mani gli uccisori -del nipote, s’apparecchiò a ritornare in Puglia, -aggiustato ben bene il morso ai Musulmani di Palermo. -</p> - -<p> -Costruì o racconciò un castello alla bocca del -porto: piccola fortezza, della quale ritenne il nome, -e credo anco il sito, quello che s’addimandò fino -al mille ottocento sessanta il Castellamare. Maggiore -assegnamento fece Roberto sur una cittadella edificata -nell’alto della terra, in quell’area ch’ora occupa il palagio -reale aggiuntovi parte delle due piazze attigue -<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span> -e tutto il quartier militare di San Giacomo. Quivi -era nel nono secolo il palagio degli emiri, e nel decimo -il <i>Ma’skar</i>, ossia stanza de soldati,<a class="tag" id="tag310" href="#note310">[310]</a> e par ne rimanessero -in piè molte fabbriche e forse un muro di -cinta, che fu racconcio a modo de’ vincitori: donde -la nuova cittadella si addimandò volgarmente <i>El-Halka</i>, -ossia “La Cerchia” e, negli scrittori latini e -greci del tempo, è detta or Castello di sopra, or Palagio -nuovo, e più spesso Galea, Galga, Galcula, -Chalces, Xalces, e in ultimo Alga: che sono trascrizioni -diverse del vocabolo arabico or ora notato. Il -nome di Palagio o di Castello si estendea, com’ognun -vede, a tutto il ricinto: un poligono ad angoli salienti e -rientranti, lungo da cinquecento metri e largo da trecento; -il quale a poco a poco s’empì di palazzine, -portici, chiese e case di preti e cortigiani.<a class="tag" id="tag311" href="#note311">[311]</a> Ambo -<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span> -le castella munì Roberto di pozzi e magazzini,<a class="tag" id="tag312" href="#note312">[312]</a> credo -io fosse da grano per caso d’assedio; da prevedere -al certo in mezzo a sì grossa cittadinanza musulmana, -la quale non si potea tenere altrimenti che con la -forza immediata e continua.<a class="tag" id="tag313" href="#note313">[313]</a> Racconta Amato, che -sopravvedendo Roberto un dì i lavori della <i>Halka</i>, -notò la chiesetta di Santa Maria, sparuta e sudicia -che pareva un forno, in mezzo a tanti splendidi palagi -de’Saraceni; ond’egli mettendo un sospiro, comandò -fosse di presente demolita e nobilmente riedificata di -pietre quadrate e di marmi, senza badare a -<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span> -spesa.<a class="tag" id="tag314" href="#note314">[314]</a> Par sia questa la chiesa di Santa Maria della Grotta, -che i ricordi ecclesiastici della Sicilia portano fondata -da Roberto Guiscardo, con un monastero basiliano e -con beni nel territorio di Mazara;<a class="tag" id="tag315" href="#note315">[315]</a> la stessa forse -che si addimandò poi di Gerusalemme, cui l’antica -struttura e l’ornamento di mosaici non camparono -dalla distruzione a’ tempi del Fazello.<a class="tag" id="tag316" href="#note316">[316]</a> -</p> - -<p> -Provvedute le castella d’uomini, d’armi e di vittuaglie,<a class="tag" id="tag317" href="#note317">[317]</a> -Roberto lasciò a governare la città un suo cavaliere, -con titol di emiro, conveniente a città musulmana; -liberò i prigioni bizantini di Bari;<a class="tag" id="tag318" href="#note318">[318]</a> permesse al -<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span> -fratello di pigliare a’ suoi soldi le genti dell’esercito che -rimaner volessero a cercar ventura in Sicilia: e furono -assai poche, ancorchè Ruggiero donando e promettendo -le allettasse.<a class="tag" id="tag319" href="#note319">[319]</a> Pria di partire, il Guiscardo trovò modo -di porre una taglia che non avea pattuita: chiamati -a sè i principali della città, con faccia tosta lagnossi -delle grandi spese sostenute nell’assedio, de’ molti -cavalli perduti e di tante altre molestie, ch’e’ durava -per causa de’ Palermitani; donde lor chiedea denari, -e quei davano danari e preziose robe. Cariconne le -navi; imbarcò le sue genti e i figliuoli de’ notabili -della città presi in ostaggio, e andò via.<a class="tag" id="tag320" href="#note320">[320]</a> Sappiamo -ch’ei recasse a Troja di Puglia delle porte di ferro -e delle colonne co’ loro capitelli tolte in Palermo.<a class="tag" id="tag321" href="#note321">[321]</a> La -stessa origine accusano parecchi doni di Roberto, i -quali in oggi parrebbero raccolta d’antiquario o porzione -da masnadiere, leggendosi appo Leon d’Ostia che -il Guiscardo una volta presentasse al Monastero di -Monte Cassino secento bizantini d’oro, duemila tarì -affricani, tredici muli, tredici saraceni e un gran tappeto; -e poi altra moneta di schifati, bizantini, tarì, -michelati, soldi d’Amalfi, due cortine arabiche, e -orcioli di cristallo, pallii, mantelli; e, con minutaglie -così fatte, diplomi di concessione di terre e castella, -delle decime su la pescagione in Taranto e fin decime -<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span> -del lavoro di certi artigiani.<a class="tag" id="tag322" href="#note322">[322]</a> Delle quali larghezze le -più sostanziose segnano le epoche di negoziazioni -condotte dall’Abate di Monte Cassino con utile di -Roberto; e quelle spoglie orientali evidentemente venivano -di Palermo. E ben puossi immaginare qual -immensa e bizzarra congerie di ricchezze portasse -via l’oste di Roberto, e con che gioia i frati cantassero -le lodi del pio vincitore, vero strumento della -Provvidenza. -</p> - -<p> -L’occupazione di Palermo affrettò la catastrofe -di quei grandi feudatarii di Terraferma i quali, ricordando -l’antica uguaglianza de’ condottieri, non sapeano -capacitarsi come un titolo di duca ed una pergamena -della cancelleria papale lor avesse dato un -padrone e imposto l’obbligo del servigio militare e -della contribuzione ne’ casi feudali. Roberto risolutamente -affrontò i malcontenti, chiamando tutti i conti -in Melfi, l’antica metropoli feudale; dove i soddisfatti -convennero puntualmente a rallegrarsi secolui -della vittoria. Ricusarono i tutori del conte di Trani, -che aveano anco negata lor milizia all’impresa. Contro -i quali mosse incontanente Roberto; prese, dopo -breve assedio, Trani ed altre città e terre. La resistenza, -ch’ei chiamava ribellione, rinacque poi più -volte secondo i casi, le speranze o i dispetti. Gran -romore si destò quando il duca, maritando una -sua figliuola ad Ugo figlio del Marchese d’Este, richiese -l’aiuto de’ vassalli per la dote, secondo le -usanze feudali (1077). Sursero anco (1077-9) i figli -<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span> -di Unfredo, nipoti e pupilli di Roberto spogliati da -lui. Ma Roberto venne sempre a capo di que’ movimenti -spicciolati e incomposti. -</p> - -<p> -Ebbe anco a travagliarsi contro la dinastia normanna -di Capua, avendo il principe Riccardo suscitati -i suoi nemici mentr’egli assediava Palermo; e fu -sino alla morte di Riccardo e nel regno del figliuolo -Giordano, un alternare di ostilità, pratiche ed accordi, -come tra due astuti che si conoscono, due forti che -s’hanno riguardo, e due intraprenditori che fanno a -metà purchè spoglino il terzo. Se non che Roberto -seppe guadagnare più che il rivale. Pagò lo scotto la -dinastia longobarda di Salerno. Perchè Gisulfo, cognato -di Roberto, troppo fidandosi nel principe di Capua -e nel papa, si trovò ad un tratto abbandonato e -solo nel pericolo. Roberto si accordava con Riccardo, -al quale diè aiuti alla impresa di Napoli (1078), che -tornò vana per la virtù di quella repubblica. E in -questo mezzo era scomparso l’antico principato longobardo -di Salerno (1077). Sotto specie di difendere -i dritti dell’umanità, il Guiscardo intercedeva appo -Gisulfo a favore de’ tiranneggiati Amalfitani; non -ascoltato, andava all’assedio di Salerno con grand’oste, -dice Amato,<a class="tag" id="tag323" href="#note323">[323]</a> di Latini, Greci e Saraceni; -dond’e’ si vede che il vincitore di Palermo non tardò -ad usare le armi de’ novelli sudditi suoi. Ebbe Salerno -dopo lungo assedio della città, poi della -rôcca; dove preso Gisulfo, gli diè l’eletta di risegnare -tutto lo Stato o andar a finir la vita prigione nella -cittadella di Palermo: ed a persuaderlo meglio già -<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span> -faceva apprestare i ceppi e la nave.<a class="tag" id="tag324" href="#note324">[324]</a> Talchè il principe -Gisulfo, deposta la corona e spogliato d’ogni -cosa, cercò asilo e lucro a corte di Gregorio settimo. -</p> - -<p> -Fin da’ primi giorni dell’esaltazione (1073), Ildebrando -avea tenute pratiche con Roberto, al quale -ragion volea ch’egli si accostasse, mentre stava per -gittar il dado nella gran lite delle investiture. Pur -sia troppa alterezza e caparbietà del papa e ch’egli -mal conoscesse Roberto e le condizioni del tempo, -sia che Roberto pretendesse troppo anch’egli, andarono -a voto le negoziazioni;<a class="tag" id="tag325" href="#note325">[325]</a> onde Gregorio, scomunicato -il duca (1074), era corso a suscitare contro -di lui Riccardo e lo sventurato Gisulfo; avea sollecitata -anco la fida contessa Matilde a mandare grosso -esercito, che unito a que’ di Capua e di Salerno schiantasse -d’Italia la casa di Hauteville.<a class="tag" id="tag326" href="#note326">[326]</a> Lega più bella -a immaginare che a mettere in opera; su la quale se -Ildebrando fece assegnamento, e’ non vedea tanto -lungi nelle cose politiche. Passato dunque in Italia -Arrigo IV, egli accadde che mentre il papa superbamente -oltraggiava l’imperatore a Canosa, Roberto -<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> -accordatosi con Riccardo, spogliò del tutto, com’accennammo, -il principe di Salerno. E quindi appiccò -pratiche con Arrigo stesso; minacciò Benevento che -si tenea pel papa; mostrò a Gregorio in cento guise -che delle cose del mondo ne sapesse molto più di lui. -Onde Gregorio, tornando da’ sogni alla realità delle -cose, venne ad abboccamento con Roberto (1080), lo -ribenedisse, accettò l’omaggio pei territorii del duca, -gli diè titolo di cavalier di San Pietro, dicon anco -gli promettesse l’impero d’Occidente. -</p> - -<p> -E favorillo alla occupazione dello impero Orientale, -contro il quale Roberto si volgea; non conoscendo -ostacoli che col senno e col valore non si potesser -vincere. L’occupazione di Niceforo Botoniate -avea tramutato dal trono di Costantinopoli in un monistero -l’imperatore Michele Duca; si dicea mutilato -il costui figliuolo Costantino, e la giovane sposa -di lui, figlia di Roberto, chiusa in prigione. Spacciò -egli dunque voler vendicare la figliuola e rimettere sul -trono il suocero. Usò opportunamente lo sdegno acceso -tra i guerrieri normanni alla prigionia della sua -figliuola, che pareva onta nazionale; passò in Grecia con -un esercito ed un’armata. Battuto dalla tempesta (1081); -sconfitto in mare da’ Veneziani, tenne fermo tuttavia -all’assedio di Durazzo; sbaragliò il novello imperatore -bizantino, Alessio Comneno, che volle assalirlo -nel suo campo; ed ebbe alfine Durazzo a tradimento -(1082). Lasciando allora il figliuolo Boemondo a -condurre innanzi la guerra in Grecia, ei tornò in -Italia, dove i baroni levavano la testa; e lo minacciava -anco lo imperatore Arrigo, il quale aiutato di -<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> -danari dal bizantino, com’ora portava l’interesse comune, -era entrato in Roma (21 marzo 1084), s’era -attirati o comperati molti potenti cittadini e già assediava -Ildebrando in Castel Sant’Angelo. Il papa, -vistosi abbandonato da’ cittadini e da parecchi cardinali, -consumato l’oro e l’argento delle chiese, -chiamò allora in aiuto il novello cavalier di San Pietro: -e questi corse a gastigare l’imperatore d’Occidente, -sì com’avea testè fatto di quel d’Oriente sotto -Durazzo. Ma Arrigo sgombrò (maggio 1084) tre -giorni innanzi l’arrivo dell’oste meridionale: seimila -cavalli e trentamila pedoni, tra Normanni, Pugliesi, -Calabresi e Saraceni di Sicilia, ansiosi tutti, direbbesi, -di ristorar l’autorità del papa nella metropoli del -mondo cattolico. Italiani contro Italiani e stranieri -contro stranieri, veniano a lacerarsi tra le rovine -gloriose di Roma per una delle mille quistioni -che generò il papato e prima e allora e dopo; nè -la civiltà del decimonono secolo v’ha trovato rimedio -per anco, nè lo troverà finchè non estirpi il -germe del male. I crociati cristiani e musulmani lasciarono -in Roma vestigia che compariscono tuttavia. -Entrato Roberto senza sangue, ma non senza fatica, -surse un tumulto contro di lui; corsero i suoi all’armi; -Roberto gridò qui il fuoco, e il fuoco fu appiccato -a Roma ed aiutato dal vento consumò ogni cosa -tra il Laterano e il Castello dove era ristretto il papa. -Le soldatesche, seguendo le fiamme, davano addosso -ai cittadini, ammazzavano, saccheggiavano, faceano -violenza alle donne, perfino nei monasteri (29 maggio). -Sforzati i Romani con la spada e la fiaccola di Roberto -<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span> -ad accordarsi col papa, ed uscito Gregorio settimo -dal castello, non osò questi rimanere nell’oltraggiata -città: andossene col suo liberatore normanno a -Salerno,<a class="tag" id="tag327" href="#note327">[327]</a> dove a capo d’un anno morì (maggio 1085). -Gli tenne dietro Roberto; il quale dopo i fatti di -Roma ritornato era in Grecia con nuovo esercito e -armata raccolta in Puglia, Calabria e Sicilia;<a class="tag" id="tag328" href="#note328">[328]</a> avea -riportata nelle acque di Corfù una splendida vittoria -navale contro le armate di Costantinopoli e Venezia, -e guerreggiava in Cefalonia, quando una febbre l’ammazzò -(17 luglio 1085). Alla cui morte l’esercito e -l’armata incontanente ritornavano in Italia. Pericolò -lo stesso suo Stato in Puglia e Calabria, avendo Roberto -lasciata la sovranità ducale al figliuolo Ruggiero, -nato dalla principessa salernitana Sichelgaita; -perilchè Boemondo, suo primogenito dalla prima moglie -ipocritamente ripudiata, Boemondo prode quanto -il padre, ma senza cervello, disputò la successione -a Ruggiero; e la casa di Hauteville, forse la dominazione -normanna in Italia avrebbe corso gravi pericoli -se non fosse stato per l’altro Ruggiero conte -di Sicilia e di Calabria, che si trovò primo della famiglia -per armi, ricchezze e reputazione.<a class="tag" id="tag329" href="#note329">[329]</a> -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span> -</p> - -<h2 id="cap6">CAPITOLO VI.</h2> -</div> - -<p> -Mentre Roberto allargava e assodava il dominio -nell’Italia meridionale, Ruggiero progredì a piccoli -passi in Sicilia. Abbiam testè narrato com’ei -raggranellasse a stento nell’esercito del fratello pochi -venturieri o mercenarii; premendo ai più di ritornare -in Terraferma, per dar sesto ai loro possedimenti feudali -e partecipare, da amici o da avversarii, nelle brighe -di Roberto. I dominii di Ruggiero in Calabria, -provincia bizantina non usa alla feudalità, poco aiuto -fornir poteano, d’uomini e di danaro. Que’ di Sicilia -anco meno. All’entrar del millesettantadue, la Sicilia -si partiva in tre zone paralelle; delle quali la -prima, stendendosi da Messina a Palermo lungo il -pendìo settentrionale degli Appennini siculi, apparteneva -a Roberto;<a class="tag" id="tag330" href="#note330">[330]</a> la seconda, lungo il pendìo meridionale -della stessa catena, ubbidiva a Ruggiero; e -la terza, uguale in superficie alle altre due messe insieme, -teneasi dai Musulmani; se nonchè Ruggiero -vi occupava Catania e Mazara, alle estremità di levante -e di ponente, ed all’incontro gli mancavano, ai -due capi della propria sua zona, Taormina e Trapani, -<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span> -validissime fortezze de’ Musulmani. Mal sicura dunque -la provincia di Ruggiero, per quegli estesi confini -che richiedeano presidii in ogni luogo; scarso il frutto -che il signor ne potea cavare. Al che s’aggiunga che, -accomunate indissolubilmente le sorti de’ due fratelli, -era uopo talvolta a Ruggiero di combattere in Terraferma -pel duca; sì come gli avvenne nel millesettantasette, -quando Roberto lo richiese di assediare in -Sanseverino il nipote Abelardo, fautore del Principe -di Salerno.<a class="tag" id="tag331" href="#note331">[331]</a> Le condizioni della Calabria costringeano -altresì Ruggiero a ritornarvi di frequente e dalle fazioni -di Sicilia il distoglieano.<a class="tag" id="tag332" href="#note332">[332]</a> -</p> - -<p> -La regione musulmana potea resistere lungamente. -Vero egli è che fin dal millesessantadue la -divisione del principato avea tolto di affrontare i Normanni -con tutte le forze dell’isola; avea fatti trovare -al nemico dove ausiliarii e dove lieti spettatori -delle sue vittorie: e ben dice Ibn-Khaldûn<a class="tag" id="tag333" href="#note333">[333]</a> che gli -occupatori di que’ piccioli Stati caddero nel fallo di -affrontar il conte l’un dopo l’altro; e ch’egli aizzandoli -in loro discordie, li soggiogò spicciolati e loro -prese la Sicilia a fortezza a fortezza. Pur la divisione, -mentre fiaccava irreparabilmente il corpo politico, -infondea qua e là vigore morboso nelle membra: -ciascuno di quegli occupatori s’afforzò d’armi e di -castella, fidando in sè solo e in Allah. Al precipizio -del suo vicino, o sorrise o punto sbigottì. Nè sbigottirono -all’occupazione di Palermo; la quale avrebbe -<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> -dato vinta la guerra a’ Normanni, se la Sicilia avesse -fatto unico Stato. Mazara sola si arrese con la capitale; -le altre città o principati (che incerto è il distinguere -le dominazioni surte e cadute in quel vortice di guerra -nazionale e di guerra civile) continuarono a difendersi, -sì come avean fatto per l’addietro, senza aiuti -di Palermo. -</p> - -<p> -Anzi l’occupazione di Catania or destava dal -decenne letargo i Musulmani di Val di Noto, i -quali, collegati con Ruggiero, aveano serbate intere -le forze; ed or ne fecero bella prova, condotti da un -Benarvet o Benavert.<a class="tag" id="tag334" href="#note334">[334]</a> Tacciono di costui gli annali -arabi; tace il maggior poeta arabo della Sicilia, -Ibn-Hamdîs, il quale visse appunto in quel tempo -e ricordava pur sempre con orgoglio il valor -de’ cavalieri siracusani: ma forse privata nimistà lo -rese ingiusto contro l’ultimo eroe musulmano della -Sicilia.<a class="tag" id="tag335" href="#note335">[335]</a> Talchè siam noi costretti a spillare le geste di -Benavert per entro un’artifiziosa cronaca normanna, -solo scritto contemporaneo che ci rimanga su quest’ultimo -periodo della guerra siciliana. Similmente -è forza che noi togliamo dalla medesima cronaca -tutti gli altri fatti particolari. Il fatto generale è che -la zona musulmana si trovò tutta in arme; sparsa -di castella, donde i signori sfidavano i cavalli di -Ruggiero e metteano in punto gualdane da insidiare -e depredare la regione tenuta da lui. Ruggiero, capitano -<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span> -di poche squadre mal adatte ad assedii, suppliva -al numero col valore, la costanza, l’attività della mente -e della persona; le quali virtù, afferma lo storiografo -di corte, crebbero a tanti doppi, quand’egli pei -nuovi patti fu certo d’affaticarsi oramai per sè medesimo, -senza obbligo di partire gli acquisti con -Roberto.<a class="tag" id="tag336" href="#note336">[336]</a> -</p> - -<p> -Contuttociò volgea senz’altro evento il primo -anno dall’occupazione di Palermo. Del millesettantatrè -sappiam solo che Ruggiero afforzasse un -castello a Mazara, per soggiogare gli abitatori di -quelle pianure e un altro a Paternò, per infestare le -falde dell’Etna.<a class="tag" id="tag337" href="#note337">[337]</a> Del millesettantaquattro ei munì di -cavalieri, armi e vettovaglie la rôcca di Calascibetta, -di faccia a Castrogiovanni, a fin di battere sì duramente -il contado, che Castrogiovanni gli si arrendesse -e cadessero con quella fortezza le speranze dei -Musulmani tutti dell’isola.<a class="tag" id="tag338" href="#note338">[338]</a> Nè furono segnalati altrimenti -i due anni appresso, che per due prospere fazioni -de’ Musulmani e per la prontezza e valore con -che Ruggiero seppe ripigliare l’avvantaggio in entrambe. -Forse i Musulmani di Sicilia, incalzati dalla -avversa fortuna, s’erano in questo tempo rivolti nuovamente -agli aiuti d’Affrica, e casa Zirita li avea -nuovamente ascoltati; poichè di giugno settantaquattro, -l’armata di Temîm, girato intorno alla Sicilia, -s’era improvvisamente gittata sopra Nicotra di Calabria; -<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span> -fattivi prigioni e bottino, arsa la terra, resi i -prigioni per riscatto, s’era ridotta in Affrica. Ritornava -ne’ mari di Sicilia correndo il settantacinque; -sbarcava le genti a Mazara, le quali assediavano per -otto dì il castello con manifesto proposito di tenere -la città, quando Ruggiero, chiamato per messaggi, -v’accorse con forte mano d’armati, entrò di notte -nel castello, e al nuovo dì, fatta una sortita, pugnò -con gli Affricani nella piazza sotto il castello e con -molta strage li respinse al mare e molti ne fece prigioni.<a class="tag" id="tag339" href="#note339">[339]</a> -</p> - -<p> -Veggiamo dopo questa fazione travagliarsi più -grossa la guerra d’ambo le parti. Benavert, surto -com’e’ sembra nella riscossa del Val di Noto, comandava -da Siracusa a tutta la provincia, ne raccogliea -le forze di terra e di mare,<a class="tag" id="tag340" href="#note340">[340]</a> e in guisa le adoperava -da tenere in rispetto lo stesso Ruggiero e meritar -dallo storiografo normanno la lode di astutissimo, audace, -esperto capitano, maestro d’inganni e di stratagemmi.<a class="tag" id="tag341" href="#note341">[341]</a> -Il conte dalla sua parte aveva ordinato un -nodo di milizia stanziale, capitanato da Giordano, -figliuol suo non legittimo, bello ed aitante della persona, -prode tra i prodi. Occorrendo adesso a Ruggiero di -ritornare a Mileto in Calabria, ei pose luogotenente in -Sicilia Ugo di Jersey, di nobilissima famiglia del Maine, -marito d’una sua figliuola e feudatario, com’ei -<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span> -pare, di Catania.<a class="tag" id="tag342" href="#note342">[342]</a> Al quale raccomandò che, stando -sempre su la difesa, per niuna provocazione non -uscisse a giornata contro Benavert. E quegli, bollente -di gioventù e di militare ambizione, non curando il -divieto, volle provarsi: andato a trovare in Traina -Giordano che non era punto men ambizioso di lui, -seco il tirò con gli stanziali. Ma Benavert, risaputi -cotai preparamenti, guadagnò le mosse a’ due giovani -normanni. Con forte stuolo andò a porsi in un bosco -presso Catania che chiamavano il Mortelleto; mandò -trenta cavalli a depredare insino alle mura della -città, per trar fuori Ugo di Jersey. Il quale opponendo, -com’ei credea, stratagemma a stratagemma, -spinse contro i provocatori musulmani una vanguardia -di trenta cavalli ed egli, con Giordano e il grosso -delle genti, seguiva da lungi. Ma appostosi Benavert -al disegno, lascia passar libera la vanguardia normanna; -e quando è giunta la schiera d’Ugo, le piomba -addosso. Il numero, allora, o la tattica de’ Musulmani -riportò la vittoria. Valorosamente combattendo Ugo -fu morto, con la più parte de suoi; Giordano si rifuggì -a mala pena, con gli avanzi, in Catania; la vanguardia, -tagliata fuori, cercò asilo nella fortezza normanna -di Paternò. E Benavert recò a trionfo in -Siracusa le prime spoglie de’ Normanni. -</p> - -<p> -Ruggiero risaputo il caso, mosse alla volta di -<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span> -Sicilia per fare strepitosa vendetta e assicurare i suoi -che balenavano. Recate seco sì grosse forze che Benavert -non osò affrontarlo all’aperto, nella state del -millesettantasei, occupava dapprima una rôcca in -sul monte Judica, il quale chiude a ponente la ubertosa -e vasta Piana di Catania; demoliva la rôcca; -mettea al taglio della spada tutti gli uomini; le donne -e i bambini mandava a vendere in Calabria. Correndo -poi le parti meridionali del Val di Noto, fece grandissima -preda; bruciò le mèssi già segate; cagionò -sì orribile guasto, che l’anno appresso la Sicilia fu -desolata dalla fame,<a class="tag" id="tag343" href="#note343">[343]</a> aiutandola al certo i guasti -<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span> -che feano i Musulmani nella provincia di Ruggiero, -i quali, come di ragione, son taciuti dal Malaterra. -</p> - -<p> -Non si ostinando pure a combattere Benavert -nelle fortezze del Val di Noto, Ruggiero l’anno appresso, -che fu il millesettantasette, del mese di maggio, assalì -Trapani, a ponente della propria sua zona; Trablas, -come scrive il Malaterra, notando fedelmente la pronunzia -arabica che confondea l’antico nome di Drepanum -con quello, più ovvio, di Tripoli. Andò con forze -tanto insolite, che li chiamarono esercito e armata; armata -della quale non allestì mai più bella il grande -Alessandro, sclama qui Malaterra, sfogando la gioia -del nuovo spettacolo in uno squarcio di versi. E così -descrive il placido mare, i zeffiri amici, le spiegate vele, -il sorriso dell’auretta e della fortuna, lo squillo delle -trombe, il suono de’ liuti, il batter de’ tamburi; e da -un’altra mano la cavalleria che corre per monti e -valli capitanata da Ruggiero in persona, i mille pennoncelli -delle lance, il luccicare degli elmi e degli -scudi intarsiati d’oro, il nitrito de’ cavalli e l’eco che -il ripercuote: orribil suono, orribile vista da far tremare -i Musulmani entro le mura di Trabla. Strinsero -la città per mare e per terra; piantaron gli alloggiamenti; -ricacciarono malconci dentro le mura i cittadini -usciti a combattere: e contuttociò l’assedio andava -in lungo, quando un colpo di mano fece cader -l’animo a’ Trapanesi. Fuor la città, scrive il Malaterra, -<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span> -stendeasi in mare un promontorio ricco di pascoli,<a class="tag" id="tag344" href="#note344">[344]</a> -dove soleano menare il bestiame, ridotto dalla campagna -in città al principio dell’assedio. Di che addandosi -Giordano, senza dir nulla al padre, una sera con -cento soli combattenti si fece traghettare al promontorio; -occultò la gente tra li scogli, finchè la dimane -aperte le porte della città e uscito l’armento, ei salta -dall’agguato, rapisce i buoi fin sotto le mura, li fa -cacciare alle sue barche; e sopraccorsi i cittadini -in arme, ferocemente li ributtò, ne fece strage, imbarcò -la preda, e tornossene al campo. Malaterra, o il -conte, moltiplicando, all’usanza loro, per quindici -o per venti il numero de’ combattenti musulmani, -ne fanno qui uscire diecimila contro Giordano, quanti -forse non ne capiva il luogo, nè potean essere in -Trapani. Il pericolo di nuovo assalto da quella banda -e le vittuaglie che venian meno dopo tal preda, fecero -calare i cittadini agli accordi: i quali par siano -stati stipulati negli stessi termini che già ottennero -i Musulmani di Palermo; leggendosi nella cronica -che consegnarono il castello, riconobbero la signorìa -del conte, e si confederarono, secondo il solito; il che -ben sappiamo che significasse pagare tributo. Ruggiero -acconciò le fortificazioni a modo suo, lasciovvi -presidio ben provveduto, e si messe a battere la provincia, -sparsa di forti rôcche ed ostinata a difendersi. -In breve tempo, i Normanni vi sottomessero ben -<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span> -dodici importanti castella. Le quali il conte distribuì -in feudo ai suoi condottieri, con le terre dipendenti -da ciascuno e licenziò l’esercito. Acquistò, -non guari dopo, Castronovo, forte e grossa terra; -chiamatovi da una mano di servi che s’erano ribellati -al Signore musulmano, Beco, o forse Abu-Bekr, -ed afforzati in una rupe che sovrastava al castello. -Dove sopraccorso il conte da Vicari, con quanta -gente potè raccogliere in fretta, i sollevati fecero -i patti con lui, tirarono su con funi i suoi soldati: ed -Abu-Bekr, vista inutile la resistenza, sgombrò; i terrazzani -resero il castello a Ruggiero. Questi immantinente -emancipava que’ servi, e largamente rimunerava -un mugnaio, il quale, battuto dal crudel signore, -avea macchinata la rivolta per vendicarsi.<a class="tag" id="tag345" href="#note345">[345]</a> -</p> - -<p> -Crescea con gli acquisti la milizia feudale e la -riputazione di Ruggiero sì prestamente, che l’anno -appresso l’esercito si vide partito in quattro corpi, -sotto Giordano, Otone, Arisgoto di Pozzuoli ed Elia -Cartomi; dei quali è verosimile che il primo conducesse -oltre i proprii vassalli gli stanziali del padre, -Otone ed Arisgoto, italiani entrambi come suonavano -ormai que’ nomi, capitanassero gli uomini di Calabria -e di Sicilia, ed Elia i Musulmani sudditi de’ Normanni: -sendo costui musulmano e forse rinnegato, sicchè quei -di Castrogiovanni, cui cadde tra le mani a capo di pochi -anni, lo misero a morte secondo lor legge, e gli agiografi -cristiani di Sicilia l’han fatto martire e beato.<a class="tag" id="tag346" href="#note346">[346]</a> -<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span> -L’armata accompagnava l’esercito. Il conte, non più -costretto dalla pochezza delle forze a rubacchiare ed -usare le occasioni, conducea la guerra a disegno. In -primavera dunque si pose all’assedio di Taormina; -la quale sorgendo su ripido monte, a cavaliere del -mare, da prendersi per fame anzi che per battaglia, -chiuse egli il mare con l’armata; circondò le -radici del monte con ventidue torri collegate tra loro -per una cintura di palizzate e siepi.<a class="tag" id="tag347" href="#note347">[347]</a> E poco mancò -ch’egli non vi lasciasse la vita. Perocchè un giorno, -andando in giro per la circonvallazione con piccola -scorta d’armati e inerpicandosi discosto alquanto dai -suoi per viottoli alpestri, una mano di Slavi, che sembrano -schiavi o mercenarii de’ Musulmani, gli saltarono -addosso da un mirteto dove s’erano ascosi. Più -ratto di loro, un uom di Bretagna per nome Evisando, -si gittava di mezzo tra i nemici e il conte; li rattenea -nello stretto passo, dando e toccando colpi, tanto -che, sopraccorsa la scorta, rotolò gli assalitori giù -per que’ dirupi; mentre Evisando dalla fatica e -dalle ferite spirava. Il conte onorò di splendidi -<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span> -funerali e pie fondazioni la memoria di questo fedele, -immolatosi per lui. Ma stretto e assicurato in -tal modo l’assedio, Ruggiero con una eletta di fanti -battea la costa settentrionale dell’Etna e la valle che -la divide dagli Appennini e soggiogava tutti i Musulmani -sparsi in que’ luoghi, infino a Traina. Ritornato -allo assedio, vide comparire quattordici corvette -affricane<a class="tag" id="tag348" href="#note348">[348]</a> alle quali mal avrebbe potuto resistere l’armata -sua, scema di gente per la guardia della circonvallazione. -Donde inviato un messaggio agli Affricani, -gli risposero non venir con intendimenti ostili e veramente -poco appresso partironsi; il che darebbe a credere -che Roberto per avventura avesse stipulato accordo -co’ principi Ziriti, per pratiche de’ Pisani o degli -Amalfitani e che Ruggiero fosse compreso nella tregua, -ovvero cogliesse or il destro di entrarvi anch’egli, come -di certo il fece a capo di pochi anni.<a class="tag" id="tag349" href="#note349">[349]</a> E intanto per -l’assidua vigilanza di Ruggiero e de’ capitani suoi fu -<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span> -chiusa Taormina sì strettamente che, mancate le vittuaglie, -la si arrese nell’agosto dopo cinque mesi di -assedio.<a class="tag" id="tag350" href="#note350">[350]</a> -</p> - -<p> -Posarono nel millesettantanove i Musulmani -liberi della Sicilia meridionale, mercè i lor fratelli soggiogati -della provincia palermitana, i quali attiravano -sopra di sè le armi del Conte. A ventidue miglia da -Palermo e un miglio e poco più a levante del comune di -San Giuseppe li Mortilli, sorge scosceso monte, inaccessibile -fuorchè da una via aspra e tortuosa: luogo -pressochè disabitato al tempo nostro. Pure il nome -topografico non dileguato, gli avanzi di spaziose cisterne -e di qualche edifizio, i vasi d’argilla e le monete -che sovente vi si ritrovano coltivando il suolo, -mostrano quivi senza alcun dubbio il sito dell’antica -Jeta o Jato, desolata non da Goti nè da Saraceni, -ma dai monaci ai quali ne fe’ dono Guglielmo II, -con quaranta o più villaggi de’ contorni. Territorio -fertilissimo di circa cento miglia quadrate, abitato -in oggi da diciassette o diciotto mila anime<a class="tag" id="tag351" href="#note351">[351]</a> il -<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span> -quale per lo meno ne racchiudea da sessantamila, leggendosi -nel Malaterra che Giato avesse tredicimila -famiglie.<a class="tag" id="tag352" href="#note352">[352]</a> Forti nel numero e nella postura, que’ di -Giato ricusarono il censo e il servigio; nè Ruggiero li -potè spuntar con preghiere, nè con minacce. Raccolsero -gli armenti nella spaziosa montagna, afforzaronla -di muro e di ridotti là dove parea accessibile, e con -vigilanti guardie si assicurarono; beffandosi della rabbia -del conte Ruggiero. All’esempio si mosse Cinisi, -terra di origine arabica, come pare dal nome, posta -a venticinque miglia a ponente di Palermo; contro la -quale andò Ruggiero co’ vassalli di Calabria, lasciando -que’ di Sicilia a stringere Giato, o piuttosto ad infestarne -il territorio da’ due lati confinanti con Corleone e Partinico. -Egli poi sopravvedeva or l’una or l’altra oste -e invano si affaticava, rifuggendo, per umanità, dignità -o avarizia, dall’ardere le mèssi. Ma infine gittossi -a quel partito, più degno di masnadiere che di -capitano; e Giato e Cinisi calavano agli accordi.<a class="tag" id="tag353" href="#note353">[353]</a> -</p> - -<p> -Ritardò le mosse militari, non gli acquisti, di -Ruggiero in Sicilia, l’impresa orientale di Roberto, -cui par che il fratello desse aiuti d’ogni maniera e -<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span> -rendesse importanti servigi, ond’ei n’ebbe in merito -la provincia del Valdemone. Perocchè del milleottantuno, -il Conte, fatti venire d’ogni banda, scrive il -Malaterra, valenti artefici,<a class="tag" id="tag354" href="#note354">[354]</a> con grandissima spesa -murava dalle fondamenta le fortificazioni di Messina: -baluardi e torri di mirabile altezza; le quali in breve -tempo furono compiute, per la solerzia di Ruggiero -che aveavi preposti appositi officiali e instava -spesso in persona a’ lavori. Sappiamo inoltre che -risguardando Messina come chiave della Sicilia e importantissima -tra le città ch’egli possedea, la munì -di forte e fedele presidio; la decorò di novella chiesa -del titolo di San Niccolò, edificata a bella posta, largamente -dotata e messa sotto la giurisdizione del vescovato -che il Conte avea testè fondato in Traina.<a class="tag" id="tag355" href="#note355">[355]</a> I quali -fatti, e le parole con che li espone il cronista di corte, -dimostran Ruggiero in quel tempo signor di Messina, -anzi che luogotenente di Roberto. E tal sembra -l’anno appresso in tutta la provincia; ritraendosi che -Giordano, nella tentata usurpazione del mille ottantadue, -togliesse al padre due terre di Valdemone, Mistretta, -cioè, e quel Castello di San Marco ch’era stata -la prima fortezza munita da Roberto in Sicilia. Certa -dunque ci torna, ancorchè non attestata da diplomi nè -litteralmente affermata da scrittori, la cessione o vendita -che dir si voglia del Valdemone; alla quale non -è meraviglia che si venisse, quando Ruggiero tenea -molti danari in serbo,<a class="tag" id="tag356" href="#note356">[356]</a> Roberto all’incontro con grandi -<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span> -spese allestiva possente armata e metteva in piè -un esercito. E forse fu principale patto loro l’armamento -di Messina; premendo a Roberto di evitare il -pericolo che un navilio bizantino venisse ad occupare -lo Stretto, mentr’egli assaliva l’impero d’Oriente. -</p> - -<p> -Passato Roberto di là dall’Adriatico, e soggiornando -sovente Ruggiero in Puglia e in Calabria per -aver cura delle faccende di lui, intervenne lo stesso -anno mille ottantuno, che Benavert s’insignorisse di -Catania. Il quale era divenuto molestissimo a’ Normanni -tra cotesti loro preparamenti alla guerra d’oltremare; -ed a lui facean capo tutti i Musulmani di Sicilia ribelli, -come il Malaterra chiama coloro che la patria e la religione -tuttavia difendeano contro i guerrier di ventura -del Nort. Segue a dire il cronista che Benavert comperò -con doni e promesse un Bencimino<a class="tag" id="tag357" href="#note357">[357]</a> che reggea -Catania per Ruggiero; il qual nome per avventura sarebbe -lo stesso di Ibn-Thimna e se ne potrebbe inferire -che alcun figliuolo o parente di lui servisse tuttavia -i Normanni. Una notte il traditore apriva la -città a Benavert ed alle sue genti: con rabbia ed onta -de’ Cristiani, con esultanza de’ Musulmani, si sparse per -tutta l’isola essere tornata Catania in man del nemico. -Moveano alla riscossa, Giordano, Roberto di Sordavalle -ed Elia Cartomi, con centosessanta lance, che tornerebbero -a settecento cavalli; ai quali Benavert uscì -incontro, continua il Malaterra, con ventimila fanti e -un forte nodo di cavalli: pose a destra i primi, stette -<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span> -ei co’ secondi a sinistra un po’ addietro la linea; e con -lieti auspicii appiccò la battaglia, poichè avendo la cavalleria -cristiana caricati i fanti, non le venne fatto -d’intaccarli al primo, nè al secondo, nè al terzo assalto. -Audacemente allora i Normanni si serrano addosso -a’ cavalli di Benavert, lasciandosi interi al fianco e -al dosso i fanti nemici: ed ostinata e sanguinosa la -zuffa si travagliò co’ cavalli, forse uguali e forse inferiori -di numero, finchè i Musulmani, rotti, fuggironsi -alla città e Benavert stesso a mala pena v’entrò, inseguito -da Giordano fino alle porte. I fanti si sparpagliarono -dopo la rotta dei cavalli, fuggendo o correndo -all’impazzata addosso ai vincitori, sì che furono tagliati -a pezzi. I Normanni posero l’assedio alla città; -nella quale sendo scarso il presidio e ingrossando -già la popolazione cristiana,<a class="tag" id="tag358" href="#note358">[358]</a> Benavert nottetempo se -ne andò a Siracusa, dov’ei condusse il traditore, -Bencimino, e in vece de’ promessi premii, gli diede -la morte.<a class="tag" id="tag359" href="#note359">[359]</a> -</p> - -<p> -Contenti di questa vittoria i Normanni stettero -sempre in su la difesa infino al milleottantacinque, -ordinati, credo, a contenere Benavert que’ medesimi -stanziali che aveano sì virtuosamente ripigliata Catania. -Ruggiero soggiornò in Terraferma, come richiedeano -gli interessi di Roberto e suoi; nè ebbe a venire -in Sicilia che per reprimere, del mille ottantadue, -una rivolta del proprio figliuolo Giordano, luogotenente -nell’isola. Il quale par abbia voluto prendere -<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span> -le terre di Valdemone per sè stesso, e cominciò occupando -i castelli di Mistretta e di San Marco, e tentando -di por mano nel tesoro di Ruggiero, serbato in -Traina a guardia d’uomini fidatissimi, da non spuntarsi -con promesse nè con minacce. Indi fallì questo -colpo; nè senza vergogna Giordano si ritrasse dal -mal sentiero ov’avea messo il piede. Perchè Ruggiero, -temendo che il figliuolo per disperazione non si gittasse -a’ Musulmani, dapprima s’infinse prenderle -per baie giovanili, ed aprì le braccia a quel valoroso; -ma com’ei l’ebbe nelle sue forze con tutti i compagni -e’ famigliari, cominciò una stretta inquisizione, fe’ accecare -dodici che gli parvero gli istigatori del figlio, -e rimandò poi libero Giordano, disonorato nel supplizio -de’ complici, atterrito dalla minaccia di perdere -il lume degli occhi per comando del proprio suo padre.<a class="tag" id="tag360" href="#note360">[360]</a> -Allenava così la guerra, dalla parte de’ Normanni, -perchè il nerbo delle loro forze pugnò in quel tempo -con Roberto in Grecia; e dalla parte de’ Musulmani, -perchè forze d’animo non restavano ai soggiogati, e i -liberi par che al solito le spendessero in lor piccole -gare. Che se pronti egli avesse visti a pigliare le -armi i correligionarii suoi di Palermo, di Mazara o di -Trapani; se disposti que’ di Castrogiovanni o di Girgenti -a seguirlo ne’ territorii occupati dal nemico, non -avrebbe il prode Benavert messe tutte le sue sorti al -gioco d’una disperata fazione in Calabria. -</p> - -<p> -Tentolla il milleottantacinque, quando la morte -di Roberto Guiscardo avea gittato tanto scompiglio -nell’Italia meridionale, quando si disputava la successione -<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span> -al ducato tra suoi figli Boemondo e Ruggiero, -quando il conte Ruggiero si adoperava in Terraferma -all’esaltazione del secondo tra’ nipoti, il quale glie ne -die’ in merito la metà delle terre di Calabria, riserbata -già da Roberto. Benavert assaltò la Calabria, come -uom che a null’altro agogni fuorchè vendicarsi o morire. -Nell’agosto o nel settembre<a class="tag" id="tag361" href="#note361">[361]</a> approdò di notte<a class="tag" id="tag362" href="#note362">[362]</a> a -Nicotra, vinto pria, com’e’ parrebbe, un combattimento -navale e poi uno di cavalleria co’ Normanni:<a class="tag" id="tag363" href="#note363">[363]</a> distrusse -quant’ei potè della città, rapinne quanto ei seppe, -menò cattivi uomini e donne. Ritornando, sbarcò presso -Reggio, dove saccheggiò le chiese di San Niccolò e -di San Giorgio, spezzando le immagini, contaminando -i vasi sacri e gli arredi. Irruppe alfine nel munistero -di donne della Madre di Dio a Rocca d’Asino; depredollo -e le suore menò negli harem di Siracusa.<a class="tag" id="tag364" href="#note364">[364]</a> -</p> - -<p> -Inorridivano, bolliano di sdegno all’annunzio di -tal sacrilegio le milizie cristiane; soprattutti Ruggiero -che sperava utilità dalla vendetta e il destro di volgere -a impresa nazionale e religiosa le armi pronte in -Puglia alla guerra civile. “Spirandogli il Cielo maggior -<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span> -ira che l’usata, scrive il monaco Malaterra, ei -surse a vendicare l’ingiuria di Dio: cominciò il primo -ottobre, fornì il venti maggio gli appresti dell’armata. -A piè scalzi allora, andò in giro per le chiese, recitando -litanie, mettendo sospiri e lamenti, dispensando larghe -limosine ai poverelli: si commise indi a’ perigli del mare -e drizzò le prore a Siracusa. “La mostra dell’armata, -i riti di propiziazione da infiammare le moltitudini -seguirono, com’egli è evidente, a Messina. Ruggiero, -mandato Giordano co’ cavalli che l’aspettasse al Capo -di Santa Croce,<a class="tag" id="tag365" href="#note365">[365]</a> là dove fu poscia edificata Agosta, -salpò con l’armata; la qual senza remi nè vele (nota -il Malaterra per dimostrare il miracolo, ma dimentica -le correnti del mare) prosperamente navigò, sostando -la prima notte a Taormina<a class="tag" id="tag366" href="#note366">[366]</a> la seconda a Lognina<a class="tag" id="tag367" href="#note367">[367]</a> -presso Catania e la terza al Capo di Santa -Croce. Dove trovato Giordano co’ cavalli e messa in -punto ogni cosa, il conte mandò a riconoscere le condizioni -del nemico un Filippo di Gregorio<a class="tag" id="tag368" href="#note368">[368]</a> patrizio. Il -quale, in una barca montata da Siciliani, com’ei sembra, -che al par di lui intendeano l’arabico e parlavano -speditamente, aggirossi nel porto di Siracusa la notte, -contò le navi di Benavert, le seppe disposte ad affrontare -senza dimora i Cristiani e ritornò a Ruggiero. -Era giorno di domenica. Il conte fa celebrare la messa -<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span> -in quel deserto lido, confessare e comunicare la gente: -la notte salpa per Siracusa e mandavi la cavalleria. -Il venticinque maggio mille ottantasei, combatterono -le due armate nel maggior porto, come quelle di Siracusa -e d’Atene, quindici secoli innanzi. Benavert -vedendo troppo travagliati i suoi dagli arcieri e sopratutto -da’ balestrieri,<a class="tag" id="tag369" href="#note369">[369]</a> che li ferivano stando fuor del -tiro delle saette loro, comandò l’arrembaggio: dritto -ei vogò a dar d’urto alla nave di Ruggiero; spingendolo -il demonio, scrive Malaterra, per accorciargli la -vita. Perchè trovato duro riscontro, ferito gravemente -di lanciotto per man d’un Lupino,<a class="tag" id="tag370" href="#note370">[370]</a> incalzato con la -spada alla mano dal Conte, cercò scampo in altra -nave, spiccò corto il salto, e annegò, tratto in fondo -dalla grave armadura. La più parte delle navi musulmane -allor fu presa; e la città cinta d’assedio, -poichè Giordano, osservando questa volta rigorosamente -il divieto del padre, non tentò d’occuparla d’un -colpo di mano, al primo scompiglio gittatovi dal caso -di Benavert. Dice l’Anonimo che Ruggiero, fatto pescare -il cadavere dell’emir, mandasselo a Temîm in -Affrica. Valorosamente poi si difesero i Musulmani -di Siracusa dallo scorcio di maggio fino all’ottobre; -e invano speraron placare il conte, rimandando liberi -tutti i prigioni cristiani. Affaticati, scemati da’ tiri -delle macchine, li ridusse la fame. Una notte, la moglie -e il figliuolo di Benavert, coi notabili musulmani, si rifuggirono -in Noto su due navi, trapassando velocissimamente -<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span> -in mezzo all’armata nemica. La città -s’arrese a patti.<a class="tag" id="tag371" href="#note371">[371]</a> -</p> - -<p> -Il giusto orgoglio d’una impresa navale de’ nostri -e la connessione del subietto, mi conducono or a -toccare l’espugnazione di Mehdia, interrompendo il -racconto della guerra siciliana. Scrive l’istoriografo -di Ruggiero che, stando questi all’assedio di Siracusa, -i Pisani per vendetta d’alcuna ingiuria, avessero -osteggiata e occupata la capitale di Temîm, -fuorchè il castello; e che, non fidandosi di prender -questo, nè di tenere la città, avessero profferto lo -splendido acquisto loro al conte Ruggiero, il quale ricusò, -per mantener fede a Temîm, cui lo stringeva un -accordo.<a class="tag" id="tag372" href="#note372">[372]</a> Lealtà necessaria, come ognun vede, a chi -tuttavia s’affaticava sotto le mura di Siracusa e gli -rimaneano a soggiogare nell’isola tante altre cittadi -e province. Ma le genuine memorie nostrali e musulmane -scoprono vieppiù la fallacia del cronista -e provano che, se pur i Pisani richiesero il conte, -fu sol di entrare nella lega quando si apparecchiavano -gli armamenti. -</p> - -<p> -Delle condizioni di casa zirita, delle fortificazioni -<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span> -di Mehdia, ci è occorso dire più volte.<a class="tag" id="tag373" href="#note373">[373]</a> Il munitissimo -porto era nido di pirati che tutto infestavano -il Mediterraneo, dalla Spagna alla Grecia, e assalivano -talvolta le costiere e rapivano gli uomini al par che la -roba, nè rispettavano al certo gli accordi che per avventura -fermò con gli Ziriti or questo or quello Stato -italiano.<a class="tag" id="tag374" href="#note374">[374]</a> Colma la misura, mossi i Pisani dalle querele -di lor cittadini cattivi degli Infedeli, proposero lega a -Genova, domandarono aiuti a tutti navigatori italiani -e benedizioni al papa, che era allor lo scaltro abate -Desiderio, o vogliam dire Vittore III; il quale, travagliandosi -in dure strette, aiutò di quel che potea: conforti -ed esortazioni. Con gli stessi elementi, gli stessi -modi e gli stessi intenti, ma assai più larga e possente -si rifacea così, dopo settant’anni, la lega che oppresse -Mogehid nel millequindici. Apparecchiate lungamente<a class="tag" id="tag375" href="#note375">[375]</a> -da Pisani, Genovesi, Amalfitani,<a class="tag" id="tag376" href="#note376">[376]</a> sommarono le navi -italiane a tre o quattrocento, gli uomini, comprese -al certo le ciurme, a trentamila;<a class="tag" id="tag377" href="#note377">[377]</a> e lor fu dato il -ritrovo a Pantellaria. Dove i Musulmani, provatisi -indarno a resistere, mandarono avvisi a Temîm per -<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span> -dispacci attaccati al collo delle colombe: ma l’annunzio -del pericolo nocque, più che non giovasse, nella città -spreparata, nella corte pusillanime e discorde. Mentre -quivi i Musulmani si bisticciano tra loro, il mare -si ricopre delle italiane vele; i palischermi s’avanzano -a branchi; sbarcan lesti i nostri nel borgo di -Zawila a mezzodì, e nella penisola stessa di Mehdia -a tramontana: per aspri combattimenti occupano il -borgo, occupano la città fuorchè il cassaro<a class="tag" id="tag378" href="#note378">[378]</a> ossia -palagio afforzato; bruciano l’armata musulmana entro -il porto; appiccan fuoco alle case; fan prigioni, saccheggiano -e furiosamente stringono il cassaro, dove -s’era rifuggito Temîm. Era il sei agosto del mille ottantasette. -Ma assalito invano il castello per parecchi -giorni, Temîm chiedea la pace, a patto di sborsare -trentamila, altri dice ottanta e altri centomila, dînar -d’oro,<a class="tag" id="tag379" href="#note379">[379]</a> liberare i prigioni cristiani, smettere la pirateria -contro Cristiani, e accordare franchigie doganali -ai Pisani ed ai Genovesi.<a class="tag" id="tag380" href="#note380">[380]</a> E i collegati, conseguito l’intento, -accettarono i patti, caricarono le navi d’oro, argento, -pallii, arnesi di bronzo, prigioni cristiani da liberare -o da rivendere, schiavi musulmani da recare al -<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span> -mercato, e ciascuno se ne andò in quella che chiamava -sua patria, a far mostra della preda, arricchire la chiesa -più favorita; e poi riarmare la nave, ed arrotar l’azza -e la spada contro un’altra città italiana. L’imbarbarita -musa arabica dell’Affrica si fece a descrivere -le calamità di Mehdia, cominciando a dire del -gran numero de’ nostri, agguerriti e feroci, che assalirono -improvvisamente un pugno di cittadini, avvezzi -a molle vita più che alle armi; ma sventuratamente ci -manca la più parte di questa lunga elegia. Intero abbiamo -lo scritto d’un italiano, il quale provandosi nei -principj del duodecimo secolo a cantare in una lingua -ch’ei non parlava, le geste di una nazione la quale -non vedea per anco la sua stella polare, dettò in versi -latini un racconto preciso e fedele nella importanza -de’ fatti, ma lo vestì di goffe metafore da romanzo, -facendo allestir da’ cittadini di Pisa e di Genova mille -navi in tre mesi, uccidere in Mehdia centomila Arabi, -liberare centomila Cristiani e simili baie.<a class="tag" id="tag381" href="#note381">[381]</a> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span> -</p> - -<p> -Il cauto normanno avea occupata Girgenti, mentre -i marinai italiani si apparecchiavano tuttavolta -all’impresa di Mehdia. Sbrigatosi di Benavert nell’ottantasei, -radunava a dì primo aprile dell’ottantasette -le milizie feudali, volenterose e liete per la speranza -d’acquisto; e sì conduceale all’assedio di Girgenti. -Ubbidiva allora Girgenti con Castrogiovanni e con -tutto il paese di mezzo, a un rampollo della sacra -<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span> -schiatta di Alì, del ramo degli Edrisiti che aveano -regnato un tempo nell’Affrica occidentale, e della -casa de’ Beni-Hamûd, la quale tenne per poco il califato -di Cordova (1015-1027) indi i principati di -Malaga e di Algeziras (1035-1057), ma cacciata dalla -Spagna, andò cercando fortuna qua e là. Par che un -uomo di cotesta famiglia, passato in Sicilia, non sappiamo -appunto in qual anno, abbia preso lo stato in -quelle province, tra le guerre civili che si travagliarono -coi figli di Temîm; portato in alto non da propria virtù, -ma dal nome illustre e dalle pazze vicende dell’anarchia. -Chamut il suo nome, qual si legge nel Malaterra -e ben risponde alla voce che a nostro modo si -trascrive Hamûd.<a class="tag" id="tag382" href="#note382">[382]</a> Il quale si rannicchiò tra sue rupi -<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span> -inaccesse di Castrogiovanni, mentre la moglie e i -figliuoli si trovavano in Girgenti, e i Normanni circondavano -la città, batteano le mura con lor macchine; -tanto che occuparonla a dì venticinque luglio -del medesimo anno. Ruggiero v’acconciò fortissimo -un castello, munito di torri, bastioni e fosso; lasciovvi -buon presidio, e battendo la provincia, in breve ne -ridusse undici castella: Platani, Muxaro, Guastanella, -Sutera, Rahl, Bifara, Micolufa, Naro, Caltanissetta, Licata, -Ravanusa; talchè occupava tutto il paese dalla -foce del fiume Platani a quella del Salso ed a -Caltanissetta, di che ei compose non guari dopo, -con qualche aggiunta, la Diocesi di Girgenti, ed -or vi risponde tutta intera la provincia di questo -nome e parte della finitima di Caltanissetta. La moglie -ed i figliuoli dell’Hamudita caduti in suo potere, -tenne Ruggiero in sicura ed onorata custodia; pensando, -così nota il Malaterra, che più agevolmente -avrebbe tirato quel principe agli accordi, con serbare -la sua famiglia illesa da tutt’oltraggio.<a class="tag" id="tag383" href="#note383">[383]</a> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span> -</p> - -<p> -E veramente, Ibn-Hamûd si vedea chiuso d’ogni -banda in Castrogiovanni; occupata da’ Cristiani tutta -l’isola, fuorchè Noto e Butera; potersi differire, non -evitar la caduta; nè egli ambiva il martirio, nè i pericoli -della guerra, nè pure i disagi di gloriosa povertà. -Ruggiero fattosi un giorno con cento lance presso la -rôcca, lo invitava ad abboccamento; egli scendea -volentieri ed ascoltava senza raccapriccio i giri di parole -che conduceano a due proposte: rendere Castrogiovanni -e farsi cristiano. Dubbiò solo intorno il -modo di compiere il tradimento e l’apostasia, senza -rischio di lasciarci la pelle: alfine, trovato rimedio a -questo, accomiatossi dal Conte, il quale se ne tornava -tutto lieto a Girgenti. Nè andò guari che il normanno -con fortissimo stuolo chetamente s’avviava -alla volta di Castrogiovanni; nascondeasi in un luogo -appostato già col musulmano; e questi, fatti montar in -sella suoi cavalieri, traendosi dietro su i muli quanta -altra gente potè, quasi a tentare impresa di gran momento, -uscì di Castrogiovanni, li menò diritto all’agguato. -E que’ fur tutti presi; egli accolto a braccia aperte. -<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span> -Allor muovono i Cristiani alla volta della città; la -quale priva de’ difensori più forti, si arrende a patti, e -Ruggiero vi pone a suo modo castello e presidio. Ibn-Hamûd -poi si battezzò, impetrato da’ teologi del Conte -di ritenere la moglie ch’era sua parente ne’ gradi -permessi dal Corano, vietati dalla disciplina cattolica. -Ma non tenendosi sicuro de’ Musulmani in Sicilia, nè -volendo che Ruggiero pur sospettasse di lui in -caso di cospirazioni o tumulti, il cauto e vile Ibn-Hamûd -chiese di soggiornare in Terraferma; ebbe da -Ruggiero certi poderi presso Mileto e quivi lungamente -visse vita irreprensibile, dice lo storiografo -normanno.<a class="tag" id="tag384" href="#note384">[384]</a> -</p> - -<p> -Ultima resistè con le armi la città di Butera; ultima -s’arrese Noto. Fortissima l’una di sito, fertilissima -di territorio, prosperò sotto la dominazione -musulmana; incivilita al par che ricca, patria di un -elegante poeta, il quale nella prima metà del secolo seguente -ornò la corte di re Ruggiero in Palermo. Il conte -Ruggiero movea con l’esercito all’assedio di Butera -in su l’entrar d’aprile del mille ottantanove; la strignea -<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span> -da tutti i lati; apprestava le macchine a battere -il castello, quando ebbe avviso che papa Urbano secondo, -venuto in Sicilia a trattare secolui gravissimo -negozio, sostava alla corte in Traina. Donde Ruggiero, -lasciata ai suoi capitani la cura della guerra, -andava ad abboccarsi col papa; e quando questi partì, -gli offria ricchi doni. Ritornato al campo sotto Butera, -ebbela a patti; messe presidio nel castello e mandò in -Calabria i più potenti cittadini. Nel febbraio del mille -novantuno, stando egli a Mileto, veniano oratori di -Noto a profferire la sottomissione; la quale egli accettò, -francando la città di tributo per due anni e rimandò -co’ legati il figliuolo Giordano, che occupasse il castello. -La moglie e il figliuolo di Benavert si rifuggivano -allora in Affrica.<a class="tag" id="tag385" href="#note385">[385]</a> -</p> - -<p> -Insignoritisi per tal modo i Normanni dell’isola -tutta, Ruggiero navigò lo stesso anno millenovantuno al -conquisto di Malta, dalla quale cominciar volle, scrive -il biografo, a soggiogare novelle province oltre il mare, -per isfogar quella sua brama di acquisti e quel bisogno -ch’egli sentia di muoversi, affaticarsi, guerreggiare. -Mentre apparecchia la spedizione e chiamavi i suoi -baroni, gli vien detto che Mainieri di Acerenza, richiesto -da lui d’un abboccamento, avea risposto al messaggero: -io nol rivedrò in viso che quando avrò da fargli -<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span> -del male. Acceso d’ira a cotesta ingiuria, il conte ripassa -incontanente in Terraferma; Pietro di Mortain lo segue -entro otto dì con un esercito levato in Sicilia, pieno -forse di Musulmani; col quale Ruggiero muove in fretta -contro Acerenza, la stringe di assedio, sì che Mainieri -scendea a chiedergli perdono, ed ei lo multava di -mille soldi d’oro. Pria di ritornare in Sicilia, diè il guasto -al territorio di Cosenza che avea disdetta la signorìa -del favorito Duca di Puglia. Poi comanda ch’entro -quindici dì si adunino le genti e le navi al Capo -Scalambri<a class="tag" id="tag386" href="#note386">[386]</a> che difende da ponente il porto detto di -Longobardo, la Caucana di Tolomeo e di Procopio, -donde Belisario era passato al racquisto di Malta quattro -secoli avanti di lui. Del mese di luglio andovvi il -Conte, vigoroso e verde, che non gli pesavano i sessant’anni -ed avea tolta testè la terza moglie. Pregandolo -il figliuolo Giordano che gli concedesse di -capitanare l’oste, forte ei se ne adirò; disse che essendo -primo nel partaggio degli acquisti, primo entrar -voleva anco ne’ rischi e ne’ travagli; e comandò -al figliuolo che nell’assenza sua girasse la Sicilia con -grosso stuolo, senza posare mai in città murata o -castello. Di che l’ambizioso giovane piangea di rabbia. -Ruggiero, fatto dar nelle trombe e negli strumenti di -musica, de’ quali par avesse composta una banda con -valenti suonatori, fatto salpare le ancore e scior le -vele, approdò a Malta, al secondo giorno di navigazione: -prima tra tutte la sua nave, primo egli a sbarcare -co’ tredici cavalieri che soli avea seco: scaramucciando -co’ Musulmani aspettò l’arrivo delle altre -<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span> -navi, e con le genti dormì su la spiaggia. La dimane, -sparge i cavalli per la campagna; muove contro -la città col grosso dell’oste. Ma il <i>Kaid</i> e gli abitatori -non usi alle armi, si affrettavano a venire a parlamento, -si sforzavano a raggirarlo; nè potendo vincerlo -d’astuzia più che di forza, pattuivano di liberare -tutti i prigioni cristiani, consegnare armi, cavalli -e tutt’arnesi di guerra, pagare incontanente una -grossa taglia e indi tributo annuale, tenendo la città -a nome del conte Ruggiero e prestandogli giuramento -di fedeltà. Ruppero in lagrime i guerrieri cristiani, -quando i prigioni sciolti da’ ceppi lor si fecero incontro, -cantando il <i>Kirie eleison</i>, recando in mano le croci, -qual di legno, qual di canna, come ciascuno avea potuto -farsene; e gittavansi a’ piè di Ruggiero. Il quale -li scompartì tra tutte le navi quando salparono per -tornare in Sicilia, e temea non calassero al fondo per -troppo peso; ma seguì il contrario effetto, così il Malaterra, -chè il nuovo carico le rendea tanto leggiere -da levarsi sul pelo delle acque un cubito più che -all’andata. Cammin facendo, senz’altri miracoli, sbarcarono -al Gozzo; la saccheggiarono, la assoggettarono -al dominio di Ruggiero. Questi poi, toccata la terra di -Sicilia, adunava i prigioni cristiani di Malta, loro accordava -la libertà; offria terreni e strumenti di agricoltura -ed esenzione perpetua dalle tasse ed angherie -e che lor edificherebbe una città a bella posta, con -nome di Villafranca, s’eglino rimanessero in Sicilia. -Ma amaron meglio di ritornare ciascuno a casa sua. -Per liberalità del conte, erano traghettati gratuitamente -oltre il Faro; sì che andarono spargendo per -<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span> -ogni luogo, il valore e la larghezza del liberatore.<a class="tag" id="tag387" href="#note387">[387]</a> -Con questo atto di carità coronava Ruggiero il conquisto -della Sicilia, compiuto a Malta in persona, com’egli -in persona lo avea cominciato a Messina, -trent’anni innanzi. -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="cap7">CAPITOLO VII.</h2> -</div> - -<p> -Il vincitore, quasi antico e natural principe, -resse l’isola tranquillamente ne’ dieci anni che seguirono, -mentre pur la società dall’imo al sommo si -rimescolava; mutandosi la popolazione, le proprietà, -le condizioni civili, i costumi, le usanze, i magistrati -le leggi, la religione. Sola rivolta de’ soggiogati fu -quella di Pantalica: grossa città in quel tempo, fortissima -per lo sito in una roccia tutta stagliata, -bagnata dall’Anapo, abitata in età remotissima da -un industre popolo, che incavò quasi un alveare -di nicchie nella parete liscia del masso.<a class="tag" id="tag388" href="#note388">[388]</a> I Musulmani -<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span> -di Pantalica nell’anno millenovantatrè dell’èra -volgare, tumultuavano, ebbri di gioia, sentendo la -morte del temuto signor feudale del luogo, Giordano, -figliuolo del Conte. Questi, ch’era sopraccorso a Siracusa -all’annunzio della malattia di Giordano e l’avea -trovato estinto, celebrate appena le esequie, mosse -contro i ribelli con gli stanziali della sua guardia; -chiamò al servigio le milizie de’ baroni: superata la -difficoltà de’ luoghi e l’ostinazione dei difensori, impiccò -per la gola i caporioni; punì altri con varii -tormenti; cavò la pazzia a questa città, conchiude, -brutalmente, il Malaterra. Narrando, con ciò, come -alla morte di Giordano i Cristiani che si trovavano in -Siracusa avessero pianto amaramente per desiderio -del prode giovane, e compassione del misero padre, e -come i Musulmani del luogo non avessero saputo -frenare le lacrime, ei nota, maligno, che furono lagrime -di convulsione, non già d’amore.<a class="tag" id="tag389" href="#note389">[389]</a> -</p> - -<p> -Matto dunque chi resiste, perfido e vile chi si -acconcia: così alla corte normanna si ragionava. Il -signore, operando più savio che non parlassero i -cortigiani, non si affidò al solo terrore. Vedea quella -generazione, decimata dalle guerre e dagli esilii, -stanca de’ piccoli tiranni, non chieder altro che riposo -e giustizia. E l’uno e l’altro ei le diè; e ne -ottenne che i Musulmani, se non lo amarono, lo -tennero necessario a loro prosperità; l’ubbidirono, -<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span> -anzi lo secondarono, procacciando insieme col proprio -l’utile di lui. Dell’incivilimento degli abitatori -musulmani, latini e greci, ei raccolse una quantità -di forza, che s’era sterilmente consumata per l’addietro. -Ei trasse danari e soldati dai Musulmani più -che dagli altri, perchè erano di gran lunga più numerosi -e più industri, più compatti in lor ordine sociale, -più ubbidienti al principe. Maneggiando tal -forza, ei prevalse sugli altri feudatarii normanni. Con -la fama ch’egli avea ben meritata d’uom di guerra -e di Stato, savio, giusto, religioso, con la possanza -della mente e dell’animo suo, tenne il primato nell’Italia -a mezzogiorno del Tevere e contò tra i monarchi -d’Europa.<a class="tag" id="tag390" href="#note390">[390]</a> -</p> - -<p> -A lui si volsero tutti gli sguardi alla morte di -Roberto; quando chi parteggiò per l’uno chi per l’altro -figliuolo, ma ciascuno pensò veramente ai fatti -suoi proprii, e dimostrossi, dice il Malaterra, la slealtà -di molti Pugliesi.<a class="tag" id="tag391" href="#note391">[391]</a> Slealtà, nel costui linguaggio, significava -impazienza del giogo normanno, chè giogo -egli stesso il chiama; significava ricusare il tributo e -il servigio che il duca, all’uso normanno,<a class="tag" id="tag392" href="#note392">[392]</a> richiedea -dalle città, le quali un tempo elessero console il capo -de’ condottieri; richiedea da’ condottieri che chiamarono -<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span> -un compagno a capitanare tutte le forze in guerra.<a class="tag" id="tag393" href="#note393">[393]</a> -Il vero è che cittadini longobardi o calabresi, e baroni -normanni e italici, rivendicavano loro diritti usurpati -da Roberto e usavano la discordia de’ costui figliuoli: -donde Ruggiero, novello duca, dovea ad un tempo -difendersi da Boemondo e domare le città e baroni -ricalcitranti, adoperando armi della stessa tempra -che le loro, inefficaci e mal fide.<a class="tag" id="tag394" href="#note394">[394]</a> Gli stese allor la -mano il conte Ruggiero, il quale avea promesso, dicono, -a Roberto di mantener quell’ordine di successione,<a class="tag" id="tag395" href="#note395">[395]</a> -ed era partecipe dell’intento politico che lo -dettò: mostrare, com’io penso, alla Puglia un principe -di schiatta longobarda per via della madre, talchè i -soggetti gli ubbidissero più volentieri, gli estranii di -Benevento e Capua lo desiderassero. Si notò, in vero, -la condiscendenza del novello duca verso i Longobardi.<a class="tag" id="tag396" href="#note396">[396]</a> -Intanto i fatti rivelano il disegno, forse l’accordo, -fermato tra’ due Ruggieri: che il Duca cedesse -del tutto al Conte la Sicilia, le Calabrie e fors’anco lo -favorisse nell’acquisto d’altri territori più settentrionali; -e il Conte prestasse a lui le armi per costituire un -sol principato di lì al Garigliano e al Tronto. Combacia -con tal disegno il detto di Malaterra, che alla -nascita di Simone (1093) successore immediato del -<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span> -Conte, fu certo il futuro duca di Sicilia e di Calabria, -per l’assentimento del duca Ruggiero di Puglia.<a class="tag" id="tag397" href="#note397">[397]</a> -Dalle quali parole e’ sembra che siasi trattato, se pur -non fermato con carte, di costituire in Ducato i dominii -del Conte; il qual disegno verosimilmente tornò -vano per difficoltà della corte papale. Per opera del -conte Ruggiero fu esaltato (1085) al trono ducale il -nipote; il quale gli diè per arra la metà delle castella -di Calabria, riserbata a Roberto nel primo partaggio.<a class="tag" id="tag398" href="#note398">[398]</a> -Per opera sua Boemondo, a capo di due anni, posò le -armi con magro accordo; e furono oppressi i baroni -che alzavan la testa.<a class="tag" id="tag399" href="#note399">[399]</a> Ma cadute in Sicilia le ultime -città musulmane independenti, Ruggiero adoperò, senza -tema di ferirsi da sè medesimo, uno strumento di guerra -ch’egli avea sperimentato molto rispettivamente in Sicilia -stessa,<a class="tag" id="tag400" href="#note400">[400]</a> e Roberto con men pericolo a Roma; e che, -in mano de’ suoi successori, battè per un secolo e mezzo -i paesi meridionali di Terraferma. Volendo il Duca -ridurre la città di Cosenza, il conte Ruggiero, del -millenovantuno, conduce a campo sotto quella città, -insieme con le milizie feudali, parecchie migliaia di -Saraceni di Sicilia; dispone l’assedio a suo modo; -e quando i Cosentini voglion calare agli accordi, -<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span> -lui chiaman arbitro. In merito del quale aiuto il Duca -gli concedea mezza la città di Palermo. Egli, andatovi -immantinenti, afforzato un castello nella sua parte di -città, seppe sì bene ordinare l’amministrazione comune -delle pubbliche entrate, o con tal durezza -fiscale aggravare i cittadini, che il Duca incominciò -a ritrarre dalla sua metà maggior frutto che pria -non gli avesse reso l’intero.<a class="tag" id="tag401" href="#note401">[401]</a> -</p> - -<p> -Molte altre migliaia di Musulmani veniano col -Conte a Castrovillari, insieme con cavalli e fanti cristiani, -a soccorrere il duca Ruggiero nella pericolosa -ribellione di Guglielmo di Grantimesnil (1094): Musulmani, -leggiamo, di Sicilia e di Puglia;<a class="tag" id="tag402" href="#note402">[402]</a> ond’e’ sembra -che ne fossero stati tramutati in quella provincia, -e allogati in alcun feudo del conte, sia a dirittura -dalla Sicilia, sia dopo una sosta in Calabria.<a class="tag" id="tag403" href="#note403">[403]</a> Ventimila -Saraceni, come è scritto in una cronica,<a class="tag" id="tag404" href="#note404">[404]</a> seguivano -il Conte all’assedio d’Amalfi (1096) dove chiamollo -il Duca, promettendogli una metà della terra se -la espugnassero. Ma accadde una grande sventura, -dice il monaco Malaterra: sparsa voce nel campo che -papa Urbano avesse bandita la guerra de’ Luoghi Santi -e che vi corresse tutta l’Europa, quell’ambizioso di -<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span> -Boemondo, si fe’ attaccare una croce su le vestimenta; -la gioventù per vaghezza di cose nuove gli corse dietro -a gara; e lasciaron lì il Duca e il Conte, con sì -poche forze che furono costretti a levare l’assedio.<a class="tag" id="tag405" href="#note405">[405]</a> -</p> - -<p> -Crebbe tanto nel millenovantotto il numero dei -Musulmani levati in Sicilia, che lo storiografo afferma -non aver il Conte mai capitanato più grosso esercito. -Quando furono posti gli alloggiamenti a San Marco di -Calabria, pareano innumerevoli le brune tende dei -Saraceni;<a class="tag" id="tag406" href="#note406">[406]</a> si vedean le colline coperte di lor buoi, -pecore, capre, come se vi pascolassero insieme le -greggi di Laban e di Giacobbe. Capua avea disdetta -l’obbedienza al principe Riccardo, della casa normanna -d’Aversa; il quale, non potendo osteggiarla -con le sue proprie forze, avea chiesti aiuti al Duca, -offrendogli omaggio feudale, e al Conte promettendo -di procacciargli, non so in che guisa, l’acquisto di -Napoli. Allettato dalla quale speranza, pregato caldamente -dal Duca, Ruggiero aveva assentito. Condotte -le sue genti, quasi tribù nomadi, in guisa che -loro non mancasse mai pastura per le greggi, strinse -Capua con molta arte di guerra; costruì per uso degli -assedianti un ponte di legno sul Volturno; sopravvide -ei medesimo assiduamente ogni fazione di guerra; -<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span> -sì che la città alla fine sottometteasi.<a class="tag" id="tag407" href="#note407">[407]</a> Tanto cospicuo -egli apparve in quest’assedio, che la leggenda monastica -gli riferì un miracolo: fe’ calare un angelo sotto -le sembianze di San Brunone, ad avvertirlo in sogno -che Sergio, condottiero di dugento soldati greci del suo -esercito, stesse per introdurre il nemico nel campo.<a class="tag" id="tag408" href="#note408">[408]</a> -</p> - -<p> -Del rimanente le memorie ecclesiastiche narrano -del conte Ruggiero, nella stessa impresa di Capua, -un episodio per nulla edificante. Sant’Anselmo -arcivescovo di Canterbury, fuggendo l’ira di Guglielmo II -d’Inghilterra, venuto era in Italia per faccende -non sappiam se della Chiesa o del mondo; -e invitato, dice il suo discepolo Eadmero, dal duca di -Puglia, soggiornava nel campo sotto Capua, quando -capitovvi Urbano secondo. Il dotto arcivescovo, gareggiando -di riputazione col papa e attirando a sè ogni -maniera di gente devota o curiosa, non isdegnava -i visitatori Musulmani, li adescava anzi con suoi camangiari;<a class="tag" id="tag409" href="#note409">[409]</a> -e tanto con loro si addimesticò, che soleva -andare a visitarli negli alloggiamenti loro, appartati -da quelli de’ Cristiani; e v’era accolto con -giubilo e benedizioni e i mansueti Infedeli non potendo -tutti appressarsi, gli si prosternavano da lungi; a -loro usanza, scrive Eadmero, baciavano le proprie -<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span> -mani accennando d’inviare i baci al santo uomo. Insinuatosi -per tal modo a discorsi più gravi, credette -Anselmo che parecchi avrebbero rinnegato l’islam, -se non avessero temuta la crudeltà del Conte, solito -a punire severamente chi di loro si facesse Cristiano. -«Perchè il Conte così operasse, nol voglio indagare -e se la vegga egli con Dio» conchiude il frate inglese.<a class="tag" id="tag410" href="#note410">[410]</a> -Nè potremmo noi indagarlo, senza sapere appunto se -l’arcivescovo abbia ben comprese o fedelmente riferite -le risposte, e se i Musulmani gli abbiano parlato -da senno. Il racconto di Eadmero prova pure che l’aristocrazia -ecclesiastica di quel tempo, sommessamente -accusava il conte di troppa tolleranza e nessuna disposizione -a seguire i pregiudizii religiosi, più tosto -che l’utilità dello Stato. E che ben si apponessero, -si scorge da quel dispetto del Malaterra contro Boemondo -e’ suoi seguaci della Crociata. Non altrimenti -pensavano i Musulmani, come si vede da un singolare -racconto d’Ibn-el-Athîr. -</p> - -<p> -Il quale, facendosi a dir della presa d’Antiochia, -rintraccia, non senza acume, i primordii delle Crociate -nell’occupazione di Toledo (1086) e altre città di -Spagna pe’ Castigliani; nel conquisto normanno della -Sicilia; negli assalti degli Italiani su la costiera d’Affrica.<a class="tag" id="tag411" href="#note411">[411]</a> -La sintesi che il guidava nelle tenebre della -storia occidentale, col solo barlume del nome de’ Franchi -<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span> -e dell’impero, lo porta indi a supporre che un -Baldovino, re dei Franchi, vago di conquisti, avesse -invitato il conte Ruggiero a un’impresa in Affrica. -Ma consultando co’ suoi ottimati, e vedendoli plaudire -ciecamente a quel partito, Ruggiero con un atto -molto laido e villano,<a class="tag" id="tag412" href="#note412">[412]</a> rispose che il loro consiglio -non valea più che tanto. «Tralascio la molestia, ripigliò, -tralascio la spesa del fornir a’ Franchi navi da -trasporto e un grosso di soldati; ma non riflettete -voi che, se tenessimo l’invito, saremmo sempre perdenti, -anco vincendo? Vincendo, ecco stanziati i Franchi -in Affrica, ecco rapito da loro alla Sicilia il commercio -ch’essa vi fa: e per lo primo la ricca tratta -de’ grani! Non vincendo, ecco Temîm, che visto venire -i Franchi dalla Sicilia e quivi ritrarsi, ci chiama -a ragione sleali, disdice il trattato: ed ecco tronche -le relazioni nostre con l’Affrica, le quali a noi giova -mantenere, finchè non possiamo mettere insieme tante -forze da provarci noi soli al conquisto!» Chiamato -indi l’oratore di Baldovino, gli rispondea Ruggiero -non poter dare aiuto, sendo vincolato da trattati con -l’Affrica; che se i Franchi bramavano di mercar -lode combattendo contro i Musulmani, si volgessero -più tosto alla liberazione dei Luoghi Santi.<a class="tag" id="tag413" href="#note413">[413]</a> A prima -<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span> -vista quel cenno dei disegni su l’Affrica e quel nome -di Baldovino, darebbero sospetto di un anacronismo -del compilatore, che avesse scambiato il conte Ruggiero -col re, e la prima con la seconda crociata. -Ma sendo gli scrittori musulmani molto bene informati -de’ costumi e imprese del re Ruggiero, più -verosimile e’ mi sembra il supposto che la tradizione -tornasse veramente a’ tempi del padre, e che -i Musulmani contemporanei del re, senza fingere da -capo a fondo la ripugnanza del conte e l’energia plebea -con che l’esprimea, avesservi aggiunti i particolari -ov’è detto dell’Affrica. Può darsi anco che la -tradizione musulmana abbia confusi due rifiuti simili -del vecchio conte: quello a’ Pisani ed a’ Genovesi -che l’invitavano all’impresa di Mehdia<a class="tag" id="tag414" href="#note414">[414]</a> e -quello a tutta l’Europa quando gridò la prima volta: -Iddio lo vuole! -</p> - -<p> -Comunque giudicasse il volgo dell’undecimo secolo -la indifferenza religiosa di Ruggiero, il sacerdozio -era disposto a perdonargli ogni cosa. Reggeano ormai -la Chiesa gli adetti di alcune scuole vescovili di -Francia e di Germania e sopratutto i monaci di pochi -ordini potentissimi per riputazione di santità e -dottrina, e non meno per ricchezze, parentele e -séguito appo i grandi; com’era stato poc’anzi il -monastero di Monte Cassino, com’erano tuttavia, -prevalendo il genio ecclesiastico della Francia, quei -di Fleury, del Bec e di Cluny: vivai di papi, prelati, -ministri di Stato; centri di maneggi politici, -<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span> -dove la potenza mondana era il fine, la religione -il mezzo, e la corte di Roma il centro di gravità. -Era nata cotesta scuola politica da un secolo in -circa, mentre i laici, nobili e plebei, deliravano tra -vani terrori, pasceansi di superstizioni; e i molti -ignoranti del clero accoppiavano la credulità all’impostura. -Scuola di savii che voleano usare l’altrui -semplicità ad effetto grande e santo a prima vista: -far comandare l’intelletto alla forza; guidare con -unità di consiglio, nella via della Fede, della morale, -del ben pubblico, quella società feudale eterogenea -e disgregata che fermentava per tutta Europa. La -quale scuola, trascinata dagli interessi, divenne setta; -e, come disarmata, adoperò necessariamente l’ambito -e le astuzie; preferì gli effetti alle teorie, accomodò -la morale ai propri intenti, si insinuò nelle corti, -trattò matrimonii, intavolò negoziati politici, promosse -l’uno, rovinò l’altro, stese un paretaio da -chiappare donazioni d’ogni maniera: lo Stato della -contessa Matilde, come il bottino di Roberto Guiscardo. -</p> - -<p> -I precursori de’ Gesuiti, nell’undecimo secolo, non -erano uomini da accendersi d’intempestivo zelo contro -Ruggiero, mentr’egli in Sicilia rifabbricava chiese, -fondava monasteri e vescovadi, arricchiva il clero, lo -adoperava nelle faccende civili; mentre in Terraferma -ei veramente ereditava la potenza di Roberto. -Urbano II, rampollo di Cluny, discepolo d’Ildebrando, -salito alla cattedra di S. Pietro (settembre 1087) -tra le minacce d’Arrigo IV e d’un antipapa, si mostrò -osservantissimo verso il conte; ancorchè questi, -<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span> -com’e’ parmi, ambisse più che il papa non voleva -o non potea concedergli.<a class="tag" id="tag415" href="#note415">[415]</a> E prima Urbano andava -appo lui in Sicilia (1089) per trattare, scrive il Malaterra, -d’un accordo con la Chiesa Costantinopolitana;<a class="tag" id="tag416" href="#note416">[416]</a> -ma piuttosto, credo io, de’ riti della Chiesa -greca di Sicilia e di Calabria e in generale dell’ordinamento -ecclesiastico nell’isola; o più che tutto -questo, degli interessi della corte romana in Terraferma.<a class="tag" id="tag417" href="#note417">[417]</a> -Il silenzio serbato dal cronista per parecchi -anni su le cose della corte di Roma, fa supporre -che Ruggiero non si lasciò menare dal papa, finchè -ei non vide il destro di guadagnar potenza e splendore. -Perchè il papa lo sollecitò (1095) a dar una sua -figliuola a Corrado, figlio d’Arrigo IV, ribellatosi dal -padre ed ajutato dalla Chiesa; il quale, per diffalta -di danari, mal reggeasi contro la parte imperiale in -Italia. Ma il cauto normanno, vedendo che si volea -soprattutto la dote, non assentì di leggieri: il persuasero -bensì i suoi ottimati, massime Roberto vescovo -di Traina, il quale com’italiano, dice il Malaterra, ben -sapea le condizioni delle cose nell’Italia di sopra e -quale assegnamento far si potesse in Corrado.<a class="tag" id="tag418" href="#note418">[418]</a> E Roberto -<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span> -o sapea poco, o ingannò il suo signore. Par -che altri denari si sperassero dopo la dote: e forse -Ruggiero ne diè allora in sussidio alla corte pontificale, -come poscia nel 1100 quand’egli somministrava -mille once d’oro a Pasquale II,<a class="tag" id="tag419" href="#note419">[419]</a> poichè Urbano con -ogni maniera di ossequio cercò quasi la grazia di -Ruggiero, non ostante l’avversione di lui alla Crociata. -All’assedio di Capua (1098) arrivò il papa a -pregarlo non esponesse la sua vita, tanto necessaria -a Roma e all’Italia, perchè egli era il terrore de’ tristi.<a class="tag" id="tag420" href="#note420">[420]</a> -</p> - -<p> -Ritornato il Conte dopo l’impresa di Capua a -Salerno, Urbano l’andò a trovare per trattare secolui -gravi negozii, pria ch’e’ ripartisse alla volta di -Sicilia; e tanta premura ebbe di antivenire la sua -visita, ch’ei lasciò aspettare gli Arcivescovi apparecchiati -col clero a condurlo in processione alla chiesa -di San Matteo. Il dì appresso egli accordava alla corona -di Sicilia il privilegio dell’Apostolica Legazia, del -quale diremo nel capitolo nono, trattando la costituzione -dello Stato. Vuolsi qui notar solamente che -il papa avea nominato Legato in Sicilia, senza saputa -del Conte, quel Roberto vescovo di Traina, del quale -si è fatta parola poc’anzi: e che Ruggiero mal soffriva -l’atto della romana corte, fors’anco la persona -di Roberto, e minacciava di non accettarlo: onde -il papa, per gratificare colui che con tanto zelo -avea servito alla fede cristiana, cassò la elezione e -<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span> -istituì Legato perpetuo il Conte stesso e i suoi successori. -Così il Malaterra.<a class="tag" id="tag421" href="#note421">[421]</a> Urbano nella bolla di concessione, -ricorda con somiglianti parole, la grazia divina -avere accordato trionfi ed onori alla saviezza di -Ruggiero; il suo valore aver ampliata la santa Chiesa -sopra i Saraceni; e la sua virtù essersi mostrata in -molte guise devota all’apostolica sede. Pur non è chi -non vegga come quel singolare privilegio fosse dovuto -non meno ai meriti religiosi del conte, che alla -sua potenza politica, al bisogno che avea il papa -di lui, e al saldo proponimento con che seppe serbar -interi i diritti del principato, o meglio direbbesi della -società laica, ch’egli avea appresi da Cristiani di Calabria -e di Sicilia seguaci della Chiesa greca; e poi -li sostenne col coraggio di una religione virile, di -un sano intelletto, liberatosi di molte ubbie settentrionali -nei quarant’anni ch’egli avea praticato co’ Musulmani, -co’ Bizantini e co’ gesuiti di quella età. -</p> - -<p> -Su l’apice della fortuna, la morte il colse a dì -ventidue giugno del millecentuno, nel settantesim’anno -dell’età sua;<a class="tag" id="tag422" href="#note422">[422]</a> felice anco in questo, ch’ei vedeva assicurata -la successione del dominio a’ suoi proprii -figliuoli. Molte figliuole ebbe Ruggiero, maritate altre -a feudatarii altre a principi: Busilla a Coloman re -<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span> -d’Ungheria (1097);<a class="tag" id="tag423" href="#note423">[423]</a> Costanza a Corrado re d’Italia -figliuolo d’imperatore (1093);<a class="tag" id="tag424" href="#note424">[424]</a> Matilde a Raimondo -conte di Tolosa e di Provenza (1080);<a class="tag" id="tag425" href="#note425">[425]</a> Emma a Roberto -conte, di Clermont, dopo che l’avea chiesta Filippo -I di Francia per cupidigia della dote.<a class="tag" id="tag426" href="#note426">[426]</a> Ma dei -maschi legittimi par che il solo Goffredo vivesse nel -milleottantanove, quando, perduta la seconda moglie -Eremberga, il conte sposava Adelasia; dava a una -costei sorella Giordano, all’altra promettea Goffredo, -fanciullo e infermiccio, tal che ebbe ad entrare piuttosto -in un chiostro.<a class="tag" id="tag427" href="#note427">[427]</a> La morte di Giordano pertanto -metteva in forse la successione, allorchè Adelaide partorì -(1093) Simone<a class="tag" id="tag428" href="#note428">[428]</a> e quindi (1095) Ruggiero.<a class="tag" id="tag429" href="#note429">[429]</a> Trapassava -<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span> -così il vecchio conte con la speranza di -lasciare alla sua schiatta la Sicilia e la Calabria costituite -in ducato; nè presagiva egli al certo che, a -capo di trent’anni, vi sarebbe aggiunto il retaggio -di Roberto Guiscardo, quel della casa d’Aversa, la -repubblica di Napoli, la costiera d’Affrica e una corona -reale. -</p> - -<p> -Or diremo particolarmente di quest’Adelaide, il -governo della quale e la sua gente stanziata in Sicilia -rassodarono l’opera del fondatore. Secondo il Malaterra, -ell’era figliuola d’un fratello di Bonifazio, famosissimo -marchese degli Italiani.<a class="tag" id="tag430" href="#note430">[430]</a> Con le medesime -parole è designata in certi versacci latini attribuiti al -contemporaneo frate Maraldo;<a class="tag" id="tag431" href="#note431">[431]</a> l’Anonimo, contemporaneo -del re Ruggiero, la chiama Adele marchesa, -nata nelle parti di Lombardia del nobilissimo sangue -di Carlomagno, educata con singolar cura e informata -a nobili costumi;<a class="tag" id="tag432" href="#note432">[432]</a> e Odorico Vitale, della età stessa -<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span> -dello Anonimo, la dice Adele, figliuola di Bonifazio ligure.<a class="tag" id="tag433" href="#note433">[433]</a> -Donde il Pirro e il Muratori tennero verosimile -che quel Bonifazio fosse il supposto marchese di -Monferrato di tal nome:<a class="tag" id="tag434" href="#note434">[434]</a> e, s’e’ non toccarono il segno, -se ne scostarono di poco, perocchè liguri e lombardi si -chiamarono allora indistintamente gli abitatori di -quella provincia. Veramente le vicende del Monferrato -dal mezzo del duodecimo secolo in su, duravano -oscurissime infino a questi dì nostri e favolose in -parte le genealogie.<a class="tag" id="tag435" href="#note435">[435]</a> Rischiarò il campo, or son -pochi anni, Giulio de Conti di San Quintino, mettendo -da canto le moderne tradizioni locali e affidandosi -a’ soli diplomi;<a class="tag" id="tag436" href="#note436">[436]</a> se non che la critica troppo -meticolosa lo condusse al grave errore di far due -famiglie diverse di una che compariva in carte diverse -con nomi e condizioni pressocchè identiche. -Ma è giudicato oramai cotesto errore. E due uomini -eruditissimi nelle storie italiane del Medio evo, il nostro -Cornelio De’ Simoni, dico, e Teodoro Wüstenfeld -da Gottinga, hanno ricostruite felicemente le serie -dinastiche e il diritto pubblico di quel paese, fondando -l’edifizio su dotte e savie supposizioni, là -dove mancano gli attestati positivi e seguendo il -<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span> -metodo che adoperò il Muratori per illustrare la Marca -contigua, la quale racchiudea Genova, Tortona e Milano. -I lavori pubblicati dal De Simoni, e le lettere -scrittemi dal Wüstenfeld forniscono le seguenti notizie -su la famiglia dell’Adelaide madre di re Ruggiero.<a class="tag" id="tag437" href="#note437">[437]</a> -</p> - -<p> -Misurando una ventina di miglia su la riviera di -Ponente in guisa che Savona si ritrovi nel mezzo, e -prendendo sulla sponda dritta del Po quel tratto che -dal confluente del Tanaro risalisce fino a Verrua sopra -Casal Monferrato, avremmo i due lati minori del -trapezio, che al tempo di Otone primo, costituì una -delle Marche d’Italia.<a class="tag" id="tag438" href="#note438">[438]</a> Reggeala Aleramo, conte e -poi marchese, uom di legge salica; talchè potremmo -supporlo di nazione franca e trovar qui l’origine -della tradizione che in Sicilia il vantò nipote di Carlomagno. -I discendenti di Aleramo, usurpata, com’accadeva -allora in tutta Europa, la proprietà dell’ufficio -di marchese, lo esercitarono in comune per -parecchie generazioni: e da ciò, mi par nato per avventura, -l’uso che nelle province settentrionali d’Italia -si dia per urbanità il titolo della famiglia a tutti -i figliuoli; mentre ne’ paesi meridionali, sì come oltremonti -lo si riserba al primogenito. E veramente nei -giudizii e negli atti di dominio di quella Marca anteriori -al millecento, intervengono insieme parecchi -marchesi: poi, nel duodecimo secolo, si veggono divisi -<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span> -e suddivisi i territorii tra’ varii rami del ceppo -aleramico e chiamati finalmente marchesati, ancorchè -ormai tornassero a mere contee, le quali talvolta -non oltrepassarono l’ordinario territorio giurisdizionale -d’un visconte. Così nacquero i marchesati del Vasto, -Incisa, Busca, del Carreto, del Bosco, Ponzone, -Monferrato, Occimiano, Albenga, Ceva, Clavesana, -Cortemiglia, Loreto. -</p> - -<p> -Già a mezzo dell’undecimo secolo, separate le due -parti estreme della Marca, veggiam tre fratelli, Otone, -Manfredo e Anselmo, giurare insieme e con uguale -titolo, un patto con Savona; la quale tendendo al reggimento -municipale, svincolavasi come potea da’ Signori. -Ma succeduto ad Otone il figliuolo Bonifazio -detto del Vasto, e morti innanzi il 1079 Anselmo e Manfredo,<a class="tag" id="tag439" href="#note439">[439]</a> -fratelli o figliuoli di Otone, Bonifazio accrebbe -il territorio a scapito della Marca occidentale che abbracciava -Torino, Asti ed altri luoghi. Disputando -l’eredità di Adelaide di Susa a Corrado figliuolo di -Arrigo IV, a Umberto di Savoja e al conte di Mombeliard, -Bonifazio fu segno all’ira di Gregorio VII; -parteggiò sempre per gli imperatori contro i papi; -guerreggiò con cittadi che s’emancipavano; e imprigionato -una volta, osteggiato dal proprio figliuolo -per nome anch’egli Bonifazio, marchese d’Incisa, arrivò -pure a scompartire un vasto dominio agli altri -figliuoli. Non è meraviglia dunque che Malaterra il -vanti famosissimo marchese d’Italia. Nè torna inverosimile -<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span> -la nobile educazione data, secondo l’Anonimo, -all’Adelaide, figliuola orfana di Manfredo. Un -fratello di Adelaide per nome Arrigo, ricordato ne’ diplomi -siciliani al par che nei piemontesi, ebbe poscia -alto stato in Sicilia; e forse altri rampolli di Casa -aleramica eran venuti quivi a combattere sotto le insegne -de’ Normanni: di certo molti nobili uomini -della Marca aleramica vi tennero feudi, siccome più -largamente sarà detto nei capitoli che seguono. -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="cap8">CAPITOLO VIII.