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-The Project Gutenberg EBook of Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III,
-parte I, by Michele Amari
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
-most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
-of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
-www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll
-have to check the laws of the country where you are located before using
-this ebook.
-
-
-
-Title: Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte I
-
-Author: Michele Amari
-
-Release Date: November 26, 2019 [EBook #60788]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DEI MUSULMANI DI ***
-
-
-
-
-Produced by Barbara Magni and the Online Distributed
-Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This transcription
-was produced from images generously made available by
-Bayerische Staatsbibliothek / Bavarian State Library.)
-
-
-
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-
- STORIA
- DEI
- MUSULMANI
- DI SICILIA
-
-
- SCRITTA
-
- DA MICHELE AMARI.
-
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- VOLUME TERZO
- Parte Prima.
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- FIRENZE.
- SUCCESSORI LE MONNIER.
- 1868.
-
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-
- Proprietà letteraria.
-
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-
-AVVERTENZA.
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-
-Facendomi a pubblicare questo mio IIIº volume dieci anni dopo il IIº
-e non presentandolo pur compiuto, debbo scolparmi di un ritardo che
-parrebbe tanto meno perdonabile, quanto egli è noto che da lungo tempo
-aveva io, in Parigi, raccolti i materiali tutti e abbozzata l’opera da
-un capo all’altro. In fatti, uscito il Iº volume nel 1854, lo segui il
-IIº nel 1858; e nello stesso anno erano già composte in caratteri da
-stampa 54 pagine del presente volume. Ma ritornato in Italia per causa
-de’ grandi avvenimenti del 1859, io non mi chiusi in uno scrittoio.
-Qualche ufficio pubblico esercitato, qualche altro lavoro dato alla
-luce, mi distoglieano sì fattamente dalla Storia dei Musulmani di
-Sicilia, che ho potuto appena, un po’ nel 1862 e un po’ dal 1865 in
-qua, scrivere il rimanente del quinto libro; il quale termina con
-l’assetto della dominazione normanna, e compone questa prima parte
-del IIIº volume. La seconda parte, ossia il sesto libro, toccherà
-le vicende dei Musulmani che mano mano si dileguarono dall’isola. Ho
-cagione di sperare che cotesta parte finale del volume e dell’opera sia
-presto compiuta; sì ch’io possa nel corso dell’anno vegnente dar opera
-alla traduzione de’ testi arabici, che stampai a Lipsia il 1857; i
-quali sono la fonte principale di queste istorie.
-
-Nè sembri smentita la buona intenzione dal fatto che, dopo avere
-differito per dieci anni, io non voglia or aspettare una diecina di
-mesi per compiere il presente volume. Io ho richiesto l’editore di
-pubblicarne la prima parte senza altro indugio, perchè in oggi i libri
-invecchian presto: e già è uscito in Italia e oltremonti qualche lavoro
-su periodi istorici confinanti da un lato o da un altro con quello
-ch’io presi a trattare. Altri lavori so che si preparano. Ragion vuole
-che le mie fatiche, quali che si fossero, non rimangano inutili ad
-altrui; e che intanto ciascun s’abbia il merito delle idee proprie e
-delle proprie ricerche.
-
-Non ostante il gran tratto che è corso dalla stampa alla pubblicazione
-de’ primi capitoli, io non dovrò che aggiugnere o mutar qualche parola
-nel testo o nelle note, a pagg. 25, 36, 55, 90; come si vedrà in
-un’_errata_ alla fin del volume. Pochissimi altri luoghi sono stati già
-corretti rifacendo le pagine, 4, 5, 9, quando si pubblicò nella _Nuova
-Antologia_ del maggio 1866 uno squarcio del primo capitolo, ed uno del
-sesto.
-
- _Firenze, aprile 1868._
-
- M. AMARI.
-
-
-
-
-LIBRO QUINTO.
-
-
-
-
-CAPITOLO I.
-
-
-A un tempo con le cause che rodeano al di dentro lo stato musulmano in
-Sicilia, operarono le cause esteriori ond’ebbe la pinta. Oltre quella
-universale reazione dei Cristiani occidentali contro i settatori di
-Maometto, s’accese all’entrar dell’undecimo secolo un genio di libertà
-nelle popolazioni indigene e oltramontane mescolate da parecchi
-secoli nel nostro territorio e fatte il nuovo popolo italiano. Il
-qual movimento, come sempre accade, mutò aspetto secondo gli ostacoli
-locali: dove fece vendetta di assalti forastieri; dove aspirò alla
-emancipazione da reggimento straniero; dove portò ad opere ed ordini
-e in ultimo a forme di repubblica; sovente partecipò dell’uno e
-dell’altro, e più spesse furono le nimistadi scambievoli dei cittadini.
-Ma dalle guerre civili ne allontana per ora l’argomento nostro, e
-ne conduce alle due serie di fatti che prelusero al conquisto della
-Sicilia: cioè la guerra di Pisa e Genova contro i Musulmani, e la
-cacciata dei Bizantini dall’Italia meridionale.
-
-I Pisani, fin dalla seconda metà del decimo secolo, compariscono nella
-storia liberi in mare e sudditi in terra: qui reggeansi a nome del
-marchese di Toscana e dell’imperatore germanico, sovrano feudale; lì il
-commercio, necessariamente armato in mezzo ai Musulmani che solcavano
-d’ogni parte il Mediterraneo, portò i cittadini ad autonomia, non che
-non sospetta, gratissima ai signori della patria, i quali non avendo
-forze navali, volentieri ne accattavano da loro. Certamente i privati
-armatori si associarono; certamente deliberarono le imprese navali
-e provvidero ai mezzi, nella stessa guisa che avean fatto quand’era
-scopo principale il traffico; la preda si spartì come i guadagni; e la
-compagnia, qual che ne fosse il nome e la forma in quei primi tempi,
-diè nascimento al governo della repubblica. Aveano i Pisani combattuto
-la fazione del novecensettanta contro i Musulmani di Sicilia[1] e
-forse altre minori contro que’ d’Affrica e di Spagna, e avean già
-patito le vicende di lor nuova industria del mille e quattro, quando
-un’armata musulmana saccheggiò un quartiere della città.[2] Per farne
-vendetta ed assicurare lor commercio, i Pisani metteano in mare il
-navilio che sconfisse i Siciliani a Reggio; alla quale impresa molto
-inopportunamente si è data sembianza di guerra religiosa, scrivendo
-che il dotto monaco francese Gerberto, salito al trono pontificale col
-nome di Silvestro secondo, bandì la crociata per liberare Gerusalemme,
-e che i Pisani a tal invito corsero alle navi e tagliarono in pezzi i
-primi Infedeli in cui s’imbattessero.[3] Il vero è che la potenza surta
-allora nel Tirreno dovea venire alle prese coi Musulmani, come gli
-antichi popoli che dettero nome a quel mare avean fatto coi Fenicii,
-predecessori dei Musulmani in Sicilia, Affrica, Sardegna, Baleari
-e Spagna. Uscì dai porti di Spagna il navilio che rinnovò del mille
-undici l’assalto e il guasto sopra Pisa;[4] forse dagli stessi porti e
-per le medesime genti che a capo di pochi anni occuparono la Sardegna,
-infestaron Luni e soggiacquero alle forze unite di Pisa e Genova.
-
-Mentre in Spagna tre usurpatori si contendeano il califato, e i
-governatori si prendean le province, trovossi a regger Denia un
-Abu-l-Geisc[5] Mogêhid-ibn-Abd-Allah, cristiano d’origine,[6] liberto
-della casa del celebre Almansor, indi soprannominato Amiri:[7] uomo
-intraprendente, valoroso, educato alle lettere e alle scienze coraniche
-in Cordova e mecenate dei dotti.[8] Appo il quale rifuggitosi da
-Cordova, con molta mano di partigiani, un Abu-Abd-Allah Mo’aiti,
-giurista chiarissimo per sapere e antica nobiltà, chè discendea
-di schiatta collaterale agli Omeiadi, Mogêhid, non osando per anco
-aspirare al principato, volle mettere su quel regolo di sua fattura;
-gli prestò giuramento e rese onori da califo, di giumadi secondo del
-quattrocentocinque (dicembre 1014); ed a capo di cinque mesi, allestita
-l’armata, andò con Mo’aiti ad occupar le isole Baleari. Non guari dopo,
-rimandato il finto principe a Denia, Mogêhid con un migliaio di cavalli
-e centoventi navi tra picciole e grandi, fece prora per la Sardegna.[9]
-
-Ormai gli autori arabi chiariscon erroneo il moderno racconto della
-dominazione musulmana in Sardegna e confermano i nostri antichi
-ricordi, da’ quali si scorgea travagliata sì quell’isola con
-depredazioni e guasti, ma non mai occupata innanzi il brevissimo regno
-di Mogêhid. È verosimile, anzi direi certo, che i Sardi, abbandonati
-dall’impero bizantino, dai re longobardi e dall’impero d’occidente,
-fin dall’ottavo secolo si reggessero per loro giudici o re, chè
-s’intitolavan l’uno e l’altro. Fiera gente, assecurata dalla povertà,
-dal proprio valore e dai luoghi aspri e salvatici, scansò il giogo
-dei Musulmani; i quali fatto fardello (710, 752, 813, 816, 817, 935)
-dell’oro e argento, ma spaventati insieme dai frequenti naufragi e
-dalla resistenza degli isolani nelle scorrerie minori, li lasciarono
-tranquilli;[10] tenendoli uomini indomabili, avvezzi a star sempre con
-le armi allato,[11] da buscarsi appo di loro più colpi che preda. Gli
-annali musulmani ci narrano che dopo la strage fatta in Sardegna da
-Abd-er-Rahmân-ibn-Habîb (752) gli abitatori si sottomessero a tributo;
-onde per lungo tempo non furono molestati, anzi i Rûm ristorarono le
-cose dell’isola.[12] Erronea parmi la fazione dei Musulmani di Spagna
-a Cagliari nel mille ed uno, che si legge in un compendio di storia
-pisana di tre secoli appresso.[13]
-
-Sbarcato Mogêhid in Sardegna, ruppe gli isolani con molta strage, di
-rebi’ primo del quattrocentosei (18 ag. a 16 settem. 1015); uccise
-Maloto lor condottiero e fece grandissimo numero di prigioni, donne
-e fanciulli.[14] L’armata, com’e’ sembra, si mostrò, prima o dopo, su
-la costiera tra Genova e Pisa, approdando a Luni, cui saccheggiò forse
-e si ritrasse; ma bastò a provocare i Pisani già possenti in mare, e
-i Genovesi, i quali prosperando nel commercio dovean anco adoperarsi
-a cacciare il vicin nemico. Par si collegassero le due repubbliche
-nell’umile sembianza di compagnie di mercatanti, premurose d’ubbidire
-ai comandi del papa e dell’imperatore; e il papa ch’era Benedetto
-ottavo, partigiano favorito d’Arrigo secondo e vago di por mano nelle
-cose temporali, par s’arrogasse di promulgare la guerra, e di negoziare
-con Moghêid. Nondimeno l’importanza dell’impresa stava tutta nelle
-forze, interesse e volontà dei Pisani e dei Genovesi; i quali andati
-a trovare il navilio musulmano in Sardegna, riportarono una prima
-vittoria nello stesso anno mille e quindici.[15] Mogêhid si sfogava
-con atroci supplizii sopra i Cristiani di Sardegna,[16] innasprito
-forse dalla resistenza che facessero i Sardi qua e là per l’isola;
-e sapendo i grossi armamenti che s’apparecchiavano in Terraferma,
-diede opera a fabbricare una fortezza.[17] Intanto i suoi, scontenti
-del poco acquisto, sbigottiti dal clima malsano e dai travagli della
-guerra, mormoravano:[18] tardava alla più parte di tornare in patria,
-dove li chiamavano tutte le passioni della guerra civile. Talchè, di
-maggio millesedici, venuta grand’oste di Pisani e Genovesi, Mogêhid si
-deliberò a sgombrare.[19] Combattuto dagli Italiani mentre s’imbarcava,
-in su l’entrar di giugno,[20] fu sconfitto, e atrocemente straziati i
-suoi da una tempesta, che ruppe molte navi, altre spinse a terra, ove i
-naufraghi erano spacciati dai Cristiani.[21] Campò Mogêhid a Denia con
-le reliquie dell’armata, lasciando prigioni un fratello e il proprio
-figliuolo Alì che gli succedette nel principato:[22] altri scrive il
-figliuolo e una moglie.[23] Con sì lieve fatica i nostri riebbero la
-Sardegna.[24]
-
-E tosto voltarono le armi l’un contro l’altro: i Genovesi assalivano i
-Pisani; i quali, avutone l’avvantaggio, li cacciarono dall’isola.[25]
-Onde i mercatanti di Pisa cominciarono ad esercitare una clientela su
-quei giudici, o regoli, bisognosi di lor danaro e di loro forze navali;
-tennero fattorie; forse usurparono privilegi commerciali: nelle quali
-brighe ebbero sempre a gareggiare coi mercatanti genovesi.[26] Nel
-secolo ap- presso, quando le due città si reggeano a comune e Genova
-adulta agguagliava la rivale, si contesero la Sardegna con le armi, con
-le pratiche appo quei regoli ed a corte di Federigo Barbarossa,[27] e
-poscia con falsare la storia, immaginandosi dai Pisani due concessioni
-papali (1016 e 1049) e due novelli conquisti del mille diciannove
-e mille quarantanove, sopra Mogêhid che alfine fosse caduto in lor
-mani.[28] Da ricordi più genuini si ritrae che i Musulmani, dopo la
-fuga di Mogêhid a Denia (1016), non assalirono mai più la Sardegna.[29]
-Quei si tuffò tutto, scrive Ibn-el-Athîr, nelle guerre civili di
-Spagna;[30] molestò la contea di Barcellona; fu costretto alla pace,
-dicon anco a pagar tributo (1018), da una man di Normanni ausiliari
-della contessa Ermenseda, nella minorità di Berengario,[31] e morì nel
-millequarantaquattro.[32] Di certo, i corsali di Denia e delle Baleari
-lungo tempo infestarono le parti occidentali del Mediterraneo, poichè
-quel nome di Mugeto, supposto re d’Affrica, suonò terribile appo i
-Cristiani; chiunque combatteva gli Infedeli spagnuoli o affricani, si
-vantava d’aver preso o ammazzato il gran Saracino.[33]
-
-Tolte così le favole che son debole fondamento alla gloria dai
-popoli, quella dei Pisani e Genovesi risplende nella liberazione
-della Sardegna; nel primo esempio dato in Ponente di grosse
-espedizioni contro i Musulmani; nell’acquistata signoria del bacino
-occidentale del Mediterraneo. Venuti loro a noia li armamenti
-navali di Moezz-ibn-Badîs,[34] i Pisani assaltarono l’Affrica il
-milletrentaquattro, presero Bona:[35] strepitosa vittoria che suonò
-oltremonti come trionfo della Cristianità sopra l’Islamismo, e probabil
-è vi abbiano partecipato i Genovesi e qualche nave provenzale.[36]
-Le due repubbliche italiane messero da parte lor odii quand’occorrea
-domare il nemico comune: i Pisani uniti di nuovo ai Genovesi
-schierarono dinanzi Mehdia (1087) quattrocento navi italiane; e prima
-avean assalito soli Palermo (1062), poscia occuparono le Baleari
-(1113-4); per tutto il duodecimo secolo i navilii d’Italia, terrore dei
-Musulmani, apriron la via agli accordi commerciali e alla fondazione
-delle fattorie nelle città marittime d’Affrica e di Levante. Quella
-virtù cominciando ad operare, come si è notato, nei principii del
-secolo undecimo, diè incentivo ed aiuto al conquisto della Sicilia.
-
-La rivoluzione di Puglia e Calabria contro i Bizantini fu capitanata e
-confiscata da poche famiglie novelle in Cristianità. Verso il settimo
-secolo, a’ primi albori della storia settentrionale, si scopre in
-Danimarca, Norvegia e Svezia una gente la cui lingua al par che la
-complessione dei corpi e gli ordini sociali attestavano l’origine
-germanica; se non che, sendo lor toccato in sorte un paese inculto e
-disabitato o quasi, non ebbero vassalli, e non trovando vitto in terra,
-lo cercarono in sul mare con la pesca e la pirateria. Per tali cagioni
-si mantenne tra essi l’uguaglianza civile perduta da’ lor fratelli nel
-conquisto delle province romane. Serbaron anco l’antica religione. Si
-reggeano in piccioli stati, sotto capi (_iarls_) di famiglie nobili
-per valore, eletti nelle adunanze (_things_), nelle quali gli uomini
-liberi, cioè tutti, deliberavano le pubbliche faccende. Ma nell’ottavo
-secolo, i combattimenti e traffichi nel Baltico con altri Germani e con
-genti finniche e slave avean già condotto gli Scandinavi a migliorare
-lor costruzioni navali, lor armi, e le arti necessarie all’uno e
-all’altro: allor fecero più grosse imprese al di fuori, e seguì in casa
-l’accentramento sotto regoli (_kong_, _konung_ ec.); s’apparecchiò
-quello dei piccioli nei maggiori reami, di Danimarca, Norvegia e
-Svezia. I quali rivolgimenti, al par che le spesse carestie in un
-paese presso che privo d’agricoltura, portavano all’emigrazione. Gli
-uomini più audaci e procaccianti facean compagnia; sceglieano apposta
-un capo sperimentato, re marittimo (_soekongar_) come il chiamavano;
-varavano frotte di barche, e sì usciano a lor _wicking_, noi diremmo
-pirateria, in cerca di bottino e di gloria: chè virtù si tenea presso
-di loro l’astuzia e valor nel rubare. I morti per naufragio o di spada
-sederanno in eterno allato d’Odin, nel Walhalla, a tracannare cervogia;
-i reduci faranno mostra della preda, canteranno lor geste, bevendo a
-cerchio nelle romorose brigate l’inverno. Orgoglio dunque, cupidigia,
-necessità, costumi, rigoglio di corpi e d’animi, uso alle fatiche
-del mare, non curanza della morte, moveano i Normanni (_Northmen_) o
-Dani[37] a lontane espedizioni fuori il Baltico.
-
-Nelle quali desolarono (787-885) lungo la marina e le rive dei fiumi,
-le isole britanniche, la Germania in su l’Oceano, i Paesi Bassi, e
-la Francia; infestarono anco la Spagna: Hastings, lor terribile eroe,
-pensando arricchirsi delle spoglie di Roma, s’imbattè in Luni (859),
-la saccheggiò;[38] ed egli o altri assaltò anco Pisa (860). Con lor
-lievi barche solean costeggiare, entrare nelle foci dei fiumi, risalire
-per ventine o centinaia di miglia dentro terra; afforzarsi nelle isole
-marittime o fluviali; smontati dar di piglio a quanti cavalli poteano,
-e temerarii innoltrarsi nelle province, taglieggiando, depredando,
-ardendo, ammazzando; più crudi nei monasteri, sapendoli più ricchi,
-o per vanto di calpestare il nume rivale d’Odin. Da Londra e Dublino
-ad Utrecht, Aquisgrana, Colonia, Coblentz, Treveri, Parigi, Tours,
-Bordeaux, e Tolosa; ed a Lisbona, a Siviglia, ad Arles, a Valenza sul
-Rodano, i Barbari addimesticati sentiron la mano dei Barbari freschi
-della Scandinavia: i quali dopo la rapina presero come gli altri a
-stanziare qua e là; conquistarono l’Inghilterra, e la perdettero; si
-posero alla foce della Loira e ne furon cacciati; si posero in su la
-Senna e v’allignarono.[39]
-
-Un secolo era corso dall’esaltazione di Carlomagno, e restava appena
-a’ successori col titol di reame di Francia la regione che si stende
-dalla Loira alla Mosa, toltane a ponente la Bretagna, quando vennero
-a scemare il breve territorio gli Scandinavi che l’aveano già guasto,
-e saccheggiata Parigi (846), arsi i sobborghi (857), e strettala
-nuovamente d’assedio per dieci mesi (885-6). Avvenne nel medesimo
-tempo che Aroldo dalla bella chioma (_Harald Haarfager_) soggiogasse
-gli altri regoli di Norvegia, e facesse opera ad accentrare ed
-assestare il novello reame; onde molti uomini impazienti del giogo
-espatriarono o furon cacciati e incalzati per le isolette e pei
-mari, dove ripigliavano l’antico mestiere di loro schiatta. Ragunati
-in grande frotta, tentarono l’Inghilterra, tentarono la Fiandra, e
-alfine s’imboccarono nella Senna; ebbero di queto Rouen;[40] ne fecero
-pianta a guerra di conquisto; ruppero (898) un esercito francese che
-li assalì; occuparono cittadi e castella. Nelle quali fazioni ebber
-dapprima condottieri senza comando politico;[41] poi s’innalzò sopra
-tutti per valore e civile prudenza Roll,[42] nobile corsaro norvegio,
-bandito per atto di rapina in patria. E già s’erano costoro in sedici
-anni assuefatti a vivere nelle nuove stanze coi vinti, quando i
-popoli e clero di tutto il reame, vedendo non potere spezzar quel
-flagello, costrinsero re Carlo il Semplice a stornarlo con la pace.
-Trattò la pace il vescovo di Rouen, amico per necessità dei Normanni;
-ed a Saint Clair sull’Epte (912) il re concedette a Roll e sua gente
-il paese che occupavano:[43] quei gli prestò omaggio feudale, diè e
-compì la promessa di farsi cristiano egli e’ suoi, e di sposare una
-figlia naturale del re. Ebbe titol di conte; poi s’addimandò duca; e
-il territorio, Normandia; il quale fu esteso da lui e dai successori,
-tra le discordie dei grandi vassalli coi re, e tra le guerre civili
-che portarono al trono i Capeti. I compagni d’arme di Roll, avuta
-ciascun sua parte del territorio e divenuti signori dell’antica
-popolazione, presero gusto alla vita di cavalieri francesi; mutarono
-il culto d’Odin nel cristianesimo; l’uguaglianza del wicking in
-gerarchia feudale; l’incerto frutto del saccheggio in perenne esercizio
-d’abusi baroneschi; dimenticarono la patria che li avea cacciati;
-ebbero figliuoli la più parte da donne del paese. E però alla seconda
-generazione parlarono il linguaggio della Francia settentrionale,
-fuorchè nelle parti di Bayeux e di Coutances, dove, per essere
-sopravvenuti altri stuoli di Norvegia e Danimarca, si mantenne qualche
-anno di più il paganesimo, la favella scandinava oltre un secolo, e
-sempre un animo riottoso e contumace. Insieme con la religione e la
-lingua, la Francia diè ai nuovi conquistatori fogge, usanze, un po’
-di cultura clericale, e tutti gli ordini della feudalità; se non che
-i baroni serbarono liberi spiriti in loro soggezione al duca, senza
-aggravar manco le infime classi. Il ducato fu più pericoloso vicino che
-nessun altro gran feudo, alla corona di Francia; l’odio nazionale arse
-per cinque o sei secoli tra gli abitatori dell’uno e dell’altro.[44]
-Tanto più che i Normanni, sì agevolmente gallicizzati al di fuori, non
-aveano perduta l’indole degli avi: insieme con gran valore, disciplina
-e sagacità militare, mostrarono saviezza nelle cose di stato ed
-economiche; ebbero sempre odorato fino del guadagno, mente astuta e man
-lesta a carpirlo, ira pronta raffrenata sol dall’interesse, amplessi e
-zuffe alternati fin tra fratelli, tra padri e figli nel partaggio degli
-acquisti; e con ciò un genio avventuroso, procacciante, migratorio,
-il quale all’entrar dell’undecimo secolo sfogò in pellegrinaggi al
-sepolcro di Cristo, ma non chiuse gli occhi per istrada essendoci da
-buscare. Qual cavaliere vivesse a disagio in casa, uscì a nuovo modo
-di _wicking_ per terra, ai soldi d’altri stati; ed alla spicciolata
-fecero maravigliose prove in Spagna e nell’impero bizantino; raccolti
-e rinforzati d’altre genti, conquistarono l’Inghilterra e l’Italia
-meridionale.
-
-Al par che il _wicking_ mutò forme in Normandia la _saga_ che il solea
-celebrare,[45] della quale se fu tentata alcuna imitazione,[46] la
-poesia popolare francese la soverchiò sì tosto, che alla battaglia
-d’Hastings (1066) il menestrello di Guglielmo il Conquistatore
-appiccava la zuffa recitando la canzone d’Orlando, francese di lingua
-e d’argomento. Alla saga che andava in disuso con la favella e modi
-del vivere degli Scandinavi, era succeduta la cronica cristiana,
-da che Dudone di San Quintino, chierico piccardo, cominciò (994) a
-richiesta del secondo conte di Normandia e compiè sotto il terzo, in
-prosa latina tramezzata di versi, il racconto dei fasti di quel popolo
-e dinastia, seguendo la tradizione orale di Rodolfo conte d’Ivry.[47]
-Fu necessariamente la istoria di Dudone, pei tempi innanzi il trattato
-d’Epte, mescolala di vero e di romanzo scandinavo, difettosa molto
-in cronologia; pei tempi appresso, fu diario di corte con orpelli
-di leggenda monastica e frasi di rettorica latina: e sotto gli altri
-duchi, altri chierici la copiarono e continuarono chi in prosa latina,
-chi in versi francesi, fino allo scorcio del duodecimo secolo.[48]
-Ma i principi normanni surti in Italia in questo mezzo, vollero
-auch’essi lor croniche ad imitazione della corte di Rouen, compilate
-su i racconti dei guerrieri che aveano compiuto que’ gloriosi fatti e
-riteneano le tradizioni de’ più antichi; onde raccontatori e scrittori
-vi posero ornamenti di discorso a foggia or cavalleresca or claustrale:
-e son queste le fonti principali di storia nel periodo che prendiamo a
-trattare.
-
-Prima in ordine di tempo la Storia dei Normanni di Amato, campano
-e monaco di Monte Cassino, scritta tra il millesettantotto e
-l’ottantasei,[49] della quale corre per le mani degli eruditi da
-trent’anni in qua un’antica versione francese, interpolata di
-annotazioni e forse scorciata e infedele in qualche luogo.[50]
-Documento preziosissimo contuttociò; poichè l’autore, italiano di
-nascita e di studii, ossequioso a Roberto Guiscardo e Riccardo principe
-di Capua, ma assai più devoto al monistero, è testimonio immediato
-per la seconda metà dell’undecimo secolo; attinge per la prima metà
-a doppia tradizione, cassinese e normanna; e, con monacale prudenza,
-pur va dicendo il vero. La dedica all’abate Desiderio e l’andamento
-tutto dell’opera, mostran che fu dono fatto dal Monastero ai due
-principi protettori, per rimeritarli di loro larghezza con la fama.
-Proprio scrittor di corte, Guglielmo detto Appulo, ai conforti di
-Ruggiero duca di Puglia e di papa Urbano secondo, compose in su la fine
-dell’undecimo secolo[51] una cronica in versi latini, che comincia
-dalle prime imprese de’ Normanni in Italia e finisce alla morte di
-Roberto Guiscardo: narrazione molto viva, diligente e verace, fuorchè
-qualche episodio accattato dai classici, dalle favole scandinave e da’
-romanzi francesi;[52] e d’origine francese parmi l’autore.[53] Lo fu di
-certo il monaco Goffredo Malaterra, il quale scrisse in prosa latina,
-a riscontro di quei fasti di casa Guiscarda, le geste di Ruggier di
-Sicilia, ritratte in parte dalla bocca del conte; e finisce, due anni
-avanti la costui morte, il millenovantotto. Malaterra avea letto le
-croniche di Normandia e qualche classico latino; avea meditato, egli
-o il conte Ruggiero, sull’indole degli uomini e vicende degli stati;
-onde da storico, anzi che cronista, tratta i primordii di casa di
-Hauteville in Italia, i particolari della guerra siciliana; nè parmi
-semplice quand’ei v’intreccia i miracoli dei Santi e delle spade
-normanne, quando dissimula il numero degli ausiliarii ed esagera
-quel dei nemici; quando salta a piè pari le imprese fallite o troppo
-scellerate. Dei delitti privati di Roberto e di Ruggiero, furti, rapine
-e agguati da masnadieri, truffe e violenze tra fratelli, il Malaterra
-è largo raccontatore al par che Guglielmo di Puglia; non tanto per
-libertà loro e grandezza d’animo dei principi, quanto per l’opinione
-di quelle compagnie di ventura passata nelle corti, dove si tenean
-vezzi guerrieri da vantarsene, e peccati veniali prodigalmente pagati
-alla Chiesa.[54] Tolto dunque l’orpello mitico nelle prime imprese, un
-po’ di reticenza o di esagerazione qua e là nelle altre, gli scritti
-di Amato, Guglielmo e Malaterra ci trasmettono le tradizioni normanne
-per tre vie dirette, paralelle e non comunicanti. Un buon compendio
-che parmi anco palatino e torna al millecentoquarantasei, aggiugne
-qualche particolare, secondo tradizioni che il tempo e gli interessi
-andavano guastando.[55] Leone d’Ostia, compilando nei principii del
-duodecimo secolo la storia generale di Monte Cassino, copia spesso
-Amato e vi aggiugne altri fatti con doppia circospezione di monaco e
-cardinale. Lupo Protospatario, autor della fine dell’undecimo, ci aiuta
-da magro cronista, diligente e imparziale tra Greci e Normanni. Altri
-contemporanei italiani e d’oltremonti, che citerò a’ luoghi opportuni,
-raddrizzano talvolta le opinioni degli scrittori di parte normanna;
-e così anche correggono qualche fatto per lo conquisto di Puglia i
-Bizantini, e per quel di Sicilia i Musulmani: frettolosi gli uni e gli
-altri e svogliati nel discorrere la caduta di lor dominazioni.
-
-I primi Normanni capitati di qua dalle Alpi il millediciassette per
-le pratiche del principe di Salerno,[56] venturieri per bisogno,
-cupidigia o persecuzioni nel paese natio,[57] trovarono in Italia una
-gran voglia a scuotere il giogo degli imperatori d’Oriente. I quali,
-essendo rimasti signori per la seconda fiata della Calabria e della
-Puglia, le ressero a lor solito; lasciarono i Musulmani di Sicilia a
-correre e taglieggiare quelle province, non frenati da buone armi nè
-da prudenti accordi; e con ciò ripigliarono le antiche pretensioni
-su i principati di Benevento, Capua e Salerno. Indi que’ signori
-longobardi si voltavano ad ora ad ora agli imperatori d’Occidente;
-e i popoli della Puglia, maturi a novità per le condizioni generali
-dell’Italia, si sollevavano, chiamando in aiuto gli Infedeli di
-Sicilia.[58] Dopo Smagardo, patriotta mal noto (997-1000), sorgea
-Melo, nobil cittadino di Bari, di schiatta longobarda, del quale la
-balba storia dell’undecimo secolo narra le sventure piuttosto che la
-virtù, passando sotto silenzio come egli suscitasse o rinnovasse la
-ribellione pugliese; come ordinasse tre guerre in dieci anni; come
-traesse a cospirar seco i principi longobardi, l’imperatore d’Occidente
-ed il papa:[59] Melo, il ribelle italiano, morto in Germania con
-onori da principe; uomo di maravigliosa costanza, operosità, arte
-politica e valore. Come città longobarda fatta capitale dei dominii
-bizantini in Italia, Bari parteggiava in due fazioni,[60] onde la
-ribellione dapprima vi trionfò; poi la parte greca rimbaldanzì pei
-rinforzi di Costantinopoli, e fu ristorato il governo straniero (1011).
-Melo rifuggito alle corti longobarde che l’aiutavano sottomano,[61]
-s’abboccò a Capua co’ venturieri arrivati di Normandia, lor diè armi,
-cavalli e stipendio (1017), levò altre genti ne’ territorii di Salerno
-e Benevento,[62] e mosse con tutta l’oste contro i Greci.
-
-Ruppeli in tre o più scontri (1017-19), tornando ai Normanni i
-primi onori del trionfo; ed era libera la Puglia, se non che novello
-capitano, mandato di Costantinopoli, tagliò a pezzi l’esercito dei
-ribelli sul funesto piano di Canne (ottobre 1019). Ritentò Melo la
-fortuna, con altra schiera di Normanni sopraccorsa da Salerno, ove in
-tre anni n’era venuto grande numero alla sfilata; e toccò la seconda
-strage presso Melfi. Indi i principi longobardi a tentennare; Melo
-a correr oltre le Alpi, chiedendo gli aiuti d’Arrigo imperatore, e,
-mentre si apprestavano, morì. Dato, compagno di ribellione e fratello
-della moglie, andò al supplizio (1021), venduto dal principe di Capua
-e dall’abate di Monte Cassino. I popoli tornarono al giogo, resistendo
-alcun capo qua e là con aiuti dei Musulmani di Sicilia. I cinquecento
-Normanni che rimaneano de’ tremila passati in Italia, s’acconciarono
-agli stipendii di Salerno e di Monte Cassino, divisi in sei compagnie,
-due con l’abate e quattro col principe; qualche altro militò a Capua ed
-a Napoli.[63]
-
-Non oscuri, non potenti, vissero per altri venti anni da soldati di
-ventura. Crebbero di riputazione nelle risse tra i piccioli stati,
-passando sovente dall’uno all’altro per avarizia ed arte di mantenerli
-tutti vivi ed infermi. Secondo i guadagni crebbero un po’ di numero,
-per gente di lor sangue che cercava fortuna oltre le Alpi e per uomini
-facinorosi arruolati nella Lombardia propria ed Italia inferiore, i
-quali prendeano i costumi ed apparavano la lingua dei Normanni. Sopra
-ogni altro si avvantaggiò di coteste compagnie il principe di Salerno,
-allargando suoi confini. Sopra ogni altro lor giovò il duca di Napoli,
-il quale ripreso lo stato mercè una compagnia, donolle il territorio
-ove fondarono Aversa (1029), e ’l condottiero Rainolfo funne chiamato
-console e poi conte. Arrigo secondo e Corrado il Salico, calando in
-questi tempi nei principati per mantenervi la precaria autorità dello
-impero occidentale sopra quella del bizantino, guardaron d’occhio
-benigno i Normanni come stranieri; e Corrado investì solennemente
-Rainolfo della contea d’Aversa (1038), dandogli a mano il gonfalone
-imperiale attaccato in cima a una lancia.[64]
-
-La compagnia normanna nella primitiva sua forma sembra squadron
-di cavalli, da venticinque ad ottanta, condotto da un capitano
-intraprenditore che assoldasse gli uomini e guadagnasse per sè,
-ovvero da capitano eletto che amministrasse il peculio sociale, cioè
-lo stipendio toccato in comune e il bottino. In battaglia par che le
-compagnie dessero comando temporaneo ad un capitano a scelta di tutti,
-per quel giorno colonnello, com’or diremmo, d’un reggimento.[65] Due
-reggimenti o bande erano in Italia verso il milletrentotto; delle
-quali la prima, di veterani e lor aderenti chiamati di Normandia,
-stanziati ad Aversa, fatti possidenti e però meno avventurosi, s’andava
-rassettando, a mo’ delle istituzioni patrie, sotto un colonnello
-perpetuo o si chiami conte privilegiato dall’imperatore; ma più ritenea
-del _wicking_ che non avesse preso del feudo. L’altra, vero _wicking_,
-di giovani che tentavano la sorte, mescolati a più numero d’Italiani,
-lasciò i soldi del principe di Salerno per seguire le insegne bizantine
-in Sicilia. Eran circa cinquecento cavalli, condotti da un capitano
-amministratore, il milanese Ardoino.[66]
-
-Il savio cavaliere lombardo, ripassato co’ suoi il Faro dopo l’insulto
-di Maniace, gittò il dado a un gran disegno. La ribellione di
-Puglia male spenta con Melo,[67] si ridestò per opera del figliuolo
-Argiro, come prima le soldatesche bizantine sgomberavano il paese,
-traendo alla guerra di Sicilia: ma fe’ testa ai ribelli la fazione
-costantinopolitana, talchè Bari fu presa e ripresa; e infine Michele
-Doceano, tornato di Sicilia, ricominciò i supplizii nella capitale
-(nov. 1040). Argiro nondimeno rimase nella provincia, latitante o
-in arme.[68] Ardoino, giunto in questo medesimo tempo, praticò coi
-malcontenti; e non si fidando, come soldato ch’egli era, nelle forze
-tumultuarie, nè in Bari aperta ai Bizantini dalle fazioni e dal mare,
-divisò di piantar altra bandiera di rivoluzione a Melfi, addossato
-all’Apennino allo sbocco della maggior valle onde si valicava agli
-stati del Tirreno, nemici naturali di Costantinopoli; ma sopra tutti
-fece assegnamento su i Normanni. Andò pertanto ad Aversa ad esporre
-le condizioni delle cose; il fior degli eserciti greci avviluppato
-in Sicilia, i popoli della Puglia pronti a ripigliare le armi: «E
-perchè ti starai,» disse al conte Rainolfo, «contento a due spanne di
-terreno, come il topo nella buca, quando puoi meco signoreggiare quei
-ricchi campi, cacciandone le femine vestite da soldati che li hanno
-in guardia?»[69] Ristretti i capi a consiglio, deliberano l’impresa;
-stipolano federazione con Ardoino, e ch’egli s’abbia metà degli
-acquisti. Aversa fornì trecento uomini sotto dodici capitani, che
-allora e poi si addimandarono conti, uguali tra loro in grado e con
-ugual diritto nel partaggio.[70]
-
-All’entrar del millequarantuno Ardoino una notte conduce chetamente
-le compagnie a Melfi; si fa incontro ai cittadini che pigliavano
-l’arme, ed «Ecco, lor grida, vi reco la libertà che sospiraste. Io
-tengo parola: compite or la parte vostra ed accogliete come compagni
-e fratelli cotesti amici miei, mandati proprio da Dio per togliervi
-di servitù!»[71] Fermasi il patto che Melfi non abbia signor feudale;
-reciprocamente si giura lega e amistà.[72] La dimane i Normanni corron
-predando a Venosa; il secondo dì ad Ascoli, poi a Lavello e per tutta
-la Puglia senza contrasto.[73] Tra le due bande e i Pugliesi che le
-seguirono, sommavan già a tre migliaia d’uomini; settecento soli a
-cavallo e pochi tra essi vestiti di corazza.
-
-A’ diciassette marzo, Doceano lor presentava la battaglia su le sponde
-dell’Olivento sotto Melfi, con la legione Obsequiana dell’Asia Minore e
-gli ausiliarii, russi: cinque o sei contr’uno ed assai meglio armati;
-ma furono sconfitti.[74] I Greci toccarono la seconda rotta ancorchè
-rinforzati di Traci e d’Italiani a Montemaggiore su l’Ofanto, del mese
-di maggio; la terza, di settembre, a Montepeloso, dove i Normanni
-non riconobbero al certo il comune legnaggio nei Varangi, schierati
-contr’essi con genti greche e slave, sotto il catapano Boioanni. Si
-bilanciò la fortuna delle armi nel quarantadue, ripassato in Italia il
-fiero Maniace. Poi tornò per sempre ai Normanni.[75]
-
-Tra coteste guerre, le due bande d’Aversa e di Sicilia stanziavano a
-Melfi, accomunate, com’ei sembra, e ridivise sotto dodici condottieri,
-i quali si reggeano a repubblica, e ciascuno s’acconciò un palagio e
-un quartiere nella città:[76] independenti l’un dall’altro e gelosi;
-ma gareggiarono sempre di virtù sul campo. Col danaro, le armi e i
-cavalli tolti ai nemici, e con promesse di maggiori acquisti, levaron
-cavalieri e fanti italiani nei principati longobardi e nella Lombardia
-propria;[77] incorporandoli, com’e’ parmi chiaro, in lor compagnie
-anzichè formarne delle nuove. Ardoino disparve: morto nei primi
-scontri, o messo da canto e sbeffeggiato s’ei volle comandare; rimaso
-doge senza soldati dopo l’unione delle due bande.[78] Gli sostituirono
-innanzi la battaglia di Montepeloso (1041) Atenolfo, fratello del
-principe di Benevento, per guadagnar fede appo i popoli dei quali avean
-bisogno;[79] ed a capo di pochi mesi dettero lo scambio ad Atenolfo per
-le medesime cagioni, in persona di Argiro, il quale a quel precipizio
-de’ Greci era stato gridato duca di Italia a Bari (febbraio 1042),
-ed avea ripigliato virtuosamente le armi.[80] Argiro, capo della
-rivoluzione, conveniva meno che ogni altro ai Normanni vogliosi non
-di liberare la Puglia, ma di sottentrare agli antichi signori. Donde
-all’assedio di Trani un condottiere per poco non l’uccise;[81] ed egli
-a dirittura praticò con la corte bizantina di riformare lo stato in
-Puglia;[82] tentò invano d’adescare i Normanni che uscissero d’Italia
-per acquistar nuove palme e nuovi tesori ai soldi dell’impero in
-Persia; e finì lor nemico mortale, duca di Puglia per doppia grazia
-dei popoli e dell’impero d’Oriente, cospirando col papa e l’imperatore
-tedesco allo sterminio dei Normanni.[83]
-
-Ma gli astuti condottieri che s’erano scissi quando lor entrò in
-mezzo Argiro, ed alcuno era passato al principe di Salerno,[84] tosto
-s’accorsero che nell’unione sola era da sperar salute e trionfo sugli
-Italiani. Rifanno pertanto la lega normanna; le prepongono, con titolo
-di conte di Puglia, Guglielmo Braccio di Ferro, primo tra loro per
-riputazione nell’armi e numero di aderenti; si associano il conte
-d’Aversa; e riconoscono signor feudale Guaimario principe di Salerno.
-Celebrossi il nuovo patto a Melfi, di settembre millequarantatrè, fatto
-insieme il partaggio della terra occupata per forza o per accordo,
-talchè il conte d’Aversa e i dodici condottieri, Guglielmo al par degli
-altri, ebbero ciascuno una grossa città, rimanendo Melfi in comune come
-capitale.[85] Ordinamento misto tra feudale e federale, che presto
-volse a pretta feudalità. I condottieri tennero da baroni, com’e’
-sembra, ereditarii, le città assegnate, levando tributi, sforzando gli
-abitatori a servigi secondo le costumanze longobarde che trovavano nel
-paese non cancellate dalla dominazione bizantina; ed anzi che smettere
-gli abusi di quella, aggiunsero quanti ne ricordavano di casa loro in
-Normandia.[86] Sembianza feudale anche ebbe l’omaggio al principe di
-Salerno; credo senz’obbligo di servigio militare, nè altro. Il nuovo
-conte di Puglia, elettivo, fu capitano a vita e magistrato federale, ma
-ebbe dritto di creare o almen di proporre novelli baroni pei territorii
-che mano mano s’acquistassero:[87] dimodochè il senato federale
-s’empiva di creature sue, ed a capo di trent’anni il terzo conte
-inghiottì e signor feudale e confederati, e regnò con titol di duca su
-la più parte dell’Italia meridionale.
-
-La famiglia che si levò a tanta altezza veniva dal Cotentino, provincia
-normanna più che nessun’altra di Normandia.[88] Quivi nei principii
-dell’undecimo secolo tenne la picciola terra di Hauteville presso
-Marigny nella diocesi di Coutances,[89] un Tancredi, gentiluomo di
-nobiltà mezzana, di scarso avere, di gran forza e coraggio, non ignoto
-a corte dei duchi di Normandia, ma non congiunto loro, come poi si
-favoleggiò;[90] il quale fu padre di dodici robusti figliuoli, educati
-secondo il secolo e paese, in cacce, armi, cavalli, pietà cristiana
-e morale da rubatori di strada. Fatti guerrier di ventura, tre dei
-maggiori, per nome Guglielmo, Drogone e Unfredo,[91] capitarono
-dopo varie vicende in Italia; militarono a Capua, indi a Salerno, e
-passarono con l’esercito di Maniace in Sicilia (1038); dove Guglielmo,
-preposto a un drappello o compagnia che fosse,[92] meritò il nome
-di Braccio di Ferro. Rifulse al paro la sua virtù nella guerra di
-Puglia: co’ brividi della quartana addosso si gittava nella mischia
-a Montepeloso (1041) e ristorava la battaglia: prode tra i prodi,
-affabile e savio, spalleggiato da due fratelli conti anch’essi
-o capitani di compagnie, chi potea contendergli il primato nella
-repubblica militare di Melfi? Morto costui a capo di tre anni (1046),
-fu rifatto conte di Puglia Drogone, ch’ebbe primo l’investitura dallo
-imperatore Arrigo terzo (1047); e ucciso Drogone (1051), i Normanni gli
-surrogarono l’altro fratello Unfredo, sotto il quale repressero un gran
-tumulto di principi e popoli.[93]
-
-Tumulto legittimo nel popolo che avea cercato libertà e pativa oltraggi
-novelli; tumulto suscitato anco dal papa e dagli imperatori d’Occidente
-e d’Oriente per interesse proprio, sotto la solita specie di ben
-pubblico, morale, giustizia, religione. I Normanni lor davano appicco.
-E veramente se mancassero attestati precisi della costoro insolenza
-e cupidità in Italia, si argomenterebbe dagli eventi contemporanei
-d’Inghilterra, dove gli ospiti normanni di Eduardo primo fecer tanto
-che provocarono i Sassoni alla ribellione.[94] Crederemo dunque agli
-scrittori tedeschi, italiani e bizantini di quel tempo i soprusi che
-narrano delle bande stanziate in Puglia, mescolate d’oltramontani e
-Italiani, ai quali era sola patria il campo, sola virtù il disciplinato
-valore.[95] I nuovi sudditi, spogliati dai conti e oltraggiati dalle
-soldatesche, dettero ascolto ai tre potentati che inopinatamente
-stendean loro la mano. Costantinopoli, per estremo rimedio, richiamava
-gli esuli a Bari; facea duca d’Italia Argiro figliuol primogenito
-della rivoluzione; prometteva alla Puglia l’età dell’oro. L’imperatore
-germanico si apprestava a mandare soldati, sollecitato dal papa che in
-quella stagione era come suo castaldo in Italia. Più che ad ogni altro
-premea l’impresa alla corte di Roma, la quale sorgendo da due secoli
-di vergogne, a’ consigli d’Ildebrando monaco e cardinale prendeva
-a riformar i costumi del clero e le elezioni ecclesiastiche, per le
-quali combattè Ildebrando papa: e con quelle nuove armi di castità e
-libertà ritentava gli acquisti nell’Italia meridionale. Leone nono,
-uom di religione e virtù private, condusse eserciti per liberare i
-popoli, com’ei diceva, dalla tirannide: a difendere i poveri cospirò
-coi due imperatori, con Argiro e coi Pugliesi tinti tuttavia del sangue
-di Drogone, che fu pugnalato alle spalle alla soglia del tempio. E
-tranquillava la coscienza con l’equivoco sacerdotale. «La morte d’alcun
-Normanno io non bramo, nè d’alcun uomo,» scrivea Leone pochi anni
-appresso a Costantino Monomaco, «ma voglio far pentire col terrore
-umano chi non paventa il giudizio di Dio.»[96]
-
-Mentre i nemici si sfogavano senza unità di consiglio nè d’azione, i
-Normanni si rassodarono, si estesero nelle Calabrie sopra i Greci;[97]
-e vennero d’oltremonti i figliuoli di Tancredi per la seconda moglie
-Fredesenda, primo tra essi Roberto Guiscardo (1047); al quale il
-fratello Drogone non sapendo come provvedere, mandollo con un pugno
-d’uomini ai confini di Calabria; fe’ racconciare un ridotto di legname
-in cima a un monte; lo chiamò Rocca di San Martino; disse lì al giovane
-di pigliar se potesse quanto scopriva con gli occhi; e volte le spalle
-se ne tornò in Puglia.[98] Cominciò Roberto il conquisto della Calabria
-da ladrone: rapire bestiame, saccheggiar ville, sequestrare le persone
-che paghin riscatto, ardere i cólti a chi ricusa la taglia, ammazzare
-cui difende la roba; tantochè un distretto si sobbarcava alla signoria
-feudale e i masnadieri passavano a un altro. Nel pessimo tirocinio,
-Roberto si fe’ gran capitano; si rimpannucciò con un matrimonio ed
-un tradimento; assoldò gente e se ne attirò molta più con promessa di
-bottino, con giustizia nel dividerlo, con quel suo sembiante marziale
-e risoluto, con piglio da buon compagno, e riputazione di smisurato
-coraggio, costanza, astuzia e profondità di consiglio. Un’oste di
-Calabresi per tal modo seguiva le fortune di Roberto quando papa Leone
-calò in arme a Civita sul Fortore, e i Normanni ragunarono tutte
-loro forze per difendersi. Affamati, ributtata dal papa ogni lor
-proposizione e preghiera, furono costretti a combattere (18 giugno
-1053), capitanando Unfredo l’esercito e la prima schiera, Riccardo
-conte d’Aversa la seconda, e Roberto la terza, tutta di Calabresi. Gli
-Italiani del papa, senza capitano, fuggirono; i Tedeschi si fecero
-tagliare a pezzi; gli Italiani delle compagnie e que’ di Roberto
-trionfarono allato ai Normanni.[99]
-
-Lasciata da canto la supposta concessione feudale del papa in questo
-tempo,[100] certo è che i vincitori il fecer prigione baciandogli
-i piedi, e che Leone benedisse lor vivi e loro morti, lagrimò, fece
-lunghe penitenze, dicon anche miracoli, e dopo dieci mesi tornò libero
-a Roma, rannodate con Argiro e coi due imperatori sue trame contro i
-Normanni;[101] ma la morte le troncò (1054) e prevenne anco Stefano
-nono che parlava di ripigliare l’impresa (1058).[102] Unfredo intanto
-usando la vittoria di Civita, soggiogava il rimanente della Puglia;
-minacciava Bari e qualche altra città da non potersi espugnare di
-leggieri; il Guiscardo ripigliava l’opera in Calabria;[103] e con
-questo crescea la potenza di casa Hauteville, fatti conti Malgerio
-in Capitanata e Guglielmo in Principato, e venuti altri fratelli e
-aderenti.[104] Sperò Unfredo lasciare l’oficio in retaggio: in punto di
-morte, chiamato a sè Roberto, lo istituì tutore del figliuolo minore;
-raccomandò forse entrambi ai capi normanni; e quando ei spirò (1056)
-il Guiscardo fu promosso a conte di Puglia.[105] Il quale fe’ sentir
-la mano del masnadiere al pupillo ed ai compagni; represse duramente
-con forza e frode quei che si ricordavano dell’uguaglianza; e divenne
-di fatto signor feudale. Compose agevolmente una sembianza di dritto,
-prendendo titol novello e investitura dalla corte di Roma.
-
-Già Ildebrando preludeva per bocca di Niccolò secondo alla guerra del
-sacerdozio contro l’impero, ordinando libera la elezione dei pontefici
-(1059); già l’idea guelfa lampeggiava nella mente del cardinale toscano
-e del papa savojardo vissuto a Firenze: la corte di Roma, volendo
-sciogliersi della soggezione ai Tedeschi, dovea farsi puntello delle
-forze, quali che si fossero, che trovava in Italia. Niccolò dunque,
-tenuto un concilio a Melfi sopra la disciplina ecclesiastica, vi
-compì faccenda più grave: abboccatosi con Roberto scomunicato, lo
-ribenedisse, l’investì della signoria di Puglia e Calabria, che le
-tenesse, con titol di duca, in feudo della Chiesa romana, giurassele
-fedeltà, le fornisse servigio militare al bisogno, e pagassele censo
-annuale di dodici denari a jugero su i terreni tenuti da lui medesimo
-o conceduti a’ Normanni fino a quel dì. Promise inoltre a Roberto
-l’investitura della Sicilia.[106] La corte di Roma non aveva dunque
-posseduto Puglia, Calabria nè Sicilia, in fatto nè in carta, se non
-che nella falsa donazione di Costantino e nelle interpolazioni dei
-diplomi di Lodovico il Pio, Otone terzo ed Arrigo secondo; ma avea
-nel clero dell’Italia meridionale fautori e clienti; avea nel popolo
-riputazione di liberatrice e santa, e spirava religioso terrore nei
-feroci venturieri d’oltremonti. La sostanza dunque fu, che il gran
-censore della simonia diè in soccio a Roberto que’ suoi partigiani e
-un podere d’incerto padrone, per cavarne censo in buona moneta ogni
-anno, servigio di buone spade occorrendo, più i guadagni contingenti
-della sovranità feudale. Onesto o no tal baratto, la corte di Roma
-prestava forze vere in Terraferma; all’incontro nel patto aleatorio
-della Sicilia non mettea nulla del suo. Alla quale origine corrisposero
-i successi, poichè, conquistata l’isola, niuno domandonne l’investitura
-alla corte di Roma; anzi il papa risegnò parte dell’autorità
-ecclesiastica al principe che procacciasse un po’ di credito a San
-Pietro nell’isola bipartita tra Fozio e Maometto. Nello stesso modo che
-a Roberto e per gli stessi motivi, Niccolò secondo largì l’investitura
-d’Aversa al conte Riccardo; il quale poco appresso carpiva il
-principato di Capua (1062). Così la dominazione normanna mettea radici,
-rafforzata dalla parentela e comunanza d’interessi di Riccardo e
-Roberto; dal matrimonio di costui (1058) con una sorella del principe
-di Salerno, per la quale ripudiò con ippocriti cavilli Alverada, prima
-cagione di sua grandezza; e infine dall’acquisto della Calabria che
-Roberto e Ruggiero compirono nella state del millesessanta.
-
-Ruggiero, ultimo figlio di Tancredi, passò in Italia verso il
-millecinquantasei, giovane di venticinque anni o in quel torno,[107]
-grande, ben complesso, di bell’aspetto, facil parola, coraggio a tutta
-prova, animo vago di lode, ambizioso per tanti esempii di sua casa e
-nazione, turbolento, ma aperto e liberale, scevro dei vizii capitali
-di Roberto, suo pari forse in guerra, savio nelle cose di stato, senza
-quegli alti voli che sapea spiccare il Guiscardo. Il quale promosso a
-conte di Puglia, ricominciata dopo breve spazio l’impresa di Calabria,
-e fatta invano una punta infino a Reggio (1056), era tornato in Puglia,
-quando gli parve di tentar con poche forze nuovo colpo, tra quelle
-popolazioni spicciolate, discordi, disubbidienti all’impero bizantino:
-verghette agevoli a spezzare, poichè lor nojava di stringersi in
-fascio. Manda Ruggiero con sessanta cavalli (1057) sugli estremi
-gioghi meridionali dell’Apennino; e quegli compie da maestro l’usata
-fazione normanna, del piantarsi in un ridotto su le alture e dare il
-guasto giù nei piani: talchè tutta la val di Saline presso il Capo
-dell’Armi si sottomesse alla signoria feudale di Roberto. Con giovanil
-probità, Ruggiero gli consegnava il danaro rubato: con sagacità lo
-consigliava sopra un nuovo sforzo che s’apprestò contro Reggio; e
-andativi entrambi, Ruggiero con audaci scorrerie provvide l’esercito di
-vittuaglie; ma resistendo forte i cittadini e sopravvenuto l’inverno,
-l’assedio fu sciolto. Allora nacque discordia tra i fratelli,
-lagnandosi Ruggiero che Roberto per avarizia e invidia male assai
-lo rimeritasse; ond’ei s’accostò all’altro fratello Guglielmo conte
-di Principato, fatto anch’egli nimico di Roberto, al quale recarono
-molestia con depredazioni e scaramucce; poi rappattumati, Ruggiero
-tornava agli stipendii del duca con quaranta cavalli; e tosto non
-vedendogli snocciolar moneta, se n’andava e ripigliava le scorrerie.
-A Melfi, il giovane incapricciatosi dei cavalli di un vicino, li avea
-rubati di notte con un di sua masnada per nome Blettiva, maestro di
-furti; e di lì a poco saputo di certi mercatanti che viaggiavano da
-Amalfi a Melfi, li appostò, spogliò e taglieggiò, e col danaro accrebbe
-la compagnia fino a cento uomini. Ma entrato l’anno millecinquantotto
-e straziata la Calabria dalle genti di Roberto, da una pestilenza e
-da orribil fame, le popolazioni sottomesse alla signoria normanna si
-levarono; trucidarono intere compagnie: onde Roberto si consigliava
-di tramutar di Puglia in Calabria, dal campo nemico al suo proprio,
-il lioncello ch’avea messo tal giubba in due anni. E gli interessi
-raccendeano subitamente l’amore fraterno: Roberto concedeva a Ruggiero
-la metà dei territorii acquistati e da acquistarsi nell’estrema
-Calabria. Fermata la sede a Mileto, Ruggiero, del millecinquantanove,
-soggiogò la più parte del paese; conciò male due vescovi, greci al
-certo, che gli vennero incontro armati in Val di Saline; balzò in
-Capitanata insieme con Roberto e fece cavar gli occhi a un altro
-Normanno che s’era ribellato contro il fratello Goffredo; tornò con
-Roberto in Calabria per far una scorreria fino a Reggio (1059) ed
-apprestaronsi a maggior guerra. E in vero, del millesessanta, Roberto,
-raccolto quasi un esercito e preso con seco Ruggiero, calò a Reggio
-nel mese di luglio, e dopo molti combattimenti, nei quali il giovane
-si segnalò come in tutta sua vita, i valorosi cittadini furon chiusi
-dentro le mura, piantate le macchine a far la breccia; sì che Reggio
-esausta s’arrese a patti, riconoscendo signore il duca. Il quale mentre
-assestava la città, Ruggiero soggiogò le castella vicine, fuorchè
-Squillaci; e anch’essa, dopo qualche mese, aprì le porte.[108]
-
-In venti anni così dalla ribellione d’Ardoino, le compagnie di Normanni
-e Italiani s’erano impadronite della vasta provincia bizantina.
-Salerno, che fu prima a chiamarle e sempre le favorì, divenuta era
-difatto lor tributaria, e i principi imparentati per forza con casa
-Hauteville. Non van contati i piccioli stati: Napoli mezza libera;
-Benevento carpita dal papa; Monte Cassino badia o feudo, non si sapeva;
-Amalfi presa e lasciata da Salerno. La casa di Aversa, congiunta per
-matrimonii con gli Hauteville e coi principi di Salerno, stava per dar
-di piglio al principato di Capua ed a Gaeta. Della dominazione lombarda
-rimaneva a Salerno appena il nome che sparve tra non guari (1077). Con
-ciò la compagnia, mutando ordini a poco a poco, da federazione ch’era
-di venturieri trapassava a nobiltà territoriale, vassalla la maggior
-parte di Roberto di Hauteville, la minore di Riccardo d’Aversa: e
-le due novelle dinastie, riconosciuta la sovranità feudale, prima di
-Salerno, poi degli imperatori germanici, le aveano disdette entrambe,
-acconciandosi in quella del papa. Garbuglio di dritto pubblico, se
-dritto si dovesse cercare in quel periodo, tra la fermentazione degli
-elementi onde poi s’aggranellò un reame, non conquistato da un popolo
-sopra un altro, non riformato per movimento nazionale, nè religioso,
-nè sociale, ma per una rivoluzione mista di tutti que’ modi. I soldati
-mercenarii che fecero trionfare dopo mezzo secolo la ribellione di
-Melo, longobarda, latina ed aristocratica, usurparono la dominazione
-coi suoi frutti sopra i Bizantini e sopra gli abitatori ad un paro.
-Nella lunga e vana guerra, i venturieri furon costretti a mutar sovente
-i patti tra loro stessi, con le popolazioni soggiogate o confederate
-e coi principi vicini; e il duca di Puglia che s’innalzò tra quelle
-vicende, non venne a capo d’allargarsi in Calabria e quindi in Sicilia,
-senza la spada d’un altro condottiere; onde nacquero nuovi piati e
-andirivieni, finchè Roberto Guiscardo, correndo ad altre ambizioni,
-morì in Grecia (1085), e primeggiò in casa di Hauteville il conte
-Ruggiero signor della Sicilia. Infino a quel dì non vi ebbe dritto
-pubblico propiamente detto nell’Italia dal Garigliano a Trapani, se
-non che patti temporanei, i quali ben si assomiglierebbero a quei del
-_wicking_ sotto gli Hastings e i Roll.
-
-E come i compagni di Roll, così i Normanni d’Italia, in lor vita da
-masnadieri mostrarono splendidamente le virtù che fondano gli stati.
-Virtù di guerra, la quale s’apprese immantinenti agl’Italiani entrati
-nelle compagnie; poichè non istà nella forza e nel coraggio, comuni
-alla più parte degli uomini, ma negli ordini, nello esercizio, nella
-fidanza singolare e collettiva dei combattenti, nell’onor militare,
-nella tradizione delle vittorie. Prudenza civile adattata a quegli
-umili principii: attirar sotto lor bandiere forti Italiani; accomunarli
-d’interessi ai Normanni; trovare partigiani nelle città; vezzeggiare
-ed arricchire il clero; divider opportunamente i furti; non sperperare
-la parte propria, ma ammontarla col capitale comperando nuovi uomini
-e nuove armi; tosare i sudditi senza lasciarli ignudi al tutto;
-azzuffarsi tra loro al partaggio e fin venire alle armi, ma rifar
-l’amistà e la fratellanza come se nulla fosse stato, quando i popoli si
-sollevano incoraggiati da quella discordia. Tali erano i condottieri
-normanni. Pieghevoli alle usanze del paese, fermatavi per sempre
-la dimora, e pochi di numero, non sembravano reggimento straniero:
-l’Italia meridionale godea sotto di loro la independenza e governo men
-molesto, da non meritar odio e molto meno disprezzo.
-
-
-
-
-CAPITOLO II.
-
-
-Arrivati quegli avventurosi uomini a Reggio, non si potea far che non
-agognassero al ben di Dio che si stendea sotto gli occhi loro di là
-dallo Stretto. Roberto lo vagheggiava tanto che ne avea già accattata
-dal papa la concessione eventuale;[109] Ruggiero, al dir del suo
-storiografo, ardea della brama di guadagnarvi meriti spirituali e
-temporali acquisti.[110] Nè si potea far che i Normanni non fossero
-chiamati in Sicilia da Musulmani cui costrignesse cieco furor di parte,
-da Cristiani levati a subita speranza del riscatto. Primi dovean essere
-i Cristiani di Messina. Le sei miglia di mare che corrono tra le due
-rive dello stretto, se contrastano il passaggio qualche dì, lo rendono
-nel rimagnente dell’anno, agevole e comodo agli uomini, e sopratutto
-alle merci; donde gli è avvenuto da tanti secoli che l’estrema Calabria
-e i dintorni di Messina facciano come un sol paese per le relazioni
-commerciali, i parentadi, i costumi, le usanze, fin le passioni
-politiche degli abitatori: e n’abbiamo esempio nelle rivoluzioni
-del milleottocentoquarantotto e del milledugentottantadue. Non fu
-meno stretta al certo nel decimo secolo e prima metà dell’undecimo
-la fratellanza delle due popolazioni cristiane, l’una soggiogata
-e l’altra svaligiata ogni anno: gli stessi Musulmani, quand’e’ non
-correano a Reggio con la spada in alto, venian pacifici mercatanti o
-rifuggiti. Dopo le disposizioni degli animi, è da ricercare il numero.
-A legger Malaterra si direbbe Messina abitata da soli Musulmani nel
-millesessantuno; non facendosi parola di Cristiani di Sicilia pria
-che i Normanni fossero giunti alla valle che si stende tra l’Etna e
-la catena d’Apennino. Amato scrive più espresso che Roberto, entrato
-in Messina, la rifornì di suoi cavalieri trovandola abbandonata.[111]
-Ma ciò non va inteso in senso litterale, sendo inverosimile e direi
-quasi assurdo supporre che i Musulmani avessero cacciato ogni cristiano
-dalla città, il che mai non fecero nè in Sicilia nè altrove, nè
-loro condizioni sociali ed economiche il comportavano. È da ritenere
-pertanto che la popolazione di Messina fosse notabilmente diminuita fin
-dal nono secolo,[112] sì che nel millesessantuno, sgombrata la piccola
-colonia musulmana, la città si trovasse, per modo di dire, spopolata.
-E con tale intendimento va esaminato il solo ricordo che abbiamo di
-pratiche tenute dai Cristiani di Messina coi Normanni.
-
-In sul principio del decimottavo secolo, uscì alla luce nelle
-Miscellanee del Baluzio,[113] e fu ristampata dal Muratori[114] e da
-altri, una _Breve istoria della Liberazione di Messina_, lasciata tra
-mille altri documenti manoscritti da Andrea Duchesne, con annotazione
-che fosse copia d’antichissimo codice del Senato di Messina.[115]
-Spartivasi la Sicilia, al dir di quella cronica, in cinque principati
-che si stendessero lungo la costiera da Tindaro a Taormina, a Siracusa,
-a Trapani, a Palermo ed a Patti; e li reggean cinque Mori, nimici
-l’un dell’altro; dei quali il primo, Raxdis per nome, avea sede in
-Messina, dove i Cristiani, in virtù di capitoli fermati al conquisto,
-godeano più alto stato che in niuna altra città dell’isola; serbando
-lor possessioni e culto e lo stemma della croce d’oro in campo rosso,
-conceduto già da Arcadio imperatore in merito di gloriosa gesta de’
-Messinesi a Tessalonica. Ma sentendo aggravare ormai la mano degli
-Infedeli e vedendo affranti gli altri Siciliani da servaggio assai più
-duro, tre nobili uomini della città, Ansaldo di Patti, Niccolò Camulio
-e Iacopo Saccano, bramosi di liberare la patria, a dì sei d’agosto
-millesessanta, s’adunavano nell’isola di San Giacinto, come un tempo
-si chiamò il Braccio del Salvatore. La conchiusione fu d’offrire la
-Sicilia al conte Ruggiero e al duca Roberto che soggiornavano col
-papa a Mileto. I congiurati fan parte molto cautamente nella città;
-colgono il destro della festa in cui i Mori soleano chiudersi in
-lor case per dodici giorni; s’imbarcano travestiti in un legnetto,
-fingendo veleggiare per Trapani, ed approdano in Calabria. Sopraccorsi
-a Mileto, scansano di negoziare col papa; apron gli animi sì a Ruggiero
-esortandolo a venire in Sicilia; gli danno per arra il gonfalone
-d’Arcadio. Ruggiero consultò dell’impresa col papa e con sei cardinali;
-il papa, non perdendo mai di vista le cose di questo mondo, assentì,
-a condizione che si dividessero i beni della Sicilia in tre parti,
-la prima al clero, la seconda ai cavalieri, l’altra al principe.
-Allora il conte giura i patti, e che sarà in arme a Messina a capo
-d’una settimana. E al dì detto, cavalca con millesettecento uomini a
-Palmi, indi a Reggio: alfine, affidate le navi al fratello Goffredo,
-sbarcato ei con le genti a tre miglia da Messina, gli vengono visti
-nell’isola di San Giacinto i cadaveri di dodici cristiani impiccati
-dai Mori per indizio della congiura. Muove Ruggiero all’assalto; i
-Cristiani di dentro piglian le armi, apron le porte, aiutano al macello
-degli Infedeli; egli entrato in città chiama i congiurati, rende loro
-il gonfalone vittorioso, ch’è riposto nella chiesa di San Niccolò; e
-il conquisto cominciato per virtù de’ cittadini di Messina si compie
-con la pattuita tripartizione delle terre. Così la cronica. Seguono
-due diplomi, l’un di re Ruggiero del millecentoventinove, l’altro di
-Guglielmo I del millecensessanta, nei quali leggonsi le larghe e vere
-franchigie municipali di Messina, interpolate bensì di favole che
-la fan capitale dell’isola sotto i Romani, i Greci e’ Saraceni.[116]
-Talchè il lettore, dopo lungo giro nella storia dello undecimo secolo,
-riesce in ultimo al gran campo di battaglia dove si travagliarono gli
-eruditi siciliani dal decimoquinto al decimottavo, a furia di paradossi
-e di falsi documenti. L’autore si vanta da sè medesimo contemporaneo;
-ma lo tradiscono gli intenti, le idee e la latinità del secol
-decimosesto.[117]
-
-E in vero torna ai primi quarant’anni del secolo seguente la copia più
-antica che abbiamo, quella cioè del Duchesne. Risalendo addietro, si
-rinviene in altre parole lo stesso racconto nella storia del Maurolico
-messinese, il quale non ne cita l’origine, nè par vi presti piena
-fede;[118] ed una ventina d’anni avanti Maurolico, si legge breve cenno
-della congiura nella storia del Fazzello, il quale par si riferisca
-a tradizione orale.[119] Dalla forma volgendoci alla sostanza e
-mettendo da canto la tripartizione legale dei beni, il soggiorno del
-papa a Mileto, il gonfalone d’Arcadio e il rimanente della macchina
-municipale, troviamo due fatti genuini, tolti da altre fonti che il
-Malaterra e l’Anonimo, e però inediti infino al tempo di Maurolico:
-cioè che un Goffredo fratel di Ruggiero, capitanasse le navi nella
-impresa di Messina,[120] e che la Sicilia Musulmana fosse allor tenuta
-da parecchi regoli discordi e nemici.[121] Parmi si scopra a cotesti
-segni una primitiva e verace tradizione messinese, accresciuta e
-guasta dal duodecimo secolo in giù, a misura che crescea l’importanza
-ed ambizione della città; distesa in latino forse dal Maurolico
-stesso senza intento di frode; e in ultimo rabberciata da non so qual
-falsario, che interpolò anche il diploma del millecentoventinove, e
-si provò a ingannare il Duchesne. Della tradizione primitiva parmi
-si debba accettare i nomi dei tre congiurati o capi d’una congiura di
-pochi Messinesi, il viaggio loro a Mileto e le pratiche con Ruggiero;
-le quali sono taciute dai cronisti normanni, perchè i padroni le
-dimenticavano volentieri. E poteano dimenticarle, perchè non se ne vide
-effetto pubblico e flagrante come quello d’Ibn-Thimna. I Cristiani
-Messinesi vegliavano di certo sul nemico, svelavano le condizioni e
-andamenti di quello, ci rischiavan la vita non men che si fa con le
-armi alla mano; ma non arrivarono giammai a prendere le armi. E forse
-avvenne una o due volte che lo promettessero e non lo compissero,
-poichè le prime fazioni di guerra contro Messina sembrano fondate in su
-l’aspettativa di movimento qual che ei fosse dentro la città.
-
-Sia per pratica di tal fatta, sia per esplorare soltanto il terreno
-e tastare gli animi, s’arrischiavano i Normanni ad una correria nel
-settembre del millesessanta,[122] poco appresso l’occupazione di
-Reggio. Non uso a metter tempo in mezzo,[123] Ruggiero togliea seco da
-dugento cavalli;[124] traghettato il Faro, entrava nel porto di Messina
-discosto alquanto dalle mura in quella età. I Musulmani, all’insulto di
-sì picciol drappello, uscirono in furia. Il conte volendo combattere
-lungi dalle mura e far disordinare il nemico, s’infinse di fuggire a
-briglia sciolta: tornò d’un tratto alla carica, sbaragliò la schiera
-sparsa, la inseguì fino alle porte, uccidendo i più tardi; e presi i
-cavalli, armi, robe che lasciavano per via, rimbarcatosi prestamente,
-tornò a Reggio.[125] Indi mosse con Roberto alla volta di Puglia
-ove il duca avea da compier l’usurpazione sopra i capi Normanni e le
-città non sottomesse.[126] E pur tra cosifatte brighe i due fratelli
-pensavano di portare la guerra in Sicilia alla nuova stagione; quando
-Ibn-Thimna affrettolli all’impresa; il quale perduta parte dello stato
-ch’aveva usurpato, spinto da timore, sete di vendetta ed inestinguibile
-ambizione, saputi i gloriosi fatti de’ Normanni, fors’anco le pratiche
-loro coi Cristiani di Sicilia, corse da Catania a chiamarli in aiuto
-contro i suoi nemici musulmani. Abboccatosi a Mileto con Ruggiero,
-e quindi a Reggio con lui e con Roberto che vennevi a posta,[127]
-Ibn-Thimna lor profferiva il partaggio dell’isola.[128] A che
-obiettando i Normanni non avere tante forze da combattere le possenti
-milizie musulmane della Sicilia, replicava esser quelle divise e
-discordi, avervi lui moltissimi partigiani,[129] rimanergli soldati e
-castella ubbidienti: tantochè i Normanni acconsentivano, egli giurava
-la lega,[130] e dava un figliuolo in ostaggio a Roberto. Ruggiero
-s’apprestava allora ad andare in persona con sue genti d’arme; Roberto
-forniva i pochi cavalieri e i marinai ch’ei potè avere a Reggio, su i
-quali ponea Goffredo Ridelle, sperimentato uomo di guerra; e tornato
-prestamente in Puglia, chiamativi a consiglio suoi condottieri,
-n’ebbe altre forze,[131] in guisa che s’accozzò uno stuolo di cinque
-centinaia d’uomini[132] capitanati da Goffredo Ridelle e da Ruggiero,
-accompagnati da Ibn-Thimna come quegli che conosceva i luoghi e vi
-tenea pratiche e più se ne vantava.[133]
-
-Negli ultimi di febbraio del millesessantuno, a vespro, sbarcarono i
-Normanni in su la lingua del Faro, presso i laghi.[134] Preser la via
-di Rametta; di che addatisi i Musulmani di Messina, uscì un drappello
-a far la scoperta. Cavalcando dunque Ruggiero la notte su per que’
-monti, vide, all’incerto chiaror della luna, appressarsi un Musulmano:
-sguainata la spada, senza tor lancia e scudo che gli recava dietro il
-valletto, spronò contro il nemico, gli diè d’un rovescio alla cintola,
-che lo tagliò netto in due pezzi, scrive il Malaterra con vezzo da
-romanzo. L’ucciso era fratello d’Ibn-Meklati già signor di Catania.
-Sbrigatisi da costoro, ma scoperti e perduta indi l’occasione d’un
-colpo di mano, scorsero predando bestiame nei territorii di Rametta e
-Milazzo, e al nuovo dì riduceansi a lor navi; cominciavano a imbarcare
-la preda, quando levossi un vento che li ritenne. A Messina intanto,
-ch’è presso a nove miglia, si notò la ritirata; si armarono cavalli
-e fanti, corsero al Faro per assalire i Normanni mentre fossero chi
-in terra chi in nave disordinati. Li trovarono al contrario stretti a
-schiera, preparati sì bene al combattimento che Ruggiero avea mandato
-Serlone, figliuol del fratello del medesimo nome, a girar di fianco
-con una torma di cavalli. Colti tra due schiere, i Musulmani furono
-rotti con molta uccisione: e i Normanni a incalzarli fino alla città,
-e s’apprestavan anco a darle assalto, quando trovaron le mura difese
-perfin dalle donne,[135] e uscì nuova gente con le fiaccole in mano a
-combatterli. A lor volta i vincitori erano circondati, ricacciati nelle
-alpestri coste dei monti ai quali s’appoggia la città. Raggiornando se
-ne strigarono con un impeto che lor aprì la via della pianura;[136]
-scesero al Braccio del Salvatore, senz’altra speranza ormai che
-d’imbarcarsi per Reggio. La tempesta infuriava. Per tre dì rimasero
-su quella lingua di terra,[137] intirizziti dal freddo; aspettandosi
-che i Musulmani ingrossati di tutte le milizie dell’isola venissero
-a gittarli in mare; confortandosi con far voti al Cielo che se li
-cavasse di briga darebbero il bottino per riedificare una chiesa di
-Santo Andronico a Reggio.[138] Abbonacciato, come avviene sempre, il
-mare, scannavano i buoi predati, non volendo provarsi al tragetto con
-tali impedimenti; poi caricarono il carname ai conforti di Goffredo
-Ridelle che vergognava di tornare a casa e agli amici con le mani
-vote. Messisi, com’e’ pare, i Musulmani a inseguir loro barche, gli
-abitatori di Reggio ch’erano Cristiani e Saraceni, dice Amato, e
-di Saraceni si deve intendere i mercatanti e rifuggiti, per mostrar
-fede a Roberto novello signore della città, armarono navi, uscirono
-contro quei di Messina; dopo molto trar di saette, se ne tornarono
-con la peggio, uccisi nove uomini cristiani e presa una lor nave dal
-nemico.[139] Ibn-Thimna in questo mezzo s’era rifuggito ed afforzato
-in Catania.[140] Fallì dunque l’impresa fondata, come il mostrano i
-narrati fatti e que’ che narreremo, in su le pratiche d’Ibn-Thimna
-in Rametta e di Ruggiero in Messina; e compresero i Normanni che a
-rincorare lor partigiani infedeli o battezzati, fosse uopo di maggiori
-forze, e sopratutto navali.[141]
-
-Roberto nei mesi di marzo e aprile convocava di nuovo i condottieri
-con belle parole di vendicare la offesa di Dio, sterminare i Pagani
-della Sicilia, liberare i diletti fratelli in Cristo, e v’aggiunse più
-efficaci argomenti, doni e concessioni.[142] Accozzati per tal modo
-da mille cavalieri e mille fanti,[143] venne di Puglia in Calabria
-nei primi di maggio; postosi a un luogo presso la Catona, il quale
-s’addimandava Santa Maria del Faro,[144] ov’adunò barche da traghettare
-le genti; ma avea pochi legni da battaglia, tra dromoni e galee,
-troppo deboli a fronte dell’armata musulmana.[145] Nella quale si
-noveravano ventitrè tra corvette e dromoni ed uno o parecchi navigli
-grossi che chiamavan gatti, forniti di macchine da guerra;[146] chè
-Ibn-Hawwasci[147] risapendo i preparamenti di Roberto e sollecitandolo
-ansiosamente quei di Messina, aveavi mandato da Palermo l’armata,
-oltre ottocento cavalieri e vettovaglia.[148] La vera difesa era
-l’armata. Poche milizie oltre quelle venute di Palermo potea fornire
-la colonia di Messina picciolissima e minore al certo della popolazione
-cristiana.[149] Rimasti dubbiosi alquanto di tentare il passaggio,[150]
-contro tal navilio, Roberto e Ruggiero montati su due velocissime
-galee, s’avvicinavano a Messina per esplorare: avvistati dai Musulmani
-e inseguiti, si dileguarono fuggendo dopo avere sopravveduta appieno
-la costiera;[151] e tornati al campo fermavano coi più esperti uomini
-di guerra, di portare un finto assalto di fianco. Adunarono l’oste;
-ogni uomo solennemente si confessò e comunicò; i due fratelli fecer
-voto di menar vita più che mai religiosa ed esemplare se arrivassero
-al conquisto della Sicilia; con gran fervore s’implorò l’aiuto
-divino.[152] Ruggiero andava alla fazione a malgrado di Roberto,
-il quale volle ritenerlo, dicono i cronisti, per fraterno amore, e
-alfine gli die’ dugentosettant’uomini in luogo di cencinquanta ch’ei
-n’avea tolti dapprima. Su tredici legni passarono a Reggio: indi la
-notte quetamente traghettato lo Stretto e sbarcati, s’appiattarono in
-un luogo detto le Calcare, a sei miglia per mezzogiorno da Messina,
-ove poi surse la Badia di Santa Maria di Roccamadore e la terra di
-Tremestieri;[153] e Ruggiero rimandò le barche per troncare ogni
-speranza di ritirata, scrive con trito concetto il Malaterra; il vero è
-che lì svelavan l’agguato, e tornando in Calabria gli poteano riportare
-nuove forze. All’alba Ruggiero montato co’ suoi a cavallo s’avviava
-a Messina, quand’ecco un kâid che andava, come poi si riseppe, a
-pigliare il comando della città, con iscorta di trenta uomini d’arme e
-un convoglio di muli carichi di danaro. Svaligiati ed uccisi costoro,
-i Normanni avvistano lor proprie barche reduci da Reggio, le quali
-misero a terra altri censettanta cavalieri. Fu un abbracciarsi a
-vicenda un augurarsi certa la vittoria: e spronarono baldanzosi inver
-Messina.[154]
-
-Ed ebberla senza combattere. Dalle navi, dalle mura, i difensori aveano
-scorto l’estranie armadure e i muli tolti al kaid; onde tennero già
-passato tutto l’esercito normanno, vana ormai la guardia del navilio
-in cui più s’affidavano e perduto ogni cosa;[155] tanto più che i
-Cristiani della città per pochi e disarmati ch’e’ fossero poteano
-levarsi al punto dell’assalto.[156] Percossi di subito terrore, i
-Musulmani d’ogni ordine, sesso ed età si danno a fuggire chi quà chi
-là, in barca, per la spiaggia, pei monti, per la selva, dice Amato;
-i Normanni sopravvenuti non hanno che ad uccidere i sezzai, spartirsi
-le donne, i bambini, gli schiavi, la roba.[157] Tra gli altri correa
-su per l’erta un gentiluomo traendo seco l’unica sorella sua, bella
-giovinetta, gracile, educata tra gli agi nelle stanze della madre.
-I Cristiani incalzavano. Le mancava la lena; la paura allacciava le
-gambe: e il fratello a sorreggerla, a scongiurarla con lagrime che
-facesse animo. Ma rifinita stramazzò a terra e’ nemici eran presso:
-il guerriero anzi che lasciarla all’ignominia, alla schiavitù,
-all’apostasia, di propria mano la uccise.[158] Il creder vana ogni
-difesa facea cader le braccia ai più forti. Anco l’armata salpò non
-guari dopo, tornandosi a Palermo, perchè non osava riassaltare i nemici
-in città, nè rimanere in mezzo alle due rive tenute da quelli.[159]
-Ruggiero mandato aveva intanto al fratello le chiavi di Messina,
-invitandolo a prendere possessione della città.[160] E il duca ragunava
-in fretta quanti marinai e quanti legni piccoli e grandi si trovassero
-a Reggio;[161] chiamati alle armi cavalieri e fanti, rendea grazie a
-Dio della vittoria con gran fervore e dimostrazione d’umiltà cristiana.
-Comandò poi d’entrare in nave. Corservi tutti con furiosa impazienza
-di gioia, sì che il vassallo non si ritenne dal passar dinanzi al suo
-signore, il signore non aspettò che lo seguissero i vassalli. Il mare
-sorridea lieto e tranquillo; nè tardarono a sbarcare in Messina.[162]
-
-Roberto diede opera incontanente ad assicurare la chiave della Sicilia,
-sì agevolmente cadutagli in mano; onde sopravveduto il porto, le mura,
-le fortezze, le case, munì Messina di nuove difese, ordinovvi presidio
-di suoi cavalieri.[163] A capo d’otto dì, fatta la rassegna dei mille
-cavalli e mille fanti ch’avea seco, mosse con Ruggiero e Ibn-Thimna
-per la medesima via battuta da quelli pochi mesi innanzi. Precorreano
-sparsi i cavalleggieri predando; a volta a volta si raccoglieano,
-aspettavano i fanti e ripigliavano la marcia. Giunti alla formidabile
-fortezza di Rametta, lor uscì incontro il kâid a chiedere accordo:
-narrano i cronisti che in umil atto offrisse presenti, promettesse di
-obbedir a Roberto come a suo signore e giurasselo sul sacro libro di
-sua setta.[164] Forse ei non fece che disdire l’autorità d’Ibn-Hawwasci
-e sottomettersi a Ibn-Thimna col quale pur avesse tenuto pratiche.
-Viltà o incostanza, l’esempio di Rametta incoraggiò Roberto a tirare
-innanzi per la costa dei monti che corrono lungo il Tirreno. Posò la
-prima giornata a Tripi,[165] la seconda a Frazzanò;[166] poi volgendo
-a mezzogiorno, valicati i gioghi, scese alla pianura di Maniace e
-piantovvi le tende. Quivi accorreano i Cristiani abitatori dei contorni
-con vettovaglie e presenti, scusandosi coi signori Musulmani che il
-facessero per salvar la vita e la roba da quei predoni. Roberto e
-Ruggiero raccolti benignamente i Cristiani, lor dettero sicurtà;[167] e
-dopo alquanti dì ripresero il cammino giù per la valle del Simeto, che
-par segnasse il confine tra gli stati d’Ibn-Thimna e d’Ibn-Hawwasci.
-
-Primo intoppo lor fece la rocca di Centorbi, celebre nelle antiche
-istorie; le cui alte mura e profondi fossi fortemente eran difese
-da arcieri e frombolieri; nè vollero ostinarvisi gli assedianti,
-portando la fama che Ibn-Hawwasci lor venisse alle spalle con gran
-gente. Passato il Simeto, trovate sgombre Paternò ed Emmelesio, grosse
-terre al dir d’Amato,[168] dalle quali e da ogni altro luogo dei
-dintorni i Musulmani si dileguavano e struggeansi come cera al fuoco,
-stette l’esercito a campo ben otto dì nella pianura di Paternò,[169]
-capitanato, continua il cronista, da Roberto e da Ibn-Thimna:[170]
-ond’è chiaro che non picciola parte fossero Musulmani; e ciò ne aiuta
-a comprendere i fatti. Ritraendo poi dagli esploratori d’Ibn-Thimna non
-essere nè vicino nè apparecchiato Ibn-Hawwasci, l’esercito, traghettato
-di nuovo il Simeto, espugnava con molta uccisione le grotte di San
-Felice, s’innoltrava infino ai mulini posti sotto Castrogiovanni in
-riva al Dittaino, dove piantava il campo.[171]
-
-S’erano tra coteste fazioni raccolti intorno Castrogiovanni i
-Musulmani che sgombravano dalle assaltate province, i quali aveano
-ingrossato l’esercito d’Ibn-Hawwasci, sì che la tradizione normanna
-lo fece sommare, tra Siciliani ed Affricani, a quindicimila cavalli
-e centomila fanti; e lor attelò a fronte, per maggior ornamento della
-leggenda, settecento cavalieri soli, tralasciando gli uomini d’arme, i
-pedoni, e quel ch’è più, le genti d’Ibn-Thimna.[172] A capo di pochi
-dì Ibn-Hawwasci veniva ad assalire i Normanni con l’esercito diviso
-in tre schiere. Roberto l’aspettò ordinatosi in due, vanguardia e
-battaglia; diè la prima a Ruggiero, capitanò l’altra egli stesso;
-arringò tutta l’oste: Non temessero di venire alle mani con tanta
-moltitudine, quando il Redentore avea detto: Se hai fede quanta n’entra
-in un grano di senapa e comandi alla montagna, la si muoverà:[173]
-la montagna che avean dinanzi non esser di pietra no, ma di brutture,
-d’eresia, d’iniquità; soffiasservi sopra invocando lo Spirito santo e
-si dissiperebbe, sendo Iddio con loro; si confessassero delle peccata,
-ricevessero il corpo e il sangue di Cristo, impugnasser bene le lance
-e le spade, e non dubitassero della vittoria. Compiuti i sacri riti,
-rimontano a cavallo, s’alza il gonfalone, ogni guerriero fa il segno
-della croce e sprona innanzi; e ributtano i nemici; li scompigliano, li
-inseguono ammazzando infino ai ripari; e accalcandosi i fuggenti alle
-porte, molti son fatti prigioni in su l’orlo del fosso: i vincitori
-tornano addietro lasciando per tutta la campagna orrendi segni di
-strage. Le cronache v’intessono loro prodigi, l’una dice non ucciso
-nè ferito nella battaglia nessun cristiano, un’altra pochissimi, e dei
-Musulmani caduti diecimila: le quali frasi se non fossero da romanzo,
-farebbero tornare a Ibn-Thimna ed a’ suoi l’onor principale della
-giornata. Il vero è che la disciplina delle bande normanne e italiane,
-il coraggio, la sapienza dei capi, le forti armadure, gli animi
-infiammati di religione, d’onor militare e di cupidigia, ragguagliavano
-e sorpassavano l’avvantaggio del numero ch’aveano i Musulmani,
-ragunaticci senza fiducia nè consiglio. La preda fu tanta che qual
-cristiano avesse perduto un cavallo in battaglia ne guadagnò dieci
-nel partaggio. I prigionieri fatti schiavi si contarono con l’altro
-bestiame.[174]
-
-Non essendo ormai impresa che non paresse da tentare contro così
-fatti nemici, Roberto si diè a strignere la città. Il dì appresso la
-vittoria si poneano i Normanni in sul lago di Pergusa a mezzogiorno
-di Castrogiovanni, donde è men aspra la salita; al secondo
-giorno tramutarono il campo a Calascibetta, discosta due miglia a
-settentrione, dove fu diviso il bottino; indi scesero al piano detto
-delle Fontane,[175] rizzaron castella da quattro parti della città per
-chiudere tutti i passi; dettero il guasto alle messi ed agli alberi
-fruttiferi.[176] In una delle quali scorrerie Ruggiero con trecento
-giovani si spinse presso Girgenti, ardendo e depredando la campagna,
-e riportonne ricchissima preda che diè a dividere a Roberto.[177]
-Mentre il presidio di Castrogiovanni teneva il fermo contro ogni
-offesa, veniano al campo i kâid di parecchie rocche minori con danaro
-e presenti chiedendo la tregua, e Roberto l’accordava.[178] In ultimo
-giunsero i messaggi di Palermo con sontuosi doni, vesti lavorate a
-modo di Spagna, tele di lino, vasellame d’oro e d’argento, muli con
-selle ornate d’oro e ricchi morsi; e secondo costumanza saracena,
-scrive Amato, recaron anco in un sacco ottantamila tarì.[179] Ci si
-narra che Roberto “con sottil trovato”[180] inviasse in Palermo, sotto
-specie di render grazie del dono, un esploratore; un diacono Pietro,
-che intendeva e parlava l’arabico, ma per comando del duca s’infinse
-d’ignorarlo affinchè non si guardassero di lui. Il quale andato alla
-capitale musulmana, l’emir tutto lieto d’essersi fatto amico Roberto,
-l’accolse onorevolmente, rimandollo con presenti, e quegli avea sì ben
-guardato e udito che riportò parergli la città decaduta e sbigottita,
-proprio un corpo senz’anima.[181]
-
-Il blocco di Castrogiovanni si travagliava da un mese[182] e due
-n’erano scorsi dallo sbarco a Messina,[183] quando Roberto si deliberò
-alla ritirata, di mezzo luglio.[184] Onde non può credersi al Malaterra
-che ne fosse cagione l’inverno imminente. Poche le genti e scornate
-al certo in battaglia e per malattie, raccolte le taglie e il bottino,
-Castrogiovanni inespugnabile, che altro restava ai Normanni se non che
-tornarsi in Terraferma, tener la via aperta a nuovo passaggio, nutrire
-la discordia per mezzo d’Ibn-Thimna e ordinar le popolazioni cristiane
-sì che li aiutassero almen di danari? Le popolazioni cristiane del
-Valdemone mostratesi un po’ ai Normanni nel campo di Maniace, trassero
-tanto più sotto Castrogiovanni ovvero nella ritirata, chiedendo al
-duca liberassele dal giogo, offrendogli danari e vettovaglie, dice il
-cronista, in tributo:[185] e qui par vero perchè non si può far che
-Roberto negli accordi con Ibn-Thimna non abbia stipulato almeno la
-cessione di una provincia. Sostò dunque a mezza via su la costiera
-settentrionale; bandì mercato com’era uopo a chi volesse vendere o
-barattare tanta preda di bestiame; di che molto si rallegrarono i
-guerrieri e s’invogliarono a soggiornare nel luogo circondato di
-popolazioni Cristiane. Quivi a tre miglia dal mare in territorio
-fertile e ameno, presso le antiche rovine di Alunzio o Calacta, chè
-ancor ne disputano gli eruditi,[186] Roberto fabbricò o ristorò in
-sito fortissimo un castello al quale pose nome di San Marco, come la
-fortezza ond’avea principiato il conquisto delle Calabrie, sperando che
-il buon augurio e la protezione del santo evangelista gli portassero
-pari fortuna in Sicilia. Lasciovvi presidio sotto un Guglielmo de Male;
-e continuato il viaggio, fece venir la moglie in Messina,[187] rafforzò
-meglio la città d’uomini e vettovaglie; indi tornossi in Puglia e
-Ruggiero a Mileto in Calabria. Ibn-Thimna era ito intanto in Catania
-per continuare la infestagione sopra i nemici che gli rimanevano in
-Sicilia,[188] ch’è a dire gli abitatori delle odierne province di
-Caltanissetta e Girgenti. Le province di Catania e Siracusa ubbidivano
-a lui;[189] quella di Messina, che a gran pezza risponde al Val Demone,
-stava sotto la protezione dei Normanni, i quali a bella posta avean
-munito il castel di San Marco.[190] Le province di Palermo e Trapani
-avean fatto l’accordo, forse un patto di federazione con l’emir di
-Catania. In tali condizioni lasciava la Sicilia Roberto, capitano degli
-ausiliari cristiani d’Ibn-Thimna. Vedremo per brev’ora sottentrargli
-il fratello Ruggiero, e poi farsi vero capitano dei conquistatori
-cristiani della Sicilia; e Roberto venir com’ausiliare in due sole
-fazioni di sì lunga guerra.
-
-
-
-
-CAPITOLO III.
-
-
-La sconfitta d’Ibn-Hawwasci sotto Castrogiovanni portò in Palermo
-un mutamento di stato analogo a quello che avea seguita, nel mille
-quaranta, la rotta d’Abd-Allah-ibn-Moezz.[191] Narravaci Amato
-l’ambasceria dei Palermitani, la tregua ch’egli chiama sommissione,
-stipulata con Roberto dalla capitale e da altre città e castella, e
-l’occupazione del Valdemone. E Ibn-el-Athîr scrive come il signore
-di Castrogiovanni, vinto dai Franchi, riparasse nella fortezza; come
-quelli cavalcando per l’isola s’impadronissero di varii luoghi; come
-non pochi sapienti e patriotti musulmani si rifuggissero in Affrica
-appo Moezz-ibn-Badîs, per chiedergli aiuti, esponendo la misera
-condizione di lor popolo, straziato dalla discordia e dalle armi
-straniere. Messe insieme le due tradizioni appare dunque l’usata
-vicenda delle guerre civili: l’opinione pubblica dannò i vinti; i
-partigiani loro nella capitale fuggirono o furono scacciati; nè è
-maraviglia che l’oratore di Roberto vi trovasse tanto scompiglio e
-squallore, nè che la parte dei nobili, amica d’Ibn-Thimna, mandasse
-a rallegrarsi coi Normanni, forse a trattare accordo per dar tutti
-insieme la pinta a Ibn-Hawwasci. Nè scarseggiano tra i Musulmani
-dell’undecimo e duodecimo secolo cotesti esempi di lega coi Cristiani;
-chè oltre i raccontati fatti d’Akhal e d’Ibn-Thimna stesso in Sicilia,
-ne son piene le istorie della Spagna. Con men biasimo gli usciti
-di Palermo si rivolgeano adesso a Moezz-ibn-Badîs, sollecitandolo a
-portare le armi in Sicilia.
-
-La dinastia zîrita, sopraffatta come dicemmo dagli Arabi d’oltre
-Nilo, avea perduta la terra, non il mare; le rimaneano nella munita
-penisola di Mehdia il navilio, un forte nodo di schiavi stanziali, e
-denaro da reggere alla guerra: quegli Arabi medesimi, rapaci e fieri
-quanto le belve, tornavano al par di esse inetti a durevole sforzo
-comune, inferiori alla virtù dell’ingegno che sapesse adoperarli
-agli intenti suoi. Fin dai primi impeti della irruzione, avea Moezz
-guadagnati alcuni capi di tribù con doni e parentadi, sposando ad essi
-le proprie figliuole; onde quei l’aiutarono alla ritirata da Kairewân
-a Mehdia, nel millecinquantasette. A capo di pochi anni, distrutto
-ogni industria agraria e cittadinesca nell’Affrica propria, fuorchè le
-cittadi marittime, consunto il bottino, quelle masnade, non sapendo
-altro mestiere, furono costrette a mendicare stipendio alle porte
-di Bugia, Tunis, Mehdia, Sfax, Kabes: fortezze inespugnabili, poi
-ch’essi non poteano chiudere il mare e ridurle per fame. Le quali città
-dettero ascolto ai barbarici condottieri, avendo a lor volta bisogno
-della terra pei commerci e sendo spinte l’una contro l’altra da quella
-forza dissolvente della società musulmana, che abbiam notata in tutto
-il corso di queste istorie. In Bugia un ramo di zîriti, ribelle al
-ceppo della famiglia, agognava ad usurpar tutto lo stato; nelle altre
-città le fazioni o i governatori faceano opera a sciogliersi dalla
-ubbidienza; e da Mehdia il principe si sforzava a ripigliare l’autorità
-dove potesse. Le tribù masnadiere si messero dunque a combattere per
-l’uno o per l’altro, talvolta tra loro stesse; mescolaronsi nella
-briga i Berberi della campagna e le popolazioni delle città marittime:
-Arabi del primo conquisto, Berberi e avanzi d’altri antichi abitatori.
-La quale tenzone da pigmei, tanto più rabbiosa, durò ottant’anni,
-accompagnata dalla desolazione e dalla fame, ed aprì la via ai
-conquisti dei Normanni siciliani (1148) e degli Almohadi (1160).
-
-Onde Moezz impotente contro i ribelli della costiera e tanto più
-contro gli Arabi, anzichè consumare le forze che gli rimaneano in vane
-imprese contro province perdute, volle tentare la fortuna in Sicilia
-con l’aiuto degli stessi nemici ch’egli avea in casa.[192] Allestì
-le navi, le fece salpare l’inverno del millesessantuno. Arrivate alla
-Pantelleria, una tempesta le disperse; ne affondò la più parte,[193] e
-sgomentando i nemici d’Ibn-Thimna delusi nella speranza dell’aiuto, diè
-incentivo, com’e’ sembra, a nuova impresa di Ruggiero.
-
-Il quale, nel dicembre, ripassato il Faro con dugencinquanta cavalieri,
-tagliava l’isola per lo mezzo, spingendosi fino a Girgenti, quasi
-fossevi aspettato; depredava il paese e tornava ratto addietro. Le
-popolazioni cristiane gli veniano incontro liete e disposte a dargli
-favore senza affidarsi troppo: ma quei di Traina, gente greca,
-l’accoglieano in città con grande allegrezza ed ossequio, tanto che
-ordinò la terra come ei volle, dice lo storiografo del conte[194] e
-l’Anonimo che Traina si sottomesse al suo dominio; ma scrivea questi
-ottant’anni dopo. Parrebbe piuttosto che i Troinesi, liberi di fatto
-dalla signoria musulmana, aspirando a ripigliare l’ordinamento di
-municipio tributario[195] avessero data ospitalità al fortunato
-avventuriere cristiano, ascoltati i suoi consigli militari e, se si
-voglia, appiccata una pratica di confederazione, come la chiamarono e
-stipularono allora i Normanni con alcune città di Calabria, cioè che il
-condottiero s’obbligava a difendere il comune, e questo a riconoscerlo
-console e pagargli stipendio. E la condotta non sarebbe divenuta
-signoria feudale a Traina che dopo la guerra dell’anno seguente, così
-come accadde in quel torno a Geraci ed altri luoghi in Calabria, quando
-il console afforzò un castello dentro la terra, mutò lo stipendio in
-tributo, aggravandolo di soprusi feudali, e gli abitatori o piegarono
-il collo, o resistettero e furono soggiogati a pretto vassallaggio.
-Veramente non ci si narra che Ruggiero ponesse questa prima volta
-presidio in Traina. Passovvi le feste di Natale; poi, per avviso
-venutogli di Calabria, frettolosamente partissi.[196]
-
-Era giunta in Calabria una donzella che schiudeva in terra il paradiso
-all’ambizioso giovane di trent’anni: Giuditta, figliuola del conte di
-Evreux, discendente dei duchi di Normandia. Par che Ruggiero, pochi
-anni innanzi, uscendo dal tetto paterno senz’altro retaggio che il
-cuore e la spada, si fosse invaghito della giovinetta reclusa nel
-Monastero di Saint-Evrault, e che dopo parecchi anni, il fratello
-materno di lei, Roberto di Grantemesnil, priore de’ Benedettini a
-Saint-Evrault, indi a Santa Eufemia in Calabria, avesse trattato il
-matrimonio della Giuditta con Ruggiero, ormai capitano di molta fama,
-signore di Mileto e sperava di più. La fidanzata venne con la sorella
-Emma, lasciando entrambe il chiostro, si dice anco il velo, per trovare
-mariti normanni in Italia. Sposatala a San Martino in Val di Saline,
-Ruggiero celebrava solennemente le nozze a Mileto, dissimulando sua
-povertà con sfarzo di vesti e di cavalli e strepito di stromenti
-musicali. Le dolcezze dell’amore non gli fecero scordare gli sperati
-acquisti. A capo di pochi giorni, racchetata la sposa che piangeva e
-volea ritenerlo, sopraccorse in Sicilia dove Ibn-Thimna lavorava per
-lui credendo far per sè stesso.[197]
-
-Data la posta al musulmano che venissegli incontro da Catania, sbarcò
-a Messina con quanti uomini d’arme potè accozzare, e tentando nuova
-regione cavalcarono insieme alla volta di Petralia,[198] terra abitata
-da cristiani e musulmani. I quali, consultato insieme nell’imminente
-pericolo, e mossi forse gli uni dalla riputazione di Ruggiero e gli
-altri dalle pratiche d’Ibn-Thimna, deliberarono di rendere il castello
-e prestare obbedienza al conte. Munita la fortezza di cavalieri e
-di mercenarii, egli si volse a Traina, afforzolla in simil guisa, e
-tornossi in Calabria ad abbracciare la sposa ed attaccare briga col
-fratello.[199]
-
-Ibn-Thimna proseguì l’opera in Sicilia con ridurre altre terre e
-infestare i contadi di quelle che ricusassero.[200] L’odiavano i
-Musulmani, ma più il temeano: quest’uomo che tra le prime guerre
-civili per poco non rinnalzò il trono dei Kelbiti; questi che rovinato
-al gioco d’una battaglia s’è venduto l’anima e pur s’è vendicato; il
-signore del Val di Noto, il compagno degli invincibili cavalieri di là
-dal mare, ai quali stendono le braccia i nostri vassalli, ed essi nel
-cuor dell’isola ci sfidano dalle castella di Traina e di Petralia! Però
-approdarono sovente le pratiche del traditore. Il quale movea contro
-Entella, fortissima rocca a ponente di Corleone,[201] quand’ebbe un
-messaggio di Nichel, così Malaterra scrive il nome,[202] uom potente
-in que’ paesi, stretto d’antichi legami ad Ibn-Thimna, quando ubbidiva
-a costui la Sicilia. Pretendea Nichel disposti i notabili d’Entella a
-trattare la resa: venisse a parlamento a tal luogo, presso la rocca.
-Fidandosi nell’amica fortuna, Ibn-Thimna v’andò con poca mano d’armati,
-e trovò i terrazzani; quand’ecco uccisogli il cavallo d’un colpo di
-lancia; ei casca a terra, gli saltano addosso e l’ammazzano; così
-com’avvenne due secoli innanzi ad Eufemio, traditor della Sicilia
-cristiana. Il qual gastigo percosse di spavento i partigiani dei
-Normanni, e tanto rivoltò le cose, che i presidii di Petralia e di
-Traina si ritirarono a Messina, dove in fretta s’apprestarono alla
-difesa. È da riferire la morte d’Ibn-Thimna ai primi di marzo del mille
-sessantadue.[203]
-
-Caso tanto più grave, quanto Ruggiero stava per venire alle mani con
-Roberto. Il giovane, imbaldanzito per lo parentado, cominciò a lagnarsi
-altamente: aveano fatto insieme il conquisto di Calabria, pattuito
-a Scalea il partaggio del paese metà e metà, e il duca lo differiva
-da due anni; sopportò egli finchè fu scapolo, or si vergognava di
-far vivere poveramente sposa di sangue principesco; era tempo che il
-duca gli tenesse parola. Tai querele moveva a Roberto, sollecitava i
-nobili normanni a rincalzarle; e il fratello s’induriva tanto più al
-niego. Alfine Ruggiero s’accomiatò da lui forte crucciato, corse al suo
-castello, ragunovvi armati e denunziò la guerra se tra quaranta dì non
-gli fosse resa ragione.[204] Il duca mosse incontanente sopra Mileto
-nella primavera del sessantadue. Si combattè senza furore; e l’assedio
-andava in lungo per la imperfetta arte del tempo e soprattutto dei
-Normanni alle espugnazioni, quando sforzolli ad accordo un episodio
-che ricordava loro non potersi sfogare in guerre civili se voleano
-soggiogare l’Italia meridionale. Aveano già i terrazzani di Gerace
-in Calabria giurata fedeltà a Roberto, senza consegnargli la città;
-e perch’egli studiavasi a por loro il freno in bocca fabbricando un
-castello, aveano innanzi l’ossidione di Mileto trattato di darsi a
-Ruggiero; il quale eludendo le poste del duca uscì una notte con cento
-cavalli e gittossi in Gerace, per trarne gente, com’e’ pare, e piombar
-sopra l’oste che minacciavalo in casa. Roberto, lasciata guardia nei
-due ridotti con che stringea Mileto, sopraccorre co’ suoi a Gerace;
-pria d’impacciarsi in un secondo assedio tenta sue arti: travestito
-entra nella città, va difilato a trovare un suo partigiano, per nome
-Basilio. E sedea a mensa con esso e la moglie, allorchè un famigliare
-lo riconosce; il popolo si leva a romore, trae alla casa, fa in pezzi
-l’ospite, impala la donna; già Roberto è minacciato da cento ferri,
-i cittadini più savii non bastano a rattenerli. L’animo suo e la
-pronta parola lo camparono da morte. Disse con impavida faccia agli
-infelloniti che pagherebbero caro il suo sangue; che i guerrieri suoi
-proprii e quelli di Ruggiero correrebbero insieme a spiantar la città;
-all’incontro se lasciasserlo andar via, concederebbe loro quanto
-fossero per domandare. Titubanti lo menarono in carcere. Ma Ruggiero
-che non si trovava quel dì in Gerace, torna a precipizio chiamato dai
-cavalieri del fratello; fa venire i notabili fuor le mura; prega e
-minaccia affinchè gli consegnino il Guiscardo per vendicarsi con le
-proprie sue mani: “mi giuraste fedeltà, lor dice, ubbiditemi in questo
-o saprò sforzarvi; pendon ormai dai miei cenni le genti di Roberto,
-stanche del reo signore; se di presente nol portate qui legato, ecco
-io comincio a far tagliar le viti e gli ulivi.” Condussero Roberto,
-fattogli pria giurare che mai non edificherebbe castello in Gerace. I
-due fratelli s’abbracciarono, scrive Malaterra, come Giuseppe Giusto
-e Beniamino, piangendo di tenerezza tutti i guerrieri normanni. Ma
-Roberto, asciugate le lagrime, accomiatatosi da Ruggiero, trovò altre
-magagne; ci volle il biasimo universale de’ suoi, e il principio
-di nuove ostilità perch’ei venisse in Val di Crati a stipolare il
-partaggio della Calabria, abboccandosi col fratello sul ponte che
-indi si chiamò Guiscardo. Dopo l’accordo, Ruggiero levava tributo su
-i novelli dominii per fornire i suoi d’armi, vestimenta e cavalli.
-Aggravò la mano su Gerace; dove andato con l’oste, si metteva ad
-innalzare un castello fuor le mura; ed ai cittadini che allegavano la
-fede data da Roberto, rispondeva: “Egli giurò, non io:” e sforzavali a
-grossa taglia.[205]
-
-Armati per tal modo trecento cavalieri nell’agosto o il settembre,[206]
-ripassava Ruggiero in Sicilia, menando seco la moglie, paurosa delle
-fatiche e rischi ai quali andava incontro, e non se li aspettava
-pur sì gravi. All’entrar dello stuolo in Traina, i cittadini fecero
-buon viso, assai tepidamente. Lor increbbero tosto quegli ospiti
-alloggiati per le case, pronti a far vezzi a loro mogli e figliuole.
-Con ciò Ruggiero afforzava sempre più la città e andava osteggiando
-le vicine castella dei Musulmani. Sentendosi dunque nuovo giogo sul
-collo, i cittadini un dì ch’egli era uscito col grosso delle genti a
-depredare i dintorni di Nicosia, piglian le armi a stigazione d’un
-Plotino, dei primi del paese; assalgono il poco presidio; non però
-sì improvvisi che i Normanni non si accorgessero del movimento e non
-si preparassero; talchè infino a notte ributtarono il nemico. Questo
-allora, aspettandosi addosso Ruggiero, s’afforzava alla sua volta con
-serragli e fosso nella mezza città opposta alla collina che teneano i
-Normanni[207] ov’era il palagio del console, scrive una cronica,[208]
-dando argomento a supporre che così fatto titolo avesse preso Ruggiero
-in Traina, e nota, quasi a ricordare l’indipendenza del Municipio
-greco, che sorgesse dall’altra parte la torre della città. Ruggiero,
-chiamato per messaggi, sopravveniva in fretta; si metteva a combattere
-i sollevati: e intanto risaputo il fatto nelle vicinanze ch’abitavano i
-Musulmani, trassero alla città da cinquemila armati, proffersero aiuto
-a’ Greci e fu accettato. Ormai, circondati d’ogni banda, i Normanni
-pativan la fame; non potendo uscir grossi a predare senza grave
-pericolo dei rimagnenti, nè mandar piccole gualdane senza la certezza
-di vederle fatte a pezzi. Si stenuavano in vigilie, guardie, continue
-avvisaglie e brevi ma disperate sortite, in una delle quali poco mancò
-non fosse spacciato lo stesso Ruggiero. Perchè vedendo balenare i suoi,
-spinse innanzi il cavallo, gli fu morto; si trovò avviluppato in un
-nodo di nemici che sel portavan di peso; se non che gli venne fatto di
-trarre la spada, la girò a cerchio, si fe’ larga piazza, restò solo;
-e sì fermo cuore serbò, che tolta la sella del destriero, lento e
-minaccioso ritraevasi.
-
-Nondimeno s’aggravavano ogni dì più che l’altro le strettezze degli
-assediati; pativa il nobile al par del mercenario; la Giuditta
-stessa talvolta fu costretta a ingannar la fame bevendo acqua pura
-e lagrimando; a lei ed allo sposo non rimase che un sol mantello di
-che si copriano a vicenda, qual fosse più intirizzito. Contuttociò
-i guerrieri normanni resisteano risoluti, dissimulavano con lieto
-aspetto e motteggi. Aprì loro scampo inaspettato l’abbondanza in che
-viveano i nemici, provveduti a gara dalle altre città e spensierati
-per troppa fidanza; i quali nel rigore del verno, su quelle vette alte
-mille e cento metri sul livello del mare, stavano a mala guardia, e
-sovente si riscaldavan col vino. Di che addatisi i Normanni, finsero
-smetter anch’essi le scolte; ma più attenti spiarono il nemico. Una
-notte vistolo spreparato, Ruggiero fa impeto con tutti i suoi alla
-barrata; mena al taglio della spada gli ubriachi assonnati; occupa
-l’altra mezza città e la torre, e chi fu preso, chi fuggì; i Musulmani
-accampati nei dintorni non stettero ad aspettare. Impiccato allora per
-la gola Plotino, altri morti con altri supplizii, i vincitori trovavano
-gran copia di frumento, olio, vino e d’ogni cosa abbisognevole: con
-le fortificazioni e col terrore si assicuravano nella domata città.
-Ruggiero andò solo in Terraferma a rifornirsi dei cavalli perduti
-nell’assedio: lasciò in Traina la sposa, che a dura scuola avea
-appreso a far le veci di capitano; la quale mantenne la disciplina
-nel presidio, girando i ripari ogni dì, vegliando su le guardie,
-confortando tutti con benigne parole e promesse, e rammentando i
-pericoli corsi insieme e che aleggiavano lì intorno; guai a chi li
-credesse dileguati.[209]
-
-Tardo, al solito, e fugace balenò pure in questo tempo tra i Musulmani
-di Sicilia un raggio che mostrava la via della salvezza: accordarsi
-tra loro e con gli Zîriti d’Affrica; ubbidire a questi, anzichè
-piegare il collo al giogo cristiano. Morto Moezz l’ultimo d’agosto
-del sessantadue, il figliuolo Temîm che gli succedette, usò con
-migliore fortuna gli Arabi d’oltre Nilo, i quali per le condizioni
-già dette[210] porgeano orecchio ogni dì più che l’altro a’ principi
-Zîriti. Veggiam nel primo anno del suo regno, gli Arabi e le milizie di
-Temîm ridurre Sfax e Susa e rompere in sanguinosa battaglia l’esercito
-di Bugia, accozzato di Berberi delle tribù di Senhagia e Zenata ed
-Arabi della tribù di Helâl.[211] È da supporre dunque che paresse
-in quel tempo mirabile consiglio nella corte di Mehdia ripigliare
-l’impresa di Sicilia, la quale prometteva a un tratto il merito della
-guerra sacra, l’acquisto dell’isola e l’allontanamento degli Arabi: di
-questi valorosi che aveano vinto, un contro dieci, gli eserciti Zîriti,
-guastato il paese e dato mano ai ribelli. Dai susseguenti fatti si vede
-che i Musulmani di Sicilia, rincorati dall’uccisione d’Ibn-Thimna,
-dalle divisioni de’ cristiani e dalla apparente ristorazione della
-potenza zîrida, ne implorassero in questo tempo od accettassero
-l’aiuto. Il quale invero, con tutte le novelle vittorie dei Normanni,
-arrestò i conquistatori per molti anni; nè tornò vano se non che per
-le discordie ripullulate nell’infelice terra, quando gli Affricani
-combattuti dal signor di Castrogiovanni e dalla turbolenta aristocrazia
-di Palermo, furono costretti a partirsi.
-
-Lo stesso anno mille sessantatrè sbarcarono in Sicilia i feroci
-ausiliarii di Temîm, ritraendosi dagli annali musulmani ch’egli
-facesse l’impresa dopo la morte del padre, e dalle croniche cristiane
-che Ruggiero reduce di Calabria si trovasse a fronte novella milizia
-venuta dall’Arabia e dell’Affrica per dar di piglio nella roba altrui,
-col pretesto di recar aiuto ai Siciliani; nella quale tradizione
-ognuno vede di quali Arabi dicessero i Normanni.[212] Mandava Temîm
-un esercito ed un’armata sotto il comando di due suoi figliuoli, Aiûb
-ed Alì; de’ quali il primo venne col grosso delle genti in Palermo, il
-secondo a Girgenti:[213] e par che l’uno col favor della cittadinanza
-della capitale e delle terre che ubbidivano a quella, da Mazara
-infino a Cefalù o Tusa, reggesse il paese a nome del padre; l’altro
-com’ausiliare d’Ibn-Hawwasci, tenesse presidio in Girgenti;[214] ed
-una schiera andò a rinforzare Castrogiovanni. Ma Ruggiero, tornato di
-Puglia e di Calabria, com’ape industre, scrive il Malaterra, onusto
-d’ogni cosa bisognevole ai suoi, s’affrettò a dispensar loro cavalli
-ed armi; e fatti riposare i cavalli alquanti dì, mosse alla volta di
-Castrogiovanni, bramoso di provarsi coi cinquecento Arabi ed Africani
-giuntivi di fresco. Sostò a due miglia dalla città; con l’usato
-stratagemma e l’usato capitano di vanguardia Serlone, spiccò innanzi
-trenta militi, o vogliam dire un centinaio di cavalli, che provocassero
-il nemico; ed egli s’appiattò in una valle boscosa col resto delle
-genti. Scoperto il drappello di Serlone dall’alto di lor bastite, i
-Musulmani calavano grossi alla zuffa, incalzavano con tal furia che
-due soli cavalieri normanni pervennero salvi infino all’agguato, e gli
-altri, presi o scavalcati, mancavano, quando Ruggiero proruppe come
-leone ferito: dopo aspra battaglia sgarò i Musulmani, inseguilli più
-d’un miglio e tornossi a Traina; facendo tal giubbilo di quel po’ di
-preda e della sanguinosa vittoria contro forze uguali, da mostrarci
-quanto i Musulmani fossero imbaldanziti per lo nuovo aiuto e sgomentati
-i Cristiani.
-
-Usando la riputazione della vittoria, Ruggiero cavalcava audacemente
-per l’isola, spintosi presso le sorgenti dell’Imera settentrionale
-a Caltavuturo, poscia per la valle dell’Imera meridionale fin sotto
-Castrogiovanni, donde i Musulmani non arrischiaronsi ad uscirgli
-incontro; e infine corse a Butera, in vista del mare affricano.
-D’ogni luogo riportò ricca preda; da Butera gran tratta d’armenti e
-di prigioni. Passando per la valle del Simeto, fermossi ad Anattor, e
-dopo breve giornata a San Felice,[215] e si ridusse a Traina; perduti
-molti cavalli per la rapidità della arrisicata correria, il calor
-della stagione e la penuria d’acqua. Il che mostra esser già l’anno
-innoltrato almeno al maggio, e rimanda indietro all’aprile o al marzo
-il combattimento di Castrogiovanni testè raccontato.[216]
-
-Intanto l’oste zîrita, unita alle milizie musulmane del paese,[217]
-movea di Palermo[218] sopra Traina, per calpestare gli Infedeli in
-lor nido. Trentamila cavalli e ventimila fanti, al dir di Malaterra
-(cioè del conte Ruggiero) veniano addosso a centotrentasei militi,
-che tornano a quattro o cinquecento combattenti: ma si scemi pur
-di molto il numero de’ Musulmani, e s’aggiunga alla contraria parte
-qualche frotta dei cristiani di Sicilia ch’è da supporre accorsa ai
-combattimenti,[219] comparirà tuttavia prodigioso il valore normanno, e
-credibil solo alla generazione che ha vista l’impresa di Garibaldi in
-Sicilia. Valicando gli aspri contrafforti che spiccansi a mezzogiorno
-degli Appennini Siculi, l’oste musulmana era giunta alla giogaia di
-Capizzi,[220] paralella alla quale corre quella di Traina e la valle
-di mezzo è solcata dal fiumicello di Cerami che prende il nome da un
-castello fabbricato sovr’alte rupi su la sponda sinistra, ch’è a dire
-nel pendio occidentale di Traina, a sei miglia a ponente maestro di
-questa città. Entrava, il giugno del mille sessantatrè.[221] Ruggiero,
-avuta spia del nemico, deliberassi ad affrontarlo pria che venisse
-ad affamar lui in Traina: ond’uscito col piccolo stuolo normanno,
-si apprestò a contendere il passaggio della valle; e i Musulmani
-schieraronsi sul ciglione opposto. Pur non osando nè questi nè quello
-calar giù per lo primo, caduto il giorno, si tornarono gli uni agli
-alloggiamenti dietro il monte di Capizzi e l’altro a Traina. Le
-quali mosse ripeteano entrambi il secondo e il terzo dì. Al quarto, i
-Musulmani vennero a porre il campo su i gioghi dove soleano presentar
-la battaglia. Addandosi di tal disposizione alla zuffa, i Normanni
-si confessano della peccata, chieggono l’assoluzione a’ sacerdoti, e
-muovono verso il nemico.
-
-Ma saputo dagli esploratori che quello volgesse contro Cerami, allor
-soggetta o confederata di Ruggiero, e rinforzata di piccolo presidio
-normanno,[222] il conte vi manda Serlone con trenta lance, per
-difendere la fortezza tanto ch’ei giunga sopra gli assalitori con le
-cento che gli rimaneano. E Serlone entrò in Cerami pria del nemico, e
-quando questo s’appresentava,[223] senz’aspettare il conte, disserrate
-le porte, caricò con trentasei lance tutta la cavalleria musulmana,
-o, come e’ sembra, la sola vanguardia; sbaragliolla al primo scontro,
-la inseguì con molta uccisione; e trascorrendo fino al campo, fattovi
-un po’ di preda, si ridusse a Cerami ov’era sopravvenuto Ruggiero.
-Ristretti allora i capi a consiglio, avvisando altri di appiccare
-la battaglia lì lì, altri ch’e’ non fosse da sforzare la fortuna con
-prove troppo temerarie, Orsello di Baliol diè su la voce ai prudenti,
-disse aspramente a Ruggiero non seguirebbe mai più sua bandiera, se
-di presente non si combattesse: dalle quali parole confortato anzi il
-conte, proruppe anch’egli in rampogne contro i dubbiosi; e messo il
-partito, si trovò che nessuno avea paura. Intanto s’erano rattestati
-i Musulmani in lor campo; ingrossati di nuova gente, comparvero più
-formidabili che prima, ordinati in due corpi e pronti alla zuffa. In
-due schiere spartironsi anco i Normanni, capitanata l’una da Serlone,
-Orsello e Arisgoto di Pozzuoli, l’altra dal conte. Al punto dello
-scontro, la prima schiera nemica, schivando la vanguardia normanna,
-giravale di fianco, spronava ad un colle e sperava occuparlo pria
-che vi giugnesse Ruggiero; il che le venne fallito. Orsello nell’una
-torma, Ruggiero nell’altra, inebriavano in questo i Normanni con
-sublimi parole di religione e d’onore; tanto che si tuffarono in quella
-moltitudine non più vista; disparvero tra le onde della cavalleria
-musulmana. Chi diè loro la vittoria? Racconta il Malaterra che un
-cavaliere possente e bello della persona, montato su destrier bianco,
-vestito di bianca armadura, armato d’una lancia con pennoncello bianco
-e croce vermiglia, entrasse il primo a rompere e stracciare lo stuolo
-musulmano là dov’era più fitto. Il cronista dice che raffigurarono
-proprio San Giorgio; sì che i Normanni piangendo di tenerezza lo
-seguirono nella mischia; lo smarrirono; e già avean vinto. Ma tanto
-spesso torna tal visione nelle guerre de’ Crociati, da parere fior di
-rettorica del cronista, anzichè allucinazione de’ combattenti. Al conte
-Ruggiero anco fu attribuito il favor celeste d’un pennoncello crociato
-che gli ornasse la lancia, dov’egli nè altro mortale non l’aveva
-attaccato. Più certamente il ferro della sua lancia squarciò una
-corazza di stupenda fattura[224] sul petto del kâid di Palermo,[225]
-capitano dell’oste o della schiera, uom fortissimo il quale galoppando
-innanzi a’ suoi minacciava e imprecava a’ Normanni. Il valore, la
-disciplina, l’unita e ferma volontà, la viva fede, trionfarono dopo
-lunghissima tenzone sopra la moltitudine ragunaticcia d’Arabi prodi
-ma ladroni, schiavi africani, nobili siciliani sospettosi, plebe
-feroce nei tumulti e inetta nel campo. Diradossi la calca d’intorno
-ai Cristiani: come nubi squarciate dal vento, come stormo d’augelli
-se vi piombi il falcone, scrive Malaterra, si sbaragliò la cavalleria
-musulmana, lasciando quindicimila morti; ventimila rincalza l’Anonimo.
-I vincitori passavan la notte nel campo nemico riposandosi per le
-tende, si spartivano la preda; ma al nuovo dì, messisi a dar la caccia
-ai ventimila pedoni che s’erano riparati tra le rupi, fecero macello; e
-la più parte imprigionati mandarono a vendere in Calabria ed in Puglia,
-che fu il maggior lucro della vittoria. Così i cronisti, accumulando
-le inverosimiglianze in guisa da far credere ch’e’ favoleggino o
-dimentichino in que’ fatti le popolazioni cristiane di Sicilia; e per
-colmo della metafora ci narrano che Ruggiero tornasse in Troina per
-fuggire il puzzo dei cadaveri.[226] Quinci ei mandava a papa Alessandro
-secondo un Meledio per ragguagliarlo della vittoria e presentargli
-quattro cameli. I quali il papa ricambiò con indulgenza plenaria
-al conte, ed a chiunque avesse combattuto o fosse per combattere in
-avvenire i Pagani di Sicilia; ed aggiunse una bandiera sotto la quale
-più sicuramente si compisse la santa gesta. Malaterra, nel raccontar
-questo fatto, si studia a dargli significato di mera pietà, senz’ombra
-d’omaggio feudale nel dono dei cameli, nè d’investitura in quello del
-gonfalone.[227]
-
-Poco appresso la battaglia s’offriano a Ruggiero importuni ausiliarii
-ad una impresa sopra Palermo. I Pisani conducendo frequenti commerci
-nella città, ebbero a risentirsi d’alcuna ingiuria;[228] e maggior
-colpa dei Musulmani di Sicilia fu che andavano le cose loro in rovina
-e fors’anco che Roberto Guiscardo, nella irrequieta attività della sua
-mente, avea pensato di usare contro la Sicilia le forze navali di Pisa,
-ed appiccata a questo effetto una pratica che poi si dileguò.[229] I
-mercatanti pisani allestivano lor navi pronte al pari al commercio
-e alla guerra: popol d’ogni ordine, com’attesta una iscrizione di
-quell’epoca, grandi, mezzani ed infimi entrarono nell’armata.[230]
-Fatto vela per la Sicilia, sursero in un porto della costiera
-settentrionale[231] donde spacciaron oratori in Traina per invitare
-Ruggiero che cooperasse coi suoi cavalli. Rispose aspettasserlo un
-poco, dovendo dar sesto a certe sue faccende; ma que’ mercatanti,
-prosegue sprezzante il cronista, non sapendo come va fatta la guerra,
-non usi a sciupare il tempo senza guadagno, amarono meglio andar
-soli in Palermo. Il venti settembre del mille sessantatrè, i Pisani,
-assalito il porto, spezzata la catena che lo chiudea, preservi con
-sanguinoso combattimento sei navi cariche di merci;[232] e ributtati,
-com’ei sembra, dal porto, metteano a terra cavalli e fanti presso
-la foce dell’Oreto, respingeano i cittadini usciti a combattere;
-piantavan le tende in su la riva e scorreano a depredare le deliziose
-ville suburbane.[233] Arse poi cinque delle navi che avean predate,
-riportarono l’altra a Pisa, con tanto tesoro, che bastò a cominciare
-la fabbrica del Duomo, dove una iscrizione contemporanea attesta
-l’arrisicata fazione.[234]
-
-Ruggiero intanto, volendo sostare nel sollìone e ristorare sua gente
-menomata dalla vittoria di Cerami,[235] pensò di andare in Puglia,
-vettovagliata prima Traina. A questo effetto spingeasi con rara audacia
-nella valle dell’Imera settentrionale, correva il primo dì a Collesano,
-l’altro a Brucato,[236] il terzo infino a Cefalù: tornato a casa
-con abbondantissima preda, munì il castello, vi lasciò la moglie e i
-compagni, ai quali raccomandò di far buona guardia come se avessero
-sempre il nemico alle porte, non dilungandosi dalla città per niuna
-occasione propizia. Ito quindi in Terraferma a consultare con Roberto,
-n’ebbe cento militi non sappiamo a che patto, ai quali aggiunse cento
-de’ suoi: al rinfrescare della stagione, ritornato in Sicilia, irruppe
-nelle parti di Girgenti. Parve allora agli Arabi ed agli Affricani di
-vendicare la rotta di Cerami: un’eletta di settecento lor cavalli uscì
-cheta di Girgenti per appostar i Normanni al ritorno; si pose sopra
-un burrone in fondo al quale correa la strada. Frettoloso e guardingo
-cavalcava Ruggiero col grosso de’ suoi, mandate innanzi le some del
-bottino con una scorta d’armati; la quale come giunse all’agguato,
-assalita da forze superiori, sopraffatta dall’alto coi sassi, presa
-di subita paura voltò le spalle, perdè qualche uomo ed anelante si
-rifuggì ad una balza ch’era inaccessibile fuorchè da un viottolo
-aspro e stretto. Al romore accorreva Ruggiero a spron battuto con
-l’altra schiera; gridava a que’ della scorta venissero a ristorare la
-battaglia, ma gli fu forza di salire egli stesso, chiamar ciascuno per
-nome, rinfacciare ch’ei non riconosceva i vincitori di quello stesso
-nemico tanto maggior di numero a Cerami. Rattestatili a stento, caricò,
-ruppe i Musulmani, ritolse la preda e si ritrasse a Traina; piangendo
-sì la morte di Gualtiero di Semoul, il più valoroso giovane della
-schiera, il quale fu trafitto spingendosi primo alla riscossa.[237]
-Un Malaterra musulmano racconterebbe, credo, altrimenti questa dubbia
-fazione, e più altre ne aggiungerebbe favorevoli ai suoi, le quali
-è forza supporre nello autunno, e sino allo scorcio dell’inverno,
-allorchè il Malaterra normanno ci rappresenta Roberto Guiscardo
-costernato dalle nuove che giugneano di Sicilia, risoluto a partecipare
-ne’ pericoli come avea fatto negli acquisti; ond’ei venne in aiuto
-a Ruggiero che i Saraceni travagliavano e strigneano con frequenti
-assalti.[238]
-
-
-
-
-CAPITOLO IV.
-
-
-Nella primavera dunque del millesessantaquattro Roberto adunò
-l’esercito in Puglia e in Calabria; al quale andato incontro Ruggiero a
-Cosenza, passarono insieme il Faro con cinquecento militi, non contando
-gli altri cavalli nè i fanti;[239] e tirarono dritto a Palermo, senza
-che i Musulmani osassero tagliar loro la strada. Posero il campo presso
-la città, in un colle infestato da tarantole,[240] il cui morso diceano
-cagionasse gravi e sconci sintomi nervosi e fin anco minacciasse la
-vita.[241] E sembran fole; poichè quell’insetto in oggi non nuoce; ed a
-supporre che particolari condizioni l’abbiano armato di veleno in altri
-tempi e luoghi non ci basta l’autorità delle cronache oltramontane,
-le quali sempre lo fanno ausiliare degli Infedeli contro i guerrieri
-cristiani del Settentrione, sempre l’accagionano d’una pia impresa
-fallita.[242] Gittando su l’infausto luogo il nome di Monte delle
-Tarantole, che del resto non vi allignò,[243] tramutavansi i Normanni
-in migliori alloggiamenti; dai quali per ben tre mesi osteggiavano la
-città, ma n’erano sì gagliardamente ributtati, che sciolsero l’assedio
-senz’altro pro che di saccheggiare le campagne. In vece di rifar la
-strada verso levante, spingeansi per ben ottanta miglia a mezzogiorno;
-dove espugnavano Bugamo, castello o forse grossa terra a sei miglia da
-Girgenti,[244] e spianavano le case, e fatti schiavi gli abitatori, il
-duca Roberto, mandolli a popolare Scribla in Calabria, da lui poc’anzi
-desolata; cioè a coltivare come servi suoi i terreni dai quali avea
-cacciati gli antichi possessori. Solo fatto d’arme in questa impresa
-del sessantaquattro, ci racconta il Malaterra che passando i Normanni
-coi prigioni di Bugamo presso Girgenti, que’ cittadini uscirono
-alla riscossa, e furono respinti e inseguiti fino a lor mura.[245]
-Intanto Amato attesta che Roberto vedendo non poter espugnare Palermo
-senza forze navali, si volse ad acquistare altre città marittime in
-Terraferma, ond’accozzarvi legni e marinai.[246] Il vero è che il duca
-non ristorò la fortuna delle armi cristiane in Sicilia. Il senno nè il
-valore non era venuto meno ai Normanni. Chi dunque diè l’avvantaggio
-all’islam tra il mille sessantatrè e il sessantotto, tra la battaglia
-di Cerami e il combattimento di Misilmeri?
-
-Pochi cenni delle istorie musulmane, limitati su per giù allo stesso
-spazio di tempo senza date più precise, ci fan pure intendere la
-cagione, se li riscontriamo con le condizioni conosciute d’altronde.
-Tengasi a mente che delle tre grandi province o valli della Sicilia,
-come furon dette, distinte per la natura de’ luoghi non meno che pei
-mutamenti sociali ed etnologici che portò il conquisto musulmano,
-apparteneva a’ Normanni, con piccolo divario di confini, il val Demone;
-il Val di Noto a’ Musulmani confederati loro; il Val di Mazara a’
-Musulmani nemici, divisi in due Stati: di settentrione e mezzogiorno.
-Secondo l’odierna circoscrizione, diremo che sgombra da’ signori
-musulmani la provincia di Messina, ubbidiano quelle di Catania e di
-Siracusa ai successori d’Ibn-Thimna o regoli d’altra schiatta venuti
-su dopo la sua morte, e che si riducea la guerra nelle province di
-Palermo, Trapani, Caltanissetta e Girgenti; delle quali le due prime
-par ubbidissero alla repubblica di Palermo, le seconde a Ibn-Hawwasci.
-E già narrammo come l’una e l’altro, sentendosi l’acqua alla gola,
-accettavano il soccorso di Temîm; e come i costui figliuoli Aiûb ed
-Alì si poneano nelle città più importanti di ciascuno Stato: Palermo
-e Girgenti. Accordandosi l’ambizione di casa Zirita con la salute dei
-Musulmani di Sicilia e coll’onore dell’islam, ebbero gran seguito i
-due principi; alla cui riputazione non potea detrarre la battaglia
-di Cerami, più avventurata al certo pe’ Normanni che esiziale a’
-Musulmani, nella quale d’altronde se avesse combattuto un figliuolo
-di Temîm che di qua dal Mediterraneo potean chiamare re d’Affrica e
-d’Arabia, i Normanni non l’avrebbero ignorato al certo, nè passato
-sotto silenzio. Che Aiûb governasse prosperamente la guerra, i casi
-della quale sono taciuti o dissimulati da’ cronisti normanni, e che gli
-venisse fatto per brev’ora di recarsi in mano l’autorità in tutta la
-Sicilia occidentale, si ritrae, s’io mal non m’appongo, dal seguente
-racconto che Ibn-el-Athîr copiò, ovvero compendiò, dagli scritti
-di autore più antico e poselo tra il quattrocencinquantatrè e il
-quattrocensessantuno dell’egira (1061-1069).
-
-Ibn-Hawwasci, secondo que’ ricordi, inviava da Castrogiovanni ricchi
-presenti ad Aiûb; volea fosse albergato nel suo proprio palazzo
-di Girgenti e l’onorava con ogni maniera d’ossequio. Ma poco durò
-l’amistade. Accorgendosi che i Girgentini ponessero troppo amore
-nell’ospite, il signor di Castrogiovanni per lettere comandava di
-cacciarlo: disubbidito, movea contro i Girgentini con l’oste. Ed essi
-uscirono sotto le bandiere di Aiûb e s’appiccava la zuffa, quando
-una freccia tirata, dicono, a caso, dirimea la lite uccidendo Ibn
-Hawwasci: onde Aiûb era gridato signore da ambo i lati, com’e’ sembra,
-del campo di battaglia. La discordia spenta per tal modo nel mezzodì,
-si raccendea poscia in Palermo; dove i cittadini, mal soffrendo gli
-schiavi stanziali di Temîm, vennero alle mani con quelli; e imperversò
-tanto la guerra civile, che Aiûb, veduto non poterne venire a capo,
-chiamava a sè il fratello Alì: montati su l’armata, ritornavano in
-Affrica. Seguitaronli molti notabili musulmani dell’isola; seguitolli
-la gente dell’armata siciliana; nè rimase chi potesse far testa
-a Normanni. Se ne sbrigano così gli annali; saltano a piè pari
-l’occupazione di Catania, l’espugnazione di Palermo, e toccano appena
-la resa di Girgenti e di Castrogiovanni, cioè l’ultimo compimento
-del conquisto normanno.[247] Cercando di porre qualche data nello
-spazio che abbiamo percorso, riferiremmo l’andata di Aiûb in Girgenti
-all’anno sessantaquattro, quando la ritirata dell’esercito normanno
-da Palermo esaltò di certo il nome di Aiûb e lo scempio di Bugamo fece
-desiderare in que’ luoghi l’eroe musulmano della stagione. Sembra anco
-che i Normanni allor fossero corsi a mezzogiorno all’odor della guerra
-civile e per trame di fazioni che portarono alla chiamata di Aiûb.
-Questi poi sembra partito di Sicilia dopo l’infelice combattimento di
-Misilmeri, nel quale ei forse non si trovò;[248] ma la parte avversa
-gliene dovea pur gittare addosso la colpa. L’esilio, volontario o no,
-de’ cittadini che il seguirono, prova che la parte siciliana trionfò
-in Palermo, fors’anco in Girgenti, dove la morte d’Ibn-Hawwasci l’avea
-fatta andar giù. Palermo continuò o tornò a reggersi per la _gema’_,
-che fu poi costretta a rendere la città il millesettantadue. Lo Stato
-di Castrogiovanni e Girgenti cadde sotto nuova signoria, della quale
-diremo a suo luogo.
-
-La vecchia tattica di casa Hauteville mirabilmente s’era riscontrata
-co’ tempi, lasciando consumare dassè quel rigoglio che una effimera
-concordia avea dato a’ Musulmani nel millesessantaquattro. Roberto,
-dopo l’assedio di Palermo, attese in Puglia a soggiogare municipii
-italiani e condottieri normanni indocili al nuovo freno. Ruggiero
-non si spiccò dal fratello mai più; anzi gli diè mano in Terraferma
-quand’ei potè:[249] e in Sicilia si chiudea quasi nell’arme senza
-assalire altrimenti, fidandosi pur nell’indole dei Musulmani che
-presto avrebbero ripreso a lacerarsi tra loro. Nè ebbe ad aspettare
-gran pezza. Del millesessantasei, si fa innanzi, ben coperto, per
-un’altra quarantina di miglia; afforza di torri e bastioni Petralia,
-che gli aprì lo sbocco alla valle dell’Imera settentrionale e però a
-Termini ed a Palermo, e per più breve e facile cammino gli permise
-le scorrerie sopra quel di Castrogiovanni e di Girgenti. Fitto nel
-pensiero di conquistar la Sicilia, dice lo storiografo, Ruggiero non
-avea posa, non sentiva più la fatica; d’ogni stagione il vedevi alla
-testa de’ suoi, dì e notte a cavallo, senza risparmiare questi più che
-quell’altro, scorrea per ogni luogo, sì rapido che i nemici lo credeano
-presente da per tutto, e sempre, pur entro le città e le case loro, se
-lo sentivano addosso. Col senno temperava la ferocità leonina che sortì
-da natura; la fortuna giammai non l’abbandonò. Or allettando altrui
-co’ guiderdoni, or minacciando con parole e stringendo con assalti e
-guasti, si allargò a poco a poco intorno Petralia, tanto che assoggettò
-gran parte dell’isola; all’uso, aggiugne il Malaterra, de’ figliuoli
-di Tancredi, i quali cupidi d’acquisto non poteano sopportare ch’altri
-possedesse terreno nè roba accanto a loro, nè avean pace finchè non li
-rendessero tributarii o del tutto non li spogliassero.[250]
-
-A capo di tre anni, correndo il millesessantotto, sì aspra era divenuta
-la molestia ai Musulmani di Palermo, che ragunati a consiglio, scrive
-il Malaterra, deliberarono di tentare ad ogni costo la fortuna d’una
-battaglia. Saputo che Ruggiero cavalcasse alla volta della città con
-fortissimo stuolo, gli escono incontro a gran frotte; l’avvistano a
-Misilmeri, terra a nove miglia per levante. Ancorchè non si aspettasse
-tanta moltitudine, egli si preparò allo scontro fremendo di gioia.
-Ordinò le genti in una schiera. Le arringò sorridendo: “La fortuna
-amica sempre a’ Normanni condur loro tra’ piedi la preda tanto
-desiderata, risparmiar loro la fatica di più lungo cammino; anzi
-Iddio stesso porgea questo dono. Prendete, continuò, la roba degli
-Infedeli, indegni di possederla: ce la partiremo apostolicamente tra
-noi; ciascuno avrà quel che gli abbisogni. Nè temiate il numero de’
-nemici tante volte sconfitti. Che s’or ubbidiscono a novello capitano,
-gli è pur della nazione, indole e religione loro. E sia mutato anco, il
-nostro Dio non muta. Quando a voi non venga meno la fede nè la ferma
-speranza, Ei vi concederà sempre vittoria.” Ruppero il nemico con
-sì grande strage, che il cronista la viene significando coll’antica
-metafora dell’esser mancato chi ritornasse a dar la notizia.
-Spartironsi allegramente il bottino. E trovando le gabbie de’ colombi
-messaggeri, loro attaccarono al collo schede intrise di sangue, sì che
-in Palermo seppesi immediatamente la sconfitta.[251]
-
-Avea principiato Roberto in questo tempo l’assedio di Bari, grossa
-città e ricca più che niun’altra dell’Italia meridionale, travagliata
-da due parti, le quali per vie contrarie aspiravano a libertà:
-chè l’una volea sottrarsi ad ogni patto alla dominazione bizantina
-affidandosi perfino a Normanni; l’altra capitanata da Argiro, aborrendo
-dal giogo feudale, ormai chiaro e manifesto, dei Normanni, amava
-meglio ubbidir di nome a Costantinopoli. Questa parte prevalendo in
-Bari, la tenea, sola in Italia, in fede dell’impero bizantino; e si
-schermì tanto dalle arti di Roberto, ch’egli deliberossi a far aperta
-violenza. Onde oppugnava la città con l’usato perseverante valore e con
-mezzi più potenti che fin allora non avessero adoperati i Normanni:
-macchine di varie maniere da batter le mura, e ridotti e ponti di
-barche; soprattutto forze navali, fornite in parte dal conte Ruggiero.
-Al quale par torni la gloria del fatto decisivo; poichè sendo la città
-stretta da ogni banda e affamata e sopravvenendo un’armatetta bizantina
-con genti e vittuaglie, le navi normanne che la scopriron di notte e
-la intrapresero e distrusserla, ubbidivano a Ruggiero, come scrive
-il Malaterra; nè monta che tacciano il suo nome Amato e Guglielmo
-di Puglia, partigiani di case rivali. La città allora s’arrese a dì
-sedici aprile del settantuno, dopo tre anni e parecchi mesi d’assedio.
-Roberto usò umanamente co’ Baresi, rendendo loro i possessi occupati
-nel territorio e fermando con la città patto di confederazione, il
-che in vero significava porre un tributo. Poi dispensò armi a chi ne
-volle, anco al presidio bizantino fatto prigione, e se li tirò dietro a
-combattere in Sicilia con quante navi potè accozzare nel porto.[252]
-
-Perocchè la vittoria di Bari promettea quella di Palermo; provatisi
-già felicemente i Normanni e lor sudditi italiani alle battaglie di
-mare, alle ossidioni, e cresciute le forze militari di due fratelli
-che ormai teneano il primato di lor gente in Italia. In vece delle
-squadre di scorridori con che aveano combattuto in Sicilia, i Normanni
-vi recavan ora un esercito ed un’armata. Oltre le genti assoldate,[253]
-chiamò Roberto alla impresa i condottieri o conti ch’ei già tirava alla
-condizione di grandi vassalli e i due confederati ch’ei si proponeva
-d’ingoiare a suo comodo: Riccardo principe normanno di Capua[254] e
-Guaimario principe longobardo di Salerno, fratello della moglie.[255]
-Sembra che i principi abbiano fornita poca gente. De’ conti ricusò
-audacemente Pietro di Trani.[256] Ciò non di meno Roberto a capo di tre
-mesi era in punto; soggiornato il giugno e parte di luglio a Otranto,
-fece tagliare una roccia per imbarcare più agevolmente i cavalli e
-adunò le macchine, e le vittuaglie. Cinquantotto navi partivan indi
-per Reggio, dove il duca s’avviò con altri cavalli e fanti. Gli ultimi
-giorni di luglio o i primi d’agosto, passò il Faro con tutte le genti:
-Normanni, Pugliesi Calabresi e il presidio bizantino di Bari.[257]
-
-Ruggiero che avea per tutta la state messe in punto anch’egli le sue
-forze, non prima saputo il passaggio di Roberto, si trovò a Catania
-in modo tanto sospetto, che il Malaterra, non osando narrarlo, nè
-dir bugia tonda, ci lascia nelle mani il bandolo della magagna,
-«Il duca, scrive egli, mandato innanzi il fratello in Sicilia, va
-a lui in Catania, _fingendo_ di muovere contro Malta, quasi non si
-fidasse d’assalire Palermo; e pur si reca a Palermo _confortato_ dal
-fratello.» Ma come e perchè Ruggiero fosse corso a Catania, sede
-dei Musulmani ausiliari suoi da tanti anni, e chi signoreggiasse
-il paese dopo la uccisione d’Ibn-Thimna, lo tace qui e sempre lo
-storiografo del Conte.[258] Amato, che non vivea a corte di lui,
-dice che Ruggiero mosse contro Catania quando Roberto passava lo
-stretto; che la città gli si arrese a capo di quattro dì; ch’egli fece
-acconciare incontanente una chiesa intitolata a San Gregorio ed una
-fortezza, nella quale lasciò quaranta uomini di presidio a reprimere
-il mal volere de’ cittadini.[259] Donde noi possiamo scrivere ne’
-posti lasciati in bianco dai due frati cronisti e dir che Ruggiero,
-usando gli antichi accordi con Ibn-Thimna, entrò da amico, forse con
-picciolo stuolo in Catania, dando voce d’una impresa sopra Malta, e che
-sopravvenuto Roberto con parte dell’armata, sempre per andar a Malta,
-insignorironsi della città, dopo breve resistenza o nessuna. Fatto il
-colpo, Roberto avvia l’esercito a Palermo per terra; egli, per fuggire
-il caldo, segue in una galea, accompagnato da dieci gatti e quaranta
-altre navi. Ruggiero, cammin facendo anch’egli alla volta di Palermo,
-va a sopravvedere sue genti e sue cose a Traina. Ripigliato indi il
-viaggio, non lungi da Palermo gli intervenne che precedendolo i suoi
-famigliari per apprestar le vivande, una gualdana di dugento musulmani
-rapirono ogni cosa ed uccisero la gente; ma furono non guari dopo
-svaligiati e tagliati a pezzi dalla schiera del Conte.[260]
-
-Ci è occorso descrivere il sito di Palermo nel decimo secolo: nel
-centro il Cassaro, o città vecchia, bagnata, da maestrale a levante,
-dal porto che fendeasi in due lingue; la Khalesa, cittadella tra la
-lingua orientale e il mare; i borghi intorno il Cassaro da ogni altra
-banda.[261] I particolari dell’assedio che raccogliamo qua e là negli
-scritti di Amato, di Malaterra, di Guglielmo e dell’Anonimo e che
-tornan pure ad unico e chiaro disegno delle operazioni militari, non
-mostrano mutata la topografia nella seconda metà del secolo undecimo;
-se non che gli spaziosi borghi di libeccio, mezzodì e scirocco sembrano
-decaduti da lungo tempo e abbandonati del tutto all’appressarsi del
-nemico. Discosto circa un miglio a levante, al posto dove giugnea
-in quel tempo[262] la sponda destra dell’Oreto e la spiaggia del
-mare, sorgeva il castello, detto di Giovanni, dal nome forse d’alcun
-musulmano (_Jahja_) di che i Normanni fecero San Giovanni[263] e
-mutarono l’edifizio in ospedale; onde le odierne fabbriche sovrapposte
-a ruderi di varie età si chiamano tuttavia San Giovanni dei Lebbrosi.
-Il qual castello, evidentemente posto a difendere da gualdane nemiche
-le ricche ville d’ambo i lati del fiume e gli approcci stessi della
-città, era stato probabilmente edificato o afforzato durante la guerra
-normanna; nè parmi inverosimile che alcun altro ne sorgesse in altri
-siti dell’agro palermitano dove poi si notarono chiese, monasteri o
-palagi de’ Normanni. Della popolazione palermitana in questo tempo
-ignoriamo il numero al tutto; ma dobbiamo supporla menomata di molto,
-fin dal decimo secolo, per le vicende politiche, massime le emigrazioni
-del millesessantuno e del sessantotto.[264] Il numero degli assedianti
-possiamo conghietturar solo dalla estensione del territorio sul quale
-dominavano gli Hauteville in Terraferma, da’ soliti loro armamenti in
-altre imprese contemporanee, dalla guardia che scortava Roberto entrato
-di accordo nella città e dal numero delle sue navi notato dianzi. Un
-otto o diecimila uomini, tra cavalli e fanti, parmi il maggiore sforzo
-che i Normanni abbian potuto condurre sotto le mura di Palermo.
-
-Si avanzò primo Ruggiero dalla parte di levante per le falde de’ monti,
-il dì appresso il raccontato scontro; occupò un sontuoso palagio e le
-ville dei contorni; le saccheggiò; fece abbondante caccia di prigioni,
-i quali nulla sapeano del nuovo gioco, quando si videro cinti da un
-cerchio di cavalli e stretti e presi e venduti.[265] La vanguardia
-apparecchiava per tal modo le stanze ai capi dell’oste: «Que’ dilettosi
-giardini, scrive Amato, irrigati d’acque, ricchi di frutta; dove
-albergarono con agi da principi, fino i cavalieri minori, proprio in
-un paradiso terrestre.» Appresentatosi quindi al Castel Giovanni,
-e uscitogli incontro il picciolo presidio,[266] uccidea quindici
-cavalieri musulmani, ne prendea prigioni trenta, e, insignoritosi
-del luogo, vi chiamava Roberto,[267] il quale indi sembra sbarcato lo
-stesso dì. Il quartier generale, come or si direbbe, fu posto in quel
-castello e ultimato il disegno di assedio. Rimasevi Roberto capitanando
-i Pugliesi e i Calabresi dell’oste; Ruggiero con le sue genti stanziò,
-com’e’ pare, dove or sorge la chiesa della Vittoria, a settecento metri
-dalla odierna porta Nuova, su lo stradone che mena a Morreale.[268]
-Talchè stando l’uno a ponente-libeccio l’altro a scirocco-levante e
-comunicando insieme, investivano la città, per più d’un terzo del suo
-perimetro, dal lato meridionale. A greco l’armata chiudeva il porto.
-Le picciole forze navali che rimaneano a’ Palermitani[269] furonvi
-ricacciate, perdendo un gatto ed una galea.[270]
-
-Del rimanente s’era la città apparecchiata bene alla difesa; onde i
-Musulmani, stretti ch’e’ furono nelle mura, per frequenti sortite, con
-varia fortuna sturbavano le opere degli assedianti,[271] con indefessa
-vigilanza si guardavano, con valore e ostinazione combatteano.[272] I
-particolari non ripeterò, perchè trovansi nella sola cronica ritmica
-di Guglielmo: luoghi comuni che forse pareano corredo necessario delle
-Muse. Pur non passerò sotto silenzio un episodio narrato dall’Anonimo
-del duodecimo secolo: che lasciando spesso i Palermitani le porte della
-città aperte, quasi sfida ad entrare, egli avvenne che un terribile
-cavaliere musulmano tornando in città dopo avere uccisi parecchi
-Normanni, sostasse sotto la porta rivolgendo pur la faccia a’ nemici,
-quando un giovane guerriero, parente di casa Hauteville, adontato del
-piglio minaccevole, spronò contro costui. E trapassollo fuor fuora con
-la lancia. Ma richiusagli la porta dietro le spalle, senza stare un
-attimo in forse, spinge innanzi il cavallo in carriera disperata tra
-i Musulmani che il saettavano e gli davano addosso ed uscito illeso
-da un’altra porta, giugne tra’ suoi mentre il piagnean morto.[273]
-La quale avventura da Tavola Rotonda ci parrà meno inverosimile se
-la supponghiamo seguita nella Khalesa, piccolo ricinto con quattro
-porte che s’aprian tutte nel breve tratto dell’istmo.[274] Grandi
-combattimenti non seguirono infino all’inverno, studiandosi invano i
-nemici ad offendere la città.[275] Giugnean intanto aiuti d’Affrica,
-di forze navali, com’e’ pare, e non molte.[276] Già i principi della
-casa di Salerno, tediandosi d’una impresa che lor propria non era,
-ritornavano in Terraferma, dove più lieto spettacolo che l’assedio di
-Palermo offriva papa Alessandro, consacrando la nuova basilica di Monte
-Cassino, il primo ottobre.[277] E Roberto impaziente chiedea rinforzi
-in Terraferma; tra gli altri, al rivale principe Riccardo, il quale gli
-promesse dugento lance capitanate dal figliuolo Giordano e sì avviolle,
-ma le richiamò pria che passassero il Faro. Si disperava tanto della
-vittoria, che Riccardo collegatosi con la famiglia de’ conti di Trani
-e con altri antichi nemici di Roberto, osò assalire le costui terre in
-Calabria ed in Puglia. Il Guiscardo non si spuntò per questo dal suo
-proponimento,[278] sapendo bene che egli avrebbe trionfato di tutti in
-Palermo.
-
-«In quel medesimo tempo (così Amato), era gran carestia nella città,
-mancando le vittuaglie, che non si trovava da comperarne. Era altresì
-grande pestilenza e mortalità, per cagione de’ cadaveri insepolti;
-ingombra la città di feriti, d’infermi, d’uomini fiaccati dalla
-fame, la debile mano dei quali più volentieri stendeasi a chiedere la
-limosina che a combattere. E i maliziosi Normanni spezzavan del pane
-e lasciavanlo a piè delle mura.[279] I Saraceni a venti ed a trenta
-correano a prenderlo. E il secondo giorno que’ posero il pane un po’
-più lungi dalla terra e gli altri a correre, a darvi di piglio, ad
-assicurarsi e più numero ne veniva. Il terzo dì poi i Normanni messero
-l’esca più lungi, e quando i Pagani vennero fuori tutti, furon presi
-e tenuti schiavi o venduti in lontani paesi.»[280] Così il cronista,
-compiaciuto o indifferente, non so. Pur si commove al narrare come
-mancato il vino nel campo di Roberto, ancorchè vi abbondassero carni
-squisite, il duca e la moglie di acqua sola si dissetavano; il che,
-aggiugne, non potea fare specie a Roberto il cui paese non produce del
-vino; «ma considera, o lettore, la nobile sua donna, la quale, a casa
-il padre Guaimario, principe di Salerno, solea bere com’acqua fresca
-del vin chiaro e schietto!»[281]
-
-Rincorò i Normanni il successo d’un combattimento navale provocato
-da’ Palermitani quand’ebbero gli aiuti d’Affrica, disperando tuttavia
-di snidare il nemico da’ posti occupati nella pianura. Avvistosi de’
-preparamenti, Roberto apprestò anch’egli sue navi; nelle quali fece
-tendere intorno intorno le tolde de’ teli di feltro rosso da parare i
-sassi e le saette:[282] e quel colore potea tornar a mente a’ Normanni
-le imprese dei padri loro, i quali l’aveano reso terribile in sul mare,
-che la tradizione nazionale lo serba fin oggi nelle divise militari
-d’Inghilterra e di Danimarca. Ancorchè si possa tenere più numeroso
-il navilio normanno che il musulmano, par avesse disavvantaggio nella
-struttura non adatta alla guerra. Era questo d’altronde, dopo il fatto
-di Bari, il primo cimento navale dei dominatori normanni d’Italia;
-nè la memoria era spenta di quelle armate che infin dal nono secolo
-uscirono dal porto di Palermo a desolare le spiagge meridionali della
-Penisola; nè non vedea Roberto che una sconfitta sul mare l’avrebbe
-costretto a levare l’assedio per la seconda volta. Donde ai suoi
-disse ch’era uopo vincere o morire: li fece confessar delle peccata e
-solennemente prendere l’eucaristia. Confortate di tal cibo, continua
-Guglielmo di Puglia, le fedeli turbe, Normanni, Calabresi, Baresi
-ed Argivi entrano in nave; nè basta a spaventarli il suono degli
-strumenti, il tonante grido di guerra de’ Musulmani. Si scontrano
-le armate: resistono i Siciliani e gli Affricani, finchè sforzati da
-un cenno divino, voltan le prore. Qual nave fu presa, qual sommersa;
-la più parte si rifugge nel porto, chiudelo con la catena, e questa
-spezzano i vincitori, e fan preda d’altri legni, a parecchi appiccan
-fuoco.[283] Altro non dice il cronista; ond’e’ si vede che l’armata
-normanna, superate le prime difese del porto, fu costretta a ritirarsi.
-
-Minacciati tuttavia i Musulmani da quest’altra banda,[284] scemati per
-le spesse morti, affranti dalla fame, dalla pestilenza, dalle fatiche,
-Roberto non differì l’assalto generale. Aveva egli fatte costruire
-quattordici scale[285] congegnate con artifizio che parve mirabile
-in quel tempo,[286] da innalzarsi a ragguaglio delle mura. Mandate
-nottetempo sette delle scale a Ruggiero, va egli stesso a trovarlo;
-concertano gli ordini dell’assalto, i segnali e ogni cosa.[287] Lo
-sforzo più grave fu affidato a Ruggiero contro la fortezza principale,
-cioè la città vecchia, da libeccio; onde passava a quella parte il
-grosso dello esercito di Roberto. A greco dovea minacciare, e non
-altro, il navilio. Roberto riserbossi uno stratagemma nel caso che
-fallisse Ruggiero: un colpo di mano su la Khalesa ch’avea mura più
-basse.
-
-Presso a compiersi i cinque mesi d’assedio, il primo o un de’ primi
-giorni dell’anno millesettantadue, al far dell’alba,[288] il clamore
-che si levò nel campo di Ruggiero facea correre precipitosamente
-i Palermitani a quelle mura.[289] I fanti nemici s’avanzano ratti;
-con frombole ed archi tiravano ai difensori in su i merli, quando
-i cittadini, sortiti con grande impeto, spazzavano la turba nemica,
-inseguivano a piè ed a cavallo i fuggenti. Caricò allora la cavalleria
-normanna, ruppe a sua volta gli assediati, ricacciolli in città,
-stringendoli sì gagliardamente sino alla porta, che già erano per
-entrare insieme alla rinfusa. Allo estremo pericolo, i Musulmani
-calan giù la saracinesca; serran fuori i loro fratelli, de’ quali i
-Normanni, sotto gli occhi loro, tra il grido e il compianto, fecero un
-macello.[290] E i Normanni a ripigliar l’assalto delle mura. Adducono
-la prima scala; già tocca a’ merli: chi salirà? Si guardavano l’un
-l’altro negli occhi. Un Archifredo subitamente fa il segno della croce
-e si slancia su pei gradini; due guerrieri il seguono, saltano sul
-muro, quand’ecco sfasciata e infranta la scala. Soli incontro a cento,
-andati in pezzi gli scudi loro, gittaronsi giù dalle mura, e sani e
-salvi rimasero, al dir di Amato. Gli altri ch’eran saliti per altre
-scale furon anco respinti. Allenarono i Normanni, si ritrassero.[291]
-Avvicinandosi già la sera, parea fallito l’assalto.
-
-Ma alle eloquenti parole di Roberto, dice Guglielmo di Puglia e le
-mette in versi, ai conforti, crediam noi, di Ruggiero e secondo il
-disegno già ordinato col duca, ritornarono pur i Normanni a piè delle
-mura: e i cittadini traeano tutti al posto minacciato; sicuri di
-buttar giù ne’ fossi un altra volta gli assalitori, non poneano mente
-alla Khalesa dove quel dì non avea romoreggiato la battaglia. Quando
-Roberto, a un segno dato da Ruggiero, chetamente con trecento[292]
-uomini eletti arriva, tra gli alberi dei giardini, alla Khalesa.
-Corrono in fretta con le scale ad un muro difeso da poca gente;
-pria che venga aiuto dalla città vecchia, sbarattano i difensori,
-saltan dentro, spezzano la porta; ond’entra Roberto col resto de’
-suoi.[293] La quale stava dietro l’odierno convento della Gancia, sur
-una piazzetta cui è rimaso il titolo della Vittoria, al par che ad
-una chiesa ove la tradizione addita, nel primo altare a destra, gli
-avanzi della porta sforzata da Roberto ed un’immagine votiva.[294] Ma
-accorrendo lì i cittadini quando si seppe entrato il nemico, seguì
-disperata zuffa insino a notte; rimase tutto coperto di cadaveri
-il suolo; rimaserne padroni i Normanni, rifuggendosi nella città
-vecchia i Musulmani che camparono alla strage. I Normanni intanto
-saccheggiavano le case, uccideano gli adulti, partivansi tra loro i
-fanciulli per venderli schiavi.[295] La notte stessa il conte recò
-rinforzi a Roberto, esposto nella Khalesa, con un pugno di gente, alla
-vendetta degli abitatori non vinti della città vecchia.[296] Furon indi
-messe guardie alle torri che fronteggiavano quelle mura superbe.[297]
-Parea che nuova battaglia fosse da combattere la dimane, e forse da
-ricominciare l’assedio.
-
-La discordia de’ Palermitani abbreviò le fatiche a’ nemici. Nella lunga
-notte che questi passarono afforzandosi nelle mura della Khalesa,
-le fazioni della città vecchia disputavan tra loro se fosse da
-riprendere la battaglia. Vinse il partito avverso: la notte medesima
-mandò a dir a’ Normanni che la città fosse pronta a sottomettersi
-e dare ostaggi.[298] Ed aggiornando, due capitani che avean preso
-il reggimento della città in luogo del consiglio municipale, si
-appresentarono con altri notabili a Ruggiero per trattare i patti.[299]
-Fermati i quali, Ruggiero entrava nella città vecchia; guardigno,
-accompagnato da valorosi cavalieri, sopravvedeva i luoghi, mettea
-guardie ne’ posti più opportuni e ritornava a Roberto. Il quale al
-quarto dì, solennemente recossi al duomo, preceduto da mille cavalli,
-accompagnato dalla moglie, dal fratello, da’ fratelli della moglie e
-da altri baroni. Smontano alle soglie, umili, compunti, lagrimando di
-tenerezza. Sgomberati i simboli musulmani,[300] forniti i riti della
-nuova consecrazione, l’arcivescovo, il greco Nicodemo, che soleva
-uficiare nella povera chiesa di Santa Ciriaca, celebrò la messa dinanzi
-a’ vincitori nell’antica chiesa, divenuta _giâmi’_ dell’islam, rifatta
-or cattedrale col titolo di Santa Maria: e dotolla Roberto di entrate
-e di sacri arredi.[301] Alcuno buon cristiano, scrive il buon Amato,
-vi udì la voce degli angioli che cantavano dolcissimi Osanna; e il
-tempio talvolta apparve illuminato della luce di Dio, mille volte più
-splendente che niun’altra del mondo.
-
-I patti della resa variamente si leggono presso gli storiografi dei
-due rami sovrani di casa d’Hauteville. Guglielmo di Puglia verseggia
-che i Palermitani s’arresero, salva la vita, e che Roberto non solo
-l’accordò, ma anco promesse di non far loro alcun male ancorchè e’
-fossero Pagani, e mantenne la parola, nè cacciò alcuno dalla città.
-Amato, robertista anch’egli, parla di resa a discrezione.[302] Il
-Malaterra, al contrario, afferma stipulato il patto che nessuno fosse
-sforzato a rinnegare la fede musulmana, nessuno aggravato con nuove
-e ingiuste leggi.[303] Più preciso l’Anonimo, contemporaneo di re
-Ruggiero, dice pattuite le medesime condizioni che si osservavano a’
-giorni suoi.[304] Delle quali se non abbiamo il testo, puossi tuttavia
-tenere per fermo che, oltre la tolleranza religiosa, i Musulmani di
-Palermo godessero la libertà e sicurezza delle persone, il mantenimento
-delle proprietà, i giudizii tra loro secondo leggi musulmane e da’
-loro magistrati: nè egli è punto provato, nè probabile, che fossero
-sottoposti alla gezia. Ma di ciò più largamente a suo luogo.[305]
-
-Ritornò per tal modo Palermo, dopo dugenquaranta anni, al nome
-cristiano, assai più splendida, vasta, popolosa, ricca, civile, ma
-bagnata di sangue e di lagrime; chè “il numero dei Saraceni che furono
-uccisi e di quei che furono presi e furono venduti, dice Amato, passò
-ogni esempio.” Poco appresso Palermo, si diede a Roberto spontaneamente
-la città di Mazara, obbligandosi a pagare tributo.[306]
-
-
-
-
-CAPITOLO V.
-
-
-Impadronitisi della capitale musulmana, i Normanni che vedeano vinta,
-ancorchè non finita, la guerra, posero mano immediatamente al partaggio
-dell’isola. Roberto, intraprenditore principale dello armamento,
-condottiero dell’oste, e signor feudale, qual si tenea, degli Stati
-normanni di Terraferma, eccetto que’ di Capua ed Aversa, Roberto
-si prese Palermo, si tenne Messina e il Val Demone. Ruggiero ebbe
-dal Duca, assentendolo tutto l’esercito, gli altri paesi di Sicilia
-acquistati o da acquistarsi; del quale territorio a lui rimanesse
-una metà, e l’altra metà fosse suddivisa tra Serlone nipote di lui
-e di Roberto, e Arisgoto di Pozzuoli, uomo di schiatta longobarda,
-qual sembra al nome, imparentato con casa di Hauteville. Se le cose
-rispondessero ai nomi in quel periodo di formazione dell’Italia
-meridionale, si vedrebbe netto l’ordinamento politico della Sicilia: il
-Duca di Puglia sovrano feudale, con due province serbate in demanio;
-il conte di Sicilia, gran vassallo, con altre province in demanio;
-e sotto di lui due principali suffeudatarii e poi tanti baroni
-minori dipendenti da costoro e altri direttamente dal conte, altri
-direttamente dal Duca. E tal al certo si proponea Roberto di costituire
-lo Stato; ma la virtù e fortuna di Ruggiero e de’ suoi successori
-guastarongli il disegno.[307]
-
-Orribil nuova afflisse in questo tempo i vincitori. Serlone era stato
-ucciso a tradimento. Preposto, non sappiamo se durante l’assedio
-di Palermo o dopo l’espugnazione, alle milizie feudali di Cerami,
-per vegliare sul presidio di Castrogiovanni che rinforzato di aiuti
-affricani non tentasse qualche mal colpo, Serlone tenea spie presso i
-nemici; tra le altre un Ibrahim, de’ primi di Castrogiovanni, col quale
-sì intimo ei s’era fatto da giurarsi fratelli, dice il Malaterra, con
-bizzarro rito di tirarsi l’un l’altro per l’orecchio. La quale usanza
-non troviamo appo i Musulmani. Una volta il fratello rapportatore
-manda dei presenti al fratello capitano, con avviso che il tal dì
-sette cavalieri arabi correrebbero il territorio di Cerami per boria di
-andare a far preda in casa sua. E Serlone, ridendosene, non s’apprestò
-altrimenti a chiamare le milizie feudali, anzi quel dì stesso uscì
-a caccia ne’ boschi di Cerami; quand’ecco un gridare accorr’uomo per
-lo contado, e i villani a fuggire dinanzi la gualdana annunziata da
-Ibrahim. Serlone a ciò si fa recare l’armadura; con quel pugno di gente
-ch’avea seco, sprona contro i ladroni a punirli di loro temerità.
-Precipitando su la via di Castrogiovanni, i Musulmani lo conducono
-all’agguato, ad otto miglia da Cerami, presso il confluente di due
-fiumicelli che scendendo l’un da Nicosia, l’altro da Cerami si gittano
-nel Simeto. Quivi l’aspettavano, secondo la tradizione normanna,
-settecento cavalli e tremila fanti, che mi paion troppi. Circondarono
-il drappello di Serlone, tagliandogli la strada del ritorno a Cerami.
-E il magnanimo, vedendo cadere già molti de’ suoi e non dubbia la
-morte, sprona a una rupe vicina, smonta, s’addossa alla roccia e
-disperatamente mena le mani di fronte e da’ lati. Si chiamò poi la
-Pietra di Serlone.[308] Cadde egli per cento ferite; perirono seco
-tutti i suoi, fuorchè due lasciati per morti tra i cadaveri battezzati
-e i circoncisi. A Serlone strapparono il cuor dal petto: corse anco
-la voce tra i Normanni che que’ brutali, tagliato in pezzetti il cuor
-dell’eroe, avesserli mangiati a gara per superstizione d’infonder il
-suo valore ne’ vili petti loro. Mandarono poi in Affrica a Temîm la
-testa di Serlone, la quale confitta a un palo fu condotta in giro per
-le strade di Mehdia, con la grida “Ecco il gran campione de’ Normanni,
-or ch’egli manca, agevol cosa fia il racquisto della Sicilia.” Nè è a
-dir se cordoglio e furore destasse nell’esercito il caso di Serlone,
-quando lo si riseppe in Palermo. Ruggiero pianse amaramente il fedele
-e valorosissimo compagno delle sue vittorie. Roberto, che in vero non
-perdeva quanto lui, nel ripigliò dicendo, star bene i lamenti alle
-donne, agli uomini la vendetta.[309] Pur avendo altro da fare che porsi
-per un anno o due all’assedio di Castrogiovanni tanto che gli cadessero
-nelle mani gli uccisori del nipote, s’apparecchiò a ritornare in
-Puglia, aggiustato ben bene il morso ai Musulmani di Palermo.
-
-Costruì o racconciò un castello alla bocca del porto: piccola
-fortezza, della quale ritenne il nome, e credo anco il sito, quello che
-s’addimandò fino al mille ottocento sessanta il Castellamare. Maggiore
-assegnamento fece Roberto sur una cittadella edificata nell’alto della
-terra, in quell’area ch’ora occupa il palagio reale aggiuntovi parte
-delle due piazze attigue e tutto il quartier militare di San Giacomo.
-Quivi era nel nono secolo il palagio degli emiri, e nel decimo il
-_Ma’skar_, ossia stanza de soldati,[310] e par ne rimanessero in piè
-molte fabbriche e forse un muro di cinta, che fu racconcio a modo
-de’ vincitori: donde la nuova cittadella si addimandò volgarmente
-_El-Halka_, ossia “La Cerchia” e, negli scrittori latini e greci del
-tempo, è detta or Castello di sopra, or Palagio nuovo, e più spesso
-Galea, Galga, Galcula, Chalces, Xalces, e in ultimo Alga: che sono
-trascrizioni diverse del vocabolo arabico or ora notato. Il nome di
-Palagio o di Castello si estendea, com’ognun vede, a tutto il ricinto:
-un poligono ad angoli salienti e rientranti, lungo da cinquecento
-metri e largo da trecento; il quale a poco a poco s’empì di palazzine,
-portici, chiese e case di preti e cortigiani.[311] Ambo le castella
-munì Roberto di pozzi e magazzini,[312] credo io fosse da grano per
-caso d’assedio; da prevedere al certo in mezzo a sì grossa cittadinanza
-musulmana, la quale non si potea tenere altrimenti che con la forza
-immediata e continua.[313] Racconta Amato, che sopravvedendo Roberto un
-dì i lavori della _Halka_, notò la chiesetta di Santa Maria, sparuta
-e sudicia che pareva un forno, in mezzo a tanti splendidi palagi
-de’Saraceni; ond’egli mettendo un sospiro, comandò fosse di presente
-demolita e nobilmente riedificata di pietre quadrate e di marmi, senza
-badare a spesa.[314] Par sia questa la chiesa di Santa Maria della
-Grotta, che i ricordi ecclesiastici della Sicilia portano fondata da
-Roberto Guiscardo, con un monastero basiliano e con beni nel territorio
-di Mazara;[315] la stessa forse che si addimandò poi di Gerusalemme,
-cui l’antica struttura e l’ornamento di mosaici non camparono dalla
-distruzione a’ tempi del Fazello.[316]
-
-Provvedute le castella d’uomini, d’armi e di vittuaglie,[317]
-Roberto lasciò a governare la città un suo cavaliere, con titol di
-emiro, conveniente a città musulmana; liberò i prigioni bizantini di
-Bari;[318] permesse al fratello di pigliare a’ suoi soldi le genti
-dell’esercito che rimaner volessero a cercar ventura in Sicilia:
-e furono assai poche, ancorchè Ruggiero donando e promettendo le
-allettasse.[319] Pria di partire, il Guiscardo trovò modo di porre una
-taglia che non avea pattuita: chiamati a sè i principali della città,
-con faccia tosta lagnossi delle grandi spese sostenute nell’assedio,
-de’ molti cavalli perduti e di tante altre molestie, ch’e’ durava
-per causa de’ Palermitani; donde lor chiedea denari, e quei davano
-danari e preziose robe. Cariconne le navi; imbarcò le sue genti e i
-figliuoli de’ notabili della città presi in ostaggio, e andò via.[320]
-Sappiamo ch’ei recasse a Troja di Puglia delle porte di ferro e delle
-colonne co’ loro capitelli tolte in Palermo.[321] La stessa origine
-accusano parecchi doni di Roberto, i quali in oggi parrebbero raccolta
-d’antiquario o porzione da masnadiere, leggendosi appo Leon d’Ostia
-che il Guiscardo una volta presentasse al Monastero di Monte Cassino
-secento bizantini d’oro, duemila tarì affricani, tredici muli, tredici
-saraceni e un gran tappeto; e poi altra moneta di schifati, bizantini,
-tarì, michelati, soldi d’Amalfi, due cortine arabiche, e orcioli di
-cristallo, pallii, mantelli; e, con minutaglie così fatte, diplomi
-di concessione di terre e castella, delle decime su la pescagione in
-Taranto e fin decime del lavoro di certi artigiani.[322] Delle quali
-larghezze le più sostanziose segnano le epoche di negoziazioni condotte
-dall’Abate di Monte Cassino con utile di Roberto; e quelle spoglie
-orientali evidentemente venivano di Palermo. E ben puossi immaginare
-qual immensa e bizzarra congerie di ricchezze portasse via l’oste di
-Roberto, e con che gioia i frati cantassero le lodi del pio vincitore,
-vero strumento della Provvidenza.
-
-L’occupazione di Palermo affrettò la catastrofe di quei grandi
-feudatarii di Terraferma i quali, ricordando l’antica uguaglianza de’
-condottieri, non sapeano capacitarsi come un titolo di duca ed una
-pergamena della cancelleria papale lor avesse dato un padrone e imposto
-l’obbligo del servigio militare e della contribuzione ne’ casi feudali.
-Roberto risolutamente affrontò i malcontenti, chiamando tutti i conti
-in Melfi, l’antica metropoli feudale; dove i soddisfatti convennero
-puntualmente a rallegrarsi secolui della vittoria. Ricusarono i tutori
-del conte di Trani, che aveano anco negata lor milizia all’impresa.
-Contro i quali mosse incontanente Roberto; prese, dopo breve assedio,
-Trani ed altre città e terre. La resistenza, ch’ei chiamava ribellione,
-rinacque poi più volte secondo i casi, le speranze o i dispetti. Gran
-romore si destò quando il duca, maritando una sua figliuola ad Ugo
-figlio del Marchese d’Este, richiese l’aiuto de’ vassalli per la dote,
-secondo le usanze feudali (1077). Sursero anco (1077-9) i figli di
-Unfredo, nipoti e pupilli di Roberto spogliati da lui. Ma Roberto venne
-sempre a capo di que’ movimenti spicciolati e incomposti.
-
-Ebbe anco a travagliarsi contro la dinastia normanna di Capua, avendo
-il principe Riccardo suscitati i suoi nemici mentr’egli assediava
-Palermo; e fu sino alla morte di Riccardo e nel regno del figliuolo
-Giordano, un alternare di ostilità, pratiche ed accordi, come tra
-due astuti che si conoscono, due forti che s’hanno riguardo, e due
-intraprenditori che fanno a metà purchè spoglino il terzo. Se non che
-Roberto seppe guadagnare più che il rivale. Pagò lo scotto la dinastia
-longobarda di Salerno. Perchè Gisulfo, cognato di Roberto, troppo
-fidandosi nel principe di Capua e nel papa, si trovò ad un tratto
-abbandonato e solo nel pericolo. Roberto si accordava con Riccardo, al
-quale diè aiuti alla impresa di Napoli (1078), che tornò vana per la
-virtù di quella repubblica. E in questo mezzo era scomparso l’antico
-principato longobardo di Salerno (1077). Sotto specie di difendere i
-dritti dell’umanità, il Guiscardo intercedeva appo Gisulfo a favore de’
-tiranneggiati Amalfitani; non ascoltato, andava all’assedio di Salerno
-con grand’oste, dice Amato,[323] di Latini, Greci e Saraceni; dond’e’
-si vede che il vincitore di Palermo non tardò ad usare le armi de’
-novelli sudditi suoi. Ebbe Salerno dopo lungo assedio della città, poi
-della rôcca; dove preso Gisulfo, gli diè l’eletta di risegnare tutto
-lo Stato o andar a finir la vita prigione nella cittadella di Palermo:
-ed a persuaderlo meglio già faceva apprestare i ceppi e la nave.[324]
-Talchè il principe Gisulfo, deposta la corona e spogliato d’ogni cosa,
-cercò asilo e lucro a corte di Gregorio settimo.
-
-Fin da’ primi giorni dell’esaltazione (1073), Ildebrando avea tenute
-pratiche con Roberto, al quale ragion volea ch’egli si accostasse,
-mentre stava per gittar il dado nella gran lite delle investiture. Pur
-sia troppa alterezza e caparbietà del papa e ch’egli mal conoscesse
-Roberto e le condizioni del tempo, sia che Roberto pretendesse troppo
-anch’egli, andarono a voto le negoziazioni;[325] onde Gregorio,
-scomunicato il duca (1074), era corso a suscitare contro di lui
-Riccardo e lo sventurato Gisulfo; avea sollecitata anco la fida
-contessa Matilde a mandare grosso esercito, che unito a que’ di Capua
-e di Salerno schiantasse d’Italia la casa di Hauteville.[326] Lega più
-bella a immaginare che a mettere in opera; su la quale se Ildebrando
-fece assegnamento, e’ non vedea tanto lungi nelle cose politiche.
-Passato dunque in Italia Arrigo IV, egli accadde che mentre il papa
-superbamente oltraggiava l’imperatore a Canosa, Roberto accordatosi con
-Riccardo, spogliò del tutto, com’accennammo, il principe di Salerno. E
-quindi appiccò pratiche con Arrigo stesso; minacciò Benevento che si
-tenea pel papa; mostrò a Gregorio in cento guise che delle cose del
-mondo ne sapesse molto più di lui. Onde Gregorio, tornando da’ sogni
-alla realità delle cose, venne ad abboccamento con Roberto (1080),
-lo ribenedisse, accettò l’omaggio pei territorii del duca, gli diè
-titolo di cavalier di San Pietro, dicon anco gli promettesse l’impero
-d’Occidente.
-
-E favorillo alla occupazione dello impero Orientale, contro il quale
-Roberto si volgea; non conoscendo ostacoli che col senno e col valore
-non si potesser vincere. L’occupazione di Niceforo Botoniate avea
-tramutato dal trono di Costantinopoli in un monistero l’imperatore
-Michele Duca; si dicea mutilato il costui figliuolo Costantino, e la
-giovane sposa di lui, figlia di Roberto, chiusa in prigione. Spacciò
-egli dunque voler vendicare la figliuola e rimettere sul trono il
-suocero. Usò opportunamente lo sdegno acceso tra i guerrieri normanni
-alla prigionia della sua figliuola, che pareva onta nazionale; passò
-in Grecia con un esercito ed un’armata. Battuto dalla tempesta (1081);
-sconfitto in mare da’ Veneziani, tenne fermo tuttavia all’assedio di
-Durazzo; sbaragliò il novello imperatore bizantino, Alessio Comneno,
-che volle assalirlo nel suo campo; ed ebbe alfine Durazzo a tradimento
-(1082). Lasciando allora il figliuolo Boemondo a condurre innanzi la
-guerra in Grecia, ei tornò in Italia, dove i baroni levavano la testa;
-e lo minacciava anco lo imperatore Arrigo, il quale aiutato di danari
-dal bizantino, com’ora portava l’interesse comune, era entrato in Roma
-(21 marzo 1084), s’era attirati o comperati molti potenti cittadini
-e già assediava Ildebrando in Castel Sant’Angelo. Il papa, vistosi
-abbandonato da’ cittadini e da parecchi cardinali, consumato l’oro e
-l’argento delle chiese, chiamò allora in aiuto il novello cavalier di
-San Pietro: e questi corse a gastigare l’imperatore d’Occidente, sì
-com’avea testè fatto di quel d’Oriente sotto Durazzo. Ma Arrigo sgombrò
-(maggio 1084) tre giorni innanzi l’arrivo dell’oste meridionale:
-seimila cavalli e trentamila pedoni, tra Normanni, Pugliesi, Calabresi
-e Saraceni di Sicilia, ansiosi tutti, direbbesi, di ristorar l’autorità
-del papa nella metropoli del mondo cattolico. Italiani contro Italiani
-e stranieri contro stranieri, veniano a lacerarsi tra le rovine
-gloriose di Roma per una delle mille quistioni che generò il papato
-e prima e allora e dopo; nè la civiltà del decimonono secolo v’ha
-trovato rimedio per anco, nè lo troverà finchè non estirpi il germe
-del male. I crociati cristiani e musulmani lasciarono in Roma vestigia
-che compariscono tuttavia. Entrato Roberto senza sangue, ma non senza
-fatica, surse un tumulto contro di lui; corsero i suoi all’armi;
-Roberto gridò qui il fuoco, e il fuoco fu appiccato a Roma ed aiutato
-dal vento consumò ogni cosa tra il Laterano e il Castello dove era
-ristretto il papa. Le soldatesche, seguendo le fiamme, davano addosso
-ai cittadini, ammazzavano, saccheggiavano, faceano violenza alle donne,
-perfino nei monasteri (29 maggio). Sforzati i Romani con la spada e la
-fiaccola di Roberto ad accordarsi col papa, ed uscito Gregorio settimo
-dal castello, non osò questi rimanere nell’oltraggiata città: andossene
-col suo liberatore normanno a Salerno,[327] dove a capo d’un anno morì
-(maggio 1085). Gli tenne dietro Roberto; il quale dopo i fatti di Roma
-ritornato era in Grecia con nuovo esercito e armata raccolta in Puglia,
-Calabria e Sicilia;[328] avea riportata nelle acque di Corfù una
-splendida vittoria navale contro le armate di Costantinopoli e Venezia,
-e guerreggiava in Cefalonia, quando una febbre l’ammazzò (17 luglio
-1085). Alla cui morte l’esercito e l’armata incontanente ritornavano
-in Italia. Pericolò lo stesso suo Stato in Puglia e Calabria, avendo
-Roberto lasciata la sovranità ducale al figliuolo Ruggiero, nato dalla
-principessa salernitana Sichelgaita; perilchè Boemondo, suo primogenito
-dalla prima moglie ipocritamente ripudiata, Boemondo prode quanto il
-padre, ma senza cervello, disputò la successione a Ruggiero; e la casa
-di Hauteville, forse la dominazione normanna in Italia avrebbe corso
-gravi pericoli se non fosse stato per l’altro Ruggiero conte di Sicilia
-e di Calabria, che si trovò primo della famiglia per armi, ricchezze e
-reputazione.[329]
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-CAPITOLO VI.
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-Mentre Roberto allargava e assodava il dominio nell’Italia meridionale,
-Ruggiero progredì a piccoli passi in Sicilia. Abbiam testè narrato
-com’ei raggranellasse a stento nell’esercito del fratello pochi
-venturieri o mercenarii; premendo ai più di ritornare in Terraferma,
-per dar sesto ai loro possedimenti feudali e partecipare, da amici
-o da avversarii, nelle brighe di Roberto. I dominii di Ruggiero in
-Calabria, provincia bizantina non usa alla feudalità, poco aiuto fornir
-poteano, d’uomini e di danaro. Que’ di Sicilia anco meno. All’entrar
-del millesettantadue, la Sicilia si partiva in tre zone paralelle;
-delle quali la prima, stendendosi da Messina a Palermo lungo il pendìo
-settentrionale degli Appennini siculi, apparteneva a Roberto;[330] la
-seconda, lungo il pendìo meridionale della stessa catena, ubbidiva
-a Ruggiero; e la terza, uguale in superficie alle altre due messe
-insieme, teneasi dai Musulmani; se nonchè Ruggiero vi occupava Catania
-e Mazara, alle estremità di levante e di ponente, ed all’incontro gli
-mancavano, ai due capi della propria sua zona, Taormina e Trapani,
-validissime fortezze de’ Musulmani. Mal sicura dunque la provincia
-di Ruggiero, per quegli estesi confini che richiedeano presidii in
-ogni luogo; scarso il frutto che il signor ne potea cavare. Al che
-s’aggiunga che, accomunate indissolubilmente le sorti de’ due fratelli,
-era uopo talvolta a Ruggiero di combattere in Terraferma pel duca; sì
-come gli avvenne nel millesettantasette, quando Roberto lo richiese
-di assediare in Sanseverino il nipote Abelardo, fautore del Principe
-di Salerno.[331] Le condizioni della Calabria costringeano altresì
-Ruggiero a ritornarvi di frequente e dalle fazioni di Sicilia il
-distoglieano.[332]
-
-La regione musulmana potea resistere lungamente. Vero egli è che
-fin dal millesessantadue la divisione del principato avea tolto di
-affrontare i Normanni con tutte le forze dell’isola; avea fatti trovare
-al nemico dove ausiliarii e dove lieti spettatori delle sue vittorie:
-e ben dice Ibn-Khaldûn[333] che gli occupatori di que’ piccioli Stati
-caddero nel fallo di affrontar il conte l’un dopo l’altro; e ch’egli
-aizzandoli in loro discordie, li soggiogò spicciolati e loro prese
-la Sicilia a fortezza a fortezza. Pur la divisione, mentre fiaccava
-irreparabilmente il corpo politico, infondea qua e là vigore morboso
-nelle membra: ciascuno di quegli occupatori s’afforzò d’armi e di
-castella, fidando in sè solo e in Allah. Al precipizio del suo vicino,
-o sorrise o punto sbigottì. Nè sbigottirono all’occupazione di Palermo;
-la quale avrebbe dato vinta la guerra a’ Normanni, se la Sicilia
-avesse fatto unico Stato. Mazara sola si arrese con la capitale; le
-altre città o principati (che incerto è il distinguere le dominazioni
-surte e cadute in quel vortice di guerra nazionale e di guerra civile)
-continuarono a difendersi, sì come avean fatto per l’addietro, senza
-aiuti di Palermo.
-
-Anzi l’occupazione di Catania or destava dal decenne letargo i
-Musulmani di Val di Noto, i quali, collegati con Ruggiero, aveano
-serbate intere le forze; ed or ne fecero bella prova, condotti da un
-Benarvet o Benavert.[334] Tacciono di costui gli annali arabi; tace
-il maggior poeta arabo della Sicilia, Ibn-Hamdîs, il quale visse
-appunto in quel tempo e ricordava pur sempre con orgoglio il valor de’
-cavalieri siracusani: ma forse privata nimistà lo rese ingiusto contro
-l’ultimo eroe musulmano della Sicilia.[335] Talchè siam noi costretti
-a spillare le geste di Benavert per entro un’artifiziosa cronaca
-normanna, solo scritto contemporaneo che ci rimanga su quest’ultimo
-periodo della guerra siciliana. Similmente è forza che noi togliamo
-dalla medesima cronaca tutti gli altri fatti particolari. Il fatto
-generale è che la zona musulmana si trovò tutta in arme; sparsa di
-castella, donde i signori sfidavano i cavalli di Ruggiero e metteano
-in punto gualdane da insidiare e depredare la regione tenuta da lui.
-Ruggiero, capitano di poche squadre mal adatte ad assedii, suppliva al
-numero col valore, la costanza, l’attività della mente e della persona;
-le quali virtù, afferma lo storiografo di corte, crebbero a tanti
-doppi, quand’egli pei nuovi patti fu certo d’affaticarsi oramai per sè
-medesimo, senza obbligo di partire gli acquisti con Roberto.[336]
-
-Contuttociò volgea senz’altro evento il primo anno dall’occupazione
-di Palermo. Del millesettantatrè sappiam solo che Ruggiero afforzasse
-un castello a Mazara, per soggiogare gli abitatori di quelle pianure
-e un altro a Paternò, per infestare le falde dell’Etna.[337] Del
-millesettantaquattro ei munì di cavalieri, armi e vettovaglie la
-rôcca di Calascibetta, di faccia a Castrogiovanni, a fin di battere sì
-duramente il contado, che Castrogiovanni gli si arrendesse e cadessero
-con quella fortezza le speranze dei Musulmani tutti dell’isola.[338]
-Nè furono segnalati altrimenti i due anni appresso, che per due
-prospere fazioni de’ Musulmani e per la prontezza e valore con che
-Ruggiero seppe ripigliare l’avvantaggio in entrambe. Forse i Musulmani
-di Sicilia, incalzati dalla avversa fortuna, s’erano in questo
-tempo rivolti nuovamente agli aiuti d’Affrica, e casa Zirita li avea
-nuovamente ascoltati; poichè di giugno settantaquattro, l’armata di
-Temîm, girato intorno alla Sicilia, s’era improvvisamente gittata sopra
-Nicotra di Calabria; fattivi prigioni e bottino, arsa la terra, resi
-i prigioni per riscatto, s’era ridotta in Affrica. Ritornava ne’ mari
-di Sicilia correndo il settantacinque; sbarcava le genti a Mazara, le
-quali assediavano per otto dì il castello con manifesto proposito di
-tenere la città, quando Ruggiero, chiamato per messaggi, v’accorse con
-forte mano d’armati, entrò di notte nel castello, e al nuovo dì, fatta
-una sortita, pugnò con gli Affricani nella piazza sotto il castello e
-con molta strage li respinse al mare e molti ne fece prigioni.[339]
-
-Veggiamo dopo questa fazione travagliarsi più grossa la guerra d’ambo
-le parti. Benavert, surto com’e’ sembra nella riscossa del Val di
-Noto, comandava da Siracusa a tutta la provincia, ne raccogliea le
-forze di terra e di mare,[340] e in guisa le adoperava da tenere in
-rispetto lo stesso Ruggiero e meritar dallo storiografo normanno la
-lode di astutissimo, audace, esperto capitano, maestro d’inganni e di
-stratagemmi.[341] Il conte dalla sua parte aveva ordinato un nodo di
-milizia stanziale, capitanato da Giordano, figliuol suo non legittimo,
-bello ed aitante della persona, prode tra i prodi. Occorrendo adesso
-a Ruggiero di ritornare a Mileto in Calabria, ei pose luogotenente in
-Sicilia Ugo di Jersey, di nobilissima famiglia del Maine, marito d’una
-sua figliuola e feudatario, com’ei pare, di Catania.[342] Al quale
-raccomandò che, stando sempre su la difesa, per niuna provocazione non
-uscisse a giornata contro Benavert. E quegli, bollente di gioventù e
-di militare ambizione, non curando il divieto, volle provarsi: andato a
-trovare in Traina Giordano che non era punto men ambizioso di lui, seco
-il tirò con gli stanziali. Ma Benavert, risaputi cotai preparamenti,
-guadagnò le mosse a’ due giovani normanni. Con forte stuolo andò a
-porsi in un bosco presso Catania che chiamavano il Mortelleto; mandò
-trenta cavalli a depredare insino alle mura della città, per trar
-fuori Ugo di Jersey. Il quale opponendo, com’ei credea, stratagemma a
-stratagemma, spinse contro i provocatori musulmani una vanguardia di
-trenta cavalli ed egli, con Giordano e il grosso delle genti, seguiva
-da lungi. Ma appostosi Benavert al disegno, lascia passar libera la
-vanguardia normanna; e quando è giunta la schiera d’Ugo, le piomba
-addosso. Il numero, allora, o la tattica de’ Musulmani riportò la
-vittoria. Valorosamente combattendo Ugo fu morto, con la più parte de
-suoi; Giordano si rifuggì a mala pena, con gli avanzi, in Catania; la
-vanguardia, tagliata fuori, cercò asilo nella fortezza normanna di
-Paternò. E Benavert recò a trionfo in Siracusa le prime spoglie de’
-Normanni.
-
-Ruggiero risaputo il caso, mosse alla volta di Sicilia per fare
-strepitosa vendetta e assicurare i suoi che balenavano. Recate seco
-sì grosse forze che Benavert non osò affrontarlo all’aperto, nella
-state del millesettantasei, occupava dapprima una rôcca in sul monte
-Judica, il quale chiude a ponente la ubertosa e vasta Piana di Catania;
-demoliva la rôcca; mettea al taglio della spada tutti gli uomini; le
-donne e i bambini mandava a vendere in Calabria. Correndo poi le parti
-meridionali del Val di Noto, fece grandissima preda; bruciò le mèssi
-già segate; cagionò sì orribile guasto, che l’anno appresso la Sicilia
-fu desolata dalla fame,[343] aiutandola al certo i guasti che feano i
-Musulmani nella provincia di Ruggiero, i quali, come di ragione, son
-taciuti dal Malaterra.
-
-Non si ostinando pure a combattere Benavert nelle fortezze del Val
-di Noto, Ruggiero l’anno appresso, che fu il millesettantasette, del
-mese di maggio, assalì Trapani, a ponente della propria sua zona;
-Trablas, come scrive il Malaterra, notando fedelmente la pronunzia
-arabica che confondea l’antico nome di Drepanum con quello, più
-ovvio, di Tripoli. Andò con forze tanto insolite, che li chiamarono
-esercito e armata; armata della quale non allestì mai più bella il
-grande Alessandro, sclama qui Malaterra, sfogando la gioia del nuovo
-spettacolo in uno squarcio di versi. E così descrive il placido mare,
-i zeffiri amici, le spiegate vele, il sorriso dell’auretta e della
-fortuna, lo squillo delle trombe, il suono de’ liuti, il batter de’
-tamburi; e da un’altra mano la cavalleria che corre per monti e valli
-capitanata da Ruggiero in persona, i mille pennoncelli delle lance,
-il luccicare degli elmi e degli scudi intarsiati d’oro, il nitrito
-de’ cavalli e l’eco che il ripercuote: orribil suono, orribile vista
-da far tremare i Musulmani entro le mura di Trabla. Strinsero la
-città per mare e per terra; piantaron gli alloggiamenti; ricacciarono
-malconci dentro le mura i cittadini usciti a combattere: e contuttociò
-l’assedio andava in lungo, quando un colpo di mano fece cader l’animo
-a’ Trapanesi. Fuor la città, scrive il Malaterra, stendeasi in mare un
-promontorio ricco di pascoli,[344] dove soleano menare il bestiame,
-ridotto dalla campagna in città al principio dell’assedio. Di che
-addandosi Giordano, senza dir nulla al padre, una sera con cento
-soli combattenti si fece traghettare al promontorio; occultò la gente
-tra li scogli, finchè la dimane aperte le porte della città e uscito
-l’armento, ei salta dall’agguato, rapisce i buoi fin sotto le mura,
-li fa cacciare alle sue barche; e sopraccorsi i cittadini in arme,
-ferocemente li ributtò, ne fece strage, imbarcò la preda, e tornossene
-al campo. Malaterra, o il conte, moltiplicando, all’usanza loro, per
-quindici o per venti il numero de’ combattenti musulmani, ne fanno qui
-uscire diecimila contro Giordano, quanti forse non ne capiva il luogo,
-nè potean essere in Trapani. Il pericolo di nuovo assalto da quella
-banda e le vittuaglie che venian meno dopo tal preda, fecero calare
-i cittadini agli accordi: i quali par siano stati stipulati negli
-stessi termini che già ottennero i Musulmani di Palermo; leggendosi
-nella cronica che consegnarono il castello, riconobbero la signorìa
-del conte, e si confederarono, secondo il solito; il che ben sappiamo
-che significasse pagare tributo. Ruggiero acconciò le fortificazioni a
-modo suo, lasciovvi presidio ben provveduto, e si messe a battere la
-provincia, sparsa di forti rôcche ed ostinata a difendersi. In breve
-tempo, i Normanni vi sottomessero ben dodici importanti castella. Le
-quali il conte distribuì in feudo ai suoi condottieri, con le terre
-dipendenti da ciascuno e licenziò l’esercito. Acquistò, non guari dopo,
-Castronovo, forte e grossa terra; chiamatovi da una mano di servi che
-s’erano ribellati al Signore musulmano, Beco, o forse Abu-Bekr, ed
-afforzati in una rupe che sovrastava al castello. Dove sopraccorso
-il conte da Vicari, con quanta gente potè raccogliere in fretta, i
-sollevati fecero i patti con lui, tirarono su con funi i suoi soldati:
-ed Abu-Bekr, vista inutile la resistenza, sgombrò; i terrazzani resero
-il castello a Ruggiero. Questi immantinente emancipava que’ servi, e
-largamente rimunerava un mugnaio, il quale, battuto dal crudel signore,
-avea macchinata la rivolta per vendicarsi.[345]
-
-Crescea con gli acquisti la milizia feudale e la riputazione di
-Ruggiero sì prestamente, che l’anno appresso l’esercito si vide partito
-in quattro corpi, sotto Giordano, Otone, Arisgoto di Pozzuoli ed Elia
-Cartomi; dei quali è verosimile che il primo conducesse oltre i proprii
-vassalli gli stanziali del padre, Otone ed Arisgoto, italiani entrambi
-come suonavano ormai que’ nomi, capitanassero gli uomini di Calabria
-e di Sicilia, ed Elia i Musulmani sudditi de’ Normanni: sendo costui
-musulmano e forse rinnegato, sicchè quei di Castrogiovanni, cui cadde
-tra le mani a capo di pochi anni, lo misero a morte secondo lor legge,
-e gli agiografi cristiani di Sicilia l’han fatto martire e beato.[346]
-L’armata accompagnava l’esercito. Il conte, non più costretto dalla
-pochezza delle forze a rubacchiare ed usare le occasioni, conducea la
-guerra a disegno. In primavera dunque si pose all’assedio di Taormina;
-la quale sorgendo su ripido monte, a cavaliere del mare, da prendersi
-per fame anzi che per battaglia, chiuse egli il mare con l’armata;
-circondò le radici del monte con ventidue torri collegate tra loro
-per una cintura di palizzate e siepi.[347] E poco mancò ch’egli non
-vi lasciasse la vita. Perocchè un giorno, andando in giro per la
-circonvallazione con piccola scorta d’armati e inerpicandosi discosto
-alquanto dai suoi per viottoli alpestri, una mano di Slavi, che
-sembrano schiavi o mercenarii de’ Musulmani, gli saltarono addosso da
-un mirteto dove s’erano ascosi. Più ratto di loro, un uom di Bretagna
-per nome Evisando, si gittava di mezzo tra i nemici e il conte; li
-rattenea nello stretto passo, dando e toccando colpi, tanto che,
-sopraccorsa la scorta, rotolò gli assalitori giù per que’ dirupi;
-mentre Evisando dalla fatica e dalle ferite spirava. Il conte onorò
-di splendidi funerali e pie fondazioni la memoria di questo fedele,
-immolatosi per lui. Ma stretto e assicurato in tal modo l’assedio,
-Ruggiero con una eletta di fanti battea la costa settentrionale
-dell’Etna e la valle che la divide dagli Appennini e soggiogava tutti
-i Musulmani sparsi in que’ luoghi, infino a Traina. Ritornato allo
-assedio, vide comparire quattordici corvette affricane[348] alle
-quali mal avrebbe potuto resistere l’armata sua, scema di gente per
-la guardia della circonvallazione. Donde inviato un messaggio agli
-Affricani, gli risposero non venir con intendimenti ostili e veramente
-poco appresso partironsi; il che darebbe a credere che Roberto per
-avventura avesse stipulato accordo co’ principi Ziriti, per pratiche
-de’ Pisani o degli Amalfitani e che Ruggiero fosse compreso nella
-tregua, ovvero cogliesse or il destro di entrarvi anch’egli, come
-di certo il fece a capo di pochi anni.[349] E intanto per l’assidua
-vigilanza di Ruggiero e de’ capitani suoi fu chiusa Taormina sì
-strettamente che, mancate le vittuaglie, la si arrese nell’agosto dopo
-cinque mesi di assedio.[350]
-
-Posarono nel millesettantanove i Musulmani liberi della Sicilia
-meridionale, mercè i lor fratelli soggiogati della provincia
-palermitana, i quali attiravano sopra di sè le armi del Conte. A
-ventidue miglia da Palermo e un miglio e poco più a levante del comune
-di San Giuseppe li Mortilli, sorge scosceso monte, inaccessibile
-fuorchè da una via aspra e tortuosa: luogo pressochè disabitato al
-tempo nostro. Pure il nome topografico non dileguato, gli avanzi di
-spaziose cisterne e di qualche edifizio, i vasi d’argilla e le monete
-che sovente vi si ritrovano coltivando il suolo, mostrano quivi senza
-alcun dubbio il sito dell’antica Jeta o Jato, desolata non da Goti
-nè da Saraceni, ma dai monaci ai quali ne fe’ dono Guglielmo II,
-con quaranta o più villaggi de’ contorni. Territorio fertilissimo di
-circa cento miglia quadrate, abitato in oggi da diciassette o diciotto
-mila anime[351] il quale per lo meno ne racchiudea da sessantamila,
-leggendosi nel Malaterra che Giato avesse tredicimila famiglie.[352]
-Forti nel numero e nella postura, que’ di Giato ricusarono il censo
-e il servigio; nè Ruggiero li potè spuntar con preghiere, nè con
-minacce. Raccolsero gli armenti nella spaziosa montagna, afforzaronla
-di muro e di ridotti là dove parea accessibile, e con vigilanti
-guardie si assicurarono; beffandosi della rabbia del conte Ruggiero.
-All’esempio si mosse Cinisi, terra di origine arabica, come pare dal
-nome, posta a venticinque miglia a ponente di Palermo; contro la quale
-andò Ruggiero co’ vassalli di Calabria, lasciando que’ di Sicilia a
-stringere Giato, o piuttosto ad infestarne il territorio da’ due lati
-confinanti con Corleone e Partinico. Egli poi sopravvedeva or l’una or
-l’altra oste e invano si affaticava, rifuggendo, per umanità, dignità
-o avarizia, dall’ardere le mèssi. Ma infine gittossi a quel partito,
-più degno di masnadiere che di capitano; e Giato e Cinisi calavano agli
-accordi.[353]
-
-Ritardò le mosse militari, non gli acquisti, di Ruggiero in Sicilia,
-l’impresa orientale di Roberto, cui par che il fratello desse
-aiuti d’ogni maniera e rendesse importanti servigi, ond’ei n’ebbe
-in merito la provincia del Valdemone. Perocchè del milleottantuno,
-il Conte, fatti venire d’ogni banda, scrive il Malaterra, valenti
-artefici,[354] con grandissima spesa murava dalle fondamenta le
-fortificazioni di Messina: baluardi e torri di mirabile altezza; le
-quali in breve tempo furono compiute, per la solerzia di Ruggiero
-che aveavi preposti appositi officiali e instava spesso in persona a’
-lavori. Sappiamo inoltre che risguardando Messina come chiave della
-Sicilia e importantissima tra le città ch’egli possedea, la munì di
-forte e fedele presidio; la decorò di novella chiesa del titolo di
-San Niccolò, edificata a bella posta, largamente dotata e messa sotto
-la giurisdizione del vescovato che il Conte avea testè fondato in
-Traina.[355] I quali fatti, e le parole con che li espone il cronista
-di corte, dimostran Ruggiero in quel tempo signor di Messina, anzi
-che luogotenente di Roberto. E tal sembra l’anno appresso in tutta
-la provincia; ritraendosi che Giordano, nella tentata usurpazione
-del mille ottantadue, togliesse al padre due terre di Valdemone,
-Mistretta, cioè, e quel Castello di San Marco ch’era stata la prima
-fortezza munita da Roberto in Sicilia. Certa dunque ci torna, ancorchè
-non attestata da diplomi nè litteralmente affermata da scrittori, la
-cessione o vendita che dir si voglia del Valdemone; alla quale non
-è meraviglia che si venisse, quando Ruggiero tenea molti danari in
-serbo,[356] Roberto all’incontro con grandi spese allestiva possente
-armata e metteva in piè un esercito. E forse fu principale patto loro
-l’armamento di Messina; premendo a Roberto di evitare il pericolo
-che un navilio bizantino venisse ad occupare lo Stretto, mentr’egli
-assaliva l’impero d’Oriente.
-
-Passato Roberto di là dall’Adriatico, e soggiornando sovente Ruggiero
-in Puglia e in Calabria per aver cura delle faccende di lui, intervenne
-lo stesso anno mille ottantuno, che Benavert s’insignorisse di Catania.
-Il quale era divenuto molestissimo a’ Normanni tra cotesti loro
-preparamenti alla guerra d’oltremare; ed a lui facean capo tutti i
-Musulmani di Sicilia ribelli, come il Malaterra chiama coloro che la
-patria e la religione tuttavia difendeano contro i guerrier di ventura
-del Nort. Segue a dire il cronista che Benavert comperò con doni e
-promesse un Bencimino[357] che reggea Catania per Ruggiero; il qual
-nome per avventura sarebbe lo stesso di Ibn-Thimna e se ne potrebbe
-inferire che alcun figliuolo o parente di lui servisse tuttavia i
-Normanni. Una notte il traditore apriva la città a Benavert ed alle sue
-genti: con rabbia ed onta de’ Cristiani, con esultanza de’ Musulmani,
-si sparse per tutta l’isola essere tornata Catania in man del nemico.
-Moveano alla riscossa, Giordano, Roberto di Sordavalle ed Elia Cartomi,
-con centosessanta lance, che tornerebbero a settecento cavalli; ai
-quali Benavert uscì incontro, continua il Malaterra, con ventimila
-fanti e un forte nodo di cavalli: pose a destra i primi, stette ei
-co’ secondi a sinistra un po’ addietro la linea; e con lieti auspicii
-appiccò la battaglia, poichè avendo la cavalleria cristiana caricati
-i fanti, non le venne fatto d’intaccarli al primo, nè al secondo, nè
-al terzo assalto. Audacemente allora i Normanni si serrano addosso a’
-cavalli di Benavert, lasciandosi interi al fianco e al dosso i fanti
-nemici: ed ostinata e sanguinosa la zuffa si travagliò co’ cavalli,
-forse uguali e forse inferiori di numero, finchè i Musulmani, rotti,
-fuggironsi alla città e Benavert stesso a mala pena v’entrò, inseguito
-da Giordano fino alle porte. I fanti si sparpagliarono dopo la rotta
-dei cavalli, fuggendo o correndo all’impazzata addosso ai vincitori, sì
-che furono tagliati a pezzi. I Normanni posero l’assedio alla città;
-nella quale sendo scarso il presidio e ingrossando già la popolazione
-cristiana,[358] Benavert nottetempo se ne andò a Siracusa, dov’ei
-condusse il traditore, Bencimino, e in vece de’ promessi premii, gli
-diede la morte.[359]
-
-Contenti di questa vittoria i Normanni stettero sempre in su la difesa
-infino al milleottantacinque, ordinati, credo, a contenere Benavert
-que’ medesimi stanziali che aveano sì virtuosamente ripigliata Catania.
-Ruggiero soggiornò in Terraferma, come richiedeano gli interessi
-di Roberto e suoi; nè ebbe a venire in Sicilia che per reprimere,
-del mille ottantadue, una rivolta del proprio figliuolo Giordano,
-luogotenente nell’isola. Il quale par abbia voluto prendere le terre di
-Valdemone per sè stesso, e cominciò occupando i castelli di Mistretta
-e di San Marco, e tentando di por mano nel tesoro di Ruggiero, serbato
-in Traina a guardia d’uomini fidatissimi, da non spuntarsi con promesse
-nè con minacce. Indi fallì questo colpo; nè senza vergogna Giordano
-si ritrasse dal mal sentiero ov’avea messo il piede. Perchè Ruggiero,
-temendo che il figliuolo per disperazione non si gittasse a’ Musulmani,
-dapprima s’infinse prenderle per baie giovanili, ed aprì le braccia a
-quel valoroso; ma com’ei l’ebbe nelle sue forze con tutti i compagni e’
-famigliari, cominciò una stretta inquisizione, fe’ accecare dodici che
-gli parvero gli istigatori del figlio, e rimandò poi libero Giordano,
-disonorato nel supplizio de’ complici, atterrito dalla minaccia di
-perdere il lume degli occhi per comando del proprio suo padre.[360]
-Allenava così la guerra, dalla parte de’ Normanni, perchè il nerbo
-delle loro forze pugnò in quel tempo con Roberto in Grecia; e dalla
-parte de’ Musulmani, perchè forze d’animo non restavano ai soggiogati,
-e i liberi par che al solito le spendessero in lor piccole gare. Che se
-pronti egli avesse visti a pigliare le armi i correligionarii suoi di
-Palermo, di Mazara o di Trapani; se disposti que’ di Castrogiovanni o
-di Girgenti a seguirlo ne’ territorii occupati dal nemico, non avrebbe
-il prode Benavert messe tutte le sue sorti al gioco d’una disperata
-fazione in Calabria.
-
-Tentolla il milleottantacinque, quando la morte di Roberto Guiscardo
-avea gittato tanto scompiglio nell’Italia meridionale, quando si
-disputava la successione al ducato tra suoi figli Boemondo e Ruggiero,
-quando il conte Ruggiero si adoperava in Terraferma all’esaltazione
-del secondo tra’ nipoti, il quale glie ne die’ in merito la metà
-delle terre di Calabria, riserbata già da Roberto. Benavert assaltò la
-Calabria, come uom che a null’altro agogni fuorchè vendicarsi o morire.
-Nell’agosto o nel settembre[361] approdò di notte[362] a Nicotra, vinto
-pria, com’e’ parrebbe, un combattimento navale e poi uno di cavalleria
-co’ Normanni:[363] distrusse quant’ei potè della città, rapinne quanto
-ei seppe, menò cattivi uomini e donne. Ritornando, sbarcò presso
-Reggio, dove saccheggiò le chiese di San Niccolò e di San Giorgio,
-spezzando le immagini, contaminando i vasi sacri e gli arredi. Irruppe
-alfine nel munistero di donne della Madre di Dio a Rocca d’Asino;
-depredollo e le suore menò negli harem di Siracusa.[364]
-
-Inorridivano, bolliano di sdegno all’annunzio di tal sacrilegio le
-milizie cristiane; soprattutti Ruggiero che sperava utilità dalla
-vendetta e il destro di volgere a impresa nazionale e religiosa le armi
-pronte in Puglia alla guerra civile. “Spirandogli il Cielo maggior
-ira che l’usata, scrive il monaco Malaterra, ei surse a vendicare
-l’ingiuria di Dio: cominciò il primo ottobre, fornì il venti maggio gli
-appresti dell’armata. A piè scalzi allora, andò in giro per le chiese,
-recitando litanie, mettendo sospiri e lamenti, dispensando larghe
-limosine ai poverelli: si commise indi a’ perigli del mare e drizzò le
-prore a Siracusa. “La mostra dell’armata, i riti di propiziazione da
-infiammare le moltitudini seguirono, com’egli è evidente, a Messina.
-Ruggiero, mandato Giordano co’ cavalli che l’aspettasse al Capo
-di Santa Croce,[365] là dove fu poscia edificata Agosta, salpò con
-l’armata; la qual senza remi nè vele (nota il Malaterra per dimostrare
-il miracolo, ma dimentica le correnti del mare) prosperamente navigò,
-sostando la prima notte a Taormina[366] la seconda a Lognina[367]
-presso Catania e la terza al Capo di Santa Croce. Dove trovato Giordano
-co’ cavalli e messa in punto ogni cosa, il conte mandò a riconoscere le
-condizioni del nemico un Filippo di Gregorio[368] patrizio. Il quale,
-in una barca montata da Siciliani, com’ei sembra, che al par di lui
-intendeano l’arabico e parlavano speditamente, aggirossi nel porto
-di Siracusa la notte, contò le navi di Benavert, le seppe disposte ad
-affrontare senza dimora i Cristiani e ritornò a Ruggiero. Era giorno
-di domenica. Il conte fa celebrare la messa in quel deserto lido,
-confessare e comunicare la gente: la notte salpa per Siracusa e mandavi
-la cavalleria. Il venticinque maggio mille ottantasei, combatterono
-le due armate nel maggior porto, come quelle di Siracusa e d’Atene,
-quindici secoli innanzi. Benavert vedendo troppo travagliati i suoi
-dagli arcieri e sopratutto da’ balestrieri,[369] che li ferivano stando
-fuor del tiro delle saette loro, comandò l’arrembaggio: dritto ei vogò
-a dar d’urto alla nave di Ruggiero; spingendolo il demonio, scrive
-Malaterra, per accorciargli la vita. Perchè trovato duro riscontro,
-ferito gravemente di lanciotto per man d’un Lupino,[370] incalzato
-con la spada alla mano dal Conte, cercò scampo in altra nave, spiccò
-corto il salto, e annegò, tratto in fondo dalla grave armadura.
-La più parte delle navi musulmane allor fu presa; e la città cinta
-d’assedio, poichè Giordano, osservando questa volta rigorosamente il
-divieto del padre, non tentò d’occuparla d’un colpo di mano, al primo
-scompiglio gittatovi dal caso di Benavert. Dice l’Anonimo che Ruggiero,
-fatto pescare il cadavere dell’emir, mandasselo a Temîm in Affrica.
-Valorosamente poi si difesero i Musulmani di Siracusa dallo scorcio di
-maggio fino all’ottobre; e invano speraron placare il conte, rimandando
-liberi tutti i prigioni cristiani. Affaticati, scemati da’ tiri delle
-macchine, li ridusse la fame. Una notte, la moglie e il figliuolo di
-Benavert, coi notabili musulmani, si rifuggirono in Noto su due navi,
-trapassando velocissimamente in mezzo all’armata nemica. La città
-s’arrese a patti.[371]
-
-Il giusto orgoglio d’una impresa navale de’ nostri e la connessione
-del subietto, mi conducono or a toccare l’espugnazione di Mehdia,
-interrompendo il racconto della guerra siciliana. Scrive l’istoriografo
-di Ruggiero che, stando questi all’assedio di Siracusa, i Pisani per
-vendetta d’alcuna ingiuria, avessero osteggiata e occupata la capitale
-di Temîm, fuorchè il castello; e che, non fidandosi di prender questo,
-nè di tenere la città, avessero profferto lo splendido acquisto loro
-al conte Ruggiero, il quale ricusò, per mantener fede a Temîm, cui
-lo stringeva un accordo.[372] Lealtà necessaria, come ognun vede, a
-chi tuttavia s’affaticava sotto le mura di Siracusa e gli rimaneano
-a soggiogare nell’isola tante altre cittadi e province. Ma le genuine
-memorie nostrali e musulmane scoprono vieppiù la fallacia del cronista
-e provano che, se pur i Pisani richiesero il conte, fu sol di entrare
-nella lega quando si apparecchiavano gli armamenti.
-
-Delle condizioni di casa zirita, delle fortificazioni di Mehdia, ci è
-occorso dire più volte.[373] Il munitissimo porto era nido di pirati
-che tutto infestavano il Mediterraneo, dalla Spagna alla Grecia, e
-assalivano talvolta le costiere e rapivano gli uomini al par che
-la roba, nè rispettavano al certo gli accordi che per avventura
-fermò con gli Ziriti or questo or quello Stato italiano.[374] Colma
-la misura, mossi i Pisani dalle querele di lor cittadini cattivi
-degli Infedeli, proposero lega a Genova, domandarono aiuti a tutti
-navigatori italiani e benedizioni al papa, che era allor lo scaltro
-abate Desiderio, o vogliam dire Vittore III; il quale, travagliandosi
-in dure strette, aiutò di quel che potea: conforti ed esortazioni. Con
-gli stessi elementi, gli stessi modi e gli stessi intenti, ma assai
-più larga e possente si rifacea così, dopo settant’anni, la lega che
-oppresse Mogehid nel millequindici. Apparecchiate lungamente[375]
-da Pisani, Genovesi, Amalfitani,[376] sommarono le navi italiane
-a tre o quattrocento, gli uomini, comprese al certo le ciurme, a
-trentamila;[377] e lor fu dato il ritrovo a Pantellaria. Dove i
-Musulmani, provatisi indarno a resistere, mandarono avvisi a Temîm per
-dispacci attaccati al collo delle colombe: ma l’annunzio del pericolo
-nocque, più che non giovasse, nella città spreparata, nella corte
-pusillanime e discorde. Mentre quivi i Musulmani si bisticciano tra
-loro, il mare si ricopre delle italiane vele; i palischermi s’avanzano
-a branchi; sbarcan lesti i nostri nel borgo di Zawila a mezzodì, e
-nella penisola stessa di Mehdia a tramontana: per aspri combattimenti
-occupano il borgo, occupano la città fuorchè il cassaro[378] ossia
-palagio afforzato; bruciano l’armata musulmana entro il porto; appiccan
-fuoco alle case; fan prigioni, saccheggiano e furiosamente stringono
-il cassaro, dove s’era rifuggito Temîm. Era il sei agosto del mille
-ottantasette. Ma assalito invano il castello per parecchi giorni, Temîm
-chiedea la pace, a patto di sborsare trentamila, altri dice ottanta
-e altri centomila, dînar d’oro,[379] liberare i prigioni cristiani,
-smettere la pirateria contro Cristiani, e accordare franchigie doganali
-ai Pisani ed ai Genovesi.[380] E i collegati, conseguito l’intento,
-accettarono i patti, caricarono le navi d’oro, argento, pallii, arnesi
-di bronzo, prigioni cristiani da liberare o da rivendere, schiavi
-musulmani da recare al mercato, e ciascuno se ne andò in quella che
-chiamava sua patria, a far mostra della preda, arricchire la chiesa più
-favorita; e poi riarmare la nave, ed arrotar l’azza e la spada contro
-un’altra città italiana. L’imbarbarita musa arabica dell’Affrica si
-fece a descrivere le calamità di Mehdia, cominciando a dire del gran
-numero de’ nostri, agguerriti e feroci, che assalirono improvvisamente
-un pugno di cittadini, avvezzi a molle vita più che alle armi; ma
-sventuratamente ci manca la più parte di questa lunga elegia. Intero
-abbiamo lo scritto d’un italiano, il quale provandosi nei principj
-del duodecimo secolo a cantare in una lingua ch’ei non parlava, le
-geste di una nazione la quale non vedea per anco la sua stella polare,
-dettò in versi latini un racconto preciso e fedele nella importanza
-de’ fatti, ma lo vestì di goffe metafore da romanzo, facendo allestir
-da’ cittadini di Pisa e di Genova mille navi in tre mesi, uccidere
-in Mehdia centomila Arabi, liberare centomila Cristiani e simili
-baie.[381]
-
-Il cauto normanno avea occupata Girgenti, mentre i marinai italiani
-si apparecchiavano tuttavolta all’impresa di Mehdia. Sbrigatosi di
-Benavert nell’ottantasei, radunava a dì primo aprile dell’ottantasette
-le milizie feudali, volenterose e liete per la speranza d’acquisto; e
-sì conduceale all’assedio di Girgenti. Ubbidiva allora Girgenti con
-Castrogiovanni e con tutto il paese di mezzo, a un rampollo della
-sacra schiatta di Alì, del ramo degli Edrisiti che aveano regnato un
-tempo nell’Affrica occidentale, e della casa de’ Beni-Hamûd, la quale
-tenne per poco il califato di Cordova (1015-1027) indi i principati
-di Malaga e di Algeziras (1035-1057), ma cacciata dalla Spagna,
-andò cercando fortuna qua e là. Par che un uomo di cotesta famiglia,
-passato in Sicilia, non sappiamo appunto in qual anno, abbia preso lo
-stato in quelle province, tra le guerre civili che si travagliarono
-coi figli di Temîm; portato in alto non da propria virtù, ma dal nome
-illustre e dalle pazze vicende dell’anarchia. Chamut il suo nome, qual
-si legge nel Malaterra e ben risponde alla voce che a nostro modo si
-trascrive Hamûd.[382] Il quale si rannicchiò tra sue rupi inaccesse
-di Castrogiovanni, mentre la moglie e i figliuoli si trovavano in
-Girgenti, e i Normanni circondavano la città, batteano le mura con lor
-macchine; tanto che occuparonla a dì venticinque luglio del medesimo
-anno. Ruggiero v’acconciò fortissimo un castello, munito di torri,
-bastioni e fosso; lasciovvi buon presidio, e battendo la provincia, in
-breve ne ridusse undici castella: Platani, Muxaro, Guastanella, Sutera,
-Rahl, Bifara, Micolufa, Naro, Caltanissetta, Licata, Ravanusa; talchè
-occupava tutto il paese dalla foce del fiume Platani a quella del Salso
-ed a Caltanissetta, di che ei compose non guari dopo, con qualche
-aggiunta, la Diocesi di Girgenti, ed or vi risponde tutta intera la
-provincia di questo nome e parte della finitima di Caltanissetta.