</h2> -</div> - -<p> -Convien ora esporre le condizioni politiche e sociali -che i Musulmani sortirono nel conquisto e con essi -i precedenti e novelli abitatori dell’isola; alla quale -investigazione spianò la strada il maestro del Diritto -pubblico siciliano, il sagace e dotto Rosario Gregorio, -nella «Introduzione» e nei primi libri delle -“Considerazioni.” Dal suo tempo in qua le fonti di -quel tratto di storia non sono cresciute gran fatto. -Mancano tuttavia le antiche leggi, da qualche incerto -brano all’infuori. Tace tuttavia la cronica della corte -e del campo, da Malaterra all’abate di Telese; cioè -tra la morte del conquistatore e la gioventù del secondo -Ruggiero: pressochè un quarto di secolo, che -racchiude la reggenza della contessa Adelaide e -forse l’assetto delle nuove colonie. Pur si raccatta -qualche cenno nei ricordi d’altre età o d’altri paesi; -e un po’ di luce si prende dai diplomi pubblicati o -inediti. In grazia poi degli strumenti di critica storica, -<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span> -perfezionati nel corso di questo secolo, si cava -miglior costrutto da’ materiali: talchè per tutti i versi -dobbiamo a’ nostri tempi di potere più dirittamente -giudicare e più liberamente scrivere, che non osasse il -cauto prelato siciliano sotto i Borboni di Napoli, aizzati -dalla rivoluzione francese. Or non sembri prosunzione -se noi ci proviamo a correggere qualche parte del -disegno che il Gregorio delineò, son or sessant’anni. -</p> - -<p> -Il quale avendo lavorato principalmente su’ diplomi, -e sendo noi costretti a far lo stesso, premettiamo -alcune avvertenze intorno la diplomatica siciliana -dell’undecimo e duodecimo secolo. In primo -luogo è da eliminare un documento accolto alcuni -anni addietro nell’Archivio di Napoli e presentato -il 1845 al congresso degli Scienziati d’Italia: -niente meno che un editto del vecchio conte -Ruggiero, dato il quattrocensettantaquattro dell’egira -(1081), promulgato in pien <i>divano</i> a Messina, per -notificare ai presenti ed ai posteri la istituzione dei -sette grandi uficii della Corona siciliana e il ceremoniale -di corte. Il tempo, il luogo e il titolo dell’adunanza, -la natura stessa e i termini dello statuto, -ripugnan tanto ai fatti fondamentali della storia siciliana, -da potersi rigettare quella scrittura senza pure -guardarla. Per lo contrario, ad occhi pratici basterebbe -guardarla senza badare al contenuto; scorgendosi -una rozza mano moderna che si prova per la -prima volta a imitare la scrittura arabica, o piuttosto -una confusione di caratteri cufici, neskhi e affricani, -or da carteggio plebeo, or da stile numismatico -o monumentale; e un terzo forse de’ vocaboli, contraffatti -<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span> -a ghirigori; e ne’ luoghi leggibili tanti errori -d’ortografia, di grammatica o di lingua, quante parole. -Ai quali segni e allo stile e tendenza dello scritto, ben -si riconosce la fattura dell’ignorante e temerario abate -Vella, del quale facemmo parola nel primo volume.<a class="tag" id="tag440" href="#note440">[440]</a> -</p> - -<p> -Ancorchè non occorrano di tali brutture nelle -carte siciliane pubblicate innanzi o dopo il Gregorio, -egli è da usare con precauzione tutte quelle scritte -originalmente in arabico o in greco; sendo la più -parte pieni di errori i testi, e sbagliate o stranamente -scontorte le versioni. Il qual vizio notai già particolarmente -pei diplomi arabici.<a class="tag" id="tag441" href="#note441">[441]</a> Poco minor guasto -<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span> -hanno patito i greci, presi a deciferare da ellenisti -digiuni della erudizione storica della Sicilia, come il -Lascari, ovvero da eruditi siciliani, come il Pasqualino -ed altri, i quali non sapeano per bene la lingua, -nè la paleografia greca de’ bassi tempi: e il peggio è -che perdutesi molte delle pergamene, altro non ci -avanza che le infelici traduzioni stampate dal Pirro, -dal Mongitore e da alcun altro. Nè sfugge del tutto -a tal biasimo, il diligentissimo Tardia;<a class="tag" id="tag442" href="#note442">[442]</a> nè quanti -han dato alla luce alla spicciolata de’ diplomi greci -nella prima metà del secolo che corre.<a class="tag" id="tag443" href="#note443">[443]</a> Con migliori -auspicii Giuseppe Spata da Palermo n’ha pubblicati -in questi ultimi tempi una sessantina.<a class="tag" id="tag444" href="#note444">[444]</a> Ed è ormai -da sperare la collezione compiuta delle carte greche -e arabiche dell’Archivio regio di Palermo, forse di -<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span> -tutte quelle dell’isola; poichè il professor Salvatore -Cusa va preparando il lavoro, e il Ministero della pubblica -istruzione ha promesso di sovvenire alle spese -della stampa. Userò io intanto le copie dei diplomi -arabici serbati in Palermo, le quali debbo alla cortesia -del Cusa; e le bastano già a mostrare il recente -progresso degli studii orientali in Italia.<a class="tag" id="tag445" href="#note445">[445]</a> Oltre i materiali -testè citati, v’ha qualche altro diploma greco -del principato normanno di Sicilia e di Calabria nell’ampia -ed accurata raccolta napoletana, data non è -guari dal Trinchera.<a class="tag" id="tag446" href="#note446">[446]</a> Quanto ai diplomi latini dell’epoca -stessa, pochi ne sono venuti alla luce dopo i -tempi del Gregorio<a class="tag" id="tag447" href="#note447">[447]</a> e gran numero dorme tuttavia -negli archivi pubblici o ecclesiastici dell’isola: del che -mi duole, ma non temo sia per tonarne gran danno, -poichè le memorie latine de’ principi normanni furono -sempre studio prediletto in Sicilia e il Gregorio adoperò -molto le inedite. -</p> - -<p> -Allo scorcio dell’undecimo secolo rimaneano al -certo nell’isola, non piccola parte della popolazione, -gli antichi abitatori italici ed ellenici<a class="tag" id="tag448" href="#note448">[448]</a> ai quali par -che accenni il Malaterra con le denominazioni di <i>cristiani</i> -e <i>cristiani greci</i>;<a class="tag" id="tag449" href="#note449">[449]</a> e meglio li distingue l’Amato -con quelle di <i>cristiani</i> e <i>cattolici</i>, che hanno appo lui -<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span> -significato contrario all’odierno, designando la prima -i popoli italici e oltramontani seguaci della Chiesa romana, -e il vocabolo <i>cattolici</i> i Greci di lingua o di -setta.<a class="tag" id="tag450" href="#note450">[450]</a> La scarsezza, in vero, dei ricordi, la somiglianza -de’ nomi proprii tra i Bizantini e i Siciliani e tra questi -e gli abitatori di Terraferma infino al Garigliano, -la promiscuità di soggiorno delle genti diverse nelle -medesime città e talvolta negli stessi villaggi, rendono -difficile a confermare con altre prove la durata -di quelle due schiatte; la quale sarebbe sempre da -supporre, quand’anche non l’attestassero i cronisti. -Pur si ritrovano indizii dell’origine, ne’ nomi di quelle -poche centinaia di villani di Aci, Catania, Cefalù e di -qualche terra in provincia di Palermo, de’ quali ci -avanzano, per caso rarissimo, le platee, ossiano ruoli, -distesi allo scorcio dell’undecimo secolo e nella prima -metà del duodecimo. Quivi tra i molti Mohammed, -Alì, Abd-Allah e altri nomi musulmani; tra i Basilii, -Teodori, Nicola-ibn Leo, Nicola Nomothetis e simili -di forma greca, occorrono de’ nomi più comuni in -Italia: Pietri, Filippi, Gennari e de’ casali di conio -latino, Campalla, Donas o Donus, Bambace, Diosallo, -Subula, Lancias, Pitittu,<a class="tag" id="tag451" href="#note451">[451]</a> Zotico e Zotica,<a class="tag" id="tag452" href="#note452">[452]</a> Currucani,<a class="tag" id="tag453" href="#note453">[453]</a> -Mesciti, Notari, Luce, La Luce e un Pietro Saputi. Cotesti -servi della gleba non erano venuti di certo dalla -<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span> -Terraferma co’ vincitori. Notisi inoltre che il nome -patronimico, latino o greco, è accompagnato spesso -da nome proprio arabico: Jéisc-ibn-Gelasia, Ahmed-ibn-Roma, -o Romea, Jûsuf-ibn-Caru, Jusuf-ibn-Gennaro, -Omar-ibn-Crisobolli, Mohammed-Gebasili, ’Isa-ibn-Giorgir, -Abd-er-Rahman-ibn-Francu, Hosein-ibn-Sentir; -e veggiam perfino de’ soprannomi, Alì-ibn Fartutto, -Ali Strambo, Mohammed Pacione. Dond’e’ si -argomenta che parecchi villani musulmani fossero -d’origine greca e italica. La mescolanza delle schiatte -comparisce anco da’ nomi di cittadini e villani in altri -luoghi.<a class="tag" id="tag454" href="#note454">[454]</a> -</p> - -<p> -Sappiam ora come si debba intendere l’affermazione -d’Ugone Falcando che i villani di Sicilia -fosser tutti Greci o Saraceni.<a class="tag" id="tag455" href="#note455">[455]</a> Corso un secolo dalla -età dell’Amato e del Malaterra, s’era dileguata, parmi, -la distinzione degli indigeni in cristiani e cattolici, ossiano -italici e greci. Dileguata per lo scarso numero -de’ primi e perchè l’ignoranza, i pregiudizi e l’orgoglio -della dominazione portavano gli abitatori novelli, -oltramontani e italiani di Terraferma, a chiamar -tutti insieme Greci gli antichi abitatori che non fossero -musulmani. E scarseggiavano gli indigeni d’origine -italica, perchè la più parte, fatti musulmani, -come già notammo,<a class="tag" id="tag456" href="#note456">[456]</a> contavano tra’ Saraceni. L’è verosimile -poi che, tra i due segni apparenti della nazionalità -greca, il rito cioè e la lingua, la comune -degli uomini s’appigliasse piuttosto al rito; donde si -<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span> -perdonava la lingua d’Omero a’ Greci uniti alla Chiesa -di Roma, quei per esempio delle regioni dove il conte -Ruggiero fondò i suoi monasteri basiliani: e lasciavasi -l’ingrato nome di Greci a’ soli scismatici, e però ai -contadini, i Pagani del linguaggio cristiano, che furono -sempre sì tardi a seguire i mutamenti religiosi -delle città. L’error popolare del duodecimo secolo -ingenerò un altro errore appo gli eruditi, quando rinacquero -in Europa gli studii storici, senza che si potesse -approfondire per anco l’etnologia: nel qual -tempo coincise appo i dotti italiani che l’amor patrio -vaneggiasse in speculazioni puerili. Non è maraviglia -se allora gli scrittori dell’isola si compiacquer tanto -nel supposto d’una nazione siciliana, ben diversa da -que’ Greci i quali era vezzo comune di vilipendere: -nazione ortodossa, numerosa, civile, e cara a’ suoi -liberatori, o, secondo altri, meri ausiliari, i Normanni.<a class="tag" id="tag457" href="#note457">[457]</a> -Cadde con gli altri nell’errore il Gregorio; il -quale, dando significato legale alle frasi ascetiche o -rettoriche dell’undecimo secolo, e confondendo Roberto -Guiscardo e il conte Ruggiero col pio Buglione -dell’epopea, scrisse: avere i conquistatori accordata -libertà civile e franchige a’ Cristiani siciliani.<a class="tag" id="tag458" href="#note458">[458]</a> Ma di -ciò tratteremo più largamente a suo luogo. -</p> - -<p> -I diplomi che ci avanzano, millesima parte di -<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span> -que’ distrutti, rischiarano pur la distribuzione geografica -delle schiatte, non solamente co’ nomi proprii, -ma sì col mero fatto della lingua e delle note cronologiche; -rispondendo l’una e le altre alla nazione preponderante -nel luogo: il latino e l’èra volgare appo -le genti italiane ovvero oltramontane; il greco e l’èra -costantinopolitana per le greche; l’arabico e l’egira -pei Musulmani. Confermano le scritture per tal modo -la frequenza dei Greci nel Val Demone o meglio diremmo -su la costiera orientale e di tramontana infino -a Cefalù<a class="tag" id="tag459" href="#note459">[459]</a> e mostrano che se ne trovasse un po’ per -<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span> -ogni luogo<a class="tag" id="tag460" href="#note460">[460]</a> e che nel corso del duodecimo secolo ingrossassero -anco in Palermo, rifatta capitale.<a class="tag" id="tag461" href="#note461">[461]</a> -</p> - -<p> -Brevemente dirò delle genti semitiche. Gli Ebrei, -pochi e spregiati da’ seguaci delle due religioni che -si fondavano in su i loro libri sacri, non comparvero -nelle vicende del conquisto, nè della dominazione -normanna; lasciarono bensì in Sicilia, dall’undecimo -al decimo quinto secolo, molti ricordi -dell’operosità loro industriale e commerciale, dello -zelo scientifico e della furberia che spesso lo deturpò.<a class="tag" id="tag462" href="#note462">[462]</a> -I Musulmani, tra i quali sono da noverare alcuni orientali -di schiatte ariane,<a class="tag" id="tag463" href="#note463">[463]</a> i Berberi<a class="tag" id="tag464" href="#note464">[464]</a> e perfino degli indigeni -di Sicilia, come ricordammo or ora, erano -<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span> -sparsi per la più parte dell’isola. I ricordi storici e -diplomatici, che troppo lungo sarebbe a citar qui, li -mostrano frequentissimi in Val di Mazara, numerosi -abbastanza in Val di Noto, radi in Val Demone,<a class="tag" id="tag465" href="#note465">[465]</a> e si -sa che nella seconda metà del secolo XII furono cacciati -con la forza dalle regioni interne della Sicilia. -Non mi proverò adesso a suddividere le varie generazioni -dei Musulmani nelle regioni dell’isola, perchè -manca ogni attestato di scrittori, e i nomi proprii corrono -per lo più senza soprannome etnico; oltrechè -non ce ne avanzano che poche centinaia, spigolate in -una trentina di carte arabiche, tra atti privati e platee -di villani, e coteste carte si riferiscono a quattro -soli territorii. Ci basterà di ritrovare tuttavia in -que’ luoghi la mescolanza di schiatte, che notammo -sotto la dominazione musulmana.<a class="tag" id="tag466" href="#note466">[466]</a> -</p> - -<p> -Tra i cittadini di Palermo, possidenti e testimonii -in atti pubblici, ci occorrono Arabi delle tribù del -Jemen: Azd, Kinda, Lakhm, Ma’âfir, e di Medina, e -dell’Hadhramaut; Arabi delle tribù modharite: Kais, -<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span> -Koreisc, Temîm; e Berberi delle tribù di Howara, -Lewata, Zegawa,<a class="tag" id="tag467" href="#note467">[467]</a> Zenata; non contando alcuni -nomi etnici dubbii.<a class="tag" id="tag468" href="#note468">[468]</a> Una iscrizione sepolcrale del -millesettantaquattro, ricorda inoltre un oriundo -del Kairewân.<a class="tag" id="tag469" href="#note469">[469]</a> De’ nomi proprii, come Badîs e Tarakût, -e gli etnici di Kotama e Howara, attestano -che gente berbera vivesse in Cefalù; se non che i -due primi sono villani nel contado, insieme con -de’ Giodsami del Jemen, Barrani di Bokhara o -d’Ispahan, Sciami di Siria, Burgi o Bergi forse di -Spagna, Begiawi, ossia di Bugia e Righi, anco d’Affrica.<a class="tag" id="tag470" href="#note470">[470]</a> -Oltre a quelli veggiamo in Cefalù musulmani -del paese stesso: Corleone, Sciacca, Termini e Trapani. -De’ pochissimi nomi che si possano determinare -tra’ pochi che abbiamo de’ villani in Corleone, tornerebbero -Ibn-Abi-Ifren e un Lewati alla schiatta -berbera, Dsimari al Jemen, Barrani a Bokhara come -innanzi dicemmo; e un Melfi potrebbe essere italiano -della città di quel nome o anco di Amalfi: inoltre vi -ha de’ Siciliani di Girgenti e di Giato. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span> -</p> - -<p> -Ma tra i numerosi villani del vescovo di Catania -in quella città e in Aci, i nomi da potersi riconoscere, -che in vero non son molti, darebbero il vantaggio alle -schiatte affricane. Iften e Iknizi mi sembrano nomi -proprii di Berberi; e tali di certo tre famiglie soprannominate -<i>Barbari</i> e gli oriundi delle note tribù berbere -di Bargawata, Meklata, Nefzawa, Mesrata, Agisa, Urdin -e Werru;<a class="tag" id="tag471" href="#note471">[471]</a> ed affricani, ancorchè non sappiamo di -quale schiatta, gli oriundi delle città di Barca, Bona, -Tunis, Susa, Msila, Melila, Solûk, del Sâhel, ossia -costiera, e dell’isoletta di Aragigun.<a class="tag" id="tag472" href="#note472">[472]</a> Tra gli schiavi -è un Malati, oriundo com’e’ pare di Melitene. Sei nomi -di schiatte arabiche scorgonsi nei villani, Mesudi, -Hegiazi, Gafiki, ch’è ramo della tribù di Azd, e quei -della tribù di Kais nominata di sopra e di Zogba testè -passata d’Egitto in Affrica e una donna coreiscita ed -una egiziana. Legiati si riferisce a una terra in Siria; -Ainuni a villaggio presso Gerusalemme; Turungi al -Taberistan, e Kirmani ad altra notissima provincia -d’Asia. Un casato Castellani e un Fakri sembra vengano -di Spagna, come di certo un Andalusi. Nabili, -che ve n’ha parecchie famiglie, rimane di origine -dubbia tra la Napoli italiana e quella d’Affrica. -Nè mancano i siciliani: Medini e Sikilli che significano -entrambi di Palermo, e di Aci e Catania stesse, -di Cammarata, Sementara, Burkad, Ragusa, Sant’Anastasia, -<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span> -Tawi, Trapani, Mismar,<a class="tag" id="tag473" href="#note473">[473]</a> Malta; un Bekkari -che par si riferisca a Vicari<a class="tag" id="tag474" href="#note474">[474]</a> e un Sid-es-Sarkusi, -schiavo. Il bel marmo sepolcrale del museo di Malta -fa fede che nel duodecimo secolo stanziasse in quell’isola -un’agiata famiglia, venuta com’e’ pare da Susa -in Affrica e discendente della tribù modharita di Hodseil.<a class="tag" id="tag475" href="#note475">[475]</a> -Son questi gli scarsi dati etnologici che m’è -venuto fatto di mettere insieme, dopo molte ricerche. -</p> - -<p> -Delle nuove schiatte, occorrono primi i Normanni. -Questi in Sicilia allo scorcio dell’undecimo secolo, -non erano gente venuta in frotte a stanziare nel paese -occupato, come due secoli addietro il <i>wicking</i> di Roll -in Normandia; non esercito ordinato che simmetricamente -s’adagiasse in casa de’ vinti, come pochi anni -innanzi i seguaci di Guglielmo in Inghilterra; fattovi -re il duca, duchi i feudatarii e così via innalzandosi -ciascun altro. Anzi il conquisto dell’isola britannica, -contemporaneo alla guerra che si travagliava giù -a duemila miglia verso mezzogiorno, escluderebbe il -<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span> -supposto d’una grossa emigrazione dalla Normandia -e da altre province della Francia settentrionale in Sicilia, -se a noi fosse uopo ricorrere alle verosimiglianze, -e non sapessimo appunto che le compagnie normanne -di Puglia componeansi in parte di venturieri raccolti -per tutta la penisola italiana<a class="tag" id="tag476" href="#note476">[476]</a> e che il conte Ruggiero, -il quale n’avea del suo qualche drappello, racimolò a -stento, dopo l’espugnazione di Palermo qualch’altro -poco di gente nell’esercito di Roberto.<a class="tag" id="tag477" href="#note477">[477]</a> Le costui -guerre civili, quella di Grecia e la discordia ch’ei -lasciò per testamento ai figliuoli, riteneano poscia -nelle province meridionali della Terraferma gli oltramontani -quivi stanziati e vi attiravano i venturieri -che tuttavia venissero alla sfilata di là dalle Alpi; -finchè il vortice delle Crociate non li trasportò tutti -in Levante. -</p> - -<p> -Alle quali presunzioni rispondono i fatti. I ricordi -storici d’ogni maniera non accennano ad emigrazioni -francesi nell’Italia meridionale dopo il millesessanta, -se non che di spicciolati, chierici e monaci piuttosto -che guerrieri. I nomi francesi poi che veggiamo nei -diplomi e nelle croniche di Sicilia sono di coloro che -occupavano i più alti gradi della società: feudatarii, -prelati e officiali pubblici;<a class="tag" id="tag478" href="#note478">[478]</a> ed erano, se non i soli, -gran parte degli uomini di cotesto linguaggio dimoranti -in Sicilia. Di popolazioni propriamente dette d’una -<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span> -città, d’un villaggio o pur d’un quartiere, non rimane -alcuna notizia in carte, monumenti nè tradizioni -municipali; non ne rimane vestigia ne’ nomi topografici.<a class="tag" id="tag479" href="#note479">[479]</a> -Che se più profonde si è creduto scoprirne nel -dialetto siciliano, i vocaboli e le forme che si supponeano -francesi vanno attribuiti la più parte alle popolazioni -dell’Italia di sopra; e in ogni modo non arrivano -al segno che toccherebbero, se la influenza delle -case dominanti fosse stata rincalzata da un grosso di -popolazione del medesimo linguaggio. A ciò si aggiunga -che le famiglie francesi spariscono da’ ricordi -della Sicilia con l’ultimo principe normanno che vi -regnò. Nè l’è maraviglia, quand’esse veggonsi appena -sotto il forte governo del secondo Ruggiero e poco -sotto i successori. Che se allora alcun barone di quelle -schiatte entra nelle brighe politiche, pure il favor della -corte e il poter dello Stato, è disputato sempre tra -italiani, musulmani, e qualche prelato oltramontano; -ed egli avvien sempre che costoro si rimangano senza -amici nel paese. Quello Stefano de’ conti di Perche, che -<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span> -fu chiamato dalla regina per governare lo Stato nella -fanciullezza di Guglielmo secondo, non trovò in Sicilia -altri fautori che i Lombardi, de’ quali innanzi diremo. -Due egregi ospiti della Sicilia nel duodecimo -secolo, scrittori entrambi, chierici e francesi, il Falcando, -cioè, che tanto amava il paese, e Pietro di Blois, -che lo ingiuriò com’avventuriere deluso, non fanno -motto di abitatori francesi dell’isola, nè d’antico baronaggio -normanno; e il primo, in particolare, toccando -i tumulti surti in Messina per cagione di Stefano, non -ricorda altri francesi che i costui seguaci venuti di -fresco e nota come i Latini della città stigassero -contro quegli stranieri i Greci, che è a dire il grosso -della popolazione messinese.<a class="tag" id="tag480" href="#note480">[480]</a> Accenna in vero, il -Falcando, al parlar francese nella corte di Palermo; -ma l’attestato suo non esclude l’uso di altre lingue, -sia il greco, l’arabico o l’italiano; nè porta punto che -il francese fosse parlato nella città e nelle province.<a class="tag" id="tag481" href="#note481">[481]</a> -Cade così la prova principale che allegava il Gregorio -nella favorita sua tesi delle origini normanne.<a class="tag" id="tag482" href="#note482">[482]</a> Nè regge -meglio quella della liturgia gallicana seguita nelle -chiese di Sicilia, perchè la proverebbe sol quello che -<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span> -da nessuno si nega, cioè che il conte Ruggiero e molti -suoi baroni fossero normanni e conducessero sacerdoti -francesi per dir la messa all’usanza di casa loro.<a class="tag" id="tag483" href="#note483">[483]</a> -</p> - -<p> -Gli è bene replicarlo: alla fine dell’undecimo -secolo stanziavano in Sicilia parecchi feudatari e suffeudatari -e parecchi prelati e frati, nati nella Francia -settentrionale. Nella seconda metà del secolo -duodecimo la corte assoldava compagnie di mercenarii -oltramontani, verisimilmente francesi.<a class="tag" id="tag484" href="#note484">[484]</a> Non -pochi chierici e frati venivan anco, mandati dalle sètte -fratesche di Francia a far parte per la Chiesa romana -e fortuna per sè medesimi nella corte di Palermo; a -disputare il favor de’ principi, il reggimento dello -Stato, i vescovadi, le abbadie e gli uffici pubblici a -Italiani, Bizantini e Musulmani. Abbiam noi notata<a class="tag" id="tag485" href="#note485">[485]</a> -la tendenza di coteste sètte e la forza, ch’era mezzo -il raggiro, mezzo la dottrina di che s’avvantaggiavano -que’ frati, sì come il guercio nella terra de’ ciechi. -Del rimanente, surse tra loro qualche uomo erudito -che promosse, secondo i tempi, l’incivilimento della -nuova nazione: e francese fu il cronista del conte Ruggiero, -<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span> -francese lo storico de’ due Guglielmi; talchè la -Sicilia e l’Italia tutta debbono render merito alla -schiatta scandinava ed alle altre della Francia settentrionale, -per l’opera prestata nell’epoca normanna con -l’ingegno non meno che con la spada. Ma popolazioni -francesi propriamente dette non ebbe la Sicilia; le -famiglie spicciolate s’estinsero entro un secolo, gli -ecclesiastici in una generazione. -</p> - -<p> -Basterebbe il fatto della lingua che fiorì in Sicilia -in su lo scorcio del duodecimo secolo a provare la -venuta di grosse colonie dalla Terraferma; poichè le -antichissime popolazioni italiche dell’isola, dopo cinque -secoli di dominazione bizantina e musulmana, nè -avrebbero potuto parlare idioma sì vicino a que’ dell’Italia -di mezzo, nè imporlo agli altri abitatori di favella -greca e arabica. Molti indizii confermano tal supposto; -ancorchè il biografo del conte Ruggiero dissimuli -la partecipazione della schiatta italiana nel conquisto -dell’isola, sì com’ei tace l’opera d’Ardoino nella sollevazione -contro i Bizantini, e gli aiuti d’Ibn-Thimna -al principio della guerra di Sicilia. Gli scrittori arabi -espressamente affermano che Ruggiero fece stanziare -nell’isola, insieme co’ Musulmani, i Franchi e i Rûm; -che qui vuol dir chiaramente Francesi e Italiani.<a class="tag" id="tag486" href="#note486">[486]</a> Aggiungansi -parecchie denominazioni etniche di luoghi: -la torre Pisana e il vico degli Amalfitani in Palermo;<a class="tag" id="tag487" href="#note487">[487]</a> -la rua de’ Fiorentini in Messina,<a class="tag" id="tag488" href="#note488">[488]</a> dove anco occorre -<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span> -un Console di Amalfitani,<a class="tag" id="tag489" href="#note489">[489]</a> il poder del Genovese -(<i>Rab’ el Genuwi</i>, Cultura Januensis) in provincia di -Palermo,<a class="tag" id="tag490" href="#note490">[490]</a> il quartiere de’ Cosentini a Lentini,<a class="tag" id="tag491" href="#note491">[491]</a> e i -nomi di una trentina di comuni in Sicilia che si riscontrano -con identici o simili in Terraferma;<a class="tag" id="tag492" href="#note492">[492]</a> dal -<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span> -qual confronto abbiamo esclusi, come troppo ovvii a -tutte genti latine, i nomi di santi cristiani e le denominazioni -composte con le voci casale, castello, castro, -massa, monte, rocca, serra, torre, valle e simili; -ed esclusi anco, per la difficoltà che avvi finora -a ricercarli, i nomi di campagne, poderi, spiagge, -acque. Ora si aggiungano i nomi etnici delle persone. -Tra cinque canonici di Girgenti notati in un diploma -del 1127, troviam un romano, un policastrino, un lucchese, -un bresciano e un francese, oltre un genovese -ed un di Bisignano, soscritti tra’ testimoni.<a class="tag" id="tag493" href="#note493">[493]</a> In un diploma -dato il 1094 di Messina o di Patti, veggiamo -<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span> -tra’ testimonii, con pochi nomi francesi e alcuno greco -o arabico, Ildebrandus lombardus, Rogerius de Torceto -Acquinus, Ugo de Putheolis, Gualterius de Canna; -oltre i casati di Maledocto, Ruffo, Strato, Minoartino, -Astari, Bonelli, Marchisi.<a class="tag" id="tag494" href="#note494">[494]</a> Un altro diploma del 1095 -presenta tra’ testimonii, con qualche nome francese -o dubbio, que’ di Arrigo fratello di Adelaide, Odone -Bono marchese, Roberto Borello Aquino, Riccardo -Bonnella, e Ruggiero Bonello.<a class="tag" id="tag495" href="#note495">[495]</a> L’onorato nome d’Alfieri -si legge tra’ notabili della terra di San Marco, in -un diploma del 1136.<a class="tag" id="tag496" href="#note496">[496]</a> Uno della Chiesa di Patti, -dato il 1133, risguardante la composizione d’una -lite surta tra i cittadini e il vescovo, ha tra’ testimonii -un genovese, un parmigiano, un di Potenza e -parecchi uomini di Patti, con nomi tutti di conio italico; -e quel ch’è più, un atto inseritovi, che torna -allo scorcio dell’undecimo secolo, attesta che il vescovo -Ambrogio avesse allor bandita concessione di -beni a qualunque uomo di linguaggio latino che venisse -ad abitare il paese: il quale linguaggio latino -che cosa significhi lo spiega il medesimo diploma -del 1133, aggiugnendo che quello statuto d’Ambrogio -era stato poc’anzi «esposto in volgare» ai -cittadini che sostenean la lite.<a class="tag" id="tag497" href="#note497">[497]</a> Del resto non abbiamo, -<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span> -nè sperar possiamo, ragguagli particolareggiati -su le immigrazioni spicciolate dalla Terraferma -in questa o quella città dell’isola; ancorchè le -si debbano supporre numerose, e più dall’Italia di -sopra che dalla inferiore. Il reggimento feudale che -i Normanni istituiron quivi in alcune province e in -altre rinnovarono, impediva le emigrazioni da terra -a terra, non che oltre il mare.<a class="tag" id="tag498" href="#note498">[498]</a> Nell’Italia di sopra, -al contrario, la feudalità si disfaceva appunto in quel -tempo, senza che fossero per anco assettati i Comuni: -donde i membri infermi dell’uno e dell’altro ordine -sociale, agitati da mille rivolgimenti di indole identica -e di apparenze diverse, volentieri tentavano la -fortuna in paesi nuovi, e senza ostacolo vi si trasferivano. -</p> - -<p> -Da ciò le grosse colonie che si addimandarono -lombarde, su le quali non ci mancano buone testimonianze -storiche. Ognun sa il vago significato ch’ebbe -un tempo la denominazione di Lombardia, che gli -stranieri estesero talvolta a tutta la penisola.<a class="tag" id="tag499" href="#note499">[499]</a> Ma perchè -molti eruditi, e tra quelli il Gregorio, han supposto -i Lombardi di Sicilia venuti dall’Italia meridionale -non men che dalle sponde del Pò, debbo ricordare che -tal confusione non fecero gli scrittori nostrali, nè gli -stranieri, de’ tempi normanni. Pietro Diacono scrive -<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span> -delle moltitudini di Lombardi e Longobardi che seguirono -Pier l’Eremita<a class="tag" id="tag500" href="#note500">[500]</a> e il dottissimo arcivescovo di -Tessalonica narra le avanìe che avean patite Pisani, -Genovesi, Toscani, Longobardi e Lombardi, da Andronico -Comneno.<a class="tag" id="tag501" href="#note501">[501]</a> Longobardi si chiamavano que’ dell’Italia -meridionale, dove i Bizantini, ripigliata parte -de’ Ducati, n’avean fatto un <i>tema</i>, detto Longobardia.<a class="tag" id="tag502" href="#note502">[502]</a> -E così il Falcando pone i Longobardi e i Lombardi -come genti affatto diverse; gli uni abitatori di province -continentali, gli altri della Sicilia.<a class="tag" id="tag503" href="#note503">[503]</a> Il primo ricordo -che ci rimanga di coteste colonie, oltre i nomi -testè riferiti di Ildebrando e Ruggiero di Torceto da -Acqui, (1094), torna alla metà del duodecimo secolo: -preciso e importantissimo documento, per lo quale re -Ruggiero dichiarava appartenere ai Lombardi di Santa -Lucia le stesse franchige de’ Lombardi di Randazzo.<a class="tag" id="tag504" href="#note504">[504]</a> -Da’ cronisti ritraggiamo poi che gli uomini di Butera, -Piazza ed altre città di Lombardi, mossi da un Ruggiero -Schiavo, nobil uomo del quale or si dirà, pigliavano -le armi contro re Guglielmo primo e contro i Saraceni; -che il re distrusse Piazza, e ruppe i Lombardi; -e che, rifuggitosi lo Schiavo in Butera, Guglielmo ebbe -alfine (1161) la città, pattuito che i ribelli Lombardi e -<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span> -il loro condottiere andassero via di Sicilia.<a class="tag" id="tag505" href="#note505">[505]</a> A capo di -alcuni anni, ripiglia il Falcando, agitati sempre da -congiure e sedizioni, sospettavasi a corte essere rimasi -molti traditori, ricchi e possenti, nelle città lombarde. -Poi morto il re (1166) e promosso Stefano di -Rotrou de’ conti di Perche a gran cancelliere, i Lombardi -più caldamente che tutt’altre popolazioni di Sicilia -parteggiarono per lui; e ingrossando la tempesta -(1168) gli uomini di “Randazzo, Vicari, Capizzi, -Nicosia, Maniaci ed altri Lombardi” gli proffersero -un esercito di ventimila combattenti.<a class="tag" id="tag506" href="#note506">[506]</a> Il Fazzello aggiugne -al novero delle colonie lombarde di questa -età, Aidone e San Fratello:<a class="tag" id="tag507" href="#note507">[507]</a> e le contrade che s’addimandavano -Lombardia in San Filippo d’Argirò e -in Castrogiovanni, dànno argomento a supporre che -parte almeno di quelle città, fosse stata occupata -dalla medesima gente.<a class="tag" id="tag508" href="#note508">[508]</a> Altre popolazioni vennero -dall’Italia di sopra in Corleone e Scopello, ne’ principii -del secolo decimoterzo<a class="tag" id="tag509" href="#note509">[509]</a> e ben si potrebbe supporre, -con un dotto tedesco, che i medesimi luoghi -fossero stati una volta occupati dalle colonie lombarde -del duodecimo secolo.<a class="tag" id="tag510" href="#note510">[510]</a> Checchè ne sia, nel decimoterzo -<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span> -segnalossi quella schiatta in Sicilia per altissimi -spiriti. Nicosia tra le prime gridava la repubblica -dopo Palermo, Patti e Caltagirone, alla morte -di re Corrado (1254); Piazza, Aidone e Castrogiovanni -erano le ultime a deporre le armi in quel movimento.<a class="tag" id="tag511" href="#note511">[511]</a> -Nel Vespro Siciliano i Lombardi di Corleone, -scrive Saba Malaspina, seguirono primi la rivoluzione -di Palermo.<a class="tag" id="tag512" href="#note512">[512]</a> E sì omogenee duravano quelle -colonie, che tra i capi dei circoli nati ne’ primi impeti -del Vespro, noi troviamo un Simone di Calatafimi, -eletto capitan di popolo ne’ monti dei Lombardi.<a class="tag" id="tag513" href="#note513">[513]</a> -</p> - -<p> -Vuolsi qui ricordare ciò che è detto in su la fine -del capitolo precedente su la Marca aleramica e la -nobil gente quinci venuta in Sicilia.<a class="tag" id="tag514" href="#note514">[514]</a> Non è ch’io -pensi con alcuni scrittori, aver Arrigo e i suoi compatriotti -seguita in Sicilia (1089) l’Adelaide, ultima -moglie di Ruggiero; parendomi più verosimile, al contrario, -che i parentadi del conte e de’ due suoi figli -fossero stati consigliati dalla riputazione della casa -Aleramica nell’esercito di Ruggiero; una parte del quale -noi veggiamo capitanata (1078) da un Otone o Oddone,<a class="tag" id="tag515" href="#note515">[515]</a> -nome frequente nell’Italia di sopra e in ispecie -nella famiglia di que’ marchesi.<a class="tag" id="tag516" href="#note516">[516]</a> Arrigo sposò poi -<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span> -una figliuola del conte; ei tenne le vaste contee di Butera -e Paternò,<a class="tag" id="tag517" href="#note517">[517]</a> promosse la esaltazione del secondo -Ruggiero alla dignità regia:<a class="tag" id="tag518" href="#note518">[518]</a> e potentissimo fu in Sicilia -e nel Napoletano il conte Simone suo figliuolo;<a class="tag" id="tag519" href="#note519">[519]</a> il cui -figlio illegittimo Ruggiero Schiavo si fe’ caporione dei -Lombardi ribellati contro Guglielmo primo, sì come -abbiamo accennato poc’anzi.<a class="tag" id="tag520" href="#note520">[520]</a> Da ciò ben puossi argomentare -che cotesto ramo della casa aleramica abbia -condotti in Sicilia molti suoi partigiani. Tra i nobili -Siciliani del secolo decimoterzo occorrono anco gli Incisa, -casato aleramide, per lo quale noteremo, a rafforzare -l’indizio della parentela, che gli stessi nomi -cristiani occorrono nel ramo piemontese e nel siciliano:<a class="tag" id="tag521" href="#note521">[521]</a> -e par che un terzo ne sia fiorito anco in Puglia.<a class="tag" id="tag522" href="#note522">[522]</a> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span> -</p> - -<p> -Alle testimonianze scritte su coteste origini risponde -la pertinace e viva testimonianza del linguaggio, -notata già dal Fazello; il quale non ne richiese -altra, e ben s’appose, per annoverare tra le -città lombarde Aidone e Sanfratello.<a class="tag" id="tag523" href="#note523">[523]</a> Dieci anni or -sono lo zelante signor Lionardo Vigo d’Acireale discorse -di quei Lombardi, nella prefazione alla sua raccolta -di “Canti popolari siciliani,”<a class="tag" id="tag524" href="#note524">[524]</a> e pubblicò alcune -poesie e pochi vocaboli del dialetto loro. Ma in -oggi i felici avvenimenti politici che stringono i legami -e moltiplicano i commerci di tutti i popoli italiani, e i -progrediti studii linguistici in Europa, ci danno abilità -a cavare conseguenze assai più precise. Un dotto professore -di sanscrito, nato nelle province piemontesi, -ha notata la stretta parentela del dialetto monferrino -con que’ di Piazza, Nicosia, Sanfratello e Aidone, -nei quali comuni di Sicilia al dire del Vigo è ristretto -oggi il parlare lombardo.<a class="tag" id="tag525" href="#note525">[525]</a> È da sperare che perfezionati -vieppiù i metodi della linguistica, promosso lo -studio de’ dialetti in Italia, esaminati in più larghe -proporzioni i nomi proprii e topografici, e pubblicata, -con ciò, maggior copia di antichi documenti, -si arrivi a determinare esattamente i tempi e i luoghi -della emigrazione di cui trattiamo; i quali rimarranno -<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span> -vaghi per ora, cioè: gli ultimi venticinque anni -dell’undecimo secolo e i primi venticinque del duodecimo; -la Marca aleramica dalla quale moveano a -mano a mano le colonie, e le regioni interiori della -metà orientale dell’isola, dove, qua e là, venivano a -stanziare, dileguandosi innanzi a loro le popolazioni -de’ Greci e de’ Musulmani. -</p> - -<p> -Primaria città di quelle regioni, anzi di tutta la -montagna in Sicilia, Caltagirone, non fu mai noverata -tra le colonie lombarde, non ne parla il dialetto, non -ne dimostrò gli umori nel duodecimo secolo; eppure -l’origine sua non sembra molto diversa. Su la quale -mancano testimonianze di diplomi; nè possiamo -aspettarcene dal Malaterra, nè dagli altri cronisti. -Volgendoci pertanto alle prove indirette, occorre in -primo luogo il patrimonio territoriale di Caltagirone, -il quale avanza di gran lunga, sì per la ricchezza<a class="tag" id="tag526" href="#note526">[526]</a> -e sì per l’antichità, que’ delle più grosse e potenti -città dell’isola, risalendo per lo meno alla prima metà -del duodecimo secolo.<a class="tag" id="tag527" href="#note527">[527]</a> Or coteste condizioni designano -<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span> -un municipio nato nel conquisto o ne’ primordii -del nuovo stato. E veramente la terza città dell’isola, -per quantità di possessi stabili, contando Caltagirone -ed escludendo Palermo e Messina, è Nicosia, città -lombarda già nominata. E se altre colonie lombarde -han pochi beni di tal sorta, agevolmente si ritrova la -cagione: alcune feudali fin dal principio; Piazza distrutta -da Guglielmo I; e poi le usurpazioni dei -baroni al decimoquarto secolo, la continua vicenda -di concessioni e riscatti sotto la dominazione spagnuola; -i sùbiti guadagni o le perdite che ha portati -il caso nella abolizione della feudalità e in fine le dilapidazioni -di tutti i tempi.<a class="tag" id="tag528" href="#note528">[528]</a> Ma Palermo, Messina, -Catania e la più parte delle altre grosse terre antiche, -o non ebbero municipio in que’ primi tempi per le cagioni -che a luogo proprio discorreremo, o serbarono -scarsissimo patrimonio, prese da Ruggiero per battaglia -o per avari accordi; se non che con l’andar -del tempo, nato o ristorato il municipio, acquistò -terreni per donazioni e coltivò que’ già lasciati ad usi -comuni. Pertanto riman poco dubbio in qual tempo -sorgesse Caltagirone. Ignoriamo solo la gente e il -modo: se colonia di soldati ausiliari o di uomini spicciolati, -allettati dalle franchigie. -</p> - -<p> -Al primo dei quali supposti porterebbe l’antica -tradizione locale che vuol fondata Caltagirone, verso -il mille, da Genovesi sbarcati con l’armata a Camerina, -arrischiatisi dentro terra; dove si mantennero, -<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span> -dedicarono una chiesa a san Giorgio, rizzarono l’insegna -della madre patria; e i loro nepoti aprivan poi -le porte al conte Ruggiero,<a class="tag" id="tag529" href="#note529">[529]</a> e i figliuoli di quelli occupavano, -regnando il figlio del conquistatore, l’inespugnabile -rôcca di Judica.<a class="tag" id="tag530" href="#note530">[530]</a> Da’ quali racconti stralciando -l’anno mille, l’armata di Camerina e le altre -inverosimiglianze, si potrebbe ammettere che uomini -di Savona, città principale della Marca aleramica nell’undecimo -secolo, insieme con altri abitatori della -riviera di Ponente (chè spesso chiamavansi tutti Genovesi -e da Genova apprendeano a riscattarsi dai feudatarii) -fossero venuti a militare sotto il Conte, poco -appresso la espugnazione di Palermo e nelle guerre -di Benavert; e che, stanziati in Caltagirone, cresciuti -a mano a mano per nuovi coloni delle province natìe -e per savia amministrazione della cosa pubblica, -dato avessero in Sicilia un de’ primi esempi di libertà -e prosperità municipale; e poi, venuti in voga gli -stemmi e in fama i Genovesi, avessero levata la croce -rossa in campo bianco, al par di Genova, studiando a -vantarsi oriundi da quella. In vero il doppio nome -che dà Edrisi (1154) a questo paese, <i>Hisn-el-Genûn</i> -e <i>Kala’t-el-Khinzâria</i>, ossia «Castello de’ Genii» e -<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span> -“Rocca della Cinghialeria,”<a class="tag" id="tag531" href="#note531">[531]</a> torna bene al caso di novella -colonia venuta a porsi in luogo già abitato; e la -si direbbe recente assai, vedendola per lo primo nella -descrizione della diocesi di Siracusa data il mille -censessantanove, quand’ella manca nella descrizione -del millenovanta.<a class="tag" id="tag532" href="#note532">[532]</a> L’origine dopo il novanta converrebbe -piuttosto a colonia industriale che militare, ma -non ismentirebbe punto la mossa dalle vicinanze di -Genova. -</p> - -<p> -Son queste le notizie ch’io ho potuto mettere -insieme su i mutamenti di popolazione cagionati dal -conquisto. Si tenga a mente la rarità dei diplomi degli -archivii regii e municipali della Sicilia, anteriori al -decimo quarto secolo; e che i documenti genealogici -delle famiglie siciliane non sono nè copiosi nè ordinati, -da poter aiutare le presenti nostre ricerche. Dobbiam -noi dunque contentarci di lontane conghietture su le -colonie mosse dalle regioni centrali e meridionali -della penisola. E in primo luogo che le città marittime -dell’isola poco frequenti di popolo, sì com’erano -<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span> -allora Messina e Patti, o scarse di popolazioni cristiane, -come Palermo, Cefalù, Catania, Girgenti, Mazara, -Trapani, si rifornirono, nel corso del duodecimo -secolo, di uomini delle città marittime di -Terraferma. Oltre Genova e le sue riviere, delle quali -si è detto, ne vennero al certo da Pisa, Amalfi, Salerno, -Bari ed altri porti dell’Adriatico. Alle medesime -regioni son da riferire altre colonie che sembra -siano passate a un tratto, come le lombarde, non -già alla spicciolata e in lungo tempo; ed abbiano -fatto stanza in luoghi abbandonati e desolati, non ingrossate -città che fiorivano. Tali credo io gli abitatori -di Mistretta e Caccamo, feudi della famiglia Bonello,<a class="tag" id="tag533" href="#note533">[533]</a> -la quale comparisce in alto stato ne’ più antichi documenti -normanni;<a class="tag" id="tag534" href="#note534">[534]</a> e fu potentissima alla metà del -duodecimo secolo. Mistretta, la cui bella e forte -schiatta primeggia tuttavia in Sicilia per ardita -saviezza di condotte agrarie, va noverata tra le -città più ricche di beni patrimoniali.<a class="tag" id="tag535" href="#note535">[535]</a> Caccamo rivendicò, -ai tempi di Guglielmo il Buono, le franchige -de’ Siciliani, contro novelli feudatarii francesi. Matteo -Bonello, giovane di gran cuore, accarezzato da -Majone per le parentele e il seguito ch’egli avea in -Calabria, eroe popolare de’ Cristiani di Palermo, levò -ne’ suoi feudi gente che potea dirsi un esercito, e -trattò coi sollevati Lombardi dell’isola, ch’egli poi -abbandonò, irresoluto e leggiero; non sapendo usar -nemmeno l’omicidio di Majone e lasciandosi pigliar -<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span> -come un fanciullo dai partigiani del re.<a class="tag" id="tag536" href="#note536">[536]</a> Dal nome dunque -e da’ fatti, i Bonelli sembrano commilitoni di Ruggiero, -non francesi però, nè lombardi, nè greci: e direbbersi -piuttosto siciliani di schiatta italica, o calabresi. -Ma nessun indizio abbiamo che uomini siciliani appartenessero -al baronaggio; nè par cosa verosimile, poichè -quegli antichi abitatori, ancorchè più numerosi che -tutte le nuove schiatte, non poteano ne’ primi tempi -levarsi a importanza politica, se non che in Messina o -altre città del Valdemone. All’incontro sappiam che la -popolazione cristiana di Palermo s’accrebbe di quella -delle città marittime di Calabria e di Puglia:<a class="tag" id="tag537" href="#note537">[537]</a> e però -a quelle province si dovrebbe riferire l’origine de’ Bonelli -ed anco de’ loro vassalli di Mistretta e Caccamo. -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="cap9">CAPITOLO IX.</h2> -</div> - -<p> -La condizione legale de’ vinti, non essendo descritta -precisamente in croniche o leggi, si dee raccapezzare -da’ cenni che ne facciano le une o le altre, -e sopratutto dai diplomi: dond’è alquanto oscura -questa parte fondamentale del diritto pubblico siciliano -ne’ tempi normanni. -</p> - -<p> -E in primo luogo non fu ignota, sì come pensava -il Gregorio,<a class="tag" id="tag538" href="#note538">[538]</a> la schiavitù. Il Malaterra e l’Amato -ci narrano di prigioni che i Normanni mandavano a -<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span> -vendere in Terraferma;<a class="tag" id="tag539" href="#note539">[539]</a> anzi si ritrae che fosse questo -de’ più belli e spediti guadagni de’ combattenti. -Le Costituzioni inoltre del regno e le Assise dei re di -Sicilia, mantengono espressamente la schiavitù.<a class="tag" id="tag540" href="#note540">[540]</a> Nè -manca la cosa nè il nome nei diplomi, quando la platea -arabo-greca degli uomini della chiesa di Catania, -distesa nel 1094, dopo i villani, e pria de’ Giudei, dà -i nomi di ventitrè Musulmani, <i>’abîd</i>, che vuol dire in -arabico schiavi, e propriamente schiavi negri.<a class="tag" id="tag541" href="#note541">[541]</a> Un diploma -greco del secondo conte Ruggiero, dato il 1109, -rinnovando le donazioni del padre in favor del monastero -di san Barbaro di Demenna, gli assegna come -schiavo (εὶς δουλίαν) un Leone figlio di Malacrino, co’ suoi -discendenti.<a class="tag" id="tag542" href="#note542">[542]</a> Per un altro del febbraio 1134, del -quale non abbiamo che la traduzione latina, lo stesso -principe, già coronato re, concedendo largamente al -monastero del Salvatore di Messina de’ poderi con -pascoli, alberi e villani, tra agareni e cristiani, gli donava -inoltre gran copia di animali e dieci servi.<a class="tag" id="tag543" href="#note543">[543]</a> Il -testamento del prete Scholaro, vissuto alla fine dell’undecimo -<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span> -e principio dei duodecimo secolo, fa menzione -di schiavi e schiave ch’egli aveva comperati con la -loro progenie.<a class="tag" id="tag544" href="#note544">[544]</a> Si potrebbero anche addurre, se -fossero scevri d’ogni sospetto, due diplomi del -1098 e 1102 relativi alla Calabria, pei quali il conquistatore -della Sicilia, concedeva a san Brunone -ed al suo monastero presso Stilo, centoventi <i>linee -di servi e villani</i>, avanzo d’un drappello di Greci traditori, -ai quali ei perdonò la vita in grazia del -sant’uomo.<a class="tag" id="tag545" href="#note545">[545]</a> Alla esaltazione di Guglielmo il Buono, -la regina reggente emancipava molti schiavi.<a class="tag" id="tag546" href="#note546">[546]</a> Un -diploma arabico del duodecimo secolo prova anco -che le usanze commerciali permettessero all’uomo -di vendersi schiavo; poichè, stipolando parecchi marinai -musulmani di trasportare da Cefalù a Messina -della moneta d’oro d’un sire Guglielmo, e dando -ogni altro la sicurtà sui proprii beni, un pellegrino -<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span> -Othman che nulla possedea, vendè sè stesso al -banchiere, a patto di riscattarsi con la consegna -della moneta.<a class="tag" id="tag547" href="#note547">[547]</a> Non vedendosi, contuttociò, frequenti -gli schiavi nel XII secolo, viene alla mente di ognuno -il supposto che i Musulmani presi nella guerra, scompartiti -come l’altro bottino e venduti dai più, tenuti -schiavi dai grandi possessori, fossero stati messi -da tutti a lavorare il suolo.<a class="tag" id="tag548" href="#note548">[548]</a> Occorrono difatti, nei -diplomi siciliani dell’XI e XII secolo, donazioni di -villani senza terreno: sopra tutti è notevole un diploma -del 1094 il quale rassomiglia alle odierne -soscrizioni di beneficenza, poichè, fondato il novello -Monastero di Patti, mentre il conte Ruggiero e i feudatarii -maggiori lo dotavano di castella, terre e villani -a centinaia, molti baroni o militi gli donavano chi uno -chi due, chi parecchi villani sparsi in varie terre della -Sicilia; e Guglielmo Malo Spatario aggiugnea perfino -un giudeo.<a class="tag" id="tag549" href="#note549">[549]</a> Or cotesti uomini raccolti da tanti luoghi -diversi per coltivare i poderi del vescovo, hanno -sembianza di schiavi, anzichè servi della gleba. Similmente -occorre un atto di vendita di quattro villani -nelle campagne di Palermo per dugento tarì e -un cavallo.<a class="tag" id="tag550" href="#note550">[550]</a> Il nome di villani sembra dato in cotesti -casi per eufemismo cristiano e perchè realmente quegli -infelici prestavano ne’ campi gli stessi servigi che -<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span> -i villani, ancorch’ei fossero di condizione diversa. -Si legge espressamente nelle Costituzioni che dei -villani altri fosse tenuto per cagion di persona, altri -per cagion di roba; onde questi si potea svincolar -dal signore lasciandogli quanto tenesse di lui, quegli -non poteva in alcun modo.<a class="tag" id="tag551" href="#note551">[551]</a> Ognun vede che questa -ultima, se la non era perfetta schiavitù al tempo delle -Costituzioni, era stata una volta. E l’era divenuta -servitù della gleba senza legge, senz’atto del padrone, -senza merito di alcuno, per mera necessità -delle cose. -</p> - -<p> -Que’ che comunemente nell’Europa feudale si -diceano servi della gleba, sono denominati <i>villani</i> nei -diplomi latini della Sicilia<a class="tag" id="tag552" href="#note552">[552]</a> e di parecchi luoghi di -Puglia e di Calabria dall’undecimo secolo in giù.<a class="tag" id="tag553" href="#note553">[553]</a> -Al quale vocabolo nelle carte greche di Sicilia risponde -ordinariamente ῶαροίκοι<a class="tag" id="tag554" href="#note554">[554]</a> e nelle arabiche -<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span> -<i>Ahl-el-Gerâid</i>, ovvero <i>Rigiâl-el-Gerâid</i>:<a class="tag" id="tag555" href="#note555">[555]</a> come noi -diremmo <i>gente</i>, ovvero <i>uomini de’ ruoli</i>; e l’è vera -traduzione arabica di <i>adscriptitii</i> e di ὲναῶόγραφοι. -Talvolta è sostituita l’appellazione generica di <i>uomini</i>, -(homines, ἄνθρωποι, <i>rigiâl</i>) che nel medio evo significava -ogni maniera di vassalli.<a class="tag" id="tag556" href="#note556">[556]</a> Quando avvenìa -che tra quelli non fosse alcun cristiano, si usava l’erronea -appellazione etnica di agareni.<a class="tag" id="tag557" href="#note557">[557]</a> Nei diplomi -greci occorre poi la voce latina villani trascritta senz’altro<a class="tag" id="tag558" href="#note558">[558]</a> -e in uno di Calabria anco σιγιλλάτοι, cioè inscritti -ne’ sigilli, ossia diplomi.<a class="tag" id="tag559" href="#note559">[559]</a> Negli arabici è adoperata -con lo stesso significato una voce che han -<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span> -creduta <i>harsc</i> o <i>kharsc</i>, e che io leggerei più tosto -<i>harithîn</i>, ossia agricoltori.<a class="tag" id="tag560" href="#note560">[560]</a> -</p> - -<p> -Parmi poi che la medesima classe e non altra -sia designata con la voce <i>rustici</i>, in due diplomi latini -del 1086 e 1114: il che è sì evidente nel primo, che -gli stessi uomini chiamati in principio rustici si dicono -in sul fine villani.<a class="tag" id="tag561" href="#note561">[561]</a> Non altrimenti suonava -quella voce nel rimanente dell’Europa feudale.<a class="tag" id="tag562" href="#note562">[562]</a> Nelle -Costituzioni, la voce rustici denota genericamente i -villani, gli angarii, gli ascrittizi, i servi della gleba -ed altre classi vili, come allor si pensava:<a class="tag" id="tag563" href="#note563">[563]</a> nè questa -voce significò mai una classe superiore a’ villani e -inferiore ai borghesi, come suppone il Gregorio, seguendo -fallaci induzioni.<a class="tag" id="tag564" href="#note564">[564]</a> Nè meglio ei s’appose -<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span> -quando considerò gli <i>angarii</i> come classe inferiore ai -villani: che sarebbe stata cosa contraria alle consuetudini -<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span> -generali della feudalità:<a class="tag" id="tag565" href="#note565">[565]</a> nè v’ha alcun motivo -di supporla anomalia del dritto pubblico siciliano.<a class="tag" id="tag566" href="#note566">[566]</a> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span> -</p> - -<p> -La diversità, profonda in diritto, forse lieve in -fatto e citata per incidenza nelle Costituzioni, onde si -distingueano i villani obbligati per ragion della persona -da que’ tenuti per cagion della roba, non è determinata -da apposite denominazioni, fuorchè nei diplomi -arabici o greco-arabici di Sicilia: pochissimi diplomi, -perchè l’ignoranza, la trascuraggine e i furori civili -ne distrussero la più parte. I diplomi latini, scritti per -comodo de’ vincitori, guerrieri o preti, notano il numero -de’ villani, i confini dei poderi e nulla più: perch’erano -compendii delle concessioni, cautele di concessionarii, -non curanti delle minuzie amministrative -e legali, quando l’istinto della feudalità li portava -a sciogliere ogni dubbio con la violenza. All’incontro, -i diplomi greci ed arabici su le concessioni di -persone o poderi, tornano ad estratti dei registri -pubblici. Non poteva essere altrimenti per gli arabici, -e l’è molto verosimile pei greci; perocchè -l’idioma greco si parlava o intendea dalla più parte -della popolazione al tempo del conquisto musulmano; -e poscia i Musulmani non aveano al certo distrutti i -catasti nè gli altri atti della pubblica amministrazione -bizantina, scritti in greco; nè questo linguaggio era -caduto in disuso allo scorcio dell’undecimo secolo, -quando moltissimi Siciliani doveano parlarlo, o intenderlo, -e i preti o i notai doveano averlo studiato -bene o male.<a class="tag" id="tag567" href="#note567">[567]</a> Gli atti dunque arabici o greci, corretti -col riscontro continuo de’ vassalli interessati, conteneano -la guarentigia de’ diritti delle persone e robe -loro. Nè l’è da maravigliare che si trovi in quelli soltanto -<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span> -un’appellazione di classe ignota nelle fonti -latine. -</p> - -<p> -Cioè gli uomini del <i>Maks</i>, s’io ben leggo questa -voce, in luogo di <i>M..l..s</i>, nei diplomi arabici del 1150, -1154, 1169 e 1183; l’ultimo de’ quali dà indizii che -bastano a determinare la condizione. Richiamati alle -terre dal demanio, come sempre si faceva, ancorchè -con pochissimo frutto, gli uomini che se ne fossero allontanati -per rifuggirsi nelle terre del monastero di -Morreale, Guglielmo II, per quel diploma, rilasciò -a’ frati gli uomini di <i>Maks</i> e que’ delle <i>Mehallet</i>, de’ quali -tratteremo tantosto; ma ritenne rigorosamente i <i>rigiâl-el-gerâid</i>, -ossia villani, quasi parte integrale della -proprietà. Son diversi pertanto que’ del <i>Maks</i>, dagli -<i>uomini delle platee</i>, ossia villani; perchè questi vengono -eccettuati dalla concessione, e quelli vi sono -compresi. Diversi anco per la denominazione loro -attribuita in greco: ἐξώγραφοι, come noi diremmo -“que’ fuori scritto;” il cui significato torna più evidente -per l’opposizione al noto vocabolo ἐναῶόγραφοι -“trascritti,” <i>adscriptitii</i>, cioè, i <i>villani</i>, i veri -servi della gleba.<a class="tag" id="tag568" href="#note568">[568]</a> <i>Maks</i> ha in arabico lo stesso vago -significato che appo noi taglia o balzello; vuol dir -tassa illegale e vessatoria;<a class="tag" id="tag569" href="#note569">[569]</a> talchè “gente di <i>Maks</i>” -<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span> -tornerebbe litteralmente al <i>taillables</i> del linguaggio -feudale francese; e parmi espressione appropriata a -designare gli uomini passibili di balzelli, ancorchè -non inscritti nelle fatali carte che li rendeano, essi -e la progenie loro, materia di proprietà. Tornano -dunque ai villani tenuti al signore per cagion di -roba, come dicono le Costituzioni, ed alla classe -superiore dei <i>ceorls</i> sassoni in Inghilterra. Il diploma -del 1169 pone allo stesso grado degli uomini di <i>Maks</i> -i <i>Ghorebâ</i>, che suona “stranieri;” e rispondono ai commendati, -raccomandati, affidati, ospiti, che solea il -feudatario ricettare, anzi adescare, nel proprio territorio -per coltivarlo: uomini liberi, o supposti tali perchè -era loro venuto fatto di sottrarsi alle persecuzioni -del signore, i quali lavoravano per aver tetto e pane, o -godeano i frutti delle terre pagando il signore con -danari, derrate o giornate di lavoro in altri poderi.<a class="tag" id="tag570" href="#note570">[570]</a> -Nè egli è inverosimile che molti musulmani, ed anco -<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span> -cristiani, fossero nella medesima condizione con origine -diversa, per esempio gli artigiani delle piccole -terre, non fatti schiavi, nè dichiarati borghesi. -</p> - -<p> -Il vincolo indissolubile dei villani tenuti per ragion -personale, dimostravasi co’ ruoli, o <i>platee</i>, come -chiamaronle, nelle quali scriveansi i nomi degli uomini -conceduti dal principe, per lo più con lor poderi -e beni mobili:<a class="tag" id="tag571" href="#note571">[571]</a> chè sendo nuova la signoria e nuovo -l’ordinamento sociale, nuovi furon anco tutti i titoli -di possedimento feudale. Par che la descrizione generale -dei villani sia stata compiuta insieme col conquisto, -e rilasciata nel millenovantatrè a ciascun signore -la <i>platea</i> de’ suoi: e che cotesti ruoli si correggessero -in ogni nuova concessione, sostituendo ai -morti le vedove che rappresentavano la famiglia e -aggiugnendo i novelli ammogliati che ne costituivano -delle altre.<a class="tag" id="tag572" href="#note572">[572]</a> I principi normanni rispettarono scrupolosamente -questa maniera di possesso; poichè nelle -nuove concessioni di villani appartenenti al demanio -si ponea sempre la clausola che s’intendessero esclusi -<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span> -gli uomini iscritti nelle platee precedenti de’ feudatarii.<a class="tag" id="tag573" href="#note573">[573]</a> -Illustra mirabilmente il diritto e il fatto, l’or -citato diploma arabico di Guglielmo II a favor del -monastero di Morreale. Come si scorge da questa e -da cento altre carte del XII secolo, siciliane, calabresi -e pugliesi, e come abbiam noi testè notato, i -signori studiavansi a tenere i vassalli a dritto ed a -torto, e quelli si rifuggivano quando il poteano, in -altre terre.<a class="tag" id="tag574" href="#note574">[574]</a> È da supporre che i signori, abusando -il potere, sovente ritenessero de’ villani non soggetti -a vincolo personale; e che i soggetti pur -tentassero di sciogliersi, quando la buona fortuna, -massime la proprietà acquistata fuori il territorio del -signore, lor dessero i mezzi di rivendicare in giudizio -la libertà, o venire a componimento.<a class="tag" id="tag575" href="#note575">[575]</a> -</p> - -<p> -Qualunque si fosse il vincolo, personale o reale, -i rustici o villani di Sicilia ebbero persona legale<a class="tag" id="tag576" href="#note576">[576]</a> e -libera proprietà fuor delle terre ch’e’ tenessero dal -<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span> -signore:<a class="tag" id="tag577" href="#note577">[577]</a> i quali due diritti li rendeano di gran -lunga superiori a’ servi della gleba di molti altri -paesi. Inoltre soddisfacean essi a pesi e servigi determinati; -la quale certezza veniva dal recente conquisto -normanno e da’ diligenti ordini amministrativi de’ musulmani: -ed anco rendea la condizione di quell’infima -classe d’uomini assai migliore che nei paesi occupati -dai barbari del settentrione; dove la remota origine -della servitù della gleba, confuse i limiti d’ogni dritto -e dovere, e il feudatario li allargò a sua posta. E sta -bene quanto scrisse il Gregorio su le contribuzioni e i -servigi dovuti da’ villani;<a class="tag" id="tag578" href="#note578">[578]</a> se non che si ritrae da’ diplomi -che talvolta e’ non fossero obbligati a servigio -personale di sorta, bensì a tributi di danaro e derrate, -in tempi e in quantità fisse.<a class="tag" id="tag579" href="#note579">[579]</a> Questa anzi mi sembra la -<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span> -condizione primitiva delle concessioni; e la si riscontra -con l’autorevole testimonianza d’Ibn-Giobair, -viaggiatore spagnuolo, il quale percorrendo la Sicilia -settentrionale nell’inverno del millecentottantaquattro -e ottantacinque, investigò con sollecitudine l’essere -de’ suoi correligionarii. «Sendo ormai piena, scrive -costui, la Sicilia di adoratori delle croci, i Musulmani -dimorano insieme con essi nelle proprie possessioni -e ville. I Cristiani dapprima li trattaron -bene per fruire di lor opera e industria e posero -sovr’essi un tributo che si paga in due stagioni -dell’anno: nel qual modo si cacciaron di mezzo tra -i Musulmani e la ricchezza, su la terra che lor venne -tra i piè.... I cittadini musulmani, dice egli altrove, -frequentissimi soggiornano in Palermo, in lor proprii -quartieri, con lor moschee e mercati, e un cadi -giudice di lor liti: ed avvene anco in altre città, -oltre le campagne e i villaggi. Ma que’ di Palermo, -la più parte, sdegnano i fratelli caduti nella<i> dsimma</i> -degli Infedeli.» Cotesta voce ch’Ibn-Giobair replica -in altro luogo accennando in generale ai Musulmani -di Sicilia,<a class="tag" id="tag580" href="#note580">[580]</a> significa vassallaggio, quello propriamente -<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span> -de’ Cristiani e Giudei sottoposti alla <i>gezia</i> -ne’ paesi musulmani.<a class="tag" id="tag581" href="#note581">[581]</a> Ed appunto <i>gezia</i> si chiama il -tributo di danaro dovuto da un villano musulmano -nel diploma arabico del 1177 che ho citato poc’anzi -e <i>canone</i> il tributo di grani.<a class="tag" id="tag582" href="#note582">[582]</a> Che se potesse argomentarsi -la ragione generale di cotesti tributi dai soli -due documenti nei quali n’è espressa la quantità, la -si direbbe diversa secondo i luoghi; poichè dal diploma -del 1095 torna a venti tarì, o <i>robái</i>, e da quello -del 1177 a dieci.<a class="tag" id="tag583" href="#note583">[583]</a> Nè parlo io del tributo di frumento -e d’orzo, il quale dovea necessariamente variare secondo -la qualità ed estensione dei poderi. Il lavoro -obbligatorio non è prescritto o almeno non è particolareggiato -nelle carte più antiche, in alcuna delle -quali i villani o uomini sono donati “per servire” o -donati insieme con lor poderi, nè altro si aggiugne.<a class="tag" id="tag584" href="#note584">[584]</a> -Parmi verosimile che i novelli signori, portando seco -in Sicilia le usanze della feudalità continentale, abbiano -talvolta, per necessità o condiscendenza, commutato -in giorni di lavoro tutto il tributo di danaro e -<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span> -grano o parte di esso, e talvolta aggiunto per abuso -l’obbligo del lavoro, l’<i>angaria</i> come la si chiamava, -e i munuscoli di vivande.<a class="tag" id="tag585" href="#note585">[585]</a> -</p> - -<p> -Occorre nel solo diploma dianzi citato del 1183<a class="tag" id="tag586" href="#note586">[586]</a> -l’appellazione di <i>Ahl-el-Mehallêt</i>, ossia «gente dei -villaggi;” i quali entrano nella donazione a favor del -monastero di Morreale, insieme con gli uomini di -<i>Maks</i>; e da ciò si scorge ch’essi non fossero tenuti -da vincolo personale. Il significato del nome risponde, -non meno che la libera condizione, a’ Βουργισίοι e <i>burgenses</i> -dei diplomi greci e latini; poichè <i>mehalla</i>, singolare -di <i>mehallêt</i>, suona borgo o villaggio. Nè rechi -maraviglia quella donazione di uomini liberi, nè quella -iscrizione dei nomi loro in un ruolo; quando noi veggiamo -accordato al vescovo di Cefalù il dominio di -alcuni borghesi;<a class="tag" id="tag587" href="#note587">[587]</a> dichiarato per sentenza che alcuni -borghesi appartenessero ad un feudatario di Calabria;<a class="tag" id="tag588" href="#note588">[588]</a> -e pagato dai borghesi di Sinagra in Sicilia tributo annuale -e compensi di lavoro obbligato.<a class="tag" id="tag589" href="#note589">[589]</a> Poichè i feudatari -cavavano entrate dirette da questa classe di -vassalli, ben s’intende ch’e’ ne volessero i ruoli. Si -leggano nell’opera del Gregorio le condizioni de’ borghesi,<a class="tag" id="tag590" href="#note590">[590]</a> -con l’avvertenza che tal nome si dava tanto -<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span> -agli abitatori delle città quanto a que’ delle piccole -terre, i quali il Gregorio chiama rustici erroneamente.<a class="tag" id="tag591" href="#note591">[591]</a> -</p> - -<p> -Più grave menda del pubblicista siciliano fu il -supporre legittime esazioni gli aggravi che i feudatarii -faceano sopportare ai borghesi dal mezzo del -duodecimo secolo in giù, e il farsi beffe del Falcando -che ricordava fedelmente i diritti vantati da quelli, -quando alcuni francesi, venuti a corte di Guglielmo -II verso il 1169, si provarono ad usurpazioni. -Narrato come il francese Giovanni di Lavardino -pretendesse, all’uso del suo paese, la metà d’ogni -entrata dai terrazzani di Caccamo, «costoro, -prosegue lo storico, allegando la libertà de’ cittadini -e borghesi di Sicilia, sosteneano non dovere tributi -nè balzelli di sorta, ma occasionalmente, quando -il signore si travagliasse in gran bisogno, l’offerta -volontaria di quella somma che loro paresse: perocchè -in Sicilia, dicean essi, nessuno soggiace a -tributi e prestazioni annuali, fuorchè i Saraceni e -i Greci, sendo i soli ai quali si adatti il nome di -villani.» Poco appresso, come que’ richiami furono -spregiati dal gran cancelliere, così dice il Falcando, -che i costui nemici suscitarono l’odio pubblico, -<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span> -opponendogli il disegno di assoggettare tutti i popoli -di Sicilia a tributi e balzelli, all’uso della Francia -che non ha liberi cittadini.»<a class="tag" id="tag592" href="#note592">[592]</a> Io non so in vero -come il Gregorio non siasi accorto delle successive -usurpazioni de’ feudatarii laici ed ecclesiastici a danno -dei borghesi, nè com’egli venga dimenticando gli antichi -esempii di franchige<a class="tag" id="tag593" href="#note593">[593]</a> per fare assegnamento su -i moderni di soprusi.<a class="tag" id="tag594" href="#note594">[594]</a> -</p> - -<p> -L’attestato positivo del Falcando, a fronte di -qualche fatto contrario cavato dai diplomi, porterebbe -anco alla conghiettura che la condizione dei borghesi -non fosse stata la medesima in tutti i luoghi: la quale -diversità si dovrebbe supporre d’altronde, perchè -in varii modi furono occupate le terre, e varie schiatte -v’ebbero stanza. E tra questo e le usurpazioni de’ feudatari -le quali necessariamente succedeano in ragion -diretta dalla forza loro e inversa dallo spirito e numero -dei borghesi, ognun comprende la disuguaglianza -delle condizioni che per avventura si fosse -accumulata nella seconda metà del duodecimo secolo. -Al certo i borghesi lombardi mantennero loro immunità -meglio che i greci e i musulmani; que’ della città -<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span> -meglio che que’ delle terre; e meglio che tutti, i Musulmani -di Palermo, infino alla morte del re Guglielmo -il Buono. -</p> - -<p> -Su le condizioni degli abitatori delle città può -seguirsi la esposizione del Gregorio, il quale accenna -alle proprietà allodiali loro, alla diversa legge sotto -la quale vissero secondo loro origine, e largamente -descrive i pesi loro imposti, le gabelle, cioè, che poi -si chiamarono antiche, su la consumazione di alcune -derrate, su la produzione di altre, su i pedaggi e su -l’uso di alcuni diritti dominicali; la tassa detta di -marineria e i servigi personali, come la milizia in terra -e in mare, gli alberghi militari, l’opera nelle pubbliche -costruzioni: a che si aggiugneano le multe di -giustizia e le collette ne’ quattro casi feudali, se pur -erano fissate ne’ primi tempi del conquisto.<a class="tag" id="tag595" href="#note595">[595]</a> Bel quadro, -lavorato a mosaico di frammenti siciliani e talvolta -stranieri, ben aggiustati alle linee del disegno; -ma v’ha sbaglio, com’io notava poc’anzi,<a class="tag" id="tag596" href="#note596">[596]</a> nell’atto -di giustizia alla carlona che il Gregorio attribuisce -ai conquistatori; cioè che abbiano sottoposti alla <i>gezia</i> -tutti i Musulmani,<a class="tag" id="tag597" href="#note597">[597]</a> e liberati da quella tutti i Cristiani. -Del primo assunto ei dà due sole prove: che i -Normanni riscoteano la <i>gezia</i> sopra i Giudei, e che -l’imperator Federigo il milledugentrentanove la fe’ pagare -a due musulmani di Lucera. Ma appunto perchè -<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span> -abbiam ricordi della <i>gezia</i> su i Giudei<a class="tag" id="tag598" href="#note598">[598]</a> e non su i -Musulmani, dovea il Gregorio dubitare del proprio -concetto. Non andava poi misurata la condizione -dei Musulmani di Sicilia del duodecimo secolo, numerosi, -liberi, ricchi e potenti, su quella d’un pugno -di ribelli vinti, deportati a Lucera nel secolo tredicesimo. -E quanto alla <i>gezia</i> de’ Cristiani, il Gregorio non -si accorge che la fosse durata sotto il nome di <i>dono</i> -o qualsivoglia altro, a carico de’ villani, ch’erano in -gran parte Greci, ossia discendenti delle popolazioni -greche e italiche ond’era popolata la Sicilia nel nono -secolo;<a class="tag" id="tag599" href="#note599">[599]</a> e che camparono da quella gravezza, se pur -tutti camparono, i borghesi. Il vero è che la <i>gezia</i> col -suo odioso nome rimase addosso a’ soli Giudei, aborriti -dai Cristiani, per lo meno, quant’erano da’ Musulmani. -Ebbero i villani l’aggravio senza l’ingiuria. I -borghesi di molte terre o di tutte, e di certo que’ di -Palermo e delle città grosse, pagarono sotto forma -<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span> -per lo più di gabelle. E veramente il contemporaneo -musulmano che prestò le parole ad Ibn-el-Athîr, compendia -gli effetti del conquisto in questa sentenza: -che Ruggiero fece stanziare in Sicilia i Rûm e i Franchi -insieme co’ Musulmani e che a nissuno lasciò -bagno, nè canova, nè molino, nè forno.<a class="tag" id="tag600" href="#note600">[600]</a> E pur la maraviglia -e la querimonia si rimangono a quelle complicate -esazioni della feudalità, sì strane agli occhi dei -Musulmani civili; nè l’autore tocca quell’enormità -maggiore di tutte che sarebbe stata la gezia posta -su i Credenti! Non voglio allegar qui uno scrittore -della corte del re Ruggiero, il geografo Edrisi, il -quale, come suol dirsi, prova troppo, scrivendo che -il Conte, insignoritosi di tutta l’isola e fermatovi il -seggio dell’impero suo, bandì giustizia ai popoli, concesse -a ciascuno lo esercizio della propria credenza e -legge, e diede piena sicurtà alle persone, robe, famiglie -e discendenti.<a class="tag" id="tag601" href="#note601">[601]</a> Ma se Edrisi, non risguardando -come uomini nè fratelli in Islam i servi della gleba, -volle dir de’ soli cittadini coi quali egli usava nella -capitale (1154), stan bene le sue parole, e le sono -confermate poco appresso (1184) da Ibn-Giobair.<a class="tag" id="tag602" href="#note602">[602]</a> -Non parmi inopportuno di aggiugnere alle ricordate -conclusioni del Gregorio, che le carte ritrovate dopo -lui, risguardanti passaggi di proprietà, provin tutte -esserne stato esercitato liberissimamente il diritto -<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span> -da’ Musulmani di Palermo, uomini e donne, sotto -l’impero della legge musulmana e la giurisdizione del -cadì.<a class="tag" id="tag603" href="#note603">[603]</a> Al ragguaglio de’ Musulmani compariscono i -borghesi delle antiche schiatte cristiane, liberi possessori -di proprietà allodiali.<a class="tag" id="tag604" href="#note604">[604]</a> -</p> - -<p> -La cittadinanza greca di Sicilia alla fine dell’undecimo -<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span> -secolo può personificarsi nel prete Scholaro -del quale ci avanza il testamento: uomo, tra tutti i -Siciliani, graditissimo al conquistatore per importanti -servigi nell’azienda pubblica e nella famiglia. Di casato -Graffeo, nacque costui o dimorò in Messina, dove -possedette, insieme co’ suoi fratelli, de’ beni urbani -e n’ebbe anco dei dotali; fu cappellano del palazzo -del Conte a Reggio ed accrebbe a dismisura il patrimonio, -comperando stabili, animali, villani e schiavi -nei territorii di Messina, Palermo, Castrogiovanni, -Traina, Maniace, Castello e di là dello Stretto a Reggio, -Massa, Seminara, Nicotera, Briatico, Gerace, -Cosenza e Rossano: in fine il conte Ruggiero volendo -“rimeritarlo con piccol dono delle sue immense ed -onestissime fatiche” per diploma del 1099 concedeva -a lui “ed ai suoi successori sino alla fine del mondo” -i territorii di Fragalà e di Ferla. Divisi i beni paterni -co’ fratelli, e scompartita poscia tra i proprii figliuoli -gran parte del suo avere, egli usò il rimanente a -fondare non lungi da Messina un monastero; largamente -dotollo di edifizii, poderi, arredi sacri comperati -in Grecia, bellissime dipinture rifulgenti d’oro e trecento -codici greci; e vi si fè monaco, prendendo il -nome di Saba. Il suo testamento dato dal millecenquattordici, -dal quale ricaviamo cotesti particolari, -mostra ch’ei non fosse allora pervenuto ad estrema -vecchiezza, poichè vivea tuttavia il padre suo. Un -fratello avea fondato un altro cenobio e vi s’era chiuso. -Sperava Saba che alcuno de’ suoi figliuoli seguisse -l’esempio; poichè per fondazione lasciò a loro ed a -qual dei congiunti e successori il volesse, il grado -<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span> -di abate, ch’egli, senza tanta umiltà cristiana, ritenne -in sua vita.<a class="tag" id="tag605" href="#note605">[605]</a> -</p> - -<p> -Non pochi oltramontani venuti coi guerrieri di -casa d’Hauteville vissero a quel tempo ne’ chiostri -di Calabria, donde salirono ad alte dignità ecclesiastiche -e civili; e pur nessun uomo di quelle schiatte, -nè delle italiche, affaticatosi nella guerra e nei governi, -finì la sua vita negli ozii del chiostro. Perchè -dunque entrava quest’ubbia nella famiglia Graffeo, -partigiana del conte, data agli affari mondani ed -a’ grossi guadagni dei faccendieri che seguirono -l’esercito conquistatore? Era, s’io mal non m’appongo, -quella fiaccona che il cristianesimo portò nella -gente greca in tutte le regioni e per tutto il corso del -medio evo; la perfezione monastica sostituita alla virtù -cittadina, e in ogni cosa preferito il martirio al combattimento. -Il ricchissimo Graffeo, si sentia da meno -<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span> -d’ogni piccolo feudatario francese o lombardo; si vedea -messo da canto dopo la morte del suo signore; nè -trovava altra via aperta alla fama ed all’autorità, che -di farsi, co’ suoi propri danari, dignitario della Chiesa. -Lo stesso genio di lui comparisce nell’universale -de’ borghesi greci di Sicilia: alieni dalla milizia ancorchè, -di certo, non tremassero loro le braccia -quando pigliavano le armi; solerti e astuti ne’ privati -guadagni, e tiepidi nelle cose pubbliche. -</p> - -<p> -La ripugnanza dalla vita militare, in quell’età e -in quel principato surto di fresco dalla guerra, fu -cagione che i Greci di Sicilia rimanessero inferiori -agli Oltramontani, agli Italiani di Terraferma e agli -stessi Musulmani in una parte dell’ordine sociale, -essenzialissima nel medio evo. Nessun di loro si vede -investito di feudi; nessuno primeggia nella nobiltà -del paese, ancorchè molti esercitassero uficii pubblici -fin da’ primi tempi del conquisto normanno. Così nelle -carte del tempo leggiam nomi di Greci <i>strateghi</i> o <i>vicecomiti</i> -ch’erano uficiali dello Stato, di <i>arconti</i> e <i>geronti,</i> -denominazioni d’ufici municipali di che discorreremo -nel capitol che segue, dove direm anco -del vocabolo arconte, attribuito, come titol d’onore, -ai grandi uficiali della corte normanna. Se esso mai -dinotò in Sicilia, oltre il magistrato, una particolare -classe sociale, parmi sia stata quella dei possessori -nel territorio, ossia la nobiltà municipale, sedente -per antichissima usanza nel consiglio; onde la stessa -parola indicava il ceto e l’uficio. Gran divario correa -dunque tra questi gentiluomini terrazzani e i cavalieri -dell’Italia o della Francia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span> -</p> - -<p> -Ma tra i Musulmani, oltre gli <i>sceikh</i>, notabili municipali, -gli <i>hâkim</i> e i <i>cadi</i>, giudici e gli <i>’âmil</i> uficiali -del governo, si vede fin dal principio della dominazione -normanna e scomparisce a mezzo il decimoterzo -secolo, insieme con la schiatta araba e berbera, -il titolo di <i>kâid</i>; il quale, mi par che risponda talvolta -a grado di nobiltà. <i>Kâid</i> significa propriamente -“condottiero;” e come per ragione d’etimologia, così -anco per forza dell’uso, porta ordinariamente autorità -minore dell’<i>emir</i> ch’è “comandante.” Abbiamo -notato altrove le parole di due croniche, secondo la -prima delle quali il califfo fatemita Kâim, a reprimere -una ribellione (975) mandava in Sicilia “un esercito -e parecchi <i>kâid</i>;” e secondo l’altra il segretario di -Stato d’un emir kelbita rovinò (1019) il suo signore aggravando -il paese e maltrattando i <i>kâid</i> e gli sceikhi.<a class="tag" id="tag606" href="#note606">[606]</a> -Esempio alquanto diverso abbiamo allo scorcio del -decimo secolo, quand’era chiamato <i>kâid</i> quel Giawher, -liberto siciliano che conquistò a’ Fatemiti tanta parte -dell’Affrica occidentale e dell’Egitto.<a class="tag" id="tag607" href="#note607">[607]</a> Nel decimoterzo -e decimoquarto ebbero il medesimo titolo, i -condottieri di mercenarii cristiani in Tunis.<a class="tag" id="tag608" href="#note608">[608]</a> Nelle -<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span> -traduzioni spagnuole di atti arabici del decimoquarto -secolo occorre un alcade della dogana nell’Affrica settentrionale.<a class="tag" id="tag609" href="#note609">[609]</a> -Ognun poi sa come lo stesso vocabolo -in Ispagna significò castellano e, in ultimo, capo dell’autorità -municipale. -</p> - -<p> -Accostandoci vie più al caso nostro, è da ricordare -come i regoli surti in Sicilia dopo la dinastia -kelbita, non altrimenti negli annali arabici s’intitolassero -che <i>kâid</i>;<a class="tag" id="tag610" href="#note610">[610]</a> ed anco Amato e il Malaterra chiamano -<i>cayt</i> e <i>arcadius</i>, i varii capitani e castellani -dell’isola e infine i due condottieri palermitani che -trattarono la resa della capitale.<a class="tag" id="tag611" href="#note611">[611]</a> Di lì a venti -anni compariscono dei <i>kâid</i> a capo lista dei vassalli -del vescovo di Catania in Aci ed in Catania stessa:<a class="tag" id="tag612" href="#note612">[612]</a> -e gli è da presumere che le medesime persone -o i padri, avessero portato quel titolo fin dal principio -della guerra; leggendosi che il Conte concedette -al vescovo la città e i cittadini musulmani come -stavano prima del conquisto, con diritto di richiamare -le persone o i discendenti di coloro che, presa -allor la fuga, aveano riparato in altri luoghi dell’isola.<a class="tag" id="tag613" href="#note613">[613]</a> -<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span> -Leggiamo in data del 1123 il nome di un kâid che -il feudatario di Pitirrana avea mandato in Palermo -per sue faccende;<a class="tag" id="tag614" href="#note614">[614]</a> in data del 1132, di tre kâid i -quali, con molti altri Musulmani e Cristiani, assistettero -alla descrizione dei confini de’ poderi donati dal -re Ruggiero al vescovo di Cefalù.<a class="tag" id="tag615" href="#note615">[615]</a> Ma dati da questo -Ruggiero nuovi ordini al governo del reame, e -cresciuta sotto i due Guglielmi la riputazione de’ cortigiani -musulmani, spesseggiano nelle croniche latine -e ne’ diplomi arabi, greci e latini, i <i>kâid</i>, καΐτοι e -<i>gaiti</i> o <i>cayti</i>, or citati o soscritti come testimonii in -atti pubblici, or esercenti pubblici ufici ed or celebri -nei raggiri della corte. In cotesti scritti la voce <i>kâid</i>, -talvolta evidentemente vuol dire condottieri di pretoriani;<a class="tag" id="tag616" href="#note616">[616]</a> -più spesso torna a mero titolo di onorificenza -dato ad oficiali della corte;<a class="tag" id="tag617" href="#note617">[617]</a> ma in molti altri casi -<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span> -a noi sembra denominazione d’un ordine sociale. Che -i titoli militari degenerino facilmente in nobiliari, -ognun lo sa dalla voce <i>dux</i> e da tante altre che occorrono -in tutti i paesi e in tutti i tempi. Similmente -sembra grado di nobiltà, la qualità di <i>kâid</i>, data -dal Falcando ad Abu-l-Kasim-ibn-Hammûd e al suo -rivale Sedictus (Siddik?) ai tempi di Guglielmo il -Buono<a class="tag" id="tag618" href="#note618">[618]</a> perocchè quello stesso Ibn-Hammûd, ricchissimo -uomo della schiatta di Alì, è chiamato <i>kâid</i> -dal contemporaneo Ibn-Giobair, e detto “il primo -<i>za’îm</i> e signore dell’isola, un di que’ nobili ne’ quali -la signoria scende ereditaria in linea di primogenitura.”<a class="tag" id="tag619" href="#note619">[619]</a> -Potremmo noverar nella medesima classe -<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span> -tutti i gaiti che compariscono senza livrea di corte -nella seconda metà del duodecimo secolo; i quali se -pur vogliano supporsi condottieri di milizie, nol furono -di pretoriani, vedendosi sparsi per tutta l’isola<a class="tag" id="tag620" href="#note620">[620]</a> e tornerebbero -quindi a capitani ereditarii, ossia a nobili; -quando gli ordini delle tribù arabiche e gli usi del -<i>giund</i> concordavano in questo coi costumi feudali -dell’Europa, che il capo della famiglia vera o fittizia, -conducesse in guerra le proprie genti. Nè altri esser -<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span> -poteano che <i>kâid</i> nobili, i cinque regoli saraceni surti -in arme ne’ monti del val di Mazara, dopo la morte -di Guglielmo il Buono.<a class="tag" id="tag621" href="#note621">[621]</a> Certo egli è che avendo Roberto -Guiscardo, e poi il conte Ruggiero, adoperate -grosse schiere di musulmani siciliani, coteste milizie -doveano obbedire a capitani di lor gente; e che i capitani, -se pur non erano nobili di nascita, lo diveniano -di fatto, secondo le idee del medio evo e un po’ di -tutti i tempi. Io penso che i <i>kâid</i> in Sicilia ragunassero -le milizie musulmane a un di presso come i baroni -le feudali e costituissero nella prima metà del -duodecimo secolo una vera nobiltà. Rimase questa in -piè sino alla morte di Guglielmo II, ancorchè il numero -delle milizie musulmane negli eserciti regii scemasse -di molto e si amassero meglio i Musulmani -stanziali de’ quali si è fatta parola, capitanati da <i>kâid</i> -cristiani o convertiti in apparenza.<a class="tag" id="tag622" href="#note622">[622]</a> Ma or col pretesto -di capitanare una compagnia pretoriana ed or -senza alcuno, i paggi della corte, eunuchi la più parte -addetti al servigio delle persone reali o ad ufici pubblici, -presero a poco a poco quel titolo di nobiltà.<a class="tag" id="tag623" href="#note623">[623]</a> -Il quale nello scompiglio politico ed amministrativo -che precedette al regno di Federigo, divenne, com’e’ -<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span> -parmi, titolo d’un uficio d’azienda, quella forse -di beni demaniali, nella città e territorio di Palermo, -tenuta prima da un de’ paggi di corte. Uficio d’azienda -fu certo nella prima metà del secolo decimoterzo.<a class="tag" id="tag624" href="#note624">[624]</a> -Ma proprio ne’ primi anni (1206) papa Innocenzo -III avea scritto “al cadi <i>con tutti i gaiti</i> di -Entella, Platani, Giato, Celso ed a tutti gli altri gaiti -e Saraceni di Sicilia” augurando loro “di comprendere -ed amare la verità ch’è Dio stesso;” lodandoli -della fede serbata a Federigo re loro ed esortandoli -a perseverare in quella.<a class="tag" id="tag625" href="#note625">[625]</a> Erano dunque i gaiti di -quel tempo capi politici e militari nel bel centro del -Val di Mazara. -</p> - -<p> -Se bastin le cose qui dette a dimostrare che -dopo il conquisto normanno non mancò un ordine di -nobili tra i Musulmani di Sicilia, si ammirerà la felice -intuizione che condusse il Gregorio a concluder -lo stesso, ancorchè le due prove ch’ei ne allegava -non reggessero punto nè poco. Perocch’egli, seguendo -alcune incerte parole del Malaterra, suppose feudatario -del conte Ruggiero lo sciagurato Ibn-Thimna che -fu alleato di lui e di Roberto Guiscardo; e accettando -<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span> -un anacronismo di Leone Affricano, suppose lasciato -dal Conte il dominio d’un castello, al musulmano -da lui chiamato Esseriph, rinomato scrittore di geografia; -il quale non è altri che Edrisi, e visse nelle -generazioni seguenti, poichè egli presentava il suo -libro al re Ruggiero, ottant’anni appresso l’entrata -del Conte in Palermo!<a class="tag" id="tag626" href="#note626">[626]</a> -</p> - -<p> -Dei fatti rassegnati in questo e nel capitolo precedente -si ritrova la causa nelle vicende del conquisto. -Il quale, messe da canto le operazioni spicciolate e la -caduta delle ultime fortezze, va diviso in quattro periodi: -cacciata dei Musulmani dalla punta settentrionale -del Valdemone (1061); occupazione della zona -settentrionale del Val di Mazara (1072); guerra di Benavert -(1073-86) e sottomissione del Val di Noto -(1086-9). Or nei primi due periodi e nell’ultimo fu sì -rapido il trionfo, che il grosso della popolazione rimase -là dov’era: nel Valdemone i Greci e altri antichi abitatori, -e nelle altre province nominate, gli antichi -abitatori cristiani o rinnegati e i Musulmani di sangue -arabico o berbero. È da notar pure questo divario -che nel primo periodo i vincitori lasciarono appena -qualche debole presidio; ma nel secondo e nel quarto, -sendo assai più numerosi e dividendo gli acquisti -tra loro, stanziarono nel paese: e però il Valdemone -estremo ebbe meno stranieri che il rimanente dell’isola. -Ma combattuto a lungo il terzo periodo; nel -<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span> -quale variò la fortuna più che nol confessi il Malaterra, -e furono costretti i Normanni, a cercare nuovi -ausiliari, ch’egli dissimula invano. In questo tempo -parmi seguissero le maggiori perdite de’ vincitori, -il condottiero de’ quali, alla fine dell’impresa, confessava -essergli stato ucciso tanto numero di cavalieri -che Dio solo e i Santi il sapeano.<a class="tag" id="tag627" href="#note627">[627]</a> In questo tempo -veggiamo afforzata, come base di operazioni a sinistra -della frontiera normanna, Paternò, il cui nome -occorre nell’Italia di sopra, e la città, dopo la morte del -conte Ruggiero, divenne feudo di Arrigo de’ marchesi -Aleramidi.<a class="tag" id="tag628" href="#note628">[628]</a> Gli indizii su l’origine di Caltagirone, le -prove su le popolazioni di Piazza, Nicosia ed altre -città delle catene di monti che girano intorno all’Etna -da tramontana a ponente, ci portano a credere cacciata -o sterminata nel terzo periodo del conquisto -gran parte dell’antica gente cristiana o musulmana -di quella regione, e sottentrate a quella colonie di -Terraferma, le quali poi crebbero per emigrazioni -spicciolate, incominciando dagli ultimi anni del conte -Ruggiero e continuando per tutta la reggenza di Adelaide -e forse nei primi anni di governo del figliuolo -che poi fu re. Il quale supposto si conferma riscontrando -i nomi delle città principali della diocesi di -Catania secondo il diploma del Conte, dato il 1091, -con que’ che si leggono ne’ paragrafi di Edrisi (1154) -<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span> -risguardanti la stessa regione; poichè mancano tra -i primi Piazza, San Filippo d’Argirò, Aidone, colonie -lombarde; le quali città al certo non sarebbero state -messe da canto, se verso la fine della guerra le fossero -state così grosse e importanti come le si veggono -nel XII secolo.<a class="tag" id="tag629" href="#note629">[629]</a> E l’è appunto il caso di Caltagirone -che notammo dianzi.<a class="tag" id="tag630" href="#note630">[630]</a> -</p> - -<p> -Gli annali del conquisto ci conducono anco a supposti -non privi di fondamento su l’origine delle condizioni -personali. Abbiam noi narrato come le città -principali s’arrendessero a patti, Catania, Palermo, -Mazara, Trapani, Taormina, Siracusa, Castrogiovanni, -Butera, Noto, Malta; fuorchè Messina dove i -Musulmani furono sterminati applaudendo tutta la -città; Traina pria confederata, poi soggiogata; Girgenti -espugnata quando giovava ai vincitori la magnanimità. -Che se veggiamo Catania data in feudo al -vescovo e gli abitatori musulmani scritti nel ruolo -de’ villani, incominciando da due kâid, è da ricordare -che la fu ripresa per battaglia dopo che avea -chiamato Benavert. Del rimanente non è verosimile -che tutte le altre città musulmane ottenuti avessero -i medesimi patti ch’ebbe Palermo potendo tuttavia -difendersi: forse furono patti comuni, la libertà religiosa -e il possesso de’ beni privati; variarono bensì -<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span> -le condizioni de’ tributi e alcuni ordini pubblici. Il -vincitore non era uomo da innovare senza perchè: -ond’è da supporre in generale ch’ei mantenesse le -consuetudini e, tra le altre, la nobiltà tra i Musulmani, -come, tra i Greci, la uguaglianza sotto il potere assoluto. -</p> - -<p> -Al contrario delle città, le terre aperte e i villaggi -cadeano senza difesa in man del vincitore, quand’egli -movea contro la capitale della provincia o poco -appresso la riduzione di quella; nè era luogo a patti che -per qualche importante castello. L’esempio di Bugamo -ci mostra che in tali casi i condottieri normanni trattassero -i prigioni come schiavi:<a class="tag" id="tag631" href="#note631">[631]</a> e quella necessaria -conseguenza ch’era l’appropriazione de’ beni, si scorge -da cento diplomi; tra i quali notevolissimo è un giudizio -del millecentoventitrè, attestando il passaggio -di proprietà di un mulino che due musulmani aveano -comperato pria del conquisto e che indi appartenne -al feudatario, signor loro.<a class="tag" id="tag632" href="#note632">[632]</a> I prigioni poi non venduti, -rimaneano servi della gleba; non esclusi al certo -i Cristiani che vivessero da coloni o da schiavi, poichè -li veggiamo scritti al par che i Musulmani nelle -platee de’ villani. Cotesta popolazione rurale presa -insieme col suolo, evidentemente è la classe di villani -tenuta al signore per cagion di persona. I tenuti per -cagion della roba sembrano abitatori de’ luoghi che -<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span> -s’arrendeano a patti, o uomini avventizii ricettati -poscia nelle terre del signore. Il diritto di proprietà -di che godeano i villani su i beni acquistati con la -propria industria, soddisfatto che avessero a’ servigi -debiti al signore, parmi consuetudine risultante dalle -leggi musulmane sopra gli schiavi. In fine il grado di -<i>kâid</i> serbato ad alcuni nobili, procedè manifestamente -da patti stipulati nella resa delle castella, o da necessità -più forte che i patti; cioè che volendo menare -in guerra le genti, era forza anco di mantenere -i capi ai quali solean esse ubbidire. E forse l’era ordine -da non potersi smettere nè anco in pace, se volessi -far vivere in sicurtà i popoli vicini, cristiani o -musulmani, e guarentire efficacemente le persone e -la roba. -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="cap10">CAPITOLO X.</h2> -</div> - -<p> -All’origine della monarchia siciliana s’affaccia -la quistione se i conti di Sicilia fossero stati vassalli -dei duchi di Puglia. Le testimonianze si contraddicono. -Il monaco inglese Eadmer, contemporaneo del -conte Ruggiero, lo chiama <i>uom</i> del duca di Puglia; -il Malaterra, suo famigliare, dice concedutagli la -Sicilia in feudo da Roberto Guiscardo; Leone d’Ostia -e Romualdo Salernitano, autori più moderni, scrissero -le medesime cose.<a class="tag" id="tag633" href="#note633">[633]</a> Roberto poi e il figlio Ruggiero, -<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span> -in alcuni diplomi s’intitolarono duchi di Puglia, -o d’Italia, di Calabria e di Sicilia<a class="tag" id="tag634" href="#note634">[634]</a> e il conte Ruggiero -disse talvolta Roberto suo signore.<a class="tag" id="tag635" href="#note635">[635]</a> All’incontro, la -storia tutta dei tempi fa fede che il conte, nè i figliuoli -giammai non prestarono omaggio nè servizio ai duchi -di Puglia;<a class="tag" id="tag636" href="#note636">[636]</a> e v’ha dei diplomi ne’ quali il conte non -chiama Roberto altrimenti che fratello; nè il costui -figliuolo Ruggiero altrimenti che duca di Puglia e di -Calabria.<a class="tag" id="tag637" href="#note637">[637]</a> Il Gregorio accettò quasi la soggezione;<a class="tag" id="tag638" href="#note638">[638]</a> -il Palmieri negolla con ira;<a class="tag" id="tag639" href="#note639">[639]</a> degli altri scrittori taccio -per brevità. Ma non può spiegare la contraddizione -dei documenti, chi si ostini ad immaginare un Roberto -Guiscardo, pio, felice, augusto, seduto sul trono -degli avi, tra baroni ossequiosi, e inteso tranquillamente -a reggere lo Stato con quelle che poco appresso -furono chiamate le Assise di Gerusalemme. -</p> - -<p> -Da’ cenni che noi abbiam fatti qua e là in questo -quinto libro, l’eroe comparisce in ben altra sembianza -<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span> -infino al milleottanta.<a class="tag" id="tag640" href="#note640">[640]</a> I baroni normanni, un tempo -condottieri, lo teneano lor pari; le città lor soldato -di ventura, cui per forza pagar dovessero una taglia: -i papi stessi che gli avean dato animo con la ricognizione -feudale e col titolo di duca, il più spesso tiravano -a scacciarlo d’Italia. Il fratello Ruggiero, -tenendo dapprima da lui il solo feudo di Mileto, cavalcò -tra le sue masnade, capitano di ventura con una -compagnia propria; ma nata una briga tra’ fratelli -per guiderdoni non soddisfatti, vennero alle armi; -Ruggiero passò al servizio di feudatari ostili, o fece -patti con città ricalcitranti: alfine stipularono un -partaggio di entrate in Calabria: piuttosto assegnamento -fisso di stipendio, che vera concessione feudale. -In Terraferma dunque occorrono tra due fratelli -patti mutabili e temporanei; diversi secondo le forze -che l’uno o l’altro contribuiva in ciascuna impresa. -</p> - -<p> -Lo stesso apparisce in Sicilia, dove alla prima -passata, Roberto, non concede terreno a Ruggiero; -e questi, ritornato co’ suoi uomini d’arme, fa patto -co’ trainesi e acquista parecchie castella senza partecipazione -di Roberto.<a class="tag" id="tag641" href="#note641">[641]</a> La seconda impresa d’entrambi -fallì. Nella terza seguì una vera concessione -feudale com’abbiam detto;<a class="tag" id="tag642" href="#note642">[642]</a> ma a capo di pochi anni, -apprestandosi la guerra di Grecia, mutavansi gli accordi -del settantadue; poichè il conte signoreggiò -<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span> -allora Messina e tutto il Valdemone.<a class="tag" id="tag643" href="#note643">[643]</a> La morte di -Roberto, le necessità del figliuolo Ruggiero e la potenza -e fama dello zio, fruttarono a questo l’altra -metà della Calabria: cioè a dire che si rifece il patto -per la seconda volta in quattordici anni; e sappiamo -anco che si trattò di dare al conte Ruggiero il titolo -di duca, ossia cancellare solennemente la dipendenza -feudale che di fatto era ita.<a class="tag" id="tag644" href="#note644">[644]</a> Di fatto e anco di dritto, -se risguardisi che Urbano II, sovrano feudale del -duca di Puglia, nella famosa bolla del millenovantotto -non fa menzione di costui, nè vanta signoria di sorta -sul conte Ruggiero, nè su la Sicilia. La corte di Salerno -ricordava, ciò non ostante, la concessione del -settantadue, tanto più volentieri quanto erano scambiate -le sorti de’ due rami di casa Hauteville: indi -l’opinione di Eadmero e di Romualdo e i titoli de’ diplomi. -Che se i cancellieri del conte nello stesso -tempo ricordavano o trasandavano la dipendenza -feudale dal fratello, ciò prova che la fosse rimasa -nelle formole e ormai non ci si badasse. In ogni modo, -non si può ammettere nel diritto pubblico siciliano -una sovranità surta e scomparsa entro pochi anni, -mentre l’edifizio de’ principati normanni non era nè -compiuto nè assodato, ma lo si innalzava, demoliva -e rifaceva ogni dì. -</p> - -<p> -Chiarito questo e lasciato da canto il dubbio di -qualsivoglia nesso feudale con Roma,<a class="tag" id="tag645" href="#note645">[645]</a> che mai ne fu -<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span> -detto da senno infino alla prima metà del XIII secolo, -si vedrà illimitata in teoria la potestà del conte Ruggiero -in Sicilia. E la fu larghissima in fatto, ancorchè -la Sicilia e la Calabria abbiano avuto in que’ primi tempi, -come tutti gli stati feudali, loro parlamenti, così -appunto chiamati, di ottimati laici ed ecclesiastici. Il -Gregorio ha allegato in esempio «i principi, conti, -baroni ed altri uomini di nota» convocati in Salerno, -i quali decretavano la corona reale, al secondo Ruggiero -(1129) «e i dignitarii, potenti ed onorandi uomini -indi chiamati in Palermo (1130) da tutte le province -e terre per assistere alla incoronazione; i quali -tutti, insieme co’ popolani grandi e piccoli, messo il -partito ed esaminatolo, concordi l’approvavano:<a class="tag" id="tag646" href="#note646">[646]</a>» -ma cotesto ha sembianza di plebiscito meglio che di -parlamento; e la nuova dominazione surse in condizioni -politiche e sociali molto diverse da quelle -tra le quali regnava il primo conte. È allegato nella -medesima opera, più vicino al tempo e più opportuno, -un Parlamento tenuto in Messina il 1113 dalla -reggente contessa Adelaide, per faccende del vescovado -di Squillaci; pur la sembra solenne cerimonia, più -tosto che politica adunanza.<a class="tag" id="tag647" href="#note647">[647]</a> A cotesto esempio possiamo -aggiugnere i privilegi della Chiesa di Palermo -confermati il 1112 dalla contessa e dal suo figliuolo -Ruggiero «ormai cavaliere e conte», sedenti nelle -aule del castello della città, con l’arcivescovo Gualtiero -e molti altri chierici, baroni e cavalieri.<a class="tag" id="tag648" href="#note648">[648]</a> Chiamato -<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span> -il 1130 nel parlagio<a class="tag" id="tag649" href="#note649">[649]</a> della medesima reggia -palermitana l’arcivescovo della città con molti altri -vescovi e baroni, fermavasi la divisione delle decime -di Termini tra l’arcivescovo e l’abate di Lipari.<a class="tag" id="tag650" href="#note650">[650]</a> -Ma, quel che tronca ogni dubbio, un documento citato -in altro luogo dal Gregorio e dimenticato poi nel -trattare de’ parlamenti, prova che pretendendosi -da’ vescovi le decime ecclesiastiche sulle entrate -tutte dell’isola e negandole i Terrieri, come sono appellati -genericamente i feudatarii nelle carte latine, -greche ed arabiche de’ Normanni di Sicilia, il primo -conte Ruggiero convocò gli uni e gli altri in Mazara -e definì la contesa in questo modo: ch’ei medesimo -pagasse la decima a’ vescovi su i beni proprii; che i -Terrieri pagasserne due terzi, usando dassè l’altra -terza parte al servigio delle cappelle di lor castelli; -e che del rimanente e’ fossero giudicati dai sinodi -per loro colpe spirituali e ne pagassero ammenda a -tenor delle consuetudini vescovili.<a class="tag" id="tag651" href="#note651">[651]</a> Ancorchè promulgata -come decisione del principe, cotesta legge -mi par delle più gravi che mai fosse stata deliberata -in Parlamento moderno d’Europa: e prova gli ordini -costituzionali della Sicilia fin dal primo principio -della monarchia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span> -</p> - -<p> -Per distinguersi da’ conti di Terraferma, padroni -di minore territorio e soggetti al duca di Puglia, Ruggiero -prese talvolta il titolo di Gran Conte.<a class="tag" id="tag652" href="#note652">[652]</a> Ma i suoi -successori immediati più volentieri s’intitolarono -consoli; la quale classica denominazione venne in -tanta voga a corte di Palermo entrando il duodecimo -secolo, che cancellieri e cronisti, non solamente la -usavano nel presente, ma anco riportavanla allo stesso -conquistatore.<a class="tag" id="tag653" href="#note653">[653]</a> Per vero le tradizioni del consolato -non s’erano mai dileguate nel mondo: e specialmente -nell’Italia meridionale, i reggitori di Napoli, Gaeta, -Amalfi, emancipati dal governo bizantino, s’erano -chiamati duchi e consoli;<a class="tag" id="tag654" href="#note654">[654]</a> e console Rainolfo conte -d’Aversa, che fu il primo feudatario normanno in -Italia.<a class="tag" id="tag655" href="#note655">[655]</a> Dopo mezzo secolo, quando già quel titolo a -Pisa, Genova, Asti, San Remo e senza dubbio in altre -<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span> -città italiane, designava capi politici costituiti senza -volontà d’imperatori nè di papi, assunserlo i principi -della Sicilia, che aveano a noia di chiamarsi conti, -ma non osavano prendere alcun altro dei titoli consueti -nell’ordine feudale, o lo sdegnavano. Non succedean -essi in Sicilia ai <i>basilei</i> bizantini ed ai califi fatemiti, -gli uni e gli altri principi independenti e pontefici, per -arrota? Ma non andò guari che, allargato il dominio, -e’ smessero le appellazioni di conti e di consoli, per -chiamarsi re. -</p> - -<p> -Passando alle altre parti dell’ordinamento politico, -seguiamo l’ordine de’ tempi con dir la prima -cosa de’ municipii, poichè parte erano in piè innanzi -il conquisto. Contuttociò il Gregorio li vide e non vide -ne’ tempi normanni; e conchiuse che allora «ebbero -le popolazioni siciliane quasi una forma di corpo -municipale.<a class="tag" id="tag656" href="#note656">[656]</a>» Sapea pure il Gregorio che, nella -prima metà del duodecimo secolo, Caltagirone possedette -vasti fondi e comperonne dallo Stato;<a class="tag" id="tag657" href="#note657">[657]</a> che -Nicosia, colonia lombarda, tenne la terra di Migeti; -che ambo le città fornivano all’armata grande numero -di marinai, e legname da costruzione;<a class="tag" id="tag658" href="#note658">[658]</a> che altre colonie -lombarde furono soggette agli stessi pesi, -contrassegno di proprietà.<a class="tag" id="tag659" href="#note659">[659]</a> Vedeasi in ciò la persona -legale del comune. Vedeasi agli atti, perfino nelle -terre feudali: gli uomini di Patti muover lite contro -il vescovo; i lor procuratori accettare una -<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span> -transazione;<a class="tag" id="tag660" href="#note660">[660]</a> quei di Cefalù proporre ordinariamente al -vescovo feudatario tre persone per la scelta del -bajulo.<a class="tag" id="tag661" href="#note661">[661]</a> Il Gregorio dunque si avviluppò in quel -suo giro di parole, un poco per paura dell’assurdo e -tirannico governo de’ Borboni in Sicilia, un poco -per non aver bene studiata la materia e soprattutto -perch’ei rabbrividiva a quel nome di comune, quasi -ne fosse stata unica forma la repubblica italiana del -medio evo, o quella di Francia che suonava sì tremenda -nell’età sua. -</p> - -<p> -Avendo toccato dei municipii, sì degli antichi -abitatori cristiani e sì dei musulmani,<a class="tag" id="tag662" href="#note662">[662]</a> ne ricercheremo -noi le vestigie durante la guerra e sotto la -dominazione normanna. Avvertiamo intanto, a proposito -dei municipii cristiani, avanzo dal tempo bizantino, -che nella stessa Grecia gli ordini municipali -rimasero o rinacquero, non ostante la dichiarazione -di Leone il Sapiente, della quale s’è detto a suo luogo; -che, dopo quella, le leggi bizantine riconobbero nelle -città e nelle campagne alcune corporazioni di mestiere -e associazioni d’interessi, le quali, se non abbracciavano -l’universale de’ cittadini, aveano forme più -democratiche dell’antico municipio e gittavan le -basi del nuovo; e che al tempo della dominazione -latina e poi della turca, vennero su nella Terraferma -al par che nelle isole della Grecia, veri magistrati o -rappresentanti municipali, di nomi diversi secondo i -<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span> -luoghi, <i>proesti, demogeronti, arconti, epitropi</i>, i quali -ufizi per certo non erano stati stampati di fresco -nel XIII o nel XV secolo.<a class="tag" id="tag663" href="#note663">[663]</a> Nelle province bizantine -della Terraferma d’Italia, le frequenti mutazioni di -signoria avean dato occasione alle maggiori città di -costituirsi in corpi politici, come si ritrae dagli esempii -di Bari e di Salerno che cita lo stesso Gregorio<a class="tag" id="tag664" href="#note664">[664]</a> e -dagli accordi che altre città fermavano coi capitani -normanni:<a class="tag" id="tag665" href="#note665">[665]</a> e perfin si legge in un diploma greco dell’undecimo -secolo, che villani dimoranti nelle terre -d’un Monastero e d’un feudatario, pagassero tributo -personale al comune di Geraci in Calabria.<a class="tag" id="tag666" href="#note666">[666]</a> -La quale tendenza generale della schiatta greca, non -solamente non trovò ostacoli in Sicilia, ma fu promossa -dalla dominazione musulmana. Le città, sciolte -da’ fastidii degli ufiziali bizantini e costrette a far -dassè sotto il giogo degli Infedeli, aveano dovuto -rinforzare lor ordini municipali nel IX e X secolo, -per provvedere all’amministrazione della giustizia, -soddisfare a lor obblighi verso i nuovi signori e difendersi -civilmente dai soprusi. -</p> - -<p> -Che se il nome delle città torna raro ed incerto -nelle memorie della guerra, non ne maraviglierà chi -conosca la tiepidezza de’ Greci in quel grande avvenimento -e il laconismo delle croniche normanne -<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span> -quand’esse non raccontino il valore e la pietà de’ protagonisti. -Pertanto abbiam due soli ricordi: che que’ di -Traina fermarono patti con Ruggiero e, quando sollevaronsi -e l’assediarono nel suo palagio, aveano, al par -delle città di Calabria, una torre afforzata in altra parte -della terra; e che in Petralia i Cristiani e i Musulmani, -tenuto consiglio, deliberavano di darsi al condottiero -normanno.<a class="tag" id="tag667" href="#note667">[667]</a> Ma cotesti atti possono riferirsi -tanto a magistrati costituiti, quanto al popolo che -nei casi estremi ripigli l’esercizio di tutti i suoi diritti. -Le carte delle generazioni seguenti ci danno -assai più precise notizie sugli ufizii municipali. -</p> - -<p> -Il sonante vocabolo <i>Arcon</i> comparisce in que’ diplomi, -com’abbiam noi detto nel capitolo precedente, -con due significati diversi, de’ quali il primo tornava -genericamente a signore, e lo s’attribuì in particolare -a’ grandi ufiziali dello Stato, a un dipresso come -or si fa dell’eccellenza.<a class="tag" id="tag668" href="#note668">[668]</a> L’altro significato specificava -un ufizio. Basilio Tricari, arconte di Demenna, -è noverato (1090) tra i testimoni d’una donazione -del conte Ruggiero a favore di quel monastero di -<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span> -San Filippo.<a class="tag" id="tag669" href="#note669">[669]</a> Gli arconti di Galati, convocati dal feudatario -(1116) assistono all’atto per lo quale ei donava -un villano al monastero di Mueli.<a class="tag" id="tag670" href="#note670">[670]</a> Lo stratego -di Demenna aduna (1136) i capi de’ monasteri, i -sacerdoti e gli arconti della terra di San Marco per -appurare un titolo di proprietà.<a class="tag" id="tag671" href="#note671">[671]</a> Mezzo secolo appresso -(1182) son chiamati da’ giudici regii a somigliante -effetto in San Marco, insieme co’ Buoni uomini -e con gli Anziani, gli arconti di Naso, Fitalia, Mirto, -San Marco ed un arconte di Traina.<a class="tag" id="tag672" href="#note672">[672]</a> Que’ di Capizzi, -insieme con gli Anziani han carico (1168) di descrivere -i limiti di un piccol podere che la regina vuol -donare ad una chiesa.<a class="tag" id="tag673" href="#note673">[673]</a> In Oppido di Calabria, dove -i Buoni uomini e gli Anziani aveano già (1138) assistito -gli ufiziali dello Stato a determinare i diritti -del feudatario, nata quistione il 1188 per -alcuni poderi, era decisa dal Gran giudice di Calabria -secondo l’avviso degli arconti.<a class="tag" id="tag674" href="#note674">[674]</a> Eran questi -dunque assessori o giurati in cause civili. Nell’impero -bizantino il vocabolo arconte avea seguito cammino -diverso, e pur non troppo discosto. Serbando -l’antica significazione di magistrato giudiziale, prese -in particolare quella di presidente d’un tribunale -<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span> -e talvolta di governatore di provincia; poichè questo -presedeva ai giudizii: e indi l’<i>arcontia</i> comparisce -tra le divisioni territoriali. Da un altra mano il mal -vezzo dei titoli e la ripugnanza a tutta aristocrazia -ereditaria, portarono la corte bizantina a chiamare -arconti gli uomini cospicui per merito, ricchezza, o -favore: anco il clero appellò <i>arcontichia</i> il corpo -de’ suoi dignitarii; e, venuta la feudalità con le genti -occidentali, s’appiccicò quella denominazione ai baroni. -Si ritrae infine ch’essa era rimasa come occulta, -chi sa per quanti secoli, nei corpi municipali; -poichè squarciato il velo dell’amministrazione bizantina, -nel conquisto de’ Latini e poi de’ Turchi, si -veggono venire alla luce, insieme con le istituzioni -comunali, gli arconti e le altre denominazioni che ci -accadde citare poc’anzi; le quali in luoghi diversi -denotavano ufizii identici o molto somiglianti.<a class="tag" id="tag675" href="#note675">[675]</a> A -cotesti ufizi municipali, s’io mal non mi appongo, fu -dato in alcune terre il titolo di arconti, per cagion -di quella parte del podere giudiziale che tennero i -municipii dell’antichità e la trasmisero a que’ del -medio evo. L’ufizio municipale poi, sendo ereditario -tra’ possessori, come nella curia romana, potea divenire -<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span> -qua e là nelle province, denominazione volgare -d’un ceto di gentiluomini; denominazione non legale, -che pur insinuossi nell’aula di Costantinopoli. In -Sicilia, come ognun vede, venne alla luce nel XII -secolo l’ufizio municipale, e possiam anco dire l’appellazione -di classe; la grande magistratura d’arconte -non esistè; ma, tra gli altri orpelli che i principi -normanni tolsero in prestito dalla corte bizantina, -foggiarono questo titolo di arconti pei grandi ufiziali -dello Stato, a suggestione, com’egli è manifesto, de’ valentuomini -stranieri di schiatta greca, i quali nella -prima metà del duodecimo secolo collaborarono col -secondo Ruggiero all’assetto del reame. -</p> - -<p> -L’ufizio di giurati nelle cause di confini e di -proprietà rurali si vede anco esercitato in Sicilia dagli -<i>Anziani</i> (Γέροντες), or soli, come (1142) a Traina, -Cerami, San Filippo d’Argirò<a class="tag" id="tag676" href="#note676">[676]</a> e, quel ch’è più, nominati -a mo’ di corporazione, come (1123) a Ciminna;<a class="tag" id="tag677" href="#note677">[677]</a> -or insieme coi Buoni uomini, come (1095) a Rametta,<a class="tag" id="tag678" href="#note678">[678]</a> -(1182) a San Marco, Naso, Fitalia, Mirto,<a class="tag" id="tag679" href="#note679">[679]</a> e (1183) -a Centorbi<a class="tag" id="tag680" href="#note680">[680]</a> ed occorre anco il caso (1138) in Oppido -<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span> -di Calabria;<a class="tag" id="tag681" href="#note681">[681]</a> or insieme con gli arconti come (1168) -a Capizzi.<a class="tag" id="tag682" href="#note682">[682]</a> Quand’egli avvenia che soggiornassero -Cristiani e Musulmani nella medesima terra o in quelle -attorno un podere di cui fossero contesi i confini, si -chiamavano gli anziani degli uni e degli altri, col titolo -comune di <i>sceikh</i> ovvero di <i>geronti</i>, secondo la lingua -del diploma. Così (1134) a Giattini e Mertu<a class="tag" id="tag683" href="#note683">[683]</a> e poscia -(1172) a Misilmeri<a class="tag" id="tag684" href="#note684">[684]</a> e poco appresso (1183) a Vicari, -Petralia, Caltavuturo, Polizzi, Ciminna, Cammarata, -Cuscasin Michiken, Casba, Cassaro, Gurfa, Iali.<a class="tag" id="tag685" href="#note685">[685]</a> I -geronti e il maestro de’ borghesi di Traina, i geronti, -cristiani e musulmani di Gagliano, i geronti e gli -uomini, (che di certo significa i «Buoni uomini») di -Centorbi, eran chiamati (1142) al par che quelli di -Castrogiovanni e di Adernò, cristiani e musulmani, a -definire insieme con un protonotaro delegato dal re -i confini di Regalbuto, pei quali disputava il feudatario -<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span> -di Argira contro il vescovo di Messina.<a class="tag" id="tag686" href="#note686">[686]</a> Per un -altro diploma (1149) gli sceikh musulmani e cristiani -di Giato avean carico di assister lo stratego a designare -su i luoghi una quantità di terreno donato dal -re su i beni demaniali.<a class="tag" id="tag687" href="#note687">[687]</a> In parecchi atti pubblici, -greci, inoltre, del XII e XIII secolo, si veggono -de’ testimonii soscritti col medesimo titolo nelle terre -di Mistretta, Naso, Mirto e nuovamente in San Marco -e in Centorbi.<a class="tag" id="tag688" href="#note688">[688]</a> -</p> - -<p> -Erano convocati dai giudici del re i <i>Buoni uomini</i> -(Καλοὶ ἀνδρώποι), di San Marco (1109), que’ di -Traina, Gagliano e Milga (1154) e insieme con gli -Anziani, i Buoni uomini di Naso, Fitalia, Mirto e -San Marco (1182) e infine, que’ di Centorbi (1183) -per determinare i confini di territorii sui quali si -contendea.<a class="tag" id="tag689" href="#note689">[689]</a> I Buoni uomini, di Ἀχάρων, ch’io credo -torni ad Alcara di Val Demone, chiamati dal vescovo -di Messina, lor signore, per far testimonianza -<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span> -sul diritto di proprietà di certi pascoli tenuti da -un monastero (1125), rispondeano aver essi medesimi -conceduto quel fondo al monastero, in grazia di -alcuni loro concittadini che vollero farsi frati.<a class="tag" id="tag690" href="#note690">[690]</a> Ottant’anni -dopo, que’ di Nicosia, insieme con due -commissarii del re «e con tutto il popolo» disponeano -della chiesa del Salvatore, fondata un tempo -dallo stesso municipio.<a class="tag" id="tag691" href="#note691">[691]</a> Nel primo caso tornano dunque -i Buoni uomini ad assessori, o giurati: quello -ufizio appunto che lor veggiamo esercitare nel IX -o X secolo, secondo la <i>Lex romana</i> del manoscritto di -Udine, la quale li mostra allo stesso tempo rappresentanti -di comuni in giudizio ed esercenti altri atti -<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span> -d’amministrazione.<a class="tag" id="tag692" href="#note692">[692]</a> Nel caso d’Alcara e di Nicosia -evidentemente rappresentan essi il comune, come -il nostro odierno Consiglio municipale. Tali appunto -i <i>Boni homines</i> di Savona, secondo i diplomi latini -del 1056, 1062, 1080, 1125 pubblicati dal San -<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span> -Quintino.<a class="tag" id="tag693" href="#note693">[693]</a> Nè l’è maraviglia di trovar lo stesso nome ed -ufizio in Sicilia, quando tanta parte delle nuove colonie -venne dalla Marca aleramica; e d’altronde -quella appellazione durava qua e là in tutta Italia, -per esempio al principio dell’undecimo secolo in -Benevento;<a class="tag" id="tag694" href="#note694">[694]</a> e lungo tempo appresso ricomparve nella -repubblica fiorentina. -</p> - -<p> -Pongo in ultimo, tra gli ufiziali dei comuni cristiani, -i <i>Maestri de’ borghesi</i>, che il Gregorio notava -in Collesano (1141) e in Traina (1142) e prendeane -animo a confessare le «quasi forme» di municipio, aggiugnendo, -senza prova nè indizio altro che il nome, -che «il maestro dei borghesi intimava e dirigea -come capo» il consiglio comunale.<a class="tag" id="tag695" href="#note695">[695]</a> Senza riandar -l’antico significato militare del vocabolo <i>Magister</i>, -nè il militare e civile che prese passando nell’impero -bizantino, lo veggiamo noi nell’Europa, centrale e -occidentale, per tutto il medio evo, rispondere a prefetto, -o preposto ad una classe di impiegati o di cittadini,<a class="tag" id="tag696" href="#note696">[696]</a> -e ci occorre in Messina nel duodecimo secolo -il maestro degli Amalfitani;<a class="tag" id="tag697" href="#note697">[697]</a> ma non troviamo esempio -da mostrare, certo nè verosimile, che <i>Magister</i> tanto -valesse allora nel linguaggio legale di Sicilia, quanto -<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span> -<i>Major</i> e che quest’ultima voce denotasse lo stesso -ufizio in Sicilia che nella Francia settentrionale e -nell’Inghilterra.<a class="tag" id="tag698" href="#note698">[698]</a> All’incontro, il solo documento dal -quale intender si possa la natura dell’ufizio, lo mostra -pari in grado agli anziani<a class="tag" id="tag699" href="#note699">[699]</a> e ci conduce a supporlo -capo elettivo d’un consorzio di coloni i quali, stanziando -in mezzo a popolo diverso di condizioni o di -origine, avessero interessi lor proprii da curare; come -le scholae del Medio evo, le corporazioni d’arti di -tutti i tempi e, nei primi principii loro, le <i>compagne</i> -di Genova e d’altre città italiane. Un piccol numero -di borghesi italiani, ovvero oltramontani, stanziati in -Collesano, feudo degli Avenel,<a class="tag" id="tag700" href="#note700">[700]</a> avrebbe potuto richiedere -questa maniera di consolato, com’or si direbbe: -<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span> -e lo stesso valga per Traina, prima possessione del -conte Ruggiero, nella quale si veggono alla metà -del XII secolo abitatori greci, italici e francesi.<a class="tag" id="tag701" href="#note701">[701]</a> -</p> - -<p> -Di simili consorzii legalmente riconosciuti ci -danno esempio le <i>università</i>, come allor chiamavansi, -degli Israeliti in Sicilia. Senza argomentare dalle loro -istituzioni congeneri in altri paesi, abbiamo del XV -secolo i Capitoli concessi da re Alfonso alle università -dei Giudei del regno di Sicilia;<a class="tag" id="tag702" href="#note702">[702]</a> abbiamo del -secolo XIV memorie del loro Proto, de’ loro anziani -e delle loro università in Mazara e in Messina:<a class="tag" id="tag703" href="#note703">[703]</a> e le -medesime istituzioni risalgono senza dubbio al duodecimo -secolo, quando il vescovo di Cefalù, possessore -della Chiesa di Santa Lucia in Siracusa, concedeva -in enfiteusi alla <i>gemâ’</i> de’ Giudei in quella città un -pezzo di terreno per ampliare lor cimitero.<a class="tag" id="tag704" href="#note704">[704]</a> -</p> - -<p> -La voce <i>gemâ’</i> usata in quello scritto arabico -per designare la corporazione de’ Giudei di Siracusa, -prova che così anco fossero chiamate in Sicilia le -università de’ Musulmani, le quali, per lo grande -numero e il soggiorno separato, tornavano spesso a -<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span> -veri comuni. Gli è impossibile d’altronde immaginare -il soggiorno di sì grosse popolazioni musulmane -senza i loro magistrati municipali: e, se ciò non bastasse, -noi potremmo allegare gli <i>antique</i>, ossia sceikh, -de’ quali fa menzione Amato nella resa di Palermo;<a class="tag" id="tag705" href="#note705">[705]</a> -gli accordi di Mazara e di tutte le altre città che -sembrano fermati dalla <i>gemâ’</i> di ciascuna; e, sotto il -principato normanno, gli sceikh di Giattini, Misilmeri, -Giato, Vicari e d’altre terre, chiamati geronti -in greco, e incaricati come gli arconti, gli Anziani e -i Buoni uomini, di determinare i confini delle possessioni -rurali.<a class="tag" id="tag706" href="#note706">[706]</a> -</p> - -<p> -Veramente e’ mi par di vedere sotto quelle denominazioni, -che variano secondo le genti, unico -uficio di rappresentanti dei municipii; salvo il divario -che nascea, nell’ordinamento e ne’ limiti dell’autorità, -dalle condizioni e consuetudini locali di -ciascuna terra, di ciascuna gente e di ciascun consorzio; -perocchè trattando del Medio evo erra sempre chi -suppone uniformità. Anzi mi farebbe maraviglia a -veder sì frequente quel titolo di anziani col medesimo -significato in greco e in arabico, se l’autorità -de’ padri di famiglia, e però dei vecchi, non occorresse -nelle forme primitive d’ogni umano consorzio; -e se non potessimo supporre con verosimiglianza -che le municipalità cristiane di Sicilia si fossero -spontaneamente riformate nel IX o X secolo, ad -esempio delle musulmane, per provvedere ai bisogni -<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span> -prodotti nella società loro dalla nuova dominazione.<a class="tag" id="tag707" href="#note707">[707]</a> -E’ non occorre dimostrare che gli sceikh appartennero -ai Musulmani; i geronti e gli arconti a’ Greci -e credo io, agli altri antichi abitatori; e i Buoni -uomini alle nuove colonie italiche. Evidente anco -parmi che ciascuna gente ritenne o portò seco la -propria forma di municipio; poichè il principato normanno -non potea distruggere, nè fondare, nè pur -modificare profondamente istituzioni di tal fatta. Gli -arconti, come ho detto, sembrano in Sicilia anziani -che ritenessero quel titolo, per antica consuetudine, -come possessori; non altrimenti che i kaid, nobili e -condottieri, entravano nelle faccende municipali come -ogni altro notabile; ma nè i primi nè i secondi io -tengo ufiziali esecutivi, come sarebbero podestà, sindaci, -giurati, giunte municipali. Nè tali mi sembrano -i maestri de’ borghesi, meri capi di consorzii minori. -Necessario fatto egli era poi, e l’attestano i diplomi, -che nelle terre abitate insieme da due o più genti -diverse, ciascuna avesse i suoi proprii rappresentanti, -come abbiamo visto a San Marco, Capizzi, Giattini -e in molti altri luoghi. -</p> - -<p> -Ho detto rappresentanti dei comuni per usar -locuzione moderna ed esprimere un fatto simile nato -da diritto diverso; poichè non è da supporre elezione -popolare nè regia, in cotesti corpi municipali composti -<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span> -di uomini privilegiati in virtù di antichissime -consuetudini, gli uni delle città italiche o elleniche, -gli altri della tribù nomade e de’ primi tempi dell’islam: -possidenti, capi di alcune arti, scribi, chierici -cristiani, giuristi musulmani ed altri notabili. I -quali in che modi e tempi si ragunassero, e se nominassero -delegati appositi per ciascun negozio, lo ignoriamo; -nè abbiamo vestigie di magistrati incaricati ordinariamente -del potere esecutivo del Municipio. Pure -il diploma inedito di Nicosia che abbiam dato poc’anzi, -solo e tardo com’esso è, gitta molta luce su l’ordinamento -municipale de’ tempi normanni; dovendo -supporsi che le costituzioni delle colonie lombarde -fossero le più larghe dell’isola e che le tornassero -al principio del duodecimo secolo, non già alla fanciullezza -di Federigo secondo, nè al breve regno -d’Arrigo. Or il diritto di proprietà è esercitato in -quell’atto «da due commissari regii, da’ Buoni uomini -e dal popolo» e tra i Buoni uomini sono soscritti -due giudici giurati e due bajuli. Compariscono dunque -due ordini di rappresentanti municipali, il Consiglio -grande, cioè, dov’era chiamato tutto il popolo -a suon di campana, come si usò in Sicilia fin sotto -la dominazione spagnuola; e i Buoni uomini che par -componessero un Consiglio ristretto, nel quale intervenivano -i bajuli, oficiali amministrativi e giudici -regii, istituiti da re Ruggiero in luogo de’ vicecomiti -e strateghi dei primi tempi normanni: risulta poi evidente -che la presidenza del gran Consiglio era affidata -ad appositi delegati del principe. Possiamo dunque -supporre con fondamento che tutti i corpi municipali -<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span> -fossero stati convocati e preseduti da commissarii -regii, per generale provvedimento promulgato fin -dai principii della dominazione normanna; poichè -sembra impossibile che Ruggiero avesse ristrette con -tal freno le colonie lombarde e lasciate senza alcuno -le terre greche o musulmane; e d’altronde si è -visto,<a class="tag" id="tag708" href="#note708">[708]</a> senza eccezione chiamare dal feudatario i -Buoni uomini di Alcara, e dai commissarii regii que’ di -Nicosia, terra demaniale, per esercitare atti di dominio; -e similmente da giudici regii o altri ufiziali -gli sceikhi, anziani, arconti o Buoni uomini di tante -altre terre, per far le veci di giurati in cause civili. -Il consiglio generale poi, aperto a tutto il popolo, cioè -a tutti i borghesi, sembra privilegio delle colonie -lombarde; nè può ammettersi nelle altre città, se -nol provino nuovi documenti. E i due giudici giurati -di Nicosia soscritti nel diploma del 1204, sembrano veramente -ufiziali esecutivi del municipio, come que’ di -Messina, soscritti in una carta del 1172; ma non si potrà -su questo solo indizio determinar la giurisdizione -loro.<a class="tag" id="tag709" href="#note709">[709]</a> Nè potrassi definire precisamente quella degli -stessi municipii; la quale se la ci torna oscura in -oggi, fu dubbia e mutabile e diversa nell’undecimo -<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span> -e duodecimo secolo, e sol ritraggiamo la personalità -del municipio, la magistratura affidata a’ suoi rappresentanti -e che fors’anco erano richiesti que’ notabili -di cooperare nell’azienda dello Stato.<a class="tag" id="tag710" href="#note710">[710]</a> -</p> - -<p> -L’istituzione de’ municipii è provata anco dalle -franchige, le quali non furono mai disgiunte dall’ordinamento -della società chiamata a goderle. Che il -principe e i feudatarii, costretti a rifornire la Sicilia -di coloni cristiani, li avessero invitati con ogni maniera -di concessioni, si ritrae da testimonianze concordi. -Ruggiero, liberati i prigioni di Malta, profferia -di fabbricar loro a proprie spese un villaggio, là dove -lor paresse; di fornire i capitali fissi bisognevoli a -loro industrie e di francare la terra perpetuamente -da gravezze ed angarie.<a class="tag" id="tag711" href="#note711">[711]</a> Similmente era accordato -ai borghesi di Catania, Patti e Cefalù,<a class="tag" id="tag712" href="#note712">[712]</a> lo esercizio -di diritti promiscui nelle terre del signore, la immunità -da certe gravezze e impedimenti feudali, la -guarentigia della libertà personale e, nella prima di -quelle città, che Latini, Greci, Saraceni ed Ebrei -fossero giudicati ciascuno secondo sua legge. Abbiamo -noi accennato alle immunità delle colonie lombarde -di Randazzo e di Santa Lucia:<a class="tag" id="tag713" href="#note713">[713]</a> i diritti e le -buone consuetudini di Caltagirone, attestati da un diploma -di Arrigo VI, tornavano parimenti ai tempi di -<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span> -re Ruggiero<a class="tag" id="tag714" href="#note714">[714]</a> e son da supporre le une e le altre -più antiche. Inoltre, dovendosi tener generale il bisogno -di colonie cristiane, possiam noi dire che quasi -tutta la Sicilia ottenne, in breve e di queto, franchigie -municipali non dissimili da quelle che tante popolazioni -italiane e straniere, nella stessa età, strapparon -di mano ai feudatarii con ostinati sforzi e -sanguinosi. -</p> - -<p> -Or è da spiegare perchè il municipio non si -vegga distintamente, pria dello scorcio del duodecimo -secolo, nelle primarie città dell’isola, le quali pur -godettero larghissime franchige personali e reali fin -da’ primi anni della dominazione normanna.<a class="tag" id="tag715" href="#note715">[715]</a> Il difetto -non va apposto a casi fortuiti che avessero distrutto -ogni avanzo di loro carte nei frequenti disastri -della diplomatica siciliana: ma più plausibile -supposto e’ sembra che nessuna di quelle città abbia -avuto municipio di momento in que’ primi tempi. Lasciate -da canto Siracusa e Catania, soggette a feudatarii, -diremo sol di Palermo e di Messina, tenute -sempre in demanio e importanti sette secoli addietro, -così come le son oggi. -</p> - -<p> -Palermo che agguagliava o vincea per frequenza -di abitatori ogni altra città d’Italia, racchiudea -forse, verso il 1150, una diecina di <i>università</i>, -come allor si chiamavano: Musulmani, Greci, Ebrei, -Lombardi, Amalfitani, Genovesi, Baresi ed antichi abitatori -<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span> -cristiani; e i Musulmani e qualche altra gente -suddivisi, com’egli è verosimile, per quartieri, Cassaro, -Khalesa, Halka, Schiavoni:<a class="tag" id="tag716" href="#note716">[716]</a> tra i quali corpi -e’ non è possibile d’immaginare alcuna comunanza di -vita municipale. Fu mestieri che si dissipassero i Musulmani, -e che la lingua, i costumi e le violenze dei -feudatari e poi de’ Tedeschi, accomunassero i cittadini -cristiani, cioè che volgesse più d’un secolo, per -mettere insieme quel grosso di borghesia, il cui municipio -prevalse su tutte le università minori e rappresentò -la cittadinanza della capitale che proteggea -Federigo lo Svevo nella sua fanciullezza. Chi ricordava -allora la <i>gemâ’</i> musulmana o l’israelita, o i -magistrati de piccoli consorzi cristiani, e chi ne -serbava gli archivi? -</p> - -<p> -Sembrano diverse a prima vista le condizioni -di Messina, la città cristiana, la testa di ponte, direbbe -un militare, per la quale i conquistatori soleano -sboccare contro i Musulmani dell’isola. Ma secondo -la testimonianza d’Amato, rincalzata da fatti anteriori, -Messina, al primo assalto dei Normanni, era quasi -vota d’abitatori battezzati.<a class="tag" id="tag717" href="#note717">[717]</a> Nè al certo valsero -a ripopolarla in breve tratto le poche centinaia di -uomini che vi facea passare di quando in quando il -conte Ruggiero; nè gli stuoli più grossi che recovvi -<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span> -tre fiate Roberto Guiscardo. Greci di Sicilia e di Calabria -vi si raccolsero, com’e’ pare, a poco a poco, e genti -italiche di varii paesi, finchè il tramestìo delle Crociate -e le guerre marittime de’ Normanni non riempirono -di navi il porto e non accelerarono la ristorazione -della terra.<a class="tag" id="tag718" href="#note718">[718]</a> La diversità delle genti che -l’abitavano, attestata dagli scrittori del duodecimo -secolo,<a class="tag" id="tag719" href="#note719">[719]</a> portò necessariamente molti consorzii e ritardò, -sì come in Palermo, la formazione del vero -municipio. -</p> - -<p> -Le conghietture alle quali io sono stato troppo -spesso necessitato, provano la scarsezza de’ documenti -e il poco zelo che s’è messo fin qui a rintracciarli. -Or v’ha cagione di sperare che il generale -movimento degli studii storici conduca gli eruditi ad -approfondire la istituzione delle municipalità siciliane. -Ce ne danno arra i lavori di Isidoro La Lumìa e di -Ottone Hartwig, l’un de’ quali nella Storia di -Guglielmo il Buono e l’altro nell’Introduzione alle -consuetudini municipali della Sicilia, hanno toccato -con dottrina, ancorchè di passaggio, questo grave -argomento. -</p> - -<p> -Della feudalità non tratteremo a lungo, sendo -stati gli ordini di quella descritti largamente dal Gregorio,<a class="tag" id="tag720" href="#note720">[720]</a> -e qualche minuzia che questi lasciò addietro, -<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span> -spigolata con diligenza dal professore Diego -Orlando.<a class="tag" id="tag721" href="#note721">[721]</a> La somma è che, istituita per lo primo -allo scorcio dell’undecimo secolo, da un conquistatore -che sapea comandare a’ suoi seguaci, la -feudalità siciliana nacque ubbidiente e moderata; che -il principe trasferì a ciascun barone, tanto o quanto -determinati, que’ ch’egli credea suoi diritti su le cose -e sulle persone; ch’e’ riserbossi il più delle volte la -suprema giurisdizione criminale, e mantenne rigorosamente -le regalie. Non men che il diritto costituito, -raffrenava i baroni un contrappeso materiale: i molti -beni ritenuti in demanio, i molti allodii lasciati agli -antichi abitatori ed a’ Musulmani, e forse un po’ più -tardi i fondi conceduti a’ municipii col peso del servigio -navale, e fin dal principio l’accorta distribuzione -de’ feudi. -</p> - -<p> -Da’ pochi ricordi che abbiamo di questo gran -fatto sociale, si ritrae che seguì negli ultimi tempi -della guerra. Tra fortuna ed arte, il conte eliminò -i grandi feudi divisati da Roberto;<a class="tag" id="tag722" href="#note722">[722]</a> cominciò poi -concedendo piccole terre (1077); e quando il fratello -fu morto, il nipote avvinto a lui da obblighi e speranze, -e abbattuta l’ultima insegna musulmana in -Sicilia (1091), allora «chiamati i suoi cavalieri e reso -lor grazie, scrive il Malaterra, li rimeritò delle fatiche, -qual con terreni e vasti possessi e qual con altri -<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span> -premii.»<a class="tag" id="tag723" href="#note723">[723]</a> In quell’anno sembra in vero seguìta la -gran lotteria feudale della Sicilia. Le platee de’ villani -della Chiesa di Catania portan la clausola di -tenere come cancellati quelli che fossero stati scritti -per avventura nelle platee de’ baroni del millenovantatrè,<a class="tag" id="tag724" href="#note724">[724]</a> -ch’è a dire due anni dopo l’epoca notata dal -Malaterra; i quali due anni in vero non sembrano -troppi per ispedire i diplomi con le descrizioni dei territorii -e i ruoli de vassalli. -</p> - -<p> -La breve lista che può accozzarsi dei feudatarii -alla fine dell’undecimo secolo, basta a mostrare il -fine politico al quale mirava il conte Ruggiero. Sappiam -noi tenuto da un nobil uomo il val di Milazzo, -vasto territorio ch’è da credere conceduto ai tempi -di Roberto; sappiam tenute anco da nobili San Filippo -d’Argirò, Geraci, Castronovo, Caccamo, Brucato, -Carini, Partinico, piccole terre; tenute da principi -del sangue o stretti congiunti della dinastia, -Siracusa, Noto, Ragusa, Butera, Paternò,<a class="tag" id="tag725" href="#note725">[725]</a> Sciacca, -grosse città<a class="tag" id="tag726" href="#note726">[726]</a> e da vescovi o prelati molte città e -terre: e di certo i feudi ecclesiastici e i principeschi, -messi insieme co’ paesi demaniali, presero tal parte -dell’isola che passava di gran lunga il cumulo di -tutti gli altri feudi. Da’ nomi topografici si argomenta -anco che il conte abbia date ai piccoli condottieri -<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span> -le terre minori della Sicilia settentrionale, occupata -infino al mille ottanta o in quel torno, ed oltre a -ciò grande numero di piccoli poderi sparsi per tutta -l’isola,<a class="tag" id="tag727" href="#note727">[727]</a> e ch’egli abbia serbati alla propria casa, alle -Chiese e al demanio i più vasti e ricchi paesi conquistati -nell’ultimo decennio, nelle regioni del centro, di -mezzodì e di levante; tra i quali la contea di Butera, -conceduta al marchese Arrigo perch’egli era fratello -d’Adelaide, se pure il conte non isposò la principessa -aleramica perch’ella era sorella di Arrigo. La poca importanza -dei feudi privati a riscontro degli altri, collima -co’ ricordi del Malaterra intorno gli stanziali tenuti -dal conte e i guiderdoni di beni mobili; sendo evidente -che il capitano supremo dovette rimeritare con feudi, -non già i mercenarii, ma i condottieri che lo seguirono -col patto aleatorio di partire all’apostolica, -com’egli avea promesso innanzi il combattimento di -Misilmeri,<a class="tag" id="tag728" href="#note728">[728]</a> il bottino e gli acquisti stabili. Quanto -fossero pericolosi que’ cavalieri intraprenditori, l’avea -fatto sperimentare ei medesimo a Roberto; l’avean -provato entrambi in Puglia e in Calabria, per tutta -la loro vita. -</p> - -<p> -Le concessioni alle Chiese mi conducono a trattare -il capolavoro che fu di piantare in Sicilia, a -comodo e sostegno del principato, quella pericolosa -macchina del sacerdozio cattolico. Quanto fosse disposto -il conte Ruggiero ad anteporre gl’interessi -<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span> -politici alla pietà, lo sappiamo noi molto particolarmente<a class="tag" id="tag729" href="#note729">[729]</a> -e ch’egli e Roberto e i loro predecessori, -giocando co’ papi, fossero soliti a guadagnare più che a -perdere. Vissuto per mezzo secolo in sì alto stato in -Calabria o in Sicilia, e necessitato poscia a consultare -i savii del paese intorno la ristorazione del cristianesimo -nell’isola, Ruggiero non potè ignorare -le dottrine canoniche di Costantinopoli, le quali attribuivano -al principe una suprema giurisdizione su la -Chiesa e l’autorità d’istituire sedi vescovili, nominare, -tramutare e deporre vescovi, metropolitani e -patriarchi.<a class="tag" id="tag730" href="#note730">[730]</a> Intanto la lite delle investiture che ferveva -in Ponente, ammonìa Ruggiero del pericolo che -corresse ogni principe in grembo della Chiesa latina. -La sua casa stessa avea testè provata la nimistà -d’Ildebrando. Evidentissimo, ciò non ostante, scorgeasi -il bisogno di instaurare fortemente in Sicilia -una Chiesa che convertisse i Musulmani al cristianesimo,<a class="tag" id="tag731" href="#note731">[731]</a> -i Greci alla credenza latina, e assicurasse -l’esercizio del patrio culto ai coloni di Terraferma, -agli Oltramontani, ed ai Siciliani di schiatta italica: -se no, un rivolgimento di fortuna avrebbe potuto di -leggieri rendere l’isola agli antichi signori d’Affrica -o di Costantinopoli. Scansò Ruggiero l’uno e l’altro -pericolo, prendendo il partito d’istituire una Chiesa -<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span> -cattolica apostolica e romana, dipendente da Roma il -meno, e dal principe il più che si potesse. Ne venne -egli a capo, perchè la ristaurazione ecclesiastica premea -al papa non meno di lui, e pur dipendea da lui -solo che aveva in mano i tesori da spendere in fabbriche -e arredi e sì le entrate da dotare le chiese, i -monasteri e i vescovadi. Par ch’egli abbia tentata la -prova come prima Ildebrando accostossi a casa Hauteville; -ritraendosi che il conte fondò nel 1081 il -vescovato di Traina ed elesse il vescovo, non atteso -alcun legato, nè chiesta licenza di sorta al papa, e -che questi brontolando, ma senza rabbia, promise -di consacrare l’eletto.<a class="tag" id="tag732" href="#note732">[732]</a> Morto Gregorio VII, venuto -Urbano II a Traina e compiuto il conquisto, Ruggiero -non tardò a fondare le altre sedi: assegnò i limiti -alle diocesi ed elesse i vescovi, con decreti nei -quali ei parla come chi eserciti diritto suo proprio; -e cita per mero rispetto filiale gli accordi fatti verbalmente -col papa, il quale poi sempre consacrò gli -eletti.<a class="tag" id="tag733" href="#note733">[733]</a> Eccettuato l’arcivescovo di Palermo, anteriore -<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span> -al conquisto, la cui diocesi pur sembra determinata -dal conte Ruggiero, tutte le altre sedi debbono -a lui la fondazione: Traina il 1081, com’abbiam -detto, trasferita a Messina il 1096; Catania il 1091; -Siracusa, Girgenti e Mazara il 1093, alle quali fu -aggiunto il 1094 il monastero di Patti, dandosi all’Abate -dignità e funzioni vescovili;<a class="tag" id="tag734" href="#note734">[734]</a> oltrechè il -conte, per licenza del papa e, com’ei dice una volta, -ad esempio del papa, sciolse parecchi monasteri dalla -giurisdizione de’ vescovi.<a class="tag" id="tag735" href="#note735">[735]</a> Spicca vie più il diritto -inaugurato da Ruggiero nell’esempio contrario di Lipari; -la quale sendo stata abbandonata da’ Musulmani, -e avendovi certi frati fondato un monastero e -raccolti de’ coloni, papa Urbano die’ all’abate la giurisdizione -vescovile, vantandosi padrone di quell’isoletta -in virtù della falsa donazione di Costantino.<a class="tag" id="tag736" href="#note736">[736]</a> -Ma anco in questo caso Ruggiero seppe stender -la mano sopra l’Abate, con donargli Patti e non -poche altre possessioni.<a class="tag" id="tag737" href="#note737">[737]</a> In vero ei messe un tesoro -per comperare le regalie ecclesiastiche bizantine, -le quali esercitò, com’abbiam detto, nella fondazione -de’ vescovadi; anzi trascorse oltre a quelle, fattasi -<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span> -anco dar dal papa l’autorità di scomunicare in certi -casi.<a class="tag" id="tag738" href="#note738">[738]</a> Ruggiero vivea sicuro» della parola del papa, -che tutto gli aveva assentito senza scrivere un rigo, -quando Urbano, con apostolica ingenuità, mandava -a fascio ogni cosa, nominando un legato appo -di lui. Ma egli nol soffrì. Dopo la vittoria di Capua, -si fece rendere, quasi a forza, una parte di -que’ privilegi, nella notissima bolla del millenovantotto, -quando Urbano avea da sperar molto e da temer -qualcosa da lui. -</p> - -<p> -Lo storiografo del conte, il quale narra quello -scandalo schiettamente anzi che no,<a class="tag" id="tag739" href="#note739">[739]</a> riferisce pur -tutta a pietà cristiana la fondazione de’ vescovati. -«Impadronitosi, egli dice, della Sicilia intera, fuorchè -Butera e Noto, Ruggiero non volle mostrarsi ingrato -a Dio: cominciò a vivere devoto, ad amare i giudizii -giusti, seguire il diritto, abbracciare la verità, frequentare -le chiese, assistere al canto degli inni sacri, -soddisfare al clero le decime d’ogni entrata sua, -consolar le vedove, gli orfanelli e gli afflitti. Ei racconcia -i templi per tutta l’isola; in molti luoghi dà -del suo, perchè sieno edificati più presto. Innalza -in Girgenti una Cattedra con infule pontificali; per -suoi chirografi la dota a perpetuità di terreni, decime -<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span> -e varie altre entrate che bastino a mantenere il pontefice -e il clero; fornitala largamente, oltre a ciò, di -ornamenti e arredi sacri: alla quale chiesa ei prepone -ed ordina vescovo un certo Gerlando, di nazione allobrogo, -uomo, come si dice, di molta carità e nelle -ecclesiastiche discipline erudito.»<a class="tag" id="tag740" href="#note740">[740]</a> Era dunque del -Delfinato, o savojardo, questo vescovo, del quale il -Malaterra non volle affermare le virtù, come il facea -pe’ francesi: Stefano da Rouen nominato a Mazara, -Ruggiero provenzale a Siracusa, e un bretone Ansgerio, -come si ritrae da’ documenti, a Catania. Il -quale sendo abate di Sant’Eufemia in Calabria e ricusando -di abbandonare i monaci, ed essi lui, Ruggiero -trovò modo di vincerlo. «Gli concede perpetuamente, -ripiglia il Malaterra, la città di Catania e -sue dipendenze. Egli, trovando inculta la Chiesa, -come quella che di fresco era stata strappata di gola -al popolo infedele, la prima cosa die’ mano ai lavori -di Marta, tanto che in breve provvide la Chiesa di -quanto le abbisognasse; e poi, alternando con gli studii -di Marta que’ di Maria, adunò non piccolo stuolo -di monaci e, come buon pastore, con la parola e -con l’esempio, li sottomise al giogo di regola rigorosa.»<a class="tag" id="tag741" href="#note741">[741]</a> -</p> - -<p> -Marta, in vero, meglio che Maria inaugurò la -Chiesa siciliana; meglio che la vita contemplativa, -l’opera civile: la propaganda cattolica, necessario -stromento di governo nelle condizioni della Sicilia, -musulmana più che mezza, e bizantina quasi tutto il -<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span> -resto; l’invito a coloni di Terraferma; il contrappeso -alla feudalità laica. Ancorchè allo scorcio dell’undecimo -secolo il periodo vescovile fosse quasi finito -nell’Italia di sopra, par sia giovata la consuetudine -di quella autorità ad attirare coloni ne’ feudi ecclesiastici -della Sicilia con promessa di franchige, com’abbiamo -notato dicendo di Catania e di Patti. E -che la prova non fosse fallita, lo dimostra la concessione -di Cefalù al vescovo, fatta il 1145 da re Ruggiero, -insieme con una vera carta di franchige municipali. -Ma il vescovo di Catania, l’abate di Patti, -l’arcivescovo di Messina e gli altri vescovi e gli abati -di monasteri liberi da giurisdizione vescovile, possedendo -feudi da ragguagliarsi ai baroni e taluno -a’ primarii del regno,<a class="tag" id="tag742" href="#note742">[742]</a> e dipendendo per molti rispetti -dal re e per nessuno dall’aristocrazia militare, -aggiugnean forza al principato di Ruggiero. -Il quale, dovendo affidar loro sì vitali interessi -dello Stato, chiamò alle sedi vescovili i suoi fidati, -li fece entrare ne’ Consigli dello Stato<a class="tag" id="tag743" href="#note743">[743]</a>: ne’ quali rimasero -pur troppo fino alla continua minorità di Guglielmo -II. Le sette diocesi coincidono a un dipresso -con le divisioni politiche nate tra i Musulmani verso -la metà dell’undecimo secolo;<a class="tag" id="tag744" href="#note744">[744]</a> e le tornano esattamente -<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span> -per numero e con poco divario per circoscrizione, -alle province odierne dell’isola: dove il numero -de’ vescovi è ormai triplicato per la vanità di -alcuni municipii e la cieca devozione de’ Borboni di -Napoli, i quali procacciarono la istituzione di otto sedi -novelle in ventotto anni.<a class="tag" id="tag745" href="#note745">[745]</a> Ma tornando addietro all’XI -secolo, è da notare come la diocesi di Palermo fu di -gran lunga più piccola che ogni altra: un trapezio da -Corleone a Vicari, foce del fiume Torto e Capo di -Gallo. E ciò si comprende, poichè Palermo ubbidiva -al duca di Puglia quando il conte Ruggiero costituì le -finitime diocesi di Traina, Mazarae Girgenti.<a class="tag" id="tag746" href="#note746">[746]</a> Fors’anco -non si stendea più oltre la giurisdizione politica della -città innanzi il conquisto. -</p> - -<p> -Su la circoscrizione territoriale dell’isola abbiam -detto altrove ritrarsi sotto la dinastia fatemita -l’ordinamento dell’isola in <i>iklîm</i>, i quali sembrano -distretti militari.<a class="tag" id="tag747" href="#note747">[747]</a> Or si ritrovano gli iklîm sotto i -Normanni. Non ne cerchiam noi la prova ne’ passi -d’Edrisi dove si fa menzione di parecchi iklîm della -Sicilia; perocchè il geografo di re Ruggiero usa quel -<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span> -vocabolo genericamente; anzi, amando i giuochi di -parole come ogni altro scrittore arabico de’ suoi -tempi, loda l’ampiezza o la feracità dei territorii -con dare talvolta allo stesso luogo le appellazioni -di <i>’aml</i> e di <i>iklîm</i>.<a class="tag" id="tag748" href="#note748">[748]</a> Ma quest’ultima voce occorre -appunto in qualche diploma del XII secolo, estratto -dai registri degli ufizi pubblici, che risalivano a’ principii -della dominazione normanna.<a class="tag" id="tag749" href="#note749">[749]</a> Inoltre gli è -da sapere che in quelle quattro circoscrizioni diocesane -del conte Ruggiero nelle quali si leggono i -nomi de luoghi,<a class="tag" id="tag750" href="#note750">[750]</a> scarsissimo n’è il numero al confronto -di quello che dà Edrisi a capo di mezzo secolo, -avvertendo pure ch’ei ricordi le città e terre -principali e lasci addietro quelle di minor conto.<a class="tag" id="tag751" href="#note751">[751]</a> E -per vero i diplomi ci ragguagliano di moltissimi -villaggi taciuti dal geografo; talchè in qualche tratto -di paese il numero cavato dai diplomi sta a quello -di Edrisi, come il numero di Edrisi a quello della -<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span> -circoscrizione ecclesiastica. Il divario poi che corre -tra questa e la descrizione geografica or or citata, -nasce in alcuni casi dalla fondazione di nuove -colonie; ma il più delle volte evidentemente vien -da ciò, che la cancelleria del Conte notava nelle diocesi -i soli capoluoghi, invece delle terre sottoposte -alla giurisdizione politica e militare di ciascuno, ch’era, -a creder mio, l’iklîm. Così nella vasta diocesi di -Catania, descritta il 1091, si notano solamente Aci, -Paternò, Adernò, Sant’Anastasia, Centorbi e Castrogiovanni, -ciascuna delle quali è assegnata «con tutte -le appartenenze sue:» e si vede che le appartenenze -di Castrogiovanni stendeansi da una parte sino ai -confini di Traina e dall’altra sino al fiume Salso;<a class="tag" id="tag752" href="#note752">[752]</a> -ond’eranvi comprese Caltanissetta e Pietraperzia, -taciute qui, ma nominate ben da Edrisi, con questa -particolarità ch’egli attribuisce a ciascuna parecchi -iklîm. Darò anco in esempio la diocesi di Palermo, -alla quale il primo attestato di circoscrizione (1122) -attribuisce soltanto Palermo, Misilmeri, Corleone, -Vicari e Termini;<a class="tag" id="tag753" href="#note753">[753]</a> ma al dire d’Edrisi erano cospicue -nella medesima regione Trabia, Cefalà, Marineo, -Godrano, Margana, Menzil Iusuf, Caccamo, -Brucato, Raia, Prizzi, Pitirrana e Abragia, terre anteriori, -la più parte, al conquisto;<a class="tag" id="tag754" href="#note754">[754]</a> e, una trentina -d’anni dopo Edrisi, i diplomi ci mostrano nell’iklîm -di Corleone quattro villaggi,<a class="tag" id="tag755" href="#note755">[755]</a> e tra Palermo e Termini -<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span> -Ibn-Giobair vide il bel paesello di Kasr Sa’d,<a class="tag" id="tag756" href="#note756">[756]</a> -le carte fanno ricordo di Ain-Liel<a class="tag" id="tag757" href="#note757">[757]</a> e di Rahl Esscia’rani.<a class="tag" id="tag758" href="#note758">[758]</a> -Così anco nella diocesi di Mazara il diploma -del conte Ruggiero ha dieci nomi<a class="tag" id="tag759" href="#note759">[759]</a> e sedici la -geografia d’Edrisi. Si ritrae da’ diplomi inoltre che -il territorio della città di Mazara prendea quasi tutto -l’odierno circondario di tal nome e metà di quello -d’Alcamo.<a class="tag" id="tag760" href="#note760">[760]</a> Vasto territorio anco sembra il val di -Milazzo tenuto in feudo da Goffredo Borello ne’ primi -tempi del conquisto.<a class="tag" id="tag761" href="#note761">[761]</a> Il conte Ruggiero ritenne dunque, -chè altrimenti far non potea, gli iklîm de’ Musulmani, -chiamandoli «appartenenze» del capoluogo;<a class="tag" id="tag762" href="#note762">[762]</a> -i quali territorii, per la estensione loro, variavano -tra il «mandamento» e il «circondario» della presente -circoscrizione dell’Italia. Erano <i>contadi</i>, talvolta -sì vasti, che alcuno, come Adernò, Paterno o -Siracusa, divenne <i>contea</i>. -</p> - -<p> -Pur se alcuni iklîm in Sicilia, come in altri -<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span> -paesi musulmani, eccedeano le proporzioni ordinarie, -non si veggono a’ tempi del conte Ruggiero grandi -circoscrizioni civili o militari che ne comprendessero -tanti da potersi chiamare province. Se Edrisi dice -che Sciacca era divenuta la città primaria<a class="tag" id="tag763" href="#note763">[763]</a> degli iklîm -d’intorno, in luogo di Caltabellotta la cui popolazione -s’era quasi tutta tramutata in quella città marittima, -questo sembra fatto economico non amministrativo: -d’altronde torna alla metà del XII secolo. Sola eccezione -mi pare il Val Demone, citato qual nome di -regione da due scrittori cristiani contemporanei al -conquisto,<a class="tag" id="tag764" href="#note764">[764]</a> e come tale anco usato nella geografia -di Edrisi<a class="tag" id="tag765" href="#note765">[765]</a> e in molti diplomi della fine dell’undecimo -e prima metà del duodecimo secolo;<a class="tag" id="tag766" href="#note766">[766]</a> ancorchè -per noi s’ignori se allo scorcio dell’undecimo, rispondesse -<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span> -all’antico nome un vero compartimento amministrativo. -Io nol credo, perchè ne’ ricordi del -conquistatore non rimane vestigio di altra autorità -provinciale che i vescovi; perchè un ordinamento -provinciale non è verosimile in quella prima applicazione -della feudalità, dove i magistrati provinciali -sarebbero stati i Conti; e perchè le province non -avrebbero potuto differire, per numero nè per confini, -dagli Stati musulmani distrutti. Pertanto rimanderei -ai tempi di re Ruggiero la tripartizione in valli, o -piuttosto la ristorazione di tal ordinamento, che si -potrebbe riferire, sì come ho già detto, ai Musulmani.<a class="tag" id="tag767" href="#note767">[767]</a> -</p> - -<p> -E tanto meno verosimile sarebbe un ordinamento -di province sotto il primo Ruggiero, quanto risulta -dalle croniche e da’ documenti ch’egli non ebbe mai -capitale propriamente detta. Povero venturiere, si -fece il primo nido in Mileto che sola possedea; levato -a maggiori speranze in Sicilia, ne usurpò un -altro in Traina; ma divenuto principe e potentato, -alternò sempre tra Mileto e Traina quel che potrebbe -chiamarsi il soggiorno suo, poche settimane, cioè, -ch’ei posava in casa, correndo da impresa ad impresa, -tra il Lilibeo e il Garigliano. Ei volle essere -<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span> -sepolto in Mileto;<a class="tag" id="tag768" href="#note768">[768]</a> fece comporre le ossa del -figliuolo Giordano in Traina;<a class="tag" id="tag769" href="#note769">[769]</a> e quivi tenea il tesoro, -quivi per qualche tempo la famiglia, ritraendosi -che una sua figliuola, andando sposa in Ungheria, -entrò in nave a Termini e quindi a Palermo, donde -fece vela per la Dalmazia.<a class="tag" id="tag770" href="#note770">[770]</a> -</p> - -<p> -La triplice origine degli abitatori della Sicilia -portò seco tre denominazioni di magistrati, che a -nome del principe reggessero le terre demaniali e del -barone le feudali; rendessero ragione e riscuotessero -le entrate. E veramente occorrono in moltissime carte -<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span> -del tempo i nomi di strateghi e vicecomiti; e due -diplomi arabici del 1149 e 1154 danno entrambi il -doppio titolo di <i>’Amil</i> e <i>Stratego</i> di Giato ad un Abu -Taib, il quale, insieme con gli sceikh cristiani e musulmani -di Partinico, N»zh»r»d, Desisa e di Giato medesima, -designava il sito e i confini di un terreno conceduto -dal demanio regio.<a class="tag" id="tag771" href="#note771">[771]</a> Similmente in un atto -notarile greco del 1156, appartenente a un comune -dell’attuale provincia di Palermo, è citato un kâid -Hosein, stratego.<a class="tag" id="tag772" href="#note772">[772]</a> Parve al Gregorio, se non certa, -verosimil cosa che gli strateghi avessero avuta autorità -maggiore e giurisdizione territoriale più vasta -che i vicecomiti e che i primi fossero stati magistrati -<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span> -criminali, i secondi civili e d’azienda.<a class="tag" id="tag773" href="#note773">[773]</a> Ma -novelli documenti e que’ medesimi dati alla luce infino -al secol passato, dimostrano la competenza -civile e amministrativa degli strateghi.<a class="tag" id="tag774" href="#note774">[774]</a> Che se veggonsi -ad un tempo nello stesso luogo lo stratego e -il vicecomite, come a Stilo di Calabria e in Siracusa,<a class="tag" id="tag775" href="#note775">[775]</a> -ciò non prova esclusivamente la differenza del grado; -ma il doppio uficio ben adattasi a terra abitata -da due genti diverse, sì come in Palermo sedeva -il cadì e il magistrato cristiano, e in Giato lo stesso -uomo era <i>’âmil</i> e stratego. Il fondamento del diritto -pubblico della Sicilia in quel tempo, cioè che ciascuna -gente fosse giudicata secondo sua legge, -richiedea che a ciascuna si desse il proprio magistrato; -e la primitiva semplicità ed economia -dell’amministrazione portava che il giudice fosse -incaricato di ogni altra faccenda del principe o del -barone. Lo stratego, governatore di provincia nel -<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span> -IX secolo, era rimaso, com’io penso, supremo magistrato -politico quando, caduta la dominazione bizantina, -ciascuna città independente, tributaria o anche -soggetta a’ Musulmani, si resse più o meno largamente -da se medesima: e ciò non solo in Sicilia, ma -avvenir dovea in varii luoghi della Calabria. Era -dunque naturale che il conte normanno lasciasse il -medesimo titolo al governatore ch’ei mandava nelle -città greche e chiamasse vicecomite quello delle -nuove colonie, come solean dirlo in casa loro.<a class="tag" id="tag776" href="#note776">[776]</a> Per -la medesima ragione veggiamo l’<i>’âmil</i> nelle terre musulmane; -se non ch’egli era privo di autorità giudiziaria, -appartenendo questa ai <i>cadi</i> e agli <i>hâkim</i>.<a class="tag" id="tag777" href="#note777">[777]</a> -Come portava lor civiltà superiore, ebbero i Musulmani, -<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span> -oltre gli appositi magistrati, anco leggi, se non -buone, almen certe e coordinate da sottile giurisprudenza; -mentre il codice dell’umanità, la legge -romana, facea capo qua e là nelle consuetudini delle -città cristiane, traendo seco qualche innovazione -bizantina e lottando contro le barbariche usanze dei -Longobardi e de’ Franchi.<a class="tag" id="tag778" href="#note778">[778]</a> Per vizio comune alle -legislazioni europee, riserbossi il principe gli appelli -nelle cause civili, facendole decidere da ottimati delegati -a volta a volta. Ritenne egli inoltre i giudizii -capitali nella più parte de’ feudi.<a class="tag" id="tag779" href="#note779">[779]</a> -</p> - -<p> -Or toccheremo delle entrate pubbliche nei primi -tempi normanni; nella quale ricerca e’ convien adoprare -con maggior cautela, e quasi con diffidenza, i -ricordi dell’ultima metà del XII secolo; sendo, i -fatti in materia di azienda, assai più mutabili che -quelli discorsi fin qui, verbigrazia le condizioni sociali -o i municipii, e mancando pertanto quella presunzione -d’un’origine più antica, che sovente ci -ha confortati a riferire a’ principii della dinastia gli -ordini che si ritraeano in su la fine. Intraprendiamo -ricerca di fatti ch’ebbero grande conseguenza nella -storia dell’Italia meridionale, perocchè il conte Ruggiero -negli ultimi venticinque anni dell’undecimo -secolo, salì a tanta potenza mercè l’oro, non meno -che il ferro. Quella ricchezza ond’ei fu rinomato in -tutta Cristianità, non potea venir dal solo bottino; -non dal frutto de’ possessi demaniali, necessariamente -<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span> -scarso tra le fazioni di guerra e lo sconvolgimento -sociale. E pur allora veggiamo il conte -stipendiare grosse schiere di stanziali, largire doti -regie a tante figliuole, porgere sussidii ai papi e, -quel ch’era più grave, aiutar di danari il fratello -nell’impresa di Grecia; e poi innalzare per ogni -luogo chiese e monasteri. Donde venian cotesti tesori? -E’ si direbbe che il conte avesse appresa -l’alchimia dagli Arabi, o scoperto dassè il gran segreto: -quel medesimo con che raddoppiossi d’un -tratto il reddito della città di Palermo, come prima -ei vi messe le mani. -</p> - -<p> -La savia amministrazione, fondamento del gran -segreto, sembra retaggio de’ tempi musulmani, ben -usato dal vincitore. Avendo sotto gli occhi i ruderi, noi -possiamo ricomporre in parte quell’antico edifizio. -E prima scorgiamo un censimento universale di beni -demaniali e feudali, chè gli uni e gli altri furono in -origine la stessa cosa, possessi, cioè, dello Stato, -de’ quali altri si concedeano in feudo, altri ricadeano -al fisco e questo ne riconcedeva o ritenea. Provan -cotesto censimento le <i>platee</i> de’ villani appartenenti a -ciascun feudatario dell’isola, promulgate in Mazara, -come già notammo, il 1093, che è a dir due anni -dopo il compimento del conquisto;<a class="tag" id="tag780" href="#note780">[780]</a> poichè tanto -valea concedere i villani, quanto la terra assegnata -<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span> -a ciascun di loro, detta <i>rab’</i> ne’ documenti arabici, e -<i>cultura</i> ne’ latini.<a class="tag" id="tag781" href="#note781">[781]</a> Nè mancano, nell’undecimo secolo, -le vestigie di un’antecedente descrizione de’ territorii; -sapendosi essere stato il casale di Regalbuto -concesso il 1090 alla chiesa di Messina «con tutto il -suo contado ed appartenenze, secondo le antiche -circoscrizioni de’ Saraceni.»<a class="tag" id="tag782" href="#note782">[782]</a> Più precise notizie ci -danno di cosiffatta descrizione le carte del duodecimo -secolo, dalle quali si scorge che quel censimento, s’ei -non raffigurava, come i nostri d’oggidì, una selva -di righi e colonnini terminati col reddito di ciascun -podere in lire e centesimi, che son pur cifre d’approssimazione -<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span> -e talvolta direbbonsi d’allontanamento, -racchiudea, sì, la descrizione sommaria de’ confini -noti a tutti in ciascun contado, la misura della superficie, -il numero e i nomi de’ villani, e, alla grossa, -la qualità del suolo.<a class="tag" id="tag783" href="#note783">[783]</a> -</p> - -<p> -Le medesime carte ci fanno conoscere il titolo -dell’ufizio che serbava cotesto censimento; ed era, -in arabico, <i>Diwân-el-Tahkîk-el-Ma’mûr</i>, ossia «Ufizio -di riscontro della tesoreria,» se non ci inganna l’analogia -con gli ordinamenti dell’azienda pubblica, posti -in Egitto da que’ medesimi califi Fatemiti che furon -legislatori dell’azienda in Sicilia:<a class="tag" id="tag784" href="#note784">[784]</a> il quale ufizio in -<span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span> -latino barbaro fu detto <i>Dohana de Secretis</i><a class="tag" id="tag785" href="#note785">[785]</a> per la medesima -ragione che altrove fece chiamare segretarii -<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span> -gli scrittori del carteggio ufiziale. L’origine musulmana -è provata dalla denominazione dell’ufizio e da -quella de suoi strumenti, i <i>defetarii</i>, de’ quali fa menzione -il Falcando, e se n’ha riscontro ne’ documenti; -ma si è molto disputato su quel ch’e’ contenessero -e donde venisse quella voce.<a class="tag" id="tag786" href="#note786">[786]</a> <i>Defêtir</i> è plurale arabico -di <i>difter</i>, e questo, mera trascrizione di -διφθέρα «pelle» e «codice di cartapecora:»<a class="tag" id="tag787" href="#note787">[787]</a> un di -que’ vocaboli che gli Arabi necessariamente tolsero -in prestito da’ Greci, sia in Levante o sia in Sicilia, -e andandosene dall’isola, ce li riconsegnarono storpiati -a loro modo. I defetarii erano dunque i libri, -i registri, degli ufizii d’azienda. Ancorchè non mi -sia occorsa altra appellazione speciale che del <i>difter-el-hodûd</i>, -ossia «registro de’ confini,»<a class="tag" id="tag788" href="#note788">[788]</a> egli è verosimile -<span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span> -che ve ne fossero stati di varie maniere, come -appunto soleano averli i Musulmani, e che in una -serie di que’ registri fossero pur notati i diritti dello -Stato su ciascuna classe di abitatori in ogni terra; i -quali diritti si riscuoteano dal Fisco quando la terra -era ritenuta in demanio e si trasferivano ai baroni -quando la si concedea. Possiam anco supporre con -fondamento che non mancassero i catasti de’ beni -allodiali.<a class="tag" id="tag789" href="#note789">[789]</a> L’ordinamento de’ catasti risultante dalle -<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span> -carte del XII secolo fu ristorato forse e perfezionato -ai tempi di re Ruggiero; ma questi di certo -non imitollo dal “Doomsday book” di Guglielmo -il Conquistatore, come si è immaginato:<a class="tag" id="tag790" href="#note790">[790]</a> l’ebbe in -retaggio dal primo Conte, dal governo musulmano -e fors’anco dal bizantino. -</p> - -<p> -Par che il Conte abbia rivendicati al demanio -tutti i possessi e i diritti usurpati da lunghissimo -tempo; leggendosi nella concessione feudale della -città di Catania (1092), esser data quella al vescovo -«con tutte le sue appartenenze, possessioni ed entrate,.... -sì come la teneano i Saraceni quando i Normanni -passarono la prima volta in Sicilia»<a class="tag" id="tag791" href="#note791">[791]</a> e dati -anco «i Saraceni che dimoravano in Catania a quel tempo, -e i figliuoli dei Saraceni di Catania stessa e -di Aci, nati in altre parti della Sicilia, dove i genitori -si fossero rifuggiti per timore de’ Normanni.» -L’interpretazione più ovvia di coteste parole farebbe -risalire la rivendicazione a trent’anni innanzi (1061); -se non che mal si comprende qual principio di gius -pubblico o quale utilità avrebbe potuto suggerir termine -così fatto al conquistatore. Avea forse Ibn-Thimna -prestato omaggio feudale a Ruggiero o a Roberto -<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span> -il sessantuno? Ovvero si pattuì quel termine nella dedizione -di Catania ai Normanni? Il primo supposto -parmi privo di fondamento; l’altro gratuito affatto e -credo più plausibile un terzo: cioè che la passata -alla quale si alludea, fosse quella della compagnia -normanna che seguì la bandiera di Maniace il milletrentotto. -Allora, occupata da Cristiani tutta la Sicilia -orientale, moltissime famiglie emigrarono senza -dubbio nelle regioni occidentali. A capo di due anni, -lacerata la Sicilia dall’anarchia e surti i regoli, erano -stati di certo occupati da questo e da quello i beneficii -militari, parte principalissima dell’entrata pubblica -e pomo della discordia nell’isola, come in tutt’altro -Stato musulmano. Gli è verosimile dunque che -il vincitore, potendolo fare con buon diritto, abbia -messa la scure alla radice, in luogo di tollerare le -concessioni de’ regoli ch’egli avea combattuti e vinti -ad uno ad uno. Nè era da temere maggior odio per -lo spogliamento degli ingiusti occupanti dopo cinquant’anni -che dopo trenta; e molto minore difficoltà -si sarebbe incontrata a scoprire i poderi notati nei -registri dei diwân kelbiti della capitale, che a rintracciare -la condizione del patrimonio militare al -principio della guerra in ciascun centro di governo: -Palermo, Castrogiovanni, Girgenti, Siracusa e Catania. -D’altronde la rivendicazione si può con fondamento -supporre estesa a tutta l’isola, perocchè la -non toccava al certo le proprietà, ne’ luoghi dove -per accordo o necessità rispettolle il vincitore. -</p> - -<p> -De’ possedimenti demaniali fruiva il Conte, come -ciascun feudatario de’ suoi proprii, riscotendo da’ villani -<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span> -ed altri coloni il tributo in danari e grani, e il -servigio d’opere manuali; e da’ borghesi delle terre -e città le gabelle, tasse o guadagni di vendita privativa: -dei quali pesi abbiam toccato nel trattar le -condizioni del popolo e ci siamo riferiti al Gregorio.<a class="tag" id="tag792" href="#note792">[792]</a> -E conviene rimanerci alle generalità; perchè le prove -che dà il Gregorio non bastano in tutti i particolari. -Egli argomentò il sistema de’ primi tempi normanni -dalle liste di que’ che alla metà del XIII secolo -si chiamavano diritti antichi, per opposizione ai -nuovi ordinati da Federigo imperatore; ma non possiamo -non supporre che grandissime innovazioni -fossero seguite nella prima metà del XII secolo. Si -affidò inoltre il Gregorio alla descrizione dei detti pesi -per Andrea da Isernia, senza considerare che questo -dotto giureconsulto del XIII secolo avesse lavorato -su le memorie del Napoletano al par che della Sicilia. -In fine ei fece assegnamento su certi documenti del -XIII secolo, ne’ quali si noveravano le entrate pubbliche -soggette a decima ecclesiastica; ma non s’accorse -che il clero per lo meno esagerava i proprii diritti.<a class="tag" id="tag793" href="#note793">[793]</a> -Occorrono quindi novelli studii su i documenti, -stampati o no, per appurare ciascun capo di entrata -pubblica ne’ tempi di cui si ragiona. Ma tutto -<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span> -insieme si vede il fatto che dovea nascere, l’innesto -della ragione feudale su la fiscalità musulmana: -da una parte, nuovi diritti dominicali e angherie -feudali; dall’altra alcune maniere di testatico, e -da entrambe, gabelle di consumo e di produzione. -Sappiamo, per testimonianze di contemporanei, recata -in Sicilia da’ Normanni la privativa de’ bagni, de’ molini, -de’ forni e delle canove.<a class="tag" id="tag794" href="#note794">[794]</a> I diritti di erbatico, legnatico -e simili, nacquero dalla nuova forma della -proprietà; i proventi giudiziali, dal potere politico attribuito -a proprietarii privati. Continuò la capitazione -su i Giudei, trovato musulmano. Scendeano da tempo -più antico, modificate da’ Musulmani ed accresciute -al certo da’ Normanni, le gabelle alla entrata o uscita -delle merci, le tasse su i movimenti delle navi -<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span> -mercantesche, i diritti su le industrie e i mestieri. -Dalle denominazioni si può talvolta conghietturare -l’origine; per esempio, la <i>cabella bucherie</i> sembra -normanna tanto certamente, quanto il diritto di rahaba -e quello di <i>cangemia</i> musulmani.<a class="tag" id="tag795" href="#note795">[795]</a> Non è poi da dimenticare -<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span> -che coteste gravezze variavano forse da -terra a terra in quantità e in qualità e che, se in teoria -le appartenean tutte al principe, sì come i terreni -non allodiali, pure ei non ne fruiva se non che -ne’ paesi del demanio, ma nelle città e terre concedute -le andavano a beneficio dei feudatarii. Il supposto -del Gregorio che, per lo meno, quelli che or -diciam diritti doganali si riscuotessero dal principe -per ogni luogo<a class="tag" id="tag796" href="#note796">[796]</a> non mi pare avvalorato da alcun -fatto, nè consentaneo al diritto pubblico de’ tempi. -</p> - -<p> -Tributo generale bensì, la colletta, si poneva -anco su i feudatarii ne’ noti quattro casi feudali; -della quale ancorchè non abbiam ricordi al tempo -del primo conte, la si dee supporre, quando e’ si -ritrae che Roberto Guiscardo levolla in Terraferma -e in Palermo<a class="tag" id="tag797" href="#note797">[797]</a> e poi i re normanni in tutta la Sicilia.<a class="tag" id="tag798" href="#note798">[798]</a> -Generale anco il diritto di marineria, col quale si manteneva -il navilio; se non che, com’e pare, i municipii vi -contribuivano, più che i feudatarii, e ciò in compenso -del servigio militare.<a class="tag" id="tag799" href="#note799">[799]</a> Ed ancorchè non risulti da alcun -documento di quella età, credo fermamente sia da -<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span> -aggiugnere alle sopradette e da tener principalissima -entrata del conte Ruggiero, come la fu de’ successori, -la tratta de’ grani. Sappiam noi dagli annali musulmani -le spaventevoli carestie che patì l’Affrica propria -in quella età,<a class="tag" id="tag800" href="#note800">[800]</a> sendo permanente la causa principale: -gli Arabi ladroni d’Egitto i quali desolarono -tutta la campagna e corserla in guisa da impedirvi -per tanti secoli ogni maniera di coltivazione.<a class="tag" id="tag801" href="#note801">[801]</a> Sappiamo -dal raccontato aneddoto del conte Ruggiero -quanto assegnamento facesse il governo di Sicilia in -sul traffico de’ grani con l’Affrica; il qual fatto non -rimarrebbe men vero, se il racconto si riferisse alla -prima metà del XII secolo, anzichè alla seconda -dell’XI.<a class="tag" id="tag802" href="#note802">[802]</a> E veramente la reciproca pazienza degli -Ziriti e della casa di Hauteville a mantenere la -pace negli ultimi diciotto anni della sanguinosa -lotta che il cristianesimo combatteva contro l’islamismo -in Sicilia,<a class="tag" id="tag803" href="#note803">[803]</a> non si potrebbe credere, quand’anco -si supponesse in ambo le parti inalterabile -saviezza e freddo giudizio degli interessi politici; -ma la parrà naturale e necessaria, supponendo -che il conte Ruggiero mandasse a vendere i grani -dell’azienda in Mehdia, in Tunis e nelle altre -città della costiera, sì come fece il figliuolo Ruggiero -quindici o venti anni dopo la morte di lui: e questo -<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span> -commercio di grani aprì la via alle imprese del re -sopra l’Affrica, e rese per due secoli i principi di Tunis -tributarii a que’ di Sicilia, come si dirà nel libro -seguente. Con ciò la tratta de’ grani comparisce fin -dalla prima metà del XIII secolo ricchissimo capo -d’entrata del tesoro siciliano e se ne scorge vestigia -al principio del XII.<a class="tag" id="tag804" href="#note804">[804]</a> Tutte le ragioni conducono -al supposto che il conte Ruggiero l’abbia istituita o -forse continuata in ciascuna città marittima della -Sicilia, come prima egli se ne insignorisse: ed è -verosimile ch’ei v’abbia fatto doppio guadagno; cioè -levare grossa contribuzione in denaro o in genere -all’uscita de’ grani altrui, e intanto, aumentato così il -prezzo della merce, mandar a vendere in altri paesi i -grani ch’ei possedea, raccolti da’ canoni in derrata -ne’ suoi proprii demanii o ritratti dalla medesima -tassa d’uscita. Ammessa questa sorgente, non farà -maraviglia l’inesauribile ricchezza del conquistatore. -</p> - -<p> -Dopo i tributi verrebbero i servigi, ch’erano sì -gran parte de’ pubblici pesi negli stati feudali; e -possono dividersi in servigi di pace e di guerra. -Dei primi, cioè le giornate di lavoro ne’ campi, i -trasporti, l’opera manuale nelle edificazioni e simili -fatiche, abbiam già toccato; nè occorre altro aggiugnere, -sendo simili coteste obbligazioni nelle terre -<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span> -demaniali e nelle feudali.<a class="tag" id="tag805" href="#note805">[805]</a> Il servigio militare di terra -era prestato da’ baroni in Sicilia al par che in ogni -altro stato feudale, come si legge nel Gregorio.<a class="tag" id="tag806" href="#note806">[806]</a> Notiamo -tuttavia che i feudi ecclesiastici non andarono -esenti per generalità dal servigio militare, sì com’ei -dice; ma alcuni ne furono eccettuati e similmente alcune -città. Inoltre i fatti narrati da noi provano -come il Conte chiamasse talvolta alla guerra i Musulmani -di Sicilia;<a class="tag" id="tag807" href="#note807">[807]</a> il quale esempio fu seguìto dai re -suoi discendenti e dalla dinastia sveva. Verosimile -egli è che i Musulmani facesser oste capitanati dai -loro kâid,<a class="tag" id="tag808" href="#note808">[808]</a> nutriti a spese del principe durante l’impresa -e gratificati col bottino. È da ricordare infine -che il Conte ebbe schiere di stanziali stipendiati, e -che i suoi successori ne tenner anco di Cristiani e di -Musulmani. -</p> - -<p> -Del navilio siciliano allo scorcio dell’undecimo -secolo non avanza alcuna memoria. Si potrebbe -anzi supporre, se non distrutto, decaduto di molto; -ritraendosi che verso il millesessantotto la gente -dell’armata, per cagion delle guerre civili, riparò -in Affrica,<a class="tag" id="tag809" href="#note809">[809]</a> e che le forze navali operaron poco -nella difesa di Palermo il 1071, ancorchè quello fosse -stato sempre il gran porto militare de’ Musulmani -di Sicilia.<a class="tag" id="tag810" href="#note810">[810]</a> Ciò nondimeno, s’egli è vero che a metter -<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span> -su un navilio di guerra si richiegga tempo e -spesa e grandissima cura, convien che il conte Ruggiero -abbia adoperato a ristorare il navilio siciliano -i buoni elementi del pugliese e del calabrese già messi -alla prova negli assedii di Bari e di Palermo e usati -da Roberto nella guerra di Grecia; e ch’ei gli abbia -felicemente innestati con que’ del navilio musulmano. -Perchè i Normanni di Sicilia rivaleggiaron in sul -mare con le repubbliche marittime nella prima metà -del XII secolo; e, fin dal 1113, l’Adelaide, vedova del -Conte, andando in Ascalona per rimaritarsi a Baldovino -re di Gerusalemme, era scortata da nove legni -da guerra siciliani, due de’ quali portavano cinquecento -uomini ciascuno; e gli altri rifulgean d’oro, -argento, porpora, e i guerrieri di preziose vestimenta -e ricche armadure, senza contare i tesori profusi -nella galea dell’Adelaide, nè una schiera di arcieri -saraceni splendidamente vestiti, ch’ella recava in -dono allo sposo.<a class="tag" id="tag811" href="#note811">[811]</a> La mole de’ legni e il lusso, provano -che la Sicilia avea già di nuovo un’armata possente. -</p> - -<p> -Della quale noi possiamo figurarci la costituzione, -rannodando le notizie che n’abbiamo ne’ tempi -appresso, con quelle che si ritraggono ne’ tempi innanzi, -del navilio bizantino e de’ musulmani.<a class="tag" id="tag812" href="#note812">[812]</a> Or del -primo sappiam noi ch’era di due maniere, il regio -cioè e il provinciale, ch’è a dire fornito e armato a -carico delle città di certe province. Così leggiamo -<span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span> -nella Tattica dell’imperatore Leone.<a class="tag" id="tag813" href="#note813">[813]</a> Il tumulto di -Rossano al quale noi accennammo, dimostra qual -fastidio recasse ai popoli così fatto armamento:<a class="tag" id="tag814" href="#note814">[814]</a> e -n’abbiamo anco riscontro da Ibn-Haukal, il noto -viaggiatore del X secolo, il quale, descrivendo i paesi -marittimi dell’Asia minore e le varie maniere di -legni da guerra che vi armava l’impero bizantino, -dice che la spesa era levata su i villaggi vicini al -mare «a tanto per fumajolo, ossia tanto per casa.»<a class="tag" id="tag815" href="#note815">[815]</a> -Ma come i Musulmani, venuti in sul Mediterraneo, -necessariamente messer su forze navali, e necessariamente -usarono gli ordini e gli uomini che le avevano -mantenute appo i popoli vinti,<a class="tag" id="tag816" href="#note816">[816]</a> così veggiamo -nelle armate loro i legni mandati dalle varie città. -Un antico scrittore citato da Makrizi, ci narra che in -Egitto, al tempo dei califi fatemiti, la più parte del -navilio era fornita da’ governatori delle province e -pagati gli stipendi dal “diwân dell’armamento navale” -insieme con quelli de legni regii; e che inoltre -ciascuna provincia avea la sua armatetta.<a class="tag" id="tag817" href="#note817">[817]</a> Sappiamo -<span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span> -da Ibn-Khaldûn che il navilio de’ califi omeiadi di -Spagna, il quale arrivò talvolta a dugento legni, era -raccolto da tutti i porti del reame, ciascun de’ quali -forniva i suoi.<a class="tag" id="tag818" href="#note818">[818]</a> Ora in Sicilia ricomparisce una sembianza -di cotesto ordinamento, insieme con l’armata -che soggiogò la costiera d’Affrica e infestò le isole -della Grecia (1123-54): la <i>marineria</i> dovuta dalle -popolazioni lombarde;<a class="tag" id="tag819" href="#note819">[819]</a> i dugencinquanta marinai che -<span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span> -dovea fornire il Municipio di Caltagirone; i dugento -novantasei richiesti a quel di Nicosia, che giace tra i -monti come quell’altra città; i venti marinai dovuti -dal vescovo di Patti.<a class="tag" id="tag820" href="#note820">[820]</a> Le galee delle varie città si -veggono combattere contro il navilio angioino allo -scorcio del decimoterzo secolo.<a class="tag" id="tag821" href="#note821">[821]</a> Quanta parte poi -prendessero durante il duodecimo i Musulmani nelle -armate di Sicilia, si vedrà nel libro seguente. -</p> - -<p> -E quivi sarà discorso di que’ fatti d’incivilimento -che riferir si potrebbero al tempo del primo conte, -ancorch’e’ compariscano nei regni de’ suoi successori. -Breve e sanguinoso, il periodo che abbiamo studiato -in questo libro non lasciò campo alle arti della pace; -non permesse di ricordar quelle che, per necessità -dell’umana natura e della convivenza sociale, si esercitavano -pure in mezzo alle stragi e alla distruzione. -Pertanto abbiamo raccolti nel libro precedente<a class="tag" id="tag822" href="#note822">[822]</a> -que’ bricioli di storia letteraria de’ Musulmani che riferir -si poteano al tempo della guerra. Della storia -letteraria de’ Cristiani di Sicilia altre reliquie non abbiamo -che i codici, le immagini e le minuterìe del -Prete Scholaro.<a class="tag" id="tag823" href="#note823">[823]</a> Le chiese e i monasteri che Roberto -e Ruggiero edificarono, in luogo de’ sontuosi palagi -<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span> -distrutti, sono state consumate dal tempo, come i loro -diplomi in carta bombicina che fu mestieri di rinnovare -entro mezzo secolo; o, se qualche pietra n’avanza, -la non si riconosce tra le costruzioni eleganti di -re Ruggiero e de’ Guglielmi. Ma abbiam citati a lor -luogo i ricordi che ne fanno i cronisti o i documenti. -</p> - -<p> -Ci è occorso altresì di rammentare le opere di -fortificazione, che a’ vincitori premeano al men quanto -gli edifizii ecclesiastici: la cittadella e il castel di -Roberto in Palermo,<a class="tag" id="tag824" href="#note824">[824]</a> i baluardi di Ruggiero in Messina,<a class="tag" id="tag825" href="#note825">[825]</a> -e quelli che si affrettò a costruire San Gerlando -con le pietre de’ tempii agrigentini.<a class="tag" id="tag826" href="#note826">[826]</a> Edrisi fa un -cenno della ristorazione di Marsala, mostrando non -ignorare che la fosse surta su le rovine di Lilibeo -e attestandoci una seconda distruzione seguìta nella -guerra de’ Normanni o poco innanzi. «<i>Marsa Alì</i>, -egli scrive, antica, anzi primitiva città, delle più notabili -della Sicilia, era abbandonata, che ne rimaneano -appena le vestigie, quando il conte Ruggiero primo -la ripopolò e cinsela di mura. Indi la s’è riempita di -case, mercati e magazzini.»<a class="tag" id="tag827" href="#note827">[827]</a> -</p> - -<p> -Oltre le fortificazioni, sono da attribuire a’ primi -tempi normanni alcune strade militari. Tale al certo -fu quella ch’è chiamata «lo Stradale<a class="tag" id="tag828" href="#note828">[828]</a> francese di Castronovo» -<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span> -in un diploma di Ruggiero, dato del 1096, -secondo il quale i confini assegnati dal Conte alla -diocesi di Messina risalgono lungo il Fiume Torto -insino alla sorgente, e indi ripiegano sul detto stradale -e di là al Monte di San Pietro e continuano verso -Levante.<a class="tag" id="tag829" href="#note829">[829]</a> Par sia questa la medesima strada che da -Palermo, com’attesta un diploma del 1132, menava -a Vicari, Castronovo e Petralia;<a class="tag" id="tag830" href="#note830">[830]</a> continuava alla -volta di Traina, dove la versione d’un diploma greco -del 1094 ricorda una “via regia;” e forse, valicati -i monti a Sant’Elia d’Ambola,<a class="tag" id="tag831" href="#note831">[831]</a> ripigliava essa il -corso lungo la costiera settentrionale, poichè il medesimo -nome di “via regia” ricomparisce il 1143 presso -Patti,<a class="tag" id="tag832" href="#note832">[832]</a> e molto prima presso Milazzo.