-La moglie ed i figliuoli dell’Hamudita caduti in suo potere, tenne
-Ruggiero in sicura ed onorata custodia; pensando, così nota il
-Malaterra, che più agevolmente avrebbe tirato quel principe agli
-accordi, con serbare la sua famiglia illesa da tutt’oltraggio.[383]
-
-E veramente, Ibn-Hamûd si vedea chiuso d’ogni banda in Castrogiovanni;
-occupata da’ Cristiani tutta l’isola, fuorchè Noto e Butera; potersi
-differire, non evitar la caduta; nè egli ambiva il martirio, nè i
-pericoli della guerra, nè pure i disagi di gloriosa povertà. Ruggiero
-fattosi un giorno con cento lance presso la rôcca, lo invitava ad
-abboccamento; egli scendea volentieri ed ascoltava senza raccapriccio i
-giri di parole che conduceano a due proposte: rendere Castrogiovanni e
-farsi cristiano. Dubbiò solo intorno il modo di compiere il tradimento
-e l’apostasia, senza rischio di lasciarci la pelle: alfine, trovato
-rimedio a questo, accomiatossi dal Conte, il quale se ne tornava tutto
-lieto a Girgenti. Nè andò guari che il normanno con fortissimo stuolo
-chetamente s’avviava alla volta di Castrogiovanni; nascondeasi in un
-luogo appostato già col musulmano; e questi, fatti montar in sella suoi
-cavalieri, traendosi dietro su i muli quanta altra gente potè, quasi
-a tentare impresa di gran momento, uscì di Castrogiovanni, li menò
-diritto all’agguato. E que’ fur tutti presi; egli accolto a braccia
-aperte. Allor muovono i Cristiani alla volta della città; la quale
-priva de’ difensori più forti, si arrende a patti, e Ruggiero vi pone
-a suo modo castello e presidio. Ibn-Hamûd poi si battezzò, impetrato
-da’ teologi del Conte di ritenere la moglie ch’era sua parente ne’
-gradi permessi dal Corano, vietati dalla disciplina cattolica. Ma non
-tenendosi sicuro de’ Musulmani in Sicilia, nè volendo che Ruggiero pur
-sospettasse di lui in caso di cospirazioni o tumulti, il cauto e vile
-Ibn-Hamûd chiese di soggiornare in Terraferma; ebbe da Ruggiero certi
-poderi presso Mileto e quivi lungamente visse vita irreprensibile, dice
-lo storiografo normanno.[384]
-
-Ultima resistè con le armi la città di Butera; ultima s’arrese Noto.
-Fortissima l’una di sito, fertilissima di territorio, prosperò sotto
-la dominazione musulmana; incivilita al par che ricca, patria di un
-elegante poeta, il quale nella prima metà del secolo seguente ornò la
-corte di re Ruggiero in Palermo. Il conte Ruggiero movea con l’esercito
-all’assedio di Butera in su l’entrar d’aprile del mille ottantanove;
-la strignea da tutti i lati; apprestava le macchine a battere il
-castello, quando ebbe avviso che papa Urbano secondo, venuto in Sicilia
-a trattare secolui gravissimo negozio, sostava alla corte in Traina.
-Donde Ruggiero, lasciata ai suoi capitani la cura della guerra, andava
-ad abboccarsi col papa; e quando questi partì, gli offria ricchi doni.
-Ritornato al campo sotto Butera, ebbela a patti; messe presidio nel
-castello e mandò in Calabria i più potenti cittadini. Nel febbraio
-del mille novantuno, stando egli a Mileto, veniano oratori di Noto a
-profferire la sottomissione; la quale egli accettò, francando la città
-di tributo per due anni e rimandò co’ legati il figliuolo Giordano,
-che occupasse il castello. La moglie e il figliuolo di Benavert si
-rifuggivano allora in Affrica.[385]
-
-Insignoritisi per tal modo i Normanni dell’isola tutta, Ruggiero
-navigò lo stesso anno millenovantuno al conquisto di Malta, dalla
-quale cominciar volle, scrive il biografo, a soggiogare novelle
-province oltre il mare, per isfogar quella sua brama di acquisti e
-quel bisogno ch’egli sentia di muoversi, affaticarsi, guerreggiare.
-Mentre apparecchia la spedizione e chiamavi i suoi baroni, gli vien
-detto che Mainieri di Acerenza, richiesto da lui d’un abboccamento,
-avea risposto al messaggero: io nol rivedrò in viso che quando avrò
-da fargli del male. Acceso d’ira a cotesta ingiuria, il conte ripassa
-incontanente in Terraferma; Pietro di Mortain lo segue entro otto
-dì con un esercito levato in Sicilia, pieno forse di Musulmani; col
-quale Ruggiero muove in fretta contro Acerenza, la stringe di assedio,
-sì che Mainieri scendea a chiedergli perdono, ed ei lo multava di
-mille soldi d’oro. Pria di ritornare in Sicilia, diè il guasto al
-territorio di Cosenza che avea disdetta la signorìa del favorito Duca
-di Puglia. Poi comanda ch’entro quindici dì si adunino le genti e le
-navi al Capo Scalambri[386] che difende da ponente il porto detto di
-Longobardo, la Caucana di Tolomeo e di Procopio, donde Belisario era
-passato al racquisto di Malta quattro secoli avanti di lui. Del mese
-di luglio andovvi il Conte, vigoroso e verde, che non gli pesavano
-i sessant’anni ed avea tolta testè la terza moglie. Pregandolo il
-figliuolo Giordano che gli concedesse di capitanare l’oste, forte ei se
-ne adirò; disse che essendo primo nel partaggio degli acquisti, primo
-entrar voleva anco ne’ rischi e ne’ travagli; e comandò al figliuolo
-che nell’assenza sua girasse la Sicilia con grosso stuolo, senza posare
-mai in città murata o castello. Di che l’ambizioso giovane piangea di
-rabbia. Ruggiero, fatto dar nelle trombe e negli strumenti di musica,
-de’ quali par avesse composta una banda con valenti suonatori, fatto
-salpare le ancore e scior le vele, approdò a Malta, al secondo giorno
-di navigazione: prima tra tutte la sua nave, primo egli a sbarcare
-co’ tredici cavalieri che soli avea seco: scaramucciando co’ Musulmani
-aspettò l’arrivo delle altre navi, e con le genti dormì su la spiaggia.
-La dimane, sparge i cavalli per la campagna; muove contro la città
-col grosso dell’oste. Ma il _Kaid_ e gli abitatori non usi alle armi,
-si affrettavano a venire a parlamento, si sforzavano a raggirarlo; nè
-potendo vincerlo d’astuzia più che di forza, pattuivano di liberare
-tutti i prigioni cristiani, consegnare armi, cavalli e tutt’arnesi di
-guerra, pagare incontanente una grossa taglia e indi tributo annuale,
-tenendo la città a nome del conte Ruggiero e prestandogli giuramento
-di fedeltà. Ruppero in lagrime i guerrieri cristiani, quando i prigioni
-sciolti da’ ceppi lor si fecero incontro, cantando il _Kirie eleison_,
-recando in mano le croci, qual di legno, qual di canna, come ciascuno
-avea potuto farsene; e gittavansi a’ piè di Ruggiero. Il quale li
-scompartì tra tutte le navi quando salparono per tornare in Sicilia,
-e temea non calassero al fondo per troppo peso; ma seguì il contrario
-effetto, così il Malaterra, chè il nuovo carico le rendea tanto
-leggiere da levarsi sul pelo delle acque un cubito più che all’andata.
-Cammin facendo, senz’altri miracoli, sbarcarono al Gozzo; la
-saccheggiarono, la assoggettarono al dominio di Ruggiero. Questi poi,
-toccata la terra di Sicilia, adunava i prigioni cristiani di Malta,
-loro accordava la libertà; offria terreni e strumenti di agricoltura
-ed esenzione perpetua dalle tasse ed angherie e che lor edificherebbe
-una città a bella posta, con nome di Villafranca, s’eglino rimanessero
-in Sicilia. Ma amaron meglio di ritornare ciascuno a casa sua. Per
-liberalità del conte, erano traghettati gratuitamente oltre il Faro;
-sì che andarono spargendo per ogni luogo, il valore e la larghezza
-del liberatore.[387] Con questo atto di carità coronava Ruggiero il
-conquisto della Sicilia, compiuto a Malta in persona, com’egli in
-persona lo avea cominciato a Messina, trent’anni innanzi.
-
-
-
-
-CAPITOLO VII.
-
-
-Il vincitore, quasi antico e natural principe, resse l’isola
-tranquillamente ne’ dieci anni che seguirono, mentre pur la società
-dall’imo al sommo si rimescolava; mutandosi la popolazione, le
-proprietà, le condizioni civili, i costumi, le usanze, i magistrati
-le leggi, la religione. Sola rivolta de’ soggiogati fu quella di
-Pantalica: grossa città in quel tempo, fortissima per lo sito in una
-roccia tutta stagliata, bagnata dall’Anapo, abitata in età remotissima
-da un industre popolo, che incavò quasi un alveare di nicchie nella
-parete liscia del masso.[388] I Musulmani di Pantalica nell’anno
-millenovantatrè dell’èra volgare, tumultuavano, ebbri di gioia,
-sentendo la morte del temuto signor feudale del luogo, Giordano,
-figliuolo del Conte. Questi, ch’era sopraccorso a Siracusa all’annunzio
-della malattia di Giordano e l’avea trovato estinto, celebrate appena
-le esequie, mosse contro i ribelli con gli stanziali della sua guardia;
-chiamò al servigio le milizie de’ baroni: superata la difficoltà de’
-luoghi e l’ostinazione dei difensori, impiccò per la gola i caporioni;
-punì altri con varii tormenti; cavò la pazzia a questa città,
-conchiude, brutalmente, il Malaterra. Narrando, con ciò, come alla
-morte di Giordano i Cristiani che si trovavano in Siracusa avessero
-pianto amaramente per desiderio del prode giovane, e compassione del
-misero padre, e come i Musulmani del luogo non avessero saputo frenare
-le lacrime, ei nota, maligno, che furono lagrime di convulsione, non
-già d’amore.[389]
-
-Matto dunque chi resiste, perfido e vile chi si acconcia: così alla
-corte normanna si ragionava. Il signore, operando più savio che non
-parlassero i cortigiani, non si affidò al solo terrore. Vedea quella
-generazione, decimata dalle guerre e dagli esilii, stanca de’ piccoli
-tiranni, non chieder altro che riposo e giustizia. E l’uno e l’altro
-ei le diè; e ne ottenne che i Musulmani, se non lo amarono, lo tennero
-necessario a loro prosperità; l’ubbidirono, anzi lo secondarono,
-procacciando insieme col proprio l’utile di lui. Dell’incivilimento
-degli abitatori musulmani, latini e greci, ei raccolse una quantità di
-forza, che s’era sterilmente consumata per l’addietro. Ei trasse danari
-e soldati dai Musulmani più che dagli altri, perchè erano di gran
-lunga più numerosi e più industri, più compatti in lor ordine sociale,
-più ubbidienti al principe. Maneggiando tal forza, ei prevalse sugli
-altri feudatarii normanni. Con la fama ch’egli avea ben meritata d’uom
-di guerra e di Stato, savio, giusto, religioso, con la possanza della
-mente e dell’animo suo, tenne il primato nell’Italia a mezzogiorno del
-Tevere e contò tra i monarchi d’Europa.[390]
-
-A lui si volsero tutti gli sguardi alla morte di Roberto; quando
-chi parteggiò per l’uno chi per l’altro figliuolo, ma ciascuno pensò
-veramente ai fatti suoi proprii, e dimostrossi, dice il Malaterra,
-la slealtà di molti Pugliesi.[391] Slealtà, nel costui linguaggio,
-significava impazienza del giogo normanno, chè giogo egli stesso il
-chiama; significava ricusare il tributo e il servigio che il duca,
-all’uso normanno,[392] richiedea dalle città, le quali un tempo
-elessero console il capo de’ condottieri; richiedea da’ condottieri
-che chiamarono un compagno a capitanare tutte le forze in guerra.[393]
-Il vero è che cittadini longobardi o calabresi, e baroni normanni e
-italici, rivendicavano loro diritti usurpati da Roberto e usavano
-la discordia de’ costui figliuoli: donde Ruggiero, novello duca,
-dovea ad un tempo difendersi da Boemondo e domare le città e baroni
-ricalcitranti, adoperando armi della stessa tempra che le loro,
-inefficaci e mal fide.[394] Gli stese allor la mano il conte Ruggiero,
-il quale avea promesso, dicono, a Roberto di mantener quell’ordine di
-successione,[395] ed era partecipe dell’intento politico che lo dettò:
-mostrare, com’io penso, alla Puglia un principe di schiatta longobarda
-per via della madre, talchè i soggetti gli ubbidissero più volentieri,
-gli estranii di Benevento e Capua lo desiderassero. Si notò, in
-vero, la condiscendenza del novello duca verso i Longobardi.[396]
-Intanto i fatti rivelano il disegno, forse l’accordo, fermato tra’
-due Ruggieri: che il Duca cedesse del tutto al Conte la Sicilia, le
-Calabrie e fors’anco lo favorisse nell’acquisto d’altri territori
-più settentrionali; e il Conte prestasse a lui le armi per costituire
-un sol principato di lì al Garigliano e al Tronto. Combacia con tal
-disegno il detto di Malaterra, che alla nascita di Simone (1093)
-successore immediato del Conte, fu certo il futuro duca di Sicilia
-e di Calabria, per l’assentimento del duca Ruggiero di Puglia.[397]
-Dalle quali parole e’ sembra che siasi trattato, se pur non fermato
-con carte, di costituire in Ducato i dominii del Conte; il qual disegno
-verosimilmente tornò vano per difficoltà della corte papale. Per opera
-del conte Ruggiero fu esaltato (1085) al trono ducale il nipote; il
-quale gli diè per arra la metà delle castella di Calabria, riserbata
-a Roberto nel primo partaggio.[398] Per opera sua Boemondo, a capo
-di due anni, posò le armi con magro accordo; e furono oppressi i
-baroni che alzavan la testa.[399] Ma cadute in Sicilia le ultime città
-musulmane independenti, Ruggiero adoperò, senza tema di ferirsi da
-sè medesimo, uno strumento di guerra ch’egli avea sperimentato molto
-rispettivamente in Sicilia stessa,[400] e Roberto con men pericolo a
-Roma; e che, in mano de’ suoi successori, battè per un secolo e mezzo
-i paesi meridionali di Terraferma. Volendo il Duca ridurre la città di
-Cosenza, il conte Ruggiero, del millenovantuno, conduce a campo sotto
-quella città, insieme con le milizie feudali, parecchie migliaia di
-Saraceni di Sicilia; dispone l’assedio a suo modo; e quando i Cosentini
-voglion calare agli accordi, lui chiaman arbitro. In merito del quale
-aiuto il Duca gli concedea mezza la città di Palermo. Egli, andatovi
-immantinenti, afforzato un castello nella sua parte di città, seppe
-sì bene ordinare l’amministrazione comune delle pubbliche entrate, o
-con tal durezza fiscale aggravare i cittadini, che il Duca incominciò
-a ritrarre dalla sua metà maggior frutto che pria non gli avesse reso
-l’intero.[401]
-
-Molte altre migliaia di Musulmani veniano col Conte a Castrovillari,
-insieme con cavalli e fanti cristiani, a soccorrere il duca Ruggiero
-nella pericolosa ribellione di Guglielmo di Grantimesnil (1094):
-Musulmani, leggiamo, di Sicilia e di Puglia;[402] ond’e’ sembra che
-ne fossero stati tramutati in quella provincia, e allogati in alcun
-feudo del conte, sia a dirittura dalla Sicilia, sia dopo una sosta in
-Calabria.[403] Ventimila Saraceni, come è scritto in una cronica,[404]
-seguivano il Conte all’assedio d’Amalfi (1096) dove chiamollo il Duca,
-promettendogli una metà della terra se la espugnassero. Ma accadde una
-grande sventura, dice il monaco Malaterra: sparsa voce nel campo che
-papa Urbano avesse bandita la guerra de’ Luoghi Santi e che vi corresse
-tutta l’Europa, quell’ambizioso di Boemondo, si fe’ attaccare una croce
-su le vestimenta; la gioventù per vaghezza di cose nuove gli corse
-dietro a gara; e lasciaron lì il Duca e il Conte, con sì poche forze
-che furono costretti a levare l’assedio.[405]
-
-Crebbe tanto nel millenovantotto il numero dei Musulmani levati in
-Sicilia, che lo storiografo afferma non aver il Conte mai capitanato
-più grosso esercito. Quando furono posti gli alloggiamenti a San Marco
-di Calabria, pareano innumerevoli le brune tende dei Saraceni;[406]
-si vedean le colline coperte di lor buoi, pecore, capre, come se vi
-pascolassero insieme le greggi di Laban e di Giacobbe. Capua avea
-disdetta l’obbedienza al principe Riccardo, della casa normanna
-d’Aversa; il quale, non potendo osteggiarla con le sue proprie forze,
-avea chiesti aiuti al Duca, offrendogli omaggio feudale, e al Conte
-promettendo di procacciargli, non so in che guisa, l’acquisto di
-Napoli. Allettato dalla quale speranza, pregato caldamente dal Duca,
-Ruggiero aveva assentito. Condotte le sue genti, quasi tribù nomadi,
-in guisa che loro non mancasse mai pastura per le greggi, strinse Capua
-con molta arte di guerra; costruì per uso degli assedianti un ponte di
-legno sul Volturno; sopravvide ei medesimo assiduamente ogni fazione
-di guerra; sì che la città alla fine sottometteasi.[407] Tanto cospicuo
-egli apparve in quest’assedio, che la leggenda monastica gli riferì un
-miracolo: fe’ calare un angelo sotto le sembianze di San Brunone, ad
-avvertirlo in sogno che Sergio, condottiero di dugento soldati greci
-del suo esercito, stesse per introdurre il nemico nel campo.[408]
-
-Del rimanente le memorie ecclesiastiche narrano del conte Ruggiero,
-nella stessa impresa di Capua, un episodio per nulla edificante.
-Sant’Anselmo arcivescovo di Canterbury, fuggendo l’ira di Guglielmo II
-d’Inghilterra, venuto era in Italia per faccende non sappiam se della
-Chiesa o del mondo; e invitato, dice il suo discepolo Eadmero, dal duca
-di Puglia, soggiornava nel campo sotto Capua, quando capitovvi Urbano
-secondo. Il dotto arcivescovo, gareggiando di riputazione col papa e
-attirando a sè ogni maniera di gente devota o curiosa, non isdegnava
-i visitatori Musulmani, li adescava anzi con suoi camangiari;[409]
-e tanto con loro si addimesticò, che soleva andare a visitarli negli
-alloggiamenti loro, appartati da quelli de’ Cristiani; e v’era accolto
-con giubilo e benedizioni e i mansueti Infedeli non potendo tutti
-appressarsi, gli si prosternavano da lungi; a loro usanza, scrive
-Eadmero, baciavano le proprie mani accennando d’inviare i baci al santo
-uomo. Insinuatosi per tal modo a discorsi più gravi, credette Anselmo
-che parecchi avrebbero rinnegato l’islam, se non avessero temuta la
-crudeltà del Conte, solito a punire severamente chi di loro si facesse
-Cristiano. «Perchè il Conte così operasse, nol voglio indagare e se la
-vegga egli con Dio» conchiude il frate inglese.[410] Nè potremmo noi
-indagarlo, senza sapere appunto se l’arcivescovo abbia ben comprese
-o fedelmente riferite le risposte, e se i Musulmani gli abbiano
-parlato da senno. Il racconto di Eadmero prova pure che l’aristocrazia
-ecclesiastica di quel tempo, sommessamente accusava il conte di troppa
-tolleranza e nessuna disposizione a seguire i pregiudizii religiosi,
-più tosto che l’utilità dello Stato. E che ben si apponessero, si
-scorge da quel dispetto del Malaterra contro Boemondo e’ suoi seguaci
-della Crociata. Non altrimenti pensavano i Musulmani, come si vede da
-un singolare racconto d’Ibn-el-Athîr.
-
-Il quale, facendosi a dir della presa d’Antiochia, rintraccia, non
-senza acume, i primordii delle Crociate nell’occupazione di Toledo
-(1086) e altre città di Spagna pe’ Castigliani; nel conquisto
-normanno della Sicilia; negli assalti degli Italiani su la costiera
-d’Affrica.[411] La sintesi che il guidava nelle tenebre della storia
-occidentale, col solo barlume del nome de’ Franchi e dell’impero,
-lo porta indi a supporre che un Baldovino, re dei Franchi, vago di
-conquisti, avesse invitato il conte Ruggiero a un’impresa in Affrica.
-Ma consultando co’ suoi ottimati, e vedendoli plaudire ciecamente
-a quel partito, Ruggiero con un atto molto laido e villano,[412]
-rispose che il loro consiglio non valea più che tanto. «Tralascio la
-molestia, ripigliò, tralascio la spesa del fornir a’ Franchi navi
-da trasporto e un grosso di soldati; ma non riflettete voi che, se
-tenessimo l’invito, saremmo sempre perdenti, anco vincendo? Vincendo,
-ecco stanziati i Franchi in Affrica, ecco rapito da loro alla Sicilia
-il commercio ch’essa vi fa: e per lo primo la ricca tratta de’ grani!
-Non vincendo, ecco Temîm, che visto venire i Franchi dalla Sicilia e
-quivi ritrarsi, ci chiama a ragione sleali, disdice il trattato: ed
-ecco tronche le relazioni nostre con l’Affrica, le quali a noi giova
-mantenere, finchè non possiamo mettere insieme tante forze da provarci
-noi soli al conquisto!» Chiamato indi l’oratore di Baldovino, gli
-rispondea Ruggiero non poter dare aiuto, sendo vincolato da trattati
-con l’Affrica; che se i Franchi bramavano di mercar lode combattendo
-contro i Musulmani, si volgessero più tosto alla liberazione dei
-Luoghi Santi.[413] A prima vista quel cenno dei disegni su l’Affrica
-e quel nome di Baldovino, darebbero sospetto di un anacronismo del
-compilatore, che avesse scambiato il conte Ruggiero col re, e la prima
-con la seconda crociata. Ma sendo gli scrittori musulmani molto bene
-informati de’ costumi e imprese del re Ruggiero, più verosimile e’ mi
-sembra il supposto che la tradizione tornasse veramente a’ tempi del
-padre, e che i Musulmani contemporanei del re, senza fingere da capo a
-fondo la ripugnanza del conte e l’energia plebea con che l’esprimea,
-avesservi aggiunti i particolari ov’è detto dell’Affrica. Può darsi
-anco che la tradizione musulmana abbia confusi due rifiuti simili
-del vecchio conte: quello a’ Pisani ed a’ Genovesi che l’invitavano
-all’impresa di Mehdia[414] e quello a tutta l’Europa quando gridò la
-prima volta: Iddio lo vuole!
-
-Comunque giudicasse il volgo dell’undecimo secolo la indifferenza
-religiosa di Ruggiero, il sacerdozio era disposto a perdonargli ogni
-cosa. Reggeano ormai la Chiesa gli adetti di alcune scuole vescovili
-di Francia e di Germania e sopratutto i monaci di pochi ordini
-potentissimi per riputazione di santità e dottrina, e non meno per
-ricchezze, parentele e séguito appo i grandi; com’era stato poc’anzi
-il monastero di Monte Cassino, com’erano tuttavia, prevalendo il genio
-ecclesiastico della Francia, quei di Fleury, del Bec e di Cluny: vivai
-di papi, prelati, ministri di Stato; centri di maneggi politici, dove
-la potenza mondana era il fine, la religione il mezzo, e la corte
-di Roma il centro di gravità. Era nata cotesta scuola politica da un
-secolo in circa, mentre i laici, nobili e plebei, deliravano tra vani
-terrori, pasceansi di superstizioni; e i molti ignoranti del clero
-accoppiavano la credulità all’impostura. Scuola di savii che voleano
-usare l’altrui semplicità ad effetto grande e santo a prima vista:
-far comandare l’intelletto alla forza; guidare con unità di consiglio,
-nella via della Fede, della morale, del ben pubblico, quella società
-feudale eterogenea e disgregata che fermentava per tutta Europa.
-La quale scuola, trascinata dagli interessi, divenne setta; e, come
-disarmata, adoperò necessariamente l’ambito e le astuzie; preferì gli
-effetti alle teorie, accomodò la morale ai propri intenti, si insinuò
-nelle corti, trattò matrimonii, intavolò negoziati politici, promosse
-l’uno, rovinò l’altro, stese un paretaio da chiappare donazioni d’ogni
-maniera: lo Stato della contessa Matilde, come il bottino di Roberto
-Guiscardo.
-
-I precursori de’ Gesuiti, nell’undecimo secolo, non erano uomini da
-accendersi d’intempestivo zelo contro Ruggiero, mentr’egli in Sicilia
-rifabbricava chiese, fondava monasteri e vescovadi, arricchiva il
-clero, lo adoperava nelle faccende civili; mentre in Terraferma ei
-veramente ereditava la potenza di Roberto. Urbano II, rampollo di
-Cluny, discepolo d’Ildebrando, salito alla cattedra di S. Pietro
-(settembre 1087) tra le minacce d’Arrigo IV e d’un antipapa, si mostrò
-osservantissimo verso il conte; ancorchè questi, com’e’ parmi, ambisse
-più che il papa non voleva o non potea concedergli.[415] E prima Urbano
-andava appo lui in Sicilia (1089) per trattare, scrive il Malaterra,
-d’un accordo con la Chiesa Costantinopolitana;[416] ma piuttosto, credo
-io, de’ riti della Chiesa greca di Sicilia e di Calabria e in generale
-dell’ordinamento ecclesiastico nell’isola; o più che tutto questo,
-degli interessi della corte romana in Terraferma.[417] Il silenzio
-serbato dal cronista per parecchi anni su le cose della corte di Roma,
-fa supporre che Ruggiero non si lasciò menare dal papa, finchè ei non
-vide il destro di guadagnar potenza e splendore. Perchè il papa lo
-sollecitò (1095) a dar una sua figliuola a Corrado, figlio d’Arrigo IV,
-ribellatosi dal padre ed ajutato dalla Chiesa; il quale, per diffalta
-di danari, mal reggeasi contro la parte imperiale in Italia. Ma il
-cauto normanno, vedendo che si volea soprattutto la dote, non assentì
-di leggieri: il persuasero bensì i suoi ottimati, massime Roberto
-vescovo di Traina, il quale com’italiano, dice il Malaterra, ben sapea
-le condizioni delle cose nell’Italia di sopra e quale assegnamento
-far si potesse in Corrado.[418] E Roberto o sapea poco, o ingannò il
-suo signore. Par che altri denari si sperassero dopo la dote: e forse
-Ruggiero ne diè allora in sussidio alla corte pontificale, come poscia
-nel 1100 quand’egli somministrava mille once d’oro a Pasquale II,[419]
-poichè Urbano con ogni maniera di ossequio cercò quasi la grazia di
-Ruggiero, non ostante l’avversione di lui alla Crociata. All’assedio
-di Capua (1098) arrivò il papa a pregarlo non esponesse la sua vita,
-tanto necessaria a Roma e all’Italia, perchè egli era il terrore de’
-tristi.[420]
-
-Ritornato il Conte dopo l’impresa di Capua a Salerno, Urbano l’andò a
-trovare per trattare secolui gravi negozii, pria ch’e’ ripartisse alla
-volta di Sicilia; e tanta premura ebbe di antivenire la sua visita,
-ch’ei lasciò aspettare gli Arcivescovi apparecchiati col clero a
-condurlo in processione alla chiesa di San Matteo. Il dì appresso egli
-accordava alla corona di Sicilia il privilegio dell’Apostolica Legazia,
-del quale diremo nel capitolo nono, trattando la costituzione dello
-Stato. Vuolsi qui notar solamente che il papa avea nominato Legato in
-Sicilia, senza saputa del Conte, quel Roberto vescovo di Traina, del
-quale si è fatta parola poc’anzi: e che Ruggiero mal soffriva l’atto
-della romana corte, fors’anco la persona di Roberto, e minacciava di
-non accettarlo: onde il papa, per gratificare colui che con tanto zelo
-avea servito alla fede cristiana, cassò la elezione e istituì Legato
-perpetuo il Conte stesso e i suoi successori. Così il Malaterra.[421]
-Urbano nella bolla di concessione, ricorda con somiglianti parole,
-la grazia divina avere accordato trionfi ed onori alla saviezza di
-Ruggiero; il suo valore aver ampliata la santa Chiesa sopra i Saraceni;
-e la sua virtù essersi mostrata in molte guise devota all’apostolica
-sede. Pur non è chi non vegga come quel singolare privilegio fosse
-dovuto non meno ai meriti religiosi del conte, che alla sua potenza
-politica, al bisogno che avea il papa di lui, e al saldo proponimento
-con che seppe serbar interi i diritti del principato, o meglio
-direbbesi della società laica, ch’egli avea appresi da Cristiani di
-Calabria e di Sicilia seguaci della Chiesa greca; e poi li sostenne col
-coraggio di una religione virile, di un sano intelletto, liberatosi di
-molte ubbie settentrionali nei quarant’anni ch’egli avea praticato co’
-Musulmani, co’ Bizantini e co’ gesuiti di quella età.
-
-Su l’apice della fortuna, la morte il colse a dì ventidue giugno
-del millecentuno, nel settantesim’anno dell’età sua;[422] felice
-anco in questo, ch’ei vedeva assicurata la successione del dominio
-a’ suoi proprii figliuoli. Molte figliuole ebbe Ruggiero, maritate
-altre a feudatarii altre a principi: Busilla a Coloman re d’Ungheria
-(1097);[423] Costanza a Corrado re d’Italia figliuolo d’imperatore
-(1093);[424] Matilde a Raimondo conte di Tolosa e di Provenza
-(1080);[425] Emma a Roberto conte, di Clermont, dopo che l’avea chiesta
-Filippo I di Francia per cupidigia della dote.[426] Ma dei maschi
-legittimi par che il solo Goffredo vivesse nel milleottantanove,
-quando, perduta la seconda moglie Eremberga, il conte sposava Adelasia;
-dava a una costei sorella Giordano, all’altra promettea Goffredo,
-fanciullo e infermiccio, tal che ebbe ad entrare piuttosto in un
-chiostro.[427] La morte di Giordano pertanto metteva in forse la
-successione, allorchè Adelaide partorì (1093) Simone[428] e quindi
-(1095) Ruggiero.[429] Trapassava così il vecchio conte con la speranza
-di lasciare alla sua schiatta la Sicilia e la Calabria costituite
-in ducato; nè presagiva egli al certo che, a capo di trent’anni, vi
-sarebbe aggiunto il retaggio di Roberto Guiscardo, quel della casa
-d’Aversa, la repubblica di Napoli, la costiera d’Affrica e una corona
-reale.
-
-Or diremo particolarmente di quest’Adelaide, il governo della quale e
-la sua gente stanziata in Sicilia rassodarono l’opera del fondatore.
-Secondo il Malaterra, ell’era figliuola d’un fratello di Bonifazio,
-famosissimo marchese degli Italiani.[430] Con le medesime parole
-è designata in certi versacci latini attribuiti al contemporaneo
-frate Maraldo;[431] l’Anonimo, contemporaneo del re Ruggiero, la
-chiama Adele marchesa, nata nelle parti di Lombardia del nobilissimo
-sangue di Carlomagno, educata con singolar cura e informata a nobili
-costumi;[432] e Odorico Vitale, della età stessa dello Anonimo, la
-dice Adele, figliuola di Bonifazio ligure.[433] Donde il Pirro e il
-Muratori tennero verosimile che quel Bonifazio fosse il supposto
-marchese di Monferrato di tal nome:[434] e, s’e’ non toccarono
-il segno, se ne scostarono di poco, perocchè liguri e lombardi si
-chiamarono allora indistintamente gli abitatori di quella provincia.
-Veramente le vicende del Monferrato dal mezzo del duodecimo secolo in
-su, duravano oscurissime infino a questi dì nostri e favolose in parte
-le genealogie.[435] Rischiarò il campo, or son pochi anni, Giulio de
-Conti di San Quintino, mettendo da canto le moderne tradizioni locali
-e affidandosi a’ soli diplomi;[436] se non che la critica troppo
-meticolosa lo condusse al grave errore di far due famiglie diverse di
-una che compariva in carte diverse con nomi e condizioni pressocchè
-identiche. Ma è giudicato oramai cotesto errore. E due uomini
-eruditissimi nelle storie italiane del Medio evo, il nostro Cornelio
-De’ Simoni, dico, e Teodoro Wüstenfeld da Gottinga, hanno ricostruite
-felicemente le serie dinastiche e il diritto pubblico di quel paese,
-fondando l’edifizio su dotte e savie supposizioni, là dove mancano gli
-attestati positivi e seguendo il metodo che adoperò il Muratori per
-illustrare la Marca contigua, la quale racchiudea Genova, Tortona e
-Milano. I lavori pubblicati dal De Simoni, e le lettere scrittemi dal
-Wüstenfeld forniscono le seguenti notizie su la famiglia dell’Adelaide
-madre di re Ruggiero.[437]
-
-Misurando una ventina di miglia su la riviera di Ponente in guisa
-che Savona si ritrovi nel mezzo, e prendendo sulla sponda dritta del
-Po quel tratto che dal confluente del Tanaro risalisce fino a Verrua
-sopra Casal Monferrato, avremmo i due lati minori del trapezio, che
-al tempo di Otone primo, costituì una delle Marche d’Italia.[438]
-Reggeala Aleramo, conte e poi marchese, uom di legge salica; talchè
-potremmo supporlo di nazione franca e trovar qui l’origine della
-tradizione che in Sicilia il vantò nipote di Carlomagno. I discendenti
-di Aleramo, usurpata, com’accadeva allora in tutta Europa, la proprietà
-dell’ufficio di marchese, lo esercitarono in comune per parecchie
-generazioni: e da ciò, mi par nato per avventura, l’uso che nelle
-province settentrionali d’Italia si dia per urbanità il titolo della
-famiglia a tutti i figliuoli; mentre ne’ paesi meridionali, sì come
-oltremonti lo si riserba al primogenito. E veramente nei giudizii
-e negli atti di dominio di quella Marca anteriori al millecento,
-intervengono insieme parecchi marchesi: poi, nel duodecimo secolo,
-si veggono divisi e suddivisi i territorii tra’ varii rami del ceppo
-aleramico e chiamati finalmente marchesati, ancorchè ormai tornassero
-a mere contee, le quali talvolta non oltrepassarono l’ordinario
-territorio giurisdizionale d’un visconte. Così nacquero i marchesati
-del Vasto, Incisa, Busca, del Carreto, del Bosco, Ponzone, Monferrato,
-Occimiano, Albenga, Ceva, Clavesana, Cortemiglia, Loreto.
-
-Già a mezzo dell’undecimo secolo, separate le due parti estreme
-della Marca, veggiam tre fratelli, Otone, Manfredo e Anselmo, giurare
-insieme e con uguale titolo, un patto con Savona; la quale tendendo
-al reggimento municipale, svincolavasi come potea da’ Signori. Ma
-succeduto ad Otone il figliuolo Bonifazio detto del Vasto, e morti
-innanzi il 1079 Anselmo e Manfredo,[439] fratelli o figliuoli di Otone,
-Bonifazio accrebbe il territorio a scapito della Marca occidentale
-che abbracciava Torino, Asti ed altri luoghi. Disputando l’eredità di
-Adelaide di Susa a Corrado figliuolo di Arrigo IV, a Umberto di Savoja
-e al conte di Mombeliard, Bonifazio fu segno all’ira di Gregorio VII;
-parteggiò sempre per gli imperatori contro i papi; guerreggiò con
-cittadi che s’emancipavano; e imprigionato una volta, osteggiato dal
-proprio figliuolo per nome anch’egli Bonifazio, marchese d’Incisa,
-arrivò pure a scompartire un vasto dominio agli altri figliuoli. Non è
-meraviglia dunque che Malaterra il vanti famosissimo marchese d’Italia.
-Nè torna inverosimile la nobile educazione data, secondo l’Anonimo,
-all’Adelaide, figliuola orfana di Manfredo. Un fratello di Adelaide per
-nome Arrigo, ricordato ne’ diplomi siciliani al par che nei piemontesi,
-ebbe poscia alto stato in Sicilia; e forse altri rampolli di Casa
-aleramica eran venuti quivi a combattere sotto le insegne de’ Normanni:
-di certo molti nobili uomini della Marca aleramica vi tennero feudi,
-siccome più largamente sarà detto nei capitoli che seguono.
-
-
-
-
-CAPITOLO VIII.
-
-
-Convien ora esporre le condizioni politiche e sociali che i Musulmani
-sortirono nel conquisto e con essi i precedenti e novelli abitatori
-dell’isola; alla quale investigazione spianò la strada il maestro
-del Diritto pubblico siciliano, il sagace e dotto Rosario Gregorio,
-nella «Introduzione» e nei primi libri delle “Considerazioni.” Dal
-suo tempo in qua le fonti di quel tratto di storia non sono cresciute
-gran fatto. Mancano tuttavia le antiche leggi, da qualche incerto
-brano all’infuori. Tace tuttavia la cronica della corte e del campo,
-da Malaterra all’abate di Telese; cioè tra la morte del conquistatore
-e la gioventù del secondo Ruggiero: pressochè un quarto di secolo, che
-racchiude la reggenza della contessa Adelaide e forse l’assetto delle
-nuove colonie. Pur si raccatta qualche cenno nei ricordi d’altre età
-o d’altri paesi; e un po’ di luce si prende dai diplomi pubblicati o
-inediti. In grazia poi degli strumenti di critica storica, perfezionati
-nel corso di questo secolo, si cava miglior costrutto da’ materiali:
-talchè per tutti i versi dobbiamo a’ nostri tempi di potere più
-dirittamente giudicare e più liberamente scrivere, che non osasse
-il cauto prelato siciliano sotto i Borboni di Napoli, aizzati dalla
-rivoluzione francese. Or non sembri prosunzione se noi ci proviamo a
-correggere qualche parte del disegno che il Gregorio delineò, son or
-sessant’anni.
-
-Il quale avendo lavorato principalmente su’ diplomi, e sendo noi
-costretti a far lo stesso, premettiamo alcune avvertenze intorno la
-diplomatica siciliana dell’undecimo e duodecimo secolo. In primo luogo
-è da eliminare un documento accolto alcuni anni addietro nell’Archivio
-di Napoli e presentato il 1845 al congresso degli Scienziati
-d’Italia: niente meno che un editto del vecchio conte Ruggiero,
-dato il quattrocensettantaquattro dell’egira (1081), promulgato in
-pien _divano_ a Messina, per notificare ai presenti ed ai posteri
-la istituzione dei sette grandi uficii della Corona siciliana e il
-ceremoniale di corte. Il tempo, il luogo e il titolo dell’adunanza,
-la natura stessa e i termini dello statuto, ripugnan tanto ai fatti
-fondamentali della storia siciliana, da potersi rigettare quella
-scrittura senza pure guardarla. Per lo contrario, ad occhi pratici
-basterebbe guardarla senza badare al contenuto; scorgendosi una
-rozza mano moderna che si prova per la prima volta a imitare la
-scrittura arabica, o piuttosto una confusione di caratteri cufici,
-neskhi e affricani, or da carteggio plebeo, or da stile numismatico o
-monumentale; e un terzo forse de’ vocaboli, contraffatti a ghirigori;
-e ne’ luoghi leggibili tanti errori d’ortografia, di grammatica o di
-lingua, quante parole. Ai quali segni e allo stile e tendenza dello
-scritto, ben si riconosce la fattura dell’ignorante e temerario abate
-Vella, del quale facemmo parola nel primo volume.[440]
-
-Ancorchè non occorrano di tali brutture nelle carte siciliane
-pubblicate innanzi o dopo il Gregorio, egli è da usare con precauzione
-tutte quelle scritte originalmente in arabico o in greco; sendo
-la più parte pieni di errori i testi, e sbagliate o stranamente
-scontorte le versioni. Il qual vizio notai già particolarmente pei
-diplomi arabici.[441] Poco minor guasto hanno patito i greci, presi a
-deciferare da ellenisti digiuni della erudizione storica della Sicilia,
-come il Lascari, ovvero da eruditi siciliani, come il Pasqualino ed
-altri, i quali non sapeano per bene la lingua, nè la paleografia
-greca de’ bassi tempi: e il peggio è che perdutesi molte delle
-pergamene, altro non ci avanza che le infelici traduzioni stampate
-dal Pirro, dal Mongitore e da alcun altro. Nè sfugge del tutto a
-tal biasimo, il diligentissimo Tardia;[442] nè quanti han dato alla
-luce alla spicciolata de’ diplomi greci nella prima metà del secolo
-che corre.[443] Con migliori auspicii Giuseppe Spata da Palermo n’ha
-pubblicati in questi ultimi tempi una sessantina.[444] Ed è ormai
-da sperare la collezione compiuta delle carte greche e arabiche
-dell’Archivio regio di Palermo, forse di tutte quelle dell’isola;
-poichè il professor Salvatore Cusa va preparando il lavoro, e il
-Ministero della pubblica istruzione ha promesso di sovvenire alle spese
-della stampa. Userò io intanto le copie dei diplomi arabici serbati
-in Palermo, le quali debbo alla cortesia del Cusa; e le bastano già a
-mostrare il recente progresso degli studii orientali in Italia.[445]
-Oltre i materiali testè citati, v’ha qualche altro diploma greco del
-principato normanno di Sicilia e di Calabria nell’ampia ed accurata
-raccolta napoletana, data non è guari dal Trinchera.[446] Quanto ai
-diplomi latini dell’epoca stessa, pochi ne sono venuti alla luce dopo
-i tempi del Gregorio[447] e gran numero dorme tuttavia negli archivi
-pubblici o ecclesiastici dell’isola: del che mi duole, ma non temo sia
-per tonarne gran danno, poichè le memorie latine de’ principi normanni
-furono sempre studio prediletto in Sicilia e il Gregorio adoperò molto
-le inedite.
-
-Allo scorcio dell’undecimo secolo rimaneano al certo nell’isola,
-non piccola parte della popolazione, gli antichi abitatori italici
-ed ellenici[448] ai quali par che accenni il Malaterra con le
-denominazioni di _cristiani_ e _cristiani greci_;[449] e meglio li
-distingue l’Amato con quelle di _cristiani_ e _cattolici_, che hanno
-appo lui significato contrario all’odierno, designando la prima
-i popoli italici e oltramontani seguaci della Chiesa romana, e il
-vocabolo _cattolici_ i Greci di lingua o di setta.[450] La scarsezza,
-in vero, dei ricordi, la somiglianza de’ nomi proprii tra i Bizantini
-e i Siciliani e tra questi e gli abitatori di Terraferma infino al
-Garigliano, la promiscuità di soggiorno delle genti diverse nelle
-medesime città e talvolta negli stessi villaggi, rendono difficile
-a confermare con altre prove la durata di quelle due schiatte; la
-quale sarebbe sempre da supporre, quand’anche non l’attestassero i
-cronisti. Pur si ritrovano indizii dell’origine, ne’ nomi di quelle
-poche centinaia di villani di Aci, Catania, Cefalù e di qualche terra
-in provincia di Palermo, de’ quali ci avanzano, per caso rarissimo,
-le platee, ossiano ruoli, distesi allo scorcio dell’undecimo secolo
-e nella prima metà del duodecimo. Quivi tra i molti Mohammed, Alì,
-Abd-Allah e altri nomi musulmani; tra i Basilii, Teodori, Nicola-ibn
-Leo, Nicola Nomothetis e simili di forma greca, occorrono de’ nomi
-più comuni in Italia: Pietri, Filippi, Gennari e de’ casali di conio
-latino, Campalla, Donas o Donus, Bambace, Diosallo, Subula, Lancias,
-Pitittu,[451] Zotico e Zotica,[452] Currucani,[453] Mesciti, Notari,
-Luce, La Luce e un Pietro Saputi. Cotesti servi della gleba non erano
-venuti di certo dalla Terraferma co’ vincitori. Notisi inoltre che il
-nome patronimico, latino o greco, è accompagnato spesso da nome proprio
-arabico: Jéisc-ibn-Gelasia, Ahmed-ibn-Roma, o Romea, Jûsuf-ibn-Caru,
-Jusuf-ibn-Gennaro, Omar-ibn-Crisobolli, Mohammed-Gebasili,
-’Isa-ibn-Giorgir, Abd-er-Rahman-ibn-Francu, Hosein-ibn-Sentir; e
-veggiam perfino de’ soprannomi, Alì-ibn Fartutto, Ali Strambo, Mohammed
-Pacione. Dond’e’ si argomenta che parecchi villani musulmani fossero
-d’origine greca e italica. La mescolanza delle schiatte comparisce anco
-da’ nomi di cittadini e villani in altri luoghi.[454]
-
-Sappiam ora come si debba intendere l’affermazione d’Ugone Falcando
-che i villani di Sicilia fosser tutti Greci o Saraceni.[455] Corso un
-secolo dalla età dell’Amato e del Malaterra, s’era dileguata, parmi, la
-distinzione degli indigeni in cristiani e cattolici, ossiano italici e
-greci. Dileguata per lo scarso numero de’ primi e perchè l’ignoranza,
-i pregiudizi e l’orgoglio della dominazione portavano gli abitatori
-novelli, oltramontani e italiani di Terraferma, a chiamar tutti insieme
-Greci gli antichi abitatori che non fossero musulmani. E scarseggiavano
-gli indigeni d’origine italica, perchè la più parte, fatti musulmani,
-come già notammo,[456] contavano tra’ Saraceni. L’è verosimile poi
-che, tra i due segni apparenti della nazionalità greca, il rito cioè
-e la lingua, la comune degli uomini s’appigliasse piuttosto al rito;
-donde si perdonava la lingua d’Omero a’ Greci uniti alla Chiesa di
-Roma, quei per esempio delle regioni dove il conte Ruggiero fondò i
-suoi monasteri basiliani: e lasciavasi l’ingrato nome di Greci a’ soli
-scismatici, e però ai contadini, i Pagani del linguaggio cristiano,
-che furono sempre sì tardi a seguire i mutamenti religiosi delle città.
-L’error popolare del duodecimo secolo ingenerò un altro errore appo gli
-eruditi, quando rinacquero in Europa gli studii storici, senza che si
-potesse approfondire per anco l’etnologia: nel qual tempo coincise appo
-i dotti italiani che l’amor patrio vaneggiasse in speculazioni puerili.
-Non è maraviglia se allora gli scrittori dell’isola si compiacquer
-tanto nel supposto d’una nazione siciliana, ben diversa da que’ Greci
-i quali era vezzo comune di vilipendere: nazione ortodossa, numerosa,
-civile, e cara a’ suoi liberatori, o, secondo altri, meri ausiliari,
-i Normanni.[457] Cadde con gli altri nell’errore il Gregorio; il
-quale, dando significato legale alle frasi ascetiche o rettoriche
-dell’undecimo secolo, e confondendo Roberto Guiscardo e il conte
-Ruggiero col pio Buglione dell’epopea, scrisse: avere i conquistatori
-accordata libertà civile e franchige a’ Cristiani siciliani.[458] Ma di
-ciò tratteremo più largamente a suo luogo.
-
-I diplomi che ci avanzano, millesima parte di que’ distrutti,
-rischiarano pur la distribuzione geografica delle schiatte, non
-solamente co’ nomi proprii, ma sì col mero fatto della lingua e
-delle note cronologiche; rispondendo l’una e le altre alla nazione
-preponderante nel luogo: il latino e l’èra volgare appo le genti
-italiane ovvero oltramontane; il greco e l’èra costantinopolitana per
-le greche; l’arabico e l’egira pei Musulmani. Confermano le scritture
-per tal modo la frequenza dei Greci nel Val Demone o meglio diremmo su
-la costiera orientale e di tramontana infino a Cefalù[459] e mostrano
-che se ne trovasse un po’ per ogni luogo[460] e che nel corso del
-duodecimo secolo ingrossassero anco in Palermo, rifatta capitale.[461]
-
-Brevemente dirò delle genti semitiche. Gli Ebrei, pochi e spregiati
-da’ seguaci delle due religioni che si fondavano in su i loro libri
-sacri, non comparvero nelle vicende del conquisto, nè della dominazione
-normanna; lasciarono bensì in Sicilia, dall’undecimo al decimo quinto
-secolo, molti ricordi dell’operosità loro industriale e commerciale,
-dello zelo scientifico e della furberia che spesso lo deturpò.[462] I
-Musulmani, tra i quali sono da noverare alcuni orientali di schiatte
-ariane,[463] i Berberi[464] e perfino degli indigeni di Sicilia,
-come ricordammo or ora, erano sparsi per la più parte dell’isola. I
-ricordi storici e diplomatici, che troppo lungo sarebbe a citar qui, li
-mostrano frequentissimi in Val di Mazara, numerosi abbastanza in Val
-di Noto, radi in Val Demone,[465] e si sa che nella seconda metà del
-secolo XII furono cacciati con la forza dalle regioni interne della
-Sicilia. Non mi proverò adesso a suddividere le varie generazioni
-dei Musulmani nelle regioni dell’isola, perchè manca ogni attestato
-di scrittori, e i nomi proprii corrono per lo più senza soprannome
-etnico; oltrechè non ce ne avanzano che poche centinaia, spigolate in
-una trentina di carte arabiche, tra atti privati e platee di villani,
-e coteste carte si riferiscono a quattro soli territorii. Ci basterà
-di ritrovare tuttavia in que’ luoghi la mescolanza di schiatte, che
-notammo sotto la dominazione musulmana.[466]
-
-Tra i cittadini di Palermo, possidenti e testimonii in atti pubblici,
-ci occorrono Arabi delle tribù del Jemen: Azd, Kinda, Lakhm, Ma’âfir,
-e di Medina, e dell’Hadhramaut; Arabi delle tribù modharite: Kais,
-Koreisc, Temîm; e Berberi delle tribù di Howara, Lewata, Zegawa,[467]
-Zenata; non contando alcuni nomi etnici dubbii.[468] Una iscrizione
-sepolcrale del millesettantaquattro, ricorda inoltre un oriundo del
-Kairewân.[469] De’ nomi proprii, come Badîs e Tarakût, e gli etnici
-di Kotama e Howara, attestano che gente berbera vivesse in Cefalù;
-se non che i due primi sono villani nel contado, insieme con de’
-Giodsami del Jemen, Barrani di Bokhara o d’Ispahan, Sciami di Siria,
-Burgi o Bergi forse di Spagna, Begiawi, ossia di Bugia e Righi, anco
-d’Affrica.[470] Oltre a quelli veggiamo in Cefalù musulmani del paese
-stesso: Corleone, Sciacca, Termini e Trapani. De’ pochissimi nomi che
-si possano determinare tra’ pochi che abbiamo de’ villani in Corleone,
-tornerebbero Ibn-Abi-Ifren e un Lewati alla schiatta berbera, Dsimari
-al Jemen, Barrani a Bokhara come innanzi dicemmo; e un Melfi potrebbe
-essere italiano della città di quel nome o anco di Amalfi: inoltre vi
-ha de’ Siciliani di Girgenti e di Giato.
-
-Ma tra i numerosi villani del vescovo di Catania in quella città e
-in Aci, i nomi da potersi riconoscere, che in vero non son molti,
-darebbero il vantaggio alle schiatte affricane. Iften e Iknizi
-mi sembrano nomi proprii di Berberi; e tali di certo tre famiglie
-soprannominate _Barbari_ e gli oriundi delle note tribù berbere di
-Bargawata, Meklata, Nefzawa, Mesrata, Agisa, Urdin e Werru;[471] ed
-affricani, ancorchè non sappiamo di quale schiatta, gli oriundi delle
-città di Barca, Bona, Tunis, Susa, Msila, Melila, Solûk, del Sâhel,
-ossia costiera, e dell’isoletta di Aragigun.[472] Tra gli schiavi
-è un Malati, oriundo com’e’ pare di Melitene. Sei nomi di schiatte
-arabiche scorgonsi nei villani, Mesudi, Hegiazi, Gafiki, ch’è ramo
-della tribù di Azd, e quei della tribù di Kais nominata di sopra e
-di Zogba testè passata d’Egitto in Affrica e una donna coreiscita
-ed una egiziana. Legiati si riferisce a una terra in Siria; Ainuni
-a villaggio presso Gerusalemme; Turungi al Taberistan, e Kirmani ad
-altra notissima provincia d’Asia. Un casato Castellani e un Fakri
-sembra vengano di Spagna, come di certo un Andalusi. Nabili, che
-ve n’ha parecchie famiglie, rimane di origine dubbia tra la Napoli
-italiana e quella d’Affrica. Nè mancano i siciliani: Medini e Sikilli
-che significano entrambi di Palermo, e di Aci e Catania stesse, di
-Cammarata, Sementara, Burkad, Ragusa, Sant’Anastasia, Tawi, Trapani,
-Mismar,[473] Malta; un Bekkari che par si riferisca a Vicari[474] e un
-Sid-es-Sarkusi, schiavo. Il bel marmo sepolcrale del museo di Malta
-fa fede che nel duodecimo secolo stanziasse in quell’isola un’agiata
-famiglia, venuta com’e’ pare da Susa in Affrica e discendente della
-tribù modharita di Hodseil.[475] Son questi gli scarsi dati etnologici
-che m’è venuto fatto di mettere insieme, dopo molte ricerche.
-
-Delle nuove schiatte, occorrono primi i Normanni. Questi in Sicilia
-allo scorcio dell’undecimo secolo, non erano gente venuta in frotte a
-stanziare nel paese occupato, come due secoli addietro il _wicking_
-di Roll in Normandia; non esercito ordinato che simmetricamente
-s’adagiasse in casa de’ vinti, come pochi anni innanzi i seguaci di
-Guglielmo in Inghilterra; fattovi re il duca, duchi i feudatarii e
-così via innalzandosi ciascun altro. Anzi il conquisto dell’isola
-britannica, contemporaneo alla guerra che si travagliava giù a
-duemila miglia verso mezzogiorno, escluderebbe il supposto d’una
-grossa emigrazione dalla Normandia e da altre province della Francia
-settentrionale in Sicilia, se a noi fosse uopo ricorrere alle
-verosimiglianze, e non sapessimo appunto che le compagnie normanne
-di Puglia componeansi in parte di venturieri raccolti per tutta la
-penisola italiana[476] e che il conte Ruggiero, il quale n’avea del
-suo qualche drappello, racimolò a stento, dopo l’espugnazione di
-Palermo qualch’altro poco di gente nell’esercito di Roberto.[477] Le
-costui guerre civili, quella di Grecia e la discordia ch’ei lasciò per
-testamento ai figliuoli, riteneano poscia nelle province meridionali
-della Terraferma gli oltramontani quivi stanziati e vi attiravano i
-venturieri che tuttavia venissero alla sfilata di là dalle Alpi; finchè
-il vortice delle Crociate non li trasportò tutti in Levante.
-
-Alle quali presunzioni rispondono i fatti. I ricordi storici d’ogni
-maniera non accennano ad emigrazioni francesi nell’Italia meridionale
-dopo il millesessanta, se non che di spicciolati, chierici e monaci
-piuttosto che guerrieri. I nomi francesi poi che veggiamo nei diplomi
-e nelle croniche di Sicilia sono di coloro che occupavano i più alti
-gradi della società: feudatarii, prelati e officiali pubblici;[478] ed
-erano, se non i soli, gran parte degli uomini di cotesto linguaggio
-dimoranti in Sicilia. Di popolazioni propriamente dette d’una città,
-d’un villaggio o pur d’un quartiere, non rimane alcuna notizia in
-carte, monumenti nè tradizioni municipali; non ne rimane vestigia ne’
-nomi topografici.[479] Che se più profonde si è creduto scoprirne nel
-dialetto siciliano, i vocaboli e le forme che si supponeano francesi
-vanno attribuiti la più parte alle popolazioni dell’Italia di sopra; e
-in ogni modo non arrivano al segno che toccherebbero, se la influenza
-delle case dominanti fosse stata rincalzata da un grosso di popolazione
-del medesimo linguaggio. A ciò si aggiunga che le famiglie francesi
-spariscono da’ ricordi della Sicilia con l’ultimo principe normanno
-che vi regnò. Nè l’è maraviglia, quand’esse veggonsi appena sotto il
-forte governo del secondo Ruggiero e poco sotto i successori. Che se
-allora alcun barone di quelle schiatte entra nelle brighe politiche,
-pure il favor della corte e il poter dello Stato, è disputato sempre
-tra italiani, musulmani, e qualche prelato oltramontano; ed egli avvien
-sempre che costoro si rimangano senza amici nel paese. Quello Stefano
-de’ conti di Perche, che fu chiamato dalla regina per governare lo
-Stato nella fanciullezza di Guglielmo secondo, non trovò in Sicilia
-altri fautori che i Lombardi, de’ quali innanzi diremo. Due egregi
-ospiti della Sicilia nel duodecimo secolo, scrittori entrambi, chierici
-e francesi, il Falcando, cioè, che tanto amava il paese, e Pietro
-di Blois, che lo ingiuriò com’avventuriere deluso, non fanno motto
-di abitatori francesi dell’isola, nè d’antico baronaggio normanno;
-e il primo, in particolare, toccando i tumulti surti in Messina per
-cagione di Stefano, non ricorda altri francesi che i costui seguaci
-venuti di fresco e nota come i Latini della città stigassero contro
-quegli stranieri i Greci, che è a dire il grosso della popolazione
-messinese.[480] Accenna in vero, il Falcando, al parlar francese nella
-corte di Palermo; ma l’attestato suo non esclude l’uso di altre lingue,
-sia il greco, l’arabico o l’italiano; nè porta punto che il francese
-fosse parlato nella città e nelle province.[481] Cade così la prova
-principale che allegava il Gregorio nella favorita sua tesi delle
-origini normanne.[482] Nè regge meglio quella della liturgia gallicana
-seguita nelle chiese di Sicilia, perchè la proverebbe sol quello che da
-nessuno si nega, cioè che il conte Ruggiero e molti suoi baroni fossero
-normanni e conducessero sacerdoti francesi per dir la messa all’usanza
-di casa loro.[483]
-
-Gli è bene replicarlo: alla fine dell’undecimo secolo stanziavano in
-Sicilia parecchi feudatari e suffeudatari e parecchi prelati e frati,
-nati nella Francia settentrionale. Nella seconda metà del secolo
-duodecimo la corte assoldava compagnie di mercenarii oltramontani,
-verisimilmente francesi.[484] Non pochi chierici e frati venivan anco,
-mandati dalle sètte fratesche di Francia a far parte per la Chiesa
-romana e fortuna per sè medesimi nella corte di Palermo; a disputare il
-favor de’ principi, il reggimento dello Stato, i vescovadi, le abbadie
-e gli uffici pubblici a Italiani, Bizantini e Musulmani. Abbiam noi
-notata[485] la tendenza di coteste sètte e la forza, ch’era mezzo il
-raggiro, mezzo la dottrina di che s’avvantaggiavano que’ frati, sì
-come il guercio nella terra de’ ciechi. Del rimanente, surse tra loro
-qualche uomo erudito che promosse, secondo i tempi, l’incivilimento
-della nuova nazione: e francese fu il cronista del conte Ruggiero,
-francese lo storico de’ due Guglielmi; talchè la Sicilia e l’Italia
-tutta debbono render merito alla schiatta scandinava ed alle altre
-della Francia settentrionale, per l’opera prestata nell’epoca normanna
-con l’ingegno non meno che con la spada. Ma popolazioni francesi
-propriamente dette non ebbe la Sicilia; le famiglie spicciolate
-s’estinsero entro un secolo, gli ecclesiastici in una generazione.
-
-Basterebbe il fatto della lingua che fiorì in Sicilia in su lo scorcio
-del duodecimo secolo a provare la venuta di grosse colonie dalla
-Terraferma; poichè le antichissime popolazioni italiche dell’isola,
-dopo cinque secoli di dominazione bizantina e musulmana, nè avrebbero
-potuto parlare idioma sì vicino a que’ dell’Italia di mezzo, nè
-imporlo agli altri abitatori di favella greca e arabica. Molti indizii
-confermano tal supposto; ancorchè il biografo del conte Ruggiero
-dissimuli la partecipazione della schiatta italiana nel conquisto
-dell’isola, sì com’ei tace l’opera d’Ardoino nella sollevazione contro
-i Bizantini, e gli aiuti d’Ibn-Thimna al principio della guerra di
-Sicilia. Gli scrittori arabi espressamente affermano che Ruggiero
-fece stanziare nell’isola, insieme co’ Musulmani, i Franchi e i Rûm;
-che qui vuol dir chiaramente Francesi e Italiani.[486] Aggiungansi
-parecchie denominazioni etniche di luoghi: la torre Pisana e il
-vico degli Amalfitani in Palermo;[487] la rua de’ Fiorentini in
-Messina,[488] dove anco occorre un Console di Amalfitani,[489] il
-poder del Genovese (_Rab’ el Genuwi_, Cultura Januensis) in provincia
-di Palermo,[490] il quartiere de’ Cosentini a Lentini,[491] e i nomi
-di una trentina di comuni in Sicilia che si riscontrano con identici
-o simili in Terraferma;[492] dal qual confronto abbiamo esclusi, come
-troppo ovvii a tutte genti latine, i nomi di santi cristiani e le
-denominazioni composte con le voci casale, castello, castro, massa,
-monte, rocca, serra, torre, valle e simili; ed esclusi anco, per la
-difficoltà che avvi finora a ricercarli, i nomi di campagne, poderi,
-spiagge, acque. Ora si aggiungano i nomi etnici delle persone. Tra
-cinque canonici di Girgenti notati in un diploma del 1127, troviam un
-romano, un policastrino, un lucchese, un bresciano e un francese, oltre
-un genovese ed un di Bisignano, soscritti tra’ testimoni.[493] In un
-diploma dato il 1094 di Messina o di Patti, veggiamo tra’ testimonii,
-con pochi nomi francesi e alcuno greco o arabico, Ildebrandus
-lombardus, Rogerius de Torceto Acquinus, Ugo de Putheolis, Gualterius
-de Canna; oltre i casati di Maledocto, Ruffo, Strato, Minoartino,
-Astari, Bonelli, Marchisi.[494] Un altro diploma del 1095 presenta
-tra’ testimonii, con qualche nome francese o dubbio, que’ di Arrigo
-fratello di Adelaide, Odone Bono marchese, Roberto Borello Aquino,
-Riccardo Bonnella, e Ruggiero Bonello.[495] L’onorato nome d’Alfieri
-si legge tra’ notabili della terra di San Marco, in un diploma del
-1136.[496] Uno della Chiesa di Patti, dato il 1133, risguardante la
-composizione d’una lite surta tra i cittadini e il vescovo, ha tra’
-testimonii un genovese, un parmigiano, un di Potenza e parecchi uomini
-di Patti, con nomi tutti di conio italico; e quel ch’è più, un atto
-inseritovi, che torna allo scorcio dell’undecimo secolo, attesta
-che il vescovo Ambrogio avesse allor bandita concessione di beni a
-qualunque uomo di linguaggio latino che venisse ad abitare il paese:
-il quale linguaggio latino che cosa significhi lo spiega il medesimo
-diploma del 1133, aggiugnendo che quello statuto d’Ambrogio era stato
-poc’anzi «esposto in volgare» ai cittadini che sostenean la lite.[497]
-Del resto non abbiamo, nè sperar possiamo, ragguagli particolareggiati
-su le immigrazioni spicciolate dalla Terraferma in questa o quella
-città dell’isola; ancorchè le si debbano supporre numerose, e più
-dall’Italia di sopra che dalla inferiore. Il reggimento feudale che i
-Normanni istituiron quivi in alcune province e in altre rinnovarono,
-impediva le emigrazioni da terra a terra, non che oltre il mare.[498]
-Nell’Italia di sopra, al contrario, la feudalità si disfaceva appunto
-in quel tempo, senza che fossero per anco assettati i Comuni: donde
-i membri infermi dell’uno e dell’altro ordine sociale, agitati
-da mille rivolgimenti di indole identica e di apparenze diverse,
-volentieri tentavano la fortuna in paesi nuovi, e senza ostacolo vi si
-trasferivano.
-
-Da ciò le grosse colonie che si addimandarono lombarde, su le
-quali non ci mancano buone testimonianze storiche. Ognun sa il vago
-significato ch’ebbe un tempo la denominazione di Lombardia, che gli
-stranieri estesero talvolta a tutta la penisola.[499] Ma perchè molti
-eruditi, e tra quelli il Gregorio, han supposto i Lombardi di Sicilia
-venuti dall’Italia meridionale non men che dalle sponde del Pò, debbo
-ricordare che tal confusione non fecero gli scrittori nostrali,
-nè gli stranieri, de’ tempi normanni. Pietro Diacono scrive delle
-moltitudini di Lombardi e Longobardi che seguirono Pier l’Eremita[500]
-e il dottissimo arcivescovo di Tessalonica narra le avanìe che avean
-patite Pisani, Genovesi, Toscani, Longobardi e Lombardi, da Andronico
-Comneno.[501] Longobardi si chiamavano que’ dell’Italia meridionale,
-dove i Bizantini, ripigliata parte de’ Ducati, n’avean fatto un
-_tema_, detto Longobardia.[502] E così il Falcando pone i Longobardi e
-i Lombardi come genti affatto diverse; gli uni abitatori di province
-continentali, gli altri della Sicilia.[503] Il primo ricordo che ci
-rimanga di coteste colonie, oltre i nomi testè riferiti di Ildebrando
-e Ruggiero di Torceto da Acqui, (1094), torna alla metà del duodecimo
-secolo: preciso e importantissimo documento, per lo quale re Ruggiero
-dichiarava appartenere ai Lombardi di Santa Lucia le stesse franchige
-de’ Lombardi di Randazzo.[504] Da’ cronisti ritraggiamo poi che
-gli uomini di Butera, Piazza ed altre città di Lombardi, mossi da
-un Ruggiero Schiavo, nobil uomo del quale or si dirà, pigliavano
-le armi contro re Guglielmo primo e contro i Saraceni; che il re
-distrusse Piazza, e ruppe i Lombardi; e che, rifuggitosi lo Schiavo in
-Butera, Guglielmo ebbe alfine (1161) la città, pattuito che i ribelli
-Lombardi e il loro condottiere andassero via di Sicilia.[505] A capo
-di alcuni anni, ripiglia il Falcando, agitati sempre da congiure e
-sedizioni, sospettavasi a corte essere rimasi molti traditori, ricchi
-e possenti, nelle città lombarde. Poi morto il re (1166) e promosso
-Stefano di Rotrou de’ conti di Perche a gran cancelliere, i Lombardi
-più caldamente che tutt’altre popolazioni di Sicilia parteggiarono
-per lui; e ingrossando la tempesta (1168) gli uomini di “Randazzo,
-Vicari, Capizzi, Nicosia, Maniaci ed altri Lombardi” gli proffersero un
-esercito di ventimila combattenti.[506] Il Fazzello aggiugne al novero
-delle colonie lombarde di questa età, Aidone e San Fratello:[507]
-e le contrade che s’addimandavano Lombardia in San Filippo d’Argirò
-e in Castrogiovanni, dànno argomento a supporre che parte almeno di
-quelle città, fosse stata occupata dalla medesima gente.[508] Altre
-popolazioni vennero dall’Italia di sopra in Corleone e Scopello, ne’
-principii del secolo decimoterzo[509] e ben si potrebbe supporre,
-con un dotto tedesco, che i medesimi luoghi fossero stati una volta
-occupati dalle colonie lombarde del duodecimo secolo.[510] Checchè
-ne sia, nel decimoterzo segnalossi quella schiatta in Sicilia per
-altissimi spiriti. Nicosia tra le prime gridava la repubblica dopo
-Palermo, Patti e Caltagirone, alla morte di re Corrado (1254); Piazza,
-Aidone e Castrogiovanni erano le ultime a deporre le armi in quel
-movimento.[511] Nel Vespro Siciliano i Lombardi di Corleone, scrive
-Saba Malaspina, seguirono primi la rivoluzione di Palermo.[512] E sì
-omogenee duravano quelle colonie, che tra i capi dei circoli nati ne’
-primi impeti del Vespro, noi troviamo un Simone di Calatafimi, eletto
-capitan di popolo ne’ monti dei Lombardi.[513]
-
-Vuolsi qui ricordare ciò che è detto in su la fine del capitolo
-precedente su la Marca aleramica e la nobil gente quinci venuta in
-Sicilia.[514] Non è ch’io pensi con alcuni scrittori, aver Arrigo e i
-suoi compatriotti seguita in Sicilia (1089) l’Adelaide, ultima moglie
-di Ruggiero; parendomi più verosimile, al contrario, che i parentadi
-del conte e de’ due suoi figli fossero stati consigliati dalla
-riputazione della casa Aleramica nell’esercito di Ruggiero; una parte
-del quale noi veggiamo capitanata (1078) da un Otone o Oddone,[515]
-nome frequente nell’Italia di sopra e in ispecie nella famiglia di
-que’ marchesi.[516] Arrigo sposò poi una figliuola del conte; ei tenne
-le vaste contee di Butera e Paternò,[517] promosse la esaltazione del
-secondo Ruggiero alla dignità regia:[518] e potentissimo fu in Sicilia
-e nel Napoletano il conte Simone suo figliuolo;[519] il cui figlio
-illegittimo Ruggiero Schiavo si fe’ caporione dei Lombardi ribellati
-contro Guglielmo primo, sì come abbiamo accennato poc’anzi.[520] Da
-ciò ben puossi argomentare che cotesto ramo della casa aleramica abbia
-condotti in Sicilia molti suoi partigiani. Tra i nobili Siciliani del
-secolo decimoterzo occorrono anco gli Incisa, casato aleramide, per lo
-quale noteremo, a rafforzare l’indizio della parentela, che gli stessi
-nomi cristiani occorrono nel ramo piemontese e nel siciliano:[521] e
-par che un terzo ne sia fiorito anco in Puglia.[522]
-
-Alle testimonianze scritte su coteste origini risponde la pertinace e
-viva testimonianza del linguaggio, notata già dal Fazello; il quale
-non ne richiese altra, e ben s’appose, per annoverare tra le città
-lombarde Aidone e Sanfratello.[523] Dieci anni or sono lo zelante
-signor Lionardo Vigo d’Acireale discorse di quei Lombardi, nella
-prefazione alla sua raccolta di “Canti popolari siciliani,”[524] e
-pubblicò alcune poesie e pochi vocaboli del dialetto loro. Ma in oggi
-i felici avvenimenti politici che stringono i legami e moltiplicano i
-commerci di tutti i popoli italiani, e i progrediti studii linguistici
-in Europa, ci danno abilità a cavare conseguenze assai più precise.
-Un dotto professore di sanscrito, nato nelle province piemontesi, ha
-notata la stretta parentela del dialetto monferrino con que’ di Piazza,
-Nicosia, Sanfratello e Aidone, nei quali comuni di Sicilia al dire
-del Vigo è ristretto oggi il parlare lombardo.[525] È da sperare che
-perfezionati vieppiù i metodi della linguistica, promosso lo studio
-de’ dialetti in Italia, esaminati in più larghe proporzioni i nomi
-proprii e topografici, e pubblicata, con ciò, maggior copia di antichi
-documenti, si arrivi a determinare esattamente i tempi e i luoghi della
-emigrazione di cui trattiamo; i quali rimarranno vaghi per ora, cioè:
-gli ultimi venticinque anni dell’undecimo secolo e i primi venticinque
-del duodecimo; la Marca aleramica dalla quale moveano a mano a mano
-le colonie, e le regioni interiori della metà orientale dell’isola,
-dove, qua e là, venivano a stanziare, dileguandosi innanzi a loro le
-popolazioni de’ Greci e de’ Musulmani.
-
-Primaria città di quelle regioni, anzi di tutta la montagna in Sicilia,
-Caltagirone, non fu mai noverata tra le colonie lombarde, non ne
-parla il dialetto, non ne dimostrò gli umori nel duodecimo secolo;
-eppure l’origine sua non sembra molto diversa. Su la quale mancano
-testimonianze di diplomi; nè possiamo aspettarcene dal Malaterra, nè
-dagli altri cronisti. Volgendoci pertanto alle prove indirette, occorre
-in primo luogo il patrimonio territoriale di Caltagirone, il quale
-avanza di gran lunga, sì per la ricchezza[526] e sì per l’antichità,
-que’ delle più grosse e potenti città dell’isola, risalendo per lo
-meno alla prima metà del duodecimo secolo.[527] Or coteste condizioni
-designano un municipio nato nel conquisto o ne’ primordii del nuovo
-stato. E veramente la terza città dell’isola, per quantità di possessi
-stabili, contando Caltagirone ed escludendo Palermo e Messina, è
-Nicosia, città lombarda già nominata. E se altre colonie lombarde han
-pochi beni di tal sorta, agevolmente si ritrova la cagione: alcune
-feudali fin dal principio; Piazza distrutta da Guglielmo I; e poi le
-usurpazioni dei baroni al decimoquarto secolo, la continua vicenda
-di concessioni e riscatti sotto la dominazione spagnuola; i sùbiti
-guadagni o le perdite che ha portati il caso nella abolizione della
-feudalità e in fine le dilapidazioni di tutti i tempi.[528] Ma Palermo,
-Messina, Catania e la più parte delle altre grosse terre antiche, o non
-ebbero municipio in que’ primi tempi per le cagioni che a luogo proprio
-discorreremo, o serbarono scarsissimo patrimonio, prese da Ruggiero per
-battaglia o per avari accordi; se non che con l’andar del tempo, nato o
-ristorato il municipio, acquistò terreni per donazioni e coltivò que’
-già lasciati ad usi comuni. Pertanto riman poco dubbio in qual tempo
-sorgesse Caltagirone. Ignoriamo solo la gente e il modo: se colonia di
-soldati ausiliari o di uomini spicciolati, allettati dalle franchigie.
-
-Al primo dei quali supposti porterebbe l’antica tradizione locale che
-vuol fondata Caltagirone, verso il mille, da Genovesi sbarcati con
-l’armata a Camerina, arrischiatisi dentro terra; dove si mantennero,
-dedicarono una chiesa a san Giorgio, rizzarono l’insegna della madre
-patria; e i loro nepoti aprivan poi le porte al conte Ruggiero,[529] e
-i figliuoli di quelli occupavano, regnando il figlio del conquistatore,
-l’inespugnabile rôcca di Judica.[530] Da’ quali racconti stralciando
-l’anno mille, l’armata di Camerina e le altre inverosimiglianze,
-si potrebbe ammettere che uomini di Savona, città principale della
-Marca aleramica nell’undecimo secolo, insieme con altri abitatori
-della riviera di Ponente (chè spesso chiamavansi tutti Genovesi e
-da Genova apprendeano a riscattarsi dai feudatarii) fossero venuti a
-militare sotto il Conte, poco appresso la espugnazione di Palermo e
-nelle guerre di Benavert; e che, stanziati in Caltagirone, cresciuti
-a mano a mano per nuovi coloni delle province natìe e per savia
-amministrazione della cosa pubblica, dato avessero in Sicilia un de’
-primi esempi di libertà e prosperità municipale; e poi, venuti in
-voga gli stemmi e in fama i Genovesi, avessero levata la croce rossa
-in campo bianco, al par di Genova, studiando a vantarsi oriundi da
-quella. In vero il doppio nome che dà Edrisi (1154) a questo paese,
-_Hisn-el-Genûn_ e _Kala’t-el-Khinzâria_, ossia «Castello de’ Genii» e
-“Rocca della Cinghialeria,”[531] torna bene al caso di novella colonia
-venuta a porsi in luogo già abitato; e la si direbbe recente assai,
-vedendola per lo primo nella descrizione della diocesi di Siracusa
-data il mille censessantanove, quand’ella manca nella descrizione del
-millenovanta.[532] L’origine dopo il novanta converrebbe piuttosto a
-colonia industriale che militare, ma non ismentirebbe punto la mossa
-dalle vicinanze di Genova.
-
-Son queste le notizie ch’io ho potuto mettere insieme su i mutamenti
-di popolazione cagionati dal conquisto. Si tenga a mente la rarità dei
-diplomi degli archivii regii e municipali della Sicilia, anteriori al
-decimo quarto secolo; e che i documenti genealogici delle famiglie
-siciliane non sono nè copiosi nè ordinati, da poter aiutare le
-presenti nostre ricerche. Dobbiam noi dunque contentarci di lontane
-conghietture su le colonie mosse dalle regioni centrali e meridionali
-della penisola. E in primo luogo che le città marittime dell’isola poco
-frequenti di popolo, sì com’erano allora Messina e Patti, o scarse
-di popolazioni cristiane, come Palermo, Cefalù, Catania, Girgenti,
-Mazara, Trapani, si rifornirono, nel corso del duodecimo secolo, di
-uomini delle città marittime di Terraferma. Oltre Genova e le sue
-riviere, delle quali si è detto, ne vennero al certo da Pisa, Amalfi,
-Salerno, Bari ed altri porti dell’Adriatico. Alle medesime regioni son
-da riferire altre colonie che sembra siano passate a un tratto, come
-le lombarde, non già alla spicciolata e in lungo tempo; ed abbiano
-fatto stanza in luoghi abbandonati e desolati, non ingrossate città
-che fiorivano. Tali credo io gli abitatori di Mistretta e Caccamo,
-feudi della famiglia Bonello,[533] la quale comparisce in alto stato
-ne’ più antichi documenti normanni;[534] e fu potentissima alla
-metà del duodecimo secolo. Mistretta, la cui bella e forte schiatta
-primeggia tuttavia in Sicilia per ardita saviezza di condotte agrarie,
-va noverata tra le città più ricche di beni patrimoniali.[535] Caccamo
-rivendicò, ai tempi di Guglielmo il Buono, le franchige de’ Siciliani,
-contro novelli feudatarii francesi. Matteo Bonello, giovane di gran
-cuore, accarezzato da Majone per le parentele e il seguito ch’egli
-avea in Calabria, eroe popolare de’ Cristiani di Palermo, levò ne’
-suoi feudi gente che potea dirsi un esercito, e trattò coi sollevati
-Lombardi dell’isola, ch’egli poi abbandonò, irresoluto e leggiero;
-non sapendo usar nemmeno l’omicidio di Majone e lasciandosi pigliar
-come un fanciullo dai partigiani del re.[536] Dal nome dunque e da’
-fatti, i Bonelli sembrano commilitoni di Ruggiero, non francesi però,
-nè lombardi, nè greci: e direbbersi piuttosto siciliani di schiatta
-italica, o calabresi. Ma nessun indizio abbiamo che uomini siciliani
-appartenessero al baronaggio; nè par cosa verosimile, poichè quegli
-antichi abitatori, ancorchè più numerosi che tutte le nuove schiatte,
-non poteano ne’ primi tempi levarsi a importanza politica, se non
-che in Messina o altre città del Valdemone. All’incontro sappiam che
-la popolazione cristiana di Palermo s’accrebbe di quella delle città
-marittime di Calabria e di Puglia:[537] e però a quelle province si
-dovrebbe riferire l’origine de’ Bonelli ed anco de’ loro vassalli di
-Mistretta e Caccamo.
-
-
-
-
-CAPITOLO IX.
-
-
-La condizione legale de’ vinti, non essendo descritta precisamente in
-croniche o leggi, si dee raccapezzare da’ cenni che ne facciano le une
-o le altre, e sopratutto dai diplomi: dond’è alquanto oscura questa
-parte fondamentale del diritto pubblico siciliano ne’ tempi normanni.
-
-E in primo luogo non fu ignota, sì come pensava il Gregorio,[538]
-la schiavitù. Il Malaterra e l’Amato ci narrano di prigioni che
-i Normanni mandavano a vendere in Terraferma;[539] anzi si ritrae
-che fosse questo de’ più belli e spediti guadagni de’ combattenti.
-Le Costituzioni inoltre del regno e le Assise dei re di Sicilia,
-mantengono espressamente la schiavitù.[540] Nè manca la cosa nè il nome
-nei diplomi, quando la platea arabo-greca degli uomini della chiesa
-di Catania, distesa nel 1094, dopo i villani, e pria de’ Giudei, dà i
-nomi di ventitrè Musulmani, _’abîd_, che vuol dire in arabico schiavi,
-e propriamente schiavi negri.[541] Un diploma greco del secondo conte
-Ruggiero, dato il 1109, rinnovando le donazioni del padre in favor
-del monastero di san Barbaro di Demenna, gli assegna come schiavo (εὶς
-δουλίαν) un Leone figlio di Malacrino, co’ suoi discendenti.[542] Per
-un altro del febbraio 1134, del quale non abbiamo che la traduzione
-latina, lo stesso principe, già coronato re, concedendo largamente
-al monastero del Salvatore di Messina de’ poderi con pascoli, alberi
-e villani, tra agareni e cristiani, gli donava inoltre gran copia
-di animali e dieci servi.[543] Il testamento del prete Scholaro,
-vissuto alla fine dell’undecimo e principio dei duodecimo secolo,
-fa menzione di schiavi e schiave ch’egli aveva comperati con la loro
-progenie.[544] Si potrebbero anche addurre, se fossero scevri d’ogni
-sospetto, due diplomi del 1098 e 1102 relativi alla Calabria, pei
-quali il conquistatore della Sicilia, concedeva a san Brunone ed al
-suo monastero presso Stilo, centoventi _linee di servi e villani_,
-avanzo d’un drappello di Greci traditori, ai quali ei perdonò la
-vita in grazia del sant’uomo.[545] Alla esaltazione di Guglielmo il
-Buono, la regina reggente emancipava molti schiavi.[546] Un diploma
-arabico del duodecimo secolo prova anco che le usanze commerciali
-permettessero all’uomo di vendersi schiavo; poichè, stipolando parecchi
-marinai musulmani di trasportare da Cefalù a Messina della moneta
-d’oro d’un sire Guglielmo, e dando ogni altro la sicurtà sui proprii
-beni, un pellegrino Othman che nulla possedea, vendè sè stesso al
-banchiere, a patto di riscattarsi con la consegna della moneta.[547]
-Non vedendosi, contuttociò, frequenti gli schiavi nel XII secolo,
-viene alla mente di ognuno il supposto che i Musulmani presi nella
-guerra, scompartiti come l’altro bottino e venduti dai più, tenuti
-schiavi dai grandi possessori, fossero stati messi da tutti a lavorare
-il suolo.[548] Occorrono difatti, nei diplomi siciliani dell’XI e XII
-secolo, donazioni di villani senza terreno: sopra tutti è notevole
-un diploma del 1094 il quale rassomiglia alle odierne soscrizioni di
-beneficenza, poichè, fondato il novello Monastero di Patti, mentre il
-conte Ruggiero e i feudatarii maggiori lo dotavano di castella, terre
-e villani a centinaia, molti baroni o militi gli donavano chi uno
-chi due, chi parecchi villani sparsi in varie terre della Sicilia; e
-Guglielmo Malo Spatario aggiugnea perfino un giudeo.[549] Or cotesti
-uomini raccolti da tanti luoghi diversi per coltivare i poderi del
-vescovo, hanno sembianza di schiavi, anzichè servi della gleba.
-Similmente occorre un atto di vendita di quattro villani nelle campagne
-di Palermo per dugento tarì e un cavallo.[550] Il nome di villani
-sembra dato in cotesti casi per eufemismo cristiano e perchè realmente
-quegli infelici prestavano ne’ campi gli stessi servigi che i villani,
-ancorch’ei fossero di condizione diversa. Si legge espressamente
-nelle Costituzioni che dei villani altri fosse tenuto per cagion di
-persona, altri per cagion di roba; onde questi si potea svincolar
-dal signore lasciandogli quanto tenesse di lui, quegli non poteva in
-alcun modo.[551] Ognun vede che questa ultima, se la non era perfetta
-schiavitù al tempo delle Costituzioni, era stata una volta. E l’era
-divenuta servitù della gleba senza legge, senz’atto del padrone, senza
-merito di alcuno, per mera necessità delle cose.
-
-Que’ che comunemente nell’Europa feudale si diceano servi della gleba,
-sono denominati _villani_ nei diplomi latini della Sicilia[552] e
-di parecchi luoghi di Puglia e di Calabria dall’undecimo secolo in
-giù.[553] Al quale vocabolo nelle carte greche di Sicilia risponde
-ordinariamente ῶαροίκοι[554] e nelle arabiche _Ahl-el-Gerâid_, ovvero
-_Rigiâl-el-Gerâid_:[555] come noi diremmo _gente_, ovvero _uomini
-de’ ruoli_; e l’è vera traduzione arabica di _adscriptitii_ e di
-ὲναῶόγραφοι. Talvolta è sostituita l’appellazione generica di _uomini_,
-(homines, ἄνθρωποι, _rigiâl_) che nel medio evo significava ogni
-maniera di vassalli.[556] Quando avvenìa che tra quelli non fosse alcun
-cristiano, si usava l’erronea appellazione etnica di agareni.[557]
-Nei diplomi greci occorre poi la voce latina villani trascritta
-senz’altro[558] e in uno di Calabria anco σιγιλλάτοι, cioè inscritti
-ne’ sigilli, ossia diplomi.[559] Negli arabici è adoperata con lo
-stesso significato una voce che han creduta _harsc_ o _kharsc_, e che
-io leggerei più tosto _harithîn_, ossia agricoltori.[560]
-
-Parmi poi che la medesima classe e non altra sia designata con la voce
-_rustici_, in due diplomi latini del 1086 e 1114: il che è sì evidente
-nel primo, che gli stessi uomini chiamati in principio rustici si
-dicono in sul fine villani.[561] Non altrimenti suonava quella voce nel
-rimanente dell’Europa feudale.[562] Nelle Costituzioni, la voce rustici
-denota genericamente i villani, gli angarii, gli ascrittizi, i servi
-della gleba ed altre classi vili, come allor si pensava:[563] nè questa
-voce significò mai una classe superiore a’ villani e inferiore ai
-borghesi, come suppone il Gregorio, seguendo fallaci induzioni.[564] Nè
-meglio ei s’appose quando considerò gli _angarii_ come classe inferiore
-ai villani: che sarebbe stata cosa contraria alle consuetudini generali
-della feudalità:[565] nè v’ha alcun motivo di supporla anomalia del
-dritto pubblico siciliano.[566]
-
-La diversità, profonda in diritto, forse lieve in fatto e citata per
-incidenza nelle Costituzioni, onde si distingueano i villani obbligati
-per ragion della persona da que’ tenuti per cagion della roba, non è
-determinata da apposite denominazioni, fuorchè nei diplomi arabici o
-greco-arabici di Sicilia: pochissimi diplomi, perchè l’ignoranza, la
-trascuraggine e i furori civili ne distrussero la più parte. I diplomi
-latini, scritti per comodo de’ vincitori, guerrieri o preti, notano
-il numero de’ villani, i confini dei poderi e nulla più: perch’erano
-compendii delle concessioni, cautele di concessionarii, non curanti
-delle minuzie amministrative e legali, quando l’istinto della feudalità
-li portava a sciogliere ogni dubbio con la violenza. All’incontro,
-i diplomi greci ed arabici su le concessioni di persone o poderi,
-tornano ad estratti dei registri pubblici. Non poteva essere altrimenti
-per gli arabici, e l’è molto verosimile pei greci; perocchè l’idioma
-greco si parlava o intendea dalla più parte della popolazione al tempo
-del conquisto musulmano; e poscia i Musulmani non aveano al certo
-distrutti i catasti nè gli altri atti della pubblica amministrazione
-bizantina, scritti in greco; nè questo linguaggio era caduto in disuso
-allo scorcio dell’undecimo secolo, quando moltissimi Siciliani doveano
-parlarlo, o intenderlo, e i preti o i notai doveano averlo studiato
-bene o male.[567] Gli atti dunque arabici o greci, corretti col
-riscontro continuo de’ vassalli interessati, conteneano la guarentigia
-de’ diritti delle persone e robe loro. Nè l’è da maravigliare che si
-trovi in quelli soltanto un’appellazione di classe ignota nelle fonti
-latine.
-
-Cioè gli uomini del _Maks_, s’io ben leggo questa voce, in luogo di
-_M..l..s_, nei diplomi arabici del 1150, 1154, 1169 e 1183; l’ultimo
-de’ quali dà indizii che bastano a determinare la condizione.
-Richiamati alle terre dal demanio, come sempre si faceva, ancorchè
-con pochissimo frutto, gli uomini che se ne fossero allontanati
-per rifuggirsi nelle terre del monastero di Morreale, Guglielmo
-II, per quel diploma, rilasciò a’ frati gli uomini di _Maks_ e
-que’ delle _Mehallet_, de’ quali tratteremo tantosto; ma ritenne
-rigorosamente i _rigiâl-el-gerâid_, ossia villani, quasi parte
-integrale della proprietà. Son diversi pertanto que’ del _Maks_,
-dagli _uomini delle platee_, ossia villani; perchè questi vengono
-eccettuati dalla concessione, e quelli vi sono compresi. Diversi
-anco per la denominazione loro attribuita in greco: ἐξώγραφοι,
-come noi diremmo “que’ fuori scritto;” il cui significato torna più
-evidente per l’opposizione al noto vocabolo ἐναῶόγραφοι “trascritti,”
-_adscriptitii_, cioè, i _villani_, i veri servi della gleba.[568]
-_Maks_ ha in arabico lo stesso vago significato che appo noi taglia
-o balzello; vuol dir tassa illegale e vessatoria;[569] talchè “gente
-di _Maks_” tornerebbe litteralmente al _taillables_ del linguaggio
-feudale francese; e parmi espressione appropriata a designare gli
-uomini passibili di balzelli, ancorchè non inscritti nelle fatali
-carte che li rendeano, essi e la progenie loro, materia di proprietà.
-Tornano dunque ai villani tenuti al signore per cagion di roba, come
-dicono le Costituzioni, ed alla classe superiore dei _ceorls_ sassoni
-in Inghilterra. Il diploma del 1169 pone allo stesso grado degli
-uomini di _Maks_ i _Ghorebâ_, che suona “stranieri;” e rispondono ai
-commendati, raccomandati, affidati, ospiti, che solea il feudatario
-ricettare, anzi adescare, nel proprio territorio per coltivarlo: uomini
-liberi, o supposti tali perchè era loro venuto fatto di sottrarsi alle
-persecuzioni del signore, i quali lavoravano per aver tetto e pane,
-o godeano i frutti delle terre pagando il signore con danari, derrate
-o giornate di lavoro in altri poderi.[570] Nè egli è inverosimile che
-molti musulmani, ed anco cristiani, fossero nella medesima condizione
-con origine diversa, per esempio gli artigiani delle piccole terre, non
-fatti schiavi, nè dichiarati borghesi.
-
-Il vincolo indissolubile dei villani tenuti per ragion personale,
-dimostravasi co’ ruoli, o _platee_, come chiamaronle, nelle quali
-scriveansi i nomi degli uomini conceduti dal principe, per lo più
-con lor poderi e beni mobili:[571] chè sendo nuova la signoria e
-nuovo l’ordinamento sociale, nuovi furon anco tutti i titoli di
-possedimento feudale. Par che la descrizione generale dei villani sia
-stata compiuta insieme col conquisto, e rilasciata nel millenovantatrè
-a ciascun signore la _platea_ de’ suoi: e che cotesti ruoli si
-correggessero in ogni nuova concessione, sostituendo ai morti le
-vedove che rappresentavano la famiglia e aggiugnendo i novelli
-ammogliati che ne costituivano delle altre.[572] I principi normanni
-rispettarono scrupolosamente questa maniera di possesso; poichè
-nelle nuove concessioni di villani appartenenti al demanio si ponea
-sempre la clausola che s’intendessero esclusi gli uomini iscritti
-nelle platee precedenti de’ feudatarii.[573] Illustra mirabilmente
-il diritto e il fatto, l’or citato diploma arabico di Guglielmo II a
-favor del monastero di Morreale. Come si scorge da questa e da cento
-altre carte del XII secolo, siciliane, calabresi e pugliesi, e come
-abbiam noi testè notato, i signori studiavansi a tenere i vassalli
-a dritto ed a torto, e quelli si rifuggivano quando il poteano, in
-altre terre.[574] È da supporre che i signori, abusando il potere,
-sovente ritenessero de’ villani non soggetti a vincolo personale; e
-che i soggetti pur tentassero di sciogliersi, quando la buona fortuna,
-massime la proprietà acquistata fuori il territorio del signore, lor
-dessero i mezzi di rivendicare in giudizio la libertà, o venire a
-componimento.[575]
-
-Qualunque si fosse il vincolo, personale o reale, i rustici o villani
-di Sicilia ebbero persona legale[576] e libera proprietà fuor delle
-terre ch’e’ tenessero dal signore:[577] i quali due diritti li
-rendeano di gran lunga superiori a’ servi della gleba di molti altri
-paesi. Inoltre soddisfacean essi a pesi e servigi determinati; la
-quale certezza veniva dal recente conquisto normanno e da’ diligenti
-ordini amministrativi de’ musulmani: ed anco rendea la condizione di
-quell’infima classe d’uomini assai migliore che nei paesi occupati
-dai barbari del settentrione; dove la remota origine della servitù
-della gleba, confuse i limiti d’ogni dritto e dovere, e il feudatario
-li allargò a sua posta. E sta bene quanto scrisse il Gregorio su
-le contribuzioni e i servigi dovuti da’ villani;[578] se non che si
-ritrae da’ diplomi che talvolta e’ non fossero obbligati a servigio
-personale di sorta, bensì a tributi di danaro e derrate, in tempi e
-in quantità fisse.[579] Questa anzi mi sembra la condizione primitiva
-delle concessioni; e la si riscontra con l’autorevole testimonianza
-d’Ibn-Giobair, viaggiatore spagnuolo, il quale percorrendo la
-Sicilia settentrionale nell’inverno del millecentottantaquattro
-e ottantacinque, investigò con sollecitudine l’essere de’ suoi
-correligionarii. «Sendo ormai piena, scrive costui, la Sicilia di
-adoratori delle croci, i Musulmani dimorano insieme con essi nelle
-proprie possessioni e ville. I Cristiani dapprima li trattaron bene per
-fruire di lor opera e industria e posero sovr’essi un tributo che si
-paga in due stagioni dell’anno: nel qual modo si cacciaron di mezzo tra
-i Musulmani e la ricchezza, su la terra che lor venne tra i piè.... I
-cittadini musulmani, dice egli altrove, frequentissimi soggiornano in
-Palermo, in lor proprii quartieri, con lor moschee e mercati, e un cadi
-giudice di lor liti: ed avvene anco in altre città, oltre le campagne
-e i villaggi. Ma que’ di Palermo, la più parte, sdegnano i fratelli
-caduti nella_ dsimma_ degli Infedeli.» Cotesta voce ch’Ibn-Giobair
-replica in altro luogo accennando in generale ai Musulmani di
-Sicilia,[580] significa vassallaggio, quello propriamente de’
-Cristiani e Giudei sottoposti alla _gezia_ ne’ paesi musulmani.[581]
-Ed appunto _gezia_ si chiama il tributo di danaro dovuto da un
-villano musulmano nel diploma arabico del 1177 che ho citato poc’anzi
-e _canone_ il tributo di grani.[582] Che se potesse argomentarsi la
-ragione generale di cotesti tributi dai soli due documenti nei quali
-n’è espressa la quantità, la si direbbe diversa secondo i luoghi;
-poichè dal diploma del 1095 torna a venti tarì, o _robái_, e da
-quello del 1177 a dieci.[583] Nè parlo io del tributo di frumento
-e d’orzo, il quale dovea necessariamente variare secondo la qualità
-ed estensione dei poderi. Il lavoro obbligatorio non è prescritto o
-almeno non è particolareggiato nelle carte più antiche, in alcuna delle
-quali i villani o uomini sono donati “per servire” o donati insieme
-con lor poderi, nè altro si aggiugne.[584] Parmi verosimile che i
-novelli signori, portando seco in Sicilia le usanze della feudalità
-continentale, abbiano talvolta, per necessità o condiscendenza,
-commutato in giorni di lavoro tutto il tributo di danaro e grano o
-parte di esso, e talvolta aggiunto per abuso l’obbligo del lavoro,
-l’_angaria_ come la si chiamava, e i munuscoli di vivande.[585]
-
-Occorre nel solo diploma dianzi citato del 1183[586] l’appellazione di
-_Ahl-el-Mehallêt_, ossia «gente dei villaggi;” i quali entrano nella
-donazione a favor del monastero di Morreale, insieme con gli uomini
-di _Maks_; e da ciò si scorge ch’essi non fossero tenuti da vincolo
-personale. Il significato del nome risponde, non meno che la libera
-condizione, a’ Βουργισίοι e _burgenses_ dei diplomi greci e latini;
-poichè _mehalla_, singolare di _mehallêt_, suona borgo o villaggio.
-Nè rechi maraviglia quella donazione di uomini liberi, nè quella
-iscrizione dei nomi loro in un ruolo; quando noi veggiamo accordato
-al vescovo di Cefalù il dominio di alcuni borghesi;[587] dichiarato
-per sentenza che alcuni borghesi appartenessero ad un feudatario di
-Calabria;[588] e pagato dai borghesi di Sinagra in Sicilia tributo
-annuale e compensi di lavoro obbligato.[589] Poichè i feudatari
-cavavano entrate dirette da questa classe di vassalli, ben s’intende
-ch’e’ ne volessero i ruoli. Si leggano nell’opera del Gregorio le
-condizioni de’ borghesi,[590] con l’avvertenza che tal nome si dava
-tanto agli abitatori delle città quanto a que’ delle piccole terre, i
-quali il Gregorio chiama rustici erroneamente.[591]
-
-Più grave menda del pubblicista siciliano fu il supporre legittime
-esazioni gli aggravi che i feudatarii faceano sopportare ai borghesi
-dal mezzo del duodecimo secolo in giù, e il farsi beffe del Falcando
-che ricordava fedelmente i diritti vantati da quelli, quando alcuni
-francesi, venuti a corte di Guglielmo II verso il 1169, si provarono
-ad usurpazioni. Narrato come il francese Giovanni di Lavardino
-pretendesse, all’uso del suo paese, la metà d’ogni entrata dai
-terrazzani di Caccamo, «costoro, prosegue lo storico, allegando la
-libertà de’ cittadini e borghesi di Sicilia, sosteneano non dovere
-tributi nè balzelli di sorta, ma occasionalmente, quando il signore
-si travagliasse in gran bisogno, l’offerta volontaria di quella somma
-che loro paresse: perocchè in Sicilia, dicean essi, nessuno soggiace
-a tributi e prestazioni annuali, fuorchè i Saraceni e i Greci, sendo i
-soli ai quali si adatti il nome di villani.» Poco appresso, come que’
-richiami furono spregiati dal gran cancelliere, così dice il Falcando,
-che i costui nemici suscitarono l’odio pubblico, opponendogli il
-disegno di assoggettare tutti i popoli di Sicilia a tributi e balzelli,
-all’uso della Francia che non ha liberi cittadini.»[592] Io non so in
-vero come il Gregorio non siasi accorto delle successive usurpazioni
-de’ feudatarii laici ed ecclesiastici a danno dei borghesi, nè com’egli
-venga dimenticando gli antichi esempii di franchige[593] per fare
-assegnamento su i moderni di soprusi.[594]
-
-L’attestato positivo del Falcando, a fronte di qualche fatto contrario
-cavato dai diplomi, porterebbe anco alla conghiettura che la condizione
-dei borghesi non fosse stata la medesima in tutti i luoghi: la quale
-diversità si dovrebbe supporre d’altronde, perchè in varii modi furono
-occupate le terre, e varie schiatte v’ebbero stanza. E tra questo e le
-usurpazioni de’ feudatari le quali necessariamente succedeano in ragion
-diretta dalla forza loro e inversa dallo spirito e numero dei borghesi,
-ognun comprende la disuguaglianza delle condizioni che per avventura
-si fosse accumulata nella seconda metà del duodecimo secolo. Al certo
-i borghesi lombardi mantennero loro immunità meglio che i greci e i
-musulmani; que’ della città meglio che que’ delle terre; e meglio che
-tutti, i Musulmani di Palermo, infino alla morte del re Guglielmo il
-Buono.
-
-Su le condizioni degli abitatori delle città può seguirsi la
-esposizione del Gregorio, il quale accenna alle proprietà allodiali
-loro, alla diversa legge sotto la quale vissero secondo loro origine,
-e largamente descrive i pesi loro imposti, le gabelle, cioè, che
-poi si chiamarono antiche, su la consumazione di alcune derrate, su
-la produzione di altre, su i pedaggi e su l’uso di alcuni diritti
-dominicali; la tassa detta di marineria e i servigi personali, come
-la milizia in terra e in mare, gli alberghi militari, l’opera nelle
-pubbliche costruzioni: a che si aggiugneano le multe di giustizia
-e le collette ne’ quattro casi feudali, se pur erano fissate ne’
-primi tempi del conquisto.[595] Bel quadro, lavorato a mosaico di
-frammenti siciliani e talvolta stranieri, ben aggiustati alle linee del
-disegno; ma v’ha sbaglio, com’io notava poc’anzi,[596] nell’atto di
-giustizia alla carlona che il Gregorio attribuisce ai conquistatori;
-cioè che abbiano sottoposti alla _gezia_ tutti i Musulmani,[597] e
-liberati da quella tutti i Cristiani. Del primo assunto ei dà due
-sole prove: che i Normanni riscoteano la _gezia_ sopra i Giudei, e
-che l’imperator Federigo il milledugentrentanove la fe’ pagare a due
-musulmani di Lucera. Ma appunto perchè abbiam ricordi della _gezia_
-su i Giudei[598] e non su i Musulmani, dovea il Gregorio dubitare del
-proprio concetto. Non andava poi misurata la condizione dei Musulmani
-di Sicilia del duodecimo secolo, numerosi, liberi, ricchi e potenti,
-su quella d’un pugno di ribelli vinti, deportati a Lucera nel secolo
-tredicesimo. E quanto alla _gezia_ de’ Cristiani, il Gregorio non si
-accorge che la fosse durata sotto il nome di _dono_ o qualsivoglia
-altro, a carico de’ villani, ch’erano in gran parte Greci, ossia
-discendenti delle popolazioni greche e italiche ond’era popolata la
-Sicilia nel nono secolo;[599] e che camparono da quella gravezza, se
-pur tutti camparono, i borghesi. Il vero è che la _gezia_ col suo
-odioso nome rimase addosso a’ soli Giudei, aborriti dai Cristiani,
-per lo meno, quant’erano da’ Musulmani. Ebbero i villani l’aggravio
-senza l’ingiuria. I borghesi di molte terre o di tutte, e di certo
-que’ di Palermo e delle città grosse, pagarono sotto forma per lo
-più di gabelle. E veramente il contemporaneo musulmano che prestò le
-parole ad Ibn-el-Athîr, compendia gli effetti del conquisto in questa
-sentenza: che Ruggiero fece stanziare in Sicilia i Rûm e i Franchi
-insieme co’ Musulmani e che a nissuno lasciò bagno, nè canova, nè
-molino, nè forno.[600] E pur la maraviglia e la querimonia si rimangono
-a quelle complicate esazioni della feudalità, sì strane agli occhi dei
-Musulmani civili; nè l’autore tocca quell’enormità maggiore di tutte
-che sarebbe stata la gezia posta su i Credenti! Non voglio allegar
-qui uno scrittore della corte del re Ruggiero, il geografo Edrisi,
-il quale, come suol dirsi, prova troppo, scrivendo che il Conte,
-insignoritosi di tutta l’isola e fermatovi il seggio dell’impero suo,
-bandì giustizia ai popoli, concesse a ciascuno lo esercizio della
-propria credenza e legge, e diede piena sicurtà alle persone, robe,
-famiglie e discendenti.[601] Ma se Edrisi, non risguardando come uomini
-nè fratelli in Islam i servi della gleba, volle dir de’ soli cittadini
-coi quali egli usava nella capitale (1154), stan bene le sue parole, e
-le sono confermate poco appresso (1184) da Ibn-Giobair.[602] Non parmi
-inopportuno di aggiugnere alle ricordate conclusioni del Gregorio,
-che le carte ritrovate dopo lui, risguardanti passaggi di proprietà,
-provin tutte esserne stato esercitato liberissimamente il diritto
-da’ Musulmani di Palermo, uomini e donne, sotto l’impero della legge
-musulmana e la giurisdizione del cadì.[603] Al ragguaglio de’ Musulmani
-compariscono i borghesi delle antiche schiatte cristiane, liberi
-possessori di proprietà allodiali.[604]
-
-La cittadinanza greca di Sicilia alla fine dell’undecimo secolo può
-personificarsi nel prete Scholaro del quale ci avanza il testamento:
-uomo, tra tutti i Siciliani, graditissimo al conquistatore per
-importanti servigi nell’azienda pubblica e nella famiglia. Di casato
-Graffeo, nacque costui o dimorò in Messina, dove possedette, insieme
-co’ suoi fratelli, de’ beni urbani e n’ebbe anco dei dotali; fu
-cappellano del palazzo del Conte a Reggio ed accrebbe a dismisura
-il patrimonio, comperando stabili, animali, villani e schiavi nei
-territorii di Messina, Palermo, Castrogiovanni, Traina, Maniace,
-Castello e di là dello Stretto a Reggio, Massa, Seminara, Nicotera,
-Briatico, Gerace, Cosenza e Rossano: in fine il conte Ruggiero volendo
-“rimeritarlo con piccol dono delle sue immense ed onestissime fatiche”
-per diploma del 1099 concedeva a lui “ed ai suoi successori sino alla
-fine del mondo” i territorii di Fragalà e di Ferla. Divisi i beni
-paterni co’ fratelli, e scompartita poscia tra i proprii figliuoli
-gran parte del suo avere, egli usò il rimanente a fondare non lungi da
-Messina un monastero; largamente dotollo di edifizii, poderi, arredi
-sacri comperati in Grecia, bellissime dipinture rifulgenti d’oro e
-trecento codici greci; e vi si fè monaco, prendendo il nome di Saba.
-Il suo testamento dato dal millecenquattordici, dal quale ricaviamo
-cotesti particolari, mostra ch’ei non fosse allora pervenuto ad estrema
-vecchiezza, poichè vivea tuttavia il padre suo. Un fratello avea
-fondato un altro cenobio e vi s’era chiuso. Sperava Saba che alcuno de’
-suoi figliuoli seguisse l’esempio; poichè per fondazione lasciò a loro
-ed a qual dei congiunti e successori il volesse, il grado di abate,
-ch’egli, senza tanta umiltà cristiana, ritenne in sua vita.[605]
-
-Non pochi oltramontani venuti coi guerrieri di casa d’Hauteville
-vissero a quel tempo ne’ chiostri di Calabria, donde salirono ad alte
-dignità ecclesiastiche e civili; e pur nessun uomo di quelle schiatte,
-nè delle italiche, affaticatosi nella guerra e nei governi, finì la sua
-vita negli ozii del chiostro. Perchè dunque entrava quest’ubbia nella
-famiglia Graffeo, partigiana del conte, data agli affari mondani ed a’
-grossi guadagni dei faccendieri che seguirono l’esercito conquistatore?
-Era, s’io mal non m’appongo, quella fiaccona che il cristianesimo portò
-nella gente greca in tutte le regioni e per tutto il corso del medio
-evo; la perfezione monastica sostituita alla virtù cittadina, e in ogni
-cosa preferito il martirio al combattimento. Il ricchissimo Graffeo,
-si sentia da meno d’ogni piccolo feudatario francese o lombardo; si
-vedea messo da canto dopo la morte del suo signore; nè trovava altra
-via aperta alla fama ed all’autorità, che di farsi, co’ suoi propri
-danari, dignitario della Chiesa. Lo stesso genio di lui comparisce
-nell’universale de’ borghesi greci di Sicilia: alieni dalla milizia
-ancorchè, di certo, non tremassero loro le braccia quando pigliavano
-le armi; solerti e astuti ne’ privati guadagni, e tiepidi nelle cose
-pubbliche.
-
-La ripugnanza dalla vita militare, in quell’età e in quel principato
-surto di fresco dalla guerra, fu cagione che i Greci di Sicilia
-rimanessero inferiori agli Oltramontani, agli Italiani di Terraferma e
-agli stessi Musulmani in una parte dell’ordine sociale, essenzialissima
-nel medio evo. Nessun di loro si vede investito di feudi; nessuno
-primeggia nella nobiltà del paese, ancorchè molti esercitassero uficii
-pubblici fin da’ primi tempi del conquisto normanno. Così nelle carte
-del tempo leggiam nomi di Greci _strateghi_ o _vicecomiti_ ch’erano
-uficiali dello Stato, di _arconti_ e _geronti,_ denominazioni d’ufici
-municipali di che discorreremo nel capitol che segue, dove direm
-anco del vocabolo arconte, attribuito, come titol d’onore, ai grandi
-uficiali della corte normanna. Se esso mai dinotò in Sicilia, oltre
-il magistrato, una particolare classe sociale, parmi sia stata quella
-dei possessori nel territorio, ossia la nobiltà municipale, sedente
-per antichissima usanza nel consiglio; onde la stessa parola indicava
-il ceto e l’uficio. Gran divario correa dunque tra questi gentiluomini
-terrazzani e i cavalieri dell’Italia o della Francia.
-
-Ma tra i Musulmani, oltre gli _sceikh_, notabili municipali, gli
-_hâkim_ e i _cadi_, giudici e gli _’âmil_ uficiali del governo, si vede
-fin dal principio della dominazione normanna e scomparisce a mezzo il
-decimoterzo secolo, insieme con la schiatta araba e berbera, il titolo
-di _kâid_; il quale, mi par che risponda talvolta a grado di nobiltà.
-_Kâid_ significa propriamente “condottiero;” e come per ragione
-d’etimologia, così anco per forza dell’uso, porta ordinariamente
-autorità minore dell’_emir_ ch’è “comandante.” Abbiamo notato altrove
-le parole di due croniche, secondo la prima delle quali il califfo
-fatemita Kâim, a reprimere una ribellione (975) mandava in Sicilia
-“un esercito e parecchi _kâid_;” e secondo l’altra il segretario di
-Stato d’un emir kelbita rovinò (1019) il suo signore aggravando il
-paese e maltrattando i _kâid_ e gli sceikhi.[606] Esempio alquanto
-diverso abbiamo allo scorcio del decimo secolo, quand’era chiamato
-_kâid_ quel Giawher, liberto siciliano che conquistò a’ Fatemiti tanta
-parte dell’Affrica occidentale e dell’Egitto.[607] Nel decimoterzo e
-decimoquarto ebbero il medesimo titolo, i condottieri di mercenarii
-cristiani in Tunis.[608] Nelle traduzioni spagnuole di atti arabici
-del decimoquarto secolo occorre un alcade della dogana nell’Affrica
-settentrionale.[609] Ognun poi sa come lo stesso vocabolo in Ispagna
-significò castellano e, in ultimo, capo dell’autorità municipale.
-
-Accostandoci vie più al caso nostro, è da ricordare come i regoli
-surti in Sicilia dopo la dinastia kelbita, non altrimenti negli annali
-arabici s’intitolassero che _kâid_;[610] ed anco Amato e il Malaterra
-chiamano _cayt_ e _arcadius_, i varii capitani e castellani dell’isola
-e infine i due condottieri palermitani che trattarono la resa della
-capitale.[611] Di lì a venti anni compariscono dei _kâid_ a capo lista
-dei vassalli del vescovo di Catania in Aci ed in Catania stessa:[612]
-e gli è da presumere che le medesime persone o i padri, avessero
-portato quel titolo fin dal principio della guerra; leggendosi che
-il Conte concedette al vescovo la città e i cittadini musulmani come
-stavano prima del conquisto, con diritto di richiamare le persone o
-i discendenti di coloro che, presa allor la fuga, aveano riparato in
-altri luoghi dell’isola.[613] Leggiamo in data del 1123 il nome di un
-kâid che il feudatario di Pitirrana avea mandato in Palermo per sue
-faccende;[614] in data del 1132, di tre kâid i quali, con molti altri
-Musulmani e Cristiani, assistettero alla descrizione dei confini de’
-poderi donati dal re Ruggiero al vescovo di Cefalù.[615] Ma dati da
-questo Ruggiero nuovi ordini al governo del reame, e cresciuta sotto
-i due Guglielmi la riputazione de’ cortigiani musulmani, spesseggiano
-nelle croniche latine e ne’ diplomi arabi, greci e latini, i _kâid_,
-καΐτοι e _gaiti_ o _cayti_, or citati o soscritti come testimonii in
-atti pubblici, or esercenti pubblici ufici ed or celebri nei raggiri
-della corte. In cotesti scritti la voce _kâid_, talvolta evidentemente
-vuol dire condottieri di pretoriani;[616] più spesso torna a mero
-titolo di onorificenza dato ad oficiali della corte;[617] ma in molti
-altri casi a noi sembra denominazione d’un ordine sociale. Che i
-titoli militari degenerino facilmente in nobiliari, ognun lo sa dalla
-voce _dux_ e da tante altre che occorrono in tutti i paesi e in tutti
-i tempi. Similmente sembra grado di nobiltà, la qualità di _kâid_,
-data dal Falcando ad Abu-l-Kasim-ibn-Hammûd e al suo rivale Sedictus
-(Siddik?) ai tempi di Guglielmo il Buono[618] perocchè quello stesso
-Ibn-Hammûd, ricchissimo uomo della schiatta di Alì, è chiamato _kâid_
-dal contemporaneo Ibn-Giobair, e detto “il primo _za’îm_ e signore
-dell’isola, un di que’ nobili ne’ quali la signoria scende ereditaria
-in linea di primogenitura.”[619] Potremmo noverar nella medesima
-classe tutti i gaiti che compariscono senza livrea di corte nella
-seconda metà del duodecimo secolo; i quali se pur vogliano supporsi
-condottieri di milizie, nol furono di pretoriani, vedendosi sparsi
-per tutta l’isola[620] e tornerebbero quindi a capitani ereditarii,
-ossia a nobili; quando gli ordini delle tribù arabiche e gli usi del
-_giund_ concordavano in questo coi costumi feudali dell’Europa, che il
-capo della famiglia vera o fittizia, conducesse in guerra le proprie
-genti. Nè altri esser poteano che _kâid_ nobili, i cinque regoli
-saraceni surti in arme ne’ monti del val di Mazara, dopo la morte di
-Guglielmo il Buono.[621] Certo egli è che avendo Roberto Guiscardo,
-e poi il conte Ruggiero, adoperate grosse schiere di musulmani
-siciliani, coteste milizie doveano obbedire a capitani di lor gente;
-e che i capitani, se pur non erano nobili di nascita, lo diveniano di
-fatto, secondo le idee del medio evo e un po’ di tutti i tempi. Io
-penso che i _kâid_ in Sicilia ragunassero le milizie musulmane a un
-di presso come i baroni le feudali e costituissero nella prima metà
-del duodecimo secolo una vera nobiltà. Rimase questa in piè sino alla
-morte di Guglielmo II, ancorchè il numero delle milizie musulmane
-negli eserciti regii scemasse di molto e si amassero meglio i Musulmani
-stanziali de’ quali si è fatta parola, capitanati da _kâid_ cristiani
-o convertiti in apparenza.[622] Ma or col pretesto di capitanare una
-compagnia pretoriana ed or senza alcuno, i paggi della corte, eunuchi
-la più parte addetti al servigio delle persone reali o ad ufici
-pubblici, presero a poco a poco quel titolo di nobiltà.[623] Il quale
-nello scompiglio politico ed amministrativo che precedette al regno
-di Federigo, divenne, com’e’ parmi, titolo d’un uficio d’azienda,
-quella forse di beni demaniali, nella città e territorio di Palermo,
-tenuta prima da un de’ paggi di corte. Uficio d’azienda fu certo nella
-prima metà del secolo decimoterzo.[624] Ma proprio ne’ primi anni
-(1206) papa Innocenzo III avea scritto “al cadi _con tutti i gaiti_ di
-Entella, Platani, Giato, Celso ed a tutti gli altri gaiti e Saraceni
-di Sicilia” augurando loro “di comprendere ed amare la verità ch’è Dio
-stesso;” lodandoli della fede serbata a Federigo re loro ed esortandoli
-a perseverare in quella.[625] Erano dunque i gaiti di quel tempo capi
-politici e militari nel bel centro del Val di Mazara.
-
-Se bastin le cose qui dette a dimostrare che dopo il conquisto normanno
-non mancò un ordine di nobili tra i Musulmani di Sicilia, si ammirerà
-la felice intuizione che condusse il Gregorio a concluder lo stesso,
-ancorchè le due prove ch’ei ne allegava non reggessero punto nè poco.
-Perocch’egli, seguendo alcune incerte parole del Malaterra, suppose
-feudatario del conte Ruggiero lo sciagurato Ibn-Thimna che fu alleato
-di lui e di Roberto Guiscardo; e accettando un anacronismo di Leone
-Affricano, suppose lasciato dal Conte il dominio d’un castello, al
-musulmano da lui chiamato Esseriph, rinomato scrittore di geografia;
-il quale non è altri che Edrisi, e visse nelle generazioni seguenti,
-poichè egli presentava il suo libro al re Ruggiero, ottant’anni
-appresso l’entrata del Conte in Palermo![626]
-
-Dei fatti rassegnati in questo e nel capitolo precedente si ritrova
-la causa nelle vicende del conquisto. Il quale, messe da canto le
-operazioni spicciolate e la caduta delle ultime fortezze, va diviso
-in quattro periodi: cacciata dei Musulmani dalla punta settentrionale
-del Valdemone (1061); occupazione della zona settentrionale del Val
-di Mazara (1072); guerra di Benavert (1073-86) e sottomissione del Val
-di Noto (1086-9). Or nei primi due periodi e nell’ultimo fu sì rapido
-il trionfo, che il grosso della popolazione rimase là dov’era: nel
-Valdemone i Greci e altri antichi abitatori, e nelle altre province
-nominate, gli antichi abitatori cristiani o rinnegati e i Musulmani di
-sangue arabico o berbero. È da notar pure questo divario che nel primo
-periodo i vincitori lasciarono appena qualche debole presidio; ma nel
-secondo e nel quarto, sendo assai più numerosi e dividendo gli acquisti
-tra loro, stanziarono nel paese: e però il Valdemone estremo ebbe meno
-stranieri che il rimanente dell’isola. Ma combattuto a lungo il terzo
-periodo; nel quale variò la fortuna più che nol confessi il Malaterra,
-e furono costretti i Normanni, a cercare nuovi ausiliari, ch’egli
-dissimula invano. In questo tempo parmi seguissero le maggiori perdite
-de’ vincitori, il condottiero de’ quali, alla fine dell’impresa,
-confessava essergli stato ucciso tanto numero di cavalieri che Dio solo
-e i Santi il sapeano.[627] In questo tempo veggiamo afforzata, come
-base di operazioni a sinistra della frontiera normanna, Paternò, il
-cui nome occorre nell’Italia di sopra, e la città, dopo la morte del
-conte Ruggiero, divenne feudo di Arrigo de’ marchesi Aleramidi.[628]
-Gli indizii su l’origine di Caltagirone, le prove su le popolazioni di
-Piazza, Nicosia ed altre città delle catene di monti che girano intorno
-all’Etna da tramontana a ponente, ci portano a credere cacciata o
-sterminata nel terzo periodo del conquisto gran parte dell’antica gente
-cristiana o musulmana di quella regione, e sottentrate a quella colonie
-di Terraferma, le quali poi crebbero per emigrazioni spicciolate,
-incominciando dagli ultimi anni del conte Ruggiero e continuando per
-tutta la reggenza di Adelaide e forse nei primi anni di governo del
-figliuolo che poi fu re. Il quale supposto si conferma riscontrando
-i nomi delle città principali della diocesi di Catania secondo il
-diploma del Conte, dato il 1091, con que’ che si leggono ne’ paragrafi
-di Edrisi (1154) risguardanti la stessa regione; poichè mancano tra
-i primi Piazza, San Filippo d’Argirò, Aidone, colonie lombarde; le
-quali città al certo non sarebbero state messe da canto, se verso la
-fine della guerra le fossero state così grosse e importanti come le si
-veggono nel XII secolo.[629] E l’è appunto il caso di Caltagirone che
-notammo dianzi.[630]
-
-Gli annali del conquisto ci conducono anco a supposti non privi di
-fondamento su l’origine delle condizioni personali. Abbiam noi narrato
-come le città principali s’arrendessero a patti, Catania, Palermo,
-Mazara, Trapani, Taormina, Siracusa, Castrogiovanni, Butera, Noto,
-Malta; fuorchè Messina dove i Musulmani furono sterminati applaudendo
-tutta la città; Traina pria confederata, poi soggiogata; Girgenti
-espugnata quando giovava ai vincitori la magnanimità. Che se veggiamo
-Catania data in feudo al vescovo e gli abitatori musulmani scritti nel
-ruolo de’ villani, incominciando da due kâid, è da ricordare che la fu
-ripresa per battaglia dopo che avea chiamato Benavert. Del rimanente
-non è verosimile che tutte le altre città musulmane ottenuti avessero
-i medesimi patti ch’ebbe Palermo potendo tuttavia difendersi: forse
-furono patti comuni, la libertà religiosa e il possesso de’ beni
-privati; variarono bensì le condizioni de’ tributi e alcuni ordini
-pubblici. Il vincitore non era uomo da innovare senza perchè: ond’è da
-supporre in generale ch’ei mantenesse le consuetudini e, tra le altre,
-la nobiltà tra i Musulmani, come, tra i Greci, la uguaglianza sotto il
-potere assoluto.
-
-Al contrario delle città, le terre aperte e i villaggi cadeano senza
-difesa in man del vincitore, quand’egli movea contro la capitale della
-provincia o poco appresso la riduzione di quella; nè era luogo a patti
-che per qualche importante castello. L’esempio di Bugamo ci mostra
-che in tali casi i condottieri normanni trattassero i prigioni come
-schiavi:[631] e quella necessaria conseguenza ch’era l’appropriazione
-de’ beni, si scorge da cento diplomi; tra i quali notevolissimo è un
-giudizio del millecentoventitrè, attestando il passaggio di proprietà
-di un mulino che due musulmani aveano comperato pria del conquisto
-e che indi appartenne al feudatario, signor loro.[632] I prigioni
-poi non venduti, rimaneano servi della gleba; non esclusi al certo i
-Cristiani che vivessero da coloni o da schiavi, poichè li veggiamo
-scritti al par che i Musulmani nelle platee de’ villani. Cotesta
-popolazione rurale presa insieme col suolo, evidentemente è la classe
-di villani tenuta al signore per cagion di persona. I tenuti per
-cagion della roba sembrano abitatori de’ luoghi che s’arrendeano a
-patti, o uomini avventizii ricettati poscia nelle terre del signore.
-Il diritto di proprietà di che godeano i villani su i beni acquistati
-con la propria industria, soddisfatto che avessero a’ servigi debiti
-al signore, parmi consuetudine risultante dalle leggi musulmane sopra
-gli schiavi. In fine il grado di _kâid_ serbato ad alcuni nobili,
-procedè manifestamente da patti stipulati nella resa delle castella,
-o da necessità più forte che i patti; cioè che volendo menare in
-guerra le genti, era forza anco di mantenere i capi ai quali solean
-esse ubbidire. E forse l’era ordine da non potersi smettere nè anco
-in pace, se volessi far vivere in sicurtà i popoli vicini, cristiani o
-musulmani, e guarentire efficacemente le persone e la roba.
-
-
-
-
-CAPITOLO X.
-
-
-All’origine della monarchia siciliana s’affaccia la quistione se
-i conti di Sicilia fossero stati vassalli dei duchi di Puglia. Le
-testimonianze si contraddicono. Il monaco inglese Eadmer, contemporaneo
-del conte Ruggiero, lo chiama _uom_ del duca di Puglia; il Malaterra,
-suo famigliare, dice concedutagli la Sicilia in feudo da Roberto
-Guiscardo; Leone d’Ostia e Romualdo Salernitano, autori più moderni,
-scrissero le medesime cose.[633] Roberto poi e il figlio Ruggiero,
-in alcuni diplomi s’intitolarono duchi di Puglia, o d’Italia, di
-Calabria e di Sicilia[634] e il conte Ruggiero disse talvolta Roberto
-suo signore.[635] All’incontro, la storia tutta dei tempi fa fede che
-il conte, nè i figliuoli giammai non prestarono omaggio nè servizio
-ai duchi di Puglia;[636] e v’ha dei diplomi ne’ quali il conte non
-chiama Roberto altrimenti che fratello; nè il costui figliuolo Ruggiero
-altrimenti che duca di Puglia e di Calabria.[637] Il Gregorio accettò
-quasi la soggezione;[638] il Palmieri negolla con ira;[639] degli altri
-scrittori taccio per brevità. Ma non può spiegare la contraddizione
-dei documenti, chi si ostini ad immaginare un Roberto Guiscardo, pio,
-felice, augusto, seduto sul trono degli avi, tra baroni ossequiosi, e
-inteso tranquillamente a reggere lo Stato con quelle che poco appresso
-furono chiamate le Assise di Gerusalemme.
-
-Da’ cenni che noi abbiam fatti qua e là in questo quinto libro,
-l’eroe comparisce in ben altra sembianza infino al milleottanta.[640]
-I baroni normanni, un tempo condottieri, lo teneano lor pari; le
-città lor soldato di ventura, cui per forza pagar dovessero una
-taglia: i papi stessi che gli avean dato animo con la ricognizione
-feudale e col titolo di duca, il più spesso tiravano a scacciarlo
-d’Italia. Il fratello Ruggiero, tenendo dapprima da lui il solo feudo
-di Mileto, cavalcò tra le sue masnade, capitano di ventura con una
-compagnia propria; ma nata una briga tra’ fratelli per guiderdoni non
-soddisfatti, vennero alle armi; Ruggiero passò al servizio di feudatari
-ostili, o fece patti con città ricalcitranti: alfine stipularono un
-partaggio di entrate in Calabria: piuttosto assegnamento fisso di
-stipendio, che vera concessione feudale. In Terraferma dunque occorrono
-tra due fratelli patti mutabili e temporanei; diversi secondo le forze
-che l’uno o l’altro contribuiva in ciascuna impresa.
-
-Lo stesso apparisce in Sicilia, dove alla prima passata, Roberto,
-non concede terreno a Ruggiero; e questi, ritornato co’ suoi uomini
-d’arme, fa patto co’ trainesi e acquista parecchie castella senza
-partecipazione di Roberto.[641] La seconda impresa d’entrambi fallì.
-Nella terza seguì una vera concessione feudale com’abbiam detto;[642]
-ma a capo di pochi anni, apprestandosi la guerra di Grecia, mutavansi
-gli accordi del settantadue; poichè il conte signoreggiò allora
-Messina e tutto il Valdemone.[643] La morte di Roberto, le necessità
-del figliuolo Ruggiero e la potenza e fama dello zio, fruttarono
-a questo l’altra metà della Calabria: cioè a dire che si rifece il
-patto per la seconda volta in quattordici anni; e sappiamo anco che si
-trattò di dare al conte Ruggiero il titolo di duca, ossia cancellare
-solennemente la dipendenza feudale che di fatto era ita.[644] Di fatto
-e anco di dritto, se risguardisi che Urbano II, sovrano feudale del
-duca di Puglia, nella famosa bolla del millenovantotto non fa menzione
-di costui, nè vanta signoria di sorta sul conte Ruggiero, nè su la
-Sicilia. La corte di Salerno ricordava, ciò non ostante, la concessione
-del settantadue, tanto più volentieri quanto erano scambiate le sorti
-de’ due rami di casa Hauteville: indi l’opinione di Eadmero e di
-Romualdo e i titoli de’ diplomi. Che se i cancellieri del conte nello
-stesso tempo ricordavano o trasandavano la dipendenza feudale dal
-fratello, ciò prova che la fosse rimasa nelle formole e ormai non ci
-si badasse. In ogni modo, non si può ammettere nel diritto pubblico
-siciliano una sovranità surta e scomparsa entro pochi anni, mentre
-l’edifizio de’ principati normanni non era nè compiuto nè assodato, ma
-lo si innalzava, demoliva e rifaceva ogni dì.
-
-Chiarito questo e lasciato da canto il dubbio di qualsivoglia nesso
-feudale con Roma,[645] che mai ne fu detto da senno infino alla prima
-metà del XIII secolo, si vedrà illimitata in teoria la potestà del
-conte Ruggiero in Sicilia. E la fu larghissima in fatto, ancorchè
-la Sicilia e la Calabria abbiano avuto in que’ primi tempi, come
-tutti gli stati feudali, loro parlamenti, così appunto chiamati, di
-ottimati laici ed ecclesiastici. Il Gregorio ha allegato in esempio «i
-principi, conti, baroni ed altri uomini di nota» convocati in Salerno,
-i quali decretavano la corona reale, al secondo Ruggiero (1129) «e
-i dignitarii, potenti ed onorandi uomini indi chiamati in Palermo
-(1130) da tutte le province e terre per assistere alla incoronazione;
-i quali tutti, insieme co’ popolani grandi e piccoli, messo il partito
-ed esaminatolo, concordi l’approvavano:[646]» ma cotesto ha sembianza
-di plebiscito meglio che di parlamento; e la nuova dominazione surse
-in condizioni politiche e sociali molto diverse da quelle tra le
-quali regnava il primo conte. È allegato nella medesima opera, più
-vicino al tempo e più opportuno, un Parlamento tenuto in Messina il
-1113 dalla reggente contessa Adelaide, per faccende del vescovado di
-Squillaci; pur la sembra solenne cerimonia, più tosto che politica
-adunanza.[647] A cotesto esempio possiamo aggiugnere i privilegi
-della Chiesa di Palermo confermati il 1112 dalla contessa e dal suo
-figliuolo Ruggiero «ormai cavaliere e conte», sedenti nelle aule
-del castello della città, con l’arcivescovo Gualtiero e molti altri
-chierici, baroni e cavalieri.[648] Chiamato il 1130 nel parlagio[649]
-della medesima reggia palermitana l’arcivescovo della città con molti
-altri vescovi e baroni, fermavasi la divisione delle decime di Termini
-tra l’arcivescovo e l’abate di Lipari.[650] Ma, quel che tronca ogni
-dubbio, un documento citato in altro luogo dal Gregorio e dimenticato
-poi nel trattare de’ parlamenti, prova che pretendendosi da’ vescovi
-le decime ecclesiastiche sulle entrate tutte dell’isola e negandole i
-Terrieri, come sono appellati genericamente i feudatarii nelle carte
-latine, greche ed arabiche de’ Normanni di Sicilia, il primo conte
-Ruggiero convocò gli uni e gli altri in Mazara e definì la contesa in
-questo modo: ch’ei medesimo pagasse la decima a’ vescovi su i beni
-proprii; che i Terrieri pagasserne due terzi, usando dassè l’altra
-terza parte al servigio delle cappelle di lor castelli; e che del
-rimanente e’ fossero giudicati dai sinodi per loro colpe spirituali
-e ne pagassero ammenda a tenor delle consuetudini vescovili.[651]
-Ancorchè promulgata come decisione del principe, cotesta legge mi par
-delle più gravi che mai fosse stata deliberata in Parlamento moderno
-d’Europa: e prova gli ordini costituzionali della Sicilia fin dal primo
-principio della monarchia.
-
-Per distinguersi da’ conti di Terraferma, padroni di minore territorio
-e soggetti al duca di Puglia, Ruggiero prese talvolta il titolo
-di Gran Conte.[652] Ma i suoi successori immediati più volentieri
-s’intitolarono consoli; la quale classica denominazione venne in tanta
-voga a corte di Palermo entrando il duodecimo secolo, che cancellieri e
-cronisti, non solamente la usavano nel presente, ma anco riportavanla
-allo stesso conquistatore.[653] Per vero le tradizioni del consolato
-non s’erano mai dileguate nel mondo: e specialmente nell’Italia
-meridionale, i reggitori di Napoli, Gaeta, Amalfi, emancipati dal
-governo bizantino, s’erano chiamati duchi e consoli;[654] e console
-Rainolfo conte d’Aversa, che fu il primo feudatario normanno in
-Italia.[655] Dopo mezzo secolo, quando già quel titolo a Pisa, Genova,
-Asti, San Remo e senza dubbio in altre città italiane, designava capi
-politici costituiti senza volontà d’imperatori nè di papi, assunserlo
-i principi della Sicilia, che aveano a noia di chiamarsi conti, ma non
-osavano prendere alcun altro dei titoli consueti nell’ordine feudale,
-o lo sdegnavano. Non succedean essi in Sicilia ai _basilei_ bizantini
-ed ai califi fatemiti, gli uni e gli altri principi independenti e
-pontefici, per arrota? Ma non andò guari che, allargato il dominio, e’
-smessero le appellazioni di conti e di consoli, per chiamarsi re.
-
-Passando alle altre parti dell’ordinamento politico, seguiamo l’ordine
-de’ tempi con dir la prima cosa de’ municipii, poichè parte erano in
-piè innanzi il conquisto. Contuttociò il Gregorio li vide e non vide
-ne’ tempi normanni; e conchiuse che allora «ebbero le popolazioni
-siciliane quasi una forma di corpo municipale.[656]» Sapea pure il
-Gregorio che, nella prima metà del duodecimo secolo, Caltagirone
-possedette vasti fondi e comperonne dallo Stato;[657] che Nicosia,
-colonia lombarda, tenne la terra di Migeti; che ambo le città fornivano
-all’armata grande numero di marinai, e legname da costruzione;[658] che
-altre colonie lombarde furono soggette agli stessi pesi, contrassegno
-di proprietà.[659] Vedeasi in ciò la persona legale del comune. Vedeasi
-agli atti, perfino nelle terre feudali: gli uomini di Patti muover lite
-contro il vescovo; i lor procuratori accettare una transazione;[660]
-quei di Cefalù proporre ordinariamente al vescovo feudatario tre
-persone per la scelta del bajulo.[661] Il Gregorio dunque si avviluppò
-in quel suo giro di parole, un poco per paura dell’assurdo e tirannico
-governo de’ Borboni in Sicilia, un poco per non aver bene studiata
-la materia e soprattutto perch’ei rabbrividiva a quel nome di comune,
-quasi ne fosse stata unica forma la repubblica italiana del medio evo,
-o quella di Francia che suonava sì tremenda nell’età sua.
-
-Avendo toccato dei municipii, sì degli antichi abitatori cristiani
-e sì dei musulmani,[662] ne ricercheremo noi le vestigie durante la
-guerra e sotto la dominazione normanna. Avvertiamo intanto, a proposito
-dei municipii cristiani, avanzo dal tempo bizantino, che nella stessa
-Grecia gli ordini municipali rimasero o rinacquero, non ostante la
-dichiarazione di Leone il Sapiente, della quale s’è detto a suo luogo;
-che, dopo quella, le leggi bizantine riconobbero nelle città e nelle
-campagne alcune corporazioni di mestiere e associazioni d’interessi, le
-quali, se non abbracciavano l’universale de’ cittadini, aveano forme
-più democratiche dell’antico municipio e gittavan le basi del nuovo;
-e che al tempo della dominazione latina e poi della turca, vennero su
-nella Terraferma al par che nelle isole della Grecia, veri magistrati
-o rappresentanti municipali, di nomi diversi secondo i luoghi,
-_proesti, demogeronti, arconti, epitropi_, i quali ufizi per certo non
-erano stati stampati di fresco nel XIII o nel XV secolo.[663] Nelle
-province bizantine della Terraferma d’Italia, le frequenti mutazioni
-di signoria avean dato occasione alle maggiori città di costituirsi in
-corpi politici, come si ritrae dagli esempii di Bari e di Salerno che
-cita lo stesso Gregorio[664] e dagli accordi che altre città fermavano
-coi capitani normanni:[665] e perfin si legge in un diploma greco
-dell’undecimo secolo, che villani dimoranti nelle terre d’un Monastero
-e d’un feudatario, pagassero tributo personale al comune di Geraci
-in Calabria.[666] La quale tendenza generale della schiatta greca,
-non solamente non trovò ostacoli in Sicilia, ma fu promossa dalla
-dominazione musulmana. Le città, sciolte da’ fastidii degli ufiziali
-bizantini e costrette a far dassè sotto il giogo degli Infedeli,
-aveano dovuto rinforzare lor ordini municipali nel IX e X secolo,
-per provvedere all’amministrazione della giustizia, soddisfare a lor
-obblighi verso i nuovi signori e difendersi civilmente dai soprusi.
-
-Che se il nome delle città torna raro ed incerto nelle memorie della
-guerra, non ne maraviglierà chi conosca la tiepidezza de’ Greci in quel
-grande avvenimento e il laconismo delle croniche normanne quand’esse
-non raccontino il valore e la pietà de’ protagonisti. Pertanto abbiam
-due soli ricordi: che que’ di Traina fermarono patti con Ruggiero e,
-quando sollevaronsi e l’assediarono nel suo palagio, aveano, al par
-delle città di Calabria, una torre afforzata in altra parte della
-terra; e che in Petralia i Cristiani e i Musulmani, tenuto consiglio,
-deliberavano di darsi al condottiero normanno.[667] Ma cotesti atti
-possono riferirsi tanto a magistrati costituiti, quanto al popolo che
-nei casi estremi ripigli l’esercizio di tutti i suoi diritti. Le carte
-delle generazioni seguenti ci danno assai più precise notizie sugli
-ufizii municipali.
-
-Il sonante vocabolo _Arcon_ comparisce in que’ diplomi, com’abbiam
-noi detto nel capitolo precedente, con due significati diversi, de’
-quali il primo tornava genericamente a signore, e lo s’attribuì in
-particolare a’ grandi ufiziali dello Stato, a un dipresso come or si
-fa dell’eccellenza.[668] L’altro significato specificava un ufizio.
-Basilio Tricari, arconte di Demenna, è noverato (1090) tra i testimoni
-d’una donazione del conte Ruggiero a favore di quel monastero di San
-Filippo.[669] Gli arconti di Galati, convocati dal feudatario (1116)
-assistono all’atto per lo quale ei donava un villano al monastero di
-Mueli.[670] Lo stratego di Demenna aduna (1136) i capi de’ monasteri,
-i sacerdoti e gli arconti della terra di San Marco per appurare un
-titolo di proprietà.[671] Mezzo secolo appresso (1182) son chiamati
-da’ giudici regii a somigliante effetto in San Marco, insieme
-co’ Buoni uomini e con gli Anziani, gli arconti di Naso, Fitalia,
-Mirto, San Marco ed un arconte di Traina.[672] Que’ di Capizzi,
-insieme con gli Anziani han carico (1168) di descrivere i limiti di
-un piccol podere che la regina vuol donare ad una chiesa.[673] In
-Oppido di Calabria, dove i Buoni uomini e gli Anziani aveano già
-(1138) assistito gli ufiziali dello Stato a determinare i diritti
-del feudatario, nata quistione il 1188 per alcuni poderi, era decisa
-dal Gran giudice di Calabria secondo l’avviso degli arconti.[674]
-Eran questi dunque assessori o giurati in cause civili. Nell’impero
-bizantino il vocabolo arconte avea seguito cammino diverso, e pur
-non troppo discosto. Serbando l’antica significazione di magistrato
-giudiziale, prese in particolare quella di presidente d’un tribunale
-e talvolta di governatore di provincia; poichè questo presedeva ai
-giudizii: e indi l’_arcontia_ comparisce tra le divisioni territoriali.
-Da un altra mano il mal vezzo dei titoli e la ripugnanza a tutta
-aristocrazia ereditaria, portarono la corte bizantina a chiamare
-arconti gli uomini cospicui per merito, ricchezza, o favore: anco il
-clero appellò _arcontichia_ il corpo de’ suoi dignitarii; e, venuta la
-feudalità con le genti occidentali, s’appiccicò quella denominazione
-ai baroni. Si ritrae infine ch’essa era rimasa come occulta, chi
-sa per quanti secoli, nei corpi municipali; poichè squarciato il
-velo dell’amministrazione bizantina, nel conquisto de’ Latini e poi
-de’ Turchi, si veggono venire alla luce, insieme con le istituzioni
-comunali, gli arconti e le altre denominazioni che ci accadde citare
-poc’anzi; le quali in luoghi diversi denotavano ufizii identici o molto
-somiglianti.[675] A cotesti ufizi municipali, s’io mal non mi appongo,
-fu dato in alcune terre il titolo di arconti, per cagion di quella
-parte del podere giudiziale che tennero i municipii dell’antichità
-e la trasmisero a que’ del medio evo. L’ufizio municipale poi,
-sendo ereditario tra’ possessori, come nella curia romana, potea
-divenire qua e là nelle province, denominazione volgare d’un ceto di
-gentiluomini; denominazione non legale, che pur insinuossi nell’aula
-di Costantinopoli. In Sicilia, come ognun vede, venne alla luce nel
-XII secolo l’ufizio municipale, e possiam anco dire l’appellazione
-di classe; la grande magistratura d’arconte non esistè; ma, tra gli
-altri orpelli che i principi normanni tolsero in prestito dalla corte
-bizantina, foggiarono questo titolo di arconti pei grandi ufiziali
-dello Stato, a suggestione, com’egli è manifesto, de’ valentuomini
-stranieri di schiatta greca, i quali nella prima metà del duodecimo
-secolo collaborarono col secondo Ruggiero all’assetto del reame.
-
-L’ufizio di giurati nelle cause di confini e di proprietà rurali si
-vede anco esercitato in Sicilia dagli _Anziani_ (Γέροντες), or soli,
-come (1142) a Traina, Cerami, San Filippo d’Argirò[676] e, quel ch’è
-più, nominati a mo’ di corporazione, come (1123) a Ciminna;[677]
-or insieme coi Buoni uomini, come (1095) a Rametta,[678] (1182) a
-San Marco, Naso, Fitalia, Mirto,[679] e (1183) a Centorbi[680] ed
-occorre anco il caso (1138) in Oppido di Calabria;[681] or insieme
-con gli arconti come (1168) a Capizzi.[682] Quand’egli avvenia che
-soggiornassero Cristiani e Musulmani nella medesima terra o in quelle
-attorno un podere di cui fossero contesi i confini, si chiamavano gli
-anziani degli uni e degli altri, col titolo comune di _sceikh_ ovvero
-di _geronti_, secondo la lingua del diploma. Così (1134) a Giattini e
-Mertu[683] e poscia (1172) a Misilmeri[684] e poco appresso (1183) a
-Vicari, Petralia, Caltavuturo, Polizzi, Ciminna, Cammarata, Cuscasin
-Michiken, Casba, Cassaro, Gurfa, Iali.[685] I geronti e il maestro
-de’ borghesi di Traina, i geronti, cristiani e musulmani di Gagliano,
-i geronti e gli uomini, (che di certo significa i «Buoni uomini») di
-Centorbi, eran chiamati (1142) al par che quelli di Castrogiovanni e di
-Adernò, cristiani e musulmani, a definire insieme con un protonotaro
-delegato dal re i confini di Regalbuto, pei quali disputava il
-feudatario di Argira contro il vescovo di Messina.[686] Per un altro
-diploma (1149) gli sceikh musulmani e cristiani di Giato avean carico
-di assister lo stratego a designare su i luoghi una quantità di terreno
-donato dal re su i beni demaniali.[687] In parecchi atti pubblici,
-greci, inoltre, del XII e XIII secolo, si veggono de’ testimonii
-soscritti col medesimo titolo nelle terre di Mistretta, Naso, Mirto e
-nuovamente in San Marco e in Centorbi.[688]
-
-Erano convocati dai giudici del re i _Buoni uomini_ (Καλοὶ ἀνδρώποι),
-di San Marco (1109), que’ di Traina, Gagliano e Milga (1154) e insieme
-con gli Anziani, i Buoni uomini di Naso, Fitalia, Mirto e San Marco
-(1182) e infine, que’ di Centorbi (1183) per determinare i confini di
-territorii sui quali si contendea.[689] I Buoni uomini, di Ἀχάρων,
-ch’io credo torni ad Alcara di Val Demone, chiamati dal vescovo di
-Messina, lor signore, per far testimonianza sul diritto di proprietà
-di certi pascoli tenuti da un monastero (1125), rispondeano aver essi
-medesimi conceduto quel fondo al monastero, in grazia di alcuni loro
-concittadini che vollero farsi frati.[690] Ottant’anni dopo, que’ di
-Nicosia, insieme con due commissarii del re «e con tutto il popolo»
-disponeano della chiesa del Salvatore, fondata un tempo dallo stesso
-municipio.[691] Nel primo caso tornano dunque i Buoni uomini ad
-assessori, o giurati: quello ufizio appunto che lor veggiamo esercitare
-nel IX o X secolo, secondo la _Lex romana_ del manoscritto di Udine, la
-quale li mostra allo stesso tempo rappresentanti di comuni in giudizio
-ed esercenti altri atti d’amministrazione.[692] Nel caso d’Alcara e
-di Nicosia evidentemente rappresentan essi il comune, come il nostro
-odierno Consiglio municipale. Tali appunto i _Boni homines_ di Savona,
-secondo i diplomi latini del 1056, 1062, 1080, 1125 pubblicati dal
-San Quintino.[693] Nè l’è maraviglia di trovar lo stesso nome ed
-ufizio in Sicilia, quando tanta parte delle nuove colonie venne dalla
-Marca aleramica; e d’altronde quella appellazione durava qua e là
-in tutta Italia, per esempio al principio dell’undecimo secolo in
-Benevento;[694] e lungo tempo appresso ricomparve nella repubblica
-fiorentina.
-
-Pongo in ultimo, tra gli ufiziali dei comuni cristiani, i _Maestri
-de’ borghesi_, che il Gregorio notava in Collesano (1141) e in Traina
-(1142) e prendeane animo a confessare le «quasi forme» di municipio,
-aggiugnendo, senza prova nè indizio altro che il nome, che «il maestro
-dei borghesi intimava e dirigea come capo» il consiglio comunale.[695]
-Senza riandar l’antico significato militare del vocabolo _Magister_,
-nè il militare e civile che prese passando nell’impero bizantino, lo
-veggiamo noi nell’Europa, centrale e occidentale, per tutto il medio
-evo, rispondere a prefetto, o preposto ad una classe di impiegati o
-di cittadini,[696] e ci occorre in Messina nel duodecimo secolo il
-maestro degli Amalfitani;[697] ma non troviamo esempio da mostrare,
-certo nè verosimile, che _Magister_ tanto valesse allora nel linguaggio
-legale di Sicilia, quanto _Major_ e che quest’ultima voce denotasse
-lo stesso ufizio in Sicilia che nella Francia settentrionale e
-nell’Inghilterra.[698] All’incontro, il solo documento dal quale
-intender si possa la natura dell’ufizio, lo mostra pari in grado agli
-anziani[699] e ci conduce a supporlo capo elettivo d’un consorzio di
-coloni i quali, stanziando in mezzo a popolo diverso di condizioni o
-di origine, avessero interessi lor proprii da curare; come le scholae
-del Medio evo, le corporazioni d’arti di tutti i tempi e, nei primi
-principii loro, le _compagne_ di Genova e d’altre città italiane. Un
-piccol numero di borghesi italiani, ovvero oltramontani, stanziati in
-Collesano, feudo degli Avenel,[700] avrebbe potuto richiedere questa
-maniera di consolato, com’or si direbbe: e lo stesso valga per Traina,
-prima possessione del conte Ruggiero, nella quale si veggono alla metà
-del XII secolo abitatori greci, italici e francesi.[701]
-
-Di simili consorzii legalmente riconosciuti ci danno esempio le
-_università_, come allor chiamavansi, degli Israeliti in Sicilia.
-Senza argomentare dalle loro istituzioni congeneri in altri paesi,
-abbiamo del XV secolo i Capitoli concessi da re Alfonso alle università
-dei Giudei del regno di Sicilia;[702] abbiamo del secolo XIV memorie
-del loro Proto, de’ loro anziani e delle loro università in Mazara
-e in Messina:[703] e le medesime istituzioni risalgono senza dubbio
-al duodecimo secolo, quando il vescovo di Cefalù, possessore della
-Chiesa di Santa Lucia in Siracusa, concedeva in enfiteusi alla _gemâ’_
-de’ Giudei in quella città un pezzo di terreno per ampliare lor
-cimitero.[704]
-
-La voce _gemâ’_ usata in quello scritto arabico per designare la
-corporazione de’ Giudei di Siracusa, prova che così anco fossero
-chiamate in Sicilia le università de’ Musulmani, le quali, per lo
-grande numero e il soggiorno separato, tornavano spesso a veri comuni.
-Gli è impossibile d’altronde immaginare il soggiorno di sì grosse
-popolazioni musulmane senza i loro magistrati municipali: e, se ciò non
-bastasse, noi potremmo allegare gli _antique_, ossia sceikh, de’ quali
-fa menzione Amato nella resa di Palermo;[705] gli accordi di Mazara e
-di tutte le altre città che sembrano fermati dalla _gemâ’_ di ciascuna;
-e, sotto il principato normanno, gli sceikh di Giattini, Misilmeri,
-Giato, Vicari e d’altre terre, chiamati geronti in greco, e incaricati
-come gli arconti, gli Anziani e i Buoni uomini, di determinare i
-confini delle possessioni rurali.[706]
-
-Veramente e’ mi par di vedere sotto quelle denominazioni, che variano
-secondo le genti, unico uficio di rappresentanti dei municipii; salvo
-il divario che nascea, nell’ordinamento e ne’ limiti dell’autorità,
-dalle condizioni e consuetudini locali di ciascuna terra, di ciascuna
-gente e di ciascun consorzio; perocchè trattando del Medio evo erra
-sempre chi suppone uniformità. Anzi mi farebbe maraviglia a veder sì
-frequente quel titolo di anziani col medesimo significato in greco e
-in arabico, se l’autorità de’ padri di famiglia, e però dei vecchi,
-non occorresse nelle forme primitive d’ogni umano consorzio; e se non
-potessimo supporre con verosimiglianza che le municipalità cristiane
-di Sicilia si fossero spontaneamente riformate nel IX o X secolo,
-ad esempio delle musulmane, per provvedere ai bisogni prodotti nella
-società loro dalla nuova dominazione.[707] E’ non occorre dimostrare
-che gli sceikh appartennero ai Musulmani; i geronti e gli arconti a’
-Greci e credo io, agli altri antichi abitatori; e i Buoni uomini alle
-nuove colonie italiche. Evidente anco parmi che ciascuna gente ritenne
-o portò seco la propria forma di municipio; poichè il principato
-normanno non potea distruggere, nè fondare, nè pur modificare
-profondamente istituzioni di tal fatta. Gli arconti, come ho detto,
-sembrano in Sicilia anziani che ritenessero quel titolo, per antica
-consuetudine, come possessori; non altrimenti che i kaid, nobili
-e condottieri, entravano nelle faccende municipali come ogni altro
-notabile; ma nè i primi nè i secondi io tengo ufiziali esecutivi,
-come sarebbero podestà, sindaci, giurati, giunte municipali. Nè tali
-mi sembrano i maestri de’ borghesi, meri capi di consorzii minori.
-Necessario fatto egli era poi, e l’attestano i diplomi, che nelle
-terre abitate insieme da due o più genti diverse, ciascuna avesse i
-suoi proprii rappresentanti, come abbiamo visto a San Marco, Capizzi,
-Giattini e in molti altri luoghi.
-
-Ho detto rappresentanti dei comuni per usar locuzione moderna ed
-esprimere un fatto simile nato da diritto diverso; poichè non è da
-supporre elezione popolare nè regia, in cotesti corpi municipali
-composti di uomini privilegiati in virtù di antichissime consuetudini,
-gli uni delle città italiche o elleniche, gli altri della tribù nomade
-e de’ primi tempi dell’islam: possidenti, capi di alcune arti, scribi,
-chierici cristiani, giuristi musulmani ed altri notabili. I quali in
-che modi e tempi si ragunassero, e se nominassero delegati appositi
-per ciascun negozio, lo ignoriamo; nè abbiamo vestigie di magistrati
-incaricati ordinariamente del potere esecutivo del Municipio. Pure
-il diploma inedito di Nicosia che abbiam dato poc’anzi, solo e tardo
-com’esso è, gitta molta luce su l’ordinamento municipale de’ tempi
-normanni; dovendo supporsi che le costituzioni delle colonie lombarde
-fossero le più larghe dell’isola e che le tornassero al principio del
-duodecimo secolo, non già alla fanciullezza di Federigo secondo, nè
-al breve regno d’Arrigo. Or il diritto di proprietà è esercitato in
-quell’atto «da due commissari regii, da’ Buoni uomini e dal popolo» e
-tra i Buoni uomini sono soscritti due giudici giurati e due bajuli.
-Compariscono dunque due ordini di rappresentanti municipali, il
-Consiglio grande, cioè, dov’era chiamato tutto il popolo a suon di
-campana, come si usò in Sicilia fin sotto la dominazione spagnuola;
-e i Buoni uomini che par componessero un Consiglio ristretto, nel
-quale intervenivano i bajuli, oficiali amministrativi e giudici
-regii, istituiti da re Ruggiero in luogo de’ vicecomiti e strateghi
-dei primi tempi normanni: risulta poi evidente che la presidenza
-del gran Consiglio era affidata ad appositi delegati del principe.
-Possiamo dunque supporre con fondamento che tutti i corpi municipali
-fossero stati convocati e preseduti da commissarii regii, per generale
-provvedimento promulgato fin dai principii della dominazione normanna;
-poichè sembra impossibile che Ruggiero avesse ristrette con tal
-freno le colonie lombarde e lasciate senza alcuno le terre greche o
-musulmane; e d’altronde si è visto,[708] senza eccezione chiamare
-dal feudatario i Buoni uomini di Alcara, e dai commissarii regii
-que’ di Nicosia, terra demaniale, per esercitare atti di dominio; e
-similmente da giudici regii o altri ufiziali gli sceikhi, anziani,
-arconti o Buoni uomini di tante altre terre, per far le veci di
-giurati in cause civili. Il consiglio generale poi, aperto a tutto
-il popolo, cioè a tutti i borghesi, sembra privilegio delle colonie
-lombarde; nè può ammettersi nelle altre città, se nol provino nuovi
-documenti. E i due giudici giurati di Nicosia soscritti nel diploma
-del 1204, sembrano veramente ufiziali esecutivi del municipio, come
-que’ di Messina, soscritti in una carta del 1172; ma non si potrà su
-questo solo indizio determinar la giurisdizione loro.[709] Nè potrassi
-definire precisamente quella degli stessi municipii; la quale se la
-ci torna oscura in oggi, fu dubbia e mutabile e diversa nell’undecimo
-e duodecimo secolo, e sol ritraggiamo la personalità del municipio,
-la magistratura affidata a’ suoi rappresentanti e che fors’anco erano
-richiesti que’ notabili di cooperare nell’azienda dello Stato.[710]
-
-L’istituzione de’ municipii è provata anco dalle franchige, le quali
-non furono mai disgiunte dall’ordinamento della società chiamata a
-goderle. Che il principe e i feudatarii, costretti a rifornire la
-Sicilia di coloni cristiani, li avessero invitati con ogni maniera di
-concessioni, si ritrae da testimonianze concordi. Ruggiero, liberati
-i prigioni di Malta, profferia di fabbricar loro a proprie spese un
-villaggio, là dove lor paresse; di fornire i capitali fissi bisognevoli
-a loro industrie e di francare la terra perpetuamente da gravezze
-ed angarie.[711] Similmente era accordato ai borghesi di Catania,
-Patti e Cefalù,[712] lo esercizio di diritti promiscui nelle terre
-del signore, la immunità da certe gravezze e impedimenti feudali, la
-guarentigia della libertà personale e, nella prima di quelle città, che
-Latini, Greci, Saraceni ed Ebrei fossero giudicati ciascuno secondo sua
-legge. Abbiamo noi accennato alle immunità delle colonie lombarde di
-Randazzo e di Santa Lucia:[713] i diritti e le buone consuetudini di
-Caltagirone, attestati da un diploma di Arrigo VI, tornavano parimenti
-ai tempi di re Ruggiero[714] e son da supporre le une e le altre
-più antiche. Inoltre, dovendosi tener generale il bisogno di colonie
-cristiane, possiam noi dire che quasi tutta la Sicilia ottenne, in
-breve e di queto, franchigie municipali non dissimili da quelle che
-tante popolazioni italiane e straniere, nella stessa età, strapparon di
-mano ai feudatarii con ostinati sforzi e sanguinosi.
-
-Or è da spiegare perchè il municipio non si vegga distintamente, pria
-dello scorcio del duodecimo secolo, nelle primarie città dell’isola,
-le quali pur godettero larghissime franchige personali e reali fin da’
-primi anni della dominazione normanna.[715] Il difetto non va apposto
-a casi fortuiti che avessero distrutto ogni avanzo di loro carte nei
-frequenti disastri della diplomatica siciliana: ma più plausibile
-supposto e’ sembra che nessuna di quelle città abbia avuto municipio
-di momento in que’ primi tempi. Lasciate da canto Siracusa e Catania,
-soggette a feudatarii, diremo sol di Palermo e di Messina, tenute
-sempre in demanio e importanti sette secoli addietro, così come le son
-oggi.
-
-Palermo che agguagliava o vincea per frequenza di abitatori ogni
-altra città d’Italia, racchiudea forse, verso il 1150, una diecina
-di _università_, come allor si chiamavano: Musulmani, Greci, Ebrei,
-Lombardi, Amalfitani, Genovesi, Baresi ed antichi abitatori cristiani;
-e i Musulmani e qualche altra gente suddivisi, com’egli è verosimile,
-per quartieri, Cassaro, Khalesa, Halka, Schiavoni:[716] tra i quali
-corpi e’ non è possibile d’immaginare alcuna comunanza di vita
-municipale. Fu mestieri che si dissipassero i Musulmani, e che la
-lingua, i costumi e le violenze dei feudatari e poi de’ Tedeschi,
-accomunassero i cittadini cristiani, cioè che volgesse più d’un secolo,
-per mettere insieme quel grosso di borghesia, il cui municipio prevalse
-su tutte le università minori e rappresentò la cittadinanza della
-capitale che proteggea Federigo lo Svevo nella sua fanciullezza. Chi
-ricordava allora la _gemâ’_ musulmana o l’israelita, o i magistrati de
-piccoli consorzi cristiani, e chi ne serbava gli archivi?
-
-Sembrano diverse a prima vista le condizioni di Messina, la città
-cristiana, la testa di ponte, direbbe un militare, per la quale i
-conquistatori soleano sboccare contro i Musulmani dell’isola. Ma
-secondo la testimonianza d’Amato, rincalzata da fatti anteriori,
-Messina, al primo assalto dei Normanni, era quasi vota d’abitatori
-battezzati.[717] Nè al certo valsero a ripopolarla in breve tratto le
-poche centinaia di uomini che vi facea passare di quando in quando
-il conte Ruggiero; nè gli stuoli più grossi che recovvi tre fiate
-Roberto Guiscardo. Greci di Sicilia e di Calabria vi si raccolsero,
-com’e’ pare, a poco a poco, e genti italiche di varii paesi, finchè
-il tramestìo delle Crociate e le guerre marittime de’ Normanni non
-riempirono di navi il porto e non accelerarono la ristorazione della
-terra.[718] La diversità delle genti che l’abitavano, attestata
-dagli scrittori del duodecimo secolo,[719] portò necessariamente
-molti consorzii e ritardò, sì come in Palermo, la formazione del vero
-municipio.
-
-Le conghietture alle quali io sono stato troppo spesso necessitato,
-provano la scarsezza de’ documenti e il poco zelo che s’è messo fin qui
-a rintracciarli. Or v’ha cagione di sperare che il generale movimento
-degli studii storici conduca gli eruditi ad approfondire la istituzione
-delle municipalità siciliane. Ce ne danno arra i lavori di Isidoro La
-Lumìa e di Ottone Hartwig, l’un de’ quali nella Storia di Guglielmo il
-Buono e l’altro nell’Introduzione alle consuetudini municipali della
-Sicilia, hanno toccato con dottrina, ancorchè di passaggio, questo
-grave argomento.
-
-Della feudalità non tratteremo a lungo, sendo stati gli ordini di
-quella descritti largamente dal Gregorio,[720] e qualche minuzia che
-questi lasciò addietro, spigolata con diligenza dal professore Diego
-Orlando.[721] La somma è che, istituita per lo primo allo scorcio
-dell’undecimo secolo, da un conquistatore che sapea comandare a’ suoi
-seguaci, la feudalità siciliana nacque ubbidiente e moderata; che
-il principe trasferì a ciascun barone, tanto o quanto determinati,
-que’ ch’egli credea suoi diritti su le cose e sulle persone; ch’e’
-riserbossi il più delle volte la suprema giurisdizione criminale, e
-mantenne rigorosamente le regalie. Non men che il diritto costituito,
-raffrenava i baroni un contrappeso materiale: i molti beni ritenuti
-in demanio, i molti allodii lasciati agli antichi abitatori ed a’
-Musulmani, e forse un po’ più tardi i fondi conceduti a’ municipii col
-peso del servigio navale, e fin dal principio l’accorta distribuzione
-de’ feudi.
-
-Da’ pochi ricordi che abbiamo di questo gran fatto sociale, si ritrae
-che seguì negli ultimi tempi della guerra. Tra fortuna ed arte, il
-conte eliminò i grandi feudi divisati da Roberto;[722] cominciò poi
-concedendo piccole terre (1077); e quando il fratello fu morto, il
-nipote avvinto a lui da obblighi e speranze, e abbattuta l’ultima
-insegna musulmana in Sicilia (1091), allora «chiamati i suoi cavalieri
-e reso lor grazie, scrive il Malaterra, li rimeritò delle fatiche,
-qual con terreni e vasti possessi e qual con altri premii.»[723] In
-quell’anno sembra in vero seguìta la gran lotteria feudale della
-Sicilia. Le platee de’ villani della Chiesa di Catania portan la
-clausola di tenere come cancellati quelli che fossero stati scritti
-per avventura nelle platee de’ baroni del millenovantatrè,[724] ch’è
-a dire due anni dopo l’epoca notata dal Malaterra; i quali due anni in
-vero non sembrano troppi per ispedire i diplomi con le descrizioni dei
-territorii e i ruoli de vassalli.
-
-La breve lista che può accozzarsi dei feudatarii alla fine
-dell’undecimo secolo, basta a mostrare il fine politico al quale
-mirava il conte Ruggiero. Sappiam noi tenuto da un nobil uomo il val
-di Milazzo, vasto territorio ch’è da credere conceduto ai tempi di
-Roberto; sappiam tenute anco da nobili San Filippo d’Argirò, Geraci,
-Castronovo, Caccamo, Brucato, Carini, Partinico, piccole terre; tenute
-da principi del sangue o stretti congiunti della dinastia, Siracusa,
-Noto, Ragusa, Butera, Paternò,[725] Sciacca, grosse città[726] e da
-vescovi o prelati molte città e terre: e di certo i feudi ecclesiastici
-e i principeschi, messi insieme co’ paesi demaniali, presero tal parte
-dell’isola che passava di gran lunga il cumulo di tutti gli altri
-feudi. Da’ nomi topografici si argomenta anco che il conte abbia date
-ai piccoli condottieri le terre minori della Sicilia settentrionale,
-occupata infino al mille ottanta o in quel torno, ed oltre a ciò grande
-numero di piccoli poderi sparsi per tutta l’isola,[727] e ch’egli
-abbia serbati alla propria casa, alle Chiese e al demanio i più vasti
-e ricchi paesi conquistati nell’ultimo decennio, nelle regioni del
-centro, di mezzodì e di levante; tra i quali la contea di Butera,
-conceduta al marchese Arrigo perch’egli era fratello d’Adelaide,
-se pure il conte non isposò la principessa aleramica perch’ella era
-sorella di Arrigo. La poca importanza dei feudi privati a riscontro
-degli altri, collima co’ ricordi del Malaterra intorno gli stanziali
-tenuti dal conte e i guiderdoni di beni mobili; sendo evidente che il
-capitano supremo dovette rimeritare con feudi, non già i mercenarii,
-ma i condottieri che lo seguirono col patto aleatorio di partire
-all’apostolica, com’egli avea promesso innanzi il combattimento di
-Misilmeri,[728] il bottino e gli acquisti stabili. Quanto fossero
-pericolosi que’ cavalieri intraprenditori, l’avea fatto sperimentare ei
-medesimo a Roberto; l’avean provato entrambi in Puglia e in Calabria,
-per tutta la loro vita.
-
-Le concessioni alle Chiese mi conducono a trattare il capolavoro che
-fu di piantare in Sicilia, a comodo e sostegno del principato, quella
-pericolosa macchina del sacerdozio cattolico. Quanto fosse disposto
-il conte Ruggiero ad anteporre gl’interessi politici alla pietà, lo
-sappiamo noi molto particolarmente[729] e ch’egli e Roberto e i loro
-predecessori, giocando co’ papi, fossero soliti a guadagnare più che
-a perdere. Vissuto per mezzo secolo in sì alto stato in Calabria o in
-Sicilia, e necessitato poscia a consultare i savii del paese intorno
-la ristorazione del cristianesimo nell’isola, Ruggiero non potè
-ignorare le dottrine canoniche di Costantinopoli, le quali attribuivano
-al principe una suprema giurisdizione su la Chiesa e l’autorità
-d’istituire sedi vescovili, nominare, tramutare e deporre vescovi,
-metropolitani e patriarchi.[730] Intanto la lite delle investiture
-che ferveva in Ponente, ammonìa Ruggiero del pericolo che corresse
-ogni principe in grembo della Chiesa latina. La sua casa stessa avea
-testè provata la nimistà d’Ildebrando. Evidentissimo, ciò non ostante,
-scorgeasi il bisogno di instaurare fortemente in Sicilia una Chiesa
-che convertisse i Musulmani al cristianesimo,[731] i Greci alla
-credenza latina, e assicurasse l’esercizio del patrio culto ai coloni
-di Terraferma, agli Oltramontani, ed ai Siciliani di schiatta italica:
-se no, un rivolgimento di fortuna avrebbe potuto di leggieri rendere
-l’isola agli antichi signori d’Affrica o di Costantinopoli. Scansò
-Ruggiero l’uno e l’altro pericolo, prendendo il partito d’istituire
-una Chiesa cattolica apostolica e romana, dipendente da Roma il meno,
-e dal principe il più che si potesse. Ne venne egli a capo, perchè
-la ristaurazione ecclesiastica premea al papa non meno di lui, e
-pur dipendea da lui solo che aveva in mano i tesori da spendere in
-fabbriche e arredi e sì le entrate da dotare le chiese, i monasteri e
-i vescovadi. Par ch’egli abbia tentata la prova come prima Ildebrando
-accostossi a casa Hauteville; ritraendosi che il conte fondò nel 1081
-il vescovato di Traina ed elesse il vescovo, non atteso alcun legato,
-nè chiesta licenza di sorta al papa, e che questi brontolando, ma
-senza rabbia, promise di consacrare l’eletto.[732] Morto Gregorio VII,
-venuto Urbano II a Traina e compiuto il conquisto, Ruggiero non tardò
-a fondare le altre sedi: assegnò i limiti alle diocesi ed elesse i
-vescovi, con decreti nei quali ei parla come chi eserciti diritto suo
-proprio; e cita per mero rispetto filiale gli accordi fatti verbalmente
-col papa, il quale poi sempre consacrò gli eletti.[733] Eccettuato
-l’arcivescovo di Palermo, anteriore al conquisto, la cui diocesi pur
-sembra determinata dal conte Ruggiero, tutte le altre sedi debbono
-a lui la fondazione: Traina il 1081, com’abbiam detto, trasferita a
-Messina il 1096; Catania il 1091; Siracusa, Girgenti e Mazara il 1093,
-alle quali fu aggiunto il 1094 il monastero di Patti, dandosi all’Abate
-dignità e funzioni vescovili;[734] oltrechè il conte, per licenza del
-papa e, com’ei dice una volta, ad esempio del papa, sciolse parecchi
-monasteri dalla giurisdizione de’ vescovi.[735] Spicca vie più il
-diritto inaugurato da Ruggiero nell’esempio contrario di Lipari; la
-quale sendo stata abbandonata da’ Musulmani, e avendovi certi frati
-fondato un monastero e raccolti de’ coloni, papa Urbano die’ all’abate
-la giurisdizione vescovile, vantandosi padrone di quell’isoletta in
-virtù della falsa donazione di Costantino.[736] Ma anco in questo
-caso Ruggiero seppe stender la mano sopra l’Abate, con donargli Patti
-e non poche altre possessioni.[737] In vero ei messe un tesoro per
-comperare le regalie ecclesiastiche bizantine, le quali esercitò,
-com’abbiam detto, nella fondazione de’ vescovadi; anzi trascorse oltre
-a quelle, fattasi anco dar dal papa l’autorità di scomunicare in certi
-casi.[738] Ruggiero vivea sicuro» della parola del papa, che tutto gli
-aveva assentito senza scrivere un rigo, quando Urbano, con apostolica
-ingenuità, mandava a fascio ogni cosa, nominando un legato appo di
-lui. Ma egli nol soffrì. Dopo la vittoria di Capua, si fece rendere,
-quasi a forza, una parte di que’ privilegi, nella notissima bolla del
-millenovantotto, quando Urbano avea da sperar molto e da temer qualcosa
-da lui.
-
-Lo storiografo del conte, il quale narra quello scandalo schiettamente
-anzi che no,[739] riferisce pur tutta a pietà cristiana la fondazione
-de’ vescovati. «Impadronitosi, egli dice, della Sicilia intera, fuorchè
-Butera e Noto, Ruggiero non volle mostrarsi ingrato a Dio: cominciò
-a vivere devoto, ad amare i giudizii giusti, seguire il diritto,
-abbracciare la verità, frequentare le chiese, assistere al canto degli
-inni sacri, soddisfare al clero le decime d’ogni entrata sua, consolar
-le vedove, gli orfanelli e gli afflitti. Ei racconcia i templi per
-tutta l’isola; in molti luoghi dà del suo, perchè sieno edificati più
-presto. Innalza in Girgenti una Cattedra con infule pontificali; per
-suoi chirografi la dota a perpetuità di terreni, decime e varie altre
-entrate che bastino a mantenere il pontefice e il clero; fornitala
-largamente, oltre a ciò, di ornamenti e arredi sacri: alla quale chiesa
-ei prepone ed ordina vescovo un certo Gerlando, di nazione allobrogo,
-uomo, come si dice, di molta carità e nelle ecclesiastiche discipline
-erudito.»[740] Era dunque del Delfinato, o savojardo, questo vescovo,
-del quale il Malaterra non volle affermare le virtù, come il facea
-pe’ francesi: Stefano da Rouen nominato a Mazara, Ruggiero provenzale
-a Siracusa, e un bretone Ansgerio, come si ritrae da’ documenti, a
-Catania. Il quale sendo abate di Sant’Eufemia in Calabria e ricusando
-di abbandonare i monaci, ed essi lui, Ruggiero trovò modo di vincerlo.
-«Gli concede perpetuamente, ripiglia il Malaterra, la città di Catania
-e sue dipendenze. Egli, trovando inculta la Chiesa, come quella che
-di fresco era stata strappata di gola al popolo infedele, la prima
-cosa die’ mano ai lavori di Marta, tanto che in breve provvide la
-Chiesa di quanto le abbisognasse; e poi, alternando con gli studii di
-Marta que’ di Maria, adunò non piccolo stuolo di monaci e, come buon
-pastore, con la parola e con l’esempio, li sottomise al giogo di regola
-rigorosa.»[741]
-
-Marta, in vero, meglio che Maria inaugurò la Chiesa siciliana; meglio
-che la vita contemplativa, l’opera civile: la propaganda cattolica,
-necessario stromento di governo nelle condizioni della Sicilia,
-musulmana più che mezza, e bizantina quasi tutto il resto; l’invito a
-coloni di Terraferma; il contrappeso alla feudalità laica. Ancorchè
-allo scorcio dell’undecimo secolo il periodo vescovile fosse quasi
-finito nell’Italia di sopra, par sia giovata la consuetudine di quella
-autorità ad attirare coloni ne’ feudi ecclesiastici della Sicilia
-con promessa di franchige, com’abbiamo notato dicendo di Catania e di
-Patti. E che la prova non fosse fallita, lo dimostra la concessione
-di Cefalù al vescovo, fatta il 1145 da re Ruggiero, insieme con una
-vera carta di franchige municipali. Ma il vescovo di Catania, l’abate
-di Patti, l’arcivescovo di Messina e gli altri vescovi e gli abati
-di monasteri liberi da giurisdizione vescovile, possedendo feudi
-da ragguagliarsi ai baroni e taluno a’ primarii del regno,[742] e
-dipendendo per molti rispetti dal re e per nessuno dall’aristocrazia
-militare, aggiugnean forza al principato di Ruggiero. Il quale,
-dovendo affidar loro sì vitali interessi dello Stato, chiamò alle
-sedi vescovili i suoi fidati, li fece entrare ne’ Consigli dello
-Stato[743]: ne’ quali rimasero pur troppo fino alla continua minorità
-di Guglielmo II. Le sette diocesi coincidono a un dipresso con le
-divisioni politiche nate tra i Musulmani verso la metà dell’undecimo
-secolo;[744] e le tornano esattamente per numero e con poco divario per
-circoscrizione, alle province odierne dell’isola: dove il numero de’
-vescovi è ormai triplicato per la vanità di alcuni municipii e la cieca
-devozione de’ Borboni di Napoli, i quali procacciarono la istituzione
-di otto sedi novelle in ventotto anni.[745] Ma tornando addietro
-all’XI secolo, è da notare come la diocesi di Palermo fu di gran
-lunga più piccola che ogni altra: un trapezio da Corleone a Vicari,
-foce del fiume Torto e Capo di Gallo. E ciò si comprende, poichè
-Palermo ubbidiva al duca di Puglia quando il conte Ruggiero costituì
-le finitime diocesi di Traina, Mazarae Girgenti.[746] Fors’anco non
-si stendea più oltre la giurisdizione politica della città innanzi il
-conquisto.
-
-Su la circoscrizione territoriale dell’isola abbiam detto altrove
-ritrarsi sotto la dinastia fatemita l’ordinamento dell’isola in
-_iklîm_, i quali sembrano distretti militari.[747] Or si ritrovano
-gli iklîm sotto i Normanni. Non ne cerchiam noi la prova ne’ passi
-d’Edrisi dove si fa menzione di parecchi iklîm della Sicilia; perocchè
-il geografo di re Ruggiero usa quel vocabolo genericamente; anzi,
-amando i giuochi di parole come ogni altro scrittore arabico de’ suoi
-tempi, loda l’ampiezza o la feracità dei territorii con dare talvolta
-allo stesso luogo le appellazioni di _’aml_ e di _iklîm_.[748] Ma
-quest’ultima voce occorre appunto in qualche diploma del XII secolo,
-estratto dai registri degli ufizi pubblici, che risalivano a’ principii
-della dominazione normanna.[749] Inoltre gli è da sapere che in quelle
-quattro circoscrizioni diocesane del conte Ruggiero nelle quali si
-leggono i nomi de luoghi,[750] scarsissimo n’è il numero al confronto
-di quello che dà Edrisi a capo di mezzo secolo, avvertendo pure ch’ei
-ricordi le città e terre principali e lasci addietro quelle di minor
-conto.[751] E per vero i diplomi ci ragguagliano di moltissimi villaggi
-taciuti dal geografo; talchè in qualche tratto di paese il numero
-cavato dai diplomi sta a quello di Edrisi, come il numero di Edrisi a
-quello della circoscrizione ecclesiastica. Il divario poi che corre tra
-questa e la descrizione geografica or or citata, nasce in alcuni casi
-dalla fondazione di nuove colonie; ma il più delle volte evidentemente
-vien da ciò, che la cancelleria del Conte notava nelle diocesi i soli
-capoluoghi, invece delle terre sottoposte alla giurisdizione politica
-e militare di ciascuno, ch’era, a creder mio, l’iklîm. Così nella
-vasta diocesi di Catania, descritta il 1091, si notano solamente Aci,
-Paternò, Adernò, Sant’Anastasia, Centorbi e Castrogiovanni, ciascuna
-delle quali è assegnata «con tutte le appartenenze sue:» e si vede
-che le appartenenze di Castrogiovanni stendeansi da una parte sino ai
-confini di Traina e dall’altra sino al fiume Salso;[752] ond’eranvi
-comprese Caltanissetta e Pietraperzia, taciute qui, ma nominate ben
-da Edrisi, con questa particolarità ch’egli attribuisce a ciascuna
-parecchi iklîm. Darò anco in esempio la diocesi di Palermo, alla quale
-il primo attestato di circoscrizione (1122) attribuisce soltanto
-Palermo, Misilmeri, Corleone, Vicari e Termini;[753] ma al dire
-d’Edrisi erano cospicue nella medesima regione Trabia, Cefalà, Marineo,
-Godrano, Margana, Menzil Iusuf, Caccamo, Brucato, Raia, Prizzi,
-Pitirrana e Abragia, terre anteriori, la più parte, al conquisto;[754]
-e, una trentina d’anni dopo Edrisi, i diplomi ci mostrano nell’iklîm
-di Corleone quattro villaggi,[755] e tra Palermo e Termini Ibn-Giobair
-vide il bel paesello di Kasr Sa’d,[756] le carte fanno ricordo di
-Ain-Liel[757] e di Rahl Esscia’rani.[758] Così anco nella diocesi di
-Mazara il diploma del conte Ruggiero ha dieci nomi[759] e sedici la
-geografia d’Edrisi. Si ritrae da’ diplomi inoltre che il territorio
-della città di Mazara prendea quasi tutto l’odierno circondario di
-tal nome e metà di quello d’Alcamo.[760] Vasto territorio anco sembra
-il val di Milazzo tenuto in feudo da Goffredo Borello ne’ primi tempi
-del conquisto.[761] Il conte Ruggiero ritenne dunque, chè altrimenti
-far non potea, gli iklîm de’ Musulmani, chiamandoli «appartenenze» del
-capoluogo;[762] i quali territorii, per la estensione loro, variavano
-tra il «mandamento» e il «circondario» della presente circoscrizione
-dell’Italia. Erano _contadi_, talvolta sì vasti, che alcuno, come
-Adernò, Paterno o Siracusa, divenne _contea_.
-
-Pur se alcuni iklîm in Sicilia, come in altri paesi musulmani,
-eccedeano le proporzioni ordinarie, non si veggono a’ tempi del conte
-Ruggiero grandi circoscrizioni civili o militari che ne comprendessero
-tanti da potersi chiamare province. Se Edrisi dice che Sciacca era
-divenuta la città primaria[763] degli iklîm d’intorno, in luogo di
-Caltabellotta la cui popolazione s’era quasi tutta tramutata in quella
-città marittima, questo sembra fatto economico non amministrativo:
-d’altronde torna alla metà del XII secolo. Sola eccezione mi pare il
-Val Demone, citato qual nome di regione da due scrittori cristiani
-contemporanei al conquisto,[764] e come tale anco usato nella geografia
-di Edrisi[765] e in molti diplomi della fine dell’undecimo e prima metà
-del duodecimo secolo;[766] ancorchè per noi s’ignori se allo scorcio
-dell’undecimo, rispondesse all’antico nome un vero compartimento
-amministrativo. Io nol credo, perchè ne’ ricordi del conquistatore non
-rimane vestigio di altra autorità provinciale che i vescovi; perchè un
-ordinamento provinciale non è verosimile in quella prima applicazione
-della feudalità, dove i magistrati provinciali sarebbero stati i Conti;
-e perchè le province non avrebbero potuto differire, per numero nè per
-confini, dagli Stati musulmani distrutti. Pertanto rimanderei ai tempi
-di re Ruggiero la tripartizione in valli, o piuttosto la ristorazione
-di tal ordinamento, che si potrebbe riferire, sì come ho già detto, ai
-Musulmani.[767]
-
-E tanto meno verosimile sarebbe un ordinamento di province sotto il
-primo Ruggiero, quanto risulta dalle croniche e da’ documenti ch’egli
-non ebbe mai capitale propriamente detta. Povero venturiere, si fece
-il primo nido in Mileto che sola possedea; levato a maggiori speranze
-in Sicilia, ne usurpò un altro in Traina; ma divenuto principe e
-potentato, alternò sempre tra Mileto e Traina quel che potrebbe
-chiamarsi il soggiorno suo, poche settimane, cioè, ch’ei posava in
-casa, correndo da impresa ad impresa, tra il Lilibeo e il Garigliano.
-Ei volle essere sepolto in Mileto;[768] fece comporre le ossa del
-figliuolo Giordano in Traina;[769] e quivi tenea il tesoro, quivi per
-qualche tempo la famiglia, ritraendosi che una sua figliuola, andando
-sposa in Ungheria, entrò in nave a Termini e quindi a Palermo, donde
-fece vela per la Dalmazia.[770]
-
-La triplice origine degli abitatori della Sicilia portò seco tre
-denominazioni di magistrati, che a nome del principe reggessero
-le terre demaniali e del barone le feudali; rendessero ragione e
-riscuotessero le entrate. E veramente occorrono in moltissime carte del
-tempo i nomi di strateghi e vicecomiti; e due diplomi arabici del 1149
-e 1154 danno entrambi il doppio titolo di _’Amil_ e _Stratego_ di Giato
-ad un Abu Taib, il quale, insieme con gli sceikh cristiani e musulmani
-di Partinico, N»zh»r»d, Desisa e di Giato medesima, designava il sito e
-i confini di un terreno conceduto dal demanio regio.[771] Similmente in
-un atto notarile greco del 1156, appartenente a un comune dell’attuale
-provincia di Palermo, è citato un kâid Hosein, stratego.[772] Parve
-al Gregorio, se non certa, verosimil cosa che gli strateghi avessero
-avuta autorità maggiore e giurisdizione territoriale più vasta che i
-vicecomiti e che i primi fossero stati magistrati criminali, i secondi
-civili e d’azienda.[773] Ma novelli documenti e que’ medesimi dati
-alla luce infino al secol passato, dimostrano la competenza civile e
-amministrativa degli strateghi.[774] Che se veggonsi ad un tempo nello
-stesso luogo lo stratego e il vicecomite, come a Stilo di Calabria
-e in Siracusa,[775] ciò non prova esclusivamente la differenza del
-grado; ma il doppio uficio ben adattasi a terra abitata da due genti
-diverse, sì come in Palermo sedeva il cadì e il magistrato cristiano,
-e in Giato lo stesso uomo era _’âmil_ e stratego. Il fondamento
-del diritto pubblico della Sicilia in quel tempo, cioè che ciascuna
-gente fosse giudicata secondo sua legge, richiedea che a ciascuna si
-desse il proprio magistrato; e la primitiva semplicità ed economia
-dell’amministrazione portava che il giudice fosse incaricato di ogni
-altra faccenda del principe o del barone. Lo stratego, governatore di
-provincia nel IX secolo, era rimaso, com’io penso, supremo magistrato
-politico quando, caduta la dominazione bizantina, ciascuna città
-independente, tributaria o anche soggetta a’ Musulmani, si resse
-più o meno largamente da se medesima: e ciò non solo in Sicilia, ma
-avvenir dovea in varii luoghi della Calabria. Era dunque naturale
-che il conte normanno lasciasse il medesimo titolo al governatore
-ch’ei mandava nelle città greche e chiamasse vicecomite quello delle
-nuove colonie, come solean dirlo in casa loro.[776] Per la medesima
-ragione veggiamo l’_’âmil_ nelle terre musulmane; se non ch’egli era
-privo di autorità giudiziaria, appartenendo questa ai _cadi_ e agli
-_hâkim_.[777] Come portava lor civiltà superiore, ebbero i Musulmani,
-oltre gli appositi magistrati, anco leggi, se non buone, almen certe e
-coordinate da sottile giurisprudenza; mentre il codice dell’umanità,
-la legge romana, facea capo qua e là nelle consuetudini delle città
-cristiane, traendo seco qualche innovazione bizantina e lottando contro
-le barbariche usanze dei Longobardi e de’ Franchi.[778] Per vizio
-comune alle legislazioni europee, riserbossi il principe gli appelli
-nelle cause civili, facendole decidere da ottimati delegati a volta
-a volta. Ritenne egli inoltre i giudizii capitali nella più parte de’
-feudi.[779]
-
-Or toccheremo delle entrate pubbliche nei primi tempi normanni;
-nella quale ricerca e’ convien adoprare con maggior cautela, e quasi
-con diffidenza, i ricordi dell’ultima metà del XII secolo; sendo, i
-fatti in materia di azienda, assai più mutabili che quelli discorsi
-fin qui, verbigrazia le condizioni sociali o i municipii, e mancando
-pertanto quella presunzione d’un’origine più antica, che sovente ci
-ha confortati a riferire a’ principii della dinastia gli ordini che
-si ritraeano in su la fine. Intraprendiamo ricerca di fatti ch’ebbero
-grande conseguenza nella storia dell’Italia meridionale, perocchè il
-conte Ruggiero negli ultimi venticinque anni dell’undecimo secolo,
-salì a tanta potenza mercè l’oro, non meno che il ferro. Quella
-ricchezza ond’ei fu rinomato in tutta Cristianità, non potea venir dal
-solo bottino; non dal frutto de’ possessi demaniali, necessariamente
-scarso tra le fazioni di guerra e lo sconvolgimento sociale. E pur
-allora veggiamo il conte stipendiare grosse schiere di stanziali,
-largire doti regie a tante figliuole, porgere sussidii ai papi e,
-quel ch’era più grave, aiutar di danari il fratello nell’impresa di
-Grecia; e poi innalzare per ogni luogo chiese e monasteri. Donde venian
-cotesti tesori? E’ si direbbe che il conte avesse appresa l’alchimia
-dagli Arabi, o scoperto dassè il gran segreto: quel medesimo con che
-raddoppiossi d’un tratto il reddito della città di Palermo, come prima
-ei vi messe le mani.
-
-La savia amministrazione, fondamento del gran segreto, sembra retaggio
-de’ tempi musulmani, ben usato dal vincitore. Avendo sotto gli occhi
-i ruderi, noi possiamo ricomporre in parte quell’antico edifizio. E
-prima scorgiamo un censimento universale di beni demaniali e feudali,
-chè gli uni e gli altri furono in origine la stessa cosa, possessi,
-cioè, dello Stato, de’ quali altri si concedeano in feudo, altri
-ricadeano al fisco e questo ne riconcedeva o ritenea. Provan cotesto
-censimento le _platee_ de’ villani appartenenti a ciascun feudatario
-dell’isola, promulgate in Mazara, come già notammo, il 1093, che è a
-dir due anni dopo il compimento del conquisto;[780] poichè tanto valea
-concedere i villani, quanto la terra assegnata a ciascun di loro, detta
-_rab’_ ne’ documenti arabici, e _cultura_ ne’ latini.[781] Nè mancano,
-nell’undecimo secolo, le vestigie di un’antecedente descrizione
-de’ territorii; sapendosi essere stato il casale di Regalbuto
-concesso il 1090 alla chiesa di Messina «con tutto il suo contado ed
-appartenenze, secondo le antiche circoscrizioni de’ Saraceni.»[782]
-Più precise notizie ci danno di cosiffatta descrizione le carte del
-duodecimo secolo, dalle quali si scorge che quel censimento, s’ei non
-raffigurava, come i nostri d’oggidì, una selva di righi e colonnini
-terminati col reddito di ciascun podere in lire e centesimi, che son
-pur cifre d’approssimazione e talvolta direbbonsi d’allontanamento,
-racchiudea, sì, la descrizione sommaria de’ confini noti a tutti in
-ciascun contado, la misura della superficie, il numero e i nomi de’
-villani, e, alla grossa, la qualità del suolo.[783]
-
-Le medesime carte ci fanno conoscere il titolo dell’ufizio che serbava
-cotesto censimento; ed era, in arabico, _Diwân-el-Tahkîk-el-Ma’mûr_,
-ossia «Ufizio di riscontro della tesoreria,» se non ci inganna
-l’analogia con gli ordinamenti dell’azienda pubblica, posti in Egitto
-da que’ medesimi califi Fatemiti che furon legislatori dell’azienda
-in Sicilia:[784] il quale ufizio in latino barbaro fu detto _Dohana
-de Secretis_[785] per la medesima ragione che altrove fece chiamare
-segretarii gli scrittori del carteggio ufiziale. L’origine musulmana è
-provata dalla denominazione dell’ufizio e da quella de suoi strumenti,
-i _defetarii_, de’ quali fa menzione il Falcando, e se n’ha riscontro
-ne’ documenti; ma si è molto disputato su quel ch’e’ contenessero
-e donde venisse quella voce.[786] _Defêtir_ è plurale arabico di
-_difter_, e questo, mera trascrizione di διφθέρα «pelle» e «codice di
-cartapecora:»[787] un di que’ vocaboli che gli Arabi necessariamente
-tolsero in prestito da’ Greci, sia in Levante o sia in Sicilia, e
-andandosene dall’isola, ce li riconsegnarono storpiati a loro modo. I
-defetarii erano dunque i libri, i registri, degli ufizii d’azienda.
-Ancorchè non mi sia occorsa altra appellazione speciale che del
-_difter-el-hodûd_, ossia «registro de’ confini,»[788] egli è verosimile
-che ve ne fossero stati di varie maniere, come appunto soleano averli
-i Musulmani, e che in una serie di que’ registri fossero pur notati
-i diritti dello Stato su ciascuna classe di abitatori in ogni terra;
-i quali diritti si riscuoteano dal Fisco quando la terra era ritenuta
-in demanio e si trasferivano ai baroni quando la si concedea. Possiam
-anco supporre con fondamento che non mancassero i catasti de’ beni
-allodiali.[789] L’ordinamento de’ catasti risultante dalle carte del
-XII secolo fu ristorato forse e perfezionato ai tempi di re Ruggiero;
-ma questi di certo non imitollo dal “Doomsday book” di Guglielmo il
-Conquistatore, come si è immaginato:[790] l’ebbe in retaggio dal primo
-Conte, dal governo musulmano e fors’anco dal bizantino.
-
-Par che il Conte abbia rivendicati al demanio tutti i possessi e i
-diritti usurpati da lunghissimo tempo; leggendosi nella concessione
-feudale della città di Catania (1092), esser data quella al vescovo
-«con tutte le sue appartenenze, possessioni ed entrate,.... sì come
-la teneano i Saraceni quando i Normanni passarono la prima volta in
-Sicilia»[791] e dati anco «i Saraceni che dimoravano in Catania a quel
-tempo, e i figliuoli dei Saraceni di Catania stessa e di Aci, nati in
-altre parti della Sicilia, dove i genitori si fossero rifuggiti per
-timore de’ Normanni.» L’interpretazione più ovvia di coteste parole
-farebbe risalire la rivendicazione a trent’anni innanzi (1061); se non
-che mal si comprende qual principio di gius pubblico o quale utilità
-avrebbe potuto suggerir termine così fatto al conquistatore. Avea
-forse Ibn-Thimna prestato omaggio feudale a Ruggiero o a Roberto il
-sessantuno? Ovvero si pattuì quel termine nella dedizione di Catania
-ai Normanni? Il primo supposto parmi privo di fondamento; l’altro
-gratuito affatto e credo più plausibile un terzo: cioè che la passata
-alla quale si alludea, fosse quella della compagnia normanna che seguì
-la bandiera di Maniace il milletrentotto. Allora, occupata da Cristiani
-tutta la Sicilia orientale, moltissime famiglie emigrarono senza dubbio
-nelle regioni occidentali. A capo di due anni, lacerata la Sicilia
-dall’anarchia e surti i regoli, erano stati di certo occupati da questo
-e da quello i beneficii militari, parte principalissima dell’entrata
-pubblica e pomo della discordia nell’isola, come in tutt’altro Stato
-musulmano. Gli è verosimile dunque che il vincitore, potendolo fare con
-buon diritto, abbia messa la scure alla radice, in luogo di tollerare
-le concessioni de’ regoli ch’egli avea combattuti e vinti ad uno ad
-uno. Nè era da temere maggior odio per lo spogliamento degli ingiusti
-occupanti dopo cinquant’anni che dopo trenta; e molto minore difficoltà
-si sarebbe incontrata a scoprire i poderi notati nei registri dei diwân
-kelbiti della capitale, che a rintracciare la condizione del patrimonio
-militare al principio della guerra in ciascun centro di governo:
-Palermo, Castrogiovanni, Girgenti, Siracusa e Catania. D’altronde la
-rivendicazione si può con fondamento supporre estesa a tutta l’isola,
-perocchè la non toccava al certo le proprietà, ne’ luoghi dove per
-accordo o necessità rispettolle il vincitore.
-
-De’ possedimenti demaniali fruiva il Conte, come ciascun feudatario
-de’ suoi proprii, riscotendo da’ villani ed altri coloni il tributo in
-danari e grani, e il servigio d’opere manuali; e da’ borghesi delle
-terre e città le gabelle, tasse o guadagni di vendita privativa: dei
-quali pesi abbiam toccato nel trattar le condizioni del popolo e ci
-siamo riferiti al Gregorio.[792] E conviene rimanerci alle generalità;
-perchè le prove che dà il Gregorio non bastano in tutti i particolari.
-Egli argomentò il sistema de’ primi tempi normanni dalle liste di
-que’ che alla metà del XIII secolo si chiamavano diritti antichi, per
-opposizione ai nuovi ordinati da Federigo imperatore; ma non possiamo
-non supporre che grandissime innovazioni fossero seguite nella prima
-metà del XII secolo. Si affidò inoltre il Gregorio alla descrizione
-dei detti pesi per Andrea da Isernia, senza considerare che questo
-dotto giureconsulto del XIII secolo avesse lavorato su le memorie del
-Napoletano al par che della Sicilia. In fine ei fece assegnamento su
-certi documenti del XIII secolo, ne’ quali si noveravano le entrate
-pubbliche soggette a decima ecclesiastica; ma non s’accorse che il
-clero per lo meno esagerava i proprii diritti.[793] Occorrono quindi
-novelli studii su i documenti, stampati o no, per appurare ciascun capo
-di entrata pubblica ne’ tempi di cui si ragiona. Ma tutto insieme si
-vede il fatto che dovea nascere, l’innesto della ragione feudale su la
-fiscalità musulmana: da una parte, nuovi diritti dominicali e angherie
-feudali; dall’altra alcune maniere di testatico, e da entrambe,
-gabelle di consumo e di produzione. Sappiamo, per testimonianze di
-contemporanei, recata in Sicilia da’ Normanni la privativa de’ bagni,
-de’ molini, de’ forni e delle canove.[794] I diritti di erbatico,
-legnatico e simili, nacquero dalla nuova forma della proprietà; i
-proventi giudiziali, dal potere politico attribuito a proprietarii
-privati. Continuò la capitazione su i Giudei, trovato musulmano.
-Scendeano da tempo più antico, modificate da’ Musulmani ed accresciute
-al certo da’ Normanni, le gabelle alla entrata o uscita delle merci, le
-tasse su i movimenti delle navi mercantesche, i diritti su le industrie
-e i mestieri. Dalle denominazioni si può talvolta conghietturare
-l’origine; per esempio, la _cabella bucherie_ sembra normanna tanto
-certamente, quanto il diritto di rahaba e quello di _cangemia_
-musulmani.[795] Non è poi da dimenticare che coteste gravezze variavano
-forse da terra a terra in quantità e in qualità e che, se in teoria le
-appartenean tutte al principe, sì come i terreni non allodiali, pure
-ei non ne fruiva se non che ne’ paesi del demanio, ma nelle città e
-terre concedute le andavano a beneficio dei feudatarii. Il supposto
-del Gregorio che, per lo meno, quelli che or diciam diritti doganali si
-riscuotessero dal principe per ogni luogo[796] non mi pare avvalorato
-da alcun fatto, nè consentaneo al diritto pubblico de’ tempi.
-
-Tributo generale bensì, la colletta, si poneva anco su i feudatarii
-ne’ noti quattro casi feudali; della quale ancorchè non abbiam ricordi
-al tempo del primo conte, la si dee supporre, quando e’ si ritrae
-che Roberto Guiscardo levolla in Terraferma e in Palermo[797] e poi
-i re normanni in tutta la Sicilia.[798] Generale anco il diritto di
-marineria, col quale si manteneva il navilio; se non che, com’e pare,
-i municipii vi contribuivano, più che i feudatarii, e ciò in compenso
-del servigio militare.[799] Ed ancorchè non risulti da alcun documento
-di quella età, credo fermamente sia da aggiugnere alle sopradette e
-da tener principalissima entrata del conte Ruggiero, come la fu de’
-successori, la tratta de’ grani. Sappiam noi dagli annali musulmani le
-spaventevoli carestie che patì l’Affrica propria in quella età,[800]
-sendo permanente la causa principale: gli Arabi ladroni d’Egitto i
-quali desolarono tutta la campagna e corserla in guisa da impedirvi per
-tanti secoli ogni maniera di coltivazione.[801] Sappiamo dal raccontato
-aneddoto del conte Ruggiero quanto assegnamento facesse il governo
-di Sicilia in sul traffico de’ grani con l’Affrica; il qual fatto non
-rimarrebbe men vero, se il racconto si riferisse alla prima metà del
-XII secolo, anzichè alla seconda dell’XI.[802] E veramente la reciproca
-pazienza degli Ziriti e della casa di Hauteville a mantenere la pace
-negli ultimi diciotto anni della sanguinosa lotta che il cristianesimo
-combatteva contro l’islamismo in Sicilia,[803] non si potrebbe credere,
-quand’anco si supponesse in ambo le parti inalterabile saviezza e
-freddo giudizio degli interessi politici; ma la parrà naturale e
-necessaria, supponendo che il conte Ruggiero mandasse a vendere i grani
-dell’azienda in Mehdia, in Tunis e nelle altre città della costiera,
-sì come fece il figliuolo Ruggiero quindici o venti anni dopo la morte
-di lui: e questo commercio di grani aprì la via alle imprese del re
-sopra l’Affrica, e rese per due secoli i principi di Tunis tributarii a
-que’ di Sicilia, come si dirà nel libro seguente. Con ciò la tratta de’
-grani comparisce fin dalla prima metà del XIII secolo ricchissimo capo
-d’entrata del tesoro siciliano e se ne scorge vestigia al principio del
-XII.[804] Tutte le ragioni conducono al supposto che il conte Ruggiero
-l’abbia istituita o forse continuata in ciascuna città marittima della
-Sicilia, come prima egli se ne insignorisse: ed è verosimile ch’ei
-v’abbia fatto doppio guadagno; cioè levare grossa contribuzione in
-denaro o in genere all’uscita de’ grani altrui, e intanto, aumentato
-così il prezzo della merce, mandar a vendere in altri paesi i grani
-ch’ei possedea, raccolti da’ canoni in derrata ne’ suoi proprii demanii
-o ritratti dalla medesima tassa d’uscita. Ammessa questa sorgente, non
-farà maraviglia l’inesauribile ricchezza del conquistatore.
-
-Dopo i tributi verrebbero i servigi, ch’erano sì gran parte de’
-pubblici pesi negli stati feudali; e possono dividersi in servigi di
-pace e di guerra. Dei primi, cioè le giornate di lavoro ne’ campi,
-i trasporti, l’opera manuale nelle edificazioni e simili fatiche,
-abbiam già toccato; nè occorre altro aggiugnere, sendo simili coteste
-obbligazioni nelle terre demaniali e nelle feudali.[805] Il servigio
-militare di terra era prestato da’ baroni in Sicilia al par che in
-ogni altro stato feudale, come si legge nel Gregorio.[806] Notiamo
-tuttavia che i feudi ecclesiastici non andarono esenti per generalità
-dal servigio militare, sì com’ei dice; ma alcuni ne furono eccettuati
-e similmente alcune città. Inoltre i fatti narrati da noi provano come
-il Conte chiamasse talvolta alla guerra i Musulmani di Sicilia;[807]
-il quale esempio fu seguìto dai re suoi discendenti e dalla dinastia
-sveva. Verosimile egli è che i Musulmani facesser oste capitanati
-dai loro kâid,[808] nutriti a spese del principe durante l’impresa
-e gratificati col bottino. È da ricordare infine che il Conte ebbe
-schiere di stanziali stipendiati, e che i suoi successori ne tenner
-anco di Cristiani e di Musulmani.
-
-Del navilio siciliano allo scorcio dell’undecimo secolo non avanza
-alcuna memoria. Si potrebbe anzi supporre, se non distrutto,
-decaduto di molto; ritraendosi che verso il millesessantotto la gente
-dell’armata, per cagion delle guerre civili, riparò in Affrica,[809]
-e che le forze navali operaron poco nella difesa di Palermo il
-1071, ancorchè quello fosse stato sempre il gran porto militare de’
-Musulmani di Sicilia.[810] Ciò nondimeno, s’egli è vero che a metter
-su un navilio di guerra si richiegga tempo e spesa e grandissima cura,
-convien che il conte Ruggiero abbia adoperato a ristorare il navilio
-siciliano i buoni elementi del pugliese e del calabrese già messi
-alla prova negli assedii di Bari e di Palermo e usati da Roberto nella
-guerra di Grecia; e ch’ei gli abbia felicemente innestati con que’ del
-navilio musulmano. Perchè i Normanni di Sicilia rivaleggiaron in sul
-mare con le repubbliche marittime nella prima metà del XII secolo;
-e, fin dal 1113, l’Adelaide, vedova del Conte, andando in Ascalona
-per rimaritarsi a Baldovino re di Gerusalemme, era scortata da nove
-legni da guerra siciliani, due de’ quali portavano cinquecento uomini
-ciascuno; e gli altri rifulgean d’oro, argento, porpora, e i guerrieri
-di preziose vestimenta e ricche armadure, senza contare i tesori
-profusi nella galea dell’Adelaide, nè una schiera di arcieri saraceni
-splendidamente vestiti, ch’ella recava in dono allo sposo.[811] La
-mole de’ legni e il lusso, provano che la Sicilia avea già di nuovo
-un’armata possente.
-
-Della quale noi possiamo figurarci la costituzione, rannodando le
-notizie che n’abbiamo ne’ tempi appresso, con quelle che si ritraggono
-ne’ tempi innanzi, del navilio bizantino e de’ musulmani.[812] Or
-del primo sappiam noi ch’era di due maniere, il regio cioè e il
-provinciale, ch’è a dire fornito e armato a carico delle città di certe
-province. Così leggiamo nella Tattica dell’imperatore Leone.[813] Il
-tumulto di Rossano al quale noi accennammo, dimostra qual fastidio
-recasse ai popoli così fatto armamento:[814] e n’abbiamo anco
-riscontro da Ibn-Haukal, il noto viaggiatore del X secolo, il quale,
-descrivendo i paesi marittimi dell’Asia minore e le varie maniere di
-legni da guerra che vi armava l’impero bizantino, dice che la spesa
-era levata su i villaggi vicini al mare «a tanto per fumajolo, ossia
-tanto per casa.»[815] Ma come i Musulmani, venuti in sul Mediterraneo,
-necessariamente messer su forze navali, e necessariamente usarono
-gli ordini e gli uomini che le avevano mantenute appo i popoli
-vinti,[816] così veggiamo nelle armate loro i legni mandati dalle
-varie città. Un antico scrittore citato da Makrizi, ci narra che in
-Egitto, al tempo dei califi fatemiti, la più parte del navilio era
-fornita da’ governatori delle province e pagati gli stipendi dal “diwân
-dell’armamento navale” insieme con quelli de legni regii; e che inoltre
-ciascuna provincia avea la sua armatetta.[817] Sappiamo da Ibn-Khaldûn
-che il navilio de’ califi omeiadi di Spagna, il quale arrivò talvolta
-a dugento legni, era raccolto da tutti i porti del reame, ciascun de’
-quali forniva i suoi.[818] Ora in Sicilia ricomparisce una sembianza
-di cotesto ordinamento, insieme con l’armata che soggiogò la costiera
-d’Affrica e infestò le isole della Grecia (1123-54): la _marineria_
-dovuta dalle popolazioni lombarde;[819] i dugencinquanta marinai
-che dovea fornire il Municipio di Caltagirone; i dugento novantasei
-richiesti a quel di Nicosia, che giace tra i monti come quell’altra
-città; i venti marinai dovuti dal vescovo di Patti.[820] Le galee
-delle varie città si veggono combattere contro il navilio angioino
-allo scorcio del decimoterzo secolo.[821] Quanta parte poi prendessero
-durante il duodecimo i Musulmani nelle armate di Sicilia, si vedrà nel
-libro seguente.
-
-E quivi sarà discorso di que’ fatti d’incivilimento che riferir si
-potrebbero al tempo del primo conte, ancorch’e’ compariscano nei
-regni de’ suoi successori. Breve e sanguinoso, il periodo che abbiamo
-studiato in questo libro non lasciò campo alle arti della pace; non
-permesse di ricordar quelle che, per necessità dell’umana natura e
-della convivenza sociale, si esercitavano pure in mezzo alle stragi e
-alla distruzione. Pertanto abbiamo raccolti nel libro precedente[822]
-que’ bricioli di storia letteraria de’ Musulmani che riferir si
-poteano al tempo della guerra. Della storia letteraria de’ Cristiani
-di Sicilia altre reliquie non abbiamo che i codici, le immagini e le
-minuterìe del Prete Scholaro.[823] Le chiese e i monasteri che Roberto
-e Ruggiero edificarono, in luogo de’ sontuosi palagi distrutti, sono
-state consumate dal tempo, come i loro diplomi in carta bombicina che
-fu mestieri di rinnovare entro mezzo secolo; o, se qualche pietra
-n’avanza, la non si riconosce tra le costruzioni eleganti di re
-Ruggiero e de’ Guglielmi. Ma abbiam citati a lor luogo i ricordi che ne
-fanno i cronisti o i documenti.
-
-Ci è occorso altresì di rammentare le opere di fortificazione, che
-a’ vincitori premeano al men quanto gli edifizii ecclesiastici: la
-cittadella e il castel di Roberto in Palermo,[824] i baluardi di
-Ruggiero in Messina,[825] e quelli che si affrettò a costruire San
-Gerlando con le pietre de’ tempii agrigentini.[826] Edrisi fa un cenno
-della ristorazione di Marsala, mostrando non ignorare che la fosse
-surta su le rovine di Lilibeo e attestandoci una seconda distruzione
-seguìta nella guerra de’ Normanni o poco innanzi. «_Marsa Alì_, egli
-scrive, antica, anzi primitiva città, delle più notabili della Sicilia,
-era abbandonata, che ne rimaneano appena le vestigie, quando il conte
-Ruggiero primo la ripopolò e cinsela di mura. Indi la s’è riempita di
-case, mercati e magazzini.»[827]
-
-Oltre le fortificazioni, sono da attribuire a’ primi tempi normanni
-alcune strade militari. Tale al certo fu quella ch’è chiamata «lo
-Stradale[828] francese di Castronovo» in un diploma di Ruggiero, dato
-del 1096, secondo il quale i confini assegnati dal Conte alla diocesi
-di Messina risalgono lungo il Fiume Torto insino alla sorgente, e
-indi ripiegano sul detto stradale e di là al Monte di San Pietro
-e continuano verso Levante.[829] Par sia questa la medesima strada
-che da Palermo, com’attesta un diploma del 1132, menava a Vicari,
-Castronovo e Petralia;[830] continuava alla volta di Traina, dove
-la versione d’un diploma greco del 1094 ricorda una “via regia;” e
-forse, valicati i monti a Sant’Elia d’Ambola,[831] ripigliava essa
-il corso lungo la costiera settentrionale, poichè il medesimo nome
-di “via regia” ricomparisce il 1143 presso Patti,[832] e molto prima
-presso Milazzo.[833] Il predicato di basilica, chè così dicea senza
-dubbio il testo, dato a cotesta strada nel diploma del 1094, la fa
-supporre bizantina: e sarebbe per avventura quella che tennero i
-Normanni addentrandosi nel cuor dell’isola e ch’essi prolungarono
-o racconciarono dopo Petralia o Castronovo, per farsene linea
-d’operazione sopra Palermo. Si potrebbe riferire anco ai tempi del
-primo conte l’altra via detta precisamente militare, in un diploma
-della Chiesa di Monreale del 1182, la quale par sia corsa ne’ dintorni
-della Ficuzza, tra Palermo e Corleone;[834] ma non si ritrae se
-mettesse capo nella via di Castronovo, che ne sarebbe stata discosta in
-linea retta una ventina di miglia a scirocco. Può solo argomentarsi che
-la qualità, o almeno l’origine di questa via militare, differisse da
-quella delle grandi vie del commercio interno, che menavano da Palermo
-a Mazara, da Palermo a Sciacca, ed altre nominate vie pubbliche o
-stradali nel medesimo diploma della Chiesa di Monreale,[835] le quali
-erano forse aperte molto tempo innanzi la guerra normanna.
-
-Diciamo in ultimo della sola manifattura che ci possiamo aspettare
-dal novello principato, dopo le chiese e le opere militari. Si
-rinvengono in tutti i musei d’Europa tante monete battute dai re
-normanni di Sicilia ed anco dagli svevi, con leggende arabiche e
-formole musulmane, che si è supposto con fondamento essere incominciato
-così fatto conio ne’ primi anni della dominazione. Il Tychsen, che
-dissodò la numismatica orientale e inciampò sovente in quel novello
-terreno, pubblicò, sul disegno mandatogli di Sicilia, una moneta d’oro
-attribuita da lui a Roberto Guiscardo, da altri all’abate Vella; nella
-quale, se i caratteri non son mutati del tutto dopo tre o quattro
-copie del disegno, leggesi in sul diritto il nome di re Tancredi, e
-però torna alla coda anzichè alla testa della serie normanna.[836]
-L’Adler poi die’ fuori alcuni quartigli, o diciamo _roba’i_, o tarì
-d’oro, nei quali è chiarissimo il nome di Ruggiero e in alcuni il
-titolo di re; ma in altri parve all’Adler di veder la voce _emîr_,
-talchè potea cadere dubbio se al padre appartenessero ovvero al
-figliuolo, com’egli suppone dal tipo.[837] Seguillo il Castiglioni,
-aggiugnendo alla lezione di _emir_ quella di _Sicilia_[838] e tiraronsi
-dietro, riluttante, il Marsden.[839] Altra via batteva il principe di
-San Giorgio Spinelli quando, avute alle mani in Napoli ricchissime
-collezioni, compilò un’opera di gran mole, corredata di tavole e in
-molte parti degna di lode. Quel gentiluomo napoletano, molto erudito ma
-conoscitor mediocrissimo dell’arabico, riferì al gran Conte diciassette
-tarì d’oro che pesano un grammo o poco meno ed hanno da una faccia il
-simbolo musulmano, dall’altra il nome di Ruggiero, preceduto, come
-crede l’autore, dal titolo or di conte or di duca, e su i margini
-qualche residuo di leggenda, dove lo Spinelli rintracciava date di
-tempo e di luogo.[840] Coteste monete ha accettate il Mortillaro,
-con alcune correzioni che non risguardano il nome del principe.[841]
-Mi rincresce che il lavoro tutto dello Spinelli non dia guarentigia
-di quella erudizione e di quella sicurezza d’occhio in fatto di
-numismatica musulmana, che ci potrebbero indurre a prestar fede alla
-lezione di codeste diciassette monete; duolmi altresì non poter fare
-assegnamento su le figure incise, le quali, sia difetto delle monete
-fruste o sia del disegno, bastano talvolta a conoscere erronea la
-lezione dello Spinelli, ma non aiutano punto a rifarla. Si aggiunga
-che, a giudicar dalle tavole, il titolo di _duca_ letto dallo Spinelli
-in una moneta[842] somiglia perfettamente al vocabolo che in altra egli
-trascrive _conte_; e che, ammettendo il primo, si tornerebbe a Ruggiero
-duca di Puglia che fu signore pria di tutta la città di Palermo e poi
-della metà. Or a noi non piace andar così a tentoni. Aspetteremo che
-le collezioni le quali servirono allo Spinelli, cioè la sua propria e
-quelle di Fusco, Tafuri, Santangelo e Capialbi siano riviste da occhi
-più esperti; sì che le monete del XII secolo si scemano da quelle che
-per avventura avesse battute il primo conte. E in questo mezzo rimarrà
-in sospeso la piccola lite, se i roba’i siciliani fossero stati coniati
-senza interruzione da’ tempi dei califi fatemiti[843] a quelli di
-re Ruggiero e dei successori; e intanto rimarranno al primo conte di
-Sicilia le sole monete di rame con effigie e lettere latine, che a lui
-sogliono attribuirsi.[844]
-
-
-
-
-SOMMARIO DELLE MATERIE CONTENUTE NEL TERZO VOLUME.
-
-
-LIBRO QUINTO.
-
- Capitolo I.
-
- an.
- 970-1011. Cagioni esteriori della caduta della
- dominazione musulmana in Sicilia. Movimento
- nazionale nella Terraferma italiana. Imprese
- navali dei Pisani contro i
- Musulmani Pag. 1
- 1015. Mogêhid usurpatore di Denia 4
- » La Sardegna infestata precedentemente 5
- » Mogêhid a Luni e in Sardegna 7
- 1016. È sconfitto e ricacciato in Spagna 9
- » Contese de’ Pisani co’ Genovesi 10
- 1016-1114. Altre fazioni contro i Musulmani 13
- » I Normanni 14
- » Loro tradizioni 20
- 1078-1086. Croniche de’ Normanni d’Italia. Amato 21
- » Guglielmo di Puglia 22
- » Malaterra 23
- » Leone d’Ostia e Lupo 24
- » I Normanni a Salerno 25
- 1017-1021. Melo 26
- » Compagnia Normanna 29
- 1040-1041. Argiro e Ardoino 30
- » Battaglia dell’Olivento ed altre vicende 33
- 1043. Nuovo ordinamento della Compagnia 37
- » La casa di Hauteville 38
- 1051. Rivolta contro i Normanni 40
- 1055-1058. Roberto Guiscardo 42
- 1059. Ruggiero. Espugnazione di Reggio 49
- » Condizioni della Compagnia Normanna 52
-
- Capitolo II.
-
- 1060. Disposizioni de’ Cristiani messinesi 55
- » Supposta congiura 56
- » Correria sopra Messina 61
- » Ibn-Thimna 62
- 1061. Nuova fazione 63
- » Presa Messina 66
- » Rametta 70
- » Tripi, Frazzanò, Maniace, Centorbi 71
- » Paternò, Emmelesio, Sanfelice; battaglia di
- Castrogiovanni 72
- » Scorreria a Girgenti. Tregua con Palermo 75
- » Ritirata 76
- » Castel di San Marco. Dominazioni diverse nelle
- province 78
-
- Capitolo III.
-
- » Rivolgimento in Palermo 79
- » Condizioni degli Ziriti 80
- » Aiuti di Mo’ezz 81
- » Scorreria di Ruggiero sopra Girgenti 82
- » Patti co’ Trainesi 83
- 1062. Ruggiero sposa Giuditta di Evreux 84
- » Correrie in Sicilia. Morte d’Ibn-Thimna 85
- » Brighe di Ruggiero con Roberto 87
- » Rivolta di Traina 89
- » Vittoria di Ruggiero 91
- 1063. Nuova spedizione affricana 92
- » Scorrerie di Ruggiero 94
- » Battaglia di Cerami 96
- » Fazione de’ Pisani in Palermo 101
- » Fazioni de’ Normanni a Collesano, Brucato, Cefalù.
- Combattimento presso Girgenti 105
-
- Capitolo IV.
-
- 1064. Vano assedio di Palermo 106
- » Bugamo presa: scontro presso Girgenti 107
- 1064-1068. Aiûb ed Ali, figliuoli di Temim, occupano la
- Sicilia occidentale 108
- » Guerra civile; partenza degli Affricani ed
- emigrazione 110
- 1066. Ruggiero a Petralia 111
- 1068. Battaglia di Misilmeri 113
- 1068-1071. Assedio di Bari 114
- » Armamento contro Palermo 115
- » Presa Catania 116
- » Assedio di Palermo 118
- » Assalti 124
- 1072. Resa della città 130
- » E di Mazara 133
-
- Capitolo V.
-
- » Distribuzione de’ conquisti ivi
- » Morte di Serlone 134
- » Roberto ordina il governo in Palermo 136
- 1072-1085. Ritorna in Terraferma. Suoi doni alla Badia di
- Montecassino 139
- » Contrasta co’ suoi baroni 141
- 1072-1085. E co’ principi di Salerno e Capua 142
- » Roberto e Gregorio VII 143
- » Imprese di Grecia e di Roma 144
- » Morte di Roberto 146
-
- Capitolo VI.
-
- 1072. Condizioni de’ Normanni in Sicilia 147
- » E dei Musulmani 148
- » Benavert 149
- 1073-1075. Progressi lenti di Ruggiero 150
- » Vittoria di Benavert 151
- 1076. Ruggiero dà il guasto al Val di Noto 153
- 1077. Prende Trapani ed altri paesi 154
- 1078. E Taormina 156
- 1079. Rivolta di Cinisi e Giato 159
- 1081. Ruggiero padrone di Messina 161
- » Catania presa da Benavert e racquistata 162
- 1082. Rivolta di Giordano 163
- 1085. Scorreria di Benavert in Calabria 164
- 1086. Ruggiero prende Siracusa 165
- 1087. Impresa navale degli Italiani sopra Mehdia 168
- » Ruggiero occupa Girgenti e la provincia 172
- » Ibn Hammûd gli dà Castrogiovanni 173
- 1089-1091. Prese Butera e Noto. Urbano II a Traina 176
- » Conquisto di Malta 177
-
- Capitolo VII.
-
- 1093. Morte di Giordano e rivolta di
- Pantalica 180
- 1085-1093. Cresciuta potenza del conte Ruggiero 181
- » Aiuta il nuovo duca di Puglia, il quale gli
- concede metà di Palermo 182
- 1091-1094. Imprese di Cosenza e Castrovillari 184
- 1096. Assedio di Amalfi. La prima Crociata 185
- 1098. Ruggiero assedia Capua co’ Musulmani 186
- » E impedisce la loro conversione 187
- » Aneddoto attribuitogli da Ibn-el-Athîr 188
- » Scuola di monaci statisti 190
- » Relazioni del conte con Urbano II 191
- » Privilegio dell’Apostolica legazione 193
- 1101. Morte del conte 194
- » Famiglia della contessa Adelaide 196
- » La Marca aleramica 198
- » Bonifazio del Vasto 199
-
- Capitolo VIII.
-
- » Condizioni dell’isola dopo il conquisto 200
- » Diplomatica siciliana dell’XI e XII secolo.
- Falsa pergamena arabica dell’archivio di
- Napoli 201
- 1101. Diplomi arabici e greci 202
- » Diplomi latini 204
- » Varie schiatte. Antichi abitatori 206
- » Distribuzione geografica delle nuove schiatte 207
- » Ebrei 209
- » Tribù arabe e berbere 210
- » Normanni e altri Francesi 213
- » Colonie della Terraferma italiana 218
- » Lombardi 222
- » Baroni aleramidi 225
- » Dialetto de’ Lombardi di Sicilia 227
- » Caltagirone 228
- » Origini di altre città 231
- » Della famiglia Bonello 232
-
- Capitolo IX.
-
- » Condizioni de’ vinti. Schiavi 233
- » Villani 237
- » Sinonimo di Rustici 238
- » Due maniere di villani 242
- » Domini di Maks 243
- » Platee 245
- » Doveri e diritti de’ villani 246
- » Borghesi 250
- » Non soggetti alla _gezia_ 253
- » Borghesi delle antiche schiatte 256
- » Prete Scholaro 257
- » I Greci non hanno titoli di nobiltà 259
- » Musulmani. _Kaid_, titolo di nobiltà,
- d’Ufficio o meramente onorifico 260
- » Origine di tutte queste condizioni 267
-
- Capitolo X.
-
- » Se il conte di Sicilia sia stato vassallo del
- duca di Puglia 271
- » Costituzione politica 274
- » Ruggiero prende il titolo di Gran Conte e poi
- di Console 277
- » Istituzioni municipali messe in forse dal
- Gregorio 278
- » Memorie delle municipalità cristiane nella
- guerra normanna 280
- » E sotto il principato. Arconti 281
- » Anziani 284
- » Buoni Uomini 286
- » Maestri de’ Borghesi 289
- » Municipalità diverse nella stessa città.
- Anche de’ Giudei. _Gema’_ 291
- » Forma generale de’ comuni siciliani 292
- » Franchige 296
- » Municipii di Palermo e di Messina 297
- » Ricerche da farsi. Feudalità 299
- » Feudi ecclesiastici 301
- » Autorità di Ruggiero nella gerarchia 302
- » Legazia apostolica 306
- » Rifatte le diocesi dal principe ivi
- » Circoscrizione territoriale politica.
- _Iklîm_ 309
- » Ufiziali del principe. _’Amil_, Stratego
- e Vicecomite 315
- » Magistrati giudiziali 318
- » Entrate pubbliche 319
- » Platee 320
- » _Diwâni_ 322
- » _Defetarii_ 324
- » Rivendicazione de’ beni demaniali 326
- » Dazii e gabelle 327
- » Colletta; diritto di marineria; tratta de’ grani 331
- » Servigio militare e navale 333
- » Costituzione dell’armata 335
- » Avanzi d’incivilimento. Chiese e fortezze 338
- » Strade militari 339
- » Monete del conte Ruggiero 342
-
-
-
-
-Correzioni ed Aggiunte.
-
-
- Pag. lin.
-
- 12 3 n. 5. della stessa dello stesso volume
- opera
- 25 » n. 1. volume volume. Contuttociò si vegga
- il De Meo, nell'_Apparato
- cronologico agli Annali del
- regno di Napoli_, Napoli,
- 1785, pag. 385, segg. ed una
- nota posta ne' _Regii
- Neapolitani archivii
- Monumenta_, vol. IV, pag.
- VI, nella quale è citato un
- diploma del 1008.
-
- 36 7 n. 2. potessero potessero. Si riscontri presso
- Trinchera, _Syllabus graecorum
- membranarum_, etc., Napoli,
- 1865, pag. 53, un diploma del
- 1054, nel quale Argiro
- s'intitola: _Magister Vestis
- et dux Italiae, Calabriae,
- Siciliae, Paphlagoniae_,
- etc.
-
- 48 27 n. al principio alla fine
-
- 56 11 e del del milledugentottantadue e del
- milledugentottantadue milleottocensessanta.
-
- 63 4 n. 5. aprile. Malaterra aprile. Edrîsi, nella
- descrizione della Sicilia,
- _Bibl. arabo-sicula_,
- testo pag. 26, fa cominciare
- il conquisto nel 463
- dell'egira, cioè dal 26 gennaio
- 1061 al 15 gennaio 1062.
- Malaterra
-
- 75 5 discosta discosto
-
- 102 8 n. 2. dell'autore del traduttore
-
- » 10 » 1603 1063
-
- 133 2 tributo. tributo annuale.
-
- 136 25 s'addimandò fino s'addimanda ancora
- al 1860
-
- 169 1 n. 1. vol. II, p. 139, vol. II, pag. 139, 355, segg.
- 367 e 547
-
- » 2 » vol. III, p. 80, vol. III, pag. 80, 81, 158.
- 81
-
- 173 9-10 n. figliuolo o nipote o bisnipote
- nipote
-
- 181 4 » 612. 618.
-
- 206 8 Pacione. Dond'e' Pacione, Mohammed-Ibn-Coco.
- Dond'e'
-
- 219 3 Lentini e i nomi Lentini e Ragusa, e i nomi
-
- » 2 n. 3. secolo. secolo. Per Ragusa si vegga
- Amico, _Dizionario
- topografico_, sotto quel
- nome.
-
- 220 12 n. Firenze. Firenze alle radici di Monte
- Morello ed un'altra presso
- Bagno a Ripoli. V'ha anco un
- _Paterno_ in provincia
- di Roma, presso Albano
-
- 305 5 1093, alle quali 1093 e Malta nello stesso
- tempo, com'e' pare, alle quali
-
-
-
-
-NOTE:
-
-
-[1] Si vegga il Libro IV, cap. VI, pag. 311, del vol. II.
-
-[2] _Chronicon Pisanum_, presso Muratori, _Rerum Italicarum
-Scriptores_, tomo VI, p. 101, e _Breviarium pisanæ historiæ_ a p. 167;
-e Marangone, nell’_Archivio Storico Italiano_, tomo VI, parte II, pag.
-4, tutti nell’anno pisano 1005. Il _Breviarium_, compilato alla fine
-del XIII secolo, aggiugne che i Saraceni avevano minacciato Roma, fatto
-poco probabile, finto com’io credo per vantare i meriti dei Pisani appo
-la corte papale e rincalzare la supposta concessione della Sardegna.
-I compilatori pisani più moderni mano mano confusero la narrazione,
-ponendo questo assalto lo stesso anno della battaglia di Reggio, e
-proprio nell’assenza dell’armata; poi la scena si ravvivò con Mogêhid
-(Musetto), con la Chinzica eroina, con le esortazioni del Papa, le
-arringhe dei consoli pisani, i quali furono supposti con date, nomi e
-cognomi ec. Si veggano cotesti romanzi nel Sardo, _Cronaca Pisana_;
-e nel Roncioni, _Storie Pisane_, nell’_Archivio Storico Italiano_,
-tomo VI, parte II, pag. 76, e parte I, pag. 49, 51, e si riscontri il
-Muratori, _Annali d’Italia_, 1005, il quale con sana critica rigetta
-tutti quegli episodii. Quanto all’origine arabica del nome _Chinzica_,
-supposta dal Muratori, mi accordo col Wenrich che la mette in forse.
-_Rerum ab Arabibus_ ec., lib. I, cap. XIII, § 115. In ogni modo quella
-voce non ha che fare coll’avvenimento del 1004, poichè le carte pisane
-innanzi il mille fanno menzione d’un quartiere di tal nome. Si vegga
-l’avvertenza dei dotti editori del Roncioni, op. cit., pag. 63, nota 1.
-
-[3] Quel che si sa della battaglia di Reggio è stato riferito da
-noi nel Libro IV, cap. VII, pag. 341, del vol. II. La supposizione
-della pia gesta dei Pisani è nata in questo modo. I Benedettini
-della congregazione di Saint Maur pubblicarono tra le epistole di
-Gerberto (_Recueil des Historiens des Gaules_, tomo X, pag. 426, nº.
-CVII) una del 999, indirizzata non si sa a chi e molto oscura, nella
-quale il Papa, lamentando Gerusalemme profanata dai Pagani, esorta lo
-sconosciuto cristiano: «Enitere ergo, miles Christi, esto signifer et
-compugnator, et quod armis nequis, consilii et opum auxilio subveni;»
-nelle quali parole in vero si trova l’idea immatura d’una crociata e la
-domanda di oblazioni per la santa impresa. I dotti editori aggiungono
-in nota che i Pisani subito si messero in mare e andarono a combattere.
-Si cita per questo, Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, III,
-400, ma in fondo non si trova altra fonte che un moderno panegirico
-municipale dei più avventati, voglio dir le lunghissime note di
-Costantino Gaietani alle vite dei papi di Pandolfo Pisano, pubblicate
-a Roma il 1638, e ristampate dal Muratori nel detto volume. Torniamo
-dunque al Tronci e peggio, e si spezza il legame tra l’epistola di
-Gerberto del 999 e la battaglia di Reggio del 1005, si dilegua la
-crociata, e resta ai Pisani la industria, la civil prudenza, e la virtù
-di guerra navale.
-
-[4] _Chronicon Pisanum_; e Marangone, II. cc., anno 1012.
-
-[5] Ne’ Mss. d’Ibn-el-Athîr si legge erroneamente Abu-Hosein, per uno
-scambio di lettere e punti diacritici molto facile ad avvenire nelle
-copie. Abu-l-Geisc (Padre dell’esercito) significa il soldato per
-antonomasia.
-
-[6] Rumi. Così il chiama Marrekosci, _The history of the Almohades_,
-testo arabico, pag. 52. Può significare schiavo greco o italiano, e, in
-Spagna, uom delle schiatte sottomesse dai Musulmani.
-
-[7] Almansor si chiamava Ibn-abi-Amir.
-
-[8] Dhobbi, Ms. della Soc. Asiat. di Parigi e Ibn-Bassâm, Ms. della
-Bibl. di Gotha, entrambi all’articolo _Mogêhid_. Debbo questi estratti
-alla cortesia, l’uno del Prof. Dozy di Leyda, e l’altro del Dottor
-Weil di Heidelberg. Ibn-el-Athîr dice che Mogêhid e il figliuolo Alì,
-suo successore, furono entrambi «uomini di dottrina, amicissimi e
-benefici verso i dotti, cui ricercavano nei paesi vicini e lontani.»
-Marrekosci fa le stesse lodi del solo figlio. La voce ch’essi usano
-(_’ilm_) è in generale, scienza, ma più specialmente il diritto con
-sue vaste ramificazioni. Dell’articolo di Dhobbi ho data una versione
-italiana nella _Nuova Antologia_ di Firenze, maggio 1866, vol. II, p.
-61. Si vegga anco Ibn-Khaldûn, _Prolegomeni_, testo arabico, Parte II,
-nelle _Notices et Extraits_, tomo XVIII, p. 389, e Makkari, _Analectes
-de l’histoire de l’Espagne_, testo arabico stampato a Leyda, Vol. I,
-p. 280, 523, 524 e vol. II, 117, 129, 415, 433, 511, 526, dove sono
-narrati alcuni aneddoti, della generosità di Mogêhid verso illustri
-filologi.
-
-[9] Ibn-el-Athir, ediz. Tornberg, tomo IX, p. 205, anno 407, nel cenno
-su i piccioli Stati che nacquero in Spagna. Ho data la traduzione
-italiana nella _Nuova Antologia_ di Firenze, vol. II, p. 60,
-maggio 1866. Uno squarcio del testo si legge nella mia _Biblioteca
-Arabo-Sicula_, pag. 271. Questo Capitolo con poche varianti è
-trascritto da Nowairi, Ms. di Parigi, A. F., 647, fog. 108 recto; il
-quale chiama Mo’aiti Abu-Mohammed-Abd-Allah. Quanto ai principii della
-signoria di Mogêhid a Denia, seguo piuttosto il racconto verosimile
-dell’annalista musulmano, che quello del Conde, _Dominacion de los
-Arabes en España_, cap. CIX, il quale del nome proprio Mogêhid, fece
-un titolo _Mogêhid-ed-din_ “Guerrier della Fede:” ma ciò non si adatta
-alle usanze di Spagna in quel tempo. Marrekosci, loc. cit., dà appena
-il nome e pochissimi cenni di Mogêhid. Egli attribuisce al costui
-figlio Alì, successore suo nel principato di Denia e Majorca, il titolo
-di _Mowaffek_ “Favorito (da Dio)” che Ibn-el-Athîr, Dhobbi, Nowairi e
-Conde danno a Mogêhid stesso, e ch’egli forse prese quando restò solo
-signore, dopo la morte di Mo’aiti.
-
-[10] Si vegga il Libro I, cap. VII, e X, nel vol. I, pag. 170, 175, 227
-e il Libro III, cap. VIII, vol. II, pag. 180. Le scorrerie dell’816,
-e 817, si ritraggono da Ibn-el-Athîr nella _Bibl. Arabo-Sicula_, pag.
-221, 228, del testo. Entrambe mossero d’Affrica. Nella prima non pochi
-Musulmani, dopo aver fatto preda, si perdettero per fortuna di mare.
-Quegli andati alla seconda impresa «or vinsero, or furono vinti, e se
-ne tornarono.»
-
-[11] Così leggiamo in Edrisi, autore del XII secolo, nella _Biblioteca
-Arabo-Sicula_, testo, pag. 20 e 21, e presso Di Gregorio, _Rerum
-Arabic_., p. 112. Il passo relativo ai Sardi, ch’è mutilato nella
-_Geographia Nubiensis_, seguita dal Di Gregorio, corre così: «Gli
-abitatori della Sardegna sono di origine Rûm-Afarika, berberizzati,
-nemici di ogni altro ramo della schiatta dei Rûm: uomini prodi e di
-saldo proponimento che non lascian mai l’armi.» L’appellazione Rûm,
-nota ai nostri lettori, qui significa evidentemente gente italiana.
-Gli Afarika erano le popolazioni cristiane dell’Affrica, di schiatta
-fenicia, come accennammo nel Libro I, cap. V, tomo I, pag. 105.
-Berberizzati non può qui significar altro che misti coi Berberi; e
-ci ricorda i notissimi _Barbaricini_ dei tempi di San Gregorio in
-Sardegna.
-
-[12] Ibn-el-Athîr sotto l’anno 92 (710-11) raccoglie la storia di
-tutte le scorrerie dei Musulmani in Sardegna, in unico capitolo,
-del quale io ho pubblicato il testo nella _Biblioteca Arabo-Sicula_.
-Quivi si legge a pag. 217 «L’anno 135 (752-3) osteggiò quest’isola
-Abd-er-Rahmân-ibn-Habib-ibn-abi-’Obeida-el-Fihri, il quale vi fe’
-grande strage. Ma poi fermò pace con gli abitatori, a patto che
-pagassero la gezia; la quale fu riscossa e durò. Nè altri dopo
-Abd-er-Rahmân molestò quest’isola; talchè i Rûm ristorarono le cose di
-quella.» Accennato poi alla scorreria del 935 e in ultimo all’impresa
-di Mogêhid del 1016, avverte in fine: «nè fu mai più combattuta
-la Sardegna (dai Musulmani) dopo questo tempo.» In questo capitolo
-Ibn-el-Athîr dimentica le fazioni dell’816 e 817 ch’ei narra altrove
-come si è accennato. La menzione che si fa dei Giudici di Sardegna
-nell’865 (veggasi Muratori, _Dissertat. Antiq. Ital. medii ævi_, II,
-p. 1077, Diss. XXXII) si attaglia, come dicemmo, alla testimonianza
-d’Ibn-el-Athîr. Si vegga anco Manno, _Storia di Sardegna_, lib. VII,
-pag. 333 e seg. dell’ediz. di Capolago, 1840, vol. I, e Wenrich, _Rerum
-ab Arabibus_ etc., lib. I, cap. XIII, § 112, 113. Questi due diligenti
-compilatori avrebbero smesso ogni dubbio, leggendo il citato capitolo
-d’Ibn-el-Athîr.
-
-[13] _Breviarum_, ec., presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_,
-tomo VI, pag. 167, anno pisano 1002. Marangone nè l’altra cronica non
-ne fanno menzione, e la data mal si accorda con quella, sì precisa,
-degli autori arabi.
-
-[14] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr nei citati due capitoli del 92, e del
-407, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pag. 218, e 271; Ibn-Khaldûn,
-_Prolegomeni_, testo, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pag. 461, e
-nelle _Notices et Extraits des MSS_., tomo XVII, parte I, pag. 36;
-Makkari, _Mohammedan Dynasties in Spain_, versione inglese del prof.
-Gayangos, tomo II, pag. 258; Conde, l. c.
-
-[15] Si riscontrino: Ditmar, _Chronicon_, lib. VII, cap. 31, presso
-Pertz; Scriptores, tomo III, pag. 830; Marangone, nell’_Archivio
-Storico Italiano_, tomo VI, parte II, pag. 4; _Chronicon Pisanum_ e
-_Breviarium_ presso Muratori, R. I. S., tomo VI, pag. 107, 167, sotto
-l’anno pisano 1016; e il poema di Lorenzo Vernese, presso Muratori,
-stesso volume, pag. 124, dove si accenna che Mugeto l’anno innanzi
-la sconfitta finale (cioè 1016, del conto comune) s’era dato alla
-fuga vedendo venire l’armata pisana. Le croniche pisane laconicamente
-portano che i Pisani e Genovesi, fatta guerra in Sardegna con Mugeto,
-il vinsero. Ditmar vescovo di Mersebourg, morto il 1018, scrisse in fin
-della sua cronica in luogo che risponde al 1016, come i Saraceni venuti
-con l’armata in Longobardia occupavano «Lunam civitatem;» cacciatone il
-vescovo s’impadronivano delle case e mogli de’ terrazzani; come papa
-Benedetto chiamava alle armi i rettori e difensori della Chiesa; come
-il grande navilio ch’egli adunò stringeva i Saraceni nel porto. Il re
-allor fugge in barchetta; i suoi assaliti da’ Cristiani, per tre dì
-hanno l’avvantaggio; poi sono rotti e passati a fil di spade; presa
-la regina e troncatole il capo, il papa vuol per sè la di lei corona
-d’oro gemmato, e manda all’imperatore mille libbre d’oro per parte del
-bottino. Ma il re saraceno facea dono al papa d’un sacco di castagne
-minacciando di tornare con altrettanti uomini; Benedetto gli rimandava
-il sacco pieno di miglio aggiungendo: tanti uomini e più troverai
-vestiti di corazze per accoglierti. E il cronista, come scandalezzato
-di così fatta risposta, conchiude: Iddio giudica gli uomini; e noi
-preghiamolo che allontani tal flagello da quel paese, e gli accordi la
-pace.
-
-Or ognun vede che si tratti d’unico fatto, di cui Ditmar scrisse
-le novelle che correano in Germania, cioè l’insulto degli Infedeli
-sopra una città imperiale, e la vendetta che n’avean presa i sudditi
-dell’imperatore; e i cronisti pisani notarono quel che loro premea,
-cioè la vittoria del navilio italiano. E però il primo ristringe
-il fatto a Luni; i secondi lo pongono in Sardegna; ai quali dobbiam
-credere come meglio informati, ancorchè non contemporanei. Tanto più
-che Ditmar, con quella fuga del re, prigionia della moglie, e data
-del 1016, ci mostra aver confuso le fazioni di questo e del 1015,
-come or or si vedrà nei racconto della fuga secondo gli autori arabi.
-Da un’altra mano non si può supporre che Ditmar abbia sbagliato il
-nome della città e provincia assalita. Dunque i Musulmani al tempo
-dell’impresa di Sardegna fecero una scorreria a Luni, prima o dopo
-la vittoria sopra Malôt, credo piuttosto prima che dopo; i Pisani e
-Genovesi gli diedero una rotta navale nello stesso anno 1015 e un’altra
-nella state del 1016.
-
-[16] Marangone e le altre Croniche Pisane, dicono «homines Sardos vivos
-in cruce murare.» Lo spiega Lorenzo Vernese, narrando che Mogêhid, nel
-fabbricare una sua fortezza, adoperava i Sardi da manovali, e poi li
-facea seppellir vivi dentro le mura.
-
-[17] Marangone e _Croniche Pisane_. Dhobbi nella biografia citata
-di sopra dice che Mogêhid “occupò la maggior parte della Sardegna ed
-espugnò le fortezze.”
-
-[18] Dhobbi, Conde.
-
-[19] Conde e le _Croniche Pisane_.
-
-[20] La data si ritrae da Ibn-el-Athîr, che nota Mogêhid _scacciato_
-dalla Sardegna in su la fine del quattrocentosei (8 giugno 1016).
-Lo stesso autore in altro luogo lo dice _combattuto e sconfitto_. Le
-croniche Pisane accennan solo alla fuga, ma Lorenzo Vernese afferma:
-«Rex fugisse (_fugæ sese_?) datur, multis jam marte peremptis; Barbarus
-abscessit, capto cum coniuge nato»
-
-[21] Dhobbi, loc. cit. e Conde, il quale lo copia inesattamente.
-
-[22] Ibn-el-Athîr.
-
-[23] Lorenzo Vernese, il quale aggiunge un lungo racconto sul riscatto
-del figliuolo.
-
-[24] Si riscontrino i due citati capitoli d’Ibn-el-Athîr, anni 92 e
-407, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pag. 218 e 271; Dhobbi, l. c.
-il quale narra alcuni particolari della sconfitta con le parole di un
-testimonio oculare; Nowairi, _Storia di Spagna_, l. c.; Ibn-Khaldûn,
-loc. cit., il quale dice che i Cristiani «ripigliarono _immantinenti_
-la Sardegna;» Conde, _Dominacion_ ec., parte II, cap. 110; Marangone
-nell’_Archivio Storico_, vol. cit., p. 4; e il _Chronicon Pisanum_, e
-il _Breviarium_ ec. presso Muratori, _Rerum Ital_., tomo VI, pag. 107 e
-167, sotto l’anno pisano 1017. Lorenzo Vernese, autore del XII secolo,
-nel poema su la impresa di Majorca del 1114, presso Muratori, _Rer.
-Ital_. S. VI, 124, racconta in versi la guerra di Sardegna come l’avea
-intesa da’ vecchi della sua città, e s’accorda bene con gli annalisti
-arabi. «Mugelus rex Baleæ et Dianæ» (Denia e le Baleari; gli altri
-Pisani, anche Marangone, lo suppongono Africano) occupa la Sardegna.
-Vengono i Pisani con l’armata ed egli fugge (probabilmente nelle parti
-occidentali dell’isola). Torna l’anno appresso nel regno Calaritano con
-suoi Mori e fabbrica una fortezza. Incrudelisce nei Cristiani. Assalito
-dalle armi di Pisa, fugge di nuovo lasciando prigioni il figlio e la
-moglie; e i principi dell’isola rimangon sudditi dei Pisani.
-
-[25] Marangone,_ Chronicon Pisanum_, e _Breviarium_ ec., ll. cc.
-
-[26] A tal concetto mi portano i pochi fatti che abbiamo della _Storia
-di Sardegna_ nell’XI e XII secolo, i quali si leggono nel Manno, op.
-cit., lib. VII. Lorenzo Vernese nel luogo citato del suo poema scrive:
-
- _Erepti Sardi jugulis, tutique fuerunt;_
- _Indeque tota manent Pisanis subdita regno._
- _Sardiniæ: docuere senet quæcumque retexo;_
- _Quæsitis Sardis, non hæc tibi vera negabunt._
-
-Le quali parole, con le testimonianze non richieste che allega
-il poeta, mostrano che nella prima metà del XII secolo i Pisani
-non pretendeano per anco la piena signoria della Sardegna, ma un
-protettorato con gli abusi che ne seguitano. D’altronde non si
-comprenderebbe in qual altro modo avrebbero potuto signoreggiare in
-Sardegna i nobili e mercatanti che non governavano per anco Pisa.
-E si veggono molto più antichi della fuga di Mogêhid, i giudici che
-Benvenuto da Imola, presso Muratori, _Antiq. Ital. Medii Ævi_, tomo
-I, p. 1089, secondo le idee del XIV secolo, supponeva istituiti dai
-Pisani. La concessione dell’isola per Benedetto VIII è invenzione del
-XIII secolo, quando la corte di Roma avea dato lo scandalo di infeudare
-a questo ed a quello la Sicilia e la Sardegna stessa; nè alcuno ha
-prodotto mai il testo di quel privilegio; nè lo si allegò mai nelle
-contese fra i Genovesi e i Pisani presso Federigo Barbarossa, le quali
-si leggono distintamente nella continuazione di Caffari, anno 1164,
-presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo VI, p. 294, 295.
-
-È da avvertire che il Saint Marc, _Abrégé chronologique de l’histoire
-d’Italie_, anni 1017 e 1021, tenendo per guida il Muratori, nega la
-concessione papale e la dominazione pisana, senza particolareggiare gli
-argomenti.
-
-Il Manno (tomo I, p. 381, dell’edizione di Capolago) non osa troncare
-la difficoltà nè rigettare apertamente la narrazione riferita dal
-Gaietani nelle annotazioni alle vite dei Papi (Muratori, _Rerum
-Italicarum Scriptores_, tomo III, p. 401); il quale, nel 1638,
-affermava averla tolto da Lorenzo Bonincontro da San Miniato che
-scrisse, dice egli, _più di dugent’anni addietro_. Bonincontro o
-Gaietani, dava con nomi e cognomi, la divisione della Sardegna tra
-Pisani, Genovesi e _Spagnuoli_ dopo la sconfitta e prigionia di
-Musetto. Basterebbe la menzione delli Spagnuoli, per dimostrarla
-fattura del XV secolo.
-
-[27] Caffari, _Annales Januenses_; e continuazione presso Muratori,
-_Rerum Italicarum Scriptores_, tomo VI, anni 1162 e 1164; Marangone
-nell’_Archivio Storico Italiano_, tomo VI, Parte II, p. 38, anno 1165.
-Su le guerre tra quelle due città si vegga Marangone, op. cit., p.
-8 e segg., fin dal 1119 (1118). Si vegga anche il Manno, _Storia di
-Sardegna_, lib. VII.
-
-[28] Cotesta falsa tradizione nacque nel XIII secolo, trovandosi nel
-_Breviarium_ ec., presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo
-VI, p. 167, anni 1017, 1020, 1050, non già nelle due croniche del XII
-secolo, cioè l’anonima del Muratori e quella di Marangone. I Genovesi
-a lor volta nella lite del 1164 affermavano audacemente dinanzi il
-Barbarossa che i lor maggiori avessero preso il Muzaito e il vescovo di
-Genova lo avesse mandato all’imperatore.
-
-[29] Ibn-el-Athîr, capitolo dell’anno 92, nella _Biblioteca
-Arabo-Sicula_, testo, p. 218. Ibn-Khaldûn riferisce altre scorrerie
-degli Ziriti d’Affrica nel regno di Iehia-ibn-Temîm (1108 a 1116),
-_Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 482, e _Histoire des Berbères_,
-versione di M. de Slane, tomo II, p. 25.
-
-[30] Ibn-el-Athîr, ediz. Tornberg, tomo IX, p. 205, anno 407.
-
-[31] Ademari Cabanensis _Chr._, nel _Rec. des Hist. des Gaules_, X, 156.
-
-[32] Gayangos, _The Moham. dynasties in Spain_, tomo II, p. LXXXVIII.
-Dozy, _Hist. des Musulmans d’Espagne_, tomo IV, p. 290, 304, Cf. p. 21
-della stessa opera e Dozy medesimo, _Recherches_, 2ª ediz. I, 245.
-
-[33] Così nell’impresa del 1035 che si ritrae da Rodolfo Glabro e che
-or si narrerà. Si è veduto che i Genovesi nel 1164 davano lo stesso
-vanto ai lor maggiori. Le supposte imprese del 1019 e 1049 nella
-compilazione pisana del XIII secolo provano che durasse la terribile
-leggenda di Mogêhid. È da notare che, all’infuori del poeta Lorenzo
-Vernese, tutti supponeano Mugeto re d’Affrica. Quest’errore è durato
-fino al Manno. Il Wernich, _Rerum ab Arabibus in Italia_ ec., lib.
-I, cap. XIII, § 113 a 119, rattoppa col supposto che Mogêhid fosse
-il principale dei regoli musulmani di Sardegna e che avesse chiesto
-aiuti in Affrica. Del resto ei segue la tradizione pisana; se non
-che riconosce l’identità del fatto di Luni e della prima vittoria dei
-Pisani e Genovesi.
-
-[34] Si vegga il Libro IV, cap. VIII, pag. 364 del vol. II.
-
-[35] Marangone, nell’_Archivio Storico Italiano_, vol. cit., p. 5,
-anno pisano 1035; _Chronicon Pisanum_, stesso anno, presso Muratori,
-_Rerum Italicarum Scriptores_, tomo VI, p. 108. Il _Breviarium_, nello
-stesso volume del Muratori, p. 167, finge la occupazione di Cartagine
-e le corone dei due re, di Bona e Cartagine, mandate in dono dai Pisani
-all’imperatore.
-
-[36] Rodolfo Glabro, _Historiarum_, lib. I, cap. VII, nel _Recueil
-des Historiens des Gaules_ ec., tomo X, p. 52, narra che i Saraceni
-d’Affrica perseguitavano i Cristiani per terra e per mare; che entrambi
-si accordarono di combattere giuste battaglie; che i Cristiani vinsero
-con grande strage, dicendosi anche ucciso il principe saraceno Motget;
-e che ragunate le preziose armadure nemiche del prezzo di parecchi
-_talenti d’argento_, le dettero per voto a Odilone abate di Cluny,
-il quale investì il valsente in arredi sacri e limosine. Rodolfo era
-contemporaneo e famigliare degli abati di Cluny; ma testa bislacca e
-gran contatore di favole. L’offerta votiva al monastero mi fece pensare
-dapprima a un’impresa di Provenzali, ma fattone parola al savio autore
-delle _Invasions des Sarrazins en France_, mi ha convinto che questa
-fazione, di certo navale, non potè compiersi se non che da armate
-italiane. Però suppongo il voto di qualche ausiliare provenzale ed una
-delle solite esagerazioni di Rodolfo Glabro. Si tratta probabilmente
-dell’assalto di Bona, e vi risponde la data, poichè Rodolfo non
-osservando l’ordine cronologico, pone questo fatto tra la morte di
-Roberto duca di Normandia (22 luglio 1035) e la ecclissi solare del
-29 giugno 1033. Nelle _Invasions des Sarrazins en France_, p. 221, il
-dotto autore, M. Reinaud, accettò che Mogêhid fosse il condottiero
-dell’armata vinta; ma so ch’egli sarà per considerare il fatto
-altrimenti sulla nuova edizione che apparecchia.
-
-[37] Par che la prima denominazione indicasse particolarmente gli
-uomini di Norvegia, e la seconda quei di Danimarca. Ma spesso si
-confondeano gli uni con gli altri. Come ognun sa, in Francia si
-chiamarono Normanni, e in Inghilterra Dani, tutti gli occupatori
-scandinavi.
-
-[38] Questa impresa intessuta di moltissime favole si legge in Dudone
-di Saint Quentin, _De Moribus Normannorum_, cap. I, presso Duchesne,
-_Historiæ Normannorum Scriptores_, p. 64, 65; Guglielmo di Jumièges,
-_Historia Normandiæ_, lib. I, cap. X, XI, ib., p. 220, 221; Benoit,
-_Chroniques des ducs de Normandie_, in versi francesi, tomo I, p. 47
-a 69; Wace, _Roman du Rou_, versi 472 a 732. Si vegga anche Muratori,
-_Antiquitates Ital. Medii Ævi_, tomo I, p. 25, e si riscontri la
-critica del fatto in Depping, _Histoire des Expéditions maritimes des
-Normands_, edizione del 1843, p. 140, segg.
-
-[39] Non occorrendo citazioni distinte dei luoghi d’opere moderne dai
-quali ho cavati i primordii dei Normanni, indicherò quelle che mi sono
-riuscite più utili. Nel sentimento storico ho avuto a sicura guida la
-_Conquête de l’Angleterre par les Normands_, di Augustin Thierry, alla
-cui memoria debbo d’altronde amore, riverenza e gratitudine. Le minuzie
-dei fatti sono fornite in abbondanza dalla citata opera di Depping;
-e molte critiche avvertenze si rinvengono in Lappenberg, _A history
-of England under the Norman kings_, versione inglese con aggiunte del
-traduttore Benjamin Thorpe. Importanti e novelli fatti su la società
-primitiva degli Scandinavi si ritraggono dalla prefazione di Samuele
-Laing alla _Heimskringla_ di Snorro Sturleson, versione inglese.
-
-[40] Gli storici francesi pongono vagamente la data tra l’896 e
-l’898, non trovandola precisa nei cronisti, e dovendo tenere questa
-occupazione come diversa da quella che i cronisti riferiscono al
-17 novembre 876, cioè avanti l’assedio di Parigi. Si riscontrino le
-opere citate di Depping, lib. III, cap. III; di Thierry, lib. II; e di
-Lappenberg, versione inglese, p. 7, segg. I cronisti normanni in prosa
-e in versi confusero le tradizioni, volendo dare a Roll, nello assedio
-di Parigi e nella prima occupazione di Rouen, la parte principale che
-di certo non v’ebbe.
-
-[41] Al messaggero di Carlo il Semplice, che innanzi la battaglia
-dell’898 domandava il capo loro, i Normanni risposero: «Non n’abbiamo;
-siam tutti eguali».
-
-[42] _Hrôlfr_, con le mutazioni eufoniche di Rolf, Roll, Rou.
-
-[43] Rispondeva, secondo Depping, all’odierno dipartimento della Bassa
-Senna e parte di quello dell’Eure.
-
-[44] Wace, _Roman du Rou_, passim. I Francesi vendicavansi con un
-_calembourg_, più antico al certo del XII secolo quando visse l’autore:
-_Francheis dient ke Normandie Ço est la gent de North mendie_, versi
-119, 120.
-
-[45] Si vegga il Libro IV della presente Storia, cap. X, p. 580 del
-secondo volume.
-
-[46] Wace, op. cit., verso 2108, accenna le tradizioni ritmiche, le
-quali in sua fanciullezza avea inteso cantare a’ giullari (_jugléors_,
-oggi _jongleurs_).
-
-[47] _Dudonis super Congregationem Sancti Quintini decani, De Moribus
-Normannorum_, presso Duchesne, _Historiæ Normannorum Scriptores_, p.
-56 a 59. Si vegga la critica di Lappenberg, _A history of England under
-the Norman Kings_, versione del Thorpe, p. XX.
-
-[48] Guglielmo di Jumièges (_Wilelmus Gemmeticensis_), detto _Calculus_
-(1137); Odorico Vitalis (1141); Wace di Jersey, _Roman du Rou_ (1184),
-e molti altri che si veggano in Lappenberg, op. cit., p. XXI a XXVIII.
-
-[49] _L’Ystoire de li Normant et la Chronique de Robert Viscard par
-Aimé moine du Mont-Cassin_, pubblicata da M. Champollion-Figeac, Paris,
-1835. L’editore con molta sagacità ha provato irrefragabilmente il
-nome e nazionalità dell’autore e la data dell’opera. _Prolégomènes_,
-p. XXXIII, segg. M. Gauttier d’Arc aveva usato fino dal 1830 un MS.
-imperfetto di Amato nella _Histoire des Conquêtes des Normands en
-Italie_ ec.
-
-[50] Le interpolazioni che non cadono in dubbio furon messe tra
-parentesi dal dotto editore. Se ne può supporre delle altre, come
-parmi; ed anche qua e là qualche taglio, per esempio nell’infelice
-fine di Dato, lib. I, cap. XXV. Nella Cronica di Roberto Guiscardo,
-della quale abbiamo il testo latino, il traduttore frantende alcune
-frasi, fin dai primi righi, dove leggendo d’una dama _nec minus facie
-quam vitæ integritate formosa_, squadernò: _belle de face et de touts
-membres entière_. Similmente parmi che nella battaglia di Canne del
-1019 Amato abbia messo il nome del luogo, là dove il traduttore scrive:
-_et sont veues les lances estroites come les canes sont en lo lieu où
-il croissent_.
-
-[51] Urbano secondo, francese, fu papa dal 1088 al 1099; Ruggiero,
-figlio di Roberto Guiscardo, regnò in Puglia dal 1085 al 1111.
-
-[52] L’incontro fortuito di Melo e dei Normanni al Monte Gargano mi
-pare episodio classico posto a capo del poema. I fendenti di Roberto
-Guiscardo alla battaglia di Civitella, vengono a dirittura dalla Tavola
-Rotonda. Lo stratagemma di Roberto, infintosi morto e messosi nella
-bara per occupare un castello in Calabria del quale non si dà il nome,
-è copia della fazione di Hastings a Luni, favola scandinava ripetuta
-da Dadone di San Quintino alla fine del X secolo (presso Duchesne,
-op. cit., p. 64, 65) e replicata nella saga di Aroldo il Severo, come
-accennammo nel Libro IV, cap. X, p. 385, 386 del secondo volume.
-
-[53] Tiraboschi, _Storia della Letteratura Italiana_, lib. IV, cap.
-III, § 8, si voltò con gran collera contro i Benedettini di Saint-Maur,
-i quali nella _Histoire Littéraire de la France_, tomo VIII, p. 488,
-ci rapivano questo Guglielmo di Puglia. Il signor Ruggiero Wilmans,
-tedesco, fa opera a rendercelo per varie ragioni accennate nella
-prefazione alla detta cronaca presso Pertz, _Scriptores_, tomo IX, p.
-239, e più largamente discorse nell’_Archivio Storico di Pertz_, tomo
-X, p. 93, segg. Contuttociò Guglielmo, al nome ed alla parzialità sua
-contro i Longobardi, i Greci e gli abitatori della Puglia, mi sembra
-chierico venuto di Francia o nato in Italia in casa francese. Quel che
-parrebbe in bocca sua biasimo de’ Normanni, si trova a tanti doppii nel
-francese Malaterra, e suonava lode a usanza loro.
-
-[54] Il Malaterra, lib. I, cap. XXV, nota che in Calabria una volta il
-conte Ruggiero con quaranta suoi fedeli masnadieri _plurimum penuriarum
-passus est, sed latrocinio armigerorum suorum in multis sustentabatur;
-quod quidem ad ejus ignominiam non dicimus, sed ipso ita præcipiente,
-adhuc viliora et reprehensibiliora de ipso scripturi sumus, ut pluribus
-patescat quam laboriose et cum quanta angustia a profunda paupertate
-ad summum culmen divitiarum vel honoris attingerit_. In fondo dunque il
-vecchio conte Ruggiero se ne vantava.
-
-[55] Questa è la cronica che il Caruso pubblicò nella _Bibliotheca
-Sicula_, p. 827, segg., col titolo di _Anonymi Historia Sicula_; indi
-il Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo VIII, p. 740, segg.,
-col titolo di _Anonymi Vaticani Historia Sicula_. La versione in antico
-francese che se ne trovava nello stesso MS. di Amato, è stata data alla
-luce da M. Champollion, op. cit., col titolo di _Chronique de Robert
-Viscard_. Non si può affatto assentire al dotto editor francese che
-l’autore sia Amato stesso. Se ne dee togliere in vero, come notava
-M. Champollion, tutta la parte che corre dal 1101 al 1283. Ma ciò
-che precede è compilazione scritta verso il 1146, come lo mostran le
-parole (presso Caruso, p. 856) _Huic successit ille hominum maximus....
-Rogerius.... rex Siciliæ, Tripolis Africæ_.... le cui lodi l’autore,
-com’ei dice, non osava intraprendere. La continuazione comincia
-immediatamente dopo questo passo con le parole: _Post mortem comitis
-Rogerii, prout confitetur in chronica, successit Rogerius_ ec.
-
-Pongo la data del 1146, poichè vi si accenna il conquisto di Tripoli,
-non quel di Mehdia e di tutta la costiera che seguì il 1149.
-La diversità degli autori ch’io sostengo, è provata anche dalla
-incompatibilità di alcuni racconti, per esempio la diserzione di
-Ardoino, il tempo in cui Guglielmo Braccio di Ferro ebbe il comando di
-tutta la banda a Melfi ec.
-
-[56] Si vegga il Libro IV, cap. VII, p. 343, segg., del secondo volume.
-
-[57] Tale Gilberto Drengot, o Buatère, coi fratelli Rainolfo, Rodolfo,
-Anquetil ed Ormondo, su i quali si veggano: Amato, op. cit., lib. I,
-cap. XX; Rodolfo Glabro, _Historiarum_, lib. III, cap. I, nel _Recueil
-des Historiens de la Gaule_, tomo X, p. 25; e Guglielmo di Jumièges,
-lib. VII, cap. 30, presso Duchesne, _Historiæ Normannorum Scriptores_,
-p. 284. Gilberto aveva ucciso un Guglielmo Repostel che si vantava
-d’avergli sedotta una figliuola. I nomi son dati diversamente dai tre
-cronisti. Debbo avvertire che Amato qui dice regnante il duca Roberto
-di Normandia, onde il fatto andrebbe posposto al decennio 1026-35. Ma è
-da supporre sbagliato il nome anzichè il tempo.
-
-[58] Si vegga il Libro IV, cap. VII, p. 340 e 342 del secondo volume.
-
-[59] Secondo il biografo di Arrigo II, _Acta Sanctorum_, 14 luglio,
-p. 760, l’imperatore elesse Melo duca di Puglia, il quale morì a
-Bamberg. Lupo Protospatario, anno 1020, fa ricordo di Melo col titolo
-di duca di Puglia, che probabilmente gli era stato dato dai popoli o
-da’ suoi partigiani in Italia. Il monaco Ademaro della nobile casa di
-Chabanois, nella cronaca terminata verso il 1029, scrive che al tempo
-di Riccardo II duca di Normandia un Rodolfo con molti altri Normanni
-andavano armati a Roma, e, connivente papa Benedetto, assaltavano e
-guastavan la Puglia, vincean tre battaglie; poi sconfitti dai Russi e
-altri soldati dell’impero bizantino, molti n’erano condotti prigioni a
-Costantinopoli; e che per tre anni i Bizantini, per rancore o sospetto
-de’ Normanni, vietarono ai pellegrini occidentali il passaggio di
-Gerusalemme, senza dubbio per l’Italia meridionale. Nel _Recueil
-des Historiens des Gaules_, ec., tomo X, p. 156, Rodolfo Glabro, che
-scrisse verso il 1044, narra le prime imprese dei Normanni in Italia
-in questo modo: che il guerriero Rodolfo perseguitato da Riccardo
-di Normandia, andava a Roma; si appresentava a papa Benedetto; era
-confortato da lui a combattere i Greci nell’Italia meridionale;
-cominciava gli assalti; era rinforzato di innumerevoli Normanni
-vegnenti alla spicciolata con piacere del conte Riccardo; guadagnava
-due battaglie; ma dopo la terza, vedendo scemati i suoi, andava a
-chiedere aiuti all’imperatore ch’indi passò in Italia (1022). Dunque
-in Francia, una ventina d’anni dopo, si attribuiva al papa l’origine
-di questa guerra. Si vegga la storia di Glabro, lib. III, cap. I,
-nel _Recueil des Historiens des Gaules_ ec., tomo X, p. 25, 26. Il
-guerriero Rodolfo è un de’ fratelli di Gilberto, di cui dicono Amato e
-Leone d’Ostia.
-
-[60] I cronisti non dicono espressamente di due fazioni a Bari, se non
-che nella guerra del 1051 e nell’assedio del 1071, quando l’occuparono
-i Normanni. Ma i casi di Melo, seguito dai Baresi, poi abbandonato,
-costretto a fuggire, e la moglie e il figliuolo di lui mandati dai
-cittadini a Costantinopoli, mostrano incominciate fin dal principio del
-secolo quelle fazioni che pur erano inevitabili. La plebe doveva essere
-amica dei Bizantini, e i nobili nemici.
-
-[61] Amato, lib. I, cap. XX, e Leone d’Ostia che lo copia, lib. II,
-cap. 37, dicono con molta brevità che i Normanni, invitati già a venire
-in Italia dal principe di Salerno, incontraron Melo a Capua, e che
-_les coses necessaires de mengier el de boire lor furent données, de li
-seignor et bone gent de Ytalie_. Il velo è molto trasparente. Guglielmo
-di Puglia, sia per render omaggio alle Muse, sia perchè la corte di
-Guiscardo dopo la iniqua occupazione di Salerno non amava a sentirsi
-ripetere che i principi di Salerno avessero chiamato i primi Normanni,
-esordisce dall’incontro fortuito dei pellegrini al santuario di Monte
-Gargano con uno straniero vestito di strane fogge, il quale scopre sè
-esser Melo, e agevolmente li persuade a far venire lor compatriotti
-ai suoi stipendii. Questo par di tutto punto un episodio poetico,
-contrario alla tradizione di Amato.
-
-[62] Leon d’Ostia, lib. II, cap. 37.
-
-[63] Si riscontrino: Amato, lib. I, cap. XXI, segg.; Guglielmo
-di Puglia, lib. I; Lupo Protospatario, anni 1017 a 1019; _Annales
-Beneventani_, 1017, presso Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 178; Leone
-d’Ostia, lib,. II, cap. 37, 38. I cronisti non si accordano sul numero
-delle battaglie vinte dai Normanni, e Amato solo narra la seconda
-sconfitta. Il traduttore di Amato, non comprendendo bene il testo, nel
-cap. XXII, suppone che tremila Normanni fossero venuti di Salerno dopo
-la battaglia di Canne; ma parmi inverosimile, e da correggersi come ho
-fatto.
-
-[64] Si riscontrino: Amato, lib. I, cap. XXIV, segg., e lib. II, cap.
-I a VII; Guglielmo di Puglia, lib. I; Lupo Protospatario, anno 1021,
-segg. Il Malaterra, tacendo le imprese dei Normanni prima della venuta
-di Guglielmo di Hauteville, spiega pur molto precisamente nel lib. I,
-cap. VI, l’indole delle compagnie normanne innanzi il 1040.
-
-[65] Dopo la battaglia di Canne (1019) scrive Amato: _Et de li Normant
-non remainstrent se non cinc cent et vj grant home de li Normant
-remainstrent, de liquel ij remainstrent avec Athenulfe_ ec., lib.
-I, cap. XXII. L’Imperatore Arrigo I, nel 1022, avea lasciato in un
-castello dei nipoti di Melo ventiquattro cavalieri normanni capitanati
-da un Trostaino. Amato, lib. I, cap. XXIX e XXXII. Nel 1040 i 300
-Normanni venuti d’Aversa in aiuto d’Ardoino, ubbidivano come innanzi
-diremo a dodici condottieri uguali tra loro. Dunque nel primo caso una
-compagnia somma ad 80 cavalli, e nei due secondi a 25.
-
-[66] Libro IV, cap. X, p. 380 e 389, segg., del secondo volume.
-
-[67] Si ricordino le fazioni di Rayca accennate da noi nel Libro IV,
-cap. VII, p. 345 del secondo volume.
-
-[68] Si veggano gli _Annali di Bari_, e Lupo Protospatario, anni 1039,
-1040 e 1041, in Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 56, 57.
-
-[69] _Et vous i habitez comme la sorice qui est en lo pertus.... que
-sachiez que je vous menerai à homes feminines, c’est à homes comme
-fames, liquel demorent en moult riche et espaciouse terre._ Amato, lib.
-II, cap. XVII, p. 43.
-
- _Cum terra sit utilitatis,_
- _Fœmineis Græcis cur permittatur haberi?_
- Guglielmo di Puglia, lib. I.
-
-[70] Amato: _Et estut li conte_ (il conte) _xij pare à liquel_ ec.
-Cap. XVIII, p. 43. Guglielmo di Puglia... _comitatus nomen honoris Quo
-donantur erat_.
-
-[71] Amato, lib. II, cap. XIX, p. 44.
-
-[72] _Et quant il oïrent ensi parler Arduyne, se consentirent à lui
-et font sacrement de fidelité de chascune part de paiz_ se la terre
-non avoit autre seignor que ou à cui face tribut se clame tributaire.
-_Et en ceste regne se clame terre de demainne et se a autre seignorie
-se clame colonie come sont en ceste regne la terre qui a autre
-seignorie. Et sanz lo roy estoit seignor Arduyne et en celle part se
-clament colone._ Amato, lib. II, cap. XIX, p. 44, 45. Il passo che ho
-notato in caratteri tondi è guasto al certo, e ciò che segue è nota
-interpolata dal traduttore, spiegando a suo modo il diritto pubblico
-napoletano del XIII secolo; poichè Amato non potea scrivere nell’XI le
-voci regno e re. Leone d’Ostia tralascia questo importantissimo fatto,
-e però non possiamo ristabilire il testo d’Amato. Ma il significato
-necessariamente è che i Melfitani non ubbidissero a feudatario e non
-prestassero servigi feudali, nè pagassero tributo se non che allo
-stato: il che dopo il conquisto normanno si chiamò in Sicilia e in
-Puglia: stare in demanio.
-
-[73] Gli avvenimenti che ristringo in questo paragrafo, dal ritorno
-di Ardoino in terraferma sino all’occupazione di Melfi, son tratti
-da Amato, lib. II, cap. XIV, segg.; Guglielmo di Puglia, lib. I,
-_Aversam subito venit Hardoinus_; Malaterra, lib. I, cap. VIII; Leone
-d’Ostia, lib. II, cap. LXVI; Cedreno, tomo II, p. 545 della edizione
-di Bonn; Annali (ossia anonimo) di Bari e Lupo Protospatario, anni
-1040, 1041. Oltre le discrepanze di minor momento, se ne scorge una che
-occorre di notare. Amato, seguendolo Leone d’Ostia, dice che Ardoino
-dopo l’ingiuria di Maniace rimase al servigio bizantino, suscitò
-occultamente i Pugliesi, e andò ad Aversa pretestando un viaggio di
-devozione a Roma. Guglielmo di Puglia lo fa insultare e rivoltare a
-Reggio, e correr di lì dritto ad Aversa. Malaterra, con poco divario,
-reca l’ingiuria in Sicilia, l’aperta ribellione appena ripassato il
-Faro, e non parla punto degli aiuti d’Aversa. Nelle due tradizioni
-dunque, la prima d’Amato e Leone, la seconda di Guglielmo e Malaterra,
-si dà essenzialmente diverso il modo e tempo dell’ammutinamento di
-Ardoino con la banda normanna. Or covaron essi l’onta parecchi giorni,
-o parecchi mesi? Chiarironsi disertori nel novembre 1040 in Calabria,
-ovvero nei principii del 1041 a Melfi? Guglielmo di Puglia fin dà il
-numero di cinquanta soldati uccisi dai Normanni alla schiera bizantina
-mandata a inseguirli, quando lasciarono il campo a Reggio. Amato,
-all’incontro, particolareggia la dissimulazione di Ardoino: com’ei
-corruppe Doceano con molt’oro; come fu preposto al governo di parecchie
-terre in Puglia; come incominciò ad accarezzare e convitare i maggiori
-cittadini, a compiangere gli aggravii della dominazione greca, a
-promettere che farebbe opera a liberarli; come infine tolse commiato,
-sotto specie d’andare alle perdonanze a Roma, e andò ad Aversa.
-
-Or dovendosi necessariamente tacciare di bugia l’una o l’altra
-tradizione, ammettendo anche la sincerità di chi la scrivea, le
-condizioni dei due cronisti e l’indole di loro opere accusano
-Guglielmo, anzi che Amato. Del Malaterra non parlo, il quale in questo
-periodo ripeteva un romanzo di casa Hauteville, tacea gli aiuti di
-Aversa, facea capitano dei Normanni Guglielmo Braccio di Ferro, che
-lo fu tre anni dopo. Quella fuga inoltre con le armi alla mano dal
-centro della Sicilia secondo Malaterra, e da Reggio secondo Guglielmo
-di Puglia, infino a Melfi, è molto men credibile che la prolungata
-simulazione dei Normanni e che il favor di Doceano ad Ardoino, non
-disertore ma guerriero ingiuriato ingiustamente da Maniace. Infine il
-fatto riferito da Lupo e dagli _Annali Baresi_, che Doceano tornava di
-Sicilia di novembre 1040 per domare i sollevati di Puglia, dà luogo al
-supposto che i Normanni passassero con le forze di Doceano e fossero
-da lui posti a presidio in qualche terra non lontana da Melfi. Qual
-maraviglia che a capo di cinquanta o sessant’anni questo cambiamento di
-guarnigione, com’or diremmo, si raffazzonò nelle brigate dei principi e
-nobili normanni alla foggia che ci rappresentano Guglielmo di Puglia, e
-Malaterra, esagerando il valore ed attenuando la perfidia della passata
-generazione?
-
-Pertanto mi appiglio alla tradizione d’Amato e cancello quel che
-scrissi in contrario nel Libro IV, cap. X, p. 389 del secondo volume,
-seguendo Guglielmo e Malaterra e tutti gli istorici moderni che loro
-credettero, i quali non aveano sotto gli occhi Amato. Che se altri
-mi tacci di leggerezza per questo, mi spiacerà meno del ricusar
-testimonianza al vero una volta ch’io ne sia convinto.
-
-[74] Gli _Annali di Bari_ col privilegio del «si dice» fanno
-montare i Greci a 18,000 e portano poco più di 2000 i Normanni; Lupo
-Protospatario li dice 3000. Senza esitare accetto cotesti numeri
-anzichè quelli dei due cronisti normanni, cioè Guglielmo di Puglia
-che dà 700 cavalli e 500 fanti, e Malaterra che dice tondo 500 militi
-da una parte e 60,000 Greci dall’altra. Al par che nelle guerre di
-Sicilia, convien dividere per sei la cifra dell’esercito nemico, e
-moltiplicare per sei quella del Normanno, quando si legga il Malaterra.
-
-Quanto alla data, la più parte degli storici, annalisti, compilatori
-ed eruditi editori, non esclusi il Muratori e il De Meo, han messo
-l’occupazione di Melfi e la prima battaglia nel 1040. Il riscontro con
-fatti vicini e di data certa nella storia bizantina, ci mostra che
-si debba seguire piuttosto gli _Annali di Bari_ e il Protospatario,
-i quali scrivono 1041. Leone d’Ostia ne fa anche espresso attestato,
-dicendo occupata Melfi anno _Dominicæ Nativitatis MLXI, quo videlicet
-anno dies paschalis Sabbati ipso die festivitatis Sancti Benedicti_ (21
-marzo) _venit_: e in vero la Pasqua cadde il 22 marzo nel 1041, non già
-nel 1040. Il _Chronicon Breve Northmannicum_, presso Muratori, _Rerum
-Italicarum Scriptores_, tomo V, p. 871, porta anche nel 1041 la prima
-occupazione della Puglia pei Normanni _capitanati da Ardoino_, e in
-marzo e maggio 1042 (dalla Incarnazione, ossia 1041 del conto comune)
-le due prime vittorie sopra i Greci.
-
-[75] Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXI, segg.; Guglielmo di
-Puglia, lib. I, _Audito reditu Michælis_, sino alla fine del Libro;
-Malaterra, cap. IX, X; Lupo Protospatario, ed _Annali di Bari_,
-anni 1041, 1042; Leone d’Ostia, lib. II, cap. LXVI. L’ordine degli
-avvenimenti è uguale in tutti; le date si trovan solo in Lupo e
-negli _Annali di Bari_. Contandosi da Lupo gli anni dell’èra volgare,
-talvolta al modo salernitano dal 25 dicembre (Vedi Pertz, _Scriptores_,
-tomo V, p. 51), ma più sovente col periodo costantinopolitano, cioè
-dal 1º settembre dell’anno precedente, il settembre 1042 risponde al
-nostro settembre 1041, e così fino a decembre. Che in questa epoca
-Lupo segua tal cronologia lo provano le esaltazioni degli imperatori
-di Costantinopoli, le quali noi possiamo riscontrare con le date di
-Cedreno e degli altri Bizantini.
-
-[76]
-
- _Pro numero comitum bit sex statuere plateas,_
- _Atque domus comitum totidem fabricantur in urbe._
- Guglielmo di Puglia, Lib. I.
-
-[77] Cedreno dice espressamente: Italiani delle province tra il Po e
-le Alpi; Amato: _Et li Normant d’autre part non cessoient de querre li
-confin de principal pour home fort et soffisant de combatre_ ec. Lib.
-II, cap. XXIII, p. 50.
-
-[78] Amato, ricordata l’occupazione di Melfi nel lib. II, cap. XIX,
-narra nel cap. XXX il partaggio dei conquisti al conte d’Aversa
-e dodici altri capi normanni dei quali dà i nomi ed i territorii
-assegnati a ciascuno, aggiugnendo: _et_ (à) _Arduyne secont lo
-sacrement donnerent sa part c’est la moitié de toutes choses si come
-fa la covenance_; il qual fatto torna al 1043. Leone d’Ostia copia
-Amato nel lib. II, cap. 67, con le parole: _Arduino autem juxta quod
-sibi juraverant parte sua contradita_. I nomi dei dodici oltre il conte
-d’Aversa son tutti normanni. I territorii assegnati son quasi tutte
-città vescovili in un triangolo curvilineo dal Gargano a Frigento e di
-lì a Monopoli, nel quale spazio rimane in vero un’altra metà di luoghi
-importanti da potersi supporre assegnati ad Ardoino se si conoscesse
-che i Normanni li aveano occupati in quel tempo.
-
-Ma l’illustre capo non è nominato da nessun altro cronista dopo il
-patto di Melfi; non da Amato nè da Leone dopo quel partaggio, nè alcuno
-dice che gli altri territorii di Puglia, caduti poi tutti in potere dei
-Normanni, fossero stati tolti sia ad Ardoino sia a feudatarii italiani
-della sua compagnia. Il modo più plausibile di spiegar cotesto silenzio
-mi par di supporre la immatura morte di Ardoino e la incorporazione de’
-suoi nelle compagnie normanne. Guglielmo Braccio di Ferro che veniva
-di Sicilia con Ardoino, è il primo dei dodici nominati nel partaggio, e
-nello stesso anno fu creato conte di Puglia, come or si vedrà.
-
-[79] Guglielmo di Puglia, Lib. I, appone questa scelta d’uno straniero
-a corruzione e invidia dei Normanni: _Sed quia terrigenis, terreni
-semper honores, Invidiam pariunt_ ec.; ma Amato, italiano ancorchè
-monaco, dice: _Et à ce qu’il donassent ferme cuer à li colone de la
-terre lo prince de Bonivent_ ec.
-
-[80] Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXVII; Guglielmo di Puglia,
-lib. I, _Nam reliqui Galli_ ec.; Lupo Protospatario anno 1042. Secondo
-Guglielmo, vi fu un principio di divisione tra i Normanni dopo la
-deposizione di Atenolfo, volendo alcuni ubbidire a Guaimario principe
-di Salerno, ed altri ad Argiro. Ei narra la esaltazione di Argiro
-in Bari, richiesto dal popolo, ricusante questa dignità innanzi i
-primarii cittadini che avea convocati nella chiesa di Sant’Apollinare,
-sforzato dal comun voto ed eletto principe. Sembra che il poeta voglia
-descrivere in qual modo fosse stato fatto duca di Puglia il cittadino
-al quale i Normanni aggiunsero l’autorità di capo o protettore di lor
-banda. Ad una elezione simultanea e comune dei Baresi e dei Normanni,
-ci sarebbero gravi difficoltà.
-
-Lupo scrive: _et mense februarii factus est Argyrus Barensis princeps
-et dux Italiæ_; ma non dice da chi. Il certo è che Bari in questo tempo
-era ribelle, nè tornò all’ubbidienza dei Greci se non che il 1043.
-
-[81] Amato, lib. II, cap. XXVII. Secondo il Protospatario questo
-assedio cominciò in agosto 1042, e durò un mese.
-
-[82] Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXVII, XXVIII; Guglielmo
-di Puglia in fine del primo e in principio del secondo libro; Leone
-d’Ostia, lib. II, cap. 66; Lupo Protospatario, anni 1042, 1043 e 1046,
-nell’ultimo dei quali si nota che Argiro andò a Costantinopoli e quella
-corte richiamò a Bari tutti gli esuli. Non potendo dunque strappare
-la Puglia ai Normanni con la forza, gli imperatori d’Oriente cedeano
-ai voti dei popoli, salvo ad aggravar di nuovo la mano quando lo
-potessero.
-
-[83] Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXVII, segg.; Guglielmo di
-Puglia, lib. II dal principio; Lupo Protospatario, anni 1042 a 1053;
-Leone d’Ostia, lib. II, cap. 66.
-
-[84] Guglielmo di Puglia, lib. I: _Multa per hoc tempus sibi
-promittente Salerni_, e segg.
-
-[85] Amato, lib. II, cap. XXVIII a XXX; Leone d’Ostia, lib. II,
-cap. 66. Le tredici città assegnate, in Capitanata, Terra di Bari e
-Principato ulteriore, son oggi tutte vescovili, e metà l’era anche
-avanti l’XI secolo. Si ricordi ciò che avvertii su questo partaggio
-nella nota 2, p. 34.
-
-[86] Così dovea seguire necessariamente, ancorchè poche vestigia
-rimangano di quel primo abbozzo della feudalità normanna. Di certo si
-vede che nei principii alcune terre furono soggiogate per forza o per
-accordi; altre, quasi confederate, ritennero governo municipale pagando
-soltanto un tributo o contribuzione federale, che forse rimase in
-comune per supplire al mantenimento dell’esercito. In fatti Guglielmo
-di Puglia, supponendo bene o male un partaggio avanti la occupazione di
-Melfi, scrive, lib. I:
-
- ...... _undique terras_
- _Divisere sibi ni sors inimica repugnet._
- _Singula proponunt loca quæ contingere sorte_
- _Cuique duci debent et quæque tributa locorum._
-
-Amato accenna in questo modo, lib. II, cap. XXVII, gli acquisti dei
-Normanni sotto la condotta di Argiro, cioè nel 1042: _et toutes les
-cités d’eluec entor constreigneient qui estoient al lo commandement
-et à la rayson et statute que estoient; ensi alcun voluntairement se
-soumettoient et alcun de force et alcun paioient tribut de denaviers
-chascun an_.
-
-[87] Così le concessioni del conte Unfredo a’ fratelli germani Roberto,
-Maugerio e Guglielmo, e infine di Roberto a Ruggiero.
-
-[88] Si vegga qui sopra, p. 18.
-
-[89] Il luogo è determinato da Gauttier d’Arc, _Histoire des conquêtes
-des Normands en Italie_ ec., Paris 1830, lib. I, cap. IV, p. 64, segg.
-
-[90] Su le condizioni di Tancredi di Hauteville si riscontrino:
-Malaterra, lib. I, cap. IV e XL: _Cronica di Roberto Guiscardo_,
-traduzione francese, lib. I, cap. I, p. 263; e testo latino presso
-Caruso, p. 829; _Cronica di San Massenzio_, detta _Chronicon
-Malleacense_, nel _Recueil des Historiens des Gaules_ etc., tomo XI, p.
-644; Guglielmo di Malmesbury, lib. III, nella stessa raccolta, tomo IX,
-p. 187; Odorico Vitale, lib. V, presso Duchesne, _Historiæ Normannorum
-Scriptores_, p. 584.
-
-La cronica di San Massenzio dice la famiglia poco nota e povera;
-Guglielmo di Malmesbury, _Mediocri parentela ortus_ ec. Il Malaterra
-e la cronica di Roberto Guiscardo rincalzano la nobiltà di Tancredi:
-_præclari admodum generis — genere nobilis_.
-
-La parentela coi duchi di Normandia, affermata per lo primo da sbadati
-compilatori del XIII e XIV secolo, non è ammessa ormai da alcun
-critico. Si vegga un’apposita dissertazione di E. F. Mooyer stampata
-a Minden nel 1830 in-4, secondo la quale il supposto si riduce a due
-fila debolissime, 1º che il padre di Tancredi fosse stato un dei figli
-di Riccardo I, dei quali non si conoscono i nomi; 2º ovvero che Muriel
-figliuola bastarda di esso Riccardo fosse la Moriella prima moglie
-di Tancredi. Questa opinione par che corresse a corte di Palermo nel
-1140, perchè la cronica di Roberto Guiscardo scrive _uxor nobilissima
-Muriella nomine_.
-
-Inaspettatamente ci verrebbe un lume dagli autori arabi, se potessimo
-fidarci a loro scrittura ed erudizione. Ibn-Kaldûn in due luoghi della
-storia (_Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 484 e 497) dà il nome
-del primo conte di Sicilia, Rogiar-ibn-Tankred-ibn-Khaira, o secondo
-alcuni MSS. ibn-H»w»h, che par nome di donna e indicherebbe che la casa
-di Hauteville vantasse la nobiltà della madre di Tancredi. Supponendo
-maschile tal nome, com’anche si può, si leggerebbe Hugo, o anche Geir
-(chè la prima lettera mutando il punto diacritico suona _kh_, _h_,
-ovvero _g_), e sarebbero nomi usati in Norvegia e in Francia. Debbo
-questa conghiettura all’erudito orientalista norvegio signor Broch; il
-quale crede suscettivo quel vocabolo della terza lezione Haby (o forse
-_Habwu_) che rappresenterebbe, con errore facile a supporre, il nome
-del feudo Hauteville.
-
-[91] Wilhelm, Drogo, Humfried, e secondo la pronunzia francese
-Guillaume, Dreux, Humfroy.
-
-[92] Amato, Malaterra e Leone d’Ostia, lo dicono condottiero della
-compagnia; ma parmi errore volontario dei principi di casa Hauteville.
-Si vegga a questo proposito il Libro IV, cap. X della presente opera,
-volume secondo, p. 380, nota 3, e 389, nota 1.
-
-[93] Si riscontrino Amato, Guglielmo di Puglia e gli altri
-contemporanei citati di sopra. M. Gauttier d’Arc, op. cit., lib. I,
-cap. V, p. 141, sostiene che Drogone ebbe da Arrigo III titol di duca;
-ma il passo ch’egli allega di Ermanno Contratto è dubbio, e il diploma
-a nome di Drogone per lo meno è erroneo, come dato il 1053. Drogone era
-stato pugnalato in agosto 1051.
-
-[94] Si veggano le autorità citate da Augustin Thierry, _Hist. de la
-Conquéte d’Angleterre_, lib. III, anni 1048 a 1065.
-
-[95] Si riscontri Ermanno Contratto presso Pertz, _Scriptores_, tomo
-V, p. 132: _Indigentes bello premere, injustum dominatum invadere,
-hæredibus legitimis castella, prædia, villas, domus, uxores etiam
-quibus libuit vi auferre, res ecclesiasticas diripere_ ec. Arnolfo,
-_Gesta episcoporum Mediolan._, presso Pertz, _Scriptores_, tomo X,
-p. 10, 11, similmente dice i Normanni a poco a poco ingrossati in
-Puglia, divenuti più crudeli dei Greci e più feroci dei Saraceni. Anche
-ad Amato scappa di bocca qualche lagnanza quando si tratta di Monte
-Cassino, lib. II, cap. XLI. E lo stesso Guglielmo di Puglia, accennando
-alle pratiche con papa Leone, accerta che Argiro _Veris commiscens
-fallacia mittit_ ec. Tralascio tante altre testimonianze, perchè
-superflue, ovvero sospette, come per esempio quella d’Anna Comnena.
-
-Ferrari nostro, nella _Histoire des Révolutions d’Italie_, tomo I, p.
-344, segg., crede calunniati i Normanni dall’umor di reazione unitaria
-che allor si scatenò contro la rivoluzione federale dei vescovi.
-Ancorchè io non osi, senza più lungo studio, negar nè accettare le
-nuove spiegazioni della storia patria che vien proponendo quell’alto
-ingegno, parmi pure di prestar fede alle precise affermazioni dei
-cronisti, che d’altronde si accordano con lo esempio di tutti i
-conquistatori o dominatori stranieri. Il fatto dei soprusi e quel della
-reazione non sono per altro incompatibili; e certo è che i Normanni,
-se servirono una rivoluzione italiana, la voltarono ad utile e comodo
-proprio.
-
-[96] Epistola di Leone IX a Costantino Monomaco, presso Labbe,
-_Concilia_, tomo IX, p. 983. Il papa dice a chiare note voler
-recuperare il patrimonio della Chiesa romana, voler porre accordo tra
-i due imperatori che son le due braccia della Chiesa ec. Non occorrono
-citazioni per gli altri fatti che sono notissimi, e dei miei giudizii
-può giudicare il lettore senza altre autorità. Ho tolto il pretesto
-della difesa dei poveri da Amato, il quale, lib. III, cap. XVI, XVII,
-tra le rimostranze di Leone IX ai Normanni, scrive: _Et quant cil de
-Bonivent oïrent tant de perfetion et de sanctitè de lo pape, chacerent
-lo prince et soumistrent soi à la fidelitè soe, eaux et la citè_. Come
-ognun sa, Leone avea già scroccata Benevento al devoto Arrigo II, in
-cambio dei diritti su la Chiesa di Bamberg.
-
-[97] _Chronicon Breve Northmannicum_, presso Muratori, _Rerum
-Italicarum Scriptores_, tomo V, p. 278, anni 1045 a 1052.
-
-[98] Amato, lib. II, cap. XLV; e III, cap. VII. Si confronti con gli
-altri cronisti ch’è inutile citare partitamente. Secondo Malaterra il
-castello fu quel di Scrible in Val di Crati.
-
-[99] Si confrontino: Amato, lib. III; Guglielmo di Puglia, lib. II;
-Lupo Protospatario, anno 1053; Malaterra, lib. I, cap. XII a XV;
-Leone d’Ostia, lib. II, cap. 84; Ermanno Contratto presso Pertz,
-_Scriptores_, tomo V, p. 132.
-
-[100] Nè Amato, nè Guglielmo di Puglia, nè Leone d’Ostia, nè alcun
-altro cronista narrano questa concessione, fuorchè il Malaterra
-nel quale leggiamo: _Quorum (Normannorum) legitimam benevolentiam
-Apostolicus gratanter suscipiens, de offensis indulgentiam et
-benedictionem contulit et omnem terram quam pervaserant et quam
-ulterius versus Calabriam et Siciliam lucrari possent, de Sancto Petro
-hæreditati feudo sibi et hæredibus suis possidendam concessit, circa
-annos_ 1052. È anacronismo col 1059, e sbaglio di nome di Leone IX con
-Niccolò II; o il conte Ruggiero, autor vero della tradizione, sapendo
-dai fratelli le proposizioni che fecero allora i Normanni e qualche
-vaga promessa del papa prigione, le costruiva dopo mezzo secolo, a
-disegno o per incerta memoria, in espresso atto d’investitura. Si
-avverta che Amato, lib. III, cap. XXXVI, fa menzione della profferta
-dei Normanni avanti la battaglia di ricevere l’investitura e pagar
-censo: come avrebbe dunque passato sotto silenzio che il papa prigione
-l’assentiva? Non fo caso qui della _Cronica di Roberto Guiscardo_, ch’è
-opera della metà del XII secolo. E mi par che la epistola di Leone
-IX che citerò nella nota seguente distrugga al tutto il racconto di
-Malaterra.
-
-[101] Epistola di Leone IX a Costantino Monomaco presso Labbe,
-_Concilia_, tomo IX, p. 981, segg. Ancorchè non vi sia data, si dee
-porre tra il 18 giugno 1053 e il 19 aprile 1054, giorno della morte del
-papa; perchè la battaglia di Civita vi è indicata in modo non equivoco;
-nè si può ammettere l’opinione del Saint-Marc, _Abrégé chronologique_,
-tomo III, Parte I, p. 170, segg., che riferisce questo scritto al 1051,
-supponendo gratuitamente un’altra zuffa dei Normanni con soldatesche
-del papa. Tronca ogni dubbio Wiberto arcidiacono di Toul, il quale
-nell’agiografia di Leone IX, lib. II, cap. VI, presso i Bollandisti,
-19 aprile, tomo II di quel mese, p. 663, inserisce uno squarcio della
-stessa epistola per narrare, com’egli dice, con le propie parole
-del papa, lo scontro di _Civitatula_. Aggiugne del suo i fatti che
-conosciamo dopo la battaglia: l’andata a Benevento e indi a Roma, fino
-alla morte di Leone. Amato, lib. III, cap. XXXIX, scrive: _Et o la
-favor de li Normant torna à Rome à li X mois puis que avoit esté la
-bataille_.
-
-[102] Amato, lib. III, cap. XLVI e XLVII. Stefano IX esaltato il 2
-agosto 1057, morì il 29 marzo 1058. Amato narra ch’egli avea gettato le
-mani sul tesoro di Monte Cassino, per far guerra ai Normanni.
-
-[103] Guglielmo di Puglia, lib. II; Malaterra, lib. I, cap. XV. Da un
-altro canto Amato, lib. III, cap. XLII, segg., racconta le molestie
-che recavano nel principato di Salerno Unfredo, il fratello Guglielmo e
-Riccardo d’Aversa.
-
-[104] Malaterra, l. c. Amato, che in questo periodo tocca più
-brevemente le cose di Puglia, accenna verso il 1054 la venuta di
-Malgerio, Goffredo, Guglielmo e Ruggiero fratelli del conte Unfredo.
-Questo Guglielmo era figliuolo di Tancredi per la seconda moglie
-Fredesenda.
-
-[105] I contemporanei riferiscon questo fatto a pezzi; ciascuno il suo.
-Amato, lib. IV, cap. II, scrive che alla morte d’Unfredo: _Robert son
-frere rechut l’onor de la conté et la cure de estre conte_. Guglielmo
-di Puglia, lib. II, accenna l’oficio lasciato a Roberto come tutore del
-figliuolo coi versi: _Rector terrarum sit eo moriente_ ec. Malaterra
-non parla di tutela, ma precisamente dice, lib. I, cap. XVIII, che
-Roberto _susceptusque a patria primatibus, omnium dominus et comes in
-loco fratris efficitur_.
-
-[106] I due fatti della mutazione del titolo di conte in duca e
-dell’omaggio feudale a Roma si cavano da queste autorità:
-
-Amato, lib. IV, cap. III, narrata la occupazione di Reggio, continua:
-_Et pour ce Robert sailli en plus grand estat qu’il non se clame plus
-conte, més se clamoit duc._ Non fa motto del concilio di Melfi nè
-dell’investitura.
-
-Malaterra che attribuì, come dicemmo, p. 43 in nota, la concessione
-feudale a Leone IX in favor di Unfredo, non tocca nè punto nè poco
-l’abboccamento di Melfi, ma nel lib. I, cap. XXXV, dopo la occupazione
-di Reggio il 1060, aggiugne: _Igitur Robertus Guiscardus, accepta
-urbe, diuturni sui desiderii compos effectus, cum triumphali gloria dux
-efficitur._
-
-Lupo Protospatario confonde i due fatti nel 1056 scrivendo: _Et Unfredo
-obiit et Robertus frater ejus factus est dux_; sul qual passo notava
-l’erudito Camillo Pellegrino che anche Drogone e Unfredo s’erano
-intitolati in lor diplomi or _comes_ or _dux_.
-
-La _Cronica di Roberto Wiscardo_ (_Anonimo_ del Caruso e _Anonimo
-Vaticano_ del Muratori) tace i patti di Melfi e l’assunzione al ducato,
-riferendosi come Malaterra alla concessione di Leone IX che limita e
-particolareggia così: _Discrete ac subtiliter utilitati Sanctæ Ecclesiæ
-prævidens, totam Apuliam atque Calabriam a finibus Guarnerii usque
-ad Farum comiti Humfredo et suis successoribus, nequaquam coactus in
-aliquo sed sola spontanea voluntate et suorum consilio Cardinalium,
-regendas semperque possidendas permisit_. Si confronti la traduzione
-francese nello stesso volume di Amato, pag. 275, 276.
-
-Guglielmo di Puglia, lib. II, narrato il Concilio di Melfi, ripiglia:
-
- _Finita Synodo, multorum Papa rogatu_
- _Robertum donat Nicolaus honore ducali._
- _Hic comitum solus concesso jure ducatus_
- _Est Papa factus jurando jure fidelis;_
- _Unde sibi Calaber concessus et Appulus omnis_
- _Est, locus et Latio, patriæ dominatio gentis._
-
-La Cronica breve normanna presso Muratori, _Rerum Italicarum
-Scriptores_, tomo V, p. 278 (V) ha sotto il 1059:
-
-_Robertus Comes Apuliæ factus est Dux Apuliæ, Calabriæ et Siciliæ a
-papa Nicolao in civitate Melphis, et fecit ei homintum de omni terra._
-
-Leone d’Ostia, lib. III, cap. 15 (ovvero 16), scostandosi questa
-volta da Amato, scrive: _Eisdem quoque diebus et Richardo principatum
-capuanum et Robberto ducatum Apuliæ, Calabriæ atque Siciliæ (Nicolaus
-II) confirmavit cum sacramento; et fidelitate Romanæ Ecclesiæ ab
-eis primo recepta, nec non investitione census totius terræ ipsorum,
-singulis videlicet annis per singula boum paria denarios duodecim._
-Poscia torna alla tradizione di Amato e alla presa di Reggio,
-conchiudendo che Roberto _ex tunc cæpit dux appellari_. Dunque abbiamo
-quattro diverse tradizioni:
-
- 1ª Investitura di Leone IX ad Unfredo il 1053. La sostengono il
- cronista e il compilatore di parte siciliana. Il primo con oscurità
- studiata aggiugne le terre che si acquistassero _alla volta_ di
- Calabria e di Sicilia. Il secondo, cinquant’anni dopo Malaterra,
- vi cancella la Sicilia e muta la concessione feudale in mera
- donazione.
-
- 2ª Investitura di Niccolò II a Roberto per la Puglia e Calabria,
- con titol di duca. Dal solo Guglielmo di Puglia, amico delle due
- dinastie normanne d’Aversa e di Puglia.
-
- 3ª Lo stesso aggiuntavi la Sicilia. In Leone d’Ostia e nel
- _Chronicon Breve_, entrambi dei principii del XII secolo. Leone era
- cardinale.
-
- 4ª Silenzio su l’investitura nei due contemporanei, Amato e
- Protospatario, i quali non ignorano il preso titolo di duca.
-
-Dal silenzio degli uni e dalla discrepanza degli altri è da argomentare
-che la investitura non fosse stata mai promulgata nel paese. E
-veramente era tal atto d’usurpazione della potestà imperiale, tal
-preparamento di guerra contro l’impero, da occultarsi con ogni
-studio. Ma dell’atto non v’ha luogo a dubitare. Di tutti i ricordi
-che ne abbiamo, quel che più par s’avvicini al tenor dell’originale
-è l’obbligazione scritta di Roberto, copiata non sappiam quando nel
-_Liber censuum_ della corte di Roma, pubblicata dal Baronio, _Annales
-ecclesiastici_, 1059, § 70, e data il 1059 stesso.
-
-_Ego Robertus Dei gratia et Sancti Petri Dux Apuliæ et Calabriæ et
-utroque subveniente futurus Siciliæ, ad confirmationem traditionis
-et ad recognitionem fidelitatis, de omni terra quam ego proprie sub
-dominio meo teneo et quam adhuc ulli Ultramuntanorum unquam concessi
-ut teneat, promitto me annualiter pro unoquoque jugo boum pensionem
-scilicet duodecim denarios papiensis monetæ persoluturum Beato Petro_
-ec.
-
-Quest’atto, tenuto forse segreto per molti anni, mi par genuino, e
-limita, come ognun vede, a poche terre in Puglia e in Calabria il
-novello tributo da pagarsi al papa.
-
-Di più se ne scorge la natura della concessione della Sicilia, cioè di
-atto non compiuto, anzi di mera promessa. Guglielmo di Puglia tacque
-la promessa appunto perchè il signor della più parte della Sicilia,
-che non era mica Roberto ma Ruggiero, avea schivato l’investitura.
-Leone d’Ostia affermò la concessione della Sicilia e la ragguagliò a
-quella di Puglia e Calabria, perchè era cardinale e scrivea dopo quel
-terribile pontificato d’Ildebrando. Malaterra ne uscì con l’equivoco:
-_alla volta di Calabria e di Sicilia_, e con l’anacronismo del 1033.
-Del resto l’assentimento dei successori di Roberto, la ricusa dei
-successori di Ruggiero e i termini della _Cronica di Roberto Wiscardo_,
-compilazione storica della corte di re Ruggiero, provano la diversità
-del dritto riconosciuto al principio dell’undecimo secolo, di che
-riparleremo a suo luogo.
-
-Quanto alla mutazione del titolo di Roberto, si è notato che i
-predecessori chiamaronsi talvolta duchi; prendendo, come ben riflette
-il Pellegrino, il titolo che la corte bizantina avea dato ad Argiro,
-luogotenente nella provincia ormai occupata dai Normanni. Forse
-Drogone e Unfredo bramavan così distinguersi dai conti subordinati al
-capo della federazione. In ogni modo è provato dalle testimonianze di
-Amato, Malaterra, Guglielmo di Puglia e Leone d’Ostia, che Roberto
-prese definitivamente il novello titolo all’occupazione di Cariati
-o di Reggio, cioè il 1059 o 1060; e in ogni modo dopo la concessione
-di Niccolò II. Ciò non esclude ch’egli richiedesse l’assentimento dei
-conti normanni, come suppongono a ragione gli storici napoletani e come
-si legge nell’Anonimo (_Recueil des Historiens des Gaules_ ec., tomo X,
-p. 210); ma ormai chi gli potea ricusare il suffragio?
-
-[107] Ruggiero alla sua morte (1101) avea 70 anni, al dir del Fazello
-che non cita autorità. V’hanno tradizioni diverse, delle quali tratterò
-a suo luogo.
-
-[108] Malaterra, lib. I, cap. XIX, segg. Per la investitura del conte
-di Aversa si riscontri Leone d’Ostia, lib. III, cap. 15, (16). Per gli
-altri fatti i medesimi cronisti, Amato e Guglielmo di Puglia _passim._
-
-[109] Si vegga il Capitolo precedente, p. 46.
-
-[110] Malaterra, lib. II, cap. I.
-
-[111] _Et que la cité estoit vacante des homes liquel i habitoient
-avant, il (Robèrt) la forni de ses cavaliers._ Amato, lib. V, cap. XIX.
-
-[112] Si vegga sopra il Libro II, cap. X, p. 426 del 1º volume, e
-si ricordino le guerre di Manuele Foca e di Maniace e la difesa di
-Catacalone.
-
-[113] Tomo VI, p. 174, Parigi 1715. L’editore non dice altro su
-l’origine della cronica, se non d’esser tolta dai Mss. del Duchesne.
-Or si può domandare perchè il Baluzio non citò il codice di Messina;
-e perchè il Duchesne non avea prima stampata la cronica nella
-raccolta degli scrittori di cose Normanne? Sembra che l’uno e l’altro
-dubitassero della antichità di quel documento.
-
-[114] _Rerum Italic. Script._ tomo VI, p. 614. Il Muratori nel
-breve avvertimento che pone innanzi a questo scritto, lo giudica
-contemporaneo «_multam enim vetustatem sapit_.» Ma parmi che i sospetti
-debbano cominciare dalla lingua e dallo stile.
-
-[115] Ms. della Bibl. Imp. di Parigi segnato: _Baluze, armoire 2,
-paquet 5_, nº 2, al fog. 428, segg. Tutto il volume son copie di
-mano del Duchesne. Questi sotto il titolo della cronica notò: «_Ex
-codice Ms. perantiquo Bibliothecæ Senatus Messanensis, summa fide
-transcripta_». Ma egli, non essendo mai stato in Messina, avea copiato
-di certo sopra una copia, senza vedere il vantato testo antichissimo.
-
-[116] Di Gregorio, nella Introduzione al dritto pubblico Siciliano
-toccando le consuetudini delle città, sagacemente notava essere il
-diploma del 1129, _sospetto, ma non tutto_. Della cronica ei tratta
-nelle _Considerazioni su la Storia di Sicilia_, lib. I, cap. II, e nota
-47, e ben si appone che la copia pubblicata dal Baluzio fosse venuta da
-Messina. Se non che sbaglia il tempo. Sendo la copia di mano d’Andrea
-Duchesne che morì il 1640; non potea trovarsi, come suppone il Di
-Gregorio, tra i Mss. recati a Parigi dagli esuli Messinesi del 1675.
-
-[117] Tra le idee moderne è da notarsi la diffidenza contro il papa
-che non era nata in Sicilia nell’XI secolo, ma fioriva pienamente dal
-XIII in poi. Nel linguaggio s’incontra la classica denominazione di
-città Mamertina e quella di Mori adoprata genericamente per dinotare i
-Musulmani.
-
-[118] _Rerum Sicanicarum compendium_, lib. III. Quel grande ingegno,
-in suo stile breve ed un po’ frettoloso, fornito il racconto ripiglia
-«Alibi lego» ec. e dà senza citar nome d’autore, il racconto
-del Malaterra. Non dice qual de’ due gli sembri il vero o il più
-verosimile.
-
-[119] _De rebus Siculis_, Deca II, lib. VII, cap. I. Il Fazello, ch’era
-pure stato in Messina ed avea frugato quelle Biblioteche, si riferisce
-a tradizione orale (_ducta per manus fama_) pei nomi dei congiurati.
-Non accenna l’origine della narrazione, e la intreccia, senza
-citazioni, con quella di Malaterra.
-
-[120] Questo fatto si trova per lo primo nella _Ystoire de li Normant_
-pubblicata il 1835, se non che M. Gauttier d’Arc l’avea accennata fin
-dal 1830 nella sua compilazione, p. 219. Si avverta intanto che Amato
-parla qui e altrove (p. 148, 153, 159, 194) di un Goffredo Ridelle o
-Rindelle, mentre M. Gauttier d’Arc, l. c., seguito da M. Champollion
-(p. 342, nota) suppon che si tratti di un Goffredo fratello di Roberto
-e soprannominato Ridelle. Ma questa identità dei due Goffredi sembra
-supposta senza fondamento. Il Malaterra, lib. I, cap. IV, e quel
-ch’è più Amato stesso p. 94, dicono di Goffredo fratel di Ruggiero,
-senza far cenno del soprannome; e il Goffredo Rindelle quante
-fiate comparisce nella storia d’Amato, sembra piuttosto condottiero
-fidatissimo, che fratello di Roberto, il quale diffidava sopratutto dei
-fratelli.
-
-[121] Il Malaterra non fa menzione che di due regoli. La divisione
-della Sicilia musulmana in quattro stati si seppe per lo primo dagli
-estratti di Nowairi pubblicati il 1790; e di tre stati si facea
-menzione negli estratti di Abulfeda e Scehab-ed-din-Omari, noti in
-Sicilia per opera di D’Amico nei principii del XVII secolo, cioè una
-cinquantina d’anni dopo la pubblicazione della Storia di Maurolico.
-Pertanto i cinque regoli mori e i confini che loro assegna la cronica
-si debbono riferire a tradizione genuina in fondo, corrotta nei
-particolari. Nulla si oppone a ciò che un _Raxdis_ (Rascid) fosse stato
-governatore di Messina.
-
-[122] Roberto andò all’assedio di Reggio quando si cominciava la mèsse,
-e se ne tornò a svernare in Puglia con Ruggiero dopo la scorreria in
-Sicilia. Malaterra, lib. I cap. XXXV; e lib. II, cap. II. Contando
-circa due mesi per l’assedio di Reggio si viene al settembre. La _Breve
-istoria_, facendo cominciar la congiura il 6 agosto, ci conduce alla
-stessa data.
-
-[123] «_Hæc secum animo revolvens, eorum ad quæ animum intendebat, non
-tardus executor_,» scrive il Malaterra. La quale fretta si riscontra
-bene con la promessa di venire a Messina entro una settimana, che
-leggiamo nella _Breve istoria_. Questa, come ognun vede, confonde
-in uno solo i tre assalti di Ruggiero; il che è naturalissimo in una
-tradizione orale.
-
-[124] Sessanta _militi_, scrive il Malaterra. Il numero si dee
-moltiplicare almeno per tre; poichè ogni _cavaliere_, nel medio evo
-avea seco ordinariamente due o più uomini armati e montati a cavallo.
-
-[125] Conf. Malaterra, lib. II, cap. I, e Anonimo, versione francese
-(_Chronique de Robert Viscart_), lib. I, cap. XIII, e testo presso il
-Caruso, _Bibliotheca Sicula_ p. 837.
-
-[126] Malaterra, lib. II, cap. II, il quale, per mancanza di ragguagli
-precisi o per dissimulazione, parla vagamente di _faccende_ che dovesse
-compiere il duca in Puglia durante l’inverno 1060-1061. Noi le sappiamo
-da Amato, lib. IV, cap. III, e lib. V, cap. IV, VI, VII, ed anche un
-po’ da Guglielmo di Puglia, lib. II, «_Morti tradendum_ ec.» Preso
-da Roberto il titolo di duca, e cominciato a mutare l’autorità di
-capo federale in signor feudale, cospirarono contr’esso Balalardo suo
-nipote, Gazolin de la Blace, Ami figlio d’un Gualtiero, e un Goffredo,
-sovvenuti di danari dall’imperatore bizantino, al quale prometteano
-rendere il paese. Roberto tornato da Reggio li oppresse con le armi;
-indi assediò ed ebbe a patti Troia, municipio bizantino. Amato pone
-appunto dopo la resa di Troia la pratica del duca con Ibn-Thimna.
-
-[127] I cronisti arabi che citammo nel Libro IV, cap. XV, p. 552 del
-2º volume affermano avere Ibn-Thimna condotta la pratica con Ruggiero
-a Mileto, nè parlan d’altri; Amato lib. V, cap. VIII, dice col solo
-Roberto a Reggio; Malaterra, lib. II, cap. III, IV, nella stessa città
-col solo Ruggiero. Parmi evidente che v’ebbero almeno due abboccamenti:
-Roberto non venne a Reggio che per ultimare la cosa con Ibn-Thimna; ma
-questi s’era rivolto dapprima a Ruggiero, il quale non soggiornava per
-certo a Reggio, città del fratello, tra il quale e lui i sospetti non
-posavano giammai. D’altronde il nome di Mileto dato dai soli Arabi è di
-moltissimo peso, accennando il fatto più notevole di lor tradizione,
-sì notevole che diè origine ad un errore retrospettivo che facea
-Mileto capitale del re franco Baldovino, conquistatore dell’Italia
-meridionale, cioè Otone II. Si vegga il Libro IV, cap. VI di questa
-istoria, vol. 2º, p. 328, nota 1. E Mileto appunto è nominata nella
-_Breve istoria della liberazione di Messina_ che citammo poc’anzi.
-
-[128] Tutta l’isola, dicono gli annalisti arabi.
-
-[129] Annalisti arabi citati dianzi.
-
-[130] Anonimo.
-
-[131] Amato, lib. V, cap. VIII, IX, X, il quale fa supporre capitano
-di tutte le genti Goffredo Ridelle, ma lascia trasparire il comando
-indipendente di Ruggiero. Malaterra dà l’impresa come ordinata e
-capitanata dal solo Ruggiero.
-
-[132] Censessanta militi, dice Malaterra, il solo che dia il numero. Al
-solito è da contare tre armati o più per ciascun milite.
-
-[133] Amato.
-
-[134] L’ultima settimana di carnovale del 1060, scrive il Malaterra,
-contando l’anno dal 25 marzo all’uso di Firenze, Puglia e Sicilia.
-Però torna al 1061 del conto comune ed agli ultimi di febbraio, sendo
-occorsa la Pasqua a’ 15 aprile. Malaterra chiama il luogo _Praroli e
-Tre Laghi_, e aggiugne che v’erano le tegolaie. Similmente l’Anonimo
-dice tre Laghi. È senza dubbio la punta del Faro, ond’errava il
-Fazzello supponendo lo sbarco a Furno o Furnari tra Tindaro e Milazzo,
-perchè gli parea di trovare la versione del nome topografico nel
-_clibana tegularum_ del Malaterra.
-
-[135] Malaterra.
-
-[136] Amato.
-
-[137] Amato e Malaterra.
-
-[138] Malaterra.
-
-[139] Amato.
-
-[140] _Anonymi Chronicon Siculum._
-
-[141] La narrazione si cava da Amato, lib. V, cap. X; Malaterra, lib.
-II, cap. IV, V, VI, e _Anonymi Chronicon Siculum_, lib. I, cap. XIII,
-presso Caruso, op. cit., p. 837, e nella traduzione francese, p. 279.
-Come si vede dalle note precedenti, i particolari differiscono nei due
-primi cronisti, e scarseggiano nel terzo, ma non sono contraddittorii.
-
-[142] Amato.
-
-[143] Amato. Il Malaterra dice vagamente: «_cum maximo exercitu_.»
-
-[144] Amato. Secondo il Malaterra il campo sarebbe stato a Reggio.
-
-[145] Malaterra scrive _Germundos et galeas_. La prima di queste voci,
-che che ne disputi il Ducange, par lezione erronea di _Dermudos_ che è
-alla sua volta corruzione di _Dromone_.
-
-[146] Amato dà il numero, Malaterra le dominazioni «Cattos, Golafros
-et Dormundos;» se non che il primo aggiugne «lo artifice liquel se
-clamoit _Gath_.» La voce _Gatto_ con lo stesso significato di nave,
-si trova anche nella _Chronica Varia Pisana_, presso Muratori, _Rerum
-Italic._, tomo VI, p. 112, e in Caffari, _Annales Genuenses_ presso
-Muratori _Rerum Ital._ tomo VI, p. 254. Forse quella nota appellazione
-dell’ordegno di guerra passò alla nave che lo portava: parendomi
-meno naturale l’etimologia dall’arabico _Kula’a_, nome generico, nel
-significato che noi diamo a «legni» o «vele.» La voce _Golafros_, che
-altrove si legge (V. Ducange) _Golabros_ e _Golabos_, e nella _Chronica
-Varia Pisana_ presso Muratori, _Rerum Italic._, VI, 112. _Garabi_,
-è l’arabico nome di legno _Ghorâb_ (corvo), donde la nostra voce
-«Corvetta.»
-
-[147] Malaterra lo chiama _Belcamuer_, ch’è una delle tante lezioni
-in che i Mss. guastano il nome d’Ibn-Hawwasci; l’Amato scrive invece
-_Sausane_, e sembra corruzione di Simsam-ed-dawla. Forse i raccontatori
-normanni dai quali egli attinse i fatti, confondeano il capo dei
-Musulmani di Sicilia al 1061, con l’ultimo principe Kelbita di cui
-abbiam detto nel Libro IV, capitolo XII, p. 419 segg. del 2º volume,
-sembrando inverosimile che Ibn-Hawwasci avesse preso appunto il
-medesimo titolo.
-
-[148] Amato.
-
-[149] Si vegga il Libro IV, capitolo X, XI, p. 393, 396, del 2º volume.
-
-[150] Malaterra.
-
-[151] Amato.
-
-[152] Malaterra.
-
-[153] Il nome di Calcare si legge in Amato; un Ms. di Malaterra dice
-_Trium Monasterium_. E Tremestieri è corruzione di tal voce; Edrisi nel
-cenno su questo luogo ha «tre Chiese».
-
-[154] Amato.
-
-[155] Conf. Amato e Malaterra.
-
-[156] Di questo non fanno parola i cronisti normanni: si veggano qui
-sopra le pag. 56 a 60.
-
-[157] Amato.
-
-[158] Malaterra.
-
-[159] Conf. Amato e Malaterra.
-
-[160] Malaterra dice mandate le chiavi; Amato, che significarono a
-Roberto la vittoria _que de Dieu avoient reçue par Goffrède Ridelle, et
-lui prierent qu’il vinst prendre la cité_. Il cronista scordava aver
-detto poco innanzi che la schiera passata in Sicilia fosse capitanata
-da Ruggiero, senza far motto di Goffredo Ridelle, il quale al più
-potrebbe supporsi condottiere dei 170 cavalieri che venner dopo.
-Coteste discrepanze mostrano la gelosia che s’era accesa verso la fine
-dell’XI secolo tra i Normanni di Puglia e di Sicilia, dei quali i primi
-metteano da canto a tutta possa Ruggiero, e i secondi Roberto.
-
-[161] _Diverse manière de navie et de mariniers.... et particulierement
-devissent aler les nez._
-
-[162] Amato. La presa di Messina è narrata da Amato, libro V, capitolo
-XII a XVIII; e Malaterra, libro II, capitolo VIII a XII; ne fan cenno
-Leone d’Ostia, libro III, capitolo XVI, e XLV, e l’Anonimo, presso
-Caruso p. 837, e traduzione francese, libro I, capitolo XIV.
-
-[163] Conf. Amato, libro V, capitolo XIX, e Malaterra, libro II,
-capitolo XIII. Il primo scrive qui le parole che Roberto trovò Messina
-vota di abitatori, le quali, com’abbiam detto, si debbono prendere in
-senso figurato, se pur è fedele la traduzione. Malaterra afferma che i
-due fratelli lasciassero in città la cavalleria, il che deve intendersi
-di parte, non del tutto.
-
-[164] Conf. Amato, libro V, capitolo XX; Malaterra l. c., tra i
-quali è il solito divario che il primo riferisce la dedizione al solo
-Roberto, il secondo ad ambo i fratelli. La tradizione d’Amato è la
-più verosimile in questi principii della guerra siciliana. D’altronde
-non è provato da cosifatte testimonianze che i Musulmani di Rametta
-prestassero omaggio feudale. Non poteva esser altro che un accordo
-temporaneo e propriamente l’_amân_. Leone d’Ostia, libro III, capitolo
-XLV, dice fatta tributaria Rametta.
-
-[165] _Scabatripolis_ nel Malaterra. Scaba o Scava, voce della bassa
-latinità che suona fosso, è premessa evidentemente al nome di Trabilis
-che si legge in due diplomi latini del 1134 e 1408. Edrisi ha, per
-trasposizione dei punti diacritici nel testo arabico, B-r-b-l-s e
-Bub-l-s che va corretto T-r-b-l-s e risponde esattamente all’odierno
-comune di Tripi. Dall’itinerario del detto geografo, _Biblioteca
-Arabo-Sicula_ p. 66, si vede che da Rametta a Monteforte correva (alla
-metà del XII secolo) una strada di 4 e da Monteforte a Tripi di 20
-miglia. Amato tralascia questa prima stazione.
-
-[166] _Fraxinetum_ in Malaterra, _Lo False_ in Amato; l’uno e l’altro
-si riconoscono agevolmente nel _Fraynit_ d’un diploma del 1188,
-Frazzanò, come or si chiama; dal qual comune muove un sentiero che
-riesce a Maniace. Edrisi nota la strada da Tripi a Montalbano, e
-Galati, terra vicinissima a Frazzanò. La traduzione d’Amato confonde
-Lo False con la pianura di Maniace, che indica chiaramente senza
-nominarla: _a lo piè de lo grant mount et menachant moult de Gilbert_
-(corr. Gibel).
-
-[167] Conf. Amato, libro V, capit. XXI; e Malaterra libro II, capit.
-XIV. I Cristiani di Val-Demone scrive Malaterra; più correttamente
-Amato quei _qui estoient là entor_, e parla dei Cristiani di _tutto_ il
-Val-Demone quando i vincitori tornarono dall’assedio di Castrogiovanni
-a San Marco e Messina.
-
-[168] Amato, lib. V, capitolo XXI e XXII. Malaterra, lib. II capitolo
-XV. Emmelesio, di cui si ignora il sito nè se ne trova cenno in altro
-scrittore cristiano o musulmano, è nominata da Amato.
-
-[169] Malaterra, libro II, capitolo XVI.
-
-[170] Amato, lib. V, capitolo XXII.
-
-[171] Malaterra, libro II, capitolo XVI, _Guedeta_, dice il cronista, e
-aggiugne che significhi _flumen paludis_. Il nome arabico _Wadi-el-tin_
-il quale si trova scritto _Lo dictaino_ in un privilegio del conte
-Ruggiero, dato il 1004 presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1011,
-precisamente suona: _il fiume del Fango_. S’ignora il sito di queste
-grotte di San Felice, le quali potrebbero per avventura esser le
-«Quaranta Grotte» espugnate dai Musulmani nell’841, le quali sembran
-parimenti vicine a Castrogiovanni, abitate e difendevoli. Si vegga il
-nostro Libro II, capitolo V, pag. 310 del 1º volume.
-
-[172] Malaterra, libro II, capitolo XVII, si contenta di dare ai
-Normanni 700 uomini, ed ai nemici 13,000; e l’Anonimo presso Caruso
-p. 838 e nella traduzione francese, libro I, capitolo XIV, copia tali
-cifre aggiugnendo che nell’una come nell’altra si comprendessero i
-fanti. Amato, libro V, capitolo XXIII, copiato da Leone d’Ostia, libro
-III, capitolo XLV, scocca l’iperbole dei 13,000 cavalli e 100,000
-fanti Musulmani; ma lascia a Roberto i 1000 cavalli e 1000 fanti
-ch’avea rassegnati in Messina. È notevole che Ibn-Khaldûn, traduzione
-francese di M. Des Vergers, p. 183, trascrivendo quasi da Ibn-el-Athir
-il brevissimo cenno di questa battaglia, vi aggiugne che Ruggiero
-avesse 700 uomini: e potrebbe essere appunto la tradizione normanna,
-intesa in Palermo nel XII secolo da Ibn-Sceddâd, la cui compilazione ci
-manca. Per altro non sembra inverosimile che le mille lance noverate
-da Roberto a Messina, fossero ridotte dinanzi Castrogiovanni a 700,
-per malattie, morti e presidii, lasciati di certo per assicurare la
-ritirata sopra cento e più miglia da Castrogiovanni a Paternò, Maniace,
-Frazzanò e Messina. I 700 poi potrebbero essere i soli militi senza
-contarvi gli uomini d’arme di ciascuno. In ultimo la critica ci conduce
-a rigettare con le altre fole le schiere _affricane_ dell’esercito.
-L’Affrica propria a quel tempo si travagliava nella irruzione degli
-Arabi d’oltre Nilo. E forse i narratori cristiani riportavano indietro
-al 1061, gli aiuti dei principi Ziriti del 1063, o contavano come
-«aiuti d’Affrica» qualche drappello di schiavi negri, di Berberi ec. al
-servigio dei Musulmani di Sicilia.
-
-[173] S. Matteo, XVII. 20.
-
-[174] Conf. Amato, libro V, capitolo XXIII; Malaterra, libro II,
-capitolo XVII; Anonimo presso Caruso p. 838 e nella traduzione
-francese, libro I, capitolo XIV, Leone d’Ostia, libro III, capitolo
-XLV, Fra Corrado presso Caruso, tomo I, p. 47. Ibn-al-Athir nella
-_Biblioteca Arabo Sicula_ p. 276; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum
-Arabicarum_, p. 25; Ibn-Khaldûn, traduzione di M. de Vergers, p. 183. I
-quali annalisti arabi fan cenno appena della sconfitta.
-
-[175] Conf. Malaterra e l’Anonimo, l. c.
-
-[176] Amato, l. c.
-
-[177] Conf. Malaterra e l’Anonimo, l. c.
-
-[178] _O les bras ploies et la teste enclinée de toutes pars venent li
-Cayte et aportent domps et ferment pais avec lo duc et se soumetent à
-lui et lor cités._ Amato, l. c. Questo fatto che non si legge punto in
-Malaterra, va ridotto ai termini di tregue chieste per una stagione
-ed accordate a prezzo. A creder pienamente il cronista, la Sicilia
-si sarebbe arresa a Roberto, nè allor si comprenderebbe perch’egli
-se ne tornasse in Calabria lasciando presidio appena a San Marco ed a
-Messina.
-
-[179] _C’est paille copertez à ovre d’Espaigne_ ec. Forse ricamati.
-In ogni modo mi sembra doversi intendere piuttosto lavorali a modo
-spagnuolo, che fabbricati proprio in Ispagna. La voce tarin indica al
-certo non il dirhem arabo, ma i tarì d’oro dei quali abbiamo fatto
-parola nel Libro IV, capitolo XIII, p. 439, del 2º volume; onde la
-somma tornerebbe a più di 300,000 lire italiane.
-
-[180] _Et lo duc pensa une grant soutillesce_.
-
-[181] Amato, libro V, capitolo XXIV, dicendo mandato il messaggio dallo
-_amirail de Palerme_. Secondo lo stesso autore, libro V, capitolo VIII,
-il ribelle che cacciò Ibn-Thimna di Palermo e se ne fece emiro, avea
-nome Belcho (Ibn-Hawwasci). Poi al capitolo XIII, chiama l’emir di
-Palermo, in maggio 1061, Sausane. Balchaot (Ibn-Hawwasci) ricomparisce
-alla testa dell’esercito a Castrogiovanni nel capitolo XXIII, e
-nel XXIV l’emir di Palermo non ha nome. Da un’altra mano Malaterra,
-com’abbiamo notato alla p. 66, dà emir di Palermo, in maggio 1061,
-Belcamuer, cioè lo stesso Ibn-Hawwasci.
-
-[182] Malaterra, l. c.
-
-[183] Amato, libro V, capitolo XXIII, narrato il principio dell’assedio
-di Castrogiovanni continua: «_Et puis dui mois le victorious duc
-s’en torna a Messine._» E in vero dallo sbarco alla battaglia sotto
-Castrogiovanni era corso un mese incirca, come si argomenta dalla
-narrazione del Malaterra.
-
-[184] Malaterra, l. c. Si ricordi che l’esercito si adunò su lo Stretto
-_nei primi di maggio_. Messina fu presa verso la metà dello stesso
-mese.
-
-[185] Amato, libro V, capitolo XXV. È da notare che Malaterra fa
-menzione soltanto de’ Cristiani venuti al campo di Maniace; e Amato nel
-capitolo XXI accenna il medesimo fatto parlando dei soli Cristiani de’
-contorni e della sicurtà lor conceduta da Roberto, poi nel capitolo XXV
-dice venuti al duca sotto Castrogiovanni, ovvero nella ritirata di lì a
-San Marco, quei del _Val de Manne.... por estre aidié de lo duc et que
-desirroient de non estre subjette a li païen lui firent tribut de or et
-habondance de cose de vivre._
-
-[186] Si veggano Fazzello, Cluverio, Amico _Dizionario topografico_ ec.
-Sono state trovate a San Marco iscrizioni latine di Alunzio. Edrisi
-nella Bibl. Arabo-Sic., testo p. 32, e presso di Gregorio _Rerum
-Arabicarum_, p. 115, fa cenno delle antichità che si notavano in San
-Marco e ci descrive la importanza della città, centro d’industria
-agricola e navale.
-
-[187] Amato, libro V, capitolo XXV. Ancorchè il cronista narri la
-fondazione del castel di San Marco dopo avere accennato nel capitolo
-XXIII il ritorno di Roberto a Messina, replica pure questo ritorno nel
-capitolo XXV, nè può rimaner dubbio che lo esercito si fosse fermato
-a San Marco durante la ritirata. Si conf. l’Anonimo presso Caruso, p.
-838, e la traduzione francese, libro I, capitolo XIV, e Leone d’Ostia,
-libro III, capitolo XLV.
-
-[188] Conf. Malaterra, libro II, capitolo XVIII; e Anonimo, l. c.
-
-[189] «Mandato Bettumeno, _in sua fidelitate_, a Catania, che gli
-apparteneva ec.» scrive Malaterra, l. c. Con Catania andava di certo
-Siracusa, antico stato d’Ibn-Thimna, e i distretti.
-
-[190] Amato, libro V, capitolo XXV, lo dice espressamente. Sembra mero
-patto di difesa da una parte e tributo dall’altra; patto fors’anco
-temporaneo senza indole nè forma di omaggio feudale.
-
-[191] Veggasi il Libro IV, capitolo XII, p. 419, del 2º volume.
-
-[192] Si vegga il nostro Lib. IV, cap. XV, p. 547, 548, del 2º volume.
-I fatti qui accennati si ritraggono da Ibn-el-Athir, testo, anni
-442, 448, 453, 455, 457, tomo IX e X, della edizione di Tornberg;
-_Baiân-el-Moghrib_, testo, tomo I, p. 308 a 312; Nowairi, _Storia
-d’Affrica_, MS. arabo di Parigi, ancien fonds 702, fol. 39, verso a 42
-verso; Tigiani, _Rehela_, traduzione di M. Alph. Rousseau, nel _Journal
-Asiatique_ d’agosto 1852, p. 109, febbraio 1853, p. 185 segg.
-
-[193] Ecco le parole d’Ibn-el-Athir, _Biblioteca Arabo-Sicula_,
-testo, p. 276, copiate con poco divario da Abulfeda, anno 484,
-Nowairi e Ibn-Abi-Dinâr, op. cit., p. 414, 447, 534. «Assediato in
-Castrogiovanni, Ibn-Hawwasci uscì a combattere; ma rotto dai Franchi
-si ritrasse nella fortezza: quelli cavalcarono per la Sicilia e
-s’impadronirono di molti luoghi. Allora lasciavan l’isola non pochi
-dotti e onesti uomini. Alcuni dei quali andarono appo Moezz-ibn-Badis
-esponendogli la condizione del paese, le discordie del popolo
-musulmano, il territorio in parte occupato dai Franchi; onde Moezz
-allestita una grossa armata e imbarcati fanti e munizioni, la fece
-salpare ch’era d’inverno. Alla Pantellaria, surta una tempesta,
-la più parte annegò; pochissimi si salvarono; la perdita del
-quale navilio indebolì molto Moezz, e rincorò gli Arabi sì che gli
-tolsero l’Affrica.» Sendo morto Moezz il 24 sciàban 454 (_Bayan el
-Maghrib_, tomo I, p. 308) ossia il 31 agosto 1062, la spedizione va
-posta nell’inverno precedente, cioè pochi mesi dopo la battaglia di
-Castrogiovanni della quale sappiamo la data dagli scrittori cristiani,
-sì che possiamo così correggere i musulmani citati di sopra a p.
-74, i quali la pongono nel 444 (1053). Gli autori arabi, per effetto
-dell’anacronismo loro di otto anni, noverano questo naufragio tra le
-cause del facile conquisto degli Arabi d’oltre Nilo sopra l’Affrica, il
-quale era compiuto innanzi il 1061, come s’è notato in altro luogo.
-
-[194] _Cristiani vero provinciarum, sibi cum maxima lætitia occurrentes
-in multis obsecuti sunt._ Malaterra. La designazione geografica è vaga
-quanto la misura dell’obbedienza, e l’una e l’altra torna al concetto
-ch’io esprimo nel testo. Si tenga anco a mente che _provincia_ nella
-latinità del medio evo spesso ha il mero significato di _campagna_ o
-_contado_.
-
-[195] Veggasi il lib. III, cap. III. e lib. V, cap. XI, vol. II, pag.
-255 e 397.
-
-[196] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XVIII, e l’Anonimo presso
-Caruso, _Bibliotheca Sicula_, p. 838 e lib. I, cap. XV, della versione
-francese. Ho tolto dal primo il numero dei militi di Ruggiero. Il testo
-latino dell’anonimo ha 50, e la versione francese 200.
-
-Il Fazzello, deca I, lib. X, cap. 1, scrive che il contado di Traina
-fosse popolato di cristiani, tenendo la città i Saraceni; che Ruggiero
-si fosse consigliato coi primi ed avesse ai conforti loro espugnata la
-città e fondata nei dintorni la badia di Sant’Elia, la quale addimandò
-d’_Eubulo_ dal buon consiglio che gli venne in quel luogo. Ei cita
-in principio un privilegio greco del conte, senza indicarne la data;
-ma evidentemente gli è quello del 6602 (1094 dell’èra volgare) di
-cui Rocco Pirro, pag. 1011, dà una pessima versione latina, nella
-quale il nome è scritto _De Ambula_, nè si fa allusione a consiglio
-di sorta de’ Cristiani, nè a voto del conte, anzi questi non esercita
-altra liberalità che di concedere al Logoteta Giovanni il terreno per
-fondare un monastero. La citazione dunque del Fazzello va ristretta
-al fatto del contado abitato da cristiani, ed in questi limiti bene
-sta, occorrendo nomi greci e latini tra i villani donati dal conte al
-monastero. Il rimanente della tradizione non ha documento che il provi,
-nè se ne scorge vestigio nelle cronache. Donde sembra che il Fazzello
-l’abbia supposto dalla significazione ch’egli credea trovar nel nome
-d’Ambola, Embula, Eboli, e secondo lui Eubulo, e dal sapere vicine
-alcune popolazioni musulmane, come si vedrà nel seguito di questo
-capitolo. L’espressa testimonianza del Malaterra non permette così
-fatto supposto.
-
-Nè ha origine contemporanea la favola (Pirro l. c.; De Ciocchis,
-_Sacrae Regiae Visitationis_, tom. II, p 642) che il Profeta Elia,
-comparso a Ruggiero, con una spada in mano, lo confortasse all’impresa.
-
-[197] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XIX, XX, il quale dà alla sposa il
-nome di Delicia; e l’Anonimo, l. c., che la chiama Iucta (Iudicta). I
-fatti anteriori all’arrivo di costei in Calabria si ricavano da Odorico
-Vitale e Guglielmo di Gembloux, citati da M. Gaultier d’Arc. _Histoire
-des Conquétes des Normands en Italie_ ec., p. 228 segg. L’autore a p.
-236 in nota, sostiene che la donzella uscendo del chiostro, mutò nome
-in Eremberga, supposta da altri seconda moglie di Ruggiero. Si vegga
-anche un estratto del trattato di Ducange su le famiglie normanne, in
-appendice all’_Ystoire de li Normant_, p. 354.
-
-[198] In oggi due comuni distanti un miglio l’un dall’altro si
-addomandano Petralia Soprana, e Petralia Sottana. Secondo il D’Amico,
-_Dizionario Topografico_, questo è più recente; ma Edrisi dà una sola
-Petralia con la qualità di _Hisn_, ossia fortezza in pianura.
-
-[199] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XX; ed Anonimo, l. c.
-
-[200] Malaterra, lib. II, cap. XX e XXII.
-
-[201] _Antulium_ presso Malaterra, con la variante _Antelium_ e
-_Antileon_ nell’Anonimo; la cronaca di fra Corrado, presso Caruso,
-_Bibliotheca Sicula_, tom. I, p. 47, ha: «Antellæ quod castrum erat in
-Sicilia juxta Corleonum.» Però non è dubbia la identità con Entella, il
-cui nome si trova in altri ricordi da me citati nella _Carte comparée
-de la Sicile_ ec., index topographique. Il Fazzello, deca I., lib.
-I, cap. 6, dà un cenno topografico su l’antica città e sul castello,
-dove si difesero ostinatamente gli ultimi Musulmani di Sicilia contro
-Federigo imperatore. Un dotto amico mio che visitava questo castello
-nel 1858, mi ha gentilmente comunicate le note e la pianta ch’egli
-abbozzò, dalle quali si vede la maravigliosa fortezza del sito, la
-estensione della città antica, provveduta di cisterne e fosse da grano,
-e la postura di quello che a ragione si crede il castello saracenico;
-gli avanzi del quale al par che quelli della città, scompariscono a
-poco a poco, rubati per adoperarli da materiali di costruzione ne’
-paesi all’intorno. Il sito, a cavaliere del fiume Belici sinistro, è
-notato nella mia carta comparata.
-
-[202] _Nikl_, o _Nicl_, che sarebbero soprannomi (stivale vecchio,
-ovvero ceppo, ritorta, guerriero valoroso), o _Nakhli_ nome etnico.
-
-[203] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXII; Anonimo presso Caruso,
-_Bibl. Sic._, tomo II, p. 839 e nella traduzione francese lib. I, cap.
-XV; ed Epistola di fra Corrado, l. c. Il Malaterra narra l’uccisione
-d’Ibn-Thimna tra la dichiarazione di guerra di Ruggiero a Roberto e
-l’assedio di Mileto che seguì, al suo dire, al principio (25 marzo)
-dell’anno 1062. Con queste scorte ho fissata a un di presso la data.
-
-[204] Malaterra, lib. II, cap. XXI; Anonimo presso Caruso, _Bibl.
-Sicula_, tomo II, p. 838, 839, e lib. I, cap. XV della versione
-francese.
-
-[205] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXIII a XXVIII; Anonimo presso
-Caruso, _Bibl. Sic._, tom. II, p. 839 ad 841; e nella versione
-francese, lib. I, cap. XV, XVI. L’Anonimo suppone, con manifesto
-errore, l’imprigionamento di Roberto in Geraci di Sicilia; ed è questa
-tra le prove che la compilazione fu scritta nel secolo appresso e
-nell’isola.
-
-[206] Malaterra. Forse si deve intendere di militi, o diremmo lance, ed
-accrescere il numero de’ cavalli a mille in circa. La data si ritrae
-da ciò che Ruggiero liberavasi da’ suoi nemici in Traina, nel cuor
-dell’inverno, dopo quattro mesi d’assedio. Vanno dedotte inoltre due o
-più settimane corse dall’arrivo al principio della sollevazione.
-
-[207] Malaterra.
-
-[208] L’Anonimo, il quale ancorchè compilasse da ottant’anni dopo il
-fatto, par abbia attinto ad altre memorie oltre quelle di Malaterra, e
-potea per avventura conoscere il titolo preso da Ruggiero in quei primi
-tempi del conquisto.
-
-[209] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXIX e XXXI; Anonimo presso
-Caruso, _Bibl. Sic._, tomo II, p. 841; e nella traduz. francese, lib.
-I, cap. XVI. Il nome di Plotino è scritto Glotino nel testo latino
-dell’Anonimo, e Porino o Polarino in quel di Malaterra. È da avvertire
-che, secondo il Malaterra, i Trainesi bevvero tanto in quel freddissimo
-inverno perchè la state soleano patire intollerabili calori per la
-vicinanza dell’Etna(!!) donde _balnearum æstuationibus æstuari assueti_
-etc. Mi par chiaro qui il significato di “avvezzi ad un caldo da
-stufa,” e che queste parole non attestino l’uso dei bagni a Traina nel
-1062, ma piuttosto in Palermo verso la fine del secolo, quando scrivea
-Malaterra. La testimonianza di questo scrittore che le campagne di
-Traina fossero abitate anco da Musulmani, si conferma per un diploma
-del 1085 presso Di Chiara, _Opuscoli_ ec., Palermo, 1855, in-8, pag.
-167. I nomi dei villani conceduti alla Chiesa di Traina nei dintorni
-della città son tutti musulmani.
-
-[210] Si vegga qui sopra la pag. 80.
-
-[211] La morte di Moezz è recata nel 453 da Ibn-el-Athir, testo,
-anno 484, nella _Biblioteca arabo-sicula_, p. 277, e dal Nowairi,
-op. cit. fol. 40 recto. Ibn-es-Scerf, citato nel _Baiân_, p. 308, la
-riferisce al 453, ma Abu-s-Salt, ibid., porta la data del 24 sciaban
-454; e Tigiani, l. c., conferma l’anno, al pari che Ibn-Abbâr,
-nell’_Hollet-es-Siarâ_, MS. della Società Asiatica di Parigi, fol. 108
-verso. Mi attengo a questi tre ultimi scrittori, come autorevoli sopra
-ogni altro nelle cose dell’Affrica.
-
-La condizione di Tamîm al principio del regno è così definita da
-Tigiani, MS. di Parigi, sup. 911 bis, fol. 135 recto, e trad. di M^r
-Rousseau: «E gli Arabi gli tolsero ogni cosa, non rimanendogli se non
-che il perimetro delle mura di Mehdia. Ma talvolta, confederandosi con
-alcuna tribù d’Arabi, trovò modo d’uscire in campo contro cui veniva ad
-assalirlo, e di assediare alcuna delle città ribellatesi da lui.»
-
-[212] «_Comperto quod Arabici et Africani, qui Arabia et Africa,
-quasi auxilium laturi Siciliensibus, causa lucrandi advenerant_ etc.»
-Malaterra. Gli Affricani son forse quegli schiavi ziriti dei quali fa
-menzione Ibn-el-Athîr.
-
-[213] Ibn-el-Athîr, anno 484, testo, nella Biblioteca arabo-sicula, p.
-277; e Nowairi, op. cit., p. 447, e presso Di Gregorio, p. 26. Entrambi
-recano il fatto, senz’altra data, dopo la esaltazione di Tamîm, e
-seguono a raccontare, con la transizione d’un _indi_, il passaggio
-d’Aiûb a Girgenti ed altri gravi successi infino al 461 (1068-69).
-L’_indi_ mi par che qui valga dopo tre o quattro anni. Si avverta che
-il nome Aiûb è la forma arabica di Giobbe.
-
-[214] Questi particolari si traggono dal seguito della storia. Credo
-venuta prima la schiera di Castrogiovanni per induzione della parola
-con che Malaterra incomincia il cap. XXXIII del lib. II. I limiti
-che ho immaginati alla regione in cui comandò Aiûb, sono da un canto
-lo stato di Girgenti tenuto da Ibn-Hawwasci, dall’altro il castel di
-San Marco che suppongo in man dei Normanni. A qual principe musulmano
-ubbidisse la parte dell’isola tra Licata e Taormina, non si può
-argomentare da alcun dato certo nè dubbio.
-
-[215] Le fonti latine non danno alcun nome che si possa ridurre ad
-Anattor; e la variante di Malaterra, Avator, è da escludersi come
-quella che riporterebbe a Caltavuturo, terra troppo lontana. Ma la
-Geografia d’Edrisi nota, senza vocali, un _A. n. t. r. N. s. t. ri_
-sul Simeto, a mezzogiorno di Adernò. Come il sito accennato qui dal
-cronista giace poco lungi da San Felice, ove si narra che la gualdana
-riposò per avere perduti assai cavalli; e come noi troviamo nella
-impresa del 1061, San Felice vicina a quel tratto del Simeto (veggasi
-qui innanzi la pag. 72), così è probabilissima l’identità de’ due
-luoghi citati da Malaterra e da Edrisi.
-
-[216] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXII, e l’Anonimo presso Caruso,
-_Bibl. sicula_, tomo II, pag. 811, e nella traduzione francese, lib. I,
-cap. XVII.
-
-Il Malaterra racconta questi fatti prima di notare, com’ei suole,
-il principio del nuovo anno, che, secondo il suo conto, correa
-dal 25 marzo. L’avvenimento più importante, cioè l’avvisaglia di
-Castrogiovanni, si dovrebbe dunque porre innanzi il 25 marzo 1063,
-ma le altre circostanze ci sforzano a differire la correría di
-Caltavuturo e Butera allo scorcio della primavera, quando in Sicilia
-si patisce talvolta il gran caldo e la siccità notati da Malaterra. Da
-un’altra mano gli avvenimenti che seguono non permettono di supporre
-cotesta scorrería in giugno o luglio. Non è superfluo avvertire che il
-Malaterra dà soltanto i nomi delle città e castella, e che son aggiunte
-da me le indicazioni del corso dei fiumi che i Normanni manifestamente
-seguirono.
-
-[217] «_Africani ergo et Arabici cum Siciliensibus plurimo exercitu
-congregati ut bellum comiti inferant_ etc.» — _Sicilienses_ non può
-significare altro che Musulmani di Sicilia. Così anche nei cap. XVII e
-XXXIII dello stesso lib. II del Malaterra. Non accadde mai in alcuno
-Stato musulmano che si armassero gli _dsimmi_. Va errato dunque il
-Palmieri, _Somma della Storia di Sicilia_, cap. XVIII, nel supporre, su
-la dubbia interpretazione d’una variante del Malaterra, che i Cristiani
-di Sicilia facessero parte dell’oste musulmana a Cerami.
-
-[218] Si argomenta 1º dagli annali arabi che portano andato l’esercito
-in Palermo; e 2º dalla morte del kaid di Palermo nella giornata di
-Cerami.
-
-[219] Tal supposto, molto probabile a priori, è rinforzato dal fatto
-che il bottino fu mandato al papa per un Meledio, di nome greco e però
-calabrese o siciliano. D’altronde è da considerare che i Musulmani
-non si sarebbero trattenuti per tre giorni in ordine di battaglia su
-l’altura opposta a Traina, se non avessero viste forze maggiori di
-quelle che la cronica normanna attribuisce al conte Ruggero.
-
-[220] Ho posto il nome del paese il quale non si trova in Malaterra.
-
-[221] Questa data non si legge nelle cronache. La deduco da quella
-precedente scorreria a Butera determinata approssimativamente nella
-nota 1 a pag. 96 e dalla impresa de’ Pisani in Palermo che seguì poco
-appresso.
-
-[222] Serlone v’entrò con 30 militi e n’uscì con 36. Del resto
-Malaterra non parla nè punto nè poco degli abitatori di Cerami.
-
-[223] Anonimo.
-
-[224] «_Et splendenti clamucio, quo pro lorica utimur (utuntur?)
-armatum... et clamucium quo indutus erat nullis armis poterat violari,
-nisi ab imo in superius impingendo, inter duo ferrea quæ per juncturas
-cumcatenata sunt, ingenio potius quam vi vitiaretur_.» Così Malaterra,
-il quale par che avesse avuta sotto gli occhi l’armatura conservata
-forse dal conte Ruggiero. Il Ducange, Glossario, citando questo passo,
-suppone il vocabolo corruzione di _Camicium, chemise de maille_. E in
-vero la descrizione mostra un giaco di maglia orientale col petto e il
-dorso coperti di laminette a mo’ di squame, come se ne vede ne’ nostri
-musei.
-
-[225] _Arcadius_. Di certo Kâid non Kâdi, come s’è supposto.
-
-[226] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXII; e l’Anonimo presso Caruso,
-_Bibliotheca Sicula_, tomo II, pag. 841-843 e nella traduz. francese,
-lib. I, cap. XVIII; e l’_Epistola di Frà Corrado_, presso Caruso, op.
-cit., tomo I, p. 48.
-
-L’Anonimo ebbe sotto gli occhi di certo il Malaterra ed altre memorie;
-poichè riferisce alcuni particolari diversi. Il più importante è
-che Ruggiero avesse mandato Serlone a Cerami due giorni innanzi la
-grande battaglia; che il dimani dell’arrivo, Serlone fosse uscito a
-combattere; che Ruggiero fosse ito a trovarlo la sera col grosso della
-gente e che tutti insieme si fossero avanzati contro il nemico il dì
-seguente, verso le sette. Il racconto di Malaterra, al contrario, fa
-supporre avvenuti tutti i combattimenti in un sol giorno.
-
-Forse questa battaglia fu ricordata da alcun cronista musulmano,
-i cui scritti non sono pervenuti infino a noi, poichè Soiutl nella
-biografia di Mohammed-ibn-Ali-ibn-Hasan-ibn-Abi-l-Berr (_Biblioteca
-Arabo-Sicula_, testo, cap. LXXVI, p. 672) riferisce il conquisto
-cristiano della Sicilia al 455 dell’egira (1063), la quale data non si
-trova negli altri ricordi musulmani.
-
-[227] Malaterra, l. c. «_Comes, Deo et S. Petro cujus patrocinio
-tantam victoriam se adeptum recognoscebat, de collato sibi beneficio
-non ingratum existens, in testimonium victoriæ suæ, per quendam
-suorum...... Apostolicus vero, plus de victoria..... mandat:
-vexillumque a Romana sede, Apostolica auctoritate consignatum; quo
-prœmio, de Beati Petri fisi præsidio, tutius in Saracenos debellaturi
-insurgerent_.»
-
-Questo è lo stendardo che il Giannone, lib. X, cap. II, dice mandato
-da Alessandro II al conte Ruggiero mentre accingeasi all’impresa di
-Sicilia. L’illustre storico napoletano, il quale cita qui il Baronio,
-anno 1066, n. 2, non si guardò questa volta dalle insidie del cardinale
-annalista.
-
-[228] Malaterra.
-
-[229] Argomento cotesta pratica dal confuso ed erroneo cenno che ne fa
-Amato, _Ystoire de li Normant_, lib. V, cap. XXVIII: Roberto, durante
-l’assedio di Bari (1068-1071), affinchè i Saraceni non potessero
-munirsi e provvedersi, domandò l’aiuto dei Pisani, i quali apprestate
-lor navi e compagnie di cavalieri e balestrieri, vennero dritto alla
-città, spezzarono la catena del porto, e messero a terra parte di loro
-forze: dopo la vittoria del duca in Puglia ebber da lui grandissimi
-doni, e se ne tornarono a Pisa. Ognun vede che il racconto di Amato,
-per vizio di copista o dell’autore, non regge. Si tratta al certo
-di Palermo, non di Bari dov’erano Greci e non Musulmani; e del fatto
-del 1063, non della espugnazione di Palermo del 1072, nella quale non
-compariscono i Pisani. Da ciò argomento una pratica di Roberto nel 1063
-rimasta senza effetto, e scontraffatta nella traduzione francese che
-noi abbiamo. Non posso supporre che l’autore, vivente e adulto in quel
-tempo, abbia commesso un anacronismo di dieci anni e scambiato il nome
-della città; nè che i Pisani fossero venuti una seconda volta a spezzar
-le catene del porto di Palermo, senza che ne facciano parola i loro
-annali.
-
-[230] Iscrizione del Duomo di Pisa nell’_Archivio Storico Italiano_,
-tom. VI. Parte II pag. 5.
-
-[231] _In portu vallis Deminæ_, scrive Malaterra. Per antonomasia
-significherebbe Messina, ma il cronista suol sempre indicare quella
-famosa città col suo nome, nè è da supporre abbia usata in questo
-luogo solo una perifrasi. Secondo Edrisi, i porti del Valdemone su
-la costiera settentrionale erano cominciando di ponente: Caronia in
-sul confine di quella provincia, Oliveri e Milazzo; e in mezzo a’ due
-primi si ricorda la spiaggia di San Marco ove si costruivano navi. Nei
-novant’anni che corsero dal 1063 alla compilazione di Edrisi, non si
-scavarono di certo novelli porti, e forse non ne fu distrutto alcuno.
-Dunque dobbiamo ristringerci ai quattro nominati.
-
-[232] Iscrizione del Duomo di Pisa.
-
-[233] Iscrizione stessa, la quale accenna vagamente alla preda nelle
-campagne. Noi sappiamo da Ibn-Haukal che lungo l’Oreto giaceano gli
-orti di delizia dei Palermitani.
-
-[234] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXIV; Marangone, anno MLXIII,
-nell’_Archivio Storico italiano_, tomo VI, par. II, p. 5, 6; e la
-_Chronica varia_ Pisana nel Muratori, _Rerum Italic. Script._, tomo
-VI, p. 167. La data precisa che dobbiamo al Marangone, è il giorno di
-Sant’Agapito, ossia il 20 settembre; ma stando all’ordine cronologico
-del Malaterra, risalirebbe agli ultimi di giugno o primi di luglio,
-poich’ei riferisce il fatto innanzi le scorrerie di Collesano, Brucato
-e Cefalù che seguirono, al dir suo, nei principii della state. Credo
-meriti maggior fede il Marangone, e sia da supporre qui men rigorosa
-la successione di fatti notata dal cronista normanno. Notisi che
-la iscrizione del duomo di Pisa porta qui l’anno comune in vece del
-pisano: _Anno quo Christus de Virgine natus, ab illo Transierant Mille
-etc_.
-
-[235] Malaterra tace questa precipua cagione che apparisce dai fatti.
-
-[236] Vecchio castello presso la spiaggia da Termini a Cefalù; nella
-prima metà del XII secolo era terra assai ricca e fortificata, come si
-scorge da Edrisi e da parecchi diplomi.
-
-[237] Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXIV e XXXV; e l’Anonimo presso
-Caruso, _Bibl. Sicula_, tomo II, p. 843; e nella versione francese,
-lib. I, cap. XIX. Il testo di Malaterra ha il nome di Gualtiero de
-Simula (var. de Simila) l’Anonimo de Cullejo (var. de Simelio) e la
-versione da Similico.
-
-[238] Lib. II, Cap. XXXVI.
-
-[239] Malaterra, l. c. Senza ciò sarebbe falso il _plurimo exercitu_
-che leggiamo pochi righi innanzi il _quingentis tantummodo militibus_.
-Si vede sempre più chiaramente che per milite sia da intendere un
-cavaliere seguito da due o parecchi uomini d’arme.
-
-[240] _Tarentula, lycosa tarentula, aranea tarentula_ ec., abitatrice
-de’ luoghi aridi e inculti nella Spagna, Francia meridionale, Puglia
-ec., e vuolsi abbia preso il nome dalla città di Taranto e datolo alla
-danza _tarantella_.
-
-[241] “Taranta quidem vermis est araneæ speciem habens, sed aculeum
-veneni feræ punctionis, omnesque quos punxerit multa venefica
-ventositate replet, in tantumque angustiatur ut ipsam ventositatem
-quæ per anum inhoneste crepitando emergit, nullo modo restinguere
-prævaleant et nisi clibanica vel alia quævis ferventior æstuatio citius
-adhibita fuerit, vitæ periculum incurrere dicuntur.” Malaterra, l. c.
-Secondo i cronisti delle Crociate il morso portava grande enfiagione e
-dolori; nè si potea curare se non col fuoco, con la triaca, o, secondo
-Alberto d’Aix, commettendo un certo peccato.
-
-[242] Si vegga la ritirata dell’imperatore Lodovico, andato nell’867
-contro il Sultano di Bari (Lib. II, cap. VIII, p. 377 del Iº volume.)
-
-Alberto d’Aix, Gauthier e Vinisauf, citati da Michaud, Histoire des
-Croisades, tomo I, p. 297 della ediz. del 1825, raccontano somiglianti
-disastri de’ Crociati a Beirut, Sidone e Tiro nel 1099.
-
-[243] Non rimane oggi, nè si trova in alcun diploma. Il buon Di Blasi,
-_Storia di Sicilia_, libro VII, cap. 8, si sforza a difendere l’onor
-dell’agro palermitano da questa grave accusa; e il Palmieri, _Somma
-della Storia di Sicilia_, tomo II, p. 44 e 324, si fa beffe del
-Malaterra, non senza collera.
-
-[244] Bugamo presso il Malaterra, Burgamo nella Epistola di fra
-Corrado, il quale aggiugne che a’ suoi tempi, cioè allo scorcio del
-XIII secolo, questa terra lontana sei miglia da Girgenti, si chiamasse
-Buagimo e appartenesse in feudo alla famiglia Montaperto. È in que’
-dintorni l’odierno comune di Montaperto. Il soprannome d’uomo che
-passò al castello, sembra _Abu-’l-Giami’, Abu-’l-Gema’_, ovvero
-_Abu-el-’Agemi_.
-
-[245] Malaterra, lib. II, cap. XXXVI, presso Caruso, _Bibl. Sic_., p.
-195, Epistola di Fra Corrado nell’op. cit. p. 48. Si riscontri Lupo
-Protospatario, an. 1065, ediz. di Pertz, il quale dice che Roberto
-uccise molti Saraceni e riportò statichi di Palermo. Così i Normanni
-doveano raccontare il fatto ritornando in Puglia.
-
-[246] Libro V, cap. XXVI, p. 150. Nel cap. XXVIII dello stesso lib., p.
-164, è da leggere Palermo in vece di Bar, la quale lezione è confermata
-dal sommario dell’indice che non risponde al testo. Si vegga anco Bar,
-posta in luogo di Palermo, a p. 293.
-
-_Et quant lo duc sapientissime vit la disposition et lo siege de
-Palerme et que des terres voisines estoit aportee la marchandite, et
-se alcuns negassent la grace par terre, lui seroit aportee par mer,
-apareilla soi a prendre altre cite a ce que assemblast autre multitude
-de navie pour restreindre Palerme.... premerement asseia Otrante_ etc.
-
-Roberto non s’era avvicinato a Palermo nel 1061 quand’ei venne la prima
-volta in Sicilia. Il passo che citiamo non si può riferire dunque che
-al suo ritorno in Calabria dopo l’assedio del 1064, come lo conferma la
-occupazione d’Otranto che segue immediata. Manca almeno un capitolo tra
-il XXV e il XXVI, il che non farà meraviglia a niuno che abbia letta
-attentamente questa traduzione francese di Amato.
-
-[247] Ibn-el-Alhir sotto l’anno 481, nella _Bibl. ar. sic._, testo, p.
-278; Nowairi, op. cit. p. 448, e presso il Di Gregorio, _Rerum. Arab._,
-p. 26.
-
-[248] Il Malaterra porta l’anno di questo combattimento, e Ibn-el-Athir
-quello del ritorno d’Aiûb in Affrica, i quali coincidono in cinque mesi
-(31 ottobre 1068 principio del 461 dell’egira, a 24 marzo 1069 fine
-dell’an. 1068 dell’incarnazione). Sembra dunque che Aiûb fosse tuttavia
-in Sicilia e forse in Palermo al tempo del combattimento, e che a
-lui abbia fatta allusione il conte Ruggiero con le parole riferite
-dal Malaterra: _Si ducem mutaverunt, ejusdem nationis, qualitatis et
-religionis est cujus et cæteri sunt._
-
-Sembra da coteste parole che il nuovo duce non fosse stato vinto per
-anco da’ Normanni, il che ben s’adatterebbe ad Aiûb. Se poi non si
-vanta la sconfitta del re d’Affrica e d’Arabia, può spiegarsi in questo
-modo che Aiûb, quantunque emir de’ Palermitani in quel tempo, non si
-fosse trovato alla testa della gente che uscì a combattere.
-
-[249] Malaterra, lib. II, cap. XXXVII e XXXIX.
-
-[250] Malaterra, lib. II, cap. XXXVIII, XLI, XLIII.
-
-[251] Cf. Malaterra, lib. II, cap. XLI e XLII presso Caruso, _Bibl.
-Sic._, p 197, L’Anonimo, presso Caruso, op. cit., p. 843, e nella
-traduzione francese, lib. I, cap. XX, p. 291, pone questa battaglia
-dopo lo scontro del 1063 che abbiamo riferito a p. 104. Manca forse
-qualche squarcio in cui si trattasse anco dell’assedio di Palermo del
-1064.
-
-Il Malaterra descrive con evidente meraviglia il modo che si teneva a
-mandare dispacci pe’ colombi. Chi voglia saperne più largamente, potrà
-consultare La Colombe Messagère di Michele Sabbâg, tradotto da S. de
-Sacy, Paris, 1805, in 8º; Reinaud, Extraits des auteurs arabes etc.,
-relatifs aux Croisades, p. 150, Quatrémère, Hist. des Sultans Mamlouks;
-par Makrizi, tomo II, parte II, p. 115 e segg.
-
-[252] Cf. Amato, lib. V, cap. XXVII, p. 159 a 164; Malaterra, lib.
-II, cap. 40, 43, presso Caruso, _Bibl. Sic._, tomo I, p. 198, 199;
-Guglielmo di Puglia, libro II e III, presso Caruso, op. cit., 112, p.
-117, 118; Anonimo, presso Caruso, op. cit., p. 844, 845, e traduzione
-francese, lib. I. cap. XXII, p. 224; Lupo Protospatario, anni 1069,
-1071; Romualdo Salernitano, anno 1070; _Cronica Amalfitana_, presso
-Muratori _Antiq. Ital._, tomo I, p. 213.
-
-Seguo per la data del principiato assedio e della resa, Amato, la
-cui testimonianza conferma le correzioni cronologiche del Muratori,
-_Annali_.
-
-[253] Non ne parlano qui i cronisti, ma si vede che Ruggiero ne prese
-a’suoi stipendii dopo la occupazione di Palermo.
-
-[254] Amato, lib. VI, cap. XIII; lib. VII, cap. I e II.
-
-[255] Amato, lib. VI, cap. XVI e XIX, parla dei _principi_ che
-accompagnavano Roberto al cominciare dell’assedio e che, espugnata la
-città, egli andò alla Chiesa _avec la moiller et ses frere et avec lo
-frere de la moiller et avec ses princes_. Si tratta dunque de’ principi
-di Salerno; nè è possibile che andando in persona non avessero condotte
-soldatesche di sorta.
-
-[256] Guglielmo di Puglia, lib. III, presso Caruso, _Bibl. Sic._; p.
-122. Amato, lib. VII, cap. II.
-
-[257] Cf. Malaterra, Amato e Leone d’Ostia ne’ luoghi indicati qui
-appresso.
-
-[258] Malaterra, lib. II, cap. XLV, p. 200.
-
-[259] Amato, lib. VI, cap. XIV, pag. 178. Cf. Leone d’Ostia, lib. III,
-cap. XVI e XLV.
-
-[260] Amato, lib. VI, cap. XV, pag. 178.
-
-[261] Si vegga il vol. II, p. 68, 157, 189, 296 e segg.
-
-[262] La foce d’Oreto ne’ principii del XII secolo s’apriva
-più discosto che in oggi dalla città, come il mostra il ponte
-dell’Ammiraglio, il quale rimane a levante dell’alveo attuale del
-fiume.
-
-Il mare poi senza dubbio s’è ritirato in questo punto, come nell’antico
-porto (la Cala).
-
-[263] «_Castel Iehan mes maintenant se clame lo chaste Saint Iehan
-etc._» Questo torna senza alcun dubbio all’Ospizio de’ Lebbrosi, poi
-manicomio ed ora opificio di cuoia. La tradizione ricordava fino al
-XIV secolo, (Veggasi _Anonymi Chronicon Siculum_, presso Di Gregorio,
-_Rerum aragonensium_, tomo II, p. 124) che Roberto vi avesse fatto
-stanza durante l’assedio. Ne fa parola anco il Fazello, Deca Iª, lib.
-VIII, cap. I, allegando un diploma del 1209; ma questo è in vero
-del febbraio 1219 ed attesta soltanto quel che non è mai caduto in
-dubbio, cioè essere stato fondato l’ospizio da’ principi normanni della
-Sicilia. Si vegga presso Mongitore, _Mans. S. Trin. Mon. hist._, p. 21,
-e nella _Historia Diplomatica Friderici II_, tomo I, p. 590.
-
-[264] Si veggano i Cap. III, e IV, di questo libro pagine 70, 110, del
-volume.
-
-[265] _Et quant li Sarrazin issoient virent novelle chevalerie et li
-Normant les orent atornoies et let prisrent et vendirent pour vils
-prison._
-
-[266] _Et clama li Sarrazin a combatre._
-
-[267] Amato. Il palagio occupato alla prima giunta, par quello che nel
-XII secolo Ibn-Giobair chiama Kasr-Gia’far e gli scrittori cristiani
-Favara, di che ho fatta parola nel lib. IV, cap. VII, vol. II, p.
-350. Fu villa di delizia del re Ruggiero, come innanzi era stata
-probabilmente degli emiri di Palermo; sia che parte degli edifizii loro
-fosse stata conservata da’ Normanni, o tutto rinnovato.
-
-[268] Una chiesetta diroccata il 1598 quando si fabbricò in quel sito
-il noviziato de’ Minimi di San Francesco di Paola, si chiamava della
-Vittoria e vi si leggea questa iscrizione: «Roberto Panormi duce et
-Siciliæ Rogerio Comite imperantibus, Panormitani cives ob Victoriam
-habitam, hanc ædem B. Mariæ sub Victoriæ nomine sacrarunt. An. Dom.
-1071.» (Inveges, _Pal. nob. Er._, 7, an. 1071, nº 9; Mongitore,
-_Palermo Divoto di M. V._, lib. I, cap. V; Giardina, _Le antiche porte
-di Palermo_, (Palermo, 1732) p. 11, 12).
-
-La iscrizione data il 1071 è falsa senza alcun dubbio, come lo
-provano la latinità, le formole e il titolo di _Panormitani Cives_,
-che allor sarebbero stati i Musulmani. Pure questa iscrizione attesta
-infallibilmente un’antica tradizione, che non v’ha ragione di mettere
-in forse. Errarono poi gli eruditi Palermitani ponendo all’assedio da
-quel lato Roberto piuttosto che Ruggiero. Il titolo della Vittoria
-rimase alla Chiesa e al Convento de’ Paolotti, il quale fu occupato
-per lunghissimo tempo da uno o due squadroni di cavalleria, ed or v’ha
-stanza l’artiglieria.
-
-È da ricordare che al tempo d’Ibn-Haukal (veggasi il nostro Libro IV,
-pag. 297, del II vol.) sorgea da quella parte il _Me’sker_, ricinto
-fortificato senza dubbio, che i Normanni appena entrati in Palermo,
-mutarono in cittadella, come sarà detto largamente alle pag. 137-138
-di questo terzo volume. Si dee dunque supporre che il ricinto stesse
-tuttavia in piedi al tempo dell’assedio. Ma in qual modo allor fosse
-separato dalla città vecchia, e se compreso nell’àmbito delle sue mura,
-non si ritrae: e però non possiamo determinare se durante l’assedio il
-tenessero i Musulmani ovvero i Normanni. De’ quali due supposti credo
-più verosimile il primo, e che lo alloggiamento del conte Ruggiero
-fosse posto appunto rimpetto il _Ma’skar_, alla distanza di sei o
-settecento metri; poichè il _Ma’skar_ par si stendesse fino all’odierno
-sito di Porta nuova o un po’ più alto.
-
-[269] Si vegga qui innanzi la p. 110.
-
-[270] Amato, il quale narra ciò al bel principio dell’assedio,
-senza poi far parola della battaglia navale dinanzi il porto, che fu
-combattuta alla fine. Non credo si possa riferire a questa la presura
-delle due sole navi che cita il cronista.
-
-[271] Guglielmo di Puglia e l’Anonimo.
-
-[272] Malaterra.
-
-[273] Anonimo, testo latino e traduzione francese in parte.
-
-[274] Si vegga il vol. II, p. 304.
-
-[275] Malaterra.
-
-[276] Di questi aiuti tace il Malaterra. Guglielmo ne parla
-precisamente innanzi la battaglia del porto. Amato ne fa menzione
-dopo la resa della città (Lib VII, cap. I, p. 103), quando ripiglia a
-raccontare le ostilità del principe Riccardo in Terraferma... _venoient
-sur la cite de Palermo li Arabi et li Barbare et faisoient empediment a
-la victoriose bataille de lo duc Robert et pource il requist et chercha
-l’ajutoire de lo prince Richart etc._
-
-[277] Muratori, Annali, 1071.
-
-[278] Amato, l. c.
-
-[279] Il traduttore francese saltò senza dubbio la voce _mura_.
-
-[280] Amato, lib. VI, cap. XVII, p. 179.
-
-[281] Id. id., cap. XVIII, p. 180.
-
-[282] Guglielmo di Puglia.
-
-[283] Guglielmo di Puglia.
-
-[284] Nessuno de’ cronisti ha notata la importanza di questa
-diversione; Guglielmo, il solo d’altronde che narri il combattimento
-navale, ripiglia _Dat validas animo ducis hæc victoria vires_, e dice
-dell’assalto dalla parte di terra, senza notare nè far supporre il
-tempo scorso tra l’uno e l’altro. Il Malaterra fa menzione appena del
-navilio normanno, dicendo che si trovava dal lato di Roberto il giorno
-dell’assalto.
-
-Ne conchiudo che la vittoria navale non fu piena nè splendida, ma
-utilissima, come quella che obbligava i Musulmani a difendersi anco nel
-porto, cioè, a dividere in tre le scarse loro forze, invece di opporle
-in due sole parti a Ruggiero ed a Roberto.
-
-[285] Amato.
-
-[286] Malaterra, _Machinamentis itaque et scalis ad trascendendos muros
-artificiosissime compaginatis_. Gli è vero che la più parte si ruppe
-o non servì all’opera. La grande altezza del muro richiedea si desse
-larga base a coteste scale e però le doveano essere montate su ruote.
-
-[287] Amato.
-
-[288] Amato dice _en la nativite de Jshu Christ_ (Cap. XXII) e _en
-l’aurore de jor_ (Cap. XVIII); l’Anonimo Barese, il 10 _gennaio_, e
-Romualdo Salernitano, _di gennaio_. Si noti la festa celebrata nella
-chiesetta della Vittoria alla Kalsa il 2 gennaio, della quale diremo or
-ora.
-
-[289] Malaterra.
-
-[290] Guglielmo.
-
-[291] Amato.
-
-[292] Malaterra.
-
-[293] Amato, Cf. Guglielmo, Malaterra e l’Anonimo. La più parte dei
-compilatori siciliani ha fatto entrare nella Khalesa Ruggiero.
-
-[294] Non fa mestieri notare che questa chiesa della Vittoria sia
-diversa da quella fuor la Porta Nuova di cui si è detto di sopra.
-Giace propriamente in un vicolo “chiamato oggi della Salvezza” il quale
-aprendosi tra la Chiesa della Gancia e il monastero della Pietà, mette
-capo al bastione dello Spasimo.
-
-Le prime memorie in cui sia scritta la tradizione di questa Porta
-della Vittoria, tornano alla fine del XV secolo: dalle quali si scorge
-ch’eravi dipinta una Madonna molto celebre tra i devoti della città;
-che si ottenne dal governo il permesso di fabbricarvi una chiesa; che
-questa fu murata nel 1489; e che nel 1497, l’arcivescovo di Palermo,
-assentendegli il Senato della città, decretò di celebrarvi una festa
-annuale il 2 gennaio. Nel XVI secolo poi vi fu messa la seguente
-iscrizione latina, ch’è riferita del Giardina (_Le Porte di Palermo_,
-Palermo 1732, pag. 11) e che or si vede dipinta sur un’asse dopo il
-secondo altare a destra:
-
-“Porta hæc, in quam Rogerius invictissimus Siciliæ comes irrumpens,
-aditura exercitui christiano ad urbem hanc Panormum ab iniqua
-Saracenorum servitute emancipandam patefecit, victoria cognomento ab eo
-devictorum hostium summo cum honore ob insignem reportatam victoriam,
-Deiparæ Virginis cultu victoris ejusdem principi ardenti ac pio
-desiderio consecrata est, quintilio mense dom. incarnationis MLXXI.”
-
-Altra iscrizione poi attesta una novella ristorazione delle fabbriche
-seguita il 1701. Oggidì si veggono: 1º Gli avanzi d’una porta nel
-posto che ho indicato; 2º Una Madonna col Bambino e una bandiera,
-immagine ritoccata o ridipinta, il cui stile par non possa riferirsi
-all’XI secolo. Cotesta dipintura rappresenta senza dubbio la favola
-raccontata del P. Ottavio Gaetani, cioè che la Madonna comparve lassù
-a Ruggiero con la bandiera in mano, chiamandolo ad entrare in città.
-Quanto all’iscrizione di cui ho dato il tenore e ch’è opera di Antonio
-Veneziano, ognun vede che renda la tradizione qual correa presso
-gli eruditi nel XVI secolo; poichè vi è nominato Ruggiero in luogo
-di Roberto e messa la data di luglio 1071 in vece di gennaio 1072.
-Rimondata de’ miracoli e delle invenzioni degli eruditi, la tradizione
-torna al mero fatto che i Normanni entrarono da quella porta: e ciò
-sta benissimo col racconto de’ cronisti contemporanei. Quando poi vi
-fosse dipinta per la prima volta l’immagine della Madonna, e se fossevi
-stata fabbricata una cappella nell’XI secolo o nel XII, o dopo, non mi
-preme ora investigarlo, nè sarebbe agevol cosa. Si vegga il Giardina
-l. c; Mongitore, _Palermo Devoto di Maria Vergine_, I, 31 segg., 250
-segg.; Inveges, _Palermo Nobile_, 1071; Di Marzo Ferro, _Guida di
-Palermo_, 1858, pag. 360-361. Debbo le notizie locali e il confronto
-del Mongitore, al dotto giovane, il professore Antonio Salinas, ch’io
-ne richiesi, non essendomi accaduto mai d’entrare in questa chiesetta
-della Vittoria.
-
-[295] Amato.
-
-[296] Anonimo.
-
-[297] Amato. _Et lo duc, a ceus qui sont remez liquel habitent en la
-cite a liquet avoit donne mort de li parent et fame_ il fist garder
-les tors. _Mes pource que Palerme estoit faite plus grant qu elle
-non fu commende premerement dont de celle part estoit plus forte dont
-premerement avoit este commencie la cite se clamoit la antique Palerme.
-Il commencerent contre celle antique Palerme contrester cil de la cite.
-Et puiz quant la bataille penserent que il devoient faire et en celle
-nuit se esmurent o tout li ostage et manderent certains messages liquel
-doient dire coment la terre s’est rendue._
-
-Le parole che ho lasciate in carattere tondo sono al certo sbagliate
-nella traduzione. Anzi nel primo periodo è saltato evidentemente
-qualche brano del testo latino, il quale dovea dire che Roberto
-aspettandosi l’assalto di coloro ec., fece guardar bene dai suoi le
-torri della Khalesa.
-
-La voce “contre” va corretta di certo, _entre_, senza che il periodo
-non darebbe significato. Que’ della città (antica) non poteano
-contendere con la città antica.
-
-[298] Si vegga la nota precedente con la correzione che ho fatta alla
-voce “contre.”
-
-[299] Amato. _Et puis quant il fut jor dui Cayte alerent devant loquel
-avoient l’ofice laquelle avoient li antique avec autres gentilhome
-liquel prierent lo conte_ ec.
-
-Credo non si possa interpretare altrimenti di quel che io ho fatto.
-Gli _antique_ sono senza alcun dubbio gli _sceikh_, i componenti la
-_gemâ’_, di che ho fatto parola nel Lib. IV, cap. XII, vol. II, p. 426,
-ossia i magistrati della repubblica. I due Kâid, ossia capitani, aveano
-dunque preso l’oficio della _gemâ’_, ch’era, nel presente caso, il
-governo politico. Il magistrato avea risegnato l’uficio, forse la notte
-stessa, forse con la spada alla gola, forse con spargimento di sangue.
-I due Kâid eran proprio i capi Palleschi dell’assedio di Firenze.
-
-[300] Amato, _o grand reverance plorant_.
-
-[301] Cf. Amato, Guglielmo, Malaterra e l’Anonimo. Si vegga il lib. IV,
-cap. V di quest’opera, vol. II, p. 301. Il nome di Nicodemo è aggiunto
-con buona autorità dal Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 53 e segg.
-
-[302] _Que sans nulle autre condition ne convenance doie recevoir la
-cite a son commendement_.
-
-[303] Lib. II, cap. XLV.
-
-[304] Presso Caruso, _Bibl. Sic._, p. 846, e traduz. franc, lib. I,
-cap. XXII, p. 295, _sur certene loy et covenances qui encore sont
-gardees_. Qui i dotti editori hanno aggiunto tra parentesi _janvier_
-1072, epoca della resa. Va corretto, anno 1146, quando fu scritta
-quella parte di cronica com’io ho provato qui innanzi. Cap. I, p. 24.
-
-[305] L’espugnazione di Palermo si ritrae da:
-
-Amato, lib. VI, cap. XII a XXII.
-
-Malaterra, lib. II, cap. XLIII, XLIV, XLV.
-
-Guglielmo di Puglia, lib. III.
-
-Anonimo presso Caruso, op. cit., e la traduzione francese, ll. cc.
-
-Leone d’Ostia, lib. III, cap. XVI, e XLV.
-
-Lupo Protospatario e Anonimo Barese, 1072, presso Pertz, dov’è la
-necessaria correzione _januarii_ in luogo di _junii_.
-
-Cronica della Cava, anni 1070, 1072.
-
-Cronica Amalfitana, presso Muratori, _Antiq. Ital._, tomo I, p. 213.
-
-Romualdo Salernitano, anni 1070 e 1073.
-
-Cron. di Santa Sofia di Benevento, presso Muratori, _Antiq. Ital._,
-tomo I, p. 259.
-
-Fra Corrado presso Caruso, _Bibl. Sic._, p. 48.
-
-Per la data, ho seguìta col Muratori (Annali, 1072), la testimonianza
-dell’Anonimo barese, la quale si accorda con quella di Amato, che
-l’assedio cominciasse in agosto e durasse cinque mesi. Il Malaterra
-attribuisce la stessa data all’assedio e pone la resa nel 1071, poichè
-egli cominciava il nuovo anno a’ dì 25 marzo.
-
-Il Fazello, Deca IIª, lib. VII, cap. I, contro le testimonianze
-contemporanee, senza allegare nè anco una tradizione, dice aperta la
-città da’ prigionieri cristiani. È proprio il caso della occupazione di
-Tunis successa a’ suoi tempi. D’altronde avendo fatta consegnar Messina
-da’ Cristiani, il Fazello non seppe negare un onore somigliante alla
-città di Palermo.
-
-[306] Amato, lib. VI, cap. XXI, p. 182. Ibn-Khaldûn pone l’anno 464,
-(28 settembre 1071-15 settembre 1072), come fine della dominazione
-musulmana in Sicilia, notandovi la dedizione di Mazara, ed erroneamente
-quella di Trapani, _Bibl. Arabo-Sicula_, testo, cap. L, § 19, p. 497,
-498.
-
-[307] _Dux eam_ (Palermo) _in suam proprietatem retinens et vallem
-Deminæ, cæteramque omnem Siciliam adquisitam et suo adjutorio,
-ut promittebat, nec falso, adquirendam, fratri de se habendam
-concessit...... Nam et medietas totius Siciliæ, ex consensu Ducis et
-Comitis, suæ sorti_ (di Serlone) _Arisgotique de Poteolis inter se
-dividenda cesserat, eo quod hic consanguineus eorum erat, uterque autem
-consilio et armis probissimi viri erant_. — Malaterra, lib. II, cap.
-XLV, XLVI.
-
-Dopo questo attestato d’un partigiano sì caldo del conte Ruggiero,
-d’un vero storiografo di corte (_Quoniam ex ædicto principis tempus
-scribendi imminet._ Lib. III, preambolo), non occorre esaminare quello
-di Amato, lib. VI, cap. XXI, il quale, seguìto da Leone d’Ostia, lib.
-II, cap. XVI, dice ritenuta da Roberto la sola metà di Palermo e del
-Valdemone e ceduto il rimanente dell’isola a Ruggiero. In ciò è un
-anacronismo dal 1072 al 1091, quando Ruggiero duca di Puglia cedette
-una metà di Palermo a Ruggiero di Sicilia suo zio. Contuttociò non ho
-esitato di scrivere su la testimonianza del solo Amato l’assentimento
-dell’esercito alla concessione in favor di Ruggiero. _Et lo comanda que
-vieingue tout lo excercit et loa lo excercit qu’il lo devisse doner a
-lo frere. Et adont lo duc donna a son frere_ ec.
-
-[308] Il sito, non indicato precisamente dai cronisti, è senza
-alcun dubbio quello che Edrisi chiama _Hagiar-Serlu_, “la Pietra di
-Serlone,”_ Bibl. Arabo-Sicula_, testo p. 60, e presso Di Gregorio,
-_Rerum Arabic._, p. 122. Io l’ho notato nella carta comparata della
-Sicilia.
-
-Il Fazello, Deca Iª, lib. X, cap. I, e Deca IIª lib. VII, cap. I,
-sbaglia il sito e dà due forme diverse del nome di quella rupe a’ suoi
-tempi.
-
-[309] Malaterra, lib. II, cap. XLVI; Anonimo presso Caruso, _Bibl.
-Sic._ p. 846, e nella traduzione francese, lib. I, cap. XXIII.
-
-[310] Si vegga il lib. III, cap. IX, e il lib. IV, cap. V, di
-quest’opera, Vol. II, p. 180 e 297.
-
-[311] Degli scrittori contemporanei, Amato, ossia il suo traduttore
-francese, dice una _forte roche_, Malaterra, _castellum_, Guglielmo di
-Puglia e l’Anonimo della metà del XII secolo, _castrum_.
-
-Il Falcando, verso la fine dello stesso secolo, chiamava cotesta
-cittadella _Palatium novum_, descrivendone il muro, _mira ex quadris
-lapidibus diligentia, miro labore constructum, exterius quidem_
-spaciosis _murorum anfractibus circumclusum etc._ (presso Caruso,
-_Bibl. Sic._, p. 406), e altrove nomina una porta _Galculæ_, e dice
-serrate tutte le porte _Galculæ_, trattando senza il menomo dubbio
-della medesima cittadella (op. cit. p. 432 e 441).
-
-L’altro Anonimo Siciliano (Muratori, _Rer. Ital._, tomo X, e Di
-Gregorio, _Rerum Aragon._, tomo II), narrando nel cap. IV, secondo
-le guaste tradizioni del XIV secolo, il conquisto di Palermo e la
-edificazione della cittadella, aggiugne _qui locus dicitur hodie Galea_
-(corr. _Galca_) _in quo nunc est palatium_. Il Pirro infine, (_Sicilia
-Sacra_, p. 293), citando un diploma del XII secolo ov’è nominata la
-porta _Xalces_, aggiugne che ai tempi suoi, cioè nella prima metà del
-XVII secolo, la regione dov’era stata innalzata la _Porta Nuova_ si
-chiamava _Xalces_ o _Alga_.
-
-Nè mancano i diplomi. Uno dell’Arcivescovo di Palermo dato il
-1132,(_Tabularium regiae ac imperialis capellæ etc_. Panormi, 1835,
-p. 7), chiama questo luogo _castellum superius panormitanum_; e il
-dotto editore, con la scorta del Fazello e dei diplomi, accenna il
-perimetro che movendo a mezzodì dal convento di San Giovanni degli
-Eremiti, passava a ponente per un giardino dove surse una chiesa
-di Sant’Andrea, indi a tramontana pel luogo detto il Papireto, ed a
-levante per la piazza del Palagio Reale il quale rimanea chiuso nel
-mezzo. Un contratto del 1167 (op. cit., p. 24) riguarda una casa _quae
-est intus Chalca_; un altro del 1258 (op cit., p. 68) concerne altro
-stabile _situm in Galcam Panormi prope palacium Caseri_; e fino al 1309
-(op. cit., p. 94) sappiamo d’altra casa _sita in Galca Panormi in ruga_
-(rue, strada) _Sanctæ Mariæ Magdalenæ de Galca_. Così anche un diploma
-greco del 6662 (1153) presso Morso, _Palermo antico_, p. 334, dice
-della Porta Γάλκας ed il transunto siciliano a p. 342, della “porta di
-Xalcas”.
-
-Senza il menomo dubbio, ancorchè manchi ogni documento arabico, il nome
-era _El-Halka_, trascritto nel modo che ciascun credea più conforme
-alla pronunzia; il quale vocabolo, passando per bocche non arabiche,
-perdè a poco a poco la prima lettera aspirata e si ridusse in ultimo
-ad Alga. Il Fazello, Deca Iª, lib. VIII, cap. I, ritrasse dalle antiche
-carte il sito, il nome, e fin anco il significato ch’ei dà esattamente,
-ancorchè trascriva a suo modo Yhalca ed applichi erroneamente questo
-medesimo nome alla Khalsa o Khalesa. Il Cascini e quindi il Morso,
-_Palermo antico_, p. 228, 230, con errore diverso, fecero derivare
-Chalca ec. dallo aggettivo arabico che significa _alto_.
-
-[312] Guglielmo di Puglia e Amato.
-
-[313] Verso il 1832 rispianandosi il suolo della Piazza del palazzo
-reale, furono scoperte tre o quattro fosse da grano spaziose molto e
-profonde, costruite in forma d’una pera.
-
-[314] Lib. VI, cap. XXIII. — Ecco ora le autorità contemporanee
-risguardanti la costruzione dei due fortilizii dell’_Halka_ e del mare.
-
-Guglielmo di Puglia, lib. III.
-
- _Munia castrorum fecit robusta parari,_
- _Tuta quibus contra Siculos sua turba maneret,_
- _Addidit et puteos, alimentaque commoda castris._
- _Obsidibus sumptis aliquot, castris due paratis._
-
-Malaterra, lib. II. cap. XLV. Amato, lib. VI, cap, XXIII; Anonimo _Duo
-fortissima castra, alterum juxta mare, alterum in loco qui dicitur
-Galea_ (corr. Galca), presso Caruso, _Bibl. Sic._, p. 846. e nella
-traduzione francese, lib. I, cap. XXII. Amato e il Malaterra dicono
-d’una sola fortezza, senza dubbio l’_Halka_ che era la più importante.
-
-[315] Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 69 e 1369.
-
-Nel primo de’ citati luoghi il Pirro fa menzione anco della chiesa
-di San Pietro e Paolo accanto il Castellamare di Palermo, fabbricata
-per ordine di Roberto e compiuta il 6589 (1081) come l’attestava una
-iscrizione greca. Ecco dunque le due cappelle destinate a’ presidii
-delle due fortezze.
-
-La citata concessione di beni nel territorio di Mazara fu fatta senza
-dubbio avanti il partaggio definitivo dell’isola, nella quale Mazara
-toccò al conte Ruggiero.
-
-[316] Fazello, Deca Iª, lib. VIII, cap. I, e Deca IIª, lib. VII, cap. I.
-
-La Cronaca Amalfitana, presso Muratori, _Antiq. ital._, tomo I, p.
-214, e Romualdo Salernitano, anno 1076, dicono finita in quel torno da
-Roberto la chiesa di Santa Maria Vergine in Palermo.
-
-[317] Amato, Malaterra, Guglielmo di Puglia, ll. cc.
-
-[318] Guglielmo di Puglia, lib. III.
-
- _Reginam remeat Robertus victor ad urbem;_
- _Nominis ejusdem quodam remanente Panormi_
- _Milite, qui Siculis datur Amiratus haberi._
-
-La voce _amiratus_ qui non sembra posta per cattivo scherzo; perchè
-stanziata in Palermo la Corte normanna, il primo ministro e capitan
-generale ebbe appunto questo titolo come diremo a suo luogo.
-
-[319] Malaterra, lib. III, cap. I.
-
-[320] Amato, lib. VI, cap. XXIII, p. 184. Cf. Guglielmo di Puglia, lib.
-III.
-
-[321] _Chronic. Amalph._, presso Muratori, _Antiq. Ital._, tomo I, p.
-213. Romualdo Salernitano, anno 1071.
-
-[322] Leone d’Ostia, lib. III, cap. LIII. Si confronti Amato, lib.
-VIII, cap. XXXV.
-
-[323] Lib. VIII, cap. XIII.
-
-[324] Questo fatto è riferito da Amato, lib. VIII, cap. XXIX.
-
-[325] Le prime pratiche di Gregorio VII con Roberto si ritraggono da
-Amato, lib. VII, cap. IX; ancorchè il cronista, che ben potea saperlo,
-non dica il soggetto delle negoziazioni e le supponga spezzate per
-una quistione di cerimonia, il che non è niente verosimile. Il papa,
-dice Amato, andato a Benevento volea che Roberto venisse a trattare in
-città; il duca amava meglio discorrere all’aria aperta nel suo campo.
-Amato segna con molta precisione la data, dicendo che all’esaltazione
-d’Ildebrando, trovandosi Roberto gravemente infermo a Bari, si era
-sparsa in Roma la sua morte, onde il papa avea mandato a condolersene
-con la moglie e poi a rallegrarsi con lui della salute ricuperata e che
-indi si cominciò a negoziare (Libro VII, cap. VII, VIII).
-
-[326] Amato, lib. VII, cap. X, XII, XIII.
-
-[327] Si confronti particolarmente con le altre autorità contemporanee
-Landolfo, _Histor. Mediol_., edizione di Pertz. — _Scriptor_., tomo
-VIII, p. 100.
-
-[328] Questo particolare è riferito da Malaterra, lib. III, cap. XXXIX.
-
-[329] I fatti riportati senza speciale citazione dopo il ritorno di
-Roberto dalla Sicilia in Terraferma, si ritraggono da Malaterra, lib.
-III, Guglielmo di Puglia, lib. III, IV, V, Anonimo, presso Caruso,
-_Bibl. Sic_., p. 846 e segg. Amato non arriva che alla morte di
-Riccardo principe di Capua. Si confronti per la Cronologia, Muratori,
-_Annali_, dal 1072 al 1085, e Gibbon, _Decline and Fall_, cap. LVI.
-
-[330] Credo se ne debba eccettuare quel tratto di costiera che da
-Caronìa, confine occidentale del Valdemone, si stende al fiume detto
-di San Leonardo o di Termini che veggiamo confine orientale del
-territorio palermitano nel 1093. Perocchè i cronisti ci narrano che
-Roberto ritenne per sè il Valdemone e Palermo; nè egli è verosimile
-che Ruggiero abbia ceduto il territorio di Cefalù, e di tutta quella
-regione la quale, non appartenente al Val Demone nè a Palermo, egli
-avea corsa per molti anni, irrompendo nella costiera settentrionale per
-la valle dell’Imera.
-
-[331] Malaterra, lib. III, cap. IV, V.
-
-[332] Malaterra, lib. III, cap. X.
-
-[333] Nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 497.
-
-[334] Il Reiske, _Annali di Abulfeda_, tom. III, nota 260, credè
-trovare in questa corrotta lezione delle cronache cristiane il nome
-d’Ibn-el-Wardi; nel che l’ha seguito il Wenrich. Ma la correzione non
-mi pare niente certa.
-
-[335] Si vegga il lib. IV, cap. XIV, pag. 526, 527 del secondo volume.
-
-[336] Malaterra, lib. III, cap. I.
-
-[337] Malaterra, lib. III, cap. I, scrive _ad infestandam Catanam_.
-Ritraendosi ch’egli avesse occupata Catania il 1071 e che la si tenesse
-per lui il 1076, parmi si debba intendere l’infestagione del contado.
-
-[338] Malaterra, lib. III, cap. VII.
-
-[339] Malaterra, lib. III, cap. VIII, IX. Si confronti l’Anonimo,
-presso Caruso, _Bibl. Sic._, pag. 847; Fra Corrado, anno 1075; Lupo
-Protospatario, 1076, il quale dice preso a Mazara il nipote del re
-di Affrica con 150 navi: ma cotesta tradizione ripugna a quella più
-autorevole del Malaterra.
-
-[340] Si vegga qui appresso la fazione marittima del 1085 sopra Nicotra.
-
-[341] Malaterra, lib. III, cap. X, e XXX.
-
-[342] Malaterra lo chiama _Hugo de Gircaea praeclari generis a
-Cenomanensi provincia_; l’Anonimo _Hugo de Brachia_, presso Caruso,
-Bibl. Sic. p. 847 e la trad. francese, pag. 298, _Hugue de Brechie_,
-e lo dice genero del Conte. Si confronti Ducange, _Les familles
-normandes_, nella edizione di Amato, per Champollion, pag. 357. Le
-parole dell’Anonimo _quem dominum Cathaniae praefecerat_, fan supporre
-Ugo feudatario di Catania.
-
-[343] Malaterra, lib. III, cap. X; Anonimo presso Caruso, Bibl. Sic.,
-pag. 848; Fra Corrado, anno 1076.
-
-Una tradizione locale, confrontata con una scrittura del XVI secolo,
-la quale non sappiamo se sia fondata esclusivamente sulla medesima
-tradizione, porterebbe a credere distrutta la fortezza di Judica
-o Zotica, dal popolo di Caltagirone, colonia genovese che avesse
-prestate sue forze al conte Ruggiero. Tratterò a suo luogo della
-probabile origine genovese di Caltagirone. La tradizione, in vero, e
-la citata scrittura del secolo XVI la quale è trascritta nel Ms. dei
-privilegii della città di Caltagirone, fog. 602, a 609, col titolo di
-_Chronica Pheudorum Hamopetri_, dicono occupata Judica dagli uomini
-di Caltagirone al tempo di re Ruggiero, dal quale s’erano ribellati
-que’ Musulmani; onde il re, non sapendo altrimenti domarli, promise il
-territorio a chi espugnasse la rôcca. I Caltagironesi vi riuscirono
-per tradimento di una loro concittadina, tenuta a forza dal signor
-musulmano; la quale ordinò coi propri fratelli di aprire una notte
-le porte del castello; talchè andativi gli armati di Caltagirone,
-entrarono, distrussero ogni cosa e s’ebbero dal re il territorio.
-Questo fatto, sotto il regno di Ruggiero il re, non può ammettersi;
-tanto più che il feudo di Judica e quello di Fatanasino che v’era
-congiunto, compariscono in un diploma del 1160, venduti dal fisco regio
-al Comune, non già donati. Più verosimile sarebbe che i Caltagironesi,
-per pratica della donna, avessero occupato il castello com’ausiliarii
-del Conte Ruggiero nel 1076, e che la tradizione avesse poi confuso il
-conte e il re dello stesso nome, e guasta la data al par che il titolo
-d’acquisto del territorio. Ma non registrerò al certo un fatto storico
-sopra simili supposti. Certo egli è che alla metà del XII secolo la
-rôcca era distrutta; poichè Edrisi non ne fa parola, mentr’egli pur
-nota il mensil, o diremmo noi villaggio, di Judica. Della fortezza
-rimasero spaziose cisterne e pochi ruderi; e l’asprezza del monte
-mostra il sito inespugnabile. Su queste condizioni topografiche e su
-le tradizioni, si vegga Amico, _Dizionario topografico della Sicilia_,
-articolo _Judica_: e Aprile, _Cronologia Universale della Sicilia_,
-pag. 64 segg., 91 seg. Ne fa cenno anche il Fazello, Deca I, lib. X,
-cap. II, trattando di Caltagirone.
-
-[344] _Ab hac eadem urbe strictior sinus terrae ab utroque latere mari
-urguente, longius in mare porrigitur, pascuis uberrimis abundans_.
-Convien che il sito della città sia mutato alquanto, o piuttosto
-modificati gli anfratti della spiaggia, per alcuna delle note cagioni.
-
-[345] Malaterra, lib. III, cap. XI, XII; Anonimo, presso Caruso, Bibl.
-Sic., pag. 848.
-
-[346] _Elias Cartomensis_ (variante _Crotomensis_) presso il Malaterra,
-lib. III, cap. XVIII e XXX. Il nome cristiano fu dato al battesimo, se
-pur quello che leggiamo ne’ cronisti, non è alterazione di Alì, Eliâs,
-o Eliseo. L’altro nome, etnico o patronimico, non si può stabilire con
-certezza su la trascrizione latina. Cartami significherebbe oriundo
-di Cartama di Spagna, vedi _Merâsid-el-Ittila’_, tom. II, pag. 399,
-400. Si potrebbe anco leggere secondo il _Lob-el-Lobâb_, pag. 205.
-_Kardami_, e _Kirtimi_ o _Kortomi_ (venditore di Zafferanone), o
-finalmente si potrebbe supporre un’alterazione più grave e ridurre il
-nome etnico a _Kotami_, ossia berbero della tribù di Kotama, ch’ebbe
-tanta parte nella fondazione della dinastia Fatemita e lasciò tante
-radici in Sicilia, come abbiamo accennato nel libro III, cap. I, V, VI,
-pag. 35 segg. 122, 157. etc. del II volume.
-
-[347] _Sepibus et siropibus claudens_, Malaterra. _Stropus_ non si
-trova con questo significato nel Dizionario di Ducange, ma bene il
-derivato _Strupatura_ e _Stropatura_.
-
-[348] _Golafros_ nel Malaterra. Si vegga il Capitolo II di questo libro
-pag. 66, nota 5.
-
-Debbo avvertire che nella edizione del Malaterra va corretta _Temîm_:
-la parola _Tunicii_, sì in questo luogo e sì nel lib. IV, cap. 3. Tunis
-non divenne capitale dell’_Africa propria_ se non che dopo la caduta
-della dinastia zirita e dopo il conquisto del paese per gli Almohadi,
-nella seconda metà del XII secolo. Egli è evidente che un copista o
-forse il primo editore del Malaterra, ignorando questo nome di _Temîm_,
-principe zirita, credè buona lezione _Tunisii_ che tanto somiglia a
-quell’altra nella scrittura. Se prova occorresse di questo, si potrebbe
-vedere il lib. IV, cap. 3 del Malaterra nella edizione del Caruso,
-dove è notata due volte la variante _Thumin_ che si avvicina alla vera
-lezione e pur gli eruditi del XVI, XVII e XVIII secolo, la messero da
-parte come erronea, perchè lo Stato di Temîm si era fatto pur troppo
-celebre in Europa dal XIII secolo in poi, sotto il nome di Regno di
-Tunis.
-
-[349] Si noti che Roberto, chiamato dagli Amalfitani, assediava Salerno
-in questo tempo; che i Pisani ebbero talvolta pratiche con Roberto;
-come racconta Amato, lib. V. cap. XXVIII, pag. 164, e che Ruggiero,
-chiamato il 1086 da’ Pisani e da’ Genovesi all’impresa di Mehdia,
-ricusò, allegando i patti ch’egli avea con gli Ziriti.
-
-[350] Malaterra, lib. III, cap. XV a XVIII; Anonimo, presso Caruso.
-_Bibl. Sic._, pag. 853, il quale chiama il liberatore di Ruggiero,
-Casaldus con la variante _Ansadus, Anraldus, e Cansaldus_ e nella
-traduzione francese, pagina 310, _Ansalarde_.
-
-[351] I diplomi di concessione e la carta topografica dei poderi che
-ha data, ancorchè poco esattamente, Don Michele del Giudice (Lella)
-in appendice alla _Descrizione del Real tempio ec. di Morreale_,
-Palermo, 1702, in fol., ci abilitano a misurare sopra una buona carta
-il territorio continuo conceduto intorno a Giato; senza contare gli
-altri beni che la sciocca pietà di Guglielmo II largì in molti altri
-luoghi. Il detto territorio, posto la più parte in provincia di
-Palermo, torna a un triangolo curvilineo il cui vertice settentrionale
-sia posto a Giardinello, l’orientale tocchi i boschi di Ficuzza, ed
-un lato, inarcandosi verso mezzogiorno, venga a formare l’angolo di
-ponente, non lungi da Alcamo in provincia di Trapani. Or in quest’area
-sono adesso tre soli comuni: Piana de’ Greci, 7270, San Giuseppe li
-Mortilli, 6412, Camporeale, 3157. Le cagioni di questo gravissimo fatto
-dello spopolamento della Sicilia dall’XI al XVI secolo, toccate nella
-_Notice_ che accompagna la mia _Carte Comparée de la Sicile_, Paris,
-1859, saranno da noi trattate nel VI libro.
-
-[352] _Jacenses_ (l. Jatenses) _natura montis quo habitabant,
-numerosa multitudine suorum fisi, erant enim usque ad tredecim
-millia familiarum_. È probabile che in questo numero sia compresa la
-popolazione di molti villaggi tra quelli accennati poc’anzi nel testo.
-E però ho detto doversi ragionare gli abitatori di tutto il territorio
-per lo meno a 60,000.
-
-[353] Malaterra, lib. III, cap. 20, 21, dove si legge: _Statutum
-servitium et censum persolvere renuntiant._ Malaterra non dice da
-chi fosse stata determinata la quantità del servigio e la somma del
-censo. Il nome _Jacenses_ va corretto _Jatenses_. Un altro che va letto
-senza alcun dubbio Corleone, è stampato _Cortitum_ con la variante
-_Cornilium_.
-
-[354] _Undecumque terrarum artificiosis cæmentariis conductis_.
-
-[355] Malaterra, lib. III, cap. XXXII.
-
-[356] Malaterra, lib. III, cap. XXXVI dice de’ tesori del conte
-Ruggiero guardati strettamente a Troina del 1082.
-
-[357] Il testo ha la variante Betchumne. Si veggano le strane lezioni
-del nome d’Ibn-Thimna nel lib. IV di questa istoria, cap. XV, pag.
-552 del vol. II. La somiglianza della _t_ con la _c_ ne’ Mss. latini
-del XII e XIII secolo mi farebbe leggere volentieri Bentimino, ossia
-Ibn-Thimna.
-
-[358] Il vescovado di Catania fu ristorato il 1091.
-
-[359] Malaterra, lib. III. cap. XXX; Anonimo, presso Caruso, _Bibl.
-Sic._, pag. 853, 854 e traduzione francese pag. 310, 311, dove Roberto
-di Sordavalle è detto _de Quinteval_.
-
-[360] Malaterra, lib. III, cap. XXXVI.
-
-[361] Notisi che il Conte Ruggiero cominciò il primo ottobre ad
-allestire l’armata che dovea vendicare questo atroce insulto. È da
-supporre ch’ei battesse il ferro mentre gli era caldo.
-
-[362] Così il solo Anonimo.
-
-[363] Si vegga lo squarcio di una _Kasida_ d’Ibn-Hamdts, che ho
-riportato nel lib. IV, cap. XIV a pag. 532 del II volume. Quivi il
-poeta, contemporaneo e siracusano, si vanta de’ “nemici della fede
-percossi ne’ loro focolari, delle navi piene di leoni e lancianti
-nafta, che vengono a saccheggiare le città de’ Barbari, de’ guerrieri
-dalle luccicanti maglie di ferro, i quali se ne tornan con l’armadure
-squarciate dalle sciabole musulmane ec.” Cotesti particolari si
-adattano a capello alla fazione di cui trattiamo; nè alcun’altra ne
-ritroviamo negli annali del tempo, alla quale convengano.
-
-[364] Malaterra, lib. IV, cap. 2.
-
-[365] _Resesalix_ nel Malaterra per errore al certo de’ Mss. dove si
-dovea trovare la trascrizione del nome Arabico _Ras-es-saliba_, ossia
-Capo della Crocifissa, che leggiamo in Edrisi.
-
-[366] _Turonem_. Edrisi nella _Bibl. Arabo-Sicula_, testo, pag. 34, fa
-menzione del monte _Tur_ o _Taur_ a Taormina, celebre per le divozioni
-che vi si praticavano e pei miracoli.
-
-[367] Il porto di Lognina è designato in Edrisi con lo stesso nome.
-
-[368] Malaterra. Variante: di Giorgio.
-
-[369] La superiorità de’ balestrieri cristiani è notata dal solo
-Anonimo.
-
-[370] Così il Malaterra. L’Anonimo dà al Conte l’onore di aver ferito
-l’emiro.
-
-[371] Conf. Malaterra, lib. IV, cap. I, II; Anonimo, presso Caruso,
-_Bibl. Sic._, pag. 854, 855; Lupo Protospatario, anno 1088; Romualdo
-Salernitano, anno 1088, il quale dice che gli assediati per la fame
-arrivarono a mangiare i bambini. Ancorchè questi due cronisti pongano
-la dedizione di Siracusa nel 1088 e il Malaterra nel 1085, non è dubbia
-la data dell’ottobre 1086, poichè il Malaterra dice incominciati gli
-appresti del navilio cristiano nell’ottobre 1085, l’assedio nel maggio
-seguente e finito nell’ottobre. Una nota ms. contemporanea, citata dal
-Pagi, Annali di Baronio 1087, N. II, porta questo anno la occupazione
-di Siracusa per Ruggiero e il guasto d’Africa (Mehdia) pei Pisani. E
-ciò ben torna contando l’anno dal settembre all’agosto.
-
-[372] Malaterra, lib. IV. cap. III.
-
-Il primo errore, volontario o no, di questo autore o di chi gli dettava
-lo scritto, sta nella cronologia. Posto l’assedio di Siracusa nel 1086,
-i Pisani non gli poteano offrir allora la città di Mehdia, la quale fu
-presa nel 1087. Si trattava dunque della lega e de’ preparamenti alla
-spedizione.
-
-[373] Veggansi i libri III, cap. VI; IV, cap. IX; V, cap. III, vol. II,
-p. 139-367; vol. III, pag. 80, 81.
-
-[374] Si vegga la Introduzione ai Diplomi Arabi dell’Archivio
-fiorentino § XVI, pag. XXVI
-
-[375] Ibn-el-Athir dice per quattro anni; Guido per tre mesi. Mi
-accosto anzi al primo che al secondo.
-
-[376] Oltre i Pisani e i Genovesi, Guido cita un _Pantaleo Amalfitanus,
-inter Graecos, Sipantus_. Gli Arabi dicono Pisani, Genovesi e tutti gli
-altri _Rûm_ ossia, qui, Italiani.
-
-[377] Così tutti gli scrittori arabi.
-
-[378] Guido.
-
-[379] A un di presso 435,000, ovvero 1,160,000 o infine 1,450,000 di
-lire nostre. La prima cifra si legge in Ibn-el-Athir, la seconda in
-Nowairi e la terza in Ibn Khaldûn. E questa è la più verosimile, posto
-il poco valore dell’oro nell’Affrica propria nell’XI secolo, di che
-ho toccato nel lib. IV, cap. VIII, pag. 362 del Vol. II, ed anco nella
-Introduzione ai Diplomi arabi dell’Archivio fiorentino, § XII, pag. XVI
-e seguenti. Guido dice vagamente “prezzo infinito d’oro e di argento.”
-
-[380] Questi due altri patti si leggono nel solo poema di Guido e
-mi sembrano verosimili. Non così l’ultimo che egli aggiugne, cioè di
-tenere come suoi signori i Pisani e i Genovesi, di riconoscere l’alto
-dominio del Papa e pagargli tributo annuale.
-
-[381] Marangone, nell’_Archivio storico italiano_, tom. VI. parte II,
-pag. 6; _Chronica Pisana_, presso Muratori _Rerum Italic_., tom. VI,
-pag. 109 e 168; Caffaro, nello stesso vol. del Muratori, pag. 253:
-Anno 1088, _In exercitu Africæ; Chronic. Mon. S. Sophiae Beneventi_,
-presso Muratori, _Antiq. Ital_., tom. I, pag. 259; _Chronica Fussenavæ_
-Anno 1087, presso Muratori, _Rer. Ital_., tom. VII; Poesia latina
-di Guido, nel _Bulletin de l’Académie de Bruxelles_, tom. X, parte
-I. pag. 524 segg. ripubblicata da M. Du Méril, _Poesies populaires
-latines de Moyen-âge_, Paris, 1847, in-8, pag. 239 segg.; _Chronica_
-di Leone d’Ostia, continuata da Pietro Diacono, Lib. III, cap. 71,
-presso Muratori, _Rer. Ital._ tom. IV, la quale dà tutto il merito
-dell’impresa al papa e vi fa perire centomila Saraceni; Bernoldi,
-_Cronic_., presso Pertz, _Script_., tom. V, pag. 447. Si vegga un’altra
-autorità contemporanea citata dal Pagi, _Annali del Baronio_, anno
-1087, N. II (§ VIII del Baronio.)
-
-_El-Bayân-el-Moghrib_, testo arabico, edizione Dozy, tom I, pag.
-309, 310; Ibn-el-Athir, anno 481.,ediz. Tornberg, tom. X, pag. 109,
-110; Nowairi, nella _Bibl. Arabo-Sicula_, testo, pag. 434; Tigiani,
-nella Bibl. Arabo-Sicula, testo, pag. 390, 391 e traduzione francese
-di M. Rousseau nel _Journal Asiatique_ di febbrajo 1853, pag. 72,
-leggendosi per manifesto errore del Ms. il riscatto di 1000 dinar;
-Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, traduzione di M. De Slane,
-tom. II, pag. 24,; infine Ibn-Abi-Dinâr (El Kaireuani) testo, nella
-_Bibl. Arabo-Sicula_, pag. 530 e traduzione francese, pag. 146, dove i
-traduttori han letto Veneziani in luogo di Pisani. Secondo Ibn-el-Athir
-e Nowairi fu pattuita la restituzione dei prigioni Musulmani. Tigiani
-dice positivamente il contrario. I versi che ci rimangono dell’elegia
-arabica sono stati tradotti nella _Nuova Antologia_ di Firenze, vol.
-II, fasc. V, pag. 62, maggio 1866.
-
-La data esatta, che si legge nel _Bayân_, e ch’è seguita da Tigiani e
-da Ibn-Khaldûn, torna al 480 dell’egira (8 aprile 1087-26 marzo 1088).
-La conferma la ecclisse solare del 1 agosto 1087; poichè Abu-s-Salt,
-citato dal Tigiani, dice seguìto il caso di Mehdia immediatamente dopo
-la ecclisse totale del sole nella costellazione del Lione, sotto la
-quale erano state gittate le fondamenta di quella città. Ibn-el-Athîr,
-Nowairi e Ibn-Abi-Dinâr riferiscono il fatto al 481. Marangone dà il
-giorno di San Sisto del 1088 (1087 dell’anno comune), e la cronica di
-Santa Sofia il 1089. Ricordisi che, se si dovesse credere al Malaterra,
-sarebbe stata presa Mehdia il 1086.
-
-Su la citata poesia latina è da notare la esattezza de’ nomi geografici
-e di molti fatti che si ritraggono da fonti musulmane. Per esempio
-veggiamo _Madia_ (Mehdia) mirabile e vasto porto e _Sibilia_ (Zawila)
-città attigua a quella; _Pantalorea_ (Pantellaria) _Timimus_ (Temîm)
-gli _Arrabites_ (Arabi) nemici di Temîm, _macris equis insidentes,
-corporibus ductiles_ ec. In generale si può dire che, tagliando un paio
-di zeri nelle cifre numerali, la narrazione corra esattissima.
-
-Si riscontri il Muratori, _Annali_, 1088, il quale, non avendo alle
-mani le memorie arabiche, nè il poema di Guido, cammina con troppo
-sospetto; suppone esagerata troppo la importanza del fatto; si adombra
-di quella espugnazione contemporanea di due città, Almadia e Siviglia
-(El-Mehdia e Zawila) la seconda delle quali gli pare la nota città di
-Spagna; e conchiude erroneamente “che lo sforzo de’ Pisani fu contro
-Tunisi.” A cotesto sbaglio lo condusse per avventura la lezione del
-Malaterra: _urbem regiam regis Tunicii_, dove, senza dubbio, è da
-leggere _regis Temimi_, sì come ho notato in questo medesimo capitolo
-pag. 158, nota 1.
-
-[382] L’_ha_, sesta lettera dell’alfabeto arabico, fu resa per lo
-più, sino ad uno o due secoli addietro, con le lettere latine _ch_;
-e il _dal_, ottava lettera, più spesso con una _t_ che con una _d_.
-L’Anonimo ha _Hamus_.
-
-Sapendosi dalla storia che _Chamut_, fatto cristiano con tutta
-la famiglia, rimase sotto il dominio del conquistatore, possiamo
-ben identificare il casato con quello del Ruggiero _Hamutus_, già
-proprietario di certi beni che Federico II concedea nel 1216 alla
-chiesa di Palermo (Diploma presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 142) e
-dell’Ibu-Hamûd, ricchissimo signore che Ibn-Giobair vide in Sicilia nel
-1185. Questo nobil uomo poteva esser figliuolo o nipote del regolo di
-Castrogiovanni. Sapendosi ch’ei portasse il soprannome d’Abul-I-Kâsim,
-sembra anco il _Bulcassimus_, celebre per brighe alla corte di Palermo,
-ne’ primordii del regno di Guglielmo il Buono; l’Abu-I-Kâsim al quale
-Ibn-Kalakis intitolava il suo _Ez-Zahr-el-Basim_; e l’Ibn-Abi-I-Kâsim,
-al quale Ibn-Zafer, venuto in Palermo, dedicava, una diecina di anni
-innanzi, l’_Asalib-el-Gaiah_, il _Mosanni_, il _Dorer-el-Ghorer_, e
-la seconda edizione del _Solwân-el-Motha’_, sì come io ho notato nella
-Introduzione al _Solwân_ (Firenze, 1851) pag. XXIV a XXVII. Si avverta
-che il nome di Kâsim e il soprannome di Abu-I-Kâsim tornano assai
-frequenti tra i Beni-Hamûd. Le genealogie di costoro si rinvengono
-nel Ms. di Parigi, intitolato _Ansâb-el-Arab_, Supplem. Arabe,
-467, fog. 90, verso, e in quello della stessa Biblioteca intitolato
-_’Omdet-et-Talib_, Ancien Fonds, 636 fog. 93, verso e segg. nelle
-quali opere non si fa parola dei Beni-Hamûd di Sicilia. Della casa
-spagnuola di questo nome dicono tutte le istorie di Spagna e d’Affrica
-dell’XI secolo; per esempio _Marrekosci_, testo, pag. 30 segg., 43
-segg.; il _Bayân_, tom. I, pag. 308; Ibn-Khaldûn, _Storia de’ Berberi_,
-traduzione francese, tom. II, p. 152 segg.; Dozy, _Histoire des
-Musulmans d’Espagne_, tom. III, p. 316 segg. e passim, tom. IV, p. 13 e
-segg.
-
-Non merita alcuna fede il libro di Nicasio di Burgio, conte palatino
-XXIII, intitolato _La Discendenza di Achmet_, ec. Trapani 1786,
-in-fol., nel quale si sostiene che la famiglia Burgio discenda da
-questo Hamudita.
-
-[383] Malaterra, lib. IV, cap. 5; Anonimo, presso Caruso, _Bibl. Sic._,
-pag. 855; Fra Corrado, op. cit., pag. 48.
-
-Il Malaterra pone questo fatto nel 1086; ma al certo sbaglia d’un
-anno, com’è manifesto dalla correzione che abbiam fatta alla sua
-testimonianza su la espugnazione di Siracusa e di Mehdia, qui
-innanzi pag. 168 e 172, in nota. Ibn-el-Athir, Abulfeda, Nowairi,
-Ibn-Abi-Dinâr, nella _Bibl. Arabo-Sicula_, pag. 278, 414, 448, 534
-portan la data del 481 (1088-89).
-
-I nomi delle castella prese nella provincia di Girgenti, sono tolti dal
-Malaterra, correggendo alcun evidente errore del testo. Rimane dubbio
-il suo _Racel_, che ho trascritto sicuramente _Rahl_ (stazione), ma
-vi manca il nome che dee seguire per determinare quella appellazione
-generica, il qual nome io non saprei indovinare tra i moltissimi
-Rahl di quella provincia. Credo avere ben letto _Ravanusa_ il Remise,
-(variante Remunisse) del testo, poichè Micolufa sorgea presso Ravanusa.
-Del resto Simone da Lentini, autore del XIV secolo, il quale copiò
-Malaterra, nel suo libro “_La conquista di Sicilia_” recentemente
-uscito alla luce (Collezione d’opere inedite o rare, Bologna, 1865,
-in-8) dà otto soli nomi degli undici, dicendo non avere ritrovati
-gli altri ne’ testi; ed un Ms. della stessa opera, appartenente
-alla _Bibliothèque de l’Arsenal_ in Parigi (Ital. N. 68) ne dà
-sette soltanto: Platani, Musan, Guastanella, Catalanixetta, Bosolbi,
-Mocofe, Cyaxo “e li altri, aggiugne, non so chi si fussiru e nun si
-canuxirianu, ec.”
-
-Intorno i nomi che non si trovano nella lista odierna de’ Comuni di
-Sicilia, si vegga il _Dizionario Topografico_ del D’Amico e l’Indice
-che io ho messo in fine della _Carte comparée de la Sicile, Notice_.
-
-[384] Malaterra, lib. IV, cap. 6; Anonimo, presso Caruso, Bibl.
-Sic., p. 855. Secondo Fra Corrado, op. cit., pag. 48, Castrogiovanni
-e Girgenti furono occupate nello stesso anno. Ma ciò non è detto
-precisamente da Malaterra; nè citato l’anno dell’avvenimento, il quale,
-secondo la serie dei fatti narrati dallo stesso cronista, tornerebbe
-al 1087, ovvero ai primi mesi del 1088. Gli Arabi pongono la resa di
-Castrogiovanni nel 484, tre anni dopo quella di Girgenti (1088-89) e le
-fanno cedere entrambe agli orrori della fame: Ibn-el-Athir, Abulfeda,
-Nowairi e Ibn-Abi-Dinar, nella _Bibl. Arabo-Sicula_, testo, p. 278,
-414, 448, 534.
-
-A Sciacca si crede, o almeno si credeva un tempo di possedere proprio
-il fonte battesimale nel quale fu reso cristiano il degenere nipote
-d’Alì. Si vegga una Memoria di Vincenzo Venuti, con corredo di diplomi
-che puzzano di falso, negli _Opuscoli di Autori siciliani_, Tom. VII,
-pag. 16. (Palermo, 1762).
-
-[385] Malaterra lib. IV, cap. XII, XIII, XV; Anonimo presso Caruso,
-_Bibl. Sicula_, p. 855; Fra Corrado, op. cit., p. 48. Per la venuta
-di Urbano II in Sicilia e l’assedio di Butera, seguo la cronologia del
-Pagi, Annali di Baronio, 1089, § IX. Gli annalisti Musulmani, citati di
-sopra, differiscono dai cristiani; tacendo di Noto e Butera e ponendo
-ultima città occupata Castrogiovanni, ma concordano nel designare
-il 484 (22 febbraio 1091 a 11 febbrajo 1092) come l’anno in cui fu
-compiuto il conquisto normanno.
-
-[386] _Resacrambam_, Malaterra.
-
-[387] Malaterra, lib. IV, cap. XVI. Il tempo che durò la guerra di
-conquisto è confermato da Edrisi, il quale lo dice appunto trent’anni,
-contando dal 453 (26 genn. 1061 a 14 genn. 1062). Testo nella
-_Biblioteca Arabo-Sicula_, pag. 26.
-
-[388] Di questo sito han trattato Fazello, Deca 1, lib. 4, cap.
-I; Amico, _Dizionario topografico_, traduzione italiana, tom. II,
-Appendice, alla voce Pantalica; Massa, _Sicilia in prospettiva_,
-tom. II, pag. 126; Ferrara, _Guida di Sicilia_, pag. 151; Bourquelot,
-_Voyage en Sicile_, Paris, 1848, pag. 491 segg.
-
-L’importanza di Pantalica nel 1093 si scorge dal diploma trascritto
-dal Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 618, dove il nome è scritto Pantegra,
-mentre si legge Pantargo in altro diploma del 1151, op. cit. p. 993;
-e l’Edrisi, testo, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pag. 56, 57 lo dà
-Bentarga. Ei chiama l’Anapo _Nahr-Bentargha_, ossia fiume di Pantalica.
-
-[389] Malaterra, lib. IV, cap. XVIII; Cf. _Anonymi Chronicon Siculum_,
-presso il Caruso, pag. 856 e nella traduzione francese, p. 312.
-Ancorchè il testo del Malaterra porti questi fatti nel 1092, mi è parso
-di seguire più tosto la data notata dal Pirro, _Sicilia Sacra_, pag.
-XI e 612, secondo una inscrizione sepolcrale oggi, a quanto e’ pare,
-perduta.
-
-[390] Oltre che questo risulta chiaramente dai fatti, sel sapeano
-ben Ruggiero e i suoi contemporanei. «Comes ergo totius progeniei
-suæ sustentator, citra Romam versus Siciliam, sicuti maria ab undique
-cingunt, abundantia rerum et industria callentis, sapientis consilii
-præcellebat; unde et omnes sua negotia ad ipsum conferebant.» Malaterra
-lib. IV, cap. XXVI Cf. cap. XVII, XX ec.
-
-[391] Lib. III, cap. XLI.
-
-[392] Così espressamente nel lib. IV, cap. XXIV, trattando di quella
-ch’ei chiama ribellione d’Amalfi, del 1096.
-
-[393] Si veggano i cap. I e V del presente libro, pag. 31, 37 segg. e
-141 del volume.
-
-[394] «Maxime quia Apuli, expeditionibus aliquo annorum curriculo
-desueti, corpus nullis plagis et diutinis laboribus fatigando,
-quin recreando sibi potius indulgere, quam expeditionibus iterum
-assuescendo, insudare nitebantur.» Malaterra lib. IV, cap. XXVI.
-
-[395] Malaterra, lib. III, cap. XLI.
-
-[396] Malaterra, lib. IV, cap. XXIV.
-
-[397] /P «Simon fonte, pictus fronte inunctione chrismatis, Heredatur:
-solidatur Dux futurus Siculus: Calabrenses suos enses sibi optant
-adjici: Pater totum implet votum: Dux concessit fieri.» Malaterra, lib.
-IV, cap. XIX. P/
-
-
-[398] Malaterra, lib. III, cap. XLI. Sul primo partaggio si vegga il
-cap. I del presente libro, pag. 51 del volume.
-
-[399] Malaterra, lib. IV, cap. IX segg.
-
-[400] Si vegga il capitolo VI, pag. 156, dove si dice delle soldatesche
-capitanate da Elia Cartomi, le quali sembrano di certo musulmane.
-
-[401] Malaterra, lib. IV, cap. XVII.
-
-[402] Malaterra, lib. IV, cap. XXII.
-
-[403] Si veggano i cap. IV e VI del presente libro, pag. 107, 176 del
-volume.
-
-[404] Lupo Protospatario, anno 1096; _Annales Cavenses_, sotto lo
-stesso anno, presso Pertz, _Scriptores_, tom. III, pag. 190; Pietro
-Diacono, lib. IV, cap. XII; Romualdo Salernitano anno 1096. Alcuni
-compilatori hanno notato che, se i Musulmani fossero stati 20,000, si
-sarebbe continuato l’assedio. All’incontro è da considerare che il
-Conte e gli altri capitani cristiani non amavan di certo a rimanere
-in balìa de’ Musulmani, appunto in quella spaventevole eruzione di
-passioni religiose.
-
-[405] Malaterra, lib. IV, cap. XXIV. Si confronti Guiberto Abate,
-_Historia Hierosolim.,_ lib. III, cap. I.
-
-[406] Mi par che il Malaterra, col suo _tentoria bitumine palliata_,
-alluda soltanto al colore; siccome in un altro luogo (lib. III, cap.
-XIX), descrivendo la costruzione della Chiesa di Traina, ei dice:
-_Parietes depinguntur diverso bitumine_. Pure potrebbe significar tende
-di tele incatramate, poichè la voce _bitumen_ si adoperava nella bassa
-latinità per designare ogni sorta di materia resinosa. Veggasi Ducange
-alla voce _bituminare_. Quanto al verbo _palliare_, credo che qui sia
-usato nel senso di colorare, non di addogare, dipingere a forma di
-pali, o strisce.
-
-[407] Malaterra, lib. IV, cap. XXVI a XXVIII.
-
-[408] Vita di San Brunone, negli _Acta Sanctorum_, ottobre, tomo
-III, pag. 662 segg., 719 segg. e il diploma del conte Ruggiero, dato
-il 1098; su l’autenticità del quale ho molti dubbii, non ostante i
-lunghissimi comenti degli eruditi editori. Cotesto diploma e parecchi
-altri relativi al Monastero di San Brunone si leggono ne’ _Regii
-Neapolitani Archivii Monumenta_, vol. V, n^i 450, 466, 477, segg. 494,
-segg. 510; pag. 129, 171, 203, 204, 205, 208, 245, 246, 249, 278.
-
-[409] «Et sumptis ab Anselmo corporalibus cibis, gratiosi
-revertebantur.»
-
-[410] Eadmeri, _Vita S. Anselmi_, estratto, presso Caruso, _Bibliotheca
-Sicula_, pag. 974, 975.
-
-[411] «E (i Franchi) infestarono qua e là l’Affrica (propria)
-occupandone qualche luogo, che poi perdettero.» Mi par che queste
-parole accennino chiaramente ai fatti di Bona e Mehdia da noi testè
-raccontati (cap. I e VI, pag. 13 e 168, del presente volume) e forse ad
-altri che ignoriamo.
-
-[412] Letteralmente sarebbe in latino: _Femure sublato, pepedit crepito
-magno._
-
-[413] Ibn-el-Athîri _Chronicon_, testo, anno 491 (1097-8), ediz.
-Tornberg, tomo X, pag. 185 segg. e nella mia _Biblioteca Arabo Sicula_,
-testo, pag. 278, 279. È da notare che lo stesso nome di Barduil
-(Baldovino) è dato dagli annali musulmani all’imperatore Ottone II
-(Veggasi il nostro lib. IV, cap. VII, pag. 328 del secondo volume).
-Sembrerebbe che, sotto uno dei primi Baldovini di Gerusalemme, fosse
-passata dai Cristiani a’ Musulmani qualche falsa tradizione su l’impero
-de’ Franchi, pervenuto in linea retta da Carlomagno alla casa di
-Bouillon.
-
-[414] Si vegga il Capitolo precedente, pag. 168 di questo volume.
-
-[415] Si noti che il Conte, conducendo i suoi Saraceni all’assedio
-di Capua, era corso fino a Benevento, alla quale città avea messa una
-taglia. Malaterra, lib. IV, cap. XXVI.
-
-[416] Si vegga il Capitolo precedente, pag. 176.
-
-[417] Ruggiero assediava Butera, come si è notato al luogo citato,
-nell’aprile del 1089. Il papa venne a trovarlo nella stessa primavera
-o nella state; e poi nel settembre fu celebrato il Concilio di
-Melfi, dove si proclamò la tregua di Dio, e il duca Ruggiero ebbe
-l’investitura dal papa.
-
-[418] Malaterra, lib. IV, cap. XXIII, il quale dice del vescovo di
-Traina: _nam Italus erat et illorum partium gnarus_. Questa espressa
-testimonianza porta a correggere i luoghi di Pirro del Fazello e
-di tutti i compilatori, che credono fatto vescovo di Traina, e poi
-di Messina, Roberto di Grantemesnil fratello della prima moglie di
-Ruggiero, ch’era abate di Sant’Eufemia in Calabria fin dal 1062.
-
-[419] Pandolfo Pisano presso Muratori _Rerum Italic. Script._, tom.
-III. parte I, p. 353.
-
-[420] Malaterra, lib. IV, cap. XXVII.
-
-[421] Op. cit., lib. IV, cap. XXIX.
-
-[422] Lupo Protospatario e Romualdo Salernitano, entrambi sotto l’anno
-1101. Il giorno è determinato dal registro mortuario cassinese, presso
-Caruso, _Biblioth. Sicula_, pag. 523. Lasciando da canto gli altri
-scrittori Arabi che vagamente dicono morto Ruggiero avanti il 494,
-ci basti ricordare Edrisi e Ibn-Khaldûn, i quali pongono la morte
-del conte precisamente in quell’anno, cioè dal 6 novembre 1100 al 26
-ottobre 1101. Si veggano i due testi nella _Biblioteca Arabo-Sicula_,
-pag. 26, 485 e 498, e la versione del secondo per M. de Vergers, pag.
-183.
-
-[423] Malaterra, lib. IV, cap. XXV.
-
-[424] Si vegga qui innanzi, pag. 192.
-
-[425] Malaterra, lib. III, cap. XXII.
-
-[426] Id., lib. IV, cap. VIII.
-
-[427] Id., lib. IV, cap. XIV, Cf. _Anon. Chron. Sic._, presso Caruso,
-_Bibl. Sic._, pag. 856, e nella traduzione francese, p. 312. Su la
-figliuolanza del Conte Ruggiero, si vegga il Pirro, _Chronologia Regum
-Siciliæ_, pag. X segg., e Ducange, _Familles Normandes_, in Appendice
-ad Amato, pag. 354 segg. Il Pirro nel detto capitolo, pag. XI, novera
-anco tra i figliuoli del conte Ruggiero un Malgerio, il cui nome
-si cava da’ Diplomi della sua raccolta ed anco è soscritto in altri
-dell’Archivio di Napoli, due de’ quali dati il 1094 uno il 1098, uno
-il 1102 ed uno il 1096 pubblicati nel _Regii Neapolitani Archivii
-Monumenta_, vol. V, pag. 205, 208, 249, 278 e vol. VI, pag. 164. Il
-diploma del 1098 è stato pubblicato anco dai Bollandisti (Vita di San
-Brunone, ottobre, tomo III, pag. 662 segg.). Credo illegittimo questo
-Malgerio, perchè il Malaterra tace di lui, non essendo sforzalo dagli
-avvenimenti a nominarlo, e non pensandosi, forse, a lui in corte quando
-si trattava della successione.
-
-[428] Malaterra, lib. IV, cap. XIX.
-
-[429] Sapendosi con esattezza il giorno della morte dei re Ruggiero a
-dì 26 febbrajo 1154 e ch’egli avesse allora 58 anni, 2 mesi e 5 giorni,
-la sua nascita torna al 22 dicembre 1093. Su questa data si sono fatte
-molte controversie da chi voleva a forza far nascere il bambino dopo
-l’assedio di Capua, per le parole del Malaterra: _ibi se impregnavit
-Comitissa Adelasia de comite Rogerio_. Ma non si è riflettuto che
-questo Ruggiero è appunto il padre! I Bollandisti non avean dunque
-bisogno di supporre un’interpolazione del testo di Malaterra, per
-provar seguìto l’assedio di Capua il 1098, come il fanno nella vita di
-San Brunone, tom. III di ottobre, pag. 655 segg.
-
-[430] Malaterra, lib. IV, cap. XIV.
-
-[431] /P Marchionis, Militonis, Bonifacii itali, Neptis ornat, quod
-exornat Uxor Adelasia Brutiorum Siculorum Comitem Rogerium etc. P/
-
-Questi versi latini di metro italiano, attribuiti a Maraldo, monaco di
-Calabria contemporaneo del primo conte Ruggiero, celebrano la nascita
-del costui figliuolo per nome anco Ruggiero e il battesimo datogli
-da San Brunone. Li pubblicò per lo primo il Bulini, nel Prospetto
-della Storia de’ Certosini, come ritraggo dagli _Acta Santorum_,
-mese d’ottobre, vol. III, pag. 656 segg. dove i dotti editori li
-ristamparono a proposito di San Brunone. Ma l’appellazione classica
-di Bruzii data a’ Calabresi odora di erudizione troppo più moderna.
-Inoltre i primi quattro versetti sembrano copiati dalla prosa del
-Malaterra che dinanzi citammo. Perciò non mi fido troppo all’attestato
-di frate Maraldo.
-
-[432] _Anonymi hist. sicula_, presso Caruso, _Bibl. Sicula_, pag. 856,
-e nella traduzione francese, pag. 312.
-
-[433] _Historia Ecclesiastica_, lib. XIII, presso Duchesne, _Histor.
-Norman. Scrip._, pag 897.
-
-[434] Pirro, _Chronologia Regum Siciliæ_, pag. XII e XIII; Muratori
-_Annali d’Italia_, an. 1090.
-
-[435] Fin anco gli Autori dell’_Art de verifier les Dates_ (ediz. del
-1777 vol. III, pag. 630), e il diligentissimo Saint-Marc (_Abregé
-de l’Histoire d’Italie_, tom. II, pag. 1039) danno un Bonifazio I,
-Marchese di Monferrato dal 1060 al 1100.
-
-[436] _Osservazioni critiche sopra alcuni particolari delle Storie del
-Piemonte e della Liguria_, tra le _Memorie della Reale Accademia delle
-Scienze di Torino_, Serie seconda, tomi XIII, XIV, XV.
-
-[437] De’ Simoni, negli _Atti della Società ligure di Storia Patria_,
-vol. I, pag. 141, 142, 647, 648; e il medesimo, _Lettera a M. Amari_,
-nella _Nuova Antologia_, vol. III, pag. 193 segg. Firenze, settembre
-1866.
-
-[438] Si veggano più precisamente i confini, nella _Nuova Antologia_,
-l. c.
-
-[439] Breve di Gregorio VII, del 3 novembre 1079, da Labbe, _Concilia_,
-presso San Quintino, op. cit. _Memorie dell’Accademia di Torino_, tom.
-XIII, p. 53.
-
-[440] _Introduzione_, pag. X a XIII. Tra gli altri errori familiari
-all’impostore maltese replicati in questa pergamena, è la lettera _aín_
-aggiunta nel nome di Messina. Ecco intanto la storia del diploma.
-
-L’Archivio di Napoli comperò questa ed altre pergamene da privati
-nel 1844, com’io ritraggo dall’erudito signor Giuseppe Del Giudice.
-Il professore Lettieri che sapea benino la grammatica arabica ma
-non avea tanta pratica della lingua e molto meno della paleografia,
-credè tener nelle mani un gioiello; onde, tutto lieto, lo presentò al
-Congresso, come si scorge dagli _Atti della settima adunanza degli
-Scienziati italiani_, Napoli, 1846, pag. 641. Quivi si legge che
-l’accademico signor De Ritis mise in forse l’autenticità del Diploma
-e che disputatone un poco, si passò ad altri argomenti e sollazzi.
-Il Congresso non s’era adunato di certo per giudicare cartapecore
-arabiche, nè trattar di cose letterarie. Mi sia lecito aggiugnere che,
-vivendo io allora in Parigi, informato della scoperta, dichiarai _a
-priori_ falso cotesto documento; e che dopo il 1849, procacciatomi
-per favore del dottissimo Duca di Laynes, il _fac-simile_, che n’era
-stato inciso in rame, mi confermai nel giudizio e confermollo anco
-il mio maestro M. Reinaud. Morto intanto il Lettieri mentr’egli si
-apparecchiava a pubblicare la traduzione e il comento, rimasene il
-manoscritto ai suoi eredi; ma il diploma fu messo in mostra con una
-bella cornice nella sala dell’Archivio di Napoli, il cui Direttore,
-principe di Belmonte, nell’opera intitolata _Legislazione positiva
-degli Archivii del Regno_, Napoli, 1855, pag. 86, lo noverava tra “i
-più curiosi dell’Archivio” quantunque avvertisse “bisogna andar cauti
-e vedere se sia autentico.” Il fatto è che la cornice e il diploma
-sono rimasti per tanti anni e rimangono forse anch’oggi, esposti
-all’ammirazione del colto pubblico.
-
-[441] Si vegga l’_Introduzione_, nel volume I della presente opera,
-pag. XXXIII, XXXIV.
-
-[442] Su i diplomi di Sicilia venuti in luce innanzi il XIX secolo,
-si vegga il Gregorio, _Introduzione al Diritto pubblico siciliano_,
-pag. 33 segg.; 87 segg. della prima edizione, e in varii luoghi delle
-_Considerazioni_. Anco il Gregorio diffidò delle versioni de’ diplomi
-greci, come si scorge dalle Considerazioni, lib. I, cap. vj, nota 12.
-
-[443] Si rinvengono, insieme con documenti d’altro idioma, nelle
-seguenti opere:
-
-Morso (Salvatore), _Palermo antico_, 2ª ediz. Palermo, 1827, in-8.
-
-Buscemi (Niccolò), nella _Biblioteca Sacra per la Sicilia_, ossia
-_Giornale Lett. Scient. Ecclesiastico_, Tom. I, II. Palermo, 1832,
-1834.
-
-Martorana (Carmelo), _Risposta_ al Buscemi, nel _Giornale di Scienze e
-Lettere per la Sicilia_, Palermo, 1834, in-8.
-
-Garofalo (Luigi), _Tabularium Capellæ Collegiata in r. panormitano
-palatio_, Panormi, 1835, in foglio.
-
-Mortillaro (Vincenzo), _Catalogo de’ Diplomi.... della Cattedrale di
-Palermo_. Palermo, 1842, in-8.
-
-» _Elenco cronologico delle antiche pergamene della Magione_ Palermo,
-1859, in-4.
-
-» _Opere_, tomo IV. Palermo, 1848.
-
-[444] Spata (Giuseppe), _Le Pergamene greche esistenti nel grande
-Archivio di Palermo, tradotte ed illustrate_, Palermo, 1861, in-8
-(uscito il 1865).
-
-» _Sul cimelio diplomatico del Duomo di Monreale_, Palermo, 1865, in-12.
-
-[445] Avverto che per brevità saranno da me citati senz’altra
-qualificazione che di inediti, tutti i diplomi arabici di Sicilia de’
-quali mi ha cortesemente mandate copie il Prof. Cusa.
-
-[446] Trinchera, _Syllabus membranarum_, etc. Napoli, 1865, in-4.
-
-[447] Ve n’ha alquanti nelle collezioni poc’anzi citate, a pag 203,
-nota 2.
-
-Inoltre si vegga il Di Chiara, _Opuscoli editi, inediti e rari sul
-Diritto pubblico eccl. della Sicilia_, Palermo, 1855, in-8.
-
-[448] Si vegga i nostri libri III, cap. xj, e IV, cap. xj, pag. 216,
-217, 396 a 399 e 414 del vol. II.
-
-[449] Malaterra, lib. IV, cap. xviij, xx, xxix.
-
-[450] _L’Ystoire de li Normant_, lib. V, cap. xij, xxj, xxv; lib. VI,
-cap. xix. Si noti anco il titolo di _Cristianissimo_ ch’ei dà a Roberto
-Guiscardo, nel lib. V, cap. xxv.
-
-[451] Forma siciliana della voce _appetito_.
-
-[452] Non è da confondere questo vocabolo col derivativo dalla terra di
-Giudica (Judica) che alcuni scrissero Zotica.
-
-[453] Corre il cane. Sicil.
-
-[454] Si veggano i diplomi citati qui appresso a pag. 208 per San
-Marco, Rametta, Librizzi, San Filippo di Fragalà.
-
-[455] Presso Caruso, _Bibl. Sicula_, pag. 475.
-
-[456] Lib. IV, cap. xj, a pag. 399 del secondo volume.
-
-[457] Così gli ignoti autori della _Breve istoria della liberatione
-di Messina_, di cui abbiamo già detto nel lib. V, cap. II, pag. 56 di
-questo volume; il Fazzello con la sua fola de’ prigioni che aprirono
-la porta di Palermo, e tutti quanti. Il Martorana, _Notizie, ec._, lib
-II, cap. ij, pag. 43, accortosi di cotesto errore, corse ad un altro,
-supponendo spento il Cristianesimo in Sicilia: del che abbiamo trattato
-nel libro IV, cap. xj, pag. 414 del vol. II.
-
-[458] _Considerazioni_, vol. I, Prefazione, pag. xx segg. lib. I, cap.
-ij, pag. 43-44.
-
-[459] Non occorre citare le molte carte greche di MESSINA, nè le poche
-che si conoscono di TRAINA, quando abbiamo tante testimonianze dirette
-su quelle popolazioni. Ne fan fede per le altre i diplomi seguenti:
-
-RAMETTA, 1096, traduzione dal greco, presso Gregorio, _Considerazioni_,
-tomo I, pag. xxvj delle note; ch’è sentenza con giudici e testimonii
-greci e alcuno forse latino: Giovanni Melo, Pietro Ricato, Niccolò
-Tisita, ec.
-
-SAN MARCO, 1110, testo greco, edito dal Buscemi nella _Biblioteca
-Sacra_, Palermo, 1832, vol. I, pag. 375 segg. donazione al Monastero di
-San Barbaro. La traduzione latina, con la data del 1097, fu pubblicata
-dal Martorana, nella sua _Risposta_ al Buscemi, pag. 48, estratto dal
-_Giornale di Scienze e Lettere per la Sicilia_ del 1831. Cf. Spata,
-_Pergamene_, pag. 215.
-
-LIBRIZZI, 1117, traduzione dal greco, presso Gregorio,
-_Considerazioni_, lib. I, pag. lvj, lvij delle note, con nomi di frati,
-di Lipari e di Patti, alcuno dei quali francese e un Filippo arabo,
-monaco. V’ha dei nomi di notabili del paese, manifestamente greci e
-alcuno italico: come Niccolò di Filippo, Niceta Gallo, Niccolò Gala,
-Filippo Manca, Giovanni Gaitane, Andrea Police.
-
-Monastero di San Filippo di Fragalà presso il Comune di MIRTO,
-molti diplomi greci dati dal 1090 al 1145, pei quali furono donati
-a questo celebre monastero greco di Sicilia de’ villani, tra i cui
-nomi patronimici notansi; _Bruno_, _Corte_, _Niccolò Faber_, _Claudus
-Stephanus_, _Galatano de Flavanu_, Teodoro _Accomodato_, ec. presso
-Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1027, 102; ignorandosi pure se que’
-vocaboli di Faber e Claudus fossero stati tradotti dal greco o si
-trovassero trascritti nel testo.
-
-Ἀχάρων (ALCARA LI FUSI?) 1118 (?) greco, pubblicato non felicemente dal
-Buscemi, op. cit., pag. 365. Cf. Spata, op. cit., pag. 291.
-
-CEFALÙ, 1131, traduzione latina dal greco, presso il Pirro, op. cit.,
-pag. 799; e platea greco-arabica dei villani, citata poc’anzi a pag.
-205.
-
-SIRACUSA, 1104, diploma latino, nel quale si fa espressa menzione del
-clero greco e clero latino, presso Pirro, op. cit., pag. 619.