<a class="tag" id="tag833" href="#note833">[833]</a> Il predicato -<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span> -di basilica, chè così dicea senza dubbio il testo, -dato a cotesta strada nel diploma del 1094, la fa -supporre bizantina: e sarebbe per avventura quella che -tennero i Normanni addentrandosi nel cuor dell’isola -e ch’essi prolungarono o racconciarono dopo Petralia -o Castronovo, per farsene linea d’operazione sopra -Palermo. Si potrebbe riferire anco ai tempi del primo -conte l’altra via detta precisamente militare, in un -diploma della Chiesa di Monreale del 1182, la quale par -sia corsa ne’ dintorni della Ficuzza, tra Palermo e -Corleone;<a class="tag" id="tag834" href="#note834">[834]</a> ma non si ritrae se mettesse capo nella via -di Castronovo, che ne sarebbe stata discosta in linea -retta una ventina di miglia a scirocco. Può solo -argomentarsi che la qualità, o almeno l’origine di -questa via militare, differisse da quella delle grandi -vie del commercio interno, che menavano da Palermo -a Mazara, da Palermo a Sciacca, ed altre nominate -vie pubbliche o stradali nel medesimo diploma -della Chiesa di Monreale,<a class="tag" id="tag835" href="#note835">[835]</a> le quali erano forse aperte -molto tempo innanzi la guerra normanna. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_342">[342]</span> -</p> - -<p> -Diciamo in ultimo della sola manifattura che ci -possiamo aspettare dal novello principato, dopo le -chiese e le opere militari. Si rinvengono in tutti i -musei d’Europa tante monete battute dai re normanni -di Sicilia ed anco dagli svevi, con leggende -arabiche e formole musulmane, che si è supposto -con fondamento essere incominciato così fatto conio -ne’ primi anni della dominazione. Il Tychsen, che -dissodò la numismatica orientale e inciampò sovente -in quel novello terreno, pubblicò, sul disegno mandatogli -di Sicilia, una moneta d’oro attribuita da lui -a Roberto Guiscardo, da altri all’abate Vella; nella -quale, se i caratteri non son mutati del tutto dopo -tre o quattro copie del disegno, leggesi in sul diritto -il nome di re Tancredi, e però torna alla coda anzichè -alla testa della serie normanna.<a class="tag" id="tag836" href="#note836">[836]</a> L’Adler poi die’ fuori -alcuni quartigli, o diciamo <i>roba’i</i>, o tarì d’oro, nei -quali è chiarissimo il nome di Ruggiero e in alcuni -il titolo di re; ma in altri parve all’Adler di veder -la voce <i>emîr</i>, talchè potea cadere dubbio se al padre -appartenessero ovvero al figliuolo, com’egli -suppone dal tipo.<a class="tag" id="tag837" href="#note837">[837]</a> Seguillo il Castiglioni, aggiugnendo -alla lezione di <i>emir</i> quella di <i>Sicilia</i><a class="tag" id="tag838" href="#note838">[838]</a> e tiraronsi -<span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span> -dietro, riluttante, il Marsden.<a class="tag" id="tag839" href="#note839">[839]</a> Altra via batteva -il principe di San Giorgio Spinelli quando, avute -alle mani in Napoli ricchissime collezioni, compilò -un’opera di gran mole, corredata di tavole e in -molte parti degna di lode. Quel gentiluomo napoletano, -molto erudito ma conoscitor mediocrissimo dell’arabico, -riferì al gran Conte diciassette tarì d’oro -che pesano un grammo o poco meno ed hanno da -una faccia il simbolo musulmano, dall’altra il nome -di Ruggiero, preceduto, come crede l’autore, dal -titolo or di conte or di duca, e su i margini qualche -residuo di leggenda, dove lo Spinelli rintracciava -date di tempo e di luogo.<a class="tag" id="tag840" href="#note840">[840]</a> Coteste monete ha accettate -il Mortillaro, con alcune correzioni che non risguardano -il nome del principe.<a class="tag" id="tag841" href="#note841">[841]</a> Mi rincresce che il -lavoro tutto dello Spinelli non dia guarentigia di -quella erudizione e di quella sicurezza d’occhio in -fatto di numismatica musulmana, che ci potrebbero indurre -a prestar fede alla lezione di codeste diciassette -monete; duolmi altresì non poter fare assegnamento -su le figure incise, le quali, sia difetto delle monete -<span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span> -fruste o sia del disegno, bastano talvolta a conoscere -erronea la lezione dello Spinelli, ma non aiutano -punto a rifarla. Si aggiunga che, a giudicar dalle -tavole, il titolo di <i>duca</i> letto dallo Spinelli in una -moneta<a class="tag" id="tag842" href="#note842">[842]</a> somiglia perfettamente al vocabolo che in -altra egli trascrive <i>conte</i>; e che, ammettendo il primo, -si tornerebbe a Ruggiero duca di Puglia che fu -signore pria di tutta la città di Palermo e poi della -metà. Or a noi non piace andar così a tentoni. Aspetteremo -che le collezioni le quali servirono allo Spinelli, -cioè la sua propria e quelle di Fusco, Tafuri, -Santangelo e Capialbi siano riviste da occhi più esperti; -sì che le monete del XII secolo si scemano da -quelle che per avventura avesse battute il primo conte. -E in questo mezzo rimarrà in sospeso la piccola lite, -se i roba’i siciliani fossero stati coniati senza interruzione -da’ tempi dei califi fatemiti<a class="tag" id="tag843" href="#note843">[843]</a> a quelli di re -Ruggiero e dei successori; e intanto rimarranno al -primo conte di Sicilia le sole monete di rame con -effigie e lettere latine, che a lui sogliono attribuirsi.<a class="tag" id="tag844" href="#note844">[844]</a> -</p> - -<hr class="silver pad2" /> - -<div class="somm"> - -<h2><a id="indice" href="#indfront"> -SOMMARIO</a> -<span class="smaller">DELLE MATERIE CONTENUTE NEL TERZO VOLUME<br />—<br />PARTE PRIMA.</span></h2> - -<p class="title"> -LIBRO QUINTO. -</p> - -<table class="indice" summary=""> - <tr> - <td colspan="3" class="center large">Capitolo I.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">an.</td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">970-1011.</td> <td>Cagioni esteriori della caduta della dominazione musulmana in Sicilia. Movimento nazionale nella Terraferma italiana. Imprese navali dei Pisani contro i Musulmani</td> <td class="pag"><a href="#cap1">Pag. 1</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1015.</td> <td>Mogêhid usurpatore di Denia</td> <td class="pag"><a href="#Page_4">4</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>La Sardegna infestata precedentemente</td> <td class="pag"><a href="#Page_5">5</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Mogêhid a Luni e in Sardegna</td> <td class="pag"><a href="#Page_7">7</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1016.</td> <td>È sconfitto e ricacciato in Spagna</td> <td class="pag"><a href="#Page_9">9</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Contese de’ Pisani co’ Genovesi</td> <td class="pag"><a href="#Page_10">10</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1016-1114.</td> <td>Altre fazioni contro i Musulmani</td> <td class="pag"><a href="#Page_13">13</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>I Normanni</td> <td class="pag"><a href="#Page_14">14</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Loro tradizioni</td> <td class="pag"><a href="#Page_20">20</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1078-1086.</td> <td>Croniche de’ Normanni d’Italia. Amato</td> <td class="pag"><a href="#Page_21">21</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Guglielmo di Puglia</td> <td class="pag"><a href="#Page_22">22</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Malaterra</td> <td class="pag"><a href="#Page_23">23</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Leone d’Ostia e Lupo</td> <td class="pag"><a href="#Page_24">24</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>I Normanni a Salerno</td> <td class="pag"><a href="#Page_25">25</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1017-1021.</td> <td>Melo</td> <td class="pag"><a href="#Page_26">26</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Compagnia Normanna</td> <td class="pag"><a href="#Page_29">29</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1040-1041.</td> <td>Argiro e Ardoino</td> <td class="pag"><a href="#Page_30">30</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Battaglia dell’Olivento ed altre vicende</td> <td class="pag"><a href="#Page_33">33</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1043.</td> <td>Nuovo ordinamento della Compagnia</td> <td class="pag"><a href="#Page_37">37</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>La casa di Hauteville</td> <td class="pag"><a href="#Page_38">38</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1051.</td> <td>Rivolta contro i Normanni</td> <td class="pag"><a href="#Page_40">40</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1055-1058.</td> <td>Roberto Guiscardo</td> <td class="pag"><a href="#Page_42">42</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1059.</td> <td>Ruggiero. Espugnazione di Reggio</td> <td class="pag"><a href="#Page_49">49</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Condizioni della Compagnia Normanna</td> <td class="pag"><a href="#Page_52">52</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3" class="center large">Capitolo II.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1060.</td> <td>Disposizioni de’ Cristiani messinesi</td> <td class="pag"><a href="#cap2">55</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Supposta congiura</td> <td class="pag"><a href="#Page_56">56</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Correria sopra Messina</td> <td class="pag"><a href="#Page_61">61</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Ibn-Thimna</td> <td class="pag"><a href="#Page_62">62</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1061.</td> <td>Nuova fazione</td> <td class="pag"><a href="#Page_63">63</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Presa Messina</td> <td class="pag"><a href="#Page_66">66</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Rametta</td> <td class="pag"><a href="#Page_70">70</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Tripi, Frazzanò, Maniace, Centorbi</td> <td class="pag"><a href="#Page_71">71</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Paternò, Emmelesio, Sanfelice; battaglia di Castrogiovanni</td> <td class="pag"><a href="#Page_72">72</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Scorreria a Girgenti. Tregua con Palermo</td> <td class="pag"><a href="#Page_75">75</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Ritirata</td> <td class="pag"><a href="#Page_76">76</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Castel di San Marco. Dominazioni diverse nelle province</td> <td class="pag"><a href="#Page_78">78</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3" class="center large">Capitolo III.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Rivolgimento in Palermo</td> <td class="pag"><a href="#cap3">79</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Condizioni degli Ziriti</td> <td class="pag"><a href="#Page_80">80</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Aiuti di Mo’ezz</td> <td class="pag"><a href="#Page_81">81</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Scorreria di Ruggiero sopra Girgenti</td> <td class="pag"><a href="#Page_82">82</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Patti co’ Trainesi</td> <td class="pag"><a href="#Page_83">83</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1062.</td> <td>Ruggiero sposa Giuditta di Evreux</td> <td class="pag"><a href="#Page_84">84</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Correrie in Sicilia. Morte d’Ibn-Thimna</td> <td class="pag"><a href="#Page_85">85</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Brighe di Ruggiero con Roberto</td> <td class="pag"><a href="#Page_87">87</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Rivolta di Traina</td> <td class="pag"><a href="#Page_89">89</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Vittoria di Ruggiero</td> <td class="pag"><a href="#Page_91">91</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1063.</td> <td>Nuova spedizione affricana</td> <td class="pag"><a href="#Page_92">92</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Scorrerie di Ruggiero</td> <td class="pag"><a href="#Page_94">94</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Battaglia di Cerami</td> <td class="pag"><a href="#Page_96">96</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Fazione de’ Pisani in Palermo</td> <td class="pag"><a href="#Page_101">101</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Fazioni de’ Normanni a Collesano, Brucato, Cefalù. Combattimento presso Girgenti</td> <td class="pag"><a href="#Page_105">105</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3" class="center large">Capitolo IV.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1064.</td> <td>Vano assedio di Palermo</td> <td class="pag"><a href="#cap4">106</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Bugamo presa: scontro presso Girgenti</td> <td class="pag"><a href="#Page_107">107</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1064-1068.</td> <td>Aiûb ed Ali, figliuoli di Temim, occupano la Sicilia occidentale</td> <td class="pag"><a href="#Page_108">108</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Guerra civile; partenza degli Affricani ed emigrazione</td> <td class="pag"><a href="#Page_110">110</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1066.</td> <td>Ruggiero a Petralia</td> <td class="pag"><a href="#Page_111">111</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1068.</td> <td>Battaglia di Misilmeri</td> <td class="pag"><a href="#Page_113">113</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1068-1071.</td> <td>Assedio di Bari</td> <td class="pag"><a href="#Page_114">114</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Armamento contro Palermo</td> <td class="pag"><a href="#Page_115">115</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Presa Catania</td> <td class="pag"><a href="#Page_116">116</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Assedio di Palermo</td> <td class="pag"><a href="#Page_118">118</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Assalti</td> <td class="pag"><a href="#Page_124">124</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1072.</td> <td>Resa della città</td> <td class="pag"><a href="#Page_130">130</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>E di Mazara</td> <td class="pag"><a href="#Page_133">133</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3" class="center large">Capitolo V.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Distribuzione de’ conquisti</td> <td class="pag"><a href="#cap5">ivi</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Morte di Serlone</td> <td class="pag"><a href="#Page_134">134</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Roberto ordina il governo in Palermo</td> <td class="pag"><a href="#Page_136">136</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1072-1085.</td> <td>Ritorna in Terraferma. Suoi doni alla Badia di Montecassino</td> <td class="pag"><a href="#Page_139">139</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Contrasta co’ suoi baroni</td> <td class="pag"><a href="#Page_141">141</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1072-1085.</td> <td>E co’ principi di Salerno e Capua</td> <td class="pag"><a href="#Page_142">142</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Roberto e Gregorio VII</td> <td class="pag"><a href="#Page_143">143</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Imprese di Grecia e di Roma</td> <td class="pag"><a href="#Page_144">144</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Morte di Roberto</td> <td class="pag"><a href="#Page_146">146</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3" class="center large">Capitolo VI.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1072.</td> <td>Condizioni de’ Normanni in Sicilia</td> <td class="pag"><a href="#cap6">147</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>E dei Musulmani</td> <td class="pag"><a href="#Page_148">148</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Benavert</td> <td class="pag"><a href="#Page_149">149</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1073-1075.</td> <td>Progressi lenti di Ruggiero</td> <td class="pag"><a href="#Page_150">150</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Vittoria di Benavert</td> <td class="pag"><a href="#Page_151">151</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1076.</td> <td>Ruggiero dà il guasto al Val di Noto</td> <td class="pag"><a href="#Page_153">153</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1077.</td> <td>Prende Trapani ed altri paesi</td> <td class="pag"><a href="#Page_154">154</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1078.</td> <td>E Taormina</td> <td class="pag"><a href="#Page_156">156</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1079.</td> <td>Rivolta di Cinisi e Giato</td> <td class="pag"><a href="#Page_159">159</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1081.</td> <td>Ruggiero padrone di Messina</td> <td class="pag"><a href="#Page_161">161</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Catania presa da Benavert e racquistata</td> <td class="pag"><a href="#Page_162">162</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1082.</td> <td>Rivolta di Giordano</td> <td class="pag"><a href="#Page_163">163</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1085.</td> <td>Scorreria di Benavert in Calabria</td> <td class="pag"><a href="#Page_164">164</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1086.</td> <td>Ruggiero prende Siracusa</td> <td class="pag"><a href="#Page_165">165</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1087.</td> <td>Impresa navale degli Italiani sopra Mehdia</td> <td class="pag"><a href="#Page_168">168</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Ruggiero occupa Girgenti e la provincia</td> <td class="pag"><a href="#Page_172">172</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Ibn Hammûd gli dà Castrogiovanni</td> <td class="pag"><a href="#Page_173">173</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1089-1091.</td> <td>Prese Butera e Noto. Urbano II a Traina</td> <td class="pag"><a href="#Page_176">176</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Conquisto di Malta</td> <td class="pag"><a href="#Page_177">177</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3" class="center large">Capitolo VII.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1093.</td> <td>Morte di Giordano e rivolta di Pantalica</td> <td class="pag"><a href="#cap7">180</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1085-1093.</td> <td>Cresciuta potenza del conte Ruggiero</td> <td class="pag"><a href="#Page_181">181</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Aiuta il nuovo duca di Puglia, il quale gli concede metà di Palermo</td> <td class="pag"><a href="#Page_182">182</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1091-1094.</td> <td>Imprese di Cosenza e Castrovillari</td> <td class="pag"><a href="#Page_184">184</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1096.</td> <td>Assedio di Amalfi. La prima Crociata</td> <td class="pag"><a href="#Page_185">185</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1098.</td> <td>Ruggiero assedia Capua co’ Musulmani</td> <td class="pag"><a href="#Page_186">186</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>E impedisce la loro conversione</td> <td class="pag"><a href="#Page_187">187</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Aneddoto attribuitogli da Ibn-el-Athîr</td> <td class="pag"><a href="#Page_188">188</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Scuola di monaci statisti</td> <td class="pag"><a href="#Page_190">190</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Relazioni del conte con Urbano II</td> <td class="pag"><a href="#Page_191">191</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Privilegio dell’Apostolica legazione</td> <td class="pag"><a href="#Page_193">193</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1101.</td> <td>Morte del conte</td> <td class="pag"><a href="#Page_194">194</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Famiglia della contessa Adelaide</td> <td class="pag"><a href="#Page_196">196</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>La Marca aleramica</td> <td class="pag"><a href="#Page_198">198</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Bonifazio del Vasto</td> <td class="pag"><a href="#Page_199">199</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3" class="center large">Capitolo VIII.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Condizioni dell’isola dopo il conquisto</td> <td class="pag"><a href="#cap8">200</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Diplomatica siciliana dell’XI e XII secolo. Falsa pergamena arabica dell’archivio di Napoli</td> <td class="pag"><a href="#Page_201">201</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">1101.</td> <td>Diplomi arabici e greci</td> <td class="pag"><a href="#Page_202">202</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Diplomi latini</td> <td class="pag"><a href="#Page_204">204</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Varie schiatte. Antichi abitatori</td> <td class="pag"><a href="#Page_206">206</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Distribuzione geografica delle nuove schiatte</td> <td class="pag"><a href="#Page_207">207</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Ebrei</td> <td class="pag"><a href="#Page_209">209</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Tribù arabe e berbere</td> <td class="pag"><a href="#Page_210">210</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Normanni e altri Francesi</td> <td class="pag"><a href="#Page_213">213</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Colonie della Terraferma italiana</td> <td class="pag"><a href="#Page_218">218</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Lombardi</td> <td class="pag"><a href="#Page_222">222</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Baroni aleramidi</td> <td class="pag"><a href="#Page_225">225</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Dialetto de’ Lombardi di Sicilia</td> <td class="pag"><a href="#Page_227">227</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Caltagirone</td> <td class="pag"><a href="#Page_228">228</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Origini di altre città</td> <td class="pag"><a href="#Page_231">231</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Della famiglia Bonello</td> <td class="pag"><a href="#Page_232">232</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3" class="center large">Capitolo IX.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Condizioni de’ vinti. Schiavi</td> <td class="pag"><a href="#cap9">233</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Villani</td> <td class="pag"><a href="#Page_237">237</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Sinonimo di Rustici</td> <td class="pag"><a href="#Page_238">238</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Due maniere di villani</td> <td class="pag"><a href="#Page_242">242</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Domini di Maks</td> <td class="pag"><a href="#Page_243">243</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Platee</td> <td class="pag"><a href="#Page_245">245</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Doveri e diritti de’ villani</td> <td class="pag"><a href="#Page_246">246</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Borghesi</td> <td class="pag"><a href="#Page_250">250</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Non soggetti alla <i>gezia</i></td> <td class="pag"><a href="#Page_253">253</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Borghesi delle antiche schiatte</td> <td class="pag"><a href="#Page_256">256</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Prete Scholaro</td> <td class="pag"><a href="#Page_257">257</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>I Greci non hanno titoli di nobiltà</td> <td class="pag"><a href="#Page_259">259</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Musulmani. <i>Kaid</i>, titolo di nobiltà, d’Ufficio o meramente onorifico</td> <td class="pag"><a href="#Page_260">260</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Origine di tutte queste condizioni</td> <td class="pag"><a href="#Page_267">267</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3" class="center large">Capitolo X.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Se il conte di Sicilia sia stato vassallo del duca di Puglia</td> <td class="pag"><a href="#cap10">271</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Costituzione politica</td> <td class="pag"><a href="#Page_274">274</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Ruggiero prende il titolo di Gran Conte e poi di Console</td> <td class="pag"><a href="#Page_277">277</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Istituzioni municipali messe in forse dal Gregorio</td> <td class="pag"><a href="#Page_278">278</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Memorie delle municipalità cristiane nella guerra normanna</td> <td class="pag"><a href="#Page_280">280</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>E sotto il principato. Arconti</td> <td class="pag"><a href="#Page_281">281</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Anziani</td> <td class="pag"><a href="#Page_284">284</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Buoni Uomini</td> <td class="pag"><a href="#Page_286">286</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Maestri de’ Borghesi</td> <td class="pag"><a href="#Page_289">289</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Municipalità diverse nella stessa città. Anche de’ Giudei. <i>Gema’</i></td> <td class="pag"><a href="#Page_291">291</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Forma generale de’ comuni siciliani</td> <td class="pag"><a href="#Page_292">292</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Franchige</td> <td class="pag"><a href="#Page_296">296</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Municipii di Palermo e di Messina</td> <td class="pag"><a href="#Page_297">297</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Ricerche da farsi. Feudalità</td> <td class="pag"><a href="#Page_299">299</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Feudi ecclesiastici</td> <td class="pag"><a href="#Page_301">301</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Autorità di Ruggiero nella gerarchia</td> <td class="pag"><a href="#Page_302">302</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Legazia apostolica</td> <td class="pag"><a href="#Page_306">306</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Rifatte le diocesi dal principe</td> <td class="pag"><a href="#Page_306">ivi</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Circoscrizione territoriale politica. <i>Iklîm</i></td> <td class="pag"><a href="#Page_309">309</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Ufiziali del principe. <i>’Amil</i>, Stratego e Vicecomite</td> <td class="pag"><a href="#Page_315">315</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Magistrati giudiziali</td> <td class="pag"><a href="#Page_318">318</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Entrate pubbliche</td> <td class="pag"><a href="#Page_319">319</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Platee</td> <td class="pag"><a href="#Page_320">320</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td><i>Diwâni</i></td> <td class="pag"><a href="#Page_322">322</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td><i>Defetarii</i></td> <td class="pag"><a href="#Page_324">324</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Rivendicazione de’ beni demaniali</td> <td class="pag"><a href="#Page_326">326</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Dazii e gabelle</td> <td class="pag"><a href="#Page_327">327</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Colletta; diritto di marineria; tratta de’ grani</td> <td class="pag"><a href="#Page_331">331</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Servigio militare e navale</td> <td class="pag"><a href="#Page_333">333</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Costituzione dell’armata</td> <td class="pag"><a href="#Page_335">335</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Avanzi d’incivilimento. Chiese e fortezze</td> <td class="pag"><a href="#Page_338">338</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Strade militari</td> <td class="pag"><a href="#Page_339">339</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="cap">»</td> <td>Monete del conte Ruggiero</td> <td class="pag"><a href="#Page_342">342</a></td> - </tr> -</table> -<hr /> -</div> - - -<div class="chapter"> -<p class="title">Correzioni ed Aggiunte.</p> - -<table class="corr" summary=""> - <tr> - <td class="cn">Pag.</td> <td class="cn">lin.</td> - </tr> - <tr> - <td class="num">12</td> <td class="num">3</td> <td class="num">n. 5.</td> <td>della stessa opera</td> <td>dello stesso volume</td> - </tr> - <tr> - <td></td> <td></td> - </tr> - <tr> - <td class="num">25</td> <td class="num">»</td> <td class="num">n. 1.</td> <td>volume</td> <td>volume. Contuttociò si vegga il De Meo, nell'_Apparato cronologico agli Annali del regno di Napoli_, Napoli, 1785, pag. 385, segg. ed una nota posta ne' _Regii Neapolitani archivii Monumenta_, vol. IV, pag. VI, nella quale è citato un diploma del 1008.</td> - </tr> - <tr> - <td class="num">36</td> <td class="num">7</td> <td class="num">n. 2.</td> <td>potessero</td> <td>potessero. Si riscontri presso Trinchera, _Syllabus graecorum membranarum_, etc., Napoli, 1865, pag. 53, un diploma del 1054, nel quale Argiro s'intitola: _Magister Vestis et dux Italiae, Calabriae, Siciliae, Paphlagoniae_, etc.</td> - </tr> - <tr> - <td class="num">48</td> <td class="num">27</td> <td class="num">n.</td> <td>al principio</td> <td>alla fine</td> - </tr> - <tr> - <td class="num">56</td> <td class="num">11</td> <td class="num"> </td> <td>e del milledugentottantadue</td> <td>del milledugentottantadue e del milleottocensessanta.</td> - </tr> - <tr> - <td class="num">63</td> <td class="num">4</td> <td class="num">n. 5.</td> <td>aprile. Malaterra</td> <td>aprile. Edrîsi, nella descrizione della Sicilia, _Bibl. arabo-sicula_, testo pag. 26, fa cominciare il conquisto nel 463 dell'egira, cioè dal 26 gennaio 1061 al 15 gennaio 1062. Malaterra</td> - </tr> - <tr> - <td class="num">75</td> <td class="num">5</td> <td class="num"> </td> <td>discosta</td> <td>discosto</td> - </tr> - <tr> - <td class="num">102</td> <td class="num">8</td> <td class="num">n. 2.</td> <td>dell'autore</td> <td>del traduttore</td> - </tr> - <tr> - <td class="num">»</td> <td class="num">10</td> <td class="num">»</td> <td>1603</td> <td>1063</td> - </tr> - <tr> - <td class="num">133</td> <td class="num">2</td> <td class="num"> </td> <td>tributo.</td> <td>tributo annuale.</td> - </tr> - <tr> - <td class="num">136</td> <td class="num">25</td> <td class="num"> </td> <td>s'addimandò fino al 1860</td> <td>s'addimanda ancora</td> - </tr> - <tr> - <td class="num">169</td> <td class="num">1</td> <td class="num">n. 1.</td> <td>vol. II, p. 139, 367</td> <td>vol. II, pag. 139, 355, segg. e 547</td> - </tr> - <tr> - <td class="num">»</td> <td class="num">2</td> <td class="num">»</td> <td>vol. III, p. 80, 81</td> <td>vol. III, pag. 80, 81, 158.</td> - </tr> - <tr> - <td class="num">173</td> <td class="num">9-10</td> <td class="num">n.</td> <td>figliuolo o nipote</td> <td>nipote o bisnipote</td> - </tr> - <tr> - <td class="num">181</td> <td class="num">4</td> <td class="num">»</td> <td>612.</td> <td>618.</td> - </tr> - <tr> - <td class="num">206</td> <td class="num">8</td> <td class="num"> </td> <td>Pacione. Dond'e'</td> <td>Pacione, Mohammed-Ibn-Coco. Dond'e'</td> - </tr> - <tr> - <td class="num">219</td> <td class="num">3</td> <td class="num"> </td> <td>Lentini e i nomi</td> <td>Lentini e Ragusa, e i nomi</td> - </tr> - <tr> - <td class="num">»</td> <td class="num">2</td> <td class="num">n. 3.</td> <td>secolo.</td> <td>secolo. Per Ragusa si vegga Amico, _Dizionario topografico_, sotto quel nome.</td> - </tr> - <tr> - <td class="num">220</td> <td class="num">12</td> <td class="num">n.</td> <td>Firenze.</td> <td>Firenze alle radici di Monte Morello ed un'altra presso Bagno a Ripoli. V'ha anco un _Paterno_ in provincia di Roma, presso Albano</td> - </tr> - <tr> - <td class="num">305</td> <td class="num">5</td> <td class="num"> </td> <td>1093, alle quali</td> <td>1093 e Malta nello stesso tempo, com'e' pare, alle quali</td> - </tr> -</table> -</div> - - -<div class="footnotes"> - -<h2> -NOTE: -</h2> - -<div class="footnote" id="note1"> -<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>. </span>Si vegga il Libro IV, cap. VI, pag. 311, del vol. II.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note2"> -<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>. </span><i>Chronicon Pisanum</i>, presso Muratori, <i>Rerum Italicarum Scriptores</i>, -tomo VI, p. 101, e <i>Breviarium pisanæ historiæ</i> a p. 167; e Marangone, -nell’<i>Archivio Storico Italiano</i>, tomo VI, parte II, pag. 4, tutti nell’anno pisano -1005. Il <i>Breviarium</i>, compilato alla fine del XIII secolo, aggiugne -che i Saraceni avevano minacciato Roma, fatto poco probabile, finto com’io -credo per vantare i meriti dei Pisani appo la corte papale e rincalzare -la supposta concessione della Sardegna. I compilatori pisani più moderni -mano mano confusero la narrazione, ponendo questo assalto lo stesso -anno della battaglia di Reggio, e proprio nell’assenza dell’armata; poi la -scena si ravvivò con Mogêhid (Musetto), con la Chinzica eroina, con le -esortazioni del Papa, le arringhe dei consoli pisani, i quali furono supposti con -date, nomi e cognomi ec. Si veggano cotesti romanzi nel Sardo, <i>Cronaca -Pisana</i>; e nel Roncioni, <i>Storie Pisane</i>, nell’<i>Archivio Storico Italiano</i>, tomo VI, -parte II, pag. 76, e parte I, pag. 49, 51, e si riscontri il Muratori, <i>Annali -d’Italia</i>, 1005, il quale con sana critica rigetta tutti quegli episodii. Quanto -all’origine arabica del nome <i>Chinzica</i>, supposta dal Muratori, mi accordo -col Wenrich che la mette in forse. <i>Rerum ab Arabibus</i> ec., lib. I, cap. XIII, -§ 115. In ogni modo quella voce non ha che fare coll’avvenimento -del 1004, poichè le carte pisane innanzi il mille fanno menzione d’un -quartiere di tal nome. Si vegga l’avvertenza dei dotti editori del Roncioni, -op. cit., pag. 63, nota 1.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note3"> -<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>. </span>Quel che si sa della battaglia di Reggio è stato riferito da noi nel -Libro IV, cap. VII, pag. 341, del vol. II. La supposizione della pia gesta dei -Pisani è nata in questo modo. I Benedettini della congregazione di Saint Maur -pubblicarono tra le epistole di Gerberto (<i>Recueil des Historiens des Gaules</i>, -tomo X, pag. 426, nº. CVII) una del 999, indirizzata non si sa a chi e molto -oscura, nella quale il Papa, lamentando Gerusalemme profanata dai Pagani, -esorta lo sconosciuto cristiano: «Enitere ergo, miles Christi, esto signifer -et compugnator, et quod armis nequis, consilii et opum auxilio subveni;» -nelle quali parole in vero si trova l’idea immatura d’una crociata -e la domanda di oblazioni per la santa impresa. I dotti editori aggiungono -in nota che i Pisani subito si messero in mare e andarono a combattere. -Si cita per questo, Muratori, <i>Rerum Italicarum Scriptores</i>, III, 400, ma -in fondo non si trova altra fonte che un moderno panegirico municipale dei -più avventati, voglio dir le lunghissime note di Costantino Gaietani alle vite -dei papi di Pandolfo Pisano, pubblicate a Roma il 1638, e ristampate dal -Muratori nel detto volume. Torniamo dunque al Tronci e peggio, e si -spezza il legame tra l’epistola di Gerberto del 999 e la battaglia di Reggio -del 1005, si dilegua la crociata, e resta ai Pisani la industria, la civil prudenza, -e la virtù di guerra navale.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note4"> -<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>. </span><i>Chronicon Pisanum</i>; e Marangone, II. cc., anno 1012.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note5"> -<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>. </span>Ne’ Mss. d’Ibn-el-Athîr si legge erroneamente Abu-Hosein, per -uno scambio di lettere e punti diacritici molto facile ad avvenire nelle -copie. Abu-l-Geisc (Padre dell’esercito) significa il soldato per antonomasia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note6"> -<p><span class="label"><a href="#tag6">6</a>. </span>Rumi. Così il chiama Marrekosci, <i>The history of the Almohades</i>, -testo arabico, pag. 52. Può significare schiavo greco o italiano, e, in Spagna, -uom delle schiatte sottomesse dai Musulmani.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note7"> -<p><span class="label"><a href="#tag7">7</a>. </span>Almansor si chiamava Ibn-abi-Amir.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note8"> -<p><span class="label"><a href="#tag8">8</a>. </span>Dhobbi, Ms. della Soc. Asiat. di Parigi e Ibn-Bassâm, Ms. della -Bibl. di Gotha, entrambi all’articolo <i>Mogêhid</i>. Debbo questi estratti alla -cortesia, l’uno del Prof. Dozy di Leyda, e l’altro del Dottor Weil di Heidelberg. -Ibn-el-Athîr dice che Mogêhid e il figliuolo Alì, suo successore, -furono entrambi «uomini di dottrina, amicissimi e benefici verso i dotti, -cui ricercavano nei paesi vicini e lontani.» Marrekosci fa le stesse lodi -del solo figlio. La voce ch’essi usano (<i>’ilm</i>) è in generale, scienza, ma più -specialmente il diritto con sue vaste ramificazioni. Dell’articolo di Dhobbi -ho data una versione italiana nella <i>Nuova Antologia</i> di Firenze, maggio -1866, vol. II, p. 61. Si vegga anco Ibn-Khaldûn, <i>Prolegomeni</i>, testo -arabico, Parte II, nelle <i>Notices et Extraits</i>, tomo XVIII, p. 389, e -Makkari, <i>Analectes de l’histoire de l’Espagne</i>, testo arabico stampato a -Leyda, Vol. I, p. 280, 523, 524 e vol. II, 117, 129, 415, 433, 511, 526, dove -sono narrati alcuni aneddoti, della generosità di Mogêhid verso illustri -filologi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note9"> -<p><span class="label"><a href="#tag9">9</a>. </span>Ibn-el-Athir, ediz. Tornberg, tomo IX, p. 205, anno 407, nel cenno -su i piccioli Stati che nacquero in Spagna. Ho data la traduzione italiana -nella <i>Nuova Antologia</i> di Firenze, vol. II, p. 60, maggio 1866. Uno squarcio -del testo si legge nella mia <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, pag. 271. Questo -Capitolo con poche varianti è trascritto da Nowairi, Ms. di Parigi, A. F., -647, fog. 108 recto; il quale chiama Mo’aiti Abu-Mohammed-Abd-Allah. -Quanto ai principii della signoria di Mogêhid a Denia, seguo piuttosto il -racconto verosimile dell’annalista musulmano, che quello del Conde, <i>Dominacion -de los Arabes en España</i>, cap. CIX, il quale del nome proprio Mogêhid, -fece un titolo <i>Mogêhid-ed-din</i> “Guerrier della Fede:” ma ciò non -si adatta alle usanze di Spagna in quel tempo. Marrekosci, loc. cit., dà appena -il nome e pochissimi cenni di Mogêhid. Egli attribuisce al costui -figlio Alì, successore suo nel principato di Denia e Majorca, il titolo di -<i>Mowaffek</i> “Favorito (da Dio)” che Ibn-el-Athîr, Dhobbi, Nowairi e Conde -danno a Mogêhid stesso, e ch’egli forse prese quando restò solo signore, -dopo la morte di Mo’aiti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note10"> -<p><span class="label"><a href="#tag10">10</a>. </span>Si vegga il Libro I, cap. VII, e X, nel vol. I, pag. 170, 175, 227 e il -Libro III, cap. VIII, vol. II, pag. 180. Le scorrerie dell’816, e 817, si ritraggono -da Ibn-el-Athîr nella <i>Bibl. Arabo-Sicula</i>, pag. 221, 228, del testo. -Entrambe mossero d’Affrica. Nella prima non pochi Musulmani, dopo aver -fatto preda, si perdettero per fortuna di mare. Quegli andati alla seconda -impresa «or vinsero, or furono vinti, e se ne tornarono.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note11"> -<p><span class="label"><a href="#tag11">11</a>. </span>Così leggiamo in Edrisi, autore del XII secolo, nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, -testo, pag. 20 e 21, e presso Di Gregorio, <i>Rerum Arabic</i>., p. 112. -Il passo relativo ai Sardi, ch’è mutilato nella <i>Geographia Nubiensis</i>, seguita -dal Di Gregorio, corre così: «Gli abitatori della Sardegna sono di -origine Rûm-Afarika, berberizzati, nemici di ogni altro ramo della -schiatta dei Rûm: uomini prodi e di saldo proponimento che non lascian -mai l’armi.» L’appellazione Rûm, nota ai nostri lettori, qui significa -evidentemente gente italiana. Gli Afarika erano le popolazioni cristiane dell’Affrica, -di schiatta fenicia, come accennammo nel Libro I, cap. V, tomo I, -pag. 105. Berberizzati non può qui significar altro che misti coi Berberi; -e ci ricorda i notissimi <i>Barbaricini</i> dei tempi di San Gregorio in Sardegna.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note12"> -<p><span class="label"><a href="#tag12">12</a>. </span>Ibn-el-Athîr sotto l’anno 92 (710-11) raccoglie la storia di tutte le -scorrerie dei Musulmani in Sardegna, in unico capitolo, del quale io ho -pubblicato il testo nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>. Quivi si legge a pag. 217 -«L’anno 135 (752-3) osteggiò quest’isola Abd-er-Rahmân-ibn-Habib-ibn-abi-’Obeida-el-Fihri, -il quale vi fe’ grande strage. Ma poi fermò pace con -gli abitatori, a patto che pagassero la gezia; la quale fu riscossa e durò. -Nè altri dopo Abd-er-Rahmân molestò quest’isola; talchè i Rûm ristorarono -le cose di quella.» Accennato poi alla scorreria del 935 e in ultimo -all’impresa di Mogêhid del 1016, avverte in fine: «nè fu mai più combattuta -la Sardegna (dai Musulmani) dopo questo tempo.» In questo capitolo -Ibn-el-Athîr dimentica le fazioni dell’816 e 817 ch’ei narra altrove come -si è accennato. La menzione che si fa dei Giudici di Sardegna nell’865 -(veggasi Muratori, <i>Dissertat. Antiq. Ital. medii ævi</i>, II, p. 1077, Diss. XXXII) -si attaglia, come dicemmo, alla testimonianza d’Ibn-el-Athîr. Si vegga anco -Manno, <i>Storia di Sardegna</i>, lib. VII, pag. 333 e seg. dell’ediz. di Capolago, -1840, vol. I, e Wenrich, <i>Rerum ab Arabibus</i> etc., lib. I, cap. XIII, -§ 112, 113. Questi due diligenti compilatori avrebbero smesso ogni dubbio, -leggendo il citato capitolo d’Ibn-el-Athîr.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note13"> -<p><span class="label"><a href="#tag13">13</a>. </span><i>Breviarum</i>, ec., presso Muratori, <i>Rerum Italicarum Scriptores</i>, tomo -VI, pag. 167, anno pisano 1002. Marangone nè l’altra cronica non ne -fanno menzione, e la data mal si accorda con quella, sì precisa, degli -autori arabi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note14"> -<p><span class="label"><a href="#tag14">14</a>. </span>Si riscontrino: Ibn-el-Athîr nei citati due capitoli del 92, e del 407, -nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, pag. 218, e 271; Ibn-Khaldûn, <i>Prolegomeni</i>, -testo, nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, pag. 461, e nelle <i>Notices et Extraits des -MSS</i>., tomo XVII, parte I, pag. 36; Makkari, <i>Mohammedan Dynasties in -Spain</i>, versione inglese del prof. Gayangos, tomo II, pag. 258; Conde, l. c.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note15"> -<p><span class="label"><a href="#tag15">15</a>. </span>Si riscontrino: Ditmar, <i>Chronicon</i>, lib. VII, cap. 31, presso Pertz; -Scriptores, tomo III, pag. 830; Marangone, nell’<i>Archivio Storico Italiano</i>, -tomo VI, parte II, pag. 4; <i>Chronicon Pisanum</i> e <i>Breviarium</i> presso -Muratori, R. I. S., tomo VI, pag. 107, 167, sotto l’anno pisano 1016; e il -poema di Lorenzo Vernese, presso Muratori, stesso volume, pag. 124, -dove si accenna che Mugeto l’anno innanzi la sconfitta finale (cioè 1016, -del conto comune) s’era dato alla fuga vedendo venire l’armata pisana. -Le croniche pisane laconicamente portano che i Pisani e Genovesi, fatta -guerra in Sardegna con Mugeto, il vinsero. Ditmar vescovo di Mersebourg, -morto il 1018, scrisse in fin della sua cronica in luogo che risponde -al 1016, come i Saraceni venuti con l’armata in Longobardia occupavano -«Lunam civitatem;» cacciatone il vescovo s’impadronivano delle case -e mogli de’ terrazzani; come papa Benedetto chiamava alle armi i rettori -e difensori della Chiesa; come il grande navilio ch’egli adunò stringeva -i Saraceni nel porto. Il re allor fugge in barchetta; i suoi assaliti -da’ Cristiani, per tre dì hanno l’avvantaggio; poi sono rotti e passati a fil -di spade; presa la regina e troncatole il capo, il papa vuol per sè la di -lei corona d’oro gemmato, e manda all’imperatore mille libbre d’oro -per parte del bottino. Ma il re saraceno facea dono al papa d’un sacco -di castagne minacciando di tornare con altrettanti uomini; Benedetto gli -rimandava il sacco pieno di miglio aggiungendo: tanti uomini e più troverai -vestiti di corazze per accoglierti. E il cronista, come scandalezzato -di così fatta risposta, conchiude: Iddio giudica gli uomini; e noi -preghiamolo che allontani tal flagello da quel paese, e gli accordi -la pace. -</p> - -<p> -Or ognun vede che si tratti d’unico fatto, di cui Ditmar scrisse le -novelle che correano in Germania, cioè l’insulto degli Infedeli sopra una -città imperiale, e la vendetta che n’avean presa i sudditi dell’imperatore; -e i cronisti pisani notarono quel che loro premea, cioè la vittoria del -navilio italiano. E però il primo ristringe il fatto a Luni; i secondi lo -pongono in Sardegna; ai quali dobbiam credere come meglio informati, -ancorchè non contemporanei. Tanto più che Ditmar, con quella fuga del -re, prigionia della moglie, e data del 1016, ci mostra aver confuso le fazioni -di questo e del 1015, come or or si vedrà nei racconto della fuga -secondo gli autori arabi. Da un’altra mano non si può supporre che -Ditmar abbia sbagliato il nome della città e provincia assalita. Dunque i -Musulmani al tempo dell’impresa di Sardegna fecero una scorreria a -Luni, prima o dopo la vittoria sopra Malôt, credo piuttosto prima che dopo; -i Pisani e Genovesi gli diedero una rotta navale nello stesso anno 1015 -e un’altra nella state del 1016.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note16"> -<p><span class="label"><a href="#tag16">16</a>. </span>Marangone e le altre Croniche Pisane, dicono «homines Sardos -vivos in cruce murare.» Lo spiega Lorenzo Vernese, narrando che Mogêhid, -nel fabbricare una sua fortezza, adoperava i Sardi da manovali, e -poi li facea seppellir vivi dentro le mura.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note17"> -<p><span class="label"><a href="#tag17">17</a>. </span>Marangone e <i>Croniche Pisane</i>. Dhobbi nella biografia citata di sopra -dice che Mogêhid “occupò la maggior parte della Sardegna ed espugnò -le fortezze.”</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note18"> -<p><span class="label"><a href="#tag18">18</a>. </span>Dhobbi, Conde.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note19"> -<p><span class="label"><a href="#tag19">19</a>. </span>Conde e le <i>Croniche Pisane</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note20"> -<p><span class="label"><a href="#tag20">20</a>. </span>La data si ritrae da Ibn-el-Athîr, che nota Mogêhid <i>scacciato</i> dalla -Sardegna in su la fine del quattrocentosei (8 giugno 1016). Lo stesso autore -in altro luogo lo dice <i>combattuto e sconfitto</i>. Le croniche Pisane accennan -solo alla fuga, ma Lorenzo Vernese afferma: «Rex fugisse (<i>fugæ -sese</i>?) datur, multis jam marte peremptis; Barbarus abscessit, capto cum -coniuge nato»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note21"> -<p><span class="label"><a href="#tag21">21</a>. </span>Dhobbi, loc. cit. e Conde, il quale lo copia inesattamente.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note22"> -<p><span class="label"><a href="#tag22">22</a>. </span>Ibn-el-Athîr.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note23"> -<p><span class="label"><a href="#tag23">23</a>. </span>Lorenzo Vernese, il quale aggiunge un lungo racconto sul riscatto -del figliuolo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note24"> -<p><span class="label"><a href="#tag24">24</a>. </span>Si riscontrino i due citati capitoli d’Ibn-el-Athîr, anni 92 e 407, -nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, pag. 218 e 271; Dhobbi, l. c. il quale narra -alcuni particolari della sconfitta con le parole di un testimonio oculare; -Nowairi, <i>Storia di Spagna</i>, l. c.; Ibn-Khaldûn, loc. cit., il quale dice che i -Cristiani «ripigliarono <i>immantinenti</i> la Sardegna;» Conde, <i>Dominacion</i> ec., -parte II, cap. 110; Marangone nell’<i>Archivio Storico</i>, vol. cit., p. 4; e il -<i>Chronicon Pisanum</i>, e il <i>Breviarium</i> ec. presso Muratori, <i>Rerum Ital</i>., tomo -VI, pag. 107 e 167, sotto l’anno pisano 1017. Lorenzo Vernese, autore -del XII secolo, nel poema su la impresa di Majorca del 1114, presso Muratori, -<i>Rer. Ital</i>. S. VI, 124, racconta in versi la guerra di Sardegna come -l’avea intesa da’ vecchi della sua città, e s’accorda bene con gli annalisti -arabi. «Mugelus rex Baleæ et Dianæ» (Denia e le Baleari; gli altri Pisani, -anche Marangone, lo suppongono Africano) occupa la Sardegna. Vengono -i Pisani con l’armata ed egli fugge (probabilmente nelle parti occidentali -dell’isola). Torna l’anno appresso nel regno Calaritano con suoi Mori e -fabbrica una fortezza. Incrudelisce nei Cristiani. Assalito dalle armi di Pisa, -fugge di nuovo lasciando prigioni il figlio e la moglie; e i principi dell’isola -rimangon sudditi dei Pisani.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note25"> -<p><span class="label"><a href="#tag25">25</a>. </span>Marangone,<i> Chronicon Pisanum</i>, e <i>Breviarium</i> ec., ll. cc.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note26"> -<p><span class="label"><a href="#tag26">26</a>. </span>A tal concetto mi portano i pochi fatti che abbiamo della <i>Storia -di Sardegna</i> nell’XI e XII secolo, i quali si leggono nel Manno, op. cit., -lib. VII. Lorenzo Vernese nel luogo citato del suo poema scrive: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Erepti Sardi jugulis, tutique fuerunt;</i></p> -<p class="i01"><i>Indeque tota manent Pisanis subdita regno.</i></p> -<p class="i01"><i>Sardiniæ: docuere senet quæcumque retexo;</i></p> -<p class="i01"><i>Quæsitis Sardis, non hæc tibi vera negabunt.</i></p> -</div></div> - -<p> -Le quali parole, con le testimonianze non richieste che allega il poeta, mostrano -che nella prima metà del XII secolo i Pisani non pretendeano per -anco la piena signoria della Sardegna, ma un protettorato con gli abusi -che ne seguitano. D’altronde non si comprenderebbe in qual altro modo -avrebbero potuto signoreggiare in Sardegna i nobili e mercatanti che non -governavano per anco Pisa. E si veggono molto più antichi della fuga di -Mogêhid, i giudici che Benvenuto da Imola, presso Muratori, <i>Antiq. Ital. -Medii Ævi</i>, tomo I, p. 1089, secondo le idee del XIV secolo, supponeva -istituiti dai Pisani. La concessione dell’isola per Benedetto VIII è invenzione -del XIII secolo, quando la corte di Roma avea dato lo scandalo di -infeudare a questo ed a quello la Sicilia e la Sardegna stessa; nè alcuno -ha prodotto mai il testo di quel privilegio; nè lo si allegò mai nelle contese -fra i Genovesi e i Pisani presso Federigo Barbarossa, le quali si leggono -distintamente nella continuazione di Caffari, anno 1164, presso Muratori, -<i>Rerum Italicarum Scriptores</i>, tomo VI, p. 294, 295. -</p> - -<p> -È da avvertire che il Saint Marc, <i>Abrégé chronologique de l’histoire -d’Italie</i>, anni 1017 e 1021, tenendo per guida il Muratori, nega la concessione -papale e la dominazione pisana, senza particolareggiare gli argomenti. -</p> - -<p> -Il Manno (tomo I, p. 381, dell’edizione di Capolago) non osa troncare -la difficoltà nè rigettare apertamente la narrazione riferita dal Gaietani -nelle annotazioni alle vite dei Papi (Muratori, <i>Rerum Italicarum -Scriptores</i>, tomo III, p. 401); il quale, nel 1638, affermava averla tolto -da Lorenzo Bonincontro da San Miniato che scrisse, dice egli, <i>più di dugent’anni -addietro</i>. Bonincontro o Gaietani, dava con nomi e cognomi, la -divisione della Sardegna tra Pisani, Genovesi e <i>Spagnuoli</i> dopo la sconfitta -e prigionia di Musetto. Basterebbe la menzione delli Spagnuoli, per dimostrarla -fattura del XV secolo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note27"> -<p><span class="label"><a href="#tag27">27</a>. </span>Caffari, <i>Annales Januenses</i>; e continuazione presso Muratori, <i>Rerum -Italicarum Scriptores</i>, tomo VI, anni 1162 e 1164; Marangone nell’<i>Archivio -Storico Italiano</i>, tomo VI, Parte II, p. 38, anno 1165. Su le guerre -tra quelle due città si vegga Marangone, op. cit., p. 8 e segg., fin dal 1119 -(1118). Si vegga anche il Manno, <i>Storia di Sardegna</i>, lib. VII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note28"> -<p><span class="label"><a href="#tag28">28</a>. </span>Cotesta falsa tradizione nacque nel XIII secolo, trovandosi nel <i>Breviarium</i> -ec., presso Muratori, <i>Rerum Italicarum Scriptores</i>, tomo VI, -p. 167, anni 1017, 1020, 1050, non già nelle due croniche del XII secolo, -cioè l’anonima del Muratori e quella di Marangone. I Genovesi a lor volta -nella lite del 1164 affermavano audacemente dinanzi il Barbarossa che i -lor maggiori avessero preso il Muzaito e il vescovo di Genova lo avesse -mandato all’imperatore.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note29"> -<p><span class="label"><a href="#tag29">29</a>. </span>Ibn-el-Athîr, capitolo dell’anno 92, nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, -testo, p. 218. Ibn-Khaldûn riferisce altre scorrerie degli Ziriti d’Affrica -nel regno di Iehia-ibn-Temîm (1108 a 1116), <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, -testo, p. 482, e <i>Histoire des Berbères</i>, versione di M. de Slane, tomo II, p. 25.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note30"> -<p><span class="label"><a href="#tag30">30</a>. </span>Ibn-el-Athîr, ediz. Tornberg, tomo IX, p. 205, anno 407.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note31"> -<p><span class="label"><a href="#tag31">31</a>. </span>Ademari Cabanensis <i>Chr.</i>, nel <i>Rec. des Hist. des Gaules</i>, X, 156.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note32"> -<p><span class="label"><a href="#tag32">32</a>. </span>Gayangos, <i>The Moham. dynasties in Spain</i>, tomo II, p. LXXXVIII. -Dozy, <i>Hist. des Musulmans d’Espagne</i>, tomo IV, p. 290, 304, Cf. p. 21 della -stessa opera e Dozy medesimo, <i>Recherches</i>, 2ª ediz. I, 245.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note33"> -<p><span class="label"><a href="#tag33">33</a>. </span>Così nell’impresa del 1035 che si ritrae da Rodolfo Glabro e che or -si narrerà. Si è veduto che i Genovesi nel 1164 davano lo stesso vanto ai -lor maggiori. Le supposte imprese del 1019 e 1049 nella compilazione pisana -del XIII secolo provano che durasse la terribile leggenda di Mogêhid. -È da notare che, all’infuori del poeta Lorenzo Vernese, tutti supponeano -Mugeto re d’Affrica. Quest’errore è durato fino al Manno. Il Wernich, -<i>Rerum ab Arabibus in Italia</i> ec., lib. I, cap. XIII, § 113 a 119, rattoppa -col supposto che Mogêhid fosse il principale dei regoli musulmani di Sardegna -e che avesse chiesto aiuti in Affrica. Del resto ei segue la tradizione -pisana; se non che riconosce l’identità del fatto di Luni e della prima -vittoria dei Pisani e Genovesi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note34"> -<p><span class="label"><a href="#tag34">34</a>. </span>Si vegga il Libro IV, cap. VIII, pag. 364 del vol. II.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note35"> -<p><span class="label"><a href="#tag35">35</a>. </span>Marangone, nell’<i>Archivio Storico Italiano</i>, vol. cit., p. 5, anno -pisano 1035; <i>Chronicon Pisanum</i>, stesso anno, presso Muratori, <i>Rerum Italicarum -Scriptores</i>, tomo VI, p. 108. Il <i>Breviarium</i>, nello stesso volume -del Muratori, p. 167, finge la occupazione di Cartagine e le corone dei due -re, di Bona e Cartagine, mandate in dono dai Pisani all’imperatore.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note36"> -<p><span class="label"><a href="#tag36">36</a>. </span>Rodolfo Glabro, <i>Historiarum</i>, lib. I, cap. VII, nel <i>Recueil des Historiens -des Gaules</i> ec., tomo X, p. 52, narra che i Saraceni d’Affrica perseguitavano -i Cristiani per terra e per mare; che entrambi si accordarono -di combattere giuste battaglie; che i Cristiani vinsero con grande strage, -dicendosi anche ucciso il principe saraceno Motget; e che ragunate le -preziose armadure nemiche del prezzo di parecchi <i>talenti d’argento</i>, le dettero -per voto a Odilone abate di Cluny, il quale investì il valsente in -arredi sacri e limosine. Rodolfo era contemporaneo e famigliare degli abati -di Cluny; ma testa bislacca e gran contatore di favole. L’offerta votiva al -monastero mi fece pensare dapprima a un’impresa di Provenzali, ma fattone -parola al savio autore delle <i>Invasions des Sarrazins en France</i>, mi -ha convinto che questa fazione, di certo navale, non potè compiersi se -non che da armate italiane. Però suppongo il voto di qualche ausiliare provenzale -ed una delle solite esagerazioni di Rodolfo Glabro. Si tratta probabilmente -dell’assalto di Bona, e vi risponde la data, poichè Rodolfo non -osservando l’ordine cronologico, pone questo fatto tra la morte di Roberto -duca di Normandia (22 luglio 1035) e la ecclissi solare del 29 giugno 1033. Nelle <i>Invasions des Sarrazins en France</i>, p. 221, il dotto autore, -M. Reinaud, accettò che Mogêhid fosse il condottiero dell’armata vinta; -ma so ch’egli sarà per considerare il fatto altrimenti sulla nuova edizione -che apparecchia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note37"> -<p><span class="label"><a href="#tag37">37</a>. </span>Par che la prima denominazione indicasse particolarmente gli uomini -di Norvegia, e la seconda quei di Danimarca. Ma spesso si confondeano -gli uni con gli altri. Come ognun sa, in Francia si chiamarono Normanni, -e in Inghilterra Dani, tutti gli occupatori scandinavi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note38"> -<p><span class="label"><a href="#tag38">38</a>. </span>Questa impresa intessuta di moltissime favole si legge in Dudone -di Saint Quentin, <i>De Moribus Normannorum</i>, cap. I, presso Duchesne, -<i>Historiæ Normannorum Scriptores</i>, p. 64, 65; Guglielmo di Jumièges, -<i>Historia Normandiæ</i>, lib. I, cap. X, XI, ib., p. 220, 221; Benoit, <i>Chroniques -des ducs de Normandie</i>, in versi francesi, tomo I, p. 47 a 69; Wace, -<i>Roman du Rou</i>, versi 472 a 732. Si vegga anche Muratori, <i>Antiquitates -Ital. Medii Ævi</i>, tomo I, p. 25, e si riscontri la critica del fatto in Depping, -<i>Histoire des Expéditions maritimes des Normands</i>, edizione del 1843, -p. 140, segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note39"> -<p><span class="label"><a href="#tag39">39</a>. </span>Non occorrendo citazioni distinte dei luoghi d’opere moderne dai -quali ho cavati i primordii dei Normanni, indicherò quelle che mi sono -riuscite più utili. Nel sentimento storico ho avuto a sicura guida la <i>Conquête -de l’Angleterre par les Normands</i>, di Augustin Thierry, alla cui -memoria debbo d’altronde amore, riverenza e gratitudine. Le minuzie dei -fatti sono fornite in abbondanza dalla citata opera di Depping; e molte critiche -avvertenze si rinvengono in Lappenberg, <i>A history of England under -the Norman kings</i>, versione inglese con aggiunte del traduttore Benjamin -Thorpe. Importanti e novelli fatti su la società primitiva degli Scandinavi -si ritraggono dalla prefazione di Samuele Laing alla <i>Heimskringla</i> di -Snorro Sturleson, versione inglese.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note40"> -<p><span class="label"><a href="#tag40">40</a>. </span>Gli storici francesi pongono vagamente la data tra l’896 e l’898, -non trovandola precisa nei cronisti, e dovendo tenere questa occupazione -come diversa da quella che i cronisti riferiscono al 17 novembre 876, cioè -avanti l’assedio di Parigi. Si riscontrino le opere citate di Depping, lib. III, -cap. III; di Thierry, lib. II; e di Lappenberg, versione inglese, p. 7, segg. -I cronisti normanni in prosa e in versi confusero le tradizioni, volendo dare -a Roll, nello assedio di Parigi e nella prima occupazione di Rouen, la parte -principale che di certo non v’ebbe.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note41"> -<p><span class="label"><a href="#tag41">41</a>. </span>Al messaggero di Carlo il Semplice, che innanzi la battaglia dell’898 -domandava il capo loro, i Normanni risposero: «Non n’abbiamo; siam -tutti eguali».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note42"> -<p><span class="label"><a href="#tag42">42</a>. </span><i>Hrôlfr</i>, con le mutazioni eufoniche di Rolf, Roll, Rou.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note43"> -<p><span class="label"><a href="#tag43">43</a>. </span>Rispondeva, secondo Depping, all’odierno dipartimento della Bassa -Senna e parte di quello dell’Eure.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note44"> -<p><span class="label"><a href="#tag44">44</a>. </span>Wace, <i>Roman du Rou</i>, passim. I Francesi vendicavansi con un <i>calembourg</i>, -più antico al certo del XII secolo quando visse l’autore: <i>Francheis -dient ke Normandie Ço est la gent de North mendie</i>, versi 119, 120.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note45"> -<p><span class="label"><a href="#tag45">45</a>. </span>Si vegga il Libro IV della presente Storia, cap. X, p. 580 del secondo -volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note46"> -<p><span class="label"><a href="#tag46">46</a>. </span>Wace, op. cit., verso 2108, accenna le tradizioni ritmiche, le -quali in sua fanciullezza avea inteso cantare a’ giullari (<i>jugléors</i>, oggi <i>jongleurs</i>).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note47"> -<p><span class="label"><a href="#tag47">47</a>. </span><i>Dudonis super Congregationem Sancti Quintini decani, De Moribus -Normannorum</i>, presso Duchesne, <i>Historiæ Normannorum Scriptores</i>, -p. 56 a 59. Si vegga la critica di Lappenberg, <i>A history of England -under the Norman Kings</i>, versione del Thorpe, p. <span class="smcap lowercase">XX</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note48"> -<p><span class="label"><a href="#tag48">48</a>. </span>Guglielmo di Jumièges (<i>Wilelmus Gemmeticensis</i>), detto <i>Calculus</i> -(1137); Odorico Vitalis (1141); Wace di Jersey, <i>Roman du Rou</i> (1184), -e molti altri che si veggano in Lappenberg, op. cit., p. <span class="smcap lowercase">XXI</span> a <span class="smcap lowercase">XXVIII</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note49"> -<p><span class="label"><a href="#tag49">49</a>. </span><i>L’Ystoire de li Normant et la Chronique de Robert Viscard par -Aimé moine du Mont-Cassin</i>, pubblicata da M. Champollion-Figeac, Paris, -1835. L’editore con molta sagacità ha provato irrefragabilmente il nome -e nazionalità dell’autore e la data dell’opera. <i>Prolégomènes</i>, p. <span class="smcap lowercase">XXXIII</span>, segg. -M. Gauttier d’Arc aveva usato fino dal 1830 un MS. imperfetto di Amato -nella <i>Histoire des Conquêtes des Normands en Italie</i> ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note50"> -<p><span class="label"><a href="#tag50">50</a>. </span>Le interpolazioni che non cadono in dubbio furon messe tra parentesi -dal dotto editore. Se ne può supporre delle altre, come parmi; ed -anche qua e là qualche taglio, per esempio nell’infelice fine di Dato, -lib. I, cap. XXV. Nella Cronica di Roberto Guiscardo, della quale abbiamo -il testo latino, il traduttore frantende alcune frasi, fin dai primi righi, -dove leggendo d’una dama <i>nec minus facie quam vitæ integritate formosa</i>, -squadernò: <i>belle de face et de touts membres entière</i>. Similmente -parmi che nella battaglia di Canne del 1019 Amato abbia messo il nome -del luogo, là dove il traduttore scrive: <i>et sont veues les lances estroites -come les canes sont en lo lieu où il croissent</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note51"> -<p><span class="label"><a href="#tag51">51</a>. </span>Urbano secondo, francese, fu papa dal 1088 al 1099; Ruggiero, -figlio di Roberto Guiscardo, regnò in Puglia dal 1085 al 1111.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note52"> -<p><span class="label"><a href="#tag52">52</a>. </span>L’incontro fortuito di Melo e dei Normanni al Monte Gargano mi -pare episodio classico posto a capo del poema. I fendenti di Roberto Guiscardo -alla battaglia di Civitella, vengono a dirittura dalla Tavola Rotonda. -Lo stratagemma di Roberto, infintosi morto e messosi nella bara per occupare -un castello in Calabria del quale non si dà il nome, è copia della -fazione di Hastings a Luni, favola scandinava ripetuta da Dadone di -San Quintino alla fine del X secolo (presso Duchesne, op. cit., p. 64, 65) -e replicata nella saga di Aroldo il Severo, come accennammo nel Libro IV, -cap. X, p. 385, 386 del secondo volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note53"> -<p><span class="label"><a href="#tag53">53</a>. </span>Tiraboschi, <i>Storia della Letteratura Italiana</i>, lib. IV, cap. III, § 8, -si voltò con gran collera contro i Benedettini di Saint-Maur, i quali nella -<i>Histoire Littéraire de la France</i>, tomo VIII, p. 488, ci rapivano questo -Guglielmo di Puglia. Il signor Ruggiero Wilmans, tedesco, fa opera a rendercelo -per varie ragioni accennate nella prefazione alla detta cronaca -presso Pertz, <i>Scriptores</i>, tomo IX, p. 239, e più largamente discorse nell’<i>Archivio -Storico di Pertz</i>, tomo X, p. 93, segg. Contuttociò Guglielmo, al -nome ed alla parzialità sua contro i Longobardi, i Greci e gli abitatori -della Puglia, mi sembra chierico venuto di Francia o nato in Italia in casa -francese. Quel che parrebbe in bocca sua biasimo de’ Normanni, si trova -a tanti doppii nel francese Malaterra, e suonava lode a usanza loro.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note54"> -<p><span class="label"><a href="#tag54">54</a>. </span>Il Malaterra, lib. I, cap. XXV, nota che in Calabria una volta il -conte Ruggiero con quaranta suoi fedeli masnadieri <i>plurimum penuriarum -passus est, sed latrocinio armigerorum suorum in multis sustentabatur; -quod quidem ad ejus ignominiam non dicimus, sed ipso ita præcipiente, -adhuc viliora et reprehensibiliora de ipso scripturi sumus, ut pluribus patescat -quam laboriose et cum quanta angustia a profunda paupertate ad -summum culmen divitiarum vel honoris attingerit</i>. In fondo dunque il -vecchio conte Ruggiero se ne vantava.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note55"> -<p><span class="label"><a href="#tag55">55</a>. </span>Questa è la cronica che il Caruso pubblicò nella <i>Bibliotheca Sicula</i>, -p. 827, segg., col titolo di <i>Anonymi Historia Sicula</i>; indi il Muratori, -<i>Rerum Italicarum Scriptores</i>, tomo VIII, p. 740, segg., col titolo di -<i>Anonymi Vaticani Historia Sicula</i>. La versione in antico francese che se -ne trovava nello stesso MS. di Amato, è stata data alla luce da M. Champollion, -op. cit., col titolo di <i>Chronique de Robert Viscard</i>. Non si può affatto -assentire al dotto editor francese che l’autore sia Amato stesso. Se -ne dee togliere in vero, come notava M. Champollion, tutta la parte che -corre dal 1101 al 1283. Ma ciò che precede è compilazione scritta verso -il 1146, come lo mostran le parole (presso Caruso, p. 856) <i>Huic successit -ille hominum maximus.... Rogerius.... rex Siciliæ, Tripolis Africæ</i>.... le cui -lodi l’autore, com’ei dice, non osava intraprendere. La continuazione -comincia immediatamente dopo questo passo con le parole: <i>Post mortem -comitis Rogerii, prout confitetur in chronica, successit Rogerius</i> ec. -</p> - -<p> -Pongo la data del 1146, poichè vi si accenna il conquisto di Tripoli, -non quel di Mehdia e di tutta la costiera che seguì il 1149. La diversità -degli autori ch’io sostengo, è provata anche dalla incompatibilità di alcuni -racconti, per esempio la diserzione di Ardoino, il tempo in cui Guglielmo -Braccio di Ferro ebbe il comando di tutta la banda a Melfi ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note56"> -<p><span class="label"><a href="#tag56">56</a>. </span>Si vegga il Libro IV, cap. VII, p. 343, segg., del secondo volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note57"> -<p><span class="label"><a href="#tag57">57</a>. </span>Tale Gilberto Drengot, o Buatère, coi fratelli Rainolfo, Rodolfo, -Anquetil ed Ormondo, su i quali si veggano: Amato, op. cit., lib. I, cap. XX; -Rodolfo Glabro, <i>Historiarum</i>, lib. III, cap. I, nel <i>Recueil des Historiens -de la Gaule</i>, tomo X, p. 25; e Guglielmo di Jumièges, lib. VII, cap. 30, -presso Duchesne, <i>Historiæ Normannorum Scriptores</i>, p. 284. Gilberto aveva -ucciso un Guglielmo Repostel che si vantava d’avergli sedotta una figliuola. -I nomi son dati diversamente dai tre cronisti. Debbo avvertire che Amato -qui dice regnante il duca Roberto di Normandia, onde il fatto andrebbe -posposto al decennio 1026-35. Ma è da supporre sbagliato il nome anzichè -il tempo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note58"> -<p><span class="label"><a href="#tag58">58</a>. </span>Si vegga il Libro IV, cap. VII, p. 340 e 342 del secondo volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note59"> -<p><span class="label"><a href="#tag59">59</a>. </span>Secondo il biografo di Arrigo II, <i>Acta Sanctorum</i>, 14 luglio, p. 760, -l’imperatore elesse Melo duca di Puglia, il quale morì a Bamberg. Lupo -Protospatario, anno 1020, fa ricordo di Melo col titolo di duca di Puglia, -che probabilmente gli era stato dato dai popoli o da’ suoi partigiani in -Italia. Il monaco Ademaro della nobile casa di Chabanois, nella cronaca -terminata verso il 1029, scrive che al tempo di Riccardo II duca di Normandia -un Rodolfo con molti altri Normanni andavano armati a Roma, e, -connivente papa Benedetto, assaltavano e guastavan la Puglia, vincean -tre battaglie; poi sconfitti dai Russi e altri soldati dell’impero bizantino, -molti n’erano condotti prigioni a Costantinopoli; e che per tre anni i Bizantini, -per rancore o sospetto de’ Normanni, vietarono ai pellegrini occidentali -il passaggio di Gerusalemme, senza dubbio per l’Italia meridionale. -Nel <i>Recueil des Historiens des Gaules</i>, ec., tomo X, p. 156, Rodolfo Glabro, -che scrisse verso il 1044, narra le prime imprese dei Normanni in Italia -in questo modo: che il guerriero Rodolfo perseguitato da Riccardo di -Normandia, andava a Roma; si appresentava a papa Benedetto; era confortato -da lui a combattere i Greci nell’Italia meridionale; cominciava gli -assalti; era rinforzato di innumerevoli Normanni vegnenti alla spicciolata -con piacere del conte Riccardo; guadagnava due battaglie; ma dopo la terza, -vedendo scemati i suoi, andava a chiedere aiuti all’imperatore ch’indi -passò in Italia (1022). Dunque in Francia, una ventina d’anni dopo, si attribuiva -al papa l’origine di questa guerra. Si vegga la storia di Glabro, -lib. III, cap. I, nel <i>Recueil des Historiens des Gaules</i> ec., tomo X, p. 25, 26. -Il guerriero Rodolfo è un de’ fratelli di Gilberto, di cui dicono Amato e -Leone d’Ostia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note60"> -<p><span class="label"><a href="#tag60">60</a>. </span>I cronisti non dicono espressamente di due fazioni a Bari, se non -che nella guerra del 1051 e nell’assedio del 1071, quando l’occuparono i -Normanni. Ma i casi di Melo, seguito dai Baresi, poi abbandonato, costretto -a fuggire, e la moglie e il figliuolo di lui mandati dai cittadini a -Costantinopoli, mostrano incominciate fin dal principio del secolo quelle -fazioni che pur erano inevitabili. La plebe doveva essere amica dei Bizantini, -e i nobili nemici.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note61"> -<p><span class="label"><a href="#tag61">61</a>. </span>Amato, lib. I, cap. XX, e Leone d’Ostia che lo copia, lib. II, -cap. 37, dicono con molta brevità che i Normanni, invitati già a venire in -Italia dal principe di Salerno, incontraron Melo a Capua, e che <i>les coses -necessaires de mengier el de boire lor furent données, de li seignor et bone -gent de Ytalie</i>. Il velo è molto trasparente. Guglielmo di Puglia, sia per -render omaggio alle Muse, sia perchè la corte di Guiscardo dopo la -iniqua occupazione di Salerno non amava a sentirsi ripetere che i principi -di Salerno avessero chiamato i primi Normanni, esordisce dall’incontro -fortuito dei pellegrini al santuario di Monte Gargano con uno straniero -vestito di strane fogge, il quale scopre sè esser Melo, e agevolmente li -persuade a far venire lor compatriotti ai suoi stipendii. Questo par di tutto -punto un episodio poetico, contrario alla tradizione di Amato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note62"> -<p><span class="label"><a href="#tag62">62</a>. </span>Leon d’Ostia, lib. II, cap. 37.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note63"> -<p><span class="label"><a href="#tag63">63</a>. </span>Si riscontrino: Amato, lib. I, cap. XXI, segg.; Guglielmo di Puglia, -lib. I; Lupo Protospatario, anni 1017 a 1019; <i>Annales Beneventani</i>, 1017, -presso Pertz, <i>Scriptores</i>, tomo III, p. 178; Leone d’Ostia, lib,. II, cap. 37, -38. I cronisti non si accordano sul numero delle battaglie vinte dai Normanni, -e Amato solo narra la seconda sconfitta. Il traduttore di Amato, -non comprendendo bene il testo, nel cap. XXII, suppone che tremila -Normanni fossero venuti di Salerno dopo la battaglia di Canne; ma parmi -inverosimile, e da correggersi come ho fatto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note64"> -<p><span class="label"><a href="#tag64">64</a>. </span>Si riscontrino: Amato, lib. I, cap. XXIV, segg., e lib. II, cap. I a VII; -Guglielmo di Puglia, lib. I; Lupo Protospatario, anno 1021, segg. Il Malaterra, -tacendo le imprese dei Normanni prima della venuta di Guglielmo -di Hauteville, spiega pur molto precisamente nel lib. I, cap. VI, l’indole -delle compagnie normanne innanzi il 1040.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note65"> -<p><span class="label"><a href="#tag65">65</a>. </span>Dopo la battaglia di Canne (1019) scrive Amato: <i>Et de li Normant -non remainstrent se non cinc cent et vj grant home de li Normant remainstrent, -de liquel ij remainstrent avec Athenulfe</i> ec., lib. I, cap. XXII. L’Imperatore -Arrigo I, nel 1022, avea lasciato in un castello dei nipoti di Melo -ventiquattro cavalieri normanni capitanati da un Trostaino. Amato, lib. I, -cap. XXIX e XXXII. Nel 1040 i 300 Normanni venuti d’Aversa in aiuto -d’Ardoino, ubbidivano come innanzi diremo a dodici condottieri uguali -tra loro. Dunque nel primo caso una compagnia somma ad 80 cavalli, e nei -due secondi a 25.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note66"> -<p><span class="label"><a href="#tag66">66</a>. </span>Libro IV, cap. X, p. 380 e 389, segg., del secondo volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note67"> -<p><span class="label"><a href="#tag67">67</a>. </span>Si ricordino le fazioni di Rayca accennate da noi nel Libro IV, cap. VII, -p. 345 del secondo volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note68"> -<p><span class="label"><a href="#tag68">68</a>. </span>Si veggano gli <i>Annali di Bari</i>, e Lupo Protospatario, anni 1039, -1040 e 1041, in Pertz, <i>Scriptores</i>, tomo V, p. 56, 57.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note69"> -<p><span class="label"><a href="#tag69">69</a>. </span><i>Et vous i habitez comme la sorice qui est en lo pertus.... que sachiez -que je vous menerai à homes feminines, c’est à homes comme fames, liquel -demorent en moult riche et espaciouse terre.</i> Amato, lib. II, cap. XVII, p. 43. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i05"> <i>Cum terra sit utilitatis,</i></p> -<p class="i01"><i>Fœmineis Græcis cur permittatur haberi?</i></p> -<p class="i10"> Guglielmo di Puglia, lib. I.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note70"> -<p><span class="label"><a href="#tag70">70</a>. </span>Amato: <i>Et estut li conte</i> (il conte) <i>xij pare à liquel</i> ec. Cap. XVIII, -p. 43. Guglielmo di Puglia... <i>comitatus nomen honoris Quo donantur erat</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note71"> -<p><span class="label"><a href="#tag71">71</a>. </span>Amato, lib. II, cap. XIX, p. 44.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note72"> -<p><span class="label"><a href="#tag72">72</a>. </span><i>Et quant il oïrent ensi parler Arduyne, se consentirent à lui et font -sacrement de fidelité de chascune part de paiz</i> se la terre non avoit autre -seignor que ou à cui face tribut se clame tributaire. <i>Et en ceste regne se -clame terre de demainne et se a autre seignorie se clame colonie come sont -en ceste regne la terre qui a autre seignorie. Et sanz lo roy estoit seignor -Arduyne et en celle part se clament colone.</i> Amato, lib. II, cap. XIX, p. 44, 45. -Il passo che ho notato in caratteri tondi è guasto al certo, e ciò che segue è -nota interpolata dal traduttore, spiegando a suo modo il diritto pubblico -napoletano del XIII secolo; poichè Amato non potea scrivere nell’XI le voci -regno e re. Leone d’Ostia tralascia questo importantissimo fatto, e però -non possiamo ristabilire il testo d’Amato. Ma il significato necessariamente -è che i Melfitani non ubbidissero a feudatario e non prestassero -servigi feudali, nè pagassero tributo se non che allo stato: il che dopo il -conquisto normanno si chiamò in Sicilia e in Puglia: stare in demanio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note73"> -<p><span class="label"><a href="#tag73">73</a>. </span>Gli avvenimenti che ristringo in questo paragrafo, dal ritorno di -Ardoino in terraferma sino all’occupazione di Melfi, son tratti da Amato, -lib. II, cap. XIV, segg.; Guglielmo di Puglia, lib. I, <i>Aversam subito venit -Hardoinus</i>; Malaterra, lib. I, cap. VIII; Leone d’Ostia, lib. II, cap. LXVI; -Cedreno, tomo II, p. 545 della edizione di Bonn; Annali (ossia anonimo) -di Bari e Lupo Protospatario, anni 1040, 1041. Oltre le discrepanze di -minor momento, se ne scorge una che occorre di notare. Amato, seguendolo -Leone d’Ostia, dice che Ardoino dopo l’ingiuria di Maniace -rimase al servigio bizantino, suscitò occultamente i Pugliesi, e andò ad -Aversa pretestando un viaggio di devozione a Roma. Guglielmo di Puglia -lo fa insultare e rivoltare a Reggio, e correr di lì dritto ad Aversa. Malaterra, -con poco divario, reca l’ingiuria in Sicilia, l’aperta ribellione -appena ripassato il Faro, e non parla punto degli aiuti d’Aversa. Nelle -due tradizioni dunque, la prima d’Amato e Leone, la seconda di Guglielmo -e Malaterra, si dà essenzialmente diverso il modo e tempo dell’ammutinamento -di Ardoino con la banda normanna. Or covaron essi l’onta -parecchi giorni, o parecchi mesi? Chiarironsi disertori nel novembre 1040 -in Calabria, ovvero nei principii del 1041 a Melfi? Guglielmo di Puglia fin -dà il numero di cinquanta soldati uccisi dai Normanni alla schiera bizantina -mandata a inseguirli, quando lasciarono il campo a Reggio. Amato, -all’incontro, particolareggia la dissimulazione di Ardoino: com’ei corruppe -Doceano con molt’oro; come fu preposto al governo di parecchie -terre in Puglia; come incominciò ad accarezzare e convitare i maggiori -cittadini, a compiangere gli aggravii della dominazione greca, a promettere -che farebbe opera a liberarli; come infine tolse commiato, sotto specie -d’andare alle perdonanze a Roma, e andò ad Aversa. -</p> - -<p> -Or dovendosi necessariamente tacciare di bugia l’una o l’altra tradizione, -ammettendo anche la sincerità di chi la scrivea, le condizioni -dei due cronisti e l’indole di loro opere accusano Guglielmo, anzi che -Amato. Del Malaterra non parlo, il quale in questo periodo ripeteva un -romanzo di casa Hauteville, tacea gli aiuti di Aversa, facea capitano dei -Normanni Guglielmo Braccio di Ferro, che lo fu tre anni dopo. Quella -fuga inoltre con le armi alla mano dal centro della Sicilia secondo Malaterra, -e da Reggio secondo Guglielmo di Puglia, infino a Melfi, è molto -men credibile che la prolungata simulazione dei Normanni e che il favor -di Doceano ad Ardoino, non disertore ma guerriero ingiuriato ingiustamente -da Maniace. Infine il fatto riferito da Lupo e dagli <i>Annali Baresi</i>, -che Doceano tornava di Sicilia di novembre 1040 per domare i sollevati -di Puglia, dà luogo al supposto che i Normanni passassero con le forze -di Doceano e fossero da lui posti a presidio in qualche terra non lontana -da Melfi. Qual maraviglia che a capo di cinquanta o sessant’anni questo -cambiamento di guarnigione, com’or diremmo, si raffazzonò nelle brigate -dei principi e nobili normanni alla foggia che ci rappresentano Guglielmo -di Puglia, e Malaterra, esagerando il valore ed attenuando la -perfidia della passata generazione? -</p> - -<p> -Pertanto mi appiglio alla tradizione d’Amato e cancello quel che -scrissi in contrario nel Libro IV, cap. X, p. 389 del secondo volume, seguendo -Guglielmo e Malaterra e tutti gli istorici moderni che loro credettero, -i quali non aveano sotto gli occhi Amato. Che se altri mi tacci di -leggerezza per questo, mi spiacerà meno del ricusar testimonianza al vero -una volta ch’io ne sia convinto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note74"> -<p><span class="label"><a href="#tag74">74</a>. </span>Gli <i>Annali di Bari</i> col privilegio del «si dice» fanno montare i Greci -a 18,000 e portano poco più di 2000 i Normanni; Lupo Protospatario li -dice 3000. Senza esitare accetto cotesti numeri anzichè quelli dei due -cronisti normanni, cioè Guglielmo di Puglia che dà 700 cavalli e 500 fanti, -e Malaterra che dice tondo 500 militi da una parte e 60,000 Greci dall’altra. -Al par che nelle guerre di Sicilia, convien dividere per sei la -cifra dell’esercito nemico, e moltiplicare per sei quella del Normanno, -quando si legga il Malaterra. -</p> - -<p> -Quanto alla data, la più parte degli storici, annalisti, compilatori -ed eruditi editori, non esclusi il Muratori e il De Meo, han messo l’occupazione -di Melfi e la prima battaglia nel 1040. Il riscontro con fatti vicini -e di data certa nella storia bizantina, ci mostra che si debba seguire -piuttosto gli <i>Annali di Bari</i> e il Protospatario, i quali scrivono 1041. -Leone d’Ostia ne fa anche espresso attestato, dicendo occupata Melfi -anno <i>Dominicæ Nativitatis MLXI, quo videlicet anno dies paschalis Sabbati -ipso die festivitatis Sancti Benedicti</i> (21 marzo) <i>venit</i>: e in vero la Pasqua -cadde il 22 marzo nel 1041, non già nel 1040. Il <i>Chronicon Breve Northmannicum</i>, -presso Muratori, <i>Rerum Italicarum Scriptores</i>, tomo V, p. 871, -porta anche nel 1041 la prima occupazione della Puglia pei Normanni -<i>capitanati da Ardoino</i>, e in marzo e maggio 1042 (dalla Incarnazione, -ossia 1041 del conto comune) le due prime vittorie sopra i Greci.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note75"> -<p><span class="label"><a href="#tag75">75</a>. </span>Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXI, segg.; Guglielmo di Puglia, -lib. I, <i>Audito reditu Michælis</i>, sino alla fine del Libro; Malaterra, -cap. IX, X; Lupo Protospatario, ed <i>Annali di Bari</i>, anni 1041, 1042; -Leone d’Ostia, lib. II, cap. LXVI. L’ordine degli avvenimenti è uguale -in tutti; le date si trovan solo in Lupo e negli <i>Annali di Bari</i>. Contandosi -da Lupo gli anni dell’èra volgare, talvolta al modo salernitano dal -25 dicembre (Vedi Pertz, <i>Scriptores</i>, tomo V, p. 51), ma più sovente col -periodo costantinopolitano, cioè dal 1º settembre dell’anno precedente, -il settembre 1042 risponde al nostro settembre 1041, e così fino a decembre. -Che in questa epoca Lupo segua tal cronologia lo provano le -esaltazioni degli imperatori di Costantinopoli, le quali noi possiamo riscontrare -con le date di Cedreno e degli altri Bizantini.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note76"> -<p><span class="label"><a href="#tag76">76</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Pro numero comitum bit sex statuere plateas,</i></p> -<p class="i01"><i>Atque domus comitum totidem fabricantur in urbe.</i></p> -<p class="i10"> Guglielmo di Puglia, Lib. I.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note77"> -<p><span class="label"><a href="#tag77">77</a>. </span>Cedreno dice espressamente: Italiani delle province tra il Po e le -Alpi; Amato: <i>Et li Normant d’autre part non cessoient de querre li confin de -principal pour home fort et soffisant de combatre</i> ec. Lib. II, cap. XXIII, p. 50.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note78"> -<p><span class="label"><a href="#tag78">78</a>. </span>Amato, ricordata l’occupazione di Melfi nel lib. II, cap. XIX, -narra nel cap. XXX il partaggio dei conquisti al conte d’Aversa e dodici -altri capi normanni dei quali dà i nomi ed i territorii assegnati a ciascuno, -aggiugnendo: <i>et</i> (à) <i>Arduyne secont lo sacrement donnerent sa part -c’est la moitié de toutes choses si come fa la covenance</i>; il qual fatto -torna al 1043. Leone d’Ostia copia Amato nel lib. II, cap. 67, con le parole: -<i>Arduino autem juxta quod sibi juraverant parte sua contradita</i>. I nomi -dei dodici oltre il conte d’Aversa son tutti normanni. I territorii assegnati -son quasi tutte città vescovili in un triangolo curvilineo dal Gargano -a Frigento e di lì a Monopoli, nel quale spazio rimane in vero un’altra metà -di luoghi importanti da potersi supporre assegnati ad Ardoino se si conoscesse -che i Normanni li aveano occupati in quel tempo. -</p> - -<p> -Ma l’illustre capo non è nominato da nessun altro cronista dopo il -patto di Melfi; non da Amato nè da Leone dopo quel partaggio, nè alcuno -dice che gli altri territorii di Puglia, caduti poi tutti in potere dei -Normanni, fossero stati tolti sia ad Ardoino sia a feudatarii italiani della -sua compagnia. Il modo più plausibile di spiegar cotesto silenzio mi par -di supporre la immatura morte di Ardoino e la incorporazione de’ suoi -nelle compagnie normanne. Guglielmo Braccio di Ferro che veniva di Sicilia -con Ardoino, è il primo dei dodici nominati nel partaggio, e nello -stesso anno fu creato conte di Puglia, come or si vedrà.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note79"> -<p><span class="label"><a href="#tag79">79</a>. </span>Guglielmo di Puglia, Lib. I, appone questa scelta d’uno straniero -a corruzione e invidia dei Normanni: <i>Sed quia terrigenis, terreni semper -honores, Invidiam pariunt</i> ec.; ma Amato, italiano ancorchè monaco, dice: -<i>Et à ce qu’il donassent ferme cuer à li colone de la terre lo prince de -Bonivent</i> ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note80"> -<p><span class="label"><a href="#tag80">80</a>. </span>Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXVII; Guglielmo di Puglia, -lib. I, <i>Nam reliqui Galli</i> ec.; Lupo Protospatario anno 1042. Secondo Guglielmo, -vi fu un principio di divisione tra i Normanni dopo la deposizione -di Atenolfo, volendo alcuni ubbidire a Guaimario principe di Salerno, ed -altri ad Argiro. Ei narra la esaltazione di Argiro in Bari, richiesto dal -popolo, ricusante questa dignità innanzi i primarii cittadini che avea convocati -nella chiesa di Sant’Apollinare, sforzato dal comun voto ed eletto -principe. Sembra che il poeta voglia descrivere in qual modo fosse stato -fatto duca di Puglia il cittadino al quale i Normanni aggiunsero l’autorità -di capo o protettore di lor banda. Ad una elezione simultanea e comune -dei Baresi e dei Normanni, ci sarebbero gravi difficoltà. -</p> - -<p> -Lupo scrive: <i>et mense februarii factus est Argyrus Barensis princeps -et dux Italiæ</i>; ma non dice da chi. Il certo è che Bari in questo tempo -era ribelle, nè tornò all’ubbidienza dei Greci se non che il 1043.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note81"> -<p><span class="label"><a href="#tag81">81</a>. </span>Amato, lib. II, cap. XXVII. Secondo il Protospatario questo assedio -cominciò in agosto 1042, e durò un mese.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note82"> -<p><span class="label"><a href="#tag82">82</a>. </span>Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXVII, XXVIII; Guglielmo di -Puglia in fine del primo e in principio del secondo libro; Leone d’Ostia, -lib. II, cap. 66; Lupo Protospatario, anni 1042, 1043 e 1046, nell’ultimo -dei quali si nota che Argiro andò a Costantinopoli e quella corte richiamò -a Bari tutti gli esuli. Non potendo dunque strappare la Puglia ai Normanni -con la forza, gli imperatori d’Oriente cedeano ai voti dei popoli, -salvo ad aggravar di nuovo la mano quando lo potessero.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note83"> -<p><span class="label"><a href="#tag83">83</a>. </span>Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXVII, segg.; Guglielmo di Puglia, -lib. II dal principio; Lupo Protospatario, anni 1042 a 1053; Leone -d’Ostia, lib. II, cap. 66.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note84"> -<p><span class="label"><a href="#tag84">84</a>. </span>Guglielmo di Puglia, lib. I: <i>Multa per hoc tempus sibi promittente -Salerni</i>, e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note85"> -<p><span class="label"><a href="#tag85">85</a>. </span>Amato, lib. II, cap. XXVIII a XXX; Leone d’Ostia, lib. II, cap. 66. -Le tredici città assegnate, in Capitanata, Terra di Bari e Principato -ulteriore, son oggi tutte vescovili, e metà l’era anche avanti l’XI secolo. -Si ricordi ciò che avvertii su questo partaggio nella nota 2, p. 34.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note86"> -<p><span class="label"><a href="#tag86">86</a>. </span>Così dovea seguire necessariamente, ancorchè poche vestigia rimangano -di quel primo abbozzo della feudalità normanna. Di certo si vede -che nei principii alcune terre furono soggiogate per forza o per accordi; -altre, quasi confederate, ritennero governo municipale pagando soltanto un -tributo o contribuzione federale, che forse rimase in comune per supplire -al mantenimento dell’esercito. In fatti Guglielmo di Puglia, supponendo -bene o male un partaggio avanti la occupazione di Melfi, scrive, lib. I: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">...... <i>undique terras</i></p> -<p class="i01"><i>Divisere sibi ni sors inimica repugnet.</i></p> -<p class="i01"><i>Singula proponunt loca quæ contingere sorte</i></p> -<p class="i01"><i>Cuique duci debent et quæque tributa locorum.