-
-ACI e CATANIA, 1095, 1144, platee de’ villani arabo-greche,
-nell’Archivio della Cattedrale di Catania. Si vegga inoltre per Catania
-la carta di franchigia del 1168, presso Gregorio, _Considerazioni_,
-lib. I, cap. IV, nota 21, nella quale si legge: _Latini, Græci, Judæi
-et Saraceni unusquisque juxta suam legem judicetur_.
-
-[460] Per esempio in VICARI, 1098, diploma greco in favore d’un
-monastero, al quale furono donati de’ villani di varii paesi, con
-nomi musulmani, greci e fors’anco italici: Niccolò figlio di Vitale,
-Basilio, Sabato, Goffredo, Ziero ec. Traduzione latina presso il Pirro,
-op. cit., pag. 295. Notinsi anco i nomi greci tramezzati a italiani e
-francesi di Vicari e Cammarata nel diploma del 1175, presso Gregorio,
-_De supputandis_, ec., pag. 55, ripubblicato da Spata, _Pergamene_,
-pag. 451 segg.
-
-[461] Ricordisi l’arcivescovo greco che trovarono i Normanni entrando
-in Palermo. Quivi era nel 1138 un protopapa greco, secondo il diploma
-pubblicato nel _Tabulario_ della Cappella Palatina a pag. 8. La stessa
-raccolta racchiude molte altre carte greche dal 1141 sino a tutto
-il secolo XIII. Lo stesso attestano non poche iscrizioni bilingui e
-trilingui.
-
-[462] Di Giovanni, _Ebraismo in Sicilia_, passim; Gregorio,
-_Considerazioni_, lib. I, cap. j, pag. 7, 15; Zunz, _Zur Geschichte und
-Literatur_, Berlino, 1845, vol. I, pag. 487. Ognun sa che nel viaggio,
-vero o finto, di Beniamino da Tudela, compilato in ogni modo con ottime
-notizie verso il 1170, sono annoverati 200 giudei in Messina e 1500
-in Palermo: traduzione inglese di Asher, Londra, 1840, pag. 159 segg.
-Si vegga intorno questo viaggio il Lelewel, _Géographie du moyen-âge_,
-tomo IV, pag. 37 segg.
-
-Nella platea di Catania data del 1144, dopo gli schiavi, leggonsi i
-nomi di 25 famiglie di Giudei. Ve n’era anco (1120?) in Siracusa.
-
-[463] Lib. III, cap. I, pag. 32 segg. del secondo volume.
-
-[464] Cap. citato, pag. 35 segg. dello stesso volume.
-
-[465] Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. j, pag. 5 segg. 10, 17.
-
-In Girgenti la popolazione musulmana vincea tanto di numero la
-cristiana, che San Gerlando, il 1096, fece fabbricare un immenso
-castello a rifugio de’ suoi frati, e che il vescovo Gualtiero, il
-1141, edificò novelle fortificazioni; usando per tre anni, come cava di
-pietre, i monumenti Agrigentini. Ch’ei non riposi in pace! Cronichetta
-de’ Vescovi di Girgenti, presso il Gregorio, op. cit., lib. I, cap. I,
-nota 14.
-
-Si ricordino anco le varie narrazioni d’Ibn-Giobaîr, _Journal
-Asiatique_ di dicembre 1845 e gennaio 1846, ed _Archivio Storico
-Italiano_, vol. IV, Appendice, N. 16, dove si dice delle popolazioni
-musulmane di tutti i villaggi tra Palermo e Trapani, della gelosia con
-che i Cristiani guardavano la ròcca di Monte San Giuliano, ec.
-
-[466] Libro III, cap. I, pag. 32, segg. del 2º volume. I nomi etnici
-che seguono son cavati dai diplomi e riscontrati col _Lobb-el-Lobâb_,
-con Ibn-Kaisarani, Dsehebi, il _Merasid-el-Ittilâ_ e le altre opere che
-citerò ne’ singoli casi.
-
-[467] La copia del diploma ha Zagari, che non torna a nome etnico
-noto. Ritenendo la grande somiglianza della _r_ col _w_ nella scrittura
-affricana, leggo _Zegawi_; su la qual voce si vegga De Slane, traduz.
-francese d’Ibn-Khaldoun, _Berbères_, tomo IV, pag. 31.
-
-[468] Hamdi, o Giamadi; Halbasi, o Giolaisi, ec. dove mancano le vocali
-e le trascrizioni greche. Altri non trovo affatto, come Arkhi, Baruki,
-Betresen (_pitrusinu_? ossia prezzemolo) ec.
-
-[469] Inedita dell’Università di Palermo.
-Abu-Tâhir-Abd-er-Rahman-ibn-Abd-Allah-ibn-Zeidun-el-karawi.
-
-[470] Righa è nome di tribù berbera e anco di luoghi in Affrica, De
-Slane, op. cit., tom. I, pag. 294. Si avverta che le stesse lettere,
-mutativi i punti diacritici, porterebbero _Reba’i_, che torna alla
-tribù arabica di Rebi’a, una di quelle che occuparono l’Affrica nell’XI
-secolo, venendo dall’Egitto: (De Slane, op. cit., tom. I, pag. 32);
-oppure a quella di Reb’a, ramo di Azd. (Ibn-Kaisarani, _Homonyma_,
-Leyda, 1865, pag. 194.)
-
-[471] Su questi ultimi tre nomi si vegga De Slane, op. cit., tomo I,
-pag. 171, 282 e 285, e tomo III, 273, 279. Del resto, Verro potrebbe
-esser nome latino.
-
-[472] Il testo arabico avrebbe Argiâknû, e la trascrizione greca dà
-ερτζυκνου. Aragigun è isoletta alla foce della Muluia, secondo Edrisi,
-_Description de l’Afrique et de l’Espagne_, Leyda, 1866, pag. 206 della
-traduzione.
-
-[473] Mismar si chiamava la Penisola di Magnisi, tra Siracusa e Agosta.
-La trascrizione greca di questo nome, che portavano due famiglie di
-villani d’Aci, dà μεσίμερη. Se il copista greco avesse presa una _w_
-per una _r_, sbaglio assai frequente nei manoscritti affricani, sarebbe
-questo il notissimo casato de’ _Ma-es-samâ_ «Acqua del Cielo.»
-
-[474] Quantunque Edrisi scriva il nome di Vicari _Biku_, la voce
-Bekkara potea rappresentare questa o altra terra di Sicilia. Si vegga
-il nostro lib. II, cap. X, pag. 418 del primo volume, nota 3.
-
-[475] Questa iscrizione, edita dapprima nelle _Mines de l’Orient_, tomo
-I, fu ripubblicata, sopra l’originale, da M. De Fresnel, nel _Journal
-Asiatique_ di dicembre 1847, con una buona traduzione inglese di Farâs
-Schidiâk. La data è del 569 (1174), il nome della sepolta, Maimuna
-figlia di Hasan, figlio di Alì Hodseilita. Se non che dopo questo
-nome, la versione portava «an attendant _of Ibn-es-Soosee_.» Parendomi
-strana per più rispetti cotesta qualificazione, io domandai da Parigi
-al mio compagno di esilio Francesco Crispi, allora in Malta, un lucido
-di quelle parole e avutolo in dicembre 1853, non tardai a leggervi
-«soprannominato Ibn-es-Susi.»
-
-[476] Si vegga il lib. V, cap. I, pag. 27, 28, 30, 34 di questo volume.
-
-[477] Lib. V, cap. V, pag. 140 di questo volume.
-
-[478] Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. I, note 25, 26 ec. È
-inutile citare i diplomi antichi che contengono nomi francesi. Noterò
-in vece che in uno del 1175, pubblicato dal Gregorio, _De supputandis_,
-ec., pag. 52 e segg., indi da Spata, _Pergamene_, ec., pag. 451 segg.,
-traduzione latina del XIII secolo dall’arabico e dal greco, si leggono
-i nomi di Sir Bonom de Custasin, Sir Ricalinus de Calatabutur ec. In un
-diploma arabico inedito della Chiesa di Cefalù, serbato nell’Archivio
-di Palermo, si legge il nome di un Sir Gulielm, banchiere o non so che
-in Cefalù. Par che i francesi, nobili o no, nel XII secolo amassero in
-Sicilia di fregiarsi col titolo di _Sire_.
-
-[479] Esaminati diligentemente i nomi di tutti i comuni attuali e de’
-villaggi abbandonati, che sono pur molti, i quali io già pubblicava
-nel 1859 con la _Carte Comparée de la Sicile_, ne occorre pochi, di
-pochissima importanza e origine dubbia: _Castelnormando_ si chiamava
-nel XVII secolo, al dire dell’Amico, _Dizionario topografico_,
-l’attuale Comune di Valledolmo, ma non ve n’ha notizie anteriori;
-_Ciambra_ un villaggio presso Monreale; _Merhela Gulielm_ (la stazione
-di Guglielmo) un luogo presso Monreale, che parrebbe stazione di caccia
-d’uno dei re di quel nome. Tralascio _Francavilla_, comune, e Monpileri
-villaggio distrutto su l’Etna, poichè Pila, Piliere sono nella nostra
-favella, come nella francese. Metto anco da canto i nomi composti
-con la voce _burg_,i quali possono riferirsi tanto al francese quanto
-all’italiano e all’arabico.
-
-[480] Presso Caruso, _Bibl. Sicula_, pag. 477.
-
-[481] Falcando presso Caruso, _Bibl. Sicula_, pag. 466. Lo sciocco
-Arrigo de’ principi di Navarra, fratello della Regina, era stigato
-da’ cortigiani a prender la somma degli affari in luogo di Stefano
-de’ conti di Perche. E schivando il peso superiore alle sue forze,
-allegava tra le altre cose: _francorum se linguam ignorare, que maxime
-necessaria esset in_ CURIA. Si trattava dunque, non del paese, ma
-della corte; dove il principe fanciullo, bisnipote del conte Ruggiero,
-e discepolo di Pietro di Blois, parlava com’e’ pare il francese; e
-i cortigiani italiani ed arabi si adattavano. Si ricordi con ciò
-l’attestato di Ibn-Giobair, che lo stesso Guglielmo II parlasse
-l’arabico. Infine è da notare che delle lingue usate nella corte
-poliglotta di Palermo, la men difficile al Navarrese doveva esser
-quella della Francia.
-
-[482] _Considerazioni_, lib. I, cap. I, nota 27.
-
-[483] Cap. cit., nota 28.
-
-[484] _Strenuos bello milites Longobardos_ (del Napoletano) _ac
-Transmontanos.... sibi largitionibus alliciens_, dice il Falcando del
-ministro Majone, presso Caruso, _Bibl. Sicula_, pag. 419. Poi ve n’ebbe
-degli Spagnuoli, op. cit., pag. 439 e sempre de’ Musulmani.
-
-[485] In questo medesimo libro, cap. VII, pag. 191 del volume.
-
-Sappiamo da Pietro di Blois (_Epistolæ_, nº 66), che dopo la morte di
-Guglielmo il Malo, l’Arcivescovo di Rouen mandò alla corte di Palermo
-trentasette giovani francesi dotti o di nobil sangue. Si veggano le
-epistole di San Tommaso di Canterbury e dell’abate di Cluni alla regina
-reggente in Sicilia e al ministro di lei Riccardo Palmer, nel cui
-epitaffio mi pare compendiata la biografia degli avventurieri di cui
-trattiamo:
-
- _Anglia me genuit, instruxit Gallia, fovit_
- _Trinacris._
-
-[486] Ibn-el-Athir, testo nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pag.
-278, Novairi nella stessa opera, pag. 448, e presso Gregorio, _Rerum
-Arabicarum_, pag. 26.
-
-[487] Ugo Falcando presso Caruso, _Bibl. Sicula_, pag. 406-407.
-
-[488] Diploma del 1193, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1288.
-La voce _rua_ o _ruga_ di certo non prova l’origine francese della
-popolazione. Oltrechè Messina era essenzialmente greca, leggiamo quella
-voce in un diploma del Barbarossa, il quale prometteva ai Genovesi
-_rugam unam cum ecclesia, balneo, fundico et furno_ in ogni città che
-lo impero fosse per acquistare nel regno di Sicilia. _Liber Jurium
-Reipub. Genuensis_, tomo I, pag. 207, diploma del giugno 1162.
-
-[489] _Ravellus magister Amalphitanorum Messane_, è soscritto in un
-diploma greco del 6680 (1172), traduzione latina presso Gregorio,
-_Considerazioni_, lib. II, cap. II, nota 32.
-
-[490] Diploma arabico del Monastero di Monreale dato il 1182, e
-traduzione latina presso Del Giudice, _Descrizione del Tempio.... di
-Morreale_, pag. 12, in fine della divisa di Summini.
-
-[491] Michele da Piazza, presso Gregorio, _Biblioteca Aragonese_, tomo
-II, pag. 77. La quale notizia si riferisce al XIV secolo.
-
-[492]
-
- _Acquaviva_ (Caltanissetta). _Acquaviva_ (Molise [due] Terra di
- Bari, Ascoli).
- _Altavilla_ (Palermo). _Altavilla_ (Principato Ulteriore,
- id. Citeriore, Alessandria,
- Monferrato).
- _Bivona_ (Girgenti). _Bibbona_ (Pisa).
- _Vicari_ (Palermo). _Biccari_ (Capitanata).
- _Briga_ [S. Stefano di] _Briga_ (Novara, Cuneo).
- (Messina).
- _Brolo_ (Messina). _Brolpasino_ (Cremona). Si ricordi
- anco _Broglio_.
- _Burgio_ (Girgenti). _Borgio_ (Genova).
- _Cammarata_ (Girgenti). _Camerata_ (Bergamo, Ancona).
- _Caronia_ (Messina). _Corona_ (Bergamo).
- _Castania_ (Messina). _Castana_ (Pavia); _Castano_
- (Milano).
- _Chiaramonte_ (Siracusa). _Chiaramonti_ (Sassari);
- _Chiaromonte_ (Basilicata).
- _Cinisi_ (Palermo). _Cinisello_ (Milano).
- _Corleone_, anticamente _Coreglia_ (Lucca, Genova);
- Coriglione, (Palermo). _Corigliano_ (Calabria,
- Otranto).
- _Gagliano_ (Catania). _Gagliano_ (Abruzzo, Otranto).
- _Geraci_ (Palermo). _Gerace_ (Calabria).
- _Gravina_ (Catania). _Gravina_ (Bari).
- _Gualtieri_ (Messina). _Gualtieri_ (Reggio d’Emilia).
- _Mirabella_ (Catania). _Mirabella_ (Principato);
- _Mirabello_ (Cremona, Pavia,
- Alessandria, Monferrato, Milano,
- Molise).
- _Motta_ [due] (Messina, _Motta_ (Calabria Ulteriore 1ª e
- Catania). 2ª, Cremona, Novara [due],
- Capitanata, Pavia, Milano) [due].
- _Novara_ (Messina). _Novara_ (Novara) [Piemonte].
- _Palazzolo_ (Noto). _Palazzolo_ (Terra di Lavoro,
- Milano, Brescia, Novara);
- _Palazzuolo_ (Firenze).
- _Paternò_ (Catania). _Paterno_ (Principato, Calabria,
- Ancona). _Paderna_ (Alessandria).
- _Padernello_ (Brescia). _Paderno_
- (Como, Cremona, Brescia, Milano).
- _Paterno_, villa e chiesa presso
- Firenze.
- _Pettineo_ (Messina). _Pettinengo_ (Novara).
- _Piazza_ (Caltanissetta). _Piazza_ (Massa e Carrara, Bergamo,
- Como). _Piazzatorre_ (Bergamo).
- _Piazzo_ (Torino, Bergamo [due]).
- _Piazzolo_ (Bergamo).
- _Sala_ [Paruta] (Trapani). _Sala_ (Como, Parma, Novara,
- _Sala_ [di Partinico] Bologna, Alessandria [due],
- (Palermo). _Sala_, antico Como, Principato).
- casale presso Sciacca.
- _Sambuca_ (Girgenti). _Sambuco_ (Firenze, Cuneo).
- _Sambughetto_ (Novara).
- _Saponara_ (Messina). _Saponara_ (Basilicata).
- _Scaletta_ (Messina). _Scaletta_ (Cuneo).
- _Scopello_ [Tonnara di]. _Scopello_ e _Scopa_ (Novara).
-
-[493] Presso Gregorio, _Considerazioni_. lib. I, cap. III, nota
-46. Il Francese è di _Limeuil_, nel Dipartimento della Dordogne
-(_Limoliensis_). Ho detto bresciano un Herbertus Braosensis
-(_Bressensis_?).
-
-[494] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 771, 772. Tolceto era villa
-nel territorio dell’attuale comune di Nè, in provincia di Genova, come
-si vede dagli _Atti della Società Ligure di Storia patria_, vol. II,
-parte II, pag. 769. V’ha anco tra’ testimonii un Roberto di Sardevalle
-(o Surdavalle come si legge nel Malaterra, libro III, cap. XXX),
-il qual nome potrebbe tornare a Sordivolo in provincia di Novara.
-Guglielmo de Surdavalle è soscritto in un diploma del 1090, presso
-Spata, _Pergamene_, pag. 248.
-
-[495] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 76.
-
-[496] Presso Spata, _Pergamene_, pag. 266.
-
-[497] Presso Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. V, nota 3, pag.
-LI, LII.
-
-[498] I diplomi siciliani e napoletani del XII secolo e le Costituzioni
-di Federigo imperatore, provvedono severamente affinchè non solo i
-servi della gleba e i villani, ma anco i borghesi, non si partano dalla
-terra del signore.
-
-[499] _Merûsid-el-Ittila’_, testo, all’articolo _Ankabord_. Ma Edrisi,
-_Géographie_, trad, di Jaubert, vol. II, pag. 118, 120, 261, 262,
-ristringe i limiti dalla parte di mezzogiorno; e Abulfeda conosce già
-le divisioni politiche dell’Italia, _Géographie_, trad. di M. Reinaud,
-pag. 36, 37 ec.
-
-[500] Presso Muratori, _Rer. Ital. Script_., tom. IV, pag. 498.
-
-[501] Eustathii Metropolitae Thessalonicensis, _De Capta Tessalonica_,
-edizione di Bonn, pag. 415. Eustazio scrive λαμῶαρδικοί e λογγιθάρδοι.
-
-[502] Pietro Diacono, presso Muratori, _Rerum, Italicarum Scriptores,_
-tom. IV, 518. Si vegga poi Costantino Porfirogenito, _De Themathibus_,
-p. 1462, e Muratori, _Annali d’Italia_, anno 1008.
-
-[503] Presso Caruso, _Bibl. Sic_., de’ primi a p. 419, 444, 450, e
-de’ secondi a’ luoghi citati qui appresso. Si vegga anco Romualdo
-Salernitano, presso Caruso, op. cit., pag. 868.
-
-[504] Presso Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. IV, nota 25. Il
-Gregorio non porta la data; ma la non può essere posteriore al 1153.
-
-[505] Falcando e Romualdo Salernitano, presso Caruso, op. cit., pag.
-440, 442, 443, 868.
-
-[506] Falcando, presso Caruso, op. cit., p. 448, 462, 480, 481.
-
-[507] Deca I, libro I, cap. VI, e libro X, cap. I e II, per Aidone;
-e per San Fratello, Deca I, libro IX, cap. IV, dove si legge _et
-Longobardorum, ut ex incolarum idiomate colligitur, oppidum_. E ciò
-conferma l’Amico, nel _Dizionario topografico_.
-
-[508] Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 582, 588.
-
-[509] Diploma dell’imperator Federigo, dato di Cremona il 20 febbraio
-1248, (_Historia Diplomatica Friderici II_, tom. VI, p. 695) dal quale
-si vede che Corleone era stata conceduta molto innanzi a’ lombardi
-Oddone e Bonifacio de Camerano, e Scopello anche prima di Corleone.
-
-[510] Questa opinione del dottissimo Tedoro Wüstenfeld, è sostenuta
-dal fatto che il nome di _Scopello_, non arabico al certo nè greco,
-si trova nella provincia di Novara in Piemonte e comparisce in Sicilia
-allo scorcio dell’XI secolo.
-
-[511] Ho citate le sorgenti nella mia _Storia del Vespro Siciliano_,
-cap. II, edizione del 1866, vol. I. p. 18, 22.
-
-[512] Continuazione di Saba Malaspina, presso Gregorio, _Biblioteca
-Aragonese_, tomo II, pag. 356.
-
-[513] Op. cit., p. 358.
-
-[514] Pag. 196 segg.
-
-[515] Veggasi il cap. VI di questo Libro, p. 156 del volume.
-
-[516] Si vegga l’albero genealogico pubblicato dal De’ Simoni,
-nella _Nuova Antologia_ di Firenze, settembre 1866. Un Oddone Bono,
-_marchese_, è segnato tra’ testimoni nel citato diploma del 1095,
-presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 76; e Bono, marchese, feudatario
-nelle vicinanze di Corleone, è nominato nello stesso diploma.
-Probabilmente un Oddone de’ marchesi di casa aleramica, soprannominato
-il Buono.
-
-[517] Si scorge da’ diplomi del 1094, 1114 e 1136, presso Pirro,
-_Sicilia Sacra_, p. 75. 1177 e 1156, e del 1113, presso Gregorio,
-_Considerazioni_, libro I, cap. V, nota 20.
-
-[518] Alessandro Abate di Telese, Libro II e III, presso Caruso, _Bibl.
-Sic._, p. 266, 293.
-
-[519] Alessandro Abate di Telese, loc. cit. Falcando, presso Caruso,
-op. cit., p. 413, 417, 418. Si vegga anche un diploma di questo conte
-Simone, dato il 1147, nel quale sono testimonii due di Piazza, presso
-Lünig, _Cod. Ital. Dipl_., tomo II, pag. 1639.
-
-[520] Pagina 223.
-
-[521] Bonifazio d’Incisa, cugino carnale di Arrigo e di Adelaide
-contessa di Sicilia, come si scorge dall’albero aleramide pubblicato
-dal De’ Simoni, _Nuova Antologia_, settembre 1866; e Arrigo d’Incisa
-nominato il 1186, presso Moriondi, _Monumenta Aquensia_, vol. II, p.
-348. Arrigo d’Incisa combattente nella battaglia di Ponza, secondo
-Speciale citato da me nel _Vespro Siciliano_, cap. XVIII, tomo II, p.
-160 dell’edizione 1866. Giovanni ed Aloisio d’Incisa, feudatarii al
-principio del XIV secolo, presso Gregorio, _Biblioteca Aragonese_, tomo
-II, pag. 468; e Simone d’Incisa nominato in documenti del 1309, 1317,
-1319, nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 97, 103,
-109, 113.
-
-[522] Un diploma del 1157, presso De Meo, _Annali del Regno di Napoli_,
-sotto quell’anno, è dato da “_Albertus, Dei et Regis gratia Comes de
-Gravina, filius et heres Bonifacii, marchionis_“. Debbo al dottissimo
-Teodoro Wüstenfeld, lodato di sopra, questa ed altre citazioni fatte
-sugli Aleramidi e molte altre che tralascio, come non necessarie al mio
-argomento.
-
-[523] Si confronti ciò ch’egli dice di Nicosia e di Aidone e San
-Fratello ne’ luoghi citati di sopra.
-
-[524] Catania 1857, in 8º. Si vegga la Prefazione, p. 47 e seg., e i
-canti di San Fratello e Piazza, p. 332 seg.
-
-[525] Lettera indirizzatami dal professore Angelo De Gubernatis,
-pubblicata nel _Politecnico_ di Milano, giugno 1867, pag. 609, segg.
-
-[526] Secondo i quadri delle entrate e spese de’ Comuni italiani
-nel 1858, pubblicati il 1863 nella Rivista dei Comuni, Caltagirone
-possedea, tra fitti di terre e canoni, con una popolazione di
-
- 24,417 anime, L. 313,558
- Palermo 194,463 » » 236,215
- Messina 103,324 » » 95,609
- Catania 68,810 » » 38,523
-
-Notisi esser compresi in cotesti patrimonii i beni urbani, che
-sono molto maggiori nelle grandi città che nelle piccole, e che non
-risalgono di certo all’XI e XII secolo.
-
-[527] Un diploma di Guglielmo I, dato il 1 maggio 1160, attesta che i
-fedeli uomini di Calatagerun avessero comperate dal re Ruggiero e da
-Guglielmo stesso, le terre dette di Fatanasino e di Iudica per 40,000
-tarì di Sicilia, Pergamena del Municipio di Caltagirone, della quale
-io ho una copia. È citato anco ne’ ricordi municipali un diploma del 1
-settembre 1143, il quale, da quanto ne so, or è perduto.
-
-[528] Secondo i quadri ch’io ho testè citati, vien dopo Caltagirone e
-Palermo, la città di Mistretta, con una popolazione di 10,638, ed un
-patrimonio territoriale di L. 102,926, e immediatamente dopo Messina,
-occorre Nicosia, popolazione 14,731, e patrimonio L. 89,783.
-
-[529] Fazzello, Deca I, libro X, cap. 2; Amico, _Dizionario topografico
-della Sicilia_, alla voce Caltagirone; Aprile, _Cronologia universale
-della Sicilia_ p. 64 seg., 91 seg. A rincalzare la tradizione, era
-citato un diploma che non si ritrova, e una lapide del campanile di San
-Giorgio, che più non esiste.
-
-[530] Si vegga il cap. VI di questo libro, p. 153 del volume, nota 1.
-Debbo le notizie locali, le copie e fac-simile del diploma del 1160,
-e d’un altro del 1201 e quella della _Cronica di Camopetro_, al signor
-avv. La Rosa di Caltagirone, che mandolle nel 1847 in Parigi al barone
-Friddani, il quale le avea richieste per me.
-
-[531] Testo, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 55, e presso Gregorio,
-_Rerum Arabicarum_, p. 120.
-
-Una montagna che sta di faccia a Caltagirone a tre o quattro miglia,
-si chiama tuttora _Cansaria_ e l’è nominata Ganzaria, Chanzaria, e
-Cancheria, ne’ diplomi dal XIII al XV secolo. Lo scambio di _Hisn_
-in _Kala’t_ non fa specie. La seconda parte del nome topografico,
-_gerun_, come la si legge nel diploma del 1160, senza la declinazione
-latina, esclude com’e’ parmi l’etimologia di _girone_ o altro vocabolo
-nostrale, e porta piuttosto a credere che i coloni italiani venuti a
-porsi presso la Kala’t-el-Khinzarla, abbiano mantenuto il nome arabico
-di qualche antico castello, ritrovo de’ _ginn_ (demonii) mutando la _n_
-in _r_. Può darsi anco che gli Arabi a lor volta, avessero trasformato
-in quel vocabolo qualche derivato di Gela, come Gelonum (castrum). Gela
-sorgea, com’e’ pare, a poche miglia di distanza.
-
-[532] Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 618 e 622, dove è stampato: _Ecclesias
-Calatageronis et quae sunt in territorio ejusdem cum pertinentiis
-suis._
-
-[533] L’Inveges, nella _Carthago Sicula_, non ne dà notizie degne di
-fede.
-
-[534] Si veggano i diplomi del 1094 e 1095, citati poc’anzi a p. 221.
-
-[535] Si vegga la nota a p. 220.
-
-[536] Falcando, presso Caruso, _Bibl. Sicula_, p. 423 seg. infino a 442.
-
-[537] Falcando, op. cit., p. 415, dice de’ Baresi frequenti in Palermo.
-
-[538] _Considerazioni_, libro II, cap. vij, p. 165. Il professor Diego
-Orlando nell’opera intitolata _Il Feudalismo in Sicilia_, Palermo,
-1847, in-8, cap. XIV, nota 43, pag. 282, ha dimostrato questo errore
-del Gregorio con alcune delle autorità ch’io verrò citando.
-
-[539] Si veggano in questo stesso libro i cap. II, III, VI, p. 69,
-74, 95, 100, 153, del presente volume, e soprattutto le narrazioni di
-Amato, citate nel nostro, cap. IV, pag. 119, 120, 121, 129, 132.
-
-[540] Una legge attribuita a Guglielmo, Libro III, titolo xxxiv
-(_Historia Diplomatica Friderici II_, tomo IV, p. 142), prescrive che
-gli schiavi (_servos et ancillas_) fuggitivi fossero resi ai padroni
-loro o consegnati al bajulo; e un’altra di Federigo, libro III, titolo
-xxxvj, p. 143, li chiama _mancipia_, spiegando più particolarmente
-il detto provvedimento. Per una legge delle _Assisae_, nello stesso
-volume, p. 227, è vietato tra le altre cose che alcun giudeo o pagano
-(cioè musulmano), comperi _servum christianum_, o lo tenga sotto
-qualsivoglia pretesto. Si veggano anche i _Fragmenta juris siculi_,
-pubblicati dal Merkel, _Commentatio_, Halis, 1856, pag. 18, 20, 34.
-
-[541] Diploma inedito della Chiesa di Catania.
-
-[542] Il testo greco di questo diploma, serbato oggi nello Archivio
-regio di Palermo, è stato pubblicato dal sig. Spata, _Pergamene_, p.
-215 seg.
-
-[543] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 976 e 1008.
-
-[544] Diploma del 1114, presso Pirro, op. cit., p. 1004.
-
-[545] _Regii Neapolitani Archivii Monumenta_, volume V, nº 497 e 510,
-p. 249, 278, i quali si leggono anco nella vita di S. Brunone, Acta
-Sanctorum, tomo III di ottobre, come abbiamo accennato nel cap. VII del
-presente libro, p. 487, nota 2 di questo volume.
-
-Gli editori laici di Napoli non mettono in forse l’autenticità di
-cotesti diplomi; gli ecclesiastici di Anversa la sostengono con gran
-calore; ed io non avendo sotto gli occhi quelle scritture, non posso,
-così senz’altro esame, dichiararle false. Pure ho gravi sospetti.
-Il fatto principale è un sogno miracoloso, raccontato con troppi
-particolari; e lo scioglimento del nodo, una larghissima donazione al
-monastero di San Brunone. Oltre a ciò il primo di cotesti diplomi dà il
-titolo del conte Ruggiero con formole insolite, e il secondo è dato di
-giugno, Xª indizione 1102, in Mileto “nella camera dove giaceva infermo
-il conte,” quando si sa ch’egli era morto il 22 giugno IX indizione
-1101. Quella stessa qualità mista di _servi_ e _villani_, della quale
-non si conosce altro esempio, accresce i dubbii.
-
-In ogni modo, i diplomi se non falsi, sono di certo anomali, scritti da
-cappellani del conte fuor dagli usi cancellereschi e non fanno grande
-autorità in una quistione di Dritto pubblico.
-
-[546] Falcando, presso Caruso, _Bibl. Sic._, pag. 458.
-
-[547] Diploma arabico, inedito e senza data, della Chiesa di Cefalù.
-Facendovisi menzione dei _dinâr_ di Abd-el-Mumen e dei _roba’i_ ducali
-di Sicilia, par che torni alla metà del XII secolo.
-
-[548] Si vegga il cap. IV di questo libro, p. 107, del volume, intorno
-i prigioni di Bugamo.
-
-[549] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 771.
-
-[550] Morso, _Palermo Antico_, documento nº VI, p. 344, diploma della
-prima metà del XII secolo.
-
-[551] _Constitutiones Regni_ ec., libro III, titolo ij, iij, p. 162,
-163, e più esplicitamente nelle _Assisae_, stesso volume, p. 232,
-_Rescriptum pro Clericis_. Era vietato in generale ai vescovi di
-ordinare sacerdoti de’ _villani_, senza permesso dei Signore; ma si
-spiegava così, che il divieto fosse assoluto (tolto il caso di estremo
-bisogno) pei villani obbligati a servire, _intuitu personæ, ut sunt
-adscriptitii et servi glebæ et alii hujusmodi_, ma che i vincolati
-_respectu tenimentorum vel aliquorum beneficiorum_, poteano rinunziare
-a que’ beni e farsi chierici.
-
-[552] Diplomi presso Pirro, _Sicilia Sacra_: del 1091, p. 521, del
-1093, p. 695, del 1094, p. 771, del 1134, p. 976, oltre quelli citati
-di sopra e moltissimi altri. In uno del 1083, a p. 1016, si legge
-_villicos_.
-
-[553] Diplomi, ne’ _Regii Neapolitani Archivii Monumenta_, tomo V: del
-1087, p. 117; del 1092, p. 140; del 1126, p. 521 ec.
-
-[554] Diplomi greci dell’archivio di Palermo, pubblicati dal sig.
-Spata, _Pergamene_, ec.: del 1101, p. 192; del 1112, p. 234; del
-1116, p. 242; del 1136, p. 265; diploma del 1143, nel Tabulario
-della Cappella Palatina di Palermo, p. 14; e un altro arabo-greco del
-Monistero di Morreale, inedito, dato il 1151. La stessa voce occorre
-in parecchi diplomi greci del Napoletano, pubblicati dal Trinchera,
-_Syllabus_, ec. del 1130, a p. 139; del 1154, a p. 199, del 1165, a p.
-219, risguardanti alcuni monasteri di Calabria.
-
-[555] Diplomi arabi inediti del 1145 (Chiesa di Morreale); 1177?
-(Chiesa della Magione in Palermo); 1178 e 1183 (Chiesa di Morreale).
-
-[556] Diplomi greci, presso Spata, _Pergamene_, ec., del 1099,
-rinnovato il 1114, p. 237; del 1101, p. 192; del 1116, p. 242; del
-1123, p. 409. Occorre anco lo stesso nome generico in un diploma
-greco del 1098, pubblicato dal Buscemi, nella _Biblioteca Sacra_, vol.
-I, Palermo, 1832, in 8º, p. 212, la cui traduzione latina si ha dal
-Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 293; e nel diploma arabo-greco del 1151,
-citato nella pag. prec., nota 4. E similmente nei diplomi greci del
-Napoletano, per esempio uno del 1145, presso Trinchera, _Syllabus_, p.
-182, ed un altro dello stesso XII secolo, op. cit., p. 557. Non occorre
-citare i diplomi latini.
-
-[557] Diploma greco-arabico inedito, del 1095, appartenente alla Chiesa
-di Catania, nel quale il ruolo dell’_Ahl-Liagi_ (gente di Aci), è
-tradotto Πλάτια τῶν αγαρηνῶν τοῦ Γιάκιου (Ruolo degli agareni di Aci);
-ed un altro anche greco-arabico della medesima data, appartenente alla
-Chiesa di Palermo e contenente una donazione di uomini, buoi e terre,
-fattale dal conte Ruggiero, dove al vocabolo αγαρήνοι risponde anco
-l’arabico _rigiâl_, ed in una spedizione latina, presso Pirro, _Sicilia
-Sacra_, p. 76, il vocabolo _villani_. Il nome _agareni_ occorre in
-molti diplomi latini.
-
-[558] Si veggano le rubriche de’ diplomi del 1143 e 1149, presso
-Mortillaro, _Tabulario della Cattedrale di Palermo_, p. 23 e 30.
-Occorre tal voce sovente nei diplomi greci del Napoletano, pubblicati
-dal Trinchera, _Syllabus_: del 1136, p. 155 (relativo alla Sicilia);
-del 1145, p. 182, con la variante υελλάνοι; del 1188, p. 297 idem;
-ed un altro senza data, ma del XII secolo anch’esso, con lo errore
-υιλλάνη. Veggasi anche Ducange, _Glossario greco_, il quale alla voce
-Βελλάνος cita un diploma del conte Ruggiero.
-
-[559] Presso Trinchera, _Syllabus_, p. 557, nº XVI dell’appendice.
-
-[560] Diplomi arabici del 1150 e 1154, appartenenti alla cattedrale di
-Palermo, dei quali ho avuta copia dal professor Cusa, e il secondo fu
-pubblicato mediocremente dal Gregorio, _De Supputandis_, ec., p. 34
-seg. e dal Caruso, nella _Biblioteca Sacra_, vol. II, Palermo, 1834,
-p. 46. Diploma arabico del 1169, appartenente alla stessa cattedrale
-di Palermo, del quale ho copia per cortesia del lodato prof. Cusa. In
-quest’ultima copia veggo la lezione _Kh.. r.. sc_ in luogo di _H..
-r.. sc_ (lettere 7, 10, 13, in luogo delle 6, 10, 13, dell’alfabeto
-arabico). Non par verosimile che fosse stata adoperata una traduzione
-della voce _rusticus_ (_heresc_ significherebbe ruvidezza). Chi voglia
-vedere le conghietture del Gregorio e del Tychsen su questa e su la
-voce _mils_ o _mels_ del medesimo diploma, legga la nota a alla pag. 36
-del _De supputandis_.
-
-[561] Diploma latino del duca Ruggiero figlio di Roberto, dato di
-agosto 1086, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 74, 75; Diploma del
-vescovo di Catania, dato di settembre 1114, il quale rilasciava al
-monastero di Santa Maria in Josaphat di Paternò la decima sopra i
-_rustici Saraceni_, donati a quello dal conte Arrigo.
-
-[562] Ducange, _Gloss. lat._: Rustici, Coloni, Glebæ adscriptitii ec.,
-Rustis.
-
-[563] Secondo la Costituzione, libro III, titolo 60, era vietato di
-far giudice o notaio _qui vilis conditionis sit, villanus aut angarius
-forsitan, filii clericorum spurii, aut modo quolibet naturales_.
-
-[564] _Considerazioni_, libro II, cap. vij, p. 168. Più evidentemente
-dimostrasi il significato generico della voce _rustico_ nelle Assise
-del regno di Sicilia, pubblicate dal Merkel, Halis, 1856; dove a pag.
-17, titolo III, si raccomanda a tutti i signori di usare umanamente
-co’ loro soggetti: _cives, burgenses, rusticos, sive cujuscumque
-professionis homines_; e non si fa motto di villani, angarii ec.
-Contro il suo solito, il Gregorio non cita alcun diploma in questa
-delicata investigazione; contentandosi di porre in nota parecchi luoghi
-delle Costituzioni, dove occorrono i vocaboli _rustico_ e _villano_,
-nei quali luoghi ei credette ritrovare «le classi tutte in cui fu
-distribuita la nazione siciliana e quale differenza tra esse passasse».
-(_Considerazioni_, vol. II, p. 70. Nota 8 del cap. vij.)
-
-Ma le Costituzioni, in primo luogo, promulgate in Melfi il 1231, non
-furono dettate esclusivamente per la Sicilia. Sendo comuni a tutte le
-province che ubbidivano a Federigo nell’Italia meridionale, ricordano
-varie denominazioni di classi inferiori che usavansi qua e là in luoghi
-usciti, qualche secolo o due secoli innanzi, da dominazioni molto
-diverse.
-
-In secondo luogo, le Costituzioni non sono mica un codice sistematico e
-compiuto, nel quale tutti i diritti si trovino esposti in bell’ordine;
-ma bensì una raccolta di alcune leggi; confusa raccolta di leggi, di
-principi diversi, e tempi diversi dello stesso principe. Non vi sì può
-dunque supporre _a priori_, nè in fatto vi si nota, una tale precisione
-di linguaggio che le stesse cose sieno sempre designate con gli stessi
-vocaboli.
-
-Or questo appunto presuppose il Gregorio, quand’ei conchiuse che in
-Sicilia i rustici fossero diversi dai villani; perchè gli uni erano
-nominati nelle leggi, libro I, titoli x, xxxiij; II, titolo iij; III,
-titolo xiiij e gli altri nelle leggi lib. II, xxxij; III, titoli ij,
-vj. Nè egli considerò che il titolo xxxij del libro II rassegnava per
-vero ogni classe di persone; onde se vi mancano i _rustici_, son da
-tenere designati dalle altre classi che vi si leggono, cioè _angarii_ e
-_villani_; o, per dir meglio, che _rustici_ significasse genericamente
-i villani, gli ascrittizii e i servi della gleba, più particolarmente
-nominati nei titoli ij e iij dello stesso lib. II. In vero non poteano
-essere trascurati i villani nella legge contro l’asportazione delle
-armi, lib. I, titolo x; nè i rustici trascurati nel novero delle classi
-ammesse alle testimonianze contro baroni, ovvero escluse, lib. II,
-titolo xxxij; oppure dimenticati nella legge che ammettea i villani
-alla successione ne’ beni tenuti in demanio, lib. II, titolo x.
-
-Nè regge l’altro ragionamento dell’illustre pubblicista siciliano,
-che i rustici fossero diversi da’ villani, perchè le costituzioni
-stabilivano una _composizione_, come diceasi nelle leggi barbariche,
-per gli uni e non per gli altri: onde gli tornava che i villani non
-avessero persona, giuridicamente parlando. Perocchè _composizione_
-era il prezzo del sangue, maggiore secondo il grado, e favoriva quindi
-gli uomini in ragion diretta della altezza del grado loro; ma di ciò
-non tratta alcuna delle Costituzioni di Federigo. Queste al contrario
-ammettono la gradazione delle persone per aggravare la pena secondo
-l’altezza: onde il borghese dovea pagare più che il rustico, il milite
-più che il borghese, il barone che il milite, e il conte che il barone.
-La ragione stessa è seguita nel fissare la taglia per la cattura
-dei fuorusciti; dove sono nominati i rustici e non i villani: nè può
-presumersi che il legislatore abbia voluto assicurare l’impunità a’
-banditi servi della gleba, sopprimendo la taglia per loro.
-
-Io non so poi dove il Gregorio abbia letto che le testimonianze de’
-villani fossero ammesse contro rustici e borghesi. La costituzione
-ch’egli cita non ne fa menzione, nè allude a questo; nè alcun’aura io
-ne trovo che prevegga il caso; ond’è probabile sia corso qualche errore
-di stampa, sia nel testo del Gregorio, sia nella nota.
-
-Finalmente è da considerare che il Gregorio stesso, ponendo i
-rustici in condizione diversa dai villani, non era ben certo in che
-differissero dai borghesi; e, per dir pure qualcosa, proponeva il
-supposto che il medesimo ordine sociale si chiamasse dei borghesi nelle
-città e de’ rustici nelle campagne. Distinzione al tutto arbitraria;
-la quale in ogni modo non proverebbe la esistenza d’una classe di mezzo
-tra i borghesi e i villani.
-
-Il professor Diego Orlando, fin dal 1847, dimostrava l’errore del
-Gregorio col mero confronto delle Costituzioni, nell’opera intitolata
-_Il Feudalismo in Sicilia_, Palermo, in-8, cap. XIV, nota 32, pag. 275.
-
-Non tacerò che in due diplomi dello Archivio di Napoli, la voce
-_rustico_ sembra perfetto sinonimo di _borghese_. Si leggono entrambi
-nel quinto volume dei _Regii Neapolitani Archivii monumenta_, (Napoli,
-1857) sotto i numeri 477 e 494, pag. 203 e 245. Nel primo de’ quali,
-dato del 1091, si vieta di molestare il monastero di San Brunone presso
-Stilo, a chiunque, stratigoto o vicecomite, _rusticus aut miles, servus
-aut liber_: e nell’altro dato il 1098, accennando a certi richiami
-dei _Veterani Squillacenses_ relativamente ai limiti del territorio
-conceduto a San Brunone, si conchiude che vedendo, _rusticorum causam
-contra fratres nil juris obtinere_, è data la decisione a favor del
-monastero. Ma questo solo esempio non varrebbe contro il ritratto
-delle Costituzioni. Quand’anco non cadessero su i primi documenti del
-monastero di San Brunone que’ gravi dubbi che abbiamo notati di sopra,
-si potrebbe supporre idiotismo locale quel significato della voce
-rustici, ovvero neologismo del cappellano del conte Ruggiero, uomo
-probabilmente straniero, che scrisse i diplomi, se autentici; o del
-monaco, anch’egli straniero, che li fabbricò dopo, se falsi.
-
-[565] Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. vij, pag. 167. Si
-veggano in Ducange, _Glossar. lat._, le voci Angaralis, Angarea,
-Angariae, Angariales, Angariarius, Angarii.
-
-[566] Gli Angarii citati nelle _Costituzioni_, lib. II, titolo xxxij;
-III, x, ix; sono ragguagliati a’ villani. Ne’ diplomi napoletani si
-dice di angaria dovuta da villani (Trinchera, _Syllabus_, pag. 300,
-334, 558, 559, dipl. 1188, 1198.) E nei siciliani si veggon chiese
-e monasteri liberati da prestazioni ed angarie (Spata, _Pergamene
-greche_, dipl. 1117, pag. 247; dipl. 1171, pag. 273, 275); ma non
-comparisce in Sicilia alcuna classe denominata _angarii_.
-
-[567] Si vegga il lib. IV, cap. xj, pag. 398, 399 del secondo volume.
-
-[568] Dei tre primi diplomi ho le copie mandatemi dal prof. Cusa; ed
-uno fu pubblicato, in parte e male, dal Gregorio, _De supputandis_,
-ec., pag. 34. Il quarto è stato stampato da M. Des Vergers, con
-traduzione francese e comento, nel _Journal Asiatique_, ottobre 1845,
-pag. 313 segg.; ed io ne detti una versione nell’_Archivio Storico
-Italiano_, tomo IV, appendice, pag. 49 segg. L’eruditissimo editore
-sbagliò supponendo _ascrittizii_ gli uomini di cui si tratta; e
-sbagliai anch’io seguendolo in questa interpretazione e nella lezione
-_Mils_ in luogo di _Maks._
-
-[569] Oltre la spiegazione che troviamo nel _Kamûs_, tradotta in
-parte nel Dizionario di Freytag, il significato della voce _Maks_ si
-scorge nei seguenti testi arabi: _The Travels of Ibn-Jubair_, ediz.
-Wright, pag. 52, 53, 66; _Ibn-el-Athiri, Chronicon_, ediz. Tornberg,
-tomo XII, anno 604, pag. 183; _Annales Regum Mauritaniæ_, ediz.
-Tornberg, pag. 88; Makrizi, _Mewâ’is_, ediz. di Bulâk, tomo II, pag.
-121; Abu-l-Mehâsin, _Annales_, ediz. _Juynboll_, tomo II, pag. 286. Si
-vegga anche Sacy, _Memoires sur le droit de proprieté en Egypte_, nelle
-_Mémoires de l’Académie des Inscriptions_, tomo V, pag. 64; lo stesso,
-_Chrèstomathie Arabe_, 2ª ediz., tomo I, pag. 172; tomo II, pag. 60,
-84, 168; e Quatremère, _Sultans Mamlouks_, di Makrizi, tomo II, parte
-ij, pag. 97. In cotesti passi _Maks_ talvolta significa contribuzioni
-indirette.
-
-[570] Si veggano quelle diverse voci nel Ducange,_ Gloss. latino_.
-Molti esempii forniscono di questa classe di uomini, i diplomi latini e
-greci del Napoletano; quelli, per esempio, degli anni 932, 975, 1054,
-1080, 1082, 1096, nei _Regii Neapolitani Archivii Monumenta_, tomo
-I, pag. 63, 239; tomo V, pag. 8, 97, 114, 165; e presso Trinchera,
-_Syllabus_, diplomi del 1097, 1145, 11... pag. 81, 182 segg. 559, _et
-passim_. Gli stessi provvedimenti delle Costituzioni che richiamavano
-i fuggitivi dalle terre del demanio, e il citato diploma di Morreale
-del 1183, confermano la frequentissima fuga dei villani che andavano a
-stanziare, da commendati, in altri luoghi.
-
-[571] Sono sì frequenti coteste concessioni de’ villani co’ beni loro,
-che non occorrerebbe quasi di citarne i testi. Per accennarne alcuno,
-noterò i diplomi greci del 1098, da Buscemi, nella _Biblioteca Sacra_,
-vol. I, Palermo, 1832, pag. 212; del 1101, 1112 e 1146, presso Spata,
-_Pergamene_, ec. pag. 192, 234, 242; del 1143, nel _Tabulario_ della
-cappella Palatina di Palermo, pag. 14; del 1136, presso Trinchera,
-_Syllabus_, pag. 155; la traduzione latina d’un diploma greco del
-1096, presso Pirro,_ Sicilia Sacra_, pag. 382, per lo quale il conte
-Ruggiero donava, con molti altri beni, al novello vescovo di Messina:
-_in Oliverio villanos centum et terras et tenimenta quæ ibi habitantes
-prius tenebant_.
-
-[572] Diploma arabico-greco, inedito, del 20 febbraio 1095,
-appartenente alla chiesa di Catania, il quale contiene la platea dei
-villani di Aci. Si vegga anche in Trinchera, _Syllabus_, pag. 182,
-segg. il diploma, che contiene la dotazione del vescovado di Squillaci.
-Il conte Ruggiero concedea al vescovo tra le altre cose, di ricettare
-ne’ suoi poderi de’ villani estranei “purchè non fossero ne’ privilegi
-di lui, nè de’ suoi baroni.”
-
-[573] Diploma del 1095, due del 1144 e due del 1145; tutti arabo-greci
-appartenenti alle chiese di Catania e di Morreale e all’Archivio regio
-di Palermo, citati di sopra.
-
-[574] Si vegga la pagina 244, e si confronti il tit. III, lib. vij,
-delle Costituzioni ec.
-
-[575] Il Gregorio pubblicò, _Considerazioni_, lib. II, cap. vij, nota
-4, l’atto di riconoscimento di un villano di Collesano in data del
-1279, scritto in latino. Uno simile ed assai più importante, scritto
-in arabico e com’io credo nel 1177 (v’ha l’_’alama_ di Guglielmo il
-Buono e il riscontro del mese di Rebi 1º con agosto, perciò un de’
-tre anni 1177-8-9) si conserva nel reale Archivio di Palermo. I figli
-di Musa Santagat, da Menzil Jusuf (Mezzojuso) confessano sè essere
-_uomini di Gerâid_ dell’abate Tabat, e promettono di star sempre nella
-obbedienza della chiesa; e l’Abate loro perdona, pone sopr’essi la
-_gezia_ di trenta _rob’ai_ all’anno e il canone di 20 _Modd_ di grano
-e 10 di orzo. Essi infine pregano l’Abate di permettere che soggiornino
-dovunque loro aggradi.
-
-[576] Abbiamo dimostrato poco fa, pag. 239, che si debba anco intendere
-de’ villani ciò che il Gregorio dice de’ rustici.
-
-[577] _Costituzioni_, lib. III, tit. X. Cf Gregorio, _Considerazioni_,
-lib. II, cap. vij, pag. 167.
-
-[578] _Considerazioni_, lib. II, cap. vj, pag. 140, 141, 142, e cap.
-vij, pag. 166-167.
-
-[579] Un diploma del conte Ruggiero, dato, com’e’ pare, del 12 febbraio
-1095, e scritto in greco, se non che i nomi degli uomini (_rigiâi_)
-sono in arabico, concedeva alla chiesa di Palermo settantacinque
-_agareni,_ undici buoi, e dei poderi ne’ territori di Giato, Corleone
-e Limona; dovendo gli Agareni pagare alla chiesa, per_ doma_, in
-inverno 750 tarì e altrettanti in agosto, con 150, _mudd_ di frumento
-e 150 d’orzo. Ogni villano così dava in ogni anno 20 tarì, due salme
-di frumento e due d’orzo e nulla più. Si avverta che la spedizione
-latina del medesimo diploma presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 76,
-non contiene i particolari delle prestazioni. Una pessima traduzione
-latina del testo greco, si legge presso il Mongitore, _Bullae_, ec.
-_Panormitanæ Ecclesiæ_, pag. 13, opera del gesuita Giustiniani da
-Scio, il quale, tra le altre cose, tradusse _laudemium_ la frase λογοῦ
-δόματος. Pieno anco di errori il testo pubblicato dal Mortillaro, nel
-_Tabulario della cattedrale di Palermo_, pag. 8 segg.
-
-Non cito qui il diploma del 1093, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag.
-695, per il quale furono conceduti al vescovo di Girgenti 400 villani
-col casale, _Cathal. in quo frumenta_, etc., poichè il testo iui par sì
-corrotto da non potervi far assegnamento; nè ha chiarita quella dubbia
-lezione il Gaglio, negli _Opuscoli di Autori siciliani_, tom. IX.
-
-La voce δόμα occorre anco in un diploma greco di Sicilia del 1192,
-presso Spata, _Pergamene_, pag. 306, e in tre diplomi greci della
-estrema Calabria del 1188, 1198 e 11.., presso Trinchera, _Syllabus_,
-pag. 300, 334 e 557, col significato di tributo principale, diverso
-dalle angarie e dagli altri pesi che sopportavano i villani: tributo
-personale, senza dubbio, poichè talvolta si pagava ad altro signore
-che quello del luogo ove attualmente soggiornasse il villano. Il sig.
-Spata ha tradotto vagamente _esazione_, e il sig. Trinchera, con troppa
-precisione, _jus hospitii_. Ma quella voce nel greco dei bassi tempi
-valea _dono_; come si scorge da’ luoghi del Nuovo Testamento, delle
-Basiliche e di altri scritti del medio evo, citati nel_ Thesaurus_,
-edizione Hase, Parigi, 1833, tomo I, col. 1642. Non sarebbe stato vezzo
-nuovo di chiamar così un’odiosa imposizione.
-
-[580] _The Travels of Ibn-Jubair_, testo edito dal Wright, pag. 328,
-336, 344. Il testo di questo squarcio si vegga anco nel _Journal
-Asiatique_, dicembre 1845, p. 509, 520, 531; la versione francese
-ivi a p. 538 e in gennaio 1846 pag. 81, 202, e la versione italiana
-nell’_Archivio Storico Italiano_, vol IV, Appendice nº 16, pag. 34, 40,
-46.
-
-[581] Si vegga il lib. II, cap. 12, pag. 475 del 1º volume.
-
-[582] Qui innanzi a pag. 246, nota 3, e il diploma del 1095 a pag. 247,
-nota 3.
-
-[583] In questo atto del 1177 i tre villani venuti a riconoscere
-l’autorità del signore, sono tassati di trenta _roba’i_ in ciascun anno
-solare, per _gezie_, 20 _modd_ di frumento e 10 d’orzo.
-
-La moneta d’oro detta in arabico _roba’i_ e in greco e latino _tarì_,
-pesava poco più di un grammo, donde tornava in valor di metallo a tre
-franchi e mezzo in circa. Si vegga il lib. III, cap. xiij, pag. 457 a
-460 del secondo volume.
-
-[584] Veggansi tutti i diplomi latini e greci, nel Pirro _Sicilia
-Sacra_; Spata, _Pergamene,_ ec. e gli inediti che è occorso di citare
-nel presente capitolo.
-
-[585] Nel diploma greco del 1188, presso Trinchera, _Syllabus_, p. 300,
-i pesi de’ villani sono specificati: δόματα καὶ ᾶγγαρὶας καὶ καννίσκια,
-_doni_ (ossia il tributo) _angarie e regalucci_; e lo stesso notasi con
-poco divario nei diplomi del 1198 e 11..., pag. 334, 557.
-
-[586] Si vegga qui innanzi pag. 213.
-
-[587] Diploma del 1150, di Lucia di Cammarata, presso Pirro, _Sicilia
-Sacra_, pag. 801.
-
-[588] Diploma del 1188, presso Trinchera, _Syllabus_, pag. 297.
-
-[589] Diploma del 1262, presso Gregorio, _Considerazioni_, lib. II,
-cap. vj, nota 19.
-
-[590] _Considerazioni_, lib. II, cap. vj, pag. 135 segg.; cap. vij,
-pag. 169.
-
-[591] Si vegga su la significazione del vocabolo _rustici_ la pag. 239
-del presente capitolo.
-
-Borghesi eran detti i cittadini di Palermo, (Gregorio,
-_Considerazioni_, lib. II, cap. vij, nota 10) di Morreale, (Gregorio,
-op. cit., lib. I, cap. iv, nota 19) del casale di Sinagra, (Gregorio,
-op. cit., lib. II, cap. vj, note 18, 19) di Siracusa, (Diploma del
-1172, presso Spata, _Pergamene_, pag. 442) del territorio di Santa
-Maria in Cammarata, (Diploma del 1150 presso Pirro, _Sicilia Sacra_,
-pag. 801) e di Oppido in Calabria (Diploma del 1188 presso Trinchera,
-_Syllabus_, pag. 297).
-
-[592] Presso Caruso, _Bibl. Sic._, pag. 475.
-
-[593] Re Ruggiero vietava a’ bajuli di molestare gli abitatori Lombardi
-di Santa Lucia che avessero pagato il diritto di marineria, di esigere
-da loro angarie, ajutorii e fin anco l’erbatico per le loro greggi; e
-prescrivea fossero liberi come i Lombardi di Randazzo: presso Gregorio,
-_Considerazioni_, lib. I, cap. iv, nota 25. Nello stesso capitolo
-quarto sono particolareggiati gli antichi diritti del fisco, e non si
-trova alcuna tassa diretta su i borghesi se non la _gezia_ ai Giudei.
-Nel cap. v, nota 4, è pubblicata una sentenza di magistrati del 1113
-sugli abusi che commetteva il vescovo feudatario contro gli abitatori
-di Patti.
-
-[594] _Considerazioni_, lib. II, cap. vj, vij, e in particolare la nota
-19 del cap. vj, ch’è squarcio d’un diploma del 1262.
-
-[595] _Considerazioni_, lib. I, cap. ij, iij, iv e v.
-
-[596] Cap. VIII di questo libro, pag. 207 del volume.
-
-[597] _Considerazioni_, lib. I, cap. iv, pag. 77. Quivi nella nota 22
-il Gregorio allega una sua propria nota al Novairi, nella quale spiega
-che cosa fosse la gezia presso i Musulmani, e cita poi alcuni diplomi
-di Sicilia su la gezia che pagavano i Giudei, ed un luogo del registro
-di Federigo II imperatore, relativo a due musulmani di Lucera. E nulla
-più!
-
-[598] Si veggano nelle _Considerazioni_, lib. I, cap. iv, note 18, 19,
-20, 21, le citazioni su i _diritti antichi_, nelle quali occorre la
-_sisia_ de’ Giudei e non mai dei Musulmani.
-
-[599] Si riscontrino le _Considerazioni_, lib. I, cap. ij, pag. 44, e
-la nota 45 che non prova nulla. La voce gezia occorre una sola volta
-ne’ diplomi che io conosca relativi alla condizione delle persone,
-latini, greci e arabi: appunto nel diploma arabico ch’io credo del
-1177, citato dianzi pag. 216 nota 3, per lo quale tre musulmani si
-riconosceano villani di un abate e questi loro imponea canone e gezia.
-I greci portano l’appellazione di σόμα, appunto come pei villani
-cristiani di Terraferma (pag. 250, nota 1). È degno di molta attenzione
-un diploma latino del Conte dato il 1091, presso Pirro, _Sicilia
-Sacra_, pag. 521, per lo quale Ruggiero rammenta aver già donato al
-Monastero di Sant’Agata di Catania varii poderi e animali e quattro
-villani co’ loro figliuoli nella città di Messina, due de’ quali
-cristiani e due saraceni. Se pur non occorressero tanti nomi cristiani
-nelle platee di villani che ci rimangono, basterebbe questo sol diploma
-a mostrare che i Normanni non liberarono mica i loro correligionari
-dalla servitù della gleba.
-
-[600] Ibn-el-Athîr, Annali, testo nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pag.
-278. È replicato questo luogo dal Nowairi, op. cit., pag. 448 e presso
-Gregorio, _Rerum Arabicarum_, pag. 26.
-
-[601] _Geografia_, squarcio su la Sicilia, nella _Biblioteca
-Arabo-Sicula_, testo, pag. 26.
-
-[602] Si vegga qui sopra a pag. 248.
-
-[603] Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. I, nota 11 e i seguenti
-diplomi, dei quali gli arabici inediti son citati secondo le copie che
-me ne ha mandate il professor Cusa.
-
-XII secolo. Omar-ibn-Hosein-et-Tamimi vende un pezzo di terra al
-monastero di Bardhali (?). Diploma arabico dell’Archivio di Palermo,
-inedito.
-
-1132. Permuta di acque tra Abd-er-Rahman-el-Lewati ed Hosein-ibn-Ali-el
-— Kindi, squarcio arabico, presso Gregorio, _De supputandis_, p. 44.
-
-1137. Ibn-Baruki vende una casa all’Arcivescovo di Messina. Diploma
-arabico della Cappella Palatina di Palermo, inedito.
-
-1157. Il Gaito Abd-el-Malek vende degli stabili al vescovo di Girgenti.
-Diploma latino, Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 698.
-
-1161. Abu-Bekr e Ahmed, conciatori di pelli, e altri vendono una casa
-in Palermo al prete Raoul. Diploma arabico dell’Archivio di Palermo,
-inedito.
-
-1164. Sittelkiul, figlia del Kaid-Se’ûd e un figliuolo di lei, vendono
-alla figliuola d’un Giovanni Romeo una casa nel sobborgo di Palermo.
-Diploma greco, presso Trinchera, _Syllabus_, ec., pag. 218.
-
-1176. Othman-ibn-Jusuf-el-Howari vende al prete Pietro ec. una casa in
-Palermo. Diploma arabico dell’Archivio di Palermo, inedito.
-
-1180. Abu-l-Abbas-Ahmed-et-Tamimi e l’Haggi-Abu-l-Fadhl vendono un
-podere nel territorio di Palermo all’Arcivescovo Gualtiero Offamilio.
-Diploma arabico della Cattedrale di Palermo, inedito.
-
-1183. Mes’ud-Koresci e un suo figlio vendono una casa in Palermo alla
-dama Margherita. Diploma arabico dell’Archivio di Palermo, inedito.
-
-1190. Zeinab-bent-Abd-Allah-Ansari vende a Niccolò Askar una casa in
-Palermo. Diploma arabico della Cattedrale di Palermo. Gregorio, _De
-supputandis_, pag. 40.
-
-1192. Hosein e Meimun suo figlio vendono al monastero del Cancelliere
-una loro casa in Palermo. Diploma greco, presso Trinchera, _Syllabus_,
-ec., pag. 315.
-
-1193. Ibrahim-ibn-Mohammed-Koresci vende al cristiano Giulio una casa
-in Castrogiovanni. Diploma arabico dell’Archivio di Palermo, inedito.
-
-1196. Costanza figliuola di Abu-l-Fadhl vende de’ beni urbani. Diploma
-greco, presso Morso, _Palermo Antico_, pag. 368.
-
-[604] Oltre i diplomi, lo provano le _Consuetudini di Palermo_, citate
-dal Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. I, nota 11.
-
-[605] Le notizie che do sul prete Scholaro son cavate dalle traduzioni
-latine di tre diplomi greci del 1099, 1114, e 1128 (o 1130) pubblicate
-dal Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1003 segg., e da’ comenti del Pirro;
-il quale argomenta il nome di famiglia da quello che porta in due
-altri diplomi del 1162 e 1184, Ula figlia del figliuolo primogenito
-del fondatore (op. cit., pag. 1009). Mi par che Scholaro non si debba
-tenere col Pirro nome proprio, ma soprannome tolto dalle σχόλαι,
-ossia guardie del corpo degli imperatori bizantini, nelle quali
-avesse incominciata la sua avventurosa vita il futuro abate Saba. Le
-traduzioni, come opera del celebre Costantino Lascari, meritano fiducia
-in questi diplomi, perchè non vi occorrono quelle parole tecniche di
-gius pubblico Siciliano che il dotto ellenico mal conoscea. Qualche
-difficoltà che occorre, come il titolo di re dato a Ruggiero II, il
-1114 e il 1128 (pag. 1005), potrebbe nascere da errori sulla copia
-della versione, della quale il Pirro ebbe alle mani parecchi esemplari
-diversi l’un dall’altro.
-
-Il diploma del primo conte Ruggiero attesta così i meriti del Prete
-Scholaro: _Igitur, quoniam et tu prædictus Scholarius perfectam erga
-nos habuisti et optimam intentionem, promptitudinem et conscientiam;
-fidelissimus existens in omnibus rebus nostris, et summa exercens
-ministeria, et servitia nobis, restituere tibi voluimus parva munera
-pro tuis maximis et honestissimis ministeriis ac servitiis: pro quibus
-donamus,_ ec.
-
-[606] Si vegga il lib. III, cap. ix, e lib. IV, cap. viij, pag. 187,
-nota 3, e pag. 353 nota 1, del 2º volume. I luoghi d’Ibn-el-Athîr e del
-Nowairi quivi citati si trovano nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pag.
-284 e 437.
-
-[607] Si vegga il lib. IV, cap. iv, pag,. 282 segg. del 2º volume.
-Giawher è detto il kâid da Makrizi, _Mewâ’iz_, ediz. di Bulâk, tomo II,
-pag. 273, e nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pag. 669.
-
-[608] Erano la più parte Spagnuoli e vi occorre anco de’ Genovesi e de’
-Veneziani. _Presentibus archaido Lodovico Alvares, archaido Andreuccio
-Cibo, conestabilibus stipendiariorum christianorum_ ec., leggesi
-nella traduzione contemporanea del trattato di commercio stipulato
-tra Pisa e Tunis il 1353, ch’io ho pubblicata nei _Diplomi Arabi
-dell’Archivio fiorentino_, pag. 308. Si vegga anco la Prefazione mia a
-quella raccolta, pag. xxij e xliv e nota 7 della pag. 175. Occorre il
-nome dell’Alcayt-Ferrau-Iove in un diploma del 1315, presso Capmany,
-_Memorias historicas.... de Barcelona_, Docum. XXXI, pag. 62.
-
-[609] Diploma catalano del 1313, presso Capmany, _Memorias historicas_,
-ec. tomo IV, Docum. XXVI, art. 6, e Dipl. del 1323, Docum. XLII, art.
-5, e 16.
-
-[610] Lib. IV, cap. xij, pag. 420, 421 del 2º volume.
-
-[611] Lib. V, cap. ij, iij, iv, pag. 68, 70, 75, 99, 130 del presente
-volume. Notisi che Amato, nel luogo citato da me alla pag. 75, con
-molta precisione chiama _amirail_ il capo del governo musulmano in
-Palermo, mentre egli ha dato a’ condottieri e castellani il titolo di
-_cayt_.
-
-[612] Platee greco-arabiche de’ vassalli del vescovo in Catania e in
-Aci, delle quali la seconda data del 1095 e la prima, rinnovata molti
-anni appresso, va riferita senza dubbio allo stesso tempo.
-
-[613] Diploma latino del 9 dicembre 1092 presso Pirro, _Sicilia Sacra_,
-pag. 522, 523.
-
-[614] Diploma greco del 1123, presso Spata, _Pergamene_, ec., pag. 410.
-
-[615] Diploma greco-latino del 1132, presso Spata, op. cit., pag. 426.
-
-[616] Diploma arabo-greco del 1172, nel _Tabulario_, ec. della
-Cappella Palatina di Palermo, pag. 30 e seg. Quivi tra i testimonii
-della delimitazione di un podere, sono nominati Giovanni figlio dello
-ammiraglio Giorgio, Niccolò Logoteta, Abu Tâib e Mukhlûf, detti nel
-testo greco οι καΐτοι τῶν τοξότων e nella parafrasi arabica _kaix
-degli Arcieri_ ed un γέρον καΐτος Chapzis (leggesi Hamza), il quale
-nell’arabico è detto _sceikh_ e _kâid_ senz’altro. Nel testo greco
-inoltre è data la qualità di kaid a un Niccolò che nell’arabico è detto
-_Farrâse_ (gli editori lesser male Carasc) che significa propriamente
-cameriere, colui che bada a’ tappeti, ai letti, ec.
-
-Così questo diploma cita dei _kâid_ delle tre classi poste da noi, cioè
-i primi quattro condottieri, il quinto nobile, e il sesto cameriere di
-corte.
-
-Ritornando alla prima classe, si rammenti che Ibn-Giobair fa menzione
-di una schiera di schiavi negri musulmani, i quali servivano
-Guglielmo II sotto un kâid della stessa lor gente: nel _Journal
-Asiatique,_ dicembre 1815, pag, 509, e traduzione francese pag. 540; e
-nell’_Archivio Storico Italiano_ Appendice al vol. IV, pag. 33.
-
-[617] _Kâid_ Barûn, direttore, diremmo noi, del Demanio; diploma
-dell’aprile 1150, mal pubblicato dal Caruso nella _Biblioteca Sacra_,
-ec. Palermo, 1834, pag. 28, del quale ho miglior copia per cortesia
-del professore Cusa. Pare sia lo stesso paggio (_fatâ_) Barun, il cui
-nome si legge in un frammento d’iscrizione monumentale nella casa
-del Municipio di Termini. Imâd-Eddin, nella _Kharida_ (_Biblioteca
-Arabo-Sicula_, testo, pag. 581,) novera tra i poeti siciliani un
-Giâfar-ibn-Barûn.
-
-_Gaitus Ricon_ (?)_ domini regis Magister Camerarius et familiaris, e
-Gaytus Maranus, domini regis magister et familiaris,_ soscritti in un
-diploma del 1167, nel _Tabulario_ della Cappella Palatina di Palermo,
-pag. 25.
-
-Καΐτος Βονλκατάχ, uno degli Arconti della corte, diploma greco del
-1168, presso Spata, op. cit., pag. 440.
-
-_Caitus Riccardus_, capo dei Segreti, diploma di origine greca, dato
-il 1169, traduzione latina, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1017, e
-il medesimo in un diploma greco del 1183, presso Spata, op. cit., pag.
-291.
-
-_Gaitus Martinus,_ già morto, camerario del re. Diploma latino del
-1172, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 454.
-
-_Gaytus Johannes_, camerario del re. Diploma latino-arabico del 1187,
-nel _Tabulario_ della Cappella Palatina di Palermo, pag. 37, 38. Quivi
-è citato nel lesto latino il _Gaytus Riccardus_ di cui si è detto
-poc’anzi, e lo si vede soscritto in arabico tra i testimonii col titolo
-di _Kâid_. Al contrario il _Gaytus_ Giovanni è pria nominato e poi
-sottoscritto nel testo arabico _Fatâ_, cioè paggio della corte e _Fatâ_
-anco un Ammâr testimonio. Il Morso, il quale trascrisse e tradusse
-cotesto diploma, lesse erroneamente in luogo di _Fatâ_ la voce _Kata_
-che non significa nulla, e identificò questa con Gaytus, cioè _Kâid._
-
-[618] Presso Caruso, _Bibl. Sicula_, pag. 463.
-
-[619] Testo nel _Journal Asiatique_, dicembre 1845, pag. 552, e nella
-edizione di Wright, pag. 315; traduzione francese nel detto _Journal_,
-gennaio 1846, pag. 203; e traduzione italiana nell’_Archivio Storico
-italiano_, vol. IV, Appendice nº 16, pag. 46.
-
-Lo stesso autore, edizione del Wright, pag. 146, denota con la voce
-_Za’im_ il capo d’una tribù araba ch’ei vide cavalcare allato a
-Self-el-islam, fratello di Saladino, quando quegli entrava solennemente
-alla Mecca. Il _Kamûs_ le dà lo stesso significato di capo d’una gente
-e signore; colui che ha dritto di parlare a nome della gente o se
-ne fa mallevadore. Mawerdi, scrittore di Baghdad al X secolo, chiama
-_Zâim_ il capo supremo d’un esercito, testo, edizione Enger, pag. 67;
-e Makrizi, narrando la morte del Sultano mamluko Khalil che seguì allo
-scorcio del XIII secolo, gli mette in bocca le parole ch’ei non si
-tenesse principe, ma solo _Za’im_ dell’esercito: _Histoire des Sultans
-Mamlouks_, traduzione di Quatrémère, tomo II, parte I, pag. 153. Si
-vegga anche il _Lobb-el-Lobâb_, pag. 108, 109 del Supplemento. Da ciò
-si ritrae come, non ostante i significati particolari presi in varie
-circostanze, questo vocabolo torni sempre a capo elettivo o ereditario,
-e di fatto si avvicini di molto al barone del medio evo cristiano.
-
-[620] _Gaytus Micheret de Jatino_, testimonio in un diploma latino del
-1133 presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 774.
-
-_Gaitus Abdi Malach_, venditor di un podere al Vescovo di Girgenti tra
-il 1157 e il 1171, presso Pirro; op. cit., pag. 698.
-
-_Gaitus Maimon_ e καϊτ ἀυδερραχμεν, de’ Saraceni di Siracusa; _Gaitus
-Hamar_, e _Gaitus Brahim_ di que’ del vicino casale di Aguglia,
-testimonii in un diploma greco latino del 1172, presso Spata,
-_Pergamene_, ec., pag. 414.
-
-_Gaytus Ramun_ di Michiken.... _Gaytus Humur_ dello stesso luogo,
-_Gaytus Aly-el-Bonifati_ di Gurfa.... _Gaytus Abdelguaiti_, id...
-_Gaytus Aly Petruliti_ di Yhale.... _Gaytus Husein_ di Cassaro (in
-val di Mazara) testiinonii con altri molti, in un atto greco-arabico
-del 1175, del quale una traduzione latina del XIII secolo si legge
-presso Gregorio, _De supputandis_, etc., pag. 52 segg., e presso Spata,
-_Pergamene_, pag. 453. Alcun di costoro è intitolato anche Sceikh, come
-il Kâid Hamza, di cui nel diploma del 1172 citato qui innanzi, pag. 262
-nota 3.
-
-[621] Riccardo da San Germano, _Chronicon_, presso Caruso, _Bibl.
-Sicula_, pag. 547, anno 1190.
-
-[622] Si veggano i nomi di quattro kaid di Arcieri nel Diploma del
-1172, citato di sopra e l’attestato d’Ibn-Giobair.
-
-[623] Si veggano i molti Gayti citati dal Falcando presso Caruso,
-_Bibl. Sicula_, passim, e gli altri nomi cavati da’ diplomi che abbiam
-tutti citati a pag. 263. Leggiamo un _Arabicus miles,_ soscritto da
-testimone in un diploma latino dei 1151 presso Pirro, _Sicilia Sacra_,
-pag. 933. Probabilmente precedea l’iniziale del nome che non si potè
-leggere o fu saltata nella stampa. Il testimonio parmi un _kâid_ che
-traduceva il suo titolo di nobiltà nel linguaggio latino del tempo.
-
-[624] Diplomi dell’imperatore Federigo, dati il 16 dicembre 1239, 12
-marzo e 15 aprile 1240, nella _Historia diplomatica Friderici II_, tomo
-V, pag. 596, 820, 902. Diploma del 1274, nel _Tabularium_ ec. della
-Cappella Palatina di Palermo, pag. 82, segg.
-
-Da questi si scorge che il _gaito_ di Palermo fosse l’amministratore
-diretto dei beni demaniali nella città e territorio di Palermo, sotto
-l’autorità del Segreto della Provincia. Il diploma del 1274 mostra che
-quell’uficio non durò oltre il regno di Manfredi e ch’era annuale e
-forse dato in appalto.
-
-[625] _Innocentii III Epistolæ_, Libro IX, ep. 158, edizione di Parigi
-1791, in-fol. nei _Diplomata Chartæ_, etc. di Brequigny, Part. II,
-tomo I. Archadio et universis Gaietanis, etc. Si corregga Jati il nome
-topografico Jaci.
-
-[626] _Considerazioni_, lib. I, cap. I, pag. 6, nota 40. Lo squarcio
-di Leone Affricano che indusse in errore il Gregorio, è dato da lui
-medesimo in nota, nel _Rerum Arabicarum_, pag. 238. Si vegga ciò che
-noi abbiam detto di quell’erudito musulmano nel lib. I, cap. X, pag.
-236 del 1º volume.
-
-[627] Diploma latino del 1091; presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag.
-521.... _et ego cum exercitibus militum meorum fortiter laboravi....
-patiundo diversa pericula in terra et in mari et immensam famem et
-nimiam sitim ad invicem: numerus autem illorum meorum militum qui
-in acquisitione terre Sicilie mortui sunt, soli Deo et Sanctis ejus
-cognitus est; mihi vero, cum omnibus aliis hominibus incognitus_.
-
-[628] Si vegga un Diploma del 1114, presso Pirro, _Sic. Sacra_, pag.
-1177.
-
-[629] Il diploma si legge nel Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 520. Diremo
-nel capitolo seguente la ragione per la quale le terre di minor conto
-mancano nelle prime circoscrizioni delle Diocesi. Non facciamo il
-medesimo confronto per Randazzo, nè per le altre colonie lombarde della
-diocesi di Messina, perchè ci è sospetto d’interpolazione il primo
-documento, dato il 1082, che il Pirro pubblicò, op. cit., pag. 495,
-sopra una copia del XVI secolo.
-
-[630] Cap. VIII, pag. 231 di questo volume.
-
-[631] Si vegga il cap. IV di questo libro, pag. 107 del presente vol.
-
-[632] Diploma greco, presso Spata, _Pergamene_, pag. 409 segg.
-
-Ha sbagliato il signore Spata supponendo _mariti_ entrambi della
-Moriella, normanna, come si argomenta dal nome, e signora del villaggio
-di Pitirrana, i due musulmani _vassalli_ di lei, che avean già
-posseduto il molino. La voce ἄνθρωπος nel medio evo ebbe anche questo
-significato, e qui l’è evidente.
-
-[633] Malaterra, libro II, cap. xlv; Leone d’Ostia, libro III,
-cap. xvj, presso Caruso, _Bibl. Sicula_, pag. 201, 280. I luoghi
-di Eadmero e di Romualdo Salernitano sono trascritti dal Gregorio,
-_Considerazioni_, libro I, cap. vij, note 16, 17. Non può allegarsi
-l’Amato nè pro nè contro, poichè il traduttore francese, accennando
-(libro VI, cap. xxj, pag. 182), al fatto stesso narrato dal Malaterra,
-dice che Roberto: _donna... toute la Sycille_, senza definire
-altrimenti la natura della concessione.
-
-[634] Diplomi del 1082, 1091 e 1099, il primo dei quali ne’ _Regii
-Neapolitani Archivii Monumenta_, tomo V, pag. 97, e gli altri due
-presso Trinchera, _Syllabus graecarum membranarum_, etc., pag. 68,
-85; diploma del 1094, citato dal Gregorio, _Considerazioni_, libro I,
-cap. vij, nota 19; diplomi di Roberto e del suo successore, dati il
-1079, 1083, 1084, 1092, e suggelli di piombo, presso Buchon, _Nouvelles
-Recherches sur la principauté française de Morée_, volume II, parte I.
-Paris, 1843, pag. 360, 361.
-
-[635] Diplomi del 1081 e 1094, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1016
-e 771.
-
-[636] Si vegga il Gregorio, _Considerazioni_, libro I, cap. vij, pag.
-151.
-
-[637] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 770, 842. Diplomi del 1091 e
-del 1093.
-
-[638] Gregorio, loc. cit.
-
-[639] _Somma della Storia di Sicilia_, cap. XIX, pag. 84, segg. del
-vol. II.
-
-[640] Si vegga questo libro V, cap. j, iij, v, vij, pag. 28 segg., 43,
-a 54, 87 ad 89, 141 segg. 182, 183.
-
-[641] Si vegga il cap. ij, di questo libro, pag. 77 segg., e il cap.
-iij, pag. 82 segg., 94 segg.
-
-Roberto die’ soltanto 100 uomini d’arme nel 1068. Veggasi la p. 104.
-
-[642] Cap. v, pag. 133.
-
-[643] Cap. vj, pag. 161.
-
-[644] Cap. viij, pag. 183, 184 segg.
-
-[645] Si vegga a questo proposito il Gregorio, _Considerazioni_, libro
-I, cap. vij, pag. 142.
-
-[646] Op. cit., libro I, cap. vij, citando nelle note 17 e 18, il
-contemporaneo Abate di Telese.
-
-[647] Loc. cit., nota 16, da un diploma.
-
-[648] Diploma, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 80, 81.
-
-[649] In _Prolocutorio panormitani palatii_. A fin di evitare la voce
-parlatorio, che mal suonerebbe, mi è parso di usare quella antica
-dizione fiorentina.
-
-[650] Diploma presso Pirro, op. cit., pag. 84, 85. In questa carta
-l’arcivescovo Pietro, papalino de’ suoi tempi, non curando il
-plebiscito, chiama tuttavia duca il re Ruggiero.
-
-[651] Diploma senza data, presso Pirro, op. cit., pag. 696, citato dal
-Gregorio, libro I, cap. vj, nota 7. Quivi la parola _etiam_ (partem)
-va corretta _tertiam_; come risulta d’altronde da un diploma del 1142,
-presso Pirro, op. cit., pag. 698, nel quale re Ruggiero confermava il
-provvedimento del padre.
-
-[652] Diploma del 1093, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1016, che
-mi sembra traduzione dal greco.
-
-[653] Diploma del 1105, ed un altro senza data da riferirsi anco
-ai primi principii del XII secolo, citato in uno del 1133, presso
-Gregorio, _Considerazioni_, libro I, nota 30 al cap. ij, e nota 4 al
-cap. v. Squarcio di un diploma del 1108, e citazioni di altri, presso
-Pirro, _Sicilia Sacra, Chronologia_, pag. xiii.
-
-I primi conti di Terraferma e il primo Ruggiero di Sicilia son
-intitolati sovente consoli nell’Anonimo, contemporaneo di re Ruggiero,
-presso Caruso, _Bibliotheca Sicula_, pag. 834, 836, 843, 844, 854, 855,
-856, e nella traduzione francese, edizione di Champollion, pag. 276,
-277, 290, 312.
-
-[654] Oltre i molti e notissimi attestati degli scrittori ch’e’ sarebbe
-superfluo a citare, veggansi i diplomi del 1028, 965 e 1036, ne’ _Regii
-Neapolitani Archivii Monumenta_, tomo IV, pag. 206, e tomo VI, p. 147,
-150, ec. e le monete, presso San Giorgio Spinelli, _Monete Cufiche_,
-pag. 4, 140, 145, 146, 248.
-
-[655] Guglielmo di Puglia, libro I.
-
- _........ Gallorum exercitus urbem_
- _Condidit Aversam, Rannulfo consule tutus_
-
-[656] _Considerazioni_, libro II, cap. vij, pag. 174 segg.
-
-[657] Si riscontri il cap. viij del presente libro, pag. 228.
-
-[658] Presso Gregorio, _Considerazioni_, libro II, cap. iv, nota 15.
-
-[659] Op. cit., libro I, cap. iv, nota 23.
-
-[660] Op. cit., libro I, cap. v, nota 3.
-
-[661] Op. cit., libro II, cap. vij, nota 23.
-
-[662] Libro I, cap. ix, e libro II, cap. xij, pag. 208 segg. e 472
-segg. del Iº vol., libro III, cap. i e iij, e libro IV, cap. xj, pag.
-10 segg., 397 segg. del 2º volume.
-
-[663] Questo argomento è trattato, con molta critica ed autorità di
-citazioni, dal Mortreuil, _Histoire du Droit byzantin_, Paris, 1843-6,
-volume III, pagg. 49, 75 ad 82.
-
-[664] _Considerazioni_, libro II, cap. vij, nota 21.
-
-[665] Si veggano i fatti di varie città dell’Italia Meridionale,
-ricordati nel presente libro, cap. i e ij, pagg. 31, 37, 38, 51, 52, 87
-a 89.
-
-[666] Diploma senza data, da riferirsi all’XI secolo, presso Trinchera,
-Syllabus, Appendice, pag. 557. I detti uomini pagavano εὶς τὸ πλεμικόν.
-
-[667] Si vegga il cap. ij di questo nostro libro, pag. 82, 85, 90 del
-volume.
-
-[668] Diplomi greci del 1094, 1105, 1136, 1182, 1168, 1171, 1217, 1225,
-presso Spata, _Pergamene_, pagg. 180, 188, 203, 266, 293, 437, 274,
-309 e 312, 327 e 330; e diploma greco del 1140 nel _Tabularium_ della
-Cappella Palatina di Palermo, pag. 28, col transunto arabico, nel quale
-cotesti Arconti della Corte son detti vizir, ch’era il nome arabico
-dell’ufizio. All’incontro è adoperato il mero titolo in tre diplomi
-arabici di Sicilia inediti del 1144 e 1145, poichè quivi il vocabolo
-ἄρχον è esattamente trascritto, non tradotto e, come voce straniera,
-prende al plurale la forma arâkinah, secondo le regole grammaticali.
-Non cito gli altri diplomi greci, ne’ quali l’emir degli emiri, primo
-ministro dei re di Sicilia, è intitolato Arconte degli Arconti.
-
-[669] Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 247. Il Lascari in
-una traduzione latina quivi stampata a pag. 253, traduce lo stesso
-vocabolo dominus.
-
-[670] Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 244.
-
-[671] Diploma greco, op. cit., pag. 266.
-
-[672] Diploma greco, op. cit., pag. 286, 288.
-
-[673] Diploma greco, op. cit., pag. 438, 439. Nello stesso atto, pag.
-437, sono nominati gli Arconti del Segreto, cioè i Direttori di Finanza
-della Corte.
-
-[674] Diploma citato del 1188, presso Trinchera, Syllabus, pag. 297.
-
-[675] Il _Thesaurus_ di Henri Etienne, ediz. di Hase, etc. dà alla voce
-Ἄρχων i soli significati antichi; ma spiega Ἀρχοντία, etc., prefettura
-del basso impero. Il Glossario greco del Ducange cita invece il
-significato più moderno, cioè nobili e baroni ed anco l’Arconte degli
-Arconti di Costantino Porfirogenito. Ma le compilazioni di dritto alle
-quali si riferisce il Mortreuil, _Histoire du Droit byzantin_, vol.
-II, pag. 375 e 421, e vol. III, pag. 95, mostrano mantenuto nel X, XI
-e XII secolo il significato di supremo magistrato giudiziale. Nella
-stessa opera, vol. III, pag. 68, veggo che i corpi de’ dignitarii della
-Chiesa si chiamassero anco Ἀρχοντικία, e le citazioni delle pagg. 81-82
-provano dato quel titolo ad alcun ufizio municipale.
-
-[676] Traduzione d’un diploma greco, presso Pirro, _Sicilia Sacra_,
-pag. 300. Vi si leggon anco i senes Noti e i senes Rosati; ma questi
-nomi topografici sembrano sbagliati, perchè Noto giace in altra regione
-e Rosato non si ritrova in altre carte.
-
-[677] Γέρουσία. Diploma greco, presso Spata, _Pergamene_, pag. 410.
-
-[678] Traduzione latina d’un diploma greco di novembre 1104, presso
-Gregorio, _Considerazioni_, libro I, cap. iij, nota 10. Quivi si fa
-cenno di sacerdoti, _simul considentibus_, con gli Anziani e poi di
-testimonianza di molti Buoni uomini. Ma il testo forse metteva questi
-insieme con gli Anziani e la traduzione, che il Gregorio confessa
-inesatta, alterò il senso.
-
-[679] Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 285 segg.
-
-[680] Idem, ibid., pag. 293 segg.
-
-[681] Diploma greco del 1138, inserito in uno del 1188, presso
-Trinchera, _Syllabus_, pag. 297. I Buoni uomini e gli Anziani doveano
-determinare tutte le appartenenze d’un feudo recentemente conceduto:
-boschi, vigne, ec., fino a’ villani ed a’ borghesi.
-
-[682] Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 438.
-
-[683] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 774. Invece di Catinae, si
-dee legger quivi Jatinae, della qual terra si tratta e non di Catania.
-Gli Anziani in questo diploma, scritto originariamente in latino,
-sono detti majores natu, traduzione literale di sceikh. L’altra terra
-nominata è Mertu, villaggio or distrutto in provincia di Palermo.
-
-[684] Diploma greco-arabico, nel _Tabularium_ della Cappella Palatina
-di Palermo, pag. 29.
-
-[685] Traduzione latina del XIII secolo, dal greco e dallo arabico,
-pubblicata dal Gregorio, _De Supputandis_, pag. 34 e segg. e meglio
-dallo Spata, _Pergamene_, pag. 451 seg. È da notare che la traduzione
-dall’arabico ha il solo vocabolo _senes_ che risponde a sceikh;
-ma nella traduzione dal greco si legge _senes de regimine terrarum
-adiacentium_. Dond’ei sembra che la voce γέροντες fosse seguita da
-qualche altra che la specificava o che il traduttore avesse aggiunto
-_de regimine_, per mostrare che si trattasse di Anziani e non di
-vecchi.
-
-[686] Diploma greco del distrutto archivio Capitolare di Messina. Una
-copia procacciatane dal canonico Schiavo, serbasi nella Biblioteca
-comunale di Palermo, Q. q. H. 4, fog. 321; dalla quale il Tardia e il
-Morso trasser quelle che si ritrovano nella stessa Biblioteca, Q. q.
-F. 143 e Q. q. E. 172, fog. 427. Avvene di più una traduzione latina,
-Q. q. G. 12, fog. 55. 56. E questa è la stessa, di cui die’ un pezzo
-il Gregorio, a proposito de’ maestri de’ borghesi, come or or diremo.
-Avvertasi che il Ms. è citato dal Gregorio con l’antico posto, Q. q. H.
-15. Debbo la copia greca e latina di questi diplomi al dotto mio amico
-Isidoro La Lumia.
-
-[687] Diploma arabico della cattedrale di Palermo e nuova spedizione
-del medesimo nel 1154, mai pubblicati dal Gregorio e poi dal professor
-Caruso nella _Biblioteca Sacra_, Palermo, 1834, vol. II, pag. 46 segg.
-
-[688] Diplomi del 1122, 1217, 1223, 1224 e 1225. presso Spata, op.
-cit., pag. 256, 313, 314, 315, 317, 322, 323, 329, 330.
-
-[689] Il primo è diploma greco, presso Spata, _Pergamene_, pag. 216;
-il secondo, squarcio di traduzione latina d’un diploma greco, presso
-Gregorio, _Considerazioni_, libro II, cap. II, nota 25; e gli ultimi
-due diplomi greci, presso Spata, op. cit., pag. 286, 293 segg. I nomi
-proprii mi sembrano mescolati greci e italici.
-
-[690] Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 261, ed a pag. 263,
-un transunto latino contemporaneo dove si legge la traduzione litterale
-_Boni homines_. Ancorchè l’editore non abbia avuta sotto gli occhi la
-pergamena originale, pure l’atto è da tenersi autentico, pei motivi
-ch’egli discorre nelle annotazioni. Ed ancorchè il testo greco sembri
-guasto in qualche luogo, pur non è in quello che ci importa; cioè
-dove i Buoni uomini dicono chiaramente: Noi abbiamo conceduti i beni.
-E _noi_ significa il comune piuttosto che le persone, poichè erano
-trascorsi necessariamente moltissimi anni dalla concessione. De’ nomi
-proprii di cotesti Buoni uomini, laici o chierici, la più parte mi
-sembrano greci o latini e due soli oltramontani.
-
-[691] Diploma d’ottobre 1204, del quale v’ha copia tra i Mss. della
-Biblioteca comunale di Palermo, Q. q. G. 12. fog 114, citato per la
-prima volta dal La Lumia, per provare la esistenza de’ giurati in quel
-tempo, quando il Gregorio li trovava per la prima volta dal 1222 al
-1231. Si vegga l’opera di quel mio dotto amico, _Storia della Sicilia
-sotto Guglielmo il Buono_, Firenze, 1867, in 12º, pag. 200. Avuta copia
-di questo documento dallo stesso La Lumia, mi par di pubblicarlo, come
-quel che rivela la forma del municipio lombardo di Sicilia ai tempi
-normanni, ai quali va riferita manifestamente la istituzione.
-
-_In nomine Dei Eterni Salvatoris omnium, Jesu Christi, Amen. Anno
-felicis suæ Incarnationis Millesimo Ducentesimo quarto, mense octobris
-Nonæ Indictionis. — Quoniam acceptum est illi per quem salus venit
-in mundum, et interest opera civitatis haud minimum judicare, fundare
-Ecclesias, et fundatas pia sollicitudine promovere; inde est quod Nos
-Rogerius de Drusiana et Joseph de Ytalia, de regio mandato instituimus
-una cum cæteris Bonis hominibus, et universo populo Nicosino; cum in
-honore et titulo Salvatoris fundassemus Ecclesiam in montem appellatam
-Sancti Salvatoris in terra Nicosini, ut in eadem Ecclesia acceptum Deo
-et sollemnius serviatur quantum vestra interest, et licet laicis de
-Ecclesiis ordinare, eamdem Ecclesiam ad jurisdictionem transferimus
-Sanctæ Ecclesiæ Latinensis cum omnibus possessionibus, et cæteris
-bonis, quae ipsa hodie habet, et in futurum est, Deo propitio,
-habitura. Salvo jure Sanctæ Messanensis Ecclesiæ cui ipsa tenetur
-persolvere tarenum annuum pro incenso._
-
-_Ad hujus autem nostræ concessionis memoriam, et robur in perpetuum
-valiturum, per manus Magistri Johannis Rocté (?) presens scripta est
-pagina et subscriptarum personarum testimonio roborata. Anno, mense
-et Indictione præscriptis. Regnante Domino nostro serenissimo Rege
-Frederico, anno (Dei gratia) octavo._
-
- ✠ _Ego Rogerius De Drusiana hoc concedo._
- ✠ _Ego Joseph de mandato regio Institucionem hanc confirmo._
- ✠ _Ego Robertus de Castello Bajulus hoc confirmo._
- ✠ _Ego Adam de Capicio hoc confirmo._
- ✠ _Ego Rogerius de la Nore Judex Juratus hoc confirmo._
- ✠ _Ego Nicolaus Maracava Judex Juratus hoc concedo._
- ✠ _Ego Robaldus Novus Bajulus eamdem confirmo._
- ✠ _Ego Robertus de Falco concedo._
- ✠ _Ego Nicolaus Botayctor concedo._
- ✠ _Ego Vivianus de Trohina concedo._
- ✠ _Ego Bartolomeus de Ansruna concedo._
- ✠ _Ego Guillelmus Ruffus concedo._
- ✠ _Ego Baribavayra Tuscus concedo._
- ✠ _Ego Alvarus concedo._
- ✠ _Ego Vitalis de Pistona concedo._
- ✠ _Ego Brunus fornator concedo._
-
-_Ex scripturis existentibus in Archivio Sanctissimæ Collegiata
-Capitularis Insignis Matris Ecclesia Sancti Patris Nicolai, Præcipui et
-Principalis Patroni hujus Urbis Nicosiæ, extracta est præsens copia —
-Collatione salva._
-
-_Notarius Dominus Petrus Franciscus Paulus de Gugliotta Archivarius._
-
-[692] Si veggano gli articoli di cotesta antica compilazione di
-diritto, citati da Hegel, _Storia della Costituzione de’ Municipii
-italiani_, Appendice pag. 419 segg. della traduzione italiana.
-
-[693] Nelle _Memorie della R. Accademia delle Scienze in Torino_, 2ª
-serie vol. XIII, pagg. 32, 50, 57, 99.
-
-[694] Ducange, Glossario latino, ultima edizione, alla voce _Boni
-homines_.
-
-[695] _Considerazioni_, lib. II, cap. vij, pag. 182, 183.
-
-[696] Ducange, Glossario latino alla voce _Magister_, e Glossario
-greco, alla voce Μαγίστερ. Nella lunghissima lista, che prende sedici
-colonne dell’ultima edizione del glossario latino, una sola fiata
-questo vocabolo pare scambiato con _major_ nei _magistri communiae_ o
-_magistri civium_; ma l’esempio è posteriore al XII secolo.
-
-[697] Si vegga la citazione che abbiamo fatta in questo medesimo libro
-cap. viij, pag. 219.
-
-[698] Oltre il supposto del Gregorio, così pensa anco l’Hartwig,
-_Codex Juris municipalis Siciliae_, Parte I, Cassel, 1865, pagg. 40,
-41. Al ragionamento del dotto giureconsulto alemanno io oppongo che i
-_majores civium_ di Messina nel XII secolo e que’ di Palermo in tempo
-indeterminato, ch’egli cita, i quali tornano secondo me al XIV secolo,
-significano evidentemente i rappresentanti del municipio, Buoni uomini,
-Anziani, o comunque si chiamassero nelle due città primarie dell’isola,
-non già i capi del mnnicipio, sindaci o giurati. Perciò gli ufizi non
-sono meno diversi l’un dall’altro che i significati de’ due titoli.
-
-[699] De’ due documenti citati dal Gregorio, de’ quali ho avuta testè
-la copia per favore del dotto mio amico Isidoro La Lumia, quel di
-Collesano non offre se non che una soscrizione in mezzo a molte altre
-di testimonii, dalla quale si può argomentare solamente che il maestro
-di borghesi fosse ammesso nelle grandi solennità a corte del feudatario
-di Collesano. L’altro è la sentenza della quale abbiamo fatta menzione
-testè a pag. 285. Da cotesto atto si ritrae che Ruggiero, _maestro
-della Borghesia di Traina_, e Meles _figlio del maestro dei Borghesi_,
-erano stati chiamati come assessori in un giudizio di confini, con
-molti altri anziani di quella città ed anziani e Buoni uomini di
-altre terre vicine. Ma questo Ruggiero è nominato dopo tre persone,
-il Cantore cioè del Capitolo, un Canonico ed un Roberto Galabeta. Non
-sembra egli dunque il capo del municipio. Il figlio è soscritto dopo
-altre sei persone.
-
-[700] Nel diploma dianzi citato è soscritto, dopo Adelicia nipote di re
-Ruggiero, il figliuolo di lei Adamo Avenel.
-
-[701] Nel diploma del 1142 citato dianzi, abbiamo i seguenti nomi degli
-Anziani di Traina, ch’io divido secondo che mi sembra la loro nazione:
-_francesi_ signor Josfré (Jeoffroi) cantore (della cattedrale), signor
-Renò (Reinault?) canonico; _italici_ Guglielmo Maleditto, Giovanni
-Longobardo, il monaco Filadelfo Oca; _greci_ Roberto Galabeta, Riccardo
-Gambro, Giovanni Catrobarba, Notaio Leone Cutzaniti, Meles, figlio del
-maestro de’ Borghesi e altri. I francesi, come si vede anco da altri
-diplomi, richiedeano sempre il titolo di _sieur_, κύριος. Il maestro
-della borghesia avea per nome Ruggiero.
-
-[702] Dati del 1421 e pubblicati da Orlando, _Un Codice di Leggi e
-Diplomi Siciliani_, Palermo, 1857, in-8, pag. 139 segg.
-
-[703] Diplomi del 1340 e 1392, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pagg.
-410, 849.
-
-[704] Diploma inedito del Regio Archivio di Palermo, dato il 1140,
-scritto in lingua arabica con caratteri ebraici.
-
-[705] Si vegga il passo di questo scrittore, nel presente nostro libro
-V, cap. iv, pag. 130 del volume.
-
-[706] Si veggano le citazioni qui sopra a pag. 284 a 286.
-
-[707] Quantunque cotesta mi sembri l’origine più probabile de’ geronti
-di Sicilia, non debbo tacere che i _Boni homines_ della Terraferma
-italiana fossero anco detti nel medio evo _Seniores civitatis_. Veggasi
-la _Lex_ romana del manoscritto di Udine citata poc’anzi a pag. 288,
-nota 1. Ma quella voce di origine romana non occorre sovente nella
-schiatta greca, se non che nella Sicilia del Medio evo.
-
-[708] Qui sopra a pag. 286, 287.
-
-[709] A buon diritto il La Lumia, _Storia della Sicilia sotto Guglielmo
-il Buono_, pag. 200, ha notati questi giurati di Nicosia del 1204, come
-ufiziali proprii del municipio. Ma parmi ch’egli erri ammettendo un
-«Capo municipale» di Centuripe su la fede della versione d’un diploma
-greco del 1183, presso Spata, _Pergamene_, pag. 293, dove ἐξουσιαστῆς è
-reso podestà. Potestà etimologicamente sta bene, ma non ha che fare col
-magistrato delle repubbliche italiane così chiamato, e probabilmente
-non accenna ad altro che al bajulo.
-
-Il citato diploma del 1172 si legge presso il Gregorio,
-_Considerazioni_, lib. II, cap. ij, nota 32.
-
-[710] Diploma del 1168, citato di sopra, presso Spata, _Pergamene_,
-pag. 438, 439.
-
-[711] Malaterra, lib. IV, cap. xvj.
-
-[712] Diploma latino del 1168, presso Gregorio, _Considerazioni_, lib.
-I, cap. iv, nota 4; diploma latino del 1133, op. cit., lib. I, cap.
-v, nota 4; diploma latino del 1145 presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag.
-800.
-
-[713] Si vegga il capitolo precedente, pag. 223, nota 5.
-
-[714] Diploma del 1197, presso Aprile, _Cronologia universale della
-Sicilia_, pag. 109. A pag. 111 è un diploma analogo di Federigo, dato
-il 1210.
-
-[715] Su i privilegi e consuetudini di Palermo e Messina, mi riferisco
-ai citati lavori del La Lumia, pag. 199, segg. e dell’Hartwig, op. cit.
-Di que’ di Catania abbiam fatta menzione poc’anzi.
-
-[716] Ho detto de’ quartieri di Palermo nel cap. iv del presente libro,
-pag. 118 del volume, e in altri luoghi quivi citati. Si vegga anco
-per l’Halka il cap. v, pag. 137. Il quartiere detto ne’ diplomi latini
-Seralcadi, risponde a quello chiamato degli Schiavoni nel X secolo.
-
-[717] Si vegga il cap. I, del presente libro, pag. 55, 56. La poca
-popolazione spiega il detto dell’Anonimo presso Caruso, _Bibl. Sic._,
-pag. 837, che Roberto, presa la città, _ordinolla_ a suo piacimento;
-se pur quel verbo non si riferisce al sistema di difesa, più che al
-governo civile.
-
-[718] Ciò ha notato con molta sagacità l’Hartwig, _Codex Juris munic.
-Siciliæ_, pag. 14, e certissima io tengo la importanza della città
-verso la metà del XII secolo; non così al 1060, come par che supponga
-il signor Hartwig. Non occorre aggiugnere ch’io consento appieno con
-lui sul valore dei diplomi messinesi del XII secolo.
-
-[719] Falcando, presso Caruso, _Bibliotheca Sicula_, pag. 404, 405,
-458, 469 e 477.
-
-[720] _Considerazioni_, lib. I, cap. ij, v, vj.
-
-[721] _Il Feudalismo in Sicilia_, Palermo, 1847, in-8.
-
-[722] Non si può attribuire che a Roberto capitano del l’esercito, il
-disegno di che fa parola il Malaterra dopo la occupazione di Palermo,
-cioè dividere tra Serlone e Arisgoto di Pozzuoli metà della Sicilia, o
-metà di quel ch’era dato a Ruggiero.
-
-[723] Lib. IV, cap. XV, presso Caruso, _Bibl. Sic._, pag. 235.
-
-[724] Diploma arabo-greco, inedito, della Chiesa di Catania, dato il
-1095.
-
-[725] Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. ij, pag. 20, 21; e
-confrontisi il diploma del 1094, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag.
-771. Si avverta che la Contea di Paternò fu conceduta al marchese
-Arrigo sotto la reggenza di Adelaide sua sorella.
-
-[726] Si legga il diploma, presso Fazzello, _Historia Sicula_, Deca I,
-lib. vj cap. 5.
-
-[727] Questo ultimo fatto è stato osservato sagacemente dal Gregorio,
-_Considerazioni_, lib. I. cap. ij, pag. 23.
-
-[728] _Utamur ea_ (praeda) _dividentes Apostolico more, prout cuique
-opus est_. Così lo fa parlare il Malaterra, lib. II, cap. xlij, presso
-Caruso, _Bibl. Sic._, pag. 197.
-
-[729] Si vegga il cap. vij del presente libro, pag. 187, e 192.
-
-[730] Mortreuil, _Histoire du Droit byzantin_, vol. I, pag. 297, vol.
-III, pagg. 58, 59.
-
-[731] Il fatto ricordato da noi nel cap. vij di questo libro, pag. 187,
-188, se pur lo s’abbia a credere, va ristretto alla conversione de’
-Musulmani dell’esercito, o degli schiavi. Non occorre dimostrare la
-utilità di convertire al cristianesimo l’universale della popolazione
-musulmana, massime delle grandi città. E Ruggiero di certo lo
-comprendea.
-
-[732] Si confronti l’epistola 24 del libro IX, di Gregorio VII, con le
-parole del Malaterra e con le date dei diplomi relativi alla Chiesa di
-Traina, riferiti dal Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 495. Si vegga anche
-Dichiara, _Opuscoli_, Palermo, 1855, in-8, pag. 134 segg.
-
-[733] _Proposui in Tragina construere episcopatum... tradidimus tibi
-gubernationem ejusdem episcopatus... Monasteria quoque habebis sub
-potestate. — Urbanus secundus mihi, ore suo sanctissimo et venerando,
-præcepit, nipote pater spiritualis... ecclesias ædificavi jussu summi
-Pontificis et Episcopos ibidem collocavi, ipso laudante et concedente
-et ipsos Episcopos consecrante. — Ecclesias ordinavi.... cui in
-Parochiam assigno quidquid infra fines subscriptos continetur. —
-Stephanus, cui in parochiam assigno_ e altre simili parole leggonsi nei
-diplomi del Conte, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 382, 520, 695,
-842. Urbano II stesso, nella bolla per la quale conferma il vescovo
-di Siracusa, op. cit., pag. 618, dice del conte Ruggiero: _Syracusanam
-itaque ecclesiam novissime restaurans.... Pontificem Syracusanæ elegit
-ecclesiæ.... a prodicto Rogerio concessa sunt infra hos terminos
-adjacentia_, etc. Si riscontri del resto il Gregorio, _Considerazioni_,
-lib. I, cap. vij.
-
-[734] Si vegga il Pirro, _Sicilia Sacra_, nella notizia di ciascun
-vescovato.
-
-[735] Diploma del 1090, pel monastero di San Filippo di Fragalà; del
-1092 per quel di Santa Maria di Mili; del 1093 per que’ di San Michele
-Arcangelo di Traina, di Sant’Angelo di Brolo e di San Pietro e Paolo
-d’Itala; del 1098 per quel di Santa Maria di Vicari, ec. presso Pirro,
-op. cit., pag. 1027, 1025, 1021, 1016, 1034, 294, ec.
-
-[736] Bolla del 1091, presso Pirro, op. cit., pag. 952, data di Mileto
-e però, com’e’ sembra, scritta d’accordo con Ruggiero.
-
-[737] Diploma del conte Ruggiero, dato il 1094, op. cit., pag. 771,
-772. L’abate di Lipari e di Patti ebbe poi titolo di vescovo il 1131.
-
-[738] Nel diploma di Ruggiero a favor del monastero d’Itala, citato
-poc’anzi, si legge che coloro che contravvenissero agli ordinamenti
-da lui dati per questo monistero, _auctoritate apostolica nobis
-tributa, sint et esse debeant anathemisati, jussu et prætextu Domini
-Summi Pontificis Urbani et omnium successorum Patrum_. E ciò oltre la
-sanzione dell’anatema che si solea porre nelle donazioni a chiese, la
-quale si legge in fine del medesimo diploma: che chiunque violasse la
-donazione _sit et esse debeat maledictus a consubstantiali Trinitate_,
-ec. Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1035.
-
-[739] Malaterra, lib. IV, cap. xxix, presso Caruso, _Bibl. Sicula_, p.
-247.
-
-[740] Malaterra, lib. IV, cap. vij, op. cit., pag. 231.
-
-[741] Malaterra, l. c.
-
-[742] Per abbreviare, mi riferisco al Gregorio, _Considerazioni_,
-lib. I, cap. ij, nota 13 e 15, su le concessioni feudali ch’ebbero i
-prelati.
-
-[743] Gregorio, op. cit., lib. I, cap. vj, pag. 130.
-
-[744] Gli stati di Ibn-Menkut, Ibn-Hawasci, Ibn-Meklati e della
-repubblica di Palermo, e quello d’Ibn-Thimna, surto più tardi,
-rispondono, su per giù, alle diocesi di Mazara, Girgenti, Catania,
-Palermo e Siracusa. Il Val Demone che die’ le diocesi di Messina e di
-Patti, era distinto d’altronde per la popolazione cristiana. Si vegga
-il nostro libro IV, cap. xij e xv, pag. 420 e 549 del 2º volume.
-
-[745] Le prime sei furono Palermo, Messina, Catania, Siracusa,
-Girgenti, Mazara, già nominate, 7. Patti e Lipari vescovo (1131) 8.
-Archimandrita di Messina, 9. Cefalù (1145), 10. Morreale (1182), 11.
-Lipari sola (1399), 12. Nicosia (1816), 13. Caltagirone (1816), 14.
-Piazza (1817), 15. Noto (1844), 16. Trapani (1844), 17. Caltanissetta
-(1844), 18. Vescovo di rito greco in Palermo: senza contare il vescovo
-di Malta (1089), nè la giurisdizione eccezionale dell’Abate di Santa
-Lucia, nè la sede d’Acireale, decretata il 1844 e poi non istituita.
-
-[746] Sendo stato quel di Palermo il solo vescovo che rimase in Sicilia
-poco innanzi il conquisto normanno, il conte Ruggiero fissò la diocesi
-per esclusione, descrivendo, tra il 1082 e il 1093, le tre che la
-circondavano. E però il primo atto che contenga la lista delle terre
-della diocesi palermitana scende fino al 1122.
-
-[747] Lib. IV, cap. iv, pag. 274 segg. del 2º volume.
-
-[748] Edrisi, testo, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pagg. 32, 36,
-37, 39, 40, 41, 42, 44, 50, 52, 55. Lo stesso autore parla degli iklîm
-nella descrizione d’altri paesi, per esempio dell’Affrica e della
-Spagna, come può vedersi nella traduzione francese de’ sigg. Dozy e De
-Goeje, a’ luoghi citati nel loro glossario sotto la voce iklîm.
-
-_’Aml_, è governo, anche nel significato di territorio assegnato al
-governatore _’Amil_.
-
-[749] Un diploma arabico della Chiesa di Palermo, dato il 1149, presso
-Gregorio, _De Supputandis_, pag. 34, cita l’iklîm di Giato. Uno greco
-arabico, inedito, del Monastero di Morreale, dato di maggio 1151, cita
-que’ di Corleone e Sciacca; un altro, anche inedito e greco-arabico
-della cattedrale di Palermo, dato del 1169, cita quel di Termini.
-
-[750] Sono le diocesi di Palermo, Mazara, Siracusa e Catania, presso
-Pirro, _Sicilia Sacra_, pagg. 82, 842, 618 e 520. Di quella di
-Girgenti, op. cit., pag. 695, abbiam solo i confini. Lasciamo addietro
-quella di Cefalù perchè la torna al XII secolo. E quella di Messina,
-op. cit., pag. 583, per sospetto che il testo sia stato alterato, come
-tanti altri diplomi messinesi.
-
-[751] Testo, nella _Bibl. Arabo-Sicula_, pag. 27.
-
-[752] Diploma del 1091, presso Pirro, op. cit., pag. 520.
-
-[753] Bolla di Callisto II, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 82.
-
-[754] Si confronti Edrisi con questi nomi e si vegga la _Carte Comparée
-de la Sicile_, etc., ch’io pubblicai a Parigi, insieme con M. Dufour,
-il 1859.
-
-[755] Diploma del Monastero di Morreale, arabico latino, dato il 15
-maggio 1182. La versione latina contemporanea si vegga presso del
-Giudice, _Descrizione del real Tempio ec. di Morreale_, appendice, pag.
-8 segg. Lo stesso documento pone 42 tra villaggi e ville nel territorio
-di Giato, che appartenne alla diocesi di Mazara e poi a quella di
-Morreale.
-
-[756] _Journal Asiatique_ di gennaio 1840, pag. 73, e nell’_Archivio
-Storico italiano_, Appendice N. 46 (1847), pag. 30.
-
-[757] Diploma arabico inedito della Cattedrale di Palermo, dato il
-1169, citato nella _Biblioteca Sacra per la Sicilia_, vol. II, Palermo,
-1834, pag. 45.
-
-[758] Diplomi greco-arabici del 1143 e 1172, nel Tabulario della
-Cappella Palatina di Palermo, pag. 13, 28.
-
-[759] Diploma del 1093 presso Pirro, op. cit., pag. 842.
-
-[760] Si vegga la citazione nel nostro lib. IV, vol. 2º, pag. 277, nota
-3. Mutati in oggi i nomi ufiziali, chiamo circondario quel che nel 1858
-dissi distretto.
-
-[761] Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. ij, pag. 23 e nota 14,
-nella quale la citazione del Pirro si corregga: pag. 771.
-
-[762] Si veggano le concessioni di Regalbuto e di Catania, a pag. 321,
-nota 2, e a pag. 326, nota 2.
-
-[763] Literalmente _Omm_, ossia «madre», testo nella _Bibl.
-Arabo-sicula_, pag. 39, 40. L’autore parla del gran traffico che
-faceasi a Sciacca e dell’abbandono di Caltabellotta, ove non rimanea
-che il presidio del castello.
-
-[764] Amato e Malaterra, citati nel cap. ij di questo lib. V, pag. 74 e
-77.
-
-[765] Op. cit., pag. 32. Quivi si dice esser Caronia il principio
-dell’iklîm di Demona. Non si tratta dunque di territorio di una città,
-come ne’ luoghi da noi citati poc’anzi, a pag. 310, nota 2.
-
-[766] Son citati nel nostro lib. II, cap. xij, pagg. 469, 470 del Iº
-volume, che uscì alla luce il 1854. Or abbiamo i testi greci pubblicati
-dallo Spata, _Pergamene_, pag. 163 a 344, ne’ quali i due Monasteri di
-San Filippo e di San Barbaro son chiamati Τῶν δεμέννων, ἐν δεμέννοις e
-più spesso δεμέννων senz’altro e una volta (pag. 274) δαιμέννων, e il
-territorio di cotesti demenni è detto in un diploma del 1101 (pag. 191)
-χώρα, in uno del 1117 (pag. 245) διακρατήσις (equivalente d’iklîm in un
-diploma greco del 1151 presso Spata, _Cimelio diplomatico di Morreale_,
-pag. 60, del cui testo arabico io ho una copia) e finalmente, ne’
-diplomi del 1182 e 1192 (pagg. 292, e 305) diviene Βαθεία, cieca
-traduzione di _vallis_ che già prevalea nel latinismo volgare del
-paese.
-
-Si noti che il Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. ij, non potè
-provare con certezza in qual tempo il vocabolo _valle_ fosse divenuto
-denominazione amministrativa. D’altronde alcuna delle citazioni ch’ei
-fa nella nota 24 di quel capitolo, non tornano; e quelle fondate in sul
-Pirro han poco valore quando si riferiscono a traduzioni dal greco.
-
-[767] Si vegga il nostro lib. II, cap. xij, pag. 465 segg. del 1º
-volume.
-
-Il Malaterra, lib. II, cap. x, presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 208,
-fa menzione della provincia di Noto, durante la guerra del Conte e in
-particolare verso il 1076. Ma oltrechè questo fatto non implicherebbe
-che il Conte, insignoritosi dell’isola, avesse mantenuta quella
-provincia, la narrazione porta più tosto a credere che si trattasse
-del territorio della città, o forse del distretto o iklîm. Si vegga il
-cap. vj del presente nostro libro, pag. 153, del volume, dove abbiamo
-nominato il Val di Noto per indicare il luogo, non per attribuire
-all’XI secolo questa denominazione di geografia politica.
-
-[768] _Anonymi historia sicula_, presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 856.
-
-[769] Malaterra, lib. IV, cap. xviij.
-
-[770] Malaterra, lib. IV, cap. xxv. Il testo porta che del 1079 la
-principessa, accompagnata da un vescovo e da parecchi altri cortigiani,
-con una scorta di 500 lance, andò a Termini; ch’ella proseguì il
-viaggio per mare _usque Pannoniam_; e che indi, apparecchiatele navi e
-date le vele a’ venti, arrivò, per prospero viaggio, al porto d’Alba
-(_Alba maris, Blandona, Biograd_, _Zara vecchia_) appartenente al
-re d’Ungheria. Senza dubbio quell’_«usque Pannoniam»_ è erroneo e
-va corretto _usque Panormum_, come si legge in una variante data dal
-Caruso, pag. 344 (Muratori, V, 599). Noi possiamo riconoscere in parte
-la strada che tenne il cortèo fino a Termini, e conchiudere che movea
-da Traina. I documenti che citeremo qui innanzi, pag. 340, nota 3, ci
-mostrano che nel 1094 una «strada regia» passava per Traina; che nel
-1096 una «strada francese» dalla sorgente del fiume Torto, ossia da’
-dintorni di Vicari, andava a Levante, cioè verso Traina; e che nel 1132
-una strada correa da Palermo a Vicari, Castronovo, Petralia. Senza
-dubbio il corteo della sposa battè quello stradale militare. Perchè
-poi fosse ito a Termini piuttosto che a Palermo, si può ben ritrovare,
-senza il supposto che la strada del 1132 non fosse aperta il 1097.
-Palermo appartenne tutta a’ Duchi di Puglia, fino al 1091; quando ne
-fu ceduta una metà al conte Ruggiero. Or egli è verosimile, per non
-dir necessario, che, tra parenti così sospettosi, e non senza ragione,
-i patti della cessione vietassero l’entrata di nuove forze militari
-dell’uno o dell’altro nel territorio comune: e forza considerevolissima
-erano 300 militi, ossia circa 1000 cavalli. Sembra dunque che la scorta
-abbia lasciata la principessa alla frontiera del territorio proprio
-del Conte, ch’era Termini, e ch’ella, accompagnata da’ grandi della
-Corte, sia andata per mare nel gran porto di Palermo, dove si allestì
-l’armatetta che poi la recò nell’Adriatico.
-
-[771] Diplomi arabici della Cattedrale di Palermo, il primo de’ quali
-fu citato e il secondo pubblicato dal Gregorio, _De Supputandis_,
-pag. 34, a 39. Tra gli altri errori, il Gregorio prese per nome
-proprio la trascrizione arabica della voce Stratego. Un po’ meno
-infelicemente, il professore Caruso ristampò l’uno e pubblicò l’altro
-nella _Biblioteca Sacra_, Tomo II, Palermo, 1834, pag. 46, segg.,
-55, segg. Io ne ho avute, per cortesia del professor Cusa, due buone
-copie cavate dall’originale. Alla fine del primo, in luogo dell’_era
-barbara_, che suppose il Gregorio e il Caruso copiò, va letto: «_con
-la data di marzo_». Questo Abu-Taib, figliuolo, come dicono i diplomi,
-dello sceikh Stefano, sembra di famiglia musulmana convertita e forse
-di quelle indigene che, dopo avere abbracciato I’islam, ritornarono
-al cristianesimo. Ei mi pare identico con l’Eugenio detto il Bello
-(Τοῦ καλοῦ e l’è traduzione letterale di Abu-Taib) segreto della
-corte, secondo un diploma del 1183, presso Spata, _Pergamene_, pag.
-293; lo stesso che nella traduzione latina d’un diploma greco, presso
-Gregorio, _De Supputandis_, pag. 54 segg. e presso Spata, op. cit.,
-pag. 452 segg. è detto Eugenio de Cales. La voce Biccari, a pag. 57
-del Gregorio, e Biccaib, a pag. 454 dello Spata, va corretta _Bittaib_,
-ch’è il nome Abu-Taib, pronunziato volgarmente e messo al genitivo. Ho
-scritte le lettere N-zh-r-d come le veggo nelle copie, e le suppongo
-nome topografico, non casato sì come parve al Gregorio e al Caruso. Ma
-non trovo riscontro ne’ nomi topografici di quel contorno de’ quali
-sappiamo pur molti. La forma de’ caratteri, mutati i punti, mi fa
-pensare a Battelari, il quale luogo si vegga nella mia _Carte Comparée
-de la Sicile_, pag. 29.
-
-[772] Presso Spata, _Pergamene_, pag. 434. Il nome del comune manca; ma
-il diploma appartenea al vescovato di Cefalù.
-
-[773] _Considerazioni_, lib. I, cap. iij.
-
-[774] Il Gregorio stesso, dopo avere sostenuto nel lib. I, la esclusiva
-competenza criminale, pubblicava nel lib. II, cap. ij, nota 32, la
-traduzione d’un diploma greco del 1172, dal quale risulta che in
-quell’anno medesimo e al tempo dell’arcivescovo Roberto (1090-1108),
-lo stratego di Messina esercitava giurisdizione civile. Si vegga
-d’altronde su la competenza di quel magistrato, l’Hartwig, _Codex juris
-municipalis Siciliæ_, Parte I, pag. 32 segg.
-
-Inoltre lo stratego di Demenna esercitava giurisdizione civile, secondo
-un diploma greco del 1136, presso Spata, _Pergamene_, pag. 265; e
-così anco lo stratego di Centorbi, secondo un diploma del 1183. op.
-cit., pag. 293. Operano gli strateghi come agenti del Demanio regio in
-Giattini (così va letto, non Catinae, e sparisce indi lo stratego di
-Catania supposto dal Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. iij, nota
-6) secondo un diploma latino del 1133, presso Pirro, _Sicilia Sacra_,
-pag. 774; e in Siracusa secondo un diploma greco-latino del 1172,
-presso Spata, _Pergamene_, pag. 443, 444.
-
-[775] Gregorio, op. cit., lib. I, cap. iij, nota 20. Nel Diploma
-del 1172, citato poc’anzi, è nominato, oltre lo stratego, anche il
-vicecomite di Siracusa.
-
-[776] Intorno i vicecomiti in Italia si vegga Hegel, _Storia de’
-Municipi italiani_, versione italiana, pagg. 128, 441, 473.
-
-[777] Ibn-Giobair, nel _Journal Asiatique_, genn. 1846, pag. 80, e
-nell’_Archivio Storico Italiano_, Appendice, nº 16. pag. 32, dice
-del cadì di Palermo che giudicava le liti tra i Musulmani, sotto
-Guglielmo II. Il nome dell’uficio comparisce in un diploma greco, del
-1143, presso Morso, _Palermo antico_, pag. 306; la giurisdizione poi
-nelle seguenti carte: 1123, greca, presso Spata, _Pergamene_, pag.
-410; 1137, arabica inedita della Cappella palatina di Palermo; 1161,
-arabica inedita della Commenda della Magione di Palermo, oggi nel regio
-Archivio; 1202 latina, presso Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap.
-vij, nota 7.
-
-Si avverta che la prima e l’ultima mostrano funzioni di giudice e le
-due altre quel che noi chiamiamo pubblico ministero, a tutela delle
-donne e de’ minori. Molti altri contratti di vendita sono stipulati,
-come di ragione, dinanzi testimonii, senza intervento del cadi.
-
-Il cadi di Lucera, dopo la deportazione dei Musulmani di Sicilia in
-Terraferma, è citato in un diploma dell’imperator Federigo, dato il
-25 dicembre 1239, nella edizione Carcani, pag. 30, e nell’_Historia
-Diplomatica Friderici II_, tomo V, pag. 627-628.
-
-Ibn Giobair, op. cit., pag. 87, e traduzione italiana, pag. 35,
-dice dello _Hakim_ di Trapani, innanzi il quale era stata attestata
-l’apparizione della nuova luna, per determinare legalmente i giorni
-del digiuno di ramadhan. Il titolo di Hakim dato al primo magistrato di
-Malta, viene evidentemente da’ tempi musulmani, passando pei normanni.
-
-[778] Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. iij; Hartwig, _Codex
-Juris municipalis Siciliæ_, Parte I.
-
-[779] Gregorio, _Considerazioni_. lib. I, v e vj.
-
-[780] Si vegga il capitolo precedente, pag. 245, nota 2. In fin del
-ruolo di Aci, quivi citato, ch’è dato di Messina il 6603 (1095) si
-dice che tutte le platee del paese del Conte e di quelli de’ suoi
-_terrieri_, erano state scrìtte in Mazara il 6601; e quindi si ordina
-che se alcuno degli Agareni notato nel presente ruolo si trovasse in
-quegli altri, ei fosse immediatamente reso dal vescovo di Catania a chi
-di dritto. Lo stesso si scorge dal preambolo di un ruolo arabo-greco
-dei villani di Catania, dato il 1144.
-
-[781] La voce _rab’_, al plurale _ribâ’_ fu studiata da Mr. De
-Sacy e, con buone autorità, tradotta _casa_, nella _Rélation de
-l’Egypte par Abdallatif_, pag. 303, nota. Ma in cotesto significato
-la sembra idiotismo dell’Egitto. Il significato di _podere_, che ha
-evidentemente questa voce ne’ diplomi di Sicilia e nella geografia di
-Edrisi, ritrovasi anco in Azraki, _Storia della Mecca_, e l’è tolto
-probabilmente da scritture de’ primi tempi dell’islamismo. Senza citare
-tutti i diplomi arabici della Sicilia ne’ quali occorre questa voce,
-ricorderò quelli del 1149 e 1154, il primo de’ quali presso Gregorio,
-_De Supputandis_, pag. 34, e l’altro nella Biblioteca Sacra per la
-Sicilia, tom. II, pag. 46. Nelle traduzioni ufiziali di Sicilia del
-XII secolo, _rab’_ è reso in latino _cultura_, _terræ laboratoriæ_,
-al collettivo, e _terræ_ senz’altro (diploma del 1182, testo arabico
-inedito; la traduzione latina pubblicata da Del Giudice, _Descrizione
-del real tempio_, ec. in una delle appendici, nella quale i luoghi
-ch’io cito si ritrovano a pagg. 10, 12 e 18) e altrove in greco
-τετραμέρως, che pare scambio con la voce _rub’_ «quarta parte» derivata
-dalla stessa radice (diploma del 1172, greco-arabo, nel Tabulario della
-Cappella palatina di Palermo, pag. 29, 30).
-
-La voce _cultura_, determinata dalle parole _ad duo paria bovium_,
-si legge anco in un diploma latino del 1094, presso Pirro, _Sicilia
-Sacra_, pag. 521. E risponde senza dubbio al _rab’_, il quale, come si
-scorge da’ citati diplomi del 1149 e 1154, si misurava a _zeug_, cioè
-paia di buoi, _paricla_, come scriveano latinamente nel medio evo:
-quella stessa misura di superficie della quale ci è occorso di trattare
-nel lib. I, cap. vj, e lib. IV, cap. viij, pag. 153 del 1º volume e
-352, del 2º.
-
-[782] Diploma presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 384, dove si legge:
-_cum omni lenimento et pertinentiis suis, secundum anticas divisiones
-Saracenorum_.
-
-[783] Si veggano i diplomi arabici del 1149, 1174, 1172, e sopratutto
-quello del 1182, citati nelle note precedenti.
-
-[784] Cotesto titolo ai trova ne’ diplomi arabici del 1149 e 1154,
-citati poc’anzi nella pag. 316, nota 1; in uno greco arabico del 1172,
-pubblicato nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 30,
-31; in uno arabico del 1182, inedito che apparteneva al Monastero de’
-Benedettini di Morreale, ec.
-
-Mettendo da parte la traduzione del Gregorio: «Duana veracis conservata
-a Deo» (_De Supputandis_, pag. 35) e quella del XIII. secolo «Doana
-Veritatis» (presso Gregorio, op. cit., pag. 57) la quale servì di
-guida all’illustre pubblicista e mediocrissimo arabizzante siciliano,
-noi diremo della versione «Bureau de vérification du domaine.» data
-da M. Noël Des Vergers (_Journal Asiatique_ di ottobre 1845, p.
-340) trascrivendo un brano del detto diploma del 1149 per comento
-a quello del 1182, ch’egli pubblicava. L’autorità di questo erudito
-francese, di cui abbiamo deplorata non è guari la morte, è di molto
-peso, perch’egli sapea per benino l’arabico; e molto meglio di lui e
-di noi tutti lo sa M. Caussin De Perceval, ch’egli consultò in quel
-suo studio sul diploma arabico di Morreale del 1182. Evidentemente
-que’ due dotti uomini dettero all’aggettivo passivo _Ma’mûr_ il
-significato del sostantivo _côlto_, come appunto l’ha preso questa
-voce in italiano; e, trattandosi evidentemente di beni demaniali, lo
-tradussero _domaine_. Quanto all’articolo del sostantivo _tahkik_ essi
-lo considerarono «appositivo», come dicono i grammatici. E così la
-traduzione starebbe benissimo: «Uficio della verificazione de’ côlti»
-o meglio «dell’appuramento degli Stabili,» perocchè la voce _ma’mûr_
-può applicarsi a qualsivoglia terreno reso profittevole dall’industria
-dell’uomo, con lavori agrarii o fabbriche.
-
-Se non che i ragguagli dell’amministrazione pubblica d’Egitto nel medio
-evo, i quali m’è occorso di studiare, conducono a interpretazione
-diversa. E primo, nella Storia de’ Patriarchi d’Alessandria, opera
-del XIII secolo, Ms. arabico di Parigi, Ancien fonds 140, è citato,
-a pag. 400, il _Diwan-el-Khazânat-el-Ma’mûrah_, ossia “ufizio de’
-forzieri,” _ma’murah_, e, pag. 407, il _Beit-el-Mâl-el-Ma’mûr_,
-ossia il Tesoro (col significato di cassa dello Stato) _ma’mur_; nei
-quali due casi quest’ultima voce, messa, sia al mascolino, sia, come
-plurale irregolare, al femminino, è evidentemente aggettivo passivo,
-come noi diremmo “ben fornito, pieno:” e si diceva a mo’ di formola
-parlando delle entrate pubbliche, nel pio supposto che le fossero
-sempre abbondanti, ovvero a mo’ d’invocazione ad Allah che sempre le
-accrescesse. Lo stesso Ms. de’ Patriarchi d’Alessandria, a pag. 224,
-dice del _Diwân-et-Tahkîk_ senz’altro predicato e senza spiegar che
-maniera d’ufizio e’ fosse. Ma ben lo sappiamo da Makrizi, il quale nel
-_Kitâb-el-Mewâ’iz_ (Descrizione dell’Egitto) testo arabico di Bulak,
-1270 (1853) vol. I, dando ragguaglio de’ varii ufizi istituiti da’
-califi fatemiti, dice, pag. 401 che il “carico del _Diwan-et-Tahkîk_
-era di tenere il riscontro a tutti gli altri diwani.” _Tahkîk_, dunque,
-va tradotto verificazione o riscontro; e _ma’mûr_ torna a “regio,
-pubblico” e nulla più. Quell’ufizio in Palermo era la Tesoreria reale,
-la _Controleria_, come si disse un tempo con voce francese, e teneva in
-compendio, o forse in duplicato, i registri che noi conosciamo di tutti
-i beni pubblici, feudali o demaniali che fossero, e senza dubbio quelli
-di ogni altra entrata e di tutte le spese, de’ quali non ci è pervenuto
-alcun ragguaglio.
-
-Avvertasi che nel citato diploma di Morreale del 1182, (_Journal
-Asiatique_ d’ottobre 1845, pag. 318) il medesimo ufizio è detto
-brevemente _Ed-Diwan-el-Ma’mûr_ ossia “l’ufizio ricco, pieno,”
-e però il regio Tesoro. Lo stesso si nota nel diploma del 1172,
-presso Gregorio, _De Supputandis_, pag. 56, e in un ruolo di villani
-arabo-greco e inedito della Chiesa di Catania, soscritto da re
-Ruggiero, del quale ho copia. In un diploma arabico inedito dell’opera
-della Magione di Palermo, dato il 1161, la cittadella dell’Halka in
-Palermo stessa è detta _Kasr Ma’mur_; e in un trattato di pace di
-Kelaûn col re di Sicilia, nella mia _Biblioteca Arabo-sicula_, pag.
-349, gli ufizi delle gabelle del Sultano son chiamati _Diwan Ma’mûr_.
-
-[785] Si leggano presso Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap.
-iv, note 4, 5, 6 e 7 gli antichi esempii di questo titolo latino
-ai quali si aggiunga _Doana Secretie_, secondo il diploma del 1172,
-nel _De Supputandis_, pag. 56, il qual nome talvolta si compendiava,
-per antonomasia, nella sola voce _doana, dogana_, ec. Non occorre
-poi notare che questo vocabolo, usato con significato ristretto in
-Europa, sia prettamente l’arabico o meglio persiano _diwân_. Mentre in
-Sicilia lo si applicava, arabicamente, a tutto ufizio pubblico, gli
-Italiani di Terraferma lo ristrinsero a ciò che oggi diciamo dogana,
-perchè l’ufizio delle gabelle d’entrata delle merci era il solo, o
-il principale, col quale praticassero i nostri mercatanti negli Stati
-musulmani del Mediterraneo.
-
-[786] Si riscontri il Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. iv.
-nota 33, il quale non si accorse dell’origine greca, e pur si rise de’
-suoi predecessori. Inoltre, ragionando esclusivamente su l’episodio
-del notaio Matteo, egli negò che i _difter_ della corte siciliana
-contenessero i catasti; la qual cosa era provata ad evidenza dalle
-autorità ch’egli avea citate nella nota 4 del medesimo capitolo.
-
-[787] _Thesaurus_ di Errico Etienne, edizione Hase, alla voce διφθέρα.
-
-[788] Nel diploma arabico del 544 (1449-50) in favore del Monistero
-di Santa Maria de Gurguro, oggi detto della Grazia, presso Palermo,
-si legge che i confini di certi poderetti assegnati a’ villani della
-detta Chiesa da un delegato del governo, erano stati registrati nel
-_difter-el-hodûd_ del Diwan di Riscontro della Tesoreria. Questo
-diploma, citato dal Gregorio _De Supputandis_, pag. 38, nota a, fu poi
-pubblicato dal professor Caruso nella _Biblioteca Sacra_, vol. II, pag.
-58. Un diploma del 1169, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1017, nel
-quale fu trascritto il _sigillo_ (diploma) del conte Ruggiero a favor
-del Monastero di San Michele Arcangelo in Traina, aggiugne: _Solam
-enim divisionem prædictam casalis Busceniæ in fine sigilli denotatam,
-quoniam totaliter literæ deletæ erant et non poterant clare legi,
-transcripsit ex quinternis magni secreti in quo (sic) continentur
-confines Siciliæ, ut certe habeas in futurum_, etc. Prova anco il mio
-assunto il diploma di Morreale del 1182, del quale il testo è inedito,
-e la versione latina, contemporanea ed ufiziale, fu pubblicata da Del
-Giudice. Questa ha in fine: _Has autem divisas predictas a deptariis
-nostris de saracenico in latinum transferri precipimus_; mentre nel
-testo arabico si legge essere stato trascritto il diploma dai _difter_
-del _Diwan-et-Tahkik-el-Ma’mûr_. Si noti che un diploma arabo-greco
-del 1151, del quale la parte arabica è inedita e la greca è stata
-pubblicata dallo Spata, _Cimelio del Monastero di Morreale_, Palermo,
-1865, in-12, pag. 59, segg. si contengono al paro i nomi de’ villani e
-i confini del podere. Similmente in un altro diploma arabico inedito
-di Morreale dato il 1178, per lo quale furon donati alla Chiesa
-di Morreale de’ poderi in Corleone e Calatrasi, il re ordinava al
-_Diwan-et-Tahkik-el-Ma’mûr_ di cavare dai _difter_ del diwano e dalle
-antiche _giarâid_ (platee o ruoli) la descrizione de’ poderi e i nomi
-de’ villani.
-
-[789] Un diploma arabico della Chiesa di Palermo fa supporre che i
-beni allodiali fossero anch’essi registrati nel catasto dello Ufizio di
-Riscontro della Tesoreria. Niccolò Askar, famiglio del _Kasr-el-Ma’mûr_
-(la cittadella regia, l’Halka) di Palermo comperava una casa di
-proprietà di Zeinab figlia di Abd-Allah-el-Ansari, posta nel Cassaro
-antico della città, presso la Bab-es-Sudân (Porta de’ Negri). Metto
-io da parte, perchè dubito delle lezioni del testo arabico, il
-nome del magistrato e il titolo del diwan che aveano autorizzata
-cotesta vendita, accertati che il danaro servisse a quella donna per
-riscattarsi dalle mani di certi stranieri Rûm che l’avean presa (se
-fossero stati i Lombardi?). E venendo al presente nostro argomento,
-noto che il passaggio di proprietà fu registrato nei _difter_ del
-_Diwan-el-Ma’mûr_, come si legge in piè del diploma. L’atto di vendita
-è dato «il 7 settembre, corrispondente al mese arabico di scia’ban del
-587» (1191) e la registrazione nell’uficio di riscontro del tesoro, il
-10 ottobre (così io leggo) della IXª indizione.
-
-Ognun vede che _Ma’mûr_, ne’ due luoghi citati, torna a _regio_
-precisamente, come abbiam detto poc’anzi, pag. 322. nota 2. Di questo
-diploma la più parte fu pubblicata, con molti errori, dal Gregorio, _De
-Supputandis_, pag. 40. seg. Ne ho avuta dal Prof. Cusa una buona copia,
-cavata dal testo originale.
-
-Debbo intanto avvertire che gli atti più antichi di vendita, de’
-quali abbiamo il testo arabico, non sembrano registrati all’ufizio di
-riscontro. Era dunque innovazione degli ultimi anni di Guglielmo II,
-ovvero formalità che solea trascurarsi, quando l’atto non capitava,
-come questo, nelle mani del pubblico ministero?
-
-In ogni modo i _defetir-el-hodûd_, ossia _quinterni magni Secreti_,
-sembrano veri catasti dove fossero descritti i confini di ciascun
-podere, non già que’ del solo territorio di ciascun paese o _iklîm_.
-
-[790] Con tal supposto il Gregorio comincia il citato cap. iv del lib.
-II, delle _Considerazioni_.
-
-[791] Diploma presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 522. Notisi che
-questo diploma è scritto originalmente in latino, onde il termine che
-occorre due volte, quando _Northmanni primum transierunt in Siciliam_,
-non può venir da errore di traduzione.
-
-[792] Si vegga questo medesimo libro, cap. viij, pag. 247 segg., 253
-segg. del presente volume.
-
-[793] Si vegga il Gregorio, _Considerazioni_, lib. 1, cap. iv, e
-particolarmente la nota 21. Ma gli squarci di carte siciliane del XII,
-XIII e XIV secolo quivi trascritti, fanno sospettare qualche errore
-di copia. Ed errore o bugia dee sospettarsi nel diploma del 1274,
-dove descrivendo le decime _solite_ a riscuotersi dalla cattedrale di
-Palermo su le _gabelle antiche_ del fisco, si la salire la _decima_ a
-ventidue tarì d’oro e grani due sopra ogni cento tarì entrati nelle
-casse regie. Sarebbe stata una bella decima: poco men che la quarta
-parte!
-
-[794] Si vegga il capitolo precedente, pag. 255 nota 1. Mi par bene
-di spiegare qui perchè io renda con l’italiano “canova” il vocabolo
-arabico _dokkân_.
-
-Che questo abbia avuto ed abbia tuttavia in Egitto ed Oriente il
-significato generico di bottega, si vede da’ dizionarii arabi, non
-esclusi que’ sì moderni di Bochtor e di Lane, nè i dizionarietti
-italiani ed arabici stampati a Bulâk. Si vede anco dagli autori che
-cita il Sacy (_Chréstomathie arabe_, tomo I, pag. 252, e traduzione di
-Abdallatif, pag. 303); dai proverbii arabi moderni (Freytag, I, 141);
-da Lane stesso (_Modern Egyptians_, cap. XIV) il quale dà perfino un
-disegno di _dokkân_ del Cairo: e la torna sempre a stanza terrena dove
-si vendano commestibili e altre merci. Fu chiamato anche così lo studio
-de’ notai musulmani, secondo un luogo d’Ibn-Khaldûn, trascritto in nota
-da Sacy (_Chréstom_., tom. I, pag. 39, 41).
-
-Contuttociò, nel caso nostro quella voce va tradotta “canova;” non
-parendo possibile che il conte Ruggiero e i suoi feudatarii abbian
-preso il monopolio di tutte le merci. Si deve intendere, a creder mio,
-delle grasce soltanto, e forse di quelle che si vendessero a minuto.
-
-La nostra voce “canova” potrebbe per avventura venir dall’arabico
-e tornare ad _hanût_, ch’è dato come sinonimo di _dokkân_, ma si
-dice particolarmente delle botteghe dove si vende il vino. Secondo i
-lessicografi (Lane, Dizionario, vol. I, pag. 661, 1ª colonna) quella
-voce suonava in origine _hânuwa_. Or gli Italiani doveano pronunziarla
-“canova”, come _kammâl_, “camálo” e _harrâka_, carácca.
-
-[795] Lasciando da canto la lista de’ _diritti antichi_ secondo Andrea
-da Isernia, che si legge nella nota 18, del capitolo or citato delle
-Considerazioni, ed anco i diritti rilasciati e i soprusi vietati dal
-vescovo di Catania a favore di que’ cittadini nel 1168, come si legge
-in principio della nota 21, faremo qualche osservazione su i diritti
-antichi di Palermo, Messina, Girgenti, Sciacca e Licata, citati in
-diplomi del 1274, 1270, 1266, 1280, 1309.
-
-Primi son ricordati in Palermo i diritti di Rahadina e di Rahaba; e le
-sembran voci arabiche, l’una delle quali alterata nella trascrizione
-(_rahâin_ plurale vuol dir pegni) e l’altra significa piazza (Makrizi,
-_Mewd’is_, testo arabico tom. II, pag. 47, segg. nomina una cinquantina
-di luoghi del Cairo e Cairo vecchio così chiamati). Seguon le dogane
-della carne, del pesce, ec., che ognuno intende; la tintoria; il
-dazio de’ vasai, de’ sellai, della seta, del filetto del cotone,
-dell’orpello, la catena del porto; la tassa del fumo (così chiamavasi
-nel Basso impero una tassa personale scompartita per case, fuochi, come
-si disse poi in Sicilia) i bagni di Giawher, della Guidda e i mulini di
-Kalbi, Malfiteri, del Cadi, ec.
-
-In Messina non troviamo altre denominazioni arabiche se non che la
-gabella del cafiso dell’olio (nota misura di Sicilia ed è il _cafiz_
-degli Arabi) e la gabella _itriarum seu tinctorum_; dove leggerei ac in
-luogo di seu, poichè _itria_ in arabico vuol dire vermicelli o simili
-paste e in Sicilia dura la espressione di vermicelli _di tria_. V’ha
-inoltre la _gesia_ de’ Giudei e alcuna delle denominazioni non arabiche
-notate in Palermo.
-
-In Girgenti poi e nelle altre due città della stessa provincia
-nominate di sopra, oltre la _gesia_ de’ Giudei e alcune altre tasse già
-accennate in Palermo e in Messina, scorgiamo quella su lo zucchero, sul
-sale e sul ferro e quella della _cangemia_. Di cotesta voce non credo
-sia stata rintracciata l’origine; nè potrebbesi, senza aver visti i
-nomi arabici trascritti in greco nelle platee de’ villani di Sicilia.
-In quelle mi è occorso il vocabolo _Haggiâm_ “colui che mette le
-coppette e che esercita la bassa chirurgia” (secondo gli usi di Sicilia
-salassatore e barbiere;) il quale, trascritto esattamente χαγγέμη, ma
-pronunziato alla greca _cangemi_, è casato frequente in Palermo; dove
-rimanevano al principio di questo secolo alcuni farmacisti di tal nome
-e ve n’ha tuttavia. La gabella della Cangemia in Girgenti e Sciacca
-sembra dunque un dazio su i salassatori; la quale classe poteva essere
-numerosa poichè nel medio evo si facea molto uso delle coppette per
-cavar sangue.
-
-S’abbia il detto fin qui come un saggio delle ricerche che si
-potrebbero fare sul sistema daziario ed anco su le industrie e i fatti
-economici in generale della Sicilia nell’XI e XII secolo: lievissimo
-saggio poichè l’è fondato principalmente su i pochi brani che die’ il
-Gregorio, dove d’altronde è dubbia la lezione di molte parole.
-
-Non debbo tacere che il sig. Lodovico Bianchini trattò anche questo
-argomento nella sua _Storia Economico-civile_ di Sicilia, Palermo,
-1841, in-8, parte III, cap. i; ma egli non aggiunse gran cosa a ciò che
-si sapea dal Gregorio.
-
-[796] _Considerazioni_, lib. I, cap. iv. Il Gregorio crede eccezioni
-quelle di Catania e di Patti, ch’ei cita nelle note 11 e 12; ma sembra
-appunto il contrario.
-
-[797] Si vegga ciò che ne abbiamo raccontato in questo libro V, cap. v,
-pag. 140, 141, del presente volume.
-
-[798] Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. v.
-
-[799] Op. cit., lib. II, cap. iv.
-
-[800] Tra le altre una nel 1098, alla quale accenna Ibn-el-Athîr, an.
-491, testo, edizione del Tornberg, tomo X, pag. 191.
-
-[801] Si vegga il nostro libro IV, cap. xv, pag. 548, del 2º volume, e
-il lib. V, cap. iii, pag. 80, di questo volume.
-
-[802] Si vegga qui sopra il cap. vij, pag. 188, 189.
-
-[803] Si veggano i fatti narrati nel cap. vj, di questo lib. V, p.
-158, 168. L’ultimo fatto d’armi tra Ruggiero e gli Ziriti era stato
-combattuto il 1075, come si legge nello stesso cap. vj, pag. 451.
-
-[804] Si ritrae che montava alla _terza_ parte del grano esportato
-e che l’imperator Federigo la ridusse alla quinta. Diploma citato
-dal Gregorio, _Considerazioni_, lib. III, cap. vj, nota 31. Per un
-diploma greco del 1117, il secondo conte Ruggiero, tra le altre cose,
-accordò al console genovese in Messina la franchigia della estrazione
-delle merci infino a 60 tari. Traduzione latina presso Gregorio,
-_Considerazioni_, lib. II, cap. ix, nota 3. Questo, se non altro,
-prova l’uso dei dazii di esportazione e può riferirsi con molta
-verosimiglianza a quel su i grani.
-
-[805] Se n’è detto nel cap. ix di questo libro, pag. 247. Si riscontri
-il Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. v.
-
-[806] Considerazioni, lib. I, cap. ij.
-
-[807] In questo lib. V, cap. vij, pag. 184, segg.
-
-[808] Cap. ix, pag. 263, 265 di questo volume.
-
-[809] Lib. V, cap. iv, pag. 110 e 111, di questo volume.
-
-[810] Lib. V, cap. iv, pag. 124 del volume.
-
-[811] Alberto d’Aix, _Historia Hierosolymitana_, lib. XIII, cap. xiij,
-presso Caruso, _Bibliotheca Sicula_, pag. 921.
-
-[812] Il Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. iv, vede
-l’imitazione dall’inglese anco nella costituzione dell’armata siciliana
-del XII secolo.
-
-[813] _Leonis Tactica_, cap. XIX. Si vegga anche la traduzione francese
-di Maizeroi, Paris, 1778, pag. 146. Occorrono cotesti navilii de’ varii
-temi, ossia province, in molti fatti delle istorie bizantine ch’e’
-sarebbe lungo a citare.
-
-[814] Lib. IV, cap. vj, pag. 313, del 2º volume.
-
-[815] Ms. arabico di Parigi, _Supplément arabe_, 885, fog. 94 verso.
-Ho reso “villaggi” la voce dhia’ che significa propriamente: “podere
-demaniale, beneficio militare” (Si vegga il nostro lib. III, cap. j,
-pag. 22, del 2º volume). Ma la tassa sopra ogni _fumo_, così il testo,
-ossia casa, conduce al significato che do io. Abbiam testè fatta
-menzione della gabella detta del fumo in Sicilia nel XII secolo. Si
-vegga Ducange, _Glossario latino_, alla voce _fumagium_ e simili, il
-_Glossario greco_ alla voce καπνικὸν, e il Cedreno, edizione di Bonn,
-tomo II, pag. 831.
-
-[816] Ibn-Khaldoun, _Prolégomènes_, traduzione francese del baron De
-Slane, parte II, pag. 39.
-
-[817] Makrizi, _Kitâb-el-Mewâ’iz_, (Descrizione dell’Egitto) testo
-arabico, tomo I, pagg. 482 e 483.
-
-[818] Ancorchè io risguardi M. De Slane come mio maestro in arabico,
-non posso accettare la traduzione ch’egli dà di questo passo,
-_Prolégomènes_, parte II, pag. 40. «Elle se composait de navires qu’on
-faisait venir de tous les royaumes où l’on construisait des bâtiments.
-Chaque navire était sous les ordres d’un marin portant le titre de
-_caïd_, qui s’occupait uniquement de ce qui concernait l’armement, les
-combattants et la guerre; un autre officier, appelé le _raïs_, faisait
-marcher le vaisseau, etc.»
-
-Secondo il testo arabico, edizione di Parigi, parte II, pag. 35, e
-di Rulâk, pag. 123, io tradurrei. “L’armata (spagnuola) era raccolta
-da tutto il reame. Di ciascun paese dato alla navigazione veniva
-un’armatetta, capitanata da un _kâid_, uomo di mare che badava alle
-cose della guerra, alle armi ed ai combattenti e da un _rais_ (pilota)
-che avea cura della navigazione, ec.”
-
-La differenza tra le due versioni è che io intendo “province” della
-Spagna la voce che M. de Slane rende “royaumes” e che alla voce _ostûl_
-(στόλος) do il significato ordinario di armatetta, quando M. de Slane
-la traduce «navire». E veramente, la voce _Mamlaka_, il cui plurale è
-usato qui dallo autore, significa “reame” ed anco “parte d’un reame:”
-e in ogni modo, al tempo d’Ibn-Khaldûn, erano ben ridivenute reami
-quelle che furono mere province sotto gli Omeiadi. D’altronde non si
-comprenderebbe come il califo di Spagna armasse i suoi legni «in tutti
-i reami» del Mediterraneo e dell’Oceano, che erano tutti nemici; nè
-com’egli accozzasse un’armata di dugento vele, prendendo «una nave»
-da ciascun paese della Spagna dato alla navigazione. Aggiungo che
-Ibn-Khaldûn, in moltissimi luoghi delle sue opere, dà alla voce _ostul_
-il significato ordinario di “armata” e non di “una nave.” Così negli
-stessi Prolegomeni, parte II, pag. 37, del testo di Parigi e in altri
-squarci del medesimo autore, raccolti da me nella _Bibl. Arabo-Sicula_,
-pag. 486, 487, 488 ec.
-
-[819] Si vegga qui sopra a pag. 278, note 2 e 3, e il cap. viij, a
-pag. 223, nota 5. Nel diploma per l’Archimandrita di Messina, dato il
-1130, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 973, prima colonna, leggiamo
-di un podere conceduto all’Archimandrita, _cum terris, preeminentiis
-et datium marinariorum qui cum eo habitant_. L’è traduzione dal
-greco, nella quale non veggo se si tratti del dazio pe’ marinai dovuto
-dagli abitatori, o del dazio su i marinai che soggiornavano in quel
-territorio. Un diploma del 1197, op. cit., p. 1289 fa supporre il primo
-caso anzi che il secondo.
-
-[820] Diplomi presso il Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. iv,
-nota 15.
-
-[821] Si veggano i cap. X e XIII della mia _Guerra del vespro
-Siciliano_, dove sono ricordate nella battaglia del golfo di Napoli del
-1287, le galee di Milazzo, Lipari, Trapani, Siracusa, Catania, Agosta,
-Taormina, Cefalù, Eraclea, Licata, Sciacca.
-
-[822] Cap. xiij, pag. 428, segg. del 2º volume.
-
-[823] Si vegga il cap. ix, del presente libro, pag. 257.
-
-[824] Cap. v di questo medesimo libro, pagg. 136 a 139 del volume.
-
-[825] Cap. vi, pag. 161.
-
-[826] Cap. viij, pag. 210.
-
-[827] Testo, nella _Biblioteca Arabo-sicula_, pag. 41. Rendo con la
-voce _primitivo_ il vocabolo _Azali_, che significa propriamente «senza
-principio, eterno quanto al principio, ec.» ciò che parlando de’ popoli
-noi diciamo impropriamente «aborigene.»
-
-[828] Mi si permetta questo vocabolo, che non è nella Crusca, ma
-nell’uso generale d’oggi, ed evita una anfibologia.
-
-[829] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 383. Quivi leggiamo _ad
-magnam viam francigenam Castrinovi_. Probabilmente l’è traduzione dal
-greco, portando l’anno costantinopolitano e leggendovisi la espressione
-_Papæ veteris Romæ_, che sa di bizantino. Tuttavia la lingua e lo stile
-la fanno supporre versione molto antica.
-
-[830] Un diploma greco-latino del 1132, presso Spata, _Pergamene_,
-pag. 424, fa menzione di una strada che dal podere di Mutata (ignoro
-il sito) conduceva a Petralia, Castronovo, Vicari e Palermo. Ancorchè
-nel latino si legga soltanto _via_, e manchi in questo passo il testo
-greco, mi sembra che si tratti del medesimo stradale francese.
-
-[831] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1012.
-
-[832] Diploma presso Pirro, op. cit., pag. 773.
-
-[833] Diploma del 6594 (1086) XIIª indizione, pubblicato dal Sig.
-Piaggia, _Nuovi studii su la città di Milazzo_, Palermo 1866, in-8
-grande, pag. 68, nota 6. Goffredo Burrello, feudatario di Milazzo,
-descrivendo in questo diploma i limiti del podere detto Bucello nel
-territorio di quella città, li fa correre _usque ad viam quae vadit a
-Sancto Philippo in villam Milatii, deinde constringendo per viam viam
-ad aliam frangigenam quae conjungitur prope mare ante villam Milatii,
-deinde revertetur per eamdem viam frangigenam usque ad mare, etc._ Non
-debbo tacere che questo documento, copiato dai Mss. della Biblioteca
-comunale di Palermo, e voltato già dal greco, come apparisce dall’èra
-costantinopolitana, fu alterato senza dubbio, sia nell’originale, sia
-nella traduzione. E veramente, oltrechè la XII indizione non torna
-nel 1086, noi troviamo il titolo di “Chiese messinese e trainese” e
-del “primo vescovo di esse Roberto”; ed egli è evidente che coteste
-parole non furono scritte nel detto anno, poichè allora non si potea
-dir che del Vescovato di Traina; sendo notissimo che il tramutamento
-della sede e la giunta di Chiesa messinese nella denominazione della
-diocesi, seguirono nel 1091. Ciò nondimeno non v’ha ragione di supporre
-inventata da qualche erudito del XVII o XVIII secolo la denominazione
-di _via francese_; e però io accetto questa testimonianza di un fatto
-materiale, la quale risalisce in qualunque modo al XII secolo.
-
-[834] Diploma arabico-latino del 15, maggio 1182, di cui la parte
-latina fu pubblicata da Del Giudice, _Descrizione del Tempio di
-Morreale_, Appendice, pag. 8 segg. e il testo arabico è inedito. Il
-luogo ch’io cito si trova a p. 11, della _Descrizione_, in fin della
-divisa di Bufurera, dove si legge _viam exercitus_, e ciò risponde
-perfettamente al testo arabico: _tarik-el-’askar_.
-
-[835] Del Giudice, op. cit., pag. 16, 19, 21, ec. Il diploma latino
-qui ha _via pubblica_, e l’arabico _mehaggia_ e talvolta anche _tarik_,
-come sopra nella «Strada dell’esercito.»
-
-[836] Tychsen, _Introductio in rem nummariam_, ec., pag. 146. Lo
-Spinelli, _Monete Cufiche battute da Principi longobardi, normanni e
-svevi_, Napoli, 1844, in-4, pag. 16 e 232, suppone, che il disegno di
-questa moneta fosse stato inventato dall’Abate Vella. Il Mortillaro,
-che avea ben riconosciuto (_Opere_, tomo III, pag. 339), appartener la
-moneta a re Tancredi, lo dimentica adesso (_Medagliere arabo-siculo_,
-pag. 35) per seguire il supposto dello Spinelli. E pure nel disegno
-che questi dà, Tavola II, nº 1 (io non ho sotto gli occhi quello di
-Tychsen) si legge benissimo _el-Malik-Tan-rid_.
-
-[837] Adler, _Museum Cuficum Borgianum_, pag. 80, seg. n^i lxiv a lxxv.
-
-[838] _Monete Cufiche_, pag. 329, 330, nº cclxxix.
-
-[839] _The Oriental coins_, tomo I, pag. 299, 300. nº cccviij.
-
-[840] _Monete Cufiche_, ec., in-4, pag. 16 a 19, n^i lxv a lxxij, lxxv,
-dcxlix a dclvij.
-
-[841] Il _Medagliere Arabo-Siculo della Biblioteca Comunale di Palermo,
-coordinato e illustrato dal Marchese Vincenzo Mortillaro_, Palermo
-1861, in-8, pag. 36-39. Io non so perchè il Mortillaro, pag. 36, nº
-1, identifichi col nº lxvj, dello Spinelli la moneta che diè Adler,
-op. cit., al nº lxix; e, pentendosi d’averla già attribuita a re
-Ruggiero (Mortillaro, _Opere_, tomo III, pag. 405) accetti adesso la
-lezione dello Spinelli, che la rimanda al primo conte. Da quanto si può
-giudicare sopra disegni grossolani, Adler non lesse tutto, Mortillaro
-supplì male, e la lezione _K*m*t_, sostituita da Spinelli, non si
-raccapezza nella figura (tavola II, nº 2). Men dubbio mi sembra in
-questa e nelle seguenti, il nome di Ruggiero; ma questo conviene al
-figliuolo, come al padre, ed anche al Duca di Puglia dello stesso nome.
-
-[842] N. lxxij, pag. 19, tavola II, nº 23, il quale si confronti col
-24, ed anche col 4 ec.
-
-[843] Si vegga il nostro Libro IV, cap. xiij, pagg. 456-8, del 2º
-volume.
-
-[844] Paruta, presso il Burmanno, _Thesaurus Antiquitatum Siciliae_,
-ec. tomo VII, pag. 1223, e tomo VIII, tavola clxxxvj. Credo che i n^i
-3 e 4, di quella tavola, i quali hanno da una faccia il T in luogo del
-cavaliero armato, appartengano al secondo conte Ruggiero.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici. Sia il Sommario sia
-le Correzioni e Aggiunte relativi alla Parte Prima, raggruppati in
-originale al termine della Parte Seconda, sono stati riportati a fine
-libro.
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of Storia dei musulmani di Sicilia, vol.
-III, parte I, by Michele Amari
-
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-
-<pre>
-
-The Project Gutenberg EBook of Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III,
-parte I, by Michele Amari
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
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-
-
-
-Title: Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte I
-
-Author: Michele Amari
-
-Release Date: November 26, 2019 [EBook #60788]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DEI MUSULMANI DI ***
-
-
-
-
-Produced by Barbara Magni and the Online Distributed
-Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This transcription
-was produced from images generously made available by
-Bayerische Staatsbibliothek / Bavarian State Library.)
-
-
-
-
-
-
-</pre>
-
-
-<div class="booktitle">
-<h1>
-STORIA<br />
-DEI MUSULMANI<br />
-DI SICILIA.
-<span class="smaller">Volume Terzo — Parte Prima</span>
-</h1>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="titlepage">
-<p class="main-t">
-<span class="small">STORIA</span><br />
-<span class="x-small">DEI</span><br />
-MUSULMANI<br />
-<span class="small">DI SICILIA</span>
-</p>
-
-<p class="pad2">
-<span class="small">SCRITTA</span><br />
-<span class="large">DA MICHELE AMARI.</span>
-</p>
-
-<p class="pad2">
-VOLUME TERZO<br />
-Parte Prima.
-</p>
-
-<p class="pad4">
-FIRENZE.<br />
-<span class="small">SUCCESSORI LE MONNIER.</span><br />
-—<br />
-<span class="small">1868.</span>
-</p>
-</div>
-
-<div class="verso">
-<hr class="mid" />
-<p>
-Proprietà letteraria.
-</p>
-<hr class="mid" />
-</div>
-
-<div class="somm">
-<hr />
-<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<h2>AVVERTENZA.</h2>
-</div>
-
-<p>
-Facendomi a pubblicare questo mio IIIº volume
-dieci anni dopo il IIº e non presentandolo
-pur compiuto, debbo scolparmi di un ritardo che
-parrebbe tanto meno perdonabile, quanto egli è
-noto che da lungo tempo aveva io, in Parigi, raccolti
-i materiali tutti e abbozzata l’opera da un
-capo all’altro. In fatti, uscito il Iº volume nel 1854,
-lo segui il IIº nel 1858; e nello stesso anno erano
-già composte in caratteri da stampa 54 pagine del
-presente volume. Ma ritornato in Italia per causa
-de’ grandi avvenimenti del 1859, io non mi chiusi
-in uno scrittoio. Qualche ufficio pubblico esercitato,
-qualche altro lavoro dato alla luce, mi distoglieano
-sì fattamente dalla Storia dei Musulmani di Sicilia,
-che ho potuto appena, un po’ nel 1862 e un
-po’ dal 1865 in qua, scrivere il rimanente del
-quinto libro; il quale termina con l’assetto della
-dominazione normanna, e compone questa prima
-parte del IIIº volume. La seconda parte, ossia il
-sesto libro, toccherà le vicende dei Musulmani
-che mano mano si dileguarono dall’isola. Ho cagione
-di sperare che cotesta parte finale del volume
-e dell’opera sia presto compiuta; sì ch’io
-possa nel corso dell’anno vegnente dar opera alla
-traduzione de’ testi arabici, che stampai a Lipsia
-il 1857; i quali sono la fonte principale di queste
-istorie.
-</p>
-
-<p>
-Nè sembri smentita la buona intenzione dal
-fatto che, dopo avere differito per dieci anni, io non
-voglia or aspettare una diecina di mesi per compiere
-il presente volume. Io ho richiesto l’editore
-di pubblicarne la prima parte senza altro indugio,
-perchè in oggi i libri invecchian presto: e
-già è uscito in Italia e oltremonti qualche lavoro
-su periodi istorici confinanti da un lato o da
-un altro con quello ch’io presi a trattare. Altri lavori
-so che si preparano. Ragion vuole che le mie
-fatiche, quali che si fossero, non rimangano inutili
-ad altrui; e che intanto ciascun s’abbia il merito
-delle idee proprie e delle proprie ricerche.
-</p>
-
-<p>
-Non ostante il gran tratto che è corso dalla
-stampa alla pubblicazione de’ primi capitoli, io non
-dovrò che aggiugnere o mutar qualche parola nel
-testo o nelle note, a pagg. 25, 36, 55, 90; come si
-vedrà in un’<i>errata</i> alla fin del volume. Pochissimi
-altri luoghi sono stati già corretti rifacendo
-le pagine, 4, 5, 9, quando si pubblicò nella <i>Nuova
-Antologia</i> del maggio 1866 uno squarcio del
-primo capitolo, ed uno del sesto.
-</p>
-
-<p class="indl">
-<i>Firenze, aprile 1868.</i>
-</p>
-
-<p class="indr">
-<span class="smcap">M. Amari.</span>
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span>
-</p>
-
-<h2>LIBRO QUINTO.</h2>
-
-<h2 id="cap1">CAPITOLO I.</h2>
-</div>
-
-<p>
-A un tempo con le cause che rodeano al di dentro
-lo stato musulmano in Sicilia, operarono le cause
-esteriori ond’ebbe la pinta. Oltre quella universale
-reazione dei Cristiani occidentali contro i settatori di
-Maometto, s’accese all’entrar dell’undecimo secolo
-un genio di libertà nelle popolazioni indigene e oltramontane
-mescolate da parecchi secoli nel nostro territorio
-e fatte il nuovo popolo italiano. Il qual movimento,
-come sempre accade, mutò aspetto secondo
-gli ostacoli locali: dove fece vendetta di assalti forastieri;
-dove aspirò alla emancipazione da reggimento
-straniero; dove portò ad opere ed ordini e in ultimo
-a forme di repubblica; sovente partecipò dell’uno e
-dell’altro, e più spesse furono le nimistadi scambievoli
-dei cittadini. Ma dalle guerre civili ne allontana
-per ora l’argomento nostro, e ne conduce alle
-due serie di fatti che prelusero al conquisto della
-Sicilia: cioè la guerra di Pisa e Genova contro i
-Musulmani, e la cacciata dei Bizantini dall’Italia meridionale.
-</p>
-
-<p>
-I Pisani, fin dalla seconda metà del decimo secolo,
-compariscono nella storia liberi in mare e sudditi
-<span class="pagenum" id="Page_2">[2]</span>
-in terra: qui reggeansi a nome del marchese di
-Toscana e dell’imperatore germanico, sovrano feudale;
-lì il commercio, necessariamente armato in mezzo
-ai Musulmani che solcavano d’ogni parte il Mediterraneo,
-portò i cittadini ad autonomia, non che non
-sospetta, gratissima ai signori della patria, i quali non
-avendo forze navali, volentieri ne accattavano da loro.
-Certamente i privati armatori si associarono; certamente
-deliberarono le imprese navali e provvidero ai
-mezzi, nella stessa guisa che avean fatto quand’era
-scopo principale il traffico; la preda si spartì come i
-guadagni; e la compagnia, qual che ne fosse il nome
-e la forma in quei primi tempi, diè nascimento al governo
-della repubblica. Aveano i Pisani combattuto
-la fazione del novecensettanta contro i Musulmani di
-Sicilia<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a> e forse altre minori contro que’ d’Affrica e di
-Spagna, e avean già patito le vicende di lor nuova
-industria del mille e quattro, quando un’armata musulmana
-saccheggiò un quartiere della città.<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a> Per farne
-<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span>
-vendetta ed assicurare lor commercio, i Pisani metteano
-in mare il navilio che sconfisse i Siciliani a
-Reggio; alla quale impresa molto inopportunamente
-si è data sembianza di guerra religiosa, scrivendo che
-il dotto monaco francese Gerberto, salito al trono pontificale
-col nome di Silvestro secondo, bandì la crociata
-per liberare Gerusalemme, e che i Pisani a tal
-invito corsero alle navi e tagliarono in pezzi i primi
-Infedeli in cui s’imbattessero.<a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a> Il vero è che la potenza
-surta allora nel Tirreno dovea venire alle prese coi
-Musulmani, come gli antichi popoli che dettero nome a
-quel mare avean fatto coi Fenicii, predecessori dei
-Musulmani in Sicilia, Affrica, Sardegna, Baleari e
-Spagna. Uscì dai porti di Spagna il navilio che rinnovò
-<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span>
-del mille undici l’assalto e il guasto sopra Pisa;<a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a>
-forse dagli stessi porti e per le medesime genti che
-a capo di pochi anni occuparono la Sardegna, infestaron
-Luni e soggiacquero alle forze unite di Pisa
-e Genova.
-</p>
-
-<p>
-Mentre in Spagna tre usurpatori si contendeano
-il califato, e i governatori si prendean le province, trovossi
-a regger Denia un Abu-l-Geisc<a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a> Mogêhid-ibn-Abd-Allah,
-cristiano d’origine,<a class="tag" id="tag6" href="#note6">[6]</a> liberto della casa
-del celebre Almansor, indi soprannominato Amiri:<a class="tag" id="tag7" href="#note7">[7]</a>
-uomo intraprendente, valoroso, educato alle lettere e
-alle scienze coraniche in Cordova e mecenate dei
-dotti.<a class="tag" id="tag8" href="#note8">[8]</a> Appo il quale rifuggitosi da Cordova, con molta
-mano di partigiani, un Abu-Abd-Allah Mo’aiti, giurista
-chiarissimo per sapere e antica nobiltà, chè discendea
-<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span>
-di schiatta collaterale agli Omeiadi, Mogêhid, non
-osando per anco aspirare al principato, volle mettere
-su quel regolo di sua fattura; gli prestò giuramento
-e rese onori da califo, di giumadi secondo del quattrocentocinque
-(dicembre 1014); ed a capo di cinque
-mesi, allestita l’armata, andò con Mo’aiti ad occupar le
-isole Baleari. Non guari dopo, rimandato il finto principe
-a Denia, Mogêhid con un migliaio di cavalli e
-centoventi navi tra picciole e grandi, fece prora per
-la Sardegna.<a class="tag" id="tag9" href="#note9">[9]</a>
-</p>
-
-<p>
-Ormai gli autori arabi chiariscon erroneo il moderno
-racconto della dominazione musulmana in Sardegna
-e confermano i nostri antichi ricordi, da’ quali
-si scorgea travagliata sì quell’isola con depredazioni
-e guasti, ma non mai occupata innanzi il brevissimo
-regno di Mogêhid. È verosimile, anzi direi certo, che
-i Sardi, abbandonati dall’impero bizantino, dai re
-longobardi e dall’impero d’occidente, fin dall’ottavo
-secolo si reggessero per loro giudici o re, chè s’intitolavan
-l’uno e l’altro. Fiera gente, assecurata dalla
-<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span>
-povertà, dal proprio valore e dai luoghi aspri e salvatici,
-scansò il giogo dei Musulmani; i quali fatto
-fardello (710, 752, 813, 816, 817, 935) dell’oro e
-argento, ma spaventati insieme dai frequenti naufragi
-e dalla resistenza degli isolani nelle scorrerie
-minori, li lasciarono tranquilli;<a class="tag" id="tag10" href="#note10">[10]</a> tenendoli uomini indomabili,
-avvezzi a star sempre con le armi allato,<a class="tag" id="tag11" href="#note11">[11]</a>
-da buscarsi appo di loro più colpi che preda. Gli annali
-musulmani ci narrano che dopo la strage fatta
-in Sardegna da Abd-er-Rahmân-ibn-Habîb (752)
-gli abitatori si sottomessero a tributo; onde per
-lungo tempo non furono molestati, anzi i Rûm ristorarono
-le cose dell’isola.<a class="tag" id="tag12" href="#note12">[12]</a> Erronea parmi la fazione
-<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
-dei Musulmani di Spagna a Cagliari nel mille ed uno,
-che si legge in un compendio di storia pisana di tre
-secoli appresso.<a class="tag" id="tag13" href="#note13">[13]</a>
-</p>
-
-<p>
-Sbarcato Mogêhid in Sardegna, ruppe gli isolani
-con molta strage, di rebi’ primo del quattrocentosei
-(18 ag. a 16 settem. 1015); uccise Maloto lor condottiero
-e fece grandissimo numero di prigioni, donne
-e fanciulli.<a class="tag" id="tag14" href="#note14">[14]</a> L’armata, com’e’ sembra, si mostrò, prima
-o dopo, su la costiera tra Genova e Pisa, approdando a
-Luni, cui saccheggiò forse e si ritrasse; ma bastò a
-provocare i Pisani già possenti in mare, e i Genovesi,
-i quali prosperando nel commercio dovean anco
-adoperarsi a cacciare il vicin nemico. Par si collegassero
-le due repubbliche nell’umile sembianza di
-compagnie di mercatanti, premurose d’ubbidire ai comandi
-del papa e dell’imperatore; e il papa ch’era
-Benedetto ottavo, partigiano favorito d’Arrigo secondo
-e vago di por mano nelle cose temporali, par
-<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span>
-s’arrogasse di promulgare la guerra, e di negoziare
-con Moghêid. Nondimeno l’importanza dell’impresa
-stava tutta nelle forze, interesse e volontà dei Pisani
-e dei Genovesi; i quali andati a trovare il navilio musulmano
-in Sardegna, riportarono una prima vittoria nello
-stesso anno mille e quindici.<a class="tag" id="tag15" href="#note15">[15]</a> Mogêhid si sfogava con
-<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
-atroci supplizii sopra i Cristiani di Sardegna,<a class="tag" id="tag16" href="#note16">[16]</a> innasprito
-forse dalla resistenza che facessero i Sardi qua
-e là per l’isola; e sapendo i grossi armamenti che
-s’apparecchiavano in Terraferma, diede opera a fabbricare
-una fortezza.<a class="tag" id="tag17" href="#note17">[17]</a> Intanto i suoi, scontenti del
-poco acquisto, sbigottiti dal clima malsano e dai travagli
-della guerra, mormoravano:<a class="tag" id="tag18" href="#note18">[18]</a> tardava alla più
-parte di tornare in patria, dove li chiamavano tutte le
-passioni della guerra civile. Talchè, di maggio millesedici,
-venuta grand’oste di Pisani e Genovesi, Mogêhid
-si deliberò a sgombrare.<a class="tag" id="tag19" href="#note19">[19]</a> Combattuto dagli Italiani
-mentre s’imbarcava, in su l’entrar di giugno,<a class="tag" id="tag20" href="#note20">[20]</a>
-fu sconfitto, e atrocemente straziati i suoi da una
-tempesta, che ruppe molte navi, altre spinse a terra,
-ove i naufraghi erano spacciati dai Cristiani.<a class="tag" id="tag21" href="#note21">[21]</a> Campò
-Mogêhid a Denia con le reliquie dell’armata, lasciando
-prigioni un fratello e il proprio figliuolo Alì che gli
-<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span>
-succedette nel principato:<a class="tag" id="tag22" href="#note22">[22]</a> altri scrive il figliuolo e
-una moglie.<a class="tag" id="tag23" href="#note23">[23]</a> Con sì lieve fatica i nostri riebbero la
-Sardegna.<a class="tag" id="tag24" href="#note24">[24]</a>
-</p>
-
-<p>
-E tosto voltarono le armi l’un contro l’altro: i
-Genovesi assalivano i Pisani; i quali, avutone l’avvantaggio,
-li cacciarono dall’isola.<a class="tag" id="tag25" href="#note25">[25]</a> Onde i mercatanti
-di Pisa cominciarono ad esercitare una clientela su
-quei giudici, o regoli, bisognosi di lor danaro e di loro
-forze navali; tennero fattorie; forse usurparono privilegi
-commerciali: nelle quali brighe ebbero sempre
-a gareggiare coi mercatanti genovesi.<a class="tag" id="tag26" href="#note26">[26]</a> Nel secolo ap-
-<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
-presso, quando le due città si reggeano a comune e
-Genova adulta agguagliava la rivale, si contesero
-la Sardegna con le armi, con le pratiche appo quei
-regoli ed a corte di Federigo Barbarossa,<a class="tag" id="tag27" href="#note27">[27]</a> e poscia
-con falsare la storia, immaginandosi dai Pisani due
-concessioni papali (1016 e 1049) e due novelli conquisti
-del mille diciannove e mille quarantanove, sopra
-<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span>
-Mogêhid che alfine fosse caduto in lor mani.<a class="tag" id="tag28" href="#note28">[28]</a> Da
-ricordi più genuini si ritrae che i Musulmani, dopo
-la fuga di Mogêhid a Denia (1016), non assalirono mai
-più la Sardegna.<a class="tag" id="tag29" href="#note29">[29]</a> Quei si tuffò tutto, scrive Ibn-el-Athîr,
-nelle guerre civili di Spagna;<a class="tag" id="tag30" href="#note30">[30]</a> molestò la contea
-di Barcellona; fu costretto alla pace, dicon anco
-a pagar tributo (1018), da una man di Normanni
-ausiliari della contessa Ermenseda, nella minorità di
-Berengario,<a class="tag" id="tag31" href="#note31">[31]</a> e morì nel millequarantaquattro.<a class="tag" id="tag32" href="#note32">[32]</a> Di
-certo, i corsali di Denia e delle Baleari lungo tempo
-infestarono le parti occidentali del Mediterraneo, poichè
-quel nome di Mugeto, supposto re d’Affrica, suonò
-terribile appo i Cristiani; chiunque combatteva gli
-Infedeli spagnuoli o affricani, si vantava d’aver preso
-o ammazzato il gran Saracino.<a class="tag" id="tag33" href="#note33">[33]</a>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
-</p>
-
-<p>
-Tolte così le favole che son debole fondamento
-alla gloria dai popoli, quella dei Pisani e Genovesi
-risplende nella liberazione della Sardegna; nel primo
-esempio dato in Ponente di grosse espedizioni contro
-i Musulmani; nell’acquistata signoria del bacino occidentale
-del Mediterraneo. Venuti loro a noia li
-armamenti navali di Moezz-ibn-Badîs,<a class="tag" id="tag34" href="#note34">[34]</a> i Pisani assaltarono
-l’Affrica il milletrentaquattro, presero Bona:<a class="tag" id="tag35" href="#note35">[35]</a>
-strepitosa vittoria che suonò oltremonti come trionfo
-della Cristianità sopra l’Islamismo, e probabil è vi
-abbiano partecipato i Genovesi e qualche nave provenzale.<a class="tag" id="tag36" href="#note36">[36]</a>
-Le due repubbliche italiane messero da
-<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
-parte lor odii quand’occorrea domare il nemico
-comune: i Pisani uniti di nuovo ai Genovesi schierarono
-dinanzi Mehdia (1087) quattrocento navi italiane;
-e prima avean assalito soli Palermo (1062),
-poscia occuparono le Baleari (1113-4); per tutto il duodecimo
-secolo i navilii d’Italia, terrore dei Musulmani,
-apriron la via agli accordi commerciali e alla
-fondazione delle fattorie nelle città marittime d’Affrica
-e di Levante. Quella virtù cominciando ad operare,
-come si è notato, nei principii del secolo undecimo,
-diè incentivo ed aiuto al conquisto della Sicilia.
-</p>
-
-<p>
-La rivoluzione di Puglia e Calabria contro i Bizantini
-fu capitanata e confiscata da poche famiglie
-novelle in Cristianità. Verso il settimo secolo, a’ primi
-albori della storia settentrionale, si scopre in Danimarca,
-Norvegia e Svezia una gente la cui lingua al
-par che la complessione dei corpi e gli ordini sociali
-attestavano l’origine germanica; se non che,
-sendo lor toccato in sorte un paese inculto e disabitato
-o quasi, non ebbero vassalli, e non trovando vitto
-in terra, lo cercarono in sul mare con la pesca e la
-pirateria. Per tali cagioni si mantenne tra essi l’uguaglianza
-civile perduta da’ lor fratelli nel conquisto delle
-province romane. Serbaron anco l’antica religione. Si
-reggeano in piccioli stati, sotto capi (<i>iarls</i>) di famiglie nobili
-per valore, eletti nelle adunanze (<i>things</i>), nelle quali
-gli uomini liberi, cioè tutti, deliberavano le pubbliche
-<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
-faccende. Ma nell’ottavo secolo, i combattimenti e traffichi
-nel Baltico con altri Germani e con genti finniche e
-slave avean già condotto gli Scandinavi a migliorare
-lor costruzioni navali, lor armi, e le arti necessarie
-all’uno e all’altro: allor fecero più grosse imprese al
-di fuori, e seguì in casa l’accentramento sotto regoli
-(<i>kong</i>, <i>konung</i> ec.); s’apparecchiò quello dei piccioli
-nei maggiori reami, di Danimarca, Norvegia e
-Svezia. I quali rivolgimenti, al par che le spesse carestie
-in un paese presso che privo d’agricoltura, portavano
-all’emigrazione. Gli uomini più audaci e procaccianti
-facean compagnia; sceglieano apposta un
-capo sperimentato, re marittimo (<i>soekongar</i>) come il
-chiamavano; varavano frotte di barche, e sì usciano
-a lor <i>wicking</i>, noi diremmo pirateria, in cerca di
-bottino e di gloria: chè virtù si tenea presso di loro
-l’astuzia e valor nel rubare. I morti per naufragio o
-di spada sederanno in eterno allato d’Odin, nel Walhalla,
-a tracannare cervogia; i reduci faranno mostra
-della preda, canteranno lor geste, bevendo a cerchio
-nelle romorose brigate l’inverno. Orgoglio dunque,
-cupidigia, necessità, costumi, rigoglio di corpi e
-d’animi, uso alle fatiche del mare, non curanza della
-morte, moveano i Normanni (<i>Northmen</i>) o Dani<a class="tag" id="tag37" href="#note37">[37]</a> a
-lontane espedizioni fuori il Baltico.
-</p>
-
-<p>
-Nelle quali desolarono (787-885) lungo la marina
-e le rive dei fiumi, le isole britanniche, la Germania
-<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
-in su l’Oceano, i Paesi Bassi, e la Francia; infestarono
-anco la Spagna: Hastings, lor terribile eroe, pensando
-arricchirsi delle spoglie di Roma, s’imbattè in
-Luni (859), la saccheggiò;<a class="tag" id="tag38" href="#note38">[38]</a> ed egli o altri assaltò anco
-Pisa (860). Con lor lievi barche solean costeggiare,
-entrare nelle foci dei fiumi, risalire per ventine o centinaia
-di miglia dentro terra; afforzarsi nelle isole marittime
-o fluviali; smontati dar di piglio a quanti cavalli
-poteano, e temerarii innoltrarsi nelle province, taglieggiando,
-depredando, ardendo, ammazzando; più
-crudi nei monasteri, sapendoli più ricchi, o per vanto
-di calpestare il nume rivale d’Odin. Da Londra e
-Dublino ad Utrecht, Aquisgrana, Colonia, Coblentz,
-Treveri, Parigi, Tours, Bordeaux, e Tolosa; ed a Lisbona,
-a Siviglia, ad Arles, a Valenza sul Rodano, i
-Barbari addimesticati sentiron la mano dei Barbari freschi
-della Scandinavia: i quali dopo la rapina presero
-come gli altri a stanziare qua e là; conquistarono l’Inghilterra,
-e la perdettero; si posero alla foce della Loira
-e ne furon cacciati; si posero in su la Senna e v’allignarono.<a class="tag" id="tag39" href="#note39">[39]</a>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span>
-</p>
-
-<p>
-Un secolo era corso dall’esaltazione di Carlomagno,
-e restava appena a’ successori col titol di
-reame di Francia la regione che si stende dalla Loira
-alla Mosa, toltane a ponente la Bretagna, quando vennero
-a scemare il breve territorio gli Scandinavi che
-l’aveano già guasto, e saccheggiata Parigi (846), arsi
-i sobborghi (857), e strettala nuovamente d’assedio
-per dieci mesi (885-6). Avvenne nel medesimo tempo
-che Aroldo dalla bella chioma (<i>Harald Haarfager</i>) soggiogasse
-gli altri regoli di Norvegia, e facesse opera
-ad accentrare ed assestare il novello reame; onde
-molti uomini impazienti del giogo espatriarono o furon
-cacciati e incalzati per le isolette e pei mari,
-dove ripigliavano l’antico mestiere di loro schiatta.
-Ragunati in grande frotta, tentarono l’Inghilterra, tentarono
-la Fiandra, e alfine s’imboccarono nella Senna;
-ebbero di queto Rouen;<a class="tag" id="tag40" href="#note40">[40]</a> ne fecero pianta a
-guerra di conquisto; ruppero (898) un esercito francese
-che li assalì; occuparono cittadi e castella. Nelle
-quali fazioni ebber dapprima condottieri senza comando
-<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
-politico;<a class="tag" id="tag41" href="#note41">[41]</a> poi s’innalzò sopra tutti per valore
-e civile prudenza Roll,<a class="tag" id="tag42" href="#note42">[42]</a> nobile corsaro norvegio, bandito
-per atto di rapina in patria. E già s’erano costoro
-in sedici anni assuefatti a vivere nelle nuove stanze
-coi vinti, quando i popoli e clero di tutto il reame,
-vedendo non potere spezzar quel flagello, costrinsero
-re Carlo il Semplice a stornarlo con la pace. Trattò
-la pace il vescovo di Rouen, amico per necessità dei
-Normanni; ed a Saint Clair sull’Epte (912) il re concedette
-a Roll e sua gente il paese che occupavano:<a class="tag" id="tag43" href="#note43">[43]</a>
-quei gli prestò omaggio feudale, diè e compì la promessa
-di farsi cristiano egli e’ suoi, e di sposare una
-figlia naturale del re. Ebbe titol di conte; poi s’addimandò
-duca; e il territorio, Normandia; il quale fu esteso
-da lui e dai successori, tra le discordie dei grandi
-vassalli coi re, e tra le guerre civili che portarono al
-trono i Capeti. I compagni d’arme di Roll, avuta ciascun
-sua parte del territorio e divenuti signori dell’antica
-popolazione, presero gusto alla vita di
-cavalieri francesi; mutarono il culto d’Odin nel cristianesimo;
-l’uguaglianza del wicking in gerarchia
-feudale; l’incerto frutto del saccheggio in perenne
-esercizio d’abusi baroneschi; dimenticarono la patria
-che li avea cacciati; ebbero figliuoli la più parte da
-donne del paese. E però alla seconda generazione parlarono
-il linguaggio della Francia settentrionale, fuorchè
-<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
-nelle parti di Bayeux e di Coutances, dove, per essere
-sopravvenuti altri stuoli di Norvegia e Danimarca,
-si mantenne qualche anno di più il paganesimo,
-la favella scandinava oltre un secolo, e sempre un
-animo riottoso e contumace. Insieme con la religione
-e la lingua, la Francia diè ai nuovi conquistatori
-fogge, usanze, un po’ di cultura clericale, e tutti gli
-ordini della feudalità; se non che i baroni serbarono liberi
-spiriti in loro soggezione al duca, senza aggravar
-manco le infime classi. Il ducato fu più pericoloso vicino
-che nessun altro gran feudo, alla corona di Francia;
-l’odio nazionale arse per cinque o sei secoli
-tra gli abitatori dell’uno e dell’altro.<a class="tag" id="tag44" href="#note44">[44]</a> Tanto più
-che i Normanni, sì agevolmente gallicizzati al di fuori,
-non aveano perduta l’indole degli avi: insieme
-con gran valore, disciplina e sagacità militare, mostrarono
-saviezza nelle cose di stato ed economiche;
-ebbero sempre odorato fino del guadagno, mente
-astuta e man lesta a carpirlo, ira pronta raffrenata
-sol dall’interesse, amplessi e zuffe alternati fin
-tra fratelli, tra padri e figli nel partaggio degli
-acquisti; e con ciò un genio avventuroso, procacciante,
-migratorio, il quale all’entrar dell’undecimo
-secolo sfogò in pellegrinaggi al sepolcro di Cristo,
-ma non chiuse gli occhi per istrada essendoci da
-buscare. Qual cavaliere vivesse a disagio in casa,
-uscì a nuovo modo di <i>wicking</i> per terra, ai soldi
-d’altri stati; ed alla spicciolata fecero maravigliose
-<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span>
-prove in Spagna e nell’impero bizantino; raccolti
-e rinforzati d’altre genti, conquistarono l’Inghilterra
-e l’Italia meridionale.
-</p>
-
-<p>
-Al par che il <i>wicking</i> mutò forme in Normandia
-la <i>saga</i> che il solea celebrare,<a class="tag" id="tag45" href="#note45">[45]</a> della quale se fu
-tentata alcuna imitazione,<a class="tag" id="tag46" href="#note46">[46]</a> la poesia popolare francese
-la soverchiò sì tosto, che alla battaglia
-d’Hastings (1066) il menestrello di Guglielmo il Conquistatore
-appiccava la zuffa recitando la canzone
-d’Orlando, francese di lingua e d’argomento. Alla
-saga che andava in disuso con la favella e modi del
-vivere degli Scandinavi, era succeduta la cronica
-cristiana, da che Dudone di San Quintino, chierico
-piccardo, cominciò (994) a richiesta del secondo conte
-di Normandia e compiè sotto il terzo, in prosa latina
-tramezzata di versi, il racconto dei fasti di quel
-popolo e dinastia, seguendo la tradizione orale di
-Rodolfo conte d’Ivry.<a class="tag" id="tag47" href="#note47">[47]</a> Fu necessariamente la istoria
-di Dudone, pei tempi innanzi il trattato d’Epte,
-mescolala di vero e di romanzo scandinavo, difettosa
-molto in cronologia; pei tempi appresso, fu diario
-di corte con orpelli di leggenda monastica e frasi di
-rettorica latina: e sotto gli altri duchi, altri chierici la
-copiarono e continuarono chi in prosa latina, chi in
-<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span>
-versi francesi, fino allo scorcio del duodecimo secolo.<a class="tag" id="tag48" href="#note48">[48]</a>
-Ma i principi normanni surti in Italia in questo
-mezzo, vollero auch’essi lor croniche ad imitazione
-della corte di Rouen, compilate su i racconti dei guerrieri
-che aveano compiuto que’ gloriosi fatti e riteneano
-le tradizioni de’ più antichi; onde raccontatori
-e scrittori vi posero ornamenti di discorso a foggia
-or cavalleresca or claustrale: e son queste le fonti
-principali di storia nel periodo che prendiamo a trattare.
-</p>
-
-<p>
-Prima in ordine di tempo la Storia dei Normanni
-di Amato, campano e monaco di Monte
-Cassino, scritta tra il millesettantotto e l’ottantasei,<a class="tag" id="tag49" href="#note49">[49]</a>
-della quale corre per le mani degli eruditi da trent’anni
-in qua un’antica versione francese, interpolata
-di annotazioni e forse scorciata e infedele in qualche
-luogo.<a class="tag" id="tag50" href="#note50">[50]</a> Documento preziosissimo contuttociò; poichè
-<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span>
-l’autore, italiano di nascita e di studii, ossequioso a
-Roberto Guiscardo e Riccardo principe di Capua, ma
-assai più devoto al monistero, è testimonio immediato
-per la seconda metà dell’undecimo secolo; attinge
-per la prima metà a doppia tradizione, cassinese e
-normanna; e, con monacale prudenza, pur va dicendo
-il vero. La dedica all’abate Desiderio e l’andamento
-tutto dell’opera, mostran che fu dono fatto dal
-Monastero ai due principi protettori, per rimeritarli
-di loro larghezza con la fama. Proprio scrittor di
-corte, Guglielmo detto Appulo, ai conforti di Ruggiero
-duca di Puglia e di papa Urbano secondo, compose
-in su la fine dell’undecimo secolo<a class="tag" id="tag51" href="#note51">[51]</a> una cronica
-in versi latini, che comincia dalle prime imprese
-de’ Normanni in Italia e finisce alla morte di Roberto
-Guiscardo: narrazione molto viva, diligente e verace,
-fuorchè qualche episodio accattato dai classici,
-dalle favole scandinave e da’ romanzi francesi;<a class="tag" id="tag52" href="#note52">[52]</a> e
-d’origine francese parmi l’autore.<a class="tag" id="tag53" href="#note53">[53]</a> Lo fu di certo il
-<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
-monaco Goffredo Malaterra, il quale scrisse in prosa
-latina, a riscontro di quei fasti di casa Guiscarda,
-le geste di Ruggier di Sicilia, ritratte in parte dalla
-bocca del conte; e finisce, due anni avanti la costui
-morte, il millenovantotto. Malaterra avea letto le
-croniche di Normandia e qualche classico latino;
-avea meditato, egli o il conte Ruggiero, sull’indole
-degli uomini e vicende degli stati; onde da storico,
-anzi che cronista, tratta i primordii di casa di Hauteville
-in Italia, i particolari della guerra siciliana;
-nè parmi semplice quand’ei v’intreccia i miracoli dei
-Santi e delle spade normanne, quando dissimula il
-numero degli ausiliarii ed esagera quel dei nemici;
-quando salta a piè pari le imprese fallite o troppo
-scellerate. Dei delitti privati di Roberto e di Ruggiero,
-furti, rapine e agguati da masnadieri, truffe e violenze
-tra fratelli, il Malaterra è largo raccontatore al
-par che Guglielmo di Puglia; non tanto per libertà
-loro e grandezza d’animo dei principi, quanto per
-l’opinione di quelle compagnie di ventura passata
-nelle corti, dove si tenean vezzi guerrieri da vantarsene,
-e peccati veniali prodigalmente pagati alla
-Chiesa.<a class="tag" id="tag54" href="#note54">[54]</a> Tolto dunque l’orpello mitico nelle prime
-<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span>
-imprese, un po’ di reticenza o di esagerazione qua e
-là nelle altre, gli scritti di Amato, Guglielmo e Malaterra
-ci trasmettono le tradizioni normanne per
-tre vie dirette, paralelle e non comunicanti. Un buon
-compendio che parmi anco palatino e torna al millecentoquarantasei,
-aggiugne qualche particolare, secondo
-tradizioni che il tempo e gli interessi andavano
-guastando.<a class="tag" id="tag55" href="#note55">[55]</a> Leone d’Ostia, compilando nei principii del
-duodecimo secolo la storia generale di Monte Cassino,
-copia spesso Amato e vi aggiugne altri fatti con doppia
-circospezione di monaco e cardinale. Lupo Protospatario,
-autor della fine dell’undecimo, ci aiuta da magro
-cronista, diligente e imparziale tra Greci e Normanni.
-Altri contemporanei italiani e d’oltremonti, che
-citerò a’ luoghi opportuni, raddrizzano talvolta le opinioni
-degli scrittori di parte normanna; e così anche
-<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
-correggono qualche fatto per lo conquisto di Puglia
-i Bizantini, e per quel di Sicilia i Musulmani: frettolosi
-gli uni e gli altri e svogliati nel discorrere la caduta
-di lor dominazioni.
-</p>
-
-<p>
-I primi Normanni capitati di qua dalle Alpi il
-millediciassette per le pratiche del principe di Salerno,<a class="tag" id="tag56" href="#note56">[56]</a>
-venturieri per bisogno, cupidigia o persecuzioni nel
-paese natio,<a class="tag" id="tag57" href="#note57">[57]</a> trovarono in Italia una gran voglia a scuotere
-il giogo degli imperatori d’Oriente. I quali, essendo
-rimasti signori per la seconda fiata della Calabria e
-della Puglia, le ressero a lor solito; lasciarono i Musulmani
-di Sicilia a correre e taglieggiare quelle province,
-non frenati da buone armi nè da prudenti accordi;
-e con ciò ripigliarono le antiche pretensioni su i
-principati di Benevento, Capua e Salerno. Indi que’ signori
-longobardi si voltavano ad ora ad ora agli imperatori
-d’Occidente; e i popoli della Puglia, maturi
-a novità per le condizioni generali dell’Italia, si sollevavano,
-chiamando in aiuto gli Infedeli di Sicilia.<a class="tag" id="tag58" href="#note58">[58]</a>
-Dopo Smagardo, patriotta mal noto (997-1000), sorgea
-Melo, nobil cittadino di Bari, di schiatta longobarda,
-del quale la balba storia dell’undecimo secolo narra le
-<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span>
-sventure piuttosto che la virtù, passando sotto silenzio
-come egli suscitasse o rinnovasse la ribellione pugliese;
-come ordinasse tre guerre in dieci anni; come
-traesse a cospirar seco i principi longobardi, l’imperatore
-d’Occidente ed il papa:<a class="tag" id="tag59" href="#note59">[59]</a> Melo, il ribelle italiano,
-morto in Germania con onori da principe; uomo di
-maravigliosa costanza, operosità, arte politica e valore.
-Come città longobarda fatta capitale dei dominii
-bizantini in Italia, Bari parteggiava in due fazioni,<a class="tag" id="tag60" href="#note60">[60]</a>
-<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span>
-onde la ribellione dapprima vi trionfò; poi la parte
-greca rimbaldanzì pei rinforzi di Costantinopoli,
-e fu ristorato il governo straniero (1011). Melo
-rifuggito alle corti longobarde che l’aiutavano sottomano,<a class="tag" id="tag61" href="#note61">[61]</a>
-s’abboccò a Capua co’ venturieri arrivati
-di Normandia, lor diè armi, cavalli e stipendio (1017),
-levò altre genti ne’ territorii di Salerno e Benevento,<a class="tag" id="tag62" href="#note62">[62]</a>
-e mosse con tutta l’oste contro i Greci.
-</p>
-
-<p>
-Ruppeli in tre o più scontri (1017-19), tornando
-ai Normanni i primi onori del trionfo; ed era libera
-la Puglia, se non che novello capitano, mandato di
-Costantinopoli, tagliò a pezzi l’esercito dei ribelli
-sul funesto piano di Canne (ottobre 1019). Ritentò
-Melo la fortuna, con altra schiera di Normanni
-sopraccorsa da Salerno, ove in tre anni n’era venuto
-grande numero alla sfilata; e toccò la seconda strage
-presso Melfi. Indi i principi longobardi a tentennare;
-Melo a correr oltre le Alpi, chiedendo gli aiuti d’Arrigo
-imperatore, e, mentre si apprestavano, morì. Dato,
-compagno di ribellione e fratello della moglie, andò
-al supplizio (1021), venduto dal principe di Capua e
-dall’abate di Monte Cassino. I popoli tornarono al
-<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
-giogo, resistendo alcun capo qua e là con aiuti dei
-Musulmani di Sicilia. I cinquecento Normanni che rimaneano
-de’ tremila passati in Italia, s’acconciarono
-agli stipendii di Salerno e di Monte Cassino, divisi in
-sei compagnie, due con l’abate e quattro col principe;
-qualche altro militò a Capua ed a Napoli.<a class="tag" id="tag63" href="#note63">[63]</a>
-</p>
-
-<p>
-Non oscuri, non potenti, vissero per altri venti
-anni da soldati di ventura. Crebbero di riputazione
-nelle risse tra i piccioli stati, passando sovente dall’uno
-all’altro per avarizia ed arte di mantenerli tutti vivi
-ed infermi. Secondo i guadagni crebbero un po’ di numero,
-per gente di lor sangue che cercava fortuna oltre
-le Alpi e per uomini facinorosi arruolati nella Lombardia
-propria ed Italia inferiore, i quali prendeano
-i costumi ed apparavano la lingua dei Normanni.
-Sopra ogni altro si avvantaggiò di coteste compagnie
-il principe di Salerno, allargando suoi confini. Sopra
-ogni altro lor giovò il duca di Napoli, il quale ripreso
-lo stato mercè una compagnia, donolle il territorio
-ove fondarono Aversa (1029), e ’l condottiero
-Rainolfo funne chiamato console e poi conte. Arrigo
-secondo e Corrado il Salico, calando in questi tempi
-nei principati per mantenervi la precaria autorità dello
-impero occidentale sopra quella del bizantino, guardaron
-d’occhio benigno i Normanni come stranieri;
-<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
-e Corrado investì solennemente Rainolfo della contea
-d’Aversa (1038), dandogli a mano il gonfalone
-imperiale attaccato in cima a una lancia.<a class="tag" id="tag64" href="#note64">[64]</a>
-</p>
-
-<p>
-La compagnia normanna nella primitiva sua
-forma sembra squadron di cavalli, da venticinque
-ad ottanta, condotto da un capitano intraprenditore
-che assoldasse gli uomini e guadagnasse per
-sè, ovvero da capitano eletto che amministrasse
-il peculio sociale, cioè lo stipendio toccato in comune
-e il bottino. In battaglia par che le compagnie
-dessero comando temporaneo ad un capitano a scelta
-di tutti, per quel giorno colonnello, com’or diremmo,
-d’un reggimento.<a class="tag" id="tag65" href="#note65">[65]</a> Due reggimenti o bande erano
-in Italia verso il milletrentotto; delle quali la prima,
-di veterani e lor aderenti chiamati di Normandia, stanziati
-ad Aversa, fatti possidenti e però meno avventurosi,
-s’andava rassettando, a mo’ delle istituzioni
-patrie, sotto un colonnello perpetuo o si chiami conte
-privilegiato dall’imperatore; ma più ritenea del <i>wicking</i>
-che non avesse preso del feudo. L’altra, vero <i>wicking</i>,
-di giovani che tentavano la sorte, mescolati a più
-<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span>
-numero d’Italiani, lasciò i soldi del principe di Salerno
-per seguire le insegne bizantine in Sicilia. Eran
-circa cinquecento cavalli, condotti da un capitano
-amministratore, il milanese Ardoino.<a class="tag" id="tag66" href="#note66">[66]</a>
-</p>
-
-<p>
-Il savio cavaliere lombardo, ripassato co’ suoi il
-Faro dopo l’insulto di Maniace, gittò il dado a un
-gran disegno. La ribellione di Puglia male spenta con
-Melo,<a class="tag" id="tag67" href="#note67">[67]</a> si ridestò per opera del figliuolo Argiro, come
-prima le soldatesche bizantine sgomberavano il paese,
-traendo alla guerra di Sicilia: ma fe’ testa ai ribelli
-la fazione costantinopolitana, talchè Bari fu presa e
-ripresa; e infine Michele Doceano, tornato di Sicilia,
-ricominciò i supplizii nella capitale (nov. 1040). Argiro
-nondimeno rimase nella provincia, latitante o in
-arme.<a class="tag" id="tag68" href="#note68">[68]</a> Ardoino, giunto in questo medesimo tempo,
-praticò coi malcontenti; e non si fidando, come soldato
-ch’egli era, nelle forze tumultuarie, nè in Bari
-aperta ai Bizantini dalle fazioni e dal mare, divisò di
-piantar altra bandiera di rivoluzione a Melfi, addossato
-all’Apennino allo sbocco della maggior valle onde
-si valicava agli stati del Tirreno, nemici naturali di
-Costantinopoli; ma sopra tutti fece assegnamento su
-i Normanni. Andò pertanto ad Aversa ad esporre
-le condizioni delle cose; il fior degli eserciti greci
-avviluppato in Sicilia, i popoli della Puglia pronti a
-ripigliare le armi: «E perchè ti starai,» disse al conte
-Rainolfo, «contento a due spanne di terreno, come il
-<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
-topo nella buca, quando puoi meco signoreggiare quei
-ricchi campi, cacciandone le femine vestite da soldati
-che li hanno in guardia?»<a class="tag" id="tag69" href="#note69">[69]</a> Ristretti i capi a consiglio,
-deliberano l’impresa; stipolano federazione con Ardoino,
-e ch’egli s’abbia metà degli acquisti. Aversa
-fornì trecento uomini sotto dodici capitani, che allora
-e poi si addimandarono conti, uguali tra loro in grado
-e con ugual diritto nel partaggio.<a class="tag" id="tag70" href="#note70">[70]</a>
-</p>
-
-<p>
-All’entrar del millequarantuno Ardoino una notte
-conduce chetamente le compagnie a Melfi; si fa incontro
-ai cittadini che pigliavano l’arme, ed «Ecco,
-lor grida, vi reco la libertà che sospiraste. Io tengo
-parola: compite or la parte vostra ed accogliete
-come compagni e fratelli cotesti amici miei, mandati
-proprio da Dio per togliervi di servitù!»<a class="tag" id="tag71" href="#note71">[71]</a>
-Fermasi il patto che Melfi non abbia signor feudale;
-reciprocamente si giura lega e amistà.<a class="tag" id="tag72" href="#note72">[72]</a> La dimane
-<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span>
-i Normanni corron predando a Venosa; il secondo
-dì ad Ascoli, poi a Lavello e per tutta la Puglia senza
-contrasto.<a class="tag" id="tag73" href="#note73">[73]</a> Tra le due bande e i Pugliesi che le seguirono,
-<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span>
-sommavan già a tre migliaia d’uomini; settecento
-soli a cavallo e pochi tra essi vestiti di corazza.
-</p>
-
-<p>
-A’ diciassette marzo, Doceano lor presentava la
-battaglia su le sponde dell’Olivento sotto Melfi, con
-la legione Obsequiana dell’Asia Minore e gli ausiliarii,
-russi: cinque o sei contr’uno ed assai meglio armati;
-ma furono sconfitti.<a class="tag" id="tag74" href="#note74">[74]</a> I Greci toccarono la
-seconda rotta ancorchè rinforzati di Traci e d’Italiani
-<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span>
-a Montemaggiore su l’Ofanto, del mese di maggio;
-la terza, di settembre, a Montepeloso, dove i
-Normanni non riconobbero al certo il comune legnaggio
-nei Varangi, schierati contr’essi con genti greche
-e slave, sotto il catapano Boioanni. Si bilanciò
-la fortuna delle armi nel quarantadue, ripassato in
-Italia il fiero Maniace. Poi tornò per sempre ai Normanni.<a class="tag" id="tag75" href="#note75">[75]</a>
-</p>
-
-<p>
-Tra coteste guerre, le due bande d’Aversa e
-di Sicilia stanziavano a Melfi, accomunate, com’ei
-sembra, e ridivise sotto dodici condottieri, i quali si
-reggeano a repubblica, e ciascuno s’acconciò un palagio
-e un quartiere nella città:<a class="tag" id="tag76" href="#note76">[76]</a> independenti l’un
-dall’altro e gelosi; ma gareggiarono sempre di virtù
-sul campo. Col danaro, le armi e i cavalli tolti ai
-nemici, e con promesse di maggiori acquisti, levaron
-cavalieri e fanti italiani nei principati longobardi e
-nella Lombardia propria;<a class="tag" id="tag77" href="#note77">[77]</a> incorporandoli, com’e’ parmi
-<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
-chiaro, in lor compagnie anzichè formarne delle nuove.
-Ardoino disparve: morto nei primi scontri, o
-messo da canto e sbeffeggiato s’ei volle comandare;
-rimaso doge senza soldati dopo l’unione delle due
-bande.<a class="tag" id="tag78" href="#note78">[78]</a> Gli sostituirono innanzi la battaglia di Montepeloso
-(1041) Atenolfo, fratello del principe di Benevento,
-per guadagnar fede appo i popoli dei quali
-avean bisogno;<a class="tag" id="tag79" href="#note79">[79]</a> ed a capo di pochi mesi dettero lo
-scambio ad Atenolfo per le medesime cagioni, in
-persona di Argiro, il quale a quel precipizio de’ Greci
-era stato gridato duca di Italia a Bari (febbraio 1042),
-ed avea ripigliato virtuosamente le armi.<a class="tag" id="tag80" href="#note80">[80]</a> Argiro,
-<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
-capo della rivoluzione, conveniva meno che ogni
-altro ai Normanni vogliosi non di liberare la Puglia,
-ma di sottentrare agli antichi signori. Donde all’assedio
-di Trani un condottiere per poco non l’uccise;<a class="tag" id="tag81" href="#note81">[81]</a>
-ed egli a dirittura praticò con la corte bizantina di
-riformare lo stato in Puglia;<a class="tag" id="tag82" href="#note82">[82]</a> tentò invano d’adescare
-i Normanni che uscissero d’Italia per acquistar
-nuove palme e nuovi tesori ai soldi dell’impero in
-Persia; e finì lor nemico mortale, duca di Puglia
-per doppia grazia dei popoli e dell’impero d’Oriente,
-cospirando col papa e l’imperatore tedesco allo sterminio
-dei Normanni.<a class="tag" id="tag83" href="#note83">[83]</a>
-</p>
-
-<p>
-Ma gli astuti condottieri che s’erano scissi
-quando lor entrò in mezzo Argiro, ed alcuno era
-<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
-passato al principe di Salerno,<a class="tag" id="tag84" href="#note84">[84]</a> tosto s’accorsero
-che nell’unione sola era da sperar salute
-e trionfo sugli Italiani. Rifanno pertanto la lega
-normanna; le prepongono, con titolo di conte di Puglia,
-Guglielmo Braccio di Ferro, primo tra loro per
-riputazione nell’armi e numero di aderenti; si associano
-il conte d’Aversa; e riconoscono signor feudale
-Guaimario principe di Salerno. Celebrossi il nuovo
-patto a Melfi, di settembre millequarantatrè, fatto insieme
-il partaggio della terra occupata per forza o
-per accordo, talchè il conte d’Aversa e i dodici condottieri,
-Guglielmo al par degli altri, ebbero ciascuno
-una grossa città, rimanendo Melfi in comune come
-capitale.<a class="tag" id="tag85" href="#note85">[85]</a> Ordinamento misto tra feudale e federale,
-che presto volse a pretta feudalità. I condottieri tennero
-da baroni, com’e’ sembra, ereditarii, le città
-assegnate, levando tributi, sforzando gli abitatori
-a servigi secondo le costumanze longobarde
-che trovavano nel paese non cancellate dalla
-dominazione bizantina; ed anzi che smettere gli
-abusi di quella, aggiunsero quanti ne ricordavano di
-casa loro in Normandia.<a class="tag" id="tag86" href="#note86">[86]</a> Sembianza feudale anche
-<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
-ebbe l’omaggio al principe di Salerno; credo
-senz’obbligo di servigio militare, nè altro. Il nuovo
-conte di Puglia, elettivo, fu capitano a vita e magistrato
-federale, ma ebbe dritto di creare o almen di
-proporre novelli baroni pei territorii che mano mano
-s’acquistassero:<a class="tag" id="tag87" href="#note87">[87]</a> dimodochè il senato federale
-s’empiva di creature sue, ed a capo di trent’anni
-il terzo conte inghiottì e signor feudale e confederati,
-e regnò con titol di duca su la più parte dell’Italia
-meridionale.
-</p>
-
-<p>
-La famiglia che si levò a tanta altezza veniva
-dal Cotentino, provincia normanna più che nessun’altra
-di Normandia.<a class="tag" id="tag88" href="#note88">[88]</a> Quivi nei principii dell’undecimo
-secolo tenne la picciola terra di Hauteville
-presso Marigny nella diocesi di Coutances,<a class="tag" id="tag89" href="#note89">[89]</a> un Tancredi,
-gentiluomo di nobiltà mezzana, di scarso
-avere, di gran forza e coraggio, non ignoto a corte
-dei duchi di Normandia, ma non congiunto loro,
-come poi si favoleggiò;<a class="tag" id="tag90" href="#note90">[90]</a> il quale fu padre di dodici
-<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span>
-robusti figliuoli, educati secondo il secolo e paese,
-in cacce, armi, cavalli, pietà cristiana e morale da rubatori
-di strada. Fatti guerrier di ventura, tre dei maggiori,
-per nome Guglielmo, Drogone e Unfredo,<a class="tag" id="tag91" href="#note91">[91]</a> capitarono
-dopo varie vicende in Italia; militarono a
-Capua, indi a Salerno, e passarono con l’esercito di
-Maniace in Sicilia (1038); dove Guglielmo, preposto a
-un drappello o compagnia che fosse,<a class="tag" id="tag92" href="#note92">[92]</a> meritò il nome di
-<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span>
-Braccio di Ferro. Rifulse al paro la sua virtù nella
-guerra di Puglia: co’ brividi della quartana addosso
-si gittava nella mischia a Montepeloso (1041) e ristorava
-la battaglia: prode tra i prodi, affabile e savio,
-spalleggiato da due fratelli conti anch’essi o capitani
-di compagnie, chi potea contendergli il primato nella
-repubblica militare di Melfi? Morto costui a capo di
-tre anni (1046), fu rifatto conte di Puglia Drogone,
-ch’ebbe primo l’investitura dallo imperatore Arrigo
-terzo (1047); e ucciso Drogone (1051), i Normanni
-gli surrogarono l’altro fratello Unfredo, sotto il quale
-repressero un gran tumulto di principi e popoli.<a class="tag" id="tag93" href="#note93">[93]</a>
-</p>
-
-<p>
-Tumulto legittimo nel popolo che avea cercato
-libertà e pativa oltraggi novelli; tumulto suscitato anco
-dal papa e dagli imperatori d’Occidente e d’Oriente per
-interesse proprio, sotto la solita specie di ben pubblico,
-morale, giustizia, religione. I Normanni lor davano
-appicco. E veramente se mancassero attestati
-precisi della costoro insolenza e cupidità in Italia, si
-argomenterebbe dagli eventi contemporanei d’Inghilterra,
-dove gli ospiti normanni di Eduardo primo fecer
-tanto che provocarono i Sassoni alla ribellione.<a class="tag" id="tag94" href="#note94">[94]</a>
-Crederemo dunque agli scrittori tedeschi, italiani e
-<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
-bizantini di quel tempo i soprusi che narrano delle bande
-stanziate in Puglia, mescolate d’oltramontani e Italiani,
-ai quali era sola patria il campo, sola virtù il disciplinato
-valore.<a class="tag" id="tag95" href="#note95">[95]</a> I nuovi sudditi, spogliati dai conti e oltraggiati
-dalle soldatesche, dettero ascolto ai tre potentati
-che inopinatamente stendean loro la mano. Costantinopoli,
-per estremo rimedio, richiamava gli esuli
-a Bari; facea duca d’Italia Argiro figliuol primogenito
-della rivoluzione; prometteva alla Puglia l’età dell’oro.
-L’imperatore germanico si apprestava a mandare
-soldati, sollecitato dal papa che in quella stagione
-era come suo castaldo in Italia. Più che ad ogni altro
-premea l’impresa alla corte di Roma, la quale sorgendo
-da due secoli di vergogne, a’ consigli d’Ildebrando
-monaco e cardinale prendeva a riformar i
-costumi del clero e le elezioni ecclesiastiche, per le
-<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span>
-quali combattè Ildebrando papa: e con quelle nuove
-armi di castità e libertà ritentava gli acquisti nell’Italia
-meridionale. Leone nono, uom di religione e
-virtù private, condusse eserciti per liberare i popoli,
-com’ei diceva, dalla tirannide: a difendere i poveri
-cospirò coi due imperatori, con Argiro e coi Pugliesi
-tinti tuttavia del sangue di Drogone, che fu pugnalato
-alle spalle alla soglia del tempio. E tranquillava
-la coscienza con l’equivoco sacerdotale. «La morte
-d’alcun Normanno io non bramo, nè d’alcun
-uomo,» scrivea Leone pochi anni appresso a Costantino
-Monomaco, «ma voglio far pentire col terrore
-umano chi non paventa il giudizio di Dio.»<a class="tag" id="tag96" href="#note96">[96]</a>
-</p>
-
-<p>
-Mentre i nemici si sfogavano senza unità di consiglio
-nè d’azione, i Normanni si rassodarono, si
-estesero nelle Calabrie sopra i Greci;<a class="tag" id="tag97" href="#note97">[97]</a> e vennero d’oltremonti
-i figliuoli di Tancredi per la seconda moglie
-Fredesenda, primo tra essi Roberto Guiscardo (1047);
-al quale il fratello Drogone non sapendo come provvedere,
-mandollo con un pugno d’uomini ai confini di Calabria;
-fe’ racconciare un ridotto di legname in cima a un
-<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span>
-monte; lo chiamò Rocca di San Martino; disse lì al giovane
-di pigliar se potesse quanto scopriva con gli occhi;
-e volte le spalle se ne tornò in Puglia.<a class="tag" id="tag98" href="#note98">[98]</a> Cominciò
-Roberto il conquisto della Calabria da ladrone: rapire
-bestiame, saccheggiar ville, sequestrare le persone
-che paghin riscatto, ardere i cólti a chi ricusa la taglia,
-ammazzare cui difende la roba; tantochè un
-distretto si sobbarcava alla signoria feudale e i masnadieri
-passavano a un altro. Nel pessimo tirocinio,
-Roberto si fe’ gran capitano; si rimpannucciò con un
-matrimonio ed un tradimento; assoldò gente e se ne
-attirò molta più con promessa di bottino, con giustizia
-nel dividerlo, con quel suo sembiante marziale e risoluto,
-con piglio da buon compagno, e riputazione di smisurato
-coraggio, costanza, astuzia e profondità di
-consiglio. Un’oste di Calabresi per tal modo seguiva
-le fortune di Roberto quando papa Leone calò in
-arme a Civita sul Fortore, e i Normanni ragunarono
-tutte loro forze per difendersi. Affamati, ributtata
-dal papa ogni lor proposizione e preghiera, furono
-costretti a combattere (18 giugno 1053), capitanando
-Unfredo l’esercito e la prima schiera, Riccardo conte
-d’Aversa la seconda, e Roberto la terza, tutta di
-Calabresi. Gli Italiani del papa, senza capitano, fuggirono;
-i Tedeschi si fecero tagliare a pezzi; gli
-Italiani delle compagnie e que’ di Roberto trionfarono
-allato ai Normanni.<a class="tag" id="tag99" href="#note99">[99]</a>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span>
-</p>
-
-<p>
-Lasciata da canto la supposta concessione feudale
-del papa in questo tempo,<a class="tag" id="tag100" href="#note100">[100]</a> certo è che i vincitori
-il fecer prigione baciandogli i piedi, e che Leone benedisse
-lor vivi e loro morti, lagrimò, fece lunghe penitenze,
-dicon anche miracoli, e dopo dieci mesi tornò
-libero a Roma, rannodate con Argiro e coi due
-imperatori sue trame contro i Normanni;<a class="tag" id="tag101" href="#note101">[101]</a> ma la morte
-<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
-le troncò (1054) e prevenne anco Stefano nono che
-parlava di ripigliare l’impresa (1058).<a class="tag" id="tag102" href="#note102">[102]</a> Unfredo intanto
-usando la vittoria di Civita, soggiogava il rimanente
-della Puglia; minacciava Bari e qualche altra città da
-non potersi espugnare di leggieri; il Guiscardo ripigliava
-l’opera in Calabria;<a class="tag" id="tag103" href="#note103">[103]</a> e con questo crescea
-la potenza di casa Hauteville, fatti conti Malgerio
-in Capitanata e Guglielmo in Principato, e venuti altri
-fratelli e aderenti.<a class="tag" id="tag104" href="#note104">[104]</a> Sperò Unfredo lasciare l’oficio
-in retaggio: in punto di morte, chiamato a sè Roberto,
-lo istituì tutore del figliuolo minore; raccomandò
-forse entrambi ai capi normanni; e quando ei spirò
-(1056) il Guiscardo fu promosso a conte di Puglia.<a class="tag" id="tag105" href="#note105">[105]</a>
-Il quale fe’ sentir la mano del masnadiere al pupillo
-ed ai compagni; represse duramente con forza
-e frode quei che si ricordavano dell’uguaglianza; e
-divenne di fatto signor feudale. Compose agevolmente
-una sembianza di dritto, prendendo titol novello
-e investitura dalla corte di Roma.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span>
-</p>
-
-<p>
-Già Ildebrando preludeva per bocca di Niccolò
-secondo alla guerra del sacerdozio contro l’impero,
-ordinando libera la elezione dei pontefici (1059);
-già l’idea guelfa lampeggiava nella mente del cardinale
-toscano e del papa savojardo vissuto a Firenze:
-la corte di Roma, volendo sciogliersi della soggezione
-ai Tedeschi, dovea farsi puntello delle forze,
-quali che si fossero, che trovava in Italia. Niccolò
-dunque, tenuto un concilio a Melfi sopra la disciplina
-ecclesiastica, vi compì faccenda più grave: abboccatosi
-con Roberto scomunicato, lo ribenedisse, l’investì
-della signoria di Puglia e Calabria, che le tenesse,
-con titol di duca, in feudo della Chiesa romana, giurassele
-fedeltà, le fornisse servigio militare al bisogno, e
-pagassele censo annuale di dodici denari a jugero su
-i terreni tenuti da lui medesimo o conceduti a’ Normanni
-fino a quel dì. Promise inoltre a Roberto
-l’investitura della Sicilia.<a class="tag" id="tag106" href="#note106">[106]</a> La corte di Roma non
-<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
-aveva dunque posseduto Puglia, Calabria nè Sicilia,
-in fatto nè in carta, se non che nella falsa
-donazione di Costantino e nelle interpolazioni dei diplomi
-di Lodovico il Pio, Otone terzo ed Arrigo
-<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span>
-secondo; ma avea nel clero dell’Italia meridionale
-fautori e clienti; avea nel popolo riputazione di liberatrice
-e santa, e spirava religioso terrore nei feroci
-venturieri d’oltremonti. La sostanza dunque fu, che il
-<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span>
-gran censore della simonia diè in soccio a Roberto
-que’ suoi partigiani e un podere d’incerto padrone,
-per cavarne censo in buona moneta ogni anno, servigio
-di buone spade occorrendo, più i guadagni contingenti
-della sovranità feudale. Onesto o no tal baratto,
-la corte di Roma prestava forze vere in Terraferma; all’incontro
-nel patto aleatorio della Sicilia non mettea
-nulla del suo. Alla quale origine corrisposero i successi,
-poichè, conquistata l’isola, niuno domandonne l’investitura
-alla corte di Roma; anzi il papa risegnò parte
-dell’autorità ecclesiastica al principe che procacciasse
-un po’ di credito a San Pietro nell’isola bipartita
-tra Fozio e Maometto. Nello stesso modo che
-a Roberto e per gli stessi motivi, Niccolò secondo
-largì l’investitura d’Aversa al conte Riccardo; il
-quale poco appresso carpiva il principato di Capua
-(1062). Così la dominazione normanna mettea radici,
-rafforzata dalla parentela e comunanza d’interessi di
-Riccardo e Roberto; dal matrimonio di costui (1058)
-con una sorella del principe di Salerno, per la quale
-ripudiò con ippocriti cavilli Alverada, prima cagione
-di sua grandezza; e infine dall’acquisto della Calabria
-che Roberto e Ruggiero compirono nella state
-del millesessanta.