</i></p> -</div></div> - -<p> -Amato accenna in questo modo, lib. II, cap. XXVII, gli acquisti -dei Normanni sotto la condotta di Argiro, cioè nel 1042: <i>et toutes les -cités d’eluec entor constreigneient qui estoient al lo commandement et à la -rayson et statute que estoient; ensi alcun voluntairement se soumettoient -et alcun de force et alcun paioient tribut de denaviers chascun an</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note87"> -<p><span class="label"><a href="#tag87">87</a>. </span>Così le concessioni del conte Unfredo a’ fratelli germani Roberto, -Maugerio e Guglielmo, e infine di Roberto a Ruggiero.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note88"> -<p><span class="label"><a href="#tag88">88</a>. </span>Si vegga qui sopra, p. 18.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note89"> -<p><span class="label"><a href="#tag89">89</a>. </span>Il luogo è determinato da Gauttier d’Arc, <i>Histoire des conquêtes -des Normands en Italie</i> ec., Paris 1830, lib. I, cap. IV, p. 64, segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note90"> -<p><span class="label"><a href="#tag90">90</a>. </span>Su le condizioni di Tancredi di Hauteville si riscontrino: Malaterra, -lib. I, cap. IV e XL: <i>Cronica di Roberto Guiscardo</i>, traduzione francese, -lib. I, cap. I, p. 263; e testo latino presso Caruso, p. 829; <i>Cronica di -San Massenzio</i>, detta <i>Chronicon Malleacense</i>, nel <i>Recueil des Historiens des -Gaules</i> etc., tomo XI, p. 644; Guglielmo di Malmesbury, lib. III, nella -stessa raccolta, tomo IX, p. 187; Odorico Vitale, lib. V, presso Duchesne, -<i>Historiæ Normannorum Scriptores</i>, p. 584. -</p> - -<p> -La cronica di San Massenzio dice la famiglia poco nota e povera; -Guglielmo di Malmesbury, <i>Mediocri parentela ortus</i> ec. Il Malaterra e la -cronica di Roberto Guiscardo rincalzano la nobiltà di Tancredi: <i>præclari -admodum generis — genere nobilis</i>. -</p> - -<p> -La parentela coi duchi di Normandia, affermata per lo primo da sbadati -compilatori del XIII e XIV secolo, non è ammessa ormai da alcun -critico. Si vegga un’apposita dissertazione di E. F. Mooyer stampata -a Minden nel 1830 in-4, secondo la quale il supposto si riduce a due -fila debolissime, 1º che il padre di Tancredi fosse stato un dei figli di Riccardo -I, dei quali non si conoscono i nomi; 2º ovvero che Muriel figliuola -bastarda di esso Riccardo fosse la Moriella prima moglie di Tancredi. -Questa opinione par che corresse a corte di Palermo nel 1140, perchè la -cronica di Roberto Guiscardo scrive <i>uxor nobilissima Muriella nomine</i>. -</p> - -<p> -Inaspettatamente ci verrebbe un lume dagli autori arabi, se potessimo -fidarci a loro scrittura ed erudizione. Ibn-Kaldûn in due luoghi -della storia (<i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, testo, p. 484 e 497) dà il nome del -primo conte di Sicilia, Rogiar-ibn-Tankred-ibn-Khaira, o secondo alcuni -MSS. ibn-H»w»h, che par nome di donna e indicherebbe che la casa di -Hauteville vantasse la nobiltà della madre di Tancredi. Supponendo maschile -tal nome, com’anche si può, si leggerebbe Hugo, o anche Geir -(chè la prima lettera mutando il punto diacritico suona <i>kh</i>, <i>h</i>, ovvero <i>g</i>), -e sarebbero nomi usati in Norvegia e in Francia. Debbo questa conghiettura -all’erudito orientalista norvegio signor Broch; il quale crede -suscettivo quel vocabolo della terza lezione Haby (o forse <i>Habwu</i>) che -rappresenterebbe, con errore facile a supporre, il nome del feudo Hauteville.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note91"> -<p><span class="label"><a href="#tag91">91</a>. </span>Wilhelm, Drogo, Humfried, e secondo la pronunzia francese Guillaume, -Dreux, Humfroy.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note92"> -<p><span class="label"><a href="#tag92">92</a>. </span>Amato, Malaterra e Leone d’Ostia, lo dicono condottiero della -compagnia; ma parmi errore volontario dei principi di casa Hauteville. -Si vegga a questo proposito il Libro IV, cap. X della presente opera, volume -secondo, p. 380, nota 3, e 389, nota 1.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note93"> -<p><span class="label"><a href="#tag93">93</a>. </span>Si riscontrino Amato, Guglielmo di Puglia e gli altri contemporanei -citati di sopra. M. Gauttier d’Arc, op. cit., lib. I, cap. V, p. 141, -sostiene che Drogone ebbe da Arrigo III titol di duca; ma il passo ch’egli -allega di Ermanno Contratto è dubbio, e il diploma a nome di Drogone -per lo meno è erroneo, come dato il 1053. Drogone era stato pugnalato -in agosto 1051.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note94"> -<p><span class="label"><a href="#tag94">94</a>. </span>Si veggano le autorità citate da Augustin Thierry, <i>Hist. de la -Conquéte d’Angleterre</i>, lib. III, anni 1048 a 1065.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note95"> -<p><span class="label"><a href="#tag95">95</a>. </span>Si riscontri Ermanno Contratto presso Pertz, <i>Scriptores</i>, tomo V, -p. 132: <i>Indigentes bello premere, injustum dominatum invadere, hæredibus -legitimis castella, prædia, villas, domus, uxores etiam quibus libuit -vi auferre, res ecclesiasticas diripere</i> ec. Arnolfo, <i>Gesta episcoporum Mediolan.</i>, -presso Pertz, <i>Scriptores</i>, tomo X, p. 10, 11, similmente dice i -Normanni a poco a poco ingrossati in Puglia, divenuti più crudeli dei -Greci e più feroci dei Saraceni. Anche ad Amato scappa di bocca -qualche lagnanza quando si tratta di Monte Cassino, lib. II, cap. XLI. E -lo stesso Guglielmo di Puglia, accennando alle pratiche con papa Leone, -accerta che Argiro <i>Veris commiscens fallacia mittit</i> ec. Tralascio tante -altre testimonianze, perchè superflue, ovvero sospette, come per esempio -quella d’Anna Comnena. -</p> - -<p> -Ferrari nostro, nella <i>Histoire des Révolutions d’Italie</i>, tomo I, -p. 344, segg., crede calunniati i Normanni dall’umor di reazione unitaria -che allor si scatenò contro la rivoluzione federale dei vescovi. Ancorchè -io non osi, senza più lungo studio, negar nè accettare le nuove spiegazioni -della storia patria che vien proponendo quell’alto ingegno, parmi -pure di prestar fede alle precise affermazioni dei cronisti, che d’altronde si -accordano con lo esempio di tutti i conquistatori o dominatori stranieri. -Il fatto dei soprusi e quel della reazione non sono per altro incompatibili; -e certo è che i Normanni, se servirono una rivoluzione italiana, la -voltarono ad utile e comodo proprio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note96"> -<p><span class="label"><a href="#tag96">96</a>. </span>Epistola di Leone IX a Costantino Monomaco, presso Labbe, <i>Concilia</i>, -tomo IX, p. 983. Il papa dice a chiare note voler recuperare il -patrimonio della Chiesa romana, voler porre accordo tra i due imperatori -che son le due braccia della Chiesa ec. Non occorrono citazioni per -gli altri fatti che sono notissimi, e dei miei giudizii può giudicare il lettore -senza altre autorità. Ho tolto il pretesto della difesa dei poveri da -Amato, il quale, lib. III, cap. XVI, XVII, tra le rimostranze di Leone IX -ai Normanni, scrive: <i>Et quant cil de Bonivent oïrent tant de perfetion -et de sanctitè de lo pape, chacerent lo prince et soumistrent soi à la fidelitè -soe, eaux et la citè</i>. Come ognun sa, Leone avea già scroccata Benevento -al devoto Arrigo II, in cambio dei diritti su la Chiesa di -Bamberg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note97"> -<p><span class="label"><a href="#tag97">97</a>. </span><i>Chronicon Breve Northmannicum</i>, presso Muratori, <i>Rerum Italicarum -Scriptores</i>, tomo V, p. 278, anni 1045 a 1052.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note98"> -<p><span class="label"><a href="#tag98">98</a>. </span>Amato, lib. II, cap. XLV; e III, cap. VII. Si confronti con gli -altri cronisti ch’è inutile citare partitamente. Secondo Malaterra il castello -fu quel di Scrible in Val di Crati.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note99"> -<p><span class="label"><a href="#tag99">99</a>. </span>Si confrontino: Amato, lib. III; Guglielmo di Puglia, lib. II; Lupo -Protospatario, anno 1053; Malaterra, lib. I, cap. XII a XV; Leone d’Ostia, -lib. II, cap. 84; Ermanno Contratto presso Pertz, <i>Scriptores</i>, tomo V, -p. 132.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note100"> -<p><span class="label"><a href="#tag100">100</a>. </span>Nè Amato, nè Guglielmo di Puglia, nè Leone d’Ostia, nè alcun -altro cronista narrano questa concessione, fuorchè il Malaterra nel quale -leggiamo: <i>Quorum (Normannorum) legitimam benevolentiam Apostolicus -gratanter suscipiens, de offensis indulgentiam et benedictionem contulit et -omnem terram quam pervaserant et quam ulterius versus Calabriam et -Siciliam lucrari possent, de Sancto Petro hæreditati feudo sibi et hæredibus -suis possidendam concessit, circa annos</i> 1052. È anacronismo -col 1059, e sbaglio di nome di Leone IX con Niccolò II; o il conte -Ruggiero, autor vero della tradizione, sapendo dai fratelli le proposizioni -che fecero allora i Normanni e qualche vaga promessa del papa -prigione, le costruiva dopo mezzo secolo, a disegno o per incerta memoria, -in espresso atto d’investitura. Si avverta che Amato, lib. III, cap. XXXVI, -fa menzione della profferta dei Normanni avanti la battaglia di ricevere -l’investitura e pagar censo: come avrebbe dunque passato sotto silenzio -che il papa prigione l’assentiva? Non fo caso qui della <i>Cronica di Roberto -Guiscardo</i>, ch’è opera della metà del XII secolo. E mi par che -la epistola di Leone IX che citerò nella nota seguente distrugga al tutto il -racconto di Malaterra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note101"> -<p><span class="label"><a href="#tag101">101</a>. </span>Epistola di Leone IX a Costantino Monomaco presso Labbe, <i>Concilia</i>, -tomo IX, p. 981, segg. Ancorchè non vi sia data, si dee porre tra -il 18 giugno 1053 e il 19 aprile 1054, giorno della morte del papa; -perchè la battaglia di Civita vi è indicata in modo non equivoco; nè si -può ammettere l’opinione del Saint-Marc, <i>Abrégé chronologique</i>, tomo III, -Parte I, p. 170, segg., che riferisce questo scritto al 1051, supponendo -gratuitamente un’altra zuffa dei Normanni con soldatesche del papa. -Tronca ogni dubbio Wiberto arcidiacono di Toul, il quale nell’agiografia -di Leone IX, lib. II, cap. VI, presso i Bollandisti, 19 aprile, tomo II di -quel mese, p. 663, inserisce uno squarcio della stessa epistola per narrare, -com’egli dice, con le propie parole del papa, lo scontro di <i>Civitatula</i>. -Aggiugne del suo i fatti che conosciamo dopo la battaglia: l’andata -a Benevento e indi a Roma, fino alla morte di Leone. Amato, lib. III, -cap. XXXIX, scrive: <i>Et o la favor de li Normant torna à Rome à li X mois -puis que avoit esté la bataille</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note102"> -<p><span class="label"><a href="#tag102">102</a>. </span>Amato, lib. III, cap. XLVI e XLVII. Stefano IX esaltato il 2 agosto -1057, morì il 29 marzo 1058. Amato narra ch’egli avea gettato le mani -sul tesoro di Monte Cassino, per far guerra ai Normanni.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note103"> -<p><span class="label"><a href="#tag103">103</a>. </span>Guglielmo di Puglia, lib. II; Malaterra, lib. I, cap. XV. Da un altro -canto Amato, lib. III, cap. XLII, segg., racconta le molestie che recavano -nel principato di Salerno Unfredo, il fratello Guglielmo e Riccardo d’Aversa.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note104"> -<p><span class="label"><a href="#tag104">104</a>. </span>Malaterra, l. c. Amato, che in questo periodo tocca più brevemente -le cose di Puglia, accenna verso il 1054 la venuta di Malgerio, Goffredo, -Guglielmo e Ruggiero fratelli del conte Unfredo. Questo Guglielmo -era figliuolo di Tancredi per la seconda moglie Fredesenda.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note105"> -<p><span class="label"><a href="#tag105">105</a>. </span>I contemporanei riferiscon questo fatto a pezzi; ciascuno il suo. -Amato, lib. IV, cap. II, scrive che alla morte d’Unfredo: <i>Robert son -frere rechut l’onor de la conté et la cure de estre conte</i>. Guglielmo di Puglia, -lib. II, accenna l’oficio lasciato a Roberto come tutore del figliuolo -coi versi: <i>Rector terrarum sit eo moriente</i> ec. Malaterra non parla di tutela, -ma precisamente dice, lib. I, cap. XVIII, che Roberto <i>susceptusque -a patria primatibus, omnium dominus et comes in loco fratris efficitur</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note106"> -<p><span class="label"><a href="#tag106">106</a>. </span>I due fatti della mutazione del titolo di conte in duca e dell’omaggio -feudale a Roma si cavano da queste autorità: -</p> - -<p> -Amato, lib. IV, cap. III, narrata la occupazione di Reggio, continua: -<i>Et pour ce Robert sailli en plus grand estat qu’il non se clame plus conte, -més se clamoit duc.</i> Non fa motto del concilio di Melfi nè dell’investitura. -</p> - -<p> -Malaterra che attribuì, come dicemmo, p. 43 in nota, la concessione -feudale a Leone IX in favor di Unfredo, non tocca nè punto nè poco l’abboccamento -di Melfi, ma nel lib. I, cap. XXXV, dopo la occupazione di -Reggio il 1060, aggiugne: <i>Igitur Robertus Guiscardus, accepta urbe, diuturni -sui desiderii compos effectus, cum triumphali gloria dux efficitur.</i> -</p> - -<p> -Lupo Protospatario confonde i due fatti nel 1056 scrivendo: <i>Et Unfredo -obiit et Robertus frater ejus factus est dux</i>; sul qual passo notava -l’erudito Camillo Pellegrino che anche Drogone e Unfredo s’erano intitolati -in lor diplomi or <i>comes</i> or <i>dux</i>. -</p> - -<p> -La <i>Cronica di Roberto Wiscardo</i> (<i>Anonimo</i> del Caruso e <i>Anonimo -Vaticano</i> del Muratori) tace i patti di Melfi e l’assunzione al ducato, riferendosi -come Malaterra alla concessione di Leone IX che limita e particolareggia -così: <i>Discrete ac subtiliter utilitati Sanctæ Ecclesiæ prævidens, -totam Apuliam atque Calabriam a finibus Guarnerii usque ad Farum comiti -Humfredo et suis successoribus, nequaquam coactus in aliquo sed sola -spontanea voluntate et suorum consilio Cardinalium, regendas semperque -possidendas permisit</i>. Si confronti la traduzione francese nello stesso volume -di Amato, pag. 275, 276. -</p> - -<p> -Guglielmo di Puglia, lib. II, narrato il Concilio di Melfi, ripiglia: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Finita Synodo, multorum Papa rogatu</i></p> -<p class="i01"><i>Robertum donat Nicolaus honore ducali.</i></p> -<p class="i01"><i>Hic comitum solus concesso jure ducatus</i></p> -<p class="i01"><i>Est Papa factus jurando jure fidelis;</i></p> -<p class="i01"><i>Unde sibi Calaber concessus et Appulus omnis</i></p> -<p class="i01"><i>Est, locus et Latio, patriæ dominatio gentis.</i></p> -</div></div> - -<p> -La Cronica breve normanna presso Muratori, <i>Rerum Italicarum -Scriptores</i>, tomo V, p. 278 (V) ha sotto il 1059: -</p> - -<p> -<i>Robertus Comes Apuliæ factus est Dux Apuliæ, Calabriæ et Siciliæ a -papa Nicolao in civitate Melphis, et fecit ei homintum de omni terra.</i> -</p> - -<p> -Leone d’Ostia, lib. III, cap. 15 (ovvero 16), scostandosi questa volta da -Amato, scrive: <i>Eisdem quoque diebus et Richardo principatum capuanum et -Robberto ducatum Apuliæ, Calabriæ atque Siciliæ (Nicolaus II) confirmavit -cum sacramento; et fidelitate Romanæ Ecclesiæ ab eis primo recepta, nec -non investitione census totius terræ ipsorum, singulis videlicet annis per -singula boum paria denarios duodecim.</i> Poscia torna alla tradizione di -Amato e alla presa di Reggio, conchiudendo che Roberto <i>ex tunc cæpit -dux appellari</i>. Dunque abbiamo quattro diverse tradizioni: -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -1ª Investitura di Leone IX ad Unfredo il 1053. La sostengono il cronista -e il compilatore di parte siciliana. Il primo con oscurità studiata -aggiugne le terre che si acquistassero <i>alla volta</i> di Calabria e -di Sicilia. Il secondo, cinquant’anni dopo Malaterra, vi cancella -la Sicilia e muta la concessione feudale in mera donazione. -</p> - -<p> -2ª Investitura di Niccolò II a Roberto per la Puglia e Calabria, con -titol di duca. Dal solo Guglielmo di Puglia, amico delle due dinastie -normanne d’Aversa e di Puglia. -</p> - -<p> -3ª Lo stesso aggiuntavi la Sicilia. In Leone d’Ostia e nel <i>Chronicon -Breve</i>, entrambi dei principii del XII secolo. Leone era cardinale. -</p> - -<p> -4ª Silenzio su l’investitura nei due contemporanei, Amato e Protospatario, -i quali non ignorano il preso titolo di duca. -</p> -</div> - -<p> -Dal silenzio degli uni e dalla discrepanza degli altri è da argomentare -che la investitura non fosse stata mai promulgata nel paese. E veramente -era tal atto d’usurpazione della potestà imperiale, tal preparamento -di guerra contro l’impero, da occultarsi con ogni studio. Ma dell’atto -non v’ha luogo a dubitare. Di tutti i ricordi che ne abbiamo, quel -che più par s’avvicini al tenor dell’originale è l’obbligazione scritta di -Roberto, copiata non sappiam quando nel <i>Liber censuum</i> della corte -di Roma, pubblicata dal Baronio, <i>Annales ecclesiastici</i>, 1059, § 70, -e data il 1059 stesso. -</p> - -<p> -<i>Ego Robertus Dei gratia et Sancti Petri Dux Apuliæ et Calabriæ et -utroque subveniente futurus Siciliæ, ad confirmationem traditionis et ad -recognitionem fidelitatis, de omni terra quam ego proprie sub dominio -meo teneo et quam adhuc ulli Ultramuntanorum unquam concessi ut -teneat, promitto me annualiter pro unoquoque jugo boum pensionem scilicet -duodecim denarios papiensis monetæ persoluturum Beato Petro</i> ec. -</p> - -<p> -Quest’atto, tenuto forse segreto per molti anni, mi par genuino, e -limita, come ognun vede, a poche terre in Puglia e in Calabria il novello -tributo da pagarsi al papa. -</p> - -<p> -Di più se ne scorge la natura della concessione della Sicilia, cioè -di atto non compiuto, anzi di mera promessa. Guglielmo di Puglia tacque la -promessa appunto perchè il signor della più parte della Sicilia, che non -era mica Roberto ma Ruggiero, avea schivato l’investitura. Leone d’Ostia -affermò la concessione della Sicilia e la ragguagliò a quella di Puglia e -Calabria, perchè era cardinale e scrivea dopo quel terribile pontificato -d’Ildebrando. Malaterra ne uscì con l’equivoco: <i>alla volta di Calabria e di -Sicilia</i>, e con l’anacronismo del 1033. Del resto l’assentimento dei successori -di Roberto, la ricusa dei successori di Ruggiero e i termini della -<i>Cronica di Roberto Wiscardo</i>, compilazione storica della corte di re Ruggiero, -provano la diversità del dritto riconosciuto al principio dell’undecimo -secolo, di che riparleremo a suo luogo. -</p> - -<p> -Quanto alla mutazione del titolo di Roberto, si è notato che i predecessori -chiamaronsi talvolta duchi; prendendo, come ben riflette il Pellegrino, -il titolo che la corte bizantina avea dato ad Argiro, luogotenente -nella provincia ormai occupata dai Normanni. Forse Drogone e Unfredo -bramavan così distinguersi dai conti subordinati al capo della federazione. -In ogni modo è provato dalle testimonianze di Amato, Malaterra, Guglielmo -di Puglia e Leone d’Ostia, che Roberto prese definitivamente il -novello titolo all’occupazione di Cariati o di Reggio, cioè il 1059 o 1060; -e in ogni modo dopo la concessione di Niccolò II. Ciò non esclude ch’egli -richiedesse l’assentimento dei conti normanni, come suppongono a ragione -gli storici napoletani e come si legge nell’Anonimo (<i>Recueil des -Historiens des Gaules</i> ec., tomo X, p. 210); ma ormai chi gli potea ricusare -il suffragio?</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note107"> -<p><span class="label"><a href="#tag107">107</a>. </span>Ruggiero alla sua morte (1101) avea 70 anni, al dir del Fazello -che non cita autorità. V’hanno tradizioni diverse, delle quali tratterò a -suo luogo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note108"> -<p><span class="label"><a href="#tag108">108</a>. </span>Malaterra, lib. I, cap. XIX, segg. Per la investitura del conte -di Aversa si riscontri Leone d’Ostia, lib. III, cap. 15, (16). Per gli altri -fatti i medesimi cronisti, Amato e Guglielmo di Puglia <i>passim.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note109"> -<p><span class="label"><a href="#tag109">109</a>. </span>Si vegga il Capitolo precedente, p. 46.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note110"> -<p><span class="label"><a href="#tag110">110</a>. </span>Malaterra, lib. II, cap. I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note111"> -<p><span class="label"><a href="#tag111">111</a>. </span><i>Et que la cité estoit vacante des homes liquel i habitoient avant, il -(Robèrt) la forni de ses cavaliers.</i> Amato, lib. V, cap. XIX.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note112"> -<p><span class="label"><a href="#tag112">112</a>. </span>Si vegga sopra il Libro II, cap. X, p. 426 del 1º volume, e si ricordino -le guerre di Manuele Foca e di Maniace e la difesa di Catacalone.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note113"> -<p><span class="label"><a href="#tag113">113</a>. </span>Tomo VI, p. 174, Parigi 1715. L’editore non dice altro su l’origine -della cronica, se non d’esser tolta dai Mss. del Duchesne. Or si può domandare -perchè il Baluzio non citò il codice di Messina; e perchè il Duchesne -non avea prima stampata la cronica nella raccolta degli scrittori di -cose Normanne? Sembra che l’uno e l’altro dubitassero della antichità di -quel documento.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note114"> -<p><span class="label"><a href="#tag114">114</a>. </span><i>Rerum Italic. Script.</i> tomo VI, p. 614. Il Muratori nel breve avvertimento -che pone innanzi a questo scritto, lo giudica contemporaneo «<i>multam -enim vetustatem sapit</i>.» Ma parmi che i sospetti debbano cominciare -dalla lingua e dallo stile.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note115"> -<p><span class="label"><a href="#tag115">115</a>. </span>Ms. della Bibl. Imp. di Parigi segnato: <i>Baluze, armoire 2, paquet 5</i>, -nº 2, al fog. 428, segg. Tutto il volume son copie di mano del Duchesne. -Questi sotto il titolo della cronica notò: «<i>Ex codice Ms. perantiquo Bibliothecæ -Senatus Messanensis, summa fide transcripta</i>». Ma egli, non essendo -mai stato in Messina, avea copiato di certo sopra una copia, senza -vedere il vantato testo antichissimo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note116"> -<p><span class="label"><a href="#tag116">116</a>. </span>Di Gregorio, nella Introduzione al dritto pubblico Siciliano toccando -le consuetudini delle città, sagacemente notava essere il diploma del 1129, -<i>sospetto, ma non tutto</i>. Della cronica ei tratta nelle <i>Considerazioni su la -Storia di Sicilia</i>, lib. I, cap. II, e nota 47, e ben si appone che la copia -pubblicata dal Baluzio fosse venuta da Messina. Se non che sbaglia il tempo. -Sendo la copia di mano d’Andrea Duchesne che morì il 1640; non potea -trovarsi, come suppone il Di Gregorio, tra i Mss. recati a Parigi dagli -esuli Messinesi del 1675.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note117"> -<p><span class="label"><a href="#tag117">117</a>. </span>Tra le idee moderne è da notarsi la diffidenza contro il papa che -non era nata in Sicilia nell’XI secolo, ma fioriva pienamente dal XIII in -poi. Nel linguaggio s’incontra la classica denominazione di città Mamertina -e quella di Mori adoprata genericamente per dinotare i Musulmani.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note118"> -<p><span class="label"><a href="#tag118">118</a>. </span><i>Rerum Sicanicarum compendium</i>, lib. III. Quel grande ingegno, -in suo stile breve ed un po’ frettoloso, fornito il racconto ripiglia «Alibi -lego» ec. e dà senza citar nome d’autore, il racconto del Malaterra. Non -dice qual de’ due gli sembri il vero o il più verosimile.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note119"> -<p><span class="label"><a href="#tag119">119</a>. </span><i>De rebus Siculis</i>, Deca II, lib. VII, cap. I. Il Fazello, ch’era pure -stato in Messina ed avea frugato quelle Biblioteche, si riferisce a tradizione -orale (<i>ducta per manus fama</i>) pei nomi dei congiurati. Non accenna -l’origine della narrazione, e la intreccia, senza citazioni, con quella di -Malaterra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note120"> -<p><span class="label"><a href="#tag120">120</a>. </span>Questo fatto si trova per lo primo nella <i>Ystoire de li Normant</i> pubblicata -il 1835, se non che M. Gauttier d’Arc l’avea accennata fin dal 1830 -nella sua compilazione, p. 219. Si avverta intanto che Amato parla qui e -altrove (p. 148, 153, 159, 194) di un Goffredo Ridelle o Rindelle, mentre -M. Gauttier d’Arc, l. c., seguito da M. Champollion (p. 342, nota) suppon -che si tratti di un Goffredo fratello di Roberto e soprannominato Ridelle. -Ma questa identità dei due Goffredi sembra supposta senza fondamento. Il -Malaterra, lib. I, cap. IV, e quel ch’è più Amato stesso p. 94, dicono di -Goffredo fratel di Ruggiero, senza far cenno del soprannome; e il Goffredo -Rindelle quante fiate comparisce nella storia d’Amato, sembra piuttosto -condottiero fidatissimo, che fratello di Roberto, il quale diffidava sopratutto -dei fratelli.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note121"> -<p><span class="label"><a href="#tag121">121</a>. </span>Il Malaterra non fa menzione che di due regoli. La divisione della -Sicilia musulmana in quattro stati si seppe per lo primo dagli estratti di -Nowairi pubblicati il 1790; e di tre stati si facea menzione negli estratti di -Abulfeda e Scehab-ed-din-Omari, noti in Sicilia per opera di D’Amico nei -principii del XVII secolo, cioè una cinquantina d’anni dopo la pubblicazione -della Storia di Maurolico. Pertanto i cinque regoli mori e i confini -che loro assegna la cronica si debbono riferire a tradizione genuina in -fondo, corrotta nei particolari. Nulla si oppone a ciò che un <i>Raxdis</i> (Rascid) -fosse stato governatore di Messina.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note122"> -<p><span class="label"><a href="#tag122">122</a>. </span>Roberto andò all’assedio di Reggio quando si cominciava la mèsse, -e se ne tornò a svernare in Puglia con Ruggiero dopo la scorreria in Sicilia. -Malaterra, lib. I cap. XXXV; e lib. II, cap. II. Contando circa due -mesi per l’assedio di Reggio si viene al settembre. La <i>Breve istoria</i>, facendo -cominciar la congiura il 6 agosto, ci conduce alla stessa data.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note123"> -<p><span class="label"><a href="#tag123">123</a>. </span>«<i>Hæc secum animo revolvens, eorum ad quæ animum intendebat, -non tardus executor</i>,» scrive il Malaterra. La quale fretta si riscontra -bene con la promessa di venire a Messina entro una settimana, che leggiamo -nella <i>Breve istoria</i>. Questa, come ognun vede, confonde in uno solo -i tre assalti di Ruggiero; il che è naturalissimo in una tradizione orale.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note124"> -<p><span class="label"><a href="#tag124">124</a>. </span>Sessanta <i>militi</i>, scrive il Malaterra. Il numero si dee moltiplicare -almeno per tre; poichè ogni <i>cavaliere</i>, nel medio evo avea seco ordinariamente -due o più uomini armati e montati a cavallo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note125"> -<p><span class="label"><a href="#tag125">125</a>. </span>Conf. Malaterra, lib. II, cap. I, e Anonimo, versione francese (<i>Chronique -de Robert Viscart</i>), lib. I, cap. XIII, e testo presso il Caruso, <i>Bibliotheca -Sicula</i> p. 837.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note126"> -<p><span class="label"><a href="#tag126">126</a>. </span>Malaterra, lib. II, cap. II, il quale, per mancanza di ragguagli precisi -o per dissimulazione, parla vagamente di <i>faccende</i> che dovesse compiere -il duca in Puglia durante l’inverno 1060-1061. Noi le sappiamo da -Amato, lib. IV, cap. III, e lib. V, cap. IV, VI, VII, ed anche un po’ da Guglielmo -di Puglia, lib. II, «<i>Morti tradendum</i> ec.» Preso da Roberto il titolo -di duca, e cominciato a mutare l’autorità di capo federale in signor -feudale, cospirarono contr’esso Balalardo suo nipote, Gazolin de la Blace, -Ami figlio d’un Gualtiero, e un Goffredo, sovvenuti di danari dall’imperatore -bizantino, al quale prometteano rendere il paese. Roberto tornato da -Reggio li oppresse con le armi; indi assediò ed ebbe a patti Troia, municipio -bizantino. Amato pone appunto dopo la resa di Troia la pratica del -duca con Ibn-Thimna.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note127"> -<p><span class="label"><a href="#tag127">127</a>. </span>I cronisti arabi che citammo nel Libro IV, cap. XV, p. 552 del 2º volume -affermano avere Ibn-Thimna condotta la pratica con Ruggiero a Mileto, -nè parlan d’altri; Amato lib. V, cap. VIII, dice col solo Roberto a -Reggio; Malaterra, lib. II, cap. III, IV, nella stessa città col solo Ruggiero. -Parmi evidente che v’ebbero almeno due abboccamenti: Roberto non -venne a Reggio che per ultimare la cosa con Ibn-Thimna; ma questi s’era -rivolto dapprima a Ruggiero, il quale non soggiornava per certo a Reggio, -città del fratello, tra il quale e lui i sospetti non posavano giammai. D’altronde -il nome di Mileto dato dai soli Arabi è di moltissimo peso, accennando -il fatto più notevole di lor tradizione, sì notevole che diè origine ad -un errore retrospettivo che facea Mileto capitale del re franco Baldovino, -conquistatore dell’Italia meridionale, cioè Otone II. Si vegga il Libro IV, -cap. VI di questa istoria, vol. 2º, p. 328, nota 1. E Mileto appunto è nominata -nella <i>Breve istoria della liberazione di Messina</i> che citammo poc’anzi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note128"> -<p><span class="label"><a href="#tag128">128</a>. </span>Tutta l’isola, dicono gli annalisti arabi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note129"> -<p><span class="label"><a href="#tag129">129</a>. </span>Annalisti arabi citati dianzi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note130"> -<p><span class="label"><a href="#tag130">130</a>. </span>Anonimo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note131"> -<p><span class="label"><a href="#tag131">131</a>. </span>Amato, lib. V, cap. VIII, IX, X, il quale fa supporre capitano di -tutte le genti Goffredo Ridelle, ma lascia trasparire il comando indipendente -di Ruggiero. Malaterra dà l’impresa come ordinata e capitanata dal -solo Ruggiero.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note132"> -<p><span class="label"><a href="#tag132">132</a>. </span>Censessanta militi, dice Malaterra, il solo che dia il numero. Al solito -è da contare tre armati o più per ciascun milite.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note133"> -<p><span class="label"><a href="#tag133">133</a>. </span>Amato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note134"> -<p><span class="label"><a href="#tag134">134</a>. </span>L’ultima settimana di carnovale del 1060, scrive il Malaterra, contando -l’anno dal 25 marzo all’uso di Firenze, Puglia e Sicilia. Però torna -al 1061 del conto comune ed agli ultimi di febbraio, sendo occorsa la -Pasqua a’ 15 aprile. Malaterra chiama il luogo <i>Praroli e Tre Laghi</i>, e aggiugne -che v’erano le tegolaie. Similmente l’Anonimo dice tre Laghi. È senza -dubbio la punta del Faro, ond’errava il Fazzello supponendo lo sbarco a -Furno o Furnari tra Tindaro e Milazzo, perchè gli parea di trovare la -versione del nome topografico nel <i>clibana tegularum</i> del Malaterra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note135"> -<p><span class="label"><a href="#tag135">135</a>. </span>Malaterra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note136"> -<p><span class="label"><a href="#tag136">136</a>. </span>Amato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note137"> -<p><span class="label"><a href="#tag137">137</a>. </span>Amato e Malaterra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note138"> -<p><span class="label"><a href="#tag138">138</a>. </span>Malaterra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note139"> -<p><span class="label"><a href="#tag139">139</a>. </span>Amato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note140"> -<p><span class="label"><a href="#tag140">140</a>. </span><i>Anonymi Chronicon Siculum.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note141"> -<p><span class="label"><a href="#tag141">141</a>. </span>La narrazione si cava da Amato, lib. V, cap. X; Malaterra, lib. II, -cap. IV, V, VI, e <i>Anonymi Chronicon Siculum</i>, lib. I, cap. XIII, presso Caruso, -op. cit., p. 837, e nella traduzione francese, p. 279. Come si vede -dalle note precedenti, i particolari differiscono nei due primi cronisti, -e scarseggiano nel terzo, ma non sono contraddittorii.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note142"> -<p><span class="label"><a href="#tag142">142</a>. </span>Amato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note143"> -<p><span class="label"><a href="#tag143">143</a>. </span>Amato. Il Malaterra dice vagamente: «<i>cum maximo exercitu</i>.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note144"> -<p><span class="label"><a href="#tag144">144</a>. </span>Amato. Secondo il Malaterra il campo sarebbe stato a Reggio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note145"> -<p><span class="label"><a href="#tag145">145</a>. </span>Malaterra scrive <i>Germundos et galeas</i>. La prima di queste voci, -che che ne disputi il Ducange, par lezione erronea di <i>Dermudos</i> che è -alla sua volta corruzione di <i>Dromone</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note146"> -<p><span class="label"><a href="#tag146">146</a>. </span>Amato dà il numero, Malaterra le dominazioni «Cattos, Golafros et -Dormundos;» se non che il primo aggiugne «lo artifice liquel se clamoit -<i>Gath</i>.» La voce <i>Gatto</i> con lo stesso significato di nave, si trova anche -nella <i>Chronica Varia Pisana</i>, presso Muratori, <i>Rerum Italic.</i>, tomo VI, -p. 112, e in Caffari, <i>Annales Genuenses</i> presso Muratori <i>Rerum Ital.</i> -tomo VI, p. 254. Forse quella nota appellazione dell’ordegno di guerra -passò alla nave che lo portava: parendomi meno naturale l’etimologia -dall’arabico <i>Kula’a</i>, nome generico, nel significato che noi diamo a «legni» -o «vele.» La voce <i>Golafros</i>, che altrove si legge (V. Ducange) <i>Golabros</i> -e <i>Golabos</i>, e nella <i>Chronica Varia Pisana</i> presso Muratori, <i>Rerum Italic.</i>, -VI, 112. <i>Garabi</i>, è l’arabico nome di legno <i>Ghorâb</i> (corvo), donde la -nostra voce «Corvetta.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note147"> -<p><span class="label"><a href="#tag147">147</a>. </span>Malaterra lo chiama <i>Belcamuer</i>, ch’è una delle tante lezioni in che i -Mss. guastano il nome d’Ibn-Hawwasci; l’Amato scrive invece <i>Sausane</i>, -e sembra corruzione di Simsam-ed-dawla. Forse i raccontatori normanni dai -quali egli attinse i fatti, confondeano il capo dei Musulmani di Sicilia al 1061, -con l’ultimo principe Kelbita di cui abbiam detto nel Libro IV, capitolo XII, -p. 419 segg. del 2º volume, sembrando inverosimile che Ibn-Hawwasci -avesse preso appunto il medesimo titolo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note148"> -<p><span class="label"><a href="#tag148">148</a>. </span>Amato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note149"> -<p><span class="label"><a href="#tag149">149</a>. </span>Si vegga il Libro IV, capitolo X, XI, p. 393, 396, del 2º volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note150"> -<p><span class="label"><a href="#tag150">150</a>. </span>Malaterra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note151"> -<p><span class="label"><a href="#tag151">151</a>. </span>Amato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note152"> -<p><span class="label"><a href="#tag152">152</a>. </span>Malaterra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note153"> -<p><span class="label"><a href="#tag153">153</a>. </span>Il nome di Calcare si legge in Amato; un Ms. di Malaterra dice -<i>Trium Monasterium</i>. E Tremestieri è corruzione di tal voce; Edrisi nel -cenno su questo luogo ha «tre Chiese».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note154"> -<p><span class="label"><a href="#tag154">154</a>. </span>Amato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note155"> -<p><span class="label"><a href="#tag155">155</a>. </span>Conf. Amato e Malaterra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note156"> -<p><span class="label"><a href="#tag156">156</a>. </span>Di questo non fanno parola i cronisti normanni: si veggano qui sopra -le pag. 56 a 60.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note157"> -<p><span class="label"><a href="#tag157">157</a>. </span>Amato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note158"> -<p><span class="label"><a href="#tag158">158</a>. </span>Malaterra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note159"> -<p><span class="label"><a href="#tag159">159</a>. </span>Conf. Amato e Malaterra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note160"> -<p><span class="label"><a href="#tag160">160</a>. </span>Malaterra dice mandate le chiavi; Amato, che significarono a Roberto -la vittoria <i>que de Dieu avoient reçue par Goffrède Ridelle, et lui prierent qu’il -vinst prendre la cité</i>. Il cronista scordava aver detto poco innanzi che la -schiera passata in Sicilia fosse capitanata da Ruggiero, senza far motto di -Goffredo Ridelle, il quale al più potrebbe supporsi condottiere dei 170 cavalieri -che venner dopo. Coteste discrepanze mostrano la gelosia che s’era -accesa verso la fine dell’XI secolo tra i Normanni di Puglia e di Sicilia, dei -quali i primi metteano da canto a tutta possa Ruggiero, e i secondi Roberto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note161"> -<p><span class="label"><a href="#tag161">161</a>. </span><i>Diverse manière de navie et de mariniers.... et particulierement devissent -aler les nez.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note162"> -<p><span class="label"><a href="#tag162">162</a>. </span>Amato. La presa di Messina è narrata da Amato, libro V, capitolo -XII a XVIII; e Malaterra, libro II, capitolo VIII a XII; ne fan cenno -Leone d’Ostia, libro III, capitolo XVI, e XLV, e l’Anonimo, presso Caruso -p. 837, e traduzione francese, libro I, capitolo XIV.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note163"> -<p><span class="label"><a href="#tag163">163</a>. </span>Conf. Amato, libro V, capitolo XIX, e Malaterra, libro II, capitolo XIII. -Il primo scrive qui le parole che Roberto trovò Messina vota di abitatori, -le quali, com’abbiam detto, si debbono prendere in senso figurato, -se pur è fedele la traduzione. Malaterra afferma che i due fratelli lasciassero -in città la cavalleria, il che deve intendersi di parte, non del tutto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note164"> -<p><span class="label"><a href="#tag164">164</a>. </span>Conf. Amato, libro V, capitolo XX; Malaterra l. c., tra i quali è -il solito divario che il primo riferisce la dedizione al solo Roberto, il secondo -ad ambo i fratelli. La tradizione d’Amato è la più verosimile in questi -principii della guerra siciliana. D’altronde non è provato da cosifatte -testimonianze che i Musulmani di Rametta prestassero omaggio feudale. -Non poteva esser altro che un accordo temporaneo e propriamente l’<i>amân</i>. -Leone d’Ostia, libro III, capitolo XLV, dice fatta tributaria Rametta.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note165"> -<p><span class="label"><a href="#tag165">165</a>. </span><i>Scabatripolis</i> nel Malaterra. Scaba o Scava, voce della bassa latinità -che suona fosso, è premessa evidentemente al nome di Trabilis che si legge -in due diplomi latini del 1134 e 1408. Edrisi ha, per trasposizione dei punti -diacritici nel testo arabico, B-r-b-l-s e Bub-l-s che va corretto T-r-b-l-s -e risponde esattamente all’odierno comune di Tripi. Dall’itinerario del -detto geografo, <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i> p. 66, si vede che da Rametta a -Monteforte correva (alla metà del XII secolo) una strada di 4 e da Monteforte -a Tripi di 20 miglia. Amato tralascia questa prima stazione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note166"> -<p><span class="label"><a href="#tag166">166</a>. </span><i>Fraxinetum</i> in Malaterra, <i>Lo False</i> in Amato; l’uno e l’altro si riconoscono -agevolmente nel <i>Fraynit</i> d’un diploma del 1188, Frazzanò, -come or si chiama; dal qual comune muove un sentiero che riesce a Maniace. -Edrisi nota la strada da Tripi a Montalbano, e Galati, terra vicinissima -a Frazzanò. La traduzione d’Amato confonde Lo False con la pianura -di Maniace, che indica chiaramente senza nominarla: <i>a lo piè de lo -grant mount et menachant moult de Gilbert</i> (corr. Gibel).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note167"> -<p><span class="label"><a href="#tag167">167</a>. </span>Conf. Amato, libro V, capit. XXI; e Malaterra libro II, capit. XIV. -I Cristiani di Val-Demone scrive Malaterra; più correttamente Amato quei -<i>qui estoient là entor</i>, e parla dei Cristiani di <i>tutto</i> il Val-Demone quando i -vincitori tornarono dall’assedio di Castrogiovanni a San Marco e Messina.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note168"> -<p><span class="label"><a href="#tag168">168</a>. </span>Amato, lib. V, capitolo XXI e XXII. Malaterra, lib. II capitolo XV. -Emmelesio, di cui si ignora il sito nè se ne trova cenno in altro scrittore -cristiano o musulmano, è nominata da Amato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note169"> -<p><span class="label"><a href="#tag169">169</a>. </span>Malaterra, libro II, capitolo XVI.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note170"> -<p><span class="label"><a href="#tag170">170</a>. </span>Amato, lib. V, capitolo XXII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note171"> -<p><span class="label"><a href="#tag171">171</a>. </span>Malaterra, libro II, capitolo XVI, <i>Guedeta</i>, dice il cronista, e aggiugne -che significhi <i>flumen paludis</i>. Il nome arabico <i>Wadi-el-tin</i> il quale si -trova scritto <i>Lo dictaino</i> in un privilegio del conte Ruggiero, dato il 1004 -presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 1011, precisamente suona: <i>il fiume del -Fango</i>. S’ignora il sito di queste grotte di San Felice, le quali potrebbero -per avventura esser le «Quaranta Grotte» espugnate dai Musulmani nell’841, -le quali sembran parimenti vicine a Castrogiovanni, abitate e difendevoli. -Si vegga il nostro Libro II, capitolo V, pag. 310 del 1º volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note172"> -<p><span class="label"><a href="#tag172">172</a>. </span>Malaterra, libro II, capitolo XVII, si contenta di dare ai Normanni -700 uomini, ed ai nemici 13,000; e l’Anonimo presso Caruso p. 838 e nella -traduzione francese, libro I, capitolo XIV, copia tali cifre aggiugnendo -che nell’una come nell’altra si comprendessero i fanti. Amato, libro V, -capitolo XXIII, copiato da Leone d’Ostia, libro III, capitolo XLV, scocca -l’iperbole dei 13,000 cavalli e 100,000 fanti Musulmani; ma lascia a Roberto -i 1000 cavalli e 1000 fanti ch’avea rassegnati in Messina. È notevole che -Ibn-Khaldûn, traduzione francese di M. Des Vergers, p. 183, trascrivendo -quasi da Ibn-el-Athir il brevissimo cenno di questa battaglia, vi aggiugne -che Ruggiero avesse 700 uomini: e potrebbe essere appunto la tradizione -normanna, intesa in Palermo nel XII secolo da Ibn-Sceddâd, la cui compilazione -ci manca. Per altro non sembra inverosimile che le mille lance noverate -da Roberto a Messina, fossero ridotte dinanzi Castrogiovanni a 700, -per malattie, morti e presidii, lasciati di certo per assicurare la ritirata sopra -cento e più miglia da Castrogiovanni a Paternò, Maniace, Frazzanò e -Messina. I 700 poi potrebbero essere i soli militi senza contarvi gli -uomini d’arme di ciascuno. In ultimo la critica ci conduce a rigettare con -le altre fole le schiere <i>affricane</i> dell’esercito. L’Affrica propria a quel -tempo si travagliava nella irruzione degli Arabi d’oltre Nilo. E forse i narratori -cristiani riportavano indietro al 1061, gli aiuti dei principi Ziriti -del 1063, o contavano come «aiuti d’Affrica» qualche drappello di schiavi -negri, di Berberi ec. al servigio dei Musulmani di Sicilia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note173"> -<p><span class="label"><a href="#tag173">173</a>. </span>S. Matteo, XVII. 20.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note174"> -<p><span class="label"><a href="#tag174">174</a>. </span>Conf. Amato, libro V, capitolo XXIII; Malaterra, libro II, capitolo -XVII; Anonimo presso Caruso p. 838 e nella traduzione francese, libro -I, capitolo XIV, Leone d’Ostia, libro III, capitolo XLV, Fra Corrado -presso Caruso, tomo I, p. 47. Ibn-al-Athir nella <i>Biblioteca Arabo Sicula</i> -p. 276; Nowairi, presso Di Gregorio, <i>Rerum Arabicarum</i>, p. 25; Ibn-Khaldûn, -traduzione di M. de Vergers, p. 183. I quali annalisti arabi fan cenno -appena della sconfitta.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note175"> -<p><span class="label"><a href="#tag175">175</a>. </span>Conf. Malaterra e l’Anonimo, l. c.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note176"> -<p><span class="label"><a href="#tag176">176</a>. </span>Amato, l. c.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note177"> -<p><span class="label"><a href="#tag177">177</a>. </span>Conf. Malaterra e l’Anonimo, l. c.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note178"> -<p><span class="label"><a href="#tag178">178</a>. </span><i>O les bras ploies et la teste enclinée de toutes pars venent li Cayte et -aportent domps et ferment pais avec lo duc et se soumetent à lui et lor cités.</i> -Amato, l. c. Questo fatto che non si legge punto in Malaterra, va ridotto ai -termini di tregue chieste per una stagione ed accordate a prezzo. A creder -pienamente il cronista, la Sicilia si sarebbe arresa a Roberto, nè allor si -comprenderebbe perch’egli se ne tornasse in Calabria lasciando presidio -appena a San Marco ed a Messina.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note179"> -<p><span class="label"><a href="#tag179">179</a>. </span><i>C’est paille copertez à ovre d’Espaigne</i> ec. Forse ricamati. In ogni -modo mi sembra doversi intendere piuttosto lavorali a modo spagnuolo, che -fabbricati proprio in Ispagna. La voce tarin indica al certo non il dirhem -arabo, ma i tarì d’oro dei quali abbiamo fatto parola nel Libro IV, -capitolo XIII, p. 439, del 2º volume; onde la somma tornerebbe a più di -300,000 lire italiane.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note180"> -<p><span class="label"><a href="#tag180">180</a>. </span><i>Et lo duc pensa une grant soutillesce</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note181"> -<p><span class="label"><a href="#tag181">181</a>. </span>Amato, libro V, capitolo XXIV, dicendo mandato il messaggio dallo -<i>amirail de Palerme</i>. Secondo lo stesso autore, libro V, capitolo VIII, il ribelle -che cacciò Ibn-Thimna di Palermo e se ne fece emiro, avea nome -Belcho (Ibn-Hawwasci). Poi al capitolo XIII, chiama l’emir di Palermo, -in maggio 1061, Sausane. Balchaot (Ibn-Hawwasci) ricomparisce alla testa -dell’esercito a Castrogiovanni nel capitolo XXIII, e nel XXIV l’emir di -Palermo non ha nome. Da un’altra mano Malaterra, com’abbiamo notato -alla p. 66, dà emir di Palermo, in maggio 1061, Belcamuer, cioè lo stesso -Ibn-Hawwasci.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note182"> -<p><span class="label"><a href="#tag182">182</a>. </span>Malaterra, l. c.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note183"> -<p><span class="label"><a href="#tag183">183</a>. </span>Amato, libro V, capitolo XXIII, narrato il principio dell’assedio di -Castrogiovanni continua: «<i>Et puis dui mois le victorious duc s’en torna -a Messine.</i>» E in vero dallo sbarco alla battaglia sotto Castrogiovanni era -corso un mese incirca, come si argomenta dalla narrazione del Malaterra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note184"> -<p><span class="label"><a href="#tag184">184</a>. </span>Malaterra, l. c. Si ricordi che l’esercito si adunò su lo Stretto <i>nei -primi di maggio</i>. Messina fu presa verso la metà dello stesso mese.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note185"> -<p><span class="label"><a href="#tag185">185</a>. </span>Amato, libro V, capitolo XXV. È da notare che Malaterra fa menzione -soltanto de’ Cristiani venuti al campo di Maniace; e Amato nel capitolo -XXI accenna il medesimo fatto parlando dei soli Cristiani de’ contorni -e della sicurtà lor conceduta da Roberto, poi nel capitolo XXV dice venuti -al duca sotto Castrogiovanni, ovvero nella ritirata di lì a San Marco, quei -del <i>Val de Manne.... por estre aidié de lo duc et que desirroient de non estre -subjette a li païen lui firent tribut de or et habondance de cose de vivre.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note186"> -<p><span class="label"><a href="#tag186">186</a>. </span>Si veggano Fazzello, Cluverio, Amico <i>Dizionario topografico</i> ec. -Sono state trovate a San Marco iscrizioni latine di Alunzio. Edrisi nella -Bibl. Arabo-Sic., testo p. 32, e presso di Gregorio <i>Rerum Arabicarum</i>, -p. 115, fa cenno delle antichità che si notavano in San Marco e ci descrive -la importanza della città, centro d’industria agricola e navale.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note187"> -<p><span class="label"><a href="#tag187">187</a>. </span>Amato, libro V, capitolo XXV. Ancorchè il cronista narri la fondazione -del castel di San Marco dopo avere accennato nel capitolo XXIII il -ritorno di Roberto a Messina, replica pure questo ritorno nel capitolo XXV, -nè può rimaner dubbio che lo esercito si fosse fermato a San Marco durante -la ritirata. Si conf. l’Anonimo presso Caruso, p. 838, e la traduzione -francese, libro I, capitolo XIV, e Leone d’Ostia, libro III, capitolo XLV.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note188"> -<p><span class="label"><a href="#tag188">188</a>. </span>Conf. Malaterra, libro II, capitolo XVIII; e Anonimo, l. c.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note189"> -<p><span class="label"><a href="#tag189">189</a>. </span>«Mandato Bettumeno, <i>in sua fidelitate</i>, a Catania, che gli apparteneva -ec.» scrive Malaterra, l. c. Con Catania andava di certo Siracusa, antico -stato d’Ibn-Thimna, e i distretti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note190"> -<p><span class="label"><a href="#tag190">190</a>. </span>Amato, libro V, capitolo XXV, lo dice espressamente. Sembra mero -patto di difesa da una parte e tributo dall’altra; patto fors’anco temporaneo -senza indole nè forma di omaggio feudale.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note191"> -<p><span class="label"><a href="#tag191">191</a>. </span>Veggasi il Libro IV, capitolo XII, p. 419, del 2º volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note192"> -<p><span class="label"><a href="#tag192">192</a>. </span>Si vegga il nostro Lib. IV, cap. XV, p. 547, 548, del 2º volume. I fatti -qui accennati si ritraggono da Ibn-el-Athir, testo, anni 442, 448, 453, 455, -457, tomo IX e X, della edizione di Tornberg; <i>Baiân-el-Moghrib</i>, testo, -tomo I, p. 308 a 312; Nowairi, <i>Storia d’Affrica</i>, MS. arabo di Parigi, ancien -fonds 702, fol. 39, verso a 42 verso; Tigiani, <i>Rehela</i>, traduzione di -M. Alph. Rousseau, nel <i>Journal Asiatique</i> d’agosto 1852, p. 109, febbraio -1853, p. 185 segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note193"> -<p><span class="label"><a href="#tag193">193</a>. </span>Ecco le parole d’Ibn-el-Athir, <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, testo, -p. 276, copiate con poco divario da Abulfeda, anno 484, Nowairi e Ibn-Abi-Dinâr, -op. cit., p. 414, 447, 534. «Assediato in Castrogiovanni, Ibn-Hawwasci -uscì a combattere; ma rotto dai Franchi si ritrasse nella fortezza: -quelli cavalcarono per la Sicilia e s’impadronirono di molti luoghi. Allora -lasciavan l’isola non pochi dotti e onesti uomini. Alcuni dei quali andarono -appo Moezz-ibn-Badis esponendogli la condizione del paese, le discordie -del popolo musulmano, il territorio in parte occupato dai Franchi; -onde Moezz allestita una grossa armata e imbarcati fanti e munizioni, la -fece salpare ch’era d’inverno. Alla Pantellaria, surta una tempesta, la più -parte annegò; pochissimi si salvarono; la perdita del quale navilio indebolì -molto Moezz, e rincorò gli Arabi sì che gli tolsero l’Affrica.» Sendo -morto Moezz il 24 sciàban 454 (<i>Bayan el Maghrib</i>, tomo I, p. 308) ossia -il 31 agosto 1062, la spedizione va posta nell’inverno precedente, cioè -pochi mesi dopo la battaglia di Castrogiovanni della quale sappiamo la -data dagli scrittori cristiani, sì che possiamo così correggere i musulmani -citati di sopra a p. 74, i quali la pongono nel 444 (1053). Gli autori arabi, -per effetto dell’anacronismo loro di otto anni, noverano questo naufragio -tra le cause del facile conquisto degli Arabi d’oltre Nilo sopra l’Affrica, -il quale era compiuto innanzi il 1061, come s’è notato in altro luogo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note194"> -<p><span class="label"><a href="#tag194">194</a>. </span><i>Cristiani vero provinciarum, sibi cum maxima lætitia occurrentes -in multis obsecuti sunt.</i> Malaterra. La designazione geografica è vaga quanto -la misura dell’obbedienza, e l’una e l’altra torna al concetto ch’io esprimo -nel testo. Si tenga anco a mente che <i>provincia</i> nella latinità del medio -evo spesso ha il mero significato di <i>campagna</i> o <i>contado</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note195"> -<p><span class="label"><a href="#tag195">195</a>. </span>Veggasi il lib. III, cap. III. e lib. V, cap. XI, vol. II, pag. 255 e 397.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note196"> -<p><span class="label"><a href="#tag196">196</a>. </span>Conf. Malaterra, lib. II, cap. XVIII, e l’Anonimo presso Caruso, -<i>Bibliotheca Sicula</i>, p. 838 e lib. I, cap. XV, della versione francese. Ho -tolto dal primo il numero dei militi di Ruggiero. Il testo latino dell’anonimo -ha 50, e la versione francese 200. -</p> - -<p> -Il Fazzello, deca I, lib. X, cap. 1, scrive che il contado di Traina -fosse popolato di cristiani, tenendo la città i Saraceni; che Ruggiero si -fosse consigliato coi primi ed avesse ai conforti loro espugnata la città e -fondata nei dintorni la badia di Sant’Elia, la quale addimandò d’<i>Eubulo</i> dal -buon consiglio che gli venne in quel luogo. Ei cita in principio un privilegio -greco del conte, senza indicarne la data; ma evidentemente gli è -quello del 6602 (1094 dell’èra volgare) di cui Rocco Pirro, pag. 1011, dà -una pessima versione latina, nella quale il nome è scritto <i>De Ambula</i>, nè -si fa allusione a consiglio di sorta de’ Cristiani, nè a voto del conte, anzi -questi non esercita altra liberalità che di concedere al Logoteta Giovanni il -terreno per fondare un monastero. La citazione dunque del Fazzello va ristretta -al fatto del contado abitato da cristiani, ed in questi limiti bene sta, -occorrendo nomi greci e latini tra i villani donati dal conte al monastero. -Il rimanente della tradizione non ha documento che il provi, nè se -ne scorge vestigio nelle cronache. Donde sembra che il Fazzello l’abbia -supposto dalla significazione ch’egli credea trovar nel nome d’Ambola, Embula, -Eboli, e secondo lui Eubulo, e dal sapere vicine alcune popolazioni -musulmane, come si vedrà nel seguito di questo capitolo. L’espressa testimonianza -del Malaterra non permette così fatto supposto. -</p> - -<p> -Nè ha origine contemporanea la favola (Pirro l. c.; De Ciocchis, <i>Sacrae -Regiae Visitationis</i>, tom. II, p 642) che il Profeta Elia, comparso a -Ruggiero, con una spada in mano, lo confortasse all’impresa.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note197"> -<p><span class="label"><a href="#tag197">197</a>. </span>Conf. Malaterra, lib. II, cap. XIX, XX, il quale dà alla sposa il nome -di Delicia; e l’Anonimo, l. c., che la chiama Iucta (Iudicta). I fatti anteriori -all’arrivo di costei in Calabria si ricavano da Odorico Vitale e Guglielmo -di Gembloux, citati da M. Gaultier d’Arc. <i>Histoire des Conquétes des Normands -en Italie</i> ec., p. 228 segg. L’autore a p. 236 in nota, sostiene che la donzella -uscendo del chiostro, mutò nome in Eremberga, supposta da altri -seconda moglie di Ruggiero. Si vegga anche un estratto del trattato di -Ducange su le famiglie normanne, in appendice all’<i>Ystoire de li Normant</i>, -p. 354.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note198"> -<p><span class="label"><a href="#tag198">198</a>. </span>In oggi due comuni distanti un miglio l’un dall’altro si addomandano -Petralia Soprana, e Petralia Sottana. Secondo il D’Amico, <i>Dizionario -Topografico</i>, questo è più recente; ma Edrisi dà una sola Petralia con la -qualità di <i>Hisn</i>, ossia fortezza in pianura.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note199"> -<p><span class="label"><a href="#tag199">199</a>. </span>Conf. Malaterra, lib. II, cap. XX; ed Anonimo, l. c.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note200"> -<p><span class="label"><a href="#tag200">200</a>. </span>Malaterra, lib. II, cap. XX e XXII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note201"> -<p><span class="label"><a href="#tag201">201</a>. </span><i>Antulium</i> presso Malaterra, con la variante <i>Antelium</i> e <i>Antileon</i> -nell’Anonimo; la cronaca di fra Corrado, presso Caruso, <i>Bibliotheca Sicula</i>, -tom. I, p. 47, ha: «Antellæ quod castrum erat in Sicilia juxta Corleonum.» -Però non è dubbia la identità con Entella, il cui nome si trova in altri ricordi -da me citati nella <i>Carte comparée de la Sicile</i> ec., index topographique. -Il Fazzello, deca I., lib. I, cap. 6, dà un cenno topografico su l’antica -città e sul castello, dove si difesero ostinatamente gli ultimi Musulmani -di Sicilia contro Federigo imperatore. Un dotto amico mio che visitava -questo castello nel 1858, mi ha gentilmente comunicate le note e la pianta -ch’egli abbozzò, dalle quali si vede la maravigliosa fortezza del sito, la estensione -della città antica, provveduta di cisterne e fosse da grano, e la postura -di quello che a ragione si crede il castello saracenico; gli avanzi del quale -al par che quelli della città, scompariscono a poco a poco, rubati per adoperarli -da materiali di costruzione ne’ paesi all’intorno. Il sito, a cavaliere -del fiume Belici sinistro, è notato nella mia carta comparata.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note202"> -<p><span class="label"><a href="#tag202">202</a>. </span><i>Nikl</i>, o <i>Nicl</i>, che sarebbero soprannomi (stivale vecchio, ovvero -ceppo, ritorta, guerriero valoroso), o <i>Nakhli</i> nome etnico.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note203"> -<p><span class="label"><a href="#tag203">203</a>. </span>Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXII; Anonimo presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, -tomo II, p. 839 e nella traduzione francese lib. I, cap. XV; ed Epistola di -fra Corrado, l. c. Il Malaterra narra l’uccisione d’Ibn-Thimna tra la dichiarazione -di guerra di Ruggiero a Roberto e l’assedio di Mileto che -seguì, al suo dire, al principio (25 marzo) dell’anno 1062. Con queste scorte -ho fissata a un di presso la data.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note204"> -<p><span class="label"><a href="#tag204">204</a>. </span>Malaterra, lib. II, cap. XXI; Anonimo presso Caruso, <i>Bibl. Sicula</i>, -tomo II, p. 838, 839, e lib. I, cap. XV della versione francese.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note205"> -<p><span class="label"><a href="#tag205">205</a>. </span>Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXIII a XXVIII; Anonimo presso -Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, tom. II, p. 839 ad 841; e nella versione francese, lib. I, -cap. XV, XVI. L’Anonimo suppone, con manifesto errore, l’imprigionamento -di Roberto in Geraci di Sicilia; ed è questa tra le prove che la -compilazione fu scritta nel secolo appresso e nell’isola.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note206"> -<p><span class="label"><a href="#tag206">206</a>. </span>Malaterra. Forse si deve intendere di militi, o diremmo lance, ed accrescere -il numero de’ cavalli a mille in circa. La data si ritrae da ciò che -Ruggiero liberavasi da’ suoi nemici in Traina, nel cuor dell’inverno, dopo -quattro mesi d’assedio. Vanno dedotte inoltre due o più settimane corse -dall’arrivo al principio della sollevazione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note207"> -<p><span class="label"><a href="#tag207">207</a>. </span>Malaterra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note208"> -<p><span class="label"><a href="#tag208">208</a>. </span>L’Anonimo, il quale ancorchè compilasse da ottant’anni dopo il -fatto, par abbia attinto ad altre memorie oltre quelle di Malaterra, e potea -per avventura conoscere il titolo preso da Ruggiero in quei primi tempi -del conquisto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note209"> -<p><span class="label"><a href="#tag209">209</a>. </span>Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXIX e XXXI; Anonimo presso Caruso, -<i>Bibl. Sic.</i>, tomo II, p. 841; e nella traduz. francese, lib. I, cap. XVI. -Il nome di Plotino è scritto Glotino nel testo latino dell’Anonimo, e -Porino o Polarino in quel di Malaterra. È da avvertire che, secondo il Malaterra, -i Trainesi bevvero tanto in quel freddissimo inverno perchè la -state soleano patire intollerabili calori per la vicinanza dell’Etna(!!) donde -<i>balnearum æstuationibus æstuari assueti</i> etc. Mi par chiaro qui il significato -di “avvezzi ad un caldo da stufa,” e che queste parole non attestino -l’uso dei bagni a Traina nel 1062, ma piuttosto in Palermo verso la fine -del secolo, quando scrivea Malaterra. La testimonianza di questo scrittore -che le campagne di Traina fossero abitate anco da Musulmani, si conferma -per un diploma del 1085 presso Di Chiara, <i>Opuscoli</i> ec., Palermo, -1855, in-8, pag. 167. I nomi dei villani conceduti alla Chiesa di Traina nei -dintorni della città son tutti musulmani.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note210"> -<p><span class="label"><a href="#tag210">210</a>. </span>Si vegga qui sopra la pag. 80.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note211"> -<p><span class="label"><a href="#tag211">211</a>. </span>La morte di Moezz è recata nel 453 da Ibn-el-Athir, testo, anno 484, -nella <i>Biblioteca arabo-sicula</i>, p. 277, e dal Nowairi, op. cit. fol. 40 recto. -Ibn-es-Scerf, citato nel <i>Baiân</i>, p. 308, la riferisce al 453, ma Abu-s-Salt, -ibid., porta la data del 24 sciaban 454; e Tigiani, l. c., conferma -l’anno, al pari che Ibn-Abbâr, nell’<i>Hollet-es-Siarâ</i>, MS. della Società Asiatica -di Parigi, fol. 108 verso. Mi attengo a questi tre ultimi scrittori, come -autorevoli sopra ogni altro nelle cose dell’Affrica. -</p> - -<p> -La condizione di Tamîm al principio del regno è così definita da Tigiani, -MS. di Parigi, sup. 911 bis, fol. 135 recto, e trad. di M<sup>r</sup> Rousseau: -«E gli Arabi gli tolsero ogni cosa, non rimanendogli se non che il perimetro -delle mura di Mehdia. Ma talvolta, confederandosi con alcuna tribù -d’Arabi, trovò modo d’uscire in campo contro cui veniva ad assalirlo, e -di assediare alcuna delle città ribellatesi da lui.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note212"> -<p><span class="label"><a href="#tag212">212</a>. </span>«<i>Comperto quod Arabici et Africani, qui Arabia et Africa, quasi -auxilium laturi Siciliensibus, causa lucrandi advenerant</i> etc.» Malaterra. -Gli Affricani son forse quegli schiavi ziriti dei quali fa menzione Ibn-el-Athîr.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note213"> -<p><span class="label"><a href="#tag213">213</a>. </span>Ibn-el-Athîr, anno 484, testo, nella Biblioteca arabo-sicula, p. 277; -e Nowairi, op. cit., p. 447, e presso Di Gregorio, p. 26. Entrambi recano -il fatto, senz’altra data, dopo la esaltazione di Tamîm, e seguono a raccontare, -con la transizione d’un <i>indi</i>, il passaggio d’Aiûb a Girgenti ed altri -gravi successi infino al 461 (1068-69). L’<i>indi</i> mi par che qui valga dopo -tre o quattro anni. Si avverta che il nome Aiûb è la forma arabica di -Giobbe.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note214"> -<p><span class="label"><a href="#tag214">214</a>. </span>Questi particolari si traggono dal seguito della storia. Credo venuta -prima la schiera di Castrogiovanni per induzione della parola con che Malaterra -incomincia il cap. XXXIII del lib. II. I limiti che ho immaginati alla -regione in cui comandò Aiûb, sono da un canto lo stato di Girgenti tenuto -da Ibn-Hawwasci, dall’altro il castel di San Marco che suppongo in -man dei Normanni. A qual principe musulmano ubbidisse la parte dell’isola -tra Licata e Taormina, non si può argomentare da alcun dato certo -nè dubbio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note215"> -<p><span class="label"><a href="#tag215">215</a>. </span>Le fonti latine non danno alcun nome che si possa ridurre ad Anattor; -e la variante di Malaterra, Avator, è da escludersi come quella che -riporterebbe a Caltavuturo, terra troppo lontana. Ma la Geografia d’Edrisi -nota, senza vocali, un <i>A. n. t. r. N. s. t. ri</i> sul Simeto, a mezzogiorno di -Adernò. Come il sito accennato qui dal cronista giace poco lungi da San -Felice, ove si narra che la gualdana riposò per avere perduti assai cavalli; -e come noi troviamo nella impresa del 1061, San Felice vicina a quel tratto -del Simeto (veggasi qui innanzi la pag. 72), così è probabilissima l’identità -de’ due luoghi citati da Malaterra e da Edrisi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note216"> -<p><span class="label"><a href="#tag216">216</a>. </span>Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXII, e l’Anonimo presso Caruso, -<i>Bibl. sicula</i>, tomo II, pag. 811, e nella traduzione francese, lib. I, cap. -XVII. -</p> - -<p> -Il Malaterra racconta questi fatti prima di notare, com’ei suole, il -principio del nuovo anno, che, secondo il suo conto, correa dal 25 marzo. -L’avvenimento più importante, cioè l’avvisaglia di Castrogiovanni, si dovrebbe -dunque porre innanzi il 25 marzo 1063, ma le altre circostanze ci -sforzano a differire la correría di Caltavuturo e Butera allo scorcio della -primavera, quando in Sicilia si patisce talvolta il gran caldo e la siccità -notati da Malaterra. Da un’altra mano gli avvenimenti che seguono non -permettono di supporre cotesta scorrería in giugno o luglio. Non è superfluo -avvertire che il Malaterra dà soltanto i nomi delle città e castella, e -che son aggiunte da me le indicazioni del corso dei fiumi che i Normanni -manifestamente seguirono.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note217"> -<p><span class="label"><a href="#tag217">217</a>. </span>«<i>Africani ergo et Arabici cum Siciliensibus plurimo exercitu congregati -ut bellum comiti inferant</i> etc.» — <i>Sicilienses</i> non può significare altro -che Musulmani di Sicilia. Così anche nei cap. XVII e XXXIII dello stesso -lib. II del Malaterra. Non accadde mai in alcuno Stato musulmano che si -armassero gli <i>dsimmi</i>. Va errato dunque il Palmieri, <i>Somma della Storia -di Sicilia</i>, cap. XVIII, nel supporre, su la dubbia interpretazione d’una -variante del Malaterra, che i Cristiani di Sicilia facessero parte dell’oste -musulmana a Cerami.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note218"> -<p><span class="label"><a href="#tag218">218</a>. </span>Si argomenta 1º dagli annali arabi che portano andato l’esercito in -Palermo; e 2º dalla morte del kaid di Palermo nella giornata di Cerami.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note219"> -<p><span class="label"><a href="#tag219">219</a>. </span>Tal supposto, molto probabile a priori, è rinforzato dal fatto che il -bottino fu mandato al papa per un Meledio, di nome greco e però calabrese -o siciliano. D’altronde è da considerare che i Musulmani non si sarebbero -trattenuti per tre giorni in ordine di battaglia su l’altura opposta -a Traina, se non avessero viste forze maggiori di quelle che la cronica -normanna attribuisce al conte Ruggero.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note220"> -<p><span class="label"><a href="#tag220">220</a>. </span>Ho posto il nome del paese il quale non si trova in Malaterra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note221"> -<p><span class="label"><a href="#tag221">221</a>. </span>Questa data non si legge nelle cronache. La deduco da quella precedente -scorreria a Butera determinata approssimativamente nella nota 1 -a pag. 96 e dalla impresa de’ Pisani in Palermo che seguì poco appresso.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note222"> -<p><span class="label"><a href="#tag222">222</a>. </span>Serlone v’entrò con 30 militi e n’uscì con 36. Del resto Malaterra -non parla nè punto nè poco degli abitatori di Cerami.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note223"> -<p><span class="label"><a href="#tag223">223</a>. </span>Anonimo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note224"> -<p><span class="label"><a href="#tag224">224</a>. </span>«<i>Et splendenti clamucio, quo pro lorica utimur (utuntur?) armatum... -et clamucium quo indutus erat nullis armis poterat violari, nisi ab imo -in superius impingendo, inter duo ferrea quæ per juncturas cumcatenata -sunt, ingenio potius quam vi vitiaretur</i>.» Così Malaterra, il quale par -che avesse avuta sotto gli occhi l’armatura conservata forse dal conte -Ruggiero. Il Ducange, Glossario, citando questo passo, suppone il vocabolo -corruzione di <i>Camicium, chemise de maille</i>. E in vero la descrizione -mostra un giaco di maglia orientale col petto e il dorso coperti di laminette -a mo’ di squame, come se ne vede ne’ nostri musei.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note225"> -<p><span class="label"><a href="#tag225">225</a>. </span><i>Arcadius</i>. Di certo Kâid non Kâdi, come s’è supposto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note226"> -<p><span class="label"><a href="#tag226">226</a>. </span>Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXII; e l’Anonimo presso Caruso, -<i>Bibliotheca Sicula</i>, tomo II, pag. 841-843 e nella traduz. francese, lib. I, -cap. XVIII; e l’<i>Epistola di Frà Corrado</i>, presso Caruso, op. cit., tomo I, -p. 48. -</p> - -<p> -L’Anonimo ebbe sotto gli occhi di certo il Malaterra ed altre memorie; -poichè riferisce alcuni particolari diversi. Il più importante è che -Ruggiero avesse mandato Serlone a Cerami due giorni innanzi la grande -battaglia; che il dimani dell’arrivo, Serlone fosse uscito a combattere; -che Ruggiero fosse ito a trovarlo la sera col grosso della gente e che tutti -insieme si fossero avanzati contro il nemico il dì seguente, verso le sette. -Il racconto di Malaterra, al contrario, fa supporre avvenuti tutti i combattimenti -in un sol giorno. -</p> - -<p> -Forse questa battaglia fu ricordata da alcun cronista musulmano, i -cui scritti non sono pervenuti infino a noi, poichè Soiutl nella biografia di -Mohammed-ibn-Ali-ibn-Hasan-ibn-Abi-l-Berr (<i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, -testo, cap. LXXVI, p. 672) riferisce il conquisto cristiano della Sicilia -al 455 dell’egira (1063), la quale data non si trova negli altri ricordi musulmani.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note227"> -<p><span class="label"><a href="#tag227">227</a>. </span>Malaterra, l. c. «<i>Comes, Deo et S. Petro cujus patrocinio tantam victoriam -se adeptum recognoscebat, de collato sibi beneficio non ingratum existens, -in testimonium victoriæ suæ, per quendam suorum...... Apostolicus -vero, plus de victoria..... mandat: vexillumque a Romana sede, -Apostolica auctoritate consignatum; quo prœmio, de Beati Petri fisi præsidio, -tutius in Saracenos debellaturi insurgerent</i>.» -</p> - -<p> -Questo è lo stendardo che il Giannone, lib. X, cap. II, dice mandato -da Alessandro II al conte Ruggiero mentre accingeasi all’impresa di Sicilia. -L’illustre storico napoletano, il quale cita qui il Baronio, anno 1066, -n. 2, non si guardò questa volta dalle insidie del cardinale annalista.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note228"> -<p><span class="label"><a href="#tag228">228</a>. </span>Malaterra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note229"> -<p><span class="label"><a href="#tag229">229</a>. </span>Argomento cotesta pratica dal confuso ed erroneo cenno che ne fa -Amato, <i>Ystoire de li Normant</i>, lib. V, cap. XXVIII: Roberto, durante l’assedio -di Bari (1068-1071), affinchè i Saraceni non potessero munirsi e -provvedersi, domandò l’aiuto dei Pisani, i quali apprestate lor navi e compagnie -di cavalieri e balestrieri, vennero dritto alla città, spezzarono la -catena del porto, e messero a terra parte di loro forze: dopo la vittoria -del duca in Puglia ebber da lui grandissimi doni, e se ne tornarono a Pisa. -Ognun vede che il racconto di Amato, per vizio di copista o dell’autore, -non regge. Si tratta al certo di Palermo, non di Bari dov’erano Greci e -non Musulmani; e del fatto del 1063, non della espugnazione di Palermo -del 1072, nella quale non compariscono i Pisani. Da ciò argomento una pratica -di Roberto nel 1063 rimasta senza effetto, e scontraffatta nella traduzione -francese che noi abbiamo. Non posso supporre che l’autore, vivente -e adulto in quel tempo, abbia commesso un anacronismo di dieci anni e -scambiato il nome della città; nè che i Pisani fossero venuti una seconda -volta a spezzar le catene del porto di Palermo, senza che ne facciano parola -i loro annali.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note230"> -<p><span class="label"><a href="#tag230">230</a>. </span>Iscrizione del Duomo di Pisa nell’<i>Archivio Storico Italiano</i>, tom. -VI. Parte II pag. 5.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note231"> -<p><span class="label"><a href="#tag231">231</a>. </span><i>In portu vallis Deminæ</i>, scrive Malaterra. Per antonomasia significherebbe -Messina, ma il cronista suol sempre indicare quella famosa città -col suo nome, nè è da supporre abbia usata in questo luogo solo una perifrasi. -Secondo Edrisi, i porti del Valdemone su la costiera settentrionale -erano cominciando di ponente: Caronia in sul confine di quella provincia, -Oliveri e Milazzo; e in mezzo a’ due primi si ricorda la spiaggia di San -Marco ove si costruivano navi. Nei novant’anni che corsero dal 1063 alla -compilazione di Edrisi, non si scavarono di certo novelli porti, e forse -non ne fu distrutto alcuno. Dunque dobbiamo ristringerci ai quattro nominati.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note232"> -<p><span class="label"><a href="#tag232">232</a>. </span>Iscrizione del Duomo di Pisa.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note233"> -<p><span class="label"><a href="#tag233">233</a>. </span>Iscrizione stessa, la quale accenna vagamente alla preda nelle campagne. -Noi sappiamo da Ibn-Haukal che lungo l’Oreto giaceano gli orti -di delizia dei Palermitani.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note234"> -<p><span class="label"><a href="#tag234">234</a>. </span>Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXIV; Marangone, anno MLXIII, nell’<i>Archivio -Storico italiano</i>, tomo VI, par. II, p. 5, 6; e la <i>Chronica varia</i> -Pisana nel Muratori, <i>Rerum Italic. Script.</i>, tomo VI, p. 167. La data -precisa che dobbiamo al Marangone, è il giorno di Sant’Agapito, ossia -il 20 settembre; ma stando all’ordine cronologico del Malaterra, risalirebbe -agli ultimi di giugno o primi di luglio, poich’ei riferisce il fatto -innanzi le scorrerie di Collesano, Brucato e Cefalù che seguirono, al -dir suo, nei principii della state. Credo meriti maggior fede il Marangone, -e sia da supporre qui men rigorosa la successione di fatti notata -dal cronista normanno. Notisi che la iscrizione del duomo di Pisa porta -qui l’anno comune in vece del pisano: <i>Anno quo Christus de Virgine -natus, ab illo Transierant Mille etc</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note235"> -<p><span class="label"><a href="#tag235">235</a>. </span>Malaterra tace questa precipua cagione che apparisce dai fatti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note236"> -<p><span class="label"><a href="#tag236">236</a>. </span>Vecchio castello presso la spiaggia da Termini a Cefalù; nella -prima metà del XII secolo era terra assai ricca e fortificata, come si -scorge da Edrisi e da parecchi diplomi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note237"> -<p><span class="label"><a href="#tag237">237</a>. </span>Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXIV e XXXV; e l’Anonimo presso -Caruso, <i>Bibl. Sicula</i>, tomo II, p. 843; e nella versione francese, lib. I, -cap. XIX. Il testo di Malaterra ha il nome di Gualtiero de Simula (var. -de Simila) l’Anonimo de Cullejo (var. de Simelio) e la versione da Similico.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note238"> -<p><span class="label"><a href="#tag238">238</a>. </span>Lib. II, Cap. XXXVI.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note239"> -<p><span class="label"><a href="#tag239">239</a>. </span>Malaterra, l. c. Senza ciò sarebbe falso il <i>plurimo exercitu</i> che leggiamo -pochi righi innanzi il <i>quingentis tantummodo militibus</i>. Si vede -sempre più chiaramente che per milite sia da intendere un cavaliere seguito -da due o parecchi uomini d’arme.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note240"> -<p><span class="label"><a href="#tag240">240</a>. </span><i>Tarentula, lycosa tarentula, aranea tarentula</i> ec., abitatrice de’ luoghi -aridi e inculti nella Spagna, Francia meridionale, Puglia ec., e vuolsi -abbia preso il nome dalla città di Taranto e datolo alla danza <i>tarantella</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note241"> -<p><span class="label"><a href="#tag241">241</a>. </span>“Taranta quidem vermis est araneæ speciem habens, sed aculeum -veneni feræ punctionis, omnesque quos punxerit multa venefica ventositate -replet, in tantumque angustiatur ut ipsam ventositatem quæ per anum -inhoneste crepitando emergit, nullo modo restinguere prævaleant et nisi -clibanica vel alia quævis ferventior æstuatio citius adhibita fuerit, vitæ periculum -incurrere dicuntur.” Malaterra, l. c. Secondo i cronisti delle Crociate -il morso portava grande enfiagione e dolori; nè si potea curare se -non col fuoco, con la triaca, o, secondo Alberto d’Aix, commettendo un -certo peccato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note242"> -<p><span class="label"><a href="#tag242">242</a>. </span>Si vegga la ritirata dell’imperatore Lodovico, andato nell’867 contro -il Sultano di Bari (Lib. II, cap. VIII, p. 377 del Iº volume.) -</p> - -<p> -Alberto d’Aix, Gauthier e Vinisauf, citati da Michaud, Histoire des -Croisades, tomo I, p. 297 della ediz. del 1825, raccontano somiglianti disastri -de’ Crociati a Beirut, Sidone e Tiro nel 1099.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note243"> -<p><span class="label"><a href="#tag243">243</a>. </span>Non rimane oggi, nè si trova in alcun diploma. Il buon Di Blasi, -<i>Storia di Sicilia</i>, libro VII, cap. 8, si sforza a difendere l’onor dell’agro -palermitano da questa grave accusa; e il Palmieri, <i>Somma della Storia di -Sicilia</i>, tomo II, p. 44 e 324, si fa beffe del Malaterra, non senza collera.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note244"> -<p><span class="label"><a href="#tag244">244</a>. </span>Bugamo presso il Malaterra, Burgamo nella Epistola di fra Corrado, -il quale aggiugne che a’ suoi tempi, cioè allo scorcio del XIII secolo, -questa terra lontana sei miglia da Girgenti, si chiamasse Buagimo e appartenesse -in feudo alla famiglia Montaperto. È in que’ dintorni l’odierno -comune di Montaperto. Il soprannome d’uomo che passò al castello, sembra -<i>Abu-’l-Giami’, Abu-’l-Gema’</i>, ovvero <i>Abu-el-’Agemi</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note245"> -<p><span class="label"><a href="#tag245">245</a>. </span>Malaterra, lib. II, cap. XXXVI, presso Caruso, <i>Bibl. Sic</i>., p. 195, Epistola -di Fra Corrado nell’op. cit. p. 48. Si riscontri Lupo Protospatario, -an. 1065, ediz. di Pertz, il quale dice che Roberto uccise molti Saraceni e -riportò statichi di Palermo. Così i Normanni doveano raccontare il fatto -ritornando in Puglia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note246"> -<p><span class="label"><a href="#tag246">246</a>. </span>Libro V, cap. XXVI, p. 150. Nel cap. XXVIII dello stesso lib., p. 164, -è da leggere Palermo in vece di Bar, la quale lezione è confermata dal -sommario dell’indice che non risponde al testo. Si vegga anco Bar, posta -in luogo di Palermo, a p. 293. -</p> - -<p> -<i>Et quant lo duc sapientissime vit la disposition et lo siege de Palerme -et que des terres voisines estoit aportee la marchandite, et se alcuns negassent -la grace par terre, lui seroit aportee par mer, apareilla soi a prendre -altre cite a ce que assemblast autre multitude de navie pour restreindre Palerme.... -premerement asseia Otrante</i> etc. -</p> - -<p> -Roberto non s’era avvicinato a Palermo nel 1061 quand’ei venne la -prima volta in Sicilia. Il passo che citiamo non si può riferire dunque -che al suo ritorno in Calabria dopo l’assedio del 1064, come lo conferma -la occupazione d’Otranto che segue immediata. Manca almeno un capitolo -tra il XXV e il XXVI, il che non farà meraviglia a niuno che abbia letta attentamente -questa traduzione francese di Amato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note247"> -<p><span class="label"><a href="#tag247">247</a>. </span>Ibn-el-Alhir sotto l’anno 481, nella <i>Bibl. ar. sic.</i>, testo, p. 278; -Nowairi, op. cit. p. 448, e presso il Di Gregorio, <i>Rerum. Arab.</i>, p. 26.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note248"> -<p><span class="label"><a href="#tag248">248</a>. </span>Il Malaterra porta l’anno di questo combattimento, e Ibn-el-Athir -quello del ritorno d’Aiûb in Affrica, i quali coincidono in cinque mesi (31 ottobre -1068 principio del 461 dell’egira, a 24 marzo 1069 fine dell’an. 1068 -dell’incarnazione). Sembra dunque che Aiûb fosse tuttavia in Sicilia e -forse in Palermo al tempo del combattimento, e che a lui abbia fatta allusione -il conte Ruggiero con le parole riferite dal Malaterra: <i>Si ducem -mutaverunt, ejusdem nationis, qualitatis et religionis est cujus et cæteri -sunt.</i> -</p> - -<p> -Sembra da coteste parole che il nuovo duce non fosse stato vinto per -anco da’ Normanni, il che ben s’adatterebbe ad Aiûb. Se poi non si vanta -la sconfitta del re d’Affrica e d’Arabia, può spiegarsi in questo modo che -Aiûb, quantunque emir de’ Palermitani in quel tempo, non si fosse trovato -alla testa della gente che uscì a combattere.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note249"> -<p><span class="label"><a href="#tag249">249</a>. </span>Malaterra, lib. II, cap. XXXVII e XXXIX.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note250"> -<p><span class="label"><a href="#tag250">250</a>. </span>Malaterra, lib. II, cap. XXXVIII, XLI, XLIII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note251"> -<p><span class="label"><a href="#tag251">251</a>. </span>Cf. Malaterra, lib. II, cap. XLI e XLII presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, p 197, -L’Anonimo, presso Caruso, op. cit., p. 843, e nella traduzione francese, -lib. I, cap. XX, p. 291, pone questa battaglia dopo lo scontro del 1063 -che abbiamo riferito a p. 104. Manca forse qualche squarcio in cui si trattasse -anco dell’assedio di Palermo del 1064. -</p> - -<p> -Il Malaterra descrive con evidente meraviglia il modo che si teneva -a mandare dispacci pe’ colombi. Chi voglia saperne più largamente, potrà -consultare La Colombe Messagère di Michele Sabbâg, tradotto da S. de -Sacy, Paris, 1805, in 8º; Reinaud, Extraits des auteurs arabes etc., relatifs -aux Croisades, p. 150, Quatrémère, Hist. des Sultans Mamlouks; par -Makrizi, tomo II, parte II, p. 115 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note252"> -<p><span class="label"><a href="#tag252">252</a>. </span>Cf. Amato, lib. V, cap. XXVII, p. 159 a 164; Malaterra, lib. II, cap. 40, -43, presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, tomo I, p. 198, 199; Guglielmo di Puglia, libro -II e III, presso Caruso, op. cit., 112, p. 117, 118; Anonimo, presso Caruso, -op. cit., p. 844, 845, e traduzione francese, lib. I. cap. XXII, p. 224; -Lupo Protospatario, anni 1069, 1071; Romualdo Salernitano, anno 1070; -<i>Cronica Amalfitana</i>, presso Muratori <i>Antiq. Ital.</i>, tomo I, p. 213. -</p> - -<p> -Seguo per la data del principiato assedio e della resa, Amato, la cui -testimonianza conferma le correzioni cronologiche del Muratori, <i>Annali</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note253"> -<p><span class="label"><a href="#tag253">253</a>. </span>Non ne parlano qui i cronisti, ma si vede che Ruggiero ne prese a’suoi stipendii dopo la occupazione di Palermo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note254"> -<p><span class="label"><a href="#tag254">254</a>. </span>Amato, lib. VI, cap. XIII; lib. VII, cap. I e II.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note255"> -<p><span class="label"><a href="#tag255">255</a>. </span>Amato, lib. VI, cap. XVI e XIX, parla dei <i>principi</i> che accompagnavano -Roberto al cominciare dell’assedio e che, espugnata la città, egli -andò alla Chiesa <i>avec la moiller et ses frere et avec lo frere de la moiller -et avec ses princes</i>. Si tratta dunque de’ principi di Salerno; nè è possibile -che andando in persona non avessero condotte soldatesche di sorta.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note256"> -<p><span class="label"><a href="#tag256">256</a>. </span>Guglielmo di Puglia, lib. III, presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>; p. 122. Amato, -lib. VII, cap. II.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note257"> -<p><span class="label"><a href="#tag257">257</a>. </span>Cf. Malaterra, Amato e Leone d’Ostia ne’ luoghi indicati qui appresso.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note258"> -<p><span class="label"><a href="#tag258">258</a>. </span>Malaterra, lib. II, cap. XLV, p. 200.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note259"> -<p><span class="label"><a href="#tag259">259</a>. </span>Amato, lib. VI, cap. XIV, pag. 178. Cf. Leone d’Ostia, lib. III, -cap. XVI e XLV.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note260"> -<p><span class="label"><a href="#tag260">260</a>. </span>Amato, lib. VI, cap. XV, pag. 178.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note261"> -<p><span class="label"><a href="#tag261">261</a>. </span>Si vegga il vol. II, p. 68, 157, 189, 296 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note262"> -<p><span class="label"><a href="#tag262">262</a>. </span>La foce d’Oreto ne’ principii del XII secolo s’apriva più discosto -che in oggi dalla città, come il mostra il ponte dell’Ammiraglio, il quale -rimane a levante dell’alveo attuale del fiume. -</p> - -<p> -Il mare poi senza dubbio s’è ritirato in questo punto, come nell’antico -porto (la Cala).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note263"> -<p><span class="label"><a href="#tag263">263</a>. </span>«<i>Castel Iehan mes maintenant se clame lo chaste Saint Iehan etc.</i>» -Questo torna senza alcun dubbio all’Ospizio de’ Lebbrosi, poi manicomio -ed ora opificio di cuoia. La tradizione ricordava fino al XIV secolo, (Veggasi -<i>Anonymi Chronicon Siculum</i>, presso Di Gregorio, <i>Rerum aragonensium</i>, -tomo II, p. 124) che Roberto vi avesse fatto stanza durante l’assedio. -Ne fa parola anco il Fazello, Deca Iª, lib. VIII, cap. I, allegando un -diploma del 1209; ma questo è in vero del febbraio 1219 ed attesta soltanto -quel che non è mai caduto in dubbio, cioè essere stato fondato -l’ospizio da’ principi normanni della Sicilia. Si vegga presso Mongitore, -<i>Mans. S. Trin. Mon. hist.</i>, p. 21, e nella <i>Historia Diplomatica Friderici -II</i>, tomo I, p. 590.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note264"> -<p><span class="label"><a href="#tag264">264</a>. </span>Si veggano i Cap. III, e IV, di questo libro pagine 70, 110, del -volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note265"> -<p><span class="label"><a href="#tag265">265</a>. </span><i>Et quant li Sarrazin issoient virent novelle chevalerie et li Normant -les orent atornoies et let prisrent et vendirent pour vils prison.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note266"> -<p><span class="label"><a href="#tag266">266</a>. </span><i>Et clama li Sarrazin a combatre.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note267"> -<p><span class="label"><a href="#tag267">267</a>. </span>Amato. Il palagio occupato alla prima giunta, par quello che nel -XII secolo Ibn-Giobair chiama Kasr-Gia’far e gli scrittori cristiani Favara, -di che ho fatta parola nel lib. IV, cap. VII, vol. II, p. 350. Fu villa di -delizia del re Ruggiero, come innanzi era stata probabilmente degli -emiri di Palermo; sia che parte degli edifizii loro fosse stata conservata -da’ Normanni, o tutto rinnovato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note268"> -<p><span class="label"><a href="#tag268">268</a>. </span>Una chiesetta diroccata il 1598 quando si fabbricò in quel sito il -noviziato de’ Minimi di San Francesco di Paola, si chiamava della Vittoria -e vi si leggea questa iscrizione: «Roberto Panormi duce et Siciliæ Rogerio -Comite imperantibus, Panormitani cives ob Victoriam habitam, -hanc ædem B. Mariæ sub Victoriæ nomine sacrarunt. An. Dom. 1071.» -(Inveges, <i>Pal. nob. Er.</i>, 7, an. 1071, nº 9; Mongitore, <i>Palermo Divoto -di M. V.</i>, lib. I, cap. V; Giardina, <i>Le antiche porte di Palermo</i>, (Palermo, -1732) p. 11, 12). -</p> - -<p> -La iscrizione data il 1071 è falsa senza alcun dubbio, come lo provano -la latinità, le formole e il titolo di <i>Panormitani Cives</i>, che allor -sarebbero stati i Musulmani. Pure questa iscrizione attesta infallibilmente -un’antica tradizione, che non v’ha ragione di mettere in forse. -Errarono poi gli eruditi Palermitani ponendo all’assedio da quel lato -Roberto piuttosto che Ruggiero. Il titolo della Vittoria rimase alla -Chiesa e al Convento de’ Paolotti, il quale fu occupato per lunghissimo -tempo da uno o due squadroni di cavalleria, ed or v’ha stanza l’artiglieria. -</p> - -<p> -È da ricordare che al tempo d’Ibn-Haukal (veggasi il nostro Libro IV, -pag. 297, del II vol.) sorgea da quella parte il <i>Me’sker</i>, ricinto fortificato -senza dubbio, che i Normanni appena entrati in Palermo, mutarono in -cittadella, come sarà detto largamente alle pag. 137-138 di questo terzo -volume. Si dee dunque supporre che il ricinto stesse tuttavia in piedi al -tempo dell’assedio. Ma in qual modo allor fosse separato dalla città vecchia, -e se compreso nell’àmbito delle sue mura, non si ritrae: e però non -possiamo determinare se durante l’assedio il tenessero i Musulmani ovvero -i Normanni. De’ quali due supposti credo più verosimile il primo, e -che lo alloggiamento del conte Ruggiero fosse posto appunto rimpetto il -<i>Ma’skar</i>, alla distanza di sei o settecento metri; poichè il <i>Ma’skar</i> par si -stendesse fino all’odierno sito di Porta nuova o un po’ più alto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note269"> -<p><span class="label"><a href="#tag269">269</a>. </span>Si vegga qui innanzi la p. 110.