-</p>
-
-<p>
-Ruggiero, ultimo figlio di Tancredi, passò in Italia
-verso il millecinquantasei, giovane di venticinque anni
-o in quel torno,<a class="tag" id="tag107" href="#note107">[107]</a> grande, ben complesso, di bell’aspetto,
-facil parola, coraggio a tutta prova, animo vago di
-<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span>
-lode, ambizioso per tanti esempii di sua casa e nazione,
-turbolento, ma aperto e liberale, scevro dei
-vizii capitali di Roberto, suo pari forse in guerra, savio
-nelle cose di stato, senza quegli alti voli che sapea
-spiccare il Guiscardo. Il quale promosso a conte di
-Puglia, ricominciata dopo breve spazio l’impresa di Calabria,
-e fatta invano una punta infino a Reggio (1056),
-era tornato in Puglia, quando gli parve di tentar con
-poche forze nuovo colpo, tra quelle popolazioni spicciolate,
-discordi, disubbidienti all’impero bizantino: verghette
-agevoli a spezzare, poichè lor nojava di stringersi
-in fascio. Manda Ruggiero con sessanta cavalli
-(1057) sugli estremi gioghi meridionali dell’Apennino;
-e quegli compie da maestro l’usata fazione normanna,
-del piantarsi in un ridotto su le alture e dare
-il guasto giù nei piani: talchè tutta la val di Saline
-presso il Capo dell’Armi si sottomesse alla signoria
-feudale di Roberto. Con giovanil probità, Ruggiero
-gli consegnava il danaro rubato: con sagacità
-lo consigliava sopra un nuovo sforzo che s’apprestò
-contro Reggio; e andativi entrambi, Ruggiero con
-audaci scorrerie provvide l’esercito di vittuaglie;
-ma resistendo forte i cittadini e sopravvenuto l’inverno,
-l’assedio fu sciolto. Allora nacque discordia
-tra i fratelli, lagnandosi Ruggiero che Roberto per
-avarizia e invidia male assai lo rimeritasse; ond’ei
-s’accostò all’altro fratello Guglielmo conte di Principato,
-fatto anch’egli nimico di Roberto, al quale
-recarono molestia con depredazioni e scaramucce;
-poi rappattumati, Ruggiero tornava agli stipendii
-del duca con quaranta cavalli; e tosto non vedendogli
-<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
-snocciolar moneta, se n’andava e ripigliava le
-scorrerie. A Melfi, il giovane incapricciatosi dei cavalli
-di un vicino, li avea rubati di notte con
-un di sua masnada per nome Blettiva, maestro di
-furti; e di lì a poco saputo di certi mercatanti
-che viaggiavano da Amalfi a Melfi, li appostò,
-spogliò e taglieggiò, e col danaro accrebbe la
-compagnia fino a cento uomini. Ma entrato l’anno
-millecinquantotto e straziata la Calabria dalle genti
-di Roberto, da una pestilenza e da orribil fame,
-le popolazioni sottomesse alla signoria normanna si
-levarono; trucidarono intere compagnie: onde Roberto
-si consigliava di tramutar di Puglia in Calabria,
-dal campo nemico al suo proprio, il lioncello ch’avea
-messo tal giubba in due anni. E gli interessi raccendeano
-subitamente l’amore fraterno: Roberto concedeva
-a Ruggiero la metà dei territorii acquistati e da
-acquistarsi nell’estrema Calabria. Fermata la sede a
-Mileto, Ruggiero, del millecinquantanove, soggiogò
-la più parte del paese; conciò male due vescovi,
-greci al certo, che gli vennero incontro armati in
-Val di Saline; balzò in Capitanata insieme con Roberto
-e fece cavar gli occhi a un altro Normanno che
-s’era ribellato contro il fratello Goffredo; tornò con
-Roberto in Calabria per far una scorreria fino a Reggio
-(1059) ed apprestaronsi a maggior guerra. E in
-vero, del millesessanta, Roberto, raccolto quasi un
-esercito e preso con seco Ruggiero, calò a Reggio
-nel mese di luglio, e dopo molti combattimenti, nei
-quali il giovane si segnalò come in tutta sua vita, i
-valorosi cittadini furon chiusi dentro le mura, piantate
-<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span>
-le macchine a far la breccia; sì che Reggio
-esausta s’arrese a patti, riconoscendo signore il duca.
-Il quale mentre assestava la città, Ruggiero soggiogò
-le castella vicine, fuorchè Squillaci; e anch’essa,
-dopo qualche mese, aprì le porte.<a class="tag" id="tag108" href="#note108">[108]</a>
-</p>
-
-<p>
-In venti anni così dalla ribellione d’Ardoino, le
-compagnie di Normanni e Italiani s’erano impadronite
-della vasta provincia bizantina. Salerno, che
-fu prima a chiamarle e sempre le favorì, divenuta
-era difatto lor tributaria, e i principi imparentati per
-forza con casa Hauteville. Non van contati i piccioli
-stati: Napoli mezza libera; Benevento carpita dal papa;
-Monte Cassino badia o feudo, non si sapeva; Amalfi
-presa e lasciata da Salerno. La casa di Aversa, congiunta
-per matrimonii con gli Hauteville e coi principi
-di Salerno, stava per dar di piglio al principato di
-Capua ed a Gaeta. Della dominazione lombarda rimaneva
-a Salerno appena il nome che sparve tra non
-guari (1077). Con ciò la compagnia, mutando ordini
-a poco a poco, da federazione ch’era di venturieri
-trapassava a nobiltà territoriale, vassalla la maggior
-parte di Roberto di Hauteville, la minore di Riccardo
-d’Aversa: e le due novelle dinastie, riconosciuta la
-sovranità feudale, prima di Salerno, poi degli imperatori
-germanici, le aveano disdette entrambe, acconciandosi
-in quella del papa. Garbuglio di dritto pubblico, se
-dritto si dovesse cercare in quel periodo, tra la fermentazione
-degli elementi onde poi s’aggranellò un
-reame, non conquistato da un popolo sopra un altro,
-<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
-non riformato per movimento nazionale, nè religioso,
-nè sociale, ma per una rivoluzione mista di tutti
-que’ modi. I soldati mercenarii che fecero trionfare
-dopo mezzo secolo la ribellione di Melo, longobarda,
-latina ed aristocratica, usurparono la dominazione coi
-suoi frutti sopra i Bizantini e sopra gli abitatori ad un
-paro. Nella lunga e vana guerra, i venturieri furon costretti
-a mutar sovente i patti tra loro stessi, con le
-popolazioni soggiogate o confederate e coi principi
-vicini; e il duca di Puglia che s’innalzò tra quelle
-vicende, non venne a capo d’allargarsi in Calabria e
-quindi in Sicilia, senza la spada d’un altro condottiere;
-onde nacquero nuovi piati e andirivieni, finchè
-Roberto Guiscardo, correndo ad altre ambizioni, morì
-in Grecia (1085), e primeggiò in casa di Hauteville il
-conte Ruggiero signor della Sicilia. Infino a quel dì
-non vi ebbe dritto pubblico propiamente detto nell’Italia
-dal Garigliano a Trapani, se non che patti
-temporanei, i quali ben si assomiglierebbero a quei
-del <i>wicking</i> sotto gli Hastings e i Roll.
-</p>
-
-<p>
-E come i compagni di Roll, così i Normanni
-d’Italia, in lor vita da masnadieri mostrarono splendidamente
-le virtù che fondano gli stati. Virtù di guerra,
-la quale s’apprese immantinenti agl’Italiani entrati
-nelle compagnie; poichè non istà nella forza e nel
-coraggio, comuni alla più parte degli uomini, ma negli
-ordini, nello esercizio, nella fidanza singolare e collettiva
-dei combattenti, nell’onor militare, nella tradizione
-delle vittorie. Prudenza civile adattata a quegli
-umili principii: attirar sotto lor bandiere forti Italiani;
-accomunarli d’interessi ai Normanni; trovare
-<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
-partigiani nelle città; vezzeggiare ed arricchire il
-clero; divider opportunamente i furti; non sperperare
-la parte propria, ma ammontarla col capitale comperando
-nuovi uomini e nuove armi; tosare i sudditi
-senza lasciarli ignudi al tutto; azzuffarsi tra loro al
-partaggio e fin venire alle armi, ma rifar l’amistà e
-la fratellanza come se nulla fosse stato, quando i
-popoli si sollevano incoraggiati da quella discordia.
-Tali erano i condottieri normanni. Pieghevoli alle
-usanze del paese, fermatavi per sempre la dimora,
-e pochi di numero, non sembravano reggimento
-straniero: l’Italia meridionale godea sotto di loro la
-independenza e governo men molesto, da non meritar
-odio e molto meno disprezzo.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap2">CAPITOLO II.</h2>
-</div>
-
-<p>
-Arrivati quegli avventurosi uomini a Reggio,
-non si potea far che non agognassero al ben di Dio
-che si stendea sotto gli occhi loro di là dallo Stretto.
-Roberto lo vagheggiava tanto che ne avea già accattata
-dal papa la concessione eventuale;<a class="tag" id="tag109" href="#note109">[109]</a> Ruggiero, al
-dir del suo storiografo, ardea della brama di guadagnarvi
-meriti spirituali e temporali acquisti.<a class="tag" id="tag110" href="#note110">[110]</a> Nè si
-potea far che i Normanni non fossero chiamati in Sicilia
-da Musulmani cui costrignesse cieco furor di
-parte, da Cristiani levati a subita speranza del riscatto.
-<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span>
-Primi dovean essere i Cristiani di Messina. Le sei miglia
-di mare che corrono tra le due rive dello stretto,
-se contrastano il passaggio qualche dì, lo rendono
-nel rimagnente dell’anno, agevole e comodo agli uomini,
-e sopratutto alle merci; donde gli è avvenuto
-da tanti secoli che l’estrema Calabria e i dintorni di
-Messina facciano come un sol paese per le relazioni
-commerciali, i parentadi, i costumi, le usanze, fin
-le passioni politiche degli abitatori: e n’abbiamo esempio
-nelle rivoluzioni del milleottocentoquarantotto e
-del milledugentottantadue. Non fu meno stretta al
-certo nel decimo secolo e prima metà dell’undecimo
-la fratellanza delle due popolazioni cristiane, l’una
-soggiogata e l’altra svaligiata ogni anno: gli stessi Musulmani,
-quand’e’ non correano a Reggio con la spada
-in alto, venian pacifici mercatanti o rifuggiti. Dopo le
-disposizioni degli animi, è da ricercare il numero. A
-legger Malaterra si direbbe Messina abitata da soli
-Musulmani nel millesessantuno; non facendosi parola
-di Cristiani di Sicilia pria che i Normanni fossero giunti
-alla valle che si stende tra l’Etna e la catena d’Apennino.
-Amato scrive più espresso che Roberto, entrato
-in Messina, la rifornì di suoi cavalieri trovandola abbandonata.<a class="tag" id="tag111" href="#note111">[111]</a>
-Ma ciò non va inteso in senso litterale,
-sendo inverosimile e direi quasi assurdo supporre che
-i Musulmani avessero cacciato ogni cristiano dalla
-città, il che mai non fecero nè in Sicilia nè altrove,
-nè loro condizioni sociali ed economiche il comportavano.
-È da ritenere pertanto che la popolazione di
-<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span>
-Messina fosse notabilmente diminuita fin dal nono secolo,<a class="tag" id="tag112" href="#note112">[112]</a>
-sì che nel millesessantuno, sgombrata la piccola
-colonia musulmana, la città si trovasse, per modo
-di dire, spopolata. E con tale intendimento va esaminato
-il solo ricordo che abbiamo di pratiche tenute
-dai Cristiani di Messina coi Normanni.
-</p>
-
-<p>
-In sul principio del decimottavo secolo, uscì alla
-luce nelle Miscellanee del Baluzio,<a class="tag" id="tag113" href="#note113">[113]</a> e fu ristampata
-dal Muratori<a class="tag" id="tag114" href="#note114">[114]</a> e da altri, una <i>Breve istoria della Liberazione
-di Messina</i>, lasciata tra mille altri documenti
-manoscritti da Andrea Duchesne, con annotazione che
-fosse copia d’antichissimo codice del Senato di Messina.<a class="tag" id="tag115" href="#note115">[115]</a>
-Spartivasi la Sicilia, al dir di quella cronica, in
-cinque principati che si stendessero lungo la costiera
-da Tindaro a Taormina, a Siracusa, a Trapani, a Palermo
-ed a Patti; e li reggean cinque Mori, nimici
-l’un dell’altro; dei quali il primo, Raxdis per nome,
-avea sede in Messina, dove i Cristiani, in virtù di
-<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
-capitoli fermati al conquisto, godeano più alto stato
-che in niuna altra città dell’isola; serbando lor possessioni
-e culto e lo stemma della croce d’oro in
-campo rosso, conceduto già da Arcadio imperatore in
-merito di gloriosa gesta de’ Messinesi a Tessalonica.
-Ma sentendo aggravare ormai la mano degli Infedeli
-e vedendo affranti gli altri Siciliani da servaggio assai
-più duro, tre nobili uomini della città, Ansaldo di Patti,
-Niccolò Camulio e Iacopo Saccano, bramosi di liberare
-la patria, a dì sei d’agosto millesessanta, s’adunavano
-nell’isola di San Giacinto, come un tempo si
-chiamò il Braccio del Salvatore. La conchiusione fu
-d’offrire la Sicilia al conte Ruggiero e al duca Roberto
-che soggiornavano col papa a Mileto. I congiurati
-fan parte molto cautamente nella città; colgono
-il destro della festa in cui i Mori soleano chiudersi
-in lor case per dodici giorni; s’imbarcano travestiti
-in un legnetto, fingendo veleggiare per Trapani, ed approdano
-in Calabria. Sopraccorsi a Mileto, scansano
-di negoziare col papa; apron gli animi sì a Ruggiero
-esortandolo a venire in Sicilia; gli danno per arra
-il gonfalone d’Arcadio. Ruggiero consultò dell’impresa
-col papa e con sei cardinali; il papa, non perdendo
-mai di vista le cose di questo mondo, assentì,
-a condizione che si dividessero i beni della Sicilia in
-tre parti, la prima al clero, la seconda ai cavalieri,
-l’altra al principe. Allora il conte giura i patti, e che
-sarà in arme a Messina a capo d’una settimana. E al
-dì detto, cavalca con millesettecento uomini a Palmi,
-indi a Reggio: alfine, affidate le navi al fratello Goffredo,
-sbarcato ei con le genti a tre miglia da Messina,
-<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span>
-gli vengono visti nell’isola di San Giacinto i cadaveri
-di dodici cristiani impiccati dai Mori per indizio
-della congiura. Muove Ruggiero all’assalto; i Cristiani
-di dentro piglian le armi, apron le porte, aiutano al
-macello degli Infedeli; egli entrato in città chiama i
-congiurati, rende loro il gonfalone vittorioso, ch’è riposto
-nella chiesa di San Niccolò; e il conquisto cominciato
-per virtù de’ cittadini di Messina si compie con
-la pattuita tripartizione delle terre. Così la cronica.
-Seguono due diplomi, l’un di re Ruggiero del millecentoventinove,
-l’altro di Guglielmo I del millecensessanta,
-nei quali leggonsi le larghe e vere franchigie
-municipali di Messina, interpolate bensì di favole
-che la fan capitale dell’isola sotto i Romani, i Greci
-e’ Saraceni.<a class="tag" id="tag116" href="#note116">[116]</a> Talchè il lettore, dopo lungo giro nella
-storia dello undecimo secolo, riesce in ultimo al gran
-campo di battaglia dove si travagliarono gli eruditi
-siciliani dal decimoquinto al decimottavo, a furia
-di paradossi e di falsi documenti. L’autore si vanta
-da sè medesimo contemporaneo; ma lo tradiscono gli
-intenti, le idee e la latinità del secol decimosesto.<a class="tag" id="tag117" href="#note117">[117]</a>
-</p>
-
-<p>
-E in vero torna ai primi quarant’anni del secolo
-<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
-seguente la copia più antica che abbiamo, quella cioè
-del Duchesne. Risalendo addietro, si rinviene in altre
-parole lo stesso racconto nella storia del Maurolico
-messinese, il quale non ne cita l’origine, nè par vi
-presti piena fede;<a class="tag" id="tag118" href="#note118">[118]</a> ed una ventina d’anni avanti Maurolico,
-si legge breve cenno della congiura nella storia
-del Fazzello, il quale par si riferisca a tradizione
-orale.<a class="tag" id="tag119" href="#note119">[119]</a> Dalla forma volgendoci alla sostanza e mettendo
-da canto la tripartizione legale dei beni, il soggiorno
-del papa a Mileto, il gonfalone d’Arcadio e il
-rimanente della macchina municipale, troviamo due
-fatti genuini, tolti da altre fonti che il Malaterra e
-l’Anonimo, e però inediti infino al tempo di Maurolico:
-cioè che un Goffredo fratel di Ruggiero, capitanasse
-le navi nella impresa di Messina,<a class="tag" id="tag120" href="#note120">[120]</a> e che la Sicilia Musulmana
-fosse allor tenuta da parecchi regoli discordi
-<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span>
-e nemici.<a class="tag" id="tag121" href="#note121">[121]</a> Parmi si scopra a cotesti segni una primitiva
-e verace tradizione messinese, accresciuta e guasta
-dal duodecimo secolo in giù, a misura che crescea
-l’importanza ed ambizione della città; distesa in latino
-forse dal Maurolico stesso senza intento di frode;
-e in ultimo rabberciata da non so qual falsario, che
-interpolò anche il diploma del millecentoventinove,
-e si provò a ingannare il Duchesne. Della tradizione
-primitiva parmi si debba accettare i nomi dei tre congiurati
-o capi d’una congiura di pochi Messinesi, il
-viaggio loro a Mileto e le pratiche con Ruggiero; le
-quali sono taciute dai cronisti normanni, perchè i padroni
-le dimenticavano volentieri. E poteano dimenticarle,
-perchè non se ne vide effetto pubblico e flagrante
-come quello d’Ibn-Thimna. I Cristiani Messinesi
-vegliavano di certo sul nemico, svelavano le
-condizioni e andamenti di quello, ci rischiavan la vita
-non men che si fa con le armi alla mano; ma non
-arrivarono giammai a prendere le armi. E forse avvenne
-una o due volte che lo promettessero e non lo
-compissero, poichè le prime fazioni di guerra contro
-Messina sembrano fondate in su l’aspettativa di movimento
-qual che ei fosse dentro la città.
-</p>
-
-<p>
-Sia per pratica di tal fatta, sia per esplorare soltanto
-<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span>
-il terreno e tastare gli animi, s’arrischiavano i
-Normanni ad una correria nel settembre del millesessanta,<a class="tag" id="tag122" href="#note122">[122]</a>
-poco appresso l’occupazione di Reggio. Non
-uso a metter tempo in mezzo,<a class="tag" id="tag123" href="#note123">[123]</a> Ruggiero togliea seco da
-dugento cavalli;<a class="tag" id="tag124" href="#note124">[124]</a> traghettato il Faro, entrava nel porto
-di Messina discosto alquanto dalle mura in quella
-età. I Musulmani, all’insulto di sì picciol drappello,
-uscirono in furia. Il conte volendo combattere lungi
-dalle mura e far disordinare il nemico, s’infinse di
-fuggire a briglia sciolta: tornò d’un tratto alla carica,
-sbaragliò la schiera sparsa, la inseguì fino alle porte,
-uccidendo i più tardi; e presi i cavalli, armi, robe
-che lasciavano per via, rimbarcatosi prestamente, tornò
-a Reggio.<a class="tag" id="tag125" href="#note125">[125]</a> Indi mosse con Roberto alla volta di
-Puglia ove il duca avea da compier l’usurpazione sopra
-i capi Normanni e le città non sottomesse.<a class="tag" id="tag126" href="#note126">[126]</a> E
-<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
-pur tra cosifatte brighe i due fratelli pensavano di
-portare la guerra in Sicilia alla nuova stagione; quando
-Ibn-Thimna affrettolli all’impresa; il quale perduta
-parte dello stato ch’aveva usurpato, spinto da timore,
-sete di vendetta ed inestinguibile ambizione, saputi i
-gloriosi fatti de’ Normanni, fors’anco le pratiche loro coi
-Cristiani di Sicilia, corse da Catania a chiamarli in aiuto
-contro i suoi nemici musulmani. Abboccatosi a Mileto
-con Ruggiero, e quindi a Reggio con lui e con Roberto
-che vennevi a posta,<a class="tag" id="tag127" href="#note127">[127]</a> Ibn-Thimna lor profferiva il partaggio
-dell’isola.<a class="tag" id="tag128" href="#note128">[128]</a> A che obiettando i Normanni non
-avere tante forze da combattere le possenti milizie
-musulmane della Sicilia, replicava esser quelle divise
-e discordi, avervi lui moltissimi partigiani,<a class="tag" id="tag129" href="#note129">[129]</a> rimanergli
-soldati e castella ubbidienti: tantochè i Normanni
-<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
-acconsentivano, egli giurava la lega,<a class="tag" id="tag130" href="#note130">[130]</a> e dava un
-figliuolo in ostaggio a Roberto. Ruggiero s’apprestava
-allora ad andare in persona con sue genti d’arme; Roberto
-forniva i pochi cavalieri e i marinai ch’ei potè
-avere a Reggio, su i quali ponea Goffredo Ridelle, sperimentato
-uomo di guerra; e tornato prestamente in
-Puglia, chiamativi a consiglio suoi condottieri, n’ebbe
-altre forze,<a class="tag" id="tag131" href="#note131">[131]</a> in guisa che s’accozzò uno stuolo di
-cinque centinaia d’uomini<a class="tag" id="tag132" href="#note132">[132]</a> capitanati da Goffredo Ridelle
-e da Ruggiero, accompagnati da Ibn-Thimna
-come quegli che conosceva i luoghi e vi tenea pratiche
-e più se ne vantava.<a class="tag" id="tag133" href="#note133">[133]</a>
-</p>
-
-<p>
-Negli ultimi di febbraio del millesessantuno, a
-vespro, sbarcarono i Normanni in su la lingua del
-Faro, presso i laghi.<a class="tag" id="tag134" href="#note134">[134]</a> Preser la via di Rametta; di
-che addatisi i Musulmani di Messina, uscì un drappello
-a far la scoperta. Cavalcando dunque Ruggiero la
-notte su per que’ monti, vide, all’incerto chiaror della
-luna, appressarsi un Musulmano: sguainata la spada,
-senza tor lancia e scudo che gli recava dietro il valletto,
-<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span>
-spronò contro il nemico, gli diè d’un rovescio
-alla cintola, che lo tagliò netto in due pezzi, scrive il
-Malaterra con vezzo da romanzo. L’ucciso era fratello
-d’Ibn-Meklati già signor di Catania. Sbrigatisi
-da costoro, ma scoperti e perduta indi l’occasione d’un
-colpo di mano, scorsero predando bestiame nei territorii
-di Rametta e Milazzo, e al nuovo dì riduceansi
-a lor navi; cominciavano a imbarcare la preda, quando
-levossi un vento che li ritenne. A Messina intanto,
-ch’è presso a nove miglia, si notò la ritirata; si armarono
-cavalli e fanti, corsero al Faro per assalire i
-Normanni mentre fossero chi in terra chi in nave disordinati.
-Li trovarono al contrario stretti a schiera,
-preparati sì bene al combattimento che Ruggiero avea
-mandato Serlone, figliuol del fratello del medesimo
-nome, a girar di fianco con una torma di cavalli. Colti
-tra due schiere, i Musulmani furono rotti con molta
-uccisione: e i Normanni a incalzarli fino alla città,
-e s’apprestavan anco a darle assalto, quando trovaron
-le mura difese perfin dalle donne,<a class="tag" id="tag135" href="#note135">[135]</a> e uscì nuova
-gente con le fiaccole in mano a combatterli. A lor
-volta i vincitori erano circondati, ricacciati nelle alpestri
-coste dei monti ai quali s’appoggia la città.
-Raggiornando se ne strigarono con un impeto che lor
-aprì la via della pianura;<a class="tag" id="tag136" href="#note136">[136]</a> scesero al Braccio del Salvatore,
-senz’altra speranza ormai che d’imbarcarsi
-per Reggio. La tempesta infuriava. Per tre dì rimasero
-su quella lingua di terra,<a class="tag" id="tag137" href="#note137">[137]</a> intirizziti dal freddo; aspettandosi
-<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span>
-che i Musulmani ingrossati di tutte le milizie
-dell’isola venissero a gittarli in mare; confortandosi
-con far voti al Cielo che se li cavasse di briga darebbero
-il bottino per riedificare una chiesa di Santo
-Andronico a Reggio.<a class="tag" id="tag138" href="#note138">[138]</a> Abbonacciato, come avviene
-sempre, il mare, scannavano i buoi predati, non volendo
-provarsi al tragetto con tali impedimenti; poi
-caricarono il carname ai conforti di Goffredo Ridelle
-che vergognava di tornare a casa e agli amici con
-le mani vote. Messisi, com’e’ pare, i Musulmani a inseguir
-loro barche, gli abitatori di Reggio ch’erano
-Cristiani e Saraceni, dice Amato, e di Saraceni si
-deve intendere i mercatanti e rifuggiti, per mostrar
-fede a Roberto novello signore della città, armarono
-navi, uscirono contro quei di Messina; dopo molto
-trar di saette, se ne tornarono con la peggio, uccisi
-nove uomini cristiani e presa una lor nave dal nemico.<a class="tag" id="tag139" href="#note139">[139]</a>
-Ibn-Thimna in questo mezzo s’era rifuggito ed
-afforzato in Catania.<a class="tag" id="tag140" href="#note140">[140]</a> Fallì dunque l’impresa fondata,
-come il mostrano i narrati fatti e que’ che narreremo,
-in su le pratiche d’Ibn-Thimna in Rametta e di
-Ruggiero in Messina; e compresero i Normanni che
-a rincorare lor partigiani infedeli o battezzati, fosse
-uopo di maggiori forze, e sopratutto navali.<a class="tag" id="tag141" href="#note141">[141]</a>
-</p>
-
-<p>
-Roberto nei mesi di marzo e aprile convocava
-<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span>
-di nuovo i condottieri con belle parole di vendicare
-la offesa di Dio, sterminare i Pagani della Sicilia,
-liberare i diletti fratelli in Cristo, e v’aggiunse
-più efficaci argomenti, doni e concessioni.<a class="tag" id="tag142" href="#note142">[142]</a> Accozzati
-per tal modo da mille cavalieri e mille fanti,<a class="tag" id="tag143" href="#note143">[143]</a> venne
-di Puglia in Calabria nei primi di maggio; postosi a
-un luogo presso la Catona, il quale s’addimandava
-Santa Maria del Faro,<a class="tag" id="tag144" href="#note144">[144]</a> ov’adunò barche da traghettare
-le genti; ma avea pochi legni da battaglia, tra
-dromoni e galee, troppo deboli a fronte dell’armata
-musulmana.<a class="tag" id="tag145" href="#note145">[145]</a> Nella quale si noveravano ventitrè tra
-corvette e dromoni ed uno o parecchi navigli grossi
-che chiamavan gatti, forniti di macchine da guerra;<a class="tag" id="tag146" href="#note146">[146]</a>
-chè Ibn-Hawwasci<a class="tag" id="tag147" href="#note147">[147]</a> risapendo i preparamenti di Roberto
-<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span>
-e sollecitandolo ansiosamente quei di Messina,
-aveavi mandato da Palermo l’armata, oltre ottocento
-cavalieri e vettovaglia.<a class="tag" id="tag148" href="#note148">[148]</a> La vera difesa era l’armata.
-Poche milizie oltre quelle venute di Palermo potea
-fornire la colonia di Messina picciolissima e minore
-al certo della popolazione cristiana.<a class="tag" id="tag149" href="#note149">[149]</a> Rimasti dubbiosi
-alquanto di tentare il passaggio,<a class="tag" id="tag150" href="#note150">[150]</a> contro tal
-navilio, Roberto e Ruggiero montati su due velocissime
-galee, s’avvicinavano a Messina per esplorare:
-avvistati dai Musulmani e inseguiti, si dileguarono
-fuggendo dopo avere sopravveduta appieno la costiera;<a class="tag" id="tag151" href="#note151">[151]</a>
-e tornati al campo fermavano coi più esperti uomini
-di guerra, di portare un finto assalto di fianco.
-Adunarono l’oste; ogni uomo solennemente si confessò
-e comunicò; i due fratelli fecer voto di menar
-vita più che mai religiosa ed esemplare se arrivassero
-al conquisto della Sicilia; con gran fervore
-s’implorò l’aiuto divino.<a class="tag" id="tag152" href="#note152">[152]</a> Ruggiero andava alla fazione
-a malgrado di Roberto, il quale volle ritenerlo,
-dicono i cronisti, per fraterno amore, e alfine gli die’
-dugentosettant’uomini in luogo di cencinquanta ch’ei
-n’avea tolti dapprima. Su tredici legni passarono
-a Reggio: indi la notte quetamente traghettato lo
-Stretto e sbarcati, s’appiattarono in un luogo detto le
-Calcare, a sei miglia per mezzogiorno da Messina, ove
-poi surse la Badia di Santa Maria di Roccamadore e
-<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span>
-la terra di Tremestieri;<a class="tag" id="tag153" href="#note153">[153]</a> e Ruggiero rimandò le barche
-per troncare ogni speranza di ritirata, scrive con trito
-concetto il Malaterra; il vero è che lì svelavan l’agguato,
-e tornando in Calabria gli poteano riportare
-nuove forze. All’alba Ruggiero montato co’ suoi a cavallo
-s’avviava a Messina, quand’ecco un kâid che
-andava, come poi si riseppe, a pigliare il comando della
-città, con iscorta di trenta uomini d’arme e un convoglio
-di muli carichi di danaro. Svaligiati ed uccisi
-costoro, i Normanni avvistano lor proprie barche reduci
-da Reggio, le quali misero a terra altri censettanta
-cavalieri. Fu un abbracciarsi a vicenda un augurarsi
-certa la vittoria: e spronarono baldanzosi inver Messina.<a class="tag" id="tag154" href="#note154">[154]</a>
-</p>
-
-<p>
-Ed ebberla senza combattere. Dalle navi, dalle
-mura, i difensori aveano scorto l’estranie armadure
-e i muli tolti al kaid; onde tennero già passato tutto
-l’esercito normanno, vana ormai la guardia del navilio
-in cui più s’affidavano e perduto ogni cosa;<a class="tag" id="tag155" href="#note155">[155]</a>
-tanto più che i Cristiani della città per pochi e disarmati
-ch’e’ fossero poteano levarsi al punto dell’assalto.<a class="tag" id="tag156" href="#note156">[156]</a>
-Percossi di subito terrore, i Musulmani d’ogni
-ordine, sesso ed età si danno a fuggire chi quà chi
-là, in barca, per la spiaggia, pei monti, per la selva,
-dice Amato; i Normanni sopravvenuti non hanno
-che ad uccidere i sezzai, spartirsi le donne, i bambini,
-<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
-gli schiavi, la roba.<a class="tag" id="tag157" href="#note157">[157]</a> Tra gli altri correa su
-per l’erta un gentiluomo traendo seco l’unica sorella
-sua, bella giovinetta, gracile, educata tra gli
-agi nelle stanze della madre. I Cristiani incalzavano.
-Le mancava la lena; la paura allacciava le gambe:
-e il fratello a sorreggerla, a scongiurarla con lagrime
-che facesse animo. Ma rifinita stramazzò a terra
-e’ nemici eran presso: il guerriero anzi che lasciarla
-all’ignominia, alla schiavitù, all’apostasia, di propria
-mano la uccise.<a class="tag" id="tag158" href="#note158">[158]</a> Il creder vana ogni difesa facea cader
-le braccia ai più forti. Anco l’armata salpò non
-guari dopo, tornandosi a Palermo, perchè non osava
-riassaltare i nemici in città, nè rimanere in mezzo
-alle due rive tenute da quelli.<a class="tag" id="tag159" href="#note159">[159]</a> Ruggiero mandato
-aveva intanto al fratello le chiavi di Messina, invitandolo
-a prendere possessione della città.<a class="tag" id="tag160" href="#note160">[160]</a> E il
-duca ragunava in fretta quanti marinai e quanti legni
-piccoli e grandi si trovassero a Reggio;<a class="tag" id="tag161" href="#note161">[161]</a> chiamati
-alle armi cavalieri e fanti, rendea grazie a Dio della
-vittoria con gran fervore e dimostrazione d’umiltà
-cristiana. Comandò poi d’entrare in nave. Corservi
-<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span>
-tutti con furiosa impazienza di gioia, sì che il vassallo
-non si ritenne dal passar dinanzi al suo signore,
-il signore non aspettò che lo seguissero i vassalli. Il
-mare sorridea lieto e tranquillo; nè tardarono a sbarcare
-in Messina.<a class="tag" id="tag162" href="#note162">[162]</a>
-</p>
-
-<p>
-Roberto diede opera incontanente ad assicurare
-la chiave della Sicilia, sì agevolmente cadutagli in
-mano; onde sopravveduto il porto, le mura, le fortezze,
-le case, munì Messina di nuove difese, ordinovvi
-presidio di suoi cavalieri.<a class="tag" id="tag163" href="#note163">[163]</a> A capo d’otto dì, fatta
-la rassegna dei mille cavalli e mille fanti ch’avea
-seco, mosse con Ruggiero e Ibn-Thimna per la medesima
-via battuta da quelli pochi mesi innanzi. Precorreano
-sparsi i cavalleggieri predando; a volta a
-volta si raccoglieano, aspettavano i fanti e ripigliavano
-la marcia. Giunti alla formidabile fortezza di Rametta,
-lor uscì incontro il kâid a chiedere accordo:
-narrano i cronisti che in umil atto offrisse presenti,
-promettesse di obbedir a Roberto come a suo signore
-e giurasselo sul sacro libro di sua setta.<a class="tag" id="tag164" href="#note164">[164]</a> Forse ei
-<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
-non fece che disdire l’autorità d’Ibn-Hawwasci e
-sottomettersi a Ibn-Thimna col quale pur avesse
-tenuto pratiche. Viltà o incostanza, l’esempio di Rametta
-incoraggiò Roberto a tirare innanzi per la costa
-dei monti che corrono lungo il Tirreno. Posò la
-prima giornata a Tripi,<a class="tag" id="tag165" href="#note165">[165]</a> la seconda a Frazzanò;<a class="tag" id="tag166" href="#note166">[166]</a> poi
-volgendo a mezzogiorno, valicati i gioghi, scese alla
-pianura di Maniace e piantovvi le tende. Quivi accorreano
-i Cristiani abitatori dei contorni con vettovaglie
-e presenti, scusandosi coi signori Musulmani che il
-facessero per salvar la vita e la roba da quei predoni.
-Roberto e Ruggiero raccolti benignamente i Cristiani,
-lor dettero sicurtà;<a class="tag" id="tag167" href="#note167">[167]</a> e dopo alquanti dì ripresero il
-cammino giù per la valle del Simeto, che par segnasse
-il confine tra gli stati d’Ibn-Thimna e d’Ibn-Hawwasci.
-</p>
-
-<p>
-Primo intoppo lor fece la rocca di Centorbi, celebre
-nelle antiche istorie; le cui alte mura e profondi
-fossi fortemente eran difese da arcieri e frombolieri;
-<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span>
-nè vollero ostinarvisi gli assedianti, portando la fama
-che Ibn-Hawwasci lor venisse alle spalle con gran
-gente. Passato il Simeto, trovate sgombre Paternò ed
-Emmelesio, grosse terre al dir d’Amato,<a class="tag" id="tag168" href="#note168">[168]</a> dalle quali e
-da ogni altro luogo dei dintorni i Musulmani si dileguavano
-e struggeansi come cera al fuoco, stette
-l’esercito a campo ben otto dì nella pianura di Paternò,<a class="tag" id="tag169" href="#note169">[169]</a>
-capitanato, continua il cronista, da Roberto e
-da Ibn-Thimna:<a class="tag" id="tag170" href="#note170">[170]</a> ond’è chiaro che non picciola parte
-fossero Musulmani; e ciò ne aiuta a comprendere i
-fatti. Ritraendo poi dagli esploratori d’Ibn-Thimna
-non essere nè vicino nè apparecchiato Ibn-Hawwasci,
-l’esercito, traghettato di nuovo il Simeto, espugnava
-con molta uccisione le grotte di San Felice, s’innoltrava
-infino ai mulini posti sotto Castrogiovanni in
-riva al Dittaino, dove piantava il campo.<a class="tag" id="tag171" href="#note171">[171]</a>
-</p>
-
-<p>
-S’erano tra coteste fazioni raccolti intorno Castrogiovanni
-i Musulmani che sgombravano dalle assaltate
-province, i quali aveano ingrossato l’esercito
-d’Ibn-Hawwasci, sì che la tradizione normanna lo
-fece sommare, tra Siciliani ed Affricani, a quindicimila
-cavalli e centomila fanti; e lor attelò a fronte, per
-<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span>
-maggior ornamento della leggenda, settecento cavalieri
-soli, tralasciando gli uomini d’arme, i pedoni, e
-quel ch’è più, le genti d’Ibn-Thimna.<a class="tag" id="tag172" href="#note172">[172]</a> A capo di pochi
-dì Ibn-Hawwasci veniva ad assalire i Normanni
-con l’esercito diviso in tre schiere. Roberto l’aspettò
-ordinatosi in due, vanguardia e battaglia; diè la prima
-a Ruggiero, capitanò l’altra egli stesso; arringò
-tutta l’oste: Non temessero di venire alle mani con
-tanta moltitudine, quando il Redentore avea detto: Se
-hai fede quanta n’entra in un grano di senapa e comandi
-alla montagna, la si muoverà:<a class="tag" id="tag173" href="#note173">[173]</a> la montagna che
-avean dinanzi non esser di pietra no, ma di brutture,
-d’eresia, d’iniquità; soffiasservi sopra invocando lo
-Spirito santo e si dissiperebbe, sendo Iddio con loro; si
-confessassero delle peccata, ricevessero il corpo e il
-<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
-sangue di Cristo, impugnasser bene le lance e le
-spade, e non dubitassero della vittoria. Compiuti i
-sacri riti, rimontano a cavallo, s’alza il gonfalone,
-ogni guerriero fa il segno della croce e sprona innanzi;
-e ributtano i nemici; li scompigliano, li inseguono
-ammazzando infino ai ripari; e accalcandosi
-i fuggenti alle porte, molti son fatti prigioni in su
-l’orlo del fosso: i vincitori tornano addietro lasciando
-per tutta la campagna orrendi segni di strage. Le
-cronache v’intessono loro prodigi, l’una dice non ucciso
-nè ferito nella battaglia nessun cristiano, un’altra
-pochissimi, e dei Musulmani caduti diecimila: le
-quali frasi se non fossero da romanzo, farebbero tornare
-a Ibn-Thimna ed a’ suoi l’onor principale della
-giornata. Il vero è che la disciplina delle bande normanne
-e italiane, il coraggio, la sapienza dei capi,
-le forti armadure, gli animi infiammati di religione,
-d’onor militare e di cupidigia, ragguagliavano e sorpassavano
-l’avvantaggio del numero ch’aveano i
-Musulmani, ragunaticci senza fiducia nè consiglio. La
-preda fu tanta che qual cristiano avesse perduto un
-cavallo in battaglia ne guadagnò dieci nel partaggio.
-I prigionieri fatti schiavi si contarono con l’altro bestiame.<a class="tag" id="tag174" href="#note174">[174]</a>
-</p>
-
-<p>
-Non essendo ormai impresa che non paresse da
-tentare contro così fatti nemici, Roberto si diè a strignere
-<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span>
-la città. Il dì appresso la vittoria si poneano
-i Normanni in sul lago di Pergusa a mezzogiorno
-di Castrogiovanni, donde è men aspra la
-salita; al secondo giorno tramutarono il campo a Calascibetta,
-discosta due miglia a settentrione, dove
-fu diviso il bottino; indi scesero al piano detto
-delle Fontane,<a class="tag" id="tag175" href="#note175">[175]</a> rizzaron castella da quattro parti
-della città per chiudere tutti i passi; dettero il
-guasto alle messi ed agli alberi fruttiferi.<a class="tag" id="tag176" href="#note176">[176]</a> In una
-delle quali scorrerie Ruggiero con trecento giovani
-si spinse presso Girgenti, ardendo e depredando
-la campagna, e riportonne ricchissima preda che diè
-a dividere a Roberto.<a class="tag" id="tag177" href="#note177">[177]</a> Mentre il presidio di Castrogiovanni
-teneva il fermo contro ogni offesa, veniano
-al campo i kâid di parecchie rocche minori con danaro
-e presenti chiedendo la tregua, e Roberto l’accordava.<a class="tag" id="tag178" href="#note178">[178]</a>
-In ultimo giunsero i messaggi di Palermo
-con sontuosi doni, vesti lavorate a modo di Spagna,
-tele di lino, vasellame d’oro e d’argento, muli con
-selle ornate d’oro e ricchi morsi; e secondo costumanza
-saracena, scrive Amato, recaron anco in un
-sacco ottantamila tarì.<a class="tag" id="tag179" href="#note179">[179]</a> Ci si narra che Roberto “con
-<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span>
-sottil trovato”<a class="tag" id="tag180" href="#note180">[180]</a> inviasse in Palermo, sotto specie di
-render grazie del dono, un esploratore; un diacono
-Pietro, che intendeva e parlava l’arabico, ma per comando
-del duca s’infinse d’ignorarlo affinchè non si
-guardassero di lui. Il quale andato alla capitale
-musulmana, l’emir tutto lieto d’essersi fatto amico
-Roberto, l’accolse onorevolmente, rimandollo con
-presenti, e quegli avea sì ben guardato e udito che
-riportò parergli la città decaduta e sbigottita, proprio
-un corpo senz’anima.<a class="tag" id="tag181" href="#note181">[181]</a>
-</p>
-
-<p>
-Il blocco di Castrogiovanni si travagliava da un
-mese<a class="tag" id="tag182" href="#note182">[182]</a> e due n’erano scorsi dallo sbarco a Messina,<a class="tag" id="tag183" href="#note183">[183]</a>
-quando Roberto si deliberò alla ritirata, di mezzo luglio.<a class="tag" id="tag184" href="#note184">[184]</a>
-Onde non può credersi al Malaterra che ne
-fosse cagione l’inverno imminente. Poche le genti
-e scornate al certo in battaglia e per malattie, raccolte
-<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span>
-le taglie e il bottino, Castrogiovanni inespugnabile,
-che altro restava ai Normanni se non che
-tornarsi in Terraferma, tener la via aperta a nuovo
-passaggio, nutrire la discordia per mezzo d’Ibn-Thimna
-e ordinar le popolazioni cristiane sì che li
-aiutassero almen di danari? Le popolazioni cristiane
-del Valdemone mostratesi un po’ ai Normanni nel campo
-di Maniace, trassero tanto più sotto Castrogiovanni
-ovvero nella ritirata, chiedendo al duca liberassele dal
-giogo, offrendogli danari e vettovaglie, dice il cronista,
-in tributo:<a class="tag" id="tag185" href="#note185">[185]</a> e qui par vero perchè non si può far che
-Roberto negli accordi con Ibn-Thimna non abbia stipulato
-almeno la cessione di una provincia. Sostò
-dunque a mezza via su la costiera settentrionale;
-bandì mercato com’era uopo a chi volesse vendere
-o barattare tanta preda di bestiame; di che
-molto si rallegrarono i guerrieri e s’invogliarono
-a soggiornare nel luogo circondato di popolazioni
-Cristiane. Quivi a tre miglia dal mare in territorio
-fertile e ameno, presso le antiche rovine di Alunzio
-o Calacta, chè ancor ne disputano gli eruditi,<a class="tag" id="tag186" href="#note186">[186]</a>
-Roberto fabbricò o ristorò in sito fortissimo un
-<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span>
-castello al quale pose nome di San Marco, come
-la fortezza ond’avea principiato il conquisto delle
-Calabrie, sperando che il buon augurio e la protezione
-del santo evangelista gli portassero pari fortuna
-in Sicilia. Lasciovvi presidio sotto un Guglielmo
-de Male; e continuato il viaggio, fece venir
-la moglie in Messina,<a class="tag" id="tag187" href="#note187">[187]</a> rafforzò meglio la città d’uomini
-e vettovaglie; indi tornossi in Puglia e Ruggiero
-a Mileto in Calabria. Ibn-Thimna era ito intanto
-in Catania per continuare la infestagione sopra
-i nemici che gli rimanevano in Sicilia,<a class="tag" id="tag188" href="#note188">[188]</a> ch’è a dire
-gli abitatori delle odierne province di Caltanissetta e
-Girgenti. Le province di Catania e Siracusa ubbidivano
-a lui;<a class="tag" id="tag189" href="#note189">[189]</a> quella di Messina, che a gran pezza risponde
-al Val Demone, stava sotto la protezione dei
-Normanni, i quali a bella posta avean munito il castel
-di San Marco.<a class="tag" id="tag190" href="#note190">[190]</a> Le province di Palermo e Trapani
-avean fatto l’accordo, forse un patto di federazione con
-l’emir di Catania. In tali condizioni lasciava la Sicilia
-Roberto, capitano degli ausiliari cristiani d’Ibn-Thimna.
-Vedremo per brev’ora sottentrargli il fratello
-<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
-Ruggiero, e poi farsi vero capitano dei conquistatori
-cristiani della Sicilia; e Roberto venir
-com’ausiliare in due sole fazioni di sì lunga guerra.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap3">CAPITOLO III.</h2>
-</div>
-
-<p>
-La sconfitta d’Ibn-Hawwasci sotto Castrogiovanni
-portò in Palermo un mutamento di stato
-analogo a quello che avea seguita, nel mille quaranta,
-la rotta d’Abd-Allah-ibn-Moezz.<a class="tag" id="tag191" href="#note191">[191]</a> Narravaci
-Amato l’ambasceria dei Palermitani, la tregua ch’egli
-chiama sommissione, stipulata con Roberto dalla
-capitale e da altre città e castella, e l’occupazione
-del Valdemone. E Ibn-el-Athîr scrive come
-il signore di Castrogiovanni, vinto dai Franchi,
-riparasse nella fortezza; come quelli cavalcando per
-l’isola s’impadronissero di varii luoghi; come non
-pochi sapienti e patriotti musulmani si rifuggissero
-in Affrica appo Moezz-ibn-Badîs, per chiedergli aiuti,
-esponendo la misera condizione di lor popolo, straziato
-dalla discordia e dalle armi straniere. Messe
-insieme le due tradizioni appare dunque l’usata vicenda
-delle guerre civili: l’opinione pubblica dannò
-i vinti; i partigiani loro nella capitale fuggirono o
-furono scacciati; nè è maraviglia che l’oratore di
-Roberto vi trovasse tanto scompiglio e squallore, nè
-che la parte dei nobili, amica d’Ibn-Thimna, mandasse
-a rallegrarsi coi Normanni, forse a trattare accordo
-<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span>
-per dar tutti insieme la pinta a Ibn-Hawwasci. Nè
-scarseggiano tra i Musulmani dell’undecimo e duodecimo
-secolo cotesti esempi di lega coi Cristiani; chè
-oltre i raccontati fatti d’Akhal e d’Ibn-Thimna stesso
-in Sicilia, ne son piene le istorie della Spagna. Con
-men biasimo gli usciti di Palermo si rivolgeano adesso
-a Moezz-ibn-Badîs, sollecitandolo a portare le armi in
-Sicilia.
-</p>
-
-<p>
-La dinastia zîrita, sopraffatta come dicemmo
-dagli Arabi d’oltre Nilo, avea perduta la terra, non
-il mare; le rimaneano nella munita penisola di
-Mehdia il navilio, un forte nodo di schiavi stanziali,
-e denaro da reggere alla guerra: quegli Arabi medesimi,
-rapaci e fieri quanto le belve, tornavano al par
-di esse inetti a durevole sforzo comune, inferiori
-alla virtù dell’ingegno che sapesse adoperarli agli intenti
-suoi. Fin dai primi impeti della irruzione, avea
-Moezz guadagnati alcuni capi di tribù con doni e parentadi,
-sposando ad essi le proprie figliuole; onde
-quei l’aiutarono alla ritirata da Kairewân a Mehdia,
-nel millecinquantasette. A capo di pochi anni, distrutto
-ogni industria agraria e cittadinesca nell’Affrica propria,
-fuorchè le cittadi marittime, consunto il bottino,
-quelle masnade, non sapendo altro mestiere,
-furono costrette a mendicare stipendio alle porte di
-Bugia, Tunis, Mehdia, Sfax, Kabes: fortezze inespugnabili,
-poi ch’essi non poteano chiudere il mare e
-ridurle per fame. Le quali città dettero ascolto ai barbarici
-condottieri, avendo a lor volta bisogno della
-terra pei commerci e sendo spinte l’una contro l’altra
-da quella forza dissolvente della società musulmana,
-<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span>
-che abbiam notata in tutto il corso di queste
-istorie. In Bugia un ramo di zîriti, ribelle al ceppo
-della famiglia, agognava ad usurpar tutto lo stato;
-nelle altre città le fazioni o i governatori faceano opera
-a sciogliersi dalla ubbidienza; e da Mehdia il principe
-si sforzava a ripigliare l’autorità dove potesse. Le
-tribù masnadiere si messero dunque a combattere
-per l’uno o per l’altro, talvolta tra loro stesse; mescolaronsi
-nella briga i Berberi della campagna e le
-popolazioni delle città marittime: Arabi del primo conquisto,
-Berberi e avanzi d’altri antichi abitatori. La
-quale tenzone da pigmei, tanto più rabbiosa, durò ottant’anni,
-accompagnata dalla desolazione e dalla
-fame, ed aprì la via ai conquisti dei Normanni siciliani
-(1148) e degli Almohadi (1160).
-</p>
-
-<p>
-Onde Moezz impotente contro i ribelli della costiera
-e tanto più contro gli Arabi, anzichè consumare
-le forze che gli rimaneano in vane imprese
-contro province perdute, volle tentare la fortuna in
-Sicilia con l’aiuto degli stessi nemici ch’egli avea
-in casa.<a class="tag" id="tag192" href="#note192">[192]</a> Allestì le navi, le fece salpare l’inverno del
-millesessantuno. Arrivate alla Pantelleria, una tempesta
-le disperse; ne affondò la più parte,<a class="tag" id="tag193" href="#note193">[193]</a> e sgomentando
-<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span>
-i nemici d’Ibn-Thimna delusi nella speranza
-dell’aiuto, diè incentivo, com’e’ sembra, a
-nuova impresa di Ruggiero.
-</p>
-
-<p>
-Il quale, nel dicembre, ripassato il Faro con dugencinquanta
-cavalieri, tagliava l’isola per lo mezzo,
-spingendosi fino a Girgenti, quasi fossevi aspettato;
-depredava il paese e tornava ratto addietro. Le popolazioni
-cristiane gli veniano incontro liete e disposte
-a dargli favore senza affidarsi troppo: ma
-quei di Traina, gente greca, l’accoglieano in città
-con grande allegrezza ed ossequio, tanto che ordinò
-la terra come ei volle, dice lo storiografo del
-conte<a class="tag" id="tag194" href="#note194">[194]</a> e l’Anonimo che Traina si sottomesse al suo
-dominio; ma scrivea questi ottant’anni dopo. Parrebbe
-piuttosto che i Troinesi, liberi di fatto dalla signoria
-musulmana, aspirando a ripigliare l’ordinamento
-<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span>
-di municipio tributario<a class="tag" id="tag195" href="#note195">[195]</a> avessero data ospitalità
-al fortunato avventuriere cristiano, ascoltati i
-suoi consigli militari e, se si voglia, appiccata una
-pratica di confederazione, come la chiamarono e
-stipularono allora i Normanni con alcune città di
-Calabria, cioè che il condottiero s’obbligava a difendere
-il comune, e questo a riconoscerlo console
-e pagargli stipendio. E la condotta non sarebbe divenuta
-signoria feudale a Traina che dopo la guerra
-dell’anno seguente, così come accadde in quel torno a
-Geraci ed altri luoghi in Calabria, quando il console
-afforzò un castello dentro la terra, mutò lo stipendio
-in tributo, aggravandolo di soprusi feudali, e gli abitatori
-o piegarono il collo, o resistettero e furono soggiogati
-a pretto vassallaggio. Veramente non ci si
-narra che Ruggiero ponesse questa prima volta presidio
-in Traina. Passovvi le feste di Natale; poi, per
-avviso venutogli di Calabria, frettolosamente partissi.<a class="tag" id="tag196" href="#note196">[196]</a>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span>
-</p>
-
-<p>
-Era giunta in Calabria una donzella che schiudeva
-in terra il paradiso all’ambizioso giovane di
-trent’anni: Giuditta, figliuola del conte di Evreux,
-discendente dei duchi di Normandia. Par che Ruggiero,
-pochi anni innanzi, uscendo dal tetto paterno
-senz’altro retaggio che il cuore e la spada, si fosse
-invaghito della giovinetta reclusa nel Monastero di
-Saint-Evrault, e che dopo parecchi anni, il fratello
-materno di lei, Roberto di Grantemesnil, priore de’ Benedettini
-a Saint-Evrault, indi a Santa Eufemia in Calabria,
-avesse trattato il matrimonio della Giuditta con
-Ruggiero, ormai capitano di molta fama, signore di Mileto
-e sperava di più. La fidanzata venne con la sorella
-Emma, lasciando entrambe il chiostro, si dice anco il
-velo, per trovare mariti normanni in Italia. Sposatala
-a San Martino in Val di Saline, Ruggiero celebrava solennemente
-le nozze a Mileto, dissimulando sua povertà
-con sfarzo di vesti e di cavalli e strepito di stromenti
-musicali. Le dolcezze dell’amore non gli fecero scordare
-gli sperati acquisti. A capo di pochi giorni, racchetata
-la sposa che piangeva e volea ritenerlo, sopraccorse
-in Sicilia dove Ibn-Thimna lavorava per
-lui credendo far per sè stesso.<a class="tag" id="tag197" href="#note197">[197]</a>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
-</p>
-
-<p>
-Data la posta al musulmano che venissegli incontro
-da Catania, sbarcò a Messina con quanti uomini
-d’arme potè accozzare, e tentando nuova regione
-cavalcarono insieme alla volta di Petralia,<a class="tag" id="tag198" href="#note198">[198]</a> terra
-abitata da cristiani e musulmani. I quali, consultato
-insieme nell’imminente pericolo, e mossi forse gli uni
-dalla riputazione di Ruggiero e gli altri dalle pratiche
-d’Ibn-Thimna, deliberarono di rendere il castello e
-prestare obbedienza al conte. Munita la fortezza di cavalieri
-e di mercenarii, egli si volse a Traina, afforzolla
-in simil guisa, e tornossi in Calabria ad abbracciare
-la sposa ed attaccare briga col fratello.<a class="tag" id="tag199" href="#note199">[199]</a>
-</p>
-
-<p>
-Ibn-Thimna proseguì l’opera in Sicilia con ridurre
-altre terre e infestare i contadi di quelle che
-ricusassero.<a class="tag" id="tag200" href="#note200">[200]</a> L’odiavano i Musulmani, ma più il
-temeano: quest’uomo che tra le prime guerre civili
-per poco non rinnalzò il trono dei Kelbiti; questi
-che rovinato al gioco d’una battaglia s’è venduto
-l’anima e pur s’è vendicato; il signore del Val di
-Noto, il compagno degli invincibili cavalieri di là dal
-mare, ai quali stendono le braccia i nostri vassalli,
-<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span>
-ed essi nel cuor dell’isola ci sfidano dalle castella di
-Traina e di Petralia! Però approdarono sovente le pratiche
-del traditore. Il quale movea contro Entella, fortissima
-rocca a ponente di Corleone,<a class="tag" id="tag201" href="#note201">[201]</a> quand’ebbe un
-messaggio di Nichel, così Malaterra scrive il nome,<a class="tag" id="tag202" href="#note202">[202]</a>
-uom potente in que’ paesi, stretto d’antichi legami ad
-Ibn-Thimna, quando ubbidiva a costui la Sicilia. Pretendea
-Nichel disposti i notabili d’Entella a trattare
-la resa: venisse a parlamento a tal luogo, presso la
-rocca. Fidandosi nell’amica fortuna, Ibn-Thimna v’andò
-con poca mano d’armati, e trovò i terrazzani; quand’ecco
-uccisogli il cavallo d’un colpo di lancia; ei casca
-a terra, gli saltano addosso e l’ammazzano; così com’avvenne
-due secoli innanzi ad Eufemio, traditor della
-Sicilia cristiana. Il qual gastigo percosse di spavento
-i partigiani dei Normanni, e tanto rivoltò le cose, che i
-presidii di Petralia e di Traina si ritirarono a Messina,
-dove in fretta s’apprestarono alla difesa. È da riferire
-<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
-la morte d’Ibn-Thimna ai primi di marzo del mille
-sessantadue.<a class="tag" id="tag203" href="#note203">[203]</a>
-</p>
-
-<p>
-Caso tanto più grave, quanto Ruggiero stava
-per venire alle mani con Roberto. Il giovane, imbaldanzito
-per lo parentado, cominciò a lagnarsi altamente:
-aveano fatto insieme il conquisto di Calabria,
-pattuito a Scalea il partaggio del paese metà e metà,
-e il duca lo differiva da due anni; sopportò egli finchè
-fu scapolo, or si vergognava di far vivere poveramente
-sposa di sangue principesco; era tempo che
-il duca gli tenesse parola. Tai querele moveva a Roberto,
-sollecitava i nobili normanni a rincalzarle; e
-il fratello s’induriva tanto più al niego. Alfine Ruggiero
-s’accomiatò da lui forte crucciato, corse al suo
-castello, ragunovvi armati e denunziò la guerra se
-tra quaranta dì non gli fosse resa ragione.<a class="tag" id="tag204" href="#note204">[204]</a> Il duca
-mosse incontanente sopra Mileto nella primavera del
-sessantadue. Si combattè senza furore; e l’assedio
-andava in lungo per la imperfetta arte del tempo e
-soprattutto dei Normanni alle espugnazioni, quando
-sforzolli ad accordo un episodio che ricordava loro
-non potersi sfogare in guerre civili se voleano soggiogare
-l’Italia meridionale. Aveano già i terrazzani
-di Gerace in Calabria giurata fedeltà a Roberto, senza
-consegnargli la città; e perch’egli studiavasi a por
-<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
-loro il freno in bocca fabbricando un castello, aveano
-innanzi l’ossidione di Mileto trattato di darsi a Ruggiero;
-il quale eludendo le poste del duca uscì una
-notte con cento cavalli e gittossi in Gerace, per trarne
-gente, com’e’ pare, e piombar sopra l’oste che minacciavalo
-in casa. Roberto, lasciata guardia nei due ridotti
-con che stringea Mileto, sopraccorre co’ suoi
-a Gerace; pria d’impacciarsi in un secondo assedio
-tenta sue arti: travestito entra nella città, va difilato
-a trovare un suo partigiano, per nome Basilio. E sedea
-a mensa con esso e la moglie, allorchè un famigliare
-lo riconosce; il popolo si leva a romore, trae
-alla casa, fa in pezzi l’ospite, impala la donna; già
-Roberto è minacciato da cento ferri, i cittadini più
-savii non bastano a rattenerli. L’animo suo e la pronta
-parola lo camparono da morte. Disse con impavida
-faccia agli infelloniti che pagherebbero caro il suo sangue;
-che i guerrieri suoi proprii e quelli di Ruggiero
-correrebbero insieme a spiantar la città; all’incontro se
-lasciasserlo andar via, concederebbe loro quanto fossero
-per domandare. Titubanti lo menarono in carcere.
-Ma Ruggiero che non si trovava quel dì in Gerace,
-torna a precipizio chiamato dai cavalieri del fratello;
-fa venire i notabili fuor le mura; prega e minaccia
-affinchè gli consegnino il Guiscardo per vendicarsi
-con le proprie sue mani: “mi giuraste fedeltà, lor dice,
-ubbiditemi in questo o saprò sforzarvi; pendon ormai
-dai miei cenni le genti di Roberto, stanche del reo signore;
-se di presente nol portate qui legato, ecco io
-comincio a far tagliar le viti e gli ulivi.” Condussero
-Roberto, fattogli pria giurare che mai non edificherebbe
-<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
-castello in Gerace. I due fratelli s’abbracciarono,
-scrive Malaterra, come Giuseppe Giusto e Beniamino,
-piangendo di tenerezza tutti i guerrieri normanni. Ma
-Roberto, asciugate le lagrime, accomiatatosi da Ruggiero,
-trovò altre magagne; ci volle il biasimo universale
-de’ suoi, e il principio di nuove ostilità perch’ei
-venisse in Val di Crati a stipolare il partaggio della
-Calabria, abboccandosi col fratello sul ponte che indi
-si chiamò Guiscardo. Dopo l’accordo, Ruggiero levava
-tributo su i novelli dominii per fornire i suoi d’armi,
-vestimenta e cavalli. Aggravò la mano su Gerace; dove
-andato con l’oste, si metteva ad innalzare un castello
-fuor le mura; ed ai cittadini che allegavano la fede data
-da Roberto, rispondeva: “Egli giurò, non io:” e sforzavali
-a grossa taglia.<a class="tag" id="tag205" href="#note205">[205]</a>
-</p>
-
-<p>
-Armati per tal modo trecento cavalieri nell’agosto
-o il settembre,<a class="tag" id="tag206" href="#note206">[206]</a> ripassava Ruggiero in Sicilia,
-menando seco la moglie, paurosa delle fatiche e rischi
-ai quali andava incontro, e non se li aspettava
-pur sì gravi. All’entrar dello stuolo in Traina, i cittadini
-fecero buon viso, assai tepidamente. Lor increbbero
-tosto quegli ospiti alloggiati per le case, pronti
-a far vezzi a loro mogli e figliuole. Con ciò Ruggiero
-<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
-afforzava sempre più la città e andava osteggiando le
-vicine castella dei Musulmani. Sentendosi dunque
-nuovo giogo sul collo, i cittadini un dì ch’egli era
-uscito col grosso delle genti a depredare i dintorni
-di Nicosia, piglian le armi a stigazione d’un
-Plotino, dei primi del paese; assalgono il poco presidio;
-non però sì improvvisi che i Normanni non si
-accorgessero del movimento e non si preparassero; talchè
-infino a notte ributtarono il nemico. Questo allora,
-aspettandosi addosso Ruggiero, s’afforzava alla
-sua volta con serragli e fosso nella mezza città opposta
-alla collina che teneano i Normanni<a class="tag" id="tag207" href="#note207">[207]</a> ov’era
-il palagio del console, scrive una cronica,<a class="tag" id="tag208" href="#note208">[208]</a> dando
-argomento a supporre che così fatto titolo avesse
-preso Ruggiero in Traina, e nota, quasi a ricordare
-l’indipendenza del Municipio greco, che sorgesse dall’altra
-parte la torre della città. Ruggiero, chiamato per
-messaggi, sopravveniva in fretta; si metteva a combattere
-i sollevati: e intanto risaputo il fatto nelle vicinanze
-ch’abitavano i Musulmani, trassero alla città da
-cinquemila armati, proffersero aiuto a’ Greci e fu accettato.
-Ormai, circondati d’ogni banda, i Normanni pativan
-la fame; non potendo uscir grossi a predare senza
-grave pericolo dei rimagnenti, nè mandar piccole gualdane
-senza la certezza di vederle fatte a pezzi. Si
-stenuavano in vigilie, guardie, continue avvisaglie e
-brevi ma disperate sortite, in una delle quali poco
-<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
-mancò non fosse spacciato lo stesso Ruggiero. Perchè
-vedendo balenare i suoi, spinse innanzi il cavallo, gli
-fu morto; si trovò avviluppato in un nodo di nemici
-che sel portavan di peso; se non che gli venne fatto
-di trarre la spada, la girò a cerchio, si fe’ larga piazza,
-restò solo; e sì fermo cuore serbò, che tolta la sella
-del destriero, lento e minaccioso ritraevasi.
-</p>
-
-<p>
-Nondimeno s’aggravavano ogni dì più che l’altro
-le strettezze degli assediati; pativa il nobile al par del
-mercenario; la Giuditta stessa talvolta fu costretta a
-ingannar la fame bevendo acqua pura e lagrimando;
-a lei ed allo sposo non rimase che un sol mantello di
-che si copriano a vicenda, qual fosse più intirizzito.
-Contuttociò i guerrieri normanni resisteano risoluti,
-dissimulavano con lieto aspetto e motteggi. Aprì loro
-scampo inaspettato l’abbondanza in che viveano i nemici,
-provveduti a gara dalle altre città e spensierati
-per troppa fidanza; i quali nel rigore del verno, su
-quelle vette alte mille e cento metri sul livello del mare,
-stavano a mala guardia, e sovente si riscaldavan col
-vino. Di che addatisi i Normanni, finsero smetter anch’essi
-le scolte; ma più attenti spiarono il nemico.
-Una notte vistolo spreparato, Ruggiero fa impeto con
-tutti i suoi alla barrata; mena al taglio della spada
-gli ubriachi assonnati; occupa l’altra mezza città e
-la torre, e chi fu preso, chi fuggì; i Musulmani accampati
-nei dintorni non stettero ad aspettare. Impiccato
-allora per la gola Plotino, altri morti con altri
-supplizii, i vincitori trovavano gran copia di frumento,
-olio, vino e d’ogni cosa abbisognevole: con le
-fortificazioni e col terrore si assicuravano nella domata
-<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span>
-città. Ruggiero andò solo in Terraferma a rifornirsi
-dei cavalli perduti nell’assedio: lasciò in Traina la
-sposa, che a dura scuola avea appreso a far le
-veci di capitano; la quale mantenne la disciplina nel
-presidio, girando i ripari ogni dì, vegliando su le
-guardie, confortando tutti con benigne parole e promesse,
-e rammentando i pericoli corsi insieme e che
-aleggiavano lì intorno; guai a chi li credesse dileguati.<a class="tag" id="tag209" href="#note209">[209]</a>
-</p>
-
-<p>
-Tardo, al solito, e fugace balenò pure in questo
-tempo tra i Musulmani di Sicilia un raggio che mostrava
-la via della salvezza: accordarsi tra loro e con
-gli Zîriti d’Affrica; ubbidire a questi, anzichè piegare
-il collo al giogo cristiano. Morto Moezz l’ultimo d’agosto
-del sessantadue, il figliuolo Temîm che gli succedette,
-usò con migliore fortuna gli Arabi d’oltre
-Nilo, i quali per le condizioni già dette<a class="tag" id="tag210" href="#note210">[210]</a> porgeano
-orecchio ogni dì più che l’altro a’ principi Zîriti. Veggiam
-nel primo anno del suo regno, gli Arabi e le milizie
-di Temîm ridurre Sfax e Susa e rompere in sanguinosa
-battaglia l’esercito di Bugia, accozzato di
-Berberi delle tribù di Senhagia e Zenata ed Arabi
-<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
-della tribù di Helâl.<a class="tag" id="tag211" href="#note211">[211]</a> È da supporre dunque che paresse
-in quel tempo mirabile consiglio nella corte di Mehdia
-ripigliare l’impresa di Sicilia, la quale prometteva a
-un tratto il merito della guerra sacra, l’acquisto dell’isola
-e l’allontanamento degli Arabi: di questi valorosi
-che aveano vinto, un contro dieci, gli eserciti
-Zîriti, guastato il paese e dato mano ai ribelli.
-Dai susseguenti fatti si vede che i Musulmani di Sicilia,
-rincorati dall’uccisione d’Ibn-Thimna, dalle divisioni
-de’ cristiani e dalla apparente ristorazione della
-potenza zîrida, ne implorassero in questo tempo od
-accettassero l’aiuto. Il quale invero, con tutte le novelle
-vittorie dei Normanni, arrestò i conquistatori per
-molti anni; nè tornò vano se non che per le discordie
-ripullulate nell’infelice terra, quando gli Affricani combattuti
-dal signor di Castrogiovanni e dalla turbolenta
-aristocrazia di Palermo, furono costretti a partirsi.
-</p>
-
-<p>
-Lo stesso anno mille sessantatrè sbarcarono in
-Sicilia i feroci ausiliarii di Temîm, ritraendosi dagli
-annali musulmani ch’egli facesse l’impresa dopo la
-morte del padre, e dalle croniche cristiane che Ruggiero
-<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
-reduce di Calabria si trovasse a fronte novella
-milizia venuta dall’Arabia e dell’Affrica per dar di
-piglio nella roba altrui, col pretesto di recar aiuto ai
-Siciliani; nella quale tradizione ognuno vede di quali
-Arabi dicessero i Normanni.<a class="tag" id="tag212" href="#note212">[212]</a> Mandava Temîm un
-esercito ed un’armata sotto il comando di due suoi
-figliuoli, Aiûb ed Alì; de’ quali il primo venne col grosso
-delle genti in Palermo, il secondo a Girgenti:<a class="tag" id="tag213" href="#note213">[213]</a> e par
-che l’uno col favor della cittadinanza della capitale e
-delle terre che ubbidivano a quella, da Mazara infino
-a Cefalù o Tusa, reggesse il paese a nome del
-padre; l’altro com’ausiliare d’Ibn-Hawwasci, tenesse
-presidio in Girgenti;<a class="tag" id="tag214" href="#note214">[214]</a> ed una schiera andò a rinforzare
-Castrogiovanni. Ma Ruggiero, tornato di Puglia
-e di Calabria, com’ape industre, scrive il Malaterra,
-onusto d’ogni cosa bisognevole ai suoi, s’affrettò a
-dispensar loro cavalli ed armi; e fatti riposare i cavalli
-alquanti dì, mosse alla volta di Castrogiovanni,
-<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span>
-bramoso di provarsi coi cinquecento Arabi ed Africani
-giuntivi di fresco. Sostò a due miglia dalla città; con
-l’usato stratagemma e l’usato capitano di vanguardia
-Serlone, spiccò innanzi trenta militi, o vogliam dire un
-centinaio di cavalli, che provocassero il nemico; ed egli
-s’appiattò in una valle boscosa col resto delle genti.
-Scoperto il drappello di Serlone dall’alto di lor bastite,
-i Musulmani calavano grossi alla zuffa, incalzavano
-con tal furia che due soli cavalieri normanni
-pervennero salvi infino all’agguato, e gli altri,
-presi o scavalcati, mancavano, quando Ruggiero proruppe
-come leone ferito: dopo aspra battaglia sgarò i
-Musulmani, inseguilli più d’un miglio e tornossi a
-Traina; facendo tal giubbilo di quel po’ di preda e della
-sanguinosa vittoria contro forze uguali, da mostrarci
-quanto i Musulmani fossero imbaldanziti per lo nuovo
-aiuto e sgomentati i Cristiani.
-</p>
-
-<p>
-Usando la riputazione della vittoria, Ruggiero cavalcava
-audacemente per l’isola, spintosi presso le
-sorgenti dell’Imera settentrionale a Caltavuturo, poscia
-per la valle dell’Imera meridionale fin sotto Castrogiovanni,
-donde i Musulmani non arrischiaronsi
-ad uscirgli incontro; e infine corse a Butera, in vista
-del mare affricano. D’ogni luogo riportò ricca preda;
-da Butera gran tratta d’armenti e di prigioni. Passando
-per la valle del Simeto, fermossi ad Anattor, e
-dopo breve giornata a San Felice,<a class="tag" id="tag215" href="#note215">[215]</a> e si ridusse a Traina;
-<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
-perduti molti cavalli per la rapidità della arrisicata
-correria, il calor della stagione e la penuria d’acqua.
-Il che mostra esser già l’anno innoltrato almeno al
-maggio, e rimanda indietro all’aprile o al marzo il
-combattimento di Castrogiovanni testè raccontato.<a class="tag" id="tag216" href="#note216">[216]</a>
-</p>
-
-<p>
-Intanto l’oste zîrita, unita alle milizie musulmane
-del paese,<a class="tag" id="tag217" href="#note217">[217]</a> movea di Palermo<a class="tag" id="tag218" href="#note218">[218]</a> sopra Traina, per calpestare
-gli Infedeli in lor nido. Trentamila cavalli e ventimila
-fanti, al dir di Malaterra (cioè del conte Ruggiero)
-veniano addosso a centotrentasei militi, che tornano
-a quattro o cinquecento combattenti: ma si scemi
-<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
-pur di molto il numero de’ Musulmani, e s’aggiunga
-alla contraria parte qualche frotta dei cristiani di Sicilia
-ch’è da supporre accorsa ai combattimenti,<a class="tag" id="tag219" href="#note219">[219]</a>
-comparirà tuttavia prodigioso il valore normanno, e credibil
-solo alla generazione che ha vista l’impresa di
-Garibaldi in Sicilia. Valicando gli aspri contrafforti che
-spiccansi a mezzogiorno degli Appennini Siculi, l’oste
-musulmana era giunta alla giogaia di Capizzi,<a class="tag" id="tag220" href="#note220">[220]</a> paralella
-alla quale corre quella di Traina e la valle di
-mezzo è solcata dal fiumicello di Cerami che prende
-il nome da un castello fabbricato sovr’alte rupi su la
-sponda sinistra, ch’è a dire nel pendio occidentale
-di Traina, a sei miglia a ponente maestro di questa
-città. Entrava, il giugno del mille sessantatrè.<a class="tag" id="tag221" href="#note221">[221]</a> Ruggiero,
-avuta spia del nemico, deliberassi ad affrontarlo
-pria che venisse ad affamar lui in Traina:
-ond’uscito col piccolo stuolo normanno, si apprestò a
-contendere il passaggio della valle; e i Musulmani
-schieraronsi sul ciglione opposto. Pur non osando nè
-questi nè quello calar giù per lo primo, caduto il giorno,
-si tornarono gli uni agli alloggiamenti dietro il monte
-di Capizzi e l’altro a Traina. Le quali mosse ripeteano
-entrambi il secondo e il terzo dì. Al quarto, i Musulmani
-<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
-vennero a porre il campo su i gioghi dove soleano
-presentar la battaglia. Addandosi di tal disposizione
-alla zuffa, i Normanni si confessano della
-peccata, chieggono l’assoluzione a’ sacerdoti, e muovono
-verso il nemico.
-</p>
-
-<p>
-Ma saputo dagli esploratori che quello volgesse
-contro Cerami, allor soggetta o confederata di Ruggiero,
-e rinforzata di piccolo presidio normanno,<a class="tag" id="tag222" href="#note222">[222]</a> il conte
-vi manda Serlone con trenta lance, per difendere la
-fortezza tanto ch’ei giunga sopra gli assalitori con le
-cento che gli rimaneano. E Serlone entrò in Cerami
-pria del nemico, e quando questo s’appresentava,<a class="tag" id="tag223" href="#note223">[223]</a>
-senz’aspettare il conte, disserrate le porte, caricò con
-trentasei lance tutta la cavalleria musulmana, o, come
-e’ sembra, la sola vanguardia; sbaragliolla al primo
-scontro, la inseguì con molta uccisione; e trascorrendo
-fino al campo, fattovi un po’ di preda, si ridusse
-a Cerami ov’era sopravvenuto Ruggiero.
-Ristretti allora i capi a consiglio, avvisando altri
-di appiccare la battaglia lì lì, altri ch’e’ non fosse da
-sforzare la fortuna con prove troppo temerarie, Orsello
-di Baliol diè su la voce ai prudenti, disse aspramente
-a Ruggiero non seguirebbe mai più sua
-bandiera, se di presente non si combattesse:
-dalle quali parole confortato anzi il conte, proruppe
-anch’egli in rampogne contro i dubbiosi; e messo
-il partito, si trovò che nessuno avea paura. Intanto
-s’erano rattestati i Musulmani in lor campo;
-<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
-ingrossati di nuova gente, comparvero più formidabili
-che prima, ordinati in due corpi e pronti
-alla zuffa. In due schiere spartironsi anco i Normanni,
-capitanata l’una da Serlone, Orsello e Arisgoto
-di Pozzuoli, l’altra dal conte. Al punto dello scontro,
-la prima schiera nemica, schivando la vanguardia
-normanna, giravale di fianco, spronava ad un colle
-e sperava occuparlo pria che vi giugnesse Ruggiero;
-il che le venne fallito. Orsello nell’una torma, Ruggiero
-nell’altra, inebriavano in questo i Normanni con
-sublimi parole di religione e d’onore; tanto che si tuffarono
-in quella moltitudine non più vista; disparvero
-tra le onde della cavalleria musulmana. Chi diè loro
-la vittoria? Racconta il Malaterra che un cavaliere possente
-e bello della persona, montato su destrier bianco,
-vestito di bianca armadura, armato d’una lancia
-con pennoncello bianco e croce vermiglia, entrasse il
-primo a rompere e stracciare lo stuolo musulmano là
-dov’era più fitto. Il cronista dice che raffigurarono
-proprio San Giorgio; sì che i Normanni piangendo di
-tenerezza lo seguirono nella mischia; lo smarrirono; e
-già avean vinto. Ma tanto spesso torna tal visione nelle
-guerre de’ Crociati, da parere fior di rettorica del
-cronista, anzichè allucinazione de’ combattenti. Al conte
-Ruggiero anco fu attribuito il favor celeste d’un
-pennoncello crociato che gli ornasse la lancia, dov’egli
-nè altro mortale non l’aveva attaccato. Più certamente
-il ferro della sua lancia squarciò una corazza
-di stupenda fattura<a class="tag" id="tag224" href="#note224">[224]</a> sul petto del kâid di
-<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span>
-Palermo,<a class="tag" id="tag225" href="#note225">[225]</a> capitano dell’oste o della schiera, uom fortissimo
-il quale galoppando innanzi a’ suoi minacciava e imprecava
-a’ Normanni. Il valore, la disciplina, l’unita e ferma
-volontà, la viva fede, trionfarono dopo lunghissima
-tenzone sopra la moltitudine ragunaticcia d’Arabi
-prodi ma ladroni, schiavi africani, nobili siciliani sospettosi,
-plebe feroce nei tumulti e inetta nel campo.
-Diradossi la calca d’intorno ai Cristiani: come nubi
-squarciate dal vento, come stormo d’augelli se vi
-piombi il falcone, scrive Malaterra, si sbaragliò la
-cavalleria musulmana, lasciando quindicimila morti;
-ventimila rincalza l’Anonimo. I vincitori passavan
-la notte nel campo nemico riposandosi per le tende,
-si spartivano la preda; ma al nuovo dì, messisi
-a dar la caccia ai ventimila pedoni che s’erano
-riparati tra le rupi, fecero macello; e la più parte imprigionati
-mandarono a vendere in Calabria ed in Puglia,
-che fu il maggior lucro della vittoria. Così i cronisti,
-accumulando le inverosimiglianze in guisa da far
-credere ch’e’ favoleggino o dimentichino in que’ fatti
-le popolazioni cristiane di Sicilia; e per colmo della
-metafora ci narrano che Ruggiero tornasse in Troina
-per fuggire il puzzo dei cadaveri.<a class="tag" id="tag226" href="#note226">[226]</a> Quinci ei mandava
-<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span>
-a papa Alessandro secondo un Meledio per ragguagliarlo
-della vittoria e presentargli quattro cameli. I
-quali il papa ricambiò con indulgenza plenaria al conte,
-ed a chiunque avesse combattuto o fosse per combattere
-in avvenire i Pagani di Sicilia; ed aggiunse
-una bandiera sotto la quale più sicuramente si compisse
-la santa gesta. Malaterra, nel raccontar questo
-fatto, si studia a dargli significato di mera pietà, senz’ombra
-d’omaggio feudale nel dono dei cameli, nè
-d’investitura in quello del gonfalone.<a class="tag" id="tag227" href="#note227">[227]</a>
-</p>
-
-<p>
-Poco appresso la battaglia s’offriano a Ruggiero
-importuni ausiliarii ad una impresa sopra Palermo. I
-Pisani conducendo frequenti commerci nella città,
-<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span>
-ebbero a risentirsi d’alcuna ingiuria;<a class="tag" id="tag228" href="#note228">[228]</a> e maggior colpa
-dei Musulmani di Sicilia fu che andavano le cose loro
-in rovina e fors’anco che Roberto Guiscardo, nella irrequieta
-attività della sua mente, avea pensato di usare
-contro la Sicilia le forze navali di Pisa, ed appiccata
-a questo effetto una pratica che poi si dileguò.<a class="tag" id="tag229" href="#note229">[229]</a> I mercatanti
-pisani allestivano lor navi pronte al pari al commercio
-e alla guerra: popol d’ogni ordine, com’attesta
-una iscrizione di quell’epoca, grandi, mezzani ed infimi
-entrarono nell’armata.<a class="tag" id="tag230" href="#note230">[230]</a> Fatto vela per la Sicilia, sursero
-in un porto della costiera settentrionale<a class="tag" id="tag231" href="#note231">[231]</a> donde
-<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span>
-spacciaron oratori in Traina per invitare Ruggiero che
-cooperasse coi suoi cavalli. Rispose aspettasserlo un
-poco, dovendo dar sesto a certe sue faccende; ma
-que’ mercatanti, prosegue sprezzante il cronista, non
-sapendo come va fatta la guerra, non usi a sciupare
-il tempo senza guadagno, amarono meglio andar soli
-in Palermo. Il venti settembre del mille sessantatrè,
-i Pisani, assalito il porto, spezzata la catena che lo
-chiudea, preservi con sanguinoso combattimento sei
-navi cariche di merci;<a class="tag" id="tag232" href="#note232">[232]</a> e ributtati, com’ei sembra, dal
-porto, metteano a terra cavalli e fanti presso la foce
-dell’Oreto, respingeano i cittadini usciti a combattere;
-piantavan le tende in su la riva e scorreano a depredare
-le deliziose ville suburbane.<a class="tag" id="tag233" href="#note233">[233]</a> Arse poi cinque
-delle navi che avean predate, riportarono l’altra a
-Pisa, con tanto tesoro, che bastò a cominciare la fabbrica
-del Duomo, dove una iscrizione contemporanea
-attesta l’arrisicata fazione.<a class="tag" id="tag234" href="#note234">[234]</a>
-</p>
-
-<p>
-Ruggiero intanto, volendo sostare nel sollìone e
-ristorare sua gente menomata dalla vittoria di
-<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
-Cerami,<a class="tag" id="tag235" href="#note235">[235]</a> pensò di andare in Puglia, vettovagliata prima
-Traina. A questo effetto spingeasi con rara audacia nella
-valle dell’Imera settentrionale, correva il primo dì a
-Collesano, l’altro a Brucato,<a class="tag" id="tag236" href="#note236">[236]</a> il terzo infino a Cefalù:
-tornato a casa con abbondantissima preda, munì il castello,
-vi lasciò la moglie e i compagni, ai quali raccomandò
-di far buona guardia come se avessero sempre
-il nemico alle porte, non dilungandosi dalla città per
-niuna occasione propizia. Ito quindi in Terraferma
-a consultare con Roberto, n’ebbe cento militi non
-sappiamo a che patto, ai quali aggiunse cento de’ suoi:
-al rinfrescare della stagione, ritornato in Sicilia, irruppe
-nelle parti di Girgenti. Parve allora agli Arabi
-ed agli Affricani di vendicare la rotta di Cerami:
-un’eletta di settecento lor cavalli uscì cheta di Girgenti
-per appostar i Normanni al ritorno; si pose sopra
-un burrone in fondo al quale correa la strada.
-Frettoloso e guardingo cavalcava Ruggiero col grosso
-de’ suoi, mandate innanzi le some del bottino con
-una scorta d’armati; la quale come giunse all’agguato,
-assalita da forze superiori, sopraffatta dall’alto
-coi sassi, presa di subita paura voltò le spalle,
-perdè qualche uomo ed anelante si rifuggì ad una
-balza ch’era inaccessibile fuorchè da un viottolo aspro
-e stretto. Al romore accorreva Ruggiero a spron battuto
-con l’altra schiera; gridava a que’ della scorta
-venissero a ristorare la battaglia, ma gli fu forza
-<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span>
-di salire egli stesso, chiamar ciascuno per nome,
-rinfacciare ch’ei non riconosceva i vincitori di quello
-stesso nemico tanto maggior di numero a Cerami. Rattestatili
-a stento, caricò, ruppe i Musulmani, ritolse
-la preda e si ritrasse a Traina; piangendo sì la morte
-di Gualtiero di Semoul, il più valoroso giovane della
-schiera, il quale fu trafitto spingendosi primo alla riscossa.<a class="tag" id="tag237" href="#note237">[237]</a>
-Un Malaterra musulmano racconterebbe, credo,
-altrimenti questa dubbia fazione, e più altre ne aggiungerebbe
-favorevoli ai suoi, le quali è forza supporre
-nello autunno, e sino allo scorcio dell’inverno, allorchè
-il Malaterra normanno ci rappresenta Roberto Guiscardo
-costernato dalle nuove che giugneano di
-Sicilia, risoluto a partecipare ne’ pericoli come
-avea fatto negli acquisti; ond’ei venne in aiuto a
-Ruggiero che i Saraceni travagliavano e strigneano
-con frequenti assalti.<a class="tag" id="tag238" href="#note238">[238]</a>
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap4">CAPITOLO IV.</h2>
-</div>
-
-<p>
-Nella primavera dunque del millesessantaquattro
-Roberto adunò l’esercito in Puglia e in Calabria; al
-quale andato incontro Ruggiero a Cosenza, passarono
-insieme il Faro con cinquecento militi, non contando
-gli altri cavalli nè i fanti;<a class="tag" id="tag239" href="#note239">[239]</a> e tirarono dritto a Palermo,
-senza che i Musulmani osassero tagliar loro la strada.
-Posero il campo presso la città, in un colle infestato
-da tarantole,<a class="tag" id="tag240" href="#note240">[240]</a> il cui morso diceano cagionasse gravi
-e sconci sintomi nervosi e fin anco minacciasse la
-vita.<a class="tag" id="tag241" href="#note241">[241]</a> E sembran fole; poichè quell’insetto in oggi
-non nuoce; ed a supporre che particolari condizioni
-l’abbiano armato di veleno in altri tempi e luoghi
-non ci basta l’autorità delle cronache oltramontane,
-le quali sempre lo fanno ausiliare degli Infedeli
-contro i guerrieri cristiani del Settentrione,
-<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
-sempre l’accagionano d’una pia impresa fallita.<a class="tag" id="tag242" href="#note242">[242]</a> Gittando
-su l’infausto luogo il nome di Monte delle Tarantole,
-che del resto non vi allignò,<a class="tag" id="tag243" href="#note243">[243]</a> tramutavansi
-i Normanni in migliori alloggiamenti; dai quali per
-ben tre mesi osteggiavano la città, ma n’erano sì
-gagliardamente ributtati, che sciolsero l’assedio senz’altro
-pro che di saccheggiare le campagne. In
-vece di rifar la strada verso levante, spingeansi per
-ben ottanta miglia a mezzogiorno; dove espugnavano
-Bugamo, castello o forse grossa terra a sei miglia
-da Girgenti,<a class="tag" id="tag244" href="#note244">[244]</a> e spianavano le case, e fatti schiavi
-gli abitatori, il duca Roberto, mandolli a popolare
-Scribla in Calabria, da lui poc’anzi desolata; cioè a
-coltivare come servi suoi i terreni dai quali avea
-cacciati gli antichi possessori. Solo fatto d’arme in
-questa impresa del sessantaquattro, ci racconta il
-Malaterra che passando i Normanni coi prigioni di
-Bugamo presso Girgenti, que’ cittadini uscirono alla
-riscossa, e furono respinti e inseguiti fino a lor
-mura.<a class="tag" id="tag245" href="#note245">[245]</a> Intanto Amato attesta che Roberto vedendo
-<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
-non poter espugnare Palermo senza forze navali, si
-volse ad acquistare altre città marittime in Terraferma,
-ond’accozzarvi legni e marinai.<a class="tag" id="tag246" href="#note246">[246]</a> Il vero è che
-il duca non ristorò la fortuna delle armi cristiane in
-Sicilia. Il senno nè il valore non era venuto meno ai
-Normanni. Chi dunque diè l’avvantaggio all’islam
-tra il mille sessantatrè e il sessantotto, tra la battaglia
-di Cerami e il combattimento di Misilmeri?
-</p>
-
-<p>
-Pochi cenni delle istorie musulmane, limitati su
-per giù allo stesso spazio di tempo senza date più
-precise, ci fan pure intendere la cagione, se li riscontriamo
-con le condizioni conosciute d’altronde.
-Tengasi a mente che delle tre grandi province o valli
-della Sicilia, come furon dette, distinte per la natura
-de’ luoghi non meno che pei mutamenti sociali
-ed etnologici che portò il conquisto musulmano, apparteneva
-a’ Normanni, con piccolo divario di confini,
-<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
-il val Demone; il Val di Noto a’ Musulmani confederati
-loro; il Val di Mazara a’ Musulmani nemici, divisi
-in due Stati: di settentrione e mezzogiorno. Secondo
-l’odierna circoscrizione, diremo che sgombra
-da’ signori musulmani la provincia di Messina, ubbidiano
-quelle di Catania e di Siracusa ai successori
-d’Ibn-Thimna o regoli d’altra schiatta venuti su
-dopo la sua morte, e che si riducea la guerra nelle
-province di Palermo, Trapani, Caltanissetta e Girgenti;
-delle quali le due prime par ubbidissero alla
-repubblica di Palermo, le seconde a Ibn-Hawwasci.
-E già narrammo come l’una e l’altro, sentendosi
-l’acqua alla gola, accettavano il soccorso
-di Temîm; e come i costui figliuoli Aiûb ed Alì si
-poneano nelle città più importanti di ciascuno Stato:
-Palermo e Girgenti. Accordandosi l’ambizione di casa
-Zirita con la salute dei Musulmani di Sicilia e coll’onore
-dell’islam, ebbero gran seguito i due principi;
-alla cui riputazione non potea detrarre la battaglia
-di Cerami, più avventurata al certo pe’ Normanni
-che esiziale a’ Musulmani, nella quale d’altronde se
-avesse combattuto un figliuolo di Temîm che di qua
-dal Mediterraneo potean chiamare re d’Affrica e
-d’Arabia, i Normanni non l’avrebbero ignorato al
-certo, nè passato sotto silenzio. Che Aiûb governasse
-prosperamente la guerra, i casi della quale sono taciuti
-o dissimulati da’ cronisti normanni, e che gli
-venisse fatto per brev’ora di recarsi in mano l’autorità
-in tutta la Sicilia occidentale, si ritrae, s’io mal
-non m’appongo, dal seguente racconto che Ibn-el-Athîr
-copiò, ovvero compendiò, dagli scritti di autore
-<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
-più antico e poselo tra il quattrocencinquantatrè e il
-quattrocensessantuno dell’egira (1061-1069).
-</p>
-
-<p>
-Ibn-Hawwasci, secondo que’ ricordi, inviava da
-Castrogiovanni ricchi presenti ad Aiûb; volea fosse
-albergato nel suo proprio palazzo di Girgenti e l’onorava
-con ogni maniera d’ossequio. Ma poco durò
-l’amistade. Accorgendosi che i Girgentini ponessero
-troppo amore nell’ospite, il signor di Castrogiovanni
-per lettere comandava di cacciarlo: disubbidito, movea
-contro i Girgentini con l’oste. Ed essi uscirono
-sotto le bandiere di Aiûb e s’appiccava la zuffa,
-quando una freccia tirata, dicono, a caso, dirimea la
-lite uccidendo Ibn Hawwasci: onde Aiûb era gridato
-signore da ambo i lati, com’e’ sembra, del
-campo di battaglia. La discordia spenta per tal modo
-nel mezzodì, si raccendea poscia in Palermo; dove i
-cittadini, mal soffrendo gli schiavi stanziali di Temîm,
-vennero alle mani con quelli; e imperversò tanto la
-guerra civile, che Aiûb, veduto non poterne venire a
-capo, chiamava a sè il fratello Alì: montati su l’armata,
-ritornavano in Affrica. Seguitaronli molti notabili
-musulmani dell’isola; seguitolli la gente dell’armata
-siciliana; nè rimase chi potesse far testa a Normanni.
-Se ne sbrigano così gli annali; saltano a piè
-pari l’occupazione di Catania, l’espugnazione di Palermo,
-e toccano appena la resa di Girgenti e di
-Castrogiovanni, cioè l’ultimo compimento del conquisto
-normanno.<a class="tag" id="tag247" href="#note247">[247]</a> Cercando di porre qualche data
-nello spazio che abbiamo percorso, riferiremmo l’andata
-<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
-di Aiûb in Girgenti all’anno sessantaquattro,
-quando la ritirata dell’esercito normanno da Palermo
-esaltò di certo il nome di Aiûb e lo scempio di
-Bugamo fece desiderare in que’ luoghi l’eroe musulmano
-della stagione. Sembra anco che i Normanni
-allor fossero corsi a mezzogiorno all’odor della guerra
-civile e per trame di fazioni che portarono alla chiamata
-di Aiûb. Questi poi sembra partito di Sicilia dopo
-l’infelice combattimento di Misilmeri, nel quale ei
-forse non si trovò;<a class="tag" id="tag248" href="#note248">[248]</a> ma la parte avversa gliene dovea
-pur gittare addosso la colpa. L’esilio, volontario
-o no, de’ cittadini che il seguirono, prova che la parte
-siciliana trionfò in Palermo, fors’anco in Girgenti,
-dove la morte d’Ibn-Hawwasci l’avea fatta andar giù.
-Palermo continuò o tornò a reggersi per la <i>gema’</i>,
-che fu poi costretta a rendere la città il millesettantadue.
-Lo Stato di Castrogiovanni e Girgenti cadde
-sotto nuova signoria, della quale diremo a suo luogo.
-</p>
-
-<p>
-La vecchia tattica di casa Hauteville mirabilmente
-s’era riscontrata co’ tempi, lasciando consumare
-dassè quel rigoglio che una effimera concordia
-<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span>
-avea dato a’ Musulmani nel millesessantaquattro. Roberto,
-dopo l’assedio di Palermo, attese in Puglia a
-soggiogare municipii italiani e condottieri normanni
-indocili al nuovo freno. Ruggiero non si spiccò dal
-fratello mai più; anzi gli diè mano in Terraferma
-quand’ei potè:<a class="tag" id="tag249" href="#note249">[249]</a> e in Sicilia si chiudea quasi nell’arme
-senza assalire altrimenti, fidandosi pur nell’indole
-dei Musulmani che presto avrebbero ripreso a lacerarsi
-tra loro. Nè ebbe ad aspettare gran pezza. Del
-millesessantasei, si fa innanzi, ben coperto, per
-un’altra quarantina di miglia; afforza di torri e bastioni
-Petralia, che gli aprì lo sbocco alla valle dell’Imera
-settentrionale e però a Termini ed a Palermo,
-e per più breve e facile cammino gli permise le scorrerie
-sopra quel di Castrogiovanni e di Girgenti. Fitto
-nel pensiero di conquistar la Sicilia, dice lo storiografo,
-Ruggiero non avea posa, non sentiva più la fatica;
-d’ogni stagione il vedevi alla testa de’ suoi, dì e
-notte a cavallo, senza risparmiare questi più che
-quell’altro, scorrea per ogni luogo, sì rapido che i
-nemici lo credeano presente da per tutto, e sempre,
-pur entro le città e le case loro, se lo sentivano addosso.
-Col senno temperava la ferocità leonina che
-sortì da natura; la fortuna giammai non l’abbandonò.
-Or allettando altrui co’ guiderdoni, or minacciando
-con parole e stringendo con assalti e guasti, si allargò
-a poco a poco intorno Petralia, tanto che assoggettò
-gran parte dell’isola; all’uso, aggiugne il
-Malaterra, de’ figliuoli di Tancredi, i quali cupidi
-d’acquisto non poteano sopportare ch’altri possedesse
-<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
-terreno nè roba accanto a loro, nè avean pace
-finchè non li rendessero tributarii o del tutto non li
-spogliassero.<a class="tag" id="tag250" href="#note250">[250]</a>
-</p>
-
-<p>
-A capo di tre anni, correndo il millesessantotto,
-sì aspra era divenuta la molestia ai Musulmani di Palermo,
-che ragunati a consiglio, scrive il Malaterra,
-deliberarono di tentare ad ogni costo la fortuna d’una
-battaglia. Saputo che Ruggiero cavalcasse alla volta
-della città con fortissimo stuolo, gli escono incontro
-a gran frotte; l’avvistano a Misilmeri, terra a nove
-miglia per levante. Ancorchè non si aspettasse tanta
-moltitudine, egli si preparò allo scontro fremendo di
-gioia. Ordinò le genti in una schiera. Le arringò
-sorridendo: “La fortuna amica sempre a’ Normanni
-condur loro tra’ piedi la preda tanto desiderata,
-risparmiar loro la fatica di più lungo cammino; anzi
-Iddio stesso porgea questo dono. Prendete, continuò,
-la roba degli Infedeli, indegni di possederla: ce la
-partiremo apostolicamente tra noi; ciascuno avrà quel
-che gli abbisogni. Nè temiate il numero de’ nemici tante
-volte sconfitti. Che s’or ubbidiscono a novello capitano,
-gli è pur della nazione, indole e religione loro.
-E sia mutato anco, il nostro Dio non muta. Quando
-a voi non venga meno la fede nè la ferma speranza,
-Ei vi concederà sempre vittoria.” Ruppero il nemico
-con sì grande strage, che il cronista la viene significando
-coll’antica metafora dell’esser mancato chi
-ritornasse a dar la notizia. Spartironsi allegramente
-il bottino. E trovando le gabbie de’ colombi messaggeri,
-loro attaccarono al collo schede intrise di sangue,
-<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span>
-sì che in Palermo seppesi immediatamente la
-sconfitta.<a class="tag" id="tag251" href="#note251">[251]</a>
-</p>
-
-<p>
-Avea principiato Roberto in questo tempo l’assedio
-di Bari, grossa città e ricca più che niun’altra
-dell’Italia meridionale, travagliata da due parti,
-le quali per vie contrarie aspiravano a libertà: chè
-l’una volea sottrarsi ad ogni patto alla dominazione
-bizantina affidandosi perfino a Normanni; l’altra capitanata
-da Argiro, aborrendo dal giogo feudale,
-ormai chiaro e manifesto, dei Normanni, amava meglio
-ubbidir di nome a Costantinopoli. Questa parte
-prevalendo in Bari, la tenea, sola in Italia, in fede
-dell’impero bizantino; e si schermì tanto dalle arti
-di Roberto, ch’egli deliberossi a far aperta violenza.
-Onde oppugnava la città con l’usato perseverante
-valore e con mezzi più potenti che fin allora non
-avessero adoperati i Normanni: macchine di varie
-maniere da batter le mura, e ridotti e ponti di barche;
-soprattutto forze navali, fornite in parte dal
-conte Ruggiero. Al quale par torni la gloria del
-fatto decisivo; poichè sendo la città stretta da ogni
-banda e affamata e sopravvenendo un’armatetta bizantina
-con genti e vittuaglie, le navi normanne che
-<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span>
-la scopriron di notte e la intrapresero e distrusserla,
-ubbidivano a Ruggiero, come scrive il Malaterra; nè
-monta che tacciano il suo nome Amato e Guglielmo
-di Puglia, partigiani di case rivali. La città allora
-s’arrese a dì sedici aprile del settantuno, dopo tre
-anni e parecchi mesi d’assedio. Roberto usò umanamente
-co’ Baresi, rendendo loro i possessi occupati
-nel territorio e fermando con la città patto di confederazione,
-il che in vero significava porre un tributo.
-Poi dispensò armi a chi ne volle, anco al presidio
-bizantino fatto prigione, e se li tirò dietro a combattere
-in Sicilia con quante navi potè accozzare
-nel porto.<a class="tag" id="tag252" href="#note252">[252]</a>
-</p>
-
-<p>
-Perocchè la vittoria di Bari promettea quella di
-Palermo; provatisi già felicemente i Normanni e lor
-sudditi italiani alle battaglie di mare, alle ossidioni,
-e cresciute le forze militari di due fratelli che ormai
-teneano il primato di lor gente in Italia. In vece delle
-squadre di scorridori con che aveano combattuto in
-Sicilia, i Normanni vi recavan ora un esercito ed
-un’armata. Oltre le genti assoldate,<a class="tag" id="tag253" href="#note253">[253]</a> chiamò Roberto
-alla impresa i condottieri o conti ch’ei già tirava
-alla condizione di grandi vassalli e i due confederati
-<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span>
-ch’ei si proponeva d’ingoiare a suo comodo:
-Riccardo principe normanno di Capua<a class="tag" id="tag254" href="#note254">[254]</a> e Guaimario
-principe longobardo di Salerno, fratello della moglie.<a class="tag" id="tag255" href="#note255">[255]</a>
-Sembra che i principi abbiano fornita poca
-gente. De’ conti ricusò audacemente Pietro di Trani.<a class="tag" id="tag256" href="#note256">[256]</a>
-Ciò non di meno Roberto a capo di tre mesi era in
-punto; soggiornato il giugno e parte di luglio a
-Otranto, fece tagliare una roccia per imbarcare più
-agevolmente i cavalli e adunò le macchine, e le
-vittuaglie. Cinquantotto navi partivan indi per Reggio,
-dove il duca s’avviò con altri cavalli e fanti. Gli
-ultimi giorni di luglio o i primi d’agosto, passò il Faro
-con tutte le genti: Normanni, Pugliesi Calabresi e il
-presidio bizantino di Bari.<a class="tag" id="tag257" href="#note257">[257]</a>
-</p>
-
-<p>
-Ruggiero che avea per tutta la state messe in
-punto anch’egli le sue forze, non prima saputo il
-passaggio di Roberto, si trovò a Catania in modo
-tanto sospetto, che il Malaterra, non osando narrarlo,
-nè dir bugia tonda, ci lascia nelle mani il bandolo
-della magagna, «Il duca, scrive egli, mandato innanzi
-il fratello in Sicilia, va a lui in Catania, <i>fingendo</i>
-di muovere contro Malta, quasi non si fidasse
-d’assalire Palermo; e pur si reca a Palermo <i>confortato</i>
-dal fratello.» Ma come e perchè Ruggiero fosse
-<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span>
-corso a Catania, sede dei Musulmani ausiliari suoi da
-tanti anni, e chi signoreggiasse il paese dopo la uccisione
-d’Ibn-Thimna, lo tace qui e sempre lo storiografo
-del Conte.<a class="tag" id="tag258" href="#note258">[258]</a> Amato, che non vivea a corte di
-lui, dice che Ruggiero mosse contro Catania quando
-Roberto passava lo stretto; che la città gli si arrese
-a capo di quattro dì; ch’egli fece acconciare incontanente
-una chiesa intitolata a San Gregorio ed una
-fortezza, nella quale lasciò quaranta uomini di presidio
-a reprimere il mal volere de’ cittadini.<a class="tag" id="tag259" href="#note259">[259]</a> Donde
-noi possiamo scrivere ne’ posti lasciati in bianco dai
-due frati cronisti e dir che Ruggiero, usando gli antichi
-accordi con Ibn-Thimna, entrò da amico, forse
-con picciolo stuolo in Catania, dando voce d’una
-impresa sopra Malta, e che sopravvenuto Roberto
-con parte dell’armata, sempre per andar a Malta,
-insignorironsi della città, dopo breve resistenza o nessuna.
-Fatto il colpo, Roberto avvia l’esercito a Palermo
-per terra; egli, per fuggire il caldo, segue in
-una galea, accompagnato da dieci gatti e quaranta
-altre navi. Ruggiero, cammin facendo anch’egli alla
-volta di Palermo, va a sopravvedere sue genti e sue
-cose a Traina. Ripigliato indi il viaggio, non lungi da
-Palermo gli intervenne che precedendolo i suoi famigliari
-per apprestar le vivande, una gualdana di dugento
-musulmani rapirono ogni cosa ed uccisero la
-gente; ma furono non guari dopo svaligiati e tagliati
-a pezzi dalla schiera del Conte.<a class="tag" id="tag260" href="#note260">[260]</a>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ci è occorso descrivere il sito di Palermo nel
-decimo secolo: nel centro il Cassaro, o città vecchia,
-bagnata, da maestrale a levante, dal porto che fendeasi
-in due lingue; la Khalesa, cittadella tra la lingua
-orientale e il mare; i borghi intorno il Cassaro
-da ogni altra banda.<a class="tag" id="tag261" href="#note261">[261]</a> I particolari dell’assedio che
-raccogliamo qua e là negli scritti di Amato, di Malaterra,
-di Guglielmo e dell’Anonimo e che tornan
-pure ad unico e chiaro disegno delle operazioni
-militari, non mostrano mutata la topografia nella
-seconda metà del secolo undecimo; se non che gli
-spaziosi borghi di libeccio, mezzodì e scirocco sembrano
-decaduti da lungo tempo e abbandonati del
-tutto all’appressarsi del nemico. Discosto circa un
-miglio a levante, al posto dove giugnea in quel tempo<a class="tag" id="tag262" href="#note262">[262]</a>
-la sponda destra dell’Oreto e la spiaggia del mare,
-sorgeva il castello, detto di Giovanni, dal nome
-forse d’alcun musulmano (<i>Jahja</i>) di che i Normanni
-fecero San Giovanni<a class="tag" id="tag263" href="#note263">[263]</a> e mutarono l’edifizio
-<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span>
-in ospedale; onde le odierne fabbriche sovrapposte
-a ruderi di varie età si chiamano tuttavia San
-Giovanni dei Lebbrosi. Il qual castello, evidentemente
-posto a difendere da gualdane nemiche le
-ricche ville d’ambo i lati del fiume e gli approcci
-stessi della città, era stato probabilmente edificato
-o afforzato durante la guerra normanna; nè parmi
-inverosimile che alcun altro ne sorgesse in altri siti
-dell’agro palermitano dove poi si notarono chiese,
-monasteri o palagi de’ Normanni. Della popolazione
-palermitana in questo tempo ignoriamo il numero al
-tutto; ma dobbiamo supporla menomata di molto,
-fin dal decimo secolo, per le vicende politiche, massime
-le emigrazioni del millesessantuno e del sessantotto.<a class="tag" id="tag264" href="#note264">[264]</a>
-Il numero degli assedianti possiamo conghietturar
-solo dalla estensione del territorio sul quale dominavano
-gli Hauteville in Terraferma, da’ soliti loro
-armamenti in altre imprese contemporanee, dalla
-guardia che scortava Roberto entrato di accordo nella
-città e dal numero delle sue navi notato dianzi. Un
-otto o diecimila uomini, tra cavalli e fanti, parmi il
-maggiore sforzo che i Normanni abbian potuto condurre
-sotto le mura di Palermo.
-</p>
-
-<p>
-Si avanzò primo Ruggiero dalla parte di levante
-per le falde de’ monti, il dì appresso il raccontato
-scontro; occupò un sontuoso palagio e le ville
-dei contorni; le saccheggiò; fece abbondante caccia
-di prigioni, i quali nulla sapeano del nuovo gioco,
-quando si videro cinti da un cerchio di cavalli e
-<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span>
-stretti e presi e venduti.<a class="tag" id="tag265" href="#note265">[265]</a> La vanguardia apparecchiava
-per tal modo le stanze ai capi dell’oste: «Que’ dilettosi
-giardini, scrive Amato, irrigati d’acque, ricchi di
-frutta; dove albergarono con agi da principi, fino i
-cavalieri minori, proprio in un paradiso terrestre.»
-Appresentatosi quindi al Castel Giovanni, e uscitogli
-incontro il picciolo presidio,<a class="tag" id="tag266" href="#note266">[266]</a> uccidea quindici cavalieri
-musulmani, ne prendea prigioni trenta, e, insignoritosi
-del luogo, vi chiamava Roberto,<a class="tag" id="tag267" href="#note267">[267]</a> il quale
-indi sembra sbarcato lo stesso dì. Il quartier generale,
-come or si direbbe, fu posto in quel castello
-e ultimato il disegno di assedio. Rimasevi Roberto
-capitanando i Pugliesi e i Calabresi dell’oste; Ruggiero
-con le sue genti stanziò, com’e’ pare, dove or
-sorge la chiesa della Vittoria, a settecento metri
-dalla odierna porta Nuova, su lo stradone che mena
-a Morreale.<a class="tag" id="tag268" href="#note268">[268]</a> Talchè stando l’uno a ponente-libeccio
-<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span>
-l’altro a scirocco-levante e comunicando insieme,
-investivano la città, per più d’un terzo del suo perimetro,
-dal lato meridionale. A greco l’armata
-chiudeva il porto. Le picciole forze navali che rimaneano
-a’ Palermitani<a class="tag" id="tag269" href="#note269">[269]</a> furonvi ricacciate, perdendo
-un gatto ed una galea.<a class="tag" id="tag270" href="#note270">[270]</a>
-</p>
-
-<p>
-Del rimanente s’era la città apparecchiata bene
-alla difesa; onde i Musulmani, stretti ch’e’ furono
-nelle mura, per frequenti sortite, con varia fortuna
-sturbavano le opere degli assedianti,<a class="tag" id="tag271" href="#note271">[271]</a> con indefessa
-vigilanza si guardavano, con valore e ostinazione
-combatteano.<a class="tag" id="tag272" href="#note272">[272]</a> I particolari non ripeterò, perchè trovansi
-nella sola cronica ritmica di Guglielmo: luoghi
-<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
-comuni che forse pareano corredo necessario
-delle Muse. Pur non passerò sotto silenzio un episodio
-narrato dall’Anonimo del duodecimo secolo:
-che lasciando spesso i Palermitani le porte della città
-aperte, quasi sfida ad entrare, egli avvenne che un
-terribile cavaliere musulmano tornando in città dopo
-avere uccisi parecchi Normanni, sostasse sotto la
-porta rivolgendo pur la faccia a’ nemici, quando un
-giovane guerriero, parente di casa Hauteville, adontato
-del piglio minaccevole, spronò contro costui. E
-trapassollo fuor fuora con la lancia. Ma richiusagli
-la porta dietro le spalle, senza stare un attimo in
-forse, spinge innanzi il cavallo in carriera disperata
-tra i Musulmani che il saettavano e gli davano
-addosso ed uscito illeso da un’altra porta, giugne
-tra’ suoi mentre il piagnean morto.<a class="tag" id="tag273" href="#note273">[273]</a> La quale avventura
-da Tavola Rotonda ci parrà meno inverosimile
-se la supponghiamo seguita nella Khalesa,
-piccolo ricinto con quattro porte che s’aprian tutte
-nel breve tratto dell’istmo.<a class="tag" id="tag274" href="#note274">[274]</a> Grandi combattimenti
-non seguirono infino all’inverno, studiandosi invano
-i nemici ad offendere la città.<a class="tag" id="tag275" href="#note275">[275]</a> Giugnean intanto aiuti
-d’Affrica, di forze navali, com’e’ pare, e non molte.<a class="tag" id="tag276" href="#note276">[276]</a>
-Già i principi della casa di Salerno, tediandosi d’una
-<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span>
-impresa che lor propria non era, ritornavano in Terraferma,
-dove più lieto spettacolo che l’assedio di Palermo
-offriva papa Alessandro, consacrando la nuova
-basilica di Monte Cassino, il primo ottobre.<a class="tag" id="tag277" href="#note277">[277]</a> E Roberto
-impaziente chiedea rinforzi in Terraferma; tra gli
-altri, al rivale principe Riccardo, il quale gli promesse
-dugento lance capitanate dal figliuolo Giordano e sì
-avviolle, ma le richiamò pria che passassero il Faro.
-Si disperava tanto della vittoria, che Riccardo collegatosi
-con la famiglia de’ conti di Trani e con altri
-antichi nemici di Roberto, osò assalire le costui terre
-in Calabria ed in Puglia. Il Guiscardo non si spuntò
-per questo dal suo proponimento,<a class="tag" id="tag278" href="#note278">[278]</a> sapendo bene che
-egli avrebbe trionfato di tutti in Palermo.
-</p>
-
-<p>
-«In quel medesimo tempo (così Amato), era gran
-carestia nella città, mancando le vittuaglie, che non
-si trovava da comperarne. Era altresì grande pestilenza
-e mortalità, per cagione de’ cadaveri insepolti;
-ingombra la città di feriti, d’infermi, d’uomini
-fiaccati dalla fame, la debile mano dei quali più volentieri
-stendeasi a chiedere la limosina che a combattere.
-E i maliziosi Normanni spezzavan del pane
-e lasciavanlo a piè delle mura.<a class="tag" id="tag279" href="#note279">[279]</a> I Saraceni a venti
-ed a trenta correano a prenderlo. E il secondo giorno
-que’ posero il pane un po’ più lungi dalla terra e gli
-altri a correre, a darvi di piglio, ad assicurarsi e più
-numero ne veniva. Il terzo dì poi i Normanni messero
-l’esca più lungi, e quando i Pagani vennero
-<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
-fuori tutti, furon presi e tenuti schiavi o venduti in
-lontani paesi.»<a class="tag" id="tag280" href="#note280">[280]</a> Così il cronista, compiaciuto o indifferente,
-non so. Pur si commove al narrare come
-mancato il vino nel campo di Roberto, ancorchè vi
-abbondassero carni squisite, il duca e la moglie di
-acqua sola si dissetavano; il che, aggiugne, non potea
-fare specie a Roberto il cui paese non produce del
-vino; «ma considera, o lettore, la nobile sua donna,
-la quale, a casa il padre Guaimario, principe di Salerno,
-solea bere com’acqua fresca del vin chiaro
-e schietto!»<a class="tag" id="tag281" href="#note281">[281]</a>
-</p>
-
-<p>
-Rincorò i Normanni il successo d’un combattimento
-navale provocato da’ Palermitani quand’ebbero
-gli aiuti d’Affrica, disperando tuttavia di snidare il
-nemico da’ posti occupati nella pianura. Avvistosi
-de’ preparamenti, Roberto apprestò anch’egli sue
-navi; nelle quali fece tendere intorno intorno le tolde
-de’ teli di feltro rosso da parare i sassi e le saette:<a class="tag" id="tag282" href="#note282">[282]</a> e
-quel colore potea tornar a mente a’ Normanni le imprese
-dei padri loro, i quali l’aveano reso terribile in
-sul mare, che la tradizione nazionale lo serba fin oggi
-nelle divise militari d’Inghilterra e di Danimarca.
-Ancorchè si possa tenere più numeroso il navilio
-normanno che il musulmano, par avesse disavvantaggio
-nella struttura non adatta alla guerra. Era
-questo d’altronde, dopo il fatto di Bari, il primo cimento
-navale dei dominatori normanni d’Italia; nè
-la memoria era spenta di quelle armate che infin
-<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
-dal nono secolo uscirono dal porto di Palermo a desolare
-le spiagge meridionali della Penisola; nè non
-vedea Roberto che una sconfitta sul mare l’avrebbe
-costretto a levare l’assedio per la seconda volta.
-Donde ai suoi disse ch’era uopo vincere o morire:
-li fece confessar delle peccata e solennemente prendere
-l’eucaristia. Confortate di tal cibo, continua Guglielmo
-di Puglia, le fedeli turbe, Normanni, Calabresi,
-Baresi ed Argivi entrano in nave; nè basta a
-spaventarli il suono degli strumenti, il tonante grido
-di guerra de’ Musulmani. Si scontrano le armate: resistono
-i Siciliani e gli Affricani, finchè sforzati da
-un cenno divino, voltan le prore. Qual nave fu presa,
-qual sommersa; la più parte si rifugge nel porto,
-chiudelo con la catena, e questa spezzano i vincitori,
-e fan preda d’altri legni, a parecchi appiccan fuoco.<a class="tag" id="tag283" href="#note283">[283]</a>
-Altro non dice il cronista; ond’e’ si vede che l’armata
-normanna, superate le prime difese del porto, fu costretta
-a ritirarsi.
-</p>
-
-<p>
-Minacciati tuttavia i Musulmani da quest’altra
-banda,<a class="tag" id="tag284" href="#note284">[284]</a> scemati per le spesse morti, affranti dalla fame,
-dalla pestilenza, dalle fatiche, Roberto non differì l’assalto
-generale. Aveva egli fatte costruire quattordici
-<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
-scale<a class="tag" id="tag285" href="#note285">[285]</a> congegnate con artifizio che parve mirabile in
-quel tempo,<a class="tag" id="tag286" href="#note286">[286]</a> da innalzarsi a ragguaglio delle mura.
-Mandate nottetempo sette delle scale a Ruggiero, va
-egli stesso a trovarlo; concertano gli ordini dell’assalto,
-i segnali e ogni cosa.<a class="tag" id="tag287" href="#note287">[287]</a> Lo sforzo più grave fu affidato
-a Ruggiero contro la fortezza principale, cioè la
-città vecchia, da libeccio; onde passava a quella
-parte il grosso dello esercito di Roberto. A greco
-dovea minacciare, e non altro, il navilio. Roberto riserbossi
-uno stratagemma nel caso che fallisse Ruggiero:
-un colpo di mano su la Khalesa ch’avea mura
-più basse.
-</p>
-
-<p>
-Presso a compiersi i cinque mesi d’assedio, il
-primo o un de’ primi giorni dell’anno millesettantadue,
-al far dell’alba,<a class="tag" id="tag288" href="#note288">[288]</a> il clamore che si levò nel campo
-di Ruggiero facea correre precipitosamente i Palermitani
-a quelle mura.<a class="tag" id="tag289" href="#note289">[289]</a> I fanti nemici s’avanzano
-ratti; con frombole ed archi tiravano ai difensori in
-su i merli, quando i cittadini, sortiti con grande impeto,
-spazzavano la turba nemica, inseguivano a piè
-ed a cavallo i fuggenti. Caricò allora la cavalleria
-normanna, ruppe a sua volta gli assediati, ricacciolli
-in città, stringendoli sì gagliardamente sino alla porta,
-<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
-che già erano per entrare insieme alla rinfusa. Allo
-estremo pericolo, i Musulmani calan giù la saracinesca;
-serran fuori i loro fratelli, de’ quali i Normanni,
-sotto gli occhi loro, tra il grido e il compianto, fecero
-un macello.<a class="tag" id="tag290" href="#note290">[290]</a> E i Normanni a ripigliar l’assalto delle
-mura. Adducono la prima scala; già tocca a’ merli:
-chi salirà? Si guardavano l’un l’altro negli occhi.
-Un Archifredo subitamente fa il segno della croce e
-si slancia su pei gradini; due guerrieri il seguono,
-saltano sul muro, quand’ecco sfasciata e infranta la
-scala. Soli incontro a cento, andati in pezzi gli scudi
-loro, gittaronsi giù dalle mura, e sani e salvi rimasero,
-al dir di Amato. Gli altri ch’eran saliti per altre
-scale furon anco respinti. Allenarono i Normanni,
-si ritrassero.<a class="tag" id="tag291" href="#note291">[291]</a> Avvicinandosi già la sera,
-parea fallito l’assalto.
-</p>
-
-<p>
-Ma alle eloquenti parole di Roberto, dice Guglielmo
-di Puglia e le mette in versi, ai conforti,
-crediam noi, di Ruggiero e secondo il disegno già ordinato
-col duca, ritornarono pur i Normanni a piè
-delle mura: e i cittadini traeano tutti al posto minacciato;
-sicuri di buttar giù ne’ fossi un altra volta
-gli assalitori, non poneano mente alla Khalesa dove
-quel dì non avea romoreggiato la battaglia. Quando
-Roberto, a un segno dato da Ruggiero, chetamente
-con trecento<a class="tag" id="tag292" href="#note292">[292]</a> uomini eletti arriva, tra gli alberi dei
-giardini, alla Khalesa. Corrono in fretta con le scale
-ad un muro difeso da poca gente; pria che venga aiuto
-<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
-dalla città vecchia, sbarattano i difensori, saltan
-dentro, spezzano la porta; ond’entra Roberto col
-resto de’ suoi.<a class="tag" id="tag293" href="#note293">[293]</a> La quale stava dietro l’odierno
-convento della Gancia, sur una piazzetta cui è rimaso
-il titolo della Vittoria, al par che ad una chiesa
-ove la tradizione addita, nel primo altare a destra, gli
-avanzi della porta sforzata da Roberto ed un’immagine
-votiva.<a class="tag" id="tag294" href="#note294">[294]</a> Ma accorrendo lì i cittadini quando si
-<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
-seppe entrato il nemico, seguì disperata zuffa
-insino a notte; rimase tutto coperto di cadaveri
-il suolo; rimaserne padroni i Normanni, rifuggendosi
-nella città vecchia i Musulmani che camparono
-alla strage. I Normanni intanto saccheggiavano
-le case, uccideano gli adulti, partivansi tra loro
-i fanciulli per venderli schiavi.<a class="tag" id="tag295" href="#note295">[295]</a> La notte stessa il conte
-recò rinforzi a Roberto, esposto nella Khalesa, con un
-pugno di gente, alla vendetta degli abitatori non vinti
-della città vecchia.<a class="tag" id="tag296" href="#note296">[296]</a> Furon indi messe guardie alle
-torri che fronteggiavano quelle mura superbe.<a class="tag" id="tag297" href="#note297">[297]</a> Parea
-che nuova battaglia fosse da combattere la dimane,
-e forse da ricominciare l’assedio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span>
-</p>
-
-<p>
-La discordia de’ Palermitani abbreviò le fatiche
-a’ nemici. Nella lunga notte che questi passarono afforzandosi
-nelle mura della Khalesa, le fazioni della città
-vecchia disputavan tra loro se fosse da riprendere la
-battaglia. Vinse il partito avverso: la notte medesima
-mandò a dir a’ Normanni che la città fosse pronta a
-sottomettersi e dare ostaggi.<a class="tag" id="tag298" href="#note298">[298]</a> Ed aggiornando, due
-capitani che avean preso il reggimento della città in
-luogo del consiglio municipale, si appresentarono con
-altri notabili a Ruggiero per trattare i patti.<a class="tag" id="tag299" href="#note299">[299]</a> Fermati i
-quali, Ruggiero entrava nella città vecchia; guardigno,
-accompagnato da valorosi cavalieri, sopravvedeva i
-luoghi, mettea guardie ne’ posti più opportuni e ritornava
-a Roberto. Il quale al quarto dì, solennemente
-recossi al duomo, preceduto da mille cavalli, accompagnato
-dalla moglie, dal fratello, da’ fratelli della moglie
-e da altri baroni. Smontano alle soglie, umili, compunti,
-lagrimando di tenerezza. Sgomberati i simboli
-musulmani,<a class="tag" id="tag300" href="#note300">[300]</a> forniti i riti della nuova consecrazione,
-l’arcivescovo, il greco Nicodemo, che soleva uficiare
-nella povera chiesa di Santa Ciriaca, celebrò la messa
-<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
-dinanzi a’ vincitori nell’antica chiesa, divenuta <i>giâmi’</i>
-dell’islam, rifatta or cattedrale col titolo di Santa
-Maria: e dotolla Roberto di entrate e di sacri arredi.<a class="tag" id="tag301" href="#note301">[301]</a>
-Alcuno buon cristiano, scrive il buon Amato, vi udì
-la voce degli angioli che cantavano dolcissimi Osanna;
-e il tempio talvolta apparve illuminato della luce di
-Dio, mille volte più splendente che niun’altra del
-mondo.
-</p>
-
-<p>
-I patti della resa variamente si leggono presso
-gli storiografi dei due rami sovrani di casa d’Hauteville.
-Guglielmo di Puglia verseggia che i Palermitani
-s’arresero, salva la vita, e che Roberto non solo
-l’accordò, ma anco promesse di non far loro alcun
-male ancorchè e’ fossero Pagani, e mantenne la parola,
-nè cacciò alcuno dalla città. Amato, robertista
-anch’egli, parla di resa a discrezione.<a class="tag" id="tag302" href="#note302">[302]</a> Il Malaterra,
-al contrario, afferma stipulato il patto che nessuno
-fosse sforzato a rinnegare la fede musulmana, nessuno
-aggravato con nuove e ingiuste leggi.<a class="tag" id="tag303" href="#note303">[303]</a> Più preciso
-l’Anonimo, contemporaneo di re Ruggiero, dice
-pattuite le medesime condizioni che si osservavano
-a’ giorni suoi.<a class="tag" id="tag304" href="#note304">[304]</a> Delle quali se non abbiamo il testo,
-<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
-puossi tuttavia tenere per fermo che, oltre la tolleranza
-religiosa, i Musulmani di Palermo godessero la
-libertà e sicurezza delle persone, il mantenimento
-delle proprietà, i giudizii tra loro secondo leggi musulmane
-e da’ loro magistrati: nè egli è punto provato,
-nè probabile, che fossero sottoposti alla gezia.
-Ma di ciò più largamente a suo luogo.<a class="tag" id="tag305" href="#note305">[305]</a>
-</p>
-
-<p>
-Ritornò per tal modo Palermo, dopo dugenquaranta
-anni, al nome cristiano, assai più splendida,
-vasta, popolosa, ricca, civile, ma bagnata di sangue
-e di lagrime; chè “il numero dei Saraceni che
-furono uccisi e di quei che furono presi e furono venduti,
-dice Amato, passò ogni esempio.” Poco appresso
-<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span>
-Palermo, si diede a Roberto spontaneamente
-la città di Mazara, obbligandosi a pagare tributo.<a class="tag" id="tag306" href="#note306">[306]</a>
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap5">CAPITOLO V.</h2>
-</div>
-
-<p>
-Impadronitisi della capitale musulmana, i Normanni
-che vedeano vinta, ancorchè non finita, la
-guerra, posero mano immediatamente al partaggio
-dell’isola. Roberto, intraprenditore principale dello
-armamento, condottiero dell’oste, e signor feudale,
-qual si tenea, degli Stati normanni di Terraferma,
-eccetto que’ di Capua ed Aversa, Roberto si prese
-Palermo, si tenne Messina e il Val Demone. Ruggiero
-ebbe dal Duca, assentendolo tutto l’esercito,
-gli altri paesi di Sicilia acquistati o da acquistarsi;
-del quale territorio a lui rimanesse una metà, e l’altra
-metà fosse suddivisa tra Serlone nipote di lui e
-di Roberto, e Arisgoto di Pozzuoli, uomo di schiatta
-longobarda, qual sembra al nome, imparentato con
-casa di Hauteville. Se le cose rispondessero ai nomi
-in quel periodo di formazione dell’Italia meridionale,
-si vedrebbe netto l’ordinamento politico della
-Sicilia: il Duca di Puglia sovrano feudale, con due
-<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span>
-province serbate in demanio; il conte di Sicilia, gran
-vassallo, con altre province in demanio; e sotto di
-lui due principali suffeudatarii e poi tanti baroni minori
-dipendenti da costoro e altri direttamente dal
-conte, altri direttamente dal Duca. E tal al certo si
-proponea Roberto di costituire lo Stato; ma la virtù
-e fortuna di Ruggiero e de’ suoi successori guastarongli
-il disegno.<a class="tag" id="tag307" href="#note307">[307]</a>
-</p>
-
-<p>
-Orribil nuova afflisse in questo tempo i vincitori.
-Serlone era stato ucciso a tradimento. Preposto,
-non sappiamo se durante l’assedio di Palermo
-o dopo l’espugnazione, alle milizie feudali
-di Cerami, per vegliare sul presidio di Castrogiovanni
-che rinforzato di aiuti affricani non tentasse
-qualche mal colpo, Serlone tenea spie presso i nemici;
-tra le altre un Ibrahim, de’ primi di Castrogiovanni,
-col quale sì intimo ei s’era fatto da giurarsi
-fratelli, dice il Malaterra, con bizzarro rito di
-<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
-tirarsi l’un l’altro per l’orecchio. La quale usanza
-non troviamo appo i Musulmani. Una volta il fratello
-rapportatore manda dei presenti al fratello capitano,
-con avviso che il tal dì sette cavalieri arabi correrebbero
-il territorio di Cerami per boria di andare a
-far preda in casa sua. E Serlone, ridendosene, non
-s’apprestò altrimenti a chiamare le milizie feudali,
-anzi quel dì stesso uscì a caccia ne’ boschi di Cerami;
-quand’ecco un gridare accorr’uomo per lo contado,
-e i villani a fuggire dinanzi la gualdana annunziata
-da Ibrahim. Serlone a ciò si fa recare l’armadura;
-con quel pugno di gente ch’avea seco, sprona contro
-i ladroni a punirli di loro temerità. Precipitando su
-la via di Castrogiovanni, i Musulmani lo conducono
-all’agguato, ad otto miglia da Cerami, presso il
-confluente di due fiumicelli che scendendo l’un da
-Nicosia, l’altro da Cerami si gittano nel Simeto. Quivi
-l’aspettavano, secondo la tradizione normanna, settecento
-cavalli e tremila fanti, che mi paion troppi.
-Circondarono il drappello di Serlone, tagliandogli la
-strada del ritorno a Cerami. E il magnanimo, vedendo
-cadere già molti de’ suoi e non dubbia la morte,
-sprona a una rupe vicina, smonta, s’addossa alla
-roccia e disperatamente mena le mani di fronte e
-da’ lati. Si chiamò poi la Pietra di Serlone.<a class="tag" id="tag308" href="#note308">[308]</a> Cadde
-egli per cento ferite; perirono seco tutti i suoi, fuorchè
-<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span>
-due lasciati per morti tra i cadaveri battezzati
-e i circoncisi. A Serlone strapparono il cuor dal petto:
-corse anco la voce tra i Normanni che que’ brutali,
-tagliato in pezzetti il cuor dell’eroe, avesserli mangiati
-a gara per superstizione d’infonder il suo valore
-ne’ vili petti loro. Mandarono poi in Affrica a
-Temîm la testa di Serlone, la quale confitta a un
-palo fu condotta in giro per le strade di Mehdia,
-con la grida “Ecco il gran campione de’ Normanni,
-or ch’egli manca, agevol cosa fia il racquisto della
-Sicilia.” Nè è a dir se cordoglio e furore destasse
-nell’esercito il caso di Serlone, quando lo si riseppe
-in Palermo. Ruggiero pianse amaramente il
-fedele e valorosissimo compagno delle sue vittorie.
-Roberto, che in vero non perdeva quanto lui, nel ripigliò
-dicendo, star bene i lamenti alle donne, agli
-uomini la vendetta.<a class="tag" id="tag309" href="#note309">[309]</a> Pur avendo altro da fare che
-porsi per un anno o due all’assedio di Castrogiovanni
-tanto che gli cadessero nelle mani gli uccisori
-del nipote, s’apparecchiò a ritornare in Puglia,
-aggiustato ben bene il morso ai Musulmani di Palermo.
-</p>
-
-<p>
-Costruì o racconciò un castello alla bocca del
-porto: piccola fortezza, della quale ritenne il nome,
-e credo anco il sito, quello che s’addimandò fino
-al mille ottocento sessanta il Castellamare. Maggiore
-assegnamento fece Roberto sur una cittadella edificata
-nell’alto della terra, in quell’area ch’ora occupa il palagio
-reale aggiuntovi parte delle due piazze attigue
-<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span>
-e tutto il quartier militare di San Giacomo. Quivi
-era nel nono secolo il palagio degli emiri, e nel decimo
-il <i>Ma’skar</i>, ossia stanza de soldati,<a class="tag" id="tag310" href="#note310">[310]</a> e par ne rimanessero
-in piè molte fabbriche e forse un muro di
-cinta, che fu racconcio a modo de’ vincitori: donde
-la nuova cittadella si addimandò volgarmente <i>El-Halka</i>,
-ossia “La Cerchia” e, negli scrittori latini e
-greci del tempo, è detta or Castello di sopra, or Palagio
-nuovo, e più spesso Galea, Galga, Galcula,
-Chalces, Xalces, e in ultimo Alga: che sono trascrizioni
-diverse del vocabolo arabico or ora notato. Il
-nome di Palagio o di Castello si estendea, com’ognun
-vede, a tutto il ricinto: un poligono ad angoli salienti e
-rientranti, lungo da cinquecento metri e largo da trecento;
-il quale a poco a poco s’empì di palazzine,
-portici, chiese e case di preti e cortigiani.<a class="tag" id="tag311" href="#note311">[311]</a> Ambo
-<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span>
-le castella munì Roberto di pozzi e magazzini,<a class="tag" id="tag312" href="#note312">[312]</a> credo
-io fosse da grano per caso d’assedio; da prevedere
-al certo in mezzo a sì grossa cittadinanza musulmana,
-la quale non si potea tenere altrimenti che con la
-forza immediata e continua.<a class="tag" id="tag313" href="#note313">[313]</a> Racconta Amato, che
-sopravvedendo Roberto un dì i lavori della <i>Halka</i>,
-notò la chiesetta di Santa Maria, sparuta e sudicia
-che pareva un forno, in mezzo a tanti splendidi palagi
-de’Saraceni; ond’egli mettendo un sospiro, comandò
-fosse di presente demolita e nobilmente riedificata di
-pietre quadrate e di marmi, senza badare a
-<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span>
-spesa.<a class="tag" id="tag314" href="#note314">[314]</a> Par sia questa la chiesa di Santa Maria della Grotta,
-che i ricordi ecclesiastici della Sicilia portano fondata
-da Roberto Guiscardo, con un monastero basiliano e
-con beni nel territorio di Mazara;<a class="tag" id="tag315" href="#note315">[315]</a> la stessa forse
-che si addimandò poi di Gerusalemme, cui l’antica
-struttura e l’ornamento di mosaici non camparono
-dalla distruzione a’ tempi del Fazello.<a class="tag" id="tag316" href="#note316">[316]</a>
-</p>
-
-<p>
-Provvedute le castella d’uomini, d’armi e di vittuaglie,<a class="tag" id="tag317" href="#note317">[317]</a>
-Roberto lasciò a governare la città un suo cavaliere,
-con titol di emiro, conveniente a città musulmana;
-liberò i prigioni bizantini di Bari;<a class="tag" id="tag318" href="#note318">[318]</a> permesse al
-<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span>
-fratello di pigliare a’ suoi soldi le genti dell’esercito che
-rimaner volessero a cercar ventura in Sicilia: e furono
-assai poche, ancorchè Ruggiero donando e promettendo
-le allettasse.<a class="tag" id="tag319" href="#note319">[319]</a> Pria di partire, il Guiscardo trovò modo
-di porre una taglia che non avea pattuita: chiamati
-a sè i principali della città, con faccia tosta lagnossi
-delle grandi spese sostenute nell’assedio, de’ molti
-cavalli perduti e di tante altre molestie, ch’e’ durava
-per causa de’ Palermitani; donde lor chiedea denari,
-e quei davano danari e preziose robe. Cariconne le
-navi; imbarcò le sue genti e i figliuoli de’ notabili
-della città presi in ostaggio, e andò via.<a class="tag" id="tag320" href="#note320">[320]</a> Sappiamo
-ch’ei recasse a Troja di Puglia delle porte di ferro
-e delle colonne co’ loro capitelli tolte in Palermo.<a class="tag" id="tag321" href="#note321">[321]</a> La
-stessa origine accusano parecchi doni di Roberto, i
-quali in oggi parrebbero raccolta d’antiquario o porzione
-da masnadiere, leggendosi appo Leon d’Ostia che
-il Guiscardo una volta presentasse al Monastero di
-Monte Cassino secento bizantini d’oro, duemila tarì
-affricani, tredici muli, tredici saraceni e un gran tappeto;
-e poi altra moneta di schifati, bizantini, tarì,
-michelati, soldi d’Amalfi, due cortine arabiche, e
-orcioli di cristallo, pallii, mantelli; e, con minutaglie
-così fatte, diplomi di concessione di terre e castella,
-delle decime su la pescagione in Taranto e fin decime
-<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span>
-del lavoro di certi artigiani.<a class="tag" id="tag322" href="#note322">[322]</a> Delle quali larghezze le
-più sostanziose segnano le epoche di negoziazioni
-condotte dall’Abate di Monte Cassino con utile di
-Roberto; e quelle spoglie orientali evidentemente venivano
-di Palermo. E ben puossi immaginare qual
-immensa e bizzarra congerie di ricchezze portasse
-via l’oste di Roberto, e con che gioia i frati cantassero
-le lodi del pio vincitore, vero strumento della
-Provvidenza.
-</p>
-
-<p>
-L’occupazione di Palermo affrettò la catastrofe
-di quei grandi feudatarii di Terraferma i quali, ricordando
-l’antica uguaglianza de’ condottieri, non sapeano
-capacitarsi come un titolo di duca ed una pergamena
-della cancelleria papale lor avesse dato un
-padrone e imposto l’obbligo del servigio militare e
-della contribuzione ne’ casi feudali. Roberto risolutamente
-affrontò i malcontenti, chiamando tutti i conti
-in Melfi, l’antica metropoli feudale; dove i soddisfatti
-convennero puntualmente a rallegrarsi secolui
-della vittoria. Ricusarono i tutori del conte di Trani,
-che aveano anco negata lor milizia all’impresa. Contro
-i quali mosse incontanente Roberto; prese, dopo
-breve assedio, Trani ed altre città e terre. La resistenza,
-ch’ei chiamava ribellione, rinacque poi più
-volte secondo i casi, le speranze o i dispetti. Gran
-romore si destò quando il duca, maritando una
-sua figliuola ad Ugo figlio del Marchese d’Este, richiese
-l’aiuto de’ vassalli per la dote, secondo le
-usanze feudali (1077). Sursero anco (1077-9) i figli
-<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span>
-di Unfredo, nipoti e pupilli di Roberto spogliati da
-lui. Ma Roberto venne sempre a capo di que’ movimenti
-spicciolati e incomposti.
-</p>
-
-<p>
-Ebbe anco a travagliarsi contro la dinastia normanna
-di Capua, avendo il principe Riccardo suscitati
-i suoi nemici mentr’egli assediava Palermo; e fu
-sino alla morte di Riccardo e nel regno del figliuolo
-Giordano, un alternare di ostilità, pratiche ed accordi,
-come tra due astuti che si conoscono, due forti che
-s’hanno riguardo, e due intraprenditori che fanno a
-metà purchè spoglino il terzo. Se non che Roberto
-seppe guadagnare più che il rivale. Pagò lo scotto la
-dinastia longobarda di Salerno. Perchè Gisulfo, cognato
-di Roberto, troppo fidandosi nel principe di Capua
-e nel papa, si trovò ad un tratto abbandonato e
-solo nel pericolo. Roberto si accordava con Riccardo,
-al quale diè aiuti alla impresa di Napoli (1078), che
-tornò vana per la virtù di quella repubblica. E in
-questo mezzo era scomparso l’antico principato longobardo
-di Salerno (1077). Sotto specie di difendere
-i dritti dell’umanità, il Guiscardo intercedeva appo
-Gisulfo a favore de’ tiranneggiati Amalfitani; non
-ascoltato, andava all’assedio di Salerno con grand’oste,
-dice Amato,<a class="tag" id="tag323" href="#note323">[323]</a> di Latini, Greci e Saraceni;
-dond’e’ si vede che il vincitore di Palermo non tardò
-ad usare le armi de’ novelli sudditi suoi. Ebbe Salerno
-dopo lungo assedio della città, poi della
-rôcca; dove preso Gisulfo, gli diè l’eletta di risegnare
-tutto lo Stato o andar a finir la vita prigione nella
-cittadella di Palermo: ed a persuaderlo meglio già
-<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span>
-faceva apprestare i ceppi e la nave.<a class="tag" id="tag324" href="#note324">[324]</a> Talchè il principe
-Gisulfo, deposta la corona e spogliato d’ogni
-cosa, cercò asilo e lucro a corte di Gregorio settimo.
-</p>
-
-<p>
-Fin da’ primi giorni dell’esaltazione (1073), Ildebrando
-avea tenute pratiche con Roberto, al quale
-ragion volea ch’egli si accostasse, mentre stava per
-gittar il dado nella gran lite delle investiture. Pur
-sia troppa alterezza e caparbietà del papa e ch’egli
-mal conoscesse Roberto e le condizioni del tempo,
-sia che Roberto pretendesse troppo anch’egli, andarono
-a voto le negoziazioni;<a class="tag" id="tag325" href="#note325">[325]</a> onde Gregorio, scomunicato
-il duca (1074), era corso a suscitare contro
-di lui Riccardo e lo sventurato Gisulfo; avea sollecitata
-anco la fida contessa Matilde a mandare grosso
-esercito, che unito a que’ di Capua e di Salerno schiantasse
-d’Italia la casa di Hauteville.<a class="tag" id="tag326" href="#note326">[326]</a> Lega più bella
-a immaginare che a mettere in opera; su la quale se
-Ildebrando fece assegnamento, e’ non vedea tanto
-lungi nelle cose politiche. Passato dunque in Italia
-Arrigo IV, egli accadde che mentre il papa superbamente
-oltraggiava l’imperatore a Canosa, Roberto
-<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
-accordatosi con Riccardo, spogliò del tutto, com’accennammo,
-il principe di Salerno. E quindi appiccò
-pratiche con Arrigo stesso; minacciò Benevento che
-si tenea pel papa; mostrò a Gregorio in cento guise
-che delle cose del mondo ne sapesse molto più di lui.
-Onde Gregorio, tornando da’ sogni alla realità delle
-cose, venne ad abboccamento con Roberto (1080), lo
-ribenedisse, accettò l’omaggio pei territorii del duca,
-gli diè titolo di cavalier di San Pietro, dicon anco
-gli promettesse l’impero d’Occidente.
-</p>
-
-<p>
-E favorillo alla occupazione dello impero Orientale,
-contro il quale Roberto si volgea; non conoscendo
-ostacoli che col senno e col valore non si potesser
-vincere. L’occupazione di Niceforo Botoniate
-avea tramutato dal trono di Costantinopoli in un monistero
-l’imperatore Michele Duca; si dicea mutilato
-il costui figliuolo Costantino, e la giovane sposa
-di lui, figlia di Roberto, chiusa in prigione. Spacciò
-egli dunque voler vendicare la figliuola e rimettere sul
-trono il suocero. Usò opportunamente lo sdegno acceso
-tra i guerrieri normanni alla prigionia della sua
-figliuola, che pareva onta nazionale; passò in Grecia con
-un esercito ed un’armata. Battuto dalla tempesta (1081);
-sconfitto in mare da’ Veneziani, tenne fermo tuttavia
-all’assedio di Durazzo; sbaragliò il novello imperatore
-bizantino, Alessio Comneno, che volle assalirlo
-nel suo campo; ed ebbe alfine Durazzo a tradimento
-(1082). Lasciando allora il figliuolo Boemondo a
-condurre innanzi la guerra in Grecia, ei tornò in
-Italia, dove i baroni levavano la testa; e lo minacciava
-anco lo imperatore Arrigo, il quale aiutato di
-<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
-danari dal bizantino, com’ora portava l’interesse comune,
-era entrato in Roma (21 marzo 1084), s’era
-attirati o comperati molti potenti cittadini e già assediava
-Ildebrando in Castel Sant’Angelo. Il papa,
-vistosi abbandonato da’ cittadini e da parecchi cardinali,
-consumato l’oro e l’argento delle chiese,
-chiamò allora in aiuto il novello cavalier di San Pietro:
-e questi corse a gastigare l’imperatore d’Occidente,
-sì com’avea testè fatto di quel d’Oriente sotto
-Durazzo. Ma Arrigo sgombrò (maggio 1084) tre
-giorni innanzi l’arrivo dell’oste meridionale: seimila
-cavalli e trentamila pedoni, tra Normanni, Pugliesi,
-Calabresi e Saraceni di Sicilia, ansiosi tutti, direbbesi,
-di ristorar l’autorità del papa nella metropoli del
-mondo cattolico. Italiani contro Italiani e stranieri
-contro stranieri, veniano a lacerarsi tra le rovine
-gloriose di Roma per una delle mille quistioni
-che generò il papato e prima e allora e dopo; nè
-la civiltà del decimonono secolo v’ha trovato rimedio
-per anco, nè lo troverà finchè non estirpi il
-germe del male. I crociati cristiani e musulmani lasciarono
-in Roma vestigia che compariscono tuttavia.
-Entrato Roberto senza sangue, ma non senza fatica,
-surse un tumulto contro di lui; corsero i suoi all’armi;
-Roberto gridò qui il fuoco, e il fuoco fu appiccato
-a Roma ed aiutato dal vento consumò ogni cosa
-tra il Laterano e il Castello dove era ristretto il papa.
-Le soldatesche, seguendo le fiamme, davano addosso
-ai cittadini, ammazzavano, saccheggiavano, faceano
-violenza alle donne, perfino nei monasteri (29 maggio).
-Sforzati i Romani con la spada e la fiaccola di Roberto
-<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span>
-ad accordarsi col papa, ed uscito Gregorio settimo
-dal castello, non osò questi rimanere nell’oltraggiata
-città: andossene col suo liberatore normanno a
-Salerno,<a class="tag" id="tag327" href="#note327">[327]</a> dove a capo d’un anno morì (maggio 1085).
-Gli tenne dietro Roberto; il quale dopo i fatti di
-Roma ritornato era in Grecia con nuovo esercito e
-armata raccolta in Puglia, Calabria e Sicilia;<a class="tag" id="tag328" href="#note328">[328]</a> avea
-riportata nelle acque di Corfù una splendida vittoria
-navale contro le armate di Costantinopoli e Venezia,
-e guerreggiava in Cefalonia, quando una febbre l’ammazzò
-(17 luglio 1085). Alla cui morte l’esercito e
-l’armata incontanente ritornavano in Italia. Pericolò
-lo stesso suo Stato in Puglia e Calabria, avendo Roberto
-lasciata la sovranità ducale al figliuolo Ruggiero,
-nato dalla principessa salernitana Sichelgaita;
-perilchè Boemondo, suo primogenito dalla prima moglie
-ipocritamente ripudiata, Boemondo prode quanto
-il padre, ma senza cervello, disputò la successione
-a Ruggiero; e la casa di Hauteville, forse la dominazione
-normanna in Italia avrebbe corso gravi pericoli
-se non fosse stato per l’altro Ruggiero conte
-di Sicilia e di Calabria, che si trovò primo della famiglia
-per armi, ricchezze e reputazione.<a class="tag" id="tag329" href="#note329">[329]</a>
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap6">CAPITOLO VI.</h2>
-</div>
-
-<p>
-Mentre Roberto allargava e assodava il dominio
-nell’Italia meridionale, Ruggiero progredì a piccoli
-passi in Sicilia. Abbiam testè narrato com’ei
-raggranellasse a stento nell’esercito del fratello pochi
-venturieri o mercenarii; premendo ai più di ritornare
-in Terraferma, per dar sesto ai loro possedimenti feudali
-e partecipare, da amici o da avversarii, nelle brighe
-di Roberto. I dominii di Ruggiero in Calabria,
-provincia bizantina non usa alla feudalità, poco aiuto
-fornir poteano, d’uomini e di danaro. Que’ di Sicilia
-anco meno. All’entrar del millesettantadue, la Sicilia
-si partiva in tre zone paralelle; delle quali la
-prima, stendendosi da Messina a Palermo lungo il
-pendìo settentrionale degli Appennini siculi, apparteneva
-a Roberto;<a class="tag" id="tag330" href="#note330">[330]</a> la seconda, lungo il pendìo meridionale
-della stessa catena, ubbidiva a Ruggiero; e
-la terza, uguale in superficie alle altre due messe insieme,
-teneasi dai Musulmani; se nonchè Ruggiero
-vi occupava Catania e Mazara, alle estremità di levante
-e di ponente, ed all’incontro gli mancavano, ai
-due capi della propria sua zona, Taormina e Trapani,
-<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span>
-validissime fortezze de’ Musulmani. Mal sicura dunque
-la provincia di Ruggiero, per quegli estesi confini
-che richiedeano presidii in ogni luogo; scarso il frutto
-che il signor ne potea cavare. Al che s’aggiunga che,
-accomunate indissolubilmente le sorti de’ due fratelli,
-era uopo talvolta a Ruggiero di combattere in Terraferma
-pel duca; sì come gli avvenne nel millesettantasette,
-quando Roberto lo richiese di assediare in
-Sanseverino il nipote Abelardo, fautore del Principe
-di Salerno.<a class="tag" id="tag331" href="#note331">[331]</a> Le condizioni della Calabria costringeano
-altresì Ruggiero a ritornarvi di frequente e dalle fazioni
-di Sicilia il distoglieano.<a class="tag" id="tag332" href="#note332">[332]</a>
-</p>
-
-<p>
-La regione musulmana potea resistere lungamente.
-Vero egli è che fin dal millesessantadue la
-divisione del principato avea tolto di affrontare i Normanni
-con tutte le forze dell’isola; avea fatti trovare
-al nemico dove ausiliarii e dove lieti spettatori
-delle sue vittorie: e ben dice Ibn-Khaldûn<a class="tag" id="tag333" href="#note333">[333]</a> che gli
-occupatori di que’ piccioli Stati caddero nel fallo di
-affrontar il conte l’un dopo l’altro; e ch’egli aizzandoli
-in loro discordie, li soggiogò spicciolati e loro
-prese la Sicilia a fortezza a fortezza. Pur la divisione,
-mentre fiaccava irreparabilmente il corpo politico,
-infondea qua e là vigore morboso nelle membra:
-ciascuno di quegli occupatori s’afforzò d’armi e di
-castella, fidando in sè solo e in Allah. Al precipizio
-del suo vicino, o sorrise o punto sbigottì. Nè sbigottirono
-all’occupazione di Palermo; la quale avrebbe
-<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
-dato vinta la guerra a’ Normanni, se la Sicilia avesse
-fatto unico Stato. Mazara sola si arrese con la capitale;
-le altre città o principati (che incerto è il distinguere
-le dominazioni surte e cadute in quel vortice di guerra
-nazionale e di guerra civile) continuarono a difendersi,
-sì come avean fatto per l’addietro, senza aiuti
-di Palermo.
-</p>
-
-<p>
-Anzi l’occupazione di Catania or destava dal
-decenne letargo i Musulmani di Val di Noto, i
-quali, collegati con Ruggiero, aveano serbate intere
-le forze; ed or ne fecero bella prova, condotti da un
-Benarvet o Benavert.<a class="tag" id="tag334" href="#note334">[334]</a> Tacciono di costui gli annali
-arabi; tace il maggior poeta arabo della Sicilia,
-Ibn-Hamdîs, il quale visse appunto in quel tempo
-e ricordava pur sempre con orgoglio il valor
-de’ cavalieri siracusani: ma forse privata nimistà lo
-rese ingiusto contro l’ultimo eroe musulmano della
-Sicilia.<a class="tag" id="tag335" href="#note335">[335]</a> Talchè siam noi costretti a spillare le geste di
-Benavert per entro un’artifiziosa cronaca normanna,
-solo scritto contemporaneo che ci rimanga su quest’ultimo
-periodo della guerra siciliana. Similmente
-è forza che noi togliamo dalla medesima cronaca
-tutti gli altri fatti particolari. Il fatto generale è che
-la zona musulmana si trovò tutta in arme; sparsa
-di castella, donde i signori sfidavano i cavalli di
-Ruggiero e metteano in punto gualdane da insidiare
-e depredare la regione tenuta da lui. Ruggiero, capitano
-<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span>
-di poche squadre mal adatte ad assedii, suppliva
-al numero col valore, la costanza, l’attività della mente
-e della persona; le quali virtù, afferma lo storiografo
-di corte, crebbero a tanti doppi, quand’egli pei
-nuovi patti fu certo d’affaticarsi oramai per sè medesimo,
-senza obbligo di partire gli acquisti con
-Roberto.<a class="tag" id="tag336" href="#note336">[336]</a>
-</p>
-
-<p>
-Contuttociò volgea senz’altro evento il primo
-anno dall’occupazione di Palermo. Del millesettantatrè
-sappiam solo che Ruggiero afforzasse un
-castello a Mazara, per soggiogare gli abitatori di
-quelle pianure e un altro a Paternò, per infestare le
-falde dell’Etna.<a class="tag" id="tag337" href="#note337">[337]</a> Del millesettantaquattro ei munì di
-cavalieri, armi e vettovaglie la rôcca di Calascibetta,
-di faccia a Castrogiovanni, a fin di battere sì duramente
-il contado, che Castrogiovanni gli si arrendesse
-e cadessero con quella fortezza le speranze dei
-Musulmani tutti dell’isola.<a class="tag" id="tag338" href="#note338">[338]</a> Nè furono segnalati altrimenti
-i due anni appresso, che per due prospere fazioni
-de’ Musulmani e per la prontezza e valore con
-che Ruggiero seppe ripigliare l’avvantaggio in entrambe.
-Forse i Musulmani di Sicilia, incalzati dalla
-avversa fortuna, s’erano in questo tempo rivolti nuovamente
-agli aiuti d’Affrica, e casa Zirita li avea
-nuovamente ascoltati; poichè di giugno settantaquattro,
-l’armata di Temîm, girato intorno alla Sicilia,
-s’era improvvisamente gittata sopra Nicotra di Calabria;
-<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span>
-fattivi prigioni e bottino, arsa la terra, resi i
-prigioni per riscatto, s’era ridotta in Affrica. Ritornava
-ne’ mari di Sicilia correndo il settantacinque;
-sbarcava le genti a Mazara, le quali assediavano per
-otto dì il castello con manifesto proposito di tenere
-la città, quando Ruggiero, chiamato per messaggi,
-v’accorse con forte mano d’armati, entrò di notte
-nel castello, e al nuovo dì, fatta una sortita, pugnò
-con gli Affricani nella piazza sotto il castello e con
-molta strage li respinse al mare e molti ne fece prigioni.<a class="tag" id="tag339" href="#note339">[339]</a>
-</p>
-
-<p>
-Veggiamo dopo questa fazione travagliarsi più
-grossa la guerra d’ambo le parti. Benavert, surto
-com’e’ sembra nella riscossa del Val di Noto, comandava
-da Siracusa a tutta la provincia, ne raccogliea
-le forze di terra e di mare,<a class="tag" id="tag340" href="#note340">[340]</a> e in guisa le adoperava
-da tenere in rispetto lo stesso Ruggiero e meritar
-dallo storiografo normanno la lode di astutissimo, audace,
-esperto capitano, maestro d’inganni e di stratagemmi.<a class="tag" id="tag341" href="#note341">[341]</a>
-Il conte dalla sua parte aveva ordinato un
-nodo di milizia stanziale, capitanato da Giordano,
-figliuol suo non legittimo, bello ed aitante della persona,
-prode tra i prodi. Occorrendo adesso a Ruggiero di
-ritornare a Mileto in Calabria, ei pose luogotenente in
-Sicilia Ugo di Jersey, di nobilissima famiglia del Maine,
-marito d’una sua figliuola e feudatario, com’ei
-<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span>
-pare, di Catania.<a class="tag" id="tag342" href="#note342">[342]</a> Al quale raccomandò che, stando
-sempre su la difesa, per niuna provocazione non
-uscisse a giornata contro Benavert. E quegli, bollente
-di gioventù e di militare ambizione, non curando il
-divieto, volle provarsi: andato a trovare in Traina
-Giordano che non era punto men ambizioso di lui,
-seco il tirò con gli stanziali. Ma Benavert, risaputi
-cotai preparamenti, guadagnò le mosse a’ due giovani
-normanni. Con forte stuolo andò a porsi in un bosco
-presso Catania che chiamavano il Mortelleto; mandò
-trenta cavalli a depredare insino alle mura della
-città, per trar fuori Ugo di Jersey. Il quale opponendo,
-com’ei credea, stratagemma a stratagemma,
-spinse contro i provocatori musulmani una vanguardia
-di trenta cavalli ed egli, con Giordano e il grosso
-delle genti, seguiva da lungi. Ma appostosi Benavert
-al disegno, lascia passar libera la vanguardia normanna;
-e quando è giunta la schiera d’Ugo, le piomba
-addosso. Il numero, allora, o la tattica de’ Musulmani
-riportò la vittoria. Valorosamente combattendo Ugo
-fu morto, con la più parte de suoi; Giordano si rifuggì
-a mala pena, con gli avanzi, in Catania; la vanguardia,
-tagliata fuori, cercò asilo nella fortezza normanna
-di Paternò. E Benavert recò a trionfo in
-Siracusa le prime spoglie de’ Normanni.
-</p>
-
-<p>
-Ruggiero risaputo il caso, mosse alla volta di
-<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span>
-Sicilia per fare strepitosa vendetta e assicurare i suoi
-che balenavano. Recate seco sì grosse forze che Benavert
-non osò affrontarlo all’aperto, nella state del
-millesettantasei, occupava dapprima una rôcca in
-sul monte Judica, il quale chiude a ponente la ubertosa
-e vasta Piana di Catania; demoliva la rôcca;
-mettea al taglio della spada tutti gli uomini; le donne
-e i bambini mandava a vendere in Calabria. Correndo
-poi le parti meridionali del Val di Noto, fece grandissima
-preda; bruciò le mèssi già segate; cagionò
-sì orribile guasto, che l’anno appresso la Sicilia fu
-desolata dalla fame,<a class="tag" id="tag343" href="#note343">[343]</a> aiutandola al certo i guasti
-<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span>
-che feano i Musulmani nella provincia di Ruggiero,
-i quali, come di ragione, son taciuti dal Malaterra.
-</p>
-
-<p>
-Non si ostinando pure a combattere Benavert
-nelle fortezze del Val di Noto, Ruggiero l’anno appresso,
-che fu il millesettantasette, del mese di maggio, assalì
-Trapani, a ponente della propria sua zona; Trablas,
-come scrive il Malaterra, notando fedelmente la pronunzia
-arabica che confondea l’antico nome di Drepanum
-con quello, più ovvio, di Tripoli. Andò con forze
-tanto insolite, che li chiamarono esercito e armata; armata
-della quale non allestì mai più bella il grande
-Alessandro, sclama qui Malaterra, sfogando la gioia
-del nuovo spettacolo in uno squarcio di versi. E così
-descrive il placido mare, i zeffiri amici, le spiegate vele,
-il sorriso dell’auretta e della fortuna, lo squillo delle
-trombe, il suono de’ liuti, il batter de’ tamburi; e da
-un’altra mano la cavalleria che corre per monti e
-valli capitanata da Ruggiero in persona, i mille pennoncelli
-delle lance, il luccicare degli elmi e degli
-scudi intarsiati d’oro, il nitrito de’ cavalli e l’eco che
-il ripercuote: orribil suono, orribile vista da far tremare
-i Musulmani entro le mura di Trabla. Strinsero
-la città per mare e per terra; piantaron gli alloggiamenti;
-ricacciarono malconci dentro le mura i cittadini
-usciti a combattere: e contuttociò l’assedio andava
-in lungo, quando un colpo di mano fece cader
-l’animo a’ Trapanesi. Fuor la città, scrive il Malaterra,
-<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span>
-stendeasi in mare un promontorio ricco di pascoli,<a class="tag" id="tag344" href="#note344">[344]</a>
-dove soleano menare il bestiame, ridotto dalla campagna
-in città al principio dell’assedio. Di che addandosi
-Giordano, senza dir nulla al padre, una sera con
-cento soli combattenti si fece traghettare al promontorio;
-occultò la gente tra li scogli, finchè la dimane
-aperte le porte della città e uscito l’armento, ei salta
-dall’agguato, rapisce i buoi fin sotto le mura, li fa
-cacciare alle sue barche; e sopraccorsi i cittadini
-in arme, ferocemente li ributtò, ne fece strage, imbarcò
-la preda, e tornossene al campo. Malaterra, o il
-conte, moltiplicando, all’usanza loro, per quindici
-o per venti il numero de’ combattenti musulmani,
-ne fanno qui uscire diecimila contro Giordano, quanti
-forse non ne capiva il luogo, nè potean essere in
-Trapani. Il pericolo di nuovo assalto da quella banda
-e le vittuaglie che venian meno dopo tal preda, fecero
-calare i cittadini agli accordi: i quali par siano
-stati stipulati negli stessi termini che già ottennero
-i Musulmani di Palermo; leggendosi nella cronica
-che consegnarono il castello, riconobbero la signorìa
-del conte, e si confederarono, secondo il solito; il che
-ben sappiamo che significasse pagare tributo. Ruggiero
-acconciò le fortificazioni a modo suo, lasciovvi
-presidio ben provveduto, e si messe a battere la provincia,
-sparsa di forti rôcche ed ostinata a difendersi.
-In breve tempo, i Normanni vi sottomessero ben
-<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span>
-dodici importanti castella. Le quali il conte distribuì
-in feudo ai suoi condottieri, con le terre dipendenti
-da ciascuno e licenziò l’esercito. Acquistò,
-non guari dopo, Castronovo, forte e grossa terra;
-chiamatovi da una mano di servi che s’erano ribellati
-al Signore musulmano, Beco, o forse Abu-Bekr,
-ed afforzati in una rupe che sovrastava al castello.
-Dove sopraccorso il conte da Vicari, con quanta
-gente potè raccogliere in fretta, i sollevati fecero
-i patti con lui, tirarono su con funi i suoi soldati: ed
-Abu-Bekr, vista inutile la resistenza, sgombrò; i terrazzani
-resero il castello a Ruggiero. Questi immantinente
-emancipava que’ servi, e largamente rimunerava
-un mugnaio, il quale, battuto dal crudel signore,
-avea macchinata la rivolta per vendicarsi.<a class="tag" id="tag345" href="#note345">[345]</a>
-</p>
-
-<p>
-Crescea con gli acquisti la milizia feudale e la
-riputazione di Ruggiero sì prestamente, che l’anno
-appresso l’esercito si vide partito in quattro corpi,
-sotto Giordano, Otone, Arisgoto di Pozzuoli ed Elia
-Cartomi; dei quali è verosimile che il primo conducesse
-oltre i proprii vassalli gli stanziali del padre,
-Otone ed Arisgoto, italiani entrambi come suonavano
-ormai que’ nomi, capitanassero gli uomini di Calabria
-e di Sicilia, ed Elia i Musulmani sudditi de’ Normanni:
-sendo costui musulmano e forse rinnegato, sicchè quei
-di Castrogiovanni, cui cadde tra le mani a capo di pochi
-anni, lo misero a morte secondo lor legge, e gli agiografi
-cristiani di Sicilia l’han fatto martire e beato.<a class="tag" id="tag346" href="#note346">[346]</a>
-<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span>
-L’armata accompagnava l’esercito. Il conte, non più
-costretto dalla pochezza delle forze a rubacchiare ed
-usare le occasioni, conducea la guerra a disegno. In
-primavera dunque si pose all’assedio di Taormina;
-la quale sorgendo su ripido monte, a cavaliere del
-mare, da prendersi per fame anzi che per battaglia,
-chiuse egli il mare con l’armata; circondò le
-radici del monte con ventidue torri collegate tra loro
-per una cintura di palizzate e siepi.<a class="tag" id="tag347" href="#note347">[347]</a> E poco mancò
-ch’egli non vi lasciasse la vita. Perocchè un giorno,
-andando in giro per la circonvallazione con piccola
-scorta d’armati e inerpicandosi discosto alquanto dai
-suoi per viottoli alpestri, una mano di Slavi, che sembrano
-schiavi o mercenarii de’ Musulmani, gli saltarono
-addosso da un mirteto dove s’erano ascosi. Più
-ratto di loro, un uom di Bretagna per nome Evisando,
-si gittava di mezzo tra i nemici e il conte; li rattenea
-nello stretto passo, dando e toccando colpi, tanto
-che, sopraccorsa la scorta, rotolò gli assalitori giù
-per que’ dirupi; mentre Evisando dalla fatica e
-dalle ferite spirava. Il conte onorò di splendidi
-<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span>
-funerali e pie fondazioni la memoria di questo fedele,
-immolatosi per lui. Ma stretto e assicurato in
-tal modo l’assedio, Ruggiero con una eletta di fanti
-battea la costa settentrionale dell’Etna e la valle che
-la divide dagli Appennini e soggiogava tutti i Musulmani
-sparsi in que’ luoghi, infino a Traina. Ritornato
-allo assedio, vide comparire quattordici corvette
-affricane<a class="tag" id="tag348" href="#note348">[348]</a> alle quali mal avrebbe potuto resistere l’armata
-sua, scema di gente per la guardia della circonvallazione.
-Donde inviato un messaggio agli Affricani,
-gli risposero non venir con intendimenti ostili e veramente
-poco appresso partironsi; il che darebbe a credere
-che Roberto per avventura avesse stipulato accordo
-co’ principi Ziriti, per pratiche de’ Pisani o degli
-Amalfitani e che Ruggiero fosse compreso nella tregua,
-ovvero cogliesse or il destro di entrarvi anch’egli, come
-di certo il fece a capo di pochi anni.<a class="tag" id="tag349" href="#note349">[349]</a> E intanto per
-l’assidua vigilanza di Ruggiero e de’ capitani suoi fu
-<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span>
-chiusa Taormina sì strettamente che, mancate le vittuaglie,
-la si arrese nell’agosto dopo cinque mesi di
-assedio.<a class="tag" id="tag350" href="#note350">[350]</a>
-</p>
-
-<p>
-Posarono nel millesettantanove i Musulmani
-liberi della Sicilia meridionale, mercè i lor fratelli soggiogati
-della provincia palermitana, i quali attiravano
-sopra di sè le armi del Conte. A ventidue miglia da
-Palermo e un miglio e poco più a levante del comune di
-San Giuseppe li Mortilli, sorge scosceso monte, inaccessibile
-fuorchè da una via aspra e tortuosa: luogo
-pressochè disabitato al tempo nostro. Pure il nome
-topografico non dileguato, gli avanzi di spaziose cisterne
-e di qualche edifizio, i vasi d’argilla e le monete
-che sovente vi si ritrovano coltivando il suolo,
-mostrano quivi senza alcun dubbio il sito dell’antica
-Jeta o Jato, desolata non da Goti nè da Saraceni,
-ma dai monaci ai quali ne fe’ dono Guglielmo II,
-con quaranta o più villaggi de’ contorni. Territorio
-fertilissimo di circa cento miglia quadrate, abitato
-in oggi da diciassette o diciotto mila anime<a class="tag" id="tag351" href="#note351">[351]</a> il
-<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span>
-quale per lo meno ne racchiudea da sessantamila, leggendosi
-nel Malaterra che Giato avesse tredicimila
-famiglie.<a class="tag" id="tag352" href="#note352">[352]</a> Forti nel numero e nella postura, que’ di
-Giato ricusarono il censo e il servigio; nè Ruggiero li
-potè spuntar con preghiere, nè con minacce. Raccolsero
-gli armenti nella spaziosa montagna, afforzaronla
-di muro e di ridotti là dove parea accessibile, e con
-vigilanti guardie si assicurarono; beffandosi della rabbia
-del conte Ruggiero. All’esempio si mosse Cinisi,
-terra di origine arabica, come pare dal nome, posta
-a venticinque miglia a ponente di Palermo; contro la
-quale andò Ruggiero co’ vassalli di Calabria, lasciando
-que’ di Sicilia a stringere Giato, o piuttosto ad infestarne
-il territorio da’ due lati confinanti con Corleone e Partinico.
-Egli poi sopravvedeva or l’una or l’altra oste
-e invano si affaticava, rifuggendo, per umanità, dignità
-o avarizia, dall’ardere le mèssi. Ma infine gittossi
-a quel partito, più degno di masnadiere che di
-capitano; e Giato e Cinisi calavano agli accordi.<a class="tag" id="tag353" href="#note353">[353]</a>
-</p>
-
-<p>
-Ritardò le mosse militari, non gli acquisti, di
-Ruggiero in Sicilia, l’impresa orientale di Roberto,
-cui par che il fratello desse aiuti d’ogni maniera e
-<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span>
-rendesse importanti servigi, ond’ei n’ebbe in merito
-la provincia del Valdemone. Perocchè del milleottantuno,
-il Conte, fatti venire d’ogni banda, scrive il
-Malaterra, valenti artefici,<a class="tag" id="tag354" href="#note354">[354]</a> con grandissima spesa
-murava dalle fondamenta le fortificazioni di Messina:
-baluardi e torri di mirabile altezza; le quali in breve
-tempo furono compiute, per la solerzia di Ruggiero
-che aveavi preposti appositi officiali e instava
-spesso in persona a’ lavori. Sappiamo inoltre che
-risguardando Messina come chiave della Sicilia e importantissima
-tra le città ch’egli possedea, la munì
-di forte e fedele presidio; la decorò di novella chiesa
-del titolo di San Niccolò, edificata a bella posta, largamente
-dotata e messa sotto la giurisdizione del vescovato
-che il Conte avea testè fondato in Traina.<a class="tag" id="tag355" href="#note355">[355]</a> I quali
-fatti, e le parole con che li espone il cronista di corte,
-dimostran Ruggiero in quel tempo signor di Messina,
-anzi che luogotenente di Roberto. E tal sembra
-l’anno appresso in tutta la provincia; ritraendosi che
-Giordano, nella tentata usurpazione del mille ottantadue,
-togliesse al padre due terre di Valdemone, Mistretta,
-cioè, e quel Castello di San Marco ch’era stata
-la prima fortezza munita da Roberto in Sicilia. Certa
-dunque ci torna, ancorchè non attestata da diplomi nè
-litteralmente affermata da scrittori, la cessione o vendita
-che dir si voglia del Valdemone; alla quale non
-è meraviglia che si venisse, quando Ruggiero tenea
-molti danari in serbo,<a class="tag" id="tag356" href="#note356">[356]</a> Roberto all’incontro con grandi
-<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span>
-spese allestiva possente armata e metteva in piè
-un esercito. E forse fu principale patto loro l’armamento
-di Messina; premendo a Roberto di evitare il
-pericolo che un navilio bizantino venisse ad occupare
-lo Stretto, mentr’egli assaliva l’impero d’Oriente.
-</p>
-
-<p>
-Passato Roberto di là dall’Adriatico, e soggiornando
-sovente Ruggiero in Puglia e in Calabria per
-aver cura delle faccende di lui, intervenne lo stesso
-anno mille ottantuno, che Benavert s’insignorisse di
-Catania. Il quale era divenuto molestissimo a’ Normanni
-tra cotesti loro preparamenti alla guerra d’oltremare;
-ed a lui facean capo tutti i Musulmani di Sicilia ribelli,
-come il Malaterra chiama coloro che la patria e la religione
-tuttavia difendeano contro i guerrier di ventura
-del Nort. Segue a dire il cronista che Benavert comperò
-con doni e promesse un Bencimino<a class="tag" id="tag357" href="#note357">[357]</a> che reggea
-Catania per Ruggiero; il qual nome per avventura sarebbe
-lo stesso di Ibn-Thimna e se ne potrebbe inferire
-che alcun figliuolo o parente di lui servisse tuttavia
-i Normanni. Una notte il traditore apriva la
-città a Benavert ed alle sue genti: con rabbia ed onta
-de’ Cristiani, con esultanza de’ Musulmani, si sparse per
-tutta l’isola essere tornata Catania in man del nemico.
-Moveano alla riscossa, Giordano, Roberto di Sordavalle
-ed Elia Cartomi, con centosessanta lance, che tornerebbero
-a settecento cavalli; ai quali Benavert uscì
-incontro, continua il Malaterra, con ventimila fanti e
-un forte nodo di cavalli: pose a destra i primi, stette
-<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span>
-ei co’ secondi a sinistra un po’ addietro la linea; e con
-lieti auspicii appiccò la battaglia, poichè avendo la cavalleria
-cristiana caricati i fanti, non le venne fatto
-d’intaccarli al primo, nè al secondo, nè al terzo assalto.
-Audacemente allora i Normanni si serrano addosso
-a’ cavalli di Benavert, lasciandosi interi al fianco e
-al dosso i fanti nemici: ed ostinata e sanguinosa la
-zuffa si travagliò co’ cavalli, forse uguali e forse inferiori
-di numero, finchè i Musulmani, rotti, fuggironsi
-alla città e Benavert stesso a mala pena v’entrò, inseguito
-da Giordano fino alle porte. I fanti si sparpagliarono
-dopo la rotta dei cavalli, fuggendo o correndo
-all’impazzata addosso ai vincitori, sì che furono tagliati
-a pezzi. I Normanni posero l’assedio alla città;
-nella quale sendo scarso il presidio e ingrossando
-già la popolazione cristiana,<a class="tag" id="tag358" href="#note358">[358]</a> Benavert nottetempo se
-ne andò a Siracusa, dov’ei condusse il traditore,
-Bencimino, e in vece de’ promessi premii, gli diede
-la morte.<a class="tag" id="tag359" href="#note359">[359]</a>
-</p>
-
-<p>
-Contenti di questa vittoria i Normanni stettero
-sempre in su la difesa infino al milleottantacinque,
-ordinati, credo, a contenere Benavert que’ medesimi
-stanziali che aveano sì virtuosamente ripigliata Catania.
-Ruggiero soggiornò in Terraferma, come richiedeano
-gli interessi di Roberto e suoi; nè ebbe a venire
-in Sicilia che per reprimere, del mille ottantadue,
-una rivolta del proprio figliuolo Giordano, luogotenente
-nell’isola. Il quale par abbia voluto prendere
-<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span>
-le terre di Valdemone per sè stesso, e cominciò occupando
-i castelli di Mistretta e di San Marco, e tentando
-di por mano nel tesoro di Ruggiero, serbato in
-Traina a guardia d’uomini fidatissimi, da non spuntarsi
-con promesse nè con minacce. Indi fallì questo
-colpo; nè senza vergogna Giordano si ritrasse dal
-mal sentiero ov’avea messo il piede. Perchè Ruggiero,
-temendo che il figliuolo per disperazione non si gittasse
-a’ Musulmani, dapprima s’infinse prenderle
-per baie giovanili, ed aprì le braccia a quel valoroso;
-ma com’ei l’ebbe nelle sue forze con tutti i compagni
-e’ famigliari, cominciò una stretta inquisizione, fe’ accecare
-dodici che gli parvero gli istigatori del figlio,
-e rimandò poi libero Giordano, disonorato nel supplizio
-de’ complici, atterrito dalla minaccia di perdere
-il lume degli occhi per comando del proprio suo padre.<a class="tag" id="tag360" href="#note360">[360]</a>
-Allenava così la guerra, dalla parte de’ Normanni,
-perchè il nerbo delle loro forze pugnò in quel tempo
-con Roberto in Grecia; e dalla parte de’ Musulmani,
-perchè forze d’animo non restavano ai soggiogati, e i
-liberi par che al solito le spendessero in lor piccole
-gare. Che se pronti egli avesse visti a pigliare le
-armi i correligionarii suoi di Palermo, di Mazara o di
-Trapani; se disposti que’ di Castrogiovanni o di Girgenti
-a seguirlo ne’ territorii occupati dal nemico, non
-avrebbe il prode Benavert messe tutte le sue sorti al
-gioco d’una disperata fazione in Calabria.
-</p>
-
-<p>
-Tentolla il milleottantacinque, quando la morte
-di Roberto Guiscardo avea gittato tanto scompiglio
-nell’Italia meridionale, quando si disputava la successione
-<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span>
-al ducato tra suoi figli Boemondo e Ruggiero,
-quando il conte Ruggiero si adoperava in Terraferma
-all’esaltazione del secondo tra’ nipoti, il quale glie ne
-die’ in merito la metà delle terre di Calabria, riserbata
-già da Roberto. Benavert assaltò la Calabria, come
-uom che a null’altro agogni fuorchè vendicarsi o morire.
-Nell’agosto o nel settembre<a class="tag" id="tag361" href="#note361">[361]</a> approdò di notte<a class="tag" id="tag362" href="#note362">[362]</a> a
-Nicotra, vinto pria, com’e’ parrebbe, un combattimento
-navale e poi uno di cavalleria co’ Normanni:<a class="tag" id="tag363" href="#note363">[363]</a> distrusse
-quant’ei potè della città, rapinne quanto ei seppe,
-menò cattivi uomini e donne. Ritornando, sbarcò presso
-Reggio, dove saccheggiò le chiese di San Niccolò e
-di San Giorgio, spezzando le immagini, contaminando
-i vasi sacri e gli arredi. Irruppe alfine nel munistero
-di donne della Madre di Dio a Rocca d’Asino; depredollo
-e le suore menò negli harem di Siracusa.<a class="tag" id="tag364" href="#note364">[364]</a>
-</p>
-
-<p>
-Inorridivano, bolliano di sdegno all’annunzio di
-tal sacrilegio le milizie cristiane; soprattutti Ruggiero
-che sperava utilità dalla vendetta e il destro di volgere
-a impresa nazionale e religiosa le armi pronte in
-Puglia alla guerra civile. “Spirandogli il Cielo maggior
-<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span>
-ira che l’usata, scrive il monaco Malaterra, ei
-surse a vendicare l’ingiuria di Dio: cominciò il primo
-ottobre, fornì il venti maggio gli appresti dell’armata.
-A piè scalzi allora, andò in giro per le chiese, recitando
-litanie, mettendo sospiri e lamenti, dispensando larghe
-limosine ai poverelli: si commise indi a’ perigli del mare
-e drizzò le prore a Siracusa. “La mostra dell’armata,
-i riti di propiziazione da infiammare le moltitudini
-seguirono, com’egli è evidente, a Messina. Ruggiero,
-mandato Giordano co’ cavalli che l’aspettasse al Capo
-di Santa Croce,<a class="tag" id="tag365" href="#note365">[365]</a> là dove fu poscia edificata Agosta,
-salpò con l’armata; la qual senza remi nè vele (nota
-il Malaterra per dimostrare il miracolo, ma dimentica
-le correnti del mare) prosperamente navigò, sostando
-la prima notte a Taormina<a class="tag" id="tag366" href="#note366">[366]</a> la seconda a Lognina<a class="tag" id="tag367" href="#note367">[367]</a>
-presso Catania e la terza al Capo di Santa
-Croce. Dove trovato Giordano co’ cavalli e messa in
-punto ogni cosa, il conte mandò a riconoscere le condizioni
-del nemico un Filippo di Gregorio<a class="tag" id="tag368" href="#note368">[368]</a> patrizio. Il
-quale, in una barca montata da Siciliani, com’ei sembra,
-che al par di lui intendeano l’arabico e parlavano
-speditamente, aggirossi nel porto di Siracusa la notte,
-contò le navi di Benavert, le seppe disposte ad affrontare
-senza dimora i Cristiani e ritornò a Ruggiero.
-Era giorno di domenica. Il conte fa celebrare la messa
-<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span>
-in quel deserto lido, confessare e comunicare la gente:
-la notte salpa per Siracusa e mandavi la cavalleria.
-Il venticinque maggio mille ottantasei, combatterono
-le due armate nel maggior porto, come quelle di Siracusa
-e d’Atene, quindici secoli innanzi. Benavert
-vedendo troppo travagliati i suoi dagli arcieri e sopratutto
-da’ balestrieri,<a class="tag" id="tag369" href="#note369">[369]</a> che li ferivano stando fuor del
-tiro delle saette loro, comandò l’arrembaggio: dritto
-ei vogò a dar d’urto alla nave di Ruggiero; spingendolo
-il demonio, scrive Malaterra, per accorciargli la
-vita. Perchè trovato duro riscontro, ferito gravemente
-di lanciotto per man d’un Lupino,<a class="tag" id="tag370" href="#note370">[370]</a> incalzato con la
-spada alla mano dal Conte, cercò scampo in altra
-nave, spiccò corto il salto, e annegò, tratto in fondo
-dalla grave armadura. La più parte delle navi musulmane
-allor fu presa; e la città cinta d’assedio,
-poichè Giordano, osservando questa volta rigorosamente
-il divieto del padre, non tentò d’occuparla d’un
-colpo di mano, al primo scompiglio gittatovi dal caso
-di Benavert. Dice l’Anonimo che Ruggiero, fatto pescare
-il cadavere dell’emir, mandasselo a Temîm in
-Affrica. Valorosamente poi si difesero i Musulmani
-di Siracusa dallo scorcio di maggio fino all’ottobre;
-e invano speraron placare il conte, rimandando liberi
-tutti i prigioni cristiani. Affaticati, scemati da’ tiri
-delle macchine, li ridusse la fame. Una notte, la moglie
-e il figliuolo di Benavert, coi notabili musulmani, si rifuggirono
-in Noto su due navi, trapassando velocissimamente
-<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span>
-in mezzo all’armata nemica. La città
-s’arrese a patti.<a class="tag" id="tag371" href="#note371">[371]</a>
-</p>
-
-<p>
-Il giusto orgoglio d’una impresa navale de’ nostri
-e la connessione del subietto, mi conducono or a
-toccare l’espugnazione di Mehdia, interrompendo il
-racconto della guerra siciliana. Scrive l’istoriografo
-di Ruggiero che, stando questi all’assedio di Siracusa,
-i Pisani per vendetta d’alcuna ingiuria, avessero
-osteggiata e occupata la capitale di Temîm,
-fuorchè il castello; e che, non fidandosi di prender
-questo, nè di tenere la città, avessero profferto lo
-splendido acquisto loro al conte Ruggiero, il quale ricusò,
-per mantener fede a Temîm, cui lo stringeva un
-accordo.<a class="tag" id="tag372" href="#note372">[372]</a> Lealtà necessaria, come ognun vede, a chi
-tuttavia s’affaticava sotto le mura di Siracusa e gli
-rimaneano a soggiogare nell’isola tante altre cittadi
-e province. Ma le genuine memorie nostrali e musulmane
-scoprono vieppiù la fallacia del cronista
-e provano che, se pur i Pisani richiesero il conte,
-fu sol di entrare nella lega quando si apparecchiavano
-gli armamenti.
-</p>
-
-<p>
-Delle condizioni di casa zirita, delle fortificazioni
-<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span>
-di Mehdia, ci è occorso dire più volte.<a class="tag" id="tag373" href="#note373">[373]</a> Il munitissimo
-porto era nido di pirati che tutto infestavano
-il Mediterraneo, dalla Spagna alla Grecia, e assalivano
-talvolta le costiere e rapivano gli uomini al par che la
-roba, nè rispettavano al certo gli accordi che per avventura
-fermò con gli Ziriti or questo or quello Stato
-italiano.<a class="tag" id="tag374" href="#note374">[374]</a> Colma la misura, mossi i Pisani dalle querele
-di lor cittadini cattivi degli Infedeli, proposero lega a
-Genova, domandarono aiuti a tutti navigatori italiani
-e benedizioni al papa, che era allor lo scaltro abate
-Desiderio, o vogliam dire Vittore III; il quale, travagliandosi
-in dure strette, aiutò di quel che potea: conforti
-ed esortazioni. Con gli stessi elementi, gli stessi
-modi e gli stessi intenti, ma assai più larga e possente
-si rifacea così, dopo settant’anni, la lega che oppresse
-Mogehid nel millequindici. Apparecchiate lungamente<a class="tag" id="tag375" href="#note375">[375]</a>
-da Pisani, Genovesi, Amalfitani,<a class="tag" id="tag376" href="#note376">[376]</a> sommarono le navi
-italiane a tre o quattrocento, gli uomini, comprese
-al certo le ciurme, a trentamila;<a class="tag" id="tag377" href="#note377">[377]</a> e lor fu dato il
-ritrovo a Pantellaria. Dove i Musulmani, provatisi
-indarno a resistere, mandarono avvisi a Temîm per
-<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span>
-dispacci attaccati al collo delle colombe: ma l’annunzio
-del pericolo nocque, più che non giovasse, nella città
-spreparata, nella corte pusillanime e discorde. Mentre
-quivi i Musulmani si bisticciano tra loro, il mare
-si ricopre delle italiane vele; i palischermi s’avanzano
-a branchi; sbarcan lesti i nostri nel borgo di
-Zawila a mezzodì, e nella penisola stessa di Mehdia
-a tramontana: per aspri combattimenti occupano il
-borgo, occupano la città fuorchè il cassaro<a class="tag" id="tag378" href="#note378">[378]</a> ossia
-palagio afforzato; bruciano l’armata musulmana entro
-il porto; appiccan fuoco alle case; fan prigioni, saccheggiano
-e furiosamente stringono il cassaro, dove
-s’era rifuggito Temîm. Era il sei agosto del mille ottantasette.
-Ma assalito invano il castello per parecchi
-giorni, Temîm chiedea la pace, a patto di sborsare
-trentamila, altri dice ottanta e altri centomila, dînar
-d’oro,<a class="tag" id="tag379" href="#note379">[379]</a> liberare i prigioni cristiani, smettere la pirateria
-contro Cristiani, e accordare franchigie doganali
-ai Pisani ed ai Genovesi.<a class="tag" id="tag380" href="#note380">[380]</a> E i collegati, conseguito l’intento,
-accettarono i patti, caricarono le navi d’oro, argento,
-pallii, arnesi di bronzo, prigioni cristiani da liberare
-o da rivendere, schiavi musulmani da recare al
-<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span>
-mercato, e ciascuno se ne andò in quella che chiamava
-sua patria, a far mostra della preda, arricchire la chiesa
-più favorita; e poi riarmare la nave, ed arrotar l’azza
-e la spada contro un’altra città italiana. L’imbarbarita
-musa arabica dell’Affrica si fece a descrivere
-le calamità di Mehdia, cominciando a dire del
-gran numero de’ nostri, agguerriti e feroci, che assalirono
-improvvisamente un pugno di cittadini, avvezzi
-a molle vita più che alle armi; ma sventuratamente ci
-manca la più parte di questa lunga elegia. Intero abbiamo
-lo scritto d’un italiano, il quale provandosi nei
-principj del duodecimo secolo a cantare in una lingua
-ch’ei non parlava, le geste di una nazione la quale
-non vedea per anco la sua stella polare, dettò in versi
-latini un racconto preciso e fedele nella importanza
-de’ fatti, ma lo vestì di goffe metafore da romanzo,
-facendo allestir da’ cittadini di Pisa e di Genova mille
-navi in tre mesi, uccidere in Mehdia centomila Arabi,
-liberare centomila Cristiani e simili baie.<a class="tag" id="tag381" href="#note381">[381]</a>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il cauto normanno avea occupata Girgenti, mentre
-i marinai italiani si apparecchiavano tuttavolta
-all’impresa di Mehdia. Sbrigatosi di Benavert nell’ottantasei,
-radunava a dì primo aprile dell’ottantasette
-le milizie feudali, volenterose e liete per la speranza
-d’acquisto; e sì conduceale all’assedio di Girgenti.
-Ubbidiva allora Girgenti con Castrogiovanni e con
-tutto il paese di mezzo, a un rampollo della sacra
-<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span>
-schiatta di Alì, del ramo degli Edrisiti che aveano
-regnato un tempo nell’Affrica occidentale, e della
-casa de’ Beni-Hamûd, la quale tenne per poco il califato
-di Cordova (1015-1027) indi i principati di
-Malaga e di Algeziras (1035-1057), ma cacciata dalla
-Spagna, andò cercando fortuna qua e là. Par che un
-uomo di cotesta famiglia, passato in Sicilia, non sappiamo
-appunto in qual anno, abbia preso lo stato in
-quelle province, tra le guerre civili che si travagliarono
-coi figli di Temîm; portato in alto non da propria virtù,
-ma dal nome illustre e dalle pazze vicende dell’anarchia.
-Chamut il suo nome, qual si legge nel Malaterra
-e ben risponde alla voce che a nostro modo si
-trascrive Hamûd.<a class="tag" id="tag382" href="#note382">[382]</a> Il quale si rannicchiò tra sue rupi
-<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span>
-inaccesse di Castrogiovanni, mentre la moglie e i
-figliuoli si trovavano in Girgenti, e i Normanni circondavano
-la città, batteano le mura con lor macchine;
-tanto che occuparonla a dì venticinque luglio
-del medesimo anno. Ruggiero v’acconciò fortissimo
-un castello, munito di torri, bastioni e fosso; lasciovvi
-buon presidio, e battendo la provincia, in breve ne
-ridusse undici castella: Platani, Muxaro, Guastanella,
-Sutera, Rahl, Bifara, Micolufa, Naro, Caltanissetta, Licata,
-Ravanusa; talchè occupava tutto il paese dalla
-foce del fiume Platani a quella del Salso ed a
-Caltanissetta, di che ei compose non guari dopo,
-con qualche aggiunta, la Diocesi di Girgenti, ed
-or vi risponde tutta intera la provincia di questo
-nome e parte della finitima di Caltanissetta. La moglie
-ed i figliuoli dell’Hamudita caduti in suo potere,
-tenne Ruggiero in sicura ed onorata custodia; pensando,
-così nota il Malaterra, che più agevolmente
-avrebbe tirato quel principe agli accordi, con serbare
-la sua famiglia illesa da tutt’oltraggio.<a class="tag" id="tag383" href="#note383">[383]</a>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span>
-</p>
-
-<p>
-E veramente, Ibn-Hamûd si vedea chiuso d’ogni
-banda in Castrogiovanni; occupata da’ Cristiani tutta
-l’isola, fuorchè Noto e Butera; potersi differire, non
-evitar la caduta; nè egli ambiva il martirio, nè i pericoli
-della guerra, nè pure i disagi di gloriosa povertà.
-Ruggiero fattosi un giorno con cento lance presso la
-rôcca, lo invitava ad abboccamento; egli scendea
-volentieri ed ascoltava senza raccapriccio i giri di parole
-che conduceano a due proposte: rendere Castrogiovanni
-e farsi cristiano. Dubbiò solo intorno il
-modo di compiere il tradimento e l’apostasia, senza
-rischio di lasciarci la pelle: alfine, trovato rimedio a
-questo, accomiatossi dal Conte, il quale se ne tornava
-tutto lieto a Girgenti. Nè andò guari che il normanno
-con fortissimo stuolo chetamente s’avviava
-alla volta di Castrogiovanni; nascondeasi in un luogo
-appostato già col musulmano; e questi, fatti montar in
-sella suoi cavalieri, traendosi dietro su i muli quanta
-altra gente potè, quasi a tentare impresa di gran momento,
-uscì di Castrogiovanni, li menò diritto all’agguato.
-E que’ fur tutti presi; egli accolto a braccia aperte.
-<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span>
-Allor muovono i Cristiani alla volta della città; la
-quale priva de’ difensori più forti, si arrende a patti, e
-Ruggiero vi pone a suo modo castello e presidio. Ibn-Hamûd
-poi si battezzò, impetrato da’ teologi del Conte
-di ritenere la moglie ch’era sua parente ne’ gradi
-permessi dal Corano, vietati dalla disciplina cattolica.
-Ma non tenendosi sicuro de’ Musulmani in Sicilia, nè
-volendo che Ruggiero pur sospettasse di lui in
-caso di cospirazioni o tumulti, il cauto e vile Ibn-Hamûd
-chiese di soggiornare in Terraferma; ebbe da
-Ruggiero certi poderi presso Mileto e quivi lungamente
-visse vita irreprensibile, dice lo storiografo
-normanno.<a class="tag" id="tag384" href="#note384">[384]</a>
-</p>
-
-<p>
-Ultima resistè con le armi la città di Butera; ultima
-s’arrese Noto. Fortissima l’una di sito, fertilissima
-di territorio, prosperò sotto la dominazione
-musulmana; incivilita al par che ricca, patria di un
-elegante poeta, il quale nella prima metà del secolo seguente
-ornò la corte di re Ruggiero in Palermo. Il conte
-Ruggiero movea con l’esercito all’assedio di Butera
-in su l’entrar d’aprile del mille ottantanove; la strignea
-<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span>
-da tutti i lati; apprestava le macchine a battere
-il castello, quando ebbe avviso che papa Urbano secondo,
-venuto in Sicilia a trattare secolui gravissimo
-negozio, sostava alla corte in Traina. Donde Ruggiero,
-lasciata ai suoi capitani la cura della guerra,
-andava ad abboccarsi col papa; e quando questi partì,
-gli offria ricchi doni. Ritornato al campo sotto Butera,
-ebbela a patti; messe presidio nel castello e mandò in
-Calabria i più potenti cittadini. Nel febbraio del mille
-novantuno, stando egli a Mileto, veniano oratori di
-Noto a profferire la sottomissione; la quale egli accettò,
-francando la città di tributo per due anni e rimandò
-co’ legati il figliuolo Giordano, che occupasse il castello.
-La moglie e il figliuolo di Benavert si rifuggivano
-allora in Affrica.<a class="tag" id="tag385" href="#note385">[385]</a>
-</p>
-
-<p>
-Insignoritisi per tal modo i Normanni dell’isola
-tutta, Ruggiero navigò lo stesso anno millenovantuno al
-conquisto di Malta, dalla quale cominciar volle, scrive
-il biografo, a soggiogare novelle province oltre il mare,
-per isfogar quella sua brama di acquisti e quel bisogno
-ch’egli sentia di muoversi, affaticarsi, guerreggiare.
-Mentre apparecchia la spedizione e chiamavi i suoi
-baroni, gli vien detto che Mainieri di Acerenza, richiesto
-da lui d’un abboccamento, avea risposto al messaggero:
-io nol rivedrò in viso che quando avrò da fargli
-<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span>
-del male. Acceso d’ira a cotesta ingiuria, il conte ripassa
-incontanente in Terraferma; Pietro di Mortain lo segue
-entro otto dì con un esercito levato in Sicilia, pieno
-forse di Musulmani; col quale Ruggiero muove in fretta
-contro Acerenza, la stringe di assedio, sì che Mainieri
-scendea a chiedergli perdono, ed ei lo multava di
-mille soldi d’oro. Pria di ritornare in Sicilia, diè il guasto
-al territorio di Cosenza che avea disdetta la signorìa
-del favorito Duca di Puglia. Poi comanda ch’entro
-quindici dì si adunino le genti e le navi al Capo
-Scalambri<a class="tag" id="tag386" href="#note386">[386]</a> che difende da ponente il porto detto di
-Longobardo, la Caucana di Tolomeo e di Procopio,
-donde Belisario era passato al racquisto di Malta quattro
-secoli avanti di lui. Del mese di luglio andovvi il
-Conte, vigoroso e verde, che non gli pesavano i sessant’anni
-ed avea tolta testè la terza moglie. Pregandolo
-il figliuolo Giordano che gli concedesse di
-capitanare l’oste, forte ei se ne adirò; disse che essendo
-primo nel partaggio degli acquisti, primo entrar
-voleva anco ne’ rischi e ne’ travagli; e comandò
-al figliuolo che nell’assenza sua girasse la Sicilia con
-grosso stuolo, senza posare mai in città murata o
-castello. Di che l’ambizioso giovane piangea di rabbia.
-Ruggiero, fatto dar nelle trombe e negli strumenti di
-musica, de’ quali par avesse composta una banda con
-valenti suonatori, fatto salpare le ancore e scior le
-vele, approdò a Malta, al secondo giorno di navigazione:
-prima tra tutte la sua nave, primo egli a sbarcare
-co’ tredici cavalieri che soli avea seco: scaramucciando
-co’ Musulmani aspettò l’arrivo delle altre
-<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span>
-navi, e con le genti dormì su la spiaggia. La dimane,
-sparge i cavalli per la campagna; muove contro
-la città col grosso dell’oste. Ma il <i>Kaid</i> e gli abitatori
-non usi alle armi, si affrettavano a venire a parlamento,
-si sforzavano a raggirarlo; nè potendo vincerlo
-d’astuzia più che di forza, pattuivano di liberare
-tutti i prigioni cristiani, consegnare armi, cavalli
-e tutt’arnesi di guerra, pagare incontanente una
-grossa taglia e indi tributo annuale, tenendo la città
-a nome del conte Ruggiero e prestandogli giuramento
-di fedeltà. Ruppero in lagrime i guerrieri cristiani,
-quando i prigioni sciolti da’ ceppi lor si fecero incontro,
-cantando il <i>Kirie eleison</i>, recando in mano le croci,
-qual di legno, qual di canna, come ciascuno avea potuto
-farsene; e gittavansi a’ piè di Ruggiero. Il quale
-li scompartì tra tutte le navi quando salparono per
-tornare in Sicilia, e temea non calassero al fondo per
-troppo peso; ma seguì il contrario effetto, così il Malaterra,
-chè il nuovo carico le rendea tanto leggiere
-da levarsi sul pelo delle acque un cubito più che
-all’andata. Cammin facendo, senz’altri miracoli, sbarcarono
-al Gozzo; la saccheggiarono, la assoggettarono
-al dominio di Ruggiero. Questi poi, toccata la terra di
-Sicilia, adunava i prigioni cristiani di Malta, loro accordava
-la libertà; offria terreni e strumenti di agricoltura
-ed esenzione perpetua dalle tasse ed angherie
-e che lor edificherebbe una città a bella posta, con
-nome di Villafranca, s’eglino rimanessero in Sicilia.
-Ma amaron meglio di ritornare ciascuno a casa sua.
-Per liberalità del conte, erano traghettati gratuitamente
-oltre il Faro; sì che andarono spargendo per
-<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span>
-ogni luogo, il valore e la larghezza del liberatore.<a class="tag" id="tag387" href="#note387">[387]</a>
-Con questo atto di carità coronava Ruggiero il conquisto
-della Sicilia, compiuto a Malta in persona, com’egli
-in persona lo avea cominciato a Messina,
-trent’anni innanzi.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap7">CAPITOLO VII.</h2>
-</div>
-
-<p>
-Il vincitore, quasi antico e natural principe,
-resse l’isola tranquillamente ne’ dieci anni che seguirono,
-mentre pur la società dall’imo al sommo si
-rimescolava; mutandosi la popolazione, le proprietà,
-le condizioni civili, i costumi, le usanze, i magistrati
-le leggi, la religione. Sola rivolta de’ soggiogati fu
-quella di Pantalica: grossa città in quel tempo, fortissima
-per lo sito in una roccia tutta stagliata,
-bagnata dall’Anapo, abitata in età remotissima da
-un industre popolo, che incavò quasi un alveare
-di nicchie nella parete liscia del masso.<a class="tag" id="tag388" href="#note388">[388]</a> I Musulmani
-<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span>
-di Pantalica nell’anno millenovantatrè dell’èra
-volgare, tumultuavano, ebbri di gioia, sentendo la
-morte del temuto signor feudale del luogo, Giordano,
-figliuolo del Conte. Questi, ch’era sopraccorso a Siracusa
-all’annunzio della malattia di Giordano e l’avea
-trovato estinto, celebrate appena le esequie, mosse
-contro i ribelli con gli stanziali della sua guardia;
-chiamò al servigio le milizie de’ baroni: superata la
-difficoltà de’ luoghi e l’ostinazione dei difensori, impiccò
-per la gola i caporioni; punì altri con varii
-tormenti; cavò la pazzia a questa città, conchiude,
-brutalmente, il Malaterra. Narrando, con ciò, come
-alla morte di Giordano i Cristiani che si trovavano in
-Siracusa avessero pianto amaramente per desiderio
-del prode giovane, e compassione del misero padre, e
-come i Musulmani del luogo non avessero saputo
-frenare le lacrime, ei nota, maligno, che furono lagrime
-di convulsione, non già d’amore.<a class="tag" id="tag389" href="#note389">[389]</a>
-</p>
-
-<p>
-Matto dunque chi resiste, perfido e vile chi si
-acconcia: così alla corte normanna si ragionava. Il
-signore, operando più savio che non parlassero i
-cortigiani, non si affidò al solo terrore. Vedea quella
-generazione, decimata dalle guerre e dagli esilii,
-stanca de’ piccoli tiranni, non chieder altro che riposo
-e giustizia. E l’uno e l’altro ei le diè; e ne
-ottenne che i Musulmani, se non lo amarono, lo
-tennero necessario a loro prosperità; l’ubbidirono,
-<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span>
-anzi lo secondarono, procacciando insieme col proprio
-l’utile di lui. Dell’incivilimento degli abitatori
-musulmani, latini e greci, ei raccolse una quantità
-di forza, che s’era sterilmente consumata per l’addietro.
-Ei trasse danari e soldati dai Musulmani più
-che dagli altri, perchè erano di gran lunga più numerosi
-e più industri, più compatti in lor ordine sociale,
-più ubbidienti al principe. Maneggiando tal
-forza, ei prevalse sugli altri feudatarii normanni. Con
-la fama ch’egli avea ben meritata d’uom di guerra
-e di Stato, savio, giusto, religioso, con la possanza
-della mente e dell’animo suo, tenne il primato nell’Italia
-a mezzogiorno del Tevere e contò tra i monarchi
-d’Europa.<a class="tag" id="tag390" href="#note390">[390]</a>
-</p>
-
-<p>
-A lui si volsero tutti gli sguardi alla morte di
-Roberto; quando chi parteggiò per l’uno chi per l’altro
-figliuolo, ma ciascuno pensò veramente ai fatti
-suoi proprii, e dimostrossi, dice il Malaterra, la slealtà
-di molti Pugliesi.<a class="tag" id="tag391" href="#note391">[391]</a> Slealtà, nel costui linguaggio, significava
-impazienza del giogo normanno, chè giogo
-egli stesso il chiama; significava ricusare il tributo e
-il servigio che il duca, all’uso normanno,<a class="tag" id="tag392" href="#note392">[392]</a> richiedea
-dalle città, le quali un tempo elessero console il capo
-de’ condottieri; richiedea da’ condottieri che chiamarono
-<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span>
-un compagno a capitanare tutte le forze in guerra.<a class="tag" id="tag393" href="#note393">[393]</a>
-Il vero è che cittadini longobardi o calabresi, e baroni
-normanni e italici, rivendicavano loro diritti usurpati
-da Roberto e usavano la discordia de’ costui figliuoli:
-donde Ruggiero, novello duca, dovea ad un tempo
-difendersi da Boemondo e domare le città e baroni
-ricalcitranti, adoperando armi della stessa tempra
-che le loro, inefficaci e mal fide.<a class="tag" id="tag394" href="#note394">[394]</a> Gli stese allor la
-mano il conte Ruggiero, il quale avea promesso, dicono,
-a Roberto di mantener quell’ordine di successione,<a class="tag" id="tag395" href="#note395">[395]</a>
-ed era partecipe dell’intento politico che lo
-dettò: mostrare, com’io penso, alla Puglia un principe
-di schiatta longobarda per via della madre, talchè i
-soggetti gli ubbidissero più volentieri, gli estranii di
-Benevento e Capua lo desiderassero. Si notò, in vero,
-la condiscendenza del novello duca verso i Longobardi.<a class="tag" id="tag396" href="#note396">[396]</a>
-Intanto i fatti rivelano il disegno, forse l’accordo,
-fermato tra’ due Ruggieri: che il Duca cedesse
-del tutto al Conte la Sicilia, le Calabrie e fors’anco lo
-favorisse nell’acquisto d’altri territori più settentrionali;
-e il Conte prestasse a lui le armi per costituire un
-sol principato di lì al Garigliano e al Tronto. Combacia
-con tal disegno il detto di Malaterra, che alla
-nascita di Simone (1093) successore immediato del
-<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span>
-Conte, fu certo il futuro duca di Sicilia e di Calabria,
-per l’assentimento del duca Ruggiero di Puglia.<a class="tag" id="tag397" href="#note397">[397]</a>
-Dalle quali parole e’ sembra che siasi trattato, se pur
-non fermato con carte, di costituire in Ducato i dominii
-del Conte; il qual disegno verosimilmente tornò
-vano per difficoltà della corte papale. Per opera del
-conte Ruggiero fu esaltato (1085) al trono ducale il
-nipote; il quale gli diè per arra la metà delle castella
-di Calabria, riserbata a Roberto nel primo partaggio.<a class="tag" id="tag398" href="#note398">[398]</a>
-Per opera sua Boemondo, a capo di due anni, posò le
-armi con magro accordo; e furono oppressi i baroni
-che alzavan la testa.<a class="tag" id="tag399" href="#note399">[399]</a> Ma cadute in Sicilia le ultime
-città musulmane independenti, Ruggiero adoperò, senza
-tema di ferirsi da sè medesimo, uno strumento di guerra
-ch’egli avea sperimentato molto rispettivamente in Sicilia
-stessa,<a class="tag" id="tag400" href="#note400">[400]</a> e Roberto con men pericolo a Roma; e che,
-in mano de’ suoi successori, battè per un secolo e mezzo
-i paesi meridionali di Terraferma. Volendo il Duca
-ridurre la città di Cosenza, il conte Ruggiero, del
-millenovantuno, conduce a campo sotto quella città,
-insieme con le milizie feudali, parecchie migliaia di
-Saraceni di Sicilia; dispone l’assedio a suo modo;
-e quando i Cosentini voglion calare agli accordi,
-<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span>
-lui chiaman arbitro. In merito del quale aiuto il Duca
-gli concedea mezza la città di Palermo. Egli, andatovi
-immantinenti, afforzato un castello nella sua parte di
-città, seppe sì bene ordinare l’amministrazione comune
-delle pubbliche entrate, o con tal durezza
-fiscale aggravare i cittadini, che il Duca incominciò
-a ritrarre dalla sua metà maggior frutto che pria
-non gli avesse reso l’intero.<a class="tag" id="tag401" href="#note401">[401]</a>
-</p>
-
-<p>
-Molte altre migliaia di Musulmani veniano col
-Conte a Castrovillari, insieme con cavalli e fanti cristiani,
-a soccorrere il duca Ruggiero nella pericolosa
-ribellione di Guglielmo di Grantimesnil (1094): Musulmani,
-leggiamo, di Sicilia e di Puglia;<a class="tag" id="tag402" href="#note402">[402]</a> ond’e’ sembra
-che ne fossero stati tramutati in quella provincia,
-e allogati in alcun feudo del conte, sia a dirittura
-dalla Sicilia, sia dopo una sosta in Calabria.<a class="tag" id="tag403" href="#note403">[403]</a> Ventimila
-Saraceni, come è scritto in una cronica,<a class="tag" id="tag404" href="#note404">[404]</a> seguivano
-il Conte all’assedio d’Amalfi (1096) dove chiamollo
-il Duca, promettendogli una metà della terra se
-la espugnassero. Ma accadde una grande sventura,
-dice il monaco Malaterra: sparsa voce nel campo che
-papa Urbano avesse bandita la guerra de’ Luoghi Santi
-e che vi corresse tutta l’Europa, quell’ambizioso di
-<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span>
-Boemondo, si fe’ attaccare una croce su le vestimenta;
-la gioventù per vaghezza di cose nuove gli corse dietro
-a gara; e lasciaron lì il Duca e il Conte, con sì
-poche forze che furono costretti a levare l’assedio.<a class="tag" id="tag405" href="#note405">[405]</a>
-</p>
-
-<p>
-Crebbe tanto nel millenovantotto il numero dei
-Musulmani levati in Sicilia, che lo storiografo afferma
-non aver il Conte mai capitanato più grosso esercito.
-Quando furono posti gli alloggiamenti a San Marco di
-Calabria, pareano innumerevoli le brune tende dei
-Saraceni;<a class="tag" id="tag406" href="#note406">[406]</a> si vedean le colline coperte di lor buoi,
-pecore, capre, come se vi pascolassero insieme le
-greggi di Laban e di Giacobbe. Capua avea disdetta
-l’obbedienza al principe Riccardo, della casa normanna
-d’Aversa; il quale, non potendo osteggiarla
-con le sue proprie forze, avea chiesti aiuti al Duca,
-offrendogli omaggio feudale, e al Conte promettendo
-di procacciargli, non so in che guisa, l’acquisto di
-Napoli. Allettato dalla quale speranza, pregato caldamente
-dal Duca, Ruggiero aveva assentito. Condotte
-le sue genti, quasi tribù nomadi, in guisa che
-loro non mancasse mai pastura per le greggi, strinse
-Capua con molta arte di guerra; costruì per uso degli
-assedianti un ponte di legno sul Volturno; sopravvide
-ei medesimo assiduamente ogni fazione di guerra;
-<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span>
-sì che la città alla fine sottometteasi.<a class="tag" id="tag407" href="#note407">[407]</a> Tanto cospicuo
-egli apparve in quest’assedio, che la leggenda monastica
-gli riferì un miracolo: fe’ calare un angelo sotto
-le sembianze di San Brunone, ad avvertirlo in sogno
-che Sergio, condottiero di dugento soldati greci del suo
-esercito, stesse per introdurre il nemico nel campo.<a class="tag" id="tag408" href="#note408">[408]</a>
-</p>
-
-<p>
-Del rimanente le memorie ecclesiastiche narrano
-del conte Ruggiero, nella stessa impresa di Capua,
-un episodio per nulla edificante. Sant’Anselmo
-arcivescovo di Canterbury, fuggendo l’ira di Guglielmo II
-d’Inghilterra, venuto era in Italia per faccende
-non sappiam se della Chiesa o del mondo;
-e invitato, dice il suo discepolo Eadmero, dal duca di
-Puglia, soggiornava nel campo sotto Capua, quando
-capitovvi Urbano secondo. Il dotto arcivescovo, gareggiando
-di riputazione col papa e attirando a sè ogni
-maniera di gente devota o curiosa, non isdegnava
-i visitatori Musulmani, li adescava anzi con suoi camangiari;<a class="tag" id="tag409" href="#note409">[409]</a>
-e tanto con loro si addimesticò, che soleva
-andare a visitarli negli alloggiamenti loro, appartati
-da quelli de’ Cristiani; e v’era accolto con
-giubilo e benedizioni e i mansueti Infedeli non potendo
-tutti appressarsi, gli si prosternavano da lungi; a
-loro usanza, scrive Eadmero, baciavano le proprie
-<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span>
-mani accennando d’inviare i baci al santo uomo. Insinuatosi
-per tal modo a discorsi più gravi, credette
-Anselmo che parecchi avrebbero rinnegato l’islam,
-se non avessero temuta la crudeltà del Conte, solito
-a punire severamente chi di loro si facesse Cristiano.
-«Perchè il Conte così operasse, nol voglio indagare
-e se la vegga egli con Dio» conchiude il frate inglese.<a class="tag" id="tag410" href="#note410">[410]</a>
-Nè potremmo noi indagarlo, senza sapere appunto se
-l’arcivescovo abbia ben comprese o fedelmente riferite
-le risposte, e se i Musulmani gli abbiano parlato
-da senno. Il racconto di Eadmero prova pure che l’aristocrazia
-ecclesiastica di quel tempo, sommessamente
-accusava il conte di troppa tolleranza e nessuna disposizione
-a seguire i pregiudizii religiosi, più tosto
-che l’utilità dello Stato. E che ben si apponessero,
-si scorge da quel dispetto del Malaterra contro Boemondo
-e’ suoi seguaci della Crociata. Non altrimenti
-pensavano i Musulmani, come si vede da un singolare
-racconto d’Ibn-el-Athîr.
-</p>
-
-<p>
-Il quale, facendosi a dir della presa d’Antiochia,
-rintraccia, non senza acume, i primordii delle Crociate
-nell’occupazione di Toledo (1086) e altre città di
-Spagna pe’ Castigliani; nel conquisto normanno della
-Sicilia; negli assalti degli Italiani su la costiera d’Affrica.<a class="tag" id="tag411" href="#note411">[411]</a>
-La sintesi che il guidava nelle tenebre della
-storia occidentale, col solo barlume del nome de’ Franchi
-<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span>
-e dell’impero, lo porta indi a supporre che un
-Baldovino, re dei Franchi, vago di conquisti, avesse
-invitato il conte Ruggiero a un’impresa in Affrica.
-Ma consultando co’ suoi ottimati, e vedendoli plaudire
-ciecamente a quel partito, Ruggiero con un atto
-molto laido e villano,<a class="tag" id="tag412" href="#note412">[412]</a> rispose che il loro consiglio
-non valea più che tanto. «Tralascio la molestia, ripigliò,
-tralascio la spesa del fornir a’ Franchi navi da
-trasporto e un grosso di soldati; ma non riflettete
-voi che, se tenessimo l’invito, saremmo sempre perdenti,
-anco vincendo? Vincendo, ecco stanziati i Franchi
-in Affrica, ecco rapito da loro alla Sicilia il commercio
-ch’essa vi fa: e per lo primo la ricca tratta
-de’ grani! Non vincendo, ecco Temîm, che visto venire
-i Franchi dalla Sicilia e quivi ritrarsi, ci chiama
-a ragione sleali, disdice il trattato: ed ecco tronche
-le relazioni nostre con l’Affrica, le quali a noi giova
-mantenere, finchè non possiamo mettere insieme tante
-forze da provarci noi soli al conquisto!» Chiamato
-indi l’oratore di Baldovino, gli rispondea Ruggiero
-non poter dare aiuto, sendo vincolato da trattati con
-l’Affrica; che se i Franchi bramavano di mercar
-lode combattendo contro i Musulmani, si volgessero
-più tosto alla liberazione dei Luoghi Santi.<a class="tag" id="tag413" href="#note413">[413]</a> A prima
-<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span>
-vista quel cenno dei disegni su l’Affrica e quel nome
-di Baldovino, darebbero sospetto di un anacronismo
-del compilatore, che avesse scambiato il conte Ruggiero
-col re, e la prima con la seconda crociata.
-Ma sendo gli scrittori musulmani molto bene informati
-de’ costumi e imprese del re Ruggiero, più
-verosimile e’ mi sembra il supposto che la tradizione
-tornasse veramente a’ tempi del padre, e che
-i Musulmani contemporanei del re, senza fingere da
-capo a fondo la ripugnanza del conte e l’energia plebea
-con che l’esprimea, avesservi aggiunti i particolari
-ov’è detto dell’Affrica. Può darsi anco che la
-tradizione musulmana abbia confusi due rifiuti simili
-del vecchio conte: quello a’ Pisani ed a’ Genovesi
-che l’invitavano all’impresa di Mehdia<a class="tag" id="tag414" href="#note414">[414]</a> e
-quello a tutta l’Europa quando gridò la prima volta:
-Iddio lo vuole!
-</p>
-
-<p>
-Comunque giudicasse il volgo dell’undecimo secolo
-la indifferenza religiosa di Ruggiero, il sacerdozio
-era disposto a perdonargli ogni cosa. Reggeano ormai
-la Chiesa gli adetti di alcune scuole vescovili di
-Francia e di Germania e sopratutto i monaci di pochi
-ordini potentissimi per riputazione di santità e
-dottrina, e non meno per ricchezze, parentele e
-séguito appo i grandi; com’era stato poc’anzi il
-monastero di Monte Cassino, com’erano tuttavia,
-prevalendo il genio ecclesiastico della Francia, quei
-di Fleury, del Bec e di Cluny: vivai di papi, prelati,
-ministri di Stato; centri di maneggi politici,
-<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span>
-dove la potenza mondana era il fine, la religione
-il mezzo, e la corte di Roma il centro di gravità.
-Era nata cotesta scuola politica da un secolo in
-circa, mentre i laici, nobili e plebei, deliravano tra
-vani terrori, pasceansi di superstizioni; e i molti
-ignoranti del clero accoppiavano la credulità all’impostura.
-Scuola di savii che voleano usare l’altrui
-semplicità ad effetto grande e santo a prima vista:
-far comandare l’intelletto alla forza; guidare con
-unità di consiglio, nella via della Fede, della morale,
-del ben pubblico, quella società feudale eterogenea
-e disgregata che fermentava per tutta Europa. La
-quale scuola, trascinata dagli interessi, divenne setta;
-e, come disarmata, adoperò necessariamente l’ambito
-e le astuzie; preferì gli effetti alle teorie, accomodò
-la morale ai propri intenti, si insinuò nelle corti,
-trattò matrimonii, intavolò negoziati politici, promosse
-l’uno, rovinò l’altro, stese un paretaio da
-chiappare donazioni d’ogni maniera: lo Stato della
-contessa Matilde, come il bottino di Roberto Guiscardo.
-</p>
-
-<p>
-I precursori de’ Gesuiti, nell’undecimo secolo, non
-erano uomini da accendersi d’intempestivo zelo contro
-Ruggiero, mentr’egli in Sicilia rifabbricava chiese,
-fondava monasteri e vescovadi, arricchiva il clero, lo
-adoperava nelle faccende civili; mentre in Terraferma
-ei veramente ereditava la potenza di Roberto.
-Urbano II, rampollo di Cluny, discepolo d’Ildebrando,
-salito alla cattedra di S. Pietro (settembre 1087)
-tra le minacce d’Arrigo IV e d’un antipapa, si mostrò
-osservantissimo verso il conte; ancorchè questi,
-<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span>
-com’e’ parmi, ambisse più che il papa non voleva
-o non potea concedergli.<a class="tag" id="tag415" href="#note415">[415]</a> E prima Urbano andava
-appo lui in Sicilia (1089) per trattare, scrive il Malaterra,
-d’un accordo con la Chiesa Costantinopolitana;<a class="tag" id="tag416" href="#note416">[416]</a>
-ma piuttosto, credo io, de’ riti della Chiesa
-greca di Sicilia e di Calabria e in generale dell’ordinamento
-ecclesiastico nell’isola; o più che tutto
-questo, degli interessi della corte romana in Terraferma.<a class="tag" id="tag417" href="#note417">[417]</a>
-Il silenzio serbato dal cronista per parecchi
-anni su le cose della corte di Roma, fa supporre
-che Ruggiero non si lasciò menare dal papa, finchè
-ei non vide il destro di guadagnar potenza e splendore.
-Perchè il papa lo sollecitò (1095) a dar una sua
-figliuola a Corrado, figlio d’Arrigo IV, ribellatosi dal
-padre ed ajutato dalla Chiesa; il quale, per diffalta
-di danari, mal reggeasi contro la parte imperiale in
-Italia. Ma il cauto normanno, vedendo che si volea
-soprattutto la dote, non assentì di leggieri: il persuasero
-bensì i suoi ottimati, massime Roberto vescovo
-di Traina, il quale com’italiano, dice il Malaterra, ben
-sapea le condizioni delle cose nell’Italia di sopra e
-quale assegnamento far si potesse in Corrado.<a class="tag" id="tag418" href="#note418">[418]</a> E Roberto
-<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span>
-o sapea poco, o ingannò il suo signore. Par
-che altri denari si sperassero dopo la dote: e forse
-Ruggiero ne diè allora in sussidio alla corte pontificale,
-come poscia nel 1100 quand’egli somministrava
-mille once d’oro a Pasquale II,<a class="tag" id="tag419" href="#note419">[419]</a> poichè Urbano con
-ogni maniera di ossequio cercò quasi la grazia di
-Ruggiero, non ostante l’avversione di lui alla Crociata.
-All’assedio di Capua (1098) arrivò il papa a
-pregarlo non esponesse la sua vita, tanto necessaria
-a Roma e all’Italia, perchè egli era il terrore de’ tristi.<a class="tag" id="tag420" href="#note420">[420]</a>
-</p>
-
-<p>
-Ritornato il Conte dopo l’impresa di Capua a
-Salerno, Urbano l’andò a trovare per trattare secolui
-gravi negozii, pria ch’e’ ripartisse alla volta di
-Sicilia; e tanta premura ebbe di antivenire la sua
-visita, ch’ei lasciò aspettare gli Arcivescovi apparecchiati
-col clero a condurlo in processione alla chiesa
-di San Matteo. Il dì appresso egli accordava alla corona
-di Sicilia il privilegio dell’Apostolica Legazia, del
-quale diremo nel capitolo nono, trattando la costituzione
-dello Stato. Vuolsi qui notar solamente che
-il papa avea nominato Legato in Sicilia, senza saputa
-del Conte, quel Roberto vescovo di Traina, del quale
-si è fatta parola poc’anzi: e che Ruggiero mal soffriva
-l’atto della romana corte, fors’anco la persona
-di Roberto, e minacciava di non accettarlo: onde
-il papa, per gratificare colui che con tanto zelo
-avea servito alla fede cristiana, cassò la elezione e
-<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span>
-istituì Legato perpetuo il Conte stesso e i suoi successori.
-Così il Malaterra.<a class="tag" id="tag421" href="#note421">[421]</a> Urbano nella bolla di concessione,
-ricorda con somiglianti parole, la grazia divina
-avere accordato trionfi ed onori alla saviezza di
-Ruggiero; il suo valore aver ampliata la santa Chiesa
-sopra i Saraceni; e la sua virtù essersi mostrata in
-molte guise devota all’apostolica sede. Pur non è chi
-non vegga come quel singolare privilegio fosse dovuto
-non meno ai meriti religiosi del conte, che alla
-sua potenza politica, al bisogno che avea il papa
-di lui, e al saldo proponimento con che seppe serbar
-interi i diritti del principato, o meglio direbbesi della
-società laica, ch’egli avea appresi da Cristiani di Calabria
-e di Sicilia seguaci della Chiesa greca; e poi
-li sostenne col coraggio di una religione virile, di
-un sano intelletto, liberatosi di molte ubbie settentrionali
-nei quarant’anni ch’egli avea praticato co’ Musulmani,
-co’ Bizantini e co’ gesuiti di quella età.
-</p>
-
-<p>
-Su l’apice della fortuna, la morte il colse a dì
-ventidue giugno del millecentuno, nel settantesim’anno
-dell’età sua;<a class="tag" id="tag422" href="#note422">[422]</a> felice anco in questo, ch’ei vedeva assicurata
-la successione del dominio a’ suoi proprii
-figliuoli. Molte figliuole ebbe Ruggiero, maritate altre
-a feudatarii altre a principi: Busilla a Coloman re
-<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span>
-d’Ungheria (1097);<a class="tag" id="tag423" href="#note423">[423]</a> Costanza a Corrado re d’Italia
-figliuolo d’imperatore (1093);<a class="tag" id="tag424" href="#note424">[424]</a> Matilde a Raimondo
-conte di Tolosa e di Provenza (1080);<a class="tag" id="tag425" href="#note425">[425]</a> Emma a Roberto
-conte, di Clermont, dopo che l’avea chiesta Filippo
-I di Francia per cupidigia della dote.<a class="tag" id="tag426" href="#note426">[426]</a> Ma dei
-maschi legittimi par che il solo Goffredo vivesse nel
-milleottantanove, quando, perduta la seconda moglie
-Eremberga, il conte sposava Adelasia; dava a una
-costei sorella Giordano, all’altra promettea Goffredo,
-fanciullo e infermiccio, tal che ebbe ad entrare piuttosto
-in un chiostro.<a class="tag" id="tag427" href="#note427">[427]</a> La morte di Giordano pertanto
-metteva in forse la successione, allorchè Adelaide partorì
-(1093) Simone<a class="tag" id="tag428" href="#note428">[428]</a> e quindi (1095) Ruggiero.<a class="tag" id="tag429" href="#note429">[429]</a> Trapassava
-<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span>
-così il vecchio conte con la speranza di
-lasciare alla sua schiatta la Sicilia e la Calabria costituite
-in ducato; nè presagiva egli al certo che, a
-capo di trent’anni, vi sarebbe aggiunto il retaggio
-di Roberto Guiscardo, quel della casa d’Aversa, la
-repubblica di Napoli, la costiera d’Affrica e una corona
-reale.
-</p>
-
-<p>
-Or diremo particolarmente di quest’Adelaide, il
-governo della quale e la sua gente stanziata in Sicilia
-rassodarono l’opera del fondatore. Secondo il Malaterra,
-ell’era figliuola d’un fratello di Bonifazio, famosissimo
-marchese degli Italiani.<a class="tag" id="tag430" href="#note430">[430]</a> Con le medesime
-parole è designata in certi versacci latini attribuiti al
-contemporaneo frate Maraldo;<a class="tag" id="tag431" href="#note431">[431]</a> l’Anonimo, contemporaneo
-del re Ruggiero, la chiama Adele marchesa,
-nata nelle parti di Lombardia del nobilissimo sangue
-di Carlomagno, educata con singolar cura e informata
-a nobili costumi;<a class="tag" id="tag432" href="#note432">[432]</a> e Odorico Vitale, della età stessa
-<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span>
-dello Anonimo, la dice Adele, figliuola di Bonifazio ligure.<a class="tag" id="tag433" href="#note433">[433]</a>
-Donde il Pirro e il Muratori tennero verosimile
-che quel Bonifazio fosse il supposto marchese di
-Monferrato di tal nome:<a class="tag" id="tag434" href="#note434">[434]</a> e, s’e’ non toccarono il segno,
-se ne scostarono di poco, perocchè liguri e lombardi si
-chiamarono allora indistintamente gli abitatori di
-quella provincia. Veramente le vicende del Monferrato
-dal mezzo del duodecimo secolo in su, duravano
-oscurissime infino a questi dì nostri e favolose in
-parte le genealogie.<a class="tag" id="tag435" href="#note435">[435]</a> Rischiarò il campo, or son
-pochi anni, Giulio de Conti di San Quintino, mettendo
-da canto le moderne tradizioni locali e affidandosi
-a’ soli diplomi;<a class="tag" id="tag436" href="#note436">[436]</a> se non che la critica troppo
-meticolosa lo condusse al grave errore di far due
-famiglie diverse di una che compariva in carte diverse
-con nomi e condizioni pressocchè identiche.
-Ma è giudicato oramai cotesto errore. E due uomini
-eruditissimi nelle storie italiane del Medio evo, il nostro
-Cornelio De’ Simoni, dico, e Teodoro Wüstenfeld
-da Gottinga, hanno ricostruite felicemente le serie
-dinastiche e il diritto pubblico di quel paese, fondando
-l’edifizio su dotte e savie supposizioni, là
-dove mancano gli attestati positivi e seguendo il
-<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span>
-metodo che adoperò il Muratori per illustrare la Marca
-contigua, la quale racchiudea Genova, Tortona e Milano.
-I lavori pubblicati dal De Simoni, e le lettere
-scrittemi dal Wüstenfeld forniscono le seguenti notizie
-su la famiglia dell’Adelaide madre di re Ruggiero.<a class="tag" id="tag437" href="#note437">[437]</a>
-</p>
-
-<p>
-Misurando una ventina di miglia su la riviera di
-Ponente in guisa che Savona si ritrovi nel mezzo, e
-prendendo sulla sponda dritta del Po quel tratto che
-dal confluente del Tanaro risalisce fino a Verrua sopra
-Casal Monferrato, avremmo i due lati minori del
-trapezio, che al tempo di Otone primo, costituì una
-delle Marche d’Italia.<a class="tag" id="tag438" href="#note438">[438]</a> Reggeala Aleramo, conte e
-poi marchese, uom di legge salica; talchè potremmo
-supporlo di nazione franca e trovar qui l’origine
-della tradizione che in Sicilia il vantò nipote di Carlomagno.
-I discendenti di Aleramo, usurpata, com’accadeva
-allora in tutta Europa, la proprietà dell’ufficio
-di marchese, lo esercitarono in comune per
-parecchie generazioni: e da ciò, mi par nato per avventura,
-l’uso che nelle province settentrionali d’Italia
-si dia per urbanità il titolo della famiglia a tutti
-i figliuoli; mentre ne’ paesi meridionali, sì come oltremonti
-lo si riserba al primogenito. E veramente nei
-giudizii e negli atti di dominio di quella Marca anteriori
-al millecento, intervengono insieme parecchi
-marchesi: poi, nel duodecimo secolo, si veggono divisi
-<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span>
-e suddivisi i territorii tra’ varii rami del ceppo
-aleramico e chiamati finalmente marchesati, ancorchè
-ormai tornassero a mere contee, le quali talvolta
-non oltrepassarono l’ordinario territorio giurisdizionale
-d’un visconte. Così nacquero i marchesati del Vasto,
-Incisa, Busca, del Carreto, del Bosco, Ponzone,
-Monferrato, Occimiano, Albenga, Ceva, Clavesana,
-Cortemiglia, Loreto.
-</p>
-
-<p>
-Già a mezzo dell’undecimo secolo, separate le due
-parti estreme della Marca, veggiam tre fratelli, Otone,
-Manfredo e Anselmo, giurare insieme e con uguale
-titolo, un patto con Savona; la quale tendendo al reggimento
-municipale, svincolavasi come potea da’ Signori.
-Ma succeduto ad Otone il figliuolo Bonifazio
-detto del Vasto, e morti innanzi il 1079 Anselmo e Manfredo,<a class="tag" id="tag439" href="#note439">[439]</a>
-fratelli o figliuoli di Otone, Bonifazio accrebbe
-il territorio a scapito della Marca occidentale che abbracciava
-Torino, Asti ed altri luoghi. Disputando
-l’eredità di Adelaide di Susa a Corrado figliuolo di
-Arrigo IV, a Umberto di Savoja e al conte di Mombeliard,
-Bonifazio fu segno all’ira di Gregorio VII;
-parteggiò sempre per gli imperatori contro i papi;
-guerreggiò con cittadi che s’emancipavano; e imprigionato
-una volta, osteggiato dal proprio figliuolo
-per nome anch’egli Bonifazio, marchese d’Incisa, arrivò
-pure a scompartire un vasto dominio agli altri
-figliuoli. Non è meraviglia dunque che Malaterra il
-vanti famosissimo marchese d’Italia. Nè torna inverosimile
-<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span>
-la nobile educazione data, secondo l’Anonimo,
-all’Adelaide, figliuola orfana di Manfredo. Un
-fratello di Adelaide per nome Arrigo, ricordato ne’ diplomi
-siciliani al par che nei piemontesi, ebbe poscia
-alto stato in Sicilia; e forse altri rampolli di Casa
-aleramica eran venuti quivi a combattere sotto le insegne
-de’ Normanni: di certo molti nobili uomini
-della Marca aleramica vi tennero feudi, siccome più
-largamente sarà detto nei capitoli che seguono.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap8">CAPITOLO VIII.</h2>
-</div>
-
-<p>
-Convien ora esporre le condizioni politiche e sociali
-che i Musulmani sortirono nel conquisto e con essi
-i precedenti e novelli abitatori dell’isola; alla quale
-investigazione spianò la strada il maestro del Diritto
-pubblico siciliano, il sagace e dotto Rosario Gregorio,
-nella «Introduzione» e nei primi libri delle
-“Considerazioni.” Dal suo tempo in qua le fonti di
-quel tratto di storia non sono cresciute gran fatto.
-Mancano tuttavia le antiche leggi, da qualche incerto
-brano all’infuori. Tace tuttavia la cronica della corte
-e del campo, da Malaterra all’abate di Telese; cioè
-tra la morte del conquistatore e la gioventù del secondo
-Ruggiero: pressochè un quarto di secolo, che
-racchiude la reggenza della contessa Adelaide e
-forse l’assetto delle nuove colonie. Pur si raccatta
-qualche cenno nei ricordi d’altre età o d’altri paesi;
-e un po’ di luce si prende dai diplomi pubblicati o
-inediti. In grazia poi degli strumenti di critica storica,
-<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span>
-perfezionati nel corso di questo secolo, si cava
-miglior costrutto da’ materiali: talchè per tutti i versi
-dobbiamo a’ nostri tempi di potere più dirittamente
-giudicare e più liberamente scrivere, che non osasse il
-cauto prelato siciliano sotto i Borboni di Napoli, aizzati
-dalla rivoluzione francese. Or non sembri prosunzione
-se noi ci proviamo a correggere qualche parte del
-disegno che il Gregorio delineò, son or sessant’anni.
-</p>
-
-<p>
-Il quale avendo lavorato principalmente su’ diplomi,
-e sendo noi costretti a far lo stesso, premettiamo
-alcune avvertenze intorno la diplomatica siciliana
-dell’undecimo e duodecimo secolo. In primo
-luogo è da eliminare un documento accolto alcuni
-anni addietro nell’Archivio di Napoli e presentato
-il 1845 al congresso degli Scienziati d’Italia:
-niente meno che un editto del vecchio conte
-Ruggiero, dato il quattrocensettantaquattro dell’egira
-(1081), promulgato in pien <i>divano</i> a Messina, per
-notificare ai presenti ed ai posteri la istituzione dei
-sette grandi uficii della Corona siciliana e il ceremoniale
-di corte. Il tempo, il luogo e il titolo dell’adunanza,
-la natura stessa e i termini dello statuto,
-ripugnan tanto ai fatti fondamentali della storia siciliana,
-da potersi rigettare quella scrittura senza pure
-guardarla. Per lo contrario, ad occhi pratici basterebbe
-guardarla senza badare al contenuto; scorgendosi
-una rozza mano moderna che si prova per la
-prima volta a imitare la scrittura arabica, o piuttosto
-una confusione di caratteri cufici, neskhi e affricani,
-or da carteggio plebeo, or da stile numismatico
-o monumentale; e un terzo forse de’ vocaboli, contraffatti
-<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span>
-a ghirigori; e ne’ luoghi leggibili tanti errori
-d’ortografia, di grammatica o di lingua, quante parole.
-Ai quali segni e allo stile e tendenza dello scritto, ben
-si riconosce la fattura dell’ignorante e temerario abate
-Vella, del quale facemmo parola nel primo volume.<a class="tag" id="tag440" href="#note440">[440]</a>
-</p>
-
-<p>
-Ancorchè non occorrano di tali brutture nelle
-carte siciliane pubblicate innanzi o dopo il Gregorio,
-egli è da usare con precauzione tutte quelle scritte
-originalmente in arabico o in greco; sendo la più
-parte pieni di errori i testi, e sbagliate o stranamente
-scontorte le versioni. Il qual vizio notai già particolarmente
-pei diplomi arabici.<a class="tag" id="tag441" href="#note441">[441]</a> Poco minor guasto
-<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span>
-hanno patito i greci, presi a deciferare da ellenisti
-digiuni della erudizione storica della Sicilia, come il
-Lascari, ovvero da eruditi siciliani, come il Pasqualino
-ed altri, i quali non sapeano per bene la lingua,
-nè la paleografia greca de’ bassi tempi: e il peggio è
-che perdutesi molte delle pergamene, altro non ci
-avanza che le infelici traduzioni stampate dal Pirro,
-dal Mongitore e da alcun altro. Nè sfugge del tutto
-a tal biasimo, il diligentissimo Tardia;<a class="tag" id="tag442" href="#note442">[442]</a> nè quanti
-han dato alla luce alla spicciolata de’ diplomi greci
-nella prima metà del secolo che corre.<a class="tag" id="tag443" href="#note443">[443]</a> Con migliori
-auspicii Giuseppe Spata da Palermo n’ha pubblicati
-in questi ultimi tempi una sessantina.<a class="tag" id="tag444" href="#note444">[444]</a> Ed è ormai
-da sperare la collezione compiuta delle carte greche
-e arabiche dell’Archivio regio di Palermo, forse di
-<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span>
-tutte quelle dell’isola; poichè il professor Salvatore
-Cusa va preparando il lavoro, e il Ministero della pubblica
-istruzione ha promesso di sovvenire alle spese
-della stampa. Userò io intanto le copie dei diplomi
-arabici serbati in Palermo, le quali debbo alla cortesia
-del Cusa; e le bastano già a mostrare il recente
-progresso degli studii orientali in Italia.<a class="tag" id="tag445" href="#note445">[445]</a> Oltre i materiali
-testè citati, v’ha qualche altro diploma greco
-del principato normanno di Sicilia e di Calabria nell’ampia
-ed accurata raccolta napoletana, data non è
-guari dal Trinchera.<a class="tag" id="tag446" href="#note446">[446]</a> Quanto ai diplomi latini dell’epoca
-stessa, pochi ne sono venuti alla luce dopo i
-tempi del Gregorio<a class="tag" id="tag447" href="#note447">[447]</a> e gran numero dorme tuttavia
-negli archivi pubblici o ecclesiastici dell’isola: del che
-mi duole, ma non temo sia per tonarne gran danno,
-poichè le memorie latine de’ principi normanni furono
-sempre studio prediletto in Sicilia e il Gregorio adoperò
-molto le inedite.
-</p>
-
-<p>
-Allo scorcio dell’undecimo secolo rimaneano al
-certo nell’isola, non piccola parte della popolazione,
-gli antichi abitatori italici ed ellenici<a class="tag" id="tag448" href="#note448">[448]</a> ai quali par
-che accenni il Malaterra con le denominazioni di <i>cristiani</i>
-e <i>cristiani greci</i>;<a class="tag" id="tag449" href="#note449">[449]</a> e meglio li distingue l’Amato
-con quelle di <i>cristiani</i> e <i>cattolici</i>, che hanno appo lui
-<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span>
-significato contrario all’odierno, designando la prima
-i popoli italici e oltramontani seguaci della Chiesa romana,
-e il vocabolo <i>cattolici</i> i Greci di lingua o di
-setta.<a class="tag" id="tag450" href="#note450">[450]</a> La scarsezza, in vero, dei ricordi, la somiglianza
-de’ nomi proprii tra i Bizantini e i Siciliani e tra questi
-e gli abitatori di Terraferma infino al Garigliano,
-la promiscuità di soggiorno delle genti diverse nelle
-medesime città e talvolta negli stessi villaggi, rendono
-difficile a confermare con altre prove la durata
-di quelle due schiatte; la quale sarebbe sempre da
-supporre, quand’anche non l’attestassero i cronisti.
-Pur si ritrovano indizii dell’origine, ne’ nomi di quelle
-poche centinaia di villani di Aci, Catania, Cefalù e di
-qualche terra in provincia di Palermo, de’ quali ci
-avanzano, per caso rarissimo, le platee, ossiano ruoli,
-distesi allo scorcio dell’undecimo secolo e nella prima
-metà del duodecimo. Quivi tra i molti Mohammed,
-Alì, Abd-Allah e altri nomi musulmani; tra i Basilii,
-Teodori, Nicola-ibn Leo, Nicola Nomothetis e simili
-di forma greca, occorrono de’ nomi più comuni in
-Italia: Pietri, Filippi, Gennari e de’ casali di conio
-latino, Campalla, Donas o Donus, Bambace, Diosallo,
-Subula, Lancias, Pitittu,<a class="tag" id="tag451" href="#note451">[451]</a> Zotico e Zotica,<a class="tag" id="tag452" href="#note452">[452]</a> Currucani,<a class="tag" id="tag453" href="#note453">[453]</a>
-Mesciti, Notari, Luce, La Luce e un Pietro Saputi. Cotesti
-servi della gleba non erano venuti di certo dalla
-<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span>
-Terraferma co’ vincitori. Notisi inoltre che il nome
-patronimico, latino o greco, è accompagnato spesso
-da nome proprio arabico: Jéisc-ibn-Gelasia, Ahmed-ibn-Roma,
-o Romea, Jûsuf-ibn-Caru, Jusuf-ibn-Gennaro,
-Omar-ibn-Crisobolli, Mohammed-Gebasili, ’Isa-ibn-Giorgir,
-Abd-er-Rahman-ibn-Francu, Hosein-ibn-Sentir;
-e veggiam perfino de’ soprannomi, Alì-ibn Fartutto,
-Ali Strambo, Mohammed Pacione. Dond’e’ si
-argomenta che parecchi villani musulmani fossero
-d’origine greca e italica. La mescolanza delle schiatte
-comparisce anco da’ nomi di cittadini e villani in altri
-luoghi.<a class="tag" id="tag454" href="#note454">[454]</a>
-</p>
-
-<p>
-Sappiam ora come si debba intendere l’affermazione
-d’Ugone Falcando che i villani di Sicilia
-fosser tutti Greci o Saraceni.<a class="tag" id="tag455" href="#note455">[455]</a> Corso un secolo dalla
-età dell’Amato e del Malaterra, s’era dileguata, parmi,
-la distinzione degli indigeni in cristiani e cattolici, ossiano
-italici e greci. Dileguata per lo scarso numero
-de’ primi e perchè l’ignoranza, i pregiudizi e l’orgoglio
-della dominazione portavano gli abitatori novelli,
-oltramontani e italiani di Terraferma, a chiamar
-tutti insieme Greci gli antichi abitatori che non fossero
-musulmani. E scarseggiavano gli indigeni d’origine
-italica, perchè la più parte, fatti musulmani,
-come già notammo,<a class="tag" id="tag456" href="#note456">[456]</a> contavano tra’ Saraceni. L’è verosimile
-poi che, tra i due segni apparenti della nazionalità
-greca, il rito cioè e la lingua, la comune
-degli uomini s’appigliasse piuttosto al rito; donde si
-<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span>
-perdonava la lingua d’Omero a’ Greci uniti alla Chiesa
-di Roma, quei per esempio delle regioni dove il conte
-Ruggiero fondò i suoi monasteri basiliani: e lasciavasi
-l’ingrato nome di Greci a’ soli scismatici, e però ai
-contadini, i Pagani del linguaggio cristiano, che furono
-sempre sì tardi a seguire i mutamenti religiosi
-delle città. L’error popolare del duodecimo secolo
-ingenerò un altro errore appo gli eruditi, quando rinacquero
-in Europa gli studii storici, senza che si potesse
-approfondire per anco l’etnologia: nel qual
-tempo coincise appo i dotti italiani che l’amor patrio
-vaneggiasse in speculazioni puerili. Non è maraviglia
-se allora gli scrittori dell’isola si compiacquer tanto
-nel supposto d’una nazione siciliana, ben diversa da
-que’ Greci i quali era vezzo comune di vilipendere:
-nazione ortodossa, numerosa, civile, e cara a’ suoi
-liberatori, o, secondo altri, meri ausiliari, i Normanni.<a class="tag" id="tag457" href="#note457">[457]</a>
-Cadde con gli altri nell’errore il Gregorio; il
-quale, dando significato legale alle frasi ascetiche o
-rettoriche dell’undecimo secolo, e confondendo Roberto
-Guiscardo e il conte Ruggiero col pio Buglione
-dell’epopea, scrisse: avere i conquistatori accordata
-libertà civile e franchige a’ Cristiani siciliani.<a class="tag" id="tag458" href="#note458">[458]</a> Ma di
-ciò tratteremo più largamente a suo luogo.
-</p>
-
-<p>
-I diplomi che ci avanzano, millesima parte di
-<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span>
-que’ distrutti, rischiarano pur la distribuzione geografica
-delle schiatte, non solamente co’ nomi proprii,
-ma sì col mero fatto della lingua e delle note cronologiche;
-rispondendo l’una e le altre alla nazione preponderante
-nel luogo: il latino e l’èra volgare appo
-le genti italiane ovvero oltramontane; il greco e l’èra
-costantinopolitana per le greche; l’arabico e l’egira
-pei Musulmani. Confermano le scritture per tal modo
-la frequenza dei Greci nel Val Demone o meglio diremmo
-su la costiera orientale e di tramontana infino
-a Cefalù<a class="tag" id="tag459" href="#note459">[459]</a> e mostrano che se ne trovasse un po’ per
-<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span>
-ogni luogo<a class="tag" id="tag460" href="#note460">[460]</a> e che nel corso del duodecimo secolo ingrossassero
-anco in Palermo, rifatta capitale.<a class="tag" id="tag461" href="#note461">[461]</a>
-</p>
-
-<p>
-Brevemente dirò delle genti semitiche. Gli Ebrei,
-pochi e spregiati da’ seguaci delle due religioni che
-si fondavano in su i loro libri sacri, non comparvero
-nelle vicende del conquisto, nè della dominazione
-normanna; lasciarono bensì in Sicilia, dall’undecimo
-al decimo quinto secolo, molti ricordi
-dell’operosità loro industriale e commerciale, dello
-zelo scientifico e della furberia che spesso lo deturpò.<a class="tag" id="tag462" href="#note462">[462]</a>
-I Musulmani, tra i quali sono da noverare alcuni orientali
-di schiatte ariane,<a class="tag" id="tag463" href="#note463">[463]</a> i Berberi<a class="tag" id="tag464" href="#note464">[464]</a> e perfino degli indigeni
-di Sicilia, come ricordammo or ora, erano
-<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span>
-sparsi per la più parte dell’isola. I ricordi storici e
-diplomatici, che troppo lungo sarebbe a citar qui, li
-mostrano frequentissimi in Val di Mazara, numerosi
-abbastanza in Val di Noto, radi in Val Demone,<a class="tag" id="tag465" href="#note465">[465]</a> e si
-sa che nella seconda metà del secolo XII furono cacciati
-con la forza dalle regioni interne della Sicilia.
-Non mi proverò adesso a suddividere le varie generazioni
-dei Musulmani nelle regioni dell’isola, perchè
-manca ogni attestato di scrittori, e i nomi proprii corrono
-per lo più senza soprannome etnico; oltrechè
-non ce ne avanzano che poche centinaia, spigolate in
-una trentina di carte arabiche, tra atti privati e platee
-di villani, e coteste carte si riferiscono a quattro
-soli territorii. Ci basterà di ritrovare tuttavia in
-que’ luoghi la mescolanza di schiatte, che notammo
-sotto la dominazione musulmana.<a class="tag" id="tag466" href="#note466">[466]</a>
-</p>
-
-<p>
-Tra i cittadini di Palermo, possidenti e testimonii
-in atti pubblici, ci occorrono Arabi delle tribù del
-Jemen: Azd, Kinda, Lakhm, Ma’âfir, e di Medina, e
-dell’Hadhramaut; Arabi delle tribù modharite: Kais,
-<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span>
-Koreisc, Temîm; e Berberi delle tribù di Howara,
-Lewata, Zegawa,<a class="tag" id="tag467" href="#note467">[467]</a> Zenata; non contando alcuni
-nomi etnici dubbii.<a class="tag" id="tag468" href="#note468">[468]</a> Una iscrizione sepolcrale del
-millesettantaquattro, ricorda inoltre un oriundo
-del Kairewân.<a class="tag" id="tag469" href="#note469">[469]</a> De’ nomi proprii, come Badîs e Tarakût,
-e gli etnici di Kotama e Howara, attestano
-che gente berbera vivesse in Cefalù; se non che i
-due primi sono villani nel contado, insieme con
-de’ Giodsami del Jemen, Barrani di Bokhara o
-d’Ispahan, Sciami di Siria, Burgi o Bergi forse di
-Spagna, Begiawi, ossia di Bugia e Righi, anco d’Affrica.<a class="tag" id="tag470" href="#note470">[470]</a>
-Oltre a quelli veggiamo in Cefalù musulmani
-del paese stesso: Corleone, Sciacca, Termini e Trapani.
-De’ pochissimi nomi che si possano determinare
-tra’ pochi che abbiamo de’ villani in Corleone, tornerebbero
-Ibn-Abi-Ifren e un Lewati alla schiatta
-berbera, Dsimari al Jemen, Barrani a Bokhara come
-innanzi dicemmo; e un Melfi potrebbe essere italiano
-della città di quel nome o anco di Amalfi: inoltre vi
-ha de’ Siciliani di Girgenti e di Giato.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma tra i numerosi villani del vescovo di Catania
-in quella città e in Aci, i nomi da potersi riconoscere,
-che in vero non son molti, darebbero il vantaggio alle
-schiatte affricane. Iften e Iknizi mi sembrano nomi
-proprii di Berberi; e tali di certo tre famiglie soprannominate
-<i>Barbari</i> e gli oriundi delle note tribù berbere
-di Bargawata, Meklata, Nefzawa, Mesrata, Agisa, Urdin
-e Werru;<a class="tag" id="tag471" href="#note471">[471]</a> ed affricani, ancorchè non sappiamo di
-quale schiatta, gli oriundi delle città di Barca, Bona,
-Tunis, Susa, Msila, Melila, Solûk, del Sâhel, ossia
-costiera, e dell’isoletta di Aragigun.<a class="tag" id="tag472" href="#note472">[472]</a> Tra gli schiavi
-è un Malati, oriundo com’e’ pare di Melitene. Sei nomi
-di schiatte arabiche scorgonsi nei villani, Mesudi,
-Hegiazi, Gafiki, ch’è ramo della tribù di Azd, e quei
-della tribù di Kais nominata di sopra e di Zogba testè
-passata d’Egitto in Affrica e una donna coreiscita ed
-una egiziana. Legiati si riferisce a una terra in Siria;
-Ainuni a villaggio presso Gerusalemme; Turungi al
-Taberistan, e Kirmani ad altra notissima provincia
-d’Asia. Un casato Castellani e un Fakri sembra vengano
-di Spagna, come di certo un Andalusi. Nabili,
-che ve n’ha parecchie famiglie, rimane di origine
-dubbia tra la Napoli italiana e quella d’Affrica.
-Nè mancano i siciliani: Medini e Sikilli che significano
-entrambi di Palermo, e di Aci e Catania stesse,
-di Cammarata, Sementara, Burkad, Ragusa, Sant’Anastasia,
-<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span>
-Tawi, Trapani, Mismar,<a class="tag" id="tag473" href="#note473">[473]</a> Malta; un Bekkari
-che par si riferisca a Vicari<a class="tag" id="tag474" href="#note474">[474]</a> e un Sid-es-Sarkusi,
-schiavo. Il bel marmo sepolcrale del museo di Malta
-fa fede che nel duodecimo secolo stanziasse in quell’isola
-un’agiata famiglia, venuta com’e’ pare da Susa
-in Affrica e discendente della tribù modharita di Hodseil.<a class="tag" id="tag475" href="#note475">[475]</a>
-Son questi gli scarsi dati etnologici che m’è
-venuto fatto di mettere insieme, dopo molte ricerche.
-</p>
-
-<p>
-Delle nuove schiatte, occorrono primi i Normanni.
-Questi in Sicilia allo scorcio dell’undecimo secolo,
-non erano gente venuta in frotte a stanziare nel paese
-occupato, come due secoli addietro il <i>wicking</i> di Roll
-in Normandia; non esercito ordinato che simmetricamente
-s’adagiasse in casa de’ vinti, come pochi anni
-innanzi i seguaci di Guglielmo in Inghilterra; fattovi
-re il duca, duchi i feudatarii e così via innalzandosi
-ciascun altro. Anzi il conquisto dell’isola britannica,
-contemporaneo alla guerra che si travagliava giù
-a duemila miglia verso mezzogiorno, escluderebbe il
-<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span>
-supposto d’una grossa emigrazione dalla Normandia
-e da altre province della Francia settentrionale in Sicilia,
-se a noi fosse uopo ricorrere alle verosimiglianze,
-e non sapessimo appunto che le compagnie normanne
-di Puglia componeansi in parte di venturieri raccolti
-per tutta la penisola italiana<a class="tag" id="tag476" href="#note476">[476]</a> e che il conte Ruggiero,
-il quale n’avea del suo qualche drappello, racimolò a
-stento, dopo l’espugnazione di Palermo qualch’altro
-poco di gente nell’esercito di Roberto.<a class="tag" id="tag477" href="#note477">[477]</a> Le costui
-guerre civili, quella di Grecia e la discordia ch’ei
-lasciò per testamento ai figliuoli, riteneano poscia
-nelle province meridionali della Terraferma gli oltramontani
-quivi stanziati e vi attiravano i venturieri
-che tuttavia venissero alla sfilata di là dalle Alpi;
-finchè il vortice delle Crociate non li trasportò tutti
-in Levante.
-</p>
-
-<p>
-Alle quali presunzioni rispondono i fatti. I ricordi
-storici d’ogni maniera non accennano ad emigrazioni
-francesi nell’Italia meridionale dopo il millesessanta,
-se non che di spicciolati, chierici e monaci piuttosto
-che guerrieri. I nomi francesi poi che veggiamo nei
-diplomi e nelle croniche di Sicilia sono di coloro che
-occupavano i più alti gradi della società: feudatarii,
-prelati e officiali pubblici;<a class="tag" id="tag478" href="#note478">[478]</a> ed erano, se non i soli,
-gran parte degli uomini di cotesto linguaggio dimoranti
-in Sicilia. Di popolazioni propriamente dette d’una
-<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span>
-città, d’un villaggio o pur d’un quartiere, non rimane
-alcuna notizia in carte, monumenti nè tradizioni
-municipali; non ne rimane vestigia ne’ nomi topografici.<a class="tag" id="tag479" href="#note479">[479]</a>
-Che se più profonde si è creduto scoprirne nel
-dialetto siciliano, i vocaboli e le forme che si supponeano
-francesi vanno attribuiti la più parte alle popolazioni
-dell’Italia di sopra; e in ogni modo non arrivano
-al segno che toccherebbero, se la influenza delle
-case dominanti fosse stata rincalzata da un grosso di
-popolazione del medesimo linguaggio. A ciò si aggiunga
-che le famiglie francesi spariscono da’ ricordi
-della Sicilia con l’ultimo principe normanno che vi
-regnò. Nè l’è maraviglia, quand’esse veggonsi appena
-sotto il forte governo del secondo Ruggiero e poco
-sotto i successori. Che se allora alcun barone di quelle
-schiatte entra nelle brighe politiche, pure il favor della
-corte e il poter dello Stato, è disputato sempre tra
-italiani, musulmani, e qualche prelato oltramontano;
-ed egli avvien sempre che costoro si rimangano senza
-amici nel paese. Quello Stefano de’ conti di Perche, che
-<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span>
-fu chiamato dalla regina per governare lo Stato nella
-fanciullezza di Guglielmo secondo, non trovò in Sicilia
-altri fautori che i Lombardi, de’ quali innanzi diremo.
-Due egregi ospiti della Sicilia nel duodecimo
-secolo, scrittori entrambi, chierici e francesi, il Falcando,
-cioè, che tanto amava il paese, e Pietro di Blois,
-che lo ingiuriò com’avventuriere deluso, non fanno
-motto di abitatori francesi dell’isola, nè d’antico baronaggio
-normanno; e il primo, in particolare, toccando
-i tumulti surti in Messina per cagione di Stefano, non
-ricorda altri francesi che i costui seguaci venuti di
-fresco e nota come i Latini della città stigassero
-contro quegli stranieri i Greci, che è a dire il grosso
-della popolazione messinese.<a class="tag" id="tag480" href="#note480">[480]</a> Accenna in vero, il
-Falcando, al parlar francese nella corte di Palermo;
-ma l’attestato suo non esclude l’uso di altre lingue,
-sia il greco, l’arabico o l’italiano; nè porta punto che
-il francese fosse parlato nella città e nelle province.<a class="tag" id="tag481" href="#note481">[481]</a>
-Cade così la prova principale che allegava il Gregorio
-nella favorita sua tesi delle origini normanne.<a class="tag" id="tag482" href="#note482">[482]</a> Nè regge
-meglio quella della liturgia gallicana seguita nelle
-chiese di Sicilia, perchè la proverebbe sol quello che
-<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span>
-da nessuno si nega, cioè che il conte Ruggiero e molti
-suoi baroni fossero normanni e conducessero sacerdoti
-francesi per dir la messa all’usanza di casa loro.<a class="tag" id="tag483" href="#note483">[483]</a>
-</p>
-
-<p>
-Gli è bene replicarlo: alla fine dell’undecimo
-secolo stanziavano in Sicilia parecchi feudatari e suffeudatari
-e parecchi prelati e frati, nati nella Francia
-settentrionale. Nella seconda metà del secolo
-duodecimo la corte assoldava compagnie di mercenarii
-oltramontani, verisimilmente francesi.<a class="tag" id="tag484" href="#note484">[484]</a> Non
-pochi chierici e frati venivan anco, mandati dalle sètte
-fratesche di Francia a far parte per la Chiesa romana
-e fortuna per sè medesimi nella corte di Palermo; a
-disputare il favor de’ principi, il reggimento dello
-Stato, i vescovadi, le abbadie e gli uffici pubblici a
-Italiani, Bizantini e Musulmani. Abbiam noi notata<a class="tag" id="tag485" href="#note485">[485]</a>
-la tendenza di coteste sètte e la forza, ch’era mezzo
-il raggiro, mezzo la dottrina di che s’avvantaggiavano
-que’ frati, sì come il guercio nella terra de’ ciechi.
-Del rimanente, surse tra loro qualche uomo erudito
-che promosse, secondo i tempi, l’incivilimento della
-nuova nazione: e francese fu il cronista del conte Ruggiero,
-<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span>
-francese lo storico de’ due Guglielmi; talchè la
-Sicilia e l’Italia tutta debbono render merito alla
-schiatta scandinava ed alle altre della Francia settentrionale,
-per l’opera prestata nell’epoca normanna con
-l’ingegno non meno che con la spada. Ma popolazioni
-francesi propriamente dette non ebbe la Sicilia; le
-famiglie spicciolate s’estinsero entro un secolo, gli
-ecclesiastici in una generazione.
-</p>
-
-<p>
-Basterebbe il fatto della lingua che fiorì in Sicilia
-in su lo scorcio del duodecimo secolo a provare la
-venuta di grosse colonie dalla Terraferma; poichè le
-antichissime popolazioni italiche dell’isola, dopo cinque
-secoli di dominazione bizantina e musulmana, nè
-avrebbero potuto parlare idioma sì vicino a que’ dell’Italia
-di mezzo, nè imporlo agli altri abitatori di favella
-greca e arabica. Molti indizii confermano tal supposto;
-ancorchè il biografo del conte Ruggiero dissimuli
-la partecipazione della schiatta italiana nel conquisto
-dell’isola, sì com’ei tace l’opera d’Ardoino nella sollevazione
-contro i Bizantini, e gli aiuti d’Ibn-Thimna
-al principio della guerra di Sicilia. Gli scrittori arabi
-espressamente affermano che Ruggiero fece stanziare
-nell’isola, insieme co’ Musulmani, i Franchi e i Rûm;
-che qui vuol dir chiaramente Francesi e Italiani.<a class="tag" id="tag486" href="#note486">[486]</a> Aggiungansi
-parecchie denominazioni etniche di luoghi:
-la torre Pisana e il vico degli Amalfitani in Palermo;<a class="tag" id="tag487" href="#note487">[487]</a>
-la rua de’ Fiorentini in Messina,<a class="tag" id="tag488" href="#note488">[488]</a> dove anco occorre
-<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span>
-un Console di Amalfitani,<a class="tag" id="tag489" href="#note489">[489]</a> il poder del Genovese
-(<i>Rab’ el Genuwi</i>, Cultura Januensis) in provincia di
-Palermo,<a class="tag" id="tag490" href="#note490">[490]</a> il quartiere de’ Cosentini a Lentini,<a class="tag" id="tag491" href="#note491">[491]</a> e i
-nomi di una trentina di comuni in Sicilia che si riscontrano
-con identici o simili in Terraferma;<a class="tag" id="tag492" href="#note492">[492]</a> dal
-<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span>
-qual confronto abbiamo esclusi, come troppo ovvii a
-tutte genti latine, i nomi di santi cristiani e le denominazioni
-composte con le voci casale, castello, castro,
-massa, monte, rocca, serra, torre, valle e simili;
-ed esclusi anco, per la difficoltà che avvi finora
-a ricercarli, i nomi di campagne, poderi, spiagge,
-acque. Ora si aggiungano i nomi etnici delle persone.
-Tra cinque canonici di Girgenti notati in un diploma
-del 1127, troviam un romano, un policastrino, un lucchese,
-un bresciano e un francese, oltre un genovese
-ed un di Bisignano, soscritti tra’ testimoni.<a class="tag" id="tag493" href="#note493">[493]</a> In un diploma
-dato il 1094 di Messina o di Patti, veggiamo
-<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span>
-tra’ testimonii, con pochi nomi francesi e alcuno greco
-o arabico, Ildebrandus lombardus, Rogerius de Torceto
-Acquinus, Ugo de Putheolis, Gualterius de Canna;
-oltre i casati di Maledocto, Ruffo, Strato, Minoartino,
-Astari, Bonelli, Marchisi.<a class="tag" id="tag494" href="#note494">[494]</a> Un altro diploma del 1095
-presenta tra’ testimonii, con qualche nome francese
-o dubbio, que’ di Arrigo fratello di Adelaide, Odone
-Bono marchese, Roberto Borello Aquino, Riccardo
-Bonnella, e Ruggiero Bonello.<a class="tag" id="tag495" href="#note495">[495]</a> L’onorato nome d’Alfieri
-si legge tra’ notabili della terra di San Marco, in
-un diploma del 1136.<a class="tag" id="tag496" href="#note496">[496]</a> Uno della Chiesa di Patti,
-dato il 1133, risguardante la composizione d’una
-lite surta tra i cittadini e il vescovo, ha tra’ testimonii
-un genovese, un parmigiano, un di Potenza e
-parecchi uomini di Patti, con nomi tutti di conio italico;
-e quel ch’è più, un atto inseritovi, che torna
-allo scorcio dell’undecimo secolo, attesta che il vescovo
-Ambrogio avesse allor bandita concessione di
-beni a qualunque uomo di linguaggio latino che venisse
-ad abitare il paese: il quale linguaggio latino
-che cosa significhi lo spiega il medesimo diploma
-del 1133, aggiugnendo che quello statuto d’Ambrogio
-era stato poc’anzi «esposto in volgare» ai
-cittadini che sostenean la lite.<a class="tag" id="tag497" href="#note497">[497]</a> Del resto non abbiamo,
-<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span>
-nè sperar possiamo, ragguagli particolareggiati
-su le immigrazioni spicciolate dalla Terraferma
-in questa o quella città dell’isola; ancorchè le
-si debbano supporre numerose, e più dall’Italia di
-sopra che dalla inferiore. Il reggimento feudale che
-i Normanni istituiron quivi in alcune province e in
-altre rinnovarono, impediva le emigrazioni da terra
-a terra, non che oltre il mare.<a class="tag" id="tag498" href="#note498">[498]</a> Nell’Italia di sopra,
-al contrario, la feudalità si disfaceva appunto in quel
-tempo, senza che fossero per anco assettati i Comuni:
-donde i membri infermi dell’uno e dell’altro ordine
-sociale, agitati da mille rivolgimenti di indole identica
-e di apparenze diverse, volentieri tentavano la
-fortuna in paesi nuovi, e senza ostacolo vi si trasferivano.
-</p>
-
-<p>
-Da ciò le grosse colonie che si addimandarono
-lombarde, su le quali non ci mancano buone testimonianze
-storiche. Ognun sa il vago significato ch’ebbe
-un tempo la denominazione di Lombardia, che gli
-stranieri estesero talvolta a tutta la penisola.<a class="tag" id="tag499" href="#note499">[499]</a> Ma perchè
-molti eruditi, e tra quelli il Gregorio, han supposto
-i Lombardi di Sicilia venuti dall’Italia meridionale
-non men che dalle sponde del Pò, debbo ricordare che
-tal confusione non fecero gli scrittori nostrali, nè gli
-stranieri, de’ tempi normanni. Pietro Diacono scrive
-<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span>
-delle moltitudini di Lombardi e Longobardi che seguirono
-Pier l’Eremita<a class="tag" id="tag500" href="#note500">[500]</a> e il dottissimo arcivescovo di
-Tessalonica narra le avanìe che avean patite Pisani,
-Genovesi, Toscani, Longobardi e Lombardi, da Andronico
-Comneno.<a class="tag" id="tag501" href="#note501">[501]</a> Longobardi si chiamavano que’ dell’Italia
-meridionale, dove i Bizantini, ripigliata parte
-de’ Ducati, n’avean fatto un <i>tema</i>, detto Longobardia.<a class="tag" id="tag502" href="#note502">[502]</a>
-E così il Falcando pone i Longobardi e i Lombardi
-come genti affatto diverse; gli uni abitatori di province
-continentali, gli altri della Sicilia.<a class="tag" id="tag503" href="#note503">[503]</a> Il primo ricordo
-che ci rimanga di coteste colonie, oltre i nomi
-testè riferiti di Ildebrando e Ruggiero di Torceto da
-Acqui, (1094), torna alla metà del duodecimo secolo:
-preciso e importantissimo documento, per lo quale re
-Ruggiero dichiarava appartenere ai Lombardi di Santa
-Lucia le stesse franchige de’ Lombardi di Randazzo.<a class="tag" id="tag504" href="#note504">[504]</a>
-Da’ cronisti ritraggiamo poi che gli uomini di Butera,
-Piazza ed altre città di Lombardi, mossi da un Ruggiero
-Schiavo, nobil uomo del quale or si dirà, pigliavano
-le armi contro re Guglielmo primo e contro i Saraceni;
-che il re distrusse Piazza, e ruppe i Lombardi;
-e che, rifuggitosi lo Schiavo in Butera, Guglielmo ebbe
-alfine (1161) la città, pattuito che i ribelli Lombardi e
-<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span>
-il loro condottiere andassero via di Sicilia.<a class="tag" id="tag505" href="#note505">[505]</a> A capo di
-alcuni anni, ripiglia il Falcando, agitati sempre da
-congiure e sedizioni, sospettavasi a corte essere rimasi
-molti traditori, ricchi e possenti, nelle città lombarde.
-Poi morto il re (1166) e promosso Stefano di
-Rotrou de’ conti di Perche a gran cancelliere, i Lombardi
-più caldamente che tutt’altre popolazioni di Sicilia
-parteggiarono per lui; e ingrossando la tempesta
-(1168) gli uomini di “Randazzo, Vicari, Capizzi,
-Nicosia, Maniaci ed altri Lombardi” gli proffersero
-un esercito di ventimila combattenti.<a class="tag" id="tag506" href="#note506">[506]</a> Il Fazzello aggiugne
-al novero delle colonie lombarde di questa
-età, Aidone e San Fratello:<a class="tag" id="tag507" href="#note507">[507]</a> e le contrade che s’addimandavano
-Lombardia in San Filippo d’Argirò e
-in Castrogiovanni, dànno argomento a supporre che
-parte almeno di quelle città, fosse stata occupata
-dalla medesima gente.<a class="tag" id="tag508" href="#note508">[508]</a> Altre popolazioni vennero
-dall’Italia di sopra in Corleone e Scopello, ne’ principii
-del secolo decimoterzo<a class="tag" id="tag509" href="#note509">[509]</a> e ben si potrebbe supporre,
-con un dotto tedesco, che i medesimi luoghi
-fossero stati una volta occupati dalle colonie lombarde
-del duodecimo secolo.<a class="tag" id="tag510" href="#note510">[510]</a> Checchè ne sia, nel decimoterzo
-<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span>
-segnalossi quella schiatta in Sicilia per altissimi
-spiriti. Nicosia tra le prime gridava la repubblica
-dopo Palermo, Patti e Caltagirone, alla morte
-di re Corrado (1254); Piazza, Aidone e Castrogiovanni
-erano le ultime a deporre le armi in quel movimento.<a class="tag" id="tag511" href="#note511">[511]</a>
-Nel Vespro Siciliano i Lombardi di Corleone,
-scrive Saba Malaspina, seguirono primi la rivoluzione
-di Palermo.<a class="tag" id="tag512" href="#note512">[512]</a> E sì omogenee duravano quelle
-colonie, che tra i capi dei circoli nati ne’ primi impeti
-del Vespro, noi troviamo un Simone di Calatafimi,
-eletto capitan di popolo ne’ monti dei Lombardi.<a class="tag" id="tag513" href="#note513">[513]</a>
-</p>
-
-<p>
-Vuolsi qui ricordare ciò che è detto in su la fine
-del capitolo precedente su la Marca aleramica e la
-nobil gente quinci venuta in Sicilia.<a class="tag" id="tag514" href="#note514">[514]</a> Non è ch’io
-pensi con alcuni scrittori, aver Arrigo e i suoi compatriotti
-seguita in Sicilia (1089) l’Adelaide, ultima
-moglie di Ruggiero; parendomi più verosimile, al contrario,
-che i parentadi del conte e de’ due suoi figli
-fossero stati consigliati dalla riputazione della casa
-Aleramica nell’esercito di Ruggiero; una parte del quale
-noi veggiamo capitanata (1078) da un Otone o Oddone,<a class="tag" id="tag515" href="#note515">[515]</a>
-nome frequente nell’Italia di sopra e in ispecie
-nella famiglia di que’ marchesi.<a class="tag" id="tag516" href="#note516">[516]</a> Arrigo sposò poi
-<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span>
-una figliuola del conte; ei tenne le vaste contee di Butera
-e Paternò,<a class="tag" id="tag517" href="#note517">[517]</a> promosse la esaltazione del secondo
-Ruggiero alla dignità regia:<a class="tag" id="tag518" href="#note518">[518]</a> e potentissimo fu in Sicilia
-e nel Napoletano il conte Simone suo figliuolo;<a class="tag" id="tag519" href="#note519">[519]</a> il cui
-figlio illegittimo Ruggiero Schiavo si fe’ caporione dei
-Lombardi ribellati contro Guglielmo primo, sì come
-abbiamo accennato poc’anzi.<a class="tag" id="tag520" href="#note520">[520]</a> Da ciò ben puossi argomentare
-che cotesto ramo della casa aleramica abbia
-condotti in Sicilia molti suoi partigiani. Tra i nobili
-Siciliani del secolo decimoterzo occorrono anco gli Incisa,
-casato aleramide, per lo quale noteremo, a rafforzare
-l’indizio della parentela, che gli stessi nomi
-cristiani occorrono nel ramo piemontese e nel siciliano:<a class="tag" id="tag521" href="#note521">[521]</a>
-e par che un terzo ne sia fiorito anco in Puglia.<a class="tag" id="tag522" href="#note522">[522]</a>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span>
-</p>
-
-<p>
-Alle testimonianze scritte su coteste origini risponde
-la pertinace e viva testimonianza del linguaggio,
-notata già dal Fazello; il quale non ne richiese
-altra, e ben s’appose, per annoverare tra le
-città lombarde Aidone e Sanfratello.<a class="tag" id="tag523" href="#note523">[523]</a> Dieci anni or
-sono lo zelante signor Lionardo Vigo d’Acireale discorse
-di quei Lombardi, nella prefazione alla sua raccolta
-di “Canti popolari siciliani,”<a class="tag" id="tag524" href="#note524">[524]</a> e pubblicò alcune
-poesie e pochi vocaboli del dialetto loro. Ma in
-oggi i felici avvenimenti politici che stringono i legami
-e moltiplicano i commerci di tutti i popoli italiani, e i
-progrediti studii linguistici in Europa, ci danno abilità
-a cavare conseguenze assai più precise. Un dotto professore
-di sanscrito, nato nelle province piemontesi,
-ha notata la stretta parentela del dialetto monferrino
-con que’ di Piazza, Nicosia, Sanfratello e Aidone,
-nei quali comuni di Sicilia al dire del Vigo è ristretto
-oggi il parlare lombardo.<a class="tag" id="tag525" href="#note525">[525]</a> È da sperare che perfezionati
-vieppiù i metodi della linguistica, promosso lo
-studio de’ dialetti in Italia, esaminati in più larghe
-proporzioni i nomi proprii e topografici, e pubblicata,
-con ciò, maggior copia di antichi documenti,
-si arrivi a determinare esattamente i tempi e i luoghi
-della emigrazione di cui trattiamo; i quali rimarranno
-<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span>
-vaghi per ora, cioè: gli ultimi venticinque anni
-dell’undecimo secolo e i primi venticinque del duodecimo;
-la Marca aleramica dalla quale moveano a
-mano a mano le colonie, e le regioni interiori della
-metà orientale dell’isola, dove, qua e là, venivano a
-stanziare, dileguandosi innanzi a loro le popolazioni
-de’ Greci e de’ Musulmani.
-</p>
-
-<p>
-Primaria città di quelle regioni, anzi di tutta la
-montagna in Sicilia, Caltagirone, non fu mai noverata
-tra le colonie lombarde, non ne parla il dialetto, non
-ne dimostrò gli umori nel duodecimo secolo; eppure
-l’origine sua non sembra molto diversa. Su la quale
-mancano testimonianze di diplomi; nè possiamo
-aspettarcene dal Malaterra, nè dagli altri cronisti.
-Volgendoci pertanto alle prove indirette, occorre in
-primo luogo il patrimonio territoriale di Caltagirone,
-il quale avanza di gran lunga, sì per la ricchezza<a class="tag" id="tag526" href="#note526">[526]</a>
-e sì per l’antichità, que’ delle più grosse e potenti
-città dell’isola, risalendo per lo meno alla prima metà
-del duodecimo secolo.<a class="tag" id="tag527" href="#note527">[527]</a> Or coteste condizioni designano
-<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span>
-un municipio nato nel conquisto o ne’ primordii
-del nuovo stato. E veramente la terza città dell’isola,
-per quantità di possessi stabili, contando Caltagirone
-ed escludendo Palermo e Messina, è Nicosia, città
-lombarda già nominata. E se altre colonie lombarde
-han pochi beni di tal sorta, agevolmente si ritrova la
-cagione: alcune feudali fin dal principio; Piazza distrutta
-da Guglielmo I; e poi le usurpazioni dei
-baroni al decimoquarto secolo, la continua vicenda
-di concessioni e riscatti sotto la dominazione spagnuola;
-i sùbiti guadagni o le perdite che ha portati
-il caso nella abolizione della feudalità e in fine le dilapidazioni
-di tutti i tempi.<a class="tag" id="tag528" href="#note528">[528]</a> Ma Palermo, Messina,
-Catania e la più parte delle altre grosse terre antiche,
-o non ebbero municipio in que’ primi tempi per le cagioni
-che a luogo proprio discorreremo, o serbarono
-scarsissimo patrimonio, prese da Ruggiero per battaglia
-o per avari accordi; se non che con l’andar
-del tempo, nato o ristorato il municipio, acquistò
-terreni per donazioni e coltivò que’ già lasciati ad usi
-comuni. Pertanto riman poco dubbio in qual tempo
-sorgesse Caltagirone. Ignoriamo solo la gente e il
-modo: se colonia di soldati ausiliari o di uomini spicciolati,
-allettati dalle franchigie.
-</p>
-
-<p>
-Al primo dei quali supposti porterebbe l’antica
-tradizione locale che vuol fondata Caltagirone, verso
-il mille, da Genovesi sbarcati con l’armata a Camerina,
-arrischiatisi dentro terra; dove si mantennero,
-<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span>
-dedicarono una chiesa a san Giorgio, rizzarono l’insegna
-della madre patria; e i loro nepoti aprivan poi
-le porte al conte Ruggiero,<a class="tag" id="tag529" href="#note529">[529]</a> e i figliuoli di quelli occupavano,
-regnando il figlio del conquistatore, l’inespugnabile
-rôcca di Judica.<a class="tag" id="tag530" href="#note530">[530]</a> Da’ quali racconti stralciando
-l’anno mille, l’armata di Camerina e le altre
-inverosimiglianze, si potrebbe ammettere che uomini
-di Savona, città principale della Marca aleramica nell’undecimo
-secolo, insieme con altri abitatori della
-riviera di Ponente (chè spesso chiamavansi tutti Genovesi
-e da Genova apprendeano a riscattarsi dai feudatarii)
-fossero venuti a militare sotto il Conte, poco
-appresso la espugnazione di Palermo e nelle guerre
-di Benavert; e che, stanziati in Caltagirone, cresciuti
-a mano a mano per nuovi coloni delle province natìe
-e per savia amministrazione della cosa pubblica,
-dato avessero in Sicilia un de’ primi esempi di libertà
-e prosperità municipale; e poi, venuti in voga gli
-stemmi e in fama i Genovesi, avessero levata la croce
-rossa in campo bianco, al par di Genova, studiando a
-vantarsi oriundi da quella. In vero il doppio nome
-che dà Edrisi (1154) a questo paese, <i>Hisn-el-Genûn</i>
-e <i>Kala’t-el-Khinzâria</i>, ossia «Castello de’ Genii» e
-<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span>
-“Rocca della Cinghialeria,”<a class="tag" id="tag531" href="#note531">[531]</a> torna bene al caso di novella
-colonia venuta a porsi in luogo già abitato; e la
-si direbbe recente assai, vedendola per lo primo nella
-descrizione della diocesi di Siracusa data il mille
-censessantanove, quand’ella manca nella descrizione
-del millenovanta.<a class="tag" id="tag532" href="#note532">[532]</a> L’origine dopo il novanta converrebbe
-piuttosto a colonia industriale che militare, ma
-non ismentirebbe punto la mossa dalle vicinanze di
-Genova.
-</p>
-
-<p>
-Son queste le notizie ch’io ho potuto mettere
-insieme su i mutamenti di popolazione cagionati dal
-conquisto. Si tenga a mente la rarità dei diplomi degli
-archivii regii e municipali della Sicilia, anteriori al
-decimo quarto secolo; e che i documenti genealogici
-delle famiglie siciliane non sono nè copiosi nè ordinati,
-da poter aiutare le presenti nostre ricerche. Dobbiam
-noi dunque contentarci di lontane conghietture su le
-colonie mosse dalle regioni centrali e meridionali
-della penisola. E in primo luogo che le città marittime
-dell’isola poco frequenti di popolo, sì com’erano
-<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span>
-allora Messina e Patti, o scarse di popolazioni cristiane,
-come Palermo, Cefalù, Catania, Girgenti, Mazara,
-Trapani, si rifornirono, nel corso del duodecimo
-secolo, di uomini delle città marittime di
-Terraferma. Oltre Genova e le sue riviere, delle quali
-si è detto, ne vennero al certo da Pisa, Amalfi, Salerno,
-Bari ed altri porti dell’Adriatico. Alle medesime
-regioni son da riferire altre colonie che sembra
-siano passate a un tratto, come le lombarde, non
-già alla spicciolata e in lungo tempo; ed abbiano
-fatto stanza in luoghi abbandonati e desolati, non ingrossate
-città che fiorivano. Tali credo io gli abitatori
-di Mistretta e Caccamo, feudi della famiglia Bonello,<a class="tag" id="tag533" href="#note533">[533]</a>
-la quale comparisce in alto stato ne’ più antichi documenti
-normanni;<a class="tag" id="tag534" href="#note534">[534]</a> e fu potentissima alla metà del
-duodecimo secolo. Mistretta, la cui bella e forte
-schiatta primeggia tuttavia in Sicilia per ardita
-saviezza di condotte agrarie, va noverata tra le
-città più ricche di beni patrimoniali.<a class="tag" id="tag535" href="#note535">[535]</a> Caccamo rivendicò,
-ai tempi di Guglielmo il Buono, le franchige
-de’ Siciliani, contro novelli feudatarii francesi. Matteo
-Bonello, giovane di gran cuore, accarezzato da
-Majone per le parentele e il seguito ch’egli avea in
-Calabria, eroe popolare de’ Cristiani di Palermo, levò
-ne’ suoi feudi gente che potea dirsi un esercito, e
-trattò coi sollevati Lombardi dell’isola, ch’egli poi
-abbandonò, irresoluto e leggiero; non sapendo usar
-nemmeno l’omicidio di Majone e lasciandosi pigliar
-<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span>
-come un fanciullo dai partigiani del re.<a class="tag" id="tag536" href="#note536">[536]</a> Dal nome dunque
-e da’ fatti, i Bonelli sembrano commilitoni di Ruggiero,
-non francesi però, nè lombardi, nè greci: e direbbersi
-piuttosto siciliani di schiatta italica, o calabresi.
-Ma nessun indizio abbiamo che uomini siciliani appartenessero
-al baronaggio; nè par cosa verosimile, poichè
-quegli antichi abitatori, ancorchè più numerosi che
-tutte le nuove schiatte, non poteano ne’ primi tempi
-levarsi a importanza politica, se non che in Messina o
-altre città del Valdemone. All’incontro sappiam che la
-popolazione cristiana di Palermo s’accrebbe di quella
-delle città marittime di Calabria e di Puglia:<a class="tag" id="tag537" href="#note537">[537]</a> e però
-a quelle province si dovrebbe riferire l’origine de’ Bonelli
-ed anco de’ loro vassalli di Mistretta e Caccamo.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap9">CAPITOLO IX.</h2>
-</div>
-
-<p>
-La condizione legale de’ vinti, non essendo descritta
-precisamente in croniche o leggi, si dee raccapezzare
-da’ cenni che ne facciano le une o le altre,
-e sopratutto dai diplomi: dond’è alquanto oscura
-questa parte fondamentale del diritto pubblico siciliano
-ne’ tempi normanni.
-</p>
-
-<p>
-E in primo luogo non fu ignota, sì come pensava
-il Gregorio,<a class="tag" id="tag538" href="#note538">[538]</a> la schiavitù. Il Malaterra e l’Amato
-ci narrano di prigioni che i Normanni mandavano a
-<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span>
-vendere in Terraferma;<a class="tag" id="tag539" href="#note539">[539]</a> anzi si ritrae che fosse questo
-de’ più belli e spediti guadagni de’ combattenti.
-Le Costituzioni inoltre del regno e le Assise dei re di
-Sicilia, mantengono espressamente la schiavitù.<a class="tag" id="tag540" href="#note540">[540]</a> Nè
-manca la cosa nè il nome nei diplomi, quando la platea
-arabo-greca degli uomini della chiesa di Catania,
-distesa nel 1094, dopo i villani, e pria de’ Giudei, dà
-i nomi di ventitrè Musulmani, <i>’abîd</i>, che vuol dire in
-arabico schiavi, e propriamente schiavi negri.<a class="tag" id="tag541" href="#note541">[541]</a> Un diploma
-greco del secondo conte Ruggiero, dato il 1109,
-rinnovando le donazioni del padre in favor del monastero
-di san Barbaro di Demenna, gli assegna come
-schiavo (εὶς δουλίαν) un Leone figlio di Malacrino, co’ suoi
-discendenti.<a class="tag" id="tag542" href="#note542">[542]</a> Per un altro del febbraio 1134, del
-quale non abbiamo che la traduzione latina, lo stesso
-principe, già coronato re, concedendo largamente al
-monastero del Salvatore di Messina de’ poderi con
-pascoli, alberi e villani, tra agareni e cristiani, gli donava
-inoltre gran copia di animali e dieci servi.<a class="tag" id="tag543" href="#note543">[543]</a> Il
-testamento del prete Scholaro, vissuto alla fine dell’undecimo
-<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span>
-e principio dei duodecimo secolo, fa menzione
-di schiavi e schiave ch’egli aveva comperati con la
-loro progenie.<a class="tag" id="tag544" href="#note544">[544]</a> Si potrebbero anche addurre, se
-fossero scevri d’ogni sospetto, due diplomi del
-1098 e 1102 relativi alla Calabria, pei quali il conquistatore
-della Sicilia, concedeva a san Brunone
-ed al suo monastero presso Stilo, centoventi <i>linee
-di servi e villani</i>, avanzo d’un drappello di Greci traditori,
-ai quali ei perdonò la vita in grazia del
-sant’uomo.<a class="tag" id="tag545" href="#note545">[545]</a> Alla esaltazione di Guglielmo il Buono,
-la regina reggente emancipava molti schiavi.<a class="tag" id="tag546" href="#note546">[546]</a> Un
-diploma arabico del duodecimo secolo prova anco
-che le usanze commerciali permettessero all’uomo
-di vendersi schiavo; poichè, stipolando parecchi marinai
-musulmani di trasportare da Cefalù a Messina
-della moneta d’oro d’un sire Guglielmo, e dando
-ogni altro la sicurtà sui proprii beni, un pellegrino
-<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span>
-Othman che nulla possedea, vendè sè stesso al
-banchiere, a patto di riscattarsi con la consegna
-della moneta.<a class="tag" id="tag547" href="#note547">[547]</a> Non vedendosi, contuttociò, frequenti
-gli schiavi nel XII secolo, viene alla mente di ognuno
-il supposto che i Musulmani presi nella guerra, scompartiti
-come l’altro bottino e venduti dai più, tenuti
-schiavi dai grandi possessori, fossero stati messi
-da tutti a lavorare il suolo.<a class="tag" id="tag548" href="#note548">[548]</a> Occorrono difatti, nei
-diplomi siciliani dell’XI e XII secolo, donazioni di
-villani senza terreno: sopra tutti è notevole un diploma
-del 1094 il quale rassomiglia alle odierne
-soscrizioni di beneficenza, poichè, fondato il novello
-Monastero di Patti, mentre il conte Ruggiero e i feudatarii
-maggiori lo dotavano di castella, terre e villani
-a centinaia, molti baroni o militi gli donavano chi uno
-chi due, chi parecchi villani sparsi in varie terre della
-Sicilia; e Guglielmo Malo Spatario aggiugnea perfino
-un giudeo.<a class="tag" id="tag549" href="#note549">[549]</a> Or cotesti uomini raccolti da tanti luoghi
-diversi per coltivare i poderi del vescovo, hanno
-sembianza di schiavi, anzichè servi della gleba. Similmente
-occorre un atto di vendita di quattro villani
-nelle campagne di Palermo per dugento tarì e
-un cavallo.<a class="tag" id="tag550" href="#note550">[550]</a> Il nome di villani sembra dato in cotesti
-casi per eufemismo cristiano e perchè realmente quegli
-infelici prestavano ne’ campi gli stessi servigi che
-<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span>
-i villani, ancorch’ei fossero di condizione diversa.
-Si legge espressamente nelle Costituzioni che dei
-villani altri fosse tenuto per cagion di persona, altri
-per cagion di roba; onde questi si potea svincolar
-dal signore lasciandogli quanto tenesse di lui, quegli
-non poteva in alcun modo.<a class="tag" id="tag551" href="#note551">[551]</a> Ognun vede che questa
-ultima, se la non era perfetta schiavitù al tempo delle
-Costituzioni, era stata una volta. E l’era divenuta
-servitù della gleba senza legge, senz’atto del padrone,
-senza merito di alcuno, per mera necessità
-delle cose.
-</p>
-
-<p>
-Que’ che comunemente nell’Europa feudale si
-diceano servi della gleba, sono denominati <i>villani</i> nei
-diplomi latini della Sicilia<a class="tag" id="tag552" href="#note552">[552]</a> e di parecchi luoghi di
-Puglia e di Calabria dall’undecimo secolo in giù.<a class="tag" id="tag553" href="#note553">[553]</a>
-Al quale vocabolo nelle carte greche di Sicilia risponde
-ordinariamente ῶαροίκοι<a class="tag" id="tag554" href="#note554">[554]</a> e nelle arabiche
-<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span>
-<i>Ahl-el-Gerâid</i>, ovvero <i>Rigiâl-el-Gerâid</i>:<a class="tag" id="tag555" href="#note555">[555]</a> come noi
-diremmo <i>gente</i>, ovvero <i>uomini de’ ruoli</i>; e l’è vera
-traduzione arabica di <i>adscriptitii</i> e di ὲναῶόγραφοι.
-Talvolta è sostituita l’appellazione generica di <i>uomini</i>,
-(homines, ἄνθρωποι, <i>rigiâl</i>) che nel medio evo significava
-ogni maniera di vassalli.<a class="tag" id="tag556" href="#note556">[556]</a> Quando avvenìa
-che tra quelli non fosse alcun cristiano, si usava l’erronea
-appellazione etnica di agareni.<a class="tag" id="tag557" href="#note557">[557]</a> Nei diplomi
-greci occorre poi la voce latina villani trascritta senz’altro<a class="tag" id="tag558" href="#note558">[558]</a>
-e in uno di Calabria anco σιγιλλάτοι, cioè inscritti
-ne’ sigilli, ossia diplomi.<a class="tag" id="tag559" href="#note559">[559]</a> Negli arabici è adoperata
-con lo stesso significato una voce che han
-<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span>
-creduta <i>harsc</i> o <i>kharsc</i>, e che io leggerei più tosto
-<i>harithîn</i>, ossia agricoltori.<a class="tag" id="tag560" href="#note560">[560]</a>
-</p>
-
-<p>
-Parmi poi che la medesima classe e non altra
-sia designata con la voce <i>rustici</i>, in due diplomi latini
-del 1086 e 1114: il che è sì evidente nel primo, che
-gli stessi uomini chiamati in principio rustici si dicono
-in sul fine villani.<a class="tag" id="tag561" href="#note561">[561]</a> Non altrimenti suonava
-quella voce nel rimanente dell’Europa feudale.<a class="tag" id="tag562" href="#note562">[562]</a> Nelle
-Costituzioni, la voce rustici denota genericamente i
-villani, gli angarii, gli ascrittizi, i servi della gleba
-ed altre classi vili, come allor si pensava:<a class="tag" id="tag563" href="#note563">[563]</a> nè questa
-voce significò mai una classe superiore a’ villani e
-inferiore ai borghesi, come suppone il Gregorio, seguendo
-fallaci induzioni.<a class="tag" id="tag564" href="#note564">[564]</a> Nè meglio ei s’appose
-<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span>
-quando considerò gli <i>angarii</i> come classe inferiore ai
-villani: che sarebbe stata cosa contraria alle consuetudini
-<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span>
-generali della feudalità:<a class="tag" id="tag565" href="#note565">[565]</a> nè v’ha alcun motivo
-di supporla anomalia del dritto pubblico siciliano.<a class="tag" id="tag566" href="#note566">[566]</a>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span>
-</p>
-
-<p>
-La diversità, profonda in diritto, forse lieve in
-fatto e citata per incidenza nelle Costituzioni, onde si
-distingueano i villani obbligati per ragion della persona
-da que’ tenuti per cagion della roba, non è determinata
-da apposite denominazioni, fuorchè nei diplomi
-arabici o greco-arabici di Sicilia: pochissimi diplomi,
-perchè l’ignoranza, la trascuraggine e i furori civili
-ne distrussero la più parte. I diplomi latini, scritti per
-comodo de’ vincitori, guerrieri o preti, notano il numero
-de’ villani, i confini dei poderi e nulla più: perch’erano
-compendii delle concessioni, cautele di concessionarii,
-non curanti delle minuzie amministrative
-e legali, quando l’istinto della feudalità li portava
-a sciogliere ogni dubbio con la violenza. All’incontro,
-i diplomi greci ed arabici su le concessioni di
-persone o poderi, tornano ad estratti dei registri
-pubblici. Non poteva essere altrimenti per gli arabici,
-e l’è molto verosimile pei greci; perocchè
-l’idioma greco si parlava o intendea dalla più parte
-della popolazione al tempo del conquisto musulmano;
-e poscia i Musulmani non aveano al certo distrutti i
-catasti nè gli altri atti della pubblica amministrazione
-bizantina, scritti in greco; nè questo linguaggio era
-caduto in disuso allo scorcio dell’undecimo secolo,
-quando moltissimi Siciliani doveano parlarlo, o intenderlo,
-e i preti o i notai doveano averlo studiato
-bene o male.<a class="tag" id="tag567" href="#note567">[567]</a> Gli atti dunque arabici o greci, corretti
-col riscontro continuo de’ vassalli interessati, conteneano
-la guarentigia de’ diritti delle persone e robe
-loro. Nè l’è da maravigliare che si trovi in quelli soltanto
-<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span>
-un’appellazione di classe ignota nelle fonti
-latine.
-</p>
-
-<p>
-Cioè gli uomini del <i>Maks</i>, s’io ben leggo questa
-voce, in luogo di <i>M..l..s</i>, nei diplomi arabici del 1150,
-1154, 1169 e 1183; l’ultimo de’ quali dà indizii che
-bastano a determinare la condizione. Richiamati alle
-terre dal demanio, come sempre si faceva, ancorchè
-con pochissimo frutto, gli uomini che se ne fossero allontanati
-per rifuggirsi nelle terre del monastero di
-Morreale, Guglielmo II, per quel diploma, rilasciò
-a’ frati gli uomini di <i>Maks</i> e que’ delle <i>Mehallet</i>, de’ quali
-tratteremo tantosto; ma ritenne rigorosamente i <i>rigiâl-el-gerâid</i>,
-ossia villani, quasi parte integrale della
-proprietà. Son diversi pertanto que’ del <i>Maks</i>, dagli
-<i>uomini delle platee</i>, ossia villani; perchè questi vengono
-eccettuati dalla concessione, e quelli vi sono
-compresi. Diversi anco per la denominazione loro
-attribuita in greco: ἐξώγραφοι, come noi diremmo
-“que’ fuori scritto;” il cui significato torna più evidente
-per l’opposizione al noto vocabolo ἐναῶόγραφοι
-“trascritti,” <i>adscriptitii</i>, cioè, i <i>villani</i>, i veri
-servi della gleba.<a class="tag" id="tag568" href="#note568">[568]</a> <i>Maks</i> ha in arabico lo stesso vago
-significato che appo noi taglia o balzello; vuol dir
-tassa illegale e vessatoria;<a class="tag" id="tag569" href="#note569">[569]</a> talchè “gente di <i>Maks</i>”
-<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span>
-tornerebbe litteralmente al <i>taillables</i> del linguaggio
-feudale francese; e parmi espressione appropriata a
-designare gli uomini passibili di balzelli, ancorchè
-non inscritti nelle fatali carte che li rendeano, essi
-e la progenie loro, materia di proprietà. Tornano
-dunque ai villani tenuti al signore per cagion di
-roba, come dicono le Costituzioni, ed alla classe
-superiore dei <i>ceorls</i> sassoni in Inghilterra. Il diploma
-del 1169 pone allo stesso grado degli uomini di <i>Maks</i>
-i <i>Ghorebâ</i>, che suona “stranieri;” e rispondono ai commendati,
-raccomandati, affidati, ospiti, che solea il
-feudatario ricettare, anzi adescare, nel proprio territorio
-per coltivarlo: uomini liberi, o supposti tali perchè
-era loro venuto fatto di sottrarsi alle persecuzioni
-del signore, i quali lavoravano per aver tetto e pane, o
-godeano i frutti delle terre pagando il signore con
-danari, derrate o giornate di lavoro in altri poderi.<a class="tag" id="tag570" href="#note570">[570]</a>
-Nè egli è inverosimile che molti musulmani, ed anco
-<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span>
-cristiani, fossero nella medesima condizione con origine
-diversa, per esempio gli artigiani delle piccole
-terre, non fatti schiavi, nè dichiarati borghesi.
-</p>
-
-<p>
-Il vincolo indissolubile dei villani tenuti per ragion
-personale, dimostravasi co’ ruoli, o <i>platee</i>, come
-chiamaronle, nelle quali scriveansi i nomi degli uomini
-conceduti dal principe, per lo più con lor poderi
-e beni mobili:<a class="tag" id="tag571" href="#note571">[571]</a> chè sendo nuova la signoria e nuovo
-l’ordinamento sociale, nuovi furon anco tutti i titoli
-di possedimento feudale. Par che la descrizione generale
-dei villani sia stata compiuta insieme col conquisto,
-e rilasciata nel millenovantatrè a ciascun signore
-la <i>platea</i> de’ suoi: e che cotesti ruoli si correggessero
-in ogni nuova concessione, sostituendo ai
-morti le vedove che rappresentavano la famiglia e
-aggiugnendo i novelli ammogliati che ne costituivano
-delle altre.<a class="tag" id="tag572" href="#note572">[572]</a> I principi normanni rispettarono scrupolosamente
-questa maniera di possesso; poichè nelle
-nuove concessioni di villani appartenenti al demanio
-si ponea sempre la clausola che s’intendessero esclusi
-<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span>
-gli uomini iscritti nelle platee precedenti de’ feudatarii.<a class="tag" id="tag573" href="#note573">[573]</a>
-Illustra mirabilmente il diritto e il fatto, l’or
-citato diploma arabico di Guglielmo II a favor del
-monastero di Morreale. Come si scorge da questa e
-da cento altre carte del XII secolo, siciliane, calabresi
-e pugliesi, e come abbiam noi testè notato, i
-signori studiavansi a tenere i vassalli a dritto ed a
-torto, e quelli si rifuggivano quando il poteano, in
-altre terre.<a class="tag" id="tag574" href="#note574">[574]</a> È da supporre che i signori, abusando
-il potere, sovente ritenessero de’ villani non soggetti
-a vincolo personale; e che i soggetti pur
-tentassero di sciogliersi, quando la buona fortuna,
-massime la proprietà acquistata fuori il territorio del
-signore, lor dessero i mezzi di rivendicare in giudizio
-la libertà, o venire a componimento.<a class="tag" id="tag575" href="#note575">[575]</a>
-</p>
-
-<p>
-Qualunque si fosse il vincolo, personale o reale,
-i rustici o villani di Sicilia ebbero persona legale<a class="tag" id="tag576" href="#note576">[576]</a> e
-libera proprietà fuor delle terre ch’e’ tenessero dal
-<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span>
-signore:<a class="tag" id="tag577" href="#note577">[577]</a> i quali due diritti li rendeano di gran
-lunga superiori a’ servi della gleba di molti altri
-paesi. Inoltre soddisfacean essi a pesi e servigi determinati;
-la quale certezza veniva dal recente conquisto
-normanno e da’ diligenti ordini amministrativi de’ musulmani:
-ed anco rendea la condizione di quell’infima
-classe d’uomini assai migliore che nei paesi occupati
-dai barbari del settentrione; dove la remota origine
-della servitù della gleba, confuse i limiti d’ogni dritto
-e dovere, e il feudatario li allargò a sua posta. E sta
-bene quanto scrisse il Gregorio su le contribuzioni e i
-servigi dovuti da’ villani;<a class="tag" id="tag578" href="#note578">[578]</a> se non che si ritrae da’ diplomi
-che talvolta e’ non fossero obbligati a servigio
-personale di sorta, bensì a tributi di danaro e derrate,
-in tempi e in quantità fisse.<a class="tag" id="tag579" href="#note579">[579]</a> Questa anzi mi sembra la
-<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span>
-condizione primitiva delle concessioni; e la si riscontra
-con l’autorevole testimonianza d’Ibn-Giobair,
-viaggiatore spagnuolo, il quale percorrendo la Sicilia
-settentrionale nell’inverno del millecentottantaquattro
-e ottantacinque, investigò con sollecitudine l’essere
-de’ suoi correligionarii. «Sendo ormai piena, scrive
-costui, la Sicilia di adoratori delle croci, i Musulmani
-dimorano insieme con essi nelle proprie possessioni
-e ville. I Cristiani dapprima li trattaron
-bene per fruire di lor opera e industria e posero
-sovr’essi un tributo che si paga in due stagioni
-dell’anno: nel qual modo si cacciaron di mezzo tra
-i Musulmani e la ricchezza, su la terra che lor venne
-tra i piè.... I cittadini musulmani, dice egli altrove,
-frequentissimi soggiornano in Palermo, in lor proprii
-quartieri, con lor moschee e mercati, e un cadi
-giudice di lor liti: ed avvene anco in altre città,
-oltre le campagne e i villaggi. Ma que’ di Palermo,
-la più parte, sdegnano i fratelli caduti nella<i> dsimma</i>
-degli Infedeli.» Cotesta voce ch’Ibn-Giobair replica
-in altro luogo accennando in generale ai Musulmani
-di Sicilia,<a class="tag" id="tag580" href="#note580">[580]</a> significa vassallaggio, quello propriamente
-<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span>
-de’ Cristiani e Giudei sottoposti alla <i>gezia</i>
-ne’ paesi musulmani.<a class="tag" id="tag581" href="#note581">[581]</a> Ed appunto <i>gezia</i> si chiama il
-tributo di danaro dovuto da un villano musulmano
-nel diploma arabico del 1177 che ho citato poc’anzi
-e <i>canone</i> il tributo di grani.<a class="tag" id="tag582" href="#note582">[582]</a> Che se potesse argomentarsi
-la ragione generale di cotesti tributi dai soli
-due documenti nei quali n’è espressa la quantità, la
-si direbbe diversa secondo i luoghi; poichè dal diploma
-del 1095 torna a venti tarì, o <i>robái</i>, e da quello
-del 1177 a dieci.<a class="tag" id="tag583" href="#note583">[583]</a> Nè parlo io del tributo di frumento
-e d’orzo, il quale dovea necessariamente variare secondo
-la qualità ed estensione dei poderi. Il lavoro
-obbligatorio non è prescritto o almeno non è particolareggiato
-nelle carte più antiche, in alcuna delle
-quali i villani o uomini sono donati “per servire” o
-donati insieme con lor poderi, nè altro si aggiugne.<a class="tag" id="tag584" href="#note584">[584]</a>
-Parmi verosimile che i novelli signori, portando seco
-in Sicilia le usanze della feudalità continentale, abbiano
-talvolta, per necessità o condiscendenza, commutato
-in giorni di lavoro tutto il tributo di danaro e
-<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span>
-grano o parte di esso, e talvolta aggiunto per abuso
-l’obbligo del lavoro, l’<i>angaria</i> come la si chiamava,
-e i munuscoli di vivande.<a class="tag" id="tag585" href="#note585">[585]</a>
-</p>
-
-<p>
-Occorre nel solo diploma dianzi citato del 1183<a class="tag" id="tag586" href="#note586">[586]</a>
-l’appellazione di <i>Ahl-el-Mehallêt</i>, ossia «gente dei
-villaggi;” i quali entrano nella donazione a favor del
-monastero di Morreale, insieme con gli uomini di
-<i>Maks</i>; e da ciò si scorge ch’essi non fossero tenuti
-da vincolo personale. Il significato del nome risponde,
-non meno che la libera condizione, a’ Βουργισίοι e <i>burgenses</i>
-dei diplomi greci e latini; poichè <i>mehalla</i>, singolare
-di <i>mehallêt</i>, suona borgo o villaggio. Nè rechi
-maraviglia quella donazione di uomini liberi, nè quella
-iscrizione dei nomi loro in un ruolo; quando noi veggiamo
-accordato al vescovo di Cefalù il dominio di
-alcuni borghesi;<a class="tag" id="tag587" href="#note587">[587]</a> dichiarato per sentenza che alcuni
-borghesi appartenessero ad un feudatario di Calabria;<a class="tag" id="tag588" href="#note588">[588]</a>
-e pagato dai borghesi di Sinagra in Sicilia tributo annuale
-e compensi di lavoro obbligato.<a class="tag" id="tag589" href="#note589">[589]</a> Poichè i feudatari
-cavavano entrate dirette da questa classe di
-vassalli, ben s’intende ch’e’ ne volessero i ruoli. Si
-leggano nell’opera del Gregorio le condizioni de’ borghesi,<a class="tag" id="tag590" href="#note590">[590]</a>
-con l’avvertenza che tal nome si dava tanto
-<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span>
-agli abitatori delle città quanto a que’ delle piccole
-terre, i quali il Gregorio chiama rustici erroneamente.<a class="tag" id="tag591" href="#note591">[591]</a>
-</p>
-
-<p>
-Più grave menda del pubblicista siciliano fu il
-supporre legittime esazioni gli aggravi che i feudatarii
-faceano sopportare ai borghesi dal mezzo del
-duodecimo secolo in giù, e il farsi beffe del Falcando
-che ricordava fedelmente i diritti vantati da quelli,
-quando alcuni francesi, venuti a corte di Guglielmo
-II verso il 1169, si provarono ad usurpazioni.
-Narrato come il francese Giovanni di Lavardino
-pretendesse, all’uso del suo paese, la metà d’ogni
-entrata dai terrazzani di Caccamo, «costoro,
-prosegue lo storico, allegando la libertà de’ cittadini
-e borghesi di Sicilia, sosteneano non dovere tributi
-nè balzelli di sorta, ma occasionalmente, quando
-il signore si travagliasse in gran bisogno, l’offerta
-volontaria di quella somma che loro paresse: perocchè
-in Sicilia, dicean essi, nessuno soggiace a
-tributi e prestazioni annuali, fuorchè i Saraceni e
-i Greci, sendo i soli ai quali si adatti il nome di
-villani.» Poco appresso, come que’ richiami furono
-spregiati dal gran cancelliere, così dice il Falcando,
-che i costui nemici suscitarono l’odio pubblico,
-<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span>
-opponendogli il disegno di assoggettare tutti i popoli
-di Sicilia a tributi e balzelli, all’uso della Francia
-che non ha liberi cittadini.»<a class="tag" id="tag592" href="#note592">[592]</a> Io non so in vero
-come il Gregorio non siasi accorto delle successive
-usurpazioni de’ feudatarii laici ed ecclesiastici a danno
-dei borghesi, nè com’egli venga dimenticando gli antichi
-esempii di franchige<a class="tag" id="tag593" href="#note593">[593]</a> per fare assegnamento su
-i moderni di soprusi.<a class="tag" id="tag594" href="#note594">[594]</a>
-</p>
-
-<p>
-L’attestato positivo del Falcando, a fronte di
-qualche fatto contrario cavato dai diplomi, porterebbe
-anco alla conghiettura che la condizione dei borghesi
-non fosse stata la medesima in tutti i luoghi: la quale
-diversità si dovrebbe supporre d’altronde, perchè
-in varii modi furono occupate le terre, e varie schiatte
-v’ebbero stanza. E tra questo e le usurpazioni de’ feudatari
-le quali necessariamente succedeano in ragion
-diretta dalla forza loro e inversa dallo spirito e numero
-dei borghesi, ognun comprende la disuguaglianza
-delle condizioni che per avventura si fosse
-accumulata nella seconda metà del duodecimo secolo.
-Al certo i borghesi lombardi mantennero loro immunità
-meglio che i greci e i musulmani; que’ della città
-<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span>
-meglio che que’ delle terre; e meglio che tutti, i Musulmani
-di Palermo, infino alla morte del re Guglielmo
-il Buono.
-</p>
-
-<p>
-Su le condizioni degli abitatori delle città può
-seguirsi la esposizione del Gregorio, il quale accenna
-alle proprietà allodiali loro, alla diversa legge sotto
-la quale vissero secondo loro origine, e largamente
-descrive i pesi loro imposti, le gabelle, cioè, che poi
-si chiamarono antiche, su la consumazione di alcune
-derrate, su la produzione di altre, su i pedaggi e su
-l’uso di alcuni diritti dominicali; la tassa detta di
-marineria e i servigi personali, come la milizia in terra
-e in mare, gli alberghi militari, l’opera nelle pubbliche
-costruzioni: a che si aggiugneano le multe di
-giustizia e le collette ne’ quattro casi feudali, se pur
-erano fissate ne’ primi tempi del conquisto.<a class="tag" id="tag595" href="#note595">[595]</a> Bel quadro,
-lavorato a mosaico di frammenti siciliani e talvolta
-stranieri, ben aggiustati alle linee del disegno;
-ma v’ha sbaglio, com’io notava poc’anzi,<a class="tag" id="tag596" href="#note596">[596]</a> nell’atto
-di giustizia alla carlona che il Gregorio attribuisce
-ai conquistatori; cioè che abbiano sottoposti alla <i>gezia</i>
-tutti i Musulmani,<a class="tag" id="tag597" href="#note597">[597]</a> e liberati da quella tutti i Cristiani.
-Del primo assunto ei dà due sole prove: che i
-Normanni riscoteano la <i>gezia</i> sopra i Giudei, e che
-l’imperator Federigo il milledugentrentanove la fe’ pagare
-a due musulmani di Lucera. Ma appunto perchè
-<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span>
-abbiam ricordi della <i>gezia</i> su i Giudei<a class="tag" id="tag598" href="#note598">[598]</a> e non su i
-Musulmani, dovea il Gregorio dubitare del proprio
-concetto. Non andava poi misurata la condizione
-dei Musulmani di Sicilia del duodecimo secolo, numerosi,
-liberi, ricchi e potenti, su quella d’un pugno
-di ribelli vinti, deportati a Lucera nel secolo tredicesimo.
-E quanto alla <i>gezia</i> de’ Cristiani, il Gregorio non
-si accorge che la fosse durata sotto il nome di <i>dono</i>
-o qualsivoglia altro, a carico de’ villani, ch’erano in
-gran parte Greci, ossia discendenti delle popolazioni
-greche e italiche ond’era popolata la Sicilia nel nono
-secolo;<a class="tag" id="tag599" href="#note599">[599]</a> e che camparono da quella gravezza, se pur
-tutti camparono, i borghesi. Il vero è che la <i>gezia</i> col
-suo odioso nome rimase addosso a’ soli Giudei, aborriti
-dai Cristiani, per lo meno, quant’erano da’ Musulmani.
-Ebbero i villani l’aggravio senza l’ingiuria. I
-borghesi di molte terre o di tutte, e di certo que’ di
-Palermo e delle città grosse, pagarono sotto forma
-<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span>
-per lo più di gabelle. E veramente il contemporaneo
-musulmano che prestò le parole ad Ibn-el-Athîr, compendia
-gli effetti del conquisto in questa sentenza:
-che Ruggiero fece stanziare in Sicilia i Rûm e i Franchi
-insieme co’ Musulmani e che a nissuno lasciò
-bagno, nè canova, nè molino, nè forno.<a class="tag" id="tag600" href="#note600">[600]</a> E pur la maraviglia
-e la querimonia si rimangono a quelle complicate
-esazioni della feudalità, sì strane agli occhi dei
-Musulmani civili; nè l’autore tocca quell’enormità
-maggiore di tutte che sarebbe stata la gezia posta
-su i Credenti! Non voglio allegar qui uno scrittore
-della corte del re Ruggiero, il geografo Edrisi, il
-quale, come suol dirsi, prova troppo, scrivendo che
-il Conte, insignoritosi di tutta l’isola e fermatovi il
-seggio dell’impero suo, bandì giustizia ai popoli, concesse
-a ciascuno lo esercizio della propria credenza e
-legge, e diede piena sicurtà alle persone, robe, famiglie
-e discendenti.<a class="tag" id="tag601" href="#note601">[601]</a> Ma se Edrisi, non risguardando
-come uomini nè fratelli in Islam i servi della gleba,
-volle dir de’ soli cittadini coi quali egli usava nella
-capitale (1154), stan bene le sue parole, e le sono
-confermate poco appresso (1184) da Ibn-Giobair.<a class="tag" id="tag602" href="#note602">[602]</a>
-Non parmi inopportuno di aggiugnere alle ricordate
-conclusioni del Gregorio, che le carte ritrovate dopo
-lui, risguardanti passaggi di proprietà, provin tutte
-esserne stato esercitato liberissimamente il diritto
-<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span>
-da’ Musulmani di Palermo, uomini e donne, sotto
-l’impero della legge musulmana e la giurisdizione del
-cadì.<a class="tag" id="tag603" href="#note603">[603]</a> Al ragguaglio de’ Musulmani compariscono i
-borghesi delle antiche schiatte cristiane, liberi possessori
-di proprietà allodiali.<a class="tag" id="tag604" href="#note604">[604]</a>
-</p>
-
-<p>
-La cittadinanza greca di Sicilia alla fine dell’undecimo
-<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span>
-secolo può personificarsi nel prete Scholaro
-del quale ci avanza il testamento: uomo, tra tutti i
-Siciliani, graditissimo al conquistatore per importanti
-servigi nell’azienda pubblica e nella famiglia. Di casato
-Graffeo, nacque costui o dimorò in Messina, dove
-possedette, insieme co’ suoi fratelli, de’ beni urbani
-e n’ebbe anco dei dotali; fu cappellano del palazzo
-del Conte a Reggio ed accrebbe a dismisura il patrimonio,
-comperando stabili, animali, villani e schiavi
-nei territorii di Messina, Palermo, Castrogiovanni,
-Traina, Maniace, Castello e di là dello Stretto a Reggio,
-Massa, Seminara, Nicotera, Briatico, Gerace,
-Cosenza e Rossano: in fine il conte Ruggiero volendo
-“rimeritarlo con piccol dono delle sue immense ed
-onestissime fatiche” per diploma del 1099 concedeva
-a lui “ed ai suoi successori sino alla fine del mondo”
-i territorii di Fragalà e di Ferla. Divisi i beni paterni
-co’ fratelli, e scompartita poscia tra i proprii figliuoli
-gran parte del suo avere, egli usò il rimanente a
-fondare non lungi da Messina un monastero; largamente
-dotollo di edifizii, poderi, arredi sacri comperati
-in Grecia, bellissime dipinture rifulgenti d’oro e trecento
-codici greci; e vi si fè monaco, prendendo il
-nome di Saba. Il suo testamento dato dal millecenquattordici,
-dal quale ricaviamo cotesti particolari,
-mostra ch’ei non fosse allora pervenuto ad estrema
-vecchiezza, poichè vivea tuttavia il padre suo. Un
-fratello avea fondato un altro cenobio e vi s’era chiuso.
-Sperava Saba che alcuno de’ suoi figliuoli seguisse
-l’esempio; poichè per fondazione lasciò a loro ed a
-qual dei congiunti e successori il volesse, il grado
-<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span>
-di abate, ch’egli, senza tanta umiltà cristiana, ritenne
-in sua vita.<a class="tag" id="tag605" href="#note605">[605]</a>
-</p>
-
-<p>
-Non pochi oltramontani venuti coi guerrieri di
-casa d’Hauteville vissero a quel tempo ne’ chiostri
-di Calabria, donde salirono ad alte dignità ecclesiastiche
-e civili; e pur nessun uomo di quelle schiatte,
-nè delle italiche, affaticatosi nella guerra e nei governi,
-finì la sua vita negli ozii del chiostro. Perchè
-dunque entrava quest’ubbia nella famiglia Graffeo,
-partigiana del conte, data agli affari mondani ed
-a’ grossi guadagni dei faccendieri che seguirono
-l’esercito conquistatore? Era, s’io mal non m’appongo,
-quella fiaccona che il cristianesimo portò nella
-gente greca in tutte le regioni e per tutto il corso del
-medio evo; la perfezione monastica sostituita alla virtù
-cittadina, e in ogni cosa preferito il martirio al combattimento.
-Il ricchissimo Graffeo, si sentia da meno
-<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span>
-d’ogni piccolo feudatario francese o lombardo; si vedea
-messo da canto dopo la morte del suo signore; nè
-trovava altra via aperta alla fama ed all’autorità, che
-di farsi, co’ suoi propri danari, dignitario della Chiesa.
-Lo stesso genio di lui comparisce nell’universale
-de’ borghesi greci di Sicilia: alieni dalla milizia ancorchè,
-di certo, non tremassero loro le braccia
-quando pigliavano le armi; solerti e astuti ne’ privati
-guadagni, e tiepidi nelle cose pubbliche.
-</p>
-
-<p>
-La ripugnanza dalla vita militare, in quell’età e
-in quel principato surto di fresco dalla guerra, fu
-cagione che i Greci di Sicilia rimanessero inferiori
-agli Oltramontani, agli Italiani di Terraferma e agli
-stessi Musulmani in una parte dell’ordine sociale,
-essenzialissima nel medio evo. Nessun di loro si vede
-investito di feudi; nessuno primeggia nella nobiltà
-del paese, ancorchè molti esercitassero uficii pubblici
-fin da’ primi tempi del conquisto normanno. Così nelle
-carte del tempo leggiam nomi di Greci <i>strateghi</i> o <i>vicecomiti</i>
-ch’erano uficiali dello Stato, di <i>arconti</i> e <i>geronti,</i>
-denominazioni d’ufici municipali di che discorreremo
-nel capitol che segue, dove direm anco
-del vocabolo arconte, attribuito, come titol d’onore,
-ai grandi uficiali della corte normanna. Se esso mai
-dinotò in Sicilia, oltre il magistrato, una particolare
-classe sociale, parmi sia stata quella dei possessori
-nel territorio, ossia la nobiltà municipale, sedente
-per antichissima usanza nel consiglio; onde la stessa
-parola indicava il ceto e l’uficio. Gran divario correa
-dunque tra questi gentiluomini terrazzani e i cavalieri
-dell’Italia o della Francia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma tra i Musulmani, oltre gli <i>sceikh</i>, notabili municipali,
-gli <i>hâkim</i> e i <i>cadi</i>, giudici e gli <i>’âmil</i> uficiali
-del governo, si vede fin dal principio della dominazione
-normanna e scomparisce a mezzo il decimoterzo
-secolo, insieme con la schiatta araba e berbera,
-il titolo di <i>kâid</i>; il quale, mi par che risponda talvolta
-a grado di nobiltà. <i>Kâid</i> significa propriamente
-“condottiero;” e come per ragione d’etimologia, così
-anco per forza dell’uso, porta ordinariamente autorità
-minore dell’<i>emir</i> ch’è “comandante.” Abbiamo
-notato altrove le parole di due croniche, secondo la
-prima delle quali il califfo fatemita Kâim, a reprimere
-una ribellione (975) mandava in Sicilia “un esercito
-e parecchi <i>kâid</i>;” e secondo l’altra il segretario di
-Stato d’un emir kelbita rovinò (1019) il suo signore aggravando
-il paese e maltrattando i <i>kâid</i> e gli sceikhi.<a class="tag" id="tag606" href="#note606">[606]</a>
-Esempio alquanto diverso abbiamo allo scorcio del
-decimo secolo, quand’era chiamato <i>kâid</i> quel Giawher,
-liberto siciliano che conquistò a’ Fatemiti tanta parte
-dell’Affrica occidentale e dell’Egitto.<a class="tag" id="tag607" href="#note607">[607]</a> Nel decimoterzo
-e decimoquarto ebbero il medesimo titolo, i
-condottieri di mercenarii cristiani in Tunis.<a class="tag" id="tag608" href="#note608">[608]</a> Nelle
-<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span>
-traduzioni spagnuole di atti arabici del decimoquarto
-secolo occorre un alcade della dogana nell’Affrica settentrionale.<a class="tag" id="tag609" href="#note609">[609]</a>
-Ognun poi sa come lo stesso vocabolo
-in Ispagna significò castellano e, in ultimo, capo dell’autorità
-municipale.
-</p>
-
-<p>
-Accostandoci vie più al caso nostro, è da ricordare
-come i regoli surti in Sicilia dopo la dinastia
-kelbita, non altrimenti negli annali arabici s’intitolassero
-che <i>kâid</i>;<a class="tag" id="tag610" href="#note610">[610]</a> ed anco Amato e il Malaterra chiamano
-<i>cayt</i> e <i>arcadius</i>, i varii capitani e castellani
-dell’isola e infine i due condottieri palermitani che
-trattarono la resa della capitale.<a class="tag" id="tag611" href="#note611">[611]</a> Di lì a venti
-anni compariscono dei <i>kâid</i> a capo lista dei vassalli
-del vescovo di Catania in Aci ed in Catania stessa:<a class="tag" id="tag612" href="#note612">[612]</a>
-e gli è da presumere che le medesime persone
-o i padri, avessero portato quel titolo fin dal principio
-della guerra; leggendosi che il Conte concedette
-al vescovo la città e i cittadini musulmani come
-stavano prima del conquisto, con diritto di richiamare
-le persone o i discendenti di coloro che, presa
-allor la fuga, aveano riparato in altri luoghi dell’isola.<a class="tag" id="tag613" href="#note613">[613]</a>
-<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span>
-Leggiamo in data del 1123 il nome di un kâid che
-il feudatario di Pitirrana avea mandato in Palermo
-per sue faccende;<a class="tag" id="tag614" href="#note614">[614]</a> in data del 1132, di tre kâid i
-quali, con molti altri Musulmani e Cristiani, assistettero
-alla descrizione dei confini de’ poderi donati dal
-re Ruggiero al vescovo di Cefalù.<a class="tag" id="tag615" href="#note615">[615]</a> Ma dati da questo
-Ruggiero nuovi ordini al governo del reame, e
-cresciuta sotto i due Guglielmi la riputazione de’ cortigiani
-musulmani, spesseggiano nelle croniche latine
-e ne’ diplomi arabi, greci e latini, i <i>kâid</i>, καΐτοι e
-<i>gaiti</i> o <i>cayti</i>, or citati o soscritti come testimonii in
-atti pubblici, or esercenti pubblici ufici ed or celebri
-nei raggiri della corte. In cotesti scritti la voce <i>kâid</i>,
-talvolta evidentemente vuol dire condottieri di pretoriani;<a class="tag" id="tag616" href="#note616">[616]</a>
-più spesso torna a mero titolo di onorificenza
-dato ad oficiali della corte;<a class="tag" id="tag617" href="#note617">[617]</a> ma in molti altri casi
-<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span>
-a noi sembra denominazione d’un ordine sociale. Che
-i titoli militari degenerino facilmente in nobiliari,
-ognun lo sa dalla voce <i>dux</i> e da tante altre che occorrono
-in tutti i paesi e in tutti i tempi. Similmente
-sembra grado di nobiltà, la qualità di <i>kâid</i>, data
-dal Falcando ad Abu-l-Kasim-ibn-Hammûd e al suo
-rivale Sedictus (Siddik?) ai tempi di Guglielmo il
-Buono<a class="tag" id="tag618" href="#note618">[618]</a> perocchè quello stesso Ibn-Hammûd, ricchissimo
-uomo della schiatta di Alì, è chiamato <i>kâid</i>
-dal contemporaneo Ibn-Giobair, e detto “il primo
-<i>za’îm</i> e signore dell’isola, un di que’ nobili ne’ quali
-la signoria scende ereditaria in linea di primogenitura.”<a class="tag" id="tag619" href="#note619">[619]</a>
-Potremmo noverar nella medesima classe
-<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span>
-tutti i gaiti che compariscono senza livrea di corte
-nella seconda metà del duodecimo secolo; i quali se
-pur vogliano supporsi condottieri di milizie, nol furono
-di pretoriani, vedendosi sparsi per tutta l’isola<a class="tag" id="tag620" href="#note620">[620]</a> e tornerebbero
-quindi a capitani ereditarii, ossia a nobili;
-quando gli ordini delle tribù arabiche e gli usi del
-<i>giund</i> concordavano in questo coi costumi feudali
-dell’Europa, che il capo della famiglia vera o fittizia,
-conducesse in guerra le proprie genti. Nè altri esser
-<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span>
-poteano che <i>kâid</i> nobili, i cinque regoli saraceni surti
-in arme ne’ monti del val di Mazara, dopo la morte
-di Guglielmo il Buono.<a class="tag" id="tag621" href="#note621">[621]</a> Certo egli è che avendo Roberto
-Guiscardo, e poi il conte Ruggiero, adoperate
-grosse schiere di musulmani siciliani, coteste milizie
-doveano obbedire a capitani di lor gente; e che i capitani,
-se pur non erano nobili di nascita, lo diveniano
-di fatto, secondo le idee del medio evo e un po’ di
-tutti i tempi. Io penso che i <i>kâid</i> in Sicilia ragunassero
-le milizie musulmane a un di presso come i baroni
-le feudali e costituissero nella prima metà del
-duodecimo secolo una vera nobiltà. Rimase questa in
-piè sino alla morte di Guglielmo II, ancorchè il numero
-delle milizie musulmane negli eserciti regii scemasse
-di molto e si amassero meglio i Musulmani
-stanziali de’ quali si è fatta parola, capitanati da <i>kâid</i>
-cristiani o convertiti in apparenza.<a class="tag" id="tag622" href="#note622">[622]</a> Ma or col pretesto
-di capitanare una compagnia pretoriana ed or
-senza alcuno, i paggi della corte, eunuchi la più parte
-addetti al servigio delle persone reali o ad ufici pubblici,
-presero a poco a poco quel titolo di nobiltà.<a class="tag" id="tag623" href="#note623">[623]</a>
-Il quale nello scompiglio politico ed amministrativo
-che precedette al regno di Federigo, divenne, com’e’
-<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span>
-parmi, titolo d’un uficio d’azienda, quella forse
-di beni demaniali, nella città e territorio di Palermo,
-tenuta prima da un de’ paggi di corte. Uficio d’azienda
-fu certo nella prima metà del secolo decimoterzo.<a class="tag" id="tag624" href="#note624">[624]</a>
-Ma proprio ne’ primi anni (1206) papa Innocenzo
-III avea scritto “al cadi <i>con tutti i gaiti</i> di
-Entella, Platani, Giato, Celso ed a tutti gli altri gaiti
-e Saraceni di Sicilia” augurando loro “di comprendere
-ed amare la verità ch’è Dio stesso;” lodandoli
-della fede serbata a Federigo re loro ed esortandoli
-a perseverare in quella.<a class="tag" id="tag625" href="#note625">[625]</a> Erano dunque i gaiti di
-quel tempo capi politici e militari nel bel centro del
-Val di Mazara.
-</p>
-
-<p>
-Se bastin le cose qui dette a dimostrare che
-dopo il conquisto normanno non mancò un ordine di
-nobili tra i Musulmani di Sicilia, si ammirerà la felice
-intuizione che condusse il Gregorio a concluder
-lo stesso, ancorchè le due prove ch’ei ne allegava
-non reggessero punto nè poco. Perocch’egli, seguendo
-alcune incerte parole del Malaterra, suppose feudatario
-del conte Ruggiero lo sciagurato Ibn-Thimna che
-fu alleato di lui e di Roberto Guiscardo; e accettando
-<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span>
-un anacronismo di Leone Affricano, suppose lasciato
-dal Conte il dominio d’un castello, al musulmano
-da lui chiamato Esseriph, rinomato scrittore di geografia;
-il quale non è altri che Edrisi, e visse nelle
-generazioni seguenti, poichè egli presentava il suo
-libro al re Ruggiero, ottant’anni appresso l’entrata
-del Conte in Palermo!<a class="tag" id="tag626" href="#note626">[626]</a>
-</p>
-
-<p>
-Dei fatti rassegnati in questo e nel capitolo precedente
-si ritrova la causa nelle vicende del conquisto.
-Il quale, messe da canto le operazioni spicciolate e la
-caduta delle ultime fortezze, va diviso in quattro periodi:
-cacciata dei Musulmani dalla punta settentrionale
-del Valdemone (1061); occupazione della zona
-settentrionale del Val di Mazara (1072); guerra di Benavert
-(1073-86) e sottomissione del Val di Noto
-(1086-9). Or nei primi due periodi e nell’ultimo fu sì
-rapido il trionfo, che il grosso della popolazione rimase
-là dov’era: nel Valdemone i Greci e altri antichi abitatori,
-e nelle altre province nominate, gli antichi
-abitatori cristiani o rinnegati e i Musulmani di sangue
-arabico o berbero. È da notar pure questo divario
-che nel primo periodo i vincitori lasciarono appena
-qualche debole presidio; ma nel secondo e nel quarto,
-sendo assai più numerosi e dividendo gli acquisti
-tra loro, stanziarono nel paese: e però il Valdemone
-estremo ebbe meno stranieri che il rimanente dell’isola.
-Ma combattuto a lungo il terzo periodo; nel
-<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span>
-quale variò la fortuna più che nol confessi il Malaterra,
-e furono costretti i Normanni, a cercare nuovi
-ausiliari, ch’egli dissimula invano. In questo tempo
-parmi seguissero le maggiori perdite de’ vincitori,
-il condottiero de’ quali, alla fine dell’impresa, confessava
-essergli stato ucciso tanto numero di cavalieri
-che Dio solo e i Santi il sapeano.<a class="tag" id="tag627" href="#note627">[627]</a> In questo tempo
-veggiamo afforzata, come base di operazioni a sinistra
-della frontiera normanna, Paternò, il cui nome
-occorre nell’Italia di sopra, e la città, dopo la morte del
-conte Ruggiero, divenne feudo di Arrigo de’ marchesi
-Aleramidi.<a class="tag" id="tag628" href="#note628">[628]</a> Gli indizii su l’origine di Caltagirone, le
-prove su le popolazioni di Piazza, Nicosia ed altre
-città delle catene di monti che girano intorno all’Etna
-da tramontana a ponente, ci portano a credere cacciata
-o sterminata nel terzo periodo del conquisto
-gran parte dell’antica gente cristiana o musulmana
-di quella regione, e sottentrate a quella colonie di
-Terraferma, le quali poi crebbero per emigrazioni
-spicciolate, incominciando dagli ultimi anni del conte
-Ruggiero e continuando per tutta la reggenza di Adelaide
-e forse nei primi anni di governo del figliuolo
-che poi fu re. Il quale supposto si conferma riscontrando
-i nomi delle città principali della diocesi di
-Catania secondo il diploma del Conte, dato il 1091,
-con que’ che si leggono ne’ paragrafi di Edrisi (1154)
-<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span>
-risguardanti la stessa regione; poichè mancano tra
-i primi Piazza, San Filippo d’Argirò, Aidone, colonie
-lombarde; le quali città al certo non sarebbero state
-messe da canto, se verso la fine della guerra le fossero
-state così grosse e importanti come le si veggono
-nel XII secolo.<a class="tag" id="tag629" href="#note629">[629]</a> E l’è appunto il caso di Caltagirone
-che notammo dianzi.<a class="tag" id="tag630" href="#note630">[630]</a>
-</p>
-
-<p>
-Gli annali del conquisto ci conducono anco a supposti
-non privi di fondamento su l’origine delle condizioni
-personali. Abbiam noi narrato come le città
-principali s’arrendessero a patti, Catania, Palermo,
-Mazara, Trapani, Taormina, Siracusa, Castrogiovanni,
-Butera, Noto, Malta; fuorchè Messina dove i
-Musulmani furono sterminati applaudendo tutta la
-città; Traina pria confederata, poi soggiogata; Girgenti
-espugnata quando giovava ai vincitori la magnanimità.
-Che se veggiamo Catania data in feudo al
-vescovo e gli abitatori musulmani scritti nel ruolo
-de’ villani, incominciando da due kâid, è da ricordare
-che la fu ripresa per battaglia dopo che avea
-chiamato Benavert. Del rimanente non è verosimile
-che tutte le altre città musulmane ottenuti avessero
-i medesimi patti ch’ebbe Palermo potendo tuttavia
-difendersi: forse furono patti comuni, la libertà religiosa
-e il possesso de’ beni privati; variarono bensì
-<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span>
-le condizioni de’ tributi e alcuni ordini pubblici. Il
-vincitore non era uomo da innovare senza perchè:
-ond’è da supporre in generale ch’ei mantenesse le
-consuetudini e, tra le altre, la nobiltà tra i Musulmani,
-come, tra i Greci, la uguaglianza sotto il potere assoluto.
-</p>
-
-<p>
-Al contrario delle città, le terre aperte e i villaggi
-cadeano senza difesa in man del vincitore, quand’egli
-movea contro la capitale della provincia o poco
-appresso la riduzione di quella; nè era luogo a patti che
-per qualche importante castello. L’esempio di Bugamo
-ci mostra che in tali casi i condottieri normanni trattassero
-i prigioni come schiavi:<a class="tag" id="tag631" href="#note631">[631]</a> e quella necessaria
-conseguenza ch’era l’appropriazione de’ beni, si scorge
-da cento diplomi; tra i quali notevolissimo è un giudizio
-del millecentoventitrè, attestando il passaggio
-di proprietà di un mulino che due musulmani aveano
-comperato pria del conquisto e che indi appartenne
-al feudatario, signor loro.<a class="tag" id="tag632" href="#note632">[632]</a> I prigioni poi non venduti,
-rimaneano servi della gleba; non esclusi al certo
-i Cristiani che vivessero da coloni o da schiavi, poichè
-li veggiamo scritti al par che i Musulmani nelle
-platee de’ villani. Cotesta popolazione rurale presa
-insieme col suolo, evidentemente è la classe di villani
-tenuta al signore per cagion di persona. I tenuti per
-cagion della roba sembrano abitatori de’ luoghi che
-<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span>
-s’arrendeano a patti, o uomini avventizii ricettati
-poscia nelle terre del signore. Il diritto di proprietà
-di che godeano i villani su i beni acquistati con la
-propria industria, soddisfatto che avessero a’ servigi
-debiti al signore, parmi consuetudine risultante dalle
-leggi musulmane sopra gli schiavi. In fine il grado di
-<i>kâid</i> serbato ad alcuni nobili, procedè manifestamente
-da patti stipulati nella resa delle castella, o da necessità
-più forte che i patti; cioè che volendo menare
-in guerra le genti, era forza anco di mantenere
-i capi ai quali solean esse ubbidire. E forse l’era ordine
-da non potersi smettere nè anco in pace, se volessi
-far vivere in sicurtà i popoli vicini, cristiani o
-musulmani, e guarentire efficacemente le persone e
-la roba.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap10">CAPITOLO X.</h2>
-</div>
-
-<p>
-All’origine della monarchia siciliana s’affaccia
-la quistione se i conti di Sicilia fossero stati vassalli
-dei duchi di Puglia. Le testimonianze si contraddicono.
-Il monaco inglese Eadmer, contemporaneo del
-conte Ruggiero, lo chiama <i>uom</i> del duca di Puglia;
-il Malaterra, suo famigliare, dice concedutagli la
-Sicilia in feudo da Roberto Guiscardo; Leone d’Ostia
-e Romualdo Salernitano, autori più moderni, scrissero
-le medesime cose.<a class="tag" id="tag633" href="#note633">[633]</a> Roberto poi e il figlio Ruggiero,
-<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span>
-in alcuni diplomi s’intitolarono duchi di Puglia,
-o d’Italia, di Calabria e di Sicilia<a class="tag" id="tag634" href="#note634">[634]</a> e il conte Ruggiero
-disse talvolta Roberto suo signore.<a class="tag" id="tag635" href="#note635">[635]</a> All’incontro, la
-storia tutta dei tempi fa fede che il conte, nè i figliuoli
-giammai non prestarono omaggio nè servizio ai duchi
-di Puglia;<a class="tag" id="tag636" href="#note636">[636]</a> e v’ha dei diplomi ne’ quali il conte non
-chiama Roberto altrimenti che fratello; nè il costui
-figliuolo Ruggiero altrimenti che duca di Puglia e di
-Calabria.<a class="tag" id="tag637" href="#note637">[637]</a> Il Gregorio accettò quasi la soggezione;<a class="tag" id="tag638" href="#note638">[638]</a>
-il Palmieri negolla con ira;<a class="tag" id="tag639" href="#note639">[639]</a> degli altri scrittori taccio
-per brevità. Ma non può spiegare la contraddizione
-dei documenti, chi si ostini ad immaginare un Roberto
-Guiscardo, pio, felice, augusto, seduto sul trono
-degli avi, tra baroni ossequiosi, e inteso tranquillamente
-a reggere lo Stato con quelle che poco appresso
-furono chiamate le Assise di Gerusalemme.
-</p>
-
-<p>
-Da’ cenni che noi abbiam fatti qua e là in questo
-quinto libro, l’eroe comparisce in ben altra sembianza
-<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span>
-infino al milleottanta.<a class="tag" id="tag640" href="#note640">[640]</a> I baroni normanni, un tempo
-condottieri, lo teneano lor pari; le città lor soldato
-di ventura, cui per forza pagar dovessero una taglia:
-i papi stessi che gli avean dato animo con la ricognizione
-feudale e col titolo di duca, il più spesso tiravano
-a scacciarlo d’Italia. Il fratello Ruggiero,
-tenendo dapprima da lui il solo feudo di Mileto, cavalcò
-tra le sue masnade, capitano di ventura con una
-compagnia propria; ma nata una briga tra’ fratelli
-per guiderdoni non soddisfatti, vennero alle armi;
-Ruggiero passò al servizio di feudatari ostili, o fece
-patti con città ricalcitranti: alfine stipularono un
-partaggio di entrate in Calabria: piuttosto assegnamento
-fisso di stipendio, che vera concessione feudale.
-In Terraferma dunque occorrono tra due fratelli
-patti mutabili e temporanei; diversi secondo le forze
-che l’uno o l’altro contribuiva in ciascuna impresa.
-</p>
-
-<p>
-Lo stesso apparisce in Sicilia, dove alla prima
-passata, Roberto, non concede terreno a Ruggiero;
-e questi, ritornato co’ suoi uomini d’arme, fa patto
-co’ trainesi e acquista parecchie castella senza partecipazione
-di Roberto.<a class="tag" id="tag641" href="#note641">[641]</a> La seconda impresa d’entrambi
-fallì. Nella terza seguì una vera concessione
-feudale com’abbiam detto;<a class="tag" id="tag642" href="#note642">[642]</a> ma a capo di pochi anni,
-apprestandosi la guerra di Grecia, mutavansi gli accordi
-del settantadue; poichè il conte signoreggiò
-<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span>
-allora Messina e tutto il Valdemone.<a class="tag" id="tag643" href="#note643">[643]</a> La morte di
-Roberto, le necessità del figliuolo Ruggiero e la potenza
-e fama dello zio, fruttarono a questo l’altra
-metà della Calabria: cioè a dire che si rifece il patto
-per la seconda volta in quattordici anni; e sappiamo
-anco che si trattò di dare al conte Ruggiero il titolo
-di duca, ossia cancellare solennemente la dipendenza
-feudale che di fatto era ita.<a class="tag" id="tag644" href="#note644">[644]</a> Di fatto e anco di dritto,
-se risguardisi che Urbano II, sovrano feudale del
-duca di Puglia, nella famosa bolla del millenovantotto
-non fa menzione di costui, nè vanta signoria di sorta
-sul conte Ruggiero, nè su la Sicilia. La corte di Salerno
-ricordava, ciò non ostante, la concessione del
-settantadue, tanto più volentieri quanto erano scambiate
-le sorti de’ due rami di casa Hauteville: indi
-l’opinione di Eadmero e di Romualdo e i titoli de’ diplomi.
-Che se i cancellieri del conte nello stesso
-tempo ricordavano o trasandavano la dipendenza
-feudale dal fratello, ciò prova che la fosse rimasa
-nelle formole e ormai non ci si badasse. In ogni modo,
-non si può ammettere nel diritto pubblico siciliano
-una sovranità surta e scomparsa entro pochi anni,
-mentre l’edifizio de’ principati normanni non era nè
-compiuto nè assodato, ma lo si innalzava, demoliva
-e rifaceva ogni dì.
-</p>
-
-<p>
-Chiarito questo e lasciato da canto il dubbio di
-qualsivoglia nesso feudale con Roma,<a class="tag" id="tag645" href="#note645">[645]</a> che mai ne fu
-<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span>
-detto da senno infino alla prima metà del XIII secolo,
-si vedrà illimitata in teoria la potestà del conte Ruggiero
-in Sicilia. E la fu larghissima in fatto, ancorchè
-la Sicilia e la Calabria abbiano avuto in que’ primi tempi,
-come tutti gli stati feudali, loro parlamenti, così
-appunto chiamati, di ottimati laici ed ecclesiastici. Il
-Gregorio ha allegato in esempio «i principi, conti,
-baroni ed altri uomini di nota» convocati in Salerno,
-i quali decretavano la corona reale, al secondo Ruggiero
-(1129) «e i dignitarii, potenti ed onorandi uomini
-indi chiamati in Palermo (1130) da tutte le province
-e terre per assistere alla incoronazione; i quali
-tutti, insieme co’ popolani grandi e piccoli, messo il
-partito ed esaminatolo, concordi l’approvavano:<a class="tag" id="tag646" href="#note646">[646]</a>»
-ma cotesto ha sembianza di plebiscito meglio che di
-parlamento; e la nuova dominazione surse in condizioni
-politiche e sociali molto diverse da quelle
-tra le quali regnava il primo conte. È allegato nella
-medesima opera, più vicino al tempo e più opportuno,
-un Parlamento tenuto in Messina il 1113 dalla
-reggente contessa Adelaide, per faccende del vescovado
-di Squillaci; pur la sembra solenne cerimonia, più
-tosto che politica adunanza.<a class="tag" id="tag647" href="#note647">[647]</a> A cotesto esempio possiamo
-aggiugnere i privilegi della Chiesa di Palermo
-confermati il 1112 dalla contessa e dal suo figliuolo
-Ruggiero «ormai cavaliere e conte», sedenti nelle
-aule del castello della città, con l’arcivescovo Gualtiero
-e molti altri chierici, baroni e cavalieri.<a class="tag" id="tag648" href="#note648">[648]</a> Chiamato
-<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span>
-il 1130 nel parlagio<a class="tag" id="tag649" href="#note649">[649]</a> della medesima reggia
-palermitana l’arcivescovo della città con molti altri
-vescovi e baroni, fermavasi la divisione delle decime
-di Termini tra l’arcivescovo e l’abate di Lipari.<a class="tag" id="tag650" href="#note650">[650]</a>
-Ma, quel che tronca ogni dubbio, un documento citato
-in altro luogo dal Gregorio e dimenticato poi nel
-trattare de’ parlamenti, prova che pretendendosi
-da’ vescovi le decime ecclesiastiche sulle entrate
-tutte dell’isola e negandole i Terrieri, come sono appellati
-genericamente i feudatarii nelle carte latine,
-greche ed arabiche de’ Normanni di Sicilia, il primo
-conte Ruggiero convocò gli uni e gli altri in Mazara
-e definì la contesa in questo modo: ch’ei medesimo
-pagasse la decima a’ vescovi su i beni proprii; che i
-Terrieri pagasserne due terzi, usando dassè l’altra
-terza parte al servigio delle cappelle di lor castelli;
-e che del rimanente e’ fossero giudicati dai sinodi
-per loro colpe spirituali e ne pagassero ammenda a
-tenor delle consuetudini vescovili.<a class="tag" id="tag651" href="#note651">[651]</a> Ancorchè promulgata
-come decisione del principe, cotesta legge
-mi par delle più gravi che mai fosse stata deliberata
-in Parlamento moderno d’Europa: e prova gli ordini
-costituzionali della Sicilia fin dal primo principio
-della monarchia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span>
-</p>
-
-<p>
-Per distinguersi da’ conti di Terraferma, padroni
-di minore territorio e soggetti al duca di Puglia, Ruggiero
-prese talvolta il titolo di Gran Conte.<a class="tag" id="tag652" href="#note652">[652]</a> Ma i suoi
-successori immediati più volentieri s’intitolarono
-consoli; la quale classica denominazione venne in
-tanta voga a corte di Palermo entrando il duodecimo
-secolo, che cancellieri e cronisti, non solamente la
-usavano nel presente, ma anco riportavanla allo stesso
-conquistatore.<a class="tag" id="tag653" href="#note653">[653]</a> Per vero le tradizioni del consolato
-non s’erano mai dileguate nel mondo: e specialmente
-nell’Italia meridionale, i reggitori di Napoli, Gaeta,
-Amalfi, emancipati dal governo bizantino, s’erano
-chiamati duchi e consoli;<a class="tag" id="tag654" href="#note654">[654]</a> e console Rainolfo conte
-d’Aversa, che fu il primo feudatario normanno in
-Italia.<a class="tag" id="tag655" href="#note655">[655]</a> Dopo mezzo secolo, quando già quel titolo a
-Pisa, Genova, Asti, San Remo e senza dubbio in altre
-<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span>
-città italiane, designava capi politici costituiti senza
-volontà d’imperatori nè di papi, assunserlo i principi
-della Sicilia, che aveano a noia di chiamarsi conti,
-ma non osavano prendere alcun altro dei titoli consueti
-nell’ordine feudale, o lo sdegnavano. Non succedean
-essi in Sicilia ai <i>basilei</i> bizantini ed ai califi fatemiti,
-gli uni e gli altri principi independenti e pontefici, per
-arrota? Ma non andò guari che, allargato il dominio,
-e’ smessero le appellazioni di conti e di consoli, per
-chiamarsi re.
-</p>
-
-<p>
-Passando alle altre parti dell’ordinamento politico,
-seguiamo l’ordine de’ tempi con dir la prima
-cosa de’ municipii, poichè parte erano in piè innanzi
-il conquisto. Contuttociò il Gregorio li vide e non vide
-ne’ tempi normanni; e conchiuse che allora «ebbero
-le popolazioni siciliane quasi una forma di corpo
-municipale.<a class="tag" id="tag656" href="#note656">[656]</a>» Sapea pure il Gregorio che, nella
-prima metà del duodecimo secolo, Caltagirone possedette
-vasti fondi e comperonne dallo Stato;<a class="tag" id="tag657" href="#note657">[657]</a> che
-Nicosia, colonia lombarda, tenne la terra di Migeti;
-che ambo le città fornivano all’armata grande numero
-di marinai, e legname da costruzione;<a class="tag" id="tag658" href="#note658">[658]</a> che altre colonie
-lombarde furono soggette agli stessi pesi,
-contrassegno di proprietà.<a class="tag" id="tag659" href="#note659">[659]</a> Vedeasi in ciò la persona
-legale del comune. Vedeasi agli atti, perfino nelle
-terre feudali: gli uomini di Patti muover lite contro
-il vescovo; i lor procuratori accettare una
-<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span>
-transazione;<a class="tag" id="tag660" href="#note660">[660]</a> quei di Cefalù proporre ordinariamente al
-vescovo feudatario tre persone per la scelta del
-bajulo.<a class="tag" id="tag661" href="#note661">[661]</a> Il Gregorio dunque si avviluppò in quel
-suo giro di parole, un poco per paura dell’assurdo e
-tirannico governo de’ Borboni in Sicilia, un poco
-per non aver bene studiata la materia e soprattutto
-perch’ei rabbrividiva a quel nome di comune, quasi
-ne fosse stata unica forma la repubblica italiana del
-medio evo, o quella di Francia che suonava sì tremenda
-nell’età sua.
-</p>
-
-<p>
-Avendo toccato dei municipii, sì degli antichi
-abitatori cristiani e sì dei musulmani,<a class="tag" id="tag662" href="#note662">[662]</a> ne ricercheremo
-noi le vestigie durante la guerra e sotto la
-dominazione normanna. Avvertiamo intanto, a proposito
-dei municipii cristiani, avanzo dal tempo bizantino,
-che nella stessa Grecia gli ordini municipali
-rimasero o rinacquero, non ostante la dichiarazione
-di Leone il Sapiente, della quale s’è detto a suo luogo;
-che, dopo quella, le leggi bizantine riconobbero nelle
-città e nelle campagne alcune corporazioni di mestiere
-e associazioni d’interessi, le quali, se non abbracciavano
-l’universale de’ cittadini, aveano forme più
-democratiche dell’antico municipio e gittavan le
-basi del nuovo; e che al tempo della dominazione
-latina e poi della turca, vennero su nella Terraferma
-al par che nelle isole della Grecia, veri magistrati o
-rappresentanti municipali, di nomi diversi secondo i
-<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span>
-luoghi, <i>proesti, demogeronti, arconti, epitropi</i>, i quali
-ufizi per certo non erano stati stampati di fresco
-nel XIII o nel XV secolo.<a class="tag" id="tag663" href="#note663">[663]</a> Nelle province bizantine
-della Terraferma d’Italia, le frequenti mutazioni di
-signoria avean dato occasione alle maggiori città di
-costituirsi in corpi politici, come si ritrae dagli esempii
-di Bari e di Salerno che cita lo stesso Gregorio<a class="tag" id="tag664" href="#note664">[664]</a> e
-dagli accordi che altre città fermavano coi capitani
-normanni:<a class="tag" id="tag665" href="#note665">[665]</a> e perfin si legge in un diploma greco dell’undecimo
-secolo, che villani dimoranti nelle terre
-d’un Monastero e d’un feudatario, pagassero tributo
-personale al comune di Geraci in Calabria.<a class="tag" id="tag666" href="#note666">[666]</a>
-La quale tendenza generale della schiatta greca, non
-solamente non trovò ostacoli in Sicilia, ma fu promossa
-dalla dominazione musulmana. Le città, sciolte
-da’ fastidii degli ufiziali bizantini e costrette a far
-dassè sotto il giogo degli Infedeli, aveano dovuto
-rinforzare lor ordini municipali nel IX e X secolo,
-per provvedere all’amministrazione della giustizia,
-soddisfare a lor obblighi verso i nuovi signori e difendersi
-civilmente dai soprusi.
-</p>
-
-<p>
-Che se il nome delle città torna raro ed incerto
-nelle memorie della guerra, non ne maraviglierà chi
-conosca la tiepidezza de’ Greci in quel grande avvenimento
-e il laconismo delle croniche normanne
-<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span>
-quand’esse non raccontino il valore e la pietà de’ protagonisti.
-Pertanto abbiam due soli ricordi: che que’ di
-Traina fermarono patti con Ruggiero e, quando sollevaronsi
-e l’assediarono nel suo palagio, aveano, al par
-delle città di Calabria, una torre afforzata in altra parte
-della terra; e che in Petralia i Cristiani e i Musulmani,
-tenuto consiglio, deliberavano di darsi al condottiero
-normanno.<a class="tag" id="tag667" href="#note667">[667]</a> Ma cotesti atti possono riferirsi
-tanto a magistrati costituiti, quanto al popolo che
-nei casi estremi ripigli l’esercizio di tutti i suoi diritti.
-Le carte delle generazioni seguenti ci danno
-assai più precise notizie sugli ufizii municipali.
-</p>
-
-<p>
-Il sonante vocabolo <i>Arcon</i> comparisce in que’ diplomi,
-com’abbiam noi detto nel capitolo precedente,
-con due significati diversi, de’ quali il primo tornava
-genericamente a signore, e lo s’attribuì in particolare
-a’ grandi ufiziali dello Stato, a un dipresso come
-or si fa dell’eccellenza.<a class="tag" id="tag668" href="#note668">[668]</a> L’altro significato specificava
-un ufizio. Basilio Tricari, arconte di Demenna,
-è noverato (1090) tra i testimoni d’una donazione
-del conte Ruggiero a favore di quel monastero di
-<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span>
-San Filippo.<a class="tag" id="tag669" href="#note669">[669]</a> Gli arconti di Galati, convocati dal feudatario
-(1116) assistono all’atto per lo quale ei donava
-un villano al monastero di Mueli.<a class="tag" id="tag670" href="#note670">[670]</a> Lo stratego
-di Demenna aduna (1136) i capi de’ monasteri, i
-sacerdoti e gli arconti della terra di San Marco per
-appurare un titolo di proprietà.<a class="tag" id="tag671" href="#note671">[671]</a> Mezzo secolo appresso
-(1182) son chiamati da’ giudici regii a somigliante
-effetto in San Marco, insieme co’ Buoni uomini
-e con gli Anziani, gli arconti di Naso, Fitalia, Mirto,
-San Marco ed un arconte di Traina.<a class="tag" id="tag672" href="#note672">[672]</a> Que’ di Capizzi,
-insieme con gli Anziani han carico (1168) di descrivere
-i limiti di un piccol podere che la regina vuol
-donare ad una chiesa.<a class="tag" id="tag673" href="#note673">[673]</a> In Oppido di Calabria, dove
-i Buoni uomini e gli Anziani aveano già (1138) assistito
-gli ufiziali dello Stato a determinare i diritti
-del feudatario, nata quistione il 1188 per
-alcuni poderi, era decisa dal Gran giudice di Calabria
-secondo l’avviso degli arconti.<a class="tag" id="tag674" href="#note674">[674]</a> Eran questi
-dunque assessori o giurati in cause civili. Nell’impero
-bizantino il vocabolo arconte avea seguito cammino
-diverso, e pur non troppo discosto. Serbando
-l’antica significazione di magistrato giudiziale, prese
-in particolare quella di presidente d’un tribunale
-<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span>
-e talvolta di governatore di provincia; poichè questo
-presedeva ai giudizii: e indi l’<i>arcontia</i> comparisce
-tra le divisioni territoriali. Da un altra mano il mal
-vezzo dei titoli e la ripugnanza a tutta aristocrazia
-ereditaria, portarono la corte bizantina a chiamare
-arconti gli uomini cospicui per merito, ricchezza, o
-favore: anco il clero appellò <i>arcontichia</i> il corpo
-de’ suoi dignitarii; e, venuta la feudalità con le genti
-occidentali, s’appiccicò quella denominazione ai baroni.
-Si ritrae infine ch’essa era rimasa come occulta,
-chi sa per quanti secoli, nei corpi municipali;
-poichè squarciato il velo dell’amministrazione bizantina,
-nel conquisto de’ Latini e poi de’ Turchi, si
-veggono venire alla luce, insieme con le istituzioni
-comunali, gli arconti e le altre denominazioni che ci
-accadde citare poc’anzi; le quali in luoghi diversi
-denotavano ufizii identici o molto somiglianti.<a class="tag" id="tag675" href="#note675">[675]</a> A
-cotesti ufizi municipali, s’io mal non mi appongo, fu
-dato in alcune terre il titolo di arconti, per cagion
-di quella parte del podere giudiziale che tennero i
-municipii dell’antichità e la trasmisero a que’ del
-medio evo. L’ufizio municipale poi, sendo ereditario
-tra’ possessori, come nella curia romana, potea divenire
-<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span>
-qua e là nelle province, denominazione volgare
-d’un ceto di gentiluomini; denominazione non legale,
-che pur insinuossi nell’aula di Costantinopoli. In
-Sicilia, come ognun vede, venne alla luce nel XII
-secolo l’ufizio municipale, e possiam anco dire l’appellazione
-di classe; la grande magistratura d’arconte
-non esistè; ma, tra gli altri orpelli che i principi
-normanni tolsero in prestito dalla corte bizantina,
-foggiarono questo titolo di arconti pei grandi ufiziali
-dello Stato, a suggestione, com’egli è manifesto, de’ valentuomini
-stranieri di schiatta greca, i quali nella
-prima metà del duodecimo secolo collaborarono col
-secondo Ruggiero all’assetto del reame.
-</p>
-
-<p>
-L’ufizio di giurati nelle cause di confini e di
-proprietà rurali si vede anco esercitato in Sicilia dagli
-<i>Anziani</i> (Γέροντες), or soli, come (1142) a Traina,
-Cerami, San Filippo d’Argirò<a class="tag" id="tag676" href="#note676">[676]</a> e, quel ch’è più, nominati
-a mo’ di corporazione, come (1123) a Ciminna;<a class="tag" id="tag677" href="#note677">[677]</a>
-or insieme coi Buoni uomini, come (1095) a Rametta,<a class="tag" id="tag678" href="#note678">[678]</a>
-(1182) a San Marco, Naso, Fitalia, Mirto,<a class="tag" id="tag679" href="#note679">[679]</a> e (1183)
-a Centorbi<a class="tag" id="tag680" href="#note680">[680]</a> ed occorre anco il caso (1138) in Oppido
-<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span>
-di Calabria;<a class="tag" id="tag681" href="#note681">[681]</a> or insieme con gli arconti come (1168)
-a Capizzi.<a class="tag" id="tag682" href="#note682">[682]</a> Quand’egli avvenia che soggiornassero
-Cristiani e Musulmani nella medesima terra o in quelle
-attorno un podere di cui fossero contesi i confini, si
-chiamavano gli anziani degli uni e degli altri, col titolo
-comune di <i>sceikh</i> ovvero di <i>geronti</i>, secondo la lingua
-del diploma. Così (1134) a Giattini e Mertu<a class="tag" id="tag683" href="#note683">[683]</a> e poscia
-(1172) a Misilmeri<a class="tag" id="tag684" href="#note684">[684]</a> e poco appresso (1183) a Vicari,
-Petralia, Caltavuturo, Polizzi, Ciminna, Cammarata,
-Cuscasin Michiken, Casba, Cassaro, Gurfa, Iali.<a class="tag" id="tag685" href="#note685">[685]</a> I
-geronti e il maestro de’ borghesi di Traina, i geronti,
-cristiani e musulmani di Gagliano, i geronti e gli
-uomini, (che di certo significa i «Buoni uomini») di
-Centorbi, eran chiamati (1142) al par che quelli di
-Castrogiovanni e di Adernò, cristiani e musulmani, a
-definire insieme con un protonotaro delegato dal re
-i confini di Regalbuto, pei quali disputava il feudatario
-<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span>
-di Argira contro il vescovo di Messina.<a class="tag" id="tag686" href="#note686">[686]</a> Per un
-altro diploma (1149) gli sceikh musulmani e cristiani
-di Giato avean carico di assister lo stratego a designare
-su i luoghi una quantità di terreno donato dal
-re su i beni demaniali.<a class="tag" id="tag687" href="#note687">[687]</a> In parecchi atti pubblici,
-greci, inoltre, del XII e XIII secolo, si veggono
-de’ testimonii soscritti col medesimo titolo nelle terre
-di Mistretta, Naso, Mirto e nuovamente in San Marco
-e in Centorbi.<a class="tag" id="tag688" href="#note688">[688]</a>
-</p>
-
-<p>
-Erano convocati dai giudici del re i <i>Buoni uomini</i>
-(Καλοὶ ἀνδρώποι), di San Marco (1109), que’ di
-Traina, Gagliano e Milga (1154) e insieme con gli
-Anziani, i Buoni uomini di Naso, Fitalia, Mirto e
-San Marco (1182) e infine, que’ di Centorbi (1183)
-per determinare i confini di territorii sui quali si
-contendea.<a class="tag" id="tag689" href="#note689">[689]</a> I Buoni uomini, di Ἀχάρων, ch’io credo
-torni ad Alcara di Val Demone, chiamati dal vescovo
-di Messina, lor signore, per far testimonianza
-<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span>
-sul diritto di proprietà di certi pascoli tenuti da
-un monastero (1125), rispondeano aver essi medesimi
-conceduto quel fondo al monastero, in grazia di
-alcuni loro concittadini che vollero farsi frati.<a class="tag" id="tag690" href="#note690">[690]</a> Ottant’anni
-dopo, que’ di Nicosia, insieme con due
-commissarii del re «e con tutto il popolo» disponeano
-della chiesa del Salvatore, fondata un tempo
-dallo stesso municipio.<a class="tag" id="tag691" href="#note691">[691]</a> Nel primo caso tornano dunque
-i Buoni uomini ad assessori, o giurati: quello
-ufizio appunto che lor veggiamo esercitare nel IX
-o X secolo, secondo la <i>Lex romana</i> del manoscritto di
-Udine, la quale li mostra allo stesso tempo rappresentanti
-di comuni in giudizio ed esercenti altri atti
-<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span>
-d’amministrazione.<a class="tag" id="tag692" href="#note692">[692]</a> Nel caso d’Alcara e di Nicosia
-evidentemente rappresentan essi il comune, come
-il nostro odierno Consiglio municipale. Tali appunto
-i <i>Boni homines</i> di Savona, secondo i diplomi latini
-del 1056, 1062, 1080, 1125 pubblicati dal San
-<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span>
-Quintino.<a class="tag" id="tag693" href="#note693">[693]</a> Nè l’è maraviglia di trovar lo stesso nome ed
-ufizio in Sicilia, quando tanta parte delle nuove colonie
-venne dalla Marca aleramica; e d’altronde
-quella appellazione durava qua e là in tutta Italia,
-per esempio al principio dell’undecimo secolo in
-Benevento;<a class="tag" id="tag694" href="#note694">[694]</a> e lungo tempo appresso ricomparve nella
-repubblica fiorentina.
-</p>
-
-<p>
-Pongo in ultimo, tra gli ufiziali dei comuni cristiani,
-i <i>Maestri de’ borghesi</i>, che il Gregorio notava
-in Collesano (1141) e in Traina (1142) e prendeane
-animo a confessare le «quasi forme» di municipio, aggiugnendo,
-senza prova nè indizio altro che il nome,
-che «il maestro dei borghesi intimava e dirigea
-come capo» il consiglio comunale.<a class="tag" id="tag695" href="#note695">[695]</a> Senza riandar
-l’antico significato militare del vocabolo <i>Magister</i>,
-nè il militare e civile che prese passando nell’impero
-bizantino, lo veggiamo noi nell’Europa, centrale e
-occidentale, per tutto il medio evo, rispondere a prefetto,
-o preposto ad una classe di impiegati o di cittadini,<a class="tag" id="tag696" href="#note696">[696]</a>
-e ci occorre in Messina nel duodecimo secolo
-il maestro degli Amalfitani;<a class="tag" id="tag697" href="#note697">[697]</a> ma non troviamo esempio
-da mostrare, certo nè verosimile, che <i>Magister</i> tanto
-valesse allora nel linguaggio legale di Sicilia, quanto
-<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span>
-<i>Major</i> e che quest’ultima voce denotasse lo stesso
-ufizio in Sicilia che nella Francia settentrionale e
-nell’Inghilterra.<a class="tag" id="tag698" href="#note698">[698]</a> All’incontro, il solo documento dal
-quale intender si possa la natura dell’ufizio, lo mostra
-pari in grado agli anziani<a class="tag" id="tag699" href="#note699">[699]</a> e ci conduce a supporlo
-capo elettivo d’un consorzio di coloni i quali, stanziando
-in mezzo a popolo diverso di condizioni o di
-origine, avessero interessi lor proprii da curare; come
-le scholae del Medio evo, le corporazioni d’arti di
-tutti i tempi e, nei primi principii loro, le <i>compagne</i>
-di Genova e d’altre città italiane. Un piccol numero
-di borghesi italiani, ovvero oltramontani, stanziati in
-Collesano, feudo degli Avenel,<a class="tag" id="tag700" href="#note700">[700]</a> avrebbe potuto richiedere
-questa maniera di consolato, com’or si direbbe:
-<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span>
-e lo stesso valga per Traina, prima possessione del
-conte Ruggiero, nella quale si veggono alla metà
-del XII secolo abitatori greci, italici e francesi.<a class="tag" id="tag701" href="#note701">[701]</a>
-</p>
-
-<p>
-Di simili consorzii legalmente riconosciuti ci
-danno esempio le <i>università</i>, come allor chiamavansi,
-degli Israeliti in Sicilia. Senza argomentare dalle loro
-istituzioni congeneri in altri paesi, abbiamo del XV
-secolo i Capitoli concessi da re Alfonso alle università
-dei Giudei del regno di Sicilia;<a class="tag" id="tag702" href="#note702">[702]</a> abbiamo del
-secolo XIV memorie del loro Proto, de’ loro anziani
-e delle loro università in Mazara e in Messina:<a class="tag" id="tag703" href="#note703">[703]</a> e le
-medesime istituzioni risalgono senza dubbio al duodecimo
-secolo, quando il vescovo di Cefalù, possessore
-della Chiesa di Santa Lucia in Siracusa, concedeva
-in enfiteusi alla <i>gemâ’</i> de’ Giudei in quella città un
-pezzo di terreno per ampliare lor cimitero.<a class="tag" id="tag704" href="#note704">[704]</a>
-</p>
-
-<p>
-La voce <i>gemâ’</i> usata in quello scritto arabico
-per designare la corporazione de’ Giudei di Siracusa,
-prova che così anco fossero chiamate in Sicilia le
-università de’ Musulmani, le quali, per lo grande
-numero e il soggiorno separato, tornavano spesso a
-<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span>
-veri comuni. Gli è impossibile d’altronde immaginare
-il soggiorno di sì grosse popolazioni musulmane
-senza i loro magistrati municipali: e, se ciò non bastasse,
-noi potremmo allegare gli <i>antique</i>, ossia sceikh,
-de’ quali fa menzione Amato nella resa di Palermo;<a class="tag" id="tag705" href="#note705">[705]</a>
-gli accordi di Mazara e di tutte le altre città che
-sembrano fermati dalla <i>gemâ’</i> di ciascuna; e, sotto il
-principato normanno, gli sceikh di Giattini, Misilmeri,
-Giato, Vicari e d’altre terre, chiamati geronti
-in greco, e incaricati come gli arconti, gli Anziani e
-i Buoni uomini, di determinare i confini delle possessioni
-rurali.<a class="tag" id="tag706" href="#note706">[706]</a>
-</p>
-
-<p>
-Veramente e’ mi par di vedere sotto quelle denominazioni,
-che variano secondo le genti, unico
-uficio di rappresentanti dei municipii; salvo il divario
-che nascea, nell’ordinamento e ne’ limiti dell’autorità,
-dalle condizioni e consuetudini locali di
-ciascuna terra, di ciascuna gente e di ciascun consorzio;
-perocchè trattando del Medio evo erra sempre chi
-suppone uniformità. Anzi mi farebbe maraviglia a
-veder sì frequente quel titolo di anziani col medesimo
-significato in greco e in arabico, se l’autorità
-de’ padri di famiglia, e però dei vecchi, non occorresse
-nelle forme primitive d’ogni umano consorzio;
-e se non potessimo supporre con verosimiglianza
-che le municipalità cristiane di Sicilia si fossero
-spontaneamente riformate nel IX o X secolo, ad
-esempio delle musulmane, per provvedere ai bisogni
-<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span>
-prodotti nella società loro dalla nuova dominazione.<a class="tag" id="tag707" href="#note707">[707]</a>
-E’ non occorre dimostrare che gli sceikh appartennero
-ai Musulmani; i geronti e gli arconti a’ Greci
-e credo io, agli altri antichi abitatori; e i Buoni
-uomini alle nuove colonie italiche. Evidente anco
-parmi che ciascuna gente ritenne o portò seco la
-propria forma di municipio; poichè il principato normanno
-non potea distruggere, nè fondare, nè pur
-modificare profondamente istituzioni di tal fatta. Gli
-arconti, come ho detto, sembrano in Sicilia anziani
-che ritenessero quel titolo, per antica consuetudine,
-come possessori; non altrimenti che i kaid, nobili e
-condottieri, entravano nelle faccende municipali come
-ogni altro notabile; ma nè i primi nè i secondi io
-tengo ufiziali esecutivi, come sarebbero podestà, sindaci,
-giurati, giunte municipali. Nè tali mi sembrano
-i maestri de’ borghesi, meri capi di consorzii minori.
-Necessario fatto egli era poi, e l’attestano i diplomi,
-che nelle terre abitate insieme da due o più genti
-diverse, ciascuna avesse i suoi proprii rappresentanti,
-come abbiamo visto a San Marco, Capizzi, Giattini
-e in molti altri luoghi.
-</p>
-
-<p>
-Ho detto rappresentanti dei comuni per usar
-locuzione moderna ed esprimere un fatto simile nato
-da diritto diverso; poichè non è da supporre elezione
-popolare nè regia, in cotesti corpi municipali composti
-<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span>
-di uomini privilegiati in virtù di antichissime
-consuetudini, gli uni delle città italiche o elleniche,
-gli altri della tribù nomade e de’ primi tempi dell’islam:
-possidenti, capi di alcune arti, scribi, chierici
-cristiani, giuristi musulmani ed altri notabili. I
-quali in che modi e tempi si ragunassero, e se nominassero
-delegati appositi per ciascun negozio, lo ignoriamo;
-nè abbiamo vestigie di magistrati incaricati ordinariamente
-del potere esecutivo del Municipio. Pure
-il diploma inedito di Nicosia che abbiam dato poc’anzi,
-solo e tardo com’esso è, gitta molta luce su l’ordinamento
-municipale de’ tempi normanni; dovendo
-supporsi che le costituzioni delle colonie lombarde
-fossero le più larghe dell’isola e che le tornassero
-al principio del duodecimo secolo, non già alla fanciullezza
-di Federigo secondo, nè al breve regno
-d’Arrigo. Or il diritto di proprietà è esercitato in
-quell’atto «da due commissari regii, da’ Buoni uomini
-e dal popolo» e tra i Buoni uomini sono soscritti
-due giudici giurati e due bajuli. Compariscono dunque
-due ordini di rappresentanti municipali, il Consiglio
-grande, cioè, dov’era chiamato tutto il popolo
-a suon di campana, come si usò in Sicilia fin sotto
-la dominazione spagnuola; e i Buoni uomini che par
-componessero un Consiglio ristretto, nel quale intervenivano
-i bajuli, oficiali amministrativi e giudici
-regii, istituiti da re Ruggiero in luogo de’ vicecomiti
-e strateghi dei primi tempi normanni: risulta poi evidente
-che la presidenza del gran Consiglio era affidata
-ad appositi delegati del principe. Possiamo dunque
-supporre con fondamento che tutti i corpi municipali
-<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span>
-fossero stati convocati e preseduti da commissarii
-regii, per generale provvedimento promulgato fin
-dai principii della dominazione normanna; poichè
-sembra impossibile che Ruggiero avesse ristrette con
-tal freno le colonie lombarde e lasciate senza alcuno
-le terre greche o musulmane; e d’altronde si è
-visto,<a class="tag" id="tag708" href="#note708">[708]</a> senza eccezione chiamare dal feudatario i
-Buoni uomini di Alcara, e dai commissarii regii que’ di
-Nicosia, terra demaniale, per esercitare atti di dominio;
-e similmente da giudici regii o altri ufiziali
-gli sceikhi, anziani, arconti o Buoni uomini di tante
-altre terre, per far le veci di giurati in cause civili.
-Il consiglio generale poi, aperto a tutto il popolo, cioè
-a tutti i borghesi, sembra privilegio delle colonie
-lombarde; nè può ammettersi nelle altre città, se
-nol provino nuovi documenti. E i due giudici giurati
-di Nicosia soscritti nel diploma del 1204, sembrano veramente
-ufiziali esecutivi del municipio, come que’ di
-Messina, soscritti in una carta del 1172; ma non si potrà
-su questo solo indizio determinar la giurisdizione
-loro.<a class="tag" id="tag709" href="#note709">[709]</a> Nè potrassi definire precisamente quella degli
-stessi municipii; la quale se la ci torna oscura in
-oggi, fu dubbia e mutabile e diversa nell’undecimo
-<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span>
-e duodecimo secolo, e sol ritraggiamo la personalità
-del municipio, la magistratura affidata a’ suoi rappresentanti
-e che fors’anco erano richiesti que’ notabili
-di cooperare nell’azienda dello Stato.<a class="tag" id="tag710" href="#note710">[710]</a>
-</p>
-
-<p>
-L’istituzione de’ municipii è provata anco dalle
-franchige, le quali non furono mai disgiunte dall’ordinamento
-della società chiamata a goderle. Che il
-principe e i feudatarii, costretti a rifornire la Sicilia
-di coloni cristiani, li avessero invitati con ogni maniera
-di concessioni, si ritrae da testimonianze concordi.
-Ruggiero, liberati i prigioni di Malta, profferia
-di fabbricar loro a proprie spese un villaggio, là dove
-lor paresse; di fornire i capitali fissi bisognevoli a
-loro industrie e di francare la terra perpetuamente
-da gravezze ed angarie.<a class="tag" id="tag711" href="#note711">[711]</a> Similmente era accordato
-ai borghesi di Catania, Patti e Cefalù,<a class="tag" id="tag712" href="#note712">[712]</a> lo esercizio
-di diritti promiscui nelle terre del signore, la immunità
-da certe gravezze e impedimenti feudali, la
-guarentigia della libertà personale e, nella prima di
-quelle città, che Latini, Greci, Saraceni ed Ebrei
-fossero giudicati ciascuno secondo sua legge. Abbiamo
-noi accennato alle immunità delle colonie lombarde
-di Randazzo e di Santa Lucia:<a class="tag" id="tag713" href="#note713">[713]</a> i diritti e le
-buone consuetudini di Caltagirone, attestati da un diploma
-di Arrigo VI, tornavano parimenti ai tempi di
-<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span>
-re Ruggiero<a class="tag" id="tag714" href="#note714">[714]</a> e son da supporre le une e le altre
-più antiche. Inoltre, dovendosi tener generale il bisogno
-di colonie cristiane, possiam noi dire che quasi
-tutta la Sicilia ottenne, in breve e di queto, franchigie
-municipali non dissimili da quelle che tante popolazioni
-italiane e straniere, nella stessa età, strapparon
-di mano ai feudatarii con ostinati sforzi e
-sanguinosi.
-</p>
-
-<p>
-Or è da spiegare perchè il municipio non si
-vegga distintamente, pria dello scorcio del duodecimo
-secolo, nelle primarie città dell’isola, le quali pur
-godettero larghissime franchige personali e reali fin
-da’ primi anni della dominazione normanna.<a class="tag" id="tag715" href="#note715">[715]</a> Il difetto
-non va apposto a casi fortuiti che avessero distrutto
-ogni avanzo di loro carte nei frequenti disastri
-della diplomatica siciliana: ma più plausibile
-supposto e’ sembra che nessuna di quelle città abbia
-avuto municipio di momento in que’ primi tempi. Lasciate
-da canto Siracusa e Catania, soggette a feudatarii,
-diremo sol di Palermo e di Messina, tenute
-sempre in demanio e importanti sette secoli addietro,
-così come le son oggi.
-</p>
-
-<p>
-Palermo che agguagliava o vincea per frequenza
-di abitatori ogni altra città d’Italia, racchiudea
-forse, verso il 1150, una diecina di <i>università</i>,
-come allor si chiamavano: Musulmani, Greci, Ebrei,
-Lombardi, Amalfitani, Genovesi, Baresi ed antichi abitatori
-<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span>
-cristiani; e i Musulmani e qualche altra gente
-suddivisi, com’egli è verosimile, per quartieri, Cassaro,
-Khalesa, Halka, Schiavoni:<a class="tag" id="tag716" href="#note716">[716]</a> tra i quali corpi
-e’ non è possibile d’immaginare alcuna comunanza di
-vita municipale. Fu mestieri che si dissipassero i Musulmani,
-e che la lingua, i costumi e le violenze dei
-feudatari e poi de’ Tedeschi, accomunassero i cittadini
-cristiani, cioè che volgesse più d’un secolo, per
-mettere insieme quel grosso di borghesia, il cui municipio
-prevalse su tutte le università minori e rappresentò
-la cittadinanza della capitale che proteggea
-Federigo lo Svevo nella sua fanciullezza. Chi ricordava
-allora la <i>gemâ’</i> musulmana o l’israelita, o i
-magistrati de piccoli consorzi cristiani, e chi ne
-serbava gli archivi?
-</p>
-
-<p>
-Sembrano diverse a prima vista le condizioni
-di Messina, la città cristiana, la testa di ponte, direbbe
-un militare, per la quale i conquistatori soleano
-sboccare contro i Musulmani dell’isola. Ma secondo
-la testimonianza d’Amato, rincalzata da fatti anteriori,
-Messina, al primo assalto dei Normanni, era quasi
-vota d’abitatori battezzati.<a class="tag" id="tag717" href="#note717">[717]</a> Nè al certo valsero
-a ripopolarla in breve tratto le poche centinaia di
-uomini che vi facea passare di quando in quando il
-conte Ruggiero; nè gli stuoli più grossi che recovvi
-<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span>
-tre fiate Roberto Guiscardo. Greci di Sicilia e di Calabria
-vi si raccolsero, com’e’ pare, a poco a poco, e genti
-italiche di varii paesi, finchè il tramestìo delle Crociate
-e le guerre marittime de’ Normanni non riempirono
-di navi il porto e non accelerarono la ristorazione
-della terra.<a class="tag" id="tag718" href="#note718">[718]</a> La diversità delle genti che
-l’abitavano, attestata dagli scrittori del duodecimo
-secolo,<a class="tag" id="tag719" href="#note719">[719]</a> portò necessariamente molti consorzii e ritardò,
-sì come in Palermo, la formazione del vero
-municipio.
-</p>
-
-<p>
-Le conghietture alle quali io sono stato troppo
-spesso necessitato, provano la scarsezza de’ documenti
-e il poco zelo che s’è messo fin qui a rintracciarli.
-Or v’ha cagione di sperare che il generale
-movimento degli studii storici conduca gli eruditi ad
-approfondire la istituzione delle municipalità siciliane.
-Ce ne danno arra i lavori di Isidoro La Lumìa e di
-Ottone Hartwig, l’un de’ quali nella Storia di
-Guglielmo il Buono e l’altro nell’Introduzione alle
-consuetudini municipali della Sicilia, hanno toccato
-con dottrina, ancorchè di passaggio, questo grave
-argomento.
-</p>
-
-<p>
-Della feudalità non tratteremo a lungo, sendo
-stati gli ordini di quella descritti largamente dal Gregorio,<a class="tag" id="tag720" href="#note720">[720]</a>
-e qualche minuzia che questi lasciò addietro,
-<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span>
-spigolata con diligenza dal professore Diego
-Orlando.<a class="tag" id="tag721" href="#note721">[721]</a> La somma è che, istituita per lo primo
-allo scorcio dell’undecimo secolo, da un conquistatore
-che sapea comandare a’ suoi seguaci, la
-feudalità siciliana nacque ubbidiente e moderata; che
-il principe trasferì a ciascun barone, tanto o quanto
-determinati, que’ ch’egli credea suoi diritti su le cose
-e sulle persone; ch’e’ riserbossi il più delle volte la
-suprema giurisdizione criminale, e mantenne rigorosamente
-le regalie. Non men che il diritto costituito,
-raffrenava i baroni un contrappeso materiale: i molti
-beni ritenuti in demanio, i molti allodii lasciati agli
-antichi abitatori ed a’ Musulmani, e forse un po’ più
-tardi i fondi conceduti a’ municipii col peso del servigio
-navale, e fin dal principio l’accorta distribuzione
-de’ feudi.
-</p>
-
-<p>
-Da’ pochi ricordi che abbiamo di questo gran
-fatto sociale, si ritrae che seguì negli ultimi tempi
-della guerra. Tra fortuna ed arte, il conte eliminò
-i grandi feudi divisati da Roberto;<a class="tag" id="tag722" href="#note722">[722]</a> cominciò poi
-concedendo piccole terre (1077); e quando il fratello
-fu morto, il nipote avvinto a lui da obblighi e speranze,
-e abbattuta l’ultima insegna musulmana in
-Sicilia (1091), allora «chiamati i suoi cavalieri e reso
-lor grazie, scrive il Malaterra, li rimeritò delle fatiche,
-qual con terreni e vasti possessi e qual con altri
-<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span>
-premii.»<a class="tag" id="tag723" href="#note723">[723]</a> In quell’anno sembra in vero seguìta la
-gran lotteria feudale della Sicilia. Le platee de’ villani
-della Chiesa di Catania portan la clausola di
-tenere come cancellati quelli che fossero stati scritti
-per avventura nelle platee de’ baroni del millenovantatrè,<a class="tag" id="tag724" href="#note724">[724]</a>
-ch’è a dire due anni dopo l’epoca notata dal
-Malaterra; i quali due anni in vero non sembrano
-troppi per ispedire i diplomi con le descrizioni dei territorii
-e i ruoli de vassalli.
-</p>
-
-<p>
-La breve lista che può accozzarsi dei feudatarii
-alla fine dell’undecimo secolo, basta a mostrare il
-fine politico al quale mirava il conte Ruggiero. Sappiam
-noi tenuto da un nobil uomo il val di Milazzo,
-vasto territorio ch’è da credere conceduto ai tempi
-di Roberto; sappiam tenute anco da nobili San Filippo
-d’Argirò, Geraci, Castronovo, Caccamo, Brucato,
-Carini, Partinico, piccole terre; tenute da principi
-del sangue o stretti congiunti della dinastia,
-Siracusa, Noto, Ragusa, Butera, Paternò,<a class="tag" id="tag725" href="#note725">[725]</a> Sciacca,
-grosse città<a class="tag" id="tag726" href="#note726">[726]</a> e da vescovi o prelati molte città e
-terre: e di certo i feudi ecclesiastici e i principeschi,
-messi insieme co’ paesi demaniali, presero tal parte
-dell’isola che passava di gran lunga il cumulo di
-tutti gli altri feudi. Da’ nomi topografici si argomenta
-anco che il conte abbia date ai piccoli condottieri
-<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span>
-le terre minori della Sicilia settentrionale, occupata
-infino al mille ottanta o in quel torno, ed oltre a
-ciò grande numero di piccoli poderi sparsi per tutta
-l’isola,<a class="tag" id="tag727" href="#note727">[727]</a> e ch’egli abbia serbati alla propria casa, alle
-Chiese e al demanio i più vasti e ricchi paesi conquistati
-nell’ultimo decennio, nelle regioni del centro, di
-mezzodì e di levante; tra i quali la contea di Butera,
-conceduta al marchese Arrigo perch’egli era fratello
-d’Adelaide, se pure il conte non isposò la principessa
-aleramica perch’ella era sorella di Arrigo. La poca importanza
-dei feudi privati a riscontro degli altri, collima
-co’ ricordi del Malaterra intorno gli stanziali tenuti
-dal conte e i guiderdoni di beni mobili; sendo evidente
-che il capitano supremo dovette rimeritare con feudi,
-non già i mercenarii, ma i condottieri che lo seguirono
-col patto aleatorio di partire all’apostolica,
-com’egli avea promesso innanzi il combattimento di
-Misilmeri,<a class="tag" id="tag728" href="#note728">[728]</a> il bottino e gli acquisti stabili. Quanto
-fossero pericolosi que’ cavalieri intraprenditori, l’avea
-fatto sperimentare ei medesimo a Roberto; l’avean
-provato entrambi in Puglia e in Calabria, per tutta
-la loro vita.
-</p>
-
-<p>
-Le concessioni alle Chiese mi conducono a trattare
-il capolavoro che fu di piantare in Sicilia, a
-comodo e sostegno del principato, quella pericolosa
-macchina del sacerdozio cattolico. Quanto fosse disposto
-il conte Ruggiero ad anteporre gl’interessi
-<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span>
-politici alla pietà, lo sappiamo noi molto particolarmente<a class="tag" id="tag729" href="#note729">[729]</a>
-e ch’egli e Roberto e i loro predecessori,
-giocando co’ papi, fossero soliti a guadagnare più che a
-perdere. Vissuto per mezzo secolo in sì alto stato in
-Calabria o in Sicilia, e necessitato poscia a consultare
-i savii del paese intorno la ristorazione del cristianesimo
-nell’isola, Ruggiero non potè ignorare
-le dottrine canoniche di Costantinopoli, le quali attribuivano
-al principe una suprema giurisdizione su la
-Chiesa e l’autorità d’istituire sedi vescovili, nominare,
-tramutare e deporre vescovi, metropolitani e
-patriarchi.<a class="tag" id="tag730" href="#note730">[730]</a> Intanto la lite delle investiture che ferveva
-in Ponente, ammonìa Ruggiero del pericolo che
-corresse ogni principe in grembo della Chiesa latina.
-La sua casa stessa avea testè provata la nimistà
-d’Ildebrando. Evidentissimo, ciò non ostante, scorgeasi
-il bisogno di instaurare fortemente in Sicilia
-una Chiesa che convertisse i Musulmani al cristianesimo,<a class="tag" id="tag731" href="#note731">[731]</a>
-i Greci alla credenza latina, e assicurasse
-l’esercizio del patrio culto ai coloni di Terraferma,
-agli Oltramontani, ed ai Siciliani di schiatta italica:
-se no, un rivolgimento di fortuna avrebbe potuto di
-leggieri rendere l’isola agli antichi signori d’Affrica
-o di Costantinopoli. Scansò Ruggiero l’uno e l’altro
-pericolo, prendendo il partito d’istituire una Chiesa
-<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span>
-cattolica apostolica e romana, dipendente da Roma il
-meno, e dal principe il più che si potesse. Ne venne
-egli a capo, perchè la ristaurazione ecclesiastica premea
-al papa non meno di lui, e pur dipendea da lui
-solo che aveva in mano i tesori da spendere in fabbriche
-e arredi e sì le entrate da dotare le chiese, i
-monasteri e i vescovadi. Par ch’egli abbia tentata la
-prova come prima Ildebrando accostossi a casa Hauteville;
-ritraendosi che il conte fondò nel 1081 il
-vescovato di Traina ed elesse il vescovo, non atteso
-alcun legato, nè chiesta licenza di sorta al papa, e
-che questi brontolando, ma senza rabbia, promise
-di consacrare l’eletto.<a class="tag" id="tag732" href="#note732">[732]</a> Morto Gregorio VII, venuto
-Urbano II a Traina e compiuto il conquisto, Ruggiero
-non tardò a fondare le altre sedi: assegnò i limiti
-alle diocesi ed elesse i vescovi, con decreti nei
-quali ei parla come chi eserciti diritto suo proprio;
-e cita per mero rispetto filiale gli accordi fatti verbalmente
-col papa, il quale poi sempre consacrò gli
-eletti.<a class="tag" id="tag733" href="#note733">[733]</a> Eccettuato l’arcivescovo di Palermo, anteriore
-<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span>
-al conquisto, la cui diocesi pur sembra determinata
-dal conte Ruggiero, tutte le altre sedi debbono
-a lui la fondazione: Traina il 1081, com’abbiam
-detto, trasferita a Messina il 1096; Catania il 1091;
-Siracusa, Girgenti e Mazara il 1093, alle quali fu
-aggiunto il 1094 il monastero di Patti, dandosi all’Abate
-dignità e funzioni vescovili;<a class="tag" id="tag734" href="#note734">[734]</a> oltrechè il
-conte, per licenza del papa e, com’ei dice una volta,
-ad esempio del papa, sciolse parecchi monasteri dalla
-giurisdizione de’ vescovi.<a class="tag" id="tag735" href="#note735">[735]</a> Spicca vie più il diritto
-inaugurato da Ruggiero nell’esempio contrario di Lipari;
-la quale sendo stata abbandonata da’ Musulmani,
-e avendovi certi frati fondato un monastero e
-raccolti de’ coloni, papa Urbano die’ all’abate la giurisdizione
-vescovile, vantandosi padrone di quell’isoletta
-in virtù della falsa donazione di Costantino.<a class="tag" id="tag736" href="#note736">[736]</a>
-Ma anco in questo caso Ruggiero seppe stender
-la mano sopra l’Abate, con donargli Patti e non
-poche altre possessioni.<a class="tag" id="tag737" href="#note737">[737]</a> In vero ei messe un tesoro
-per comperare le regalie ecclesiastiche bizantine,
-le quali esercitò, com’abbiam detto, nella fondazione
-de’ vescovadi; anzi trascorse oltre a quelle, fattasi
-<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span>
-anco dar dal papa l’autorità di scomunicare in certi
-casi.<a class="tag" id="tag738" href="#note738">[738]</a> Ruggiero vivea sicuro» della parola del papa,
-che tutto gli aveva assentito senza scrivere un rigo,
-quando Urbano, con apostolica ingenuità, mandava
-a fascio ogni cosa, nominando un legato appo
-di lui. Ma egli nol soffrì. Dopo la vittoria di Capua,
-si fece rendere, quasi a forza, una parte di
-que’ privilegi, nella notissima bolla del millenovantotto,
-quando Urbano avea da sperar molto e da temer
-qualcosa da lui.
-</p>
-
-<p>
-Lo storiografo del conte, il quale narra quello
-scandalo schiettamente anzi che no,<a class="tag" id="tag739" href="#note739">[739]</a> riferisce pur
-tutta a pietà cristiana la fondazione de’ vescovati.
-«Impadronitosi, egli dice, della Sicilia intera, fuorchè
-Butera e Noto, Ruggiero non volle mostrarsi ingrato
-a Dio: cominciò a vivere devoto, ad amare i giudizii
-giusti, seguire il diritto, abbracciare la verità, frequentare
-le chiese, assistere al canto degli inni sacri,
-soddisfare al clero le decime d’ogni entrata sua,
-consolar le vedove, gli orfanelli e gli afflitti. Ei racconcia
-i templi per tutta l’isola; in molti luoghi dà
-del suo, perchè sieno edificati più presto. Innalza
-in Girgenti una Cattedra con infule pontificali; per
-suoi chirografi la dota a perpetuità di terreni, decime
-<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span>
-e varie altre entrate che bastino a mantenere il pontefice
-e il clero; fornitala largamente, oltre a ciò, di
-ornamenti e arredi sacri: alla quale chiesa ei prepone
-ed ordina vescovo un certo Gerlando, di nazione allobrogo,
-uomo, come si dice, di molta carità e nelle
-ecclesiastiche discipline erudito.»<a class="tag" id="tag740" href="#note740">[740]</a> Era dunque del
-Delfinato, o savojardo, questo vescovo, del quale il
-Malaterra non volle affermare le virtù, come il facea
-pe’ francesi: Stefano da Rouen nominato a Mazara,
-Ruggiero provenzale a Siracusa, e un bretone Ansgerio,
-come si ritrae da’ documenti, a Catania. Il
-quale sendo abate di Sant’Eufemia in Calabria e ricusando
-di abbandonare i monaci, ed essi lui, Ruggiero
-trovò modo di vincerlo. «Gli concede perpetuamente,
-ripiglia il Malaterra, la città di Catania e
-sue dipendenze. Egli, trovando inculta la Chiesa,
-come quella che di fresco era stata strappata di gola
-al popolo infedele, la prima cosa die’ mano ai lavori
-di Marta, tanto che in breve provvide la Chiesa di
-quanto le abbisognasse; e poi, alternando con gli studii
-di Marta que’ di Maria, adunò non piccolo stuolo
-di monaci e, come buon pastore, con la parola e
-con l’esempio, li sottomise al giogo di regola rigorosa.»<a class="tag" id="tag741" href="#note741">[741]</a>
-</p>
-
-<p>
-Marta, in vero, meglio che Maria inaugurò la
-Chiesa siciliana; meglio che la vita contemplativa,
-l’opera civile: la propaganda cattolica, necessario
-stromento di governo nelle condizioni della Sicilia,
-musulmana più che mezza, e bizantina quasi tutto il
-<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span>
-resto; l’invito a coloni di Terraferma; il contrappeso
-alla feudalità laica. Ancorchè allo scorcio dell’undecimo
-secolo il periodo vescovile fosse quasi finito
-nell’Italia di sopra, par sia giovata la consuetudine
-di quella autorità ad attirare coloni ne’ feudi ecclesiastici
-della Sicilia con promessa di franchige, com’abbiamo
-notato dicendo di Catania e di Patti. E
-che la prova non fosse fallita, lo dimostra la concessione
-di Cefalù al vescovo, fatta il 1145 da re Ruggiero,
-insieme con una vera carta di franchige municipali.
-Ma il vescovo di Catania, l’abate di Patti,
-l’arcivescovo di Messina e gli altri vescovi e gli abati
-di monasteri liberi da giurisdizione vescovile, possedendo
-feudi da ragguagliarsi ai baroni e taluno
-a’ primarii del regno,<a class="tag" id="tag742" href="#note742">[742]</a> e dipendendo per molti rispetti
-dal re e per nessuno dall’aristocrazia militare,
-aggiugnean forza al principato di Ruggiero.
-Il quale, dovendo affidar loro sì vitali interessi
-dello Stato, chiamò alle sedi vescovili i suoi fidati,
-li fece entrare ne’ Consigli dello Stato<a class="tag" id="tag743" href="#note743">[743]</a>: ne’ quali rimasero
-pur troppo fino alla continua minorità di Guglielmo
-II. Le sette diocesi coincidono a un dipresso
-con le divisioni politiche nate tra i Musulmani verso
-la metà dell’undecimo secolo;<a class="tag" id="tag744" href="#note744">[744]</a> e le tornano esattamente
-<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span>
-per numero e con poco divario per circoscrizione,
-alle province odierne dell’isola: dove il numero
-de’ vescovi è ormai triplicato per la vanità di
-alcuni municipii e la cieca devozione de’ Borboni di
-Napoli, i quali procacciarono la istituzione di otto sedi
-novelle in ventotto anni.<a class="tag" id="tag745" href="#note745">[745]</a> Ma tornando addietro all’XI
-secolo, è da notare come la diocesi di Palermo fu di
-gran lunga più piccola che ogni altra: un trapezio da
-Corleone a Vicari, foce del fiume Torto e Capo di
-Gallo. E ciò si comprende, poichè Palermo ubbidiva
-al duca di Puglia quando il conte Ruggiero costituì le
-finitime diocesi di Traina, Mazarae Girgenti.<a class="tag" id="tag746" href="#note746">[746]</a> Fors’anco
-non si stendea più oltre la giurisdizione politica della
-città innanzi il conquisto.
-</p>
-
-<p>
-Su la circoscrizione territoriale dell’isola abbiam
-detto altrove ritrarsi sotto la dinastia fatemita
-l’ordinamento dell’isola in <i>iklîm</i>, i quali sembrano
-distretti militari.<a class="tag" id="tag747" href="#note747">[747]</a> Or si ritrovano gli iklîm sotto i
-Normanni. Non ne cerchiam noi la prova ne’ passi
-d’Edrisi dove si fa menzione di parecchi iklîm della
-Sicilia; perocchè il geografo di re Ruggiero usa quel
-<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span>
-vocabolo genericamente; anzi, amando i giuochi di
-parole come ogni altro scrittore arabico de’ suoi
-tempi, loda l’ampiezza o la feracità dei territorii
-con dare talvolta allo stesso luogo le appellazioni
-di <i>’aml</i> e di <i>iklîm</i>.<a class="tag" id="tag748" href="#note748">[748]</a> Ma quest’ultima voce occorre
-appunto in qualche diploma del XII secolo, estratto
-dai registri degli ufizi pubblici, che risalivano a’ principii
-della dominazione normanna.<a class="tag" id="tag749" href="#note749">[749]</a> Inoltre gli è
-da sapere che in quelle quattro circoscrizioni diocesane
-del conte Ruggiero nelle quali si leggono i
-nomi de luoghi,<a class="tag" id="tag750" href="#note750">[750]</a> scarsissimo n’è il numero al confronto
-di quello che dà Edrisi a capo di mezzo secolo,
-avvertendo pure ch’ei ricordi le città e terre
-principali e lasci addietro quelle di minor conto.<a class="tag" id="tag751" href="#note751">[751]</a> E
-per vero i diplomi ci ragguagliano di moltissimi
-villaggi taciuti dal geografo; talchè in qualche tratto
-di paese il numero cavato dai diplomi sta a quello
-di Edrisi, come il numero di Edrisi a quello della
-<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span>
-circoscrizione ecclesiastica. Il divario poi che corre
-tra questa e la descrizione geografica or or citata,
-nasce in alcuni casi dalla fondazione di nuove
-colonie; ma il più delle volte evidentemente vien
-da ciò, che la cancelleria del Conte notava nelle diocesi
-i soli capoluoghi, invece delle terre sottoposte
-alla giurisdizione politica e militare di ciascuno, ch’era,
-a creder mio, l’iklîm. Così nella vasta diocesi di
-Catania, descritta il 1091, si notano solamente Aci,
-Paternò, Adernò, Sant’Anastasia, Centorbi e Castrogiovanni,
-ciascuna delle quali è assegnata «con tutte
-le appartenenze sue:» e si vede che le appartenenze
-di Castrogiovanni stendeansi da una parte sino ai
-confini di Traina e dall’altra sino al fiume Salso;<a class="tag" id="tag752" href="#note752">[752]</a>
-ond’eranvi comprese Caltanissetta e Pietraperzia,
-taciute qui, ma nominate ben da Edrisi, con questa
-particolarità ch’egli attribuisce a ciascuna parecchi
-iklîm. Darò anco in esempio la diocesi di Palermo,
-alla quale il primo attestato di circoscrizione (1122)
-attribuisce soltanto Palermo, Misilmeri, Corleone,
-Vicari e Termini;<a class="tag" id="tag753" href="#note753">[753]</a> ma al dire d’Edrisi erano cospicue
-nella medesima regione Trabia, Cefalà, Marineo,
-Godrano, Margana, Menzil Iusuf, Caccamo,
-Brucato, Raia, Prizzi, Pitirrana e Abragia, terre anteriori,
-la più parte, al conquisto;<a class="tag" id="tag754" href="#note754">[754]</a> e, una trentina
-d’anni dopo Edrisi, i diplomi ci mostrano nell’iklîm
-di Corleone quattro villaggi,<a class="tag" id="tag755" href="#note755">[755]</a> e tra Palermo e Termini
-<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span>
-Ibn-Giobair vide il bel paesello di Kasr Sa’d,<a class="tag" id="tag756" href="#note756">[756]</a>
-le carte fanno ricordo di Ain-Liel<a class="tag" id="tag757" href="#note757">[757]</a> e di Rahl Esscia’rani.<a class="tag" id="tag758" href="#note758">[758]</a>
-Così anco nella diocesi di Mazara il diploma
-del conte Ruggiero ha dieci nomi<a class="tag" id="tag759" href="#note759">[759]</a> e sedici la
-geografia d’Edrisi. Si ritrae da’ diplomi inoltre che
-il territorio della città di Mazara prendea quasi tutto
-l’odierno circondario di tal nome e metà di quello
-d’Alcamo.<a class="tag" id="tag760" href="#note760">[760]</a> Vasto territorio anco sembra il val di
-Milazzo tenuto in feudo da Goffredo Borello ne’ primi
-tempi del conquisto.<a class="tag" id="tag761" href="#note761">[761]</a> Il conte Ruggiero ritenne dunque,
-chè altrimenti far non potea, gli iklîm de’ Musulmani,
-chiamandoli «appartenenze» del capoluogo;<a class="tag" id="tag762" href="#note762">[762]</a>
-i quali territorii, per la estensione loro, variavano
-tra il «mandamento» e il «circondario» della presente
-circoscrizione dell’Italia. Erano <i>contadi</i>, talvolta
-sì vasti, che alcuno, come Adernò, Paterno o
-Siracusa, divenne <i>contea</i>.
-</p>
-
-<p>
-Pur se alcuni iklîm in Sicilia, come in altri
-<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span>
-paesi musulmani, eccedeano le proporzioni ordinarie,
-non si veggono a’ tempi del conte Ruggiero grandi
-circoscrizioni civili o militari che ne comprendessero
-tanti da potersi chiamare province. Se Edrisi dice
-che Sciacca era divenuta la città primaria<a class="tag" id="tag763" href="#note763">[763]</a> degli iklîm
-d’intorno, in luogo di Caltabellotta la cui popolazione
-s’era quasi tutta tramutata in quella città marittima,
-questo sembra fatto economico non amministrativo:
-d’altronde torna alla metà del XII secolo. Sola eccezione
-mi pare il Val Demone, citato qual nome di
-regione da due scrittori cristiani contemporanei al
-conquisto,<a class="tag" id="tag764" href="#note764">[764]</a> e come tale anco usato nella geografia
-di Edrisi<a class="tag" id="tag765" href="#note765">[765]</a> e in molti diplomi della fine dell’undecimo
-e prima metà del duodecimo secolo;<a class="tag" id="tag766" href="#note766">[766]</a> ancorchè
-per noi s’ignori se allo scorcio dell’undecimo, rispondesse
-<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span>
-all’antico nome un vero compartimento amministrativo.
-Io nol credo, perchè ne’ ricordi del
-conquistatore non rimane vestigio di altra autorità
-provinciale che i vescovi; perchè un ordinamento
-provinciale non è verosimile in quella prima applicazione
-della feudalità, dove i magistrati provinciali
-sarebbero stati i Conti; e perchè le province non
-avrebbero potuto differire, per numero nè per confini,
-dagli Stati musulmani distrutti. Pertanto rimanderei
-ai tempi di re Ruggiero la tripartizione in valli, o
-piuttosto la ristorazione di tal ordinamento, che si
-potrebbe riferire, sì come ho già detto, ai Musulmani.<a class="tag" id="tag767" href="#note767">[767]</a>
-</p>
-
-<p>
-E tanto meno verosimile sarebbe un ordinamento
-di province sotto il primo Ruggiero, quanto risulta
-dalle croniche e da’ documenti ch’egli non ebbe mai
-capitale propriamente detta. Povero venturiere, si
-fece il primo nido in Mileto che sola possedea; levato
-a maggiori speranze in Sicilia, ne usurpò un
-altro in Traina; ma divenuto principe e potentato,
-alternò sempre tra Mileto e Traina quel che potrebbe
-chiamarsi il soggiorno suo, poche settimane, cioè,
-ch’ei posava in casa, correndo da impresa ad impresa,
-tra il Lilibeo e il Garigliano. Ei volle essere
-<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span>
-sepolto in Mileto;<a class="tag" id="tag768" href="#note768">[768]</a> fece comporre le ossa del
-figliuolo Giordano in Traina;<a class="tag" id="tag769" href="#note769">[769]</a> e quivi tenea il tesoro,
-quivi per qualche tempo la famiglia, ritraendosi
-che una sua figliuola, andando sposa in Ungheria,
-entrò in nave a Termini e quindi a Palermo, donde
-fece vela per la Dalmazia.<a class="tag" id="tag770" href="#note770">[770]</a>
-</p>
-
-<p>
-La triplice origine degli abitatori della Sicilia
-portò seco tre denominazioni di magistrati, che a
-nome del principe reggessero le terre demaniali e del
-barone le feudali; rendessero ragione e riscuotessero
-le entrate. E veramente occorrono in moltissime carte
-<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span>
-del tempo i nomi di strateghi e vicecomiti; e due
-diplomi arabici del 1149 e 1154 danno entrambi il
-doppio titolo di <i>’Amil</i> e <i>Stratego</i> di Giato ad un Abu
-Taib, il quale, insieme con gli sceikh cristiani e musulmani
-di Partinico, N»zh»r»d, Desisa e di Giato medesima,
-designava il sito e i confini di un terreno conceduto
-dal demanio regio.<a class="tag" id="tag771" href="#note771">[771]</a> Similmente in un atto
-notarile greco del 1156, appartenente a un comune
-dell’attuale provincia di Palermo, è citato un kâid
-Hosein, stratego.<a class="tag" id="tag772" href="#note772">[772]</a> Parve al Gregorio, se non certa,
-verosimil cosa che gli strateghi avessero avuta autorità
-maggiore e giurisdizione territoriale più vasta
-che i vicecomiti e che i primi fossero stati magistrati
-<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span>
-criminali, i secondi civili e d’azienda.<a class="tag" id="tag773" href="#note773">[773]</a> Ma
-novelli documenti e que’ medesimi dati alla luce infino
-al secol passato, dimostrano la competenza
-civile e amministrativa degli strateghi.<a class="tag" id="tag774" href="#note774">[774]</a> Che se veggonsi
-ad un tempo nello stesso luogo lo stratego e
-il vicecomite, come a Stilo di Calabria e in Siracusa,<a class="tag" id="tag775" href="#note775">[775]</a>
-ciò non prova esclusivamente la differenza del grado;
-ma il doppio uficio ben adattasi a terra abitata
-da due genti diverse, sì come in Palermo sedeva
-il cadì e il magistrato cristiano, e in Giato lo stesso
-uomo era <i>’âmil</i> e stratego. Il fondamento del diritto
-pubblico della Sicilia in quel tempo, cioè che ciascuna
-gente fosse giudicata secondo sua legge,
-richiedea che a ciascuna si desse il proprio magistrato;
-e la primitiva semplicità ed economia
-dell’amministrazione portava che il giudice fosse
-incaricato di ogni altra faccenda del principe o del
-barone. Lo stratego, governatore di provincia nel
-<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span>
-IX secolo, era rimaso, com’io penso, supremo magistrato
-politico quando, caduta la dominazione bizantina,
-ciascuna città independente, tributaria o anche
-soggetta a’ Musulmani, si resse più o meno largamente
-da se medesima: e ciò non solo in Sicilia, ma
-avvenir dovea in varii luoghi della Calabria. Era
-dunque naturale che il conte normanno lasciasse il
-medesimo titolo al governatore ch’ei mandava nelle
-città greche e chiamasse vicecomite quello delle
-nuove colonie, come solean dirlo in casa loro.<a class="tag" id="tag776" href="#note776">[776]</a> Per
-la medesima ragione veggiamo l’<i>’âmil</i> nelle terre musulmane;
-se non ch’egli era privo di autorità giudiziaria,
-appartenendo questa ai <i>cadi</i> e agli <i>hâkim</i>.<a class="tag" id="tag777" href="#note777">[777]</a>
-Come portava lor civiltà superiore, ebbero i Musulmani,
-<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span>
-oltre gli appositi magistrati, anco leggi, se non
-buone, almen certe e coordinate da sottile giurisprudenza;
-mentre il codice dell’umanità, la legge
-romana, facea capo qua e là nelle consuetudini delle
-città cristiane, traendo seco qualche innovazione
-bizantina e lottando contro le barbariche usanze dei
-Longobardi e de’ Franchi.<a class="tag" id="tag778" href="#note778">[778]</a> Per vizio comune alle
-legislazioni europee, riserbossi il principe gli appelli
-nelle cause civili, facendole decidere da ottimati delegati
-a volta a volta. Ritenne egli inoltre i giudizii
-capitali nella più parte de’ feudi.<a class="tag" id="tag779" href="#note779">[779]</a>
-</p>
-
-<p>
-Or toccheremo delle entrate pubbliche nei primi
-tempi normanni; nella quale ricerca e’ convien adoprare
-con maggior cautela, e quasi con diffidenza, i
-ricordi dell’ultima metà del XII secolo; sendo, i
-fatti in materia di azienda, assai più mutabili che
-quelli discorsi fin qui, verbigrazia le condizioni sociali
-o i municipii, e mancando pertanto quella presunzione
-d’un’origine più antica, che sovente ci
-ha confortati a riferire a’ principii della dinastia gli
-ordini che si ritraeano in su la fine. Intraprendiamo
-ricerca di fatti ch’ebbero grande conseguenza nella
-storia dell’Italia meridionale, perocchè il conte Ruggiero
-negli ultimi venticinque anni dell’undecimo
-secolo, salì a tanta potenza mercè l’oro, non meno
-che il ferro. Quella ricchezza ond’ei fu rinomato in
-tutta Cristianità, non potea venir dal solo bottino;
-non dal frutto de’ possessi demaniali, necessariamente
-<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span>
-scarso tra le fazioni di guerra e lo sconvolgimento
-sociale. E pur allora veggiamo il conte
-stipendiare grosse schiere di stanziali, largire doti
-regie a tante figliuole, porgere sussidii ai papi e,
-quel ch’era più grave, aiutar di danari il fratello
-nell’impresa di Grecia; e poi innalzare per ogni
-luogo chiese e monasteri. Donde venian cotesti tesori?
-E’ si direbbe che il conte avesse appresa
-l’alchimia dagli Arabi, o scoperto dassè il gran segreto:
-quel medesimo con che raddoppiossi d’un
-tratto il reddito della città di Palermo, come prima
-ei vi messe le mani.
-</p>
-
-<p>
-La savia amministrazione, fondamento del gran
-segreto, sembra retaggio de’ tempi musulmani, ben
-usato dal vincitore. Avendo sotto gli occhi i ruderi, noi
-possiamo ricomporre in parte quell’antico edifizio.
-E prima scorgiamo un censimento universale di beni
-demaniali e feudali, chè gli uni e gli altri furono in
-origine la stessa cosa, possessi, cioè, dello Stato,
-de’ quali altri si concedeano in feudo, altri ricadeano
-al fisco e questo ne riconcedeva o ritenea. Provan
-cotesto censimento le <i>platee</i> de’ villani appartenenti a
-ciascun feudatario dell’isola, promulgate in Mazara,
-come già notammo, il 1093, che è a dir due anni
-dopo il compimento del conquisto;<a class="tag" id="tag780" href="#note780">[780]</a> poichè tanto
-valea concedere i villani, quanto la terra assegnata
-<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span>
-a ciascun di loro, detta <i>rab’</i> ne’ documenti arabici, e
-<i>cultura</i> ne’ latini.<a class="tag" id="tag781" href="#note781">[781]</a> Nè mancano, nell’undecimo secolo,
-le vestigie di un’antecedente descrizione de’ territorii;
-sapendosi essere stato il casale di Regalbuto
-concesso il 1090 alla chiesa di Messina «con tutto il
-suo contado ed appartenenze, secondo le antiche
-circoscrizioni de’ Saraceni.»<a class="tag" id="tag782" href="#note782">[782]</a> Più precise notizie ci
-danno di cosiffatta descrizione le carte del duodecimo
-secolo, dalle quali si scorge che quel censimento, s’ei
-non raffigurava, come i nostri d’oggidì, una selva
-di righi e colonnini terminati col reddito di ciascun
-podere in lire e centesimi, che son pur cifre d’approssimazione
-<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span>
-e talvolta direbbonsi d’allontanamento,
-racchiudea, sì, la descrizione sommaria de’ confini
-noti a tutti in ciascun contado, la misura della superficie,
-il numero e i nomi de’ villani, e, alla grossa,
-la qualità del suolo.<a class="tag" id="tag783" href="#note783">[783]</a>
-</p>
-
-<p>
-Le medesime carte ci fanno conoscere il titolo
-dell’ufizio che serbava cotesto censimento; ed era,
-in arabico, <i>Diwân-el-Tahkîk-el-Ma’mûr</i>, ossia «Ufizio
-di riscontro della tesoreria,» se non ci inganna l’analogia
-con gli ordinamenti dell’azienda pubblica, posti
-in Egitto da que’ medesimi califi Fatemiti che furon
-legislatori dell’azienda in Sicilia:<a class="tag" id="tag784" href="#note784">[784]</a> il quale ufizio in
-<span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span>
-latino barbaro fu detto <i>Dohana de Secretis</i><a class="tag" id="tag785" href="#note785">[785]</a> per la medesima
-ragione che altrove fece chiamare segretarii
-<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span>
-gli scrittori del carteggio ufiziale. L’origine musulmana
-è provata dalla denominazione dell’ufizio e da
-quella de suoi strumenti, i <i>defetarii</i>, de’ quali fa menzione
-il Falcando, e se n’ha riscontro ne’ documenti;
-ma si è molto disputato su quel ch’e’ contenessero
-e donde venisse quella voce.<a class="tag" id="tag786" href="#note786">[786]</a> <i>Defêtir</i> è plurale arabico
-di <i>difter</i>, e questo, mera trascrizione di
-διφθέρα «pelle» e «codice di cartapecora:»<a class="tag" id="tag787" href="#note787">[787]</a> un di
-que’ vocaboli che gli Arabi necessariamente tolsero
-in prestito da’ Greci, sia in Levante o sia in Sicilia,
-e andandosene dall’isola, ce li riconsegnarono storpiati
-a loro modo. I defetarii erano dunque i libri,
-i registri, degli ufizii d’azienda. Ancorchè non mi
-sia occorsa altra appellazione speciale che del <i>difter-el-hodûd</i>,
-ossia «registro de’ confini,»<a class="tag" id="tag788" href="#note788">[788]</a> egli è verosimile
-<span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span>
-che ve ne fossero stati di varie maniere, come
-appunto soleano averli i Musulmani, e che in una
-serie di que’ registri fossero pur notati i diritti dello
-Stato su ciascuna classe di abitatori in ogni terra; i
-quali diritti si riscuoteano dal Fisco quando la terra
-era ritenuta in demanio e si trasferivano ai baroni
-quando la si concedea. Possiam anco supporre con
-fondamento che non mancassero i catasti de’ beni
-allodiali.<a class="tag" id="tag789" href="#note789">[789]</a> L’ordinamento de’ catasti risultante dalle
-<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span>
-carte del XII secolo fu ristorato forse e perfezionato
-ai tempi di re Ruggiero; ma questi di certo
-non imitollo dal “Doomsday book” di Guglielmo
-il Conquistatore, come si è immaginato:<a class="tag" id="tag790" href="#note790">[790]</a> l’ebbe in
-retaggio dal primo Conte, dal governo musulmano
-e fors’anco dal bizantino.
-</p>
-
-<p>
-Par che il Conte abbia rivendicati al demanio
-tutti i possessi e i diritti usurpati da lunghissimo
-tempo; leggendosi nella concessione feudale della
-città di Catania (1092), esser data quella al vescovo
-«con tutte le sue appartenenze, possessioni ed entrate,....
-sì come la teneano i Saraceni quando i Normanni
-passarono la prima volta in Sicilia»<a class="tag" id="tag791" href="#note791">[791]</a> e dati
-anco «i Saraceni che dimoravano in Catania a quel tempo,
-e i figliuoli dei Saraceni di Catania stessa e
-di Aci, nati in altre parti della Sicilia, dove i genitori
-si fossero rifuggiti per timore de’ Normanni.»
-L’interpretazione più ovvia di coteste parole farebbe
-risalire la rivendicazione a trent’anni innanzi (1061);
-se non che mal si comprende qual principio di gius
-pubblico o quale utilità avrebbe potuto suggerir termine
-così fatto al conquistatore. Avea forse Ibn-Thimna
-prestato omaggio feudale a Ruggiero o a Roberto
-<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span>
-il sessantuno? Ovvero si pattuì quel termine nella dedizione
-di Catania ai Normanni? Il primo supposto
-parmi privo di fondamento; l’altro gratuito affatto e
-credo più plausibile un terzo: cioè che la passata
-alla quale si alludea, fosse quella della compagnia
-normanna che seguì la bandiera di Maniace il milletrentotto.
-Allora, occupata da Cristiani tutta la Sicilia
-orientale, moltissime famiglie emigrarono senza
-dubbio nelle regioni occidentali. A capo di due anni,
-lacerata la Sicilia dall’anarchia e surti i regoli, erano
-stati di certo occupati da questo e da quello i beneficii
-militari, parte principalissima dell’entrata pubblica
-e pomo della discordia nell’isola, come in tutt’altro
-Stato musulmano. Gli è verosimile dunque che
-il vincitore, potendolo fare con buon diritto, abbia
-messa la scure alla radice, in luogo di tollerare le
-concessioni de’ regoli ch’egli avea combattuti e vinti
-ad uno ad uno. Nè era da temere maggior odio per
-lo spogliamento degli ingiusti occupanti dopo cinquant’anni
-che dopo trenta; e molto minore difficoltà
-si sarebbe incontrata a scoprire i poderi notati nei
-registri dei diwân kelbiti della capitale, che a rintracciare
-la condizione del patrimonio militare al
-principio della guerra in ciascun centro di governo:
-Palermo, Castrogiovanni, Girgenti, Siracusa e Catania.
-D’altronde la rivendicazione si può con fondamento
-supporre estesa a tutta l’isola, perocchè la
-non toccava al certo le proprietà, ne’ luoghi dove
-per accordo o necessità rispettolle il vincitore.
-</p>
-
-<p>
-De’ possedimenti demaniali fruiva il Conte, come
-ciascun feudatario de’ suoi proprii, riscotendo da’ villani
-<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span>
-ed altri coloni il tributo in danari e grani, e il
-servigio d’opere manuali; e da’ borghesi delle terre
-e città le gabelle, tasse o guadagni di vendita privativa:
-dei quali pesi abbiam toccato nel trattar le
-condizioni del popolo e ci siamo riferiti al Gregorio.<a class="tag" id="tag792" href="#note792">[792]</a>
-E conviene rimanerci alle generalità; perchè le prove
-che dà il Gregorio non bastano in tutti i particolari.
-Egli argomentò il sistema de’ primi tempi normanni
-dalle liste di que’ che alla metà del XIII secolo
-si chiamavano diritti antichi, per opposizione ai
-nuovi ordinati da Federigo imperatore; ma non possiamo
-non supporre che grandissime innovazioni
-fossero seguite nella prima metà del XII secolo. Si
-affidò inoltre il Gregorio alla descrizione dei detti pesi
-per Andrea da Isernia, senza considerare che questo
-dotto giureconsulto del XIII secolo avesse lavorato
-su le memorie del Napoletano al par che della Sicilia.
-In fine ei fece assegnamento su certi documenti del
-XIII secolo, ne’ quali si noveravano le entrate pubbliche
-soggette a decima ecclesiastica; ma non s’accorse
-che il clero per lo meno esagerava i proprii diritti.<a class="tag" id="tag793" href="#note793">[793]</a>
-Occorrono quindi novelli studii su i documenti,
-stampati o no, per appurare ciascun capo di entrata
-pubblica ne’ tempi di cui si ragiona. Ma tutto
-<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span>
-insieme si vede il fatto che dovea nascere, l’innesto
-della ragione feudale su la fiscalità musulmana:
-da una parte, nuovi diritti dominicali e angherie
-feudali; dall’altra alcune maniere di testatico, e
-da entrambe, gabelle di consumo e di produzione.
-Sappiamo, per testimonianze di contemporanei, recata
-in Sicilia da’ Normanni la privativa de’ bagni, de’ molini,
-de’ forni e delle canove.<a class="tag" id="tag794" href="#note794">[794]</a> I diritti di erbatico, legnatico
-e simili, nacquero dalla nuova forma della
-proprietà; i proventi giudiziali, dal potere politico attribuito
-a proprietarii privati. Continuò la capitazione
-su i Giudei, trovato musulmano. Scendeano da tempo
-più antico, modificate da’ Musulmani ed accresciute
-al certo da’ Normanni, le gabelle alla entrata o uscita
-delle merci, le tasse su i movimenti delle navi
-<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span>
-mercantesche, i diritti su le industrie e i mestieri.
-Dalle denominazioni si può talvolta conghietturare
-l’origine; per esempio, la <i>cabella bucherie</i> sembra
-normanna tanto certamente, quanto il diritto di rahaba
-e quello di <i>cangemia</i> musulmani.<a class="tag" id="tag795" href="#note795">[795]</a> Non è poi da dimenticare
-<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span>
-che coteste gravezze variavano forse da
-terra a terra in quantità e in qualità e che, se in teoria
-le appartenean tutte al principe, sì come i terreni
-non allodiali, pure ei non ne fruiva se non che
-ne’ paesi del demanio, ma nelle città e terre concedute
-le andavano a beneficio dei feudatarii. Il supposto
-del Gregorio che, per lo meno, quelli che or
-diciam diritti doganali si riscuotessero dal principe
-per ogni luogo<a class="tag" id="tag796" href="#note796">[796]</a> non mi pare avvalorato da alcun
-fatto, nè consentaneo al diritto pubblico de’ tempi.
-</p>
-
-<p>
-Tributo generale bensì, la colletta, si poneva
-anco su i feudatarii ne’ noti quattro casi feudali;
-della quale ancorchè non abbiam ricordi al tempo
-del primo conte, la si dee supporre, quando e’ si
-ritrae che Roberto Guiscardo levolla in Terraferma
-e in Palermo<a class="tag" id="tag797" href="#note797">[797]</a> e poi i re normanni in tutta la Sicilia.<a class="tag" id="tag798" href="#note798">[798]</a>
-Generale anco il diritto di marineria, col quale si manteneva
-il navilio; se non che, com’e pare, i municipii vi
-contribuivano, più che i feudatarii, e ciò in compenso
-del servigio militare.<a class="tag" id="tag799" href="#note799">[799]</a> Ed ancorchè non risulti da alcun
-documento di quella età, credo fermamente sia da
-<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span>
-aggiugnere alle sopradette e da tener principalissima
-entrata del conte Ruggiero, come la fu de’ successori,
-la tratta de’ grani. Sappiam noi dagli annali musulmani
-le spaventevoli carestie che patì l’Affrica propria
-in quella età,<a class="tag" id="tag800" href="#note800">[800]</a> sendo permanente la causa principale:
-gli Arabi ladroni d’Egitto i quali desolarono
-tutta la campagna e corserla in guisa da impedirvi
-per tanti secoli ogni maniera di coltivazione.<a class="tag" id="tag801" href="#note801">[801]</a> Sappiamo
-dal raccontato aneddoto del conte Ruggiero
-quanto assegnamento facesse il governo di Sicilia in
-sul traffico de’ grani con l’Affrica; il qual fatto non
-rimarrebbe men vero, se il racconto si riferisse alla
-prima metà del XII secolo, anzichè alla seconda
-dell’XI.<a class="tag" id="tag802" href="#note802">[802]</a> E veramente la reciproca pazienza degli
-Ziriti e della casa di Hauteville a mantenere la
-pace negli ultimi diciotto anni della sanguinosa
-lotta che il cristianesimo combatteva contro l’islamismo
-in Sicilia,<a class="tag" id="tag803" href="#note803">[803]</a> non si potrebbe credere, quand’anco
-si supponesse in ambo le parti inalterabile
-saviezza e freddo giudizio degli interessi politici;
-ma la parrà naturale e necessaria, supponendo
-che il conte Ruggiero mandasse a vendere i grani
-dell’azienda in Mehdia, in Tunis e nelle altre
-città della costiera, sì come fece il figliuolo Ruggiero
-quindici o venti anni dopo la morte di lui: e questo
-<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span>
-commercio di grani aprì la via alle imprese del re
-sopra l’Affrica, e rese per due secoli i principi di Tunis
-tributarii a que’ di Sicilia, come si dirà nel libro
-seguente. Con ciò la tratta de’ grani comparisce fin
-dalla prima metà del XIII secolo ricchissimo capo
-d’entrata del tesoro siciliano e se ne scorge vestigia
-al principio del XII.<a class="tag" id="tag804" href="#note804">[804]</a> Tutte le ragioni conducono
-al supposto che il conte Ruggiero l’abbia istituita o
-forse continuata in ciascuna città marittima della
-Sicilia, come prima egli se ne insignorisse: ed è
-verosimile ch’ei v’abbia fatto doppio guadagno; cioè
-levare grossa contribuzione in denaro o in genere
-all’uscita de’ grani altrui, e intanto, aumentato così il
-prezzo della merce, mandar a vendere in altri paesi i
-grani ch’ei possedea, raccolti da’ canoni in derrata
-ne’ suoi proprii demanii o ritratti dalla medesima
-tassa d’uscita. Ammessa questa sorgente, non farà
-maraviglia l’inesauribile ricchezza del conquistatore.
-</p>
-
-<p>
-Dopo i tributi verrebbero i servigi, ch’erano sì
-gran parte de’ pubblici pesi negli stati feudali; e
-possono dividersi in servigi di pace e di guerra.
-Dei primi, cioè le giornate di lavoro ne’ campi, i
-trasporti, l’opera manuale nelle edificazioni e simili
-fatiche, abbiam già toccato; nè occorre altro aggiugnere,
-sendo simili coteste obbligazioni nelle terre
-<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span>
-demaniali e nelle feudali.<a class="tag" id="tag805" href="#note805">[805]</a> Il servigio militare di terra
-era prestato da’ baroni in Sicilia al par che in ogni
-altro stato feudale, come si legge nel Gregorio.<a class="tag" id="tag806" href="#note806">[806]</a> Notiamo
-tuttavia che i feudi ecclesiastici non andarono
-esenti per generalità dal servigio militare, sì com’ei
-dice; ma alcuni ne furono eccettuati e similmente alcune
-città. Inoltre i fatti narrati da noi provano
-come il Conte chiamasse talvolta alla guerra i Musulmani
-di Sicilia;<a class="tag" id="tag807" href="#note807">[807]</a> il quale esempio fu seguìto dai re
-suoi discendenti e dalla dinastia sveva. Verosimile
-egli è che i Musulmani facesser oste capitanati dai
-loro kâid,<a class="tag" id="tag808" href="#note808">[808]</a> nutriti a spese del principe durante l’impresa
-e gratificati col bottino. È da ricordare infine
-che il Conte ebbe schiere di stanziali stipendiati, e
-che i suoi successori ne tenner anco di Cristiani e di
-Musulmani.
-</p>
-
-<p>
-Del navilio siciliano allo scorcio dell’undecimo
-secolo non avanza alcuna memoria. Si potrebbe
-anzi supporre, se non distrutto, decaduto di molto;
-ritraendosi che verso il millesessantotto la gente
-dell’armata, per cagion delle guerre civili, riparò
-in Affrica,<a class="tag" id="tag809" href="#note809">[809]</a> e che le forze navali operaron poco
-nella difesa di Palermo il 1071, ancorchè quello fosse
-stato sempre il gran porto militare de’ Musulmani
-di Sicilia.<a class="tag" id="tag810" href="#note810">[810]</a> Ciò nondimeno, s’egli è vero che a metter
-<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span>
-su un navilio di guerra si richiegga tempo e
-spesa e grandissima cura, convien che il conte Ruggiero
-abbia adoperato a ristorare il navilio siciliano
-i buoni elementi del pugliese e del calabrese già messi
-alla prova negli assedii di Bari e di Palermo e usati
-da Roberto nella guerra di Grecia; e ch’ei gli abbia
-felicemente innestati con que’ del navilio musulmano.
-Perchè i Normanni di Sicilia rivaleggiaron in sul
-mare con le repubbliche marittime nella prima metà
-del XII secolo; e, fin dal 1113, l’Adelaide, vedova del
-Conte, andando in Ascalona per rimaritarsi a Baldovino
-re di Gerusalemme, era scortata da nove legni
-da guerra siciliani, due de’ quali portavano cinquecento
-uomini ciascuno; e gli altri rifulgean d’oro,
-argento, porpora, e i guerrieri di preziose vestimenta
-e ricche armadure, senza contare i tesori profusi
-nella galea dell’Adelaide, nè una schiera di arcieri
-saraceni splendidamente vestiti, ch’ella recava in
-dono allo sposo.<a class="tag" id="tag811" href="#note811">[811]</a> La mole de’ legni e il lusso, provano
-che la Sicilia avea già di nuovo un’armata possente.
-</p>
-
-<p>
-Della quale noi possiamo figurarci la costituzione,
-rannodando le notizie che n’abbiamo ne’ tempi
-appresso, con quelle che si ritraggono ne’ tempi innanzi,
-del navilio bizantino e de’ musulmani.<a class="tag" id="tag812" href="#note812">[812]</a> Or del
-primo sappiam noi ch’era di due maniere, il regio
-cioè e il provinciale, ch’è a dire fornito e armato a
-carico delle città di certe province. Così leggiamo
-<span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span>
-nella Tattica dell’imperatore Leone.<a class="tag" id="tag813" href="#note813">[813]</a> Il tumulto di
-Rossano al quale noi accennammo, dimostra qual
-fastidio recasse ai popoli così fatto armamento:<a class="tag" id="tag814" href="#note814">[814]</a> e
-n’abbiamo anco riscontro da Ibn-Haukal, il noto
-viaggiatore del X secolo, il quale, descrivendo i paesi
-marittimi dell’Asia minore e le varie maniere di
-legni da guerra che vi armava l’impero bizantino,
-dice che la spesa era levata su i villaggi vicini al
-mare «a tanto per fumajolo, ossia tanto per casa.»<a class="tag" id="tag815" href="#note815">[815]</a>
-Ma come i Musulmani, venuti in sul Mediterraneo,
-necessariamente messer su forze navali, e necessariamente
-usarono gli ordini e gli uomini che le avevano
-mantenute appo i popoli vinti,<a class="tag" id="tag816" href="#note816">[816]</a> così veggiamo
-nelle armate loro i legni mandati dalle varie città.
-Un antico scrittore citato da Makrizi, ci narra che in
-Egitto, al tempo dei califi fatemiti, la più parte del
-navilio era fornita da’ governatori delle province e
-pagati gli stipendi dal “diwân dell’armamento navale”
-insieme con quelli de legni regii; e che inoltre
-ciascuna provincia avea la sua armatetta.<a class="tag" id="tag817" href="#note817">[817]</a> Sappiamo
-<span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span>
-da Ibn-Khaldûn che il navilio de’ califi omeiadi di
-Spagna, il quale arrivò talvolta a dugento legni, era
-raccolto da tutti i porti del reame, ciascun de’ quali
-forniva i suoi.<a class="tag" id="tag818" href="#note818">[818]</a> Ora in Sicilia ricomparisce una sembianza
-di cotesto ordinamento, insieme con l’armata
-che soggiogò la costiera d’Affrica e infestò le isole
-della Grecia (1123-54): la <i>marineria</i> dovuta dalle
-popolazioni lombarde;<a class="tag" id="tag819" href="#note819">[819]</a> i dugencinquanta marinai che
-<span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span>
-dovea fornire il Municipio di Caltagirone; i dugento
-novantasei richiesti a quel di Nicosia, che giace tra i
-monti come quell’altra città; i venti marinai dovuti
-dal vescovo di Patti.<a class="tag" id="tag820" href="#note820">[820]</a> Le galee delle varie città si
-veggono combattere contro il navilio angioino allo
-scorcio del decimoterzo secolo.<a class="tag" id="tag821" href="#note821">[821]</a> Quanta parte poi
-prendessero durante il duodecimo i Musulmani nelle
-armate di Sicilia, si vedrà nel libro seguente.
-</p>
-
-<p>
-E quivi sarà discorso di que’ fatti d’incivilimento
-che riferir si potrebbero al tempo del primo conte,
-ancorch’e’ compariscano nei regni de’ suoi successori.
-Breve e sanguinoso, il periodo che abbiamo studiato
-in questo libro non lasciò campo alle arti della pace;
-non permesse di ricordar quelle che, per necessità
-dell’umana natura e della convivenza sociale, si esercitavano
-pure in mezzo alle stragi e alla distruzione.
-Pertanto abbiamo raccolti nel libro precedente<a class="tag" id="tag822" href="#note822">[822]</a>
-que’ bricioli di storia letteraria de’ Musulmani che riferir
-si poteano al tempo della guerra. Della storia
-letteraria de’ Cristiani di Sicilia altre reliquie non abbiamo
-che i codici, le immagini e le minuterìe del
-Prete Scholaro.<a class="tag" id="tag823" href="#note823">[823]</a> Le chiese e i monasteri che Roberto
-e Ruggiero edificarono, in luogo de’ sontuosi palagi
-<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span>
-distrutti, sono state consumate dal tempo, come i loro
-diplomi in carta bombicina che fu mestieri di rinnovare
-entro mezzo secolo; o, se qualche pietra n’avanza,
-la non si riconosce tra le costruzioni eleganti di
-re Ruggiero e de’ Guglielmi. Ma abbiam citati a lor
-luogo i ricordi che ne fanno i cronisti o i documenti.
-</p>
-
-<p>
-Ci è occorso altresì di rammentare le opere di
-fortificazione, che a’ vincitori premeano al men quanto
-gli edifizii ecclesiastici: la cittadella e il castel di
-Roberto in Palermo,<a class="tag" id="tag824" href="#note824">[824]</a> i baluardi di Ruggiero in Messina,<a class="tag" id="tag825" href="#note825">[825]</a>
-e quelli che si affrettò a costruire San Gerlando
-con le pietre de’ tempii agrigentini.<a class="tag" id="tag826" href="#note826">[826]</a> Edrisi fa un
-cenno della ristorazione di Marsala, mostrando non
-ignorare che la fosse surta su le rovine di Lilibeo
-e attestandoci una seconda distruzione seguìta nella
-guerra de’ Normanni o poco innanzi. «<i>Marsa Alì</i>,
-egli scrive, antica, anzi primitiva città, delle più notabili
-della Sicilia, era abbandonata, che ne rimaneano
-appena le vestigie, quando il conte Ruggiero primo
-la ripopolò e cinsela di mura. Indi la s’è riempita di
-case, mercati e magazzini.»<a class="tag" id="tag827" href="#note827">[827]</a>
-</p>
-
-<p>
-Oltre le fortificazioni, sono da attribuire a’ primi
-tempi normanni alcune strade militari. Tale al certo
-fu quella ch’è chiamata «lo Stradale<a class="tag" id="tag828" href="#note828">[828]</a> francese di Castronovo»
-<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span>
-in un diploma di Ruggiero, dato del 1096,
-secondo il quale i confini assegnati dal Conte alla
-diocesi di Messina risalgono lungo il Fiume Torto
-insino alla sorgente, e indi ripiegano sul detto stradale
-e di là al Monte di San Pietro e continuano verso
-Levante.<a class="tag" id="tag829" href="#note829">[829]</a> Par sia questa la medesima strada che da
-Palermo, com’attesta un diploma del 1132, menava
-a Vicari, Castronovo e Petralia;<a class="tag" id="tag830" href="#note830">[830]</a> continuava alla
-volta di Traina, dove la versione d’un diploma greco
-del 1094 ricorda una “via regia;” e forse, valicati
-i monti a Sant’Elia d’Ambola,<a class="tag" id="tag831" href="#note831">[831]</a> ripigliava essa il
-corso lungo la costiera settentrionale, poichè il medesimo
-nome di “via regia” ricomparisce il 1143 presso
-Patti,<a class="tag" id="tag832" href="#note832">[832]</a> e molto prima presso Milazzo.<a class="tag" id="tag833" href="#note833">[833]</a> Il predicato
-<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span>
-di basilica, chè così dicea senza dubbio il testo,
-dato a cotesta strada nel diploma del 1094, la fa
-supporre bizantina: e sarebbe per avventura quella che
-tennero i Normanni addentrandosi nel cuor dell’isola
-e ch’essi prolungarono o racconciarono dopo Petralia
-o Castronovo, per farsene linea d’operazione sopra
-Palermo. Si potrebbe riferire anco ai tempi del primo
-conte l’altra via detta precisamente militare, in un
-diploma della Chiesa di Monreale del 1182, la quale par
-sia corsa ne’ dintorni della Ficuzza, tra Palermo e
-Corleone;<a class="tag" id="tag834" href="#note834">[834]</a> ma non si ritrae se mettesse capo nella via
-di Castronovo, che ne sarebbe stata discosta in linea
-retta una ventina di miglia a scirocco. Può solo
-argomentarsi che la qualità, o almeno l’origine di
-questa via militare, differisse da quella delle grandi
-vie del commercio interno, che menavano da Palermo
-a Mazara, da Palermo a Sciacca, ed altre nominate
-vie pubbliche o stradali nel medesimo diploma
-della Chiesa di Monreale,<a class="tag" id="tag835" href="#note835">[835]</a> le quali erano forse aperte
-molto tempo innanzi la guerra normanna.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_342">[342]</span>
-</p>
-
-<p>
-Diciamo in ultimo della sola manifattura che ci
-possiamo aspettare dal novello principato, dopo le
-chiese e le opere militari. Si rinvengono in tutti i
-musei d’Europa tante monete battute dai re normanni
-di Sicilia ed anco dagli svevi, con leggende
-arabiche e formole musulmane, che si è supposto
-con fondamento essere incominciato così fatto conio
-ne’ primi anni della dominazione. Il Tychsen, che
-dissodò la numismatica orientale e inciampò sovente
-in quel novello terreno, pubblicò, sul disegno mandatogli
-di Sicilia, una moneta d’oro attribuita da lui
-a Roberto Guiscardo, da altri all’abate Vella; nella
-quale, se i caratteri non son mutati del tutto dopo
-tre o quattro copie del disegno, leggesi in sul diritto
-il nome di re Tancredi, e però torna alla coda anzichè
-alla testa della serie normanna.<a class="tag" id="tag836" href="#note836">[836]</a> L’Adler poi die’ fuori
-alcuni quartigli, o diciamo <i>roba’i</i>, o tarì d’oro, nei
-quali è chiarissimo il nome di Ruggiero e in alcuni
-il titolo di re; ma in altri parve all’Adler di veder
-la voce <i>emîr</i>, talchè potea cadere dubbio se al padre
-appartenessero ovvero al figliuolo, com’egli
-suppone dal tipo.<a class="tag" id="tag837" href="#note837">[837]</a> Seguillo il Castiglioni, aggiugnendo
-alla lezione di <i>emir</i> quella di <i>Sicilia</i><a class="tag" id="tag838" href="#note838">[838]</a> e tiraronsi
-<span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span>
-dietro, riluttante, il Marsden.<a class="tag" id="tag839" href="#note839">[839]</a> Altra via batteva
-il principe di San Giorgio Spinelli quando, avute
-alle mani in Napoli ricchissime collezioni, compilò
-un’opera di gran mole, corredata di tavole e in
-molte parti degna di lode. Quel gentiluomo napoletano,
-molto erudito ma conoscitor mediocrissimo dell’arabico,
-riferì al gran Conte diciassette tarì d’oro
-che pesano un grammo o poco meno ed hanno da
-una faccia il simbolo musulmano, dall’altra il nome
-di Ruggiero, preceduto, come crede l’autore, dal
-titolo or di conte or di duca, e su i margini qualche
-residuo di leggenda, dove lo Spinelli rintracciava
-date di tempo e di luogo.<a class="tag" id="tag840" href="#note840">[840]</a> Coteste monete ha accettate
-il Mortillaro, con alcune correzioni che non risguardano
-il nome del principe.<a class="tag" id="tag841" href="#note841">[841]</a> Mi rincresce che il
-lavoro tutto dello Spinelli non dia guarentigia di
-quella erudizione e di quella sicurezza d’occhio in
-fatto di numismatica musulmana, che ci potrebbero indurre
-a prestar fede alla lezione di codeste diciassette
-monete; duolmi altresì non poter fare assegnamento
-su le figure incise, le quali, sia difetto delle monete
-<span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span>
-fruste o sia del disegno, bastano talvolta a conoscere
-erronea la lezione dello Spinelli, ma non aiutano
-punto a rifarla. Si aggiunga che, a giudicar dalle
-tavole, il titolo di <i>duca</i> letto dallo Spinelli in una
-moneta<a class="tag" id="tag842" href="#note842">[842]</a> somiglia perfettamente al vocabolo che in
-altra egli trascrive <i>conte</i>; e che, ammettendo il primo,
-si tornerebbe a Ruggiero duca di Puglia che fu
-signore pria di tutta la città di Palermo e poi della
-metà. Or a noi non piace andar così a tentoni. Aspetteremo
-che le collezioni le quali servirono allo Spinelli,
-cioè la sua propria e quelle di Fusco, Tafuri,
-Santangelo e Capialbi siano riviste da occhi più esperti;
-sì che le monete del XII secolo si scemano da
-quelle che per avventura avesse battute il primo conte.
-E in questo mezzo rimarrà in sospeso la piccola lite,
-se i roba’i siciliani fossero stati coniati senza interruzione
-da’ tempi dei califi fatemiti<a class="tag" id="tag843" href="#note843">[843]</a> a quelli di re
-Ruggiero e dei successori; e intanto rimarranno al
-primo conte di Sicilia le sole monete di rame con
-effigie e lettere latine, che a lui sogliono attribuirsi.<a class="tag" id="tag844" href="#note844">[844]</a>
-</p>
-
-<hr class="silver pad2" />
-
-<div class="somm">
-
-<h2><a id="indice" href="#indfront">
-SOMMARIO</a>
-<span class="smaller">DELLE MATERIE CONTENUTE NEL TERZO VOLUME<br />—<br />PARTE PRIMA.</span></h2>
-
-<p class="title">
-LIBRO QUINTO.