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note270"> -<p><span class="label"><a href="#tag270">270</a>. </span>Amato, il quale narra ciò al bel principio dell’assedio, senza poi -far parola della battaglia navale dinanzi il porto, che fu combattuta alla -fine. Non credo si possa riferire a questa la presura delle due sole navi -che cita il cronista.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note271"> -<p><span class="label"><a href="#tag271">271</a>. </span>Guglielmo di Puglia e l’Anonimo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note272"> -<p><span class="label"><a href="#tag272">272</a>. </span>Malaterra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note273"> -<p><span class="label"><a href="#tag273">273</a>. </span>Anonimo, testo latino e traduzione francese in parte.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note274"> -<p><span class="label"><a href="#tag274">274</a>. </span>Si vegga il vol. II, p. 304.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note275"> -<p><span class="label"><a href="#tag275">275</a>. </span>Malaterra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note276"> -<p><span class="label"><a href="#tag276">276</a>. </span>Di questi aiuti tace il Malaterra. Guglielmo ne parla precisamente -innanzi la battaglia del porto. Amato ne fa menzione dopo la resa della -città (Lib VII, cap. I, p. 103), quando ripiglia a raccontare le ostilità del -principe Riccardo in Terraferma... <i>venoient sur la cite de Palermo li -Arabi et li Barbare et faisoient empediment a la victoriose bataille de lo -duc Robert et pource il requist et chercha l’ajutoire de lo prince Richart -etc.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note277"> -<p><span class="label"><a href="#tag277">277</a>. </span>Muratori, Annali, 1071.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note278"> -<p><span class="label"><a href="#tag278">278</a>. </span>Amato, l. c.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note279"> -<p><span class="label"><a href="#tag279">279</a>. </span>Il traduttore francese saltò senza dubbio la voce <i>mura</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note280"> -<p><span class="label"><a href="#tag280">280</a>. </span>Amato, lib. VI, cap. XVII, p. 179.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note281"> -<p><span class="label"><a href="#tag281">281</a>. </span>Id. id., cap. XVIII, p. 180.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note282"> -<p><span class="label"><a href="#tag282">282</a>. </span>Guglielmo di Puglia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note283"> -<p><span class="label"><a href="#tag283">283</a>. </span>Guglielmo di Puglia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note284"> -<p><span class="label"><a href="#tag284">284</a>. </span>Nessuno de’ cronisti ha notata la importanza di questa diversione; -Guglielmo, il solo d’altronde che narri il combattimento navale, ripiglia -<i>Dat validas animo ducis hæc victoria vires</i>, e dice dell’assalto dalla parte -di terra, senza notare nè far supporre il tempo scorso tra l’uno e l’altro. -Il Malaterra fa menzione appena del navilio normanno, dicendo che si trovava -dal lato di Roberto il giorno dell’assalto. -</p> - -<p> -Ne conchiudo che la vittoria navale non fu piena nè splendida, ma -utilissima, come quella che obbligava i Musulmani a difendersi anco nel -porto, cioè, a dividere in tre le scarse loro forze, invece di opporle in due -sole parti a Ruggiero ed a Roberto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note285"> -<p><span class="label"><a href="#tag285">285</a>. </span>Amato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note286"> -<p><span class="label"><a href="#tag286">286</a>. </span>Malaterra, <i>Machinamentis itaque et scalis ad trascendendos muros -artificiosissime compaginatis</i>. Gli è vero che la più parte si ruppe o non -servì all’opera. La grande altezza del muro richiedea si desse larga base -a coteste scale e però le doveano essere montate su ruote.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note287"> -<p><span class="label"><a href="#tag287">287</a>. </span>Amato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note288"> -<p><span class="label"><a href="#tag288">288</a>. </span>Amato dice <i>en la nativite de Jshu Christ</i> (Cap. XXII) e <i>en l’aurore -de jor</i> (Cap. XVIII); l’Anonimo Barese, il 10 <i>gennaio</i>, e Romualdo Salernitano, -<i>di gennaio</i>. Si noti la festa celebrata nella chiesetta della Vittoria -alla Kalsa il 2 gennaio, della quale diremo or ora.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note289"> -<p><span class="label"><a href="#tag289">289</a>. </span>Malaterra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note290"> -<p><span class="label"><a href="#tag290">290</a>. </span>Guglielmo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note291"> -<p><span class="label"><a href="#tag291">291</a>. </span>Amato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note292"> -<p><span class="label"><a href="#tag292">292</a>. </span>Malaterra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note293"> -<p><span class="label"><a href="#tag293">293</a>. </span>Amato, Cf. Guglielmo, Malaterra e l’Anonimo. La più parte dei -compilatori siciliani ha fatto entrare nella Khalesa Ruggiero.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note294"> -<p><span class="label"><a href="#tag294">294</a>. </span>Non fa mestieri notare che questa chiesa della Vittoria sia diversa -da quella fuor la Porta Nuova di cui si è detto di sopra. Giace propriamente -in un vicolo “chiamato oggi della Salvezza” il quale aprendosi tra -la Chiesa della Gancia e il monastero della Pietà, mette capo al bastione -dello Spasimo. -</p> - -<p> -Le prime memorie in cui sia scritta la tradizione di questa Porta -della Vittoria, tornano alla fine del XV secolo: dalle quali si scorge -ch’eravi dipinta una Madonna molto celebre tra i devoti della città; che si -ottenne dal governo il permesso di fabbricarvi una chiesa; che questa fu -murata nel 1489; e che nel 1497, l’arcivescovo di Palermo, assentendegli -il Senato della città, decretò di celebrarvi una festa annuale il 2 gennaio. -Nel XVI secolo poi vi fu messa la seguente iscrizione latina, ch’è riferita -del Giardina (<i>Le Porte di Palermo</i>, Palermo 1732, pag. 11) e che or si vede -dipinta sur un’asse dopo il secondo altare a destra: -</p> - -<p> -“Porta hæc, in quam Rogerius invictissimus Siciliæ comes irrumpens, -aditura exercitui christiano ad urbem hanc Panormum ab iniqua -Saracenorum servitute emancipandam patefecit, victoria cognomento ab -eo devictorum hostium summo cum honore ob insignem reportatam victoriam, -Deiparæ Virginis cultu victoris ejusdem principi ardenti ac pio desiderio -consecrata est, quintilio mense dom. incarnationis MLXXI.” -</p> - -<p> -Altra iscrizione poi attesta una novella ristorazione delle fabbriche -seguita il 1701. Oggidì si veggono: 1º Gli avanzi d’una porta nel posto che ho -indicato; 2º Una Madonna col Bambino e una bandiera, immagine ritoccata -o ridipinta, il cui stile par non possa riferirsi all’XI secolo. Cotesta -dipintura rappresenta senza dubbio la favola raccontata del P. Ottavio -Gaetani, cioè che la Madonna comparve lassù a Ruggiero con la bandiera -in mano, chiamandolo ad entrare in città. Quanto all’iscrizione di cui -ho dato il tenore e ch’è opera di Antonio Veneziano, ognun vede che -renda la tradizione qual correa presso gli eruditi nel XVI secolo; poichè -vi è nominato Ruggiero in luogo di Roberto e messa la data di luglio 1071 -in vece di gennaio 1072. Rimondata de’ miracoli e delle invenzioni degli -eruditi, la tradizione torna al mero fatto che i Normanni entrarono da -quella porta: e ciò sta benissimo col racconto de’ cronisti contemporanei. -Quando poi vi fosse dipinta per la prima volta l’immagine della Madonna, -e se fossevi stata fabbricata una cappella nell’XI secolo o nel XII, o dopo, -non mi preme ora investigarlo, nè sarebbe agevol cosa. Si vegga il Giardina -l. c; Mongitore, <i>Palermo Devoto di Maria Vergine</i>, I, 31 segg., 250 segg.; -Inveges, <i>Palermo Nobile</i>, 1071; Di Marzo Ferro, <i>Guida di Palermo</i>, 1858, -pag. 360-361. Debbo le notizie locali e il confronto del Mongitore, al dotto -giovane, il professore Antonio Salinas, ch’io ne richiesi, non essendomi -accaduto mai d’entrare in questa chiesetta della Vittoria.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note295"> -<p><span class="label"><a href="#tag295">295</a>. </span>Amato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note296"> -<p><span class="label"><a href="#tag296">296</a>. </span>Anonimo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note297"> -<p><span class="label"><a href="#tag297">297</a>. </span>Amato. <i>Et lo duc, a ceus qui sont remez liquel habitent en la cite a -liquet avoit donne mort de li parent et fame</i> il fist garder les tors. <i>Mes -pource que Palerme estoit faite plus grant qu elle non fu commende premerement -dont de celle part estoit plus forte dont premerement avoit este -commencie la cite se clamoit la antique Palerme. Il commencerent contre -celle antique Palerme contrester cil de la cite. Et puiz quant la bataille penserent -que il devoient faire et en celle nuit se esmurent o tout li ostage et manderent -certains messages liquel doient dire coment la terre s’est rendue.</i> -</p> - -<p> -Le parole che ho lasciate in carattere tondo sono al certo sbagliate -nella traduzione. Anzi nel primo periodo è saltato evidentemente qualche -brano del testo latino, il quale dovea dire che Roberto aspettandosi -l’assalto di coloro ec., fece guardar bene dai suoi le torri della Khalesa. -</p> - -<p> -La voce “contre” va corretta di certo, <i>entre</i>, senza che il periodo -non darebbe significato. Que’ della città (antica) non poteano contendere -con la città antica.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note298"> -<p><span class="label"><a href="#tag298">298</a>. </span>Si vegga la nota precedente con la correzione che ho fatta alla -voce “contre.”</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note299"> -<p><span class="label"><a href="#tag299">299</a>. </span>Amato. <i>Et puis quant il fut jor dui Cayte alerent devant loquel -avoient l’ofice laquelle avoient li antique avec autres gentilhome liquel -prierent lo conte</i> ec. -</p> - -<p> -Credo non si possa interpretare altrimenti di quel che io ho fatto. Gli -<i>antique</i> sono senza alcun dubbio gli <i>sceikh</i>, i componenti la <i>gemâ’</i>, di che -ho fatto parola nel Lib. IV, cap. XII, vol. II, p. 426, ossia i magistrati -della repubblica. I due Kâid, ossia capitani, aveano dunque preso l’oficio -della <i>gemâ’</i>, ch’era, nel presente caso, il governo politico. Il magistrato -avea risegnato l’uficio, forse la notte stessa, forse con la spada -alla gola, forse con spargimento di sangue. I due Kâid eran proprio i -capi Palleschi dell’assedio di Firenze.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note300"> -<p><span class="label"><a href="#tag300">300</a>. </span>Amato, <i>o grand reverance plorant</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note301"> -<p><span class="label"><a href="#tag301">301</a>. </span>Cf. Amato, Guglielmo, Malaterra e l’Anonimo. Si vegga il lib. IV, -cap. V di quest’opera, vol. II, p. 301. Il nome di Nicodemo è aggiunto -con buona autorità dal Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, p. 53 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note302"> -<p><span class="label"><a href="#tag302">302</a>. </span><i>Que sans nulle autre condition ne convenance doie recevoir la cite -a son commendement</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note303"> -<p><span class="label"><a href="#tag303">303</a>. </span>Lib. II, cap. XLV.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note304"> -<p><span class="label"><a href="#tag304">304</a>. </span>Presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, p. 846, e traduz. franc, lib. I, cap. XXII, -p. 295, <i>sur certene loy et covenances qui encore sont gardees</i>. Qui i dotti -editori hanno aggiunto tra parentesi <i>janvier</i> 1072, epoca della resa. Va -corretto, anno 1146, quando fu scritta quella parte di cronica com’io ho -provato qui innanzi. Cap. I, p. 24.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note305"> -<p><span class="label"><a href="#tag305">305</a>. </span>L’espugnazione di Palermo si ritrae da: -</p> - -<p> -Amato, lib. VI, cap. XII a XXII. -</p> - -<p> -Malaterra, lib. II, cap. XLIII, XLIV, XLV. -</p> - -<p> -Guglielmo di Puglia, lib. III. -</p> - -<p> -Anonimo presso Caruso, op. cit., e la traduzione francese, ll. cc. -</p> - -<p> -Leone d’Ostia, lib. III, cap. XVI, e XLV. -</p> - -<p> -Lupo Protospatario e Anonimo Barese, 1072, presso Pertz, dov’è la -necessaria correzione <i>januarii</i> in luogo di <i>junii</i>. -</p> - -<p> -Cronica della Cava, anni 1070, 1072. -</p> - -<p> -Cronica Amalfitana, presso Muratori, <i>Antiq. Ital.</i>, tomo I, p. 213. -</p> - -<p> -Romualdo Salernitano, anni 1070 e 1073. -</p> - -<p> -Cron. di Santa Sofia di Benevento, presso Muratori, <i>Antiq. Ital.</i>, tomo I, -p. 259. -</p> - -<p> -Fra Corrado presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, p. 48. -</p> - -<p> -Per la data, ho seguìta col Muratori (Annali, 1072), la testimonianza -dell’Anonimo barese, la quale si accorda con quella di Amato, che l’assedio -cominciasse in agosto e durasse cinque mesi. Il Malaterra attribuisce -la stessa data all’assedio e pone la resa nel 1071, poichè egli cominciava -il nuovo anno a’ dì 25 marzo. -</p> - -<p> -Il Fazello, Deca IIª, lib. VII, cap. I, contro le testimonianze contemporanee, -senza allegare nè anco una tradizione, dice aperta la città -da’ prigionieri cristiani. È proprio il caso della occupazione di Tunis successa -a’ suoi tempi. D’altronde avendo fatta consegnar Messina da’ Cristiani, -il Fazello non seppe negare un onore somigliante alla città di Palermo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note306"> -<p><span class="label"><a href="#tag306">306</a>. </span>Amato, lib. VI, cap. XXI, p. 182. Ibn-Khaldûn pone l’anno 464, -(28 settembre 1071-15 settembre 1072), come fine della dominazione -musulmana in Sicilia, notandovi la dedizione di Mazara, ed erroneamente -quella di Trapani, <i>Bibl. Arabo-Sicula</i>, testo, cap. L, § 19, p. 497, 498.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note307"> -<p><span class="label"><a href="#tag307">307</a>. </span><i>Dux eam</i> (Palermo) <i>in suam proprietatem retinens et vallem Deminæ, -cæteramque omnem Siciliam adquisitam et suo adjutorio, ut promittebat, -nec falso, adquirendam, fratri de se habendam concessit...... -Nam et medietas totius Siciliæ, ex consensu Ducis et Comitis, suæ sorti</i> (di -Serlone) <i>Arisgotique de Poteolis inter se dividenda cesserat, eo quod hic -consanguineus eorum erat, uterque autem consilio et armis probissimi viri -erant</i>. — Malaterra, lib. II, cap. XLV, XLVI. -</p> - -<p> -Dopo questo attestato d’un partigiano sì caldo del conte Ruggiero, -d’un vero storiografo di corte (<i>Quoniam ex ædicto principis tempus scribendi -imminet.</i> Lib. III, preambolo), non occorre esaminare quello di -Amato, lib. VI, cap. XXI, il quale, seguìto da Leone d’Ostia, lib. II, -cap. XVI, dice ritenuta da Roberto la sola metà di Palermo e del Valdemone -e ceduto il rimanente dell’isola a Ruggiero. In ciò è un anacronismo -dal 1072 al 1091, quando Ruggiero duca di Puglia cedette una -metà di Palermo a Ruggiero di Sicilia suo zio. Contuttociò non ho esitato di -scrivere su la testimonianza del solo Amato l’assentimento dell’esercito -alla concessione in favor di Ruggiero. <i>Et lo comanda que vieingue tout -lo excercit et loa lo excercit qu’il lo devisse doner a lo frere. Et adont lo duc -donna a son frere</i> ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note308"> -<p><span class="label"><a href="#tag308">308</a>. </span>Il sito, non indicato precisamente dai cronisti, è senza alcun dubbio -quello che Edrisi chiama <i>Hagiar-Serlu</i>, “la Pietra di Serlone,”<i> Bibl. -Arabo-Sicula</i>, testo p. 60, e presso Di Gregorio, <i>Rerum Arabic.</i>, p. 122. -Io l’ho notato nella carta comparata della Sicilia. -</p> - -<p> -Il Fazello, Deca Iª, lib. X, cap. I, e Deca IIª lib. VII, cap. I, sbaglia -il sito e dà due forme diverse del nome di quella rupe a’ suoi tempi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note309"> -<p><span class="label"><a href="#tag309">309</a>. </span>Malaterra, lib. II, cap. XLVI; Anonimo presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i> -p. 846, e nella traduzione francese, lib. I, cap. XXIII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note310"> -<p><span class="label"><a href="#tag310">310</a>. </span>Si vegga il lib. III, cap. IX, e il lib. IV, cap. V, di quest’opera, -Vol. II, p. 180 e 297.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note311"> -<p><span class="label"><a href="#tag311">311</a>. </span>Degli scrittori contemporanei, Amato, ossia il suo traduttore francese, -dice una <i>forte roche</i>, Malaterra, <i>castellum</i>, Guglielmo di Puglia e -l’Anonimo della metà del XII secolo, <i>castrum</i>. -</p> - -<p> -Il Falcando, verso la fine dello stesso secolo, chiamava cotesta cittadella -<i>Palatium novum</i>, descrivendone il muro, <i>mira ex quadris lapidibus -diligentia, miro labore constructum, exterius quidem</i> spaciosis <i>murorum -anfractibus circumclusum etc.</i> (presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, p. 406), e altrove -nomina una porta <i>Galculæ</i>, e dice serrate tutte le porte <i>Galculæ</i>, -trattando senza il menomo dubbio della medesima cittadella (op. cit. -p. 432 e 441). -</p> - -<p> -L’altro Anonimo Siciliano (Muratori, <i>Rer. Ital.</i>, tomo X, e Di Gregorio, -<i>Rerum Aragon.</i>, tomo II), narrando nel cap. IV, secondo le guaste -tradizioni del XIV secolo, il conquisto di Palermo e la edificazione della -cittadella, aggiugne <i>qui locus dicitur hodie Galea</i> (corr. <i>Galca</i>) <i>in quo nunc -est palatium</i>. Il Pirro infine, (<i>Sicilia Sacra</i>, p. 293), citando un diploma -del XII secolo ov’è nominata la porta <i>Xalces</i>, aggiugne che ai tempi suoi, -cioè nella prima metà del XVII secolo, la regione dov’era stata innalzata -la <i>Porta Nuova</i> si chiamava <i>Xalces</i> o <i>Alga</i>. -</p> - -<p> -Nè mancano i diplomi. Uno dell’Arcivescovo di Palermo dato -il 1132,(<i>Tabularium regiae ac imperialis capellæ etc</i>. Panormi, 1835, p. 7), -chiama questo luogo <i>castellum superius panormitanum</i>; e il dotto editore, -con la scorta del Fazello e dei diplomi, accenna il perimetro -che movendo a mezzodì dal convento di San Giovanni degli Eremiti, -passava a ponente per un giardino dove surse una chiesa di Sant’Andrea, -indi a tramontana pel luogo detto il Papireto, ed a levante per la -piazza del Palagio Reale il quale rimanea chiuso nel mezzo. Un contratto -del 1167 (op. cit., p. 24) riguarda una casa <i>quae est intus Chalca</i>; un altro -del 1258 (op cit., p. 68) concerne altro stabile <i>situm in Galcam Panormi -prope palacium Caseri</i>; e fino al 1309 (op. cit., p. 94) sappiamo d’altra -casa <i>sita in Galca Panormi in ruga</i> (rue, strada) <i>Sanctæ Mariæ Magdalenæ -de Galca</i>. Così anche un diploma greco del 6662 (1153) presso Morso, <i>Palermo -antico</i>, p. 334, dice della Porta Γάλκας ed il transunto siciliano a -p. 342, della “porta di Xalcas”. -</p> - -<p> -Senza il menomo dubbio, ancorchè manchi ogni documento arabico, -il nome era <i>El-Halka</i>, trascritto nel modo che ciascun credea più conforme -alla pronunzia; il quale vocabolo, passando per bocche non arabiche, -perdè a poco a poco la prima lettera aspirata e si ridusse in ultimo -ad Alga. Il Fazello, Deca Iª, lib. VIII, cap. I, ritrasse dalle antiche carte -il sito, il nome, e fin anco il significato ch’ei dà esattamente, ancorchè -trascriva a suo modo Yhalca ed applichi erroneamente questo medesimo -nome alla Khalsa o Khalesa. Il Cascini e quindi il Morso, <i>Palermo antico</i>, -p. 228, 230, con errore diverso, fecero derivare Chalca ec. dallo aggettivo -arabico che significa <i>alto</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note312"> -<p><span class="label"><a href="#tag312">312</a>. </span>Guglielmo di Puglia e Amato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note313"> -<p><span class="label"><a href="#tag313">313</a>. </span>Verso il 1832 rispianandosi il suolo della Piazza del palazzo reale, -furono scoperte tre o quattro fosse da grano spaziose molto e profonde, -costruite in forma d’una pera.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note314"> -<p><span class="label"><a href="#tag314">314</a>. </span>Lib. VI, cap. XXIII. — Ecco ora le autorità contemporanee risguardanti -la costruzione dei due fortilizii dell’<i>Halka</i> e del mare. -</p> - -<p> -Guglielmo di Puglia, lib. III. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Munia castrorum fecit robusta parari,</i></p> -<p class="i01"><i>Tuta quibus contra Siculos sua turba maneret,</i></p> -<p class="i01"><i>Addidit et puteos, alimentaque commoda castris.</i></p> -<p class="i01"><i>Obsidibus sumptis aliquot, castris due paratis.</i></p> -</div></div> - -<p> -Malaterra, lib. II. cap. XLV. Amato, lib. VI, cap, XXIII; Anonimo -<i>Duo fortissima castra, alterum juxta mare, alterum in loco qui dicitur -Galea</i> (corr. Galca), presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, p. 846. e nella traduzione -francese, lib. I, cap. XXII. Amato e il Malaterra dicono d’una sola fortezza, -senza dubbio l’<i>Halka</i> che era la più importante.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note315"> -<p><span class="label"><a href="#tag315">315</a>. </span>Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, p. 69 e 1369. -</p> - -<p> -Nel primo de’ citati luoghi il Pirro fa menzione anco della chiesa di -San Pietro e Paolo accanto il Castellamare di Palermo, fabbricata per ordine -di Roberto e compiuta il 6589 (1081) come l’attestava una iscrizione -greca. Ecco dunque le due cappelle destinate a’ presidii delle due fortezze. -</p> - -<p> -La citata concessione di beni nel territorio di Mazara fu fatta senza -dubbio avanti il partaggio definitivo dell’isola, nella quale Mazara toccò -al conte Ruggiero.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note316"> -<p><span class="label"><a href="#tag316">316</a>. </span>Fazello, Deca Iª, lib. VIII, cap. I, e Deca IIª, lib. VII, cap. I. -</p> - -<p> -La Cronaca Amalfitana, presso Muratori, <i>Antiq. ital.</i>, tomo I, p. 214, -e Romualdo Salernitano, anno 1076, dicono finita in quel torno da Roberto -la chiesa di Santa Maria Vergine in Palermo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note317"> -<p><span class="label"><a href="#tag317">317</a>. </span>Amato, Malaterra, Guglielmo di Puglia, ll. cc.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note318"> -<p><span class="label"><a href="#tag318">318</a>. </span>Guglielmo di Puglia, lib. III. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Reginam remeat Robertus victor ad urbem;</i></p> -<p class="i01"><i>Nominis ejusdem quodam remanente Panormi</i></p> -<p class="i01"><i>Milite, qui Siculis datur Amiratus haberi.</i></p> -</div></div> - -<p> -La voce <i>amiratus</i> qui non sembra posta per cattivo scherzo; perchè -stanziata in Palermo la Corte normanna, il primo ministro e capitan generale -ebbe appunto questo titolo come diremo a suo luogo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note319"> -<p><span class="label"><a href="#tag319">319</a>. </span>Malaterra, lib. III, cap. I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note320"> -<p><span class="label"><a href="#tag320">320</a>. </span>Amato, lib. VI, cap. XXIII, p. 184. Cf. Guglielmo di Puglia, -lib. III.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note321"> -<p><span class="label"><a href="#tag321">321</a>. </span><i>Chronic. Amalph.</i>, presso Muratori, <i>Antiq. Ital.</i>, tomo I, p. 213. Romualdo -Salernitano, anno 1071.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note322"> -<p><span class="label"><a href="#tag322">322</a>. </span>Leone d’Ostia, lib. III, cap. LIII. Si confronti Amato, lib. VIII, -cap. XXXV.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note323"> -<p><span class="label"><a href="#tag323">323</a>. </span>Lib. VIII, cap. XIII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note324"> -<p><span class="label"><a href="#tag324">324</a>. </span>Questo fatto è riferito da Amato, lib. VIII, cap. XXIX.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note325"> -<p><span class="label"><a href="#tag325">325</a>. </span>Le prime pratiche di Gregorio VII con Roberto si ritraggono da -Amato, lib. VII, cap. IX; ancorchè il cronista, che ben potea saperlo, non -dica il soggetto delle negoziazioni e le supponga spezzate per una quistione -di cerimonia, il che non è niente verosimile. Il papa, dice Amato, andato -a Benevento volea che Roberto venisse a trattare in città; il duca amava -meglio discorrere all’aria aperta nel suo campo. Amato segna con molta -precisione la data, dicendo che all’esaltazione d’Ildebrando, trovandosi -Roberto gravemente infermo a Bari, si era sparsa in Roma la sua morte, -onde il papa avea mandato a condolersene con la moglie e poi a rallegrarsi -con lui della salute ricuperata e che indi si cominciò a negoziare -(Libro VII, cap. VII, VIII).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note326"> -<p><span class="label"><a href="#tag326">326</a>. </span>Amato, lib. VII, cap. X, XII, XIII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note327"> -<p><span class="label"><a href="#tag327">327</a>. </span>Si confronti particolarmente con le altre autorità contemporanee -Landolfo, <i>Histor. Mediol</i>., edizione di Pertz. — <i>Scriptor</i>., tomo VIII, p. 100.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note328"> -<p><span class="label"><a href="#tag328">328</a>. </span>Questo particolare è riferito da Malaterra, lib. III, cap. XXXIX.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note329"> -<p><span class="label"><a href="#tag329">329</a>. </span>I fatti riportati senza speciale citazione dopo il ritorno di Roberto -dalla Sicilia in Terraferma, si ritraggono da Malaterra, lib. III, Guglielmo -di Puglia, lib. III, IV, V, Anonimo, presso Caruso, <i>Bibl. Sic</i>., p. 846 e segg. -Amato non arriva che alla morte di Riccardo principe di Capua. Si confronti -per la Cronologia, Muratori, <i>Annali</i>, dal 1072 al 1085, e Gibbon, -<i>Decline and Fall</i>, cap. LVI.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note330"> -<p><span class="label"><a href="#tag330">330</a>. </span>Credo se ne debba eccettuare quel tratto di costiera che da Caronìa, -confine occidentale del Valdemone, si stende al fiume detto di San -Leonardo o di Termini che veggiamo confine orientale del territorio palermitano -nel 1093. Perocchè i cronisti ci narrano che Roberto ritenne per sè -il Valdemone e Palermo; nè egli è verosimile che Ruggiero abbia ceduto -il territorio di Cefalù, e di tutta quella regione la quale, non appartenente -al Val Demone nè a Palermo, egli avea corsa per molti anni, irrompendo -nella costiera settentrionale per la valle dell’Imera.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note331"> -<p><span class="label"><a href="#tag331">331</a>. </span>Malaterra, lib. III, cap. IV, V.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note332"> -<p><span class="label"><a href="#tag332">332</a>. </span>Malaterra, lib. III, cap. X.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note333"> -<p><span class="label"><a href="#tag333">333</a>. </span>Nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, testo, p. 497.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note334"> -<p><span class="label"><a href="#tag334">334</a>. </span>Il Reiske, <i>Annali di Abulfeda</i>, tom. III, nota 260, credè trovare in -questa corrotta lezione delle cronache cristiane il nome d’Ibn-el-Wardi; -nel che l’ha seguito il Wenrich. Ma la correzione non mi pare niente certa.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note335"> -<p><span class="label"><a href="#tag335">335</a>. </span>Si vegga il lib. IV, cap. XIV, pag. 526, 527 del secondo volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note336"> -<p><span class="label"><a href="#tag336">336</a>. </span>Malaterra, lib. III, cap. I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note337"> -<p><span class="label"><a href="#tag337">337</a>. </span>Malaterra, lib. III, cap. I, scrive <i>ad infestandam Catanam</i>. Ritraendosi -ch’egli avesse occupata Catania il 1071 e che la si tenesse per lui il -1076, parmi si debba intendere l’infestagione del contado.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note338"> -<p><span class="label"><a href="#tag338">338</a>. </span>Malaterra, lib. III, cap. VII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note339"> -<p><span class="label"><a href="#tag339">339</a>. </span>Malaterra, lib. III, cap. VIII, IX. Si confronti l’Anonimo, presso -Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, pag. 847; Fra Corrado, anno 1075; Lupo Protospatario, -1076, il quale dice preso a Mazara il nipote del re di Affrica con 150 navi: -ma cotesta tradizione ripugna a quella più autorevole del Malaterra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note340"> -<p><span class="label"><a href="#tag340">340</a>. </span>Si vegga qui appresso la fazione marittima del 1085 sopra Nicotra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note341"> -<p><span class="label"><a href="#tag341">341</a>. </span>Malaterra, lib. III, cap. X, e XXX.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note342"> -<p><span class="label"><a href="#tag342">342</a>. </span>Malaterra lo chiama <i>Hugo de Gircaea praeclari generis a Cenomanensi -provincia</i>; l’Anonimo <i>Hugo de Brachia</i>, presso Caruso, Bibl. Sic. -p. 847 e la trad. francese, pag. 298, <i>Hugue de Brechie</i>, e lo dice genero del -Conte. Si confronti Ducange, <i>Les familles normandes</i>, nella edizione di -Amato, per Champollion, pag. 357. Le parole dell’Anonimo <i>quem dominum -Cathaniae praefecerat</i>, fan supporre Ugo feudatario di Catania.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note343"> -<p><span class="label"><a href="#tag343">343</a>. </span>Malaterra, lib. III, cap. X; Anonimo presso Caruso, Bibl. Sic., -pag. 848; Fra Corrado, anno 1076. -</p> - -<p> -Una tradizione locale, confrontata con una scrittura del XVI secolo, la -quale non sappiamo se sia fondata esclusivamente sulla medesima tradizione, -porterebbe a credere distrutta la fortezza di Judica o Zotica, dal -popolo di Caltagirone, colonia genovese che avesse prestate sue forze al -conte Ruggiero. Tratterò a suo luogo della probabile origine genovese di -Caltagirone. La tradizione, in vero, e la citata scrittura del secolo XVI la -quale è trascritta nel Ms. dei privilegii della città di Caltagirone, fog. 602, -a 609, col titolo di <i>Chronica Pheudorum Hamopetri</i>, dicono occupata -Judica dagli uomini di Caltagirone al tempo di re Ruggiero, dal -quale s’erano ribellati que’ Musulmani; onde il re, non sapendo -altrimenti domarli, promise il territorio a chi espugnasse la rôcca. -I Caltagironesi vi riuscirono per tradimento di una loro concittadina, -tenuta a forza dal signor musulmano; la quale ordinò coi propri -fratelli di aprire una notte le porte del castello; talchè andativi gli -armati di Caltagirone, entrarono, distrussero ogni cosa e s’ebbero -dal re il territorio. Questo fatto, sotto il regno di Ruggiero il re, non -può ammettersi; tanto più che il feudo di Judica e quello di Fatanasino -che v’era congiunto, compariscono in un diploma del 1160, venduti dal -fisco regio al Comune, non già donati. Più verosimile sarebbe che i Caltagironesi, -per pratica della donna, avessero occupato il castello com’ausiliarii -del Conte Ruggiero nel 1076, e che la tradizione avesse poi confuso il conte -e il re dello stesso nome, e guasta la data al par che il titolo d’acquisto -del territorio. Ma non registrerò al certo un fatto storico sopra simili -supposti. Certo egli è che alla metà del XII secolo la rôcca era distrutta; -poichè Edrisi non ne fa parola, mentr’egli pur nota il mensil, o diremmo -noi villaggio, di Judica. Della fortezza rimasero spaziose cisterne e pochi ruderi; -e l’asprezza del monte mostra il sito inespugnabile. Su queste condizioni -topografiche e su le tradizioni, si vegga Amico, <i>Dizionario topografico -della Sicilia</i>, articolo <i>Judica</i>: e Aprile, <i>Cronologia Universale della -Sicilia</i>, pag. 64 segg., 91 seg. Ne fa cenno anche il Fazello, Deca I, lib. X, -cap. II, trattando di Caltagirone.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note344"> -<p><span class="label"><a href="#tag344">344</a>. </span><i>Ab hac eadem urbe strictior sinus terrae ab utroque latere mari urguente, -longius in mare porrigitur, pascuis uberrimis abundans</i>. Convien che -il sito della città sia mutato alquanto, o piuttosto modificati gli anfratti della -spiaggia, per alcuna delle note cagioni.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note345"> -<p><span class="label"><a href="#tag345">345</a>. </span>Malaterra, lib. III, cap. XI, XII; Anonimo, presso Caruso, Bibl. Sic., -pag. 848.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note346"> -<p><span class="label"><a href="#tag346">346</a>. </span><i>Elias Cartomensis</i> (variante <i>Crotomensis</i>) presso il Malaterra, lib. III, -cap. XVIII e XXX. Il nome cristiano fu dato al battesimo, se pur quello -che leggiamo ne’ cronisti, non è alterazione di Alì, Eliâs, o Eliseo. L’altro -nome, etnico o patronimico, non si può stabilire con certezza su la -trascrizione latina. Cartami significherebbe oriundo di Cartama di Spagna, -vedi <i>Merâsid-el-Ittila’</i>, tom. II, pag. 399, 400. Si potrebbe anco leggere secondo -il <i>Lob-el-Lobâb</i>, pag. 205. <i>Kardami</i>, e <i>Kirtimi</i> o <i>Kortomi</i> (venditore -di Zafferanone), o finalmente si potrebbe supporre un’alterazione più -grave e ridurre il nome etnico a <i>Kotami</i>, ossia berbero della tribù di Kotama, -ch’ebbe tanta parte nella fondazione della dinastia Fatemita e -lasciò tante radici in Sicilia, come abbiamo accennato nel libro III, cap. I, -V, VI, pag. 35 segg. 122, 157. etc. del II volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note347"> -<p><span class="label"><a href="#tag347">347</a>. </span><i>Sepibus et siropibus claudens</i>, Malaterra. <i>Stropus</i> non si trova con -questo significato nel Dizionario di Ducange, ma bene il derivato <i>Strupatura</i> -e <i>Stropatura</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note348"> -<p><span class="label"><a href="#tag348">348</a>. </span><i>Golafros</i> nel Malaterra. Si vegga il Capitolo II di questo libro -pag. 66, nota 5. -</p> - -<p> -Debbo avvertire che nella edizione del Malaterra va corretta <i>Temîm</i>: -la parola <i>Tunicii</i>, sì in questo luogo e sì nel lib. IV, cap. 3. Tunis non divenne -capitale dell’<i>Africa propria</i> se non che dopo la caduta della dinastia -zirita e dopo il conquisto del paese per gli Almohadi, nella seconda metà -del XII secolo. Egli è evidente che un copista o forse il primo editore del -Malaterra, ignorando questo nome di <i>Temîm</i>, principe zirita, credè buona -lezione <i>Tunisii</i> che tanto somiglia a quell’altra nella scrittura. Se prova occorresse -di questo, si potrebbe vedere il lib. IV, cap. 3 del Malaterra nella -edizione del Caruso, dove è notata due volte la variante <i>Thumin</i> che si avvicina -alla vera lezione e pur gli eruditi del XVI, XVII e XVIII secolo, la messero -da parte come erronea, perchè lo Stato di Temîm si era fatto pur troppo -celebre in Europa dal XIII secolo in poi, sotto il nome di Regno di Tunis.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note349"> -<p><span class="label"><a href="#tag349">349</a>. </span>Si noti che Roberto, chiamato dagli Amalfitani, assediava Salerno in -questo tempo; che i Pisani ebbero talvolta pratiche con Roberto; come -racconta Amato, lib. V. cap. XXVIII, pag. 164, e che Ruggiero, chiamato -il 1086 da’ Pisani e da’ Genovesi all’impresa di Mehdia, ricusò, allegando -i patti ch’egli avea con gli Ziriti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note350"> -<p><span class="label"><a href="#tag350">350</a>. </span>Malaterra, lib. III, cap. XV a XVIII; Anonimo, presso Caruso. -<i>Bibl. Sic.</i>, pag. 853, il quale chiama il liberatore di Ruggiero, Casaldus -con la variante <i>Ansadus, Anraldus, e Cansaldus</i> e nella traduzione francese, -pagina 310, <i>Ansalarde</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note351"> -<p><span class="label"><a href="#tag351">351</a>. </span>I diplomi di concessione e la carta topografica dei poderi che ha -data, ancorchè poco esattamente, Don Michele del Giudice (Lella) in appendice -alla <i>Descrizione del Real tempio ec. di Morreale</i>, Palermo, 1702, in fol., -ci abilitano a misurare sopra una buona carta il territorio continuo conceduto -intorno a Giato; senza contare gli altri beni che la sciocca pietà di -Guglielmo II largì in molti altri luoghi. Il detto territorio, posto la più parte -in provincia di Palermo, torna a un triangolo curvilineo il cui vertice settentrionale -sia posto a Giardinello, l’orientale tocchi i boschi di Ficuzza, ed -un lato, inarcandosi verso mezzogiorno, venga a formare l’angolo di ponente, -non lungi da Alcamo in provincia di Trapani. Or in quest’area sono -adesso tre soli comuni: Piana de’ Greci, 7270, San Giuseppe li Mortilli, -6412, Camporeale, 3157. Le cagioni di questo gravissimo fatto dello spopolamento -della Sicilia dall’XI al XVI secolo, toccate nella <i>Notice</i> che accompagna -la mia <i>Carte Comparée de la Sicile</i>, Paris, 1859, saranno da noi -trattate nel VI libro.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note352"> -<p><span class="label"><a href="#tag352">352</a>. </span><i>Jacenses</i> (l. Jatenses) <i>natura montis quo habitabant, numerosa multitudine -suorum fisi, erant enim usque ad tredecim millia familiarum</i>. È probabile -che in questo numero sia compresa la popolazione di molti villaggi -tra quelli accennati poc’anzi nel testo. E però ho detto doversi ragionare -gli abitatori di tutto il territorio per lo meno a 60,000.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note353"> -<p><span class="label"><a href="#tag353">353</a>. </span>Malaterra, lib. III, cap. 20, 21, dove si legge: <i>Statutum servitium -et censum persolvere renuntiant.</i> Malaterra non dice da chi fosse stata -determinata la quantità del servigio e la somma del censo. Il nome <i>Jacenses</i> -va corretto <i>Jatenses</i>. Un altro che va letto senza alcun dubbio Corleone, è -stampato <i>Cortitum</i> con la variante <i>Cornilium</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note354"> -<p><span class="label"><a href="#tag354">354</a>. </span><i>Undecumque terrarum artificiosis cæmentariis conductis</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note355"> -<p><span class="label"><a href="#tag355">355</a>. </span>Malaterra, lib. III, cap. XXXII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note356"> -<p><span class="label"><a href="#tag356">356</a>. </span>Malaterra, lib. III, cap. XXXVI dice de’ tesori del conte Ruggiero -guardati strettamente a Troina del 1082.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note357"> -<p><span class="label"><a href="#tag357">357</a>. </span>Il testo ha la variante Betchumne. Si veggano le strane lezioni del -nome d’Ibn-Thimna nel lib. IV di questa istoria, cap. XV, pag. 552 del -vol. II. La somiglianza della <i>t</i> con la <i>c</i> ne’ Mss. latini del XII e XIII secolo -mi farebbe leggere volentieri Bentimino, ossia Ibn-Thimna.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note358"> -<p><span class="label"><a href="#tag358">358</a>. </span>Il vescovado di Catania fu ristorato il 1091.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note359"> -<p><span class="label"><a href="#tag359">359</a>. </span>Malaterra, lib. III. cap. XXX; Anonimo, presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, -pag. 853, 854 e traduzione francese pag. 310, 311, dove Roberto di Sordavalle -è detto <i>de Quinteval</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note360"> -<p><span class="label"><a href="#tag360">360</a>. </span>Malaterra, lib. III, cap. XXXVI.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note361"> -<p><span class="label"><a href="#tag361">361</a>. </span>Notisi che il Conte Ruggiero cominciò il primo ottobre ad allestire -l’armata che dovea vendicare questo atroce insulto. È da supporre ch’ei -battesse il ferro mentre gli era caldo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note362"> -<p><span class="label"><a href="#tag362">362</a>. </span>Così il solo Anonimo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note363"> -<p><span class="label"><a href="#tag363">363</a>. </span>Si vegga lo squarcio di una <i>Kasida</i> d’Ibn-Hamdts, che ho riportato -nel lib. IV, cap. XIV a pag. 532 del II volume. Quivi il poeta, contemporaneo -e siracusano, si vanta de’ “nemici della fede percossi ne’ loro focolari, -delle navi piene di leoni e lancianti nafta, che vengono a saccheggiare -le città de’ Barbari, de’ guerrieri dalle luccicanti maglie di ferro, i quali se -ne tornan con l’armadure squarciate dalle sciabole musulmane ec.” Cotesti -particolari si adattano a capello alla fazione di cui trattiamo; nè alcun’altra -ne ritroviamo negli annali del tempo, alla quale convengano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note364"> -<p><span class="label"><a href="#tag364">364</a>. </span>Malaterra, lib. IV, cap. 2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note365"> -<p><span class="label"><a href="#tag365">365</a>. </span><i>Resesalix</i> nel Malaterra per errore al certo de’ Mss. dove si dovea trovare -la trascrizione del nome Arabico <i>Ras-es-saliba</i>, ossia Capo della Crocifissa, -che leggiamo in Edrisi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note366"> -<p><span class="label"><a href="#tag366">366</a>. </span><i>Turonem</i>. Edrisi nella <i>Bibl. Arabo-Sicula</i>, testo, pag. 34, fa menzione -del monte <i>Tur</i> o <i>Taur</i> a Taormina, celebre per le divozioni che vi si praticavano -e pei miracoli.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note367"> -<p><span class="label"><a href="#tag367">367</a>. </span>Il porto di Lognina è designato in Edrisi con lo stesso nome.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note368"> -<p><span class="label"><a href="#tag368">368</a>. </span>Malaterra. Variante: di Giorgio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note369"> -<p><span class="label"><a href="#tag369">369</a>. </span>La superiorità de’ balestrieri cristiani è notata dal solo Anonimo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note370"> -<p><span class="label"><a href="#tag370">370</a>. </span>Così il Malaterra. L’Anonimo dà al Conte l’onore di aver ferito -l’emiro.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note371"> -<p><span class="label"><a href="#tag371">371</a>. </span>Conf. Malaterra, lib. IV, cap. I, II; Anonimo, presso Caruso, <i>Bibl. -Sic.</i>, pag. 854, 855; Lupo Protospatario, anno 1088; Romualdo Salernitano, -anno 1088, il quale dice che gli assediati per la fame arrivarono a mangiare -i bambini. Ancorchè questi due cronisti pongano la dedizione di Siracusa -nel 1088 e il Malaterra nel 1085, non è dubbia la data dell’ottobre 1086, poichè -il Malaterra dice incominciati gli appresti del navilio cristiano nell’ottobre -1085, l’assedio nel maggio seguente e finito nell’ottobre. Una nota -ms. contemporanea, citata dal Pagi, Annali di Baronio 1087, N. II, porta -questo anno la occupazione di Siracusa per Ruggiero e il guasto d’Africa -(Mehdia) pei Pisani. E ciò ben torna contando l’anno dal settembre all’agosto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note372"> -<p><span class="label"><a href="#tag372">372</a>. </span>Malaterra, lib. IV. cap. III. -</p> - -<p> -Il primo errore, volontario o no, di questo autore o di chi gli dettava -lo scritto, sta nella cronologia. Posto l’assedio di Siracusa nel 1086, i -Pisani non gli poteano offrir allora la città di Mehdia, la quale fu presa -nel 1087. Si trattava dunque della lega e de’ preparamenti alla spedizione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note373"> -<p><span class="label"><a href="#tag373">373</a>. </span>Veggansi i libri III, cap. VI; IV, cap. IX; V, cap. III, vol. II, p. 139-367; -vol. III, pag. 80, 81.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note374"> -<p><span class="label"><a href="#tag374">374</a>. </span>Si vegga la Introduzione ai Diplomi Arabi dell’Archivio fiorentino -§ XVI, pag. XXVI</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note375"> -<p><span class="label"><a href="#tag375">375</a>. </span>Ibn-el-Athir dice per quattro anni; Guido per tre mesi. Mi accosto -anzi al primo che al secondo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note376"> -<p><span class="label"><a href="#tag376">376</a>. </span>Oltre i Pisani e i Genovesi, Guido cita un <i>Pantaleo Amalfitanus, -inter Graecos, Sipantus</i>. Gli Arabi dicono Pisani, Genovesi e tutti gli altri -<i>Rûm</i> ossia, qui, Italiani.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note377"> -<p><span class="label"><a href="#tag377">377</a>. </span>Così tutti gli scrittori arabi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note378"> -<p><span class="label"><a href="#tag378">378</a>. </span>Guido.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note379"> -<p><span class="label"><a href="#tag379">379</a>. </span>A un di presso 435,000, ovvero 1,160,000 o infine 1,450,000 di lire -nostre. La prima cifra si legge in Ibn-el-Athir, la seconda in Nowairi e la -terza in Ibn Khaldûn. E questa è la più verosimile, posto il poco valore -dell’oro nell’Affrica propria nell’XI secolo, di che ho toccato nel lib. IV, -cap. VIII, pag. 362 del Vol. II, ed anco nella Introduzione ai Diplomi arabi -dell’Archivio fiorentino, § XII, pag. XVI e seguenti. Guido dice vagamente -“prezzo infinito d’oro e di argento.”</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note380"> -<p><span class="label"><a href="#tag380">380</a>. </span>Questi due altri patti si leggono nel solo poema di Guido e mi sembrano -verosimili. Non così l’ultimo che egli aggiugne, cioè di tenere come -suoi signori i Pisani e i Genovesi, di riconoscere l’alto dominio del Papa -e pagargli tributo annuale.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note381"> -<p><span class="label"><a href="#tag381">381</a>. </span>Marangone, nell’<i>Archivio storico italiano</i>, tom. VI. parte II, pag. 6; -<i>Chronica Pisana</i>, presso Muratori <i>Rerum Italic</i>., tom. VI, pag. 109 e 168; Caffaro, -nello stesso vol. del Muratori, pag. 253: Anno 1088, <i>In exercitu Africæ; -Chronic. Mon. S. Sophiae Beneventi</i>, presso Muratori, <i>Antiq. Ital</i>., tom. I, -pag. 259; <i>Chronica Fussenavæ</i> Anno 1087, presso Muratori, <i>Rer. Ital</i>., -tom. VII; Poesia latina di Guido, nel <i>Bulletin de l’Académie de Bruxelles</i>, -tom. X, parte I. pag. 524 segg. ripubblicata da M. Du Méril, <i>Poesies populaires -latines de Moyen-âge</i>, Paris, 1847, in-8, pag. 239 segg.; <i>Chronica</i> di -Leone d’Ostia, continuata da Pietro Diacono, Lib. III, cap. 71, presso Muratori, -<i>Rer. Ital.</i> tom. IV, la quale dà tutto il merito dell’impresa al papa e vi fa -perire centomila Saraceni; Bernoldi, <i>Cronic</i>., presso Pertz, <i>Script</i>., tom. V, -pag. 447. Si vegga un’altra autorità contemporanea citata dal Pagi, <i>Annali -del Baronio</i>, anno 1087, N. II (§ VIII del Baronio.) -</p> - -<p> -<i>El-Bayân-el-Moghrib</i>, testo arabico, edizione Dozy, tom I, pag. 309, -310; Ibn-el-Athir, anno 481.,ediz. Tornberg, tom. X, pag. 109, 110; Nowairi, -nella <i>Bibl. Arabo-Sicula</i>, testo, pag. 434; Tigiani, nella Bibl. Arabo-Sicula, -testo, pag. 390, 391 e traduzione francese di M. Rousseau nel <i>Journal Asiatique</i> di febbrajo 1853, pag. 72, leggendosi per manifesto errore del Ms. -il riscatto di 1000 dinar; Ibn-Khaldûn, <i>Histoire des Berbères</i>, traduzione -di M. De Slane, tom. II, pag. 24,; infine Ibn-Abi-Dinâr (El Kaireuani) testo, -nella <i>Bibl. Arabo-Sicula</i>, pag. 530 e traduzione francese, pag. 146, dove i -traduttori han letto Veneziani in luogo di Pisani. Secondo Ibn-el-Athir e -Nowairi fu pattuita la restituzione dei prigioni Musulmani. Tigiani dice -positivamente il contrario. I versi che ci rimangono dell’elegia arabica -sono stati tradotti nella <i>Nuova Antologia</i> di Firenze, vol. II, fasc. V, -pag. 62, maggio 1866. -</p> - -<p> -La data esatta, che si legge nel <i>Bayân</i>, e ch’è seguita da Tigiani e da -Ibn-Khaldûn, torna al 480 dell’egira (8 aprile 1087-26 marzo 1088). La conferma -la ecclisse solare del 1 agosto 1087; poichè Abu-s-Salt, citato dal -Tigiani, dice seguìto il caso di Mehdia immediatamente dopo la ecclisse -totale del sole nella costellazione del Lione, sotto la quale erano state -gittate le fondamenta di quella città. Ibn-el-Athîr, Nowairi e Ibn-Abi-Dinâr -riferiscono il fatto al 481. Marangone dà il giorno di San Sisto del 1088 -(1087 dell’anno comune), e la cronica di Santa Sofia il 1089. Ricordisi che, -se si dovesse credere al Malaterra, sarebbe stata presa Mehdia il 1086. -</p> - -<p> -Su la citata poesia latina è da notare la esattezza de’ nomi geografici e -di molti fatti che si ritraggono da fonti musulmane. Per esempio veggiamo -<i>Madia</i> (Mehdia) mirabile e vasto porto e <i>Sibilia</i> (Zawila) città attigua a -quella; <i>Pantalorea</i> (Pantellaria) <i>Timimus</i> (Temîm) gli <i>Arrabites</i> (Arabi) -nemici di Temîm, <i>macris equis insidentes, corporibus ductiles</i> ec. In generale -si può dire che, tagliando un paio di zeri nelle cifre numerali, la narrazione -corra esattissima. -</p> - -<p> -Si riscontri il Muratori, <i>Annali</i>, 1088, il quale, non avendo alle mani -le memorie arabiche, nè il poema di Guido, cammina con troppo sospetto; -suppone esagerata troppo la importanza del fatto; si adombra di quella -espugnazione contemporanea di due città, Almadia e Siviglia (El-Mehdia e -Zawila) la seconda delle quali gli pare la nota città di Spagna; e conchiude -erroneamente “che lo sforzo de’ Pisani fu contro Tunisi.” A cotesto -sbaglio lo condusse per avventura la lezione del Malaterra: <i>urbem regiam -regis Tunicii</i>, dove, senza dubbio, è da leggere <i>regis Temimi</i>, sì come ho -notato in questo medesimo capitolo pag. 158, nota 1.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note382"> -<p><span class="label"><a href="#tag382">382</a>. </span>L’<i>ha</i>, sesta lettera dell’alfabeto arabico, fu resa per lo più, sino ad -uno o due secoli addietro, con le lettere latine <i>ch</i>; e il <i>dal</i>, ottava lettera, -più spesso con una <i>t</i> che con una <i>d</i>. L’Anonimo ha <i>Hamus</i>. -</p> - -<p> -Sapendosi dalla storia che <i>Chamut</i>, fatto cristiano con tutta la famiglia, -rimase sotto il dominio del conquistatore, possiamo ben identificare il -casato con quello del Ruggiero <i>Hamutus</i>, già proprietario di certi beni che -Federico II concedea nel 1216 alla chiesa di Palermo (Diploma presso Pirro, -<i>Sicilia Sacra</i>, p. 142) e dell’Ibu-Hamûd, ricchissimo signore che -Ibn-Giobair vide in Sicilia nel 1185. Questo nobil uomo poteva esser figliuolo -o nipote del regolo di Castrogiovanni. Sapendosi ch’ei portasse il -soprannome d’Abul-I-Kâsim, sembra anco il <i>Bulcassimus</i>, celebre per -brighe alla corte di Palermo, ne’ primordii del regno di Guglielmo il Buono; -l’Abu-I-Kâsim al quale Ibn-Kalakis intitolava il suo <i>Ez-Zahr-el-Basim</i>; -e l’Ibn-Abi-I-Kâsim, al quale Ibn-Zafer, venuto in Palermo, dedicava, -una diecina di anni innanzi, l’<i>Asalib-el-Gaiah</i>, il <i>Mosanni</i>, il <i>Dorer-el-Ghorer</i>, -e la seconda edizione del <i>Solwân-el-Motha’</i>, sì come io ho notato nella Introduzione -al <i>Solwân</i> (Firenze, 1851) pag. XXIV a XXVII. Si avverta che -il nome di Kâsim e il soprannome di Abu-I-Kâsim tornano assai frequenti -tra i Beni-Hamûd. Le genealogie di costoro si rinvengono nel Ms. di Parigi, -intitolato <i>Ansâb-el-Arab</i>, Supplem. Arabe, 467, fog. 90, verso, e in -quello della stessa Biblioteca intitolato <i>’Omdet-et-Talib</i>, Ancien Fonds, 636 -fog. 93, verso e segg. nelle quali opere non si fa parola dei Beni-Hamûd -di Sicilia. Della casa spagnuola di questo nome dicono tutte le istorie di -Spagna e d’Affrica dell’XI secolo; per esempio <i>Marrekosci</i>, testo, pag. 30 -segg., 43 segg.; il <i>Bayân</i>, tom. I, pag. 308; Ibn-Khaldûn, <i>Storia de’ Berberi</i>, -traduzione francese, tom. II, p. 152 segg.; Dozy, <i>Histoire des Musulmans -d’Espagne</i>, tom. III, p. 316 segg. e passim, tom. IV, p. 13 e segg. -</p> - -<p> -Non merita alcuna fede il libro di Nicasio di Burgio, conte palatino -XXIII, intitolato <i>La Discendenza di Achmet</i>, ec. Trapani 1786, in-fol., -nel quale si sostiene che la famiglia Burgio discenda da questo Hamudita.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note383"> -<p><span class="label"><a href="#tag383">383</a>. </span>Malaterra, lib. IV, cap. 5; Anonimo, presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, pag. 855; -Fra Corrado, op. cit., pag. 48. -</p> - -<p> -Il Malaterra pone questo fatto nel 1086; ma al certo sbaglia d’un anno, -com’è manifesto dalla correzione che abbiam fatta alla sua testimonianza -su la espugnazione di Siracusa e di Mehdia, qui innanzi pag. 168 e 172, -in nota. Ibn-el-Athir, Abulfeda, Nowairi, Ibn-Abi-Dinâr, nella <i>Bibl. -Arabo-Sicula</i>, pag. 278, 414, 448, 534 portan la data del 481 (1088-89). -</p> - -<p> -I nomi delle castella prese nella provincia di Girgenti, sono tolti dal -Malaterra, correggendo alcun evidente errore del testo. Rimane dubbio il suo -<i>Racel</i>, che ho trascritto sicuramente <i>Rahl</i> (stazione), ma vi manca il nome -che dee seguire per determinare quella appellazione generica, il qual -nome io non saprei indovinare tra i moltissimi Rahl di quella provincia. -Credo avere ben letto <i>Ravanusa</i> il Remise, (variante Remunisse) del testo, -poichè Micolufa sorgea presso Ravanusa. Del resto Simone da Lentini, -autore del XIV secolo, il quale copiò Malaterra, nel suo libro “<i>La conquista -di Sicilia</i>” recentemente uscito alla luce (Collezione d’opere inedite o rare, -Bologna, 1865, in-8) dà otto soli nomi degli undici, dicendo non avere ritrovati -gli altri ne’ testi; ed un Ms. della stessa opera, appartenente alla <i>Bibliothèque -de l’Arsenal</i> in Parigi (Ital. N. 68) ne dà sette soltanto: Platani, -Musan, Guastanella, Catalanixetta, Bosolbi, Mocofe, Cyaxo “e li altri, -aggiugne, non so chi si fussiru e nun si canuxirianu, ec.” -</p> - -<p> -Intorno i nomi che non si trovano nella lista odierna de’ Comuni di Sicilia, -si vegga il <i>Dizionario Topografico</i> del D’Amico e l’Indice che io ho -messo in fine della <i>Carte comparée de la Sicile, Notice</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note384"> -<p><span class="label"><a href="#tag384">384</a>. </span>Malaterra, lib. IV, cap. 6; Anonimo, presso Caruso, Bibl. Sic., p. 855. -Secondo Fra Corrado, op. cit., pag. 48, Castrogiovanni e Girgenti furono occupate -nello stesso anno. Ma ciò non è detto precisamente da Malaterra; nè -citato l’anno dell’avvenimento, il quale, secondo la serie dei fatti narrati -dallo stesso cronista, tornerebbe al 1087, ovvero ai primi mesi del 1088. -Gli Arabi pongono la resa di Castrogiovanni nel 484, tre anni dopo quella -di Girgenti (1088-89) e le fanno cedere entrambe agli orrori della fame: -Ibn-el-Athir, Abulfeda, Nowairi e Ibn-Abi-Dinar, nella <i>Bibl. Arabo-Sicula</i>, -testo, p. 278, 414, 448, 534. -</p> - -<p> -A Sciacca si crede, o almeno si credeva un tempo di possedere proprio -il fonte battesimale nel quale fu reso cristiano il degenere nipote d’Alì. Si -vegga una Memoria di Vincenzo Venuti, con corredo di diplomi che puzzano -di falso, negli <i>Opuscoli di Autori siciliani</i>, Tom. VII, pag. 16. (Palermo, 1762).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note385"> -<p><span class="label"><a href="#tag385">385</a>. </span>Malaterra lib. IV, cap. XII, XIII, XV; Anonimo presso Caruso, <i>Bibl. -Sicula</i>, p. 855; Fra Corrado, op. cit., p. 48. Per la venuta di Urbano II in Sicilia -e l’assedio di Butera, seguo la cronologia del Pagi, Annali di Baronio, -1089, § IX. Gli annalisti Musulmani, citati di sopra, differiscono dai cristiani; -tacendo di Noto e Butera e ponendo ultima città occupata Castrogiovanni, -ma concordano nel designare il 484 (22 febbraio 1091 a 11 febbrajo 1092) -come l’anno in cui fu compiuto il conquisto normanno.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note386"> -<p><span class="label"><a href="#tag386">386</a>. </span><i>Resacrambam</i>, Malaterra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note387"> -<p><span class="label"><a href="#tag387">387</a>. </span>Malaterra, lib. IV, cap. XVI. Il tempo che durò la guerra di conquisto -è confermato da Edrisi, il quale lo dice appunto trent’anni, contando -dal 453 (26 genn. 1061 a 14 genn. 1062). Testo nella <i>Biblioteca -Arabo-Sicula</i>, pag. 26.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note388"> -<p><span class="label"><a href="#tag388">388</a>. </span>Di questo sito han trattato Fazello, Deca 1, lib. 4, cap. I; Amico, -<i>Dizionario topografico</i>, traduzione italiana, tom. II, Appendice, alla voce -Pantalica; Massa, <i>Sicilia in prospettiva</i>, tom. II, pag. 126; Ferrara, <i>Guida -di Sicilia</i>, pag. 151; Bourquelot, <i>Voyage en Sicile</i>, Paris, 1848, pag. 491 segg. -</p> - -<p> -L’importanza di Pantalica nel 1093 si scorge dal diploma trascritto dal -Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 618, dove il nome è scritto Pantegra, mentre si -legge Pantargo in altro diploma del 1151, op. cit. p. 993; e l’Edrisi, testo, -nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, pag. 56, 57 lo dà Bentarga. Ei chiama l’Anapo -<i>Nahr-Bentargha</i>, ossia fiume di Pantalica.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note389"> -<p><span class="label"><a href="#tag389">389</a>. </span>Malaterra, lib. IV, cap. XVIII; Cf. <i>Anonymi Chronicon Siculum</i>, -presso il Caruso, pag. 856 e nella traduzione francese, p. 312. Ancorchè il -testo del Malaterra porti questi fatti nel 1092, mi è parso di seguire più tosto -la data notata dal Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. XI e 612, secondo una inscrizione -sepolcrale oggi, a quanto e’ pare, perduta.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note390"> -<p><span class="label"><a href="#tag390">390</a>. </span>Oltre che questo risulta chiaramente dai fatti, sel sapeano ben Ruggiero -e i suoi contemporanei. «Comes ergo totius progeniei suæ sustentator, -citra Romam versus Siciliam, sicuti maria ab undique cingunt, abundantia -rerum et industria callentis, sapientis consilii præcellebat; unde et -omnes sua negotia ad ipsum conferebant.» Malaterra lib. IV, cap. XXVI -Cf. cap. XVII, XX ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note391"> -<p><span class="label"><a href="#tag391">391</a>. </span>Lib. III, cap. XLI.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note392"> -<p><span class="label"><a href="#tag392">392</a>. </span>Così espressamente nel lib. IV, cap. XXIV, trattando di quella ch’ei -chiama ribellione d’Amalfi, del 1096.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note393"> -<p><span class="label"><a href="#tag393">393</a>. </span>Si veggano i cap. I e V del presente libro, pag. 31, 37 segg. e 141 -del volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note394"> -<p><span class="label"><a href="#tag394">394</a>. </span>«Maxime quia Apuli, expeditionibus aliquo annorum curriculo desueti, -corpus nullis plagis et diutinis laboribus fatigando, quin recreando -sibi potius indulgere, quam expeditionibus iterum assuescendo, insudare -nitebantur.» Malaterra lib. IV, cap. XXVI.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note395"> -<p><span class="label"><a href="#tag395">395</a>. </span>Malaterra, lib. III, cap. XLI.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note396"> -<p><span class="label"><a href="#tag396">396</a>. </span>Malaterra, lib. IV, cap. XXIV.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note397"> -<p><span class="label"><a href="#tag397">397</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">«Simon fonte, pictus fronte inunctione chrismatis,</p> -<p class="i02"> Heredatur: solidatur Dux futurus Siculus:</p> -<p class="i02"> Calabrenses suos enses sibi optant adjici:</p> -<p class="i02"> Pater totum implet votum: Dux concessit fieri.»</p> -<p class="i10"> Malaterra, lib. IV, cap. XIX.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note398"> -<p><span class="label"><a href="#tag398">398</a>. </span>Malaterra, lib. III, cap. XLI. Sul primo partaggio si vegga il cap. I -del presente libro, pag. 51 del volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note399"> -<p><span class="label"><a href="#tag399">399</a>. </span>Malaterra, lib. IV, cap. IX segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note400"> -<p><span class="label"><a href="#tag400">400</a>. </span>Si vegga il capitolo VI, pag. 156, dove si dice delle soldatesche capitanate -da Elia Cartomi, le quali sembrano di certo musulmane.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note401"> -<p><span class="label"><a href="#tag401">401</a>. </span>Malaterra, lib. IV, cap. XVII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note402"> -<p><span class="label"><a href="#tag402">402</a>. </span>Malaterra, lib. IV, cap. XXII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note403"> -<p><span class="label"><a href="#tag403">403</a>. </span>Si veggano i cap. IV e VI del presente libro, pag. 107, 176 del volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note404"> -<p><span class="label"><a href="#tag404">404</a>. </span>Lupo Protospatario, anno 1096; <i>Annales Cavenses</i>, sotto lo stesso -anno, presso Pertz, <i>Scriptores</i>, tom. III, pag. 190; Pietro Diacono, lib. IV, -cap. XII; Romualdo Salernitano anno 1096. Alcuni compilatori hanno notato -che, se i Musulmani fossero stati 20,000, si sarebbe continuato -l’assedio. All’incontro è da considerare che il Conte e gli altri capitani -cristiani non amavan di certo a rimanere in balìa de’ Musulmani, appunto -in quella spaventevole eruzione di passioni religiose.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note405"> -<p><span class="label"><a href="#tag405">405</a>. </span>Malaterra, lib. IV, cap. XXIV. Si confronti Guiberto Abate, <i>Historia -Hierosolim.,</i> lib. III, cap. I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note406"> -<p><span class="label"><a href="#tag406">406</a>. </span>Mi par che il Malaterra, col suo <i>tentoria bitumine palliata</i>, alluda -soltanto al colore; siccome in un altro luogo (lib. III, cap. XIX), descrivendo -la costruzione della Chiesa di Traina, ei dice: <i>Parietes depinguntur -diverso bitumine</i>. Pure potrebbe significar tende di tele incatramate, -poichè la voce <i>bitumen</i> si adoperava nella bassa latinità per designare ogni -sorta di materia resinosa. Veggasi Ducange alla voce <i>bituminare</i>. Quanto -al verbo <i>palliare</i>, credo che qui sia usato nel senso di colorare, non di -addogare, dipingere a forma di pali, o strisce.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note407"> -<p><span class="label"><a href="#tag407">407</a>. </span>Malaterra, lib. IV, cap. XXVI a XXVIII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note408"> -<p><span class="label"><a href="#tag408">408</a>. </span>Vita di San Brunone, negli <i>Acta Sanctorum</i>, ottobre, tomo III, -pag. 662 segg., 719 segg. e il diploma del conte Ruggiero, dato il 1098; su -l’autenticità del quale ho molti dubbii, non ostante i lunghissimi comenti -degli eruditi editori. Cotesto diploma e parecchi altri relativi al Monastero -di San Brunone si leggono ne’ <i>Regii Neapolitani Archivii Monumenta</i>, vol. V, -n<sup>i</sup> 450, 466, 477, segg. 494, segg. 510; pag. 129, 171, 203, 204, 205, 208, -245, 246, 249, 278.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note409"> -<p><span class="label"><a href="#tag409">409</a>. </span>«Et sumptis ab Anselmo corporalibus cibis, gratiosi revertebantur.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note410"> -<p><span class="label"><a href="#tag410">410</a>. </span>Eadmeri, <i>Vita S. Anselmi</i>, estratto, presso Caruso, <i>Bibliotheca Sicula</i>, -pag. 974, 975.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note411"> -<p><span class="label"><a href="#tag411">411</a>. </span>«E (i Franchi) infestarono qua e là l’Affrica (propria) occupandone -qualche luogo, che poi perdettero.» Mi par che queste parole accennino -chiaramente ai fatti di Bona e Mehdia da noi testè raccontati (cap. I e VI, -pag. 13 e 168, del presente volume) e forse ad altri che ignoriamo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note412"> -<p><span class="label"><a href="#tag412">412</a>. </span>Letteralmente sarebbe in latino: <i>Femure sublato, pepedit crepito -magno.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note413"> -<p><span class="label"><a href="#tag413">413</a>. </span>Ibn-el-Athîri <i>Chronicon</i>, testo, anno 491 (1097-8), ediz. Tornberg, -tomo X, pag. 185 segg. e nella mia <i>Biblioteca Arabo Sicula</i>, testo, pag. 278, -279. È da notare che lo stesso nome di Barduil (Baldovino) è dato dagli -annali musulmani all’imperatore Ottone II (Veggasi il nostro lib. IV, -cap. VII, pag. 328 del secondo volume). Sembrerebbe che, sotto uno dei -primi Baldovini di Gerusalemme, fosse passata dai Cristiani a’ Musulmani -qualche falsa tradizione su l’impero de’ Franchi, pervenuto in linea retta -da Carlomagno alla casa di Bouillon.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note414"> -<p><span class="label"><a href="#tag414">414</a>. </span>Si vegga il Capitolo precedente, pag. 168 di questo volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note415"> -<p><span class="label"><a href="#tag415">415</a>. </span>Si noti che il Conte, conducendo i suoi Saraceni all’assedio di Capua, -era corso fino a Benevento, alla quale città avea messa una taglia. Malaterra, -lib. IV, cap. XXVI.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note416"> -<p><span class="label"><a href="#tag416">416</a>. </span>Si vegga il Capitolo precedente, pag. 176.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note417"> -<p><span class="label"><a href="#tag417">417</a>. </span>Ruggiero assediava Butera, come si è notato al luogo citato, nell’aprile -del 1089. Il papa venne a trovarlo nella stessa primavera o nella state; e poi -nel settembre fu celebrato il Concilio di Melfi, dove si proclamò la tregua -di Dio, e il duca Ruggiero ebbe l’investitura dal papa.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note418"> -<p><span class="label"><a href="#tag418">418</a>. </span>Malaterra, lib. IV, cap. XXIII, il quale dice del vescovo di Traina: -<i>nam Italus erat et illorum partium gnarus</i>. Questa espressa testimonianza -porta a correggere i luoghi di Pirro del Fazello e di tutti i compilatori, che -credono fatto vescovo di Traina, e poi di Messina, Roberto di Grantemesnil -fratello della prima moglie di Ruggiero, ch’era abate di Sant’Eufemia in -Calabria fin dal 1062.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note419"> -<p><span class="label"><a href="#tag419">419</a>. </span>Pandolfo Pisano presso Muratori <i>Rerum Italic. Script.</i>, tom. III. -parte I, p. 353.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note420"> -<p><span class="label"><a href="#tag420">420</a>. </span>Malaterra, lib. IV, cap. XXVII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note421"> -<p><span class="label"><a href="#tag421">421</a>. </span>Op. cit., lib. IV, cap. XXIX.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note422"> -<p><span class="label"><a href="#tag422">422</a>. </span>Lupo Protospatario e Romualdo Salernitano, entrambi sotto l’anno -1101. Il giorno è determinato dal registro mortuario cassinese, presso Caruso, -<i>Biblioth. Sicula</i>, pag. 523. Lasciando da canto gli altri scrittori Arabi -che vagamente dicono morto Ruggiero avanti il 494, ci basti ricordare Edrisi -e Ibn-Khaldûn, i quali pongono la morte del conte precisamente in quell’anno, -cioè dal 6 novembre 1100 al 26 ottobre 1101. Si veggano i due testi -nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, pag. 26, 485 e 498, e la versione del secondo -per M. de Vergers, pag. 183.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note423"> -<p><span class="label"><a href="#tag423">423</a>. </span>Malaterra, lib. IV, cap. XXV.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note424"> -<p><span class="label"><a href="#tag424">424</a>. </span>Si vegga qui innanzi, pag. 192.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note425"> -<p><span class="label"><a href="#tag425">425</a>. </span>Malaterra, lib. III, cap. XXII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note426"> -<p><span class="label"><a href="#tag426">426</a>. </span>Id., lib. IV, cap. VIII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note427"> -<p><span class="label"><a href="#tag427">427</a>. </span>Id., lib. IV, cap. XIV, Cf. <i>Anon. Chron. Sic.</i>, presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, -pag. 856, e nella traduzione francese, p. 312. Su la figliuolanza del Conte -Ruggiero, si vegga il Pirro, <i>Chronologia Regum Siciliæ</i>, pag. X segg., e Ducange, -<i>Familles Normandes</i>, in Appendice ad Amato, pag. 354 segg. Il Pirro -nel detto capitolo, pag. XI, novera anco tra i figliuoli del conte Ruggiero un -Malgerio, il cui nome si cava da’ Diplomi della sua raccolta ed anco è soscritto -in altri dell’Archivio di Napoli, due de’ quali dati il 1094 uno il 1098, -uno il 1102 ed uno il 1096 pubblicati nel <i>Regii Neapolitani Archivii Monumenta</i>, -vol. V, pag. 205, 208, 249, 278 e vol. VI, pag. 164. Il diploma -del 1098 è stato pubblicato anco dai Bollandisti (Vita di San Brunone, ottobre, -tomo III, pag. 662 segg.). Credo illegittimo questo Malgerio, perchè il -Malaterra tace di lui, non essendo sforzalo dagli avvenimenti a nominarlo, -e non pensandosi, forse, a lui in corte quando si trattava della successione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note428"> -<p><span class="label"><a href="#tag428">428</a>. </span>Malaterra, lib. IV, cap. XIX.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note429"> -<p><span class="label"><a href="#tag429">429</a>. </span>Sapendosi con esattezza il giorno della morte dei re Ruggiero a dì -26 febbrajo 1154 e ch’egli avesse allora 58 anni, 2 mesi e 5 giorni, la sua nascita -torna al 22 dicembre 1093. Su questa data si sono fatte molte controversie -da chi voleva a forza far nascere il bambino dopo l’assedio di Capua, -per le parole del Malaterra: <i>ibi se impregnavit Comitissa Adelasia de -comite Rogerio</i>. Ma non si è riflettuto che questo Ruggiero è appunto il padre! -I Bollandisti non avean dunque bisogno di supporre un’interpolazione del -testo di Malaterra, per provar seguìto l’assedio di Capua il 1098, come il -fanno nella vita di San Brunone, tom. III di ottobre, pag. 655 segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note430"> -<p><span class="label"><a href="#tag430">430</a>. </span>Malaterra, lib. IV, cap. XIV.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note431"> -<p><span class="label"><a href="#tag431">431</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Marchionis, Militonis,</p> -<p class="i01">Bonifacii itali,</p> -<p class="i01">Neptis ornat, quod exornat</p> -<p class="i01">Uxor Adelasia</p> -<p class="i01">Brutiorum Siculorum</p> -<p class="i01">Comitem Rogerium etc.</p> -</div></div> - -<p> -Questi versi latini di metro italiano, attribuiti a Maraldo, monaco di Calabria -contemporaneo del primo conte Ruggiero, celebrano la nascita del costui -figliuolo per nome anco Ruggiero e il battesimo datogli da San Brunone. -Li pubblicò per lo primo il Bulini, nel Prospetto della Storia de’ Certosini, -come ritraggo dagli <i>Acta Santorum</i>, mese d’ottobre, vol. III, pag. 656 segg. -dove i dotti editori li ristamparono a proposito di San Brunone. Ma l’appellazione -classica di Bruzii data a’ Calabresi odora di erudizione troppo -più moderna. Inoltre i primi quattro versetti sembrano copiati dalla prosa -del Malaterra che dinanzi citammo. Perciò non mi fido troppo all’attestato -di frate Maraldo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note432"> -<p><span class="label"><a href="#tag432">432</a>. </span><i>Anonymi hist. sicula</i>, presso Caruso, <i>Bibl. Sicula</i>, pag. 856, e nella -traduzione francese, pag. 312.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note433"> -<p><span class="label"><a href="#tag433">433</a>. </span><i>Historia Ecclesiastica</i>, lib. XIII, presso Duchesne, <i>Histor. Norman. -Scrip.</i>, pag 897.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note434"> -<p><span class="label"><a href="#tag434">434</a>. </span>Pirro, <i>Chronologia Regum Siciliæ</i>, pag. XII e XIII; Muratori <i>Annali -d’Italia</i>, an. 1090.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note435"> -<p><span class="label"><a href="#tag435">435</a>. </span>Fin anco gli Autori dell’<i>Art de verifier les Dates</i> (ediz. del 1777 -vol. III, pag. 630), e il diligentissimo Saint-Marc (<i>Abregé de l’Histoire -d’Italie</i>, tom. II, pag. 1039) danno un Bonifazio I, Marchese di Monferrato -dal 1060 al 1100.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note436"> -<p><span class="label"><a href="#tag436">436</a>. </span><i>Osservazioni critiche sopra alcuni particolari delle Storie del Piemonte -e della Liguria</i>, tra le <i>Memorie della Reale Accademia delle Scienze -di Torino</i>, Serie seconda, tomi XIII, XIV, XV.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note437"> -<p><span class="label"><a href="#tag437">437</a>. </span>De’ Simoni, negli <i>Atti della Società ligure di Storia Patria</i>, vol. I, -pag. 141, 142, 647, 648; e il medesimo, <i>Lettera a M. Amari</i>, nella <i>Nuova -Antologia</i>, vol. III, pag. 193 segg. Firenze, settembre 1866.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note438"> -<p><span class="label"><a href="#tag438">438</a>. </span>Si veggano più precisamente i confini, nella <i>Nuova Antologia</i>, l. c.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note439"> -<p><span class="label"><a href="#tag439">439</a>. </span>Breve di Gregorio VII, del 3 novembre 1079, da Labbe, <i>Concilia</i>, -presso San Quintino, op. cit. <i>Memorie dell’Accademia di Torino</i>, tom. XIII, p. 53.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note440"> -<p><span class="label"><a href="#tag440">440</a>. </span><i>Introduzione</i>, pag. <span class="smcap lowercase">X</span> a <span class="smcap lowercase">XIII</span>. Tra gli altri errori familiari all’impostore -maltese replicati in questa pergamena, è la lettera <i>aín</i> aggiunta nel -nome di Messina. Ecco intanto la storia del diploma. -</p> - -<p> -L’Archivio di Napoli comperò questa ed altre pergamene da privati -nel 1844, com’io ritraggo dall’erudito signor Giuseppe Del Giudice. Il professore -Lettieri che sapea benino la grammatica arabica ma non avea -tanta pratica della lingua e molto meno della paleografia, credè tener -nelle mani un gioiello; onde, tutto lieto, lo presentò al Congresso, come -si scorge dagli <i>Atti della settima adunanza degli Scienziati italiani</i>, Napoli, -1846, pag. 641. Quivi si legge che l’accademico signor De Ritis mise -in forse l’autenticità del Diploma e che disputatone un poco, si passò -ad altri argomenti e sollazzi. Il Congresso non s’era adunato di certo per -giudicare cartapecore arabiche, nè trattar di cose letterarie. Mi sia lecito -aggiugnere che, vivendo io allora in Parigi, informato della scoperta, dichiarai -<i>a priori</i> falso cotesto documento; e che dopo il 1849, procacciatomi -per favore del dottissimo Duca di Laynes, il <i>fac-simile</i>, che n’era stato -inciso in rame, mi confermai nel giudizio e confermollo anco il mio maestro -M. Reinaud. Morto intanto il Lettieri mentr’egli si apparecchiava a -pubblicare la traduzione e il comento, rimasene il manoscritto ai suoi eredi; -ma il diploma fu messo in mostra con una bella cornice nella sala dell’Archivio -di Napoli, il cui Direttore, principe di Belmonte, nell’opera intitolata -<i>Legislazione positiva degli Archivii del Regno</i>, Napoli, 1855, pag. 86, lo -noverava tra “i più curiosi dell’Archivio” quantunque avvertisse “bisogna -andar cauti e vedere se sia autentico.” Il fatto è che la cornice e il -diploma sono rimasti per tanti anni e rimangono forse anch’oggi, esposti -all’ammirazione del colto pubblico.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note441"> -<p><span class="label"><a href="#tag441">441</a>. </span>Si vegga l’<i>Introduzione</i>, nel volume I della presente opera, -pag. <span class="smcap lowercase">XXXIII, XXXIV</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note442"> -<p><span class="label"><a href="#tag442">442</a>. </span>Su i diplomi di Sicilia venuti in luce innanzi il XIX secolo, si vegga -il Gregorio, <i>Introduzione al Diritto pubblico siciliano</i>, pag. 33 segg.; 87 segg. -della prima edizione, e in varii luoghi delle <i>Considerazioni</i>. Anco il Gregorio -diffidò delle versioni de’ diplomi greci, come si scorge dalle Considerazioni, -lib. I, cap. vj, nota 12.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note443"> -<p><span class="label"><a href="#tag443">443</a>. </span>Si rinvengono, insieme con documenti d’altro idioma, nelle seguenti -opere: -</p> - -<p> -Morso (Salvatore), <i>Palermo antico</i>, 2ª ediz. Palermo, 1827, in-8. -</p> - -<p> -Buscemi (Niccolò), nella <i>Biblioteca Sacra per la Sicilia</i>, ossia <i>Giornale -Lett. Scient. Ecclesiastico</i>, Tom. I, II. Palermo, 1832, 1834. -</p> - -<p> -Martorana (Carmelo), <i>Risposta</i> al Buscemi, nel <i>Giornale di Scienze e -Lettere per la Sicilia</i>, Palermo, 1834, in-8. -</p> - -<p> -Garofalo (Luigi), <i>Tabularium Capellæ Collegiata in r. panormitano -palatio</i>, Panormi, 1835, in foglio. -</p> - -<p> -Mortillaro (Vincenzo), <i>Catalogo de’ Diplomi.... della Cattedrale di Palermo</i>. -Palermo, 1842, in-8. -</p> - -<p> -» <i>Elenco cronologico delle antiche pergamene della Magione</i> Palermo, -1859, in-4. -</p> - -<p> -» <i>Opere</i>, tomo IV. Palermo, 1848.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note444"> -<p><span class="label"><a href="#tag444">444</a>. </span>Spata (Giuseppe), <i>Le Pergamene greche esistenti nel grande Archivio -di Palermo, tradotte ed illustrate</i>, Palermo, 1861, in-8 (uscito il 1865). -</p> - -<p> -» <i>Sul cimelio diplomatico del Duomo di Monreale</i>, Palermo, 1865, -in-12.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note445"> -<p><span class="label"><a href="#tag445">445</a>. </span>Avverto che per brevità saranno da me citati senz’altra qualificazione -che di inediti, tutti i diplomi arabici di Sicilia de’ quali mi ha cortesemente -mandate copie il Prof. Cusa.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note446"> -<p><span class="label"><a href="#tag446">446</a>. </span>Trinchera, <i>Syllabus membranarum</i>, etc. Napoli, 1865, in-4.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note447"> -<p><span class="label"><a href="#tag447">447</a>. </span>Ve n’ha alquanti nelle collezioni poc’anzi citate, a pag 203, nota 2. -</p> - -<p> -Inoltre si vegga il Di Chiara, <i>Opuscoli editi, inediti e rari sul Diritto -pubblico eccl. della Sicilia</i>, Palermo, 1855, in-8.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note448"> -<p><span class="label"><a href="#tag448">448</a>. </span>Si vegga i nostri libri III, cap. xj, e IV, cap. xj, pag. 216, 217, 396 a -399 e 414 del vol. II.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note449"> -<p><span class="label"><a href="#tag449">449</a>. </span>Malaterra, lib. IV, cap. xviij, xx, xxix.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note450"> -<p><span class="label"><a href="#tag450">450</a>. </span><i>L’Ystoire de li Normant</i>, lib. V, cap. xij, xxj, xxv; lib. VI, cap. xix. -Si noti anco il titolo di <i>Cristianissimo</i> ch’ei dà a Roberto Guiscardo, -nel lib. V, cap. xxv.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note451"> -<p><span class="label"><a href="#tag451">451</a>. </span>Forma siciliana della voce <i>appetito</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note452"> -<p><span class="label"><a href="#tag452">452</a>. </span>Non è da confondere questo vocabolo col derivativo dalla terra di -Giudica (Judica) che alcuni scrissero Zotica.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note453"> -<p><span class="label"><a href="#tag453">453</a>. </span>Corre il cane. Sicil.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note454"> -<p><span class="label"><a href="#tag454">454</a>. </span>Si veggano i diplomi citati qui appresso a pag. 208 per San Marco, -Rametta, Librizzi, San Filippo di Fragalà.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note455"> -<p><span class="label"><a href="#tag455">455</a>. </span>Presso Caruso, <i>Bibl. Sicula</i>, pag. 475.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note456"> -<p><span class="label"><a href="#tag456">456</a>. </span>Lib. IV, cap. xj, a pag. 399 del secondo volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note457"> -<p><span class="label"><a href="#tag457">457</a>. </span>Così gli ignoti autori della <i>Breve istoria della liberatione di Messina</i>, -di cui abbiamo già detto nel lib. V, cap. II, pag. 56 di questo volume; -il Fazzello con la sua fola de’ prigioni che aprirono la porta di Palermo, e -tutti quanti. Il Martorana, <i>Notizie, ec.</i>, lib II, cap. ij, pag. 43, accortosi di cotesto -errore, corse ad un altro, supponendo spento il Cristianesimo in Sicilia: -del che abbiamo trattato nel libro IV, cap. xj, pag. 414 del vol. II.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note458"> -<p><span class="label"><a href="#tag458">458</a>. </span><i>Considerazioni</i>, vol. I, Prefazione, pag. xx segg. lib. I, cap. ij, -pag. 43-44.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note459"> -<p><span class="label"><a href="#tag459">459</a>. </span>Non occorre citare le molte carte greche di <span class="smcap">Messina</span>, nè le poche -che si conoscono di <span class="smcap">Traina</span>, quando abbiamo tante testimonianze dirette -su quelle popolazioni. Ne fan fede per le altre i diplomi seguenti: -</p> - -<p> -<span class="smcap">Rametta</span>, 1096, traduzione dal greco, presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>, -tomo I, pag. xxvj delle note; ch’è sentenza con giudici e testimonii -greci e alcuno forse latino: Giovanni Melo, Pietro Ricato, Niccolò Tisita, ec. -</p> - -<p> -<span class="smcap">San Marco</span>, 1110, testo greco, edito dal Buscemi nella <i>Biblioteca -Sacra</i>, Palermo, 1832, vol. I, pag. 375 segg. donazione al Monastero di -San Barbaro. La traduzione latina, con la data del 1097, fu pubblicata dal -Martorana, nella sua <i>Risposta</i> al Buscemi, pag. 48, estratto dal <i>Giornale di -Scienze e Lettere per la Sicilia</i> del 1831. Cf. Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 215. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Librizzi</span>, 1117, traduzione dal greco, presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>, -lib. I, pag. lvj, lvij delle note, con nomi di frati, di Lipari e di Patti, alcuno -dei quali francese e un Filippo arabo, monaco. V’ha dei nomi di notabili del -paese, manifestamente greci e alcuno italico: come Niccolò di Filippo, Niceta -Gallo, Niccolò Gala, Filippo Manca, Giovanni Gaitane, Andrea Police. -</p> - -<p> -Monastero di San Filippo di Fragalà presso il Comune di <span class="smcap">Mirto</span>, -molti diplomi greci dati dal 1090 al 1145, pei quali furono donati a questo -celebre monastero greco di Sicilia de’ villani, tra i cui nomi patronimici notansi; -<i>Bruno</i>, <i>Corte</i>, <i>Niccolò Faber</i>, <i>Claudus Stephanus</i>, <i>Galatano de Flavanu</i>, -Teodoro <i>Accomodato</i>, ec. presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 1027, 102; -ignorandosi pure se que’ vocaboli di Faber e Claudus fossero stati tradotti -dal greco o si trovassero trascritti nel testo. -</p> - -<p> -Ἀχάρων (<span class="smcap">Alcara li Fusi</span>?) 1118 (?) greco, pubblicato non felicemente -dal Buscemi, op. cit., pag. 365. Cf. Spata, op. cit., pag. 291. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Cefalù</span>, 1131, traduzione latina dal greco, presso il Pirro, op. cit., -pag. 799; e platea greco-arabica dei villani, citata poc’anzi a pag. 205. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Siracusa</span>, 1104, diploma latino, nel quale si fa espressa menzione -del clero greco e clero latino, presso Pirro, op. cit., pag. 619. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Aci</span> e <span class="smcap">Catania</span>, 1095, 1144, platee de’ villani arabo-greche, nell’Archivio -della Cattedrale di Catania. Si vegga inoltre per Catania la carta di -franchigia del 1168, presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. IV, -nota 21, nella quale si legge: <i>Latini, Græci, Judæi et Saraceni unusquisque -juxta suam legem judicetur</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note460"> -<p><span class="label"><a href="#tag460">460</a>. </span>Per esempio in <span class="smcap">Vicari</span>, 1098, diploma greco in favore d’un monastero, -al quale furono donati de’ villani di varii paesi, con nomi musulmani, -greci e fors’anco italici: Niccolò figlio di Vitale, Basilio, Sabato, Goffredo, -Ziero ec. Traduzione latina presso il Pirro, op. cit., pag. 295. Notinsi anco -i nomi greci tramezzati a italiani e francesi di Vicari e Cammarata nel -diploma del 1175, presso Gregorio, <i>De supputandis</i>, ec., pag. 55, ripubblicato -da Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 451 segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note461"> -<p><span class="label"><a href="#tag461">461</a>. </span>Ricordisi l’arcivescovo greco che trovarono i Normanni entrando -in Palermo. Quivi era nel 1138 un protopapa greco, secondo il diploma -pubblicato nel <i>Tabulario</i> della Cappella Palatina a pag. 8. La stessa -raccolta racchiude molte altre carte greche dal 1141 sino a tutto il secolo -XIII. Lo stesso attestano non poche iscrizioni bilingui e trilingui.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note462"> -<p><span class="label"><a href="#tag462">462</a>. </span>Di Giovanni, <i>Ebraismo in Sicilia</i>, passim; Gregorio, <i>Considerazioni</i>, -lib. I, cap. j, pag. 7, 15; Zunz, <i>Zur Geschichte und Literatur</i>, Berlino, -1845, vol. I, pag. 487. Ognun sa che nel viaggio, vero o finto, di -Beniamino da Tudela, compilato in ogni modo con ottime notizie verso -il 1170, sono annoverati 200 giudei in Messina e 1500 in Palermo: traduzione -inglese di Asher, Londra, 1840, pag. 159 segg. Si vegga intorno -questo viaggio il Lelewel, <i>Géographie du moyen-âge</i>, tomo IV, pag. 37 segg. -</p> - -<p> -Nella platea di Catania data del 1144, dopo gli schiavi, leggonsi i -nomi di 25 famiglie di Giudei. Ve n’era anco (1120?) in Siracusa.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note463"> -<p><span class="label"><a href="#tag463">463</a>. </span>Lib. III, cap. I, pag. 32 segg. del secondo volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note464"> -<p><span class="label"><a href="#tag464">464</a>. </span>Cap. citato, pag. 35 segg. dello stesso volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note465"> -<p><span class="label"><a href="#tag465">465</a>. </span>Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. j, pag. 5 segg. 10, 17. -</p> - -<p> -In Girgenti la popolazione musulmana vincea tanto di numero la cristiana, -che San Gerlando, il 1096, fece fabbricare un immenso castello a -rifugio de’ suoi frati, e che il vescovo Gualtiero, il 1141, edificò novelle fortificazioni; -usando per tre anni, come cava di pietre, i monumenti Agrigentini. -Ch’ei non riposi in pace! Cronichetta de’ Vescovi di Girgenti, presso -il Gregorio, op. cit., lib. I, cap. I, nota 14. -</p> - -<p> -Si ricordino anco le varie narrazioni d’Ibn-Giobaîr, <i>Journal Asiatique</i> -di dicembre 1845 e gennaio 1846, ed <i>Archivio Storico Italiano</i>, vol. IV, -Appendice, N. 16, dove si dice delle popolazioni musulmane di tutti i villaggi -tra Palermo e Trapani, della gelosia con che i Cristiani guardavano -la ròcca di Monte San Giuliano, ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note466"> -<p><span class="label"><a href="#tag466">466</a>. </span>Libro III, cap. I, pag. 32, segg. del 2º volume. I nomi etnici che -seguono son cavati dai diplomi e riscontrati col <i>Lobb-el-Lobâb</i>, con Ibn-Kaisarani, -Dsehebi, il <i>Merasid-el-Ittilâ</i> e le altre opere che citerò ne’ singoli -casi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note467"> -<p><span class="label"><a href="#tag467">467</a>. </span>La copia del diploma ha Zagari, che non torna a nome etnico noto. -Ritenendo la grande somiglianza della <i>r</i> col <i>w</i> nella scrittura affricana, -leggo <i>Zegawi</i>; su la qual voce si vegga De Slane, traduz. francese -d’Ibn-Khaldoun, <i>Berbères</i>, tomo IV, pag. 31.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note468"> -<p><span class="label"><a href="#tag468">468</a>. </span>Hamdi, o Giamadi; Halbasi, o Giolaisi, ec. dove mancano le vocali -e le trascrizioni greche. Altri non trovo affatto, come Arkhi, Baruki, Betresen -(<i>pitrusinu</i>? ossia prezzemolo) ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note469"> -<p><span class="label"><a href="#tag469">469</a>. </span>Inedita dell’Università di Palermo. Abu-Tâhir-Abd-er-Rahman-ibn-Abd-Allah-ibn-Zeidun-el-karawi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note470"> -<p><span class="label"><a href="#tag470">470</a>. </span>Righa è nome di tribù berbera e anco di luoghi in Affrica, De Slane, -op. cit., tom. I, pag. 294. Si avverta che le stesse lettere, mutativi i punti -diacritici, porterebbero <i>Reba’i</i>, che torna alla tribù arabica di Rebi’a, una -di quelle che occuparono l’Affrica nell’XI secolo, venendo dall’Egitto: -(De Slane, op. cit., tom. I, pag. 32); oppure a quella di Reb’a, ramo di -Azd. (Ibn-Kaisarani, <i>Homonyma</i>, Leyda, 1865, pag. 194.