-</p>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td colspan="3" class="center large">Capitolo I.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">an.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">970-1011.</td> <td>Cagioni esteriori della caduta della dominazione musulmana in Sicilia. Movimento nazionale nella Terraferma italiana. Imprese navali dei Pisani contro i Musulmani</td> <td class="pag"><a href="#cap1">Pag. 1</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1015.</td> <td>Mogêhid usurpatore di Denia</td> <td class="pag"><a href="#Page_4">4</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>La Sardegna infestata precedentemente</td> <td class="pag"><a href="#Page_5">5</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Mogêhid a Luni e in Sardegna</td> <td class="pag"><a href="#Page_7">7</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1016.</td> <td>È sconfitto e ricacciato in Spagna</td> <td class="pag"><a href="#Page_9">9</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Contese de’ Pisani co’ Genovesi</td> <td class="pag"><a href="#Page_10">10</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1016-1114.</td> <td>Altre fazioni contro i Musulmani</td> <td class="pag"><a href="#Page_13">13</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>I Normanni</td> <td class="pag"><a href="#Page_14">14</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Loro tradizioni</td> <td class="pag"><a href="#Page_20">20</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1078-1086.</td> <td>Croniche de’ Normanni d’Italia. Amato</td> <td class="pag"><a href="#Page_21">21</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Guglielmo di Puglia</td> <td class="pag"><a href="#Page_22">22</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Malaterra</td> <td class="pag"><a href="#Page_23">23</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Leone d’Ostia e Lupo</td> <td class="pag"><a href="#Page_24">24</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>I Normanni a Salerno</td> <td class="pag"><a href="#Page_25">25</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1017-1021.</td> <td>Melo</td> <td class="pag"><a href="#Page_26">26</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Compagnia Normanna</td> <td class="pag"><a href="#Page_29">29</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1040-1041.</td> <td>Argiro e Ardoino</td> <td class="pag"><a href="#Page_30">30</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Battaglia dell’Olivento ed altre vicende</td> <td class="pag"><a href="#Page_33">33</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1043.</td> <td>Nuovo ordinamento della Compagnia</td> <td class="pag"><a href="#Page_37">37</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>La casa di Hauteville</td> <td class="pag"><a href="#Page_38">38</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1051.</td> <td>Rivolta contro i Normanni</td> <td class="pag"><a href="#Page_40">40</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1055-1058.</td> <td>Roberto Guiscardo</td> <td class="pag"><a href="#Page_42">42</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1059.</td> <td>Ruggiero. Espugnazione di Reggio</td> <td class="pag"><a href="#Page_49">49</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Condizioni della Compagnia Normanna</td> <td class="pag"><a href="#Page_52">52</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3" class="center large">Capitolo II.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1060.</td> <td>Disposizioni de’ Cristiani messinesi</td> <td class="pag"><a href="#cap2">55</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Supposta congiura</td> <td class="pag"><a href="#Page_56">56</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Correria sopra Messina</td> <td class="pag"><a href="#Page_61">61</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Ibn-Thimna</td> <td class="pag"><a href="#Page_62">62</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1061.</td> <td>Nuova fazione</td> <td class="pag"><a href="#Page_63">63</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Presa Messina</td> <td class="pag"><a href="#Page_66">66</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Rametta</td> <td class="pag"><a href="#Page_70">70</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Tripi, Frazzanò, Maniace, Centorbi</td> <td class="pag"><a href="#Page_71">71</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Paternò, Emmelesio, Sanfelice; battaglia di Castrogiovanni</td> <td class="pag"><a href="#Page_72">72</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Scorreria a Girgenti. Tregua con Palermo</td> <td class="pag"><a href="#Page_75">75</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Ritirata</td> <td class="pag"><a href="#Page_76">76</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Castel di San Marco. Dominazioni diverse nelle province</td> <td class="pag"><a href="#Page_78">78</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3" class="center large">Capitolo III.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Rivolgimento in Palermo</td> <td class="pag"><a href="#cap3">79</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Condizioni degli Ziriti</td> <td class="pag"><a href="#Page_80">80</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Aiuti di Mo’ezz</td> <td class="pag"><a href="#Page_81">81</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Scorreria di Ruggiero sopra Girgenti</td> <td class="pag"><a href="#Page_82">82</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Patti co’ Trainesi</td> <td class="pag"><a href="#Page_83">83</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1062.</td> <td>Ruggiero sposa Giuditta di Evreux</td> <td class="pag"><a href="#Page_84">84</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Correrie in Sicilia. Morte d’Ibn-Thimna</td> <td class="pag"><a href="#Page_85">85</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Brighe di Ruggiero con Roberto</td> <td class="pag"><a href="#Page_87">87</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Rivolta di Traina</td> <td class="pag"><a href="#Page_89">89</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Vittoria di Ruggiero</td> <td class="pag"><a href="#Page_91">91</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1063.</td> <td>Nuova spedizione affricana</td> <td class="pag"><a href="#Page_92">92</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Scorrerie di Ruggiero</td> <td class="pag"><a href="#Page_94">94</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Battaglia di Cerami</td> <td class="pag"><a href="#Page_96">96</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Fazione de’ Pisani in Palermo</td> <td class="pag"><a href="#Page_101">101</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Fazioni de’ Normanni a Collesano, Brucato, Cefalù. Combattimento presso Girgenti</td> <td class="pag"><a href="#Page_105">105</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3" class="center large">Capitolo IV.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1064.</td> <td>Vano assedio di Palermo</td> <td class="pag"><a href="#cap4">106</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Bugamo presa: scontro presso Girgenti</td> <td class="pag"><a href="#Page_107">107</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1064-1068.</td> <td>Aiûb ed Ali, figliuoli di Temim, occupano la Sicilia occidentale</td> <td class="pag"><a href="#Page_108">108</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Guerra civile; partenza degli Affricani ed emigrazione</td> <td class="pag"><a href="#Page_110">110</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1066.</td> <td>Ruggiero a Petralia</td> <td class="pag"><a href="#Page_111">111</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1068.</td> <td>Battaglia di Misilmeri</td> <td class="pag"><a href="#Page_113">113</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1068-1071.</td> <td>Assedio di Bari</td> <td class="pag"><a href="#Page_114">114</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Armamento contro Palermo</td> <td class="pag"><a href="#Page_115">115</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Presa Catania</td> <td class="pag"><a href="#Page_116">116</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Assedio di Palermo</td> <td class="pag"><a href="#Page_118">118</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Assalti</td> <td class="pag"><a href="#Page_124">124</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1072.</td> <td>Resa della città</td> <td class="pag"><a href="#Page_130">130</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>E di Mazara</td> <td class="pag"><a href="#Page_133">133</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3" class="center large">Capitolo V.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Distribuzione de’ conquisti</td> <td class="pag"><a href="#cap5">ivi</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Morte di Serlone</td> <td class="pag"><a href="#Page_134">134</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Roberto ordina il governo in Palermo</td> <td class="pag"><a href="#Page_136">136</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1072-1085.</td> <td>Ritorna in Terraferma. Suoi doni alla Badia di Montecassino</td> <td class="pag"><a href="#Page_139">139</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Contrasta co’ suoi baroni</td> <td class="pag"><a href="#Page_141">141</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1072-1085.</td> <td>E co’ principi di Salerno e Capua</td> <td class="pag"><a href="#Page_142">142</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Roberto e Gregorio VII</td> <td class="pag"><a href="#Page_143">143</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Imprese di Grecia e di Roma</td> <td class="pag"><a href="#Page_144">144</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Morte di Roberto</td> <td class="pag"><a href="#Page_146">146</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3" class="center large">Capitolo VI.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1072.</td> <td>Condizioni de’ Normanni in Sicilia</td> <td class="pag"><a href="#cap6">147</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>E dei Musulmani</td> <td class="pag"><a href="#Page_148">148</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Benavert</td> <td class="pag"><a href="#Page_149">149</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1073-1075.</td> <td>Progressi lenti di Ruggiero</td> <td class="pag"><a href="#Page_150">150</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Vittoria di Benavert</td> <td class="pag"><a href="#Page_151">151</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1076.</td> <td>Ruggiero dà il guasto al Val di Noto</td> <td class="pag"><a href="#Page_153">153</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1077.</td> <td>Prende Trapani ed altri paesi</td> <td class="pag"><a href="#Page_154">154</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1078.</td> <td>E Taormina</td> <td class="pag"><a href="#Page_156">156</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1079.</td> <td>Rivolta di Cinisi e Giato</td> <td class="pag"><a href="#Page_159">159</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1081.</td> <td>Ruggiero padrone di Messina</td> <td class="pag"><a href="#Page_161">161</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Catania presa da Benavert e racquistata</td> <td class="pag"><a href="#Page_162">162</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1082.</td> <td>Rivolta di Giordano</td> <td class="pag"><a href="#Page_163">163</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1085.</td> <td>Scorreria di Benavert in Calabria</td> <td class="pag"><a href="#Page_164">164</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1086.</td> <td>Ruggiero prende Siracusa</td> <td class="pag"><a href="#Page_165">165</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1087.</td> <td>Impresa navale degli Italiani sopra Mehdia</td> <td class="pag"><a href="#Page_168">168</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Ruggiero occupa Girgenti e la provincia</td> <td class="pag"><a href="#Page_172">172</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Ibn Hammûd gli dà Castrogiovanni</td> <td class="pag"><a href="#Page_173">173</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1089-1091.</td> <td>Prese Butera e Noto. Urbano II a Traina</td> <td class="pag"><a href="#Page_176">176</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Conquisto di Malta</td> <td class="pag"><a href="#Page_177">177</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3" class="center large">Capitolo VII.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1093.</td> <td>Morte di Giordano e rivolta di Pantalica</td> <td class="pag"><a href="#cap7">180</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1085-1093.</td> <td>Cresciuta potenza del conte Ruggiero</td> <td class="pag"><a href="#Page_181">181</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Aiuta il nuovo duca di Puglia, il quale gli concede metà di Palermo</td> <td class="pag"><a href="#Page_182">182</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1091-1094.</td> <td>Imprese di Cosenza e Castrovillari</td> <td class="pag"><a href="#Page_184">184</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1096.</td> <td>Assedio di Amalfi. La prima Crociata</td> <td class="pag"><a href="#Page_185">185</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1098.</td> <td>Ruggiero assedia Capua co’ Musulmani</td> <td class="pag"><a href="#Page_186">186</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>E impedisce la loro conversione</td> <td class="pag"><a href="#Page_187">187</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Aneddoto attribuitogli da Ibn-el-Athîr</td> <td class="pag"><a href="#Page_188">188</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Scuola di monaci statisti</td> <td class="pag"><a href="#Page_190">190</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Relazioni del conte con Urbano II</td> <td class="pag"><a href="#Page_191">191</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Privilegio dell’Apostolica legazione</td> <td class="pag"><a href="#Page_193">193</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1101.</td> <td>Morte del conte</td> <td class="pag"><a href="#Page_194">194</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Famiglia della contessa Adelaide</td> <td class="pag"><a href="#Page_196">196</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>La Marca aleramica</td> <td class="pag"><a href="#Page_198">198</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Bonifazio del Vasto</td> <td class="pag"><a href="#Page_199">199</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3" class="center large">Capitolo VIII.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Condizioni dell’isola dopo il conquisto</td> <td class="pag"><a href="#cap8">200</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Diplomatica siciliana dell’XI e XII secolo. Falsa pergamena arabica dell’archivio di Napoli</td> <td class="pag"><a href="#Page_201">201</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">1101.</td> <td>Diplomi arabici e greci</td> <td class="pag"><a href="#Page_202">202</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Diplomi latini</td> <td class="pag"><a href="#Page_204">204</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Varie schiatte. Antichi abitatori</td> <td class="pag"><a href="#Page_206">206</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Distribuzione geografica delle nuove schiatte</td> <td class="pag"><a href="#Page_207">207</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Ebrei</td> <td class="pag"><a href="#Page_209">209</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Tribù arabe e berbere</td> <td class="pag"><a href="#Page_210">210</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Normanni e altri Francesi</td> <td class="pag"><a href="#Page_213">213</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Colonie della Terraferma italiana</td> <td class="pag"><a href="#Page_218">218</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Lombardi</td> <td class="pag"><a href="#Page_222">222</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Baroni aleramidi</td> <td class="pag"><a href="#Page_225">225</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Dialetto de’ Lombardi di Sicilia</td> <td class="pag"><a href="#Page_227">227</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Caltagirone</td> <td class="pag"><a href="#Page_228">228</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Origini di altre città</td> <td class="pag"><a href="#Page_231">231</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Della famiglia Bonello</td> <td class="pag"><a href="#Page_232">232</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3" class="center large">Capitolo IX.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Condizioni de’ vinti. Schiavi</td> <td class="pag"><a href="#cap9">233</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Villani</td> <td class="pag"><a href="#Page_237">237</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Sinonimo di Rustici</td> <td class="pag"><a href="#Page_238">238</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Due maniere di villani</td> <td class="pag"><a href="#Page_242">242</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Domini di Maks</td> <td class="pag"><a href="#Page_243">243</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Platee</td> <td class="pag"><a href="#Page_245">245</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Doveri e diritti de’ villani</td> <td class="pag"><a href="#Page_246">246</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Borghesi</td> <td class="pag"><a href="#Page_250">250</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Non soggetti alla <i>gezia</i></td> <td class="pag"><a href="#Page_253">253</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Borghesi delle antiche schiatte</td> <td class="pag"><a href="#Page_256">256</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Prete Scholaro</td> <td class="pag"><a href="#Page_257">257</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>I Greci non hanno titoli di nobiltà</td> <td class="pag"><a href="#Page_259">259</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Musulmani. <i>Kaid</i>, titolo di nobiltà, d’Ufficio o meramente onorifico</td> <td class="pag"><a href="#Page_260">260</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Origine di tutte queste condizioni</td> <td class="pag"><a href="#Page_267">267</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3" class="center large">Capitolo X.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Se il conte di Sicilia sia stato vassallo del duca di Puglia</td> <td class="pag"><a href="#cap10">271</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Costituzione politica</td> <td class="pag"><a href="#Page_274">274</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Ruggiero prende il titolo di Gran Conte e poi di Console</td> <td class="pag"><a href="#Page_277">277</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Istituzioni municipali messe in forse dal Gregorio</td> <td class="pag"><a href="#Page_278">278</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Memorie delle municipalità cristiane nella guerra normanna</td> <td class="pag"><a href="#Page_280">280</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>E sotto il principato. Arconti</td> <td class="pag"><a href="#Page_281">281</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Anziani</td> <td class="pag"><a href="#Page_284">284</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Buoni Uomini</td> <td class="pag"><a href="#Page_286">286</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Maestri de’ Borghesi</td> <td class="pag"><a href="#Page_289">289</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Municipalità diverse nella stessa città. Anche de’ Giudei. <i>Gema’</i></td> <td class="pag"><a href="#Page_291">291</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Forma generale de’ comuni siciliani</td> <td class="pag"><a href="#Page_292">292</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Franchige</td> <td class="pag"><a href="#Page_296">296</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Municipii di Palermo e di Messina</td> <td class="pag"><a href="#Page_297">297</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Ricerche da farsi. Feudalità</td> <td class="pag"><a href="#Page_299">299</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Feudi ecclesiastici</td> <td class="pag"><a href="#Page_301">301</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Autorità di Ruggiero nella gerarchia</td> <td class="pag"><a href="#Page_302">302</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Legazia apostolica</td> <td class="pag"><a href="#Page_306">306</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Rifatte le diocesi dal principe</td> <td class="pag"><a href="#Page_306">ivi</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Circoscrizione territoriale politica. <i>Iklîm</i></td> <td class="pag"><a href="#Page_309">309</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Ufiziali del principe. <i>’Amil</i>, Stratego e Vicecomite</td> <td class="pag"><a href="#Page_315">315</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Magistrati giudiziali</td> <td class="pag"><a href="#Page_318">318</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Entrate pubbliche</td> <td class="pag"><a href="#Page_319">319</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Platee</td> <td class="pag"><a href="#Page_320">320</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td><i>Diwâni</i></td> <td class="pag"><a href="#Page_322">322</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td><i>Defetarii</i></td> <td class="pag"><a href="#Page_324">324</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Rivendicazione de’ beni demaniali</td> <td class="pag"><a href="#Page_326">326</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Dazii e gabelle</td> <td class="pag"><a href="#Page_327">327</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Colletta; diritto di marineria; tratta de’ grani</td> <td class="pag"><a href="#Page_331">331</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Servigio militare e navale</td> <td class="pag"><a href="#Page_333">333</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Costituzione dell’armata</td> <td class="pag"><a href="#Page_335">335</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Avanzi d’incivilimento. Chiese e fortezze</td> <td class="pag"><a href="#Page_338">338</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Strade militari</td> <td class="pag"><a href="#Page_339">339</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">»</td> <td>Monete del conte Ruggiero</td> <td class="pag"><a href="#Page_342">342</a></td>
- </tr>
-</table>
-<hr />
-</div>
-
-
-<div class="chapter">
-<p class="title">Correzioni ed Aggiunte.</p>
-
-<table class="corr" summary="">
- <tr>
- <td class="cn">Pag.</td> <td class="cn">lin.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="num">12</td> <td class="num">3</td> <td class="num">n. 5.</td> <td>della stessa opera</td> <td>dello stesso volume</td>
- </tr>
- <tr>
- <td></td> <td></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="num">25</td> <td class="num">»</td> <td class="num">n. 1.</td> <td>volume</td> <td>volume. Contuttociò si vegga il De Meo, nell'_Apparato cronologico agli Annali del regno di Napoli_, Napoli, 1785, pag. 385, segg. ed una nota posta ne' _Regii Neapolitani archivii Monumenta_, vol. IV, pag. VI, nella quale è citato un diploma del 1008.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="num">36</td> <td class="num">7</td> <td class="num">n. 2.</td> <td>potessero</td> <td>potessero. Si riscontri presso Trinchera, _Syllabus graecorum membranarum_, etc., Napoli, 1865, pag. 53, un diploma del 1054, nel quale Argiro s'intitola: _Magister Vestis et dux Italiae, Calabriae, Siciliae, Paphlagoniae_, etc.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="num">48</td> <td class="num">27</td> <td class="num">n.</td> <td>al principio</td> <td>alla fine</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="num">56</td> <td class="num">11</td> <td class="num">&nbsp;</td> <td>e del milledugentottantadue</td> <td>del milledugentottantadue e del milleottocensessanta.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="num">63</td> <td class="num">4</td> <td class="num">n. 5.</td> <td>aprile. Malaterra</td> <td>aprile. Edrîsi, nella descrizione della Sicilia, _Bibl. arabo-sicula_, testo pag. 26, fa cominciare il conquisto nel 463 dell'egira, cioè dal 26 gennaio 1061 al 15 gennaio 1062. Malaterra</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="num">75</td> <td class="num">5</td> <td class="num">&nbsp;</td> <td>discosta</td> <td>discosto</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="num">102</td> <td class="num">8</td> <td class="num">n. 2.</td> <td>dell'autore</td> <td>del traduttore</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="num">»</td> <td class="num">10</td> <td class="num">»</td> <td>1603</td> <td>1063</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="num">133</td> <td class="num">2</td> <td class="num">&nbsp;</td> <td>tributo.</td> <td>tributo annuale.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="num">136</td> <td class="num">25</td> <td class="num">&nbsp;</td> <td>s'addimandò fino al 1860</td> <td>s'addimanda ancora</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="num">169</td> <td class="num">1</td> <td class="num">n. 1.</td> <td>vol. II, p. 139, 367</td> <td>vol. II, pag. 139, 355, segg. e 547</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="num">»</td> <td class="num">2</td> <td class="num">»</td> <td>vol. III, p. 80, 81</td> <td>vol. III, pag. 80, 81, 158.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="num">173</td> <td class="num">9-10</td> <td class="num">n.</td> <td>figliuolo o nipote</td> <td>nipote o bisnipote</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="num">181</td> <td class="num">4</td> <td class="num">»</td> <td>612.</td> <td>618.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="num">206</td> <td class="num">8</td> <td class="num">&nbsp;</td> <td>Pacione. Dond'e'</td> <td>Pacione, Mohammed-Ibn-Coco. Dond'e'</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="num">219</td> <td class="num">3</td> <td class="num">&nbsp;</td> <td>Lentini e i nomi</td> <td>Lentini e Ragusa, e i nomi</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="num">»</td> <td class="num">2</td> <td class="num">n. 3.</td> <td>secolo.</td> <td>secolo. Per Ragusa si vegga Amico, _Dizionario topografico_, sotto quel nome.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="num">220</td> <td class="num">12</td> <td class="num">n.</td> <td>Firenze.</td> <td>Firenze alle radici di Monte Morello ed un'altra presso Bagno a Ripoli. V'ha anco un _Paterno_ in provincia di Roma, presso Albano</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="num">305</td> <td class="num">5</td> <td class="num">&nbsp;</td> <td>1093, alle quali</td> <td>1093 e Malta nello stesso tempo, com'e' pare, alle quali</td>
- </tr>
-</table>
-</div>
-
-
-<div class="footnotes">
-
-<h2>
-NOTE:
-</h2>
-
-<div class="footnote" id="note1">
-<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il Libro IV, cap. VI, pag. 311, del vol. II.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note2">
-<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chronicon Pisanum</i>, presso Muratori, <i>Rerum Italicarum Scriptores</i>,
-tomo VI, p. 101, e <i>Breviarium pisanæ historiæ</i> a p. 167; e Marangone,
-nell’<i>Archivio Storico Italiano</i>, tomo VI, parte II, pag. 4, tutti nell’anno pisano
-1005. Il <i>Breviarium</i>, compilato alla fine del XIII secolo, aggiugne
-che i Saraceni avevano minacciato Roma, fatto poco probabile, finto com’io
-credo per vantare i meriti dei Pisani appo la corte papale e rincalzare
-la supposta concessione della Sardegna. I compilatori pisani più moderni
-mano mano confusero la narrazione, ponendo questo assalto lo stesso
-anno della battaglia di Reggio, e proprio nell’assenza dell’armata; poi la
-scena si ravvivò con Mogêhid (Musetto), con la Chinzica eroina, con le
-esortazioni del Papa, le arringhe dei consoli pisani, i quali furono supposti con
-date, nomi e cognomi ec. Si veggano cotesti romanzi nel Sardo, <i>Cronaca
-Pisana</i>; e nel Roncioni, <i>Storie Pisane</i>, nell’<i>Archivio Storico Italiano</i>, tomo VI,
-parte II, pag. 76, e parte I, pag. 49, 51, e si riscontri il Muratori, <i>Annali
-d’Italia</i>, 1005, il quale con sana critica rigetta tutti quegli episodii. Quanto
-all’origine arabica del nome <i>Chinzica</i>, supposta dal Muratori, mi accordo
-col Wenrich che la mette in forse. <i>Rerum ab Arabibus</i> ec., lib. I, cap. XIII,
-§ 115. In ogni modo quella voce non ha che fare coll’avvenimento
-del 1004, poichè le carte pisane innanzi il mille fanno menzione d’un
-quartiere di tal nome. Si vegga l’avvertenza dei dotti editori del Roncioni,
-op. cit., pag. 63, nota 1.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note3">
-<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Quel che si sa della battaglia di Reggio è stato riferito da noi nel
-Libro IV, cap. VII, pag. 341, del vol. II. La supposizione della pia gesta dei
-Pisani è nata in questo modo. I Benedettini della congregazione di Saint Maur
-pubblicarono tra le epistole di Gerberto (<i>Recueil des Historiens des Gaules</i>,
-tomo X, pag. 426, nº. CVII) una del 999, indirizzata non si sa a chi e molto
-oscura, nella quale il Papa, lamentando Gerusalemme profanata dai Pagani,
-esorta lo sconosciuto cristiano: «Enitere ergo, miles Christi, esto signifer
-et compugnator, et quod armis nequis, consilii et opum auxilio subveni;»
-nelle quali parole in vero si trova l’idea immatura d’una crociata
-e la domanda di oblazioni per la santa impresa. I dotti editori aggiungono
-in nota che i Pisani subito si messero in mare e andarono a combattere.
-Si cita per questo, Muratori, <i>Rerum Italicarum Scriptores</i>, III, 400, ma
-in fondo non si trova altra fonte che un moderno panegirico municipale dei
-più avventati, voglio dir le lunghissime note di Costantino Gaietani alle vite
-dei papi di Pandolfo Pisano, pubblicate a Roma il 1638, e ristampate dal
-Muratori nel detto volume. Torniamo dunque al Tronci e peggio, e si
-spezza il legame tra l’epistola di Gerberto del 999 e la battaglia di Reggio
-del 1005, si dilegua la crociata, e resta ai Pisani la industria, la civil prudenza,
-e la virtù di guerra navale.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note4">
-<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chronicon Pisanum</i>; e Marangone, II. cc., anno 1012.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note5">
-<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ne’ Mss. d’Ibn-el-Athîr si legge erroneamente Abu-Hosein, per
-uno scambio di lettere e punti diacritici molto facile ad avvenire nelle
-copie. Abu-l-Geisc (Padre dell’esercito) significa il soldato per antonomasia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note6">
-<p><span class="label"><a href="#tag6">6</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Rumi. Così il chiama Marrekosci, <i>The history of the Almohades</i>,
-testo arabico, pag. 52. Può significare schiavo greco o italiano, e, in Spagna,
-uom delle schiatte sottomesse dai Musulmani.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note7">
-<p><span class="label"><a href="#tag7">7</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Almansor si chiamava Ibn-abi-Amir.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note8">
-<p><span class="label"><a href="#tag8">8</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dhobbi, Ms. della Soc. Asiat. di Parigi e Ibn-Bassâm, Ms. della
-Bibl. di Gotha, entrambi all’articolo <i>Mogêhid</i>. Debbo questi estratti alla
-cortesia, l’uno del Prof. Dozy di Leyda, e l’altro del Dottor Weil di Heidelberg.
-Ibn-el-Athîr dice che Mogêhid e il figliuolo Alì, suo successore,
-furono entrambi «uomini di dottrina, amicissimi e benefici verso i dotti,
-cui ricercavano nei paesi vicini e lontani.» Marrekosci fa le stesse lodi
-del solo figlio. La voce ch’essi usano (<i>’ilm</i>) è in generale, scienza, ma più
-specialmente il diritto con sue vaste ramificazioni. Dell’articolo di Dhobbi
-ho data una versione italiana nella <i>Nuova Antologia</i> di Firenze, maggio
-1866, vol. II, p. 61. Si vegga anco Ibn-Khaldûn, <i>Prolegomeni</i>, testo
-arabico, Parte II, nelle <i>Notices et Extraits</i>, tomo XVIII, p. 389, e
-Makkari, <i>Analectes de l’histoire de l’Espagne</i>, testo arabico stampato a
-Leyda, Vol. I, p. 280, 523, 524 e vol. II, 117, 129, 415, 433, 511, 526, dove
-sono narrati alcuni aneddoti, della generosità di Mogêhid verso illustri
-filologi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note9">
-<p><span class="label"><a href="#tag9">9</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ibn-el-Athir, ediz. Tornberg, tomo IX, p. 205, anno 407, nel cenno
-su i piccioli Stati che nacquero in Spagna. Ho data la traduzione italiana
-nella <i>Nuova Antologia</i> di Firenze, vol. II, p. 60, maggio 1866. Uno squarcio
-del testo si legge nella mia <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, pag. 271. Questo
-Capitolo con poche varianti è trascritto da Nowairi, Ms. di Parigi, A. F.,
-647, fog. 108 recto; il quale chiama Mo’aiti Abu-Mohammed-Abd-Allah.
-Quanto ai principii della signoria di Mogêhid a Denia, seguo piuttosto il
-racconto verosimile dell’annalista musulmano, che quello del Conde, <i>Dominacion
-de los Arabes en España</i>, cap. CIX, il quale del nome proprio Mogêhid,
-fece un titolo <i>Mogêhid-ed-din</i> “Guerrier della Fede:” ma ciò non
-si adatta alle usanze di Spagna in quel tempo. Marrekosci, loc. cit., dà appena
-il nome e pochissimi cenni di Mogêhid. Egli attribuisce al costui
-figlio Alì, successore suo nel principato di Denia e Majorca, il titolo di
-<i>Mowaffek</i> “Favorito (da Dio)” che Ibn-el-Athîr, Dhobbi, Nowairi e Conde
-danno a Mogêhid stesso, e ch’egli forse prese quando restò solo signore,
-dopo la morte di Mo’aiti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note10">
-<p><span class="label"><a href="#tag10">10</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il Libro I, cap. VII, e X, nel vol. I, pag. 170, 175, 227 e il
-Libro III, cap. VIII, vol. II, pag. 180. Le scorrerie dell’816, e 817, si ritraggono
-da Ibn-el-Athîr nella <i>Bibl. Arabo-Sicula</i>, pag. 221, 228, del testo.
-Entrambe mossero d’Affrica. Nella prima non pochi Musulmani, dopo aver
-fatto preda, si perdettero per fortuna di mare. Quegli andati alla seconda
-impresa «or vinsero, or furono vinti, e se ne tornarono.»</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note11">
-<p><span class="label"><a href="#tag11">11</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così leggiamo in Edrisi, autore del XII secolo, nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>,
-testo, pag. 20 e 21, e presso Di Gregorio, <i>Rerum Arabic</i>., p. 112.
-Il passo relativo ai Sardi, ch’è mutilato nella <i>Geographia Nubiensis</i>, seguita
-dal Di Gregorio, corre così: «Gli abitatori della Sardegna sono di
-origine Rûm-Afarika, berberizzati, nemici di ogni altro ramo della
-schiatta dei Rûm: uomini prodi e di saldo proponimento che non lascian
-mai l’armi.» L’appellazione Rûm, nota ai nostri lettori, qui significa
-evidentemente gente italiana. Gli Afarika erano le popolazioni cristiane dell’Affrica,
-di schiatta fenicia, come accennammo nel Libro I, cap. V, tomo I,
-pag. 105. Berberizzati non può qui significar altro che misti coi Berberi;
-e ci ricorda i notissimi <i>Barbaricini</i> dei tempi di San Gregorio in Sardegna.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note12">
-<p><span class="label"><a href="#tag12">12</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ibn-el-Athîr sotto l’anno 92 (710-11) raccoglie la storia di tutte le
-scorrerie dei Musulmani in Sardegna, in unico capitolo, del quale io ho
-pubblicato il testo nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>. Quivi si legge a pag. 217
-«L’anno 135 (752-3) osteggiò quest’isola Abd-er-Rahmân-ibn-Habib-ibn-abi-’Obeida-el-Fihri,
-il quale vi fe’ grande strage. Ma poi fermò pace con
-gli abitatori, a patto che pagassero la gezia; la quale fu riscossa e durò.
-Nè altri dopo Abd-er-Rahmân molestò quest’isola; talchè i Rûm ristorarono
-le cose di quella.» Accennato poi alla scorreria del 935 e in ultimo
-all’impresa di Mogêhid del 1016, avverte in fine: «nè fu mai più combattuta
-la Sardegna (dai Musulmani) dopo questo tempo.» In questo capitolo
-Ibn-el-Athîr dimentica le fazioni dell’816 e 817 ch’ei narra altrove come
-si è accennato. La menzione che si fa dei Giudici di Sardegna nell’865
-(veggasi Muratori, <i>Dissertat. Antiq. Ital. medii ævi</i>, II, p. 1077, Diss. XXXII)
-si attaglia, come dicemmo, alla testimonianza d’Ibn-el-Athîr. Si vegga anco
-Manno, <i>Storia di Sardegna</i>, lib. VII, pag. 333 e seg. dell’ediz. di Capolago,
-1840, vol. I, e Wenrich, <i>Rerum ab Arabibus</i> etc., lib. I, cap. XIII,
-§ 112, 113. Questi due diligenti compilatori avrebbero smesso ogni dubbio,
-leggendo il citato capitolo d’Ibn-el-Athîr.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note13">
-<p><span class="label"><a href="#tag13">13</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Breviarum</i>, ec., presso Muratori, <i>Rerum Italicarum Scriptores</i>, tomo
-VI, pag. 167, anno pisano 1002. Marangone nè l’altra cronica non ne
-fanno menzione, e la data mal si accorda con quella, sì precisa, degli
-autori arabi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note14">
-<p><span class="label"><a href="#tag14">14</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si riscontrino: Ibn-el-Athîr nei citati due capitoli del 92, e del 407,
-nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, pag. 218, e 271; Ibn-Khaldûn, <i>Prolegomeni</i>,
-testo, nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, pag. 461, e nelle <i>Notices et Extraits des
-MSS</i>., tomo XVII, parte I, pag. 36; Makkari, <i>Mohammedan Dynasties in
-Spain</i>, versione inglese del prof. Gayangos, tomo II, pag. 258; Conde, l. c.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note15">
-<p><span class="label"><a href="#tag15">15</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si riscontrino: Ditmar, <i>Chronicon</i>, lib. VII, cap. 31, presso Pertz;
-Scriptores, tomo III, pag. 830; Marangone, nell’<i>Archivio Storico Italiano</i>,
-tomo VI, parte II, pag. 4; <i>Chronicon Pisanum</i> e <i>Breviarium</i> presso
-Muratori, R. I. S., tomo VI, pag. 107, 167, sotto l’anno pisano 1016; e il
-poema di Lorenzo Vernese, presso Muratori, stesso volume, pag. 124,
-dove si accenna che Mugeto l’anno innanzi la sconfitta finale (cioè 1016,
-del conto comune) s’era dato alla fuga vedendo venire l’armata pisana.
-Le croniche pisane laconicamente portano che i Pisani e Genovesi, fatta
-guerra in Sardegna con Mugeto, il vinsero. Ditmar vescovo di Mersebourg,
-morto il 1018, scrisse in fin della sua cronica in luogo che risponde
-al 1016, come i Saraceni venuti con l’armata in Longobardia occupavano
-«Lunam civitatem;» cacciatone il vescovo s’impadronivano delle case
-e mogli de’ terrazzani; come papa Benedetto chiamava alle armi i rettori
-e difensori della Chiesa; come il grande navilio ch’egli adunò stringeva
-i Saraceni nel porto. Il re allor fugge in barchetta; i suoi assaliti
-da’ Cristiani, per tre dì hanno l’avvantaggio; poi sono rotti e passati a fil
-di spade; presa la regina e troncatole il capo, il papa vuol per sè la di
-lei corona d’oro gemmato, e manda all’imperatore mille libbre d’oro
-per parte del bottino. Ma il re saraceno facea dono al papa d’un sacco
-di castagne minacciando di tornare con altrettanti uomini; Benedetto gli
-rimandava il sacco pieno di miglio aggiungendo: tanti uomini e più troverai
-vestiti di corazze per accoglierti. E il cronista, come scandalezzato
-di così fatta risposta, conchiude: Iddio giudica gli uomini; e noi
-preghiamolo che allontani tal flagello da quel paese, e gli accordi
-la pace.
-</p>
-
-<p>
-Or ognun vede che si tratti d’unico fatto, di cui Ditmar scrisse le
-novelle che correano in Germania, cioè l’insulto degli Infedeli sopra una
-città imperiale, e la vendetta che n’avean presa i sudditi dell’imperatore;
-e i cronisti pisani notarono quel che loro premea, cioè la vittoria del
-navilio italiano. E però il primo ristringe il fatto a Luni; i secondi lo
-pongono in Sardegna; ai quali dobbiam credere come meglio informati,
-ancorchè non contemporanei. Tanto più che Ditmar, con quella fuga del
-re, prigionia della moglie, e data del 1016, ci mostra aver confuso le fazioni
-di questo e del 1015, come or or si vedrà nei racconto della fuga
-secondo gli autori arabi. Da un’altra mano non si può supporre che
-Ditmar abbia sbagliato il nome della città e provincia assalita. Dunque i
-Musulmani al tempo dell’impresa di Sardegna fecero una scorreria a
-Luni, prima o dopo la vittoria sopra Malôt, credo piuttosto prima che dopo;
-i Pisani e Genovesi gli diedero una rotta navale nello stesso anno 1015
-e un’altra nella state del 1016.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note16">
-<p><span class="label"><a href="#tag16">16</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Marangone e le altre Croniche Pisane, dicono «homines Sardos
-vivos in cruce murare.» Lo spiega Lorenzo Vernese, narrando che Mogêhid,
-nel fabbricare una sua fortezza, adoperava i Sardi da manovali, e
-poi li facea seppellir vivi dentro le mura.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note17">
-<p><span class="label"><a href="#tag17">17</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Marangone e <i>Croniche Pisane</i>. Dhobbi nella biografia citata di sopra
-dice che Mogêhid “occupò la maggior parte della Sardegna ed espugnò
-le fortezze.”</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note18">
-<p><span class="label"><a href="#tag18">18</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dhobbi, Conde.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note19">
-<p><span class="label"><a href="#tag19">19</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Conde e le <i>Croniche Pisane</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note20">
-<p><span class="label"><a href="#tag20">20</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La data si ritrae da Ibn-el-Athîr, che nota Mogêhid <i>scacciato</i> dalla
-Sardegna in su la fine del quattrocentosei (8 giugno 1016). Lo stesso autore
-in altro luogo lo dice <i>combattuto e sconfitto</i>. Le croniche Pisane accennan
-solo alla fuga, ma Lorenzo Vernese afferma: «Rex fugisse (<i>fugæ
-sese</i>?) datur, multis jam marte peremptis; Barbarus abscessit, capto cum
-coniuge nato»</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note21">
-<p><span class="label"><a href="#tag21">21</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dhobbi, loc. cit. e Conde, il quale lo copia inesattamente.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note22">
-<p><span class="label"><a href="#tag22">22</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ibn-el-Athîr.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note23">
-<p><span class="label"><a href="#tag23">23</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lorenzo Vernese, il quale aggiunge un lungo racconto sul riscatto
-del figliuolo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note24">
-<p><span class="label"><a href="#tag24">24</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si riscontrino i due citati capitoli d’Ibn-el-Athîr, anni 92 e 407,
-nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, pag. 218 e 271; Dhobbi, l. c. il quale narra
-alcuni particolari della sconfitta con le parole di un testimonio oculare;
-Nowairi, <i>Storia di Spagna</i>, l. c.; Ibn-Khaldûn, loc. cit., il quale dice che i
-Cristiani «ripigliarono <i>immantinenti</i> la Sardegna;» Conde, <i>Dominacion</i> ec.,
-parte II, cap. 110; Marangone nell’<i>Archivio Storico</i>, vol. cit., p. 4; e il
-<i>Chronicon Pisanum</i>, e il <i>Breviarium</i> ec. presso Muratori, <i>Rerum Ital</i>., tomo
-VI, pag. 107 e 167, sotto l’anno pisano 1017. Lorenzo Vernese, autore
-del XII secolo, nel poema su la impresa di Majorca del 1114, presso Muratori,
-<i>Rer. Ital</i>. S. VI, 124, racconta in versi la guerra di Sardegna come
-l’avea intesa da’ vecchi della sua città, e s’accorda bene con gli annalisti
-arabi. «Mugelus rex Baleæ et Dianæ» (Denia e le Baleari; gli altri Pisani,
-anche Marangone, lo suppongono Africano) occupa la Sardegna. Vengono
-i Pisani con l’armata ed egli fugge (probabilmente nelle parti occidentali
-dell’isola). Torna l’anno appresso nel regno Calaritano con suoi Mori e
-fabbrica una fortezza. Incrudelisce nei Cristiani. Assalito dalle armi di Pisa,
-fugge di nuovo lasciando prigioni il figlio e la moglie; e i principi dell’isola
-rimangon sudditi dei Pisani.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note25">
-<p><span class="label"><a href="#tag25">25</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Marangone,<i> Chronicon Pisanum</i>, e <i>Breviarium</i> ec., ll. cc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note26">
-<p><span class="label"><a href="#tag26">26</a>.&nbsp;&nbsp;</span>A tal concetto mi portano i pochi fatti che abbiamo della <i>Storia
-di Sardegna</i> nell’XI e XII secolo, i quali si leggono nel Manno, op. cit.,
-lib. VII. Lorenzo Vernese nel luogo citato del suo poema scrive:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Erepti Sardi jugulis, tutique fuerunt;</i></p>
-<p class="i01"><i>Indeque tota manent Pisanis subdita regno.</i></p>
-<p class="i01"><i>Sardiniæ: docuere senet quæcumque retexo;</i></p>
-<p class="i01"><i>Quæsitis Sardis, non hæc tibi vera negabunt.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Le quali parole, con le testimonianze non richieste che allega il poeta, mostrano
-che nella prima metà del XII secolo i Pisani non pretendeano per
-anco la piena signoria della Sardegna, ma un protettorato con gli abusi
-che ne seguitano. D’altronde non si comprenderebbe in qual altro modo
-avrebbero potuto signoreggiare in Sardegna i nobili e mercatanti che non
-governavano per anco Pisa. E si veggono molto più antichi della fuga di
-Mogêhid, i giudici che Benvenuto da Imola, presso Muratori, <i>Antiq. Ital.
-Medii Ævi</i>, tomo I, p. 1089, secondo le idee del XIV secolo, supponeva
-istituiti dai Pisani. La concessione dell’isola per Benedetto VIII è invenzione
-del XIII secolo, quando la corte di Roma avea dato lo scandalo di
-infeudare a questo ed a quello la Sicilia e la Sardegna stessa; nè alcuno
-ha prodotto mai il testo di quel privilegio; nè lo si allegò mai nelle contese
-fra i Genovesi e i Pisani presso Federigo Barbarossa, le quali si leggono
-distintamente nella continuazione di Caffari, anno 1164, presso Muratori,
-<i>Rerum Italicarum Scriptores</i>, tomo VI, p. 294, 295.
-</p>
-
-<p>
-È da avvertire che il Saint Marc, <i>Abrégé chronologique de l’histoire
-d’Italie</i>, anni 1017 e 1021, tenendo per guida il Muratori, nega la concessione
-papale e la dominazione pisana, senza particolareggiare gli argomenti.
-</p>
-
-<p>
-Il Manno (tomo I, p. 381, dell’edizione di Capolago) non osa troncare
-la difficoltà nè rigettare apertamente la narrazione riferita dal Gaietani
-nelle annotazioni alle vite dei Papi (Muratori, <i>Rerum Italicarum
-Scriptores</i>, tomo III, p. 401); il quale, nel 1638, affermava averla tolto
-da Lorenzo Bonincontro da San Miniato che scrisse, dice egli, <i>più di dugent’anni
-addietro</i>. Bonincontro o Gaietani, dava con nomi e cognomi, la
-divisione della Sardegna tra Pisani, Genovesi e <i>Spagnuoli</i> dopo la sconfitta
-e prigionia di Musetto. Basterebbe la menzione delli Spagnuoli, per dimostrarla
-fattura del XV secolo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note27">
-<p><span class="label"><a href="#tag27">27</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Caffari, <i>Annales Januenses</i>; e continuazione presso Muratori, <i>Rerum
-Italicarum Scriptores</i>, tomo VI, anni 1162 e 1164; Marangone nell’<i>Archivio
-Storico Italiano</i>, tomo VI, Parte II, p. 38, anno 1165. Su le guerre
-tra quelle due città si vegga Marangone, op. cit., p. 8 e segg., fin dal 1119
-(1118). Si vegga anche il Manno, <i>Storia di Sardegna</i>, lib. VII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note28">
-<p><span class="label"><a href="#tag28">28</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cotesta falsa tradizione nacque nel XIII secolo, trovandosi nel <i>Breviarium</i>
-ec., presso Muratori, <i>Rerum Italicarum Scriptores</i>, tomo VI,
-p. 167, anni 1017, 1020, 1050, non già nelle due croniche del XII secolo,
-cioè l’anonima del Muratori e quella di Marangone. I Genovesi a lor volta
-nella lite del 1164 affermavano audacemente dinanzi il Barbarossa che i
-lor maggiori avessero preso il Muzaito e il vescovo di Genova lo avesse
-mandato all’imperatore.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note29">
-<p><span class="label"><a href="#tag29">29</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ibn-el-Athîr, capitolo dell’anno 92, nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>,
-testo, p. 218. Ibn-Khaldûn riferisce altre scorrerie degli Ziriti d’Affrica
-nel regno di Iehia-ibn-Temîm (1108 a 1116), <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>,
-testo, p. 482, e <i>Histoire des Berbères</i>, versione di M. de Slane, tomo II, p. 25.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note30">
-<p><span class="label"><a href="#tag30">30</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ibn-el-Athîr, ediz. Tornberg, tomo IX, p. 205, anno 407.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note31">
-<p><span class="label"><a href="#tag31">31</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ademari Cabanensis <i>Chr.</i>, nel <i>Rec. des Hist. des Gaules</i>, X, 156.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note32">
-<p><span class="label"><a href="#tag32">32</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gayangos, <i>The Moham. dynasties in Spain</i>, tomo II, p. LXXXVIII.
-Dozy, <i>Hist. des Musulmans d’Espagne</i>, tomo IV, p. 290, 304, Cf. p. 21 della
-stessa opera e Dozy medesimo, <i>Recherches</i>, 2ª ediz. I, 245.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note33">
-<p><span class="label"><a href="#tag33">33</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così nell’impresa del 1035 che si ritrae da Rodolfo Glabro e che or
-si narrerà. Si è veduto che i Genovesi nel 1164 davano lo stesso vanto ai
-lor maggiori. Le supposte imprese del 1019 e 1049 nella compilazione pisana
-del XIII secolo provano che durasse la terribile leggenda di Mogêhid.
-È da notare che, all’infuori del poeta Lorenzo Vernese, tutti supponeano
-Mugeto re d’Affrica. Quest’errore è durato fino al Manno. Il Wernich,
-<i>Rerum ab Arabibus in Italia</i> ec., lib. I, cap. XIII, § 113 a 119, rattoppa
-col supposto che Mogêhid fosse il principale dei regoli musulmani di Sardegna
-e che avesse chiesto aiuti in Affrica. Del resto ei segue la tradizione
-pisana; se non che riconosce l’identità del fatto di Luni e della prima
-vittoria dei Pisani e Genovesi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note34">
-<p><span class="label"><a href="#tag34">34</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il Libro IV, cap. VIII, pag. 364 del vol. II.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note35">
-<p><span class="label"><a href="#tag35">35</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Marangone, nell’<i>Archivio Storico Italiano</i>, vol. cit., p. 5, anno
-pisano 1035; <i>Chronicon Pisanum</i>, stesso anno, presso Muratori, <i>Rerum Italicarum
-Scriptores</i>, tomo VI, p. 108. Il <i>Breviarium</i>, nello stesso volume
-del Muratori, p. 167, finge la occupazione di Cartagine e le corone dei due
-re, di Bona e Cartagine, mandate in dono dai Pisani all’imperatore.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note36">
-<p><span class="label"><a href="#tag36">36</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Rodolfo Glabro, <i>Historiarum</i>, lib. I, cap. VII, nel <i>Recueil des Historiens
-des Gaules</i> ec., tomo X, p. 52, narra che i Saraceni d’Affrica perseguitavano
-i Cristiani per terra e per mare; che entrambi si accordarono
-di combattere giuste battaglie; che i Cristiani vinsero con grande strage,
-dicendosi anche ucciso il principe saraceno Motget; e che ragunate le
-preziose armadure nemiche del prezzo di parecchi <i>talenti d’argento</i>, le dettero
-per voto a Odilone abate di Cluny, il quale investì il valsente in
-arredi sacri e limosine. Rodolfo era contemporaneo e famigliare degli abati
-di Cluny; ma testa bislacca e gran contatore di favole. L’offerta votiva al
-monastero mi fece pensare dapprima a un’impresa di Provenzali, ma fattone
-parola al savio autore delle <i>Invasions des Sarrazins en France</i>, mi
-ha convinto che questa fazione, di certo navale, non potè compiersi se
-non che da armate italiane. Però suppongo il voto di qualche ausiliare provenzale
-ed una delle solite esagerazioni di Rodolfo Glabro. Si tratta probabilmente
-dell’assalto di Bona, e vi risponde la data, poichè Rodolfo non
-osservando l’ordine cronologico, pone questo fatto tra la morte di Roberto
-duca di Normandia (22 luglio 1035) e la ecclissi solare del 29 giugno 1033. Nelle <i>Invasions des Sarrazins en France</i>, p. 221, il dotto autore,
-M. Reinaud, accettò che Mogêhid fosse il condottiero dell’armata vinta;
-ma so ch’egli sarà per considerare il fatto altrimenti sulla nuova edizione
-che apparecchia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note37">
-<p><span class="label"><a href="#tag37">37</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Par che la prima denominazione indicasse particolarmente gli uomini
-di Norvegia, e la seconda quei di Danimarca. Ma spesso si confondeano
-gli uni con gli altri. Come ognun sa, in Francia si chiamarono Normanni,
-e in Inghilterra Dani, tutti gli occupatori scandinavi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note38">
-<p><span class="label"><a href="#tag38">38</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questa impresa intessuta di moltissime favole si legge in Dudone
-di Saint Quentin, <i>De Moribus Normannorum</i>, cap. I, presso Duchesne,
-<i>Historiæ Normannorum Scriptores</i>, p. 64, 65; Guglielmo di Jumièges,
-<i>Historia Normandiæ</i>, lib. I, cap. X, XI, ib., p. 220, 221; Benoit, <i>Chroniques
-des ducs de Normandie</i>, in versi francesi, tomo I, p. 47 a 69; Wace,
-<i>Roman du Rou</i>, versi 472 a 732. Si vegga anche Muratori, <i>Antiquitates
-Ital. Medii Ævi</i>, tomo I, p. 25, e si riscontri la critica del fatto in Depping,
-<i>Histoire des Expéditions maritimes des Normands</i>, edizione del 1843,
-p. 140, segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note39">
-<p><span class="label"><a href="#tag39">39</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Non occorrendo citazioni distinte dei luoghi d’opere moderne dai
-quali ho cavati i primordii dei Normanni, indicherò quelle che mi sono
-riuscite più utili. Nel sentimento storico ho avuto a sicura guida la <i>Conquête
-de l’Angleterre par les Normands</i>, di Augustin Thierry, alla cui
-memoria debbo d’altronde amore, riverenza e gratitudine. Le minuzie dei
-fatti sono fornite in abbondanza dalla citata opera di Depping; e molte critiche
-avvertenze si rinvengono in Lappenberg, <i>A history of England under
-the Norman kings</i>, versione inglese con aggiunte del traduttore Benjamin
-Thorpe. Importanti e novelli fatti su la società primitiva degli Scandinavi
-si ritraggono dalla prefazione di Samuele Laing alla <i>Heimskringla</i> di
-Snorro Sturleson, versione inglese.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note40">
-<p><span class="label"><a href="#tag40">40</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gli storici francesi pongono vagamente la data tra l’896 e l’898,
-non trovandola precisa nei cronisti, e dovendo tenere questa occupazione
-come diversa da quella che i cronisti riferiscono al 17 novembre 876, cioè
-avanti l’assedio di Parigi. Si riscontrino le opere citate di Depping, lib. III,
-cap. III; di Thierry, lib. II; e di Lappenberg, versione inglese, p. 7, segg.
-I cronisti normanni in prosa e in versi confusero le tradizioni, volendo dare
-a Roll, nello assedio di Parigi e nella prima occupazione di Rouen, la parte
-principale che di certo non v’ebbe.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note41">
-<p><span class="label"><a href="#tag41">41</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Al messaggero di Carlo il Semplice, che innanzi la battaglia dell’898
-domandava il capo loro, i Normanni risposero: «Non n’abbiamo; siam
-tutti eguali».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note42">
-<p><span class="label"><a href="#tag42">42</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Hrôlfr</i>, con le mutazioni eufoniche di Rolf, Roll, Rou.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note43">
-<p><span class="label"><a href="#tag43">43</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Rispondeva, secondo Depping, all’odierno dipartimento della Bassa
-Senna e parte di quello dell’Eure.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note44">
-<p><span class="label"><a href="#tag44">44</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Wace, <i>Roman du Rou</i>, passim. I Francesi vendicavansi con un <i>calembourg</i>,
-più antico al certo del XII secolo quando visse l’autore: <i>Francheis
-dient ke Normandie Ço est la gent de North mendie</i>, versi 119, 120.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note45">
-<p><span class="label"><a href="#tag45">45</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il Libro IV della presente Storia, cap. X, p. 580 del secondo
-volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note46">
-<p><span class="label"><a href="#tag46">46</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Wace, op. cit., verso 2108, accenna le tradizioni ritmiche, le
-quali in sua fanciullezza avea inteso cantare a’ giullari (<i>jugléors</i>, oggi <i>jongleurs</i>).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note47">
-<p><span class="label"><a href="#tag47">47</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dudonis super Congregationem Sancti Quintini decani, De Moribus
-Normannorum</i>, presso Duchesne, <i>Historiæ Normannorum Scriptores</i>,
-p. 56 a 59. Si vegga la critica di Lappenberg, <i>A history of England
-under the Norman Kings</i>, versione del Thorpe, p. <span class="smcap lowercase">XX</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note48">
-<p><span class="label"><a href="#tag48">48</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Guglielmo di Jumièges (<i>Wilelmus Gemmeticensis</i>), detto <i>Calculus</i>
-(1137); Odorico Vitalis (1141); Wace di Jersey, <i>Roman du Rou</i> (1184),
-e molti altri che si veggano in Lappenberg, op. cit., p. <span class="smcap lowercase">XXI</span> a <span class="smcap lowercase">XXVIII</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note49">
-<p><span class="label"><a href="#tag49">49</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>L’Ystoire de li Normant et la Chronique de Robert Viscard par
-Aimé moine du Mont-Cassin</i>, pubblicata da M. Champollion-Figeac, Paris,
-1835. L’editore con molta sagacità ha provato irrefragabilmente il nome
-e nazionalità dell’autore e la data dell’opera. <i>Prolégomènes</i>, p. <span class="smcap lowercase">XXXIII</span>, segg.
-M. Gauttier d’Arc aveva usato fino dal 1830 un MS. imperfetto di Amato
-nella <i>Histoire des Conquêtes des Normands en Italie</i> ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note50">
-<p><span class="label"><a href="#tag50">50</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Le interpolazioni che non cadono in dubbio furon messe tra parentesi
-dal dotto editore. Se ne può supporre delle altre, come parmi; ed
-anche qua e là qualche taglio, per esempio nell’infelice fine di Dato,
-lib. I, cap. XXV. Nella Cronica di Roberto Guiscardo, della quale abbiamo
-il testo latino, il traduttore frantende alcune frasi, fin dai primi righi,
-dove leggendo d’una dama <i>nec minus facie quam vitæ integritate formosa</i>,
-squadernò: <i>belle de face et de touts membres entière</i>. Similmente
-parmi che nella battaglia di Canne del 1019 Amato abbia messo il nome
-del luogo, là dove il traduttore scrive: <i>et sont veues les lances estroites
-come les canes sont en lo lieu où il croissent</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note51">
-<p><span class="label"><a href="#tag51">51</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Urbano secondo, francese, fu papa dal 1088 al 1099; Ruggiero,
-figlio di Roberto Guiscardo, regnò in Puglia dal 1085 al 1111.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note52">
-<p><span class="label"><a href="#tag52">52</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L’incontro fortuito di Melo e dei Normanni al Monte Gargano mi
-pare episodio classico posto a capo del poema. I fendenti di Roberto Guiscardo
-alla battaglia di Civitella, vengono a dirittura dalla Tavola Rotonda.
-Lo stratagemma di Roberto, infintosi morto e messosi nella bara per occupare
-un castello in Calabria del quale non si dà il nome, è copia della
-fazione di Hastings a Luni, favola scandinava ripetuta da Dadone di
-San Quintino alla fine del X secolo (presso Duchesne, op. cit., p. 64, 65)
-e replicata nella saga di Aroldo il Severo, come accennammo nel Libro IV,
-cap. X, p. 385, 386 del secondo volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note53">
-<p><span class="label"><a href="#tag53">53</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tiraboschi, <i>Storia della Letteratura Italiana</i>, lib. IV, cap. III, § 8,
-si voltò con gran collera contro i Benedettini di Saint-Maur, i quali nella
-<i>Histoire Littéraire de la France</i>, tomo VIII, p. 488, ci rapivano questo
-Guglielmo di Puglia. Il signor Ruggiero Wilmans, tedesco, fa opera a rendercelo
-per varie ragioni accennate nella prefazione alla detta cronaca
-presso Pertz, <i>Scriptores</i>, tomo IX, p. 239, e più largamente discorse nell’<i>Archivio
-Storico di Pertz</i>, tomo X, p. 93, segg. Contuttociò Guglielmo, al
-nome ed alla parzialità sua contro i Longobardi, i Greci e gli abitatori
-della Puglia, mi sembra chierico venuto di Francia o nato in Italia in casa
-francese. Quel che parrebbe in bocca sua biasimo de’ Normanni, si trova
-a tanti doppii nel francese Malaterra, e suonava lode a usanza loro.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note54">
-<p><span class="label"><a href="#tag54">54</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il Malaterra, lib. I, cap. XXV, nota che in Calabria una volta il
-conte Ruggiero con quaranta suoi fedeli masnadieri <i>plurimum penuriarum
-passus est, sed latrocinio armigerorum suorum in multis sustentabatur;
-quod quidem ad ejus ignominiam non dicimus, sed ipso ita præcipiente,
-adhuc viliora et reprehensibiliora de ipso scripturi sumus, ut pluribus patescat
-quam laboriose et cum quanta angustia a profunda paupertate ad
-summum culmen divitiarum vel honoris attingerit</i>. In fondo dunque il
-vecchio conte Ruggiero se ne vantava.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note55">
-<p><span class="label"><a href="#tag55">55</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questa è la cronica che il Caruso pubblicò nella <i>Bibliotheca Sicula</i>,
-p. 827, segg., col titolo di <i>Anonymi Historia Sicula</i>; indi il Muratori,
-<i>Rerum Italicarum Scriptores</i>, tomo VIII, p. 740, segg., col titolo di
-<i>Anonymi Vaticani Historia Sicula</i>. La versione in antico francese che se
-ne trovava nello stesso MS. di Amato, è stata data alla luce da M. Champollion,
-op. cit., col titolo di <i>Chronique de Robert Viscard</i>. Non si può affatto
-assentire al dotto editor francese che l’autore sia Amato stesso. Se
-ne dee togliere in vero, come notava M. Champollion, tutta la parte che
-corre dal 1101 al 1283. Ma ciò che precede è compilazione scritta verso
-il 1146, come lo mostran le parole (presso Caruso, p. 856) <i>Huic successit
-ille hominum maximus.... Rogerius.... rex Siciliæ, Tripolis Africæ</i>.... le cui
-lodi l’autore, com’ei dice, non osava intraprendere. La continuazione
-comincia immediatamente dopo questo passo con le parole: <i>Post mortem
-comitis Rogerii, prout confitetur in chronica, successit Rogerius</i> ec.
-</p>
-
-<p>
-Pongo la data del 1146, poichè vi si accenna il conquisto di Tripoli,
-non quel di Mehdia e di tutta la costiera che seguì il 1149. La diversità
-degli autori ch’io sostengo, è provata anche dalla incompatibilità di alcuni
-racconti, per esempio la diserzione di Ardoino, il tempo in cui Guglielmo
-Braccio di Ferro ebbe il comando di tutta la banda a Melfi ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note56">
-<p><span class="label"><a href="#tag56">56</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il Libro IV, cap. VII, p. 343, segg., del secondo volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note57">
-<p><span class="label"><a href="#tag57">57</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tale Gilberto Drengot, o Buatère, coi fratelli Rainolfo, Rodolfo,
-Anquetil ed Ormondo, su i quali si veggano: Amato, op. cit., lib. I, cap. XX;
-Rodolfo Glabro, <i>Historiarum</i>, lib. III, cap. I, nel <i>Recueil des Historiens
-de la Gaule</i>, tomo X, p. 25; e Guglielmo di Jumièges, lib. VII, cap. 30,
-presso Duchesne, <i>Historiæ Normannorum Scriptores</i>, p. 284. Gilberto aveva
-ucciso un Guglielmo Repostel che si vantava d’avergli sedotta una figliuola.
-I nomi son dati diversamente dai tre cronisti. Debbo avvertire che Amato
-qui dice regnante il duca Roberto di Normandia, onde il fatto andrebbe
-posposto al decennio 1026-35. Ma è da supporre sbagliato il nome anzichè
-il tempo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note58">
-<p><span class="label"><a href="#tag58">58</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il Libro IV, cap. VII, p. 340 e 342 del secondo volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note59">
-<p><span class="label"><a href="#tag59">59</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Secondo il biografo di Arrigo II, <i>Acta Sanctorum</i>, 14 luglio, p. 760,
-l’imperatore elesse Melo duca di Puglia, il quale morì a Bamberg. Lupo
-Protospatario, anno 1020, fa ricordo di Melo col titolo di duca di Puglia,
-che probabilmente gli era stato dato dai popoli o da’ suoi partigiani in
-Italia. Il monaco Ademaro della nobile casa di Chabanois, nella cronaca
-terminata verso il 1029, scrive che al tempo di Riccardo II duca di Normandia
-un Rodolfo con molti altri Normanni andavano armati a Roma, e,
-connivente papa Benedetto, assaltavano e guastavan la Puglia, vincean
-tre battaglie; poi sconfitti dai Russi e altri soldati dell’impero bizantino,
-molti n’erano condotti prigioni a Costantinopoli; e che per tre anni i Bizantini,
-per rancore o sospetto de’ Normanni, vietarono ai pellegrini occidentali
-il passaggio di Gerusalemme, senza dubbio per l’Italia meridionale.
-Nel <i>Recueil des Historiens des Gaules</i>, ec., tomo X, p. 156, Rodolfo Glabro,
-che scrisse verso il 1044, narra le prime imprese dei Normanni in Italia
-in questo modo: che il guerriero Rodolfo perseguitato da Riccardo di
-Normandia, andava a Roma; si appresentava a papa Benedetto; era confortato
-da lui a combattere i Greci nell’Italia meridionale; cominciava gli
-assalti; era rinforzato di innumerevoli Normanni vegnenti alla spicciolata
-con piacere del conte Riccardo; guadagnava due battaglie; ma dopo la terza,
-vedendo scemati i suoi, andava a chiedere aiuti all’imperatore ch’indi
-passò in Italia (1022). Dunque in Francia, una ventina d’anni dopo, si attribuiva
-al papa l’origine di questa guerra. Si vegga la storia di Glabro,
-lib. III, cap. I, nel <i>Recueil des Historiens des Gaules</i> ec., tomo X, p. 25, 26.
-Il guerriero Rodolfo è un de’ fratelli di Gilberto, di cui dicono Amato e
-Leone d’Ostia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note60">
-<p><span class="label"><a href="#tag60">60</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I cronisti non dicono espressamente di due fazioni a Bari, se non
-che nella guerra del 1051 e nell’assedio del 1071, quando l’occuparono i
-Normanni. Ma i casi di Melo, seguito dai Baresi, poi abbandonato, costretto
-a fuggire, e la moglie e il figliuolo di lui mandati dai cittadini a
-Costantinopoli, mostrano incominciate fin dal principio del secolo quelle
-fazioni che pur erano inevitabili. La plebe doveva essere amica dei Bizantini,
-e i nobili nemici.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note61">
-<p><span class="label"><a href="#tag61">61</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, lib. I, cap. XX, e Leone d’Ostia che lo copia, lib. II,
-cap. 37, dicono con molta brevità che i Normanni, invitati già a venire in
-Italia dal principe di Salerno, incontraron Melo a Capua, e che <i>les coses
-necessaires de mengier el de boire lor furent données, de li seignor et bone
-gent de Ytalie</i>. Il velo è molto trasparente. Guglielmo di Puglia, sia per
-render omaggio alle Muse, sia perchè la corte di Guiscardo dopo la
-iniqua occupazione di Salerno non amava a sentirsi ripetere che i principi
-di Salerno avessero chiamato i primi Normanni, esordisce dall’incontro
-fortuito dei pellegrini al santuario di Monte Gargano con uno straniero
-vestito di strane fogge, il quale scopre sè esser Melo, e agevolmente li
-persuade a far venire lor compatriotti ai suoi stipendii. Questo par di tutto
-punto un episodio poetico, contrario alla tradizione di Amato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note62">
-<p><span class="label"><a href="#tag62">62</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Leon d’Ostia, lib. II, cap. 37.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note63">
-<p><span class="label"><a href="#tag63">63</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si riscontrino: Amato, lib. I, cap. XXI, segg.; Guglielmo di Puglia,
-lib. I; Lupo Protospatario, anni 1017 a 1019; <i>Annales Beneventani</i>, 1017,
-presso Pertz, <i>Scriptores</i>, tomo III, p. 178; Leone d’Ostia, lib,. II, cap. 37,
-38. I cronisti non si accordano sul numero delle battaglie vinte dai Normanni,
-e Amato solo narra la seconda sconfitta. Il traduttore di Amato,
-non comprendendo bene il testo, nel cap. XXII, suppone che tremila
-Normanni fossero venuti di Salerno dopo la battaglia di Canne; ma parmi
-inverosimile, e da correggersi come ho fatto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note64">
-<p><span class="label"><a href="#tag64">64</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si riscontrino: Amato, lib. I, cap. XXIV, segg., e lib. II, cap. I a VII;
-Guglielmo di Puglia, lib. I; Lupo Protospatario, anno 1021, segg. Il Malaterra,
-tacendo le imprese dei Normanni prima della venuta di Guglielmo
-di Hauteville, spiega pur molto precisamente nel lib. I, cap. VI, l’indole
-delle compagnie normanne innanzi il 1040.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note65">
-<p><span class="label"><a href="#tag65">65</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dopo la battaglia di Canne (1019) scrive Amato: <i>Et de li Normant
-non remainstrent se non cinc cent et vj grant home de li Normant remainstrent,
-de liquel ij remainstrent avec Athenulfe</i> ec., lib. I, cap. XXII. L’Imperatore
-Arrigo I, nel 1022, avea lasciato in un castello dei nipoti di Melo
-ventiquattro cavalieri normanni capitanati da un Trostaino. Amato, lib. I,
-cap. XXIX e XXXII. Nel 1040 i 300 Normanni venuti d’Aversa in aiuto
-d’Ardoino, ubbidivano come innanzi diremo a dodici condottieri uguali
-tra loro. Dunque nel primo caso una compagnia somma ad 80 cavalli, e nei
-due secondi a 25.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note66">
-<p><span class="label"><a href="#tag66">66</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Libro IV, cap. X, p. 380 e 389, segg., del secondo volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note67">
-<p><span class="label"><a href="#tag67">67</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si ricordino le fazioni di Rayca accennate da noi nel Libro IV, cap. VII,
-p. 345 del secondo volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note68">
-<p><span class="label"><a href="#tag68">68</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veggano gli <i>Annali di Bari</i>, e Lupo Protospatario, anni 1039,
-1040 e 1041, in Pertz, <i>Scriptores</i>, tomo V, p. 56, 57.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note69">
-<p><span class="label"><a href="#tag69">69</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Et vous i habitez comme la sorice qui est en lo pertus.... que sachiez
-que je vous menerai à homes feminines, c’est à homes comme fames, liquel
-demorent en moult riche et espaciouse terre.</i> Amato, lib. II, cap. XVII, p. 43.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i05"> <i>Cum terra sit utilitatis,</i></p>
-<p class="i01"><i>Fœmineis Græcis cur permittatur haberi?</i></p>
-<p class="i10"> Guglielmo di Puglia, lib. I.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note70">
-<p><span class="label"><a href="#tag70">70</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato: <i>Et estut li conte</i> (il conte) <i>xij pare à liquel</i> ec. Cap. XVIII,
-p. 43. Guglielmo di Puglia... <i>comitatus nomen honoris Quo donantur erat</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note71">
-<p><span class="label"><a href="#tag71">71</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, lib. II, cap. XIX, p. 44.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note72">
-<p><span class="label"><a href="#tag72">72</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Et quant il oïrent ensi parler Arduyne, se consentirent à lui et font
-sacrement de fidelité de chascune part de paiz</i> se la terre non avoit autre
-seignor que ou à cui face tribut se clame tributaire. <i>Et en ceste regne se
-clame terre de demainne et se a autre seignorie se clame colonie come sont
-en ceste regne la terre qui a autre seignorie. Et sanz lo roy estoit seignor
-Arduyne et en celle part se clament colone.</i> Amato, lib. II, cap. XIX, p. 44, 45.
-Il passo che ho notato in caratteri tondi è guasto al certo, e ciò che segue è
-nota interpolata dal traduttore, spiegando a suo modo il diritto pubblico
-napoletano del XIII secolo; poichè Amato non potea scrivere nell’XI le voci
-regno e re. Leone d’Ostia tralascia questo importantissimo fatto, e però
-non possiamo ristabilire il testo d’Amato. Ma il significato necessariamente
-è che i Melfitani non ubbidissero a feudatario e non prestassero
-servigi feudali, nè pagassero tributo se non che allo stato: il che dopo il
-conquisto normanno si chiamò in Sicilia e in Puglia: stare in demanio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note73">
-<p><span class="label"><a href="#tag73">73</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gli avvenimenti che ristringo in questo paragrafo, dal ritorno di
-Ardoino in terraferma sino all’occupazione di Melfi, son tratti da Amato,
-lib. II, cap. XIV, segg.; Guglielmo di Puglia, lib. I, <i>Aversam subito venit
-Hardoinus</i>; Malaterra, lib. I, cap. VIII; Leone d’Ostia, lib. II, cap. LXVI;
-Cedreno, tomo II, p. 545 della edizione di Bonn; Annali (ossia anonimo)
-di Bari e Lupo Protospatario, anni 1040, 1041. Oltre le discrepanze di
-minor momento, se ne scorge una che occorre di notare. Amato, seguendolo
-Leone d’Ostia, dice che Ardoino dopo l’ingiuria di Maniace
-rimase al servigio bizantino, suscitò occultamente i Pugliesi, e andò ad
-Aversa pretestando un viaggio di devozione a Roma. Guglielmo di Puglia
-lo fa insultare e rivoltare a Reggio, e correr di lì dritto ad Aversa. Malaterra,
-con poco divario, reca l’ingiuria in Sicilia, l’aperta ribellione
-appena ripassato il Faro, e non parla punto degli aiuti d’Aversa. Nelle
-due tradizioni dunque, la prima d’Amato e Leone, la seconda di Guglielmo
-e Malaterra, si dà essenzialmente diverso il modo e tempo dell’ammutinamento
-di Ardoino con la banda normanna. Or covaron essi l’onta
-parecchi giorni, o parecchi mesi? Chiarironsi disertori nel novembre 1040
-in Calabria, ovvero nei principii del 1041 a Melfi? Guglielmo di Puglia fin
-dà il numero di cinquanta soldati uccisi dai Normanni alla schiera bizantina
-mandata a inseguirli, quando lasciarono il campo a Reggio. Amato,
-all’incontro, particolareggia la dissimulazione di Ardoino: com’ei corruppe
-Doceano con molt’oro; come fu preposto al governo di parecchie
-terre in Puglia; come incominciò ad accarezzare e convitare i maggiori
-cittadini, a compiangere gli aggravii della dominazione greca, a promettere
-che farebbe opera a liberarli; come infine tolse commiato, sotto specie
-d’andare alle perdonanze a Roma, e andò ad Aversa.
-</p>
-
-<p>
-Or dovendosi necessariamente tacciare di bugia l’una o l’altra tradizione,
-ammettendo anche la sincerità di chi la scrivea, le condizioni
-dei due cronisti e l’indole di loro opere accusano Guglielmo, anzi che
-Amato. Del Malaterra non parlo, il quale in questo periodo ripeteva un
-romanzo di casa Hauteville, tacea gli aiuti di Aversa, facea capitano dei
-Normanni Guglielmo Braccio di Ferro, che lo fu tre anni dopo. Quella
-fuga inoltre con le armi alla mano dal centro della Sicilia secondo Malaterra,
-e da Reggio secondo Guglielmo di Puglia, infino a Melfi, è molto
-men credibile che la prolungata simulazione dei Normanni e che il favor
-di Doceano ad Ardoino, non disertore ma guerriero ingiuriato ingiustamente
-da Maniace. Infine il fatto riferito da Lupo e dagli <i>Annali Baresi</i>,
-che Doceano tornava di Sicilia di novembre 1040 per domare i sollevati
-di Puglia, dà luogo al supposto che i Normanni passassero con le forze
-di Doceano e fossero da lui posti a presidio in qualche terra non lontana
-da Melfi. Qual maraviglia che a capo di cinquanta o sessant’anni questo
-cambiamento di guarnigione, com’or diremmo, si raffazzonò nelle brigate
-dei principi e nobili normanni alla foggia che ci rappresentano Guglielmo
-di Puglia, e Malaterra, esagerando il valore ed attenuando la
-perfidia della passata generazione?
-</p>
-
-<p>
-Pertanto mi appiglio alla tradizione d’Amato e cancello quel che
-scrissi in contrario nel Libro IV, cap. X, p. 389 del secondo volume, seguendo
-Guglielmo e Malaterra e tutti gli istorici moderni che loro credettero,
-i quali non aveano sotto gli occhi Amato. Che se altri mi tacci di
-leggerezza per questo, mi spiacerà meno del ricusar testimonianza al vero
-una volta ch’io ne sia convinto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note74">
-<p><span class="label"><a href="#tag74">74</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gli <i>Annali di Bari</i> col privilegio del «si dice» fanno montare i Greci
-a 18,000 e portano poco più di 2000 i Normanni; Lupo Protospatario li
-dice 3000. Senza esitare accetto cotesti numeri anzichè quelli dei due
-cronisti normanni, cioè Guglielmo di Puglia che dà 700 cavalli e 500 fanti,
-e Malaterra che dice tondo 500 militi da una parte e 60,000 Greci dall’altra.
-Al par che nelle guerre di Sicilia, convien dividere per sei la
-cifra dell’esercito nemico, e moltiplicare per sei quella del Normanno,
-quando si legga il Malaterra.
-</p>
-
-<p>
-Quanto alla data, la più parte degli storici, annalisti, compilatori
-ed eruditi editori, non esclusi il Muratori e il De Meo, han messo l’occupazione
-di Melfi e la prima battaglia nel 1040. Il riscontro con fatti vicini
-e di data certa nella storia bizantina, ci mostra che si debba seguire
-piuttosto gli <i>Annali di Bari</i> e il Protospatario, i quali scrivono 1041.
-Leone d’Ostia ne fa anche espresso attestato, dicendo occupata Melfi
-anno <i>Dominicæ Nativitatis MLXI, quo videlicet anno dies paschalis Sabbati
-ipso die festivitatis Sancti Benedicti</i> (21 marzo) <i>venit</i>: e in vero la Pasqua
-cadde il 22 marzo nel 1041, non già nel 1040. Il <i>Chronicon Breve Northmannicum</i>,
-presso Muratori, <i>Rerum Italicarum Scriptores</i>, tomo V, p. 871,
-porta anche nel 1041 la prima occupazione della Puglia pei Normanni
-<i>capitanati da Ardoino</i>, e in marzo e maggio 1042 (dalla Incarnazione,
-ossia 1041 del conto comune) le due prime vittorie sopra i Greci.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note75">
-<p><span class="label"><a href="#tag75">75</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXI, segg.; Guglielmo di Puglia,
-lib. I, <i>Audito reditu Michælis</i>, sino alla fine del Libro; Malaterra,
-cap. IX, X; Lupo Protospatario, ed <i>Annali di Bari</i>, anni 1041, 1042;
-Leone d’Ostia, lib. II, cap. LXVI. L’ordine degli avvenimenti è uguale
-in tutti; le date si trovan solo in Lupo e negli <i>Annali di Bari</i>. Contandosi
-da Lupo gli anni dell’èra volgare, talvolta al modo salernitano dal
-25 dicembre (Vedi Pertz, <i>Scriptores</i>, tomo V, p. 51), ma più sovente col
-periodo costantinopolitano, cioè dal 1º settembre dell’anno precedente,
-il settembre 1042 risponde al nostro settembre 1041, e così fino a decembre.
-Che in questa epoca Lupo segua tal cronologia lo provano le
-esaltazioni degli imperatori di Costantinopoli, le quali noi possiamo riscontrare
-con le date di Cedreno e degli altri Bizantini.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note76">
-<p><span class="label"><a href="#tag76">76</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Pro numero comitum bit sex statuere plateas,</i></p>
-<p class="i01"><i>Atque domus comitum totidem fabricantur in urbe.</i></p>
-<p class="i10"> Guglielmo di Puglia, Lib. I.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note77">
-<p><span class="label"><a href="#tag77">77</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cedreno dice espressamente: Italiani delle province tra il Po e le
-Alpi; Amato: <i>Et li Normant d’autre part non cessoient de querre li confin de
-principal pour home fort et soffisant de combatre</i> ec. Lib. II, cap. XXIII, p. 50.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note78">
-<p><span class="label"><a href="#tag78">78</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, ricordata l’occupazione di Melfi nel lib. II, cap. XIX,
-narra nel cap. XXX il partaggio dei conquisti al conte d’Aversa e dodici
-altri capi normanni dei quali dà i nomi ed i territorii assegnati a ciascuno,
-aggiugnendo: <i>et</i> (à) <i>Arduyne secont lo sacrement donnerent sa part
-c’est la moitié de toutes choses si come fa la covenance</i>; il qual fatto
-torna al 1043. Leone d’Ostia copia Amato nel lib. II, cap. 67, con le parole:
-<i>Arduino autem juxta quod sibi juraverant parte sua contradita</i>. I nomi
-dei dodici oltre il conte d’Aversa son tutti normanni. I territorii assegnati
-son quasi tutte città vescovili in un triangolo curvilineo dal Gargano
-a Frigento e di lì a Monopoli, nel quale spazio rimane in vero un’altra metà
-di luoghi importanti da potersi supporre assegnati ad Ardoino se si conoscesse
-che i Normanni li aveano occupati in quel tempo.
-</p>
-
-<p>
-Ma l’illustre capo non è nominato da nessun altro cronista dopo il
-patto di Melfi; non da Amato nè da Leone dopo quel partaggio, nè alcuno
-dice che gli altri territorii di Puglia, caduti poi tutti in potere dei
-Normanni, fossero stati tolti sia ad Ardoino sia a feudatarii italiani della
-sua compagnia. Il modo più plausibile di spiegar cotesto silenzio mi par
-di supporre la immatura morte di Ardoino e la incorporazione de’ suoi
-nelle compagnie normanne. Guglielmo Braccio di Ferro che veniva di Sicilia
-con Ardoino, è il primo dei dodici nominati nel partaggio, e nello
-stesso anno fu creato conte di Puglia, come or si vedrà.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note79">
-<p><span class="label"><a href="#tag79">79</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Guglielmo di Puglia, Lib. I, appone questa scelta d’uno straniero
-a corruzione e invidia dei Normanni: <i>Sed quia terrigenis, terreni semper
-honores, Invidiam pariunt</i> ec.; ma Amato, italiano ancorchè monaco, dice:
-<i>Et à ce qu’il donassent ferme cuer à li colone de la terre lo prince de
-Bonivent</i> ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note80">
-<p><span class="label"><a href="#tag80">80</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXVII; Guglielmo di Puglia,
-lib. I, <i>Nam reliqui Galli</i> ec.; Lupo Protospatario anno 1042. Secondo Guglielmo,
-vi fu un principio di divisione tra i Normanni dopo la deposizione
-di Atenolfo, volendo alcuni ubbidire a Guaimario principe di Salerno, ed
-altri ad Argiro. Ei narra la esaltazione di Argiro in Bari, richiesto dal
-popolo, ricusante questa dignità innanzi i primarii cittadini che avea convocati
-nella chiesa di Sant’Apollinare, sforzato dal comun voto ed eletto
-principe. Sembra che il poeta voglia descrivere in qual modo fosse stato
-fatto duca di Puglia il cittadino al quale i Normanni aggiunsero l’autorità
-di capo o protettore di lor banda. Ad una elezione simultanea e comune
-dei Baresi e dei Normanni, ci sarebbero gravi difficoltà.
-</p>
-
-<p>
-Lupo scrive: <i>et mense februarii factus est Argyrus Barensis princeps
-et dux Italiæ</i>; ma non dice da chi. Il certo è che Bari in questo tempo
-era ribelle, nè tornò all’ubbidienza dei Greci se non che il 1043.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note81">
-<p><span class="label"><a href="#tag81">81</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, lib. II, cap. XXVII. Secondo il Protospatario questo assedio
-cominciò in agosto 1042, e durò un mese.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note82">
-<p><span class="label"><a href="#tag82">82</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXVII, XXVIII; Guglielmo di
-Puglia in fine del primo e in principio del secondo libro; Leone d’Ostia,
-lib. II, cap. 66; Lupo Protospatario, anni 1042, 1043 e 1046, nell’ultimo
-dei quali si nota che Argiro andò a Costantinopoli e quella corte richiamò
-a Bari tutti gli esuli. Non potendo dunque strappare la Puglia ai Normanni
-con la forza, gli imperatori d’Oriente cedeano ai voti dei popoli,
-salvo ad aggravar di nuovo la mano quando lo potessero.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note83">
-<p><span class="label"><a href="#tag83">83</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXVII, segg.; Guglielmo di Puglia,
-lib. II dal principio; Lupo Protospatario, anni 1042 a 1053; Leone
-d’Ostia, lib. II, cap. 66.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note84">
-<p><span class="label"><a href="#tag84">84</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Guglielmo di Puglia, lib. I: <i>Multa per hoc tempus sibi promittente
-Salerni</i>, e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note85">
-<p><span class="label"><a href="#tag85">85</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, lib. II, cap. XXVIII a XXX; Leone d’Ostia, lib. II, cap. 66.
-Le tredici città assegnate, in Capitanata, Terra di Bari e Principato
-ulteriore, son oggi tutte vescovili, e metà l’era anche avanti l’XI secolo.
-Si ricordi ciò che avvertii su questo partaggio nella nota 2, p. 34.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note86">
-<p><span class="label"><a href="#tag86">86</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così dovea seguire necessariamente, ancorchè poche vestigia rimangano
-di quel primo abbozzo della feudalità normanna. Di certo si vede
-che nei principii alcune terre furono soggiogate per forza o per accordi;
-altre, quasi confederate, ritennero governo municipale pagando soltanto un
-tributo o contribuzione federale, che forse rimase in comune per supplire
-al mantenimento dell’esercito. In fatti Guglielmo di Puglia, supponendo
-bene o male un partaggio avanti la occupazione di Melfi, scrive, lib. I:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">...... <i>undique terras</i></p>
-<p class="i01"><i>Divisere sibi ni sors inimica repugnet.</i></p>
-<p class="i01"><i>Singula proponunt loca quæ contingere sorte</i></p>
-<p class="i01"><i>Cuique duci debent et quæque tributa locorum.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Amato accenna in questo modo, lib. II, cap. XXVII, gli acquisti
-dei Normanni sotto la condotta di Argiro, cioè nel 1042: <i>et toutes les
-cités d’eluec entor constreigneient qui estoient al lo commandement et à la
-rayson et statute que estoient; ensi alcun voluntairement se soumettoient
-et alcun de force et alcun paioient tribut de denaviers chascun an</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note87">
-<p><span class="label"><a href="#tag87">87</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così le concessioni del conte Unfredo a’ fratelli germani Roberto,
-Maugerio e Guglielmo, e infine di Roberto a Ruggiero.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note88">
-<p><span class="label"><a href="#tag88">88</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga qui sopra, p. 18.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note89">
-<p><span class="label"><a href="#tag89">89</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il luogo è determinato da Gauttier d’Arc, <i>Histoire des conquêtes
-des Normands en Italie</i> ec., Paris 1830, lib. I, cap. IV, p. 64, segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note90">
-<p><span class="label"><a href="#tag90">90</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Su le condizioni di Tancredi di Hauteville si riscontrino: Malaterra,
-lib. I, cap. IV e XL: <i>Cronica di Roberto Guiscardo</i>, traduzione francese,
-lib. I, cap. I, p. 263; e testo latino presso Caruso, p. 829; <i>Cronica di
-San Massenzio</i>, detta <i>Chronicon Malleacense</i>, nel <i>Recueil des Historiens des
-Gaules</i> etc., tomo XI, p. 644; Guglielmo di Malmesbury, lib. III, nella
-stessa raccolta, tomo IX, p. 187; Odorico Vitale, lib. V, presso Duchesne,
-<i>Historiæ Normannorum Scriptores</i>, p. 584.
-</p>
-
-<p>
-La cronica di San Massenzio dice la famiglia poco nota e povera;
-Guglielmo di Malmesbury, <i>Mediocri parentela ortus</i> ec. Il Malaterra e la
-cronica di Roberto Guiscardo rincalzano la nobiltà di Tancredi: <i>præclari
-admodum generis — genere nobilis</i>.
-</p>
-
-<p>
-La parentela coi duchi di Normandia, affermata per lo primo da sbadati
-compilatori del XIII e XIV secolo, non è ammessa ormai da alcun
-critico. Si vegga un’apposita dissertazione di E. F. Mooyer stampata
-a Minden nel 1830 in-4, secondo la quale il supposto si riduce a due
-fila debolissime, 1º che il padre di Tancredi fosse stato un dei figli di Riccardo
-I, dei quali non si conoscono i nomi; 2º ovvero che Muriel figliuola
-bastarda di esso Riccardo fosse la Moriella prima moglie di Tancredi.
-Questa opinione par che corresse a corte di Palermo nel 1140, perchè la
-cronica di Roberto Guiscardo scrive <i>uxor nobilissima Muriella nomine</i>.
-</p>
-
-<p>
-Inaspettatamente ci verrebbe un lume dagli autori arabi, se potessimo
-fidarci a loro scrittura ed erudizione. Ibn-Kaldûn in due luoghi
-della storia (<i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, testo, p. 484 e 497) dà il nome del
-primo conte di Sicilia, Rogiar-ibn-Tankred-ibn-Khaira, o secondo alcuni
-MSS. ibn-H»w»h, che par nome di donna e indicherebbe che la casa di
-Hauteville vantasse la nobiltà della madre di Tancredi. Supponendo maschile
-tal nome, com’anche si può, si leggerebbe Hugo, o anche Geir
-(chè la prima lettera mutando il punto diacritico suona <i>kh</i>, <i>h</i>, ovvero <i>g</i>),
-e sarebbero nomi usati in Norvegia e in Francia. Debbo questa conghiettura
-all’erudito orientalista norvegio signor Broch; il quale crede
-suscettivo quel vocabolo della terza lezione Haby (o forse <i>Habwu</i>) che
-rappresenterebbe, con errore facile a supporre, il nome del feudo Hauteville.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note91">
-<p><span class="label"><a href="#tag91">91</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Wilhelm, Drogo, Humfried, e secondo la pronunzia francese Guillaume,
-Dreux, Humfroy.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note92">
-<p><span class="label"><a href="#tag92">92</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, Malaterra e Leone d’Ostia, lo dicono condottiero della
-compagnia; ma parmi errore volontario dei principi di casa Hauteville.
-Si vegga a questo proposito il Libro IV, cap. X della presente opera, volume
-secondo, p. 380, nota 3, e 389, nota 1.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note93">
-<p><span class="label"><a href="#tag93">93</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si riscontrino Amato, Guglielmo di Puglia e gli altri contemporanei
-citati di sopra. M. Gauttier d’Arc, op. cit., lib. I, cap. V, p. 141,
-sostiene che Drogone ebbe da Arrigo III titol di duca; ma il passo ch’egli
-allega di Ermanno Contratto è dubbio, e il diploma a nome di Drogone
-per lo meno è erroneo, come dato il 1053. Drogone era stato pugnalato
-in agosto 1051.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note94">
-<p><span class="label"><a href="#tag94">94</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veggano le autorità citate da Augustin Thierry, <i>Hist. de la
-Conquéte d’Angleterre</i>, lib. III, anni 1048 a 1065.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note95">
-<p><span class="label"><a href="#tag95">95</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si riscontri Ermanno Contratto presso Pertz, <i>Scriptores</i>, tomo V,
-p. 132: <i>Indigentes bello premere, injustum dominatum invadere, hæredibus
-legitimis castella, prædia, villas, domus, uxores etiam quibus libuit
-vi auferre, res ecclesiasticas diripere</i> ec. Arnolfo, <i>Gesta episcoporum Mediolan.</i>,
-presso Pertz, <i>Scriptores</i>, tomo X, p. 10, 11, similmente dice i
-Normanni a poco a poco ingrossati in Puglia, divenuti più crudeli dei
-Greci e più feroci dei Saraceni. Anche ad Amato scappa di bocca
-qualche lagnanza quando si tratta di Monte Cassino, lib. II, cap. XLI. E
-lo stesso Guglielmo di Puglia, accennando alle pratiche con papa Leone,
-accerta che Argiro <i>Veris commiscens fallacia mittit</i> ec. Tralascio tante
-altre testimonianze, perchè superflue, ovvero sospette, come per esempio
-quella d’Anna Comnena.
-</p>
-
-<p>
-Ferrari nostro, nella <i>Histoire des Révolutions d’Italie</i>, tomo I,
-p. 344, segg., crede calunniati i Normanni dall’umor di reazione unitaria
-che allor si scatenò contro la rivoluzione federale dei vescovi. Ancorchè
-io non osi, senza più lungo studio, negar nè accettare le nuove spiegazioni
-della storia patria che vien proponendo quell’alto ingegno, parmi
-pure di prestar fede alle precise affermazioni dei cronisti, che d’altronde si
-accordano con lo esempio di tutti i conquistatori o dominatori stranieri.
-Il fatto dei soprusi e quel della reazione non sono per altro incompatibili;
-e certo è che i Normanni, se servirono una rivoluzione italiana, la
-voltarono ad utile e comodo proprio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note96">
-<p><span class="label"><a href="#tag96">96</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Epistola di Leone IX a Costantino Monomaco, presso Labbe, <i>Concilia</i>,
-tomo IX, p. 983. Il papa dice a chiare note voler recuperare il
-patrimonio della Chiesa romana, voler porre accordo tra i due imperatori
-che son le due braccia della Chiesa ec. Non occorrono citazioni per
-gli altri fatti che sono notissimi, e dei miei giudizii può giudicare il lettore
-senza altre autorità. Ho tolto il pretesto della difesa dei poveri da
-Amato, il quale, lib. III, cap. XVI, XVII, tra le rimostranze di Leone IX
-ai Normanni, scrive: <i>Et quant cil de Bonivent oïrent tant de perfetion
-et de sanctitè de lo pape, chacerent lo prince et soumistrent soi à la fidelitè
-soe, eaux et la citè</i>. Come ognun sa, Leone avea già scroccata Benevento
-al devoto Arrigo II, in cambio dei diritti su la Chiesa di
-Bamberg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note97">
-<p><span class="label"><a href="#tag97">97</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chronicon Breve Northmannicum</i>, presso Muratori, <i>Rerum Italicarum
-Scriptores</i>, tomo V, p. 278, anni 1045 a 1052.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note98">
-<p><span class="label"><a href="#tag98">98</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, lib. II, cap. XLV; e III, cap. VII. Si confronti con gli
-altri cronisti ch’è inutile citare partitamente. Secondo Malaterra il castello
-fu quel di Scrible in Val di Crati.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note99">
-<p><span class="label"><a href="#tag99">99</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si confrontino: Amato, lib. III; Guglielmo di Puglia, lib. II; Lupo
-Protospatario, anno 1053; Malaterra, lib. I, cap. XII a XV; Leone d’Ostia,
-lib. II, cap. 84; Ermanno Contratto presso Pertz, <i>Scriptores</i>, tomo V,
-p. 132.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note100">
-<p><span class="label"><a href="#tag100">100</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nè Amato, nè Guglielmo di Puglia, nè Leone d’Ostia, nè alcun
-altro cronista narrano questa concessione, fuorchè il Malaterra nel quale
-leggiamo: <i>Quorum (Normannorum) legitimam benevolentiam Apostolicus
-gratanter suscipiens, de offensis indulgentiam et benedictionem contulit et
-omnem terram quam pervaserant et quam ulterius versus Calabriam et
-Siciliam lucrari possent, de Sancto Petro hæreditati feudo sibi et hæredibus
-suis possidendam concessit, circa annos</i> 1052. È anacronismo
-col 1059, e sbaglio di nome di Leone IX con Niccolò II; o il conte
-Ruggiero, autor vero della tradizione, sapendo dai fratelli le proposizioni
-che fecero allora i Normanni e qualche vaga promessa del papa
-prigione, le costruiva dopo mezzo secolo, a disegno o per incerta memoria,
-in espresso atto d’investitura. Si avverta che Amato, lib. III, cap. XXXVI,
-fa menzione della profferta dei Normanni avanti la battaglia di ricevere
-l’investitura e pagar censo: come avrebbe dunque passato sotto silenzio
-che il papa prigione l’assentiva? Non fo caso qui della <i>Cronica di Roberto
-Guiscardo</i>, ch’è opera della metà del XII secolo. E mi par che
-la epistola di Leone IX che citerò nella nota seguente distrugga al tutto il
-racconto di Malaterra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note101">
-<p><span class="label"><a href="#tag101">101</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Epistola di Leone IX a Costantino Monomaco presso Labbe, <i>Concilia</i>,
-tomo IX, p. 981, segg. Ancorchè non vi sia data, si dee porre tra
-il 18 giugno 1053 e il 19 aprile 1054, giorno della morte del papa;
-perchè la battaglia di Civita vi è indicata in modo non equivoco; nè si
-può ammettere l’opinione del Saint-Marc, <i>Abrégé chronologique</i>, tomo III,
-Parte I, p. 170, segg., che riferisce questo scritto al 1051, supponendo
-gratuitamente un’altra zuffa dei Normanni con soldatesche del papa.
-Tronca ogni dubbio Wiberto arcidiacono di Toul, il quale nell’agiografia
-di Leone IX, lib. II, cap. VI, presso i Bollandisti, 19 aprile, tomo II di
-quel mese, p. 663, inserisce uno squarcio della stessa epistola per narrare,
-com’egli dice, con le propie parole del papa, lo scontro di <i>Civitatula</i>.
-Aggiugne del suo i fatti che conosciamo dopo la battaglia: l’andata
-a Benevento e indi a Roma, fino alla morte di Leone. Amato, lib. III,
-cap. XXXIX, scrive: <i>Et o la favor de li Normant torna à Rome à li X mois
-puis que avoit esté la bataille</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note102">
-<p><span class="label"><a href="#tag102">102</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, lib. III, cap. XLVI e XLVII. Stefano IX esaltato il 2 agosto
-1057, morì il 29 marzo 1058. Amato narra ch’egli avea gettato le mani
-sul tesoro di Monte Cassino, per far guerra ai Normanni.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note103">
-<p><span class="label"><a href="#tag103">103</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Guglielmo di Puglia, lib. II; Malaterra, lib. I, cap. XV. Da un altro
-canto Amato, lib. III, cap. XLII, segg., racconta le molestie che recavano
-nel principato di Salerno Unfredo, il fratello Guglielmo e Riccardo d’Aversa.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note104">
-<p><span class="label"><a href="#tag104">104</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, l. c. Amato, che in questo periodo tocca più brevemente
-le cose di Puglia, accenna verso il 1054 la venuta di Malgerio, Goffredo,
-Guglielmo e Ruggiero fratelli del conte Unfredo. Questo Guglielmo
-era figliuolo di Tancredi per la seconda moglie Fredesenda.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note105">
-<p><span class="label"><a href="#tag105">105</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I contemporanei riferiscon questo fatto a pezzi; ciascuno il suo.
-Amato, lib. IV, cap. II, scrive che alla morte d’Unfredo: <i>Robert son
-frere rechut l’onor de la conté et la cure de estre conte</i>. Guglielmo di Puglia,
-lib. II, accenna l’oficio lasciato a Roberto come tutore del figliuolo
-coi versi: <i>Rector terrarum sit eo moriente</i> ec. Malaterra non parla di tutela,
-ma precisamente dice, lib. I, cap. XVIII, che Roberto <i>susceptusque
-a patria primatibus, omnium dominus et comes in loco fratris efficitur</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note106">
-<p><span class="label"><a href="#tag106">106</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I due fatti della mutazione del titolo di conte in duca e dell’omaggio
-feudale a Roma si cavano da queste autorità:
-</p>
-
-<p>
-Amato, lib. IV, cap. III, narrata la occupazione di Reggio, continua:
-<i>Et pour ce Robert sailli en plus grand estat qu’il non se clame plus conte,
-més se clamoit duc.</i> Non fa motto del concilio di Melfi nè dell’investitura.
-</p>
-
-<p>
-Malaterra che attribuì, come dicemmo, p. 43 in nota, la concessione
-feudale a Leone IX in favor di Unfredo, non tocca nè punto nè poco l’abboccamento
-di Melfi, ma nel lib. I, cap. XXXV, dopo la occupazione di
-Reggio il 1060, aggiugne: <i>Igitur Robertus Guiscardus, accepta urbe, diuturni
-sui desiderii compos effectus, cum triumphali gloria dux efficitur.</i>
-</p>
-
-<p>
-Lupo Protospatario confonde i due fatti nel 1056 scrivendo: <i>Et Unfredo
-obiit et Robertus frater ejus factus est dux</i>; sul qual passo notava
-l’erudito Camillo Pellegrino che anche Drogone e Unfredo s’erano intitolati
-in lor diplomi or <i>comes</i> or <i>dux</i>.
-</p>
-
-<p>
-La <i>Cronica di Roberto Wiscardo</i> (<i>Anonimo</i> del Caruso e <i>Anonimo
-Vaticano</i> del Muratori) tace i patti di Melfi e l’assunzione al ducato, riferendosi
-come Malaterra alla concessione di Leone IX che limita e particolareggia
-così: <i>Discrete ac subtiliter utilitati Sanctæ Ecclesiæ prævidens,
-totam Apuliam atque Calabriam a finibus Guarnerii usque ad Farum comiti
-Humfredo et suis successoribus, nequaquam coactus in aliquo sed sola
-spontanea voluntate et suorum consilio Cardinalium, regendas semperque
-possidendas permisit</i>. Si confronti la traduzione francese nello stesso volume
-di Amato, pag. 275, 276.
-</p>
-
-<p>
-Guglielmo di Puglia, lib. II, narrato il Concilio di Melfi, ripiglia:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Finita Synodo, multorum Papa rogatu</i></p>
-<p class="i01"><i>Robertum donat Nicolaus honore ducali.</i></p>
-<p class="i01"><i>Hic comitum solus concesso jure ducatus</i></p>
-<p class="i01"><i>Est Papa factus jurando jure fidelis;</i></p>
-<p class="i01"><i>Unde sibi Calaber concessus et Appulus omnis</i></p>
-<p class="i01"><i>Est, locus et Latio, patriæ dominatio gentis.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-La Cronica breve normanna presso Muratori, <i>Rerum Italicarum
-Scriptores</i>, tomo V, p. 278 (V) ha sotto il 1059:
-</p>
-
-<p>
-<i>Robertus Comes Apuliæ factus est Dux Apuliæ, Calabriæ et Siciliæ a
-papa Nicolao in civitate Melphis, et fecit ei homintum de omni terra.</i>
-</p>
-
-<p>
-Leone d’Ostia, lib. III, cap. 15 (ovvero 16), scostandosi questa volta da
-Amato, scrive: <i>Eisdem quoque diebus et Richardo principatum capuanum et
-Robberto ducatum Apuliæ, Calabriæ atque Siciliæ (Nicolaus II) confirmavit
-cum sacramento; et fidelitate Romanæ Ecclesiæ ab eis primo recepta, nec
-non investitione census totius terræ ipsorum, singulis videlicet annis per
-singula boum paria denarios duodecim.</i> Poscia torna alla tradizione di
-Amato e alla presa di Reggio, conchiudendo che Roberto <i>ex tunc cæpit
-dux appellari</i>. Dunque abbiamo quattro diverse tradizioni:
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-1ª Investitura di Leone IX ad Unfredo il 1053. La sostengono il cronista
-e il compilatore di parte siciliana. Il primo con oscurità studiata
-aggiugne le terre che si acquistassero <i>alla volta</i> di Calabria e
-di Sicilia. Il secondo, cinquant’anni dopo Malaterra, vi cancella
-la Sicilia e muta la concessione feudale in mera donazione.
-</p>
-
-<p>
-2ª Investitura di Niccolò II a Roberto per la Puglia e Calabria, con
-titol di duca. Dal solo Guglielmo di Puglia, amico delle due dinastie
-normanne d’Aversa e di Puglia.
-</p>
-
-<p>
-3ª Lo stesso aggiuntavi la Sicilia. In Leone d’Ostia e nel <i>Chronicon
-Breve</i>, entrambi dei principii del XII secolo. Leone era cardinale.
-</p>
-
-<p>
-4ª Silenzio su l’investitura nei due contemporanei, Amato e Protospatario,
-i quali non ignorano il preso titolo di duca.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Dal silenzio degli uni e dalla discrepanza degli altri è da argomentare
-che la investitura non fosse stata mai promulgata nel paese. E veramente
-era tal atto d’usurpazione della potestà imperiale, tal preparamento
-di guerra contro l’impero, da occultarsi con ogni studio. Ma dell’atto
-non v’ha luogo a dubitare. Di tutti i ricordi che ne abbiamo, quel
-che più par s’avvicini al tenor dell’originale è l’obbligazione scritta di
-Roberto, copiata non sappiam quando nel <i>Liber censuum</i> della corte
-di Roma, pubblicata dal Baronio, <i>Annales ecclesiastici</i>, 1059, § 70,
-e data il 1059 stesso.
-</p>
-
-<p>
-<i>Ego Robertus Dei gratia et Sancti Petri Dux Apuliæ et Calabriæ et
-utroque subveniente futurus Siciliæ, ad confirmationem traditionis et ad
-recognitionem fidelitatis, de omni terra quam ego proprie sub dominio
-meo teneo et quam adhuc ulli Ultramuntanorum unquam concessi ut
-teneat, promitto me annualiter pro unoquoque jugo boum pensionem scilicet
-duodecim denarios papiensis monetæ persoluturum Beato Petro</i> ec.
-</p>
-
-<p>
-Quest’atto, tenuto forse segreto per molti anni, mi par genuino, e
-limita, come ognun vede, a poche terre in Puglia e in Calabria il novello
-tributo da pagarsi al papa.
-</p>
-
-<p>
-Di più se ne scorge la natura della concessione della Sicilia, cioè
-di atto non compiuto, anzi di mera promessa. Guglielmo di Puglia tacque la
-promessa appunto perchè il signor della più parte della Sicilia, che non
-era mica Roberto ma Ruggiero, avea schivato l’investitura. Leone d’Ostia
-affermò la concessione della Sicilia e la ragguagliò a quella di Puglia e
-Calabria, perchè era cardinale e scrivea dopo quel terribile pontificato
-d’Ildebrando. Malaterra ne uscì con l’equivoco: <i>alla volta di Calabria e di
-Sicilia</i>, e con l’anacronismo del 1033. Del resto l’assentimento dei successori
-di Roberto, la ricusa dei successori di Ruggiero e i termini della
-<i>Cronica di Roberto Wiscardo</i>, compilazione storica della corte di re Ruggiero,
-provano la diversità del dritto riconosciuto al principio dell’undecimo
-secolo, di che riparleremo a suo luogo.
-</p>
-
-<p>
-Quanto alla mutazione del titolo di Roberto, si è notato che i predecessori
-chiamaronsi talvolta duchi; prendendo, come ben riflette il Pellegrino,
-il titolo che la corte bizantina avea dato ad Argiro, luogotenente
-nella provincia ormai occupata dai Normanni. Forse Drogone e Unfredo
-bramavan così distinguersi dai conti subordinati al capo della federazione.
-In ogni modo è provato dalle testimonianze di Amato, Malaterra, Guglielmo
-di Puglia e Leone d’Ostia, che Roberto prese definitivamente il
-novello titolo all’occupazione di Cariati o di Reggio, cioè il 1059 o 1060;
-e in ogni modo dopo la concessione di Niccolò II. Ciò non esclude ch’egli
-richiedesse l’assentimento dei conti normanni, come suppongono a ragione
-gli storici napoletani e come si legge nell’Anonimo (<i>Recueil des
-Historiens des Gaules</i> ec., tomo X, p. 210); ma ormai chi gli potea ricusare
-il suffragio?</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note107">
-<p><span class="label"><a href="#tag107">107</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ruggiero alla sua morte (1101) avea 70 anni, al dir del Fazello
-che non cita autorità. V’hanno tradizioni diverse, delle quali tratterò a
-suo luogo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note108">
-<p><span class="label"><a href="#tag108">108</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. I, cap. XIX, segg. Per la investitura del conte
-di Aversa si riscontri Leone d’Ostia, lib. III, cap. 15, (16). Per gli altri
-fatti i medesimi cronisti, Amato e Guglielmo di Puglia <i>passim.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note109">
-<p><span class="label"><a href="#tag109">109</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il Capitolo precedente, p. 46.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note110">
-<p><span class="label"><a href="#tag110">110</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. II, cap. I.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note111">
-<p><span class="label"><a href="#tag111">111</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Et que la cité estoit vacante des homes liquel i habitoient avant, il
-(Robèrt) la forni de ses cavaliers.</i> Amato, lib. V, cap. XIX.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note112">
-<p><span class="label"><a href="#tag112">112</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga sopra il Libro II, cap. X, p. 426 del 1º volume, e si ricordino
-le guerre di Manuele Foca e di Maniace e la difesa di Catacalone.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note113">
-<p><span class="label"><a href="#tag113">113</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tomo VI, p. 174, Parigi 1715. L’editore non dice altro su l’origine
-della cronica, se non d’esser tolta dai Mss. del Duchesne. Or si può domandare
-perchè il Baluzio non citò il codice di Messina; e perchè il Duchesne
-non avea prima stampata la cronica nella raccolta degli scrittori di
-cose Normanne? Sembra che l’uno e l’altro dubitassero della antichità di
-quel documento.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note114">
-<p><span class="label"><a href="#tag114">114</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Rerum Italic. Script.</i> tomo VI, p. 614. Il Muratori nel breve avvertimento
-che pone innanzi a questo scritto, lo giudica contemporaneo «<i>multam
-enim vetustatem sapit</i>.» Ma parmi che i sospetti debbano cominciare
-dalla lingua e dallo stile.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note115">
-<p><span class="label"><a href="#tag115">115</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ms. della Bibl. Imp. di Parigi segnato: <i>Baluze, armoire 2, paquet 5</i>,
-nº 2, al fog. 428, segg. Tutto il volume son copie di mano del Duchesne.
-Questi sotto il titolo della cronica notò: «<i>Ex codice Ms. perantiquo Bibliothecæ
-Senatus Messanensis, summa fide transcripta</i>». Ma egli, non essendo
-mai stato in Messina, avea copiato di certo sopra una copia, senza
-vedere il vantato testo antichissimo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note116">
-<p><span class="label"><a href="#tag116">116</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Di Gregorio, nella Introduzione al dritto pubblico Siciliano toccando
-le consuetudini delle città, sagacemente notava essere il diploma del 1129,
-<i>sospetto, ma non tutto</i>. Della cronica ei tratta nelle <i>Considerazioni su la
-Storia di Sicilia</i>, lib. I, cap. II, e nota 47, e ben si appone che la copia
-pubblicata dal Baluzio fosse venuta da Messina. Se non che sbaglia il tempo.
-Sendo la copia di mano d’Andrea Duchesne che morì il 1640; non potea
-trovarsi, come suppone il Di Gregorio, tra i Mss. recati a Parigi dagli
-esuli Messinesi del 1675.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note117">
-<p><span class="label"><a href="#tag117">117</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tra le idee moderne è da notarsi la diffidenza contro il papa che
-non era nata in Sicilia nell’XI secolo, ma fioriva pienamente dal XIII in
-poi. Nel linguaggio s’incontra la classica denominazione di città Mamertina
-e quella di Mori adoprata genericamente per dinotare i Musulmani.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note118">
-<p><span class="label"><a href="#tag118">118</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Rerum Sicanicarum compendium</i>, lib. III. Quel grande ingegno,
-in suo stile breve ed un po’ frettoloso, fornito il racconto ripiglia «Alibi
-lego» ec. e dà senza citar nome d’autore, il racconto del Malaterra. Non
-dice qual de’ due gli sembri il vero o il più verosimile.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note119">
-<p><span class="label"><a href="#tag119">119</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De rebus Siculis</i>, Deca II, lib. VII, cap. I. Il Fazello, ch’era pure
-stato in Messina ed avea frugato quelle Biblioteche, si riferisce a tradizione
-orale (<i>ducta per manus fama</i>) pei nomi dei congiurati. Non accenna
-l’origine della narrazione, e la intreccia, senza citazioni, con quella di
-Malaterra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note120">
-<p><span class="label"><a href="#tag120">120</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questo fatto si trova per lo primo nella <i>Ystoire de li Normant</i> pubblicata
-il 1835, se non che M. Gauttier d’Arc l’avea accennata fin dal 1830
-nella sua compilazione, p. 219. Si avverta intanto che Amato parla qui e
-altrove (p. 148, 153, 159, 194) di un Goffredo Ridelle o Rindelle, mentre
-M. Gauttier d’Arc, l. c., seguito da M. Champollion (p. 342, nota) suppon
-che si tratti di un Goffredo fratello di Roberto e soprannominato Ridelle.
-Ma questa identità dei due Goffredi sembra supposta senza fondamento. Il
-Malaterra, lib. I, cap. IV, e quel ch’è più Amato stesso p. 94, dicono di
-Goffredo fratel di Ruggiero, senza far cenno del soprannome; e il Goffredo
-Rindelle quante fiate comparisce nella storia d’Amato, sembra piuttosto
-condottiero fidatissimo, che fratello di Roberto, il quale diffidava sopratutto
-dei fratelli.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note121">
-<p><span class="label"><a href="#tag121">121</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il Malaterra non fa menzione che di due regoli. La divisione della
-Sicilia musulmana in quattro stati si seppe per lo primo dagli estratti di
-Nowairi pubblicati il 1790; e di tre stati si facea menzione negli estratti di
-Abulfeda e Scehab-ed-din-Omari, noti in Sicilia per opera di D’Amico nei
-principii del XVII secolo, cioè una cinquantina d’anni dopo la pubblicazione
-della Storia di Maurolico. Pertanto i cinque regoli mori e i confini
-che loro assegna la cronica si debbono riferire a tradizione genuina in
-fondo, corrotta nei particolari. Nulla si oppone a ciò che un <i>Raxdis</i> (Rascid)
-fosse stato governatore di Messina.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note122">
-<p><span class="label"><a href="#tag122">122</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Roberto andò all’assedio di Reggio quando si cominciava la mèsse,
-e se ne tornò a svernare in Puglia con Ruggiero dopo la scorreria in Sicilia.
-Malaterra, lib. I cap. XXXV; e lib. II, cap. II. Contando circa due
-mesi per l’assedio di Reggio si viene al settembre. La <i>Breve istoria</i>, facendo
-cominciar la congiura il 6 agosto, ci conduce alla stessa data.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note123">
-<p><span class="label"><a href="#tag123">123</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«<i>Hæc secum animo revolvens, eorum ad quæ animum intendebat,
-non tardus executor</i>,» scrive il Malaterra. La quale fretta si riscontra
-bene con la promessa di venire a Messina entro una settimana, che leggiamo
-nella <i>Breve istoria</i>. Questa, come ognun vede, confonde in uno solo
-i tre assalti di Ruggiero; il che è naturalissimo in una tradizione orale.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note124">
-<p><span class="label"><a href="#tag124">124</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sessanta <i>militi</i>, scrive il Malaterra. Il numero si dee moltiplicare
-almeno per tre; poichè ogni <i>cavaliere</i>, nel medio evo avea seco ordinariamente
-due o più uomini armati e montati a cavallo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note125">
-<p><span class="label"><a href="#tag125">125</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Conf. Malaterra, lib. II, cap. I, e Anonimo, versione francese (<i>Chronique
-de Robert Viscart</i>), lib. I, cap. XIII, e testo presso il Caruso, <i>Bibliotheca
-Sicula</i> p. 837.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note126">
-<p><span class="label"><a href="#tag126">126</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. II, cap. II, il quale, per mancanza di ragguagli precisi
-o per dissimulazione, parla vagamente di <i>faccende</i> che dovesse compiere
-il duca in Puglia durante l’inverno 1060-1061. Noi le sappiamo da
-Amato, lib. IV, cap. III, e lib. V, cap. IV, VI, VII, ed anche un po’ da Guglielmo
-di Puglia, lib. II, «<i>Morti tradendum</i> ec.» Preso da Roberto il titolo
-di duca, e cominciato a mutare l’autorità di capo federale in signor
-feudale, cospirarono contr’esso Balalardo suo nipote, Gazolin de la Blace,
-Ami figlio d’un Gualtiero, e un Goffredo, sovvenuti di danari dall’imperatore
-bizantino, al quale prometteano rendere il paese. Roberto tornato da
-Reggio li oppresse con le armi; indi assediò ed ebbe a patti Troia, municipio
-bizantino. Amato pone appunto dopo la resa di Troia la pratica del
-duca con Ibn-Thimna.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note127">
-<p><span class="label"><a href="#tag127">127</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I cronisti arabi che citammo nel Libro IV, cap. XV, p. 552 del 2º volume
-affermano avere Ibn-Thimna condotta la pratica con Ruggiero a Mileto,
-nè parlan d’altri; Amato lib. V, cap. VIII, dice col solo Roberto a
-Reggio; Malaterra, lib. II, cap. III, IV, nella stessa città col solo Ruggiero.
-Parmi evidente che v’ebbero almeno due abboccamenti: Roberto non
-venne a Reggio che per ultimare la cosa con Ibn-Thimna; ma questi s’era
-rivolto dapprima a Ruggiero, il quale non soggiornava per certo a Reggio,
-città del fratello, tra il quale e lui i sospetti non posavano giammai. D’altronde
-il nome di Mileto dato dai soli Arabi è di moltissimo peso, accennando
-il fatto più notevole di lor tradizione, sì notevole che diè origine ad
-un errore retrospettivo che facea Mileto capitale del re franco Baldovino,
-conquistatore dell’Italia meridionale, cioè Otone II. Si vegga il Libro IV,
-cap. VI di questa istoria, vol. 2º, p. 328, nota 1. E Mileto appunto è nominata
-nella <i>Breve istoria della liberazione di Messina</i> che citammo poc’anzi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note128">
-<p><span class="label"><a href="#tag128">128</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tutta l’isola, dicono gli annalisti arabi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note129">
-<p><span class="label"><a href="#tag129">129</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Annalisti arabi citati dianzi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note130">
-<p><span class="label"><a href="#tag130">130</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Anonimo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note131">
-<p><span class="label"><a href="#tag131">131</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, lib. V, cap. VIII, IX, X, il quale fa supporre capitano di
-tutte le genti Goffredo Ridelle, ma lascia trasparire il comando indipendente
-di Ruggiero. Malaterra dà l’impresa come ordinata e capitanata dal
-solo Ruggiero.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note132">
-<p><span class="label"><a href="#tag132">132</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Censessanta militi, dice Malaterra, il solo che dia il numero. Al solito
-è da contare tre armati o più per ciascun milite.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note133">
-<p><span class="label"><a href="#tag133">133</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note134">
-<p><span class="label"><a href="#tag134">134</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L’ultima settimana di carnovale del 1060, scrive il Malaterra, contando
-l’anno dal 25 marzo all’uso di Firenze, Puglia e Sicilia. Però torna
-al 1061 del conto comune ed agli ultimi di febbraio, sendo occorsa la
-Pasqua a’ 15 aprile. Malaterra chiama il luogo <i>Praroli e Tre Laghi</i>, e aggiugne
-che v’erano le tegolaie. Similmente l’Anonimo dice tre Laghi. È senza
-dubbio la punta del Faro, ond’errava il Fazzello supponendo lo sbarco a
-Furno o Furnari tra Tindaro e Milazzo, perchè gli parea di trovare la
-versione del nome topografico nel <i>clibana tegularum</i> del Malaterra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note135">
-<p><span class="label"><a href="#tag135">135</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note136">
-<p><span class="label"><a href="#tag136">136</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note137">
-<p><span class="label"><a href="#tag137">137</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato e Malaterra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note138">
-<p><span class="label"><a href="#tag138">138</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note139">
-<p><span class="label"><a href="#tag139">139</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note140">
-<p><span class="label"><a href="#tag140">140</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Anonymi Chronicon Siculum.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note141">
-<p><span class="label"><a href="#tag141">141</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La narrazione si cava da Amato, lib. V, cap. X; Malaterra, lib. II,
-cap. IV, V, VI, e <i>Anonymi Chronicon Siculum</i>, lib. I, cap. XIII, presso Caruso,
-op. cit., p. 837, e nella traduzione francese, p. 279. Come si vede
-dalle note precedenti, i particolari differiscono nei due primi cronisti,
-e scarseggiano nel terzo, ma non sono contraddittorii.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note142">
-<p><span class="label"><a href="#tag142">142</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note143">
-<p><span class="label"><a href="#tag143">143</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato. Il Malaterra dice vagamente: «<i>cum maximo exercitu</i>.»</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note144">
-<p><span class="label"><a href="#tag144">144</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato. Secondo il Malaterra il campo sarebbe stato a Reggio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note145">
-<p><span class="label"><a href="#tag145">145</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra scrive <i>Germundos et galeas</i>. La prima di queste voci,
-che che ne disputi il Ducange, par lezione erronea di <i>Dermudos</i> che è
-alla sua volta corruzione di <i>Dromone</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note146">
-<p><span class="label"><a href="#tag146">146</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato dà il numero, Malaterra le dominazioni «Cattos, Golafros et
-Dormundos;» se non che il primo aggiugne «lo artifice liquel se clamoit
-<i>Gath</i>.» La voce <i>Gatto</i> con lo stesso significato di nave, si trova anche
-nella <i>Chronica Varia Pisana</i>, presso Muratori, <i>Rerum Italic.</i>, tomo VI,
-p. 112, e in Caffari, <i>Annales Genuenses</i> presso Muratori <i>Rerum Ital.</i>
-tomo VI, p. 254. Forse quella nota appellazione dell’ordegno di guerra
-passò alla nave che lo portava: parendomi meno naturale l’etimologia
-dall’arabico <i>Kula’a</i>, nome generico, nel significato che noi diamo a «legni»
-o «vele.» La voce <i>Golafros</i>, che altrove si legge (V. Ducange) <i>Golabros</i>
-e <i>Golabos</i>, e nella <i>Chronica Varia Pisana</i> presso Muratori, <i>Rerum Italic.</i>,
-VI, 112. <i>Garabi</i>, è l’arabico nome di legno <i>Ghorâb</i> (corvo), donde la
-nostra voce «Corvetta.»</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note147">
-<p><span class="label"><a href="#tag147">147</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra lo chiama <i>Belcamuer</i>, ch’è una delle tante lezioni in che i
-Mss. guastano il nome d’Ibn-Hawwasci; l’Amato scrive invece <i>Sausane</i>,
-e sembra corruzione di Simsam-ed-dawla. Forse i raccontatori normanni dai
-quali egli attinse i fatti, confondeano il capo dei Musulmani di Sicilia al 1061,
-con l’ultimo principe Kelbita di cui abbiam detto nel Libro IV, capitolo XII,
-p. 419 segg. del 2º volume, sembrando inverosimile che Ibn-Hawwasci
-avesse preso appunto il medesimo titolo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note148">
-<p><span class="label"><a href="#tag148">148</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note149">
-<p><span class="label"><a href="#tag149">149</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il Libro IV, capitolo X, XI, p. 393, 396, del 2º volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note150">
-<p><span class="label"><a href="#tag150">150</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note151">
-<p><span class="label"><a href="#tag151">151</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note152">
-<p><span class="label"><a href="#tag152">152</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note153">
-<p><span class="label"><a href="#tag153">153</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il nome di Calcare si legge in Amato; un Ms. di Malaterra dice
-<i>Trium Monasterium</i>. E Tremestieri è corruzione di tal voce; Edrisi nel
-cenno su questo luogo ha «tre Chiese».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note154">
-<p><span class="label"><a href="#tag154">154</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note155">
-<p><span class="label"><a href="#tag155">155</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Conf. Amato e Malaterra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note156">
-<p><span class="label"><a href="#tag156">156</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Di questo non fanno parola i cronisti normanni: si veggano qui sopra
-le pag. 56 a 60.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note157">
-<p><span class="label"><a href="#tag157">157</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note158">
-<p><span class="label"><a href="#tag158">158</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note159">
-<p><span class="label"><a href="#tag159">159</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Conf. Amato e Malaterra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note160">
-<p><span class="label"><a href="#tag160">160</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra dice mandate le chiavi; Amato, che significarono a Roberto
-la vittoria <i>que de Dieu avoient reçue par Goffrède Ridelle, et lui prierent qu’il
-vinst prendre la cité</i>. Il cronista scordava aver detto poco innanzi che la
-schiera passata in Sicilia fosse capitanata da Ruggiero, senza far motto di
-Goffredo Ridelle, il quale al più potrebbe supporsi condottiere dei 170 cavalieri
-che venner dopo. Coteste discrepanze mostrano la gelosia che s’era
-accesa verso la fine dell’XI secolo tra i Normanni di Puglia e di Sicilia, dei
-quali i primi metteano da canto a tutta possa Ruggiero, e i secondi Roberto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note161">
-<p><span class="label"><a href="#tag161">161</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Diverse manière de navie et de mariniers.... et particulierement devissent
-aler les nez.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note162">
-<p><span class="label"><a href="#tag162">162</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato. La presa di Messina è narrata da Amato, libro V, capitolo
-XII a XVIII; e Malaterra, libro II, capitolo VIII a XII; ne fan cenno
-Leone d’Ostia, libro III, capitolo XVI, e XLV, e l’Anonimo, presso Caruso
-p. 837, e traduzione francese, libro I, capitolo XIV.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note163">
-<p><span class="label"><a href="#tag163">163</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Conf. Amato, libro V, capitolo XIX, e Malaterra, libro II, capitolo XIII.
-Il primo scrive qui le parole che Roberto trovò Messina vota di abitatori,
-le quali, com’abbiam detto, si debbono prendere in senso figurato,
-se pur è fedele la traduzione. Malaterra afferma che i due fratelli lasciassero
-in città la cavalleria, il che deve intendersi di parte, non del tutto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note164">
-<p><span class="label"><a href="#tag164">164</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Conf. Amato, libro V, capitolo XX; Malaterra l. c., tra i quali è
-il solito divario che il primo riferisce la dedizione al solo Roberto, il secondo
-ad ambo i fratelli. La tradizione d’Amato è la più verosimile in questi
-principii della guerra siciliana. D’altronde non è provato da cosifatte
-testimonianze che i Musulmani di Rametta prestassero omaggio feudale.
-Non poteva esser altro che un accordo temporaneo e propriamente l’<i>amân</i>.
-Leone d’Ostia, libro III, capitolo XLV, dice fatta tributaria Rametta.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note165">
-<p><span class="label"><a href="#tag165">165</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Scabatripolis</i> nel Malaterra. Scaba o Scava, voce della bassa latinità
-che suona fosso, è premessa evidentemente al nome di Trabilis che si legge
-in due diplomi latini del 1134 e 1408. Edrisi ha, per trasposizione dei punti
-diacritici nel testo arabico, B-r-b-l-s e Bub-l-s che va corretto T-r-b-l-s
-e risponde esattamente all’odierno comune di Tripi. Dall’itinerario del
-detto geografo, <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i> p. 66, si vede che da Rametta a
-Monteforte correva (alla metà del XII secolo) una strada di 4 e da Monteforte
-a Tripi di 20 miglia. Amato tralascia questa prima stazione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note166">
-<p><span class="label"><a href="#tag166">166</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Fraxinetum</i> in Malaterra, <i>Lo False</i> in Amato; l’uno e l’altro si riconoscono
-agevolmente nel <i>Fraynit</i> d’un diploma del 1188, Frazzanò,
-come or si chiama; dal qual comune muove un sentiero che riesce a Maniace.
-Edrisi nota la strada da Tripi a Montalbano, e Galati, terra vicinissima
-a Frazzanò. La traduzione d’Amato confonde Lo False con la pianura
-di Maniace, che indica chiaramente senza nominarla: <i>a lo piè de lo
-grant mount et menachant moult de Gilbert</i> (corr. Gibel).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note167">
-<p><span class="label"><a href="#tag167">167</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Conf. Amato, libro V, capit. XXI; e Malaterra libro II, capit. XIV.
-I Cristiani di Val-Demone scrive Malaterra; più correttamente Amato quei
-<i>qui estoient là entor</i>, e parla dei Cristiani di <i>tutto</i> il Val-Demone quando i
-vincitori tornarono dall’assedio di Castrogiovanni a San Marco e Messina.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note168">
-<p><span class="label"><a href="#tag168">168</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, lib. V, capitolo XXI e XXII. Malaterra, lib. II capitolo XV.
-Emmelesio, di cui si ignora il sito nè se ne trova cenno in altro scrittore
-cristiano o musulmano, è nominata da Amato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note169">
-<p><span class="label"><a href="#tag169">169</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, libro II, capitolo XVI.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note170">
-<p><span class="label"><a href="#tag170">170</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, lib. V, capitolo XXII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note171">
-<p><span class="label"><a href="#tag171">171</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, libro II, capitolo XVI, <i>Guedeta</i>, dice il cronista, e aggiugne
-che significhi <i>flumen paludis</i>. Il nome arabico <i>Wadi-el-tin</i> il quale si
-trova scritto <i>Lo dictaino</i> in un privilegio del conte Ruggiero, dato il 1004
-presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 1011, precisamente suona: <i>il fiume del
-Fango</i>. S’ignora il sito di queste grotte di San Felice, le quali potrebbero
-per avventura esser le «Quaranta Grotte» espugnate dai Musulmani nell’841,
-le quali sembran parimenti vicine a Castrogiovanni, abitate e difendevoli.
-Si vegga il nostro Libro II, capitolo V, pag. 310 del 1º volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note172">
-<p><span class="label"><a href="#tag172">172</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, libro II, capitolo XVII, si contenta di dare ai Normanni
-700 uomini, ed ai nemici 13,000; e l’Anonimo presso Caruso p. 838 e nella
-traduzione francese, libro I, capitolo XIV, copia tali cifre aggiugnendo
-che nell’una come nell’altra si comprendessero i fanti. Amato, libro V,
-capitolo XXIII, copiato da Leone d’Ostia, libro III, capitolo XLV, scocca
-l’iperbole dei 13,000 cavalli e 100,000 fanti Musulmani; ma lascia a Roberto
-i 1000 cavalli e 1000 fanti ch’avea rassegnati in Messina. È notevole che
-Ibn-Khaldûn, traduzione francese di M. Des Vergers, p. 183, trascrivendo
-quasi da Ibn-el-Athir il brevissimo cenno di questa battaglia, vi aggiugne
-che Ruggiero avesse 700 uomini: e potrebbe essere appunto la tradizione
-normanna, intesa in Palermo nel XII secolo da Ibn-Sceddâd, la cui compilazione
-ci manca. Per altro non sembra inverosimile che le mille lance noverate
-da Roberto a Messina, fossero ridotte dinanzi Castrogiovanni a 700,
-per malattie, morti e presidii, lasciati di certo per assicurare la ritirata sopra
-cento e più miglia da Castrogiovanni a Paternò, Maniace, Frazzanò e
-Messina. I 700 poi potrebbero essere i soli militi senza contarvi gli
-uomini d’arme di ciascuno. In ultimo la critica ci conduce a rigettare con
-le altre fole le schiere <i>affricane</i> dell’esercito. L’Affrica propria a quel
-tempo si travagliava nella irruzione degli Arabi d’oltre Nilo. E forse i narratori
-cristiani riportavano indietro al 1061, gli aiuti dei principi Ziriti
-del 1063, o contavano come «aiuti d’Affrica» qualche drappello di schiavi
-negri, di Berberi ec. al servigio dei Musulmani di Sicilia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note173">
-<p><span class="label"><a href="#tag173">173</a>.&nbsp;&nbsp;</span>S. Matteo, XVII. 20.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note174">
-<p><span class="label"><a href="#tag174">174</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Conf. Amato, libro V, capitolo XXIII; Malaterra, libro II, capitolo
-XVII; Anonimo presso Caruso p. 838 e nella traduzione francese, libro
-I, capitolo XIV, Leone d’Ostia, libro III, capitolo XLV, Fra Corrado
-presso Caruso, tomo I, p. 47. Ibn-al-Athir nella <i>Biblioteca Arabo Sicula</i>
-p. 276; Nowairi, presso Di Gregorio, <i>Rerum Arabicarum</i>, p. 25; Ibn-Khaldûn,
-traduzione di M. de Vergers, p. 183. I quali annalisti arabi fan cenno
-appena della sconfitta.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note175">
-<p><span class="label"><a href="#tag175">175</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Conf. Malaterra e l’Anonimo, l. c.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note176">
-<p><span class="label"><a href="#tag176">176</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, l. c.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note177">
-<p><span class="label"><a href="#tag177">177</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Conf. Malaterra e l’Anonimo, l. c.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note178">
-<p><span class="label"><a href="#tag178">178</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>O les bras ploies et la teste enclinée de toutes pars venent li Cayte et
-aportent domps et ferment pais avec lo duc et se soumetent à lui et lor cités.</i>
-Amato, l. c. Questo fatto che non si legge punto in Malaterra, va ridotto ai
-termini di tregue chieste per una stagione ed accordate a prezzo. A creder
-pienamente il cronista, la Sicilia si sarebbe arresa a Roberto, nè allor si
-comprenderebbe perch’egli se ne tornasse in Calabria lasciando presidio
-appena a San Marco ed a Messina.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note179">
-<p><span class="label"><a href="#tag179">179</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>C’est paille copertez à ovre d’Espaigne</i> ec. Forse ricamati. In ogni
-modo mi sembra doversi intendere piuttosto lavorali a modo spagnuolo, che
-fabbricati proprio in Ispagna. La voce tarin indica al certo non il dirhem
-arabo, ma i tarì d’oro dei quali abbiamo fatto parola nel Libro IV,
-capitolo XIII, p. 439, del 2º volume; onde la somma tornerebbe a più di
-300,000 lire italiane.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note180">
-<p><span class="label"><a href="#tag180">180</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Et lo duc pensa une grant soutillesce</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note181">
-<p><span class="label"><a href="#tag181">181</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, libro V, capitolo XXIV, dicendo mandato il messaggio dallo
-<i>amirail de Palerme</i>. Secondo lo stesso autore, libro V, capitolo VIII, il ribelle
-che cacciò Ibn-Thimna di Palermo e se ne fece emiro, avea nome
-Belcho (Ibn-Hawwasci). Poi al capitolo XIII, chiama l’emir di Palermo,
-in maggio 1061, Sausane. Balchaot (Ibn-Hawwasci) ricomparisce alla testa
-dell’esercito a Castrogiovanni nel capitolo XXIII, e nel XXIV l’emir di
-Palermo non ha nome. Da un’altra mano Malaterra, com’abbiamo notato
-alla p. 66, dà emir di Palermo, in maggio 1061, Belcamuer, cioè lo stesso
-Ibn-Hawwasci.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note182">
-<p><span class="label"><a href="#tag182">182</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, l. c.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note183">
-<p><span class="label"><a href="#tag183">183</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, libro V, capitolo XXIII, narrato il principio dell’assedio di
-Castrogiovanni continua: «<i>Et puis dui mois le victorious duc s’en torna
-a Messine.</i>» E in vero dallo sbarco alla battaglia sotto Castrogiovanni era
-corso un mese incirca, come si argomenta dalla narrazione del Malaterra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note184">
-<p><span class="label"><a href="#tag184">184</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, l. c. Si ricordi che l’esercito si adunò su lo Stretto <i>nei
-primi di maggio</i>. Messina fu presa verso la metà dello stesso mese.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note185">
-<p><span class="label"><a href="#tag185">185</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, libro V, capitolo XXV. È da notare che Malaterra fa menzione
-soltanto de’ Cristiani venuti al campo di Maniace; e Amato nel capitolo
-XXI accenna il medesimo fatto parlando dei soli Cristiani de’ contorni
-e della sicurtà lor conceduta da Roberto, poi nel capitolo XXV dice venuti
-al duca sotto Castrogiovanni, ovvero nella ritirata di lì a San Marco, quei
-del <i>Val de Manne.... por estre aidié de lo duc et que desirroient de non estre
-subjette a li païen lui firent tribut de or et habondance de cose de vivre.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note186">
-<p><span class="label"><a href="#tag186">186</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veggano Fazzello, Cluverio, Amico <i>Dizionario topografico</i> ec.
-Sono state trovate a San Marco iscrizioni latine di Alunzio. Edrisi nella
-Bibl. Arabo-Sic., testo p. 32, e presso di Gregorio <i>Rerum Arabicarum</i>,
-p. 115, fa cenno delle antichità che si notavano in San Marco e ci descrive
-la importanza della città, centro d’industria agricola e navale.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note187">
-<p><span class="label"><a href="#tag187">187</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, libro V, capitolo XXV. Ancorchè il cronista narri la fondazione
-del castel di San Marco dopo avere accennato nel capitolo XXIII il
-ritorno di Roberto a Messina, replica pure questo ritorno nel capitolo XXV,
-nè può rimaner dubbio che lo esercito si fosse fermato a San Marco durante
-la ritirata. Si conf. l’Anonimo presso Caruso, p. 838, e la traduzione
-francese, libro I, capitolo XIV, e Leone d’Ostia, libro III, capitolo XLV.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note188">
-<p><span class="label"><a href="#tag188">188</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Conf. Malaterra, libro II, capitolo XVIII; e Anonimo, l. c.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note189">
-<p><span class="label"><a href="#tag189">189</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«Mandato Bettumeno, <i>in sua fidelitate</i>, a Catania, che gli apparteneva
-ec.» scrive Malaterra, l. c. Con Catania andava di certo Siracusa, antico
-stato d’Ibn-Thimna, e i distretti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note190">
-<p><span class="label"><a href="#tag190">190</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, libro V, capitolo XXV, lo dice espressamente. Sembra mero
-patto di difesa da una parte e tributo dall’altra; patto fors’anco temporaneo
-senza indole nè forma di omaggio feudale.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note191">
-<p><span class="label"><a href="#tag191">191</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veggasi il Libro IV, capitolo XII, p. 419, del 2º volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note192">
-<p><span class="label"><a href="#tag192">192</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il nostro Lib. IV, cap. XV, p. 547, 548, del 2º volume. I fatti
-qui accennati si ritraggono da Ibn-el-Athir, testo, anni 442, 448, 453, 455,
-457, tomo IX e X, della edizione di Tornberg; <i>Baiân-el-Moghrib</i>, testo,
-tomo I, p. 308 a 312; Nowairi, <i>Storia d’Affrica</i>, MS. arabo di Parigi, ancien
-fonds 702, fol. 39, verso a 42 verso; Tigiani, <i>Rehela</i>, traduzione di
-M. Alph. Rousseau, nel <i>Journal Asiatique</i> d’agosto 1852, p. 109, febbraio
-1853, p. 185 segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note193">
-<p><span class="label"><a href="#tag193">193</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ecco le parole d’Ibn-el-Athir, <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, testo,
-p. 276, copiate con poco divario da Abulfeda, anno 484, Nowairi e Ibn-Abi-Dinâr,
-op. cit., p. 414, 447, 534. «Assediato in Castrogiovanni, Ibn-Hawwasci
-uscì a combattere; ma rotto dai Franchi si ritrasse nella fortezza:
-quelli cavalcarono per la Sicilia e s’impadronirono di molti luoghi. Allora
-lasciavan l’isola non pochi dotti e onesti uomini. Alcuni dei quali andarono
-appo Moezz-ibn-Badis esponendogli la condizione del paese, le discordie
-del popolo musulmano, il territorio in parte occupato dai Franchi;
-onde Moezz allestita una grossa armata e imbarcati fanti e munizioni, la
-fece salpare ch’era d’inverno. Alla Pantellaria, surta una tempesta, la più
-parte annegò; pochissimi si salvarono; la perdita del quale navilio indebolì
-molto Moezz, e rincorò gli Arabi sì che gli tolsero l’Affrica.» Sendo
-morto Moezz il 24 sciàban 454 (<i>Bayan el Maghrib</i>, tomo I, p. 308) ossia
-il 31 agosto 1062, la spedizione va posta nell’inverno precedente, cioè
-pochi mesi dopo la battaglia di Castrogiovanni della quale sappiamo la
-data dagli scrittori cristiani, sì che possiamo così correggere i musulmani
-citati di sopra a p. 74, i quali la pongono nel 444 (1053). Gli autori arabi,
-per effetto dell’anacronismo loro di otto anni, noverano questo naufragio
-tra le cause del facile conquisto degli Arabi d’oltre Nilo sopra l’Affrica,
-il quale era compiuto innanzi il 1061, come s’è notato in altro luogo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note194">
-<p><span class="label"><a href="#tag194">194</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Cristiani vero provinciarum, sibi cum maxima lætitia occurrentes
-in multis obsecuti sunt.</i> Malaterra. La designazione geografica è vaga quanto
-la misura dell’obbedienza, e l’una e l’altra torna al concetto ch’io esprimo
-nel testo. Si tenga anco a mente che <i>provincia</i> nella latinità del medio
-evo spesso ha il mero significato di <i>campagna</i> o <i>contado</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note195">
-<p><span class="label"><a href="#tag195">195</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veggasi il lib. III, cap. III. e lib. V, cap. XI, vol. II, pag. 255 e 397.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note196">
-<p><span class="label"><a href="#tag196">196</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Conf. Malaterra, lib. II, cap. XVIII, e l’Anonimo presso Caruso,
-<i>Bibliotheca Sicula</i>, p. 838 e lib. I, cap. XV, della versione francese. Ho
-tolto dal primo il numero dei militi di Ruggiero. Il testo latino dell’anonimo
-ha 50, e la versione francese 200.
-</p>
-
-<p>
-Il Fazzello, deca I, lib. X, cap. 1, scrive che il contado di Traina
-fosse popolato di cristiani, tenendo la città i Saraceni; che Ruggiero si
-fosse consigliato coi primi ed avesse ai conforti loro espugnata la città e
-fondata nei dintorni la badia di Sant’Elia, la quale addimandò d’<i>Eubulo</i> dal
-buon consiglio che gli venne in quel luogo. Ei cita in principio un privilegio
-greco del conte, senza indicarne la data; ma evidentemente gli è
-quello del 6602 (1094 dell’èra volgare) di cui Rocco Pirro, pag. 1011, dà
-una pessima versione latina, nella quale il nome è scritto <i>De Ambula</i>, nè
-si fa allusione a consiglio di sorta de’ Cristiani, nè a voto del conte, anzi
-questi non esercita altra liberalità che di concedere al Logoteta Giovanni il
-terreno per fondare un monastero. La citazione dunque del Fazzello va ristretta
-al fatto del contado abitato da cristiani, ed in questi limiti bene sta,
-occorrendo nomi greci e latini tra i villani donati dal conte al monastero.
-Il rimanente della tradizione non ha documento che il provi, nè se
-ne scorge vestigio nelle cronache. Donde sembra che il Fazzello l’abbia
-supposto dalla significazione ch’egli credea trovar nel nome d’Ambola, Embula,
-Eboli, e secondo lui Eubulo, e dal sapere vicine alcune popolazioni
-musulmane, come si vedrà nel seguito di questo capitolo. L’espressa testimonianza
-del Malaterra non permette così fatto supposto.
-</p>
-
-<p>
-Nè ha origine contemporanea la favola (Pirro l. c.; De Ciocchis, <i>Sacrae
-Regiae Visitationis</i>, tom. II, p 642) che il Profeta Elia, comparso a
-Ruggiero, con una spada in mano, lo confortasse all’impresa.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note197">
-<p><span class="label"><a href="#tag197">197</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Conf. Malaterra, lib. II, cap. XIX, XX, il quale dà alla sposa il nome
-di Delicia; e l’Anonimo, l. c., che la chiama Iucta (Iudicta). I fatti anteriori
-all’arrivo di costei in Calabria si ricavano da Odorico Vitale e Guglielmo
-di Gembloux, citati da M. Gaultier d’Arc. <i>Histoire des Conquétes des Normands
-en Italie</i> ec., p. 228 segg. L’autore a p. 236 in nota, sostiene che la donzella
-uscendo del chiostro, mutò nome in Eremberga, supposta da altri
-seconda moglie di Ruggiero. Si vegga anche un estratto del trattato di
-Ducange su le famiglie normanne, in appendice all’<i>Ystoire de li Normant</i>,
-p. 354.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note198">
-<p><span class="label"><a href="#tag198">198</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In oggi due comuni distanti un miglio l’un dall’altro si addomandano
-Petralia Soprana, e Petralia Sottana. Secondo il D’Amico, <i>Dizionario
-Topografico</i>, questo è più recente; ma Edrisi dà una sola Petralia con la
-qualità di <i>Hisn</i>, ossia fortezza in pianura.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note199">
-<p><span class="label"><a href="#tag199">199</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Conf. Malaterra, lib. II, cap. XX; ed Anonimo, l. c.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note200">
-<p><span class="label"><a href="#tag200">200</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. II, cap. XX e XXII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note201">
-<p><span class="label"><a href="#tag201">201</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Antulium</i> presso Malaterra, con la variante <i>Antelium</i> e <i>Antileon</i>
-nell’Anonimo; la cronaca di fra Corrado, presso Caruso, <i>Bibliotheca Sicula</i>,
-tom. I, p. 47, ha: «Antellæ quod castrum erat in Sicilia juxta Corleonum.»
-Però non è dubbia la identità con Entella, il cui nome si trova in altri ricordi
-da me citati nella <i>Carte comparée de la Sicile</i> ec., index topographique.
-Il Fazzello, deca I., lib. I, cap. 6, dà un cenno topografico su l’antica
-città e sul castello, dove si difesero ostinatamente gli ultimi Musulmani
-di Sicilia contro Federigo imperatore. Un dotto amico mio che visitava
-questo castello nel 1858, mi ha gentilmente comunicate le note e la pianta
-ch’egli abbozzò, dalle quali si vede la maravigliosa fortezza del sito, la estensione
-della città antica, provveduta di cisterne e fosse da grano, e la postura
-di quello che a ragione si crede il castello saracenico; gli avanzi del quale
-al par che quelli della città, scompariscono a poco a poco, rubati per adoperarli
-da materiali di costruzione ne’ paesi all’intorno. Il sito, a cavaliere
-del fiume Belici sinistro, è notato nella mia carta comparata.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note202">
-<p><span class="label"><a href="#tag202">202</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Nikl</i>, o <i>Nicl</i>, che sarebbero soprannomi (stivale vecchio, ovvero
-ceppo, ritorta, guerriero valoroso), o <i>Nakhli</i> nome etnico.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note203">
-<p><span class="label"><a href="#tag203">203</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXII; Anonimo presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>,
-tomo II, p. 839 e nella traduzione francese lib. I, cap. XV; ed Epistola di
-fra Corrado, l. c. Il Malaterra narra l’uccisione d’Ibn-Thimna tra la dichiarazione
-di guerra di Ruggiero a Roberto e l’assedio di Mileto che
-seguì, al suo dire, al principio (25 marzo) dell’anno 1062. Con queste scorte
-ho fissata a un di presso la data.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note204">
-<p><span class="label"><a href="#tag204">204</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. II, cap. XXI; Anonimo presso Caruso, <i>Bibl. Sicula</i>,
-tomo II, p. 838, 839, e lib. I, cap. XV della versione francese.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note205">
-<p><span class="label"><a href="#tag205">205</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXIII a XXVIII; Anonimo presso
-Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, tom. II, p. 839 ad 841; e nella versione francese, lib. I,
-cap. XV, XVI. L’Anonimo suppone, con manifesto errore, l’imprigionamento
-di Roberto in Geraci di Sicilia; ed è questa tra le prove che la
-compilazione fu scritta nel secolo appresso e nell’isola.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note206">
-<p><span class="label"><a href="#tag206">206</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra. Forse si deve intendere di militi, o diremmo lance, ed accrescere
-il numero de’ cavalli a mille in circa. La data si ritrae da ciò che
-Ruggiero liberavasi da’ suoi nemici in Traina, nel cuor dell’inverno, dopo
-quattro mesi d’assedio. Vanno dedotte inoltre due o più settimane corse
-dall’arrivo al principio della sollevazione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note207">
-<p><span class="label"><a href="#tag207">207</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note208">
-<p><span class="label"><a href="#tag208">208</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L’Anonimo, il quale ancorchè compilasse da ottant’anni dopo il
-fatto, par abbia attinto ad altre memorie oltre quelle di Malaterra, e potea
-per avventura conoscere il titolo preso da Ruggiero in quei primi tempi
-del conquisto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note209">
-<p><span class="label"><a href="#tag209">209</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXIX e XXXI; Anonimo presso Caruso,
-<i>Bibl. Sic.</i>, tomo II, p. 841; e nella traduz. francese, lib. I, cap. XVI.
-Il nome di Plotino è scritto Glotino nel testo latino dell’Anonimo, e
-Porino o Polarino in quel di Malaterra. È da avvertire che, secondo il Malaterra,
-i Trainesi bevvero tanto in quel freddissimo inverno perchè la
-state soleano patire intollerabili calori per la vicinanza dell’Etna(!!) donde
-<i>balnearum æstuationibus æstuari assueti</i> etc. Mi par chiaro qui il significato
-di “avvezzi ad un caldo da stufa,” e che queste parole non attestino
-l’uso dei bagni a Traina nel 1062, ma piuttosto in Palermo verso la fine
-del secolo, quando scrivea Malaterra. La testimonianza di questo scrittore
-che le campagne di Traina fossero abitate anco da Musulmani, si conferma
-per un diploma del 1085 presso Di Chiara, <i>Opuscoli</i> ec., Palermo,
-1855, in-8, pag. 167. I nomi dei villani conceduti alla Chiesa di Traina nei
-dintorni della città son tutti musulmani.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note210">
-<p><span class="label"><a href="#tag210">210</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga qui sopra la pag. 80.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note211">
-<p><span class="label"><a href="#tag211">211</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La morte di Moezz è recata nel 453 da Ibn-el-Athir, testo, anno 484,
-nella <i>Biblioteca arabo-sicula</i>, p. 277, e dal Nowairi, op. cit. fol. 40 recto.
-Ibn-es-Scerf, citato nel <i>Baiân</i>, p. 308, la riferisce al 453, ma Abu-s-Salt,
-ibid., porta la data del 24 sciaban 454; e Tigiani, l. c., conferma
-l’anno, al pari che Ibn-Abbâr, nell’<i>Hollet-es-Siarâ</i>, MS. della Società Asiatica
-di Parigi, fol. 108 verso. Mi attengo a questi tre ultimi scrittori, come
-autorevoli sopra ogni altro nelle cose dell’Affrica.
-</p>
-
-<p>
-La condizione di Tamîm al principio del regno è così definita da Tigiani,
-MS. di Parigi, sup. 911 bis, fol. 135 recto, e trad. di M<sup>r</sup> Rousseau:
-«E gli Arabi gli tolsero ogni cosa, non rimanendogli se non che il perimetro
-delle mura di Mehdia. Ma talvolta, confederandosi con alcuna tribù
-d’Arabi, trovò modo d’uscire in campo contro cui veniva ad assalirlo, e
-di assediare alcuna delle città ribellatesi da lui.»</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note212">
-<p><span class="label"><a href="#tag212">212</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«<i>Comperto quod Arabici et Africani, qui Arabia et Africa, quasi
-auxilium laturi Siciliensibus, causa lucrandi advenerant</i> etc.» Malaterra.
-Gli Affricani son forse quegli schiavi ziriti dei quali fa menzione Ibn-el-Athîr.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note213">
-<p><span class="label"><a href="#tag213">213</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ibn-el-Athîr, anno 484, testo, nella Biblioteca arabo-sicula, p. 277;
-e Nowairi, op. cit., p. 447, e presso Di Gregorio, p. 26. Entrambi recano
-il fatto, senz’altra data, dopo la esaltazione di Tamîm, e seguono a raccontare,
-con la transizione d’un <i>indi</i>, il passaggio d’Aiûb a Girgenti ed altri
-gravi successi infino al 461 (1068-69). L’<i>indi</i> mi par che qui valga dopo
-tre o quattro anni. Si avverta che il nome Aiûb è la forma arabica di
-Giobbe.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note214">
-<p><span class="label"><a href="#tag214">214</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questi particolari si traggono dal seguito della storia. Credo venuta
-prima la schiera di Castrogiovanni per induzione della parola con che Malaterra
-incomincia il cap. XXXIII del lib. II. I limiti che ho immaginati alla
-regione in cui comandò Aiûb, sono da un canto lo stato di Girgenti tenuto
-da Ibn-Hawwasci, dall’altro il castel di San Marco che suppongo in
-man dei Normanni. A qual principe musulmano ubbidisse la parte dell’isola
-tra Licata e Taormina, non si può argomentare da alcun dato certo
-nè dubbio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note215">
-<p><span class="label"><a href="#tag215">215</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Le fonti latine non danno alcun nome che si possa ridurre ad Anattor;
-e la variante di Malaterra, Avator, è da escludersi come quella che
-riporterebbe a Caltavuturo, terra troppo lontana. Ma la Geografia d’Edrisi
-nota, senza vocali, un <i>A. n. t. r. N. s. t. ri</i> sul Simeto, a mezzogiorno di
-Adernò. Come il sito accennato qui dal cronista giace poco lungi da San
-Felice, ove si narra che la gualdana riposò per avere perduti assai cavalli;
-e come noi troviamo nella impresa del 1061, San Felice vicina a quel tratto
-del Simeto (veggasi qui innanzi la pag. 72), così è probabilissima l’identità
-de’ due luoghi citati da Malaterra e da Edrisi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note216">
-<p><span class="label"><a href="#tag216">216</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXII, e l’Anonimo presso Caruso,
-<i>Bibl. sicula</i>, tomo II, pag. 811, e nella traduzione francese, lib. I, cap.
-XVII.
-</p>
-
-<p>
-Il Malaterra racconta questi fatti prima di notare, com’ei suole, il
-principio del nuovo anno, che, secondo il suo conto, correa dal 25 marzo.
-L’avvenimento più importante, cioè l’avvisaglia di Castrogiovanni, si dovrebbe
-dunque porre innanzi il 25 marzo 1063, ma le altre circostanze ci
-sforzano a differire la correría di Caltavuturo e Butera allo scorcio della
-primavera, quando in Sicilia si patisce talvolta il gran caldo e la siccità
-notati da Malaterra. Da un’altra mano gli avvenimenti che seguono non
-permettono di supporre cotesta scorrería in giugno o luglio. Non è superfluo
-avvertire che il Malaterra dà soltanto i nomi delle città e castella, e
-che son aggiunte da me le indicazioni del corso dei fiumi che i Normanni
-manifestamente seguirono.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note217">
-<p><span class="label"><a href="#tag217">217</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«<i>Africani ergo et Arabici cum Siciliensibus plurimo exercitu congregati
-ut bellum comiti inferant</i> etc.» — <i>Sicilienses</i> non può significare altro
-che Musulmani di Sicilia. Così anche nei cap. XVII e XXXIII dello stesso
-lib. II del Malaterra. Non accadde mai in alcuno Stato musulmano che si
-armassero gli <i>dsimmi</i>. Va errato dunque il Palmieri, <i>Somma della Storia
-di Sicilia</i>, cap. XVIII, nel supporre, su la dubbia interpretazione d’una
-variante del Malaterra, che i Cristiani di Sicilia facessero parte dell’oste
-musulmana a Cerami.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note218">
-<p><span class="label"><a href="#tag218">218</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si argomenta 1º dagli annali arabi che portano andato l’esercito in
-Palermo; e 2º dalla morte del kaid di Palermo nella giornata di Cerami.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note219">
-<p><span class="label"><a href="#tag219">219</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tal supposto, molto probabile a priori, è rinforzato dal fatto che il
-bottino fu mandato al papa per un Meledio, di nome greco e però calabrese
-o siciliano. D’altronde è da considerare che i Musulmani non si sarebbero
-trattenuti per tre giorni in ordine di battaglia su l’altura opposta
-a Traina, se non avessero viste forze maggiori di quelle che la cronica
-normanna attribuisce al conte Ruggero.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note220">
-<p><span class="label"><a href="#tag220">220</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ho posto il nome del paese il quale non si trova in Malaterra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note221">
-<p><span class="label"><a href="#tag221">221</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questa data non si legge nelle cronache. La deduco da quella precedente
-scorreria a Butera determinata approssimativamente nella nota 1
-a pag. 96 e dalla impresa de’ Pisani in Palermo che seguì poco appresso.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note222">
-<p><span class="label"><a href="#tag222">222</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Serlone v’entrò con 30 militi e n’uscì con 36. Del resto Malaterra
-non parla nè punto nè poco degli abitatori di Cerami.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note223">
-<p><span class="label"><a href="#tag223">223</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Anonimo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note224">
-<p><span class="label"><a href="#tag224">224</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«<i>Et splendenti clamucio, quo pro lorica utimur (utuntur?) armatum...
-et clamucium quo indutus erat nullis armis poterat violari, nisi ab imo
-in superius impingendo, inter duo ferrea quæ per juncturas cumcatenata
-sunt, ingenio potius quam vi vitiaretur</i>.» Così Malaterra, il quale par
-che avesse avuta sotto gli occhi l’armatura conservata forse dal conte
-Ruggiero. Il Ducange, Glossario, citando questo passo, suppone il vocabolo
-corruzione di <i>Camicium, chemise de maille</i>. E in vero la descrizione
-mostra un giaco di maglia orientale col petto e il dorso coperti di laminette
-a mo’ di squame, come se ne vede ne’ nostri musei.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note225">
-<p><span class="label"><a href="#tag225">225</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Arcadius</i>. Di certo Kâid non Kâdi, come s’è supposto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note226">
-<p><span class="label"><a href="#tag226">226</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXII; e l’Anonimo presso Caruso,
-<i>Bibliotheca Sicula</i>, tomo II, pag. 841-843 e nella traduz. francese, lib. I,
-cap. XVIII; e l’<i>Epistola di Frà Corrado</i>, presso Caruso, op. cit., tomo I,
-p. 48.
-</p>
-
-<p>
-L’Anonimo ebbe sotto gli occhi di certo il Malaterra ed altre memorie;
-poichè riferisce alcuni particolari diversi. Il più importante è che
-Ruggiero avesse mandato Serlone a Cerami due giorni innanzi la grande
-battaglia; che il dimani dell’arrivo, Serlone fosse uscito a combattere;
-che Ruggiero fosse ito a trovarlo la sera col grosso della gente e che tutti
-insieme si fossero avanzati contro il nemico il dì seguente, verso le sette.
-Il racconto di Malaterra, al contrario, fa supporre avvenuti tutti i combattimenti
-in un sol giorno.
-</p>
-
-<p>
-Forse questa battaglia fu ricordata da alcun cronista musulmano, i
-cui scritti non sono pervenuti infino a noi, poichè Soiutl nella biografia di
-Mohammed-ibn-Ali-ibn-Hasan-ibn-Abi-l-Berr (<i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>,
-testo, cap. LXXVI, p. 672) riferisce il conquisto cristiano della Sicilia
-al 455 dell’egira (1063), la quale data non si trova negli altri ricordi musulmani.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note227">
-<p><span class="label"><a href="#tag227">227</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, l. c. «<i>Comes, Deo et S. Petro cujus patrocinio tantam victoriam
-se adeptum recognoscebat, de collato sibi beneficio non ingratum existens,
-in testimonium victoriæ suæ, per quendam suorum...... Apostolicus
-vero, plus de victoria..... mandat: vexillumque a Romana sede,
-Apostolica auctoritate consignatum; quo prœmio, de Beati Petri fisi præsidio,
-tutius in Saracenos debellaturi insurgerent</i>.»
-</p>
-
-<p>
-Questo è lo stendardo che il Giannone, lib. X, cap. II, dice mandato
-da Alessandro II al conte Ruggiero mentre accingeasi all’impresa di Sicilia.
-L’illustre storico napoletano, il quale cita qui il Baronio, anno 1066,
-n. 2, non si guardò questa volta dalle insidie del cardinale annalista.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note228">
-<p><span class="label"><a href="#tag228">228</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note229">
-<p><span class="label"><a href="#tag229">229</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Argomento cotesta pratica dal confuso ed erroneo cenno che ne fa
-Amato, <i>Ystoire de li Normant</i>, lib. V, cap. XXVIII: Roberto, durante l’assedio
-di Bari (1068-1071), affinchè i Saraceni non potessero munirsi e
-provvedersi, domandò l’aiuto dei Pisani, i quali apprestate lor navi e compagnie
-di cavalieri e balestrieri, vennero dritto alla città, spezzarono la
-catena del porto, e messero a terra parte di loro forze: dopo la vittoria
-del duca in Puglia ebber da lui grandissimi doni, e se ne tornarono a Pisa.
-Ognun vede che il racconto di Amato, per vizio di copista o dell’autore,
-non regge. Si tratta al certo di Palermo, non di Bari dov’erano Greci e
-non Musulmani; e del fatto del 1063, non della espugnazione di Palermo
-del 1072, nella quale non compariscono i Pisani. Da ciò argomento una pratica
-di Roberto nel 1063 rimasta senza effetto, e scontraffatta nella traduzione
-francese che noi abbiamo. Non posso supporre che l’autore, vivente
-e adulto in quel tempo, abbia commesso un anacronismo di dieci anni e
-scambiato il nome della città; nè che i Pisani fossero venuti una seconda
-volta a spezzar le catene del porto di Palermo, senza che ne facciano parola
-i loro annali.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note230">
-<p><span class="label"><a href="#tag230">230</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Iscrizione del Duomo di Pisa nell’<i>Archivio Storico Italiano</i>, tom.
-VI. Parte II pag. 5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note231">
-<p><span class="label"><a href="#tag231">231</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>In portu vallis Deminæ</i>, scrive Malaterra. Per antonomasia significherebbe
-Messina, ma il cronista suol sempre indicare quella famosa città
-col suo nome, nè è da supporre abbia usata in questo luogo solo una perifrasi.
-Secondo Edrisi, i porti del Valdemone su la costiera settentrionale
-erano cominciando di ponente: Caronia in sul confine di quella provincia,
-Oliveri e Milazzo; e in mezzo a’ due primi si ricorda la spiaggia di San
-Marco ove si costruivano navi. Nei novant’anni che corsero dal 1063 alla
-compilazione di Edrisi, non si scavarono di certo novelli porti, e forse
-non ne fu distrutto alcuno. Dunque dobbiamo ristringerci ai quattro nominati.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note232">
-<p><span class="label"><a href="#tag232">232</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Iscrizione del Duomo di Pisa.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note233">
-<p><span class="label"><a href="#tag233">233</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Iscrizione stessa, la quale accenna vagamente alla preda nelle campagne.
-Noi sappiamo da Ibn-Haukal che lungo l’Oreto giaceano gli orti
-di delizia dei Palermitani.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note234">
-<p><span class="label"><a href="#tag234">234</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXIV; Marangone, anno MLXIII, nell’<i>Archivio
-Storico italiano</i>, tomo VI, par. II, p. 5, 6; e la <i>Chronica varia</i>
-Pisana nel Muratori, <i>Rerum Italic. Script.</i>, tomo VI, p. 167. La data
-precisa che dobbiamo al Marangone, è il giorno di Sant’Agapito, ossia
-il 20 settembre; ma stando all’ordine cronologico del Malaterra, risalirebbe
-agli ultimi di giugno o primi di luglio, poich’ei riferisce il fatto
-innanzi le scorrerie di Collesano, Brucato e Cefalù che seguirono, al
-dir suo, nei principii della state. Credo meriti maggior fede il Marangone,
-e sia da supporre qui men rigorosa la successione di fatti notata
-dal cronista normanno. Notisi che la iscrizione del duomo di Pisa porta
-qui l’anno comune in vece del pisano: <i>Anno quo Christus de Virgine
-natus, ab illo Transierant Mille etc</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note235">
-<p><span class="label"><a href="#tag235">235</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra tace questa precipua cagione che apparisce dai fatti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note236">
-<p><span class="label"><a href="#tag236">236</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vecchio castello presso la spiaggia da Termini a Cefalù; nella
-prima metà del XII secolo era terra assai ricca e fortificata, come si
-scorge da Edrisi e da parecchi diplomi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note237">
-<p><span class="label"><a href="#tag237">237</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXIV e XXXV; e l’Anonimo presso
-Caruso, <i>Bibl. Sicula</i>, tomo II, p. 843; e nella versione francese, lib. I,
-cap. XIX. Il testo di Malaterra ha il nome di Gualtiero de Simula (var.
-de Simila) l’Anonimo de Cullejo (var. de Simelio) e la versione da Similico.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note238">
-<p><span class="label"><a href="#tag238">238</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. II, Cap. XXXVI.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note239">
-<p><span class="label"><a href="#tag239">239</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, l. c. Senza ciò sarebbe falso il <i>plurimo exercitu</i> che leggiamo
-pochi righi innanzi il <i>quingentis tantummodo militibus</i>. Si vede
-sempre più chiaramente che per milite sia da intendere un cavaliere seguito
-da due o parecchi uomini d’arme.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note240">
-<p><span class="label"><a href="#tag240">240</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Tarentula, lycosa tarentula, aranea tarentula</i> ec., abitatrice de’ luoghi
-aridi e inculti nella Spagna, Francia meridionale, Puglia ec., e vuolsi
-abbia preso il nome dalla città di Taranto e datolo alla danza <i>tarantella</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note241">
-<p><span class="label"><a href="#tag241">241</a>.&nbsp;&nbsp;</span>“Taranta quidem vermis est araneæ speciem habens, sed aculeum
-veneni feræ punctionis, omnesque quos punxerit multa venefica ventositate
-replet, in tantumque angustiatur ut ipsam ventositatem quæ per anum
-inhoneste crepitando emergit, nullo modo restinguere prævaleant et nisi
-clibanica vel alia quævis ferventior æstuatio citius adhibita fuerit, vitæ periculum
-incurrere dicuntur.” Malaterra, l. c. Secondo i cronisti delle Crociate
-il morso portava grande enfiagione e dolori; nè si potea curare se
-non col fuoco, con la triaca, o, secondo Alberto d’Aix, commettendo un
-certo peccato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note242">
-<p><span class="label"><a href="#tag242">242</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga la ritirata dell’imperatore Lodovico, andato nell’867 contro
-il Sultano di Bari (Lib. II, cap. VIII, p. 377 del Iº volume.)
-</p>
-
-<p>
-Alberto d’Aix, Gauthier e Vinisauf, citati da Michaud, Histoire des
-Croisades, tomo I, p. 297 della ediz. del 1825, raccontano somiglianti disastri
-de’ Crociati a Beirut, Sidone e Tiro nel 1099.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note243">
-<p><span class="label"><a href="#tag243">243</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Non rimane oggi, nè si trova in alcun diploma. Il buon Di Blasi,
-<i>Storia di Sicilia</i>, libro VII, cap. 8, si sforza a difendere l’onor dell’agro
-palermitano da questa grave accusa; e il Palmieri, <i>Somma della Storia di
-Sicilia</i>, tomo II, p. 44 e 324, si fa beffe del Malaterra, non senza collera.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note244">
-<p><span class="label"><a href="#tag244">244</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Bugamo presso il Malaterra, Burgamo nella Epistola di fra Corrado,
-il quale aggiugne che a’ suoi tempi, cioè allo scorcio del XIII secolo,
-questa terra lontana sei miglia da Girgenti, si chiamasse Buagimo e appartenesse
-in feudo alla famiglia Montaperto. È in que’ dintorni l’odierno
-comune di Montaperto. Il soprannome d’uomo che passò al castello, sembra
-<i>Abu-’l-Giami’, Abu-’l-Gema’</i>, ovvero <i>Abu-el-’Agemi</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note245">
-<p><span class="label"><a href="#tag245">245</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. II, cap. XXXVI, presso Caruso, <i>Bibl. Sic</i>., p. 195, Epistola
-di Fra Corrado nell’op. cit. p. 48. Si riscontri Lupo Protospatario,
-an. 1065, ediz. di Pertz, il quale dice che Roberto uccise molti Saraceni e
-riportò statichi di Palermo. Così i Normanni doveano raccontare il fatto
-ritornando in Puglia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note246">
-<p><span class="label"><a href="#tag246">246</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Libro V, cap. XXVI, p. 150. Nel cap. XXVIII dello stesso lib., p. 164,
-è da leggere Palermo in vece di Bar, la quale lezione è confermata dal
-sommario dell’indice che non risponde al testo. Si vegga anco Bar, posta
-in luogo di Palermo, a p. 293.
-</p>
-
-<p>
-<i>Et quant lo duc sapientissime vit la disposition et lo siege de Palerme
-et que des terres voisines estoit aportee la marchandite, et se alcuns negassent
-la grace par terre, lui seroit aportee par mer, apareilla soi a prendre
-altre cite a ce que assemblast autre multitude de navie pour restreindre Palerme....
-premerement asseia Otrante</i> etc.
-</p>
-
-<p>
-Roberto non s’era avvicinato a Palermo nel 1061 quand’ei venne la
-prima volta in Sicilia. Il passo che citiamo non si può riferire dunque
-che al suo ritorno in Calabria dopo l’assedio del 1064, come lo conferma
-la occupazione d’Otranto che segue immediata. Manca almeno un capitolo
-tra il XXV e il XXVI, il che non farà meraviglia a niuno che abbia letta attentamente
-questa traduzione francese di Amato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note247">
-<p><span class="label"><a href="#tag247">247</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ibn-el-Alhir sotto l’anno 481, nella <i>Bibl. ar. sic.</i>, testo, p. 278;
-Nowairi, op. cit. p. 448, e presso il Di Gregorio, <i>Rerum. Arab.</i>, p. 26.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note248">
-<p><span class="label"><a href="#tag248">248</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il Malaterra porta l’anno di questo combattimento, e Ibn-el-Athir
-quello del ritorno d’Aiûb in Affrica, i quali coincidono in cinque mesi (31 ottobre
-1068 principio del 461 dell’egira, a 24 marzo 1069 fine dell’an. 1068
-dell’incarnazione). Sembra dunque che Aiûb fosse tuttavia in Sicilia e
-forse in Palermo al tempo del combattimento, e che a lui abbia fatta allusione
-il conte Ruggiero con le parole riferite dal Malaterra: <i>Si ducem
-mutaverunt, ejusdem nationis, qualitatis et religionis est cujus et cæteri
-sunt.</i>
-</p>
-
-<p>
-Sembra da coteste parole che il nuovo duce non fosse stato vinto per
-anco da’ Normanni, il che ben s’adatterebbe ad Aiûb. Se poi non si vanta
-la sconfitta del re d’Affrica e d’Arabia, può spiegarsi in questo modo che
-Aiûb, quantunque emir de’ Palermitani in quel tempo, non si fosse trovato
-alla testa della gente che uscì a combattere.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note249">
-<p><span class="label"><a href="#tag249">249</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. II, cap. XXXVII e XXXIX.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note250">
-<p><span class="label"><a href="#tag250">250</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. II, cap. XXXVIII, XLI, XLIII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note251">
-<p><span class="label"><a href="#tag251">251</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cf. Malaterra, lib. II, cap. XLI e XLII presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, p 197,
-L’Anonimo, presso Caruso, op. cit., p. 843, e nella traduzione francese,
-lib. I, cap. XX, p. 291, pone questa battaglia dopo lo scontro del 1063
-che abbiamo riferito a p. 104. Manca forse qualche squarcio in cui si trattasse
-anco dell’assedio di Palermo del 1064.
-</p>
-
-<p>
-Il Malaterra descrive con evidente meraviglia il modo che si teneva
-a mandare dispacci pe’ colombi. Chi voglia saperne più largamente, potrà
-consultare La Colombe Messagère di Michele Sabbâg, tradotto da S. de
-Sacy, Paris, 1805, in 8º; Reinaud, Extraits des auteurs arabes etc., relatifs
-aux Croisades, p. 150, Quatrémère, Hist. des Sultans Mamlouks; par
-Makrizi, tomo II, parte II, p. 115 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note252">
-<p><span class="label"><a href="#tag252">252</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cf. Amato, lib. V, cap. XXVII, p. 159 a 164; Malaterra, lib. II, cap. 40,
-43, presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, tomo I, p. 198, 199; Guglielmo di Puglia, libro
-II e III, presso Caruso, op. cit., 112, p. 117, 118; Anonimo, presso Caruso,
-op. cit., p. 844, 845, e traduzione francese, lib. I. cap. XXII, p. 224;
-Lupo Protospatario, anni 1069, 1071; Romualdo Salernitano, anno 1070;
-<i>Cronica Amalfitana</i>, presso Muratori <i>Antiq. Ital.</i>, tomo I, p. 213.
-</p>
-
-<p>
-Seguo per la data del principiato assedio e della resa, Amato, la cui
-testimonianza conferma le correzioni cronologiche del Muratori, <i>Annali</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note253">
-<p><span class="label"><a href="#tag253">253</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Non ne parlano qui i cronisti, ma si vede che Ruggiero ne prese a’suoi stipendii dopo la occupazione di Palermo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note254">
-<p><span class="label"><a href="#tag254">254</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, lib. VI, cap. XIII; lib. VII, cap. I e II.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note255">
-<p><span class="label"><a href="#tag255">255</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, lib. VI, cap. XVI e XIX, parla dei <i>principi</i> che accompagnavano
-Roberto al cominciare dell’assedio e che, espugnata la città, egli
-andò alla Chiesa <i>avec la moiller et ses frere et avec lo frere de la moiller
-et avec ses princes</i>. Si tratta dunque de’ principi di Salerno; nè è possibile
-che andando in persona non avessero condotte soldatesche di sorta.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note256">
-<p><span class="label"><a href="#tag256">256</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Guglielmo di Puglia, lib. III, presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>; p. 122. Amato,
-lib. VII, cap. II.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note257">
-<p><span class="label"><a href="#tag257">257</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cf. Malaterra, Amato e Leone d’Ostia ne’ luoghi indicati qui appresso.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note258">
-<p><span class="label"><a href="#tag258">258</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. II, cap. XLV, p. 200.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note259">
-<p><span class="label"><a href="#tag259">259</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, lib. VI, cap. XIV, pag. 178. Cf. Leone d’Ostia, lib. III,
-cap. XVI e XLV.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note260">
-<p><span class="label"><a href="#tag260">260</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, lib. VI, cap. XV, pag. 178.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note261">
-<p><span class="label"><a href="#tag261">261</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il vol. II, p. 68, 157, 189, 296 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note262">
-<p><span class="label"><a href="#tag262">262</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La foce d’Oreto ne’ principii del XII secolo s’apriva più discosto
-che in oggi dalla città, come il mostra il ponte dell’Ammiraglio, il quale
-rimane a levante dell’alveo attuale del fiume.
-</p>
-
-<p>
-Il mare poi senza dubbio s’è ritirato in questo punto, come nell’antico
-porto (la Cala).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note263">
-<p><span class="label"><a href="#tag263">263</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«<i>Castel Iehan mes maintenant se clame lo chaste Saint Iehan etc.</i>»
-Questo torna senza alcun dubbio all’Ospizio de’ Lebbrosi, poi manicomio
-ed ora opificio di cuoia. La tradizione ricordava fino al XIV secolo, (Veggasi
-<i>Anonymi Chronicon Siculum</i>, presso Di Gregorio, <i>Rerum aragonensium</i>,
-tomo II, p. 124) che Roberto vi avesse fatto stanza durante l’assedio.
-Ne fa parola anco il Fazello, Deca Iª, lib. VIII, cap. I, allegando un
-diploma del 1209; ma questo è in vero del febbraio 1219 ed attesta soltanto
-quel che non è mai caduto in dubbio, cioè essere stato fondato
-l’ospizio da’ principi normanni della Sicilia. Si vegga presso Mongitore,
-<i>Mans. S. Trin. Mon. hist.</i>, p. 21, e nella <i>Historia Diplomatica Friderici
-II</i>, tomo I, p. 590.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note264">
-<p><span class="label"><a href="#tag264">264</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veggano i Cap. III, e IV, di questo libro pagine 70, 110, del
-volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note265">
-<p><span class="label"><a href="#tag265">265</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Et quant li Sarrazin issoient virent novelle chevalerie et li Normant
-les orent atornoies et let prisrent et vendirent pour vils prison.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note266">
-<p><span class="label"><a href="#tag266">266</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Et clama li Sarrazin a combatre.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note267">
-<p><span class="label"><a href="#tag267">267</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato. Il palagio occupato alla prima giunta, par quello che nel
-XII secolo Ibn-Giobair chiama Kasr-Gia’far e gli scrittori cristiani Favara,
-di che ho fatta parola nel lib. IV, cap. VII, vol. II, p. 350. Fu villa di
-delizia del re Ruggiero, come innanzi era stata probabilmente degli
-emiri di Palermo; sia che parte degli edifizii loro fosse stata conservata
-da’ Normanni, o tutto rinnovato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note268">
-<p><span class="label"><a href="#tag268">268</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Una chiesetta diroccata il 1598 quando si fabbricò in quel sito il
-noviziato de’ Minimi di San Francesco di Paola, si chiamava della Vittoria
-e vi si leggea questa iscrizione: «Roberto Panormi duce et Siciliæ Rogerio
-Comite imperantibus, Panormitani cives ob Victoriam habitam,
-hanc ædem B. Mariæ sub Victoriæ nomine sacrarunt. An. Dom. 1071.»
-(Inveges, <i>Pal. nob. Er.</i>, 7, an. 1071, nº 9; Mongitore, <i>Palermo Divoto
-di M. V.</i>, lib. I, cap. V; Giardina, <i>Le antiche porte di Palermo</i>, (Palermo,
-1732) p. 11, 12).
-</p>
-
-<p>
-La iscrizione data il 1071 è falsa senza alcun dubbio, come lo provano
-la latinità, le formole e il titolo di <i>Panormitani Cives</i>, che allor
-sarebbero stati i Musulmani. Pure questa iscrizione attesta infallibilmente
-un’antica tradizione, che non v’ha ragione di mettere in forse.
-Errarono poi gli eruditi Palermitani ponendo all’assedio da quel lato
-Roberto piuttosto che Ruggiero. Il titolo della Vittoria rimase alla
-Chiesa e al Convento de’ Paolotti, il quale fu occupato per lunghissimo
-tempo da uno o due squadroni di cavalleria, ed or v’ha stanza l’artiglieria.
-</p>
-
-<p>
-È da ricordare che al tempo d’Ibn-Haukal (veggasi il nostro Libro IV,
-pag. 297, del II vol.) sorgea da quella parte il <i>Me’sker</i>, ricinto fortificato
-senza dubbio, che i Normanni appena entrati in Palermo, mutarono in
-cittadella, come sarà detto largamente alle pag. 137-138 di questo terzo
-volume. Si dee dunque supporre che il ricinto stesse tuttavia in piedi al
-tempo dell’assedio. Ma in qual modo allor fosse separato dalla città vecchia,
-e se compreso nell’àmbito delle sue mura, non si ritrae: e però non
-possiamo determinare se durante l’assedio il tenessero i Musulmani ovvero
-i Normanni. De’ quali due supposti credo più verosimile il primo, e
-che lo alloggiamento del conte Ruggiero fosse posto appunto rimpetto il
-<i>Ma’skar</i>, alla distanza di sei o settecento metri; poichè il <i>Ma’skar</i> par si
-stendesse fino all’odierno sito di Porta nuova o un po’ più alto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note269">
-<p><span class="label"><a href="#tag269">269</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga qui innanzi la p. 110.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note270">
-<p><span class="label"><a href="#tag270">270</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, il quale narra ciò al bel principio dell’assedio, senza poi
-far parola della battaglia navale dinanzi il porto, che fu combattuta alla
-fine. Non credo si possa riferire a questa la presura delle due sole navi
-che cita il cronista.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note271">
-<p><span class="label"><a href="#tag271">271</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Guglielmo di Puglia e l’Anonimo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note272">
-<p><span class="label"><a href="#tag272">272</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note273">
-<p><span class="label"><a href="#tag273">273</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Anonimo, testo latino e traduzione francese in parte.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note274">
-<p><span class="label"><a href="#tag274">274</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il vol. II, p. 304.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note275">
-<p><span class="label"><a href="#tag275">275</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note276">
-<p><span class="label"><a href="#tag276">276</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Di questi aiuti tace il Malaterra. Guglielmo ne parla precisamente
-innanzi la battaglia del porto. Amato ne fa menzione dopo la resa della
-città (Lib VII, cap. I, p. 103), quando ripiglia a raccontare le ostilità del
-principe Riccardo in Terraferma... <i>venoient sur la cite de Palermo li
-Arabi et li Barbare et faisoient empediment a la victoriose bataille de lo
-duc Robert et pource il requist et chercha l’ajutoire de lo prince Richart
-etc.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note277">
-<p><span class="label"><a href="#tag277">277</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Muratori, Annali, 1071.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note278">
-<p><span class="label"><a href="#tag278">278</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, l. c.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note279">
-<p><span class="label"><a href="#tag279">279</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il traduttore francese saltò senza dubbio la voce <i>mura</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note280">
-<p><span class="label"><a href="#tag280">280</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, lib. VI, cap. XVII, p. 179.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note281">
-<p><span class="label"><a href="#tag281">281</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Id. id., cap. XVIII, p. 180.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note282">
-<p><span class="label"><a href="#tag282">282</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Guglielmo di Puglia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note283">
-<p><span class="label"><a href="#tag283">283</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Guglielmo di Puglia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note284">
-<p><span class="label"><a href="#tag284">284</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nessuno de’ cronisti ha notata la importanza di questa diversione;
-Guglielmo, il solo d’altronde che narri il combattimento navale, ripiglia
-<i>Dat validas animo ducis hæc victoria vires</i>, e dice dell’assalto dalla parte
-di terra, senza notare nè far supporre il tempo scorso tra l’uno e l’altro.
-Il Malaterra fa menzione appena del navilio normanno, dicendo che si trovava
-dal lato di Roberto il giorno dell’assalto.
-</p>
-
-<p>
-Ne conchiudo che la vittoria navale non fu piena nè splendida, ma
-utilissima, come quella che obbligava i Musulmani a difendersi anco nel
-porto, cioè, a dividere in tre le scarse loro forze, invece di opporle in due
-sole parti a Ruggiero ed a Roberto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note285">
-<p><span class="label"><a href="#tag285">285</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note286">
-<p><span class="label"><a href="#tag286">286</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, <i>Machinamentis itaque et scalis ad trascendendos muros
-artificiosissime compaginatis</i>. Gli è vero che la più parte si ruppe o non
-servì all’opera. La grande altezza del muro richiedea si desse larga base
-a coteste scale e però le doveano essere montate su ruote.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note287">
-<p><span class="label"><a href="#tag287">287</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note288">
-<p><span class="label"><a href="#tag288">288</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato dice <i>en la nativite de Jshu Christ</i> (Cap. XXII) e <i>en l’aurore
-de jor</i> (Cap. XVIII); l’Anonimo Barese, il 10 <i>gennaio</i>, e Romualdo Salernitano,
-<i>di gennaio</i>. Si noti la festa celebrata nella chiesetta della Vittoria
-alla Kalsa il 2 gennaio, della quale diremo or ora.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note289">
-<p><span class="label"><a href="#tag289">289</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note290">
-<p><span class="label"><a href="#tag290">290</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Guglielmo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note291">
-<p><span class="label"><a href="#tag291">291</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note292">
-<p><span class="label"><a href="#tag292">292</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note293">
-<p><span class="label"><a href="#tag293">293</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, Cf. Guglielmo, Malaterra e l’Anonimo. La più parte dei
-compilatori siciliani ha fatto entrare nella Khalesa Ruggiero.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note294">
-<p><span class="label"><a href="#tag294">294</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Non fa mestieri notare che questa chiesa della Vittoria sia diversa
-da quella fuor la Porta Nuova di cui si è detto di sopra. Giace propriamente
-in un vicolo “chiamato oggi della Salvezza” il quale aprendosi tra
-la Chiesa della Gancia e il monastero della Pietà, mette capo al bastione
-dello Spasimo.
-</p>
-
-<p>
-Le prime memorie in cui sia scritta la tradizione di questa Porta
-della Vittoria, tornano alla fine del XV secolo: dalle quali si scorge
-ch’eravi dipinta una Madonna molto celebre tra i devoti della città; che si
-ottenne dal governo il permesso di fabbricarvi una chiesa; che questa fu
-murata nel 1489; e che nel 1497, l’arcivescovo di Palermo, assentendegli
-il Senato della città, decretò di celebrarvi una festa annuale il 2 gennaio.
-Nel XVI secolo poi vi fu messa la seguente iscrizione latina, ch’è riferita
-del Giardina (<i>Le Porte di Palermo</i>, Palermo 1732, pag. 11) e che or si vede
-dipinta sur un’asse dopo il secondo altare a destra:
-</p>
-
-<p>
-“Porta hæc, in quam Rogerius invictissimus Siciliæ comes irrumpens,
-aditura exercitui christiano ad urbem hanc Panormum ab iniqua
-Saracenorum servitute emancipandam patefecit, victoria cognomento ab
-eo devictorum hostium summo cum honore ob insignem reportatam victoriam,
-Deiparæ Virginis cultu victoris ejusdem principi ardenti ac pio desiderio
-consecrata est, quintilio mense dom. incarnationis MLXXI.”
-</p>
-
-<p>
-Altra iscrizione poi attesta una novella ristorazione delle fabbriche
-seguita il 1701. Oggidì si veggono: 1º Gli avanzi d’una porta nel posto che ho
-indicato; 2º Una Madonna col Bambino e una bandiera, immagine ritoccata
-o ridipinta, il cui stile par non possa riferirsi all’XI secolo. Cotesta
-dipintura rappresenta senza dubbio la favola raccontata del P. Ottavio
-Gaetani, cioè che la Madonna comparve lassù a Ruggiero con la bandiera
-in mano, chiamandolo ad entrare in città. Quanto all’iscrizione di cui
-ho dato il tenore e ch’è opera di Antonio Veneziano, ognun vede che
-renda la tradizione qual correa presso gli eruditi nel XVI secolo; poichè
-vi è nominato Ruggiero in luogo di Roberto e messa la data di luglio 1071
-in vece di gennaio 1072. Rimondata de’ miracoli e delle invenzioni degli
-eruditi, la tradizione torna al mero fatto che i Normanni entrarono da
-quella porta: e ciò sta benissimo col racconto de’ cronisti contemporanei.
-Quando poi vi fosse dipinta per la prima volta l’immagine della Madonna,
-e se fossevi stata fabbricata una cappella nell’XI secolo o nel XII, o dopo,
-non mi preme ora investigarlo, nè sarebbe agevol cosa. Si vegga il Giardina
-l. c; Mongitore, <i>Palermo Devoto di Maria Vergine</i>, I, 31 segg., 250 segg.;
-Inveges, <i>Palermo Nobile</i>, 1071; Di Marzo Ferro, <i>Guida di Palermo</i>, 1858,
-pag. 360-361. Debbo le notizie locali e il confronto del Mongitore, al dotto
-giovane, il professore Antonio Salinas, ch’io ne richiesi, non essendomi
-accaduto mai d’entrare in questa chiesetta della Vittoria.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note295">
-<p><span class="label"><a href="#tag295">295</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note296">
-<p><span class="label"><a href="#tag296">296</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Anonimo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note297">
-<p><span class="label"><a href="#tag297">297</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato. <i>Et lo duc, a ceus qui sont remez liquel habitent en la cite a
-liquet avoit donne mort de li parent et fame</i> il fist garder les tors. <i>Mes
-pource que Palerme estoit faite plus grant qu elle non fu commende premerement
-dont de celle part estoit plus forte dont premerement avoit este
-commencie la cite se clamoit la antique Palerme. Il commencerent contre
-celle antique Palerme contrester cil de la cite. Et puiz quant la bataille penserent
-que il devoient faire et en celle nuit se esmurent o tout li ostage et manderent
-certains messages liquel doient dire coment la terre s’est rendue.</i>
-</p>
-
-<p>
-Le parole che ho lasciate in carattere tondo sono al certo sbagliate
-nella traduzione. Anzi nel primo periodo è saltato evidentemente qualche
-brano del testo latino, il quale dovea dire che Roberto aspettandosi
-l’assalto di coloro ec., fece guardar bene dai suoi le torri della Khalesa.
-</p>
-
-<p>
-La voce “contre” va corretta di certo, <i>entre</i>, senza che il periodo
-non darebbe significato. Que’ della città (antica) non poteano contendere
-con la città antica.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note298">
-<p><span class="label"><a href="#tag298">298</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga la nota precedente con la correzione che ho fatta alla
-voce “contre.”</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note299">
-<p><span class="label"><a href="#tag299">299</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato. <i>Et puis quant il fut jor dui Cayte alerent devant loquel
-avoient l’ofice laquelle avoient li antique avec autres gentilhome liquel
-prierent lo conte</i> ec.
-</p>
-
-<p>
-Credo non si possa interpretare altrimenti di quel che io ho fatto. Gli
-<i>antique</i> sono senza alcun dubbio gli <i>sceikh</i>, i componenti la <i>gemâ’</i>, di che
-ho fatto parola nel Lib. IV, cap. XII, vol. II, p. 426, ossia i magistrati
-della repubblica. I due Kâid, ossia capitani, aveano dunque preso l’oficio
-della <i>gemâ’</i>, ch’era, nel presente caso, il governo politico. Il magistrato
-avea risegnato l’uficio, forse la notte stessa, forse con la spada
-alla gola, forse con spargimento di sangue. I due Kâid eran proprio i
-capi Palleschi dell’assedio di Firenze.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note300">
-<p><span class="label"><a href="#tag300">300</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, <i>o grand reverance plorant</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note301">
-<p><span class="label"><a href="#tag301">301</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cf. Amato, Guglielmo, Malaterra e l’Anonimo. Si vegga il lib. IV,
-cap. V di quest’opera, vol. II, p. 301. Il nome di Nicodemo è aggiunto
-con buona autorità dal Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, p. 53 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note302">
-<p><span class="label"><a href="#tag302">302</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Que sans nulle autre condition ne convenance doie recevoir la cite
-a son commendement</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note303">
-<p><span class="label"><a href="#tag303">303</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. II, cap. XLV.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note304">
-<p><span class="label"><a href="#tag304">304</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, p. 846, e traduz. franc, lib. I, cap. XXII,
-p. 295, <i>sur certene loy et covenances qui encore sont gardees</i>. Qui i dotti
-editori hanno aggiunto tra parentesi <i>janvier</i> 1072, epoca della resa. Va
-corretto, anno 1146, quando fu scritta quella parte di cronica com’io ho
-provato qui innanzi. Cap. I, p. 24.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note305">
-<p><span class="label"><a href="#tag305">305</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L’espugnazione di Palermo si ritrae da:
-</p>
-
-<p>
-Amato, lib. VI, cap. XII a XXII.
-</p>
-
-<p>
-Malaterra, lib. II, cap. XLIII, XLIV, XLV.
-</p>
-
-<p>
-Guglielmo di Puglia, lib. III.
-</p>
-
-<p>
-Anonimo presso Caruso, op. cit., e la traduzione francese, ll. cc.
-</p>
-
-<p>
-Leone d’Ostia, lib. III, cap. XVI, e XLV.
-</p>
-
-<p>
-Lupo Protospatario e Anonimo Barese, 1072, presso Pertz, dov’è la
-necessaria correzione <i>januarii</i> in luogo di <i>junii</i>.
-</p>
-
-<p>
-Cronica della Cava, anni 1070, 1072.
-</p>
-
-<p>
-Cronica Amalfitana, presso Muratori, <i>Antiq. Ital.</i>, tomo I, p. 213.
-</p>
-
-<p>
-Romualdo Salernitano, anni 1070 e 1073.
-</p>
-
-<p>
-Cron. di Santa Sofia di Benevento, presso Muratori, <i>Antiq. Ital.</i>, tomo I,
-p. 259.
-</p>
-
-<p>
-Fra Corrado presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, p. 48.
-</p>
-
-<p>
-Per la data, ho seguìta col Muratori (Annali, 1072), la testimonianza
-dell’Anonimo barese, la quale si accorda con quella di Amato, che l’assedio
-cominciasse in agosto e durasse cinque mesi. Il Malaterra attribuisce
-la stessa data all’assedio e pone la resa nel 1071, poichè egli cominciava
-il nuovo anno a’ dì 25 marzo.
-</p>
-
-<p>
-Il Fazello, Deca IIª, lib. VII, cap. I, contro le testimonianze contemporanee,
-senza allegare nè anco una tradizione, dice aperta la città
-da’ prigionieri cristiani. È proprio il caso della occupazione di Tunis successa
-a’ suoi tempi. D’altronde avendo fatta consegnar Messina da’ Cristiani,
-il Fazello non seppe negare un onore somigliante alla città di Palermo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note306">
-<p><span class="label"><a href="#tag306">306</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, lib. VI, cap. XXI, p. 182. Ibn-Khaldûn pone l’anno 464,
-(28 settembre 1071-15 settembre 1072), come fine della dominazione
-musulmana in Sicilia, notandovi la dedizione di Mazara, ed erroneamente
-quella di Trapani, <i>Bibl. Arabo-Sicula</i>, testo, cap. L, § 19, p. 497, 498.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note307">
-<p><span class="label"><a href="#tag307">307</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dux eam</i> (Palermo) <i>in suam proprietatem retinens et vallem Deminæ,
-cæteramque omnem Siciliam adquisitam et suo adjutorio, ut promittebat,
-nec falso, adquirendam, fratri de se habendam concessit......
-Nam et medietas totius Siciliæ, ex consensu Ducis et Comitis, suæ sorti</i> (di
-Serlone) <i>Arisgotique de Poteolis inter se dividenda cesserat, eo quod hic
-consanguineus eorum erat, uterque autem consilio et armis probissimi viri
-erant</i>. — Malaterra, lib. II, cap. XLV, XLVI.
-</p>
-
-<p>
-Dopo questo attestato d’un partigiano sì caldo del conte Ruggiero,
-d’un vero storiografo di corte (<i>Quoniam ex ædicto principis tempus scribendi
-imminet.</i> Lib. III, preambolo), non occorre esaminare quello di
-Amato, lib. VI, cap. XXI, il quale, seguìto da Leone d’Ostia, lib. II,
-cap. XVI, dice ritenuta da Roberto la sola metà di Palermo e del Valdemone
-e ceduto il rimanente dell’isola a Ruggiero. In ciò è un anacronismo
-dal 1072 al 1091, quando Ruggiero duca di Puglia cedette una
-metà di Palermo a Ruggiero di Sicilia suo zio. Contuttociò non ho esitato di
-scrivere su la testimonianza del solo Amato l’assentimento dell’esercito
-alla concessione in favor di Ruggiero. <i>Et lo comanda que vieingue tout
-lo excercit et loa lo excercit qu’il lo devisse doner a lo frere. Et adont lo duc
-donna a son frere</i> ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note308">
-<p><span class="label"><a href="#tag308">308</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il sito, non indicato precisamente dai cronisti, è senza alcun dubbio
-quello che Edrisi chiama <i>Hagiar-Serlu</i>, “la Pietra di Serlone,”<i> Bibl.
-Arabo-Sicula</i>, testo p. 60, e presso Di Gregorio, <i>Rerum Arabic.</i>, p. 122.
-Io l’ho notato nella carta comparata della Sicilia.
-</p>
-
-<p>
-Il Fazello, Deca Iª, lib. X, cap. I, e Deca IIª lib. VII, cap. I, sbaglia
-il sito e dà due forme diverse del nome di quella rupe a’ suoi tempi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note309">
-<p><span class="label"><a href="#tag309">309</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. II, cap. XLVI; Anonimo presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>
-p. 846, e nella traduzione francese, lib. I, cap. XXIII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note310">
-<p><span class="label"><a href="#tag310">310</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il lib. III, cap. IX, e il lib. IV, cap. V, di quest’opera,
-Vol. II, p. 180 e 297.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note311">
-<p><span class="label"><a href="#tag311">311</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Degli scrittori contemporanei, Amato, ossia il suo traduttore francese,
-dice una <i>forte roche</i>, Malaterra, <i>castellum</i>, Guglielmo di Puglia e
-l’Anonimo della metà del XII secolo, <i>castrum</i>.
-</p>
-
-<p>
-Il Falcando, verso la fine dello stesso secolo, chiamava cotesta cittadella
-<i>Palatium novum</i>, descrivendone il muro, <i>mira ex quadris lapidibus
-diligentia, miro labore constructum, exterius quidem</i> spaciosis <i>murorum
-anfractibus circumclusum etc.</i> (presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, p. 406), e altrove
-nomina una porta <i>Galculæ</i>, e dice serrate tutte le porte <i>Galculæ</i>,
-trattando senza il menomo dubbio della medesima cittadella (op. cit.
-p. 432 e 441).
-</p>
-
-<p>
-L’altro Anonimo Siciliano (Muratori, <i>Rer. Ital.</i>, tomo X, e Di Gregorio,
-<i>Rerum Aragon.</i>, tomo II), narrando nel cap. IV, secondo le guaste
-tradizioni del XIV secolo, il conquisto di Palermo e la edificazione della
-cittadella, aggiugne <i>qui locus dicitur hodie Galea</i> (corr. <i>Galca</i>) <i>in quo nunc
-est palatium</i>. Il Pirro infine, (<i>Sicilia Sacra</i>, p. 293), citando un diploma
-del XII secolo ov’è nominata la porta <i>Xalces</i>, aggiugne che ai tempi suoi,
-cioè nella prima metà del XVII secolo, la regione dov’era stata innalzata
-la <i>Porta Nuova</i> si chiamava <i>Xalces</i> o <i>Alga</i>.
-</p>
-
-<p>
-Nè mancano i diplomi. Uno dell’Arcivescovo di Palermo dato
-il 1132,(<i>Tabularium regiae ac imperialis capellæ etc</i>. Panormi, 1835, p. 7),
-chiama questo luogo <i>castellum superius panormitanum</i>; e il dotto editore,
-con la scorta del Fazello e dei diplomi, accenna il perimetro
-che movendo a mezzodì dal convento di San Giovanni degli Eremiti,
-passava a ponente per un giardino dove surse una chiesa di Sant’Andrea,
-indi a tramontana pel luogo detto il Papireto, ed a levante per la
-piazza del Palagio Reale il quale rimanea chiuso nel mezzo. Un contratto
-del 1167 (op. cit., p. 24) riguarda una casa <i>quae est intus Chalca</i>; un altro
-del 1258 (op cit., p. 68) concerne altro stabile <i>situm in Galcam Panormi
-prope palacium Caseri</i>; e fino al 1309 (op. cit., p. 94) sappiamo d’altra
-casa <i>sita in Galca Panormi in ruga</i> (rue, strada) <i>Sanctæ Mariæ Magdalenæ
-de Galca</i>. Così anche un diploma greco del 6662 (1153) presso Morso, <i>Palermo
-antico</i>, p. 334, dice della Porta Γάλκας ed il transunto siciliano a
-p. 342, della “porta di Xalcas”.
-</p>
-
-<p>
-Senza il menomo dubbio, ancorchè manchi ogni documento arabico,
-il nome era <i>El-Halka</i>, trascritto nel modo che ciascun credea più conforme
-alla pronunzia; il quale vocabolo, passando per bocche non arabiche,
-perdè a poco a poco la prima lettera aspirata e si ridusse in ultimo
-ad Alga. Il Fazello, Deca Iª, lib. VIII, cap. I, ritrasse dalle antiche carte
-il sito, il nome, e fin anco il significato ch’ei dà esattamente, ancorchè
-trascriva a suo modo Yhalca ed applichi erroneamente questo medesimo
-nome alla Khalsa o Khalesa. Il Cascini e quindi il Morso, <i>Palermo antico</i>,
-p. 228, 230, con errore diverso, fecero derivare Chalca ec. dallo aggettivo
-arabico che significa <i>alto</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note312">
-<p><span class="label"><a href="#tag312">312</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Guglielmo di Puglia e Amato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note313">
-<p><span class="label"><a href="#tag313">313</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Verso il 1832 rispianandosi il suolo della Piazza del palazzo reale,
-furono scoperte tre o quattro fosse da grano spaziose molto e profonde,
-costruite in forma d’una pera.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note314">
-<p><span class="label"><a href="#tag314">314</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. VI, cap. XXIII. — Ecco ora le autorità contemporanee risguardanti
-la costruzione dei due fortilizii dell’<i>Halka</i> e del mare.
-</p>
-
-<p>
-Guglielmo di Puglia, lib. III.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Munia castrorum fecit robusta parari,</i></p>
-<p class="i01"><i>Tuta quibus contra Siculos sua turba maneret,</i></p>
-<p class="i01"><i>Addidit et puteos, alimentaque commoda castris.</i></p>
-<p class="i01"><i>Obsidibus sumptis aliquot, castris due paratis.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Malaterra, lib. II. cap. XLV. Amato, lib. VI, cap, XXIII; Anonimo
-<i>Duo fortissima castra, alterum juxta mare, alterum in loco qui dicitur
-Galea</i> (corr. Galca), presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, p. 846. e nella traduzione
-francese, lib. I, cap. XXII. Amato e il Malaterra dicono d’una sola fortezza,
-senza dubbio l’<i>Halka</i> che era la più importante.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note315">
-<p><span class="label"><a href="#tag315">315</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, p. 69 e 1369.
-</p>
-
-<p>
-Nel primo de’ citati luoghi il Pirro fa menzione anco della chiesa di
-San Pietro e Paolo accanto il Castellamare di Palermo, fabbricata per ordine
-di Roberto e compiuta il 6589 (1081) come l’attestava una iscrizione
-greca. Ecco dunque le due cappelle destinate a’ presidii delle due fortezze.
-</p>
-
-<p>
-La citata concessione di beni nel territorio di Mazara fu fatta senza
-dubbio avanti il partaggio definitivo dell’isola, nella quale Mazara toccò
-al conte Ruggiero.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note316">
-<p><span class="label"><a href="#tag316">316</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Fazello, Deca Iª, lib. VIII, cap. I, e Deca IIª, lib. VII, cap. I.
-</p>
-
-<p>
-La Cronaca Amalfitana, presso Muratori, <i>Antiq. ital.</i>, tomo I, p. 214,
-e Romualdo Salernitano, anno 1076, dicono finita in quel torno da Roberto
-la chiesa di Santa Maria Vergine in Palermo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note317">
-<p><span class="label"><a href="#tag317">317</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, Malaterra, Guglielmo di Puglia, ll. cc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note318">
-<p><span class="label"><a href="#tag318">318</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Guglielmo di Puglia, lib. III.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Reginam remeat Robertus victor ad urbem;</i></p>
-<p class="i01"><i>Nominis ejusdem quodam remanente Panormi</i></p>
-<p class="i01"><i>Milite, qui Siculis datur Amiratus haberi.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-La voce <i>amiratus</i> qui non sembra posta per cattivo scherzo; perchè
-stanziata in Palermo la Corte normanna, il primo ministro e capitan generale
-ebbe appunto questo titolo come diremo a suo luogo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note319">
-<p><span class="label"><a href="#tag319">319</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. III, cap. I.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note320">
-<p><span class="label"><a href="#tag320">320</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, lib. VI, cap. XXIII, p. 184. Cf. Guglielmo di Puglia,
-lib. III.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note321">
-<p><span class="label"><a href="#tag321">321</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chronic. Amalph.</i>, presso Muratori, <i>Antiq. Ital.</i>, tomo I, p. 213. Romualdo
-Salernitano, anno 1071.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note322">
-<p><span class="label"><a href="#tag322">322</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Leone d’Ostia, lib. III, cap. LIII. Si confronti Amato, lib. VIII,
-cap. XXXV.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note323">
-<p><span class="label"><a href="#tag323">323</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. VIII, cap. XIII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note324">
-<p><span class="label"><a href="#tag324">324</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questo fatto è riferito da Amato, lib. VIII, cap. XXIX.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note325">
-<p><span class="label"><a href="#tag325">325</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Le prime pratiche di Gregorio VII con Roberto si ritraggono da
-Amato, lib. VII, cap. IX; ancorchè il cronista, che ben potea saperlo, non
-dica il soggetto delle negoziazioni e le supponga spezzate per una quistione
-di cerimonia, il che non è niente verosimile. Il papa, dice Amato, andato
-a Benevento volea che Roberto venisse a trattare in città; il duca amava
-meglio discorrere all’aria aperta nel suo campo. Amato segna con molta
-precisione la data, dicendo che all’esaltazione d’Ildebrando, trovandosi
-Roberto gravemente infermo a Bari, si era sparsa in Roma la sua morte,
-onde il papa avea mandato a condolersene con la moglie e poi a rallegrarsi
-con lui della salute ricuperata e che indi si cominciò a negoziare
-(Libro VII, cap. VII, VIII).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note326">
-<p><span class="label"><a href="#tag326">326</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato, lib. VII, cap. X, XII, XIII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note327">
-<p><span class="label"><a href="#tag327">327</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si confronti particolarmente con le altre autorità contemporanee
-Landolfo, <i>Histor. Mediol</i>., edizione di Pertz. — <i>Scriptor</i>., tomo VIII, p. 100.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note328">
-<p><span class="label"><a href="#tag328">328</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questo particolare è riferito da Malaterra, lib. III, cap. XXXIX.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note329">
-<p><span class="label"><a href="#tag329">329</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I fatti riportati senza speciale citazione dopo il ritorno di Roberto
-dalla Sicilia in Terraferma, si ritraggono da Malaterra, lib. III, Guglielmo
-di Puglia, lib. III, IV, V, Anonimo, presso Caruso, <i>Bibl. Sic</i>., p. 846 e segg.
-Amato non arriva che alla morte di Riccardo principe di Capua. Si confronti
-per la Cronologia, Muratori, <i>Annali</i>, dal 1072 al 1085, e Gibbon,
-<i>Decline and Fall</i>, cap. LVI.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note330">
-<p><span class="label"><a href="#tag330">330</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Credo se ne debba eccettuare quel tratto di costiera che da Caronìa,
-confine occidentale del Valdemone, si stende al fiume detto di San
-Leonardo o di Termini che veggiamo confine orientale del territorio palermitano
-nel 1093. Perocchè i cronisti ci narrano che Roberto ritenne per sè
-il Valdemone e Palermo; nè egli è verosimile che Ruggiero abbia ceduto
-il territorio di Cefalù, e di tutta quella regione la quale, non appartenente
-al Val Demone nè a Palermo, egli avea corsa per molti anni, irrompendo
-nella costiera settentrionale per la valle dell’Imera.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note331">
-<p><span class="label"><a href="#tag331">331</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. III, cap. IV, V.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note332">
-<p><span class="label"><a href="#tag332">332</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. III, cap. X.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note333">
-<p><span class="label"><a href="#tag333">333</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, testo, p. 497.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note334">
-<p><span class="label"><a href="#tag334">334</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il Reiske, <i>Annali di Abulfeda</i>, tom. III, nota 260, credè trovare in
-questa corrotta lezione delle cronache cristiane il nome d’Ibn-el-Wardi;
-nel che l’ha seguito il Wenrich. Ma la correzione non mi pare niente certa.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note335">
-<p><span class="label"><a href="#tag335">335</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il lib. IV, cap. XIV, pag. 526, 527 del secondo volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note336">
-<p><span class="label"><a href="#tag336">336</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. III, cap. I.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note337">
-<p><span class="label"><a href="#tag337">337</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. III, cap. I, scrive <i>ad infestandam Catanam</i>. Ritraendosi
-ch’egli avesse occupata Catania il 1071 e che la si tenesse per lui il
-1076, parmi si debba intendere l’infestagione del contado.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note338">
-<p><span class="label"><a href="#tag338">338</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. III, cap. VII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note339">
-<p><span class="label"><a href="#tag339">339</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. III, cap. VIII, IX. Si confronti l’Anonimo, presso
-Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, pag. 847; Fra Corrado, anno 1075; Lupo Protospatario,
-1076, il quale dice preso a Mazara il nipote del re di Affrica con 150 navi:
-ma cotesta tradizione ripugna a quella più autorevole del Malaterra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note340">
-<p><span class="label"><a href="#tag340">340</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga qui appresso la fazione marittima del 1085 sopra Nicotra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note341">
-<p><span class="label"><a href="#tag341">341</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. III, cap. X, e XXX.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note342">
-<p><span class="label"><a href="#tag342">342</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra lo chiama <i>Hugo de Gircaea praeclari generis a Cenomanensi
-provincia</i>; l’Anonimo <i>Hugo de Brachia</i>, presso Caruso, Bibl. Sic.
-p. 847 e la trad. francese, pag. 298, <i>Hugue de Brechie</i>, e lo dice genero del
-Conte. Si confronti Ducange, <i>Les familles normandes</i>, nella edizione di
-Amato, per Champollion, pag. 357. Le parole dell’Anonimo <i>quem dominum
-Cathaniae praefecerat</i>, fan supporre Ugo feudatario di Catania.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note343">
-<p><span class="label"><a href="#tag343">343</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. III, cap. X; Anonimo presso Caruso, Bibl. Sic.,
-pag. 848; Fra Corrado, anno 1076.
-</p>
-
-<p>
-Una tradizione locale, confrontata con una scrittura del XVI secolo, la
-quale non sappiamo se sia fondata esclusivamente sulla medesima tradizione,
-porterebbe a credere distrutta la fortezza di Judica o Zotica, dal
-popolo di Caltagirone, colonia genovese che avesse prestate sue forze al
-conte Ruggiero. Tratterò a suo luogo della probabile origine genovese di
-Caltagirone. La tradizione, in vero, e la citata scrittura del secolo XVI la
-quale è trascritta nel Ms. dei privilegii della città di Caltagirone, fog. 602,
-a 609, col titolo di <i>Chronica Pheudorum Hamopetri</i>, dicono occupata
-Judica dagli uomini di Caltagirone al tempo di re Ruggiero, dal
-quale s’erano ribellati que’ Musulmani; onde il re, non sapendo
-altrimenti domarli, promise il territorio a chi espugnasse la rôcca.
-I Caltagironesi vi riuscirono per tradimento di una loro concittadina,
-tenuta a forza dal signor musulmano; la quale ordinò coi propri
-fratelli di aprire una notte le porte del castello; talchè andativi gli
-armati di Caltagirone, entrarono, distrussero ogni cosa e s’ebbero
-dal re il territorio. Questo fatto, sotto il regno di Ruggiero il re, non
-può ammettersi; tanto più che il feudo di Judica e quello di Fatanasino
-che v’era congiunto, compariscono in un diploma del 1160, venduti dal
-fisco regio al Comune, non già donati. Più verosimile sarebbe che i Caltagironesi,
-per pratica della donna, avessero occupato il castello com’ausiliarii
-del Conte Ruggiero nel 1076, e che la tradizione avesse poi confuso il conte
-e il re dello stesso nome, e guasta la data al par che il titolo d’acquisto
-del territorio. Ma non registrerò al certo un fatto storico sopra simili
-supposti. Certo egli è che alla metà del XII secolo la rôcca era distrutta;
-poichè Edrisi non ne fa parola, mentr’egli pur nota il mensil, o diremmo
-noi villaggio, di Judica. Della fortezza rimasero spaziose cisterne e pochi ruderi;
-e l’asprezza del monte mostra il sito inespugnabile. Su queste condizioni
-topografiche e su le tradizioni, si vegga Amico, <i>Dizionario topografico
-della Sicilia</i>, articolo <i>Judica</i>: e Aprile, <i>Cronologia Universale della
-Sicilia</i>, pag. 64 segg., 91 seg. Ne fa cenno anche il Fazello, Deca I, lib. X,
-cap. II, trattando di Caltagirone.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note344">
-<p><span class="label"><a href="#tag344">344</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ab hac eadem urbe strictior sinus terrae ab utroque latere mari urguente,
-longius in mare porrigitur, pascuis uberrimis abundans</i>. Convien che
-il sito della città sia mutato alquanto, o piuttosto modificati gli anfratti della
-spiaggia, per alcuna delle note cagioni.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note345">
-<p><span class="label"><a href="#tag345">345</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. III, cap. XI, XII; Anonimo, presso Caruso, Bibl. Sic.,
-pag. 848.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note346">
-<p><span class="label"><a href="#tag346">346</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Elias Cartomensis</i> (variante <i>Crotomensis</i>) presso il Malaterra, lib. III,
-cap. XVIII e XXX. Il nome cristiano fu dato al battesimo, se pur quello
-che leggiamo ne’ cronisti, non è alterazione di Alì, Eliâs, o Eliseo. L’altro
-nome, etnico o patronimico, non si può stabilire con certezza su la
-trascrizione latina. Cartami significherebbe oriundo di Cartama di Spagna,
-vedi <i>Merâsid-el-Ittila’</i>, tom. II, pag. 399, 400. Si potrebbe anco leggere secondo
-il <i>Lob-el-Lobâb</i>, pag. 205. <i>Kardami</i>, e <i>Kirtimi</i> o <i>Kortomi</i> (venditore
-di Zafferanone), o finalmente si potrebbe supporre un’alterazione più
-grave e ridurre il nome etnico a <i>Kotami</i>, ossia berbero della tribù di Kotama,
-ch’ebbe tanta parte nella fondazione della dinastia Fatemita e
-lasciò tante radici in Sicilia, come abbiamo accennato nel libro III, cap. I,
-V, VI, pag. 35 segg. 122, 157. etc. del II volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note347">
-<p><span class="label"><a href="#tag347">347</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Sepibus et siropibus claudens</i>, Malaterra. <i>Stropus</i> non si trova con
-questo significato nel Dizionario di Ducange, ma bene il derivato <i>Strupatura</i>
-e <i>Stropatura</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note348">
-<p><span class="label"><a href="#tag348">348</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Golafros</i> nel Malaterra. Si vegga il Capitolo II di questo libro
-pag. 66, nota 5.
-</p>
-
-<p>
-Debbo avvertire che nella edizione del Malaterra va corretta <i>Temîm</i>:
-la parola <i>Tunicii</i>, sì in questo luogo e sì nel lib. IV, cap. 3. Tunis non divenne
-capitale dell’<i>Africa propria</i> se non che dopo la caduta della dinastia
-zirita e dopo il conquisto del paese per gli Almohadi, nella seconda metà
-del XII secolo. Egli è evidente che un copista o forse il primo editore del
-Malaterra, ignorando questo nome di <i>Temîm</i>, principe zirita, credè buona
-lezione <i>Tunisii</i> che tanto somiglia a quell’altra nella scrittura. Se prova occorresse
-di questo, si potrebbe vedere il lib. IV, cap. 3 del Malaterra nella
-edizione del Caruso, dove è notata due volte la variante <i>Thumin</i> che si avvicina
-alla vera lezione e pur gli eruditi del XVI, XVII e XVIII secolo, la messero
-da parte come erronea, perchè lo Stato di Temîm si era fatto pur troppo
-celebre in Europa dal XIII secolo in poi, sotto il nome di Regno di Tunis.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note349">
-<p><span class="label"><a href="#tag349">349</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si noti che Roberto, chiamato dagli Amalfitani, assediava Salerno in
-questo tempo; che i Pisani ebbero talvolta pratiche con Roberto; come
-racconta Amato, lib. V. cap. XXVIII, pag. 164, e che Ruggiero, chiamato
-il 1086 da’ Pisani e da’ Genovesi all’impresa di Mehdia, ricusò, allegando
-i patti ch’egli avea con gli Ziriti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note350">
-<p><span class="label"><a href="#tag350">350</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. III, cap. XV a XVIII; Anonimo, presso Caruso.
-<i>Bibl. Sic.</i>, pag. 853, il quale chiama il liberatore di Ruggiero, Casaldus
-con la variante <i>Ansadus, Anraldus, e Cansaldus</i> e nella traduzione francese,
-pagina 310, <i>Ansalarde</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note351">
-<p><span class="label"><a href="#tag351">351</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I diplomi di concessione e la carta topografica dei poderi che ha
-data, ancorchè poco esattamente, Don Michele del Giudice (Lella) in appendice
-alla <i>Descrizione del Real tempio ec. di Morreale</i>, Palermo, 1702, in fol.,
-ci abilitano a misurare sopra una buona carta il territorio continuo conceduto
-intorno a Giato; senza contare gli altri beni che la sciocca pietà di
-Guglielmo II largì in molti altri luoghi. Il detto territorio, posto la più parte
-in provincia di Palermo, torna a un triangolo curvilineo il cui vertice settentrionale
-sia posto a Giardinello, l’orientale tocchi i boschi di Ficuzza, ed
-un lato, inarcandosi verso mezzogiorno, venga a formare l’angolo di ponente,
-non lungi da Alcamo in provincia di Trapani. Or in quest’area sono
-adesso tre soli comuni: Piana de’ Greci, 7270, San Giuseppe li Mortilli,
-6412, Camporeale, 3157. Le cagioni di questo gravissimo fatto dello spopolamento
-della Sicilia dall’XI al XVI secolo, toccate nella <i>Notice</i> che accompagna
-la mia <i>Carte Comparée de la Sicile</i>, Paris, 1859, saranno da noi
-trattate nel VI libro.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note352">
-<p><span class="label"><a href="#tag352">352</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Jacenses</i> (l. Jatenses) <i>natura montis quo habitabant, numerosa multitudine
-suorum fisi, erant enim usque ad tredecim millia familiarum</i>. È probabile
-che in questo numero sia compresa la popolazione di molti villaggi
-tra quelli accennati poc’anzi nel testo. E però ho detto doversi ragionare
-gli abitatori di tutto il territorio per lo meno a 60,000.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note353">
-<p><span class="label"><a href="#tag353">353</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. III, cap. 20, 21, dove si legge: <i>Statutum servitium
-et censum persolvere renuntiant.</i> Malaterra non dice da chi fosse stata
-determinata la quantità del servigio e la somma del censo. Il nome <i>Jacenses</i>
-va corretto <i>Jatenses</i>. Un altro che va letto senza alcun dubbio Corleone, è
-stampato <i>Cortitum</i> con la variante <i>Cornilium</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note354">
-<p><span class="label"><a href="#tag354">354</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Undecumque terrarum artificiosis cæmentariis conductis</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note355">
-<p><span class="label"><a href="#tag355">355</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. III, cap. XXXII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note356">
-<p><span class="label"><a href="#tag356">356</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. III, cap. XXXVI dice de’ tesori del conte Ruggiero
-guardati strettamente a Troina del 1082.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note357">
-<p><span class="label"><a href="#tag357">357</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il testo ha la variante Betchumne. Si veggano le strane lezioni del
-nome d’Ibn-Thimna nel lib. IV di questa istoria, cap. XV, pag. 552 del
-vol. II. La somiglianza della <i>t</i> con la <i>c</i> ne’ Mss. latini del XII e XIII secolo
-mi farebbe leggere volentieri Bentimino, ossia Ibn-Thimna.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note358">
-<p><span class="label"><a href="#tag358">358</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il vescovado di Catania fu ristorato il 1091.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note359">
-<p><span class="label"><a href="#tag359">359</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. III. cap. XXX; Anonimo, presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>,
-pag. 853, 854 e traduzione francese pag. 310, 311, dove Roberto di Sordavalle
-è detto <i>de Quinteval</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note360">
-<p><span class="label"><a href="#tag360">360</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. III, cap. XXXVI.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note361">
-<p><span class="label"><a href="#tag361">361</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Notisi che il Conte Ruggiero cominciò il primo ottobre ad allestire
-l’armata che dovea vendicare questo atroce insulto. È da supporre ch’ei
-battesse il ferro mentre gli era caldo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note362">
-<p><span class="label"><a href="#tag362">362</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così il solo Anonimo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note363">
-<p><span class="label"><a href="#tag363">363</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga lo squarcio di una <i>Kasida</i> d’Ibn-Hamdts, che ho riportato
-nel lib. IV, cap. XIV a pag. 532 del II volume. Quivi il poeta, contemporaneo
-e siracusano, si vanta de’ “nemici della fede percossi ne’ loro focolari,
-delle navi piene di leoni e lancianti nafta, che vengono a saccheggiare
-le città de’ Barbari, de’ guerrieri dalle luccicanti maglie di ferro, i quali se
-ne tornan con l’armadure squarciate dalle sciabole musulmane ec.” Cotesti
-particolari si adattano a capello alla fazione di cui trattiamo; nè alcun’altra
-ne ritroviamo negli annali del tempo, alla quale convengano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note364">
-<p><span class="label"><a href="#tag364">364</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. IV, cap. 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note365">
-<p><span class="label"><a href="#tag365">365</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Resesalix</i> nel Malaterra per errore al certo de’ Mss. dove si dovea trovare
-la trascrizione del nome Arabico <i>Ras-es-saliba</i>, ossia Capo della Crocifissa,
-che leggiamo in Edrisi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note366">
-<p><span class="label"><a href="#tag366">366</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Turonem</i>. Edrisi nella <i>Bibl. Arabo-Sicula</i>, testo, pag. 34, fa menzione
-del monte <i>Tur</i> o <i>Taur</i> a Taormina, celebre per le divozioni che vi si praticavano
-e pei miracoli.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note367">
-<p><span class="label"><a href="#tag367">367</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il porto di Lognina è designato in Edrisi con lo stesso nome.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note368">
-<p><span class="label"><a href="#tag368">368</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra. Variante: di Giorgio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note369">
-<p><span class="label"><a href="#tag369">369</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La superiorità de’ balestrieri cristiani è notata dal solo Anonimo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note370">
-<p><span class="label"><a href="#tag370">370</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così il Malaterra. L’Anonimo dà al Conte l’onore di aver ferito
-l’emiro.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note371">
-<p><span class="label"><a href="#tag371">371</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Conf. Malaterra, lib. IV, cap. I, II; Anonimo, presso Caruso, <i>Bibl.
-Sic.</i>, pag. 854, 855; Lupo Protospatario, anno 1088; Romualdo Salernitano,
-anno 1088, il quale dice che gli assediati per la fame arrivarono a mangiare
-i bambini. Ancorchè questi due cronisti pongano la dedizione di Siracusa
-nel 1088 e il Malaterra nel 1085, non è dubbia la data dell’ottobre 1086, poichè
-il Malaterra dice incominciati gli appresti del navilio cristiano nell’ottobre
-1085, l’assedio nel maggio seguente e finito nell’ottobre. Una nota
-ms. contemporanea, citata dal Pagi, Annali di Baronio 1087, N. II, porta
-questo anno la occupazione di Siracusa per Ruggiero e il guasto d’Africa
-(Mehdia) pei Pisani. E ciò ben torna contando l’anno dal settembre all’agosto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note372">
-<p><span class="label"><a href="#tag372">372</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. IV. cap. III.
-</p>
-
-<p>
-Il primo errore, volontario o no, di questo autore o di chi gli dettava
-lo scritto, sta nella cronologia. Posto l’assedio di Siracusa nel 1086, i
-Pisani non gli poteano offrir allora la città di Mehdia, la quale fu presa
-nel 1087. Si trattava dunque della lega e de’ preparamenti alla spedizione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note373">
-<p><span class="label"><a href="#tag373">373</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veggansi i libri III, cap. VI; IV, cap. IX; V, cap. III, vol. II, p. 139-367;
-vol. III, pag. 80, 81.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note374">
-<p><span class="label"><a href="#tag374">374</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga la Introduzione ai Diplomi Arabi dell’Archivio fiorentino
-§ XVI, pag. XXVI</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note375">
-<p><span class="label"><a href="#tag375">375</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ibn-el-Athir dice per quattro anni; Guido per tre mesi. Mi accosto
-anzi al primo che al secondo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note376">
-<p><span class="label"><a href="#tag376">376</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Oltre i Pisani e i Genovesi, Guido cita un <i>Pantaleo Amalfitanus,
-inter Graecos, Sipantus</i>. Gli Arabi dicono Pisani, Genovesi e tutti gli altri
-<i>Rûm</i> ossia, qui, Italiani.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note377">
-<p><span class="label"><a href="#tag377">377</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così tutti gli scrittori arabi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note378">
-<p><span class="label"><a href="#tag378">378</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Guido.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note379">
-<p><span class="label"><a href="#tag379">379</a>.&nbsp;&nbsp;</span>A un di presso 435,000, ovvero 1,160,000 o infine 1,450,000 di lire
-nostre. La prima cifra si legge in Ibn-el-Athir, la seconda in Nowairi e la
-terza in Ibn Khaldûn. E questa è la più verosimile, posto il poco valore
-dell’oro nell’Affrica propria nell’XI secolo, di che ho toccato nel lib. IV,
-cap. VIII, pag. 362 del Vol. II, ed anco nella Introduzione ai Diplomi arabi
-dell’Archivio fiorentino, § XII, pag. XVI e seguenti. Guido dice vagamente
-“prezzo infinito d’oro e di argento.”</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note380">
-<p><span class="label"><a href="#tag380">380</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questi due altri patti si leggono nel solo poema di Guido e mi sembrano
-verosimili. Non così l’ultimo che egli aggiugne, cioè di tenere come
-suoi signori i Pisani e i Genovesi, di riconoscere l’alto dominio del Papa
-e pagargli tributo annuale.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note381">
-<p><span class="label"><a href="#tag381">381</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Marangone, nell’<i>Archivio storico italiano</i>, tom. VI. parte II, pag. 6;
-<i>Chronica Pisana</i>, presso Muratori <i>Rerum Italic</i>., tom. VI, pag. 109 e 168; Caffaro,
-nello stesso vol. del Muratori, pag. 253: Anno 1088, <i>In exercitu Africæ;
-Chronic. Mon. S. Sophiae Beneventi</i>, presso Muratori, <i>Antiq. Ital</i>., tom. I,
-pag. 259; <i>Chronica Fussenavæ</i> Anno 1087, presso Muratori, <i>Rer. Ital</i>.,
-tom. VII; Poesia latina di Guido, nel <i>Bulletin de l’Académie de Bruxelles</i>,
-tom. X, parte I. pag. 524 segg. ripubblicata da M. Du Méril, <i>Poesies populaires
-latines de Moyen-âge</i>, Paris, 1847, in-8, pag. 239 segg.; <i>Chronica</i> di
-Leone d’Ostia, continuata da Pietro Diacono, Lib. III, cap. 71, presso Muratori,
-<i>Rer. Ital.</i> tom. IV, la quale dà tutto il merito dell’impresa al papa e vi fa
-perire centomila Saraceni; Bernoldi, <i>Cronic</i>., presso Pertz, <i>Script</i>., tom. V,
-pag. 447. Si vegga un’altra autorità contemporanea citata dal Pagi, <i>Annali
-del Baronio</i>, anno 1087, N. II (§ VIII del Baronio.)
-</p>
-
-<p>
-<i>El-Bayân-el-Moghrib</i>, testo arabico, edizione Dozy, tom I, pag. 309,
-310; Ibn-el-Athir, anno 481.,ediz. Tornberg, tom. X, pag. 109, 110; Nowairi,
-nella <i>Bibl. Arabo-Sicula</i>, testo, pag. 434; Tigiani, nella Bibl. Arabo-Sicula,
-testo, pag. 390, 391 e traduzione francese di M. Rousseau nel <i>Journal Asiatique</i> di febbrajo 1853, pag. 72, leggendosi per manifesto errore del Ms.
-il riscatto di 1000 dinar; Ibn-Khaldûn, <i>Histoire des Berbères</i>, traduzione
-di M. De Slane, tom. II, pag. 24,; infine Ibn-Abi-Dinâr (El Kaireuani) testo,
-nella <i>Bibl. Arabo-Sicula</i>, pag. 530 e traduzione francese, pag. 146, dove i
-traduttori han letto Veneziani in luogo di Pisani. Secondo Ibn-el-Athir e
-Nowairi fu pattuita la restituzione dei prigioni Musulmani. Tigiani dice
-positivamente il contrario. I versi che ci rimangono dell’elegia arabica
-sono stati tradotti nella <i>Nuova Antologia</i> di Firenze, vol. II, fasc. V,
-pag. 62, maggio 1866.
-</p>
-
-<p>
-La data esatta, che si legge nel <i>Bayân</i>, e ch’è seguita da Tigiani e da
-Ibn-Khaldûn, torna al 480 dell’egira (8 aprile 1087-26 marzo 1088). La conferma
-la ecclisse solare del 1 agosto 1087; poichè Abu-s-Salt, citato dal
-Tigiani, dice seguìto il caso di Mehdia immediatamente dopo la ecclisse
-totale del sole nella costellazione del Lione, sotto la quale erano state
-gittate le fondamenta di quella città. Ibn-el-Athîr, Nowairi e Ibn-Abi-Dinâr
-riferiscono il fatto al 481. Marangone dà il giorno di San Sisto del 1088
-(1087 dell’anno comune), e la cronica di Santa Sofia il 1089. Ricordisi che,
-se si dovesse credere al Malaterra, sarebbe stata presa Mehdia il 1086.
-</p>
-
-<p>
-Su la citata poesia latina è da notare la esattezza de’ nomi geografici e
-di molti fatti che si ritraggono da fonti musulmane. Per esempio veggiamo
-<i>Madia</i> (Mehdia) mirabile e vasto porto e <i>Sibilia</i> (Zawila) città attigua a
-quella; <i>Pantalorea</i> (Pantellaria) <i>Timimus</i> (Temîm) gli <i>Arrabites</i> (Arabi)
-nemici di Temîm, <i>macris equis insidentes, corporibus ductiles</i> ec. In generale
-si può dire che, tagliando un paio di zeri nelle cifre numerali, la narrazione
-corra esattissima.
-</p>
-
-<p>
-Si riscontri il Muratori, <i>Annali</i>, 1088, il quale, non avendo alle mani
-le memorie arabiche, nè il poema di Guido, cammina con troppo sospetto;
-suppone esagerata troppo la importanza del fatto; si adombra di quella
-espugnazione contemporanea di due città, Almadia e Siviglia (El-Mehdia e
-Zawila) la seconda delle quali gli pare la nota città di Spagna; e conchiude
-erroneamente “che lo sforzo de’ Pisani fu contro Tunisi.” A cotesto
-sbaglio lo condusse per avventura la lezione del Malaterra: <i>urbem regiam
-regis Tunicii</i>, dove, senza dubbio, è da leggere <i>regis Temimi</i>, sì come ho
-notato in questo medesimo capitolo pag. 158, nota 1.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note382">
-<p><span class="label"><a href="#tag382">382</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L’<i>ha</i>, sesta lettera dell’alfabeto arabico, fu resa per lo più, sino ad
-uno o due secoli addietro, con le lettere latine <i>ch</i>; e il <i>dal</i>, ottava lettera,
-più spesso con una <i>t</i> che con una <i>d</i>. L’Anonimo ha <i>Hamus</i>.
-</p>
-
-<p>
-Sapendosi dalla storia che <i>Chamut</i>, fatto cristiano con tutta la famiglia,
-rimase sotto il dominio del conquistatore, possiamo ben identificare il
-casato con quello del Ruggiero <i>Hamutus</i>, già proprietario di certi beni che
-Federico II concedea nel 1216 alla chiesa di Palermo (Diploma presso Pirro,
-<i>Sicilia Sacra</i>, p. 142) e dell’Ibu-Hamûd, ricchissimo signore che
-Ibn-Giobair vide in Sicilia nel 1185. Questo nobil uomo poteva esser figliuolo
-o nipote del regolo di Castrogiovanni. Sapendosi ch’ei portasse il
-soprannome d’Abul-I-Kâsim, sembra anco il <i>Bulcassimus</i>, celebre per
-brighe alla corte di Palermo, ne’ primordii del regno di Guglielmo il Buono;
-l’Abu-I-Kâsim al quale Ibn-Kalakis intitolava il suo <i>Ez-Zahr-el-Basim</i>;
-e l’Ibn-Abi-I-Kâsim, al quale Ibn-Zafer, venuto in Palermo, dedicava,
-una diecina di anni innanzi, l’<i>Asalib-el-Gaiah</i>, il <i>Mosanni</i>, il <i>Dorer-el-Ghorer</i>,
-e la seconda edizione del <i>Solwân-el-Motha’</i>, sì come io ho notato nella Introduzione
-al <i>Solwân</i> (Firenze, 1851) pag. XXIV a XXVII. Si avverta che
-il nome di Kâsim e il soprannome di Abu-I-Kâsim tornano assai frequenti
-tra i Beni-Hamûd. Le genealogie di costoro si rinvengono nel Ms. di Parigi,
-intitolato <i>Ansâb-el-Arab</i>, Supplem. Arabe, 467, fog. 90, verso, e in
-quello della stessa Biblioteca intitolato <i>’Omdet-et-Talib</i>, Ancien Fonds, 636
-fog. 93, verso e segg. nelle quali opere non si fa parola dei Beni-Hamûd
-di Sicilia. Della casa spagnuola di questo nome dicono tutte le istorie di
-Spagna e d’Affrica dell’XI secolo; per esempio <i>Marrekosci</i>, testo, pag. 30
-segg., 43 segg.; il <i>Bayân</i>, tom. I, pag. 308; Ibn-Khaldûn, <i>Storia de’ Berberi</i>,
-traduzione francese, tom. II, p. 152 segg.; Dozy, <i>Histoire des Musulmans
-d’Espagne</i>, tom. III, p. 316 segg. e passim, tom. IV, p. 13 e segg.
-</p>
-
-<p>
-Non merita alcuna fede il libro di Nicasio di Burgio, conte palatino
-XXIII, intitolato <i>La Discendenza di Achmet</i>, ec. Trapani 1786, in-fol.,
-nel quale si sostiene che la famiglia Burgio discenda da questo Hamudita.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note383">
-<p><span class="label"><a href="#tag383">383</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. IV, cap. 5; Anonimo, presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, pag. 855;
-Fra Corrado, op. cit., pag. 48.
-</p>
-
-<p>
-Il Malaterra pone questo fatto nel 1086; ma al certo sbaglia d’un anno,
-com’è manifesto dalla correzione che abbiam fatta alla sua testimonianza
-su la espugnazione di Siracusa e di Mehdia, qui innanzi pag. 168 e 172,
-in nota. Ibn-el-Athir, Abulfeda, Nowairi, Ibn-Abi-Dinâr, nella <i>Bibl.
-Arabo-Sicula</i>, pag. 278, 414, 448, 534 portan la data del 481 (1088-89).
-</p>
-
-<p>
-I nomi delle castella prese nella provincia di Girgenti, sono tolti dal
-Malaterra, correggendo alcun evidente errore del testo. Rimane dubbio il suo
-<i>Racel</i>, che ho trascritto sicuramente <i>Rahl</i> (stazione), ma vi manca il nome
-che dee seguire per determinare quella appellazione generica, il qual
-nome io non saprei indovinare tra i moltissimi Rahl di quella provincia.
-Credo avere ben letto <i>Ravanusa</i> il Remise, (variante Remunisse) del testo,
-poichè Micolufa sorgea presso Ravanusa. Del resto Simone da Lentini,
-autore del XIV secolo, il quale copiò Malaterra, nel suo libro “<i>La conquista
-di Sicilia</i>” recentemente uscito alla luce (Collezione d’opere inedite o rare,
-Bologna, 1865, in-8) dà otto soli nomi degli undici, dicendo non avere ritrovati
-gli altri ne’ testi; ed un Ms. della stessa opera, appartenente alla <i>Bibliothèque
-de l’Arsenal</i> in Parigi (Ital. N. 68) ne dà sette soltanto: Platani,
-Musan, Guastanella, Catalanixetta, Bosolbi, Mocofe, Cyaxo “e li altri,
-aggiugne, non so chi si fussiru e nun si canuxirianu, ec.”
-</p>
-
-<p>
-Intorno i nomi che non si trovano nella lista odierna de’ Comuni di Sicilia,
-si vegga il <i>Dizionario Topografico</i> del D’Amico e l’Indice che io ho
-messo in fine della <i>Carte comparée de la Sicile, Notice</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note384">
-<p><span class="label"><a href="#tag384">384</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. IV, cap. 6; Anonimo, presso Caruso, Bibl. Sic., p. 855.
-Secondo Fra Corrado, op. cit., pag. 48, Castrogiovanni e Girgenti furono occupate
-nello stesso anno. Ma ciò non è detto precisamente da Malaterra; nè
-citato l’anno dell’avvenimento, il quale, secondo la serie dei fatti narrati
-dallo stesso cronista, tornerebbe al 1087, ovvero ai primi mesi del 1088.
-Gli Arabi pongono la resa di Castrogiovanni nel 484, tre anni dopo quella
-di Girgenti (1088-89) e le fanno cedere entrambe agli orrori della fame:
-Ibn-el-Athir, Abulfeda, Nowairi e Ibn-Abi-Dinar, nella <i>Bibl. Arabo-Sicula</i>,
-testo, p. 278, 414, 448, 534.
-</p>
-
-<p>
-A Sciacca si crede, o almeno si credeva un tempo di possedere proprio
-il fonte battesimale nel quale fu reso cristiano il degenere nipote d’Alì. Si
-vegga una Memoria di Vincenzo Venuti, con corredo di diplomi che puzzano
-di falso, negli <i>Opuscoli di Autori siciliani</i>, Tom. VII, pag. 16. (Palermo, 1762).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note385">
-<p><span class="label"><a href="#tag385">385</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra lib. IV, cap. XII, XIII, XV; Anonimo presso Caruso, <i>Bibl.
-Sicula</i>, p. 855; Fra Corrado, op. cit., p. 48. Per la venuta di Urbano II in Sicilia
-e l’assedio di Butera, seguo la cronologia del Pagi, Annali di Baronio,
-1089, § IX. Gli annalisti Musulmani, citati di sopra, differiscono dai cristiani;
-tacendo di Noto e Butera e ponendo ultima città occupata Castrogiovanni,
-ma concordano nel designare il 484 (22 febbraio 1091 a 11 febbrajo 1092)
-come l’anno in cui fu compiuto il conquisto normanno.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note386">
-<p><span class="label"><a href="#tag386">386</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Resacrambam</i>, Malaterra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note387">
-<p><span class="label"><a href="#tag387">387</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. IV, cap. XVI. Il tempo che durò la guerra di conquisto
-è confermato da Edrisi, il quale lo dice appunto trent’anni, contando
-dal 453 (26 genn. 1061 a 14 genn. 1062). Testo nella <i>Biblioteca
-Arabo-Sicula</i>, pag. 26.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note388">
-<p><span class="label"><a href="#tag388">388</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Di questo sito han trattato Fazello, Deca 1, lib. 4, cap. I; Amico,
-<i>Dizionario topografico</i>, traduzione italiana, tom. II, Appendice, alla voce
-Pantalica; Massa, <i>Sicilia in prospettiva</i>, tom. II, pag. 126; Ferrara, <i>Guida
-di Sicilia</i>, pag. 151; Bourquelot, <i>Voyage en Sicile</i>, Paris, 1848, pag. 491 segg.
-</p>
-
-<p>
-L’importanza di Pantalica nel 1093 si scorge dal diploma trascritto dal
-Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 618, dove il nome è scritto Pantegra, mentre si
-legge Pantargo in altro diploma del 1151, op. cit. p. 993; e l’Edrisi, testo,
-nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, pag. 56, 57 lo dà Bentarga. Ei chiama l’Anapo
-<i>Nahr-Bentargha</i>, ossia fiume di Pantalica.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note389">
-<p><span class="label"><a href="#tag389">389</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. IV, cap. XVIII; Cf. <i>Anonymi Chronicon Siculum</i>,
-presso il Caruso, pag. 856 e nella traduzione francese, p. 312. Ancorchè il
-testo del Malaterra porti questi fatti nel 1092, mi è parso di seguire più tosto
-la data notata dal Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. XI e 612, secondo una inscrizione
-sepolcrale oggi, a quanto e’ pare, perduta.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note390">
-<p><span class="label"><a href="#tag390">390</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Oltre che questo risulta chiaramente dai fatti, sel sapeano ben Ruggiero
-e i suoi contemporanei. «Comes ergo totius progeniei suæ sustentator,
-citra Romam versus Siciliam, sicuti maria ab undique cingunt, abundantia
-rerum et industria callentis, sapientis consilii præcellebat; unde et
-omnes sua negotia ad ipsum conferebant.» Malaterra lib. IV, cap. XXVI
-Cf. cap. XVII, XX ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note391">
-<p><span class="label"><a href="#tag391">391</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. III, cap. XLI.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note392">
-<p><span class="label"><a href="#tag392">392</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così espressamente nel lib. IV, cap. XXIV, trattando di quella ch’ei
-chiama ribellione d’Amalfi, del 1096.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note393">
-<p><span class="label"><a href="#tag393">393</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veggano i cap. I e V del presente libro, pag. 31, 37 segg. e 141
-del volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note394">
-<p><span class="label"><a href="#tag394">394</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«Maxime quia Apuli, expeditionibus aliquo annorum curriculo desueti,
-corpus nullis plagis et diutinis laboribus fatigando, quin recreando
-sibi potius indulgere, quam expeditionibus iterum assuescendo, insudare
-nitebantur.» Malaterra lib. IV, cap. XXVI.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note395">
-<p><span class="label"><a href="#tag395">395</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. III, cap. XLI.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note396">
-<p><span class="label"><a href="#tag396">396</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. IV, cap. XXIV.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note397">
-<p><span class="label"><a href="#tag397">397</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">«Simon fonte, pictus fronte inunctione chrismatis,</p>
-<p class="i02"> Heredatur: solidatur Dux futurus Siculus:</p>
-<p class="i02"> Calabrenses suos enses sibi optant adjici:</p>
-<p class="i02"> Pater totum implet votum: Dux concessit fieri.»</p>
-<p class="i10"> Malaterra, lib. IV, cap. XIX.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note398">
-<p><span class="label"><a href="#tag398">398</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. III, cap. XLI. Sul primo partaggio si vegga il cap. I
-del presente libro, pag. 51 del volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note399">
-<p><span class="label"><a href="#tag399">399</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. IV, cap. IX segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note400">
-<p><span class="label"><a href="#tag400">400</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il capitolo VI, pag. 156, dove si dice delle soldatesche capitanate
-da Elia Cartomi, le quali sembrano di certo musulmane.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note401">
-<p><span class="label"><a href="#tag401">401</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. IV, cap. XVII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note402">
-<p><span class="label"><a href="#tag402">402</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. IV, cap. XXII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note403">
-<p><span class="label"><a href="#tag403">403</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veggano i cap. IV e VI del presente libro, pag. 107, 176 del volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note404">
-<p><span class="label"><a href="#tag404">404</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lupo Protospatario, anno 1096; <i>Annales Cavenses</i>, sotto lo stesso
-anno, presso Pertz, <i>Scriptores</i>, tom. III, pag. 190; Pietro Diacono, lib. IV,
-cap. XII; Romualdo Salernitano anno 1096. Alcuni compilatori hanno notato
-che, se i Musulmani fossero stati 20,000, si sarebbe continuato
-l’assedio. All’incontro è da considerare che il Conte e gli altri capitani
-cristiani non amavan di certo a rimanere in balìa de’ Musulmani, appunto
-in quella spaventevole eruzione di passioni religiose.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note405">
-<p><span class="label"><a href="#tag405">405</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. IV, cap. XXIV. Si confronti Guiberto Abate, <i>Historia
-Hierosolim.,</i> lib. III, cap. I.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note406">
-<p><span class="label"><a href="#tag406">406</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Mi par che il Malaterra, col suo <i>tentoria bitumine palliata</i>, alluda
-soltanto al colore; siccome in un altro luogo (lib. III, cap. XIX), descrivendo
-la costruzione della Chiesa di Traina, ei dice: <i>Parietes depinguntur
-diverso bitumine</i>. Pure potrebbe significar tende di tele incatramate,
-poichè la voce <i>bitumen</i> si adoperava nella bassa latinità per designare ogni
-sorta di materia resinosa. Veggasi Ducange alla voce <i>bituminare</i>. Quanto
-al verbo <i>palliare</i>, credo che qui sia usato nel senso di colorare, non di
-addogare, dipingere a forma di pali, o strisce.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note407">
-<p><span class="label"><a href="#tag407">407</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. IV, cap. XXVI a XXVIII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note408">
-<p><span class="label"><a href="#tag408">408</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vita di San Brunone, negli <i>Acta Sanctorum</i>, ottobre, tomo III,
-pag. 662 segg., 719 segg. e il diploma del conte Ruggiero, dato il 1098; su
-l’autenticità del quale ho molti dubbii, non ostante i lunghissimi comenti
-degli eruditi editori. Cotesto diploma e parecchi altri relativi al Monastero
-di San Brunone si leggono ne’ <i>Regii Neapolitani Archivii Monumenta</i>, vol. V,
-n<sup>i</sup> 450, 466, 477, segg. 494, segg. 510; pag. 129, 171, 203, 204, 205, 208,
-245, 246, 249, 278.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note409">
-<p><span class="label"><a href="#tag409">409</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«Et sumptis ab Anselmo corporalibus cibis, gratiosi revertebantur.»</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note410">
-<p><span class="label"><a href="#tag410">410</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Eadmeri, <i>Vita S. Anselmi</i>, estratto, presso Caruso, <i>Bibliotheca Sicula</i>,
-pag. 974, 975.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note411">
-<p><span class="label"><a href="#tag411">411</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«E (i Franchi) infestarono qua e là l’Affrica (propria) occupandone
-qualche luogo, che poi perdettero.» Mi par che queste parole accennino
-chiaramente ai fatti di Bona e Mehdia da noi testè raccontati (cap. I e VI,
-pag. 13 e 168, del presente volume) e forse ad altri che ignoriamo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note412">
-<p><span class="label"><a href="#tag412">412</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Letteralmente sarebbe in latino: <i>Femure sublato, pepedit crepito
-magno.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note413">
-<p><span class="label"><a href="#tag413">413</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ibn-el-Athîri <i>Chronicon</i>, testo, anno 491 (1097-8), ediz. Tornberg,
-tomo X, pag. 185 segg. e nella mia <i>Biblioteca Arabo Sicula</i>, testo, pag. 278,
-279. È da notare che lo stesso nome di Barduil (Baldovino) è dato dagli
-annali musulmani all’imperatore Ottone II (Veggasi il nostro lib. IV,
-cap. VII, pag. 328 del secondo volume). Sembrerebbe che, sotto uno dei
-primi Baldovini di Gerusalemme, fosse passata dai Cristiani a’ Musulmani
-qualche falsa tradizione su l’impero de’ Franchi, pervenuto in linea retta
-da Carlomagno alla casa di Bouillon.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note414">
-<p><span class="label"><a href="#tag414">414</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il Capitolo precedente, pag. 168 di questo volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note415">
-<p><span class="label"><a href="#tag415">415</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si noti che il Conte, conducendo i suoi Saraceni all’assedio di Capua,
-era corso fino a Benevento, alla quale città avea messa una taglia. Malaterra,
-lib. IV, cap. XXVI.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note416">
-<p><span class="label"><a href="#tag416">416</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il Capitolo precedente, pag. 176.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note417">
-<p><span class="label"><a href="#tag417">417</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ruggiero assediava Butera, come si è notato al luogo citato, nell’aprile
-del 1089. Il papa venne a trovarlo nella stessa primavera o nella state; e poi
-nel settembre fu celebrato il Concilio di Melfi, dove si proclamò la tregua
-di Dio, e il duca Ruggiero ebbe l’investitura dal papa.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note418">
-<p><span class="label"><a href="#tag418">418</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. IV, cap. XXIII, il quale dice del vescovo di Traina:
-<i>nam Italus erat et illorum partium gnarus</i>. Questa espressa testimonianza
-porta a correggere i luoghi di Pirro del Fazello e di tutti i compilatori, che
-credono fatto vescovo di Traina, e poi di Messina, Roberto di Grantemesnil
-fratello della prima moglie di Ruggiero, ch’era abate di Sant’Eufemia in
-Calabria fin dal 1062.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note419">
-<p><span class="label"><a href="#tag419">419</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pandolfo Pisano presso Muratori <i>Rerum Italic. Script.</i>, tom. III.
-parte I, p. 353.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note420">
-<p><span class="label"><a href="#tag420">420</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. IV, cap. XXVII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note421">
-<p><span class="label"><a href="#tag421">421</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Op. cit., lib. IV, cap. XXIX.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note422">
-<p><span class="label"><a href="#tag422">422</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lupo Protospatario e Romualdo Salernitano, entrambi sotto l’anno
-1101. Il giorno è determinato dal registro mortuario cassinese, presso Caruso,
-<i>Biblioth. Sicula</i>, pag. 523. Lasciando da canto gli altri scrittori Arabi
-che vagamente dicono morto Ruggiero avanti il 494, ci basti ricordare Edrisi
-e Ibn-Khaldûn, i quali pongono la morte del conte precisamente in quell’anno,
-cioè dal 6 novembre 1100 al 26 ottobre 1101. Si veggano i due testi
-nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, pag. 26, 485 e 498, e la versione del secondo
-per M. de Vergers, pag. 183.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note423">
-<p><span class="label"><a href="#tag423">423</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. IV, cap. XXV.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note424">
-<p><span class="label"><a href="#tag424">424</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga qui innanzi, pag. 192.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note425">
-<p><span class="label"><a href="#tag425">425</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. III, cap. XXII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note426">
-<p><span class="label"><a href="#tag426">426</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Id., lib. IV, cap. VIII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note427">
-<p><span class="label"><a href="#tag427">427</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Id., lib. IV, cap. XIV, Cf. <i>Anon. Chron. Sic.</i>, presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>,
-pag. 856, e nella traduzione francese, p. 312. Su la figliuolanza del Conte
-Ruggiero, si vegga il Pirro, <i>Chronologia Regum Siciliæ</i>, pag. X segg., e Ducange,
-<i>Familles Normandes</i>, in Appendice ad Amato, pag. 354 segg. Il Pirro
-nel detto capitolo, pag. XI, novera anco tra i figliuoli del conte Ruggiero un
-Malgerio, il cui nome si cava da’ Diplomi della sua raccolta ed anco è soscritto
-in altri dell’Archivio di Napoli, due de’ quali dati il 1094 uno il 1098,
-uno il 1102 ed uno il 1096 pubblicati nel <i>Regii Neapolitani Archivii Monumenta</i>,
-vol. V, pag. 205, 208, 249, 278 e vol. VI, pag. 164. Il diploma
-del 1098 è stato pubblicato anco dai Bollandisti (Vita di San Brunone, ottobre,
-tomo III, pag. 662 segg.). Credo illegittimo questo Malgerio, perchè il
-Malaterra tace di lui, non essendo sforzalo dagli avvenimenti a nominarlo,
-e non pensandosi, forse, a lui in corte quando si trattava della successione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note428">
-<p><span class="label"><a href="#tag428">428</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. IV, cap. XIX.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note429">
-<p><span class="label"><a href="#tag429">429</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sapendosi con esattezza il giorno della morte dei re Ruggiero a dì
-26 febbrajo 1154 e ch’egli avesse allora 58 anni, 2 mesi e 5 giorni, la sua nascita
-torna al 22 dicembre 1093. Su questa data si sono fatte molte controversie
-da chi voleva a forza far nascere il bambino dopo l’assedio di Capua,
-per le parole del Malaterra: <i>ibi se impregnavit Comitissa Adelasia de
-comite Rogerio</i>. Ma non si è riflettuto che questo Ruggiero è appunto il padre!
-I Bollandisti non avean dunque bisogno di supporre un’interpolazione del
-testo di Malaterra, per provar seguìto l’assedio di Capua il 1098, come il
-fanno nella vita di San Brunone, tom. III di ottobre, pag. 655 segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note430">
-<p><span class="label"><a href="#tag430">430</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. IV, cap. XIV.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note431">
-<p><span class="label"><a href="#tag431">431</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Marchionis, Militonis,</p>
-<p class="i01">Bonifacii itali,</p>
-<p class="i01">Neptis ornat, quod exornat</p>
-<p class="i01">Uxor Adelasia</p>
-<p class="i01">Brutiorum Siculorum</p>
-<p class="i01">Comitem Rogerium etc.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Questi versi latini di metro italiano, attribuiti a Maraldo, monaco di Calabria
-contemporaneo del primo conte Ruggiero, celebrano la nascita del costui
-figliuolo per nome anco Ruggiero e il battesimo datogli da San Brunone.
-Li pubblicò per lo primo il Bulini, nel Prospetto della Storia de’ Certosini,
-come ritraggo dagli <i>Acta Santorum</i>, mese d’ottobre, vol. III, pag. 656 segg.
-dove i dotti editori li ristamparono a proposito di San Brunone. Ma l’appellazione
-classica di Bruzii data a’ Calabresi odora di erudizione troppo
-più moderna. Inoltre i primi quattro versetti sembrano copiati dalla prosa
-del Malaterra che dinanzi citammo. Perciò non mi fido troppo all’attestato
-di frate Maraldo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note432">
-<p><span class="label"><a href="#tag432">432</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Anonymi hist. sicula</i>, presso Caruso, <i>Bibl. Sicula</i>, pag. 856, e nella
-traduzione francese, pag. 312.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note433">
-<p><span class="label"><a href="#tag433">433</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Historia Ecclesiastica</i>, lib. XIII, presso Duchesne, <i>Histor. Norman.
-Scrip.</i>, pag 897.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note434">
-<p><span class="label"><a href="#tag434">434</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pirro, <i>Chronologia Regum Siciliæ</i>, pag. XII e XIII; Muratori <i>Annali
-d’Italia</i>, an. 1090.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note435">
-<p><span class="label"><a href="#tag435">435</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Fin anco gli Autori dell’<i>Art de verifier les Dates</i> (ediz. del 1777
-vol. III, pag. 630), e il diligentissimo Saint-Marc (<i>Abregé de l’Histoire
-d’Italie</i>, tom. II, pag. 1039) danno un Bonifazio I, Marchese di Monferrato
-dal 1060 al 1100.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note436">
-<p><span class="label"><a href="#tag436">436</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Osservazioni critiche sopra alcuni particolari delle Storie del Piemonte
-e della Liguria</i>, tra le <i>Memorie della Reale Accademia delle Scienze
-di Torino</i>, Serie seconda, tomi XIII, XIV, XV.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note437">
-<p><span class="label"><a href="#tag437">437</a>.&nbsp;&nbsp;</span>De’ Simoni, negli <i>Atti della Società ligure di Storia Patria</i>, vol. I,
-pag. 141, 142, 647, 648; e il medesimo, <i>Lettera a M. Amari</i>, nella <i>Nuova
-Antologia</i>, vol. III, pag. 193 segg. Firenze, settembre 1866.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note438">
-<p><span class="label"><a href="#tag438">438</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veggano più precisamente i confini, nella <i>Nuova Antologia</i>, l. c.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note439">
-<p><span class="label"><a href="#tag439">439</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Breve di Gregorio VII, del 3 novembre 1079, da Labbe, <i>Concilia</i>,
-presso San Quintino, op. cit. <i>Memorie dell’Accademia di Torino</i>, tom. XIII, p. 53.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note440">
-<p><span class="label"><a href="#tag440">440</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Introduzione</i>, pag. <span class="smcap lowercase">X</span> a <span class="smcap lowercase">XIII</span>. Tra gli altri errori familiari all’impostore
-maltese replicati in questa pergamena, è la lettera <i>aín</i> aggiunta nel
-nome di Messina. Ecco intanto la storia del diploma.
-</p>
-
-<p>
-L’Archivio di Napoli comperò questa ed altre pergamene da privati
-nel 1844, com’io ritraggo dall’erudito signor Giuseppe Del Giudice. Il professore
-Lettieri che sapea benino la grammatica arabica ma non avea
-tanta pratica della lingua e molto meno della paleografia, credè tener
-nelle mani un gioiello; onde, tutto lieto, lo presentò al Congresso, come
-si scorge dagli <i>Atti della settima adunanza degli Scienziati italiani</i>, Napoli,
-1846, pag. 641. Quivi si legge che l’accademico signor De Ritis mise
-in forse l’autenticità del Diploma e che disputatone un poco, si passò
-ad altri argomenti e sollazzi. Il Congresso non s’era adunato di certo per
-giudicare cartapecore arabiche, nè trattar di cose letterarie. Mi sia lecito
-aggiugnere che, vivendo io allora in Parigi, informato della scoperta, dichiarai
-<i>a priori</i> falso cotesto documento; e che dopo il 1849, procacciatomi
-per favore del dottissimo Duca di Laynes, il <i>fac-simile</i>, che n’era stato
-inciso in rame, mi confermai nel giudizio e confermollo anco il mio maestro
-M. Reinaud. Morto intanto il Lettieri mentr’egli si apparecchiava a
-pubblicare la traduzione e il comento, rimasene il manoscritto ai suoi eredi;
-ma il diploma fu messo in mostra con una bella cornice nella sala dell’Archivio
-di Napoli, il cui Direttore, principe di Belmonte, nell’opera intitolata
-<i>Legislazione positiva degli Archivii del Regno</i>, Napoli, 1855, pag. 86, lo
-noverava tra “i più curiosi dell’Archivio” quantunque avvertisse “bisogna
-andar cauti e vedere se sia autentico.” Il fatto è che la cornice e il
-diploma sono rimasti per tanti anni e rimangono forse anch’oggi, esposti
-all’ammirazione del colto pubblico.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note441">
-<p><span class="label"><a href="#tag441">441</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga l’<i>Introduzione</i>, nel volume I della presente opera,
-pag. <span class="smcap lowercase">XXXIII, XXXIV</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note442">
-<p><span class="label"><a href="#tag442">442</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Su i diplomi di Sicilia venuti in luce innanzi il XIX secolo, si vegga
-il Gregorio, <i>Introduzione al Diritto pubblico siciliano</i>, pag. 33 segg.; 87 segg.
-della prima edizione, e in varii luoghi delle <i>Considerazioni</i>. Anco il Gregorio
-diffidò delle versioni de’ diplomi greci, come si scorge dalle Considerazioni,
-lib. I, cap. vj, nota 12.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note443">
-<p><span class="label"><a href="#tag443">443</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si rinvengono, insieme con documenti d’altro idioma, nelle seguenti
-opere:
-</p>
-
-<p>
-Morso (Salvatore), <i>Palermo antico</i>, 2ª ediz. Palermo, 1827, in-8.
-</p>
-
-<p>
-Buscemi (Niccolò), nella <i>Biblioteca Sacra per la Sicilia</i>, ossia <i>Giornale
-Lett. Scient. Ecclesiastico</i>, Tom. I, II. Palermo, 1832, 1834.
-</p>
-
-<p>
-Martorana (Carmelo), <i>Risposta</i> al Buscemi, nel <i>Giornale di Scienze e
-Lettere per la Sicilia</i>, Palermo, 1834, in-8.
-</p>
-
-<p>
-Garofalo (Luigi), <i>Tabularium Capellæ Collegiata in r. panormitano
-palatio</i>, Panormi, 1835, in foglio.
-</p>
-
-<p>
-Mortillaro (Vincenzo), <i>Catalogo de’ Diplomi.... della Cattedrale di Palermo</i>.
-Palermo, 1842, in-8.
-</p>
-
-<p>
-» <i>Elenco cronologico delle antiche pergamene della Magione</i> Palermo,
-1859, in-4.
-</p>
-
-<p>
-» <i>Opere</i>, tomo IV. Palermo, 1848.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note444">
-<p><span class="label"><a href="#tag444">444</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Spata (Giuseppe), <i>Le Pergamene greche esistenti nel grande Archivio
-di Palermo, tradotte ed illustrate</i>, Palermo, 1861, in-8 (uscito il 1865).
-</p>
-
-<p>
-» <i>Sul cimelio diplomatico del Duomo di Monreale</i>, Palermo, 1865,
-in-12.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note445">
-<p><span class="label"><a href="#tag445">445</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Avverto che per brevità saranno da me citati senz’altra qualificazione
-che di inediti, tutti i diplomi arabici di Sicilia de’ quali mi ha cortesemente
-mandate copie il Prof. Cusa.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note446">
-<p><span class="label"><a href="#tag446">446</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Trinchera, <i>Syllabus membranarum</i>, etc. Napoli, 1865, in-4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note447">
-<p><span class="label"><a href="#tag447">447</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ve n’ha alquanti nelle collezioni poc’anzi citate, a pag 203, nota 2.
-</p>
-
-<p>
-Inoltre si vegga il Di Chiara, <i>Opuscoli editi, inediti e rari sul Diritto
-pubblico eccl. della Sicilia</i>, Palermo, 1855, in-8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note448">
-<p><span class="label"><a href="#tag448">448</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga i nostri libri III, cap. xj, e IV, cap. xj, pag. 216, 217, 396 a
-399 e 414 del vol. II.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note449">
-<p><span class="label"><a href="#tag449">449</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. IV, cap. xviij, xx, xxix.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note450">
-<p><span class="label"><a href="#tag450">450</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>L’Ystoire de li Normant</i>, lib. V, cap. xij, xxj, xxv; lib. VI, cap. xix.
-Si noti anco il titolo di <i>Cristianissimo</i> ch’ei dà a Roberto Guiscardo,
-nel lib. V, cap. xxv.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note451">
-<p><span class="label"><a href="#tag451">451</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Forma siciliana della voce <i>appetito</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note452">
-<p><span class="label"><a href="#tag452">452</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Non è da confondere questo vocabolo col derivativo dalla terra di
-Giudica (Judica) che alcuni scrissero Zotica.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note453">
-<p><span class="label"><a href="#tag453">453</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Corre il cane. Sicil.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note454">
-<p><span class="label"><a href="#tag454">454</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veggano i diplomi citati qui appresso a pag. 208 per San Marco,
-Rametta, Librizzi, San Filippo di Fragalà.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note455">
-<p><span class="label"><a href="#tag455">455</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Caruso, <i>Bibl. Sicula</i>, pag. 475.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note456">
-<p><span class="label"><a href="#tag456">456</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. IV, cap. xj, a pag. 399 del secondo volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note457">
-<p><span class="label"><a href="#tag457">457</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così gli ignoti autori della <i>Breve istoria della liberatione di Messina</i>,
-di cui abbiamo già detto nel lib. V, cap. II, pag. 56 di questo volume;
-il Fazzello con la sua fola de’ prigioni che aprirono la porta di Palermo, e
-tutti quanti. Il Martorana, <i>Notizie, ec.</i>, lib II, cap. ij, pag. 43, accortosi di cotesto
-errore, corse ad un altro, supponendo spento il Cristianesimo in Sicilia:
-del che abbiamo trattato nel libro IV, cap. xj, pag. 414 del vol. II.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note458">
-<p><span class="label"><a href="#tag458">458</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Considerazioni</i>, vol. I, Prefazione, pag. xx segg. lib. I, cap. ij,
-pag. 43-44.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note459">
-<p><span class="label"><a href="#tag459">459</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Non occorre citare le molte carte greche di <span class="smcap">Messina</span>, nè le poche
-che si conoscono di <span class="smcap">Traina</span>, quando abbiamo tante testimonianze dirette
-su quelle popolazioni. Ne fan fede per le altre i diplomi seguenti:
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Rametta</span>, 1096, traduzione dal greco, presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>,
-tomo I, pag. xxvj delle note; ch’è sentenza con giudici e testimonii
-greci e alcuno forse latino: Giovanni Melo, Pietro Ricato, Niccolò Tisita, ec.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">San Marco</span>, 1110, testo greco, edito dal Buscemi nella <i>Biblioteca
-Sacra</i>, Palermo, 1832, vol. I, pag. 375 segg. donazione al Monastero di
-San Barbaro. La traduzione latina, con la data del 1097, fu pubblicata dal
-Martorana, nella sua <i>Risposta</i> al Buscemi, pag. 48, estratto dal <i>Giornale di
-Scienze e Lettere per la Sicilia</i> del 1831. Cf. Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 215.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Librizzi</span>, 1117, traduzione dal greco, presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>,
-lib. I, pag. lvj, lvij delle note, con nomi di frati, di Lipari e di Patti, alcuno
-dei quali francese e un Filippo arabo, monaco. V’ha dei nomi di notabili del
-paese, manifestamente greci e alcuno italico: come Niccolò di Filippo, Niceta
-Gallo, Niccolò Gala, Filippo Manca, Giovanni Gaitane, Andrea Police.
-</p>
-
-<p>
-Monastero di San Filippo di Fragalà presso il Comune di <span class="smcap">Mirto</span>,
-molti diplomi greci dati dal 1090 al 1145, pei quali furono donati a questo
-celebre monastero greco di Sicilia de’ villani, tra i cui nomi patronimici notansi;
-<i>Bruno</i>, <i>Corte</i>, <i>Niccolò Faber</i>, <i>Claudus Stephanus</i>, <i>Galatano de Flavanu</i>,
-Teodoro <i>Accomodato</i>, ec. presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 1027, 102;
-ignorandosi pure se que’ vocaboli di Faber e Claudus fossero stati tradotti
-dal greco o si trovassero trascritti nel testo.
-</p>
-
-<p>
-Ἀχάρων (<span class="smcap">Alcara li Fusi</span>?) 1118 (?) greco, pubblicato non felicemente
-dal Buscemi, op. cit., pag. 365. Cf. Spata, op. cit., pag. 291.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Cefalù</span>, 1131, traduzione latina dal greco, presso il Pirro, op. cit.,
-pag. 799; e platea greco-arabica dei villani, citata poc’anzi a pag. 205.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Siracusa</span>, 1104, diploma latino, nel quale si fa espressa menzione
-del clero greco e clero latino, presso Pirro, op. cit., pag. 619.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Aci</span> e <span class="smcap">Catania</span>, 1095, 1144, platee de’ villani arabo-greche, nell’Archivio
-della Cattedrale di Catania. Si vegga inoltre per Catania la carta di
-franchigia del 1168, presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. IV,
-nota 21, nella quale si legge: <i>Latini, Græci, Judæi et Saraceni unusquisque
-juxta suam legem judicetur</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note460">
-<p><span class="label"><a href="#tag460">460</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per esempio in <span class="smcap">Vicari</span>, 1098, diploma greco in favore d’un monastero,
-al quale furono donati de’ villani di varii paesi, con nomi musulmani,
-greci e fors’anco italici: Niccolò figlio di Vitale, Basilio, Sabato, Goffredo,
-Ziero ec. Traduzione latina presso il Pirro, op. cit., pag. 295. Notinsi anco
-i nomi greci tramezzati a italiani e francesi di Vicari e Cammarata nel
-diploma del 1175, presso Gregorio, <i>De supputandis</i>, ec., pag. 55, ripubblicato
-da Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 451 segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note461">
-<p><span class="label"><a href="#tag461">461</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ricordisi l’arcivescovo greco che trovarono i Normanni entrando
-in Palermo. Quivi era nel 1138 un protopapa greco, secondo il diploma
-pubblicato nel <i>Tabulario</i> della Cappella Palatina a pag. 8. La stessa
-raccolta racchiude molte altre carte greche dal 1141 sino a tutto il secolo
-XIII. Lo stesso attestano non poche iscrizioni bilingui e trilingui.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note462">
-<p><span class="label"><a href="#tag462">462</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Di Giovanni, <i>Ebraismo in Sicilia</i>, passim; Gregorio, <i>Considerazioni</i>,
-lib. I, cap. j, pag. 7, 15; Zunz, <i>Zur Geschichte und Literatur</i>, Berlino,
-1845, vol. I, pag. 487. Ognun sa che nel viaggio, vero o finto, di
-Beniamino da Tudela, compilato in ogni modo con ottime notizie verso
-il 1170, sono annoverati 200 giudei in Messina e 1500 in Palermo: traduzione
-inglese di Asher, Londra, 1840, pag. 159 segg. Si vegga intorno
-questo viaggio il Lelewel, <i>Géographie du moyen-âge</i>, tomo IV, pag. 37 segg.
-</p>
-
-<p>
-Nella platea di Catania data del 1144, dopo gli schiavi, leggonsi i
-nomi di 25 famiglie di Giudei. Ve n’era anco (1120?) in Siracusa.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note463">
-<p><span class="label"><a href="#tag463">463</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. III, cap. I, pag. 32 segg. del secondo volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note464">
-<p><span class="label"><a href="#tag464">464</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cap. citato, pag. 35 segg. dello stesso volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note465">
-<p><span class="label"><a href="#tag465">465</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. j, pag. 5 segg. 10, 17.
-</p>
-
-<p>
-In Girgenti la popolazione musulmana vincea tanto di numero la cristiana,
-che San Gerlando, il 1096, fece fabbricare un immenso castello a
-rifugio de’ suoi frati, e che il vescovo Gualtiero, il 1141, edificò novelle fortificazioni;
-usando per tre anni, come cava di pietre, i monumenti Agrigentini.
-Ch’ei non riposi in pace! Cronichetta de’ Vescovi di Girgenti, presso
-il Gregorio, op. cit., lib. I, cap. I, nota 14.
-</p>
-
-<p>
-Si ricordino anco le varie narrazioni d’Ibn-Giobaîr, <i>Journal Asiatique</i>
-di dicembre 1845 e gennaio 1846, ed <i>Archivio Storico Italiano</i>, vol. IV,
-Appendice, N. 16, dove si dice delle popolazioni musulmane di tutti i villaggi
-tra Palermo e Trapani, della gelosia con che i Cristiani guardavano
-la ròcca di Monte San Giuliano, ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note466">
-<p><span class="label"><a href="#tag466">466</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Libro III, cap. I, pag. 32, segg. del 2º volume. I nomi etnici che
-seguono son cavati dai diplomi e riscontrati col <i>Lobb-el-Lobâb</i>, con Ibn-Kaisarani,
-Dsehebi, il <i>Merasid-el-Ittilâ</i> e le altre opere che citerò ne’ singoli
-casi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note467">
-<p><span class="label"><a href="#tag467">467</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La copia del diploma ha Zagari, che non torna a nome etnico noto.
-Ritenendo la grande somiglianza della <i>r</i> col <i>w</i> nella scrittura affricana,
-leggo <i>Zegawi</i>; su la qual voce si vegga De Slane, traduz. francese
-d’Ibn-Khaldoun, <i>Berbères</i>, tomo IV, pag. 31.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note468">
-<p><span class="label"><a href="#tag468">468</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Hamdi, o Giamadi; Halbasi, o Giolaisi, ec. dove mancano le vocali
-e le trascrizioni greche. Altri non trovo affatto, come Arkhi, Baruki, Betresen
-(<i>pitrusinu</i>? ossia prezzemolo) ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note469">
-<p><span class="label"><a href="#tag469">469</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Inedita dell’Università di Palermo. Abu-Tâhir-Abd-er-Rahman-ibn-Abd-Allah-ibn-Zeidun-el-karawi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note470">
-<p><span class="label"><a href="#tag470">470</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Righa è nome di tribù berbera e anco di luoghi in Affrica, De Slane,
-op. cit., tom. I, pag. 294. Si avverta che le stesse lettere, mutativi i punti
-diacritici, porterebbero <i>Reba’i</i>, che torna alla tribù arabica di Rebi’a, una
-di quelle che occuparono l’Affrica nell’XI secolo, venendo dall’Egitto:
-(De Slane, op. cit., tom. I, pag. 32); oppure a quella di Reb’a, ramo di
-Azd. (Ibn-Kaisarani, <i>Homonyma</i>, Leyda, 1865, pag. 194.)</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note471">
-<p><span class="label"><a href="#tag471">471</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Su questi ultimi tre nomi si vegga De Slane, op. cit., tomo I,
-pag. 171, 282 e 285, e tomo III, 273, 279. Del resto, Verro potrebbe esser
-nome latino.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note472">
-<p><span class="label"><a href="#tag472">472</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il testo arabico avrebbe Argiâknû, e la trascrizione greca dà
-ερτζυκνου. Aragigun è isoletta alla foce della Muluia, secondo Edrisi, <i>Description
-de l’Afrique et de l’Espagne</i>, Leyda, 1866, pag. 206 della traduzione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note473">
-<p><span class="label"><a href="#tag473">473</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Mismar si chiamava la Penisola di Magnisi, tra Siracusa e Agosta.
-La trascrizione greca di questo nome, che portavano due famiglie di villani
-d’Aci, dà μεσίμερη. Se il copista greco avesse presa una <i>w</i> per una <i>r</i>,
-sbaglio assai frequente nei manoscritti affricani, sarebbe questo il notissimo
-casato de’ <i>Ma-es-samâ</i> «Acqua del Cielo.»</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note474">
-<p><span class="label"><a href="#tag474">474</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Quantunque Edrisi scriva il nome di Vicari <i>Biku</i>, la voce Bekkara
-potea rappresentare questa o altra terra di Sicilia. Si vegga il nostro
-lib. II, cap. X, pag. 418 del primo volume, nota 3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note475">
-<p><span class="label"><a href="#tag475">475</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questa iscrizione, edita dapprima nelle <i>Mines de l’Orient</i>, tomo I,
-fu ripubblicata, sopra l’originale, da M. De Fresnel, nel <i>Journal Asiatique</i>
-di dicembre 1847, con una buona traduzione inglese di Farâs Schidiâk. La
-data è del 569 (1174), il nome della sepolta, Maimuna figlia di Hasan, figlio
-di Alì Hodseilita. Se non che dopo questo nome, la versione portava «an
-attendant <i>of Ibn-es-Soosee</i>.» Parendomi strana per più rispetti cotesta
-qualificazione, io domandai da Parigi al mio compagno di esilio Francesco
-Crispi, allora in Malta, un lucido di quelle parole e avutolo in dicembre
-1853, non tardai a leggervi «soprannominato Ibn-es-Susi.»</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note476">
-<p><span class="label"><a href="#tag476">476</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il lib. V, cap. I, pag. 27, 28, 30, 34 di questo volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note477">
-<p><span class="label"><a href="#tag477">477</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. V, cap. V, pag. 140 di questo volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note478">
-<p><span class="label"><a href="#tag478">478</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. I, note 25, 26 ec. È inutile
-citare i diplomi antichi che contengono nomi francesi. Noterò in vece che
-in uno del 1175, pubblicato dal Gregorio, <i>De supputandis</i>, ec., pag. 52 e segg.,
-indi da Spata, <i>Pergamene</i>, ec., pag. 451 segg., traduzione latina del XIII secolo
-dall’arabico e dal greco, si leggono i nomi di Sir Bonom de Custasin,
-Sir Ricalinus de Calatabutur ec. In un diploma arabico inedito della Chiesa
-di Cefalù, serbato nell’Archivio di Palermo, si legge il nome di un Sir Gulielm,
-banchiere o non so che in Cefalù. Par che i francesi, nobili o no,
-nel XII secolo amassero in Sicilia di fregiarsi col titolo di <i>Sire</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note479">
-<p><span class="label"><a href="#tag479">479</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Esaminati diligentemente i nomi di tutti i comuni attuali e de’ villaggi
-abbandonati, che sono pur molti, i quali io già pubblicava nel 1859
-con la <i>Carte Comparée de la Sicile</i>, ne occorre pochi, di pochissima importanza
-e origine dubbia: <i>Castelnormando</i> si chiamava nel XVII secolo,
-al dire dell’Amico, <i>Dizionario topografico</i>, l’attuale Comune di Valledolmo,
-ma non ve n’ha notizie anteriori; <i>Ciambra</i> un villaggio presso Monreale;
-<i>Merhela Gulielm</i> (la stazione di Guglielmo) un luogo presso Monreale,
-che parrebbe stazione di caccia d’uno dei re di quel nome. Tralascio
-<i>Francavilla</i>, comune, e Monpileri villaggio distrutto su l’Etna, poichè Pila,
-Piliere sono nella nostra favella, come nella francese. Metto anco da canto
-i nomi composti con la voce <i>burg</i>,i quali possono riferirsi tanto al francese
-quanto all’italiano e all’arabico.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note480">
-<p><span class="label"><a href="#tag480">480</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Caruso, <i>Bibl. Sicula</i>, pag. 477.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note481">
-<p><span class="label"><a href="#tag481">481</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Falcando presso Caruso, <i>Bibl. Sicula</i>, pag. 466. Lo sciocco Arrigo
-de’ principi di Navarra, fratello della Regina, era stigato da’ cortigiani a
-prender la somma degli affari in luogo di Stefano de’ conti di Perche. E
-schivando il peso superiore alle sue forze, allegava tra le altre cose: <i>francorum
-se linguam ignorare, que maxime necessaria esset in</i> <span class="smcap lowercase">CURIA</span>. Si trattava
-dunque, non del paese, ma della corte; dove il principe fanciullo,
-bisnipote del conte Ruggiero, e discepolo di Pietro di Blois, parlava
-com’e’ pare il francese; e i cortigiani italiani ed arabi si adattavano. Si
-ricordi con ciò l’attestato di Ibn-Giobair, che lo stesso Guglielmo II parlasse
-l’arabico. Infine è da notare che delle lingue usate nella corte poliglotta di
-Palermo, la men difficile al Navarrese doveva esser quella della Francia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note482">
-<p><span class="label"><a href="#tag482">482</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. I, nota 27.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note483">
-<p><span class="label"><a href="#tag483">483</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cap. cit., nota 28.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note484">
-<p><span class="label"><a href="#tag484">484</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Strenuos bello milites Longobardos</i> (del Napoletano) <i>ac Transmontanos....
-sibi largitionibus alliciens</i>, dice il Falcando del ministro Majone,
-presso Caruso, <i>Bibl. Sicula</i>, pag. 419. Poi ve n’ebbe degli Spagnuoli,
-op. cit., pag. 439 e sempre de’ Musulmani.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note485">
-<p><span class="label"><a href="#tag485">485</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In questo medesimo libro, cap. VII, pag. 191 del volume.
-</p>
-
-<p>
-Sappiamo da Pietro di Blois (<i>Epistolæ</i>, nº 66), che dopo la morte di
-Guglielmo il Malo, l’Arcivescovo di Rouen mandò alla corte di Palermo
-trentasette giovani francesi dotti o di nobil sangue. Si veggano le epistole
-di San Tommaso di Canterbury e dell’abate di Cluni alla regina reggente
-in Sicilia e al ministro di lei Riccardo Palmer, nel cui epitaffio mi pare
-compendiata la biografia degli avventurieri di cui trattiamo:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Anglia me genuit, instruxit Gallia, fovit</i></p>
-<p class="i01"><i>Trinacris.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note486">
-<p><span class="label"><a href="#tag486">486</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ibn-el-Athir, testo nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, pag. 278, Novairi
-nella stessa opera, pag. 448, e presso Gregorio, <i>Rerum Arabicarum</i>, pag. 26.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note487">
-<p><span class="label"><a href="#tag487">487</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ugo Falcando presso Caruso, <i>Bibl. Sicula</i>, pag. 406-407.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note488">
-<p><span class="label"><a href="#tag488">488</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma del 1193, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 1288. La voce
-<i>rua</i> o <i>ruga</i> di certo non prova l’origine francese della popolazione. Oltrechè
-Messina era essenzialmente greca, leggiamo quella voce in un diploma
-del Barbarossa, il quale prometteva ai Genovesi <i>rugam unam cum
-ecclesia, balneo, fundico et furno</i> in ogni città che lo impero fosse per
-acquistare nel regno di Sicilia. <i>Liber Jurium Reipub. Genuensis</i>, tomo I,
-pag. 207, diploma del giugno 1162.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note489">
-<p><span class="label"><a href="#tag489">489</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ravellus magister Amalphitanorum Messane</i>, è soscritto in un diploma
-greco del 6680 (1172), traduzione latina presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>,
-lib. II, cap. II, nota 32.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note490">
-<p><span class="label"><a href="#tag490">490</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma arabico del Monastero di Monreale dato il 1182, e traduzione
-latina presso Del Giudice, <i>Descrizione del Tempio.... di Morreale</i>,
-pag. 12, in fine della divisa di Summini.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note491">
-<p><span class="label"><a href="#tag491">491</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Michele da Piazza, presso Gregorio, <i>Biblioteca Aragonese</i>, tomo II,
-pag. 77. La quale notizia si riferisce al XIV secolo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note492">
-<p><span class="label"><a href="#tag492">492</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td><i>Acquaviva</i> (Caltanissetta).</td> <td><i>Acquaviva</i> (Molise [due] Terra di Bari, Ascoli).</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Altavilla</i> (Palermo).</td> <td><i>Altavilla</i> (Principato Ulteriore, id. Citeriore, Alessandria, Monferrato).</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Bivona</i> (Girgenti).</td> <td><i>Bibbona</i> (Pisa).</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Vicari</i> (Palermo).</td> <td><i>Biccari</i> (Capitanata).</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Briga</i> [S. Stefano di] (Messina).</td> <td><i>Briga</i> (Novara, Cuneo).</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Brolo</i> (Messina).</td> <td><i>Brolpasino</i> (Cremona). Si ricordi anco <i>Broglio</i>.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Burgio</i> (Girgenti).</td> <td><i>Borgio</i> (Genova).</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Cammarata</i> (Girgenti).</td> <td><i>Camerata</i> (Bergamo, Ancona).</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Caronia</i> (Messina).</td> <td><i>Corona</i> (Bergamo).</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Castania</i> (Messina).</td> <td><i>Castana</i> (Pavia); <i>Castano</i> (Milano).</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Chiaramonte</i> (Siracusa).</td> <td><i>Chiaramonti</i> (Sassari); <i>Chiaromonte</i> (Basilicata).</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Cinisi</i> (Palermo).</td> <td><i>Cinisello</i> (Milano).</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Corleone</i>, anticamente Coriglione, (Palermo).</td> <td><i>Coreglia</i> (Lucca, Genova); <i>Corigliano</i> (Calabria, Otranto).</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Gagliano</i> (Catania).</td> <td><i>Gagliano</i> (Abruzzo, Otranto).</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Geraci</i> (Palermo).</td> <td><i>Gerace</i> (Calabria).</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Gravina</i> (Catania).</td> <td><i>Gravina</i> (Bari).</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Gualtieri</i> (Messina).</td> <td><i>Gualtieri</i> (Reggio d’Emilia).</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Mirabella</i> (Catania).</td> <td><i>Mirabella</i> (Principato); <i>Mirabello</i> (Cremona, Pavia, Alessandria, Monferrato, Milano, Molise).</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Motta</i> [due] (Messina, Catania).</td> <td><i>Motta</i> (Calabria Ulteriore 1ª e 2ª, Cremona, Novara [due], Capitanata, Pavia, Milano) [due].</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Novara</i> (Messina).</td> <td><i>Novara</i> (Novara) [Piemonte].</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Palazzolo</i> (Noto).</td> <td><i>Palazzolo</i> (Terra di Lavoro, Milano, Brescia, Novara); <i>Palazzuolo</i> (Firenze).</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Paternò</i> (Catania).</td> <td><i>Paterno</i> (Principato, Calabria, Ancona). <i>Paderna</i> (Alessandria). <i>Padernello</i> (Brescia). <i>Paderno</i> (Como, Cremona, Brescia, Milano). <i>Paterno</i>, villa e chiesa presso Firenze.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Pettineo</i> (Messina).</td> <td><i>Pettinengo</i> (Novara).</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Piazza</i> (Caltanissetta).</td> <td><i>Piazza</i> (Massa e Carrara, Bergamo, Como). <i>Piazzatorre</i> (Bergamo). <i>Piazzo</i> (Torino, Bergamo [due]). <i>Piazzolo</i> (Bergamo).</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Sala</i> [Paruta] (Trapani). <i>Sala</i> [di Partinico] (Palermo). <i>Sala</i>, antico casale presso Sciacca.</td> <td><i>Sala</i> (Como, Parma, Novara, Bologna, Alessandria [due], Como, Principato).</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Sambuca</i> (Girgenti).</td> <td><i>Sambuco</i> (Firenze, Cuneo). <i>Sambughetto</i> (Novara).</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Saponara</i> (Messina).</td> <td><i>Saponara</i> (Basilicata).</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Scaletta</i> (Messina).</td> <td><i>Scaletta</i> (Cuneo).</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Scopello</i> [Tonnara di].</td> <td><i>Scopello</i> e <i>Scopa</i> (Novara).</td>
- </tr>
-</table>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note493">
-<p><span class="label"><a href="#tag493">493</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>. lib. I, cap. III, nota 46. Il
-Francese è di <i>Limeuil</i>, nel Dipartimento della Dordogne (<i>Limoliensis</i>). Ho
-detto bresciano un Herbertus Braosensis (<i>Bressensis</i>?).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note494">
-<p><span class="label"><a href="#tag494">494</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 771, 772. Tolceto era villa nel
-territorio dell’attuale comune di Nè, in provincia di Genova, come si
-vede dagli <i>Atti della Società Ligure di Storia patria</i>, vol. II, parte II,
-pag. 769. V’ha anco tra’ testimonii un Roberto di Sardevalle (o Surdavalle
-come si legge nel Malaterra, libro III, cap. XXX), il qual nome potrebbe
-tornare a Sordivolo in provincia di Novara. Guglielmo de Surdavalle è soscritto
-in un diploma del 1090, presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 248.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note495">
-<p><span class="label"><a href="#tag495">495</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 76.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note496">
-<p><span class="label"><a href="#tag496">496</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 266.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note497">
-<p><span class="label"><a href="#tag497">497</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. V, nota 3, pag. <span class="smcap lowercase">LI</span>, <span class="smcap lowercase">LII</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note498">
-<p><span class="label"><a href="#tag498">498</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I diplomi siciliani e napoletani del XII secolo e le Costituzioni di
-Federigo imperatore, provvedono severamente affinchè non solo i servi
-della gleba e i villani, ma anco i borghesi, non si partano dalla terra del
-signore.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note499">
-<p><span class="label"><a href="#tag499">499</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Merûsid-el-Ittila’</i>, testo, all’articolo <i>Ankabord</i>. Ma Edrisi, <i>Géographie</i>,
-trad, di Jaubert, vol. II, pag. 118, 120, 261, 262, ristringe i limiti dalla
-parte di mezzogiorno; e Abulfeda conosce già le divisioni politiche dell’Italia,
-<i>Géographie</i>, trad. di M. Reinaud, pag. 36, 37 ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note500">
-<p><span class="label"><a href="#tag500">500</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Muratori, <i>Rer. Ital. Script</i>., tom. IV, pag. 498.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note501">
-<p><span class="label"><a href="#tag501">501</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Eustathii Metropolitae Thessalonicensis, <i>De Capta Tessalonica</i>, edizione
-di Bonn, pag. 415. Eustazio scrive λαμῶαρδικοί e λογγιθάρδοι.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note502">
-<p><span class="label"><a href="#tag502">502</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pietro Diacono, presso Muratori, <i>Rerum, Italicarum Scriptores,</i>
-tom. IV, 518. Si vegga poi Costantino Porfirogenito, <i>De Themathibus</i>,
-p. 1462, e Muratori, <i>Annali d’Italia</i>, anno 1008.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note503">
-<p><span class="label"><a href="#tag503">503</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Caruso, <i>Bibl. Sic</i>., de’ primi a p. 419, 444, 450, e de’ secondi
-a’ luoghi citati qui appresso. Si vegga anco Romualdo Salernitano, presso
-Caruso, op. cit., pag. 868.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note504">
-<p><span class="label"><a href="#tag504">504</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. IV, nota 25. Il Gregorio
-non porta la data; ma la non può essere posteriore al 1153.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note505">
-<p><span class="label"><a href="#tag505">505</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Falcando e Romualdo Salernitano, presso Caruso, op. cit., pag. 440,
-442, 443, 868.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note506">
-<p><span class="label"><a href="#tag506">506</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Falcando, presso Caruso, op. cit., p. 448, 462, 480, 481.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note507">
-<p><span class="label"><a href="#tag507">507</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Deca I, libro I, cap. VI, e libro X, cap. I e II, per Aidone; e per
-San Fratello, Deca I, libro IX, cap. IV, dove si legge <i>et Longobardorum, ut
-ex incolarum idiomate colligitur, oppidum</i>. E ciò conferma l’Amico, nel
-<i>Dizionario topografico</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note508">
-<p><span class="label"><a href="#tag508">508</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 582, 588.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note509">
-<p><span class="label"><a href="#tag509">509</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma dell’imperator Federigo, dato di Cremona il 20 febbraio 1248,
-(<i>Historia Diplomatica Friderici II</i>, tom. VI, p. 695) dal quale si vede che
-Corleone era stata conceduta molto innanzi a’ lombardi Oddone e Bonifacio
-de Camerano, e Scopello anche prima di Corleone.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note510">
-<p><span class="label"><a href="#tag510">510</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questa opinione del dottissimo Tedoro Wüstenfeld, è sostenuta
-dal fatto che il nome di <i>Scopello</i>, non arabico al certo nè greco, si trova
-nella provincia di Novara in Piemonte e comparisce in Sicilia allo scorcio
-dell’XI secolo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note511">
-<p><span class="label"><a href="#tag511">511</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ho citate le sorgenti nella mia <i>Storia del Vespro Siciliano</i>, cap. II,
-edizione del 1866, vol. I. p. 18, 22.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note512">
-<p><span class="label"><a href="#tag512">512</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Continuazione di Saba Malaspina, presso Gregorio, <i>Biblioteca Aragonese</i>,
-tomo II, pag. 356.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note513">
-<p><span class="label"><a href="#tag513">513</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Op. cit., p. 358.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note514">
-<p><span class="label"><a href="#tag514">514</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pag. 196 segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note515">
-<p><span class="label"><a href="#tag515">515</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veggasi il cap. VI di questo Libro, p. 156 del volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note516">
-<p><span class="label"><a href="#tag516">516</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga l’albero genealogico pubblicato dal De’ Simoni, nella <i>Nuova
-Antologia</i> di Firenze, settembre 1866. Un Oddone Bono, <i>marchese</i>, è segnato
-tra’ testimoni nel citato diploma del 1095, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>,
-p. 76; e Bono, marchese, feudatario nelle vicinanze di Corleone, è
-nominato nello stesso diploma. Probabilmente un Oddone de’ marchesi di
-casa aleramica, soprannominato il Buono.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note517">
-<p><span class="label"><a href="#tag517">517</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si scorge da’ diplomi del 1094, 1114 e 1136, presso Pirro, <i>Sicilia
-Sacra</i>, p. 75. 1177 e 1156, e del 1113, presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>,
-libro I, cap. V, nota 20.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note518">
-<p><span class="label"><a href="#tag518">518</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Alessandro Abate di Telese, Libro II e III, presso Caruso, <i>Bibl.
-Sic.</i>, p. 266, 293.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note519">
-<p><span class="label"><a href="#tag519">519</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Alessandro Abate di Telese, loc. cit. Falcando, presso Caruso, op.
-cit., p. 413, 417, 418. Si vegga anche un diploma di questo conte Simone,
-dato il 1147, nel quale sono testimonii due di Piazza, presso Lünig, <i>Cod.
-Ital. Dipl</i>., tomo II, pag. 1639.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note520">
-<p><span class="label"><a href="#tag520">520</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pagina 223.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note521">
-<p><span class="label"><a href="#tag521">521</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Bonifazio d’Incisa, cugino carnale di Arrigo e di Adelaide contessa
-di Sicilia, come si scorge dall’albero aleramide pubblicato dal De’ Simoni,
-<i>Nuova Antologia</i>, settembre 1866; e Arrigo d’Incisa nominato il 1186,
-presso Moriondi, <i>Monumenta Aquensia</i>, vol. II, p. 348. Arrigo d’Incisa
-combattente nella battaglia di Ponza, secondo Speciale citato da me nel <i>Vespro
-Siciliano</i>, cap. XVIII, tomo II, p. 160 dell’edizione 1866. Giovanni ed
-Aloisio d’Incisa, feudatarii al principio del XIV secolo, presso Gregorio,
-<i>Biblioteca Aragonese</i>, tomo II, pag. 468; e Simone d’Incisa nominato in
-documenti del 1309, 1317, 1319, nel Tabulario della Cappella Palatina
-di Palermo, pag. 97, 103, 109, 113.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note522">
-<p><span class="label"><a href="#tag522">522</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Un diploma del 1157, presso De Meo, <i>Annali del Regno di Napoli</i>,
-sotto quell’anno, è dato da “<i>Albertus, Dei et Regis gratia Comes de Gravina,
-filius et heres Bonifacii, marchionis</i>“. Debbo al dottissimo Teodoro
-Wüstenfeld, lodato di sopra, questa ed altre citazioni fatte sugli Aleramidi
-e molte altre che tralascio, come non necessarie al mio argomento.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note523">
-<p><span class="label"><a href="#tag523">523</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si confronti ciò ch’egli dice di Nicosia e di Aidone e San Fratello
-ne’ luoghi citati di sopra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note524">
-<p><span class="label"><a href="#tag524">524</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Catania 1857, in 8º. Si vegga la Prefazione, p. 47 e seg., e i canti
-di San Fratello e Piazza, p. 332 seg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note525">
-<p><span class="label"><a href="#tag525">525</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lettera indirizzatami dal professore Angelo De Gubernatis, pubblicata
-nel <i>Politecnico</i> di Milano, giugno 1867, pag. 609, segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note526">
-<p><span class="label"><a href="#tag526">526</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Secondo i quadri delle entrate e spese de’ Comuni italiani nel 1858,
-pubblicati il 1863 nella Rivista dei Comuni, Caltagirone possedea, tra fitti di
-terre e canoni, con una popolazione di
-</p>
-
-<table class="data" summary="">
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td class="num">24,417</td> <td>anime,</td> <td class="center">L.</td> <td class="num">313,558</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Palermo</td> <td class="num">194,463</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td> <td class="num">236,215</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Messina</td> <td class="num">103,324</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td> <td class="num">95,609</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Catania</td> <td class="num">68,810</td> <td class="center">»</td> <td class="center">»</td> <td class="num">38,523</td>
- </tr>
-</table>
-
-<p>
-Notisi esser compresi in cotesti patrimonii i beni urbani, che sono molto
-maggiori nelle grandi città che nelle piccole, e che non risalgono di certo
-all’XI e XII secolo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note527">
-<p><span class="label"><a href="#tag527">527</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Un diploma di Guglielmo I, dato il 1 maggio 1160, attesta che i
-fedeli uomini di Calatagerun avessero comperate dal re Ruggiero e da
-Guglielmo stesso, le terre dette di Fatanasino e di Iudica per 40,000 tarì
-di Sicilia, Pergamena del Municipio di Caltagirone, della quale io ho una copia.
-È citato anco ne’ ricordi municipali un diploma del 1 settembre 1143,
-il quale, da quanto ne so, or è perduto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note528">
-<p><span class="label"><a href="#tag528">528</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Secondo i quadri ch’io ho testè citati, vien dopo Caltagirone e Palermo,
-la città di Mistretta, con una popolazione di 10,638, ed un patrimonio
-territoriale di L. 102,926, e immediatamente dopo Messina, occorre
-Nicosia, popolazione 14,731, e patrimonio L. 89,783.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note529">
-<p><span class="label"><a href="#tag529">529</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Fazzello, Deca I, libro X, cap. 2; Amico, <i>Dizionario topografico
-della Sicilia</i>, alla voce Caltagirone; Aprile, <i>Cronologia universale della Sicilia</i>
-p. 64 seg., 91 seg. A rincalzare la tradizione, era citato un diploma
-che non si ritrova, e una lapide del campanile di San Giorgio, che più non
-esiste.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note530">
-<p><span class="label"><a href="#tag530">530</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il cap. VI di questo libro, p. 153 del volume, nota 1. Debbo
-le notizie locali, le copie e fac-simile del diploma del 1160, e d’un altro
-del 1201 e quella della <i>Cronica di Camopetro</i>, al signor avv. La Rosa di
-Caltagirone, che mandolle nel 1847 in Parigi al barone Friddani, il quale
-le avea richieste per me.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note531">
-<p><span class="label"><a href="#tag531">531</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Testo, nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, p. 55, e presso Gregorio, <i>Rerum
-Arabicarum</i>, p. 120.
-</p>
-
-<p>
-Una montagna che sta di faccia a Caltagirone a tre o quattro miglia,
-si chiama tuttora <i>Cansaria</i> e l’è nominata Ganzaria, Chanzaria, e Cancheria,
-ne’ diplomi dal XIII al XV secolo. Lo scambio di <i>Hisn</i> in <i>Kala’t</i> non
-fa specie. La seconda parte del nome topografico, <i>gerun</i>, come la si legge
-nel diploma del 1160, senza la declinazione latina, esclude com’e’ parmi
-l’etimologia di <i>girone</i> o altro vocabolo nostrale, e porta piuttosto a credere
-che i coloni italiani venuti a porsi presso la Kala’t-el-Khinzarla, abbiano
-mantenuto il nome arabico di qualche antico castello, ritrovo de’ <i>ginn</i> (demonii)
-mutando la <i>n</i> in <i>r</i>. Può darsi anco che gli Arabi a lor volta, avessero
-trasformato in quel vocabolo qualche derivato di Gela, come Gelonum
-(castrum). Gela sorgea, com’e’ pare, a poche miglia di distanza.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note532">
-<p><span class="label"><a href="#tag532">532</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, p. 618 e 622, dove è stampato: <i>Ecclesias Calatageronis
-et quae sunt in territorio ejusdem cum pertinentiis suis.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note533">
-<p><span class="label"><a href="#tag533">533</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L’Inveges, nella <i>Carthago Sicula</i>, non ne dà notizie degne di fede.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note534">
-<p><span class="label"><a href="#tag534">534</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veggano i diplomi del 1094 e 1095, citati poc’anzi a p. 221.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note535">
-<p><span class="label"><a href="#tag535">535</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga la nota a p. 220.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note536">
-<p><span class="label"><a href="#tag536">536</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Falcando, presso Caruso, <i>Bibl. Sicula</i>, p. 423 seg. infino a 442.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note537">
-<p><span class="label"><a href="#tag537">537</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Falcando, op. cit., p. 415, dice de’ Baresi frequenti in Palermo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note538">
-<p><span class="label"><a href="#tag538">538</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Considerazioni</i>, libro II, cap. vij, p. 165. Il professor Diego Orlando
-nell’opera intitolata <i>Il Feudalismo in Sicilia</i>, Palermo, 1847, in-8, cap. XIV,
-nota 43, pag. 282, ha dimostrato questo errore del Gregorio con alcune
-delle autorità ch’io verrò citando.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note539">
-<p><span class="label"><a href="#tag539">539</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veggano in questo stesso libro i cap. II, III, VI, p. 69, 74, 95,
-100, 153, del presente volume, e soprattutto le narrazioni di Amato, citate
-nel nostro, cap. IV, pag. 119, 120, 121, 129, 132.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note540">
-<p><span class="label"><a href="#tag540">540</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Una legge attribuita a Guglielmo, Libro III, titolo xxxiv (<i>Historia
-Diplomatica Friderici II</i>, tomo IV, p. 142), prescrive che gli schiavi
-(<i>servos et ancillas</i>) fuggitivi fossero resi ai padroni loro o consegnati al
-bajulo; e un’altra di Federigo, libro III, titolo xxxvj, p. 143, li chiama
-<i>mancipia</i>, spiegando più particolarmente il detto provvedimento. Per una
-legge delle <i>Assisae</i>, nello stesso volume, p. 227, è vietato tra le altre cose
-che alcun giudeo o pagano (cioè musulmano), comperi <i>servum christianum</i>,
-o lo tenga sotto qualsivoglia pretesto. Si veggano anche i <i>Fragmenta juris
-siculi</i>, pubblicati dal Merkel, <i>Commentatio</i>, Halis, 1856, pag. 18, 20, 34.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note541">
-<p><span class="label"><a href="#tag541">541</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma inedito della Chiesa di Catania.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note542">
-<p><span class="label"><a href="#tag542">542</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il testo greco di questo diploma, serbato oggi nello Archivio regio
-di Palermo, è stato pubblicato dal sig. Spata, <i>Pergamene</i>, p. 215 seg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note543">
-<p><span class="label"><a href="#tag543">543</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, p. 976 e 1008.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note544">
-<p><span class="label"><a href="#tag544">544</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma del 1114, presso Pirro, op. cit., p. 1004.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note545">
-<p><span class="label"><a href="#tag545">545</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Regii Neapolitani Archivii Monumenta</i>, volume V, nº 497 e 510,
-p. 249, 278, i quali si leggono anco nella vita di S. Brunone, Acta Sanctorum,
-tomo III di ottobre, come abbiamo accennato nel cap. VII del presente
-libro, p. 487, nota 2 di questo volume.
-</p>
-
-<p>
-Gli editori laici di Napoli non mettono in forse l’autenticità di cotesti
-diplomi; gli ecclesiastici di Anversa la sostengono con gran calore; ed io
-non avendo sotto gli occhi quelle scritture, non posso, così senz’altro esame,
-dichiararle false. Pure ho gravi sospetti. Il fatto principale è un sogno miracoloso,
-raccontato con troppi particolari; e lo scioglimento del nodo, una
-larghissima donazione al monastero di San Brunone. Oltre a ciò il primo
-di cotesti diplomi dà il titolo del conte Ruggiero con formole insolite, e
-il secondo è dato di giugno, Xª indizione 1102, in Mileto “nella camera
-dove giaceva infermo il conte,” quando si sa ch’egli era morto il 22 giugno
-IX indizione 1101. Quella stessa qualità mista di <i>servi</i> e <i>villani</i>, della
-quale non si conosce altro esempio, accresce i dubbii.
-</p>
-
-<p>
-In ogni modo, i diplomi se non falsi, sono di certo anomali, scritti da
-cappellani del conte fuor dagli usi cancellereschi e non fanno grande autorità
-in una quistione di Dritto pubblico.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note546">
-<p><span class="label"><a href="#tag546">546</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Falcando, presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, pag. 458.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note547">
-<p><span class="label"><a href="#tag547">547</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma arabico, inedito e senza data, della Chiesa di Cefalù. Facendovisi
-menzione dei <i>dinâr</i> di Abd-el-Mumen e dei <i>roba’i</i> ducali di Sicilia,
-par che torni alla metà del XII secolo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note548">
-<p><span class="label"><a href="#tag548">548</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il cap. IV di questo libro, p. 107, del volume, intorno i
-prigioni di Bugamo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note549">
-<p><span class="label"><a href="#tag549">549</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, p. 771.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note550">
-<p><span class="label"><a href="#tag550">550</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Morso, <i>Palermo Antico</i>, documento nº VI, p. 344, diploma della
-prima metà del XII secolo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note551">
-<p><span class="label"><a href="#tag551">551</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Constitutiones Regni</i> ec., libro III, titolo ij, iij, p. 162, 163, e più
-esplicitamente nelle <i>Assisae</i>, stesso volume, p. 232, <i>Rescriptum pro Clericis</i>.
-Era vietato in generale ai vescovi di ordinare sacerdoti de’ <i>villani</i>, senza
-permesso dei Signore; ma si spiegava così, che il divieto fosse assoluto
-(tolto il caso di estremo bisogno) pei villani obbligati a servire, <i>intuitu
-personæ, ut sunt adscriptitii et servi glebæ et alii hujusmodi</i>, ma che i vincolati
-<i>respectu tenimentorum vel aliquorum beneficiorum</i>, poteano rinunziare
-a que’ beni e farsi chierici.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note552">
-<p><span class="label"><a href="#tag552">552</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diplomi presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>: del 1091, p. 521, del 1093,
-p. 695, del 1094, p. 771, del 1134, p. 976, oltre quelli citati di sopra e
-moltissimi altri. In uno del 1083, a p. 1016, si legge <i>villicos</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note553">
-<p><span class="label"><a href="#tag553">553</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diplomi, ne’ <i>Regii Neapolitani Archivii Monumenta</i>, tomo V: del
-1087, p. 117; del 1092, p. 140; del 1126, p. 521 ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note554">
-<p><span class="label"><a href="#tag554">554</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diplomi greci dell’archivio di Palermo, pubblicati dal sig. Spata, <i>Pergamene</i>,
-ec.: del 1101, p. 192; del 1112, p. 234; del 1116, p. 242; del 1136,
-p. 265; diploma del 1143, nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo,
-p. 14; e un altro arabo-greco del Monistero di Morreale, inedito, dato
-il 1151. La stessa voce occorre in parecchi diplomi greci del Napoletano,
-pubblicati dal Trinchera, <i>Syllabus</i>, ec. del 1130, a p. 139; del 1154, a p. 199,
-del 1165, a p. 219, risguardanti alcuni monasteri di Calabria.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note555">
-<p><span class="label"><a href="#tag555">555</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diplomi arabi inediti del 1145 (Chiesa di Morreale); 1177? (Chiesa
-della Magione in Palermo); 1178 e 1183 (Chiesa di Morreale).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note556">
-<p><span class="label"><a href="#tag556">556</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diplomi greci, presso Spata, <i>Pergamene</i>, ec., del 1099, rinnovato il
-1114, p. 237; del 1101, p. 192; del 1116, p. 242; del 1123, p. 409. Occorre
-anco lo stesso nome generico in un diploma greco del 1098, pubblicato
-dal Buscemi, nella <i>Biblioteca Sacra</i>, vol. I, Palermo, 1832, in 8º, p. 212, la
-cui traduzione latina si ha dal Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, p. 293; e nel diploma
-arabo-greco del 1151, citato nella pag. prec., nota 4. E similmente nei diplomi
-greci del Napoletano, per esempio uno del 1145, presso Trinchera,
-<i>Syllabus</i>, p. 182, ed un altro dello stesso XII secolo, op. cit., p. 557. Non
-occorre citare i diplomi latini.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note557">
-<p><span class="label"><a href="#tag557">557</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma greco-arabico inedito, del 1095, appartenente alla Chiesa
-di Catania, nel quale il ruolo dell’<i>Ahl-Liagi</i> (gente di Aci), è tradotto
-Πλάτια τῶν αγαρηνῶν τοῦ Γιάκιου (Ruolo degli agareni di Aci); ed un altro
-anche greco-arabico della medesima data, appartenente alla Chiesa di Palermo
-e contenente una donazione di uomini, buoi e terre, fattale dal
-conte Ruggiero, dove al vocabolo αγαρήνοι risponde anco l’arabico <i>rigiâl</i>,
-ed in una spedizione latina, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, p. 76, il vocabolo
-<i>villani</i>. Il nome <i>agareni</i> occorre in molti diplomi latini.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note558">
-<p><span class="label"><a href="#tag558">558</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veggano le rubriche de’ diplomi del 1143 e 1149, presso Mortillaro,
-<i>Tabulario della Cattedrale di Palermo</i>, p. 23 e 30. Occorre tal voce sovente
-nei diplomi greci del Napoletano, pubblicati dal Trinchera, <i>Syllabus</i>: del
-1136, p. 155 (relativo alla Sicilia); del 1145, p. 182, con la variante υελλάνοι;
-del 1188, p. 297 idem; ed un altro senza data, ma del XII secolo anch’esso,
-con lo errore υιλλάνη. Veggasi anche Ducange, <i>Glossario greco</i>, il quale
-alla voce Βελλάνος cita un diploma del conte Ruggiero.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note559">
-<p><span class="label"><a href="#tag559">559</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Trinchera, <i>Syllabus</i>, p. 557, nº XVI dell’appendice.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note560">
-<p><span class="label"><a href="#tag560">560</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diplomi arabici del 1150 e 1154, appartenenti alla cattedrale di Palermo,
-dei quali ho avuta copia dal professor Cusa, e il secondo fu pubblicato
-mediocremente dal Gregorio, <i>De Supputandis</i>, ec., p. 34 seg. e dal
-Caruso, nella <i>Biblioteca Sacra</i>, vol. II, Palermo, 1834, p. 46. Diploma arabico
-del 1169, appartenente alla stessa cattedrale di Palermo, del quale
-ho copia per cortesia del lodato prof. Cusa. In quest’ultima copia veggo la
-lezione <i>Kh.. r.. sc</i> in luogo di <i>H.. r.. sc</i> (lettere 7, 10, 13, in luogo delle 6, 10,
-13, dell’alfabeto arabico). Non par verosimile che fosse stata adoperata
-una traduzione della voce <i>rusticus</i> (<i>heresc</i> significherebbe ruvidezza). Chi
-voglia vedere le conghietture del Gregorio e del Tychsen su questa e su
-la voce <i>mils</i> o <i>mels</i> del medesimo diploma, legga la nota a alla pag. 36 del
-<i>De supputandis</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note561">
-<p><span class="label"><a href="#tag561">561</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma latino del duca Ruggiero figlio di Roberto, dato di agosto
-1086, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, p. 74, 75; Diploma del vescovo di
-Catania, dato di settembre 1114, il quale rilasciava al monastero di Santa
-Maria in Josaphat di Paternò la decima sopra i <i>rustici Saraceni</i>, donati a
-quello dal conte Arrigo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note562">
-<p><span class="label"><a href="#tag562">562</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ducange, <i>Gloss. lat.</i>: Rustici, Coloni, Glebæ adscriptitii ec., Rustis.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note563">
-<p><span class="label"><a href="#tag563">563</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Secondo la Costituzione, libro III, titolo 60, era vietato di far giudice
-o notaio <i>qui vilis conditionis sit, villanus aut angarius forsitan, filii
-clericorum spurii, aut modo quolibet naturales</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note564">
-<p><span class="label"><a href="#tag564">564</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Considerazioni</i>, libro II, cap. vij, p. 168. Più evidentemente dimostrasi
-il significato generico della voce <i>rustico</i> nelle Assise del regno
-di Sicilia, pubblicate dal Merkel, Halis, 1856; dove a pag. 17, titolo III, si
-raccomanda a tutti i signori di usare umanamente co’ loro soggetti: <i>cives,
-burgenses, rusticos, sive cujuscumque professionis homines</i>; e non si fa
-motto di villani, angarii ec. Contro il suo solito, il Gregorio non cita alcun
-diploma in questa delicata investigazione; contentandosi di porre in nota
-parecchi luoghi delle Costituzioni, dove occorrono i vocaboli <i>rustico</i> e <i>villano</i>,
-nei quali luoghi ei credette ritrovare «le classi tutte in cui fu
-distribuita la nazione siciliana e quale differenza tra esse passasse».
-(<i>Considerazioni</i>, vol. II, p. 70. Nota 8 del cap. vij.)
-</p>
-
-<p>
-Ma le Costituzioni, in primo luogo, promulgate in Melfi il 1231, non
-furono dettate esclusivamente per la Sicilia. Sendo comuni a tutte le province
-che ubbidivano a Federigo nell’Italia meridionale, ricordano varie
-denominazioni di classi inferiori che usavansi qua e là in luoghi usciti,
-qualche secolo o due secoli innanzi, da dominazioni molto diverse.
-</p>
-
-<p>
-In secondo luogo, le Costituzioni non sono mica un codice sistematico
-e compiuto, nel quale tutti i diritti si trovino esposti in bell’ordine; ma
-bensì una raccolta di alcune leggi; confusa raccolta di leggi, di principi
-diversi, e tempi diversi dello stesso principe. Non vi sì può dunque supporre
-<i>a priori</i>, nè in fatto vi si nota, una tale precisione di linguaggio che
-le stesse cose sieno sempre designate con gli stessi vocaboli.
-</p>
-
-<p>
-Or questo appunto presuppose il Gregorio, quand’ei conchiuse che in
-Sicilia i rustici fossero diversi dai villani; perchè gli uni erano nominati
-nelle leggi, libro I, titoli x, xxxiij; II, titolo iij; III, titolo xiiij e gli altri
-nelle leggi lib. II, xxxij; III, titoli ij, vj. Nè egli considerò che il titolo xxxij
-del libro II rassegnava per vero ogni classe di persone; onde se vi mancano
-i <i>rustici</i>, son da tenere designati dalle altre classi che vi si leggono,
-cioè <i>angarii</i> e <i>villani</i>; o, per dir meglio, che <i>rustici</i> significasse genericamente
-i villani, gli ascrittizii e i servi della gleba, più particolarmente
-nominati nei titoli ij e iij dello stesso lib. II. In vero non poteano essere
-trascurati i villani nella legge contro l’asportazione delle armi, lib. I, titolo
-x; nè i rustici trascurati nel novero delle classi ammesse alle testimonianze
-contro baroni, ovvero escluse, lib. II, titolo xxxij; oppure dimenticati
-nella legge che ammettea i villani alla successione ne’ beni tenuti in
-demanio, lib. II, titolo x.
-</p>
-
-<p>
-Nè regge l’altro ragionamento dell’illustre pubblicista siciliano, che
-i rustici fossero diversi da’ villani, perchè le costituzioni stabilivano una
-<i>composizione</i>, come diceasi nelle leggi barbariche, per gli uni e non per gli
-altri: onde gli tornava che i villani non avessero persona, giuridicamente
-parlando. Perocchè <i>composizione</i> era il prezzo del sangue, maggiore secondo
-il grado, e favoriva quindi gli uomini in ragion diretta della altezza
-del grado loro; ma di ciò non tratta alcuna delle Costituzioni di Federigo.
-Queste al contrario ammettono la gradazione delle persone per aggravare
-la pena secondo l’altezza: onde il borghese dovea pagare più che il rustico,
-il milite più che il borghese, il barone che il milite, e il conte che il
-barone. La ragione stessa è seguita nel fissare la taglia per la cattura dei
-fuorusciti; dove sono nominati i rustici e non i villani: nè può presumersi
-che il legislatore abbia voluto assicurare l’impunità a’ banditi servi della
-gleba, sopprimendo la taglia per loro.
-</p>
-
-<p>
-Io non so poi dove il Gregorio abbia letto che le testimonianze de’ villani
-fossero ammesse contro rustici e borghesi. La costituzione ch’egli
-cita non ne fa menzione, nè allude a questo; nè alcun’aura io ne trovo che
-prevegga il caso; ond’è probabile sia corso qualche errore di stampa, sia
-nel testo del Gregorio, sia nella nota.
-</p>
-
-<p>
-Finalmente è da considerare che il Gregorio stesso, ponendo i rustici
-in condizione diversa dai villani, non era ben certo in che differissero
-dai borghesi; e, per dir pure qualcosa, proponeva il supposto che il medesimo
-ordine sociale si chiamasse dei borghesi nelle città e de’ rustici
-nelle campagne. Distinzione al tutto arbitraria; la quale in ogni modo
-non proverebbe la esistenza d’una classe di mezzo tra i borghesi e i villani.
-</p>
-
-<p>
-Il professor Diego Orlando, fin dal 1847, dimostrava l’errore del Gregorio
-col mero confronto delle Costituzioni, nell’opera intitolata <i>Il Feudalismo
-in Sicilia</i>, Palermo, in-8, cap. XIV, nota 32, pag. 275.
-</p>
-
-<p>
-Non tacerò che in due diplomi dello Archivio di Napoli, la voce <i>rustico</i>
-sembra perfetto sinonimo di <i>borghese</i>. Si leggono entrambi nel quinto volume
-dei <i>Regii Neapolitani Archivii monumenta</i>, (Napoli, 1857) sotto i numeri
-477 e 494, pag. 203 e 245. Nel primo de’ quali, dato del 1091, si vieta
-di molestare il monastero di San Brunone presso Stilo, a chiunque, stratigoto
-o vicecomite, <i>rusticus aut miles, servus aut liber</i>: e nell’altro dato
-il 1098, accennando a certi richiami dei <i>Veterani Squillacenses</i> relativamente
-ai limiti del territorio conceduto a San Brunone, si conchiude che
-vedendo, <i>rusticorum causam contra fratres nil juris obtinere</i>, è data la decisione
-a favor del monastero. Ma questo solo esempio non varrebbe contro
-il ritratto delle Costituzioni. Quand’anco non cadessero su i primi documenti
-del monastero di San Brunone que’ gravi dubbi che abbiamo notati
-di sopra, si potrebbe supporre idiotismo locale quel significato della
-voce rustici, ovvero neologismo del cappellano del conte Ruggiero, uomo
-probabilmente straniero, che scrisse i diplomi, se autentici; o del monaco,
-anch’egli straniero, che li fabbricò dopo, se falsi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note565">
-<p><span class="label"><a href="#tag565">565</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. vij, pag. 167. Si veggano in
-Ducange, <i>Glossar. lat.</i>, le voci Angaralis, Angarea, Angariae, Angariales,
-Angariarius, Angarii.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note566">
-<p><span class="label"><a href="#tag566">566</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gli Angarii citati nelle <i>Costituzioni</i>, lib. II, titolo xxxij; III, x, ix;
-sono ragguagliati a’ villani. Ne’ diplomi napoletani si dice di angaria dovuta
-da villani (Trinchera, <i>Syllabus</i>, pag. 300, 334, 558, 559, dipl. 1188,
-1198.) E nei siciliani si veggon chiese e monasteri liberati da prestazioni
-ed angarie (Spata, <i>Pergamene greche</i>, dipl. 1117, pag. 247; dipl. 1171,
-pag. 273, 275); ma non comparisce in Sicilia alcuna classe denominata <i>angarii</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note567">
-<p><span class="label"><a href="#tag567">567</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il lib. IV, cap. xj, pag. 398, 399 del secondo volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note568">
-<p><span class="label"><a href="#tag568">568</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dei tre primi diplomi ho le copie mandatemi dal prof. Cusa; ed uno
-fu pubblicato, in parte e male, dal Gregorio, <i>De supputandis</i>, ec., pag. 34. Il
-quarto è stato stampato da M. Des Vergers, con traduzione francese e comento,
-nel <i>Journal Asiatique</i>, ottobre 1845, pag. 313 segg.; ed io ne detti
-una versione nell’<i>Archivio Storico Italiano</i>, tomo IV, appendice, pag. 49
-segg. L’eruditissimo editore sbagliò supponendo <i>ascrittizii</i> gli uomini di
-cui si tratta; e sbagliai anch’io seguendolo in questa interpretazione e
-nella lezione <i>Mils</i> in luogo di <i>Maks.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note569">
-<p><span class="label"><a href="#tag569">569</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Oltre la spiegazione che troviamo nel <i>Kamûs</i>, tradotta in parte nel
-Dizionario di Freytag, il significato della voce <i>Maks</i> si scorge nei seguenti
-testi arabi: <i>The Travels of Ibn-Jubair</i>, ediz. Wright, pag. 52, 53, 66;
-<i>Ibn-el-Athiri, Chronicon</i>, ediz. Tornberg, tomo XII, anno 604, pag. 183;
-<i>Annales Regum Mauritaniæ</i>, ediz. Tornberg, pag. 88; Makrizi, <i>Mewâ’is</i>,
-ediz. di Bulâk, tomo II, pag. 121; Abu-l-Mehâsin, <i>Annales</i>, ediz. <i>Juynboll</i>,
-tomo II, pag. 286. Si vegga anche Sacy, <i>Memoires sur le droit de proprieté
-en Egypte</i>, nelle <i>Mémoires de l’Académie des Inscriptions</i>, tomo V,
-pag. 64; lo stesso, <i>Chrèstomathie Arabe</i>, 2ª ediz., tomo I, pag. 172; tomo II,
-pag. 60, 84, 168; e Quatremère, <i>Sultans Mamlouks</i>, di Makrizi, tomo II,
-parte ij, pag. 97. In cotesti passi <i>Maks</i> talvolta significa contribuzioni
-indirette.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note570">
-<p><span class="label"><a href="#tag570">570</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veggano quelle diverse voci nel Ducange,<i> Gloss. latino</i>. Molti esempii
-forniscono di questa classe di uomini, i diplomi latini e greci del Napoletano;
-quelli, per esempio, degli anni 932, 975, 1054, 1080, 1082, 1096, nei
-<i>Regii Neapolitani Archivii Monumenta</i>, tomo I, pag. 63, 239; tomo V, pag. 8,
-97, 114, 165; e presso Trinchera, <i>Syllabus</i>, diplomi del 1097, 1145, 11...
-pag. 81, 182 segg. 559, <i>et passim</i>. Gli stessi provvedimenti delle Costituzioni
-che richiamavano i fuggitivi dalle terre del demanio, e il citato diploma
-di Morreale del 1183, confermano la frequentissima fuga dei villani
-che andavano a stanziare, da commendati, in altri luoghi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note571">
-<p><span class="label"><a href="#tag571">571</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sono sì frequenti coteste concessioni de’ villani co’ beni loro, che
-non occorrerebbe quasi di citarne i testi. Per accennarne alcuno, noterò
-i diplomi greci del 1098, da Buscemi, nella <i>Biblioteca Sacra</i>, vol. I, Palermo,
-1832, pag. 212; del 1101, 1112 e 1146, presso Spata, <i>Pergamene</i>, ec.
-pag. 192, 234, 242; del 1143, nel <i>Tabulario</i> della cappella Palatina di Palermo,
-pag. 14; del 1136, presso Trinchera, <i>Syllabus</i>, pag. 155; la traduzione
-latina d’un diploma greco del 1096, presso Pirro,<i> Sicilia Sacra</i>,
-pag. 382, per lo quale il conte Ruggiero donava, con molti altri beni, al
-novello vescovo di Messina: <i>in Oliverio villanos centum et terras et tenimenta
-quæ ibi habitantes prius tenebant</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note572">
-<p><span class="label"><a href="#tag572">572</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma arabico-greco, inedito, del 20 febbraio 1095, appartenente
-alla chiesa di Catania, il quale contiene la platea dei villani di Aci.
-Si vegga anche in Trinchera, <i>Syllabus</i>, pag. 182, segg. il diploma, che
-contiene la dotazione del vescovado di Squillaci. Il conte Ruggiero concedea
-al vescovo tra le altre cose, di ricettare ne’ suoi poderi de’ villani
-estranei “purchè non fossero ne’ privilegi di lui, nè de’ suoi baroni.”</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note573">
-<p><span class="label"><a href="#tag573">573</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma del 1095, due del 1144 e due del 1145; tutti arabo-greci
-appartenenti alle chiese di Catania e di Morreale e all’Archivio regio di
-Palermo, citati di sopra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note574">
-<p><span class="label"><a href="#tag574">574</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga la pagina 244, e si confronti il tit. III, lib. vij, delle Costituzioni
-ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note575">
-<p><span class="label"><a href="#tag575">575</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il Gregorio pubblicò, <i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. vij, nota 4, l’atto
-di riconoscimento di un villano di Collesano in data del 1279, scritto in
-latino. Uno simile ed assai più importante, scritto in arabico e com’io
-credo nel 1177 (v’ha l’<i>’alama</i> di Guglielmo il Buono e il riscontro del mese
-di Rebi 1º con agosto, perciò un de’ tre anni 1177-8-9) si conserva nel
-reale Archivio di Palermo. I figli di Musa Santagat, da Menzil Jusuf (Mezzojuso)
-confessano sè essere <i>uomini di Gerâid</i> dell’abate Tabat, e promettono
-di star sempre nella obbedienza della chiesa; e l’Abate loro perdona,
-pone sopr’essi la <i>gezia</i> di trenta <i>rob’ai</i> all’anno e il canone di 20
-<i>Modd</i> di grano e 10 di orzo. Essi infine pregano l’Abate di permettere che
-soggiornino dovunque loro aggradi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note576">
-<p><span class="label"><a href="#tag576">576</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Abbiamo dimostrato poco fa, pag. 239, che si debba anco intendere
-de’ villani ciò che il Gregorio dice de’ rustici.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note577">
-<p><span class="label"><a href="#tag577">577</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Costituzioni</i>, lib. III, tit. X. Cf Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. II,
-cap. vij, pag. 167.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note578">
-<p><span class="label"><a href="#tag578">578</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. vj, pag. 140, 141, 142, e cap. vij,
-pag. 166-167.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note579">
-<p><span class="label"><a href="#tag579">579</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Un diploma del conte Ruggiero, dato, com’e’ pare, del 12 febbraio
-1095, e scritto in greco, se non che i nomi degli uomini (<i>rigiâi</i>) sono in
-arabico, concedeva alla chiesa di Palermo settantacinque <i>agareni,</i> undici
-buoi, e dei poderi ne’ territori di Giato, Corleone e Limona; dovendo gli
-Agareni pagare alla chiesa, per<i> doma</i>, in inverno 750 tarì e altrettanti in
-agosto, con 150, <i>mudd</i> di frumento e 150 d’orzo. Ogni villano così dava in
-ogni anno 20 tarì, due salme di frumento e due d’orzo e nulla più. Si avverta
-che la spedizione latina del medesimo diploma presso Pirro, <i>Sicilia
-Sacra</i>, pag. 76, non contiene i particolari delle prestazioni. Una pessima
-traduzione latina del testo greco, si legge presso il Mongitore, <i>Bullae</i>, ec.
-<i>Panormitanæ Ecclesiæ</i>, pag. 13, opera del gesuita Giustiniani da Scio, il
-quale, tra le altre cose, tradusse <i>laudemium</i> la frase λογοῦ δόματος.
-Pieno anco di errori il testo pubblicato dal Mortillaro, nel <i>Tabulario della
-cattedrale di Palermo</i>, pag. 8 segg.
-</p>
-
-<p>
-Non cito qui il diploma del 1093, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 695,
-per il quale furono conceduti al vescovo di Girgenti 400 villani col casale,
-<i>Cathal. in quo frumenta</i>, etc., poichè il testo iui par sì corrotto da non potervi
-far assegnamento; nè ha chiarita quella dubbia lezione il Gaglio, negli
-<i>Opuscoli di Autori siciliani</i>, tom. IX.
-</p>
-
-<p>
-La voce δόμα occorre anco in un diploma greco di Sicilia del 1192,
-presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 306, e in tre diplomi greci della estrema
-Calabria del 1188, 1198 e 11.., presso Trinchera, <i>Syllabus</i>, pag. 300, 334
-e 557, col significato di tributo principale, diverso dalle angarie e dagli altri
-pesi che sopportavano i villani: tributo personale, senza dubbio, poichè
-talvolta si pagava ad altro signore che quello del luogo ove attualmente
-soggiornasse il villano. Il sig. Spata ha tradotto vagamente <i>esazione</i>, e il
-sig. Trinchera, con troppa precisione, <i>jus hospitii</i>. Ma quella voce nel
-greco dei bassi tempi valea <i>dono</i>; come si scorge da’ luoghi del Nuovo
-Testamento, delle Basiliche e di altri scritti del medio evo, citati nel<i> Thesaurus</i>,
-edizione Hase, Parigi, 1833, tomo I, col. 1642. Non sarebbe stato
-vezzo nuovo di chiamar così un’odiosa imposizione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note580">
-<p><span class="label"><a href="#tag580">580</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>The Travels of Ibn-Jubair</i>, testo edito dal Wright, pag. 328, 336,
-344. Il testo di questo squarcio si vegga anco nel <i>Journal Asiatique</i>, dicembre
-1845, p. 509, 520, 531; la versione francese ivi a p. 538 e in gennaio
-1846 pag. 81, 202, e la versione italiana nell’<i>Archivio Storico Italiano</i>,
-vol IV, Appendice nº 16, pag. 34, 40, 46.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note581">
-<p><span class="label"><a href="#tag581">581</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il lib. II, cap. 12, pag. 475 del 1º volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note582">
-<p><span class="label"><a href="#tag582">582</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Qui innanzi a pag. 246, nota 3, e il diploma del 1095 a pag. 247,
-nota 3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note583">
-<p><span class="label"><a href="#tag583">583</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In questo atto del 1177 i tre villani venuti a riconoscere l’autorità
-del signore, sono tassati di trenta <i>roba’i</i> in ciascun anno solare, per <i>gezie</i>,
-20 <i>modd</i> di frumento e 10 d’orzo.
-</p>
-
-<p>
-La moneta d’oro detta in arabico <i>roba’i</i> e in greco e latino <i>tarì</i>, pesava
-poco più di un grammo, donde tornava in valor di metallo a tre franchi
-e mezzo in circa. Si vegga il lib. III, cap. xiij, pag. 457 a 460 del secondo
-volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note584">
-<p><span class="label"><a href="#tag584">584</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veggansi tutti i diplomi latini e greci, nel Pirro <i>Sicilia Sacra</i>; Spata,
-<i>Pergamene,</i> ec. e gli inediti che è occorso di citare nel presente capitolo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note585">
-<p><span class="label"><a href="#tag585">585</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nel diploma greco del 1188, presso Trinchera, <i>Syllabus</i>, p. 300, i
-pesi de’ villani sono specificati: δόματα καὶ ᾶγγαρὶας καὶ καννίσκια, <i>doni</i> (ossia
-il tributo) <i>angarie e regalucci</i>; e lo stesso notasi con poco divario nei
-diplomi del 1198 e 11..., pag. 334, 557.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note586">
-<p><span class="label"><a href="#tag586">586</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga qui innanzi pag. 213.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note587">
-<p><span class="label"><a href="#tag587">587</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma del 1150, di Lucia di Cammarata, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>,
-pag. 801.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note588">
-<p><span class="label"><a href="#tag588">588</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma del 1188, presso Trinchera, <i>Syllabus</i>, pag. 297.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note589">
-<p><span class="label"><a href="#tag589">589</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma del 1262, presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. vj,
-nota 19.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note590">
-<p><span class="label"><a href="#tag590">590</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. vj, pag. 135 segg.; cap. vij, pag. 169.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note591">
-<p><span class="label"><a href="#tag591">591</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga su la significazione del vocabolo <i>rustici</i> la pag. 239 del presente
-capitolo.
-</p>
-
-<p>
-Borghesi eran detti i cittadini di Palermo, (Gregorio, <i>Considerazioni</i>,
-lib. II, cap. vij, nota 10) di Morreale, (Gregorio, op. cit., lib. I, cap. iv,
-nota 19) del casale di Sinagra, (Gregorio, op. cit., lib. II, cap. vj, note 18,
-19) di Siracusa, (Diploma del 1172, presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 442) del
-territorio di Santa Maria in Cammarata, (Diploma del 1150 presso Pirro,
-<i>Sicilia Sacra</i>, pag. 801) e di Oppido in Calabria (Diploma del 1188 presso
-Trinchera, <i>Syllabus</i>, pag. 297).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note592">
-<p><span class="label"><a href="#tag592">592</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, pag. 475.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note593">
-<p><span class="label"><a href="#tag593">593</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Re Ruggiero vietava a’ bajuli di molestare gli abitatori Lombardi
-di Santa Lucia che avessero pagato il diritto di marineria, di esigere da
-loro angarie, ajutorii e fin anco l’erbatico per le loro greggi; e prescrivea
-fossero liberi come i Lombardi di Randazzo: presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>,
-lib. I, cap. iv, nota 25. Nello stesso capitolo quarto sono particolareggiati
-gli antichi diritti del fisco, e non si trova alcuna tassa diretta su i borghesi
-se non la <i>gezia</i> ai Giudei. Nel cap. v, nota 4, è pubblicata una sentenza di
-magistrati del 1113 sugli abusi che commetteva il vescovo feudatario contro
-gli abitatori di Patti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note594">
-<p><span class="label"><a href="#tag594">594</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. vj, vij, e in particolare la nota 19 del
-cap. vj, ch’è squarcio d’un diploma del 1262.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note595">
-<p><span class="label"><a href="#tag595">595</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. ij, iij, iv e v.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note596">
-<p><span class="label"><a href="#tag596">596</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cap. VIII di questo libro, pag. 207 del volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note597">
-<p><span class="label"><a href="#tag597">597</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. iv, pag. 77. Quivi nella nota 22 il Gregorio
-allega una sua propria nota al Novairi, nella quale spiega che cosa
-fosse la gezia presso i Musulmani, e cita poi alcuni diplomi di Sicilia su la
-gezia che pagavano i Giudei, ed un luogo del registro di Federigo II imperatore,
-relativo a due musulmani di Lucera. E nulla più!</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note598">
-<p><span class="label"><a href="#tag598">598</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veggano nelle <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. iv, note 18, 19, 20, 21,
-le citazioni su i <i>diritti antichi</i>, nelle quali occorre la <i>sisia</i> de’ Giudei e non
-mai dei Musulmani.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note599">
-<p><span class="label"><a href="#tag599">599</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si riscontrino le <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. ij, pag. 44, e la nota 45
-che non prova nulla. La voce gezia occorre una sola volta ne’ diplomi che
-io conosca relativi alla condizione delle persone, latini, greci e arabi:
-appunto nel diploma arabico ch’io credo del 1177, citato dianzi pag. 216
-nota 3, per lo quale tre musulmani si riconosceano villani di un abate e
-questi loro imponea canone e gezia. I greci portano l’appellazione di σόμα,
-appunto come pei villani cristiani di Terraferma (pag. 250, nota 1). È
-degno di molta attenzione un diploma latino del Conte dato il 1091,
-presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 521, per lo quale Ruggiero rammenta
-aver già donato al Monastero di Sant’Agata di Catania varii
-poderi e animali e quattro villani co’ loro figliuoli nella città di Messina,
-due de’ quali cristiani e due saraceni. Se pur non occorressero tanti nomi
-cristiani nelle platee di villani che ci rimangono, basterebbe questo sol
-diploma a mostrare che i Normanni non liberarono mica i loro correligionari
-dalla servitù della gleba.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note600">
-<p><span class="label"><a href="#tag600">600</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ibn-el-Athîr, Annali, testo nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, pag. 278.
-È replicato questo luogo dal Nowairi, op. cit., pag. 448 e presso Gregorio,
-<i>Rerum Arabicarum</i>, pag. 26.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note601">
-<p><span class="label"><a href="#tag601">601</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Geografia</i>, squarcio su la Sicilia, nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, testo,
-pag. 26.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note602">
-<p><span class="label"><a href="#tag602">602</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga qui sopra a pag. 248.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note603">
-<p><span class="label"><a href="#tag603">603</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. I, nota 11 e i seguenti diplomi,
-dei quali gli arabici inediti son citati secondo le copie che me ne
-ha mandate il professor Cusa.
-</p>
-
-<p>
-XII secolo. Omar-ibn-Hosein-et-Tamimi vende un pezzo di terra al
-monastero di Bardhali (?). Diploma arabico dell’Archivio di Palermo,
-inedito.
-</p>
-
-<p>
-1132. Permuta di acque tra Abd-er-Rahman-el-Lewati ed Hosein-ibn-Ali-el — Kindi,
-squarcio arabico, presso Gregorio, <i>De supputandis</i>, p. 44.
-</p>
-
-<p>
-1137. Ibn-Baruki vende una casa all’Arcivescovo di Messina. Diploma
-arabico della Cappella Palatina di Palermo, inedito.
-</p>
-
-<p>
-1157. Il Gaito Abd-el-Malek vende degli stabili al vescovo di Girgenti.
-Diploma latino, Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 698.
-</p>
-
-<p>
-1161. Abu-Bekr e Ahmed, conciatori di pelli, e altri vendono una
-casa in Palermo al prete Raoul. Diploma arabico dell’Archivio di Palermo,
-inedito.
-</p>
-
-<p>
-1164. Sittelkiul, figlia del Kaid-Se’ûd e un figliuolo di lei, vendono
-alla figliuola d’un Giovanni Romeo una casa nel sobborgo di Palermo.
-Diploma greco, presso Trinchera, <i>Syllabus</i>, ec., pag. 218.
-</p>
-
-<p>
-1176. Othman-ibn-Jusuf-el-Howari vende al prete Pietro ec. una
-casa in Palermo. Diploma arabico dell’Archivio di Palermo, inedito.
-</p>
-
-<p>
-1180. Abu-l-Abbas-Ahmed-et-Tamimi e l’Haggi-Abu-l-Fadhl vendono
-un podere nel territorio di Palermo all’Arcivescovo Gualtiero Offamilio.
-Diploma arabico della Cattedrale di Palermo, inedito.
-</p>
-
-<p>
-1183. Mes’ud-Koresci e un suo figlio vendono una casa in Palermo
-alla dama Margherita. Diploma arabico dell’Archivio di Palermo, inedito.
-</p>
-
-<p>
-1190. Zeinab-bent-Abd-Allah-Ansari vende a Niccolò Askar una
-casa in Palermo. Diploma arabico della Cattedrale di Palermo. Gregorio,
-<i>De supputandis</i>, pag. 40.
-</p>
-
-<p>
-1192. Hosein e Meimun suo figlio vendono al monastero del Cancelliere
-una loro casa in Palermo. Diploma greco, presso Trinchera, <i>Syllabus</i>,
-ec., pag. 315.
-</p>
-
-<p>
-1193. Ibrahim-ibn-Mohammed-Koresci vende al cristiano Giulio una
-casa in Castrogiovanni. Diploma arabico dell’Archivio di Palermo, inedito.
-</p>
-
-<p>
-1196. Costanza figliuola di Abu-l-Fadhl vende de’ beni urbani. Diploma
-greco, presso Morso, <i>Palermo Antico</i>, pag. 368.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note604">
-<p><span class="label"><a href="#tag604">604</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Oltre i diplomi, lo provano le <i>Consuetudini di Palermo</i>, citate dal
-Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. I, nota 11.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note605">
-<p><span class="label"><a href="#tag605">605</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Le notizie che do sul prete Scholaro son cavate dalle traduzioni
-latine di tre diplomi greci del 1099, 1114, e 1128 (o 1130) pubblicate dal
-Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 1003 segg., e da’ comenti del Pirro; il quale argomenta
-il nome di famiglia da quello che porta in due altri diplomi
-del 1162 e 1184, Ula figlia del figliuolo primogenito del fondatore (op. cit.,
-pag. 1009). Mi par che Scholaro non si debba tenere col Pirro nome proprio,
-ma soprannome tolto dalle σχόλαι, ossia guardie del corpo degli imperatori
-bizantini, nelle quali avesse incominciata la sua avventurosa vita il futuro
-abate Saba. Le traduzioni, come opera del celebre Costantino Lascari,
-meritano fiducia in questi diplomi, perchè non vi occorrono quelle parole
-tecniche di gius pubblico Siciliano che il dotto ellenico mal conoscea. Qualche
-difficoltà che occorre, come il titolo di re dato a Ruggiero II, il 1114
-e il 1128 (pag. 1005), potrebbe nascere da errori sulla copia della versione,
-della quale il Pirro ebbe alle mani parecchi esemplari diversi l’un dall’altro.
-</p>
-
-<p>
-Il diploma del primo conte Ruggiero attesta così i meriti del Prete
-Scholaro: <i>Igitur, quoniam et tu prædictus Scholarius perfectam erga nos
-habuisti et optimam intentionem, promptitudinem et conscientiam; fidelissimus
-existens in omnibus rebus nostris, et summa exercens ministeria, et
-servitia nobis, restituere tibi voluimus parva munera pro tuis maximis et
-honestissimis ministeriis ac servitiis: pro quibus donamus,</i> ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note606">
-<p><span class="label"><a href="#tag606">606</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il lib. III, cap. ix, e lib. IV, cap. viij, pag. 187, nota 3, e
-pag. 353 nota 1, del 2º volume. I luoghi d’Ibn-el-Athîr e del Nowairi quivi
-citati si trovano nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, pag. 284 e 437.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note607">
-<p><span class="label"><a href="#tag607">607</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il lib. IV, cap. iv, pag,. 282 segg. del 2º volume. Giawher è
-detto il kâid da Makrizi, <i>Mewâ’iz</i>, ediz. di Bulâk, tomo II, pag. 273, e
-nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, pag. 669.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note608">
-<p><span class="label"><a href="#tag608">608</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Erano la più parte Spagnuoli e vi occorre anco de’ Genovesi e de’
-Veneziani. <i>Presentibus archaido Lodovico Alvares, archaido Andreuccio
-Cibo, conestabilibus stipendiariorum christianorum</i> ec., leggesi nella traduzione
-contemporanea del trattato di commercio stipulato tra Pisa e Tunis
-il 1353, ch’io ho pubblicata nei <i>Diplomi Arabi dell’Archivio fiorentino</i>,
-pag. 308. Si vegga anco la Prefazione mia a quella raccolta, pag. xxij e xliv
-e nota 7 della pag. 175. Occorre il nome dell’Alcayt-Ferrau-Iove in un
-diploma del 1315, presso Capmany, <i>Memorias historicas.... de Barcelona</i>,
-Docum. XXXI, pag. 62.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note609">
-<p><span class="label"><a href="#tag609">609</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma catalano del 1313, presso Capmany, <i>Memorias historicas</i>, ec.
-tomo IV, Docum. XXVI, art. 6, e Dipl. del 1323, Docum. XLII, art. 5, e 16.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note610">
-<p><span class="label"><a href="#tag610">610</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. IV, cap. xij, pag. 420, 421 del 2º volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note611">
-<p><span class="label"><a href="#tag611">611</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. V, cap. ij, iij, iv, pag. 68, 70, 75, 99, 130 del presente volume.
-Notisi che Amato, nel luogo citato da me alla pag. 75, con molta
-precisione chiama <i>amirail</i> il capo del governo musulmano in Palermo,
-mentre egli ha dato a’ condottieri e castellani il titolo di <i>cayt</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note612">
-<p><span class="label"><a href="#tag612">612</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Platee greco-arabiche de’ vassalli del vescovo in Catania e in Aci,
-delle quali la seconda data del 1095 e la prima, rinnovata molti anni appresso,
-va riferita senza dubbio allo stesso tempo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note613">
-<p><span class="label"><a href="#tag613">613</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma latino del 9 dicembre 1092 presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>,
-pag. 522, 523.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note614">
-<p><span class="label"><a href="#tag614">614</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma greco del 1123, presso Spata, <i>Pergamene</i>, ec., pag. 410.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note615">
-<p><span class="label"><a href="#tag615">615</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma greco-latino del 1132, presso Spata, op. cit., pag. 426.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note616">
-<p><span class="label"><a href="#tag616">616</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma arabo-greco del 1172, nel <i>Tabulario</i>, ec. della Cappella
-Palatina di Palermo, pag. 30 e seg. Quivi tra i testimonii della delimitazione
-di un podere, sono nominati Giovanni figlio dello ammiraglio Giorgio,
-Niccolò Logoteta, Abu Tâib e Mukhlûf, detti nel testo greco οι καΐτοι τῶν
-τοξότων e nella parafrasi arabica <i>kaix degli Arcieri</i> ed un γέρον καΐτος
-Chapzis (leggesi Hamza), il quale nell’arabico è detto <i>sceikh</i> e <i>kâid</i> senz’altro.
-Nel testo greco inoltre è data la qualità di kaid a un Niccolò che nell’arabico
-è detto <i>Farrâse</i> (gli editori lesser male Carasc) che significa
-propriamente cameriere, colui che bada a’ tappeti, ai letti, ec.
-</p>
-
-<p>
-Così questo diploma cita dei <i>kâid</i> delle tre classi poste da noi, cioè
-i primi quattro condottieri, il quinto nobile, e il sesto cameriere di
-corte.
-</p>
-
-<p>
-Ritornando alla prima classe, si rammenti che Ibn-Giobair fa menzione
-di una schiera di schiavi negri musulmani, i quali servivano Guglielmo
-II sotto un kâid della stessa lor gente: nel <i>Journal Asiatique,</i> dicembre
-1815, pag, 509, e traduzione francese pag. 540; e nell’<i>Archivio
-Storico Italiano</i> Appendice al vol. IV, pag. 33.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note617">
-<p><span class="label"><a href="#tag617">617</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Kâid</i> Barûn, direttore, diremmo noi, del Demanio; diploma dell’aprile
-1150, mal pubblicato dal Caruso nella <i>Biblioteca Sacra</i>, ec. Palermo,
-1834, pag. 28, del quale ho miglior copia per cortesia del professore
-Cusa. Pare sia lo stesso paggio (<i>fatâ</i>) Barun, il cui nome si legge in un
-frammento d’iscrizione monumentale nella casa del Municipio di Termini.
-Imâd-Eddin, nella <i>Kharida</i> (<i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, testo, pag. 581,) novera
-tra i poeti siciliani un Giâfar-ibn-Barûn.
-</p>
-
-<p>
-<i>Gaitus Ricon</i> (?)<i> domini regis Magister Camerarius et familiaris, e
-Gaytus Maranus, domini regis magister et familiaris,</i> soscritti in un diploma
-del 1167, nel <i>Tabulario</i> della Cappella Palatina di Palermo, pag. 25.
-</p>
-
-<p>
-Καΐτος Βονλκατάχ, uno degli Arconti della corte, diploma greco
-del 1168, presso Spata, op. cit., pag. 440.
-</p>
-
-<p>
-<i>Caitus Riccardus</i>, capo dei Segreti, diploma di origine greca, dato il
-1169, traduzione latina, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 1017, e il medesimo
-in un diploma greco del 1183, presso Spata, op. cit., pag. 291.
-</p>
-
-<p>
-<i>Gaitus Martinus,</i> già morto, camerario del re. Diploma latino
-del 1172, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 454.
-</p>
-
-<p>
-<i>Gaytus Johannes</i>, camerario del re. Diploma latino-arabico del 1187,
-nel <i>Tabulario</i> della Cappella Palatina di Palermo, pag. 37, 38. Quivi è
-citato nel lesto latino il <i>Gaytus Riccardus</i> di cui si è detto poc’anzi, e lo
-si vede soscritto in arabico tra i testimonii col titolo di <i>Kâid</i>. Al contrario
-il <i>Gaytus</i> Giovanni è pria nominato e poi sottoscritto nel testo arabico <i>Fatâ</i>,
-cioè paggio della corte e <i>Fatâ</i> anco un Ammâr testimonio. Il Morso, il
-quale trascrisse e tradusse cotesto diploma, lesse erroneamente in luogo
-di <i>Fatâ</i> la voce <i>Kata</i> che non significa nulla, e identificò questa con Gaytus,
-cioè <i>Kâid.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note618">
-<p><span class="label"><a href="#tag618">618</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Caruso, <i>Bibl. Sicula</i>, pag. 463.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note619">
-<p><span class="label"><a href="#tag619">619</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Testo nel <i>Journal Asiatique</i>, dicembre 1845, pag. 552, e nella edizione
-di Wright, pag. 315; traduzione francese nel detto <i>Journal</i>, gennaio
-1846, pag. 203; e traduzione italiana nell’<i>Archivio Storico italiano</i>,
-vol. IV, Appendice nº 16, pag. 46.
-</p>
-
-<p>
-Lo stesso autore, edizione del Wright, pag. 146, denota con la
-voce <i>Za’im</i> il capo d’una tribù araba ch’ei vide cavalcare allato a Self-el-islam,
-fratello di Saladino, quando quegli entrava solennemente alla
-Mecca. Il <i>Kamûs</i> le dà lo stesso significato di capo d’una gente e signore;
-colui che ha dritto di parlare a nome della gente o se ne fa mallevadore.
-Mawerdi, scrittore di Baghdad al X secolo, chiama <i>Zâim</i> il capo supremo
-d’un esercito, testo, edizione Enger, pag. 67; e Makrizi, narrando la
-morte del Sultano mamluko Khalil che seguì allo scorcio del XIII secolo,
-gli mette in bocca le parole ch’ei non si tenesse principe, ma solo <i>Za’im</i>
-dell’esercito: <i>Histoire des Sultans Mamlouks</i>, traduzione di Quatrémère,
-tomo II, parte I, pag. 153. Si vegga anche il <i>Lobb-el-Lobâb</i>, pag. 108, 109
-del Supplemento. Da ciò si ritrae come, non ostante i significati particolari
-presi in varie circostanze, questo vocabolo torni sempre a capo elettivo
-o ereditario, e di fatto si avvicini di molto al barone del medio evo
-cristiano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note620">
-<p><span class="label"><a href="#tag620">620</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Gaytus Micheret de Jatino</i>, testimonio in un diploma latino del 1133
-presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 774.
-</p>
-
-<p>
-<i>Gaitus Abdi Malach</i>, venditor di un podere al Vescovo di Girgenti
-tra il 1157 e il 1171, presso Pirro; op. cit., pag. 698.
-</p>
-
-<p>
-<i>Gaitus Maimon</i> e καϊτ ἀυδερραχμεν, de’ Saraceni di Siracusa; <i>Gaitus
-Hamar</i>, e <i>Gaitus Brahim</i> di que’ del vicino casale di Aguglia, testimonii
-in un diploma greco latino del 1172, presso Spata, <i>Pergamene</i>, ec., pag. 414.
-</p>
-
-<p>
-<i>Gaytus Ramun</i> di Michiken.... <i>Gaytus Humur</i> dello stesso luogo,
-<i>Gaytus Aly-el-Bonifati</i> di Gurfa.... <i>Gaytus Abdelguaiti</i>, id... <i>Gaytus Aly
-Petruliti</i> di Yhale.... <i>Gaytus Husein</i> di Cassaro (in val di Mazara) testiinonii
-con altri molti, in un atto greco-arabico del 1175, del quale una
-traduzione latina del XIII secolo si legge presso Gregorio, <i>De supputandis</i>,
-etc., pag. 52 segg., e presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 453. Alcun di costoro
-è intitolato anche Sceikh, come il Kâid Hamza, di cui nel diploma
-del 1172 citato qui innanzi, pag. 262 nota 3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note621">
-<p><span class="label"><a href="#tag621">621</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Riccardo da San Germano, <i>Chronicon</i>, presso Caruso, <i>Bibl. Sicula</i>,
-pag. 547, anno 1190.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note622">
-<p><span class="label"><a href="#tag622">622</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veggano i nomi di quattro kaid di Arcieri nel Diploma del 1172,
-citato di sopra e l’attestato d’Ibn-Giobair.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note623">
-<p><span class="label"><a href="#tag623">623</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veggano i molti Gayti citati dal Falcando presso Caruso, <i>Bibl.
-Sicula</i>, passim, e gli altri nomi cavati da’ diplomi che abbiam tutti citati
-a pag. 263. Leggiamo un <i>Arabicus miles,</i> soscritto da testimone in un
-diploma latino dei 1151 presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 933. Probabilmente
-precedea l’iniziale del nome che non si potè leggere o fu saltata
-nella stampa. Il testimonio parmi un <i>kâid</i> che traduceva il suo titolo di
-nobiltà nel linguaggio latino del tempo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note624">
-<p><span class="label"><a href="#tag624">624</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diplomi dell’imperatore Federigo, dati il 16 dicembre 1239,
-12 marzo e 15 aprile 1240, nella <i>Historia diplomatica Friderici II</i>,
-tomo V, pag. 596, 820, 902. Diploma del 1274, nel <i>Tabularium</i> ec. della
-Cappella Palatina di Palermo, pag. 82, segg.
-</p>
-
-<p>
-Da questi si scorge che il <i>gaito</i> di Palermo fosse l’amministratore
-diretto dei beni demaniali nella città e territorio di Palermo, sotto l’autorità
-del Segreto della Provincia. Il diploma del 1274 mostra che quell’uficio
-non durò oltre il regno di Manfredi e ch’era annuale e forse dato in
-appalto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note625">
-<p><span class="label"><a href="#tag625">625</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Innocentii III Epistolæ</i>, Libro IX, ep. 158, edizione di Parigi 1791,
-in-fol. nei <i>Diplomata Chartæ</i>, etc. di Brequigny, Part. II, tomo I. Archadio
-et universis Gaietanis, etc. Si corregga Jati il nome topografico Jaci.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note626">
-<p><span class="label"><a href="#tag626">626</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. I, pag. 6, nota 40. Lo squarcio di Leone
-Affricano che indusse in errore il Gregorio, è dato da lui medesimo in nota,
-nel <i>Rerum Arabicarum</i>, pag. 238. Si vegga ciò che noi abbiam detto di
-quell’erudito musulmano nel lib. I, cap. X, pag. 236 del 1º volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note627">
-<p><span class="label"><a href="#tag627">627</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma latino del 1091; presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 521....
-<i>et ego cum exercitibus militum meorum fortiter laboravi.... patiundo diversa
-pericula in terra et in mari et immensam famem et nimiam sitim ad invicem:
-numerus autem illorum meorum militum qui in acquisitione terre
-Sicilie mortui sunt, soli Deo et Sanctis ejus cognitus est; mihi vero, cum
-omnibus aliis hominibus incognitus</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note628">
-<p><span class="label"><a href="#tag628">628</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga un Diploma del 1114, presso Pirro, <i>Sic. Sacra</i>, pag. 1177.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note629">
-<p><span class="label"><a href="#tag629">629</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il diploma si legge nel Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 520. Diremo nel
-capitolo seguente la ragione per la quale le terre di minor conto mancano
-nelle prime circoscrizioni delle Diocesi. Non facciamo il medesimo
-confronto per Randazzo, nè per le altre colonie lombarde della diocesi
-di Messina, perchè ci è sospetto d’interpolazione il primo documento,
-dato il 1082, che il Pirro pubblicò, op. cit., pag. 495, sopra una copia
-del XVI secolo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note630">
-<p><span class="label"><a href="#tag630">630</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cap. VIII, pag. 231 di questo volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note631">
-<p><span class="label"><a href="#tag631">631</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il cap. IV di questo libro, pag. 107 del presente vol.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note632">
-<p><span class="label"><a href="#tag632">632</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma greco, presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 409 segg.
-</p>
-
-<p>
-Ha sbagliato il signore Spata supponendo <i>mariti</i> entrambi della Moriella,
-normanna, come si argomenta dal nome, e signora del villaggio di
-Pitirrana, i due musulmani <i>vassalli</i> di lei, che avean già posseduto il
-molino. La voce ἄνθρωπος nel medio evo ebbe anche questo significato,
-e qui l’è evidente.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note633">
-<p><span class="label"><a href="#tag633">633</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, libro II, cap. xlv; Leone d’Ostia, libro III, cap. xvj,
-presso Caruso, <i>Bibl. Sicula</i>, pag. 201, 280. I luoghi di Eadmero e di Romualdo
-Salernitano sono trascritti dal Gregorio, <i>Considerazioni</i>, libro I,
-cap. vij, note 16, 17. Non può allegarsi l’Amato nè pro nè contro, poichè il traduttore francese, accennando (libro VI, cap. xxj, pag. 182), al
-fatto stesso narrato dal Malaterra, dice che Roberto: <i>donna... toute la Sycille</i>,
-senza definire altrimenti la natura della concessione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note634">
-<p><span class="label"><a href="#tag634">634</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diplomi del 1082, 1091 e 1099, il primo dei quali ne’ <i>Regii Neapolitani
-Archivii Monumenta</i>, tomo V, pag. 97, e gli altri due presso Trinchera,
-<i>Syllabus graecarum membranarum</i>, etc., pag. 68, 85; diploma
-del 1094, citato dal Gregorio, <i>Considerazioni</i>, libro I, cap. vij, nota 19;
-diplomi di Roberto e del suo successore, dati il 1079, 1083, 1084, 1092, e
-suggelli di piombo, presso Buchon, <i>Nouvelles Recherches sur la principauté
-française de Morée</i>, volume II, parte I. Paris, 1843, pag. 360, 361.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note635">
-<p><span class="label"><a href="#tag635">635</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diplomi del 1081 e 1094, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 1016
-e 771.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note636">
-<p><span class="label"><a href="#tag636">636</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il Gregorio, <i>Considerazioni</i>, libro I, cap. vij, pag. 151.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note637">
-<p><span class="label"><a href="#tag637">637</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 770, 842. Diplomi del 1091 e
-del 1093.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note638">
-<p><span class="label"><a href="#tag638">638</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gregorio, loc. cit.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note639">
-<p><span class="label"><a href="#tag639">639</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Somma della Storia di Sicilia</i>, cap. XIX, pag. 84, segg. del vol. II.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note640">
-<p><span class="label"><a href="#tag640">640</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga questo libro V, cap. j, iij, v, vij, pag. 28 segg., 43,
-a 54, 87 ad 89, 141 segg. 182, 183.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note641">
-<p><span class="label"><a href="#tag641">641</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il cap. ij, di questo libro, pag. 77 segg., e il cap. iij,
-pag. 82 segg., 94 segg.
-</p>
-
-<p>
-Roberto die’ soltanto 100 uomini d’arme nel 1068. Veggasi la p. 104.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note642">
-<p><span class="label"><a href="#tag642">642</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cap. v, pag. 133.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note643">
-<p><span class="label"><a href="#tag643">643</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cap. vj, pag. 161.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note644">
-<p><span class="label"><a href="#tag644">644</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cap. viij, pag. 183, 184 segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note645">
-<p><span class="label"><a href="#tag645">645</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga a questo proposito il Gregorio, <i>Considerazioni</i>, libro I,
-cap. vij, pag. 142.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note646">
-<p><span class="label"><a href="#tag646">646</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Op. cit., libro I, cap. vij, citando nelle note 17 e 18, il contemporaneo
-Abate di Telese.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note647">
-<p><span class="label"><a href="#tag647">647</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Loc. cit., nota 16, da un diploma.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note648">
-<p><span class="label"><a href="#tag648">648</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 80, 81.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note649">
-<p><span class="label"><a href="#tag649">649</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In <i>Prolocutorio panormitani palatii</i>. A fin di evitare la voce parlatorio,
-che mal suonerebbe, mi è parso di usare quella antica dizione fiorentina.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note650">
-<p><span class="label"><a href="#tag650">650</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma presso Pirro, op. cit., pag. 84, 85. In questa carta l’arcivescovo
-Pietro, papalino de’ suoi tempi, non curando il plebiscito, chiama
-tuttavia duca il re Ruggiero.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note651">
-<p><span class="label"><a href="#tag651">651</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma senza data, presso Pirro, op. cit., pag. 696, citato dal
-Gregorio, libro I, cap. vj, nota 7. Quivi la parola <i>etiam</i> (partem) va corretta
-<i>tertiam</i>; come risulta d’altronde da un diploma del 1142, presso
-Pirro, op. cit., pag. 698, nel quale re Ruggiero confermava il provvedimento
-del padre.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note652">
-<p><span class="label"><a href="#tag652">652</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma del 1093, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 1016, che
-mi sembra traduzione dal greco.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note653">
-<p><span class="label"><a href="#tag653">653</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma del 1105, ed un altro senza data da riferirsi anco ai primi
-principii del XII secolo, citato in uno del 1133, presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>,
-libro I, nota 30 al cap. ij, e nota 4 al cap. v. Squarcio di un diploma
-del 1108, e citazioni di altri, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra, Chronologia</i>,
-pag. xiii.
-</p>
-
-<p>
-I primi conti di Terraferma e il primo Ruggiero di Sicilia son intitolati
-sovente consoli nell’Anonimo, contemporaneo di re Ruggiero, presso Caruso,
-<i>Bibliotheca Sicula</i>, pag. 834, 836, 843, 844, 854, 855, 856, e nella
-traduzione francese, edizione di Champollion, pag. 276, 277, 290, 312.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note654">
-<p><span class="label"><a href="#tag654">654</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Oltre i molti e notissimi attestati degli scrittori ch’e’ sarebbe superfluo
-a citare, veggansi i diplomi del 1028, 965 e 1036, ne’ <i>Regii Neapolitani
-Archivii Monumenta</i>, tomo IV, pag. 206, e tomo VI, p. 147, 150, ec.
-e le monete, presso San Giorgio Spinelli, <i>Monete Cufiche</i>, pag. 4, 140, 145,
-146, 248.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note655">
-<p><span class="label"><a href="#tag655">655</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Guglielmo di Puglia, libro I.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>........ Gallorum exercitus urbem</i></p>
-<p class="i01"><i>Condidit Aversam, Rannulfo consule tutus</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note656">
-<p><span class="label"><a href="#tag656">656</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Considerazioni</i>, libro II, cap. vij, pag. 174 segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note657">
-<p><span class="label"><a href="#tag657">657</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si riscontri il cap. viij del presente libro, pag. 228.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note658">
-<p><span class="label"><a href="#tag658">658</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>, libro II, cap. iv, nota 15.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note659">
-<p><span class="label"><a href="#tag659">659</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Op. cit., libro I, cap. iv, nota 23.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note660">
-<p><span class="label"><a href="#tag660">660</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Op. cit., libro I, cap. v, nota 3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note661">
-<p><span class="label"><a href="#tag661">661</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Op. cit., libro II, cap. vij, nota 23.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note662">
-<p><span class="label"><a href="#tag662">662</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Libro I, cap. ix, e libro II, cap. xij, pag. 208 segg. e 472 segg.
-del Iº vol., libro III, cap. i e iij, e libro IV, cap. xj, pag. 10 segg., 397 segg.
-del 2º volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note663">
-<p><span class="label"><a href="#tag663">663</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questo argomento è trattato, con molta critica ed autorità di citazioni,
-dal Mortreuil, <i>Histoire du Droit byzantin</i>, Paris, 1843-6, volume III,
-pagg. 49, 75 ad 82.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note664">
-<p><span class="label"><a href="#tag664">664</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Considerazioni</i>, libro II, cap. vij, nota 21.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note665">
-<p><span class="label"><a href="#tag665">665</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veggano i fatti di varie città dell’Italia Meridionale, ricordati
-nel presente libro, cap. i e ij, pagg. 31, 37, 38, 51, 52, 87 a 89.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note666">
-<p><span class="label"><a href="#tag666">666</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma senza data, da riferirsi all’XI secolo, presso Trinchera,
-Syllabus, Appendice, pag. 557. I detti uomini pagavano εὶς τὸ πλεμικόν.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note667">
-<p><span class="label"><a href="#tag667">667</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il cap. ij di questo nostro libro, pag. 82, 85, 90 del volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note668">
-<p><span class="label"><a href="#tag668">668</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diplomi greci del 1094, 1105, 1136, 1182, 1168, 1171, 1217, 1225,
-presso Spata, <i>Pergamene</i>, pagg. 180, 188, 203, 266, 293, 437, 274, 309 e
-312, 327 e 330; e diploma greco del 1140 nel <i>Tabularium</i> della Cappella
-Palatina di Palermo, pag. 28, col transunto arabico, nel quale cotesti Arconti
-della Corte son detti vizir, ch’era il nome arabico dell’ufizio. All’incontro
-è adoperato il mero titolo in tre diplomi arabici di Sicilia inediti
-del 1144 e 1145, poichè quivi il vocabolo ἄρχον è esattamente trascritto,
-non tradotto e, come voce straniera, prende al plurale la forma arâkinah,
-secondo le regole grammaticali. Non cito gli altri diplomi greci, ne’ quali
-l’emir degli emiri, primo ministro dei re di Sicilia, è intitolato Arconte
-degli Arconti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note669">
-<p><span class="label"><a href="#tag669">669</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 247. Il Lascari in una
-traduzione latina quivi stampata a pag. 253, traduce lo stesso vocabolo dominus.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note670">
-<p><span class="label"><a href="#tag670">670</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 244.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note671">
-<p><span class="label"><a href="#tag671">671</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma greco, op. cit., pag. 266.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note672">
-<p><span class="label"><a href="#tag672">672</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma greco, op. cit., pag. 286, 288.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note673">
-<p><span class="label"><a href="#tag673">673</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma greco, op. cit., pag. 438, 439. Nello stesso atto, pag. 437,
-sono nominati gli Arconti del Segreto, cioè i Direttori di Finanza della
-Corte.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note674">
-<p><span class="label"><a href="#tag674">674</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma citato del 1188, presso Trinchera, Syllabus, pag. 297.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note675">
-<p><span class="label"><a href="#tag675">675</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il <i>Thesaurus</i> di Henri Etienne, ediz. di Hase, etc. dà alla voce
-Ἄρχων i soli significati antichi; ma spiega Ἀρχοντία, etc., prefettura del
-basso impero. Il Glossario greco del Ducange cita invece il significato
-più moderno, cioè nobili e baroni ed anco l’Arconte degli Arconti di
-Costantino Porfirogenito. Ma le compilazioni di dritto alle quali si riferisce
-il Mortreuil, <i>Histoire du Droit byzantin</i>, vol. II, pag. 375 e 421, e
-vol. III, pag. 95, mostrano mantenuto nel X, XI e XII secolo il significato
-di supremo magistrato giudiziale. Nella stessa opera, vol. III, pag. 68,
-veggo che i corpi de’ dignitarii della Chiesa si chiamassero anco Ἀρχοντικία,
-e le citazioni delle pagg. 81-82 provano dato quel titolo ad alcun
-ufizio municipale.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note676">
-<p><span class="label"><a href="#tag676">676</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Traduzione d’un diploma greco, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>,
-pag. 300. Vi si leggon anco i senes Noti e i senes Rosati; ma questi nomi
-topografici sembrano sbagliati, perchè Noto giace in altra regione e Rosato
-non si ritrova in altre carte.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note677">
-<p><span class="label"><a href="#tag677">677</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Γέρουσία. Diploma greco, presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 410.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note678">
-<p><span class="label"><a href="#tag678">678</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Traduzione latina d’un diploma greco di novembre 1104, presso
-Gregorio, <i>Considerazioni</i>, libro I, cap. iij, nota 10. Quivi si fa cenno di
-sacerdoti, <i>simul considentibus</i>, con gli Anziani e poi di testimonianza di
-molti Buoni uomini. Ma il testo forse metteva questi insieme con gli Anziani
-e la traduzione, che il Gregorio confessa inesatta, alterò il senso.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note679">
-<p><span class="label"><a href="#tag679">679</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 285 segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note680">
-<p><span class="label"><a href="#tag680">680</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Idem, ibid., pag. 293 segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note681">
-<p><span class="label"><a href="#tag681">681</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma greco del 1138, inserito in uno del 1188, presso Trinchera,
-<i>Syllabus</i>, pag. 297. I Buoni uomini e gli Anziani doveano determinare tutte
-le appartenenze d’un feudo recentemente conceduto: boschi, vigne, ec.,
-fino a’ villani ed a’ borghesi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note682">
-<p><span class="label"><a href="#tag682">682</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 438.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note683">
-<p><span class="label"><a href="#tag683">683</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 774. Invece di Catinae, si dee legger
-quivi Jatinae, della qual terra si tratta e non di Catania. Gli Anziani
-in questo diploma, scritto originariamente in latino, sono detti majores
-natu, traduzione literale di sceikh. L’altra terra nominata è Mertu, villaggio
-or distrutto in provincia di Palermo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note684">
-<p><span class="label"><a href="#tag684">684</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma greco-arabico, nel <i>Tabularium</i> della Cappella Palatina
-di Palermo, pag. 29.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note685">
-<p><span class="label"><a href="#tag685">685</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Traduzione latina del XIII secolo, dal greco e dallo arabico, pubblicata
-dal Gregorio, <i>De Supputandis</i>, pag. 34 e segg. e meglio dallo Spata,
-<i>Pergamene</i>, pag. 451 seg. È da notare che la traduzione dall’arabico ha
-il solo vocabolo <i>senes</i> che risponde a sceikh; ma nella traduzione dal
-greco si legge <i>senes de regimine terrarum adiacentium</i>. Dond’ei sembra
-che la voce γέροντες fosse seguita da qualche altra che la specificava
-o che il traduttore avesse aggiunto <i>de regimine</i>, per mostrare che si
-trattasse di Anziani e non di vecchi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note686">
-<p><span class="label"><a href="#tag686">686</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma greco del distrutto archivio Capitolare di Messina. Una
-copia procacciatane dal canonico Schiavo, serbasi nella Biblioteca comunale
-di Palermo, Q. q. H. 4, fog. 321; dalla quale il Tardia e il Morso trasser
-quelle che si ritrovano nella stessa Biblioteca, Q. q. F. 143 e Q. q.
-E. 172, fog. 427. Avvene di più una traduzione latina, Q. q. G. 12, fog. 55.
-56. E questa è la stessa, di cui die’ un pezzo il Gregorio, a proposito de’ maestri
-de’ borghesi, come or or diremo. Avvertasi che il Ms. è citato dal Gregorio
-con l’antico posto, Q. q. H. 15. Debbo la copia greca e latina di questi
-diplomi al dotto mio amico Isidoro La Lumia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note687">
-<p><span class="label"><a href="#tag687">687</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma arabico della cattedrale di Palermo e nuova spedizione
-del medesimo nel 1154, mai pubblicati dal Gregorio e poi dal professor Caruso
-nella <i>Biblioteca Sacra</i>, Palermo, 1834, vol. II, pag. 46 segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note688">
-<p><span class="label"><a href="#tag688">688</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diplomi del 1122, 1217, 1223, 1224 e 1225. presso Spata, op. cit.,
-pag. 256, 313, 314, 315, 317, 322, 323, 329, 330.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note689">
-<p><span class="label"><a href="#tag689">689</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il primo è diploma greco, presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 216; il
-secondo, squarcio di traduzione latina d’un diploma greco, presso Gregorio,
-<i>Considerazioni</i>, libro II, cap. II, nota 25; e gli ultimi due diplomi
-greci, presso Spata, op. cit., pag. 286, 293 segg. I nomi proprii mi
-sembrano mescolati greci e italici.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note690">
-<p><span class="label"><a href="#tag690">690</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 261, ed a pag. 263, un
-transunto latino contemporaneo dove si legge la traduzione litterale <i>Boni
-homines</i>. Ancorchè l’editore non abbia avuta sotto gli occhi la pergamena
-originale, pure l’atto è da tenersi autentico, pei motivi ch’egli discorre
-nelle annotazioni. Ed ancorchè il testo greco sembri guasto in qualche
-luogo, pur non è in quello che ci importa; cioè dove i Buoni uomini dicono
-chiaramente: Noi abbiamo conceduti i beni. E <i>noi</i> significa il comune
-piuttosto che le persone, poichè erano trascorsi necessariamente
-moltissimi anni dalla concessione. De’ nomi proprii di cotesti Buoni uomini,
-laici o chierici, la più parte mi sembrano greci o latini e due soli
-oltramontani.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note691">
-<p><span class="label"><a href="#tag691">691</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma d’ottobre 1204, del quale v’ha copia tra i Mss. della
-Biblioteca comunale di Palermo, Q. q. G. 12. fog 114, citato per la prima
-volta dal La Lumia, per provare la esistenza de’ giurati in quel tempo,
-quando il Gregorio li trovava per la prima volta dal 1222 al 1231. Si
-vegga l’opera di quel mio dotto amico, <i>Storia della Sicilia sotto Guglielmo
-il Buono</i>, Firenze, 1867, in 12º, pag. 200. Avuta copia di questo documento
-dallo stesso La Lumia, mi par di pubblicarlo, come quel che rivela la forma
-del municipio lombardo di Sicilia ai tempi normanni, ai quali va riferita
-manifestamente la istituzione.
-</p>
-
-<p>
-<i>In nomine Dei Eterni Salvatoris omnium, Jesu Christi, Amen. Anno
-felicis suæ Incarnationis Millesimo Ducentesimo quarto, mense octobris
-Nonæ Indictionis. — Quoniam acceptum est illi per quem salus venit in mundum,
-et interest opera civitatis haud minimum judicare, fundare Ecclesias,
-et fundatas pia sollicitudine promovere; inde est quod Nos Rogerius de
-Drusiana et Joseph de Ytalia, de regio mandato instituimus una cum cæteris
-Bonis hominibus, et universo populo Nicosino; cum in honore et titulo Salvatoris
-fundassemus Ecclesiam in montem appellatam Sancti Salvatoris in
-terra Nicosini, ut in eadem Ecclesia acceptum Deo et sollemnius serviatur
-quantum vestra interest, et licet laicis de Ecclesiis ordinare, eamdem Ecclesiam
-ad jurisdictionem transferimus Sanctæ Ecclesiæ Latinensis cum omnibus
-possessionibus, et cæteris bonis, quae ipsa hodie habet, et in futurum
-est, Deo propitio, habitura. Salvo jure Sanctæ Messanensis Ecclesiæ cui ipsa
-tenetur persolvere tarenum annuum pro incenso.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Ad hujus autem nostræ concessionis memoriam, et robur in perpetuum
-valiturum, per manus Magistri Johannis Rocté (?) presens scripta est
-pagina et subscriptarum personarum testimonio roborata. Anno, mense et
-Indictione præscriptis. Regnante Domino nostro serenissimo Rege Frederico,
-anno (Dei gratia) octavo.</i>
-</p>
-
-<ul>
-<li>✠ <i>Ego Rogerius De Drusiana hoc concedo.</i></li>
-<li>✠ <i>Ego Joseph de mandato regio Institucionem hanc confirmo.</i></li>
-<li>✠ <i>Ego Robertus de Castello Bajulus hoc confirmo.</i></li>
-<li>✠ <i>Ego Adam de Capicio hoc confirmo.</i></li>
-<li>✠ <i>Ego Rogerius de la Nore Judex Juratus hoc confirmo.</i></li>
-<li>✠ <i>Ego Nicolaus Maracava Judex Juratus hoc concedo.</i></li>
-<li>✠ <i>Ego Robaldus Novus Bajulus eamdem confirmo.</i></li>
-<li>✠ <i>Ego Robertus de Falco concedo.</i></li>
-<li>✠ <i>Ego Nicolaus Botayctor concedo.</i></li>
-<li>✠ <i>Ego Vivianus de Trohina concedo.</i></li>
-<li>✠ <i>Ego Bartolomeus de Ansruna concedo.</i></li>
-<li>✠ <i>Ego Guillelmus Ruffus concedo.</i></li>
-<li>✠ <i>Ego Baribavayra Tuscus concedo.</i></li>
-<li>✠ <i>Ego Alvarus concedo.</i></li>
-<li>✠ <i>Ego Vitalis de Pistona concedo.</i></li>
-<li>✠ <i>Ego Brunus fornator concedo.</i></li>
-</ul>
-
-<p>
-<i>Ex scripturis existentibus in Archivio Sanctissimæ Collegiata Capitularis
-Insignis Matris Ecclesia Sancti Patris Nicolai, Præcipui et Principalis
-Patroni hujus Urbis Nicosiæ, extracta est præsens copia — Collatione
-salva.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Notarius Dominus Petrus Franciscus Paulus de Gugliotta Archivarius.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note692">
-<p><span class="label"><a href="#tag692">692</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veggano gli articoli di cotesta antica compilazione di diritto,
-citati da Hegel, <i>Storia della Costituzione de’ Municipii italiani</i>, Appendice
-pag. 419 segg. della traduzione italiana.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note693">
-<p><span class="label"><a href="#tag693">693</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nelle <i>Memorie della R. Accademia delle Scienze in Torino</i>, 2ª serie
-vol. XIII, pagg. 32, 50, 57, 99.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note694">
-<p><span class="label"><a href="#tag694">694</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ducange, Glossario latino, ultima edizione, alla voce <i>Boni homines</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note695">
-<p><span class="label"><a href="#tag695">695</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. vij, pag. 182, 183.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note696">
-<p><span class="label"><a href="#tag696">696</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ducange, Glossario latino alla voce <i>Magister</i>, e Glossario greco,
-alla voce Μαγίστερ. Nella lunghissima lista, che prende sedici colonne
-dell’ultima edizione del glossario latino, una sola fiata questo vocabolo
-pare scambiato con <i>major</i> nei <i>magistri communiae</i> o <i>magistri civium</i>; ma
-l’esempio è posteriore al XII secolo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note697">
-<p><span class="label"><a href="#tag697">697</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga la citazione che abbiamo fatta in questo medesimo libro
-cap. viij, pag. 219.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note698">
-<p><span class="label"><a href="#tag698">698</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Oltre il supposto del Gregorio, così pensa anco l’Hartwig, <i>Codex
-Juris municipalis Siciliae</i>, Parte I, Cassel, 1865, pagg. 40, 41. Al ragionamento
-del dotto giureconsulto alemanno io oppongo che i <i>majores civium</i>
-di Messina nel XII secolo e que’ di Palermo in tempo indeterminato,
-ch’egli cita, i quali tornano secondo me al XIV secolo, significano evidentemente
-i rappresentanti del municipio, Buoni uomini, Anziani, o comunque
-si chiamassero nelle due città primarie dell’isola, non già i capi
-del mnnicipio, sindaci o giurati. Perciò gli ufizi non sono meno diversi
-l’un dall’altro che i significati de’ due titoli.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note699">
-<p><span class="label"><a href="#tag699">699</a>.&nbsp;&nbsp;</span>De’ due documenti citati dal Gregorio, de’ quali ho avuta testè la
-copia per favore del dotto mio amico Isidoro La Lumia, quel di Collesano
-non offre se non che una soscrizione in mezzo a molte altre di testimonii,
-dalla quale si può argomentare solamente che il maestro di borghesi fosse
-ammesso nelle grandi solennità a corte del feudatario di Collesano. L’altro
-è la sentenza della quale abbiamo fatta menzione testè a pag. 285. Da
-cotesto atto si ritrae che Ruggiero, <i>maestro della Borghesia di Traina</i>, e
-Meles <i>figlio del maestro dei Borghesi</i>, erano stati chiamati come assessori
-in un giudizio di confini, con molti altri anziani di quella città ed anziani e
-Buoni uomini di altre terre vicine. Ma questo Ruggiero è nominato dopo
-tre persone, il Cantore cioè del Capitolo, un Canonico ed un Roberto
-Galabeta. Non sembra egli dunque il capo del municipio. Il figlio è soscritto
-dopo altre sei persone.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note700">
-<p><span class="label"><a href="#tag700">700</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nel diploma dianzi citato è soscritto, dopo Adelicia nipote di re Ruggiero,
-il figliuolo di lei Adamo Avenel.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note701">
-<p><span class="label"><a href="#tag701">701</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nel diploma del 1142 citato dianzi, abbiamo i seguenti nomi degli
-Anziani di Traina, ch’io divido secondo che mi sembra la loro nazione:
-<i>francesi</i> signor Josfré (Jeoffroi) cantore (della cattedrale), signor Renò
-(Reinault?) canonico; <i>italici</i> Guglielmo Maleditto, Giovanni Longobardo,
-il monaco Filadelfo Oca; <i>greci</i> Roberto Galabeta, Riccardo Gambro, Giovanni
-Catrobarba, Notaio Leone Cutzaniti, Meles, figlio del maestro
-de’ Borghesi e altri. I francesi, come si vede anco da altri diplomi, richiedeano
-sempre il titolo di <i>sieur</i>, κύριος. Il maestro della borghesia avea per
-nome Ruggiero.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note702">
-<p><span class="label"><a href="#tag702">702</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dati del 1421 e pubblicati da Orlando, <i>Un Codice di Leggi e Diplomi
-Siciliani</i>, Palermo, 1857, in-8, pag. 139 segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note703">
-<p><span class="label"><a href="#tag703">703</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diplomi del 1340 e 1392, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pagg. 410, 849.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note704">
-<p><span class="label"><a href="#tag704">704</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma inedito del Regio Archivio di Palermo, dato il 1140, scritto
-in lingua arabica con caratteri ebraici.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note705">
-<p><span class="label"><a href="#tag705">705</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il passo di questo scrittore, nel presente nostro libro V,
-cap. iv, pag. 130 del volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note706">
-<p><span class="label"><a href="#tag706">706</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veggano le citazioni qui sopra a pag. 284 a 286.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note707">
-<p><span class="label"><a href="#tag707">707</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Quantunque cotesta mi sembri l’origine più probabile de’ geronti
-di Sicilia, non debbo tacere che i <i>Boni homines</i> della Terraferma italiana
-fossero anco detti nel medio evo <i>Seniores civitatis</i>. Veggasi la <i>Lex</i> romana
-del manoscritto di Udine citata poc’anzi a pag. 288, nota 1. Ma quella
-voce di origine romana non occorre sovente nella schiatta greca, se non
-che nella Sicilia del Medio evo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note708">
-<p><span class="label"><a href="#tag708">708</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Qui sopra a pag. 286, 287.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note709">
-<p><span class="label"><a href="#tag709">709</a>.&nbsp;&nbsp;</span>A buon diritto il La Lumia, <i>Storia della Sicilia sotto Guglielmo il
-Buono</i>, pag. 200, ha notati questi giurati di Nicosia del 1204, come ufiziali
-proprii del municipio. Ma parmi ch’egli erri ammettendo un «Capo municipale»
-di Centuripe su la fede della versione d’un diploma greco
-del 1183, presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 293, dove ἐξουσιαστῆς è reso
-podestà. Potestà etimologicamente sta bene, ma non ha che fare col magistrato
-delle repubbliche italiane così chiamato, e probabilmente non
-accenna ad altro che al bajulo.
-</p>
-
-<p>
-Il citato diploma del 1172 si legge presso il Gregorio, <i>Considerazioni</i>,
-lib. II, cap. ij, nota 32.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note710">
-<p><span class="label"><a href="#tag710">710</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma del 1168, citato di sopra, presso Spata, <i>Pergamene</i>,
-pag. 438, 439.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note711">
-<p><span class="label"><a href="#tag711">711</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. IV, cap. xvj.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note712">
-<p><span class="label"><a href="#tag712">712</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma latino del 1168, presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I,
-cap. iv, nota 4; diploma latino del 1133, op. cit., lib. I, cap. v, nota 4;
-diploma latino del 1145 presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 800.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note713">
-<p><span class="label"><a href="#tag713">713</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il capitolo precedente, pag. 223, nota 5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note714">
-<p><span class="label"><a href="#tag714">714</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma del 1197, presso Aprile, <i>Cronologia universale della Sicilia</i>,
-pag. 109. A pag. 111 è un diploma analogo di Federigo, dato il 1210.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note715">
-<p><span class="label"><a href="#tag715">715</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Su i privilegi e consuetudini di Palermo e Messina, mi riferisco ai
-citati lavori del La Lumia, pag. 199, segg. e dell’Hartwig, op. cit. Di
-que’ di Catania abbiam fatta menzione poc’anzi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note716">
-<p><span class="label"><a href="#tag716">716</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ho detto de’ quartieri di Palermo nel cap. iv del presente libro,
-pag. 118 del volume, e in altri luoghi quivi citati. Si vegga anco per
-l’Halka il cap. v, pag. 137. Il quartiere detto ne’ diplomi latini Seralcadi,
-risponde a quello chiamato degli Schiavoni nel X secolo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note717">
-<p><span class="label"><a href="#tag717">717</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il cap. I, del presente libro, pag. 55, 56. La poca popolazione
-spiega il detto dell’Anonimo presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, pag. 837,
-che Roberto, presa la città, <i>ordinolla</i> a suo piacimento; se pur quel verbo
-non si riferisce al sistema di difesa, più che al governo civile.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note718">
-<p><span class="label"><a href="#tag718">718</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ciò ha notato con molta sagacità l’Hartwig, <i>Codex Juris munic.
-Siciliæ</i>, pag. 14, e certissima io tengo la importanza della città verso la
-metà del XII secolo; non così al 1060, come par che supponga il signor
-Hartwig. Non occorre aggiugnere ch’io consento appieno con lui sul valore
-dei diplomi messinesi del XII secolo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note719">
-<p><span class="label"><a href="#tag719">719</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Falcando, presso Caruso, <i>Bibliotheca Sicula</i>, pag. 404, 405, 458,
-469 e 477.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note720">
-<p><span class="label"><a href="#tag720">720</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. ij, v, vj.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note721">
-<p><span class="label"><a href="#tag721">721</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Il Feudalismo in Sicilia</i>, Palermo, 1847, in-8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note722">
-<p><span class="label"><a href="#tag722">722</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Non si può attribuire che a Roberto capitano del l’esercito, il disegno
-di che fa parola il Malaterra dopo la occupazione di Palermo, cioè dividere
-tra Serlone e Arisgoto di Pozzuoli metà della Sicilia, o metà di quel ch’era
-dato a Ruggiero.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note723">
-<p><span class="label"><a href="#tag723">723</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. IV, cap. XV, presso Caruso, <i>Bibl. Sic.</i>, pag. 235.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note724">
-<p><span class="label"><a href="#tag724">724</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma arabo-greco, inedito, della Chiesa di Catania, dato il 1095.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note725">
-<p><span class="label"><a href="#tag725">725</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. ij, pag. 20, 21; e confrontisi
-il diploma del 1094, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 771. Si avverta che
-la Contea di Paternò fu conceduta al marchese Arrigo sotto la reggenza
-di Adelaide sua sorella.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note726">
-<p><span class="label"><a href="#tag726">726</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si legga il diploma, presso Fazzello, <i>Historia Sicula</i>, Deca I, lib. vj
-cap. 5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note727">
-<p><span class="label"><a href="#tag727">727</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questo ultimo fatto è stato osservato sagacemente dal Gregorio,
-<i>Considerazioni</i>, lib. I. cap. ij, pag. 23.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note728">
-<p><span class="label"><a href="#tag728">728</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Utamur ea</i> (praeda) <i>dividentes Apostolico more, prout cuique opus
-est</i>. Così lo fa parlare il Malaterra, lib. II, cap. xlij, presso Caruso, <i>Bibl.
-Sic.</i>, pag. 197.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note729">
-<p><span class="label"><a href="#tag729">729</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il cap. vij del presente libro, pag. 187, e 192.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note730">
-<p><span class="label"><a href="#tag730">730</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Mortreuil, <i>Histoire du Droit byzantin</i>, vol. I, pag. 297, vol. III,
-pagg. 58, 59.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note731">
-<p><span class="label"><a href="#tag731">731</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il fatto ricordato da noi nel cap. vij di questo libro, pag. 187, 188,
-se pur lo s’abbia a credere, va ristretto alla conversione de’ Musulmani
-dell’esercito, o degli schiavi. Non occorre dimostrare la utilità di convertire
-al cristianesimo l’universale della popolazione musulmana, massime
-delle grandi città. E Ruggiero di certo lo comprendea.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note732">
-<p><span class="label"><a href="#tag732">732</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si confronti l’epistola 24 del libro IX, di Gregorio VII, con le parole
-del Malaterra e con le date dei diplomi relativi alla Chiesa di Traina,
-riferiti dal Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 495. Si vegga anche Dichiara, <i>Opuscoli</i>,
-Palermo, 1855, in-8, pag. 134 segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note733">
-<p><span class="label"><a href="#tag733">733</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Proposui in Tragina construere episcopatum... tradidimus tibi gubernationem
-ejusdem episcopatus... Monasteria quoque habebis sub potestate. — Urbanus
-secundus mihi, ore suo sanctissimo et venerando, præcepit, nipote
-pater spiritualis... ecclesias ædificavi jussu summi Pontificis et Episcopos
-ibidem collocavi, ipso laudante et concedente et ipsos Episcopos consecrante. — Ecclesias
-ordinavi.... cui in Parochiam assigno quidquid infra
-fines subscriptos continetur. — Stephanus, cui in parochiam assigno</i> e altre
-simili parole leggonsi nei diplomi del Conte, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>,
-pag. 382, 520, 695, 842. Urbano II stesso, nella bolla per la quale conferma
-il vescovo di Siracusa, op. cit., pag. 618, dice del conte Ruggiero: <i>Syracusanam
-itaque ecclesiam novissime restaurans.... Pontificem Syracusanæ
-elegit ecclesiæ.... a prodicto Rogerio concessa sunt infra hos terminos adjacentia</i>,
-etc. Si riscontri del resto il Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. vij.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note734">
-<p><span class="label"><a href="#tag734">734</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, nella notizia di ciascun vescovato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note735">
-<p><span class="label"><a href="#tag735">735</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma del 1090, pel monastero di San Filippo di Fragalà; del 1092
-per quel di Santa Maria di Mili; del 1093 per que’ di San Michele Arcangelo
-di Traina, di Sant’Angelo di Brolo e di San Pietro e Paolo d’Itala;
-del 1098 per quel di Santa Maria di Vicari, ec. presso Pirro, op. cit.,
-pag. 1027, 1025, 1021, 1016, 1034, 294, ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note736">
-<p><span class="label"><a href="#tag736">736</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Bolla del 1091, presso Pirro, op. cit., pag. 952, data di Mileto e
-però, com’e’ sembra, scritta d’accordo con Ruggiero.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note737">
-<p><span class="label"><a href="#tag737">737</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma del conte Ruggiero, dato il 1094, op. cit., pag. 771, 772.
-L’abate di Lipari e di Patti ebbe poi titolo di vescovo il 1131.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note738">
-<p><span class="label"><a href="#tag738">738</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nel diploma di Ruggiero a favor del monastero d’Itala, citato
-poc’anzi, si legge che coloro che contravvenissero agli ordinamenti da lui
-dati per questo monistero, <i>auctoritate apostolica nobis tributa, sint et esse
-debeant anathemisati, jussu et prætextu Domini Summi Pontificis Urbani
-et omnium successorum Patrum</i>. E ciò oltre la sanzione dell’anatema che
-si solea porre nelle donazioni a chiese, la quale si legge in fine del medesimo
-diploma: che chiunque violasse la donazione <i>sit et esse debeat maledictus
-a consubstantiali Trinitate</i>, ec. Presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 1035.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note739">
-<p><span class="label"><a href="#tag739">739</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. IV, cap. xxix, presso Caruso, <i>Bibl. Sicula</i>, p. 247.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note740">
-<p><span class="label"><a href="#tag740">740</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. IV, cap. vij, op. cit., pag. 231.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note741">
-<p><span class="label"><a href="#tag741">741</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, l. c.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note742">
-<p><span class="label"><a href="#tag742">742</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per abbreviare, mi riferisco al Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I,
-cap. ij, nota 13 e 15, su le concessioni feudali ch’ebbero i prelati.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note743">
-<p><span class="label"><a href="#tag743">743</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gregorio, op. cit., lib. I, cap. vj, pag. 130.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note744">
-<p><span class="label"><a href="#tag744">744</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gli stati di Ibn-Menkut, Ibn-Hawasci, Ibn-Meklati e della repubblica
-di Palermo, e quello d’Ibn-Thimna, surto più tardi, rispondono, su
-per giù, alle diocesi di Mazara, Girgenti, Catania, Palermo e Siracusa. Il
-Val Demone che die’ le diocesi di Messina e di Patti, era distinto d’altronde
-per la popolazione cristiana. Si vegga il nostro libro IV, cap. xij e xv,
-pag. 420 e 549 del 2º volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note745">
-<p><span class="label"><a href="#tag745">745</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Le prime sei furono Palermo, Messina, Catania, Siracusa, Girgenti,
-Mazara, già nominate, 7. Patti e Lipari vescovo (1131) 8. Archimandrita di
-Messina, 9. Cefalù (1145), 10. Morreale (1182), 11. Lipari sola (1399), 12. Nicosia
-(1816), 13. Caltagirone (1816), 14. Piazza (1817), 15. Noto (1844),
-16. Trapani (1844), 17. Caltanissetta (1844), 18. Vescovo di rito greco in
-Palermo: senza contare il vescovo di Malta (1089), nè la giurisdizione eccezionale
-dell’Abate di Santa Lucia, nè la sede d’Acireale, decretata il 1844
-e poi non istituita.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note746">
-<p><span class="label"><a href="#tag746">746</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sendo stato quel di Palermo il solo vescovo che rimase in Sicilia poco
-innanzi il conquisto normanno, il conte Ruggiero fissò la diocesi per esclusione,
-descrivendo, tra il 1082 e il 1093, le tre che la circondavano. E
-però il primo atto che contenga la lista delle terre della diocesi palermitana
-scende fino al 1122.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note747">
-<p><span class="label"><a href="#tag747">747</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. IV, cap. iv, pag. 274 segg. del 2º volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note748">
-<p><span class="label"><a href="#tag748">748</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Edrisi, testo, nella <i>Biblioteca Arabo-Sicula</i>, pagg. 32, 36, 37, 39, 40,
-41, 42, 44, 50, 52, 55. Lo stesso autore parla degli iklîm nella descrizione
-d’altri paesi, per esempio dell’Affrica e della Spagna, come può vedersi
-nella traduzione francese de’ sigg. Dozy e De Goeje, a’ luoghi citati nel
-loro glossario sotto la voce iklîm.
-</p>
-
-<p>
-<i>’Aml</i>, è governo, anche nel significato di territorio assegnato al governatore
-<i>’Amil</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note749">
-<p><span class="label"><a href="#tag749">749</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Un diploma arabico della Chiesa di Palermo, dato il 1149, presso
-Gregorio, <i>De Supputandis</i>, pag. 34, cita l’iklîm di Giato. Uno greco arabico,
-inedito, del Monastero di Morreale, dato di maggio 1151, cita que’ di
-Corleone e Sciacca; un altro, anche inedito e greco-arabico della cattedrale
-di Palermo, dato del 1169, cita quel di Termini.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note750">
-<p><span class="label"><a href="#tag750">750</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sono le diocesi di Palermo, Mazara, Siracusa e Catania, presso
-Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pagg. 82, 842, 618 e 520. Di quella di Girgenti, op. cit.,
-pag. 695, abbiam solo i confini. Lasciamo addietro quella di Cefalù perchè
-la torna al XII secolo. E quella di Messina, op. cit., pag. 583, per sospetto
-che il testo sia stato alterato, come tanti altri diplomi messinesi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note751">
-<p><span class="label"><a href="#tag751">751</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Testo, nella <i>Bibl. Arabo-Sicula</i>, pag. 27.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note752">
-<p><span class="label"><a href="#tag752">752</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma del 1091, presso Pirro, op. cit., pag. 520.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note753">
-<p><span class="label"><a href="#tag753">753</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Bolla di Callisto II, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 82.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note754">
-<p><span class="label"><a href="#tag754">754</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si confronti Edrisi con questi nomi e si vegga la <i>Carte Comparée
-de la Sicile</i>, etc., ch’io pubblicai a Parigi, insieme con M. Dufour, il 1859.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note755">
-<p><span class="label"><a href="#tag755">755</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma del Monastero di Morreale, arabico latino, dato il 15 maggio
-1182. La versione latina contemporanea si vegga presso del Giudice,
-<i>Descrizione del real Tempio ec. di Morreale</i>, appendice, pag. 8 segg. Lo
-stesso documento pone 42 tra villaggi e ville nel territorio di Giato, che
-appartenne alla diocesi di Mazara e poi a quella di Morreale.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note756">
-<p><span class="label"><a href="#tag756">756</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Journal Asiatique</i> di gennaio 1840, pag. 73, e nell’<i>Archivio Storico
-italiano</i>, Appendice N. 46 (1847), pag. 30.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note757">
-<p><span class="label"><a href="#tag757">757</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma arabico inedito della Cattedrale di Palermo, dato il 1169,
-citato nella <i>Biblioteca Sacra per la Sicilia</i>, vol. II, Palermo, 1834, pag. 45.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note758">
-<p><span class="label"><a href="#tag758">758</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diplomi greco-arabici del 1143 e 1172, nel Tabulario della Cappella
-Palatina di Palermo, pag. 13, 28.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note759">
-<p><span class="label"><a href="#tag759">759</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma del 1093 presso Pirro, op. cit., pag. 842.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note760">
-<p><span class="label"><a href="#tag760">760</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga la citazione nel nostro lib. IV, vol. 2º, pag. 277, nota 3.
-Mutati in oggi i nomi ufiziali, chiamo circondario quel che nel 1858 dissi
-distretto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note761">
-<p><span class="label"><a href="#tag761">761</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. ij, pag. 23 e nota 14, nella
-quale la citazione del Pirro si corregga: pag. 771.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note762">
-<p><span class="label"><a href="#tag762">762</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veggano le concessioni di Regalbuto e di Catania, a pag. 321,
-nota 2, e a pag. 326, nota 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note763">
-<p><span class="label"><a href="#tag763">763</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Literalmente <i>Omm</i>, ossia «madre», testo nella <i>Bibl. Arabo-sicula</i>,
-pag. 39, 40. L’autore parla del gran traffico che faceasi a Sciacca e dell’abbandono
-di Caltabellotta, ove non rimanea che il presidio del castello.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note764">
-<p><span class="label"><a href="#tag764">764</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amato e Malaterra, citati nel cap. ij di questo lib. V, pag. 74 e 77.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note765">
-<p><span class="label"><a href="#tag765">765</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Op. cit., pag. 32. Quivi si dice esser Caronia il principio dell’iklîm
-di Demona. Non si tratta dunque di territorio di una città, come ne’ luoghi
-da noi citati poc’anzi, a pag. 310, nota 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note766">
-<p><span class="label"><a href="#tag766">766</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Son citati nel nostro lib. II, cap. xij, pagg. 469, 470 del Iº volume,
-che uscì alla luce il 1854. Or abbiamo i testi greci pubblicati dallo Spata,
-<i>Pergamene</i>, pag. 163 a 344, ne’ quali i due Monasteri di San Filippo e di
-San Barbaro son chiamati Τῶν δεμέννων, ἐν δεμέννοις e più spesso δεμέννων
-senz’altro e una volta (pag. 274) δαιμέννων, e il territorio di cotesti demenni
-è detto in un diploma del 1101 (pag. 191) χώρα, in uno del 1117
-(pag. 245) διακρατήσις (equivalente d’iklîm in un diploma greco del 1151
-presso Spata, <i>Cimelio diplomatico di Morreale</i>, pag. 60, del cui testo arabico
-io ho una copia) e finalmente, ne’ diplomi del 1182 e 1192 (pagg. 292,
-e 305) diviene Βαθεία, cieca traduzione di <i>vallis</i> che già prevalea nel
-latinismo volgare del paese.
-</p>
-
-<p>
-Si noti che il Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. ij, non potè provare
-con certezza in qual tempo il vocabolo <i>valle</i> fosse divenuto denominazione
-amministrativa. D’altronde alcuna delle citazioni ch’ei fa nella
-nota 24 di quel capitolo, non tornano; e quelle fondate in sul Pirro han
-poco valore quando si riferiscono a traduzioni dal greco.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note767">
-<p><span class="label"><a href="#tag767">767</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il nostro lib. II, cap. xij, pag. 465 segg. del 1º volume.
-</p>
-
-<p>
-Il Malaterra, lib. II, cap. x, presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 208,
-fa menzione della provincia di Noto, durante la guerra del Conte e in
-particolare verso il 1076. Ma oltrechè questo fatto non implicherebbe che
-il Conte, insignoritosi dell’isola, avesse mantenuta quella provincia, la
-narrazione porta più tosto a credere che si trattasse del territorio della
-città, o forse del distretto o iklîm. Si vegga il cap. vj del presente nostro
-libro, pag. 153, del volume, dove abbiamo nominato il Val di Noto per indicare
-il luogo, non per attribuire all’XI secolo questa denominazione di
-geografia politica.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note768">
-<p><span class="label"><a href="#tag768">768</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Anonymi historia sicula</i>, presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 856.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note769">
-<p><span class="label"><a href="#tag769">769</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. IV, cap. xviij.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note770">
-<p><span class="label"><a href="#tag770">770</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malaterra, lib. IV, cap. xxv. Il testo porta che del 1079 la principessa,
-accompagnata da un vescovo e da parecchi altri cortigiani, con una
-scorta di 500 lance, andò a Termini; ch’ella proseguì il viaggio per mare
-<i>usque Pannoniam</i>; e che indi, apparecchiatele navi e date le vele a’ venti,
-arrivò, per prospero viaggio, al porto d’Alba (<i>Alba maris, Blandona, Biograd</i>,
-<i>Zara vecchia</i>) appartenente al re d’Ungheria. Senza dubbio quell’<i>«usque
-Pannoniam»</i> è erroneo e va corretto <i>usque Panormum</i>, come si
-legge in una variante data dal Caruso, pag. 344 (Muratori, V, 599). Noi possiamo
-riconoscere in parte la strada che tenne il cortèo fino a Termini, e conchiudere
-che movea da Traina. I documenti che citeremo qui innanzi, pag. 340,
-nota 3, ci mostrano che nel 1094 una «strada regia» passava per Traina;
-che nel 1096 una «strada francese» dalla sorgente del fiume Torto, ossia
-da’ dintorni di Vicari, andava a Levante, cioè verso Traina; e che nel 1132
-una strada correa da Palermo a Vicari, Castronovo, Petralia. Senza dubbio
-il corteo della sposa battè quello stradale militare. Perchè poi fosse ito a
-Termini piuttosto che a Palermo, si può ben ritrovare, senza il supposto che
-la strada del 1132 non fosse aperta il 1097. Palermo appartenne tutta a’ Duchi
-di Puglia, fino al 1091; quando ne fu ceduta una metà al conte Ruggiero.
-Or egli è verosimile, per non dir necessario, che, tra parenti così sospettosi,
-e non senza ragione, i patti della cessione vietassero l’entrata di nuove
-forze militari dell’uno o dell’altro nel territorio comune: e forza considerevolissima
-erano 300 militi, ossia circa 1000 cavalli. Sembra dunque che la
-scorta abbia lasciata la principessa alla frontiera del territorio proprio del
-Conte, ch’era Termini, e ch’ella, accompagnata da’ grandi della Corte, sia
-andata per mare nel gran porto di Palermo, dove si allestì l’armatetta
-che poi la recò nell’Adriatico.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note771">
-<p><span class="label"><a href="#tag771">771</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diplomi arabici della Cattedrale di Palermo, il primo de’ quali fu
-citato e il secondo pubblicato dal Gregorio, <i>De Supputandis</i>, pag. 34,
-a 39. Tra gli altri errori, il Gregorio prese per nome proprio la trascrizione
-arabica della voce Stratego. Un po’ meno infelicemente, il professore Caruso
-ristampò l’uno e pubblicò l’altro nella <i>Biblioteca Sacra</i>, Tomo II, Palermo,
-1834, pag. 46, segg., 55, segg. Io ne ho avute, per cortesia del professor
-Cusa, due buone copie cavate dall’originale. Alla fine del primo, in luogo
-dell’<i>era barbara</i>, che suppose il Gregorio e il Caruso copiò, va letto: «<i>con
-la data di marzo</i>». Questo Abu-Taib, figliuolo, come dicono i diplomi,
-dello sceikh Stefano, sembra di famiglia musulmana convertita e forse di
-quelle indigene che, dopo avere abbracciato I’islam, ritornarono al cristianesimo.
-Ei mi pare identico con l’Eugenio detto il Bello (Τοῦ καλοῦ e l’è
-traduzione letterale di Abu-Taib) segreto della corte, secondo un diploma
-del 1183, presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 293; lo stesso che nella traduzione
-latina d’un diploma greco, presso Gregorio, <i>De Supputandis</i>,
-pag. 54 segg. e presso Spata, op. cit., pag. 452 segg. è detto Eugenio de
-Cales. La voce Biccari, a pag. 57 del Gregorio, e Biccaib, a pag. 454 dello
-Spata, va corretta <i>Bittaib</i>, ch’è il nome Abu-Taib, pronunziato volgarmente
-e messo al genitivo. Ho scritte le lettere N-zh-r-d come le veggo
-nelle copie, e le suppongo nome topografico, non casato sì come parve al
-Gregorio e al Caruso. Ma non trovo riscontro ne’ nomi topografici di quel
-contorno de’ quali sappiamo pur molti. La forma de’ caratteri, mutati i
-punti, mi fa pensare a Battelari, il quale luogo si vegga nella mia <i>Carte
-Comparée de la Sicile</i>, pag. 29.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note772">
-<p><span class="label"><a href="#tag772">772</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 434. Il nome del comune manca;
-ma il diploma appartenea al vescovato di Cefalù.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note773">
-<p><span class="label"><a href="#tag773">773</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. iij.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note774">
-<p><span class="label"><a href="#tag774">774</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il Gregorio stesso, dopo avere sostenuto nel lib. I, la esclusiva competenza
-criminale, pubblicava nel lib. II, cap. ij, nota 32, la traduzione
-d’un diploma greco del 1172, dal quale risulta che in quell’anno medesimo
-e al tempo dell’arcivescovo Roberto (1090-1108), lo stratego di Messina
-esercitava giurisdizione civile. Si vegga d’altronde su la competenza
-di quel magistrato, l’Hartwig, <i>Codex juris municipalis Siciliæ</i>, Parte I,
-pag. 32 segg.
-</p>
-
-<p>
-Inoltre lo stratego di Demenna esercitava giurisdizione civile, secondo
-un diploma greco del 1136, presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 265; e così
-anco lo stratego di Centorbi, secondo un diploma del 1183. op. cit., pag. 293.
-Operano gli strateghi come agenti del Demanio regio in Giattini (così va
-letto, non Catinae, e sparisce indi lo stratego di Catania supposto dal Gregorio,
-<i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. iij, nota 6) secondo un diploma latino
-del 1133, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 774; e in Siracusa secondo un
-diploma greco-latino del 1172, presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 443, 444.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note775">
-<p><span class="label"><a href="#tag775">775</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gregorio, op. cit., lib. I, cap. iij, nota 20. Nel Diploma del 1172, citato
-poc’anzi, è nominato, oltre lo stratego, anche il vicecomite di Siracusa.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note776">
-<p><span class="label"><a href="#tag776">776</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Intorno i vicecomiti in Italia si vegga Hegel, <i>Storia de’ Municipi
-italiani</i>, versione italiana, pagg. 128, 441, 473.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note777">
-<p><span class="label"><a href="#tag777">777</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ibn-Giobair, nel <i>Journal Asiatique</i>, genn. 1846, pag. 80, e nell’<i>Archivio
-Storico Italiano</i>, Appendice, nº 16. pag. 32, dice del cadì di Palermo
-che giudicava le liti tra i Musulmani, sotto Guglielmo II. Il nome dell’uficio
-comparisce in un diploma greco, del 1143, presso Morso, <i>Palermo
-antico</i>, pag. 306; la giurisdizione poi nelle seguenti carte: 1123, greca,
-presso Spata, <i>Pergamene</i>, pag. 410; 1137, arabica inedita della Cappella
-palatina di Palermo; 1161, arabica inedita della Commenda della Magione
-di Palermo, oggi nel regio Archivio; 1202 latina, presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>,
-lib. II, cap. vij, nota 7.
-</p>
-
-<p>
-Si avverta che la prima e l’ultima mostrano funzioni di giudice e
-le due altre quel che noi chiamiamo pubblico ministero, a tutela delle
-donne e de’ minori. Molti altri contratti di vendita sono stipulati, come
-di ragione, dinanzi testimonii, senza intervento del cadi.
-</p>
-
-<p>
-Il cadi di Lucera, dopo la deportazione dei Musulmani di Sicilia in
-Terraferma, è citato in un diploma dell’imperator Federigo, dato il 25 dicembre
-1239, nella edizione Carcani, pag. 30, e nell’<i>Historia Diplomatica
-Friderici II</i>, tomo V, pag. 627-628.
-</p>
-
-<p>
-Ibn Giobair, op. cit., pag. 87, e traduzione italiana, pag. 35, dice dello
-<i>Hakim</i> di Trapani, innanzi il quale era stata attestata l’apparizione
-della nuova luna, per determinare legalmente i giorni del digiuno di ramadhan.
-Il titolo di Hakim dato al primo magistrato di Malta, viene evidentemente
-da’ tempi musulmani, passando pei normanni.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note778">
-<p><span class="label"><a href="#tag778">778</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. iij; Hartwig, <i>Codex Juris
-municipalis Siciliæ</i>, Parte I.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note779">
-<p><span class="label"><a href="#tag779">779</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gregorio, <i>Considerazioni</i>. lib. I, v e vj.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note780">
-<p><span class="label"><a href="#tag780">780</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il capitolo precedente, pag. 245, nota 2. In fin del ruolo
-di Aci, quivi citato, ch’è dato di Messina il 6603 (1095) si dice che tutte
-le platee del paese del Conte e di quelli de’ suoi <i>terrieri</i>, erano state scrìtte
-in Mazara il 6601; e quindi si ordina che se alcuno degli Agareni notato
-nel presente ruolo si trovasse in quegli altri, ei fosse immediatamente
-reso dal vescovo di Catania a chi di dritto. Lo stesso si scorge dal preambolo
-di un ruolo arabo-greco dei villani di Catania, dato il 1144.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note781">
-<p><span class="label"><a href="#tag781">781</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La voce <i>rab’</i>, al plurale <i>ribâ’</i> fu studiata da Mr. De Sacy e, con
-buone autorità, tradotta <i>casa</i>, nella <i>Rélation de l’Egypte par Abdallatif</i>,
-pag. 303, nota. Ma in cotesto significato la sembra idiotismo dell’Egitto.
-Il significato di <i>podere</i>, che ha evidentemente questa voce ne’ diplomi di
-Sicilia e nella geografia di Edrisi, ritrovasi anco in Azraki, <i>Storia della
-Mecca</i>, e l’è tolto probabilmente da scritture de’ primi tempi dell’islamismo.
-Senza citare tutti i diplomi arabici della Sicilia ne’ quali occorre
-questa voce, ricorderò quelli del 1149 e 1154, il primo de’ quali presso
-Gregorio, <i>De Supputandis</i>, pag. 34, e l’altro nella Biblioteca Sacra per la
-Sicilia, tom. II, pag. 46. Nelle traduzioni ufiziali di Sicilia del XII secolo,
-<i>rab’</i> è reso in latino <i>cultura</i>, <i>terræ laboratoriæ</i>, al collettivo, e <i>terræ</i>
-senz’altro (diploma del 1182, testo arabico inedito; la traduzione latina
-pubblicata da Del Giudice, <i>Descrizione del real tempio</i>, ec. in una delle appendici,
-nella quale i luoghi ch’io cito si ritrovano a pagg. 10, 12 e 18) e
-altrove in greco τετραμέρως, che pare scambio con la voce <i>rub’</i> «quarta
-parte» derivata dalla stessa radice (diploma del 1172, greco-arabo, nel
-Tabulario della Cappella palatina di Palermo, pag. 29, 30).
-</p>
-
-<p>
-La voce <i>cultura</i>, determinata dalle parole <i>ad duo paria bovium</i>, si
-legge anco in un diploma latino del 1094, presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>,
-pag. 521. E risponde senza dubbio al <i>rab’</i>, il quale, come si scorge da’ citati
-diplomi del 1149 e 1154, si misurava a <i>zeug</i>, cioè paia di buoi, <i>paricla</i>,
-come scriveano latinamente nel medio evo: quella stessa misura di
-superficie della quale ci è occorso di trattare nel lib. I, cap. vj, e lib. IV,
-cap. viij, pag. 153 del 1º volume e 352, del 2º.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note782">
-<p><span class="label"><a href="#tag782">782</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 384, dove si legge: <i>cum
-omni lenimento et pertinentiis suis, secundum anticas divisiones Saracenorum</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note783">
-<p><span class="label"><a href="#tag783">783</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veggano i diplomi arabici del 1149, 1174, 1172, e sopratutto
-quello del 1182, citati nelle note precedenti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note784">
-<p><span class="label"><a href="#tag784">784</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cotesto titolo ai trova ne’ diplomi arabici del 1149 e 1154, citati
-poc’anzi nella pag. 316, nota 1; in uno greco arabico del 1172, pubblicato
-nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 30, 31; in uno
-arabico del 1182, inedito che apparteneva al Monastero de’ Benedettini
-di Morreale, ec.
-</p>
-
-<p>
-Mettendo da parte la traduzione del Gregorio: «Duana veracis conservata
-a Deo» (<i>De Supputandis</i>, pag. 35) e quella del XIII. secolo «Doana
-Veritatis» (presso Gregorio, op. cit., pag. 57) la quale servì di guida all’illustre
-pubblicista e mediocrissimo arabizzante siciliano, noi diremo della
-versione «Bureau de vérification du domaine.» data da M. Noël Des Vergers
-(<i>Journal Asiatique</i> di ottobre 1845, p. 340) trascrivendo un brano del
-detto diploma del 1149 per comento a quello del 1182, ch’egli pubblicava.
-L’autorità di questo erudito francese, di cui abbiamo deplorata non è guari
-la morte, è di molto peso, perch’egli sapea per benino l’arabico; e molto
-meglio di lui e di noi tutti lo sa M. Caussin De Perceval, ch’egli consultò
-in quel suo studio sul diploma arabico di Morreale del 1182. Evidentemente
-que’ due dotti uomini dettero all’aggettivo passivo <i>Ma’mûr</i> il significato
-del sostantivo <i>côlto</i>, come appunto l’ha preso questa voce in italiano;
-e, trattandosi evidentemente di beni demaniali, lo tradussero <i>domaine</i>.
-Quanto all’articolo del sostantivo <i>tahkik</i> essi lo considerarono «appositivo»,
-come dicono i grammatici. E così la traduzione starebbe benissimo: «Uficio
-della verificazione de’ côlti» o meglio «dell’appuramento degli Stabili,»
-perocchè la voce <i>ma’mûr</i> può applicarsi a qualsivoglia terreno reso
-profittevole dall’industria dell’uomo, con lavori agrarii o fabbriche.
-</p>
-
-<p>
-Se non che i ragguagli dell’amministrazione pubblica d’Egitto nel
-medio evo, i quali m’è occorso di studiare, conducono a interpretazione
-diversa. E primo, nella Storia de’ Patriarchi d’Alessandria, opera del
-XIII secolo, Ms. arabico di Parigi, Ancien fonds 140, è citato, a pag. 400,
-il <i>Diwan-el-Khazânat-el-Ma’mûrah</i>, ossia “ufizio de’ forzieri,” <i>ma’murah</i>,
-e, pag. 407, il <i>Beit-el-Mâl-el-Ma’mûr</i>, ossia il Tesoro (col significato di
-cassa dello Stato) <i>ma’mur</i>; nei quali due casi quest’ultima voce, messa,
-sia al mascolino, sia, come plurale irregolare, al femminino, è evidentemente
-aggettivo passivo, come noi diremmo “ben fornito, pieno:” e si diceva
-a mo’ di formola parlando delle entrate pubbliche, nel pio supposto che le
-fossero sempre abbondanti, ovvero a mo’ d’invocazione ad Allah che sempre
-le accrescesse. Lo stesso Ms. de’ Patriarchi d’Alessandria, a pag. 224,
-dice del <i>Diwân-et-Tahkîk</i> senz’altro predicato e senza spiegar che maniera
-d’ufizio e’ fosse. Ma ben lo sappiamo da Makrizi, il quale nel <i>Kitâb-el-Mewâ’iz</i>
-(Descrizione dell’Egitto) testo arabico di Bulak, 1270 (1853)
-vol. I, dando ragguaglio de’ varii ufizi istituiti da’ califi fatemiti, dice,
-pag. 401 che il “carico del <i>Diwan-et-Tahkîk</i> era di tenere il riscontro a
-tutti gli altri diwani.” <i>Tahkîk</i>, dunque, va tradotto verificazione o riscontro;
-e <i>ma’mûr</i> torna a “regio, pubblico” e nulla più. Quell’ufizio in
-Palermo era la Tesoreria reale, la <i>Controleria</i>, come si disse un tempo con
-voce francese, e teneva in compendio, o forse in duplicato, i registri che
-noi conosciamo di tutti i beni pubblici, feudali o demaniali che fossero,
-e senza dubbio quelli di ogni altra entrata e di tutte le spese, de’ quali
-non ci è pervenuto alcun ragguaglio.
-</p>
-
-<p>
-Avvertasi che nel citato diploma di Morreale del 1182, (<i>Journal Asiatique</i>
-d’ottobre 1845, pag. 318) il medesimo ufizio è detto brevemente
-<i>Ed-Diwan-el-Ma’mûr</i> ossia “l’ufizio ricco, pieno,” e però il regio Tesoro.
-Lo stesso si nota nel diploma del 1172, presso Gregorio, <i>De Supputandis</i>,
-pag. 56, e in un ruolo di villani arabo-greco e inedito della Chiesa di Catania,
-soscritto da re Ruggiero, del quale ho copia. In un diploma arabico inedito
-dell’opera della Magione di Palermo, dato il 1161, la cittadella dell’Halka
-in Palermo stessa è detta <i>Kasr Ma’mur</i>; e in un trattato di pace di Kelaûn
-col re di Sicilia, nella mia <i>Biblioteca Arabo-sicula</i>, pag. 349, gli ufizi
-delle gabelle del Sultano son chiamati <i>Diwan Ma’mûr</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note785">
-<p><span class="label"><a href="#tag785">785</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si leggano presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. iv, note 4,
-5, 6 e 7 gli antichi esempii di questo titolo latino ai quali si aggiunga
-<i>Doana Secretie</i>, secondo il diploma del 1172, nel <i>De Supputandis</i>, pag. 56,
-il qual nome talvolta si compendiava, per antonomasia, nella sola voce
-<i>doana, dogana</i>, ec. Non occorre poi notare che questo vocabolo, usato con
-significato ristretto in Europa, sia prettamente l’arabico o meglio persiano
-<i>diwân</i>. Mentre in Sicilia lo si applicava, arabicamente, a tutto ufizio pubblico,
-gli Italiani di Terraferma lo ristrinsero a ciò che oggi diciamo dogana,
-perchè l’ufizio delle gabelle d’entrata delle merci era il solo, o il
-principale, col quale praticassero i nostri mercatanti negli Stati musulmani
-del Mediterraneo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note786">
-<p><span class="label"><a href="#tag786">786</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si riscontri il Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. iv. nota 33, il
-quale non si accorse dell’origine greca, e pur si rise de’ suoi predecessori.
-Inoltre, ragionando esclusivamente su l’episodio del notaio Matteo, egli
-negò che i <i>difter</i> della corte siciliana contenessero i catasti; la qual cosa
-era provata ad evidenza dalle autorità ch’egli avea citate nella nota 4
-del medesimo capitolo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note787">
-<p><span class="label"><a href="#tag787">787</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Thesaurus</i> di Errico Etienne, edizione Hase, alla voce διφθέρα.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note788">
-<p><span class="label"><a href="#tag788">788</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nel diploma arabico del 544 (1449-50) in favore del Monistero di
-Santa Maria de Gurguro, oggi detto della Grazia, presso Palermo, si
-legge che i confini di certi poderetti assegnati a’ villani della detta Chiesa
-da un delegato del governo, erano stati registrati nel <i>difter-el-hodûd</i> del
-Diwan di Riscontro della Tesoreria. Questo diploma, citato dal Gregorio
-<i>De Supputandis</i>, pag. 38, nota a, fu poi pubblicato dal professor Caruso
-nella <i>Biblioteca Sacra</i>, vol. II, pag. 58. Un diploma del 1169, presso Pirro,
-<i>Sicilia Sacra</i>, pag. 1017, nel quale fu trascritto il <i>sigillo</i> (diploma) del conte
-Ruggiero a favor del Monastero di San Michele Arcangelo in Traina, aggiugne:
-<i>Solam enim divisionem prædictam casalis Busceniæ in fine sigilli
-denotatam, quoniam totaliter literæ deletæ erant et non poterant clare legi,
-transcripsit ex quinternis magni secreti in quo (sic) continentur confines
-Siciliæ, ut certe habeas in futurum</i>, etc. Prova anco il mio assunto il diploma
-di Morreale del 1182, del quale il testo è inedito, e la versione latina, contemporanea
-ed ufiziale, fu pubblicata da Del Giudice. Questa ha in fine:
-<i>Has autem divisas predictas a deptariis nostris de saracenico in latinum
-transferri precipimus</i>; mentre nel testo arabico si legge essere stato trascritto
-il diploma dai <i>difter</i> del <i>Diwan-et-Tahkik-el-Ma’mûr</i>. Si noti che
-un diploma arabo-greco del 1151, del quale la parte arabica è inedita e
-la greca è stata pubblicata dallo Spata, <i>Cimelio del Monastero di Morreale</i>,
-Palermo, 1865, in-12, pag. 59, segg. si contengono al paro i nomi de’ villani
-e i confini del podere. Similmente in un altro diploma arabico inedito
-di Morreale dato il 1178, per lo quale furon donati alla Chiesa di
-Morreale de’ poderi in Corleone e Calatrasi, il re ordinava al <i>Diwan-et-Tahkik-el-Ma’mûr</i>
-di cavare dai <i>difter</i> del diwano e dalle antiche <i>giarâid</i>
-(platee o ruoli) la descrizione de’ poderi e i nomi de’ villani.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note789">
-<p><span class="label"><a href="#tag789">789</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Un diploma arabico della Chiesa di Palermo fa supporre che i beni
-allodiali fossero anch’essi registrati nel catasto dello Ufizio di Riscontro
-della Tesoreria. Niccolò Askar, famiglio del <i>Kasr-el-Ma’mûr</i> (la cittadella
-regia, l’Halka) di Palermo comperava una casa di proprietà di Zeinab
-figlia di Abd-Allah-el-Ansari, posta nel Cassaro antico della città, presso
-la Bab-es-Sudân (Porta de’ Negri). Metto io da parte, perchè dubito delle
-lezioni del testo arabico, il nome del magistrato e il titolo del diwan che
-aveano autorizzata cotesta vendita, accertati che il danaro servisse a
-quella donna per riscattarsi dalle mani di certi stranieri Rûm che l’avean
-presa (se fossero stati i Lombardi?). E venendo al presente nostro argomento,
-noto che il passaggio di proprietà fu registrato nei <i>difter</i> del <i>Diwan-el-Ma’mûr</i>,
-come si legge in piè del diploma. L’atto di vendita è
-dato «il 7 settembre, corrispondente al mese arabico di scia’ban del 587»
-(1191) e la registrazione nell’uficio di riscontro del tesoro, il 10 ottobre
-(così io leggo) della IXª indizione.
-</p>
-
-<p>
-Ognun vede che <i>Ma’mûr</i>, ne’ due luoghi citati, torna a <i>regio</i> precisamente,
-come abbiam detto poc’anzi, pag. 322. nota 2. Di questo diploma
-la più parte fu pubblicata, con molti errori, dal Gregorio, <i>De Supputandis</i>,
-pag. 40. seg. Ne ho avuta dal Prof. Cusa una buona copia, cavata dal
-testo originale.
-</p>
-
-<p>
-Debbo intanto avvertire che gli atti più antichi di vendita, de’ quali
-abbiamo il testo arabico, non sembrano registrati all’ufizio di riscontro.
-Era dunque innovazione degli ultimi anni di Guglielmo II, ovvero formalità
-che solea trascurarsi, quando l’atto non capitava, come questo, nelle
-mani del pubblico ministero?
-</p>
-
-<p>
-In ogni modo i <i>defetir-el-hodûd</i>, ossia <i>quinterni magni Secreti</i>, sembrano
-veri catasti dove fossero descritti i confini di ciascun podere, non già
-que’ del solo territorio di ciascun paese o <i>iklîm</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note790">
-<p><span class="label"><a href="#tag790">790</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Con tal supposto il Gregorio comincia il citato cap. iv del lib. II,
-delle <i>Considerazioni</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note791">
-<p><span class="label"><a href="#tag791">791</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 522. Notisi che questo
-diploma è scritto originalmente in latino, onde il termine che occorre due
-volte, quando <i>Northmanni primum transierunt in Siciliam</i>, non può venir
-da errore di traduzione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note792">
-<p><span class="label"><a href="#tag792">792</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga questo medesimo libro, cap. viij, pag. 247 segg., 253 segg.
-del presente volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note793">
-<p><span class="label"><a href="#tag793">793</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. 1, cap. iv, e particolarmente
-la nota 21. Ma gli squarci di carte siciliane del XII, XIII e XIV secolo
-quivi trascritti, fanno sospettare qualche errore di copia. Ed errore o
-bugia dee sospettarsi nel diploma del 1274, dove descrivendo le decime
-<i>solite</i> a riscuotersi dalla cattedrale di Palermo su le <i>gabelle antiche</i> del
-fisco, si la salire la <i>decima</i> a ventidue tarì d’oro e grani due sopra ogni
-cento tarì entrati nelle casse regie. Sarebbe stata una bella decima: poco
-men che la quarta parte!</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note794">
-<p><span class="label"><a href="#tag794">794</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il capitolo precedente, pag. 255 nota 1. Mi par bene di
-spiegare qui perchè io renda con l’italiano “canova” il vocabolo arabico
-<i>dokkân</i>.
-</p>
-
-<p>
-Che questo abbia avuto ed abbia tuttavia in Egitto ed Oriente il significato
-generico di bottega, si vede da’ dizionarii arabi, non esclusi que’ sì
-moderni di Bochtor e di Lane, nè i dizionarietti italiani ed arabici stampati
-a Bulâk. Si vede anco dagli autori che cita il Sacy (<i>Chréstomathie arabe</i>,
-tomo I, pag. 252, e traduzione di Abdallatif, pag. 303); dai proverbii arabi
-moderni (Freytag, I, 141); da Lane stesso (<i>Modern Egyptians</i>, cap. XIV) il
-quale dà perfino un disegno di <i>dokkân</i> del Cairo: e la torna sempre a
-stanza terrena dove si vendano commestibili e altre merci. Fu chiamato
-anche così lo studio de’ notai musulmani, secondo un luogo d’Ibn-Khaldûn,
-trascritto in nota da Sacy (<i>Chréstom</i>., tom. I, pag. 39, 41).
-</p>
-
-<p>
-Contuttociò, nel caso nostro quella voce va tradotta “canova;” non parendo
-possibile che il conte Ruggiero e i suoi feudatarii abbian preso il
-monopolio di tutte le merci. Si deve intendere, a creder mio, delle grasce
-soltanto, e forse di quelle che si vendessero a minuto.
-</p>
-
-<p>
-La nostra voce “canova” potrebbe per avventura venir dall’arabico
-e tornare ad <i>hanût</i>, ch’è dato come sinonimo di <i>dokkân</i>, ma si dice
-particolarmente delle botteghe dove si vende il vino. Secondo i lessicografi
-(Lane, Dizionario, vol. I, pag. 661, 1ª colonna) quella voce suonava
-in origine <i>hânuwa</i>. Or gli Italiani doveano pronunziarla “canova”, come
-<i>kammâl</i>, “camálo” e <i>harrâka</i>, carácca.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note795">
-<p><span class="label"><a href="#tag795">795</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lasciando da canto la lista de’ <i>diritti antichi</i> secondo Andrea da
-Isernia, che si legge nella nota 18, del capitolo or citato delle Considerazioni,
-ed anco i diritti rilasciati e i soprusi vietati dal vescovo di Catania
-a favore di que’ cittadini nel 1168, come si legge in principio della nota 21,
-faremo qualche osservazione su i diritti antichi di Palermo, Messina, Girgenti,
-Sciacca e Licata, citati in diplomi del 1274, 1270, 1266, 1280, 1309.
-</p>
-
-<p>
-Primi son ricordati in Palermo i diritti di Rahadina e di Rahaba; e le
-sembran voci arabiche, l’una delle quali alterata nella trascrizione (<i>rahâin</i>
-plurale vuol dir pegni) e l’altra significa piazza (Makrizi, <i>Mewd’is</i>, testo arabico
-tom. II, pag. 47, segg. nomina una cinquantina di luoghi del Cairo e
-Cairo vecchio così chiamati). Seguon le dogane della carne, del pesce, ec.,
-che ognuno intende; la tintoria; il dazio de’ vasai, de’ sellai, della seta, del
-filetto del cotone, dell’orpello, la catena del porto; la tassa del fumo (così
-chiamavasi nel Basso impero una tassa personale scompartita per case,
-fuochi, come si disse poi in Sicilia) i bagni di Giawher, della Guidda e i
-mulini di Kalbi, Malfiteri, del Cadi, ec.
-</p>
-
-<p>
-In Messina non troviamo altre denominazioni arabiche se non che la
-gabella del cafiso dell’olio (nota misura di Sicilia ed è il <i>cafiz</i> degli Arabi)
-e la gabella <i>itriarum seu tinctorum</i>; dove leggerei ac in luogo di seu, poichè
-<i>itria</i> in arabico vuol dire vermicelli o simili paste e in Sicilia dura la
-espressione di vermicelli <i>di tria</i>. V’ha inoltre la <i>gesia</i> de’ Giudei e alcuna
-delle denominazioni non arabiche notate in Palermo.
-</p>
-
-<p>
-In Girgenti poi e nelle altre due città della stessa provincia nominate
-di sopra, oltre la <i>gesia</i> de’ Giudei e alcune altre tasse già accennate in Palermo
-e in Messina, scorgiamo quella su lo zucchero, sul sale e sul ferro e
-quella della <i>cangemia</i>. Di cotesta voce non credo sia stata rintracciata l’origine;
-nè potrebbesi, senza aver visti i nomi arabici trascritti in greco nelle
-platee de’ villani di Sicilia. In quelle mi è occorso il vocabolo <i>Haggiâm</i>
-“colui che mette le coppette e che esercita la bassa chirurgia” (secondo
-gli usi di Sicilia salassatore e barbiere;) il quale, trascritto esattamente
-χαγγέμη, ma pronunziato alla greca <i>cangemi</i>, è casato frequente in Palermo;
-dove rimanevano al principio di questo secolo alcuni farmacisti di tal nome
-e ve n’ha tuttavia. La gabella della Cangemia in Girgenti e Sciacca sembra
-dunque un dazio su i salassatori; la quale classe poteva essere numerosa
-poichè nel medio evo si facea molto uso delle coppette per cavar
-sangue.
-</p>
-
-<p>
-S’abbia il detto fin qui come un saggio delle ricerche che si potrebbero
-fare sul sistema daziario ed anco su le industrie e i fatti economici
-in generale della Sicilia nell’XI e XII secolo: lievissimo saggio poichè
-l’è fondato principalmente su i pochi brani che die’ il Gregorio, dove d’altronde
-è dubbia la lezione di molte parole.
-</p>
-
-<p>
-Non debbo tacere che il sig. Lodovico Bianchini trattò anche questo
-argomento nella sua <i>Storia Economico-civile</i> di Sicilia, Palermo, 1841,
-in-8, parte III, cap. i; ma egli non aggiunse gran cosa a ciò che si sapea
-dal Gregorio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note796">
-<p><span class="label"><a href="#tag796">796</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. iv. Il Gregorio crede eccezioni quelle
-di Catania e di Patti, ch’ei cita nelle note 11 e 12; ma sembra appunto il
-contrario.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note797">
-<p><span class="label"><a href="#tag797">797</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga ciò che ne abbiamo raccontato in questo libro V, cap. v,
-pag. 140, 141, del presente volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note798">
-<p><span class="label"><a href="#tag798">798</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. v.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note799">
-<p><span class="label"><a href="#tag799">799</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Op. cit., lib. II, cap. iv.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note800">
-<p><span class="label"><a href="#tag800">800</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tra le altre una nel 1098, alla quale accenna Ibn-el-Athîr, an. 491,
-testo, edizione del Tornberg, tomo X, pag. 191.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note801">
-<p><span class="label"><a href="#tag801">801</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il nostro libro IV, cap. xv, pag. 548, del 2º volume, e il
-lib. V, cap. iii, pag. 80, di questo volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note802">
-<p><span class="label"><a href="#tag802">802</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga qui sopra il cap. vij, pag. 188, 189.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note803">
-<p><span class="label"><a href="#tag803">803</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veggano i fatti narrati nel cap. vj, di questo lib. V, p. 158, 168.
-L’ultimo fatto d’armi tra Ruggiero e gli Ziriti era stato combattuto il 1075,
-come si legge nello stesso cap. vj, pag. 451.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note804">
-<p><span class="label"><a href="#tag804">804</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si ritrae che montava alla <i>terza</i> parte del grano esportato e che
-l’imperator Federigo la ridusse alla quinta. Diploma citato dal Gregorio,
-<i>Considerazioni</i>, lib. III, cap. vj, nota 31. Per un diploma greco del 1117,
-il secondo conte Ruggiero, tra le altre cose, accordò al console genovese
-in Messina la franchigia della estrazione delle merci infino a 60 tari. Traduzione
-latina presso Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. ix, nota 3.
-Questo, se non altro, prova l’uso dei dazii di esportazione e può riferirsi
-con molta verosimiglianza a quel su i grani.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note805">
-<p><span class="label"><a href="#tag805">805</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Se n’è detto nel cap. ix di questo libro, pag. 247. Si riscontri il
-Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. I, cap. v.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note806">
-<p><span class="label"><a href="#tag806">806</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Considerazioni, lib. I, cap. ij.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note807">
-<p><span class="label"><a href="#tag807">807</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In questo lib. V, cap. vij, pag. 184, segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note808">
-<p><span class="label"><a href="#tag808">808</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cap. ix, pag. 263, 265 di questo volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note809">
-<p><span class="label"><a href="#tag809">809</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. V, cap. iv, pag. 110 e 111, di questo volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note810">
-<p><span class="label"><a href="#tag810">810</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. V, cap. iv, pag. 124 del volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note811">
-<p><span class="label"><a href="#tag811">811</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Alberto d’Aix, <i>Historia Hierosolymitana</i>, lib. XIII, cap. xiij, presso
-Caruso, <i>Bibliotheca Sicula</i>, pag. 921.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note812">
-<p><span class="label"><a href="#tag812">812</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. iv, vede l’imitazione
-dall’inglese anco nella costituzione dell’armata siciliana del XII secolo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note813">
-<p><span class="label"><a href="#tag813">813</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Leonis Tactica</i>, cap. XIX. Si vegga anche la traduzione francese di
-Maizeroi, Paris, 1778, pag. 146. Occorrono cotesti navilii de’ varii temi, ossia
-province, in molti fatti delle istorie bizantine ch’e’ sarebbe lungo a citare.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note814">
-<p><span class="label"><a href="#tag814">814</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. IV, cap. vj, pag. 313, del 2º volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note815">
-<p><span class="label"><a href="#tag815">815</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ms. arabico di Parigi, <i>Supplément arabe</i>, 885, fog. 94 verso. Ho
-reso “villaggi” la voce dhia’ che significa propriamente: “podere demaniale,
-beneficio militare” (Si vegga il nostro lib. III, cap. j, pag. 22, del
-2º volume). Ma la tassa sopra ogni <i>fumo</i>, così il testo, ossia casa, conduce
-al significato che do io. Abbiam testè fatta menzione della gabella detta del
-fumo in Sicilia nel XII secolo. Si vegga Ducange, <i>Glossario latino</i>, alla voce
-<i>fumagium</i> e simili, il <i>Glossario greco</i> alla voce καπνικὸν, e il Cedreno,
-edizione di Bonn, tomo II, pag. 831.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note816">
-<p><span class="label"><a href="#tag816">816</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ibn-Khaldoun, <i>Prolégomènes</i>, traduzione francese del baron De Slane,
-parte II, pag. 39.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note817">
-<p><span class="label"><a href="#tag817">817</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Makrizi, <i>Kitâb-el-Mewâ’iz</i>, (Descrizione dell’Egitto) testo arabico,
-tomo I, pagg. 482 e 483.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note818">
-<p><span class="label"><a href="#tag818">818</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ancorchè io risguardi M. De Slane come mio maestro in arabico,
-non posso accettare la traduzione ch’egli dà di questo passo, <i>Prolégomènes</i>,
-parte II, pag. 40. «Elle se composait de navires qu’on faisait venir
-de tous les royaumes où l’on construisait des bâtiments. Chaque navire
-était sous les ordres d’un marin portant le titre de <i>caïd</i>, qui s’occupait
-uniquement de ce qui concernait l’armement, les combattants et la guerre;
-un autre officier, appelé le <i>raïs</i>, faisait marcher le vaisseau, etc.»
-</p>
-
-<p>
-Secondo il testo arabico, edizione di Parigi, parte II, pag. 35, e di
-Rulâk, pag. 123, io tradurrei. “L’armata (spagnuola) era raccolta da tutto
-il reame. Di ciascun paese dato alla navigazione veniva un’armatetta, capitanata
-da un <i>kâid</i>, uomo di mare che badava alle cose della guerra,
-alle armi ed ai combattenti e da un <i>rais</i> (pilota) che avea cura della navigazione,
-ec.”
-</p>
-
-<p>
-La differenza tra le due versioni è che io intendo “province” della
-Spagna la voce che M. de Slane rende “royaumes” e che alla voce <i>ostûl</i>
-(στόλος) do il significato ordinario di armatetta, quando M. de Slane la
-traduce «navire». E veramente, la voce <i>Mamlaka</i>, il cui plurale è usato qui
-dallo autore, significa “reame” ed anco “parte d’un reame:” e in ogni
-modo, al tempo d’Ibn-Khaldûn, erano ben ridivenute reami quelle che furono
-mere province sotto gli Omeiadi. D’altronde non si comprenderebbe
-come il califo di Spagna armasse i suoi legni «in tutti i reami» del Mediterraneo
-e dell’Oceano, che erano tutti nemici; nè com’egli accozzasse
-un’armata di dugento vele, prendendo «una nave» da ciascun paese della
-Spagna dato alla navigazione. Aggiungo che Ibn-Khaldûn, in moltissimi
-luoghi delle sue opere, dà alla voce <i>ostul</i> il significato ordinario di “armata”
-e non di “una nave.” Così negli stessi Prolegomeni, parte II, pag. 37,
-del testo di Parigi e in altri squarci del medesimo autore, raccolti da me
-nella <i>Bibl. Arabo-Sicula</i>, pag. 486, 487, 488 ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note819">
-<p><span class="label"><a href="#tag819">819</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga qui sopra a pag. 278, note 2 e 3, e il cap. viij, a pag. 223, nota 5.
-Nel diploma per l’Archimandrita di Messina, dato il 1130, presso Pirro,
-Sicilia Sacra, pag. 973, prima colonna, leggiamo di un podere conceduto
-all’Archimandrita, <i>cum terris, preeminentiis et datium marinariorum qui
-cum eo habitant</i>. L’è traduzione dal greco, nella quale non veggo se si
-tratti del dazio pe’ marinai dovuto dagli abitatori, o del dazio su i marinai
-che soggiornavano in quel territorio. Un diploma del 1197, op. cit., p. 1289
-fa supporre il primo caso anzi che il secondo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note820">
-<p><span class="label"><a href="#tag820">820</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diplomi presso il Gregorio, <i>Considerazioni</i>, lib. II, cap. iv, nota 15.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note821">
-<p><span class="label"><a href="#tag821">821</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veggano i cap. X e XIII della mia <i>Guerra del vespro Siciliano</i>,
-dove sono ricordate nella battaglia del golfo di Napoli del 1287, le galee
-di Milazzo, Lipari, Trapani, Siracusa, Catania, Agosta, Taormina, Cefalù,
-Eraclea, Licata, Sciacca.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note822">
-<p><span class="label"><a href="#tag822">822</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cap. xiij, pag. 428, segg. del 2º volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note823">
-<p><span class="label"><a href="#tag823">823</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il cap. ix, del presente libro, pag. 257.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note824">
-<p><span class="label"><a href="#tag824">824</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cap. v di questo medesimo libro, pagg. 136 a 139 del volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note825">
-<p><span class="label"><a href="#tag825">825</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cap. vi, pag. 161.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note826">
-<p><span class="label"><a href="#tag826">826</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cap. viij, pag. 210.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note827">
-<p><span class="label"><a href="#tag827">827</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Testo, nella <i>Biblioteca Arabo-sicula</i>, pag. 41. Rendo con la voce
-<i>primitivo</i> il vocabolo <i>Azali</i>, che significa propriamente «senza principio,
-eterno quanto al principio, ec.» ciò che parlando de’ popoli noi diciamo
-impropriamente «aborigene.»</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note828">
-<p><span class="label"><a href="#tag828">828</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Mi si permetta questo vocabolo, che non è nella Crusca, ma nell’uso
-generale d’oggi, ed evita una anfibologia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note829">
-<p><span class="label"><a href="#tag829">829</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 383. Quivi leggiamo <i>ad magnam
-viam francigenam Castrinovi</i>. Probabilmente l’è traduzione dal greco,
-portando l’anno costantinopolitano e leggendovisi la espressione <i>Papæ
-veteris Romæ</i>, che sa di bizantino. Tuttavia la lingua e lo stile la fanno
-supporre versione molto antica.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note830">
-<p><span class="label"><a href="#tag830">830</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Un diploma greco-latino del 1132, presso Spata, <i>Pergamene</i>,
-pag. 424, fa menzione di una strada che dal podere di Mutata (ignoro il
-sito) conduceva a Petralia, Castronovo, Vicari e Palermo. Ancorchè nel
-latino si legga soltanto <i>via</i>, e manchi in questo passo il testo greco, mi
-sembra che si tratti del medesimo stradale francese.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note831">
-<p><span class="label"><a href="#tag831">831</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Pirro, <i>Sicilia Sacra</i>, pag. 1012.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note832">
-<p><span class="label"><a href="#tag832">832</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma presso Pirro, op. cit., pag. 773.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note833">
-<p><span class="label"><a href="#tag833">833</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma del 6594 (1086) XIIª indizione, pubblicato dal Sig. Piaggia,
-<i>Nuovi studii su la città di Milazzo</i>, Palermo 1866, in-8 grande, pag. 68,
-nota 6. Goffredo Burrello, feudatario di Milazzo, descrivendo in questo diploma
-i limiti del podere detto Bucello nel territorio di quella città, li fa
-correre <i>usque ad viam quae vadit a Sancto Philippo in villam Milatii,
-deinde constringendo per viam viam ad aliam frangigenam quae conjungitur
-prope mare ante villam Milatii, deinde revertetur per eamdem viam
-frangigenam usque ad mare, etc.</i> Non debbo tacere che questo documento,
-copiato dai Mss. della Biblioteca comunale di Palermo, e voltato
-già dal greco, come apparisce dall’èra costantinopolitana, fu alterato senza
-dubbio, sia nell’originale, sia nella traduzione. E veramente, oltrechè
-la XII indizione non torna nel 1086, noi troviamo il titolo di “Chiese messinese
-e trainese” e del “primo vescovo di esse Roberto”; ed egli è evidente
-che coteste parole non furono scritte nel detto anno, poichè allora non
-si potea dir che del Vescovato di Traina; sendo notissimo che il tramutamento
-della sede e la giunta di Chiesa messinese nella denominazione della
-diocesi, seguirono nel 1091. Ciò nondimeno non v’ha ragione di supporre
-inventata da qualche erudito del XVII o XVIII secolo la denominazione di
-<i>via francese</i>; e però io accetto questa testimonianza di un fatto materiale,
-la quale risalisce in qualunque modo al XII secolo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note834">
-<p><span class="label"><a href="#tag834">834</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Diploma arabico-latino del 15, maggio 1182, di cui la parte latina
-fu pubblicata da Del Giudice, <i>Descrizione del Tempio di Morreale</i>, Appendice,
-pag. 8 segg. e il testo arabico è inedito. Il luogo ch’io cito si trova
-a p. 11, della <i>Descrizione</i>, in fin della divisa di Bufurera, dove si legge <i>viam
-exercitus</i>, e ciò risponde perfettamente al testo arabico: <i>tarik-el-’askar</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note835">
-<p><span class="label"><a href="#tag835">835</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Del Giudice, op. cit., pag. 16, 19, 21, ec. Il diploma latino qui ha
-<i>via pubblica</i>, e l’arabico <i>mehaggia</i> e talvolta anche <i>tarik</i>, come sopra
-nella «Strada dell’esercito.»</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note836">
-<p><span class="label"><a href="#tag836">836</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tychsen, <i>Introductio in rem nummariam</i>, ec., pag. 146. Lo Spinelli,
-<i>Monete Cufiche battute da Principi longobardi, normanni e svevi</i>, Napoli, 1844,
-in-4, pag. 16 e 232, suppone, che il disegno di questa moneta fosse stato inventato
-dall’Abate Vella. Il Mortillaro, che avea ben riconosciuto (<i>Opere</i>,
-tomo III, pag. 339), appartener la moneta a re Tancredi, lo dimentica
-adesso (<i>Medagliere arabo-siculo</i>, pag. 35) per seguire il supposto dello
-Spinelli. E pure nel disegno che questi dà, Tavola II, nº 1 (io non ho
-sotto gli occhi quello di Tychsen) si legge benissimo <i>el-Malik-Tan-rid</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note837">
-<p><span class="label"><a href="#tag837">837</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Adler, <i>Museum Cuficum Borgianum</i>, pag. 80, seg. n<sup>i</sup> lxiv a lxxv.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note838">
-<p><span class="label"><a href="#tag838">838</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Monete Cufiche</i>, pag. 329, 330, nº cclxxix.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note839">
-<p><span class="label"><a href="#tag839">839</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>The Oriental coins</i>, tomo I, pag. 299, 300. nº cccviij.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note840">
-<p><span class="label"><a href="#tag840">840</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Monete Cufiche</i>, ec., in-4, pag. 16 a 19, n<sup>i</sup> lxv a lxxij, lxxv, dcxlix
-a dclvij.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note841">
-<p><span class="label"><a href="#tag841">841</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il <i>Medagliere Arabo-Siculo della Biblioteca Comunale di Palermo,
-coordinato e illustrato dal Marchese Vincenzo Mortillaro</i>, Palermo 1861,
-in-8, pag. 36-39. Io non so perchè il Mortillaro, pag. 36, nº 1, identifichi
-col nº lxvj, dello Spinelli la moneta che diè Adler, op. cit., al nº lxix; e,
-pentendosi d’averla già attribuita a re Ruggiero (Mortillaro, <i>Opere</i>, tomo III,
-pag. 405) accetti adesso la lezione dello Spinelli, che la rimanda al primo
-conte. Da quanto si può giudicare sopra disegni grossolani, Adler non
-lesse tutto, Mortillaro supplì male, e la lezione <i>K*m*t</i>, sostituita da Spinelli,
-non si raccapezza nella figura (tavola II, nº 2). Men dubbio mi sembra
-in questa e nelle seguenti, il nome di Ruggiero; ma questo conviene al
-figliuolo, come al padre, ed anche al Duca di Puglia dello stesso nome.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note842">
-<p><span class="label"><a href="#tag842">842</a>.&nbsp;&nbsp;</span>N. lxxij, pag. 19, tavola II, nº 23, il quale si confronti col 24, ed
-anche col 4 ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note843">
-<p><span class="label"><a href="#tag843">843</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga il nostro Libro IV, cap. xiij, pagg. 456-8, del 2º volume.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note844">
-<p><span class="label"><a href="#tag844">844</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Paruta, presso il Burmanno, <i>Thesaurus Antiquitatum Siciliae</i>, ec.
-tomo VII, pag. 1223, e tomo VIII, tavola clxxxvj. Credo che i n<sup>i</sup> 3 e 4, di
-quella tavola, i quali hanno da una faccia il T in luogo del cavaliero armato,
-appartengano al secondo conte Ruggiero.</p>
-</div>
-</div>
-
-<div class="tnote">
-<p class="tntitle">
-Nota del Trascrittore
-</p>
-
-<p>
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
-minimi errori tipografici. Sia il Sommario sia le Correzioni e Aggiunte relativi alla Parte Prima,
-raggruppati in originale al termine della Parte Seconda, sono stati riportati a fine libro.
-</p>
-
-<p class="covernote">
-Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
-</p>
-</div>
-
-
-
-
-
-
-
-
-<pre>
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of Storia dei musulmani di Sicilia, vol.
-III, parte I, by Michele Amari
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DEI MUSULMANI DI ***
-
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