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note471"> -<p><span class="label"><a href="#tag471">471</a>. </span>Su questi ultimi tre nomi si vegga De Slane, op. cit., tomo I, -pag. 171, 282 e 285, e tomo III, 273, 279. Del resto, Verro potrebbe esser -nome latino.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note472"> -<p><span class="label"><a href="#tag472">472</a>. </span>Il testo arabico avrebbe Argiâknû, e la trascrizione greca dà -ερτζυκνου. Aragigun è isoletta alla foce della Muluia, secondo Edrisi, <i>Description -de l’Afrique et de l’Espagne</i>, Leyda, 1866, pag. 206 della traduzione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note473"> -<p><span class="label"><a href="#tag473">473</a>. </span>Mismar si chiamava la Penisola di Magnisi, tra Siracusa e Agosta. -La trascrizione greca di questo nome, che portavano due famiglie di villani -d’Aci, dà μεσίμερη. Se il copista greco avesse presa una <i>w</i> per una <i>r</i>, -sbaglio assai frequente nei manoscritti affricani, sarebbe questo il notissimo -casato de’ <i>Ma-es-samâ</i> «Acqua del Cielo.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note474"> -<p><span class="label"><a href="#tag474">474</a>. </span>Quantunque Edrisi scriva il nome di Vicari <i>Biku</i>, la voce Bekkara -potea rappresentare questa o altra terra di Sicilia. Si vegga il nostro -lib. II, cap. X, pag. 418 del primo volume, nota 3.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note475"> -<p><span class="label"><a href="#tag475">475</a>. </span>Questa iscrizione, edita dapprima nelle <i>Mines de l’Orient</i>, tomo I, -fu ripubblicata, sopra l’originale, da M. De Fresnel, nel <i>Journal Asiatique</i> -di dicembre 1847, con una buona traduzione inglese di Farâs Schidiâk. La -data è del 569 (1174), il nome della sepolta, Maimuna figlia di Hasan, figlio -di Alì Hodseilita. Se non che dopo questo nome, la versione portava «an -attendant <i>of Ibn-es-Soosee</i>.» Parendomi strana per più rispetti cotesta -qualificazione, io domandai da Parigi al mio compagno di esilio Francesco -Crispi, allora in Malta, un lucido di quelle parole e avutolo in dicembre -1853, non tardai a leggervi «soprannominato Ibn-es-Susi.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note476"> -<p><span class="label"><a href="#tag476">476</a>. </span>Si vegga il lib. V, cap. I, pag. 27, 28, 30, 34 di questo volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note477"> -<p><span class="label"><a href="#tag477">477</a>. </span>Lib. V, cap. V, pag. 140 di questo volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note478"> -<p><span class="label"><a href="#tag478">478</a>. </span>Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. I, note 25, 26 ec. È inutile -citare i diplomi antichi che contengono nomi francesi. Noterò in vece che -in uno del 1175, pubblicato dal Gregorio, <i>De supputandis</i>, ec., pag. 52 e segg., -indi da Spata, <i>Pergamene</i>, ec., pag. 451 segg., traduzione latina del XIII secolo -dall’arabico e dal greco, si leggono i nomi di Sir Bonom de Custasin, -Sir Ricalinus de Calatabutur ec. In un diploma arabico inedito della Chiesa -di Cefalù, serbato nell’Archivio di Palermo, si legge il nome di un Sir Gulielm, -banchiere o non so che in Cefalù. Par che i francesi, nobili o no, -nel XII secolo amassero in Sicilia di fregiarsi col titolo di <i>Sire</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note479"> -<p><span class="label"><a href="#tag479">479</a>. </span>Esaminati diligentemente i nomi di tutti i comuni attuali e de’ villaggi -abbandonati, che sono pur molti, i quali io già pubblicava nel 1859 -con la <i>Carte Comparée de la Sicile</i>, ne occorre pochi, di pochissima importanza -e origine dubbia: <i>Castelnormando</i> si chiamava nel XVII secolo, -al dire dell’Amico, <i>Dizionario topografico</i>, l’attuale Comune di Valledolmo, -ma non ve n’ha notizie anteriori; <i>Ciambra</i> un villaggio presso Monreale; -<i>Merhela Gulielm</i> (la stazione di Guglielmo) un luogo presso Monreale, -che parrebbe stazione di caccia d’uno dei re di quel nome. Tralascio -<i>Francavilla</i>, comune, e Monpileri villaggio distrutto su l’Etna, poichè Pila, -Piliere sono nella nostra favella, come nella francese. Metto anco da canto -i nomi composti con la voce <i>burg</i>,i quali possono riferirsi tanto al francese -quanto all’italiano e all’arabico.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note480"> -<p><span class="label"><a href="#tag480">480</a>. </span>Presso Caruso, <i>Bibl. Sicula</i>, pag. 477.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note481"> -<p><span class="label"><a href="#tag481">481</a>. </span>Falcando presso Caruso, <i>Bibl. Sicula</i>, pag. 466. Lo sciocco Arrigo -de’ principi di Navarra, fratello della Regina, era stigato da’ cortigiani a -prender la somma degli affari in luogo di Stefano de’ conti di Perche. E -schivando il peso superiore alle sue forze, allegava tra le altre cose: <i>francorum -se linguam ignorare, que maxime necessaria esset in</i> <span class="smcap lowercase">CURIA</span>. Si trattava -dunque, non del paese, ma della corte; dove il principe fanciullo, -bisnipote del conte Ruggiero, e discepolo di Pietro di Blois, parlava -com’e’ pare il francese; e i cortigiani italiani ed arabi si adattavano. Si -ricordi con ciò l’attestato di Ibn-Giobair, che lo stesso Guglielmo II parlasse -l’arabico. Infine è da notare che delle lingue usate nella corte poliglotta di -Palermo, la men difficile al Navarrese doveva esser quella della Francia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note482"> -<p><span class="label"><a href="#tag482">482</a>. </span><i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. I, nota 27.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note483"> -<p><span class="label"><a href="#tag483">483</a>. </span>Cap. cit., nota 28.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note484"> -<p><span class="label"><a href="#tag484">484</a>. </span><i>Strenuos bello milites Longobardos</i> (del Napoletano) <i>ac Transmontanos.... -sibi largitionibus alliciens</i>, dice il Falcando del ministro Majone, -presso Caruso, <i>Bibl. Sicula</i>, pag. 419. Poi ve n’ebbe degli Spagnuoli, -op. cit., pag. 439 e sempre de’ Musulmani.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note485"> -<p><span class="label"><a href="#tag485">485</a>. </span>In questo medesimo libro, cap. VII, pag. 191 del volume. -</p> - -<p> -Sappiamo da Pietro di Blois (<i>Epistolæ</i>, nº 66), che dopo la morte di -Guglielmo il Malo, l’Arcivescovo di Rouen mandò alla corte di Palermo -trentasette giovani francesi dotti o di nobil sangue. Si veggano le epistole -di San Tommaso di Canterbury e dell’abate di Cluni alla regina reggente -in Sicilia e al ministro di lei Riccardo Palmer, nel cui epitaffio mi pare -compendiata la biografia degli avventurieri di cui trattiamo: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Anglia me genuit, instruxit Gallia, fovit</i></p> -<p class="i01"><i>Trinacris.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note486"> -<p><span class="label"><a href="#tag486">486</a>. </span>Ibn-el-Athir, testo nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, pag. 278, Novairi -nella stessa opera, pag. 448, e presso Gregorio, <i>Rerum Arabicarum</i>, pag. 26.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note487"> -<p><span class="label"><a href="#tag487">487</a>. </span>Ugo Falcando presso Caruso, <i>Bibl. Sicula</i>, pag. 406-407.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note488"> -<p><span class="label"><a href="#tag488">488</a>. </span>Diploma del 1193, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 1288. La voce -<i>rua</i> o <i>ruga</i> di certo non prova l’origine francese della popolazione. Oltrechè -Messina era essenzialmente greca, leggiamo quella voce in un diploma -del Barbarossa, il quale prometteva ai Genovesi <i>rugam unam cum -ecclesia, balneo, fundico et furno</i> in ogni città che lo impero fosse per -acquistare nel regno di Sicilia. <i>Liber Jurium Reipub. Genuensis</i>, tomo I, -pag. 207, diploma del giugno 1162.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note489"> -<p><span class="label"><a href="#tag489">489</a>. </span><i>Ravellus magister Amalphitanorum Messane</i>, è soscritto in un diploma -greco del 6680 (1172), traduzione latina presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>, -lib. II, cap. II, nota 32.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note490"> -<p><span class="label"><a href="#tag490">490</a>. </span>Diploma arabico del Monastero di Monreale dato il 1182, e traduzione -latina presso Del Giudice, <i>Descrizione del Tempio.... di Morreale</i>, -pag. 12, in fine della divisa di Summini.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note491"> -<p><span class="label"><a href="#tag491">491</a>. </span>Michele da Piazza, presso Gregorio, <i>Biblioteca Aragonese</i>, tomo II, -pag. 77. La quale notizia si riferisce al XIV secolo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note492"> -<p><span class="label"><a href="#tag492">492</a>. </span></p> - -<table class="indice" summary=""> - <tr> - <td><i>Acquaviva</i> (Caltanissetta).</td> <td><i>Acquaviva</i> (Molise [due] Terra di Bari, Ascoli).</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Altavilla</i> (Palermo).</td> <td><i>Altavilla</i> (Principato Ulteriore, id. Citeriore, Alessandria, Monferrato).</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Bivona</i> (Girgenti).</td> <td><i>Bibbona</i> (Pisa).</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Vicari</i> (Palermo).</td> <td><i>Biccari</i> (Capitanata).</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Briga</i> [S. Stefano di] (Messina).</td> <td><i>Briga</i> (Novara, Cuneo).</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Brolo</i> (Messina).</td> <td><i>Brolpasino</i> (Cremona). Si ricordi anco <i>Broglio</i>.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Burgio</i> (Girgenti).</td> <td><i>Borgio</i> (Genova).</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Cammarata</i> (Girgenti).</td> <td><i>Camerata</i> (Bergamo, Ancona).</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Caronia</i> (Messina).</td> <td><i>Corona</i> (Bergamo).</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Castania</i> (Messina).</td> <td><i>Castana</i> (Pavia); <i>Castano</i> (Milano).</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Chiaramonte</i> (Siracusa).</td> <td><i>Chiaramonti</i> (Sassari); <i>Chiaromonte</i> (Basilicata).</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Cinisi</i> (Palermo).</td> <td><i>Cinisello</i> (Milano).</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Corleone</i>, anticamente Coriglione, (Palermo).</td> <td><i>Coreglia</i> (Lucca, Genova); <i>Corigliano</i> (Calabria, Otranto).</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Gagliano</i> (Catania).</td> <td><i>Gagliano</i> (Abruzzo, Otranto).</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Geraci</i> (Palermo).</td> <td><i>Gerace</i> (Calabria).</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Gravina</i> (Catania).</td> <td><i>Gravina</i> (Bari).</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Gualtieri</i> (Messina).</td> <td><i>Gualtieri</i> (Reggio d’Emilia).</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Mirabella</i> (Catania).</td> <td><i>Mirabella</i> (Principato); <i>Mirabello</i> (Cremona, Pavia, Alessandria, Monferrato, Milano, Molise).</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Motta</i> [due] (Messina, Catania).</td> <td><i>Motta</i> (Calabria Ulteriore 1ª e 2ª, Cremona, Novara [due], Capitanata, Pavia, Milano) [due].</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Novara</i> (Messina).</td> <td><i>Novara</i> (Novara) [Piemonte].</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Palazzolo</i> (Noto).</td> <td><i>Palazzolo</i> (Terra di Lavoro, Milano, Brescia, Novara); <i>Palazzuolo</i> (Firenze).</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Paternò</i> (Catania).</td> <td><i>Paterno</i> (Principato, Calabria, Ancona). <i>Paderna</i> (Alessandria). <i>Padernello</i> (Brescia). <i>Paderno</i> (Como, Cremona, Brescia, Milano). <i>Paterno</i>, villa e chiesa presso Firenze.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Pettineo</i> (Messina).</td> <td><i>Pettinengo</i> (Novara).</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Piazza</i> (Caltanissetta).</td> <td><i>Piazza</i> (Massa e Carrara, Bergamo, Como). <i>Piazzatorre</i> (Bergamo). <i>Piazzo</i> (Torino, Bergamo [due]). <i>Piazzolo</i> (Bergamo).</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Sala</i> [Paruta] (Trapani). <i>Sala</i> [di Partinico] (Palermo). <i>Sala</i>, antico casale presso Sciacca.</td> <td><i>Sala</i> (Como, Parma, Novara, Bologna, Alessandria [due], Como, Principato).</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Sambuca</i> (Girgenti).</td> <td><i>Sambuco</i> (Firenze, Cuneo). <i>Sambughetto</i> (Novara).</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Saponara</i> (Messina).</td> <td><i>Saponara</i> (Basilicata).</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Scaletta</i> (Messina).</td> <td><i>Scaletta</i> (Cuneo).</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Scopello</i> [Tonnara di].</td> <td><i>Scopello</i> e <i>Scopa</i> (Novara).</td> - </tr> -</table> -</div> - -<div class="footnote" id="note493"> -<p><span class="label"><a href="#tag493">493</a>. </span>Presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>. lib. I, cap. III, nota 46. Il -Francese è di <i>Limeuil</i>, nel Dipartimento della Dordogne (<i>Limoliensis</i>). Ho -detto bresciano un Herbertus Braosensis (<i>Bressensis</i>?).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note494"> -<p><span class="label"><a href="#tag494">494</a>. </span>Presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 771, 772. Tolceto era villa nel -territorio dell’attuale comune di Nè, in provincia di Genova, come si -vede dagli <i>Atti della Società Ligure di Storia patria</i>, vol. II, parte II, -pag. 769. V’ha anco tra’ testimonii un Roberto di Sardevalle (o Surdavalle -come si legge nel Malaterra, libro III, cap. XXX), il qual nome potrebbe -tornare a Sordivolo in provincia di Novara. Guglielmo de Surdavalle è soscritto -in un diploma del 1090, presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 248.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note495"> -<p><span class="label"><a href="#tag495">495</a>. </span>Presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 76.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note496"> -<p><span class="label"><a href="#tag496">496</a>. </span>Presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 266.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note497"> -<p><span class="label"><a href="#tag497">497</a>. </span>Presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. V, nota 3, pag. <span class="smcap lowercase">LI</span>, <span class="smcap lowercase">LII</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note498"> -<p><span class="label"><a href="#tag498">498</a>. </span>I diplomi siciliani e napoletani del XII secolo e le Costituzioni di -Federigo imperatore, provvedono severamente affinchè non solo i servi -della gleba e i villani, ma anco i borghesi, non si partano dalla terra del -signore.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note499"> -<p><span class="label"><a href="#tag499">499</a>. </span><i>Merûsid-el-Ittila’</i>, testo, all’articolo <i>Ankabord</i>. Ma Edrisi, <i>Géographie</i>, -trad, di Jaubert, vol. II, pag. 118, 120, 261, 262, ristringe i limiti dalla -parte di mezzogiorno; e Abulfeda conosce già le divisioni politiche dell’Italia, -<i>Géographie</i>, trad. di M. Reinaud, pag. 36, 37 ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note500"> -<p><span class="label"><a href="#tag500">500</a>. </span>Presso Muratori, <i>Rer. Ital. Script</i>., tom. IV, pag. 498.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note501"> -<p><span class="label"><a href="#tag501">501</a>. </span>Eustathii Metropolitae Thessalonicensis, <i>De Capta Tessalonica</i>, edizione -di Bonn, pag. 415. Eustazio scrive λαμῶαρδικοί e λογγιθάρδοι.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note502"> -<p><span class="label"><a href="#tag502">502</a>. </span>Pietro Diacono, presso Muratori, <i>Rerum, Italicarum Scriptores,</i> -tom. IV, 518. Si vegga poi Costantino Porfirogenito, <i>De Themathibus</i>, -p. 1462, e Muratori, <i>Annali d’Italia</i>, anno 1008.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note503"> -<p><span class="label"><a href="#tag503">503</a>. </span>Presso Caruso, <i>Bibl. Sic</i>., de’ primi a p. 419, 444, 450, e de’ secondi -a’ luoghi citati qui appresso. Si vegga anco Romualdo Salernitano, presso -Caruso, op. cit., pag. 868.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note504"> -<p><span class="label"><a href="#tag504">504</a>. </span>Presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. IV, nota 25. Il Gregorio -non porta la data; ma la non può essere posteriore al 1153.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note505"> -<p><span class="label"><a href="#tag505">505</a>. </span>Falcando e Romualdo Salernitano, presso Caruso, op. cit., pag. 440, -442, 443, 868.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note506"> -<p><span class="label"><a href="#tag506">506</a>. </span>Falcando, presso Caruso, op. cit., p. 448, 462, 480, 481.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note507"> -<p><span class="label"><a href="#tag507">507</a>. </span>Deca I, libro I, cap. VI, e libro X, cap. I e II, per Aidone; e per -San Fratello, Deca I, libro IX, cap. IV, dove si legge <i>et Longobardorum, ut -ex incolarum idiomate colligitur, oppidum</i>. E ciò conferma l’Amico, nel -<i>Dizionario topografico</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note508"> -<p><span class="label"><a href="#tag508">508</a>. </span>Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 582, 588.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note509"> -<p><span class="label"><a href="#tag509">509</a>. </span>Diploma dell’imperator Federigo, dato di Cremona il 20 febbraio 1248, -(<i>Historia Diplomatica Friderici II</i>, tom. VI, p. 695) dal quale si vede che -Corleone era stata conceduta molto innanzi a’ lombardi Oddone e Bonifacio -de Camerano, e Scopello anche prima di Corleone.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note510"> -<p><span class="label"><a href="#tag510">510</a>. </span>Questa opinione del dottissimo Tedoro Wüstenfeld, è sostenuta -dal fatto che il nome di <i>Scopello</i>, non arabico al certo nè greco, si trova -nella provincia di Novara in Piemonte e comparisce in Sicilia allo scorcio -dell’XI secolo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note511"> -<p><span class="label"><a href="#tag511">511</a>. </span>Ho citate le sorgenti nella mia <i>Storia del Vespro Siciliano</i>, cap. II, -edizione del 1866, vol. I. p. 18, 22.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note512"> -<p><span class="label"><a href="#tag512">512</a>. </span>Continuazione di Saba Malaspina, presso Gregorio, <i>Biblioteca Aragonese</i>, -tomo II, pag. 356.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note513"> -<p><span class="label"><a href="#tag513">513</a>. </span>Op. cit., p. 358.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note514"> -<p><span class="label"><a href="#tag514">514</a>. </span>Pag. 196 segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note515"> -<p><span class="label"><a href="#tag515">515</a>. </span>Veggasi il cap. VI di questo Libro, p. 156 del volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note516"> -<p><span class="label"><a href="#tag516">516</a>. </span>Si vegga l’albero genealogico pubblicato dal De’ Simoni, nella <i>Nuova -Antologia</i> di Firenze, settembre 1866. Un Oddone Bono, <i>marchese</i>, è segnato -tra’ testimoni nel citato diploma del 1095, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, -p. 76; e Bono, marchese, feudatario nelle vicinanze di Corleone, è -nominato nello stesso diploma. Probabilmente un Oddone de’ marchesi di -casa aleramica, soprannominato il Buono.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note517"> -<p><span class="label"><a href="#tag517">517</a>. </span>Si scorge da’ diplomi del 1094, 1114 e 1136, presso Pirro, <i>Sicilia -Sacra</i>, p. 75. 1177 e 1156, e del 1113, presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>, -libro I, cap. V, nota 20.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note518"> -<p><span class="label"><a href="#tag518">518</a>. </span>Alessandro Abate di Telese, Libro II e III, presso Caruso, <i>Bibl. -Sic.</i>, p. 266, 293.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note519"> -<p><span class="label"><a href="#tag519">519</a>. </span>Alessandro Abate di Telese, loc. cit. Falcando, presso Caruso, op. -cit., p. 413, 417, 418. Si vegga anche un diploma di questo conte Simone, -dato il 1147, nel quale sono testimonii due di Piazza, presso Lünig, <i>Cod. -Ital. Dipl</i>., tomo II, pag. 1639.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note520"> -<p><span class="label"><a href="#tag520">520</a>. </span>Pagina 223.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note521"> -<p><span class="label"><a href="#tag521">521</a>. </span>Bonifazio d’Incisa, cugino carnale di Arrigo e di Adelaide contessa -di Sicilia, come si scorge dall’albero aleramide pubblicato dal De’ Simoni, -<i>Nuova Antologia</i>, settembre 1866; e Arrigo d’Incisa nominato il 1186, -presso Moriondi, <i>Monumenta Aquensia</i>, vol. II, p. 348. Arrigo d’Incisa -combattente nella battaglia di Ponza, secondo Speciale citato da me nel <i>Vespro -Siciliano</i>, cap. XVIII, tomo II, p. 160 dell’edizione 1866. Giovanni ed -Aloisio d’Incisa, feudatarii al principio del XIV secolo, presso Gregorio, -<i>Biblioteca Aragonese</i>, tomo II, pag. 468; e Simone d’Incisa nominato in -documenti del 1309, 1317, 1319, nel Tabulario della Cappella Palatina -di Palermo, pag. 97, 103, 109, 113.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note522"> -<p><span class="label"><a href="#tag522">522</a>. </span>Un diploma del 1157, presso De Meo, <i>Annali del Regno di Napoli</i>, -sotto quell’anno, è dato da “<i>Albertus, Dei et Regis gratia Comes de Gravina, -filius et heres Bonifacii, marchionis</i>“. Debbo al dottissimo Teodoro -Wüstenfeld, lodato di sopra, questa ed altre citazioni fatte sugli Aleramidi -e molte altre che tralascio, come non necessarie al mio argomento.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note523"> -<p><span class="label"><a href="#tag523">523</a>. </span>Si confronti ciò ch’egli dice di Nicosia e di Aidone e San Fratello -ne’ luoghi citati di sopra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note524"> -<p><span class="label"><a href="#tag524">524</a>. </span>Catania 1857, in 8º. Si vegga la Prefazione, p. 47 e seg., e i canti -di San Fratello e Piazza, p. 332 seg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note525"> -<p><span class="label"><a href="#tag525">525</a>. </span>Lettera indirizzatami dal professore Angelo De Gubernatis, pubblicata -nel <i>Politecnico</i> di Milano, giugno 1867, pag. 609, segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note526"> -<p><span class="label"><a href="#tag526">526</a>. </span>Secondo i quadri delle entrate e spese de’ Comuni italiani nel 1858, -pubblicati il 1863 nella Rivista dei Comuni, Caltagirone possedea, tra fitti di -terre e canoni, con una popolazione di -</p> - -<table class="data" summary=""> - <tr> - <td> </td> <td class="num">24,417</td> <td>anime,</td> <td class="center">L.</td> <td class="num">313,558</td> - </tr> - <tr> - <td>Palermo</td> <td class="num">194,463</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td> <td class="num">236,215</td> - </tr> - <tr> - <td>Messina</td> <td class="num">103,324</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td> <td class="num">95,609</td> - </tr> - <tr> - <td>Catania</td> <td class="num">68,810</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td> <td class="num">38,523</td> - </tr> -</table> - -<p> -Notisi esser compresi in cotesti patrimonii i beni urbani, che sono molto -maggiori nelle grandi città che nelle piccole, e che non risalgono di certo -all’XI e XII secolo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note527"> -<p><span class="label"><a href="#tag527">527</a>. </span>Un diploma di Guglielmo I, dato il 1 maggio 1160, attesta che i -fedeli uomini di Calatagerun avessero comperate dal re Ruggiero e da -Guglielmo stesso, le terre dette di Fatanasino e di Iudica per 40,000 tarì -di Sicilia, Pergamena del Municipio di Caltagirone, della quale io ho una copia. -È citato anco ne’ ricordi municipali un diploma del 1 settembre 1143, -il quale, da quanto ne so, or è perduto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note528"> -<p><span class="label"><a href="#tag528">528</a>. </span>Secondo i quadri ch’io ho testè citati, vien dopo Caltagirone e Palermo, -la città di Mistretta, con una popolazione di 10,638, ed un patrimonio -territoriale di L. 102,926, e immediatamente dopo Messina, occorre -Nicosia, popolazione 14,731, e patrimonio L. 89,783.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note529"> -<p><span class="label"><a href="#tag529">529</a>. </span>Fazzello, Deca I, libro X, cap. 2; Amico, <i>Dizionario topografico -della Sicilia</i>, alla voce Caltagirone; Aprile, <i>Cronologia universale della Sicilia</i> -p. 64 seg., 91 seg. A rincalzare la tradizione, era citato un diploma -che non si ritrova, e una lapide del campanile di San Giorgio, che più non -esiste.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note530"> -<p><span class="label"><a href="#tag530">530</a>. </span>Si vegga il cap. VI di questo libro, p. 153 del volume, nota 1. Debbo -le notizie locali, le copie e fac-simile del diploma del 1160, e d’un altro -del 1201 e quella della <i>Cronica di Camopetro</i>, al signor avv. La Rosa di -Caltagirone, che mandolle nel 1847 in Parigi al barone Friddani, il quale -le avea richieste per me.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note531"> -<p><span class="label"><a href="#tag531">531</a>. </span>Testo, nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, p. 55, e presso Gregorio, <i>Rerum -Arabicarum</i>, p. 120. -</p> - -<p> -Una montagna che sta di faccia a Caltagirone a tre o quattro miglia, -si chiama tuttora <i>Cansaria</i> e l’è nominata Ganzaria, Chanzaria, e Cancheria, -ne’ diplomi dal XIII al XV secolo. Lo scambio di <i>Hisn</i> in <i>Kala’t</i> non -fa specie. La seconda parte del nome topografico, <i>gerun</i>, come la si legge -nel diploma del 1160, senza la declinazione latina, esclude com’e’ parmi -l’etimologia di <i>girone</i> o altro vocabolo nostrale, e porta piuttosto a credere -che i coloni italiani venuti a porsi presso la Kala’t-el-Khinzarla, abbiano -mantenuto il nome arabico di qualche antico castello, ritrovo de’ <i>ginn</i> (demonii) -mutando la <i>n</i> in <i>r</i>. Può darsi anco che gli Arabi a lor volta, avessero -trasformato in quel vocabolo qualche derivato di Gela, come Gelonum -(castrum). Gela sorgea, com’e’ pare, a poche miglia di distanza.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note532"> -<p><span class="label"><a href="#tag532">532</a>. </span>Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, p. 618 e 622, dove è stampato: <i>Ecclesias Calatageronis -et quae sunt in territorio ejusdem cum pertinentiis suis.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note533"> -<p><span class="label"><a href="#tag533">533</a>. </span>L’Inveges, nella <i>Carthago Sicula</i>, non ne dà notizie degne di fede.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note534"> -<p><span class="label"><a href="#tag534">534</a>. </span>Si veggano i diplomi del 1094 e 1095, citati poc’anzi a p. 221.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note535"> -<p><span class="label"><a href="#tag535">535</a>. </span>Si vegga la nota a p. 220.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note536"> -<p><span class="label"><a href="#tag536">536</a>. </span>Falcando, presso Caruso, <i>Bibl. Sicula</i>, p. 423 seg. infino a 442.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note537"> -<p><span class="label"><a href="#tag537">537</a>. </span>Falcando, op. cit., p. 415, dice de’ Baresi frequenti in Palermo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note538"> -<p><span class="label"><a href="#tag538">538</a>. </span><i>Considerazioni</i>, libro II, cap. vij, p. 165. Il professor Diego Orlando -nell’opera intitolata <i>Il Feudalismo in Sicilia</i>, Palermo, 1847, in-8, cap. XIV, -nota 43, pag. 282, ha dimostrato questo errore del Gregorio con alcune -delle autorità ch’io verrò citando.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note539"> -<p><span class="label"><a href="#tag539">539</a>. </span>Si veggano in questo stesso libro i cap. II, III, VI, p. 69, 74, 95, -100, 153, del presente volume, e soprattutto le narrazioni di Amato, citate -nel nostro, cap. IV, pag. 119, 120, 121, 129, 132.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note540"> -<p><span class="label"><a href="#tag540">540</a>. </span>Una legge attribuita a Guglielmo, Libro III, titolo xxxiv (<i>Historia -Diplomatica Friderici II</i>, tomo IV, p. 142), prescrive che gli schiavi -(<i>servos et ancillas</i>) fuggitivi fossero resi ai padroni loro o consegnati al -bajulo; e un’altra di Federigo, libro III, titolo xxxvj, p. 143, li chiama -<i>mancipia</i>, spiegando più particolarmente il detto provvedimento. Per una -legge delle <i>Assisae</i>, nello stesso volume, p. 227, è vietato tra le altre cose -che alcun giudeo o pagano (cioè musulmano), comperi <i>servum christianum</i>, -o lo tenga sotto qualsivoglia pretesto. Si veggano anche i <i>Fragmenta juris -siculi</i>, pubblicati dal Merkel, <i>Commentatio</i>, Halis, 1856, pag. 18, 20, 34.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note541"> -<p><span class="label"><a href="#tag541">541</a>. </span>Diploma inedito della Chiesa di Catania.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note542"> -<p><span class="label"><a href="#tag542">542</a>. </span>Il testo greco di questo diploma, serbato oggi nello Archivio regio -di Palermo, è stato pubblicato dal sig. Spata, <i>Pergamene</i>, p. 215 seg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note543"> -<p><span class="label"><a href="#tag543">543</a>. </span>Presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, p. 976 e 1008.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note544"> -<p><span class="label"><a href="#tag544">544</a>. </span>Diploma del 1114, presso Pirro, op. cit., p. 1004.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note545"> -<p><span class="label"><a href="#tag545">545</a>. </span><i>Regii Neapolitani Archivii Monumenta</i>, volume V, nº 497 e 510, -p. 249, 278, i quali si leggono anco nella vita di S. Brunone, Acta Sanctorum, -tomo III di ottobre, come abbiamo accennato nel cap. VII del presente -libro, p. 487, nota 2 di questo volume. -</p> - -<p> -Gli editori laici di Napoli non mettono in forse l’autenticità di cotesti -diplomi; gli ecclesiastici di Anversa la sostengono con gran calore; ed io -non avendo sotto gli occhi quelle scritture, non posso, così senz’altro esame, -dichiararle false. Pure ho gravi sospetti. Il fatto principale è un sogno miracoloso, -raccontato con troppi particolari; e lo scioglimento del nodo, una -larghissima donazione al monastero di San Brunone. Oltre a ciò il primo -di cotesti diplomi dà il titolo del conte Ruggiero con formole insolite, e -il secondo è dato di giugno, Xª indizione 1102, in Mileto “nella camera -dove giaceva infermo il conte,” quando si sa ch’egli era morto il 22 giugno -IX indizione 1101. Quella stessa qualità mista di <i>servi</i> e <i>villani</i>, della -quale non si conosce altro esempio, accresce i dubbii. -</p> - -<p> -In ogni modo, i diplomi se non falsi, sono di certo anomali, scritti da -cappellani del conte fuor dagli usi cancellereschi e non fanno grande autorità -in una quistione di Dritto pubblico.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note546"> -<p><span class="label"><a href="#tag546">546</a>. </span>Falcando, presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, pag. 458.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note547"> -<p><span class="label"><a href="#tag547">547</a>. </span>Diploma arabico, inedito e senza data, della Chiesa di Cefalù. Facendovisi -menzione dei <i>dinâr</i> di Abd-el-Mumen e dei <i>roba’i</i> ducali di Sicilia, -par che torni alla metà del XII secolo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note548"> -<p><span class="label"><a href="#tag548">548</a>. </span>Si vegga il cap. IV di questo libro, p. 107, del volume, intorno i -prigioni di Bugamo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note549"> -<p><span class="label"><a href="#tag549">549</a>. </span>Presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, p. 771.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note550"> -<p><span class="label"><a href="#tag550">550</a>. </span>Morso, <i>Palermo Antico</i>, documento nº VI, p. 344, diploma della -prima metà del XII secolo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note551"> -<p><span class="label"><a href="#tag551">551</a>. </span><i>Constitutiones Regni</i> ec., libro III, titolo ij, iij, p. 162, 163, e più -esplicitamente nelle <i>Assisae</i>, stesso volume, p. 232, <i>Rescriptum pro Clericis</i>. -Era vietato in generale ai vescovi di ordinare sacerdoti de’ <i>villani</i>, senza -permesso dei Signore; ma si spiegava così, che il divieto fosse assoluto -(tolto il caso di estremo bisogno) pei villani obbligati a servire, <i>intuitu -personæ, ut sunt adscriptitii et servi glebæ et alii hujusmodi</i>, ma che i vincolati -<i>respectu tenimentorum vel aliquorum beneficiorum</i>, poteano rinunziare -a que’ beni e farsi chierici.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note552"> -<p><span class="label"><a href="#tag552">552</a>. </span>Diplomi presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>: del 1091, p. 521, del 1093, -p. 695, del 1094, p. 771, del 1134, p. 976, oltre quelli citati di sopra e -moltissimi altri. In uno del 1083, a p. 1016, si legge <i>villicos</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note553"> -<p><span class="label"><a href="#tag553">553</a>. </span>Diplomi, ne’ <i>Regii Neapolitani Archivii Monumenta</i>, tomo V: del -1087, p. 117; del 1092, p. 140; del 1126, p. 521 ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note554"> -<p><span class="label"><a href="#tag554">554</a>. </span>Diplomi greci dell’archivio di Palermo, pubblicati dal sig. Spata, <i>Pergamene</i>, -ec.: del 1101, p. 192; del 1112, p. 234; del 1116, p. 242; del 1136, -p. 265; diploma del 1143, nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, -p. 14; e un altro arabo-greco del Monistero di Morreale, inedito, dato -il 1151. La stessa voce occorre in parecchi diplomi greci del Napoletano, -pubblicati dal Trinchera, <i>Syllabus</i>, ec. del 1130, a p. 139; del 1154, a p. 199, -del 1165, a p. 219, risguardanti alcuni monasteri di Calabria.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note555"> -<p><span class="label"><a href="#tag555">555</a>. </span>Diplomi arabi inediti del 1145 (Chiesa di Morreale); 1177? (Chiesa -della Magione in Palermo); 1178 e 1183 (Chiesa di Morreale).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note556"> -<p><span class="label"><a href="#tag556">556</a>. </span>Diplomi greci, presso Spata, <i>Pergamene</i>, ec., del 1099, rinnovato il -1114, p. 237; del 1101, p. 192; del 1116, p. 242; del 1123, p. 409. Occorre -anco lo stesso nome generico in un diploma greco del 1098, pubblicato -dal Buscemi, nella <i>Biblioteca Sacra</i>, vol. I, Palermo, 1832, in 8º, p. 212, la -cui traduzione latina si ha dal Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, p. 293; e nel diploma -arabo-greco del 1151, citato nella pag. prec., nota 4. E similmente nei diplomi -greci del Napoletano, per esempio uno del 1145, presso Trinchera, -<i>Syllabus</i>, p. 182, ed un altro dello stesso XII secolo, op. cit., p. 557. Non -occorre citare i diplomi latini.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note557"> -<p><span class="label"><a href="#tag557">557</a>. </span>Diploma greco-arabico inedito, del 1095, appartenente alla Chiesa -di Catania, nel quale il ruolo dell’<i>Ahl-Liagi</i> (gente di Aci), è tradotto -Πλάτια τῶν αγαρηνῶν τοῦ Γιάκιου (Ruolo degli agareni di Aci); ed un altro -anche greco-arabico della medesima data, appartenente alla Chiesa di Palermo -e contenente una donazione di uomini, buoi e terre, fattale dal -conte Ruggiero, dove al vocabolo αγαρήνοι risponde anco l’arabico <i>rigiâl</i>, -ed in una spedizione latina, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, p. 76, il vocabolo -<i>villani</i>. Il nome <i>agareni</i> occorre in molti diplomi latini.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note558"> -<p><span class="label"><a href="#tag558">558</a>. </span>Si veggano le rubriche de’ diplomi del 1143 e 1149, presso Mortillaro, -<i>Tabulario della Cattedrale di Palermo</i>, p. 23 e 30. Occorre tal voce sovente -nei diplomi greci del Napoletano, pubblicati dal Trinchera, <i>Syllabus</i>: del -1136, p. 155 (relativo alla Sicilia); del 1145, p. 182, con la variante υελλάνοι; -del 1188, p. 297 idem; ed un altro senza data, ma del XII secolo anch’esso, -con lo errore υιλλάνη. Veggasi anche Ducange, <i>Glossario greco</i>, il quale -alla voce Βελλάνος cita un diploma del conte Ruggiero.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note559"> -<p><span class="label"><a href="#tag559">559</a>. </span>Presso Trinchera, <i>Syllabus</i>, p. 557, nº XVI dell’appendice.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note560"> -<p><span class="label"><a href="#tag560">560</a>. </span>Diplomi arabici del 1150 e 1154, appartenenti alla cattedrale di Palermo, -dei quali ho avuta copia dal professor Cusa, e il secondo fu pubblicato -mediocremente dal Gregorio, <i>De Supputandis</i>, ec., p. 34 seg. e dal -Caruso, nella <i>Biblioteca Sacra</i>, vol. II, Palermo, 1834, p. 46. Diploma arabico -del 1169, appartenente alla stessa cattedrale di Palermo, del quale -ho copia per cortesia del lodato prof. Cusa. In quest’ultima copia veggo la -lezione <i>Kh.. r.. sc</i> in luogo di <i>H.. r.. sc</i> (lettere 7, 10, 13, in luogo delle 6, 10, -13, dell’alfabeto arabico). Non par verosimile che fosse stata adoperata -una traduzione della voce <i>rusticus</i> (<i>heresc</i> significherebbe ruvidezza). Chi -voglia vedere le conghietture del Gregorio e del Tychsen su questa e su -la voce <i>mils</i> o <i>mels</i> del medesimo diploma, legga la nota a alla pag. 36 del -<i>De supputandis</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note561"> -<p><span class="label"><a href="#tag561">561</a>. </span>Diploma latino del duca Ruggiero figlio di Roberto, dato di agosto -1086, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, p. 74, 75; Diploma del vescovo di -Catania, dato di settembre 1114, il quale rilasciava al monastero di Santa -Maria in Josaphat di Paternò la decima sopra i <i>rustici Saraceni</i>, donati a -quello dal conte Arrigo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note562"> -<p><span class="label"><a href="#tag562">562</a>. </span>Ducange, <i>Gloss. lat.</i>: Rustici, Coloni, Glebæ adscriptitii ec., Rustis.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note563"> -<p><span class="label"><a href="#tag563">563</a>. </span>Secondo la Costituzione, libro III, titolo 60, era vietato di far giudice -o notaio <i>qui vilis conditionis sit, villanus aut angarius forsitan, filii -clericorum spurii, aut modo quolibet naturales</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note564"> -<p><span class="label"><a href="#tag564">564</a>. </span><i>Considerazioni</i>, libro II, cap. vij, p. 168. Più evidentemente dimostrasi -il significato generico della voce <i>rustico</i> nelle Assise del regno -di Sicilia, pubblicate dal Merkel, Halis, 1856; dove a pag. 17, titolo III, si -raccomanda a tutti i signori di usare umanamente co’ loro soggetti: <i>cives, -burgenses, rusticos, sive cujuscumque professionis homines</i>; e non si fa -motto di villani, angarii ec. Contro il suo solito, il Gregorio non cita alcun -diploma in questa delicata investigazione; contentandosi di porre in nota -parecchi luoghi delle Costituzioni, dove occorrono i vocaboli <i>rustico</i> e <i>villano</i>, -nei quali luoghi ei credette ritrovare «le classi tutte in cui fu -distribuita la nazione siciliana e quale differenza tra esse passasse». -(<i>Considerazioni</i>, vol. II, p. 70. Nota 8 del cap. vij.) -</p> - -<p> -Ma le Costituzioni, in primo luogo, promulgate in Melfi il 1231, non -furono dettate esclusivamente per la Sicilia. Sendo comuni a tutte le province -che ubbidivano a Federigo nell’Italia meridionale, ricordano varie -denominazioni di classi inferiori che usavansi qua e là in luoghi usciti, -qualche secolo o due secoli innanzi, da dominazioni molto diverse. -</p> - -<p> -In secondo luogo, le Costituzioni non sono mica un codice sistematico -e compiuto, nel quale tutti i diritti si trovino esposti in bell’ordine; ma -bensì una raccolta di alcune leggi; confusa raccolta di leggi, di principi -diversi, e tempi diversi dello stesso principe. Non vi sì può dunque supporre -<i>a priori</i>, nè in fatto vi si nota, una tale precisione di linguaggio che -le stesse cose sieno sempre designate con gli stessi vocaboli. -</p> - -<p> -Or questo appunto presuppose il Gregorio, quand’ei conchiuse che in -Sicilia i rustici fossero diversi dai villani; perchè gli uni erano nominati -nelle leggi, libro I, titoli x, xxxiij; II, titolo iij; III, titolo xiiij e gli altri -nelle leggi lib. II, xxxij; III, titoli ij, vj. Nè egli considerò che il titolo xxxij -del libro II rassegnava per vero ogni classe di persone; onde se vi mancano -i <i>rustici</i>, son da tenere designati dalle altre classi che vi si leggono, -cioè <i>angarii</i> e <i>villani</i>; o, per dir meglio, che <i>rustici</i> significasse genericamente -i villani, gli ascrittizii e i servi della gleba, più particolarmente -nominati nei titoli ij e iij dello stesso lib. II. In vero non poteano essere -trascurati i villani nella legge contro l’asportazione delle armi, lib. I, titolo -x; nè i rustici trascurati nel novero delle classi ammesse alle testimonianze -contro baroni, ovvero escluse, lib. II, titolo xxxij; oppure dimenticati -nella legge che ammettea i villani alla successione ne’ beni tenuti in -demanio, lib. II, titolo x. -</p> - -<p> -Nè regge l’altro ragionamento dell’illustre pubblicista siciliano, che -i rustici fossero diversi da’ villani, perchè le costituzioni stabilivano una -<i>composizione</i>, come diceasi nelle leggi barbariche, per gli uni e non per gli -altri: onde gli tornava che i villani non avessero persona, giuridicamente -parlando. Perocchè <i>composizione</i> era il prezzo del sangue, maggiore secondo -il grado, e favoriva quindi gli uomini in ragion diretta della altezza -del grado loro; ma di ciò non tratta alcuna delle Costituzioni di Federigo. -Queste al contrario ammettono la gradazione delle persone per aggravare -la pena secondo l’altezza: onde il borghese dovea pagare più che il rustico, -il milite più che il borghese, il barone che il milite, e il conte che il -barone. La ragione stessa è seguita nel fissare la taglia per la cattura dei -fuorusciti; dove sono nominati i rustici e non i villani: nè può presumersi -che il legislatore abbia voluto assicurare l’impunità a’ banditi servi della -gleba, sopprimendo la taglia per loro. -</p> - -<p> -Io non so poi dove il Gregorio abbia letto che le testimonianze de’ villani -fossero ammesse contro rustici e borghesi. La costituzione ch’egli -cita non ne fa menzione, nè allude a questo; nè alcun’aura io ne trovo che -prevegga il caso; ond’è probabile sia corso qualche errore di stampa, sia -nel testo del Gregorio, sia nella nota. -</p> - -<p> -Finalmente è da considerare che il Gregorio stesso, ponendo i rustici -in condizione diversa dai villani, non era ben certo in che differissero -dai borghesi; e, per dir pure qualcosa, proponeva il supposto che il medesimo -ordine sociale si chiamasse dei borghesi nelle città e de’ rustici -nelle campagne. Distinzione al tutto arbitraria; la quale in ogni modo -non proverebbe la esistenza d’una classe di mezzo tra i borghesi e i villani. -</p> - -<p> -Il professor Diego Orlando, fin dal 1847, dimostrava l’errore del Gregorio -col mero confronto delle Costituzioni, nell’opera intitolata <i>Il Feudalismo -in Sicilia</i>, Palermo, in-8, cap. XIV, nota 32, pag. 275. -</p> - -<p> -Non tacerò che in due diplomi dello Archivio di Napoli, la voce <i>rustico</i> -sembra perfetto sinonimo di <i>borghese</i>. Si leggono entrambi nel quinto volume -dei <i>Regii Neapolitani Archivii monumenta</i>, (Napoli, 1857) sotto i numeri -477 e 494, pag. 203 e 245. Nel primo de’ quali, dato del 1091, si vieta -di molestare il monastero di San Brunone presso Stilo, a chiunque, stratigoto -o vicecomite, <i>rusticus aut miles, servus aut liber</i>: e nell’altro dato -il 1098, accennando a certi richiami dei <i>Veterani Squillacenses</i> relativamente -ai limiti del territorio conceduto a San Brunone, si conchiude che -vedendo, <i>rusticorum causam contra fratres nil juris obtinere</i>, è data la decisione -a favor del monastero. Ma questo solo esempio non varrebbe contro -il ritratto delle Costituzioni. Quand’anco non cadessero su i primi documenti -del monastero di San Brunone que’ gravi dubbi che abbiamo notati -di sopra, si potrebbe supporre idiotismo locale quel significato della -voce rustici, ovvero neologismo del cappellano del conte Ruggiero, uomo -probabilmente straniero, che scrisse i diplomi, se autentici; o del monaco, -anch’egli straniero, che li fabbricò dopo, se falsi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note565"> -<p><span class="label"><a href="#tag565">565</a>. </span>Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. vij, pag. 167. Si veggano in -Ducange, <i>Glossar. lat.</i>, le voci Angaralis, Angarea, Angariae, Angariales, -Angariarius, Angarii.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note566"> -<p><span class="label"><a href="#tag566">566</a>. </span>Gli Angarii citati nelle <i>Costituzioni</i>, lib. II, titolo xxxij; III, x, ix; -sono ragguagliati a’ villani. Ne’ diplomi napoletani si dice di angaria dovuta -da villani (Trinchera, <i>Syllabus</i>, pag. 300, 334, 558, 559, dipl. 1188, -1198.) E nei siciliani si veggon chiese e monasteri liberati da prestazioni -ed angarie (Spata, <i>Pergamene greche</i>, dipl. 1117, pag. 247; dipl. 1171, -pag. 273, 275); ma non comparisce in Sicilia alcuna classe denominata <i>angarii</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note567"> -<p><span class="label"><a href="#tag567">567</a>. </span>Si vegga il lib. IV, cap. xj, pag. 398, 399 del secondo volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note568"> -<p><span class="label"><a href="#tag568">568</a>. </span>Dei tre primi diplomi ho le copie mandatemi dal prof. Cusa; ed uno -fu pubblicato, in parte e male, dal Gregorio, <i>De supputandis</i>, ec., pag. 34. Il -quarto è stato stampato da M. Des Vergers, con traduzione francese e comento, -nel <i>Journal Asiatique</i>, ottobre 1845, pag. 313 segg.; ed io ne detti -una versione nell’<i>Archivio Storico Italiano</i>, tomo IV, appendice, pag. 49 -segg. L’eruditissimo editore sbagliò supponendo <i>ascrittizii</i> gli uomini di -cui si tratta; e sbagliai anch’io seguendolo in questa interpretazione e -nella lezione <i>Mils</i> in luogo di <i>Maks.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note569"> -<p><span class="label"><a href="#tag569">569</a>. </span>Oltre la spiegazione che troviamo nel <i>Kamûs</i>, tradotta in parte nel -Dizionario di Freytag, il significato della voce <i>Maks</i> si scorge nei seguenti -testi arabi: <i>The Travels of Ibn-Jubair</i>, ediz. Wright, pag. 52, 53, 66; -<i>Ibn-el-Athiri, Chronicon</i>, ediz. Tornberg, tomo XII, anno 604, pag. 183; -<i>Annales Regum Mauritaniæ</i>, ediz. Tornberg, pag. 88; Makrizi, <i>Mewâ’is</i>, -ediz. di Bulâk, tomo II, pag. 121; Abu-l-Mehâsin, <i>Annales</i>, ediz. <i>Juynboll</i>, -tomo II, pag. 286. Si vegga anche Sacy, <i>Memoires sur le droit de proprieté -en Egypte</i>, nelle <i>Mémoires de l’Académie des Inscriptions</i>, tomo V, -pag. 64; lo stesso, <i>Chrèstomathie Arabe</i>, 2ª ediz., tomo I, pag. 172; tomo II, -pag. 60, 84, 168; e Quatremère, <i>Sultans Mamlouks</i>, di Makrizi, tomo II, -parte ij, pag. 97. In cotesti passi <i>Maks</i> talvolta significa contribuzioni -indirette.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note570"> -<p><span class="label"><a href="#tag570">570</a>. </span>Si veggano quelle diverse voci nel Ducange,<i> Gloss. latino</i>. Molti esempii -forniscono di questa classe di uomini, i diplomi latini e greci del Napoletano; -quelli, per esempio, degli anni 932, 975, 1054, 1080, 1082, 1096, nei -<i>Regii Neapolitani Archivii Monumenta</i>, tomo I, pag. 63, 239; tomo V, pag. 8, -97, 114, 165; e presso Trinchera, <i>Syllabus</i>, diplomi del 1097, 1145, 11... -pag. 81, 182 segg. 559, <i>et passim</i>. Gli stessi provvedimenti delle Costituzioni -che richiamavano i fuggitivi dalle terre del demanio, e il citato diploma -di Morreale del 1183, confermano la frequentissima fuga dei villani -che andavano a stanziare, da commendati, in altri luoghi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note571"> -<p><span class="label"><a href="#tag571">571</a>. </span>Sono sì frequenti coteste concessioni de’ villani co’ beni loro, che -non occorrerebbe quasi di citarne i testi. Per accennarne alcuno, noterò -i diplomi greci del 1098, da Buscemi, nella <i>Biblioteca Sacra</i>, vol. I, Palermo, -1832, pag. 212; del 1101, 1112 e 1146, presso Spata, <i>Pergamene</i>, ec. -pag. 192, 234, 242; del 1143, nel <i>Tabulario</i> della cappella Palatina di Palermo, -pag. 14; del 1136, presso Trinchera, <i>Syllabus</i>, pag. 155; la traduzione -latina d’un diploma greco del 1096, presso Pirro,<i> Sicilia Sacra</i>, -pag. 382, per lo quale il conte Ruggiero donava, con molti altri beni, al -novello vescovo di Messina: <i>in Oliverio villanos centum et terras et tenimenta -quæ ibi habitantes prius tenebant</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note572"> -<p><span class="label"><a href="#tag572">572</a>. </span>Diploma arabico-greco, inedito, del 20 febbraio 1095, appartenente -alla chiesa di Catania, il quale contiene la platea dei villani di Aci. -Si vegga anche in Trinchera, <i>Syllabus</i>, pag. 182, segg. il diploma, che -contiene la dotazione del vescovado di Squillaci. Il conte Ruggiero concedea -al vescovo tra le altre cose, di ricettare ne’ suoi poderi de’ villani -estranei “purchè non fossero ne’ privilegi di lui, nè de’ suoi baroni.”</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note573"> -<p><span class="label"><a href="#tag573">573</a>. </span>Diploma del 1095, due del 1144 e due del 1145; tutti arabo-greci -appartenenti alle chiese di Catania e di Morreale e all’Archivio regio di -Palermo, citati di sopra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note574"> -<p><span class="label"><a href="#tag574">574</a>. </span>Si vegga la pagina 244, e si confronti il tit. III, lib. vij, delle Costituzioni -ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note575"> -<p><span class="label"><a href="#tag575">575</a>. </span>Il Gregorio pubblicò, <i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. vij, nota 4, l’atto -di riconoscimento di un villano di Collesano in data del 1279, scritto in -latino. Uno simile ed assai più importante, scritto in arabico e com’io -credo nel 1177 (v’ha l’<i>’alama</i> di Guglielmo il Buono e il riscontro del mese -di Rebi 1º con agosto, perciò un de’ tre anni 1177-8-9) si conserva nel -reale Archivio di Palermo. I figli di Musa Santagat, da Menzil Jusuf (Mezzojuso) -confessano sè essere <i>uomini di Gerâid</i> dell’abate Tabat, e promettono -di star sempre nella obbedienza della chiesa; e l’Abate loro perdona, -pone sopr’essi la <i>gezia</i> di trenta <i>rob’ai</i> all’anno e il canone di 20 -<i>Modd</i> di grano e 10 di orzo. Essi infine pregano l’Abate di permettere che -soggiornino dovunque loro aggradi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note576"> -<p><span class="label"><a href="#tag576">576</a>. </span>Abbiamo dimostrato poco fa, pag. 239, che si debba anco intendere -de’ villani ciò che il Gregorio dice de’ rustici.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note577"> -<p><span class="label"><a href="#tag577">577</a>. </span><i>Costituzioni</i>, lib. III, tit. X. Cf Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. II, -cap. vij, pag. 167.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note578"> -<p><span class="label"><a href="#tag578">578</a>. </span><i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. vj, pag. 140, 141, 142, e cap. vij, -pag. 166-167.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note579"> -<p><span class="label"><a href="#tag579">579</a>. </span>Un diploma del conte Ruggiero, dato, com’e’ pare, del 12 febbraio -1095, e scritto in greco, se non che i nomi degli uomini (<i>rigiâi</i>) sono in -arabico, concedeva alla chiesa di Palermo settantacinque <i>agareni,</i> undici -buoi, e dei poderi ne’ territori di Giato, Corleone e Limona; dovendo gli -Agareni pagare alla chiesa, per<i> doma</i>, in inverno 750 tarì e altrettanti in -agosto, con 150, <i>mudd</i> di frumento e 150 d’orzo. Ogni villano così dava in -ogni anno 20 tarì, due salme di frumento e due d’orzo e nulla più. Si avverta -che la spedizione latina del medesimo diploma presso Pirro, <i>Sicilia -Sacra</i>, pag. 76, non contiene i particolari delle prestazioni. Una pessima -traduzione latina del testo greco, si legge presso il Mongitore, <i>Bullae</i>, ec. -<i>Panormitanæ Ecclesiæ</i>, pag. 13, opera del gesuita Giustiniani da Scio, il -quale, tra le altre cose, tradusse <i>laudemium</i> la frase λογοῦ δόματος. -Pieno anco di errori il testo pubblicato dal Mortillaro, nel <i>Tabulario della -cattedrale di Palermo</i>, pag. 8 segg. -</p> - -<p> -Non cito qui il diploma del 1093, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 695, -per il quale furono conceduti al vescovo di Girgenti 400 villani col casale, -<i>Cathal. in quo frumenta</i>, etc., poichè il testo iui par sì corrotto da non potervi -far assegnamento; nè ha chiarita quella dubbia lezione il Gaglio, negli -<i>Opuscoli di Autori siciliani</i>, tom. IX. -</p> - -<p> -La voce δόμα occorre anco in un diploma greco di Sicilia del 1192, -presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 306, e in tre diplomi greci della estrema -Calabria del 1188, 1198 e 11.., presso Trinchera, <i>Syllabus</i>, pag. 300, 334 -e 557, col significato di tributo principale, diverso dalle angarie e dagli altri -pesi che sopportavano i villani: tributo personale, senza dubbio, poichè -talvolta si pagava ad altro signore che quello del luogo ove attualmente -soggiornasse il villano. Il sig. Spata ha tradotto vagamente <i>esazione</i>, e il -sig. Trinchera, con troppa precisione, <i>jus hospitii</i>. Ma quella voce nel -greco dei bassi tempi valea <i>dono</i>; come si scorge da’ luoghi del Nuovo -Testamento, delle Basiliche e di altri scritti del medio evo, citati nel<i> Thesaurus</i>, -edizione Hase, Parigi, 1833, tomo I, col. 1642. Non sarebbe stato -vezzo nuovo di chiamar così un’odiosa imposizione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note580"> -<p><span class="label"><a href="#tag580">580</a>. </span><i>The Travels of Ibn-Jubair</i>, testo edito dal Wright, pag. 328, 336, -344. Il testo di questo squarcio si vegga anco nel <i>Journal Asiatique</i>, dicembre -1845, p. 509, 520, 531; la versione francese ivi a p. 538 e in gennaio -1846 pag. 81, 202, e la versione italiana nell’<i>Archivio Storico Italiano</i>, -vol IV, Appendice nº 16, pag. 34, 40, 46.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note581"> -<p><span class="label"><a href="#tag581">581</a>. </span>Si vegga il lib. II, cap. 12, pag. 475 del 1º volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note582"> -<p><span class="label"><a href="#tag582">582</a>. </span>Qui innanzi a pag. 246, nota 3, e il diploma del 1095 a pag. 247, -nota 3.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note583"> -<p><span class="label"><a href="#tag583">583</a>. </span>In questo atto del 1177 i tre villani venuti a riconoscere l’autorità -del signore, sono tassati di trenta <i>roba’i</i> in ciascun anno solare, per <i>gezie</i>, -20 <i>modd</i> di frumento e 10 d’orzo. -</p> - -<p> -La moneta d’oro detta in arabico <i>roba’i</i> e in greco e latino <i>tarì</i>, pesava -poco più di un grammo, donde tornava in valor di metallo a tre franchi -e mezzo in circa. Si vegga il lib. III, cap. xiij, pag. 457 a 460 del secondo -volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note584"> -<p><span class="label"><a href="#tag584">584</a>. </span>Veggansi tutti i diplomi latini e greci, nel Pirro <i>Sicilia Sacra</i>; Spata, -<i>Pergamene,</i> ec. e gli inediti che è occorso di citare nel presente capitolo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note585"> -<p><span class="label"><a href="#tag585">585</a>. </span>Nel diploma greco del 1188, presso Trinchera, <i>Syllabus</i>, p. 300, i -pesi de’ villani sono specificati: δόματα καὶ ᾶγγαρὶας καὶ καννίσκια, <i>doni</i> (ossia -il tributo) <i>angarie e regalucci</i>; e lo stesso notasi con poco divario nei -diplomi del 1198 e 11..., pag. 334, 557.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note586"> -<p><span class="label"><a href="#tag586">586</a>. </span>Si vegga qui innanzi pag. 213.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note587"> -<p><span class="label"><a href="#tag587">587</a>. </span>Diploma del 1150, di Lucia di Cammarata, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, -pag. 801.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note588"> -<p><span class="label"><a href="#tag588">588</a>. </span>Diploma del 1188, presso Trinchera, <i>Syllabus</i>, pag. 297.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note589"> -<p><span class="label"><a href="#tag589">589</a>. </span>Diploma del 1262, presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. vj, -nota 19.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note590"> -<p><span class="label"><a href="#tag590">590</a>. </span><i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. vj, pag. 135 segg.; cap. vij, pag. 169.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note591"> -<p><span class="label"><a href="#tag591">591</a>. </span>Si vegga su la significazione del vocabolo <i>rustici</i> la pag. 239 del presente -capitolo. -</p> - -<p> -Borghesi eran detti i cittadini di Palermo, (Gregorio, <i>Considerazioni</i>, -lib. II, cap. vij, nota 10) di Morreale, (Gregorio, op. cit., lib. I, cap. iv, -nota 19) del casale di Sinagra, (Gregorio, op. cit., lib. II, cap. vj, note 18, -19) di Siracusa, (Diploma del 1172, presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 442) del -territorio di Santa Maria in Cammarata, (Diploma del 1150 presso Pirro, -<i>Sicilia Sacra</i>, pag. 801) e di Oppido in Calabria (Diploma del 1188 presso -Trinchera, <i>Syllabus</i>, pag. 297).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note592"> -<p><span class="label"><a href="#tag592">592</a>. </span>Presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, pag. 475.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note593"> -<p><span class="label"><a href="#tag593">593</a>. </span>Re Ruggiero vietava a’ bajuli di molestare gli abitatori Lombardi -di Santa Lucia che avessero pagato il diritto di marineria, di esigere da -loro angarie, ajutorii e fin anco l’erbatico per le loro greggi; e prescrivea -fossero liberi come i Lombardi di Randazzo: presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>, -lib. I, cap. iv, nota 25. Nello stesso capitolo quarto sono particolareggiati -gli antichi diritti del fisco, e non si trova alcuna tassa diretta su i borghesi -se non la <i>gezia</i> ai Giudei. Nel cap. v, nota 4, è pubblicata una sentenza di -magistrati del 1113 sugli abusi che commetteva il vescovo feudatario contro -gli abitatori di Patti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note594"> -<p><span class="label"><a href="#tag594">594</a>. </span><i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. vj, vij, e in particolare la nota 19 del -cap. vj, ch’è squarcio d’un diploma del 1262.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note595"> -<p><span class="label"><a href="#tag595">595</a>. </span><i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. ij, iij, iv e v.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note596"> -<p><span class="label"><a href="#tag596">596</a>. </span>Cap. VIII di questo libro, pag. 207 del volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note597"> -<p><span class="label"><a href="#tag597">597</a>. </span><i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. iv, pag. 77. Quivi nella nota 22 il Gregorio -allega una sua propria nota al Novairi, nella quale spiega che cosa -fosse la gezia presso i Musulmani, e cita poi alcuni diplomi di Sicilia su la -gezia che pagavano i Giudei, ed un luogo del registro di Federigo II imperatore, -relativo a due musulmani di Lucera. E nulla più!</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note598"> -<p><span class="label"><a href="#tag598">598</a>. </span>Si veggano nelle <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. iv, note 18, 19, 20, 21, -le citazioni su i <i>diritti antichi</i>, nelle quali occorre la <i>sisia</i> de’ Giudei e non -mai dei Musulmani.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note599"> -<p><span class="label"><a href="#tag599">599</a>. </span>Si riscontrino le <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. ij, pag. 44, e la nota 45 -che non prova nulla. La voce gezia occorre una sola volta ne’ diplomi che -io conosca relativi alla condizione delle persone, latini, greci e arabi: -appunto nel diploma arabico ch’io credo del 1177, citato dianzi pag. 216 -nota 3, per lo quale tre musulmani si riconosceano villani di un abate e -questi loro imponea canone e gezia. I greci portano l’appellazione di σόμα, -appunto come pei villani cristiani di Terraferma (pag. 250, nota 1). È -degno di molta attenzione un diploma latino del Conte dato il 1091, -presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 521, per lo quale Ruggiero rammenta -aver già donato al Monastero di Sant’Agata di Catania varii -poderi e animali e quattro villani co’ loro figliuoli nella città di Messina, -due de’ quali cristiani e due saraceni. Se pur non occorressero tanti nomi -cristiani nelle platee di villani che ci rimangono, basterebbe questo sol -diploma a mostrare che i Normanni non liberarono mica i loro correligionari -dalla servitù della gleba.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note600"> -<p><span class="label"><a href="#tag600">600</a>. </span>Ibn-el-Athîr, Annali, testo nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, pag. 278. -È replicato questo luogo dal Nowairi, op. cit., pag. 448 e presso Gregorio, -<i>Rerum Arabicarum</i>, pag. 26.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note601"> -<p><span class="label"><a href="#tag601">601</a>. </span><i>Geografia</i>, squarcio su la Sicilia, nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, testo, -pag. 26.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note602"> -<p><span class="label"><a href="#tag602">602</a>. </span>Si vegga qui sopra a pag. 248.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note603"> -<p><span class="label"><a href="#tag603">603</a>. </span>Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. I, nota 11 e i seguenti diplomi, -dei quali gli arabici inediti son citati secondo le copie che me ne -ha mandate il professor Cusa. -</p> - -<p> -XII secolo. Omar-ibn-Hosein-et-Tamimi vende un pezzo di terra al -monastero di Bardhali (?). Diploma arabico dell’Archivio di Palermo, -inedito. -</p> - -<p> -1132. Permuta di acque tra Abd-er-Rahman-el-Lewati ed Hosein-ibn-Ali-el — Kindi, -squarcio arabico, presso Gregorio, <i>De supputandis</i>, p. 44. -</p> - -<p> -1137. Ibn-Baruki vende una casa all’Arcivescovo di Messina. Diploma -arabico della Cappella Palatina di Palermo, inedito. -</p> - -<p> -1157. Il Gaito Abd-el-Malek vende degli stabili al vescovo di Girgenti. -Diploma latino, Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 698. -</p> - -<p> -1161. Abu-Bekr e Ahmed, conciatori di pelli, e altri vendono una -casa in Palermo al prete Raoul. Diploma arabico dell’Archivio di Palermo, -inedito. -</p> - -<p> -1164. Sittelkiul, figlia del Kaid-Se’ûd e un figliuolo di lei, vendono -alla figliuola d’un Giovanni Romeo una casa nel sobborgo di Palermo. -Diploma greco, presso Trinchera, <i>Syllabus</i>, ec., pag. 218. -</p> - -<p> -1176. Othman-ibn-Jusuf-el-Howari vende al prete Pietro ec. una -casa in Palermo. Diploma arabico dell’Archivio di Palermo, inedito. -</p> - -<p> -1180. Abu-l-Abbas-Ahmed-et-Tamimi e l’Haggi-Abu-l-Fadhl vendono -un podere nel territorio di Palermo all’Arcivescovo Gualtiero Offamilio. -Diploma arabico della Cattedrale di Palermo, inedito. -</p> - -<p> -1183. Mes’ud-Koresci e un suo figlio vendono una casa in Palermo -alla dama Margherita. Diploma arabico dell’Archivio di Palermo, inedito. -</p> - -<p> -1190. Zeinab-bent-Abd-Allah-Ansari vende a Niccolò Askar una -casa in Palermo. Diploma arabico della Cattedrale di Palermo. Gregorio, -<i>De supputandis</i>, pag. 40. -</p> - -<p> -1192. Hosein e Meimun suo figlio vendono al monastero del Cancelliere -una loro casa in Palermo. Diploma greco, presso Trinchera, <i>Syllabus</i>, -ec., pag. 315. -</p> - -<p> -1193. Ibrahim-ibn-Mohammed-Koresci vende al cristiano Giulio una -casa in Castrogiovanni. Diploma arabico dell’Archivio di Palermo, inedito. -</p> - -<p> -1196. Costanza figliuola di Abu-l-Fadhl vende de’ beni urbani. Diploma -greco, presso Morso, <i>Palermo Antico</i>, pag. 368.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note604"> -<p><span class="label"><a href="#tag604">604</a>. </span>Oltre i diplomi, lo provano le <i>Consuetudini di Palermo</i>, citate dal -Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. I, nota 11.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note605"> -<p><span class="label"><a href="#tag605">605</a>. </span>Le notizie che do sul prete Scholaro son cavate dalle traduzioni -latine di tre diplomi greci del 1099, 1114, e 1128 (o 1130) pubblicate dal -Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 1003 segg., e da’ comenti del Pirro; il quale argomenta -il nome di famiglia da quello che porta in due altri diplomi -del 1162 e 1184, Ula figlia del figliuolo primogenito del fondatore (op. cit., -pag. 1009). Mi par che Scholaro non si debba tenere col Pirro nome proprio, -ma soprannome tolto dalle σχόλαι, ossia guardie del corpo degli imperatori -bizantini, nelle quali avesse incominciata la sua avventurosa vita il futuro -abate Saba. Le traduzioni, come opera del celebre Costantino Lascari, -meritano fiducia in questi diplomi, perchè non vi occorrono quelle parole -tecniche di gius pubblico Siciliano che il dotto ellenico mal conoscea. Qualche -difficoltà che occorre, come il titolo di re dato a Ruggiero II, il 1114 -e il 1128 (pag. 1005), potrebbe nascere da errori sulla copia della versione, -della quale il Pirro ebbe alle mani parecchi esemplari diversi l’un dall’altro. -</p> - -<p> -Il diploma del primo conte Ruggiero attesta così i meriti del Prete -Scholaro: <i>Igitur, quoniam et tu prædictus Scholarius perfectam erga nos -habuisti et optimam intentionem, promptitudinem et conscientiam; fidelissimus -existens in omnibus rebus nostris, et summa exercens ministeria, et -servitia nobis, restituere tibi voluimus parva munera pro tuis maximis et -honestissimis ministeriis ac servitiis: pro quibus donamus,</i> ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note606"> -<p><span class="label"><a href="#tag606">606</a>. </span>Si vegga il lib. III, cap. ix, e lib. IV, cap. viij, pag. 187, nota 3, e -pag. 353 nota 1, del 2º volume. I luoghi d’Ibn-el-Athîr e del Nowairi quivi -citati si trovano nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, pag. 284 e 437.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note607"> -<p><span class="label"><a href="#tag607">607</a>. </span>Si vegga il lib. IV, cap. iv, pag,. 282 segg. del 2º volume. Giawher è -detto il kâid da Makrizi, <i>Mewâ’iz</i>, ediz. di Bulâk, tomo II, pag. 273, e -nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, pag. 669.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note608"> -<p><span class="label"><a href="#tag608">608</a>. </span>Erano la più parte Spagnuoli e vi occorre anco de’ Genovesi e de’ -Veneziani. <i>Presentibus archaido Lodovico Alvares, archaido Andreuccio -Cibo, conestabilibus stipendiariorum christianorum</i> ec., leggesi nella traduzione -contemporanea del trattato di commercio stipulato tra Pisa e Tunis -il 1353, ch’io ho pubblicata nei <i>Diplomi Arabi dell’Archivio fiorentino</i>, -pag. 308. Si vegga anco la Prefazione mia a quella raccolta, pag. xxij e xliv -e nota 7 della pag. 175. Occorre il nome dell’Alcayt-Ferrau-Iove in un -diploma del 1315, presso Capmany, <i>Memorias historicas.... de Barcelona</i>, -Docum. XXXI, pag. 62.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note609"> -<p><span class="label"><a href="#tag609">609</a>. </span>Diploma catalano del 1313, presso Capmany, <i>Memorias historicas</i>, ec. -tomo IV, Docum. XXVI, art. 6, e Dipl. del 1323, Docum. XLII, art. 5, e 16.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note610"> -<p><span class="label"><a href="#tag610">610</a>. </span>Lib. IV, cap. xij, pag. 420, 421 del 2º volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note611"> -<p><span class="label"><a href="#tag611">611</a>. </span>Lib. V, cap. ij, iij, iv, pag. 68, 70, 75, 99, 130 del presente volume. -Notisi che Amato, nel luogo citato da me alla pag. 75, con molta -precisione chiama <i>amirail</i> il capo del governo musulmano in Palermo, -mentre egli ha dato a’ condottieri e castellani il titolo di <i>cayt</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note612"> -<p><span class="label"><a href="#tag612">612</a>. </span>Platee greco-arabiche de’ vassalli del vescovo in Catania e in Aci, -delle quali la seconda data del 1095 e la prima, rinnovata molti anni appresso, -va riferita senza dubbio allo stesso tempo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note613"> -<p><span class="label"><a href="#tag613">613</a>. </span>Diploma latino del 9 dicembre 1092 presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, -pag. 522, 523.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note614"> -<p><span class="label"><a href="#tag614">614</a>. </span>Diploma greco del 1123, presso Spata, <i>Pergamene</i>, ec., pag. 410.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note615"> -<p><span class="label"><a href="#tag615">615</a>. </span>Diploma greco-latino del 1132, presso Spata, op. cit., pag. 426.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note616"> -<p><span class="label"><a href="#tag616">616</a>. </span>Diploma arabo-greco del 1172, nel <i>Tabulario</i>, ec. della Cappella -Palatina di Palermo, pag. 30 e seg. Quivi tra i testimonii della delimitazione -di un podere, sono nominati Giovanni figlio dello ammiraglio Giorgio, -Niccolò Logoteta, Abu Tâib e Mukhlûf, detti nel testo greco οι καΐτοι τῶν -τοξότων e nella parafrasi arabica <i>kaix degli Arcieri</i> ed un γέρον καΐτος -Chapzis (leggesi Hamza), il quale nell’arabico è detto <i>sceikh</i> e <i>kâid</i> senz’altro. -Nel testo greco inoltre è data la qualità di kaid a un Niccolò che nell’arabico -è detto <i>Farrâse</i> (gli editori lesser male Carasc) che significa -propriamente cameriere, colui che bada a’ tappeti, ai letti, ec. -</p> - -<p> -Così questo diploma cita dei <i>kâid</i> delle tre classi poste da noi, cioè -i primi quattro condottieri, il quinto nobile, e il sesto cameriere di -corte. -</p> - -<p> -Ritornando alla prima classe, si rammenti che Ibn-Giobair fa menzione -di una schiera di schiavi negri musulmani, i quali servivano Guglielmo -II sotto un kâid della stessa lor gente: nel <i>Journal Asiatique,</i> dicembre -1815, pag, 509, e traduzione francese pag. 540; e nell’<i>Archivio -Storico Italiano</i> Appendice al vol. IV, pag. 33.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note617"> -<p><span class="label"><a href="#tag617">617</a>. </span><i>Kâid</i> Barûn, direttore, diremmo noi, del Demanio; diploma dell’aprile -1150, mal pubblicato dal Caruso nella <i>Biblioteca Sacra</i>, ec. Palermo, -1834, pag. 28, del quale ho miglior copia per cortesia del professore -Cusa. Pare sia lo stesso paggio (<i>fatâ</i>) Barun, il cui nome si legge in un -frammento d’iscrizione monumentale nella casa del Municipio di Termini. -Imâd-Eddin, nella <i>Kharida</i> (<i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, testo, pag. 581,) novera -tra i poeti siciliani un Giâfar-ibn-Barûn. -</p> - -<p> -<i>Gaitus Ricon</i> (?)<i> domini regis Magister Camerarius et familiaris, e -Gaytus Maranus, domini regis magister et familiaris,</i> soscritti in un diploma -del 1167, nel <i>Tabulario</i> della Cappella Palatina di Palermo, pag. 25. -</p> - -<p> -Καΐτος Βονλκατάχ, uno degli Arconti della corte, diploma greco -del 1168, presso Spata, op. cit., pag. 440. -</p> - -<p> -<i>Caitus Riccardus</i>, capo dei Segreti, diploma di origine greca, dato il -1169, traduzione latina, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 1017, e il medesimo -in un diploma greco del 1183, presso Spata, op. cit., pag. 291. -</p> - -<p> -<i>Gaitus Martinus,</i> già morto, camerario del re. Diploma latino -del 1172, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 454. -</p> - -<p> -<i>Gaytus Johannes</i>, camerario del re. Diploma latino-arabico del 1187, -nel <i>Tabulario</i> della Cappella Palatina di Palermo, pag. 37, 38. Quivi è -citato nel lesto latino il <i>Gaytus Riccardus</i> di cui si è detto poc’anzi, e lo -si vede soscritto in arabico tra i testimonii col titolo di <i>Kâid</i>. Al contrario -il <i>Gaytus</i> Giovanni è pria nominato e poi sottoscritto nel testo arabico <i>Fatâ</i>, -cioè paggio della corte e <i>Fatâ</i> anco un Ammâr testimonio. Il Morso, il -quale trascrisse e tradusse cotesto diploma, lesse erroneamente in luogo -di <i>Fatâ</i> la voce <i>Kata</i> che non significa nulla, e identificò questa con Gaytus, -cioè <i>Kâid.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note618"> -<p><span class="label"><a href="#tag618">618</a>. </span>Presso Caruso, <i>Bibl. Sicula</i>, pag. 463.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note619"> -<p><span class="label"><a href="#tag619">619</a>. </span>Testo nel <i>Journal Asiatique</i>, dicembre 1845, pag. 552, e nella edizione -di Wright, pag. 315; traduzione francese nel detto <i>Journal</i>, gennaio -1846, pag. 203; e traduzione italiana nell’<i>Archivio Storico italiano</i>, -vol. IV, Appendice nº 16, pag. 46. -</p> - -<p> -Lo stesso autore, edizione del Wright, pag. 146, denota con la -voce <i>Za’im</i> il capo d’una tribù araba ch’ei vide cavalcare allato a Self-el-islam, -fratello di Saladino, quando quegli entrava solennemente alla -Mecca. Il <i>Kamûs</i> le dà lo stesso significato di capo d’una gente e signore; -colui che ha dritto di parlare a nome della gente o se ne fa mallevadore. -Mawerdi, scrittore di Baghdad al X secolo, chiama <i>Zâim</i> il capo supremo -d’un esercito, testo, edizione Enger, pag. 67; e Makrizi, narrando la -morte del Sultano mamluko Khalil che seguì allo scorcio del XIII secolo, -gli mette in bocca le parole ch’ei non si tenesse principe, ma solo <i>Za’im</i> -dell’esercito: <i>Histoire des Sultans Mamlouks</i>, traduzione di Quatrémère, -tomo II, parte I, pag. 153. Si vegga anche il <i>Lobb-el-Lobâb</i>, pag. 108, 109 -del Supplemento. Da ciò si ritrae come, non ostante i significati particolari -presi in varie circostanze, questo vocabolo torni sempre a capo elettivo -o ereditario, e di fatto si avvicini di molto al barone del medio evo -cristiano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note620"> -<p><span class="label"><a href="#tag620">620</a>. </span><i>Gaytus Micheret de Jatino</i>, testimonio in un diploma latino del 1133 -presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 774. -</p> - -<p> -<i>Gaitus Abdi Malach</i>, venditor di un podere al Vescovo di Girgenti -tra il 1157 e il 1171, presso Pirro; op. cit., pag. 698. -</p> - -<p> -<i>Gaitus Maimon</i> e καϊτ ἀυδερραχμεν, de’ Saraceni di Siracusa; <i>Gaitus -Hamar</i>, e <i>Gaitus Brahim</i> di que’ del vicino casale di Aguglia, testimonii -in un diploma greco latino del 1172, presso Spata, <i>Pergamene</i>, ec., pag. 414. -</p> - -<p> -<i>Gaytus Ramun</i> di Michiken.... <i>Gaytus Humur</i> dello stesso luogo, -<i>Gaytus Aly-el-Bonifati</i> di Gurfa.... <i>Gaytus Abdelguaiti</i>, id... <i>Gaytus Aly -Petruliti</i> di Yhale.... <i>Gaytus Husein</i> di Cassaro (in val di Mazara) testiinonii -con altri molti, in un atto greco-arabico del 1175, del quale una -traduzione latina del XIII secolo si legge presso Gregorio, <i>De supputandis</i>, -etc., pag. 52 segg., e presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 453. Alcun di costoro -è intitolato anche Sceikh, come il Kâid Hamza, di cui nel diploma -del 1172 citato qui innanzi, pag. 262 nota 3.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note621"> -<p><span class="label"><a href="#tag621">621</a>. </span>Riccardo da San Germano, <i>Chronicon</i>, presso Caruso, <i>Bibl. Sicula</i>, -pag. 547, anno 1190.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note622"> -<p><span class="label"><a href="#tag622">622</a>. </span>Si veggano i nomi di quattro kaid di Arcieri nel Diploma del 1172, -citato di sopra e l’attestato d’Ibn-Giobair.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note623"> -<p><span class="label"><a href="#tag623">623</a>. </span>Si veggano i molti Gayti citati dal Falcando presso Caruso, <i>Bibl. -Sicula</i>, passim, e gli altri nomi cavati da’ diplomi che abbiam tutti citati -a pag. 263. Leggiamo un <i>Arabicus miles,</i> soscritto da testimone in un -diploma latino dei 1151 presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 933. Probabilmente -precedea l’iniziale del nome che non si potè leggere o fu saltata -nella stampa. Il testimonio parmi un <i>kâid</i> che traduceva il suo titolo di -nobiltà nel linguaggio latino del tempo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note624"> -<p><span class="label"><a href="#tag624">624</a>. </span>Diplomi dell’imperatore Federigo, dati il 16 dicembre 1239, -12 marzo e 15 aprile 1240, nella <i>Historia diplomatica Friderici II</i>, -tomo V, pag. 596, 820, 902. Diploma del 1274, nel <i>Tabularium</i> ec. della -Cappella Palatina di Palermo, pag. 82, segg. -</p> - -<p> -Da questi si scorge che il <i>gaito</i> di Palermo fosse l’amministratore -diretto dei beni demaniali nella città e territorio di Palermo, sotto l’autorità -del Segreto della Provincia. Il diploma del 1274 mostra che quell’uficio -non durò oltre il regno di Manfredi e ch’era annuale e forse dato in -appalto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note625"> -<p><span class="label"><a href="#tag625">625</a>. </span><i>Innocentii III Epistolæ</i>, Libro IX, ep. 158, edizione di Parigi 1791, -in-fol. nei <i>Diplomata Chartæ</i>, etc. di Brequigny, Part. II, tomo I. Archadio -et universis Gaietanis, etc. Si corregga Jati il nome topografico Jaci.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note626"> -<p><span class="label"><a href="#tag626">626</a>. </span><i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. I, pag. 6, nota 40. Lo squarcio di Leone -Affricano che indusse in errore il Gregorio, è dato da lui medesimo in nota, -nel <i>Rerum Arabicarum</i>, pag. 238. Si vegga ciò che noi abbiam detto di -quell’erudito musulmano nel lib. I, cap. X, pag. 236 del 1º volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note627"> -<p><span class="label"><a href="#tag627">627</a>. </span>Diploma latino del 1091; presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 521.... -<i>et ego cum exercitibus militum meorum fortiter laboravi.... patiundo diversa -pericula in terra et in mari et immensam famem et nimiam sitim ad invicem: -numerus autem illorum meorum militum qui in acquisitione terre -Sicilie mortui sunt, soli Deo et Sanctis ejus cognitus est; mihi vero, cum -omnibus aliis hominibus incognitus</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note628"> -<p><span class="label"><a href="#tag628">628</a>. </span>Si vegga un Diploma del 1114, presso Pirro, <i>Sic. Sacra</i>, pag. 1177.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note629"> -<p><span class="label"><a href="#tag629">629</a>. </span>Il diploma si legge nel Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 520. Diremo nel -capitolo seguente la ragione per la quale le terre di minor conto mancano -nelle prime circoscrizioni delle Diocesi. Non facciamo il medesimo -confronto per Randazzo, nè per le altre colonie lombarde della diocesi -di Messina, perchè ci è sospetto d’interpolazione il primo documento, -dato il 1082, che il Pirro pubblicò, op. cit., pag. 495, sopra una copia -del XVI secolo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note630"> -<p><span class="label"><a href="#tag630">630</a>. </span>Cap. VIII, pag. 231 di questo volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note631"> -<p><span class="label"><a href="#tag631">631</a>. </span>Si vegga il cap. IV di questo libro, pag. 107 del presente vol.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note632"> -<p><span class="label"><a href="#tag632">632</a>. </span>Diploma greco, presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 409 segg. -</p> - -<p> -Ha sbagliato il signore Spata supponendo <i>mariti</i> entrambi della Moriella, -normanna, come si argomenta dal nome, e signora del villaggio di -Pitirrana, i due musulmani <i>vassalli</i> di lei, che avean già posseduto il -molino. La voce ἄνθρωπος nel medio evo ebbe anche questo significato, -e qui l’è evidente.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note633"> -<p><span class="label"><a href="#tag633">633</a>. </span>Malaterra, libro II, cap. xlv; Leone d’Ostia, libro III, cap. xvj, -presso Caruso, <i>Bibl. Sicula</i>, pag. 201, 280. I luoghi di Eadmero e di Romualdo -Salernitano sono trascritti dal Gregorio, <i>Considerazioni</i>, libro I, -cap. vij, note 16, 17. Non può allegarsi l’Amato nè pro nè contro, poichè il traduttore francese, accennando (libro VI, cap. xxj, pag. 182), al -fatto stesso narrato dal Malaterra, dice che Roberto: <i>donna... toute la Sycille</i>, -senza definire altrimenti la natura della concessione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note634"> -<p><span class="label"><a href="#tag634">634</a>. </span>Diplomi del 1082, 1091 e 1099, il primo dei quali ne’ <i>Regii Neapolitani -Archivii Monumenta</i>, tomo V, pag. 97, e gli altri due presso Trinchera, -<i>Syllabus graecarum membranarum</i>, etc., pag. 68, 85; diploma -del 1094, citato dal Gregorio, <i>Considerazioni</i>, libro I, cap. vij, nota 19; -diplomi di Roberto e del suo successore, dati il 1079, 1083, 1084, 1092, e -suggelli di piombo, presso Buchon, <i>Nouvelles Recherches sur la principauté -française de Morée</i>, volume II, parte I. Paris, 1843, pag. 360, 361.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note635"> -<p><span class="label"><a href="#tag635">635</a>. </span>Diplomi del 1081 e 1094, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 1016 -e 771.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note636"> -<p><span class="label"><a href="#tag636">636</a>. </span>Si vegga il Gregorio, <i>Considerazioni</i>, libro I, cap. vij, pag. 151.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note637"> -<p><span class="label"><a href="#tag637">637</a>. </span>Presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 770, 842. Diplomi del 1091 e -del 1093.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note638"> -<p><span class="label"><a href="#tag638">638</a>. </span>Gregorio, loc. cit.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note639"> -<p><span class="label"><a href="#tag639">639</a>. </span><i>Somma della Storia di Sicilia</i>, cap. XIX, pag. 84, segg. del vol. II.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note640"> -<p><span class="label"><a href="#tag640">640</a>. </span>Si vegga questo libro V, cap. j, iij, v, vij, pag. 28 segg., 43, -a 54, 87 ad 89, 141 segg. 182, 183.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note641"> -<p><span class="label"><a href="#tag641">641</a>. </span>Si vegga il cap. ij, di questo libro, pag. 77 segg., e il cap. iij, -pag. 82 segg., 94 segg. -</p> - -<p> -Roberto die’ soltanto 100 uomini d’arme nel 1068. Veggasi la p. 104.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note642"> -<p><span class="label"><a href="#tag642">642</a>. </span>Cap. v, pag. 133.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note643"> -<p><span class="label"><a href="#tag643">643</a>. </span>Cap. vj, pag. 161.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note644"> -<p><span class="label"><a href="#tag644">644</a>. </span>Cap. viij, pag. 183, 184 segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note645"> -<p><span class="label"><a href="#tag645">645</a>. </span>Si vegga a questo proposito il Gregorio, <i>Considerazioni</i>, libro I, -cap. vij, pag. 142.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note646"> -<p><span class="label"><a href="#tag646">646</a>. </span>Op. cit., libro I, cap. vij, citando nelle note 17 e 18, il contemporaneo -Abate di Telese.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note647"> -<p><span class="label"><a href="#tag647">647</a>. </span>Loc. cit., nota 16, da un diploma.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note648"> -<p><span class="label"><a href="#tag648">648</a>. </span>Diploma, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 80, 81.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note649"> -<p><span class="label"><a href="#tag649">649</a>. </span>In <i>Prolocutorio panormitani palatii</i>. A fin di evitare la voce parlatorio, -che mal suonerebbe, mi è parso di usare quella antica dizione fiorentina.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note650"> -<p><span class="label"><a href="#tag650">650</a>. </span>Diploma presso Pirro, op. cit., pag. 84, 85. In questa carta l’arcivescovo -Pietro, papalino de’ suoi tempi, non curando il plebiscito, chiama -tuttavia duca il re Ruggiero.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note651"> -<p><span class="label"><a href="#tag651">651</a>. </span>Diploma senza data, presso Pirro, op. cit., pag. 696, citato dal -Gregorio, libro I, cap. vj, nota 7. Quivi la parola <i>etiam</i> (partem) va corretta -<i>tertiam</i>; come risulta d’altronde da un diploma del 1142, presso -Pirro, op. cit., pag. 698, nel quale re Ruggiero confermava il provvedimento -del padre.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note652"> -<p><span class="label"><a href="#tag652">652</a>. </span>Diploma del 1093, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 1016, che -mi sembra traduzione dal greco.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note653"> -<p><span class="label"><a href="#tag653">653</a>. </span>Diploma del 1105, ed un altro senza data da riferirsi anco ai primi -principii del XII secolo, citato in uno del 1133, presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>, -libro I, nota 30 al cap. ij, e nota 4 al cap. v. Squarcio di un diploma -del 1108, e citazioni di altri, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra, Chronologia</i>, -pag. xiii. -</p> - -<p> -I primi conti di Terraferma e il primo Ruggiero di Sicilia son intitolati -sovente consoli nell’Anonimo, contemporaneo di re Ruggiero, presso Caruso, -<i>Bibliotheca Sicula</i>, pag. 834, 836, 843, 844, 854, 855, 856, e nella -traduzione francese, edizione di Champollion, pag. 276, 277, 290, 312.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note654"> -<p><span class="label"><a href="#tag654">654</a>. </span>Oltre i molti e notissimi attestati degli scrittori ch’e’ sarebbe superfluo -a citare, veggansi i diplomi del 1028, 965 e 1036, ne’ <i>Regii Neapolitani -Archivii Monumenta</i>, tomo IV, pag. 206, e tomo VI, p. 147, 150, ec. -e le monete, presso San Giorgio Spinelli, <i>Monete Cufiche</i>, pag. 4, 140, 145, -146, 248.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note655"> -<p><span class="label"><a href="#tag655">655</a>. </span>Guglielmo di Puglia, libro I. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>........ Gallorum exercitus urbem</i></p> -<p class="i01"><i>Condidit Aversam, Rannulfo consule tutus</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note656"> -<p><span class="label"><a href="#tag656">656</a>. </span><i>Considerazioni</i>, libro II, cap. vij, pag. 174 segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note657"> -<p><span class="label"><a href="#tag657">657</a>. </span>Si riscontri il cap. viij del presente libro, pag. 228.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note658"> -<p><span class="label"><a href="#tag658">658</a>. </span>Presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>, libro II, cap. iv, nota 15.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note659"> -<p><span class="label"><a href="#tag659">659</a>. </span>Op. cit., libro I, cap. iv, nota 23.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note660"> -<p><span class="label"><a href="#tag660">660</a>. </span>Op. cit., libro I, cap. v, nota 3.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note661"> -<p><span class="label"><a href="#tag661">661</a>. </span>Op. cit., libro II, cap. vij, nota 23.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note662"> -<p><span class="label"><a href="#tag662">662</a>. </span>Libro I, cap. ix, e libro II, cap. xij, pag. 208 segg. e 472 segg. -del Iº vol., libro III, cap. i e iij, e libro IV, cap. xj, pag. 10 segg., 397 segg. -del 2º volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note663"> -<p><span class="label"><a href="#tag663">663</a>. </span>Questo argomento è trattato, con molta critica ed autorità di citazioni, -dal Mortreuil, <i>Histoire du Droit byzantin</i>, Paris, 1843-6, volume III, -pagg. 49, 75 ad 82.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note664"> -<p><span class="label"><a href="#tag664">664</a>. </span><i>Considerazioni</i>, libro II, cap. vij, nota 21.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note665"> -<p><span class="label"><a href="#tag665">665</a>. </span>Si veggano i fatti di varie città dell’Italia Meridionale, ricordati -nel presente libro, cap. i e ij, pagg. 31, 37, 38, 51, 52, 87 a 89.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note666"> -<p><span class="label"><a href="#tag666">666</a>. </span>Diploma senza data, da riferirsi all’XI secolo, presso Trinchera, -Syllabus, Appendice, pag. 557. I detti uomini pagavano εὶς τὸ πλεμικόν.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note667"> -<p><span class="label"><a href="#tag667">667</a>. </span>Si vegga il cap. ij di questo nostro libro, pag. 82, 85, 90 del volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note668"> -<p><span class="label"><a href="#tag668">668</a>. </span>Diplomi greci del 1094, 1105, 1136, 1182, 1168, 1171, 1217, 1225, -presso Spata, <i>Pergamene</i>, pagg. 180, 188, 203, 266, 293, 437, 274, 309 e -312, 327 e 330; e diploma greco del 1140 nel <i>Tabularium</i> della Cappella -Palatina di Palermo, pag. 28, col transunto arabico, nel quale cotesti Arconti -della Corte son detti vizir, ch’era il nome arabico dell’ufizio. All’incontro -è adoperato il mero titolo in tre diplomi arabici di Sicilia inediti -del 1144 e 1145, poichè quivi il vocabolo ἄρχον è esattamente trascritto, -non tradotto e, come voce straniera, prende al plurale la forma arâkinah, -secondo le regole grammaticali. Non cito gli altri diplomi greci, ne’ quali -l’emir degli emiri, primo ministro dei re di Sicilia, è intitolato Arconte -degli Arconti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note669"> -<p><span class="label"><a href="#tag669">669</a>. </span>Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 247. Il Lascari in una -traduzione latina quivi stampata a pag. 253, traduce lo stesso vocabolo dominus.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note670"> -<p><span class="label"><a href="#tag670">670</a>. </span>Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 244.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note671"> -<p><span class="label"><a href="#tag671">671</a>. </span>Diploma greco, op. cit., pag. 266.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note672"> -<p><span class="label"><a href="#tag672">672</a>. </span>Diploma greco, op. cit., pag. 286, 288.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note673"> -<p><span class="label"><a href="#tag673">673</a>. </span>Diploma greco, op. cit., pag. 438, 439. Nello stesso atto, pag. 437, -sono nominati gli Arconti del Segreto, cioè i Direttori di Finanza della -Corte.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note674"> -<p><span class="label"><a href="#tag674">674</a>. </span>Diploma citato del 1188, presso Trinchera, Syllabus, pag. 297.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note675"> -<p><span class="label"><a href="#tag675">675</a>. </span>Il <i>Thesaurus</i> di Henri Etienne, ediz. di Hase, etc. dà alla voce -Ἄρχων i soli significati antichi; ma spiega Ἀρχοντία, etc., prefettura del -basso impero. Il Glossario greco del Ducange cita invece il significato -più moderno, cioè nobili e baroni ed anco l’Arconte degli Arconti di -Costantino Porfirogenito. Ma le compilazioni di dritto alle quali si riferisce -il Mortreuil, <i>Histoire du Droit byzantin</i>, vol. II, pag. 375 e 421, e -vol. III, pag. 95, mostrano mantenuto nel X, XI e XII secolo il significato -di supremo magistrato giudiziale. Nella stessa opera, vol. III, pag. 68, -veggo che i corpi de’ dignitarii della Chiesa si chiamassero anco Ἀρχοντικία, -e le citazioni delle pagg. 81-82 provano dato quel titolo ad alcun -ufizio municipale.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note676"> -<p><span class="label"><a href="#tag676">676</a>. </span>Traduzione d’un diploma greco, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, -pag. 300. Vi si leggon anco i senes Noti e i senes Rosati; ma questi nomi -topografici sembrano sbagliati, perchè Noto giace in altra regione e Rosato -non si ritrova in altre carte.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note677"> -<p><span class="label"><a href="#tag677">677</a>. </span>Γέρουσία. Diploma greco, presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 410.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note678"> -<p><span class="label"><a href="#tag678">678</a>. </span>Traduzione latina d’un diploma greco di novembre 1104, presso -Gregorio, <i>Considerazioni</i>, libro I, cap. iij, nota 10. Quivi si fa cenno di -sacerdoti, <i>simul considentibus</i>, con gli Anziani e poi di testimonianza di -molti Buoni uomini. Ma il testo forse metteva questi insieme con gli Anziani -e la traduzione, che il Gregorio confessa inesatta, alterò il senso.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note679"> -<p><span class="label"><a href="#tag679">679</a>. </span>Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 285 segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note680"> -<p><span class="label"><a href="#tag680">680</a>. </span>Idem, ibid., pag. 293 segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note681"> -<p><span class="label"><a href="#tag681">681</a>. </span>Diploma greco del 1138, inserito in uno del 1188, presso Trinchera, -<i>Syllabus</i>, pag. 297. I Buoni uomini e gli Anziani doveano determinare tutte -le appartenenze d’un feudo recentemente conceduto: boschi, vigne, ec., -fino a’ villani ed a’ borghesi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note682"> -<p><span class="label"><a href="#tag682">682</a>. </span>Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 438.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note683"> -<p><span class="label"><a href="#tag683">683</a>. </span>Presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 774. Invece di Catinae, si dee legger -quivi Jatinae, della qual terra si tratta e non di Catania. Gli Anziani -in questo diploma, scritto originariamente in latino, sono detti majores -natu, traduzione literale di sceikh. L’altra terra nominata è Mertu, villaggio -or distrutto in provincia di Palermo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note684"> -<p><span class="label"><a href="#tag684">684</a>. </span>Diploma greco-arabico, nel <i>Tabularium</i> della Cappella Palatina -di Palermo, pag. 29.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note685"> -<p><span class="label"><a href="#tag685">685</a>. </span>Traduzione latina del XIII secolo, dal greco e dallo arabico, pubblicata -dal Gregorio, <i>De Supputandis</i>, pag. 34 e segg. e meglio dallo Spata, -<i>Pergamene</i>, pag. 451 seg. È da notare che la traduzione dall’arabico ha -il solo vocabolo <i>senes</i> che risponde a sceikh; ma nella traduzione dal -greco si legge <i>senes de regimine terrarum adiacentium</i>. Dond’ei sembra -che la voce γέροντες fosse seguita da qualche altra che la specificava -o che il traduttore avesse aggiunto <i>de regimine</i>, per mostrare che si -trattasse di Anziani e non di vecchi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note686"> -<p><span class="label"><a href="#tag686">686</a>. </span>Diploma greco del distrutto archivio Capitolare di Messina. Una -copia procacciatane dal canonico Schiavo, serbasi nella Biblioteca comunale -di Palermo, Q. q. H. 4, fog. 321; dalla quale il Tardia e il Morso trasser -quelle che si ritrovano nella stessa Biblioteca, Q. q. F. 143 e Q. q. -E. 172, fog. 427. Avvene di più una traduzione latina, Q. q. G. 12, fog. 55. -56. E questa è la stessa, di cui die’ un pezzo il Gregorio, a proposito de’ maestri -de’ borghesi, come or or diremo. Avvertasi che il Ms. è citato dal Gregorio -con l’antico posto, Q. q. H. 15. Debbo la copia greca e latina di questi -diplomi al dotto mio amico Isidoro La Lumia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note687"> -<p><span class="label"><a href="#tag687">687</a>. </span>Diploma arabico della cattedrale di Palermo e nuova spedizione -del medesimo nel 1154, mai pubblicati dal Gregorio e poi dal professor Caruso -nella <i>Biblioteca Sacra</i>, Palermo, 1834, vol. II, pag. 46 segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note688"> -<p><span class="label"><a href="#tag688">688</a>. </span>Diplomi del 1122, 1217, 1223, 1224 e 1225. presso Spata, op. cit., -pag. 256, 313, 314, 315, 317, 322, 323, 329, 330.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note689"> -<p><span class="label"><a href="#tag689">689</a>. </span>Il primo è diploma greco, presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 216; il -secondo, squarcio di traduzione latina d’un diploma greco, presso Gregorio, -<i>Considerazioni</i>, libro II, cap. II, nota 25; e gli ultimi due diplomi -greci, presso Spata, op. cit., pag. 286, 293 segg. I nomi proprii mi -sembrano mescolati greci e italici.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note690"> -<p><span class="label"><a href="#tag690">690</a>. </span>Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 261, ed a pag. 263, un -transunto latino contemporaneo dove si legge la traduzione litterale <i>Boni -homines</i>. Ancorchè l’editore non abbia avuta sotto gli occhi la pergamena -originale, pure l’atto è da tenersi autentico, pei motivi ch’egli discorre -nelle annotazioni. Ed ancorchè il testo greco sembri guasto in qualche -luogo, pur non è in quello che ci importa; cioè dove i Buoni uomini dicono -chiaramente: Noi abbiamo conceduti i beni. E <i>noi</i> significa il comune -piuttosto che le persone, poichè erano trascorsi necessariamente -moltissimi anni dalla concessione. De’ nomi proprii di cotesti Buoni uomini, -laici o chierici, la più parte mi sembrano greci o latini e due soli -oltramontani.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note691"> -<p><span class="label"><a href="#tag691">691</a>. </span>Diploma d’ottobre 1204, del quale v’ha copia tra i Mss. della -Biblioteca comunale di Palermo, Q. q. G. 12. fog 114, citato per la prima -volta dal La Lumia, per provare la esistenza de’ giurati in quel tempo, -quando il Gregorio li trovava per la prima volta dal 1222 al 1231. Si -vegga l’opera di quel mio dotto amico, <i>Storia della Sicilia sotto Guglielmo -il Buono</i>, Firenze, 1867, in 12º, pag. 200. Avuta copia di questo documento -dallo stesso La Lumia, mi par di pubblicarlo, come quel che rivela la forma -del municipio lombardo di Sicilia ai tempi normanni, ai quali va riferita -manifestamente la istituzione. -</p> - -<p> -<i>In nomine Dei Eterni Salvatoris omnium, Jesu Christi, Amen. Anno -felicis suæ Incarnationis Millesimo Ducentesimo quarto, mense octobris -Nonæ Indictionis. — Quoniam acceptum est illi per quem salus venit in mundum, -et interest opera civitatis haud minimum judicare, fundare Ecclesias, -et fundatas pia sollicitudine promovere; inde est quod Nos Rogerius de -Drusiana et Joseph de Ytalia, de regio mandato instituimus una cum cæteris -Bonis hominibus, et universo populo Nicosino; cum in honore et titulo Salvatoris -fundassemus Ecclesiam in montem appellatam Sancti Salvatoris in -terra Nicosini, ut in eadem Ecclesia acceptum Deo et sollemnius serviatur -quantum vestra interest, et licet laicis de Ecclesiis ordinare, eamdem Ecclesiam -ad jurisdictionem transferimus Sanctæ Ecclesiæ Latinensis cum omnibus -possessionibus, et cæteris bonis, quae ipsa hodie habet, et in futurum -est, Deo propitio, habitura. Salvo jure Sanctæ Messanensis Ecclesiæ cui ipsa -tenetur persolvere tarenum annuum pro incenso.</i> -</p> - -<p> -<i>Ad hujus autem nostræ concessionis memoriam, et robur in perpetuum -valiturum, per manus Magistri Johannis Rocté (?) presens scripta est -pagina et subscriptarum personarum testimonio roborata. Anno, mense et -Indictione præscriptis. Regnante Domino nostro serenissimo Rege Frederico, -anno (Dei gratia) octavo.</i> -</p> - -<ul> -<li>✠ <i>Ego Rogerius De Drusiana hoc concedo.</i></li> -<li>✠ <i>Ego Joseph de mandato regio Institucionem hanc confirmo.</i></li> -<li>✠ <i>Ego Robertus de Castello Bajulus hoc confirmo.</i></li> -<li>✠ <i>Ego Adam de Capicio hoc confirmo.</i></li> -<li>✠ <i>Ego Rogerius de la Nore Judex Juratus hoc confirmo.</i></li> -<li>✠ <i>Ego Nicolaus Maracava Judex Juratus hoc concedo.</i></li> -<li>✠ <i>Ego Robaldus Novus Bajulus eamdem confirmo.</i></li> -<li>✠ <i>Ego Robertus de Falco concedo.</i></li> -<li>✠ <i>Ego Nicolaus Botayctor concedo.</i></li> -<li>✠ <i>Ego Vivianus de Trohina concedo.</i></li> -<li>✠ <i>Ego Bartolomeus de Ansruna concedo.</i></li> -<li>✠ <i>Ego Guillelmus Ruffus concedo.</i></li> -<li>✠ <i>Ego Baribavayra Tuscus concedo.</i></li> -<li>✠ <i>Ego Alvarus concedo.</i></li> -<li>✠ <i>Ego Vitalis de Pistona concedo.</i></li> -<li>✠ <i>Ego Brunus fornator concedo.</i></li> -</ul> - -<p> -<i>Ex scripturis existentibus in Archivio Sanctissimæ Collegiata Capitularis -Insignis Matris Ecclesia Sancti Patris Nicolai, Præcipui et Principalis -Patroni hujus Urbis Nicosiæ, extracta est præsens copia — Collatione -salva.</i> -</p> - -<p> -<i>Notarius Dominus Petrus Franciscus Paulus de Gugliotta Archivarius.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note692"> -<p><span class="label"><a href="#tag692">692</a>. </span>Si veggano gli articoli di cotesta antica compilazione di diritto, -citati da Hegel, <i>Storia della Costituzione de’ Municipii italiani</i>, Appendice -pag. 419 segg. della traduzione italiana.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note693"> -<p><span class="label"><a href="#tag693">693</a>. </span>Nelle <i>Memorie della R. Accademia delle Scienze in Torino</i>, 2ª serie -vol. XIII, pagg. 32, 50, 57, 99.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note694"> -<p><span class="label"><a href="#tag694">694</a>. </span>Ducange, Glossario latino, ultima edizione, alla voce <i>Boni homines</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note695"> -<p><span class="label"><a href="#tag695">695</a>. </span><i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. vij, pag. 182, 183.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note696"> -<p><span class="label"><a href="#tag696">696</a>. </span>Ducange, Glossario latino alla voce <i>Magister</i>, e Glossario greco, -alla voce Μαγίστερ. Nella lunghissima lista, che prende sedici colonne -dell’ultima edizione del glossario latino, una sola fiata questo vocabolo -pare scambiato con <i>major</i> nei <i>magistri communiae</i> o <i>magistri civium</i>; ma -l’esempio è posteriore al XII secolo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note697"> -<p><span class="label"><a href="#tag697">697</a>. </span>Si vegga la citazione che abbiamo fatta in questo medesimo libro -cap. viij, pag. 219.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note698"> -<p><span class="label"><a href="#tag698">698</a>. </span>Oltre il supposto del Gregorio, così pensa anco l’Hartwig, <i>Codex -Juris municipalis Siciliae</i>, Parte I, Cassel, 1865, pagg. 40, 41. Al ragionamento -del dotto giureconsulto alemanno io oppongo che i <i>majores civium</i> -di Messina nel XII secolo e que’ di Palermo in tempo indeterminato, -ch’egli cita, i quali tornano secondo me al XIV secolo, significano evidentemente -i rappresentanti del municipio, Buoni uomini, Anziani, o comunque -si chiamassero nelle due città primarie dell’isola, non già i capi -del mnnicipio, sindaci o giurati. Perciò gli ufizi non sono meno diversi -l’un dall’altro che i significati de’ due titoli.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note699"> -<p><span class="label"><a href="#tag699">699</a>. </span>De’ due documenti citati dal Gregorio, de’ quali ho avuta testè la -copia per favore del dotto mio amico Isidoro La Lumia, quel di Collesano -non offre se non che una soscrizione in mezzo a molte altre di testimonii, -dalla quale si può argomentare solamente che il maestro di borghesi fosse -ammesso nelle grandi solennità a corte del feudatario di Collesano. L’altro -è la sentenza della quale abbiamo fatta menzione testè a pag. 285. Da -cotesto atto si ritrae che Ruggiero, <i>maestro della Borghesia di Traina</i>, e -Meles <i>figlio del maestro dei Borghesi</i>, erano stati chiamati come assessori -in un giudizio di confini, con molti altri anziani di quella città ed anziani e -Buoni uomini di altre terre vicine. Ma questo Ruggiero è nominato dopo -tre persone, il Cantore cioè del Capitolo, un Canonico ed un Roberto -Galabeta. Non sembra egli dunque il capo del municipio. Il figlio è soscritto -dopo altre sei persone.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note700"> -<p><span class="label"><a href="#tag700">700</a>. </span>Nel diploma dianzi citato è soscritto, dopo Adelicia nipote di re Ruggiero, -il figliuolo di lei Adamo Avenel.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note701"> -<p><span class="label"><a href="#tag701">701</a>. </span>Nel diploma del 1142 citato dianzi, abbiamo i seguenti nomi degli -Anziani di Traina, ch’io divido secondo che mi sembra la loro nazione: -<i>francesi</i> signor Josfré (Jeoffroi) cantore (della cattedrale), signor Renò -(Reinault?) canonico; <i>italici</i> Guglielmo Maleditto, Giovanni Longobardo, -il monaco Filadelfo Oca; <i>greci</i> Roberto Galabeta, Riccardo Gambro, Giovanni -Catrobarba, Notaio Leone Cutzaniti, Meles, figlio del maestro -de’ Borghesi e altri. I francesi, come si vede anco da altri diplomi, richiedeano -sempre il titolo di <i>sieur</i>, κύριος. Il maestro della borghesia avea per -nome Ruggiero.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note702"> -<p><span class="label"><a href="#tag702">702</a>. </span>Dati del 1421 e pubblicati da Orlando, <i>Un Codice di Leggi e Diplomi -Siciliani</i>, Palermo, 1857, in-8, pag. 139 segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note703"> -<p><span class="label"><a href="#tag703">703</a>. </span>Diplomi del 1340 e 1392, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pagg. 410, 849.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note704"> -<p><span class="label"><a href="#tag704">704</a>. </span>Diploma inedito del Regio Archivio di Palermo, dato il 1140, scritto -in lingua arabica con caratteri ebraici.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note705"> -<p><span class="label"><a href="#tag705">705</a>. </span>Si vegga il passo di questo scrittore, nel presente nostro libro V, -cap. iv, pag. 130 del volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note706"> -<p><span class="label"><a href="#tag706">706</a>. </span>Si veggano le citazioni qui sopra a pag. 284 a 286.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note707"> -<p><span class="label"><a href="#tag707">707</a>. </span>Quantunque cotesta mi sembri l’origine più probabile de’ geronti -di Sicilia, non debbo tacere che i <i>Boni homines</i> della Terraferma italiana -fossero anco detti nel medio evo <i>Seniores civitatis</i>. Veggasi la <i>Lex</i> romana -del manoscritto di Udine citata poc’anzi a pag. 288, nota 1. Ma quella -voce di origine romana non occorre sovente nella schiatta greca, se non -che nella Sicilia del Medio evo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note708"> -<p><span class="label"><a href="#tag708">708</a>. </span>Qui sopra a pag. 286, 287.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note709"> -<p><span class="label"><a href="#tag709">709</a>. </span>A buon diritto il La Lumia, <i>Storia della Sicilia sotto Guglielmo il -Buono</i>, pag. 200, ha notati questi giurati di Nicosia del 1204, come ufiziali -proprii del municipio. Ma parmi ch’egli erri ammettendo un «Capo municipale» -di Centuripe su la fede della versione d’un diploma greco -del 1183, presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 293, dove ἐξουσιαστῆς è reso -podestà. Potestà etimologicamente sta bene, ma non ha che fare col magistrato -delle repubbliche italiane così chiamato, e probabilmente non -accenna ad altro che al bajulo. -</p> - -<p> -Il citato diploma del 1172 si legge presso il Gregorio, <i>Considerazioni</i>, -lib. II, cap. ij, nota 32.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note710"> -<p><span class="label"><a href="#tag710">710</a>. </span>Diploma del 1168, citato di sopra, presso Spata, <i>Pergamene</i>, -pag. 438, 439.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note711"> -<p><span class="label"><a href="#tag711">711</a>. </span>Malaterra, lib. IV, cap. xvj.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note712"> -<p><span class="label"><a href="#tag712">712</a>. </span>Diploma latino del 1168, presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I, -cap. iv, nota 4; diploma latino del 1133, op. cit., lib. I, cap. v, nota 4; -diploma latino del 1145 presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 800.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note713"> -<p><span class="label"><a href="#tag713">713</a>. </span>Si vegga il capitolo precedente, pag. 223, nota 5.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note714"> -<p><span class="label"><a href="#tag714">714</a>. </span>Diploma del 1197, presso Aprile, <i>Cronologia universale della Sicilia</i>, -pag. 109. A pag. 111 è un diploma analogo di Federigo, dato il 1210.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note715"> -<p><span class="label"><a href="#tag715">715</a>. </span>Su i privilegi e consuetudini di Palermo e Messina, mi riferisco ai -citati lavori del La Lumia, pag. 199, segg. e dell’Hartwig, op. cit. Di -que’ di Catania abbiam fatta menzione poc’anzi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note716"> -<p><span class="label"><a href="#tag716">716</a>. </span>Ho detto de’ quartieri di Palermo nel cap. iv del presente libro, -pag. 118 del volume, e in altri luoghi quivi citati. Si vegga anco per -l’Halka il cap. v, pag. 137. Il quartiere detto ne’ diplomi latini Seralcadi, -risponde a quello chiamato degli Schiavoni nel X secolo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note717"> -<p><span class="label"><a href="#tag717">717</a>. </span>Si vegga il cap. I, del presente libro, pag. 55, 56. La poca popolazione -spiega il detto dell’Anonimo presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, pag. 837, -che Roberto, presa la città, <i>ordinolla</i> a suo piacimento; se pur quel verbo -non si riferisce al sistema di difesa, più che al governo civile.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note718"> -<p><span class="label"><a href="#tag718">718</a>. </span>Ciò ha notato con molta sagacità l’Hartwig, <i>Codex Juris munic. -Siciliæ</i>, pag. 14, e certissima io tengo la importanza della città verso la -metà del XII secolo; non così al 1060, come par che supponga il signor -Hartwig. Non occorre aggiugnere ch’io consento appieno con lui sul valore -dei diplomi messinesi del XII secolo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note719"> -<p><span class="label"><a href="#tag719">719</a>. </span>Falcando, presso Caruso, <i>Bibliotheca Sicula</i>, pag. 404, 405, 458, -469 e 477.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note720"> -<p><span class="label"><a href="#tag720">720</a>. </span><i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. ij, v, vj.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note721"> -<p><span class="label"><a href="#tag721">721</a>. </span><i>Il Feudalismo in Sicilia</i>, Palermo, 1847, in-8.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note722"> -<p><span class="label"><a href="#tag722">722</a>. </span>Non si può attribuire che a Roberto capitano del l’esercito, il disegno -di che fa parola il Malaterra dopo la occupazione di Palermo, cioè dividere -tra Serlone e Arisgoto di Pozzuoli metà della Sicilia, o metà di quel ch’era -dato a Ruggiero.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note723"> -<p><span class="label"><a href="#tag723">723</a>. </span>Lib. IV, cap. XV, presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, pag. 235.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note724"> -<p><span class="label"><a href="#tag724">724</a>. </span>Diploma arabo-greco, inedito, della Chiesa di Catania, dato il 1095.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note725"> -<p><span class="label"><a href="#tag725">725</a>. </span>Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. ij, pag. 20, 21; e confrontisi -il diploma del 1094, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 771. Si avverta che -la Contea di Paternò fu conceduta al marchese Arrigo sotto la reggenza -di Adelaide sua sorella.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note726"> -<p><span class="label"><a href="#tag726">726</a>. </span>Si legga il diploma, presso Fazzello, <i>Historia Sicula</i>, Deca I, lib. vj -cap. 5.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note727"> -<p><span class="label"><a href="#tag727">727</a>. </span>Questo ultimo fatto è stato osservato sagacemente dal Gregorio, -<i>Considerazioni</i>, lib. I. cap. ij, pag. 23.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note728"> -<p><span class="label"><a href="#tag728">728</a>. </span><i>Utamur ea</i> (praeda) <i>dividentes Apostolico more, prout cuique opus -est</i>. Così lo fa parlare il Malaterra, lib. II, cap. xlij, presso Caruso, <i>Bibl. -Sic.</i>, pag. 197.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note729"> -<p><span class="label"><a href="#tag729">729</a>. </span>Si vegga il cap. vij del presente libro, pag. 187, e 192.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note730"> -<p><span class="label"><a href="#tag730">730</a>. </span>Mortreuil, <i>Histoire du Droit byzantin</i>, vol. I, pag. 297, vol. III, -pagg. 58, 59.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note731"> -<p><span class="label"><a href="#tag731">731</a>. </span>Il fatto ricordato da noi nel cap. vij di questo libro, pag. 187, 188, -se pur lo s’abbia a credere, va ristretto alla conversione de’ Musulmani -dell’esercito, o degli schiavi. Non occorre dimostrare la utilità di convertire -al cristianesimo l’universale della popolazione musulmana, massime -delle grandi città. E Ruggiero di certo lo comprendea.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note732"> -<p><span class="label"><a href="#tag732">732</a>. </span>Si confronti l’epistola 24 del libro IX, di Gregorio VII, con le parole -del Malaterra e con le date dei diplomi relativi alla Chiesa di Traina, -riferiti dal Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 495. Si vegga anche Dichiara, <i>Opuscoli</i>, -Palermo, 1855, in-8, pag. 134 segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note733"> -<p><span class="label"><a href="#tag733">733</a>. </span><i>Proposui in Tragina construere episcopatum... tradidimus tibi gubernationem -ejusdem episcopatus... Monasteria quoque habebis sub potestate. — Urbanus -secundus mihi, ore suo sanctissimo et venerando, præcepit, nipote -pater spiritualis... ecclesias ædificavi jussu summi Pontificis et Episcopos -ibidem collocavi, ipso laudante et concedente et ipsos Episcopos consecrante. — Ecclesias -ordinavi.... cui in Parochiam assigno quidquid infra -fines subscriptos continetur. — Stephanus, cui in parochiam assigno</i> e altre -simili parole leggonsi nei diplomi del Conte, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, -pag. 382, 520, 695, 842. Urbano II stesso, nella bolla per la quale conferma -il vescovo di Siracusa, op. cit., pag. 618, dice del conte Ruggiero: <i>Syracusanam -itaque ecclesiam novissime restaurans.... Pontificem Syracusanæ -elegit ecclesiæ.... a prodicto Rogerio concessa sunt infra hos terminos adjacentia</i>, -etc. Si riscontri del resto il Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. vij.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note734"> -<p><span class="label"><a href="#tag734">734</a>. </span>Si vegga il Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, nella notizia di ciascun vescovato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note735"> -<p><span class="label"><a href="#tag735">735</a>. </span>Diploma del 1090, pel monastero di San Filippo di Fragalà; del 1092 -per quel di Santa Maria di Mili; del 1093 per que’ di San Michele Arcangelo -di Traina, di Sant’Angelo di Brolo e di San Pietro e Paolo d’Itala; -del 1098 per quel di Santa Maria di Vicari, ec. presso Pirro, op. cit., -pag. 1027, 1025, 1021, 1016, 1034, 294, ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note736"> -<p><span class="label"><a href="#tag736">736</a>. </span>Bolla del 1091, presso Pirro, op. cit., pag. 952, data di Mileto e -però, com’e’ sembra, scritta d’accordo con Ruggiero.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note737"> -<p><span class="label"><a href="#tag737">737</a>. </span>Diploma del conte Ruggiero, dato il 1094, op. cit., pag. 771, 772. -L’abate di Lipari e di Patti ebbe poi titolo di vescovo il 1131.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note738"> -<p><span class="label"><a href="#tag738">738</a>. </span>Nel diploma di Ruggiero a favor del monastero d’Itala, citato -poc’anzi, si legge che coloro che contravvenissero agli ordinamenti da lui -dati per questo monistero, <i>auctoritate apostolica nobis tributa, sint et esse -debeant anathemisati, jussu et prætextu Domini Summi Pontificis Urbani -et omnium successorum Patrum</i>. E ciò oltre la sanzione dell’anatema che -si solea porre nelle donazioni a chiese, la quale si legge in fine del medesimo -diploma: che chiunque violasse la donazione <i>sit et esse debeat maledictus -a consubstantiali Trinitate</i>, ec. Presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 1035.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note739"> -<p><span class="label"><a href="#tag739">739</a>. </span>Malaterra, lib. IV, cap. xxix, presso Caruso, <i>Bibl. Sicula</i>, p. 247.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note740"> -<p><span class="label"><a href="#tag740">740</a>. </span>Malaterra, lib. IV, cap. vij, op. cit., pag. 231.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note741"> -<p><span class="label"><a href="#tag741">741</a>. </span>Malaterra, l. c.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note742"> -<p><span class="label"><a href="#tag742">742</a>. </span>Per abbreviare, mi riferisco al Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I, -cap. ij, nota 13 e 15, su le concessioni feudali ch’ebbero i prelati.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note743"> -<p><span class="label"><a href="#tag743">743</a>. </span>Gregorio, op. cit., lib. I, cap. vj, pag. 130.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note744"> -<p><span class="label"><a href="#tag744">744</a>. </span>Gli stati di Ibn-Menkut, Ibn-Hawasci, Ibn-Meklati e della repubblica -di Palermo, e quello d’Ibn-Thimna, surto più tardi, rispondono, su -per giù, alle diocesi di Mazara, Girgenti, Catania, Palermo e Siracusa. Il -Val Demone che die’ le diocesi di Messina e di Patti, era distinto d’altronde -per la popolazione cristiana. Si vegga il nostro libro IV, cap. xij e xv, -pag. 420 e 549 del 2º volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note745"> -<p><span class="label"><a href="#tag745">745</a>. </span>Le prime sei furono Palermo, Messina, Catania, Siracusa, Girgenti, -Mazara, già nominate, 7. Patti e Lipari vescovo (1131) 8. Archimandrita di -Messina, 9. Cefalù (1145), 10. Morreale (1182), 11. Lipari sola (1399), 12. Nicosia -(1816), 13. Caltagirone (1816), 14. Piazza (1817), 15. Noto (1844), -16. Trapani (1844), 17. Caltanissetta (1844), 18. Vescovo di rito greco in -Palermo: senza contare il vescovo di Malta (1089), nè la giurisdizione eccezionale -dell’Abate di Santa Lucia, nè la sede d’Acireale, decretata il 1844 -e poi non istituita.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note746"> -<p><span class="label"><a href="#tag746">746</a>. </span>Sendo stato quel di Palermo il solo vescovo che rimase in Sicilia poco -innanzi il conquisto normanno, il conte Ruggiero fissò la diocesi per esclusione, -descrivendo, tra il 1082 e il 1093, le tre che la circondavano. E -però il primo atto che contenga la lista delle terre della diocesi palermitana -scende fino al 1122.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note747"> -<p><span class="label"><a href="#tag747">747</a>. </span>Lib. IV, cap. iv, pag. 274 segg. del 2º volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note748"> -<p><span class="label"><a href="#tag748">748</a>. </span>Edrisi, testo, nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, pagg. 32, 36, 37, 39, 40, -41, 42, 44, 50, 52, 55. Lo stesso autore parla degli iklîm nella descrizione -d’altri paesi, per esempio dell’Affrica e della Spagna, come può vedersi -nella traduzione francese de’ sigg. Dozy e De Goeje, a’ luoghi citati nel -loro glossario sotto la voce iklîm. -</p> - -<p> -<i>’Aml</i>, è governo, anche nel significato di territorio assegnato al governatore -<i>’Amil</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note749"> -<p><span class="label"><a href="#tag749">749</a>. </span>Un diploma arabico della Chiesa di Palermo, dato il 1149, presso -Gregorio, <i>De Supputandis</i>, pag. 34, cita l’iklîm di Giato. Uno greco arabico, -inedito, del Monastero di Morreale, dato di maggio 1151, cita que’ di -Corleone e Sciacca; un altro, anche inedito e greco-arabico della cattedrale -di Palermo, dato del 1169, cita quel di Termini.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note750"> -<p><span class="label"><a href="#tag750">750</a>. </span>Sono le diocesi di Palermo, Mazara, Siracusa e Catania, presso -Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pagg. 82, 842, 618 e 520. Di quella di Girgenti, op. cit., -pag. 695, abbiam solo i confini. Lasciamo addietro quella di Cefalù perchè -la torna al XII secolo. E quella di Messina, op. cit., pag. 583, per sospetto -che il testo sia stato alterato, come tanti altri diplomi messinesi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note751"> -<p><span class="label"><a href="#tag751">751</a>. </span>Testo, nella <i>Bibl. Arabo-Sicula</i>, pag. 27.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note752"> -<p><span class="label"><a href="#tag752">752</a>. </span>Diploma del 1091, presso Pirro, op. cit., pag. 520.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note753"> -<p><span class="label"><a href="#tag753">753</a>. </span>Bolla di Callisto II, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 82.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note754"> -<p><span class="label"><a href="#tag754">754</a>. </span>Si confronti Edrisi con questi nomi e si vegga la <i>Carte Comparée -de la Sicile</i>, etc., ch’io pubblicai a Parigi, insieme con M. Dufour, il 1859.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note755"> -<p><span class="label"><a href="#tag755">755</a>. </span>Diploma del Monastero di Morreale, arabico latino, dato il 15 maggio -1182. La versione latina contemporanea si vegga presso del Giudice, -<i>Descrizione del real Tempio ec. di Morreale</i>, appendice, pag. 8 segg. Lo -stesso documento pone 42 tra villaggi e ville nel territorio di Giato, che -appartenne alla diocesi di Mazara e poi a quella di Morreale.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note756"> -<p><span class="label"><a href="#tag756">756</a>. </span><i>Journal Asiatique</i> di gennaio 1840, pag. 73, e nell’<i>Archivio Storico -italiano</i>, Appendice N. 46 (1847), pag. 30.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note757"> -<p><span class="label"><a href="#tag757">757</a>. </span>Diploma arabico inedito della Cattedrale di Palermo, dato il 1169, -citato nella <i>Biblioteca Sacra per la Sicilia</i>, vol. II, Palermo, 1834, pag. 45.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note758"> -<p><span class="label"><a href="#tag758">758</a>. </span>Diplomi greco-arabici del 1143 e 1172, nel Tabulario della Cappella -Palatina di Palermo, pag. 13, 28.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note759"> -<p><span class="label"><a href="#tag759">759</a>. </span>Diploma del 1093 presso Pirro, op. cit., pag. 842.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note760"> -<p><span class="label"><a href="#tag760">760</a>. </span>Si vegga la citazione nel nostro lib. IV, vol. 2º, pag. 277, nota 3. -Mutati in oggi i nomi ufiziali, chiamo circondario quel che nel 1858 dissi -distretto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note761"> -<p><span class="label"><a href="#tag761">761</a>. </span>Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. ij, pag. 23 e nota 14, nella -quale la citazione del Pirro si corregga: pag. 771.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note762"> -<p><span class="label"><a href="#tag762">762</a>. </span>Si veggano le concessioni di Regalbuto e di Catania, a pag. 321, -nota 2, e a pag. 326, nota 2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note763"> -<p><span class="label"><a href="#tag763">763</a>. </span>Literalmente <i>Omm</i>, ossia «madre», testo nella <i>Bibl. Arabo-sicula</i>, -pag. 39, 40. L’autore parla del gran traffico che faceasi a Sciacca e dell’abbandono -di Caltabellotta, ove non rimanea che il presidio del castello.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note764"> -<p><span class="label"><a href="#tag764">764</a>. </span>Amato e Malaterra, citati nel cap. ij di questo lib. V, pag. 74 e 77.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note765"> -<p><span class="label"><a href="#tag765">765</a>. </span>Op. cit., pag. 32. Quivi si dice esser Caronia il principio dell’iklîm -di Demona. Non si tratta dunque di territorio di una città, come ne’ luoghi -da noi citati poc’anzi, a pag. 310, nota 2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note766"> -<p><span class="label"><a href="#tag766">766</a>. </span>Son citati nel nostro lib. II, cap. xij, pagg. 469, 470 del Iº volume, -che uscì alla luce il 1854. Or abbiamo i testi greci pubblicati dallo Spata, -<i>Pergamene</i>, pag. 163 a 344, ne’ quali i due Monasteri di San Filippo e di -San Barbaro son chiamati Τῶν δεμέννων, ἐν δεμέννοις e più spesso δεμέννων -senz’altro e una volta (pag. 274) δαιμέννων, e il territorio di cotesti demenni -è detto in un diploma del 1101 (pag. 191) χώρα, in uno del 1117 -(pag. 245) διακρατήσις (equivalente d’iklîm in un diploma greco del 1151 -presso Spata, <i>Cimelio diplomatico di Morreale</i>, pag. 60, del cui testo arabico -io ho una copia) e finalmente, ne’ diplomi del 1182 e 1192 (pagg. 292, -e 305) diviene Βαθεία, cieca traduzione di <i>vallis</i> che già prevalea nel -latinismo volgare del paese. -</p> - -<p> -Si noti che il Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. ij, non potè provare -con certezza in qual tempo il vocabolo <i>valle</i> fosse divenuto denominazione -amministrativa. D’altronde alcuna delle citazioni ch’ei fa nella -nota 24 di quel capitolo, non tornano; e quelle fondate in sul Pirro han -poco valore quando si riferiscono a traduzioni dal greco.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note767"> -<p><span class="label"><a href="#tag767">767</a>. </span>Si vegga il nostro lib. II, cap. xij, pag. 465 segg. del 1º volume. -</p> - -<p> -Il Malaterra, lib. II, cap. x, presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 208, -fa menzione della provincia di Noto, durante la guerra del Conte e in -particolare verso il 1076. Ma oltrechè questo fatto non implicherebbe che -il Conte, insignoritosi dell’isola, avesse mantenuta quella provincia, la -narrazione porta più tosto a credere che si trattasse del territorio della -città, o forse del distretto o iklîm. Si vegga il cap. vj del presente nostro -libro, pag. 153, del volume, dove abbiamo nominato il Val di Noto per indicare -il luogo, non per attribuire all’XI secolo questa denominazione di -geografia politica.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note768"> -<p><span class="label"><a href="#tag768">768</a>. </span><i>Anonymi historia sicula</i>, presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 856.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note769"> -<p><span class="label"><a href="#tag769">769</a>. </span>Malaterra, lib. IV, cap. xviij.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note770"> -<p><span class="label"><a href="#tag770">770</a>. </span>Malaterra, lib. IV, cap. xxv. Il testo porta che del 1079 la principessa, -accompagnata da un vescovo e da parecchi altri cortigiani, con una -scorta di 500 lance, andò a Termini; ch’ella proseguì il viaggio per mare -<i>usque Pannoniam</i>; e che indi, apparecchiatele navi e date le vele a’ venti, -arrivò, per prospero viaggio, al porto d’Alba (<i>Alba maris, Blandona, Biograd</i>, -<i>Zara vecchia</i>) appartenente al re d’Ungheria. Senza dubbio quell’<i>«usque -Pannoniam»</i> è erroneo e va corretto <i>usque Panormum</i>, come si -legge in una variante data dal Caruso, pag. 344 (Muratori, V, 599). Noi possiamo -riconoscere in parte la strada che tenne il cortèo fino a Termini, e conchiudere -che movea da Traina. I documenti che citeremo qui innanzi, pag. 340, -nota 3, ci mostrano che nel 1094 una «strada regia» passava per Traina; -che nel 1096 una «strada francese» dalla sorgente del fiume Torto, ossia -da’ dintorni di Vicari, andava a Levante, cioè verso Traina; e che nel 1132 -una strada correa da Palermo a Vicari, Castronovo, Petralia. Senza dubbio -il corteo della sposa battè quello stradale militare. Perchè poi fosse ito a -Termini piuttosto che a Palermo, si può ben ritrovare, senza il supposto che -la strada del 1132 non fosse aperta il 1097. Palermo appartenne tutta a’ Duchi -di Puglia, fino al 1091; quando ne fu ceduta una metà al conte Ruggiero. -Or egli è verosimile, per non dir necessario, che, tra parenti così sospettosi, -e non senza ragione, i patti della cessione vietassero l’entrata di nuove -forze militari dell’uno o dell’altro nel territorio comune: e forza considerevolissima -erano 300 militi, ossia circa 1000 cavalli. Sembra dunque che la -scorta abbia lasciata la principessa alla frontiera del territorio proprio del -Conte, ch’era Termini, e ch’ella, accompagnata da’ grandi della Corte, sia -andata per mare nel gran porto di Palermo, dove si allestì l’armatetta -che poi la recò nell’Adriatico.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note771"> -<p><span class="label"><a href="#tag771">771</a>. </span>Diplomi arabici della Cattedrale di Palermo, il primo de’ quali fu -citato e il secondo pubblicato dal Gregorio, <i>De Supputandis</i>, pag. 34, -a 39. Tra gli altri errori, il Gregorio prese per nome proprio la trascrizione -arabica della voce Stratego. Un po’ meno infelicemente, il professore Caruso -ristampò l’uno e pubblicò l’altro nella <i>Biblioteca Sacra</i>, Tomo II, Palermo, -1834, pag. 46, segg., 55, segg. Io ne ho avute, per cortesia del professor -Cusa, due buone copie cavate dall’originale. Alla fine del primo, in luogo -dell’<i>era barbara</i>, che suppose il Gregorio e il Caruso copiò, va letto: «<i>con -la data di marzo</i>». Questo Abu-Taib, figliuolo, come dicono i diplomi, -dello sceikh Stefano, sembra di famiglia musulmana convertita e forse di -quelle indigene che, dopo avere abbracciato I’islam, ritornarono al cristianesimo. -Ei mi pare identico con l’Eugenio detto il Bello (Τοῦ καλοῦ e l’è -traduzione letterale di Abu-Taib) segreto della corte, secondo un diploma -del 1183, presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 293; lo stesso che nella traduzione -latina d’un diploma greco, presso Gregorio, <i>De Supputandis</i>, -pag. 54 segg. e presso Spata, op. cit., pag. 452 segg. è detto Eugenio de -Cales. La voce Biccari, a pag. 57 del Gregorio, e Biccaib, a pag. 454 dello -Spata, va corretta <i>Bittaib</i>, ch’è il nome Abu-Taib, pronunziato volgarmente -e messo al genitivo. Ho scritte le lettere N-zh-r-d come le veggo -nelle copie, e le suppongo nome topografico, non casato sì come parve al -Gregorio e al Caruso. Ma non trovo riscontro ne’ nomi topografici di quel -contorno de’ quali sappiamo pur molti. La forma de’ caratteri, mutati i -punti, mi fa pensare a Battelari, il quale luogo si vegga nella mia <i>Carte -Comparée de la Sicile</i>, pag. 29.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note772"> -<p><span class="label"><a href="#tag772">772</a>. </span>Presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 434. Il nome del comune manca; -ma il diploma appartenea al vescovato di Cefalù.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note773"> -<p><span class="label"><a href="#tag773">773</a>. </span><i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. iij.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note774"> -<p><span class="label"><a href="#tag774">774</a>. </span>Il Gregorio stesso, dopo avere sostenuto nel lib. I, la esclusiva competenza -criminale, pubblicava nel lib. II, cap. ij, nota 32, la traduzione -d’un diploma greco del 1172, dal quale risulta che in quell’anno medesimo -e al tempo dell’arcivescovo Roberto (1090-1108), lo stratego di Messina -esercitava giurisdizione civile. Si vegga d’altronde su la competenza -di quel magistrato, l’Hartwig, <i>Codex juris municipalis Siciliæ</i>, Parte I, -pag. 32 segg. -</p> - -<p> -Inoltre lo stratego di Demenna esercitava giurisdizione civile, secondo -un diploma greco del 1136, presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 265; e così -anco lo stratego di Centorbi, secondo un diploma del 1183. op. cit., pag. 293. -Operano gli strateghi come agenti del Demanio regio in Giattini (così va -letto, non Catinae, e sparisce indi lo stratego di Catania supposto dal Gregorio, -<i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. iij, nota 6) secondo un diploma latino -del 1133, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 774; e in Siracusa secondo un -diploma greco-latino del 1172, presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 443, 444.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note775"> -<p><span class="label"><a href="#tag775">775</a>. </span>Gregorio, op. cit., lib. I, cap. iij, nota 20. Nel Diploma del 1172, citato -poc’anzi, è nominato, oltre lo stratego, anche il vicecomite di Siracusa.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note776"> -<p><span class="label"><a href="#tag776">776</a>. </span>Intorno i vicecomiti in Italia si vegga Hegel, <i>Storia de’ Municipi -italiani</i>, versione italiana, pagg. 128, 441, 473.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note777"> -<p><span class="label"><a href="#tag777">777</a>. </span>Ibn-Giobair, nel <i>Journal Asiatique</i>, genn. 1846, pag. 80, e nell’<i>Archivio -Storico Italiano</i>, Appendice, nº 16. pag. 32, dice del cadì di Palermo -che giudicava le liti tra i Musulmani, sotto Guglielmo II. Il nome dell’uficio -comparisce in un diploma greco, del 1143, presso Morso, <i>Palermo -antico</i>, pag. 306; la giurisdizione poi nelle seguenti carte: 1123, greca, -presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 410; 1137, arabica inedita della Cappella -palatina di Palermo; 1161, arabica inedita della Commenda della Magione -di Palermo, oggi nel regio Archivio; 1202 latina, presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>, -lib. II, cap. vij, nota 7. -</p> - -<p> -Si avverta che la prima e l’ultima mostrano funzioni di giudice e -le due altre quel che noi chiamiamo pubblico ministero, a tutela delle -donne e de’ minori. Molti altri contratti di vendita sono stipulati, come -di ragione, dinanzi testimonii, senza intervento del cadi. -</p> - -<p> -Il cadi di Lucera, dopo la deportazione dei Musulmani di Sicilia in -Terraferma, è citato in un diploma dell’imperator Federigo, dato il 25 dicembre -1239, nella edizione Carcani, pag. 30, e nell’<i>Historia Diplomatica -Friderici II</i>, tomo V, pag. 627-628. -</p> - -<p> -Ibn Giobair, op. cit., pag. 87, e traduzione italiana, pag. 35, dice dello -<i>Hakim</i> di Trapani, innanzi il quale era stata attestata l’apparizione -della nuova luna, per determinare legalmente i giorni del digiuno di ramadhan. -Il titolo di Hakim dato al primo magistrato di Malta, viene evidentemente -da’ tempi musulmani, passando pei normanni.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note778"> -<p><span class="label"><a href="#tag778">778</a>. </span>Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. iij; Hartwig, <i>Codex Juris -municipalis Siciliæ</i>, Parte I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note779"> -<p><span class="label"><a href="#tag779">779</a>. </span>Gregorio, <i>Considerazioni</i>. lib. I, v e vj.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note780"> -<p><span class="label"><a href="#tag780">780</a>. </span>Si vegga il capitolo precedente, pag. 245, nota 2. In fin del ruolo -di Aci, quivi citato, ch’è dato di Messina il 6603 (1095) si dice che tutte -le platee del paese del Conte e di quelli de’ suoi <i>terrieri</i>, erano state scrìtte -in Mazara il 6601; e quindi si ordina che se alcuno degli Agareni notato -nel presente ruolo si trovasse in quegli altri, ei fosse immediatamente -reso dal vescovo di Catania a chi di dritto. Lo stesso si scorge dal preambolo -di un ruolo arabo-greco dei villani di Catania, dato il 1144.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note781"> -<p><span class="label"><a href="#tag781">781</a>. </span>La voce <i>rab’</i>, al plurale <i>ribâ’</i> fu studiata da Mr. De Sacy e, con -buone autorità, tradotta <i>casa</i>, nella <i>Rélation de l’Egypte par Abdallatif</i>, -pag. 303, nota. Ma in cotesto significato la sembra idiotismo dell’Egitto. -Il significato di <i>podere</i>, che ha evidentemente questa voce ne’ diplomi di -Sicilia e nella geografia di Edrisi, ritrovasi anco in Azraki, <i>Storia della -Mecca</i>, e l’è tolto probabilmente da scritture de’ primi tempi dell’islamismo. -Senza citare tutti i diplomi arabici della Sicilia ne’ quali occorre -questa voce, ricorderò quelli del 1149 e 1154, il primo de’ quali presso -Gregorio, <i>De Supputandis</i>, pag. 34, e l’altro nella Biblioteca Sacra per la -Sicilia, tom. II, pag. 46. Nelle traduzioni ufiziali di Sicilia del XII secolo, -<i>rab’</i> è reso in latino <i>cultura</i>, <i>terræ laboratoriæ</i>, al collettivo, e <i>terræ</i> -senz’altro (diploma del 1182, testo arabico inedito; la traduzione latina -pubblicata da Del Giudice, <i>Descrizione del real tempio</i>, ec. in una delle appendici, -nella quale i luoghi ch’io cito si ritrovano a pagg. 10, 12 e 18) e -altrove in greco τετραμέρως, che pare scambio con la voce <i>rub’</i> «quarta -parte» derivata dalla stessa radice (diploma del 1172, greco-arabo, nel -Tabulario della Cappella palatina di Palermo, pag. 29, 30). -</p> - -<p> -La voce <i>cultura</i>, determinata dalle parole <i>ad duo paria bovium</i>, si -legge anco in un diploma latino del 1094, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, -pag. 521. E risponde senza dubbio al <i>rab’</i>, il quale, come si scorge da’ citati -diplomi del 1149 e 1154, si misurava a <i>zeug</i>, cioè paia di buoi, <i>paricla</i>, -come scriveano latinamente nel medio evo: quella stessa misura di -superficie della quale ci è occorso di trattare nel lib. I, cap. vj, e lib. IV, -cap. viij, pag. 153 del 1º volume e 352, del 2º.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note782"> -<p><span class="label"><a href="#tag782">782</a>. </span>Diploma presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 384, dove si legge: <i>cum -omni lenimento et pertinentiis suis, secundum anticas divisiones Saracenorum</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note783"> -<p><span class="label"><a href="#tag783">783</a>. </span>Si veggano i diplomi arabici del 1149, 1174, 1172, e sopratutto -quello del 1182, citati nelle note precedenti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note784"> -<p><span class="label"><a href="#tag784">784</a>. </span>Cotesto titolo ai trova ne’ diplomi arabici del 1149 e 1154, citati -poc’anzi nella pag. 316, nota 1; in uno greco arabico del 1172, pubblicato -nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 30, 31; in uno -arabico del 1182, inedito che apparteneva al Monastero de’ Benedettini -di Morreale, ec. -</p> - -<p> -Mettendo da parte la traduzione del Gregorio: «Duana veracis conservata -a Deo» (<i>De Supputandis</i>, pag. 35) e quella del XIII. secolo «Doana -Veritatis» (presso Gregorio, op. cit., pag. 57) la quale servì di guida all’illustre -pubblicista e mediocrissimo arabizzante siciliano, noi diremo della -versione «Bureau de vérification du domaine.» data da M. Noël Des Vergers -(<i>Journal Asiatique</i> di ottobre 1845, p. 340) trascrivendo un brano del -detto diploma del 1149 per comento a quello del 1182, ch’egli pubblicava. -L’autorità di questo erudito francese, di cui abbiamo deplorata non è guari -la morte, è di molto peso, perch’egli sapea per benino l’arabico; e molto -meglio di lui e di noi tutti lo sa M. Caussin De Perceval, ch’egli consultò -in quel suo studio sul diploma arabico di Morreale del 1182. Evidentemente -que’ due dotti uomini dettero all’aggettivo passivo <i>Ma’mûr</i> il significato -del sostantivo <i>côlto</i>, come appunto l’ha preso questa voce in italiano; -e, trattandosi evidentemente di beni demaniali, lo tradussero <i>domaine</i>. -Quanto all’articolo del sostantivo <i>tahkik</i> essi lo considerarono «appositivo», -come dicono i grammatici. E così la traduzione starebbe benissimo: «Uficio -della verificazione de’ côlti» o meglio «dell’appuramento degli Stabili,» -perocchè la voce <i>ma’mûr</i> può applicarsi a qualsivoglia terreno reso -profittevole dall’industria dell’uomo, con lavori agrarii o fabbriche. -</p> - -<p> -Se non che i ragguagli dell’amministrazione pubblica d’Egitto nel -medio evo, i quali m’è occorso di studiare, conducono a interpretazione -diversa. E primo, nella Storia de’ Patriarchi d’Alessandria, opera del -XIII secolo, Ms. arabico di Parigi, Ancien fonds 140, è citato, a pag. 400, -il <i>Diwan-el-Khazânat-el-Ma’mûrah</i>, ossia “ufizio de’ forzieri,” <i>ma’murah</i>, -e, pag. 407, il <i>Beit-el-Mâl-el-Ma’mûr</i>, ossia il Tesoro (col significato di -cassa dello Stato) <i>ma’mur</i>; nei quali due casi quest’ultima voce, messa, -sia al mascolino, sia, come plurale irregolare, al femminino, è evidentemente -aggettivo passivo, come noi diremmo “ben fornito, pieno:” e si diceva -a mo’ di formola parlando delle entrate pubbliche, nel pio supposto che le -fossero sempre abbondanti, ovvero a mo’ d’invocazione ad Allah che sempre -le accrescesse. Lo stesso Ms. de’ Patriarchi d’Alessandria, a pag. 224, -dice del <i>Diwân-et-Tahkîk</i> senz’altro predicato e senza spiegar che maniera -d’ufizio e’ fosse. Ma ben lo sappiamo da Makrizi, il quale nel <i>Kitâb-el-Mewâ’iz</i> -(Descrizione dell’Egitto) testo arabico di Bulak, 1270 (1853) -vol. I, dando ragguaglio de’ varii ufizi istituiti da’ califi fatemiti, dice, -pag. 401 che il “carico del <i>Diwan-et-Tahkîk</i> era di tenere il riscontro a -tutti gli altri diwani.” <i>Tahkîk</i>, dunque, va tradotto verificazione o riscontro; -e <i>ma’mûr</i> torna a “regio, pubblico” e nulla più. Quell’ufizio in -Palermo era la Tesoreria reale, la <i>Controleria</i>, come si disse un tempo con -voce francese, e teneva in compendio, o forse in duplicato, i registri che -noi conosciamo di tutti i beni pubblici, feudali o demaniali che fossero, -e senza dubbio quelli di ogni altra entrata e di tutte le spese, de’ quali -non ci è pervenuto alcun ragguaglio. -</p> - -<p> -Avvertasi che nel citato diploma di Morreale del 1182, (<i>Journal Asiatique</i> -d’ottobre 1845, pag. 318) il medesimo ufizio è detto brevemente -<i>Ed-Diwan-el-Ma’mûr</i> ossia “l’ufizio ricco, pieno,” e però il regio Tesoro. -Lo stesso si nota nel diploma del 1172, presso Gregorio, <i>De Supputandis</i>, -pag. 56, e in un ruolo di villani arabo-greco e inedito della Chiesa di Catania, -soscritto da re Ruggiero, del quale ho copia. In un diploma arabico inedito -dell’opera della Magione di Palermo, dato il 1161, la cittadella dell’Halka -in Palermo stessa è detta <i>Kasr Ma’mur</i>; e in un trattato di pace di Kelaûn -col re di Sicilia, nella mia <i>Biblioteca Arabo-sicula</i>, pag. 349, gli ufizi -delle gabelle del Sultano son chiamati <i>Diwan Ma’mûr</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note785"> -<p><span class="label"><a href="#tag785">785</a>. </span>Si leggano presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. iv, note 4, -5, 6 e 7 gli antichi esempii di questo titolo latino ai quali si aggiunga -<i>Doana Secretie</i>, secondo il diploma del 1172, nel <i>De Supputandis</i>, pag. 56, -il qual nome talvolta si compendiava, per antonomasia, nella sola voce -<i>doana, dogana</i>, ec. Non occorre poi notare che questo vocabolo, usato con -significato ristretto in Europa, sia prettamente l’arabico o meglio persiano -<i>diwân</i>. Mentre in Sicilia lo si applicava, arabicamente, a tutto ufizio pubblico, -gli Italiani di Terraferma lo ristrinsero a ciò che oggi diciamo dogana, -perchè l’ufizio delle gabelle d’entrata delle merci era il solo, o il -principale, col quale praticassero i nostri mercatanti negli Stati musulmani -del Mediterraneo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note786"> -<p><span class="label"><a href="#tag786">786</a>. </span>Si riscontri il Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. iv. nota 33, il -quale non si accorse dell’origine greca, e pur si rise de’ suoi predecessori. -Inoltre, ragionando esclusivamente su l’episodio del notaio Matteo, egli -negò che i <i>difter</i> della corte siciliana contenessero i catasti; la qual cosa -era provata ad evidenza dalle autorità ch’egli avea citate nella nota 4 -del medesimo capitolo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note787"> -<p><span class="label"><a href="#tag787">787</a>. </span><i>Thesaurus</i> di Errico Etienne, edizione Hase, alla voce διφθέρα.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note788"> -<p><span class="label"><a href="#tag788">788</a>. </span>Nel diploma arabico del 544 (1449-50) in favore del Monistero di -Santa Maria de Gurguro, oggi detto della Grazia, presso Palermo, si -legge che i confini di certi poderetti assegnati a’ villani della detta Chiesa -da un delegato del governo, erano stati registrati nel <i>difter-el-hodûd</i> del -Diwan di Riscontro della Tesoreria. Questo diploma, citato dal Gregorio -<i>De Supputandis</i>, pag. 38, nota a, fu poi pubblicato dal professor Caruso -nella <i>Biblioteca Sacra</i>, vol. II, pag. 58. Un diploma del 1169, presso Pirro, -<i>Sicilia Sacra</i>, pag. 1017, nel quale fu trascritto il <i>sigillo</i> (diploma) del conte -Ruggiero a favor del Monastero di San Michele Arcangelo in Traina, aggiugne: -<i>Solam enim divisionem prædictam casalis Busceniæ in fine sigilli -denotatam, quoniam totaliter literæ deletæ erant et non poterant clare legi, -transcripsit ex quinternis magni secreti in quo (sic) continentur confines -Siciliæ, ut certe habeas in futurum</i>, etc. Prova anco il mio assunto il diploma -di Morreale del 1182, del quale il testo è inedito, e la versione latina, contemporanea -ed ufiziale, fu pubblicata da Del Giudice. Questa ha in fine: -<i>Has autem divisas predictas a deptariis nostris de saracenico in latinum -transferri precipimus</i>; mentre nel testo arabico si legge essere stato trascritto -il diploma dai <i>difter</i> del <i>Diwan-et-Tahkik-el-Ma’mûr</i>. Si noti che -un diploma arabo-greco del 1151, del quale la parte arabica è inedita e -la greca è stata pubblicata dallo Spata, <i>Cimelio del Monastero di Morreale</i>, -Palermo, 1865, in-12, pag. 59, segg. si contengono al paro i nomi de’ villani -e i confini del podere. Similmente in un altro diploma arabico inedito -di Morreale dato il 1178, per lo quale furon donati alla Chiesa di -Morreale de’ poderi in Corleone e Calatrasi, il re ordinava al <i>Diwan-et-Tahkik-el-Ma’mûr</i> -di cavare dai <i>difter</i> del diwano e dalle antiche <i>giarâid</i> -(platee o ruoli) la descrizione de’ poderi e i nomi de’ villani.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note789"> -<p><span class="label"><a href="#tag789">789</a>. </span>Un diploma arabico della Chiesa di Palermo fa supporre che i beni -allodiali fossero anch’essi registrati nel catasto dello Ufizio di Riscontro -della Tesoreria. Niccolò Askar, famiglio del <i>Kasr-el-Ma’mûr</i> (la cittadella -regia, l’Halka) di Palermo comperava una casa di proprietà di Zeinab -figlia di Abd-Allah-el-Ansari, posta nel Cassaro antico della città, presso -la Bab-es-Sudân (Porta de’ Negri). Metto io da parte, perchè dubito delle -lezioni del testo arabico, il nome del magistrato e il titolo del diwan che -aveano autorizzata cotesta vendita, accertati che il danaro servisse a -quella donna per riscattarsi dalle mani di certi stranieri Rûm che l’avean -presa (se fossero stati i Lombardi?). E venendo al presente nostro argomento, -noto che il passaggio di proprietà fu registrato nei <i>difter</i> del <i>Diwan-el-Ma’mûr</i>, -come si legge in piè del diploma. L’atto di vendita è -dato «il 7 settembre, corrispondente al mese arabico di scia’ban del 587» -(1191) e la registrazione nell’uficio di riscontro del tesoro, il 10 ottobre -(così io leggo) della IXª indizione. -</p> - -<p> -Ognun vede che <i>Ma’mûr</i>, ne’ due luoghi citati, torna a <i>regio</i> precisamente, -come abbiam detto poc’anzi, pag. 322. nota 2. Di questo diploma -la più parte fu pubblicata, con molti errori, dal Gregorio, <i>De Supputandis</i>, -pag. 40. seg. Ne ho avuta dal Prof. Cusa una buona copia, cavata dal -testo originale. -</p> - -<p> -Debbo intanto avvertire che gli atti più antichi di vendita, de’ quali -abbiamo il testo arabico, non sembrano registrati all’ufizio di riscontro. -Era dunque innovazione degli ultimi anni di Guglielmo II, ovvero formalità -che solea trascurarsi, quando l’atto non capitava, come questo, nelle -mani del pubblico ministero? -</p> - -<p> -In ogni modo i <i>defetir-el-hodûd</i>, ossia <i>quinterni magni Secreti</i>, sembrano -veri catasti dove fossero descritti i confini di ciascun podere, non già -que’ del solo territorio di ciascun paese o <i>iklîm</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note790"> -<p><span class="label"><a href="#tag790">790</a>. </span>Con tal supposto il Gregorio comincia il citato cap. iv del lib. II, -delle <i>Considerazioni</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note791"> -<p><span class="label"><a href="#tag791">791</a>. </span>Diploma presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 522. Notisi che questo -diploma è scritto originalmente in latino, onde il termine che occorre due -volte, quando <i>Northmanni primum transierunt in Siciliam</i>, non può venir -da errore di traduzione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note792"> -<p><span class="label"><a href="#tag792">792</a>. </span>Si vegga questo medesimo libro, cap. viij, pag. 247 segg., 253 segg. -del presente volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note793"> -<p><span class="label"><a href="#tag793">793</a>. </span>Si vegga il Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. 1, cap. iv, e particolarmente -la nota 21. Ma gli squarci di carte siciliane del XII, XIII e XIV secolo -quivi trascritti, fanno sospettare qualche errore di copia. Ed errore o -bugia dee sospettarsi nel diploma del 1274, dove descrivendo le decime -<i>solite</i> a riscuotersi dalla cattedrale di Palermo su le <i>gabelle antiche</i> del -fisco, si la salire la <i>decima</i> a ventidue tarì d’oro e grani due sopra ogni -cento tarì entrati nelle casse regie. Sarebbe stata una bella decima: poco -men che la quarta parte!</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note794"> -<p><span class="label"><a href="#tag794">794</a>. </span>Si vegga il capitolo precedente, pag. 255 nota 1. Mi par bene di -spiegare qui perchè io renda con l’italiano “canova” il vocabolo arabico -<i>dokkân</i>. -</p> - -<p> -Che questo abbia avuto ed abbia tuttavia in Egitto ed Oriente il significato -generico di bottega, si vede da’ dizionarii arabi, non esclusi que’ sì -moderni di Bochtor e di Lane, nè i dizionarietti italiani ed arabici stampati -a Bulâk. Si vede anco dagli autori che cita il Sacy (<i>Chréstomathie arabe</i>, -tomo I, pag. 252, e traduzione di Abdallatif, pag. 303); dai proverbii arabi -moderni (Freytag, I, 141); da Lane stesso (<i>Modern Egyptians</i>, cap. XIV) il -quale dà perfino un disegno di <i>dokkân</i> del Cairo: e la torna sempre a -stanza terrena dove si vendano commestibili e altre merci. Fu chiamato -anche così lo studio de’ notai musulmani, secondo un luogo d’Ibn-Khaldûn, -trascritto in nota da Sacy (<i>Chréstom</i>., tom. I, pag. 39, 41). -</p> - -<p> -Contuttociò, nel caso nostro quella voce va tradotta “canova;” non parendo -possibile che il conte Ruggiero e i suoi feudatarii abbian preso il -monopolio di tutte le merci. Si deve intendere, a creder mio, delle grasce -soltanto, e forse di quelle che si vendessero a minuto. -</p> - -<p> -La nostra voce “canova” potrebbe per avventura venir dall’arabico -e tornare ad <i>hanût</i>, ch’è dato come sinonimo di <i>dokkân</i>, ma si dice -particolarmente delle botteghe dove si vende il vino. Secondo i lessicografi -(Lane, Dizionario, vol. I, pag. 661, 1ª colonna) quella voce suonava -in origine <i>hânuwa</i>. Or gli Italiani doveano pronunziarla “canova”, come -<i>kammâl</i>, “camálo” e <i>harrâka</i>, carácca.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note795"> -<p><span class="label"><a href="#tag795">795</a>. </span>Lasciando da canto la lista de’ <i>diritti antichi</i> secondo Andrea da -Isernia, che si legge nella nota 18, del capitolo or citato delle Considerazioni, -ed anco i diritti rilasciati e i soprusi vietati dal vescovo di Catania -a favore di que’ cittadini nel 1168, come si legge in principio della nota 21, -faremo qualche osservazione su i diritti antichi di Palermo, Messina, Girgenti, -Sciacca e Licata, citati in diplomi del 1274, 1270, 1266, 1280, 1309. -</p> - -<p> -Primi son ricordati in Palermo i diritti di Rahadina e di Rahaba; e le -sembran voci arabiche, l’una delle quali alterata nella trascrizione (<i>rahâin</i> -plurale vuol dir pegni) e l’altra significa piazza (Makrizi, <i>Mewd’is</i>, testo arabico -tom. II, pag. 47, segg. nomina una cinquantina di luoghi del Cairo e -Cairo vecchio così chiamati). Seguon le dogane della carne, del pesce, ec., -che ognuno intende; la tintoria; il dazio de’ vasai, de’ sellai, della seta, del -filetto del cotone, dell’orpello, la catena del porto; la tassa del fumo (così -chiamavasi nel Basso impero una tassa personale scompartita per case, -fuochi, come si disse poi in Sicilia) i bagni di Giawher, della Guidda e i -mulini di Kalbi, Malfiteri, del Cadi, ec. -</p> - -<p> -In Messina non troviamo altre denominazioni arabiche se non che la -gabella del cafiso dell’olio (nota misura di Sicilia ed è il <i>cafiz</i> degli Arabi) -e la gabella <i>itriarum seu tinctorum</i>; dove leggerei ac in luogo di seu, poichè -<i>itria</i> in arabico vuol dire vermicelli o simili paste e in Sicilia dura la -espressione di vermicelli <i>di tria</i>. V’ha inoltre la <i>gesia</i> de’ Giudei e alcuna -delle denominazioni non arabiche notate in Palermo. -</p> - -<p> -In Girgenti poi e nelle altre due città della stessa provincia nominate -di sopra, oltre la <i>gesia</i> de’ Giudei e alcune altre tasse già accennate in Palermo -e in Messina, scorgiamo quella su lo zucchero, sul sale e sul ferro e -quella della <i>cangemia</i>. Di cotesta voce non credo sia stata rintracciata l’origine; -nè potrebbesi, senza aver visti i nomi arabici trascritti in greco nelle -platee de’ villani di Sicilia. In quelle mi è occorso il vocabolo <i>Haggiâm</i> -“colui che mette le coppette e che esercita la bassa chirurgia” (secondo -gli usi di Sicilia salassatore e barbiere;) il quale, trascritto esattamente -χαγγέμη, ma pronunziato alla greca <i>cangemi</i>, è casato frequente in Palermo; -dove rimanevano al principio di questo secolo alcuni farmacisti di tal nome -e ve n’ha tuttavia. La gabella della Cangemia in Girgenti e Sciacca sembra -dunque un dazio su i salassatori; la quale classe poteva essere numerosa -poichè nel medio evo si facea molto uso delle coppette per cavar -sangue. -</p> - -<p> -S’abbia il detto fin qui come un saggio delle ricerche che si potrebbero -fare sul sistema daziario ed anco su le industrie e i fatti economici -in generale della Sicilia nell’XI e XII secolo: lievissimo saggio poichè -l’è fondato principalmente su i pochi brani che die’ il Gregorio, dove d’altronde -è dubbia la lezione di molte parole. -</p> - -<p> -Non debbo tacere che il sig. Lodovico Bianchini trattò anche questo -argomento nella sua <i>Storia Economico-civile</i> di Sicilia, Palermo, 1841, -in-8, parte III, cap. i; ma egli non aggiunse gran cosa a ciò che si sapea -dal Gregorio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note796"> -<p><span class="label"><a href="#tag796">796</a>. </span><i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. iv. Il Gregorio crede eccezioni quelle -di Catania e di Patti, ch’ei cita nelle note 11 e 12; ma sembra appunto il -contrario.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note797"> -<p><span class="label"><a href="#tag797">797</a>. </span>Si vegga ciò che ne abbiamo raccontato in questo libro V, cap. v, -pag. 140, 141, del presente volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note798"> -<p><span class="label"><a href="#tag798">798</a>. </span>Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. v.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note799"> -<p><span class="label"><a href="#tag799">799</a>. </span>Op. cit., lib. II, cap. iv.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note800"> -<p><span class="label"><a href="#tag800">800</a>. </span>Tra le altre una nel 1098, alla quale accenna Ibn-el-Athîr, an. 491, -testo, edizione del Tornberg, tomo X, pag. 191.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note801"> -<p><span class="label"><a href="#tag801">801</a>. </span>Si vegga il nostro libro IV, cap. xv, pag. 548, del 2º volume, e il -lib. V, cap. iii, pag. 80, di questo volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note802"> -<p><span class="label"><a href="#tag802">802</a>. </span>Si vegga qui sopra il cap. vij, pag. 188, 189.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note803"> -<p><span class="label"><a href="#tag803">803</a>. </span>Si veggano i fatti narrati nel cap. vj, di questo lib. V, p. 158, 168. -L’ultimo fatto d’armi tra Ruggiero e gli Ziriti era stato combattuto il 1075, -come si legge nello stesso cap. vj, pag. 451.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note804"> -<p><span class="label"><a href="#tag804">804</a>. </span>Si ritrae che montava alla <i>terza</i> parte del grano esportato e che -l’imperator Federigo la ridusse alla quinta. Diploma citato dal Gregorio, -<i>Considerazioni</i>, lib. III, cap. vj, nota 31. Per un diploma greco del 1117, -il secondo conte Ruggiero, tra le altre cose, accordò al console genovese -in Messina la franchigia della estrazione delle merci infino a 60 tari. Traduzione -latina presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. ix, nota 3. -Questo, se non altro, prova l’uso dei dazii di esportazione e può riferirsi -con molta verosimiglianza a quel su i grani.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note805"> -<p><span class="label"><a href="#tag805">805</a>. </span>Se n’è detto nel cap. ix di questo libro, pag. 247. Si riscontri il -Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. v.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note806"> -<p><span class="label"><a href="#tag806">806</a>. </span>Considerazioni, lib. I, cap. ij.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note807"> -<p><span class="label"><a href="#tag807">807</a>. </span>In questo lib. V, cap. vij, pag. 184, segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note808"> -<p><span class="label"><a href="#tag808">808</a>. </span>Cap. ix, pag. 263, 265 di questo volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note809"> -<p><span class="label"><a href="#tag809">809</a>. </span>Lib. V, cap. iv, pag. 110 e 111, di questo volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note810"> -<p><span class="label"><a href="#tag810">810</a>. </span>Lib. V, cap. iv, pag. 124 del volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note811"> -<p><span class="label"><a href="#tag811">811</a>. </span>Alberto d’Aix, <i>Historia Hierosolymitana</i>, lib. XIII, cap. xiij, presso -Caruso, <i>Bibliotheca Sicula</i>, pag. 921.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note812"> -<p><span class="label"><a href="#tag812">812</a>. </span>Il Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. iv, vede l’imitazione -dall’inglese anco nella costituzione dell’armata siciliana del XII secolo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note813"> -<p><span class="label"><a href="#tag813">813</a>. </span><i>Leonis Tactica</i>, cap. XIX. Si vegga anche la traduzione francese di -Maizeroi, Paris, 1778, pag. 146. Occorrono cotesti navilii de’ varii temi, ossia -province, in molti fatti delle istorie bizantine ch’e’ sarebbe lungo a citare.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note814"> -<p><span class="label"><a href="#tag814">814</a>. </span>Lib. IV, cap. vj, pag. 313, del 2º volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note815"> -<p><span class="label"><a href="#tag815">815</a>. </span>Ms. arabico di Parigi, <i>Supplément arabe</i>, 885, fog. 94 verso. Ho -reso “villaggi” la voce dhia’ che significa propriamente: “podere demaniale, -beneficio militare” (Si vegga il nostro lib. III, cap. j, pag. 22, del -2º volume). Ma la tassa sopra ogni <i>fumo</i>, così il testo, ossia casa, conduce -al significato che do io. Abbiam testè fatta menzione della gabella detta del -fumo in Sicilia nel XII secolo. Si vegga Ducange, <i>Glossario latino</i>, alla voce -<i>fumagium</i> e simili, il <i>Glossario greco</i> alla voce καπνικὸν, e il Cedreno, -edizione di Bonn, tomo II, pag. 831.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note816"> -<p><span class="label"><a href="#tag816">816</a>. </span>Ibn-Khaldoun, <i>Prolégomènes</i>, traduzione francese del baron De Slane, -parte II, pag. 39.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note817"> -<p><span class="label"><a href="#tag817">817</a>. </span>Makrizi, <i>Kitâb-el-Mewâ’iz</i>, (Descrizione dell’Egitto) testo arabico, -tomo I, pagg. 482 e 483.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note818"> -<p><span class="label"><a href="#tag818">818</a>. </span>Ancorchè io risguardi M. De Slane come mio maestro in arabico, -non posso accettare la traduzione ch’egli dà di questo passo, <i>Prolégomènes</i>, -parte II, pag. 40. «Elle se composait de navires qu’on faisait venir -de tous les royaumes où l’on construisait des bâtiments. Chaque navire -était sous les ordres d’un marin portant le titre de <i>caïd</i>, qui s’occupait -uniquement de ce qui concernait l’armement, les combattants et la guerre; -un autre officier, appelé le <i>raïs</i>, faisait marcher le vaisseau, etc.» -</p> - -<p> -Secondo il testo arabico, edizione di Parigi, parte II, pag. 35, e di -Rulâk, pag. 123, io tradurrei. “L’armata (spagnuola) era raccolta da tutto -il reame. Di ciascun paese dato alla navigazione veniva un’armatetta, capitanata -da un <i>kâid</i>, uomo di mare che badava alle cose della guerra, -alle armi ed ai combattenti e da un <i>rais</i> (pilota) che avea cura della navigazione, -ec.” -</p> - -<p> -La differenza tra le due versioni è che io intendo “province” della -Spagna la voce che M. de Slane rende “royaumes” e che alla voce <i>ostûl</i> -(στόλος) do il significato ordinario di armatetta, quando M. de Slane la -traduce «navire». E veramente, la voce <i>Mamlaka</i>, il cui plurale è usato qui -dallo autore, significa “reame” ed anco “parte d’un reame:” e in ogni -modo, al tempo d’Ibn-Khaldûn, erano ben ridivenute reami quelle che furono -mere province sotto gli Omeiadi. D’altronde non si comprenderebbe -come il califo di Spagna armasse i suoi legni «in tutti i reami» del Mediterraneo -e dell’Oceano, che erano tutti nemici; nè com’egli accozzasse -un’armata di dugento vele, prendendo «una nave» da ciascun paese della -Spagna dato alla navigazione. Aggiungo che Ibn-Khaldûn, in moltissimi -luoghi delle sue opere, dà alla voce <i>ostul</i> il significato ordinario di “armata” -e non di “una nave.” Così negli stessi Prolegomeni, parte II, pag. 37, -del testo di Parigi e in altri squarci del medesimo autore, raccolti da me -nella <i>Bibl. Arabo-Sicula</i>, pag. 486, 487, 488 ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note819"> -<p><span class="label"><a href="#tag819">819</a>. </span>Si vegga qui sopra a pag. 278, note 2 e 3, e il cap. viij, a pag. 223, nota 5. -Nel diploma per l’Archimandrita di Messina, dato il 1130, presso Pirro, -Sicilia Sacra, pag. 973, prima colonna, leggiamo di un podere conceduto -all’Archimandrita, <i>cum terris, preeminentiis et datium marinariorum qui -cum eo habitant</i>. L’è traduzione dal greco, nella quale non veggo se si -tratti del dazio pe’ marinai dovuto dagli abitatori, o del dazio su i marinai -che soggiornavano in quel territorio. Un diploma del 1197, op. cit., p. 1289 -fa supporre il primo caso anzi che il secondo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note820"> -<p><span class="label"><a href="#tag820">820</a>. </span>Diplomi presso il Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. iv, nota 15.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note821"> -<p><span class="label"><a href="#tag821">821</a>. </span>Si veggano i cap. X e XIII della mia <i>Guerra del vespro Siciliano</i>, -dove sono ricordate nella battaglia del golfo di Napoli del 1287, le galee -di Milazzo, Lipari, Trapani, Siracusa, Catania, Agosta, Taormina, Cefalù, -Eraclea, Licata, Sciacca.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note822"> -<p><span class="label"><a href="#tag822">822</a>. </span>Cap. xiij, pag. 428, segg. del 2º volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note823"> -<p><span class="label"><a href="#tag823">823</a>. </span>Si vegga il cap. ix, del presente libro, pag. 257.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note824"> -<p><span class="label"><a href="#tag824">824</a>. </span>Cap. v di questo medesimo libro, pagg. 136 a 139 del volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note825"> -<p><span class="label"><a href="#tag825">825</a>. </span>Cap. vi, pag. 161.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note826"> -<p><span class="label"><a href="#tag826">826</a>. </span>Cap. viij, pag. 210.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note827"> -<p><span class="label"><a href="#tag827">827</a>. </span>Testo, nella <i>Biblioteca Arabo-sicula</i>, pag. 41. Rendo con la voce -<i>primitivo</i> il vocabolo <i>Azali</i>, che significa propriamente «senza principio, -eterno quanto al principio, ec.» ciò che parlando de’ popoli noi diciamo -impropriamente «aborigene.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note828"> -<p><span class="label"><a href="#tag828">828</a>. </span>Mi si permetta questo vocabolo, che non è nella Crusca, ma nell’uso -generale d’oggi, ed evita una anfibologia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note829"> -<p><span class="label"><a href="#tag829">829</a>. </span>Presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 383. Quivi leggiamo <i>ad magnam -viam francigenam Castrinovi</i>. Probabilmente l’è traduzione dal greco, -portando l’anno costantinopolitano e leggendovisi la espressione <i>Papæ -veteris Romæ</i>, che sa di bizantino. Tuttavia la lingua e lo stile la fanno -supporre versione molto antica.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note830"> -<p><span class="label"><a href="#tag830">830</a>. </span>Un diploma greco-latino del 1132, presso Spata, <i>Pergamene</i>, -pag. 424, fa menzione di una strada che dal podere di Mutata (ignoro il -sito) conduceva a Petralia, Castronovo, Vicari e Palermo. Ancorchè nel -latino si legga soltanto <i>via</i>, e manchi in questo passo il testo greco, mi -sembra che si tratti del medesimo stradale francese.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note831"> -<p><span class="label"><a href="#tag831">831</a>. </span>Presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 1012.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note832"> -<p><span class="label"><a href="#tag832">832</a>. </span>Diploma presso Pirro, op. cit., pag. 773.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note833"> -<p><span class="label"><a href="#tag833">833</a>. </span>Diploma del 6594 (1086) XIIª indizione, pubblicato dal Sig. Piaggia, -<i>Nuovi studii su la città di Milazzo</i>, Palermo 1866, in-8 grande, pag. 68, -nota 6. Goffredo Burrello, feudatario di Milazzo, descrivendo in questo diploma -i limiti del podere detto Bucello nel territorio di quella città, li fa -correre <i>usque ad viam quae vadit a Sancto Philippo in villam Milatii, -deinde constringendo per viam viam ad aliam frangigenam quae conjungitur -prope mare ante villam Milatii, deinde revertetur per eamdem viam -frangigenam usque ad mare, etc.</i> Non debbo tacere che questo documento, -copiato dai Mss. della Biblioteca comunale di Palermo, e voltato -già dal greco, come apparisce dall’èra costantinopolitana, fu alterato senza -dubbio, sia nell’originale, sia nella traduzione. E veramente, oltrechè -la XII indizione non torna nel 1086, noi troviamo il titolo di “Chiese messinese -e trainese” e del “primo vescovo di esse Roberto”; ed egli è evidente -che coteste parole non furono scritte nel detto anno, poichè allora non -si potea dir che del Vescovato di Traina; sendo notissimo che il tramutamento -della sede e la giunta di Chiesa messinese nella denominazione della -diocesi, seguirono nel 1091. Ciò nondimeno non v’ha ragione di supporre -inventata da qualche erudito del XVII o XVIII secolo la denominazione di -<i>via francese</i>; e però io accetto questa testimonianza di un fatto materiale, -la quale risalisce in qualunque modo al XII secolo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note834"> -<p><span class="label"><a href="#tag834">834</a>. </span>Diploma arabico-latino del 15, maggio 1182, di cui la parte latina -fu pubblicata da Del Giudice, <i>Descrizione del Tempio di Morreale</i>, Appendice, -pag. 8 segg. e il testo arabico è inedito. Il luogo ch’io cito si trova -a p. 11, della <i>Descrizione</i>, in fin della divisa di Bufurera, dove si legge <i>viam -exercitus</i>, e ciò risponde perfettamente al testo arabico: <i>tarik-el-’askar</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note835"> -<p><span class="label"><a href="#tag835">835</a>. </span>Del Giudice, op. cit., pag. 16, 19, 21, ec. Il diploma latino qui ha -<i>via pubblica</i>, e l’arabico <i>mehaggia</i> e talvolta anche <i>tarik</i>, come sopra -nella «Strada dell’esercito.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note836"> -<p><span class="label"><a href="#tag836">836</a>. </span>Tychsen, <i>Introductio in rem nummariam</i>, ec., pag. 146. Lo Spinelli, -<i>Monete Cufiche battute da Principi longobardi, normanni e svevi</i>, Napoli, 1844, -in-4, pag. 16 e 232, suppone, che il disegno di questa moneta fosse stato inventato -dall’Abate Vella. Il Mortillaro, che avea ben riconosciuto (<i>Opere</i>, -tomo III, pag. 339), appartener la moneta a re Tancredi, lo dimentica -adesso (<i>Medagliere arabo-siculo</i>, pag. 35) per seguire il supposto dello -Spinelli. E pure nel disegno che questi dà, Tavola II, nº 1 (io non ho -sotto gli occhi quello di Tychsen) si legge benissimo <i>el-Malik-Tan-rid</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note837"> -<p><span class="label"><a href="#tag837">837</a>. </span>Adler, <i>Museum Cuficum Borgianum</i>, pag. 80, seg. n<sup>i</sup> lxiv a lxxv.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note838"> -<p><span class="label"><a href="#tag838">838</a>. </span><i>Monete Cufiche</i>, pag. 329, 330, nº cclxxix.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note839"> -<p><span class="label"><a href="#tag839">839</a>. </span><i>The Oriental coins</i>, tomo I, pag. 299, 300. nº cccviij.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note840"> -<p><span class="label"><a href="#tag840">840</a>. </span><i>Monete Cufiche</i>, ec., in-4, pag. 16 a 19, n<sup>i</sup> lxv a lxxij, lxxv, dcxlix -a dclvij.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note841"> -<p><span class="label"><a href="#tag841">841</a>. </span>Il <i>Medagliere Arabo-Siculo della Biblioteca Comunale di Palermo, -coordinato e illustrato dal Marchese Vincenzo Mortillaro</i>, Palermo 1861, -in-8, pag. 36-39. Io non so perchè il Mortillaro, pag. 36, nº 1, identifichi -col nº lxvj, dello Spinelli la moneta che diè Adler, op. cit., al nº lxix; e, -pentendosi d’averla già attribuita a re Ruggiero (Mortillaro, <i>Opere</i>, tomo III, -pag. 405) accetti adesso la lezione dello Spinelli, che la rimanda al primo -conte. Da quanto si può giudicare sopra disegni grossolani, Adler non -lesse tutto, Mortillaro supplì male, e la lezione <i>K*m*t</i>, sostituita da Spinelli, -non si raccapezza nella figura (tavola II, nº 2). Men dubbio mi sembra -in questa e nelle seguenti, il nome di Ruggiero; ma questo conviene al -figliuolo, come al padre, ed anche al Duca di Puglia dello stesso nome.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note842"> -<p><span class="label"><a href="#tag842">842</a>. </span>N. lxxij, pag. 19, tavola II, nº 23, il quale si confronti col 24, ed -anche col 4 ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note843"> -<p><span class="label"><a href="#tag843">843</a>. </span>Si vegga il nostro Libro IV, cap. xiij, pagg. 456-8, del 2º volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note844"> -<p><span class="label"><a href="#tag844">844</a>. </span>Paruta, presso il Burmanno, <i>Thesaurus Antiquitatum Siciliae</i>, ec. -tomo VII, pag. 1223, e tomo VIII, tavola clxxxvj. Credo che i n<sup>i</sup> 3 e 4, di -quella tavola, i quali hanno da una faccia il T in luogo del cavaliero armato, -appartengano al secondo conte Ruggiero.</p> -</div> -</div> - -<div class="tnote"> -<p class="tntitle"> -Nota del Trascrittore -</p> - -<p> -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici. Sia il Sommario sia le Correzioni e Aggiunte relativi alla Parte Prima, -raggruppati in originale al termine della Parte Seconda, sono stati riportati a fine libro. -</p> - -<p class="covernote"> -Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. -</p> -</div> - - - - - - - - -<pre> - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of Storia dei musulmani di Sicilia, vol. -III, parte I, by Michele Amari - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DEI MUSULMANI DI *** - -***** This file should be named 60788-h.htm or 60788-h.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/0/7/8/60788/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This transcription -was produced from images generously made available by -Bayerische Staatsbibliothek / Bavarian State Library.) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the -trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone -providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in -accordance with this agreement, and any volunteers associated with the -production, promotion and distribution of Project Gutenberg-tm -electronic works, harmless from all liability, costs and expenses, -including legal fees, that arise directly or indirectly from any of -the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this -or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or -additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any -Defect you cause. - -Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm - -Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of -electronic works in formats readable by the widest variety of -computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It -exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations -from people in all walks of life. - -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's -goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will -remain freely available for generations to come. In 2001, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure -and permanent future for Project Gutenberg-tm and future -generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see -Sections 3 and 4 and the Foundation information page at -www.gutenberg.org Section 3. Information about the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by -U.S. federal laws and your state's laws. - -The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the -mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its -volunteers and employees are scattered throughout numerous -locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt -Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to -date contact information can be found at the Foundation's web site and -official page at www.gutenberg.org/contact - -For additional contact information: - - Dr. Gregory B. Newby - Chief Executive and Director - gbnewby@pglaf.org - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide -spread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. Compliance requirements are not uniform and it takes a -considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up -with these requirements. We do not solicit donations in locations -where we have not received written confirmation of compliance. To SEND -DONATIONS or determine the status of compliance for any particular -state visit www.gutenberg.org/donate - -While we cannot and do not solicit contributions from states where we -have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition -against accepting unsolicited donations from donors in such states who -approach us with offers to donate. - -International donations are gratefully accepted, but we cannot make -any statements concerning tax treatment of donations received from -outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. - -Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation -methods and addresses. Donations are accepted in a number of other -ways including checks, online payments and credit card donations. To -donate, please visit: www.gutenberg.org/donate - -Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works. - -Professor Michael S. Hart was the originator of the Project -Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be -freely shared with anyone. For forty years, he produced and -distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of -volunteer support. - -Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed -editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in -the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not -necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper -edition. - -Most people start at our Web site which has the main PG search -facility: www.gutenberg.org - -This Web site includes information about Project Gutenberg-tm, -including how to make donations to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to -subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. - - - -</pre> - -</body> -</html> diff --git a/old/60788-h/images/cover.jpg b/old/60788-h/images/cover.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 3d7b8b4..0000000 --- a/old/60788-h/images/cover.jpg +++ /dev/null |
